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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Il romanzo della morte - -Author: Beatrice Speraz - -Release Date: September 23, 2020 [EBook #63272] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL ROMANZO DELLA MORTE *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - BRUNO SPERANI - - - IL - ROMANZO DELLA MORTE - - - - MILANO - - LIBRERIA EDITRICE GALLI - DI - C. CHIESA & F. GUINDANI - LIPSIA e VIENNA. F. A. Brockhaus — BERLINO. A. Asher - PARIGI. Veuve Boyveau — LONDRA. D. Nutt - NAPOLI. Ernesto Anfossi - — - 1890 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - Milano — Tip. Enrico Trevisini, Via Broletto, 43. - - - - -I. - - -Il pranzo volgeva al suo termine, in mezzo alla gioia e alle -conversazioni sempre più animate e festose. I convitati, per la maggior -parte studenti dell'Università, futuri medici e futuri avvocati, ma più -medici che avvocati, avevano naturalmente un buon umore comunicativo, -una giocondità espansiva. - -Il professor Pisani, un luminare della scienza, soleva riunire così -tutti gli anni gli amici più intimi e i migliori suoi allievi alla fine -delle vacanze, sul morir dell'autunno, nella sua villa, poco discosta -dal Borgo di S. Patrizio nei dintorni di Pavia. - -La festa non era mai riescita come quell'anno; i giovani non erano mai -stati così amabili; egli stesso non si sentiva da molto tempo la mente -così libera da preoccupazioni, il cuore tanto leggero. - -Alcuni suoi scolari lo interessavano particolarmente. Un gruppo di -giovani eccezionali! Si eran fatti conoscere fin dal primo anno. -Peccato che ormai fosse l'ultimo! Presto se ne sarebbero andati quei -bravi giovani, andati via per il mondo a portare la scienza e la vita; -mentre il povero professore rimaneva inchiodato sulla sua croce. Essi -eran come le onde del mare che si rinnovano continuamente e mutano -sito, mentre lui era un rudero di quel gran porto universitario. - -Fortunatamente egli non persisteva in questo tono di vecchia elegia -così poco d'accordo col suo tipo di uomo allegro e positivo. - -E poi, non tutti se ne sarebbero andati!.... - -Uno ritornava intanto: Fausto Lamberti ritornava. - -In fondo tutti sapevano che la piccola festa era tutta in onore di quel -ritorno. Ma si taceva discretamente. Il viso pallido e serio di Argìa -Pisani, la primogenita del professore, non incoraggiava gli scherzi nè -le allusioni. Fausto pure sembrava preoccupato. E gli amici intimi si -domandavano sommessamente: — Che cosa pensano? Cosa faranno?... L'amerà -essa ancora? Gli perdonerà il lungo abbandono? - -Se l'aspetto sereno del professore rispondeva già trionfalmente a -cotali dubbi, don Paolo Giudici li mise tutti in tacere con una sola -frase. - -— Mio nipote è ritornato e non ripartirà più! — esclamò egli in un -momento d'espansione, mentre i suoi occhi languidi di vecchio si -fermavano con tenerezza su Fausto ed Argìa, abbracciandoli in uno -sguardo. - -I convitati sorrisero argutamente, e i due giovani diventarono -bersaglio di occhiate e bisbigli. - -Per fare un diversivo, Fausto pronunciò un brindisi alla salute -dell'esercito rappresentato da Filippo Pisani che sfoggiava da pochi -giorni le sue spalline di ufficiale, con grande soddisfazione del padre -e sua propria. Fu un _hurrà_, un grido di gioia. - -I brindisi così ben cominciati, sfilarono uno dopo l'altro, in prosa ed -in versi. - -Don Paolo si fece applaudire con una graziosissima anacreontica, in -lode di Argìa. - -Finiti i brindisi, il padron di casa invitò i suoi ospiti a passare in -un'altra sala, dove fu servito il caffè. - -Era questa la sala dei ricevimenti, decorata di un ampio verone per -il quale si scendeva nel mezzo della corte, e rappresentava quindi -l'entrata d'onore della villa. - -L'entrata comune era sul fianco destro e non aveva scalini esterni. - -Sebbene fosse vicino il tramonto, una luce sfolgorante entrava nella -sala, dal verone aperto e dalle due larghe finestre a terrazzino che lo -fiancheggiavano. Le tappezzerie rosse, i mobili eleganti tutti in legno -chiaro come il bel pianoforte a coda che stava nel mezzo della sala, -sembravano prender parte alla gaiezza dei convitati. - -Il pianoforte sembrava dire: Su allegri! Anche questa sera vi farò -ballare! E i giovani lo guardavano con un sorriso. - -Ma finchè il sole splendeva, e il buon pranzo e i vini profumati non -erano digeriti, la campagna chiamava fuori i giovani, nell'aria fresca -e gagliarda. - -Era una fine di ottobre tepente e smagliante. - -Amelia, la figliuola minore del Pisani, fu la prima a svignarsela. -Argìa con la cugina Carmela Donati, una ragazza in sull'invecchiare, nè -brutta nè bella, nè sciocca, nè intelligente, ma abbastanza buona per -una ragazza che invecchia, la seguirono subito, trascinandosi dietro la -Bice Chiari una grassona inerte. - -Un momento dopo, come attirati da una forza magnetica, tutti i giovani -si trovarono presso di loro. La corte, poco fa silenziosa, fu piena di -movimento, di voci gaie, di risate giovanili. - -— Che bel giorno, Argìa! — mormorò Fausto Lamberti accostandosi un -momento alla fanciulla. - -E l'accento con cui egli pronunciò questa semplice frase voleva dir -tante cose! - -Argìa non rispose; un leggero rossore colorò la trasparente bianchezza -del suo viso ideale. - -— Un bel giorno, sì! — esclamò un giovinotto magro, piccolo, zoppicante -dal piede destro, che aveva sentito le parole di Fausto. - -— Un bel giorno! — replicò — Se non lo guastasse la previsione dei -brutti giorni, noiosi, che ci preparano i professori! - -Lamberti si voltò ridendo. - -— Ah! Vittorio, sei sempre allo stesso punto tu. - -— Sempre coerente! — sentenziò con burlesca solennità il piccolo zoppo. -— Odio la scuola! Detesto l'avvocatura!.. E non muto parere per volger -d'anni e mutar d'eventi. Ho un carattere fermo. - -Una scoppiettante risata accolse la fiera protesta. Gli studenti di -medicina batterono le mani; due o tre futuri avvocati domandarono la -parola. - -— Bravo! Bene! - -— Silenzio! È negata la parola ai mercanti della medesima! - -In mezzo al baccano due avvocatini incominciarono una difesa burlesca -dell'avvocatura. - -— Avresti dovuto fare come me! — diceva Filippo Pisani, il brillante -ufficialetto tanto contento di se medesimo che si portava per esempio. -— Io non ho voluto saperne di studi classici e nessuno ha potuto -forzarmi, sebbene... - -— Giuochiamo a mosca cieca!.... Giuochiamo a mosca cieca! — gridò in -mezzo al chiasso una vocina fresca. - -E una figuretta svelta, che non era ancora di donna e non più di -bambina, si gettò nei gruppi interrompendo dispute, troncando frasi, -persuadendo a tutti che bisognava giuocare, per riscaldarsi, per -divertirsi. - -— Quando Amelia vuole, non c'è verso di contraddirla! - -Tutti cedettero. Il giuoco cominciò e Amelia si lascio bendare gli -occhi per dare il buon esempio. - -— È sempre una bamboccia — sentenziò l'ufficialetto discorrendo colla -sorella maggiore. — Non sei riescita a tirarla su seria come te! - -Uno strano sorriso passò sulle labbra coralline e tumidette di Argìa, e -le lunghe ciglia dei suoi grandi occhi azzurri si chinarono per velare -il lampo corruscante delle pupille. - -— È stata sempre così seria la signorina? domandò Fausto Lamberti a -Filippo, guardando la fanciulla con inesprimibile tenerezza. - -— Sempre! È stata la nostra provvidenza fin dal giorno in cui abbiamo -avuto la disgrazia di perdere la mamma. Sebbene abbia un anno meno di -me, l'ho sempre considerata come il vero capo della famiglia. E non -solo io, ma anche lui, il tuo professore... - -— Basta Filippo!... — supplicò la ragazza posandogli una mano sulla -bocca appena ornata da due nascenti baffetti. - -— Acchiappata! Acchiappata!... Chi sei?... Dà una voce! - -— Ah!... - -— Argìa! Argìa! Argìa!... - -E la birichina si strappò la benda per affrettarsi a legarla sugli -occhi della sorella. - -— Mi avevi vista! - -— Vero niente!... Aspetta che ti lego bene.... Ecco fatto, dammi la -mano. - -— Ora sei nel mezzo; aiutati come puoi. Non ti disperare, faranno di -tutto perchè tu li acchiappi. Sono galanti... con te!... - -Tornò al suo posto saltando. Filippo l'afferrò per un braccio. - -— Sei una pazza!... - -— E tu sei savio? - -Lanciata questa piccola sfida si divincolò e sgusciò via come un -serpentello. - -— Attenti! ricomincia il giuoco. - -E la catena si mise a girare, prima adagio, poi galoppando. Bice -Chiari, quella sorniona come la chiamava l'Amelia, aveva l'aria di -abbandonarsi con voluttà a quella danza frenetica, stretta fra due -studenti che si serravano ai suoi fianchi. - -— Allargate la catena!... Così! - -Argìa pareva sbalordita. Rimaneva quasi immobile in mezzo al largo -circolo, le mani protese dinanzi a sè, il viso fosco. - -Era bella, di una bellezza seria e ideale. La pienezza delle sue forme, -che l'abito di panno azzurro-mare copriva pudicamente senza nascondere, -pareva superiore ai suoi diciotto anni. Ma la linea generale nulla -aveva perduto della primitiva purezza. Nei suoi movimenti era ancora -la casta severità e la indefinibile rigidezza che formano il carattere -fisico di molte fanciulle. - -In mezzo a un profluvio di capelli neri, ondati, sul viso bianco -marmoreo, dai lineamenti delicati, dal naso diritto, sottile, il -fazzolettino di seta rossa, che Amelia le aveva allacciato sui dolci -occhi azzurri, accresceva il fascino della bella figura, come una nota -bizzarra di provocante civetteria. - -Amelia aveva ragione; più di uno di quei giovani desiderava di essere -preso. Un po' per il piacere di liberare l'Argìa che non aveva l'aria -di divertirsi; più ancora per mettersi sul viso quel fazzolettino -impregnato del calore e del profumo di lei. - -Ma Amelia vegliava; e con lei vegliavano gli occhi gelosi di Fausto -Lamberti. - -Il giuoco andava in lungo: la catena girava girava. - -I ragazzi dei contadini, aggruppati in un angolo, se la godevano. - -Alcuni correvano qua e là per la corte, mischiandosi arditamente ai -signori. - -Era il tormento del Pisani quella banda di monelli scalzi e -scapigliati; ma non poteva liberarsene. La casa di campagna -rifabbricata da lui e decorata col nome di villa, sorgeva in mezzo a -un immenso cortile erboso, una specie di prato cinto da un muro assai -alto che formava un quadrato ad angoli retti. Tre cancelli si aprivano -nei tre lati del muro davanti alla casa: uno metteva nello stradale del -Borgo; l'altro conduceva ai campi; il terzo nell'orto, e di là a una -vigna e a un frutteto. - -Dietro la casa, il cortile diventava rustico e terminava con la vecchia -cascina, rimasta tale e quale, abitata dalle famiglie dei contadini -addetti al podere. - -Da tempo il Pisani pensava ad un'abitazione più appartata per quella -gente e ad un riordinamento di tutta la corte; ma quando si metteva -a fare i conti, trovava che i danari non gli bastavano, e doveva -rassegnarsi a tirare innanzi così. Talvolta egli si sfogava in potenti -sgridate, che distribuiva un po' alla cieca; ma poi si rilassava -com'era del suo carattere. - -In quel dopo pranzo d'autunno, circondato dai suoi figli e dai suoi -scolari prediletti, egli non pensava a queste malinconie. - -Pensava piuttosto che Argìa si sarebbe consolata finalmente e il suo -visino pallido avrebbe riacquistato lo splendore di una volta. - -Egli era rimasto nella sala rossa, col suo amico don Paolo, condannato -dalla grama salute ad una infinità di riguardi. - -Era ancora un bell'uomo il professor Pisani chirurgo abilissimo, -famoso conquistatore, e s'apprestava risolutamente ad attaccare la -cinquantina, certo di domarla. - -Senza arricchirlo, la scienza gli dava una discreta agiatezza ed ei se -ne accontentava. In generale era un uomo contento: sopratutto contento -di sè. - -La sua faccia prospera, dal sorriso leggermente fatuo, dai grandi occhi -salienti, lo diceva senza misteri. - -Era nato in basso. Suo padre, semplice caposquadra nelle guardie -di finanza ai tempi dell'Austria, aveva avuto l'ambizione di farlo -studiare; ed egli aveva risposto magnificamente a quell'ambizione. -Nel cinquantanove appena dottore, si era messo a curare i feriti; e il -sessantasei, lo trovava alla direzione di un ospedale militare. - -Nel frattempo aveva sposata una signorina pavese, di buona famiglia, -che gli morì presto. - -Gli avversari del professore pretendevano ch'egli l'avesse fatta morire -a forza di rimproveri e di spaventi. - -Lui invece era convinto di averla adorata; e, siccome rimaneva vedovo, -si vantava fedele oltre la tomba. - -Don Paolo Giudici, abate e letterato, ricchissimo, settantenne e -gaudente, somigliava in fondo dell'anima all'amico suo, sebbene -all'esterno sembrasse l'opposto. Piccolino ed esile, mentre l'altro -era alto e robusto, Don Paolo conservava, insieme alla giovanilità -dell'animo una grande dolcezza di modi e una placidità inalterabile. -Era stato un bel prete, un prete galante, e ci teneva ad esserlo, od -almeno a sembrarlo ancora. - -Nessun elegante sapeva portare l'abito di società con maggior -distinzione di quella con cui don Paolo portava la veste talare. - -La fisonomia espressiva, gli occhietti vivi, le folte sopracciglia -nere e la chioma bianca abbondante; lunga e ricciuta, gli davano una -impronta pittoresca, un non so che di romantico. E romantico ei si -vantava per gusti letterari e per sentimenti. - -Osservandolo meglio però, ci si accorgeva facilmente che l'intonaco -romantico aveva poca consistenza, e lo spirito del settecento con -la sua filosofia apparentemente superficiale e il giocondo egoismo, -sgusciava fuori audacemente. Qualche volta traspariva anche il prete, -come una di quelle macchie di vecchio unto indelebili su certe stoffe, -ma visibili soltanto in un dato punto di luce. - -— Siamo stati fortunati! La vostra festicciuola mi è parsa più geniale -che mai! Tutto è con noi, la terra ed il cielo!... - -Si interruppe sorridendo, e fiutò una presa di tabacco. Poi dandosi una -leggera fregatina di mani soggiunse, come parlando a sè stesso: - -— Il cielo e l'amore!... - -— Ah! Don Paolo, avete ragione di gloriarvene; lo si deve a voi!... - -— A me?... Ah! Ah! Bella cosa essere sacerdote d'amore a settantadue -anni!... Poichè oramai sono settantadue sapete?... - -— Sì... Ma come li portate, don Paolo! - -Felice di questo complimento poco sincero che l'autorità dell'uomo di -scienza rendeva prezioso, l'abate arrovesciò la testa sulla poltrona -e sfregando i suoi riccioli bianchi sulla morbidezza della felpa, -continuò a sorridere beatamente, mentre i suoi sguardi si fermavano sui -giovani nella corte. - -— Come sono belli i nostri due colombi! La vostra Argìa pare una -dea.... Ma, posso dirlo senza iattanza, mio nipote è degno di lei. -Guardate: non ha punto l'aria di un giovine borghese di questa fine di -secolo! - -— In verità, don Paolo, mi avete reso un padre felice con la vostra -domanda venuta così a proposito. Senza di voi non si concludeva -niente con quelli di Mantova. Argìa si credeva abbandonata... Ha -sofferto molto, povera figliola!... Io la incoraggiavo a distrarsi, a -dimenticare; ma inutilmente!... Tre partiti mi ha rifiutati, sapete? - -L'abate sorrise. - -— Ha fatto benissimo, dal momento che amava Fausto... - -— Certo, certo! Ma poi, se Fausto sposava la contessina, eravamo -serviti!... Tutto a voi dobbiamo, tutto al vostro intervento, ripeto. - -— ... E l'amore di Fausto?... E la bellezza di Argìa?... Dove li -lasciate, questi grandi fattori?... Guardate se non è divina col -fazzolettino rosso che quella birichina di Amelia le ha legato su gli -occhi!... Del resto, sapete la mia massima: non si deve mai disperare -dei giovani, nè dell'amore! - -— In realtà io ho sempre avuto fede nella mia stella. - -— Lo credo! Siete sempre stato fortunato. - -— Sempre?... Sempre, è troppo! Ho avuto anch'io le mie delusioni. -Tuttavia posso dire che la vita è stata una buona madre per me. Mi ha -colpito di rado e mi ha colpito con dolcezza. Perfino il più grande, -il solo vero dispiacere della mia vita, la morte di mia moglie, mi è -capitato in un momento in cui l'ho sentito meno. Ero a letto con un -famoso tifo che per poco non mi ha portato via anche me. Non capii -nulla. Non m'avvidi di nulla. - -«Poi, quando cominciai a risvegliarmi, le mie forze si trovarono -accaparrate da quella profonda sensazione di gaudio fisico che si prova -nella convalescenza di certe malattie. Non potevo intender la morte nel -momento in cui mi sentivo rinascere alla vita. E allorchè finalmente -compresi tutta la grandezza della mia disgrazia, il colpo era passato, -lontano... - -Tacque di botto, e restò interdetto nella confusione di aver toccato -quell'argomento. - -Don Paolo si era rannicchiato in fondo all'ampia poltrona. Il suo viso -scarno appariva sconvolto e le piccole pupille agonizzavano in fondo -alle occhiaie affossate. - -— Ah! morire! — mormorò con un rantolo — Morire... È orribile! - -Il medico trasalì. Che bestia! Avere dimenticato che Don Paolo non -poteva sostenere l'immagine della morte, e tenergli un discorso simile -nell'ora della digestione! - -Si morse le labbra, cercando invano un'idea, una parola per distrarre -il suo ospite. - -Le gaie risate dei giovani lo trassero d'impiccio. - -— Benedetta gioventù! — mormorò il prete, riavendosi. — Cari -spensierati! Quando avrò quei due colombi innamorati sempre vicini, il -brutto incubo non mi tormenterà più!... - -Sorrise, e un rossore gli passò tra carne, e pelle, come un ultimo -guizzo di fiamma morente; ma il sorriso finì in una smorfia e al -fuggittivo colorimento subentrò una mortale pallidezza. I lineamenti -affilati si stirarono; le pupille vitree scomparvero nelle orbite; -tutto il corpicciolo si ripiegò sul fianco destro, e la gola arsa emise -un suono rauco. - -— Maledizione! — balbettò il professore battendosi la fronte. - -Da lungo tempo egli prevedeva quell'attacco; e in un momento -d'irriflessione l'aveva forse provocato. - - - - -II. - - -Nella sala deserta le ombre del crepuscolo si addensavano. Gl'invitati -erano partiti «per non disturbare» contenti in fondo all'anima di avere -un pretesto per allontanarsi dalla casa divenuta improvvisamente tetra, -opprimente. - -Don Paolo non era morto: gli sforzi del Pisani erano riesciti, dopo -alcune ore di lotta; l'immediato pericolo si poteva dire scongiurato. -Ora l'infermo dormiva e il professore vegliava al suo capezzale, -insieme a Vittorio Giudici il piccolo zoppo. - -Quel sonno poteva essere una salvezza. - -Fausto si allontanò sapendo che la sua presenza non era assolutamente -necessaria. Un'altra inquietudine lo dilaniava: un'ansia più acuta lo -chiamava fuori. - -Che faceva Argìa? Che cosa pensava?... Non una parola avevano -potuto scambiare da solo a sola, non una parola, dopo quello che era -avvenuto!... - -Il professore e Vittorio, che indovinavano la febbre ond'egli era arso, -lo incoraggiarono ad uscire un poco. Andasse a respirare una boccata -d'aria, ne aveva bisogno. - -Cautamente egli frugò la casa. Dall'uscio socchiuso di un salottino -sentì la voce di Amelia che discorreva con Bice Chiari, e passò via -smorzando il rumore dei passi per non essere costretto a fermarsi. - -La Carmela dormiva su un canapè. - -Di Argìa neppur l'ombra. - -In casa, non era. Bisognava cercarla fuori. Dove? - -Uscì, risoluto a cercarla da per tutto. - -Il sole, giunto all'estrema linea dell'orizzonte, illuminava tutto il -cielo di una luce vivida, rossastra. La corte chiusa dall'alto muro -era tutta in ombra, eccetto le cime dei due grandi alberi che da molti -anni sorgevano nei due angoli estremi a Sud-Est e a Sud-Ovest eccetto -il tetto della casa e i vetri di alcune finestre che scintillavano -come tanti braceri. Già l'aria era fredda e impregnata del vapore -vespertino; e l'erba, molle di rugiada. - -Un brivido corse per l'ossa del giovine. - -Argìa! Argìa! - -Dove s'era nascosta? - -Se non l'avesse amato più?.. Se non avesse voluto più saperne -di lui?... Chi sa quante cose le avevano dette! Chi sa di quali -vigliaccherie lo avevano accusato!... Ma perchè era egli stato tanto -crudele con sè e con lei?... Perchè l'aveva lasciata così, senza -una parola di conforto?... Sei mesi... sei lunghi mesi!.. e amandola -tanto!.. - -Era stato uno scrupolo, un eccesso di lealtà. Finchè non era sicuro di -poterla sposare, non aveva voluto legarla: non dare una promessa, prima -di sapere se l'avrebbe realmente mantenuta. - -E intanto forse ne aveva perduto l'amore! - -Forse l'aveva offesa irreparabilmente!... Certo, fatta soffrire, -ferita nel fondo del cuore... Oh! Dio! Dio!... Se ella non avesse -voluto perdonargli?!... Era stata così seria, tutto quel giorno, così -malinconica... Non una parola affettuosa gli aveva concesso, non un -sorriso incoraggiante, nulla!... - -Ed ora lo fuggiva... si nascondeva forse, prevedendo ch'ei la cercava, -volendo sottrarsi alle spiegazioni. - -Ma egli non si rassegnava davvero ad una condanna così recisa, senza -difendersi, senza giustificarsi. Ah! no! per Iddio!... In qualunque -luogo ella si fosse cacciata, l'avrebbe trovata, costretta ad -ascoltarlo... - -Fausto amava Argìa con tutto l'impeto dell'anima, come si ama -nell'ardore della prima giovinezza, allorchè, per singolare ventura, -ci si è imbattuti in una creatura che risponde ai nostri più intimi -desideri. - -Amico di Filippo Pisani egli conosceva Argìa da un pezzo. Ma l'amore -non era nato in lui a poco a poco, come una cristallizzazione. Fino -a due anni addietro, credeva di non amarla affatto: gli pareva troppo -conscia di sè, troppo altera. - -L'amore l'aveva colpito tutto in una volta, una sera di carnevale, -durante un ballo, vedendo Argìa passare da un braccio all'altro, e -ballare e ballare, senza mai stancarsi, con evidente entusiasmo. - -Egli aveva sentito come un morso al cuore, e la passione era scoppiata -in tutto il suo essere simile ad un incendio che un soffio di vento -scatena improvvisamente. - -Gli sguardi della fanciulla autorizzarono le sue assiduità con una muta -simpatia. - -Malgrado ciò egli non si spiegò subito. - -Carattere guardingo, delicato, non poteva risolversi a contrarre -un impegno difficile a mantenere. Sapeva che sua madre aveva altre -mire per lui, e prima di mettersi nella lotta voleva misurare le -proprie forze. D'altra parte quell'affetto occulto, quella tenera -inconsapevolezza, quella specie di sospensione sul limitare della vita, -piacevano immensamente al suo cuore mistico e sentimentale. - -Intanto sua madre l'aveva penetrato; e per allontanarlo da quello -ch'essa chiamava il pericolo, gli aveva fatto interrompere gli studi, -trattenendolo presso di sè a Mantova col pretesto che era ammalata e -che aveva bisogno di lui per guarire. - -Apparentemente, il giovine aveva ceduto. In fondo in fondo, egli -avrebbe voluto cedere completamente e obbedire a quella madre adorata. -Ma l'amore combattuto si era fatto più forte, ed avea vinto tutto. - -Dopo cinque mesi di angoscie e di combattimenti, Fausto aveva scritto a -don Paolo pregandolo di recarsi a Mantova e di aiutarlo a convincere i -suoi genitori ch'egli non poteva vivere senza l'amore di Argìa Pisani. - -E don Paolo, sempre poeta, sempre innamorato idealmente delle -belle fanciulle, era accorso all'appello del pronipote, e aveva -appianato col suo intervento tutti gli ostacoli. La voce di don Paolo -era indiscutibile in casa Lamberti; e ciò per molte ragioni, ma, -specialmente perchè don Paolo era milionario e da parecchi anni aveva -dimostrato di prediligere Fausto, il pronipote: e dichiarato pure -che Fausto sarebbe stato il suo principale erede. La stessa donna -Evangelina, femmina altera e tenace, la quale aveva pure un certo -ascendente sul fratello di sua madre, non osava contraddirlo. Epperò, -allorchè don Paolo diceva: «Questo si deve fare» nessuno fiatava. -Disgustarlo sarebbe stato imprudente; poichè, il signor Carlo Giudici, -fratello minore del prete, carico di figli, spiava l'occasione propizia -per tirare l'eredità in casa propria, sebbene fosse già ricco. - -— Io ho sette figli — soleva dire il banchiere Carlo al canonico — -sette figli che sono tuoi nipoti nel modo più diretto e che portano -il tuo casato; possibile che tu non voglia considerarli almeno quanto -Fausto che è tuo pronipote, e ancora, da parte di donne!... - -Ma un giorno don Paolo perdette la pazienza. - -— Da parte di donne!... Da parte di donne!... borbottò seccato — Chi -sa cosa tu ti credi di dire!... Devi sapere che da parte di donna è la -parentela migliore; certamente la più sicura! - -Vittorio Giudici era uno dei sette figli del signor Carlo; ma lui non -pensava ai denari come non vi pensava Fausto. Molte volte questa grande -questione dell'eredità li aveva fatti ridere. - -Vi pensava invece il professor Pisani. Fausto intuiva che egli non -gli avrebbe accordato la mano di Argìa, se non avesse conosciute le -intenzioni dell'abate. - -Ma questo che gl'importava? - -Si sa, i padri guardano al sodo. - -Quanto alla fanciulla, non c'era dubbio. - -Egli la conosceva profondamente; non era capace di mercanteggiare il -suo amore, di sottomettere i suoi sentimenti al vile interesse. Essa -l'avrebbe amato ugualmente se fosse stato povero; e se acconsentiva -a sposarlo... Ma acconsentiva ella veramente, dopo quell'abbandono, -dopo quei sei mesi di apparente obblio?... Sarebbe egli riescito a -convincerla della verità?... - -Questo il solo dubbio ch'egli potesse avere su lei; ma un dubbio -crudele che lo pungeva come un terribile aculeo confitto nelle sue -carni. - -Il Pisani e don Paolo ignoravano affatto queste ansie del giovine. - -Il Pisani, perchè conosceva troppo bene l'amore della sua figliola; -don Paolo, perchè non poteva nemmeno supporre che una ragazza serbasse -rancore a un giovine come Fausto. D'altra parte, pauroso che altri -parlasse alla fanciulla, prima di lui, di quella cosa sacra che era -l'amor suo, rischiando fors'anco di offenderla con malaccorte parole, -Fausto aveva pregato l'abate di serbargli il segreto per alcuni giorni. - -— Argìa sa tutto — egli aveva detto — e mi ama e mi accetta, ma -desidera che non se ne parli ancora; aspetta la lettera di mamma... - -Sorrideva ora amaramente di questa piccola astuzia. Un bell'aiuto, se -Argìa lo rifiutava! - -Giunto presso al cancello di fronte allo stradone, sostò perplesso. - -Doveva cercarla per di là?... - -Lo stradone era deserto. In fondo, tra le due file di gelsi e salici -che parevano unirsi stava ancora il sole come un gran disco d'oro su un -cielo di madreperla. - -Scorato, incerto, Fausto si allontanò dal cancello; tornò a girare per -la corte. - -— Dove sei? Dove sei?... Perchè mi fuggi?... - -E stringeva i pugni con nervosa inquietudine. - -Tutto a un tratto egli ebbe un soprassalto. Dalla cancellata dell'orto -aveva intravveduta Argìa. - -Ella era là in fondo, sotto al pergolato. Gli voltava le spalle; -ma l'abbandono e la pesantezza con cui s'appoggiava alla tavola di -marmo mostravano un grande abbattimento. Pareva che piangesse. Doveva -sentirsi male. Chi sa!... - -Entrò con rapido passo. - -Improvvisamente ristette. - -Piangeva davvero, Argìa! - -Pareva disperata. Oh! perchè mai piangeva a quel modo la sua -fanciulla?... - -Egli tremava da capo a piedi; una nube gli oscurava la vista. - -La stradicciuola scendeva davanti a lui per lieve declivio, coperta da -una pergola lunga, una specie di tunnel fronzuto che l'autunno tingeva -dei suoi sfarzosi colori di porpora e d'oro. - -In fondo, il pergolato si allargava in un chiosco, e le viti -s'intrecciavano a rosai bianchi, rossi e gialli, di quelli che durano -a fiorire tutto l'autunno. L'esile timo, la maggiorana e le arboscello -del ramerino spandevano intorno i dolci aromi. In mezzo al chiosco era -una tavola e alcune panche di pietra. - -Là sedeva Argìa, il bel corpo abbandonato; soprafatta da una crisi di -pianto. - -Fausto la guardava e il cuore gli batteva a colpi disordinati, e -le gambe, fatte pesanti, gli davano la sensazione d'irradicarsi nel -terreno. Ma un leggero movimento della fanciulla lo fece riscuotere; -ed egli tornò a muovere verso di lei cedendo ad un nuovo impulso. Non -facevano alcun rumore i suoi passi sull'erba molle; eppure Argìa si -voltò. Era pallidissima e aveva gli occhi pieni di lagrime. - -Egli balbettò: - -— Le dò noia?... - -— No... no... Le pare?... - -E arrossì e tacque. - -— Si è sentita male?... - -— No... Ero stanca..., triste... - -«Il povero don Paolo mi ha fatto tanto senso!... - -Chinò gli occhi imbarazzata; e il pallore del suo volto si tinse ancora -una volta di un fuggevole carnato. - -— L'ha visto?... - -— Sì; ma poi non ho avuto coraggio di salire; mi son mancate le forze. -Come sta adesso? - -— Meglio assai. Il professore ha fatto miracoli. E lei dunque come -sta?... Le sue mani bruciano. - -Argìa ebbe un gesto di sbigottimento e ritirò vivamente le mani, che il -giovine le aveva prese e teneva strette fra le sue con tenerezza. - -Fausto non fiatò, sebbene quell'atto lo pungesse. - -Restarono tutti e due imbarazzati e tristi, senza parole. - -Dopo tanto amore, dopo tanti sogni, un tale incontro era stranamente -freddo e penoso. - -Ma Fausto aveva un pensiero fisso: qualunque cosa ella dicesse o -facesse, non voleva addontarsene: non rischiare di perdere, per un vano -puntiglio, quella preziosa occasione di spiegarsi con lei. - -— ... Argìa! - -La fanciulla trasalì e alzò su lui i grandi occhi pieni di sorpresa e -di malinconia. - -— Non m'intende?... Non sa cosa io voglio dirle?... Oh! Argìa!... -Lasciami smettere questo _lei_ odioso; lascia che io ti parli come ne' -miei sogni. Che io ti amavo da lungo tempo, tu lo sapevi: i miei occhi -te l'avevano detto... Così io sapevo di non esserti indifferente. Vero, -Argìa?... - -«Capisco, capisco... non irritarti!... Sei mesi sono trascorsi... -sei mesi di apparente oblio... e tu hai creduto che io ti avessi -dimenticata... che amassi un'altra... Ebbene, senti... io posso avere -avuto torto, ma non ho amato che te!... Ed ora sono qui per sempre e -mio zio ha chiesto la tua mano al babbo; i miei acconsentono... Non ti -basta?... No?... Ah! lo sapevi?... Sapevi... ed eri qui a piangere?! -Oh! Argìa! Argìa! Come sei cattiva! Mi strazi il cuore... - -Egli si era seduto vicino a lei, sulla stessa panca; le aveva ripresa -una mano che portava alle labbra con passione. Ma Argìa non sentiva. - -La testa bassa, le guancie irrigate di grosse lagrime, ella rimaneva -immobile, come irrigidita. - -— Piangi sempre?! Non mi darai dunque altra risposta che le lagrime?... -Ma perchè, perchè piangi così?... Dillo! - -Un singhiozzo gli rispose. - -Ah! era proprio vero, Argìa non l'amava più. Quel cuore amareggiato dal -dubbio non rispondeva più al suo. - -Egli si era ingannato giudicandola una di quelle creature privilegiate, -dalla fede incrollabile, che vivono e muoiono sotto l'impero della -prima forte impressione: veri angeli d'amore, incapaci di analizzare -e di discutere un sentimento; anime tetragone alle insinuazioni della -maldicenza, perchè incapaci di ammettere il male nella persona che -amano. - -L'illusione cadeva. Argìa non era di quella tempra adamantina e -purissima. Argìa aveva accolto, nutrito il dubbio. - -Questo pensiero, sorto improvvisamente nell'anima del giovine, lo -immergeva in profonda tristezza; ma non poteva distruggere di un colpo -l'immenso amor suo. Altre considerazioni sorgevano spontaneamente a -difenderlo quell'amore. - -Argìa soffriva; e chi sa quanto aveva sofferto e pianto!... - -E quelle angosce, quelle lagrime erano segni evidenti di amore. - -Meno ideale, meno ammirabile, essa gli appariva più umana e -affascinante, e più vera. - -E che dolcezza poterla consolare quella bella creatura che singhiozzava -vicino a lui!... Che gioia immensa poter asciugare quello lagrime a -forza di baci!... E ci sarebbe arrivato... l'avrebbe convinta: ne era -sicuro. - -Cominciò a parlarle dolcemente, diffusamente, del tempo passato, delle -loro memorie giovanili, delle ingenue e preziose prove di simpatia -ch'ella gli aveva dato in mille occasioni. Egli non aveva dimenticato -nulla: le più tenui manifestazioni gli erano rimaste impresse -incancellabilmente. Certe frasi, certe inflessioni di voce.... certi -sorrisi... tutto.... tutto, egli rammentava. Non avrebbe mai dubitato -di lei, del suo cuore, qualunque cosa gli avessero detto... Lei -invece... - -La fanciulla balzò in piedi, tutta tremante, nervosa. - -— Non vede che non ne posso più?... Non capisce che soffoco? -Moviamoci... Andiamo via!... Ho bisogno d'aria libera. - -Fausto obbedì. Pensò che si trovava davanti a una crisi di nervi e che -bisognava lasciarla passare. - -— Dove vuoi andare?... - -— Laggiù... dove c'è un po' di luce. Quest'ombra è opprimente. - -Andò diritta al frutteto, camminando a passi concitati lungo i filari -dei mandorli e dei peschi. - -L'anima sua sosteneva un fiero conflitto, tale conflitto terribile, che -Fausto neppure immaginava. - -Egli la seguiva tristamente, ma non senza speranza. La crisi sarebbe -passata presto, e nel susseguente periodo di calma, egli avrebbe -parlato ancora chiamando in suo aiuto nuovi argomenti più efficaci... - -Non era possibile ch'essa non l'amasse, dacchè soffriva a quel modo. E -poichè l'amava, doveva pure ascoltarlo un momento o l'altro. - -Il sole era scomparso, ma larghe striscie rosse, gialle, rosate e -violacee, tingevano qua e là il pallido azzurro del cielo. Le cime -della rovere e del faggio che decoravano il cortile della villa ed -erano i due più alti alberi dei dintorni, serbavano ancora un'aureola -rosata. - -Argìa si fermò improvvisamente appoggiandosi con le spalle al tronco di -un pesco. - -Guardava dinanzi a sè nel vuoto; ma quelle due corone luminose -attirarono le sue pupille. - -Rabbrividì e si contorse tutta. - -— Maledetti alberi!.... Maledetta casa!.... Vorrei abbattere ogni -cosa... bruciare... distruggere!... - -Si arrestò spaventata. Che cosa aveva detto?... - -Tenero come una madre, il giovine si chinò su lei accarezzandola. - -— Argìa! Argìa! povera piccina, sei ammalata, sei stanca; i tuoi -poveri nervi accasciati protestano contro la ferocia della tua volontà. -Dimentica i tuoi dolori, Argìa, dimentica i brutti giorni! Io sono qui, -ti amo, sono tutto tuo... sposo..., amico..., fratello... quale tu mi -vorrai!... Appoggiati su me; confidati all'amor mio! - -Lentamente Argìa si staccò dall'albero e fissò i suoi occhi dolci in -quelli del giovine. - -Così soleva guardarlo una volta, quando lo amava. Quanto amore in quel -lungo sguardo e che tenerezza! - -Lo amava dunque ancora, poichè lo guardava a quel modo?... - -Sommessamente egli la chiamò: - -— Argìa!... Argìa! Angelo mio, mi ami ancora? Di' che mi ami ancora!... - -Protese le braccia per stringerla, assetato di un abbraccio. - -Ma la fanciulla lo respinse quasi con orrore. - -— No, Fausto, no! Perderei la forza di respingerti se tu mi -abbracciassi. E io ti devo respingere... - -Si arrestò e tornò a concentrarsi. - -Il giovine indietreggiò e ammutolì, stupito e dolente. - -— Devi respingermi?... Non capisco, Argìa! Devi respingermi nel momento -in cui io ti dico che ho chiesto la tua mano, che siamo fidanzati?... -Sei pazza! - -Le parole uscivano strozzate dalle labbra tremanti: una sorda -irritazione lo vinceva. - -Argìa si scosse e alzò ancora una volta gli occhi su lui, con una -espressione di dolore intenso. Poi, con visibile sforzo, cercò di -spiegarsi. - -Era appunto perchè l'aveva chiesta che essa doveva respingerlo. Non -potevano sposarsi, impossibile. Non la interrogasse. Soffriva più di -lui... Non avrebbe parlato... Andasse via... via! Era inutile. - -— Di' che non mi ami! Di' che ami un altro! — gridò Fausto esasperato. - -— Non ti amo! Non ti amo!... - -Ma la disperazione con cui essa pronunciava queste parole ne alterava -il senso. - -Fausto scattò. - -Perchè piangeva se non l'amava? Che ragione aveva di disperarsi? -Bugiarda!... Civetta! Perchè non l'aveva detto fin da principio? Perchè -aveva fatto la commedia?... Vizio di femmine vane: fingere sempre! -Giuocare all'eroina che si sacrifica... inventare dei misteri... tutto -per mantenere l'amore ispirato, pure non sapendo che farsene. - -— Ma io non mi appagherò di queste ciarle! — riprese egli con -alterezza, dopo un istante di silenzio. — Io voglio sapere tutto: -sapere che cosa hai fatto che non puoi accettare la mano di un -galantuomo!... Che cosa hai fatto: capisci?... - -Si arrestò come spaventato dalle proprie parole. Aveva sentito una -morsa di ferro serrargli la gola. Tacque e fece alcuni passi per il -frutteto, in preda al parossismo. - -Era la sua Argìa... la sua sposa, colei ch'egli apostrofava così -duramente!... - -Argìa si copriva la faccia in silenzio. Le pareva di morire. - -Guardandola Fausto si calmò e riaccolse la speranza a cui il suo cuore -fermo e tenace non sapeva rinunciare. Già si vergognava di aver ceduto -a quell'impeto. Tornò accanto a lei che gemeva: tornò a parlarle con -dolcezza. - -L'aveva offesa: le domandava perdono. - -L'impeto disperato di quel dolore così nuovo l'aveva trascinato. Del -resto riconosceva il proprio torto: lei non aveva alcun dovere verso -di lui: era liberissima di amare un altro. Ma, se non amava un altro, -se era vero che amava lui come negli anni passati... prima ch'egli si -fermasse a Mantova quei maledetti mesi: se era vero quello che aveva -detto, che lei pure soffriva... e questo si vedeva, povera Argìa!... -se le cose stavano a quel modo, ella non poteva pretendere ch'egli si -rassegnasse a perderla così, senza un perchè formidabile... forse per -una ubbia!... - -— No?... non è un'ubbia? Allora una sventura immensa... una cosa -terribile?... Tu taci! Non neghi?... Oh! Argìa! Se tu sapessi quali -sospetti, quali smanie desti nel mio povero cuore!... - -La fanciulla ebbe un gesto desolato. - -Un brivido corse le vene del giovine. - -Eppure, non voleva arrendersi. Voleva combattere per la propria -felicità: conquistarsela col sangue del cuore. E la speranza, sostenuta -dall'energia dell'amore lo riconduceva al primo pensiero: che Argìa non -potesse credergli, che il dubbio le avesse spezzato il cuore. - -— Senti Argìa, io ti comprendo! È per me che non vuoi... Sei -nell'equivoco doloroso che i parenti miei e la gente pettegola hanno -fatto sorgere fra noi. Tu credi ch'io abbia un impegno a Mantova con -la contessina d'Arco... o almeno, pensi che l'abbia avuto e che io -non mi sia sciolto completamente e temi, e non vuoi metterti in un -conflitto umiliante e penoso. Se così fosse avresti ragione. Ma non -è così. Io non ho alcun impegno. Non furono altro che chiacchiere. Un -momento, sì... lo confesso... ho temuto di essere costretto a cedere -alle preghiere della mia mamma... Sono sincero, l'avrei accontentata -tanto volentieri povera mamma mia! È stata infelice tutta la vita, e ha -concentrato tutte le sue speranze in me!... Ma non ho potuto: il mio -cuore si è ribellato: il mio cuore non poteva amare che te. E per te -sono tornato qui, libero, e scevro di qualunque indelicatezza verso la -contessina. Non le ho mai detto una parola d'amore: non le ho promesso -nulla: posso giurarlo. Tu mi puoi credere perchè ho fatto lo stesso con -te; non ho parlato fino a che non sono stato sicuro di sposarti. E tu -mi credi, lo vedo. Dunque calmati, amore mio! Non piangere più: saremo -felici: tanto felici!... - -Argìa non rispose. - -Si era lasciata cadere su un monticello di terra, e tornava a piangere, -con la fronte nelle mani, piegata in due, annichilita. - -Gli ultimi splendori del sole, riverberati sui punti più alti, -sparivano. - -Il breve crepuscolo autunnale moriva nel freddo grigio della nebbia. Un -vento crudo, venuto su con la sera, portava in giro le foglie sparse, -con un rumore leggero di cose morte. Sembrava quasi che la campagna, -improvvisamente abbrunata, presentisse la grande malinconia del vicino -inverno. - -Fausto non osava più insistere. Anche l'anima sua soggiaceva a un -tetro presentimento di morte e di lutto. La sua ostinata speranza lo -abbandonava di fronte alla desolazione di Argìa. I suoi pensieri si -smarrivano. Era finito. Inutile lottare. - -Affranto, scorato, si lasciò cadere vicino alla sua povera amica, -e restò là in uno stato di rigidezza penosa, senza lagrime, come -impietrito. - -Nella sua mente non passavano che immagini confuse. Nessun pensiero -netto si formulava, eccetto questo: che la sventura immane piombata -sulle loro teste, li avrebbe annientati ben presto. E la voce interna -e la gran voce misteriosa della campagna battuta dal vento gridavano -insieme: Finito! Finito!... Svanito il sogno! Infranta la vita!... - -— Fausto!... chiamò Vittorio dal fondo della corte — Argìa! - -Argìa alzò la fronte e guardò il suo compagno di pena. Ah! non avrebbe -mai creduto ch'egli l'amasse tanto!... Credeva di essere sola ad amare -così; non supponeva pari affetto in un uomo. - -Glielo disse. - -Egli restò un momento pensoso. Neppure lui aveva misurato prima di quel -giorno l'abisso dell'amor suo. Sapeva però che solo il dolore dà la -giusta misura dei sentimenti umani. Bontà della vita!... E per la prima -volta forse, le sue labbra giovani e fresche si stirarono in un sorriso -di amara ironia. - -— Argìa!... Fausto! — chiamarono un'altra volta dalle finestre della -villa. - -Li cercavano. - -— Dobbiamo andare?.... - -— Non ancora. Prima di lasciarci intendiamoci bene. Non vi è equivoco -tra noi?... Tu credi alle mie parole. Sai che ti amo più di quanto tu -potessi immaginare: che non ho altri impegni: che non ti ho tradita. È -così, vero? - -Ella fece un leggero cenno di affermazione. - -— ... E con tutto questo... è impossibile che noi siamo uniti?... - -Argìa sentì tutto il significato terribile di questa domanda; sentì la -voce che tremava; e tuttavia rispose senza esitare: - -— Impossibile... - -— Dunque.... l'impossibilità è.... dalla tua parte? - -— Sì. Dalla mia parte. Per questo ho parlato. Tu mi hai accusata di -falsità, di menzogna.... - -— Oh! Argìa! Ti ho domandato perdono e tu mi hai perdonato! - -— Sì. Ma resta sempre vero che mi hai accusata. Ebbene: se fossi falsa -e civetta e perfida, avrei cercato d'ingannarti!... - -Ella gli dava del _tu_, così, senza badarvi, quasi senza sapere; -e questa carezza del linguaggio pronunciata con quell'accento, -agghiacciava il cuore di Fausto. - -— Ancora una parola, Argìa. Forse... tu esageri... Forse, non è una -cosa irreparabile... Tu sei innocente... pura... Di'!... Rispondi!... - -— .... Taci, Fausto!... Taci!... - -— Allora, dimmi tutto!!... - -— Non così, Fausto. - -Egli cercò di calmarsi. Dio!... Si sentiva certi impeti.... l'avrebbe -ammazzata.... - -— È difficile a dire... E poi, perchè devo dire?... Non ti basta quello -che ho detto? - -No. Non gli bastava. Voleva sapere ogni cosa. Voleva i dettagli. Voleva -un nome... Qualcheduno da massacrare, per Dio!... - -Argìa, sbigottita, lo lasciava sfogare. - -Tutto ad un tratto egli s'interruppe: ammutolì. - -Se si lasciava trasportare a quel modo, non avrebbe ottenuta alcuna -confidenza! - -Tacquero lungamente. - -Egli ricadeva nella cupa disperazione. - -Se si fosse spezzato la testa contro quel tronco grosso, laggiù?... - -No! Prima lei doveva morire! Tacesse pure, tacesse pure! Lui ne sapeva -assai. Sapeva che si era data... che non era più pura, che aveva -abbandonato il suo corpo ad un altro uomo!... Oh! tacesse, tacesse! -Egli non si curava di saperne di più: ne sapeva tanto da ucciderla... -Ucciderla!... Il sangue gli salì al cervello con furia, iniettandogli -gli occhi. Barcollò e come ebbro si gettò su lei e le accerchiò il -collo con le dita tenaci. Ma il contatto di quella carne morbida e -delicata gli fece correre un brivido nella schiena. La sua mano si -allentò e si ritrasse. - -— Va! Va! sciagurata!... - -La cacciò da sè con un gesto disperato. - -Ma la sentì gemere e quel gemito gli andò al cuore. - -Oh! come l'amava! - -Involontariamente si riaccostò a lei; balbettò alcune parole di scusa. -Era stato violento: aveva avuto torto... Maltrattare una donna!... -Allora Argìa si fermò, commossa. - -Non le parole la commovevano, bensì la voce di lui: quella voce di uomo -giovine e robusto che ha pianto; quella voce forte e sonora, spezzata -dall'angoscia, soffocata dalla passione: voce che ha tanto potere -sull'animo femminile. - -Avrebbe voluto dirgli qualche cosa, ma non trovava parole. Si sentiva -così avvilita, così indegna di lui... - -Ah! se avesse saputo ch'egli l'amava tanto!... - -Erano giunti sotto il pergolato sepolto nella notte. - -Camminavano in silenzio uno accanto all'altra, raffrenando i singulti. - -Si distinguevano appena, ma si toccavano con le spalle e con le braccia. - -Fausto pensava tristamente che, se le trattative di matrimonio si -rompevano così, Argìa sarebbe diventata per lui una straniera. E questo -pensiero gli pareva insopportabile. Non più vederla!... Non udirla -parlare!... - -— E tuo padre, Argìa? Come farai con tuo padre?... Il nostro matrimonio -era la sua ambizione!... - -— Prenderò ogni cosa sopra di me: non ho paura di affrontarlo... - -— Tuo padre è collerico; può ammazzarti nel primo impeto! - -— Volesse Iddio!... - -— Non sai quello che dici... Bisogna trovare il modo di sottrarti alla -sua collera. Ci penserò io... Ma tu mi dirai tutto!... - -— Tutto?... È impossibile. Mi sento morire al solo pensarlo! - -Tacquero ancora, e si rimisero a camminare sotto il _tunnel_ verde. - -Quasi inconsciamente Fausto mormorò: - -— Se si potesse camminare sempre, così, nelle tenebre e nelle lagrime, -vicini e soli, la vita sarebbe ancora tollerabile... - -Argìa tremò tutta. Una tenerezza suprema la spingeva a confidarsi; una -invincibile ripugnanza la tratteneva. - -Egli la comprese. E una immensa pietà entrò nel suo cuore: ma non -poteva rinunciare alla cognizione della verità; poichè l'anima -desolata è avida di conoscere il male che la colpisce; e per conoscerlo -minutamente affronta ogni tortura, ogni spasimo. - -— Parla, Argìa! Dimmi qualche cosa! - -— È difficile!... Senti... sono più disgraziata di quello che tu -credi... irreparabilmente perduta sono.. - -— Oh! Argìa!... Ho indovinato... sei madre!... - -Ella sospirò profondamente. - -Era vero. Vero!... - -Il senso terribile delle proprie parole gli balenava soltanto adesso -con la certezza di avere intraveduta la verità. - -Sentì una lama fredda trapassargli le viscere. Madre?... La sua -Argìa?... Un germe esecrato!... Vacillò e quasi cadde. Istintivamente -si aggrappò al pergolato che oscillò forte. Alcune foglie secche -volarono via. - -— Argìa!... Fausto!... — gridò l'Amelia a dieci passi. — Siete qui?... -Che fate?... Don Paolo si è svegliato!... Fausto!?... Argìa!... - -Essi non fiatarono, e la ragazzina si allontanò borbottando. - -— Ora usciremo adagio — disse Fausto. - -Aveva avuto il tempo di rimettersi chiamando a soccorso tutte le sue -forze. Argìa, sbalordita, gemeva. - -— Fatti cuore, Argìa fatti cuore! Mi racconterai poi tutto... certo! -Se devo aiutarti!... Intanto... restiamo intesi: tu non prendi alcuna -risoluzione disperata... non ne parli con nessuno!... - -Esitò un istante, poi soggiunse: - -— È tutto tuo il segreto? - -— Nessuno fuori di te lo sospetta... che io sappia. - -— Nessuno veramente?... Neppure uno? - -— Tu sei l'unico! - -Egli ebbe un sospiro di sollievo. - -O povera anima, come doveva essere immane il peso di dolore che poteva -sopportare, se una sola parola buona bastava a darle nuova lena per -nuovi spasimi! - -L'unico? Dunque l'altro non contava? Escluso dalla confidenza?... -Dunque... Era un miserabile, un abbietto!... - -Avrebbe dovuto soffrire di più pensando che la sua povera Argìa era -caduta in mani indegne. - -Eppure, no. Dalla notte profonda, dal nulla orrendo, gli pareva di -assurgere a un'alba pallida, sostenuto da una mesta speranza. - -Volle essere sicuro però. - -— Non è possibile... che quello ti sposi?... - -— Mai!... Morirei piuttosto! - -Ah! la gioia nella miseria profonda! Egli provava anche questo. - -Come l'avrebbe abbracciata... serrata contro il suo cuore... se non -avesse temuto d'impazzire e di strozzarla! - -Sentiva che l'avrebbe strozzata con voluttà immensa in un abbraccio -disperato. - -Sulla porta dell'orto le disse ancora: - -— Sicchè, Argìa, tu ti affidi a me nella tua sventura, unicamente a me? - -— Se tu vuoi. Io non ho altri. - -— Va bene. Cominciamo dal non farci scorgere. Mi occorre del tempo -per riflettere... E il tempo c'è, mi pare... Sii astuta. Le nostre -relazioni restano come se nulla fosse avvenuto... Apparentemente -fidanzati... Se non si facesse così, io non potrei venire in casa -tua... non ci si potrebbe vedere... Intanto penserò... cercherò... Tu -vorrai allontanarti... suppongo. - -— ... o morire, Fausto! - -— È giusto. Ma deciderò io se devi vivere... lontana... se è possibile: -o se devi morire. - -— Sì, Fausto: come tu vorrai. - -Erano fuori dell'orto; ma nessuno poteva vederli nella corte quasi -altrettanto buia. Cominciava a piovere a grosse goccie. Il vento si -rimetteva a soffiare con nuova violenza. - -— Ricordati: siamo stati laggiù pei campi, al laghetto... Non abbiamo -sentito chiamare.... - -Le parlava quasi calmo. - -Ma a un tratto s'interruppe e non disse più nulla. Ricordando i sogni -e le speranze che l'avevano guidato a cercarla qualche ora prima, gli -parve, improvvisamente di non amarla più affatto; e che l'interesse, di -cui tuttora le dava prova, non fosse che pietà... - - - - -III. - - -Don Paolo non doveva rimettersi più di quell'attacco: ma la catastrofe -era giudicata lontana. Passati i primi giorni, lo avevano ricondotto -a casa sua, a Pavia; la paralisi si era dichiarata e sarebbe andata -progredendo di giorno in giorno, lentamente, ma inevitabilmente fino -all'ultima estinzione delle forze. Una fine malinconica, ma senza -grandi dolori e confortata da molte illusioni. - -Donna Evangelina e l'avvocato Lamberti si erano recati a visitare lo -zio; anche il signor Carlo Giudici era accorso al letto del fratello, -dimenticando i vecchi rancori, forse sperando in un repentino mutamento -nelle intenzioni dell'infermo. Son casi che accadono. Più di una volta -un testamento si trasforma completamente negli ultimi giorni di vita e -l'erede principale diventa l'ultimo. I moribondi hanno strani capricci. - -Il signor Carlo doveva certo averne fatte di queste saggie -considerazioni partendo da Milano. Ma giunto a Pavia trovò donna -Evangelina installata al letto dell'infermo, e s'arrabbiò tanto che -ripartì subito. Non c'era mezzo di snidarli «quegli usurpatori.» Egli -si sfogava a chiamarli così, senza vedere il sorriso fine di donna -Evangelina che aveva l'aria di non accorgersi di nulla, gentilissima e -affettuosa con lui come col canonico. - -Ma dopo una quindicina di giorni anche donna Evangelina se ne ritornò -a Mantova col marito, poichè don Paolo poteva durare anche un anno, -secondo l'opinione del professor Pisani e di tutti i medici. - -Quanto all'eredità, ella non aveva alcun dubbio. Suo zio Paolo non -poteva deluderla; ma zio Carlo aveva torto di andare in collera con -lei: lei non faceva proprio nulla per influenzare il canonico. Era una -simpatia, così; quasi una idea fissa del vecchio poeta. Del resto, -dacchè il suo Fausto doveva sposare Argìa, ella era diventata tanto -indifferente a tutto, che non si sarebbe accasciata per nulla anche se -don Paolo avesse cambiato il testamento. - -Intanto però il Pisani aveva approfittato della presenza dei genitori -di Fausto per stipulare definitivamente le condizioni del matrimonio; -il quale era stato fissato al prossimo carnevale, o alla Pasqua, -secondo lo stato in cui si sarebbe trovato don Paolo. - -Altri quindici giorni erano trascorsi così senza alcun avvenimento -importante. - -Don Paolo, affidato alle cure della sua governante, del nipote -Vittorio, e del pronipote Fausto, e sopratutto del professor Pisani, -tirava innanzi come un condannato a morte che aspetta la grazia. - -I due giovani gli dedicavano tutto il tempo di cui potevano -disporre. Di solito, essi studiavano e scrivevano nella vasta camera -dell'infermo. - -Vittorio recava con sè il suo umore gaio, esilarante; Fausto nascondeva -sotto a una dolce malinconia e una profonda tenerezza, il cordoglio che -lo struggeva. - -Così diversi d'indole, essi si amavano fin dall'infanzia e si -accordavano perfettamente. - -Nessun rancore dalla parte di Vittorio: nessun sospetto nel cuore di -Fausto. - -Giovani, nel vero significato della parola; il cervello pieno di sogni -e di speranze sublimi, erano rimasti estranei alle lotte d'interessi -che mettevano tanta freddezza tra le loro rispettive famiglie; non -avevano mai provate le ansie del denaro, gli acuti morsi di desiderii -non potuti soddisfare; le fiere smanie del godere e del comparire. - -Creature privilegiate. - -In fondo Vittorio poteva stare sicuro che, se Fausto era ricco, a lui -non sarebbe mancato mai nulla; e d'altra parte Fausto poteva credere -fermamente che, se tutte le sue ricchezze fossero sfumate, Vittorio -avrebbe diviso con lui anche il frutto del proprio lavoro. - -Vittorio aveva ereditato per atavismo il carattere e la mente di don -Paolo; gli rassomigliava in tutto, meno la bellezza. Era poeta come -lui, epicureo geniale, amabilmente scettico e inconsciamente filosofo. -Si sentiva disposto alla conquista del mondo; ma se mai tale conquista -gli fosse fallita, era certo di trovare qualche consolazione a tale -sventura in sè stesso.... od in altri. - -Se fosse stato bello avrebbe dato tutto il suo cuore a una donna... -o alle donne, poichè pure questo dipende dal caso. Essendo zoppo e -sapendosi poco adatto al gusto delle femmine in generale, avrebbe -voluto sfuggirle. Ma non ci riesciva: la vita gli appariva troppo -stupida senza il loro sorriso. - -Si sarebbe accontentato di essere il loro amico, il loro confidente, e -fantasticava una di quelle intellettuali amicizie che, talvolta, legano -due cuori meglio dell'amore. - -Anche quel giorno Vittorio fantasticava, mentre don Paolo dormiva nel -suo bel letto di noce intagliato, sotto al padiglione di raso celeste, -e mentre Fausto scriveva. - -I suoi pensieri fluttuavano davanti al codice aperto e abbandonato -sopra un piccolo tavolino che gli serviva di provvisoria scrivania -nella camera dell'infermo. - -Certo non pensava al codice. I suoi occhi spaziavano nell'azzurro -immaginario, straniero affatto al cielo nebbioso dell'autunno pavese. - -L'azzurro era per lui nella casa dirimpetto, dove Amelia Pisani -accostava di tratto in tratto il visino alla invetriata di un balcone -del primo piano, spiaccicando spietatamente la punta del suo nasino per -fare dei segni bizzarri, delle smorfiette satiriche. - -Di tratto in tratto Vittorio le sorrideva, o la minacciava furiosamente -col gesto; poi faceva mostra di rimettersi a studiare; ma l'istante -appresso tornava a distrarsi. - -All'altra estremità della camera — una camera immensa, riscaldata dal -calorifero che dalla cantina diramava le sue arterie per tutta la casa, -e rallegrata dalla fiamma del caminetto — Fausto scriveva curvo sul suo -tavolino. - -Aveva da fare un resoconto di clinica. - -Il tavolino sul quale scriveva era nel vano di una finestra che -dava sulla corte. Egli sedeva dunque voltando le spalle a Vittorio, -alla finestra di strada e alla casa dei Pisani. S'era messo così per -concentrarsi di più. Voleva assorbire tutto il suo spirito nel lavoro; -dominare l'affannosa inquietudine, nasconderla alla chiaroveggenza di -Vittorio. - -Non aveva preso ancora nessuna risoluzione; o meglio, ne prendeva una -tutti i giorni; ma tutte cadevano sotto la riflessione. - -Una sola persisteva a ripresentarsi: la più disperata. - -Per essere libero, per non sottostare a veruna influenza esteriore, -per avere tutto l'agio di fare quello che avrebbe risoluto, egli doveva -innanzi tutto custodire gelosamente il terribile segreto: nascondere a -tutti gli occhi ciò che avveniva nell'animo suo. - -E di questo essenzialmente egli si preoccupava, sebbene gli costasse -uno sforzo supremo quella continua finzione. La sua salute languiva -sotto a quel peso: la sua intelligenza, già così lucida, aveva momenti -di tenebre. - -E se a forza di torturarsi riesciva a dissimulare il dolore che lo -straziava, non era in potere suo nascondere le occhiaie livide, le -guancie pallide e l'evidente stanchezza di tutta la persona. - -Fino a un certo grado tali segni di malessere si potevano attribuire -alle notti insonni ed alla grande inquietudine che doveva cagionargli -lo stato di don Paolo. - -Ma egli inorridiva di sè notando la crescente indifferenza con cui -assisteva il povero vecchio, e quella sostituzione di causa gli -ripugnava. - -Per fortuna sua madre era partita. Se fosse rimasta ella gli avrebbe -letto nel cuore, e il crudele segreto si sarebbe forse rivelato -da sè medesimo agli occhi vigili e alle affannose investigazioni -dell'inquietudine materna. - -Povera mamma sua! - -Nella tenace preoccupazione egli si era staccato con una soddisfazione -amara da quelle braccia amorose. Povera mamma! Quanti dispiaceri le -aveva dati: quanti doveva dargliene!... - -Prima l'aveva rattristata con la passione delle scienze positive, che a -lei, educata a cercare la pace e la felicità nella sottomissione alle -tradizioni, ispirava una specie di terrore; poi, l'aveva contrariata -nel suo desiderio di vederlo unito ad una fanciulla nobile e ricca; -infine, trascinata ad approvare una unione che a lei non pareva bene -assortita... Ah! se ella avesse saputo fino a qual punto... Ma non -doveva saperlo. Egli non voleva. Argìa sarebbe morta ed egli sarebbe -morto con lei portando nella tomba il loro segreto. Nessuno doveva -sapere che Argìa non era degna... - -Questi pensieri passavano in turbinante visione traverso lo spirito del -giovine medico, mentre la sua mano correva febbrilmente sopra la carta -scrivendo le parole della scienza, che il cervello connetteva quasi -meccanicamente. - -Quand'ebbe finito gettò la penna e restò un momento sopra pensiero. - -Poi trasse dal petto una lettera; la spiegò; la lisciò col palmo della -mano, la guardò a lungo, e infine si mise a leggerla, attirato dal -fascino misterioso che da essa emanava. - -L'aveva già letta parecchie volte; ma il suo spirito vi ritornava sopra -continuamente. - -«Tu vuoi sapere — scriveva Argìa — il nome di colui; sapere i -particolari di un fatto che, meglio per noi se lo si potesse -dimenticare! Il nome conta poco. Quell'uomo è lontano e tu non lo -conosci. Ma i particolari?... È impossibile! Io stessa rifuggo dal -ripensarvi, e quando vi penso provo una vertigine. - -«Te l'ho già detto, meglio sarebbe stato che tu mi voltassi le spalle, -senz'altro cercare, appena hai saputo... che non potevo essere tua -moglie. - -«Abbandonata a me stessa avrei presa una risoluzione, buona o cattiva. -Mi sarei buttata dal ponte, dove il Ticino è più fondo, o sarei fuggita -per vivere sola e nascosta con la mia creatura, che avrei amata forse, -malgrado tutto. - -«Questa sospensione sull'abisso è più crudele della morte. - -«Questa commedia che tu mi hai imposta, questo fingerci in buon -accordo, simulando una felicità che è un incubo, mi fa paura e mi -umilia. Quanto più tu sei buono con me, tanto più mi sento avvilita. - -«Ah! se avessi saputo che tu mi amavi così!... Se avessi saputo... Ma -tu puoi pensare che io dico queste cose per avere una scusa ai tuoi -occhi e questo mi umilia più di tutto. - -«Senti, se fosse possibile l'impossibile, cioè che tu mi sposassi per -salvarmi, io mi ammazzerei piuttosto che accettare. E ti amo sai, ti -amo di un amore così grande che non mi par vero di avere ancora in -me la forza di amare tanto. Ma di vera felicità per noi non ce ne può -essere, ormai, in nessuna maniera. Ed io preferisco morire, o vivere -sola, lontana, vituperata, piuttosto che vivere con te pensando sempre -alla felicità che non si può avere più. Ho paura che ti odierei. Vi è -dentro di me un sentimento strano di cui non mi rendo conto. Forse è la -mia perversità? In ogni modo è tanto forte questo sentimento, che non -lo posso vincere. Devo dirtelo? - -«Ti sembrerà mostruoso. Ecco, in fondo, io non mi posso convincere di -meritare la morte, nè il disonore, nè il disprezzo... e meno che mai -il perdono che tu potresti accordarmi, un perdono che intorbidirebbe la -fonte di tutte le nostre gioie, un perdono di cui leggerei, sempre, nei -tuoi occhi l'angoscia od il pentimento!... - -«Da dove mi vengono questi pensieri? In quali libri li ho letti? Chi me -li ha suggeriti?... - -«Non so, Fausto; non so. Li ritrovo in me, come erbe maligne cresciute -spontaneamente in un orto mal custodito. Sono pensieri perversi, -contrari a tutto quello che mi hanno insegnato; ma non potrei -sradicarli dal mio cervello. - -«Certo questo ti deve convincere che io non ero donna per te, in nessun -caso. Tu non puoi stimarmi e il tuo amore non è che una illusione. Io -non ero la donna che tu sognavi. Per quanto ti avessi amato, forse non -sarei mai riuscita ad amarti come tu vuoi essere amato. Giustamente tua -madre mi vede di mal'occhio. Ella mi ha intuita: non ero nuora per lei. -Meglio così. Questo convincimento ti guarirà. Sarai ancora felice: io -non avrò il rimorso di avere distrutta la tua vita, la tua felicità. - -«Intanto, ti prego, ti supplico: lasciami al mio destino, se non puoi -o se non vuoi aiutarmi a fuggire, o a morire; liberami almeno da questa -terribile commedia che tu mi hai imposta: non ne posso più. - -«Anche con tua madre hai voluto che fingessi! Ma perchè? Con quale -speranza? Quella finzione con tua madre mi è pesata oltre ogni dire. -Come mi guardava, lei, con quell'aria aristocratica; come si sforzava -ad essere gentile per farti piacere!... Ma neppure lei è nata per -simulare. Sentivo che le ripugnavo. E se non ti avessi data la mia -parola di non parlare, le avrei detto: «Stia tranquilla, non se ne farà -niente!» Sono sicura che allora mi avrebbe abbracciata con un vero -slancio di riconoscenza. Povera donna!... Non si è potuta tenere: ha -detto, ch'ero veramente troppo matronale per una fanciulla! - -«Oh! Fausto! Per il bene che ti voglio e che tu mi vuoi, finiamola -presto questa commedia. Io soffoco. Presto non mi potrò più nascondere -in nessun modo. La gente comincerà a parlare... e incolperanno te!... -Mi sento gelare tutte le volte che mio padre mi guarda. Se si accorge, -se lo piglia la collera, una di quelle sue collere rapide e cieche, -è capace di ammazzarmi, o di ammazzare te, il primo che gli capita! E -poi?... Tutta la famiglia disonorata; rovinata per colpa mia! - -«Lasciami partire. Ho pensato. Andrò dalla zia Geltrude a Napoli. -Partirò da Milano approfittando della gita che devo fare la settimana -ventura, per certe spese, con mia cugina Carmela. Appena partita -scriverò a mio padre che sono andata via perchè non ti amo e non -ti voglio sposare. Tu gli dirai che sapevi; e a poco a poco, se -sarà necessario, gli scriverò tutto. La zia Geltrude mi nasconderà -in qualche luogo. Napoli è grande. Dopo... quando sarò guarita... -m'imbarcherò per l'America del Nord: so un po' d'inglese: so lavorare -da sarta: lavorerò; dicono che in America pagano molto meglio il lavoro -delle donne. Mio padre si consolerà... Ha tanti mezzi di consolazione, -lui!... E tu pure, Fausto, tu pure! - -«Addio! - -«Non credere che io non ti ami!... Ti amo, ti amo... - -«Ma preferisco che tu mi creda fredda amante che desiderosa di scusarmi -ai tuoi occhi per farmi perdonare. Appunto perchè non voglio essere -scusata, non te li posso raccontare i particolari che tu mi chiedi. - -«Sii discreto. Io non ti domando nulla a te. Eppure ce li hai anche tu, -i tuoi segreti. Fortunatamente per te, i tuoi non hanno conseguenze. -Ho pensato tanto e mi sono convinta che non vi è altra differenza. -Soltanto per questo, io sono colpevole e tu sei innocente. - -«Vedi?... Sono così. Consolati, non hai perso nulla di buono: non la -donna mite ed inconsapevole: non la santa e soave compagna. - -«Sono quasi tranquilla pensando che mentre ti addoloro, ti do pure un -forte rimedio che ti sanerà. - -«Stasera ci vedremo a casa tua. E se non pioverà, quando ci -riaccompagnerete tu e Vittorio, proponi di fare una passeggiata. -Vittorio e Amelia correranno avanti come il solito, e noi si potrà -parlare.» - -Fausto restò alcuni momenti con gli occhi fissi su quei caratterini -minuti; poi ripiegò il foglio e se lo cacciò nel petto. - -Era disperato, sopratutto perchè Argìa aveva ragione: non era donna -per lui: non la dolce e ingenua compagna che egli aveva sognata. Questa -convinzione che avrebbe dovuto guarirlo, lo esasperava. - -Invano si ammoniva a dimenticarla. Invano si diceva che avrebbe dovuto -aiutarla a partire, aiutarla a vivere lontana, per quell'affetto -amichevole preesistente all'amore, che nulla poteva cancellare; e non -pensarci più. - -Perchè non se ne sarebbe consolato? Aveva la famiglia, la scienza, -una giovinezza ricca di entusiasmi. Per distrarsi poteva ricorrere al -mezzo più efficace: viaggiare. I denari non gli mancavano. Se non aveva -più voglia di studiare poteva smettere. E nel mondo lontano avrebbe -forse incontrata un'altra fanciulla, candida e serena, con la quale -ricominciare il dolce romanzo, senza rancori, senza vergogne. - -Eppure questo non gli giovava. - -Con sorda collera, cui si mesceva una specie di terrore, egli doveva -riconoscere che la sua passione era ingigantita dopo l'orribile -scoperta. E quanto più si affannava a combatterla, tanto più cresceva. -Non poteva sottrarsi a quel fascino: un fascino acre e penetrante, che -si attaccava ai sensi e allo spirito. - -I suoi desiderii d'innamorato si irritavano presso a quella falsa -vergine che conosceva le segrete voluttà dell'amore. E l'istinto -dominatore del maschio — fortissimo in lui — si esasperava di fronte a -quella inconscia ribelle. - -E quel mistero che non gli era dato squarciare; quell'uomo ignoto, -sempre presente al pensiero — fantasma inafferrabile di un eterno -incubo — dava un senso di vertigine, un carattere di ossessione alle -voluttuose visioni che lo perseguitavano. - -In mezzo a queste battaglie dei sensi, egli chiamava a soccorso il suo -forte intelletto, la saldezza vigorosa dell'animo suo. - -Ma l'aiuto sperato mancava. - -Il suo intelletto subiva, come i suoi sensi, una irresistibile -attrazione. - -Invano l'avevano educato con le massime tradizionali e i pregiudizi di -una famiglia severa, nella quale l'elemento aristocratico e l'elemento -borghese si fondevano mirabilmente per formare uno dei più saldi -puntelli della vecchia società. Invano egli aveva portato seco, nel -nascere, la sua parte di eredità atavista nei nervi e nel sangue: -invano aveva assorbite fin dall'infanzia le idee preconcette della -provincia e della famiglia. Troppa luce di scienza era entrata nel suo -spirito; troppe nuove idee vi si erano maturate. - -E in forza di queste nuove idee, egli la scusava quella colpevole: il -giudice diventava difensore. E a marcio dispetto del proprio istinto -di borghese, il giovine studente, già quasi medico, l'entusiasta -adoratore della scienza, sentiva che Argìa aveva ragione di non potersi -convincere che il fallo commesso la rendesse degna di un castigo -terribile, nè del disonore, nè di un perdono umiliante: ragione, di -ribellarsi alla confessione particolareggiata ch'egli voleva da lei. I -pensieri che germogliavano, per semplice intuizione, in quella povera -anima martoriata, erano giusti; e nulla avevano in sè di perverso. -Erano pensieri e sentimenti derivanti dai principii scientifici e -liberali ch'egli stesso aveva abbracciati con entusiasmo, allorchè -non poteva dubitare di trovarsi in lotta con essi: ignaro dell'enorme -differenza che passa tra il pensare da filosofo e da scienziato, e -l'operare da semplice uomo nelle vicissitudini della vita. - -Fausto non era un debole, nè un retore, nè uno di quegli uomini -condannati a rimanere in perpetua oscillazione tra una fede e l'altra, -tra due opinioni disparate. Egli era forte, entusiasta, e la sua -evoluzione si doveva compiere immancabilmente in un senso o nell'altro. - -Ma egli si trovava per la prima volta nell'attanagliante vicenda. E le -antiche massime succhiate col latte, e i pregiudizi necessariamente -assorbiti, e l'istinto autocratico di maschio, fortificato dalla -millenaria abitudine delle fibre e dei muscoli, tenevano forte in -questo giovine rampollo della vecchia società, e non potevano mutarsi -senza uno schianto di tutto l'essere. - -La gelosia poi irritava il suo orgoglio, nel medesimo tempo che -eccitava i suoi sensi; e cercando ausiliari da per tutto, li trovava -appunto nei vigorosi istinti, nelle abitudini ereditarie; e con essi -lo spingeva alla reazione, suscitandogli in cuore un oscuro bisogno -di vendetta; facendo sorgere, nella sua mente scomposta, insensati -pensieri di punizione. - -Un combattimento mortale questo, titanico; nel quale la volontà -impotente si abbandonava volta a volta al soffio più gagliardo: una -lotta capace di sorgere così violenta soltanto in una organizzazione -eccezionale. - -Perdonarle, sposarla, la sua povera Argìa; accettare siccome proprio -il figliuolo di cui ignorava il padre: o meglio, fuggire con lei, -vivere accanto a lei, nell'appagamento della passione consumatrice che -non poteva divellere dal proprio cuore: ma andare lontano assai, in -un paese sconosciuto, in una terra vergine, dove nessuno gli avrebbe -chiesto lo stato di famiglia e le fedi di nascita, queste catene del -mondo civile! - -Tale, il voto affannoso del cuore innamorato, la richiesta imperiosa -della carne. - -Ma l'orgoglio non lo concedeva; ma tutte le altre potenze dell'essere -si ribellavano gridando che sarebbe stata la più codarda viltà. - -Lei stessa, fiera e nobile a sua volta, non avrebbe accettato: lo -diceva francamente nella sua lettera. - -Dunque: vivere con lei... No! Abbandonarla?... Neppure. - -Una sola uscita si presentava al desolato spirito: un unico -scioglimento per quel dilemma: morire con lei. - -La morte livellava tutto: la morte li salvava tutti e due dalla -bassezza e dalla disperazione. La morte, questa fatalità misteriosa -che fa dell'uomo un essere predestinato e gl'imprime in fronte il -marchio della sventura, da cui sgorga la sublime pietà e la ineffabile -tenerezza: la morte si presentava a lui come una madre amorosa, che -apre le braccia possenti e si stringe al seno i disperati figliuoli. - -Egli si fermava in questa contemplazione e andava inebbriandosene a -poco a poco. - -Che cosa sarebbe mai stata la vita senza quel rifugio supremo, senza -quell'ombra misteriosa dell'_al di là_, che mette in così alto rilievo -i deboli conati di una breve esistenza? - -La invocava; la chiamava amica degli uomini: divina consolatrice. - -Per lui veramente essa era l'amore e la libertà. - -Debole uomo gli pareva di non poter sciogliere i vincoli che lo -legavano alle tradizioni, ai pregiudizii. - -Ma con l'aiuto della morte spezzava tutto! - -Mostrava agli uomini il suo disprezzo per una vita schiava ed -incompleta: diceva chiaramente a tutti, che piuttosto di venire a -patti con le miserie della vita, con le inevitabili debolezze, voleva -scendere nel sepolcro, libero e forte, e con l'amor suo. - -Dunque? Era deciso: sarebbero morti insieme! - - - - -IV. - - -— Fausto! — chiamò don Paolo svegliandosi — Vittorio! Perchè mi avete -lasciato dormire così tardi? Dovevo andare in Duomo, dovevo alzarmi -presto!... - -I due giovani si appressarono al letto, con premura, ma senza -inquietudine. Sapevano; era sempre così. - -Quando don Paolo si svegliava, non si rammentava più di nulla. -Qualunque ora fosse, trovandosi a letto, credeva fosse mattina e si -lagnava perchè l'avevano lasciato dormire troppo tardi. - -Essi gli presero le mani e si chinarono su lui accarezzandolo. - -— Perchè siete venuti così presto? Cosa facevate?... - -— Fausto aveva da scrivere per il suo professore; io fingevo di -studiare il codice e guardavo fuori della finestra quella pazzerella di -Amelia che mi canzonava. - -L'infermo sorrise vagamente alla evocazione dalla graziosa immagine. -Ma il languido sorriso presto scomparve, e due lagrime colarono sulle -scarne gote. - -— Zio!... - -— Caro zio!... - -Don Paolo stese le mani, quasi trasparenti, sulle due teste brune, in -un gesto famigliare di benedizione e di tenerezza. - -— Sono infermo... Non posso alzarmi... Me ne ero scordato!... - -— Non è una infermità, è una convalescenza che si prolunga causa il -freddo; tutto passerà con la bella stagione. - -Il vecchio crollò il capo e osservò che a lui era sempre stato -più favorevole il freddo. Perciò sperava poco. E poi... e poi... -secondo lui, avevano sbagliata la diagnosi. Non conoscevano il suo -temperamento. Certo, questo non faceva onore al professor Pisani, dopo -tanto tempo che gli andava per casa!... Lui aveva sempre sofferto -d'infiammazioni, e quello che faceva bene agli altri non conveniva -a lui. Del resto, diceva che la sapeva lunga sui pregiudizi della -scienza. Ammetteva che la medicina d'una volta avesse indebolita la -gente a forza di salassi e purganti; ma la medicina moderna a sua volta -non era buona per tutti i temperamenti. Ai vecchi come lui non giovava. - -I medici moderni non vedevano che anemici e linfatici. Lui invece -era sanguigno. Avrebbero dovuto levargli sangue appena gli era venuto -il male. Sarebbe guarito! Ma un professore moderno sarebbe morto di -vergogna, se avesse ordinato un salasso ad un vecchio. Anche la scienza -aveva i suoi bigotti! - -Fausto e Vittorio ascoltavano pazientemente, scambiando occhiate -malinconiche. Quella era la fissazione del vecchio: credersi ammalato -di pletora, mentre moriva di esaurimento! - -Dopo un istante di silenzio l'abate ricominciava le sue requisitorie. - -No, il buon Pisani non aveva capito niente questa volta. Eppure, altre -volte l'aveva curato benissimo. Chi sa! Forse aveva cambiato sistema. -Cambiavano sempre! Erano sempre alla ricerca di qualche cosa di nuovo. - -— Zio — disse Fausto — vuole che facciamo venire un altro dottore? -Pisani non se l'avrà a male: ci penso io. Chi vorrebbe consultare? Ha -qualcuno in mente, o vuole che cerchi io? - -Ancora una volta il vecchio crollò il capo, e rispose con infinita -amarezza: - -— È inutile, non val la pena. Non saprei chi chiamare. Fanno tutti lo -stesso. Pisani è una autorità. Chiunque tu chiami mi ordinerà sempre -china, digitale, carne cruda o mal cotta, vino vecchio e cognac col -brodo... Non val la pena... Dopo tutto che importa?... Ho settantadue -anni... la mia vita è agli sgoccioli. Bisogna rassegnarsi. E mi -rassegnerei, se almeno non fossi così abbandonato!... - -— Oh! zio!... Noi passiamo qui tutte le ore che abbiamo disponibili... - -— Non dico per voi due!... - -«So che mi volete bene. Ma il professore? Ma le ragazze? Come mi -trascurano! - -Non era vero; tuttavia nessuno lo contraddisse. - -— Argìa è stata poco bene — disse Fausto. — Ma stasera verrà e verrà -anche l'Amelia. - -— Bene!... Ora vorrei mangiare. Dov'è la signora Luisa? Non ho fatto -colazione!... - -— La signora Luisa sale le scale. Presto sarà pronto il pranzo. - -— Il pranzo?... Ma che si pranza a quest'ora? La colazione si chiama -pranzo adesso. Tutto cambia. È il disordine delle abitudini nel -disordine delle idee! - -Intanto Fausto era andato a prendere l'ampia poltrona a rotelle; -Vittorio, la vestaglia. - -Approfittando della loro disattenzione, il malato frugò sotto il -guanciale e ne trasse una scatolina, dalla quale prese una pillola che -inghiottì precipitosamente con un gesto scimmiesco. - -Ritornando presso di lui i giovani si accorsero subito ch'egli aveva -mutato aspetto e che i suoi occhi brillavano. - -Glie l'aveva fatta alla scienza, e ne gongolava. - -Vittorio diede nel gomito al cugino mormorando sommessamente: - -— Ha preso la pillola! Bisognerà avvertire la signora Luisa. - -L'aiutarono a scendere dal letto. Sarebbe stata una cosa da nulla, per -loro, muovere quel piccolo corpo disseccato. Ma bisognava lasciargli -credere che l'aiutavano soltanto un poco, e questo aggravava la cosa. - -Appena gli si accostavano gridava: - -— Faccio da me! - -Ed era miracolo se non precipitava dal letto. - -Ad un certo punto, mentre gridava; «Faccio da me!» cadde col viso sulle -coperte, piegato in due come un cencio. - -Allora soltanto, profondamente umiliato, ma dissimulando sempre e -facendo le viste di scherzare, si lasciò prendere e sostenere. - -Lo vestirono alla meglio, e lo fecero sedere in poltrona, adagio adagio -perchè le sue gambe indurite si piegavano difficilmente. - -Egli si lasciava fare, un po' sbalordito, con un vago sorriso sul -labbro, un'ombra negli occhi ancora intelligenti. - -La porta fu aperta senza rumore, e una donna alta e magra, vestita -di un abito di lanetta verde che pareva nuovo e contava degli anni — -sottana liscia, senza una gala, senza un drappeggio; vita a sacchetto; -goletta bianca di tela e grembiale nero — entrò nella camera mostrando -il suo viso di creatura sofferente, rallegrato da un largo sorriso -benevolo. - -— Oh! signora Luisa, finalmente! Che cosa porta? - -— L'acqua tepida per farle la _toilette_, come tutti i giorni prima del -pranzo. Bisogna farsi belli quando si aspettano delle belle visite; non -è vero? - -— Basta che vengano poi! - -— To!... Non vengono tutte le sere? - -— Ohibò!... Si scordano di me volentieri... Povero don Paolo!... -Visitare gli infermi è una grande opera di misericordia; ma pochi si -curano di praticarla quando l'infermo è un povero vecchio. - -Egli tacque; poi come se la piena coscienza del proprio stato gli -balenasse soltanto allora, mormorò con grande abbattimento: - -— Vecchio!.. Infermo!... Ah!... non avrei mai creduto che queste cose -toccassero a me! - -— Alzi un po' la testa, don Paolo, altrimenti non posso lavarle il -collo. - -Lentamente il prete arrovesciò la testa sullo schienale della poltrona, -senza parlare, dolcemente accarezzato dalle cure di quella mano -femminile ancora morbida e delicata. - -— Ora il pettine... Dovrebbe lasciarmeli un po' accorciare questi -riccioli, don Paolo; si arruffano troppo. - -Il vecchio crollò la testa con impeto. - -— No, no! No, no! - -— Ebbene, no; non s'inquieti. - -Fausto e Vittorio si erano un po' allontanati. - -Guardavano fuori della finestra nella strada e nella casa di rimpetto. - -— Verranno poi? - -— Certo. Andremo a fare una passeggiata, se lui ci lascia andar via -presto. - -Un leggero sorriso inarcò i piccoli baffi di Vittorio. - -— Povero zio — continuò Fausto — la tabe senile lo fa impazzire anche -lui. È triste la morte a quel modo. - -La governante continuava a discorrere con don Paolo, mentre lo -pettinava. - -— Adesso è bello e all'ordine come un giovinotto. Vuole mangiare? - -— Sì, ma accanto al fuoco. - -Fausto andò a mettersi dietro alla poltrona per farla rotolare -vicino al caminetto; mentre Vittorio sosteneva delicatamente le gambe -intirizzite dell'infermo. - -Quando fu a posto gli collocarono davanti una piccola tavola già -apparecchiata, e la cuoca recò la minestra. - -— Siamo qui anche noi! — gridò la petulante Amelia con la sua voce -argentina, precipitandosi nella camera. - -— Oh! cara Amelia! come sei bella! Più bella del solito, che è tutto -dire. - -Ella era veramente leggiadra nel suo costumino di panno rosso antico, -guernito in piuma di struzzo grigio chiaro; con la piccola toque -assortita all'abito, sui capelli biondi. - -— Siedi qui accanto a me: mangerò di migliore appetito. - -La guardava con tenerezza; le sorrideva. E il vecchio viso consunto si -rischiarava, e gli occhi stanchi brillavano di nuova luce. - -Non era soltanto una bella fanciulla, allegra, la cui vista lo -consolava: era per lui una dolce immagine della giovinezza; un vivo -riflesso del bel tempo passato. - -— E la nostra sposina? - -A passi misurati ma disinvolta e spigliata, Argìa, che era rimasta un -po' indietro, traversò la camera e salutò affettuosamente il «suo buon -zio.» - -Il prete voleva ch'essa lo chiamasse così, anticipando sull'avvenire. - -Era quasi impossibile indovinare il doloroso segreto, vedendola così -elegante e sicura. Portava un lungo mantello di felpina color lontra, -che l'allungava e l'assottigliava; e il suo bel viso appariva fresco, -verginale, di sotto al cappellino «Direttorio» della stoffa e del -color del mantello. Soltanto il suo sguardo aveva qualcosa di strano: -scattando di sotto alle lunghe ciglie, contornato dalle occhiaie -azzurrognole, leggermente affossate, esso aveva un'espressione così -intensa e addolorata, che lei stessa sentiva il bisogno di velarlo -abbassando le palpebre appena qualcuno la fissava. Anche quando si ebbe -levato il mantello, la sua figura si rivelò correttissima nelle pieghe -sapienti di una polonese riccamente drappeggiata. - -— Come sa soffrire! — pensò Fausto che la osservava. - -I giovani si assisero formando un circolo intorno al piccolo desco. La -signora Luisa, ritta in piedi presso all'infermo, continuò a servirlo, -rompendogli il pane, tagliandogli il lesso in minutissimi pezzi, -mescendogli da bere, badando che egli non versasse il vino nell'alzare -il bicchiere con la mano tremolante. - -Imbruniva. Il crepuscolo invernale si allargava rapidamente nella vasta -camera; la fiamma rosseggiava nel caminetto. - -— Come fa notte presto! - -Entrò il domestico coi candelabri accesi, e accese pure la lampada -pendente dal soffitto. - -— Oh! così mi piace! Ho sempre amato la luce, io, la gran luce. Faccia -il piacere, Luisa, accenda anche quelle candele laggiù accanto al -letto. Oh! bello così! L'oscurità mi è sempre parsa il simbolo della -morte... - -— Dicono che in paradiso c'è tanta luce!.. - -— Birichina!... Dicono, già... - -Egli sorrise, poi si rabbuiò improvvisamente. - -— Mi dirà se le piace questa frittura, don Paolo; l'ho fatta su una -ricetta del giornale di mode che mi ha dato la signorina. - -— Si occupa di mode lei, Luisa?... È per codesti sacchetti che le -occorre il giornale? - -I giovani proruppero in una risata; la stessa Luisa non potè a meno di -ridere: - -— Ah! don Paolo, come mi canzona!... Leggo i romanzi, non sa?... - -— E le ricette di cucina — completò l'Amelia. - -— Questo fritto è eccellente davvero; evviva i giornali di mode! E ora -cosa mi dà? - -— Un arrosto di vitello. - -— Quel fritto è piaciuto anche al babbo; l'abbiamo fatto l'altro -giorno. C'era anche il dottor Fausto — la birichina lo chiamava sempre -così. — Ma lui non si accorge di queste cose... vive d'aria come mia -sorella. - -— E d'amore! — completò l'abate con un piccolo sospiro. - -— A proposito del babbo: mi ha detto di fare le sue scuse se non è -venuto oggi; non ha potuto; verrà questa sera. - -— Bravo! Ci bisticceremo.... Ah! Luisa, questo non è buono. È coniglio! - -La governante protestò; era vitello del più fine. - -Ma don Paolo crollò il capo e respinse il piatto con una sorta di -orrore. - -La governante portò via l'arrosto mal venuto, abituata a questi -capricci del malato. - -— Vuole un _bifstec?_ - -— No... non voglio più carne. Quel coniglio mi ha disgustato. Dammi il -dolce. - -— Ma, che cos'ha coi conigli, don Paolo? Il signor Fausto ne voleva -tenere l'anno passato per certi esperimenti, ma non fu possibile... - -— Canaglie di medici!... Tormentano anche le bestie! - -— È per la scienza, zio... - -Il vecchio alzò le spalle. - -— Bella scienza, che dopo tante fatiche, tanti tormenti e tante -pretese, ci lascia invecchiare e morire come prima! Quanto ai conigli -essi mi rammentano una delle più tristi e forti impressioni della mia -infanzia. - -— Racconti, don Paolo!... Racconti! - -— Sono vecchie storie che non possono interessarvi. - -— Cattivo don Paolo! Ci mette in curiosità e poi non vuol raccontare! — -esclamò l'Amelia accostandosi al vecchio con un gesto vezzoso, come una -gattina che fa le fusa. - -— Racconti, don Paolo! - -— Racconti, zio!... - -Argìa e Fausto si scambiarono un'occhiata. Se ora don Paolo si metteva -a raccontare, addio passeggiata. - -— Ah! ragazzi, voi non sapete... _Nessun maggior dolore che ricordarsi -del tempo felice nella miseria!_ - -— Era felice allora, don Paolo? - -— Ero un fanciullo, e adesso sono un vecchio. Voi non potete intendere -questa verità che io vi dico. La sola, grande ventura della vita è la -gioventù con la salute; la sola, irreparabile infelicità è la vecchiaia -co' suoi malanni. - -— Eppure vi sono tanti giovani infelicissimi. - -— Efflorescenze, caldane!... Io darei vent'anni di vecchiaia felice per -un solo mese delle vostre grandi infelicità! - -— Ah! don Paolo — esclamò la governante — Si vede bene che lei è stato -un uomo fortunato. Io ho quarant'anni; ma preferirei averne tutto di un -colpo sessanta, piuttosto che tornare indietro ai miei venti. - -Il prete la guardò stupito; poi, volgendo ai giovani una delle sue -occhiate maliziose di vecchio impenitente, mormorò a mezza voce: - -— Povera figliuola, capisco! - -Ma i giovani non sorrisero. La sola Amelia strinse il bocchino, poi -tornò a insistere sui conigli. Non che lei fosse curiosa di quelle -vecchie storie; ma le piaceva di far dispetto ai due fidanzati che -indovinava impazienti. Don Paolo cominciò: - -— Avrò avuto circa otto anni; mio fratello cinque o sei. Avevamo un -precettore, certo don Bortolo, un buon diavolo di pretonzolo ignorante, -assai bell'uomo se ben ricordo, robustissimo: nato certo per tutt'altra -professione. Più che maestro, don Bortolo era un compagno dei nostri -giuochi; meglio che in biblioteca si passava il tempo in corte o in -giardino; fra noi tre, e due conigli che un amico del babbo ci aveva -regalati, ci si divertiva un mondo. Più d'una volta don Bortolo era -sgridato per colpa nostra. In compenso noi lo si amava quasi quanto -Nino e Bianchetto, i due bei conigli. Bianchetto era candido e portava -al collo un nastrino celeste che mi aveva regalato la mamma: Nino aveva -le orecchiette nere e portava un nastro rosso. Il nostro primo pensiero -la mattina appena alzati, era di correre in corte a trovare i conigli -che ci venivano incontro come due cagnolini. - -«Una mattina — credete, mi pare adesso — la mamma disse che non si -doveva andare in corte, che faceva freddo. Allora io domandai che Nino -e Bianchetto fossero portati in cucina. La mamma si allontanò senza -rispondere, e la cuoca si mise a ridere sgangheratamente. — Andiamo -a dirlo a don Bortolo — mormorò Carlo che è sempre stato più furbo -di me. Tutti e due ci avviammo alla camera del precettore che era -quella dove dorme Vittorio. Eravamo certi che Bortolo avrebbe trovato -il modo di accontentarci. Ma si era appena salite le due prime scale, -allorchè i nostri occhi stupiti, enormemente spalancati, rimasero in -contemplazione di una cosa orrenda, incredibile, che ci appariva sulla -terrazza al di là del finestrone. Erano — o almeno parevano — i corpi -di Nino e Bianchetto appesi per le zampine alla corda del bucato. Le -testine piatte penzolavano nel vuoto, con le orecchiette floscie. - -«Carlino cacciò un urlo, io sentii come un rivoltolone nelle mie -viscere; mi parve di cadere, vacillai; poi ad un tratto, preso da un -impeto che centuplicava le mie forze, traversai l'andito in due salti -e mi trovai sulla terrazza. Carlino che si era attaccato ai miei abiti, -inciampò, cadde e si rialzò senza lamentarsi, ammutolito nel terrore. - -«Non vi so dire, sebbene io lo senta ancora, quello che provai quando -vidi le due pelli dalla parte interna, con le tracce del sangue -rappreso, la testina vuota, le zampette sparate; mi si oscurò la vista, -sentii un gran freddo nella schiena, e rimasi intontito. Ma nel mio -cervello era un subbuglio di idee confuse. Nino e Bianchetto ridotti in -quello stato... Perchè? Come?... - -«Li avevano ammazzati.... come la cuoca faceva coi polli... Per questo -rideva la cuoca!... Erano morti... Non li avrei riveduti mai più... -Mai più avrebbero giuocato con noi... mai più... mai più!... E il -terribile enigma della morte in cui il mio pensiero infantile non si -poteva fissare, paralizzava il mio spirito inconscio con le sue truci -immagini. Le impressioni sono in noi e la loro intensità è raramente -subordinata all'importanza della causa. Per me fanciullo, quella fu una -impressione di prima forza, ed ebbe influenza su tutta la mia vita. La -sento ancora. Quando ho visto morire mio padre, quella prima immagine -tragica si riaffacciò alla mia memoria; capii che fino da quel momento -avevo avuto la percezione dell'immane tragedia, che sempre ci sta sopra -e a cui nessuno sfugge. - -— Nervi delicati, sensibilità squisita e precoce: malattia di famiglia -— osservò Fausto con un sorriso. - -— E chi aveva ammazzato Nino e Bianchetto? Quell'ipocrita di don -Bortolo, scommetto! - -— Proprio lui. Irritato perchè gli mangiavano certi legumi ch'egli -aveva piantato in un angolo del giardino! Quando noi lo si seppe, fu -uno scoppio di collera e di indignazione. Lui, don Bortolo?! Uno che -diceva di volerci bene, che giuocava con noi, che faceva le carezze -alle due bestiole come le faceva a noi!... Le nostre anime candide non -potevano concepire tanta crudeltà. E con la fiera logica infantile, ci -si diceva che don Bortolo avrebbe potuto ammazzarci noi pure. Appena -lo vedevo, fuggivo trascinandomi dietro Carlino, pazzo di terrore e di -odio. Naturalmente egli dovette andarsene dalla nostra casa. Mi ricordo -che piangeva, e mi fece un certo senso. Ma quando si accostò per -baciarmi, voltai la faccia. L'orrore che egli m'ispirava soverchiava -ogni altro sentimento. - -Il narratore si arrestò improvvisamente: era stanchissimo e la sua voce -aveva un suono così fioco e debole che appena si sentiva. - -Dopo alcuni istanti riprese: - -— Ho parlato troppo, ragazzi, non voglio farmi sgridare dalla «Facoltà» -che mi troverà spossato!... Perciò andatevene; approfittate della mia -discrezione. Io tornerò a letto. - -— Noi accompagneremo le signorine in casa Donati, poi verremo a pranzo; -vero Luisa che abbiamo il tempo? - -— Ricordatevi del povero vecchio; è un'opera di carità visitare gli -infermi. - -Le ragazze protestarono gentilmente: era un piacere per loro... - -Poi gli strinsero la mano e chinarono le giovani teste, che egli -benedisse col suo gesto famigliare e paterno. - - - - -V. - - -L'aria umida e nebbiosa diacciava il viso. - -— Camminiamo lesti — disse l'Amelia allo zoppino che le si era messo al -fianco. - -— Si va in piazza Castello? - -— Sì. - -Entrarono nel Corso Vittorio Emanuele, la strada principale della -città. Qui la luce era un poco più viva in grazia dei negozi. Gruppi di -studenti fermi sui marciapiedi chiacchierottavano, guardando le poche -donnine passanti per caso. Altri scendevano il corso cantarellando, per -recarsi al solito caffè o alla solita osteria, dove li aspettavano i -soliti compagni e la inevitabile partita alle carte. - -Fausto e Vittorio scambiarono alcuni saluti. - -Le due coppie camminavano in una sola fila: le due ragazze in mezzo, i -due giovani, uno per parte. - -Andarono così, quasi senza parlare, fino in fondo al Corso. - -Quando giunsero in piazza Castello, Amelia e Vittorio cominciarono -a discutere sul monumento a Garibaldi che Amelia difendeva sempre -contro gli scherzi satirici del futuro avvocato; non perchè a lei -importasse qualche cosa del monumento, ma per il semplice gusto della -contraddizione. - -Disputando affrettarono il passo e si staccarono dai compagni. - -Argìa e Fausto continuarono a camminare lentamente uno accanto -all'altra. Tacevano. - -— Vuoi il mio braccio? - -Ella si appoggiò senza rispondere. - -— Hai freddo? - -— No... - -— Tremi... - -— Anche tu... - -Tacquero nuovamente. - -Lenta, grigia, fumante, la nebbia saliva dalle acque, scendeva dalle -nubi, impadronendosi dello spazio. Tutte le cose ne erano avviluppate. - -I contorni svanivano. La piazza appariva più vasta; le case più -lontane. Un rivenditore di castagne passava come un'ombra gridando -la sua merce. Le fiammelle del gas prendevano toni rossastri, senza -splendore. - -Il vecchio castello, trasformato in caserma, pareva una enorme massa -nera coperta di fumo denso; e in mezzo al fumo guizzavano di tratto in -tratto languidi lumicini, come le prime scintille di un incendio che -cova. - -Una tromba squillò, rimbombando nello spazio. - -Argìa e Fausto sedettero un momento su una panchina; ma presto si -rimisero a camminare. - -La passeggiata dello stradone che essi ricordavano così animata, era -deserta. I grandi candelabri centrali non si accendevano più; ogni -cosa entrava nell'abbandono invernale, che rende così tristi i luoghi -destinati alla ricreazione estiva. - -Si sentiva da lontano un tram che arrivava e le campanelle attaccate al -collo dei cavalli tintinnavano malinconicamente. - -Davanti al ricovero «Pio Albergo Pertusati,» Vittorio si fermò per -interrogare Fausto sullo stato di un certo giovane che aveva subita una -terribile operazione sotto il professore Pisani. - -— È in grave pericolo... - -— Il babbo spera ancora! - -A poco a poco Vittorio e Amelia, spinti dal freddo ripresero il passo -affrettato e si allontanarono. - -— Dunque, Fausto? Hai pensato alla mia partenza? — domandò Argìa. - -Egli ebbe un soprassalto e strinse violentemente il braccio che -s'appoggiava al suo. - -— Non posso pensarvi. - -— E allora?... - -— Non so!... - -Ricaddero nel loro silenzio affannoso, oppressi da una invincibile -agitazione. - -Finalmente Argìa mormorò: - -— Non mi resta dunque che il suicidio... O lasciarmi ammazzare dal -babbo appena saprà... È orribile! - -— Consolati... Moriremo insieme, io ti farò coraggio... - -Sentendosi vacillare, Argìa si appoggiò con più forza. Fausto si fermò, -le cinse la vita col braccio destro, poi con l'altro le accerchiò le -spalle e se la strinse al petto in un impeto disperato. - -— Ti amo! — singhiozzò — Ti amo tanto!... - -— Io non voglio che tu muoia! - -— Morire con te è ormai la sola felicità a cui aspiro!... - -Rimasero un momento così, stretti, nella suprema dolcezza, come rapiti. - -Lo stradone era completamente deserto. In alto, sul bastione, Amelia e -Vittorio ridevano, e le loro voci giovani, cristalline, si allargavano -nel silenzio della notte. - -— Oh! Fausto! Fausto! tu non devi morire! Io sola, se mai, io sola! - -Egli sospirò profondamente, mentre le sue labbra si piegavano a un -amaro sorriso. - -— Bambina!... Io solo, «se mai», come tu dici. Poichè tu troveresti -ancora una ragione alla vita nell'amore della tua creatura... A me -invece non resta più nulla, nulla! Dammi ancora un bacio! - -Un rumore di passi li fece riscuotere. - -— Andiamo più in su; saremo più tranquilli. - -Cominciarono lentamente la salita del bastione, lei ansando un poco -nel busto troppo serrato, provando un senso penoso di vergogna tutte -le volte che il suo compagno era costretto a fermarsi un istante per -lasciarla rifiatare. - -— Dove sono loro? - -— Camminano in là, sull'erba del contrafforte; li ritroveremo poi. Ci -aspetteranno come le altre volte, sull'ultimo spalto. Siediti qui un -momento, sei troppo stanca. - -Sedettero sul parapetto. - -Il bastione andava giù a picco, in un praticello acquitrinoso, solcato -da un rigagnolo e contornato da una roggia, che formava una cascatella -il cui rumore saliva dolcemente. Di tratto in tratto una locomotiva -lanciava un sibilo dalla vicina stazione sepolta nella nebbia. - -Si provavano le macchine. Un treno partiva o arrivava. - -— Partire! — mormorò Argìa sospirando. — Andare lontano lontano. Vivere -ignoti... - -Fausto si scosse e crollò il capo. - -— Si sarebbe sempre noi due! - -— Vuoi dire che non si dimenticherebbe mai! — esclamò la fanciulla dopo -un istante di riflessione. — Questo lo so anch'io; te l'ho già scritto. - -— Un amore come il mio non dimentica nulla. Tu mi hai ben compreso. - -— Quello che io non comprendo — riprese Argìa con la voce velata dalla -commozione — quello che non so spiegarmi è che tu voglia protrarre -questo stato d'incertezza, questa commedia inutile. Perchè non ti -stacchi da me? Perchè non mi abbandoni al destino mio? - -— Perchè non posso. Non capisci? Non posso. Ti amo più che mai; e -tu sei persa per me! persa irreparabilmente. Non posso rassegnarmi a -questa perdita. Come vedi è una cosa semplicissima. Non posso amare -la vita senza di te, e nemmeno sopportarla. Per questo ho risoluto di -morire. Non è un sacrificio che ti faccio: è piuttosto una grazia che -ti domando: lasciami morire con te. - -— Oh! Fausto! tu vuoi morire! - -— Sì. Senti: se potessi vivere senza di te, se potessi dimenticarti, ti -abbandonerei, come dici tu, al tuo destino; poichè, in fondo, ti odio! -Ma l'amore unito all'odio diventa più forte, più tenace. - -«Non sapevi questo eh,?... Neppure io! Adesso lo so. Ti odio perchè -sei stata di un altro e perchè non sei quella che io credevo: non -sei la mia fanciulla. Dopo l'ultima lettera che mi hai scritto ho -capito anche meglio quanto ti amo e quanto ti odio. Io, con te, sarei -sempre infelice; anche se per una grazia impossibile della sorte -potessi dimenticare il maledetto fatto. Anche se potessi cancellarlo: -fare che non sia successo. Sarei infelice perchè tu hai pensieri, -sentimenti, istinti, che mi ripugnano in una donna; che stimo contrari -alla felicità famigliare, quale io l'ho sognata. Sei giovine e non ti -conosci abbastanza. Ma io ti ho compresa meglio, io so come saresti e -cosa penseresti da qui a dieci anni. Tutta contraria a me saresti: mi -giudicheresti con la tua intelligenza e mi troveresti illogico, poco -generoso. Cesseresti di amarmi, ne sono certo. Per questo voglio che tu -muoia con me, adesso che mi ami.» - -— Ah! dunque non sei più tu che vuoi morire con me; bensì io che devo -morire con te? È strano! - -— È strano apparentemente soltanto. È logico se pensi che io morirei in -tutte le maniere. È una cosa così: una cosa irrimediabile. Dacchè ti ho -penetrata, dacchè ti condanno, tu mi affascini, come non mi avevi mai -affascinato; e sento di amarti come non t'avevo amata mai, neppure in -sogno. - -Egli parlava a voce bassa, con una intonazione dolce e molle come se -avesse dette le cose più semplici e naturali. Una blanda esaltazione -s'era impadronita del suo pensiero. E Argìa si lasciava penetrare a -poco a poco, e si lasciava vincere da quella sottile ebbrezza. La testa -appoggiata sulla spalla di lui, le palme abbandonate, essa lo ascoltava -chetamente. Quella voce soave la cullava; quelle parole appassionate la -trasportavano fuori del mondo. - -Dopo un silenzio che durò alcuni istanti, Fausto riprese: - -— Questo stato dell'anima mia è incomprensibile a me stesso. Non -saprei scrutarne la natura. Le cause mi sfuggono. Davanti a certi -misteri dell'anima e del sentimento siamo tutti ignoranti. La scienza -dà una formula, come la fede un dogma. Il fenomeno resta inesplicato -e il mistero ci deride. La sola cosa che io so è che l'amor mio, -quest'amore nuovo che mi lega a te, è di sua natura indistruttibile; -ma so pure che mi deve distruggere. E il perchè di tale distruzione -lo intravedo. Ci dev'essere troppo distacco, troppa disarmonia fra -quest'amore e la mia indole, fra le idee a cui quest'amore si collega -e le idee e gl'istinti che la tradizione e l'eredità mi hanno dato. -Le idee vecchie e i sentimenti ereditati vivono in me di una vita -troppo tenace. Una volta credei di averli domati con la scienza. Ma la -scienza non è che un'astrazione superba senza l'esperienza della vita. -Davanti alla scienza, gli astuti finsero di cedere, e si accovacciarono -nella parte più intima del mio essere. Adesso che si tratta di una -vera battaglia sanguinosa, li ritrovo più forti, più implacabili e -baldanzosi. Perchè io potessi vivere, bisognerebbe sradicare le vecchie -idee dal mio cervello e strappare dal mio cuore i vecchi sentimenti: -oppure, strappare questo amore, come si strappa una escrescenza -pericolosa e deforme. Una operazione chirurgica come tante altre! Ma -vi sono operazioni apparentemente facili, alle quali certi individui -apparentemente robusti non possono resistere. Un'altra cosa questa, che -la scienza non mi spiega! - -Egli ebbe un riso strano e tacque un istante, come sorpreso dalle -immagini indeterminate, tumultuose che si affollavano nel suo cervello. - -A poco a poco la sua fronte eretta incontro alla brezza fredda, si -chinò; e le sue labbra cercarono le labbra della fanciulla. - -— Oh! i tuoi baci!... i tuoi baci!... Se si potesse baciarsi sempre e -non pensare mai!... - -«Del resto tu hai intuito il mio stato scrivendomi che una felicità -inferiore a quella che avremmo avuta — o immaginata — senza la tua -disgrazia... ti sarebbe intollerabile. Soltanto, la parola «inferiore» -non dipinge la situazione: non dice quello che io sento. La gioia -che provo quando ti stringo fra le mie braccia è suprema gioia, -insuperabile ebbrezza. Non vi può essere felicità maggiore. Ma questa -felicità è avvelenata da un dolore senza nome e senza misura. È uno -stato difficile a intendersi, più difficile a spiegarsi, lo stato -dell'anima mia ammalata. Sento nel medesimo tempo tutta la soavità di -un amore immenso e tutta l'amarezza dell'odio divoratore. Una vita così -— tu l'hai compreso — non è possibile sopportarla: nessuno la potrebbe -vivere. Ma per morire insieme non si potrebbe immaginare nulla di più -inebbriante. La nostra morte sarà deliziosa! - -— Oh! sì! — mormorò Argìa, stringendosi sempre più fortemente al petto -di lui. - -— Sì, t'intendo! - -E dopo un istante di silenzio, con nuovo impeto mormorò: - -— T'intendo, sì!.. Guarda l'acqua laggiù come c'invita!... Senti -come ci chiama teneramente! Lasciamoci cadere laggiù, da questa -altezza. Moriremo subito. E non si potrà mai sapere se siamo caduti -per imprudenza, o se abbiamo voluto morire. Il primo caso sembrerà -più probabile. Stretti in un amplesso, i nostri cuori cesseranno -di palpitare nel medesimo istante e le nostre anime si involeranno -insieme... - -Fausto la interruppe, crollò il capo e si alzò. - -— No, Argìa, no!... Alzati! andiamo! Non voglio cedere alla tua -vertigine. Non così, non così... Tu non hai capito. La nostra morte -deve essere una festa, un tripudio. E poi, i nostri corpi devono -rimanere nascosti, il più che si può... M'intendi? La mia gelosia -sorpassa la morte. - -Tornò a stringerla ed a baciarla quasi in delirio. - -— Io vorrei morire subito — mormorò la fanciulla. — La morte è incerta -come la vita!... Forse un istante simile non ritornerà mai più. Moriamo -subito, Fausto! - -Curva sull'abisso nero, ella fissava il vuoto con gli occhi intenti, -ascoltando la cascatella che ridacchiava in fondo al muraglione. - -Si sentiva attirata da un fascino misterioso. - -Ma Fausto la strappò via. - -— Vieni, Argìa, vieni! Più bella deve essere la nostra fine, più -poetica. Vieni! - -Le circondò la vita col braccio robusto e trascinandola, quasi -portandola, s'allontanò rapidamente per fuggire quella tentazione, -il cuore palpitante di un gaudio nuovo, la fantasia abbagliata da una -visione luminosa di amore eterno, infinito. - - - - -VI. - - -In città, i Pisani abitavano, sul Corso Cavour, il migliore -appartamento di un vecchio palazzo posto di fronte alla casa di Don -Paolo Giudici. Esteriormente, il palazzo conservava tutto il carattere -vetusto, sebbene l'interno avesse subito varie trasformazioni per -servire agli usi moderni. Rimaneva sempre un'abitazione incomoda, mal -distribuita per i bisogni di una famiglia borghese. In compenso, i muri -grossi, i soffitti a vôlta la rendevano fresca l'estate, e non troppo -fredda nell'inverno. E poi, il professore si compiaceva di quegli ampi -locali, di quella vecchia magnificenza un poco sbiadita e maltrattata, -ma pur sempre imponente. La sua figura soldatesca si addossava bene a -quei camini di marmo colossali: s'incorniciava pittorescamente nelle -inquadrature delle porte e delle finestre; e poteva muoversi con tutta -la libertà di cui abbisognava, in quei larghi spazi che nessuna mobilia -riesciva a ingombrare. - -Un salone, tagliato in due sensi, aveva dato le camere per le ragazze -e una bella galleria. Esse stavano di solito qui a lavorare, come due -antiche dame, nel vano delle grandi finestre; e lo spessore del muro -consentiva a ciascuna una sorta d'isolamento e di autonomia. - -Amelia, preoccupata di vedere nella strada, quando girava la testa -per rompere la noia mentre stava cucendo o ricamando, aveva messo un -rialzo sotto alla sua sedia. Non bastando questo, vi posava sopra un -guanciale, come le signore fanno nei loro palchetti in teatro. Ed era -veramente come in un palchetto, poichè non uno studente passava di là -senza levar la testa per salutare la bionda del Pisani. - -Seduta molto più in basso, Argìa rimaneva invisibile alla gente della -strada, e non vedeva, lei stessa, altro che il cielo e la casa di -fronte. Le bastava. - -Negli anni addietro, allorchè il suo amore per Fausto viveva di sole -occhiate, ella era felice di mettersi là ad aspettare ch'egli si -affacciasse e le desse il buon giorno con un sorriso, prima di uscire -per recarsi alla scuola. Tutta la giornata le pareva bella, se aveva -avuto quel sorriso. - -Adesso ella pensava con disperazione a quei tempi lontani e innocenti. - -Era sola. Amelia non sarebbe ritornata dalla Magistrale fino alle tre. -Poi si sarebbe chiusa in camera per studiare le sue lezioni e fare i -còmpiti. - -Argìa trovava un sollievo nell'assenza della sorella. Sola così poteva -pensare liberamente alle cose che Fausto le aveva dette alcune sere -prima. - -Quale trasformazione di tutto il suo essere, dopo quel colloquio! - -Fin da quando era ritornato da Mantova, ella sapeva che Fausto l'amava -di un amore eccezionale; ma non avrebbe creduto ch'egli l'amasse al -punto di morire con lei. Questo le pareva troppo. - -Eppure era vero. Egli l'amava così; l'amava disperatamente: non voleva -che lei; la vita senza di lei, gli pareva odiosa. E non potendo vivere -con lei, felice, voleva portarla con sè nella morte. - -Dire che don Paolo aveva tanto paura della morte, e loro niente!... - -Socchiuse gli occhi: rivedeva tutta la scena del bastione, le grandi -linee indeterminate, la nebbia, i lumi arrossati; sentiva l'acqua -gorgogliare laggiù in fondo al muraglione. - -E il ricordo di un bacio la faceva riscuotere. Egli non l'aveva mai -baciata così. - -Si rammaricava soltanto di non poter vivere un po' dippiù con lui in -quei giorni. Pensare che erano gli ultimi! Pensare che avevano le ore -contate e non erano quasi mai soli! - -Aveva tante cose a dirgli; ma davanti alla gente non le riusciva di -parlare. - -E neppure a lui. Così ammutolivano tutti e due, e Amelia li trovava -noiosi. - -Quel giorno se avesse potuto parlargli, gli avrebbe detto una cosa -che le stava molto a cuore. Egli si era ingannato giudicandola una -inconscia ribelle. Lei stessa si era ingannata in certi momenti. Non -era vero. Lei non era ribelle. Se egli l'avesse presa e l'avesse amata -sempre così, avrebbe potuto modellarla come un pezzo di creta. - -Le sarebbe piaciuto tanto obbedirgli in tutto... non avere alcuna -volontà propria... non essere nulla altro che una parte di lui! Questo -pensiero dell'annientamento di sè nell'uomo amato, le faceva provare -una tenerezza infinita. Vi si compiaceva; lo raffinava con molta -delicatezza. - -Appunto perchè, in realtà, questa era una cosa contraria alla sua -natura, ella vi s'infervorava; per quel bisogno che gli spiriti ardenti -hanno di tutto sacrificare all'oggetto o al pensiero che li esalta. E -le pareva che soltanto per questo rimpiangeva la vita. Come sarebbe -stato sorpreso Fausto di trovarla così mite, così sottomessa; e di -quale dolce sorpresa!... Mah! inutile pensarci. Dovevano morire. - -Ebbene, avrebbe concentrato tutto il suo amore, tutto il suo entusiasmo -in quel momento supremo. - -Del resto, lei non aveva alcun rimpianto per sè. Che cosa avrebbe -rimpianto? La morte era la sua salvezza. La morte le dava tutto. Si -sarebbe addormentata nelle braccia del suo Fausto, sapendo che era per -sempre; che quel dolce sonno non doveva avere risvegli, nè pentimenti. - -Gettò il lavoro. Si alzò e andò nella sua camera. - -Fausto le aveva dato un romanzo russo bellissimo, nel quale si parlava -molto della morte. Voleva leggerlo: ma non poteva fermarsi sui pensieri -dell'autore, trascinata siccome era dai pensieri propri. - -E questi pensieri diventavano più tristi, più foschi. Vi era un punto -nero che si allargava a poco a poco opprimendola come un incubo; -distruggendo la sua gioia trascendentale. - -Quel punto nero era un rimorso. Sì, ella scopriva nell'anima sua un -rimorso nuovo, insoffribile. - -Perchè non gli aveva detto tutto? Perchè non s'era confidata a lui? -L'aveva tanto pregata!... E poi non voleva passare per ribelle? -Pretendeva di identificarsi con lui?!... - -Ah! non poteva, no, non poteva! - -Era inutile: non sapeva sacrificarsi. - -Poteva morire, non cedere la sua orgogliosa personalità. - -Eppure, no! non era orgoglio, nè ribellione. Lei avrebbe voluto. Le -faceva tanto male di vederlo in collera il suo Fausto: peggio che mai, -addolorato. - -Ma era una cosa impossibile quella narrazione. Tutta la sua femminilità -si rivoltava. - -Come doveva fare, soltanto a dargli un'idea delle cose passate e dello -stato dell'anima sua, delle battaglie segrete, delle indefinibili -aspirazioni, e di quella completa atonia della sua volontà?... - -Avrebbe raccontati i fatti brutalmente, e Fausto non avrebbe capito -nulla, oppure avrebbe capito qualche cosa di mostruoso. - -No!... Non poteva. - -Ma anche se avesse raccontato tutto; se avesse raccontato bene: poteva -egli credere?... - -Non erano incredibili i fatti ch'ella doveva narrare? - -Non ne dubitava lei stessa qualche volta?... Non giungeva fino ad -accusarsi, a darsi tutta la colpa, per la rabbia di non capire?... - -Nessuno poteva crederle!... - -Fausto avrebbe pensato che lei mentiva meschinamente; o almeno che si -scusava, che cercava di attenuare la propria responsabilità. E questo, -questo era l'intollerabile per lei; questo le chiudeva la bocca: essere -creduta così vile!... - -Eppure... vi era nella scienza moderna qualche cosa che poteva -confermare le sue parole. Ne aveva sentito parlare. - -Sì. Ma, nel caso concreto, chi ci credeva veramente?... - -Appunto a lei doveva essere toccato?.. Che!... - -Si ammette la possibilità, ma il fatto lo si discute, quando si tratta -di cose così strane. - -La scienza dubita nella mancanza di prove; l'inganno essendo tanto -facile! - -Lei stessa che cosa ne sapeva?... - -Se Fausto avesse voluto convincerla con argomenti scientifici, che -lei era molto più colpevole di quello che pensava: che la parte sua di -consapevolezza e di condiscendenza era molto maggiore; lei, che cosa -avrebbe risposto?... Come si sarebbe difesa?... - -Ahimè! Avrebbe chinato la fronte, umiliata, vinta. - -La sua sventura era completa. - -Un fiotto di lagrime le oscurò la vista. Si appoggiò al letto -sopraffatta. Tutto il suo corpo tremava, scosso dai singhiozzi. - -Ah! come era debole!... - -L'ebbrezza cerebrale che Fausto aveva trasfuso in lei l'abbandonava -così; ed ella cadeva, da quella vertiginosa altezza nel più profondo -scoramento. - -Ma no, no, non voleva essere tanto debole: era una vergogna. - -Lasciarsi abbattere voleva dire mancare alla promessa che aveva fatta a -Fausto: voleva dire deluderlo ancora. - -Doveva deluderlo in tutto?... Era dunque proprio vero che lei non -poteva essere la vera compagna dell'uomo che amava? - -Perchè si amavano tanto se così era?... - -Fausto diceva che si amavano appunto per quello; che le loro indoli -così diverse e nel medesimo tempo così affini anelavano a quella -conflagrazione per trasformarsi o distruggersi. - -Ma questo la opprimeva, lei. - -Inconsciamente sentiva che Fausto aveva la parte bella, mentre a lei -rimaneva la parte odiosa. Lui, dotato di un forte ingegno, buono, -amato, ricco e... senza colpe — sì, senza colpe lui, poichè seppure -ne aveva assai più di lei, in lui non contavano!... lui si sacrificava -per lei... dava la vita utile e bella, per una ragazza caduta che non -poteva più vivere onestamente nella società... Era lei che l'uccideva. -Per lei usciva dal mondo quella intelligenza elevata, quel cuore -nobile, che avrebbe fatto tanto bene all'umanità! - -Lui era il generoso; e poteva esaltarsi e inebbriarsi della sua propria -generosità, dimenticando le cose positive! Era naturale! - -Ma lei? - -Ah! lei non faceva che il male perfino morendo! E lo sentiva e ne -era schiacciata, perchè lei non aveva alcuna illusione generosa per -consolarsi. Da parte di lei, la gioia, l'esaltamento, non potevano -essere che egoismo. - -E la sua anima femminile, educata al sacrificio, predisposta al -sacrificio dall'eredità atavista di tanti milioni di donne: la sua -povera anima soffriva acutamente di quello spostamento di parti. - -Nè gl'istinti ribelli, che pure erano in lei così manifesti, bastavano -a farle accettare tale situazione. - -Al pari di tutte le donne di cuore, ella era ribelle soltanto di fronte -alla ingiustizia, alla crudeltà e alla prepotenza del maschio e delle -leggi sociali che fanno a lui la parte del leone. - -Di fronte all'amore, e al sentimento generoso dell'uomo amato, ella era -trascinata da una forza ineluttabile ad immolarsi completamente, felice -di essere schiava, gelosa della sua destinazione al sacrificio, come di -un tesoro dovuto a lei sola. - -Ritornò al suo posto nella galleria; riprese il lavoro. - -Voleva dominarsi; non voleva uscire dal ciclo di pensieri che Fausto -le aveva suggeriti. Era anche questa una specie di dedizione della -sua volontà; un rinunciamento: il solo sacrificio concessole; e vi si -aggrappava. - -Ma invano ella voleva limitare lo spazio alla sua fantasia, e mantenere -il suo dolore nella via tracciata. - -Involontariamente ritornava sul passato, su quel passato doloroso e -incredibile, che non poteva raccontare. - -Gli avvenimenti si svolgevano nella sua memoria, come erano succeduti -realmente quattro mesi prima; e, forse per la millesima volta, ella si -sforzava ad analizzarli, a scrutarli, a comprenderli. - - - - -VII. - - -Era nel principio di quella ultima estate. I giorni passavano, le -settimane, i mesi, e Fausto non ritornava più da Mantova, dalle -vacanze di Pasqua in poi. Vittorio badava a dire che donna Evangelina, -indisposta, voleva il figliuolo presso di sè. - -Ma la voce pubblica diceva ch'egli interrompesse gli studi, perchè sua -madre, sempre avversa alla medicina — scienza atea — non voleva avere -un figliuolo medico; e perchè egli sposava la contessina d'Arco. - -Per molto tempo, Argìa non aveva prestato fede a tale voce. - -Prima di partire, stringendole le mani, Fausto le aveva detto: «A -rivederci Argìa.» Nient'altro. Ma con tale accento, con tale sguardo da -valere un giuramento. - -Ah! perchè non l'avevano lasciata nella sua fede? - -Perchè avevano voluto strapparle quel conforto? - -Di tutto avevano fatto per convincerla dell'abbandono di Lamberti: come -se tutto il male della vita consistesse nel nutrire una vana illusione; -e non fosse peggio, mille volte peggio non averne più nessuna. - -Suo padre che aveva fatto conto su quel matrimonio, era furente contro -i Lamberti, e perfino contro don Paolo. - -A volte pareva abbattuto, lui che nulla abbatteva. Era il primo -schiaffo della sorte, e lo sentiva. - -Un giorno, un amico venuto da Mantova disse che il matrimonio -Lamberti-D'Arco era fissato: si vedevano i due giovani andare fuori -insieme: si aspettavano le pubblicazioni che dovevano essere prossime. - -Allora, come un ragazzo che ha bisogno di sfogarsi, il professore aveva -preso Argìa a parte, e fatto un appello al coraggio, alla saggezza, -all'orgoglio di lei — il solito appello che si fa quando si sta per -ferire a morte una povera creatura, con una notizia perversa — egli -le narrava tutto quello che aveva sentito, aggravandolo col proprio -furore, dando carattere di verità alla semplice diceria. - -Assalita a quel modo, dopo tanto che soffriva nelle incertezze, -la fanciulla si sentì mancare; cercò però di nascondere quello che -provava. - -Chiamò a soccorso tutto il suo coraggio, tutto il suo orgoglio, e — -pallida come la morte, ma con apparente calma — rispose che per lei era -lo stesso: Fausto non le aveva fatta alcuna promessa! - -Il padre la baciò e la lodò molto di quella fermezza. - -Ma non bastava che fosse calma e coraggiosa: egli la voleva allegra e -felice. - -E si mise a darle dei consigli pratici, intramezzati da ripigli di -collera che lo spingevano a nuove sfuriate contro il Lamberti. - -Doveva divertirsi. Egli avrebbe fatto di tutto per trovarle un -altro partito egualmente vantaggioso. Doveva assecondarlo. Bisognava -fargliela vedere a quei borghesacci quattrinai, pieni di boria, che -non volevano la figliuola di un povero professore; bisognava fargliela -vedere a quei tirchi!... - -La fanciulla, che si sentiva morire, e non vedeva l'ora di essere sola -nella sua cameretta, ascoltava in silenzio e rispondeva macchinalmente -qualche monosillabo. - -Ma il professore non voleva lasciarla sola: sapeva che avrebbe pianto, -che si sarebbe intenerita; ed egli temeva quelle lagrime, quei ritorni -dell'affetto che soffocano l'orgoglio. - -Per distrarla la condusse a Milano; le fece conoscere molte persone. -Ritornando a Pavia, continuò nel proposito di farla divertire a -qualunque costo. - -Lei restava malinconica, fredda, indifferente a tutto. Non basta: stava -anche male. Allora il professore pensò di mandarla in campagna. L'aria -dei campi l'avrebbe rinvigorita. Fu dunque deciso che Argìa avrebbe -passato qualche mese in villa con la cugina Carmela e Bice Chiari. -Altre amiche erano invitate a passare alcuni giorni. - -Il professore si recava a trovarla due volte la settimana, conducendo -seco l'Amelia, i suoi studenti prediletti e altri amici. In tali -occasioni si ballava, si faceva musica. - -Argìa aveva sempre amato il ballo e la musica con passione. Anche -triste, anche affranta, quando la musica penetrava nei suoi nervi, ella -si lasciava trascinare nel vortice di un valzer e volontariamente si -stordiva. Non per questo dimenticava i suoi tormenti, nè cessava di -soffrire; ma era una sofferenza diversa, più acuta e nel medesimo tempo -quasi dolce, con una sensazione di ebbrezza nella disperazione. - -Non durava però quello stato. Poco dopo, cessata la musica, ella -ricadeva in un abbattimento più profondo e più cupo. Allora il -professore s'inquietava. Venivano le ammonizioni. - -Se faceva così era inutile! Aveva perduto già due partiti: due uomini -molto agiati, non tanto giovani, però tanto più sicuri. Si erano -innamorati vedendola ballare, ma poi avevano mutata opinione trovandola -così malinconica e fredda. Non capiva che era una bambina? Non così -andava presa la vita. La vita era una palestra, bisognava lottare e -vincere i primi premi. L'arma della donna era la bellezza e l'amore. Il -premio, un ricco matrimonio, e il piacere di essere adorata. - -Da parte di una fanciulla, l'amore andava inteso quale un mezzo per -accasarsi bene, e un passatempo piacevole: un affare e una farsa; guai -a chi ne faceva la tragedia della vita! - -Gli uomini non meritavano l'amore delicato, esclusivo, spesso sublime -di certe donne. Quelle illusioni, quelle tenerezze erano margherite -gettate ai porci. - -Era un pezzo ch'egli le pensava quelle cose. Finchè si trattava -delle altre lasciava correre: che gl'importava? Peggio per loro se -l'esperienza e l'esempio non le illuminava; peggio per i loro genitori -che le allevavano così stupidamente. - -Ora però, ora che si trattava della sua Argìa, della sua creatura -prediletta, tirata su con tanto amore, con tanta cura; ora non poteva -tacere, lasciar correre. Argìa non doveva soffrire per un uomo: avrebbe -parlato tanto finchè l'avrebbe convinta che nessuno, proprio nessuno -meritava le lagrime, il dolore di lei. Fausto meno di chiunque. - -Nella passione di convincerla giungeva ad accusare sè stesso. - -Già, neppure lui, il buon padre ch'ella conosceva, neppure lui aveva -meritato completamente l'amore di quell'angelo di sua moglie! - -Non l'aveva compresa, poverina, non aveva saputo essere abbastanza -dolce, abbastanza poetico... sebbene l'amasse realmente, come pochi -mariti amavano. - -Dunque, se lui, il suo buon babbo, non era stato capace di dare alla -donna amata quella felicità di amore che le donne sognavano, che cosa -poteva sperare Argìa ragionevolmente da un altro uomo? In nome di Dio, -come poteva illudersi ancora? - -Pochi giorni dopo aveva un altro partito, un eccellente matrimonio -pronto per lei. - -Era un collega dell'Università. - -Quarantacinque anni, ma un uomo sano, benissimo conservato. Di quelli -che tengono la giovinezza nel salvadanaio per ispenderla tutta in -una volta al momento buono. Diecimila lire di rendita e cinquemila di -stipendio! Un partito magnifico insomma! - -Argìa rifiutò. Non voleva maritarsi dacchè gli uomini erano così -indegni di amore; non voleva saperne di nessuno. Vi fu un alterco tra -padre e figlia, e il padre fu violento, poi debole. - -Dopo tutto, se non voleva maritarsi, peggio per lei: lui era contento -di tenersela in casa, purchè fosse allegra e si divertisse. - -E continuava l'andazzo solito. - -Intanto una immensa amarezza era entrata nell'animo dell'infelice sua -figlia. - -Le teorie paterne la rendevano pessimista, senza ch'ella potesse trarre -da quel pessimismo il supposto profitto. - -L'amore per Fausto rimaneva incolume: ma si vergognava di amarlo -ancora, come ci si vergogna di una debolezza. Lo avrebbe dimenticato se -avesse potuto. E adagio adagio ella faceva ogni giorno più largo posto -al bisogno di stordirsi. - -Sentiva oscuramente il desiderio fatale della vendetta. Solamente, -poichè non avrebbe mai avuto il cuore di far del male a Fausto, si -sarebbe vendicata sugli uomini in generale. - -Nessuno dei giovani che suo padre conduceva in villa era capace -d'interessarla. Nemmeno il professore suo pretendente che continuava a -farle la corte. - -Li trovava mediocri, noiosi: troppo dissimili da Fausto la cui immagine -l'assediava. Ma il ballo poteva ancora distrarla. La musica penetrava -l'animo suo e s'impadroniva di tutte le sue facoltà. - -Quegli stessi uomini che discorrendo le parevano insulsi e noiosi, si -trasformavano per lei nel ballare; o meglio non li vedeva, nè sentiva -i loro discorsi. Non sentiva che la musica; non vedeva che il turbinio -confuso, inebbriante del ballo. - -E certi motivi di _valtzer_ le davano la sensazione di smarrirsi in -un vortice misterioso. Allora il braccio di un indifferente le pareva -il braccio di Fausto: e di Fausto era l'alito caldo che le sfiorava il -viso. Era lui che la portava via nell'ebbrezza. - -Negli intervalli rimaneva spossata, senza idee, quasi senza coscienza. - -La notte non poteva dormire, stava lungamente alla finestra, -trasognata, triste; la testa in fiamme, il cervello pieno di visioni. -Soltanto verso l'alba, quando la frescura penetrava il suo corpo, -sentiva il bisogno di coricarsi e dormiva un poco. - -Qualche volta ella passava quelle ore di veglia, nella disperazione -e nel pianto. E il nome di Fausto ritornava continuamente sulle sue -labbra arse. - -Una sera il Pisani arrivò alla villa in compagnia di alcuni musicisti, -tra i quali un violinista celebre; Adolfo Ruggeri, venuto da Milano per -salutare gli amici prima di partire per la capitale della Russia, dove -andava a stabilirsi con lauto stipendio. - -Argìa non l'aveva mai visto. - -Come sempre quando conduceva degli ospiti, il Pisani si era fatto -precedere dal cuoco. Le ragazze dunque sapevano che sarebbero arrivati -alcuni signori, ma ne ignoravano i nomi. - -Verso le cinque, Bice Chiari aspettava con molta curiosità, a una -finestra del secondo piano. Argìa e Carmela erano occupate nella sala -da pranzo. - -Improvvisamente la Bice entrò gridando: - -— Arrivano! Hanno lasciato le carrozze in fondo al viale. Sono tre gli -ospiti!... Amelia ha un vestito nuovo tutto rosso... - -Poi, dopo un momento di esitazione: - -— C'è Fausto Lamberti! - -Argìa diventò pallida, ma non disse nulla. Salì le scale in un baleno -e si affacciò alla finestra da cui si scopriva tutto il viale. Il -cuore le balzò. Era tra quei signori, un giovane di statura media, di -proporzioni eleganti, un po' esile; la sua testa finamente disegnata, -aveva un'aria pensosa. A quella distanza, sotto a quella luce, pareva -tutto Fausto. Una gioia ineffabile s'impadronì della povera Argìa. - -— Pare proprio lui! — mormorò rivolgendosi alle amiche che l'avevano -seguita. - -La comitiva avanzava discorrendo allegramente. Si sentivano le voci. - -L'abito rosso di Amelia sfolgorava. - -— Ah! — gridò Argìa, gettandosi tra le braccia della Carmela — non è -lui! - -Più tardi, passata la crisi, cancellati i segni delle lagrime, Argìa -sedeva a tavola vicino al maestro Ruggeri, che suo padre le aveva -presentato. Era il primo uomo che le paresse degno di attenzione dopo -Fausto Lamberti. - -Esisteva realmente tra il Ruggeri e il Lamberti, una di quelle -affinità per cui, in dati momenti, certe persone si rassomigliano, -mentre l'istante appresso; mutando espressione non si rassomigliano -più. Ruggeri aveva di Fausto la figura, la forma generale del viso -con piccoli baffi senza barba; e, in certi momenti l'espressione -appassionata dello sguardo. Senonchè gli occhi di Fausto erano scuri, -dolci, benevoli. Il musicista invece aveva le pupille chiare, cangianti -di tono e di uno splendore che abbagliava. - -A suo malgrado Argìa era trascinata a guardarlo. E quando egli fissava -in lei lo sguardo fiammeggiante, ella provava un malessere indefinito -che la faceva tremare e impallidire. - -Il musicista si accorse presto di quella attenzione timorosa e se ne -compiacque; fatuo, pensò di avere fatta una conquista. Forse credè -che Argìa fosse una di quelle donne, non rare nella società, che -volentieri accettano l'amore degli uomini in procinto di partire con la -probabilità di non ritornare per lungo tempo, o mai più. - -Cominciò a guardarla con insistenza. Era una bella figliuola, per Dio! -E se fosse stata un poco compiacente... - -Il fatuo non dubita di nulla; non ha scrupoli, va diritto per la -sua strada, convinto che tutto è dovuto al suo merito; indifferente -alle sofferenze altrui. Adolfo Ruggeri macchiava di questa volgare -perversità la sua anima di artista. Qualcuno gli aveva detto che Argìa -amava uno studente di Mantova poco curante di lei, e che tale amore -infelice la rendeva indifferente a tutti gli omaggi. Subito, prima di -vederla, il violinista aveva pensato: se avessi tempo proverei io a -farle la corte. Ed ora, mentalmente, egli si diceva: «Forse riesco in -una sola sera: i miei occhi fecero altre volte cotali miracoli.» - -Le sue grandi pupille grigie, abbaglianti, avevano ricevuto realmente -dalla cieca natura, una strana potenza di fascinazione. Ed egli, come -se ne valeva! - -La povera Argìa era assediata, mitragliata da quegli occhi, capaci di -esprimere tutti i sentimenti, senza che l'anima vi prendesse parte. - -Già non era padrona di non guardarlo. - -Di tratto in tratto, aveva come un barlume del pericolo: la sua volontà -si risvegliava improvvisamente, e con grande fatica ella riesciva a -tenere gli occhi bassi. - -Ma non ci reggeva a lungo. - -Egli le imponeva di guardarlo; ed ella doveva obbedire al fascinatore, -dopo un istante di lotta intima. Cedeva senza accorgersene, e trovava -una sorta di benessere, un dolce riposo in quell'abbandono della -volontà. - -Allora le accadeva una cosa strana: non vedeva più nulla del viso di -quell'uomo; non vedeva che gli occhi. E quegli occhi scintillanti, -magnetici, imperiosi, erano di Fausto! Era Fausto che la guardava così. - -L'allucinazione non durava che brevi istanti, ma era terribile. - -Per fare festa al suo ospite, il Pisani aveva fatto avvertire alcune -famiglie di villeggianti vicini, che in casa sua era Adolfo Ruggeri e -che nella serata avrebbe suonato. - -In campagna simili inviti non si lasciano cadere: a poco a poco la -società diventò numerosa. - -Ruggeri prese il violino; uno dei suoi amici, arrivato alla villa con -lui, un eccellente pianista, si apprestò ad accompagnarlo. Col violino -in mano, Ruggeri cessava di essere fatuo: non pensava che all'arte e si -elevava con essa. - -Argìa si era seduta nel posto più lontano, presso al balcone, -nell'ombra della tenda drappeggiata. Raramente nella sua vita ella -aveva avuto occasione di sentire della musica così buona. E siccome -aveva nell'anima la facoltà di comprenderla, l'impressione fu -potente... Quei suoni s'impadronirono dei suoi sensi. - -Il violino di Ruggeri era affascinante come gli occhi di lui. Non uno -strumento pareva ad Argìa quel violino, bensì una voce sovrumana, -una voce misteriosa che parlava all'anima sua un linguaggio nuovo, -consolante, divino. - -Dopo il primo pezzo che era di Sgambati — un po' troppo serio per la -media del pubblico ascoltante — Ruggeri volle dare un saggio anche del -suo non comune ingegno di compositore. - -La notizia che il pezzo: «Canti dell'anima» deposto sul leggìo, era -lavoro dello stesso esecutore, circolò subito per la sala, e signore e -signorine si entusiasmarono anticipatamente, fantasticando su la poesia -di quel titolo. - -Il pezzo era lungo, ma assai svariato. Con le armonie potenti, le dolci -e vibranti melodie, le sapienti dissonanze, gli inaspettati passaggi, -l'artista aveva voluto esprimere le diverse passioni che agitano -l'anima umana. - -La bontà del pezzo, non piccola, era portata al massimo effetto dalla -meravigliosa esecuzione. - -Argìa ascoltava rapita un motivo pieno di dolcezza, un lamento di cuore -infranto. - -Esso le narrava l'eterna e crudele storia dell'amore tradito. Era il -canto dell'anima nel dolore. - -A un certo punto ella dovette uscire sul terrazzino per non darsi in -ispettacolo e piangere liberamente. - -Era una notte stellata meravigliosa. La campagna sembrava incantata. -Argìa sentiva nell'aria qualche cosa di solenne, d'inesplicabile. E la -voce del violino giungeva al suo cuore, più dolce, più appassionata. - -Improvvisamente il canto patetico cessò, rotto da uno scoppio di note -selvagge come una risata infernale; e da quello scoppio, che aveva -agghiacciato l'anima della fanciulla, scaturì un motivo cristallino, -saltellante, pieno di foga e di spensierata, superba gaiezza. - -Era la canzone del capriccio, giocondo, spietato, irresistibile. A -poco a poco questo si trasformava in un inno di guerra, cui faceva -seguito un canto irrefrenato, di trionfo, di tripudio. Ritornava il -motivo flebile del principio, più straziante, angoscioso. Ma la canzone -della gioia lo interrompeva perentoriamente, lo derideva, lo forzava -al silenzio, e finalmente lo trascinava con sè nella ridda vertiginosa -delle note ebbre. Argìa seguiva con ansia il tramutarsi della tenue -melodia sentimentale. Le pareva una voce di anima in pena, balbettante -i ritornelli del piacere, con delizioso terrore. Ma presto non la -distingueva più, soffocata, agonizzante, in quel tripudio di note, in -quel delirio di fantasie di affetti opposti, di ebbrezze, che pure si -fondevano in un insieme armonioso, potente, straordinario. - -Così agonizzava anche l'anima di lei, in un vortice d'abbaglianti -immagini, straziata da un dolore acuto, sopraffatta da una potenza -ignota, irresistibile. - -Il pezzo finiva stupendamente con un canto largo, pieno di voluttà e di -sospiri, che andava perdendosi lontano. - -Uno scoppio di applausi salutò il maestro. E siccome l'entusiasmo -delle signore si prolungava un po' troppo, Ruggeri ebbe lo spirito -d'interromperlo intonando un valtzer. - -I giovani si misero a ballare in mezzo alle acclamazioni e agli evviva. - -Argìa rientrò; voleva ballare anche lei. Era mezza sbalordita, con le -ossa rotte, le membra pesanti; ma voleva ballare. Ballare fino alla -vertigine, fino all'annientamento delle forze. - -E in fondo all'anima aveva un sentimento oscuro di dover fare così; era -un obbligo, una promessa. A chi aveva promesso? A suo padre? Oh! no!... -Uno più potente di lui le aveva imposto di tutto obliare. - -Ballava. E nei momenti in cui si sentiva stanca e debole, era come se -un nuovo impulso l'avesse sostenuta, rialzata. - -E ballava ancora, e rideva e chiacchierottava con tutti, come non mai -aveva fatto. - -Due o tre volte il Pisani le si accostò, incoraggiandola col suo -sorriso. Gli pareva guarita e si congratulava con sè stesso di quella -cura tanto difficile. Ella non pensava: non faceva alcuna riflessione; -era come una ruota che ha ricevuto un impulso e va fino in fondo -all'abisso. - -Ruggeri aveva deposto il violino: voleva ballare. - -Tutto a un tratto, Argìa si sentì presa, portata via. Non ballava: -aveva la sensazione di volare. Chi era quell'uomo?... Fausto?... No. -Era quell'altro! - -Provò un senso di raccapriccio: una vertigine. Si arrestò: volle -fuggire. - -Ma il braccio potente di Ruggeri la sollevò e la trascinò seco. - -Inutile lottare contro quell'uomo. - -Egli la guardava sempre, e quegli occhi fissi in lei, così da vicino, -la turbavano profondamente. - -Le pareva ch'ei le dicesse con voce ineffabile: - -— Guardami!... Guardami!... - -E se si arrischiava a levare gli occhi su lui sentiva una fiamma -salirle al viso e tremava tutta. Ma a poco a poco, ella si abituava a -quella sensazione: non poteva più farne a meno. Ballava guardandolo -fisso, e tutto spariva d'intorno a lei. Non vedeva che quello -sfolgorio. Non sentiva che quella fiamma. E intanto le sue forze -s'illanguidivano; ella diventava sempre più debole, sempre più debole. -Il sonno magnetico la opprimeva. - -Prima di lasciarla, mentre la società si scioglieva, Ruggeri le mormorò -alcune parole, che lei intese benissimo, ma di cui non le fu mai -possibile risovvenirsi, poi, nelle posteriori rievocazioni. - -Essendo troppo tardi per ritornare in città,. Ruggeri e i suoi due -compagni restavano ospiti del Pisani anche per la notte. - -Ruggeri aveva la camera di Filippo che guardava verso mezzogiorno, -con un balcone. Gli altri due erano insieme in una camera grande verso -tramontana. - -Sola nella sua camera, Argìa spalancò la finestra per guardare la -notte, come faceva sempre. - -In cielo era sorta la luna, bianca, falcata; e la sua presenza rendeva -la notte ancor più bella e fantastica. - -Argìa aveva il sentimento di non aver visto mai una notte così; ed era -nella vaga incosciente aspettazione di un avvenimento straordinario. -Le pareva che tutta la campagna guardasse a lei e che i due alberi -della corte, quei due custodi giganteschi, bisbigliassero sommessamente -parole misteriose. - -Improvvisamente ella balzò in piedi. Doveva scendere nella corte! Non -poteva resistere alla voce imperiosa che la chiamava. Eppure, una parte -della sua volontà rimaneva libera e tentava di resistere. - -Tornò a sedere. No, no! non sarebbe discesa. Ma un'altra chiamata -imperiosa risuonò dentro di lei e la scotè tutta. - -Doveva obbedire. Lentamente però obbediva. - -Il suo petto era oppresso; la sua testa, in fiamme; respirava -faticosamente. - -Discese al buio: attraversò i corridoi e alcune stanze, senza far -rumore, senza inciampare. Andò diritta al verone della sala; aprì la -portiera, poi le persiane, adagio adagio, con precauzione, e scese -nella corte. - -I cancelli erano chiusi; ma lei non voleva uscire. - -Il vecchio _Fido_ le si accostò dimenando la coda. Ella gl'intimò di -ritirarsi nella sua cuccia. - -Camminava lentamente sull'erba umida di rugiada e quel contatto faceva -bene ai suoi piedi stanchi e indolenziti. Provava un sollievo in tutto -il corpo. - -Non più oppressione, nè affanno. - -Ma la sua anima cosa diceva? - -Non le era mai riuscito di rammentarsene. - -Quando rievocava quei momenti funesti e cercava di penetrare nello -stato dell'anima sua, non riusciva a scoprir nulla. Un gran buio era -dentro di lei. - -Andò diritta fino alla panca di pietra, al piede della rovere, e -il breve tragitto bastò a stancarla. Si lasciò cadere sulla panca: -appoggiò le spalle al tronco coperto di musco. - -Alzò gli occhi al cielo. Come era limpido! Come era profondo! Mai le -stelle avevano brillato così sul suo capo. - -Ad un tratto le parve che si velassero. - -Erano i suoi occhi, che si velavano: piangeva. Quello splendore la -inteneriva... - -Qualcuno camminava nella corte... - -Ella ebbe un sussulto. Quella piccola parte della sua volontà che -resisteva ancora, la fece balzare. - -Volle fuggire: volle gridare. - -Non potè. Ricadde sulla panca, inerte. Una lassitudine mortale -avviluppava tutto il suo corpo: le sue palpebre fatte pesanti si -chiudevano. - -Furtivo e ardito, Ruggeri era sceso nella corte. Quell'avventura gli -pareva alquanto arrischiata; ma non era uomo da ritirarsi davanti a una -ragazza così bella. Tutto stava che non lo cogliessero sul fatto! Dopo, -lui partiva subito, e la Russia era lontana! Del resto, non doveva -già essere il primo, che diamine! Sul finire della serata, mentre -gl'invitati si congedavano, egli aveva stretto la mano della fanciulla, -chiedendole arditamente di poterle parlare da solo a sola; ed ella non -aveva ricusato. - -Solo nella sua camera, si era messo al balcone aspettando un cenno. - -Argìa era alla finestra, ma non faceva alcun cenno, nè pareva disposta -a muoversi. - -La vedeva bene nel riverbero della luna; la guardava fisso, e -sommessamente le diceva: — Vieni amor mio! — mettendo tutta la forza -del suo desiderio in quella invocazione. - -Ed ecco che lei si era mossa ed era discesa. Non gli aveva fatto alcun -cenno, ma era andata ad aspettarlo laggiù nell'ombra fitta di quel -grand'albero; proprio come lui aveva pensato, per maggior sicurezza, -sapendo bene che, alla peggio, se lo sorprendevano all'aria aperta -avrebbe trovata qualche scappatoia; mentre il solo fatto di essere -sorpreso nella camera della fanciulla poteva cagionargli i più gravi -imbarazzi. - -Adolfo Ruggeri non era un ipnotizzatore scientificamente conscio -dell'opera sua. - -Se aveva sentito parlare d'ipnotismo, certamente non se ne era -occupato. Profondo soltanto in musica, come la maggior parte dei -musicisti, tutto il resto dello scibile gli era indifferente. Sapeva -però che le sue larghe pupille fosforescenti affascinavano; sapeva -pure di possedere una forza d'attrazione che, in certi casi e con certe -persone, era addirittura irresistibile. Ma tale coscienza del proprio -potere non valeva che ad aumentare la sua fatuità. Non aveva neppure -il sospetto che le sue seduzioni rapide potessero essere, in dati casi, -veri delitti; le sue vittime, vere innocenti violentate. - -Non faceva mai violenza alle donne, lui! Esse lo amavano, lo volevano -perchè era bello, perchè aveva i più dolci occhi e i più luminosi. Non -doveva egli compiacerle quelle care donnine? - -Se poi, alla conclusione, alcune fingevano di non capire, o se -giocavano alle estatiche, alle mezze morte... arti femminili erano, si -sapeva bene! O che doveva confondersi lui per quelle commedie?... - -Le donne eran fatte a quel modo: desideravano la voluttà come gli -uomini; ma poi non volevano che si dicesse!... - -Non più alto di così il pensiero di quell'artista destinato a una -brillante carriera; non più fine, il suo sentimento. - -Argìa aveva penato molto per ricordarsi di quello che era avvenuto -sotto la rovere, e sempre rimaneva per lei un lato oscuro in quella -tragedia della sua vita. - -Era in uno stato anormale, letargico. - -Sognava, o le pareva di sognare. L'allucinazione la dominava. Le -pareva che Fausto fosse ritornato... che sedesse accanto a lei... -le parlasse... Tutto a un tratto, un barlume: era veramente Fausto, -quell'uomo?... - -Era l'amore, la gioia, l'oblio. - -E dopo un momento, una sensazione terribile, che la risvegliava -completamente. - -Aveva gridato con tutta la sua forza. Quel grido avrebbe dovuto -risuonare alto nella notte, destando tutti. Ma la sua voce soffocata -non aveva alcun suono! - -Eppure ella era presente a sè stessa: aveva riconosciuto quell'uomo; -compreso il delitto. Senonchè, rapida come il baleno, era stata quella -percezione. La sua intelligenza si smarriva in profonde tenebre. - -Come dal fondo di un pozzo sentì abbaiare il cane. Poi nulla: il sonno -pesante, senza visioni, senza sogni. - -Allorchè finalmente si svegliò da quel letargo, era sola e non si -ricordava di niente. Tremava di freddo e il suo corpo era tutto un -dolore. - -Nel cielo buio, senza luna nè stelle, apparivano le prime striature -dell'alba. - -Perchè era là in quello stato? Perchè aveva passato la notte su quella -panca? - -Si alzò a fatica. Lentamente, vacillando un poco, riattraversò la corte. - -_Fido_ tornò a farle festa. Ella rabbrividì; un ricordo confuso di cose -spaventevoli si ridestava nel suo cervello. - -Il terrore si era impadronito di lei; le pareva di essere inseguita e -non osava voltarsi. Saltò sul verone; entrò, e rinchiuse, con rapidità -convulsa, le imposte e i vetri. - -Il cuore le batteva furiosamente. - -Nel medesimo tempo si chiudeva adagio adagio il balcone della camera di -Ruggeri. - -Il violinista andava a dormire dopo di avere aspettato che Argìa -rientrasse. - -Consumato il delitto, un vago rimorso aveva turbato quel suo cuore di -fatuo. Gli girava la testa. Quel letargo, quella rigidità della vittima -lo spaventavano. Avrebbe voluto svegliarla, e non osava. Aveva paura -de' suoi rimproveri, de' suoi lamenti. E se l'avessero sorpreso con -lei in quello stato?!.. Se il professore avesse avuto un sospetto?... -Doveva affrettarsi a rientrare. Argìa si sarebbe svegliata da sè e -avrebbe provveduto a' casi suoi. - -La preoccupazione personale aveva cancellato così il tenue rimorso: -egli non aveva pensato più che a mettersi in salvo, con infinite -precauzioni, evitando i punti illuminati dalla luna, tenendosi lontano -dal cane, come un ladro vigliacco. - -E allorchè finalmente vide rientrare la povera fanciulla apparentemente -tranquilla, gli ultimi scrupoli tacquero ed egli andò a letto e dormì -beatamente, il sonno del giusto. - -La mattina, intorno alle dieci, la Carmela entrò nella camera di sua -cugina. Come mai dormiva così tardi? Non aveva sentito che confusione -nella corte quando quei signori erano partiti?... L'aspettavano per -salutarla. Ma il professore aveva detto che era meglio lasciarla -dormire, che si era coricata tardi. D'altra parte il signor Ruggeri -aveva fretta, dovendo ritornare a Milano per mettersi in viaggio nella -giornata... - -Argìa ebbe un sobbalzo. - -— Ruggeri?! — gridò: — Ruggeri!? Chi è?... - -Ricadde sul letto spossata. - -La Carmela che non era ragazza di molta fantasia, restò sbalordita. - -Toccò le mani di Argìa e sentì che bruciavano. Aveva la febbre e il -professore era partito! Bisognava subito mandare un messo. - -Argìa restò così tre giorni; apparentemente, colpita da una febbre -d'infezione per la quale le fecero trangugiare forti dosi di chinino. - -In realtà, essa era assediata da un incubo che la faceva impazzire. Che -cosa era stato di lei?... Quale avvenimento terribile l'aveva colpita? - -Il terrore di cui si ricordava, le immagini confuse, i latrati del -cane che la facevano riscuotere ogni volta che si ripetevano, erano -altrettanti indizi di un pericolo ch'ella aveva corso. Ma era stato -soltanto un pericolo?... - -Dopo alcuni giorni cominciò a stare meglio. - -La febbre scomparve. - -Ma non l'angoscia che la struggeva. Cercava, frugava nella memoria. - -Voleva ricordarsi: voleva sapere. E non le riusciva!... - -Certi giorni era più tranquilla. Metteva ogni cosa sul conto della -febbre: doveva aver delirato, e nel suo cervello indebolito erano -rimasti i fantasmi del delirio.... - -Ma la notte la gettava nella disperazione, ridandole la coscienza della -realtà. - -Il professore decretò che dopo quella febbre l'aria della campagna non -le conveniva più. - -Argìa ritornò con le amiche in città, dove passò giorni tetri, -sconsolati. - -Eppure la sua speranza non era completamente estinta: di tratto in -tratto risorgeva nell'animo contristato. Ella si sentiva portare in -alto da un nuovo soffio di vita, e le sue illusioni rinverdivano. -Fausto sarebbe ritornato, e lei non poteva essere indegna di lui.... - -Ma una circostanza, da prima non avvertita, dissipò l'ultimo inganno. -La sua salute deperiva tutti i giorni. Ella aveva dei sintomi strani -che un angoscioso pudore le vietava di palesare. - -Nel settembre, ritornando in villa, rivedendo quei luoghi, si ricordò -improvvisamente di tutto. - -Ah! non sogno era stato; non sogno, ma irreparabile realtà!... - -Era perduta! - -E non solo il fatto orrendo era vero, indistruttibile; non solo, -ahimè!... - -Il frutto di quell'infamia viveva nelle sue viscere. - -La prima idea che le venne fu quella del suicidio; e per alcuni giorni -la nutrì con ardore. - -Voleva distruggersi: cancellare la colpa col proprio sangue. - -Ma a poco a poco il suo coraggio diminuì, poi le mancò affatto. La -disperazione acuta cedette il posto all'abbattimento; e una specie di -torpore sempre più grave s'impadronì del suo corpo e della sua anima. - -In tale stato ella era durata fino al giorno in cui Fausto si -presentava improvvisamente dinanzi a lei. - -Oh! come si augurò allora di essere scomparsa, sepolta! - -Egli l'amava come prima: più di prima: i suoi occhi lo dicevano. - -Vinti i contrasti, sormontate le difficoltà, egli si presentava a lei -come un trionfatore; e nel suo viso raggiante sfavillava la gioia. - -E lei, poverina, si sentiva come un cadavere a cui il destino perverso -avesse lasciato — per colmo di malvagità — la facoltà di soffrire e -l'apparenza ingannevole della vita.... - -Oh! se Fausto avesse potuto leggerle in cuore, come avrebbe dovuto -compiangerla!... - - - - -VIII. - - -Anche quel giorno, mentre Argìa ritornava così tristamente sul passato, -il giovine medico incalzato dalle furie, errava per le vie della città, -alla ricerca dell'ignoto rivale. - -Gli pareva impossibile che non fosse a Pavia; e se era a Pavia, doveva -incontrarlo; e se l'incontrava, l'avrebbe indovinato! Ne era convinto. - -Nell'atrio dell'università, uno studente di legge lo urtò in malo modo; -e nel chiedergli scusa, parve a Fausto che sorridesse malignamente. Era -colui forse! - -Ah! se avesse potuto strappargli il suo segreto!... - -Questo era avvenuto nella mattinata; man mano che le ore avanzavano, il -primo fuggevole sospetto diveniva certezza nell'animo del geloso. - -Quasi senza saperlo entrò nella nota via; infilò il noto uscio; salì -in due salti le scale e si precipitò nella galleria, dove la sua povera -fidanzata stava lavorando. - -Così stralunato e sconvolto le fece paura. - -— Ah Fausto!.. sospirò. - -— Devo parlarti. Devi rispondere francamente alle mie domande. L'ho -visto!... Tu hai sempre mentito dicendomi che non era qui!... L'ho -incontrato e.., l'ho indovinato nel ghigno beffardo!... - -— Chi?.... — Si turbò e s'interruppe. Poi riprese: — Non è -possibile!... Non oserà mai più, quel vigliacco!... - -— Speravi forse che interrompesse gli studi? La fanciulla allibì. - -— Di che studi parli!... - -— Lo sai bene perdio! gli studi di legge!... Non farò l'ipocrita! Sai -bene che parlo del contino... - -E abbassando la voce pronunziò il nome di un giovine conte molto alla -moda. - -Inconsapevolmente il viso di Argìa si rischiarò e un largo sospiro le -sollevò il petto. - -— T'inganni, Fausto!... - -Ei le aveva prese le mani e la fissava con gli occhi ardenti. - -— M'inganno!... Devo crederti, poichè il tuo viso non mi nasconde che -tu sei lieta del mio errore. - -Ghignò amaramente. - -— Ebbene, se non è lui, è un altro: io voglio conoscerne il nome. -Questa incertezza mi è insopportabile. Non voglio morire senza -conoscerlo... Senza avergli rotta la testa! Parla: chi è? - -— Che cosa t'importa, Fausto? Io morirò... E quell'uomo è lontano... - -— Che cosa m'importa?!... Ah!.. Dimmi dov'è. - -Ella balbettò: - -— È a Pietroburgo. - -— M'inganni!.. - -— No, Fausto: è la verità. - -— Dimmi il suo nome!... - -— ... Ruggeri... - -— Il violinista?!... Oh!... Come l'hai conosciuto?... Dove?... - -— In villa... Lo condusse il babbo... - -— Ah! Questo gli somiglia al tuo babbo!... - -— Povero babbo!... Mi vedeva morire per il tuo abbandono... Voleva -distrarmi... - -— E tu eri contenta di distrarti, eh?.... Parla!... L'hai amato!... È -stato un capriccio violento!... Parla!... - -Ella non poteva parlare; scoteva il capo in segno di diniego. - -— Ma dunque! Vuoi farmi credere che ti sei data, così, ad un uomo che -vedevi forse per la prima volta; che, certamente, conoscevi appena... e -ciò senza essere pazza di lui?... Vuoi dunque che io ti creda... una... - -Un riso atroce gli stirò la bocca e una parola oscena uscì fischiando -dalle sue labbra. - -Egli stesso n'ebbe vergogna, e nell'ira subitanea ed inconscia di -essersi abbassato a quel punto, afferrò la giovine alle spalle, e -scuotendola brutalmente le gridò nella gola: - -— Parla o ti ammazzo!... Inventa delle scuse. Menti, sii femmina! Ma -racconta qualche cosa! Non vedi che impazzisco? - -— Non posso! — sospirò Argìa. — Vorrei dirti tutto... Ti sembrerei -meno... rea... Ma non posso... non so raccontare... È impossibile!.. E -poi, tu non mi crederesti... - -— Vuol dire ch'è tutto falsità quello che pensi di dirmi! - -— Como vuoi: io non mi difendo. - -— Mi sfidi?... Maledetta!... - -Si voltò per afferrare una forbice lunga, affilata, che splendeva sul -tavolino da lavoro; ma Argìa lo prevenne. Afferrata la forbice, prima -ch'ei potesse raggiungerla, se l'appressò al collo. - -Bastò tale atto per far cadere la collera di Fausto, che si gettò su -lei per trattenerla, disperato, ansimante. - -— Lasciami morire! — ripeteva Argìa con voce sorda. — E tu vivi, per -amor mio! Tu devi vivere e io devo morire!... - -Finalmente egli riuscì a disarmarla. Allora soltanto s'accorse che, -nella lotta, Argìa si era ferita alla mano sinistra. Il sangue colava -e le goccie si fermavano come perle di granato sul vestito di flanella -celeste. - -Le mani del medico tremavano così forte, ch'ei non riesciva a fasciarla. - -E aveva voluto ucciderla!... - -— O Argìa! Argìa!... Amore santo, amore mio unico!... Perdonami; -perdona al tuo povero Fausto che ti ha insultata, ferita... Non -togliermi il tuo amore, non rifiutarmi la suprema consolazione di -morire con te!... - -Piangeva come un fanciullo, vinto da un impeto nuovo di tenerezza. - -Ma Argìa aveva ritrovata la tetra calma, stato abituale dell'animo suo -in quei giorni; e con parole dolci e disperate, piene di un profondo -convincimento, gli andava spiegando le ragioni per cui egli doveva -vivere e abbandonare lei al suo destino. - -— Per amor mio devi farlo!... — insisteva la misera, stringendolo fra -le sue braccia — per amor mio! Se tu muori con me, la mia agonia sarà -amareggiata dai rimorsi. Morirò disperata. Se tu mi lasci morire sola, -ti benedirò. - -L'arrivo di Amelia troncò la disputa dolorosa. - -Poco dopo Fausto si ritirò, e il suo ultimo sguardo, la sua ultima -stretta di mano ripeterono ancora alla fidanzata della morte, che egli -non poteva lasciarla, perchè non poteva vivere senza di lei. - -La mattina seguente, egli così le scriveva: - -«Non tormentarti, mia povera Argìa, con vani rimorsi: non turbare con -inutili torture questi supremi istanti. - -«E perdona a me di averti tormentata con le mie insistenze. Perdona al -mio amore, alla mia intensa passione. Ora è finito: ho vinto... - -«Quello che so, basta. E che mi gioverebbe sapere di più?... Intendo -quale tormento sarebbe per te ritornare su quei fatti; ricercarne i -particolari nella memoria, e ripeterli a me: intendo lo spasimo della -tua anima, l'angoscia del tuo pudore... - -«Ed io stesso, quale soddisfazione ne avrei?... Una morbosa -soddisfazione che mi avvilirebbe ai tuoi occhi ed ai miei. - -«Più in alto! Più in alto!... - -«Ti ricordi quel che ti ho detto sul bastione l'ultima sera? Noi -dobbiamo librarci nell'infinito con l'anima serena, il cuore ebbro di -un amore rinnovato e purificato. Lungi da noi le miserie della vita -comune, le stupide convenzioni, le meschine idee ricevute. Tu non sei -niente più colpevole di me, Argìa! Lo sa la mia coscienza. Quando ti -accuso sono ingiusto: sono un povero essere debole e geloso. Tu devi -compatirmi, perdonarmi: non darmi ragione però: non mai avvilirti. - -«E se tu avessi ceduto al mio barbaro intento di farti narrare ciò che -tanto ti affligge, ti saresti avvilita. Ti ringrazio, o mia Argìa, di -non averlo fatto!... Io ti amo tanto, appunto per questo tuo orgoglio. -No, tu non sei più colpevole di me. Se io non ti avessi abbandonata, tu -non saresti caduta; e se io fossi stato veramente forte, se non avessi -titubato di fronte alla suggestione della famiglia e del pregiudizio, -non ti avrei lasciata così, sei lunghi mesi; nutrendo la sciocca -pretesa che tu non disperassi di me, mentre io mi dibattevo con le mie -debolezze. - -«Alza la testa stanca ed oppressa, dolce fanciulla mia! Ma non -disdegnare il tuo povero compagno. Non dirmi che vuoi morire sola. So -che nel tuo pensiero intendi di pronunciare la tua condanna e la mia -assoluzione: ma io, che per indole scruto la logica fatale delle idee -e dei sentimenti, io so quello che tu non sospetti: so che il pensiero -di morire sola ti viene da un oscuro disprezzo della mia debolezza: so -che a tua insaputa nel tuo cuore s'insinua un inesprimibile disgusto di -questo misero che muore d'amore per te, e non ha mai saputo, e non sa -neppure ora amarti come vorrebbe. - -«Non protestare, Argìa, non protestare: se tu avessi cuore di -scrutarti, vedresti che ho ragione io. - -«Ma tu sei donna e detesti le amare indagini. Ebbene, sii generosa: -aprimi il paradiso del tuo amore e lasciami precipitare con te -nell'eterna notte — una notte d'amore che non finirà mai. - -«E se alla tua femminea generosità ripugna il crederti superiore: -ebbene, ammetti pure che siamo tutti e due egualmente deboli; due -povere creature sospinte e risospinte dalle correnti contradditorie -della vita intima e della vita esteriore: due povere anime umane -innamorate, che cercano fuori del mondo un asilo intangibile all'ideale -del loro amore. - -«Addio Argìa, a domani. - - «_Fausto_.» - - - - -IX. - - -In quei giorni cadde una enorme quantità di neve che il freddo intenso -fece gelare. - -Ciò ispirò a Fausto il pensiero di andare a morire nella campagna, in -mezzo alla neve. - -Varie altre maniere di morte, lungamente discusse, quasi accettate, -erano state messe da parte per diversi motivi. Vi era sempre -il pericolo di essere scoperti troppo presto, o di non riuscire -completamente. - -La campagna gelata offriva un nascondiglio più sicuro e accontentava -l'immaginazione. - -La mattina del 28 dicembre — un sabato — Fausto mandò alla fanciulla -i primi giacinti fioriti nella piccola serra ch'egli coltivava; e coi -fiori della morte, questo breve biglietto: - -«Vado a cercare il nostro nido: questa sera vi andremo insieme, mentre -gli altri saranno in teatro. Mi tarda di averti con me per sempre.» - -Egli uscì di città passando per il ponte coperto, celebre costruzione -che costituisce una porta di Pavia a cui il Ticino dà il nome. - -Il fiume era alto e scendeva lento e maestoso, inseguito dalla nebbia -bassa bassa, che il vento portava sulla medesima direzione. - -Il giovine camminava del suo passo ordinario, guardando lontano, -all'orizzonte, dove la massa argentea dell'acqua sembrava congiungersi -col cielo grigio, pesante. - -Lunghe file di carri carichi di legna, di ghiaccio, di sassi, passavano -vicino a lui, fra le cento colonne di granito che sostengono il tetto -del ponte. Ogni tanto, un calessino; degli uomini intabarrati, il capo -coperto da cappelli a larghe tese. - -Era giorno di mercato a Pavia. Quelli che già avevano conchiuso i -loro affari se ne ritornavano alle loro case. Altri, pochi, giungevano -appena. - -Il freddo intenso arrossava i nasi; i fiati gravi fumavano come i -caminetti delle pipe. - -Sulla neve gelata, su i carichi dei carri, su tutte le superficie -immaginabili, la brina alta alcuni centimetri, scintillava come -cristallo sfaccettato. - -Sulla _Via dei Mille_, sozze baracche di rivenditori di commestibili -aperte in pieno gelo; ragazzi sudici e intirizziti; la facciata, -stupenda di Santa Maria in Betlemme; qualche bella casa; una fila di -casuccie; e luridi monticelli di neve fangosa e nera, attendenti il -disgelo, parte per parte, presso agli ingressi delle abitazioni. - -Alla fine del Borgo, sulla strada di campagna, una donna che pareva -cieca, con due bambini seduti contro le sue ginocchia, cercava di -toccare il cuore ai passanti. - -— Mi dia volentieri qualche centesimo per questi piccini! - -La voce nasale e rauca recitava questa lezione imparata a memoria, -come un pezzo di orazione. I bimbi, tremanti di freddo, incretiniti da -quella vita, guardavano i passanti con occhi stupidi. - -Fausto, tra infastidito e pietoso, gettò una moneta. - -Allora la voce fioca si rianimò per benedire il benefico passeggero. - -— Dio gli dia bene! Vita lunga e felice! Tutto quello che desidera! - -— Vita lunga e felice! — balbettavano i piccini con le labbra paonazze. - -Ma altri passanti si avvicinavano; e subito la cieca — falsa od -autentica — mutava metro ripigliando il suo ritornello, senza -transazione, parola per parola, come un fonografo. - -Un pallido sorriso passò sulle labbra di Fausto. - -La vita! l'eterna commedia! - -Ed ecco a pochi passi di là un altro povero, col braccio al collo; e -poi uno sciancato, una vecchia pellagrosa; e, immancabile, il vecchio -cieco col solito cane, unica guida fedele. - -Il mercato attirava quei disgraziati, istintivamente filosofi e -osservatori; poichè, chi va al mercato per tentare un colpo cede -facilmente alla superstizione e dà il suo obolo per timore di un -cattivo augurio; e chi ritorna dall'aver fatto un buon affare apre -facilmente il cuore alla pietà e ai sentimenti generosi. - -Tutti d'accordo quegli affamati gettavano a Fausto l'eterno augurio. - -— Vita lunga e felice... Tutto quello che desidera!... - -Ma il pensiero del giovine medico, un istante distratto, tornò a -concentrarsi. - -La strada era ora isolata ed alta, come un ponte, in mezzo ai campi di -neve che si avvallavano, orlati da filari interminabili di salici ed -alberelle. La brina scintillante decorava i rami sottili e sfrondati; -e a tutta la campagna, uniforme e bassa, il gelo e la neve davano una -bellezza fantastica. - -Di tratto in tratto, in mezzo ai filari, o più in là, un olmo solitario -sorgeva come un gigante tra una folla di mediocri. - -Sulla vasta distesa dei campi la neve intatta era interrotta a distanze -regolari da mozziconi neri di gelsi potati; strani cadaveri aspettanti -la risurrezione primaverile. E da tutte due le parti l'orizzonte -pareva chiuso da una larga zona di fumo nero che in alto si schiariva -prendendo dei toni grigi, perlacei, violetti, rossicci... A poco a poco -l'occhio scopriva che erano gli scheletri neri di grandi boschi avvolti -nella nebbia. - -Sulla strada continuava il passaggio dei calessini, dei tabarroni, dei -grandi cappelli. - -La figura elegante di Fausto, il bel viso espressivo e nobile, -destavano una certa curiosità. - -I campagnuoli intabarrati lo guardavano di sotto in su, avendo l'aria -di chiedersi, dove poteva andare a quell'ora e con quel po' po' di -freddo, un signorino in _paletot_ corto e attillato. - -Certo non potevano supporre qual lugubre meta egli si proponesse. Altre -immaginazioni occorrevano, altre intelligenze per leggere in quello -sguardo limpido e freddo, in quel viso fresco e delicato, su cui la -sventura non aveva ancora avuto il tempo d'imprimere il suo marchio. - -Quanto a lui, non guardava nessuno, forse non vedeva che ombre confuse. -Gli occhi suoi non si staccavano dal paesaggio, che gli appariva -animato e coscente e legato a lui e al suo destino per recondite -simpatie. - -Si fermava di tratto, in tratto, senza volontà determinata, dinanzi -agli stagni gelati, fantastici specchi su cui si riflettevano bizzarri -disegni, misteriose immagini. - -La lucentezza grigiastra di quegli abissi trasparenti attirava le -sue pupille. Ed egli guardava senza pensare, in quello stato di vaga -inconsapevolezza piena d'immagini, propria alle nature poetiche nelle -ore desolate. - -A un dato punto, sul lato destro, trovò una viottola fiancheggiata da -alti olmi, e vi entrò. - -La viottola affondava sempre più come in un padule, staccandosi dalla -strada maestra per tutto lo spessore di un bosco ceduo, dai tronchi -fitti, dai rami sottili, splendenti di gemme. - -Fausto camminava lentamente e i suoi passi producevano un rumore secco -sulla terra gelata. - -La strada alta spariva; ma i passanti che sovr'essa camminavano, -apparivano, traverso il bosco sfrondato, come campati in aria, ombre -fantastiche nella nebbia. - -Il mercato doveva essere chiuso, poichè tutti ritornavano, parlando -animatamente degli affari buoni o cattivi, propri o degli altri. E la -campagna gelata e silenziosa trasmetteva lontano il suono delle parole, -le grasse risate. - -Fausto pensava: - -— Quando il nostro suicidio sarà conosciuto e si scopriranno i -nostri cadaveri, la gente che passerà per questa strada parlerà di -noi: i nostri nomi risuoneranno per questi campi lungo tempo dopo la -putrefazione dei nostri corpi! - -Una sensazione opprimente gli mozzò il respiro: sentì stringersi la -gola come se soffocasse. - -La putrefazione!... - -La distruzione completa!... - -Un brivido lo scosse. Sentì nelle carni il morso del freddo non peranco -avvertito. Il freddo!... il supplizio a cui egli condannava sè e Argìa! - -La morte?!... - -Strana cosa, non vi aveva pensato prima di quel momento. - -La morte!... - -Crollò le spalle e sorrise, sentenziando ad alta voce: - -— La morte non esiste! è una figura rettorica, come il freddo. Soltanto -la vita esiste e la trasformazione della materia. Che v'ha egli di -terribile in ciò? Nulla di terribile. - -Egli la conosceva bene la trasformazione; l'aveva studiata a fondo, e -non se n'era mai impressionato eccessivamente. - -Conosceva la morte, poichè «morte» si diceva. L'aveva vista tante -volte: combattuta e vista combattere accanitamente con le armi della -scienza nei corpi infermi: l'aveva vista estirpare, estirpata egli -stesso, insieme alle carni putride. - -Una volta, l'anno addietro, il professore Pisani gli aveva affidato -l'esportazione di un tumore cancrenoso, standogli al fianco durante -l'operazione, vegliandolo e incoraggiandolo. - -Si ricordava perfettamente. Le sue mani avevano tremato un istante -quando il paziente urlava. Poi nulla. La volontà aveva dominata la -sensibilità. - -Del resto, il malato gli era indifferente... La morte?... Non vi -pensava affatto. - -Non pensava che a farsi onore, a vincere le difficoltà: precisamente -come un artista. - -Ma quando l'infermo cominciò a rimettersi, quale piacere! Allora -l'amava: non era più un miserabile indifferente, era l'opera sua. - -Proprio così. - -Dopo un mese, allorchè pareva guarito del tutto, quell'imbecille -s'immaginò di morire. - -Che rabbia! Ma nient'altro che rabbia. Dopo tutto, l'operazione era -riuscita benissimo. - -Il peggio fu che il povero Pietro Sangiorgi si punse un dito con una -scheggia d'osso, sezionando quel cadavere — un vero putridume! - -Che momento terribile quello! - -Perfino il professore era impallidito. Certo pensavano tutti la stessa -cosa; pensavano che il pericolo li minacciava ad ogni momento. Che -maledetto mestiere! - -Uno studente molto giovane era svenuto. - -E il povero Sangiorgi, tre mesi fra la morte e la vita! - -Quello era stato proprio un duello a corpo a corpo tra la scienza e la -morte. - -E finalmente la scienza aveva creduto di vincere. Sangiorgi era -guarito... tutti lo dicevano. Lui stesso. E studiava più indefessamente -di prima. Ma in capo a sei mesi lo trovarono morto una mattina, in casa -di suo padre, accanto al letto intatto. - -Si era suicidato col laudano. - -Perchè si era ucciso? - -Chi sa perchè!... - -All'università qualcuno diceva che era pazzo, che la malattia -d'infezione apparentemente guarita gli aveva prodotto la paralisi del -cervello. - -Altri sostenevano che si era ucciso perchè non poteva più studiare -su i cadaveri, tormentato da invincibile terrore. E per lui, senza la -scienza, la vita non valeva un soldo. - -Chi sa! - -Morire per la scienza... uccidersi per un amore... - -— Ah! Come siamo sempre stupidi! — mormorò Fausto battendosi la fronte. -— Eppure, domani, io non parlerò più, non respirerò più! Non avrò più -questa noia del pensare; e la gente che si stima savia parlerà della -mia pazzia! Il più stupefatto sarà don Paolo, lui che non vede altro -male al mondo fuori della morte e della vecchiaia! Appunto, caro zio, -appunto, il meglio è morire giovani. - -Rise. - -Un momento dopo, inconsapevolmente rabbrividì. - -— Oh! Argìa! Argìa!... - -Ed ebbe come uno scoppio di pianto interno che represse. - -Dinanzi a lui, un cancello aperto lasciava apparire un cortile ed un -caseggiato. - -Sostò un momento; interrogò i suoi ricordi. Era da quella parte?... -Sì... gli pareva... - -Entrò francamente e traversò il cortile. - -Un contadino che stava rimovendo del letame fumante in una larga buca, -guardò il passeggero e lo salutò con naturale rispetto. - -Le donne filavano nella stalla. Si sentiva il loro chiacchiericcio. Due -curiose aprirono una porticina ed uscirono. Una colonna di fumo denso -e grasso si sprigionò subito da quell'apertura. Pareva che nella stalla -fosse un incendio. - -— Che freddo! — gridarono alcune voci rauche, di dentro la stalla. - -Le due curiose rientrarono e l'uscio fu richiuso. - -Lamberti era già lontano. Voleva andare verso i boschi laggiù. Camminò -un pezzo a caso; e intorno a lui era un silenzio interrotto appena -dall'eco di rumori lontani. - -Sull'orlo del bosco incontrò una vecchietta e due ragazze coi grembiali -pieni di legna. Vedendo quel giovane signore, che poteva essere il -figliuolo di un fittavolo o di un proprietario, la vecchia fu sul punto -di gettare il suo carico per scappare più presto. L'aria indifferente -di Fausto la rassicurò. Intanto le due ragazze passavano alla lontana, -mute e rapide come ombre. - -Nel bosco, silenzio e solitudine di tomba. La nebbia, sempre più densa, -ne celava i confini; pareva una foresta immensa in uno sterminato -deserto. - -Non un'orma su quella neve. Fausto era il primo che ne sfiorasse il -candore; e i suoi passi risuonavano lugubremente come sulle pietre di -un tempio deserto, sotto agli archi slanciati e bianchi, che i rami -brinati formavano; lungo le ampie navate. - -Che superbe colonne, e quale fantastica architettura! - -Quello era il degno tempio della morte; un tempio che in pochi mesi -sì sarebbe trasformato completamente, come si sarebbero trasformati -i corpi dei due amanti suicidi... ahi, ma per quale diversa -trasformazione!... - -Improvvisamente la fantasia gli rappresentò quel medesimo bosco quale -egli l'aveva veduto in primavera, tutto verde e fiorito; animato dal -canto degli uccelli e dal ronzìo degli insetti. - -Mai più egli non avrebbe riveduta la primavera!.. E quel bimbo, ch'egli -condannava a morire prima di nascere, non vedrebbe mai il sole!... - -Quest'idea gli attraversò il cervello come una nebulosa; ed egli la -lasciò passare senza esaminarla. - -Beati quelli che muoiono... più beati ancora quelli che non sono nati!.. - -La testa bassa, gli occhi torbidi, egli camminava ora quasi -automaticamente, senza pensiero. Provava una specie di stupore che gli -offuscava la mente. - -Il bosco aveva mutato aspetto. Un fitto d'alberi altissimi, dai grossi -tronchi neri, dai lunghi rami intralciati, spandeva un tenebrore -improvviso. Le piante apparivano vecchissime, moribonde; alcuni tronchi -spezzati erano imputriditi. - -Un'acqua scorreva al di là di quegli alberi, gorgogliando sotto a un -ponticello. - -Un ramo del Gravellone! - -Fausto affrettò il passo e si fermò sulla sponda gelata, preso da un -grande amore improvviso per quell'acqua corrente, che era come una -dolce immagine della vita in mezzo al silenzio o al gelo della morte. - -Gli pareva che quell'acqua lo invitasse con un mormorio misterioso, -penetrante. - -— Vieni, vieni — diceva la voce sommessa — non tornare in città... -lascia vivere Argìa col suo bimbo... quell'_altro_ forse tornerà, -l'amerà, saranno felici. Muori tu solo che non puoi essere felice, che -non puoi amare, nè credere. - -Egli ebbe un sussulto. - -La gelosia che dormiva in fondo al suo cuore come un mostro in un -antro, si scatenò improvvisamente. - -Lasciare vivere Argìa?... Lasciarla libera? - -— Ah! no! no! - -Non voleva morire solo. - -Non voleva lasciarla vivere quella perfida, capace di dimenticarlo e di -essere felice con un altro. - -La odiava. L'amore e l'odio che da tanto tempo tenzonavano nell'anima -sua, venivano nuovamente a formidabile conflitto. - -Come sempre, vincevano tutti e due. - -Ma in mezzo al tumulto di quel conflitto, la voce sommessa della -coscienza riprendeva ancora la difesa di Argìa. - -Argìa era innocente... Argìa doveva vivere, perchè il suo spirito era -portato in alto dal soffio dei tempi nuovi: perchè vedeva la luce e -intendeva la verità. - -Ella doveva vivere per sè e per il suo bambino. - -Ah! se egli avesse avuta la forza di vivere con lei e di amare quel -povero bimbo! Se avesse saputo assurgere nella vita al grande ideale -della generosità e dell'amore, invece di rifugiarsi nella morte! - -Gli mancava la forza. Era un uomo vecchio. Vecchio a ventitrè anni. -Un uomo del passato, a cui l'intelligenza e gli studi rivelavano -l'avvenire senza alcun profitto, per tormentarlo di più, perchè egli -sentisse più intimamente il peso della propria miseria. - -Incalzato da questi pensieri, camminava a caso, risalendo i giri -tortuosi dell'acqua. - -Cresceva il freddo e ricominciava a nevicare. Il cielo si oscurava. - -Fausto pareva indifferente, insensibile alle cose esteriori. Cercava -sempre e non riusciva a trovare. - -Ma che cosa cercava? Una soluzione, o il posto remoto dove morire con -Argìa? Neppure lui sapeva. A poco a poco il fascino della morte lo -riallacciava. Come sulla campagna, le tenebre si addensavano nell'anima -sua. - -Non valeva la pena di vivere, di fare uno sforzo così grande, per stare -alcuni anni a logorarsi tra le miserie e le volgarità della vita. - -La morte era molto più bella! - -La morte nell'amore, nell'ebbrezza divina! - -Benvenuta la nuova neve che li avrebbe ricoperti come un lenzuolo! - -Lungamente egli andò così vagando come trasognato, internandosi nel -bosco; smarrendo la strada; perdendo il filo dei suoi ragionamenti; -affranto, sfinito. Cercando sempre. - -La morte lo derideva! Era una nuova ironia delle cose! - -E non sapeva staccarsi dal desiderio ostinato di ritrovare quel -posto... proprio quello! - -A un tratto si fermò. - -Era là, forse? - -Non sapeva decidere, ma il luogo gli piaceva. - -Era ritornato a quel fitto di piante altissime e vecchie, dai tronchi -neri, deformi; ma ora si trovava dalla parte opposta. Qui il luogo era -meno selvaggio, egualmente triste. Rami secchi, vecchi tronchi spezzati -erano sparsi sulla neve, coperti di neve alla loro volta. - -Presso al fiume un albero intero giaceva abbattuto, come un gigante -morto. - -Fausto andava in su e in giù lentamente; sognando; inseguendo la sua -visione; e di tratto in tratto si scuoteva di dosso la neve con un -gesto automatico. - -Quello era l'asilo... si, là sotto a quei rami... Nessuno li avrebbe -cercati, nè visti per caso... fino a primavera. Qualche superstizione -doveva pesare su quel luogo remoto, poichè nessuno si curava di quella -legna morta. - -In primavera, prima degli uomini, sarebbe arrivata la piena... e -l'acqua del Gravellone li avrebbe portati con sè, chi sa fin dove -lontano.. Dovevano legarsi ben stretti con una sciarpa... per non -essere separati. - -Un brivido di freddo insopportabile lo fece trasalire. - -Sorrise. - -Era quello il primo saluto della morte: ella si annunziava così. - -Oh! Argìa bella!... - -Come l'avrebbe stretta al suo cuore negli ultimi istanti!... - -S'inteneriva, vinto da una inesprimibile angoscia. - -Ad un tratto s'accorse che annottava. - -Era tardi... - -Come mai aveva fatto così tardi? Voleva correre dalla sua Argìa. - -Si mise a camminare risolutamente, combattendo la spossatezza con uno -sforzo supremo della volontà, spinto da un folle terrore di non poter -giungere fino a casa: di morire solo!... - -— Oh! Argìa! Oh! Argìa! — andava ripetendo tra i singulti. - -Aveva le ossa rotte; gli occhi bruciati, la gola arsa. - -Prese una manata di neve e se la portò alla bocca. - -Cercava di affrettarsi, ma ad ogni poco traballava. - -Finalmente, ansimante per la fatica, si trovò fuori del bosco; si sentì -salvo. - -Quando fu giunto sulla strada maestra, al ponte del Gravellone, sedette -un momento sul parapetto. - -L'acqua scorreva lenta e scura, impaludandosi in un canneto; -traversando una boschina che pareva galleggiare. La neve cadeva -turbinando, e il cielo plumbeo pesava sul tetro paesaggio. E Fausto -si ricordava di una mattina lontana, in cui il piccolo fiume pareva un -largo nastro d'argento e la boschina e il canneto profumavano l'aria... - -Ma egli non faceva confronti. Le immagini fluttuavano nel suo cervello, -come le cose disparate che la piena delle acque trasporta quando la -campagna è innondata. - -Si alzò con fatica. Aveva dei dolori da per tutto. - -Come avrebbe fatto a trascinarsi fino a casa, e poi, a ritornare fin -laggiù con Argìa? - -Se lo forze lo tradivano... se quell'occasione andava perduta... Che -cosa sarebbe avvenuto? - -Ah! La morte vagheggiata lo fuggiva come la felicità... Tutto lo -derideva. - -Cercò d'irrigidirsi ancora, con uno sforzo supremo, concentrando la -poca energia che gli rimaneva in un solo proposito: arrivare a casa, -rivedere Argìa! - - - - -X. - - -Nella camera di don Paolo, piena di ombra e di tristezza, le ragazze -aspettavano sedute davanti al caminetto, coi piedi sugli alari, -guardando il fuoco in silenzio. - -Argìa soffriva crudelmente. Tutto il giorno era stata nell'ansia, col -pensiero fisso ad un punto solo. - -Il ritardo di Fausto l'angosciava. - -Amelia era in preda alla noia; e la sua noia si traduceva in dispetto. - -Quell'invernata le pareva eccessivamente pesante. Soltanto qualche -passatempo di tratto in tratto; e tutte le sere quelle visite al -vecchio infermo, con la compagnia di quei due fidanzati così poco -allegri! - -L'unica vera distrazione in quelle occasioni era per lei Vittorio; -ma non le bastava. Avrebbe voluto qualche cosa di meglio. Con questo -desiderio insoddisfatto ricadeva naturalmente nella noia; e annoiandosi -osservava che sua sorella non pareva niente più soddisfatta di lei, e -Fausto meno di tutti. - -Che amore ingrugnito! E che famiglia noiosa e musona avrebbero fatto -quei due! Già lei non sarebbe andata ad incomodarli! Una volta sola in -casa, il babbo avrebbe dovuto occuparsi di lei... e allora... - -Anche don Paolo almanaccava tra sè e sè nel suo letto. - -Aveva peggiorato sensibilmente; il suo intelletto tramontava. Era senza -forze, e non se ne accorgeva. - -Tutti i giorni si faceva levare dal letto tre o quattro volte per -mangiare una minestra, per bere una tazza di thè o di latte. - -Lo prendevano in braccio, come un bambino in fasce, e lui s'illudeva -ancora di muoversi da sè, di avere appena bisogno di un lieve aiuto. - -Quando era seduto in poltrona pareva un fantasma. - -— Sono le sei suonate: non verranno più stasera! — mormorò Amelia -pestando i piedini nella cenere. - -Argìa trasalì e tremò tutta. - -— Le sei?... le sei? - -— Già, le sei!... Oh che ti fissi anche tu sulle ore, come quello lì! -C'è un contagio, si vede, in questa casa. - -La governante entrò col domestico per alzare il malato e farlo -mangiare. Le lampade furono accese. - -— Perchè svegliarmi nel cuor della notte? — esclamò don Paolo irritato. -— Che avete? Siete pazzi? Sono appunto suonate le tre alla torre, e -volete farmi alzare... farmi mangiare... Ah! so io cosa volete! Volete -portarmi via... È il complotto... - -Egli si interruppe, spaventato dai fantasmi della sua immaginazione, -ripigliando poscia con voce querula: - -— Dov'è Fausto?... dov'è Vittorio? Perchè mi abbandonano ai miei -nemici?... Bisogna chiamarli. Su, avvertiteli! Se non vegliano loro -è finita!.... È una cosa grave.... un'infamia.... Dove sono?... -Rispondete! Argìa? Amelia? Cosa fate lì?.... Chiamate i vostri -amanti!.... Ah! essi dormono, poveretti: dormono a quest'ora, e voi -altre siete qui... d'accordo coi miei nemici. Ecco! È poco vero che -sono tradito? I cattivi approfittano dell'ora in cui i miei ragazzi -dormono. - -«Ah! i gesuiti! i gesuiti! Quando c'entrano i gesuiti, non c'è -speranza!.... Sono i gesuiti che mi ammazzano. Mi hanno sempre odiato. -Adesso mi spiano per cogliermi nell'abbandono. Sì, sì, li ho visti -passeggiare sui tetti, là!... - -«E lei... e lei... signora Luisa, si lascia raggirare! - -«Pss!... Non se n'abbia a male. Non dico che sia complice!... Ma debole -femmina: un bel giovanotto... una parola dolce... sempre l'amore, -sempre! Le donne ci perdono la testa! - -«E io, povero vecchio, che non ho più speranza di amore, che nessuno -ama, muoio, abbandonato, in mano ai miei nemici! - -«Mi vogliono portare via... in un altra casa... per farmi morire più -presto... più presto!.. Già una volta mi hanno portato... Si ricorda -signora Luisa? E ho patito tanto allora... tanto! - -Sempre più fioca diventava la voce, sempre più incomprensibile. Di -tratto in tratto s'interrompeva; poi ricominciava, borbottando fra i -denti; smozzicando le parole. - -E faceva senso quella voce senza timbro, quella voce morta che si -lamentava, attraversata da sibili e da rantoli. - -Ma la gente di casa vi si era abituata. Amelia rideva sommessamente; -Argìa non ascoltava, sempre lontana col pensiero, attendendo che il -noto passo si facesse sentire nell'anticamera. - -Il domestico condannato a stare serio e corretto, si mordeva le labbra, -impaziente. - -La sola governante era penetrata e soffriva. - -Non poteva rassegnarsi a quelle ingiurie del suo vecchio padrone, della -cui incoscenza e irresponsabilità non poteva convincersi. - -Le lagrime le facevano nodo alla gola; soffocava i singulti a fatica. - -Dopo un silenzio penoso, scattò. - -A lei dire di quelle cose! A lei?.... Con la vita che aveva fatta, -irreprensibile e di sacrifici! Vita che don Paolo conosceva benissimo. -Insultarla così, dopo tanti anni che lo serviva? Dopo tante bizze e -capricci che lei aveva sopportati! A lei, dopo tante prove di fedeltà e -di devozione?... - -A questo punto, essendosi esaltata e irritata sempre più con le proprie -parole, la povera donna non potè più continuare, nè frenare i suoi -nervi; e i singhiozzi scoppiarono: le lagrime le inondarono il viso. - -Don Paolo, ammutolito spalancava gli occhi, facendo girare le sue -pupille come due lanterne. - -Capiva? - -Nessuno avrebbe potuto dirlo. - -Certo era impressionato. Passata la burrasca, la sua mente ebbe un -ritorno di lucidità; e fece come certi ragazzi birichini e furbi: finse -di avere scherzato. - -Al solito! quella benedetta Luisa non capiva gli scherzi! Dopo tanti -anni non s'era ancora abituata! Prendeva ogni cosa in tragico. - -E sorrideva di un sorriso inesplicabile. - -— Il caffè?... Mi ha portato il caffè? - -— No, don Paolo... Il pranzo è pronto. - -— Il pranzo?... Ma che?... Luisa! Luisa!... - -La chiamava sommessamente. - -— Luisa, mandi via questo domestico: è uno di quelli... - -Poi, dopo una pausa: - -— Voglio il caffè. - -— Subito... - -La governante uscì soffocando un sospiro, e le ragazze restarono -nuovamente sole col vecchio infermo. - -Il piedino impaziente di Amelia battè un colpo secco sopra un -tizzone che si arrovesciò nella brace provocando una vera eruzione di -scintille. - -— Sono stufa, sai!... ma stufa! Perchè tu sposi il signor Lamberti non -c'è ragione che io venga a incretinirmi in questo manicomio. Tanto, io, -l'altro, non lo sposo davvero! Che, che! Non voglio zoppi, io!... - -Si alzò con dispetto; fece un mezzo giro per la camera; poi, essendosi -accorta che don Paolo le accennava di accostarsi a lui, gli voltò le -spalle; andò alla finestra e si mise a guardare nella strada, traverso -i vetri. - -Un momento dopo, un rumore sordo, come di ossa battute, e un grido di -Argìa, la fecero voltare spaventata. - -— Ah! don Paolo in terra! - -Egli giaceva sul tappeto, nella più completa immobilità; e non pareva -neppure un corpo umano ma una cosa bianca informe. - -Aveva voluto scendere dal letto; chi sa, forse per rincorrere quella -birichina di Amelia; forse per andarsene da quella casa, come spesso -diceva; e al primo contatto dei suoi piedi inerti col pavimento, era -scivolato. - -Amelia si mise a gridare; Argìa toccò il bottone del campanello -elettrico. Il panico le aveva prese: non osavano muoversi. - -E lui forse capiva che avevano paura e ribrezzo. Povero don Paolo! -Essere ridotto in quello stato, lui, innamorato dell'estetica, della -vita, di ogni poesia! - -Improvvisamente l'uscio fu spalancato, e Vittorio Giudici si precipitò -nella camera, pallidissimo, in uno stato di sovraeccitazione appena -sostenibile. - -Senza accorgersi di quello che accadeva, egli andò diritto all'Argìa, -le afferrò le mani e scuotendola un poco, le sussurrò con voce rauca: - -— Fausto è malato! L'ho trovato per istrada che non poteva camminare... - -E più basso ancora: - -— Ho paura che abbia voluto uccidersi!... Cosa gli ha fatto?... — -S'interruppe, smarrito. - -Argìa non rispose. Oppressa, annientata, ricadde sulla sedia. Pareva -impietrita. Un momento dopo trovò la forza di rialzarsi e balbettò: - -— Dov'è?... Andiamo! - -E s'avviò risoluta. - -Vittorio e Amelia la seguirono. - -Dimenticato da tutti, incapace di fare il più piccolo sforzo per -sollevarsi da sè, e vergognandosi di chiamare, don Paolo restò solo, -disteso sul tappeto. - - - - -XI. - - -— Fausto Lamberti muore, mentre suo zio infermo, imbecillito, minaccia -di campare chi sa quanto tempo! - -La dura notizia correva la città, destando un senso di terrore; -eccitando gli animi alle sorde imprecazioni. - -La morte si accaniva contro il giovine vigoroso e fiero che l'aveva -sfidata; e pareva disposta a lasciar vegetare nella demenza il vecchio -pauroso ed inutile. - -Era il terzo giorno. - -La casa dell'abate aveva un aspetto desolato. La governante correva dal -vecchio infermo al giovine; i domestici perdevano la testa. - -Nelle stanze terrene, un via vai di gente affannata e curiosa. Medici, -studenti, professori, preti, signori e signore, amici del Lamberti e -dei Giudici. - -Il professore Pisani dirigeva la cura di Fausto; ma altri due medici lo -assistevano. - -In generale, poche speranze. Era una pleurite delle più arcigne. - -Una sola circostanza favorevole: la parte attaccata, la destra. Inoltre -il cuore pareva sano e capace di resistere, se la malattia faceva un -corso regolare. - -Ma la febbre saliva a quarant'un gradi e più. Se cresceva ancora, -impossibile scongiurare la combustione: la fine fatale. - -Da tre giorni Argìa non dormiva, nè si staccava da quel letto di pena. - -Invano suo padre aveva tentato di allontanarla. - -Ella spasimava con Fausto, agonizzando nell'ansia. Il vecchio rimorso -l'accasciava: come aveva potuto permettere che Fausto si preparasse -a morire con lei... per lei?... Ora più che mai, quel proposito di -suicidio le pareva un delitto. In conseguenza di quella aberrazione, -a cui lei aveva ceduto, Fausto era stato colpito dalla terribile -malattia; ed ella doveva vederlo penare così... morire, forse... - -Quale punizione! - -L'immagine di Fausto, freddo, insensibile, morto... le si fissava nella -mente, con la persistenza di un incubo che la schiacciava. - -Tuttavia, la sua volontà sempre sveglia e tenace, si ribellava alla -truce immagine. No! no! no! Fausto non sarebbe morto!... Lei non voleva -che morisse: non doveva morire. I medici dovevano trovare il modo di -guarirlo. Si trattava di un giovine robusto, che non aveva sofferto di -nessun male: se non riescivano in quel caso, potevano affogarsi tutti -quanti erano, professoroni insensati! - -Aspettava suo padre nell'anticamera, si avvinghiava a lui, -scongiurandolo, singhiozzante, fuori di sè. - -Egli s'irritava. - -— Credi dunque che dipenda dalla mia volontà?... Credi che io non -faccia tutto il possibile?... - -Ella, in cuor suo, ripeteva: — Mio Dio! fatelo guarire!... Io andrò -poi via, lontano, per vivere sola, povera, dimenticata, ma felice di -saperlo vivo!... - -Fausto la indovinava, guardandola fisso, gli occhi smisuratamente -dilatati. - -Malgrado l'acutezza della febbre egli non delirava. - -Aveva qualche visione; ma in complesso, conservava piena coscienza di -sè e del proprio stato. Il suo pensiero dominante era questo: - -Sarebbe morto, avrebbe lasciato Argìa nella vita senza di lui. Il -destino a cui aveva voluto sfuggire si compiva. Era giusto. Argìa -doveva vivere per il suo bambino. Era giusto! Lui solo doveva morire... -lui che non aveva avuto il coraggio di prendersela così... nè la forza -di strapparsela dal cuore. - -Intanto però, leggendole negli occhi che lei sarebbe morta, perchè -voleva seguirlo, egli si sentiva sollevato; e soffriva meno di -quell'atroce puntura al polmone e di quella oppressione affannosa. - -La ringraziava con un pallido sorriso; l'accarezzava dolcemente. Ma -di tratto in tratto, un violento scoppio di tosse interrompeva le -carezze. L'angoscia lo riafferrava. Doveva morire solo, distrutto dalla -malattia; in mezzo agli spasimi... Mentre la morte sognata con Argìa -sarebbe stata così dolce!... - -Il destino non aveva voluto concedergli quell'unica gioia. La morte -implorata amica, lo assaliva a tradimento, lo colpiva nell'ombra, come -fa l'assassino. Gli pareva di averla dinanzi, fantasma terribile, e -l'apostrofava, la insultava. - -Una nebbia pesante gravava, quella sera, il suo intelletto. Non -discerneva più chiaramente le immagini del pensiero dalle figure vere; -il sogno dalla realtà. Tutto si confondeva. - -Gli parve... sognò... di essere già morto. Non poteva muoversi. Lo -portavano al cimitero. - -Argìa lo seguiva, additata dalla folla, e qualcuno mormorava una parola -che poi tutti ripetevano. - -— Non ha fatto a tempo a farsi sposare — dicevano le amiche sorridendo -malignamente. - -Egli sentiva quelle risatine feroci; ma non poteva muoversi; non poteva -difenderla, povera Argìa!... - -Si scosse e la chiamò sommessamente: - -— Argìa! Argìa! - -Ella si chinò su lui, bagnandogli il volto di lagrime. Questo lo calmò: -si assopì. - -Ritornò a sognare. Rivedeva Argìa col suo bimbo in una bella casa in un -paese lontano. Presso a lei era un giovine. Chi? - -Lui stesso forse? No, ah! no! Non lui... quell'altro! L'aveva sposata: -si amavano, e parlavano di lui, morto, con quella mestizia leggera, per -cui i felici sentono più intensamente la gioia di vivere e di amare. - -Egli assisteva ai loro colloqui: sentiva i loro baci lunghi, -sonanti... Voleva fuggire; fuggire l'odiato spettacolo, ma non poteva: -l'attrazione lo inchiodava. Un peso enorme gli gravava il petto... Era -la pietra tumulare, che lo divideva dal mondo, la pietra su cui Argìa -aveva voluto morire... Ah! ah! ah! ah! ah! Come rideva! - -Il riso atroce si mutò in un terribile scoppio di tosse. Pareva che il -petto gli si frangesse. Uno sputo oscuro, sanguinolento, gli insozzò -la bocca. Il professor Pisani e Vittorio accorsero con premura per -sostenerlo. Passato l'assalto gli somministrarono alcune cucchiaiate di -una pozione efficacissima, fatta preparare dal Pisani. - -Tornò la calma ed il sonno. Ma la febbre era cresciuta ancora! - -Entrò un altro medico che brandiva l'occhialetto. Il Pisani trasse di -sotto l'ascella del malato il piccolo termometro per mostrarlo al nuovo -venuto, e si misero a parlare tra loro sommessamente, masticando le -parole. - -Poi l'uomo dall'occhialetto volle fare una rapida ascoltazione -al polmone ed al cuore del paziente, sotto agli occhi ansiosi del -professore e di Argìa. - -Era un medico giovane, sebbene già famoso; non ancora avvezzo alla -morte, mal corazzato contro le angoscie dei parenti e degli amici che -vegliano presso ad un ammalato in pericolo. - -Quando si raddrizzò mostrò un viso pallido, disfatto, e i suoi occhi -atterriti si fissarono in quelli del professore improvvisamente -ammutolito. - - - - -XII. - - -Una nottata affannosa seguì la giornata pessima. - -L'estrazione dell'acqua dalla pleura diede poco risultato. - -Verso l'alba Fausto si assopì; la testa alzata sui guanciali, i capelli -incollati alle tempie dal sudore; il viso terreo, i pomelli accesi. - -Anche Argìa si assopì. Ed anche il suo viso appariva smunto ed -emaciato. Ella giaceva abbandonata all'indietro sulla poltroncina, -vinta dalla stanchezza di tutti quei giorni. - -Colta dal sonno così improvvisamente, in quello stato di prostrazione, -aveva dimenticato le solite precauzioni, l'arte suprema di stare e di -presentarsi, assiduo pensiero suo. - -La fascetta le si era slacciata; le pieghe delle gonne ricadevano -all'indietro, lasciando la stoffa quasi liscia sulle accentuate -rotondità dei fianchi. E la tenue luce che spandeva intorno una lucerna -di porcellana azzurrata, scendeva direttamente sopra di lei, mettendo -vieppiù in evidenza ciò ch'ella aveva così affannosamente nascosto. - -Il professore e Vittorio, seduti all'altro capo della stanza, -discorrevano sommessamente della necessità di scrivere ai Lamberti, -andando pure contro la volontà di Fausto. - -— Ma, io non capisco... perchè mai Fausto non vuol vedere sua madre?... - -Vittorio esitò un istante. - -— Mah!... A me disse che voleva risparmiarle questo affanno perchè -soffre di cuore... Vorrebbe si aspettasse un miglioramento... -altrimenti... gli estremi... - -— Eh!... — mormorò il professore crollando il capo — se domani non -migliora, saremo presto agli estremi! - -— È appunto questo che mi trattiene; poichè, se scrivo, Fausto capirà... - -— Crede proprio che non lo sappia?... È medico anche lui: ha studiato -molto. Deve capire. - -Vittorio non rispose. I suoi occhi si erano fermati su quel punto -troppo illuminato della figura di Argìa, e quella visione lo turbava -profondamente. Da parecchio tempo egli aveva dei sospetti sui quali non -voleva fermarsi e che, suo malgrado, lo rendevano inquieto. Ma dalla -sera in cui aveva trovato Fausto sul ponte del Ticino, in quello stato -di prostrazione e di sfinimento, il viso improntato da una disperazione -che non si celava più sotto la maschera abituale: da quella sera, il -povero Vittorio non sapeva come sottrarsi alle ossessioni del terribile -punto interrogativo a cui non poteva in alcun modo rispondere. - -L'ansia più acuta, che gli cagionava lo stato del suo Fausto, lo -distoglieva di tratto in tratto dalla pungente ricerca; ma appena lo -spirito aveva agio di riflettere, ricompariva il punto uncinato. - -Molte volte, mentre il malato si assopiva, ed egli rimaneva là a -vegliarlo insieme alla giovine fidanzata, il bisogno di conoscere quel -mistero lo assaliva con prepotenza. Voleva scoprire la verità: doveva -scoprirla. - -E si rimetteva a cercarla, frugando e rifrugando in quel complicato -insieme di dati, di dubbi, di affermazioni e di negazioni tenzonanti -nel suo cervello. - -Quante faccie aveva per lui quel problema! - -Se Argìa aveva ceduto... Se Fausto... Insomma... se quello che di -tratto in tratto appariva, era vero... Perchè non avevano affrettato il -matrimonio?.... - -E ad ogni modo — era quella una causa sufficiente alla disperazione -tante volte sorpresa negli occhi di Fausto?... - -E da dove veniva Fausto, quella tal sera, per essere così stanco, così -sfinito e quasi fuori di sè?... - -Perchè quelle lagrime nei suoi occhi?... - -Certo, il fatto di avere compromesso l'onore della sua fidanzata, e il -pensiero dei parenti irritati, dovevano tormentarlo. Ma... alla fine -poi, se loro si amavano, potevano sposarsi subito e partire appena -sposati... stare via un anno... viaggiare... Eran ricchi!... E anche se -dovevano affrontare l'opinione pubblica... bella roba!... Quando due si -amano... - -E fissava lo sguardo in faccia ad Argìa come per interrogarla. - -Ma il viso pallido e grave, dall'espressione verginale, rimaneva -impenetrabile... Che! forse non era vero niente, ed egli sognava a -occhi aperti. Forse aveva ragione l'Amelia quando diceva che in quella -casa c'era un contagio di pazzìa! - -Ed ecco che, tutto a un tratto, ogni dubbio svaniva. - -In un istante d'oblio e di stanchezza invincibile, Argìa lasciava -apparire il suo stato, nascosto con tanta cura, a costo di acerbe e -continue torture. - -Non ricevendo alcuna risposta, il Pisani scrutò il viso del suo -interlocutore e sussultò. - -Quel viso rivelava l'impressione di una scoperta penosa. - -Atterrito, egli girò lo sguardo sull'ammalato. Nulla di nuovo... pareva -assopito come poco prima; e Argìa... - -— Ah!... - -Fu un urlo soffocato. - -Vittorio comprese il male che aveva fatto; cercò di ripararvi, -ripigliando il discorso con simulata tranquillità; ma non gli riescì. -La sua voce tremava, non sapeva quel che diceva. - -Il professore gli troncò la parola accennandogli Argìa con un gesto -brusco. - -— Guardava mia figlia? - -— No!... s'inganna... - -— Non finga! Non sa fingere!... - -E crollò le spalle maestose con superbo disprezzo. - -In due passi fu presso alla giovine addormentata; la scosse rudemente, -e appena vide che aveva aperti gli occhi le intimò di seguirlo, con -depressa eppure formidabile voce. - -Completamente desta dalla violenza della commozione; completamente -presente a sè stessa, e conscia della gravità di quel momento, Argìa si -alzò pronta a obbedire. - -Dopo un istante d'incertezza e di perplessità Vittorio cercò -d'intromettersi, sentendo il bisogno di difendere la fanciulla da lui -così involontariamente accusata. - -Il professore l'arrestò seccamente. Restasse a guardia di Fausto. - -— Argìa!... — mormorò l'ammalato sobbalzando. - -— Argìa — ripetè più basso, e tornò a smarrirsi nel letargo pesante. - -Il professore traversò due stanze buie, trascinandosi dietro la figlia; -e sostò in una sala dov'era un po' di luce. - -Una enorme libreria occupava la parete di fondo di questa sala, -destinata alla lettura e, in casi eccezionali, alla scherma; le altre -pareti erano decorate da carte geografiche e fasci d'armi disposti -a guisa di trofei. Una stuoia di juta copriva l'ammattonato. Pochi -mobili: alcuni tavolini, una scrivania in un cantone, e varie sedie -e seggioloni coperti di cuoio e ornati di borchie dorate, imitazioni -dell'antico, di fabbrica milanese. - -Su un tavolino agonizzava per tre beccucci una lucernina d'ottone, -lucente come oro. E soltanto questa lucernina dalle catenelle -scintillanti rivelava la vecchia casa di provincia. - -Da una finestra rimasta aperta si vedeva il giardino pieno di neve e -una distesa di cielo imbiancato dai primi lucori dell'alba. - -Il professore trascinò Argìa fino a quella finestra che era nell'angolo -più remoto, serrandole i polsi, scuotendola con involontaria violenza. - -Il primo impeto lo agitava ancora, ma era evidente che voleva dominarsi. - -Argìa non fiatava. - -Lasciata libera, si appoggiò al muro per non cadere. I suoi occhi -muti fissavano il suolo. Pareva insensibile. Non le balenava neppure -che il cuore del suo povero babbo aspettasse una rivolta suprema, -contro quelle asprezze, che lei avrebbe dovuto trovare ingiustificate, -pazzesche. - -Egli la guardava intensamente, spogliandola con l'occhio del medico; e -tremava come un paralitico. - -Finalmente proruppe. - -— Non dici niente?.. Non ti ribelli?... È vero, dunque, è vero! Tu -confessi... Ti sei lasciata... Uff!... - -Digrignò una bestemmia e una parolaccia e con un gesto energico si -battè un pugno sulla bocca. - -— Ah! imbecille che sono, speravo ancora che i miei occhi m'avessero -ingannato!... Ma non sai che ti dovrei ammazzare?... - -Un leggero stringimento di spalle fu la risposta. - -Questo esasperò il padre. Tornò ad afferrarla; la scosse, la piegò in -due come il vento furioso fa di un povero arbusto. - -— Mi hai disonorato!... hai disonorato tuo fratello ufficiale.... la -tua sorellina!... E non dici una parola?... E non ti giustifichi?... -Non capisci? Dì'! Cosa pensi?... Che cosa pensavi?.. - -Parla! Dio di Dio! Non sai che dire di sì?.. - -Ella spiccicò a stento: - -— Mi sarei punita da me... Puniscimi tu!.. - -— Ah! punirti?... Che cosa avrò guadagnato quando ti avrò punita?... -Chi lo punirà, lui?... Ah! Perchè non ti sei fatta sposare a tempo -piuttosto? - -Ella non rispose neppure con un gesto. - -Il professore si allontanò di qualche passo, si asciugò la fronte -madida. Il sangue tumultuava nelle sue vene gonfie. Aveva paura di -sè stesso. Voleva vincersi e dominare con fermezza di spirito quella -situazione così difficile; salvare l'onore della famiglia. Ma la -collera tenace gli offuscava il cervello; aveva impulsi ciechi e lo -sforzo che faceva per reprimerli, lo soffocava. - -— Tutto perchè non hai avuto confidenza in tuo padre!... Ma quando è -stato? Quando?... Eppure, io ho vegliato!... Ah! no, per Iddio, io non -ho meritato questa vergogna! Ho sacrificato tanto per voi altri, per -non darvi una matrigna, per starvi sempre al fianco!... E tu, la mia -figliuola maggiore, la ragazza savia di cui non ho mai dubitato, tu mi -hai tradito così!... - -Parlava a scatti, battendo i denti; e nella voce rotta era lo schianto -di un dolore più grande della collera. - -— Parla, Argìa! non farmi perdere la ragione col tuo mutismo. Perchè -appena ti sei accorta, non hai cercato di affrettare il matrimonio?... -E se tu non osavi, perchè non hai detto qualche cosa a me?... Avrei -parlato io con quel signorino!... - -S'interruppe e poi riprese cambiando tono e come parlando a sè stesso: - -— Oh! mi pare ancora impossibile!... Un ragazzo intelligente e leale -come Fausto!.... Uno studente di medicina, quasi dottore!.... Non pare -vero!... - -Si mise a camminare per la stanza ripensando tra sè. Non poteva -capacitarsi. La debolezza, sì, purtroppo, la capiva. Ma quella condotta -così grulla?!... Quella mancanza di ogni senso della vita pratica?... - -Tutto a un tratto si battè la fronte e ritornò precipitosamente presso -a sua figlia, gridandole nella faccia: - -— Non ti ama forse più?!.. - -— Oh!... povero Fausto!... Mi ama sempre!.. - -— Meno male.... Purchè non muoia, quel minchione!... Che cosa faremo se -muore?!.. - -— Morirò anch'io!... - -— Ah, sì?... Brava! Che bella consolazione tu ti figuri di dare a tuo -padre!... - -Era commosso. Una invincibile tenerezza gli entrava nell'anima. Se -avesse potuto salvarla, la sua Argìa... renderla felice malgrado -tutto!... - -L'amava più di tutti i suoi figli. Era sempre stato superbo di lei. -Avrebbe potuto strozzarla nel primo impeto, appunto perchè l'amava -così. Ma sentirla, lei, parlare di morire, lo agghiacciava: gli serrava -il cuore. - -Si rimise a camminare in su e in giù, per riflettere, per cercare. -La tenerezza gli recava un leggiero accasciamento; le sue spalle si -curvavano un poco e la sua larga schiena si arrotondava. Visto così, -nella luce livida, il bel professore appariva assai meno fresco e -giovane. L'accasciamento non era soltanto esteriore. Qualche cosa di -strano accadeva nel buio della sua coscienza. - -La grande sicurezza che l'aveva sostenuto in tutti i momenti, pareva -scossa: e il benefico convincimento di avere sempre operato saviamente, -correttamente, e che ciò bastasse nella vita, minacciava di sfasciarsi: -un vago dubbio sorgeva nel punto più riposto, più imprecisabile della -sua compagine. Forse qualche volta aveva fatto meno bene che non -credesse... - -Forse... nel suo affetto c'era più egoismo.. - -Si raddrizzò come uno che si prepara a combattere un nemico occulto. - -Assurdo! La sua coscienza aveva torto di tormentarlo! - -Sorgeva il giorno. - -I beccucci della lucernina avevano una bracetta rossa in mezzo alla -fiamma torbida, agonizzante; e la luce di fuori, sempre più diffusa, -recava nell'ampia stanza quel senso di freddo e di tristezza che mette -i brividi dopo una notte di veglia. - -Per una singolare coincidenza di luce e di colore, il Pisani ebbe la -visione di un'altra alba, lontana di molti anni. Era il tempo delle -guerre contro lo straniero. Un cielo livido, un paesaggio piatto, -biancheggiante per la brina caduta nella notte; e nello stanzone -dove sostavano dopo una marcia forzata di sette ore, una lucernetta -agonizzante... così! Arrivavano tardi per aiutare; lo scontro era -terminato, il nemico aveva ceduto il campo. Si sentiva il rullo dei -tamburi che si allontanavano malinconicamente nella nebbia. Quanti -morti! Quanti feriti sparsi sulla spianata!... - -Presto all'opera! - -Ed egli ci s'era messo all'opera, con tutto l'ardore della gioventù. -Lavorava per quattro, fresco, arzillo, come se si fosse alzato allora. -Tutti lo benedicevano; tutti gli obbedivano e l'ammiravano. Ah! quelli -eran tempi! - -Ebbene? Decadeva forse? Per quei pochi brividi? Per quel senso di -spezzatura che ogni tanto lo forzava a curvarsi?... - -Ah! I cinquant'anni, le prime avvisaglie della inevitabile sconfitta! -Anche per lui sarebbe suonata l'ora fatale, anche per lui!... - -Tutto ciò in confuso; più sentito che pensato. - -Con un movimento quasi inconsapevole, egli scattò a guisa di protesta, -per il bisogno, innato in lui e strapotente, di trovarsi forte; di -vincere tutto e sopra tutto l'età. - -Argìa intanto era rimasta nella sua immobilità, presso alla finestra, -gli occhi fissi sul padre, domandandosi che cosa egli avrebbe risoluto -e a quali altre dure prove l'avrebbe messa. - -Finalmente egli tornò presso di lei e si mise a sedere quasi calmo. - -— Spegni quella lucerna, mi dà noia. Ora vieni qui: siedi accanto a me. -Io voglio salvarti, figlia mia! Abbi confidenza in me. Sono tuo padre, -ti adoro. Non pretendo di essere stato un santo nella mia vita, ma -come padre non ho rimorsi: ho amato teneramente tutti i miei figli, te -specialmente. Voglio salvarti, dunque: salvare l'onore della mia povera -casa! Ma tu, assecondami per carità! Senti bene: è necessario agire -subito: noi dobbiamo essere prudenti, avveduti: non possiamo affidarci -al caso... Senti, Fausto può morire: è molto aggravato, sai! Se non -morirà tanto meglio... Non piangere così, perdio!... Farò di tutto -perchè non muoia. Intanto però bisogna ch'egli ti sposi. Io gli parlerò -in nome dell'onore; che diamine, è un uomo!... Tu poi gli parlerai del -tuo amore... - -— No, babbo! - -Ella stava ora di fronte a lui, la testa alta, gli occhi fissi, con -qualche cosa di rigido, di teso nella persona e nella espressione del -volto. - -— No! — ripetè — e la sua voce morì come strozzata. - -— No?... Che cosa «no»?... - -Egli non capiva realmente. - -Era tanto anormale quel «no» per lui, che la sua intelligenza si -ribellava. - -— Parla, scimunita! Che cosa «no»? - -La voce tuonò a insaputa di lui. Ora la collera lo prendeva davvero: -lo schiantava. Era un uragano, un ciclone. Con un gesto istintivo si -sbottonò il colletto. Soffocava. Dopo un istante, con voce rauca e -concitata rantolò: - -— Parla, Argìa! Che cosa è quello che non vuoi?... - -— Non voglio che Fausto mi sposi!... — disse Argìa con voce ferma. - -Era troppo. La longanimità del padre non giungeva fino a tale eccesso. - -Di scatto egli balzò in piedi e si avventò su lei coi pugni stretti, -livido; tanto più esasperato che non riesciva a penetrare il pensiero -di sua figlia. - -— Sei pazza?... Ti burli di me? - -Argìa indietreggiò atterrita. Nel medesimo tempo le passò per la mente -come un lampo la promessa fatta a Fausto di non rivelare quel segreto -funesto. Si riprese e balbettò: - -— Non voglio che mi sposi così... - -— Ah! - -Le braccia protese ricaddero lentamente, ma i pugni restarono chiusi. - -Vi fu un silenzio. - -Il professore tornò a sedere. Cercò di calmarsi e non parlò finchè non -fu padrone di sè. - -Quando cominciò aveva la voce sicura e dolce, l'accento persuasivo. - -— Capisco ciò che tu hai voluto dire. In fondo il tuo rifiuto deriva -da un sentimento delicato, nobile; malgrado ciò, rimane insensato. E -poi... tu non pensi che all'amante. E il... bambino? Vuoi tu mettere al -mondo un miserabile, senza nome, senza padre? - -Il viso di Argìa tradì una intensa commozione. - -Egli se ne compiacque: aveva toccata la corda sensibile. - -— Vedi! Non ci avevi pensato alla tua creatura! Lasciati dunque guidare -da me. Vedi come è buono tuo padre! - -— Sì, tu sei buono, e ti ringrazio... Ma io non posso... non voglio!... - -— Ah! No!... Sei cattiva e ostinata. Ma non importa. Farò senza il tuo -aiuto: e tu obbedirai, come è tuo dovere. E ora va! La mia pazienza è -esaurita. Va!... - -Argìa fece per ritornare da Fausto; ma il professore la prese per un -braccio e la strappò via. - -— Non di là!... A casa devi andare. Non lo vedrai più, giacchè non vuoi -che ti sposi, sgualdrina!... - -— Oh! babbo! babbo!... - -E s'attaccava a lui per seguirlo. Ma egli la respinse brutalmente e -chiuse l'uscio a chiave. - -Prima di rientrare dall'ammalato, il Pisani volle ricomporsi e -riflettere, su quello che doveva fare. - -Le due stanze attraversate prima al buio, erano ora abbastanza chiare. -Una era la camera di Vittorio; l'altra, l'anticamera che metteva -alle scale. Restò nella prima e si gettò su un divano perchè gli -pareva d'avere le gambe rotte. La testa chinata fra le mani, cercò di -raccapezzarsi, di riflettere. Ciò che un momento prima gli era parso -facilissimo, gli si presentava ora sott'altro aspetto. - -Bisognava parlare a Fausto dell'imminente pericolo... vale a dire -prostrarlo nell'istante in cui aveva il maggior bisogno di tutte le -sue forze! Se moriva, la desolazione di Argìa avrebbe rinfacciato -eternamente, al padre, quell'imprudenza, come un omicidio!.. E Argìa -stessa poteva morire, uccidersi!.. Non aveva ella detto: «Morirò -anch'io?...» - -Che terribile rischio!... - -Ma d'altra parte, se Fausto moriva ugualmente per la forza della -malattia, egli non si sarebbe mai perdonato di non avere fatto quanto -era da lui per salvare l'onore della sua figliuola, l'onore della -famiglia!... Maledetto anche l'onore! - -Un leggiero rumore venne a distrarlo. Alzò la fronte. Vittorio stava -dinanzi a lui aspettando. - -— Che c'è?... Un peggioramento?... - -E balzò in piedi. - -— No no... direi quasi il contrario. Pare stanchissimo, ma ha la mente -chiara... Ha sognato.... ha pianto.... ha chiamato Argìa.... Dov'è la -signorina?... - -— Di là... E adesso che cosa dice?... - -— Adesso egli vuol parlare a lei, professore... sa... io non ho potuto -nascondergli che lei ha scoperto... - -— Ah!... meglio così!... E si è agitato...?... - -— Non tanto... Anzi, ha detto come lei «meglio così!» Ma venga, venga... - -Il professore si incamminò, come sollevato da un gran peso; la fortuna -fedele non l'abbandonava neppure in quel frangente! Tornava giovine; -era sempre forte. - -Un'occhiata gli bastò a giudicare dello stato di Fausto. Qualche cosa -d'insolito era avvenuto: una crisi che poteva condurlo a salvamento -od a morte nel volgere di poche ore. I pomelli accesi, di un rosso -più intenso, facevano paura. Ma il raggio di limpida intelligenza che -brillava nei dolci occhi, era una speranza. - -— Ebbene Fausto? Come stai?... - -— Non saprei... La morte mi è passata accanto: mi ha sorriso e mi ha -dato un consiglio... - -— Dà consigli la morte?... - -— Qualche volta... - -— Vediamo intanto il termometro!... - -Con terrore, che non riuscì a nascondere, il Pisani constatò ancora -un aumento di temperatura. Fausto sorrise tristamente e un'ombra gli -oscurò la fronte. Ma in quel medesimo istante entrò nella camera Argìa -al fianco di Vittorio, e la fronte oscurata si rischiarò. - -— Oh! Argìa non m'abbandonare! Mi hai lasciato, e ho sognato di -morire!... - -Pallida, ma sicura in volto, ella si chinò su lui e lo baciò, -mormorando: - -— Non ti lascierò più. - -E la voce commossa, solenne, palesò tutto il significato della promessa. - -Il professore rabbrividì. Voleva parlare e si sentiva paralizzato. - -Finalmente, Fausto disse: - -— Professore, mi vuol sempre bene, vero? Non mi ha perso la stima?... - -— Oh! Fausto!.. protestò il Pisani commosso. - -E sebbene egli credesse di avere dinanzi a sè il seduttore della figlia -sua, colui che aveva compromesso l'onore dei Pisani, sentiva in cuore -— al posto della collera che avrebbe dovuto provare — una tenerezza -infinita e qualche cosa di strano, di solenne che lo scuoteva e non -avrebbe saputo esprimere nè spiegare. - -— Ebbene... dunque — mi faccia una grazia... padre mio... faccia che io -sposi Argìa... che ripari... il male... subito... subito... prima che -venga la morte!... - -— Oh! Fausto!... No!... No, Fausto!... — gridò Argìa fuori di sè. - -Ma egli le impose silenzio con uno sguardo supplichevole, e si -abbandonò sui guanciali stremato di forze. - - - - -XIII. - - -Le formalità indispensabili, la richiesta di permessi speciali, i -preparativi di diverso genere, occuparono tutta la giornata. - -IL professore e Vittorio Giudici giravano gli uffici pubblici; davano -e ricevevano appuntamenti; scrivevano biglietti nelle anticamere dei -pubblici funzionari occupati. - -Appena era possibile correvano un momento a casa; si assicuravano dello -stato di Fausto, e poi, via, di gran carriera, verso un altro punto -della città. - -La temperatura dell'ammalato era discesa di mezzo grado circa; sempre -altissima, ma meno allarmante. - -— È il cuore che mi fa paura; sempre il cuore! — diceva Fausto con un -pallido sorriso. - -E il professore crollava il capo dall'alto al basso, in segno di grave -preoccupazione. - -— Se il cuore resiste siamo salvi!... - -La parte principale della cura era rivolta a sostenere quel povero -cuore tanto bersagliato. - -Ogni volta che Vittorio o il Pisani apparivano sulla soglia, Fausto li -interrogava con lo sguardo ansioso. - -Che paura aveva di morire prima! - -Finalmente, verso le quattro, Vittorio recò la buona novella: tutte le -difficoltà erano vinte, l'ufficiale civile aveva promesso di arrivare -puntualmente, tra le cinque e mezzo e le sei. - -La signora Luisa addobbava la camera, rasciugandosi le lagrime che -voleva nascondere a Fausto. - -— Ah! chi l'avrebbe detto! chi l'avrebbe detto! — ripeteva tristamente. -— Sposarsi a questo modo! che disgrazia!... - -Argìa aveva mandato a prendere uno degli abiti del suo corredo, già -mezzo pronto; un abito di felpa azzurra fatto terminare in tutta -fretta; e stava vestendosi nella camera della signora Luisa. - -Dacchè Fausto aveva pronunciato quelle solenni parole, e tutti si -agitavano intorno a lei per quella cerimonia ufficiale, che doveva dare -a lei e al figlio suo il nome onorato dei Lamberti, ella rimaneva come -trasognata. - -A momenti le pareva di essere fuori del mondo e che tutto quanto -accadeva intorno a lei non fosse realtà ma visione fantastica. - -Lei stessa non si riconosceva. I sentimenti che l'agitavano erano tanti -e così diversi e nel medesimo tempo così intralciati, che non riesciva -a discernerli. - -Ora le pareva di potersi rallegrare, poichè non era possibile che -Fausto dovesse morire dacchè la sposava. Una strana sicurezza le -entrava in cuore. Avrebbero vissuto insieme tanti e tanti anni, e -sarebbero stati felici! - -E aveva dei sussulti di gioia che la rendevano più bella, tingendole il -volto di un vago carnato. - -Ma tutto a un tratto si ricordava che Fausto si era risolto a sposarla -soltanto perchè si teneva sicuro di morire, e voleva che lei vivesse -onorata e tranquilla. - -Pochi momenti prima le aveva detto: - -— Ricordati che tu devi vivere!... - -Vivere? Le pareva una imposizione ingiusta e crudele. Perchè doveva -vivere se lui moriva?... Per chi?... - -Per quel figlio?... Oh! se fosse stato di Fausto, sì. Sarebbe vissuta, -sempre nel lutto, consacrandosi a quella creatura. Ma, così, no! -Sentiva che non l'avrebbe mai amato quel bimbo; vedeva in esso la causa -di tutti i suoi mali, e, soprattutto, la causa materiale della morte di -Fausto. - -No, non poteva amarlo! Un sordo rancore le germogliava in cuore contro -quell'essere. Per lui doveva affrontare la vergogna di un matrimonio di -riparazione; gli sguardi scrutatori di Vittorio, la collera del padre e -del fratello, e il risolino falsamente ingenuo di quella maligna di sua -sorella. - -Perchè avrebbe dovuto amarlo quel frutto non desiderato del capriccio -altrui? Perchè avrebbe dovuto sacrificarsi a quell'intruso che già -le aveva fatto tanto male e sarebbe diventato il tormento, forse il -tiranno di tutta la sua vita? - -Ma perchè c'era questa cosa terribile nella vita della donna?... - -Perchè, una fanciulla ignara poteva diventare madre, anche senza il -concorso della sua volontà, senza sapere, senza averci pensato? - -Un uomo passava nella sua vita, approfittava della sua debolezza o -della sua ignoranza, e continuava il proprio cammino. - -La fanciulla era diventata donna e madre. Tutta la sua vita era -legata all'intruso — e doveva amarlo! Aveva dei doveri sacri. Se li -conculcava, la società l'avrebbe chiamata infame: se li adempiva era -disonorata. I benevoli l'avrebbero compatita, perdonata forse, in -grazia della sua espiazione. - -Espiazione di che cosa? - -Si può espiare un delitto, un fallo volontario.... Ma dovere espiare -la legge di cui si è vittime!... Espiare!... E poi? Inutile anche -l'espiazione. - -Fausto la sposava. Ebbene, anche se egli viveva, anche se tutti -continuavano a credere che il bimbo fosse di lui; di là a trent'anni, -quando lei sarebbe stata nonna, i suoi conoscenti, i suoi amici, i -parenti dei parenti si sarebbero ricordati ancora di quella piccola -infrazione alla legge, come di una macchia incancellabile! E intorno a -lei ne avrebbero parlato ad ogni occasione! - -E le cugine, le nipoti, le vecchie serve si sarebbero raccontate -sommessamente che Fausto l'aveva sposata dal letto di morte, perchè era -incinta... Tali cose non si dimenticavano mai. - -Dunque non bastava che la donna fosse condannata dalla natura a -tutte le miserie della maternità: non bastava che dovesse perdere -l'indipendenza, la bellezza, le forze, e, molte volte, la vita, per -dare la vita ad un essere che, in moltissimi casi, il suo cuore non -aveva sognato, nè desiderato?... Non bastava, no! Gli uomini vi avevano -aggiunto le loro leggi, i loro pregiudizi, che disonorano la madre per -tutta la vita e degradano il figlio prima della nascita!... - -Era troppo. Lei non voleva sottoporsi: non voleva vivere per adempire i -doveri che lei non aveva accettati. Non voleva vivere per il figliuolo -di un ladro che l'aveva derubata e resa madre contro la sua volontà, a -tradimento! - -Vi erano delle donne... che sopprimevano l'essere ignoto.... L'aveva -letto in una cronaca di giornale, recentemente.... con grande -sorpresa.... L'avrebbe fatto lei?... - -No.... Le faceva troppo orrore. Poi, se ne sarebbe ricordata tutta la -vita, e sarebbe stata infelice lo stesso, irreparabilmente infelice per -tutta la vita. - -Non si faceva alcun merito però di questo sentimento delicato. Non si -credeva migliore di quelle altre. Le compiangeva anzi. La rettitudine -che era in lei, le pareva una cosa involontaria, come quei pensieri che -le venivano, chi sa da dove: come le sue ribellioni. - -Forse l'aver pensato a fuggire, per andare a vivere lontano, tra -persone sconosciute, col guadagno del proprio lavoro, come una povera -operaia, era una conseguenza dello spirito battagliero ereditato dal -padre. - -Anche da bambina, quando si sentiva a disagio nella casa paterna dopo -la morte della mamma; quando Filippo la tormentava e Amelia aveva -troppi capricci, quante volte aveva pensato di fuggire, di andare -lontano, sola, senza denari; come una piccola profuga; senza alcuna -paura; contenta di avere dinanzi a sè il mondo aperto. - -E come sognava allora!... - -Perfino la morte le si era affacciata sotto la forma di una fuga: di -un lungo viaggio nell'infinito, al di là, e al di là ancora; sempre più -lontano. Così l'aveva sedotta quel progetto di suicidio. - -Ma ora non ritrovava più quelle immagini affascinanti, quei vaghi -sogni. Invano vi ripensava. - -Anche la morte l'aveva delusa! - -L'idea che Fausto moriva negli spasimi della malattia, le rendeva la -morte orrenda, paurosa. - -Ma se Fausto guariva?... - -Ah! se egli guariva, tanto più doveva morire, lei! - -Voleva forse condannarlo a vivere tutta la vita, supposto padre di un -figlio non suo?.... Se Fausto guariva, ella doveva uccidersi. E subito. -E farlo in modo che tutti credessero a una morte accidentale... - -Tale era il destino suo. Condannata: irreparabilmente condannata!... E -tutto per quell'essere senza nome, senza forma precisa: quell'ignoto.. -quel figlio di un vile che lei odiava!... - -Aveva dei brividi; tremava tutta, e le sue mani convulse non riescivano -ad abbottonare il bell'abito azzurro, attillatissimo. - -Improvvisamente, ella ebbe una sensazione così strana, così nuova, così -inesprimibile, che si sentì gelare, e quasi mancar la vita. - -Restò un momento perplessa, paralizzata, ansimante. - -Quella strana sensazione si rinnovò. Era come se le sue viscere si -fossero sollevate esultando in un impeto di gioia. - -Gioia, in lei che agonizzava nel dolore della condanna appena -pronunciata?!... - -Soffocava dal caldo, e un sudore diaccio le bagnava le tempie; il cuore -le balzava fortemente e uno strano terrore soggiogava il suo spirito. - -Che cosa avveniva dentro di lei?... Chi l'agitava così?... E perchè si -ammolliva la sua fibra tesa, perchè sentiva tanta tenerezza in luogo -del rancore e dell'odio di poco prima?... - -Quell'essere senza nome, che lei chiamava un intruso... era egli -passato improvvisamente dalla vegetazione alla vera vita?... Aveva -egli forse già una coscienza?... Sentiva forse, o presentiva il dolore -a cui era condannato? le cieche ostilità degli uomini, che per lui — -sciagurata creatura — si preannunziavano nelle ostilità della madre?... - -Scoppiò in singhiozzi e pianse a lungo. - -Questa benefica crisi le fece dimenticare le dolorose recriminazioni. -La madre si era rivelata in lei, e la madre aveva altri pensieri. - -Oh! povera creaturina innocente senza difesa! Povero piccino che -esultava in lei al primo impulso della vita, ignaro del male che le -faceva, ignaro del destino che l'aspettava!... Povero!... Povero!... - -Era vinta, soprafatta da una commozione suprema; i suoi occhi si -fissavano in una contemplazione interiore... Un corpicino esile le -appariva, un corpicino tutto roseo, con un visetto d'angelo, che -stendeva verso di lei le manine... - -Oh! lei non ci reggeva! Era suo il bimbo, viveva in lei! E non aveva -che lei al mondo! E lei aveva bestemmiato di odiarlo!... - -Involontariamente incrociò le braccia nell'atto di stringersi il bimbo -sul cuore: e restò assorta, rapita in un'estasi nuova. - - - - -XIV. - - -Tutto era pronto per la cerimonia nuziale. A destra del letto di -Fausto, il tavolino, coperto da un bel tappeto ricamato, lavoro della -signora Luisa, sosteneva i candelabri d'argento con le candele accese -e il registro municipale. Presso al tavolino, la poltrona in velluto -per l'assessore. Più in là, il tavolino e la sedia per lo scrivano -municipale, e quelle destinate ai testimoni: Vittorio Giudici e il -dottore Antonio Giberti professore di patologia che assisteva il Pisani -nella cura di Fausto, in qualità di medico consultore. - -Argìa entrò, pallida e tremante; ma nei grandi occhi lucenti le ardeva -un raggio d'immenso amore. - -— Oh! Fausto! Il babbo mi ha detto che stai meglio!... - -Il malato sorrise beatamente, guardandola negli occhi, e l'attirò fra -le sue braccia. - -— Mia sposa, mia!.. - -L'assessore e le poche persone che dovevano assistere alla cerimonia, -arrivavano a lenti passi, parlando sommesso. - -La notizia del miglioramento — per quanto leggiero e forse illusorio — -rischiarò le fisonomie e rese la riunione meno lugubre. - -L'assessore si accostò al letto e presentò i suoi complimenti. - -Era uomo di società, amico del Pisani. Si parlò di don Paolo, di donna -Evangelina... Non l'aspettavano? No. Sarebbe arrivata più tardi insieme -al marito: avevano telegrafato di non disturbare l'autorità con un -rinvio... - -L'assessore capì benissimo che quel matrimonio, celebrato così, -offendeva la suscettibilità dei Lamberti e ch'essi preferivano di non -assistervi; ma, da uomo di spirito, non fece vista di nulla. - -All'ultimo momento, allorchè tutti erano a posto, e l'assessore -sfoderava la sciarpa tricolore — tramutandosi da amabile uomo di -società in un impassibile rappresentante della legge — entrò la signora -Luisa tutta affannata e andò a parlare a Vittorio. - -Don Paolo voleva assistere alla cerimonia! - -L'assessore, gentilissimo, si dichiarò soddisfatto di compiacere -l'abate e di rivederlo, dopo tanto tempo. - -Carmela Donati e Bice Chiari che scoppiavano di curiosità, -approfittarono di quella interruzione per scivolare nella camera, -insieme alla vivace Amelia. - -L'assessore, ancora bell'uomo, dalla chioma opulenta sparsa di -ciocche grigie, dal naso prepotente, andò a passare quel momento di -aspettazione in mezzo alle giovani. - -È sempre da saggio ornare di qualche fiore l'arido cammino del dovere. -E siccome l'Amelia aveva quella sera una bellezza provocante, con gli -occhi pieni di scintille e le narici leggermente dilatate per meglio -aspirare il vago profumo di scandalo e di peccato che era nell'aria, -l'assessore intavolò con lei una di quelle conversazioni, grulle e -insignificanti per chi le ascolta — per chi le sostiene, invece, irte -di punte e di uncini, a cui si pungono e si attaccano con ispeciale -voluttà le ragazze che cercano e gli uomini... che dovrebbero aver -paura di trovare. - -Passò una buona mezz'ora. - -Ogni tanto una delle ragazze andava a vedere se don Paolo si spicciava. -Ma le notizie di queste esploratrici non erano consolanti. - -Eh! sì! ce ne voleva del tempo. - -... Gli radevano la barba!... - -... Gli facevano i riccioli, a uno a uno!... - -... Lo profumavano!... - -... Gli mettevano le scarpe con le fibbie d'argento; e ci stavano -attorno in quattro!... - -... Voleva mettersi la vesta nera... Oh! che affare era quello!... - -... Non si sapeva come infilargli le maniche... - -... Bisognava vedere, per mettergli il colletto, che stenti!... Non -poteva tenere il capo ritto!... - -Queste notizie circolavano ed erano commentate a bassa voce, in un -bisbigliamento quasi gaio. E chi crollava le spalle; chi sorrideva a -mezz'aria. - -Finalmente; la gran notizia: - -— Don Paolo arriva!... - -Lo portavano con la poltrona, il cameriere e la cuoca. Anche Amelia -andò a vedere. Secondo lei pareva uno di quei santi di legno che -si portavano in processione nei piccoli paesi, il giorno di _Corpus -Domini_. - -Ma quando la grande poltrona, in fondo alla quale don Paolo quasi -spariva come un'ombra, fu deposta in terra presso al letto di Fausto, -e il vecchio levò sul nipote gli occhi ancora intelligenti umidi di -pianto, non si trovò più nessuno che avesse voglia di sorridere; la -stessa Amelia si fece seria. - -L'avvicinamento di quei due moribondi stringeva i cuori. - -Profondamente commosso, Fausto stese al povero vecchio una mano madida -di sudore. Ma le mani tremanti di don Paolo, brancicarono un istante, -prima di afferrare quella mano a lui tanto cara. - -Quando l'ebbe in suo possesso, restò un momento come estatico, poi la -strinse lievemente e mormorò, abbozzando un sorriso: - -— Ho ancora un poco di forza... - -Tutti compresero che egli non aveva perduta ogni illusione sul proprio -stato; e che questa continua preoccupazione di sè medesimo gl'impediva -di comprendere lo stato di Fausto. - -Così l'egoismo senile lo sosteneva, proteggendolo fino all'ultimo -istante. - -Seduta accanto al letto dall'altra parte, Argìa non osava alzare gli -occhi su tutta quella gente. - -La cerimonia dell'atto civile fu cominciata con le solite formalità. - -Ben presto, don Paolo, che da un momento all'altro non si ricordava -più di nulla, ricadde in una delle sue fissazioni, girando gli occhi -esterrefatti, borbottando tra sè: - -— ... Il complotto!... Ci siamo... La Luisa mi ha tirato in trappola... -Sono preso... - -E cercava di nascondersi, rannicchiandosi nella poltrona. - -Ma nell'istante in cui i due giovani pronunciarono il sacramentale -sì, egli si scosse; e quasi sognando — per un ricordo meccanico di -prete che aveva unite tante coppie di sposi — levò su di loro le mani -tremolanti, e li benedisse. - - - - -XV. - - -Il treno filava a tutto vapore e dietro a lui rimanevano i ghiacci -e le brine fantastiche, le nebbie ostinate e l'intenso freddo -dell'interminabile inverno. Come un tormentato incontro alla sua -liberazione, correva il treno incontro alla primavera su quel lembo di -terra bagnato dal mare. - -Oh! il dolce tepore... il forte profumo dell'aria marina!... - -In un _coupé_ di prima classe, Fausto ed Argìa guardavano il mare. Le -loro anime si libravano, i loro cuori traboccanti di amore rinascevano -a nuova vita. - -All'uscire da quella lunga _galleria_, là dove i lombardi che vanno -in Riviera nei mesi invernali, hanno la sensazione di un passaggio -portentosamente rapido dal nord al sud, Fausto aveva detto alla giovine -sposa, stringendosela sul cuore: - -— Così la nostra vita passa dalle tenebre alla luce: dal gelo al sole! - -Ella si era commossa, aveva pianto e sorriso: ma in fondo al cuore -le rimaneva un'ombra ostinata: un angolo buio che la faceva fremere e -rabbrividire. - -Erano soli e liberi, e andavano via, lontano dai luoghi dove tanto -avevano sofferto... Andavano, con la speranza di non ritornare per -lungo tempo. - -La salute di Fausto, riacquistata a fatica, dopo sì dure prove, -aveva bisogno di un clima più mite, di un'aria più vivificante, per -ristabilirsi completamente. Nessuno meglio di lui avrebbe giudicato -della durata di questo bisogno. - -Una villetta bianca li aspettava laggiù, presso Bordighera, un vero -nido d'amore. Potevano rimanervi degli anni. - -Don Paolo era morto pochi giorni dopo la cerimonia del loro matrimonio. -La morte pietosa, che egli aveva tanto temuta, lo coglieva nel sonno, -senza dolore, quasi senza transizione. - -Erano dunque ricchi i due sposi, ricchi, e indipendenti. - -Fausto non si curava di prendere il diploma universitario: avrebbe -continuato a studiare da sè per amore della scienza, non per esercitare -una professione di cui non aveva alcuna necessità. - -Ed egli ripeteva queste cose alla giovine, accarezzandole dolcemente -i capelli, accennandole di tratto in tratto un punto incantevole: una -cresta di monte dorata dal sole, un colle tutto verde, un pittoresco -villaggio. - -Ma ella non poteva staccarsi dalla contemplazione del mare che vedeva -per la prima volta. - -Tacquero lungamente, cullati dal treno, nel dolce tepore dei loro corpi -vicini. A un tratto Fausto si scosse. - -— Argìa!... - -— Fausto!... - -— Tu sei sempre triste... Non ti basta il mio amore?... - -— Oh! Fausto!... - -— E perchè pensi a lasciarlo? Cattiva!... - -— Oh! No!... - -— Non negare!... Io sento che tu mi vuoi fuggire. Tu pensi sempre al -nostro vecchio sogno di morte... Forse pensi ancora che era meglio -morire con me, che vivere con me? - -— Oh! Come potrei pensar questo, Fausto? - -E un dolce sorriso le illuminò il volto. Poscia riprese: - -— Ebbene, giacchè vuoi sapere, io penso che tu sei stato troppo -generoso... che hai fatto un sacrificio troppo grande... troppo!.... - -«Insomma, che in questa nostra unione, tu porti tutto per la comune -felicità... io, nulla!... Vale a dire... peggio ancora!...» - -Si coprì il viso con le mani, e con voce soffocata mormorò: - -— Se almeno tu non mi avessi sposata... se non portassi il tuo -nome.. se si avesse potuto vivere insieme liberamente.. o se tu fossi -povero!.. Sarei meno umiliata!... - -— Ah! piccola borghese! Piccola orgogliosa! Tu che ti davi l'aria di -essere una ribelle, ti riveli più borghese di me! Sì, sì! Poichè dai -tanta importanza a cose che io non considero affatto... od almeno non -portano nel mio giudizio alcuna differenza. È merito mio se son ricco? -È merito mio se l'uomo dà il nome?... Bella roba! Usi sociali, semplici -combinazioni delle cose esteriori, indipendenti da noi. Ah! ora non ho -più paura che tu mi preceda sulla via della ribellione, e che tu guardi -a me con disprezzo. Passato, quel tempo! Del resto io non ti ho sposata -— come tu forse pensi — soltanto per sottrarti alla collera di tuo -padre e perchè egli non ti strappasse dal mio capezzale, perchè credevo -di morire. No, Argìa. Da lungo tempo combattevano dentro di me l'amore -e l'intelligenza contro i pregiudizi e gl'istinti ereditari: da lungo -tempo sentivo che dovevo salvarti, te e il tuo bambino; e farti vivere -felice, e vivere con te, giacchè senza di te non sapevo vivere. - -«Mi mancava la forza di eseguire quello che pensavo e desideravo. - -«Ma nella, malattia, in quelle eterne ore di angoscia tra la vita e -la morte, una voce più chiara, più alta, parlò nell'anima mia. Negli -accessi della febbre, allorchè la mia mente era turbata da strane -visioni, mi pareva che la morte avesse preso forma accanto al mio -letto, e deridendomi mi dicesse: «Muori! Muori, decrepito vecchio! -Meriti di morire solo e di essere dimenticato! - -«Perciò, Argìa, quando tuo padre ti strappò dal mio capezzale in quella -notte terribile, e Vittorio mi disse ch'egli sapeva il tuo stato, fu -come se una gran luce fosse entrata nel mio cervello: dovevo sposarti -subito! - -«Sentii che sarei morto meno disperato, che quella orribile figura -non avrebbe potuto beffarmi coi suoi sarcasmi, nè dirmi che meritavo -di morire perchè ero un vecchio decrepito irreparabilmente legato -ai vecchi pregiudizi, ai vecchi egoismi!.. E non solo questo sentii; -una tenue speranza mi sollevò, mi diè forza: sarei forse guarito... -forse... avrei vissuto ancora, amato, felice!... - -«La febbre diminuì: le visioni sparirono; e quella speranza divenne -sempre più gagliarda e le mie forze si ristabilirono. - -«Sono guarito. Ebbene, Argìa, io che sono medico, ma che alla medicina -credo piuttosto poco, penso che, se quella buona risoluzione non avesse -dirò così preparata la crisi, lo svolgimento della malattia sarebbe -stato forse diverso e non sarei guarito. Capisci?» - -Incapace di rispondere, vinta da una tenerezza infinita, ella si -strinse a lui, guardandolo amorosamente. - -Restarono alcuni istanti così, silenziosi e stretti. - -Poco prima di scendere alla stazione di Bordighera, Fausto riprese: - -— Ricordati dunque, amor mio, non più sofismi, non più vani rimorsi, -mi offenderesti. Dobbiamo godere la felicità che ci è concessa, -rispettandola, venerandola, come cosa sacra: e dobbiamo fare quanto -sta in noi perchè duri. Quello che a noi sembrava magnanima fierezza: -«rifiutare la felicità perchè non poteva più essere quale l'avevamo -sognata, o per timore che ci mancasse poi, o che fosse traversata da -momenti penosi e da qualche umiliazione dell'orgoglio,» era follia, -stupidaggine! Non grandezza di spirito, ma calcolo balordo di piccoli -vigliacchi!... - -«Bisogna vivere, Argìa, vivere per amare ed essere felici, come meglio -si può, quanto più si può! - -«Questa è la filosofia che mi ha insegnato la Morte quando bazzicava -intorno al mio letto: lei che ha sciolto il nostro lugubre e puerile -romanzo di suicidio, rigettandoci, per bontà sua, nell'eterno e sempre -nuovo romanzo della vita e dell'amore!» - -Egli sorrideva in un modo speciale, finissimo e pieno di dolci -sottintesi. E il suo colorito caldo annunciava il completo ritorno -della salute; i suoi occhi raggianti, la piena fiducia in sè e nella -vita. - -Argìa pendeva dal suo labbro, gli occhi negli occhi di lui, affascinata -e come irradiata da quella potente giovinezza virile. - -Ancora pochi minuti e il treno entrò nella stazione, fischiando e -mugghiando. - -Il campanello elettrico cinguettava allegramente; impiegati e fattorini -aspettavano, fermi al loro posto, fissando il treno. - -— Guarda — disse Fausto, indicando alla sua compagna il magnifico -panorama della Riviera che si stendeva dinanzi a loro in tutta la sua -meravigliosa bellezza. — Guarda, questo è il paradiso!... Sarà per un -giorno... per un anno, per dieci... Ciò non dipende da noi e non val -la pena di pensarci. L'importante è che ci siamo e che questa gioia -immensa ce la siamo conquistata, e nessuno ce la ruba più!... - -Argìa chiuse gli occhi per frenare le lagrime che le gonfiavano le -palpebre, poi, con gesto rapido, quasi febbrile — mentre gli sportelli -si spalancavano ai _coupés_ vicini e le voci stentoree gridavano a -perdifiato: «Bordighera! Bordighera!» — gettò le braccia al collo al -suo salvatore, al suo sposo, e solennemente lo baciò sulla bocca. - - -FINE. - - Autunno 1888. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Il romanzo della morte, by Beatrice Speraz - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL ROMANZO DELLA MORTE *** - -***** This file should be named 63272-0.txt or 63272-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/3/2/7/63272/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Il romanzo della morte - -Author: Beatrice Speraz - -Release Date: September 23, 2020 [EBook #63272] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL ROMANZO DELLA MORTE *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -IL ROMANZO DELLA MORTE -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="x-large"> -BRUNO SPERANI -</p> - -<p class="pad2 main-t"> -<span class="x-small">IL</span><br /> -ROMANZO DELLA MORTE -</p> - -<p class="pad6"> -<span class="large g">MILANO</span><br /> -LIBRERIA EDITRICE GALLI<br /> -<span class="x-small">DI</span><br /> -<span class="large">C. CHIESA & F. GUINDANI</span><br /><br /> -<span class="small"><span class="smcap">Lipsia</span> e <span class="smcap">Vienna</span>. F. A. Brockhaus — <span class="smcap">Berlino</span>. A. Asher<br /> -<span class="smcap">Parigi</span>. Veuve Boyveau — <span class="smcap">Londra</span>. D. Nutt<br /> -<span class="smcap">Napoli</span>. Ernesto Anfossi</span><br /> -—<br /> -1890 -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> - -<p> -Milano — Tip. Enrico Trevisini, Via Broletto, 43. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span></p> - -<h2>I.</h2> -</div> - -<p> -Il pranzo volgeva al suo termine, in mezzo -alla gioia e alle conversazioni sempre più animate -e festose. I convitati, per la maggior -parte studenti dell'Università, futuri medici -e futuri avvocati, ma più medici che avvocati, -avevano naturalmente un buon umore -comunicativo, una giocondità espansiva. -</p> - -<p> -Il professor Pisani, un luminare della scienza, -soleva riunire così tutti gli anni gli amici -più intimi e i migliori suoi allievi alla fine -delle vacanze, sul morir dell'autunno, nella -sua villa, poco discosta dal Borgo di S. Patrizio -nei dintorni di Pavia. -</p> - -<p> -La festa non era mai riescita come quell'anno; -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -i giovani non erano mai stati così -amabili; egli stesso non si sentiva da molto -tempo la mente così libera da preoccupazioni, -il cuore tanto leggero. -</p> - -<p> -Alcuni suoi scolari lo interessavano particolarmente. -Un gruppo di giovani eccezionali! -Si eran fatti conoscere fin dal primo anno. -Peccato che ormai fosse l'ultimo! Presto se -ne sarebbero andati quei bravi giovani, andati -via per il mondo a portare la scienza -e la vita; mentre il povero professore rimaneva -inchiodato sulla sua croce. Essi eran come le -onde del mare che si rinnovano continuamente -e mutano sito, mentre lui era un rudero di -quel gran porto universitario. -</p> - -<p> -Fortunatamente egli non persisteva in questo -tono di vecchia elegia così poco d'accordo col -suo tipo di uomo allegro e positivo. -</p> - -<p> -E poi, non tutti se ne sarebbero andati!.... -</p> - -<p> -Uno ritornava intanto: Fausto Lamberti -ritornava. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -</p> - -<p> -In fondo tutti sapevano che la piccola festa -era tutta in onore di quel ritorno. Ma si taceva -discretamente. Il viso pallido e serio di -Argìa Pisani, la primogenita del professore, -non incoraggiava gli scherzi nè le allusioni. -Fausto pure sembrava preoccupato. E gli amici -intimi si domandavano sommessamente: — Che -cosa pensano? Cosa faranno?... L'amerà -essa ancora? Gli perdonerà il lungo abbandono? -</p> - -<p> -Se l'aspetto sereno del professore rispondeva -già trionfalmente a cotali dubbi, don Paolo Giudici -li mise tutti in tacere con una sola frase. -</p> - -<p> -— Mio nipote è ritornato e non ripartirà -più! — esclamò egli in un momento d'espansione, -mentre i suoi occhi languidi di vecchio -si fermavano con tenerezza su Fausto ed Argìa, -abbracciandoli in uno sguardo. -</p> - -<p> -I convitati sorrisero argutamente, e i due -giovani diventarono bersaglio di occhiate e -bisbigli. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -</p> - -<p> -Per fare un diversivo, Fausto pronunciò un -brindisi alla salute dell'esercito rappresentato -da Filippo Pisani che sfoggiava da pochi giorni -le sue spalline di ufficiale, con grande soddisfazione -del padre e sua propria. Fu un <i>hurrà</i>, -un grido di gioia. -</p> - -<p> -I brindisi così ben cominciati, sfilarono uno -dopo l'altro, in prosa ed in versi. -</p> - -<p> -Don Paolo si fece applaudire con una graziosissima -anacreontica, in lode di Argìa. -</p> - -<p> -Finiti i brindisi, il padron di casa invitò i -suoi ospiti a passare in un'altra sala, dove fu -servito il caffè. -</p> - -<p> -Era questa la sala dei ricevimenti, decorata -di un ampio verone per il quale si scendeva -nel mezzo della corte, e rappresentava quindi -l'entrata d'onore della villa. -</p> - -<p> -L'entrata comune era sul fianco destro e -non aveva scalini esterni. -</p> - -<p> -Sebbene fosse vicino il tramonto, una luce -sfolgorante entrava nella sala, dal verone aperto -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -e dalle due larghe finestre a terrazzino che lo -fiancheggiavano. Le tappezzerie rosse, i mobili -eleganti tutti in legno chiaro come il bel -pianoforte a coda che stava nel mezzo della -sala, sembravano prender parte alla gaiezza -dei convitati. -</p> - -<p> -Il pianoforte sembrava dire: Su allegri! -Anche questa sera vi farò ballare! E i giovani -lo guardavano con un sorriso. -</p> - -<p> -Ma finchè il sole splendeva, e il buon pranzo -e i vini profumati non erano digeriti, la campagna -chiamava fuori i giovani, nell'aria fresca -e gagliarda. -</p> - -<p> -Era una fine di ottobre tepente e smagliante. -</p> - -<p> -Amelia, la figliuola minore del Pisani, fu la -prima a svignarsela. Argìa con la cugina -Carmela Donati, una ragazza in sull'invecchiare, -nè brutta nè bella, nè sciocca, nè intelligente, -ma abbastanza buona per una ragazza -che invecchia, la seguirono subito, trascinandosi -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -dietro la Bice Chiari una grassona -inerte. -</p> - -<p> -Un momento dopo, come attirati da una -forza magnetica, tutti i giovani si trovarono -presso di loro. La corte, poco fa silenziosa, fu -piena di movimento, di voci gaie, di risate -giovanili. -</p> - -<p> -— Che bel giorno, Argìa! — mormorò -Fausto Lamberti accostandosi un momento -alla fanciulla. -</p> - -<p> -E l'accento con cui egli pronunciò questa -semplice frase voleva dir tante cose! -</p> - -<p> -Argìa non rispose; un leggero rossore colorò -la trasparente bianchezza del suo viso ideale. -</p> - -<p> -— Un bel giorno, sì! — esclamò un giovinotto -magro, piccolo, zoppicante dal piede -destro, che aveva sentito le parole di Fausto. -</p> - -<p> -— Un bel giorno! — replicò — Se non lo -guastasse la previsione dei brutti giorni, noiosi, -che ci preparano i professori! -</p> - -<p> -Lamberti si voltò ridendo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -</p> - -<p> -— Ah! Vittorio, sei sempre allo stesso -punto tu. -</p> - -<p> -— Sempre coerente! — sentenziò con burlesca -solennità il piccolo zoppo. — Odio la -scuola! Detesto l'avvocatura!.. E non muto -parere per volger d'anni e mutar d'eventi. Ho -un carattere fermo. -</p> - -<p> -Una scoppiettante risata accolse la fiera protesta. -Gli studenti di medicina batterono le -mani; due o tre futuri avvocati domandarono -la parola. -</p> - -<p> -— Bravo! Bene! -</p> - -<p> -— Silenzio! È negata la parola ai mercanti -della medesima! -</p> - -<p> -In mezzo al baccano due avvocatini incominciarono -una difesa burlesca dell'avvocatura. -</p> - -<p> -— Avresti dovuto fare come me! — diceva -Filippo Pisani, il brillante ufficialetto tanto -contento di se medesimo che si portava per -esempio. — Io non ho voluto saperne di studi -classici e nessuno ha potuto forzarmi, sebbene... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -</p> - -<p> -— Giuochiamo a mosca cieca!.... Giuochiamo -a mosca cieca! — gridò in mezzo al chiasso -una vocina fresca. -</p> - -<p> -E una figuretta svelta, che non era ancora -di donna e non più di bambina, si gettò nei -gruppi interrompendo dispute, troncando frasi, -persuadendo a tutti che bisognava giuocare, -per riscaldarsi, per divertirsi. -</p> - -<p> -— Quando Amelia vuole, non c'è verso di -contraddirla! -</p> - -<p> -Tutti cedettero. Il giuoco cominciò e Amelia -si lascio bendare gli occhi per dare il buon -esempio. -</p> - -<p> -— È sempre una bamboccia — sentenziò -l'ufficialetto discorrendo colla sorella maggiore. — Non -sei riescita a tirarla su seria come te! -</p> - -<p> -Uno strano sorriso passò sulle labbra coralline -e tumidette di Argìa, e le lunghe ciglia -dei suoi grandi occhi azzurri si chinarono per -velare il lampo corruscante delle pupille. -</p> - -<p> -— È stata sempre così seria la signorina? -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -domandò Fausto Lamberti a Filippo, guardando -la fanciulla con inesprimibile tenerezza. -</p> - -<p> -— Sempre! È stata la nostra provvidenza -fin dal giorno in cui abbiamo avuto la disgrazia -di perdere la mamma. Sebbene abbia un anno -meno di me, l'ho sempre considerata come il -vero capo della famiglia. E non solo io, ma -anche lui, il tuo professore... -</p> - -<p> -— Basta Filippo!... — supplicò la ragazza -posandogli una mano sulla bocca appena -ornata da due nascenti baffetti. -</p> - -<p> -— Acchiappata! Acchiappata!... Chi sei?... -Dà una voce! -</p> - -<p> -— Ah!... -</p> - -<p> -— Argìa! Argìa! Argìa!... -</p> - -<p> -E la birichina si strappò la benda per -affrettarsi a legarla sugli occhi della sorella. -</p> - -<p> -— Mi avevi vista! -</p> - -<p> -— Vero niente!... Aspetta che ti lego bene.... -Ecco fatto, dammi la mano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -</p> - -<p> -— Ora sei nel mezzo; aiutati come puoi. Non -ti disperare, faranno di tutto perchè tu li -acchiappi. Sono galanti... con te!... -</p> - -<p> -Tornò al suo posto saltando. Filippo l'afferrò -per un braccio. -</p> - -<p> -— Sei una pazza!... -</p> - -<p> -— E tu sei savio? -</p> - -<p> -Lanciata questa piccola sfida si divincolò e -sgusciò via come un serpentello. -</p> - -<p> -— Attenti! ricomincia il giuoco. -</p> - -<p> -E la catena si mise a girare, prima adagio, -poi galoppando. Bice Chiari, quella sorniona -come la chiamava l'Amelia, aveva l'aria di -abbandonarsi con voluttà a quella danza frenetica, -stretta fra due studenti che si serravano - ai suoi fianchi. -</p> - -<p> -— Allargate la catena!... Così! -</p> - -<p> -Argìa pareva sbalordita. Rimaneva quasi -immobile in mezzo al largo circolo, le mani -protese dinanzi a sè, il viso fosco. -</p> - -<p> -Era bella, di una bellezza seria e ideale. -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -La pienezza delle sue forme, che l'abito di -panno azzurro-mare copriva pudicamente senza -nascondere, pareva superiore ai suoi diciotto -anni. Ma la linea generale nulla aveva perduto -della primitiva purezza. Nei suoi movimenti -era ancora la casta severità e la indefinibile -rigidezza che formano il carattere fisico di -molte fanciulle. -</p> - -<p> -In mezzo a un profluvio di capelli neri, -ondati, sul viso bianco marmoreo, dai lineamenti -delicati, dal naso diritto, sottile, il fazzolettino -di seta rossa, che Amelia le aveva -allacciato sui dolci occhi azzurri, accresceva -il fascino della bella figura, come una nota -bizzarra di provocante civetteria. -</p> - -<p> -Amelia aveva ragione; più di uno di quei -giovani desiderava di essere preso. Un po' -per il piacere di liberare l'Argìa che non -aveva l'aria di divertirsi; più ancora per mettersi -sul viso quel fazzolettino impregnato -del calore e del profumo di lei. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -</p> - -<p> -Ma Amelia vegliava; e con lei vegliavano gli -occhi gelosi di Fausto Lamberti. -</p> - -<p> -Il giuoco andava in lungo: la catena girava -girava. -</p> - -<p> -I ragazzi dei contadini, aggruppati in un -angolo, se la godevano. -</p> - -<p> -Alcuni correvano qua e là per la corte, -mischiandosi arditamente ai signori. -</p> - -<p> -Era il tormento del Pisani quella banda di -monelli scalzi e scapigliati; ma non poteva -liberarsene. La casa di campagna rifabbricata -da lui e decorata col nome di villa, sorgeva -in mezzo a un immenso cortile erboso, una -specie di prato cinto da un muro assai alto -che formava un quadrato ad angoli retti. -Tre cancelli si aprivano nei tre lati del muro -davanti alla casa: uno metteva nello stradale -del Borgo; l'altro conduceva ai campi; il terzo -nell'orto, e di là a una vigna e a un frutteto. -</p> - -<p> -Dietro la casa, il cortile diventava rustico -e terminava con la vecchia cascina, rimasta -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -tale e quale, abitata dalle famiglie dei contadini -addetti al podere. -</p> - -<p> -Da tempo il Pisani pensava ad un'abitazione -più appartata per quella gente e ad un riordinamento -di tutta la corte; ma quando si -metteva a fare i conti, trovava che i danari -non gli bastavano, e doveva rassegnarsi a tirare -innanzi così. Talvolta egli si sfogava in -potenti sgridate, che distribuiva un po' alla -cieca; ma poi si rilassava com'era del suo -carattere. -</p> - -<p> -In quel dopo pranzo d'autunno, circondato -dai suoi figli e dai suoi scolari prediletti, egli -non pensava a queste malinconie. -</p> - -<p> -Pensava piuttosto che Argìa si sarebbe -consolata finalmente e il suo visino pallido -avrebbe riacquistato lo splendore di una volta. -</p> - -<p> -Egli era rimasto nella sala rossa, col suo -amico don Paolo, condannato dalla grama -salute ad una infinità di riguardi. -</p> - -<p> -Era ancora un bell'uomo il professor Pisani -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -chirurgo abilissimo, famoso conquistatore, e -s'apprestava risolutamente ad attaccare la -cinquantina, certo di domarla. -</p> - -<p> -Senza arricchirlo, la scienza gli dava una -discreta agiatezza ed ei se ne accontentava. -In generale era un uomo contento: sopratutto -contento di sè. -</p> - -<p> -La sua faccia prospera, dal sorriso leggermente -fatuo, dai grandi occhi salienti, lo diceva -senza misteri. -</p> - -<p> -Era nato in basso. Suo padre, semplice -caposquadra nelle guardie di finanza ai tempi -dell'Austria, aveva avuto l'ambizione di farlo -studiare; ed egli aveva risposto magnificamente -a quell'ambizione. Nel cinquantanove -appena dottore, si era messo a curare i feriti; -e il sessantasei, lo trovava alla direzione di -un ospedale militare. -</p> - -<p> -Nel frattempo aveva sposata una signorina -pavese, di buona famiglia, che gli morì -presto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -</p> - -<p> -Gli avversari del professore pretendevano -ch'egli l'avesse fatta morire a forza di rimproveri -e di spaventi. -</p> - -<p> -Lui invece era convinto di averla adorata; -e, siccome rimaneva vedovo, si vantava fedele -oltre la tomba. -</p> - -<p> -Don Paolo Giudici, abate e letterato, ricchissimo, -settantenne e gaudente, somigliava -in fondo dell'anima all'amico suo, sebbene all'esterno -sembrasse l'opposto. Piccolino ed esile, -mentre l'altro era alto e robusto, Don Paolo -conservava, insieme alla giovanilità dell'animo -una grande dolcezza di modi e una placidità -inalterabile. Era stato un bel prete, un prete -galante, e ci teneva ad esserlo, od almeno a -sembrarlo ancora. -</p> - -<p> -Nessun elegante sapeva portare l'abito di -società con maggior distinzione di quella con -cui don Paolo portava la veste talare. -</p> - -<p> -La fisonomia espressiva, gli occhietti vivi, -le folte sopracciglia nere e la chioma bianca -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -abbondante; lunga e ricciuta, gli davano una -impronta pittoresca, un non so che di romantico. -E romantico ei si vantava per gusti -letterari e per sentimenti. -</p> - -<p> -Osservandolo meglio però, ci si accorgeva -facilmente che l'intonaco romantico aveva -poca consistenza, e lo spirito del settecento -con la sua filosofia apparentemente superficiale -e il giocondo egoismo, sgusciava fuori audacemente. -Qualche volta traspariva anche il -prete, come una di quelle macchie di vecchio -unto indelebili su certe stoffe, ma visibili soltanto -in un dato punto di luce. -</p> - -<p> -— Siamo stati fortunati! La vostra festicciuola -mi è parsa più geniale che mai! Tutto -è con noi, la terra ed il cielo!... -</p> - -<p> -Si interruppe sorridendo, e fiutò una presa -di tabacco. Poi dandosi una leggera fregatina -di mani soggiunse, come parlando a sè -stesso: -</p> - -<p> -— Il cielo e l'amore!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -</p> - -<p> -— Ah! Don Paolo, avete ragione di gloriarvene; -lo si deve a voi!... -</p> - -<p> -— A me?... Ah! Ah! Bella cosa essere -sacerdote d'amore a settantadue anni!... Poichè -oramai sono settantadue sapete?... -</p> - -<p> -— Sì... Ma come li portate, don Paolo! -</p> - -<p> -Felice di questo complimento poco sincero -che l'autorità dell'uomo di scienza rendeva -prezioso, l'abate arrovesciò la testa sulla poltrona -e sfregando i suoi riccioli bianchi sulla -morbidezza della felpa, continuò a sorridere -beatamente, mentre i suoi sguardi si fermavano -sui giovani nella corte. -</p> - -<p> -— Come sono belli i nostri due colombi! -La vostra Argìa pare una dea.... Ma, posso -dirlo senza iattanza, mio nipote è degno di -lei. Guardate: non ha punto l'aria di un giovine -borghese di questa fine di secolo! -</p> - -<p> -— In verità, don Paolo, mi avete reso un -padre felice con la vostra domanda venuta -così a proposito. Senza di voi non si concludeva -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -niente con quelli di Mantova. Argìa si -credeva abbandonata... Ha sofferto molto, povera -figliola!... Io la incoraggiavo a distrarsi, -a dimenticare; ma inutilmente!... Tre partiti -mi ha rifiutati, sapete? -</p> - -<p> -L'abate sorrise. -</p> - -<p> -— Ha fatto benissimo, dal momento che -amava Fausto... -</p> - -<p> -— Certo, certo! Ma poi, se Fausto sposava -la contessina, eravamo serviti!... Tutto a voi -dobbiamo, tutto al vostro intervento, ripeto. -</p> - -<p> -— ... E l'amore di Fausto?... E la bellezza -di Argìa?... Dove li lasciate, questi grandi fattori?... -Guardate se non è divina col fazzolettino -rosso che quella birichina di Amelia le -ha legato su gli occhi!... Del resto, sapete la -mia massima: non si deve mai disperare dei -giovani, nè dell'amore! -</p> - -<p> -— In realtà io ho sempre avuto fede nella -mia stella. -</p> - -<p> -— Lo credo! Siete sempre stato fortunato. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -</p> - -<p> -— Sempre?... Sempre, è troppo! Ho avuto -anch'io le mie delusioni. Tuttavia posso dire -che la vita è stata una buona madre per me. -Mi ha colpito di rado e mi ha colpito con -dolcezza. Perfino il più grande, il solo vero -dispiacere della mia vita, la morte di mia -moglie, mi è capitato in un momento in cui -l'ho sentito meno. Ero a letto con un famoso -tifo che per poco non mi ha portato via anche -me. Non capii nulla. Non m'avvidi di -nulla. -</p> - -<p> -«Poi, quando cominciai a risvegliarmi, le mie -forze si trovarono accaparrate da quella profonda -sensazione di gaudio fisico che si prova -nella convalescenza di certe malattie. Non -potevo intender la morte nel momento in cui -mi sentivo rinascere alla vita. E allorchè finalmente -compresi tutta la grandezza della mia -disgrazia, il colpo era passato, lontano... -</p> - -<p> -Tacque di botto, e restò interdetto nella -confusione di aver toccato quell'argomento. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -</p> - -<p> -Don Paolo si era rannicchiato in fondo all'ampia -poltrona. Il suo viso scarno appariva -sconvolto e le piccole pupille agonizzavano in -fondo alle occhiaie affossate. -</p> - -<p> -— Ah! morire! — mormorò con un rantolo — Morire... -È orribile! -</p> - -<p> -Il medico trasalì. Che bestia! Avere dimenticato -che Don Paolo non poteva sostenere -l'immagine della morte, e tenergli un discorso -simile nell'ora della digestione! -</p> - -<p> -Si morse le labbra, cercando invano un'idea, -una parola per distrarre il suo ospite. -</p> - -<p> -Le gaie risate dei giovani lo trassero d'impiccio. -</p> - -<p> -— Benedetta gioventù! — mormorò il prete, -riavendosi. — Cari spensierati! Quando avrò -quei due colombi innamorati sempre vicini, il -brutto incubo non mi tormenterà più!... -</p> - -<p> -Sorrise, e un rossore gli passò tra carne, e -pelle, come un ultimo guizzo di fiamma morente; -ma il sorriso finì in una smorfia e al -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -fuggittivo colorimento subentrò una mortale -pallidezza. I lineamenti affilati si stirarono; le -pupille vitree scomparvero nelle orbite; tutto -il corpicciolo si ripiegò sul fianco destro, e la -gola arsa emise un suono rauco. -</p> - -<p> -— Maledizione! — balbettò il professore -battendosi la fronte. -</p> - -<p> -Da lungo tempo egli prevedeva quell'attacco; -e in un momento d'irriflessione l'aveva forse -provocato. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span></p> - -<h2>II.</h2> -</div> - -<p> -Nella sala deserta le ombre del crepuscolo -si addensavano. Gl'invitati erano partiti «per -non disturbare» contenti in fondo all'anima -di avere un pretesto per allontanarsi dalla -casa divenuta improvvisamente tetra, opprimente. -</p> - -<p> -Don Paolo non era morto: gli sforzi del -Pisani erano riesciti, dopo alcune ore di lotta; -l'immediato pericolo si poteva dire scongiurato. -Ora l'infermo dormiva e il professore -vegliava al suo capezzale, insieme a Vittorio -Giudici il piccolo zoppo. -</p> - -<p> -Quel sonno poteva essere una salvezza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -</p> - -<p> -Fausto si allontanò sapendo che la sua -presenza non era assolutamente necessaria. -Un'altra inquietudine lo dilaniava: un'ansia -più acuta lo chiamava fuori. -</p> - -<p> -Che faceva Argìa? Che cosa pensava?... Non -una parola avevano potuto scambiare da solo -a sola, non una parola, dopo quello che era -avvenuto!... -</p> - -<p> -Il professore e Vittorio, che indovinavano -la febbre ond'egli era arso, lo incoraggiarono -ad uscire un poco. Andasse a respirare una -boccata d'aria, ne aveva bisogno. -</p> - -<p> -Cautamente egli frugò la casa. Dall'uscio -socchiuso di un salottino sentì la voce di -Amelia che discorreva con Bice Chiari, e passò -via smorzando il rumore dei passi per non -essere costretto a fermarsi. -</p> - -<p> -La Carmela dormiva su un canapè. -</p> - -<p> -Di Argìa neppur l'ombra. -</p> - -<p> -In casa, non era. Bisognava cercarla fuori. -Dove? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -</p> - -<p> -Uscì, risoluto a cercarla da per tutto. -</p> - -<p> -Il sole, giunto all'estrema linea dell'orizzonte, -illuminava tutto il cielo di una luce -vivida, rossastra. La corte chiusa dall'alto -muro era tutta in ombra, eccetto le cime dei -due grandi alberi che da molti anni sorgevano -nei due angoli estremi a Sud-Est e a Sud-Ovest -eccetto il tetto della casa e i vetri di alcune -finestre che scintillavano come tanti braceri. -Già l'aria era fredda e impregnata del vapore -vespertino; e l'erba, molle di rugiada. -</p> - -<p> -Un brivido corse per l'ossa del giovine. -</p> - -<p> -Argìa! Argìa! -</p> - -<p> -Dove s'era nascosta? -</p> - -<p> -Se non l'avesse amato più?.. Se non avesse voluto -più saperne di lui?... Chi sa quante cose le -avevano dette! Chi sa di quali vigliaccherie lo -avevano accusato!... Ma perchè era egli stato -tanto crudele con sè e con lei?... Perchè l'aveva -lasciata così, senza una parola di conforto?... -Sei mesi... sei lunghi mesi!.. e amandola tanto!.. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -</p> - -<p> -Era stato uno scrupolo, un eccesso di lealtà. -Finchè non era sicuro di poterla sposare, non -aveva voluto legarla: non dare una promessa, -prima di sapere se l'avrebbe realmente mantenuta. -</p> - -<p> -E intanto forse ne aveva perduto l'amore! -</p> - -<p> -Forse l'aveva offesa irreparabilmente!... -Certo, fatta soffrire, ferita nel fondo del -cuore... Oh! Dio! Dio!... Se ella non avesse -voluto perdonargli?!... Era stata così seria, -tutto quel giorno, così malinconica... Non una -parola affettuosa gli aveva concesso, non un -sorriso incoraggiante, nulla!... -</p> - -<p> -Ed ora lo fuggiva... si nascondeva forse, -prevedendo ch'ei la cercava, volendo sottrarsi -alle spiegazioni. -</p> - -<p> -Ma egli non si rassegnava davvero ad una -condanna così recisa, senza difendersi, senza -giustificarsi. Ah! no! per Iddio!... In qualunque -luogo ella si fosse cacciata, l'avrebbe trovata, -costretta ad ascoltarlo... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -</p> - -<p> -Fausto amava Argìa con tutto l'impeto dell'anima, -come si ama nell'ardore della prima -giovinezza, allorchè, per singolare ventura, ci -si è imbattuti in una creatura che risponde -ai nostri più intimi desideri. -</p> - -<p> -Amico di Filippo Pisani egli conosceva -Argìa da un pezzo. Ma l'amore non era nato -in lui a poco a poco, come una cristallizzazione. -Fino a due anni addietro, credeva di -non amarla affatto: gli pareva troppo conscia -di sè, troppo altera. -</p> - -<p> -L'amore l'aveva colpito tutto in una volta, -una sera di carnevale, durante un ballo, vedendo -Argìa passare da un braccio all'altro, -e ballare e ballare, senza mai stancarsi, con -evidente entusiasmo. -</p> - -<p> -Egli aveva sentito come un morso al cuore, -e la passione era scoppiata in tutto il suo -essere simile ad un incendio che un soffio di -vento scatena improvvisamente. -</p> - -<p> -Gli sguardi della fanciulla autorizzarono le -sue assiduità con una muta simpatia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -</p> - -<p> -Malgrado ciò egli non si spiegò subito. -</p> - -<p> -Carattere guardingo, delicato, non poteva -risolversi a contrarre un impegno difficile a -mantenere. Sapeva che sua madre aveva altre -mire per lui, e prima di mettersi nella lotta -voleva misurare le proprie forze. D'altra parte -quell'affetto occulto, quella tenera inconsapevolezza, -quella specie di sospensione sul limitare -della vita, piacevano immensamente al -suo cuore mistico e sentimentale. -</p> - -<p> -Intanto sua madre l'aveva penetrato; e per -allontanarlo da quello ch'essa chiamava il -pericolo, gli aveva fatto interrompere gli -studi, trattenendolo presso di sè a Mantova -col pretesto che era ammalata e che aveva -bisogno di lui per guarire. -</p> - -<p> -Apparentemente, il giovine aveva ceduto. -In fondo in fondo, egli avrebbe voluto cedere -completamente e obbedire a quella madre adorata. -Ma l'amore combattuto si era fatto più -forte, ed avea vinto tutto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -</p> - -<p> -Dopo cinque mesi di angoscie e di combattimenti, -Fausto aveva scritto a don Paolo -pregandolo di recarsi a Mantova e di aiutarlo -a convincere i suoi genitori ch'egli non poteva -vivere senza l'amore di Argìa Pisani. -</p> - -<p> -E don Paolo, sempre poeta, sempre innamorato -idealmente delle belle fanciulle, era -accorso all'appello del pronipote, e aveva appianato -col suo intervento tutti gli ostacoli. -La voce di don Paolo era indiscutibile in -casa Lamberti; e ciò per molte ragioni, ma, -specialmente perchè don Paolo era milionario -e da parecchi anni aveva dimostrato di prediligere -Fausto, il pronipote: e dichiarato pure -che Fausto sarebbe stato il suo principale -erede. La stessa donna Evangelina, femmina -altera e tenace, la quale aveva pure un certo -ascendente sul fratello di sua madre, non osava -contraddirlo. Epperò, allorchè don Paolo diceva: -«Questo si deve fare» nessuno fiatava. -Disgustarlo sarebbe stato imprudente; poichè, -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -il signor Carlo Giudici, fratello minore del -prete, carico di figli, spiava l'occasione propizia -per tirare l'eredità in casa propria, sebbene -fosse già ricco. -</p> - -<p> -— Io ho sette figli — soleva dire il banchiere -Carlo al canonico — sette figli che sono tuoi nipoti -nel modo più diretto e che portano il tuo -casato; possibile che tu non voglia considerarli -almeno quanto Fausto che è tuo pronipote, -e ancora, da parte di donne!... -</p> - -<p> -Ma un giorno don Paolo perdette la pazienza. -</p> - -<p> -— Da parte di donne!... Da parte di donne!... -borbottò seccato — Chi sa cosa tu ti credi di -dire!... Devi sapere che da parte di donna è -la parentela migliore; certamente la più sicura! -</p> - -<p> -Vittorio Giudici era uno dei sette figli del -signor Carlo; ma lui non pensava ai denari -come non vi pensava Fausto. Molte volte -questa grande questione dell'eredità li aveva -fatti ridere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -</p> - -<p> -Vi pensava invece il professor Pisani. Fausto -intuiva che egli non gli avrebbe accordato la -mano di Argìa, se non avesse conosciute le -intenzioni dell'abate. -</p> - -<p> -Ma questo che gl'importava? -</p> - -<p> -Si sa, i padri guardano al sodo. -</p> - -<p> -Quanto alla fanciulla, non c'era dubbio. -</p> - -<p> -Egli la conosceva profondamente; non era -capace di mercanteggiare il suo amore, di -sottomettere i suoi sentimenti al vile interesse. -Essa l'avrebbe amato ugualmente se fosse -stato povero; e se acconsentiva a sposarlo... -Ma acconsentiva ella veramente, dopo quell'abbandono, -dopo quei sei mesi di apparente -obblio?... Sarebbe egli riescito a convincerla -della verità?... -</p> - -<p> -Questo il solo dubbio ch'egli potesse avere -su lei; ma un dubbio crudele che lo pungeva -come un terribile aculeo confitto nelle sue carni. -</p> - -<p> -Il Pisani e don Paolo ignoravano affatto -queste ansie del giovine. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -</p> - -<p> -Il Pisani, perchè conosceva troppo bene -l'amore della sua figliola; don Paolo, perchè -non poteva nemmeno supporre che una ragazza -serbasse rancore a un giovine come Fausto. -D'altra parte, pauroso che altri parlasse alla -fanciulla, prima di lui, di quella cosa sacra -che era l'amor suo, rischiando fors'anco di -offenderla con malaccorte parole, Fausto aveva -pregato l'abate di serbargli il segreto per alcuni -giorni. -</p> - -<p> -— Argìa sa tutto — egli aveva detto — e mi -ama e mi accetta, ma desidera che non se -ne parli ancora; aspetta la lettera di mamma... -</p> - -<p> -Sorrideva ora amaramente di questa piccola -astuzia. Un bell'aiuto, se Argìa lo rifiutava! -</p> - -<p> -Giunto presso al cancello di fronte allo -stradone, sostò perplesso. -</p> - -<p> -Doveva cercarla per di là?... -</p> - -<p> -Lo stradone era deserto. In fondo, tra le -due file di gelsi e salici che parevano unirsi -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -stava ancora il sole come un gran disco d'oro -su un cielo di madreperla. -</p> - -<p> -Scorato, incerto, Fausto si allontanò dal -cancello; tornò a girare per la corte. -</p> - -<p> -— Dove sei? Dove sei?... Perchè mi fuggi?... -</p> - -<p> -E stringeva i pugni con nervosa inquietudine. -</p> - -<p> -Tutto a un tratto egli ebbe un soprassalto. -Dalla cancellata dell'orto aveva intravveduta -Argìa. -</p> - -<p> -Ella era là in fondo, sotto al pergolato. -Gli voltava le spalle; ma l'abbandono e la -pesantezza con cui s'appoggiava alla tavola di -marmo mostravano un grande abbattimento. -Pareva che piangesse. Doveva sentirsi male. -Chi sa!... -</p> - -<p> -Entrò con rapido passo. -</p> - -<p> -Improvvisamente ristette. -</p> - -<p> -Piangeva davvero, Argìa! -</p> - -<p> -Pareva disperata. Oh! perchè mai piangeva -a quel modo la sua fanciulla?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -</p> - -<p> -Egli tremava da capo a piedi; una nube -gli oscurava la vista. -</p> - -<p> -La stradicciuola scendeva davanti a lui -per lieve declivio, coperta da una pergola -lunga, una specie di tunnel fronzuto che l'autunno -tingeva dei suoi sfarzosi colori di porpora -e d'oro. -</p> - -<p> -In fondo, il pergolato si allargava in un -chiosco, e le viti s'intrecciavano a rosai bianchi, -rossi e gialli, di quelli che durano a fiorire -tutto l'autunno. L'esile timo, la maggiorana -e le arboscello del ramerino spandevano intorno -i dolci aromi. In mezzo al chiosco era -una tavola e alcune panche di pietra. -</p> - -<p> -Là sedeva Argìa, il bel corpo abbandonato; -soprafatta da una crisi di pianto. -</p> - -<p> -Fausto la guardava e il cuore gli batteva -a colpi disordinati, e le gambe, fatte pesanti, -gli davano la sensazione d'irradicarsi nel terreno. -Ma un leggero movimento della fanciulla -lo fece riscuotere; ed egli tornò a muovere -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -verso di lei cedendo ad un nuovo impulso. -Non facevano alcun rumore i suoi passi -sull'erba molle; eppure Argìa si voltò. Era -pallidissima e aveva gli occhi pieni di lagrime. -</p> - -<p> -Egli balbettò: -</p> - -<p> -— Le dò noia?... -</p> - -<p> -— No... no... Le pare?... -</p> - -<p> -E arrossì e tacque. -</p> - -<p> -— Si è sentita male?... -</p> - -<p> -— No... Ero stanca..., triste... -</p> - -<p> -«Il povero don Paolo mi ha fatto tanto -senso!... -</p> - -<p> -Chinò gli occhi imbarazzata; e il pallore del -suo volto si tinse ancora una volta di un -fuggevole carnato. -</p> - -<p> -— L'ha visto?... -</p> - -<p> -— Sì; ma poi non ho avuto coraggio di salire; -mi son mancate le forze. Come sta adesso? -</p> - -<p> -— Meglio assai. Il professore ha fatto miracoli. -E lei dunque come sta?... Le sue mani -bruciano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -</p> - -<p> -Argìa ebbe un gesto di sbigottimento e ritirò -vivamente le mani, che il giovine le -aveva prese e teneva strette fra le sue con -tenerezza. -</p> - -<p> -Fausto non fiatò, sebbene quell'atto lo -pungesse. -</p> - -<p> -Restarono tutti e due imbarazzati e tristi, -senza parole. -</p> - -<p> -Dopo tanto amore, dopo tanti sogni, un -tale incontro era stranamente freddo e penoso. -</p> - -<p> -Ma Fausto aveva un pensiero fisso: qualunque -cosa ella dicesse o facesse, non voleva -addontarsene: non rischiare di perdere, per -un vano puntiglio, quella preziosa occasione -di spiegarsi con lei. -</p> - -<p> -— ... Argìa! -</p> - -<p> -La fanciulla trasalì e alzò su lui i grandi -occhi pieni di sorpresa e di malinconia. -</p> - -<p> -— Non m'intende?... Non sa cosa io voglio -dirle?... Oh! Argìa!... Lasciami smettere questo -<i>lei</i> odioso; lascia che io ti parli come ne' -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -miei sogni. Che io ti amavo da lungo tempo, -tu lo sapevi: i miei occhi te l'avevano detto... -Così io sapevo di non esserti indifferente. Vero, -Argìa?... -</p> - -<p> -«Capisco, capisco... non irritarti!... Sei mesi -sono trascorsi... sei mesi di apparente oblio... -e tu hai creduto che io ti avessi dimenticata... -che amassi un'altra... Ebbene, senti... -io posso avere avuto torto, ma non ho -amato che te!... Ed ora sono qui per sempre -e mio zio ha chiesto la tua mano al babbo; -i miei acconsentono... Non ti basta?... No?... -Ah! lo sapevi?... Sapevi... ed eri qui a piangere?! -Oh! Argìa! Argìa! Come sei cattiva! -Mi strazi il cuore... -</p> - -<p> -Egli si era seduto vicino a lei, sulla stessa -panca; le aveva ripresa una mano che portava -alle labbra con passione. Ma Argìa non sentiva. -</p> - -<p> -La testa bassa, le guancie irrigate di grosse -lagrime, ella rimaneva immobile, come irrigidita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -</p> - -<p> -— Piangi sempre?! Non mi darai dunque -altra risposta che le lagrime?... Ma perchè, -perchè piangi così?... Dillo! -</p> - -<p> -Un singhiozzo gli rispose. -</p> - -<p> -Ah! era proprio vero, Argìa non l'amava -più. Quel cuore amareggiato dal dubbio non -rispondeva più al suo. -</p> - -<p> -Egli si era ingannato giudicandola una di -quelle creature privilegiate, dalla fede incrollabile, -che vivono e muoiono sotto l'impero -della prima forte impressione: veri angeli -d'amore, incapaci di analizzare e di discutere -un sentimento; anime tetragone alle insinuazioni -della maldicenza, perchè incapaci di -ammettere il male nella persona che amano. -</p> - -<p> -L'illusione cadeva. Argìa non era di quella -tempra adamantina e purissima. Argìa aveva -accolto, nutrito il dubbio. -</p> - -<p> -Questo pensiero, sorto improvvisamente nell'anima -del giovine, lo immergeva in profonda -tristezza; ma non poteva distruggere di un -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -colpo l'immenso amor suo. Altre considerazioni -sorgevano spontaneamente a difenderlo -quell'amore. -</p> - -<p> -Argìa soffriva; e chi sa quanto aveva sofferto -e pianto!... -</p> - -<p> -E quelle angosce, quelle lagrime erano segni -evidenti di amore. -</p> - -<p> -Meno ideale, meno ammirabile, essa gli appariva -più umana e affascinante, e più vera. -</p> - -<p> -E che dolcezza poterla consolare quella -bella creatura che singhiozzava vicino a lui!... -Che gioia immensa poter asciugare quello -lagrime a forza di baci!... E ci sarebbe arrivato... -l'avrebbe convinta: ne era sicuro. -</p> - -<p> -Cominciò a parlarle dolcemente, diffusamente, -del tempo passato, delle loro memorie -giovanili, delle ingenue e preziose prove di -simpatia ch'ella gli aveva dato in mille occasioni. -Egli non aveva dimenticato nulla: -le più tenui manifestazioni gli erano rimaste -impresse incancellabilmente. Certe frasi, certe -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -inflessioni di voce.... certi sorrisi... tutto.... -tutto, egli rammentava. Non avrebbe mai -dubitato di lei, del suo cuore, qualunque cosa -gli avessero detto... Lei invece... -</p> - -<p> -La fanciulla balzò in piedi, tutta tremante, -nervosa. -</p> - -<p> -— Non vede che non ne posso più?... Non -capisce che soffoco? Moviamoci... Andiamo -via!... Ho bisogno d'aria libera. -</p> - -<p> -Fausto obbedì. Pensò che si trovava davanti -a una crisi di nervi e che bisognava lasciarla -passare. -</p> - -<p> -— Dove vuoi andare?... -</p> - -<p> -— Laggiù... dove c'è un po' di luce. Quest'ombra -è opprimente. -</p> - -<p> -Andò diritta al frutteto, camminando a passi -concitati lungo i filari dei mandorli e dei -peschi. -</p> - -<p> -L'anima sua sosteneva un fiero conflitto, -tale conflitto terribile, che Fausto neppure immaginava. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -</p> - -<p> -Egli la seguiva tristamente, ma non senza -speranza. La crisi sarebbe passata presto, e -nel susseguente periodo di calma, egli avrebbe -parlato ancora chiamando in suo aiuto nuovi -argomenti più efficaci... -</p> - -<p> -Non era possibile ch'essa non l'amasse, -dacchè soffriva a quel modo. E poichè l'amava, -doveva pure ascoltarlo un momento o -l'altro. -</p> - -<p> -Il sole era scomparso, ma larghe striscie -rosse, gialle, rosate e violacee, tingevano qua -e là il pallido azzurro del cielo. Le cime della -rovere e del faggio che decoravano il cortile -della villa ed erano i due più alti alberi dei -dintorni, serbavano ancora un'aureola rosata. -</p> - -<p> -Argìa si fermò improvvisamente appoggiandosi -con le spalle al tronco di un pesco. -</p> - -<p> -Guardava dinanzi a sè nel vuoto; ma quelle -due corone luminose attirarono le sue pupille. -</p> - -<p> -Rabbrividì e si contorse tutta. -</p> - -<p> -— Maledetti alberi!.... Maledetta casa!.... -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -Vorrei abbattere ogni cosa... bruciare... distruggere!... -</p> - -<p> -Si arrestò spaventata. Che cosa aveva detto?... -</p> - -<p> -Tenero come una madre, il giovine si chinò -su lei accarezzandola. -</p> - -<p> -— Argìa! Argìa! povera piccina, sei ammalata, -sei stanca; i tuoi poveri nervi accasciati -protestano contro la ferocia della tua volontà. -Dimentica i tuoi dolori, Argìa, dimentica i -brutti giorni! Io sono qui, ti amo, sono tutto -tuo... sposo..., amico..., fratello... quale tu mi -vorrai!... Appoggiati su me; confidati all'amor -mio! -</p> - -<p> -Lentamente Argìa si staccò dall'albero e -fissò i suoi occhi dolci in quelli del giovine. -</p> - -<p> -Così soleva guardarlo una volta, quando lo -amava. Quanto amore in quel lungo sguardo -e che tenerezza! -</p> - -<p> -Lo amava dunque ancora, poichè lo guardava -a quel modo?... -</p> - -<p> -Sommessamente egli la chiamò: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -</p> - -<p> -— Argìa!... Argìa! Angelo mio, mi ami ancora? -Di' che mi ami ancora!... -</p> - -<p> -Protese le braccia per stringerla, assetato -di un abbraccio. -</p> - -<p> -Ma la fanciulla lo respinse quasi con orrore. -</p> - -<p> -— No, Fausto, no! Perderei la forza di -respingerti se tu mi abbracciassi. E io ti devo -respingere... -</p> - -<p> -Si arrestò e tornò a concentrarsi. -</p> - -<p> -Il giovine indietreggiò e ammutolì, stupito -e dolente. -</p> - -<p> -— Devi respingermi?... Non capisco, Argìa! -Devi respingermi nel momento in cui io ti -dico che ho chiesto la tua mano, che siamo -fidanzati?... Sei pazza! -</p> - -<p> -Le parole uscivano strozzate dalle labbra -tremanti: una sorda irritazione lo vinceva. -</p> - -<p> -Argìa si scosse e alzò ancora una volta gli -occhi su lui, con una espressione di dolore -intenso. Poi, con visibile sforzo, cercò di spiegarsi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -</p> - -<p> -Era appunto perchè l'aveva chiesta che -essa doveva respingerlo. Non potevano sposarsi, -impossibile. Non la interrogasse. Soffriva -più di lui... Non avrebbe parlato... Andasse -via... via! Era inutile. -</p> - -<p> -— Di' che non mi ami! Di' che ami un -altro! — gridò Fausto esasperato. -</p> - -<p> -— Non ti amo! Non ti amo!... -</p> - -<p> -Ma la disperazione con cui essa pronunciava -queste parole ne alterava il senso. -</p> - -<p> -Fausto scattò. -</p> - -<p> -Perchè piangeva se non l'amava? Che ragione -aveva di disperarsi? Bugiarda!... Civetta! -Perchè non l'aveva detto fin da principio? -Perchè aveva fatto la commedia?... Vizio -di femmine vane: fingere sempre! Giuocare -all'eroina che si sacrifica... inventare dei misteri... -tutto per mantenere l'amore ispirato, -pure non sapendo che farsene. -</p> - -<p> -— Ma io non mi appagherò di queste ciarle! — riprese -egli con alterezza, dopo un istante -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -di silenzio. — Io voglio sapere tutto: sapere -che cosa hai fatto che non puoi accettare la -mano di un galantuomo!... Che cosa hai fatto: -capisci?... -</p> - -<p> -Si arrestò come spaventato dalle proprie -parole. Aveva sentito una morsa di ferro serrargli -la gola. Tacque e fece alcuni passi per il -frutteto, in preda al parossismo. -</p> - -<p> -Era la sua Argìa... la sua sposa, colei ch'egli -apostrofava così duramente!... -</p> - -<p> -Argìa si copriva la faccia in silenzio. Le -pareva di morire. -</p> - -<p> -Guardandola Fausto si calmò e riaccolse la -speranza a cui il suo cuore fermo e tenace -non sapeva rinunciare. Già si vergognava di -aver ceduto a quell'impeto. Tornò accanto a -lei che gemeva: tornò a parlarle con dolcezza. -</p> - -<p> -L'aveva offesa: le domandava perdono. -</p> - -<p> -L'impeto disperato di quel dolore così nuovo -l'aveva trascinato. Del resto riconosceva il -proprio torto: lei non aveva alcun dovere -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -verso di lui: era liberissima di amare un altro. -Ma, se non amava un altro, se era vero che -amava lui come negli anni passati... prima -ch'egli si fermasse a Mantova quei maledetti -mesi: se era vero quello che aveva detto, -che lei pure soffriva... e questo si vedeva, -povera Argìa!... se le cose stavano a quel -modo, ella non poteva pretendere ch'egli si -rassegnasse a perderla così, senza un perchè -formidabile... forse per una ubbia!... -</p> - -<p> -— No?... non è un'ubbia? Allora una sventura -immensa... una cosa terribile?... Tu taci! -Non neghi?... Oh! Argìa! Se tu sapessi quali -sospetti, quali smanie desti nel mio povero -cuore!... -</p> - -<p> -La fanciulla ebbe un gesto desolato. -</p> - -<p> -Un brivido corse le vene del giovine. -</p> - -<p> -Eppure, non voleva arrendersi. Voleva combattere -per la propria felicità: conquistarsela -col sangue del cuore. E la speranza, sostenuta -dall'energia dell'amore lo riconduceva -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -al primo pensiero: che Argìa non potesse -credergli, che il dubbio le avesse spezzato il -cuore. -</p> - -<p> -— Senti Argìa, io ti comprendo! È per -me che non vuoi... Sei nell'equivoco doloroso -che i parenti miei e la gente pettegola -hanno fatto sorgere fra noi. Tu credi ch'io -abbia un impegno a Mantova con la contessina -d'Arco... o almeno, pensi che l'abbia -avuto e che io non mi sia sciolto completamente -e temi, e non vuoi metterti in un conflitto -umiliante e penoso. Se così fosse avresti -ragione. Ma non è così. Io non ho alcun impegno. -Non furono altro che chiacchiere. Un -momento, sì... lo confesso... ho temuto di essere -costretto a cedere alle preghiere della -mia mamma... Sono sincero, l'avrei accontentata -tanto volentieri povera mamma mia! È -stata infelice tutta la vita, e ha concentrato -tutte le sue speranze in me!... Ma non ho potuto: -il mio cuore si è ribellato: il mio cuore -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -non poteva amare che te. E per te sono -tornato qui, libero, e scevro di qualunque -indelicatezza verso la contessina. Non le ho -mai detto una parola d'amore: non le ho promesso -nulla: posso giurarlo. Tu mi puoi credere -perchè ho fatto lo stesso con te; non -ho parlato fino a che non sono stato sicuro -di sposarti. E tu mi credi, lo vedo. Dunque -calmati, amore mio! Non piangere più: saremo -felici: tanto felici!... -</p> - -<p> -Argìa non rispose. -</p> - -<p> -Si era lasciata cadere su un monticello di -terra, e tornava a piangere, con la fronte -nelle mani, piegata in due, annichilita. -</p> - -<p> -Gli ultimi splendori del sole, riverberati sui -punti più alti, sparivano. -</p> - -<p> -Il breve crepuscolo autunnale moriva nel -freddo grigio della nebbia. Un vento crudo, -venuto su con la sera, portava in giro le foglie -sparse, con un rumore leggero di cose morte. -Sembrava quasi che la campagna, improvvisamente -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -abbrunata, presentisse la grande malinconia -del vicino inverno. -</p> - -<p> -Fausto non osava più insistere. Anche l'anima -sua soggiaceva a un tetro presentimento -di morte e di lutto. La sua ostinata speranza -lo abbandonava di fronte alla desolazione di -Argìa. I suoi pensieri si smarrivano. Era finito. -Inutile lottare. -</p> - -<p> -Affranto, scorato, si lasciò cadere vicino alla -sua povera amica, e restò là in uno stato di rigidezza -penosa, senza lagrime, come impietrito. -</p> - -<p> -Nella sua mente non passavano che immagini -confuse. Nessun pensiero netto si formulava, -eccetto questo: che la sventura immane -piombata sulle loro teste, li avrebbe -annientati ben presto. E la voce interna e -la gran voce misteriosa della campagna battuta -dal vento gridavano insieme: Finito! -Finito!... Svanito il sogno! Infranta la vita!... -</p> - -<p> -— Fausto!... chiamò Vittorio dal fondo -della corte — Argìa! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -</p> - -<p> -Argìa alzò la fronte e guardò il suo compagno -di pena. Ah! non avrebbe mai creduto -ch'egli l'amasse tanto!... Credeva di essere -sola ad amare così; non supponeva pari affetto -in un uomo. -</p> - -<p> -Glielo disse. -</p> - -<p> -Egli restò un momento pensoso. Neppure -lui aveva misurato prima di quel giorno l'abisso -dell'amor suo. Sapeva però che solo il -dolore dà la giusta misura dei sentimenti -umani. Bontà della vita!... E per la prima -volta forse, le sue labbra giovani e fresche si -stirarono in un sorriso di amara ironia. -</p> - -<p> -— Argìa!... Fausto! — chiamarono un'altra -volta dalle finestre della villa. -</p> - -<p> -Li cercavano. -</p> - -<p> -— Dobbiamo andare?.... -</p> - -<p> -— Non ancora. Prima di lasciarci intendiamoci -bene. Non vi è equivoco tra noi?... Tu -credi alle mie parole. Sai che ti amo più di -quanto tu potessi immaginare: che non ho -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -altri impegni: che non ti ho tradita. È così, -vero? -</p> - -<p> -Ella fece un leggero cenno di affermazione. -</p> - -<p> -— ... E con tutto questo... è impossibile che -noi siamo uniti?... -</p> - -<p> -Argìa sentì tutto il significato terribile di -questa domanda; sentì la voce che tremava; -e tuttavia rispose senza esitare: -</p> - -<p> -— Impossibile... -</p> - -<p> -— Dunque.... l'impossibilità è.... dalla tua -parte? -</p> - -<p> -— Sì. Dalla mia parte. Per questo ho parlato. -Tu mi hai accusata di falsità, di menzogna.... -</p> - -<p> -— Oh! Argìa! Ti ho domandato perdono -e tu mi hai perdonato! -</p> - -<p> -— Sì. Ma resta sempre vero che mi hai -accusata. Ebbene: se fossi falsa e civetta e -perfida, avrei cercato d'ingannarti!... -</p> - -<p> -Ella gli dava del <i>tu</i>, così, senza badarvi, -quasi senza sapere; e questa carezza del linguaggio -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -pronunciata con quell'accento, agghiacciava -il cuore di Fausto. -</p> - -<p> -— Ancora una parola, Argìa. Forse... tu -esageri... Forse, non è una cosa irreparabile... -Tu sei innocente... pura... Di'!... Rispondi!... -</p> - -<p> -— .... Taci, Fausto!... Taci!... -</p> - -<p> -— Allora, dimmi tutto!!... -</p> - -<p> -— Non così, Fausto. -</p> - -<p> -Egli cercò di calmarsi. Dio!... Si sentiva -certi impeti.... l'avrebbe ammazzata.... -</p> - -<p> -— È difficile a dire... E poi, perchè devo -dire?... Non ti basta quello che ho detto? -</p> - -<p> -No. Non gli bastava. Voleva sapere ogni -cosa. Voleva i dettagli. Voleva un nome... -Qualcheduno da massacrare, per Dio!... -</p> - -<p> -Argìa, sbigottita, lo lasciava sfogare. -</p> - -<p> -Tutto ad un tratto egli s'interruppe: ammutolì. -</p> - -<p> -Se si lasciava trasportare a quel modo, non -avrebbe ottenuta alcuna confidenza! -</p> - -<p> -Tacquero lungamente. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<p> -Egli ricadeva nella cupa disperazione. -</p> - -<p> -Se si fosse spezzato la testa contro quel -tronco grosso, laggiù?... -</p> - -<p> -No! Prima lei doveva morire! Tacesse pure, -tacesse pure! Lui ne sapeva assai. Sapeva che -si era data... che non era più pura, che aveva -abbandonato il suo corpo ad un altro uomo!... -Oh! tacesse, tacesse! Egli non si curava di -saperne di più: ne sapeva tanto da ucciderla... -Ucciderla!... Il sangue gli salì al cervello con -furia, iniettandogli gli occhi. Barcollò e come -ebbro si gettò su lei e le accerchiò il collo -con le dita tenaci. Ma il contatto di quella -carne morbida e delicata gli fece correre un -brivido nella schiena. La sua mano si allentò -e si ritrasse. -</p> - -<p> -— Va! Va! sciagurata!... -</p> - -<p> -La cacciò da sè con un gesto disperato. -</p> - -<p> -Ma la sentì gemere e quel gemito gli andò -al cuore. -</p> - -<p> -Oh! come l'amava! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -</p> - -<p> -Involontariamente si riaccostò a lei; balbettò -alcune parole di scusa. Era stato violento: -aveva avuto torto... Maltrattare una -donna!... Allora Argìa si fermò, commossa. -</p> - -<p> -Non le parole la commovevano, bensì la -voce di lui: quella voce di uomo giovine e -robusto che ha pianto; quella voce forte e -sonora, spezzata dall'angoscia, soffocata dalla -passione: voce che ha tanto potere sull'animo -femminile. -</p> - -<p> -Avrebbe voluto dirgli qualche cosa, ma non -trovava parole. Si sentiva così avvilita, così -indegna di lui... -</p> - -<p> -Ah! se avesse saputo ch'egli l'amava tanto!... -</p> - -<p> -Erano giunti sotto il pergolato sepolto nella -notte. -</p> - -<p> -Camminavano in silenzio uno accanto all'altra, -raffrenando i singulti. -</p> - -<p> -Si distinguevano appena, ma si toccavano -con le spalle e con le braccia. -</p> - -<p> -Fausto pensava tristamente che, se le trattative -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -di matrimonio si rompevano così, Argìa -sarebbe diventata per lui una straniera. E -questo pensiero gli pareva insopportabile. Non -più vederla!... Non udirla parlare!... -</p> - -<p> -— E tuo padre, Argìa? Come farai con tuo -padre?... Il nostro matrimonio era la sua ambizione!... -</p> - -<p> -— Prenderò ogni cosa sopra di me: non ho -paura di affrontarlo... -</p> - -<p> -— Tuo padre è collerico; può ammazzarti -nel primo impeto! -</p> - -<p> -— Volesse Iddio!... -</p> - -<p> -— Non sai quello che dici... Bisogna trovare -il modo di sottrarti alla sua collera. Ci -penserò io... Ma tu mi dirai tutto!... -</p> - -<p> -— Tutto?... È impossibile. Mi sento morire -al solo pensarlo! -</p> - -<p> -Tacquero ancora, e si rimisero a camminare -sotto il <i>tunnel</i> verde. -</p> - -<p> -Quasi inconsciamente Fausto mormorò: -</p> - -<p> -— Se si potesse camminare sempre, così, -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -nelle tenebre e nelle lagrime, vicini e soli, la -vita sarebbe ancora tollerabile... -</p> - -<p> -Argìa tremò tutta. Una tenerezza suprema -la spingeva a confidarsi; una invincibile ripugnanza -la tratteneva. -</p> - -<p> -Egli la comprese. E una immensa pietà entrò -nel suo cuore: ma non poteva rinunciare -alla cognizione della verità; poichè l'anima -desolata è avida di conoscere il male che la -colpisce; e per conoscerlo minutamente affronta -ogni tortura, ogni spasimo. -</p> - -<p> -— Parla, Argìa! Dimmi qualche cosa! -</p> - -<p> -— È difficile!... Senti... sono più disgraziata -di quello che tu credi... irreparabilmente perduta -sono.. -</p> - -<p> -— Oh! Argìa!... Ho indovinato... sei madre!... -</p> - -<p> -Ella sospirò profondamente. -</p> - -<p> -Era vero. Vero!... -</p> - -<p> -Il senso terribile delle proprie parole gli -balenava soltanto adesso con la certezza di -avere intraveduta la verità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -</p> - -<p> -Sentì una lama fredda trapassargli le viscere. -Madre?... La sua Argìa?... Un germe -esecrato!... Vacillò e quasi cadde. Istintivamente -si aggrappò al pergolato che oscillò -forte. Alcune foglie secche volarono via. -</p> - -<p> -— Argìa!... Fausto!... — gridò l'Amelia a -dieci passi. — Siete qui?... Che fate?... Don -Paolo si è svegliato!... Fausto!?... Argìa!... -</p> - -<p> -Essi non fiatarono, e la ragazzina si allontanò -borbottando. -</p> - -<p> -— Ora usciremo adagio — disse Fausto. -</p> - -<p> -Aveva avuto il tempo di rimettersi chiamando -a soccorso tutte le sue forze. Argìa, -sbalordita, gemeva. -</p> - -<p> -— Fatti cuore, Argìa fatti cuore! Mi racconterai -poi tutto... certo! Se devo aiutarti!... -Intanto... restiamo intesi: tu non prendi alcuna -risoluzione disperata... non ne parli con -nessuno!... -</p> - -<p> -Esitò un istante, poi soggiunse: -</p> - -<p> -— È tutto tuo il segreto? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -</p> - -<p> -— Nessuno fuori di te lo sospetta... che io -sappia. -</p> - -<p> -— Nessuno veramente?... Neppure uno? -</p> - -<p> -— Tu sei l'unico! -</p> - -<p> -Egli ebbe un sospiro di sollievo. -</p> - -<p> -O povera anima, come doveva essere immane -il peso di dolore che poteva sopportare, -se una sola parola buona bastava a darle nuova -lena per nuovi spasimi! -</p> - -<p> -L'unico? Dunque l'altro non contava? -Escluso dalla confidenza?... Dunque... Era un -miserabile, un abbietto!... -</p> - -<p> -Avrebbe dovuto soffrire di più pensando -che la sua povera Argìa era caduta in mani -indegne. -</p> - -<p> -Eppure, no. Dalla notte profonda, dal nulla -orrendo, gli pareva di assurgere a un'alba pallida, -sostenuto da una mesta speranza. -</p> - -<p> -Volle essere sicuro però. -</p> - -<p> -— Non è possibile... che quello ti sposi?... -</p> - -<p> -— Mai!... Morirei piuttosto! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -</p> - -<p> -Ah! la gioia nella miseria profonda! Egli -provava anche questo. -</p> - -<p> -Come l'avrebbe abbracciata... serrata contro -il suo cuore... se non avesse temuto d'impazzire -e di strozzarla! -</p> - -<p> -Sentiva che l'avrebbe strozzata con voluttà -immensa in un abbraccio disperato. -</p> - -<p> -Sulla porta dell'orto le disse ancora: -</p> - -<p> -— Sicchè, Argìa, tu ti affidi a me nella -tua sventura, unicamente a me? -</p> - -<p> -— Se tu vuoi. Io non ho altri. -</p> - -<p> -— Va bene. Cominciamo dal non farci scorgere. -Mi occorre del tempo per riflettere... E -il tempo c'è, mi pare... Sii astuta. Le nostre -relazioni restano come se nulla fosse avvenuto... -Apparentemente fidanzati... Se non si facesse -così, io non potrei venire in casa tua... non -ci si potrebbe vedere... Intanto penserò... cercherò... -Tu vorrai allontanarti... suppongo. -</p> - -<p> -— ... o morire, Fausto! -</p> - -<p> -— È giusto. Ma deciderò io se devi vivere... -lontana... se è possibile: o se devi morire. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -</p> - -<p> -— Sì, Fausto: come tu vorrai. -</p> - -<p> -Erano fuori dell'orto; ma nessuno poteva -vederli nella corte quasi altrettanto buia. Cominciava -a piovere a grosse goccie. Il vento -si rimetteva a soffiare con nuova violenza. -</p> - -<p> -— Ricordati: siamo stati laggiù pei campi, -al laghetto... Non abbiamo sentito chiamare.... -</p> - -<p> -Le parlava quasi calmo. -</p> - -<p> -Ma a un tratto s'interruppe e non disse più -nulla. Ricordando i sogni e le speranze che -l'avevano guidato a cercarla qualche ora prima, -gli parve, improvvisamente di non amarla più -affatto; e che l'interesse, di cui tuttora le dava -prova, non fosse che pietà... -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span></p> - -<h2>III.</h2> -</div> - -<p> -Don Paolo non doveva rimettersi più di -quell'attacco: ma la catastrofe era giudicata -lontana. Passati i primi giorni, lo avevano -ricondotto a casa sua, a Pavia; la paralisi si -era dichiarata e sarebbe andata progredendo -di giorno in giorno, lentamente, ma inevitabilmente -fino all'ultima estinzione delle forze. -Una fine malinconica, ma senza grandi dolori -e confortata da molte illusioni. -</p> - -<p> -Donna Evangelina e l'avvocato Lamberti -si erano recati a visitare lo zio; anche il signor -Carlo Giudici era accorso al letto del -fratello, dimenticando i vecchi rancori, forse -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -sperando in un repentino mutamento nelle intenzioni -dell'infermo. Son casi che accadono. -Più di una volta un testamento si trasforma -completamente negli ultimi giorni di vita e -l'erede principale diventa l'ultimo. I moribondi -hanno strani capricci. -</p> - -<p> -Il signor Carlo doveva certo averne fatte -di queste saggie considerazioni partendo da -Milano. Ma giunto a Pavia trovò donna Evangelina -installata al letto dell'infermo, e s'arrabbiò -tanto che ripartì subito. Non c'era mezzo -di snidarli «quegli usurpatori.» Egli si sfogava -a chiamarli così, senza vedere il sorriso -fine di donna Evangelina che aveva l'aria di -non accorgersi di nulla, gentilissima e affettuosa -con lui come col canonico. -</p> - -<p> -Ma dopo una quindicina di giorni anche -donna Evangelina se ne ritornò a Mantova -col marito, poichè don Paolo poteva durare -anche un anno, secondo l'opinione del professor -Pisani e di tutti i medici. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -</p> - -<p> -Quanto all'eredità, ella non aveva alcun -dubbio. Suo zio Paolo non poteva deluderla; -ma zio Carlo aveva torto di andare in collera -con lei: lei non faceva proprio nulla per -influenzare il canonico. Era una simpatia, così; -quasi una idea fissa del vecchio poeta. Del -resto, dacchè il suo Fausto doveva sposare -Argìa, ella era diventata tanto indifferente a -tutto, che non si sarebbe accasciata per nulla -anche se don Paolo avesse cambiato il testamento. -</p> - -<p> -Intanto però il Pisani aveva approfittato -della presenza dei genitori di Fausto per stipulare -definitivamente le condizioni del matrimonio; -il quale era stato fissato al prossimo -carnevale, o alla Pasqua, secondo lo stato -in cui si sarebbe trovato don Paolo. -</p> - -<p> -Altri quindici giorni erano trascorsi così -senza alcun avvenimento importante. -</p> - -<p> -Don Paolo, affidato alle cure della sua governante, -del nipote Vittorio, e del pronipote -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -Fausto, e sopratutto del professor Pisani, -tirava innanzi come un condannato a morte -che aspetta la grazia. -</p> - -<p> -I due giovani gli dedicavano tutto il tempo -di cui potevano disporre. Di solito, essi studiavano -e scrivevano nella vasta camera dell'infermo. -</p> - -<p> -Vittorio recava con sè il suo umore gaio, -esilarante; Fausto nascondeva sotto a una -dolce malinconia e una profonda tenerezza, il -cordoglio che lo struggeva. -</p> - -<p> -Così diversi d'indole, essi si amavano fin -dall'infanzia e si accordavano perfettamente. -</p> - -<p> -Nessun rancore dalla parte di Vittorio: nessun -sospetto nel cuore di Fausto. -</p> - -<p> -Giovani, nel vero significato della parola; -il cervello pieno di sogni e di speranze sublimi, -erano rimasti estranei alle lotte d'interessi -che mettevano tanta freddezza tra le -loro rispettive famiglie; non avevano mai -provate le ansie del denaro, gli acuti morsi -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -di desiderii non potuti soddisfare; le fiere -smanie del godere e del comparire. -</p> - -<p> -Creature privilegiate. -</p> - -<p> -In fondo Vittorio poteva stare sicuro che, -se Fausto era ricco, a lui non sarebbe mancato -mai nulla; e d'altra parte Fausto poteva -credere fermamente che, se tutte le sue ricchezze -fossero sfumate, Vittorio avrebbe diviso -con lui anche il frutto del proprio lavoro. -</p> - -<p> -Vittorio aveva ereditato per atavismo il -carattere e la mente di don Paolo; gli rassomigliava -in tutto, meno la bellezza. Era poeta -come lui, epicureo geniale, amabilmente scettico -e inconsciamente filosofo. Si sentiva disposto -alla conquista del mondo; ma se mai -tale conquista gli fosse fallita, era certo di -trovare qualche consolazione a tale sventura -in sè stesso.... od in altri. -</p> - -<p> -Se fosse stato bello avrebbe dato tutto il -suo cuore a una donna... o alle donne, poichè -pure questo dipende dal caso. Essendo zoppo -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -e sapendosi poco adatto al gusto delle femmine -in generale, avrebbe voluto sfuggirle. Ma non -ci riesciva: la vita gli appariva troppo stupida -senza il loro sorriso. -</p> - -<p> -Si sarebbe accontentato di essere il loro -amico, il loro confidente, e fantasticava una -di quelle intellettuali amicizie che, talvolta, -legano due cuori meglio dell'amore. -</p> - -<p> -Anche quel giorno Vittorio fantasticava, -mentre don Paolo dormiva nel suo bel letto -di noce intagliato, sotto al padiglione di raso -celeste, e mentre Fausto scriveva. -</p> - -<p> -I suoi pensieri fluttuavano davanti al codice -aperto e abbandonato sopra un piccolo -tavolino che gli serviva di provvisoria scrivania -nella camera dell'infermo. -</p> - -<p> -Certo non pensava al codice. I suoi occhi -spaziavano nell'azzurro immaginario, straniero -affatto al cielo nebbioso dell'autunno pavese. -</p> - -<p> -L'azzurro era per lui nella casa dirimpetto, -dove Amelia Pisani accostava di tratto in -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -tratto il visino alla invetriata di un balcone -del primo piano, spiaccicando spietatamente -la punta del suo nasino per fare dei segni -bizzarri, delle smorfiette satiriche. -</p> - -<p> -Di tratto in tratto Vittorio le sorrideva, o -la minacciava furiosamente col gesto; poi faceva -mostra di rimettersi a studiare; ma -l'istante appresso tornava a distrarsi. -</p> - -<p> -All'altra estremità della camera — una camera -immensa, riscaldata dal calorifero che -dalla cantina diramava le sue arterie per tutta -la casa, e rallegrata dalla fiamma del caminetto — Fausto -scriveva curvo sul suo tavolino. -</p> - -<p> -Aveva da fare un resoconto di clinica. -</p> - -<p> -Il tavolino sul quale scriveva era nel vano -di una finestra che dava sulla corte. Egli sedeva -dunque voltando le spalle a Vittorio, alla -finestra di strada e alla casa dei Pisani. S'era -messo così per concentrarsi di più. Voleva -assorbire tutto il suo spirito nel lavoro; dominare -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -l'affannosa inquietudine, nasconderla -alla chiaroveggenza di Vittorio. -</p> - -<p> -Non aveva preso ancora nessuna risoluzione; -o meglio, ne prendeva una tutti i giorni; ma -tutte cadevano sotto la riflessione. -</p> - -<p> -Una sola persisteva a ripresentarsi: la più -disperata. -</p> - -<p> -Per essere libero, per non sottostare a veruna -influenza esteriore, per avere tutto l'agio -di fare quello che avrebbe risoluto, egli doveva -innanzi tutto custodire gelosamente il -terribile segreto: nascondere a tutti gli occhi -ciò che avveniva nell'animo suo. -</p> - -<p> -E di questo essenzialmente egli si preoccupava, -sebbene gli costasse uno sforzo supremo -quella continua finzione. La sua salute languiva -sotto a quel peso: la sua intelligenza, -già così lucida, aveva momenti di tenebre. -</p> - -<p> -E se a forza di torturarsi riesciva a dissimulare -il dolore che lo straziava, non era in -potere suo nascondere le occhiaie livide, le -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -guancie pallide e l'evidente stanchezza di tutta -la persona. -</p> - -<p> -Fino a un certo grado tali segni di malessere -si potevano attribuire alle notti insonni -ed alla grande inquietudine che doveva cagionargli -lo stato di don Paolo. -</p> - -<p> -Ma egli inorridiva di sè notando la crescente -indifferenza con cui assisteva il povero vecchio, -e quella sostituzione di causa gli ripugnava. -</p> - -<p> -Per fortuna sua madre era partita. Se fosse -rimasta ella gli avrebbe letto nel cuore, e il -crudele segreto si sarebbe forse rivelato da -sè medesimo agli occhi vigili e alle affannose -investigazioni dell'inquietudine materna. -</p> - -<p> -Povera mamma sua! -</p> - -<p> -Nella tenace preoccupazione egli si era staccato -con una soddisfazione amara da quelle -braccia amorose. Povera mamma! Quanti dispiaceri -le aveva dati: quanti doveva dargliene!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -</p> - -<p> -Prima l'aveva rattristata con la passione -delle scienze positive, che a lei, educata a -cercare la pace e la felicità nella sottomissione -alle tradizioni, ispirava una specie di -terrore; poi, l'aveva contrariata nel suo desiderio -di vederlo unito ad una fanciulla nobile -e ricca; infine, trascinata ad approvare una -unione che a lei non pareva bene assortita... -Ah! se ella avesse saputo fino a qual punto... -Ma non doveva saperlo. Egli non voleva. Argìa -sarebbe morta ed egli sarebbe morto con lei -portando nella tomba il loro segreto. Nessuno -doveva sapere che Argìa non era degna... -</p> - -<p> -Questi pensieri passavano in turbinante visione -traverso lo spirito del giovine medico, -mentre la sua mano correva febbrilmente sopra -la carta scrivendo le parole della scienza, -che il cervello connetteva quasi meccanicamente. -</p> - -<p> -Quand'ebbe finito gettò la penna e restò un -momento sopra pensiero. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -</p> - -<p> -Poi trasse dal petto una lettera; la spiegò; -la lisciò col palmo della mano, la guardò a -lungo, e infine si mise a leggerla, attirato dal -fascino misterioso che da essa emanava. -</p> - -<p> -L'aveva già letta parecchie volte; ma il suo -spirito vi ritornava sopra continuamente. -</p> - -<p> -«Tu vuoi sapere — scriveva Argìa — il -nome di colui; sapere i particolari di un fatto -che, meglio per noi se lo si potesse dimenticare! -Il nome conta poco. Quell'uomo è lontano -e tu non lo conosci. Ma i particolari?... -È impossibile! Io stessa rifuggo dal ripensarvi, -e quando vi penso provo una vertigine. -</p> - -<p> -«Te l'ho già detto, meglio sarebbe stato -che tu mi voltassi le spalle, senz'altro cercare, -appena hai saputo... che non potevo essere -tua moglie. -</p> - -<p> -«Abbandonata a me stessa avrei presa una -risoluzione, buona o cattiva. Mi sarei buttata -dal ponte, dove il Ticino è più fondo, o sarei -fuggita per vivere sola e nascosta con la mia -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -creatura, che avrei amata forse, malgrado -tutto. -</p> - -<p> -«Questa sospensione sull'abisso è più crudele -della morte. -</p> - -<p> -«Questa commedia che tu mi hai imposta, -questo fingerci in buon accordo, simulando -una felicità che è un incubo, mi fa paura e -mi umilia. Quanto più tu sei buono con me, -tanto più mi sento avvilita. -</p> - -<p> -«Ah! se avessi saputo che tu mi amavi -così!... Se avessi saputo... Ma tu puoi pensare -che io dico queste cose per avere una scusa -ai tuoi occhi e questo mi umilia più di tutto. -</p> - -<p> -«Senti, se fosse possibile l'impossibile, cioè -che tu mi sposassi per salvarmi, io mi ammazzerei -piuttosto che accettare. E ti amo -sai, ti amo di un amore così grande che non -mi par vero di avere ancora in me la forza -di amare tanto. Ma di vera felicità per noi -non ce ne può essere, ormai, in nessuna maniera. -Ed io preferisco morire, o vivere sola, -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -lontana, vituperata, piuttosto che vivere con -te pensando sempre alla felicità che non si -può avere più. Ho paura che ti odierei. Vi è -dentro di me un sentimento strano di cui non -mi rendo conto. Forse è la mia perversità? -In ogni modo è tanto forte questo sentimento, -che non lo posso vincere. Devo dirtelo? -</p> - -<p> -«Ti sembrerà mostruoso. Ecco, in fondo, -io non mi posso convincere di meritare la -morte, nè il disonore, nè il disprezzo... e meno -che mai il perdono che tu potresti accordarmi, -un perdono che intorbidirebbe la fonte di -tutte le nostre gioie, un perdono di cui -leggerei, sempre, nei tuoi occhi l'angoscia od -il pentimento!... -</p> - -<p> -«Da dove mi vengono questi pensieri? In -quali libri li ho letti? Chi me li ha suggeriti?... -</p> - -<p> -«Non so, Fausto; non so. Li ritrovo in me, -come erbe maligne cresciute spontaneamente -in un orto mal custodito. Sono pensieri perversi, -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -contrari a tutto quello che mi hanno -insegnato; ma non potrei sradicarli dal mio -cervello. -</p> - -<p> -«Certo questo ti deve convincere che io -non ero donna per te, in nessun caso. Tu non -puoi stimarmi e il tuo amore non è che una -illusione. Io non ero la donna che tu sognavi. -Per quanto ti avessi amato, forse non sarei -mai riuscita ad amarti come tu vuoi essere -amato. Giustamente tua madre mi vede di -mal'occhio. Ella mi ha intuita: non ero nuora -per lei. Meglio così. Questo convincimento ti -guarirà. Sarai ancora felice: io non avrò il -rimorso di avere distrutta la tua vita, la tua -felicità. -</p> - -<p> -«Intanto, ti prego, ti supplico: lasciami al -mio destino, se non puoi o se non vuoi aiutarmi -a fuggire, o a morire; liberami almeno -da questa terribile commedia che tu mi hai -imposta: non ne posso più. -</p> - -<p> -«Anche con tua madre hai voluto che fingessi! -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -Ma perchè? Con quale speranza? Quella -finzione con tua madre mi è pesata oltre ogni -dire. Come mi guardava, lei, con quell'aria aristocratica; -come si sforzava ad essere gentile -per farti piacere!... Ma neppure lei è nata per -simulare. Sentivo che le ripugnavo. E se non -ti avessi data la mia parola di non parlare, -le avrei detto: «Stia tranquilla, non se ne -farà niente!» Sono sicura che allora mi -avrebbe abbracciata con un vero slancio di riconoscenza. -Povera donna!... Non si è potuta -tenere: ha detto, ch'ero veramente troppo matronale -per una fanciulla! -</p> - -<p> -«Oh! Fausto! Per il bene che ti voglio e -che tu mi vuoi, finiamola presto questa commedia. -Io soffoco. Presto non mi potrò più -nascondere in nessun modo. La gente comincerà -a parlare... e incolperanno te!... Mi sento -gelare tutte le volte che mio padre mi guarda. -Se si accorge, se lo piglia la collera, una di -quelle sue collere rapide e cieche, è capace -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -di ammazzarmi, o di ammazzare te, il primo -che gli capita! E poi?... Tutta la famiglia disonorata; -rovinata per colpa mia! -</p> - -<p> -«Lasciami partire. Ho pensato. Andrò dalla -zia Geltrude a Napoli. Partirò da Milano approfittando -della gita che devo fare la settimana -ventura, per certe spese, con mia cugina -Carmela. Appena partita scriverò a mio -padre che sono andata via perchè non ti amo -e non ti voglio sposare. Tu gli dirai che sapevi; -e a poco a poco, se sarà necessario, gli -scriverò tutto. La zia Geltrude mi nasconderà -in qualche luogo. Napoli è grande. Dopo... -quando sarò guarita... m'imbarcherò per l'America -del Nord: so un po' d'inglese: so lavorare -da sarta: lavorerò; dicono che in America -pagano molto meglio il lavoro delle donne. -Mio padre si consolerà... Ha tanti mezzi di -consolazione, lui!... E tu pure, Fausto, tu pure! -</p> - -<p> -«Addio! -</p> - -<p> -«Non credere che io non ti ami!... Ti amo, -ti amo... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -</p> - -<p> -«Ma preferisco che tu mi creda fredda -amante che desiderosa di scusarmi ai tuoi occhi -per farmi perdonare. Appunto perchè non -voglio essere scusata, non te li posso raccontare -i particolari che tu mi chiedi. -</p> - -<p> -«Sii discreto. Io non ti domando nulla a -te. Eppure ce li hai anche tu, i tuoi segreti. -Fortunatamente per te, i tuoi non hanno conseguenze. -Ho pensato tanto e mi sono convinta -che non vi è altra differenza. Soltanto -per questo, io sono colpevole e tu sei innocente. -</p> - -<p> -«Vedi?... Sono così. Consolati, non hai perso -nulla di buono: non la donna mite ed inconsapevole: -non la santa e soave compagna. -</p> - -<p> -«Sono quasi tranquilla pensando che mentre -ti addoloro, ti do pure un forte rimedio -che ti sanerà. -</p> - -<p> -«Stasera ci vedremo a casa tua. E se non -pioverà, quando ci riaccompagnerete tu e Vittorio, -proponi di fare una passeggiata. Vittorio -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -e Amelia correranno avanti come il solito, -e noi si potrà parlare.» -</p> - -<p> -Fausto restò alcuni momenti con gli occhi -fissi su quei caratterini minuti; poi ripiegò il -foglio e se lo cacciò nel petto. -</p> - -<p> -Era disperato, sopratutto perchè Argìa -aveva ragione: non era donna per lui: non -la dolce e ingenua compagna che egli aveva -sognata. Questa convinzione che avrebbe dovuto -guarirlo, lo esasperava. -</p> - -<p> -Invano si ammoniva a dimenticarla. Invano -si diceva che avrebbe dovuto aiutarla a -partire, aiutarla a vivere lontana, per quell'affetto -amichevole preesistente all'amore, che -nulla poteva cancellare; e non pensarci più. -</p> - -<p> -Perchè non se ne sarebbe consolato? Aveva -la famiglia, la scienza, una giovinezza ricca -di entusiasmi. Per distrarsi poteva ricorrere -al mezzo più efficace: viaggiare. I denari non -gli mancavano. Se non aveva più voglia di -studiare poteva smettere. E nel mondo lontano -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -avrebbe forse incontrata un'altra fanciulla, -candida e serena, con la quale ricominciare -il dolce romanzo, senza rancori, senza vergogne. -</p> - -<p> -Eppure questo non gli giovava. -</p> - -<p> -Con sorda collera, cui si mesceva una specie -di terrore, egli doveva riconoscere che la -sua passione era ingigantita dopo l'orribile -scoperta. E quanto più si affannava a combatterla, -tanto più cresceva. Non poteva sottrarsi -a quel fascino: un fascino acre e penetrante, -che si attaccava ai sensi e allo spirito. -</p> - -<p> -I suoi desiderii d'innamorato si irritavano -presso a quella falsa vergine che conosceva le -segrete voluttà dell'amore. E l'istinto dominatore -del maschio — fortissimo in lui — si -esasperava di fronte a quella inconscia ribelle. -</p> - -<p> -E quel mistero che non gli era dato squarciare; -quell'uomo ignoto, sempre presente al -pensiero — fantasma inafferrabile di un eterno -incubo — dava un senso di vertigine, un carattere -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -di ossessione alle voluttuose visioni -che lo perseguitavano. -</p> - -<p> -In mezzo a queste battaglie dei sensi, egli -chiamava a soccorso il suo forte intelletto, la -saldezza vigorosa dell'animo suo. -</p> - -<p> -Ma l'aiuto sperato mancava. -</p> - -<p> -Il suo intelletto subiva, come i suoi sensi, -una irresistibile attrazione. -</p> - -<p> -Invano l'avevano educato con le massime -tradizionali e i pregiudizi di una famiglia severa, -nella quale l'elemento aristocratico e -l'elemento borghese si fondevano mirabilmente -per formare uno dei più saldi puntelli della -vecchia società. Invano egli aveva portato -seco, nel nascere, la sua parte di eredità atavista -nei nervi e nel sangue: invano aveva -assorbite fin dall'infanzia le idee preconcette -della provincia e della famiglia. Troppa luce -di scienza era entrata nel suo spirito; troppe -nuove idee vi si erano maturate. -</p> - -<p> -E in forza di queste nuove idee, egli la -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -scusava quella colpevole: il giudice diventava -difensore. E a marcio dispetto del proprio -istinto di borghese, il giovine studente, già -quasi medico, l'entusiasta adoratore della -scienza, sentiva che Argìa aveva ragione di -non potersi convincere che il fallo commesso -la rendesse degna di un castigo terribile, nè -del disonore, nè di un perdono umiliante: ragione, -di ribellarsi alla confessione particolareggiata -ch'egli voleva da lei. I pensieri che -germogliavano, per semplice intuizione, in -quella povera anima martoriata, erano giusti; -e nulla avevano in sè di perverso. Erano -pensieri e sentimenti derivanti dai principii -scientifici e liberali ch'egli stesso aveva abbracciati -con entusiasmo, allorchè non poteva -dubitare di trovarsi in lotta con essi: ignaro -dell'enorme differenza che passa tra il pensare -da filosofo e da scienziato, e l'operare da -semplice uomo nelle vicissitudini della vita. -</p> - -<p> -Fausto non era un debole, nè un retore, nè -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -uno di quegli uomini condannati a rimanere -in perpetua oscillazione tra una fede e l'altra, -tra due opinioni disparate. Egli era forte, -entusiasta, e la sua evoluzione si doveva compiere -immancabilmente in un senso o nell'altro. -</p> - -<p> -Ma egli si trovava per la prima volta nell'attanagliante -vicenda. E le antiche massime -succhiate col latte, e i pregiudizi necessariamente -assorbiti, e l'istinto autocratico di maschio, -fortificato dalla millenaria abitudine -delle fibre e dei muscoli, tenevano forte in -questo giovine rampollo della vecchia società, -e non potevano mutarsi senza uno schianto -di tutto l'essere. -</p> - -<p> -La gelosia poi irritava il suo orgoglio, nel -medesimo tempo che eccitava i suoi sensi; e -cercando ausiliari da per tutto, li trovava -appunto nei vigorosi istinti, nelle abitudini -ereditarie; e con essi lo spingeva alla reazione, -suscitandogli in cuore un oscuro bisogno di -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -vendetta; facendo sorgere, nella sua mente -scomposta, insensati pensieri di punizione. -</p> - -<p> -Un combattimento mortale questo, titanico; -nel quale la volontà impotente si abbandonava -volta a volta al soffio più gagliardo: una lotta -capace di sorgere così violenta soltanto in -una organizzazione eccezionale. -</p> - -<p> -Perdonarle, sposarla, la sua povera Argìa; -accettare siccome proprio il figliuolo di cui -ignorava il padre: o meglio, fuggire con lei, -vivere accanto a lei, nell'appagamento della -passione consumatrice che non poteva divellere -dal proprio cuore: ma andare lontano -assai, in un paese sconosciuto, in una terra -vergine, dove nessuno gli avrebbe chiesto lo -stato di famiglia e le fedi di nascita, queste -catene del mondo civile! -</p> - -<p> -Tale, il voto affannoso del cuore innamorato, -la richiesta imperiosa della carne. -</p> - -<p> -Ma l'orgoglio non lo concedeva; ma tutte -le altre potenze dell'essere si ribellavano gridando -che sarebbe stata la più codarda viltà. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -</p> - -<p> -Lei stessa, fiera e nobile a sua volta, non -avrebbe accettato: lo diceva francamente nella -sua lettera. -</p> - -<p> -Dunque: vivere con lei... No! Abbandonarla?... -Neppure. -</p> - -<p> -Una sola uscita si presentava al desolato -spirito: un unico scioglimento per quel dilemma: -morire con lei. -</p> - -<p> -La morte livellava tutto: la morte li salvava -tutti e due dalla bassezza e dalla disperazione. -La morte, questa fatalità misteriosa -che fa dell'uomo un essere predestinato e -gl'imprime in fronte il marchio della sventura, -da cui sgorga la sublime pietà e la -ineffabile tenerezza: la morte si presentava a -lui come una madre amorosa, che apre le -braccia possenti e si stringe al seno i disperati -figliuoli. -</p> - -<p> -Egli si fermava in questa contemplazione -e andava inebbriandosene a poco a poco. -</p> - -<p> -Che cosa sarebbe mai stata la vita senza -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -quel rifugio supremo, senza quell'ombra misteriosa -dell'<i>al di là</i>, che mette in così alto rilievo -i deboli conati di una breve esistenza? -</p> - -<p> -La invocava; la chiamava amica degli uomini: -divina consolatrice. -</p> - -<p> -Per lui veramente essa era l'amore e la -libertà. -</p> - -<p> -Debole uomo gli pareva di non poter sciogliere -i vincoli che lo legavano alle tradizioni, -ai pregiudizii. -</p> - -<p> -Ma con l'aiuto della morte spezzava tutto! -</p> - -<p> -Mostrava agli uomini il suo disprezzo per -una vita schiava ed incompleta: diceva chiaramente -a tutti, che piuttosto di venire a -patti con le miserie della vita, con le inevitabili -debolezze, voleva scendere nel sepolcro, -libero e forte, e con l'amor suo. -</p> - -<p> -Dunque? Era deciso: sarebbero morti insieme! -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span></p> - -<h2>IV.</h2> -</div> - -<p> -— Fausto! — chiamò don Paolo svegliandosi — Vittorio! -Perchè mi avete lasciato -dormire così tardi? Dovevo andare in Duomo, -dovevo alzarmi presto!... -</p> - -<p> -I due giovani si appressarono al letto, con -premura, ma senza inquietudine. Sapevano; -era sempre così. -</p> - -<p> -Quando don Paolo si svegliava, non si -rammentava più di nulla. Qualunque ora fosse, -trovandosi a letto, credeva fosse mattina e si -lagnava perchè l'avevano lasciato dormire -troppo tardi. -</p> - -<p> -Essi gli presero le mani e si chinarono su -lui accarezzandolo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -</p> - -<p> -— Perchè siete venuti così presto? Cosa -facevate?... -</p> - -<p> -— Fausto aveva da scrivere per il suo professore; -io fingevo di studiare il codice e -guardavo fuori della finestra quella pazzerella -di Amelia che mi canzonava. -</p> - -<p> -L'infermo sorrise vagamente alla evocazione -dalla graziosa immagine. Ma il languido sorriso -presto scomparve, e due lagrime colarono -sulle scarne gote. -</p> - -<p> -— Zio!... -</p> - -<p> -— Caro zio!... -</p> - -<p> -Don Paolo stese le mani, quasi trasparenti, -sulle due teste brune, in un gesto famigliare -di benedizione e di tenerezza. -</p> - -<p> -— Sono infermo... Non posso alzarmi... Me -ne ero scordato!... -</p> - -<p> -— Non è una infermità, è una convalescenza -che si prolunga causa il freddo; tutto -passerà con la bella stagione. -</p> - -<p> -Il vecchio crollò il capo e osservò che a lui -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -era sempre stato più favorevole il freddo. -Perciò sperava poco. E poi... e poi... secondo -lui, avevano sbagliata la diagnosi. Non conoscevano -il suo temperamento. Certo, questo -non faceva onore al professor Pisani, dopo -tanto tempo che gli andava per casa!... Lui -aveva sempre sofferto d'infiammazioni, e quello -che faceva bene agli altri non conveniva a -lui. Del resto, diceva che la sapeva lunga sui -pregiudizi della scienza. Ammetteva che la -medicina d'una volta avesse indebolita la gente -a forza di salassi e purganti; ma la medicina -moderna a sua volta non era buona per tutti i -temperamenti. Ai vecchi come lui non giovava. -</p> - -<p> -I medici moderni non vedevano che anemici -e linfatici. Lui invece era sanguigno. -Avrebbero dovuto levargli sangue appena gli -era venuto il male. Sarebbe guarito! Ma un -professore moderno sarebbe morto di vergogna, -se avesse ordinato un salasso ad un vecchio. -Anche la scienza aveva i suoi bigotti! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -</p> - -<p> -Fausto e Vittorio ascoltavano pazientemente, -scambiando occhiate malinconiche. -Quella era la fissazione del vecchio: credersi -ammalato di pletora, mentre moriva di esaurimento! -</p> - -<p> -Dopo un istante di silenzio l'abate ricominciava -le sue requisitorie. -</p> - -<p> -No, il buon Pisani non aveva capito niente -questa volta. Eppure, altre volte l'aveva curato -benissimo. Chi sa! Forse aveva cambiato -sistema. Cambiavano sempre! Erano sempre -alla ricerca di qualche cosa di nuovo. -</p> - -<p> -— Zio — disse Fausto — vuole che facciamo -venire un altro dottore? Pisani non se -l'avrà a male: ci penso io. Chi vorrebbe consultare? -Ha qualcuno in mente, o vuole che -cerchi io? -</p> - -<p> -Ancora una volta il vecchio crollò il capo, -e rispose con infinita amarezza: -</p> - -<p> -— È inutile, non val la pena. Non saprei -chi chiamare. Fanno tutti lo stesso. Pisani è -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -una autorità. Chiunque tu chiami mi ordinerà -sempre china, digitale, carne cruda o mal cotta, -vino vecchio e cognac col brodo... Non val -la pena... Dopo tutto che importa?... Ho settantadue -anni... la mia vita è agli sgoccioli. -Bisogna rassegnarsi. E mi rassegnerei, se almeno -non fossi così abbandonato!... -</p> - -<p> -— Oh! zio!... Noi passiamo qui tutte le ore -che abbiamo disponibili... -</p> - -<p> -— Non dico per voi due!... -</p> - -<p> -«So che mi volete bene. Ma il professore? -Ma le ragazze? Come mi trascurano! -</p> - -<p> -Non era vero; tuttavia nessuno lo contraddisse. -</p> - -<p> -— Argìa è stata poco bene — disse Fausto. — Ma -stasera verrà e verrà anche l'Amelia. -</p> - -<p> -— Bene!... Ora vorrei mangiare. Dov'è la -signora Luisa? Non ho fatto colazione!... -</p> - -<p> -— La signora Luisa sale le scale. Presto -sarà pronto il pranzo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -</p> - -<p> -— Il pranzo?... Ma che si pranza a quest'ora? -La colazione si chiama pranzo adesso. -Tutto cambia. È il disordine delle abitudini -nel disordine delle idee! -</p> - -<p> -Intanto Fausto era andato a prendere l'ampia -poltrona a rotelle; Vittorio, la vestaglia. -</p> - -<p> -Approfittando della loro disattenzione, il -malato frugò sotto il guanciale e ne trasse -una scatolina, dalla quale prese una pillola -che inghiottì precipitosamente con un gesto -scimmiesco. -</p> - -<p> -Ritornando presso di lui i giovani si accorsero -subito ch'egli aveva mutato aspetto e -che i suoi occhi brillavano. -</p> - -<p> -Glie l'aveva fatta alla scienza, e ne gongolava. -</p> - -<p> -Vittorio diede nel gomito al cugino mormorando -sommessamente: -</p> - -<p> -— Ha preso la pillola! Bisognerà avvertire -la signora Luisa. -</p> - -<p> -L'aiutarono a scendere dal letto. Sarebbe -stata una cosa da nulla, per loro, muovere -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -quel piccolo corpo disseccato. Ma bisognava -lasciargli credere che l'aiutavano soltanto un -poco, e questo aggravava la cosa. -</p> - -<p> -Appena gli si accostavano gridava: -</p> - -<p> -— Faccio da me! -</p> - -<p> -Ed era miracolo se non precipitava dal letto. -</p> - -<p> -Ad un certo punto, mentre gridava; «Faccio -da me!» cadde col viso sulle coperte, -piegato in due come un cencio. -</p> - -<p> -Allora soltanto, profondamente umiliato, ma -dissimulando sempre e facendo le viste di -scherzare, si lasciò prendere e sostenere. -</p> - -<p> -Lo vestirono alla meglio, e lo fecero sedere -in poltrona, adagio adagio perchè le sue gambe -indurite si piegavano difficilmente. -</p> - -<p> -Egli si lasciava fare, un po' sbalordito, con -un vago sorriso sul labbro, un'ombra negli -occhi ancora intelligenti. -</p> - -<p> -La porta fu aperta senza rumore, e una -donna alta e magra, vestita di un abito di -lanetta verde che pareva nuovo e contava -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -degli anni — sottana liscia, senza una gala, -senza un drappeggio; vita a sacchetto; goletta -bianca di tela e grembiale nero — entrò -nella camera mostrando il suo viso di creatura -sofferente, rallegrato da un largo sorriso -benevolo. -</p> - -<p> -— Oh! signora Luisa, finalmente! Che cosa -porta? -</p> - -<p> -— L'acqua tepida per farle la <i>toilette</i>, come -tutti i giorni prima del pranzo. Bisogna farsi -belli quando si aspettano delle belle visite; -non è vero? -</p> - -<p> -— Basta che vengano poi! -</p> - -<p> -— To!... Non vengono tutte le sere? -</p> - -<p> -— Ohibò!... Si scordano di me volentieri... -Povero don Paolo!... Visitare gli infermi è una -grande opera di misericordia; ma pochi si -curano di praticarla quando l'infermo è un -povero vecchio. -</p> - -<p> -Egli tacque; poi come se la piena coscienza -del proprio stato gli balenasse soltanto allora, -mormorò con grande abbattimento: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -</p> - -<p> -— Vecchio!.. Infermo!... Ah!... non avrei -mai creduto che queste cose toccassero a me! -</p> - -<p> -— Alzi un po' la testa, don Paolo, altrimenti -non posso lavarle il collo. -</p> - -<p> -Lentamente il prete arrovesciò la testa sullo -schienale della poltrona, senza parlare, dolcemente -accarezzato dalle cure di quella mano -femminile ancora morbida e delicata. -</p> - -<p> -— Ora il pettine... Dovrebbe lasciarmeli -un po' accorciare questi riccioli, don Paolo; -si arruffano troppo. -</p> - -<p> -Il vecchio crollò la testa con impeto. -</p> - -<p> -— No, no! No, no! -</p> - -<p> -— Ebbene, no; non s'inquieti. -</p> - -<p> -Fausto e Vittorio si erano un po' allontanati. -</p> - -<p> -Guardavano fuori della finestra nella strada -e nella casa di rimpetto. -</p> - -<p> -— Verranno poi? -</p> - -<p> -— Certo. Andremo a fare una passeggiata, -se lui ci lascia andar via presto. -</p> - -<p> -Un leggero sorriso inarcò i piccoli baffi di -Vittorio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -</p> - -<p> -— Povero zio — continuò Fausto — la -tabe senile lo fa impazzire anche lui. È triste -la morte a quel modo. -</p> - -<p> -La governante continuava a discorrere con -don Paolo, mentre lo pettinava. -</p> - -<p> -— Adesso è bello e all'ordine come un giovinotto. -Vuole mangiare? -</p> - -<p> -— Sì, ma accanto al fuoco. -</p> - -<p> -Fausto andò a mettersi dietro alla poltrona -per farla rotolare vicino al caminetto; mentre -Vittorio sosteneva delicatamente le gambe -intirizzite dell'infermo. -</p> - -<p> -Quando fu a posto gli collocarono davanti -una piccola tavola già apparecchiata, e la -cuoca recò la minestra. -</p> - -<p> -— Siamo qui anche noi! — gridò la petulante -Amelia con la sua voce argentina, precipitandosi -nella camera. -</p> - -<p> -— Oh! cara Amelia! come sei bella! Più -bella del solito, che è tutto dire. -</p> - -<p> -Ella era veramente leggiadra nel suo costumino -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -di panno rosso antico, guernito in piuma -di struzzo grigio chiaro; con la piccola toque -assortita all'abito, sui capelli biondi. -</p> - -<p> -— Siedi qui accanto a me: mangerò di migliore -appetito. -</p> - -<p> -La guardava con tenerezza; le sorrideva. -E il vecchio viso consunto si rischiarava, e -gli occhi stanchi brillavano di nuova luce. -</p> - -<p> -Non era soltanto una bella fanciulla, allegra, -la cui vista lo consolava: era per lui una -dolce immagine della giovinezza; un vivo riflesso -del bel tempo passato. -</p> - -<p> -— E la nostra sposina? -</p> - -<p> -A passi misurati ma disinvolta e spigliata, -Argìa, che era rimasta un po' indietro, traversò -la camera e salutò affettuosamente il -«suo buon zio.» -</p> - -<p> -Il prete voleva ch'essa lo chiamasse così, -anticipando sull'avvenire. -</p> - -<p> -Era quasi impossibile indovinare il doloroso -segreto, vedendola così elegante e sicura. Portava -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -un lungo mantello di felpina color lontra, -che l'allungava e l'assottigliava; e il suo -bel viso appariva fresco, verginale, di sotto al -cappellino «Direttorio» della stoffa e del color -del mantello. Soltanto il suo sguardo aveva -qualcosa di strano: scattando di sotto alle -lunghe ciglie, contornato dalle occhiaie azzurrognole, -leggermente affossate, esso aveva -un'espressione così intensa e addolorata, che -lei stessa sentiva il bisogno di velarlo abbassando -le palpebre appena qualcuno la fissava. -Anche quando si ebbe levato il mantello, la sua -figura si rivelò correttissima nelle pieghe sapienti -di una polonese riccamente drappeggiata. -</p> - -<p> -— Come sa soffrire! — pensò Fausto che -la osservava. -</p> - -<p> -I giovani si assisero formando un circolo intorno -al piccolo desco. La signora Luisa, ritta -in piedi presso all'infermo, continuò a servirlo, -rompendogli il pane, tagliandogli il lesso in -minutissimi pezzi, mescendogli da bere, badando -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -che egli non versasse il vino nell'alzare -il bicchiere con la mano tremolante. -</p> - -<p> -Imbruniva. Il crepuscolo invernale si allargava -rapidamente nella vasta camera; la -fiamma rosseggiava nel caminetto. -</p> - -<p> -— Come fa notte presto! -</p> - -<p> -Entrò il domestico coi candelabri accesi, e -accese pure la lampada pendente dal soffitto. -</p> - -<p> -— Oh! così mi piace! Ho sempre amato la -luce, io, la gran luce. Faccia il piacere, Luisa, -accenda anche quelle candele laggiù accanto -al letto. Oh! bello così! L'oscurità mi è sempre -parsa il simbolo della morte... -</p> - -<p> -— Dicono che in paradiso c'è tanta luce!.. -</p> - -<p> -— Birichina!... Dicono, già... -</p> - -<p> -Egli sorrise, poi si rabbuiò improvvisamente. -</p> - -<p> -— Mi dirà se le piace questa frittura, don -Paolo; l'ho fatta su una ricetta del giornale -di mode che mi ha dato la signorina. -</p> - -<p> -— Si occupa di mode lei, Luisa?... È per -codesti sacchetti che le occorre il giornale? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -</p> - -<p> -I giovani proruppero in una risata; la stessa -Luisa non potè a meno di ridere: -</p> - -<p> -— Ah! don Paolo, come mi canzona!... -Leggo i romanzi, non sa?... -</p> - -<p> -— E le ricette di cucina — completò l'Amelia. -</p> - -<p> -— Questo fritto è eccellente davvero; evviva -i giornali di mode! E ora cosa mi dà? -</p> - -<p> -— Un arrosto di vitello. -</p> - -<p> -— Quel fritto è piaciuto anche al babbo; -l'abbiamo fatto l'altro giorno. C'era anche il -dottor Fausto — la birichina lo chiamava -sempre così. — Ma lui non si accorge di queste -cose... vive d'aria come mia sorella. -</p> - -<p> -— E d'amore! — completò l'abate con un -piccolo sospiro. -</p> - -<p> -— A proposito del babbo: mi ha detto di -fare le sue scuse se non è venuto oggi; non -ha potuto; verrà questa sera. -</p> - -<p> -— Bravo! Ci bisticceremo.... Ah! Luisa, -questo non è buono. È coniglio! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -</p> - -<p> -La governante protestò; era vitello del più -fine. -</p> - -<p> -Ma don Paolo crollò il capo e respinse il -piatto con una sorta di orrore. -</p> - -<p> -La governante portò via l'arrosto mal venuto, -abituata a questi capricci del malato. -</p> - -<p> -— Vuole un <i>bifstec?</i> -</p> - -<p> -— No... non voglio più carne. Quel coniglio -mi ha disgustato. Dammi il dolce. -</p> - -<p> -— Ma, che cos'ha coi conigli, don Paolo? -Il signor Fausto ne voleva tenere l'anno passato -per certi esperimenti, ma non fu possibile... -</p> - -<p> -— Canaglie di medici!... Tormentano anche -le bestie! -</p> - -<p> -— È per la scienza, zio... -</p> - -<p> -Il vecchio alzò le spalle. -</p> - -<p> -— Bella scienza, che dopo tante fatiche, -tanti tormenti e tante pretese, ci lascia invecchiare -e morire come prima! Quanto ai conigli -essi mi rammentano una delle più tristi -e forti impressioni della mia infanzia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -</p> - -<p> -— Racconti, don Paolo!... Racconti! -</p> - -<p> -— Sono vecchie storie che non possono interessarvi. -</p> - -<p> -— Cattivo don Paolo! Ci mette in curiosità -e poi non vuol raccontare! — esclamò l'Amelia -accostandosi al vecchio con un gesto -vezzoso, come una gattina che fa le fusa. -</p> - -<p> -— Racconti, don Paolo! -</p> - -<p> -— Racconti, zio!... -</p> - -<p> -Argìa e Fausto si scambiarono un'occhiata. -Se ora don Paolo si metteva a raccontare, -addio passeggiata. -</p> - -<p> -— Ah! ragazzi, voi non sapete... <i>Nessun -maggior dolore che ricordarsi del tempo felice -nella miseria!</i> -</p> - -<p> -— Era felice allora, don Paolo? -</p> - -<p> -— Ero un fanciullo, e adesso sono un vecchio. -Voi non potete intendere questa verità -che io vi dico. La sola, grande ventura della -vita è la gioventù con la salute; la sola, irreparabile -infelicità è la vecchiaia co' suoi malanni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -</p> - -<p> -— Eppure vi sono tanti giovani infelicissimi. -</p> - -<p> -— Efflorescenze, caldane!... Io darei vent'anni -di vecchiaia felice per un solo mese -delle vostre grandi infelicità! -</p> - -<p> -— Ah! don Paolo — esclamò la governante — Si -vede bene che lei è stato un -uomo fortunato. Io ho quarant'anni; ma preferirei -averne tutto di un colpo sessanta, piuttosto -che tornare indietro ai miei venti. -</p> - -<p> -Il prete la guardò stupito; poi, volgendo ai -giovani una delle sue occhiate maliziose di -vecchio impenitente, mormorò a mezza voce: -</p> - -<p> -— Povera figliuola, capisco! -</p> - -<p> -Ma i giovani non sorrisero. La sola Amelia -strinse il bocchino, poi tornò a insistere sui -conigli. Non che lei fosse curiosa di quelle -vecchie storie; ma le piaceva di far dispetto -ai due fidanzati che indovinava impazienti. -Don Paolo cominciò: -</p> - -<p> -— Avrò avuto circa otto anni; mio fratello -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -cinque o sei. Avevamo un precettore, certo -don Bortolo, un buon diavolo di pretonzolo -ignorante, assai bell'uomo se ben ricordo, robustissimo: -nato certo per tutt'altra professione. -Più che maestro, don Bortolo era un -compagno dei nostri giuochi; meglio che in -biblioteca si passava il tempo in corte o in -giardino; fra noi tre, e due conigli che un -amico del babbo ci aveva regalati, ci si -divertiva un mondo. Più d'una volta don -Bortolo era sgridato per colpa nostra. In compenso -noi lo si amava quasi quanto Nino e -Bianchetto, i due bei conigli. Bianchetto era -candido e portava al collo un nastrino celeste -che mi aveva regalato la mamma: Nino -aveva le orecchiette nere e portava un nastro -rosso. Il nostro primo pensiero la mattina -appena alzati, era di correre in corte a trovare -i conigli che ci venivano incontro come -due cagnolini. -</p> - -<p> -«Una mattina — credete, mi pare adesso -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -— la mamma disse che non si doveva andare -in corte, che faceva freddo. Allora io domandai -che Nino e Bianchetto fossero portati in -cucina. La mamma si allontanò senza rispondere, -e la cuoca si mise a ridere sgangheratamente. — Andiamo -a dirlo a don Bortolo — mormorò -Carlo che è sempre stato più -furbo di me. Tutti e due ci avviammo alla -camera del precettore che era quella dove -dorme Vittorio. Eravamo certi che Bortolo -avrebbe trovato il modo di accontentarci. Ma -si era appena salite le due prime scale, allorchè -i nostri occhi stupiti, enormemente spalancati, -rimasero in contemplazione di una -cosa orrenda, incredibile, che ci appariva sulla -terrazza al di là del finestrone. Erano — o -almeno parevano — i corpi di Nino e Bianchetto -appesi per le zampine alla corda del -bucato. Le testine piatte penzolavano nel -vuoto, con le orecchiette floscie. -</p> - -<p> -«Carlino cacciò un urlo, io sentii come un -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -rivoltolone nelle mie viscere; mi parve di cadere, -vacillai; poi ad un tratto, preso da un -impeto che centuplicava le mie forze, traversai -l'andito in due salti e mi trovai sulla terrazza. -Carlino che si era attaccato ai miei abiti, inciampò, -cadde e si rialzò senza lamentarsi, -ammutolito nel terrore. -</p> - -<p> -«Non vi so dire, sebbene io lo senta ancora, -quello che provai quando vidi le due -pelli dalla parte interna, con le tracce del sangue -rappreso, la testina vuota, le zampette -sparate; mi si oscurò la vista, sentii un gran -freddo nella schiena, e rimasi intontito. Ma nel -mio cervello era un subbuglio di idee confuse. -Nino e Bianchetto ridotti in quello stato... -Perchè? Come?... -</p> - -<p> -«Li avevano ammazzati.... come la cuoca -faceva coi polli... Per questo rideva la cuoca!... -Erano morti... Non li avrei riveduti mai più... -Mai più avrebbero giuocato con noi... mai -più... mai più!... E il terribile enigma della -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -morte in cui il mio pensiero infantile non si -poteva fissare, paralizzava il mio spirito inconscio -con le sue truci immagini. Le impressioni -sono in noi e la loro intensità è raramente -subordinata all'importanza della causa. -Per me fanciullo, quella fu una impressione -di prima forza, ed ebbe influenza su tutta la -mia vita. La sento ancora. Quando ho visto -morire mio padre, quella prima immagine tragica -si riaffacciò alla mia memoria; capii che -fino da quel momento avevo avuto la percezione -dell'immane tragedia, che sempre ci sta -sopra e a cui nessuno sfugge. -</p> - -<p> -— Nervi delicati, sensibilità squisita e precoce: -malattia di famiglia — osservò Fausto -con un sorriso. -</p> - -<p> -— E chi aveva ammazzato Nino e Bianchetto? -Quell'ipocrita di don Bortolo, scommetto! -</p> - -<p> -— Proprio lui. Irritato perchè gli mangiavano -certi legumi ch'egli aveva piantato in -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -un angolo del giardino! Quando noi lo si seppe, -fu uno scoppio di collera e di indignazione. Lui, -don Bortolo?! Uno che diceva di volerci bene, -che giuocava con noi, che faceva le carezze -alle due bestiole come le faceva a noi!... Le -nostre anime candide non potevano concepire -tanta crudeltà. E con la fiera logica infantile, -ci si diceva che don Bortolo avrebbe potuto -ammazzarci noi pure. Appena lo vedevo, fuggivo -trascinandomi dietro Carlino, pazzo di -terrore e di odio. Naturalmente egli dovette -andarsene dalla nostra casa. Mi ricordo che -piangeva, e mi fece un certo senso. Ma quando -si accostò per baciarmi, voltai la faccia. L'orrore -che egli m'ispirava soverchiava ogni altro -sentimento. -</p> - -<p> -Il narratore si arrestò improvvisamente: era -stanchissimo e la sua voce aveva un suono -così fioco e debole che appena si sentiva. -</p> - -<p> -Dopo alcuni istanti riprese: -</p> - -<p> -— Ho parlato troppo, ragazzi, non voglio -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -farmi sgridare dalla «Facoltà» che mi troverà -spossato!... Perciò andatevene; approfittate -della mia discrezione. Io tornerò a letto. -</p> - -<p> -— Noi accompagneremo le signorine in casa -Donati, poi verremo a pranzo; vero Luisa che -abbiamo il tempo? -</p> - -<p> -— Ricordatevi del povero vecchio; è un'opera -di carità visitare gli infermi. -</p> - -<p> -Le ragazze protestarono gentilmente: era -un piacere per loro... -</p> - -<p> -Poi gli strinsero la mano e chinarono le -giovani teste, che egli benedisse col suo gesto -famigliare e paterno. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span></p> - -<h2>V.</h2> -</div> - -<p> -L'aria umida e nebbiosa diacciava il viso. -</p> - -<p> -— Camminiamo lesti — disse l'Amelia allo -zoppino che le si era messo al fianco. -</p> - -<p> -— Si va in piazza Castello? -</p> - -<p> -— Sì. -</p> - -<p> -Entrarono nel Corso Vittorio Emanuele, la -strada principale della città. Qui la luce era -un poco più viva in grazia dei negozi. Gruppi -di studenti fermi sui marciapiedi chiacchierottavano, -guardando le poche donnine passanti -per caso. Altri scendevano il corso cantarellando, -per recarsi al solito caffè o alla -solita osteria, dove li aspettavano i soliti compagni -e la inevitabile partita alle carte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -</p> - -<p> -Fausto e Vittorio scambiarono alcuni saluti. -</p> - -<p> -Le due coppie camminavano in una sola fila: -le due ragazze in mezzo, i due giovani, uno -per parte. -</p> - -<p> -Andarono così, quasi senza parlare, fino in -fondo al Corso. -</p> - -<p> -Quando giunsero in piazza Castello, Amelia -e Vittorio cominciarono a discutere sul monumento -a Garibaldi che Amelia difendeva -sempre contro gli scherzi satirici del futuro -avvocato; non perchè a lei importasse qualche -cosa del monumento, ma per il semplice -gusto della contraddizione. -</p> - -<p> -Disputando affrettarono il passo e si staccarono -dai compagni. -</p> - -<p> -Argìa e Fausto continuarono a camminare -lentamente uno accanto all'altra. Tacevano. -</p> - -<p> -— Vuoi il mio braccio? -</p> - -<p> -Ella si appoggiò senza rispondere. -</p> - -<p> -— Hai freddo? -</p> - -<p> -— No... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -</p> - -<p> -— Tremi... -</p> - -<p> -— Anche tu... -</p> - -<p> -Tacquero nuovamente. -</p> - -<p> -Lenta, grigia, fumante, la nebbia saliva -dalle acque, scendeva dalle nubi, impadronendosi -dello spazio. Tutte le cose ne erano avviluppate. -</p> - -<p> -I contorni svanivano. La piazza appariva -più vasta; le case più lontane. Un rivenditore -di castagne passava come un'ombra gridando -la sua merce. Le fiammelle del gas prendevano -toni rossastri, senza splendore. -</p> - -<p> -Il vecchio castello, trasformato in caserma, -pareva una enorme massa nera coperta di fumo -denso; e in mezzo al fumo guizzavano di -tratto in tratto languidi lumicini, come le -prime scintille di un incendio che cova. -</p> - -<p> -Una tromba squillò, rimbombando nello -spazio. -</p> - -<p> -Argìa e Fausto sedettero un momento su una -panchina; ma presto si rimisero a camminare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -</p> - -<p> -La passeggiata dello stradone che essi ricordavano -così animata, era deserta. I grandi -candelabri centrali non si accendevano più; -ogni cosa entrava nell'abbandono invernale, -che rende così tristi i luoghi destinati alla -ricreazione estiva. -</p> - -<p> -Si sentiva da lontano un tram che arrivava -e le campanelle attaccate al collo dei cavalli -tintinnavano malinconicamente. -</p> - -<p> -Davanti al ricovero «Pio Albergo Pertusati,» -Vittorio si fermò per interrogare Fausto -sullo stato di un certo giovane che aveva -subita una terribile operazione sotto il professore -Pisani. -</p> - -<p> -— È in grave pericolo... -</p> - -<p> -— Il babbo spera ancora! -</p> - -<p> -A poco a poco Vittorio e Amelia, spinti -dal freddo ripresero il passo affrettato e si -allontanarono. -</p> - -<p> -— Dunque, Fausto? Hai pensato alla mia -partenza? — domandò Argìa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -</p> - -<p> -Egli ebbe un soprassalto e strinse violentemente -il braccio che s'appoggiava al suo. -</p> - -<p> -— Non posso pensarvi. -</p> - -<p> -— E allora?... -</p> - -<p> -— Non so!... -</p> - -<p> -Ricaddero nel loro silenzio affannoso, oppressi -da una invincibile agitazione. -</p> - -<p> -Finalmente Argìa mormorò: -</p> - -<p> -— Non mi resta dunque che il suicidio... -O lasciarmi ammazzare dal babbo appena saprà... -È orribile! -</p> - -<p> -— Consolati... Moriremo insieme, io ti farò -coraggio... -</p> - -<p> -Sentendosi vacillare, Argìa si appoggiò con più -forza. Fausto si fermò, le cinse la vita col braccio -destro, poi con l'altro le accerchiò le spalle -e se la strinse al petto in un impeto disperato. -</p> - -<p> -— Ti amo! — singhiozzò — Ti amo tanto!... -</p> - -<p> -— Io non voglio che tu muoia! -</p> - -<p> -— Morire con te è ormai la sola felicità a -cui aspiro!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -</p> - -<p> -Rimasero un momento così, stretti, nella -suprema dolcezza, come rapiti. -</p> - -<p> -Lo stradone era completamente deserto. In -alto, sul bastione, Amelia e Vittorio ridevano, -e le loro voci giovani, cristalline, si allargavano -nel silenzio della notte. -</p> - -<p> -— Oh! Fausto! Fausto! tu non devi morire! -Io sola, se mai, io sola! -</p> - -<p> -Egli sospirò profondamente, mentre le sue -labbra si piegavano a un amaro sorriso. -</p> - -<p> -— Bambina!... Io solo, «se mai», come -tu dici. Poichè tu troveresti ancora una ragione -alla vita nell'amore della tua creatura... -A me invece non resta più nulla, nulla! Dammi -ancora un bacio! -</p> - -<p> -Un rumore di passi li fece riscuotere. -</p> - -<p> -— Andiamo più in su; saremo più tranquilli. -</p> - -<p> -Cominciarono lentamente la salita del bastione, -lei ansando un poco nel busto troppo -serrato, provando un senso penoso di vergogna -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -tutte le volte che il suo compagno era -costretto a fermarsi un istante per lasciarla -rifiatare. -</p> - -<p> -— Dove sono loro? -</p> - -<p> -— Camminano in là, sull'erba del contrafforte; -li ritroveremo poi. Ci aspetteranno come -le altre volte, sull'ultimo spalto. Siediti qui -un momento, sei troppo stanca. -</p> - -<p> -Sedettero sul parapetto. -</p> - -<p> -Il bastione andava giù a picco, in un praticello -acquitrinoso, solcato da un rigagnolo -e contornato da una roggia, che formava una -cascatella il cui rumore saliva dolcemente. Di -tratto in tratto una locomotiva lanciava un -sibilo dalla vicina stazione sepolta nella nebbia. -</p> - -<p> -Si provavano le macchine. Un treno partiva -o arrivava. -</p> - -<p> -— Partire! — mormorò Argìa sospirando. — Andare -lontano lontano. Vivere ignoti... -</p> - -<p> -Fausto si scosse e crollò il capo. -</p> - -<p> -— Si sarebbe sempre noi due! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -</p> - -<p> -— Vuoi dire che non si dimenticherebbe -mai! — esclamò la fanciulla dopo un istante -di riflessione. — Questo lo so anch'io; te l'ho -già scritto. -</p> - -<p> -— Un amore come il mio non dimentica -nulla. Tu mi hai ben compreso. -</p> - -<p> -— Quello che io non comprendo — riprese -Argìa con la voce velata dalla commozione — quello -che non so spiegarmi è che tu voglia -protrarre questo stato d'incertezza, questa -commedia inutile. Perchè non ti stacchi da -me? Perchè non mi abbandoni al destino mio? -</p> - -<p> -— Perchè non posso. Non capisci? Non -posso. Ti amo più che mai; e tu sei persa -per me! persa irreparabilmente. Non posso -rassegnarmi a questa perdita. Come vedi è -una cosa semplicissima. Non posso amare la -vita senza di te, e nemmeno sopportarla. Per -questo ho risoluto di morire. Non è un sacrificio -che ti faccio: è piuttosto una grazia che -ti domando: lasciami morire con te. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -</p> - -<p> -— Oh! Fausto! tu vuoi morire! -</p> - -<p> -— Sì. Senti: se potessi vivere senza di te, -se potessi dimenticarti, ti abbandonerei, come -dici tu, al tuo destino; poichè, in fondo, ti -odio! Ma l'amore unito all'odio diventa più -forte, più tenace. -</p> - -<p> -«Non sapevi questo eh,?... Neppure io! -Adesso lo so. Ti odio perchè sei stata di un -altro e perchè non sei quella che io credevo: -non sei la mia fanciulla. Dopo l'ultima lettera -che mi hai scritto ho capito anche meglio -quanto ti amo e quanto ti odio. Io, con te, -sarei sempre infelice; anche se per una grazia -impossibile della sorte potessi dimenticare il -maledetto fatto. Anche se potessi cancellarlo: -fare che non sia successo. Sarei infelice perchè -tu hai pensieri, sentimenti, istinti, che -mi ripugnano in una donna; che stimo contrari -alla felicità famigliare, quale io l'ho sognata. -Sei giovine e non ti conosci abbastanza. -Ma io ti ho compresa meglio, io so come -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -saresti e cosa penseresti da qui a dieci anni. -Tutta contraria a me saresti: mi giudicheresti -con la tua intelligenza e mi troveresti illogico, -poco generoso. Cesseresti di amarmi, ne sono certo. -Per questo voglio che tu muoia con me, -adesso che mi ami.» -</p> - -<p> -— Ah! dunque non sei più tu che vuoi -morire con me; bensì io che devo morire con -te? È strano! -</p> - -<p> -— È strano apparentemente soltanto. È -logico se pensi che io morirei in tutte le maniere. -È una cosa così: una cosa irrimediabile. -Dacchè ti ho penetrata, dacchè ti condanno, -tu mi affascini, come non mi avevi mai affascinato; -e sento di amarti come non t'avevo -amata mai, neppure in sogno. -</p> - -<p> -Egli parlava a voce bassa, con una intonazione -dolce e molle come se avesse dette le -cose più semplici e naturali. Una blanda esaltazione -s'era impadronita del suo pensiero. E -Argìa si lasciava penetrare a poco a poco, e -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -si lasciava vincere da quella sottile ebbrezza. -La testa appoggiata sulla spalla di lui, le -palme abbandonate, essa lo ascoltava chetamente. -Quella voce soave la cullava; quelle -parole appassionate la trasportavano fuori del -mondo. -</p> - -<p> -Dopo un silenzio che durò alcuni istanti, -Fausto riprese: -</p> - -<p> -— Questo stato dell'anima mia è incomprensibile -a me stesso. Non saprei scrutarne -la natura. Le cause mi sfuggono. Davanti a -certi misteri dell'anima e del sentimento siamo -tutti ignoranti. La scienza dà una formula, -come la fede un dogma. Il fenomeno resta -inesplicato e il mistero ci deride. La sola cosa -che io so è che l'amor mio, quest'amore nuovo -che mi lega a te, è di sua natura indistruttibile; -ma so pure che mi deve distruggere. -E il perchè di tale distruzione lo intravedo. -Ci dev'essere troppo distacco, troppa disarmonia -fra quest'amore e la mia indole, fra le -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -idee a cui quest'amore si collega e le idee e -gl'istinti che la tradizione e l'eredità mi hanno -dato. Le idee vecchie e i sentimenti ereditati -vivono in me di una vita troppo tenace. Una -volta credei di averli domati con la scienza. -Ma la scienza non è che un'astrazione superba -senza l'esperienza della vita. Davanti alla -scienza, gli astuti finsero di cedere, e si accovacciarono -nella parte più intima del mio -essere. Adesso che si tratta di una vera battaglia -sanguinosa, li ritrovo più forti, più implacabili -e baldanzosi. Perchè io potessi vivere, -bisognerebbe sradicare le vecchie idee -dal mio cervello e strappare dal mio cuore i -vecchi sentimenti: oppure, strappare questo -amore, come si strappa una escrescenza pericolosa -e deforme. Una operazione chirurgica -come tante altre! Ma vi sono operazioni apparentemente -facili, alle quali certi individui -apparentemente robusti non possono resistere. -Un'altra cosa questa, che la scienza non mi -spiega! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -</p> - -<p> -Egli ebbe un riso strano e tacque un istante, -come sorpreso dalle immagini indeterminate, -tumultuose che si affollavano nel suo cervello. -</p> - -<p> -A poco a poco la sua fronte eretta incontro -alla brezza fredda, si chinò; e le sue labbra -cercarono le labbra della fanciulla. -</p> - -<p> -— Oh! i tuoi baci!... i tuoi baci!... Se si -potesse baciarsi sempre e non pensare mai!... -</p> - -<p> -«Del resto tu hai intuito il mio stato scrivendomi -che una felicità inferiore a quella -che avremmo avuta — o immaginata — senza -la tua disgrazia... ti sarebbe intollerabile. Soltanto, -la parola «inferiore» non dipinge la -situazione: non dice quello che io sento. La -gioia che provo quando ti stringo fra le mie -braccia è suprema gioia, insuperabile ebbrezza. -Non vi può essere felicità maggiore. -Ma questa felicità è avvelenata da un dolore -senza nome e senza misura. È uno stato difficile -a intendersi, più difficile a spiegarsi, lo -stato dell'anima mia ammalata. Sento nel medesimo -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -tempo tutta la soavità di un amore -immenso e tutta l'amarezza dell'odio divoratore. -Una vita così — tu l'hai compreso — non -è possibile sopportarla: nessuno la potrebbe -vivere. Ma per morire insieme non si -potrebbe immaginare nulla di più inebbriante. -La nostra morte sarà deliziosa! -</p> - -<p> -— Oh! sì! — mormorò Argìa, stringendosi -sempre più fortemente al petto di lui. -</p> - -<p> -— Sì, t'intendo! -</p> - -<p> -E dopo un istante di silenzio, con nuovo -impeto mormorò: -</p> - -<p> -— T'intendo, sì!.. Guarda l'acqua laggiù -come c'invita!... Senti come ci chiama teneramente! -Lasciamoci cadere laggiù, da questa -altezza. Moriremo subito. E non si potrà mai -sapere se siamo caduti per imprudenza, o se -abbiamo voluto morire. Il primo caso sembrerà -più probabile. Stretti in un amplesso, -i nostri cuori cesseranno di palpitare nel medesimo -istante e le nostre anime si involeranno -insieme... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<p> -Fausto la interruppe, crollò il capo e si alzò. -</p> - -<p> -— No, Argìa, no!... Alzati! andiamo! Non -voglio cedere alla tua vertigine. Non così, -non così... Tu non hai capito. La nostra morte -deve essere una festa, un tripudio. E poi, i -nostri corpi devono rimanere nascosti, il più -che si può... M'intendi? La mia gelosia sorpassa -la morte. -</p> - -<p> -Tornò a stringerla ed a baciarla quasi in -delirio. -</p> - -<p> -— Io vorrei morire subito — mormorò la -fanciulla. — La morte è incerta come la vita!... -Forse un istante simile non ritornerà mai più. -Moriamo subito, Fausto! -</p> - -<p> -Curva sull'abisso nero, ella fissava il vuoto -con gli occhi intenti, ascoltando la cascatella -che ridacchiava in fondo al muraglione. -</p> - -<p> -Si sentiva attirata da un fascino misterioso. -</p> - -<p> -Ma Fausto la strappò via. -</p> - -<p> -— Vieni, Argìa, vieni! Più bella deve essere -la nostra fine, più poetica. Vieni! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -</p> - -<p> -Le circondò la vita col braccio robusto e -trascinandola, quasi portandola, s'allontanò -rapidamente per fuggire quella tentazione, il -cuore palpitante di un gaudio nuovo, la fantasia -abbagliata da una visione luminosa di -amore eterno, infinito. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span></p> - -<h2>VI.</h2> -</div> - -<p> -In città, i Pisani abitavano, sul Corso Cavour, -il migliore appartamento di un vecchio -palazzo posto di fronte alla casa di Don Paolo -Giudici. Esteriormente, il palazzo conservava -tutto il carattere vetusto, sebbene l'interno -avesse subito varie trasformazioni per servire -agli usi moderni. Rimaneva sempre un'abitazione -incomoda, mal distribuita per i bisogni -di una famiglia borghese. In compenso, i muri -grossi, i soffitti a vôlta la rendevano fresca -l'estate, e non troppo fredda nell'inverno. E -poi, il professore si compiaceva di quegli ampi -locali, di quella vecchia magnificenza un poco -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -sbiadita e maltrattata, ma pur sempre imponente. -La sua figura soldatesca si addossava -bene a quei camini di marmo colossali: s'incorniciava -pittorescamente nelle inquadrature -delle porte e delle finestre; e poteva muoversi -con tutta la libertà di cui abbisognava, in -quei larghi spazi che nessuna mobilia riesciva -a ingombrare. -</p> - -<p> -Un salone, tagliato in due sensi, aveva dato -le camere per le ragazze e una bella galleria. -Esse stavano di solito qui a lavorare, come -due antiche dame, nel vano delle grandi finestre; -e lo spessore del muro consentiva a ciascuna -una sorta d'isolamento e di autonomia. -</p> - -<p> -Amelia, preoccupata di vedere nella strada, -quando girava la testa per rompere la noia -mentre stava cucendo o ricamando, aveva -messo un rialzo sotto alla sua sedia. Non -bastando questo, vi posava sopra un guanciale, -come le signore fanno nei loro palchetti -in teatro. Ed era veramente come in un palchetto, -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -poichè non uno studente passava di -là senza levar la testa per salutare la bionda -del Pisani. -</p> - -<p> -Seduta molto più in basso, Argìa rimaneva -invisibile alla gente della strada, e non vedeva, -lei stessa, altro che il cielo e la casa di fronte. -Le bastava. -</p> - -<p> -Negli anni addietro, allorchè il suo amore -per Fausto viveva di sole occhiate, ella era -felice di mettersi là ad aspettare ch'egli si -affacciasse e le desse il buon giorno con un -sorriso, prima di uscire per recarsi alla scuola. -Tutta la giornata le pareva bella, se aveva -avuto quel sorriso. -</p> - -<p> -Adesso ella pensava con disperazione a quei -tempi lontani e innocenti. -</p> - -<p> -Era sola. Amelia non sarebbe ritornata dalla -Magistrale fino alle tre. Poi si sarebbe chiusa -in camera per studiare le sue lezioni e fare -i còmpiti. -</p> - -<p> -Argìa trovava un sollievo nell'assenza della -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -sorella. Sola così poteva pensare liberamente -alle cose che Fausto le aveva dette alcune -sere prima. -</p> - -<p> -Quale trasformazione di tutto il suo essere, -dopo quel colloquio! -</p> - -<p> -Fin da quando era ritornato da Mantova, -ella sapeva che Fausto l'amava di un amore -eccezionale; ma non avrebbe creduto ch'egli -l'amasse al punto di morire con lei. Questo -le pareva troppo. -</p> - -<p> -Eppure era vero. Egli l'amava così; l'amava -disperatamente: non voleva che lei; la vita -senza di lei, gli pareva odiosa. E non potendo -vivere con lei, felice, voleva portarla con sè -nella morte. -</p> - -<p> -Dire che don Paolo aveva tanto paura della -morte, e loro niente!... -</p> - -<p> -Socchiuse gli occhi: rivedeva tutta la scena -del bastione, le grandi linee indeterminate, -la nebbia, i lumi arrossati; sentiva l'acqua -gorgogliare laggiù in fondo al muraglione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -</p> - -<p> -E il ricordo di un bacio la faceva riscuotere. -Egli non l'aveva mai baciata così. -</p> - -<p> -Si rammaricava soltanto di non poter vivere -un po' dippiù con lui in quei giorni. -Pensare che erano gli ultimi! Pensare che -avevano le ore contate e non erano quasi mai -soli! -</p> - -<p> -Aveva tante cose a dirgli; ma davanti alla -gente non le riusciva di parlare. -</p> - -<p> -E neppure a lui. Così ammutolivano tutti -e due, e Amelia li trovava noiosi. -</p> - -<p> -Quel giorno se avesse potuto parlargli, gli -avrebbe detto una cosa che le stava molto -a cuore. Egli si era ingannato giudicandola -una inconscia ribelle. Lei stessa si era ingannata -in certi momenti. Non era vero. Lei non -era ribelle. Se egli l'avesse presa e l'avesse -amata sempre così, avrebbe potuto modellarla -come un pezzo di creta. -</p> - -<p> -Le sarebbe piaciuto tanto obbedirgli in -tutto... non avere alcuna volontà propria... -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -non essere nulla altro che una parte di lui! -Questo pensiero dell'annientamento di sè nell'uomo -amato, le faceva provare una tenerezza -infinita. Vi si compiaceva; lo raffinava con -molta delicatezza. -</p> - -<p> -Appunto perchè, in realtà, questa era una -cosa contraria alla sua natura, ella vi s'infervorava; -per quel bisogno che gli spiriti ardenti -hanno di tutto sacrificare all'oggetto o -al pensiero che li esalta. E le pareva che soltanto -per questo rimpiangeva la vita. Come -sarebbe stato sorpreso Fausto di trovarla così -mite, così sottomessa; e di quale dolce sorpresa!... -Mah! inutile pensarci. Dovevano -morire. -</p> - -<p> -Ebbene, avrebbe concentrato tutto il suo -amore, tutto il suo entusiasmo in quel momento -supremo. -</p> - -<p> -Del resto, lei non aveva alcun rimpianto -per sè. Che cosa avrebbe rimpianto? La morte -era la sua salvezza. La morte le dava tutto. -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -Si sarebbe addormentata nelle braccia del suo -Fausto, sapendo che era per sempre; che quel -dolce sonno non doveva avere risvegli, nè -pentimenti. -</p> - -<p> -Gettò il lavoro. Si alzò e andò nella sua -camera. -</p> - -<p> -Fausto le aveva dato un romanzo russo bellissimo, -nel quale si parlava molto della morte. -Voleva leggerlo: ma non poteva fermarsi sui -pensieri dell'autore, trascinata siccome era dai -pensieri propri. -</p> - -<p> -E questi pensieri diventavano più tristi, -più foschi. Vi era un punto nero che si allargava -a poco a poco opprimendola come un -incubo; distruggendo la sua gioia trascendentale. -</p> - -<p> -Quel punto nero era un rimorso. Sì, ella -scopriva nell'anima sua un rimorso nuovo, insoffribile. -</p> - -<p> -Perchè non gli aveva detto tutto? Perchè -non s'era confidata a lui? L'aveva tanto pregata!... -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -E poi non voleva passare per ribelle? -Pretendeva di identificarsi con lui?!... -</p> - -<p> -Ah! non poteva, no, non poteva! -</p> - -<p> -Era inutile: non sapeva sacrificarsi. -</p> - -<p> -Poteva morire, non cedere la sua orgogliosa -personalità. -</p> - -<p> -Eppure, no! non era orgoglio, nè ribellione. -Lei avrebbe voluto. Le faceva tanto male di -vederlo in collera il suo Fausto: peggio che -mai, addolorato. -</p> - -<p> -Ma era una cosa impossibile quella narrazione. -Tutta la sua femminilità si rivoltava. -</p> - -<p> -Come doveva fare, soltanto a dargli un'idea -delle cose passate e dello stato dell'anima sua, -delle battaglie segrete, delle indefinibili aspirazioni, -e di quella completa atonia della sua -volontà?... -</p> - -<p> -Avrebbe raccontati i fatti brutalmente, e -Fausto non avrebbe capito nulla, oppure avrebbe -capito qualche cosa di mostruoso. -</p> - -<p> -No!... Non poteva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -</p> - -<p> -Ma anche se avesse raccontato tutto; se -avesse raccontato bene: poteva egli credere?... -</p> - -<p> -Non erano incredibili i fatti ch'ella doveva -narrare? -</p> - -<p> -Non ne dubitava lei stessa qualche volta?... -Non giungeva fino ad accusarsi, a darsi tutta -la colpa, per la rabbia di non capire?... -</p> - -<p> -Nessuno poteva crederle!... -</p> - -<p> -Fausto avrebbe pensato che lei mentiva -meschinamente; o almeno che si scusava, che -cercava di attenuare la propria responsabilità. -E questo, questo era l'intollerabile per lei; -questo le chiudeva la bocca: essere creduta -così vile!... -</p> - -<p> -Eppure... vi era nella scienza moderna qualche -cosa che poteva confermare le sue parole. -Ne aveva sentito parlare. -</p> - -<p> -Sì. Ma, nel caso concreto, chi ci credeva -veramente?... -</p> - -<p> -Appunto a lei doveva essere toccato?.. Che!... -</p> - -<p> -Si ammette la possibilità, ma il fatto lo si -discute, quando si tratta di cose così strane. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -</p> - -<p> -La scienza dubita nella mancanza di prove; -l'inganno essendo tanto facile! -</p> - -<p> -Lei stessa che cosa ne sapeva?... -</p> - -<p> -Se Fausto avesse voluto convincerla con -argomenti scientifici, che lei era molto più -colpevole di quello che pensava: che la parte -sua di consapevolezza e di condiscendenza era -molto maggiore; lei, che cosa avrebbe risposto?... -Come si sarebbe difesa?... -</p> - -<p> -Ahimè! Avrebbe chinato la fronte, umiliata, -vinta. -</p> - -<p> -La sua sventura era completa. -</p> - -<p> -Un fiotto di lagrime le oscurò la vista. Si -appoggiò al letto sopraffatta. Tutto il suo -corpo tremava, scosso dai singhiozzi. -</p> - -<p> -Ah! come era debole!... -</p> - -<p> -L'ebbrezza cerebrale che Fausto aveva trasfuso -in lei l'abbandonava così; ed ella cadeva, -da quella vertiginosa altezza nel più profondo -scoramento. -</p> - -<p> -Ma no, no, non voleva essere tanto debole: -era una vergogna. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -</p> - -<p> -Lasciarsi abbattere voleva dire mancare -alla promessa che aveva fatta a Fausto: voleva -dire deluderlo ancora. -</p> - -<p> -Doveva deluderlo in tutto?... Era dunque -proprio vero che lei non poteva essere la vera -compagna dell'uomo che amava? -</p> - -<p> -Perchè si amavano tanto se così era?... -</p> - -<p> -Fausto diceva che si amavano appunto per -quello; che le loro indoli così diverse e nel -medesimo tempo così affini anelavano a quella -conflagrazione per trasformarsi o distruggersi. -</p> - -<p> -Ma questo la opprimeva, lei. -</p> - -<p> -Inconsciamente sentiva che Fausto aveva -la parte bella, mentre a lei rimaneva la parte -odiosa. Lui, dotato di un forte ingegno, buono, -amato, ricco e... senza colpe — sì, senza colpe -lui, poichè seppure ne aveva assai più di lei, -in lui non contavano!... lui si sacrificava per -lei... dava la vita utile e bella, per una ragazza -caduta che non poteva più vivere onestamente -nella società... Era lei che l'uccideva. -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -Per lei usciva dal mondo quella intelligenza -elevata, quel cuore nobile, che avrebbe fatto -tanto bene all'umanità! -</p> - -<p> -Lui era il generoso; e poteva esaltarsi e -inebbriarsi della sua propria generosità, dimenticando -le cose positive! Era naturale! -</p> - -<p> -Ma lei? -</p> - -<p> -Ah! lei non faceva che il male perfino morendo! -E lo sentiva e ne era schiacciata, perchè -lei non aveva alcuna illusione generosa -per consolarsi. Da parte di lei, la gioia, l'esaltamento, -non potevano essere che egoismo. -</p> - -<p> -E la sua anima femminile, educata al sacrificio, -predisposta al sacrificio dall'eredità atavista -di tanti milioni di donne: la sua povera -anima soffriva acutamente di quello spostamento -di parti. -</p> - -<p> -Nè gl'istinti ribelli, che pure erano in lei -così manifesti, bastavano a farle accettare tale -situazione. -</p> - -<p> -Al pari di tutte le donne di cuore, ella era -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -ribelle soltanto di fronte alla ingiustizia, alla -crudeltà e alla prepotenza del maschio e delle -leggi sociali che fanno a lui la parte del -leone. -</p> - -<p> -Di fronte all'amore, e al sentimento generoso -dell'uomo amato, ella era trascinata da -una forza ineluttabile ad immolarsi completamente, -felice di essere schiava, gelosa della -sua destinazione al sacrificio, come di un tesoro -dovuto a lei sola. -</p> - -<p> -Ritornò al suo posto nella galleria; riprese -il lavoro. -</p> - -<p> -Voleva dominarsi; non voleva uscire dal -ciclo di pensieri che Fausto le aveva suggeriti. -Era anche questa una specie di dedizione -della sua volontà; un rinunciamento: il solo -sacrificio concessole; e vi si aggrappava. -</p> - -<p> -Ma invano ella voleva limitare lo spazio -alla sua fantasia, e mantenere il suo dolore -nella via tracciata. -</p> - -<p> -Involontariamente ritornava sul passato, su -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -quel passato doloroso e incredibile, che non -poteva raccontare. -</p> - -<p> -Gli avvenimenti si svolgevano nella sua -memoria, come erano succeduti realmente -quattro mesi prima; e, forse per la millesima -volta, ella si sforzava ad analizzarli, a scrutarli, -a comprenderli. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span></p> - -<h2>VII.</h2> -</div> - -<p> -Era nel principio di quella ultima estate. -I giorni passavano, le settimane, i mesi, e -Fausto non ritornava più da Mantova, dalle -vacanze di Pasqua in poi. Vittorio badava a -dire che donna Evangelina, indisposta, voleva -il figliuolo presso di sè. -</p> - -<p> -Ma la voce pubblica diceva ch'egli interrompesse -gli studi, perchè sua madre, sempre avversa -alla medicina — scienza atea — non voleva -avere un figliuolo medico; e perchè egli -sposava la contessina d'Arco. -</p> - -<p> -Per molto tempo, Argìa non aveva prestato -fede a tale voce. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -</p> - -<p> -Prima di partire, stringendole le mani, -Fausto le aveva detto: «A rivederci Argìa.» -Nient'altro. Ma con tale accento, con tale -sguardo da valere un giuramento. -</p> - -<p> -Ah! perchè non l'avevano lasciata nella -sua fede? -</p> - -<p> -Perchè avevano voluto strapparle quel conforto? -</p> - -<p> -Di tutto avevano fatto per convincerla dell'abbandono -di Lamberti: come se tutto il -male della vita consistesse nel nutrire una -vana illusione; e non fosse peggio, mille volte -peggio non averne più nessuna. -</p> - -<p> -Suo padre che aveva fatto conto su quel -matrimonio, era furente contro i Lamberti, e -perfino contro don Paolo. -</p> - -<p> -A volte pareva abbattuto, lui che nulla -abbatteva. Era il primo schiaffo della sorte, -e lo sentiva. -</p> - -<p> -Un giorno, un amico venuto da Mantova -disse che il matrimonio Lamberti-D'Arco era -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -fissato: si vedevano i due giovani andare fuori -insieme: si aspettavano le pubblicazioni che -dovevano essere prossime. -</p> - -<p> -Allora, come un ragazzo che ha bisogno di -sfogarsi, il professore aveva preso Argìa a -parte, e fatto un appello al coraggio, alla -saggezza, all'orgoglio di lei — il solito appello -che si fa quando si sta per ferire a morte una -povera creatura, con una notizia perversa — egli -le narrava tutto quello che aveva sentito, -aggravandolo col proprio furore, dando -carattere di verità alla semplice diceria. -</p> - -<p> -Assalita a quel modo, dopo tanto che soffriva -nelle incertezze, la fanciulla si sentì -mancare; cercò però di nascondere quello che -provava. -</p> - -<p> -Chiamò a soccorso tutto il suo coraggio, -tutto il suo orgoglio, e — pallida come la -morte, ma con apparente calma — rispose -che per lei era lo stesso: Fausto non le aveva -fatta alcuna promessa! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -</p> - -<p> -Il padre la baciò e la lodò molto di quella -fermezza. -</p> - -<p> -Ma non bastava che fosse calma e coraggiosa: -egli la voleva allegra e felice. -</p> - -<p> -E si mise a darle dei consigli pratici, intramezzati -da ripigli di collera che lo spingevano -a nuove sfuriate contro il Lamberti. -</p> - -<p> -Doveva divertirsi. Egli avrebbe fatto di -tutto per trovarle un altro partito egualmente -vantaggioso. Doveva assecondarlo. Bisognava -fargliela vedere a quei borghesacci quattrinai, -pieni di boria, che non volevano la figliuola -di un povero professore; bisognava fargliela -vedere a quei tirchi!... -</p> - -<p> -La fanciulla, che si sentiva morire, e non -vedeva l'ora di essere sola nella sua cameretta, -ascoltava in silenzio e rispondeva macchinalmente -qualche monosillabo. -</p> - -<p> -Ma il professore non voleva lasciarla sola: -sapeva che avrebbe pianto, che si sarebbe -intenerita; ed egli temeva quelle lagrime, quei -ritorni dell'affetto che soffocano l'orgoglio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<p> -Per distrarla la condusse a Milano; le fece -conoscere molte persone. Ritornando a Pavia, -continuò nel proposito di farla divertire a -qualunque costo. -</p> - -<p> -Lei restava malinconica, fredda, indifferente -a tutto. Non basta: stava anche male. -Allora il professore pensò di mandarla in campagna. -L'aria dei campi l'avrebbe rinvigorita. -Fu dunque deciso che Argìa avrebbe passato -qualche mese in villa con la cugina Carmela -e Bice Chiari. Altre amiche erano invitate a -passare alcuni giorni. -</p> - -<p> -Il professore si recava a trovarla due volte -la settimana, conducendo seco l'Amelia, i -suoi studenti prediletti e altri amici. In tali -occasioni si ballava, si faceva musica. -</p> - -<p> -Argìa aveva sempre amato il ballo e la musica -con passione. Anche triste, anche affranta, -quando la musica penetrava nei suoi nervi, -ella si lasciava trascinare nel vortice di un -valzer e volontariamente si stordiva. Non per -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -questo dimenticava i suoi tormenti, nè cessava -di soffrire; ma era una sofferenza diversa, -più acuta e nel medesimo tempo quasi dolce, -con una sensazione di ebbrezza nella disperazione. -</p> - -<p> -Non durava però quello stato. Poco dopo, -cessata la musica, ella ricadeva in un abbattimento -più profondo e più cupo. Allora il -professore s'inquietava. Venivano le ammonizioni. -</p> - -<p> -Se faceva così era inutile! Aveva perduto -già due partiti: due uomini molto agiati, non -tanto giovani, però tanto più sicuri. Si erano -innamorati vedendola ballare, ma poi avevano -mutata opinione trovandola così malinconica -e fredda. Non capiva che era una bambina? -Non così andava presa la vita. La vita era -una palestra, bisognava lottare e vincere i -primi premi. L'arma della donna era la bellezza -e l'amore. Il premio, un ricco matrimonio, -e il piacere di essere adorata. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -</p> - -<p> -Da parte di una fanciulla, l'amore andava -inteso quale un mezzo per accasarsi bene, e -un passatempo piacevole: un affare e una farsa; -guai a chi ne faceva la tragedia della vita! -</p> - -<p> -Gli uomini non meritavano l'amore delicato, -esclusivo, spesso sublime di certe donne. Quelle -illusioni, quelle tenerezze erano margherite -gettate ai porci. -</p> - -<p> -Era un pezzo ch'egli le pensava quelle -cose. Finchè si trattava delle altre lasciava -correre: che gl'importava? Peggio per loro se -l'esperienza e l'esempio non le illuminava; -peggio per i loro genitori che le allevavano -così stupidamente. -</p> - -<p> -Ora però, ora che si trattava della sua Argìa, -della sua creatura prediletta, tirata su con -tanto amore, con tanta cura; ora non poteva -tacere, lasciar correre. Argìa non doveva soffrire -per un uomo: avrebbe parlato tanto finchè -l'avrebbe convinta che nessuno, proprio -nessuno meritava le lagrime, il dolore di lei. -Fausto meno di chiunque. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -</p> - -<p> -Nella passione di convincerla giungeva ad -accusare sè stesso. -</p> - -<p> -Già, neppure lui, il buon padre ch'ella conosceva, -neppure lui aveva meritato completamente -l'amore di quell'angelo di sua moglie! -</p> - -<p> -Non l'aveva compresa, poverina, non aveva -saputo essere abbastanza dolce, abbastanza -poetico... sebbene l'amasse realmente, come -pochi mariti amavano. -</p> - -<p> -Dunque, se lui, il suo buon babbo, non era -stato capace di dare alla donna amata quella -felicità di amore che le donne sognavano, che -cosa poteva sperare Argìa ragionevolmente da -un altro uomo? In nome di Dio, come poteva -illudersi ancora? -</p> - -<p> -Pochi giorni dopo aveva un altro partito, -un eccellente matrimonio pronto per lei. -</p> - -<p> -Era un collega dell'Università. -</p> - -<p> -Quarantacinque anni, ma un uomo sano, -benissimo conservato. Di quelli che tengono -la giovinezza nel salvadanaio per ispenderla -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -tutta in una volta al momento buono. Diecimila -lire di rendita e cinquemila di stipendio! -Un partito magnifico insomma! -</p> - -<p> -Argìa rifiutò. Non voleva maritarsi dacchè -gli uomini erano così indegni di amore; non -voleva saperne di nessuno. Vi fu un alterco -tra padre e figlia, e il padre fu violento, poi -debole. -</p> - -<p> -Dopo tutto, se non voleva maritarsi, peggio -per lei: lui era contento di tenersela in casa, -purchè fosse allegra e si divertisse. -</p> - -<p> -E continuava l'andazzo solito. -</p> - -<p> -Intanto una immensa amarezza era entrata -nell'animo dell'infelice sua figlia. -</p> - -<p> -Le teorie paterne la rendevano pessimista, -senza ch'ella potesse trarre da quel pessimismo -il supposto profitto. -</p> - -<p> -L'amore per Fausto rimaneva incolume: ma -si vergognava di amarlo ancora, come ci si -vergogna di una debolezza. Lo avrebbe dimenticato -se avesse potuto. E adagio adagio ella -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -faceva ogni giorno più largo posto al bisogno -di stordirsi. -</p> - -<p> -Sentiva oscuramente il desiderio fatale della -vendetta. Solamente, poichè non avrebbe mai -avuto il cuore di far del male a Fausto, si -sarebbe vendicata sugli uomini in generale. -</p> - -<p> -Nessuno dei giovani che suo padre conduceva -in villa era capace d'interessarla. Nemmeno -il professore suo pretendente che continuava -a farle la corte. -</p> - -<p> -Li trovava mediocri, noiosi: troppo dissimili -da Fausto la cui immagine l'assediava. -Ma il ballo poteva ancora distrarla. La musica -penetrava l'animo suo e s'impadroniva -di tutte le sue facoltà. -</p> - -<p> -Quegli stessi uomini che discorrendo le parevano -insulsi e noiosi, si trasformavano per -lei nel ballare; o meglio non li vedeva, nè -sentiva i loro discorsi. Non sentiva che la -musica; non vedeva che il turbinio confuso, -inebbriante del ballo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -</p> - -<p> -E certi motivi di <i>valtzer</i> le davano la sensazione -di smarrirsi in un vortice misterioso. -Allora il braccio di un indifferente le pareva -il braccio di Fausto: e di Fausto era l'alito -caldo che le sfiorava il viso. Era lui che la -portava via nell'ebbrezza. -</p> - -<p> -Negli intervalli rimaneva spossata, senza -idee, quasi senza coscienza. -</p> - -<p> -La notte non poteva dormire, stava lungamente -alla finestra, trasognata, triste; la testa -in fiamme, il cervello pieno di visioni. Soltanto -verso l'alba, quando la frescura penetrava -il suo corpo, sentiva il bisogno di coricarsi -e dormiva un poco. -</p> - -<p> -Qualche volta ella passava quelle ore di -veglia, nella disperazione e nel pianto. E il -nome di Fausto ritornava continuamente sulle -sue labbra arse. -</p> - -<p> -Una sera il Pisani arrivò alla villa in compagnia -di alcuni musicisti, tra i quali un violinista -celebre; Adolfo Ruggeri, venuto da -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -Milano per salutare gli amici prima di partire -per la capitale della Russia, dove andava -a stabilirsi con lauto stipendio. -</p> - -<p> -Argìa non l'aveva mai visto. -</p> - -<p> -Come sempre quando conduceva degli ospiti, -il Pisani si era fatto precedere dal cuoco. Le -ragazze dunque sapevano che sarebbero arrivati -alcuni signori, ma ne ignoravano i nomi. -</p> - -<p> -Verso le cinque, Bice Chiari aspettava con -molta curiosità, a una finestra del secondo -piano. Argìa e Carmela erano occupate nella -sala da pranzo. -</p> - -<p> -Improvvisamente la Bice entrò gridando: -</p> - -<p> -— Arrivano! Hanno lasciato le carrozze in -fondo al viale. Sono tre gli ospiti!... Amelia -ha un vestito nuovo tutto rosso... -</p> - -<p> -Poi, dopo un momento di esitazione: -</p> - -<p> -— C'è Fausto Lamberti! -</p> - -<p> -Argìa diventò pallida, ma non disse nulla. -Salì le scale in un baleno e si affacciò alla -finestra da cui si scopriva tutto il viale. Il -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -cuore le balzò. Era tra quei signori, un giovane -di statura media, di proporzioni eleganti, -un po' esile; la sua testa finamente disegnata, -aveva un'aria pensosa. A quella distanza, -sotto a quella luce, pareva tutto Fausto. Una -gioia ineffabile s'impadronì della povera Argìa. -</p> - -<p> -— Pare proprio lui! — mormorò rivolgendosi -alle amiche che l'avevano seguita. -</p> - -<p> -La comitiva avanzava discorrendo allegramente. -Si sentivano le voci. -</p> - -<p> -L'abito rosso di Amelia sfolgorava. -</p> - -<p> -— Ah! — gridò Argìa, gettandosi tra le -braccia della Carmela — non è lui! -</p> - -<p> -Più tardi, passata la crisi, cancellati i segni -delle lagrime, Argìa sedeva a tavola vicino -al maestro Ruggeri, che suo padre le aveva -presentato. Era il primo uomo che le paresse -degno di attenzione dopo Fausto Lamberti. -</p> - -<p> -Esisteva realmente tra il Ruggeri e il Lamberti, -una di quelle affinità per cui, in dati -momenti, certe persone si rassomigliano, mentre -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -l'istante appresso; mutando espressione -non si rassomigliano più. Ruggeri aveva di -Fausto la figura, la forma generale del viso -con piccoli baffi senza barba; e, in certi momenti -l'espressione appassionata dello sguardo. -Senonchè gli occhi di Fausto erano scuri, dolci, -benevoli. Il musicista invece aveva le pupille -chiare, cangianti di tono e di uno splendore -che abbagliava. -</p> - -<p> -A suo malgrado Argìa era trascinata a -guardarlo. E quando egli fissava in lei lo -sguardo fiammeggiante, ella provava un malessere -indefinito che la faceva tremare e impallidire. -</p> - -<p> -Il musicista si accorse presto di quella attenzione -timorosa e se ne compiacque; fatuo, -pensò di avere fatta una conquista. Forse -credè che Argìa fosse una di quelle donne, -non rare nella società, che volentieri accettano -l'amore degli uomini in procinto di partire -con la probabilità di non ritornare per lungo -tempo, o mai più. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -</p> - -<p> -Cominciò a guardarla con insistenza. Era -una bella figliuola, per Dio! E se fosse stata -un poco compiacente... -</p> - -<p> -Il fatuo non dubita di nulla; non ha scrupoli, -va diritto per la sua strada, convinto -che tutto è dovuto al suo merito; indifferente -alle sofferenze altrui. Adolfo Ruggeri macchiava -di questa volgare perversità la sua -anima di artista. Qualcuno gli aveva detto -che Argìa amava uno studente di Mantova -poco curante di lei, e che tale amore infelice -la rendeva indifferente a tutti gli omaggi. -Subito, prima di vederla, il violinista aveva -pensato: se avessi tempo proverei io a farle -la corte. Ed ora, mentalmente, egli si diceva: -«Forse riesco in una sola sera: i miei occhi -fecero altre volte cotali miracoli.» -</p> - -<p> -Le sue grandi pupille grigie, abbaglianti, -avevano ricevuto realmente dalla cieca natura, -una strana potenza di fascinazione. Ed egli, -come se ne valeva! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -</p> - -<p> -La povera Argìa era assediata, mitragliata -da quegli occhi, capaci di esprimere tutti i sentimenti, -senza che l'anima vi prendesse parte. -</p> - -<p> -Già non era padrona di non guardarlo. -</p> - -<p> -Di tratto in tratto, aveva come un barlume -del pericolo: la sua volontà si risvegliava improvvisamente, -e con grande fatica ella riesciva -a tenere gli occhi bassi. -</p> - -<p> -Ma non ci reggeva a lungo. -</p> - -<p> -Egli le imponeva di guardarlo; ed ella doveva -obbedire al fascinatore, dopo un istante -di lotta intima. Cedeva senza accorgersene, e -trovava una sorta di benessere, un dolce riposo -in quell'abbandono della volontà. -</p> - -<p> -Allora le accadeva una cosa strana: non -vedeva più nulla del viso di quell'uomo; non -vedeva che gli occhi. E quegli occhi scintillanti, -magnetici, imperiosi, erano di Fausto! -Era Fausto che la guardava così. -</p> - -<p> -L'allucinazione non durava che brevi istanti, -ma era terribile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -</p> - -<p> -Per fare festa al suo ospite, il Pisani aveva -fatto avvertire alcune famiglie di villeggianti -vicini, che in casa sua era Adolfo Ruggeri e -che nella serata avrebbe suonato. -</p> - -<p> -In campagna simili inviti non si lasciano -cadere: a poco a poco la società diventò numerosa. -</p> - -<p> -Ruggeri prese il violino; uno dei suoi amici, -arrivato alla villa con lui, un eccellente pianista, -si apprestò ad accompagnarlo. Col violino -in mano, Ruggeri cessava di essere fatuo: -non pensava che all'arte e si elevava -con essa. -</p> - -<p> -Argìa si era seduta nel posto più lontano, -presso al balcone, nell'ombra della tenda drappeggiata. -Raramente nella sua vita ella aveva -avuto occasione di sentire della musica così -buona. E siccome aveva nell'anima la facoltà -di comprenderla, l'impressione fu potente... -Quei suoni s'impadronirono dei suoi sensi. -</p> - -<p> -Il violino di Ruggeri era affascinante come -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -gli occhi di lui. Non uno strumento pareva -ad Argìa quel violino, bensì una voce sovrumana, -una voce misteriosa che parlava all'anima -sua un linguaggio nuovo, consolante, -divino. -</p> - -<p> -Dopo il primo pezzo che era di Sgambati — un -po' troppo serio per la media del pubblico -ascoltante — Ruggeri volle dare un saggio -anche del suo non comune ingegno di compositore. -</p> - -<p> -La notizia che il pezzo: «Canti dell'anima» -deposto sul leggìo, era lavoro dello stesso esecutore, -circolò subito per la sala, e signore e -signorine si entusiasmarono anticipatamente, -fantasticando su la poesia di quel titolo. -</p> - -<p> -Il pezzo era lungo, ma assai svariato. Con -le armonie potenti, le dolci e vibranti melodie, -le sapienti dissonanze, gli inaspettati passaggi, -l'artista aveva voluto esprimere le diverse -passioni che agitano l'anima umana. -</p> - -<p> -La bontà del pezzo, non piccola, era portata -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -al massimo effetto dalla meravigliosa esecuzione. -</p> - -<p> -Argìa ascoltava rapita un motivo pieno di -dolcezza, un lamento di cuore infranto. -</p> - -<p> -Esso le narrava l'eterna e crudele storia -dell'amore tradito. Era il canto dell'anima nel -dolore. -</p> - -<p> -A un certo punto ella dovette uscire sul -terrazzino per non darsi in ispettacolo e piangere -liberamente. -</p> - -<p> -Era una notte stellata meravigliosa. La campagna -sembrava incantata. Argìa sentiva nell'aria -qualche cosa di solenne, d'inesplicabile. -E la voce del violino giungeva al suo cuore, -più dolce, più appassionata. -</p> - -<p> -Improvvisamente il canto patetico cessò, -rotto da uno scoppio di note selvagge come -una risata infernale; e da quello scoppio, che -aveva agghiacciato l'anima della fanciulla, -scaturì un motivo cristallino, saltellante, pieno -di foga e di spensierata, superba gaiezza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -</p> - -<p> -Era la canzone del capriccio, giocondo, spietato, -irresistibile. A poco a poco questo si -trasformava in un inno di guerra, cui faceva -seguito un canto irrefrenato, di trionfo, di -tripudio. Ritornava il motivo flebile del principio, -più straziante, angoscioso. Ma la canzone -della gioia lo interrompeva perentoriamente, -lo derideva, lo forzava al silenzio, e -finalmente lo trascinava con sè nella ridda -vertiginosa delle note ebbre. Argìa seguiva -con ansia il tramutarsi della tenue melodia -sentimentale. Le pareva una voce di anima -in pena, balbettante i ritornelli del piacere, -con delizioso terrore. Ma presto non la distingueva -più, soffocata, agonizzante, in quel -tripudio di note, in quel delirio di fantasie -di affetti opposti, di ebbrezze, che pure si -fondevano in un insieme armonioso, potente, -straordinario. -</p> - -<p> -Così agonizzava anche l'anima di lei, in un -vortice d'abbaglianti immagini, straziata da -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -un dolore acuto, sopraffatta da una potenza -ignota, irresistibile. -</p> - -<p> -Il pezzo finiva stupendamente con un canto -largo, pieno di voluttà e di sospiri, che andava -perdendosi lontano. -</p> - -<p> -Uno scoppio di applausi salutò il maestro. -E siccome l'entusiasmo delle signore si prolungava -un po' troppo, Ruggeri ebbe lo spirito -d'interromperlo intonando un valtzer. -</p> - -<p> -I giovani si misero a ballare in mezzo alle -acclamazioni e agli evviva. -</p> - -<p> -Argìa rientrò; voleva ballare anche lei. Era -mezza sbalordita, con le ossa rotte, le membra -pesanti; ma voleva ballare. Ballare fino -alla vertigine, fino all'annientamento delle -forze. -</p> - -<p> -E in fondo all'anima aveva un sentimento -oscuro di dover fare così; era un obbligo, una -promessa. A chi aveva promesso? A suo padre? -Oh! no!... Uno più potente di lui le -aveva imposto di tutto obliare. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -</p> - -<p> -Ballava. E nei momenti in cui si sentiva -stanca e debole, era come se un nuovo impulso -l'avesse sostenuta, rialzata. -</p> - -<p> -E ballava ancora, e rideva e chiacchierottava -con tutti, come non mai aveva fatto. -</p> - -<p> -Due o tre volte il Pisani le si accostò, incoraggiandola -col suo sorriso. Gli pareva guarita -e si congratulava con sè stesso di quella cura -tanto difficile. Ella non pensava: non faceva -alcuna riflessione; era come una ruota che ha -ricevuto un impulso e va fino in fondo all'abisso. -</p> - -<p> -Ruggeri aveva deposto il violino: voleva -ballare. -</p> - -<p> -Tutto a un tratto, Argìa si sentì presa, -portata via. Non ballava: aveva la sensazione -di volare. Chi era quell'uomo?... Fausto?... No. -Era quell'altro! -</p> - -<p> -Provò un senso di raccapriccio: una vertigine. -Si arrestò: volle fuggire. -</p> - -<p> -Ma il braccio potente di Ruggeri la sollevò -e la trascinò seco. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -</p> - -<p> -Inutile lottare contro quell'uomo. -</p> - -<p> -Egli la guardava sempre, e quegli occhi fissi -in lei, così da vicino, la turbavano profondamente. -</p> - -<p> -Le pareva ch'ei le dicesse con voce ineffabile: -</p> - -<p> -— Guardami!... Guardami!... -</p> - -<p> -E se si arrischiava a levare gli occhi su lui -sentiva una fiamma salirle al viso e tremava -tutta. Ma a poco a poco, ella si abituava a -quella sensazione: non poteva più farne a -meno. Ballava guardandolo fisso, e tutto spariva -d'intorno a lei. Non vedeva che quello -sfolgorio. Non sentiva che quella fiamma. E -intanto le sue forze s'illanguidivano; ella diventava -sempre più debole, sempre più debole. -Il sonno magnetico la opprimeva. -</p> - -<p> -Prima di lasciarla, mentre la società si scioglieva, -Ruggeri le mormorò alcune parole, che -lei intese benissimo, ma di cui non le fu mai -possibile risovvenirsi, poi, nelle posteriori rievocazioni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -</p> - -<p> -Essendo troppo tardi per ritornare in città,. -Ruggeri e i suoi due compagni restavano -ospiti del Pisani anche per la notte. -</p> - -<p> -Ruggeri aveva la camera di Filippo che -guardava verso mezzogiorno, con un balcone. -Gli altri due erano insieme in una camera -grande verso tramontana. -</p> - -<p> -Sola nella sua camera, Argìa spalancò la -finestra per guardare la notte, come faceva -sempre. -</p> - -<p> -In cielo era sorta la luna, bianca, falcata; -e la sua presenza rendeva la notte ancor più -bella e fantastica. -</p> - -<p> -Argìa aveva il sentimento di non aver visto -mai una notte così; ed era nella vaga incosciente -aspettazione di un avvenimento straordinario. -Le pareva che tutta la campagna -guardasse a lei e che i due alberi della corte, -quei due custodi giganteschi, bisbigliassero -sommessamente parole misteriose. -</p> - -<p> -Improvvisamente ella balzò in piedi. Doveva -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -scendere nella corte! Non poteva resistere alla -voce imperiosa che la chiamava. Eppure, una -parte della sua volontà rimaneva libera e -tentava di resistere. -</p> - -<p> -Tornò a sedere. No, no! non sarebbe discesa. -Ma un'altra chiamata imperiosa risuonò -dentro di lei e la scotè tutta. -</p> - -<p> -Doveva obbedire. Lentamente però obbediva. -</p> - -<p> -Il suo petto era oppresso; la sua testa, in -fiamme; respirava faticosamente. -</p> - -<p> -Discese al buio: attraversò i corridoi e -alcune stanze, senza far rumore, senza inciampare. -Andò diritta al verone della sala; aprì -la portiera, poi le persiane, adagio adagio, con -precauzione, e scese nella corte. -</p> - -<p> -I cancelli erano chiusi; ma lei non voleva -uscire. -</p> - -<p> -Il vecchio <i>Fido</i> le si accostò dimenando la -coda. Ella gl'intimò di ritirarsi nella sua -cuccia. -</p> - -<p> -Camminava lentamente sull'erba umida di -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -rugiada e quel contatto faceva bene ai suoi -piedi stanchi e indolenziti. Provava un sollievo -in tutto il corpo. -</p> - -<p> -Non più oppressione, nè affanno. -</p> - -<p> -Ma la sua anima cosa diceva? -</p> - -<p> -Non le era mai riuscito di rammentarsene. -</p> - -<p> -Quando rievocava quei momenti funesti e -cercava di penetrare nello stato dell'anima sua, -non riusciva a scoprir nulla. Un gran buio era -dentro di lei. -</p> - -<p> -Andò diritta fino alla panca di pietra, al -piede della rovere, e il breve tragitto bastò a -stancarla. Si lasciò cadere sulla panca: appoggiò -le spalle al tronco coperto di musco. -</p> - -<p> -Alzò gli occhi al cielo. Come era limpido! -Come era profondo! Mai le stelle avevano -brillato così sul suo capo. -</p> - -<p> -Ad un tratto le parve che si velassero. -</p> - -<p> -Erano i suoi occhi, che si velavano: piangeva. -Quello splendore la inteneriva... -</p> - -<p> -Qualcuno camminava nella corte... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -</p> - -<p> -Ella ebbe un sussulto. Quella piccola parte -della sua volontà che resisteva ancora, la fece -balzare. -</p> - -<p> -Volle fuggire: volle gridare. -</p> - -<p> -Non potè. Ricadde sulla panca, inerte. Una -lassitudine mortale avviluppava tutto il suo -corpo: le sue palpebre fatte pesanti si chiudevano. -</p> - -<p> -Furtivo e ardito, Ruggeri era sceso nella -corte. Quell'avventura gli pareva alquanto arrischiata; -ma non era uomo da ritirarsi davanti -a una ragazza così bella. Tutto stava che -non lo cogliessero sul fatto! Dopo, lui partiva -subito, e la Russia era lontana! Del resto, non -doveva già essere il primo, che diamine! Sul -finire della serata, mentre gl'invitati si congedavano, -egli aveva stretto la mano della fanciulla, -chiedendole arditamente di poterle parlare -da solo a sola; ed ella non aveva ricusato. -</p> - -<p> -Solo nella sua camera, si era messo al balcone -aspettando un cenno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -</p> - -<p> -Argìa era alla finestra, ma non faceva alcun -cenno, nè pareva disposta a muoversi. -</p> - -<p> -La vedeva bene nel riverbero della luna; -la guardava fisso, e sommessamente le diceva: — Vieni -amor mio! — mettendo tutta la forza del -suo desiderio in quella invocazione. -</p> - -<p> -Ed ecco che lei si era mossa ed era discesa. -Non gli aveva fatto alcun cenno, ma era -andata ad aspettarlo laggiù nell'ombra fitta -di quel grand'albero; proprio come lui aveva -pensato, per maggior sicurezza, sapendo bene -che, alla peggio, se lo sorprendevano all'aria -aperta avrebbe trovata qualche scappatoia; -mentre il solo fatto di essere sorpreso nella -camera della fanciulla poteva cagionargli i più -gravi imbarazzi. -</p> - -<p> -Adolfo Ruggeri non era un ipnotizzatore -scientificamente conscio dell'opera sua. -</p> - -<p> -Se aveva sentito parlare d'ipnotismo, certamente -non se ne era occupato. Profondo -soltanto in musica, come la maggior parte -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -dei musicisti, tutto il resto dello scibile gli -era indifferente. Sapeva però che le sue larghe -pupille fosforescenti affascinavano; sapeva -pure di possedere una forza d'attrazione che, -in certi casi e con certe persone, era addirittura -irresistibile. Ma tale coscienza del proprio -potere non valeva che ad aumentare la sua -fatuità. Non aveva neppure il sospetto che le -sue seduzioni rapide potessero essere, in dati -casi, veri delitti; le sue vittime, vere innocenti -violentate. -</p> - -<p> -Non faceva mai violenza alle donne, lui! -Esse lo amavano, lo volevano perchè era bello, -perchè aveva i più dolci occhi e i più luminosi. -Non doveva egli compiacerle quelle care -donnine? -</p> - -<p> -Se poi, alla conclusione, alcune fingevano -di non capire, o se giocavano alle estatiche, -alle mezze morte... arti femminili erano, si -sapeva bene! O che doveva confondersi lui -per quelle commedie?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -</p> - -<p> -Le donne eran fatte a quel modo: desideravano -la voluttà come gli uomini; ma poi -non volevano che si dicesse!... -</p> - -<p> -Non più alto di così il pensiero di quell'artista -destinato a una brillante carriera; non -più fine, il suo sentimento. -</p> - -<p> -Argìa aveva penato molto per ricordarsi di -quello che era avvenuto sotto la rovere, e -sempre rimaneva per lei un lato oscuro in -quella tragedia della sua vita. -</p> - -<p> -Era in uno stato anormale, letargico. -</p> - -<p> -Sognava, o le pareva di sognare. L'allucinazione -la dominava. Le pareva che Fausto -fosse ritornato... che sedesse accanto a lei... -le parlasse... Tutto a un tratto, un barlume: -era veramente Fausto, quell'uomo?... -</p> - -<p> -Era l'amore, la gioia, l'oblio. -</p> - -<p> -E dopo un momento, una sensazione terribile, -che la risvegliava completamente. -</p> - -<p> -Aveva gridato con tutta la sua forza. Quel -grido avrebbe dovuto risuonare alto nella -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -notte, destando tutti. Ma la sua voce soffocata -non aveva alcun suono! -</p> - -<p> -Eppure ella era presente a sè stessa: aveva -riconosciuto quell'uomo; compreso il delitto. -Senonchè, rapida come il baleno, era stata -quella percezione. La sua intelligenza si smarriva -in profonde tenebre. -</p> - -<p> -Come dal fondo di un pozzo sentì abbaiare -il cane. Poi nulla: il sonno pesante, senza visioni, -senza sogni. -</p> - -<p> -Allorchè finalmente si svegliò da quel letargo, -era sola e non si ricordava di niente. -Tremava di freddo e il suo corpo era tutto -un dolore. -</p> - -<p> -Nel cielo buio, senza luna nè stelle, apparivano -le prime striature dell'alba. -</p> - -<p> -Perchè era là in quello stato? Perchè aveva -passato la notte su quella panca? -</p> - -<p> -Si alzò a fatica. Lentamente, vacillando un -poco, riattraversò la corte. -</p> - -<p> -<i>Fido</i> tornò a farle festa. Ella rabbrividì; un -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -ricordo confuso di cose spaventevoli si ridestava -nel suo cervello. -</p> - -<p> -Il terrore si era impadronito di lei; le pareva -di essere inseguita e non osava voltarsi. -Saltò sul verone; entrò, e rinchiuse, con rapidità -convulsa, le imposte e i vetri. -</p> - -<p> -Il cuore le batteva furiosamente. -</p> - -<p> -Nel medesimo tempo si chiudeva adagio -adagio il balcone della camera di Ruggeri. -</p> - -<p> -Il violinista andava a dormire dopo di avere -aspettato che Argìa rientrasse. -</p> - -<p> -Consumato il delitto, un vago rimorso aveva -turbato quel suo cuore di fatuo. Gli girava la -testa. Quel letargo, quella rigidità della vittima -lo spaventavano. Avrebbe voluto svegliarla, -e non osava. Aveva paura de' suoi rimproveri, -de' suoi lamenti. E se l'avessero sorpreso con -lei in quello stato?!.. Se il professore avesse -avuto un sospetto?... Doveva affrettarsi a rientrare. -Argìa si sarebbe svegliata da sè e avrebbe -provveduto a' casi suoi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -</p> - -<p> -La preoccupazione personale aveva cancellato -così il tenue rimorso: egli non aveva -pensato più che a mettersi in salvo, con infinite -precauzioni, evitando i punti illuminati -dalla luna, tenendosi lontano dal cane, come -un ladro vigliacco. -</p> - -<p> -E allorchè finalmente vide rientrare la povera -fanciulla apparentemente tranquilla, gli -ultimi scrupoli tacquero ed egli andò a letto -e dormì beatamente, il sonno del giusto. -</p> - -<p> -La mattina, intorno alle dieci, la Carmela -entrò nella camera di sua cugina. Come mai -dormiva così tardi? Non aveva sentito che -confusione nella corte quando quei signori erano -partiti?... L'aspettavano per salutarla. Ma il -professore aveva detto che era meglio lasciarla -dormire, che si era coricata tardi. D'altra -parte il signor Ruggeri aveva fretta, dovendo -ritornare a Milano per mettersi in viaggio -nella giornata... -</p> - -<p> -Argìa ebbe un sobbalzo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -</p> - -<p> -— Ruggeri?! — gridò: — Ruggeri!? Chi è?... -</p> - -<p> -Ricadde sul letto spossata. -</p> - -<p> -La Carmela che non era ragazza di molta -fantasia, restò sbalordita. -</p> - -<p> -Toccò le mani di Argìa e sentì che bruciavano. -Aveva la febbre e il professore era partito! -Bisognava subito mandare un messo. -</p> - -<p> -Argìa restò così tre giorni; apparentemente, -colpita da una febbre d'infezione per la quale -le fecero trangugiare forti dosi di chinino. -</p> - -<p> -In realtà, essa era assediata da un incubo -che la faceva impazzire. Che cosa era stato -di lei?... Quale avvenimento terribile l'aveva -colpita? -</p> - -<p> -Il terrore di cui si ricordava, le immagini confuse, -i latrati del cane che la facevano riscuotere -ogni volta che si ripetevano, erano altrettanti -indizi di un pericolo ch'ella aveva corso. -Ma era stato soltanto un pericolo?... -</p> - -<p> -Dopo alcuni giorni cominciò a stare meglio. -</p> - -<p> -La febbre scomparve. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -</p> - -<p> -Ma non l'angoscia che la struggeva. Cercava, -frugava nella memoria. -</p> - -<p> -Voleva ricordarsi: voleva sapere. E non le -riusciva!... -</p> - -<p> -Certi giorni era più tranquilla. Metteva -ogni cosa sul conto della febbre: doveva aver -delirato, e nel suo cervello indebolito erano -rimasti i fantasmi del delirio.... -</p> - -<p> -Ma la notte la gettava nella disperazione, -ridandole la coscienza della realtà. -</p> - -<p> -Il professore decretò che dopo quella febbre -l'aria della campagna non le conveniva più. -</p> - -<p> -Argìa ritornò con le amiche in città, dove -passò giorni tetri, sconsolati. -</p> - -<p> -Eppure la sua speranza non era completamente -estinta: di tratto in tratto risorgeva -nell'animo contristato. Ella si sentiva portare -in alto da un nuovo soffio di vita, e le sue -illusioni rinverdivano. Fausto sarebbe ritornato, -e lei non poteva essere indegna di lui.... -</p> - -<p> -Ma una circostanza, da prima non avvertita, -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -dissipò l'ultimo inganno. La sua salute -deperiva tutti i giorni. Ella aveva dei sintomi -strani che un angoscioso pudore le vietava di -palesare. -</p> - -<p> -Nel settembre, ritornando in villa, rivedendo -quei luoghi, si ricordò improvvisamente di -tutto. -</p> - -<p> -Ah! non sogno era stato; non sogno, ma -irreparabile realtà!... -</p> - -<p> -Era perduta! -</p> - -<p> -E non solo il fatto orrendo era vero, indistruttibile; -non solo, ahimè!... -</p> - -<p> -Il frutto di quell'infamia viveva nelle sue -viscere. -</p> - -<p> -La prima idea che le venne fu quella del -suicidio; e per alcuni giorni la nutrì con -ardore. -</p> - -<p> -Voleva distruggersi: cancellare la colpa col -proprio sangue. -</p> - -<p> -Ma a poco a poco il suo coraggio diminuì, -poi le mancò affatto. La disperazione acuta cedette -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -il posto all'abbattimento; e una specie di -torpore sempre più grave s'impadronì del suo -corpo e della sua anima. -</p> - -<p> -In tale stato ella era durata fino al giorno -in cui Fausto si presentava improvvisamente -dinanzi a lei. -</p> - -<p> -Oh! come si augurò allora di essere scomparsa, -sepolta! -</p> - -<p> -Egli l'amava come prima: più di prima: i -suoi occhi lo dicevano. -</p> - -<p> -Vinti i contrasti, sormontate le difficoltà, -egli si presentava a lei come un trionfatore; -e nel suo viso raggiante sfavillava la gioia. -</p> - -<p> -E lei, poverina, si sentiva come un cadavere -a cui il destino perverso avesse lasciato — per -colmo di malvagità — la facoltà di soffrire -e l'apparenza ingannevole della vita.... -</p> - -<p> -Oh! se Fausto avesse potuto leggerle in -cuore, come avrebbe dovuto compiangerla!... -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span></p> - -<h2>VIII.</h2> -</div> - -<p> -Anche quel giorno, mentre Argìa ritornava -così tristamente sul passato, il giovine medico -incalzato dalle furie, errava per le vie della -città, alla ricerca dell'ignoto rivale. -</p> - -<p> -Gli pareva impossibile che non fosse a Pavia; -e se era a Pavia, doveva incontrarlo; e se -l'incontrava, l'avrebbe indovinato! Ne era -convinto. -</p> - -<p> -Nell'atrio dell'università, uno studente di -legge lo urtò in malo modo; e nel chiedergli -scusa, parve a Fausto che sorridesse malignamente. -Era colui forse! -</p> - -<p> -Ah! se avesse potuto strappargli il suo segreto!... -</p> - -<p> -Questo era avvenuto nella mattinata; man -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -mano che le ore avanzavano, il primo fuggevole -sospetto diveniva certezza nell'animo -del geloso. -</p> - -<p> -Quasi senza saperlo entrò nella nota via; -infilò il noto uscio; salì in due salti le scale -e si precipitò nella galleria, dove la sua povera -fidanzata stava lavorando. -</p> - -<p> -Così stralunato e sconvolto le fece paura. -</p> - -<p> -— Ah Fausto!.. sospirò. -</p> - -<p> -— Devo parlarti. Devi rispondere francamente -alle mie domande. L'ho visto!... Tu -hai sempre mentito dicendomi che non era -qui!... L'ho incontrato e.., l'ho indovinato nel -ghigno beffardo!... -</p> - -<p> -— Chi?.... — Si turbò e s'interruppe. Poi -riprese: — Non è possibile!... Non oserà mai -più, quel vigliacco!... -</p> - -<p> -— Speravi forse che interrompesse gli studi? -La fanciulla allibì. -</p> - -<p> -— Di che studi parli!... -</p> - -<p> -— Lo sai bene perdio! gli studi di legge!... -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -Non farò l'ipocrita! Sai bene che parlo del -contino... -</p> - -<p> -E abbassando la voce pronunziò il nome -di un giovine conte molto alla moda. -</p> - -<p> -Inconsapevolmente il viso di Argìa si rischiarò -e un largo sospiro le sollevò il petto. -</p> - -<p> -— T'inganni, Fausto!... -</p> - -<p> -Ei le aveva prese le mani e la fissava con -gli occhi ardenti. -</p> - -<p> -— M'inganno!... Devo crederti, poichè il -tuo viso non mi nasconde che tu sei lieta del -mio errore. -</p> - -<p> -Ghignò amaramente. -</p> - -<p> -— Ebbene, se non è lui, è un altro: io voglio -conoscerne il nome. Questa incertezza mi è insopportabile. -Non voglio morire senza conoscerlo... -Senza avergli rotta la testa! Parla: chi è? -</p> - -<p> -— Che cosa t'importa, Fausto? Io morirò... -E quell'uomo è lontano... -</p> - -<p> -— Che cosa m'importa?!... Ah!.. Dimmi -dov'è. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -</p> - -<p> -Ella balbettò: -</p> - -<p> -— È a Pietroburgo. -</p> - -<p> -— M'inganni!.. -</p> - -<p> -— No, Fausto: è la verità. -</p> - -<p> -— Dimmi il suo nome!... -</p> - -<p> -— ... Ruggeri... -</p> - -<p> -— Il violinista?!... Oh!... Come l'hai conosciuto?... -Dove?... -</p> - -<p> -— In villa... Lo condusse il babbo... -</p> - -<p> -— Ah! Questo gli somiglia al tuo babbo!... -</p> - -<p> -— Povero babbo!... Mi vedeva morire per -il tuo abbandono... Voleva distrarmi... -</p> - -<p> -— E tu eri contenta di distrarti, eh?.... -Parla!... L'hai amato!... È stato un capriccio -violento!... Parla!... -</p> - -<p> -Ella non poteva parlare; scoteva il capo -in segno di diniego. -</p> - -<p> -— Ma dunque! Vuoi farmi credere che ti -sei data, così, ad un uomo che vedevi forse -per la prima volta; che, certamente, conoscevi -appena... e ciò senza essere pazza di lui?... -Vuoi dunque che io ti creda... una... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -</p> - -<p> -Un riso atroce gli stirò la bocca e una parola -oscena uscì fischiando dalle sue labbra. -</p> - -<p> -Egli stesso n'ebbe vergogna, e nell'ira subitanea -ed inconscia di essersi abbassato a -quel punto, afferrò la giovine alle spalle, e scuotendola -brutalmente le gridò nella gola: -</p> - -<p> -— Parla o ti ammazzo!... Inventa delle -scuse. Menti, sii femmina! Ma racconta qualche -cosa! Non vedi che impazzisco? -</p> - -<p> -— Non posso! — sospirò Argìa. — Vorrei -dirti tutto... Ti sembrerei meno... rea... Ma -non posso... non so raccontare... È impossibile!.. -E poi, tu non mi crederesti... -</p> - -<p> -— Vuol dire ch'è tutto falsità quello che -pensi di dirmi! -</p> - -<p> -— Como vuoi: io non mi difendo. -</p> - -<p> -— Mi sfidi?... Maledetta!... -</p> - -<p> -Si voltò per afferrare una forbice lunga, affilata, -che splendeva sul tavolino da lavoro; ma -Argìa lo prevenne. Afferrata la forbice, prima -ch'ei potesse raggiungerla, se l'appressò al collo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -</p> - -<p> -Bastò tale atto per far cadere la collera -di Fausto, che si gettò su lei per trattenerla, -disperato, ansimante. -</p> - -<p> -— Lasciami morire! — ripeteva Argìa con -voce sorda. — E tu vivi, per amor mio! Tu -devi vivere e io devo morire!... -</p> - -<p> -Finalmente egli riuscì a disarmarla. Allora -soltanto s'accorse che, nella lotta, Argìa si -era ferita alla mano sinistra. Il sangue colava -e le goccie si fermavano come perle di granato -sul vestito di flanella celeste. -</p> - -<p> -Le mani del medico tremavano così forte, -ch'ei non riesciva a fasciarla. -</p> - -<p> -E aveva voluto ucciderla!... -</p> - -<p> -— O Argìa! Argìa!... Amore santo, amore -mio unico!... Perdonami; perdona al tuo povero -Fausto che ti ha insultata, ferita... Non -togliermi il tuo amore, non rifiutarmi la suprema -consolazione di morire con te!... -</p> - -<p> -Piangeva come un fanciullo, vinto da un -impeto nuovo di tenerezza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -</p> - -<p> -Ma Argìa aveva ritrovata la tetra calma, -stato abituale dell'animo suo in quei giorni; -e con parole dolci e disperate, piene di un -profondo convincimento, gli andava spiegando -le ragioni per cui egli doveva vivere e abbandonare -lei al suo destino. -</p> - -<p> -— Per amor mio devi farlo!... — insisteva -la misera, stringendolo fra le sue braccia — per -amor mio! Se tu muori con me, la mia -agonia sarà amareggiata dai rimorsi. Morirò -disperata. Se tu mi lasci morire sola, ti benedirò. -</p> - -<p> -L'arrivo di Amelia troncò la disputa dolorosa. -</p> - -<p> -Poco dopo Fausto si ritirò, e il suo ultimo -sguardo, la sua ultima stretta di mano ripeterono -ancora alla fidanzata della morte, che -egli non poteva lasciarla, perchè non poteva -vivere senza di lei. -</p> - -<p> -La mattina seguente, egli così le scriveva: -</p> - -<p> -«Non tormentarti, mia povera Argìa, con -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -vani rimorsi: non turbare con inutili torture -questi supremi istanti. -</p> - -<p> -«E perdona a me di averti tormentata -con le mie insistenze. Perdona al mio amore, -alla mia intensa passione. Ora è finito: ho -vinto... -</p> - -<p> -«Quello che so, basta. E che mi gioverebbe -sapere di più?... Intendo quale tormento sarebbe -per te ritornare su quei fatti; ricercarne -i particolari nella memoria, e ripeterli a me: -intendo lo spasimo della tua anima, l'angoscia -del tuo pudore... -</p> - -<p> -«Ed io stesso, quale soddisfazione ne avrei?... -Una morbosa soddisfazione che mi avvilirebbe -ai tuoi occhi ed ai miei. -</p> - -<p> -«Più in alto! Più in alto!... -</p> - -<p> -«Ti ricordi quel che ti ho detto sul bastione -l'ultima sera? Noi dobbiamo librarci -nell'infinito con l'anima serena, il cuore ebbro -di un amore rinnovato e purificato. Lungi da -noi le miserie della vita comune, le stupide -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -convenzioni, le meschine idee ricevute. Tu -non sei niente più colpevole di me, Argìa! -Lo sa la mia coscienza. Quando ti accuso sono -ingiusto: sono un povero essere debole e geloso. -Tu devi compatirmi, perdonarmi: non -darmi ragione però: non mai avvilirti. -</p> - -<p> -«E se tu avessi ceduto al mio barbaro -intento di farti narrare ciò che tanto ti affligge, -ti saresti avvilita. Ti ringrazio, o mia -Argìa, di non averlo fatto!... Io ti amo tanto, -appunto per questo tuo orgoglio. No, tu non -sei più colpevole di me. Se io non ti avessi -abbandonata, tu non saresti caduta; e se io -fossi stato veramente forte, se non avessi titubato -di fronte alla suggestione della famiglia -e del pregiudizio, non ti avrei lasciata -così, sei lunghi mesi; nutrendo la sciocca pretesa -che tu non disperassi di me, mentre io -mi dibattevo con le mie debolezze. -</p> - -<p> -«Alza la testa stanca ed oppressa, dolce -fanciulla mia! Ma non disdegnare il tuo povero -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -compagno. Non dirmi che vuoi morire -sola. So che nel tuo pensiero intendi di pronunciare -la tua condanna e la mia assoluzione: -ma io, che per indole scruto la logica -fatale delle idee e dei sentimenti, io so quello -che tu non sospetti: so che il pensiero di -morire sola ti viene da un oscuro disprezzo -della mia debolezza: so che a tua insaputa -nel tuo cuore s'insinua un inesprimibile disgusto -di questo misero che muore d'amore -per te, e non ha mai saputo, e non sa neppure -ora amarti come vorrebbe. -</p> - -<p> -«Non protestare, Argìa, non protestare: se -tu avessi cuore di scrutarti, vedresti che ho -ragione io. -</p> - -<p> -«Ma tu sei donna e detesti le amare indagini. -Ebbene, sii generosa: aprimi il paradiso -del tuo amore e lasciami precipitare con te -nell'eterna notte — una notte d'amore che -non finirà mai. -</p> - -<p> -«E se alla tua femminea generosità ripugna -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -il crederti superiore: ebbene, ammetti pure -che siamo tutti e due egualmente deboli; due -povere creature sospinte e risospinte dalle -correnti contradditorie della vita intima e -della vita esteriore: due povere anime umane -innamorate, che cercano fuori del mondo un -asilo intangibile all'ideale del loro amore. -</p> - -<p> -«Addio Argìa, a domani. -</p> - -<p class="indr"> -«<i>Fausto</i>.» -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span></p> - -<h2>IX.</h2> -</div> - -<p> -In quei giorni cadde una enorme quantità -di neve che il freddo intenso fece gelare. -</p> - -<p> -Ciò ispirò a Fausto il pensiero di andare -a morire nella campagna, in mezzo alla neve. -</p> - -<p> -Varie altre maniere di morte, lungamente -discusse, quasi accettate, erano state messe -da parte per diversi motivi. Vi era sempre -il pericolo di essere scoperti troppo presto, -o di non riuscire completamente. -</p> - -<p> -La campagna gelata offriva un nascondiglio -più sicuro e accontentava l'immaginazione. -</p> - -<p> -La mattina del 28 dicembre — un sabato — Fausto -mandò alla fanciulla i primi giacinti -fioriti nella piccola serra ch'egli coltivava; -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -e coi fiori della morte, questo breve -biglietto: -</p> - -<p> -«Vado a cercare il nostro nido: questa sera -vi andremo insieme, mentre gli altri saranno -in teatro. Mi tarda di averti con me per -sempre.» -</p> - -<p> -Egli uscì di città passando per il ponte coperto, -celebre costruzione che costituisce una -porta di Pavia a cui il Ticino dà il nome. -</p> - -<p> -Il fiume era alto e scendeva lento e maestoso, -inseguito dalla nebbia bassa bassa, che -il vento portava sulla medesima direzione. -</p> - -<p> -Il giovine camminava del suo passo ordinario, -guardando lontano, all'orizzonte, dove -la massa argentea dell'acqua sembrava congiungersi -col cielo grigio, pesante. -</p> - -<p> -Lunghe file di carri carichi di legna, di -ghiaccio, di sassi, passavano vicino a lui, fra -le cento colonne di granito che sostengono il -tetto del ponte. Ogni tanto, un calessino; -degli uomini intabarrati, il capo coperto da -cappelli a larghe tese. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -</p> - -<p> -Era giorno di mercato a Pavia. Quelli che -già avevano conchiuso i loro affari se ne ritornavano -alle loro case. Altri, pochi, giungevano -appena. -</p> - -<p> -Il freddo intenso arrossava i nasi; i fiati -gravi fumavano come i caminetti delle pipe. -</p> - -<p> -Sulla neve gelata, su i carichi dei carri, su -tutte le superficie immaginabili, la brina alta -alcuni centimetri, scintillava come cristallo -sfaccettato. -</p> - -<p> -Sulla <i>Via dei Mille</i>, sozze baracche di rivenditori -di commestibili aperte in pieno gelo; -ragazzi sudici e intirizziti; la facciata, stupenda -di Santa Maria in Betlemme; qualche -bella casa; una fila di casuccie; e luridi monticelli -di neve fangosa e nera, attendenti il -disgelo, parte per parte, presso agli ingressi -delle abitazioni. -</p> - -<p> -Alla fine del Borgo, sulla strada di campagna, -una donna che pareva cieca, con due -bambini seduti contro le sue ginocchia, cercava -di toccare il cuore ai passanti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -</p> - -<p> -— Mi dia volentieri qualche centesimo -per questi piccini! -</p> - -<p> -La voce nasale e rauca recitava questa -lezione imparata a memoria, come un pezzo -di orazione. I bimbi, tremanti di freddo, incretiniti -da quella vita, guardavano i passanti -con occhi stupidi. -</p> - -<p> -Fausto, tra infastidito e pietoso, gettò una -moneta. -</p> - -<p> -Allora la voce fioca si rianimò per benedire -il benefico passeggero. -</p> - -<p> -— Dio gli dia bene! Vita lunga e felice! -Tutto quello che desidera! -</p> - -<p> -— Vita lunga e felice! — balbettavano i -piccini con le labbra paonazze. -</p> - -<p> -Ma altri passanti si avvicinavano; e subito -la cieca — falsa od autentica — mutava metro -ripigliando il suo ritornello, senza transazione, -parola per parola, come un fonografo. -</p> - -<p> -Un pallido sorriso passò sulle labbra di -Fausto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -</p> - -<p> -La vita! l'eterna commedia! -</p> - -<p> -Ed ecco a pochi passi di là un altro povero, -col braccio al collo; e poi uno sciancato, una -vecchia pellagrosa; e, immancabile, il vecchio -cieco col solito cane, unica guida fedele. -</p> - -<p> -Il mercato attirava quei disgraziati, istintivamente -filosofi e osservatori; poichè, chi va -al mercato per tentare un colpo cede facilmente -alla superstizione e dà il suo obolo per -timore di un cattivo augurio; e chi ritorna -dall'aver fatto un buon affare apre facilmente -il cuore alla pietà e ai sentimenti generosi. -</p> - -<p> -Tutti d'accordo quegli affamati gettavano -a Fausto l'eterno augurio. -</p> - -<p> -— Vita lunga e felice... Tutto quello che -desidera!... -</p> - -<p> -Ma il pensiero del giovine medico, un istante -distratto, tornò a concentrarsi. -</p> - -<p> -La strada era ora isolata ed alta, come -un ponte, in mezzo ai campi di neve che si -avvallavano, orlati da filari interminabili di salici -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -ed alberelle. La brina scintillante decorava -i rami sottili e sfrondati; e a tutta la campagna, -uniforme e bassa, il gelo e la neve -davano una bellezza fantastica. -</p> - -<p> -Di tratto in tratto, in mezzo ai filari, o -più in là, un olmo solitario sorgeva come -un gigante tra una folla di mediocri. -</p> - -<p> -Sulla vasta distesa dei campi la neve intatta -era interrotta a distanze regolari da mozziconi -neri di gelsi potati; strani cadaveri aspettanti -la risurrezione primaverile. E da tutte -due le parti l'orizzonte pareva chiuso da una -larga zona di fumo nero che in alto si schiariva -prendendo dei toni grigi, perlacei, violetti, -rossicci... A poco a poco l'occhio scopriva che -erano gli scheletri neri di grandi boschi avvolti -nella nebbia. -</p> - -<p> -Sulla strada continuava il passaggio dei -calessini, dei tabarroni, dei grandi cappelli. -</p> - -<p> -La figura elegante di Fausto, il bel viso espressivo -e nobile, destavano una certa curiosità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -</p> - -<p> -I campagnuoli intabarrati lo guardavano -di sotto in su, avendo l'aria di chiedersi, dove -poteva andare a quell'ora e con quel po' po' di -freddo, un signorino in <i>paletot</i> corto e attillato. -</p> - -<p> -Certo non potevano supporre qual lugubre -meta egli si proponesse. Altre immaginazioni -occorrevano, altre intelligenze per leggere in -quello sguardo limpido e freddo, in quel viso -fresco e delicato, su cui la sventura non aveva -ancora avuto il tempo d'imprimere il suo -marchio. -</p> - -<p> -Quanto a lui, non guardava nessuno, forse -non vedeva che ombre confuse. Gli occhi suoi -non si staccavano dal paesaggio, che gli appariva -animato e coscente e legato a lui e al -suo destino per recondite simpatie. -</p> - -<p> -Si fermava di tratto, in tratto, senza volontà -determinata, dinanzi agli stagni gelati, -fantastici specchi su cui si riflettevano bizzarri -disegni, misteriose immagini. -</p> - -<p> -La lucentezza grigiastra di quegli abissi -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -trasparenti attirava le sue pupille. Ed egli -guardava senza pensare, in quello stato di -vaga inconsapevolezza piena d'immagini, propria -alle nature poetiche nelle ore desolate. -</p> - -<p> -A un dato punto, sul lato destro, trovò -una viottola fiancheggiata da alti olmi, e vi -entrò. -</p> - -<p> -La viottola affondava sempre più come in -un padule, staccandosi dalla strada maestra -per tutto lo spessore di un bosco ceduo, dai -tronchi fitti, dai rami sottili, splendenti di -gemme. -</p> - -<p> -Fausto camminava lentamente e i suoi -passi producevano un rumore secco sulla terra -gelata. -</p> - -<p> -La strada alta spariva; ma i passanti che -sovr'essa camminavano, apparivano, traverso -il bosco sfrondato, come campati in aria, ombre -fantastiche nella nebbia. -</p> - -<p> -Il mercato doveva essere chiuso, poichè -tutti ritornavano, parlando animatamente degli -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -affari buoni o cattivi, propri o degli altri. E -la campagna gelata e silenziosa trasmetteva -lontano il suono delle parole, le grasse risate. -</p> - -<p> -Fausto pensava: -</p> - -<p> -— Quando il nostro suicidio sarà conosciuto -e si scopriranno i nostri cadaveri, la gente -che passerà per questa strada parlerà di noi: -i nostri nomi risuoneranno per questi campi -lungo tempo dopo la putrefazione dei nostri -corpi! -</p> - -<p> -Una sensazione opprimente gli mozzò il respiro: -sentì stringersi la gola come se soffocasse. -</p> - -<p> -La putrefazione!... -</p> - -<p> -La distruzione completa!... -</p> - -<p> -Un brivido lo scosse. Sentì nelle carni il -morso del freddo non peranco avvertito. Il -freddo!... il supplizio a cui egli condannava sè -e Argìa! -</p> - -<p> -La morte?!... -</p> - -<p> -Strana cosa, non vi aveva pensato prima di -quel momento. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -</p> - -<p> -La morte!... -</p> - -<p> -Crollò le spalle e sorrise, sentenziando ad -alta voce: -</p> - -<p> -— La morte non esiste! è una figura rettorica, -come il freddo. Soltanto la vita esiste -e la trasformazione della materia. Che v'ha -egli di terribile in ciò? Nulla di terribile. -</p> - -<p> -Egli la conosceva bene la trasformazione; -l'aveva studiata a fondo, e non se n'era mai -impressionato eccessivamente. -</p> - -<p> -Conosceva la morte, poichè «morte» si diceva. -L'aveva vista tante volte: combattuta -e vista combattere accanitamente con le armi -della scienza nei corpi infermi: l'aveva vista -estirpare, estirpata egli stesso, insieme alle -carni putride. -</p> - -<p> -Una volta, l'anno addietro, il professore Pisani -gli aveva affidato l'esportazione di un -tumore cancrenoso, standogli al fianco durante -l'operazione, vegliandolo e incoraggiandolo. -</p> - -<p> -Si ricordava perfettamente. Le sue mani -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -avevano tremato un istante quando il paziente -urlava. Poi nulla. La volontà aveva dominata -la sensibilità. -</p> - -<p> -Del resto, il malato gli era indifferente... -La morte?... Non vi pensava affatto. -</p> - -<p> -Non pensava che a farsi onore, a vincere le -difficoltà: precisamente come un artista. -</p> - -<p> -Ma quando l'infermo cominciò a rimettersi, -quale piacere! Allora l'amava: non era più un -miserabile indifferente, era l'opera sua. -</p> - -<p> -Proprio così. -</p> - -<p> -Dopo un mese, allorchè pareva guarito del -tutto, quell'imbecille s'immaginò di morire. -</p> - -<p> -Che rabbia! Ma nient'altro che rabbia. -Dopo tutto, l'operazione era riuscita benissimo. -</p> - -<p> -Il peggio fu che il povero Pietro Sangiorgi -si punse un dito con una scheggia d'osso, sezionando -quel cadavere — un vero putridume! -</p> - -<p> -Che momento terribile quello! -</p> - -<p> -Perfino il professore era impallidito. Certo -pensavano tutti la stessa cosa; pensavano che -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -il pericolo li minacciava ad ogni momento. Che -maledetto mestiere! -</p> - -<p> -Uno studente molto giovane era svenuto. -</p> - -<p> -E il povero Sangiorgi, tre mesi fra la -morte e la vita! -</p> - -<p> -Quello era stato proprio un duello a corpo -a corpo tra la scienza e la morte. -</p> - -<p> -E finalmente la scienza aveva creduto di -vincere. Sangiorgi era guarito... tutti lo dicevano. -Lui stesso. E studiava più indefessamente -di prima. Ma in capo a sei mesi lo -trovarono morto una mattina, in casa di suo -padre, accanto al letto intatto. -</p> - -<p> -Si era suicidato col laudano. -</p> - -<p> -Perchè si era ucciso? -</p> - -<p> -Chi sa perchè!... -</p> - -<p> -All'università qualcuno diceva che era pazzo, -che la malattia d'infezione apparentemente -guarita gli aveva prodotto la paralisi del -cervello. -</p> - -<p> -Altri sostenevano che si era ucciso perchè -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -non poteva più studiare su i cadaveri, tormentato -da invincibile terrore. E per lui, -senza la scienza, la vita non valeva un soldo. -</p> - -<p> -Chi sa! -</p> - -<p> -Morire per la scienza... uccidersi per un -amore... -</p> - -<p> -— Ah! Come siamo sempre stupidi! — mormorò -Fausto battendosi la fronte. — Eppure, -domani, io non parlerò più, non respirerò più! -Non avrò più questa noia del pensare; e la -gente che si stima savia parlerà della mia -pazzia! Il più stupefatto sarà don Paolo, lui -che non vede altro male al mondo fuori della -morte e della vecchiaia! Appunto, caro zio, -appunto, il meglio è morire giovani. -</p> - -<p> -Rise. -</p> - -<p> -Un momento dopo, inconsapevolmente rabbrividì. -</p> - -<p> -— Oh! Argìa! Argìa!... -</p> - -<p> -Ed ebbe come uno scoppio di pianto interno -che represse. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -</p> - -<p> -Dinanzi a lui, un cancello aperto lasciava -apparire un cortile ed un caseggiato. -</p> - -<p> -Sostò un momento; interrogò i suoi ricordi. -Era da quella parte?... Sì... gli pareva... -</p> - -<p> -Entrò francamente e traversò il cortile. -</p> - -<p> -Un contadino che stava rimovendo del letame -fumante in una larga buca, guardò il -passeggero e lo salutò con naturale rispetto. -</p> - -<p> -Le donne filavano nella stalla. Si sentiva il -loro chiacchiericcio. Due curiose aprirono -una porticina ed uscirono. Una colonna di fumo -denso e grasso si sprigionò subito da quell'apertura. -Pareva che nella stalla fosse un incendio. -</p> - -<p> -— Che freddo! — gridarono alcune voci -rauche, di dentro la stalla. -</p> - -<p> -Le due curiose rientrarono e l'uscio fu richiuso. -</p> - -<p> -Lamberti era già lontano. Voleva andare -verso i boschi laggiù. Camminò un pezzo a -caso; e intorno a lui era un silenzio interrotto -appena dall'eco di rumori lontani. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -</p> - -<p> -Sull'orlo del bosco incontrò una vecchietta -e due ragazze coi grembiali pieni di legna. -Vedendo quel giovane signore, che poteva -essere il figliuolo di un fittavolo o di un proprietario, -la vecchia fu sul punto di gettare -il suo carico per scappare più presto. L'aria -indifferente di Fausto la rassicurò. Intanto -le due ragazze passavano alla lontana, mute -e rapide come ombre. -</p> - -<p> -Nel bosco, silenzio e solitudine di tomba. -La nebbia, sempre più densa, ne celava i confini; -pareva una foresta immensa in uno sterminato -deserto. -</p> - -<p> -Non un'orma su quella neve. Fausto era il -primo che ne sfiorasse il candore; e i suoi passi -risuonavano lugubremente come sulle pietre di -un tempio deserto, sotto agli archi slanciati e -bianchi, che i rami brinati formavano; lungo -le ampie navate. -</p> - -<p> -Che superbe colonne, e quale fantastica -architettura! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -</p> - -<p> -Quello era il degno tempio della morte; un -tempio che in pochi mesi sì sarebbe trasformato -completamente, come si sarebbero trasformati -i corpi dei due amanti suicidi... ahi, -ma per quale diversa trasformazione!... -</p> - -<p> -Improvvisamente la fantasia gli rappresentò -quel medesimo bosco quale egli l'aveva veduto -in primavera, tutto verde e fiorito; animato -dal canto degli uccelli e dal ronzìo degli -insetti. -</p> - -<p> -Mai più egli non avrebbe riveduta la primavera!.. -E quel bimbo, ch'egli condannava -a morire prima di nascere, non vedrebbe mai -il sole!... -</p> - -<p> -Quest'idea gli attraversò il cervello come -una nebulosa; ed egli la lasciò passare senza -esaminarla. -</p> - -<p> -Beati quelli che muoiono... più beati ancora -quelli che non sono nati!.. -</p> - -<p> -La testa bassa, gli occhi torbidi, egli camminava -ora quasi automaticamente, senza pensiero. -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -Provava una specie di stupore che gli -offuscava la mente. -</p> - -<p> -Il bosco aveva mutato aspetto. Un fitto -d'alberi altissimi, dai grossi tronchi neri, dai -lunghi rami intralciati, spandeva un tenebrore -improvviso. Le piante apparivano vecchissime, -moribonde; alcuni tronchi spezzati erano imputriditi. -</p> - -<p> -Un'acqua scorreva al di là di quegli alberi, -gorgogliando sotto a un ponticello. -</p> - -<p> -Un ramo del Gravellone! -</p> - -<p> -Fausto affrettò il passo e si fermò sulla -sponda gelata, preso da un grande amore -improvviso per quell'acqua corrente, che era -come una dolce immagine della vita in mezzo -al silenzio o al gelo della morte. -</p> - -<p> -Gli pareva che quell'acqua lo invitasse con -un mormorio misterioso, penetrante. -</p> - -<p> -— Vieni, vieni — diceva la voce sommessa — non -tornare in città... lascia vivere Argìa col -suo bimbo... quell'<i>altro</i> forse tornerà, l'amerà, -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -saranno felici. Muori tu solo che non puoi -essere felice, che non puoi amare, nè credere. -</p> - -<p> -Egli ebbe un sussulto. -</p> - -<p> -La gelosia che dormiva in fondo al suo -cuore come un mostro in un antro, si scatenò -improvvisamente. -</p> - -<p> -Lasciare vivere Argìa?... Lasciarla libera? -</p> - -<p> -— Ah! no! no! -</p> - -<p> -Non voleva morire solo. -</p> - -<p> -Non voleva lasciarla vivere quella perfida, -capace di dimenticarlo e di essere felice con -un altro. -</p> - -<p> -La odiava. L'amore e l'odio che da tanto -tempo tenzonavano nell'anima sua, venivano -nuovamente a formidabile conflitto. -</p> - -<p> -Come sempre, vincevano tutti e due. -</p> - -<p> -Ma in mezzo al tumulto di quel conflitto, la -voce sommessa della coscienza riprendeva ancora -la difesa di Argìa. -</p> - -<p> -Argìa era innocente... Argìa doveva vivere, -perchè il suo spirito era portato in alto dal -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -soffio dei tempi nuovi: perchè vedeva la luce -e intendeva la verità. -</p> - -<p> -Ella doveva vivere per sè e per il suo bambino. -</p> - -<p> -Ah! se egli avesse avuta la forza di vivere -con lei e di amare quel povero bimbo! Se -avesse saputo assurgere nella vita al grande -ideale della generosità e dell'amore, invece di -rifugiarsi nella morte! -</p> - -<p> -Gli mancava la forza. Era un uomo vecchio. -Vecchio a ventitrè anni. Un uomo del passato, -a cui l'intelligenza e gli studi rivelavano l'avvenire -senza alcun profitto, per tormentarlo -di più, perchè egli sentisse più intimamente -il peso della propria miseria. -</p> - -<p> -Incalzato da questi pensieri, camminava a -caso, risalendo i giri tortuosi dell'acqua. -</p> - -<p> -Cresceva il freddo e ricominciava a nevicare. -Il cielo si oscurava. -</p> - -<p> -Fausto pareva indifferente, insensibile alle -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -cose esteriori. Cercava sempre e non riusciva -a trovare. -</p> - -<p> -Ma che cosa cercava? Una soluzione, o il -posto remoto dove morire con Argìa? Neppure -lui sapeva. A poco a poco il fascino -della morte lo riallacciava. Come sulla campagna, -le tenebre si addensavano nell'anima sua. -</p> - -<p> -Non valeva la pena di vivere, di fare uno -sforzo così grande, per stare alcuni anni a -logorarsi tra le miserie e le volgarità della -vita. -</p> - -<p> -La morte era molto più bella! -</p> - -<p> -La morte nell'amore, nell'ebbrezza divina! -</p> - -<p> -Benvenuta la nuova neve che li avrebbe -ricoperti come un lenzuolo! -</p> - -<p> -Lungamente egli andò così vagando come -trasognato, internandosi nel bosco; smarrendo -la strada; perdendo il filo dei suoi ragionamenti; -affranto, sfinito. Cercando sempre. -</p> - -<p> -La morte lo derideva! Era una nuova ironia -delle cose! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -</p> - -<p> -E non sapeva staccarsi dal desiderio ostinato -di ritrovare quel posto... proprio quello! -</p> - -<p> -A un tratto si fermò. -</p> - -<p> -Era là, forse? -</p> - -<p> -Non sapeva decidere, ma il luogo gli piaceva. -</p> - -<p> -Era ritornato a quel fitto di piante altissime -e vecchie, dai tronchi neri, deformi; ma -ora si trovava dalla parte opposta. Qui il -luogo era meno selvaggio, egualmente triste. -Rami secchi, vecchi tronchi spezzati erano -sparsi sulla neve, coperti di neve alla loro volta. -</p> - -<p> -Presso al fiume un albero intero giaceva -abbattuto, come un gigante morto. -</p> - -<p> -Fausto andava in su e in giù lentamente; -sognando; inseguendo la sua visione; e di -tratto in tratto si scuoteva di dosso la neve -con un gesto automatico. -</p> - -<p> -Quello era l'asilo... si, là sotto a quei -rami... Nessuno li avrebbe cercati, nè visti -per caso... fino a primavera. Qualche superstizione -doveva pesare su quel luogo remoto, -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -poichè nessuno si curava di quella legna -morta. -</p> - -<p> -In primavera, prima degli uomini, sarebbe -arrivata la piena... e l'acqua del Gravellone -li avrebbe portati con sè, chi sa fin -dove lontano.. Dovevano legarsi ben stretti -con una sciarpa... per non essere separati. -</p> - -<p> -Un brivido di freddo insopportabile lo fece -trasalire. -</p> - -<p> -Sorrise. -</p> - -<p> -Era quello il primo saluto della morte: ella -si annunziava così. -</p> - -<p> -Oh! Argìa bella!... -</p> - -<p> -Come l'avrebbe stretta al suo cuore negli -ultimi istanti!... -</p> - -<p> -S'inteneriva, vinto da una inesprimibile -angoscia. -</p> - -<p> -Ad un tratto s'accorse che annottava. -</p> - -<p> -Era tardi... -</p> - -<p> -Come mai aveva fatto così tardi? Voleva -correre dalla sua Argìa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -</p> - -<p> -Si mise a camminare risolutamente, combattendo -la spossatezza con uno sforzo supremo -della volontà, spinto da un folle terrore di non -poter giungere fino a casa: di morire solo!... -</p> - -<p> -— Oh! Argìa! Oh! Argìa! — andava ripetendo -tra i singulti. -</p> - -<p> -Aveva le ossa rotte; gli occhi bruciati, la -gola arsa. -</p> - -<p> -Prese una manata di neve e se la portò -alla bocca. -</p> - -<p> -Cercava di affrettarsi, ma ad ogni poco traballava. -</p> - -<p> -Finalmente, ansimante per la fatica, si trovò -fuori del bosco; si sentì salvo. -</p> - -<p> -Quando fu giunto sulla strada maestra, al -ponte del Gravellone, sedette un momento sul -parapetto. -</p> - -<p> -L'acqua scorreva lenta e scura, impaludandosi -in un canneto; traversando una boschina -che pareva galleggiare. La neve cadeva turbinando, -e il cielo plumbeo pesava sul tetro -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -paesaggio. E Fausto si ricordava di una mattina -lontana, in cui il piccolo fiume pareva un -largo nastro d'argento e la boschina e il canneto -profumavano l'aria... -</p> - -<p> -Ma egli non faceva confronti. Le immagini -fluttuavano nel suo cervello, come le cose -disparate che la piena delle acque trasporta -quando la campagna è innondata. -</p> - -<p> -Si alzò con fatica. Aveva dei dolori da per -tutto. -</p> - -<p> -Come avrebbe fatto a trascinarsi fino a casa, -e poi, a ritornare fin laggiù con Argìa? -</p> - -<p> -Se lo forze lo tradivano... se quell'occasione -andava perduta... Che cosa sarebbe avvenuto? -</p> - -<p> -Ah! La morte vagheggiata lo fuggiva come -la felicità... Tutto lo derideva. -</p> - -<p> -Cercò d'irrigidirsi ancora, con uno sforzo -supremo, concentrando la poca energia che -gli rimaneva in un solo proposito: arrivare -a casa, rivedere Argìa! -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span></p> - -<h2>X.</h2> -</div> - -<p> -Nella camera di don Paolo, piena di ombra -e di tristezza, le ragazze aspettavano sedute -davanti al caminetto, coi piedi sugli alari, -guardando il fuoco in silenzio. -</p> - -<p> -Argìa soffriva crudelmente. Tutto il giorno -era stata nell'ansia, col pensiero fisso ad un -punto solo. -</p> - -<p> -Il ritardo di Fausto l'angosciava. -</p> - -<p> -Amelia era in preda alla noia; e la sua noia -si traduceva in dispetto. -</p> - -<p> -Quell'invernata le pareva eccessivamente -pesante. Soltanto qualche passatempo di tratto -in tratto; e tutte le sere quelle visite al vecchio -infermo, con la compagnia di quei due -fidanzati così poco allegri! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -</p> - -<p> -L'unica vera distrazione in quelle occasioni -era per lei Vittorio; ma non le bastava. Avrebbe -voluto qualche cosa di meglio. Con questo desiderio -insoddisfatto ricadeva naturalmente -nella noia; e annoiandosi osservava che sua -sorella non pareva niente più soddisfatta di -lei, e Fausto meno di tutti. -</p> - -<p> -Che amore ingrugnito! E che famiglia noiosa -e musona avrebbero fatto quei due! Già lei -non sarebbe andata ad incomodarli! Una volta -sola in casa, il babbo avrebbe dovuto occuparsi -di lei... e allora... -</p> - -<p> -Anche don Paolo almanaccava tra sè e sè -nel suo letto. -</p> - -<p> -Aveva peggiorato sensibilmente; il suo intelletto -tramontava. Era senza forze, e non -se ne accorgeva. -</p> - -<p> -Tutti i giorni si faceva levare dal letto tre -o quattro volte per mangiare una minestra, -per bere una tazza di thè o di latte. -</p> - -<p> -Lo prendevano in braccio, come un bambino -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -in fasce, e lui s'illudeva ancora di muoversi da -sè, di avere appena bisogno di un lieve aiuto. -</p> - -<p> -Quando era seduto in poltrona pareva un -fantasma. -</p> - -<p> -— Sono le sei suonate: non verranno più -stasera! — mormorò Amelia pestando i piedini -nella cenere. -</p> - -<p> -Argìa trasalì e tremò tutta. -</p> - -<p> -— Le sei?... le sei? -</p> - -<p> -— Già, le sei!... Oh che ti fissi anche tu -sulle ore, come quello lì! C'è un contagio, si -vede, in questa casa. -</p> - -<p> -La governante entrò col domestico per alzare -il malato e farlo mangiare. Le lampade furono -accese. -</p> - -<p> -— Perchè svegliarmi nel cuor della notte? — esclamò -don Paolo irritato. — Che avete? -Siete pazzi? Sono appunto suonate le tre alla -torre, e volete farmi alzare... farmi mangiare... -Ah! so io cosa volete! Volete portarmi via... -È il complotto... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -</p> - -<p> -Egli si interruppe, spaventato dai fantasmi -della sua immaginazione, ripigliando poscia -con voce querula: -</p> - -<p> -— Dov'è Fausto?... dov'è Vittorio? Perchè -mi abbandonano ai miei nemici?... Bisogna -chiamarli. Su, avvertiteli! Se non vegliano loro -è finita!.... È una cosa grave.... un'infamia.... -Dove sono?... Rispondete! Argìa? Amelia? -Cosa fate lì?.... Chiamate i vostri amanti!.... -Ah! essi dormono, poveretti: dormono a quest'ora, -e voi altre siete qui... d'accordo coi -miei nemici. Ecco! È poco vero che sono tradito? -I cattivi approfittano dell'ora in cui i -miei ragazzi dormono. -</p> - -<p> -«Ah! i gesuiti! i gesuiti! Quando c'entrano -i gesuiti, non c'è speranza!.... Sono i gesuiti -che mi ammazzano. Mi hanno sempre odiato. -Adesso mi spiano per cogliermi nell'abbandono. -Sì, sì, li ho visti passeggiare sui tetti, là!... -</p> - -<p> -«E lei... e lei... signora Luisa, si lascia raggirare! -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -</p> - -<p> -«Pss!... Non se n'abbia a male. Non dico -che sia complice!... Ma debole femmina: un -bel giovanotto... una parola dolce... sempre -l'amore, sempre! Le donne ci perdono la testa! -</p> - -<p> -«E io, povero vecchio, che non ho più speranza -di amore, che nessuno ama, muoio, abbandonato, -in mano ai miei nemici! -</p> - -<p> -«Mi vogliono portare via... in un altra -casa... per farmi morire più presto... più presto!.. -Già una volta mi hanno portato... Si ricorda -signora Luisa? E ho patito tanto allora... -tanto! -</p> - -<p> -Sempre più fioca diventava la voce, sempre -più incomprensibile. Di tratto in tratto s'interrompeva; -poi ricominciava, borbottando -fra i denti; smozzicando le parole. -</p> - -<p> -E faceva senso quella voce senza timbro, -quella voce morta che si lamentava, attraversata -da sibili e da rantoli. -</p> - -<p> -Ma la gente di casa vi si era abituata. -Amelia rideva sommessamente; Argìa non -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -ascoltava, sempre lontana col pensiero, attendendo -che il noto passo si facesse sentire nell'anticamera. -</p> - -<p> -Il domestico condannato a stare serio e -corretto, si mordeva le labbra, impaziente. -</p> - -<p> -La sola governante era penetrata e soffriva. -</p> - -<p> -Non poteva rassegnarsi a quelle ingiurie -del suo vecchio padrone, della cui incoscenza -e irresponsabilità non poteva convincersi. -</p> - -<p> -Le lagrime le facevano nodo alla gola; soffocava -i singulti a fatica. -</p> - -<p> -Dopo un silenzio penoso, scattò. -</p> - -<p> -A lei dire di quelle cose! A lei?.... Con la -vita che aveva fatta, irreprensibile e di sacrifici! -Vita che don Paolo conosceva benissimo. -Insultarla così, dopo tanti anni che lo serviva? -Dopo tante bizze e capricci che lei aveva sopportati! -A lei, dopo tante prove di fedeltà e -di devozione?... -</p> - -<p> -A questo punto, essendosi esaltata e irritata -sempre più con le proprie parole, la povera -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -donna non potè più continuare, nè frenare -i suoi nervi; e i singhiozzi scoppiarono: -le lagrime le inondarono il viso. -</p> - -<p> -Don Paolo, ammutolito spalancava gli occhi, -facendo girare le sue pupille come due lanterne. -</p> - -<p> -Capiva? -</p> - -<p> -Nessuno avrebbe potuto dirlo. -</p> - -<p> -Certo era impressionato. Passata la burrasca, -la sua mente ebbe un ritorno di lucidità; e -fece come certi ragazzi birichini e furbi: finse -di avere scherzato. -</p> - -<p> -Al solito! quella benedetta Luisa non capiva -gli scherzi! Dopo tanti anni non s'era ancora -abituata! Prendeva ogni cosa in tragico. -</p> - -<p> -E sorrideva di un sorriso inesplicabile. -</p> - -<p> -— Il caffè?... Mi ha portato il caffè? -</p> - -<p> -— No, don Paolo... Il pranzo è pronto. -</p> - -<p> -— Il pranzo?... Ma che?... Luisa! Luisa!... -</p> - -<p> -La chiamava sommessamente. -</p> - -<p> -— Luisa, mandi via questo domestico: è -uno di quelli... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -</p> - -<p> -Poi, dopo una pausa: -</p> - -<p> -— Voglio il caffè. -</p> - -<p> -— Subito... -</p> - -<p> -La governante uscì soffocando un sospiro, -e le ragazze restarono nuovamente sole col -vecchio infermo. -</p> - -<p> -Il piedino impaziente di Amelia battè un -colpo secco sopra un tizzone che si arrovesciò -nella brace provocando una vera eruzione di -scintille. -</p> - -<p> -— Sono stufa, sai!... ma stufa! Perchè tu -sposi il signor Lamberti non c'è ragione che -io venga a incretinirmi in questo manicomio. -Tanto, io, l'altro, non lo sposo davvero! Che, -che! Non voglio zoppi, io!... -</p> - -<p> -Si alzò con dispetto; fece un mezzo giro per -la camera; poi, essendosi accorta che don Paolo -le accennava di accostarsi a lui, gli voltò le -spalle; andò alla finestra e si mise a guardare -nella strada, traverso i vetri. -</p> - -<p> -Un momento dopo, un rumore sordo, come -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -di ossa battute, e un grido di Argìa, la fecero -voltare spaventata. -</p> - -<p> -— Ah! don Paolo in terra! -</p> - -<p> -Egli giaceva sul tappeto, nella più completa -immobilità; e non pareva neppure un corpo -umano ma una cosa bianca informe. -</p> - -<p> -Aveva voluto scendere dal letto; chi sa, forse -per rincorrere quella birichina di Amelia; forse -per andarsene da quella casa, come spesso diceva; -e al primo contatto dei suoi piedi inerti -col pavimento, era scivolato. -</p> - -<p> -Amelia si mise a gridare; Argìa toccò il -bottone del campanello elettrico. Il panico le -aveva prese: non osavano muoversi. -</p> - -<p> -E lui forse capiva che avevano paura e -ribrezzo. Povero don Paolo! Essere ridotto -in quello stato, lui, innamorato dell'estetica, -della vita, di ogni poesia! -</p> - -<p> -Improvvisamente l'uscio fu spalancato, e -Vittorio Giudici si precipitò nella camera, -pallidissimo, in uno stato di sovraeccitazione -appena sostenibile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -</p> - -<p> -Senza accorgersi di quello che accadeva, -egli andò diritto all'Argìa, le afferrò le mani -e scuotendola un poco, le sussurrò con voce -rauca: -</p> - -<p> -— Fausto è malato! L'ho trovato per -istrada che non poteva camminare... -</p> - -<p> -E più basso ancora: -</p> - -<p> -— Ho paura che abbia voluto uccidersi!... -Cosa gli ha fatto?... — S'interruppe, smarrito. -</p> - -<p> -Argìa non rispose. Oppressa, annientata, -ricadde sulla sedia. Pareva impietrita. Un momento -dopo trovò la forza di rialzarsi e balbettò: -</p> - -<p> -— Dov'è?... Andiamo! -</p> - -<p> -E s'avviò risoluta. -</p> - -<p> -Vittorio e Amelia la seguirono. -</p> - -<p> -Dimenticato da tutti, incapace di fare il -più piccolo sforzo per sollevarsi da sè, e vergognandosi -di chiamare, don Paolo restò solo, -disteso sul tappeto. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span></p> - -<h2>XI.</h2> -</div> - -<p> -— Fausto Lamberti muore, mentre suo zio -infermo, imbecillito, minaccia di campare chi -sa quanto tempo! -</p> - -<p> -La dura notizia correva la città, destando -un senso di terrore; eccitando gli animi alle -sorde imprecazioni. -</p> - -<p> -La morte si accaniva contro il giovine -vigoroso e fiero che l'aveva sfidata; e pareva -disposta a lasciar vegetare nella demenza il -vecchio pauroso ed inutile. -</p> - -<p> -Era il terzo giorno. -</p> - -<p> -La casa dell'abate aveva un aspetto desolato. -La governante correva dal vecchio infermo -al giovine; i domestici perdevano la testa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -</p> - -<p> -Nelle stanze terrene, un via vai di gente -affannata e curiosa. Medici, studenti, professori, -preti, signori e signore, amici del Lamberti -e dei Giudici. -</p> - -<p> -Il professore Pisani dirigeva la cura di -Fausto; ma altri due medici lo assistevano. -</p> - -<p> -In generale, poche speranze. Era una pleurite -delle più arcigne. -</p> - -<p> -Una sola circostanza favorevole: la parte -attaccata, la destra. Inoltre il cuore pareva -sano e capace di resistere, se la malattia faceva -un corso regolare. -</p> - -<p> -Ma la febbre saliva a quarant'un gradi e -più. Se cresceva ancora, impossibile scongiurare -la combustione: la fine fatale. -</p> - -<p> -Da tre giorni Argìa non dormiva, nè si -staccava da quel letto di pena. -</p> - -<p> -Invano suo padre aveva tentato di allontanarla. -</p> - -<p> -Ella spasimava con Fausto, agonizzando nell'ansia. -Il vecchio rimorso l'accasciava: come -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -aveva potuto permettere che Fausto si preparasse -a morire con lei... per lei?... Ora più -che mai, quel proposito di suicidio le pareva -un delitto. In conseguenza di quella aberrazione, -a cui lei aveva ceduto, Fausto era stato -colpito dalla terribile malattia; ed ella doveva -vederlo penare così... morire, forse... -</p> - -<p> -Quale punizione! -</p> - -<p> -L'immagine di Fausto, freddo, insensibile, -morto... le si fissava nella mente, con la persistenza -di un incubo che la schiacciava. -</p> - -<p> -Tuttavia, la sua volontà sempre sveglia e -tenace, si ribellava alla truce immagine. No! -no! no! Fausto non sarebbe morto!... Lei non -voleva che morisse: non doveva morire. I -medici dovevano trovare il modo di guarirlo. -Si trattava di un giovine robusto, che non -aveva sofferto di nessun male: se non riescivano -in quel caso, potevano affogarsi tutti -quanti erano, professoroni insensati! -</p> - -<p> -Aspettava suo padre nell'anticamera, si avvinghiava -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -a lui, scongiurandolo, singhiozzante, -fuori di sè. -</p> - -<p> -Egli s'irritava. -</p> - -<p> -— Credi dunque che dipenda dalla mia volontà?... -Credi che io non faccia tutto il possibile?... -</p> - -<p> -Ella, in cuor suo, ripeteva: — Mio Dio! -fatelo guarire!... Io andrò poi via, lontano, -per vivere sola, povera, dimenticata, ma felice -di saperlo vivo!... -</p> - -<p> -Fausto la indovinava, guardandola fisso, gli -occhi smisuratamente dilatati. -</p> - -<p> -Malgrado l'acutezza della febbre egli non -delirava. -</p> - -<p> -Aveva qualche visione; ma in complesso, -conservava piena coscienza di sè e del proprio -stato. Il suo pensiero dominante era questo: -</p> - -<p> -Sarebbe morto, avrebbe lasciato Argìa nella -vita senza di lui. Il destino a cui aveva voluto -sfuggire si compiva. Era giusto. Argìa -doveva vivere per il suo bambino. Era giusto! -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -Lui solo doveva morire... lui che non aveva -avuto il coraggio di prendersela così... nè la -forza di strapparsela dal cuore. -</p> - -<p> -Intanto però, leggendole negli occhi che -lei sarebbe morta, perchè voleva seguirlo, egli -si sentiva sollevato; e soffriva meno di quell'atroce -puntura al polmone e di quella oppressione -affannosa. -</p> - -<p> -La ringraziava con un pallido sorriso; l'accarezzava -dolcemente. Ma di tratto in tratto, -un violento scoppio di tosse interrompeva le -carezze. L'angoscia lo riafferrava. Doveva morire -solo, distrutto dalla malattia; in mezzo -agli spasimi... Mentre la morte sognata con -Argìa sarebbe stata così dolce!... -</p> - -<p> -Il destino non aveva voluto concedergli -quell'unica gioia. La morte implorata amica, -lo assaliva a tradimento, lo colpiva nell'ombra, -come fa l'assassino. Gli pareva di averla -dinanzi, fantasma terribile, e l'apostrofava, -la insultava. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -</p> - -<p> -Una nebbia pesante gravava, quella sera, -il suo intelletto. Non discerneva più chiaramente -le immagini del pensiero dalle figure -vere; il sogno dalla realtà. Tutto si confondeva. -</p> - -<p> -Gli parve... sognò... di essere già morto. Non -poteva muoversi. Lo portavano al cimitero. -</p> - -<p> -Argìa lo seguiva, additata dalla folla, e -qualcuno mormorava una parola che poi tutti -ripetevano. -</p> - -<p> -— Non ha fatto a tempo a farsi sposare — dicevano -le amiche sorridendo malignamente. -</p> - -<p> -Egli sentiva quelle risatine feroci; ma non -poteva muoversi; non poteva difenderla, povera -Argìa!... -</p> - -<p> -Si scosse e la chiamò sommessamente: -</p> - -<p> -— Argìa! Argìa! -</p> - -<p> -Ella si chinò su lui, bagnandogli il volto -di lagrime. Questo lo calmò: si assopì. -</p> - -<p> -Ritornò a sognare. Rivedeva Argìa col suo -bimbo in una bella casa in un paese lontano. -Presso a lei era un giovine. Chi? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -</p> - -<p> -Lui stesso forse? No, ah! no! Non lui... -quell'altro! L'aveva sposata: si amavano, e -parlavano di lui, morto, con quella mestizia -leggera, per cui i felici sentono più intensamente -la gioia di vivere e di amare. -</p> - -<p> -Egli assisteva ai loro colloqui: sentiva i loro -baci lunghi, sonanti... Voleva fuggire; fuggire -l'odiato spettacolo, ma non poteva: l'attrazione -lo inchiodava. Un peso enorme gli gravava -il petto... Era la pietra tumulare, che lo -divideva dal mondo, la pietra su cui Argìa -aveva voluto morire... Ah! ah! ah! ah! ah! -Come rideva! -</p> - -<p> -Il riso atroce si mutò in un terribile scoppio -di tosse. Pareva che il petto gli si frangesse. -Uno sputo oscuro, sanguinolento, gli -insozzò la bocca. Il professor Pisani e Vittorio -accorsero con premura per sostenerlo. Passato -l'assalto gli somministrarono alcune cucchiaiate -di una pozione efficacissima, fatta preparare -dal Pisani. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -</p> - -<p> -Tornò la calma ed il sonno. Ma la febbre -era cresciuta ancora! -</p> - -<p> -Entrò un altro medico che brandiva l'occhialetto. -Il Pisani trasse di sotto l'ascella del -malato il piccolo termometro per mostrarlo -al nuovo venuto, e si misero a parlare tra -loro sommessamente, masticando le parole. -</p> - -<p> -Poi l'uomo dall'occhialetto volle fare una -rapida ascoltazione al polmone ed al cuore del -paziente, sotto agli occhi ansiosi del professore -e di Argìa. -</p> - -<p> -Era un medico giovane, sebbene già famoso; -non ancora avvezzo alla morte, mal corazzato -contro le angoscie dei parenti e degli amici -che vegliano presso ad un ammalato in pericolo. -</p> - -<p> -Quando si raddrizzò mostrò un viso pallido, -disfatto, e i suoi occhi atterriti si fissarono -in quelli del professore improvvisamente ammutolito. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span></p> - -<h2>XII.</h2> -</div> - -<p> -Una nottata affannosa seguì la giornata -pessima. -</p> - -<p> -L'estrazione dell'acqua dalla pleura diede -poco risultato. -</p> - -<p> -Verso l'alba Fausto si assopì; la testa alzata -sui guanciali, i capelli incollati alle tempie -dal sudore; il viso terreo, i pomelli -accesi. -</p> - -<p> -Anche Argìa si assopì. Ed anche il suo -viso appariva smunto ed emaciato. Ella giaceva -abbandonata all'indietro sulla poltroncina, -vinta dalla stanchezza di tutti quei -giorni. -</p> - -<p> -Colta dal sonno così improvvisamente, in -quello stato di prostrazione, aveva dimenticato -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -le solite precauzioni, l'arte suprema di -stare e di presentarsi, assiduo pensiero suo. -</p> - -<p> -La fascetta le si era slacciata; le pieghe -delle gonne ricadevano all'indietro, lasciando -la stoffa quasi liscia sulle accentuate rotondità -dei fianchi. E la tenue luce che spandeva intorno -una lucerna di porcellana azzurrata, -scendeva direttamente sopra di lei, mettendo -vieppiù in evidenza ciò ch'ella aveva così -affannosamente nascosto. -</p> - -<p> -Il professore e Vittorio, seduti all'altro capo -della stanza, discorrevano sommessamente della -necessità di scrivere ai Lamberti, andando -pure contro la volontà di Fausto. -</p> - -<p> -— Ma, io non capisco... perchè mai Fausto -non vuol vedere sua madre?... -</p> - -<p> -Vittorio esitò un istante. -</p> - -<p> -— Mah!... A me disse che voleva risparmiarle -questo affanno perchè soffre di cuore... -Vorrebbe si aspettasse un miglioramento... -altrimenti... gli estremi... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -</p> - -<p> -— Eh!... — mormorò il professore crollando -il capo — se domani non migliora, saremo -presto agli estremi! -</p> - -<p> -— È appunto questo che mi trattiene; poichè, -se scrivo, Fausto capirà... -</p> - -<p> -— Crede proprio che non lo sappia?... È medico -anche lui: ha studiato molto. Deve capire. -</p> - -<p> -Vittorio non rispose. I suoi occhi si erano -fermati su quel punto troppo illuminato della -figura di Argìa, e quella visione lo turbava -profondamente. Da parecchio tempo egli aveva -dei sospetti sui quali non voleva fermarsi e -che, suo malgrado, lo rendevano inquieto. Ma -dalla sera in cui aveva trovato Fausto sul -ponte del Ticino, in quello stato di prostrazione -e di sfinimento, il viso improntato da -una disperazione che non si celava più sotto -la maschera abituale: da quella sera, il povero -Vittorio non sapeva come sottrarsi alle ossessioni -del terribile punto interrogativo a cui -non poteva in alcun modo rispondere. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -</p> - -<p> -L'ansia più acuta, che gli cagionava lo stato -del suo Fausto, lo distoglieva di tratto in -tratto dalla pungente ricerca; ma appena lo -spirito aveva agio di riflettere, ricompariva -il punto uncinato. -</p> - -<p> -Molte volte, mentre il malato si assopiva, -ed egli rimaneva là a vegliarlo insieme alla -giovine fidanzata, il bisogno di conoscere quel -mistero lo assaliva con prepotenza. Voleva scoprire -la verità: doveva scoprirla. -</p> - -<p> -E si rimetteva a cercarla, frugando e rifrugando -in quel complicato insieme di dati, di -dubbi, di affermazioni e di negazioni tenzonanti -nel suo cervello. -</p> - -<p> -Quante faccie aveva per lui quel problema! -</p> - -<p> -Se Argìa aveva ceduto... Se Fausto... Insomma... -se quello che di tratto in tratto appariva, -era vero... Perchè non avevano affrettato -il matrimonio?.... -</p> - -<p> -E ad ogni modo — era quella una causa -sufficiente alla disperazione tante volte sorpresa -negli occhi di Fausto?... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -</p> - -<p> -E da dove veniva Fausto, quella tal sera, -per essere così stanco, così sfinito e quasi -fuori di sè?... -</p> - -<p> -Perchè quelle lagrime nei suoi occhi?... -</p> - -<p> -Certo, il fatto di avere compromesso l'onore -della sua fidanzata, e il pensiero dei parenti -irritati, dovevano tormentarlo. Ma... alla fine -poi, se loro si amavano, potevano sposarsi subito -e partire appena sposati... stare via un -anno... viaggiare... Eran ricchi!... E anche se -dovevano affrontare l'opinione pubblica... bella -roba!... Quando due si amano... -</p> - -<p> -E fissava lo sguardo in faccia ad Argìa -come per interrogarla. -</p> - -<p> -Ma il viso pallido e grave, dall'espressione -verginale, rimaneva impenetrabile... Che! forse -non era vero niente, ed egli sognava a occhi -aperti. Forse aveva ragione l'Amelia quando -diceva che in quella casa c'era un contagio -di pazzìa! -</p> - -<p> -Ed ecco che, tutto a un tratto, ogni dubbio -svaniva. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -</p> - -<p> -In un istante d'oblio e di stanchezza invincibile, -Argìa lasciava apparire il suo stato, -nascosto con tanta cura, a costo di acerbe e -continue torture. -</p> - -<p> -Non ricevendo alcuna risposta, il Pisani -scrutò il viso del suo interlocutore e sussultò. -</p> - -<p> -Quel viso rivelava l'impressione di una scoperta -penosa. -</p> - -<p> -Atterrito, egli girò lo sguardo sull'ammalato. -Nulla di nuovo... pareva assopito come -poco prima; e Argìa... -</p> - -<p> -— Ah!... -</p> - -<p> -Fu un urlo soffocato. -</p> - -<p> -Vittorio comprese il male che aveva fatto; -cercò di ripararvi, ripigliando il discorso con -simulata tranquillità; ma non gli riescì. La -sua voce tremava, non sapeva quel che diceva. -</p> - -<p> -Il professore gli troncò la parola accennandogli -Argìa con un gesto brusco. -</p> - -<p> -— Guardava mia figlia? -</p> - -<p> -— No!... s'inganna... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -</p> - -<p> -— Non finga! Non sa fingere!... -</p> - -<p> -E crollò le spalle maestose con superbo disprezzo. -</p> - -<p> -In due passi fu presso alla giovine addormentata; -la scosse rudemente, e appena vide -che aveva aperti gli occhi le intimò di seguirlo, -con depressa eppure formidabile voce. -</p> - -<p> -Completamente desta dalla violenza della -commozione; completamente presente a sè -stessa, e conscia della gravità di quel momento, -Argìa si alzò pronta a obbedire. -</p> - -<p> -Dopo un istante d'incertezza e di perplessità -Vittorio cercò d'intromettersi, sentendo -il bisogno di difendere la fanciulla da lui così -involontariamente accusata. -</p> - -<p> -Il professore l'arrestò seccamente. Restasse -a guardia di Fausto. -</p> - -<p> -— Argìa!... — mormorò l'ammalato sobbalzando. -</p> - -<p> -— Argìa — ripetè più basso, e tornò a -smarrirsi nel letargo pesante. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -</p> - -<p> -Il professore traversò due stanze buie, trascinandosi -dietro la figlia; e sostò in una sala -dov'era un po' di luce. -</p> - -<p> -Una enorme libreria occupava la parete di -fondo di questa sala, destinata alla lettura e, -in casi eccezionali, alla scherma; le altre pareti -erano decorate da carte geografiche e -fasci d'armi disposti a guisa di trofei. Una -stuoia di juta copriva l'ammattonato. Pochi -mobili: alcuni tavolini, una scrivania in un -cantone, e varie sedie e seggioloni coperti di -cuoio e ornati di borchie dorate, imitazioni -dell'antico, di fabbrica milanese. -</p> - -<p> -Su un tavolino agonizzava per tre beccucci -una lucernina d'ottone, lucente come oro. E -soltanto questa lucernina dalle catenelle scintillanti -rivelava la vecchia casa di provincia. -</p> - -<p> -Da una finestra rimasta aperta si vedeva -il giardino pieno di neve e una distesa di -cielo imbiancato dai primi lucori dell'alba. -</p> - -<p> -Il professore trascinò Argìa fino a quella -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -finestra che era nell'angolo più remoto, serrandole -i polsi, scuotendola con involontaria -violenza. -</p> - -<p> -Il primo impeto lo agitava ancora, ma era -evidente che voleva dominarsi. -</p> - -<p> -Argìa non fiatava. -</p> - -<p> -Lasciata libera, si appoggiò al muro per -non cadere. I suoi occhi muti fissavano il suolo. -Pareva insensibile. Non le balenava neppure -che il cuore del suo povero babbo aspettasse -una rivolta suprema, contro quelle asprezze, -che lei avrebbe dovuto trovare ingiustificate, -pazzesche. -</p> - -<p> -Egli la guardava intensamente, spogliandola -con l'occhio del medico; e tremava come un -paralitico. -</p> - -<p> -Finalmente proruppe. -</p> - -<p> -— Non dici niente?.. Non ti ribelli?... È -vero, dunque, è vero! Tu confessi... Ti sei lasciata... -Uff!... -</p> - -<p> -Digrignò una bestemmia e una parolaccia e -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -con un gesto energico si battè un pugno sulla -bocca. -</p> - -<p> -— Ah! imbecille che sono, speravo ancora -che i miei occhi m'avessero ingannato!... Ma -non sai che ti dovrei ammazzare?... -</p> - -<p> -Un leggero stringimento di spalle fu la -risposta. -</p> - -<p> -Questo esasperò il padre. Tornò ad afferrarla; -la scosse, la piegò in due come il vento furioso -fa di un povero arbusto. -</p> - -<p> -— Mi hai disonorato!... hai disonorato tuo -fratello ufficiale.... la tua sorellina!... E non -dici una parola?... E non ti giustifichi?... Non -capisci? Dì'! Cosa pensi?... Che cosa pensavi?.. -</p> - -<p> -Parla! Dio di Dio! Non sai che dire di sì?.. -</p> - -<p> -Ella spiccicò a stento: -</p> - -<p> -— Mi sarei punita da me... Puniscimi tu!.. -</p> - -<p> -— Ah! punirti?... Che cosa avrò guadagnato -quando ti avrò punita?... Chi lo punirà, -lui?... Ah! Perchè non ti sei fatta sposare -a tempo piuttosto? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -</p> - -<p> -Ella non rispose neppure con un gesto. -</p> - -<p> -Il professore si allontanò di qualche passo, -si asciugò la fronte madida. Il sangue tumultuava -nelle sue vene gonfie. Aveva paura di -sè stesso. Voleva vincersi e dominare con fermezza -di spirito quella situazione così difficile; -salvare l'onore della famiglia. Ma la collera -tenace gli offuscava il cervello; aveva impulsi -ciechi e lo sforzo che faceva per reprimerli, -lo soffocava. -</p> - -<p> -— Tutto perchè non hai avuto confidenza -in tuo padre!... Ma quando è stato? Quando?... -Eppure, io ho vegliato!... Ah! no, per Iddio, -io non ho meritato questa vergogna! Ho sacrificato -tanto per voi altri, per non darvi -una matrigna, per starvi sempre al fianco!... -E tu, la mia figliuola maggiore, la ragazza -savia di cui non ho mai dubitato, tu mi hai -tradito così!... -</p> - -<p> -Parlava a scatti, battendo i denti; e nella -voce rotta era lo schianto di un dolore più -grande della collera. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -</p> - -<p> -— Parla, Argìa! non farmi perdere la ragione -col tuo mutismo. Perchè appena ti sei -accorta, non hai cercato di affrettare il matrimonio?... -E se tu non osavi, perchè non hai -detto qualche cosa a me?... Avrei parlato io -con quel signorino!... -</p> - -<p> -S'interruppe e poi riprese cambiando tono -e come parlando a sè stesso: -</p> - -<p> -— Oh! mi pare ancora impossibile!... Un -ragazzo intelligente e leale come Fausto!.... -Uno studente di medicina, quasi dottore!.... -Non pare vero!... -</p> - -<p> -Si mise a camminare per la stanza ripensando -tra sè. Non poteva capacitarsi. La debolezza, -sì, purtroppo, la capiva. Ma quella -condotta così grulla?!... Quella mancanza di -ogni senso della vita pratica?... -</p> - -<p> -Tutto a un tratto si battè la fronte e ritornò -precipitosamente presso a sua figlia, -gridandole nella faccia: -</p> - -<p> -— Non ti ama forse più?!.. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -</p> - -<p> -— Oh!... povero Fausto!... Mi ama sempre!.. -</p> - -<p> -— Meno male.... Purchè non muoia, quel -minchione!... Che cosa faremo se muore?!.. -</p> - -<p> -— Morirò anch'io!... -</p> - -<p> -— Ah, sì?... Brava! Che bella consolazione -tu ti figuri di dare a tuo padre!... -</p> - -<p> -Era commosso. Una invincibile tenerezza -gli entrava nell'anima. Se avesse potuto salvarla, -la sua Argìa... renderla felice malgrado -tutto!... -</p> - -<p> -L'amava più di tutti i suoi figli. Era sempre -stato superbo di lei. Avrebbe potuto strozzarla -nel primo impeto, appunto perchè -l'amava così. Ma sentirla, lei, parlare di morire, -lo agghiacciava: gli serrava il cuore. -</p> - -<p> -Si rimise a camminare in su e in giù, per -riflettere, per cercare. La tenerezza gli recava -un leggiero accasciamento; le sue spalle si curvavano -un poco e la sua larga schiena si arrotondava. -Visto così, nella luce livida, il bel -professore appariva assai meno fresco e giovane. -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -L'accasciamento non era soltanto esteriore. -Qualche cosa di strano accadeva nel -buio della sua coscienza. -</p> - -<p> -La grande sicurezza che l'aveva sostenuto -in tutti i momenti, pareva scossa: e il benefico -convincimento di avere sempre operato -saviamente, correttamente, e che ciò bastasse -nella vita, minacciava di sfasciarsi: un vago -dubbio sorgeva nel punto più riposto, più -imprecisabile della sua compagine. Forse -qualche volta aveva fatto meno bene che non -credesse... -</p> - -<p> -Forse... nel suo affetto c'era più egoismo.. -</p> - -<p> -Si raddrizzò come uno che si prepara a -combattere un nemico occulto. -</p> - -<p> -Assurdo! La sua coscienza aveva torto di -tormentarlo! -</p> - -<p> -Sorgeva il giorno. -</p> - -<p> - I beccucci della lucernina avevano una bracetta -rossa in mezzo alla fiamma torbida, -agonizzante; e la luce di fuori, sempre più -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -diffusa, recava nell'ampia stanza quel senso -di freddo e di tristezza che mette i brividi -dopo una notte di veglia. -</p> - -<p> -Per una singolare coincidenza di luce e di -colore, il Pisani ebbe la visione di un'altra -alba, lontana di molti anni. Era il tempo delle -guerre contro lo straniero. Un cielo livido, un -paesaggio piatto, biancheggiante per la brina -caduta nella notte; e nello stanzone dove -sostavano dopo una marcia forzata di sette -ore, una lucernetta agonizzante... così! Arrivavano -tardi per aiutare; lo scontro era terminato, -il nemico aveva ceduto il campo. -Si sentiva il rullo dei tamburi che si allontanavano -malinconicamente nella nebbia. -Quanti morti! Quanti feriti sparsi sulla spianata!... -</p> - -<p> -Presto all'opera! -</p> - -<p> -Ed egli ci s'era messo all'opera, con tutto -l'ardore della gioventù. Lavorava per quattro, -fresco, arzillo, come se si fosse alzato allora. -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -Tutti lo benedicevano; tutti gli obbedivano -e l'ammiravano. Ah! quelli eran tempi! -</p> - -<p> -Ebbene? Decadeva forse? Per quei pochi -brividi? Per quel senso di spezzatura che -ogni tanto lo forzava a curvarsi?... -</p> - -<p> -Ah! I cinquant'anni, le prime avvisaglie -della inevitabile sconfitta! Anche per lui sarebbe -suonata l'ora fatale, anche per lui!... -</p> - -<p> -Tutto ciò in confuso; più sentito che pensato. -</p> - -<p> -Con un movimento quasi inconsapevole, -egli scattò a guisa di protesta, per il bisogno, -innato in lui e strapotente, di trovarsi forte; -di vincere tutto e sopra tutto l'età. -</p> - -<p> -Argìa intanto era rimasta nella sua immobilità, -presso alla finestra, gli occhi fissi sul -padre, domandandosi che cosa egli avrebbe -risoluto e a quali altre dure prove l'avrebbe -messa. -</p> - -<p> -Finalmente egli tornò presso di lei e si mise -a sedere quasi calmo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -</p> - -<p> -— Spegni quella lucerna, mi dà noia. Ora -vieni qui: siedi accanto a me. Io voglio salvarti, -figlia mia! Abbi confidenza in me. Sono -tuo padre, ti adoro. Non pretendo di essere -stato un santo nella mia vita, ma come padre -non ho rimorsi: ho amato teneramente tutti -i miei figli, te specialmente. Voglio salvarti, -dunque: salvare l'onore della mia povera casa! -Ma tu, assecondami per carità! Senti bene: è -necessario agire subito: noi dobbiamo essere -prudenti, avveduti: non possiamo affidarci al -caso... Senti, Fausto può morire: è molto aggravato, -sai! Se non morirà tanto meglio... -Non piangere così, perdio!... Farò di tutto -perchè non muoia. Intanto però bisogna -ch'egli ti sposi. Io gli parlerò in nome dell'onore; -che diamine, è un uomo!... Tu poi -gli parlerai del tuo amore... -</p> - -<p> -— No, babbo! -</p> - -<p> -Ella stava ora di fronte a lui, la testa alta, -gli occhi fissi, con qualche cosa di rigido, di -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -teso nella persona e nella espressione del volto. -</p> - -<p> -— No! — ripetè — e la sua voce morì come -strozzata. -</p> - -<p> -— No?... Che cosa «no»?... -</p> - -<p> -Egli non capiva realmente. -</p> - -<p> -Era tanto anormale quel «no» per lui, che -la sua intelligenza si ribellava. -</p> - -<p> -— Parla, scimunita! Che cosa «no»? -</p> - -<p> -La voce tuonò a insaputa di lui. Ora la collera -lo prendeva davvero: lo schiantava. Era -un uragano, un ciclone. Con un gesto istintivo -si sbottonò il colletto. Soffocava. Dopo un -istante, con voce rauca e concitata rantolò: -</p> - -<p> -— Parla, Argìa! Che cosa è quello che non -vuoi?... -</p> - -<p> -— Non voglio che Fausto mi sposi!... — disse -Argìa con voce ferma. -</p> - -<p> -Era troppo. La longanimità del padre non -giungeva fino a tale eccesso. -</p> - -<p> -Di scatto egli balzò in piedi e si avventò su -lei coi pugni stretti, livido; tanto più esasperato -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -che non riesciva a penetrare il pensiero -di sua figlia. -</p> - -<p> -— Sei pazza?... Ti burli di me? -</p> - -<p> -Argìa indietreggiò atterrita. Nel medesimo -tempo le passò per la mente come un lampo -la promessa fatta a Fausto di non rivelare -quel segreto funesto. Si riprese e balbettò: -</p> - -<p> -— Non voglio che mi sposi così... -</p> - -<p> -— Ah! -</p> - -<p> -Le braccia protese ricaddero lentamente, -ma i pugni restarono chiusi. -</p> - -<p> -Vi fu un silenzio. -</p> - -<p> -Il professore tornò a sedere. Cercò di calmarsi -e non parlò finchè non fu padrone di sè. -</p> - -<p> -Quando cominciò aveva la voce sicura e -dolce, l'accento persuasivo. -</p> - -<p> -— Capisco ciò che tu hai voluto dire. In -fondo il tuo rifiuto deriva da un sentimento -delicato, nobile; malgrado ciò, rimane insensato. -E poi... tu non pensi che all'amante. E -il... bambino? Vuoi tu mettere al mondo un -miserabile, senza nome, senza padre? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -</p> - -<p> -Il viso di Argìa tradì una intensa commozione. -</p> - -<p> -Egli se ne compiacque: aveva toccata la corda -sensibile. -</p> - -<p> -— Vedi! Non ci avevi pensato alla tua -creatura! Lasciati dunque guidare da me. -Vedi come è buono tuo padre! -</p> - -<p> -— Sì, tu sei buono, e ti ringrazio... Ma io -non posso... non voglio!... -</p> - -<p> -— Ah! No!... Sei cattiva e ostinata. Ma -non importa. Farò senza il tuo aiuto: e tu -obbedirai, come è tuo dovere. E ora va! La -mia pazienza è esaurita. Va!... -</p> - -<p> -Argìa fece per ritornare da Fausto; ma il professore -la prese per un braccio e la strappò via. -</p> - -<p> -— Non di là!... A casa devi andare. Non -lo vedrai più, giacchè non vuoi che ti sposi, -sgualdrina!... -</p> - -<p> -— Oh! babbo! babbo!... -</p> - -<p> -E s'attaccava a lui per seguirlo. Ma egli la -respinse brutalmente e chiuse l'uscio a chiave. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -</p> - -<p> -Prima di rientrare dall'ammalato, il Pisani -volle ricomporsi e riflettere, su quello che -doveva fare. -</p> - -<p> -Le due stanze attraversate prima al buio, -erano ora abbastanza chiare. Una era la camera -di Vittorio; l'altra, l'anticamera che metteva -alle scale. Restò nella prima e si gettò su un -divano perchè gli pareva d'avere le gambe -rotte. La testa chinata fra le mani, cercò di -raccapezzarsi, di riflettere. Ciò che un momento -prima gli era parso facilissimo, gli si -presentava ora sott'altro aspetto. -</p> - -<p> -Bisognava parlare a Fausto dell'imminente -pericolo... vale a dire prostrarlo nell'istante -in cui aveva il maggior bisogno di tutte le -sue forze! Se moriva, la desolazione di Argìa -avrebbe rinfacciato eternamente, al padre, quell'imprudenza, -come un omicidio!.. E Argìa -stessa poteva morire, uccidersi!.. Non aveva -ella detto: «Morirò anch'io?...» -</p> - -<p> -Che terribile rischio!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -</p> - -<p> -Ma d'altra parte, se Fausto moriva ugualmente -per la forza della malattia, egli non si -sarebbe mai perdonato di non avere fatto -quanto era da lui per salvare l'onore della sua -figliuola, l'onore della famiglia!... Maledetto -anche l'onore! -</p> - -<p> -Un leggiero rumore venne a distrarlo. Alzò la -fronte. Vittorio stava dinanzi a lui aspettando. -</p> - -<p> -— Che c'è?... Un peggioramento?... -</p> - -<p> -E balzò in piedi. -</p> - -<p> -— No no... direi quasi il contrario. Pare -stanchissimo, ma ha la mente chiara... Ha sognato.... -ha pianto.... ha chiamato Argìa.... -Dov'è la signorina?... -</p> - -<p> -— Di là... E adesso che cosa dice?... -</p> - -<p> -— Adesso egli vuol parlare a lei, professore... -sa... io non ho potuto nascondergli che -lei ha scoperto... -</p> - -<p> -— Ah!... meglio così!... E si è agitato...?... -</p> - -<p> -— Non tanto... Anzi, ha detto come lei -«meglio così!» Ma venga, venga... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -</p> - -<p> -Il professore si incamminò, come sollevato -da un gran peso; la fortuna fedele non l'abbandonava -neppure in quel frangente! Tornava -giovine; era sempre forte. -</p> - -<p> -Un'occhiata gli bastò a giudicare dello stato -di Fausto. Qualche cosa d'insolito era avvenuto: -una crisi che poteva condurlo a salvamento -od a morte nel volgere di poche ore. -I pomelli accesi, di un rosso più intenso, facevano -paura. Ma il raggio di limpida intelligenza -che brillava nei dolci occhi, era una -speranza. -</p> - -<p> -— Ebbene Fausto? Come stai?... -</p> - -<p> -— Non saprei... La morte mi è passata -accanto: mi ha sorriso e mi ha dato un -consiglio... -</p> - -<p> -— Dà consigli la morte?... -</p> - -<p> -— Qualche volta... -</p> - -<p> -— Vediamo intanto il termometro!... -</p> - -<p> -Con terrore, che non riuscì a nascondere, il -Pisani constatò ancora un aumento di temperatura. -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -Fausto sorrise tristamente e un'ombra -gli oscurò la fronte. Ma in quel medesimo -istante entrò nella camera Argìa al fianco di -Vittorio, e la fronte oscurata si rischiarò. -</p> - -<p> -— Oh! Argìa non m'abbandonare! Mi hai -lasciato, e ho sognato di morire!... -</p> - -<p> -Pallida, ma sicura in volto, ella si chinò -su lui e lo baciò, mormorando: -</p> - -<p> -— Non ti lascierò più. -</p> - -<p> -E la voce commossa, solenne, palesò tutto -il significato della promessa. -</p> - -<p> -Il professore rabbrividì. Voleva parlare e si -sentiva paralizzato. -</p> - -<p> -Finalmente, Fausto disse: -</p> - -<p> -— Professore, mi vuol sempre bene, vero? -Non mi ha perso la stima?... -</p> - -<p> -— Oh! Fausto!.. protestò il Pisani commosso. -</p> - -<p> -E sebbene egli credesse di avere dinanzi a -sè il seduttore della figlia sua, colui che aveva -compromesso l'onore dei Pisani, sentiva in -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -cuore — al posto della collera che avrebbe -dovuto provare — una tenerezza infinita e -qualche cosa di strano, di solenne che lo scuoteva -e non avrebbe saputo esprimere nè -spiegare. -</p> - -<p> -— Ebbene... dunque — mi faccia una grazia... -padre mio... faccia che io sposi Argìa... -che ripari... il male... subito... subito... prima -che venga la morte!... -</p> - -<p> -— Oh! Fausto!... No!... No, Fausto!... — gridò -Argìa fuori di sè. -</p> - -<p> -Ma egli le impose silenzio con uno sguardo -supplichevole, e si abbandonò sui guanciali -stremato di forze. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span></p> - -<h2>XIII.</h2> -</div> - -<p> -Le formalità indispensabili, la richiesta di -permessi speciali, i preparativi di diverso genere, -occuparono tutta la giornata. -</p> - -<p> -IL professore e Vittorio Giudici giravano -gli uffici pubblici; davano e ricevevano appuntamenti; -scrivevano biglietti nelle anticamere -dei pubblici funzionari occupati. -</p> - -<p> -Appena era possibile correvano un momento -a casa; si assicuravano dello stato di Fausto, e -poi, via, di gran carriera, verso un altro -punto della città. -</p> - -<p> -La temperatura dell'ammalato era discesa -di mezzo grado circa; sempre altissima, ma -meno allarmante. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -</p> - -<p> -— È il cuore che mi fa paura; sempre il -cuore! — diceva Fausto con un pallido -sorriso. -</p> - -<p> -E il professore crollava il capo dall'alto al -basso, in segno di grave preoccupazione. -</p> - -<p> -— Se il cuore resiste siamo salvi!... -</p> - -<p> -La parte principale della cura era rivolta -a sostenere quel povero cuore tanto bersagliato. -</p> - -<p> -Ogni volta che Vittorio o il Pisani apparivano -sulla soglia, Fausto li interrogava con -lo sguardo ansioso. -</p> - -<p> -Che paura aveva di morire prima! -</p> - -<p> -Finalmente, verso le quattro, Vittorio recò -la buona novella: tutte le difficoltà erano -vinte, l'ufficiale civile aveva promesso di arrivare -puntualmente, tra le cinque e mezzo -e le sei. -</p> - -<p> -La signora Luisa addobbava la camera, rasciugandosi -le lagrime che voleva nascondere -a Fausto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -</p> - -<p> -— Ah! chi l'avrebbe detto! chi l'avrebbe -detto! — ripeteva tristamente. — Sposarsi a -questo modo! che disgrazia!... -</p> - -<p> -Argìa aveva mandato a prendere uno degli -abiti del suo corredo, già mezzo pronto; un -abito di felpa azzurra fatto terminare in tutta -fretta; e stava vestendosi nella camera della -signora Luisa. -</p> - -<p> -Dacchè Fausto aveva pronunciato quelle -solenni parole, e tutti si agitavano intorno a -lei per quella cerimonia ufficiale, che doveva -dare a lei e al figlio suo il nome onorato dei -Lamberti, ella rimaneva come trasognata. -</p> - -<p> -A momenti le pareva di essere fuori del -mondo e che tutto quanto accadeva intorno -a lei non fosse realtà ma visione fantastica. -</p> - -<p> -Lei stessa non si riconosceva. I sentimenti -che l'agitavano erano tanti e così diversi e -nel medesimo tempo così intralciati, che non -riesciva a discernerli. -</p> - -<p> -Ora le pareva di potersi rallegrare, poichè -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -non era possibile che Fausto dovesse morire -dacchè la sposava. Una strana sicurezza le -entrava in cuore. Avrebbero vissuto insieme -tanti e tanti anni, e sarebbero stati felici! -</p> - -<p> -E aveva dei sussulti di gioia che la rendevano -più bella, tingendole il volto di un -vago carnato. -</p> - -<p> -Ma tutto a un tratto si ricordava che Fausto -si era risolto a sposarla soltanto perchè si -teneva sicuro di morire, e voleva che lei vivesse -onorata e tranquilla. -</p> - -<p> -Pochi momenti prima le aveva detto: -</p> - -<p> -— Ricordati che tu devi vivere!... -</p> - -<p> -Vivere? Le pareva una imposizione ingiusta -e crudele. Perchè doveva vivere se lui moriva?... -Per chi?... -</p> - -<p> -Per quel figlio?... Oh! se fosse stato di -Fausto, sì. Sarebbe vissuta, sempre nel lutto, -consacrandosi a quella creatura. Ma, così, no! -Sentiva che non l'avrebbe mai amato quel -bimbo; vedeva in esso la causa di tutti i suoi -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -mali, e, soprattutto, la causa materiale della -morte di Fausto. -</p> - -<p> -No, non poteva amarlo! Un sordo rancore -le germogliava in cuore contro quell'essere. -Per lui doveva affrontare la vergogna di un -matrimonio di riparazione; gli sguardi scrutatori -di Vittorio, la collera del padre e del -fratello, e il risolino falsamente ingenuo di -quella maligna di sua sorella. -</p> - -<p> -Perchè avrebbe dovuto amarlo quel frutto -non desiderato del capriccio altrui? Perchè -avrebbe dovuto sacrificarsi a quell'intruso che -già le aveva fatto tanto male e sarebbe diventato -il tormento, forse il tiranno di tutta la -sua vita? -</p> - -<p> -Ma perchè c'era questa cosa terribile nella -vita della donna?... -</p> - -<p> -Perchè, una fanciulla ignara poteva diventare -madre, anche senza il concorso della sua -volontà, senza sapere, senza averci pensato? -</p> - -<p> -Un uomo passava nella sua vita, approfittava -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -della sua debolezza o della sua ignoranza, -e continuava il proprio cammino. -</p> - -<p> -La fanciulla era diventata donna e madre. -Tutta la sua vita era legata all'intruso — e -doveva amarlo! Aveva dei doveri sacri. Se li -conculcava, la società l'avrebbe chiamata infame: -se li adempiva era disonorata. I benevoli -l'avrebbero compatita, perdonata forse, -in grazia della sua espiazione. -</p> - -<p> -Espiazione di che cosa? -</p> - -<p> -Si può espiare un delitto, un fallo volontario.... -Ma dovere espiare la legge di cui si -è vittime!... Espiare!... E poi? Inutile anche -l'espiazione. -</p> - -<p> -Fausto la sposava. Ebbene, anche se egli -viveva, anche se tutti continuavano a credere -che il bimbo fosse di lui; di là a trent'anni, -quando lei sarebbe stata nonna, i suoi conoscenti, -i suoi amici, i parenti dei parenti si -sarebbero ricordati ancora di quella piccola -infrazione alla legge, come di una macchia -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -incancellabile! E intorno a lei ne avrebbero -parlato ad ogni occasione! -</p> - -<p> -E le cugine, le nipoti, le vecchie serve si sarebbero -raccontate sommessamente che Fausto -l'aveva sposata dal letto di morte, perchè era -incinta... Tali cose non si dimenticavano mai. -</p> - -<p> -Dunque non bastava che la donna fosse -condannata dalla natura a tutte le miserie -della maternità: non bastava che dovesse perdere -l'indipendenza, la bellezza, le forze, e, -molte volte, la vita, per dare la vita ad un -essere che, in moltissimi casi, il suo cuore -non aveva sognato, nè desiderato?... Non bastava, -no! Gli uomini vi avevano aggiunto -le loro leggi, i loro pregiudizi, che disonorano -la madre per tutta la vita e degradano il figlio -prima della nascita!... -</p> - -<p> -Era troppo. Lei non voleva sottoporsi: non -voleva vivere per adempire i doveri che lei -non aveva accettati. Non voleva vivere per -il figliuolo di un ladro che l'aveva derubata -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -e resa madre contro la sua volontà, a tradimento! -</p> - -<p> -Vi erano delle donne... che sopprimevano -l'essere ignoto.... L'aveva letto in una cronaca -di giornale, recentemente.... con grande -sorpresa.... L'avrebbe fatto lei?... -</p> - -<p> -No.... Le faceva troppo orrore. Poi, se ne -sarebbe ricordata tutta la vita, e sarebbe stata -infelice lo stesso, irreparabilmente infelice per -tutta la vita. -</p> - -<p> -Non si faceva alcun merito però di questo -sentimento delicato. Non si credeva migliore -di quelle altre. Le compiangeva anzi. La rettitudine -che era in lei, le pareva una cosa involontaria, -come quei pensieri che le venivano, -chi sa da dove: come le sue ribellioni. -</p> - -<p> -Forse l'aver pensato a fuggire, per andare -a vivere lontano, tra persone sconosciute, col -guadagno del proprio lavoro, come una povera -operaia, era una conseguenza dello spirito -battagliero ereditato dal padre. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -</p> - -<p> -Anche da bambina, quando si sentiva a disagio -nella casa paterna dopo la morte della -mamma; quando Filippo la tormentava e Amelia -aveva troppi capricci, quante volte aveva -pensato di fuggire, di andare lontano, sola, -senza denari; come una piccola profuga; senza -alcuna paura; contenta di avere dinanzi a sè -il mondo aperto. -</p> - -<p> -E come sognava allora!... -</p> - -<p> -Perfino la morte le si era affacciata sotto -la forma di una fuga: di un lungo viaggio -nell'infinito, al di là, e al di là ancora; sempre -più lontano. Così l'aveva sedotta quel progetto -di suicidio. -</p> - -<p> -Ma ora non ritrovava più quelle immagini -affascinanti, quei vaghi sogni. Invano vi ripensava. -</p> - -<p> -Anche la morte l'aveva delusa! -</p> - -<p> -L'idea che Fausto moriva negli spasimi -della malattia, le rendeva la morte orrenda, -paurosa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -</p> - -<p> -Ma se Fausto guariva?... -</p> - -<p> -Ah! se egli guariva, tanto più doveva morire, -lei! -</p> - -<p> -Voleva forse condannarlo a vivere tutta la -vita, supposto padre di un figlio non suo?.... -Se Fausto guariva, ella doveva uccidersi. E -subito. E farlo in modo che tutti credessero -a una morte accidentale... -</p> - -<p> -Tale era il destino suo. Condannata: irreparabilmente -condannata!... E tutto per quell'essere -senza nome, senza forma precisa: quell'ignoto.. -quel figlio di un vile che lei odiava!... -</p> - -<p> -Aveva dei brividi; tremava tutta, e le sue -mani convulse non riescivano ad abbottonare -il bell'abito azzurro, attillatissimo. -</p> - -<p> -Improvvisamente, ella ebbe una sensazione -così strana, così nuova, così inesprimibile, che -si sentì gelare, e quasi mancar la vita. -</p> - -<p> -Restò un momento perplessa, paralizzata, -ansimante. -</p> - -<p> -Quella strana sensazione si rinnovò. Era -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -come se le sue viscere si fossero sollevate -esultando in un impeto di gioia. -</p> - -<p> -Gioia, in lei che agonizzava nel dolore della -condanna appena pronunciata?!... -</p> - -<p> -Soffocava dal caldo, e un sudore diaccio -le bagnava le tempie; il cuore le balzava fortemente -e uno strano terrore soggiogava il -suo spirito. -</p> - -<p> -Che cosa avveniva dentro di lei?... Chi -l'agitava così?... E perchè si ammolliva la sua -fibra tesa, perchè sentiva tanta tenerezza in -luogo del rancore e dell'odio di poco prima?... -</p> - -<p> -Quell'essere senza nome, che lei chiamava un -intruso... era egli passato improvvisamente -dalla vegetazione alla vera vita?... Aveva egli -forse già una coscienza?... Sentiva forse, o -presentiva il dolore a cui era condannato? le -cieche ostilità degli uomini, che per lui — sciagurata -creatura — si preannunziavano -nelle ostilità della madre?... -</p> - -<p> -Scoppiò in singhiozzi e pianse a lungo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -</p> - -<p> -Questa benefica crisi le fece dimenticare le -dolorose recriminazioni. La madre si era rivelata -in lei, e la madre aveva altri pensieri. -</p> - -<p> -Oh! povera creaturina innocente senza difesa! -Povero piccino che esultava in lei al -primo impulso della vita, ignaro del male che -le faceva, ignaro del destino che l'aspettava!... -Povero!... Povero!... -</p> - -<p> -Era vinta, soprafatta da una commozione -suprema; i suoi occhi si fissavano in una contemplazione -interiore... Un corpicino esile le appariva, -un corpicino tutto roseo, con un visetto -d'angelo, che stendeva verso di lei le manine... -</p> - -<p> -Oh! lei non ci reggeva! Era suo il bimbo, -viveva in lei! E non aveva che lei al mondo! -E lei aveva bestemmiato di odiarlo!... -</p> - -<p> -Involontariamente incrociò le braccia nell'atto -di stringersi il bimbo sul cuore: e restò -assorta, rapita in un'estasi nuova. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span></p> - -<h2>XIV.</h2> -</div> - -<p> -Tutto era pronto per la cerimonia nuziale. -A destra del letto di Fausto, il tavolino, coperto -da un bel tappeto ricamato, lavoro della -signora Luisa, sosteneva i candelabri d'argento -con le candele accese e il registro municipale. -Presso al tavolino, la poltrona in -velluto per l'assessore. Più in là, il tavolino -e la sedia per lo scrivano municipale, e quelle -destinate ai testimoni: Vittorio Giudici e il -dottore Antonio Giberti professore di patologia -che assisteva il Pisani nella cura di -Fausto, in qualità di medico consultore. -</p> - -<p> -Argìa entrò, pallida e tremante; ma nei -grandi occhi lucenti le ardeva un raggio d'immenso -amore. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -</p> - -<p> -— Oh! Fausto! Il babbo mi ha detto che -stai meglio!... -</p> - -<p> -Il malato sorrise beatamente, guardandola -negli occhi, e l'attirò fra le sue braccia. -</p> - -<p> -— Mia sposa, mia!.. -</p> - -<p> -L'assessore e le poche persone che dovevano -assistere alla cerimonia, arrivavano a lenti -passi, parlando sommesso. -</p> - -<p> -La notizia del miglioramento — per quanto -leggiero e forse illusorio — rischiarò le fisonomie -e rese la riunione meno lugubre. -</p> - -<p> -L'assessore si accostò al letto e presentò i -suoi complimenti. -</p> - -<p> -Era uomo di società, amico del Pisani. Si -parlò di don Paolo, di donna Evangelina... -Non l'aspettavano? No. Sarebbe arrivata più -tardi insieme al marito: avevano telegrafato -di non disturbare l'autorità con un rinvio... -</p> - -<p> -L'assessore capì benissimo che quel matrimonio, -celebrato così, offendeva la suscettibilità -dei Lamberti e ch'essi preferivano di -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -non assistervi; ma, da uomo di spirito, non -fece vista di nulla. -</p> - -<p> -All'ultimo momento, allorchè tutti erano a -posto, e l'assessore sfoderava la sciarpa tricolore — tramutandosi -da amabile uomo di -società in un impassibile rappresentante della -legge — entrò la signora Luisa tutta affannata -e andò a parlare a Vittorio. -</p> - -<p> -Don Paolo voleva assistere alla cerimonia! -</p> - -<p> -L'assessore, gentilissimo, si dichiarò soddisfatto -di compiacere l'abate e di rivederlo, -dopo tanto tempo. -</p> - -<p> -Carmela Donati e Bice Chiari che scoppiavano -di curiosità, approfittarono di quella interruzione -per scivolare nella camera, insieme alla -vivace Amelia. -</p> - -<p> -L'assessore, ancora bell'uomo, dalla chioma -opulenta sparsa di ciocche grigie, dal naso -prepotente, andò a passare quel momento di -aspettazione in mezzo alle giovani. -</p> - -<p> -È sempre da saggio ornare di qualche fiore -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -l'arido cammino del dovere. E siccome l'Amelia -aveva quella sera una bellezza provocante, -con gli occhi pieni di scintille e le narici leggermente -dilatate per meglio aspirare il vago -profumo di scandalo e di peccato che era nell'aria, -l'assessore intavolò con lei una di quelle -conversazioni, grulle e insignificanti per chi -le ascolta — per chi le sostiene, invece, irte -di punte e di uncini, a cui si pungono e si -attaccano con ispeciale voluttà le ragazze che -cercano e gli uomini... che dovrebbero aver -paura di trovare. -</p> - -<p> -Passò una buona mezz'ora. -</p> - -<p> -Ogni tanto una delle ragazze andava a vedere -se don Paolo si spicciava. Ma le notizie di -queste esploratrici non erano consolanti. -</p> - -<p> -Eh! sì! ce ne voleva del tempo. -</p> - -<p> -... Gli radevano la barba!... -</p> - -<p> -... Gli facevano i riccioli, a uno a uno!... -</p> - -<p> -... Lo profumavano!... -</p> - -<p> -... Gli mettevano le scarpe con le fibbie d'argento; -e ci stavano attorno in quattro!... -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -</p> - -<p> -... Voleva mettersi la vesta nera... Oh! che -affare era quello!... -</p> - -<p> -... Non si sapeva come infilargli le maniche... -</p> - -<p> -... Bisognava vedere, per mettergli il colletto, -che stenti!... Non poteva tenere il capo -ritto!... -</p> - -<p> -Queste notizie circolavano ed erano commentate -a bassa voce, in un bisbigliamento -quasi gaio. E chi crollava le spalle; chi sorrideva -a mezz'aria. -</p> - -<p> -Finalmente; la gran notizia: -</p> - -<p> -— Don Paolo arriva!... -</p> - -<p> -Lo portavano con la poltrona, il cameriere -e la cuoca. Anche Amelia andò a vedere. Secondo -lei pareva uno di quei santi di legno -che si portavano in processione nei piccoli -paesi, il giorno di <i>Corpus Domini</i>. -</p> - -<p> -Ma quando la grande poltrona, in fondo -alla quale don Paolo quasi spariva come -un'ombra, fu deposta in terra presso al letto -di Fausto, e il vecchio levò sul nipote gli -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -occhi ancora intelligenti umidi di pianto, -non si trovò più nessuno che avesse voglia di -sorridere; la stessa Amelia si fece seria. -</p> - -<p> -L'avvicinamento di quei due moribondi -stringeva i cuori. -</p> - -<p> -Profondamente commosso, Fausto stese al -povero vecchio una mano madida di sudore. -Ma le mani tremanti di don Paolo, brancicarono -un istante, prima di afferrare quella mano -a lui tanto cara. -</p> - -<p> -Quando l'ebbe in suo possesso, restò un -momento come estatico, poi la strinse lievemente -e mormorò, abbozzando un sorriso: -</p> - -<p> -— Ho ancora un poco di forza... -</p> - -<p> -Tutti compresero che egli non aveva perduta -ogni illusione sul proprio stato; e che -questa continua preoccupazione di sè medesimo -gl'impediva di comprendere lo stato -di Fausto. -</p> - -<p> -Così l'egoismo senile lo sosteneva, proteggendolo -fino all'ultimo istante. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -</p> - -<p> -Seduta accanto al letto dall'altra parte, -Argìa non osava alzare gli occhi su tutta -quella gente. -</p> - -<p> -La cerimonia dell'atto civile fu cominciata -con le solite formalità. -</p> - -<p> -Ben presto, don Paolo, che da un momento -all'altro non si ricordava più di nulla, ricadde -in una delle sue fissazioni, girando gli occhi -esterrefatti, borbottando tra sè: -</p> - -<p> -— ... Il complotto!... Ci siamo... La Luisa -mi ha tirato in trappola... Sono preso... -</p> - -<p> -E cercava di nascondersi, rannicchiandosi -nella poltrona. -</p> - -<p> -Ma nell'istante in cui i due giovani pronunciarono -il sacramentale sì, egli si scosse; e -quasi sognando — per un ricordo meccanico -di prete che aveva unite tante coppie di sposi — levò -su di loro le mani tremolanti, e li -benedisse. -</p> - -<div class="chapter"> -<p><span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span></p> - -<h2>XV.</h2> -</div> - -<p> -Il treno filava a tutto vapore e dietro a -lui rimanevano i ghiacci e le brine fantastiche, -le nebbie ostinate e l'intenso freddo dell'interminabile -inverno. Come un tormentato -incontro alla sua liberazione, correva il treno -incontro alla primavera su quel lembo di terra -bagnato dal mare. -</p> - -<p> -Oh! il dolce tepore... il forte profumo dell'aria -marina!... -</p> - -<p> -In un <i>coupé</i> di prima classe, Fausto ed Argìa -guardavano il mare. Le loro anime si libravano, -i loro cuori traboccanti di amore rinascevano -a nuova vita. -</p> - -<p> -All'uscire da quella lunga <i>galleria</i>, là dove -i lombardi che vanno in Riviera nei mesi -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -invernali, hanno la sensazione di un passaggio -portentosamente rapido dal nord al sud, -Fausto aveva detto alla giovine sposa, stringendosela -sul cuore: -</p> - -<p> -— Così la nostra vita passa dalle tenebre -alla luce: dal gelo al sole! -</p> - -<p> -Ella si era commossa, aveva pianto e sorriso: -ma in fondo al cuore le rimaneva un'ombra -ostinata: un angolo buio che la faceva -fremere e rabbrividire. -</p> - -<p> -Erano soli e liberi, e andavano via, lontano -dai luoghi dove tanto avevano sofferto... Andavano, -con la speranza di non ritornare per -lungo tempo. -</p> - -<p> -La salute di Fausto, riacquistata a fatica, -dopo sì dure prove, aveva bisogno di un clima -più mite, di un'aria più vivificante, per ristabilirsi -completamente. Nessuno meglio di lui -avrebbe giudicato della durata di questo bisogno. -</p> - -<p> -Una villetta bianca li aspettava laggiù, -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -presso Bordighera, un vero nido d'amore. Potevano -rimanervi degli anni. -</p> - -<p> -Don Paolo era morto pochi giorni dopo la -cerimonia del loro matrimonio. La morte pietosa, -che egli aveva tanto temuta, lo coglieva -nel sonno, senza dolore, quasi senza transizione. -</p> - -<p> -Erano dunque ricchi i due sposi, ricchi, e -indipendenti. -</p> - -<p> -Fausto non si curava di prendere il diploma -universitario: avrebbe continuato a studiare -da sè per amore della scienza, non per esercitare -una professione di cui non aveva alcuna -necessità. -</p> - -<p> -Ed egli ripeteva queste cose alla giovine, -accarezzandole dolcemente i capelli, accennandole -di tratto in tratto un punto incantevole: -una cresta di monte dorata dal sole, un colle -tutto verde, un pittoresco villaggio. -</p> - -<p> -Ma ella non poteva staccarsi dalla contemplazione -del mare che vedeva per la prima -volta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -</p> - -<p> -Tacquero lungamente, cullati dal treno, nel -dolce tepore dei loro corpi vicini. A un tratto -Fausto si scosse. -</p> - -<p> -— Argìa!... -</p> - -<p> -— Fausto!... -</p> - -<p> -— Tu sei sempre triste... Non ti basta il -mio amore?... -</p> - -<p> -— Oh! Fausto!... -</p> - -<p> -— E perchè pensi a lasciarlo? Cattiva!... -</p> - -<p> -— Oh! No!... -</p> - -<p> -— Non negare!... Io sento che tu mi vuoi -fuggire. Tu pensi sempre al nostro vecchio -sogno di morte... Forse pensi ancora che era -meglio morire con me, che vivere con me? -</p> - -<p> -— Oh! Come potrei pensar questo, Fausto? -</p> - -<p> -E un dolce sorriso le illuminò il volto. Poscia -riprese: -</p> - -<p> -— Ebbene, giacchè vuoi sapere, io penso -che tu sei stato troppo generoso... che hai -fatto un sacrificio troppo grande... troppo!.... -</p> - -<p> -«Insomma, che in questa nostra unione, tu -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -porti tutto per la comune felicità... io, nulla!... -Vale a dire... peggio ancora!...» -</p> - -<p> -Si coprì il viso con le mani, e con voce -soffocata mormorò: -</p> - -<p> -— Se almeno tu non mi avessi sposata... -se non portassi il tuo nome.. se si avesse potuto -vivere insieme liberamente.. o se tu fossi -povero!.. Sarei meno umiliata!... -</p> - -<p> -— Ah! piccola borghese! Piccola orgogliosa! -Tu che ti davi l'aria di essere una ribelle, ti -riveli più borghese di me! Sì, sì! Poichè dai -tanta importanza a cose che io non considero -affatto... od almeno non portano nel mio giudizio -alcuna differenza. È merito mio se son -ricco? È merito mio se l'uomo dà il nome?... -Bella roba! Usi sociali, semplici combinazioni -delle cose esteriori, indipendenti da noi. Ah! ora -non ho più paura che tu mi preceda sulla via -della ribellione, e che tu guardi a me con disprezzo. -Passato, quel tempo! Del resto io non -ti ho sposata — come tu forse pensi — soltanto -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -per sottrarti alla collera di tuo padre -e perchè egli non ti strappasse dal mio capezzale, -perchè credevo di morire. No, Argìa. -Da lungo tempo combattevano dentro di me -l'amore e l'intelligenza contro i pregiudizi e -gl'istinti ereditari: da lungo tempo sentivo che -dovevo salvarti, te e il tuo bambino; e farti -vivere felice, e vivere con te, giacchè senza -di te non sapevo vivere. -</p> - -<p> -«Mi mancava la forza di eseguire quello -che pensavo e desideravo. -</p> - -<p> -«Ma nella, malattia, in quelle eterne ore -di angoscia tra la vita e la morte, una voce -più chiara, più alta, parlò nell'anima mia. -Negli accessi della febbre, allorchè la mia -mente era turbata da strane visioni, mi pareva -che la morte avesse preso forma accanto -al mio letto, e deridendomi mi dicesse: «Muori! -Muori, decrepito vecchio! Meriti di morire -solo e di essere dimenticato! -</p> - -<p> -«Perciò, Argìa, quando tuo padre ti strappò -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -dal mio capezzale in quella notte terribile, e -Vittorio mi disse ch'egli sapeva il tuo stato, -fu come se una gran luce fosse entrata nel -mio cervello: dovevo sposarti subito! -</p> - -<p> -«Sentii che sarei morto meno disperato, -che quella orribile figura non avrebbe potuto -beffarmi coi suoi sarcasmi, nè dirmi che meritavo -di morire perchè ero un vecchio decrepito -irreparabilmente legato ai vecchi pregiudizi, -ai vecchi egoismi!.. E non solo questo -sentii; una tenue speranza mi sollevò, mi diè -forza: sarei forse guarito... forse... avrei vissuto -ancora, amato, felice!... -</p> - -<p> -«La febbre diminuì: le visioni sparirono; -e quella speranza divenne sempre più gagliarda -e le mie forze si ristabilirono. -</p> - -<p> -«Sono guarito. Ebbene, Argìa, io che sono -medico, ma che alla medicina credo piuttosto -poco, penso che, se quella buona risoluzione -non avesse dirò così preparata la crisi, lo svolgimento -della malattia sarebbe stato forse -diverso e non sarei guarito. Capisci?» -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -</p> - -<p> -Incapace di rispondere, vinta da una tenerezza -infinita, ella si strinse a lui, guardandolo -amorosamente. -</p> - -<p> -Restarono alcuni istanti così, silenziosi e -stretti. -</p> - -<p> -Poco prima di scendere alla stazione di -Bordighera, Fausto riprese: -</p> - -<p> -— Ricordati dunque, amor mio, non più sofismi, -non più vani rimorsi, mi offenderesti. Dobbiamo -godere la felicità che ci è concessa, rispettandola, -venerandola, come cosa sacra: e dobbiamo -fare quanto sta in noi perchè duri. Quello -che a noi sembrava magnanima fierezza: «rifiutare -la felicità perchè non poteva più essere -quale l'avevamo sognata, o per timore -che ci mancasse poi, o che fosse traversata -da momenti penosi e da qualche umiliazione -dell'orgoglio,» era follia, stupidaggine! Non -grandezza di spirito, ma calcolo balordo di -piccoli vigliacchi!... -</p> - -<p> -«Bisogna vivere, Argìa, vivere per amare -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -ed essere felici, come meglio si può, quanto -più si può! -</p> - -<p> -«Questa è la filosofia che mi ha insegnato -la Morte quando bazzicava intorno al mio -letto: lei che ha sciolto il nostro lugubre e -puerile romanzo di suicidio, rigettandoci, per -bontà sua, nell'eterno e sempre nuovo romanzo -della vita e dell'amore!» -</p> - -<p> -Egli sorrideva in un modo speciale, finissimo -e pieno di dolci sottintesi. E il suo colorito -caldo annunciava il completo ritorno -della salute; i suoi occhi raggianti, la piena -fiducia in sè e nella vita. -</p> - -<p> -Argìa pendeva dal suo labbro, gli occhi -negli occhi di lui, affascinata e come irradiata -da quella potente giovinezza virile. -</p> - -<p> -Ancora pochi minuti e il treno entrò nella -stazione, fischiando e mugghiando. -</p> - -<p> -Il campanello elettrico cinguettava allegramente; -impiegati e fattorini aspettavano, fermi -al loro posto, fissando il treno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -</p> - -<p> -— Guarda — disse Fausto, indicando alla sua -compagna il magnifico panorama della -Riviera che si stendeva dinanzi a loro in tutta -la sua meravigliosa bellezza. — Guarda, questo -è il paradiso!... Sarà per un giorno... per -un anno, per dieci... Ciò non dipende da noi e -non val la pena di pensarci. L'importante è -che ci siamo e che questa gioia immensa ce -la siamo conquistata, e nessuno ce la ruba -più!... -</p> - -<p> -Argìa chiuse gli occhi per frenare le lagrime -che le gonfiavano le palpebre, poi, con -gesto rapido, quasi febbrile — mentre gli -sportelli si spalancavano ai <i>coupés</i> vicini e le -voci stentoree gridavano a perdifiato: «Bordighera! -Bordighera!» — gettò le braccia -al collo al suo salvatore, al suo sposo, e solennemente -lo baciò sulla bocca. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -<span class="smcap">Fine.</span> -</p> - -<p class="pad2 indl small"> -Autunno 1888. -</p> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of Project Gutenberg's Il romanzo della morte, by Beatrice Speraz - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IL ROMANZO DELLA MORTE *** - -***** This file should be named 63272-h.htm or 63272-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/3/2/7/63272/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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