diff options
| author | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-02-07 15:46:14 -0800 |
|---|---|---|
| committer | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-02-07 15:46:14 -0800 |
| commit | 3931ba39a6b3ddb1f1035d5444d12875fd531240 (patch) | |
| tree | 020aa7b09b8c4f1456231d203672d57cde1af059 | |
| parent | 167ddf1d2eb9b08c2c7ccc7d499794639f743466 (diff) | |
42 files changed, 17 insertions, 37240 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes new file mode 100644 index 0000000..d7b82bc --- /dev/null +++ b/.gitattributes @@ -0,0 +1,4 @@ +*.txt text eol=lf +*.htm text eol=lf +*.html text eol=lf +*.md text eol=lf diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize +this eBook outside of the United States should confirm copyright +status under the laws that apply to them. diff --git a/README.md b/README.md new file mode 100644 index 0000000..476f718 --- /dev/null +++ b/README.md @@ -0,0 +1,2 @@ +Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for +eBook #55545 (https://www.gutenberg.org/ebooks/55545) diff --git a/old/55545-0.txt b/old/55545-0.txt deleted file mode 100644 index d2843a0..0000000 --- a/old/55545-0.txt +++ /dev/null @@ -1,15615 +0,0 @@ -Project Gutenberg's Le invasioni barbariche in Italia, by Pasquale Villari - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most -other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Le invasioni barbariche in Italia - -Author: Pasquale Villari - -Release Date: September 14, 2017 [EBook #55545] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LE INVASIONI BARBARICHE IN ITALIA *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - LE - INVASIONI BARBARICHE - IN - ITALIA - - - DI - PASQUALE VILLARI - - - CON TRE CARTE - - - - ULRICO HOEPLI - EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA - MILANO - 1901 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - 152-900. — Firenze, Tip. di S. Landi, Via Santa Caterina, 12 - - - - - AL - - PROF. ALBERTO DEL VECCHIO - - - - -PREFAZIONE - - -Il fine che mi sono proposto nello scrivere questo libro è assai -modesto, ma è anche assai difficile a raggiungere. Il lettore -giudicherà se sono riuscito. Io dirò solo in che modo sorse in me -l'idea di accingermi all'opera. - -Non si può negare che dopo la costituzione del regno d'Italia molto -si è da noi progredito nello studio della storia. Ne sono una prova -il gran numero di _Archivi storici_, che si pubblicano in ogni -regione; le _Deputazioni e Società di Storia patria_, che sorgono per -tutto; la grande quantità di documenti, che ogni giorno vengono alla -luce; i progressi che han fatto la paleografia, la diplomatica, la -filologia classica e la neo-latina, la storia del diritto, il metodo -e l'erudizione storica in genere. Con tutto ciò libri che narrino gli -avvenimenti del passato in modo facile e piano, agevolmente leggibili, -i quali una volta erano assai numerosi in Italia, e servivano di -modello alle altre nazioni, vanno oggi divenendo fra noi sempre più -rari. Pure è certo che le ricerche d'archivio si fanno per poter sempre -meglio e più sicuramente scrivere le narrazioni destinate alla gran -maggioranza dei lettori.[1] Noi invece passiamo dai libri scolastici, -che si leggono a scuola, e poi si gettano via, ai libri d'erudizione, -che servono solo ai dotti di mestiere o, come oggi li chiamano, -specialisti. - -È facile capire qual grave danno tutto ciò debba recare alla nostra -letteratura, alla nostra cultura; massime se si riflette, che la -storia in genere, e quella dell'Italia in ispecie dovrebbe essere -un mezzo non solo d'istruzione, ma anche di educazione nazionale, -contribuendo efficacemente a formare il carattere morale e politico -del nostro paese. Cesare Balbo, animato sempre di nobile patriottismo, -deplorò in tutta la sua vita che noi non avessimo una storia popolare -d'Italia, tale che tutti potessero leggerla con piacere e profitto. -Egli si provò più volte a scriverla, ma rimase come sgomento dinanzi -alle molte difficoltà che incontrava. Oggi, dopo la pubblicazione di -tanti nuovi documenti, dopo tante nuove e così sottili dispute, le -difficoltà sono cresciute piuttosto che scemare. Alcune di esse possono -dirsi intrinseche alla natura del soggetto; altre invece dobbiamo -riconoscerle conseguenza del nostro modo di trattarlo e dell'indirizzo -che abbiam preso nei nostri studi. - -Arduo assai deve certo riuscire il narrare in modo facile e chiaro la -storia d'un paese che fu nel passato diviso in tanti Stati diversi, -ciascuno dei quali ebbe il suo proprio carattere, le sue proprie -vicende. Nel mezzogiorno abbiamo una monarchia feudale; nell'Italia -centrale lo Stato della Chiesa, con un governo che è diverso da ogni -altro, e la cui storia si collega con quella di tutta quanta l'Europa; -più al nord abbiamo la moltitudine infinita dei Comuni e delle -Signorie. Come, dove trovare un filo conduttore, che guidi chi scrive -e chi legge? Queste difficoltà, è ben vero, non s'incontrano solamente -in Italia; anche la Germania è stata sempre divisa e suddivisa. Nè -sarebbero difficoltà insuperabili, se noi stessi non le rendessimo per -colpa nostra anche maggiori; il che avviene in molti e diversi modi. -In tutte quante le nostre scuole, in tutte le nostre pubblicazioni -ci occupiamo oggi quasi esclusivamente di storia italiana. È divenuto -poco meno che impossibile il vedere fra di noi apparire un libro sulla -storia della Riforma, della Rivoluzione francese, della Germania, -dell'Inghilterra, della Spagna, delle nazioni estere in generale. -Ma la nostra storia è così strettamente connessa con quella di tutta -l'Europa, che senza studiar l'una non è possibile comprendere l'altra. -Chi infatti potrebbe mai intendere la storia italiana del Medio Evo, -senza quella della Germania, o indagare le origini prime del nostro -Risorgimento, senza occuparsi della Rivoluzione francese? Chi potrebbe -farsi un concetto chiaro della Contro-Riforma in Italia, senza aver -prima compreso la Riforma di Lutero? Ne segue perciò che, se questa -tendenza verso un'erudizione esclusiva ed unilaterale ci fa sempre -più diligentemente indagare ed esaminare i particolari problemi della -storia italiana, ci rende invece assai difficile comprenderne il -carattere generale, e valutare con giusto criterio la vera parte che -noi abbiamo avuta nella civiltà del mondo. Più di una volta ci tocca -infatti l'umiliazione di vedere gli stranieri scrivere sulla storia -dell'Italia antica, medioevale o moderna libri migliori dei nostri: e -da essi la nostra gioventù deve apprendere la storia del proprio paese. -Pur troppo questi libri, non ostante la molta dottrina ed il buon -metodo, sono scritti non di rado con uno spirito ostile all'Italia; -il patriottismo degli autori li spinge naturalmente ad esaltare la -loro patria a danno della nostra. E così ne segue che si diffondono -anche fra di noi sul carattere morale e politico degl'Italiani, -sull'intrinseco valore della nostra civiltà, della nostra letteratura -idee e giudizi poco esatti, che ci nocciono assai, facendoci perdere la -giusta coscienza di noi medesimi. - -Non lieve ostacolo a scrivere una storia nazionale che, pur essendo -patriottica e popolare, sia imparziale, viene anche dalle relazioni -in cui l'Italia si trova colla Chiesa. Noi abbiamo scrittori guelfi -e scrittori ghibellini: i primi vorrebbero sempre lodare i Papi, -giustificando tutto quello che fecero; i secondi vorrebbero invece -sempre biasimarli, cercando di porre in ombra la parte, certo -grandissima, che ebbero nella storia del nostro paese. A questo -s'aggiunga l'abbandono in cui sono fra di noi gli studi religiosi, la -storia della teologia e del Cristianesimo. E come si può senza di essi -comprendere la storia d'un popolo, che ha fondato la Chiesa cattolica, -d'un popolo la cui vita religiosa fu così intensa, così strettamente -unita con la sua vita politica, letteraria, artistica e civile? - -Pensando e ripensando a tutto ciò, mi parve che dovesse in Italia -riuscire assai utile una collezione di volumi, che trattassero -separatamente, in modo popolare, i vari periodi della storia d'Italia, -sotto i suoi molteplici aspetti, e con essa anche la storia dei vari -popoli civili. Di siffatte collezioni ogni regione d'Europa e gli -Stati Uniti d'America ne hanno oggi parecchie; perchè non potremmo, non -dovremmo noi averne almeno una? Mi decisi quindi a farne la proposta -all'egregio editore comm. Hoepli, che l'accolse con favore, e si pose -all'opera. - -Due volumi sono già venuti alla luce. Il primo è una nuova edizione -del ben noto libro del conte Balzani sulle cronache italiane, da lui -riveduto e corretto. Il secondo è una storia del nostro risorgimento -pubblicata dal prof. Orsi del Liceo M. Foscarini di Venezia. Altri tre -volumi non tarderanno molto, io spero, a veder la luce. Uno, già quasi -compiuto, è del prof. Errera, dell'Istituto Tecnico di Torino, sulla -storia delle scoperte geografiche. Il prof. Salvèmini del Liceo Galileo -di Firenze, ed il prof. Brizzolara dell'Istituto Tecnico di Reggio -Calabria scrivono sulla storia moderna dell'Europa. Altri volumi sono -in preparazione. - -E per contribuire anch'io, come meglio posso, all'opera comune, -pubblico ora questo primo volume di storia italiana, nel quale -mi occupo delle invasioni barbariche. Non è un libro erudito, nè -scolastico, e neppure di storia generale e filosofica, come il _Sacro -Romano Impero_ del Bryce, o le _Rivoluzioni d'Italia_ del Quinet. I -fatti debbono qui essere narrati nella loro cronologica successione -e logica connessione, senza discutere o dissertare, e, per quanto -è possibile, senza annoiare. Mi sono, com'è naturale, servito delle -opere recentemente pubblicate, come quelle del Bury, del Malfatti, del -Bertolini, del Dahn, del Mühlbacher, dell'Hartmann,[2] e più di tutte -di quella dell'Hodgkin. Non ho trascurato alcuni autori più antichi -come il Gibbon, il Tillemont ed il Muratori, che non invecchia mai; -nè ho tralasciato di ricorrere alle fonti. Ma le citazioni, salvo casi -eccezionali, sono di regola escluse. Credevo dapprima che lo scrivere -questo piccolo volume, che si occupa d'un periodo solo della storia -d'Italia, quando questa non era anche divisa e suddivisa, dovesse -riuscirmi comparativamente agevole; ma ho dovuto pur troppo accorgermi -che anch'esso era, per me almeno, assai difficile. Non mi sono però -mancati aiuti e consigli preziosi di due dotti colleghi e carissimi -amici, i professori Achille Coen ed Alberto Del Vecchio, ai quali mi è -grato manifestar pubblicamente la mia vivissima riconoscenza. Nè posso -dimenticare il giovane e valoroso professor Luiso, che volle aiutarmi -rivedendo le bozze di stampa. - -Se questi primi volumi incontreranno il favore del pubblico; se -esso vorrà essere indulgente verso le imperfezioni inevitabili in -un'impresa, che fra di noi può dirsi nuova; e se non ci verrà meno la -cooperazione degli studiosi, noi crediamo che la nostra collezione -potrà riuscire utile alla cultura del paese, ed agevolare non poco -la via a scrivere sempre meglio quella storia nazionale e popolare -d'Italia, tanto desiderata e tanto desiderabile. Siamo in ogni modo -persuasi, che una raccolta quale noi l'abbiamo ideata è oggi non solo -utile, ma anche necessaria al nostro paese più che ad ogni altro. E -crediamo che, quando pure fossimo condannati a non riuscire, l'impresa -verrebbe assunta da altri più fortunati di noi, perchè risponde ad -un vero bisogno dell'ora presente. Il materiale storico che si è -raccolto, e va ogni giorno più aumentando, è immenso; nè deve rimanere -il privilegio e la proprietà di pochi dotti, ma deve essere coordinato -e reso accessibile a tutti. Solo così potremo riuscire ad infondere nel -paese la coscienza di ciò che esso fu ed è veramente, la cognizione -sicura della parte che l'Italia ebbe, di quella che può e deve oggi -avere nella storia e nella civiltà del mondo. - - - - -LE INVASIONI BARBARICHE IN ITALIA - - - - -LIBRO PRIMO - -DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO FINO AD ODOACRE - - - - -CAPITOLO I - -La caduta dell'Impero - - -Perchè cadde l'Impero Romano? La risposta che subito si presenta -è questa: i Romani eran corrotti e dalla corruzione infiacchiti; -i barbari, più rozzi, erano anche più morali e più forti. Quando -passarono il Reno e il Danubio, la vittoria non poteva essere dubbia; -l'Impero doveva crollare, una società nuova doveva formarsi. Ma perchè -mai si corruppe e s'infiacchì un popolo, che per tanti secoli era -stato l'esempio della disciplina, della virtù e della forza; che aveva -saputo conquistare il mondo? La corruzione non era la causa, era la -conseguenza, il primo segno della decadenza già cominciata. L'Impero, -che Tito Livio già vedeva piegarsi sotto il peso della sua stessa -grandezza, non poteva durare eterno. - -Esso aveva formato l'unità civile e morale del mondo antico, la quale -era stata necessario apparecchio alla costituzione delle nazionalità. -Per vivere e prosperare, queste hanno infatti bisogno di essere in -relazione fra di loro, di sentirsi come parti diverse d'una stessa -famiglia. Ma il loro sorgere rendeva impossibile l'esistenza del mondo -antico, il quale riconosceva l'assoluto predominio d'una civiltà sola, -al di fuori della quale tutti erano barbari. Se perciò da una parte, e -vista da lontano, la caduta dell'Impero ci apparisce come qualche cosa -d'inaspettato e straordinario; da un'altra reca maraviglia invece la -sua lunga durata. Sotto una forma o l'altra, noi lo vediamo infatti -sopravvivere a sè stesso in tutto il Medio Evo. E più tardi ancora -tenta, sebbene invano, di rinascere dalla tomba, prima con Carlo V, -poi con Napoleone I. Il vero è che l'unità dell'Europa e la diversità -dei popoli che l'abitano sono due fatti innegabili del pari, dai quali -risultano le vicende della storia moderna. - -Roma era stata una città, un municipio, che aveva cominciato col -conquistare e romanizzare le popolazioni vicine, con esse l'Italia, -con l'Italia quasi tutto il mondo allora conosciuto. Ma il dominio -d'una città sola sopra un così vasto territorio, sopra genti così -diverse, imponendo a tutte lo stesso governo, la stessa legislazione, -la stessa lingua ufficiale, doveva, con l'estendersi, incontrare -difficoltà sempre maggiori. Era stato comparativamente facile -assimilare le popolazioni romane; ma l'Africa, la Spagna, la Rezia, la -Gallia resistettero invece sempre più ostinatamente. E una difficoltà -nuova s'incontrò nell'Asia Minore e nella Grecia, dove per la prima -volta i Romani trovarono una civiltà superiore alla loro. Conquistato -colle armi il paese, furono essi conquistati dalla cultura greca, cui -dovettero assimilare la propria, per diffonderle ambedue nel mondo. E -così, quando l'Impero fu giunto al Reno ed al Danubio, esso non aveva -più nessuna vera unità intrinseca, corrispondente a ciò che di fuori -appariva. Non era uno Stato, non era una nazione; era un amalgama di -popoli diversi, uniti insieme dalla forza, e sottomessi alla stessa -civiltà. Al di là dei confini c'era un paese vastissimo, abitato da -popolazioni bellicose e barbare, che s'avanzavano minacciose come un -fiume che straripa. - -Da un tale stato di cose, la società romana fu profondamente turbata. E -prima di tutto ne fu alterata la costituzione stessa dell'esercito, che -era stato lo strumento principale della conquista e della fondazione -dell'Impero. Una volta, così osservava giustamente il Gibbon, gli -eserciti della Repubblica erano formati di proprietari e coltivatori -del suolo, i quali pigliavano parte alle assemblee, votavano le leggi -di Roma, e la difendevano colle armi. Il benessere della patria era -immedesimato col proprio. Una battaglia vinta era la loro fortuna, una -battaglia perduta era la loro rovina personale. Tutti gl'interessi -morali e materiali, consacrati dalla religione, si univano a fare -di essi cittadini e soldati eroici, che dopo la guerra tornavano -tranquilli e modesti ai loro campi. Chi potrebbe mai supporre che gli -abitanti della Rezia, della Spagna, della costa africana potessero -combattere con lo stesso ardore, con la stessa fede, per difendere -una potenza alla quale si sentivano spesso estranei o avversi? Questi -eserciti mandati a difendere confini sempre più estesi, più lontani e -continuamente assaliti, divennero di necessità eserciti stanziali. Chi -era chiamato a farne parte, abbandonava il luogo nativo, i campi, se -ne aveva, i quali perciò spesso restavano incolti, e rimaneva sotto -le bandiere, in paese straniero, fino a che gli bastavano le forze. -Di qui il bisogno sempre maggiore e le difficoltà sempre crescenti di -trovar nuove reclute, che bisognava allettare con nuovi privilegi, -con paghe maggiori. E quindi l'uso d'accogliere sotto le bandiere -perfino gli schiavi, ma sopra tutto i barbari, che ben presto formarono -la parte maggiore degli eserciti romani. La guerra divenne così un -mestiere, e la forza delle armi risiedeva più nella disciplina che nel -patriottismo. Pure tale era la potenza di questa disciplina, tale il -fascino maraviglioso che il nome sacro di Roma e dell'Impero esercitava -sugli animi, che di elementi così diversi si riuscì a formare un -esercito formidabile, il quale, per più secoli ancora, continuò ad -operare miracoli. - -A mantenere questo esercito numeroso e lontano occorrevano spese -enormi. Era perciò necessario d'aggravare il paese di tasse. A poco a -poco l'occupazione continua della Curia e dei Decurioni nei Municipi -si ridusse a cavar denari da popolazioni già dissanguate. Costretti -ad essere responsabili di ciò che occorreva, anche se i contribuenti -non potevano pagarlo, il loro ufficio, una volta ambito come un onore, -divenne un peso da cui ognuno cercava liberarsi, perfino con la fuga, -con l'esilio volontario. E così anche qui l'interesse privato, che in -altri tempi era immedesimato col pubblico, si trovava ora con esso a -conflitto: principio inevitabile di debolezza e di decadenza morale in -tutte le società. - -Le continue guerre andarono sempre più aumentando il numero degli -schiavi. I capi degli eserciti avevano accumulato enormi fortune, al -pari dei fornitori di esso, e dei governatori delle province. I ricchi -divenivano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e l'usura -li riduceva alla miseria. Questi finivano allora col mettersi alla -dipendenza dei vasti possessori di terre, sotto forma di coloni più -o meno attaccati alla gleba, pagando un affitto sulle terre che erano -state già loro proprietà. Ne nacque una vera questione agraria-sociale, -causa non ultima delle guerre civili e della totale decadenza. La -classe media fu distrutta, e si formò quella dei latifondisti, che -furono possessori di più diecine di migliaia di schiavi, di trenta, -di quaranta miglia quadrate di terre, quasi d'intiere province. Il -latifondo, che di sua natura tende ad ingrandirsi, aggregandosi le -terre vicine, porta seco la cultura estensiva dei campi, esaurisce la -fertilità del suolo, e ne diminuisce il prodotto. Così l'Italia non -bastò più a se stessa, al suo esercito, anche il grano della Sicilia -essendo scemato. E cominciò a dipendere dall'Africa, senza il cui aiuto -correva pericolo d'essere affamata. - -Tutto il vasto territorio dell'Impero era disseminato d'un gran numero -di città, molte delle quali, colonie civili o militari. Queste città -erano ordinate a similitudine della capitale, colle loro assemblee, -coi loro magistrati, le scuole, i tempii, i bagni, gli acquedotti, le -caserme, gli anfiteatri. Esse erano congiunte tra di loro da una rete -di strade, che è fra le opere più maravigliose di tutta l'antichità. -Partendo dal Foro Romano, in mille direzioni diverse, arrivavano ai -confini. Ad ogni cinque o sei miglia si trovava un numero sufficiente -di cavalli, per tenere fra loro in pronta comunicazione tutte le parti -dell'Impero. La campagna affatto deserta, sparsa qua e là di ville o -masserie, era coltivata da schiavi e coloni, che non differivano molto -fra di loro. La sera si riducevano nelle città o nelle ville. Anche -l'industria, assai limitata, era affidata agli schiavi, che arrivarono -ad un numero sterminato. Il Gibbon afferma che ai tempi di Claudio -la popolazione dell'Impero contava 120 milioni, dei quali 60 erano -schiavi. Ma anche senza dar piena fede a queste cifre, è certo che più -d'una volta le ribellioni degli schiavi condussero l'Impero all'orlo -dell'abisso. - -Alla testa d'una tale società si trovava un sovrano con assoluto -potere, e sotto di lui spadroneggiavano l'esercito ed i latifondisti. -L'esercito volle ben presto fare e disfare, o almeno approvare esso -gl'imperatori, dividendosi qualche volta in partiti, e proclamandone -più d'uno nel medesimo tempo; il che fu causa di assai gravi e spesso -sanguinosi conflitti. I latifondisti avevano i più alti uffici dello -Stato, divenuti ereditari nelle loro famiglie, e si trovavano alla -testa d'una numerosa burocrazia. Abitavano nelle città insieme con una -plebe di nullatenenti oziosi, alla quale, perchè non tumultuasse, era -necessario far larghe e continue distribuzioni di grano, allettandola -con spettacoli e giuochi: _panem et circenses_. Se a tutto ciò -s'aggiunge che in una società così vasta, divisa e disorganizzata, -quegli stessi barbari che la minacciavano al confine, erano già in -maggioranza fra gli schiavi e nell'esercito, si capirà facilmente che -ormai non c'era più forza umana che potesse evitare una spaventosa -catastrofe. - -A tutte queste cause civili, militari, economiche di divisione -e debolezza, s'aggiungeva non ultima la questione religiosa. Il -Cristianesimo s'avanzava trionfante dall'Oriente, annunziando il -principio di una nuova rivelazione, d'una nuova vita morale. La -sua teologia nasceva, è vero, dall'innesto della filosofia greca -col Vangelo; ma esso mirava alla distruzione del Paganesimo, su cui -l'Impero era fondato. Il monoteismo era la negazione del politeismo; la -rivelazione non s'accordava con la filosofia antica. Il Cristianesimo -condannava la forza e la violenza, proclamava tutti gli uomini, tutti -i popoli uguali innanzi a Dio, e l'Impero aveva, colla forza e colla -violenza, sottomesso tutti i popoli a Roma. Il Cristianesimo inoltre -sottoponeva la Città terrena e degli uomini alla Città celeste e di -Dio. Per esso la vita sociale in questo mondo aveva valore solo come -apparecchio alla vita d'oltre tomba. La società, la patria, la gloria, -tutto ciò per cui Roma era stata grande, per cui aveva vissuto, che -più aveva ammirato, perdeva il suo valore. E così non si trattava -solo di sostituire una religione ad un'altra; si trattava di demolire -i principii fondamentali di una filosofia, di una letteratura, di -una civiltà intera, di tutto un mondo morale, per sostituirvene un -altro. È facile immaginarsi qual profondo sovvertimento tutto ciò -dovesse portare nell'animo dei Romani, quali profonde ferite vi -dovesse lasciare. E si capiscono perciò le feroci persecuzioni, più -crudeli che mai da parte dei migliori e più convinti imperatori. Ma -il sangue dei martiri sembrava solo innaffiare la nuova pianta, per -farla crescere più rigogliosa. Tutti gli oppressi accoglievano con -ardore la nuova fede, che valendosi delle vecchie istituzioni romane, -fondava una Chiesa universale, la quale s'impadroniva rapidamente di -tutta la società. Abbatteva gli antichi altari, per costruirne dei -nuovi; trasformava gli antichi tempii; fondava ospedali, istituti di -beneficenza, scuole, che erano tante fortezze destinate a demolire -sempre più la vecchia società. La caduta dell'Impero non spaventava -punto i Cristiani, perchè menava seco la caduta del Paganesimo. La -stessa venuta dei barbari, la più parte già convertiti, appariva loro -come provvidenziale, perchè destinata a punire quelli che ancora -adoravano gli Dei falsi e bugiardi, che tenevano sempre aperto il -tempio di Giano. - -Che tutto ciò portasse un profondo disordine morale, che gli -uomini dell'antica società si abbandonassero allo scetticismo, alla -disperazione, ai vizi più bassi ed osceni, non è da far maraviglia. Ma -pur grande veramente doveva esser sempre la vitalità dell'Impero, se -potè continuare a resistere più secoli, respingendo l'un dopo l'altro -i ripetuti assalti delle numerose orde barbariche. Di questa sua -vitalità, non solo materiale ma anche morale, fu prova la diffusione -e la importanza in esso assunta dalla filosofia stoica, che venne di -Grecia, ma ebbe in Roma un suo proprio carattere pratico, col quale -tentò assumere la direzione della vita, pigliando quasi il posto -della religione. Difficilmente nella storia del mondo si troverebbe -un tentativo più nobile, più eroico e più disperato ad un tempo, -di quello fatto dagli stoici. In mezzo alla unione forzata di tanti -popoli, alla fusione e confusione di tante religioni, di tante forme -diverse del Paganesimo, che crollava da ogni lato, essi cercarono di -rinnovarlo e salvarlo dagli assalti vittoriosi del Cristianesimo, -fondandosi sul concetto, sul culto della più pura, disinteressata -virtù. Rinunziando alla speranza d'una vita futura, ad ogni ricompensa -in questo o nell'altro mondo, disprezzando la gloria presso i posteri, -non curando la opinione dei contemporanei, raccomandavano la virtù come -fine a sè stessa, scopo unico della vita, come quella che trovava in sè -ogni compenso, sgorgava spontanea, irresistibile dal cuore dell'uomo. -La serena tranquillità con cui gli stoici affrontavano la morte, per -difendere la giustizia, parve un momento divenir contagiosa, quasi -volessero con una nuova serie d'eroi rinnovar la gloria dell'antica -Roma. Ma pur troppo non era che un tentativo filosofico, il quale non -poteva esser che l'opera di pochi spiriti eletti. Non era sperabile -che penetrasse nelle moltitudini e le esaltasse, come faceva il -Cristianesimo, che parlava a tutti e di tutti s'impadroniva. Pure -fu come un baleno, che per breve tempo illuminò di luce vivissima -l'Impero, e che più tardi sembrò ripetersi novamente colla diffusione -del Neoplatonismo, predicato da Plotino e da Porfirio. - -Marco Aurelio fu la vivente e più splendida personificazione dello -Stoicismo, il quale salì con lui sul trono imperiale. Indifferente -alla gloria, disprezzatore d'ogni materiale ed appariscente grandezza, -amico della giustizia e della virtù, era nemico della guerra. Ma -quando i confini dell'Impero furono minacciati dai Marcomanni, che -insieme con altri barbari avevano passato il Danubio, egli assunse -il comando dell'esercito, e combattendo fino alla morte con valore di -gran capitano, li respinse e disfece. Nè durante il conflitto tralasciò -le sue meditazioni filosofiche; ma ritirandosi la sera nella tenda, -continuava a scrivere quei _Pensieri_ che rimasero immortali. «Nessuno, -dice il Renan, scrisse mai con uguale semplicità, per solo suo uso, -senza volere altri testimoni che Dio. Il suo pensiero morale, puro, -libero da ogni legame sistematico o dommatico, si sollevò ad un'altezza -che non fu mai superata. Ed il suo libro, il più puramente umano che -sia stato mai scritto, visse d'una eterna giovinezza.» Nè egli fu -il solo dei veramente grandi Imperatori. Dalla morte di Domiziano -all'ascensione di Commodo al trono (96-180 d. C.), noi troviamo, con -Nerva, Traiano e i due Antonini, una serie di sovrani che rappresentano -la giustizia, la sapienza e la virtù chiamate a governare il mondo. Il -Machiavelli, repubblicano, aspro nemico di Cesare, esaltato lodatore -di Bruto, è pieno della più entusiastica ammirazione per quel periodo -dell'Impero. Il Gibbon afferma, che se gli fosse chiesto, in qual tempo -mai, durante tutta la storia del mondo, il genere umano fu più felice, -non saprebbe indicarne un altro. Ma egli, che qui appunto sorvola più -che mai sulle crudeli persecuzioni dei Cristiani, per parte d'alcuni -di questi medesimi imperatori, è pur costretto ad aggiungere, che tutto -dipendeva allora dalla volontà d'un uomo solo e dall'esercito. Infatti -prima e dopo di tali imperatori, ve ne furon dei pessimi. E subito le -forze disorganizzatrici, che solo per breve tempo poterono rimanere -latenti, si scatenarono, portando alla superficie quella corruzione e -decomposizione sociale, che non poteva più essere fermata, e che doveva -inesorabilmente aprire la via ai barbari. - - - - -CAPITOLO II - -I Barbari - - -L'assalto improvviso che nel 114 a. C. dettero i Cimbri, i quali -si avanzarono con un impeto inaspettato, disfacendo ripetutamente i -Romani, aprì a questi la prima volta gli occhi sul pericolo che li -minacciava dalla Germania. C. Mario, è vero, in due grandi battaglie -(102 e 101 a. C.), li disfece compiutamente, e per circa mezzo secolo -i confini rimasero tranquilli. Ma Giulio Cesare, dopo molte vittorie, -si trovò anch'esso di fronte ad un esercito germanico, comandato da -Ariovisto che, passato il Reno, era penetrato nella Gallia, combattendo -valorosamente. Cesare lo disfece e lo inseguì al di là del fiume. Ma -ivi trovò come un mondo nuovo: un popolo numeroso, bellicoso e quasi -nomade; una società in tutto profondamente diversa dalla romana; -un clima assai rigido; un suolo pieno di paludi e di boschi, senza -possibilità di approvvigionamenti, infesto all'avanzarsi d'un esercito -romano. Col suo sguardo penetrante, col suo grande senno pratico, capì -subito, che non era il caso di pensare ad una stabile conquista, molto -meno a romanizzare quelle genti, e si ritirò novamente al di qua del -Reno. - -Dopo la sua morte, i Romani non imitarono la prudenza del valoroso -capitano. Ripassarono il Reno, penetrarono nel cuore della Germania; -vi portarono le loro leggi, la loro amministrazione, le loro tasse. E -la conseguenza fu una tremenda insurrezione capitanata da Arminio, che -distrusse un esercito di tre legioni. Il console Varo ed i principali -suoi ufficiali, per non sopravvivere al disastro e al disonore, si -dettero la morte (9 d. C.). Arminio era stato educato nell'esercito -romano; insieme col fratello aveva in esso valorosamente combattuto, ed -era stato colmato di onori. Ad un tratto, tornato fra i suoi, messosi -alla testa della insurrezione, aveva tratto in agguato gli antichi -commilitoni, dei quali si fingeva sempre amico, e si era scagliato -contro di essi con un impeto addirittura feroce. I prigionieri romani -furono mutilati, impiccati, trucidati. A molti furono cavati gli occhi, -fu strappata la lingua, insultandoli con ogni specie d'ingiurie più -sanguinose. Venne perfino disseppellito il cadavere del Console, per -poterlo insultare. Anche Marbodio, capo dei Marcomanni e nemico di -Arminio, che aveva cercato di fondare un regno a similitudine delle -istituzioni dei Romani, dai quali era stato educato, e dei quali -si dichiarava fido alleato, venuta l'ora del pericolo, si manifestò -nemico aperto. Da tutto ciò appariva evidente, che nelle popolazioni -germaniche v'era un odio istintivo, inestinguibile contro i Romani; che -nè i benefizi, nè la educazione o la disciplina militare potevano in -modo alcuno estinguere. Germanico fu mandato a vendicare la disfatta di -Varo, ma le vittorie del valoroso capitano furono pagate ad assai caro -prezzo. Nel clima, nei boschi, nelle paludi, più di tutto nell'odio -persistente delle popolazioni, trovò ostacoli sempre maggiori. Una -formidabile tempesta, distrusse una parte non piccola dell'esercito, -che si ritirava dalla parte del mare. - -Negli ultimi anni della sua vita, Augusto si era persuaso che -l'Impero doveva fermarsi al Reno ed al Danubio, senza pensare a nuove -conquiste, e lo raccomandò nel suo testamento. Lungo i due fiumi -venne infatti costruita una linea di fortificazioni, e l'Impero si -attenne generalmente al savio programma. Solo Traiano, lasciatosi -vincere dall'ambizione della gloria, passò il Danubio, avanzandosi -vittoriosamente. E se più tardi, rinsavito anch'esso, tornò indietro, -la Dacia, al di là del fiume, restò sempre provincia romana, il che fu -un grave errore, come poi si vide. Infatti la difesa del Danubio, che -facilmente si poteva fortificare, venne trascurata, perchè esso non -segnava più i confini dell'Impero, che s'erano portati innanzi fino -alla Dacia orientale, dove non era ugualmente agevole fortificarli. -Tuttavia, per circa duecentocinquant'anni dopo la disfatta di Varo, gli -assalti dei barbari vennero sempre vittoriosamente respinti. Questa -difesa anzi fu la costante occupazione dell'Impero, e quasi la sua -principale ragione di essere. - -Ma chi erano, che cosa volevano questi barbari, che assalivano con -tanta persistenza? Vissuti una volta, come è generalmente ammesso, -nell'Asia, insieme con coloro che più tardi furono i Greci ed i Romani, -avevano con essi fatto parte di quella che venne dai moderni chiamata -la famiglia ariana. Dopo un periodo di vita in comune, si divisero, -partendo per direzioni diverse. Il clima più mite, il suolo più -fertile, la posizione geografica più fortunata, la vicinanza dei Fenici -e degli Egiziani, fecero fare un rapido progresso a quelli tra di essi -che andarono nella Grecia e nell'Italia. Lo stesso non poteva seguire -in Germania, dove invece, per le avverse condizioni del suolo e del -clima, per il nessun contatto con popoli civili, s'andò formando, in -un periodo di molti secoli, una società affatto diversa, che ai Romani -poteva apparire di selvaggi. Non erano però selvaggi, ma barbari, e per -poco che fossero mutate le condizioni in cui si trovavano, potevano, al -contatto colla civiltà, come poi avvenne, progredire rapidamente. - -Giulio Cesare è il primo che ci dia su di essi qualche notizia precisa. -Li trovò, esso dice, in uno stato seminomade, con un'agricoltura -affatto primitiva. Vivevano della caccia, della pesca, sopra tutto -del prodotto degli armenti, loro cura principale. Il latte, la carne, -il formaggio erano il loro cibo consueto. Adoravano il sole, la luna, -il fuoco, le forze della natura, tutto ciò che vedevano, e da cui -ricevevano benefizio. Pieni di grossolane superstizioni, di costumi -crudeli, non avevano ancora un ordine sacerdotale. Ma il fatto che -sopra tutti richiamò la sua attenzione, si fu il vedere che queste -popolazioni, in continuo moto, non conoscevano la proprietà privata -della terra, la quale era invece posseduta collettivamente dai -villaggi, anzi dalle parentele, _Cognationes_ come esso le chiamava, -_Sippen_ come le dicono i Tedeschi. Appena si fermavano, i Magistrati -o sia i loro capi, dividevano fra di esse il terreno occupato. E dopo -un anno, le costringevano ad andare altrove, dividendo di nuovo, nello -stesso modo, il terreno. Le case erano specie di capanne da potersi -facilmente decomporre e trasportare, come proprietà mobile, sui carri, -colle masserizie, coi vecchi ed i fanciulli. Era un genere di vita che -educava mirabilmente alle armi. La caccia, le razzìe, le guerre coi -vicini, per acquistar nuove terre, erano la loro occupazione continua, -il bisogno costante d'una gente, la quale con la sua rozza agricoltura -esauriva subito il terreno che aveva occupato. Cesare restò assai -maravigliato in presenza d'un genere di vita tanto diverso da quello -dei Romani, e ne chiese spiegazione agli stessi barbari. Gli risposero, -che vivevano a quel modo, perchè una troppo assidua cura dei campi -non li dissuefacesse dalla guerra, ed una costruzione più accurata e -solida delle case, non li rendesse inabili a sopportare il freddo ed il -caldo. Ed ancora perchè la disuguaglianza delle fortune e l'avidità del -possedere non arricchisse i potenti, spogliando i deboli; si evitasse -quella cupidigia da cui hanno origine le fazioni e le guerre civili; si -mantenesse con la equità soddisfatta la plebe, che vedeva i suoi campi -uguali a quelli dei più potenti.[3] È difficile credere che questo -fosse proprio il linguaggio dei barbari. Ma è di certo il concetto che -più o meno sorgeva allora in tutti, paragonando la società romana alla -barbarica. - -Ed è il concetto che domina anche più esplicitamente nella _Germania_ -di Tacito, la fonte principale che abbiamo, per conoscere un po' più -da vicino quelle popolazioni. Le notizie che ci dà Cesare sono poche e -frammentarie, ma chiare e precise, suggerite dalla sua osservazione, -dalla sua esperienza personale. Tacito invece ci dà addirittura un -breve trattato sul paese. Non sappiamo con certezza se egli lo avesse -davvero visitato. In ogni modo ne vide, se mai, una piccola parte, -e le notizie che ci dà sono il più delle volte di seconda mano, -cavate da Cesare, che egli chiama _summus auctor_, e da altri, che -erano stati oltre Reno. A ciò si aggiunge, che il suo scritto ha uno -scopo, anzi una tendenza politica e morale visibilissima. Egli s'era -persuaso (simile in ciò agli scrittori del secolo XVIII) che i popoli -primitivi, più vicini allo stato di natura, sono perciò, come erano -stati gli antichi Romani, più puri, più onesti e valorosi di quelli -che una civiltà raffinata ed artificiale ha corrotti, come era seguito -ai Romani del suo tempo. Ispirato da un ardente patriottismo, con un -sentimento quasi profetico della rovina che minacciava l'Impero, voleva -scongiurarla col ricondurre i suoi connazionali all'antica virtù. E -quindi descriveva con entusiasmo, esaltava, idealizzava la vita, i -costumi dei barbari. Egli è certo un grande storico e pensatore; ma, -a differenza di Cesare, sempre chiaro, sobrio e preciso, è anche un -manierista, il cui stile vigoroso, ma spesso anche oscuro, si presta a -molte e diverse interpetrazioni. Ciò ha dato luogo a dispute infinite, -massime quando egli non va pienamente d'accordo con Cesare, il che -gli succede spesso. Ma siffatte divergenze hanno un'assai facile -spiegazione. Tacito scriveva un secolo e mezzo dopo di Cesare, ed a suo -tempo la Germania s'era non poco mutata. Il lungo contatto avuto dai -barbari coi Romani, l'avere in questo mezzo trovato chiuso il passaggio -del Reno e del Danubio, quando forse altre popolazioni li sospingevano -dall'oriente, tutto questo cominciò a rendere impossibile quella vita -seminomade dei tempi di Cesare, e li costrinse a prendere sulla terra -occupata una dimora, in parte almeno, più stabile. - -Comunque sia di ciò, Tacito descrive anch'esso gli abitanti della -Germania in uno stato di barbarie, ignari delle lettere dell'alfabeto, -con scarsa conoscenza dei metalli, tanto che ne facevano poco uso -anche nelle armi; con nessuna conoscenza della moneta, della quale -solamente coloro che erano ai confini avevano appreso l'uso dai Romani. -Occupati anch'essi, come i loro antenati, principalmente nella caccia -e nella guerra, lasciavano per quanto potevano la cura della casa e la -cultura dei campi alle donne ed ai vecchi. Si cibavano tuttavia, più -che altro, del prodotto dei loro armenti. Conoscevano il frumento e ne -cavavano una bevanda, che usavano invece del vino. Temperati in tutto, -meno che nel bere e nel giuoco, non vestivano più di sole pelli, ma -usavano mantelli di lana. Le loro antiche divinità avevano cominciato -ad assumere una forma personale, e Tacito cerca assomigliarle alle -romane. Il _Tius_ (_Dyaus_ vedico), Dio supremo del cielo luminoso, -divenuto, pel carattere bellicoso del popolo, anche Dio della guerra, -è da lui confuso con Marte, e messo perciò in secondo luogo; in primo -egli pone invece _Wuotan_ (l'Odino dell'_Edda_), il Dio dell'aria e -delle tempeste, che chiama Mercurio. _Donar_,[4] figlio di _Wuotan_, -Dio dei fulmini e dei tuoni, dotato di forza prodigiosa, è confuso -ora con Ercole, ora con Giove. Queste e le altre poche divinità hanno -passioni umane, lottano fra di loro, si mescolano alle querele degli -uomini. Ad esse s'aggiungeva una quantità di demoni, che popolavano -l'aria, la terra, l'acqua, i boschi, i monti. Un ordine sacerdotale, -che Cesare non aveva trovato, si era adesso già formato. Per placare -le loro divinità, i barbari usavano anche sacrifizi umani. E quindi -non si può credere a ciò che Tacito dice poco dopo, che cioè essi non -costruivano tempii ai loro Dei, quasi per non profanarli con un culto -materiale, adorandoli invece, come in ispirito, nei boschi, quali -esseri invisibili e presenti.[5] - -Questi barbari, come già accennammo, avevano ora preso dimora alquanto -più stabile sulle terre che occupavano. Ma non conoscevano ancora -le città, che ad essi sembravano prigioni, nelle quali «anche i più -feroci animali si sarebbero infiacchiti.»[6] Le case non erano più -mobili capanne di solo legno; ma l'uso del cemento e dei mattoni -era sempre ignoto. Poste, come anche oggi vediamo nei villaggi della -Svizzera, del Tirolo, della Germania, le une separate dalle altre, -eran circondate da piccoli orti, che insieme con esse appartenevano -alla famiglia che vi abitava.[7] E qui si può notare un primo passo -verso la proprietà privata, immobiliare. La terra rimaneva però -sempre proprietà collettiva del villaggio divenuto più stabile. Non -si mutava luogo ogni anno, ma solo quando la necessità di emigrare lo -imponeva, sia che fosse del tutto esaurita la fertilità dei campi, e -che perciò non bastassero più alla popolazione, sia che le conseguenze -di qualche guerra sfortunata costringessero a cercare altra sede. Ma -dentro il territorio occupato dal villaggio, o come alcuni dicono la -Marca, la mutazione era continua. In che modo poi la terra occupata -venisse divisa, e la cultura si avvicendasse, e le famiglie mutassero -il terreno che coltivavano, Tacito lo accenna in un luogo, che è dei -più oscuri, interpetrato perciò in non meno di sei modi diversi. E la -confusione delle molteplici interpetrazioni fu non poco aumentata dal -volere in esso cercare, non solamente ciò che lo scrittore aveva voluto -dire, ma quello anche di cui non aveva parlato, e che forse ignorava. - -Dopo aver detto, che i barbari non conoscevano l'usura, la quale tante -rovine aveva portato nella società romana, Tacito continua: «le terre -sono occupate da tutti, secondo il numero dei coltivatori, fra i quali -vengono divise; e questa divisione è resa più agevole dalla vastità -del terreno che occupano. D'anno in anno si mutano i campi messi a -cultura, e sempre ne avanza una parte (quella probabilmente abbandonata -al pascolo). Non rimangono confinati in breve spazio, non si adoperano -a mantenere la fertilità della terra. Si contentano del solo frumento, -senza coltivare pometi, prati artificiali o giardini.»[8] Il villaggio -aveva dunque perduto l'antica mobilità dei tempi di Cesare; ma -dentro di esso la mutazione era continua, nessuno restando più di -un anno a coltivare lo stesso campo. La parte via via lasciata a -pascolo, rimaneva sempre d'uso comune, perchè la proprietà della -terra continuava ad essere collettiva. Altri particolari Tacito non -ci dà, ed è superfluo cercarli. Dello stato di cose da lui descritto -noi possiamo però farci un'idea più chiara, se gettiamo uno sguardo -al modo in cui si trovava costituita la Marca[9] germanica assai più -tardi, nel Medio Evo. Era questo uno stato di cose certamente diverso -da quello dei tempi di Tacito, ma che pur s'andò da esso, per processo -naturale, lentamente svolgendo, e che ne serbava perciò alcune tracce -visibili. Una parte del terreno era occupata da case sparse per la -campagna, cogli orti come li descrive Tacito. Un'altra era lasciata a -pascolo comune. Una terza finalmente veniva posta a cultura con regole -assai minute e determinate, che non sarebbero state possibili ai tempi -di cui noi ci occupiamo. Questa parte era divisa fra i vari capi di -famiglia, i quali dovevano coltivare il loro campo in maniera, che ogni -anno un terzo di esso riposasse, ed ogni triennio tutte le tre parti -avessero avuto il loro periodo di riposo. Sebbene questi campi fossero, -coll'andar del tempo, per un periodo sempre più lungo, assegnati ai -capi delle famiglie, pure la parte da ciascuno di essi lasciata a -pascolo, tornava ad essere d'uso comune, il che ricordava l'origine -antica, ancora non scomparsa del tutto, di proprietà collettiva. Come -si vede, un tale stato di cose, pur non essendo quello descritto da -Tacito, derivava da esso e giova a farcelo meglio comprendere. - -Questi barbari, che non conoscevano le città, molto meno conoscevano -lo Stato. Cesare e Tacito li trovarono divisi in molti popoli diversi, -ciascuno dei quali ordinato, suddiviso in quelli che, con nomi latini, -essi chiamarono _Vicus_, _Pagus_ e _Civitas_. Il _Vicus_ o villaggio -era l'associazione più elementare, ancora poco determinata, costituita -dai vincoli di sangue, che formavano le parentele (_Cognationes, -Sippen, Sippenschaften_), con le quali spesso si confondevano -addirittura. La riunione di alcuni _Vici_ formava il _Pagus_, in -tedesco _Gau_, una specie di Cantone svizzero, che era il nucleo più -forte, quasi l'unità organica di questa società. L'unione di più _Pagi_ -costituiva la _Civitas_, il popolo, la schiatta, come dicono alcuni, la -maggiore unità sociale barbarica, che a tempo di Cesare apparisce assai -più debole che a tempo di Tacito. - -Questa società barbarica era in tutto militarmente costituita, tanto -che _populus_ ed _exercitus_, uomo libero ed uomo in armi, erano una -sola e medesima cosa. Si direbbe che fin d'allora vi si ritrovasse -il primo germe di ciò che, dopo secoli, doveva essere il servizio -militare obbligatorio, e l'ordinamento distrettuale dell'esercito -germanico. L'esercito era allora formato, secondo un sistema decimale, -per centurie, che si raccoglievano e costituivano nei _Pagi_, con -uomini venuti dai villaggi, fra loro imparentati, e comandati dai -capi dei villaggi stessi o delle parentele, giacchè anche qui, come -sempre, predominavano i legami di sangue. Tutto questo fece sì che -alcuni scrittori moderni dettero al _Pagus_ o _Gau_ il nome di Centena, -_Hundertschaft_. Se non che, il _Gau_ era d'assai varia estensione, -qualche volta grosso quasi come una _Civitas_, ed allora naturalmente -le centurie si costituivano nei centri minori, e si era quindi -indotti ad attribuire piuttosto ai villaggi il nome di Centene, ed a -confonderle con essi. Da ciò altre dispute infinite. Ma l'ordinamento -civile ed il militare, per quanto sieno in stretta relazione fra di -loro, non potevano essere allora, come non furono mai, una sola e -medesima cosa. E però, quando anche venisse dimostrato con assoluta -certezza, che la centuria si formava solo nel _Vicus_ o solo nel -_Pagus_, non ne seguirebbe perciò che centuria e _vicus_ o _pagus_ -potessero confondersi fra di loro. Oltre di che bisogna pur notare -che, per quanto simili fossero allora i molti popoli germanici, ed -i caratteri generali del loro ordinamento civile e militare, v'era -sempre nei particolari una grande varietà da luogo a luogo, da popolo -a popolo. Solamente una esatta conoscenza, che pur troppo non abbiamo, -e forse non avremo mai, di questi particolari, potrebbe darci modo di -definire e determinare con precisione i caratteri generali d'uno stato -di cose tanto diverso dal nostro, e che dovrà quindi, in alcune parti -almeno, rimaner sempre per noi incerto ed oscuro. - -Nel villaggio comandavano i _Majores natu_, i capi cioè delle famiglie -o delle parentele, che nelle cose di più grave importanza consultavano -il popolo, di cui in guerra assumevano il comando. Alla testa del _Gau_ -si trovavano uno o più _Principes_, ai quali gli scrittori romani -dettero nome anche di _Magistratus_, e qualche volta di _Reges_. -Erano eletti fra le principali famiglie dei villaggi, essendovi fra -i Germani anche una nobiltà ed una schiavitù. La prima era composta -delle famiglie più antiche, che avevano formato il nucleo primitivo -del villaggio, attirando a sè le altre, o di quelle che più si erano -distinte nelle armi. La schiavitù par che fosse abbastanza mite; -lo schiavo riceveva dal suo padrone un campo da coltivare, pagando -un canone in derrate o animali. Questi _Principes_ erano circondati -dai capi dei villaggi, che formavano intorno ad essi una specie di -Consiglio ristretto, che decideva le cose di minore importanza. Per le -faccende più gravi, sopra tutto se si trattava di deliberare la guerra, -si consultava sempre il popolo. Le sue adunanze erano ordinarie, in -alcune determinate stagioni dell'anno, e straordinarie. In tempo -di pace i _Principes_ amministravano la giustizia nel _Gau_ e nel -villaggio;[10] in guerra comandavano l'esercito. Ai tempi di Cesare -par che avessero anche un carattere religioso, scomparso in quelli di -Tacito, essendosi allora formato già un ordine sacerdotale, che prima -non c'era. - -La _Civitas_, come dicemmo, sembra essere stata in origine assai -debolmente costituita. Cesare infatti affermava di non avere in -essa trovato, in tempo di pace, nessun comune magistrato (_in pace -nullus est communis magistratus_).[11] E l'assemblea della _Civitas_ -(_Consilium Civitatis_), che in Tacito ha una così grande importanza, -è di rado menzionata da lui, tanto da far dubitare che fosse allora -veramente un organo vitale di quella società. Il _Gau_ o _Pagus_ -aveva perciò ai tempi di Cesare maggiore indipendenza; faceva razzìe -per proprio conto, senza troppo occuparsi di quel che voleva o non -voleva la sua _Civitas_, da cui qualche volta si staccava addirittura, -per andare a far parte di un'altra. Alla testa di essa erano i -_Principes_, che formavano una specie di Senato, il quale deliberava -sugli affari minori, ed apparecchiava le deliberazioni più gravi da -sottomettere all'assemblea popolare, che approvava col percuotere -le armi, disapprovava con grida di fremito. Quest'assemblea aveva -le sue ordinarie adunanze in tempo di luna nuova o di luna piena, e -le straordinarie, in tempi indeterminati, secondo l'occorrenza.[12] -In essa venivano eletti i _Principes_, e possiam credere che ciò si -facesse confermando coloro che erano stati prima proposti dai _Pagi_. -Nella stessa assemblea venivano concesse le armi a quelli che avevano -raggiunta l'età legale, il che, secondo la espressione di Tacito, era -il primo onore, la toga virile, con la quale venivano ammessi a far -parte della Repubblica.[13] - -Il governo della _Civitas_ sembra davvero essere stato generalmente -ordinato a repubblica, sebbene spesso apparisca un capo con la forma -monarchica, massime quando uno dei _Gau_ riusciva a prevalere sugli -altri. Quello però che sopra tutto contribuiva a dar forte unità alla -_Civitas_, e stringeva intorno ad essa anche _Pagi_ di altri popoli -o addirittura altre _Civitates_, formando così una confederazione, -che pigliava nome dalla principale di esse, era la guerra. Questa -richiedeva naturalmente un capo militare, un _Dux_, quali furono -Ariovisto ed Arminio, una specie di dittatore, con assoluto potere, -il quale, fatta la pace, rimaneva spesso al suo posto, divenendo -allora un vero e proprio re, come di tanto in tanto ne troviamo, e più -specialmente nella Germania orientale. Il duce veniva naturalmente -eletto per le sue qualità militari; i principi invece per la -nobiltà delle loro famiglie: _Reges ex nobilitate, duces ex virtute -sumunt_.[14] - -Un'altra istituzione assai diffusa in questa società barbarica era -il così detto _Comitatus_ (_Gefolgschaft_), che circondava così il -_Princeps_ come il _Dux_. Lo formavano i giovani più nobili ed animosi, -che si stringevano, quasi specie di paladini, intorno ad uno dei loro -capi, di cui divenivano indivisibili compagni d'arme. E come era per -essi un disonore il sopravvivere nella pugna al proprio capo, così era -per questo un disonore il lasciarsi da essi vincere in valore.[15] - -Se ora, gettando uno sguardo generale su quanto abbiam detto, -paragoniamo la società romana alla barbarica, il contrasto apparirà -assai evidente. La prima era formata da una popolazione urbana, -divisa in un gran numero di città collegate da strade, con campagne -deserte, coltivate da schiavi o coloni. La seconda era invece una -società rurale, sparsa pei campi che liberamente coltivava. E sebbene -anche in essa vi fossero nobili e schiavi, v'era tuttavia un'assai -maggiore uguaglianza. La differenza delle fortune si limitava più -specialmente al numero degli armenti. La proprietà collettiva della -terra contribuiva non poco a riunire gl'interessi di tutti, che colle -armi difendevano il territorio comune, e nelle popolari assemblee -deliberavano insieme. Quasi nulla era l'azione dello Stato, che in -realtà non esisteva, e tutto aveva un carattere personale. La pena -era una vendetta affidata all'offeso ed ai suoi parenti, e si poteva -comporre dando soddisfazione ad essi, non alla comunanza. I legami -di sangue costituivano la base stessa della società, ed in parte -anche dell'esercito, ordinato in gruppi di parentele. A Roma invece -predominava su tutti lo Stato, e la società era fondata interamente -sulle relazioni giuridiche. I Romani erano stati inoltre i primi a -creare la proprietà privata, liberandola dalla forma arcaica, dando -così uno slancio febbrile all'attività individuale, al progresso -sociale. Ma nella lotta per l'esistenza i più forti e più fortunati -spogliarono i più deboli, e distruggendo la piccola proprietà, crearono -i latifondi. Si ebbero da una parte fortune enormi; dall'altra una -moltitudine tumultuosa di nullatenenti affamati, cui s'aggiungeva un -esercito che aggravava ognuno di tasse. - -Se ora per un momento, colla nostra immaginazione, ci provassimo a -fondere insieme queste due società, noi vedremmo da un lato sorgere -maggiore ordine e disciplina, con l'idea dello Stato, della legge, -del diritto impersonale; dall'altro vedremmo rinascere la piccola -proprietà, ripopolarsi le campagne di liberi agricoltori. Ma queste -chimiche combinazioni nella storia si fanno solo con la violenza, -con la guerra; e però nell'urto sanguinoso delle due società, una, -pur modificando sè stessa, doveva vincere ed abbattere l'altra. -Chi doveva vincere? La società romana era una vasta, maravigliosa -organizzazione, con una grande forza espansiva ed assimilatrice. Se -non fosse stata minacciata da interna decomposizione, avrebbe di certo -potuto continuare a sottomettere, a riunire ed assimilare nuove genti, -respingendo qualunque assalto. È quello che aveva fatto per più secoli. -Se non che, colle vittorie crescevano gli elementi di decomposizione -all'interno, di debolezza all'estero. E intanto le popolazioni -germaniche tornavano continuamente all'assalto, spinte dal bisogno -irresistibile di nuove terre da coltivare, bisogno che tutte spingeva -verso l'occidente. Si avanzavano tumultuose, in numero sempre maggiore, -sempre crescente, come le onde di un mare in tempesta. - -Fortunatamente per l'Impero, questo mare germanico, diviso in una -moltitudine di popoli diversi, di continuo in guerra fra di loro, non -aveva unità nazionale, come era provato dal fatto, che nel chieder -nuove terre essi si offerivano spontanei a servire sotto le bandiere -dell'Impero, e combattevano con valore contro i propri connazionali. -Molte infatti delle battaglie romane contro i barbari furon vinte con -soldati germanici. Questo poteva far nascere l'illusione, che fosse -possibile, per mezzo della disciplina, impadronirsi d'una gran parte -di loro, ed assimilarli, per sottomettere, con essi, stabilmente -gli altri. Ma l'esempio di Arminio dimostrava la vanità d'una tale -illusione. I barbari educati sotto le bandiere romane, divenivano -soldati e capitani eccellenti; ma non perdevano mai il loro carattere -germanico, fieramente avverso al nome romano ed all'Impero, che pur -tanto ammiravano. Anche quando non bastava a tenerli uniti la comune -origine, li univa il comune odio. Nè questo, per benefizi ricevuti, si -estingueva mai. I più grandi nemici di Roma, quelli che distrussero -l'Impero, Alarico, Odoacre, Teodorico, erano stati educati nelle -legioni romane. Il sentimento della comune origine, se nei tempi -ordinari di calma s'infiacchiva, di fronte ad un pericolo comune, sopra -tutto quando trovavano un capo valoroso che li guidasse, si ridestava -potentemente, e riusciva ad unirli con una fulminea rapidità, in -vastissime confederazioni, animate da uno stesso furore. Si avanzavano -allora come un sol uomo, con un impeto irresistibile. Ciò s'era visto -fin dal tempo dei Cimbri, di Ariovisto, di Arminio, e continuò a -ripetersi continuamente. Questa unione, è ben vero, non durava a lungo. -Dopo il pericolo imminente si scioglieva; ma finchè durava, poteva da -un momento all'altro riuscire fatale all'Impero, massime se si pensa -al numero stragrande di genti che la Germania poteva mettere in armi, -ed al numero già grandissimo di barbari che erano nell'esercito e fra -gli schiavi romani. Se non che, una volta aperta la breccia sul Reno o -sul Danubio, ed inondato l'Occidente, ai barbari sarebbe stato assai -difficile, anzi impossibile, organizzare qualche cosa di stabile. -Questo, essi, lo sentivano, ed era un'altra causa di debolezza, perchè -scemava non poco la loro fiducia in se stessi, di fronte all'Impero, -che vedevano sempre fortemente costituito, civilmente non meno che -militarmente; e però lo ammiravano come qualche cosa di sacro ed -eterno, nel momento stesso che lo aggredivano con tanto furore. - -Ma i guai, come abbiamo già visto, erano dall'altro lato anche -maggiori. Per poco che quella mirabile unità, che riannodava e -stringeva tutte le forze molteplici dell'Impero, dinanzi all'impetuoso -urto barbarico, si fosse anche per un momento solo spezzata, avesse in -qualche punto ricevuto un forte strappo, tutto sembrava a un tratto -minacciare rovina, appunto perchè tutto era collegato, e da questo -collegamento riceveva la forza e la vita. L'individuo, educato a -vivere per lo Stato e sotto la sua protezione, non capiva come senza -di esso si potesse esistere. Quando appena si sentiva abbandonato a se -stesso, era come un atomo perduto nel caos; non immaginava neppure che -fosse possibile resistere a quella società germanica, di cui ognuno -s'avanzava con una sete feroce di sangue. Era un sentimento simile a -quello di chi veda improvvisamente, per tremuoto, crollare le case, -e senta il terreno mancargli sotto i piedi, o si trovi chiuso in un -teatro minacciato d'incendio. Questo sentimento invece era affatto -ignoto ai barbari, i quali facevano parte d'una società divisa e -suddivisa non solo in popoli, ma in gruppi o cantoni diversi, che -colla massima facilità si univano e si separavano, per riunirsi di -nuovo. Quando una _Civitas_ era vinta e decomposta nei suoi _Pagi_, -questi facilmente si reggevano da sè soli, o si fondevano con quelli di -un'altra, senza perciò sentirsi punto sgomenti. L'individuo, che per -la distruzione del villaggio o del gruppo cui apparteneva, si fosse -trovato isolato e abbandonato, usato com'era nella foresta, a contare -sopra tutto sulla forza del suo braccio e sul suo coraggio personale, -non provava nessuno sgomento, si univa facilmente a quelli che prima -incontrava. Tutto questo fece assai spesso credere ai barbari, e fece -a molti ripetere poi, che dinanzi ad essi i Romani si spaventavano -e tremavano come donne. E ciò, sebbene questi li avessero poco prima -disfatti, ed ogni volta che riuscivano a riannodare le fila spezzate, -tornassero a vincerli ed a metterli in precipitosa fuga. - -Così fu che per circa due secoli e mezzo l'Impero dovè non solo -respingere i continui assalti parziali d'oltre Reno e d'oltre Danubio; -ma più di una volta si trovò di fronte a formidabili eserciti di -barbari confederati, che penetrarono dentro l'Impero, e resero -necessarie a salvarlo battaglie addirittura gigantesche. Una di queste -fu quella da noi già ricordata, combattuta da Marco Aurelio. A un -tratto, non si sa come nè perchè, forse cacciate da altre genti, si -videro le popolazioni germaniche avanzarsi, riunite in una immensa -moltitudine, nella quale primeggiavano i Marcomanni ed i Quadi. -Penetrarono nella Dacia, passarono il Danubio, invasero l'Impero, e -per la prima volta il sacro suolo d'Italia venne toccato dal piede di -soldati germanici (167 d. C.). Fu allora che Marco Aurelio, abbandonati -i suoi studi, assunse il comando dell'esercito, e conducendosi da gran -capitano, in una serie di battaglie fortunate, respinse il nemico -al di là del confine, e combattè sino alla sua morte, seguita il 17 -marzo 180. Ma in quella lunga e gloriosa lotta, si vide che le forze -dell'Impero cominciavano ad esaurirsi. Era stato necessario combattere -i barbari con altri barbari, ed alcuni di essi si erano anche dovuti -accogliere dentro i confini, esempio pericoloso che più tardi riuscì -funesto. Tuttavia si potè continuare per un secolo ancora a vivere -abbastanza tranquilli, fino a che gli stessi eventi, ripetendosi in -proporzioni sempre maggiori, portarono finalmente conseguenze assai più -gravi. - -Infatti un'altra di queste grandi battaglie si dovè dare contro i Goti, -sui quali dobbiamo ora un istante fermarci, perchè furono essi che -dettero più tardi il colpo mortale all'Impero. Una opinione largamente -diffusa, li fa venire dalla Scandinavia, di dove, per ragioni a noi -ignote, si sarebbero avanzati verso il sud. A tempo degli Antonini -li troviamo nella Prussia orientale, alla bocca della Vistola; circa -la metà del terzo secolo erano nella Russia meridionale, verso il -Mar Nero, insieme coi Gepidi, divisi in Ostrogoti e Visigoti, cioè -Goti orientali ed occidentali. Questa derivazione dalla Scandinavia e -questo lungo cammino verso il sud è messo in dubbio da altri scrittori, -i quali ritengono invece che i Goti siano addirittura popolazioni -germaniche orientali, e più che un popolo, un amalgama di genti -diverse, le quali si distesero al nord ed al sud, avanzandosi poi verso -l'occidente. Alcuni li fecero derivare dai Geti, coi quali vorrebbero -confonderli. Sono però questioni difficili a risolversi con certezza, -anche perchè nel Medio Evo il nome di Goti si dava a genti assai -diverse. - -Comunque sia di ciò, dalla Russia meridionale, avanzandosi verso -occidente, cominciarono ad assalire i confini dell'Impero, che, -come dicemmo, erano, sin da quando s'era fatta l'annessione della -Dacia, divenuti da questo lato assai più deboli. E dopo molti assalti -sanguinosi, si mossero finalmente nel 268, con un formidabile esercito, -ad una vera e propria invasione, menando seco le donne ed i vecchi. -Trovarono però anche questa volta virile resistenza nelle legioni -romane, comandate dall'imperatore Claudio. Questi scriveva al Senato -che, nonostante il disordine in cui i suoi predecessori avevano -lasciato l'Impero, nonostante la mancanza d'armi e d'ogni cosa più -necessaria, s'avanzava per difenderlo contro un esercito di 320,000 -Goti, che avevano già passato il confine, deciso a vincere o morire. -Un sì gran numero di armati è probabilmente esagerato, essendovi forse -compresi anche i non combattenti. E così pure deve ritenersi esagerato -il numero di 6000 navi, che alcuni danno ai Goti, e che altri riducono -a sole 2000. In ogni modo, trattavasi d'una invasione, di cui non s'era -mai vista l'uguale, e che pure in due grandi battaglie (268 e 269) -fu vinta e respinta da Claudio. La prima ebbe luogo a Naissus, nella -Serbia, e fu d'incerto resultato. Pure coloro stessi che la dissero -perduta dai Romani, ammisero che vi perirono 50,000 Goti. Nella seconda -battaglia questi furono dalla cavalleria romana chiusi nei Balcani, ove -dalla fame, dalla peste e dal ferro vennero quasi totalmente distrutti. -Dei sopravvissuti una parte si salvò colla fuga, altri rimasero -prigionieri o schiavi addirittura, altri accettarono di servire nelle -legioni romane. Molta fu la preda, e così grande in essa il numero -delle donne, che ogni soldato romano ne ebbe due o tre per sua parte. -Il che viene a confermare sempre più, che si trattava non d'un esercito -solamente, ma d'una vera e propria invasione. Claudio allora scriveva -di nuovo al Senato, dicendo: — Ho disfatto un esercito di 320,000 Goti, -ho mandato a picco 2000 delle loro navi. — E per questi fatti egli ebbe -il soprannome di _Gotico_. Ma il gran numero di cadaveri fece scoppiare -una peste crudelissima, che uccise anche lui, il quale così potè dirsi -vittima della sua stessa vittoria. - -Questa vittoria era certamente una prova novella della forza ancora -grandissima dell'Impero. Ma quello che nello stesso tempo dimostrava -le forze inesauribili dei barbari, si fu il vedere che, dopo perdite -così enormi, essi continuarono i loro assalti senza interruzione. -È chiaro che le perdite erano subito risarcite da altre e diverse -genti, le quali da ogni parte sopravvenivano. L'imperatore Aureliano -(270-75), che successe a Claudio, ed era buon soldato, non meno che -accorto politico, dopo avere valorosamente resistito, finì col venire -ad un accordo, cedendo spontaneamente ai Goti la Dacia, a patto che -non avrebbero passato il Danubio. E così si abbandonava ai barbari -una provincia fertile, in gran parte già romanizzata, dalla quale -moltissimi de' suoi abitanti dovettero emigrare. Si restringevano però, -secondo i consigli di Augusto, i confini dell'Impero alla linea più -sicura del Danubio. Di ciò infatti Aureliano venne generalmente lodato; -e vi fu coi Goti quasi un altro secolo di pace relativa, interrotta -solo da tre guerre, mosse a tempo di Costantino, nelle quali essi -furono sempre respinti, l'ultima volta con la perdita, si dice, di -100,000 uomini, morti di fame, di freddo e di ferro. Tuttavia questa -linea del Danubio, da lungo tempo indifesa, rimaneva ora il lato più -vulnerabile dell'Impero. I Goti si trovavano nella Dacia in grandissimo -numero, e andavano aumentando pel continuo sopravvenire di nuove -genti. E ciò, quando era andato sempre crescendo il numero dei barbari -che facevan parte di quell'esercito, che doveva contro altri barbari -difendere il Danubio. - - - - -CAPITOLO III - -La riforma dell'Impero — Diocleziano e Costantino — L'agitazione -religiosa — Ariani ed Atanasiani — Neoplatonismo — Giuliano l'apostata -— Il vescovo Ulfila, e la conversione dei Goti - - -I pericoli continui a cui l'Impero si trovava esposto, avevano -fatto più volte sentire la necessità d'una riforma, la quale fu -infatti condotta a compimento da Diocleziano (284-305) e Costantino -(323-337). Primo suo scopo era il bisogno di dare una maggiore -unità amministrativa e militare, concentrando il potere nelle mani -dell'Imperatore, facendone un vero autocrata, conferendogli anche -un carattere sacro e religioso. A rendere più agevole l'opera del -governo, sopra tutto ad evitare i continui pericoli delle tumultuose -successioni, Diocleziano s'era associato, col titolo di Augusto, -Massimiano; poi altri due, Costanzo e Galeno, col titolo di Cesari. -La divisione del governo non portava quella dell'Impero, che restava -sempre affidato alla suprema sua direzione. Ogni volta che uno dei -quattro governanti moriva, i tre superstiti dovevano eleggere il -successore, e così si sperava di evitare le scosse ed agitazioni -continue. Ma questa parte della riforma fallì interamente allo scopo. -Infatti, dopo l'abdicazione di Diocleziano, l'Impero cadde, per circa -venti anni (305-323), in preda a continui tumulti, fino a che non -successe, unico imperatore, Costantino, il quale condusse a compimento -la parte veramente utile e necessaria delle riforme di Diocleziano. - -L'Impero venne diviso in quattro Prefetture dell'Italia, della Gallia, -dell'Illirico, dell'Oriente. Il potere civile fu nettamente diviso -dal militare, e procederono parallelamente, emanando però ambedue -dall'Imperatore, capo supremo, che circondato dai suoi ministri, -comandava ad ognuno. I Prefetti del Pretorio, abbandonato del tutto -quel potere militare che avevano avuto in passato, furono messi, coi -poteri esclusivamente civili, alla testa delle Prefetture, divise in -Diocesi sotto i Vicari, e queste in Province sotto i Presidi, Consolari -o Correttori. Seguiva poi una lunga serie di minori ufficiali, -che si distendevan su tutto l'Impero, con attribuzioni e gerarchie -minutamente, precisamente determinate, per meglio amministrare, e -sopra tutto più rapidamente riscuotere le tasse. Lo stesso fu fatto -nell'esercito coi suoi _Magistri militum_ (_peditum et equitum_), -sotto cui erano i _Duces_, i _Comites_, discendendo con pari ordine -sino ai gradi ultimi. Questa riforma prolungò senza dubbio la vita -dell'Impero, dandogli maggiore ordine, unità e disciplina, rafforzando -l'esercito. Ma essa aumentò anche le tasse e le vessazioni del fisco -nel riscuoterle; sottopose l'Impero ad una vasta rete burocratica, con -le inevitabili e dannose conseguenze, che non tardarono molto a farsi -sentire. Roma, col suo Senato, il quale conservava parte dell'antico -splendore, non però l'antico potere, ebbe un suo proprio Prefetto -(_Praefectus Urbi_). Essa e l'Italia furono ridotte alla condizione -di province, sottomesse non solo al governo, ma anche alla tassa -provinciale sui terreni. Già da un pezzo Roma era solo di nome capitale -dell'Impero. Infatti Diocleziano ed i suoi tre colleghi risiedevano -a Nicomedia, presso il Mar Nero; a Sirmio, non lungi da Belgrado; a -Treveri, a Milano. Il vero è che la necessità di difendere la linea -del Reno, del Danubio, ed anche dell'Eufrate, a cagione della continua -guerra persiana, spostava da un pezzo verso l'oriente il centro di -gravità dell'Impero, come si vide adesso anche più chiaramente. - -Costantino, lo abbiamo già detto, condusse a compimento la riforma di -Diocleziano. Ma sotto questo Imperatore vi fu una dura persecuzione dei -Cristiani, e Costantino invece, riconoscendo la forza irresistibile -della nuova religione, l'adottò solennemente, sperando con essa di -rafforzare l'Impero. L'altro fatto che, nella sua vita, ebbe una -grande importanza storica, fu il trasferimento della capitale da Roma -a Bisanzio, sul Bosforo. La scelta della nuova capitale, che da lui -ebbe il nome di Costantinopoli, fu assai felice. Essa era non solo -più vicina al Danubio, ed un centro commerciale di primissimo ordine, -che poteva essere facilmente approvvigionato dall'Egitto; ma era anche -strategicamente come una fortezza resa inespugnabile dalla natura. E -ciò fu provato dalla resistenza che per molti secoli potè fare contro -innumerevoli nemici, mentre che Roma veniva invece di continuo presa e -saccheggiata. - -Le conseguenze di tutto ciò furono molteplici. Roma e l'Italia si -sentirono come abbandonate, lasciate fuori della vita politica. -L'unione del Cristianesimo coll'Impero, ambedue di carattere -universale, faceva naturalmente sorgere il concetto d'una Chiesa -universale, la quale infatti s'andò subito formando e modellando -sulle istituzioni stesse dell'Impero. Ricordando il suo passato, ora -che cessava d'essere la capitale politica, Roma si sentiva spinta a -divenire la capitale religiosa del mondo. Il suo vescovo volle essere -non solo il successore di S. Pietro; ma anche di Romolo e di Remo, di -Cesare e di Augusto, formando un impero religioso non meno vasto, non -meno potente e più solido di quello politico, che ormai minacciava -rovina. Ed in ciò era mirabilmente secondato dalle popolazioni -italiane, nelle quali la vita religiosa cominciò a manifestare -un'attività, che fra poco doveva divenire così febbrile, così generale -da confondersi con la vita stessa di tutta la nazione. Se non che -l'imperatore Costantino, che era alla testa dell'Impero, cominciato -con lui a divenir cristiano, voleva porsi anche alla testa della -Chiesa. Convocava e presiedeva i Concili, prendeva parte alle dispute -teologiche, faceva pesare la sua autorità nel deciderle, e proclamava -le decisioni prese. Eran tutte cose che il vescovo di Roma non poteva -tollerare a lungo, spesso anzi già combatteva. Così si ponevano fin -d'ora i primi germi di quelle lotte che riempirono poi tutto il Medio -Evo. Lo Stato venne ben presto a conflitto con la Chiesa; lo spirito -religioso dell'Oriente, l'Imperatore ed il patriarca di Costantinopoli -con lo spirito religioso dell'Occidente e col vescovo di Roma, -contribuendovi non poco l'indole intellettuale e morale, affatto -diversa, delle due popolazioni. - -Una prova di ciò si ebbe ben presto nella disputa teologica sorta fra -Ariani ed Atanasiani, che si diffuse come un rapido incendio da un -capo all'altro dell'Impero. A noi può sembrare oggi assai strano che -una sottile controversia sulla Trinità potesse allora tanto agitare -gli animi. Si trattava però non solamente d'un domma fondamentale nel -Cristianesimo, ma del concetto stesso di Dio e delle sue relazioni -con l'uomo. Iddio si presenta alla nostra ragione come causa prima, al -nostro sentimento come provvidenza benefica, il che lo avvicina a noi, -facendogli assumere forma quasi personale ed umana. Il Cristianesimo -soddisfece a questo doppio bisogno del nostro animo, riconoscendo in -Dio Padre il creatore del mondo, in Gesù Cristo, suo figlio, lo stesso -Dio, che assume forma umana, e subisce la morte per redimerci dal -peccato e salvarci. Lo spirito greco, che in sostanza è il creatore -della teologia cristiana, cominciò ben presto a sottilizzare, ed Ario -sostenne che il Figlio, essendo stato creato dal Padre, non poteva -essere identico a lui, non poteva essere _ab aeterno_, doveva avere un -principio, sia pure quanto si voglia remoto. - -Contro questo concetto insorse Atanasio, che in Alessandria era stato -educato alla filosofia di Platone, che aveva considerato Iddio sotto -il triplice aspetto di causa prima, di _logos_ o ragione, di spirito -animatore dell'universo. Sostenne perciò risolutamente il concetto -del Dio trino ed uno, già penetrato nel Vangelo di S. Giovanni, e -disse ad Ario: — Colla vostra dottrina voi negate la divinità di Gesù -Cristo. Il Figlio è della stessa sostanza (_homoousios_) del Padre. — -E voi, gli rispondeva Ario, ammettete non più un Dio solo, ma due. — -Sinodi e Concili si successero allora rapidamente gli uni agli altri. -Vescovi e prelati erano di continuo in moto, a segno tale da far dire -perfino che si disorganizzavano le poste dell'Impero. Per le vie, per -le piazze, nelle chiese, nelle case non si parlava che del Padre e -del Figlio, della loro sostanza identica o no. Il Concilio di Nicea -(325), radunato da Costantino, proclamò la dottrina di Atanasio; -ma l'Oriente inclinava decisamente a quella di Ario. I suoi seguaci -cercarono dei mezzi termini, secondati in ciò da Costantino, il quale, -anche per ragioni politiche, si sforzava di mantenere l'unità religiosa -dell'Impero. Alcuni, che presero nome di semiariani, dissero che il -Figlio era non di sostanza identica (_homoousios_), ma pur simile -(_homoiousios_) a quella del Padre. Tutta la differenza, osserva qui il -Gibbon, si riduceva ad un dittongo, ad una sola lettera dell'alfabeto. -Ma ciò non poteva bastare a far cessare l'ardore della controversia. -Altri, adottando la formola detta di Sirmio, dal luogo dove fu -concordata, cercavano evitare la disputa, sfuggendola con parole vaghe. -Atanasio però non ammetteva transazioni di sorta, e respingeva ogni -accomodamento. Accusato, calunniato dagli avversari, perseguitato -dall'imperatore Costanzo, figlio di Costantino, deposto da patriarca -d'Alessandria, cacciato in esilio, continuò la sua propaganda. Rimesso -nella sua sede, ripigliò con più audacia che mai l'opera propria. E -quando, nella notte del 9 febbraio 356, la chiesa in cui ufficiava -fu circondata dalle milizie imperiali, egli, fermo sulla sua sedia, -continuò la lettura dei Salmi, nonostante le insistenze de' suoi -fedeli, che lo scongiuravano di porsi in salvo; ed ordinava invece che -si mettessero essi al sicuro. In fine, quando i soldati s'avanzavano -minacciosi contro di lui, ed egli era restato con pochi dei suoi, -scomparve improvvisamente con essi, come per miracolo, e si ritirò -nella Tebaide, donde continuò la sua propaganda. - -Che un uomo solo, di carattere energico, eroico, mostrasse tanta -fermezza nella propria fede, non era allora un fatto nè isolato nè -strano. Ma ciò che dava alla battaglia da Atanasio così valorosamente -sostenuta, un grande valore storico, era il fatto che dietro a lui -stava tutto l'Occidente, con alla testa il vescovo di Roma, Liberio. -Questi apertamente lo sosteneva, negando all'Imperatore il diritto -di deporlo, parlando come se già la Chiesa di Roma fosse superiore a -quella di Costantinopoli, e indipendente affatto dall'Impero. Quando -si cercò di vincerlo con le lusinghe, inviandogli ricchi donativi, li -fece deporre sulla soglia di S. Pietro, perchè non profanassero il -tempio del Signore. Quando si volle ricorrere alla forza, ne nacque -un così violento tumulto, che solo di notte e di nascosto si potè -portar via il Papa a Milano. Ivi, per indurlo a sconfessare Atanasio, -gli venne offerta grossa somma di denaro. Ma la respinse indignato, -dicendo: «Serbasse l'Imperatore il denaro per pagare i suoi soldati.» -Ed all'eunuco che insisteva, aggiunse: «Un ladro tuo pari osa farmi -limosina come ad un colpevole? Comincia col farti buon cristiano prima -che tu osi rivolgermi la parola.» E piuttosto che cedere, accettò -l'esilio. - -L'Imperatore gli fece succedere a Roma il vescovo Felice. Ma il popolo -disertò le chiese, nè mai lo riconobbe. Quando Liberio, oppresso -dagli anni e dai malanni, si lasciò indurre ad accettare la formola -incerta di Sirmio, l'Imperatore lo fece tornare a Roma, avendo la -strana illusione, che potesse ivi risiedere insieme con l'antipapa -Felice. Ma il popolo insorse furibondo, uomini e donne, giovani e -vecchi, gridando unanimi: Un Dio, un Cristo, un Vescovo solo! (357). -Essendosi Felice provato a resistere, si pose mano alle armi, e così -fu messo in fuga. Liberio entrò invece trionfante. Non si tenne però -conto alcuno dell'avere esso accettato la formola di Sirmio. Pei Romani -l'accettazione fu come non avvenuta. - -Questa lotta così vivace poneva in evidenza più cose. E prima di tutto -si cominciava a veder chiaro, che lo spirito sempre pratico della -Chiesa di Roma era deliberato a mantener salda l'unità della fede, -senza venire a transazioni di sorta, senza spaventarsi di nulla, -evitando le troppo sottili distinzioni teologiche, alle quali la -stessa lingua latina ripugnava, mentre la greca invece mirabilmente -vi si prestava. Essa restò inesorabilmente ferma al concetto del Dio -trino ed uno della dottrina atanasiana, destinata a trionfare. Si vide -oltre di ciò, che il vescovo di Roma assumeva di fronte all'Imperatore -una posizione indipendente di capo della Chiesa universale. In -Italia, sopra tutto a Roma, s'era nelle catacombe andata formando una -generazione nuova, che lo sosteneva, piena di audacia e di avvenire, -senza paura nè dell'Imperatore, nè del suo esercito. - -Non v'ha dubbio però che la disputa fra Ariani ed Atanasiani aveva -diviso i Cristiani. E questo dovette agevolare la via ad un tentativo -singolare davvero, ma non senza importanza storica, il quale ebbe luogo -appunto allora, e mirava niente meno che a far risorgere il Paganesimo. -S'era già visto a un tratto, con inaspettata rapidità, diffondersi -in Roma, fra le classi più colte, una nuova dottrina filosofica col -nome di Neoplatonismo, venuta d'Alessandria, per opera sopra tutto di -Plotino (205-270) e del suo discepolo Porfirio. Con un misticismo e -simbolismo orientale, svolgendo la filosofia di Platone, essa esaltava -il concetto del divino nel mondo e nell'anima umana, la cui suprema -felicità faceva consistere nella contemplazione di Dio, col quale -essa cercava confondersi. Questa dottrina, che da una parte mirava -alla risurrezione e riabilitazione del culto delle divinità pagane, da -un altro risentiva visibilmente l'azione del Cristianesimo che essa, -per mezzo del simbolismo, presumeva di porre in armonia con quelle. -Era un fenomeno singolare, il quale sembra ricordare ciò che avvenne -nel secolo XV, quando Gemisto Plotone voleva anch'esso, per mezzo del -Neoplatonismo, rimettere fra noi in onore le antiche divinità greche. -Se non che i tempi erano molto diversi. Nel quarto secolo era assai -maggiore la forza del Paganesimo, e più viva assai nelle moltitudini la -fede cristiana. - -Certo è che Plotino predicava con grande esaltamento la sua dottrina, -e trovò in Roma ardenti seguaci. Egli aveva un supremo disprezzo pei -beni di questo mondo, e si doleva perfino d'avere un corpo, perchè -lo credeva di ostacolo alla divina contemplazione, la quale tuttavia, -secondo il suo discepolo Porfirio, gli fu più volte concessa. L'oracolo -aveva proclamato, che il genio che l'accompagnava era esso stesso -divino. E morendo, le sue ultime parole furono: «Io faccio un ultimo -sforzo per condurre ciò che v'ha di divino in me, a ciò che v'ha di -divino nell'universo.» A Roma venne nella sua età di quaranta anni, -ed acquistò subito una incontestata autorità. A lui ricorrevano tutti -come ad arbitro, ed i morenti gli affidarono più volte la cura dei -propri beni e delle loro famiglie. L'imperatore Gordiano fu tra i suoi -seguaci, e fra di essi si trovavano anche parecchi senatori, uno dei -quali, Rogaziano, s'era così esaltato nella nuova dottrina, che per -essa abbandonò la cura dei propri beni, liberò i suoi schiavi, ricusò i -più alti uffici. Tutto ciò è un'altra prova di quella vitalità morale, -che continuava ancora nella società pagana della decadenza, sebbene -da molti sia negata. Se non che il Neoplatonismo, più ancora dello -Stoicismo, era una dottrina filosofica, capace di esaltare solo alcuni -pochi spiriti eletti, troppo pieni delle idee del mondo pagano, per -potere accettare senz'altro la dottrina del Vangelo. - -Uno di questi spiriti fu Giuliano, detto l'Apostata, perchè abbandonò -il Cristianesimo, nel quale era stato educato. Della famiglia di -Costantino, ed uomo d'alto ingegno, venne più tardi iniziato al -Neoplatonismo, all'ammirazione della poesia e mitologia greca, al -segreto dei misteri eleusini, cominciando esso stesso colle proprie -mani a sacrificare in segreto vittime a Venere ed Apollo. Nel primo -periodo della sua vita pubblica (355-61), si trovava, col titolo di -Cesare, alla testa delle legioni di Gallia, dove acquistò gran nome, -combattendo i Franchi e gli Alamanni, che furono cacciati al di là del -Reno. Le legioni lo proclamarono Augusto, e dopo la morte di Costanzo -(5 ottobre 361), entrò con esse l'undici decembre in Costantinopoli, -cercando subito di rimettervi in onore il Paganesimo. E siccome egli -era anche un filosofo, e proclamò generale tolleranza, così ebbe il -favore di tutti coloro che erano stati o temevano di dover essere -perseguitati. Fra questi furono gli Atanasiani in Oriente, e gli -Ariani in Occidente, i quali, felici d'essere per ora lasciati in pace, -capivano che il trionfo del Paganesimo non poteva ormai essere altro -che un fenomeno effimero e passeggiero. - -Il sogno di Giuliano era non solo religioso, ma anche politico. Voleva -come _Pontifex Maximus_, per mezzo del Neoplatonismo, far risorgere le -antiche divinità; e voleva, qual nuovo Alessandro Magno, marciare alla -conquista dell'Oriente. Nel 363, in fatti, alla testa d'un formidabile -esercito, s'avanzò contro la Persia, sempre nemica dell'Impero, ed ora -in guerra con esso. Passò l'Eufrate, e respingendo il nemico, procedè -fra mille difficoltà, attraversando una regione piena di canali, ed -inondata. Sempre combattendo, sempre vittorioso, traversò il Tigri, -e per togliere ai suoi ogni pensiero di ritirata, fece bruciare le -navi, con cui aveva passato i fiumi; s'avanzò nell'interno del paese, -che trovò abbandonato e deserto, bruciati i raccolti e le città. -Il ritirarsi era divenuto impossibile, e Giuliano combatteva ancora -vittoriosamente, quando il 26 giugno 363 venne mortalmente ferito. Nè -in quell'ultima ora smentì se stesso, rallegrandosi cogli amici che -l'animo suo, liberato dal corpo, s'andava a ricongiungere con Dio. -Ed augurò che l'Impero venisse nelle mani d'un uomo giusto. Con lui -spariva il suo sogno, e gli succedeva Gioviano, incapacissimo, che -per la fretta di ritirarsi a Costantinopoli, cedette al nemico che -non era certo vittorioso, varie provincie; ed abbandonò la protezione -dell'Armenia, stata sempre fedele all'Impero, disposta anche ora, pur -di non essere separata da esso, a difendersi da sè. Così lasciava la -porta aperta al nemico, senza nulla aver guadagnato a suo vantaggio -personale, giacchè moriva prima di entrare in Costantinopoli nel -febbraio del 364. - -Un altro fatto, per le sue conseguenze di assai grande importanza, -seguì pure durante la controversia tra Ariani ed Atanasiani, e fu la -conversione d'una parte dei Goti al Cristianesimo. E ad essa tenne -poi dietro a poco a poco, la conversione di tutti i barbari. Era -quasi un secolo che i Goti dimoravano nella Dacia, dove cominciarono -subito a sentire l'azione della civiltà romana, che in quella regione -doveva essere già profondamente penetrata. Ciò vien provato dal fatto, -che nonostante la lunga dimora colà delle popolazioni germaniche, -nonostante la invasione e la dura oppressione seguita più tardi per -opera dei Turchi, e l'essere ancora oggi quella regione circondata da -Magiari e da Slavi, serba pur sempre visibilissimo e tenacissimo il -carattere romano, come provano il nome di Romania che porta, la lingua -che parla, la sua storia e la sua letteratura. Dimorando nella Dacia, -i Goti si trovavano inoltre in continuo contatto con l'Impero. E così -cominciarono lentamente ad incivilirsi, fino a che sorse fra di essi -un uomo veramente grande, il vescovo Ulfila (311-381), che fu il vero -iniziatore della loro conversione e della loro cultura. - -Egli passò la sua giovinezza a Costantinopoli, dove apprese il greco, -il latino, e fu iniziato al Cristianesimo. Dedicò poi la sua vita -intera a tradurre la Bibbia, ed a convertire i suoi connazionali, ai -quali insegnò anche l'alfabeto gotico, cominciando così a dirozzarli. -La sua traduzione, di cui alcune parti son pervenute sino a noi, è il -più prezioso ed antico monumento della lingua e letteratura germanica. -Si è molto discusso, per sapere quale potè esser la ragione per la -quale Ulfila preferì l'Arianesimo alla dottrina atanasiana, tanto più -che sino a che non si convertirono al Cattolicismo i Franchi, tutti -gli altri barbari divennero ariani. Ulfila però era stato convertito -a Costantinopoli, quando vi prevaleva l'Arianesimo, nel quale fu -perciò educato. E si può anche ritenere, che alla mente rozza de' suoi -connazionali, e in genere dei barbari, che uscivano da un paganesimo -grossolano, dovesse essere più agevole ammettere una differenza tra -Padre e Figlio, che arrivare, per mezzo della filosofia neoplatonica, -al concetto della identica sostanza del Dio trino ed uno. - -La conversione dei Goti però, se da una parte ne promosse -l'incivilimento, da un'altra li divise più che non erano, indebolendoli -di fronte ai Romani. Infatti gli Ostrogoti, che abitavano la Dacia -orientale, distendendosi dentro la Russia meridionale, rimasero pagani, -come i Gepidi che abitavano la Dacia settentrionale. Si convertì -solo una gran parte dei Visigoti, che abitavano al sud-ovest, e si -trovavano perciò a contatto coi Romani. A questa divisione religiosa se -ne aggiungeva anche una politica. Gli Ostrogoti avevano in Ermanrico, -della nobile famiglia degli Amali, un vero e proprio re, che come -tale avrebbe dovuto governare su tutti. Ma da essi s'erano separati i -Visigoti, dividendosi anche fra di loro. Alcuni di essi, rimasti sempre -pagani, stavano sotto Atanarico, ed erano avversi a quelli divenuti -cristiani, che, comandati invece da Fridigerno, si tenevano in assai -più stretta relazione coi Romani. Atanarico e Fridigerno portavano il -titolo di Giudici, forse perchè erano stati in origine di quei capi -di _Pagi_, ai quali, come vedemmo, gli scrittori romani davano nome di -_Principes_ o _Magistratus_, e che amministravano anche la giustizia. - -Siffatte divisioni davano ragione a sperare, che, da questo lato -almeno, l'Impero potesse lungamente ancora restare sicuro. E ciò tanto -più che, quando nel 365 Procopio e Valente combattevan fra di loro, ed -una parte dei Visigoti passò il Danubio, per aiutare Procopio, Valente -che trionfò del suo competitore, potè, dopo averli ripetutamente -combattuti (367-69), costringerli a concludere la pace ed a ritirarsi. -Ma avvenimenti improvvisi ed inaspettati, che nessuna mente umana -avrebbe potuto mai prevedere, mutarono affatto lo stato delle cose. - - - - -CAPITOLO IV - -Gli Unni - - -Tutti i popoli, che abbiamo finora incontrati, Greci, Romani, Celti, -Germani, appartengono alla stessa famiglia ariana, che dall'Asia -sud-ovest, movendosi per direzioni diverse, venne in Europa. Ma ora -comparisce per la prima volta sulla scena un popolo affatto nuovo, che -faceva parte di un'altra grande famiglia, sostanzialmente diversa, cui -si dà il nome di turanica. Esso era destinato ad avere, per qualche -tempo, non piccola parte nei destini dell'Impero. - -In quel vasto altipiano dell'Asia centrale, che si distende dall'est -all'ovest fino ai Monti Ural, e trovasi fra la catena altaica e quella -del Tauro, il quale manda le sue diramazioni verso il sud, abita -una vasta moltitudine di popoli diversissimi. Sono all'occidente -i Finno-Ugri, più all'oriente i Turchi, i Mongoli, i Mandsciù. Non -ostante le molte e grandi loro diversità, essi hanno pure costumi -e caratteri etnografici comuni. Anche le molte e molto varie lingue -che parlano, sono tutte monosillabiche ed agglutinate. Le condizioni -d'un clima assai freddo, con un suolo poco fertile, con fiumi che non -irrigano abbastanza da poter rendere la terra coltivabile coll'aratro, -non hanno mai lasciato uscir dalla vita nomade quelle popolazioni, -che dimorano perciò nelle tende, circondate da numerosi armenti di -cavalli, di vacche, e secondo i luoghi, d'altri animali. Si cibano -principalmente di carne e di latte, dal quale cavano un liquore, che è -loro ordinaria bevanda. Si vestono di pelli, vivono a cavallo, occupati -sempre, quando non sono in guerra, della caccia anche d'animali feroci, -come la tigre, l'orso, il cignale salvatico. Oltre la tenda, non -hanno case, nè villaggi o città. Sono poligami e non conoscono altra -forma sociale che la famiglia e la tribù. Ma queste tribù aderiscono -facilmente le une alle altre, e quando trovano un capo valoroso che -le comandi, s'uniscono qualche volta in moltitudini sterminate. Le -quali, per la consuetudine che hanno di vivere in continuo moto, sempre -in armi, possono, senza alcuna difficoltà, recarsi, colle tende, i -carri, le donne, i bimbi, da una regione ad un'altra. Più volte queste -popolazioni ebbero una gran parte nei destini del mondo. Di tanto -in tanto le vediamo precipitarsi come valanghe dal loro altipiano, -inondando, sconvolgendo tutto, formando dei grandi imperi, che sembrano -un momento impadronirsi del mondo, per poi scomparire a un tratto con -la stessa rapidità con cui si sono formati, per dar luogo più tardi, -con uguale procedimento, alla rapida formazione d'altri imperi, che -progrediscono e spariscono del pari. I Mongoli, sotto i successori di -Gengis Kahn, combattevano nello stesso tempo in Silesia e sotto il -muro della China. È sempre un governo militare affidato a numerosi -capi di eserciti, i quali governano con assoluto dominio, pagando -solo un tributo al loro capo supremo. Qualche cosa di simile si vide -anche negli Arabi, sebbene d'altra indole, d'altra razza, i quali si -distesero dall'Indostan al Marocco, alla Sicilia ed alla Spagna. È -una forma primitiva ed inorganica di Stato, la quale sembra potersi -distendere all'infinito, sino a che l'amalgama dei vincitori coi vinti -non ne comincia la decomposizione, che procede anch'essa rapidamente. - -Queste popolazioni dell'Asia centrale o turaniche, non portano nel -mondo nuove idee, ma spesso diffondono quelle degli altri popoli -coi quali vengono a contatto. Esse sembrano dalla Provvidenza -mantenute nelle loro prime sedi, in uno stato di perenne giovanezza -e barbarie, per agitare e rinvigorire il mondo, ogni volta che -intorpidisce e decade. A questa vasta famiglia di popoli appartenevano -gli Unni, ritenuti antenati degli Avari e di quei Magiari che più -tardi occuparono l'Ungheria, dove sono anche oggi. Erano Finni, -che dimoravano nell'Ural. Nel quarto secolo, spinti forse da altre -popolazioni più orientali, si precipitarono a un tratto verso il sud, -con una furia indicibile, ispirando un terrore universale, producendo -un grande spostamento di popolazioni verso l'occidente. Nel 374 -piombarono sugli Alani, nella Russia orientale, e dopo averli disfatti, -ne aggregarono una parte ai loro eserciti, che così ingrossarono, -spingendosi fino alla Palude Meotide o Mare di Azov, dove si fermarono -alquanto, prima d'avanzarsi verso i Goti. Il grande terrore che -ispirarono in tutti apparisce assai chiaro nelle descrizioni che ce ne -lasciarono i cronisti, nelle leggende che intorno ad essi si formarono. -Jordanes, il più antico storico dei Goti, che nella metà del sesto -secolo, compilò la sua storia su quella che fu scritta da Cassiodoro, -e che andò poi perduta, dice di questi Unni, nomadi, pagani e -poligami: «Sono più barbari della stessa barbarie. Non conoscono nessun -condimento al cibo, nè usano fuoco a cuocerlo. Mangiano cruda la carne, -dopo averla tenuta qualche tempo fra le loro gambe e il dorso dei -cavalli che cavalcano. Piccoli di statura, agili di membra e robusti, -sempre a cavallo; la loro faccia, più che a viso umano, somiglia ad -un pezzo informe di carne, con due punti neri e scintillanti, invece -di occhi. Hanno pochissima barba, perchè usano tagliar col ferro il -viso dei loro bimbi, acciò imparino prima a sopportar le ferite, che -a gustare il materno latte. Adorano per loro Dio una spada infissa nel -suolo, e sotto forme umane vivono come animali. Nacquero dal connubio -di spiriti maligni con streghe cacciate nelle foreste dai Goti, alla -cui rovina esse li generarono. Questi medesimi spiriti furon quelli che -insegnarono loro la via da tenere nell'andare all'assalto dei Goti. E -fu in questo modo. Andando alcuni Unni a caccia, s'imbatterono in una -cerva misteriosa, la quale, volgendosi nel suo cammino continuamente -indietro, pareva li invitasse a seguirla. Così fecero. E dopo che essa -ebbe, camminando, mostrato loro come e dove poteva facilmente passarsi -la Palude Meotide, scomparve a un tratto, segno manifesto che essa era -veramente uno degli spiriti maligni avversi ai Goti.» - -Certo è che da un momento all'altro gli Unni si precipitarono contro -gli Ostrogoti, con impeto tale che il resistere divenne impossibile. -Il capo degli Ostrogoti, Ermanrico, si uccise colle proprie mani; i -suoi, dopo essere stati affatto sgominati, finirono coll'aggregarsi -all'esercito unno. E così continuarono per ottant'anni circa, -rinunziando alla loro nazionale indipendenza, ma restando uniti sotto -propri capi. In questo modo gli Unni, sempre più ingrossati, sempre -avanzando, arrivarono al fiume Dniester, al di là del quale erano i -Visigoti. Lo passarono improvvisamente di notte (376), assalendo i -Visigoti di Atanarico, ed incutendo loro tale spavento, che una parte -di essi si rifugiò nei Carpazi, un'altra andò nella Dacia occidentale, -dove erano i Visigoti di Fritigerno, ai quali si unirono, comunicando -loro il proprio spavento. E fu tale questo spavento che, sebbene -Fritigerno fosse assai valoroso e si trovasse, come affermano, alla -testa di 200,000 armati, non potè pensare ad altro che a mettersi -in salvo, insieme ai suoi, colla fuga. Fu uno spettacolo non mai più -visto. Un esercito numerosissimo, con le donne, i vecchi, i bimbi, le -loro suppellettili sui carri, sulle spalle; una moltitudine di gente, -che si fa ascendere ad un milione, correva al Danubio, per passarlo e -mettersi sotto la protezione dell'Impero. I soldati romani cercarono -dapprima impedire questa specie di inondazione umana. Alcuni infatti -vennero colle armi respinti nel fiume dove affogarono. Ma come si -poteva resistere ad un milione di persone d'ogni sesso ed età, che si -avanzavano tremando, e colle mani in alto imploravano pietà, accecati, -impazzati dalla paura, la quale comunicava ad essi un impeto più -irresistibile d'ogni coraggio? Fritigerno dichiarò, che essi erano -pronti a servire sotto le bandiere romane, accettando ogni condizione. -Ma chi gli poteva credere? Chi poteva prevedere che cosa sarebbe -seguito? E chi poteva resistere? - -Imperatore d'Oriente era allora Valente, che da suo fratello -Valentiniano I era stato associato all'Impero, e dopo avere domata la -ribellione di Procopio, regnava sicuro. Di natura debole ed incerta, -non vedendo nessuna possibilità di fermare l'onda che s'avanzava, -s'illuse nella speranza che l'acquistare un esercito di 200,000 uomini -dovesse riuscire utile all'Impero. E concesse loro il passaggio. I -patti furono che dovessero cominciare col deporre le armi e consegnare -ostaggi. Ma quali patti si potevano in tanta confusione mantenere? -E come trovare a un tratto vettovaglie per un milione di persone -sopravvenute all'improvviso? Si principiò col numerarli e disarmarli. -Ma poi bisognò subito smettere. Alcuni già morivano estenuati dalla -fame, altri senza dare ascolto s'avanzavano chiedendo, implorando da -mangiare. Gli ufficiali romani, profittando di ciò, cominciarono a -vendere cibi d'ogni sorta, anche corrotti, ad altissimo prezzo. Ed -i Goti, che eran pronti a tutto, meno che a cedere le armi, davano -denaro, suppellettili, stoffe, per aver da mangiare. Si dice, che -alcuni, pur di non veder morire di fame le mogli e i figli, s'indussero -a venderli schiavi. - -E così un milione di barbari, duecentomila dei quali in armi, si -trovavano dentro l'Impero. Non il valore, non la vittoria, ma la paura -e la fuga avevano loro aperto la via. Ma intanto erano entrati, ed -erano sofferenti, affamati, irritati per le violenze ed ingiustizie -patite. Fritigerno, uomo valoroso, cercò subito raccogliere ed ordinare -i soldati, ristabilire su di essi la disciplina, far rinascere la -coscienza del proprio valore, della propria forza. Nel che egli era -secondato dall'arrivo di sempre nuovi Visigoti ed Ostrogoti che, -passato il Danubio, venivano a raggiungerlo, e dalle simpatie mal -represse, che i barbari dell'esercito imperiale mostravano per lui ed -i suoi. Ben presto si trasferì con essi a Marcianopoli, capitale della -Mesia, a settanta miglia dal Danubio. Ivi i Goti si dimostrarono subito -uniti e pronti a procurarsi da vivere anche colla forza delle armi. E -si capì allora quali gravi conseguenze era per portare la decisione -presa da Valente di lasciarli venire. Ma come avrebbe egli potuto -impedire che un fiume così impetuoso, rotto l'argine, straripasse? - -La diffidenza fu subito da una parte e dall'altra grandissima. Si -narra che, avendo il generale romano Lupicino invitato a banchetto -i capi dei Goti, essi vennero, pieni di sospetto, con una scorta -numerosa. E quando s'era ancora a banchetto, s'udirono grida di -Goti e Romani venuti fra di loro alle mani. Fritigerno, sguainata la -spada, uscì fuori, ponendosi senza indugio alla testa de' suoi. Ben -presto, a poche miglia dalla città, vi fu uno scontro (377), nel quale -Lupicino e gl'imperiali furono battuti. Quel giorno, scrive Jordanes, -pose fine alle calamità dei barbari ed alla sicurezza dei Romani. -Ed in parte era vero. La battaglia era stata per sè stessa di poco -momento, ma grandissime ne furono le conseguenze morali. Coloro che -erano entrati nell'Impero come fuggiaschi, implorando pietoso aiuto, -s'erano a un tratto mutati in numerosi e minacciosi aggressori, che -liberamente percorrevano la Tracia, saccheggiando. Tuttavia quando -essi circondarono Adrianopoli, vennero facilmente respinti, giacchè, -prima delle armi da fuoco, le mura delle città presentavano al nemico -ostacoli quasi sempre insuperabili. Ritiratisi nella Dobruscia, furono -dai Romani assaliti, con impeto degno degli antichi tempi, in un campo -trincerato dai carri e bagagli; ed ebbe luogo una seconda battaglia, -che essendo stata d'esito incerto, ne rese inevitabile una terza. - -L'imperatore Valente, che in questo mezzo era a combattere i Persiani, -saputo della ribellione dei Goti, concluse in fretta la pace, per -venire con le sue genti ad affrontarli. Il 9 agosto 378, a dodici -miglia da Adrianopoli, ebbe luogo una grossa e decisiva battaglia, -nella quale il valore dei soldati romani dette splendida prova di sè; -ma vennero guidati con una così inesplicabile incapacità, che la loro -disfatta fu inevitabile. Dopo una lunga marcia, sotto il sole ardente -di agosto, si trovarono di fronte al nemico, in un luogo così stretto, -che non potevano muoversi nè fare libero uso delle proprie armi. -Quarantamila di essi incontrarono eroicamente la morte. Di Valente, -che era nella battaglia, non si seppe più nulla, e ne fu quindi -in diversi modi narrata la fine. La disfatta fu grande, ed alcuni -scrittori, esagerando non poco, la paragonarono a quella di Canne. -Certo è che quando i Goti si riprovarono ad attaccare Adrianopoli, dove -era il tesoro imperiale, vennero respinti con una energia che non si -aspettavano. E quando si ritirarono saccheggiando, dando poi l'assalto -alle mura di Costantinopoli, ebbero una lezione anche più severa. -La cavalleria saracena, assoldata dall'Impero, li inseguì, sui suoi -cavalli arabi, con una fulminea rapidità, e con un furore addirittura -selvaggio. Uno di essi fu visto correre nudo sul suo cavallo, inseguire -un Goto, raggiungerlo, sgozzarlo e beverne il sangue. Ciò mise un gran -terrore, perchè i barbari avevano trovato chi era più barbaro di loro. - - - - -CAPITOLO V - -Teodosio - - -In Oriente adunque non v'era più un Imperatore, e l'esercito era -stato battuto. In Occidente, a Valentiniano I era successo il figlio -Graziano, il quale, per volere delle legioni, aveva dovuto assumere a -compagno il fratellastro Valentiniano II, di soli quattro anni, messo -perciò sotto la reggenza della madre Giustina, celebre per la sua -bellezza, superata da quella più celebre ancora della figlia Galla. -Graziano dette a Valentiniano, cioè alla madre che ne faceva le veci, -il governo dell'Italia e dell'Africa. Egli intanto teneva fronte -valorosamente, nella Gallia e nella Rezia, ai barbari che cercavano -avanzarsi da quel lato. Urgeva però pensare anche all'Oriente, dove -il pericolo era maggiore e più vicino. Consapevole della gravità d'un -tale stato di cose, e della generale ansietà in cui tutti perciò si -trovavano, egli prese una risoluzione assai fortunata. Elesse a suo -compagno per l'Oriente Teodosio, nato nella Spagna, la quale aveva -già dato grandi imperatori quali Adriano e Traiano. Teodosio era noto -pel suo valor militare, per la sua prudenza, e quindi la scelta venne -accolta con generale favore. - -Senza perdere tempo, egli si recò a Tessalonica, punto strategico, dove -raccolse e riordinò l'esercito, cominciando a provarlo in una serie -di fortunate scaramucce, che ne rialzarono l'animo, deprimendo quello -dei Goti. E quando, per la morte del loro capo Fridigerno, questi -cominciarono a dividersi, egli ne seppe profittare, fomentando sempre -più la loro discordia, accogliendone parecchi sotto le sue bandiere, -mostrandosi loro favorevole per modo, che si fece la reputazione -d'amico dei Goti. E così potè nel 382 concludere una capitolazione, -con la quale venne ad essi concesso d'abitare stabilmente nella Tracia -come _foederati_. Quali fossero con precisione i patti, nei loro -più minuti particolari, noi non lo sappiamo. I Goti restavano come -amici nell'Impero, di cui riconoscevano l'autorità, obbligandosi a -difenderlo con le armi, ad ogni richiesta. Ebbero case da abitare, -terre da coltivare, e i soldati ricevevano anche paga in danaro o in -grano. Ma non facevano parte dell'esercito imperiale; restavano uniti -come un popolo a sè, sotto i loro propri capi. E qui era il pericolo. -Certamente se si pensa che Teodosio li aveva trovati nemici, armati, -minacciosi, che scorrevano e saccheggiavano liberamente il paese, senza -che fosse possibile ormai cacciare al di là del Danubio, e molto meno -distruggere un milione d'uomini, la capitolazione conclusa fu un savio -atto di governo. E tale venne generalmente tenuta. Ma intanto l'Impero -s'era messo la serpe nel seno. Questi barbari, che potevano da un -momento all'altro insorgere, erano il richiamo continuo di altri, i -quali passavano il Danubio alla spicciolata, o disertavano le bandiere -romane, o spezzavano le catene della schiavitù. - -Tuttavia, finchè visse, mercè la sua prudenza e la sua fermezza, -Teodosio non ebbe dai Goti altre noie. E la fortuna lo secondava ogni -giorno più. Graziano sembrava divenuto adesso un altro uomo. Trascurava -il governo e dimostrava un eccessivo favore ai soldati barbarici, per -il che le legioni romane, ingelosite, lo deposero, gli dettero per -successore Massimo (383), e poi lo uccisero. Massimo ambiva di governar -tutto l'Occidente, e quindi, dopo i primi accordi, venne in dissenso -con Valentiniano II. Corse in Italia, obbligandolo a fuggirsene con la -madre e la sorella in Costantinopoli, dove chiesero aiuto a Teodosio. -E questi dapprima esitò, avendo già troppo da fare. Sentiva però i -vincoli di gratitudine verso la famiglia di Valentiniano II, e s'era -innamorato della sorella di Valentiniano II, che poi sposò, e che ora -insieme colla madre lo spingeva alla vendetta. Così fu che nel 388 lo -vediamo sulla Sava, alla testa d'un esercito, respingere Massimo, che -poi ad Aquileia fu disfatto ed ucciso. - -Giustina allora potè tornare in Italia col figlio Valentiniano II, -che aveva ormai diciassette anni. Questi era intanto caduto sotto -l'assoluto dominio del generale franco Arbogaste, che, essendosi in -Aquileia condotto con gran valore, ed avendo colle proprie mani ucciso -il figlio di Massimo, pretendeva ora farla addirittura da padrone. -Tutto ciò lo fece venire in grande contrasto con Valentiniano, il quale -voleva ora mandarlo via. Ma l'insolenza del soldato franco crebbe a tal -segno, che l'Imperatore, perduta la pazienza, pose mano alla spada per -ucciderlo. Ne fu allora trattenuto dai suoi; ma poco dopo lo troviamo -morto (15 maggio 392). Chi disse che s'era ucciso, chi invece che era -stato ammazzato dai seguaci d'Arbogaste. - -Questi era pagano, e fu il primo generale barbarico che osò farla -da Imperatore romano, non di nome, ma di fatto, esempio che vedremo -d'ora in poi molte volte imitato. Egli, come seguì poi sempre a -questi barbari, non osava salire sul trono, assumendo in proprio nome -l'Impero. Elesse invece il retore Eugenio, che doveva assumere la -porpora, ed essere suo docile strumento. Infatti, sebbene cristiano, -Eugenio, per secondare Arbogaste, si diede a favorire i Pagani, ancora -abbastanza numerosi in Roma. Così credeva di trovar seguito contro -Teodosio; ma invece gli accrebbe forza. Questi infatti veniva ora -spinto alla guerra non solo da ragioni politiche, ma anche dalla moglie -Galla, che voleva vendicar la morte del proprio fratello Valentiniano, -e dai vescovi, dal clero, dal popolo, che lo incitavano a difesa della -religione cristiana. Si decise quindi a prendere le armi. Se non che, -sapendo che il generale franco aveva grande valore e molta autorità sui -propri soldati, si apparecchiò per due anni interi all'impresa (393-4). -La quale fu ritardata anche dalla morte dell'imperatrice Galla (maggio -394), che gli lasciò una figlia, Galla Placidia, più bella della -bellissima madre, e destinata, in quel secolo corrotto, ad esercitare -un gran potere politico, in mezzo ad una serie di strane vicende. - -Riavutosi appena dal suo dolore, Teodosio mosse finalmente alla testa -d'un poderoso esercito. Ne facevano parte, fra gli altri, ventimila -Goti federati, sotto il comando dei loro migliori generali, e con essi -era anche il giovane Alarico, destinato a maggiori imprese ed a grande -fama. Percorrendo la stessa via tenuta già per combattere Massimo, -presso il fiume Frigido, in un punto equidistante da Emona (Laybach) ed -Aquileia, Teodosio s'affrontò col nemico. La battaglia continuò per due -giorni con varia fortuna. Ma finalmente, favorito anche dall'impetuoso -vento Bora, che suole infierire colà, ed allora soffiava in viso al -nemico, il 6 settembre 394 Teodosio ottenne piena vittoria. Eugenio fu -preso dai soldati, che gli tagliarono la testa, ed Arbogaste, quando -ebbe perduto ogni speranza, si gettò da Romano sulla propria spada. -Questa vittoria di Teodosio ebbe una grande importanza storica. Per -essa l'Impero rimase politicamente riunito sotto di lui, che lo tenne -con mano assai ferma. Aveva nello stesso tempo distrutto gli ultimi -avanzi del partito pagano, e potè quindi ricostituire anche l'unità -religiosa col trionfo, in Oriente ed in Occidente, della dottrina di -Atanasio, alla quale, sin dal principio del suo regno, egli era restato -sempre fedele. Tutto questo determina il valore storico di Teodosio, ed -è ciò che gli fece giustamente avere il nome di Grande. - -Per la sua ferma adesione alla dottrina ortodossa, egli riuscì a -stringere anche il connubio dell'Impero colla Chiesa più che non -avesse potuto fare lo stesso imperatore Costantino. E la Chiesa se ne -giovò grandemente, facendo rapidi progressi, come si vide nel gran -numero che ebbe allora d'uomini eminenti per carattere e dottrina, -quali S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo e S. Ambrogio, -il celebre vescovo di Milano. Questo fu anche il tempo in cui s'andò -formando la teologia latina, la quale si può veramente dire che sia -insieme religione, filosofia e disciplina ecclesiastica. Essa mira -sopra tutto a tener ferma l'unità della fede, l'autorità universale -e la forza politica della Chiesa. Un altro dei grandi personaggi di -questo tempo fu Damaso, il vescovo di Roma, che successe a Liberio -(366). Egli ascese sulla sedia episcopale, in mezzo ad un violento -tumulto; proclamò subito il principio che la Chiesa di Roma è superiore -alle altre, che gli ecclesiastici solo da ecclesiastici debbono essere -giudicati. - -Ma per quanto il connubio della Chiesa e dell'Impero desse forza -all'una ed all'altro, v'erano in esso i germi di futuri conflitti, -come si vide fin dai tempi di Teodosio. Egli era molto amico del lusso -e delle spese, per tenere sempre più alto lo splendore e la dignità -del suo grado. Ma ciò portava aumento di tasse, il che fu causa di -replicati tumulti. In uno dei quali, seguito in Antiochia, le statue -dell'Imperatore furono rovesciate, il suo nome venne ingiuriato. Questa -volta egli finì coll'usare clemenza. Più tardi però, nel 390, un altro -assai più grave tumulto si ripetè a Tessalonica, e ne fu pretesto -l'imprigionamento d'un auriga del Circo. Un generale e parecchi -ufficiali vennero uccisi, i loro cadaveri furono ignominiosamente -trascinati per le vie. Teodosio, che era allora a Milano, rimase di -ciò tanto sdegnato, che ordinò una punizione esemplare, anzi feroce, -senza distinguere innocenti o colpevoli. Si parla di settemila uccisi, -che alcuni fanno ascendere fino a quindicimila: certo è che il sangue -corse a fiumi. E fu allora che il vescovo di Milano, S. Ambrogio, gli -scrisse una lettera che è pervenuta sino a noi (Ep. 51), nella quale, -condannando l'eccidio, lo invitava a penitenza, giacchè non avrebbe, -egli diceva, potuto far entrare nel tempio del Signore, per pigliar -parte alle sacre cerimonie, chi aveva ancora bagnate le mani del sangue -di tanti innocenti. - -S. Ambrogio era certo uno dei caratteri più notevoli del secolo, uno -di coloro che dimostravan chiaro il rigoglio, la forza che andava -prendendo la Chiesa in Italia. Disceso da una delle più nobili famiglie -romane, tenne prima alti uffici politici, e fu poi nel 374 vescovo di -Milano, dove il popolo lo adorava. Nel 386 ebbe la fortuna e l'onore -di convertire S. Agostino alla religione cristiana. In lui la fermezza -della fede era uguale alla energia indomabile del carattere. Nel -385 non volle nella sua diocesi concedere alla imperatrice Giustina -neppure una sola chiesa pel culto ariano. Nè fu possibile rimuoverlo. -— L'Impero, egli disse allora, può disporre dei palazzi terreni, non -della casa del Signore, nella quale non comanda la forza. — Quando, -per minacciarlo, furono a lui mandati i soldati goti, egli li affrontò -dinanzi alla chiesa, domandando loro: se era per invadere la casa del -Signore, che avevano chiesto la protezione della Repubblica. E quando -l'Imperatore sparse il sangue degli eretici, seguaci di Priscilliano, -egli lo biasimò severamente. Nè meno severamente lo biasimò, quando -ordinava che fosse ricostruita una sinagoga bruciata dal popolo. — -Il vescovo, così gli scrisse allora, che avesse obbedito ad un tale -ordine, sarebbe stato un traditore del suo ufficio. Non si deve -ricostruire la casa in cui si rinnega il nostro Signore Gesù Cristo. -— E nella basilica, dinanzi all'Imperatore, ripetè le stesse cose, -aggiungendo che questi doveva lasciare libertà di parola al sacerdote, -cui non è lecito nascondere il proprio pensiero. In armonia con tale -suo procedere era la lettera cui accennammo, scritta quando avvennero -le stragi di Tessalonica. - -Si aggiunge da alcuni scrittori che, quando Teodosio si provò ad -entrare nella basilica, S. Ambrogio lo fermò sulla soglia dicendogli: — -Se la tua mondana potenza ti acceca a questo segno, ricordati che anche -tu sei uomo, e devi perciò tornar nella polvere, rendere conto a Dio -del tuo operato. Le anime di coloro che hai uccisi sono sacre quanto la -tua. — Allora Teodosio avrebbe mandato a piegar l'animo indomito del -vescovo, il suo ministro Rufino, quello stesso che lo aveva incitato -alla strage di Tessalonica. E questi si provò dapprima colle lusinghe; -ma quando si vide sdegnosamente respinto, disse che l'Imperatore -sarebbe in ogni modo entrato. Allora S. Ambrogio rispose: — Dovrà -passare sul mio cadavere. — La leggenda ha voluto con tutti questi -minuti particolari colorire un fatto vero; ed essi servono mirabilmente -a ritrarre il carattere dell'uomo. Per entrare nel tempio Teodosio -dovette piegarsi dinanzi a S. Ambrogio, e far penitenza (25 dicembre -390), ripetendo il Salmo CIX. 25: «L'anima mia è attaccata alla -polvere; vivificami secondo la tua parola.» Nulla certo è più nobile -d'una condotta così ferma, così eroica. Essa è anche una prova visibile -della straordinaria potenza che aveva allora assunto la Chiesa, che -andava di fatto formando in Italia una generazione nuova di uomini, -ai quali spettava l'avvenire. Ma se tale era di fronte all'Impero -l'ardimento d'un vescovo di Milano, quale sarebbe mai stato quello del -Papa? A questa domanda risponde pur troppo tutta la storia del Medio -Evo. - -E se i germi di futuri conflitti erano nascosti nel connubio, che -Teodosio aveva stretto fra l'Impero e la Chiesa, non minori pericoli -minacciavano nell'avvenire le condizioni politiche generali, come si -cominciò a vedere subito dopo la morte di lui, seguita nella sua età -di cinquanta anni, a Milano, il 17 gennaio 395, quattro mesi circa -dopo quella grande battaglia del Frigido, che sembrava aver dato -un assetto definitivo all'Impero. Certo Teodosio lo aveva trovato -diviso, disordinato, minacciato; e potè ricostituirlo, riunendolo -ed infondendogli nuova vita. Ma era pur troppo una ricostituzione -solamente temporanea. Sul Danubio, sul Reno, in Persia il pericolo -non era mai cessato, era anzi sempre cresciuto. I Goti si trovavano -nella Tracia, erano in armi, ed aumentavano sempre. Solo la sua grande -autorità ed energia aveva potuto riuscire a tenere in equilibrio forze -così diverse e tra loro cozzanti, che da un momento all'altro potevano -venire a conflitto. L'aver saputo mantenere un tale equilibrio gli -procurò giustamente il nome di Grande; ma a farlo durare occorrevano -costantemente una mano ferma e sicura, una mente superiore. Era quello -che veniva appunto a mancare colla sua morte, quando l'Impero fu -lasciato ai due suoi figli del pari incapaci. - - - - -CAPITOLO VI - -Arcadio ed Onorio — Rufino, Stilicone ed Alarico - - -Sino dai tempi di Diocleziano l'Impero era stato quasi sempre diviso in -varie parti, sotto imperatori diversi, più o meno dipendenti da uno di -essi. Questa divisione, che non escludeva il concetto della unità, era -stata suggerita dalla grande difficoltà, che un solo doveva incontrare -a voler governare e difendere tutto l'Impero contro i nemici, che da -ogni parte contemporaneamente lo assalivano. Teodosio, come vedemmo, -potè riunirlo sotto il suo scettro; ma alla sua morte lo lasciò -nuovamente diviso fra i suoi due figli, Arcadio, cui assegnò l'Oriente, -ed Onorio, cui assegnò l'Occidente, senza che intendesse con ciò di -formare due Imperi separati,[16] come si è più volte ripetuto. Se non -che, questa divisione seguiva ora in condizioni affatto nuove, che ne -mutarono il carattere, e col tempo la resero definitiva. Nella elezione -degl'imperatori, fatta in modi assai diversi, sempre però con la -partecipazione dell'esercito, s'era fin dal tempo di Costantino, e più -ancora di Valentiniano I, andato introducendo il principio ereditario, -cercandosi, per quanto era possibile, di non uscire dalla stessa -famiglia. Prima di morire, Teodosio s'era a questo fine associati i due -figli, che ora gli succedevano, l'uno affatto indipendente dall'altro. -Ma essi erano ambedue di minore età, Arcadio avendo 18 anni, Onorio -soli 10, e però l'uno e l'altro ancora incapaci di governare. E -Teodosio, che ben lo sapeva, aveva lasciato il primo affidato alle -cure del prefetto Rufino, suo primo ministro; il secondo, al valoroso -generale Stilicone, _Magister utriusque militiae_, un Vandalo che aveva -gloriosamente combattuto sotto di lui contro Eugenio, e ad esso aveva -raccomandata la difesa dell'Impero. Così non solo i due imperatori -minorenni erano l'uno indipendente dall'altro; ma erano stati affidati -alle cure di due uomini potenti ed ambiziosi del pari, che tra di loro -non potevano andare d'accordo. Tutto ciò portava inevitabili difficoltà -per l'avvenire. - -L'ordinamento del governo continuava sempre quale lo avevano formato -Diocleziano e Costantino. Quattro Prefetti del Pretorio alla testa -delle quattro Prefetture: l'Italia cioè con le sue isole e l'Africa, -la Gallia con la Spagna e la Britannia, l'Illirico, l'Oriente. A -Costantinopoli come a Roma v'era un Prefetto della città con un -Senato, che andava sempre più perdendo il suo potere politico, per -divenire come una Curia municipale. Le Prefetture erano divise in -Diocesi, e queste in Province, a lor volta suddivise in Municipi, i -quali erano ordinati a similitudine di Roma, col loro Senato o Curia -e la plebe. Essi restarono, nel disfacimento generale dell'Impero, -l'unico organismo destinato a sopravvivere, trasformandosi però -sostanzialmente. Accanto a quest'amministrazione civile, come abbiamo -già visto, era l'ordinamento militare, coi _Magistri peditum_ e -_Magistri equitum_, due uffici che si univano spesso in una persona -sola, chiamata allora _Magister militum_ o _Magister utriusque -militiae_. Il numero di questi grandi ufficiali militari variava -spesso: in Oriente ne vediamo fino a cinque. In Italia si trova non -di rado un _Magister utriusque militiae_, quale adesso era appunto -Stilicone. - -Se non che questo doppio ordinamento civile e militare, che procedeva -parallelamente, avrebbe dovuto, come abbiamo già visto, metter capo -alla sola autorità suprema dell'Imperatore. Ma ciò era divenuto -impossibile ora che a due imperatori inesperti e indipendenti -l'uno dall'altro, si aggiungeva la gelosia e l'antagonismo dei due -consiglieri che dovevano guidarli. Rufino, oriundo della Gallia, -avido, furbo, ambizioso e crudele, era per queste sue stesse qualità di -grado in grado salito ai primi onori. Costretto a raccogliere danaro -per l'amministrazione e per l'esercito, doveva aggravare di tasse -il popolo, cui era perciò divenuto odioso. Ma essendo egli Prefetto -del Pretorio per l'Oriente, avendo la sua sede nella capitale, ed -essendosi a tempo di Teodosio, che negli ultimi anni di sua vita aveva -riunito l'Impero, trovato a far le parti di primo ministro, presumeva -ora di poter dirigere non solo la politica generale dell'Oriente, ma -quella ancora dell'Occidente. Stilicone dall'altro lato, avendo colle -armi contribuito a ricostituire l'antica unità, e trovandosi ancora -alla testa dell'esercito, col quale aveva a tal fine vittoriosamente -combattuto, godeva di questo la piena fiducia. Aveva inoltre sposato -Serena, la nipote di Teodosio, che morendo (così generalmente si -diceva) gli aveva affidato il mandato di vigilare sui due suoi figli. -E però, se Rufino pretendeva di comandare politicamente, Stilicone -pretendeva di comandare militarmente su tutto l'Impero. S'aggiungeva -a ciò, che come capo dell'amministrazione, Rufino rappresentava i -Romani, e come capo dell'esercito, Stilicone, il quale era un barbaro -egli stesso, per forza delle cose, rappresentava i barbari, che -nell'esercito prevalevano. I due principali personaggi dell'Impero si -trovavano adunque fatalmente alla testa di due partiti, con pericolo -evidente in un avvenire non lontano. - -Certo la posizione di Rufino era assai più difficile, perchè se egli -aveva in mano la borsa, Stilicone aveva le armi. E per riempire la -borsa erano necessarie le tasse, che partorivano odio. Nella Corte -stessa non mancavano intrighi contro di lui, tanto più che Arcadio, -non essendo come Onorio un fanciullo, già cominciava a mostrarsi -intollerante d'una tutela permanente ed incomoda. E ne diè prova -sposando la figlia d'un generale franco, Eudoxia, celebre per la sua -bellezza, che gli era stata raccomandata dall'eunuco Eutropio, il quale -aveva l'ufficio di _Praepositus sacri cubiculi_: tutto ciò a dispetto -di Rufino, che avrebbe voluto dargli la propria figlia. Nondimeno la -sua autorità era sempre grandissima, come si vide ben presto. - -I Goti federati, dolendosi ora di non avere i consueti sussidi, e più -di tutti dolendosi Alarico loro capo, perchè non aveva potuto avere -il titolo chiesto di _Magister militum_, cominciarono a percorrere -il paese, tumultuando e saccheggiando. Stilicone allora s'avanzò -alla testa dell'esercito, per sottometterli; ma Rufino potè, in nome -d'Arcadio, ordinargli che s'occupasse solo delle cose d'Occidente, e -rimandasse a Costantinopoli i soldati che appartenevano all'Oriente, e -che erano la più parte barbari, anzi Goti. Stilicone dovette obbedire, -e li fece partire sotto il comando del generale goto Gainas, il quale -si vuole che cospirasse con lui, d'accordo con l'eunuco Eutropio, -contro Rufino. Certo è in ogni modo, che quando i soldati furono presso -Costantinopoli, ed il 27 novembre 395 vennero passati in rivista da -Arcadio insieme con Rufino, questi si trovò a un tratto circondato; -e subito si avanzò un soldato, che dicendo, — con questa spada ti -colpisce Stilicone, — lo ferì mortalmente. Il suo cadavere venne dalla -moltitudine fatto a pezzi. Alcuni ne portarono in giro pel campo la -testa infitta sopra una lancia; altri ne portarono un braccio, con la -mano tenuta in attitudine di chieder nuove tasse. - -In conseguenza della morte di Rufino crebbe assai il potere di -Eutropio, che gli successe; e pareva ancora che i barbari fossero -addirittura divenuti i padroni in Costantinopoli, essendo riusciti -ad occupare i principali uffici militari e civili. Ma ciò appunto -provocava una reazione vivissima del sentimento romano. E di esso il -retore Sinesio rendevasi interpetre presso l'Imperatore, incitandolo -a porsi «alla testa dell'esercito, come gli antichi Cesari; e non -permettere che i barbari piglino posto perfino nel Senato, che portino -la toga da essi disprezzata, che riempiano le legioni e facciano -tumulto, che mettano a pericolo l'Impero. L'esercito deve essere, egli -concludeva, di Romani che difendano la patria.» Ma ciò nonostante il -potere di Gainas e dei Goti era sempre grandissimo. Era cresciuto, è -vero, anche il potere di Eutropio, che nel 399 fu nominato Console; -ma questi, generalmente odiato, venne in discordia con la Imperatrice -e con Gainas. Il quale riuscì a farlo condannare a morte, dopo di che -assunse l'ufficio di _Magister utriusque militiae_, e fu davvero l'uomo -più potente in Costantinopoli. Se non che, questo suo potere appunto -ridestò più che mai la violenta reazione del partito nazionale, la -quale s'accese maggiormente quando all'antagonismo politico s'aggiunse -il religioso. - -Allora era vescovo di Costantinopoli S. Giovanni Crisostomo, uomo di -grande autorità e fermezza, irremovibile anch'esso nella sua dottrina -atanasiana, già fatta prevalere da Teodosio. I barbari erano invece -ariani, e però Gainas loro capo mal tollerava che nella capitale -dell'Oriente non vi fosse una sola chiesa destinata al loro culto, -e che essi dovessero trovarsi costretti a cercarla fuori delle mura. -Se non che tutto ciò era secondo le leggi e gli ordini di Teodosio; e -Crisostomo, deliberato a non cedere in nulla, li fece leggere a Gainas, -ricordandogli che aveva accettato di servire l'Impero, con l'obbligo -di rispettarne le leggi. Non volendosi cedere nè da una parte nè -dall'altra, gli animi s'accesero per modo che il 12 luglio 400 scoppiò -contro i barbari un tumulto assai violento. Molti ne furono uccisi, -gli altri si dovettero ritirare dalla città, e Gainas, combattuto, -inseguito, cercò di salvarsi nella Dacia, passando il Danubio con -alcuni dei suoi. Ivi fu ucciso dagli Unni, che credettero con ciò di -far cosa grata all'Impero. Questo fu il più notevole avvenimento nella -vita di Arcadio, giacchè Costantinopoli fu così libera dai barbari; -l'Impero orientale riprese il suo carattere greco-romano, che serbò -fino alla sua caduta; e l'Imperatore potè governare coll'appoggio del -partito nazionale ortodosso. Restavano però sempre i Goti federati, -che occupavano la Tracia e si stendevano nella Mesia, ingrossandosi -ora con tutti i fuggiaschi dell'esercito sbandato di Gainas, trovandosi -sempre più irritati e scontenti, perchè era un pezzo che i soldati non -ricevevano le paghe. Che cosa bisognava dunque fare di questa enorme -massa di gente scontenta, di questo popolo in armi e minaccioso? - -Sin dal tempo di Rufino c'era stato in Oriente il disegno di spingere -Alarico coi suoi in Occidente. Così non solo si liberavano colà da -un pericolo continuo, ma si dava del filo da torcere a Stilicone. Si -voleva però evitare il pericolo che i due generali barbari facessero -causa comune contro Costantinopoli; o pure che Stilicone, decidendosi -a combattere sul serio i Goti e riuscendo a vincerli, finisse col -divenire più potente che mai. E fu perciò che, poco dopo la morte -di Teodosio, Rufino lo aveva costretto a fermarsi, togliendogli una -parte dell'esercito. Da un altro lato Stilicone, sebbene fido soldato -dell'Impero, era un barbaro anch'esso, e non poteva desiderare, quando -anche avesse potuto, distruggere affatto i Goti. Non gli conveniva -neppure umiliarli troppo, senza addirittura disfarli, perchè così li -avrebbe resi sempre più avversi e pericolosi ad Arcadio e ad Onorio. -Avrebbe quindi voluto dimostrar loro che poteva colle proprie armi -tenerli a freno, e poi, secondo il pensiero stesso di Teodosio, -aggregarli all'Impero, aumentandone così la forza. In tal modo se -ne sarebbe anche avvantaggiata non poco la sua posizione militare -e politica, quello appunto che a Costantinopoli si voleva evitare. -Ne seguì quindi per qualche tempo, che l'Oriente spingeva i Goti -verso l'Occidente, che a sua volta li rimandava indietro: erano come -ballottati da una parte all'altra. - -Tutto ciò doveva naturalmente sempre più irritarli. E così finirono -verso il 395 (la data non è però sicura) coll'eleggersi un proprio re -nella persona appunto di Alarico, che noi abbiam visto fin dalla sua -prima gioventù combattere valorosamente in Italia sotto Teodosio. Esso -era della nobile stirpe dei Balti, nome che Jordanes dice significare -audace (_id est audax_), e che risponde infatti alla parola inglese -_bold_, ardito. Educato alla disciplina militare romana, egli veniva -adesso levato sugli scudi dai suoi connazionali; e ciò aveva una -grande importanza, perchè così i Visigoti federati si ricostituivano -come nazione, o almeno come esercito indipendente dentro l'Impero. -Tanto maggiore si doveva quindi a Costantinopoli sentire il bisogno -di liberarsene, spingendoli sempre più verso l'Occidente. Se non che -Stilicone si trovava anch'esso alla testa d'un formidabile esercito, -di cui, per la debolezza d'Onorio, disponeva a suo arbitrio, e poteva -quindi energicamente resistere. Infatti, quando Alarico s'avanzò, -saccheggiando, nella Grecia (396), gli andò subito incontro, e -respintolo dal Peloponneso, lo chiuse nei monti. Pareva allora che lo -avesse già in suo potere; ma invece si seppe a un tratto, che Alarico, -insieme con tutti i suoi e col bottino raccolto, s'era per l'Epiro -settentrionale messo in salvo. Molte furono le voci allora diffuse. Chi -diceva che era stata una sua abile manovra; chi supponeva che era stata -negligenza o tradimento di Stilicone, e chi finalmente affermava che -tutto era conseguenza di segreti accordi d'Alarico con Costantinopoli. -Certo è che Stilicone se ne tornò tranquillo in Italia, senza -inseguirlo, e che Alarico se ne andò in quella parte dell'Illirico -che apparteneva all'Oriente. Ivi rimase col consenso di Arcadio, che -gli concesse anche l'ambito ufficio di _Magister militum_. E si trovò -come a cavallo fra l'Oriente e l'Occidente, con grande facilità di -ripigliare la strada momentaneamente abbandonata. Intanto aveva modo -non solo di nutrire i suoi, ma di provvederli anche largamente delle -armi, che si trovavano nei magazzini dell'Impero. - -La sua mira costante era adesso, per più ragioni, divenuta l'Italia. -Ve lo spingevano da Costantinopoli, per liberarsi una volta di lui e -dei suoi. Dopo la rivolta nazionale del 12 luglio 400, e lo sterminio -dei barbari, l'Oriente non poteva più essere una sede nè sicura nè -gradita ai Goti. Ve lo spingeva anche la sua personale ambizione ed -un vero spirito di avventure. Secondo la leggenda, una voce interiore -gli andava continuamente ripetendo: _Penetrabis ad Urbem!_ Quale fosse -allora il suo disegno, è difficile dirlo con precisione; probabilmente -non lo sapeva lui stesso. Alarico era un ardito soldato, senza un vero -genio politico o militare; una specie di capitano di ventura, come -la più parte dei generali barbarici di quel tempo, che non avevano -una patria, e combattevano sopra tutto per meglio assicurare la loro -posizione personale. Si trovava però a capo d'una immensa moltitudine -di soldati, vecchi, donne, bambini, e questo gl'imponeva molti doveri, -gli dava grandi pensieri. Che sognasse farsi imperatore dell'Occidente, -non è possibile. Non avrebbe saputo come governarlo; ed inoltre un tale -pensiero sarebbe allora ad un barbaro sembrato quasi un sacrilegio. -S'avanzava quindi minacciando, saccheggiando, sperando sempre di trovar -finalmente modo di far parte integrante e normale dell'Impero. - -In Italia era intanto assai cresciuta la forza e l'autorità di -Stilicone, specialmente dopo che gli era riuscito di far domare la -ribellione di Gildone, seguìta in Africa nel 398. Egli aveva sposato -una nipote di Teodosio, ed aveva dato sua figlia Maria in moglie ad -Onorio; nel 400 fu anche nominato Console. Tutto questo lo faceva -apparire come un possibile pretendente all'Impero, almeno pel suo -figlio; e ciò gli cresceva autorità, ma gli procurava anche nemici. Per -necessità delle cose si trovava divenuto come il difensore naturale -dell'Italia. E quindi appena seppe che i barbari s'avanzavano, corse -nella Rezia e respinse un esercito giunto colà sotto il comando di -Radagasio, che era d'accordo, a quanto pare, con Alarico. Raccolse poi -quanti più uomini potè, e col suo esercito così ingrossato, discese -nell'alta Italia. Ivi pensò, innanzi tutto, a liberare e mettere -al sicuro Onorio, che trovavasi allora in Asti, esposto al pericolo -d'essere circondato dai nemici. Lo indusse a trasferire la sua sede -da Milano, ove s'era quasi sempre fermato, a Ravenna, che si poteva -più facilmente difendere, ed aveva il vantaggio del mare. Così dal -402 al 475 essa restò sempre capitale dell'Impero d'Occidente, e poi -fu capitale dell'Esarcato, che di là potè facilmente comunicare con -Costantinopoli. - -Ma ora bisognava provvedere alla difesa contro Alarico, che s'avanzava -con un esercito numerosissimo. Stilicone richiamò quindi dalla -Britannia la dodicesima legione, e quel che era assai più grave, -richiamò anche le legioni che si trovavano a guardia del Reno, -lasciando così da quel lato aperta la porta ad altri barbari. Voleva -provvedere al pericolo imminente, pensando che, una volta vinto -Alarico, avrebbe facilmente potuto respingere gli altri barbari, forse -anche facendosi aiutare da lui, dopo averlo battuto. Il 6 aprile 402 -(data incerta anche questa), i due eserciti s'incontrarono a Pollenzo -sul Tanaro, a venti miglia da Torino, e vi fu una vera battaglia. Era -di settimana santa, e Stilicone, senza occuparsi di ciò, sorprese il -nemico nel campo, mentre celebrava le sacre feste. La vittoria fu sua, -ma i Goti si poterono liberamente ritirare. E sebbene fossero di nuovo -battuti presso Verona, se ne andarono a casa senza essere inseguiti. Si -tornò quindi, come era naturale, a parlar di tradimento. Nondimeno nel -404 Onorio, accompagnato da Stilicone, entrò da trionfatore in Roma. E -furono, in questa occasione, celebrati quei giuochi dei gladiatori, che -più volte, per istigazione dei Cristiani, erano stati invano proibiti. -Questa volta però un monaco orientale, Telemaco, si gettò in mezzo -ai combattenti nell'arena del Colosseo, per separarli in nome di Gesù -Cristo. Egli fu lapidato dalla folla, tra le grida d'indignazione; ma -si afferma che d'allora in poi i giuochi inumani cessassero davvero. -La condotta ardita di Telemaco era un'altra prova dell'energia sempre -maggiore, che lo spirito cristiano andava manifestando. - -Dopo che Alarico si fu ritirato, Radagasio che era stato già prima -battuto nella Rezia, si avanzò con un esercito, che Orosio porta a -duecentomila uomini, altri fanno ascendere fino a quattrocentomila, -il che prova la poca credibilità di queste cifre. Era in ogni modo un -esercito assai numeroso, che Stilicone affrontò in Toscana, riuscendo a -chiuderlo nei monti presso Fiesole, dove lo affamò e disfece, pigliando -prigioniero lo stesso Radagasio, che fu poi ucciso (405). Tutti gli -altri morirono o si sbandarono, andando per fame raminghi. E questa -vittoria che avrebbe dovuto crescer favore al capitano che l'aveva -ottenuta, rese invece più clamorose le voci di tradimento, massime -quando poi arrivò la notizia che moltitudini di Alani, di Svevi e di -Vandali, passato il Reno, rimasto indifeso, erano penetrati nella -Gallia (406) e liberamente si avanzavano. — Se ha così facilmente -disfatto Radagasio, si diceva, è segno che poteva, volendo, fare lo -stesso con Alarico. Ma è un barbaro, e vorrebbe lasciar l'Impero in -balìa dei barbari. Perciò ha richiamato le legioni dal Reno, lasciando -invadere la Gallia, come fra poco sarà invasa anche la Spagna. Onorio -dovrebbe imitar suo fratello Arcadio, che seppe liberarsi di Gainas, il -quale se non era insieme coi suoi distrutto, avrebbe dato in mano dei -Goti l'Oriente, che è invece tornato ad essere romano. Se in ugual modo -non si provvede in Occidente, ben presto anche Roma e l'Italia saranno -dominate dai barbari. — - -Questi sentimenti infiammarono tutta la parte romana dell'esercito, a -segno tale che le legioni della Britannia nel 407 proclamarono nuovo -imperatore uno il quale pareva non avesse altro titolo che il nome di -Costantino, ma che nel fatto poi dimostrò maggiore energia che non si -supponeva. Egli venne subito nella Gallia, per combattere i barbari; -ma ormai non era più possibile ricacciarli al di là del Reno. Riuscì -nondimeno a ripigliar la guardia del fiume, per impedire almeno che -ne passassero altri. Intanto arrivavano dall'Italia nella Gallia -nuove legioni, mandate da Onorio a ristabilire la sua autorità contro -il _tiranno_, come era chiamato Costantino, perchè non si riteneva -legittima la sua elezione. Così in Occidente si trovavano a contrasto -due imperatori fra di loro e coi barbari. Tutto ciò si attribuiva -a colpa di Stilicone, che veniva perciò sempre più odiato, sempre -più calunniato. Infatti, sebbene avesse con tanta energia e fortuna -combattuto Radagasio, il quale era pagano, pure lo accusavano di -esser fautore dei pagani, aggiungendo che tale era suo figlio, e che -egli aspirava a farlo imperatore d'Occidente. Più tardi, quando morì -Arcadio (1º maggio 408), si affermava invece che egli presumeva farlo -imperatore d'Oriente. — Non contento, dicevano, d'aver dato sua figlia -Maria in moglie ad Onorio, dopo la morte di lei, lo aveva indotto -a sposar l'altra sua figlia Termanzia, senza curarsi che il clero -cristiano condanna le seconde nozze con la sorella della prima moglie. -— Insomma ogni arme era buona contro di lui, e si riuscì infatti a -renderlo odioso ai Cristiani ed ai Pagani. - -Ma quello che era peggio, cominciava ora ad ingelosirsi ed -insospettirsi di lui anche Onorio, il quale aveva un certo sentimento -tradizionale dell'autorità imperiale, e mal tollerava, sebbene non lo -dimostrasse ancora aperto, questo Vandalo che suscitava l'avversione -di tutto il partito nazionale romano. Se non che la sua indole incerta -e titubante lo faceva sempre oscillare. Dopo la battaglia di Pollenzo, -pareva che avesse accettato il disegno di Stilicone, che era di -lasciare ad Alarico, sotto la dipendenza dello stesso Onorio, tutta -la Prefettura d'Illiria, sebbene questa fosse stata da qualche tempo -divisa fra l'Occidente e l'Oriente. Stilicone pensava che così si -sarebbero resi contenti i Goti; si sarebbe avuto a propria disposizione -tutto l'esercito di Alarico, e si sarebbe, col suo aiuto, potuto -rimettere l'ordine nella Gallia e nella Spagna, contro i barbari e -contro Costantino, che ora vi spadroneggiava. In conseguenza di ciò, -Alarico s'era già mosso dall'Epiro, quando, per ordine improvviso di -Onorio, fu inaspettatamente fermato. Un tal fatto, come era naturale, -lo sdegnò in estremo grado, e quindi egli s'avanzò minaccioso verso -l'Italia, chiedendo quattromila libbre d'oro, per essere indennizzato -delle spese che aveva fatte. Ed essendosi Onorio sbigottito, la -domanda fu col suo assenso portata e sostenuta da Stilicone in Senato, -con la dichiarazione che bisognava consentire, perchè non s'era in -grado di resistere. Ed il Senato dovè cedere anch'esso; ma parve che -per un momento almeno l'antico spirito, l'antica energia romana si -ridestassero, e che il senatore Lampridio esprimesse il sentimento -comune, quando esclamò: _Non est ista pax, sed pactio servitutis!_ - -In verità Stilicone era un barbaro romanizzato. Dall'unione di questi -due elementi, che ne costituivano la personalità, scaturivano la sua -forza e la sua debolezza. Essi coesistevano nell'Impero, e fino a che -vi si tenevano in equilibrio, e potevano continuare l'uno accanto -all'altro, senza venire a conflitto, la personalità di Stilicone -rappresentava la società in cui egli si trovava. Di qui la sua forza. -L'idea di valersi dei Goti a vantaggio dell'Impero, poteva sembrare -una continuazione della politica di Teodosio, che a lui lo aveva -raccomandato, sperando che volesse e sapesse difenderlo. Una volta -però che dentro l'Impero fosse sorto il conflitto fra i due elementi -che lo costituivano, la personalità politica di Stilicone sarebbe -stata distrutta, ed egli avrebbe dovuto inevitabilmente soccombere. -Purtroppo il conflitto si poteva dire adesso già cominciato. Infatti -i Goti, anche dopo ottenuta la chiesta indennità, erano scontenti -e minacciavano. Lo sdegno del partito romano era salito al colmo, e -si accennava perciò a Stilicone come ad una vittima necessaria alla -salute dell'Impero. Nè mancava chi soffiava nel fuoco più che poteva, -e fra gli altri un ufficiale della guardia imperiale, di nome Olimpio. -A Ticino (Pavia) si trovavano allora le legioni romane, destinate, -a quanto pare, a ripigliare la guerra contro Costantino e contro i -barbari nella Gallia, dove tutto era in disordine. La colpa d'ogni -danno, d'ogni pericolo presente, veniva colà attribuita a Stilicone, -che si trovava a Bologna. — Egli, così dicevano, aveva voluto salvare -ad ogni costo i Goti; aveva lasciato indifeso il passaggio del Reno, -perchè altri barbari come lui inondassero l'Impero, ciò che pur troppo -era avvenuto. — Onorio allora si trovava appunto a Pavia, dove a un -tratto scoppiò un tumulto violento (408). La città andò a sacco; gli -amici di Stilicone furono messi a morte; e l'Imperatore, da nessuno -offeso, pareva uno spettatore indifferente, forse già prima consapevole -di ciò che ora avveniva. - -Alla notizia della rivolta, Stilicone era per muovere subito da -Bologna, alla testa de' suoi soldati barbari, per difendere Onorio -e domare i ribelli. Ma quando seppe che questi non correva nessun -pericolo, che non dava neppur segno di disapprovare quello che sotto -i suoi occhi avveniva, non volle, egli generale dell'Impero, al quale -era affezionato, provocare una sanguinosa battaglia fra una parte -e l'altra dell'esercito. Questo fece scoppiare la rivolta anche -fra i suoi, pronti a difendere lui, ed a vendicare i compagni. Il -tumulto fu tale che la sua persona si trovò in grave pericolo, e fu -costretto a rifugiarsi a Ravenna, in una chiesa. Colà giunsero i messi -di Olimpio, che gl'intimarono d'arrendersi, giurando solennemente -d'avere ordine di prenderlo in custodia, salva la vita. Ma quando -poi, stando alla fede giurata, Stilicone s'arrese, dissero subito -che era sopravvenuto l'ordine di ucciderlo. Alcuni de' suoi, che lo -avevano colà accompagnato, si dimostrarono pronti a metter mano alle -armi, per difenderlo fino all'estremo. Ma esso aveva capito che ormai -tutto era inutile; e pensando, anche in quell'ultima ora, alla salute -dell'Impero più che alla sua propria, non volle, morendo, provocare -la guerra civile. E ordinò ai suoi di deporre le armi, dichiarando -d'essere deciso ad arrendersi. Il 23 agosto 408 sottomise tranquillo la -testa alla scure. Suo figlio fu ucciso in Roma, sua figlia Termanzia -venne dal palazzo imperiale rimandata alla madre Serena, cui era poco -dopo serbata, nella stessa Roma, un'assai trista fine. Molti degli -amici e parenti di Stilicone, sopra tutto i soldati barbari, vennero -perseguitati; le loro mogli e i loro figli uccisi. E quasi a coronare -l'opera nefasta, Onorio pubblicò un editto contro gli eretici, ai quali -vietava di far parte della milizia palatina, e si mostrò avversissimo -ai pagani, confiscando i beni dei loro tempii, ordinando la distruzione -dei loro altari. - -La prima conseguenza di tutta questa disgraziata tragedia fu, che un -numero grandissimo di soldati barbarici, trentamila circa, così almeno -si dice, andarono ad ingrossare l'esercito di Alarico, il quale divenne -a un tratto più potente e minaccioso che mai. Ma che cosa poteva, che -cosa voleva egli fare adesso? Certo non sognava neppure di rovesciare -l'Impero o d'impadronirsene. Egli non se ne dichiarava neanche nemico. -Si trovava alla testa d'una moltitudine armata, che aveva bisogno di -vivere, e però voleva, insieme coi suoi, in un modo o l'altro, ma in -un modo riconosciuto e legale, far parte dell'Impero, pronto anche a -servirlo, a ricostituirne l'autorità contro i ribelli nella Gallia -o altrove, assumendo il grado di _Magister utriusque militiae_. Ma -quando ciò fosse avvenuto, l'Impero sarebbe rimasto in balìa de' -barbari, ed era quello appunto che Onorio non voleva consentire. -Figlio di Teodosio, per quanto debole e vacillante, esso sentiva, in -parte almeno, la dignità del suo grado, e pensava che, cedendo alle -voglie d'Alarico, difficilmente avrebbe potuto resistere poi a domande -simili di altri barbari. Meno che mai tutto ciò sembrava possibile ora, -dopo la insurrezione vittoriosa a Pavia contro il partito barbarico, -quando Costantino, alla testa delle legioni, minacciava di staccare -dall'Italia la Gallia, la Britannia e la Spagna. Queste erano le grandi -difficoltà di trovare una soluzione pratica; e di qui il pericolo -gravissimo che correva adesso l'Impero. - -Alarico intanto s'avanzava in Italia, con animo d'assediare Roma, e -dettare le sue condizioni. Impadronito infatti che egli si fu della -foce del Tevere e del porto d'Ostia, la Città eterna, che non aveva -un esercito per difendersi, e non era stata approvvigionata, si -trovò subito stretta dalla fame, cui tenne dietro la pestilenza. Fu -forza quindi venire a patti; ma egli si dimostrava così duro, che -gli abitanti, spinti dalla disperazione, minacciavano di uscire in -massa fuori delle mura per combattere. — Più fitto è il fieno, così -avrebbe risposto il barbaro, meglio si falcia. — E invece di scendere -a più miti consigli, alzava sempre più le sue pretese. — Ma che cosa -ci lascerai tu allora? — dissero i Romani. Ed egli: — La vita! — Le -notizie però che noi abbiamo di questi tempi sono così incerte, e -sempre così esagerate in un senso o nell'altro, che poca fede si può -prestare alla verità intera di simili aneddoti, tanto più che, se -Alarico era un barbaro rozzo e feroce, non voleva essere tenuto un -nemico, e molto meno un distruttore dell'Impero. Ma egli aveva bisogno -di vivere coi suoi, che erano con le armi in mano, stretti dalla fame. -Bisognò quindi rassegnarsi a pagare un tributo di cinquemila libbre -d'oro e trentamila d'argento, oltre una quantità di vesti di seta e -di droghe. E per raccogliere questa somma voluta dai barbari, i Romani -dovettero fondere le statue delle antiche divinità, e gli ornamenti dei -tempii pagani. Il che fu non solo una grande umiliazione; ma a molti -pareva anche di sinistro augurio, perchè i Pagani non erano allora -scomparsi affatto, e fra i Cristiani stessi non mancavano di quelli che -speravano tuttavia qualche aiuto da quegli idoli, che sembravano avere -così lungamente protetto Roma. - -Un gran turbamento invase gli animi nel vedere l'antica capitale del -mondo ridotta ad una umiliazione creduta fino allora impossibile, e -che pur doveva essere superata da altre ancora più crudeli. Si vuole -che ora appunto venisse uccisa l'infelice Serena, accusata, perchè -vedova di Stilicone, di benevolenza verso Alarico. Si pretese, che -dell'atto inumano e crudele fosse stata istigatrice Galla Placidia, la -figlia di Teodosio, celebre per la sua maravigliosa bellezza. Ma essa -aveva allora diciotto anni o poco più, e se è facile credere che la -sorella d'Onorio dovesse essere avversa a Stilicone ed ai suoi, non -è ugualmente facile persuadersi, che in sì giovane età potesse avere -l'animo così perverso, ed anche l'autorità necessaria per riuscire a -muovere essa il popolo alla vendetta. - -Anche in questo momento Alarico era lontano dal voler abusare della -forza. Cercava invece di venire ad un accordo, rinunziando a molte -delle sue antiche pretese. Non chiedeva più d'esser _Magister utriusque -militiae_; gli bastava d'avere per sè e per i suoi la provincia del -Norico, invece delle più vaste e fertili terre domandate in passato. -Ma Onorio che, per la morte di Arcadio, sperava si potesse ristabilire -l'armonia, se non l'unione dell'Oriente coll'Occidente, ed aspettava -gli aiuti che aveva chiesti a Teodosio II, respinse ogni idea -d'accordo. Nè bastò a muoverlo il vedere, che molte e molte migliaia di -schiavi fuggitivi e di barbari sbandati dell'esercito imperiale, che -alcuni fanno in tutto ascendere a quarantamila, andassero liberamente -saccheggiando il paese. - -Alarico allora impazientito, vedendo di non poterne cavar nulla, -circondò Roma per la seconda volta, e tentando di mettersi d'accordo -coi Pagani, che ivi si trovavano, e cogli Ariani, gli uni e gli altri -irritati per gli ultimi editti contro di essi emanati da Onorio, -proclamò nuovo imperatore Attalo, un greco allora Prefetto della -Città (409). Sperava d'averlo docile strumento della propria volontà, -e indurlo a sanzionare, con qualche forma legale, le sue pretese. Ma -invece pareva che nessuno riuscisse a prenderlo sul serio. Lo stesso -Onorio, che dapprima se n'era impensierito, e pensava a mettersi -in salvo, avuto ora da Costantinopoli l'aiuto d'alcune migliaia di -soldati, riprese animo, sentendosi sicuro di potersi con essi difendere -in Ravenna. E quello che è più, neppure Alarico riusciva a mettersi -d'accordo con Attalo, al quale, come greco, ripugnava d'abbandonare -Roma e l'Impero in mano ai barbari, mentre che poi non sapeva prendere -nessuna propria iniziativa. E la fame intanto era a Roma giunta -a tale, che la moltitudine gli gridava furibonda: _Pone praetium -carni humanae._ Quasi volessero dire: dobbiamo noi dunque mangiarci -addirittura fra di noi? Così Alarico, persuaso che non c'era da cavar -nulla neppure da lui, finì col deporlo, strappandogli le insegne -imperiali, che rimandò ad Onorio, col quale tentò di nuovo, ma sempre -invano, d'intendersi. Si decise allora al passo più audace della sua -vita, e che doveva avere un seguito funesto, una grande importanza -nella storia del mondo. - -Il giorno 24 agosto 410, sia per tradimento, sia per strattagemma di -guerra, Alarico, senza incontrare resistenza, entrò col suo esercito -per la Porta Salara nella città di Roma. Era un fatto nuovo, da -otto secoli non mai avvenuto, nè creduto possibile. La maraviglia -fu perciò così grande, che tutti restarono come sbalorditi, e lo -stesso re visigoto sembrava esserne così sgomento, che dopo tre -soli giorni s'affrettò a ripartire. Certo un esercito di barbari, -venuti in sostanza come conquistatori, non potè restare in Roma -senza molte violenze e saccheggi. Ma tutto quello che noi sappiamo -di sicuro c'induce a credere che le violenze furono assai minori di -quel che poteva supporsi, e che s'andò più tardi dicendo. Il palazzo -di Sallustio, presso la Porta Salara, fu subito bruciato, ma d'altri -incendi non si parla determinatamente, sebbene possa supporsi che -ne siano avvenuti. E tutti gli aneddoti tramandatici dagli storici o -dalla leggenda tendono solo a provare il grande rispetto che Alarico -dimostrò ai Cristiani, alle loro chiese, sopra tutto alle basiliche di -S. Pietro e di S. Paolo, e al diritto di asilo. Infatti coloro che si -rifugiarono nei luoghi sacri furono salvi. Ma anche fuori delle chiese -i Cristiani, quelli sopra tutto che eran dati a vita religiosa, o che -avevano la custodia di sacri oggetti, furono dai Goti rispettati, tali -essendo gli ordini severissimi del loro capo. Orosio, S. Agostino, S. -Girolamo parlano di questo sacco di Roma con orrore; ma vi riconoscono -una giusta punizione di Dio contro gl'increduli, che ancora non s'erano -convertiti e speravano aiuto dagl'idoli pagani. Per essi Alarico -non è che uno strumento nella mano di Dio, il suo ingresso in Roma è -destinato ad accelerare il trionfo del Cristianesimo; e riconoscono che -i danni furono assai minori di quanto poteva supporsi, e di quanto si -disse da molti. - -Onorio intanto se ne stava chiuso in Ravenna, dove si trovava anche il -Papa, invano andato colà, per tentare un qualche accordo fra Alarico -ed il sempre titubante Imperatore. Si narra, a provare sempre più -la indifferenza ed indolenza d'Onorio, che, quando gli fu recata la -desolante notizia, _Roma è perita_, egli credette che si trattasse -d'un suo gallo prediletto, cui aveva dato il nome appunto di Roma; -ed esclamò: «Ma come mai è ciò possibile, se poco fa gli ho dato da -mangiare colle mie proprie mani?» Questo aneddoto però lo abbiamo -da Procopio, che scrisse centocinquanta anni più tardi, e che quando -s'allontana dai suoi tempi, non è più un autore molto credibile. - -Certo è invece che, dopo tre giorni di dimora in Roma, Alarico mosse -per l'Italia meridionale, e s'avanzò saccheggiando sino a Reggio di -Calabria. Colà si apparecchiava ad imbarcarsi, per andare non si sa -ben dove. Secondo alcuni voleva recarsi in Sicilia, secondo altri in -Africa, che era il granaio dell'Impero, cui sperava così d'imporre -condizioni d'un accordo tollerabile. Ma ad un tratto andò tutto a -monte. Le navi, su cui doveva traversare lo stretto, naufragarono; ed -egli stesso, improvvisamente ammalatosi, morì (410). I suoi, secondo -si narra, deviarono il letto del fiume Busento e, dopo averlo colà -seppellito, fecero riprendere alle acque il corso primitivo, per -nascondere così a tutti la tomba del loro valoroso duce. - - - - -CAPITOLO VII - -Dalla morte di Alarico alla costituzione del regno dei Visigoti nella -Gallia - - -La morte di Alarico mutò sostanzialmente lo stato delle cose. I Goti -elessero a succedergli suo cognato Ataulfo, il quale, anche meno di -lui, voleva esser nemico dell'Impero. Abbiamo di ciò una preziosa -testimonianza in Orosio. Questi narra d'avere incontrato un compagno -d'armi d'Ataulfo, del quale gli riferì i discorsi. «Dapprima, -avrebbe detto il successore d'Alarico, era stata mia intenzione farmi -padrone dell'Impero, ed assumere in esso il posto di Cesare Augusto, -trasformando in Gotia la Romania.[17] Ben presto però l'esperienza -mi persuase, che ciò non era possibile, perchè Roma aveva dominato il -mondo, non solo con le armi, ma anche colle leggi e con la disciplina. -E i Goti, per la loro indomita barbarie, non sanno obbedire alle -leggi, senza di che _Respublica non est Respublica_. Pensai perciò di -ricondurre, mediante le armi dei Goti, il nome romano all'antica sua -gloria. Non potendo essere il distruttore dell'Impero, desiderai, colla -pace, esserne il restauratore.» - -Ad ispirargli questi sentimenti dovè contribuire ancora un altro -fatto. Partendo da Roma, Alarico aveva menato seco, insieme con la -preda, molti prigionieri. Fra questi era Galla Placidia, la celebre -bellezza, che faceva parte d'una generazione di donne, tutte per -questa loro bellezza famose, e che ebbero perciò, come già notammo, una -gran parte nei destini del mondo. La sua ava Giustina aveva dominato -Valentiniano I. La loro figlia Galla conquistò l'animo di Teodosio I. -Galla Placidia, nata dal loro matrimonio, trascinata ora prigioniera -in Calabria, innamorò di sè perdutamente Ataulfo, che voleva sposarla, -il che lo spingeva sempre più ad atteggiarsi da Romano. Certo è -che, appena eletto, Ataulfo abbandonò ogni pensiero della Sicilia e -dell'Africa, e ripartì per condurre i suoi nella Gallia, dove sperava -trovar per essi una sede adatta, col consenso dell'Impero, di cui -voleva possibilmente essere amico. Era il pensiero che, sotto forme -diverse, rinasceva sempre, d'unire in qualche modo Romani e barbari, -accogliendo i Goti come parte dell'Impero, valendosene a difenderlo. -Lo avevano avuto Teodosio, Stilicone ed Alarico stesso; nulla di strano -che lo avesse anche Ataulfo. Onorio, è ben vero, s'era a ciò dimostrato -avverso; ma lo stato delle cose era divenuto tale adesso, che anch'egli -poteva desiderare d'accettare il disegno più volte respinto. - -Infatti l'intera Prefettura della Gallia era caduta in gran disordine, -un vero caos, e pareva che fosse per staccarsi affatto dall'Impero. -Dopo che Stilicone aveva ritirato le legioni dal Reno, i barbari, come -vedemmo, erano entrati in essa numerosi (406); e poco dopo arrivava -Costantino, già proclamato imperatore nella Britannia. Questi non -potè ricacciare i barbari; ma, preso possesso della regione che è -ora Alsazia-Lorena, era riuscito ad impedire almeno nuove invasioni, -occupando molte città della Gallia, e più tardi anche della Spagna: le -altre parti di queste province rimanevano però in potere dei barbari. -Il fatto è che dopo la morte di Stilicone e di Arcadio (408), la -disciplina militare era andata sempre più scomparendo. I generali, da -un pezzo divenuti tutti più o meno quasi capitani di ventura, assai -spesso si separavano gli uni dagli altri, operando ciascuno per proprio -conto, innalzando nuovi pretendenti all'Impero, che trovavano sempre -appoggio in una parte dei soldati. E così, dopo che Costantino era -stato eletto nella Britannia, venne nella Spagna proclamato Massimo. -In quella Prefettura si trovavano dunque due pretendenti all'Impero, -ed una gran moltitudine di barbari, che taglieggiavano e saccheggiavano -il paese. Onorio mandò nella Gallia un esercito comandato da Costanzo, -soldato valoroso, il quale tentò con energia di ristabilirvi l'autorità -del legittimo Imperatore. Massimo allora, ben presto abbandonato -dai suoi, fuggì; Costantino, assediato in Arles, si arrese, e fu col -figlio Giuliano mandato ad Onorio, il quale, violando la parola del -suo generale, li fece uccidere ambedue (411). Così pareva che, spariti -i due pretendenti, non rimanessero che i barbari. Ma questi avevano -già messo su un altro pretendente all'Impero nella persona di Giovino, -appena che il generale Costanzo s'era ritirato in Italia. E da capo -scorrevano liberamente per tutto. - -In tali condizioni, l'andata d'Ataulfo colà non poteva dispiacere -ad Onorio. Prima di tutto si liberava l'Italia dai Goti, il che era -già molto. Ataulfo inoltre andava con l'intenzione d'occupare il -paese, e per ciò fare doveva combattere Giovino ed i barbari che lo -sostenevano. Questo spiega, in qualche parte almeno, il fatto, certo -singolarissimo, che Ataulfo potè traversare tutta l'Italia dal sud al -nord, senza che si sappia se egli trovò ostacoli di sorta, anzi senza -che si sappia nulla addirittura di questo suo lungo viaggio. Entrato -nella Gallia (412), egli tenne dapprima una condotta incerta; ma poi -attaccò ed uccise Saro generale romano, che s'era volto a favore di -Giovino. Subito dopo si mosse contro questo e contro il fratello di -lui; li vinse ed uccise ambedue, inviando le loro teste ad Onorio, che -le fece esporre a Cartagine. Ivi era stata poco prima domata un'altra -ribellione, la quale fece sentire la sua azione indiretta anche nella -Gallia. - -Ataulfo intanto si mostrava sempre più invaghito di Galla Placidia, -e voleva sposarla. Ma ad Onorio ripugnava assai il concedere ad -un barbaro la sorella e figlia d'imperatori, tanto più che ne era -pazzamente innamorato anche il suo generale Costanzo, cui egli -l'avrebbe data assai più volentieri. Ed Ataulfo era tanto desideroso -d'accordi, che sembrava ora, non ostante la sua passione, disposto -a rimandarla a Ravenna, avendo da Onorio avuto promessa di larghi -approvvigionamenti di grano, del quale aveva urgente bisogno per -l'esercito. La ribellione d'Africa rese però impossibile il mantener -la promessa, ed Ataulfo si sentì allora libero da ogni vincolo verso -di Onorio. Prese quindi, per conto proprio Narbona, Tolosa, Bordeaux, -e tentò di prendere anche Marsiglia, ma gli fu impedito da Bonifazio, -altro valoroso generale di Onorio (413). - -Ma quello che è più, invece di pensare a restituire Galla Placidia, la -sposò senz'altro a Narbona, nel gennaio del 414. Questo matrimonio, -anche pel modo in cui fu celebrato, ebbe addirittura un'importanza -storica. Quel giorno infatti non solo la sorella di Onorio, la figlia -di Teodosio, sposava un barbaro; ma le nozze furono solennizzate con -una pompa affatto romana, in casa d'Ingenuo, uno dei più autorevoli -cittadini di Narbona. Il barbaro Ataulfo portava la tunica romana. -Dinanzi alla sposa, adorna di splendidi abiti romani, s'inginocchiarono -cinquanta giovani, ciascuno dei quali aveva nelle mani due vassoi, -l'uno pieno d'oro, l'altro pieno di pietre ed oggetti preziosi, che -eran parte della preda fatta nel sacco di Roma, e che ora venivano -offerti a lei, preda più preziosa ancora, la quale di prigioniera -diveniva regina dei Goti. A rendere sempre più solenne questa singolare -cerimonia, si recitarono versi latini. E come per porre il colmo a -tutto ciò, il coro era diretto da Attalo, quel preteso imperatore, -che noi vedemmo per breve tempo tenuto su da Alarico, il quale poi -lo depose. Esso era stato costretto a seguire il campo goto, come -una specie d'ostaggio di cui potersi valere qualora se ne presentasse -l'occasione. Adesso dirigeva il coro che celebrava le nozze d'Ataulfo e -di Galla Placidia! Tutto simboleggiava così quella unione goto-romana, -che dopo essere stata un pensiero, un desiderio di moltissimi, doveva -finalmente essere in parte attuata da Teodorico. Dal matrimonio allora -celebrato nacque un figlio chiamato Teodosio, che ben presto morì. - -Di tutto ciò rimasero, per diverse ragioni, scontentissimi Onorio e -Costanzo, i quali si trovarono d'accordo nel contrariare i Goti in più -modi, specialmente ponendo ogni sorta d'ostacoli all'approdo nella -Gallia di navi con vettovaglie. E questo spinse Ataulfo a passare i -Pirenei, per andare nella Spagna, paese assai fertile e ricco, non -ancora esausto dalle invasioni, più adatto quindi a nutrire le sue -genti. Ma qui egli cadde improvvisamente vittima del pugnale d'un -assassino (415), sia che fosse una delle vendette molto comuni fra -i barbari, sia che fosse opera del partito avverso alle simpatie -romane d'Ataulfo, partito assai irritato per le ostilità che in più -modi venivano ora dall'Italia. Certo è che fu eletto Singerico, il -quale si dimostrò subito avversissimo al nome romano ed alla memoria -d'Ataulfo, di cui uccise i figli avuti dalla prima moglie. Non osò fare -lo stesso della vedova Galla Placidia; pure la trattò assai duramente, -costringendola ad andare a piedi, per dodici miglia, in mezzo ai -prigionieri e dinanzi al suo cavallo. Ma anch'egli durò poco, essendo -stato dopo soli sette giorni ucciso. Gli successe Valia che, d'indole -assai più temperata, venne ben presto ad un accordo con Onorio, cui -cedette Galla Placidia, inviandogli anche Attalo; e ne ebbe in compenso -600,000 misure di grano per le sue genti. Onorio celebrò allora il -suo undecimo consolato, entrando in Roma come un trionfatore, menando -seco, legato al suo carro, Attalo, cui fece tagliar due dita della -destra, confinandolo poi nell'isola di Lipari. E Galla Placidia, la -quale dapprima sembrava assai restìa a sposare Costanzo, sempre di lei -perdutamente innamorato, perchè egli era un soldato rozzo e dedito -solo alla vita militare, s'indusse poi a celebrare il matrimonio, e -ne ebbe due figli, Onoria e non molto dopo Valentiniano (419), che fu -terzo di quel nome come imperatore. Costanzo venne assunto a compagno -nell'Impero da Onorio; Galla Placidia ebbe allora il titolo di Augusta, -e più tardi, dopo la morte del marito (421) e del fratello (423), fu -reggente, perchè suo figlio si trovava tuttavia in età minore. - -Valia intanto, mantenendo le promesse fatte, combattè più volte -vittoriosamente nella Spagna i Vandali e gli Alani. Prese poi con i -suoi Goti stabile dimora nella Gallia (419), occupando varie delle -città tenute già prima da Ataulfo, fra cui Bordeaux e Tolosa, dalla -quale ultima ebbe nome il nuovo regno visigoto, che fu costituito -col consenso d'Onorio, e che si estese poi oltre i Pirenei. Più tardi -questo regno ebbe, come vedremo, una grandissima parte nella guerra -che l'Impero d'Occidente dovè sostenere contro gli Unni. Narbona però, -che da Costanzo era giudicata strategicamente necessaria ai Romani, -e Marsiglia furon da essi ritenute. A settentrione e ad oriente -scorrazzavano ancora liberamente altri barbari. - -Questa può dirsi la fine del primo atto del tragico dramma, cominciato -quando gli Unni cacciarono i Goti al di qua del Danubio. Una volta che -la Tracia riuscì insufficiente a mantenerli tutti, una buona parte -di essi si mossero, sotto Alarico, in cerca di nuove terre; e dopo -aver molto vagato e molto combattuto, finalmente si fermarono nella -Gallia. E sebbene tutto ciò si fosse da ultimo compiuto d'accordo -con l'Impero, fu nondimeno il principio della definitiva separazione -dell'intera Prefettura della Gallia dall'Italia. La Britannia infatti, -che ne faceva parte, era già abbandonata, e vicina a subire le -invasioni barbariche. La Spagna era omai invasa, e tutte le successive -spedizioni per riprenderla, salvo le temporanee vittorie di Belisario, -non riuscirono a nulla. La Gallia propriamente detta, ad eccezione di -poche terre al sud, era interamente nelle mani dei barbari, e quindi -destinata anch'essa a separarsi per sempre dall'Italia. - - - - -CAPITOLO VIII - -Galla Placidia — L'invasione dei Vandali in Africa - - -In Roma, dopo la partenza d'Alarico, lo stato delle cose era andato -migliorando. Molti che avevano abbandonato la Città, vi tornavano, e la -popolazione quindi rapidamente cresceva. A Ravenna invece cominciavano -a germogliare i semi di partiti avversi, ed una vicina crisi era -inevitabile. Onorio continuava ad essere geloso della sua indipendenza -da Costantinopoli, dove era assai più vivo il sentimento tradizionale -della unità dell'Impero, e si mirava sempre ad una supremazia -dell'Oriente sull'Occidente. Teodosio II, il quale allora regnava -colà sotto l'ascendente della sorella Pulcheria, aveva disapprovato -vivamente che Onorio avesse assunto a compagno nell'Impero il generale -Costanzo. Ma questi poco dopo morì, e rimase la vedova Placidia, la -quale, come figlia di Teodosio il grande, inclinava ad un accordo -coll'Oriente, a segno tale da non poter più vivere in buoni termini -col fratello. Se ne andò quindi a Costantinopoli, dove rimase fino alla -morte di lui, avvenuta nel 423. - -Onorio fu un uomo certamente di poco valore, ma non quanto vollero -far credere. Egli in sostanza rappresentò tre idee, che formarono -il carattere del suo regno: il principio ereditario, la romanità, il -Cristianesimo ortodosso. E ad esse si mantenne sempre fedele. Debole -com'era, dovette lottare continuamente coi barbari, che invadevano da -ogni parte l'Impero, e con un gran numero di pretendenti, che sorgevan -di continuo. In teoria tutto l'Occidente obbediva a lui; ma in realtà -l'Europa centrale, anzi l'intera Prefettura della Gallia, era già -in potere dei barbari. Il dissenso con Costantinopoli, piuttosto che -scemare, andò per opera sua crescendo. Ma Placidia, in ciò più accorta, -gli si oppose. Essa capì che, di fronte a tanti barbari, i quali -d'ogni parte s'avanzavano nell'Impero, solo da Costantinopoli si poteva -sperare aiuto. - -Così fu che, alla morte d'Onorio, si manifestarono in Ravenna due -partiti. Quello che mirava alla indipendenza dell'Occidente scelse, -come successore al trono, Giovanni, Primicerio dei notai. Quello invece -che voleva l'accordo con l'Oriente, dove Teodosio II aveva subito -cominciato ad assumere l'autorità di unico e solo Imperatore, favoriva -Placidia come reggente del figlio Valentiniano III, attenendosi al -principio ereditario. E per questa ragione anche i due primi generali -a servizio dell'Impero d'occidente, Bonifazio ed Ezio, che per la -loro nascita ed il loro valore, furon chiamati i due ultimi Romani, -si trovarono in lotta fra di loro. Bonifazio, che era in Africa, -si dichiarò per Placidia, alla quale mandò subito aiuto di uomini -e di vettovaglie; Ezio si dichiarò invece per Giovanni. Ormai i -vincoli dell'antica disciplina militare erano sciolti, ed i generali -parteggiavano anch'essi, guidati dal loro interesse personale. - -Giovanni, per non sembrare di voler rompere ogni relazione -coll'Oriente, aveva mandato a chiedere d'essere riconosciuto da -Teodosio II; ma sapendo che questi s'era già dichiarato favorevole -a Placidia, s'apparecchiava intanto alla difesa, raccogliendo anche -una flotta nel porto di Ravenna. E ciò apparve più necessario ancora -quando seppe che i suoi ambasciatori erano stati malissimo accolti -a Costantinopoli. Non potendo sperare d'aver soldati dalla Gallia, -quasi tutta occupata dai barbari; nè dall'Africa, dove comandava -Bonifazio; e neppure potendo sperar molto in Italia, dove aveva non -pochi avversari, mandò Ezio a chiedere aiuto dagli Unni, presso i -quali questo generale era lungamente vissuto come ostaggio, ed aveva -perciò parecchi amici. Ezio tornò ben presto con un rinforzo, che si -fa ascendere a 60,000 Unni, e giunse in tempo per affrontare le genti -mandate da Costantinopoli in aiuto di Placidia. La fortuna pareva -che volesse secondarlo, giacchè il naviglio che portava una parte -dell'esercito orientale fu disperso da un'improvvisa tempesta, ed il -generale Ardaburio, gettato a terra nel porto di Ravenna, fu fatto -prigioniero. Ma questi riuscì di dentro la città stessa a cospirare ed -a mettersi d'accordo coi suoi compagni d'arme, i quali s'avanzavano per -terra, sotto il comando di Aspar suo figlio. E così, quando Giovanni -era per uscir di Ravenna a combattere il nemico, che doveva essere -contemporaneamente assalito alle spalle da Ezio cogli Unni, Aspar, per -gli accordi segretamente presi col padre, potè con un colpo di mano -entrare in Ravenna, ed impadronirsi della persona stessa di Giovanni, -che menato in Aquileia, dove era già arrivata Placidia, fu subito messo -a morte (425). Ed Ezio allora, sebbene avesse già avuto col nemico uno -scontro sanguinoso, che fu però di esito incerto, capì che ormai la -sua causa era perduta, e passò dalla parte di Placidia, che lo accolse -a braccia aperte. Egli stesso riuscì a far tornare indietro gli Unni, -mediante buona somma di danaro, e per diciassette anni fu il primo -generale della Corte di Ravenna, essendo Bonifazio rimasto ancora in -Africa. - -La notizia della morte di Giovanni pervenne a Teodosio II, quando -trovavasi nell'Ippodromo, a Costantinopoli. Egli fece subito sospendere -i giuochi, e condusse il popolo nella Basilica, per rendere solenni -grazie al Signore. Restituì a Placidia il titolo di Augusta, che le -era stato tolto da Onorio, e quello di _nobilissimus_ a Valentiniano -III, il quale allora aveva appena sei anni, affidandolo alle cure -della madre. Più tardi gli conferì addirittura il titolo di Augusto, -inviandogli il diadema e la porpora. Così, dopo che l'Impero, in -apparenza almeno, era stato qualche tempo riunito sotto Teodosio II, fu -ora da capo diviso. E per un quarto di secolo (425-450) Valentiniano, -o più veramente Placidia, rimase a governare quello che continuò a -chiamarsi l'Impero d'occidente, sebbene molte parti già ne avessero -occupate i barbari, ed altre dovessero via via andarne occupando, -restringendolo finalmente alla sola Italia. - -L'antagonismo fra Ezio e Bonifazio, che vedemmo manifestarsi sin dal -principio, continuò sempre più vivo anche ora che l'uno e l'altro erano -a servizio di Placidia. Ambiziosi e valorosi del pari, Ezio era un uomo -assai accorto; Bonifazio invece eccitabile e mutabile in estremo grado. -In Africa questi aveva reso grandi servigi tenendo a freno i Mori. -Morta la sua prima moglie, pareva che volesse, per zelo religioso, -ritirarsi dal mondo; e S. Agostino dovette dissuaderlo, nell'interesse -dell'Impero. Sposata allora una seconda moglie, che era ariana, mutò -vita, abbandonandosi alle passioni dei sensi, trascurando il governo -di quella regione, che restò quasi in balìa ai barbari africani, tanto -che lo stesso S. Agostino lo rimproverava nelle sue lettere di non -far nulla per evitare tanta calamità: _Nec aliquid ordinas ut ista -calamitas avertatur._ Venne perciò richiamato (427) in Italia, ma non -volle obbedire; ed essendo stato mandato colà un esercito, per metterlo -a dovere, resistè colle armi. Così vi fu in Africa una specie di guerra -civile fra i generali dell'Occidente. - -È nota la leggenda a questo proposito narrata da Procopio, il quale -dà la colpa d'ogni cosa ad Ezio, divenuto geloso di Bonifazio. Per -rovinarlo, egli avrebbe detto a Placidia, che questi la tradiva. -Se ne voleva le prove, lo invitasse a Ravenna, e vedrebbe che si -sarebbe ostinatamente ricusato d'obbedire. Nello stesso tempo avrebbe -segretamente fatto dire a Bonifazio, che Placidia ne tramava la rovina, -e che a tal fine lo avrebbe invitato a Ravenna. Così fu che, quando -venne richiamato, non solamente ricusò d'obbedire, ma per vendicarsi, -si decise al funesto passo d'invitare i Vandali a passare dalla Spagna -nell'Africa. Ma venuti che furono, egli, fatto accorto dai suoi amici -dell'inganno in cui era caduto, si pentì dell'errore commesso, e voleva -colle armi ricacciarli nella Spagna. Era però troppo tardi, e dovette -invece tornarsene a Ravenna. Ivi ebbe un combattimento personale col -suo rivale Ezio, da cui fu ucciso. E prima di morire, consigliò alla -moglie di sposare il rivale, nel caso che fosse restato vedovo, perchè -era il solo uomo degno di succedergli. - -La forma leggendaria di questo racconto apparisce a prima vista, e -ricorda molte altre simili leggende. Infatti anche la invasione della -Gallia nel 406, sarebbe, secondo la leggenda, avvenuta per tradimento -di Stilicone, come più tardi la venuta dei Longobardi in Italia, per -vendetta di Narsete. È sempre lo stesso procedimento, che spiega i -fatti d'indole generale con cause esclusivamente personali, le quali -certo non mancano anch'esse nella storia, ma non sono le sole. Il vero -è che, secondo ogni probabilità, Ezio si trovava allora a combattere -per l'Impero nella Gallia, e se anche vi fu inganno o tradimento ordito -a Ravenna, non potè essere opera sua. Ma non c'è bisogno di ricorrere a -queste spiegazioni, quando la guerra scoppiata in Africa fra i generali -romani poteva per sè stessa essere un eccitamento bastevole pei Vandali -a venire nel paese, che era il granaio dell'Impero. E s'aggiungeva che -l'Africa, dove i Mori spesso si ribellavano, era allora fieramente -travagliata anche dalle sette eretiche dei Donatisti, che negavano -l'efficacia del battesimo dato da un sacerdote caduto in peccato, e -dei così detti _Circumcelliones_, specie di fanatici vagabondi, che -agitavano le moltitudini. Tutti costoro, perseguitati dagli editti di -Onorio contro gli eretici, e però avversissimi ai Cattolici, favorivano -naturalmente quelli che venivano a combatterli, come i Vandali che -erano ariani intolleranti. Così, senza escludere che in mezzo alle -passioni di queste lotte civili e religiose, essi fossero da qualche -parte incoraggiati o anche chiamati, si spiega assai naturalmente come -nel 429 passassero in Africa, mossi dal loro proprio interesse, ed -occupassero la Mauritania, avanzandosi verso l'Oriente.[18] - -I Vandali avevano stretta parentela coi Goti, insieme coi quali s'erano -in origine trovati fra l'Elba e la Vistola. Di là, avanzando verso il -sud, presero parte alle guerre dei Marcomanni contro Marco Aurelio. -Dopo di che si mantennero lungamente tranquilli, in buone relazioni -coll'Impero, che a tempo di Costantino li accolse come federati nella -Pannonia, dove restarono circa settant'anni. Quando Stilicone, per -opporsi ad Alarico, chiamò in Italia le legioni che guardavano il -Reno, essi, come vedemmo, passarono il fiume insieme cogli Alani, cogli -Svevi, e nel 409 erano già nella Spagna. Più di una volta si trovarono -in lotta coi Goti, dai quali vennero battuti; ed ebbero perciò la -reputazione di poco valorosi, come avevano già quella d'avidi, infidi -e crudeli fra tutti i barbari. Erano più sobri nei costumi, ma anche -più ardenti nello zelo religioso, che li spingeva ad una intolleranza -insolita nei barbari e qualche volta addirittura feroce. Nel 427 li -troviamo riorganizzati sotto Genserico, che per la morte del fratello -era rimasto unico loro capo. Piccolo e zoppo, in conseguenza d'una -caduta da cavallo, di poche parole, ma di pronta risoluzione, era -audace e crudele. Ariano al pari di tutti i Vandali, lo dissero, non -si sa con qual fondamento, convertito a questa fede, rinnegando il -Cattolicismo, in cui sarebbe nato, e quindi, come suole in questi -casi, tanto più intollerante. Dopo avere sostenuto nel 428 un attacco -fortunato contro gli Svevi, lo troviamo l'anno seguente in Africa, dove -era andato colle donne, i vecchi e fanciulli: una vera invasione. Gli -uomini in armi non superavano i 50,000. - -Questo non era di certo un numero tale da poter facilmente conquistare -il paese, se non fosse stato già indebolito dalle discordie, e se -non vi si fosse trovato un partito favorevole agl'invasori. Essi -s'avanzarono saccheggiando, distruggendo le chiese cattoliche, -uccidendo vescovi e preti, molti dei quali fecero schiavi. E poterono -procedere così rapidamente che nel 430 tre sole delle principali -città, Citra, Ippona e Cartagine, erano ancora in mano dei Romani. -Bonifazio s'era ormai svegliato dalla sua inerzia, e quando i Vandali -s'avanzarono, per mettere l'assedio ad Ippona, venne con essi a -battaglia; ma fu vinto, e dovè chiudersi nella città che venne -assediata. In essa trovavasi S. Agostino, il quale morì il 28 agosto -430, dopo tre mesi di quell'assedio, che ne durò poi altri undici. -Allora, essendo finalmente arrivati da Costantinopoli aiuti sotto il -comando del generale Aspar, i Vandali si allontanarono dalla città, e -Bonifazio, unitosi ai Bizantini, li assalì; ma venne di nuovo battuto -(431). Conseguenza di questa disfatta fu che l'Africa si trovò per -qualche tempo come abbandonata al nemico. Aspar tornò a Costantinopoli, -Bonifazio a Ravenna, dove Placidia, ricordando i servigi che questi -le aveva resi, quando essa era combattuta da Ezio, la cui presunzione -cresceva sempre, lo accolse con gran favore, facendo capire a tutti che -lo preferiva. Così l'odio fra i due generali si accese, e finalmente -vennero presso Rimini a battaglia. Secondo alcuni Bonifazio vinse, -ma ebbe una ferita mortale, di cui poco dopo morì. Secondo altri, la -vittoria invece fu di Ezio, il quale potè prendere i beni del rivale, -e sposarne la vedova, quando esso poco dopo morì di malattia aggravata -o cagionata dalla umiliazione patita. E da ciò sarebbe poi venuta -la leggenda del duello, e della raccomandazione fatta dal morente -Bonifazio alla moglie di sposare il rivale fortunato. - -Lo stato delle cose a Ravenna non era di certo consolante. Placidia, -dopo la disfatta di Bonifazio in Africa, e dopo la morte di lui seguita -in Italia, trovavasi alla mercè di Ezio, il solo generale valoroso -che ella ora avesse. E questi, sempre ambizioso, diveniva ogni giorno -più imperioso. La Gallia e la Spagna erano corse dai barbari, che -d'ogni parte s'avanzavano; i Vandali correvano anch'essi liberamente -saccheggiando l'Africa. Questi erano però in così piccolo numero di -fronte alla vastità del paese occupato, da non sentirsi punto sicuri -di resistere vittoriosamente ad un esercito che venisse da Ravenna, e -che poteva essere rinforzato da nuove genti mandate da Costantinopoli. -E così da ambo i lati si trovarono disposti, pel momento almeno, alla -pace, che fu infatti conclusa il dì 11 febbraio 435 ad Ippona. Ai -Vandali venne concesso d'abitare il paese già conquistato, compresa -una parte della provincia di Cartagine; non la città stessa, nè il suo -territorio, che restavano ancora ai Romani, cui si doveva pagare un -tributo. Ma ben presto i patti furono violati, e nel 439 Genserico, -profittando della guerra che i Romani avevano nella Gallia, s'impadronì -di Cartagine. Essendo così in possesso dei migliori porti della costa, -cominciò le sue escursioni marittime nelle isole vicine, massime in -Sicilia, dove già sin dal 440 s'era avanzato saccheggiando. Intanto -crescevano per l'Impero i pericoli nella Gallia, dove sempre nuove -genti erano richieste; e si venne perciò nel 442 ad una seconda -pace, per la quale i Romani ritenevano la Mauritania e la Numidia -occidentale; ai Vandali restavano la Sicilia, la provincia di Cartagine -o Proconsolare, la Bizacena, la Numidia orientale. Allora cominciava -a governare in Ravenna Valentiniano III, che aveva ormai raggiunto la -maggiore età, e fin dal 437 aveva sposato Eudossia, figlia di Teodosio -II. - -Con la pace del 442 ai Vandali non era stato solamente permesso -d'abitare il paese come federati; era stata invece fatta una -concessione incondizionata d'occuparlo, il che finora non s'era -consentito mai a nessuno dei barbari. Si ammetteva così un vero e -proprio smembramento dell'Impero; cominciava uno stato di cose affatto -nuovo. Bisogna però notare che, sebbene i Vandali fossero tenuti, -ed erano veramente fra i barbari più crudeli, la loro occupazione -riusciva, sopra tutto alle classi inferiori, assai meno gravosa che -non si è creduto. Essi si concentrarono principalmente nella provincia -di Cartagine, tenendosi uniti, ed impadronendosi delle terre, che -divisero fra di loro, possedendole senza pagar tasse. Nelle circostanti -province Genserico serbò per sè vasti possessi. Quelli che in tutto -ciò gravissimamente soffrirono furono i latifondisti, spogliati di ogni -avere, ridotti, quando non emigravano, alla condizione di ministeriali, -dipendenti, qualche volta anche di schiavi; costretti ad amministrare -o coltivare pei Vandali le terre che una volta avevano possedute, a -cedere perfino la loro proprietà mobile. E con essi venne oppresso -il clero, che era anch'esso latifondista, e che dai Vandali ariani -fu sempre crudelmente trattato. I coloni, i contadini, gli artigiani -delle città rimasero più o meno nelle condizioni di prima. E la stessa -oppressione dei grandi proprietari non fu generale, restringendosi -principalmente alla provincia di Cartagine. Il territorio occupato -era così vasto, che la parte maggiore sfuggiva di necessità non solo -alla oppressione, ma anche all'azione diretta del nuovo governo, -troppo rozzo e primitivo, in confronto del romano, per far sentire -al pari di questo il peso della sua fiscalità. Le altre province -furono come abbandonate a loro stesse, lasciandovi i Vandali l'antica -amministrazione romana, sottoponendole a gravi tasse, che tuttavia -non raggiunsero mai la regolarità persistente, continua, opprimente di -quelle riscosse dagli agenti imperiali. Qualche cosa di simile avvenne -anche nella Spagna e nella Gallia, dove si lasciarono sopravvivere -le assemblee provinciali dei notabili per gli affari amministrativi. -Colà i Visigoti ed i Burgundi pigliarono due terzi delle terre. Ma -anche questo peso, per quanto odioso, ricadeva principalmente sui -soli latifondisti. Nell'Africa, è vero, la oppressione esercitata dai -Vandali fu più grave assai; era, però limitata ad una parte sola del -territorio occupato. Grande fu nondimeno contro di essi l'odio degli -spossessati e di tutto il clero, il quale, dove non veniva espropriato, -era oppresso dalla intolleranza religiosa. E così si mantenne sempre -vivo un rancore universale, anche da parte di coloro che erano meno -oppressi, il che fu poi causa non ultima della rapida rovina dei -Vandali quando i Bizantini vennero in Africa. Ma che la oppressione -barbarica fosse davvero minore che non si crede, è confermato dal fatto -che Salviano, scrittore del quinto secolo, dopo aver detto «che tutto -nei barbari, persino il loro stesso odore, era odioso ai Romani,» -poteva aggiungere, «che assai spesso questi, specialmente i poveri, -preferivano la oppressione barbarica alla imperiale. Le assemblee dei -ricchi Romani, egli diceva, impongono le tasse, ma essi non le pagano, -le fanno pagare ai poveri. E quando per caso vengono scemate, il -sollievo non va a questi, ma ai ricchi. Così, se si tratta di pagare -tocca al popolo; se invece si tratta di scemare il peso delle tasse, si -opera allora come se le pagassero solamente i ricchi. I Franchi, gli -Unni, i Vandali ed i Goti non conoscono queste infamie.»[19] Bisogna -però aggiungere che tutto ciò non era effetto di virtù o sentimento -di giustizia; era invece conseguenza naturale d'un governo troppo -imperfetto e rozzo, per riuscire a stendere su tutto il paese occupato -una fitta rete amministrativa, cui nulla potesse sfuggire. - -In questo mezzo Galla Placidia, che aveva quasi raggiunto i -sessant'anni, moriva (27 novembre 450). Essa non ebbe di certo nè -un grande ingegno nè un grande carattere; ma la sua accortezza e -fermezza, paragonate con la incapacità di suo figlio, parvero a -molti assai maggiori che non furono. Essa potè continuare a governare -per un quarto di secolo fin quasi alla sua morte; ed in un tempo di -aspre lotte religiose, essendosi appoggiata costantemente al clero -cattolico, questo assai naturalmente ne esaltò la memoria. Sostenuta, -come figlia di Teodosio, dal principio della ereditaria legittimità, -che le assicurava il favore di Costantinopoli; aiutata non poco dalla -sua straordinaria bellezza, che le dava un grande ascendente sugli -uomini, potè esercitare un'azione efficace e costante sulla politica -del suo tempo. Chi anche oggi visita Ravenna, città unica al mondo -pei monumenti del quinto secolo, che sola possiede in Italia, e vede -le molte chiese innalzate colà da Placidia, in una delle quali essa -ha la sua tomba accanto a quella d'Onorio suo fratello, di Costanzo -suo marito e del loro figlio Valentiniano; chi vede i molti monumenti, -gli splendidi mosaici, e ode le varie leggende che la ricordano, deve -riconoscere la grande azione esercitata da lei in Ravenna. Il suo -spirito sembra anche oggi presente fra quelle mura. Ma con tutto ciò, -in parte per le condizioni dei tempi, in parte per le qualità stesse -che ella ebbe, la politica che intorno a lei si fece fu una politica -d'intrighi e di gelosie. E non ostante qualche guerra condotta, -tanto nell'Africa quanto nella Gallia, con molto valore, ma con poca -fortuna, si finì col veder l'Impero andarsi sempre più decomponendo -e smembrando. Sotto di lei infatti le province cominciarono, l'una -dopo l'altra, a staccarsi dall'Italia, che rimase come isolata ed -abbandonata a se stessa. Morendo, Placidia lasciava l'Impero nelle mani -deboli ed incapaci del figlio Valentiniano III, in un momento che era -già grave, e stava per divenire gravissimo. - - - - -CAPITOLO IX - -Attila e gli Unni — La battaglia di Châlons — Il generale Ezio — Papa -Leone I - - -Il problema che si presentava adesso nella storia di Europa, osserva -il Ranke, era questo: i popoli latini e germanici, variamente sparsi e -mescolati fra di loro, potevano amalgamarsi, fondersi insieme, dando -origine ad un popolo solo, ad una civiltà nuova? O pure uno di essi -doveva necessariamente sottomettere l'altro, levandogli del tutto la -propria fisonomia? Un grande ed inaspettato avvenimento contribuì non -poco ad avvicinarli di fronte ad un comune nemico. - -Gli Unni, di stirpe, come vedemmo, affatto diversa dai popoli latini -e germanici, erano rimasti per mezzo secolo nell'antica Dacia, al di -là del Danubio. Fra di essi e l'Impero si trovavano le popolazioni -germaniche, che da loro erano state spinte verso l'occidente. Più tardi -Alarico era coi suoi Visigoti entrato per la Porta Salara; i Vandali, -gli Svevi, gli Alani avevano passato il Reno. Tuttavia le relazioni -degli Unni coll'Impero durarono lungamente abbastanza amichevoli, -avendogli essi più di una volta reso utili servigi, col mandare in -suo aiuto soldati, i quali combatterono accanto alle legioni. Questo -contribuì ad insegnar loro una parte della disciplina romana, al che -si aggiunse che, avendo Attila adoperato nell'amministrazione anche -qualche Greco e qualche Romano, potè renderla più ordinata. Certo è che -il suo regno s'era andato estendendo con una straordinaria rapidità, -aggregandosi nuovi popoli, i quali restavano sotto i propri capi, che -dipendevano da lui, divenendogli subito obbedienti e devoti. Un tale -processo d'ingrandimento pareva che si potesse continuare all'infinito -sino a che durava l'autorità del comandante supremo. E intanto, -secondo l'espressione del Thierry, la valle del Danubio somigliava ad -un immenso formicaio di popoli, rovesciato a un tratto. Essi facevano -da ogni lato, specialmente nell'Impero, escursioni minacciose, tanto -che Teodosio II ricorse all'uso, sempre frequente in Costantinopoli, -di pagare ad Attila un tributo, perchè insieme coi suoi restasse -tranquillo. Ma ciò dava invece pretesto a nuove minacce, perchè i -barbari solevano chieder sempre che il tributo venisse aumentato, e non -ottenendolo, tornavano ai saccheggi. - -Nel 445 Attila, dopo la morte del fratello Bleda, che forse da lui -stesso era stato fatto uccidere, si trovò solo alla testa degli -Unni. Per le sue selvagge crudeltà, egli è nella storia conosciuto -col nome di _Flagellum Dei_. Basso di statura, di testa grossa, naso -schiacciato, occhi piccoli, aveva il colore olivastro dei Tartari, -agitava lo sguardo feroce a destra ed a sinistra: v'era nel suo -incesso qualche cosa che gli dava veramente l'aspetto d'un dominatore -di popoli. Non si può dire però che fosse un genio militare, perchè, -oltre alle sue molte scorrerie, saccheggi e stragi, una sola grande -battaglia esso dette, e la perdè. Non mancò a momenti d'una certa -generosità, e quasi grandezza d'animo, per quanto ciò era possibile -in un barbaro come lui. Ma pur singolare assai dovette essere la sua -potenza di comandare e di organizzare, essendo riuscito ad aumentare -di molto i popoli che lo seguivano, fra i quali erano Gepidi, Alani, -Ostrogoti, Svevi. E si formò così uno dei più vasti regni conosciuti -nella storia. Secondo gli scrittori contemporanei infatti, il dominio -di Attila s'estendeva dalla Scandinavia alla Persia, e minacciando -Persepoli, confinava da una parte colla China, da un'altra coll'Impero. -In sostanza però questa era più che altro una vasta agglomerazione di -popoli indipendenti, sotto di lui confederati, e che a lui obbedivano, -quando sapeva secondarli nelle loro voglie di guerra e di rapina, dalle -quali egli stesso cavava profitto. Il potere effettivo e diretto lo -esercitava nella Transilvania e nell'Ungheria. Dovendo però contentare -e tenere occupate tutte queste genti irrequiete e feroci, egli fu per -diciannove anni, dal 434 al 453, come una spada di Damocle sull'Impero -d'oriente e su quello d'occidente, i quali perciò si trovarono -finalmente uniti contro il comune nemico. - -Ambasciatori andavano ed ambasciatori venivano da Costantinopoli e -da Ravenna alla Corte di Attila, e viceversa. Invano si cercava di -frenare le pretese sempre crescenti di quel barbaro, che si tirava -dietro così sterminata moltitudine di popoli. Sin dal 433 due oratori -erano stati mandati da Teodosio alla Corte degli Unni, sui quali -regnavano allora i due fratelli. Si presentarono ad Attila, che li -ricevette a cavallo, e neppur essi scesero di sella. Il resultato -dell'ambasceria fu, che bisognò rassegnarsi a raddoppiare il tributo, -che l'Impero d'oriente pagava. Ma non bastava; e non molto dopo Attila -richiedeva minacciosamente gli arredi sacri d'una città da lui presa, -sebbene fossero stati già impegnati per grossa somma di danaro. Il -più singolare pretesto di guerra fu però un altro. Onoria, sorella -di Valentiniano III, era stata nella sua età di sedici anni scoperta -in intrigo amoroso con un basso ufficiale della Corte di Ravenna, e -fu per punizione mandata dalla madre a Costantinopoli. Ivi il Palazzo -pareva divenuto un convento, e Teodosio II passava la vita raccogliendo -reliquie di santi, miniando manoscritti religiosi. Egli era sempre -dominato dalla sorella Pulcheria, che nel 421 gli aveva fatto sposare -Atenaide, figlia d'un filosofo greco, battezzata col nome di Eudocia. -Tutti della Corte passavano colà la vita in orazioni, salmi, visite -ai poveri, processioni; e però, quando Onoria vi giunse, si sentì -come chiusa in una carcere. Si narra che per disperazione ricorresse -allora allo strano partito di mandare il proprio anello ad Attila, -perchè venisse a liberarla, accogliendola fra le molte sue mogli. -Attila avrebbe dapprima fatto della singolare proposta il conto che si -meritava. Ma più tardi, quando voleva attaccar lite con l'Impero, se -ne valse di pretesto per chiedere non solo la mano d'Onoria, ma anche -l'eredità cui essa aveva, secondo lui, diritto. Nel 447 s'era avanzato -fin sotto le mura di Costantinopoli, obbligando colle minacce Teodosio -a triplicare il sussidio o tributo come lo chiamava. Ogni anno con -nuove ambascerie aggiungeva domande a domande, pretese a pretese. - -Fra queste ambascerie, ve ne fu una notevole fra tutte, perchè ne -abbiamo assai minuta e autentica descrizione da chi ne fece parte. Nel -448 arrivarono a Costantinopoli Edecone, che alcuni credettero padre -di Odoacre, il primo re barbaro in Italia, ed Oreste, padre di quel -Romolo Augustolo, che fu l'ultimo degl'Imperatori d'occidente. Essi -fecero varie domande, fra cui la restituzione d'alcuni Unni fuggitivi. -E mentre che di ciò si trattava, un eunuco della Corte, promettendo -danaro a Vigila, che era l'interpetre di quegli ambasciatori, fece, -per mezzo suo, la proposta di far uccidere Attila. Edecone finse -d'accettarla con animo però di rivelar poi tutto al suo Signore. -E intanto, perchè meglio rimanesse nascosta la tenebrosa trama, si -faceva, insieme cogli ambasciatori d'Attila, partir Massimino ed il -retore Prisco, quello che ci descrisse il viaggio, lasciandoli ambedue -affatto ignari della tenebrosa trama ordita accanto a loro. E ciò -perchè, ingannati, potessero inconsapevolmente ingannar meglio Attila. -Menavano con loro diciassette fuggitivi Unni che dovevano restituire. -Con essi, con Edecone, Oreste e Vigila traversarono paesi disertati -dalle ripetute scorrerie degli Unni, trovando il suolo sparso di ossa -e di teschi umani, e città quasi distrutte, nelle quali erano rimasti -solo pochi vecchi e malati abbandonati. Passato il Danubio, arrivarono -alla tenda di Attila, che tornava allora da una razzìa. Questi accolse -i donativi; ma, sdegnato nel veder soli diciassette fuggitivi, rimandò -indietro l'interpetre a chiedere gli altri, e invitò i due inviati -di Costantinopoli a seguirlo più oltre nel paese, là dove era il suo -palazzo, e dove avrebbe dato loro risposta. - -Così Massimino e Prisco s'avanzarono nell'Ungheria, traversando i fiumi -sopra alberi scavati o tavole connesse, e giunsero alla capitale unna. -Colà videro Attila che arrivava a cavallo, preceduto da fanciulle, le -quali cantavano canti nazionali; e passarono tutti sotto veli tenuti -distesi da altre giovanette. Il re si fermò a cavallo dinanzi alla -porta del suo primo ministro, la cui moglie uscì ad offrirgli cibo e -vino, mentre altri tenevano una tavola d'argento accanto a lui. Il -palazzo di Attila era come una grossa capanna costruita con tavole -di legno, non senza qualche eleganza. Intorno ad essa si vedevano -sparse le abitazioni delle sue varie mogli. Un solo edifizio di pietra -si trovava colà, ed era un bagno costruito da un Romano. Ma ciò che -v'ha di più notevole in questo singolarissimo viaggio, è il dialogo -di Prisco con un Greco, che era a servizio degli Unni, dei quali -aveva adottato il costume e gli abiti. — Qui, egli diceva, esaltando -i barbari, quando non c'è guerra, si gode una piena libertà. Ma voi -state male nella guerra e peggio nella pace. Chiamate gli stranieri -a difendere l'Impero, perchè i vostri tiranni non vi lasciano libero -neppure l'uso delle armi, e siete oppressi dal fisco, dalle spie, dalla -grande disuguaglianza: i ricchi sfuggono alle pene ed alle tasse, che -s'aggravano invece sul povero. Tutto dovete pagare, perfino chi difende -i vostri diritti. — Al che Prisco rispondeva: — Ciò dipende dalla -divisione del lavoro, e dal concedere a ciascuno la dovuta mercede. -Noi non possiamo, al pari di voi, ammazzare gli schiavi, ma cerchiamo -invece come padri correggerli. Le vostre pretese libertà si restringono -nel poter tutti andare alla guerra, senza disciplina. Abbiamo leggi -a difesa di ogni giusto diritto. È sacra per noi anche la volontà -dei morti, che possono per testamento lasciare a chi vogliono i loro -averi. — Ah! sì, esclamò piangendo il Greco, le leggi son buone, la -legislazione romana eccellente; ma chi le esegue, chi le rispetta? I -vostri governanti, non più degni dei loro antenati, spingono lo Stato -alla rovina. — - -Dopo aver visto Attila rendere sommaria giustizia dinanzi al suo -palazzo, i due inviati s'incontrarono cogli ambasciatori d'Occidente, -dai quali sentiron dire che esso si teneva padrone del mondo, voleva -comandare a tutto l'Impero, e si reputava invincibile, credendo -possedere la spada di Marte. Un contadino l'aveva scoperta, confitta in -terra, fra l'erba, andando dietro le tracce di sangue d'una sua bestia, -che vi s'era ferito il piede nel camminare. Finalmente assisterono ad -un gran banchetto nella sala del palazzo reale. Attila sedeva sopra -una specie di canapè, dietro cui erano scalini, che conducevano ad -un letto nascosto da cortine. Accanto a lui sedeva silenzioso il suo -primogenito, alla loro destra ed alla sinistra erano il primo ministro -Onégesh, ed un nobile Unno. «Così neppur questi posti furon serbati a -noi», osservava Prisco. Di fronte erano i figli del re; intorno alla -sala, lungo le mura di legno, stavano i convitati, ai quali fu portato -in giro del vino, e poi servito il cibo su piccoli deschi, ciascuno per -tre o quattro persone: su di essi erano piatti d'argento e coppe d'oro. -Attila invece, con grande semplicità, mangiava solo carne su piatti di -legno, e di legno erano anche le coppe. Nè l'elsa della sua spada, che -dietro di lui pendeva, nè la briglia del suo cavallo, nè i fermagli -dei suoi stivali erano, secondo il costume barbarico, ornati di pietre -preziose. Verso sera si cantarono, fra un generale entusiasmo, canzoni -in lode delle imprese di lui. E poi vennero buffoni, fra cui un Moro, -nano e gobbo, coi piedi torti, che fece ridere tutti, meno Attila, -il quale ne pareva piuttosto disgustato. Sebbene egli si dimostrasse -assai irritato, per aver saputo della trama contro di lui ordita, pure -gli oratori, che sinceramente negarono tutto, dopo lunghe trattative, -obbligandosi a pagar nuove somme di danaro, par che riuscissero -finalmente a concludere un accordo temporaneo. - -Nel 450 però lo stato delle cose mutò affatto. Teodosio moriva per una -caduta da cavallo, senza lasciar figli maschi. La moglie Eudossia era -da più tempo in esilio per accusa d'infedeltà. Successe la sorella di -lui Pulcheria con Marciano, soldato valoroso, avanzato in età, cui pel -bene dello Stato ella dette nome di marito, a condizione di non avere -nessun contatto con lui. Ed egli cominciò a governare, condannando -a morte l'eunuco Crisafio, che aveva ordito la trama segreta contro -la vita di Attila. Ciò fece credere che il nuovo Imperatore volesse -rendersi benevolo il re degli Unni. Ben tosto però si vide che egli -non era della tempra mite di Teodosio II, perchè quando Attila, con -le solite minacce, richiese il pagamento del tributo, rispose subito: -«Agli amici i doni, ai nemici il ferro.»[20] Così la guerra si poteva -ritenere ormai inevitabile. - -Attila si trovava allora nell'auge della sua potenza, alla testa -d'un formidabile esercito, che alcuni fanno ascendere a 500, altri -a 700 mila uomini. Tutto era pronto per mettersi in moto; bisognava -solo decidere se attaccar l'Oriente o l'Occidente. Ad attaccar -l'Oriente, che era più vicino, sarebbe stato necessario traversare -un paese già più volte saccheggiato, per trovarsi poi sotto le mura -di Costantinopoli, posizione fortificata, che avrebbe presentato -una formidabile resistenza, specialmente ora che Marciano era deciso -a difendersi. Inoltre un esercito barbarico come quello di Attila, -composto di genti assai diverse, se non vinceva nel primo impeto, -facilmente poteva disciogliersi. Nell'Occidente invece, sebbene più -lontano, tutto pareva che promettesse una facile vittoria agli Unni. -L'unico generale che vi fosse, era Ezio, valoroso di certo, ma stato -sempre in buoni termini con Attila, e più volte da lui aiutato. La -Gallia era occupata quasi tutta da barbari fra loro in discordia. -Una parte dei Franchi già incitava gli Unni a passare il Reno. Il -forte regno dei Visigoti era alleato dei Vandali, che promettevano di -secondare l'impresa di Attila con uno sbarco nella Gallia meridionale. -Pretesti di guerra a lui non mancavano mai. Chiese allora appunto non -solo la mano d'Onoria, che gli aveva mandato il proprio anello, ma -anche la parte d'Impero che le sarebbe, secondo lui, spettata in dote. -E quando gli fu risposto, che essa era già moglie d'un altro, disse che -lo avevano fatto per non darla a lui, e ordinò ai suoi di avanzare. - -Se non che, lo stato delle cose in Occidente era in realtà ben diverso -da quel che pareva, e che Attila credeva. Prima di tutto Teodorico -re dei Visigoti, uomo di molto valore, non che essere avverso ai -Romani, inclinava non poco ad essi. Egli, è ben vero, aveva data la -propria figlia in isposa al figlio di Genserico, e così s'era legato -con vincolo di sangue ai Vandali, nemici acerrimi del nome romano. Ma -Genserico, credendo o fingendo di credere, che la figlia di Teodorico -lo volesse avvelenare, l'aveva rimandata al padre, mutilata del naso e -delle orecchie. Così l'alleanza s'era mutata in nimicizia mortale, che -richiedeva una delle sanguinose vendette barbariche. Il generale Ezio -era stato amico degli Unni, ma si trovava in una posizione simile a -quella di Stilicone; anzi, se questi era stato un barbaro romanizzato, -egli era invece un Romano lungamente vissuto coi barbari. Non si poteva -quindi supporre che, quando l'Impero si fosse trovato in guerra cogli -Unni, Ezio potesse esitare, e non sentire scorrere nelle sue vene il -sangue romano. Ma v'era di più. Gli Unni, essendo di sangue e di razza -diversa affatto da quella dei Germani non meno che dei Romani; essendo -nomadi, pagani e poligami, la loro vittoria sarebbe stata un trionfo -della barbarie orientale, delle popolazioni turaniche e tartare sulle -ariane. Sarebbe stato come se i Persiani avessero vinto a Salamina, -o i Turchi a Lepanto. La storia del mondo avrebbe potuto non poco -mutare il suo cammino. In ciò stava la grande importanza storica della -prossima lotta. Tutto dipendeva ora dal sapere se i Visigoti erano di -ciò consapevoli, e se nell'interesse comune di razza e di civiltà, -si sarebbero uniti ai Romani. Ezio, per mezzo del suo amico Avito, -cittadino autorevolissimo dell'Impero, seppe indurli a stringere -l'alleanza. Lo scontro decisivo s'avvicinava a gran passi. - -Nel 451 Attila, passato il Reno, s'avanzava saccheggiando il paese, -trucidando gli abitanti, che sembravano incapaci di resistenza, salvo -in alcune poche città, nelle quali lo spirito religioso s'accendeva -contro la pagana barbarie. Dopo infatti che Metz e Rheims furono -desolate, santa Genoveffa riuscì ad animare la popolazione, assai -scarsa allora, di Parigi, che restò, come per miracolo, incolume. -Orléans, resa più tardi assai celebre dalla difesa di Giovanna d'Arco, -fece anche allora viva resistenza, per eccitamento del suo vescovo, -il quale, quando la vide d'ogni parte circondata, andò ad avvertire -Ezio, che non era possibile tener testa all'onda sterminata dei nemici -oltre il 24 giugno. E già la città era agli estremi, quando apparvero -gli eserciti riuniti di Teodorico e di Ezio, che obbligarono Attila -a retrocedere, per apparecchiarsi alla battaglia, la quale non molto -dopo ebbe luogo, fra Châlons sur Marne e Troyes. Anche questa seconda -città, che era aperta e poteva facilmente essere saccheggiata, fu salva -per opera del suo vescovo Lupo, il quale seppe in modo singolare, quasi -misterioso, imporre rispetto ad Attila. - -Questi, secondo il suo costume, prima di cominciar la grande battaglia, -fece consultar le viscere degli animali, e la risposta degli auguri -fu, che gli Unni avrebbero perduto, ma che il generale nemico sarebbe -morto. Ciò lo impensierì non poco; pure i due eserciti s'attaccarono -finalmente (451). Gl'Imperiali si schierarono, ponendo al centro gli -Alani, di cui non parevan molto sicuri. A destra erano i Romani, -comandati da Ezio; a sinistra i Visigoti, comandati da Teodorico. -Invece Attila stette al centro coi suoi Unni; a destra e sinistra -pose i popoli a lui confederati: i Gepidi e gli Ostrogoti erano di -fronte ai Visigoti. Questa battaglia, notevolissima per la sua storica -importanza, fu anche una delle più terribili che si ricordi. _Bellum_, -dice Jordanes, _atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile nullum -narrat antiquitas._ Ed aggiunge che il sangue versato fu tale e tanto, -che mutò in grosso e rosso torrente un vicino ruscello, _liquore -concitatus insolito, torrens factus est cruoris augmento_: e in esso -dovevano dissetarsi i feriti! I Visigoti si batterono con molto valore, -ma Teodorico perde la vita sul campo. Attila fece coi suoi sforzi -sovrumani, e pareva un leone ferito. Ma ben presto cominciò a dubitare -del resultato finale, tanto che aveva fatto apparecchiare un monte -di selle, per farsi su di esse bruciar vivo, se la fortuna gli fosse -stata veramente avversa. Jordanes afferma che in quel giorno morirono -162,000 combattenti, senza tener conto di 15,000 caduti in uno scontro -precedente. Idazio fa arrivare i morti a 300,000. Ciò dimostra la parte -non piccola, che in tutte queste notizie ebbe la fantasia, allora e -per molto tempo di poi. Una leggenda posteriore illustrata dalla poesia -e dalla pittura, aggiunge che, nella notte seguita alla battaglia, si -videro in cielo le anime dei morti affrontarsi, e cominciar di nuovo -a combatter fieramente fra di loro. Certo è che, sebbene l'esito -della battaglia non fosse stato veramente decisivo, pure Attila si -ritirò. E così, essendo morto Teodorico, si potè affermare che la -profezia fatta dagli auguri si era avverata. Il merito principale del -felice resultato fu certo di Ezio, che, oltre all'essersi mostrato -soldato assai coraggioso e di gran valore strategico, era riuscito ad -assicurare all'Impero l'alleanza dei Visigoti. Ma pareva fatale che il -suo destino dovesse sempre somigliare a quello di Stilicone. Infatti, -non avendo egli inseguito Attila, subito si disse che tradiva, che -non voleva la totale distruzione dei nemico, per non lasciar divenire -ancora più potenti i Visigoti, i quali avevano, secondo lui, già -troppo contribuito alla vittoria. La verità è invece, che i Visigoti -proclamarono sul campo stesso di battaglia il successore di Teodorico -nella persona di Torismondo, che dovè subito ritirarsi nel suo regno, -per rafforzare la propria posizione già assai incerta e combattuta. -Così non era facile allora misurarsi nuovamente con Attila, il quale -dapprima, non vedendo che lo inseguivano, temette di qualche agguato; -ma poi, fattosi anime, ripassò il Reno, e si ritirò nella Pannonia, per -riordinare i suoi ed apparecchiarsi a nuove imprese. - -Pareva che egli meditasse ora d'andare a Roma, giacchè s'avanzò subito -verso l'Italia, e nel 452 era già sotto le mura d'Aquileia, dove -trovò una così tenace resistenza, che stava per levare, scoraggiato, -l'assedio. Narra però la leggenda, che in quel momento appunto vide -alcune cicogne le quali, volando coi figli, abbandonavano la città; il -che gli fece capire che dentro le mura non c'era più cibo per nessuno. -Sospese quindi l'ordine di ritirata, e poco dopo la città si arrese -a lui, che la distrusse a segno tale da lasciarne appena le vestigia. -Altino, Concordia, Padova sopportarono la stessa sorte; altre terre si -salvarono dalla distruzione, aprendo le porte e sottomettendosi, senza -resistenza, al saccheggio. - -Questi sono i fatti che fecero in Italia dare ad Attila il nome di -_Flagellum Dei_, e spinsero i profughi d'Aquileia e delle vicine -città a riparare nella laguna veneta, dove fu così fondata la città -di Venezia, unica al mondo per la sua storia, la sua posizione e -la sua incantevole bellezza. Molti fiumi, come l'Adige, la Brenta, -la Piave, il Tagliamento, il Po ed altri, a breve distanza, l'uno -dall'altro, sboccando nel mare Adriatico, e quasi tutti, eccettuato il -Po, scendendo rapidamente dai monti vicini, portano sassi che, secondo -la grossezza ed il peso, si arrestano più o meno lontano dalla riva. -Così si formarono prima la Laguna, e poi il Lido, che costituisce -dalla parte del mare come un forte antemurale, superato il quale, può -navigare nella Laguna solamente chi ne è assai pratico. Tutto questo -costituisce come una grande fortezza naturale, a sicura guardia delle -isole che vi sono sparse. Su di esse i profughi italiani, per salvarsi -dalle orde finniche degli Unni, fondarono la città che, come osserva -l'Hodgkin, doveva più tardi eroicamente difendere l'Europa contro i -Turchi. - -Nulla pareva che potesse ora fermare l'avanzarsi di Attila verso -Roma. Se non che il suo numeroso esercito, che tutto distruggeva, -facendo intorno a sè il deserto, cominciava a soffrire la fame, e ad -essere decimato dalle malattie. Ezio, è vero, non s'era anche mosso, -di che molti lo accusavano; poteva però da un momento all'altro -apparire. L'imperatore Marciano non solo prometteva di mandare aiuti da -Costantinopoli, ma pareva accennare a volere esso stesso direttamente -attaccare le terre degli Unni. Tutto ciò poneva naturalmente non poca -incertezza nell'animo di Attila. Pagano, barbaro e feroce, egli era -anche superstizioso. Il nome stesso dell'Impero metteva a lui, come -a molti dei barbari, una specie di spaventoso terrore, e la fine di -Alarico gli era sempre presente. La religione cristiana, a cui egli -non credeva, ma che pure, pel numero grande de' suoi credenti e per -la sua propria natura, esercitava su tutti una straordinaria azione, -anche a lui ispirava un'istintiva, misteriosa, irresistibile reverenza. -A coloro che in nome di essa autorevolmente gli parlavano, pareva che -non sapesse più che cosa rispondere: restava confuso. E fu quando era -in queste disposizioni d'animo, che gli venne annunziata una solenne -ambasceria, arrivata da Roma, e della quale facevano parte l'ex-console -Avieno, l'ex-prefetto Trigezio. La guidava lo stesso capo venerabile -della cristiana religione, il successore di Pietro, il rappresentante -di Dio sulla terra, Leone I, il vescovo di Roma, l'uomo forse più -grande in quel secolo. - -Nato da genitori romani, egli univa al suo spirito altamente cristiano -l'antico spirito di Roma. Da questa unione nasceva e si determinava in -lui per la prima volta chiaramente il concetto della chiesa universale -cristiana, quale possiamo leggerlo anche oggi formulato ne' suoi -discorsi. «S. Pietro e S. Paolo sono, egli diceva, i Romolo e Remo -della nuova Roma, tanto superiore all'antica, quanto la verità è -superiore all'errore. Se Roma antica fu alla testa del mondo pagano, S. -Pietro, il principe degli apostoli, venne ad insegnar nella nuova Roma, -perchè da essa si diffonda sulla terra la luce del Cristianesimo.» -Questo concetto ricorre continuamente nei suoi discorsi semplici, -chiari, precisi, pieni di senno pratico. Essi non hanno nulla della -passionata sottigliezza teologica dei Greci, anzi non si occupano -di teologia. Parlano assai poco dei santi e della Vergine, molto -invece di Gesù Cristo; raccomandano la carità, condannano l'usura. E -quando le questioni teologiche si presentavano inevitabili, egli non -disputava, ma, con uno sguardo sempre sicuro, vedeva quale, fra le -opposte dottrine, era destinata a trionfare nell'interesse della fede -e della Chiesa, e la proclamava senza esitare. Non fu solo una grande -intelligenza, ma sopra tutto un grande carattere. Mirabile è l'energia, -la fermezza incrollabile di volontà, con la quale, in mezzo alla -tumultuosa, disordinata agitazione di quel secolo, sostenne l'unità e -l'autorità della Chiesa di Roma, fondata da S. Pietro, che solo ebbe da -Dio la facoltà di legare e di sciogliere, e solo poteva trasmetterla -ai suoi successori. Intorno ad essa vuole raccogliere tutto il mondo -cristiano. «L'autorità regia e la ecclesiastica debbono, egli diceva, -procedere d'accordo. La prima è data all'Impero per reggere i popoli -e difendere la Chiesa, alla quale è affidato il governo delle anime. -Esulta, o Roma, festeggia i natali di S. Pietro e S. Paolo, pei quali -da maestra d'errore sei fatta discepola di verità, e messa alla testa -del mondo, per tenere con l'opera della religione più alta ancora la -tua dignità.» E questi pensieri non solo riempiono i suoi discorsi, -i suoi scritti, ma animarono tutta quanta la sua vita, formarono, -costituirono il suo carattere; lo misero al di sopra di tutti i -suoi contemporanei. Leone I lavorò continuamente per sottomettere -all'autorità del Papa, come capo della Chiesa romana i vescovi non -solo dell'Occidente, ma quelli anche della Chiesa d'Oriente. È ben -vero che, fin da quando il Concilio di Sardica (344) sottopose alla -decisione di Roma la questione sorta in Oriente per la deposizione di -Atanasio, i Papi cercaron sempre di fondare su questo caso speciale un -diritto generale a favore dell'autorità superiore della Chiesa romana. -Ma Leone I dedicò la vita intera a far riconoscere, a porre in atto -questo principio, ed in parte vi riuscì, avendo investito in nome di -S. Pietro un vescovo della Macedonia; il che voleva dire estendere la -sua autorità ecclesiastica in tutta la Prefettura dell'Illirico, anche -in quella parte di essa che apparteneva all'Oriente. Così apparecchiò -l'avvenire, entrando per la via che doveva essere costantemente -percorsa dai suoi successori, fino al raggiungimento dello scopo -prefisso, di fare cioè di Roma la capitale della Chiesa universale. -Ed è singolare davvero l'osservare come tutta la storia posteriore -del Papato si trovi già quasi in germe nella mente superiore e nella -volontà incrollabile di questo grande vescovo, e che da esso si vada -lentamente svolgendo attraverso i secoli. - -Era questi appunto l'uomo, il quale, animato da quella fede inconcussa -che nulla teme, si presentò ad Attila, alla testa dell'ambasceria -venuta da Roma, come il vero rappresentante della Città eterna, la -personificazione vivente della Chiesa universale, e della sola vera -religione, con la ferma persuasione che tutti ad essa, volenti o -nolenti, dovevano obbedire. L'incontro ebbe luogo nella state del 452, -presso Peschiera. Nessuno sa che cosa il Papa veramente dicesse ad -Attila. Certo è che, dopo il colloquio, con generale maraviglia, questi -si ritirò. Qual parte abbiano avuto a promuovere una tale risoluzione -le parole e l'autorità del Papa, quale invece v'abbiano avuto lo stato -generale delle cose, e le condizioni difficili in cui l'esercito unno -si trovava allora, non è possibile dirlo. - -La leggenda s'impadronì del fatto, dando tutto il merito a Leone I. -Alludendo a lui ed al vescovo Lupo, che gl'impedì di saccheggiare -Troyes, Attila avrebbe detto: Io so vincere gli uomini; ma un leone -ed un lupo hanno saputo conquistare il conquistatore. Un'altra di -queste leggende fu resa immortale dal pennello di Raffaello, il quale -ci rappresentò nelle sale vaticane Attila spaventato al vedere dietro -del Papa, che tranquillamente s'avanza a cavallo e gli fa segno -di retrocedere, S. Pietro e S. Paolo librati in aria, colle spade -sguainate e fiammeggianti. Ma quello che rese ancora più singolare, -circondandola di maggiore mistero, la ritirata di Attila, fu il fatto -che, avendo poco dopo sposato una nuova moglie, finito appena il lauto -banchetto nuziale, venne soffocato da una emorragia. Quella stessa -notte l'imperatore Marciano disse d'aver visto in sogno l'arco di -Attila spezzato. Gli Unni deposero nelle pianure d'Ungheria, sotto una -tenda, il corpo del loro eroe, tagliandosi il viso col ferro, perchè -vi scorresse sangue invece di lacrime. E intorno alla tenda correva -rapidissima una squadra di cavalieri, cantando canzoni nazionali, -le quali celebravano le doti dell'estinto, e deploravano che fosse -morto, non per mano nemica, non in mezzo ai pericoli di guerra, ma fra -i piaceri e la gioia; e quindi non v'era contro chi vendicarlo.[21] -Per gl'Italiani Attila restò sempre il _Flagellum Dei_, e tale ce -lo rappresentano le loro leggende. Quelle degli Ungheresi, degli -Scandinavi e anche dei Teutonici ne esaltano invece le gesta. Dopo -la improvvisa sua morte, il vastissimo regno si decompose e scomparve -colla stessa rapidità con cui s'era formato. - -Se l'ambasceria di papa Leone è il primo fatto che ci renda visibile -la enorme potenza morale che andava assumendo il Papato, la battaglia -contro gli Unni, che fu chiamata di Châlons, quantunque avvenuta -assai lungi da questa città, fu a giusta ragione considerata come -l'ultimo fatto eroico dell'Impero di Roma. La vittoria essendo stata -attribuita al generale Ezio, questi fu tenuto come il salvatore -dell'Impero, sebbene non si fosse poi fatto vivo quando gli Unni -s'avanzarono in Italia. Certo esso era un gran capitano, di valore -strategico singolare, di straordinaria forza muscolare: era perciò -instancabile nel lavoro, che pareva gli aumentasse energia, come si -legge nel suo panegirico. Ma la grande fortuna che ebbe e gli eminenti -servigi che rese all'Impero, ne aumentarono l'ambizione a segno tale, -che voleva farla addirittura da padrone, e si rese quindi sempre più -insopportabile a Valentiniano III, il quale era senza figli maschi, e -gli aveva promesso in isposa la propria figlia. Ma ora che non aveva -più la paura degli Unni, divenuto orgoglioso e intollerante, mandava in -lungo l'adempimento della fatta promessa, per la quale Ezio insisteva -con tale alterigia, che l'Imperatore meditò di liberarsene, come -Onorio s'era liberato di Stilicone. Verso la fine del 454 lo invitò -al suo palazzo in Roma, e quando egli tornò ad insistere sul promesso -matrimonio, Valentiniano gli saltò addosso ferendolo colle proprie -mani, ed aiutato subito da sicari ivi apprestati, lo finirono. Procopio -racconta che, avendo l'Imperatore chiesto ad un Romano, se credeva che -avesse fatto bene o male a disfarsi di Ezio, gli fu risposto: — Se bene -o male non saprei; certo è però che con la sinistra voi avete tagliato -la vostra destra. — E così fu veramente. - -L'anno seguente Valentiniano venne ucciso nel Campo Marzio, mentre -guardava i giuochi atletici, da due soldati, i quali vollero vendicare -il loro generale, ed uccisero poi anche l'eunuco Eraclio, che aveva -ordito il tradimento, facendo la parte stessa di Olimpio contro -Stilicone. Con Valentiniano si estinse affatto la dinastia di Teodosio, -la quale aveva governato settantaquattro anni in Oriente (379-453), -e sessantuno in Occidente (394-455). Cominciava così per l'Impero -un'epoca nuova, la quale si può dir veramente il principio della fine. -Già la rapida decomposizione cui esso andava incontro appariva sempre -più chiara nello straordinario potere politico, che erano andate -assumendo le donne da un lato, i generali dall'altro. Dopo la morte -d'Arcadio aveva di fatto governato Pulcheria, la quale ridusse la Corte -ad un convento, e prese poi a compagno Marciano, che era un capitano -valoroso. In Occidente aveva lungamente governato Placidia, e sotto di -lei erano divenuti potentissimi Bonifazio ed Ezio, il quale ultimo, -rimasto solo, divenne onnipotente fino a che non fu levato di mezzo -a tradimento. Colla estinzione della casa di Teodosio quei generali -simili a capitani di ventura divennero sempre più frequenti nell'Impero -d'occidente, e ne affrettarono la precipitosa rovina. Intanto ora la -sede di esso era vacante, ed i Vandali s'avanzavano minacciosi, facendo -escursioni continue nella Sicilia, nella Corsica, nella Calabria e più -oltre ancora, senza che qualcuno fosse in grado di opporvisi. - - - - -CAPITOLO X - -Massimo Imperatore — I Vandali saccheggiano Roma — Ricimero, Oreste ed -Augustolo - - -Nel marzo 455 venne eletto imperatore Petronio Massimo, senatore -romano, che era già stato Console e Prefetto: un uomo di circa -sessant'anni, ritenuto avverso alla dinastia di Teodosio, e però a -molti assai poco gradito. Questo malumore venne aggravato dal fatto che -egli accolse subito fra i suoi protetti i due uccisori di Valentiniano, -il che fece nascere il sospetto che avesse tenuto mano all'assassinio, -di cui ora profittava. S'aggiunse che volle per forza sposare la -giovane Eudossia, la quale aveva soli trentaquattro anni; era figlia -di Teodosio II, vedova di Valentiniano III, ed avversissima ad unirsi -con un vecchio, creduto assassino del proprio marito. Tutto ciò fece -al solito nascere la leggenda che, per vendetta, ella avesse invitato -a venire in Italia i Vandali, i quali allora presero e saccheggiarono -Roma. Ma questa notizia, che è data da Procopio, è ignota affatto ai -contemporanei, o è ricordata da qualcuno di essi con un semplice _si -dice_. Il tempo che sarebbe corso fra la chiamata e la venuta dei -Vandali è troppo breve, per potere dar fede alla leggenda. Il dubbio -è poi confermato anche dal fatto, che Eudossia non fu risparmiata, -ma venne menata in Africa, prigioniera colle due sue figlie. In ogni -modo neppure qui v'è bisogno di artificiose spiegazioni, giacchè -l'invito d'avanzarsi veniva ai Vandali, che già più volte avevano fatto -scorrerie sulle coste dell'Italia meridionale, dallo stato d'anarchia -in cui si trovava adesso Roma, priva d'ogni mezzo di difesa, incapace -affatto di qualunque resistenza. I Vandali, uniti ai Mori d'Africa, -coi quali avevano ingrossato il loro esercito, erano divenuti una -specie di pirati, che mettevano terrore nel Mediterraneo; e le loro -selvagge crudeltà venivano esagerate dalla leggenda. Si raccontava, -fra le altre cose, che quando non potevano subito prendere una città, -facevano strage nel contado, accumulando i cadaveri sotto le mura di -essa, perchè vi scoppiasse la peste, che obbligava poi la popolazione -ad arrendersi; come se in questo caso non sarebbero stati essi i -primi a soffrirne. Certo è che distruggevano le chiese, trucidavano o -pigliavano prigionieri i prelati, i vescovi: spesso anche li menavano -schiavi. La parola _vandalismo_ è perciò rimasta nel linguaggio comune. - -Per tutte queste ragioni, quando si seppe che i Vandali erano alle -bocche del Tevere, vi fu a Roma come un timor panico, non avendo -l'imperatore Massimo provveduto a nulla addirittura per la difesa -delle mura. Egli non seppe far altro che dichiarare di lasciar libero -chiunque volesse abbandonare la Città, apparecchiandosi egli stesso -alla fuga. Ma di fronte a questa condotta vigliacca lo sdegno del -popolo romano fu così grande, che ne scoppiò un tumulto violentissimo. -L'Imperatore venne ucciso, ed il suo cadavere, fatto a brani, con -grida feroci d'imprecazione fu portato in giro per le vie, e poi -gettato nel Tevere. Intanto la Città restava senza Imperatore, senza -governo e senza difesa, contro un barbaro nemico, che rapidamente -s'avanzava. Il disordine e l'anarchia furono al colmo. V'erano amici -della dinastia teodosiana, che maledicevano l'elezione di Massimo; -pagani, che si rivolgevano agli antichi Dei; cattolici, che di ciò -restavano inorriditi, e prevedevano la vicina vendetta di Dio; barbari -soldati in armi, i quali, essendo ariani, invece d'apparecchiarsi alla -difesa, stavano a guardare che cosa stessero per fare i Vandali, ariani -anch'essi. - -In mezzo a questo spaventoso disordine, una sola voce si alzò ferma, -dignitosa, sublime, e fu anche questa volta quella di Leone I. In uno -de' suoi più celebri discorsi, fatto nel giorno di S. Pietro e S. -Paolo, egli esclamava: «Umilia il dirlo, ma non si può tacere, che -si ricorre adesso più ai demoni ed agl'idoli, che agli Apostoli, e -più attenzione si presta ai nuovi spettacoli che ai beati martiri. -Ma chi difende, chi salva questa Città, i giuochi del circo o la -fede nei Santi? Tornate al Signore, intendendo le cose mirabili che -Esso ha operato per noi, riconoscendo la nostra libertà non già, -secondo l'opinione degli empi, dalla influenza degli astri, ma dalla -misericordia dell'onnipotente Iddio, che s'è degnato di mitigare -il cuore dei furenti barbari.» Questo discorso, che secondo alcuni -(Papencordt) si riferisce appunto alla venuta dei Vandali, e secondo -altri (Baronio e Milman) alla invasione degli Unni, ci descrive in -ogni modo qual'era in Roma, nella metà del secolo quinto, lo stato -degli animi, e quale la condotta del Papa. Anche questa volta Leone -I fu il solo che osò uscire dalla Città per affrontare i barbari; ma -con Genserico non potè ottenere lo stesso resultato che aveva avuto -con Attila. I Vandali, insieme coi Mori anche più selvaggi, erano già -vicini alla Città eterna, assetati di preda e di sangue. Fu tuttavia -promesso che le chiese cristiane non sarebbero state bruciate, che -sarebbe stata risparmiata la vita di coloro che non avessero fatto -resistenza. - -Pochi giorni dopo la morte di Massimo, i Vandali entrarono in Roma -(giugno 455), aiutati, a quanto pare, dal tradimento d'un barbaro -ariano, che avrebbe insegnato loro la via più facile. Per quattordici -giorni la Città andò a sacco; e tutto ciò che avevano di prezioso -il palazzo imperiale e i tempii pagani fu messo sulle navi e portato -via: oro, argento, pietre preziose, un gran numero di statue greche -e romane. Lo stesso si fece nella Campania. Furono imbarcati anche i -sacri e venerati arredi, che dal tempio di Gerusalemme erano stati -portati in trionfo a Roma, e che si vedono ancora oggi scolpiti -sull'Arco di Tito. Sebbene questo fatto sia stato messo in dubbio, esso -trova conferma nel racconto di Procopio, il quale narrò più tardi, che -Belisario li tolse in Africa ai Vandali, e li portò a Costantinopoli. -Certamente si può credere che la rovina generale di Roma per opera dei -Vandali, quale alcuni la descrivono, sia esagerata, come è provato -dal fatto che, dopo la loro partenza, la Città si trovava tuttavia -piena di chiese e di monumenti splendidi. Ma è certo pure, che dai -tempi di Brenno in poi, essa non aveva sopportato mai uguale sventura -e vergogna. Insieme colle statue, coi metalli e colle pietre preziose, -i Vandali portaron via moltissimi prigionieri, la più parte dei quali -ridussero in ischiavitù. E fra questi prigionieri v'erano, oltre un -gran numero di religiosi, anche l'ex-imperatrice Eudossia con le due -figlie Eudocia e Placidia. La prima di esse venne poi da Genserico -data in isposa al suo figlio Unnerico, che così mescolava il sangue -vandalico con l'imperiale; la seconda invece fu con la madre tenuta -sette anni in onorevole prigionia, per essere finalmente rimandate -entrambe in Costantinopoli all'imperatore Leone, che da lungo tempo le -richiedeva. Tutti gli altri prigionieri vennero divisi come schiavi -fra i barbari conquistatori, separati i genitori dai figli, i mariti -dalle mogli. Grandi furono le loro sofferenze, alleviate solo dalla -carità veramente eroica del vescovo Deogratias in Cartagine. Egli -trasformò le chiese in ospedali per i prigionieri ammalati; vendette -gli arredi sacri d'oro o argento, i vasi preziosi, per comprare e -liberare gli schiavi, riunire i figli ai genitori, i mariti alle mogli. -La sua chiesa divenne l'infermeria generale, nella quale egli, vecchio -com'era, assisteva giorno e notte i malati, fino a che ne morì di -fatica e di stento. I suoi fedeli lo seppellirono allora devotamente -in luogo segreto, per metterlo al sicuro dalle violenze ingiuriose dei -barbari. E così, in mezzo alla spaventosa rovina del mondo romano, solo -i rappresentanti della religione e della Chiesa sapevano dar prova -di umana dignità e di eroica grandezza. Certo è che col sacco dato -dai Vandali, l'antica Roma è caduta, la nuova già comincia a sorgere, -facendo prova d'una grandezza diversa, ma non meno ammirabile. La -gloria del Campidoglio più non esiste, comincia quella del Vaticano. - -Lo sgomento in cui rimase l'Italia, dopo la partenza dei Vandali, fu -tale, che per alcuni mesi essa non pensò punto ad eleggersi un nuovo -Imperatore. Se ne occupò invece il re dei Visigoti, Teodorico II, il -quale, secondato dall'aristocrazia gallo-romana, radunata in Arles, -e dall'esercito romano, fece eleggere Avito, che nel luglio del 455 -assunse la porpora. Questi era un nobile dell'Auvergne, valoroso -soldato di Ezio, che per mezzo suo era riuscito a concludere l'alleanza -dei Visigoti coi Romani contro Attila. Ma la sua elezione, come quella -che rappresentava la prevalenza della provincia e dei barbari, piacque -poco a Roma ed al Senato, sebbene venisse approvata a Costantinopoli. - -Il pericolo maggiore per tutto l'Occidente, veniva adesso dai Vandali; -e perciò contro di essi Avito mandò il valoroso generale Ricimero, -figlio di padre svevo e di madre gota, il quale era loro acerrimo -nemico, e si mosse subito a combatterli. Nel 456 ottenne contro di essi -una clamorosa vittoria, secondo alcuni nelle acque della Sardegna, -secondo altri, della Corsica; ma in verità par che si combattesse -presso l'una e presso l'altra isola. Questa vittoria fece di Ricimero -un uomo più potente dello stesso Imperatore. - -Egli si trovò a un tratto nella condizione medesima di Stilicone e di -Ezio. Se non che, fatto accorto dalla esperienza del passato, pensò -di non lasciarsi, come era seguito ad essi, disfare dagl'imperatori; -ma invece disfarsi egli di loro appena che li vedeva divenire a lui -pericolosi. E così, l'un dopo l'altro, ne mandò via dal mondo quattro, -sostituendoli con sue creature, alle quali serbava sempre la stessa -sorte. E fu questo il processo della finale distruzione dell'Impero -d'Occidente, che, per mezzo appunto di Ricimero, passò definitivamente -in mano dei barbari. Ciò avvenne non solo perchè un generale barbarico -come lui faceva e disfaceva a sua posta gl'imperatori, ma ancora -perchè, lasciando egli correre più mesi tra la morte dell'uno e -l'elezione dell'altro, l'Occidente restava qualche tempo senza un -proprio sovrano. E questi lunghi interregni finirono col persuadere, -che si poteva facilmente fare a meno di un Imperatore, sostituendovi un -barbaro, ciò che avvenne poi con Odoacre, che assunse il potere in suo -proprio nome. - -Primo a subire il duro destino che Ricimero serbava ai suoi eletti, -fu Avito. Quando egli s'avvide che a Roma non trovava favore, che il -barbaro faceva da padrone, si sentì come mancare il terreno sotto i -piedi, e pensò d'andarsene nella Gallia, dove era stato eletto, per -raccogliere colà un esercito e tornare con esso in Italia, sperando -così di potersi meglio raffermare sul trono. Ma questo suo intendimento -accrebbe invece le antipatie dei Romani, ai quali non poteva certamente -piacere il vederlo andare a cercare aiuto nella provincia, diffidando -della capitale. E nell'ottobre del 456 Ricimero potè arrestarlo a -Piacenza, costringendolo poi a prendere la tonsura ed a farsi vescovo. -Il potere imperiale si trovò allora nelle sue mani, fino a che egli non -si decise a far eleggere un successore. - -Uno stato di cose affatto simile si riproduceva quasi -contemporaneamente in Costantinopoli, per arrivare però ad opposti -resultati. Dopo la morte di Marciano, si poteva dire anche in Oriente -estinta ogni traccia della dinastia di Teodosio. Il potere effettivo -cadde del pari nelle mani d'un generale barbarico, Aspar, il quale era -ariano e comandava i soldati goti. Ciò nonostante, egli fece eleggere -imperatore Leone I, valoroso soldato della Dacia, ortodosso, che fu -acclamato dall'esercito il 7 febbraio 457. Questi assunse la porpora e -fu consacrato dal patriarca di Costantinopoli, consacrazione che era -un fatto assolutamente nuovo. Si volle forse con essa supplire alla -mancanza d'ogni titolo ereditario. Non parendo che bastasse la sola -acclamazione dell'esercito, si dette alla Chiesa un'autorità che essa -non aveva mai avuta in passato, e della quale seppe meravigliosamente -profittare nell'avvenire. Se ne avvantaggiò intanto il nuovo -Imperatore, che ben presto dimostrò di essere un uomo atto più a -disfare gli altri che a lasciarsi disfare. - -Vedendo che l'Italia dal 456 ai primi mesi del 457 era rimasta senza -imperatore, egli propose che s'eleggesse Giulio Valerio Maioriano. -Questi era stato un altro valoroso soldato di Ezio, era amico di -Ricimero; e dopo aver con onore combattuto i Vandali, l'aveva aiutato -a deporre Avito, ricevendone in compenso la nomina di _Magister -militum_. La proposta della sua elezione fu subito accolta con favore, -non tanto da Ricimero, che in sostanza pareva più che altro piegarsi -per prudenza alla volontà di Leone I, quanto dai Romani e dal Senato, -i quali, dopo un imperatore straniero come Avito, ne vedevano assai -volentieri uno che tenevano dei loro. E così il 1º di aprile, presso -Ravenna, Maioriano prese la porpora, e subito dopo scrisse al Senato -una lettera nella quale, con un linguaggio degno degli antichi tempi -di Roma, assicurava che la giustizia, la virtù, la lealtà avrebbero -sotto di lui trionfato. E fece quanto potè per mantenere la promessa. -Cercò di sollevar le province dalle troppo gravi tasse, sopra tutto -dagli arbitrii del fisco, che le rendeva ancora più incomportabili; e -tutte le sue leggi furono ispirate da questi nobili sentimenti. Egli -sapeva d'essere stato messo sul trono con uno scopo più militare, che -politico; appoggiandosi quindi al Senato ed ai Romani, cominciò col -tenere a freno le province, sopra tutto i Visigoti, verso i quali die' -prova di grande energia in una spedizione che fece nella Gallia. - -Il pericolo dominante erano però sempre i Vandali. A combatterli, -nell'interesse dell'Occidente e dell'Oriente, egli s'apparecchiò per -tre anni continui, cercando di mettere insieme un poderoso esercito, -che venne ingrossato ancora cogli aiuti mandati da Costantinopoli. -Apparecchiò una flotta di 300 navi, essendo suo intendimento andare -nella Spagna, e di là passare poi in Africa. Ma le difficoltà furono -assai maggiori che non pensava. Ricimero sembrava starsene a guardare -senza aiutarlo; i Visigoti nella Spagna gli si mostravano avversi. -Genserico, sempre minaccioso e forte, devastò la costa africana, perchè -il nemico non vi trovasse vettovaglie, ed avvelenò anche l'acqua dei -pozzi. Ma quello che è più, riuscì a forza d'astuzie e di tradimenti ad -impadronirsi d'una parte della flotta di Maioriano, ed a distruggerne -il resto. Se questi fosse riuscito nella sua impresa contro i Vandali, -sarebbe certo divenuto potentissimo, ed avrebbe annullato la forza e -l'autorità di Ricimero. Ma successe invece il contrario: fu vinto, -e dovette ritirarsi umiliato. Traversando la Gallia, venne poco a -poco abbandonato dai suoi alleati; e giunto al di qua delle Alpi, -colla propria guardia, fu il 2 agosto del 461, a Tortona, affrontato, -disfatto ed ucciso dai soldati di Ricimero, che di nuovo restò solo -padrone in Italia. - -Nel novembre egli fece eleggere Libio Severo, che stette quattro -anni sul trono; ma di lui non si sa nulla, giacchè par che Ricimero -continuasse a farla da padrone. Genserico intanto, il quale non aveva -mai dimenticato la rotta che da questo aveva avuta nel '56, cercava -ora di rendergli avverso Leone I, con la speranza, dopo averli prima -o poi separati del tutto, di riuscire a far eleggere in Occidente -un imperatore di suo gradimento. A tal fine aveva già mandato a -Costantinopoli Eudossia con la figlia. Ma Ricimero sapeva anche -giocare d'astuzia; e quando dopo la morte di Severo (novembre 465) -l'Italia era restata diciotto mesi senza imperatore, e Leone I mostrò -desiderio che venisse eletto Procopio Antemio, egli, pigliando la -palla al balzo, lo fece subito eleggere (467), e poco dopo ne sposò la -figlia. Così l'Oriente e l'Occidente si trovarono invece nuovamente -alleati, e si cominciarono insieme grandi apparecchi di guerra, per -farla una volta finita coi Vandali. Si narra che a Costantinopoli -raccogliessero 130,000 libbre d'oro e mille navi, che partirono con 100 -mila uomini nella primavera del 468. A questa impresa però, con tanta -cura apparecchiata, nocque assai l'attitudine ostile dei due generali -barbari, onnipotenti l'uno a Roma, l'altro a Costantinopoli. Essi -temevano che la vittoria aumentasse, a loro grave danno, l'autorità -dei due Imperatori. E quindi Ricimero colla sua opposizione fece sì che -Maioriano mandasse poca gente all'impresa, alla quale Aspar metteva dal -suo lato più ostacoli che poteva. Fu lui che appoggiò l'infelice idea -d'affidare la direzione della guerra a Basilisco, affatto incapace, -ma fratello della imperatrice Verina che lo aveva proposto. E così, -nonostante il numero preponderante ed il valore grandissimo dimostrato -dai soldati romani, l'impresa andò a male, per gl'inesplicabili -errori commessi dai generali, sopra tutto da Basilisco. La pubblica -fama accusò di tradimento Aspar e più ancora Ricimero, il quale in -un momento decisivo avrebbe, così almeno si diceva, impedito che -andassero in Africa i rinforzi, necessari ad assicurare il resultato -dell'impresa. - -Le conseguenze di questa guerra furono molte e gravi. L'orgoglio dei -Vandali ne crebbe a dismisura, l'Oriente ne sentì il danno finanziario -per moltissimi anni; ma quello che è più, le relazioni tra Leone -I ed Aspar s'inasprirono per modo da rendere inevitabile un'aperta -rottura. Aspar andava da un pezzo divenendo sempre più insolente. -S'era fatto promettere, che uno de' suoi figli sarebbe stato assunto -dall'Imperatore a compagno nel governo, e più volte richiese con modi -poco rispettosi l'adempimento della promessa. Queste sue pretese -destavano nella popolazione vivissimo scontento anche perchè egli -era ariano. S'abbandonò poi a una vita dissoluta, e nell'ultima -guerra aveva, come vedemmo, per sua colpa messo a gravissimo pericolo -l'Impero. A tutto questo s'aggiungeva che egli non aveva nè l'audace -energia, nè il valore di Ricimero; che Leone I non era uomo da -rassegnarsi a rimanere strumento passivo nelle mani d'un suo generale; -e i barbari non potevano mai sperare d'acquistare in Oriente la forza -che avevano in Occidente. Consapevole di tutto ciò, l'Imperatore -aumentò nel suo esercito il numero degl'Isaurici, montanari -indipendenti e valorosi del Tauro. Con essi cominciò subito a porre -un argine alla prepotenza dei Goti e degli altri soldati germanici; -e quando nel 471 gli parve giunto il momento opportuno, per mezzo di -questi suoi nuovi soldati, e di Tarasicodissa loro capo, che poi gli -successe nell'Impero col nome di Zenone, fece uccidere Aspar. Ordinò -anche l'uccisione dei tre figli di lui; ma uno si trovava lontano, -un altro si riebbe dalle ferite avute, e quindi ne morì uno solo. Per -questi fatti a Leone I fu dato il titolo di _Macellus_. Egli s'era però -liberato da un padrone incomodo e minaccioso, liberando l'Impero dalla -prepotenza dei Goti e dei loro compagni. - -In Italia le cose finirono assai diversamente. Ogni giorno cresceva -la discordia fra Ricimero e l'imperatore Antemio, che pubblicamente -si doleva d'aver dovuto dare sua figlia in isposa ad un barbaro -ancora vestito di pelli. Anche qui un conflitto era quindi divenuto -inevitabile; se non che la forza e l'accortezza del generale barbarico -erano assai preponderanti. Ricimero trovavasi a Milano, alla testa d'un -esercito, col quale nel 472 mosse addirittura all'assedio di Roma, dove -era Antemio, che aveva sempre il favore d'una parte della popolazione. -Nell'esercito assediante si trovava Olibrio, un romano, che Ricimero -voleva far salire sul trono dopo d'aver deposto Antemio. E così si -vide un generale dell'Impero assumere la parte d'Alarico, assediando la -Città eterna, dentro la quale era l'Imperatore stesso. L'assedio durò -alcuni mesi, e finalmente Ricimero entrò in Roma, che s'arrese, parte -per fame, parte per tradimento. Antemio fu ucciso l'11 luglio 472; poco -dopo lo stesso Ricimero morì di emorragia (18 agosto), e ben presto -lo seguì nella tomba Olibrio (28 ottobre). Così ebbe fine il lungo, -confuso e penoso dramma di Ricimero, che lasciò tuttavia dietro di sè -un breve strascico di avvenimenti non molto diversi da quelli finora -narrati. - -Egli era stato per sedici anni il padrone dell'Italia, che per opera -sua venne in piena balìa dei barbari. In ciò sta anzi il suo vero -carattere storico. Egli fu il precursore di Odoacre e di Teodorico, -che sono ora per sorgere sulla scena: quasi anello di congiunzione fra -di essi e i generali Stilicone ed Ezio. Durante la sua vita l'Italia -si assuefece a vedere il potere effettivo esercitato da un barbaro, -spesso anche senza pur l'ombra di un Imperatore, che questo potere -esercitasse almeno di nome. E non solo essa venne allora in piena balìa -dei barbari, ma si andò sempre più staccando dall'Africa, dalla Spagna, -dalla Gallia, per costituire una nuova unità politica. I vari elementi -che costituivano ancora l'Impero, l'esercito, cioè, il governo di -Costantinopoli e quello di Ravenna, finirono col venire fra di loro a -conflitto, chiudendo un'epoca, iniziandone un'altra. - -Pareva che a Ricimero, nella stessa singolare condizione, collo -stesso potere, dovesse succedere il nipote Gundobaldo, un soldato -burgundo, venuto in Italia per far fortuna coll'aiuto dello zio. -Dopo aver lasciato per cinque mesi vacante il trono d'Occidente, egli -fece nominare imperatore Glicerio, che era _Comes domesticorum_, e fu -proclamato a Ravenna il 5 marzo 473. Ma ora appunto scoppiò il dissenso -con Costantinopoli, dove essendo vicino a morte Leone I, sua moglie -Verina, sempre inframmettente, fece nominare imperatore d'Occidente -Giulio Nepote, suo parente, che però rimase in Oriente fin verso la -metà del 474. Giunto in Italia, esso venne acclamato il 24 giugno di -quell'anno, e vediamo scomparire dalla scena Gundobaldo, che pare -andasse a prendere il posto di suo padre, re dei Burgundi, allora -morto. Glicerio scomparve anch'esso, senza che si sappia nè come, nè -perchè. Certo è solo che fu costretto a lasciarsi consacrare vescovo in -Dalmazia, e che non molto dopo morì. - -Del governo di Giulio Nepote, che pur rappresenta la fine di un periodo -storico, sappiamo assai poco. Imposto da Costantinopoli per opera del -partito che aveva colà vinto i barbari, non piaceva punto all'esercito, -che in Italia era barbarico ed aveva eletto Glicerio. Il fatto più -notevole del suo regno fu la pace conclusa coi Visigoti della Gallia. -Con essa, per salvare l'Italia dalla guerra, egli concedeva a quei -barbari ariani l'Auvergne, che dopo essersi validamente difesa, voleva -rimanere unita all'Impero. E ciò gli fece perdere la stima dei Romani, -senza fargli riguadagnare quella dei barbari, che già aveva perduta. -Così lo scontento andò sempre crescendo, e finalmente scoppiò una nuova -ribellione, della quale, come per forza naturale dalle cose, si trovò -a capo il generale Oreste. Questi non ebbe nessuna difficoltà, ora che -l'Impero d'Oriente era in gravissimi disordini, a vincere Nepote, che, -assalito a Ravenna, si rifugiò nell'agosto del 475 a Salona. Colà si -trovava probabilmente ancora vivo Glicerio, che da lui era stato vinto -e costretto a divenir vescovo in quella stessa città della Dalmazia. - -Oreste è l'ultimo di quei generali, che per molti anni fecero e -disfecero gl'Imperatori, tenendo nelle loro mani il potere, fino a che -non lo lasciarono addirittura ai soli barbari. E questo definitivo -mutamento fu compiuto appunto per mezzo suo. Nato nell'Illirico, -egli era d'origine romana, e tale era anche sua moglie. Aveva però -dimorato lungamente presso Attila, che lo aveva, come vedemmo, mandato -ambasciatore a Costantinopoli. S'andò così immedesimando sempre più -coi barbari; ed è questa forse la ragione per la quale, riuscito come i -suoi predecessori barbarici ad impadronirsi del potere, non osò neppur -lui assumere la porpora. Osò invece attuare quello che era stato il -disegno invano vagheggiato lungamente da Stilicone e da Ezio. Fece cioè -eleggere imperatore suo figlio, il quale non era vissuto coi barbari, -da parte di madre era più romano di lui: portava il nome di Romolo -Augusto, che per la sua giovane età, venne mutato in quello alquanto -dispregiativo di Romolo Augustolo. E così, come per ironia della sorte, -colui che fu l'ultimo imperatore d'Occidente, portava il nome del primo -re e del primo imperatore di Roma. - -Sembrerebbe che Oreste, alla testa dell'esercito, col figlio ancora -minorenne dichiarato imperatore, avesse dovuto sentirsi in una -posizione incrollabile, tanto più che ora appunto Genserico, divenuto -vecchio, s'era indotto a concludere con Ravenna e con Costantinopoli -una pace, per la quale, durante due generazioni, l'Occidente e -l'Oriente furono lasciati tranquilli dai Vandali. Ma invece il germe -della debolezza era nascosto appunto là dove pareva che dovesse -essere l'origine della forza. Le qualità di romano e di barbaro non si -potevano facilmente immedesimare; una delle due doveva soccombere. In -Stilicone noi vedemmo il barbaro soccombere al romano; in Oreste, pei -tempi mutati, avvenne il contrario. L'esercito, alla testa del quale -egli si trovava, era composto di molti e vari elementi: Turcilingi, -Sciri, Eruli, che tutti poco differivano dai Goti. Questi barbari erano -andati da principio aumentando, mediante una continua infiltrazione; -ed ora che essi formavano addirittura l'esercito imperiale in Italia, -volevano prendervi stabile dimora, assicurandosi nella pace e nella -guerra la propria sussistenza, come era seguito in altre province -occidentali dell'Impero. Chiesero perciò il terzo delle terre. Ma qui -appunto nacque il conflitto, che doveva portar la rovina d'Oreste. La -concessione delle terre voleva dire la permanente dimora dei barbari -nell'Italia, lasciata in loro balìa. A questo passo Oreste, che era e -si sentiva di origine romana, non potè decidersi, anzi deliberatamente -si oppose. Ne nacque allora una ribellione dei soldati che lo -abbandonarono, levando sugli scudi Odoacre (23 agosto 476), un barbaro -dell'esercito di Ricimero, con cui aveva assediato Roma. Egli promise -di dare ai soldati quello che avevano chiesto, e che era stato loro -negato. Oreste dovette fuggirsene a Pavia, dove fu inseguito dal suo -rivale, e donde potè a mala pena scampare. La città venne messa a sacco -con una strage che durò due giorni interi, e cessò solamente quando -giunse la notizia che il 28 agosto 476 Oreste era stato preso ed ucciso -a Piacenza. Questa tragedia somiglia molto a quella di Stilicone, nel -408 avvenuta nella stessa città. Allora però il grido era stato: morte -al barbaro; ora invece era: morte al romano. - -Odoacre corse a Ravenna, dove trovò il misero Augustolo, ultimo avanzo -della imperiale romanità. Non lo uccise, ma lo confinò nella villa -Lucullana a Pizzofalcone,[22] presso l'antica Napoli, con una pensione -di 6000 solidi. Colà questi visse tranquillo, non si sa bene quanto -tempo, e si adoperò, come vedremo, ad agevolare il trionfo di Odoacre. -Dopo poco tempo morì Genserico, ed anche questo contribuì molto a -rendere più sicura la condizione di Odoacre, col quale si chiude -l'antichità e s'inizia finalmente il Medio Evo. L'Impero d'Occidente è -caduto, la storia d'Italia incomincia. - - - - -LIBRO SECONDO - -GOTI E BIZANTINI - - - - -CAPITOLO I - -Odoacre - - -Odoacre era nato nel 433, e si trovava ora, a 46 anni, alla testa d'un -esercito composto di popolazioni diverse, ognuna delle quali pretendeva -che fosse suo connazionale. I più lo dicono Sciro, e qualcuno lo -suppone figlio di quell'Edecone che insieme con Oreste vedemmo -ambasciatore di Attila a Teodosio II. Certo era di quei barbari che a -tempo di Attila si unirono agli Unni, separandosene poi alla sua morte. -Era ancora assai giovane, quando con una banda di suoi seguaci si -mosse a cercar fortuna in Italia. Traversò allora il Norico, provincia -che per trent'anni (453-82) fu desolata, saccheggiata, abbandonata -all'anarchia. Ivi non esisteva più nessuna forma di governo, e la sola -autorità rimasta a mantenere in vita la società, pareva che fosse -quella di S. Severino, il quale dal suo chiostro, nella solitaria -cella, esercitava una prodigiosa azione morale sulle moltitudini, che -volontariamente gli obbedivano. Ed in quella piccola cella, così narra -la leggenda, entrò Odoacre, che era allora un uomo ignoto. Dovette -piegarsi, perchè era assai alto, e chiese la benedizione del Santo, il -quale, dopo avergliela data, disse: — _Vade ad Italiam_, chè, sebbene -tu sia vestito di vilissime pelli, ti aspetta colà grande fortuna. -— Fra il 460 ed il 470 Odoacre infatti era già in Italia, e nel '72 -combatteva nell'esercito di Ricimero sotto le mura di Roma. Nel '76 -i suoi soldati lo levarono, come vedemmo, sugli scudi, e prese il -posto di Oreste e di Augustolo ad un tempo. L'ufficio d'Imperatore -d'Occidente, già ridotto ad un'ombra, per la soverchiante potenza dei -generali che ne facevan le veci, è ora scomparso affatto nel barbaro -che ne ha usurpato il posto. E per la prima volta nella storia del -mondo, apparisce l'Italia come una nuova unità politica, indipendente. -Ma un barbaro, che comandava in essa alla testa di un esercito di -barbari, era un fatto talmente privo d'ogni precedente, che non si -vedeva su quale base legale si potesse fondare la sua autorità. Odoacre -non osò quindi assumere il titolo nè d'Imperatore, nè di re d'Italia; -non fu che un re di barbari. E con quale diritto poteva egli allora -comandare nella Penisola, sede antica dell'Impero? - -Il solo vero e legittimo sovrano era adesso a Costantinopoli, ed a lui, -tra il 477 e 478, si presentarono perciò due solenni ambascerie. L'una -veniva da Salona, in nome di Nepote, che chiedeva d'essere reintegrato -nei suoi diritti a Ravenna, di dove era stato colla violenza cacciato. -L'altra veniva in nome del Senato e di Augustolo, il quale, assai -probabilmente secondo un patto già prima stipulato con Odoacre, cercava -ora ricompensarlo dell'avergli esso lasciato la vita nel privarlo -del trono. Infatti gli oratori di questa seconda ambasceria erano -venuti per dire, che i Romani non sentivano nessun bisogno d'avere -un loro proprio Imperatore, bastandone uno solo per l'Oriente e per -l'Occidente.[23] Odoacre avrebbe potuto governare l'Italia col titolo -di Patrizio, in nome dell'Imperatore, a cui rimandava perciò le insegne -imperiali, _ornamenta Palatii_. - -In Costantinopoli a Leone I era nel 474 successo il nipote Leone II. -Questi essendo ancora un giovanetto, restò sotto la reggenza del padre -Tarasicodissa, che i Greci chiamarono Zenone, e che, morto ben presto -il figlio, divenne addirittura imperatore. Poco dopo insorse contro -di lui Basilisco, monofisita, favorito dalla sorella Verina, vedova -di Leone I, sempre intrigante, e lo cacciò dal trono, su cui fu nel -477 rimesso da una controrivoluzione ortodossa. Quando adunque, fra -il 477 e '78, si presentarono a lui gli ambasciatori del Senato e di -Augustolo, egli si trovò in una condizione molto difficile, perchè -non voleva riconoscere Odoacre, che era fuori di ogni legalità; ma -sentiva di non essere allora in grado di deporre chi s'era colla forza -impadronito del potere in Italia. Ricorse perciò ad un mezzotermine -diplomatico, di quelli che erano molto in uso presso i Bizantini. -Ufficialmente rispose ai Romani: — Due imperatori vi furono mandati -da Costantinopoli, Antemio e Nepote; il primo voi avete ucciso, il -secondo deposto. Ora dovete rivolgervi a Nepote, che riman sempre in -Occidente il solo sovrano legittimo e riconosciuto. — Se questa fu -però la risposta ufficiale, scrivendo privatamente ad Odoacre, gli -dava il titolo di Patrizio. In sostanza, accettando il fatto compiuto, -intendeva fare ogni riserva sulla questione di diritto, tenendo ferma -la sua propria autorità. Odoacre intanto assunse il governo d'Italia, -teoricamente sotto la dipendenza di Costantinopoli, in realtà operando -a suo modo, come principe indipendente. - -Il primo e principale problema di cui si dovette subito occupare, -fu la promessa divisione delle terre, promessa dalla quale aveva -avuto origine il suo potere. In che modo questa divisione, nei -suoi particolari, venisse fatta, noi non sappiamo. Tutto si riduce -a semplici ipotesi. Certo è però che non si tratta di un sistema -nuovamente introdotto, come molti supposero, in conseguenza della -conquista. Invece esso fu in Italia ed altrove, la modificazione d'un -sistema già prima esistente nell'Impero. E l'aggravio che ne venne alle -popolazioni, fu assai più apparente che reale. L'esercito, in un modo -o l'altro, era stato sempre a carico delle popolazioni, come a loro -carico erano stati i molti sussidi che si davano ai barbari per tenerli -tranquilli, e le enormi spese sostenute per le guerre dell'Impero. Dove -i soldati venivano alloggiati, occupavano di diritto un terzo delle -case dei loro ospiti, nelle quali anch'essi erano chiamati ospiti: e -ciò naturalmente oltre le paghe che ricevevano. Quelli poi che erano -lasciati permanentemente a difesa dei confini (_limitanei_) avevano, -oltre l'alloggio, una parte delle terre, e le coltivavano per proprio -conto. Se dunque i soldati di Odoacre, i quali erano l'esercito che -doveva difendere l'Italia, avevano adesso un terzo delle terre, per -coltivarle e vivere del prodotto di esse, questo in fondo non era -qualche cosa di sostanzialmente nuovo. Bisognava però adesso mantenere -i barbari, anche quando non prestavano servizio, e non solo gli uomini -atti a portare le armi, ma i vecchi, le donne, i bimbi. E ciò in -conseguenza d'una ribellione militare, che imponeva la sua volontà -colla forza. Questo era veramente odioso, se anche non era effetto -della invasione e della conquista. - -Non bisogna però credere, che una tale divisione si facesse a un tratto -per tutto, nè che dove si faceva, tutte le terre venissero divise. -L'esercito di Odoacre era ben lungi dal potere occupare l'Italia -intera. I suoi barbari alloggiarono quindi in alcune province, ed -in esse solamente fu fatta la divisione. I piccoli possidenti, là -dove ancora ce n'erano, furono lasciati in pace, non mettendo conto -dividere le terre che bastavano appena a sostenere i loro possessori. -Essi quindi restarono nello stato di prima, e furono anche meno -aggravati dalle tasse, che i barbari non erano in grado di riscuotere -o far riscuotere colla regolarità opprimente del fisco imperiale. -Nè mutò gran fatto la condizione degli artigiani nelle città. E così -anche i coloni, i contadini, gli schiavi che coltivavano le terre, e -passarono con esse ai barbari, restarono più o meno nelle condizioni -di prima, spesso anzi migliorarono. Quelli che veramente soffrirono -furono i latifondisti, i quali è però da credere che pagassero minori -imposte sulla parte che loro restava delle proprie terre. In ogni -modo la proprietà fu assai più divisa. E siccome i barbari, per -antica consuetudine, preferivano la campagna alla città, così i campi -pei quali da un pezzo mancavano le braccia necessarie a lavorarli, -furono ora più e meglio coltivati. In tutto il paese rimase inalterata -l'antica amministrazione romana, ed anche l'antico sistema di tasse, -le quali non crebbero; anzi, per quanto possiamo indurne, scemarono. -Considerevoli esenzioni ottenne pei suoi fedeli il vescovo Epifanio a -Pavia ed in tutta la Liguria, dove le imposte erano negli ultimi tempi -enormemente cresciute. - -Il regno di Odoacre, che durò circa 13 anni, era limitato quasi -esclusivamente all'Italia, da cui si staccarono affatto le altre -province. Anche la Provenza, la parte cioè più romanizzata della -Gallia, venne abbandonata ai Visigoti. La Rezia, considerata sempre -come appendice integrante dell'Italia, ne faceva parte al pari della -Sicilia, la quale era però in più luoghi occupata dai Vandali, secondo -il trattato concluso nel 442. Questi occupavano anche la Sardegna, la -Corsica e le Baleari. Il nuovo stato di cose, per ora almeno, evitava -quelle grosse guerre che dissanguavano le popolazioni, e quindi il -regno di Odoacre fu per qualche tempo come un periodo di sosta alle -patite calamità, sebbene di tanto in tanto si trovino ricordate nuove -violenze e spoliazioni, che negli ultimi anni andarono crescendo. Sotto -un certo aspetto le condizioni in cui Odoacre si trovava, coll'andar -del tempo migliorarono assai. Il suo regno infatti, che era cominciato -coll'essere sostanzialmente illegale, e tale durò finchè visse il -deposto imperatore Nepote, fu in assai diversa condizione quando questi -nel 480 morì. Certo Odoacre restò ancora col solo titolo di Patrizio, -non potè mai assumere quello d'Imperatore, e neppure di re d'Italia; -ma potè sempre più agire da principe indipendente. Cominciò a nominare -anche i Consoli occidentali, che furono riconosciuti in Oriente. -L'unità generale dell'Impero, cui era a capo Zenone, teoricamente non -fu mai messa in dubbio; ma l'autorità di Odoacre divenne di fatto -assai maggiore, ed implicitamente almeno fu anche riconosciuta. A -Ravenna egli potè mettere insieme una flotta, colla quale si difese -dalle incursioni vandaliche, e fra il 481 e 482 si spinse fino alla -Dalmazia, che aggregò al proprio Stato. E se questo passo spiacque -assai all'Imperatore, nè restò più tardi senza gravi conseguenze a -lui dannose, per ora egli accrebbe il suo territorio, e non ne risentì -nessun danno. - -In tale stato di cose la vita politica del popolo italiano può dirsi -spenta del tutto. Con tanto maggiore energia si svolgeva quindi in -esso la vita religiosa, alla cui testa si trovava il Papa. Ma in parte -non piccola l'indirizzo dell'attività religiosa, era determinato dalle -relazioni o per meglio dire dalla opposizione che persisteva sempre fra -la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, dove non avevano mai posa -quelle dispute dottrinali, cui lo spirito romano-cattolico ripugnava -affatto. In Oriente combattevano ora accanitamente i Nestoriani, i -quali dicevano che la Vergine era madre di Gesù Cristo, solo in quanto -uomo; gli Ariani ed i Monofisiti, i quali ultimi sostenevano che la -natura umana e divina di Gesù erano una sola e medesima cosa. Siccome -però in nome appunto di questa dottrina Basilisco aveva cacciato dal -trono Zenone, che v'era stato rimesso dagli Ortodossi, così questi -voleva ora in ogni modo evitare il riaccendersi della disputa. Fra -il 482 e 83 pubblicò quindi una sua lettera conosciuta col nome -di _Henoticon_, la quale si credette suggerita o anche scritta dal -patriarca Acacio. In essa, tenendo una via media, cercava di conciliare -ortodossi e monofisiti. Ma Roma non ammise mai queste vie di mezzo, -nè ammise mai che l'Imperatore decidesse le dispute religiose. Papa -Simplicio (468-483) condannò quindi senz'altro l'_Henoticon_ ed Acacio -che lo aveva ispirato. - -Questa lotta nella quale Simplicio, sostenuto dagl'Italiani, dimostrò -al solito una tenacia veramente romana, mantenne vivo l'antagonismo -fra l'Oriente e l'Occidente, il che riusciva a vantaggio di Odoacre. Il -Papa era allora moralmente, e non solo moralmente, il personaggio più -potente in Italia. Se Odoacre, come ariano, si fosse messo in aperta -opposizione con lui, questi gli avrebbe facilmente potuto sollevar -contro tutto il paese, e rendergli impossibile il reggersi a lungo in -Italia. Ma finchè durava la lotta religiosa fra Roma e Costantinopoli, -il Papa ed Odoacre si trovavano dal comune interesse spinti a -sostenersi vicendevolmente. - -Il 2 marzo 483 moriva Simplicio, e Odoacre dette allora un passo falso, -del quale non tardò molto a sentire le conseguenze. Per lui era certo -cosa di grande importanza assicurarsi della nuova elezione. Voleva non -solo evitar quei tumulti che in simili occasioni avevano assai spesso -insanguinato le vie di Roma, ma voleva anche avere un Papa amico. E -così, quando l'assemblea che doveva procedere alla elezione, non potè -riuscire a mettersi d'accordo, v'intervenne improvvisamente, in nome -di Odoacre, il Prefetto del Pretorio, Cecina Basilio, dichiarando -che sarebbe stata nulla l'elezione, senza la rappresentanza del Re. -Questi, egli aggiunse, procedeva in ciò d'accordo colla volontà del -defunto Papa, il quale prima di morire gli aveva raccomandato la nuova -elezione. Fu inoltre emanato un decreto col quale veniva proibita -l'alienazione dei beni della Chiesa, minacciando l'anatema contro -chiunque non avesse a ciò obbedito. S'invitava poi l'assemblea a -sanzionare il decreto, ed a procedere alla elezione, la quale riuscì -a favore di Felice II[24] (483-92), che era appunto il raccomandato -di Odoacre. Non pare che allora sorgessero gravi lamenti contro -questo procedere del Re. Ed in verità non solamente l'Imperatore di -Costantinopoli aveva sempre avuto grande ingerenza nei Conclavi, nei -Sinodi, nei Concili, in tutte le faccende della Chiesa; ma anche in -Italia l'imperatore Onorio aveva nel 418 e 19 definito la contesa -fra Eulalio e Bonifacio ambedue eletti pontefici. È provato poi che -l'Imperatore d'Occidente aveva il diritto d'intervenire e decidere in -siffatte questioni; anzi non di rado il clero stesso ricorse a lui -per risolverle. Può supporsi perciò che, nonostante ogni contraria -apparenza, Odoacre non avesse creduto di far nulla d'illegale, e -molto meno di usare violenza per imporre un Papa di suo arbitrio; -che la scelta di Felice II fosse veramente stata suggerita a lui da -Simplicio. Se non che egli non era un Imperatore, ma un re barbaro -ed un ariano. Non poteva quindi sperare che la Chiesa romana, sempre -gelosa delle proprie prerogative, avesse mai potuto approvare il suo -procedere. Comunque sia di ciò, anche Felice II continuò con ardore la -lotta contro l'_Henoticon_ e contro Acacio, che scomunicò, inviando a -Costantinopoli la sentenza. E tutto ciò fu causa d'uno scisma durato 35 -anni (484-519), nei quali Roma non cedette mai, ottenendo finalmente -il trionfo delle dottrine ortodosse. Ma se questo dissidio era tutto -a vantaggio di Odoacre, l'essersi egli ingerito nella elezione papale -aveva seminato nella Chiesa romana il germe pericoloso d'una profonda -diffidenza verso di lui. - -Intanto sorgeva un'altra e più grave complicazione d'indole politica. -Al di là della Rezia c'era il Norico, la regione in cui ora è Salzburg, -e che arrivava fino al Danubio, oltre il quale abitavano i Rugi. -Questa regione, come già vedemmo, era stata desolata, ridotta ad -estrema rovina dal continuo passaggio dei barbari; ed unica autorità, -che vi avesse mantenuto ancora una qualche forma di vivere sociale, -era stata quella di S. Severino, che il suo biografo Eugippo dice -uomo interamente latino: _loquela tamen ipsius manifestabat hominem -omnino latinum._ Nella sua cella raccoglieva abiti, cibi a sollievo -dei miseri, e di là dava consigli e ordini cui tutti, anche i barbari, -volontariamente obbedivano. Era questa un'altra prova visibile della -forza quasi onnipotente, che la religione esercitava allora sugli -animi. A S. Severino si dovè se la popolazione romana di quella -regione non fu totalmente distrutta. Ma circa l'anno 482 egli morì, -e fu questa una grande calamità per il Norico. I Rugi s'avanzarono -subito devastando, saccheggiando ogni cosa, perfino il convento e la -cella del Santo. Avrebbero, se avessero potuto, dice Eugippo, portato -via anche le mura. E se i Rugi si fossero stabilmente impadroniti di -quella regione, sarebbe stato di certo un gran pericolo per Odoacre, -che li avrebbe avuti ai confini del suo regno, colla voglia e, per -la desolazione del paese, con la necessità d'avanzarsi. A questo li -spingeva ora Zenone, per la solita politica orientale di neutralizzare -i barbari, spingendo gli uni contro gli altri, e perchè era assai -insospettito di Odoacre, il quale non solo agiva sempre più da principe -indipendente, ma si era recentemente impadronito della Dalmazia. Oltre -di ciò, a lui s'erano poco prima rivolti coloro che cospiravano contro -Zenone; e sebbene egli avesse ricusato d'aiutarli, ciò non impedì -che crescessero di molto i sospetti ed il mal animo dell'Imperatore -contro di lui. La conseguenza fu che i Rugi s'avanzarono, ed Odoacre fu -costretto a muover loro guerra. - -Nel 487 egli si avanzò col suo esercito barbarico, nel quale, secondo -Paolo Diacono, presero parte anche Italiani, _nec non Italiae populi_. -Con esso vinse i Rugi, fece prigioniero il loro re, ne mise in fuga il -figlio. Molte però e gravi furono le conseguenze di questa guerra. Una -gran parte, la meno disagiata, della popolazione del Norico, emigrò -in Italia, dove fu menato anche il corpo del Santo, che dopo essere -stato portato in vari luoghi, venne finalmente, per intercessione d'una -vedova, deposto presso Napoli, nel luogo che si chiama ora Castello -dell'Uovo. Il figlio del re dei Rugi si ricoverò presso gli Ostrogoti, -che erano allora comandati dal valoroso Teodorico degli Amali, e cercò -d'incitarlo a muover guerra contro di Odoacre. Siccome poi lo stesso -incitamento veniva a questo, come vedremo, anche dall'Imperatore, così -ne seguirono avvenimenti di grande importanza nella storia d'Italia. - - - - -CAPITOLO II - -Teodorico e gli Ostrogoti in Italia - - -La più parte degli Ostrogoti era rimasta unita agli Unni nell'antica -Dacia, e se ne separarono, al pari degli altri popoli germanici, -quando, dopo la morte di Attila, il suo impero andò in fascio e sparì -come un sogno. Essi occuparono allora la Pannonia, sotto il governo di -tre fratelli della nobile stirpe degli Amali. Ivi pare che restassero -nella condizione, più o meno, di federati; ed ebbero al solito dispute -continue coll'Impero, per le terre che chiedevano, per lo stipendio -o tributo che pretendevano. Questo portò ad un conflitto, dopo del -quale fu fissato un annuo tributo, e per garanzia di pace fu mandato -in ostaggio a Costantinopoli il giovane Teodorico allora di soli otto -anni, figlio di Teodemiro, uno dei tre fratelli Amali. Questo fatto -ebbe grande importanza, perchè fu data così una educazione militare -romana a quel giovinetto pieno d'ingegno, di valore e di ambizione, che -era destinato ad un grande avvenire. Dei tre fratelli Amali intanto -uno morì, un altro, cacciato dalla fame, andò con parecchi de' suoi -a cercar fortuna in Italia, di dove, come già vedemmo, fu per mezzo -di donativi, indotto ad andarsene in Gallia. Nella Pannonia restava -così solo Teodemiro, il padre di Teodorico, che nel 472 tornò da -Costantinopoli, nella età di 18 anni, gettandosi subito, per proprio -conto, in una impresa militare contro i Sarmati, nella quale fece prova -di gran valore. Nel 474 morì suo padre, e sebbene egli fosse figlio -d'una concubina, pure il sangue illustre degli Amali ed il valore da -lui dimostrato lo fecero agevolmente nominare capo del suo popolo. -Allora incominciò per lui la difficoltà di far vivere i suoi, perchè -la Pannonia era esausta, ed i sussidi dell'Imperatore venivano assai -scarsi. - -Nell'Impero d'Oriente v'erano intanto altri Goti, comandati da un -altro Teodorico figlio di Triario, e soprannominato Strabone, perchè -guercio. Questi aspirava a prendere in Costantinopoli il posto del -generale Aspar, la cui misera fine lo aveva irritato profondamente. Si -era perciò unito a Basilisco, quando questi si sollevò contro Zenone, -e lo cacciò dal trono. Teodorico degli Amali invece prese le parti di -Zenone, che col suo aiuto trionfò, e come era naturale, lo colmò di -onori, nominandolo Patrizio, _Magister militum_, suo figlio adottivo. -Ma dopo ciò l'Imperatore si trovò stretto fra le pretese sempre -crescenti dei due capitani goti, che, ambedue in armi, volevano del -pari esser presi agli stipendi dell'Impero. Ben volentieri Zenone si -sarebbe invece disfatto dell'uno e dell'altro; ma non era possibile. -Consultò quindi il Senato, che rispose non doversi aggravare l'erario -con la spesa necessaria a pagare i due capitani coi loro eserciti: -ne scegliesse uno. E naturalmente egli scelse Teodorico l'Amalo, da -cui era stato aiutato nel pericolo, e lo incaricò di tenere a freno -l'altro. Ma quando i due barbari si trovarono di fronte, finirono -coll'unirsi a danno di Zenone, cui non restava perciò altro che -fare assegnamento sulla loro mutua gelosia, cercando con ogni mezzo -di aumentarla. Così, costretto ad oscillare continuamente dall'uno -all'altro, fino a che, morto nel 481 Strabone, Teodorico l'Amalo si -trovò solo, più potente che mai, alla testa dei Goti insieme riuniti. -E per sei anni lo vediamo ora avvicinarsi all'Imperatore, cui rendeva -importanti servigi, ricevendone onori e danari; ora invece separarsene, -ritornando a saccheggiare, per ottenere poi anche di più. Nel 483 fu -_Magister militiae praesentis_; nel 484, Console. Rese allora di nuovo -grandi servigi a Zenone, combattendone i nemici; ma da capo cominciò -a minacciarlo fin sotto le mura di Costantinopoli, saccheggiando la -campagna, incendiando i borghi. - -È chiaro che Zenone doveva desiderare di liberarsi in qualche modo -da un sì incomodo vicino, e liberare l'Impero da questa barbarica -prepotenza, che minacciava di far rinascere i tempi di Aspar, di fare -anzi sorgere in Oriente un altro Ricimero. Ma come fare? L'antico -sistema di opporre un barbaro ad un altro non sembrava più possibile -ora che uno dei due goti rivali era morto. C'era però sempre in Italia -Odoacre, di cui, per le ragioni da noi già esposte, Zenone doveva -essere scontentissimo, massime dopo che s'era sparsa la voce di suoi -segreti accordi coi ribelli all'Imperatore. Un tale sospetto, come già -vedemmo, aveva indotto Zenone a far muovere i Rugi contro Odoacre. -Ma questi li vinse, ed occupò il Norico, penetrò nel Rugiland, ne -imprigionò il re colla moglie, ne mise in fuga il figlio, che andò da -Teodorico per eccitarlo alla vendetta. E Teodorico pareva assai ben -disposto a gettarsi nell'audace impresa, sia perchè i Rugi confinavano -colla Pannonia, e la loro disfatta era per lui pericolosa; sia perchè -sperava, vincendo, di occupare le fertili pianure d'Italia, e trovare -così pei suoi una stabile e sicura dimora. A tutto ciò si aggiungeva, -che la discordia già cominciata fra Odoacre ed il Papa aveva indebolito -e reso quindi assai meno temibile il primo. L'occupazione della -Dalmazia, l'entrata nel Rugiland, il farla Odoacre sempre più da -sovrano indipendente, l'appoggio dato per lungo tempo al vescovo di -Roma contro l'Imperatore facevano a questo desiderare un radicale -mutamento in Italia. Teodorico, allontanandosi da Costantinopoli, -fermandosi nella Penisola, avrebbe potuto non solo punire Odoacre, ma -pigliare anche una più ferma attitudine di fronte al Papa. - -Tutto questo spingeva lui a partire, e Zenone a mandarlo. Gli storici -hanno lungamente disputato se la prima iniziativa venisse dall'uno -o dall'altro. Secondo Jordanes, Teodorico avrebbe fatto la proposta -a Zenone, dicendo: — Se io sarò disfatto, non mi avrai più a tuo -carico; se invece vincerò il _tiranno_ (così chiamavano Odoacre, -perchè non legittimo sovrano), governerò io il paese in tuo nome, -_vestro dono vestroque munere possidebo_. — Procopio scrive invece che -Zenone persuase Teodorico ad andare in Italia, e l'Anonimo Valesiano -dice che lo mandò _ad defendendam sibi Italiam_. Il fatto vero è che -l'uno voleva andare, e l'altro voleva mandarlo; i comuni interessi li -spingevano verso la stessa meta. E però Teodorico si mosse finalmente -per l'Italia nell'autunno del 488. - -Non era una impresa esclusivamente militare, ma piuttosto la invasione -d'un popolo in armi; giacchè Teodorico, che si moveva ora in nome -dell'Impero, menava seco le donne, i vecchi, i fanciulli, con carri che -trasportavano le masserizie, e servivano da case, durante il viaggio, -con mulini mobili per macinare il grano. Tutta questa moltitudine -portava il nome di Ostrogoti; ma era al solito una mescolanza di genti -diverse, alle quali gli Ostrogoti, che in essa prevalevano, davano il -nome. Erano riunite dal valore e dalla reputazione del loro capo, dalle -guerre e saccheggi fatti sotto il suo comando, dal bisogno comune, -urgente di trovare un paese in cui potessero stabilmente fermarsi e -vivere. Non è possibile dire qual fosse il loro numero preciso. Chi -li porta a 40,000 uomini in armi, chi ad una cifra anche maggiore. -Tutto compreso, fra uomini, donne, vecchi e fanciulli, gli scrittori -variano da 200 a 300 mila individui. Presero la via delle Alpi Giulie, -e fu una marcia faticosa, qualche volta disastrosa. Il freddo era -grande, il gelo induriva i loro capelli, la barba, gli abiti. Dovettero -procurarsi il cibo, strada facendo, colla caccia, o combattendo, o -saccheggiando i paesi che traversavano. Un primo scontro sanguinoso -lo ebbero coi Gepidi; ne seguirono poi altri, e finalmente, dopo otto -mesi di pericoli e di stenti, percorrendo la stessa via percorsa già da -Teodosio, da Alarico e da Attila, nel luglio del 489 erano in Italia. -Il 28 agosto, sull'Isonzo, non lungi da Aquileia, ebbe luogo la prima -battaglia con Odoacre. - -Questi, che pur era capitano di valore, e si trovava alla testa di -un esercito più numeroso, aveva preso anche una forte posizione. Ma -dovette cedere dinanzi al primo impeto dei Goti, ed alla superiore -capacità strategica del loro capo. Un'altra battaglia fu data -sull'Adige, presso Verona, il 30 settembre 489, e sebbene anche questa -fosse da Odoacre perduta, Teodorico dovette subire gravissime perdite, -giacchè, invece di avanzare, si ritirò fino a Milano, per chiudersi -poi in Pavia. Odoacre allora andò verso Roma, sperando di potere senza -difficoltà entrare nella Città eterna, e stabilmente occuparla, il che -gli sarebbe stato di grande aiuto, non solo morale, ma anche materiale, -perchè gli avrebbe, nel continuare la guerra, assicurato alle spalle -tutta l'Italia meridionale. Ma qui si cominciò invece a delineare assai -chiara la difficoltà della posizione in cui si trovava. Roma gli chiuse -le porte in faccia, e le popolazioni italiane gli si cominciarono a -manifestare avversissime, in parte per la lotta da lui recentemente -sostenuta con la Chiesa, in parte per le spoliazioni in numero sempre -maggiore da lui fatte negli ultimi anni, sia pei cresciuti bisogni -della guerra, sia per la poco regolare amministrazione. E di tutto -ciò la Chiesa aveva saputo profittare, per eccitar contro di lui le -moltitudini, tanto che poco dopo si parlò addirittura d'una generale -cospirazione, di una specie di Vespro siciliano organizzato contro -di lui dal clero.[25] Ma quel che è più, nelle sue file cominciò la -diserzione, la quale sembra che pigliasse proporzioni grandi davvero, -dopo che il suo _Magister militum_ Tufa passò al nemico insieme con -altri. Se non che Tufa, avuti da Teodorico alcuni Goti a suo comando, -disertò nuovamente, per tornare con essi a Odoacre, al quale li -consegnò, e dal quale furon subito fatti uccidere. Si potè quindi -dubitare, che il primo tradimento fosse stata una finzione per poter -compiere il secondo. Diserzioni vere e proprie ve ne furono però non -poche, ed anche fra i soldati di Teodorico. Il fatto vero è che questi -eserciti misti di varie genti barbariche, erano, come abbiamo detto più -volte, quasi compagnie di ventura al servizio dell'Impero, senza patria -e senza fede, guidate dall'interesse personale dei loro capi, spesso -anche dei sotto-capi, che agivano per proprio conto. - -Così le difficoltà divenivano da una parte e dall'altra sempre -maggiori; ma non meno grandi furono gli sforzi fatti per superarle, sì -che la guerra andò assai in lungo. Odoacre si mostrò degno di tener -testa a Teodorico, che s'era dovuto chiudere a Pavia, dove la calca, -nel suo primo entrare, era stata tale e tanta, che le sofferenze de' -suoi furono davvero enormi. A soccorso della loro miseria venne il -clero, alla cui testa si trovava il vescovo Epifanio, il quale si -adoperò eroicamente a sollievo di tutti coloro che soffrivano, senza -distinzione di partito o di origine, pagando di suo per liberare dalla -schiavitù coloro che erano stati fatti prigionieri da una parte o -dall'altra. Intanto Odoacre, messe di nuovo insieme le sue forze, entrò -con esse in Milano, pronto ad affrontare il suo rivale. Se non che, -altri barbari vennero a mescolarsi ora in questa guerra, modificandone -e confondendone di molto l'andamento. Scesero i Burgundi a difesa -di Odoacre, ma in realtà più che altro a saccheggiare il paese per -proprio conto. I Visigoti invece, mossi dalla comunanza di sangue, -vennero a difesa di Teodorico, e pugnarono con lui nella battaglia, che -fu data sull'Adda il dì 11 agosto 490. E qui la disfatta di Odoacre -fu inevitabile. Aveva potuto con energia resistere a Teodorico, in -cui favore erano l'autorità dell'Impero e della Chiesa, non che le -popolazioni insorte; ma di fronte alla coalizione dei Visigoti e -degli Ostrogoti, dovè cedere ritirandosi a Ravenna. Ivi sostenne -valorosamente un assedio che durò tre anni, non potendo Teodorico -stringere il blocco dalla parte del mare, e dovendo dalla parte di -terra resistere a sanguinose sortite dalla città. Intanto questi poteva -dirsi già padrone di tutta Italia, nella quale andava ogni giorno -acquistando maggior favore, divenendo sempre più forte. Quasi da per -tutto pareva che fossero cessati il rumore delle armi ed il grande -spargimento di sangue: _ubi primum respirare fas est a continuorum -tempestate bellorum_.[26] - -Presso Ravenna però la lotta continuava con gran vigore. Teodorico -potè da ultimo bloccarla anche dal mare, quando, essendogli riuscito -d'entrare in Rimini, gli fu possibile raccogliere un certo numero di -navi. L'assediata città cominciò allora a soffrire crudelmente una -fame, la quale, dice il cronista ravennate Agnello, uccise molti di -coloro che il ferro aveva risparmiati. E finalmente, nel febbraio -493, quinto anno della guerra, terzo dell'assedio, Odoacre dovè -cedere. Il 25 di quel mese egli consegnò suo figlio in ostaggio, -ed il 27 l'accordo della resa era definitivamente concluso, per -mezzo dell'arcivescovo di Ravenna. Altra prova anche questa della -straordinaria importanza assunta allora dal clero, e quindi dalla -Chiesa in tutti gli affari di maggiore gravità. - -I termini precisi dell'accordo non sono ben noti, e dettero perciò -luogo a moltissime dispute. Certo è che Odoacre s'arrese, salva la -vita, _accepta fide, securus se esse de sanguine_, come dice l'Anonimo -Valesiano. Ma a questa condizione gli scrittori bizantini ne aggiungono -un'altra assai singolare, secondo la quale il vinto avrebbe ottenuto -di partecipare al governo insieme col vincitore, restando a capo anche -d'una parte delle forze militari. Riesce in verità assai difficile -capire come mai ciò potesse avvenire, tanto più che Teodorico era -stato mandato da Zenone a sottomettere, a cacciare Odoacre. Ed ammessa -pure la poco credibile esistenza d'un tale trattato, non è credibile -che potesse essere stato concluso in buona fede da nessuna delle due -parti, ed avesse potuto illudere qualcuno. Infatti il 5 marzo 493 -Teodorico entrava solennemente in Ravenna, dove gli vennero incontro -l'arcivescovo ed il clero recitando salmi. Il 15 dello stesso mese -invitava a solenne banchetto Odoacre, il quale appena giunto venne -aggredito da persone ivi nascoste; e poi lo stesso Teodorico sguainò -la spada per ucciderlo colle proprie mani. — Dov'è Dio? — esclamò il -decaduto principe. E l'altro, nel sentire che il fendente della sua -forte spada scendeva, profondamente tagliando, senza quasi trovar -resistenza, osservò con cinico e barbarico sorriso: — Si direbbe che -non ha ossa. — I parenti e gli amici d'Odoacre subirono tutti, più -o meno, la stessa sorte. Non mancò chi disse che Teodorico aveva -scoperto, e perciò voluto vendicare insidie e tradimenti orditi -da Odoacre contro di lui; ma ciò prova solo l'odio e la diffidenza -reciproca, quindi la impossibilità di un vero accordo. - - - - -CAPITOLO III - -Il regno di Teodorico - - -Dopo questo atto da vero barbaro, Teodorico si potè dire solo padrone -in Italia. La condizione in cui egli si trovava adesso non era in -verità molto diversa da quella di Odoacre. Questi aveva comandato una -moltitudine incomposta di genti varie, Eruli, Turcilingi, sopra tutto -Sciri. Teodorico era anch'esso alla testa d'una mescolanza di varie -genti, Gepidi, Rugi, Breoni, e Romani o romanizzati,[27] principalmente -però Ostrogoti, che davano a tutti un nome comune. Non era quindi -neppur questo un popolo unito da sentimento nazionale; era una banda -di ventura, unita dal bisogno di vivere saccheggiando e guerreggiando, -organizzata, come quella d'Odoacre, colla disciplina militare appresa -dai Romani. Teodorico veniva, noi lo abbiamo già visto, non come -il re di un popolo germanico, ma come un Patrizio, rappresentante -dell'Imperatore e da esso mandato. Al di sotto di lui c'era un -_Magister militum_, ed a capo delle varie parti dell'esercito erano i -_Comites_, che risiedevano nelle diverse province d'Italia. La grande -differenza fra lui ed Odoacre stava solo nel carattere, nell'ingegno -politico e militare assai superiore di Teodorico. La sua educazione, -in parte anche il suo spirito, si erano formati a Costantinopoli, -dove egli era divenuto ammiratore della civiltà romana, senza mai -cessare affatto d'essere un barbaro. Quantunque sia certo che egli non -avesse nessuna cultura letteraria, riesce difficile credere, come pur -generalmente si dice, che egli non sapesse addirittura scrivere il -proprio nome. È vero che per firmare si serviva d'una lamina d'oro, -in cui erano intagliate le prime quattro lettere del suo nome; ma -questo poteva anche essere un modo di guadagnar tempo quando doveva -sottoscrivere in forma diplomatica i molti atti ufficiali del suo -governo. - -Noi non dobbiamo aspettarci che negli Ostrogoti di Teodorico -persistessero ancora le antiche e primitive istituzioni germaniche. -Sebbene avesse menato seco anche i vecchi, le donne ed i bimbi, tutto -un popolo, o per meglio dire una gran moltitudine, egli era in sostanza -il capo militare, il duce d'un esercito di varie genti vissute dapprima -cogli Unni e poi dentro l'Impero. Non era quindi possibile trovare più -fra di loro la proprietà collettiva dell'antico villaggio germanico, -nè quelle assemblee popolari che frenavano il potere regio. Teodorico -comandava con assoluto imperio di capitano, solo in casi eccezionali -consultando il suo esercito. In ogni modo essi non avrebbero potuto mai -legiferare pei Romani, nè i Romani pei Goti. Egli era venuto col titolo -di Patrizio, per riconquistare l'Italia all'Impero, che restava sempre, -teoricamente almeno, nella sua unità, non mai interamente distrutta. -Infatti anche quando v'erano due Imperatori, se quello d'Occidente -moriva, il suo potere ricadeva in quello d'Oriente, fino a che non -veniva eletto il successore. Di certo, come Ricimero, come Oreste, come -Odoacre, anche Teodorico voleva essere il vero, effettivo padrone in -Italia, possibilmente una specie d'imperatore d'Occidente. Ma questo -potere cui egli mirava e che in parte raggiunse, era in contradizione -manifesta con la missione a lui affidata, e che egli aveva accettata: -bisognava quindi legalizzarlo, e ciò non poteva farlo che l'Imperatore, -a cui egli si rivolse quindi senza indugio. Subito dopo la battaglia -dell'Adda, nel 490, quando ancora non era entrato in Ravenna, ma -già si sentiva padrone dell'Italia, aveva mandato un'ambascerìa -all'Imperatore, per potere assumere la dignità regia, _ab eodem -sperans se vestem induere regiam_.[28] Questa ambascerìa non ottenne -però nessun resultato, essendo nell'aprile del 491 morto Zenone, cui -successe Anastasio, che non mandò risposta. E, Teodorico, il quale -era allora già entrato in Ravenna dove aveva ucciso Odoacre, si lasciò -nominare re dai suoi Goti, che non aspettarono la risposta del nuovo -Imperatore.[29] Una tale elezione non gli dava però sui Romani, quella -legale autorità che solo dall'Imperatore poteva venirgli. In sostanza -non era un re, ma un _tiranno_ come Odoacre, che egli perciò appunto -era venuto a combattere in nome dell'Impero. - -Questa sua difficile condizione migliorò non poco nel 498, quando, -essendo divenuto di fatto assai più potente, riuscì finalmente, con -una nuova ambascerìa, ad ottenere dall'Imperatore Anastasio le insegne, -_omnia ornamenta Palatii_, che Odoacre aveva mandate a Costantinopoli. -Non bisogna però credere che la nuova autorità gli fosse concessa, -senza fissarne limiti e senza qualche determinazione. Tanto Cassiodoro -quanto Procopio accennano a patti e condizioni. Il secondo di questi -scrittori ci narra infatti come i Goti, quando più tardi furono vinti -da Belisario, gli affermassero d'aver sempre fedelmente rispettato i -patti e le condizioni imposte ad essi dall'Impero. Teodorico di certo -aveva il comando dell'esercito, era giudice supremo, nominava tutti -gli ufficiali dello Stato. Ma s'illuderebbe assai chi lo credesse -perciò divenuto una specie d'Imperatore d'Occidente, o anche un re -dei Romani indipendente da colui che lo aveva mandato. Egli non poteva -promulgar vere e proprie leggi, ma solo editti per l'Italia, i quali -dovevano restare dentro i confini di ciò che avevano già prescritto -le leggi, che si facevano a Costantinopoli, e si applicavano a tutto -l'Impero. Continuò pure a far l'elezione dei Consoli, i quali erano -una magistratura comune del pari a tutto l'Impero. Uno di essi veniva -eletto in Oriente; l'altro era eletto in Italia da Teodorico, ma doveva -essere confermato a Costantinopoli. E così pure solo l'Imperatore -poteva coniar moneta colla propria effigie. Son tutte cose che -riconfermano la persistenza della unità dell'Impero. - -Il potere di Teodorico si limitava alla sola Italia, sebbene qualche -volta egli pretendesse di esercitarlo anche nelle isole e nell'Africa. -D'impero di Occidente non si parlava neppure. Anzi l'Imperatore non -riconobbe mai un regno goto ereditario, e perciò i successori di -Teodorico dovettero sempre essere riconfermati a Costantinopoli, -altrimenti rimanevano solo tiranni. Il suo regno ebbe un altro -carattere affatto speciale. Tutta l'amministrazione rimase nelle mani -dei Romani; le armi restarono ai Goti, che formarono l'esercito. E -questo fece dire a più d'uno scrittore, che fu allora vietato affatto -l'uso delle armi ai Romani. Si fece confusione con un ordine di severa -proibizione, emanato assai più tardi da Teodorico, quando egli cominciò -a temere di una ribellione in Italia. Anzi non è facile neppur credere -alla loro esclusione assoluta dall'esercito, massime se si pon mente -al significato assai lato, che aveva allora la parola Romano, ed -all'essere l'esercito goto composto di genti diversissime. Esso era -certamente goto, e chiunque ne faceva parte aveva quel nome. Ma lo -stesso Cassiodoro, il quale ripete più volte che la difesa dello Stato -era affidata ai Goti, cita nelle sue lettere (VIII, 21 e 22) l'esempio -di qualche nobile romano, sotto la sorveglianza di Teodorico, educato -nella lingua dei Goti, e insieme con essi nell'esercizio delle armi. -Dei Romani certo ne furono ammessi pochi e con difficoltà, ma non -vennero esclusi del tutto. Altra prova che l'uso delle armi non era ad -essi vietato, l'abbiamo nel fatto ricordato dallo stesso scrittore, -quando narra che una volta dovè abbandonare il proprio gabinetto, ed -armare le sue genti per difendere l'Italia meridionale, minacciata da -un assalto dei Bizantini. Una divisione assoluta e matematica non era -possibile. E quindi sebbene l'amministrazione fosse certo in mano dei -Romani, non si può neppure presumere che i Goti ne fossero esclusi del -tutto. Alcuni dei loro grandi erano intimi consiglieri di Teodorico, e -nella condotta della politica generale, esterna ed interna, avevano una -parte importante, assai più reale che apparente. - -I Goti serbarono le proprie leggi, e furono giudicati dai _Comites -Gothorum_; lasciarono ai Romani le loro leggi, le loro istituzioni, -i loro giudici, che erano i rettori delle province, nelle quali i -_Comites_ comandavano solo come capi militari. Nelle cause miste il -magistrato goto doveva aggregarsi un Romano, e giudicare secondo -equità, il che finiva col far prevalere anche in questi casi il -diritto romano. Essendo poi i Goti un esercito, la loro legge aveva -naturalmente un carattere principalmente militare. Nel diritto civile, -e più ancora nel penale, che è di sua natura territoriale, prevaleva -la legge romana. Così si spiega come quello che si chiama l'_Edictum -Theodorici_, perchè è il più importante di quanti egli ne fece, venisse -compilato su leggi romane, e fosse obbligatorio anche pei barbari, -sebbene non si trovi in esso traccia visibile di quelle consuetudini -germaniche, che certo non potevano presso di loro essere spente del -tutto. - -Quantunque le due legislazioni, gota e romana, restassero in vigore, -e si possa anche credere, che tra le condizioni imposte dall'Impero a -Teodorico, vi fosse quella appunto di lasciare agl'Italiani l'uso della -loro legge, pure si afferma che da principio egli non volesse concedere -un tal privilegio a nessuno di coloro che avevano combattuto a difesa -di Odoacre. — Un principe nuovo, egli avrebbe detto, si trova spesso -nella necessità di punire, senza poter gustare la dolcezza della pietà. -— Ma Epifanio vescovo di Pavia lo condusse a più mite consiglio. E -Teodorico allora non solo rinunziò al suo primo proposito; ma gli dette -anche larghi sussidi in danaro, per aiutare le oppresse popolazioni. -Il concetto fondamentale del nuovo governo fu certamente la unione, -la fusione dei Goti coi Romani. I primi dovevano avere le armi, i -secondi dar loro da vivere. L'amministrazione doveva restare in mano -dei Romani, cui correva l'obbligo di cedere una parte delle terre, di -riscuotere le tasse, e raccogliere il danaro necessario allo Stato. -I due popoli però restarono lungamente l'uno accanto all'altro, senza -potersi mai fondere insieme; restarono anzi in continuo antagonismo fra -di loro. Non era possibile andar contro le leggi della natura. - -Liberio, che aveva fedelmente servito Odoacre, ebbe l'amministrazione -delle finanze, e con essa l'incarico di condurre a termine l'operazione -difficilissima della nuova divisione delle terre, che egli eseguì con -tanta prudenza da non far nascere nessun malcontento. E non era poco. -Si trattava di dividere fra i Goti quello che era stato dato ai soldati -di Odoacre, e i Goti erano in numero maggiore. Ma questa divisione, -come vedemmo, era omai divenuta nell'Impero un fatto quasi ordinario e -normale. Molti dei seguaci di Odoacre erano morti, altri partiti, altri -s'erano aggregati ai Goti, i quali, di fronte alla popolazione ed alla -estensione del paese, erano anch'essi in piccolo numero. Le guerre, -le stragi avevano, è vero, diminuito non poco il numero degl'Italiani, -ma ciò rendeva più estese le proprietà da dividere, e tornava perciò, -in qualche modo, a vantaggio dei latifondisti, sui quali ricadeva il -peso della divisione. Anche sotto Teodorico l'aggravio delle imposte -fu minore che sotto l'Impero. Più di una volta egli avrebbe detto che -gli doleva di dover riscuotere tasse da paesi esausti, da contribuenti -impoveriti (_Cassiodoro_, III, 40). Le condizioni dell'agricoltura -continuarono a migliorare. S'aggiunse, che per molto tempo non vi fu -guerra, e che il governo barbarico aveva meno lusso, meno bisogno di -danari. L'Italia quindi, sebbene fosse in balìa dei barbari, ebbe anche -ora un periodo di pace e di tregua. - -Fra i più ricchi e celebri latifondisti erano i Cassiodoro delle -province meridionali. Colui che fra di essi fu terzo di questo nome, -era anche un gran possessore d'armenti di cavalli, dei quali fece -largo dono a Teodorico, che servì fedelmente come aveva già fatto con -Odoacre. Egli fu padre di quel Cassiodoro, che ebbe anche il nome -di Senatore, ed è notissimo come il Ministro per eccellenza degli -Ostrogoti. Nato a Squillace, nella Calabria, verso il 480, fu Patrizio, -Console, e nella sua qualità di Questore fece addirittura le parti di -primo ministro; fu anche _Magister officiorum_, Prefetto del Pretorio. -Le lettere d'affari, scritte da lui quando era in questi vari uffici, -sono il monumento più prezioso della storia di quei tempi. Tutto pieno -dell'idea romana, egli cercò di mantenerla viva sotto i Goti; la infuse -in Amalasunta, la figlia di Teodorico, che sembra essere stata da -lui educata, e che egli certo servì col suo solito zelo quando ella -successe al padre. Continuò, anche dopo la morte di lei, a lavorare -pel governo goto fino al 539, quando si ritirò definitivamente nel -suo paese, dove fondò, come vedremo, due monasteri, dandosi in essi a -vita religiosa e letteraria. Egli era stato sempre un uomo dato agli -studi, ai quali attese con ardore anche quando si trovava in mezzo -agli affari: alle lettere infatti dedicò ogni momento di libertà, che -gli restava. E così fece più che mai quando si ritirò finalmente nella -solitudine. Scrisse, fra le altre sue opere, una storia dei Goti, dei -quali cercò esaltare le origini ed il destino. Di essa c'è rimasto -solo il compendio che Jordanes ne fece di memoria, come egli dice, -dopo averla rapidamente letta una volta sola. Cassiodoro fu certo un -uomo d'assai buona indole, che avrebbe voluto romanizzare i Goti, da -lui sinceramente amati ed ammirati; un ottimo e fedele impiegato; un -facondo e fecondo scrittore, ma senza originalità e senza energia -di carattere. Cominciò la sua vita pubblica con un panegirico di -Teodorico, e si piegò di continuo alla volontà dei suoi vari padroni. -Come scrittore fu quasi sempre retorico ed ampolloso, affogando -il proprio pensiero in un mare di parole e di frasi convenzionali, -abbandonandosi a lunghe, eterne digressioni, le quali assai spesso poco -o punto avevano da fare col soggetto che trattava. Si potrebbe dirlo -addirittura il primo dei seicentisti. Era nondimeno un uomo d'ingegno, -instancabile nel lavoro; e la stessa sua poco originale loquacità, con -la quale riproduceva e ripeteva le idee, i sentimenti de' suoi tempi, -ne fece come uno specchio di essi. Dei quali assai spesso potè darci -un ritratto più fedele, perchè più impersonale ed obbiettivo, che non -avrebbe saputo fare uno scrittore di più alto ed originale ingegno, di -più vigorosa personalità. - -Teodorico, che era in sostanza un alto ufficiale militare e politico, -mandato dall'Imperatore a governare l'Italia, lasciò inalterate in Roma -e nelle province l'antica amministrazione, le antiche magistrature, che -affidò esclusivamente a Romani. Le province restarono sotto _Judices_ -da lui nominati, che amministravano la giustizia. A Ravenna c'era un -Prefetto del Pretorio, a Roma un _Vicarius Urbis_. Il Senato serbava -l'antico splendore ufficiale, senza l'antica autorità. Esso non -legiferava ora nè pei Goti nè pei Romani, pei quali ultimi le leggi -vere e proprie si facevano a Costantinopoli. V'era però sempre una -nobiltà senatoriale ereditaria, che aveva uffici determinati, ai quali -erano annessi doveri e diritti. Ed accanto a Teodorico s'andò formando, -per forza inevitabile delle cose, un'altra nobiltà di grandi personaggi -goti, i quali facevano parte del suo seguito, lo circondavano e -consigliavano sui grandi affari di Stato. In tutte le città continuava -l'ordinamento municipale con a capo i _Duumviri_, ed insieme con -essi, quasi come regi ufficiali, erano il _Defensor_, che sorvegliava -l'amministrazione, ed il _Curator_, che s'occupava della finanza. La -_Curia_ continuava ad essere destinata più che altro a riscuoter tasse. - -Questa monarchia era quindi, nello stesso tempo, una continuazione -dell'Impero, ed una istituzione germanica; era formata cioè di due -società diverse, che restavano sempre separate, ma che pure s'andavano -vicendevolmente modificando, per la vicinanza e contatto in cui si -trovavano. Il disegno però di fonderle insieme era un sogno: una delle -due doveva inevitabilmente, prima o poi, soccombere, cedere all'altra. -Teodorico non creò nessuna nuova istituzione; nulla anzi di veramente -nuovo egli fece nè amministrativamente nè legislativamente. A tutto -credeva di poter provvedere con una ben regolata amministrazione -della finanza e della giustizia. Il Goto intanto restava sempre -fuori dell'amministrazione, non era cittadino romano, nè tale poteva -esser fatto dallo stesso Teodorico. Era un forestiero, che formava -l'esercito, di cui i Romani non potevano come tali far parte: questi -avevano diretta ingerenza nell'indirizzo generale della politica. -Il carattere sostanziale della monarchia rimaneva quindi militare e -straniero, sebbene Teodorico fosse stato nominato Patrizio e Console, -adottato come figlio dall'Imperatore che lo aveva mandato. Era -uno stato di cose assai pericoloso, perchè pieno di sottintesi, di -finzioni, di forme, che non rispondevano, che anzi contradicevano alla -sostanza e realtà vera delle cose; non poteva perciò durare a lungo. -Tuttavia il primo periodo di questo regno assicurò alle popolazioni -alcuni anni non solo di pace, ma anche di prosperità. - -Secondo Procopio, Teodorico «difese l'Italia, amò la giustizia, fu -tiranno di nome, ma di fatto veramente re.» Molti esempi s'adducono -della sua giustizia, della sua tolleranza religiosa, la quale qualche -volta par degna di un vero filosofo, quasi d'uno spirito moderno. Nelle -lettere scritte per lui da Cassiodoro, egli dice, «che non si può a -nessuno imporre la fede religiosa, perchè nessuno può essere costretto -a credere contro sua voglia.» (II, 27). Non solo rispettò i cattolici, -ma adorò solennemente in Roma le reliquie di S. Pietro. Moltissimi -sono gli edifizi e le opere pubbliche da lui compiute, sopra tutto in -Ravenna, nella quale si può dire che lasciasse la propria impronta. -Ivi è la chiesa bellissima di S. Apollinare; ivi sono gli splendidi -mosaici, gli avanzi del suo palazzo, la sua tomba di stile romano, -coperta da un gran monolite. Altre opere pubbliche fece a Verona ed -in molte città dell'alta Italia. Restaurò gli acquedotti, le mura di -Roma; prosciugò una parte delle Paludi Pontine; promosse l'industria, -il commercio e l'agricoltura, a segno tale che il prezzo del grano -scemò grandemente, e l'Italia cominciò a bastare a sè stessa, cosa che -da lungo tempo non succedeva più. Nè sotto di lui fioriron solo le arti -belle, per opera di quegli artisti italiani e bizantini, i cui lavori -si ammirano anche oggi in Ravenna; ma rifiorirono del pari le lettere. -Se gli scritti di Cassiodoro, nonostante un valore incontestabile, -hanno pur molti difetti nella forma ampollosa e retorica, quelli di -Boezio, del quale avremo occasione di parlare più oltre, hanno anco -nella forma pregi non comuni, che dettero al loro autore una fama ben -meritata. Ma s'illuderebbe chi volesse attribuire tutto ciò all'opera -esclusiva, all'azione diretta e personale di Teodorico: fu piuttosto -conseguenza indiretta del suo governo. La pace da lui assicurata -all'Italia, l'amministrazione affidata alle mani esperte di ufficiali -romani contribuirono non poco a fare per qualche tempo prosperare il -paese. Ma non era una civiltà nuova che nascesse; era l'antica società -e l'antica civiltà che risorgevano di sotto alle rovine lasciate dalla -barbarie. - -Tutto ciò avvenne in modo così rapido e generale, che Teodorico stesso -finì coll'impensierirsene assai. Ed era naturale, perchè diveniva -sempre più evidente la diversità grande, irreconciliabile, che per -sangue, tradizioni, lingua, costumi, religione, passava fra Goti -e Romani. Ariano e capitano di barbari ariani, egli si trovava in -un paese essenzialmente romano e cattolico. Generale di un impero -teoricamente indiviso, e sotto la dipendenza di un imperatore, cui -diceva di volere obbedire, era e voleva essere re indipendente dei -Goti, che lo avevano levato sugli scudi. E però anche ora, come a tempo -di Odoacre, fino a quando l'Imperatore si trovava in lotta col Papa, a -questo ed al Re conveniva essere buoni amici, proteggendosi a vicenda -contro le pretese di Costantinopoli. Il giorno però in cui Papa e -Imperatore si fossero intesi, il pericolo per Teodorico poteva divenire -gravissimo. - -Ma anche senza di ciò, la questione politica era per sè stessa molto -pericolosa. L'Impero era pieno di barbari. Seguendo il vecchio sistema -bizantino di rivolgerli gli uni contro gli altri, l'Imperatore poteva -facilmente ripeter contro Teodorico quello che, per mezzo di lui -appunto, aveva fatto contro Odoacre. Teodorico perciò volse ben presto -il suo pensiero a fortificare il proprio Stato, essendo chiaro che -non poteva fare sicuro assegnamento su Costantinopoli, dove non si era -punto disposti a riconoscerlo in modo definitivo. Possedendo egli già -la Rezia, tenuta sempre come parte integrante dell'Italia, s'avanzò -nell'Illirico, l'anno 504, per impadronirsi di Sirmio, dove era stato -in passato un Prefetto del Pretorio, e che era la prima stazione dei -barbari, quando dal Danubio venivano in Italia. Così poteva difendere -da quel lato i confini d'Italia contro nuove invasioni. Ma ciò appunto -irritava grandemente l'Imperatore, perchè Teodorico s'impadroniva di -quella parte dell'Illirico che apparteneva all'Oriente. E dette nel 508 -occasione ad un assalto improvviso di navi bizantine contro le coste -dell'Italia meridionale, dove esse riportarono, come dice uno scrittore -del tempo, «una disonesta vittoria di Romani contro Romani.» Era sempre -la stessa perenne contradizione, che si riproduceva. Le lettere di -Teodorico riconoscono l'autorità dell'Imperatore di tutto il mondo, -_totius orbis praesidium_. Da lui egli desidera essere riconosciuto, -da lui ha imparato a reggere i Romani. Il suo governo altro non vuole, -altro non può essere, «che una copia dell'unico e solo Impero, _unici -exemplar Imperii_. Come si potrebbe separare da voi uno che da voi -è plasmato? Una divisione fra le due Repubbliche, che hanno sempre -formato un sol corpo, non è possibile. Un solo volere, un solo pensiero -è quello che deve animare tutto il regno romano, _romani regni unum -velle, una semper opinio sit_» (_Variae_, I, 1). E mentre che colla -penna del suo ministro, Teodorico scriveva queste lettere, quando si -trovava invece fra i suoi intimi consiglieri goti, vedeva in ben altro -modo lo stato delle cose, e mirava ad una politica assai diversa, se -non addirittura opposta. Egli voleva allora comandare in Italia come un -principe affatto indipendente, il che non piaceva certo all'Imperatore, -che perciò da un momento all'altro poteva decidersi ad assalirlo -o a farlo assalire da altri barbari. Questo suggerì a Teodorico il -pensiero d'imparentarsi, ed allearsi con i barbari della Gallia, della -Spagna, dell'Africa, costituendo sotto la sua egemonia, una specie di -confederazione, quasi d'Impero barbarico di Occidente. - -Una sua sorella, Amalafrida, egli dette in moglie a Trasamondo re -dei Vandali; una figlia ad Alarico II re dei Visigoti, i quali a lui -ed ai suoi erano affini; lo avevano aiutato a vincere Odoacre: essi -occupavano la Provenza, gran parte della Gallia, della Spagna, ed -avevano la loro capitale a Tolosa. Un'altra figlia dette all'erede -presuntivo del regno dei Burgundi, il figlio di re Gundobaldo. Era -un regno assai vasto, travagliato allora da interne dissensioni, -delle quali profittarono ben presto i Franchi. Questi fin d'allora -procedevano rapidamente alla formazione di un nuovo Stato barbarico -più vasto e forte degli altri, sotto Clodoveo, che, convertitosi -al Cattolicismo, ebbe l'appoggio potentissimo della Chiesa romana. -Teodorico sposò la sorella di Clodoveo, Audefleda, da cui ebbe la -figlia Amalasunta, sua unica erede. Il non avere figli maschi era ciò -che lo rendeva sempre più ansioso d'assicurare la successione e la -stabilità del proprio regno. - -Fra i barbari, quello che continuò più di tutti a progredire era -Clodoveo, il quale a forza di guerre, di violenze, di delitti d'ogni -sorta, riuscì a disfarsi de' suoi nemici, de' suoi parenti e rivali. -Vinse i Burgundi, che divennero suoi dipendenti; si volse contro -i Visigoti che sconfisse del pari, uccidendo il loro re. Ottenne -poi non solo il favore del Papa, come abbiam visto, ma quello anche -dell'imperatore Anastasio, che lo nominò Console onorario, mostrando -così di volerlo opporre a Teodorico. E però questi, dopo che ebbe -fatto invano ogni opera per impedire l'avanzarsi dei Franchi contro i -Visigoti, si decise a muover loro guerra, quando vide che assediavano -Arles, ed erano per prenderla. Due eserciti ostrogoti passarono quindi -le Alpi fra il 508 ed il 509; e il primo di essi arrivò in tempo per -liberare la città, che validamente si difendeva. I Franchi uniti ai -Burgundi ebbero poi una rotta, nella quale, secondo Jordanes, che -sempre esagera le cifre, perdettero 30,000 uomini. E così Teodorico -fu padrone non solamente della Provenza, che ritenne per sè, come -appartenente all'Italia; ma anche di quella parte della Spagna e della -Gallia che era dei Visigoti, e che egli governò in nome d'Amalarico -giovanetto, suo nipote, figlio di re Alarico II. Nel centro e nel nord -della Gallia il forte regno dei Franchi, cominciò dopo la morte di -Clodoveo (511) ad essere travagliato da interne dissensioni; e così per -qualche tempo non fu più pericoloso all'Italia. - -Teodorico allora, quasi fosse veramente divenuto Imperatore, ordinò -nella Provenza un governo alla romana; mandò in Gallia un Prefetto -del Pretorio, ed un _Vicarius Urbis_. A quest'ultimo scriveva, -raccomandandogli di mostrarsi tal governatore, «quale un _Romanus -Princeps_ poteva mandare alle sue province» (Variae, III, 16). A -quei provinciali diceva poi: «richiamati per divino aiuto all'antica -libertà, adottate i costumi romani, _vestimini moribus togatis_, -abbandonando la barbarie e la crudeltà; obbedite alle antiche leggi, e -siate così degni nostri sudditi» (III, 17). Un'altra prova manifesta di -questa affettata romanità si trova nella iscrizione a lui dedicata in -Terracina, a proposito del prosciugamento di una palude. Ivi Teodorico -è chiamato _victor ac triumphator semper Augustus, bono Reipublicae -natus, custos libertatis et propagator romani nominis_.[30] È sempre la -ripetizione dello stesso singolare fenomeno, la stessa contradizione. -Essendo e volendo essere un re barbaro, pretendeva di legalizzare e -legittimare questo suo stato, atteggiandosi a principe romano, a nuovo -Imperatore d'Occidente, cosa che Anastasio certamente non avrebbe -potuta mai tollerare in un barbaro. E però invano il re ostrogoto fece -di tutto per renderselo propizio. Il non potervi riuscire lo angustiava -ora più che mai, giacchè avendo data sua figlia Amalasunta in isposa ad -Eutarico, che era un barbaro, diveniva sempre più necessario, perchè -questi potesse legalmente ascendere al trono, ottenere l'approvazione -dall'Imperatore. Se però Teodorico non riuscì mai ad averla da -Anastasio, l'ottenne invece dal successore Giustino, dopo che ebbe -promosso un accordo fra questo ed il papa Ormisda. Le conseguenze però -di tale accordo furono a lungo andare assai diverse e più gravi di quel -che non si sarebbe pensato. La questione religiosa, che aveva in Italia -una straordinaria importanza, mutò adesso sostanzialmente carattere, e -s'aggravò in modo da divenire più tardi causa non ultima della rovina -del regno ostrogoto. - -Sebbene ariano, Teodorico era stato lungamente in buona armonia -col Papa, favorendolo nel conflitto religioso, che tra Roma e -Costantinopoli da lungo tempo continuava assai aspro. Già papa Gelasio -I (492-6), sostenitore fermo e costante della supremazia della Chiesa -di Roma, aveva, come vedemmo, condannato l'_Henoticon_, dichiarando -eretico Acacio, aggiungendo, che se l'Imperatore ne avesse seguito -le idee, sarebbe stato eretico anch'esso. «Come romano, così egli -scriveva, io dovrei esser sempre favorevole all'Imperatore; ma la -tolleranza degli eretici è più pericolosa delle devastazioni dei -barbari.» Nè c'era ragione che mutasse attitudine o linguaggio per -favorire Teodorico, il quale non aveva interesse alcuno di contrariarlo -nella disputa, perchè il dissidio era tutto a suo vantaggio. Se non -che l'Imperatore d'Oriente che aveva mandato Teodorico, sperando fra -le altre cose che egli avrebbe saputo meglio di Odoacre tenere a freno -il Papa, restava affatto deluso, e quindi sempre più irritato contro di -lui. - -A Gelasio successe Anastasio II (496-8), che aveva il nome stesso -dell'Imperatore, ed era un Romano d'indole assai più mite del suo -predecessore. Teodorico ne profittò, per mandare a Costantinopoli -un'amichevole ambascerìa, alla cui testa era il patrizio Festo, il -quale s'adoperò molto ad ottenere una conciliazione politico-religiosa, -lasciando sperare all'Imperatore di far piegare il Papa nella questione -dell'_Henoticon_, ed in questo modo riuscì a far mandare a Teodorico -le tanto desiderate insegne. _Pace facta de praesumptione regni_, dice -a questo proposito l'Anonimo Valesiano. Ben presto però papa Anastasio -moriva, e ne seguì una elezione violentemente contrastata, durante -la quale Teodorico si condusse con grande prudenza. I candidati eran -due. Lorenzo, tenuto più pieghevole e meno avverso all'_Henoticon_, -aveva il favore dei Senatori, e quello sopra tutto di Festo, come era -naturale per le speranze che appunto l'_Henoticon_ egli aveva date a -Costantinopoli. L'altro candidato, Simmaco, era invece più fermo nella -dottrina ortodossa, e godeva quindi il favore degli ardenti cattolici. -Così la lotta fra i due partiti s'accese per modo, che ne venne -minacciato l'ordine pubblico, e Teodorico fu costretto ad intervenire. -Con molto accorgimento egli dichiarò, che l'eletto doveva essere colui -al quale s'era dato un maggior numero di voti. E così vinse Simmaco -(498), quegli appunto che a lui conveniva di più, perchè meno disposto -a troppo sottomettersi a Costantinopoli. - -Nell'anno 500 Teodorico fece il suo ingresso solenne in Roma. Fuori -delle mura gli vennero incontro il nuovo Papa, il Senato, i nobili. -Egli andò in S. Pietro ad adorare le reliquie del Santo; dichiarò -di voler concedere tutto ciò che gl'Imperatori avevano promesso -a vantaggio della Città eterna; attese con ardore al restauro dei -monumenti; fece celebrare i giuochi nel Circo; assegnò al popolo un -annuo sussidio di 120 mila moggia di grano. Intanto gli oppositori di -Simmaco non si erano acquetati; mossero anzi contro di lui ogni sorta -d'accuse, perfino di adulterio. Teodorico dichiarò di non volersene -mescolare, e rimise la decisione ad un Concilio, che fu chiamato Sinodo -palmare (501), nel quale mandò suo rappresentante il vescovo di Altino. -Gli fu opposto che il Concilio doveva essere radunato dal Papa, non -dal Re; e Teodorico rispose, che aveva in tutto proceduto d'accordo con -Simmaco. Si protestò allora che non si voleva il regio visitatore, che -non si poteva da nessuno giudicare il capo della Chiesa; e Teodorico -disse che egli pregava solamente il Concilio di ristabilire la pace -religiosa nel modo che credeva migliore. Si sarebbe, egli aggiunse, -uniformato senz'altro alle deliberazioni prese, limitandosi da parte -sua a mantenere l'ordine, a difendere da ogni minaccia la persona del -Papa. Il Concilio finì col riconoscere Simmaco senza giudicarlo; e -Lorenzo, dopo avere invano tentato di resistere, si ritirò. La pace -religiosa fu così ristabilita in Occidente; ma ricominciò subito -la lotta con Costantinopoli. Ben presto Simmaco assunse un'assai -decisa attitudine; ed in un Concilio tenuto l'anno 502 fece leggere -ed annullare i due decreti di Odoacre (483) circa la elezione papale -e la proibizione d'alienare le proprietà della Chiesa, ritenendoli -illegali, come opera di un laico, indebitamente poi sanzionata. E -quanto all'_Henoticon_, scrisse all'Imperatore: «Invano tu credi di -poterti levare contro la potenza di S. Pietro, e liberarti dal giudizio -di Dio.» Nè l'Imperatore poteva allora reagire, perchè il popolo era -a Costantinopoli divenuto fautore della dottrina ortodossa. Il Papa -quindi procedeva fermo e sicuro, occupandosi, senza altri pensieri, di -costruire in Roma nuove chiese, dando le sue cure maggiori ad abbellire -S. Pietro, iniziando la costruzione del Vaticano: e così, per opera -sua e di Teodorico, l'antica capitale dell'Impero sembrava fiorire -di nuovo. A Costantinopoli invece la disputa religiosa dava origine a -tumulti, a ribellioni, che indebolivano l'Imperatore ed incoraggiavano -sempre più il Papa. E quando a Simmaco successe Ormisda (514-23), -anche questi continuò a lottare con energia contro l'Imperatore, che -finalmente, perduta la pazienza, mandò via gli ambasciatori papali -dicendo, che poteva sopportare d'essere addolorato ed anche ingiuriato, -ma non voleva rassegnarsi a ricevere comandi da Roma. - -Inasprite le cose fino a questo punto, cominciavano a dar grave -pensiero anche a Teodorico, cui certo non giovava che l'Imperatore -venisse troppo irritato. E fu questo il momento nel quale la questione -religiosa subì la profonda modificazione, più sopra accennata. -Morto l'imperatore Anastasio, gli era successo Giustino (518-27), un -contadino ignorante della Dardania, valoroso soldato, affatto ortodosso -in religione, che si lasciò guidare da suo nipote Giustiniano, uomo -di grande ingegno e ortodosso al pari di lui. Fu questo veramente -il principio di un nuovo indirizzo religioso e politico nell'Impero, -anzi di un'era novella. Il popolo a Costantinopoli esaltava con grande -ardore le dottrine cattoliche, e gli eretici erano perseguitati: il -Papa naturalmente ne gioiva. Teodorico, impensierito allora del nuovo -stato di cose in Oriente, e della opposizione crescente che vedeva -sorgere contro di lui in Italia, pensò di farsi addirittura iniziatore -d'un accordo fra Papa e Imperatore, sperando così di guadagnarsi -il favore dell'uno e dell'altro. La cosa riuscì dapprima assai -facilmente; ma le conseguenze furon poi inaspettate. Nel 519 arrivavano -a Costantinopoli gli ambasciatori del Papa, che furono solennemente -accolti dal popolo, dal Senato e dall'Imperatore. Essi portavano -il _libellus_, o sia la formola già concordata della esplicita -sottomissione dell'Impero alle dottrine cattoliche; e fu subito -accettata. L'_Henoticon_, cagione di tante dispute, venne solennemente -condannato; Acacio fu anatemizzato. Così Roma, dopo una lotta sostenuta -sempre con energia, senza mai nulla cedere, aveva finalmente trionfato. -E pareva che l'Imperatore si fosse stabilmente messo d'accordo non -solo col Papa, ma anche con Teodorico. Infatti Eutarico fu nominato -Console e adottato come figlio, _per arma filius_ (_Variae_, VIII, -1): era questa la formola usata. Se non che ben presto tutto si volse -a danno di Teodorico, il quale era ariano, e non poteva andare a -lungo d'accordo con un Papa e con un Imperatore, che, essendo ambedue -ortodossi, dovevano trovarsi, come ben presto si trovarono, uniti -contro di lui. - - - - -CAPITOLO IV - -Fine del regno di Teodorico — Governo di Amalasunta - - -Verso il 524 l'imperatore Giustino cominciò a perseguitare gli Ariani, -il che rese subito assai difficile la condizione di Teodorico, massime -perchè suo genero Eutarico era un ariano fanatico ed intollerante. Il -Re fu quindi costretto a reagire, perseguitando i Cattolici, e si trovò -subito in urto col Papa, eccitando lo scontento delle popolazioni. -In questo tempo appunto, avendo il popolo bruciata la Sinagoga a -Ravenna, Teodorico lo costrinse a ricostruirla; il che aumentò sempre -più il malumore. E non era cosa di poco momento. Nei Romani, sopra -tutto nei Senatori e nei latifondisti, che più avevano sofferto per -la divisione delle terre, dirigevano l'amministrazione ed avevano i -principali uffici civili, s'era, insieme colla prosperità favorita -dalla pace, cominciata a manifestare una crescente avversione ai -Goti, con una maggiore fiducia in sè stessi. Questa fiducia, come era -naturale, aumentava grandemente ora che si poteva esser sicuri del -favore del Papa e dell'Imperatore. Così la società e la cultura romana -guadagnavano rapidamente terreno, e i fautori di esse cominciavano -a intendersela direttamente coll'Imperatore. Tutto questo finì -coll'irritare assai Teodorico, il quale vedeva a un tratto minacciato -di rovina l'edifizio con sì gran cura innalzato. L'alleanza, la fusione -dei Goti e dei Romani da lui tanto vagheggiate, apparivano ora come -un sogno che s'andava a un tratto dileguando. Fu allora che egli emanò -contro i Romani l'ordine ricordato dall'Anonimo Valesiano, _ut nullus -eorum arma usque ad cultellum uteretur_. Ed a poco a poco parve che in -lui andasse scomparendo ogni traccia di romanità; tornò ad essere il -feroce barbaro d'una volta, quello stesso che colle proprie mani aveva, -nel banchetto di Ravenna, assassinato Odoacre. - -Non tutti i Romani erano però concordi, essendovi fra loro, anche negli -ordini superiori della società, di quelli che restavano ciecamente -attaccati ai Goti, e che, come tutti i rinnegati, erano intolleranti -e vendicativi. Alla loro testa si trovava il referendario Cipriano, -che fu poi Conte delle sacre largizioni, Maestro degli uffici, e che -non solamente aveva egli stesso preso servizio nell'esercito dei Goti, -ma da essi aveva fatto educare nella loro lingua e nelle armi i suoi -propri figli. Costui ad un tratto accusò il patrizio Albino d'avere -scritto all'Imperatore lettere segrete, per cospirare contro Teodorico. -Albino negò recisamente ogni tentativo di congiura; e la cosa non -avrebbe avuto le grandi proporzioni che prese, se all'agitazione che -già s'era manifestata nei Romani, ai sospetti già fieramente accesi -nell'animo di Teodorico, non si fosse aggiunto l'intervento inaspettato -e spontaneo d'un personaggio di grande reputazione ed autorità. - -Il senatore Boezio della illustre famiglia Anicia era stato amico -di Teodorico, e ne aveva fatto l'elogio in Senato; nel 510 era -stato Console, dignità che nell'anno 522 venne contemporaneamente -conferita ai suoi due figli, fatto eccezionale davvero. Egli era -studiosissimo dell'antica filosofia, sopra tutto di Aristotele, di -cui aveva commentato la Logica; di Platone e dei Neoplatonici. Aveva -tradotto dal greco opere di matematica e di magia; aveva scritto opere -filosofiche, ed anche teologiche: Cassiodoro ce lo descrive come un -uomo enciclopedico. «A lui si ricorse, egli dice, quando si voleva -costruire un orologio ad acqua, ed uno a sole pel re dei Burgundi; -quando si cercava un buon citaredo per mandarlo al re Clodoveo, e così -pure quando si volle scientificamente esaminare se era stata alterata -la moneta con cui venivano pagati i soldati.» Egli era un cristiano, -ammiratore dello spirito dell'antica Roma, animato fino all'entusiasmo -da un sentimento stoico e neoplatonico. Una prova di questo suo -esaltamento si vide nel modo con cui si gettò nella pericolosa disputa, -a proposito di Albino. Ne difese a viso aperto l'innocenza, sostenendo -esser falsa l'accusa fattagli da Cipriano, aggiungendo che i sentimenti -d'Albino erano quelli di tutto il Senato; che congiura non v'era stata, -e se vi fosse stata, nessuno dei Senatori l'avrebbe rivelata. Cipriano -allora portò falsi testimoni, che riconfermarono l'accusa mossa contro -Albino, estendendola anche a Boezio. E così furono ambedue chiusi in -carcere. - -Non sappiamo qual fosse il destino finale di Albino, ma Boezio venne -processato e condannato dal Senato. La forma del processo ci è però -ignota: non si può dire con certezza se la condanna fu pronunziata da -una commissione o da tutto il Senato. Ma quest'ultimo caso non par -probabile, se si pensa ai sospetti che Teodorico continuò sempre ad -avere contro i Senatori. Non si sa neppure qual fosse veramente la -sentenza pronunziata contro Boezio, che se aveva con troppa audacia -sparlato del Re, aveva però a viso aperto difeso il Senato. Assai -probabilmente venne da una commissione condannato al carcere, pena che -più tardi Teodorico, accecato dall'ira, mutò di suo arbitrio in una -morte crudele, anzi barbara addirittura. - -Nella lunga prigionia Boezio scrisse la sua _Consolatio Philosophiae_, -che è la propria confessione ed apologia, il libro che rese immortale -il suo nome. «Di che cosa sono io accusato?, egli diceva. Di avere -amato la libertà di Roma, difeso la dignità del Senato.» Chiamava -corrotti i suoi accusatori, e si doleva di essere stato condannato, -senza venir prima interrogato, da quel Senato stesso di cui aveva -assunto le difese. La ragione dell'accusa, egli proseguiva, «furono -gli odii contro di me suscitati nell'adempimento del mio ufficio, -opponendomi io alle ingiustizie di cui erano vittime i provinciali -romani. L'avidità dei barbari, sempre impunita, diveniva ogni -giorno maggiore verso le terre dei provinciali, dei quali assai -spesso volevano la testa, per aver poi gli averi. Quante volte non -difesi e protessi i miseri contro le infinite calunnie dei barbari, -che volevano divorarli!» Questo libro dettato nel carcere, senza -l'ampollosa retorica di Cassiodoro, in buona e corretta prosa latina, -di tanto in tanto interrotta da versi, è un vero inno alla virtù. E -fu scritto colla certezza della morte vicina, perchè la irritazione -di Teodorico, già arrivata al colmo, divenne, come era naturale, per -questo audace linguaggio, addirittura furibonda. Boezio si dichiarava -apertamente difensore della giustizia e degli oppressi, pei quali non -aveva mai ricusato nessun sacrifizio. «Gloria, potenza, ricchezza, -egli continuava, sono vanità. Solo la virtù ha valore, essa sola rende -l'uomo veramente libero. Iddio che è il sommo bene, cui l'universo -intero aspira, deve essere anche la mira costante del filosofo.» -Fra i caratteri più singolari del libro, che ebbe una prodigiosa -popolarità in tutto il Medio Evo, e fu tradotto in ogni lingua, v'è -ancora questo, che, leggendolo senza conoscerne l'autore, sarebbe -difficile dire se esso è l'opera d'un pagano o d'un cristiano. È di -certo la manifestazione d'un eroismo, che potrebbe credersi pagano -e cristiano ad un tempo. Non si può affermare che vi sia nulla di -sostanzialmente contrario al Cristianesimo, ma è strano davvero che -un cristiano, il quale s'apparecchia alla morte, non accenni una sola -volta nè al Paradiso, nè all'Inferno, nè a Cristo, e neppure alla -speranza d'una vita futura. Pare il linguaggio d'uno stoico, tanto che -per qualche tempo si giunse a dubitare se Boezio fosse stato davvero -cristiano e autore delle opere religiose a lui attribuite. Ma la grande -popolarità che nel Medio Evo godette il suo libro fra i Cristiani, -rendeva assai difficile ammettere il dubbio, ed oggi la critica storica -lo ha interamente eliminato. C'è in lui qualche cosa che ricorda i -Neoplatonici italiani del secolo XV, come Marsilio Ficino e Pico della -Mirandola, nei quali Paganesimo e Cristianesimo sembravano fondersi -e confondersi in una dottrina sola. I cospiratori allora affilavano -i pugnali contro i tiranni, invocando Bruto, e nello stesso tempo si -raccomandavano alla Madonna, perchè guidasse il loro braccio, e non -facesse fallire il colpo omicida. - -Teodorico si decise finalmente a far morire il prigioniero. Una fune -venne legata intorno al capo di Boezio così strettamente, che gli -occhi quasi ne schizzarono fuori, ed allora con un colpo di mazza -sulla testa lo finirono (524). Nè contento di ciò, Teodorico, che aveva -ormai perduto il dominio di sè, temendo che Simmaco, capo del Senato, -anch'esso della famiglia Anicia, e che aveva dato sua figlia in moglie -a Boezio, potesse voler vendicare il parente suppliziato, fece prendere -e porre a morte anche lui, senza neppur fargli processo. Ciò dimostra -che Albino e Boezio non erano soli ad avere sentimenti romani nel -Senato, e fa quindi sempre più credere che questo non sarebbe stato -allora concorde a pronunziare, per ragioni politiche, la sentenza di -morte contro uno dei suoi membri. - -A papa Ormisda era successo Giovanni I (523-6), che si mostrò lieto -anch'esso che l'Imperatore perseguitasse gli Ariani, ciò che spinse -il furore di Teodorico fino al parossismo. Egli, nonostante la -viva resistenza, costrinse il Papa a partire per Costantinopoli, -pretendendo che andasse colà a difendere la causa degli Ariani, a -chiedere la restituzione delle loro chiese; altrimenti minacciava -severe rappresaglie. Il Papa assai di mala voglia partì per l'Oriente, -e fu accolto con grande entusiasmo. Ottenne tutto quello che domandò -nell'interesse del Cattolicismo; nulla però, com'era naturale, -ottenne, nè gl'importava ottenere, a favore degli Ariani. Lo sdegno -di Teodorico fu tale allora che, quando Giovanni tornò, lo chiuse in -carcere, dove il 25 maggio 526 morì. Ed ora il Re volle, per propria -sicurezza, ingerirsi nella elezione del nuovo Papa, indicando colui -che fu poi eletto col nome di Felice III. Tutto questo destò d'ogni -parte uno straordinario ed universale malcontento contro di lui. -Pareva che l'Impero ed i Vandali, profittando della occasione, fossero -per mettersi d'accordo, e muovergli guerra da un momento all'altro. -Ma quando egli con febbrile attività raccoglieva navi ed armati per -difendersi, fu improvvisamente sorpreso dalla morte. - -In questa morte, avvenuta solo novantasette giorni dopo quella di -papa Giovanni, molti videro la mano di Dio, e più d'una leggenda -s'andò formando intorno ad essa. Procopio racconta che, trovandosi -Teodorico ad un banchetto, gli fu portato un grosso pesce, il quale, -digrignando i denti e rivolgendo minacciosamente gli occhi, pareva che -assumesse le sembianze di Simmaco. Spaventato di ciò, il Re si sentì -preso da brividi che lo costrinsero a mettersi in letto, dove non vi -furono panni che bastassero a riscaldarlo, ed il 30 agosto 526, in -età di settantadue anni, fu da una forte dissenteria condotto a morte. -Un'altra leggenda, narrata assai più tardi nei _Dialoghi_ di Gregorio -Magno, racconta che un collettore di tasse, passando per l'isola di -Lipari, vi trovò un eremita che subito esclamò: — È morto Teodorico! — -Come mai, rispose l'altro, se non è molto che io lo lasciai in buona -salute? — Eppure, soggiunse l'eremita, io l'ho visto or ora passare -colle mani legate, fra papa Giovanni I e Simmaco, ed essere gettato -nel cratere del Vulcano di Lipari. — Questa leggenda si connette assai -probabilmente al fatto, che qualche tempo dopo la morte, il corpo del -Re non fu più trovato nel suo mausoleo, e se ne perdè ogni traccia. -Nel 1854 si credette che alcuni muratori, i quali scavavano la terra -non molto lungi dal mausoleo, avessero trovato colà sepolto il suo -cadavere. Ma anche allora, per colpa di quegli operai mal fidi, tutto -scomparve insieme colla corazza d'oro, che era stata del pari trovata, -e di cui solamente alcuni brani si salvarono. - -Teodorico, morendo, lasciava la figlia Amalasunta, vedova per la -morte già avvenuta del marito Eutarico, da cui aveva avuto un bimbo, -Atalarico, che era allora di dieci anni circa. E però, quando Teodorico -si sentì vicino a morte, chiamati intorno a sè i capi dei Goti, -presentò loro il nipote, raccomandando, come dice Jordanes, «che lo -rispettassero quale loro re, amassero il Senato ed il popolo romano, -tenessero soddisfatto e propizio l'Imperatore: _Principemque orientale -placatum, semperque propitium haberent post Deum_.» Necessariamente -il governo venne di fatto nelle mani della madre Amalasunta, la quale -aveva avuto un'educazione romana; parlava il goto, il greco ed il -latino. Ella ci è descritta come bella e d'animo virile; ma in realtà -non riuscì pari alle molte e gravi difficoltà in mezzo alle quali -si trovò. A tempo di lei non solo l'Impero d'Occidente si decompose -affatto, ma s'avviò a rovina anche il regno ostrogoto. - -E prima di tutto, la sua successione al governo, non approvata -dall'Imperatore, non era, neppure secondo le consuetudini gote, legale. -Si cercò di rimediarvi, facendo prestare giuramento dal popolo goto -e romano ad Atalarico, che a sua volta dovè giurare ad essi ed al -Senato. _Jurat per quem juratis_, scriveva Cassiodoro (VIII, 3), il -quale divenne ora nella Corte più potente che mai; fu Maestro degli -uffici, Questore, e più tardi Prefetto del Pretorio, tanto che diceva -di sè stesso: _Erat solus ad universa sufficiens_ (IX, 25). Amalasunta -sembrava che volesse seguire una politica mite e conciliatrice, senza -troppo allontanarsi dalla via seguita da suo padre nei primi anni del -regno. Restituì ai figli di Boezio e di Simmaco i beni loro confiscati; -e nello stesso tempo, con singolare contradizione, favorì ancora il -partito avverso. Infatti Cipriano, l'accusatore, il calunniatore di -Albino e di Boezio, ritenne i suoi alti uffici. Sotto di lei vi furono -Romani che ebbero nell'esercito gradi elevati, e Goti che entrarono nel -Senato.[31] La forza delle cose la costringeva a tenere una via diversa -da quella seguìta da Teodorico; e ciò nella politica estera più ancora -che nella interna. - -Il concetto d'una grande confederazione barbarica, sotto la presidenza -del re ostrogoto, andò in fumo. L'Italia si trovò isolata, ed a -Costantinopoli s'aveva ora assai buon gioco, e si cercò presto di -trarne profitto. Intanto Amalasunta faceva scrivere da Cassiodoro, in -nome di Atalarico, una lettera che diceva all'Imperatore: «Mio avo -fu innalzato da Onorio alla dignità di Console, mio padre fu da voi -adottato _per arma filius_; questo è un titolo, che a me adolescente -s'addice anche meglio» (VIII, 1). Ma nulla s'ottenne da Giustino, chè -anzi l'Italia meridionale si trovò da lui minacciata di guerra, tanto -che fu allora appunto che Cassiodoro dovè accorrere per assumerne coi -suoi la difesa. A settentrione minacciavano i Gepidi; all'interno v'era -un grandissimo scontento fra i Goti, i quali si dolevano aspramente, -che il giovane Atalarico venisse educato alla romana piuttosto che -alla gota, alle lettere piuttosto che alle armi. Nel 527 Giustino -associava all'Impero suo nipote Giustiniano, il quale dopo quattro -mesi (1º agosto 527), per la morte dello zio, divenne Imperatore. Egli -era un uomo assai più accorto, che ad una grande ambizione univa un -altissimo ingegno. Riconobbe subito la successione di Atalarico e la -reggenza di Amalasunta, non per affetto che portasse loro; ma perchè -voleva assicurarsene il favore, meditando adesso di muover guerra ai -Vandali. Finita questa, avrebbe poi pensato ad attaccare l'Italia. -Intanto era lieto che il malumore dei Goti crescesse, perchè così si -spianava a lui la via per mescolarsi nelle loro faccende, e trovar -futuri pretesti di guerra. Già i loro capi protestavano ogni giorno -più vivamente contro Amalasunta, per la educazione che dava al figlio. -Teodorico, essi andavano ripetendo, aveva giustamente affermato, che -non avrebbe saputo mai affrontare le spade nemiche colui che temeva -la sferza del pedagogo. Ed un giorno che il fanciullo piangeva per una -guanciata ricevuta, chi dice dal maestro, chi dalla madre, le sdegnose -proteste arrivarono a tale, che essa dovette cedere, affidandolo a -capi militari, i quali lo educarono fra le armi, le donne, il vino, -i cavalli. Ed egli allora, per questo subito mutamento, datosi alla -dissolutezza, cominciò a deperir tanto nella salute, che si previde -subito non poter vivere a lungo. - -In Italia si trovava un altro nipote di Teodorico per nome Teodato; -questi era figlio d'Amalafrida e di un Goto, morto il quale, ella aveva -in seconde nozze sposato Trasamondo re dei Vandali, l'uno e l'altro -già morti adesso. Da lei Teodato aveva ricevuto un'educazione romana, -ed era divenuto appassionato cultore della letteratura latina e della -filosofia di Platone, il che lo rendeva poco accetto ai Goti. Pure, -secondo le loro consuetudini, la successione sarebbe toccata a lui, -come figlio d'una sorella di Teodorico, in caso che Atalarico fosse -morto prima, cosa che pareva assai probabile. Ambizioso ed avido, -egli s'era reso poco accetto anche ai Romani, per le sue prepotenze. -Teodorico gli aveva concesso vaste terre in Toscana, ed egli le aveva, -a forza di astuzie e di prepotenze, aumentate in modo da rendersi -padrone di quasi tutta quella regione. Amalasunta dovette quindi porre -un freno a queste ingiustificate spoliazioni, e ciò le rese Teodato -avverso per modo che cominciò a tramare contro di lei a Costantinopoli. - -L'avversione dei Goti per Amalasunta era intanto giunta a tale, che -ella dovette mandarne ai confini tre dei più potenti e riottosi. -Tuttavia si sentiva sempre così poco sicura, che si rivolse anch'essa -a Giustiniano, al quale aveva, come vedremo, reso già assai utili -servigi nella guerra contro i Vandali (533). Voleva rifugiarsi presso -di lui, ed a sua dipendenza governare poi l'Italia. Giustiniano, come -è naturale, accolse la proposta; e già le aveva apparecchiato splendido -alloggio a Durazzo (_Dyrrachium_), dove essa spedì sopra navi i tesori -dello Stato, 40,000 aurei. Ma Amalasunta, che era donna assai mutabile, -essendo in questo mezzo riuscita a disfarsi dei tre Goti che aveva -confinati, richiamò le navi e depose a un tratto ogni pensiero di -lasciare l'Italia. - -Giustiniano allora, non sapendo qual fosse veramente l'animo di lei, -mandò tre ambasciatori per indagarlo (534). Egli adesso aveva vinto i -Vandali, e s'apparecchiava a fare l'impresa d'Italia. Aveva in passato -chiesto ad Amalasunta la fortezza di Lilibeo (Marsala) in Sicilia, e la -chiedeva ora nuovamente. Questa fortezza era stata concessa in dote ad -Amalafrida; e i Goti ritenevano che, per la morte di lei, tornasse di -diritto a loro. Giustiniano invece riteneva che, avendo egli sottomesso -i Vandali, la fortezza spettasse a lui, e la chiedeva con insistenza -anche perchè gli poteva giovare non poco nel cominciare l'impresa -d'Italia. Amalasunta l'avrebbe facilmente ceduta; ma temeva lo sdegno -del suo popolo, e però esitava. - -Il 2 ottobre 534 moriva Atalarico, ed Amalasunta si trovò in una -nuova, difficilissima condizione. Non poteva essere regina, perchè -le leggi dei Goti non lo consentivano; non poteva essere reggente, -perchè il figlio era morto; non poteva quindi neppur trattare in -proprio nome con Giustiniano. Capì allora che bisognava rivolgersi a -Teodato, e gli propose d'associarsi a lei nel governo dell'Italia. -Sperava di contentarlo coll'apparenza del potere, che egli invece -intendeva assumere ben presto nelle sole sue mani. Ma intanto le -lettere sempre ampollose e retoriche, scritte da Cassiodoro in loro -nome, annunziavano all'Imperatore la nuova unione: «Come il corpo -umano ha due orecchie, due occhi, due mani, così il regno goto ha -ora due sovrani.» E con altre lettere, scritte sempre da Cassiodoro, -essi facevano vicendevolmente le proprie lodi presso l'Imperatore, e -dinanzi al Senato. Pare che Giustiniano, persuaso che non vi fosse da -temer grande resistenza da parte di due sovrani deboli e discordi, si -dimostrasse pronto a riconoscerli senza difficoltà. Ma intanto Teodato, -già stanco d'avere il secondo posto, riuscì a confinare Amalasunta -nel lago di Bolsena, dove fu ben presto strangolata nel bagno (535) -dai parenti di quei Goti, che essa aveva fatti uccidere. Procopio, -nei suoi _Anecdota_, pretende che istigatrice di questo assassinio -fosse stata l'imperatrice Teodora, la quale temeva che Amalasunta, -venendo a Costantinopoli, avesse colla sua bellezza potuto esercitare -troppo grande predominio sull'animo dell'Imperatore. Teodato da parte -sua si dichiarò affatto innocente, ma nessuno gli credette, massime -quando si vide che gli uccisori furono da lui premiati. Chi intanto da -tutto questo potè veramente cavar vantaggio fu Giustiniano. Appena che -Amalasunta era stata messa in prigione, egli aveva protestato, dicendo -che l'assumeva sotto la sua protezione. E quando la seppe uccisa, egli, -sotto l'apparenza di vendicare la giustizia offesa, si credette in -pieno diritto di muover contro Teodato e gli Ostrogoti quella guerra, -che già da lungo tempo meditava. - - - - -CAPITOLO V - -Giustiniano e Belisario — La guerra vandalica — Il principio della -guerra gotica - - -Ci è forza ora tornare un passo indietro, per parlare di Giustiniano, -che così gran parte ebbe nelle cose d'Italia. - -Egli nacque nella Dardania l'anno 482 o 83; ebbe a Costantinopoli una -educazione ed istruzione greco-romana. Nel 521 fu da suo zio Giustino -nominato Console. Ed in questa occasione vi furono feste straordinarie -davvero, nelle quali si spesero 280,000 aurei, e furono adoperati -venti leoni, trenta pantere ed altri animali feroci. Questo fu il primo -segno di quel sontuoso lusso, di cui Giustiniano fu sempre assai vago, -in parte per sua propria indole, in parte perchè lo credeva utile a -crescergli autorità presso le moltitudini. Nel 527 venne associato -all'Impero da suo zio, cui poco dopo successe. Egli era certamente -un uomo di grande ingegno, ed aveva un alto concetto dell'Impero, -che voleva restaurare in Occidente. Mirabile fu in lui l'attitudine a -scegliere le persone adatte all'attuazione de' suoi disegni. Questo si -vide nella scelta che fece prima di Belisario, poi di Narsete, il quale -a sessant'anni venne per la prima volta messo alla testa d'un esercito, -e riuscì ottimo generale. La stessa felice attitudine dimostrò nella -elezione di Triboniano e degli altri che chiamò a compilare il _Corpus -Juris_, non che degli architetti che costruirono il meraviglioso tempio -di Santa Sofia. Non aveva però capacità amministrativa; profondeva -danari nelle opere pubbliche, nelle molte fortezze che costruì, nelle -continue guerre. Tutto questo lo portò ad aggravar di tasse il popolo, -provocando un gran malcontento, che, aggiunto alla continua mancanza di -danaro, più d'una volta mandò a monte i disegni meglio concepiti. Oltre -di ciò s'innamorò d'una bella e trista donna, che fu addirittura una -specie di Lady Hamilton, dissoluta, crudele e di un orgoglio smisurato. -Figlia d'un guardiano delle bestie del circo, morto il padre, essa si -sarebbe, secondo la pubblica fama, prostituita a tutti, mostrandosi -anche nuda nel teatro; e finalmente, tornata dopo molte peregrinazioni -a Costantinopoli, sposò Giustiniano, che, salito sul trono, la volle -partecipe al governo. Certo è però che d'allora in poi ella seppe -frenarsi, menando vita decorosa, e si dimostrò donna di molto ingegno, -di grandissimo coraggio. - -La fonte principale e più autorevole di tutto questo tempo è Procopio, -che accompagnò Belisario nelle sue guerre, delle quali ci lasciò un -diario fedele e prezioso. Più tardi egli scrisse una seconda opera, -conosciuta col titolo di _Storia arcana_ o anche _Anecdota_, nella -quale dimostrò contro Giustiniano e Teodora un'avversione di cui -non v'è traccia nella prima storia. Pare che, dopo la loro morte, si -sentisse più libero nello scrivere, e che ciò lo inducesse a parlare -assai più chiaro, qualche volta anche ad eccedere ne' suoi giudizi. - -Quello che più di ogni cosa tramandò ai posteri il nome di Giustiniano -fu la sua opera legislativa. Varie commissioni da lui nominate, -sotto la presidenza di Triboniano, riunirono in diverse raccolte -tutte le fonti del diritto romano, aggiungendovi anche un Manuale -(_Institutiones_) pei principianti, e formando così quel _Corpus -Juris_, che è la gloria principale di Giustiniano. Una di queste -raccolte è il _Codice_ (_Codex constitutionum_), collezione in -dodici libri degli Editti imperiali; la più importante è però quella -conosciuta col nome di _Digesto_ o _Pandette_. In essa la Commissione -riassunse tutti gli scritti classici dei giureconsulti, scritti che -contenevano i loro pareri sulle _Leges_ e sui _Senatus-consulta_, -di cui qualche volta riproducevano preziosi frammenti. Fu un'opera -veramente immane, divisa in cinquanta libri, nei quali erano -compendiati duemila volumi. E venne condotta a termine nel breve -spazio degli anni 530-33. Ciò che domina in tutto quanto il _Corpus -Juris_ è il concetto dell'assoluta autorità imperiale, uno spirito -coordinatore ed accentratore, che era il carattere di quel tempo, privo -d'ogni produttiva originalità intellettuale, come si vide anche nella -filosofia e nella teologia. Gran torto fece a Giustiniano l'avere per -eccessivo zelo religioso, soppresso la scuola di filosofia greca in -Atene, che sebbene fosse già decaduta, aveva pur sempre un nome antico -e gloriose tradizioni. - -Nonostante le grandi qualità e le grandi opere di Giustiniano, la -sua cattiva amministrazione, le continue spese, le tasse oppressive -produssero ben presto uno straordinario malcontento. Si aggiungeva -ancora un profondo dissenso religioso fra i Monofisiti, che erano -protetti dalla Imperatrice, e gli Ortodossi, che erano sostenuti -dall'Imperatore. E tutto ciò condusse ben presto ad una violenta -rivoluzione, la quale scoppiò nell'Ippodromo, dove la moltitudine era -già divisa negli Azzurri, che inclinavano ai Monofisiti, e nei Verdi, -che inclinavano agli Ortodossi. Una tale divisione turbava allora ed -agitava tutte le principali città dell'Impero; ma a Costantinopoli -essa aveva preso proporzioni addirittura spaventose. L'Imperatore -fu nell'Ippodromo insultato con una indegna violenza di linguaggio, -specialmente da parte degli Azzurri, che, accusandolo di favorire -i Verdi, gli davano di ladro, di traditore, di asino. Per mostrarsi -imparziale, egli fece uccidere alcuni malfattori dell'uno e dell'altro -partito, ma ciò invece li unì tutti contro di lui. La rivoluzione che -ne seguì ebbe il nome di _Nika_ (Vittoria), dal motto d'ordine, che -avevano assunto i due partiti temporaneamente riuniti. In conseguenza -di essa, scoppiò un incendio, che durò cinque giorni, accumulando -grandi rovine; e venne proclamato perfino un nuovo Imperatore, -tanto che Giustiniano, persuaso di non poter più resistere, voleva -abbandonare Costantinopoli e l'Impero. Teodora diè prova allora del -suo virile coraggio. — Morire bisogna pure una volta, ella esclamò -al marito, ma condurre l'esistenza da principe fuggiasco non è vita. -Fuggi, se tu vuoi, io non voglio vivere senza la porpora. — E allora -venne chiamato il giovane Belisario, il quale condusse la repressione -con tale energia, che si parlò di 35,000 morti. Ipazio, che era -il nuovo imperatore proclamato dai ribelli, fu anch'egli ucciso, e -Giustiniano restò finalmente sicuro sul trono (532), che dovette a -Teodora ed a Belisario. - -L'Impero di Costantinopoli era una singolare mescolanza, non solo -di Greci e di Romani, ma di popoli diversissimi: Slavi, Bulgari, -Turchi, Finni, Armeni, Persiani, Egiziani, anche Mori. E tutte -queste genti di razze, di costumi, di religioni, di lingue diverse, -che non potevano essere unite da spirito nazionale, erano unite -dalla legge e dalla disciplina romana. È questo un fatto veramente -straordinario, reso ancora più notevole dalla lunga durata che, in -mezzo a tante rovine, ebbe l'Impero d'Oriente, fino cioè alla metà -del secolo XV. l'Imperatore, che si trovava alla testa dello Stato -e della Chiesa, aveva ai suoi ordini una burocrazia accentrata e -potente, una diplomazia accortissima, un esercito valoroso, che ai -tempi di Giustiniano si faceva ascendere a circa 150,000 uomini. -Composto principalmente dalle popolazioni montanare della Tracia, del -Tauro, della Valachìa, non fu in tutti i tempi uguale a sè stesso; -ma più volte dette splendide prove del suo valore, ed ebbe una serie -di generali di merito veramente eccezionale. Questi solevano come -Belisario, che fu certo dei più illustri, avere anche una propria -guardia d'alcune migliaia di soldati scelti, da essi dipendenti e da -essi pagati. La flotta, che era composta di gente venuta dall'Asia -Minore, dalla Tracia, dalla Grecia, mantenne del pari lungamente -onorato il suo nome. - -Giustiniano acquistò una grande importanza storica pel fermo proposito -che ebbe di restaurare l'antica unità, l'antico splendore dell'Impero, -iniziando una grande reazione del Romanesimo contro il Germanesimo: -reazione che per qualche tempo fu davvero trionfante, sino a che la -mancanza d'industria e di commercio, lo scontento prodotto dalle tasse -eccessive e dalle angherie del fisco, la corruzione e le gelosie della -Corte, che alimentavano sempre la discordia dei generali, non mandarono -a rovina un'opera gloriosamente iniziata, e favorita anche dalla -fortuna. Lo strumento principale di questa impresa fu Belisario. Nato -(505) nella Dardania, come Giustino e Giustiniano, egli entrò assai -giovane nell'esercito, e diè subito prove di grandissimo valore nella -guerra contro i Persiani (530), nella quale con 25,000 uomini potè -respingerne 40,000. Conchiusa la pace, tornò a Costantinopoli dove, -come vedemmo, ebbe occasione di domare la rivoluzione del 532. Aveva -allora già sposato Antonina, una donna che molto somigliava a Teodora. -Figlia anch'essa di gente dell'Ippodromo, e già due volte madre -quando sposò Belisario assai più giovane di lei, dissoluta, energica, -intrigante, esercitò sul marito, che accompagnò in tutte le imprese -militari, un'azione grandissima, la quale riuscì spesso a lui funesta. - -Scopo principale di Giustiniano fu il riconquistare l'Italia -all'Impero; ma per ciò fare occorreva assicurarsi prima le spalle, -ripigliando l'Africa, dopo aver vinto i Vandali. Colà da un pezzo i -disordini interni e la conseguente debolezza del regno non erano molto -diversi da quel che abbiamo visto in Italia. Nel 528 era salito sul -trono Ilderico, poco atto alle armi, che dalla madre Eudocia, figlia di -Valentiniano III, aveva ereditato simpatie romane e cattoliche. Questo -provocò nei Vandali una reazione del sentimento ariano e barbarico, -tale che ne scoppiò una rivoluzione, promossa da Amalafrida sorella di -Teodorico, e vedova di Trasamondo, al quale era successo Ilderico. La -rivolta fu domata, ed Amalafrida venne messa in carcere, dove restò -fino alla morte di Teodorico, quando, non essendo più necessario -usarle riguardi, la uccisero. Si accese perciò un odio profondo tra -gli Ostrogoti ed i Vandali, che tornò a vantaggio di Giustiniano, il -quale potè sperare, come difatti avvenne, d'essere secondato dai primi -nel combattere i secondi. Ma Ilderico non restò a lungo sul trono, -perchè i Vandali ne lo cacciarono, ponendovi invece Gelimero (531), -uomo bellicoso, senza simpatie romane. E anche da ciò Giustiniano seppe -trarre profitto, pigliando occasione a muover guerra ai Vandali, dal -pretesto di voler difendere tanto il giusto diritto d'Ilderico, quanto -i sentimenti romani e ortodossi di lui. - -Nel 533 salpava finalmente da Costantinopoli una flotta condotta da un -numero assai grande di marinari, con un esercito di 10,000 fanti e 5 -o 6000 cavalieri, la più parte della Tracia. Li comandava Belisario, -che era accompagnato dalla moglie e da Procopio, il quale era stato -suo segretario anche in Persia. Sotto Belisario combatteva il valoroso -capitano armeno Giovanni. Dopo due mesi d'una navigazione piena di -pericoli, arrivarono a Catania, dove poterono liberamente sbarcare, -perchè avevano il favore degli Ostrogoti. Colà seppero che i Vandali -erano affatto ignari della loro venuta, tanto che il fratello di -Gelimero era andato ad una impresa militare nella Sardegna. Dato quindi -l'ordine della partenza, Belisario sbarcò ben presto a nove giorni di -marcia da Cartagine. Si presentò in Africa non come un conquistatore, -ma come un liberatore dei Cattolici, dei Romani, del clero e dei -proprietari, tutti ugualmente oppressi dai Vandali, eretici, stranieri -e barbari. Dette ai suoi soldati ordine severissimo di rispettare le -proprietà e le persone; e col favore delle popolazioni potè condurre -assai fortunatamente la guerra. Il 13 settembre ebbe luogo la prima -battaglia, che fu da lui vinta, nonostante il numero superiore dei -nemici. Il 15 entrò in Cartagine, e prese alloggio nel palazzo stesso -di Gelimero, dove invitò i suoi uffiziali superiori al pranzo, che il -re vandalo aveva, nel giorno precedente, apparecchiato per sè e per i -suoi, ritenendosi sicuro della vittoria. - -Ritiratosi allora nella Numidia, dove fu raggiunto dal fratello venuto -in fretta dalla Sardegna, Gelimero dette una seconda battaglia, che -andò anch'essa perduta. E così, dopo avere assistito allo scempio de' -suoi, dopo aver perduto il proprio fratello, si ritirò in mezzo ai -Mori, sostenendo ogni sorta di crudeli privazioni. Narra la leggenda, -che si ridusse a tale estremità da dover supplicare Belisario, perchè -gli mandasse un pezzo di pane, chè da più tempo non ne aveva avuto; -una spugna per lavarsi gli occhi, dal lungo piangere divenuti malati; -ed una lira, per sollevar col canto lo spirito umiliato. Nel marzo del -534 finalmente si arrese, e fu allora assai onorevolmente accolto da -Belisario. - -Il resultato più notevole di questa guerra fu che i Vandali, dopo -avere portato tanto terrore, tante rovine nell'Impero, scomparvero -affatto dalla storia, senza che più se ne sentisse parlare. Questa -rapida caduta dovette essere in gran parte conseguenza del loro -governo oppressivo e male costituito, come più sopra accennammo. Molti -di essi furono mandati ai confini dell'Impero, verso la Persia; non -pochi vennero incorporati nell'esercito di Belisario, ed alcuni furono -ammessi addirittura a far parte della sua guardia. Quelli che, per -conto proprio, rimasero in Africa, ebbero confiscati i beni, e furono -cacciati dalle loro chiese, messi in carcere o fatti schiavi. - -Dopo una sì pronta vittoria si cominciarono subito a vedere le -conseguenze di quella gelosia, di quella discordia che, ora come -sempre, era il verme roditore della Corte bizantina. Quando Belisario -aveva in tre mesi compiuta una campagna che sembrava miracolosa, e -doveva perciò aspettarsene riconoscenza ed onori, cominciò invece -a sentire i morsi dell'invidia e della calunnia, che lo lacerarono -sanguinosamente. Lo avevano accusato presso l'Imperatore di sfrenata -ambizione, dicendo che voleva farla da re, avendo osato assidersi -sul trono stesso di Gelimero. Giustiniano insospettito, lo invitò a -mandare subito i prigionieri a Costantinopoli; ma Belisario volle -andarvi anch'egli, per smentire le accuse degl'invidiosi. Il suo -ingresso fu trionfale davvero: precedevano i prigionieri, fra cui -lo stesso Gelimero, insieme con le spoglie ricchissime. Fra queste -erano anche quelle che dal Tempio di Gerusalemme Tito aveva menate -a Roma, di dove Genserico le aveva portate in Africa. E Giustiniano -temendo che, come ai Romani ed ai Vandali, così anche a lui portassero -sventure, le restituì al luogo di loro prima origine. In Africa -rimase un governatore, e si mandò subito un esercito d'impiegati, che -incominciarono a tormentare, a dissanguar colle tasse il paese. - -Ed ora Giustiniano rivolse il suo pensiero alla guerra d'Italia. La -uccisione di Amalafrida, che aveva seminato odio fra gli Ostrogoti ed i -Vandali, gli aveva offerto un primo pretesto. Trovandosi inoltre, per -la disfatta dei Vandali, padrone dell'Africa, chiedeva, con maggiore -insistenza, la fortezza di Lilibeo in Sicilia; ed Amalasunta, come -vedemmo, esitava ancora, non volendo offendere sempre più l'amor -proprio nazionale degli Ostrogoti, a lei già assai poco benevoli. -Quando però, dopo la morte di Atalarico (534), Teodato la confinò, e -poi la fece uccidere (535), Giustiniano che l'aveva presa sotto la sua -protezione, disse di volerla vendicare, e si decise a cominciare la -guerra. - -Amalasunta era morta nella primavera, e già nella state un esercito -di tre o quattro mila uomini partiva da Costantinopoli per la -Dalmazia, a combattere i Goti che erano colà. Così si costringeva il -nemico a dividere le sue forze, e si rendeva più facile il vincerlo -in Italia, dove già s'era avviato Belisario con un esercito di 7500 -uomini, oltre la sua guardia. Questo esercito, composto anch'esso -principalmente di montanari della Tracia, della Georgia, dell'Isauria, -fece ben presto prodigi di valore. Belisario, che lo comandava, disse -un giorno a Procopio, che egli doveva in gran parte le sue vittorie -alla cavalleria, la quale era stata da lui riformata. S'era accorto, -che la cavalleria gota combatteva solo col giavellotto e la spada, -occupata principalmente a difendere la fanteria, quando era impegnata -corpo a corpo col nemico. Pensò quindi a fondare la forza del suo -esercito sugli arcieri a cavallo, educandoli a questa nuova forma di -combattimento. Ma nonostante il suo valor personale, i suoi infiniti -accorgimenti, la sua capacità strategica, egli non avrebbe mai, con -le poche sue genti, per quanto valorose, potuto fare tutto quello che -fece, se non avesse avuto il favore e la cooperazione dei Romani, ai -quali, con molta accortezza, seppe presentarsi fin dal principio, come -uno che veniva a liberarli dal giogo barbarico e dalla persecuzione -ariana, ed anche come un restauratore dell'antica grandezza romana. - -Infatti, appena sbarcato in Sicilia, tutti gli aprirono le porte, -e potè facilmente percorrere l'Isola in lungo ed in largo, senza -trovar vera resistenza che a Palermo, dove era una forte guarnigione -gota, difesa dalle mura. Belisario allora fece entrare nel porto -alcune navi cariche di soldati, i quali, arrampicandosi agli alberi -di esse, poterono inaspettatamente coi loro archi saettar dall'alto -nella città, con grande maraviglia e spavento della guarnigione, -che poco dopo s'arrese. In sette mesi la Sicilia fu riconquistata -all'Impero. Alla nuova di questi fatti Teodato rimase così impaurito, -che già voleva cedere, offrendo addirittura di rinunziare allo Stato, -mediante una ricca pensione. Ma quando la sua proposta era stata -accolta, gli pervenne notizia di qualche rovescio avuto dagl'imperiali -in Dalmazia, e subito, mutato animo, non volle più arrendersi. Poco -dopo, verso la fine del 535, gl'Imperiali riguadagnarono anche colà il -terreno perduto, entrando in Salona, la moderna Spalato; ed allora fu -Giustiniano a non voler più sentir parlare di patti e di accordi con -Teodato. Ogni decisione dovette quindi essere inesorabilmente rimessa -alle armi. - -Se non che, appunto allora Belisario venne improvvisamente chiamato -d'urgenza nell'Africa, dove, per la tirannia e la incapacità di chi -governava, era scoppiata una minacciosa rivoluzione capitanata da un -tale Stuzza, che pareva volesse formare un principato indipendente, -e si trovò subito alla testa di 8000 ribelli, cui s'aggiunse un -migliaio di Vandali. La vita del governatore imperiale si trovò in -grave pericolo, il moto si estendeva minaccioso; ed egli corse subito -insieme con Procopio in Sicilia, per informare di tutto Belisario, -che partì come un fulmine, e si trovò in Cartagine quando i ribelli -s'avvicinavano per impadronirsene. La notizia del suo improvviso arrivo -bastò a sgomentarli per modo, che si ritirarono subito a cinquanta -miglia dalla città, e colà furono raggiunti da Belisario, che con soli -2000 uomini osò affrontarli, e li debellò interamente. Dopo di che, -saputo che un altro valoroso generale, capace di mantenere stabilmente -l'ordine in quelle province, era già partito da Costantinopoli, se -ne tornò in Sicilia; e lasciata una piccola guarnigione in Siracusa, -un'altra in Palermo, passò sul continente. - -Anche qui egli potè procedere assai rapidamente, aiutato non solo -dal favore delle popolazioni, ma anche dalle diserzioni dei Goti, -che incominciarono allora e furono in tutta quella campagna assai -frequenti. A Napoli però la guarnigione e la popolazione si mostrarono -decise a fare aspra resistenza; e quando Belisario parlò coi capi -del popolo per indurli a cedere, li trovò insieme coi Goti risoluti a -tutto. Gli stessi Ebrei, che s'erano adoperati molto a procurare gli -approvvigionamenti, fecero ad una delle porte ostinata resistenza. -Quel popolo adunque, romano o italiano che dire si voglia, che tanti -scrittori presumono spento del tutto, combatteva e contava ancora -nella decisione delle battaglie. Teodato intanto se ne stava lontano, -e non s'indusse punto a mandare gli aiuti urgentemente richiesti. -Secondo la leggenda, consultò la sorte in un modo assai singolare. In -tre diverse stie pose dieci maiali, distinguendoli coi nomi di Goti, -di Romani e d'Imperiali. Dopo dieci giorni, aprì le tre stie, e trovò -che i Goti eran morti tutti, meno due; i Romani metà eran morti e -metà vivi, avendo però questi perduto le setole; gl'Imperiali invece -eran tutti vivi. E ne indusse la disfatta dei Goti e la vittoria -degl'Imperiali con la cooperazione dei Romani, metà dei quali avrebbero -perduto la vita, metà i loro averi. È chiaro che una tale leggenda -riconosce anch'essa nella guerra la cooperazione dei Romani, la quale -poi apparisce più volte manifesta nella narrazione stessa di Procopio, -sebbene questi, come greco, cerchi sempre di attenuarla, dimostrando -poca o nessuna stima pei Romani. In ogni modo a Napoli la resistenza -fu tale, che Belisario, contro il suo solito, ne fu addirittura -sgomento, e pensava di ritirarsi, quando seppe che si poteva, pei -condotti dell'acqua, entrare inavvertiti nella città. Ed allora egli -mosse da una parte ad un finto assalto delle mura, per richiamare -colà l'attenzione degli assediati, mentre che dall'altra 600 de' suoi, -entrati per gli acquedotti, corsero improvvisamente alle porte, e dopo -avere ucciso i soldati che v'erano a guardia, le aprirono. Allora -l'esercito entrò, e cominciò subito il saccheggio; ma Belisario, -minacciando pene severissime, lo fece cessare. Così gl'Imperiali -furon padroni di Napoli, e presero prigionieri gli 800 Goti che la -difendevano. - -A Roma intanto lo sdegno contro Teodato, per la sua condotta vigliacca, -era giunto al colmo. E quindi radunatisi i Goti nella Campagna, lo -deposero, eleggendo in sua vece Vitige, che ben presto trovò modo -di disfarsi di lui. Fece poi divorzio dalla moglie, per sposare una -figlia di Amalasunta, colla speranza, certamente vana, di rendersi -così amico o meno avverso Giustiniano. Ma ormai solo il ferro poteva -decidere la lite; tutto il resto era inutile. La elezione di Vitige, -che Cassiodoro, pomposamente al solito, annunziò a tutti come fatta -«per grazia divina e volontà libera del popolo, nell'aperta campagna,» -non fu punto felice. Egli era un soldato valoroso, non già un uomo di -Stato, nè un buon capitano, ed aveva contro di sè il primo generale del -secolo. Cominciò coll'abbandonare Roma, lasciandovi una guarnigione -di 4000 uomini, ritirandosi verso Ravenna per riunire colà tutte le -sue forze. Non tenne conto dello straordinario effetto morale, che -avrebbe avuto l'entrata di Belisario nell'antica capitale del mondo. -Questi sarebbe sempre più apparso come il restauratore dell'Impero, e -virtualmente padrone dell'Italia. Vitige intanto cercava da Ravenna di -far pace a qualunque costo coi Franchi, che Giustiniano aveva tentato -muovere contro di lui, per potere così assalire i Goti da tre parti -contemporaneamente: dalla Gallia cioè, dalla Dalmazia, dall'Italia -meridionale. E quindi Vitige, per poter ritirare le sue genti dalla -Gallia, ed ingrossare con esse il proprio esercito in Italia, senza -dover pensare a difendersi da più nemici ad un tempo, cedette loro la -Provenza e il Delfinato, pagando anche 2000 libbre d'oro, cose tutte -certamente umilianti per lui. Ma il pericolo era assai grave, ed il -tempo stringeva. - -Tutto andava invece per Belisario a seconda. Papa Silverio, che -pur sembrava essere stato amico di Teodato e di Vitige, lo invitava -adesso a Roma; ed egli, lasciata in Napoli una guarnigione di soli -300 uomini, potè avanzarsi per Cassino, favorito al solito non solo -dalle popolazioni, ma anche da altre diserzioni dei Goti. Fra il 9 ed -il 10 dicembre 536, senza difficoltà, entrava in Roma per la Porta -Asinaria, mentre che i Goti ne uscivano per la Porta Flaminia. E -così, dice Procopio, dopo 60 anni di barbarico dominio, Roma tornò di -nuovo all'Impero. Belisario s'istallò sul Pincio, di dove, dato uno -sguardo alla Città, piena ancora di quasi tutti gli antichi monumenti, -ordinò subito che si cominciasse ad approvvigionarla, che si ponesse -mano a restaurarne, fortificarne le mura. Costruite 260 anni prima da -Aureliano e da Probo, dopo 130 restaurate da Onorio, erano rimaste da -quel tempo in poi affatto trascurate, ed avevano quindi grande bisogno -di riparazione. - -Vitige, che presso Ravenna raccoglieva quante più genti poteva, -era riuscito a mettere insieme 150,000 uomini, coi quali s'avanzò -verso Roma (537). Essendosi avvicinato a Ponte Salario, la piccola -guarnigione che Belisario v'aveva posta si sgomentò per modo, che -una parte di essa, composta di barbari, disertò al nemico; un'altra -si ritirò, sbandandosi. Mille uomini che, nulla ancora sapendosi -dell'arrivo d'un così formidabile esercito nemico, erano stati mandati -a rinforzarla, incontrate le forze preponderanti dei Goti, dovettero -retrocedere. Belisario allora, avvertito del pericolo, corse subito -in aiuto, gettandosi in mezzo alla mischia. Il suo cavallo aveva -sulla fronte alcuni peli bianchi, che formavano come una stella, e -però i Greci lo chiamavano _Phalion_, e i Goti, _Balan_. Non appena -questi ebbero riconosciuto il generale nemico, che subito tiravano -tutti a lui, che ciò nonostante restò miracolosamente illeso. Dopo -essersi dinanzi al suo impeto ritirati alquanto, i Goti, avuti altri -rinforzi, ritornarono all'assalto in così gran numero, che gl'Imperiali -dovettero retrocedere più che di passo fino alla Porta Salaria. La -trovarono chiusa, nè vi fu modo di farla aprire, perchè i Romani -temevano che amici e nemici sarebbero entrati insieme. Il sole cadeva; -si era sparsa la voce che Belisario era morto; e però, quando egli -sopraggiunse co' suoi, gridando che aprissero, trasfigurato com'era -pel lungo combattere, non fu riconosciuto, e non gli dettero ascolto. -Ma neppure in così grave momento si perdè d'animo. Visto il pericolo -in cui si trovava, visto che i Goti già gli erano addosso, egli che -più d'una volta, per le subite, audaci risoluzioni, ci apparisce quale -un Garibaldi d'esercito regolare, rivoltosi improvvisamente ai suoi, -e stringendoli intorno a sè, li condusse ad un ultimo impetuoso ed -inaspettato assalto contro il nemico, il quale, credendo che nuovi -rinforzi fossero allora usciti dalla Porta, si ritirò spaventato. E -così finalmente Belisario potè, alla testa de' suoi, entrare in Città, -dove fu clamorosamente accolto. - - - - -CAPITOLO VI - -Roma assediata dai Goti — I Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna - - -Ed ora incomincia il più lungo assedio di Roma, che la storia ricordi. -Esso durò dai primi del marzo 537 al marzo inoltrato del 538, un anno -e nove giorni, nel qual tempo Belisario dette prove infinite del suo -genio militare e del suo valore. Egli era partito con un esercito -di 7500 uomini, oltre la propria guardia; ma aveva per via perduto -parecchi de' suoi, massime dinanzi a Palermo ed a Napoli. Alcune -guarnigioni aveva dovuto lasciare nelle città principali dell'Italia -meridionale; e però si trovava adesso, secondo Procopio, con un -esercito di soli 5000 uomini, in una città che aveva 12 miglia di -circuito. Resistere con tali forze ad un esercito di 150,000 uomini -sarebbe stato impossibile addirittura, senza la cooperazione efficace -del popolo romano. E questa cooperazione apparisce ora manifesta -dalle parole stesse di Procopio, sebbene egli cerchi al solito -nasconderla. Certo nei casi più difficili, nei punti più pericolosi -il prode capitano fece assegnamento principale sulle truppe regolari; -ma nella difesa delle mura i Romani ebbero una parte notevole assai. -Fortunatamente esse erano state già restaurate, quantunque in fretta, -ad eccezione di quella parte che, presso la Porta Flaminia (del -Popolo), è chiamata Muro torto. Questo era assai forte, e generalmente -si credeva che fosse sotto la protezione diretta di S. Pietro: nessuno -infatti osò attaccarlo. - -I Goti dunque circondarono la Città con sette accampamenti, dinanzi -alle principali porte: uno di essi era al di là del Tevere, nel così -detto Campo di Nerone. Infiniti furono gli accorgimenti da una parte -e dall'altra adoperati in questo assedio. Vitige cominciò col far -rompere gli acquedotti, costringendo i Romani a valersi della sola -acqua dei pozzi, e privandoli così della forza motrice pei mulini. -Belisario fece allora costruire nuovi mulini fra gli archi del Ponte -Elio, ora S. Angelo, e altrove, mediante ruote mosse dal fiume. Ed -i Goti subito mandarono giù per esso lunghe travi, cadaveri d'uomini -e d'animali, per intralciare così il moto delle ruote, e corrompere -sempre più l'acqua. A questo si riparò, in parte almeno, ponendo catene -attraverso il fiume. Ma i Goti non se ne stavano, e ricorsero a molti -altri stratagemmi di guerra. Idearono alcune torri mobili, tirate da -bovi, che dovevano trascinarle presso le mura, perchè così i soldati -potessero salire su queste. Quando però le torri erano vicine alla -Porta Pinciana, Belisario ordinò ai suoi che mirassero ai bovi, uccisi -i quali, esse restarono ferme in mezzo alla Campagna. Nello stesso -tempo l'assalto nemico era dato anche ad altri punti della Città, e -sopra tutto vicino alla Porta Prenestina (Maggiore), presso la quale -era un doppio muro. Ma quando i Goti, superato il primo, si trovarono -ammassati, coi loro arnesi di guerra, fra esso ed il secondo, che -cercavano di superare, Belisario avvertito vi corse subito, ed uscito -dalla Porta, ordinò che fosse dato contemporaneamente l'assalto alle -spalle e di fronte. Il nemico allora si pose in fuga, abbandonando -torri, arieti ed altre macchine d'assedio, che furono bruciate dai -Romani. Un altro assalto dettero i Goti al di là del Tevere, presso -la tomba d'Adriano, ora Castel S. Angelo, rivestita allora di marmo, -piena all'esterno di statue, e già ridotta a fortezza. Pareva dapprima -che i Goti avessero il vantaggio; ma quando i difensori si videro a -mal partito, cominciarono a gettar su di essi le statue, recando loro -tali danni, che li costrinsero alla fuga. Procopio parla di 30,000 -Goti uccisi, il che può essere un'esagerazione; ma prova in ogni modo -che la strage fu assai grande. Belisario scriveva a Costantinopoli, -che era stato veramente un miracolo l'aver potuto con un esercito -di 5000 uomini resistere vittoriosamente a 150,000. Adesso era però -necessario mandargli aiuti, se non si voleva da un momento all'altro -essere esposti ad una catastrofe. Finora s'erano avute le simpatie -e l'aiuto dei Romani; ma se questi per le continue sofferenze e i -pericoli dell'assedio, per le tasse enormi, mutavano animo e divenivano -favorevoli ai Goti, che cosa sarebbe mai seguito? - -Le condizioni di Roma e dei Bizantini si facevano sempre più gravi. -Vitige mandava ordini a Ravenna, che fossero uccisi i Senatori tenuti -colà in ostaggio; occupava Porto, cosa che Belisario non potè far prima -di lui, non essendogli possibile disporre neppure d'una guarnigione -di 300 uomini, necessari a tenerlo. E fu grave danno, perchè da Porto -sopra tutto Roma veniva pel Tevere approvvigionata. Ostia era allora -assai meno adatta a ciò. La fame si faceva quindi sentire nella Città, -e bisognò allontanare le bocche inutili. Gli uomini validi, divisi -in ischiere, furono messi a guardia delle mura; alcuni vennero anche -mescolati nell'esercito. Queste schiere mutavano assai spesso di luogo; -i nomi di coloro che le componevano venivano riscontrati di continuo; -le chiavi delle porte erano anch'esse di tanto in tanto mutate: -tutto ciò per assicurarsi contro ogni possibile tradimento, ora che -le sofferenze crescevano, e lo scontento cominciava a manifestarsi. -Sebbene Roma fosse ormai da gran tempo divenuta cristiana, pure vi -furono allora alcuni i quali, non sapendo che fare in mezzo a tante -calamità, cercarono aprire di nascosto il tempio di Giano, sperando -aiuto dal Dio pagano, stato sempre favorevole ai loro padri. Se non che -le porte di bronzo, da lungo tempo chiuse, s'erano arrugginite per modo -che si potè appena muoverle tanto da lasciarle accosto. - -Finalmente arrivò un rinforzo di 1600 cavalieri, la più parte Unni; e -questo aiuto, con la speranza non lontana di altri, avendo rianimato -gli assediati, fece subito incominciare una serie di nuove scaramucce -che, nonostante la inferiorità del numero, riuscirono sempre assai -fortunate ai Romani. Di ciò inorgogliti, essi volevano procedere -subito ad un assalto generale, cui Belisario s'oppose energicamente, -conoscendo lo scarso numero delle sue forze regolari. Ma il cieco -ardore de' suoi soldati non conosceva adesso misura nè prudenza, e -bisognò cedere. Ordinò quindi che da Porta Salaria a Porta Pinciana -si movesse all'assalto; che al di là del Tevere, da Porta Aurelia (S. -Pancrazio) si facesse un finto attacco verso il campo di Nerone, e ciò -solo per impedire che i molti Goti ivi stanziati, passato il fiume, -andassero in aiuto dei loro compagni, là dove si doveva combattere -davvero. Le turbe popolari che volevano pigliar parte a questo finto -attacco, non essendo ancora bene educate alle armi, ebbero ordine -di restar ferme, contentandosi di tenere in rispetto il nemico col -loro numero. Dall'altro lato del fiume, Belisario voleva combattere -colla sola cavalleria, perchè di essa solamente si fidava, come -quella che era più disciplinata e non aveva accolto nelle proprie -file cittadini inesperti; ma dovette cedere alle insistenze della -fanteria, che volle anch'essa prender parte alla mischia. E tutto -ciò fu per riuscirgli funesto. Cominciato infatti l'assalto, i Romani -s'avanzarono vittoriosi; ed anche nel Trastevere i Goti, vedendo il -gran numero di genti ivi schierate, cominciarono a ritirarsi. Allora -però quelli che avevano avuto ordine di star fermi, vollero avanzarsi; -ma invece d'inseguire il nemico, si dettero a saccheggiarne il -campo, dandogli così modo di riordinarsi, di assalirli e metterli in -fuga. Quando poi dall'altro lato del fiume, la cavalleria romana fu -costretta a retrocedere dinanzi ai Goti che s'avanzavano numerosissimi, -la fanteria, invece di venirle in aiuto, si dette alla fuga. -Fortunatamente i capitani di essa, quelli appunto che avevano insistito -per condurla al combattimento, fecero onore al loro nome, dando prova -d'un grandissimo coraggio. Con pochi dei più valorosi tennero fronte al -nemico fino a che vi lasciarono la vita; ed in questo modo assicurarono -la ritirata dei Romani. Quando i Goti, arrivati alle mura, le videro -guardate da una gran moltitudine d'uomini in armi, si ritirarono. -Così tutto fu salvo, ma il grave pericolo che s'era corso fece capire -quanta ragione Belisario avesse avuta di non volere arrischiare un -generale assalto contro un nemico tanto più numeroso. Si ritornò quindi -alle ripetute scaramucce, le quali riuscirono di nuovo vittoriose pei -Romani, ed assunsero qualche volta carattere addirittura eroico. - -Da Ostia intanto arrivavano vettovaglie, che entravano nella -Città. I Goti non potevano impedirlo, perchè la estensione delle -mura era tale, che riusciva assai facile ai Romani chiamar colle -scaramucce l'attenzione del nemico in un punto, per potere in un -altro liberamente aprire le porte ai soccorsi. Nel giugno del 537, -terzo mese dell'assedio, secondo anno della guerra, si seppe che un -drappello di cento uomini era giunto da Costantinopoli a Terracina, -con denaro per dar le paghe ai soldati. Era cosa di somma importanza, -e Belisario, per assicurare l'entrata di questi aiuti in Città, ordinò -una doppia sortita, che fu delle più vigorose. Al di là del Tevere, -verso il campo di Nerone, i Goti vennero facilmente respinti. Fuori di -Porta Pinciana invece la lotta fu accanita, ed i soldati di Belisario -dettero prova d'un entusiasmo singolare, d'un valore straordinario, e -vi furono episodi veramente omerici. Un capitano nativo della Tracia -continuò a combattere quando aveva un giavellotto infitto nella testa; -un altro combatteva del pari, quando una freccia gli era penetrata tra -l'occhio ed il naso. Il primo di questi due valorosi dovè soccombere; -il secondo potè, mediante un'operazione, farsi estrarre la freccia e -salvarsi. Colui che aveva guidato il combattimento al di là del Tevere, -per le molte ferite finì col soccombere anch'esso. Tutto questo ci -racconta Procopio, il quale aggiunge che i combattimenti seguiti finora -nell'assedio arrivavano già al numero di sessantasette. - -Vitige adesso, ricorrendo ad un nuovo accorgimento di guerra, accampò -7000 de' suoi a tre miglia dalle mura, in un luogo dove s'incrociavano -due acquedotti, formando così come un punto fortificato, assai adatto -a porre di là ostacoli all'approvvigionamento degli assediati. Certo -è che la fame divenne insopportabile; e di nuovo i Romani, spinti -dalla disperazione, volevano uscire a combattere per vincere o morire. -Ma di nuovo Belisario si oppose energicamente, cercando di calmarli -coll'assicurar loro, che altri soccorsi di uomini e vettovaglie -sarebbero giunti fra poco. Infatti egli mandava a Napoli Procopio, per -vedere quanti ne fossero già arrivati colà; e questi trovò 500 uomini -con vettovaglie, che avviò subito verso Roma, con altri che erano già -nella Campania. - -Ma se questa gita di Procopio riuscì utile agli assediati, essa gli -fece interrompere il racconto assai prezioso, che finora abbiamo avuto -della guerra da un testimone oculare. Siamo quindi poco informati di -quello che fece adesso Antonina, la moglie di Belisario, la quale da -Napoli andò verso Roma per essere accanto al marito. Pare che, fra -le altre cose, andasse a secondare le mene della imperatrice Teodora, -che voleva far deporre papa Silverio, ed eleggere in sua vece Vigilio. -Questi già da un pezzo aveva aspirato al papato, invano adoperandosi a -ciò con ogni sorta d'intrighi. A Costantinopoli però s'era guadagnato -il favore di Teodora, facendole sperare che avrebbe favorito il -Monofisismo; e potè quindi, con una lettera dell'Imperatrice arrivare -a Roma, dove fu assai bene accolto da Antonina, la quale s'adoperò -energicamente a favore di lui. La conseguenza fu che papa Silverio -venne da Belisario accusato di voler dare la Città ai Goti, e quindi -fu deposto. Gli successe Vigilio (537), che tenne ora come sempre -una condotta ambigua e mutabile, cominciando col non osservare le -promesse fatte all'Imperatrice. L'arbitraria deposizione di Silverio, -che morì esule nell'isola di Palmarola presso Ponza (21 giugno 538), -e la non meno arbitraria elezione di Vigilio seminarono il primo germe -di discordia fra Belisario e la Chiesa romana, il che fu poi causa di -debolezza pel dominio bizantino in Italia. - -Intanto arrivavano nuovi aiuti. Trecento cavalieri erano già entrati in -Roma, 3000 Isaurici ebbero ordine di recarsi da Napoli ad Ostia, 2300 -uomini sotto il comando del capitano Giovanni e di altri scortavano -verso Roma carri di vettovaglie. Belisario faceva allora sortite -vittoriose da Porta Pinciana e da Porta Flaminia, per agevolare -l'entrata degli uomini e delle vettovaglie. Ed i Goti, stanchi -finalmente del lungo ed infruttuoso combattere, fecero proposte di -pace. — Poniamo fine, così dissero a Belisario, ad una guerra che non -giova a nessuno, e nuoce a tutti. Perchè mai combattete contro di -noi, che in Italia venimmo, non di nostro arbitrio, ma per volontà -dell'imperatore Zenone? Fu lui che mandò Teodorico, nostro capo, a -combattere Odoacre, il quale s'era fatto tiranno, ed a prendere in -suo nome legittimo possesso del paese. Noi rispettammo le leggi, le -istituzioni, la religione romana. Teodorico ed i suoi successori non -fecero nuove leggi; tutte le magistrature le lasciammo ai Romani, che -ebbero anche il Consolato. Se dunque abbiamo rispettato i patti e gli -ordini dell'Imperatore, che ci mandò, perchè ci fate voi guerra? — E -chiedevano che i Bizantini si ritirassero, portando pur via la preda -che sino allora avevano fatta. Ma Belisario rispose: — Teodorico fu -mandato a punire Odoacre, a restaurare l'autorità dell'Impero, non a -farsi signore dell'Italia. Che cosa importava all'Imperatore sostituire -un tiranno ad un altro? Non sarà mai da noi ceduto un paese, che -appartiene all'Impero. — - -I Goti allora offrirono di abbandonare la Sicilia, Napoli, la -Campania, e pagare anche un annuo tributo all'Impero; ma tutto fu -vano. Proposero finalmente una tregua di tre mesi, per potere intanto -trattar direttamente a Costantinopoli; e questa fu da Belisario -accettata subito, profittandone per far entrare in Roma altri uomini -e vettovaglie, fortificare le mura, prendere tutti i provvedimenti che -voleva. E sebbene tutto ciò non fosse giustificato, non fosse legale, -Vitige si tacque. Protestò invece, ma senza resultato, quando essendosi -egli ritirato da Porto, da Albano, da Civitavecchia, quei luoghi furono -senz'altro occupati da Belisario. Questi mandò inoltre il suo capitano -Giovanni alla testa di 2000 uomini negli Abruzzi, con ordine di stare -colà fermo finchè durasse la tregua; ma non appena venisse rotta, fare -man bassa su tutti i Goti, che si trovavano nel Piceno, e prenderli -schiavi; confiscare, saccheggiare i loro averi e dividerli fra i suoi -soldati. Infatti, quando i Goti, stanchi di veder Belisario giovarsi -della tregua a tutto suo vantaggio, tentarono con un colpo di mano -d'entrare in Roma, essi non solo furono respinti, ma Giovanni ebbe -l'ordine di saccheggiare il Piceno. E questi, dopo aver messo quel -paese a soqquadro, andò a Rimini, che prese facilmente, essendosi la -guarnigione ritirata a Ravenna. Alla quale s'avvicinò subito Giovanni, -perchè di là, retrocedendo, poteva anche minacciare alle spalle i Goti -che erano accampati presso Roma. Tutto questo li sgomentò per modo che, -finiti i tre mesi della tregua, levarono senz'altro l'assedio il 12 -marzo 538, cioè trecento settantaquattro giorni dopo averlo cominciato; -e bruciati i loro accampamenti, cominciarono a ritirarsi. Belisario non -poteva, per la insufficienza delle sue forze, inseguirli e dar loro una -vera battaglia; ma li assalì quando passavano il Tevere, ponendoli in -gran disordine, sì che molti ne affogarono. - -Nonostante questi suoi fortunati successi, si presenta naturale la -domanda: Come mai Belisario che in tre soli mesi, con scarse forze, -aveva quasi sterminato i Vandali, non era invece, dopo tre anni, -riuscito a vincere del tutto i Goti, che resistevano ancora? Arrivato -a Roma, non s'era potuto più avanzare, e solo dopo altri due anni -potè entrare in Ravenna. Tutto ciò sembra anche più strano, se si tien -conto dell'aiuto che ebbe dalle popolazioni, e delle diserzioni che di -continuo avevano luogo fra i Goti. Il fatto è che Belisario era venuto -in Italia con un esercito assai scarso, il quale, prima di giungere -a Roma, fu ridotto a minime proporzioni, per le guarnigioni che era -stato necessario lasciare in Sicilia e nel continente dell'Italia -meridionale. Si trovò quindi con assai deboli forze di fronte ad -un formidabile esercito di Goti. Più tardi, è vero, cominciarono a -giungere aiuti da Costantinopoli; ma allora appunto le gelosie dei -cortigiani operarono sull'animo di Giustiniano in modo, che egli dette -ai nuovi capitani che mandò in Italia poteri quasi uguali a quelli di -Belisario; il che fu disastroso all'andamento d'una guerra, la quale -desolava il paese, ed aggravava colle tasse le popolazioni. In esse -cominciò subito uno scontento che andò sempre crescendo, e fu anche -inasprito dalla condotta tenuta ora da Belisario verso il capo della -Chiesa romana. - -La guerra intanto continuava lungo la via Flaminia, che da Roma per -Fano conduceva a Rimini. A sinistra v'erano, tutte più o meno sui -monti, Orvieto, Chiusi, Todi, Urbino, occupate dai Goti; le città a -destra, ad eccezione di Osimo, erano invece in mano dei Bizantini. -L'avanzarsi perciò, senza prima impadronirsi di quelle tenute dal -nemico, esponeva i Bizantini ad essere assaliti alle spalle. E però -Belisario, temendo che Giovanni, con soli 2000 uomini, si potesse -trovare a mal partito fra Rimini e Ravenna, gliene mandò in aiuto altri -1000, con ordine che, lasciata in Rimini una piccola guarnigione, -tornassero tutti indietro per unirsi a lui. La cosa pareva che -riuscisse felicemente, perchè le genti colà mandate s'avanzarono -senza difficoltà. E giunte che furono al passo del Furlo, detto anche -Pietra Pertusa, una specie di tunnel, che è come una fortezza naturale -nell'Appennino, ebbero colà uno scontro coi Goti, i quali, dopo essere -stati vinti, s'unirono ai Bizantini, proseguendo insieme con essi il -cammino. Ma quando furono a Rimini, Giovanni dichiarò di non volere -obbedire agli ordini che essi portavano da Roma, per il che dovettero -senza di lui tornarsene a Belisario, che ne restò indignato. - -Intanto sbarcavano nel Piceno nuovi aiuti, comandati da Narsete, che -veniva con ampi poteri di generalissimo, non solo per aiutare, ma -anche per tenere a freno Belisario, contro il quale la Corte pareva -ingelosita. Nato nel 478, questo nuovo capitano aveva allora già -sessant'anni; era uomo accorto ed ambiziosissimo, di grado in grado -salito ai più alti uffici amministrativi. Ma, quello che è singolare -davvero, egli arrivava adesso in Italia investito dall'Imperatore del -grado di generale, senza aver mai prima servito nell'esercito. Infatti, -anche quando aveva efficacemente cooperato con Belisario a reprimere -la rivolta seguita nell'Ippodromo, lo aveva fatto solo corrompendo -i capi con danaro. L'avergli perciò, in tali condizioni, affidato il -comando d'un esercito, era cosa davvero senza esempio. E l'essere poi -Narsete riuscito uno dei primi capitani del secolo, fece grandissimo -onore all'accortezza, alla conoscenza quasi divinatrice che, in -questa come in tante altre occasioni, Giustiniano mostrò avere degli -uomini. Se non che, arrivato che fu in Italia, Narsete, sicuro della -piena fiducia della Corte, consapevole della crescente gelosia che -v'era colà contro Belisario, lo trattò subito alla pari, senza punto -curarsi di nascondere la propria alterigia. E di ciò si ebbe una prima -prova nel Consiglio di guerra tenuto a Fermo in quello stesso anno -538. Giovanni chiedeva allora da Rimini soccorsi, perchè, dopo avere -respinto i primi assalti dei Goti, si trovava, come Belisario gli aveva -preveduto, ridotto ad assai mal partito, minacciato da tutto l'esercito -di Vitige. Si trattava dunque di decidere se si doveva correre in suo -aiuto, avanzandosi per la via Flaminia sino a Rimini, lasciando le -città fortificate, come Osimo, in mano dei Goti, o pure abbandonar -per ora al proprio destino chi aveva con la sua disobbedienza messo a -grave pericolo il resultato finale di tutta la guerra. Belisario era -per questo secondo partito, al quale Narsete decisamente s'oppose. -Si poteva, questi diceva, pensare più tardi a prendere Osimo; non si -doveva intanto permettere che i Goti, appena sfiduciati, ripigliassero -animo, e s'impadronissero di Rimini, colla disfatta ed umiliazione -d'un generale romano e de' suoi soldati. Quanto al punirlo della -disobbedienza, si poteva aspettare a farlo più tardi, senza mettere -adesso a repentaglio la fortuna e l'onore dell'Impero. - -Belisario assai di mala voglia si dovette arrendere a queste ragioni, -che non eran di certo senza valore. Mandò quindi 1000 uomini a tenere -in iscacco la guarnigione d'Osimo, ch'era di 4000 Goti. Ed a Rimini -mandò una parte dei suoi per mare, un'altra per terra, avanzandosi -egli con Narsete alla testa d'una colonna volante, per dare, quando -se ne presentasse l'occasione, il colpo decisivo. L'esercito imperiale -s'avanzava sparso per la campagna, accendendo la notte un gran numero -di fuochi, che lo facevano parere assai più numeroso che non era. -E però quando i Goti videro da un lato le navi entrare nel porto -di Rimini, da un altro la campagna sparsa di uomini, che di notte -sembravano coi loro fuochi occupare una vastissima estensione, -temettero d'esser presi in mezzo, e si posero in ritirata verso -Ravenna. La guarnigione di Rimini era troppo estenuata per inseguirli; -ma gl'Imperiali sopravvenuti poterono saccheggiare i loro accampamenti. -Giovanni si ritenne in questa occasione liberato dal grave pericolo per -opera di Narsete, al quale solamente si dichiarò riconoscente. E questo -fu il principio d'una discordia che doveva essere funesta all'Impero, -alimentata com'era continuamente anche dagli altri generali. - -Tutto ciò seguiva in un momento assai difficile. Vitige era a -Ravenna con 30,000 uomini; Osimo, Orvieto, Urbino e molte altre città -dell'Italia centrale erano occupate dai Goti. Al nord i Franchi pareva -che minacciassero di scendere in loro aiuto; a Milano si trovava una -guarnigione di soli 300 imperiali, in mezzo ad un paese tutto in potere -del nemico. E questo fu il momento in cui Narsete decise di mettersi -addirittura in aperta opposizione col generale in capo. Belisario -propose in un consiglio di guerra, che l'esercito si dividesse in due -grosse colonne, una per occupare Milano e tutta la Liguria, l'altra -per pigliare Orvieto e le città dell'Italia centrale; dopo di che si -poteva pensare ad una grossa battaglia campale contro Vitige. Narsete -voleva invece che si occupasse anche l'Emilia, e si attaccasse Ravenna, -insistendo molto su di ciò. E quando Belisario impazientito gli disse -che il comandante era lui, mostrando le lettere di Giustiniano, Narsete -gli rispose, che esse imponevano di operare nell'interesse dell'Impero, -e che questa solamente doveva essere la norma. La conclusione fu che -nell'esercito mancava ora ogni unità di comando. Belisario si decise -quindi a prendere Urbino, poi Orvieto (538), e Narsete insieme con -Giovanni andò nell'Emilia. Vitige allora dette ordine a suo nipote -di assediare Milano, mentre che Teudiberto, re dei Franchi, lasciava -scendere in Italia 10,000 Burgundi suoi sudditi, i quali dicevano di -venire in aiuto dei Goti, ma per ora non facevano altro che predare -il paese. La piccola guarnigione di Milano, ridotta agli estremi, -chiedeva aiuto a Belisario, che mandò alcuni de' suoi; ma questi, -trovando già occupato il paese da Goti e da Burgundi, non poterono -avanzare. E quando Narsete, sollecitato da ogni parte, si decise -finalmente a mandare anch'egli i necessari aiuti, era già troppo tardi. -La piccola guarnigione di Milano s'era dovuta arrendere, salva la -vita; ma i cittadini furono trucidati fino al numero di 300,000, se -si deve prestar fede a Procopio. Le donne vennero lasciate schiave ai -Burgundi, per l'aiuto da essi dato nell'assediare la città, che venne -ora uguagliata al suolo. E così la Liguria fu ora dei Goti. Pure da -tutto ciò ne venne un vantaggio a Belisario, il quale, rendendo conto -a Costantinopoli del disastro seguito, potè dimostrare che esso era -conseguenza inevitabile della mancata unità di comando, ed indurre -finalmente Giustiniano a lasciar di nuovo a lui solo il comando -supremo, richiamando Narsete (539). - -E ve n'era veramente bisogno, perchè le difficoltà della guerra si -andavano sempre moltiplicando. Vitige era riuscito a spingere la Persia -a minacciare Giustiniano, il quale si mostrava perciò inclinato alla -pace, che Belisario non voleva, pieno com'era sempre di fiducia nella -vittoria. Questi si fermò intanto ad assediare Osimo, fece assediar -Fiesole da due suoi capitani, ed inviò anche alcune genti nell'alta -Italia, verso Tortona. In questo momento precipitarono giù dalle -Alpi i Franchi, sotto il comando del loro re Teudiberto, in numero, -dice Procopio, di 100,000. Pareva che venissero in aiuto dei Goti, -ma giunti che furono a Pavia, la saccheggiarono, uccidendo uomini, -donne, bambini. Corsero verso Tortona, e sbaragliarono i Goti, che si -ritirarono a Ravenna; affrontarono poi gl'Imperiali che, presi alla -sprovvista, si ritirarono anch'essi, cercando di raggiungere Belisario, -il quale si trovava ancora all'assedio di Osimo. Fortunatamente questa -bufera dei Franchi scomparve a un tratto, perchè essi, trovandosi in un -paese esausto e privo di tutto, costretti a bere acqua del Po, furono -colpiti da una dissenteria, la quale fece tra loro tale strage, che -moltissimi ne morirono, e gli altri si ritirarono (539). - -Fiesole adesso si arrendeva, e le genti che l'avevano assediata -poterono riunirsi a quelle che circondavano Osimo. Essendosi poi dovuta -arrendere anche questa, sebbene fosse in una posizione strategica -importantissima, la guarnigione gota, che s'era ivi battuta con -valore, sdegnata di non avere ricevuto soccorsi da Ravenna, disertò, -passando a servizio dell'Impero sotto Belisario. Il quale si mosse ora -verso Ravenna, che sperava avere per accordi, non essendo possibile -prenderla colla forza fino a che non riusciva ad avere un naviglio. E -non si poteva sperare d'averlo ora che l'Imperatore, spaventato dalle -minacce della Persia, e dalle promesse d'aiuti considerevoli che i -Franchi facevano a Vitige, desiderava in ogni modo conchiudere la pace -in Italia. I Franchi infatti promettevano di venire in aiuto dei Goti -con un esercito di 500,000 uomini, quando Vitige avesse consentito a -divider con essi il regno dell'Italia superiore. Ma questi preferiva -dividere l'Italia coi Bizantini piuttosto che con barbari infidi, -potenti e crudeli come i Franchi. E Belisario, che era anche accorto -diplomatico, seppe aumentare la naturale diffidenza del re goto, -ricordandogli i saccheggi che poco prima i Franchi avevano fatti in -Italia, pur dicendo di venire ad aiutarlo. Intanto egli stringeva -sempre più l'assedio di Ravenna, e d'ogni parte aumentavano le -diserzioni dei Goti, che abbandonavano Vitige per venire a lui. A tutto -ciò s'aggiungeva, che nella già affamata città bruciarono i magazzini -del grano, chi diceva in conseguenza d'un fulmine che vi cadde, e chi a -cagione d'un incendio provocato dalla trista moglie di Vitige, la quale -nell'ora del pericolo lo tradiva (540). - -Per tutte queste ragioni, quando Giustiniano cominciò a parlare -d'accordi con Vitige, Belisario fece il sordo, affermando che prima -condizione di pace doveva in ogni caso essere la resa di Ravenna. Ed -i Goti, che si trovavano già ridotti all'estremo dalla fame, finirono -col credere che l'Imperatore volesse ingannarli, fingendo di desiderare -la pace; ed unitisi perciò a consiglio, mandarono ambasciatori a -Belisario, facendogli la singolare proposta di riconoscerlo come -Imperatore d'Occidente, e di prestargli obbedienza, come a loro duce -e signore. Ma Belisario, che era deciso a non tradire la bandiera -sotto cui aveva finora combattuto, continuò a temporeggiare ed a -trattare, sapendo che la fame avrebbe fra poco costretto i Goti a -cedere senz'altro. Ed infatti non andò guari che egli potè entrare in -città, promettendo solo di rispettare la vita e gli averi dei Goti: -quanto al farsi Imperatore, se ne sarebbe parlato poi con Vitige. Così -nella primavera del 540 Belisario, alla testa de' suoi soldati, entrò -in Ravenna. I Goti che avevano ceduto la città senza dar prima una -battaglia, e avevano proposto di rinunziare anche alla loro personalità -nazionale, se ne stavano ora umiliati, quasi semplici spettatori, -a guardare l'esercito bizantino che, assai meno numeroso di loro, -s'avanzava trionfante per le vie della città. Più di tutti parevano -sdegnate le donne, alle quali s'era parlato sempre del gran numero, -della gran forza fisica dei Bizantini, e invece li vedevano ora pochi, -piccoli e scuri, assai meschini di fronte ai Goti biondi, robusti, -alti. Esse, dice Procopio, erano così inferocite, che sputavano in -faccia ai loro mariti, chiamandoli vili. - -Belisario, secondo il suo solito, serbò fede ai patti giurati. La -vita e gli averi dei cittadini furono, sotto minaccia di gravi pene, -fatti rispettare dai soldati. S'impadronì del tesoro reale, e tenne -prigioniero Vitige insieme coi suoi nobili: tutti gli altri Goti, -lasciati liberi, andarono dove vollero. Ravenna d'ora in poi fu dei -Bizantini, che la tennero fino al 752, quando venne loro tolta dai -Longobardi, ai quali poco dopo la tolsero i Franchi. Treviso, Cesena -ed altre città s'arresero subito anch'esse; resistettero invece Verona -e Pavia, nella quale i Goti offerirono la corona ad Uraias, valoroso -nipote di Vitige. Ma egli la ricusò, per non volere aver l'aria -d'usurpare il trono dello zio prigioniero, e consigliò che l'offrissero -invece a Ildibaldo, il quale si difendeva allora in Verona, ed era -parente del re dei Visigoti. E Ildibaldo l'accettò, proponendo però -che si facesse prima un altro tentativo d'indurre Belisario a farsi -Imperatore d'Occidente, dichiarandosi pronto senz'altro a prestargli -obbedienza. Ma tutto fu invano, perchè Belisario s'apparecchiava già a -partir per Costantinopoli, dove era con grande istanza chiamato, e dove -andò, menando seco insieme col tesoro goto, Vitige ed i nobili, che -dovevano come prigionieri seguire il suo carro trionfale. Con l'entrata -in Ravenna, e col trionfo di Belisario in Costantinopoli finisce -il primo periodo della guerra bizantina in Italia. Avrebbero dovuto -cominciare adesso i grandi trionfi ed onori resi a Belisario; ma ben -presto cominciarono invece quelle sventure che ne dovevano avvelenare -l'esistenza. Con tutti i molti elementi di forza, che si trovavano -pur sempre nella società bizantina, la corruzione, l'invidia, la -gelosia erano in essa tali da rendervi impossibile ogni vero e sicuro -progresso. E noi vedremo fra poco colmata d'ingratitudine e di amarezza -la vita di colui che aveva dato tante splendide prove di fedeltà -all'Imperatore ed all'Impero, ai quali aveva reso così segnalati -servigi in Persia, in Africa, in Italia; ed altri ancora, nonostante la -nera ingratitudine, doveva continuare a renderne. - - - - -CAPITOLO VII - -Desolazione dell'Italia — S. Benedetto fonda il suo Ordine - - -La guerra, che doveva ancora continuare in Italia, era già durata -cinque anni, ed aveva desolato, esausto il paese in modo da superare -ogni immaginazione, riducendolo in condizioni tali da non essere -sperabile, per lunga pezza, di vederlo più risorgere. Procopio descrive -gli effetti che nel 538 la morte, la carestia e la fame avevano portato -specialmente nella Toscana, nella Liguria e nell'Emilia. La cultura -dei campi, egli dice, era stata da due anni abbandonata del tutto, ed -il poco e cattivo grano, che spontaneamente vi nasceva, era spesso -lasciato imputridire. Gli abitanti della Toscana si erano ritirati -ai monti, dove si cibavano di ghiande; quelli dell'Emilia si recarono -nel Piceno, sperando di trovare presso il mare di che sfamarsi. Ma la -desolazione era tale colà che si parlava di 50,000 contadini morti -per mancanza di nutrimento. Lo stesso scrittore ci descrive, come -testimonio oculare, il modo e la natura di queste morti. Per eccesso -di bile, egli dice, ingialliva il colore della pelle, che aderiva -come cuoio alle ossa, essendosi la carne consumata affatto. Il giallo -mutavasi poi in rosso cupo, in nero, con una espressione da maniaci -negli occhi; e così quegl'infelici morivano. Perfino i corvi e gli -uccelli di rapina non volevano cibarsi dei loro corpi disseccati. -Quando poi quegl'infelici affamati trovavano per caso del cibo, ne -mangiavano con tale avidità e in così gran misura, che ne morivano, -avendo per debolezza perduto ogni forza digestiva. Si giunse a tale, -che gli uomini divennero qualche volta addirittura cannibali. Procopio -ricorda due donne, che rimaste sole presso Rimini, accoglievano -i viandanti e li uccidevano nel sonno, per poi divorarli. E così, -egli afferma, ne divorarono diciassette; ma il diciottesimo riuscì a -scampare, ammazzandole invece ambedue. Si vedeva la gente trascinarsi -carpone pei campi, mangiando come capre le erbe; spesso, non avendo -più la forza di estirparle dal suolo, morivano estenuati, e restavano -insepolti. In mezzo a tanti esempi di desolazione e ferocia lo stesso -scrittore ci racconta un caso assai pietoso. Traversando l'Appennino -per andare a Rimini, egli vide un bimbo abbandonato, affettuosamente -nutrito da una capra, che accorreva al pianto e non voleva che altri -s'avvicinasse a lui, il quale a sua volta ricusava il latte offertogli -dalle donne del vicino borgo. Pare che la madre, al passaggio -dell'esercito di Giovanni rimanesse, fuggendo, separata a un tratto -dal figlio, senza poterlo più ritrovare. Nè altro si seppe più di lei, -rimasta forse prigioniera, o uccisa nei campi. - -Il disordine, lo sconforto e la spaventosa desolazione, sin dal -principio portati da questa guerra, andarono, per la sua continuazione, -crescendo sempre più. Ed in mezzo a così prolungate calamità, non è da -meravigliarsi che il pensiero si volgesse a Dio, e che un fatto nuovo, -già da più tempo cominciato, ricevesse uno straordinario incremento. -Il monachismo d'Occidente ebbe ora appunto una così rapida diffusione -da parer che divenisse quasi contagioso. Suo definitivo riformatore, -che parve perciò nuovo fondatore, era stato un uomo veramente -straordinario e santo, il quale ad una grandissima bontà univa una -profonda conoscenza dell'umana natura e del proprio tempo. Egli compiè -la trasformazione del monachismo, rendendo nei monasteri dell'Occidente -più tollerabile ed umana la vita religiosa, che gli anacoreti della -Tebaide avevano spinta ad una esagerazione che confinava qualche volta -colla follia, e trovava in Italia ostacolo insuperabile nell'indole -del popolo. Il suo merito principale apparisce chiaro nella Regola -monastica del suo Ordine, che fu da lui formulata. Per sette secoli, -fino cioè a S. Francesco ed a S. Domenico, i Benedettini furono quasi -i soli monaci nel mondo occidentale, e si diffusero dalla Polonia al -Portogallo, dalla Gran Brettagna alla Calabria, obbedendo tutti al loro -capo in Monte Cassino, che fu come la nuova Roma, la nuova Gerusalemme, -la Mecca dei Cristiani. La leggenda, la poesia, la pittura italiana -hanno in mille modi illustrato la vita del Santo e de' suoi discepoli. -Dalle mura dei chiostri, dagli affreschi, dalle tele dei pittori, -dai versi dei poeti, che vennero ispirati da questi monaci, i quali -vissero in tempi di feroci passioni, in mezzo agli orrori d'una guerra -che faceva scorrere il sangue a fiumi, discende ancora oggi su di noi -il loro spirito di pace, di fede, di carità, di tranquillo e costante -lavoro, che in tutto il Medio Evo fu sorgente perenne d'arte, di poesia -e di civiltà. - -La nuova Regola, in settantatrè articoli, rispondeva certo ad un -bisogno del tempo, e mantenendo rigorosa obbedienza, rifuggiva da ogni -eccesso. Le sostanze di quelli che divenivano monaci, e tutto ciò che -più tardi i parenti avessero voluto lasciar loro, andava integralmente -al monastero, nel quale spariva ogni proprietà individuale. L'ozio -era proibito, come dannoso alla salute dell'anima (_otiositas inimica -est animi_). Questi religiosi infatti pigliavano direttamente parte al -lavoro dei campi, a tutto ciò che era necessario alla comune esistenza. -Un articolo assai notevole, utile e pratico nello stesso tempo, voleva -che prima d'essere ammessi nel convento, si dovesse con un periodo -di noviziato dar prova di vera vocazione alla vita monastica. S. -Benedetto non faceva distinzione di sorta fra ricchi o poveri, coloni o -schiavi, Romani, Bizantini o barbari. Dinanzi alla sua Regola tutti gli -uomini erano, come dinanzi a Dio, uguali; e ciò spiega la rapida, la -straordinaria diffusione che essa ebbe nel mondo. - -La vita di questo, che fu il più grande monaco che sia mai vissuto, -ci venne narrata da Gregorio I, forse il più grande dei papi, che -da taluno si volle credere nato il giorno stesso in cui moriva S. -Benedetto (21 marzo 543). Sebbene la sua narrazione sia piena di -miracolose leggende, essa ci fa pur comprendere quale era il vero -carattere del Santo. Nato a Norcia (480), nei monti della Sabina, a -venti miglia da Spoleto, a duemila piedi sul livello del mare, da un -nobile romano, circa quattro anni dopo che Odoacre fu signore d'Italia, -cominciò a studiare in Roma. Ma ben presto lasciò tutto, per ritirarsi -nella solitudine e nella contemplazione, verso le sorgenti dell'Arno. -La sua balia, che lo aveva accompagnato a Roma, lo accompagnò ancora -adesso, dominata da quel nobile ascendente morale, che egli esercitava -maravigliosamente su tutti. Ben presto i miracoli da lui compiuti, e la -fama della sua santità affascinarono, attirarono un così gran numero di -seguaci entusiasti, che egli pensò di rifugiarsi a Subiaco, dove erano -solo alcuni pochi anacoreti. Ivi fu vestito dell'abito monacale, da un -tale che si chiamava Romano; e si ritirò in una grotta, dove questi, a -giorni fissi, gli portava dal suo convento il cibo necessario a vivere, -facendolo con una fune, dall'alto d'una rocca discendere nella grotta. -Ma Romano scomparve a un tratto, senza che più se ne sapesse nulla; -ed allora il cibo fu portato prima da un santo uomo, che viveva assai -lontano; poi da alcuni pastori miracolosamente ispirati dal Signore. -Essendo ancora nel vigor degli anni, il Santo venne assalito dagli -stimoli della carne, e per attutirli si gettò nudo sulle spine e sui -pruni della foresta, che, lacerando le sue carni, furono fecondati dal -sangue che ne scorse, e ne sbocciarono rose, le quali dopo sette secoli -S. Francesco vide tuttavia fiorire, ed il viandante le vede fiorire -anche oggi. - -Essendo intanto grandemente cresciuta la fama di S. Benedetto, i -monaci di Vicovaro, che avevano perduto il loro abate, pregarono -lui d'assumerne l'ufficio. E quando egli d'assai mala voglia si -lasciò indurre ad accettare, furono subito scontenti della severa -disciplina da lui imposta, e pensarono d'avvelenarlo. Liberato che fu -miracolosamente da questo nuovo pericolo, si ritirò sdegnato nella -solitudine. Ma anche colà la gente, attirata dalla fama della sua -bontà, accorse numerosissima, e così tra il 500 ed il 520 si formarono -intorno a Subiaco 12 monasteri, con capi da lui eletti. Egli se ne -stava ritirato nel sacro speco, con pochi de' suoi, presso Subiaco, al -di sopra della sua antica grotta. Nonostante però questa sua riserva, -questo gran seguito, la gelosia di quelli che facevan parte del clero -regolare non lo lasciava in pace. Ed uno di essi fece andar donne di -mala vita a tentarlo, cosa di cui S. Benedetto fu così disgustato, che -se ne andò via a Monte Cassino. Ivi trovò la statua d'Apollo con un -altare, e li fece subito demolire, fondando sullo stesso luogo il suo -principale convento, nel quale risiedette quattordici anni (529-543). -Colà venne a visitarlo Totila re dei Goti (542), prostrandosi ai -suoi piedi; ed il Santo gli rimproverò i mali recati all'Italia, -annunziandogli vicina la morte. Un anno dopo questa visita morì anche -lo stesso S. Benedetto. Poco prima era morta la sorella Scolastica, che -lo aveva seguito a Subiaco ed a Monte Cassino, menando anch'essa vita -religiosa, non molto lungi da lui, che andava a visitarla una volta -l'anno, e che volle essere sepolto vicino a lei, là dove era stato -l'altare di Apollo. - -Una prova che l'opera di S. Benedetto era la creazione d'un uomo di -genio, e rispondeva ad un vero bisogno dei tempi, noi l'abbiamo nella -grande e rapida diffusione che essa ebbe, nel fatto assai notevole -che, quasi nello stesso tempo e indipendentemente da lui, Cassiodoro, -il quale aveva passato tutta la sua lunga vita negli affari politici, -iniziò anch'egli qualche cosa di simile nel suo paese nativo. A tempo -di Vitige, quando già da un pezzo Imperiali e Goti erano violentemente -venuti a conflitto fra loro, egli s'era dovuto accorgere che il -concetto di Teodorico, al quale anch'egli così lungamente aveva -dedicato tutte le forze, di fondere cioè in uno Italiani e Goti, era -un sogno contradetto dalla realtà. Essendo adunque pervenuto all'età -di 60 anni, quando aveva già raccolto le sue lettere e scritto il suo -Trattato sull'anima, si ritirò nel paese nativo, dove fondò vicino a -Squillace due conventi. Uno di essi era un semplice eremitaggio sul -colle, per chi voleva assoluta solitudine; l'altro, il vero e proprio -Convento, venne istituito poco più lungi, a _Vivarium_, presso il fiume -Pellena (539). E come S. Benedetto, nel fondare i suoi monasteri, aveva -voluto unire il lavoro manuale alla contemplazione, così Cassiodoro -unì a questa il lavoro intellettuale, dandone egli stesso l'esempio. -Infatti colà scrisse molte delle sue opere, fra le quali il comento -ai _Salmi_, e quello alle _Epistole degli Apostoli_; la _Historia -tripartita_, la quale è un compendio di tre storie della Chiesa, -che per sua commissione Epifanio tradusse dal greco. Scrisse ancora -alcune regole del ben vivere, ed il suo libro _De ortographia_, in cui -sono precetti sull'arte del comporre. Cassiodoro era di certo più un -letterato ed un retore, che un santo; non aveva le qualità d'un vero -fondatore di Ordini religiosi. Pure il suo concetto d'introdurre nei -monasteri il lavoro intellettuale, rispondeva, come quello del lavoro -manuale imposto da S. Benedetto, talmente ad un bisogno dei tempi, che -venne anch'esso accolto dai Benedettini. E così questi trascrissero -molte delle più preziose opere antiche, le quali per opera loro -vennero salvate dalla distruzione, cui sarebbero altrimenti andate -incontro. Monte Cassino divenne come un faro di civiltà, la cui luce, -riflettendosi in tutti quanti i conventi benedettini, potè in mezzo -alla oscura notte del Medio Evo rischiarare la via ad un migliore -avvenire. - - - - -CAPITOLO VIII - -Totila re dei Goti — Belisario torna in Italia, ed occupa Roma — Suo -ritorno a Costantinopoli e sua morte - - -L'anno 540 in cui i Persiani presero Antiochia, Belisario arrivava a -Costantinopoli alla testa di 7000 uomini della sua guardia, menando -seco il tesoro dei Goti, con Vitige e gli altri prigionieri. Era il -secondo re barbarico che egli conduceva nella capitale orientale. Aveva -allora 36 anni; era quindi nel pieno vigore della sua forza, come era -nel colmo della fortuna e della gloria. Ma pur troppo si cominciavano -a vedere i non lontani prodromi di quelle sventure che dovevano -lacerargli il cuore, avvelenarne l'esistenza, invecchiandolo prima del -tempo. Non gli fu concesso un trionfo ufficiale, come quello avuto al -ritorno dall'Africa, sebbene il popolo lo accogliesse di fatto come -un vero trionfatore, quale egli era certamente. La sua prima sventura -fu il sospetto della infedeltà della moglie, la quale amareggiò molto -la sua esistenza. Partendo per la guerra persiana, con quest'atroce -tormento nell'animo, perseguitato da Teodora, che proteggeva Antonina, -non potè concludere gran cosa. Tornato a Costantinopoli, e non -essendogli possibile avere più dubbi sulla sua domestica sventura, dovè -decidersi ad imprigionare la moglie infedele, che pure amava. Ma il -peggio era, che Antonina aveva saputo con grandissima arte guadagnarsi -l'animo di Teodora, secondandola ne' suoi intrighi, aiutandola a -perseguitare i suoi nemici. - -Da un pezzo era nella Corte divenuto potentissimo Giovanni di -Cappadocia, uomo dato a tutti i vizi, divorato dall'ambizione, ma -attissimo a riscuotere tasse, ricorrendo per esse anche ai tormenti -più crudeli: dicevasi che per evitarli, qualcuno si fosse perfino -impiccato. Giustiniano lo proteggeva, quale strumento utilissimo ad -aumentare le entrate dello Stato, e Teodora invece l'odiava per la -sua ambiziosa prepotenza. Antonina, che voleva conquistare sempre -più il favore dell'Imperatrice, riuscì, con singolare accorgimento, a -fargli confessare i suoi ambiziosi disegni, le sue mire segrete contro -lo stesso Imperatore. In conseguenza di che, Giovanni fu mandato in -esilio, ridotto alla miseria, costretto a vestir l'abito ecclesiastico, -ad andare limosinando. Pare anzi, come osserva l'Hodgkin, che questa -sua fine infelice desse origine alla leggenda che fece poi attribuire -a Belisario una fine non molto diversa. Certo è che Teodora sempre più -grata ad Antonina, sempre più avversa a Belisario, l'obbligò a liberare -la moglie infida ed a riconciliarsi con essa, nè si stancò mai di -tormentarlo e di umiliarlo. - -Intanto, dopo la partenza di Belisario dall'Italia, donde aveva menato -seco la sua guardia ed i migliori capitani, le cose andavano nella -Penisola di male in peggio. Non v'era un capo autorevole che potesse -comandare, non s'era ancora ordinata una nuova amministrazione. Tutto -rimaneva affidato a capitani militari, sparsi coi loro soldati, in -diverse città, ed ai riscuotitori delle imposte. Le entrate andavano -rapidamente diminuendo, nè si poteva sperare danaro da Costantinopoli, -dove bisognava provvedere alla guerra persiana, ed a mantenere, -con sussidi continui, tranquille le vicine e minacciose popolazioni -barbariche. Si ricorreva quindi in Italia ad ogni più misera e meschina -arte per risparmiare. Si tosavano le monete; si ritardavano le paghe -e le promozioni dei soldati; si vendevano gli uffici; si lasciavano -in abbandono le opere pubbliche più necessarie, come gli acquedotti; -si trascuravano per tutto le più urgenti riparazioni. Lo scontento era -quindi divenuto grandissimo nei soldati, che cominciavano a disertare, -o cercavano rifarsi sulle popolazioni, che avevano assai contribuito al -trionfo delle armi imperiali. Ridotte ora all'estremo d'ogni miseria, -esse finivano col rimpiangere i tempi in cui erano state sotto il -dominio dei Goti, la fortuna dei quali cominciava perciò rapidamente a -risorgere. - -Ildibaldo infatti, che era rimasto con soli 1000 uomini, vide a un -tratto accrescere il suo esercito, e fu padrone di quasi tutta l'Italia -settentrionale. Ma neppur tra i Goti le cose procedevano senza gravi -disordini. Essi, che non avevano mai potuto formare in Italia una -vera e propria nazione, apparivano sempre più come un esercito di -ventura, sotto il comando di capitani che non andavan d'accordo fra -di loro. Tra la moglie di Uraias, il quale aveva ricusato il comando -supremo, e quella d'Ildibaldo, che lo aveva accettato, la gelosia -era divenuta tale che si comunicò ai mariti. In conseguenza di che il -primo venne ucciso dal secondo, e questi fu poi, a sua volta, ucciso -nella primavera del 541. Insieme coi Goti erano in Italia venuti -parecchi Rugi, i quali non s'erano potuti mai interamente amalgamare -coi loro compagni; ed ora innalzarono sugli scudi Erarico, che fu -dai Goti accettato. Ma questi non seppe far altro che trattare con -Costantinopoli, tentando di costituirsi un piccolo Stato nell'Italia -settentrionale, tra i Franchi ed i Bizantini, ponendosi alla mercè -dell'Imperatore, tradendo così tutte le speranze de' suoi soldati, i -quali, dopo cinque mesi d'inglorioso governo, lo uccisero, avendo prima -offerto la corona a Baduila, noto nella storia col nome di Totila. -Questi era parente d'Ildibaldo, ed accettò a condizione che levassero -di mezzo Erarico, il che essi fecero. - -Totila rialzò il destino dei Goti, alla testa dei quali si trovò -per undici anni, combattendo sempre gloriosamente. Egli fu il più -nobile fiore del valore ostrogoto, dimostrandosi costantemente -capitano non solo assai coraggioso, ma ancora di molta capacità -strategica e politica. Mentre infatti i Bizantini, per sostenersi -in Italia, taglieggiavano, saccheggiavano le popolazioni, favorendo -così i latifondisti, che formavano il loro sostegno, sebbene poi -scontentassero anche questi colle continue tasse, Totila invece -s'appoggiava sul popolo, sui contadini e coloni, trattandoli meglio -che poteva, accogliendo nel suo esercito gran numero anche di schiavi. -«Ai contadini, dice Procopio, egli in tutta Italia non recò alcuna -molestia; ma invitolli a lavorare liberamente la terra, secondo -il consueto, pagando a lui i tributi, che già prima solevano dare -all'erario ed ai proprietari» (III, 13). Aggravava invece la mano sui -latifondisti, che spesso espropriava; s'impadroniva delle loro rendite, -ed anche di quelle della Chiesa, che era già fin d'allora uno dei -principali latifondisti, e che perciò fu a lui doppiamente avversa, -essendo i Goti di religione ariana. - -I generali imperiali, radunati a Ravenna, decisero d'avanzarsi -con 12,000 uomini per assalire Verona e Pavia; ma dopo un primo -fortunato successo, dovettero retrocedere a Faenza. Totila, che -aveva potuto raccogliere già 5000 uomini, prese allora l'offensiva, -passando il Po, e con abile strategìa riuscì ad infligger loro una -vera disfatta, obbligandoli a ricoverarsi nella città. Dopo di che -traversò risolutamente l'Appennino, con l'intendimento d'impadronirsi -dell'Italia meridionale, dove poteva sperare maggiore facilità di -trovar vettovaglie, aiutato anche dalla vicinanza della Sicilia. Di -là avrebbe potuto minacciare Roma, costringendo il nemico a dividere -le sue forze. Ma intanto un primo tentativo d'assediare Firenze con -parte dei suoi, fallì, perchè i Bizantini, avuto soccorso da Ravenna, -uscirono dalle mura e lo respinsero. Furono però poco dopo disfatti, e -così Totila potè procedere sicuro fino a Napoli (542). Gl'Imperiali si -trovavano allora padroni solamente di Firenze, Spoleto, Perugia, Roma, -Ravenna e Napoli. La presa di quest'ultima città avrebbe avuto pei -Goti una grandissima importanza, sia perchè era una delle principali -dell'Italia meridionale, ed in relazione colla Sicilia, sia perchè di -là potevano facilmente cominciare le operazioni contro Roma. Totila -portò quindi presso Napoli il suo quartier generale, inviando nello -stesso tempo alcuni de' suoi verso le Puglie, la Basilicata e le -Calabrie. Napoli aveva solo una guarnigione di 1000 fanti; e però -Giustiniano, riconoscendone l'importanza strategica, vi spedì alcune -navi con soccorso di uomini e di vettovaglie. Totila però seppe -tener testa a tutto, e favorito da una tempesta, che ritardò l'arrivo -d'una parte dei soccorsi, sconfisse il nemico e costrinse la città ad -arrendersi (543). La guarnigione fu lasciata libera, e nulla soffrirono -gli abitanti, avendo egli, con ordini severissimi, mantenuta la più -stretta disciplina fra i suoi Goti, coi quali si apparecchiava ora -all'assedio di Roma. - -A Totila pareva d'esser vicino ad impadronirsi di tutta Italia, -giacchè i Bizantini possedevano ora solo alcune poche città, i loro -generali non andavano d'accordo, e già scrivevano a Costantinopoli, -come se lo stato delle cose fosse disperato. Egli invece, pieno di -fiducia, scriveva al Senato e spargeva ovunque proclami, invitando le -popolazioni a fare con lui causa comune. Tutto ciò finì col decidere -Giustiniano a rimandar di nuovo in Italia Belisario (544), che non era -però più quello d'una volta: infinite erano state le sue traversie, -le ingiuste persecuzioni da lui sofferte. Affranto dai dolori e dalla -più nera ingratitudine, costretto ad umiliarsi dinanzi alla moglie che -lo aveva tradito, accusato d'aver rubato parte del tesoro goto, per -sopperire alle sue spese eccessive, era stato richiamato dall'Oriente, -dove, oppresso da tanti dolori, non gli aveva arriso la fortuna della -guerra. Oltre di ciò la sua guardia era stata disciolta, ed egli -privato d'ogni ufficio, d'ogni emolumento. Era vietato agli amici -d'avvicinarlo; e quindi, abbandonato da tutti, si vedeva girar solo -e pensoso per le strade di Costantinopoli, col sospetto di potere da -un momento all'altro essere assassinato. Ed ora che la peste aveva -desolato l'Impero, che lo stesso Imperatore ne era stato colpito, -ed a fatica era scampato dalla morte; ora che tutto anche in Italia -pareva andasse a rovina, bisognò di nuovo ricorrere a lui, restituirgli -parte della sua fortuna, ridargli il comando supremo delle forze nella -Penisola. Non potè però riavere la sua guardia, che era stata già -disciolta; non gli si potè costituire un nuovo esercito, nè dar danari: -doveva a tutto provvedere da sè; la guerra doveva alimentare la guerra. -Ciò nonostante, dimenticando ogni cosa, si rimise con ardore all'opera, -e raccolse a sue spese nella Tracia un corpo di 4000 Illirici, che -condusse subito nella Dalmazia, dove li organizzò ed esercitò. Di là -riuscì a far pervenire qualche soccorso di uomini e vettovaglie alla -guarnigione assediata e pericolante in Otranto, per avere in sue mani -un punto da cui ricominciare la conquista dell'Italia meridionale. -Ed infatti i Goti che assediavano la terra, quando videro che di -mezzo alle loro file erano potuti passare i soccorsi, si ritirarono -per andarsi a ricongiungere con Totila. Questi s'era intanto avviato -verso Roma; aveva preso Tivoli, facendo strage della popolazione, e -poteva di là impedire che pel Tevere scendessero vettovaglie nella -Città eterna. Belisario avrebbe dovuto e voluto soccorrerla subito, -se avesse avuto il danaro e gli uomini, che invece gli mancavano -affatto. S'avviò quindi verso Ravenna, con la speranza di raccogliere -colà i veterani sbandati; ma l'antico entusiasmo e l'antica disciplina -più non esistevano. Impadronitosi infatti di Bologna, invano aspettò -che i veterani tornassero sotto le sue bandiere. E i nuovi soldati -illirici, che seco aveva e che intanto non ricevevano le paghe, -avuta notizia d'un assalto che gli Unni movevano al loro paese, se ne -partirono senz'altro. Totila allora, avanzandosi per la Via Flaminia, -prese parecchie delle città rimaste ancora ai Bizantini (545); e la -guarnigione di Spoleto non solo s'arrese, ma si unì a lui. Egli così -potè impedire al nemico ogni comunicazione fra Ravenna e Roma, che fu -subito da lui assediata. Belisario, convinto della estrema necessità -di rialzare le sorti della guerra, ardeva del desiderio di tentare un -colpo ardito, per liberare l'antica capitale del mondo; ma non aveva -modo. Con grande insistenza chiese a Costantinopoli aiuto d'uomini e -danaro; domandò sopra tutto d'avere la sua guardia, esponendo lo stato -disperato delle cose in Italia, dove non c'era da aspettar più nulla -dalle popolazioni esauste e disgustate. Corse poi con pochi de' suoi -a Durazzo in Dalmazia, per andare incontro ai soccorsi che dovevano -finalmente arrivare da Costantinopoli. - -Erano passati già dodici mesi, nei quali egli nulla assolutamente -aveva potuto concludere. Roma era assediata dai Goti, che occupavano -da padroni il paese circostante, riscuotendo le imposte, raccogliendo -il prodotto delle terre. Dentro le mura la guarnigione imperiale -assai debole cominciava a mancare d'ogni cosa; la fame si faceva -già crudelmente sentire; e quello che era anche peggio, alcuni dei -capitani, specialmente il comandante Bessa, avendo raccolto grano -per l'esercito, ne vendevano ai privati, facendovi lauti guadagni, -e cercavano perciò di mandare le cose in lungo. Molti, esausti dalla -fame, si trascinavano a fatica, come spettri, per le vie della Città. -Fu quindi necessario mandar fuori delle mura i non combattenti, che -spesso venivano uccisi dai nemici, quando li vedevano lentamente -traversar la Campagna. - -Non è perciò da maravigliarsi se appena arrivati da Costantinopoli gli -aiuti così lungamente attesi, Belisario che già ardeva del desiderio -d'andare a soccorrere Roma, si mosse senza indugio. Ma di nuovo trovò -ostacolo grandissimo in quella mancanza di disciplina, che pareva omai -divenuta epidemica. Il generale Giovanni, che per la sua parentela -aveva potenti relazioni nella Corte, era stato sempre nemico di -Belisario, che per avere gli aiuti necessari aveva dovuto pur decidersi -a mandar lui a Costantinopoli. E Giovanni adesso voleva dalla Dalmazia -avanzarsi coi suoi nell'Italia meridionale, per combattere i Goti, -i quali erano colà sparsi e deboli. Dopo averli vinti, egli diceva, -sarebbe stato più facile ottener vittoria sotto le mura di Roma, dove -egli e Belisario avrebbero nello stesso tempo potuto assalire il nemico -da due lati, cooperando all'impresa comune anche la guarnigione con -una vigorosa sortita. Ma Belisario, che riteneva invece non doversi -metter tempo in mezzo, voleva recarsi direttamente per mare alla bocca -del Tevere, e risalendolo, avanzarsi senz'altro a soccorrere Roma -d'intesa con Bessa. Non essendo stato possibile mettersi d'accordo con -Giovanni, si dovette finire al solito coll'appigliarsi al peggiore dei -partiti: operare cioè ognuno per conto proprio. Così egli andò per mare -a Porto, e Giovanni sbarcò a Brindisi, entrandovi dopo aver battuto i -Goti, sottoponendo poi l'antica Calabria (Terra d'Otranto), le Puglie -e la Lucania. Di là, invece di pensare a raggiungere Belisario, s'avviò -nel paese dei Bruzi (Calabria), ed occupò Reggio, sbaragliando i pochi -Goti che v'erano, favorito dai latifondisti coi loro contadini. Così fu -padrone dello Stretto di Messina, e potè annunziare a Costantinopoli, -che aveva riconquistato l'Italia meridionale. Quanto ad avanzarsi verso -il nord, come voleva Belisario, pare che non ci pensasse neppure. E -quindi i pochi Goti, mandati da Totila nella Campania, erano più che -sufficienti a tenerlo d'occhio. - -Belisario intanto si trovava con poche genti a Porto, invano dolendosi -d'esser lasciato solo. Ad Ostia, che egli poteva quasi toccar con mano, -erano sempre i Goti, e per mancanza di uomini, non poteva cacciarli, -sebbene anch'essi fossero colà in assai piccolo numero. A quattro -miglia di distanza, là dove il Tevere è più stretto, Totila aveva -potuto chiudere il fiume, mediante una catena ed un ponte galleggiante, -difeso da due torri di legno, costruite sulle opposte rive. Pure -Belisario era deciso a soccorrere Roma, sperando di farvi entrare le -vettovaglie, e di penetrarvi poi egli stesso, giacchè neppure dopo -tanti disinganni il valoroso capitano s'era perduto d'animo. Mandò -quindi due finti disertori a misurare l'altezza delle torri; e poi, -congiunte due barche con tavole, su di esse costruì una torre di -legno, sulla quale pose una piccola barca con materie infiammabili, -che erano una mescolanza di zolfo, di pece, di resina, qualche cosa di -simile a ciò che più tardi fu chiamato fuoco greco. Alle due barche che -lentamente s'avanzavano, teneva dietro una piccola flottiglia carica di -grano, con uomini armati, accompagnata da altri a piedi ed a cavallo, -i quali s'avanzavano sulle due rive, in compagnia di coloro, che colle -corde su pel fiume tiravano le navi. - -Prima di partire, Belisario aveva lasciato Isaace d'Armenia a guardia -di Porto, con ordine espresso di non abbandonar mai quel posto, neppure -per soccorrere lui stesso, quando si fosse trovato in pericolo. Avvertì -dei suoi movimenti Bessa, invitandolo ad uscir dalle mura in tempo, -per potere ambedue contemporaneamente assalire i Goti, di fronte -ed alle spalle. Ma Bessa, occupato più che altro de' suoi propri -guadagni, non dette segno di muoversi, ed i Goti poterono liberamente -andar contro Belisario, che sembrava avanzarsi con buona fortuna. Era -infatti riuscito a levare la catena, ad incendiare una delle due torri, -quando sopraggiunsero i Goti, coi quali venne subito a battaglia, e -li respinse dopo averne uccisi 200. Il ponte galleggiante era rotto, -il fiume pareva ormai libero al passaggio delle vettovaglie, quando -a un tratto la ruota della fortuna girò a suo danno. Nè Bessa, nè -Isaace d'Armenia, sebbene per diverse ragioni, avevano obbedito agli -ordini ricevuti, e questo fu causa della rovina dell'impresa nel -momento stesso in cui Belisario pareva che avesse già in pugno la -vittoria. Giunta a Porto la notizia, che i Bizantini s'avanzavano -vittoriosi verso Roma, Isaace non potè più stare alle mosse, e con -100 cavalieri traversò l'Isola Sacra, che divide Porto da Ostia, la -quale egli prese senza difficoltà. Ma sopraggiunsero allora i Goti, che -poteron facilmente disfare i 100 cavalieri, uccidendone la più parte, -e facendo prigioniero Isaace, che li comandava in persona. La notizia -assai esagerata di tutto ciò, arrivò a Belisario, come un fulmine a -ciel sereno, nel momento appunto in cui egli si credeva decisamente -vittorioso. E fu questa la prima volta in sua vita, che perdè veramente -la testa. S'immaginò che Porto fosse stato occupato dal nemico, che -sua moglie, la quale pur sempre amava, fosse prigioniera, che i nemici -potessero attaccarlo alle spalle e di fronte; ordinò quindi senz'altro -la ritirata. Ma quando giunse a Porto, e vide come stavano veramente le -cose, fu pel dolore della perduta vittoria, preso da una febbre che per -qualche tempo lo rese affatto inabile a proseguire la guerra. - -Bessa se ne stava intanto tranquillo in Roma, pensando a guadagnare -sulla fame che aveva ridotto all'estremo i cittadini, irritatissimi -perciò nel momento in cui l'opera loro era più che mai necessaria -alla difesa delle mura. I soldati erano assai pochi ed anch'essi -scontentissimi per essere trascurati affatto dal loro capo, che -li lasciava senza paghe e senza vettovaglie. La conseguenza fu che -quattro Isaurici, messi a guardia di Porta Asinaria, la tradirono al -nemico. E così il 17 dicembre 546 i Goti entrarono nella Città, che i -Bizantini abbandonarono, uscendo nello stesso tempo da un'altra porta -in tal fretta, che Bessa dovè lasciare tutto il danaro da lui così -disonestamente guadagnato. Vi fu allora come una fuga generale da Roma, -dove, secondo Procopio, sarebbero rimaste appena 500 persone, che si -ricoverarono nelle chiese, temendo la crudeltà dei Goti. Questi infatti -cominciarono subito la strage; ma quando ebbero ucciso 26 soldati e 60 -cittadini, furono con ordini severissimi fermati da Totila, il quale -venne indotto alla clemenza anche dalle preghiere del diacono Pelagio, -che in Roma faceva ora le veci di papa Vigilio, il quale trovavasi -nella Sicilia in via per Costantinopoli. - -Totila, che era vittorioso, e si sentiva sicuro del fatto suo, disse -allora alle sue genti queste notevoli parole: — In principio della -guerra 200,000 Goti furono vinti da 7000 Bizantini; ma oggi invece -20,000 Bizantini, che tanti se ne trovano sparsi in Italia, furono -vinti dai deboli e disprezzati avanzi dei Goti. Ciò è avvenuto, perchè -allora i Goti si condussero ingiustamente verso i Bizantini, e vennero -puniti; ma ora che abbiamo invece osservato la giustizia, siamo stati -da Dio remunerati colla vittoria. — Entrato poi in Senato, rimproverò -ai Romani la loro condotta favorevole agl'Imperiali, che li avevano -spogliati di tutto. — Che male, egli esclamò, vi hanno mai fatto i -Goti? — Mandò poi a Costantinopoli il diacono Pelagio, per concludere -una pace definitiva. «Io, egli scriveva a Giustiniano, ti rispetto -come un figlio deve il padre, e sarò sempre tuo fido alleato. Ma se tu -non accetti la pace, distruggerò Roma, perchè da essa non possa venir -nuovo danno ai Goti.» E Giustiniano a tali minacce non si degnò neppur -di rispondere, rimettendosi in tutto e per tutto a Belisario, il che -voleva dire alla sorte delle armi. Non c'era quindi da far altro, che -apparecchiarsi a continuare la guerra. - -Totila si vedeva ora costretto a recarsi nell'Italia meridionale, -dove i Bizantini in buon numero occupavano molte terre, e rendevano -sempre più difficile il fornire Roma di vettovaglie. Partendo, egli non -poteva, per mancanza di uomini, lasciarvi una guarnigione sufficiente; -cominciò quindi a demolirne le mura, con animo di distruggere -addirittura la Città. Ma quando procedeva in quest'opera nefasta e di -vera barbarie, ricevette una lettera di Belisario, che gli fece una -profonda impressione. «Non sai tu dunque, questi gli scriveva, che -le ingiurie fatte a Roma, sono ingiurie ai trapassati, ai posteri; -sono una vera profanazione? Vuoi tu rimanere nella storia come il -distruttore, piuttosto che come il preservatore della più grande e -magnifica città del mondo?» Totila, secondo Procopio, restò da tali -parole siffattamente colpito, che smise la mal cominciata demolizione, -e parti senz'altro pel Mezzogiorno, menando seco in ostaggio i -Senatori, ordinando che tutti abbandonassero Roma, che, secondo lo -stesso scrittore, rimase davvero per qualche tempo deserta. Lasciò -sui monti Albani una piccola guarnigione, come a guardar da lontano la -desolata Città, in cui sperava di tornare ben presto, dopo aver vinto -i Bizantini. Questo racconto può sembrare una leggenda; è certo però -che da una parte Totila non aveva modo di tenere occupata la Città -eterna, e da un'altra il fascino grandissimo che essa esercitava ancora -sui barbari era sempre tale, che le dava ai loro occhi qualche cosa di -sacro e d'inviolabile: il distruggerla doveva quindi parere a tutti un -delitto contro gli uomini e contro Dio. Si aggiungeva poi che Totila -non voleva romperla addirittura coll'Impero, e chiudersi così ogni -possibilità di nuove trattative. - -Comunque sia, Roma si trovò ora per sei settimane affatto abbandonata, -restando, così almeno si narra, addirittura deserta. E Belisario, -lasciata una piccola guarnigione in Porto, respinti i pochi Goti che, -scesi dai monti Albani, gli vennero incontro, entrò dentro le mura e -si pose subito a restaurarle. Molti tornarono allora dalla Campagna, -ed insieme coi soldati s'adoperarono a tutt'uomo per riparare i guasti -portati ad esse. Mancavano però gli operai capaci di rimettere a posto -gli usci delle porte, che erano stati abbattuti. Si provvide quindi -alla meglio, chiudendole in fretta, essendosi saputo che Totila, avuta -notizia dell'entrata di Belisario, tornava indietro a gran passi. Tre -volte infatti diede l'assalto; ma fu sempre respinto ed inseguito, fino -a che si ritirò a Tivoli. E Belisario allora potè trovar modo di far -rimettere gli usci alle porte della Città, di cui mandò le chiavi a -Costantinopoli. Correva l'anno 547, dodicesimo della guerra bizantina, -terzo della seconda campagna. - -I Goti erano sempre assai potenti in Italia. Padroni nel Settentrione, -dove si trovavano ancora i Franchi venuti in loro aiuto, essi -occupavano la Venezia, e s'erano avanzati nell'Italia centrale, che -tenevano quasi tutta, ad eccezione di Ravenna, Perugia, Ancona, Roma e -Spoleto. Nel Mezzogiorno invece dominavano i Bizantini, sebbene anche -colà non mancassero Goti, disseminati in diversi punti, qualcuno dei -quali strategicamente importante. Certo per gl'Imperiali riusciva di -grande vantaggio morale e materiale il possesso delle due capitali, -Roma e Ravenna. Ma l'opera di Belisario era paralizzata dal disaccordo -persistente con Giovanni; nè l'Imperatore mandava aiuti di sorta. Così -corsero ancora due anni, nei quali i Bizantini non fecero altro che -accrescere sempre più il malcontento delle popolazioni, con vantaggio -dei Goti, i quali perciò andavano ripigliando nuove terre, fra le altre -Rossano e Perugia. Belisario era quindi in uno stato di sconforto -disperato, tanto che sua moglie Antonina si decise a partire per -Costantinopoli, sperando d'ottenere per lui i necessari aiuti, mediante -la protezione che aveva sempre avuta di Teodora; ma, arrivata colà, -trovò invece che questa era già morta il 1º luglio 548. E non potendo -far altro, chiese ed ottenne il ritorno del marito, che nel 549 era -da capo a Costantinopoli, carico al solito di ricchezze accumulate -nella guerra, ma con la sua antica gloria molto offuscata, giacchè -nulla d'importante aveva potuto concludere in questa seconda campagna -d'Italia. E tutto ciò appariva anche assai più evidente, se si faceva -il paragone cogli strepitosi successi ottenuti nella prima. Egli restò -a Costantinopoli, sempre onorato, ma senza mai più avere, per dieci -anni continui, il comando dell'esercito. - -Nel 559 però gli Unni, essendo entrati nella Media e nella Tracia, -cominciarono a fare stragi crudeli, minacciando la stessa città di -Costantinopoli. Ed allora Giustiniano, che era già vicino ai 77 anni, e -s'era per modo spaventato, che voleva fuggire dalla capitale, ricorse -di nuovo all'ormai vecchio, ma pur sempre glorioso capitano. Questi -aveva già superato i 54 anni, e i dolori patiti lo avevano assai -fiaccato; pure, senza esitare, corse alle armi, raccolse alcuni de' -suoi veterani e parecchi contadini; formò così un piccolo esercito, e -con un nuovo miracolo d'audacia, di accortezza e di valore strategico, -respinse un nemico assai più numeroso, che lasciò 400 morti sul campo -di battaglia. E fu allora appunto che Giustiniano, sopraffatto dalla -puerile o per dir meglio senile gelosia, lo richiamò, preferendo -accordarsi definitivamente col nemico mediante danaro, piuttosto che -ottenere una pace onorevole che avrebbe fatto rivivere l'antica gloria -del suo invidiato generale. Questi fu di nuovo accolto dal popolo come -un trionfatore, ma restò poi sempre lontano dagli affari e dal comando -dell'esercito. Ciò dette ai suoi nemici tanto ardire, che lo accusarono -di cospirazione contro lo stesso Imperatore, il quale da capo lo privò -d'ogni suo avere, ponendolo anche sotto sospettosa vigilanza. Ma alcuni -mesi dopo, forse ravveduto o pentito, restituì ad esso gli emolumenti -di cui lo aveva privato (luglio 563). Nel 565 il valoroso capitano -trovò finalmente pace nella tomba, circa nove mesi prima che morisse -l'Imperatore, da lui così fedelmente servito. La leggenda, secondo la -quale egli avrebbe finito la sua vita, cieco, povero, seduto alla porta -d'una chiesa, con una scodella di creta in mano, chiedendo limosina, -_Date obolum Belisario_, si formò tra i secoli XI e XII; ma di essa -nulla sanno i contemporanei, i quali tacciono quasi affatto degli -ultimi suoi anni infelici. Assai probabilmente, come fu già osservato, -si fece confusione con quello che avvenne a Giovanni di Cappadocia, che -realmente finì limosinando, non però cieco. - - - - -CAPITOLO IX - -La disputa dei _Tre Capitoli_ — Ritorno di Narsete in Italia — Disfatta -di Totila e di Teja — Fine del regno ostrogoto - - -La definitiva ritirata di Belisario dagli affari segna la fine, anzi -si può dire il fallimento della politica estera di Giustiniano. Da -ogni parte infatti i barbari sembravano ora avanzarsi di nuovo. Più -di tutti orgogliosi e sicuri del loro avvenire parevano i Franchi; la -fortuna di Totila sembrava anch'essa rapidamente risorgere. In Roma -v'era una guarnigione di soli 3000 soldati imperiali, poco o punto -pagati, privi di tutto, e però scontentissimi, i quali avevano ucciso -il generale Conon, che sembrava voler come Bessa, in mezzo alla comune -calamità, far guadagno colla vendita del grano. Li comandava ora -Diogene, stato già della guardia di Belisario, e che alla testa de' -suoi aveva respinto gli ultimi ripetuti assalti di Totila. Questi potè -tuttavia occupar Porto, di dove riuscì ad affamare la Città, fino a che -alcuni soldati isaurici, stanchi di soffrire senza mai avere le paghe, -la tradirono al nemico, aprendo la Porta S. Paolo, per la quale esso -entrò, facendo strage della guarnigione. Diogene si salvò con parte -de' suoi; altri 400 si chiusero nella tomba d'Adriano, ma dovettero -poi anch'essi arrendersi per fame, unendosi ai soldati di Totila (549), -che si mostrò generoso verso di loro, giacchè si riteneva omai sicuro -di vincere, e cercava perciò di vivere in armonia colla popolazione -romana. Diverse città s'andavano infatti ogni giorno arrendendo a -lui come fecero Rimini e Taranto, come promettevano di fare, se non -venivano presto soccorse dagl'Imperiali, anche Civitavecchia ed Ancona. -Egli pensò quindi d'andare verso il sud, prendere le isole, e colla -flotta rendersi padrone del mare, per interrompere le comunicazioni -degl'Imperiali con Costantinopoli. Passato quindi il Faro, sbarcò -in Sicilia, e trovando resistenza a Messina, penetrò nell'interno -dell'isola, e ne occupò facilmente la campagna. - -Questo sarebbe stato per Giustiniano il momento di provvedere con -energia alla guerra, se non voleva addirittura rinunziare all'Italia. -Sfortunatamente però egli, già assai vecchio e più o meno invaso sempre -da una manìa religiosa, s'era da qualche tempo siffattamente immerso -nella teologia, che per essa trascurava i bisogni più urgenti della -guerra e dello Stato. Aveva l'ambizione d'essere il sostenitore della -vera fede, il restauratore della unità non solo dell'Impero, ma anche -della Chiesa. Se non che l'Oriente e l'Occidente non riuscirono mai -ad andar pienamente d'accordo sul concetto fondamentale della suprema -autorità religiosa. Nelle cose della fede il Papa non poteva ammettere -nè superiori, nè uguali, qualunque fossero d'altronde i meriti e i -servigi che altri avesse resi alla Chiesa. Giustiniano invece, che -faceva derivare la sua autorità politica non dal popolo, dal Senato -o dall'esercito, ma direttamente da Dio, sebbene riconoscesse la -superiorità del potere spirituale sul temporale, riteneva che l'uno -e l'altro dovessero metter capo all'Imperatore. E però voleva, anche -nelle cose della fede, stare alla testa della Chiesa, dei sacerdoti -e dei credenti. «La nostra principale sollecitudine, così egli -scriveva, è rivolta ai veri dogmi di Dio, alla onestà del clero.» -Condannava perciò gli eretici e le dottrine eterodosse; non voleva -riconoscere valore definitivo ai decreti dei Sinodi e del Papa, ma solo -a quelli del Concilio ecumenico, convocato da lui, che ne sanzionava -e promulgava le deliberazioni. A tutto ciò Roma non poteva mai -consentire. - -Animato costantemente da siffatti pensieri, Giustiniano s'era da -un pezzo stranamente esaltato per la scoperta che era stata fatta -d'alcuni errori o piuttosto inavvertenze in cui era caduto il Concilio -di Calcedonia, e voleva avere la gloria di correggerli: a tal fine -si chiudeva assai spesso nel suo studio a meditare, a discutere -ardentemente con preti e con frati. La questione di cui da qualche -tempo s'occupava, è nota sotto il nome dei _Tre Capitoli_ o sia -tre punti controversi. Essa era molto oscura, molto intricata, e -senza grande valore teologico; ma aveva per lui anche una importanza -politica. Ora come sempre l'Imperatore desiderava piena concordia -con Roma; ma questa concordia, appena veniva conclusa, suscitava la -discordia in Oriente, dove, come in Egitto, numerosissimi e passionati -erano i seguaci della dottrina monofisita, fieramente avversata -dalla Chiesa romana. La nuova controversia versava sulle dottrine di -tre vescovi orientali, nelle quali s'erano scoperte tracce evidenti -d'eresia, sebbene il Concilio di Calcedonia non le avesse notate. -Pare che Teodoro Ascida, iniziatore di questa disputa, facesse sperare -all'Imperatore che, avendo quei tre vescovi aspramente combattuto la -dottrina monofisita, il condannarli gli avrebbe potuto indirettamente -conciliare i seguaci di essa, senza irritare la Chiesa romana. E -Giustiniano, persuaso, non senza ragione, che i tre vescovi avessero -veramente errato, ne fu come infatuato, ed «In nome del Padre, del -Figlio e dello Spirito Santo», anatemizzò i _Tre Capitoli_, invitando -i Monofisiti a fare adesione alla vera dottrina da lui esposta (544 e -551). Ma s'era questa volta pienamente ingannato. Il suo decreto non -gli guadagnò punto i Monofisiti, e suscitò invece una viva opposizione -in Occidente, dove si vedeva in esso un'offesa all'autorità del -Concilio di Calcedonia (451), ed a quella del Papa. Oltre di che, i -tre vescovi condannati col decreto imperiale, non solo erano stati -rispettati a Calcedonia, ma erano già morti da un secolo. A che dunque -turbare adesso le loro ceneri? La disputa sollevata era per lo meno -inopportuna, e senza pratico valore. Pure Giustiniano non sapeva -pensare ad altro, e non voleva in nessun modo recedere. - -Chi si trovava ora peggio di tutti era papa Vigilio, il quale, per -gl'intrighi di Teodora salito sulla cattedra di S. Pietro, era stato -chiamato a Costantinopoli, dove pareva che fosse fra l'incudine -ed il martello. Se infatti condannava i _Tre Capitoli_, destava -un vespaio in Occidente; se non li condannava, si poneva in lotta -coll'Imperatore. E finì col cedere a questo, pubblicando nel 548 la -condanna dei _Tre Capitoli_. Ma quando vide la fiera tempesta che -si sollevò in Occidente contro di lui, della quale Giustiniano non -teneva nessun conto, mutò avviso, ponendosi in aperta opposizione con -l'Imperatore. Non intervenne nel Concilio ecumenico, del quale egli -stesso aveva suggerito la convocazione, anzi protestò contro di essa -(553). Il Concilio, come era da aspettarsi, condannò esplicitamente i -_Tre Capitoli_; e ne seguirono disordini, nei quali fu in pericolo la -vita stessa del Papa, che, dopo aver sopportato gravi violenze, venne -confinato in un'isola del Mar di Marmara. Dopo sei mesi finalmente, -stanco delle patite calamità, oppresso dagli anni, tormentato dal mal -della pietra, cedette, ed il 23 di febbraio 554 pubblicò la condanna -dei _Tre Capitoli_. Potè allora ripartire per l'Italia; ma appena che -fu arrivato in Sicilia, morì il 7 gennaio del 555. - -Pur tali erano allora la potenza della Chiesa e l'autorità dei -Papi, che anche in questi anni di debolezza e di patite violenze, -si ottennero per essa dall'Impero nuove e notevoli concessioni. -Nel 554 infatti era stata pubblicata quella Prammatica Sanzione, -che sanzionando definitivamente il diritto giustinianeo in Italia, -concedeva al clero nuova autorità anche nelle cose temporali. I giudici -dovevano essere eletti dai Vescovi e dai principali cittadini; nei -pesi e nelle misure si dovevano osservare le norme fissate dai Vescovi -e dal Senato. E tutto ciò dopo molte altre concessioni fatte anche -prima. Sin dal 546 era stato deciso che il clero doveva esser giudicato -dai soli tribunali ecclesiastici. In molti casi si poteva dai giudici -ordinari appellare al Vescovo, che diveniva così come una specie di -tribuno della plebe: a lui era affidata la cura dell'annona, degli -edifizi pubblici, degli acquedotti. Di certo tutte queste concessioni -erano fatte ai Vescovi come ufficiali dipendenti dall'Impero. Ma la -Chiesa le accettava senza discutere, e quando l'autorità dell'Impero -cominciò a decadere, ed essa potè sempre più affermare la propria -indipendenza spirituale, una uguale indipendenza si estese naturalmente -anche all'esercizio di quelle temporali facoltà che, senza riflettere -alle inevitabili conseguenze, le erano state concesse. L'Impero aveva -dato alla Chiesa le armi con le quali essa doveva poi combatterlo. -E la Prammatica Sanzione che poneva come il suggello a tali e tante -concessioni, era stata pubblicata da Giustiniano, come in essa è detto -esplicitamente, per seguire i consigli di quello stesso papa Vigilio -che egli aveva così maltrattato, così umiliato! - -Giustiniano, è vero, poteva esser lieto d'aver trionfato nella -questione dei _Tre Capitoli_, essendo riuscito a farli condannare -dal Papa; ma era ben lungi dall'avere ottenuto lo scopo finale che -s'era prefisso, giacchè egli non aveva guadagnato alla sua causa un -solo Monofisita, e s'era invece sempre più alienato l'animo delle -popolazioni italiane. La lotta religiosa da lui provocata aveva inoltre -messo in chiaro, che sotto i Bizantini il Papa non era, non poteva -essere libero. Per sei anni infatti Vigilio era stato costretto a -fermarsi in Costantinopoli, dove risiedeva il Patriarca a lui avverso, -ed era stato malmenato dall'Imperatore, che lo aveva trattato come un -suo dipendente. - -Certo la condotta di papa Vigilio era stata poco onorevole, e risultò a -grave danno della Chiesa, che dopo di lui soffrì circa un mezzo secolo -d'oscurità e di decadenza fino a che non venne a sollevarla Gregorio -Magno. Ma in tutto ciò il procedere di Giustiniano fu assai imprudente, -e causa non ultima della caduta del dominio bizantino in Italia e della -venuta dei Longobardi. Il vero è che egli voleva ricostituire l'unità -dell'Impero, ed i papi volevano invece fondare l'unità e l'autorità -universale della Chiesa cattolica; ma nessuno di questi due disegni -poteva essere pienamente attuato, perchè l'Oriente doveva politicamente -e religiosamente separarsi dall'Occidente. - -Già da gran tempo Giustiniano, chiuso nel suo studio, era talmente -immerso nelle sue sottigliezze teologiche, che avrebbe per esse -abbandonato anche quella guerra d'Italia, con tanto ardore da lui -intrapresa, ma che con grande spargimento di sangue, con crudele rovina -delle misere popolazioni, era durata assai più a lungo, che egli non -avrebbe mai pensato. Se non che da tutte le parti gli si facevano -premure, perchè conducesse una volta a compimento la restaurazione -dell'Impero, e molti emigrati erano dall'Italia stessa venuti per -deciderlo a ciò. Il problema principale per lui era allora: trovare un -generale in capo, cui affidare quella unità di comando così necessaria -a condurre con fortuna la guerra. A Belisario, dopo gli ultimi fatti, -non era più da pensare. Elesse quindi Germano suo nipote che, avendo -sposata una nipote di Teodorico, vedova di Vitige, pareva dovesse -ispirare qualche simpatia anche nei Goti. Egli era ricco di suo, e -per poter condurre la guerra ebbe a sua libera disposizione la cassa -dell'Impero. Ben presto si vide quindi da ogni parte accorrer gente -sotto le sue bandiere, non esclusi anche alcuni Goti. Ma quando aveva -raccolto in Dalmazia buon numero d'armati, ed era pronto a partire, fu -colpito dalla morte. L'esercito rimase perciò a svernare presso Salona -(550-551). - -Totila aveva intanto assediato Ancona, città assai importante per -gl'Imperiali, massime quando avessero voluto fare uno sbarco dalla -Dalmazia nell'Italia centrale. E per questa ragione il generale -Giovanni, uomo ardito ed ambizioso, che assai bene conosceva l'Italia -ed i Goti, si decise, non ostante gli ordini avuti in contrario, a -muoversi dalla Dalmazia per tentar di liberare quella città dalla parte -del mare. Messosi quindi d'accordo con Valeriano, che era a Ravenna, -riunirono i loro navigli, e nelle acque di Sinigaglia s'affrontarono -con la flotta dei Goti, i quali sul mare non avevano potuto mai -tener testa ai Bizantini, e la distrussero affatto, rimanendo padroni -dell'Adriatico, che liberamente poterono percorrere. I Goti allora, -levato l'assedio da Ancona, si ritirarono in Osimo, e Totila s'indusse -a far nuove proposte di pace, dichiarandosi pronto a lasciare la -Dalmazia e la Sicilia all'Impero, cui avrebbe anche pagato un tributo, -riconoscendone la superiore autorità. In questo modo, egli diceva, si -sarebbe impedito che tutto finisse a vantaggio dei Franchi, i quali -occupavano sempre parecchi punti importanti nell'alta Italia. Ma ormai -ogni discussione era vana, perchè Giustiniano aveva già nominato il -nuovo generale in capo nella persona di Narsete (551). - -Questo celebre eunuco aveva allora circa settantatrè anni, era -curvo e piccolo della persona. Fino a sessant'anni era stato sempre -nell'amministrazione, acquistando in essa gran nome e grande perizia. -Estremamente accorto ed ambizioso, era cattolico ardente, ed aveva la -reputazione d'essere sotto la diretta protezione della Vergine, per -la quale professava un culto speciale. Giustiniano, col suo istinto -divinatore, lo aveva nominato generale la prima volta, quando era -già arrivato a sessant'anni, senza aver mai avuto occasione di dare -una prova qualunque delle grandi qualità militari che poi mostrò di -possedere, e delle quali nessun altro s'era fino allora accorto. -Mandato in Italia quando v'era sempre Belisario, non aveva potuto -allora far conoscere il suo valore, perchè, venuto subito in urto col -comandante in capo, aveva più che altro recato danno all'esito della -guerra. Pure dimostrò un singolare ascendente non solo sui soldati, -ma anche sui generali suoi compagni d'arme. Questo valse sempre più a -confermar l'Imperatore nella grande opinione che di lui s'era come per -istinto formata. E perciò lo mandava ora nuovamente in Italia, generale -in capo, a rialzare le sorti della guerra e dell'Impero. Narsete, che -era anch'egli ricchissimo, e sapeva come cavar danari dall'Impero, -pensò innanzi tutto di porre insieme un grosso esercito, non parendogli -punto sufficiente quello che era stato già riunito in Dalmazia. Fece -quindi leva di uomini a Costantinopoli, nella Tracia, nell'Illirico. -Raccolse anche 2500 Longobardi, i quali menaron seco altri 3000 armati, -ed erano comandati da Audoino, padre di quell'Alboino, che sedici -anni più tardi occupò coi suoi l'Italia; raccolse 3000 Eruli; ebbe -a suo comando Gepidi, Unni, perfino Persiani. E con queste genti si -recò nella Dalmazia, per unirsi a coloro che già v'erano, ordinarli, -organizzarli tutti, e partire poi per l'Italia. - -Sebbene gl'Imperiali fossero ora padroni dell'Adriatico, pure non -avevano naviglio capace di trasportare un grosso esercito. In ogni caso -dava pensiero il pericolo d'una possibile tempesta o d'un improvviso -assalto dei nemici contro navi da trasporto, cariche d'uomini e di -materiale da guerra. Narsete decise quindi d'avanzarsi per terra, lungo -la costa, accompagnato per mare da navi con vettovaglie, e di esse si -giovò anche per traversare i grossi fiumi come il Tagliamento, l'Isonzo -e la Brenta. Continuando il suo cammino, evitò i luoghi fortificati, e -le terre occupate dai Franchi. Verona, che era tenuta dai Goti, sotto -il comando del valoroso generale Teja, si trovava assai lontana. E così -gl'Imperiali poterono arrivare sicuri fino a Ravenna, poi a Rimini, -ove, disfatta una parte della guarnigione che uscì a sfidarli, ucciso -il generale che la comandava, continuarono verso il sud per la via -Flaminia. L'abbandonarono però nel punto in cui essa, allontanandosi -dal mare, ripiega verso l'Appennino, che traversa al passo detto del -Furlo o di Pietra Pertusa. È questo una specie di tunnel naturale, -fortificato e tenuto allora dai Goti, difficilissimo quindi a -sforzarlo. Narsete lo evitò, proseguendo la sua marcia lungo il mare, e -volgendo poi a destra, raggiunse di nuovo la via Flaminia. Passato che -ebbe l'Appennino, pose il campo là dove si distende una vasta pianura, -tra Scheggia e Todino, che distano fra loro circa quindici miglia: ivi -dette la sua prima grande battaglia. - -Totila si trovava allora presso Roma, aspettando che le genti di Teja -lo raggiungessero. Ed arrivata che fu la più parte di queste genti, -s'avanzarono insieme contro gl'Imperiali, sebbene li sapessero in -forze preponderanti. Narsete, esaminato il luogo, mise un manipolo -di 50 uomini sopra un piccolo colle da lui riconosciuto come il punto -strategico del campo. Quei pochi militi, durante una giornata intera, -difesero il colle con un valore, con un eroismo degno degli antichi -Romani, respingendo i ripetuti assalti della cavalleria gota. Narsete -aveva messo nel centro i barbari, dei quali poco si fidava, ordinando -che, scesi da cavallo, combattessero a piedi, acciò più difficilmente, -per paura o tradimento, potessero darsi alla fuga. A sinistra ed a -destra erano i Romani, ed in ciascuna delle due ali si trovavano 4000 -arcieri che, contro l'uso adottato da Belisario, combattevano anch'essi -a piedi. Cinquecento cavalieri erano a sostegno dell'ala sinistra, -distendendosi verso il colle, che abbiam visto già occupato come punto -strategico del campo. Mille altri cavalieri eran tenuti in riserva, -pronti ad ogni evento. - -Il concetto di Narsete era: attendere l'assalto del nemico, il quale, -trovando più debole il centro, avrebbe contro di questo diretto -lo sforzo maggiore, e così, avanzandosi, sarebbe stato facilmente -circondato dalle due ali. Totila che aveva allora indugiato, per -aspettare altri aiuti da Teja, giunti che furono gli ultimi 2000 -uomini, cominciò la battaglia. Gli arcieri imperiali fecero grande -strage dei Goti. I Longobardi e gli Eruli, dopo un momento di -esitazione, assalirono anch'essi con gran vigore il nemico, che volse -le spalle. E la cavalleria gota, su cui Totila aveva fatto il maggiore -assegnamento, si dette a così precipitosa fuga, che molti dei fanti -morirono calpestati dai cavalli. Egli stesso, ferito gravemente, si -dovè ritirare dal campo, e morì nella capanna d'un villaggio, detto -allora _Caprae_, ora Caprara, a quindici miglia dal luogo della -battaglia, fra Gubbio e Tadino (552). - -I barbari dell'esercito imperiale, sopra tutto i Longobardi, -insofferenti della disciplina, si dettero ad ogni eccesso, -saccheggiando, bruciando le capanne dei contadini, violando le donne, -suscitando un tale malcontento, che Narsete, il quale non era di certo -nè mite, nè pietoso, si dovette decidere a disfarsi dei Longobardi. -Mediante buona somma di danaro li indusse quindi a tornarsene a -casa, col loro seguito, per la via delle Alpi Giulie, accompagnati -da Valeriano. Questi voleva nel ritorno assediare Verona; ma vi si -opposero i Franchi, che occupavano molte terre nella parte orientale -della regione transpadana, e che agl'Imperiali preferivano i Goti, più -deboli assai ed aspramente combattuti ora nell'Italia meridionale. -Oltre di che, avendo i Goti appunto consentito che i Franchi -occupassero le terre che ora tenevano in Italia, poteva a questi -sembrare atto di buona e leale politica il favorirli, ben inteso, -fino a quando il proprio interesse non avesse consigliato altrimenti. -Valeriano perciò, non volendo suscitare una seconda guerra, quando -non era anche finita la prima, si fermò, cercando solo d'impedire -che i Goti, i quali s'andavano raccogliendo sempre più numerosi nel -nord, andassero verso Roma a rinforzare i loro compagni d'arme ora -che nuovi scontri parevano inevitabili al sud. Dopo la disfatta e la -morte di Totila, essi s'erano andati adunando a Pavia, la quale sin -da quando perdettero Ravenna, era divenuta una delle loro principali -città, e colà elessero a loro re il valoroso Teja, che venne accettato -con favore universale. Questi cercò subito d'assicurarsi la sempre -incerta amicizia dei Franchi; ma riuscì solo ad ottenere che restassero -neutrali, ed anche ciò l'ottenne abbandonando ad essi il tesoro dai re -Goti raccolto a Pavia. Certo ai Franchi metteva conto di starsene ora -a guardare, aspettando che i due rivali si consumassero a vicenda, per -dar poi addosso al vincitore. - -Intanto le città dell'Italia centrale e meridionale s'arrendevano -rapidamente ai Bizantini. Così fecero Narni, Spoleto, Perugia, così -fece anche la guarnigione di Pietra Pertusa. Narsete già camminava -verso Roma, occupata dai Goti, i quali s'erano concentrati presso la -Mole Adriana, che Totila aveva fortificata. Essi non erano in numero -tale da poter difendere le mura della città, ma gl'Imperiali non -erano sufficienti a circondarla. Si venne perciò da capo ad una serie -d'assalti e difese alla spicciolata, fino a che uno dei capitani di -Narsete, essendo riuscito a scalar le mura in un punto dimenticato, -potè aprire le porte ai suoi, che entrarono rapidamente. I Goti si -dettero allora alla fuga, e quelli che erano chiusi nella Mole Adriana, -poco dopo s'arresero. Così furono di nuovo mandate a Giustiniano le -chiavi di quella Roma invitta, che cinque volte, sotto questo solo -imperatore, era stata presa e ripresa. - -Ne seguì un periodo di nuove stragi. Molti dei Senatori ancora -prigionieri nell'Italia meridionale, furono uccisi. E Teja macchiò la -sua fama di valoroso, facendo trucidare anche 300 giovanetti romani, -che erano stati scelti come paggi, ma che in realtà erano tenuti in -ostaggio. Il fatto è che i Goti, omai pochi e dispersi, erano come -inferociti per la disperazione; e così le più selvagge passioni si -scatenarono sulla misera Italia, di cui pareva s'avvicinasse la fine. -Alcuni di essi da Pavia andarono ad unirsi coi Franchi nel nord; altri -nel sud, sotto il comando di Aligerno fratello di Teja, si chiusero -in Cuma, dove era un'altra parte del tesoro nazionale. E Narsete vi -mandò subito un drappello de' suoi, per tentare d'impadronirsene dopo -aver preso la città. Ne mandò altri in Toscana, ad impedire che Teja, -avanzandosi di là, s'unisse col fratello e cogli altri compagni nel -sud. Ma quel valoroso riuscì ad evadere ogni ostacolo, e traversato -l'Appennino, andò oltre verso il sud, ove da capo i Goti erano in gran -numero. Una nuova battaglia era quindi inevitabile. Narsete perciò si -mosse ad incontrare Teja prima che riuscisse ad unirsi al fratello; e -lo raggiunse presso Napoli, a Nocera, sul fiume Sarno. Colà il re goto -s'era fermato, avendo alle spalle il Monte S. Angelo, e ricevendo dalle -sue navi aiuto continuo di vettovaglie. Ma queste navi lo tradirono ad -un tratto, passando ai Bizantini; ed allora egli retrocesse alquanto -fra le balze del Monte Lettere (_Lactarius_), che è parte del Monte S. -Angelo. Colà egli non poteva, per mancanza di vettovaglie, restare a -lungo; dette perciò l'ordine di attaccare. I suoi allora si spinsero -con irresistibile impeto contro il nemico, che non ebbe neppure il -tempo d'ordinarsi: si dovette perciò combattere alla spicciolata. Teja -si condusse eroicamente, alla testa de' suoi. Gl'Imperiali miravano -tutti a lui, e le loro frecce restavano infisse nel suo scudo. Di -tanto in tanto, non potendo pel grave peso più reggerlo, lo dava ad un -soldato, che glielo mutava con un altro. Ed in uno di questi momenti, -il suo petto essendo rimasto scoperto, egli venne mortalmente ferito. I -nemici allora gli tagliarono la testa, e sopra una lancia la portarono -in giro pel campo, dinanzi ai due eserciti. I Goti combatterono -ancora due giorni, ma poi s'arresero, salva la vita, con facoltà di -portar via i loro beni mobili, con l'obbligo però di non continuare -a combattere contro l'Impero. Così molti di loro passarono le Alpi, -andando a confondersi con altre genti; non pochi si sparsero per le -terre d'Italia, con la speranza di farsi dimenticare. Nè mancarono -quelli che, non avendo accettato i patti, s'andarono ad unire coi -Franchi, cercando d'indurli ad attaccare i Bizantini, i quali, essi -dicevano, dopo aver disfatto i Goti, avrebbero certamente voluto -disfare e cacciar via dalla Penisola anche i Franchi. Altri finalmente -preferirono chiudersi e difendersi, per proprio conto, in alcune città -fortificate. Così fecero quelli che erano in Crema, così un migliaio -che si rifugiarono a Pavia, così altri in altre città; ma furon tutti -prima o poi costretti ad arrendersi anch'essi. Il regno dei Goti ormai -più non esiste in Italia; colla morte eroica di Teja esso è finito. -Dopo aver fatto ancora in più punti una debole resistenza, scomparisce -affatto dalla storia. - - - - -CAPITOLO X - -Morte di Giustiniano e di Belisario — Nuove difficoltà in cui si trova -l'Impero — Narsete, richiamato a Costantinopoli, non obbedisce - - -Questo era il momento in cui i Franchi potevano avanzarsi dalla Gallia -in Italia; ma il loro re Teudebaldo non era uomo da imprese ardite. -Consentì solo che due fratelli alamanni, i quali erano grandi del -suo regno, s'avventurassero, per proprio conto, a passare le Alpi -con un esercito di 75,000 uomini. Se vincevano, l'Italia avrebbe -fatto parte del suo regno; se perdevano, egli avrebbe respinto da sè -ogni responsabilità. I due fratelli s'avanzarono baldanzosi, perchè -speravano di potere in ogni caso saccheggiare il paese, e portare -a casa la preda; ma dovettero ben presto avvedersi che l'Italia era -esausta, che si poteva finire di rovinarla, non però più sperare di -farvi ricca preda. Anzi era divenuto in essa assai difficile trovar da -vivere per un esercito che non avesse ricevuto aiuto di fuori. - -Comunque sia di ciò, Narsete aveva ora contro di sè gli avanzi dei -Goti, i quali erano chiusi nelle città fortificate, e l'esercito -franco-alamanno, che non era piccolo, e se la fortuna lo secondava o -la guerra andava in lungo, poteva avere rinforzi da casa sua. Egli -lasciò quindi che si continuasse il blocco di Cuma, nella quale -Aligerno pareva deciso a fare ostinata resistenza, e col grosso de' -suoi si recò in Toscana, dove le città occupate dai Goti s'arresero -tutte facilmente, salvo Lucca che si difese con energia, sperando -soccorso dai Franco-Alamanni, i quali allora appunto s'avanzavano con -audacia. Infatti i Bizantini, che Narsete aveva mandati verso Parma, -per affrontarli o almeno arrestarli nel loro cammino, furono invece -battuti, e dovettero retrocedere verso Faenza, lasciando libera ai -Franchi la via di Toscana. Tutto questo portò, come era naturale, un -grande sgomento nel campo imperiale presso Lucca, temendosi di potere -essere contemporaneamente assaliti alle spalle e di fronte, per qualche -sortita fatta dalla città. Narsete però dette prova di tale e tanta -fermezza, che non solo rialzò l'animo de' suoi; ma indusse la città -ad arrendersi. Anche Aligerno, che si trovava sempre in Cuma, vedendo -che era inevitabile arrendersi o all'Impero o ai Franco-Alamanni, che -continuavano, come barbari che erano, a saccheggiare, a distruggere -tutto quello che incontravano, si decise d'andare in persona a Classe, -per presentarsi a Narsete, il quale s'era allora avanzato fino a -Ravenna. Colà non solamente il Goto si arrese; ma egli, fratello di -Teja, divenne fedele soldato dell'Impero, pel quale d'ora in poi si -battè valorosamente (553). - -Restavano adesso da vincere solo i Franco-Alamanni, che continuavano -rapidamente il loro cammino verso il sud. Narsete riuscì a farne -battere due mila da poche centinaia de' suoi, che li assalirono presso -Ravenna. Si ritirò poi verso Roma, perchè quei nemici s'avanzavano -saccheggiando senza mostrare nessuna voglia di venire a battaglia. -Passato l'Appennino, essi si divisero in due schiere, una delle -quali comandata da Butelin, che gl'italiani chiamavano Buccellino, si -spinse per la Campania e la Lucania nei Bruzi; l'altra, comandata da -Leutari, s'avanzò per la Puglia e l'antica Calabria fino ad Otranto. -Ma i due fratelli ben presto non andarono più d'accordo. Buccellino -voleva continuare l'impresa; Leutari voleva invece ritirarsi verso -casa coi prigionieri e la preda già fatta. A Pesaro però questi venne -assalito dai Bizantini; perdette i prigionieri, che si dettero alla -fuga, e la preda che gli fu tolta. Arrivato nel Veneto, la peste -uccise con lui la più parte de' suoi. Non molto diversa fu la sorte -di Buccellino. Avanzandosi attraverso un paese già devastato, che -Narsete gli faceva trovar sempre più devastato, per privarlo d'ogni -vettovaglia, dovè cibare i suoi soldati di sola uva, il che produsse -una violenta diarrea, la quale costrinse anch'essi a retrocedere. -Arrivato con 30,000 uomini sul Volturno, e saputo che i Bizantini gli -venivano incontro con soli 18,000, si fortificò col fiume da un lato, i -carriaggi da un altro, pronto a resistere. Narsete a sua volta rinforzò -le ali del proprio esercito, con animo di cedere al centro, per -ricevere il nemico che s'avanzava in forma di cuneo, e così facilmente -circondarlo. La battaglia, in cui prese parte anche Aligerno, fu lunga -e sanguinosa. I Franco-Alamanni vennero totalmente distrutti, e il -loro capitano Buccellino fu ucciso (554). Scomparsa questa nuova e -sanguinosa meteora, Narsete potè ritirarsi colla preda a Roma. Non -rimaneva adesso che un sol luogo fortificato, a cinquanta miglia da -Napoli, detto Campsa da alcuni, Conza da altri. Ivi si trovavano 7000 -Goti, che finalmente s'arresero anch'essi, salva la vita; e furono -mandati a Costantinopoli, dove assai probabilmente accettarono di -servire l'Impero. - -Così ebbe fine la guerra greco-gota, durata venti anni, che ridusse -l'Italia all'estrema rovina. Il regno degli Ostrogoti, durato -sessantaquattro anni, fu distrutto per sempre, ed essi, come popolo, -scomparvero affatto al pari dei Vandali, quasi un esercito di ventura -che si fosse disciolto. Alcuni, come vedemmo, passate le Alpi, andarono -in Oriente; altri restarono in Italia, combattendo per proprio conto o -uniti ai Franchi. Certo è che nei quattordici anni, nei quali Narsete -continuò ancora a comandare in Italia, dovè sostenere cogli uni e cogli -altri parecchi scontri sanguinosi, dei quali pur troppo non abbiamo -nessuna notizia precisa. La distruzione dei due fratelli alamanni e -delle loro genti aveva naturalmente irritato molto i Franchi, i quali -occupavano sempre alcune terre dell'alta Italia; e questa irritazione -cresceva tanto più adesso che s'erano uniti a loro i Goti fuggiaschi, -pieni anch'essi d'ira e rancore, assetati di vendetta contro i -Bizantini. Nel 555 si trova infatti ricordato che i Franchi vinsero -un esercito romano, il quale potè poi pigliar la rivincita, cacciando -dall'Italia quei barbari (Muratori, _Annali_, VIII, 302). Paolo Diacono -accenna più tardi ad un altro combattimento, nel quale un generale -franco venne ucciso, ed un Conte goto fu preso e mandato prigioniero -a Costantinopoli. Altri fatti d'arme sono ricordati nel 563 e nel -565, sempre a vantaggio degl'Imperiali. In sostanza si può affermare -che, finita la guerra gotica, vi fu il pericolo, anzi addirittura il -principio di un'altra guerra per parte dei Franchi, la quale sarebbe -potuta divenire assai pericolosa, se essi non fossero stati appunto -allora, come del resto continuamente seguiva, travagliati dalle civili -discordie che per qualche tempo resero loro impossibile il passare -le Alpi in gran numero. E così vi furon solo grosse scaramucce con -quelli che già si trovavano nell'alta Italia, e che dovettero finire -coll'abbandonarla, tornandosene a casa. - -Narsete allora, alla testa del suo esercito, assunse il governo di -tutta la Penisola col titolo di Maestro dei militi e di Patrizio. -Egli non ebbe mai (come per errore fu creduto da alcuni) il titolo -di Esarca, che in Italia apparisce ufficialmente solo più tardi. La -Prammatica Sanzione riconobbe il valore degli editti emanati dai primi -re goti fino a quelli di Totila e di Teja, che rimanevano esclusi, -perchè questi due sovrani erano tiranni e non re, non essendo mai stati -riconosciuti a Costantinopoli. E perciò vennero annullate tutte le -disposizioni prese da essi, quelle specialmente a vantaggio del popolo, -dei contadini, dei piccoli proprietari, che i Goti avevano cercato di -rendersi amici; e furono in loro vece messe in vigore le disposizioni -delle leggi romane, quasi sempre favorevoli ai latifondisti. La -Prammatica Sanzione inoltre manteneva, teoricamente almeno, il potere -militare separato affatto dal civile, pel quale restava in Italia -sempre un Prefetto del Pretorio. Ma Narsete era un generale, che -alla testa del suo esercito, aveva riconquistato l'Italia, e con esso -continuava a governarla, a difenderla. E però, non ostante ogni opposta -teoria, i due poteri rimasero di fatto concentrati in lui, che continuò -ad essere una specie di dittatore militare. Per la stessa ragione i -Duchi che, sotto la sua dipendenza, erano sparsi nelle province, ed i -Tribuni, che dipendevano dai Duchi, furono anch'essi ufficiali civili -e militari ad un tempo. Tutto ciò portava incertezza e disordine. -Sarebbe stato necessario riordinare il paese, dando forza alle -leggi, sollevandolo alquanto dalle crudeli calamità così lungamente -sopportate. Ed invece bisognava pensare a trovare in Italia danaro, -per mantenere un grosso esercito, ora che da Costantinopoli non c'era -da sperarne, perchè Giustiniano non ne aveva, e trovavasi sempre più -immerso nella teologia. Si continuò quindi a dissanguare le già esauste -popolazioni. - -E ciò seguiva quando il malcontento era cresciuto anche a causa della -questione religiosa. Morto infatti papa Vigilio, tanto malmenato a -Costantinopoli, era stato eletto Pelagio, già da molto tempo favorito -dall'Imperatore. Egli tergiversò alquanto nella questione dei _Tre -Capitoli_, ma finì poi col condannarli, pur dichiarandosi ossequente -al Concilio di Calcedonia. Questa sua condotta provocò subito uno -scoppio di sdegno nei vescovi e prelati italiani, massime del nord, -alcuni dei quali lo accusarono perfino d'avere procurato la morte del -suo predecessore, per potergli succedere. L'irritazione arrivò al colmo -quando Narsete, pel quale, secondo il concetto orientale, la Chiesa -doveva essere sottoposta all'Impero, fece prendere alcuni vescovi -più riottosi, inviandoli a Costantinopoli, perchè colà venissero -puniti. Così il disordine civile ed il conflitto religioso aumentavano -la confusione. Tutte le opere pubbliche erano abbandonate; le mura -cittadine, le case, le chiese, gli acquedotti andavano in rovina: -alcune delle città, come ad esempio Milano, erano state nella guerra -addirittura distrutte. Il mantenimento delle strade era abbandonato; -i fiumi, lasciati senza argini, inondavano le campagne, ed aumentavano -la malaria. Finalmente scoppiò la peste, che ammazzava in tre giorni, e -desolò sopra tutto l'Italia superiore. Le campagne e le loro case, dice -Paolo Diacono, rimanevano deserte; gli armenti vagavano pei campi senza -pastore. Le messi abbandonate marcivano; le uve seccavano sui tralci -delle viti, già privi di foglie. Ai primi casi del morbo, le città -rimanevano spopolate per la fuga degli abitanti. I figli lasciavano -insepolti i cadaveri dei genitori, e questi, senza aver viscere di -pietà, abbandonavano i figli ammalati. Se qualcuno voleva seppellire -le vittime del morbo, era preso dal male, e restava egli insepolto. Non -era possibile numerare i morti, perchè gli occhi non bastavano a tanto: -_visum oculorum superabant cadavera mortuorum_ (II, 4). - -Tale era lo stato delle cose in cui Giustiniano lasciava l'Impero. Non -tutti i guai da noi accennati si possono dire conseguenze dirette della -sua politica; ma conseguenze più o meno indirette ne erano certamente. -Egli era stato senza dubbio guidato da alcuni concetti i quali, se -non sempre pratici, erano sempre elevati, ed esercitarono una grande -azione nella storia del mondo. Ma se, come abbiam detto più volte, -maravigliosa fu davvero la sua abilità nella scelta delle persone, -per attuare questi concetti, la sua cattiva amministrazione, le spese -eccessive che faceva sempre, i larghi tributi che allora si solevan -dare ai barbari, quando non si poteva con essi adoperare il ferro, e -le continue guerre esaurirono sempre più le forze d'un Impero in cui -l'agricoltura era assai decaduta, e non fiorivano nè l'industria, nè -il commercio. Tutto ciò, unito alla corruzione della società imperiale -e della Corte, alla cui malefica azione Giustiniano non potè sempre -sfuggire, gli resero impossibile il fondar mai nulla di veramente -stabile. - -In un Impero composto di tante parti e così diverse, circondato da -tanti nemici, senza la possibilità di un vero patriottismo nazionale, -e per la sua corruzione privo affatto di un'alta guida morale, v'era -sempre il pericolo che un qualche generale, potente e fortunato, -riuscisse ad insorgere, formando per suo proprio conto uno Stato -separato ed indipendente, che qualcuno dei grandi ufficiali della -Corte cospirasse a danno degli altri o dello stesso Imperatore, per -accrescere il proprio potere. Era quindi una continua lotta degli uni -contro gli altri, e se ne vedevano perciò sempre rapidamente salire -e rapidamente precipitare, come era seguito allo stesso Belisario, -nonostante la sua provata fedeltà, i continui e grandi servigi -resi all'Impero. E se a tutto ciò s'aggiunge che negli ultimi anni -Giustiniano, divenuto vecchio, trascurava assai il governo dell'Impero, -si capirà facilmente a che punto dovessero allora essere giunte le -pubbliche calamità. Tuttavia un grande risultato, se non duraturo, -temporaneo certamente, egli lo aveva ottenuto. I Persiani erano stati -respinti; i Vandali e gli Ostrogoti distrutti; la Romanità aveva -avuto una splendida vittoria sul Germanesimo; l'Africa, l'Italia erano -state riconquistate. Tutto ciò dimostrava chiaro che, nonostante ogni -contraria apparenza, v'era pur sempre nell'Impero una grande vitalità, -quella che riuscì infatti a farlo vivere per otto secoli ancora, -sebbene fosse continuamente circondato da sempre nuovi pericoli. -Prodigiosa veramente dovette essere quella civiltà greco-latina che -anche nella sua decadenza potè riunire, assimilare elementi così -diversi, ed in mezzo a tanto disordine veder sorgere un grandissimo -numero di accorti amministratori, di grandi e gloriosi generali, che -seppero con intelligenza e valore difenderlo. - -Ma alla morte di Giustiniano si vide subito, che i pericoli da noi qui -sopra accennati dovevano crescere non poco. Da una parte minacciava -la Persia eterna nemica dell'Impero; da un'altra ripigliavano vigore -le popolazioni germaniche, specialmente pel rapido crescere della -potenza dei Franchi. Nello stesso tempo gli Slavi s'avanzavano in -gran numero verso l'Occidente, e così pure s'avanzavano dall'Asia -le popolazioni finniche, mongoliche, tartare, che dovevano portare -nel mondo un'altra grande rivoluzione. Sarebbe stato necessario che -a Giustiniano succedesse nell'Impero un uomo di uguale o maggiore -capacità; ma avvenne, come vedremo, precisamente il contrario. E -peggio di tutti si trovava l'Italia. Esausta, disfatta da una lunga -guerra, senza speranza di ricevere aiuto da nessuna parte; oppressa da -Narsete, che per mancanza di danari vedeva ogni giorno scemare i suoi -soldati, essa restava senza difesa efficace in un momento nel quale i -barbari ripigliavano forze, e minacciavano d'avanzarsi. La distruzione -del regno ostrogoto, il quale si era esteso anche al Norico ed alla -Pannonia, lasciava indifesa l'Italia appunto da quel lato di dove le -genti barbariche eran sempre passate, e ricominciarono ben presto a -passare. - -E questo era il momento in cui a Giustiniano succedeva Giustino II, -figlio d'una sorella di lui, la quale era nipote di Teodorico. Il -nuovo Imperatore dichiarò subito di voler fare grandi economie, il che -voleva dire mutar sostanzialmente politica. Egli infatti rinunziò alle -grosse guerre, e sospese i sussidi fino allora pagati ai barbari, che -si scatenarono perciò nuovamente contro l'Impero, nel quale mancavano -ora i danari ed i soldati per difenderlo. Scontentissimo fra tutti -era Narsete, il quale si vedeva ridotto all'impotenza nel momento -in cui sarebbe stato necessario apparecchiarsi a difendere i confini -nuovamente minacciati; nè poteva sperar nulla in Italia. Infatti allora -appunto arrivava a Costantinopoli un'ambasceria di nobili romani, -venuti per dire all'Imperatore che non era più possibile sopportare -il dispotismo di Narsete, il quale aveva ridotto l'Italia a tale che -ogni altro governo era divenuto preferibile. Se non si trovava modo -di provveder subito, sarebbe stato agl'Italiani necessario gettarsi -in braccio ai barbari, che certo li avrebbero trattati meglio. Le -cose erano infatti giunte a tale estremità, che vedendo non esser -ormai possibile indurre a mutare strada un uomo assai vecchio, usato -a far sempre quel che voleva, si dovè finire col richiamarlo nel 567, -nominandogli un successore, che ebbe ordine di partir subito. - -E qui ha origine una leggenda, che non è ricordata dagli scrittori -bizantini, ma si diffuse allora assai largamente in Italia, e fu -narrata anche da Paolo Diacono. Secondo questa leggenda Narsete -avrebbe ricusato d'obbedire, e l'imperatrice Sofia avrebbe allora -esclamato: — Saprò ben io rinchiudere il vecchio eunuco nel gineceo, -che è il suo vero posto, costringendolo a filar lana con le donne. -— Ed io, così avrebbe risposto Narsete, quando gli furon riferite le -ingiuriose parole, saprò filarle una tale matassa, che in tutta quanta -la sua vita ella non riuscirà mai a dipanarla. — Aggiungendo poi alle -parole i fatti, Narsete avrebbe, per vendetta, chiamato i Longobardi -in Italia, inviando, per meglio allettarli, ambasciatori, i quali -portaron loro le più belle frutta che il fertile paese produceva. I -Longobardi allora, accettando l'invito, si sarebbero mossi, passando -le Alpi nel 568. Narsete che, sempre più accecato dallo sdegno, s'era -ritirato a Napoli, s'avvide finalmente dell'errore commesso; e quando -papa Giovanni III, successo a Pelagio nel 561, lo scongiurò, perchè si -movesse a difendere il paese, andò subito a Roma; ma ivi fu sorpreso -dalla morte. Il carattere leggendario di questo racconto è troppo -evidente perchè vi sia bisogno di dimostrarlo. I Longobardi, come -noi abbiam visto più sopra, erano in buon numero già stati in Italia, -dove avevano combattuto sotto Narsete, e non avevano quindi bisogno, -per conoscerne la fertilità, che egli ne mandasse loro le frutta, le -quali poi, massime se spedite da Napoli, si può ben immaginare in quali -condizioni sarebbero arrivate. Le ragioni che mossero i Longobardi a -passare le Alpi furono ben altre che il dispetto capriccioso d'un uomo, -sebbene non sia da escludere affatto, che questo dispetto possa avere -contribuito ad agevolar loro la strada, lasciando andar tutto a rovina, -senza apparecchiar nessuna difesa. - - - - -LIBRO TERZO - -I LONGOBARDI - - - - -CAPITOLO I - -Guerra dei Longobardi contro i Gepidi — Loro venuta in Italia e -loro conquiste — Morte di Alboino — Elezione di Clefi e sua morte — -Interregno — Duchi — Divisione delle terre — Il Papa si rivolge la -prima volta per aiuto ai Franchi (580) - - -I Langobardi, poi Longobardi, così chiamati, secondo il loro storico -Paolo Diacono, dalle lunghe barbe che portavano, sono ricordati da -Velleio Patercolo, che li dice più feroci della germanica ferocia. Si -trovavano allora presso l'Elba. Più tardi ne parlò Tacito, lodandone -il coraggio. Essi sembrano aver preso parte a quel gran movimento di -barbari, che s'avanzarono verso il sud, e furono respinti da Marco -Aurelio nella guerra dei Marcomanni (178-79). Per tre secoli dipoi non -se ne sente più parlare; ma par certo che fossero tra coloro che fecero -parte del regno degli Unni a tempo di Attila, separandosene quando esso -si disciolse. È un fatto però che ben poco sappiamo di certo sulla loro -origine. Paolo Diacono ne parla a lungo, dandoci una serie di leggende, -dalle quali non si può cavare nulla di veramente storico. Secondo -lui i Longobardi sarebbero originari della Scandinavia. Di là, per la -ristrettezza del luogo, un terzo di essi si sarebbero mossi verso il -sud, sotto la guida di due fratelli, Ibor e Aione, della famiglia dei -Gungingi o Gugingi. Da Aione sarebbe nato Agelmondo, che fu il loro -primo re, cui ne successero altri sei della stessa famiglia, l'ultimo -dei quali fu Tato, che combattè e vinse gli Eruli, il che dovrebbe -essere avvenuto verso il 508. Seguirono a questi, altri due re, sotto -il secondo dei quali sarebbe divenuto onnipotente Audoino, quello -stesso che mandò aiuti a Narsete, quando questi venne la seconda volta -in Italia. Audoino fu il padre d'Alboino, col quale finalmente cessa la -leggenda e comincia veramente la storia. - -I Longobardi erano allora penetrati nel Rugiland, al di là del Danubio; -al di qua, nella Pannonia, erano i Gepidi, per lungo tempo loro -acerrimi nemici. E quest'odio crebbe quando gli Eruli, vinti e disfatti -dai Longobardi, s'unirono ai Gepidi, i quali, vedendo così aumentate -le loro forze, profittarono della guerra che ferveva tra i Bizantini -e Totila, per occupare altre terre dell'Impero. Giustiniano allora, -secondo la politica tradizionale di Costantinopoli, incitò contro -di essi i Longobardi; e già nel 554 Alboino, ancora giovanissimo, -dimostrò il suo valore, combattendoli, ed uccidendo in singolar -tenzone Torismondo, il figlio del loro re Torisindo. Questi, secondo -un'altra leggenda, avrebbe cavallerescamente accolto a mensa Alboino, -per vestirlo poi delle armi dell'ucciso suo figlio. Ma vi mancò poco -che non si venisse alle mani. Il re dei Gepidi, pensando a Torismondo -ucciso da Alboino, sospirava malinconicamente; ed allora un altro de' -suoi figli, alludendo ad una specie di ghette o fasciature di tela, che -i Longobardi portavano alle gambe, avrebbe lor detto con disprezzo: -— Voi siete come cavalle balzane. — Al che gli sarebbe stato da un -Longobardo risposto: — Se vai al campo di Asfeld, capirai che calci -sanno tirar queste cavalle, vedendo colà le ossa di tuo fratello, -sparse al suolo come quelle d'un vile giumento. — E si sarebbero subito -sguainate le spade, se il Re non fosse personalmente intervenuto, in -nome delle sacre leggi della ospitalità, vestendo Alboino delle armi di -Torismondo. Comunque si pensi della leggenda, Alboino tornò trionfante -a casa, e verso il 565 successe al padre, come re dei Longobardi. - -Egli era allora giovane, forte, audace, ambizioso, e sembrava godere -anche il favore dell'Impero. Se non che i Gepidi, valorosi al pari -dei Longobardi, erano in numero maggiore, ed una guerra di sterminio -pareva divenuta fra loro inevitabile, anche perchè non si poteva -dimenticare la morte di Torismondo. Fortunatamente pei Longobardi, era -sin dalla seconda metà del secolo quinto apparsa sul Caspio una gente -nuova, che portava il nome di Avari, ed era della stirpe medesima -degli Unni. Favoriti da Giustiniano, che voleva servirsene pe' suoi -fini, avanzatisi sotto un capo, che portava il titolo di Cagàno, -avevano formato un forte regno nel basso Danubio, dove ricevevano -un sussidio imperiale. Così Longobardi, Gepidi ed Avari si trovarono -ora a contatto in una regione che, desolata da continue guerre, non -potendo nutrirli, li teneva sempre irrequieti e pronti ad azzuffarsi -fra di loro. Fu questo il momento in cui Giustino, a un tratto, -negò sdegnosamente il sussidio agli Avari, dicendo che l'Impero non -doveva rendersi tributario dei barbari. Ed Alboino, profittando della -occasione, propose loro che s'unissero a lui per combattere i Gepidi. -Dopo averli disfatti, egli diceva, noi saremo più al largo in questo -paese desolato, e volendo, potremo più facilmente occupare altre terre -dell'Impero. - -Bisogna credere che fin d'allora Alboino meditasse l'impresa d'Italia, -e volesse prima, vendicandosi dei Gepidi, assicurarsi le spalle, -altrimenti sarebbe difficile rendersi ragione dei patti che stipulò -allora cogli Avari. Ad essi infatti i Longobardi promettevano di -cedere metà delle spoglie che avrebbero fatte al nemico, un terzo -dei loro armenti, e le terre conquistate. Anzi, quando i Longobardi -fossero partiti, gli Avari avrebbero potuto occupare le terre da -essi abbandonate, e ritenerle, per restituirle solo nel caso che essi -fossero tornati ad occuparle. I Gepidi quindi si trovarono di fronte -a due nemici. Avrebbero, è vero, avuto ragione di fare assegnamento -sugli aiuti dell'Imperatore; ma questi, fedele sempre alla politica -orientale di far sì che i barbari si consumassero fra di loro, se ne -stette più che altro a guardare, lasciando credere che avrebbe coi suoi -tenuto a bada gli Avari. Allora i Gepidi si spinsero con grande impeto -contro i Longobardi, sperando di potere, dopo averli vinti, rivolgersi -contro gli Avari. Ma Alboino s'avanzò con impeto alla testa de' suoi, -li vinse, e colle proprie mani uccise Cunimondo loro re, tagliandogli -la testa, e facendo poi del teschio una tazza, per servirsene, secondo -l'uso barbarico, nei solenni banchetti. Questo atto crudele doveva -però, come vedremo, costargli assai caro. Ma per ora la sua vittoria fu -piena. Si parla di 40,000 morti fra i Gepidi, certo è che d'ora in poi -la storia non si occupa più di loro. Immensa fu la preda, grandissimo -il numero dei prigionieri, che o accettarono di combattere sotto le -bandiere del vincitore o ne furono schiavi. Fra questi prigionieri -v'era Rosmunda, la giovane figlia di Cunimondo, della quale Alboino -s'invaghì per modo che volle sposarla, non ostante la grande ripugnanza -che ella mostrava d'unirsi coll'uccisore del proprio padre. E sebbene -da poco fosse morta la sua prima moglie Clotsuinda, figlia di Clotario -re dei Franchi, le nuove nozze vennero celebrate senza indugio. Dopo di -ciò Alboino si volse all'impresa d'Italia. - -A lui non poteva essere ignoto che questo paese era adesso senza -difesa. Parecchie città importanti avevano insufficientissime -guarnigioni, altre l'avevano a mala pena un po' più numerose; solamente -Pavia era in grado di fare lunga resistenza. Le popolazioni esauste e -scontente non avrebbero di certo fatto causa comune coi Bizantini, dei -quali anche il clero era scontentissimo. Gli ultimi avanzi dei Goti -disseminati per la Penisola, erano naturalmente per unirsi ai primi -barbari che avessero passato le Alpi. Narsete, privo del comando e già -richiamato, se ne stava ritirato a Napoli, lieto forse che con la sua -caduta tutto andasse a rovina. Il suo successore Longino, già arrivato, -ma con pochissime genti, si dovette chiudere in Ravenna. Le porte -d'Italia erano dunque aperte al nemico. - -Il 2 di aprile 568 i Longobardi adunque lasciarono la Pannonia, e -per Enona (Leibach) e la valle della Sava passarono le Alpi Giulie, -avanzandosi nel Veneto. Menavano seco le donne, i vecchi, i bimbi e le -suppellettili sopra carri, nei quali passavano la notte. Da una pittura -alquanto posteriore, fatta per ordine della regina Teodolinda, essi -apparivano vestiti con larghi abiti di tela e di vario colore; avevano -i calzari aperti dinanzi e legati con lacci, i capelli tagliati fino -all'occipite, divisi sulla fronte, donde cadevano da ambo i lati. Con -i Longobardi si trovavano al solito mescolati Bavari, Bulgari, Gepidi, -Svevi, sopra tutto Sassoni, i quali ultimi si facevano ascendere al -numero di 20,000. Professavano quasi tutti l'Arianesimo, sebbene non -mancassero fra di loro anche i pagani; non erano però intolleranti in -fatto di religione. Molta incertezza regna sul loro numero, variando -gli scrittori da 20 a 120,000 armati. Certo non erano molti; ma se i -soli Sassoni arrivavano a 20,000, e poterono più tardi partire, senza -che perciò ne risentissero grave danno i Longobardi, che continuarono -le loro conquiste, sarebbe assurdo ridurre questi a soli 20,000. La più -comune opinione li fa variare da 60 a 70,000 uomini in arme; e non sono -molti di certo, se si pensa alle perdite che dovettero avere, ed alle -guarnigioni che era pur necessario lasciare nelle principali città da -essi occupate. È però da credere che molte di queste perdite potessero -facilmente essere risarcite venendosi ad aggregar loro gli avanzi dei -Goti, forse anche alcuni degli sbandati bizantini, fra i quali erano -non pochi barbari. - -Nel maggio del 568, secondo i più, Alboino aveva già passato i confini -d'Italia, e subito costituiva a Cividale del Friuli un Ducato, alla -cui testa pose suo cugino Gisulfo con sufficiente numero d'armati. -In questo modo egli prendeva subito possesso in Italia d'un punto -strategico assai importante, che era come la porta di casa. Di là si -poteva infatti impedire che altri passasse il confine, e si poteva -anche, quando fosse stato necessario, ritirarsi liberamente. Ma tutto -invece andò pei Longobardi a seconda: i Franchi erano occupati nelle -discordie di casa loro; i Bizantini, per mancanza di uomini e di -danaro, non potevano muoversi; le città italiane l'una dopo l'altra -aprivano le porte al nemico. Il Patriarca d'Aquileia se ne andò subito -a Grado, dove pose la sua dimora; ma il vescovo di Treviso, sentendo -che Alboino era tollerante in religione, gli domandò che fossero -garantiti i beni della sua Chiesa, ed avendolo ottenuto, fece aprire -le porte della città. Dopo di che Vicenza e Verona fecero lo stesso. -Ma Padova, Monselice e Mantova, che erano fortificate, resistettero, -ed Alboino dovè quindi decidersi a svernare nel Veneto. Fortunatamente -per lui, dopo una stagione fredda e nevosa, vi fu un'abbondantissima -raccolta, colla quale si potè fornire di vettovaglie l'esercito. Ed -egli allora, lasciate da parte Padova e Monselice, prese Mantova, -dopo di che Brescia, Bergamo, Trento si arresero coi loro territori. -Finalmente il 3 di settembre del 569 si arrese anche Milano, che dopo -la sua distruzione era stata solo in parte restaurata da Narsete: -il suo vescovo si ritirò a Genova. E da questo momento si può dir -cominciato il regno dei Longobardi, limitato per ora all'alta Italia. - -Tuttavia parecchie città che erano sul Po, fra cui anche Piacenza e -Cremona, in parte per essere fortificate, in parte perchè potevano pel -fiume ricevere aiuto da Ravenna, resistevano ancora. Ma la sola che -fece una resistenza davvero energica e prolungata fu, come dicemmo, -Pavia. Essa, che era già una città importantissima, e divenne poi la -capitale del regno longobardo, era non solo assai bene fortificata, ma -aveva anche una sufficiente guarnigione, e si potè quindi difendere -per tre anni continui (569-72). Alboino perciò, lasciata parte -dell'esercito ad assediarla, se ne andò ad occupare altre terre -dell'Italia superiore e centrale, come Parma, Reggio, Modena, Bologna, -Imola. Occupò anche il passo del Furlo, avanzandosi fino ad Urbino. -Si tenevano però sempre per l'Impero, oltre Ravenna e Pavia, anche -Padova, Monselice, Cremona, Piacenza, Genova, parecchie città della -Riviera, e quelle che formarono poi la Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, -Sinigaglia, Ancona). - -Prima di spingersi più oltre, i Longobardi avrebbero dovuto pensare a -consolidare il loro nuovo dominio, conquistando le città tenute ancora -dai Bizantini. Ma essi, che non erano mai stati lungamente sotto la -disciplina dell'Impero o della Chiesa cattolica, serbavano più degli -altri barbari intatto il loro primitivo carattere germanico, e non -dimostrarono perciò mai vere attitudini politiche, nè capacità di -organizzare. Infatti cominciarono subito a procedere senza nessuna -unità di comando, senza un disegno prestabilito, senza uno scopo -determinato. Varie schiere presero direzioni diverse per proprio -conto. Alcune s'avviarono verso il sud, dove iniziarono la fondazione -dei Ducati di Spoleto e di Benevento, i quali, divennero poi affatto -indipendenti. Il resto dell'Italia meridionale, sopra tutto le coste -dell'Adriatico e del Mediterraneo, restarono all'Impero, col quale -si tennero unite specialmente Napoli e Roma, la cui comunicazione con -Ravenna era agevolata da Perugia che, sebbene circondata per tutto da -terre occupate dai Longobardi, continuò ad esser quasi sempre fedele -all'Impero. E non solamente queste guerre e queste occupazioni di città -procedevano alla spicciolata, senza un disegno prestabilito; ma tra il -569 ed il 571 alcune schiere di Longobardi si spinsero, per proprio -conto, dall'Italia settentrionale ad assalire i Franchi nella Gallia -meridionale. Non pensarono al pericolo che correvano di richiamare -al di qua delle Alpi un nemico potentissimo, che avrebbe facilmente -potuto strappar loro di mano le recenti conquiste, che essi avrebbero -dovuto invece pensare a consolidare. Più volte ebbero la peggio in -questi loro dissennati attacchi, e si sarebbero trovati certo ad assai -mal partito, se i Franchi non avessero continuato a lacerarsi fra di -loro. Pareva proprio che la fortuna li volesse secondare in tutto. -Infatti da una parte le loro guerre contro i Franchi non ebbero le -tristi conseguenze che potevano facilmente avere; e da un'altra le loro -conquiste in Italia si succedevano senza difficoltà. Nel 572, dopo tre -anni d'assedio, s'arrese finalmente anche Pavia, che fu sin d'allora la -capitale del regno. - -Alboino entrò trionfante nel palazzo di Teodorico, e trattò umanamente -il popolo, sebbene avesse dapprima mostrato un gran desiderio di -vendetta. Nella primavera del 573 (secondo alcuni del 572) egli morì -nel palazzo di Verona; e di questa morte si dà una narrazione molto -particolareggiata, che apparisce alquanto fantastica e leggendaria. -In un solenne banchetto Alboino, presa la tazza formata col teschio di -Cunimondo padre di Rosmunda, l'avrebbe invitata «a bevere in compagnia -del padre.» Ed ella ne fu offesa per modo che decise di vendicarsi. -Manifestò il suo pensiero ad un fratello di latte del Re, chiamato -Elmichi; ma questi, non volendo macchiarsi le mani nel sangue fraterno, -le consigliò di parlarne ad un tal Peredeo, uomo audace e fortissimo. -Siccome anche questi esitava, la Regina prese il luogo d'una cameriera -amante di lui, e quando erano insieme, facendosi riconoscere, gli -disse, che se esitava ancora, avrebbe rivelato al Re quanto era seguito -fra di loro. Così venne finalmente deciso il delitto. Un giorno, dopo -il meriggio, quando il Re avvinazzato s'era addormentato, Rosmunda -legò la spada che pendeva a capo del letto, in modo che non si potesse -sguainare. Non andò guari che Peredeo entrò nella camera, gettandosi -sopra Alboino, il quale, dopo avere invano tentato di far uso della -spada, si difese con un panchetto; ma dovè soccombere. Rosmunda sposò -Elmichi, sperando di potersi con lui impadronire del trono. Lo sdegno -dei Duchi longobardi fu però tale, che gli autori del delitto dovettero -invece pensare alla fuga. Chiesero una nave a Longino, il successore di -Narsete, che la mandò da Ravenna su per il Po. In essa con pochi -soldati, con Albsuinda figlia d'Alboino, ridiscesero il fiume. -Rosmunda, secondo la leggenda, concepì allora il pensiero di sposare -Longino, ed a tal fine dette il veleno a Peredeo, quando egli era nel -bagno. Ma essendosene questi accorto, obbligò colla punta della spada -anche lei a beverlo, e così morirono ambedue. Longino mandò a -Costantinopoli la giovane Albsuinda, con le gioie che la madre -aveva portate seco fuggendo. Tutta questa leggenda proverebbe, secondo -il Ranke, che fra i Longobardi v'era allora grave dissenso, una parte -di essi volendo aderire ai Bizantini, un'altra opponendovisi. Certo è -che l'indignazione provocata dal tradimento fece andare a monte tutti i -disegni di Rosmunda, e trionfare il partito nazionale. - -Ma neppure i Duchi eran fra di loro d'accordo. A successore d'Alboino, -elessero Clefi duca di Bergamo, del quale sappiamo solo che dopo un -anno e mezzo di regno fu ucciso da uno schiavo (575). E intanto si -continuava a tener sempre la stessa incerta condotta politica, senza -cioè nessuna unità di concetto. Già nel 569 e '70, come accennammo, -alcuni dei Duchi avevano assalito i Franchi ed erano stati battuti. -Un altro assalto poco fortunato del pari era stato dato dai Sassoni, -che facevano parte dell'esercito longobardo, e volevano vedere se era -possibile aprirsi una via per tornarsene a casa. Essi erano, lo abbiamo -già detto, in numero di 20,000, e non avendo potuto dai Longobardi -ottenere di vivere in Italia, _proprio iure_, cioè secondo le loro -consuetudini e le loro istituzioni, avevano deciso di andarsene. Nel -573 partirono colle famiglie e gli averi, ottenuto libero passaggio -dai Franchi, ai quali non poteva certo dispiacere che le forze dei -Longobardi si assottigliassero. Questi tuttavia, per la speranza -di preda, continuarono nel 574-76, i loro mal consigliati attacchi, -ma furono di nuovo respinti con energia. Finalmente si venne ad un -accordo, che per qualche tempo assicurò la pace. - -Ma questa pace, aggiunta al fatto che i Bizantini, occupati com'erano -nella guerra persiana, nulla potevano fare in Italia, garantendo ai -Longobardi la sicurezza esterna, provocò la discordia fra di loro. -Infatti, morto Clefi nel 575, i Duchi non si poterono intendere fra -loro sulla scelta del nuovo re, e finirono col farne senza, lasciando -che ciascuno di essi governasse il suo Ducato in proprio nome, come -sovrano indipendente. E così continuarono per dieci anni, fino a che, -tornato il pericolo esterno, dovettero decidersi a ricostituire la -monarchia. Per ora l'Italia longobarda restava divisa in trentasei -Ducati, d'una sola parte dei quali (come Pavia, Brescia, Trento, -Cividale, Milano, Spoleto e Benevento) conosciamo con sicurezza i nomi. -Di altri non pochi i nomi si sanno con qualche incertezza,[32] e meno -ancora si conoscono quelli dei Duchi. - -Questo nuovo stato di cose tornò certamente a danno delle popolazioni -italiane. Da principio la venuta dei Longobardi, non ostante la -violenza della conquista, assai poco contrastata del resto, aveva -portato qualche sollievo, liberando le popolazioni dalla insopportabile -oppressione fiscale dei Bizantini, costituendo una forma più stabile -di governo, dando una maggiore sicurezza, dopo che Narsete, irritato -per essere stato deposto, aveva abbandonato tutto al caso, per non -dire all'anarchia. E di questo miglioramento al tempo d'Alboino, noi -troviamo conferma nelle parole stesse di Paolo Diacono. Egli infatti, -ricordando l'abbondantissima raccolta che s'ebbe nel primo anno del -dominio longobardo, aggiunge che le popolazioni italiane «crebbero -come le biade.» Non ci parla ancora della divisione che si fece poco -dopo delle terre; sicchè è possibile supporre che incominciassero -coll'impadronirsi dapprima solo di quelle che dai Goti erano passate al -fisco bizantino, e del danaro da esso raccolto. - -Sospesa però la monarchia, continua Paolo Diacono, le cose, durante -l'interregno, peggiorarono assai, perchè invece d'un padrone, se ne -ebbero trentasei, i quali, ciascuno a suo modo, taglieggiarono il -paese. Molti dei nobili romani, ricchi possessori di latifondi, furono -uccisi dai Duchi, che s'impadronirono delle loro terre. Gli altri, -divisi fra i vincitori, ne divennero tributari, costretti a pagar -loro un terzo delle proprie entrate, _tertiam partem suarum frugum_. -E questo, possiam noi osservare, era peggio che dare un terzo delle -terre, perchè non restava agl'Italiani nessuna libera proprietà. Oltre -di ciò, molte chiese furon saccheggiate dagl'invasori ariani, i quali -uccisero anche parecchi sacerdoti, per spogliarli delle loro sostanze, -come avevano fatto dei nobili; e così in mille modi angariarono le -popolazioni. - -Male assai si trovarono allora Roma ed il Papa, circondati, minacciati -com'erano dai Longobardi, sopra tutto dai Duchi di Spoleto e di -Benevento. Le comunicazioni con Ravenna erano interrotte per modo che, -morto nel luglio del 574 papa Giovanni III, il suo successore Benedetto -I solo dopo dieci mesi fu consacrato, non essendo stato possibile aver -prima la sanzione imperiale, della quale nel 579 Pelagio II dovette -decidersi a fare addirittura a meno. Tutto questo spinse più tardi -a cercar di costituire in Roma un proprio esercito per difendersi, -ed a trovare una propria forma di governo autonomo. Ma per ora si -continuava sempre a sperare, a cercare aiuto dai Bizantini. Da Longino -però non c'era, per la sua incapacità, nulla da aspettarsi. Baduario, -parente dell'Imperatore, era stato, è vero, mandato da Costantinopoli -a succedergli; ma prima che arrivasse a Ravenna, fu nella Campania, -poco lungi da Napoli, battuto in uno scontro avuto coi Longobardi, -e poco dopo morì (576). Si pensò quindi di rivolgersi direttamente -all'Imperatore, cui furono spediti ambasciatori, che gli portarono -tremila libbre d'oro, perchè mandasse dei soldati a difendere il Papa -e la Città eterna contro i barbari e contro gli Ariani, sostenendo -così nello stesso tempo l'autorità dell'Impero e della Chiesa. Ma -nel 578 l'imperatore Giustino II era ammattito, e Tiberio II, che ne -faceva le veci e poi gli successe, trovandosi occupato nella guerra -persiana, non poteva fare nulla per l'Italia. Consigliò quindi ai -Romani, che si valessero del danaro che gli avevan portato, per indurre -invece i Longobardi a desistere dalla guerra. Non riuscendovi, egli -diceva, provassero di persuadere con esso i Franchi ad attaccarli. -Certo è che i Bizantini erano in Italia ridotti a tale impotenza, che -il Duca di Spoleto potè nel 579 impadronirsi di Classe, che era il -porto di Ravenna sull'Adriatico, e rimase in mano dei Longobardi fino -al 588. Essi scorrazzavano liberamente anche il territorio intorno a -Perugia; e il Duca di Benevento assediava Napoli, che resistette però -valorosamente (581). Fu saccheggiato e distrutto (l'anno preciso è -incerto) il convento di Montecassino, e i monaci dovettero fuggirsene -a Roma, portando seco la regola autografa di S. Benedetto, e fondando -colà un nuovo convento. - -Durante questo _lacrimabile bellum_, come lo chiamarono i cronisti, -papa Pelagio II, abbandonato dall'Impero, minacciato dai Longobardi, -si rivolse la prima volta ai Franchi. Il 5 ottobre 580[33] secondo -alcuni, 581 secondo altri, egli scriveva al vescovo di Auxerre, -perchè ricordasse ai Franchi «che essi, come ortodossi, avevano da -Dio l'obbligo di difendere Roma e tutta Italia dalla nefandissima -gente dei Longobardi, dai quali si dovevano separare, se non volevano -esporsi alla stessa fine che a questi era certamente fra poco -serbata.» E quello che è più singolare, tali pratiche venivano ora -secondate dall'Imperatore stesso, presso il quale, in nome del Papa, -continuamente insisteva l'apocrisario Gregorio, quegli che fu poi -Gregorio Magno, uno dei più grandi uomini del secolo. L'imperatore -Maurizio di Cappadocia, che nel 582 era successo a Tiberio II, per -indurre i Franchi ad assalire i Longobardi, mandava loro la somma di -cinquantamila aurei. E così finalmente i Longobardi vennero a un tratto -assaliti con tale impeto, che dovettero rinchiudersi nelle città per -difendersi. Ma i Franchi al solito furono di nuovo travagliati dalla -guerra civile, e quindi, mediante ricchi donativi, vennero facilmente -indotti a tornarsene a casa. - -È qui opportuno osservare come fin d'ora comincino chiaramente a -delinearsi alcuni caratteri, che si riproducono poi costantemente -in tutta quanta la storia d'Italia. Per opera dei Longobardi la -Penisola è già divisa in brani staccati, che non si riesce più a -riunire stabilmente fra loro. Il potere civile ed il religioso si -trovano in opposizione, e comincia quella lotta fra la Chiesa e lo -Stato che riempie tutto quanto il Medio Evo, nè ancora oggi è cessata. -I Papi fin da questo momento iniziano coi Franchi quella politica, -che per due secoli costantemente seguirono, che trionfò ai tempi di -Pipino e di Carlo Magno, nè fu mai da essi abbandonata del tutto. In -questo momento però i Franchi essendosi ritirati, il Papa si rivolse -di nuovo all'Imperatore. Il 4 ottobre 584, egli scriveva al suo -apocrisario Gregorio, perchè esponesse in Costantinopoli quali erano -le _necessitates vel pericula totius Italiae_, e le tribolazioni con -le quali i Longobardi continuamente affliggevano il Ducato romano, -affinchè si mandasse almeno un Maestro dei Militi ed un Duca, non -potendo l'esarca Decio far nulla per difendere Roma, giacchè a -mala pena egli era in grado di difendere le altre province italiane -dell'Impero. Questa lettera è notevole anche perchè ci dà la prima -menzione ufficiale che abbiamo finora del titolo di Esarca. Nel 585 -venne da Costantinopoli _Smaragdus_ o Smeraldo, con buon nucleo di -genti, _firmo copiarum supplemento_. Egli che fu certamente uno dei -primi Esarchi, si pose subito con grande energia ed accortezza a -riannodare gli accordi coi Franchi contro i Longobardi. - - - - -CAPITOLO II - -Ricostituzione della Monarchia — Elezione di Autari — Sue guerre coi -Bizantini e coi Franchi — Matrimonio con Teodolinda — Condizione dei -vinti - - -Dinanzi alla minacciata alleanza dei Bizantini e dei Franchi, -i Longobardi furono costretti a pensare sul serio ai casi loro. -Si decisero quindi a ricostituire la monarchia, per dare unità -all'amministrazione, e sopra tutto alla difesa. Adunatisi a Pavia, tra -la fine del 584 e i primi del 585, elessero a loro re Autari figlio -di Clefi. Era adesso necessario costituirgli un patrimonio, una lista -civile, perchè potesse mantenersi con decoro, e pagare gli ufficiali -della Corte. A questo fine i Duchi gli fecero cessione d'una metà dei -loro averi, quelli che avevano tolti ai nobili uccisi o che in altro -modo avevano confiscati. Restava sempre ad essi il terzo della rendita -delle terre possedute dai Romani. Si vuole però da alcuni scrittori, -che ora appunto questo terzo della rendita venisse mutato in un terzo -delle terre, il che avrebbe lasciato gli altri due terzi in proprietà -libera agli antichi possessori, e ciò sarebbe stato a loro vantaggio. -Essendo poi negli ultimi anni cresciuto non poco il numero delle -province occupate dai Longobardi, è assai probabile che si procedesse -ad una divisione delle nuove terre, a vantaggio di coloro che avevano -dovuto cedere al Re parte dei propri averi. Su tutto ciò hanno avuto -luogo dispute infinite, e le parole a questo proposito adoperate da -Paolo Diacono furono torturate in mille modi, per trovarvi quello che -non v'era, per fargli dire quello che non disse nè poteva dire sopra -un argomento che forse egli stesso imperfettamente conosceva, essendo -vissuto circa due secoli più tardi. Dice infatti solamente che i Duchi -cedettero metà delle loro sostanze al Re, e che i popoli tributari -furono divisi tra i vincitori (_populi tamen adgravati per langobardos -hospites partiuntur_, III, 16). Dedurre da ciò, come molti pretesero, -che i Romani non solo peggiorarono assai la loro condizione, ma furono -ridotti allo stato di schiavi o quasi, non è possibile; si può anzi -asserire che una tale deduzione contraddice alle parole dello storico. -Paolo Diacono, dopo aver detto che la cessazione della monarchia -fu a grave danno dei Romani, parlando della ricostituzione di essa, -aggiunge: «in questo regno nessuno era angariato, oppresso o spogliato; -a tutti si rendeva giustizia; non si commettevano furti; ognuno andava -sicuro dove voleva.» Non sarebbe questo certamente il linguaggio di chi -avesse voluto dire che sotto Autari le cose erano assai peggiorate. E -noi sappiamo che tutto allora, nella pace e nella guerra, procedette -con maggiore ordine e regolarità; che la lunga durata del dominio -longobardo si deve alla ricostituzione della monarchia, ed in parte -anche all'opera personale del re Autari. - -Dinanzi alla minaccia d'un accordo tra Franchi e Bizantini, i -Longobardi tentarono di fare alleanza coi primi. Ma non vi riuscirono, -perchè l'accordo fu rotto quasi prima che concluso, e si combattè -nuovamente da ogni parte. Nel 587 i Longobardi guerreggiavano nel -Friuli e nell'Istria contro i Bizantini, ai quali l'anno appresso -tolsero l'isola Comacina che era fortificata. Nello stesso tempo -Smeraldo ripigliava finalmente Classe, ed i Franchi scendevano per -lo Spluga a combattere i Longobardi. Ma Autari era questa volta -apparecchiato, e si precipitò contro di essi con tale impeto, che li -vinse, facendone addirittura strage. _Tantaque_, dice Paolo Diacono -(III, 29) _ibi strages facta est de Francorum exercitu, quanta usque -ibi non memoratur_. - -Il non avere Smeraldo, in questa occasione, dato nessuno aiuto ai -Franchi dispiacque all'Imperatore. Ma ad aggravar la cosa s'aggiunse -la condotta assai imprudente e poco misurata che egli tenne nella -questione religiosa. Il Papa, per secondare l'Imperatore e porre -termine alla disputa oziosa ed incresciosa dei _Tre Capitoli_, li aveva -condannati, dicendo che la condanna si poteva tenere già implicitamente -ammessa anche dal Concilio di Calcedonia. Ma le popolazioni dell'Istria -e della Venezia vennero allora in preda ad una tale agitazione, che -minacciavano addirittura uno scisma. E Smeraldo, invece di calmare -quest'agitazione, come gli era stato ordinato da Costantinopoli, -ricorse alla violenza, facendo imprigionare e condurre a Ravenna -alcuni vescovi per punirli. In conseguenza di ciò fu richiamato, e gli -successe l'esarca Romano (589) che si dimostrò assai più accorto. - -In questo mezzo Autari, pensando sempre più a raffermare sul trono sè -stesso e la propria famiglia, si decise a prender moglie, e chiese la -mano di Teodolinda, figlia di Garibaldo duca di Baviera, che dipendeva -da Childeberto re dei Franchi, col cui regno il suo Ducato confinava. -La scelta era suggerita da ragioni politiche, perchè in caso di -guerra coi Franchi, l'alleanza della Baviera poteva molto giovare ad -Autari. Si narra che, giunta favorevole risposta alla prima domanda, -egli, travestito da ambasciatore, partì subito con altri, per fare la -richiesta ufficiale (588). E come si trovò in presenza della giovane -sposa, fu talmente preso dalla bellezza di lei, che quando ella, -secondo il costume, portò loro da bere, non sapendo più trattenersi, le -baciò furtivamente la mano, il che rivelò che egli era lo sposo. Giunto -poi al confine, Autari, rizzandosi sulle staffe, si fece riconoscere -da tutti, lanciando con vigore la scure ad un albero, ed esclamando: — -Così ferisce il re dei Longobardi. — Alla notizia di queste trattative -di matrimonio, Childeberto fu così irritato, che mosse guerra alla -Baviera, e Teodolinda dovè fuggire in fretta col fratello Gundebaldo, -il quale la condusse a Verona, dove fu incontrata dallo sposo; ed il 5 -maggio 589 si celebrarono le nozze. - -Questo matrimonio inasprì per modo i Franchi, che mossero ad un assalto -improvviso contro Autari, il quale venne preso alla sprovvista, e si -sarebbe trovato a mal partito, se la guerra civile scoppiata al solito -nel loro paese non li avesse obbligati a ritirarsi. A questa ritirata -contribuirono forse anche le inondazioni che desolarono per modo la -Gallia e l'Italia, che Paolo Diacono dice non essersi mai visto nulla -di simile dopo il diluvio universale. In conseguenza di che scoppiò poi -anche la peste bubbonica, di cui, fra gli altri, fu vittima lo stesso -Pelagio II. Successe papa Gregorio Magno consacrato il 8 settembre 590, -che tanta parte doveva avere nella storia d'Italia, e che più volte si -trovò a lottare energicamente contro i Longobardi. - -Appena vi fu un poco di tregua a queste calamità, Autari continuò la -sua opera di organizzazione del regno, estendendo sempre più le sue -conquiste nell'Italia superiore. La leggenda però che egli giungesse -fino a Reggio di Calabria, esclamando: — Qui sono i confini del -regno d'Autari, — non merita nessuna fede. Si fece probabilmente -confusione con Reggio d'Emilia. Nel sud già v'erano allora i Ducati -di Spoleto e di Benevento; oltre di che Autari non poteva troppo -allontanarsi dal nord ora che l'Imperatore eccitava continuamente i -Franchi a ripigliare la guerra che avevano promesso di fare, e per la -quale invano egli aveva loro mandato danaro. «Era omai tempo, così -scriveva, di passare dalle parole ai fatti, _enarrata viriliter... -peragere_.» L'esarca Romano riuscì finalmente a stringere con essi -gli accordi per un assalto da muoversi in comune contro i Longobardi. -E nella primavera del 590 i Franchi s'avanzarono da una parte verso -Milano, da un'altra, per la valle dell'Adige, verso Verona. Da Ravenna -s'avanzarono nello stesso tempo i Bizantini, e molte terre, e parecchi -Duchi longobardi spontaneamente si sottomisero ad essi. Fra i Duchi -serpeggiava allora non poco scontento, alcuni essendo stati avversi -alla ricostituzione della monarchia, altri avendo sperato d'essere -eletti in luogo d'Autari. Profittando di ciò, s'era fissato, secondo -gli accordi presi, che fra tre giorni i Franchi ed i Bizantini si -sarebbero trovati insieme uniti contro i Longobardi. Il fumo del fuoco, -che i Bizantini avrebbero acceso sopra un vicino colle, sarebbe stato -il segnale del loro arrivo. Ma nulla di tutto ciò avvenne. I Franchi, -senza aver fatto altro che saccheggiare, improvvisamente si ritirarono, -accusando i Bizantini di non essersi avanzati, e di averli lasciati -soli. L'esarca Romano invece scriveva a re Childeberto, «che s'era -sul punto di circondare i Longobardi, quando seppe che già i Franchi -trattavano accordo con Autari. Aveva dovuto ordinare la ritirata, -appunto quando era giunto il momento di poter liberare affatto l'Italia -dalla nefandissima gente dei Longobardi.» E poco dopo esprimeva la -speranza, che il Re volesse ricominciare la guerra, «mandando in Italia -fidati capitani, _dignos duces_, i quali non pensassero solo a far -prigionieri i Romani, ed a saccheggiare le loro terre.» Ma non se ne -fece altro. Il fatto vero è che Franchi e Bizantini s'erano intesi nel -voler cacciare i Longobardi dall'Italia, ma ognuno di loro la voleva -poi tenere per sè. E però andavano d'accordo nell'attaccare il nemico -comune; ma quando la vittoria diveniva probabile, subito si dividevano, -ed agivano ciascuno per conto proprio, anzi gli uni a danno degli -altri. Tutto questo, com'era naturale, riusciva a vantaggio di Autari, -il quale s'era perciò assai rafforzato, quando il 5 settembre 590 cessò -di vivere. - -Autari si può ritenere uno dei principali fondatori del regno -longobardo. Egli, come Odoacre, come altri barbari, prese il nome -di Flavio, e con ciò sembrava volesse andare d'accordo coll'Impero. -Ma Odoacre e Teodorico erano venuti in Italia a governarla in nome -dell'Imperatore; Alboino ed i Longobardi invece erano venuti in -loro proprio nome, e la nuova monarchia da essi fondata fu affatto -indipendente, anzi più volte mosse guerra ai Bizantini, che voleva -cacciare addirittura dall'Italia. I Longobardi furono i primi barbari -che fecero in Italia vere e proprie leggi, sanzionandole senza punto -occuparsi dell'Imperatore. Nè ai Romani fu lasciato allora nessuno -dei privilegi concessi loro da Teodorico. In sostanza i barbari sono -ora finalmente divenuti padroni del paese, e non vogliono riconoscere -altra legge, altra autorità che la loro. E questo contribuì non poco a -diffondere l'erronea opinione, che gl'Italiani fossero allora ridotti -nella condizione di servi o per lo meno di aldi, il che vorrebbe dire -una semi-servitù. A sostegno di questa tesi si torturarono, come già -accennammo, le parole di Paolo Diacono. Altro argomento favorevole -ad essa si credette trovarlo nel fatto, che la legge longobarda fissa -il guidrigildo da pagarsi per la uccisione di un Longobardo, e nulla -dice per quella d'un Romano. La vita adunque dei vinti, si disse, -non aveva pei vincitori nessun valore, perchè essi erano schiavi. -Ma dedurre così gravi conseguenze dal solo silenzio della legge, è -addirittura eccessivo. Il silenzio, fu osservato dal Capponi, potrebbe -anche significare che il guidrigildo dei vinti era fissato dalla -consuetudine. Potrebbe provare, arrivò a dire invece il Sybel, che -teoricamente almeno non si facesse differenza alcuna tra la vita del -Romano e quella del Longobardo; ed il guidrigildo sarebbe stato perciò -nei due casi identico. Ma non è facile credere che i vinti non fossero -trattati assai peggio dei vincitori. - -Del resto la opinione una volta tanto diffusa della servitù dei Romani, -è adesso abbandonata. Riesce piuttosto difficile comprendere come -potesse essere stata accolta così largamente, senza tenere nessun -conto delle enormi difficoltà che si oppongono a renderla credibile. -Ed in vero è egli mai possibile che, se i Longobardi avessero tolto -la libertà personale ai Romani, di un fatto così importante non si -trovasse mai nelle cronache, nelle leggi, nei documenti pubblici -o privati una sola esplicita menzione? E dato pure che ciò fosse -possibile, si può supporre che questi schiavi o servi o aldi che siano, -arrivassero, come arrivarono, alla piena libertà, senza che neppure -d'una tale e tanta rivoluzione rimanesse traccia o ricordo alcuno? -Siccome poi, nelle continue guerre fra Longobardi e Bizantini, molte -erano le terre che passavano ripetutamente dagli uni agli altri, e -viceversa, così bisognerebbe supporre ancora, che gli abitanti di -queste terre passassero dalla libertà alla schiavitù e dalla schiavitù -alla libertà, senza che un grido di gioia, di protesta o di dolore -s'udisse mai; senza un tentativo di ribellione, senza che il fatto -stesso venisse mai da nessuno ricordato. V'erano inoltre latifondi -che appartenevano ad un solo proprietario, e si trovavano parte in -territorio bizantino, parte in longobardo. Si deve forse credere che -i coltivatori, i possessori di queste terre fossero schiavi quando -si trovavano in una parte del loro fondo, liberi quando si trovavano -in un'altra? Le lettere di Gregorio Magno parlano di cittadini romani -che dimoravano nelle terre longobarde di Brescia e di Pisa. Erano essi -liberi? E allora perchè non potevano essere liberi anche gli altri -Romani? Divenivano invece servi quando abitavano in paese longobardo? -E allora si dovrebbe credere, che essi lasciassero le terre bizantine, -dove erano liberi, per andare di propria volontà a divenire schiavi -sotto i Longobardi? E se poi si ammettesse, come alcuni suppongono, che -rimanessero liberi gli operai delle città, i quali nulla possedevano, -e schiavi i proprietari, le cui terre erano state divise, si avrebbero -i nulla-tenenti in una condizione superiore a quella dei latifondisti, -nobili e Senatori. Le contradizioni sarebbero insomma tali e tante, che -bisogna pur finire col riconoscere, come nonostante la grande dottrina -adoperata a sostenerla, la teoria della servitù degl'Italiani sotto i -Longobardi in nessun modo si regge in piedi. - - - NOTA - - Non sarà forse inutile accennare qui in nota qualcuna delle molte - dispute che, interpetrando in diversi modi le parole di Paolo - Diacono, si sono fatte sulla condizione degl'Italiani sotto i - Longobardi. - - I brani discussi, come è ben noto, sono due. Il primo dice: _His - diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt. - Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum - Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur_ (II, 32). I - Longobardi, si è interpetrato, uccisero molti dei nobili Romani, - gli altri (_reliqui_), cioè tutto il resto della popolazione, - furono divisi tra gli ospiti longobardi, con l'obbligo di pagare - ad essi il terzo delle loro entrate (_tertiam partem suarum - frugum_), e divennero perciò tributari. Ma, lasciando da parte - che il _reliqui_ troppo evidentemente si riferisce a _nobiles_, - come sarebbe stato mai possibile render tributari tutti i Romani, - obbligando a pagare il terzo delle loro entrate anche coloro - che nulla possedevano? Il farli poi schiavi, come qualcuno ha - supposto, è cosa che Paolo Diacono non accenna in nessun modo, e - sarebbe anzi, come notammo, in contradizione con quello che dice - poco dopo. Osserva poi il Sybel (p. 429), a questo proposito, - che non si può interpetrare quel passo, supponendo che anche - i nulla-tenenti venissero divisi _per longobardos hospites_, - perchè la _hospitalitas_ era una relazione che passava fra il - _proprietario_ romano ed il longobardo, il quale dei coloni e dei - coltivatori della terra era _patronus_, non _hospes_. - - L'altro brano che ha dato alimento alla discussione, si riferisce - a ciò che avvenne nella restaurazione del regno, quando fu - eletto Autari. Dopo avere affermato che i Duchi dettero al - Re, per suo uso personale, e per pagare i suoi ufficiali o - aderenti, metà dei loro averi, _omnem substantiarum suarum - medietatem_, Paolo Diacono aggiunge: _Populi tamen adgravati - per langobardos hospites partiuntur_ (III, 16). Le parole - _populi adgravati_ fecero supporre che le popolazioni fossero - state, dopo la elezione del Re, più duramente aggravate, - perchè i Duchi si vollero su di esse rifare di quello che - avevano dovuto dare al Re. Ma ciò non si trova punto nelle - parole, e non era nel pensiero di Paolo Diacono, il quale dice - invece che le popolazioni stavano assai meglio sotto i Re. Nel - regno longobardo, secondo lui, _nulla erat violentia, nullae - struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, nemo - spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo - libebat securus sine timore pergebat_ (_Ibidem_). I popoli - aggravati adunque non sono altro che quelli stessi che già prima - erano stati fatti tributari, e che perciò erano stati e rimasero - divisi fra i proprietari longobardi, i quali avevano cedute al - Re metà delle terre che erano di loro libera e piena proprietà, - quelle cioè che avevano confiscate ai nobili romani uccisi. - Si può anche supporre, come dicemmo, che, essendosi il regno - ingrandito, avesse avuto luogo allora una nuova divisione di - terre, e quindi una nuova distribuzione di vinti tributari fra i - vincitori. Ma è solo una induzione, perchè Paolo Diacono non lo - dice. - - Siccome poi, in questo secondo brano, egli non parla più di - rendite (_frugum_), così si è, non senza qualche ragione, da - alcuni supposto, che a tempo di Autari non si facesse più una - divisione delle rendite, ma delle terre stesse, di cui un terzo - sarebbe divenuto proprietà dei Longobardi, e due terzi sarebbero - restati libera proprietà dei Romani, con vantaggio evidente degli - uni e degli altri. Questa interpetrazione troverebbe sostegno - nella variante (che si legge però in un solo codice, e non dei - più autorevoli), la quale, invece di _per hospites partiuntur_, - dice, _hospitia partiuntur_: non sarebbero cioè stati divisi i - _populi_ nè le rendite, ma le terre stesse, _hospitia_. Più di - questo non si può dire; ed è vana fatica sforzarsi, per trovare - in Paolo Diacono quello che egli non dice, e che forse non - sapeva, essendo vissuto tanto più tardi. Questo anzi può spiegare - l'incertezza del suo linguaggio, della quale non bisogna però - abusare, per fargli dire quello che a noi piace. - - - - -CAPITOLO III - -Ordinamento del regno longobardo e del governo bizantino - - -Importa ora formarsi un'idea chiara, almeno sommariamente, della -forma di governo, che ebbero fra di noi i Longobardi, perchè se mai -una volta, come alcuni pretesero, il filo della tradizione romana si -spezzò del tutto in Italia, se ogni traccia di leggi e d'istituzioni -romane sparì affatto, questo non potrebbe essere avvenuto che sotto il -loro dominio. Non solamente esso durò su di noi più a lungo di ogni -altro dominio barbarico; ma è certo che gli Ostrogoti lasciarono in -vigore le leggi e le istituzioni romane, i Bizantini non ne avevano -altre essi stessi, e i Franchi quando vennero più tardi erano già -in parte romanizzati. I Longobardi, come vedemmo, avevano invece -avuto assai minore contatto coll'Impero, col quale s'erano messi in -aperta guerra, per cacciarlo addirittura dall'Italia. Avendo però -da lungo tempo abbandonate le loro antiche sedi, vagando sotto forma -più o meno d'una compagnia di ventura, non potevano neppur essi aver -serbate intatte le primitive istituzioni germaniche. E quelle che ora -avevano, non potevano dirsi naturalmente, esclusivamente svolte dalle -antiche, che di necessità erano state profondamente alterate dalle -nuove condizioni in cui s'erano trovati, dal contatto che avevano avuto -con altri popoli. Rimase tuttavia costante in essi la loro tendenza -disgregatrice, la incapacità di costituirsi in una forte unità. Questo -fu causa del disordine continuo in cui vissero; rese loro impossibile -arrivar mai alla conquista di tutta Italia, e portò finalmente la -totale rovina del regno. - -Alla loro testa era un Re non del tutto ereditario, nè del tutto -elettivo. Il popolo lo eleggeva o ne sanzionava la elezione fatta dai -suoi capi, la quale soleva essere circoscritta nella cerchia d'una -stessa famiglia o parentela. Qualche volta il popolo trasmetteva ad -altri la facoltà di fare l'elezione. Così dopo la morte d'Autari, -si dette facoltà alla sua vedova Teodolinda d'eleggersi un marito, -che sarebbe stato, come poi fu, il nuovo Re dei Longobardi. Questi -era il capo civile e militare della nazione; comandava l'esercito, -amministrava la giustizia in compagnia di assessori, che di volta in -volta sceglieva. Le leggi proclamate in suo nome erano le consuetudini -stesse formatesi nel popolo, le quali egli, d'accordo coi grandi, -formulava e sottoponeva poi all'approvazione dell'assemblea popolare, -perchè decidesse se riproducevano esattamente le consuetudini. Il -Re poteva anche di sua autorità emanare ordini o decreti, i quali, -coll'andare del tempo e sotto l'azione persistente del diritto romano, -andarono crescendo di numero e d'importanza. Quello che soprattutto -determinò il carattere di questa monarchia, fu la sua divisione in -Ducati, i cui Duchi, nominati dal Re a vita, erano specie di Vicerè -indipendenti, piuttosto che veri e propri ufficiali regi. Essi -tendevano a rendersi non solo sempre più indipendenti, ma anche -ereditari; e qualche volta vi riuscirono, come fecero quelli del -Friuli, di Spoleto e di Benevento. Il duca di Spoleto assunse il titolo -di _Dux gentis Langobardorum_, quello di Benevento divenne addirittura -un vero e proprio sovrano autonomo ed ereditario. Tutto questo non -poterono tuttavia riuscire a fare gli altri Duchi meno lontani, perchè -il Re, come era naturale, vi si opponeva, per tenerli sottomessi alla -propria autorità. Di qui un conflitto permanente, che fu causa di -rivoluzioni continue, della morte violenta di molti Re, e produsse la -debolezza continua del regno, che non si riuscì mai ad organizzare -fortemente. Ed in più di due secoli di dominio, di violenze e di -prepotenze i Longobardi, invece di germanizzare gl'Italiani, finirono -coll'essere essi romanizzati, formando coi vinti un popolo solo. - -Nel regno longobardo v'erano alcuni veri e propri ufficiali regi, -chiamati Gastaldi, e nominati dal Re, che poteva revocarli. Essi -amministravano la _Curtis Regia_, cioè i beni della corona nei Ducati, -nei quali erano mandati. Sorvegliavano i Duchi, e là dove esercitavano -il proprio ufficio, facevano anche da giudici e capi militari. -Aumentare il numero di questi Gastaldi fu il pensiero costante dei Re, -perchè era il solo mezzo di accrescere l'autorità propria, di dare una -qualche organica unità al regno. E però, coll'andare del tempo, nelle -terre nuovamente conquistate, cercaron sempre di porre Gastaldi invece -di Duchi. Intorno al Re erano anche i Gasindi, specie di familiari o -cortigiani, il cui potere andò col tempo anch'esso aumentando. Ma quel -che è più, v'era un Consiglio di Duchi, del quale naturalmente non -facevano di regola parte i Romani; v'entravano però i Vescovi, i quali, -massime in principio, erano sempre romani. - -Tutto ciò, come è evidente, non bastava a formare un regno saldamente -costituito. I Duchi cercavano continuamente ed in ogni cosa d'imitare -il Re. Giudicavano nel proprio Ducato, ne comandavano l'esercito, -facevano anche spedizioni militari per loro conto; qualche volta, per -ordine del Re, assumevano in tutto o in parte il comando dell'esercito -nazionale. Avevano anch'essi i loro Gasindi, ed ufficiali che facevano -le veci di Gastaldi, ed altri che chiamavano Sculdasci, i quali tutti -avevano, più o meno, poteri amministrativi, giudiziari e militari. Al -Re sarebbe di diritto spettato il nominare gli ufficiali dei Duchi; ma -questi tendevano sempre a nominarli essi, e spesso vi riuscirono. Nel -Ducato di Benevento non vi furono i Gastaldi regi, ma solo ufficiali -nominati dal Duca. - -Si è molto disputato per sapere se i Longobardi in genere o i Duchi -in ispecie risiedevano nelle città o nella campagna. E certo non è -difficile trovare molti argomenti per sostenere che risiedevano in -città, soprattutto nelle principali. Queste avevano ciascuna un proprio -territorio, determinato dalle antiche circoscrizioni romane, su cui -si erano formate le Diocesi vescovili, identiche alle così dette -Giudiciarie dei Ducati. Tutto ciò, insieme riunito, aveva il nome -di _Civitas_, ed in essa di certo dovevano risiedere i Longobardi in -genere, e i Duchi in ispecie. Ma che risiedessero generalmente dentro -le mura delle città, le quali erano ab antico la sede della popolazione -romana, è, secondo noi, più facile affermarlo che dimostrarlo. Colle -invasioni germaniche il centro di gravità fu trasferito nelle campagne. -I Tedeschi erano popolazioni rurali, che non conoscevano le città; nei -castelli del contado si costituì più tardi il feudalismo, che dette la -forma predominante alla società medioevale; ed i grandi feudatari del -contado sono dai nostri cronisti continuamente chiamati i Teutonici, i -Lombardi. - -Di fronte al governo dei Longobardi, in tutti i luoghi di cui essi non -riuscirono ad impadronirsi, restava sempre il governo bizantino, il -che doveva contribuire non poco a far sì che, pel mutuo contatto, si -modificassero l'un l'altro. Secondo la Prammatica Sanzione il potere -civile ed il militare dovevano essere divisi. Alla testa del primo -restava infatti il _Praefectus Praetorio_, che risiedeva a Ravenna; a -Roma c'era un _Vicarius Urbis_; a Genova un _Vicarius Italiae_, e tutti -e tre dovevano curare l'amministrazione. Le liti fra Romani venivano -decise da _Judices provinciarum_ eletti dai Vescovi. La Prefettura -d'Italia, separata dalla Rezia e dalle isole, s'era andata sempre più -restringendo, e s'era adesso ridotta ad alcuni brani solamente della -Penisola. La Sicilia aveva un suo proprio Prefetto; la Sardegna e la -Corsica dipendevano dall'Esarca dell'Africa. Siccome però lo stato di -guerra continuava sempre, nè poteva cessare per ora, così, nonostante -l'esistenza del Prefetto e dei Vicari, il potere civile ed il militare -si riunivano di fatto nei Duchi bizantini. Questi, mandati a governare -e difendere le province ancora dipendenti dall'Impero, le quali spesso -erano non solo separate, ma anche assai lontane le une dalle altre, -si trovavano di fronte ai Duchi longobardi, anch'essi separati e -indipendenti. Così fin da ora l'Italia andò sempre più dividendosi e -suddividendosi. - -La tendenza burocratica, accentratrice dei Bizantini rendeva necessario -un capo che rappresentasse l'Impero nella Penisola, e nel quale tutti -i poteri si riunissero come nell'Imperatore. Questo capo era l'Esarca, -cui si attribuiva anche la dignità assai onorifica di Patrizio, e -risiedeva a Ravenna. Il titolo di Esarca era generalmente dato a tutti -coloro che conducevano una spedizione all'estero, ed in questo senso -potè esser da qualcuno attribuito anche a Belisario ed a Narsete. -Ma esso ebbe in Italia un significato, un valore affatto speciale, -perchè concesso solo a chi governava in nome dell'Imperatore e lo -rappresentava, quasi una continuazione o trasformazione dell'ufficio -affidato già a Teodorico. In questo senso Belisario e Narsete non -furono Esarchi, ma solo capi dell'esercito, e con esso governarono. -Si è molto disputato per sapere chi fosse il primo Esarca in Italia. -La più antica menzione ufficiale di questo ufficio si trova, come già -dicemmo, nella lettera di papa Pelagio II, scritta in data 4 ottobre -584, che alcuni credono di dover mutare in 585. Decio perciò fu di -certo Esarca, e prima di lui si ritiene da alcuni che anche Baduario -(575-76) avesse quel titolo. A Decio, che governò breve tempo, successe -(585) Smeraldo. I Duchi bizantini teoricamente dipendevano dall'Esarca, -che li nominava; ma, separati e lontani gli uni dagli altri, agivano di -fatto come indipendenti; e così l'Esarcato andò a poco a poco divenendo -anch'esso una specie di Ducato, da cui gli altri dipendevano solamente -perchè in esso governava il rappresentante supremo dell'Imperatore. - -In questo senso più ristretto l'Esarcato si estendeva dall'Adige alla -Marecchia, dall'Adriatico all'Appennino; conteneva Ravenna e Bologna -coi loro territori, ed altre città di minore importanza. Accanto ad -esso erano la Pentapoli marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, -Ancona) e la Pentapoli annonaria (Urbino, Fossombrone, Jesi, Cagli, -Gubbio), che, insieme riunite, secondo alcuni formavano la Decapoli, -secondo altri invece questo nome davasi alla seconda Pentapoli.[34] Nel -settimo secolo appartenevano ai Bizantini anche il Ducato di Venezia, -parte dell'Istria, l'Apulia e la Calabria (Terra d'Otranto), il Bruzio -(Calabria moderna), Napoli, Roma, Genova con la Riviera. In generale -tutte le città della costiera adriatica e mediterranea restarono ai -Bizantini, non essendo i Longobardi stati mai navigatori. L'Esarca -era mandato a governare _Regnum et Principatum totius Italiae_, -perchè l'Impero restava attaccato sempre alle antiche formole, -anche quando non rispondevano più alla realtà. Da principio l'Esarca -nominava i Duchi ed i Maestri dei militi, due ufficiali che spesso -si confondon tra loro, sebbene in origine questi fossero inferiori a -quelli, e più esclusivamente militari: a Roma il Maestro dei militi -comandava le milizie della città, il Duca quelle di tutto il Ducato. -Di fatto poi finirono, così gli uni come gli altri, coll'esercitare -le funzioni giudiziarie e militari, spesso anche amministrative, e -vi fu fra di loro poca differenza. I Ducati eran divisi in sezioni, -nelle quali comandavano i tribuni, che vennero spesso confusi coi -Conti, risiedevano nelle città secondarie, e dipendevano dal Duca -o dal Maestro dei militi, che risiedevano nelle città principali e -comandavano in tutto il Ducato. Il numero e la estensione di questi -Ducati variavano secondo le necessità della guerra. Prima della venuta -dei Longobardi ne erano stati già formati parecchi ai confini, verso -le Alpi, con soldati _limitanei_, che in pace coltivavano i campi loro -concessi, lasciandoli poi in eredità ai figli con lo stesso obbligo -della difesa. La tendenza a rendere ereditari gli uffici era, come è -noto, assai generale presso i Bizantini. Colla venuta dei Longobardi, -con la divisione e suddivisione dell'Italia, che per opera loro ne -seguì, i confini si moltiplicarono. Essi furono a poco a poco quasi -per tutto, perchè ai Bizantini era necessario difendersi per tutto -dal nemico. E s'andarono continuamente formando nuovi Ducati, i quali -variarono di numero e di estensione, secondo che per le vicissitudini -della guerra s'avanzava o si retrocedeva. - -L'Esarca, come nominava i Duchi, perchè rappresentante dell'Imperatore, -così per la stessa ragione s'ingeriva nelle cose ecclesiastiche. Esso -presumeva di dover ricondurre i sudditi alla vera fede, imprigionava -i vescovi, sorvegliava ed approvava la elezione del Papa: qualche -volta ebbe da Costantinopoli persino l'ordine d'imprigionarlo. Da -un tale stato di cose sorgevano, come era naturale, cause infinite -di conflitti; e non solamente con Roma. A Costantinopoli si temeva -sempre che l'Esarca volesse rendersi indipendente: più d'uno di essi -infatti ci s'era provato. Si cercava quindi d'indebolirne il potere, -favorendo invece l'autorità dei Duchi, facendoli nominar direttamente -dall'Imperatore, o confermandoli quando il popolo cominciò esso ad -eleggerli. E ne seguì non solo che i Ducati bizantini s'andarono sempre -più separando gli uni dagli altri e dall'Esarca, dividendo sempre -più l'Italia; ma finirono coll'emanciparsi, qualche volta proclamando -addirittura la loro indipendenza. Questo avvenne a Venezia, a Napoli, a -Roma ed anche a Ravenna, come vedremo. - -Nel 584 noi vedemmo come papa Pelagio II, si dolesse che a Roma non -vi fosse nè un Duca nè un Maestro dei militi. Nel 592 invece Roma -aveva già un suo Maestro dei militi che ne difendeva le mura, e nel -625 l'_Exercitus Romanus_ (che nel 640 è ricordato la prima volta -dal _Libro Pontificale_) assisteva ufficialmente alla elezione del -Papa. E non molto dopo troviamo che Gregorio Magno fa obbligo alle -popolazioni del Ducato di difendere colle loro armi contro i Longobardi -le mura della città, la quale sembra così già avviarsi ad una propria -autonomia. Si è lungamente voluto supporre, che sotto i Longobardi -fosse scomparso ogni avanzo di diritto e di istituzioni romane, e -che degli antichi municipi non fosse rimasta traccia alcuna. L'antica -_Curia_, si è mille volte ripetuto, era ridotta a riscuoter tasse, che -i Decurioni dovevano pagare anche quando non riuscivano a riscuoterle. -L'appartenervi non era quindi più un onore, ma un onere incomportabile, -che tutti cercavano di fuggire, anche col volontario esilio; nè dopo -il 625 essa si trova più ricordata nei documenti. Nella stessa Italia -bizantina, dove la legge romana era in pieno vigore, l'amministrazione -municipale, si disse, era scomparsa, cadendo nelle mani del Vescovo -e di ufficiali quasi governativi come il _Curator_ ed il _Defensor_. -Nell'Italia longobarda, secondo i medesimi scrittori, tutto sarebbe -stato assorbito dalla _Curtis regia_, dai Duchi, dai Gasindi, più -tardi dai Vescovi. Ma sono teorie ed ipotesi ora in gran parte -abbandonate da coloro stessi che una volta le sostenevano con grande -ardore. Se tutto ciò fosse vero, riuscirebbe assai difficile capire -in che modo i Longobardi avrebbero potuto amministrare e governare le -popolazioni italiane, in gran numero raccolte nelle città. Di queste -popolazioni essi dovevano pure occuparsi, ne avevano bisogno, perchè -esse esercitavano i mestieri, l'industria ed il commercio. Qualunque -fosse poi lo stato legale delle cose, è assai difficile, per non dire -impossibile, il credere che, anche volendo, i Longobardi avessero -potuto impedire che, almeno di fatto e per consuetudine, continuasse -fra gl'italiani a vivere una qualche parte della giurisprudenza e -delle istituzioni romane. Esse avevano create fra di loro un gran -numero di relazioni civili, delle quali i Longobardi ignoravano -affatto l'esistenza e perfino il nome. Quanto poi a ciò che seguì a -tempo dei Bizantini, i quali vivevano essi stessi con le istituzioni -e con la legge romana, la totale scomparsa del Municipio sotto il loro -dominio, renderebbe inesplicabile il suo pronto riapparire a Venezia, -a Roma ed in molte città del Mezzogiorno, che erano rimaste più o -meno alla dipendenza di Costantinopoli. Ma è superfluo qui anticipare -la discussione d'un argomento, che si presenterà più tardi con assai -maggiore insistenza ed evidenza. - - - - -CAPITOLO IV - -Gregorio I — Agilulfo sposa Teodolinda e pacifica il regno — Gregorio -I fa pace coi Longobardi di Spoleto — Agilulfo assedia Roma — -L'imperatore Maurizio è deposto; viene eletto Foca — Morte di Gregorio -I e di Agilulfo — S. Colombano - - -Nel 590 morirono Pelagio II e Autari. Mutavano così nello stesso tempo -il capo della Chiesa e il re dei Longobardi, e ad essi succedevano due -uomini, il Papa soprattutto, di grandissimo valore. Gregorio I, che -prese il posto di Pelagio II, era nato a Roma circa il 540 da illustre -famiglia senatoria. La madre ed il padre erano pieni di tanto zelo -cristiano, che appena nato il figlio si dettero addirittura a vita -religiosa. Questi studiò con ardore le lettere e la filosofia, ebbe -alti uffici, e poco dopo la invasione longobarda, verso il 573, era -Prefetto di Roma e Presidente del Senato. Ben presto però si sentì -anch'egli invaso dallo zelo religioso, e cominciò a spendere il suo -ricco patrimonio fondando conventi benedettini in Sicilia ed altrove. -Uno di questi conventi, nel quale si chiuse poi egli stesso, vestendovi -l'abito, a quanto sembra, nel 575, lo fondò a Roma, nel suo palazzo -avito, sul monte Celio. Si narra che, vedendo un giorno nel mercato -alcuni bellissimi e biondi Inglesi, pagani, esposti alla vendita come -schiavi, esclamasse: — Non Angli, ma Angeli si debbono chiamare; — e -partì subito per andare in Inghilterra, con animo di convertir quelle -popolazioni. Ma il popolo lo fece richiamare dal Papa, che lo nominò -diacono; più tardi fu inviato apocrisario a Costantinopoli, dove seppe -far sentire efficacemente nella Corte imperiale la sua azione personale -a favore della Chiesa romana. Tornato a Roma, fu segretario del Papa, -cui poi successe, eletto a voti unanimi. Dicono che facesse di tutto -per evitare la enorme responsabilità d'assumere il Papato, che era in -assai difficili condizioni; ma non gli fu possibile. La peste faceva -strage, ed egli, per invocare l'aiuto divino, ordinò una processione -solenne di tutto il popolo, la quale durò tre giorni continui. Vuole -la leggenda che Gregorio allora vedesse apparire sulla tomba d'Adriano -un angelo, il quale rimetteva la spada nel fodero, a significare che -le preghiere erano state esaudite, e che la strage sarebbe cessata. In -memoria di ciò, su quella tomba monumentale venne poi messa la statua -dell'angelo in bronzo, da cui essa ebbe il nome di Castel Sant'Angelo. -La statua che oggi si vede è però del 1740. - -Venuta da Costantinopoli la conferma, il nuovo Papa fu il 3 settembre -590 consacrato col nome di Gregorio I, rimanendo per quattordici -anni sulla cattedra di S. Pietro, fino cioè al marzo del 604. In lui -v'era il doppio carattere d'un uomo contemplativo e ardentemente -religioso, unito a quello d'un uomo operosissimo e pratico: due -qualità che sembrano a molti poco conciliabili fra di loro, ma che -pur si trovano assai spesso riunite in uno stesso individuo. Questo -doppio carattere si riscontra anche ne' suoi scritti, alcuni dei -quali, come i _Dialoghi_, le _Omelie_ e i libri morali ci mostrano -l'uomo contemplativo; altri mirano invece ad uno scopo pratico, come -son quelli che danno regole per la liturgia. Queste regole furono -lungamente osservate: la messa si celebra anche oggi in gran parte -secondo le norme fissate da papa Gregorio. A lui si deve anche la -riforma della musica sacra, e la fondazione delle scuole di quel -canto, che fu perciò chiamato gregoriano. I quattordici libri delle -sue _Epistolae_ sono un monumento davvero immortale per la sua -vita e per la storia dei tempi. In esse impariamo a conoscere con -sicurezza il carattere nobilissimo di quest'uomo, che si può dire il -secondo fondatore del Papato; e vi risplendono di viva luce il suo -senno pratico, la sua febbrile attività e carità cristiana, il suo -ardore religioso. Vi si vede chiaro come egli fosse divenuto il primo -personaggio del secolo, che guidava non solo la Chiesa, ma la politica -italiana, e in parte quella anche dell'Europa. Dovette occuparsi -d'amministrare l'enorme patrimonio che, per le continue donazioni dei -fedeli, allora già aveva la Chiesa in Sicilia, in Sardegna, in tutta -Italia. Di esso non è possibile determinare con esattezza il valore, -che si fa da alcuni ascendere ad una estensione di 1800 miglia, con -una rendita di 7,500,000 lire. E di questo denaro, che gli dava una -gran forza, si valeva per aiutare non solo i conventi, il clero, la -Chiesa; ma in assai più larga misura anche gli ospedali ed i poveri. -Le sue lettere sono piene di savissime norme amministrative, di un -affetto, di una cura singolare per l'interesse dei contadini. E oltre -di ciò egli fa in esse una costante guerra ai Longobardi; anima le -popolazioni italiane alla resistenza, alla difesa delle mura cittadine, -invitando qualche volta il clero stesso a prendere le armi. Tutto -questo suo ardore operoso, fervido, giovanile si manifesta in mezzo -ad un mondo che sembra da ogni parte cadere in rovina, e nel quale -egli sta sempre fermo a lottare, per salvarlo colla fede inconcussa -in Dio e nella virtù, con una passione, un affetto inestinguibile pel -bene degli uomini. «I tempi sono tristissimi, egli scrive, i campi -desolati e deserti, le città vuote, il Senato è morto, il popolo più -non esiste, la spada pende sul capo di coloro che sono rimasti: noi -siamo in mezzo alla rovina del mondo.» Eppure non cede, non piega, -non si scoraggia mai. Con una energia indomabile, sostiene di fronte -all'Impero la dignità della Chiesa romana, combattendo il Patriarca di -Costantinopoli, il quale pretendeva d'assumere il titolo di patriarca -ecumenico, che spettava solo al Papa, capo della Chiesa universale. E, -come per contrasto, continuava sempre a portare il titolo già assunto -di Servo dei Servi, sostenendo la lotta, senza mai piegare fino a che -non ebbe ottenuto la vittoria. - -Le sue lettere all'Imperatrice sono piene delle più nobili massime in -favore degli oppressi, contro la corruzione amministrativa, contro -gli eccessi degli agenti del fisco. «Piuttosto, egli le scriveva, -che gravar di tasse i miseri a segno tale che per pagarle alcuni son -costretti a vendere schiavi i propri figli, mandateci meno danaro per -le spese d'Italia, ed asciugate invece le lacrime degli oppressi.» -Indefessa, costante fu la sua opera per guadagnare al cattolicismo i -Longobardi. Per convertire il loro re Agilulfo si valse della moglie -di lui Teodolinda, che già era cattolica. Dell'arcivescovo Costanzo, -che raccomandò ai Milanesi, si valse per combattere l'arianesimo -nell'alta Italia. Molto fece per diffondere sempre più il cattolicismo -tra i Franchi e nella Spagna; ma soprattutto si adoperò per convertire -gli Anglo-Sassoni, presso i quali mandò una prima missione nel 596, -una seconda nel 601. Rafforzò l'unità della Chiesa, sottomettendo a -Roma i vescovi, sulla cui elezione vegliò severamente, per combattere -la simonia e la scelta di uomini poco degni, pericolo che allora -minacciava assai. A rafforzare la papale autorità in Italia e fuori -giovò molto anche il favore che egli dette al monachismo, sul quale il -Papato aveva cominciato e continuò sempre più ad esercitare un'azione -diretta, restringendo quella esercitata dai vescovi. Ma nello stesso -tempo rafforzò il divieto d'accogliere nei monasteri chi ancora non -aveva compiuti i diciotto anni, e chi aveva moglie, se questa non -si dava anch'essa alla vita religiosa. In tutto si dimostrò un uomo -superiore. Un giorno egli rimproverò il vescovo di Terracina, per avere -a forza cacciati gli Ebrei dai luoghi in cui celebravano i loro riti -religiosi, dicendo che coloro i quali dissentivano dalla vera fede, si -dovevano richiamare alla dottrina di Gesù Cristo colla mansuetudine e -la persuasione, non colla violenza. - -Nell'anno stesso in cui fu eletto Gregorio I, si procedeva alla -elezione del nuovo re dei Longobardi. Questi dissero a Teodolinda, di -cui avevano giustamente un alto concetto, che si scegliesse un secondo -marito, capace di governare, ed essi, fidando nel buon giudizio di lei, -lo avrebbero senz'altro accettato per loro re. Teodolinda che aveva -già cominciato a governare, e dato subito prova della sua accortezza -politica cercando di stringere alleanza coi Franchi, tenuto ora -_consilium cum prudentibus_, scelse Agilulfo duca di Torino, originario -della Turingia, parente di Autari, bello, giovane, valoroso, prudente. -Deliberata la scelta, si mosse francamente per andargli incontro -verso Torino. E trovato che l'ebbe a Lumello, lo invitò a bevere nella -stessa tazza, dopo di che, _cum rubore subridens_, si lasciò baciare in -bocca, come per confermare la scelta che aveva fatta. Le nozze furono -celebrate con generale letizia; e nel maggio del 591 Agilulfo assunse -la potestà regia, solennemente acclamato dal popolo congregato a -Milano. - -La posizione in cui si trovava ora Agilulfo era assai difficile. Da -una parte minacciavano i Franchi, da un'altra i Bizantini. A Roma -c'era un Papa avversissimo agli ariani ed agli stranieri, che aveva -grandissima autorità sulle popolazioni italiane. Se questi tre nemici -si fossero una volta messi veramente d'accordo, ai Longobardi non -sarebbe rimasto da far altro che ripassare le Alpi. Ma fortunatamente -per essi quest'accordo non esisteva e non era possibile. Il Papa era -tutt'altro che contento dei Bizantini, dei quali scontentissime si -mostravano le popolazioni. I Franchi, continuamente paralizzati dalle -sanguinose discordie interne, quando queste cessavano, si ponevano, è -vero, assai facilmente d'accordo coi Bizantini, per muover guerra ai -Longobardi. Se non che, tanto essi quanto i Bizantini avrebbero voluto -ciascuno l'Italia per sè; e così appena erano sul punto di abbattere i -Longobardi, tornava subito la discordia fra di loro, e ognuno di essi -cercava d'avvicinarsi al nemico, a danno dell'amico. Si formò così -una specie di equilibrio instabile, in mezzo al quale Agilulfo poteva -sperare di destreggiarsi a suo modo. A questi pericoli esterni si -aggiungevano però anche gl'interni. Alcuni dei Duchi, scontenti per la -speranza delusa di salire essi sul trono, minacciavano di ribellarsi. -Altri non pochi, sopra tutto quelli assai potenti che erano ai confini, -aspirando a sempre maggiore indipendenza, dimostravano di volersi -anch'essi ribellare. - -In mezzo a tutte queste gravi difficoltà, Agilulfo seppe dar prova di -tale e tanta prudenza, da reggersi non solo, ma da riuscire anche ad -essere, come fu giustamente affermato dal Ranke, il vero fondatore -del regno longobardo. E prima di tutto, seguendo il savio concetto -di Teodolinda, riuscì a concludere coi Franchi un accordo, del quale -ignoriamo i termini precisi. Sappiamo però che, per lungo tempo, -da questo lato vi fu pace. Ma il merito di un tale accordo non deve -attribuirsi tutto ad Agilulfo. Childeberto che aveva unito sotto di sè -l'Austrasia e la Borgogna, lasciò morendo (596) due fanciulli, che si -divisero fra loro le due parti del suo regno, dal quale la Neustria era -adesso separata. Così tra i Franchi scoppiò di nuovo la guerra civile; -ed il re dei Longobardi seppe trarne profitto, per concludere un -accordo, che gli permise di darsi interamente a domare i Duchi ribelli, -ed a mettere ordine nel Regno, per poter poi combattere vigorosamente i -Bizantini. - -Cominciò quindi col rivolgersi contro Mimulfo, duca dell'Isola di -S. Giuliano, sul lago d'Orta, che fu da lui vinto ed ucciso. Andò -poi contro Gaidulfo, duca assai potente di Bergamo, col quale, dopo -averlo vinto, fece la pace; ma fu poi nuovamente assalito da lui, -quando combatteva Ulfari duca di Treviso. Ciò non ostante, Agilulfo, -vinto ed imprigionato Ulfari, si rivolse subito contro Gaidulfo, che -s'era ritirato e fortificato nell'Isola comacina. Gli levò l'isola ed -il tesoro ivi raccolto, lo inseguì a Bergamo, vincendolo di nuovo e -facendolo prigioniero. Quando però tutti s'aspettavano di vederlo messo -a morte, Agilulfo da vero uomo di Stato, dominando l'impeto delle sue -passioni, gli fece grazia della vita. Sapendolo assai potente e di -alto lignaggio, non voleva aumentar troppo il numero dei propri nemici. -Rivolse poi il suo pensiero a Benevento, per far riconoscere anche in -quel Ducato, già troppo indipendente, la regia autorità. Colà era morto -il duca Zottone, ed Agilulfo invece di fargli succedere un parente come -s'era fatto in passato, per arrivare, colla successione ereditaria, -alla totale indipendenza di quel Ducato, vi mandò invece Arichi nobile -longobardo del Friuli. - -Il ducato di Spoleto aveva una estensione assai minore di quello di -Benevento, ma gli dava grande importanza la sua posizione geografica. -Posto sulla via Flaminia, la quale va da Roma a Rimini, che per -altra via è congiunta con Ravenna, esso trovavasi fra la Pentapoli e -Roma, che di continuo minacciava. Papa Gregorio infatti si doleva ora -amaramente all'Imperatore che l'esarca Romano, il quale pur era un -uomo valoroso, lo lasciasse esposto ai nemici assalti, senza muovere -un passo in sua difesa, tanto che doveva egli solo provvedere a -tutto. Lo pregava perchè si movesse finalmente a difesa della _causa -Italiae_. «Io non so più, egli diceva, se ora adempio l'ufficio di -pastore o di principe temporale. Debbo provvedere alla difesa, a tutto; -sono divenuto il pagatore dei soldati.» E veramente egli pensava a -restaurare le mura, a dare ordini per la difesa; era l'anima della -guerra in Roma e fuori; avvertiva i capi dei militi a stare di continuo -attenti ai movimenti degli Spoletini. In qualche città inviava soldati, -scrivendo che la difendessero sotto l'ordine del _Magister militum_ -(27 settembre 591). Con un'altra lettera, circa dello stesso tempo, -indirizzata: _Clero, ordini et plebi consistenti Nepae_, mandava il -_clarissimum Leontium_ a difenderla. Nel giugno del 592 scriveva a -due Maestri dei militi come a suoi dipendenti, dando loro ordini per -la guerra. E nello stesso anno, alla città di Napoli che si trovava -senza armi, ed era minacciata da Benevento d'accordo con Spoleto, il -Papa mandava il «Magnifico tribuno» Costanzo, ordinando che gli si -affidasse il comando dei soldati, perchè potesse dirigere la difesa. E -intanto, senza aver dall'Esarca aiuto nè di uomini nè di danari, doveva -difendersi da Ariulfo, che s'avanzava per assediare Roma. «I soldati -regolari che qui sono, così egli scriveva al vescovo di Ravenna, non -avendo più le paghe, hanno abbandonato la Città; gli altri a stento -s'inducono a far la guardia alle mura. Ormai non resta che concludere -la pace coi Longobardi. Questa è divenuta per Roma questione di vita -o di morte.» Ed assumendo sopra di sè ogni responsabilità, quasi fosse -divenuto il capo legale, il rappresentante legittimo del Ducato romano, -concluse con Ariulfo la pace. - -L'Esarca fu di ciò irritatissimo, accusando il Papa d'avere compiuto un -atto d'indebita sovranità, quasi fosse indipendente dall'Imperatore. -Ormai, egli diceva, Ariulfo, sicuro alle spalle, poteva da un -momento all'altro, unendosi con Agilulfo, procedere contro Ravenna. E -nell'autunno del 592 s'avanzò verso l'Italia centrale, trovando a un -tratto quelle forze che fino allora aveva sempre detto di non avere. -S'impadronì di Perugia, di Todi, di Orte, di Sutri, che erano occupate -dai Longobardi. Ed il Papa, di buona o di mala voglia, non ostante -la pace fatta, dovette secondar questa guerra. Così il suo accordo -coi Longobardi fu rotto; ed Agilulfo, nel maggio del 593, si mosse in -persona contro Roma. Passato il Po, fece prigionieri alcuni Italiani, -che mandò nella Gallia per venderli schiavi; altri arrivarono in Roma -mutilati. Il Papa dovette allora solennemente annunziare al popolo, -che interrompeva le sue predicazioni sopra Ezechielle, per occuparsi -della guerra. «Nessuno ci potrà rimproverare, egli diceva, se cessiamo -dal predicare in mezzo a tante tribolazioni, circondati come siamo -dalle spade nemiche. Alcuni Italiani già tornarono fra noi colle mani -mutilate; altri vennero fatti prigionieri, legati e venduti schiavi; -altri uccisi!» Agilulfo intanto aveva già preso Perugia, ed ucciso il -duca Maurizio che, dopo aver tenuto quella città pei Longobardi, la -teneva ora pei Bizantini, ai quali l'aveva a tradimento ceduta. Pose -poi l'assedio a Roma, e sebbene le notizie che abbiamo di questo fatto -siano incertissime, sembra tuttavia che in parte la resistenza dei -cittadini animati dal Papa; in parte la malaria che, a cagione della -state, infieriva nella Campagna; in parte la ribellione dei Duchi -non ancora sedata nell'alta Italia, finissero coll'indurre Agilulfo a -ritornare verso il Nord, dove l'un dopo l'altro sottomise i ribelli. - -In mezzo a tutti questi eventi il Papa andava sempre più divenendo -il personaggio principale in Italia, i cui interessi egli ora -rappresentava, la cui storia sembrava concentrarsi intorno a lui, -che sorgeva gigante in mezzo al secolo, dando al Papato inaspettata -grandezza, iniziando un'epoca nuova, tenendo testa a tutti con -straordinaria energia. Non poteva andare d'accordo coi Longobardi, -stranieri, ariani, barbari, saccheggiatori, nemici del nome romano. -Non poteva neppure andare d'accordo coi Bizantini, continui essendo con -Costantinopoli i dissensi religiosi, continua essendo colà la pretesa -di tenere la Chiesa sottomessa all'Impero. Il patriarca Giovanni era -sempre ostinato nell'assumere il titolo di ecumenico; e l'Imperatore -aveva, con nuovo editto, proibito a coloro che facevano parte -dell'amministrazione, d'accettare uffici ecclesiastici o entrare nei -conventi. Contro di ciò il Papa energicamente protestava. Oltre di che -la continua velleità d'indipendenza manifestata dal clero di Ravenna, -veniva favorita adesso dall'esarca Romano, «la cui condotta, scriveva -Gregorio, era peggiore di quella dei Longobardi; tanto che sembrano più -benigni i nemici che ci uccidono, dei rappresentanti della Repubblica, -i quali dovrebbero difenderci, ed invece colla loro malizia e le loro -rapine ci consumano lentamente.» Si valeva di tutti i mezzi per agire -sull'Imperatore e sull'Esarca; mediante l'arcivescovo di Milano, -agiva anche su Teodolinda. Ma in sostanza neppure a lui conveniva una -vittoria o prevalenza decisiva dei Bizantini o dei Longobardi. Avrebbe -voluto perciò un accordo, col quale venisse stabilito un equilibrio che -lasciasse la Chiesa libera dagli uni e dagli altri. - -Agilulfo, che si trovava anch'egli in mezzo a mille difficoltà, -pareva da parte sua disposto a stringere accordo col Papa; ma questi, -dopo ciò che gli era successo per la pace conclusa con Ariulfo, -non poteva arrischiarsi a provocare ora un'altra crisi. Si trovava -quindi sempre più angustiato, e nelle sue lettere ripeteva che le -continue tribolazioni non gli lasciavano neppur tempo di leggere o -di scrivere. _Tantis tribulationibus premor, ut mihi neque legere -neque per epistolas multa loqui liceat_. Ma quello che era peggio, non -gli venivano risparmiate calunnie d'ogni sorta: lo accusarono presso -l'Imperatore perfino d'avere ucciso un vescovo. Al che egli perdette -addirittura la pazienza, e scrisse: «Se avessi voluto macchiarmi le -mani nel sangue, a quest'ora la nazione longobarda non avrebbe nè -re, nè duchi, nè conti, e sarebbe in estrema confusione. Ma io temo -Iddio e rifuggo dal macchiarmi le mani del sangue di chicchessia.» -L'Imperatore lo aveva accusato d'incapacità e fatuità nella sua -condotta verso i Longobardi. «E come! esclamava il Papa indignato, in -un'altra lettera del 5 giugno 595, si è rotta la pace da me conclusa -con Ariulfo, ritirando i soldati e lasciandomi solo contro Agilulfo. -Ho dovuto vedere i Romani presi, legati come cani, e mandati a vendere -schiavi nella Francia! L'Imperatore non avrebbe dovuto giammai prestar -fede alle parole dei miei nemici, ma guardar solo ai fatti.» E se ne -appellava a Gesù Cristo. Intanto i Longobardi di Spoleto e di Benevento -si allargavano sempre più nell'Italia meridionale, saccheggiando, -conquistando; nè quelle popolazioni potevano trovare aiuto o -incoraggiamento in altri che nel Papa, il quale così acquistava sempre -maggiore importanza ed autorità, diveniva di fatto il capo legittimo -delle popolazioni italiane, che per tale lo riconoscevano. - -Nel 595 l'aspetto generale delle cose cominciava a mutare alquanto, -perchè moriva il patriarca di Costantinopoli, Giovanni, che era -stato causa continua di dissidi, e ne succedeva un altro, Ciriaco, -che era più accetto al Papa. Moriva non molto dopo l'esarca Romano, -e gli succedeva _Kallinicus_ (per corruzione detto _Gallinicus_), -anche questi a lui molto più favorevole. Tutto ciò avrebbe agevolato -non poco le trattative d'una pace generale coi Longobardi, se non -si fosse trovato un ostacolo inaspettato nei duchi di Benevento e di -Spoleto, i quali, volendo agir sempre per conto proprio, pretendevano -di firmarla solo con speciali condizioni da essi imposte. Quindi nel -599 più che una vera pace, si concluse una tregua di soli due mesi. E, -come papa Gregorio aveva già preveduto, dicendo: — si farà pace e non -sarà pace; — così, quando non era anche scaduto il termine fissato, la -tregua fu rotta senza poterla rinnovare. Nel 601 primo a cominciare le -ostilità fu l'Esarca, cui rispose subito Agilulfo cercando d'incendiar -Padova, che poi prese e distrusse. Egli fu in questa guerra secondato -dagli Avari, ai quali mandò, _ad faciendas naves_, artefici italiani, -probabilmente delle antiche _scholae_ o associazioni di mestieri. -A sempre più aumentare il disordine s'aggiunse, che da una parte -gli Avari assalirono l'Impero e devastarono l'Istria, da un'altra -i Longobardi di Spoleto ebbero più d'uno scontro cogl'imperiali di -Ravenna. - -Il mutamento più notevole e di generale importanza avvenne però -a Costantinopoli, dove l'imperatore Maurizio era divenuto assai -impopolare per la severa disciplina che voleva nell'esercito. Gli -Avari gli avevano nel 600 proposto che riscattasse per danaro 12,000 -prigionieri, i quali erano nelle loro mani; ma avendo egli decisamente -ricusato, li uccisero, il che provocò un malumore grandissimo contro -di lui. Qualche anno dopo, avendo egli dato ordine all'esercito di -passare il Danubio e svernare al di là del fiume, lo scontento arrivò -a tale che ne scoppiò una rivoluzione, e fu proclamato imperatore Foca, -il quale manifestò subito il suo carattere mostruosamente crudele. Nel -novembre del 602 fece uccidere il suo predecessore, dopo averne fatto -trucidare i figli sotto gli occhi stessi del padre. Siccome poi si -doveva subito occupare della guerra persiana, così concluse la pace -cogli Avari, richiamò l'Esarca, che aveva fatto scoppiare la guerra -anche in Italia, vi rimandò Smeraldo, e pubblicò un decreto con cui -riconosceva la supremazia del Papa. Questi allora gli scrisse una -lettera nella quale, augurandogli ogni prosperità, diceva, «che gli -angeli stessi del cielo avrebbero cantato un inno di lode al Signore,» -per la nuova elezione. Un tale linguaggio restò sempre come una macchia -indelebile nella vita del gran Papa. Ed in vero, per quanto Foca -aiutasse il trionfo della Chiesa, che era lo scopo costante, unico, -supremo, a cui Gregorio Magno tutto sacrificava, pure il congratularsi -della elezione d'un tal mostro non era scusabile in nessun modo. -Bisogna tuttavia osservare, che il linguaggio ufficiale di quei tempi, -massime coll'Oriente, era assai ampolloso, e tutto si diceva con frasi -altosonanti. Nè si può con certezza affermare, che quando il Papa -scrisse quella lettera, avesse già avuto sicura e precisa notizia del -sangue innocente con tanta crudeltà versato. - -Agilulfo, come abbiamo notato, subiva l'azione che la ferrea volontà -del Papa esercitava per mezzo della regina Teodolinda, cattolica e -donna d'alti sensi, la quale lasciò gran nome di sè, e grandi opere -pubbliche, sopra tutto a Monza. Una nuova prova dell'azione su di lui -esercitata dal Papa si ebbe nella Pasqua del 603, quando Agilulfo -fece battezzare cattolico il figlio Adaloaldo, nato verso la fine -del 602. Alcuni sostengono che si convertisse anch'egli; ma certo è -solamente che si dimostrò assai favorevole ai cattolici. Del resto -siamo già al principio della generale conversione dei Longobardi, -la quale si dovette appunto all'opera di Gregorio, efficacemente -aiutato da Teodolinda. Tutto questo non impediva però che Agilulfo -continuasse le sue conquiste, e che il Papa politicamente gli si -dimostrasse perciò sempre più avverso. Dopo aver preso Monselice, il -re longobardo andò oltre verso Ravenna; e par certo che, in questa -occasione, il Papa si occupasse d'indurre i Pisani ad aiutare l'Esarca. -Abbiamo infatti una sua lettera, nella quale dice, che di questi -non c'era da fidarsi punto, perchè avevano già pronti i loro dromoni -(navi rapide) per metterli in mare, e servirsene solamente a proprio -vantaggio. Si direbbe, che i Pisani fossero già ordinati in una qualche -specie di municipale indipendenza, volendo e potendo deliberare da -sè sulle guerre che loro conveniva fare o non fare. Comunque sia di -ciò, Agilulfo, nuovamente favorito dagli Avari, assalì ed abbattè -Cremona; prese Mantova di cui demolì le mura, e lo stesso fece di altre -città, fino a che Smeraldo consentì ad una pace che doveva durare dal -settembre del 603 all'aprile 605. - -In questo mezzo erano per l'età cresciute di molto le malattie di -Gregorio I; ma, per quanto può argomentarsi dalle sue lettere, era -anche andata sino all'ultimo crescendo sempre la sua prodigiosa -attività. Non cessava mai di raccomandare a tutti che si provvedesse -alle sorti della _misera Italia_, adoperandosi costantemente per essa: -e questo in mezzo a dolori, a infermità d'ogni sorta. L'anno 600 egli -scriveva: «In undici mesi appena qualche volta la gotta mi ha lasciato -levare di letto. La mia vita è divenuta tale che aspetto come un -benefizio la morte.» Ed in un'altra: «Il dolore non è sempre uguale, -ma non mi lascia mai; eppure non riesce ancora ad uccidermi!» Una -delle ultime lettere fu scritta nel gennaio 604, poco prima di morire, -per mandare abiti e coperte ad un vescovo assai povero che pativa -il freddo; e vivamente lo raccomandava alla pietà dei compagni. Poco -dopo, l'undici marzo successivo, Gregorio moriva, ed era sepolto in S. -Pietro. - -In quello stesso anno Agilulfo, ad evitare le dispute che potevano -nascere per la sua successione, fece a Milano proclamare erede il -figlio Adaloaldo, che non aveva allora più di due anni. E ciò in -presenza dei grandi e dell'ambasciatore di Teudiberto re dei Franchi, -la cui figlia, in segno d'amicizia e di perpetua pace, veniva promessa -sposa al giovanetto erede del trono longobardo. Nel 605 fu fatta -pace coll'Esarca, rinnovata poi fino al 612. All'imperatore Foca era -successo intanto Eraclio (610-41), che fu subito occupato nella guerra -persiana. Anche all'esarca Smeraldo, che per la seconda volta teneva -quell'ufficio, era successo, verso il 611, un altro esarca di nome -Giovanni. - -Pareva che dovesse esservi pace in Italia; ma appunto allora gli -Avari, che erano stati in passato amici dei Longobardi, mossero una -guerra violenta contro Gisulfo duca del Friuli; il quale, dopo viva -resistenza, morì in battaglia con la più parte de' suoi, lasciando -la vedova Romilda con otto figli. E questa, con essi, e cogli altri -superstiti, la più parte dei quali eran donne, vecchi o fanciulli, si -chiuse nella città di Foro Giulio (Cividale del Friuli). Quattro dei -figli eran femmine, e quattro maschi, due soli dei quali, Tasone e -Cacco adulti; gli altri due, fanciulli. Gli Avari assediarono la città -sotto il comando del loro Cacàno. Narra la leggenda, che questi era -così giovane e bello, che Romilda, appena l'ebbe visto, se ne invaghì -per modo, che offerse di aprirgli le porte della città, se prometteva -di sposarla. E così il Cacàno entrò, devastò, bruciò ogni cosa, e -fece prigionieri gli abitanti, che divise fra i suoi seguaci. Quanto -a Romilda, dopo che l'ebbe sottomessa alle sue voglie, l'abbandonò -agli ufficiali, per farla poi impalare, dicendo che questo era il solo -matrimonio degno di una traditrice come lei. I primi tre figli maschi -di Gisulfo montarono intanto a cavallo per salvarsi colla fuga. E -perchè l'ultimo di essi, Grimoaldo, giovanetto, non cadesse in mano -del nemico, volevano ucciderlo. Ma egli disse al fratello che già -aveva sguainato la spada: — Non mi uccidere, chè io saprò ben reggermi -in sella. — E salito a cavallo lo seguì. Se non che nella fuga, il -giovanetto restò indietro e venne raggiunto da un Avaro, che lo prese. -Questi però vedendolo così bello, giovane e biondo (i suoi capelli eran -quasi bianchi), non osò ucciderlo, e lo menava seco tenendo le redini -del cavallo. A un tratto il fanciullo inaspettatamente, cavò dal fodero -la sua piccola spada, e con un vigoroso colpo sulla testa, distese a -terra l'Avaro, raggiungendo al galoppo i fratelli. Le sorelle restarono -prigioniere, e per salvare il loro onore, si posero in seno della -carne cruda e corrotta, la quale mandava un tal fetore che gli Avari -se ne allontanavano stomacati. La verità storica di un sì fantastico -racconto può ridursi a questo, che gli Avari entrarono nell'Istria, -devastarono il Friuli, uccisero il duca Gisulfo e presero Cividale; -poi si ritirarono, assai probabilmente perchè Agilulfo si avanzava. Dei -quattro figli maschi di Gisulfo, i due adulti, Tasone e Cacco, poterono -assumere il governo, ma furono poi trucidati a tradimento; gli altri, -che erano troppo giovani ancora, se ne andarono a Benevento, presso -Arichi, che era del Friuli anch'egli, e loro parente. Arichi che li -aveva già prima educati nel loro paese, li accolse adesso come figli a -casa sua. - -Ed ora Agilulfo, dopo venticinque anni di regno, moriva a Milano tra -il 615 e 16, lasciando già, come vedemmo, proclamato erede il proprio -figlio Adaloaldo, che allora aveva dodici anni. Cominciò quindi di -fatto a governare la madre Teodolinda, continuando a favorire con -ardore il cattolicismo, e promovendo anche la cultura, in ispecie -l'architettura dei Longobardi. S'apriva così la strada alla loro totale -fusione coi Romani. Ricchi donativi essa fece alle chiese, e molte -ne costruì, fra le quali viene ricordata la basilica di S. Giovanni a -Monza, annessa al palazzo che Teodorico aveva costruito, e che ella ora -restaurò ed ampliò. Fu in questo palazzo appunto che Teodolinda fece -dipingere quelle pitture da cui Paolo Diacono potè darci la descrizione -del vestire dei Longobardi. Nella basilica s'andò poi raccogliendo -un vero tesoro, nel quale erano sopra tutto notevoli tre corone. Una -di esse, tempestata di pietre preziose, con Cristo e gli apostoli -scolpiti, aveva un'iscrizione, che la diceva offerta da Agilulfo _Rex -totius Italiae_; il che fa credere che fosse di tempi posteriori, non -sapendosi che egli abbia mai avuto un tal titolo. Questa corona venne -da Napoleone I portata a Parigi, dove fu rubata e sparì. Un'altra, -anch'essa di tempo posteriore, ha poca importanza. Celebre sopra tutte -è invece quella che fu chiamata la corona di ferro, perchè dentro -al cerchio d'oro, scolpito a frutta e fiori, con smalti e ventidue -gioielli, specialmente perle e smeraldi, v'è un sottile cerchio di -ferro, che dicesi formato da uno dei chiodi coi quali Gesù Cristo fu -confitto sulla croce. Con essa vuolsi che fosse coronato Agilulfo; e -certo furono più tardi, per molto tempo, coronati i re d'Italia. - -Un fatto notevole, avvenuto in questo tempo, fu anche la protezione da -Agilulfo e da Teodolinda accordata a S. Colombano, celebre nella storia -della Chiesa e della cultura. Egli nacque verso il 543 nell'Irlanda, -dove il Cristianesimo aveva suscitato un ardore, un entusiasmo -indicibile, e la cultura cristiana era in quei conventi progredita in -modo veramente maraviglioso, diffondendosi di là nel resto d'Europa. -Animato dall'ardente spirito di propaganda, S. Colombano andò in -Francia, donde fu poco dopo cacciato, per avere aspramente biasimata -la condotta di quei sovrani che, sebbene cattolici, erano crudelissimi. -Lo lasciarono tuttavia tranquillo a Bregenz, sul lago di Costanza. Poco -dopo egli andò più oltre verso il mezzogiorno, restando nella Svizzera -qual suo rappresentante il discepolo S. Gallo, irlandese anch'egli, che -dette il suo nome alla celebre abbazia ed al Cantone in cui si fermò. -Venuto in Italia, verso il 613, fu cordialmente accolto da Agilulfo -e da Teodolinda, sebbene continuasse a scrivere contro gli Ariani. -Fondò il convento di Bobbio, famoso per molti codici ivi raccolti, -che sono oggi sparsi nella Vaticana, nell'Ambrosiana, nella biblioteca -di Torino, e rendono testimonianza del grande amore di lui e de' suoi -seguaci per gli studi classici. La protezione da Agilulfo concessa a -questo santo; l'aver lasciato convertire al cattolicismo i suoi due -figli; l'aver concesso larghi donativi alle chiese, continui favori -ai vescovi per lo innanzi perseguitati dai Longobardi, sembrerebbero -avvalorare la opinione di Paolo Diacono, che anch'egli fosse divenuto -cattolico. Pure è negli storici generalmente prevalso l'avviso -contrario, che cioè questa sua condotta fosse dovuta piuttosto al poco -ardore, quasi alla indifferenza religiosa dei Longobardi, all'azione -efficacissima esercitata da Teodolinda sul marito, ed a quella che -Gregorio I esercitò sempre su tutti. - - - - -CAPITOLO V - -Rotari re — Eraclio imperatore — Guerra persiana — Maometto — -L'_Ecthesis_ — L'editto di Rotari - - -L'Italia andava adesso soggetta ad una doppia crisi. Erano scomparsi -dalla scena due uomini grandi, quali Agilulfo e Gregorio I. La -conversione già cominciata dei Longobardi aveva seminato fra di loro -la discordia, e questa fece ben presto scoppiare una ribellione contro -il giovane Adaloaldo, che era cattolico, e se ne dovette ora fuggire a -Ravenna. Gli successe Ariovaldo il quale era invece ariano (625). Di -lui, che pure regnò diversi anni, sappiamo assai poco; ed ignoriamo -ancora che cosa pensasse o facesse in questo mezzo Teodolinda. Si -direbbe che assistesse omai spettatrice impassibile a tutti i mutamenti -che seguivano. Nel 628 cessò di vivere, ed Ariovaldo, che aveva sposato -la figlia di lei, Gundeberga, morì verso il 636. Allora fu concessa -alla sua vedova, come già a Teodolinda, facoltà di scegliersi un -secondo marito, che sarebbe stato il nuovo re. Ed anche questa volta la -scelta riuscì felice, essendo per essa salito sul trono Rotari, che fu -il re legislatore dei Longobardi. - -Intanto, per le difficili condizioni dell'Impero, occupato nella guerra -persiana divenuta sempre più grossa e minacciosa, non solamente non -si potevano mandare aiuti a Ravenna, ma si mutavano continuamente gli -esarchi, per evitare che sorgesse in loro l'ambizione di rendersi -indipendenti. Infatti a Smeraldo era successo quel Giovanni, che -secondo alcuni era chiamato _Lemigius Thrax_ (611-616), ed a questo -un Euleterio (616-620), il quale pensò di assumere in proprio nome -il governo dell'Esarcato. Ma i soldati allora gli si ribellarono, lo -uccisero e ne mandarono la testa a Costantinopoli, di dove fu spedito -un altro esarca. - -In questo mezzo grave assai era la crisi che traversava l'impero, ed -essa naturalmente si ripercoteva sull'Italia. Il 5 ottobre 610 era -morto l'imperatore Foca, al quale Smeraldo aveva eretto la celebre -colonna nel Foro Romano, ed il cui regno crudele era stato turbato -da continue cospirazioni. A lui succedeva Eraclio (610-41), un vero -carattere orientale, che passava da una straordinaria attività ad una -straordinaria indolenza. Infatti, salito che fu sul trono, pareva nei -primi dieci anni che se ne stesse a guardare, senza impensierirsi del -rapido avanzarsi dei Persiani, aiutati dagli Avari. Pure il pericolo -era grande davvero, perchè i Persiani occuparono la Siria, entrarono -in Damasco, poi nella Palestina, e s'impadronirono della stessa -Gerusalemme coi luoghi santi (614 e 15), portando via perfino il legno -della sacra croce. Dopo ciò s'avanzarono nell'Egitto, minacciando -d'andare più oltre ancora. Dove queste gravi perdite si dovessero -fermare, nessuno poteva prevederlo. Il nemico sembrava minacciare la -stessa Costantinopoli, e neppure allora Eraclio si moveva: si sarebbe -detto che era addirittura spaventato. Vi fu un momento (618) nel quale -pareva che volesse trasportare la capitale a Cartagine, sperando potere -di là meglio difendere l'Impero. - -Fu questo invece il momento in cui tutto mutò a un tratto. Alla -minaccia di perder la capitale, lo spirito pubblico, religioso e -politico, si sollevò in Costantinopoli. E finalmente si ridestò dal -suo letargo anche Eraclio, il quale si trovò alla testa d'una grossa -guerra, combattuta a difesa non solo dell'Impero, ma anche della fede, -per liberare Gerusalemme e le sacre reliquie dalle mani profanatrici -degli adoratori del fuoco. Egli parve divenuto allora un altro uomo. -Fatta nel 620 una tregua cogli Avari per due anni, si apparecchiò -febbrilmente alla guerra. Nel 622 si mosse coll'esercito, e quasi -nuovo Belisario, in una serie di fortunate battaglie, nel 622-25, -sconfisse ripetutamente i Persiani che dovettero ritirarsi presso -il Mar Nero, dove svernarono. Cosroe loro principe si apparecchiò -allora ad uno sforzo supremo; e fece alleanza coi Bulgari, cogli -Slavi, cogli Avari. Questi ultimi, col loro Cacàno alla testa, mossero -ad un formidabile assalto contro la stessa Costantinopoli, mentre -contemporaneamente e con ugual vigore i Persiani movevano contro -Eraclio. Ma a Costantinopoli il popolo, il clero, i soldati fecero -una disperata difesa, che dovette esser vittoriosa davvero, perchè da -questo momento non sentiamo più parlare degli Avari. Pare che Eraclio -avesse deliberato di disfarsene affatto, dimostrandosi invece assai più -favorevole agli Slavi. Certo è che d'ora in poi gli Avari cominciano -quasi del tutto a scomparire dalla storia; gli Slavi, invece, ben -più numerosi, s'avanzano, occupando prima la penisola balcanica, e -dilatandosi poi anche in altri paesi verso l'Europa centrale. Eraclio -continuò le sue vittorie fino a che Cosroe, umiliato per le ricevute -sconfitte, fu nel 628 da una ribellione popolare deposto ed ucciso. Gli -successe il figlio, che fece la pace coll'Impero, abbandonando tutte -le conquiste fatte dal padre, restituendo i prigionieri ed il legno -della sacra croce, che Eraclio, dopo d'essere entrato trionfante in -Costantinopoli, riportò l'anno seguente a Gerusalemme, nella chiesa del -Santo Sepolcro. - -Di tutte le guerre sostenute nella lunga lotta contro i Persiani, -questa di Eraclio fu certo la più vittoriosa, e pareva anche -definitiva. Essa però mise sempre più in luce un lato assai debole -dell'Impero d'Oriente, il quale aveva uno spirito greco, seguiva una -politica romana, ed era composto di province fra loro assai eterogenee. -Il rapido avanzarsi dei Persiani sin dal principio della guerra, aveva -fatto toccar con mano, quanta poca coesione vi fosse tra le varie -province. Parecchie di esse non erano state assimilate all'Impero, da -cui poterono perciò esser facilmente staccate. A riconquistarle era -stata necessaria una grossa guerra, che aveva obbligato a lasciare -indifese quelle che erano le parti più vitali o più assimilate, e che -restarono esposte alle invasioni di altri barbari. Di ciò s'era già -avuto un altro esempio a tempo di Giustiniano, il quale, per riprendere -l'Africa, la Spagna e l'Italia, aveva trascurato la difesa della -Tracia, della Macedonia, della Grecia, che vennero invase dai Bulgari, -dagli Avari, sopra tutto dagli Slavi. Lo stesso fatto, ed in più larghe -proporzioni, si era ripetuto a tempo di Eraclio. Gli Avari, è ben -vero, erano scomparsi dalla scena, ma gli Slavi che fino a quel tempo -avevano proceduto in loro compagnia, combattendo insieme, inondarono -addirittura la penisola balcanica, avanzandosi nella Grecia, nella -Dalmazia, nell'Istria, nella Carniola. Il destino di questi due popoli, -gli Avari che erano finnici, e gli Slavi, indo-europei e numerosissimi, -somiglia di molto al destino degli Unni e dei Germani. I primi, -finnici anch'essi, cominciarono col combattere e vincere la potenza dei -secondi, i quali, uniti poi ai Romani, li disfecero e li obbligarono a -ritirarsi, dopo di che gli Unni scomparvero quasi del tutto. E così gli -Avari, che erano sembrati dapprima prevalere sugli Slavi, furon poi da -questi e dall'Impero distrutti o forse anche assorbiti ed assimilati: -certo per lungo tempo non se ne sentì più parlare. Questi popoli -finnici, turanici appariscon quasi tutti come un uragano, cui nulla può -resistere. Ma se con grande facilità si avanzano, con grande difficoltà -riescono ad organizzarsi stabilmente, e presto si decompongono per -disciogliersi e sparire colla stessa rapidità con la quale s'erano -riuniti. Un'eccezione notevole sono però gli Ungari, detti poi -Ungheresi, che vennero in Europa assai più tardi, e formano ancora oggi -come un'isola compatta e forte in mezzo ai popoli ariani. - -Certo è in ogni modo che tanto le imprese militari di Giustiniano, -quanto quelle di Eraclio non ebbero effetto duraturo, perchè le -province che essi riconquistarono finirono coll'essere definitivamente -abbandonate. L'opera dei secoli VII e VIII mirò a riprendere e -conservare almeno quelle più omogenee, che s'erano meglio assimilate. -Il lavoro di disintegrazione, vittoriosamente combattuto da Eraclio, -ricominciò prima che egli morisse. Ed il ripetersi di un tal fatto -dimostrava che esso era tutt'altro che transitorio. - -S'apparecchiava allora un grande avvenimento politico-religioso, che -doveva turbare profondamente l'Oriente e l'Occidente. Maometto nel 628 -cominciava dall'Arabia, colla predicazione e colle armi, a propagare -la sua nuova dottrina. Essa era un monoteismo, che lasciava da parte -tutte le sottili teorie e disputazioni filosofiche sulla Trinità, sulla -doppia natura di Gesù Cristo, che egli riteneva suo predecessore. -Queste dispute, che tanto infiammavano ed agitavano lo spirito dei -Greci, non erano punto adatte alla intelligenza delle popolazioni in -altre parti dell'Impero. La nuova religione non riconosceva inoltre -distinzione di classi sociali, giacchè gli uomini, secondo Maometto, -sono uguali «come i denti di un pettine;» prometteva nell'altro mondo -un eterno paradiso, con tutti quanti i piaceri dei sensi, a coloro -che per essa combattevano e morivano; ed inculcava un fatalismo -che rendeva indifferenti ad ogni pericolo di morte. Certo è che -l'esaltamento religioso degli Arabi e dei Saraceni (era questo il nome -che i Bizantini davano a tutti coloro che professavano la dottrina -musulmana) divenne in breve tempo straordinario. Morto Maometto nel -632, le popolazioni arabe, di loro natura guerriere, educate nel -deserto ad una vita perennemente militare, guidate dai Califfi che gli -successero, andarono rapidamente di conquista in conquista ripigliando -tutte quelle terre nelle quali s'erano poco prima avanzati i Persiani, -respinti poi da Eraclio. Nel 635 fu presa Damasco, nel 636 Antiochia, -nel 637 Gerusalemme, nel 638 la Mesopotamia, fra il 639 e 40 l'Egitto. -L'imperatore Eraclio pareva ricaduto nella sua prima apatia, e dopo una -debole, inefficace resistenza, morì nel 641, quando l'Impero aveva per -sempre perduto le terre al di là del Tauro. - -La conquista musulmana era stata preceduta ed apparecchiata dalla -conversione religiosa, agevolata anch'essa dalla natura di quelle -popolazioni. L'Egitto, la Mesopotamia, l'Armenia avevano sempre -resistito alle dottrine del Concilio di Calcedonia sulla Trinità e -sulla doppia natura di Gesù Cristo. Le abbiamo già viste inclinare -costantemente al Monofisismo, che riconosceva in Gesù Cristo una -sola natura, la divina, sostenendo che essa aveva assorbito l'umana. -Quest'avversione ad ammettere la doppia natura di Gesù Cristo le -rendeva ben disposte al monoteismo musulmano, pel quale le dispute -sulla Trinità non avevano nessuna ragione di essere: si lasciavano -quindi facilmente convertire alla nuova fede. E il dissidio religioso -si mutava allora facilmente in conflitto politico, perchè quelli che -divenivano musulmani, chiamavano in loro aiuto gli Arabi, per esser -difesi contro l'Impero. Eraclio s'era avvisto in tempo del pericolo -religioso, ed aveva cercato di mettervi riparo. Aiutato dal patriarca -Sergio, si manifestò fautore della dottrina monotelita, che riconosce -in Gesù Cristo una volontà sola, pure ammettendo la sua doppia natura. -E con questa specie di compromesso, che sperava di fare accettare a -Roma, cercava di soddisfare le tendenze dei monofisiti, per evitare -la loro separazione dall'Impero. Pare che papa Onorio fosse a ciò -favorevole, avendo detto che l'insistere troppo sulla volontà unica -o doppia era una disputa grammaticale ed oziosa. Ma lo spirito della -Chiesa cattolica ripugnava sempre a queste transazioni, e più che mai -a tollerare che le dispute religiose venissero decise dall'Imperatore: -peggio ancora quando la decisione era ispirata da ragioni politiche. -Nel 638 Eraclio, incoraggiato dall'attitudine del Papa, pubblicava -l'_Ecthesis_ o esposizione della fede, ordinando che non si disputasse -più sulla doppia volontà di Gesù Cristo, essendo colla doppia natura -ammissibile la volontà unica. Ma la opposizione che si sollevò allora -in Italia fu tale, che lo stesso papa Onorio difficilmente si sarebbe -potuto astenere dal condannare l'_Ecthesis_, se quando questo pervenne -a Roma, egli non fosse già morto. - -La discordia fra Roma e Costantinopoli s'era così di nuovo accesa, -ed a farla crescere s'aggiungeva ora il fatto che l'esarca Isacco, -venuto a Roma, portò via il tesoro del Laterano, sotto il pretesto -d'averne bisogno per dare ai soldati le paghe, che da Costantinopoli -non arrivavano. Eletto nel 640 il nuovo papa Severino, si cominciò -col non volerlo confermare se prima non approvava l'_Ecthesis_; ma -si dovette poi cedere e riconoscere l'elezione, sebbene egli avesse -dichiarato di volere star fermo alla dottrina di Calcedonia. Pochi mesi -dopo, nello stesso anno, gli successe Giovanni IV, che convocò subito -un Concilio, il quale condannò la dottrina monotelita, senza nominar -nè l'imperatore Eraclio, nè il patriarca Sergio, e molto meno papa -Onorio, che la Chiesa naturalmente voleva lasciar da parte. La disputa -monotelita continuò tuttavia ancora per un secolo, e così l'_Ecthesis_ -non era riuscito ad altro che ad aumentar la discordia, aggiungendo ai -molti che già v'erano un nuovo scisma, come era seguìto in passato con -l'_Enotikon_. - -Quando dunque nel 641 Eraclio moriva, potevasi dire che l'Impero, -sempre più violentemente assalito dai Musulmani, sempre più diviso -dalle dispute religiose, si trovava in un grandissimo disordine. Rotari -quindi non aveva adesso nulla a temere da questo lato. Non mancavano -però le discordie interne anche fra i Longobardi, i quali si trovavano -in un periodo di transizione, per essersi già molti di loro convertiti -al cattolicismo. Rotari, duca di Brescia, scelto a secondo marito da -Gundeberga, cattolica e vedova di Arioaldo morto nel 636, era ariano, -il che non poteva certo favorire la pace domestica. La divisione -religiosa era tale e tanta che, secondo Paolo Diacono, non di rado -in una stessa città si trovavano due vescovi, cattolico l'uno, ariano -l'altro. Il nuovo re cominciò col fare uccidere parecchi nobili a lui -avversi; trattò assai male la moglie cattolica, che tenne per cinque -anni chiusa in carcere, nel suo palazzo di Pavia, non sappiamo se -per dissensi religiosi o per altra ragione. Essa fu poi liberata per -intercessione del re dei Franchi, Clodoveo II, e si dette sempre più a -vita devota, facendo limosine, ricostruendo a Pavia la basilica di San -Giovanni, nella quale fu poi sepolta. - -Non ostante tutti questi turbamenti, Rotari sicuro dalla parte -dell'Impero, che era sempre più minacciato ed assalito dai Musulmani, -ne profittò per estendere il proprio dominio nella Lunigiana, -avanzandosi nella Liguria sino al confine franco verso Marsiglia. E -dopo di ciò si volse contro i Bizantini, prese Oderzo, e li battè sul -Panaro in una battaglia campale, nella quale, secondo Paolo Diacono, -l'esercito che essi avevano raccolto da Roma e da Ravenna, avrebbe -perduto 8000 uomini. - -In questo tempo (641) moriva il duca di Benevento Arichi, il quale -fu prode in guerra, ed aveva esteso il suo Stato nel Sannio, nella -Campania, nelle Puglie, nella Lucania, nei Bruzi. Forse allora appunto -anche Salerno venne annesso al suo territorio. E così il ducato di -Benevento confinava a nord con lo Stato della Chiesa e col ducato -di Spoleto, al sud s'estendeva in quasi tutta l'Italia meridionale, -divenendo sempre più indipendente. Presso quel Duca s'erano, come -vedemmo, rifugiati Rodoaldo e Grimoaldo, i due figli maggiori di -Gisulfo suo parente, scampati alla strage fatta dagli Avari nel Friuli. -Venendo ora a morte, Arichi raccomandò che si desse la successione ad -uno di essi, piuttosto che al proprio figlio Aione, il quale pareva -scemo di mente, in conseguenza, si diceva, d'una bevanda misteriosa -datagli dall'Esarca. Tuttavia egli successe al padre, ma poco dopo morì -(642), ucciso dagli Slavi, che dalla Dalmazia erano venuti a stabilirsi -in Siponto. Allora solamente Rodoaldo, il quale li sconfisse e cacciò -dal Ducato, potè impadronirsi del potere, che dopo cinque anni lasciò, -morendo (647), al fratello Grimoaldo, che lo tenne fino al 662. Essi -furono ambedue valorosi, ma dell'uno e dell'altro si sa assai poco. -Ignorasi perfino se Rodoaldo si trovasse nel 643 alla grande assemblea -di Pavia, dove venne sanzionato il celebre Editto di Rotari; come -s'ignora se questo Editto fu allora messo in vigore anche nel ducato di -Benevento. - -L'Editto pubblicato nel 643, è certamente ciò che Rotari fece di -più notevole in tutto quanto il suo regno durato fino al 652. Esso -è un monumento storico di grande importanza, e costituisce un atto -di vera e indipendente sovranità. Era la prima volta che un barbaro -osasse legiferare in Italia, senza tener conto alcuno dell'Impero -nè, consapevolmente almeno, della legge romana. Rotari, lo dice nel -proemio, non fece altro che raccogliere in iscritto le consuetudini -già prevalenti nel suo popolo, cercando di compierle e migliorarle, -levandone il superfluo. Tutto ciò «col consiglio e consenso dei Primati -nostri Giudici, e di tutto il fedelissimo nostro esercito.» Giudici e -Primati erano i Gasindi, i Duchi, i Gastaldi, che comandavano in guerra -e giudicavano in pace: esercito, secondo l'uso barbarico, era il popolo -stesso dei Longobardi in armi. L'usanza di consultare i Grandi ed il -popolo nelle faccende di generale interesse, era antica presso tutti i -popoli germanici, come sappiamo anche da Tacito. Ma questa usanza, per -le condizioni affatto speciali di vita, e per l'organizzazione tutta -militare dei Longobardi, aveva perduto il suo carattere primitivo, -ed era divenuta affare più di forma che di sostanza. I Primati non -deliberavano, davano solo un parere, un consiglio; il popolo si -limitava ad approvare. - -Fra le compilazioni di leggi barbariche, l'Editto di Rotari è certo una -delle migliori. Ciò si deve al fatto, che gli altri barbari scrissero -le loro leggi o consuetudini poco dopo entrati nell'Impero, ed i -Longobardi assai più tardi. Sebbene poi questi non se ne avvedessero, -è tuttavia per noi visibile nelle loro leggi l'azione indiretta del -diritto romano, che apparisce non solo nella stessa lingua latina in -cui sono scritte, ma anche in alcune frasi affatto giustinianee, in un -ordinamento già fin dal principio alquanto sistematico, ed in alcune -disposizioni che evidentemente non possono essere di origine germanica. -L'Editto è diviso in trecento ottantotto capitoli, di cui gli ultimi -dodici sembrano aggiunti più tardi.[35] Si comincia coi delitti contro -lo Stato e le persone; si prosegue col diritto ereditario, l'ordine -della famiglia e della proprietà; di diritto pubblico v'è poco o nulla. - -Si è molto disputato per sapere se questo Editto si applicava solo -ai Longobardi o anche ai Romani. Generalmente le leggi barbariche -avevano un carattere personale, erano cioè esclusivamente del popolo -che le aveva scritte, e che le portava seco dovunque andava. Quelle dei -Longobardi però, e non di essi solamente, avevano anche un carattere -territoriale, perchè si applicavano a tutti i popoli venuti con loro -in Italia. Prova ne sarebbe, secondo alcuni, il fatto che i Sassoni, -i quali volevano vivere colle proprie leggi e le proprie istituzioni, -dovettero andar via. Rotari dice nel suo Editto, che egli lo ha -compilato per la giustizia, e per amore de' suoi sudditi, senza far tra -di essi distinzione alcuna, il che farebbe credere all'applicazione -della legge longobarda anche ai Romani: questione, come è noto, -assai dibattuta. Certo è che più di una volta l'Editto accenna alla -esistenza di altre legislazioni diverse dalla longobarda; e non pare -credibile che, se la legge romana fosse stata veramente annullata del -tutto, d'una cosa di così grande importanza non si facesse chiaramente -menzione neppure una volta. Nè si può concepire come i Longobardi, -anche volendo, avrebbero potuto distruggere un diritto, che aveva messo -radici secolari, creando fra i vinti Italiani una quantità di relazioni -giuridiche, molte delle quali erano ai loro vincitori sconosciute -in modo, che per esse la loro legge non provvedeva e non poteva -provvedere nulla addirittura. Non si capirebbe poi come, ammessa una -volta l'assoluta distruzione del diritto romano nell'Italia longobarda, -questo si ritrovasse più tardi in vigore, senza che del suo sparire -e del suo riapparire si facesse nei documenti o nelle cronache cenno -alcuno. La conclusione più probabile cui bisogna, secondo noi, arrivare -è che, sebbene la legge romana non venisse officialmente riconosciuta, -pure in molte delle relazioni private che da antico correvano fra -gl'Italiani, essa fosse lasciata vivere sotto forma per lo meno -consuetudinaria. - -Ed invero se dall'Editto di Rotari si può solamente indurre la -persistenza del diritto romano,[36] questa apparisce manifesta come -un fatto normale nella legislazione posteriore di re Liutprando. «Se -un Longobardo, noi leggiamo in essa, dopo avere avuto figli, si fa -chierico, questi continueranno a vivere sotto la legge stessa, sotto -la quale viveva il padre prima di farsi chierico.» Ciò vuol dire non -solamente che v'era un'altra legge, ma che ad essa era sottoposto -anche il Longobardo che si faceva chierico. E quale poteva esser -mai quest'altra legge se non la romana? Il diritto canonico, che pur -vigeva certamente, non era forse pieno d'elementi di diritto romano, -e non dovette perciò contribuire a favorirne quel rapido incremento, -che apparisce infatti sempre più manifesto? La longobarda è una -legislazione essenzialmente barbarica, sulla quale si scorge sin dal -principio l'azione d'una civiltà superiore, esercitata per mezzo del -diritto romano e del Cristianesimo. Lo stesso Rotari, che dice di -raccogliere le consuetudini nazionali e migliorarle, dichiara assurdo -l'uso barbarico del duello per risolvere questioni di diritto, e cerca -diminuirlo, come cerca di aumentare le composizioni, per mettere un -qualche freno alla vendetta (_faida_) barbarica. In alcuni casi egli -condanna l'uccisione delle streghe, come contraria all'umanità ed ai -principii del Cristianesimo. Liutprando dice addirittura, che egli -crede poco al valore dei così detti giudizi di Dio. Certo a misura -che si è approfondito lo studio del diritto longobardo, più chiari -sono in esso apparsi gli elementi nascosti di diritto romano. Risorge -perciò sempre più la teoria sostenuta dal grande Savigny a favore della -persistenza del diritto romano, vera di certo nella sua sostanza, -sebbene egli l'abbia qualche volta esagerata. Anche l'esistenza in -tutto il Medio Evo di scuole di grammatica e di diritto romano a -Ravenna, a Roma ed altrove, apparisce sempre più dimostrata. - -La legislazione longobarda è certo un prodotto sostanzialmente -germanico, e manifesta costantemente questo suo carattere fondamentale, -sebbene in alcuni punti apparisca alquanto alterato dalle condizioni -speciali in cui essa venne formulata. È innanzi tutto la legislazione -d'un popolo in armi, ma d'un popolo di agricoltori sparsi per la -campagna, in case separate, con siepi che circondano i campi. Rotari -dichiara fin dal principio d'essere mosso dall'interesse dei propri -sudditi, «specialmente rispetto ai continui travagli dei poveri, ed -alle esazioni inutili contro i deboli, che noi sappiamo aver patito -violenza.» Un tale concetto si può in parte attribuire, come è stato -sostenuto, al Cristianesimo; ma in parte si deve anche attribuire al -fatto, che i barbari in generale rivolgevano la loro ostilità sopra -tutto contro i latifondisti oppressori dei poveri; spogliavano, -uccidevano i primi, e spesso favorivano i secondi, ai quali nulla -potevano togliere. Certo furono verso i poveri meno oppressori dei -Bizantini; nè si sa che nelle campagne o nelle città li opprimessero al -pari dei ricchi. - -La legislazione longobarda è inoltre, anzi è sopra tutto la -legislazione barbarica d'un popolo armato e conquistatore; ed è di -sua natura intrinsecamente, essenzialmente contraria allo spirito vero -del diritto romano. Quello che vi domina non è il concetto giuridico -dello Stato, ma il concetto della forza. La famiglia, primo nucleo e -fondamento di una società, in cui il governo è ancora assai debole, -si trova fortemente costituita a propria difesa; ma non apparisce -giuridicamente coordinata allo Stato, risultando invece unita dai -primitivi vincoli del sangue. La donna, come debole, è sottoposta -ad una perpetua tutela, che si chiama _mundio_, da cui non può mai -liberarsi: non può mai essere _selbmundia_. La tutela a cui ella è -sottoposta, secondo il diritto romano, è in gran parte determinata -dall'interesse della famiglia, che si vuol tenere unita, e della quale -non si vuole perciò dividere il patrimonio. Per questa ragione la -tutela romana può in alcuni casi cessare. La donna longobarda passa dal -mundio del padre a quello del marito, alla morte del quale va sotto il -mundio dei parenti di lui, ed in alcuni casi anche dei propri fratelli -o del proprio figlio; in ultimo, della _Curtis regia_: non essendo -capace di portare le armi, ella dev'esser sempre sotto il mundio di -qualcuno. I maschi la escludono quasi affatto dalla eredità, di cui, -quando è nubile, ha solo una piccola parte. La famiglia longobarda -non era come la romana una specie di monarchia assoluta, nella quale, -massime sotto la Repubblica, il padre aveva un potere illimitato; però -anche presso i Longobardi questo potere era grandissimo. La donna -maritata trovava qualche protezione nell'autorità serbata ai suoi -parenti; e l'autorità paterna sul figlio aveva dei limiti ignoti alla -legge romana. Divenuto atto alle armi, esso poteva separarsi dalla -propria famiglia, e costituirne un'altra. La legislazione barbarica -in generale, come è noto, non conosceva il regime dotale; ma presso i -Longobardi la donna possedeva quello che le veniva dal marito, il quale -doveva liberarla dal mundio del padre o dei fratelli, pagandone il -prezzo; darle la _meta_ che si può dire una specie di dote, e il dono -del mattino, _morgengab_. Il padre le doveva solo il _faderfium_, che -era un dono a suo beneplacito. Presso di essi la proprietà collettiva -germanica era scomparsa quasi del tutto, essendone solo qua e là -sopravvissuta qualche debole traccia. Osserviamo ancora che nei primi -tempi non si trova il testamento, e quando, sotto l'azione del diritto -romano, comincia ad apparire, esso è, come la donazione, di sua natura -irrevocabile. - -Il carattere germanico di questa legislazione, opposto a quello del -diritto romano, apparisce più chiaro ancora nel diritto penale. La -pena di morte, che era assai rara, si applicava, secondo l'Editto, -innanzi tutto a chi attentava alla vita del re, che era tenuta sacra: -«il cuore del re è in mano di Dio;» all'adultera, che poteva anche -essere uccisa dal marito; alla donna che uccideva il proprio marito; -allo schiavo che uccideva il padrone; a chi disertava al nemico, si -ribellava contro il re o i duchi, eccitava i soldati alla ribellione. -Quanto al resto, tutto il diritto penale longobardo era una serie di -composizioni pecuniarie, graduate secondo le persone e secondo i reati. -Ma questa pena era intesa a soddisfare la _faida_, o sia la vendetta -privata, riconosciuta legale, ed affidata a tutta la famiglia; non -era destinata, come presso i Romani, a ristabilire la giustizia, a -vendicare la Repubblica. Qui era il contrasto fondamentale, che ai -Romani doveva apparire una barbarie enorme, incomportabile. Il sistema -della prova si fondava, oltrechè sul giuramento, sul duello, sul così -detto giudizio di Dio, e sui sacramentali, che servivano a scemare i -duelli. Il guidrigildo era la pena che si pagava per l'uccisione d'un -uomo o d'una donna, ed andava dapprima alla famiglia dell'offeso, più -tardi, parte ad essa, parte al Re. - -Il vedere che nell'Editto di Rotari non si trova determinato nessun -guidrigildo per il Romano ucciso, fece sostenere che dai Longobardi non -si desse alla sua vita valore alcuno, e che perciò fosse schiavo. Ma -abbiamo già detto, che nessuno più crede alla schiavitù dei Romani, e -quindi neppure che alla loro vita non si desse valore alcuno; nessuno -più osa dal silenzio della legge dedurre così gravi conseguenze. È -superfluo dunque fermarsi a combatterle. - - - - -CAPITOLO VI - -Grimoaldo re — Lotta e poi accordo tra Papa e Imperatore — Costante II -in Italia — Morte di Grimoaldo — Bertarido — Cuniberto — Conversione -dei Longobardi al cattolicismo — Liutprando - - -Morto Rotari (652), gli successe il figlio Rodoaldo, che venne ben -presto ucciso; ed a lui seguì il cognato Ariperto (653-61), figlio di -quel Gundobaldo fratello di Teodolinda, venuto con lei di Baviera, e -morto poi duca di Asti. Di Ariperto si sa poco o nulla; e subito dopo -segue un periodo assai oscuro, alterato da molte leggende, dalle quali -non riesce facile cavare un qualche costrutto storico. - -Ariperto lasciò il regno diviso fra i suoi due figli Bertarido e -Godeberto, divisione questa assai comune presso gli altri barbari, -sopra tutto i Franchi; ma affatto insolita fra i Longobardi, il regno -dei quali era già troppo diviso in Ducati. Nè meno singolare è il -vedere che i due fratelli ebbero le loro rispettive capitali, il -primogenito a Milano, il secondo a Pavia. Così non solo esse erano -l'una vicina all'altra; ma il secondogenito risiedeva nella più -importante delle due, Pavia essendo stata sempre la capitale del regno. -I due fratelli, com'era naturale in tali condizioni, furon subito -in guerra fra di loro. E Godeberto mandò Garibaldo duca di Torino -a Grimoaldo duca di Benevento, promettendogli in isposa la propria -sorella, se veniva a Pavia per aiutarlo contro Bertarido. Grimoaldo -allora, quello stesso che vedemmo scampato alla strage seguìta nel -Friuli, uomo assai avventuroso, lasciato il governo di Benevento in -mano del proprio figlio, si mosse subito con un piccolo esercito, che -s'andò ingrossando per via. Arrivato a Pavia, secondo il racconto, che -in parte almeno è leggendario, invece d'aiutare Godeberto, lo uccise -inopinatamente, tanto che il figlio ebbe appena il tempo di mettersi in -salvo. Bertarido, saputo quello che era seguìto, se ne fuggì anch'egli, -ricoverando presso gli Avari in tal fretta, che lasciò indietro la -moglie ed il figlio Cuniberto, i quali caddero ambedue nelle mani di -Grimoaldo, che li mandò prigionieri a Benevento. Grimoaldo sposò poi -la sorella di Godeberto, che gli era stata promessa per indurlo a -venire in aiuto del fratello, da lui invece detronizzato ed ucciso. Il -duca di Torino, che aveva secondato il tradimento, fu da un parente -del tradito Godeberto ucciso; ma Grimoaldo venne confermato a Pavia -re dei Longobardi (662). Questo fatto aveva grande importanza, perchè -egli rimaneva anche duca di Benevento, dove suo figlio governava per -lui; e fu la prima, anzi l'unica volta in cui quasi tutta Italia si -trovò unita sotto un re longobardo, il che poteva, se fosse durato, -avere gravissime conseguenze. Ma chi già se ne risentiva non poco -era il Papa, il quale si trovò come stretto in un cerchio di ferro, -circondato per ogni lato dai Longobardi. Ciò lo spinse ad avvicinarsi -improvvisamente all'Imperatore, col quale era stato fino allora in -assai aspro dissenso. - -Noi abbiamo già accennato alla disputa monotelita, inasprita dalla -pubblicazione dell'_Ecthesis_, e dall'essersi nel 640 l'Esarca -impadronito del tesoro lateranense. Seguì poi la pubblicazione del -_Tipo_, nel quale l'imperatore Costante II (642-68) minacciava pene -severissime a coloro che avessero continuato a disputare sulla doppia -volontà di Gesù Cristo. Ma papa Martino I (649-53), che aveva un -carattere assai energico, raccolse in Laterano un Concilio (649), -nel quale intervennero 202 vescovi, che condannarono l'_empiissima -Ecthesis_ di Eraclio, e lo _scelleratissimo Tipo_ di Costante. Era -la prima volta che un Papa osasse condannare a questo modo editti -imperiali; e però l'esarca Olimpio ebbe ordine d'impadronirsi colla -forza della persona stessa di Martino I, e mandarlo a Costantinopoli. -La leggenda narra che l'Esarca aveva dato ordine d'uccidere il Papa, -mentre celebrava la messa; e che l'assassino il quale ne aveva assunto -l'incarico accecò nel momento stesso in cui doveva compiere il delitto. -Ma allora appunto il rapido avanzarsi dei Musulmani nel Caucaso, nella -Siria, in Egitto, più oltre nell'Africa, e finalmente in Sicilia, -costrinse Olimpio ad andar loro incontro nell'isola, donde, essendo -essi in piccolo numero, si ritirarono. Ed in questo momento scoppiò -di nuovo la lotta fra l'imperatore Costante ed il Papa, che il nuovo -esarca Teodoro _Calliopas_, venuto a Roma con un esercito nel giugno -del 653, doveva imprigionare. Arrivato che fu l'Esarca, lo trovò a -letto, presso l'altare della Basilica lateranense. Il popolo voleva -allora colla forza respingere la forza; Martino I però vi s'oppose, -vietando che si venisse per lui a spargimento di sangue. Così si -lasciò prendere e menare a Costantinopoli, dove sopportò la fame e la -tortura; fu poi condotto con un anello al collo nella loggia dove si -esponevano i malfattori, senza che con ciò si riuscisse a piegarlo. -Finirono col mandarlo in Crimea, dove morì nel settembre del 655, e fu -dichiarato Santo dalla Chiesa. All'abate Massimo, che era stato ardente -sostenitore delle due volontà, venne mozza la destra e strappata la -lingua. - -Or fu appunto, quando a questo Papa così iniquamente trattato -successero prima Eugenio I (654-57) e poi Vitaliano I (657-72), che -noi vediamo iniziato e concluso l'accordo politico coll'Imperatore, -senza che questi avesse da Roma ottenuto nessuna concessione nella -disputa religiosa. Ciò si dovette in parte al minaccioso e continuo -avanzarsi dei Musulmani, i quali nel 655, in un luogo detto _alle -Colonne_, presso il Monte Fenice, sulla costa della Licia, in una -grande battaglia navale sconfissero e posero in fuga l'imperatore -Costante. A questo fatto, che portò un vero spavento in tutta la -Cristianità, s'aggiunsero la cresciuta potenza dei Longobardi, e i -dissensi religiosi che agitavano l'Italia. In Aquileia s'era riaccesa -la controversia dei _tre Capitoli_, sebbene i Papi avessero fatto ogni -opera per sopirla. La Chiesa di Milano dava segni manifesti di volersi -rendere indipendente a similitudine di quella di Ravenna, dove un -tale desiderio era assai antico, e dove l'arcivescovo Mauro voleva ora -assumere addirittura il titolo di Patriarca. - -In conseguenza di tutto ciò, messo pel momento da parte ogni dissenso -religioso, Papa e Imperatore si unirono. Nel 662 Costante partiva da -Costantinopoli per venire con un esercito in Italia, dove nessuno -sapeva indovinare con precisione che fine veramente egli avesse. -Secondo alcuni voleva portar la sua sede in Sicilia, per farne -centro dell'Impero, a meglio difenderlo contro i Musulmani; secondo -altri veniva invece per frenare la potenza dei Longobardi. In questo -caso il momento non sarebbe stato male scelto. Egli era infatti -partito da Costantinopoli nell'anno in cui Grimoaldo fu proclamato -re dei Longobardi; sbarcava a Taranto nel 663, ed ingrossato per via -l'esercito, andò subito verso Benevento, quando, per le discordie con -violenza scoppiate nell'alta Italia, era assai difficile che Grimoaldo -potesse mandare aiuti al figlio Romualdo. Il quale tuttavia, vedendo -addensarsi sul suo capo la tempesta, mandò il proprio balio Sessualdo -ad avvertire di tutto il padre in Pavia. Questi, senza metter tempo -in mezzo, senza pensare al pericolo di lasciare un regno a mala pena -conquistato con un colpo di mano e pieno perciò di scontento, si mosse -subito in aiuto del figlio. Non lo sgomentarono le diserzioni seguite -per via, nè la voce sparsa che egli non sarebbe potuto più tornare -a Pavia. Sessualdo che lo aveva preceduto, tornando per avvertire -il figlio del prossimo arrivo degli aiuti, fu fatto prigioniero da -Costante, il quale lo condusse sotto le mura di Benevento, dove voleva -colle minacce e con la violenza indurlo ad affermare a Romualdo, -che il padre non sarebbe in nessun modo potuto venire a soccorrerlo. -Ma Sessualdo invece, quando vide il giovane Duca alle mura, esclamò -eroicamente: — Fatti animo, Grimoaldo è per giungere; questa notte sarà -al fiume Sangro. — Dopo di che, prevedendo il suo inevitabile destino, -gli raccomandò la moglie ed i figli. Infatti ben presto l'Imperatore -gli fece troncar la testa, che fu con una macchina di guerra gettata -dentro le mura di Benevento, dove Romualdo la baciò piangendo. Costante -si ritirò, lasciando intorno a Benevento 20,000 uomini, che furon -battuti dalle forze riunite di Romualdo e di Grimoaldo. - -L'Imperatore andatosene allora a Roma (5 luglio 663), donde il Papa gli -venne incontro a sei miglia dalle mura, visitò le chiese, lasciandovi -donativi; ma portò via preziosi bronzi, fra cui anche il tetto del -Panteon, che era dorato. Di là, per Napoli e le Calabrie, se ne tornò -in Sicilia, dove per cinque anni, oppresse siffattamente il paese, che -nel 668 venne affogato in un bagno. Gli successe il figlio Costantino -Pogonato (668-85). - -Grimoaldo doveva pensare adesso a ristabilire l'ordine nel suo regno. -Lasciato quindi il figlio al governo di Benevento, dette una sua figlia -in isposa al conte di Capua, che lo aveva aiutato nella guerra contro -l'Imperatore, e lo nominò duca di Spoleto. Tornato a Pavia, si diede -a combattere coloro che lo avevano abbandonato o tradito. Quegli di -cui più doveva temere era certo Bertarido, che rifugiatosi presso gli -Avari, divenne subito il richiamo di tutti gli scontenti. Grimoaldo -invano fece il tentativo d'indurre gli Avari a darglielo nelle mani. -Allora Bertarido, fattosi animo, mandò il suo fido Unulfo a dirgli, che -sarebbe venuto spontaneamente, sicuro della lealtà di lui; e Grimoaldo -lo accolse amichevolmente nel suo proprio palazzo. Ma tale e tanto fu -il numero di coloro che accorrevano a lui, che i sospetti crebbero -ogni giorno, ed il Re decise finalmente di uccidere il suo ospite. -Questi fattone consapevole, riuscì a fuggire coll'aiuto di Unulfo, -a lui sempre fido compagno. Grimoaldo si diede allora a combattere -Lupo, duca del Friuli, un altro di coloro che gli si erano ribellati -durante la guerra; e gli mosse contro gli Avari, che lo sconfissero ed -uccisero. Dopo aver fatto altre vendette, strinse amicizia coi Franchi -nel 671, e poi morì. Forte, valoroso ed avventuroso, par che fosse -anche tra i convertiti al cattolicismo. Nel 668 aggiunse alcuni nuovi -capitoli all'Editto di Rotari. Fu certo fortunato nelle sue imprese -guerresche; ma anche a lui mancò un concetto politico direttivo. -Quando infatti l'imperatore Costante si era ritirato in Sicilia, -egli avrebbe dovuto dedicarsi a compiere la conquista dell'Italia -meridionale, ad impadronirsi di Napoli e di Roma, il che lo avrebbe -reso più forte anche nell'Italia superiore; ma invece, tornatosene -subito nel settentrione, perdè il tempo in piccole vendette o guerre -alla spicciolata. Così tutto ricadde nell'antico disordine; e morendo -egli lasciò nuovamente l'Italia divisa. Il suo primogenito Romualdo -ebbe il ducato di Benevento; il secondogenito Garibaldo governò sotto -la reggenza della madre, che era sorella di Bertarido. Ma questi, -che s'era rifugiato in Francia, accorse ora in Italia, dove fu -subito riconosciuto re dei Longobardi; e di Garibaldo non si sentì -più parlare. Bertarido che era anch'esso fervido cattolico, regnò -diciassette anni, costruì molte chiese e conventi, favorì sempre più -la generale conversione dei Longobardi, che procedette assai rapida, ma -pel grande mutamento che portava, fu causa continua di disordini. - -Il fatto più notevole che avvenne, fu la ribellione di Alachi duca -di Trento, assai avverso al clero, che Bertarido invece favoriva con -ardore. Ma questi, dopo averlo sottomesso, volle usargli clemenza, -sebbene prevedesse che ciò sarebbe riuscito funesto alla sua famiglia. -Infatti, morto che fu Bertarido nel 688, lasciando erede il figlio -Cuniberto, Alachi insorse di nuovo e s'impadronì colla violenza -del regno. Se non che il suo carattere violento e dispotico, la sua -avversione al clero, la sua condotta sleale promossero una ribellione -che richiamò Cuniberto, e così il regno si trovò diviso in due -partiti, lacerato da due pretendenti, i quali finalmente s'affrontarono -sull'Adda, dove Alachi venne sconfitto e rimase ucciso. - -Durante questo tempo la società longobarda subiva una notevole -trasformazione. Il progresso del cattolicismo promoveva la cultura, -faceva a poco a poco un popolo solo dei vincitori e dei vinti, che -sembravano risorgere a vita novella. E ciò si scorge nel linguaggio -stesso adoperato da Paolo Diacono, quando descrive la lotta fra Alachi -e Cuniberto, dando allora per la prima volta importanza alle città -della Penisola. Infatti egli dice che Alachi, passando per Piacenza e -per la parte orientale del regno, cercò colla forza e colle blandizie -di farsi amiche e _socie_ le varie città, _singulas civitates_. -Giunto poi a Vicenza i _cittadini_ gli mossero guerra; ma dopo essere -stati vinti, gli divennero anch'essi _socii_ (V. 39). Queste ed altre -espressioni finora insolite nella sua storia, farebbero credere che a -lui apparisse già chiaro, come le città italiane cominciassero allora -ad acquistar nuova importanza. Certo è in ogni modo che Cuniberto regnò -fino al 700 in buonissimi termini col clero, e nella Corte di Pavia si -videro allora per la prima volta fiorire i germi d'una nuova cultura. - -Ma alla sua morte ricominciarono i disordini, perchè al figlio -Liutberto, affidato alle cure del fido e valoroso Ansprando, si oppose -il parente Ragimberto, che s'impadronì del trono e lo lasciò ben -presto al figlio Ariberto II (701-12). Questi dovette però difendersi -contro Ansprando, e lo vinse pienamente, costringendolo a cercare -scampo in Baviera. Fece crudele vendetta contro la moglie e i figli di -lui, ai quali tagliò le orecchie, cavò gli occhi, strappò la lingua. -Lasciò tuttavia che presso il padre si ponesse in salvo solamente il -giovanetto Liutprando, che per la tenera età egli credette innocuo; ma -che invece era destinato ad essere il più illustre re dei Longobardi. -Infatti, quando Ariberto pareva sicuro sul trono, e nonostante le molte -sue crudeltà, era lodato e sostenuto dal clero pel suo zelo religioso, -pei doni alle chiese, per la restituzione fatta al Papa o, come si -diceva, a S. Pietro di alcune terre nelle Alpi Cozie, usurpate dai -Longobardi, giunse invece il giorno della vendetta. Ansprando, che era -riuscito in Baviera a mettere assieme un esercito, venne in Italia; -ed Ariberto dopo debole resistenza cedette, cercando di ricoverarsi in -Francia. Corse perciò a Pavia, raccolse quanto oro potè, e si dette con -esso a precipitosa fuga, tentando di ripassare a nuoto il Ticino, così -carico come era; ma invece, pel peso che seco aveva, affogò. Ansprando -allora salì sul trono, ed essendo morto poco dopo (18 giugno 712), lo -lasciò al figlio Liutprando. Così ebbe fine questo lungo periodo di -confusione e di disordine, quasi d'anarchia, cui fu in preda la società -longobarda, durante la sua conversione al Cattolicismo. - - - - -CAPITOLO VII - -Sollevazione di Ravenna e delle città dell'Esarcato contro l'Impero — -Filippico imperatore — Ribellione in Roma - - -Ma se grande fu in questo tempo il disordine nell'Italia longobarda, -non minore era stato nell'Italia bizantina, a cagione soprattutto degli -avvenimenti religiosi seguiti a Costantinopoli, e dei dissensi che in -conseguenza di ciò sorsero fra il Papa e l'imperatore Giustiniano II -(685-95 e 705-711). Questi tenne di suo arbitrio un Concilio (691), che -dal luogo in cui s'adunò, una sala del palazzo imperiale, sotto una -cupola (_trullo_), fu detto _trullano_ o anche _in trullo_; altri lo -chiamò _quinisesto_, perchè, ad evitare dispute con Roma, si pretendeva -che non fosse un nuovo Concilio, ma solo un complemento del quinto -e del sesto, essendosi occupato di sola disciplina e non di domma. -Ma una tale convocazione era stata da parte dell'Imperatore un atto -d'indipendenza religiosa, che il Papa non poteva certo tollerare. I -nuovi canoni, se anche di sola disciplina, si allontanavano dalla -disciplina di Roma; e perciò il nuovo Concilio fu dai cattolici -chiamato _erratico_, e papa Sergio (687-701) non volle sottoscriverne -le deliberazioni. L'Imperatore fu di tutto ciò sdegnato per modo, che -mandò il protospatario Zaccaria ad imprigionare il Papa. Ma le milizie -di Ravenna e della Pentapoli corsero armate verso Roma a difenderlo; e -l'esercito romano, che allora era già costituito, par che se ne stesse -a guardare senza punto muoversi. I ribelli sopravvenuti furono perciò -subito padroni della Città, ed il Protospatario, per salvare la propria -vita, finì col nascondersi sotto il letto del Papa. Questi, fattogli -coraggio, si presentò dal balcone al popolo, raccomandando la calma; ma -la moltitudine non si mosse fino a che Zaccaria non fu ignominiosamente -partito da Roma. - -Tutto questo avveniva fra il 693 e 94, e Giustiniano II non ebbe modo -di far di ciò le sue vendette, perchè era allora assai combattuto a -Costantinopoli, dove non andò guari che una rivoluzione lo sbalzò per -alcuni anni dal trono (696-705). Nè per questo cessava la lotta dei -Bizantini con Roma. A papa Sergio era successo Giovanni VI (701-705), -quando s'avanzò minaccioso il nuovo esarca Teofilatto; e, secondo la -espressione del Libro pontificale, la _Militia totius Italiae_[37] -corse tumultuosamente a Roma, dove il Papa a fatica potette sedarla. -Ma allora appunto una rivoluzione seguìta a Costantinopoli, rimetteva -da capo sul trono Giustiniano II, il quale, di natura sua sanguinario -e crudele, voleva adesso vendicarsi de' suoi nemici, non solo in -Oriente, ma anche in Italia. Qui era stato eletto nuovo papa Costantino -(708-15); e poco dopo si vide arrivare a Ravenna una flotta comandata -dal patrizio Teodoro, la quale venne accolta come amica. Ma ad un -tratto i principali nobili ed ecclesiastici furono fatti prigionieri -e condotti in catene sulle navi; dopo di che i Bizantini scesero a -terra in buon numero, e posero a sacco ed a fuoco la città, facendo -sommaria ed aspra punizione dei ribelli. Parecchi dei prigionieri -che erano, come dicemmo, fra i più autorevoli cittadini, vennero -per ordine di Giustiniano II messi a morte. Ed è ricordato fra gli -altri un tal Giovanniccio, assai noto per gli alti uffici che aveva -tenuti, per la profonda conoscenza della lingua e letteratura greca e -latina. L'arcivescovo Felice di Ravenna fu, secondo l'uso bizantino, -abbacinato, e poi mandato esule in Crimea. Così l'Imperatore si vendicò -contro i ribelli, che avevano osato umiliare i suoi rappresentanti in -Roma. Ed il Papa, che non era punto amico dell'Arcivescovo, perchè -questi, al pari di molti de' suoi predecessori, era stato ed era -sempre pronto a sostenere la propria indipendenza da Roma, lasciò fare -all'Imperatore senza alcuna protesta da parte sua. Anzi, chiamato a -Costantinopoli (710), v'andò, e raggiunto Giustiniano nell'Asia Minore, -par che fra di loro si mettessero d'accordo; dopo di che, festeggiato -in Oriente ed in Occidente, tornò a Roma il 24 ottobre 711. - -Ma l'agitazione non s'era in questo mezzo punto calmata in Italia, anzi -ogni giorno cresceva. I fatti di Ravenna avevano prodotto una grande -irritazione nelle città bizantine, soprattutto dell'Esarcato. Agnello -Ravennate, dopo aver descritto i giuochi atletici, le lotte sanguinose -e la fierezza de' suoi concittadini, narra che l'Imperatore assetato -ancora di vendetta, mandò colà nuovo esarca Giovanni Rizocopo. Questi, -arrivato a Roma quando il Papa era già partito per l'Oriente, fece -prendere e decapitare alcuni dignitari della Chiesa, e ciò fu causa -di un'altra violenta ribellione nell'Esarcato, in conseguenza della -quale, appena arrivato colà, il nuovo Esarca v'incontrò la morte. -Il popolo era corso alle armi, eleggendosi a proprio capo Giorgio, -il figlio di quel Giovanniccio che vedemmo trucidato dai Bizantini. -Egli divise la cittadinanza in dodici _bandi_ o compagnie armate, una -delle quali era composta del clero e de' suoi dipendenti, divisione -che un secolo dopo durava tuttavia a Ravenna. Giorgio arringò le -popolazioni con un linguaggio, che fa pensare a Cola di Rienzo. E -con Ravenna allora insorsero contro l'Impero le città di Sarsina, -Cervia, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza, Imola, Bologna, quasi -tutto l'Esarcato.[38] Questo è il primo esempio d'una confederazione -di città italiane, che appariscono a un tratto come già aventi una -propria personalità. E vero che il solo a parlarne è Agnello Ravennate, -scrittore ampolloso che visse un secolo dopo, il quale non dà nessun -altro particolare d'un fatto così importante, del quale perfino l'anno -rimane incerto fra il 710 ed il 711. Ma noi abbiamo già visto in -Paolo Diacono accenni alla importanza che andavano allora assumendo le -città italiane, e abbiamo visto anche de' segni precursori di questa -ribellione, che ben presto si ripeterà sotto altra forma. - -Giustiniano II non potè pensare a nuove vendette, perchè una seconda -rivoluzione, seguita a Costantinopoli, privò della vita lui ed il -figlio, proclamando imperatore Filippico (711-13), il quale pareva che -volesse conciliarsi col Papa. Egli rimandò a Ravenna l'Arcivescovo che -era stato crudelmente abbacinato, e che, appena tornato, fece ora atto -di sottomissione a Roma; mandò anche la testa di Giustiniano II, che -tutti corsero a vedere con feroce avidità. Ciò non ostante, ben presto -scoppiò da capo più viva che mai la discordia col Papa, perchè il nuovo -Imperatore, che era monatelita, volle radunare i vescovi monoteliti, -che dichiararono nulle le decisioni del sesto Concilio; il che sollevò -subito una tempesta in Roma, dove fu sdegnosamente respinta una tale -deliberazione. In S. Pietro e nelle altre chiese venne proibito il -ritratto dell'Imperatore eretico, ed il suo nome non fu pronunziato -nella messa; il popolo ne respinse gli editti, nè volle dar corso alle -monete d'oro colla sua immagine. Il Libro pontificale, narrando questa -nuova ribellione, menziona per la prima volta il _Ducatus Romanae -Urbis_; ricorda anche il suo _Dux_, e la parte presa dal _Populus -Romanus_ nei tumulti. Nobili, esercito e popolo si trovarono ora uniti -contro l'Imperatore, che voleva sostituire un nuovo Duca, di nome -Pietro, a quello designato dal suo predecessore. Ne nacquero violenti -tumulti, perchè una parte del popolo faceva a ciò aperta opposizione. -Il disordine era durato quasi un anno, quando il Papa si pose di mezzo -per calmarlo; e gli riuscì facilmente, perchè allora appunto giungeva -la notizia che l'Imperatore eretico era stato deposto ed accecato. Gli -era successo (713) Atanasio II, il quale, fatta dichiarazione della -sua fede ortodossa, mandò a Ravenna l'esarca Scolastico; ed i Romani -accettarono il duca Pietro, dopo che esso ebbe giurato di rinunziare -a far vendetta de' suoi oppositori. In Oriente seguirono ancora -alcuni anni di gran disordine, fino a che il 25 marzo 717 venne eletto -imperatore Leone III l'iconoclasta, col quale incomincia addirittura un -nuovo periodo storico. - - - - -CAPITOLO VIII - -Liutprando, Gregorio II e Leone III — La lotta per le immagini — -Liutprando ne profitta ed assale il Ducato romano — Il Papa si rivolge -la prima volta ai Franchi — Non potendo avere da essi aiuto, si -riavvicina ai Longobardi - - -Sulla scena del mondo appariscono ora tre grandi personaggi: -Liutprando, che sin dal 712 era salito sul trono dei Longobardi, e fu -il loro più gran re; Gregorio II, che fu eletto papa nel 715, e non -era punto indegno del glorioso nome che portava; Leone III proclamato -imperatore nel 717, il quale col suo celebre editto contro le immagini -(726) produsse una grandissima agitazione in tutto quanto l'Impero. - -Liutprando, valoroso, forte, intelligente, conquistatore e legislatore, -regnò anni 31; ma dovette cominciare collo sventare varie congiure -ordite contro di lui, e porne a morte gli autori. Il suo lavoro -legislativo dopo quello di Rotari fu il più importante, avendo egli, -fra il 713 e 735, pubblicato 153 leggi, in quindici assemblee, -d'accordo «coi Grandi, coi Giudici, con tutto il popolo», o come -dice altrove, d'accordo «cogl'illustri Ottimati e con tutti i nobili -longobardi.» In queste leggi visibile assai apparisce l'azione del -diritto canonico e della Chiesa; e Liutprando stesso dichiara d'averle -scritte per divina ispirazione e per avvicinarle sempre più alla -legge di Dio, qualche volta scrive anche, _quia Papa per epistolas -nos adhortavit_. Nella sua legislazione il carattere di primo re -longobardo cattolico apparisce più volte assai manifesto, specialmente -nei testamenti a vantaggio dell'anima, nel matrimonio riconosciuto come -sacra istituzione, nei privilegi accordati alla Chiesa, nell'invito a -guardarsi dagli eretici. Visibile ancora si scorge l'azione del diritto -romano in alcune disposizioni sul testamento e sui diritti successorii -delle donne. Assai chiara apparisce ancora una grande avversione ai -giudizi di Dio, ed una crescente premura a favore dei miseri contro -la oppressione dei regi ufficiali. Tutto questo non riesce però mai ad -alterare il carattere longobardo della legislazione, che rimane sempre -sostanzialmente intatto. - -L'imperatore Leone III, come abbiamo già detto, fu cagione d'una -grande agitazione negli affari generali del mondo. Egli dovette lottar -prima contro i Musulmani, che s'avanzarono nell'Africa, nella Spagna, -nella Provenza, e minacciavano la stessa Costantinopoli. Dopo averli -valorosamente combattuti per terra e per mare, riuscì non senza grave -fatica e pericolo a respingerli. Dovette inoltre reprimere parecchie -ribellioni, la più grave delle quali in Sicilia, dove si giunse -addirittura a proclamare un nuovo Imperatore. Non era appena domata -questa ribellione, che scoppiò la lotta per le immagini, la quale parve -mettere subito l'Oriente e l'Occidente, ma specialmente l'Italia, in -fiamme; e quest'agitazione venne anche più inasprita dal fatto che -papa Gregorio II non era uomo da lasciarsi intimidire nè piegare. -Egli s'era subito messo in attitudine di difesa contro i Longobardi, -fortificando le mura di Roma. Liutprando però, che era fervente -cattolico, si dimostrò verso di lui assai rispettoso; confermò la -restituzione da Ariberto II già fatta delle terre usurpate alla Chiesa -nelle Alpi Cozie. La ricostruzione avvenuta circa il 719 del Monastero -di Montecassino, più di un secolo prima distrutto dai Longobardi, era -un'altra prova del loro mutamento religioso. - -La lotta per le immagini divampò con una singolare rapidità, avendo -essa trovato il terreno già apparecchiato. Per sfortuna la cronologia -dei fatti allora seguiti è disperatamente intricata ed oscura. E di ciò -gli scrittori ecclesiastici profittarono, per giustificare sempre ed in -tutto la condotta del Papa, cercando di dar carattere religioso anche a -quei suoi atti, che precedettero la lotta e movevano solo da interessi -politici. Così la storia di questo periodo riesce ne' suoi particolari -assai confusa. Sembra certo che non molto prima che fosse cominciata la -lotta, Liutprando, profittando delle difficili condizioni dell'Impero, -si fosse avanzato verso Ravenna, impadronendosi di Classe. Pure d'un -avvenimento così importante non si trovano notate nè le cagioni, nè le -conseguenze: resta perciò come isolato ed inesplicabile. Circa l'anno -717 o 718 il duca di Benevento, Romualdo II, s'era impadronito di Cuma -città fortificata, che dominava l'unica comunicazione rimasta libera -fra Napoli e Roma. Il Papa cercò d'allontanare il pericolo, dando aiuto -di consiglio e di danaro a Giovanni I duca di Napoli, il quale infatti -con un assalto improvviso ripigliava quella città, dopo avere ucciso -300 Longobardi, ed averne presi prigionieri 500. Oltre di ciò, prima -che la lotta delle immagini cominciasse, troviamo pure che l'Imperatore -ordinò all'Esarca d'imporre nuove tasse in Italia, senza esentarne i -beni ecclesiastici, anzi impadronendosi, ove occorresse, dei tesori -delle chiese. È possibile che ciò avvenisse in parte per avversione -al Papa, ma senza dubbio anche pel bisogno che c'era di danaro a -continuare la guerra contro i Musulmani. Certo è però che il Papa -ritenne siffatta deliberazione come un'ingiuria da non sopportarsi, -e ordinò ai suoi dipendenti di non pagare, dando un esempio assai -contagioso, che provocava la rivolta. - -L'Esarca ne fu quindi oltremodo indignato, ed ebbe così origine -un'aspra lotta fra lui ed il Papa, contro la vita del quale scoppiò -in Roma una congiura, non si sa bene se promossa dall'Esarca, o da -coloro che così operando speravano di renderselo amico. Si dice che -anche il duca di Roma, Marino, la secondasse, e che parte non piccola -v'avessero i nobili della Città e i dignitari stessi della Chiesa. La -leggenda aggiunge che il Duca venne a un tratto miracolosamente colpito -da paralisi, per il che si dovette ritirare da Roma, e la tenebrosa -impresa andò a vuoto. Se non che allora appunto arrivava in Italia il -nuovo esarca Paolo, ed i cospiratori ne presero animo; ma il popolo -romano insorse, facendo man bassa su di essi. Il cartulario Giordanes -ed il suddiacono Giovanni furono uccisi; un duca Basilio venne -costretto a farsi monaco. L'esarca Paolo allora, più che mai irritato, -mandò a Roma un esercito con ordine di deporre il Pontefice, e condurlo -via. I Romani però corsero alle armi, ed aiutati anche dai Longobardi -di Spoleto e di Benevento, occuparono il ponte sul fiume Anio, e -respinsero i soldati dell'Esarca. Questi sono i fatti che, secondo -alcuni scrittori, precedettero la lotta per le immagini, secondo altri -invece non furono che episodi di essa. È molto probabile che fossero -come i prodromi politici della lotta religiosa, cui apparecchiarono -il terreno, rendendola anche più aspra. Certo è che una grandissima -irritazione dovette produrre nell'animo dell'Imperatore il vedersi -avversato dal Papa in Italia, nel momento in cui assai gravi pericoli -in Oriente minacciavano lui e la Cristianità. Ed è anche la ragione -per la quale gli scrittori ecclesiastici inclinano a far seguire tutti -questi fatti più tardi, ed a presentarli come episodi della lotta -religiosa, giustificando così pienamente la condotta del Papa. - -Comunque sia, certo è che solo nel 726 Leone III pubblicò il suo -celebre editto contro il culto delle immagini. La dottrina iconoclasta -si connetteva strettamente colle dispute monotelite e monofisite; -era una conseguenza anch'essa di quello spirito orientale sempre in -opposizione coll'Occidente, e veniva secondata da ragioni politiche. Il -rapido avanzarsi dei Musulmani era apparecchiato e promosso dal largo -diffondersi dell'Islamismo, il quale, lo abbiamo già detto, trovava -favore in alcune popolazioni dell'Oriente ed in quelle dell'Africa -settentrionale, perchè si presentava come uno schietto monoteismo senza -dispute sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, senza il -culto dei santi. Col suo editto l'Imperatore, anche se non lo faceva a -disegno, dava una qualche soddisfazione a queste tendenze dello spirito -orientale, e non s'allontanava punto dal Cristianesimo. - -Il culto delle immagini, grandemente favorito dalla natura delle -popolazioni meridionali dell'Occidente, traeva la sua origine dal -Paganesimo. L'esagerazione cui si giunse col venerare non solo le -immagini visibili di Dio, di Gesù, della Vergine, dei santi, ma il -segno della croce, le reliquie d'ogni sorta, era stata ben presto -biasimata dai più autorevoli Padri della Chiesa. Ciò non ostante quel -culto divenne parte integrante della religione cattolica, bisogno -ardente delle popolazioni italiane. Il contrasto scoppiò quindi con -una violenza simile a quella che si vide più tardi, ai tempi della -Riforma. L'Imperatore ordinò che venissero tolte dalle chiese, o -distrutte, le immagini, imponendo al Papa di riconoscere il suo editto -sotto minaccia di deposizione. Ed il Papa, senza esitare, lo accettò -invece come una dichiarazione di guerra, ordinando che l'editto -imperiale fosse ritenuto nullo addirittura. La distruzione di alcune -celebri immagini credute miracolose portò al colmo lo sdegno delle -popolazioni. A Roma, a Ravenna, nella Pentapoli, nell'Istria esse -corsero alle armi, eleggendosi propri duchi. Ben presto anche Venezia -insorse a favore del Papa. A Ravenna vi fu per un momento pericolo di -guerra civile, essendovi un partito imperiale, che sembrava favorito -dall'arcivescovo Giovanni, il quale cercava profittar del disordine -per rendersi indipendente da Roma. Ma ben presto vinsero anche colà -i fautori del Papa; l'Arcivescovo fu bandito, e l'esarca Paolo, -dichiarato scomunicato, venne ucciso. A Roma il duca Pietro, che era -sospettato d'accordo con Costantinopoli, fu accecato. Si parla anche -di un duca Esilarato[39] nel Napoletano, il quale, essendosi opposto -al Papa, sarebbe stato nella Campagna ucciso dai Romani insieme col -figlio. Tutto questo seguì circa il 726 o 27, ed è un'altra prova -dell'autonomia che andavano sempre più assumendo le città bizantine -dell'Italia. A Roma, insieme col Ducato e col Duca, andava acquistando -sempre maggiore importanza l'_Exercitus Romanus_, di cui erano capi i -nobili, che incominciavano addirittura a governare la Città. - -Come era assai naturale, Liutprando cercava profittare d'un tale -stato di cose, per impadronirsi più che poteva dell'Italia; e già -molte città dell'Emilia e della Pentapoli si arrendevano a lui senza -resistenza. Prese anche Sutri, a trenta miglia da Roma; ma ben presto -la restituì alla Chiesa, cui apparteneva, e con la quale non voleva -mettersi ora in aperta lotta. Il Papa allora capiva bene, che l'aumento -della potenza dei Longobardi era a lui più che ad altri pericolosa. -Se infatti si fossero impadroniti di tutta Italia, egli sarebbe -divenuto come un vescovo del loro Re, assai più vicino, e quindi più -incomodo ed oppressivo dell'Imperatore. A tutto ciò s'aggiungeva che -i Romani, sempre più desiderosi di assicurare la loro indipendenza, -erano avversissimi ai Longobardi, dai quali la vedevano minacciata. -Essa in verità era pel Papa un vantaggio ed un pericolo nello stesso -tempo, non convenendo a lui di trovarsi senza difesa in mezzo ad una -popolazione armata ed assai spesso in ribellione. Tutto compreso, -egli doveva quindi preferire che Longobardi ed Impero si tenessero -in equilibrio fra loro, senza che nessuno dei due fosse interamente -vincitore, perchè così avrebbe potuto più facilmente tenere a freno i -Romani. Noi lo vediamo infatti adoperarsi ora a sedare la ribellione -stessa che aveva provocata. E quando le popolazioni insorte volevano -addirittura eleggere un nuovo Imperatore, egli vi si oppose con tutta -la sua autorità, esortandole a rispettare il legittimo signore, che -forse, egli diceva, avrebbe finito col tornare alla vera fede, senza -che l'Italia rompesse i legami con l'Impero, sempre necessario alla -salute del mondo. - -Era questa una posizione equivoca ed intricata, che apparve tale anche -più quando nel 727 giunse in Italia il nuovo esarca Eutichio. Il Papa, -sebbene fosse in lotta coll'Imperatore, aveva certo compiuto verso di -lui un atto amichevole, adoperandosi a sedar la ribellione; ma egli -era nello stesso tempo in buoni termini con Liutprando, che gli aveva -reso Sutri, e questa sua amicizia non poteva in nessun modo piacere -ai Bizantini, dei quali Liutprando andava occupando le terre. E però -l'Esarca non si astenne punto dall'avversare il Papa, contro il quale -mandava anzi un suo inviato a cospirare, tanto che le popolazioni, -essendosene accorte, volevano metterlo a morte. Ed anche ora il Papa -dovette intervenire, per salvargli la vita. L'Esarca allora, mutato -animo, s'avvicinò a Liutprando, secondandolo nel desiderio che aveva di -sottomettere alla propria autorità i Duchi di Spoleto (Trasamundo II) -e di Benevento (Farovaldo), i quali giurarono allora fedeltà al Re, cui -dettero ostaggi. Poco dopo Esarca e Longobardi si trovavano minacciosi -sotto le mura di Roma. Ma Gregorio II, senza punto sgomentarsi, -valendosi della sua grande autorità religiosa, uscito dalle mura, andò -prima incontro al Re, che condusse in Città dinanzi all'altare di S. -Pietro, dove esso, in segno d'ossequio, depose la corona, la spada ed -il manto; e dopo di ciò il Papa fece accordo anche coll'Esarca. Erano -però accordi passeggeri ed effimeri. - -Il dì 11 febbraio 731 Gregorio II moriva, e gli succedeva Gregorio -III (731-41), che pareva volesse avversare i Longobardi e favorire -l'Imperatore; ma quando radunò il Concilio (731), che dichiarò esclusi -dalla Chiesa i nemici delle immagini, la rottura con Costantinopoli -fu da capo inevitabile, e la lotta s'andò sempre più inasprendo. -L'Imperatore infatti aggravò le tasse in Italia, massime nella -Calabria[40] e nella Sicilia, dove erano vasti possessi della Chiesa. -E questo par che fosse anche il momento in cui le chiese di quelle -province furono unite al patriarcato di Costantinopoli, separandole da -Roma, il che fu causa che l'Italia meridionale rimanesse lungamente -grecizzata.[41] Fu però l'ultimo colpo recato alla Chiesa di Roma -dall'Impero, ormai occupato sempre più nella lotta contro i Musulmani, -e lacerato dalle civili discordie. Intanto il Papa si trovava senza -aiuto esposto alle minacce dei Longobardi. - -Era questo un periodo di grande trasformazione, di continua mutabilità -e di crisi profonda così per l'Italia come pel Papato. Da una parte -le minacce dei Longobardi lo spingevano verso l'Imperatore; da -un'altra questi era lontano, occupato, impotente a dare aiuto; ed -anche quando avesse potuto darlo, la disputa delle immagini avrebbe -resa vana ogni speranza d'accordo. Tale fu la ragione per la quale -i Papi, con quell'accortezza politica che loro non mancò mai, con -uno sguardo veramente profetico, cominciarono fin d'ora a volgere -la loro attenzione verso i Franchi. Già da un pezzo convertiti al -Cattolicismo, e sempre più potenti, questi erano divenuti strenui -difensori della Chiesa e della religione cattolica. Essi combattevano -ora valorosamente contro i Musulmani, che dall'Africa, per la -Spagna, erano penetrati minacciosi in Francia; e come vedremo, li -ricacciarono al di là dei Pirenei. Nel volgere lo sguardo ai Franchi, -già balenava nella mente dei Papi il concetto d'un nuovo ordinamento -politico del mondo, tale che li liberasse dalla continua minaccia -dei Longobardi, senza farli cadere in balìa dei Bizantini, che nel -momento del pericolo li abbandonavano, per volerli poi opprimere quando -il pericolo si dileguava. Intanto tutto era disordine e confusione, -tutto continuamente mutava; non era quindi possibile seguire nessun -disegno prestabilito e determinato: dominava il caso, bisognava perciò -aspettare che venisse un momento opportuno. - -Ravenna si trovava in mano dei Longobardi, senza che si possa saper con -precisione come e quando ciò avvenisse. Troviamo alcune lettere di papa -Gregorio III (che altri vorrebbe attribuire al suo predecessore), nelle -quali verso il 734 egli scriveva al doge di Venezia Orso e ad Antonino -patriarca di Grado, invitandoli ad andare coi Veneti e coll'esarca -Eutichio (727-50), che s'era allora rifugiato presso di loro, a -ripigliare per l'Impero la capitale dell'Esarcato, levandola di mano -ai Longobardi. Il Doge, accettato l'invito, mosse insieme coll'Esarca -all'assalto, questi dalla parte di terra, quegli dal mare, sbarcando le -sue genti. Ravenna fu presa; Ildeprando, nipote di Liutprando, fu fatto -prigioniero; il duca Peredeo venne ucciso. Un tal fatto, per quanto -sia ne' suoi particolari oscuro, ci dimostra che Venezia era ornai già -costituita poco meno che a Stato indipendente; e ci fa anche vedere -qual mutabile, vertiginosa politica seguissero allora i Longobardi, il -Papa e l'Imperatore. Ognuno di essi voleva assicurarsi il predominio -in Italia a danno degli altri, e quindi s'univa ora a questo ora a -quello, mutando di continuo, per non render troppo potente nessuno -dei due rivali. Quando i Longobardi minacciavano di prevalere, il Papa -s'avvicinò all'Impero; ma la discordia con questo ricominciò subito, ed -allora il Papa favorì da capo Liutprando, che ne profittò, come abbiamo -già visto, per estendere la sua potenza in Italia, e sottomettere -alla sua autorità Benevento e Spoleto. Il Papa che si sentiva allora -come stretto in un cerchio di ferro, e vedeva i Romani minacciar di -correre alle armi, mutò di nuovo la sua condotta, aiutando i due Duchi -contro il Re. Le relazioni di Roma con Spoleto e Benevento hanno quindi -una grande importanza; sono quelle che costituiscono, determinano -ora il carattere predominante della politica italiana. Trasimondo di -Spoleto, che poco prima s'era, come il duca di Benevento, sottomesso a -Liutprando, lasciandogli ostaggi, si ribellò, e Liutprando lo assaliva, -obbligandolo a fuggirsene in Roma. Avrebbe voluto che il Papa ed i -Romani glielo dessero nelle mani; ma essi ricusaron di ciò fare, ed -il Re decise d'avanzarsi subito oltre il confine, occupando quattro -castelli del Ducato romano. - -Fu questo il momento in cui Gregorio III scrisse la prima lettera che -ci sia pervenuta fra quelle dirette a Carlo Martello, colui che seppe -davvero consolidare la dinastia franca dei Carolingi. Gli chiedeva -aiuto contro i Longobardi, i quali avevano osato devastare perfino -la chiesa di S. Pietro, che allora era fuori delle mura di Roma. Il -momento era assai male scelto, perchè Carlo Martello si trovava allora -occupato nella guerra contro gli Arabi, ed aveva chiesto l'aiuto di -Liutprando, che si mosse subito verso il nord. Ma se Carlo non potè -allora venire a difendere la Chiesa contro Liutprando, contribuì pure -indirettamente a farlo allontanare da Roma. Il Papa ne profittava -subito per aiutar Trasimondo a ripigliare il suo Stato; ed egli -l'occupò con la promessa, che poi non mantenne, di riconquistare e -restituire a lui le terre del Ducato romano indebitamente usurpate da -Liutprando. Questi, quando fu giunto nell'Italia superiore, seppe che -la guerra contro gli Arabi era in Francia finita, e si diresse allora -verso Ravenna, saccheggiando le terre che erano proprietà della Chiesa. -Traversata la Pentapoli, tornò di nuovo nello Spoletino, di dove, -nonostante la valida resistenza delle popolazioni, penetrò nel Ducato -romano (740), facendo man bassa sugli armenti, sulle terre, sulle -masserizie appartenenti alla Chiesa. - -Gregorio III scriveva allora un'altra lettera a Carlo Martello, -chiedendogli che mandasse in Roma i suoi messi a vedere coi loro occhi -quale era lo stato vero delle cose. Non abbandonasse, egli diceva, la -Chiesa per l'amicizia dei nefandissimi Longobardi. I duchi di Spoleto -e di Benevento meritavano di essere da lui favoriti contro Liutprando, -il quale li perseguitava solo perchè amici del Papa. E concludeva -ricordando la precedente lettera, mandata con una solenne ambasceria, -che gli aveva portato le chiavi d'oro della tomba di S. Pietro. Queste -erano una preziosa reliquia, perchè si poneva in esse la limatura delle -catene del Santo. Ma neppure adesso Carlo Martello si trovava in grado -di poter soccorrere efficacemente il Papa, il quale era scontentissimo -anche perchè Trasimondo non gli aveva mantenute le promesse fatte. -Pareva perciò che volesse per disperazione avvicinarsi di nuovo a -Liutprando, quando il 10 dicembre 741 cessò di vivere. Due mesi prima -(22 ottobre) era morto Carlo Martello, lasciando la Francia divisa -fra i due figli Carlomanno e Pipino. L'anno precedente (18 giugno) era -morto l'imperatore Leone III. E così in breve tempo scomparivano dalla -scena la più parte di coloro che l'avevano occupata. Restava ancora, ma -per breve tempo, Liutprando. - -Quando dopo soli quattro giorni di sede vacante venne eletto papa -Zaccaria (741-52), greco e perciò amico dell'Impero, egli aveva poco -da temere per parte dei Franchi o di Costantinopoli; doveva invece -pensar seriamente ai Longobardi. La sua pronta consacrazione è assai -notevole, perchè la brevità del tempo fu tale, che bisogna supporre -che l'approvazione venisse dall'Esarca per mezzo del duca di Roma, -o direttamente da questo. Sin dal 739 duca di Roma era Stefano, il -quale portava anche il titolo di patrizio, cosa fino allora insolita. -Si può quindi ritenere che, come altrove, così anche il Ducato romano -s'andasse separando dall'Esarcato, e divenisse quasi indipendente, -riconoscendo però sempre la suprema autorità dell'Imperatore. Certo -Roma appariva ogni giorno più una città autonoma, ed il suo territorio, -che formava il Ducato ed abbracciava su per giù tutto il cosiddetto -Patrimonio di S. Pietro, partecipava della medesima indipendenza. Essa -aveva, come vedemmo, un proprio esercito, comandato dal Duca, e sotto -di lui dai nobili, che la governavano. Grande v'era però sempre la -papale autorità; e tutto ciò dette nel Medio Evo una speciale fisonomia -a questo che divenne poi il Municipio romano. Venezia e Napoli -s'andarono anch'esse, in un modo o l'altro, separando dall'Esarcato, il -cui antico carattere perciò sempre più scompariva. - -Il Papa non poteva adesso far altro che cercare d'avvicinarsi a -Liutprando, per non averlo nemico, e tentar di riavere le terre -usurpate, che infatti gli furono rese. Trasimondo allora, abbandonato -a sè stesso, dovè prendere la tonsura e allontanarsi da Spoleto, dove -Liutprando pose un suo nipote. Anche a Benevento pose come nuovo -duca Gisulfo II (732), che aveva educato presso di sè a Pavia, ed -era figlio di Romualdo II. Concluse poi una pace direttamente col -duca di Roma, il che dimostra sempre più la importanza politica che -questi andava prendendo. Liutprando si trovava ora direttamente o -indirettamente padrone di una grandissima parte d'Italia, senza dover -temere nè dell'Impero, nè dei Franchi, travagliati ambedue da interne -dissensioni. Sarebbe stato quindi il momento opportuno per cercar -di riunire la Penisola sotto il suo dominio, cacciandone affatto i -Bizantini, annettendosi interamente i ducati di Benevento e di Spoleto, -frenando il Papa, sopprimendo tutte le tendenze crescenti di autonomie -locali. Ma neppur lui era un vero uomo di Stato, capace di prendere -a guida costante della sua vita politica un grande concetto. Oltre di -che si trovava già innanzi cogli anni e malato. Pareva ora che volesse -occupare Ravenna, ma si lasciò dissuadere dal Papa, e nel gennaio del -744 cessò di vivere, lasciando erede suo nipote Ildeprando, che era -assai mal veduto e dovette ben presto abbandonare il potere. - - - - -CAPITOLO IX - -Venezia e Napoli - - -L'Esarcato come abbiamo già visto s'era andato rapidamente -decomponendo; ormai non esisteva che di nome, era poco più che un -Ducato come gli altri. Già Roma s'era costituita in una specie di -repubblica col suo esercito, che più di una volta, senza esitare, -aveva combattuto contro di esso, da cui anche l'Italia bizantina del -sud s'andava staccando. I tumulti avvenuti a Ravenna e nella Pentapoli -avevano naturalmente reso sempre più vivo il sentimento d'indipendenza. -Prima e più di tutti s'era avviata per questa via Venezia, grandemente -favorita dalla sua posizione geografica. Noi abbiamo già visto che fin -dai tempi di Teodorico Cassiodoro scriveva, in nome del suo sovrano, -ai Tribuni veneti; e dalla sua lettera apparisce che nelle isole -della laguna s'era già formata una popolazione ardita e navigatrice, -che viveva in uno stato di semi-indipendenza, con Tribuni nelle varie -isole, le quali assai probabilmente erano fra loro già confederate. -Certo Venezia era allora in qualche modo dipendente dai Goti; e quando -Belisario e Narsete s'impadronirono dell'Italia, anch'essa venne -naturalmente sotto il dominio bizantino, e vi sarebbe per lungo tempo -restata, se non fossero più tardi sopravvenuti i Longobardi. A questi -il possedimento di Venezia poteva essere di una grandissima utilità, -e quindi, per impedire che cadesse nelle mani dei loro avversari, i -Bizantini cercarono sempre di contentarla, lasciandole una qualche -indipendenza. Nel 580 il patriarca d'Aquileja, stanco della dura -oppressione esercitata colà dai Longobardi, se ne fuggì a Grado, il che -dette ai Veneti anche un proprio capo ecclesiastico. I Longobardi ne -furono scontentissimi, e Liutprando chiese allora ed ottenne dal Papa, -che il vescovo di Cividale venisse trasferito in Aquileja, mutandolo -in Patriarca. Ma quando egli pretese, che da questo nuovo Patriarca -dipendesse anche quello di Grado, i Veneti vi si opposero, ed il Papa -li contentò; per il che i Longobardi dovettero accorgersi, che se -erano stati soddisfatti nella forma, nulla avevano ottenuto quanto alla -sostanza. Così Venezia restò politicamente ed ecclesiasticamente libera -da essi, governata invece da Costantinopoli, per mezzo di Tribuni -eletti dal popolo, e confermati dall'Imperatore. Questi Tribuni erano -probabilmente dodici quante le isole, e si trovavano anche in altre -città bizantine dell'Italia centrale e meridionale, come Napoli, Gaeta, -Rimini, ed anche nella Pentapoli. Già la Prammatica sanzione voleva che -i _Judices_ delle province (_Tribuni_, _Duces_, _Praesides_) fossero -eletti dai Vescovi e dai più ragguardevoli personaggi fra gli abitanti -del territorio che dovevano amministrare. Essi venivano confermati in -nome dell'Imperatore. - -Coll'andar del tempo, le continue insurrezioni degli Slavi da una -parte e dei Longobardi dall'altra fecero sentire il bisogno d'una -maggiore unità di governo, per poter fare una più energica difesa; -e si pensò quindi alla creazione di un Doge. Secondo le norme allora -prevalenti, l'Esarca avrebbe dovuto invitare i vescovi ed i notabili -a farne la elezione. Ma il cronista Dandolo ci narra invece che nel -697 s'adunò il popolo col patriarca di Grado, coi vescovi, i notabili, -i tribuni, i quali elessero Paoluccio, uomo «egregio ed onorevole», o -sia nobile. Questo Doge non pare che avesse allora il potere militare, -che, secondo la Prammatica sanzione, doveva esser diviso dal civile, ed -era rappresentato dal _Magister Militum_. Il Doge convocava il popolo, -nominava i tribuni e giudici perchè rendessero giustizia al popolo ed -al clero, escluse naturalmente le cause ecclesiastiche, per le quali -v'era un Foro speciale, da cui si appellava al Doge. Questi, secondo -le consuetudini bizantine, convocava anche i Sinodi, invitandoli ad -eleggere i vescovi, che da lui ricevevano l'investitura. Pare che la -sua elezione venisse allora confermata dall'Imperatore, e che a tutti -gli uffici fossero dal popolo eletti i nobili. Morto Paoluccio nel 717, -gli successe Marcello, stato prima Maestro dei militi, che governò -nove anni, dopo dei quali gli successe Orso. E fu sotto il costui -dogato che Liutprando, profittando della lotta per le immagini, prese -Ravenna, di dove l'esarca Eutichio fuggì a Venezia. Colà pervennero le -lettere del Papa, che invitarono il doge Orso ed il patriarca Antonino -a riprendere la capitale dell'Esarcato, per ristabilirvi l'Esarca, -il che fu fatto; e dimostra l'autonomia e la forza che la città della -laguna aveva sin d'allora già acquistata. Nel 737 il doge Orso venne -ucciso in conseguenza d'una guerra civile scoppiata fra il partito -nazionale, alla cui testa egli si trovava, ed il partito che voleva -una maggiore dipendenza da Costantinopoli, e che ebbe un temporaneo -sopravvento. Allora per cinque anni (737-41), invece del Doge a vita, -fu eletto un Maestro dei militi, il quale durava solo un anno come -i Tribuni. Ma verso la fine del 741 una nuova rivoluzione depose ed -accecò il Maestro dei militi Giovanni, e ripristinò l'ufficio del -Doge (742) nella persona di Diodato, figlio di Orso. Il quale, essendo -avverso al partito imperiale, s'appoggiò invece ai Longobardi, e cadde -quando questi furono sconfitti dai Franchi. La grande lotta tra i -Franchi ed i Longobardi, che fu provocata dai Papi per assicurare la -propria indipendenza, ed aprirsi la via al potere temporale, rese, -come vedremo, inevitabile la caduta dei primi, favorì la potenza dei -secondi, e più tardi anche l'autonomia municipale delle città. - -Assai diversa da quella di Venezia è la storia del ducato di Napoli, -dove il popolo, diviso probabilmente in _Scholae_ come in altre città -bizantine dell'Italia, era del pari governato dagli _Optimates_. -L'antica Curia municipale v'era affatto decaduta, e nella Campania, -cui la città di Napoli apparteneva, comandava un Giudice o capo della -provincia, alla dipendenza del Prefetto, mandato dall'Imperatore in -Italia. La Prammatica sanzione v'accrebbe assai il potere civile dei -Vescovi, e sotto la loro sorveglianza veniva eletto il Giudice fra -coloro che erano nati nel territorio. Dopo il 638, vediamo che invece -del Giudice governava il Vescovo, accanto al quale si trovava un capo -militare, Duca o Maestro dei militi. Dapprima erano due magistrati -diversi, ma poi si fusero in uno, che governò quello che fu chiamato -il ducato di Napoli. Il Duca era inviato dall'Imperatore a comandare -l'esercito, o più veramente il popolo armato della città, ed aveva a -sua dipendenza conti e tribuni, che erano a capo dei vari presidii del -territorio. Così Napoli potè non senza gloria resistere ai Longobardi, -a quelli soprattutto di Benevento e di Spoleto, salvando la propria -indipendenza, che andò sempre crescendo. - -Ai tempi di Gregorio I troviamo che la città non aveva nè un Duca nè -un Maestro dei Militi, di che il Papa moveva lamento all'Imperatore, -pregandolo che provvedesse. Ma quando vide che non si otteneva nulla, -mandò egli un Tribuno, eccitando il popolo alla difesa; e ciò gli dette -una grande autorità su tutto il Ducato, che restò per qualche tempo -sotto la sorveglianza del Papa. Questi infatti s'occupò lungamente a -frenare la corruzione dei Vescovi della città, a difendere i Decurioni -e i cittadini dalle oppressioni fiscali degli agenti imperiali. Circa -il 661, venuto l'imperatore Costante in Italia, dette nuova forma -al Ducato, per formarvi un nucleo di più forte resistenza contro i -Longobardi. E d'allora in poi noi vediamo che Napoli resiste sempre -più energicamente contro di essi, contro i Musulmani, e più tardi anche -contro i Normanni, ai quali dovè finalmente soccombere. Il nuovo Duca, -a cui si dette pure il nome di Console o Maestro dei militi, fu assai -diverso dell'antico, col quale ebbe in comune poco più che il nome. Non -sappiamo però con precisione quali fossero le sue vere attribuzioni. -Eletto dal popolo di cui faceva parte, comandava l'esercito, ed in -lui, con l'antico Duca e l'antico Maestro dei militi, s'era fuso anche -l'antico Giudice, assumendo, al pari dell'Esarca, l'autorità civile -e la militare. Non sappiamo neppure quali erano esattamente i confini -geografici di questo Ducato, che da principio almeno dovette estendersi -a quasi tutta l'antica Campania, e quindi contenere anche Amalfi e -Gaeta, che più tardi se ne staccarono. Certo è che il ducato di Napoli -formò parte integrante dell'Impero e dell'amministrazione imperiale. -La sua lingua ufficiale era la greca, e sulle monete, da una parte -v'era l'immagine dell'Imperatore col suo nome in greco, dall'altra -il nome della città anch'esso in greco. Dopo la morte di Costante, -gl'Imperatori cominciarono a trascurare l'Italia continentale, -specialmente la meridionale, della quale non potevano occuparsi coloro -che erano mandati a governare la Sicilia, perchè dovevano pensare a -difender questa dai Musulmani, che di continuo l'assalivano. Il ducato -di Napoli, abbandonato allora a sè stesso, dovè fare assegnamento sulle -sole sue forze, e vivere combattendo, tanto che prese anche il nome -di _Milizia_ o _Milizia dei Romani_ o anche _Milizia dei Napoletani_. -Lentamente s'andò sempre più staccando dall'Impero, per arrivare -a reggersi addirittura come uno Stato autonomo. E fino al 764 ebbe -tredici Duchi, che restarono in ufficio durante periodi diversissimi di -tempo, tanto da far credere che fossero eletti a vita. - -Molte e varie furono le vicende del Ducato. Dapprima, ai tempi di -Gregorio I, l'abbiam visto sotto la preponderanza del Papa; più tardi -lo vedemmo aggregato all'Impero, cui rimase unito anche durante la -lotta per le immagini, non pigliando parte veruna alla ribellione -di Ravenna e della Pentapoli; finalmente cominciò a staccarsi -dall'Impero, da cui il duca Stefano II, eletto nel 755, lo separò -affatto, rendendolo indipendente, avvicinandolo di nuovo a Roma. -Allora la lingua ufficiale non fu più la greca, ma la latina; e nelle -monete più comunemente in uso, all'immagine dell'Imperatore venne -sostituita quella di S. Gennaro, che fu simbolo d'indipendenza. Il suo -nome fu scritto in latino, e sul rovescio, al nome greco della città -si sostituì quello del Duca, anch'esso in latino; sopra altre monete -però, e sugli atti pubblici continuò a porsi il nome dell'Imperatore. -Ma i duchi, oramai indipendenti, fanno la guerra e la pace, -concludono trattati in proprio nome. In questo mezzo Stefano II s'era -siffattamente avvicinato alla Chiesa, che, restato vedovo con figli, -dopo che nel 766 era morto il vescovo di Napoli, venne egli nominato -vescovo, ed ebbe a Roma la tonsura, continuando a governare insieme col -figlio Gregorio II, che gli successe, e fu duca per 27 anni e sei mesi. -Con lui il Ducato cominciò a divenire, in parte almeno, ereditario. - - - - -LIBRO QUARTO - -I FRANCHI E LA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO - - - - -CAPITOLO I - -I Merovingi e l'origine dei Carolingi - - -Da un pezzo i Franchi s'avanzavano nella Gallia pigliando una -posizione sempre più importante. La loro forza diverrà fra non molto -preponderante in tutta l'Europa, ed essi conquisteranno anche l'Italia, -iniziando addirittura un'epoca nuova. È quindi necessario gettare -un rapido sguardo alla loro storia. I Franchi erano una riunione di -molte e diverse tribù germaniche, che abitavano la sponda destra del -Reno. Dapprima cominciarono a filtrare lentamente nell'Impero: se ne -trovavano nell'esercito, negli agricoltori, fra gli schiavi. Quando -Stilicone, per poter combattere Alarico, richiamò in Italia le legioni, -che erano a guardia del Reno, i Franchi, al pari di altre popolazioni -germaniche, passarono il fiume in grandi masse (406). Non fecero -però, come i Goti, i Vandali ed i Longobardi, una rapida emigrazione, -trasferendosi d'una regione in un'altra, lungi dal proprio paese. -S'avanzarono invece lentamente, conquistando a poco a poco la Gallia, -senza mai staccarsi affatto dalla Germania, dalla quale riceverono -sempre alimento ed aiuto di nuove genti. Serbarono quindi, dentro -l'Impero, più a lungo i loro costumi e le loro istituzioni, come ad -esempio la proprietà collettiva. E i Romani, coi quali si trovarono -a contatto, fecero altrettanto colle loro leggi ed istituzioni. -Nella Gallia infatti, più che altrove, vediamo persistere la Curia -municipale. La fusione dei due popoli fu assai meno rapida, ma anche -meno violenta e più organica. Non pare che i Franchi pigliassero, -come gli altri barbari, un terzo o più delle terre dei vinti. Grandi -proprietari romani si trovano accanto a grandi proprietari franchi; -ed i Romani sono ammessi agli uffici, non sono esclusi neppure -dall'esercito. Unica differenza notevole, che sin dal principio si -notasse fra di loro, era nel guidrigildo, quello che si pagava per la -uccisione d'un Franco, essendo doppio di quello pagato perla uccisione -d'un Romano. - -L'essere, come dicemmo, i Franchi una federazione di varie tribù, portò -per conseguenza che ben presto si trovarono, con consuetudini e costumi -diversi, divisi in Salici e Ripuari, i quali si suddivisero formando -vari regni, che di continuo combatterono aspramente fra di loro, -ritardando il progresso nazionale. Ogni volta che sorgeva fra di essi -un principe di genio politico e militare, venivano riuniti in un regno -solo, per dividersi di nuovo alla sua morte. E così continuò per più -secoli la loro storia fino a che Carlo Magno riuscì per breve tempo a -sottoporre quasi tutta l'Europa al suo scettro. - -Il primo che seppe riunire i Franchi fu Clodoveo, col quale s'iniziò la -dinastia dei Merovingi. Capo d'una tribù salica, egli successe al padre -nel 481; riuscì, mediante il suo ingegno ed il suo valore, ad unire -Salici e Ripuari, e fu ritenuto come il fondatore della monarchia. Ma -pur troppo fu anche un uomo senza scrupoli, che per ottenere il suo -intento, si coprì d'ogni più crudele delitto contro alleati e contro -parenti, ricorrendo al tradimento ed al sangue, per mezzo di sicari o -colle stesse sue mani. La lunga serie di crudeli delitti, attribuiti -a lui ed ai suoi successori, fu tale da far credere che siano stati -molto esagerati dalla leggenda; ma per quanto se ne levi, resta pur -sempre tanto da doverne raccapricciare. Questi delitti uniti a grandi -dissolutezze contribuirono finalmente ad indebolire la dinastia per -modo da renderne inevitabile la caduta. Tra i fatti che nella vita -di Clodoveo più agevolarono la costituzione della monarchia, furono -le guerre contro gli Alamanni, e la sua conversione al cattolicismo, -invece che all'arianesimo, come avevano fatto gli altri barbari. -La guerra alamanna ebbe una grande importanza storica, perchè con -essa cominciò quella reazione dell'Occidente contro l'Oriente, che -fu continuata dopo di lui, e pose fine alle grandi migrazioni dei -popoli germanici. La conversione al cattolicismo, della quale durante -la stessa guerra egli aveva fatto voto a Dio, se gli concedeva la -vittoria, iniziò la conversione del suo popolo. E la monarchia ne -ebbe subito il favore della Chiesa romana, che, per mezzo de' suoi -vescovi, era organizzata ben più fortemente dell'ariana. I Franchi così -divennero il popolo eletto da Dio a difesa del Papa e della religione, -il che agevolò anche la loro fusione coi Romani. Ed è singolare davvero -il notare come sin d'ora apparisca chiaro nella mente degli uomini -il futuro destino di questo popolo. Gregorio di Tours che scrisse -poco dopo, nel narrare i continui delitti del Re, ripete spesso: ogni -giorno Iddio faceva cadere un nuovo nemico di Clodoveo, ingrandendone -il regno, perchè egli «camminava diritto nelle vie del Signore, e -faceva ciò che gli era grato.» Altrove lo chiama addirittura un novello -Costantino. E così altri scrittori più o meno vicini parlano in modo -da far chiaramente capire, che in questo nuovo Costantino essi già -prevedono Carlo Magno. Maravigliosa addirittura è la persistenza con -la quale i Papi continuarono attraverso i secoli l'opera loro, quasi -imponendo ai Franchi la missione voluta, preveduta dalla Chiesa; e -non smisero mai fino a che essa non ebbe il suo adempimento con la -coronazione di Carlo Magno e la fondazione del potere temporale. -L'imperatore Atanasio intanto conferiva a Clodoveo le insegne del -Patriziato ed il Consolato, che egli assunse a Tours, nella chiesa -di San Martino, dove i vescovi lo salutarono uomo di Dio, nuovo -Costantino. La capitale fu fissata a Parigi. - -Alla sua morte (511) il regno restò diviso fra i quattro figli, e -cominciò quel periodo di corruzione e lussuria, di guerre civili, -di sanguinosi tradimenti e delitti, che lo fecero paragonare al -regno degli Atridi. Nel 558 Clotario I, l'ultimo sopravvissuto dei -figli di Clodoveo, riunì di nuovo i Franchi, e dopo la Sua morte la -monarchia si divise nuovamente fra i suoi quattro figli: e così si -continuò per lungo tempo. Molto si è discusso sulla vera natura di -queste divisioni, che gettarono il paese in una serie continua di -guerre civili. Sostengono alcuni storici francesi, che si divise -_la royauté plutôt que le royaume_. Ma il vero è che i Franchi non -formavano ancora un sol popolo, che mancava affatto il concetto di -nazionalità e di Stato, che la Francia non esisteva. Secondo le idee -barbariche il loro regno, che solo dalla violenza e dalla conquista -era unito, appariva quale proprietà del conquistatore, e quindi per -legge di eredità veniva diviso tra i suoi figli. Anche i servizi -pubblici erano più che altro resi alla persona del re. Mancava l'idea -di un'amministrazione accentrata ed organica; il diritto pubblico assai -poco si distingueva dal privato. E per quanto disgregata fosse ancora -questa società barbarica, il contatto continuo che essa ebbe con la -romana, l'azione della Chiesa, l'unità geografica del paese fecero sì -che i Franchi tendessero lentamente, ma pur costantemente a coordinarsi -in unità. I quattro regni (Austrasia, Neustria, Aquitania, Burgundia), -sorti e risorti dopo la morte di Clodoveo I, si ridussero nel secolo -VII sostanzialmente ai soli due primi. Nella Neustria, formata dalla -Gallia occidentale e meridionale, erano i Salici, ed in essi avevano -acquistato maggior forza gli elementi romani; nell'Austrasia erano i -Ripuari, ed in essi avevano invece maggiore prevalenza gli elementi -germanici, favoriti dal contatto e dalle relazioni continue colla -patria antica. - -Dapprima il predominio spettò alla Neustria ed ai Salici, ai quali -appartenne Clodoveo, il fondatore della monarchia e della dinastia -merovingia. Alla Neustria appartennero ancora i primi quattro re, che -in tempi diversi unirono di nuovo la monarchia, l'ultimo dei quali fu -Clodoveo II (638-56). Il centro di ciascuno di questi governi soleva -essere allora il Palazzo, in cui primo ufficiale era il Maestro o -Maggiordomo. Il suo ufficio si riduceva dapprima ad amministrare la -proprietà regia; ma coll'andare del tempo il suo potere andò crescendo -sempre più, sino a che egli divenne ministro delle finanze, poi primo -ministro, e finalmente addirittura capo del governo. A poco a poco, -dopo che i quattro regni si erano ridotti a due, la Neustria cioè e -l'Austrasia, il centro di gravità passò dalla prima alla seconda. I -Ripuari prevalsero sui Salici, e naturalmente gli elementi germanici -sui romani. Andò allora crescendo il numero delle adunanze o assemblee -popolari, crebbe il potere di quei nobili germanici, che formarono -più tardi l'aristocrazia feudale. Ed essi s'andarono nell'Austrasia -stringendo sempre più intorno al Maestro di Palazzo: qualche volta lo -elessero e riconobbero come loro capo. Così a poco a poco egli fu più -potente dei Re merovingi, che rapidamente decaddero, divenendo tanto -deboli e spregevoli, da essere chiamati _rois fainéants_: da ultimo -dovettero cedere il posto ai loro rivali. Alla dinastia merovingia -successe allora quella assai più potente, più intelligente ed anche più -morale dei Carolingi. - -Dopo la morte di Clodoveo II (656) i Maestri di Palazzo erano divenuti -nell'Austrasia così potenti, che pareva tendessero a formare colà -un Ducato separato ed autonomo. Ma i legami sempre stretti fra -Salici e Ripuari, e l'unità territoriale del paese spingevano invece -inevitabilmente alla formazione di un solo regno con la prevalenza -dei Ripuari. E questo nuovo regno fu iniziato per opera di Pipino, -detto d'Héristal dal suo castello. Egli era Maestro di Palazzo -nell'Austrasia, dove assunse anche titolo di Duca, e finì coll'esser -di fatto padrone di tutto il Regno. Alla sua morte (16 dicembre 714) -seguì un periodo di disordine e di lotte fra i suoi eredi, dalle quali -uscì finalmente vittorioso Carlo Martello suo figlio naturale, che -sebbene non arrivasse ad essere altro che Duca nell'Austrasia e Maestro -di Palazzo nella Neustria, pareva invece che fosse successo al padre -come un principe ereditario di tutto il regno. Uomo d'alto ingegno -politico e di grande valor militare, riuscì a fondare stabilmente la -sua dinastia. - -Con una serie di guerre vittoriose contro i Sassoni, i Frisi, i Bavari -e gli Alamanni (718-30), pose termine alle invasioni germaniche; e -quando si fu assicurato da quel lato, si rivolse contro gli Arabi, i -quali, essendosi coi Musulmani d'Africa avanzati nella Spagna, avevano -già passato i Pirenei. Nel 732 dette loro a Poitiers una rotta, che -fu davvero memorabile, non solo pel gran numero dei morti, i quali -la leggenda fece ascendere a 375,000; ma anche perchè venne con essa -fiaccata in Francia la minacciosa potenza dei Musulmani, che furono -poco dopo respinti al di là dei Pirenei. Nel 737 Carlo Martello occupò -anche la Provenza, e così riuscì ad esser padrone di tutta la Francia, -che tenne fino alla sua morte (741). - - - - -CAPITOLO II - -Carlo Martello e le prime origini del Feudalismo — Il Papa si volge per -aiuto ai Franchi - - -Ma Carlo Martello non era solamente un soldato, era anche un grande -uomo di Stato; ed a lui si deve se fin d'allora l'aristocrazia franca -andò pigliando quella forma che doveva portar poi alla costituzione -del feudalismo, il quale dette più tardi una nuova forma alla società -in Europa, e merita di essere studiato per la grande importanza che -ebbe anche in Italia. Sulle sue origini si è molto discusso, alcuni -credendole romane, altri invece germaniche. Il vero è però che esso, -come tutte le istituzioni del Medio Evo, risulta da elementi germanici -e romani, i quali s'incontrano, s'intrecciano e si confondono fra loro. -È un'aristocrazia germanica, se si guarda a coloro che la costituirono, -e ne fecero parte; ma è anche una istituzione composta di elementi -romani, che dalla società germanica furono profondamente alterati. - -Il feudo è certo una nuova forma di quella proprietà individuale, -affatto ignota alla primitiva società barbarica. Al concetto del -dominio assoluto e personale dell'uomo sulla terra s'aggiunse in esso -il concetto, romano del pari, del dominio giuridico sull'uomo. E così -nella società germanica, alterata e trasformata da questi elementi che -ad essa sono estranei, s'andarono allora formando, come nella romana, -dei potenti signori. Resi dalla conquista padroni delle terre, essi -furon capi dell'esercito, e pigliarono parte principale al governo. - -Nel tempo stesso in cui la società germanica, seguendo questo -cammino, s'allontanava dalla sua origine e perdeva il suo primitivo -carattere, la romana, seguendo un cammino diverso, subiva anch'essa una -trasformazione. I latifondisti, aumentando sempre più le loro terre, -erano riusciti ad esser padroni di vastissime estensioni; ma questi -enormi possessi non davan loro diritto di pigliar parte al governo, -che teoricamente almeno emanava dal solo Imperatore. Il fatto però non -rispondeva alla teoria, da cui invece sempre più si allontanava. Colla -decadenza dell'Impero, indebolendosi la forza del governo centrale, -i ricchi proprietari divenivano, insieme colle terre, padroni degli -uomini che le coltivavano o le abitavano, e così cominciarono a -comandarli ed a governarli. Questo fatto, che nella società romana -appariva come effetto della decadenza, sembrava invece essere nella -germanica effetto d'una trasformazione progressiva, che ne cresceva la -coesione e la forza. Le due società, partendo da due punti opposti, -avanzandosi in due direzioni contrarie, finivano coll'incontrarsi e -confondersi fra loro, per dare origine ad una società nuova. - -I latifondi romani, coltivati da schiavi o da coloni che pagavano un -canone in natura, continuavano sempre ad ingrossare, annettendosi le -terre dei piccoli proprietari vicini. I quali, oppressi dalle tasse e -dai debiti, quando non si potevano più reggere, finivano col cedere -volontariamente le loro terre al latifondista, per riprenderle in -affitto come suoi coloni. Perdevano così, con la proprietà, la loro -indipendenza; ma trovavano un protettore, che li liberava dalle tasse -e dall'usura, e rendeva loro almeno tollerabile la vita. I grandi -proprietari solevano avere uffici che in qualche parte li esentavano -dalle tasse, e l'aumento delle terre non aumentava per essi le spese -generali di amministrazione: così tutto era a vantaggio loro, e anche -de' loro dipendenti. Entrati una volta in questa via, si procedette -sempre più rapidamente in essa. Perfino interi villaggi finivano -coll'abbandonarsi al latifondista, che pareva già un piccolo sovrano -feudale. - -Tutto ciò seguiva del pari coi grandi proprietari ecclesiastici. I -vescovi ed i conventi erano infatti, pei molti donativi dei fedeli, -divenuti anch'essi latifondisti. Le continue immunità e privilegi, -da essi ottenuti in numero sempre maggiore, finivano col porli in -condizione anche più vantaggiosa dei laici. Cominciarono ben presto a -dare in affitto i loro grandi possessi sotto forma di _precaria_, che -era una concessione revocabile della proprietà, con un canone che, per -la sua tenuità, dava alla concessione stessa il nome di _benefizio_. - -Questi privilegi, sia dei laici che degli ecclesiastici, andavano -crescendo di numero e di entità a misura che da una parte s'indeboliva -la forza dello Stato, e dall'altra aumentava la potenza della -Chiesa. E fin dal secolo VI il latifondista esercitava una specie di -giurisdizione non solo sugli schiavi, ma anche sui coloni e dipendenti. -Responsabile per essi verso l'autorità governativa, questa interveniva -solo quando egli la invocava. Nell'Italia bizantina i grandi -proprietari, divenuti capi dell'esercito, assunsero i maggiori uffizi, -che venivano trasmessi per eredità nelle loro famiglie. L'ufficio si -connetteva colla proprietà di colui che ne era investito, il quale -aveva una duplice giurisdizione, come possessore cioè e come ufficiale -civile o militare. In questo modo s'andò formando un'aristocrazia -di possidenti, divenuti alti funzionari in conseguenza della loro -proprietà, e di funzionari che s'arricchivano in conseguenza dei loro -uffici. Essi armarono qualche volta i loro schiavi, i coloni, i clienti -e gli amministratori, come vedemmo fare a Cassiodoro, per difendere -sè stessi ed i loro averi dai pericoli che li minacciavano durante le -invasioni. - -In conclusione, la società romana s'andava decomponendo in una quantità -di ricchi potenti, chiamati _honesti_, _clarissimi_, _nobiles_, che -disprezzavano la _vilissima plebs_ dei nullatenenti. Nella società -germanica invece, la quale non conosceva lo Stato e non aveva idea -alcuna d'accentramento, il potere sociale naturalmente cadeva diviso -in mano dei forti, che disprezzavano i deboli e gl'inermi, e divenivano -ricchi in conseguenza della conquista. Così cominciò a formarsi quella -nuova aristocrazia che si doveva più tardi costituire col nome di -feudalismo. - -Ed anche questo avvenne nella società ecclesiastica al pari che nella -laica. I vescovi, le chiese, i conventi, concedevano le terre in forma -di _benefizi_. Il vario possesso della terra cominciò a qualificare -la diversa condizione degli uomini, che è un altro dei caratteri -del feudalismo; ed intorno ai vescovi, ai conventi, alle chiese, -s'andarono formando gruppi di beneficiari, che erano in germe i futuri -vassalli. I re merovingi abbondarono nelle concessioni d'immunità ai -vescovi; esentarono da imposte i beni ecclesiastici, dal che derivava -naturalmente il divieto agli agenti del fisco d'entrare nel territorio -immune. - -Se ora noi consideriamo quali saranno più tardi i caratteri del feudo, -troveremo che essi sono già tutti in formazione nella società romana, -dalla quale passarono poi nella germanica, alterandosi sostanzialmente. -Nella storia non v'è mai nulla di affatto nuovo; il presente e -l'avvenire sono sempre costruiti coi rottami del passato. - -Abbiamo già visto come Tacito racconti, che presso i re barbari si -trovava un _Comitatus_ composto dei loro più intimi, i quali non solo -vivevano col principe, ma con lui e per lui combattevano. Da essi -vennero poi gli _Antrustiones_ franchi, simili ai Gasindi longobardi, -e precursori dei Paladini di Carlo Magno. Ed a questi loro fidi, come -ai capi dell'esercito, i re franchi fecero altri larghi donativi, dando -terre in benefizio. E in benefizio si dettero allora anche gli uffici, -i quali nella società germanica erano sempre una concessione personale -del re. Persino le tasse e l'amministrazione della giustizia mancavano -di quel carattere pubblico, giuridico, impersonale, che è proprio dello -Stato romano. Lo stesso obbligo del servizio militare derivava dal -legame di fedeltà personale verso il re, non già da un dovere verso lo -Stato. Tutta la società s'andava così sempre più dividendo in gruppi -di protetti e di protettori. E quando i re cominciarono ad avvedersi -che questi nuovi signori minacciavano di divenire più forti di loro, -riducendo la monarchia in una confederazione di potenti, stretti al -sovrano dal solo vincolo della fedeltà, era troppo tardi per portarvi -rimedio. - -Il primo passo veramente notevole verso ciò che doveva poi essere -il feudalismo, lo dette Carlo Martello. A suo tempo i vescovi erano -divenuti così ricchi che si crede possedessero un terzo di tutte quante -le terre coltivabili nella Francia. E questi loro possessi, colle -immunità annesse, promovevano la loro indipendenza non solo politica -di fronte al re, ma anche religiosa di fronte al Papa. Carlo Martello -fece però sentire su di essi la sua mano potente, iniziando una riforma -che fu tra le più notevoli del suo regno. Le necessità della guerra, -quella sopra tutto contro i Musulmani, l'obbligarono a cercar modo di -remunerare largamente i capi dell'esercito. E senza molti scrupoli, -cominciò col deporre alcuni vescovi, investendo dei loro vescovadi -i suoi fedeli, il più delle volte uomini di guerra. Ciò non aveva -nulla di strano in un tempo, nel quale i vescovi combattevano alla -testa degli eserciti al pari dei grandi signori laici. Spogliò più -tardi molte chiese, vescovi e conventi d'una parte considerevole delle -loro tenute, che dette ai capi dell'esercito, i quali sostenevano le -spese della guerra, pagando del proprio gli uomini che sotto di loro -combattevano. Così, danneggiando il clero, rese i nobili sempre più -potenti ed a lui più affezionati. - -Non è quindi da maravigliarsi, che la tradizione ecclesiastica gli -divenisse fieramente avversa, e lo chiamasse nemico dei vescovi, -spogliatore della Chiesa. Se non che a questa ed alla religione Carlo -Martello aveva reso così grandi servigi, che fu pur forza perdonargli -il danno che aveva ad esse recato per meglio condurre a termine la -guerra contro gl'infedeli. Anche le guerre da lui fatte in Germania -riuscirono a vantaggio della religione. Le battaglie furono colà -precedute dalle missioni religiose, che vi fondarono la organizzazione -definitiva della Chiesa cattolica, spianando la via alle conquiste, -da cui venivano a lor volta aiutate. Le missioni, come vedemmo, erano -già da un pezzo cominciate dalla Irlanda. Le continuarono più tardi -i missionari anglosassoni, fra i quali tutti primeggiò Vinifrido, -chiamato poi S. Bonifazio. La sua opera nella Germania, già convertita -dagl'Irlandesi, fu appunto la organizzazione della Chiesa cattolica, -che egli pose in relazione con quella di Francia, sottoponendole -ambedue all'assoluta autorità del Papa. Così S. Bonifazio, aiutato -da Carlo Martello, spianava in Germania la via alle vittorie di lui, -all'assimilazione di quelle genti, e nello stesso tempo alla futura -costituzione dell'Impero carolingio. Sin da questo momento, papa, -principe e missionario cooperavano inconsapevolmente a quella unione -civile, religiosa e militare, che doveva poi attuarsi col nuovo impero -di Carlo Magno. Da per tutto vennero per opera di S. Bonifazio fondate -nuove chiese e nuovi monasteri, fra i quali quello assai celebre di -Fulda (744). E così per lungo tempo egli continuò, fino a che, credendo -d'aver compiuto l'opera sua in Germania, e sentendosi sempre più mosso -dallo spirito ardente ed irrefrenabile del suo apostolato, che non lo -lasciava star fermo, se ne andò a convertire i pagani della Frisia, -dove trovò finalmente l'ambito martirio circa l'anno 754. - -Che in presenza d'un tale stato di cose, i Papi si volgessero per -aiuto ai Franchi, non c'è da maravigliarsene. E noi abbiamo già visto -come sin dal 739 Gregorio III, minacciato da Liutprando, e sapendo -che l'Imperatore non l'avrebbe aiutato, si rivolse due volte a Carlo -Martello, riponendo in lui e nei Franchi ogni sua speranza. Si è -affermato che il Papa facesse allora dichiarare a Carlo Martello, -che egli ed il popolo romano si volevano separar dall'Impero. Questa -affermazione, fatta mezzo secolo dopo dal cosiddetto continuatore di -Fredegario, prova in ogni modo quali erano già fin d'allora le idee -intorno al dissidio esistente fra Roma e Costantinopoli, dissidio che -doveva portar ben più gravi conseguenze nell'avvenire. - - - - -CAPITOLO III - -Pipino eletto re dei Franchi, consacrato dal Papa per mezzo di S. -Bonifazio — Il Papa, minacciato da Astolfo, va in Francia a chiedere -aiuto - - -A Carlo Martello che di fatto, sebbene non di nome, era divenuto re dei -Franchi, successero i figli Carlomanno e Pipino, i quali legalmente non -erano anch'essi che Maestri di Palazzo, tanto che fu sentito il bisogno -di cavar dal convento Childerico dei Merovingi, e metterlo su quel -trono (743), sul quale egli fu l'ultimo dei _rois fainéants_, l'ombra -addirittura d'un re. - -C'era da aspettarsi prima o poi una lotta aspra e sanguinosa tra i due -fratelli; ma invece Carlomanno, dopo le stragi da lui compiute nella -guerra contro gli Alamanni (746), si ritirò, disgustato del mondo, -prima in un convento da lui fondato sul Soratte, poi a Montecassino; -e così Pipino restò senza rivali. Se non che allora appariva anche -più chiaro che, giuridicamente parlando, unico sovrano legittimo era -Childerico, per quanto non sembrasse altro, e di fatto altro non fosse -che un re spodestato. Era una questione che non si poteva risolvere -colla violenza, e senza risolverla Pipino sarebbe restato sempre nella -falsa posizione di un usurpatore. Pensò quindi di rivolgersi a papa -Zaccaria III, perchè coll'autorità della religione facesse quello -che la spada non poteva fare. E mandò a lui una solenne ambasceria -chiedendo se era lecito che assumesse il titolo di re colui che non -faceva nulla addirittura, e non piuttosto colui che di fatto governava, -ed in tutto ne esercitava l'ufficio. In vero solo il Papa poteva -sciogliere i sudditi dal giuramento d'obbedienza, e tranquillizzando -la loro coscienza, por fine ad uno stato anormale di cose. Che doveva, -che poteva rispondere Zaccaria III? La nuova dinastia ormai esisteva -di fatto, era padrona della monarchia, aveva difeso la religione ed -era essa sola in grado di dare alla Chiesa quell'aiuto che nessun -altro più le voleva o poteva dare. Nell'Impero il principio ereditario -di successione al trono non era stato mai sanzionato, e nei barbari -era assai comune la elezione dei loro re. Il Papa adunque rispose, -che ove fosse a vantaggio del paese, e se ne promovesse davvero il -benessere, era conveniente che assumesse il titolo di re colui che -di fatto ne esercitava l'ufficio. E così fu che Pipino si decise a -compiere il suo colpo di Stato. Nel novembre del 751, in un'assemblea -di Grandi radunati a Soissons, egli venne solennemente innalzato al -trono, e proclamato re, «per consiglio e consenso di tutti i Franchi, -coll'assenso della Santa Sede, per elezione della Francia intera, con -la consacrazione dei vescovi e l'obbedienza dei Grandi.» A questa -elezione, che fu fatta secondo il costume germanico, s'aggiunse la -consacrazione celebrata, in nome del Papa, da S. Bonifazio alla testa -dei vescovi, consacrazione che ricordava quella di Saul per mano -di Samuele. Il misero Childerico ebbe la tonsura, e fu chiuso in un -convento insieme col figlio. - -Se si getta ora uno sguardo a tutto quello che abbiam detto finora, -si vedrà subito quante e quanto gravi ragioni spingessero i Papi a -favorire i Franchi, per esserne poi protetti. Ma Zaccaria III, che -voleva star bene con tutti, s'era incontrato con Liutprando, ed aveva -fatto ogni opera per concludere con lui una pace durevole. Il re -longobardo gli aveva promessa la restituzione dei beni patrimoniali -usurpati alla Chiesa nell'Esarcato, nella Pentapoli ed altrove; aveva -promesso anche di ripigliare e restituire al Papa i quattro castelli -che nel Ducato romano erano stati indebitamente occupati da Trasimondo. -Se non che, appena fissate queste condizioni d'una pace che doveva -durare venti anni, occupò invece lo Spoletino, e lo dette ad un proprio -nipote; pose a Benevento Gisulfo il figlio di Romualdo II (742). Poco -dopo, avuto a Terni un altro colloquio col Papa, restituì i castelli e -mantenne la più parte delle promesse fatte. Ma nel 743, essendo tornato -a Pavia, di nuovo mandò l'esercito nell'Esarcato, contro Ravenna. E -di nuovo stava per cedere alle preghiere di papa Zaccaria, che andò a -visitarlo in Pavia nel 742, quando nel gennaio del 744 morì. - -Gli successe il figlio Ildebrando, che si dimostrò assai inetto, e fu -subito sostituito da Rachi, duca del Friuli, che regnò cinque anni, -dei quali si sa assai poco: ritiratosi più tardi dal mondo, vestì -l'abito monacale. Allora ascese al trono Astolfo, valoroso, impetuoso -in guerra, ma politico assai poco accorto; e s'avanzò verso Ravenna che -prese, ponendo in tal modo fine all'Esarcato. Subito dopo si diresse -minaccioso verso Roma nel 752, quando era già morto Zaccaria. Allora -fu eletto Stefano II, che morì tre giorni dopo. Il successore prese -lo stesso nome, e per la brevità del Papato di colui che lo aveva -preceduto, venne chiamato anch'egli Stefano II e non III (752-57). -Questi che fu uomo di molto valore politico, uno dei grandi Papi, -mandò subito ambasciatori ad Astolfo per conchiudere un'altra pace, -che doveva durare quarant'anni, e venne rotta invece dopo quattro mesi, -senza possibilità di rinnovarla (752). Alle ripetute ambascerie il re -longobardo rispondeva con minacce contro il Ducato romano. Da questo -lato adunque non v'era adesso nulla da sperare. - -Il Papa trattava perciò con Costantinopoli, donde arrivava ambasciatore -il silenziario (capitano della guardia imperiale) Giovanni; e lo -mandò col proprio fratello Paolo ad Astolfo, provandosi a chiedere -la retrocessione dei possessi e delle città indebitamente occupate -nell'Esarcato e nella Pentapoli: _ut Reipublicae loca_.... _usurpata -proprio restitueret dominio_.[42] Ma Astolfo rispose che di ciò avrebbe -trattato, per mezzo di suoi ambasciatori, direttamente coll'Imperatore. -Il Silenziario allora tornò indietro, ed il Papa mandò con lui i suoi -messi a Costantinopoli, per dire che era omai inutile fidarsi dei -Longobardi; piuttosto era il caso di spedire un esercito per difendere -Roma e l'Italia contro le loro aggressioni. Finora dunque le relazioni -del Papa coll'Imperatore appaiono amichevoli. A questo infatti Stefano -II si rivolgeva quando Astolfo, dopo d'avere occupato l'Esarcato, -_fremens ut leo_, minacciava di tutta la sua ira Roma ed il popolo -romano. Il pericolo era veramente grande e vicino. Il Papa fece infatti -solenni preghiere e litanie, andando in processione con gran seguito, -scalzo e coperto di cenere, a S. Pietro, a S. Maria Maggiore, a S. -Paolo, portando innanzi, sospeso ad una croce, il patto di pace violato -da Astolfo. Da Costantinopoli non veniva intanto nessun aiuto, nè c'era -speranza che venisse. Lo stato delle cose pareva disperato. - -Si presentava quindi più che mai naturale il pensiero di rivolgersi -ai Franchi. Pipino non poteva dimenticare che ai Papi doveva la -sua consacrazione. A lui dunque Stefano II si rivolse, facendogli -sapere che desiderava andare solennemente a visitarlo; ma voleva -prima essere invitato, sia per rispetto alla propria dignità, sia per -essere garantito contro gli ostacoli che al suo viaggio poteva mettere -Astolfo. Il re non esitò a manifestare il suo buon volere; prima però -di dare un passo che avrebbe potuto obbligarlo a far poi la guerra, -volle esser sicuro dell'assenso dei Grandi, senza i quali non sarebbe -stato facile, quando la necessità se ne presentasse, di condurre -l'esercito in Italia. I magnati franchi non potevano avere ragione di -speciale avversione contro i Longobardi, che, appena invitati, s'erano -mossi per venir loro in aiuto nella guerra contro gli Arabi. A quei -Grandi perciò il Papa, che era anche politico accortissimo, scrisse -una lettera che ci è rimasta, esortandoli a non venir meno all'amore -verso S. Pietro e la Chiesa. Quando Pipino li convocò in assemblea, -fu subito deliberato d'inviare a Roma una solenne ambasceria, con le -più ampie assicurazioni, per invitare il Papa a venire in Francia. -Ambasciatori furono due grandi dignitari franchi, Crodegango vescovo -di Metz ed il _gloriosissimo_ duca Auticario. Essi arrivarono a Roma -nel 753, quando i Longobardi di Astolfo s'erano impadroniti di Ceccano, -che faceva parte del Ducato di Roma. Poco prima (settembre 753) era -tornato da Costantinopoli il silenziario Giovanni, con la missione -d'invitare il Papa a recarsi in persona da Astolfo, per indurlo a -restituire all'Impero le terre che gli aveva tolte. Ed il 14 ottobre -753 Stefano II insieme col Silenziario, con i due ambasciatori franchi -e con gran seguito, andò a Pavia per tentar di persuadere Astolfo a -restituire a chi di diritto, _propria restitueret propriis_,[43] le -terre indebitamente usurpate. Ma non si concluse nulla, perchè Astolfo -accettò i doni che gli furono recati, e ricusò ogni concessione. - -Il Papa allora continuò il suo cammino, e nonostante ogni tentativo -contrario fatto dal re longobardo per dissuaderlo, passate le Alpi, -andò in Francia. Nel mese di dicembre, quando era ancora cento miglia -lontano dalla villa di Ponthion, fra Vitry e Bar-le-Duc, incontrò -il giovanetto Carlo primogenito del Re, quegli che fu poi noto nella -storia col nome di Carlo Magno. Il 6 gennaio 754 incontrò il Re stesso -che, sceso da cavallo, lo accompagnò per un buon tratto. Assai solenne -fu l'ingresso in Ponthion, fra una moltitudine festante, che cantava -sacri inni. Non erano appena entrati nel palazzo, che il Papa chiese -al Re che volesse egli personalmente difendere la causa di S. Pietro e -della Repubblica romana, _causam Beati Petri et Reipublicae Romanorum_. -Ed il Re senza esitare giurò di «restituire in ogni modo l'Esarcato -e gli altri luoghi e diritti della Repubblica». Come mai questo -mutamento di linguaggio? Dopo avere chiesto la restituzione delle terre -all'Impero, si parla invece di S. Pietro e della Repubblica dei Romani; -e d'ora in poi si continua a parlar sempre della Repubblica, di S. -Pietro e della santa Chiesa di Dio, lasciando l'Impero assolutamente da -parte. - -Dopo l'esplicito rifiuto di Astolfo, era chiaro che la restituzione -delle terre richieste si poteva ottener solo colle armi. Ed il Papa, -che naturalmente pensava sopra tutto ai casi suoi, arrivato in Francia, -dovette accorgersi con gran piacere, che se Pipino era ben disposto ad -aiutar lui e la Chiesa, non aveva nessuna voglia di fare una guerra -nell'interesse dell'Imperatore. Le terre che gli fosse riuscito di -prendere colle sue armi, quando non le avesse egli ritenute per diritto -di conquista, avrebbe potuto darle, in forza del sentimento religioso, -alla Chiesa ed al suo Capo, non però mai ad altri. Anche i Longobardi, -piuttosto che vederle in mano dei Franchi o dell'Imperatore, avrebbero -preferito che fossero concesse al Papa, a cui più facilmente potevano -sperare di ritoglierle. Era perciò naturale che Stefano II, uomo assai -accorto, cercasse profittare di un tale stato di cose. E quindi nei -suoi discorsi, nelle sue lettere, invece di restituzione all'Impero, -cominciò a parlare di restituzione a Roma, a S. Pietro, alla Chiesa. -Pipino intanto lo aveva invitato a passar l'inverno nella Badia di -S. Dionigi, presso Parigi, e di là così l'uno come l'altro fecero -ripetuti, ma vani tentativi d'indurre Astolfo a volere, per evitare -ogni effusione di sangue, pacificamente «restituire alla Repubblica, -alla santa Chiesa i suoi diritti, le sue proprietà.» In sostanza par -che si chiedessero ora pel Papa l'Esarcato e la Pentapoli, che dai -Longobardi erano stati tolti all'Impero. L'idea di succedere a questo -in Italia era balenata nella mente dei Papi fin dal momento in cui -Astolfo aveva occupato l'Esarcato. Non volevano che, impadronendosi -di esso e della Pentapoli, i Longobardi divenissero troppo potenti. E -se Pipino, dopo aver conquistato quelle province, avesse ricusato di -restituirle all'Impero, l'occasione sarebbe stata opportunissima per -rendere potente la Chiesa, facendole dare ad essa. E così fu che invece -d'Impero si cominciò a parlare di Repubblica e di popolo romano, che, -secondo le idee del tempo, erano sotto la speciale protezione di S. -Pietro, rappresentato in terra dal Papa, capo visibile della Chiesa. -Il popolo romano aveva eletto l'Imperatore, ed eleggeva il Papa; era -una cosa sola coll'Impero e con la santa Repubblica, la quale, nel -linguaggio comune, si confondeva allora colla Chiesa. Sostituire quindi -all'Impero la Chiesa ed il Papa pareva la cosa più semplice e naturale -del mondo. Anche le quattro terre o castelli, che da Liutprando erano -stati tolti al Ducato romano, il quale, teoricamente almeno, era già -tenuto come legittimo possesso del Papa, furono dallo stesso Liutprando -restituiti «a S. Pietro.» - -Il vero è che Astolfo, senza punto occuparsi di queste sottili -distinzioni, non voleva ceder nulla a nessuno. Bisognava quindi fare -la guerra. Pipino radunò i Grandi in due assemblee, tenute la prima -il giorno 1º marzo 754 a Braisne, non lungi da Soissons, e la seconda -il 14 aprile, giorno di Pasqua, a Quierzy, presso Laon. In questa fu -deliberata la guerra. Si parla anche d'uno scritto, nel quale Pipino -avrebbe allora fatto solenne promessa, che le terre le quali egli -si proponeva di conquistare, sarebbero da lui restituite al Papa. -Della esistenza di un tale scritto alcuni dubitano non poco; certo -è però che, scritta o non scritta, la promessa fu fatta, e venne poi -mantenuta. - -Le ansietà del Papa erano state in questo tempo grandissime. L'aver -dovuto passare le Alpi nella fine di autunno, il crudo inverno della -Francia, le continue opposizioni che alcuni dei Grandi avevano fatte -alla guerra, erano state più che sufficienti a turbarne l'animo ed -alterarne la salute. A tutto ciò s'aggiunse che, in questo mezzo -appunto, Carlomanno, il fratello di Pipino, per istigazione, a quanto -pare, di Astolfo, uscito improvvisamente dal convento di Montecassino, -era venuto in Francia a perorare presso il fratello la causa -longobarda. Il che aumentò lo sgomento del Papa, ed irritò non poco -anche Pipino, il quale naturalmente temeva che questa venuta potesse -ridestare nei figli di suo fratello la speranza di succedere al trono -paterno. Ma che cosa poteva mai fare un frate contro l'autorità del -Papa, e contro la forza del Re, che ormai era padrone di tutto il regno -riunito? Carlomanno infatti fu ben presto costretto a rinchiudersi in -un convento di Vienne presso il Rodano, dove poco dopo morì. Anche i -suoi figli dovettero prendere la tonsura. - -Fra tante angoscie Stefano II finalmente s'ammalò, e durante la -malattia gli apparvero, secondo la leggenda, S. Dionigi, S. Pietro -e S. Paolo, che gli promisero guarigione perfetta, a condizione -che facesse erigere un nuovo altare in S. Dionigi. Ed il 28 luglio -754 non solamente l'altare era costruito, ma nella stessa chiesa si -compieva un atto solenne, il quale dimostrava la grande accortezza -e perseveranza del Papa. In questa stessa chiesa egli consacrava ed -incoronava Pipino e la moglie Bertrada, consacrava anche i due figli -Carlo e Carlomanno. Ma Pipino, si può qui domandare, non era stato già -coronato, non era stato consacrato da S. Bonifazio per ordine del Papa? -A che fine ripeter la cerimonia? Non solamente la consacrazione per -mano propria del Papa era assai più autorevole; ma questi, consacrando -anche la regina ed i figli del Re, consacrava addirittura la dinastia. -Quel giorno infatti, sotto pena di scomunica, egli imponeva ai Grandi -franchi di non mai più eleggere nell'avvenire un re «che fosse disceso -da altri lombi». Così erano per sempre messi da parte non solo i -diritti dei Merovingi, ma quelli ancora che potevano avanzare i figli -di Carlomanno. - -Oltre di ciò Stefano II, nel consacrare Pipino, gli dette anche il -titolo di Patrizio, cosa che ha fatto molto disputare, perchè questo -era un titolo dato solo dall'Imperatore a grandissimi personaggi come -Odoacre, Teodorico, gli Esarchi; ed ora veniva concesso dal Papa a -Pipino, senza che l'Imperatore protestasse. Qualcuno ha supposto che -questi avesse dato a Stefano l'incarico di conferirlo, quando lo aveva -inviato a chiedere la restituzione delle terre all'Impero. Arrivato -però il Papa in Francia, e conosciuto lo stato vero delle cose, mutato -animo, decidendosi a prendere esso in Italia il posto dell'Impero, -avrebbe creduto anche di poter conferire in suo proprio nome il titolo -di Patrizio. Questo titolo era semplicemente onorifico, ma soleva -darsi solo a chi aveva già un altissimo ufficio; ed il Papa lo dava a -re Pipino come a difensore della Chiesa. Questi infatti è d'ora in poi -chiamato indistintamente Patrizio o Difensore della Chiesa. - - - - -CAPITOLO IV - -Pipino e i Franchi vengono in Italia e vincono i Longobardi — Donazione -dell'Esarcato e delle Pentapoli al Papa — Muore Astolfo — Desiderio re -dei Longobardi — Disordini in Roma — Elezione di Paolo I e sua morte - - -Nell'estate del 754, poco dopo la sua consacrazione, Pipino raccolse -l'esercito per l'impresa d'Italia, non senza fare un ultimo tentativo -di risolvere pacificamente la gran lite, promettendo ad Astolfo anche -buona somma di denaro. Ma fu tutto inutile, e l'esercito franco dovè -porsi in cammino. I Franchi s'avanzarono con alla testa il loro Re; -li accompagnava il Papa col suo cappellano, con l'abate Fulrado di S. -Dionigi, e con altri prelati. Passato il Cenisio, alle Chiuse presso -Susa, vi fu uno scontro nel quale l'avanguardia dei Franchi sostenne -l'urto di tutto l'esercito longobardo, che nella ristrettezza del luogo -non potè spiegare le proprie forze, e fu così fieramente battuto, che -la disfatta venne attribuita a miracolo. - -Astolfo dovette allora ritirarsi a Pavia, dove fu ben presto assediato -e costretto a venire a patti, che furono: restituire Ravenna e -diverse altre città, con la promessa di non più molestare il Ducato -romano, dando in garanzia quaranta ostaggi. E questi patti, secondo -il Libro pontificale (I, 451), sarebbero stati formulati in una -_pagina scritta_. Le terre così ottenute vennero da Pipino cedute al -Papa, che ormai senza più esitare cercava di sostituirsi in Italia -all'Imperatore. Più volentieri, più risolutamente che mai lo faceva -adesso che questi aveva radunato un sinodo (753), il quale condannò -il culto delle immagini, dichiarandolo nuova idolatria. Ma quando i -Franchi ed il Papa si furono ritirati, ciascuno a casa sua, Astolfo, -dopo che ebbe ceduto Narni ai Franchi, non solamente violò i patti, -senza ceder più nulla a nessuno; ma s'avanzò col suo esercito nel -Ducato romano, saccheggiando perfino le chiese. Il 1º di gennaio 756 -egli era sotto le mura di Roma, e minacciava che se non gli aprivano le -porte, e non gli davano nelle mani la persona stessa del Papa, avrebbe -messo i cittadini a fil di spada. - -Stefano II allora mandava a Pipino lettere sopra lettere, con solenni -ambascerie, descrivendo le «stragi e le iniquità dei nefandissimi -Longobardi». L'ultima di queste lettere era indirizzata al Re ed ai -suoi figli, in nome addirittura di S. Pietro, il quale, dopo aver detto -che le ingiurie recate alle popolazioni, ai luoghi sacri e profani -erano tali che le pietre stesse ne avrebbero pianto, finiva invocando -il pronto aiuto del popolo franco, eletto da Dio a difesa della Chiesa. -Ogni indugio diveniva adesso una grave colpa, di cui si sarebbe dovuto -rendere stretto conto a Dio. - -Pipino non fu sordo all'invito del Santo, e nella primavera del 756 -mosse di nuovo per la stessa via contro Astolfo, che, abbandonato -l'assedio di Roma, durato già tre mesi, corse a Pavia. Di là mandò -l'esercito contro i Franchi; ma questi, passato il Cenisio, dettero -una nuova rotta al nemico, e procedettero oltre. Nel suo cammino Pipino -s'incontrò con un ambasciatore che veniva da Costantinopoli, e che si -provò a persuaderlo di restituire all'Impero le terre indebitamente -occupate dai Longobardi. Egli allora rispose chiaro, che non era -venuto in Italia a far la guerra «per nessun interesse mondano, in -favore di nessun uomo; ma per amore di S. Pietro e venia de' suoi -peccati.» Dopo di che andò all'assedio di Pavia, dove Astolfo dovette -ben presto arrendersi di nuovo. E questa volta naturalmente i patti -furono assai più duri che nel 754. Oltre una forte contribuzione di -guerra ed un annuo tributo, dovette cedere un maggior numero di città, -e dar nuovi ostaggi. Il Libro pontificale dà la lista di queste città, -comprendendovi Comacchio, Ravenna, tutto il paese fra l'appennino ed il -mare, da Forlì a Sinigaglia: la Marca d'Ancona, Faenza, Bologna, Imola -e Ferrara non vi sono comprese. Si tratta in sostanza dell'Esarcato -e della Pentapoli, quali però erano stati ridotti dopo le conquiste -fatte dai Longobardi prima di Astolfo. L'abate Fulrado fu allora -incaricato d'andare personalmente, con buon numero di soldati franchi, -a prendere la consegna delle città, facendosi dare le chiavi, e per -maggiore sicurezza anche nuovi ostaggi. Le chiavi furono in Roma -consegnate al Papa insieme con l'atto di donazione «a S. Pietro, alla -Santa Repubblica romana, ed a tutti i successivi pontefici». Questa -donazione scritta fu messa nella Confessione di S. Pietro, e vi si -trovava ancora, secondo l'autore della vita di Stefano II, quando egli -scriveva (L. P., I, 453). Ben presto, come vedremo, i Papi cominciarono -a chiedere assai di più. - -In quello stesso anno 756, pochi mesi dopo che Pipino s'era ritirato -in Francia, Astolfo moriva. Egli era stato un sincero cattolico, aveva -fondato chiese e conventi, e se aveva portato via dalla Campagna romana -reliquie e corpi di Santi, lo aveva fatto per averli nelle chiese del -suo regno: tuttavia era stato in lotta continua col Papa. Valoroso -in guerra, seguì anch'egli, come la più parte dei re longobardi, una -politica capricciosa ed inconseguente, che lo condusse nella seconda -parte del suo regno a perdere tutto quello che aveva guadagnato -nella prima. Alla sua morte vi fu tra i Longobardi una minaccia di -guerra civile, a causa della successione. Rachi uscì dal convento -di Montecassino, per tentar di succedere al fratello; ma ebbe a -competitore Desiderio duca di Toscana, che, mediante larghe promesse -al Papa, ne ottenne il favore. Questi indusse Rachi a tornarsene nel -suo convento; scrisse a Pipino esaltando i meriti di Desiderio, e -le molte promesse che aveva fatte alla Chiesa; pregava perciò anche -lui di volerlo favorire e d'incoraggiarne le buone intenzioni. Si -trattava adesso, diceva il Papa, di condurre a compimento la bene -incominciata impresa, facendo restituire a S. Pietro ed alla Chiesa -anche le terre che prima di Astolfo avevano fatto parte dell'Esarcato -e della Pentapoli. Non era possibile governare quel paese, tenendo -separate popolazioni che assai lungamente erano state unite. «Ora, così -concludeva il Papa, che è morto Astolfo seguace del demonio, divoratore -del sangue dei cristiani, e che, mediante l'aiuto vostro e dei Franchi, -è successo Desiderio, uomo mitissimo e buono, noi vi preghiamo non solo -di spronarlo a perseverare nella retta via; ma di cooperare con lui -a liberarci dalla pestifera malizia dei Greci, ed a farci riavere le -proprietà indebitamente tolte alla Chiesa.» - -È chiaro che ora non si tratta più della pura e semplice attuazione -delle antiche promesse fatte da Pipino, ma di nuove domande. Il Papa -chiedeva l'Esarcato e la Pentapoli nella loro primitiva ed assai più -vasta estensione; chiedeva inoltre anche le terre, le proprietà della -Chiesa, sparse altrove, che erano state indebitamente occupate dai -Longobardi o dai Bizantini. Il momento pareva opportuno per attuare ciò -che Desiderio gli aveva fatto sperare in compenso dei grandi servigi -a lui resi per farlo salire sul trono. Se non che ben presto si vide, -che neppure il nuovo re dei Longobardi aveva voglia di mantenere le -sue promesse. Infatti, dopo aver ceduto Faenza e Ferrara, non dette più -altro. Stefano II però fu dalla morte, che lo colpì il 26 aprile 757, -liberato dal dolore di questo crudele disinganno. - -La successiva elezione, che fu assai tumultuosa, cominciò a mettere in -evidenza i grandi mutamenti che dovevano seguire a Roma, in conseguenza -della nuova politica dei Papi. La donazione di Pipino rendeva il capo -della Chiesa sovrano temporale. Se era divenuto padrone dell'Esarcato -e della Pentapoli, voleva naturalmente essere anche padrone effettivo -del Ducato romano. Infatti a Roma d'ora in poi non si trova più -un Duca, perchè il Papa vuol farne esso le veci. Ma questo appunto -sollevò la nobiltà laica, o sia i _Judices de Militia_, i quali si -trovavano alla testa dell'esercito, e vennero in fierissima lotta con -la nobiltà ecclesiastica, o sia i _Judices de clero_, i quali, per la -nuova autorità assunta dal Papa, avrebbero voluto comandar essi in -Roma. Fortunatamente, il 29 maggio 757, venne consacrato nuovo papa -il fratello del defunto, che prese il nome di Paolo I. Questi dovette -subito accorgersi che c'era ben poco da fidarsi di Desiderio; si volse -perciò a Pipino, annunziandogli la sua elezione, come prima soleva -farsi all'Esarca, e chiedendogli aiuto contro i nobili, che divenivano -sempre più riottosi. Ad essi Pipino scriveva raccomandando obbedienza -al Papa; ed abbiamo la lettera con cui il _Senatus atque universi -populi generalitas_ rispondevano «all'eccellentissimo Signore da Dio -eletto, e vittorioso Pipino re dei Franchi, patrizio dei Romani.» In -essa promettevano obbedienza al Papa, che chiamavano «Padre comune.» - -Il conflitto principale continuava però sempre ad essere coi -Longobardi, e si complicava ora, perchè Desiderio era d'un -carattere mutabilissimo, che doveva poi essere la rovina sua e del -suo regno. Quando i duchi di Benevento e di Spoleto accennavano a -ribellarsi a lui, avvicinandosi invece al Papa ed ai Franchi, egli, -per mantenere intatta la sua autorità, andò subito con la forza -a deporli, sostituendoli con altri di sua fiducia. E dopo di ciò -il suo primo pensiero fu di volgersi all'imperatore Costantino V, -detto Copronimo, promettendo d'aiutarlo a ripigliare l'Esarcato e -la Pentapoli. Ma quando s'accorse che per questa via non riusciva -a nulla, perchè l'Imperatore era occupato altrove, mutò nuovamente -pensiero, e da capo s'avvicinò al Papa, che, sebbene di mala voglia e -senza fidarsene, pur lo accolse. In verità anche il Papa si trovava -in una difficilissima posizione. Non poteva sperar nulla da Pipino, -trattenuto ora nelle guerre d'Aquitania e di Sassonia; e doveva nello -stesso tempo impensierirsi delle nuove difficoltà che gli suscitava -l'Imperatore, giacchè al conflitto politico coll'Oriente s'aggiungeva -ora quello religioso a causa delle immagini. Costantino Copronimo, -infatti, profittando della tendenza del clero franco, che sembrava -essere avverso al Papa non solo nella disputa delle immagini, ma anche -in quella sulla Trinità, cercava di venire con Pipino ad un accordo -religioso, cui sperava dovesse facilmente seguire l'accordo politico. -Ma Pipino, sebbene accettasse la discussione, finì col restar fedele -alla Chiesa di Roma. - -Siamo evidentemente in un periodo di transizione, nel quale lo stato -delle cose muta ogni giorno, ed ognuno quindi muta la sua condotta -politica. Pipino trattava coll'Imperatore, ed era amico del Papa, che -scriveva e riscriveva in Francia, perchè lo difendessero dai Bizantini, -eretici e nemici di Santa Chiesa. Il Papa, disperato, s'avvicinava -ai Longobardi nemici suoi e dei Franchi, i quali da lui e dal suo -predecessore erano stati chiamati a combatterli. L'Imperatore cercava -d'avvicinarsi ai Franchi, che gli avevano tolto l'Esarcato e la -Pentapoli dandoli al Papa, contro cui egli ora voleva spingerli. - -Ma il 28 giugno 767 moriva Paolo I, il 24 settembre 768 moriva -Pipino, e ciò doveva necessariamente dare origine ad un nuovo e grande -mutamento. - - - - -CAPITOLO V - -Nuovi e gravissimi tumulti in Roma — Elezione di Stefano III — -Matrimonio di Carlo re dei Franchi con Desiderata — I nemici del Papa -sono oppressi — Stefano III muore - - -La morte di Paolo I fu come il segnale dato ad un nuovo e più violento -scatenarsi dei partiti. Si vide allora chiaramente che cosa volesse -dire l'aver distrutto affatto l'autorità dell'Imperatore in Roma, -nell'Esarcato e nella Pentapoli, senza nulla sostituirvi, lasciandovi -padrone il Papa, che era disarmato. Il Ducato romano, che abbracciava -presso a poco quella che oggi si chiama la provincia di Roma, è -ricordato la prima volta nel Libro Pontificale l'anno 712 (I, 392), e -l'_Exercitus romanus_ è già ricordato nel 638 e nel 643 (I, 328, 331 -e 395, n. 28). Questo era diviso in _scholae_, comandate, come già -dicemmo, dall'aristocrazia laica, potentissima nella Città e nella -Campagna. Alla loro testa era il Duca mandato prima da Costantinopoli, -dopo il 727 (I, 404) eletto dall'aristocrazia, scomparso a tempo -di Pipino, perchè a capo della Città e del Ducato si pose allora il -Papa. Questi si trovava ora combattuto fra l'aristocrazia laica, che -comandava l'esercito ed in parte anche le Città, e l'aristocrazia -ecclesiastica, che, amministrando la Chiesa ed i suoi vasti possessi, -non era certo in Città meno potente della sua rivale. Un conflitto tra -l'una e l'altra appariva adesso inevitabile. - -Infatti Paolo I riposava ancora sul suo letto di morte, quando Toto, -duca di Nepi, raccolse nella Campagna più gente che potè, ed insieme -coi fratelli Costantino, Passivo e Pasquale, corse a Roma dove fece -colla forza nominar papa il fratello maggiore Costantino. Questi era -però laico, e quindi il vescovo di Palestrina fu costretto, nonostante -ogni sua resistenza, a consacrarlo successivamente chierico, suddiacono -e diacono, dopo di che lo proclamarono papa lo stesso giorno 28 giugno -767. Egli restò sulla sedia episcopale solo tredici mesi, che furono -pieni di sanguinosi tumulti, perchè contro la sua strana elezione -insorse violentemente l'aristocrazia ecclesiastica, la quale era -stata da lui privata d'una parte de' suoi ricchi uffici. Essa avrebbe -naturalmente dovuto inclinare al partito dei Franchi; ma, non potendo -ora sperare nessun aiuto da Pipino, tutto occupato nelle sue guerre, -si vide costretta a rivolgersi ai Longobardi, ed ebbe subito il favore -di Desiderio. Cristoforo, che era Primicerio nella cancelleria papale, -e suo figlio Sergio, che era Secundicèrio, poterono, coll'assenso -del Re longobardo, raccoglier gente nel Ducato di Spoleto, ed il 29 -luglio 768 si trovarono a Porta S. Pancrazio, dove vennero alle mani -cogli avversari, cioè coi capi dell'aristocrazia laica. Questi furono -vinti, perchè tra loro c'erano dei traditori, i quali, appena che la -lotta si volse in favore del proprio partito, ferirono alle spalle i -compagni, che così furono vinti. Passivo, il fratello del Papa, con -alcuni de' suoi più fidi, corse in Laterano per salvargli almeno la -vita; ma vennero invece tutti presi e tenuti prigionieri. Allora un -tal Valdiperto, prete longobardo, che aveva cooperato coi vincitori, -raccolse tumultuariamente i suoi amici, e fece eleggere papa un -prete Filippo, che fu subito consacrato in Laterano, sedette sulla -cattedra di S. Pietro, e benedisse il popolo. Ma questa elezione, fatta -esclusivamente a favore del partito longobardo, non poteva piacere a -nessuno dell'aristocrazia romana, la quale era insorta solo a vantaggio -della propria preponderanza. Essa perciò costrinse subito Filippo a -dimettersi, e raccolti gli amici, l'esercito, il popolo, il clero, fece -una nuova elezione, che riuscì a favore di Stefano III (1º agosto 768), -stato già amico fedele di Paolo I. - -La nuova elezione, che venne finalmente riconosciuta valida, non -potè calmare gli animi, perchè i vincitori, prima che il nuovo Papa -fosse consacrato (7 agosto), vollero far vendetta della elezione di -Costantino. Ad alcuni dei suoi fautori vennero, secondo il crudele -costume bizantino, cavati gli occhi, e strappata la lingua. La turba -inferocita corse poi alla casa in cui era stato rinchiuso il già -decaduto Papa, e copertolo d'insulti, lo menarono, a cavallo sopra -una sella da donna, in un monastero. Di là il 6 agosto fu condotto -alla basilica laterana, dove i vescovi ivi radunati lo deposero -solennemente, facendogli strappare il pallio e levare i calzari -pontifici. Poco dopo, tiratolo fuori del convento, i suoi nemici gli -cavarono gli occhi lasciandolo quasi esanime nella strada. La stessa -sorte toccò ad altri. Non fu risparmiato neanche il prete Valdiperto, -perchè avendo egli di suo arbitrio fatto eleggere Filippo, che era -stato deposto, si temeva che, messosi d'accordo coi suoi compagni -longobardi, volesse ora vendicarsi. Per questa ragione quelli stessi -che poco prima erano stati suoi partigiani, lo cercarono adesso -a morte; nè gli valse l'essersi rifugiato in S. Maria dei Martiri -(Panteon), dove teneva strette in mano le sacre immagini, sperando così -di salvarsi. Lo trascinarono con violenza nel campo del Laterano, dove -anche a lui cavarono gli occhi, in conseguenza di che morì poco dopo -di cancrena alle occhiaie. Stefano III non fece nulla per opporsi a -queste iniquità; nè basta a scusarlo il dire che, quando avesse voluto, -difficilmente sarebbe riuscito ad impedirle. - -Nell'aprile 769 venne radunato in Roma un Sinodo, per prendere le -misure necessarie ad evitare che nelle future elezioni si rinnovassero -gli scandali, e vi intervennero anche dodici vescovi franchi. Ma -neppure questo Sinodo procedette pacificamente. Il misero ex-papa -Costantino già accecato, _jam extra oculos_, fu chiamato a dichiarar -come mai avesse osato farsi eleggere, essendo laico. Rispose che aveva -dovuto cedere alla forza del popolo tumultuante, e chiese perdono de' -suoi peccati. Ma nel giorno seguente, avendo osato aggiungere a sua -scusa, che prima di lui v'erano pure stati a Ravenna e Napoli vescovi -eletti, sebbene laici, vi fu nel Sinodo uno scoppio irrefrenabile -d'indignazione. Gli troncarono la parola in bocca, ordinando poi che -fosse dagli assistenti preso a ceffoni e cacciato via. Furono bruciati -il decreto della sua elezione e gli atti del suo pontificato. Stefano -III, i vescovi, il clero, i cittadini presenti nella basilica pregarono -in ginocchio, facendo penitenza per aver tollerato un Papa così -irregolarmente eletto, e accettato da lui la comunione. Fu inoltre, -sotto pena d'anatema, proibito di far mai più salire al pontificato un -laico. Venne anche deliberato, che non potesse in nessun caso essere -eletto chi non era diacono o prete cardinale, e che non fosse lecito -a nessuno portare armi nel luogo della elezione, la quale d'allora in -poi doveva esser fatta solo dai cardinali, dai primati della Chiesa, -e dai chierici di Roma, restandone escluso il popolo, che insieme -coll'esercito avrebbe solo acclamato il nuovo eletto. - -A far sempre più peggiorare le tristi condizioni della Città, -contribuiva adesso non poco lo stato delle cose all'estero. Dopo la -morte di Pipino infatti il regno franco era rimasto diviso fra i suoi -due figli Carlomanno e Carlo, i quali subito furono in grave discordia -fra di loro. Questa discordia toglieva al Papa ogni speranza d'aiuto da -parte dei Franchi, e cresceva l'audacia dei nobili romani, specialmente -di Cristoforo e di Sergio. Essi avevano fatto prima deporre Costantino, -poi Filippo; avevano fatto eleggere Stefano III, e si credevano perciò -in diritto di dominarlo, di farla in tutto da padroni. Nella lotta tra -Carlomanno e Carlo parteggiavano pel primo, che li favoriva a dispetto -del Papa, il quale mal tollerava la loro prepotenza. Questa discordia -dei due principi franchi divideva gli animi anche in Italia, perchè -bastava dichiararsi avverso ad uno di essi, per avere subito il favore -dell'altro. E così venivano non poco alimentati i partiti in tutta la -Penisola, ma sopra tutto in Roma ed in Ravenna. In quest'ultima città -lottavano fra di loro i diversi aspiranti alla sedia arcivescovile, -i quali andavan d'accordo solamente nel volerla rendere sempre più -indipendente dal Papa, e ciò anche ora che l'Esarcato era stato a lui -concesso da Pipino. - -Bertarida, la madre dei due re franchi, faceva invano ogni opera per -pacificarli fra di loro. A questo fine essa era venuta in Italia, e -cercava imparentarli coi Longobardi. Riuscì infatti a concludere il -matrimonio fra Carlo e Desiderata, figlia di Desiderio. Si parlava -anche d'un matrimonio da concludersi fra Carlomanno ed un'altra -longobarda. A tali notizie il Papa, che in questi accordi vedeva un -grandissimo pericolo per gl'interessi della Chiesa, una minacciosa -rovina di tutti i disegni così lungamente meditati, fu preso da una -collera irrefrenabile. Il linguaggio da lui adoperato nella lettera -che allora scrisse ai due fratelli era infatti tale che, sebbene -essa si trovi nel codice carolino, venne da alcuni ritenuta apocrifa. -Chiamava diabolica ogni unione «fra la nobilissima gente dei Franchi -e la iniquissima dei Longobardi.» Sembrava credere che i due fratelli -avessero già moglie, e quindi che i nuovi matrimoni proposti non -potessero esser altro che concubinaggi. E concludeva: «abbiamo -posto questa nostra lettera di ammonimento sulla tomba di S. Pietro, -celebrandovi sopra la messa, e da questo luogo la mandiamo a voi colle -lacrime agli occhi.» Carlo però non aveva moglie legittima, non v'era -quindi ostacolo al suo matrimonio con Desiderata, che fu celebrato; -ed il Papa si dovè rassegnare al fatto compiuto. A che invero -avrebbe potuto giovare l'irritare Carlo e Desiderio? Si aggiungeva -che Cristoforo e Sergio erano divenuti sempre più insopportabili, -s'erano avvicinati a Carlomanno, e questi aveva mandato presso di -loro a Roma il suo ambasciatore Dodone con alcuni militi, il che li -aveva resi più audaci che mai. Inoltre dopo la deposizione di Filippo -e la uccisione di Valdiperto, essi erano necessariamente divenuti -nemici dei Longobardi, e per questa ragione Bertrada potè riuscire a -riannodar buone relazioni fra il Papa e re Desiderio, che tornò subito -a largheggiar di promesse. - -Sotto pretesto d'un religioso pellegrinaggio, il re longobardo con buon -seguito d'armati s'avvicinava ora a Roma, per incontrarsi col Papa in -S. Pietro, ed aiutarlo contro Cristoforo e Sergio, che erano sempre -più minacciosi, e non si lasciarono prendere alla sprovvista (771). -Dalla Città e dalla Campagna avevano chiamato i loro amici, radunandoli -insieme coi pochi soldati franchi venuti coll'ambasciatore Dodone; -e quando il Papa e Desiderio s'incontrarono in S. Pietro, tutto era -pronto per la rivolta. Ma neppure il Papa se n'era stato ozioso, avendo -dato la direzione della difesa ad uno degli alti ufficiali della Curia, -il cubiculario Paolo, soprannominato Afiarta, uomo audacissimo. Questi, -senza por tempo in mezzo, quando Stefano III tornava da S. Pietro al -Laterano, chiamò il popolo alle armi, e levò il tumulto. Cristoforo e -Sergio corsero colle loro genti al Laterano, chiedendo ad alte grida -che si desse loro nelle mani l'Afiarta. Ma sfortunatamente per essi -quelli che li seguivano, entrati nel Palazzo, non seppero trattenersi -dal saccheggiarlo, e penetrarono armati perfino nella Basilica, dove il -Papa s'era rifugiato. Che cosa precisamente seguisse allora noi non lo -sappiamo. Stefano III scrisse d'aver corso pericolo della vita; ma il -giorno dopo andava accompagnato da molti armati e dallo stesso Afiarta, -ad abboccarsi nuovamente con Desiderio in S. Pietro. Sembra certo che -Cristoforo e Sergio non si spinsero fino a far violenze al Papa, sia -che essi non osassero porre le mani sul Capo visibile della Chiesa, nel -tempio del Signore, sia che i loro seguaci allora li abbandonassero, o, -come è più probabile, che l'Afiarta arrivasse in tempo per resistere. -Certo è che il giorno dopo, quando Stefano III era tornato in S. -Pietro, caddero ambedue nelle mani dei difensori del Papa, il quale -ordinò che restassero nella Basilica fino a notte avanzata, per farli -poi, così almeno disse, coll'aiuto delle tenebre, condurre dall'Afiarta -più sicuramente salvi in città. Ma invece, quando erano per entrar -dentro le mura, sopraggiunsero improvvisamente alcuni manigoldi ivi -appiattati, che li malmenarono e cavaron loro gli occhi. Cristoforo -fu trascinato nel monastero di S. Agata, dove dopo tre giorni morì; -Sergio invece fu tenuto prigioniero nel Laterano, donde poi scomparve. -E Desiderio, che era stato il segreto istigatore di queste sanguinose -violenze, alle quali non si può credere che rimanesse affatto estraneo -il Papa, se ne tornò a Pavia. - -In tal modo i due antichi capi dell'aristocrazia ecclesiastica, che si -erano uniti ai Longobardi per poi tradirli, furono abbattuti. Ma papa -Stefano, sempre debole e mutabile, s'era liberato da una tirannia, -per cadere sotto un'altra. In Roma spadroneggiava ora l'Afiarta col -favore del partito longobardo, di che erano scontentissimi i Franchi. -Carlomanno infatti aveva favorito Cristoforo e Sergio; e neppure a suo -fratello Carlo poteva piacere di vedere in Roma trionfare i Longobardi. -Con ambedue i fratelli e con la loro madre Bertarida il Papa si scusava -dicendo che tutto era stata colpa dell'ambasciatore Dodone, il quale -s'era unito «coi diabolici promotori d'un tumulto, che aveva messo a -grave pericolo la sua propria vita in Laterano. Quanto alle violenze -usate a Cristoforo ed a Sergio, nel loro rientrare in Città, esse eran -seguite contro ogni suo volere, per opera di volgari malfattori, che -non si fu in tempo a fermare, perchè erano sbucati inaspettatamente dai -loro nascondigli.» La lettera del Papa concludeva facendo le lodi di -Desiderio, a cui egli diceva di dovere la propria salvezza, e che già -cominciava a mantenere la promessa di restituire le terre usurpate. Ma -tutto ciò non era poi vero, come ben presto si vide. - -Lo stato generale delle cose mutava ora non poco in Italia e fuori. -Carlo, che era stato sempre avverso ai Longobardi, ripudiava la moglie -Desiderata, rimandandola al padre, e ciò, come è naturale, apriva fra -di loro un abisso. Il 4 dicembre 771 Carlomanno moriva, lasciando un -figlio, che aveva solo un anno; ed i Grandi elessero Carlo a successore -del fratello, volendo colla unione del regno aumentarne la forza. -Il Papa, mutando ancora una volta la sua politica, si allontanava -da Desiderio, che non manteneva le promesse fatte, e s'avvicinava a -Carlo. Egli era molto irritato contro il re longobardo, perchè quando -aveva a lui ricordato gli obblighi assunti, questi gli aveva risposto, -che doveva invece essere contento, e ringraziarlo di quanto aveva già -fatto per lui, che per opera sua era stato liberato dalla prepotenza di -Cristoforo e di Sergio. Tutte queste agitazioni, tutti questi continui -e pericolosi mutamenti turbarono assai l'animo debole ed incerto del -Papa, già malato del male che doveva condurlo alla tomba. L'Afiarta poi -non gli lasciava pace, perchè voleva apparecchiare a proprio vantaggio -la nuova elezione; e quindi di suo arbitrio mandava in esilio, faceva -mettere in carcere tutti i nobili più avversi a lui ed ai suoi. -Finalmente ai primi di febbraio 772 Stefano III moriva, il che dette -origine ad un altro grande mutamento in Roma e nell'Italia. - - - - -CAPITOLO VI - -Elezione di Adriano I — Condanna e morte dell'Afiarta — Discesa di -Carlo re dei Franchi in Italia — Disfatta dei Longobardi, assedio di -Pavia — Carlo va a Roma, dove passa la Pasqua del 774 - - -L'Afiarta riuscì a fare in modo, che la nuova elezione procedesse -rapidamente e senza tumulti, non però a fare scegliere un papa quale -a lui sarebbe convenuto. Sulla cattedra di S. Pietro saliva infatti -Adriano I (772-95), uomo saldo nella fede religiosa, e di carattere -fermissimo, che, a differenza del suo predecessore, non esitava mai. -Quando infatti arrivarono a lui gli ambasciatori di Desiderio, facendo -al solito larghe promesse in nome del loro signore, egli rispose, che -non poteva prestar fede a chi aveva sempre mentito al Papa defunto. -Tuttavia, siccome essi insistevano, e non volendo Adriano mancare -del tutto all'usanza ed alle convenienze, mandò a Pavia ambasciatori -il notaio Stefano, e Paolo Afiarta. Arrivati però che essi furono a -Perugia, dovettero fermarsi, avendo saputo che Desiderio, già mutato -animo, s'era impadronito di Faenza, di Ferrara e Comacchio, dopo di -che le sue genti correvano liberamente per l'Esarcato, e minacciavano -Ravenna, di dove l'arcivescovo chiedeva aiuto al Papa. La vedova di -Carlomanno s'era in questo mezzo rifugiata coi figli presso Desiderio, -il quale, per odio a Carlo, l'aveva accolta sotto la sua protezione, e -voleva che il Papa facesse lo stesso, che anzi ne consacrasse i figli. -Ma Adriano «si mostrò duro come adamante;» mandò anzi una seconda -ambasceria a Pavia, per far nuovi rimproveri al re longobardo, ed -indagare più precisamente l'animo di lui. - -In questo mezzo l'Afiarta, avendo compreso quanta era l'avversione del -Papa per lui e pei Longobardi, aveva cercato di mettersi d'accordo con -Desiderio. Questi voleva avere un abboccamento con Adriano, sperando, -mediante nuove lusinghe, di poterlo tirare alle sue voglie; e l'Afiarta -promise di condurglielo, «anche se fosse stato necessario trascinarlo -con una corda al collo.» Aveva però fatto i conti senza l'oste, giacchè -appena giunto a Rimini, venne arrestato dagli agenti dell'arcivescovo -di Ravenna, che ne aveva ricevuto ordine dal Papa. Il quale, essendo -deciso a farla finita colle prepotenze dell'Afiarta, aveva richiamato -quasi tutti coloro che da questo erano stati esiliati, e fatti uscir -di carcere quelli che aveva imprigionati. Ordinò inoltre una severa -inchiesta, per sapere che cosa fosse mai avvenuto di Sergio. E fu -scoperto che, otto giorni prima della morte di Stefano III, in sul -far della notte, quel disgraziato era stato, per ordine dell'Afiarta -e di altri, condotto sull'Esquilino, presso l'Arco di Gallieno, dove -l'avevano ucciso e sepolto. Il cadavere venne infatti trovato con -i segni ancora visibili delle percosse, e col capestro alla gola. I -complici del delitto, appena scoperti, o fuggirono o vennero esiliati. -Gli atti del processo furono mandati a Ravenna, perchè anche l'Afiarta -venisse giudicato, e, se colpevole, punito della stessa pena. Ma -l'arcivescovo, che era ardente partigiano dei Franchi, e però anche -più del Papa nemico dell'Afiarta e dei Longobardi, lo fece condannare -a morte, sentenza che venne subito eseguita. Il Papa se ne mostrò -assai scontento, perchè egli che era fermo, non voleva appunto perciò -apparire eccessivo. - -In ogni modo adesso il partito dei Longobardi era in Roma sgominato, -ed il loro capo Afiarta non poteva più dar noia a nessuno. Desiderio -faceva gravi minacce al Papa, che non si voleva accordare con lui; e -subito dopo occupava l'Esarcato, entrava nella Pentapoli, e tra la fine -del 772 e i primi del 773 era già in via verso il confine del Ducato -romano. Adriano però non se ne stava inerte; ma raccoglieva gente dalla -Campagna, dalle province, e dalle città, per esser pronto alla difesa. -Nello stesso tempo scriveva, sollecitando aiuto da Carlo, che allora -era spinto a venire in Italia anche da alcuni Grandi longobardi nemici -di Desiderio. Ben presto infatti gli ambasciatori franchi arrivarono a -Roma con la notizia che Carlo aveva deciso di passare le Alpi. E però, -quando Desiderio era giunto a Viterbo, i messi del Papa, che aveva -ripreso animo, si presentarono a lui, intimandogli di ritirarsi sotto -pena d'anatema. Ed il re longobardo, saputo che i Franchi s'avanzavan -davvero, si ritirò. Carlo, come già aveva fatto Pipino con Astolfo, -prima di venire alle armi, anch'egli avanzò proposte di pace al re -longobardo, promettendogli 14,000 soldi d'oro, se restituiva al Papa le -terre promesse. Ma nessun accordo fu possibile. - -Nella primavera del 773 i Franchi s'avanzarono perciò di nuovo verso -l'Italia, divisi in due eserciti. Uno, che prese la via di Monte Giove, -oggi Gran S. Bernardo, era comandato da Bernardo, figlio di Carlo -Martello e zio di re Carlo. L'altro s'avanzò pel Cenisio, condotto -dal Re in persona, che, arrivato alla Chiusa di S. Michele, tentò -nuovamente d'indurre Desiderio a cedere colle buone. Ma fu tutto -invano, e si dovè venire a battaglia. E qui più d'una leggenda altera -la storia in modo, che resta assai difficile scoprire il vero. Si -narra che il passaggio delle Alpi era così fortemente chiuso da un -grosso muro, costruito dai Longobardi a propria difesa, che i Franchi, -sgomenti, volevano ritirarsi, quando, per divina volontà, i nemici -si dettero invece a precipitosa fuga. Un'altra leggenda dice che ciò -avvenne, perchè alcuni dei capi longobardi tradirono. Una terza narra -che, quando re Carlo si trovò nella impossibilità di andar oltre, -un giullare longobardo si presentò a lui, offrendosi d'indicargli un -sentiero sconosciuto, pel quale poteva passare inavvertito. E così i -Franchi, discesi nella pianura, avrebbero preso il nemico alle spalle, -ponendolo in rotta. Si sarebbe allora chiesto al giullare che compenso -voleva, ed egli, salito sopra un colle, e dato fiato al suo corno, -avrebbe chiesto che fin là dove il suono s'udiva, il terreno fosse suo. -E gli fu concesso. Ma lasciando da parte queste ed altre leggende, noi -possiamo dir solo che tra Franchi e Longobardi vi fu una battaglia, -vinta certamente dai primi, della quale però non sono conosciuti -i particolari. Sembra che, mentre re Carlo combatteva di fronte i -Longobardi, l'esercito comandato da Bernardo, avanzatosi rapidamente -per una via poco conosciuta, li prendesse alle spalle, ponendoli così -in fuga precipitosa. Desiderio allora si ritirò a Pavia per difendersi, -e suo figlio Adelchi si chiuse in Verona, dove si era rifugiata anche -Gerberga, la vedova di Carlomanno, coi figli. - -Carlo s'avanzò subito coll'esercito, occupando varie terre importanti, -fra cui Torino e Milano. Poi mise l'assedio a Pavia, che poteva -resistere a lungo. Adesso lo scopo della guerra non era più, come a -tempo di Pipino, di far restituire le terre alla Chiesa. Carlo non -voleva venire a patti, faceva ai Longobardi addirittura una guerra di -sterminio, per annientarne la potenza, ed impadronirsi di tutto il loro -regno. Prevedendo che l'assedio, già regolarmente cominciato, dovesse -andare in lungo, fece di Francia venir la moglie Ildegarda, e compiè -parecchie secursioni, occupando altre città, che s'arresero senza -resistere. Fra queste fu anche Verona; e caddero allora nelle sue mani -Gerberga e i figli, che finirono in un convento. Adelchi invece riuscì -a scampare, e dopo essere rimasto qualche tempo a Salerno, se ne andò a -Costantinopoli. - -Essendo passati già sei mesi, senza che la fine dell'assedio si -vedesse vicina, Carlo pensò d'andare quell'anno (774) in Roma, a -passarvi, com'era allora il sogno di tutti i credenti, la Pasqua, che -cadeva quell'anno il 2 di aprile. Il Re avrebbe anche avuto a Roma il -modo d'accordarsi col Papa sulle grandi questioni politiche, che in -conseguenza della guerra presente, dovevano sorgere inevitabilmente. -Infatti, conquistato che avesse il regno longobardo, che cosa doveva -farne? Non certo restituirlo all'Impero, perchè vi si sarebbe opposto -Adriano I, nè egli era venuto in Italia per ciò. Darlo tutto alla -Chiesa non avrebbe voluto, nè il Papa, disarmato come era, sarebbe -stato in grado di governarlo. Tenerlo tutto per sè, sarebbe stato un -mancare alle promesse fatte al Papa, col quale voleva andare d'accordo: -per difenderlo e favorirlo egli era venuto in Italia, ed aveva -intrapreso la guerra. Era dunque necessario intendersi, ed anche per -ciò la sua gita a Roma riusciva assai opportuna. - -Quello a cui già da un pezzo miravano i Papi, ed a cui mirava più -che mai Adriano, adesso che il regno longobardo era vicino a cadere, -trasparisce abbastanza chiaro dalle loro lettere e dalla così detta -donazione di Costantino, la quale, sebbene sia un documento falso, -compilato in questo tempo appunto da qualcuno della Curia, ha certo un -notevole valore storico, perchè scopre chiaramente le mire ambiziose, -che da lungo tempo aveva sempre avute la Chiesa. Questa donazione, che -vien fuori adesso, ed è ben presto citata dai Papi come un documento -autentico, diceva che l'Imperatore, dopo aver concesso al Papa il -palazzo Laterano insieme con i più alti onori imperiali, dopo aver -riconosciuto la superiorità della Chiesa, e riconosciuto nei prelati e -nei cardinali la dignità senatoria, concedeva «la città di Roma e tutti -i luoghi, le province e città d'Italia al beatissimo papa Silvestro ed -ai suoi successori.» Per quanto vaghe e fantastiche potessero sembrare -queste concessioni, risulta sempre più chiaro che i Papi aspiravano a -prendere in Italia il posto che l'Impero era costretto a lasciare; e i -fatti provano che Adriano I non si contentava più delle sole terre che -Pipino aveva tolte all'Impero. Appunto ora gli Spoletini, per evitar -di cadere sotto il dominio di Carlo, erano venuti in Roma a fare atto -di sottomissione al Papa, giurandogli obbedienza, facendosi, secondo -l'uso di quel tempo, tagliare i capelli e radere la barba; ed il Papa -aveva accettato, riconoscendo, quasi fosse già loro legittimo signore, -il nuovo Duca che si erano scelto. Osimo, Fermo, Ancona e Città di -Castello imitarono l'esempio di Spoleto. Che Adriano I però pensasse -sul serio di potere in Italia succedere all'Impero ed ai Longobardi, -non è facile crederlo. Egli doveva ben capire che, anche avendola, non -avrebbe mai potuto, nè saputo governar tutta la Penisola. Il concetto -perciò che a Carlo si presentava come più pratico e più facilmente -attuabile, era quello di formare nella Lombardia e nella Liguria un -regno franco, cedendo al Papa, oltre il Ducato di Roma, l'Esarcato e la -Pentapoli, dandogli altrove anche i territori e le proprietà su cui la -Chiesa avesse potuto dimostrare d'avere giusti diritti patrimoniali. -Tutto questo però non era ancora ben definito nella mente di nessuno; -era sempre un argomento fluttuante, aperto alla discussione, che si -sarebbe potuta fare a Roma. - -A trenta miglia di distanza dalla Città, presso il lago di Bracciano, -Carlo incontrò i primi dignitari mandati dal Papa. Ad un miglio di -distanza dalle mura incontrò le _Scholae_ della milizia, gli studenti -con rami d'ulivo, tutta una moltitudine che s'avanzava cantando inni -religiosi, portando in mano grandi croci, come s'era usato nel ricevere -l'Esarca. Appena che Carlo li vide, discese da cavallo, ed andò a piedi -sino a S. Pietro. L'antica chiesa, che la tradizione diceva costruita -per ordine di Costantino, era assai diversa dalla presente, ed assai -più bella, pel suo carattere veramente originale. Si trovava fuori -delle mura, le quali ancora non circondavano il quartiere vaticano, che -era come un sobborgo della Città. La vasta basilica a forma di croce -aveva cinque navate, la principale delle quali finiva con un abside -semicircolare. Alla chiesa s'arrivava traversando un atrio spazioso a -forma di chiostro, detto il Paradiso di S. Pietro. Il pavimento così -della chiesa come dell'atrio, si trovava alcune braccia più in alto -della piazza. Vi si ascendeva per una scala larga quanto la facciata o -muro esterno. Le novantasei colonne, nonchè i mattoni coi quali erano -state costruite le mura e gli archi, erano stati tolti dal vicino -anfiteatro di Nerone, e da altri edifizi pagani: si vedeva una grande -varietà di sagome, di capitelli, di colonne. E questo gran tempio -cristiano, composto coi frammenti di tempii pagani, sembrava sfavillar -da lontano, perchè il tetto era formato da tegoli di bronzo dorato, -tolti anch'essi dagli antichi tempii di Roma e di Venere. Nell'interno -i diversi colori dei mosaici e delle pitture davano a quella chiesa -una solenne e severa varietà, che armonizzava col sentimento religioso -assai più del S. Pietro moderno, che sembra quasi un'immensa galleria. -Molte erano le statue di marmo e di bronzo, alcune delle quali -anch'esse tolte ai tempii pagani, e adattate ad uso cristiano. A tutto -ciò s'aggiungevano ricchi broccati, veli a trapunto, lamine d'oro e -d'argento. Nel mezzo della croce era la Confessione dell'Apostolo, -rivestita d'argento, coperta da un tempietto con sei colonne di onice a -spira, con un centinaio di lampade e candele, le quali ardevano giorno -e notte. Ivi erano tutti i giorni prostrati in ginocchio migliaia di -fedeli d'ogni sesso ed età, d'ogni condizione sociale, venuti da tutte -le parti del mondo a chiedere perdono dei loro peccati. Insomma era un -tempio unico veramente, che poteva dirsi il centro religioso del mondo. - -In cima della scala d'ingresso, circondato dal clero, da numeroso -popolo, il Papa sin dal mattino aspettava il Re, che nel vederlo cadde -in ginocchio ai piedi della scala, ed in ginocchio ne salì gli scalini, -baciandoli l'un dopo l'altro. Giunto che fu dinanzi alla porta, il -Papa lo baciò, e poi strettagli la mano, traversato con lui l'atrio, lo -condusse nel tempio fino alla Confessione, dove il clero ed i cantori -intonarono il versetto: «Benedetto chi viene in nome del Signore». Quel -giorno stesso, sabato santo, 1º di aprile, Re e Papa, circondati da -nobili franchi e romani, scesero nella Confessione, dove era la tomba -di S. Pietro, e si giurarono mutua fedeltà. Dopo di che andarono a S. -Giovanni in Laterano, dove il Re assistette al battesimo amministrato -dal Papa. Il giorno seguente, era la Pasqua, ed il Re ascoltò la messa -solenne, celebrata in S. M. Maggiore dal Papa. Il terzo giorno, che -era la prima festa di Pasqua, vi fu gran banchetto; il quarto venne -solennizzato in S. Pietro, dove colle lodi del Santo furono celebrate -quelle del Re; il quinto in S. Paolo. - -Ma più importante di tutti fu il sesto giorno, 6 aprile, quarta -festa di Pasqua. Il Papa usciva di città, in solenne processione, e -s'incamminava nuovamente col Re a S. Pietro, dove prese a scongiurarlo -perchè volesse adempiere interamente le promesse fatte da Pipino, -e da lui confermate. Allora, secondo il Libro pontificale, che è la -fonte quasi unica che qui abbiamo, Carlo si fece leggere la donazione -fatta da Pipino a Quierzy, la quale venne da lui e dai suoi Grandi -riconfermata. Ordinò poi che venisse trascritta dal suo cappellano -e notaio, nuovamente impegnandosi a concedere le terre in essa -menzionate, facendone anche più specificatamente designare i confini, -che si trovano infatti ripetuti nel citato racconto. Questa carta di -donazione, che noi più non abbiamo, sottoscritta dal Re, dai suoi -vescovi, abati, duchi e conti, fu messa sull'altare di S. Pietro; -poi dentro la sacra Confessione; e finalmente venne data al Papa -con solenne giuramento che sarebbe osservata. Una seconda copia, di -mano dello stesso notaio Eterio, fu, a maggiore solennità e sicurtà, -messa nella Confessione, là dove era il corpo di S. Pietro, sotto gli -Evangeli, che ivi si solevano baciare: una terza restò nelle mani del -Re. Questa narrazione ci è data dal Libro pontificale, nella vita di -Adriano I, il cui autore dice d'aver visto coi propri occhi l'atto -di donazione. Ciò nondimeno, sulla esistenza di esso e su tutto il -racconto si sono fatte dispute infinite, che hanno dato origine ad una -intera letteratura: si è parlato di falsificazioni, d'interpolazioni, -e simili. Il resultato della lunga disputa è stato però, che oggi si -presta fede allo scrittore della vita d'Adriano: le divergenze sorgono -piuttosto sul modo d'interpetrare le sue parole. - -Secondo lui adunque l'atto di donazione dava al Papa l'Esarcato, nella -sua più antica e vasta estensione. Non ricordava espressamente la -Pentapoli, ma par certo che intendesse d'includervela; aggiungeva poi -i Ducati di Spoleto e di Benevento, la Toscana intera e la Corsica, -la Venezia e l'Istria. Così il nuovo regno che Carlo avrebbe serbato -esclusivamente per sè, si sarebbe ridotto in assai angusti confini -nell'Italia settentrionale, ed il Papa sarebbe divenuto padrone di -quasi tutta l'Italia centrale e meridionale, con una parte anche della -settentrionale. È certo però, che i confini delle terre concesse al -Papa, al di fuori del Ducato romano, dell'Esarcato e della Pentapoli, -sono indicati in un modo assai indeterminato. E bisogna concludere, -che o s'intese accennar solamente ai beni patrimoniali che la Chiesa -affermava di possedere nelle altre province, ed il cui possesso credeva -di poter documentare; o se si volle veramente promettere in queste -un vero e proprio diritto di sovranità, siffatte promesse non furono -certo mantenute. E ciò potè essere avvenuto non perchè il Re avesse -mutato animo, o avesse voluto ingannare; ma perchè ben presto dovette -accorgersi che il Papa non era in grado di conservare neppur quello che -gli era stato già concesso. In ogni modo, anche volendo, nel 774 era -assai difficile determinare con precisione quello che gli si sarebbe -veramente potuto dare. Da una parte le pretese del Papa crescevano ogni -giorno; e da un'altra si trattava di conceder quello che si doveva -ancora conquistare. L'incertezza ne seguiva perciò come necessaria -conseguenza, ed apriva la porta a molte discussioni, a cui solo l'esito -finale della guerra poteva porre un termine. - -Tra la fine di maggio ed i primi di giugno, re Carlo, fatta a Roma -un'assai breve dimora, se ne tornava a Pavia, che dopo avere già -resistito circa otto mesi, dovette finalmente arrendersi. E qui la -leggenda viene di nuovo a mescolarsi colla storia. Si narra che -una figlia di Desiderio, innamoratasi di Carlo, gli facesse, per -mezzo d'un proiettile spinto attraverso il Ticino, pervenire una sua -lettera, e che dalla risposta avuta s'accendesse vieppiù nel suo amore. -Furtivamente allora prese le chiavi della città, che erano sospese al -letto del padre, e di notte aprì la porta al nemico. Quando però ella -andò incontro a Carlo, venne dai cavalieri franchi, che furiosamente -s'avanzavano, calpestata ed uccisa. Tutto questo sembra significare, -che Pavia s'arrese non solo per la fame e per le malattie, ma ancora -per le discordie interne dei Longobardi. Il re Desiderio fu condotto -via, con la moglie e la figlia, in Francia, dove morì oscuro monaco. -Il valoroso Adelchi s'era già, per la resa di Verona, che alcuni -vorrebbero avvenuta dopo quella di Pavia, rifugiato a Costantinopoli. -Tutte le altre terre longobarde, nell'alta e nella media Italia, -cedettero l'una dopo l'altra. E così può dirsi colla caduta di Pavia -caduto il regno dei Longobardi, che era durato più di due secoli. - - - - -CAPITOLO VII - -Formazione del regno franco in Italia — Congiure e ribellioni contro il -Papa, che chiede aiuto a Carlo — Questi torna in Italia, e celebra in -Roma la Pasqua del 781 - - -Carlo, che era giunto appena alla età di circa trentadue anni, ed aveva -da ogni parte assicurato il suo vasto regno, reso vastissimo dalle -conquiste, prese ora il titolo di re dei Franchi, re dei Longobardi -e patrizio dei Romani. La sua cancelleria cominciò nei pubblici atti -a computare gli anni del regno dalla presa di Pavia, e così fecero -anche i privati: il nome dell'Imperatore di Costantinopoli fu in questi -documenti come dimenticato. Il nuovo regno dei Franchi nell'alta Italia -si estese al di là dell'Isonzo fino all'Istria; ma la supremazia -di fatto esercitata da Carlo si allargò a tutta l'Italia centrale. -Spoleto che aveva giurato obbedienza al Papa, se ne allontanò, per -sottomettersi a Carlo. Il duca di Benevento, Arichi, continuava però -a farla da sovrano indipendente; quello del Friuli s'era sottomesso -assai di mala voglia, ed aspettava una qualche occasione per -ribellarsi. In ogni modo il titolo di Patrizio dei Romani assunto da -Carlo non era più un semplice ornamento, ma cominciava ad acquistare -un valore reale, perchè egli era divenuto davvero il protettore e -difensore della Chiesa. Infatti anche le province più esplicitamente -proprie di essa giurarono a lui fedeltà. Par che egli si serbasse il -diritto di decidere le condanne capitali, togliendole alle autorità -ecclesiastiche; più di una volta infatti lo vediamo sedere _pro -tribunali_, e giudicare nella stessa Roma. Con grande accorgimento -non assunse però mai il titolo di re d'Italia, ma quello solamente di -re dei Longobardi; e non volle aggregare alla Francia neppur quella -parte d'Italia, che ritenne per sè. Ne formò come una provincia -separata, quasi un regno autonomo, cui lasciò le antiche istituzioni -e gli antichi Duchi: in qualche luogo pose, invece del Duca, un -Conte. A Pavia però cominciò subito ad ordinare un'amministrazione -nuova, pigliando per sè i beni della corona longobarda, una parte dei -quali dette ad alcuni conventi in Francia, il che si potrebbe dire un -principio di assimilazione. - -Ad un tratto re Carlo fu costretto a ripassare improvvisamente le -Alpi, per correre a domare la ribellione dei Sassoni, contro i quali -vinse nel 775 una grande battaglia, dopo di che tornò, come vedremo, -in Italia a sottomettere il duca del Friuli; ma dovette di nuovo -traversare le Alpi, per continuare contro i Sassoni quella lotta, che -pareva non dovesse aver mai fine. Sebbene però la resistenza loro e -degli Alamanni fosse oltre ogni dire ostinata, gli uni e gli altri, -come popolazioni più omogenee, finirono coll'essere assimilati ai -Franchi. Lo stesso non potè mai seguire degl'Italiani, che resistettero -assai più debolmente e furono più facilmente domati. Durante i due -secoli vissuti insieme, Longobardi e Romani s'erano fusi in un popolo -solo, e quindi v'era una generale e persistente ripugnanza degli uni -e degli altri contro i Franchi, soprattutto poi nei Duchi ed in genere -nella classe governante. Nè meno profonde erano queste antipatie nelle -terre occupate ancora dai Bizantini, i quali, essendo irritatissimi per -ciò che era stato loro tolto dai Franchi, si sforzavano in ogni modo di -seminare nelle popolazioni odio contro di essi. Tutto ciò fu causa di -grandi disordini, cui se ne aggiunsero, come inevitabile conseguenza, -altri di natura diversa, ma non meno gravi. - -Gli arcivescovi di Ravenna avevano, noi già lo vedemmo, dato origine a -molti dissensi e conflitti con Roma; e questi, nel disordine presente, -rinascevano più vivi che mai. L'arcivescovo Leone era riuscito nel -771 ad assumere l'alto ufficio, vincendo il suo rivale con l'aiuto di -Carlo ed il favore del Papa, al quale si dichiarò allora obbediente; ma -adesso, mutati i tempi, cominciò invece a fare opposizione. Gli pareva -che, cessato in Ravenna il dominio bizantino, l'Arcivescovo dovesse -nella sua sede assumere quella medesima autorità che il Papa assumeva -in Roma. Si faceva forte non solamente delle speciali condizioni in -cui s'era sempre trovato il seggio episcopale nell'Esarcato; ma anche -della Prammatica sanzione, che dava ai Vescovi facoltà di nominare i -giudici, i quali erano anche amministratori. — Non s'era a lui stesso -rivolto Adriano I, quando si trattava di far giudicare l'Afiarta; non -aveva egli fatto eseguire la sentenza di morte, senza neppur consultare -il Papa? Le facoltà concesse dall'Imperatore ai Vescovi non potevano -diminuire per la donazione fatta da Carlo a quello di Roma; nè potevano -esser distrutte dall'autorità che il titolo di Patrizio dava al Re. -I mutamenti avvenuti erano stati fatti in nome del popolo romano, il -quale non poteva certo essere tenuto superiore all'Imperatore. — Così -pare che ragionasse l'arcivescovo di Ravenna: certo si può affermare -che la sua condotta appariva guidata da queste idee. E però egli voleva -nell'Esarcato e nella Pentapoli assumere la stessa posizione (e per le -stesse ragioni), che il Papa assumeva nelle terre da cui l'Impero si -ritirava. Trovò, è vero, una viva resistenza nella Pentapoli, che si -dichiarò favorevole al Papa; ma nell'Esarcato gli riuscì d'insediare -i suoi ufficiali, facendo respingere quelli mandati da Roma. -L'Arcivescovo aveva avuto l'accortezza di mostrarsi avversissimo ai -Longobardi, favorevole ai Franchi; e però Carlo non poteva osteggiarlo. -Un tale stato di cose riusciva utile al Re, per tenere un po' a freno -l'ambizione sempre crescente del Papa. - -Di tutto ciò Adriano I era naturalmente scontentissimo, e ne moveva -lamento a Carlo, incitandolo a tornare in Italia, per ristabilirvi -l'autorità della Chiesa, e mantenere le promesse fatte. E continuando -ne' suoi rammarichi, gli rendeva conto d'una congiura tramata -in Italia, d'accordo con Costantinopoli, contro i Franchi. Egli -esagerava non poco la parte che solo indirettamente potè avervi presa -l'arcivescovo di Ravenna, il quale s'era, come dicemmo, dichiarato -amico dei Franchi; e quella ancora che vi avevano presa i duchi di -Benevento e di Spoleto, che nuovamente s'erano alienati da lui. Il Papa -affermava, fra le altre cose, che una lettera, nella quale il patriarca -di Grado gli rendeva conto della congiura, eragli pervenuta coi -suggelli rotti dall'Arcivescovo, che l'aveva aperta per renderne conto -ai due Duchi coi quali cospirava. La verità è che una cospirazione si -tramava davvero da parecchi duchi longobardi contro i Franchi e contro -il Papa. Chi diceva che Rodogaudo duca del Friuli aspirava alla corona -di Desiderio, e chi diceva che i Longobardi volevano ripristinare -l'interregno che s'era avuto dopo la morte di Clefi. Si aggiungeva -che da Costantinopoli erano partite navi, comandate da Adelchi, per -secondare la trama. È possibile che l'arcivescovo Leone la favorisse, -perchè essa riusciva a danno del Papa, col quale si trovava in lotta; -ma non è credibile che egli avesse voluto cooperare alla cacciata -dei Franchi, dei quali era amico, ed alla ricostituzione del dominio -longobardo, al quale s'era manifestato avverso. Sembra però certo -che a Spoleto si era tenuta un'adunanza, nella quale fu deliberata la -congiura di cui il Papa, esagerandola, avvertiva re Carlo. - -Questi, pigliando la cosa con molta calma, cercò prima di tutto di -separar dagli altri cospiratori i duchi di Spoleto e di Benevento, -promettendo di lasciar loro una maggiore indipendenza. Oltre di ciò, -la notizia arrivata in Italia nel febbraio del 776, che l'imperatore -Copronimo era morto, levava ai cospiratori il principale appoggio -su cui avevano fatto assegnamento. Intanto il Re, che si trovava -allora libero dalla guerra contro i Sassoni, si mosse con poche genti -verso l'Italia, dove pervenne colla rapidità del fulmine, ed attaccò -battaglia col solo Rodogaudo, che fu subito vinto, e pare anche ucciso. -Così Carlo fu padrone del Friuli, avendo ben presto superato anche la -poca resistenza fatta da Treviso, dove il 14 aprile 776 potè celebrare -la Pasqua. Se nella sua prima venuta in Italia egli s'era dimostrato -assai indulgente, adesso, invece, irritato dalla congiura, si dimostrò -severissimo. Molti furono, per la confisca dei loro beni, ridotti alla -miseria, e quando non vennero chiusi in carcere, andarono pel mondo -raminghi. Fu imprigionato tra gli altri anche il fratello dello storico -Paolo Diacono. E questi, dopo aver lodata la generosità dimostrata -dal Re nella sua prima venuta in Italia, dovette ora lamentare la -lunga e crudele prigionìa del proprio fratello, la cui moglie andò -limosinando coi figli, laceri e privi di tutto. Carlo cominciò adesso a -porre nelle città italiane, molto più che non aveva fatto prima, Conti -invece di Duchi. I primi erano meno potenti, più sottomessi a lui che -li nominava, e quindi più obbedienti. Ai confini del regno, per meglio -difenderli, egli soleva costituire le Marche, riunendo in una più -contee, che affidava a conti di Marche, i quali erano perciò non meno -potenti dei duchi: e così fece ora nel Friuli. Dopo di ciò, dovendo -da capo ripigliare la guerra contro i Sassoni, ripartì dall'Italia, -senza avere neppure visitato il Papa, verso il quale par che fosse -questa volta un po' freddo, dimostrando invece, almeno in apparenza, -qualche favore all'arcivescovo di Ravenna. Vinti dopo fiera resistenza -i Sassoni, Carlo dovette andare rapidamente verso la Spagna, e, -passati i Pirenei, mosse guerra agli Arabi, prese Pamplona, e s'avanzò -fino a Saragozza. Ma allora fu subito costretto a tornare indietro -per combattere di nuovo i Sassoni. La sua retroguardia venne per via -fieramente assalita dai Baschi, e addirittura distrutta nella celebre -rotta di Roncisvalle (778), nella quale morì il fiore dei paladini -franchi, e fra gli altri quell'Orlando, il cui valore è tanto celebrato -nei poemi cavallereschi. Ciò non ostante, Carlo continuò il suo -cammino, inflisse nel 779 una nuova disfatta ai Sassoni, e poi ripassò -per la terza volta le Alpi, venendo in Italia, dove lo stato delle cose -imperiosamente lo chiamava. - -A Ravenna allora era morto l'arcivescovo Leone, ma non era cessata -del tutto l'opposizione al Papa, al quale avversissimi si mostravano -sempre più anche i duchi di Spoleto e di Benevento. Questi davano -animo a tutti i nemici, a tutte le terre che a lui si ribellavano, -come ora aveva fatto Terracina, che, seguendo l'esempio di Gaeta, s'era -dichiarata pei Bizantini. Di ciò il Papa amaramente si doleva col Re, -invocandone l'aiuto. Ed ora per la prima volta faceva ufficialmente -allusione alla donazione di Costantino a Silvestro. Nel determinare -però quali erano i dominii che pretendeva per la Chiesa, si manteneva -in limiti assai più modesti di quelli indicati nella donazione. -Infatti egli accennava solamente ai _patrimoni_ spettanti a S. Pietro -nella Toscana, nello Spoletino, nel Beneventano, nella Corsica e nel -territorio sabino, patrimoni che i Longobardi avevano usurpati, ma che -erano della Chiesa, in conseguenza di donazioni fatte da Imperatori, -da Esarchi e da altri per la salute delle loro anime, come poteva con -documenti provare. Sembrerebbe perciò che, ad eccezione del Ducato -romano, dell'Esarcato e della Pentapoli, si trattasse, per ora almeno, -solo di poderi, di terre, e di case sparse in diversi luoghi. Il Libro -pontificale avrebbe quindi, in modo più o meno indeterminato e vago, -esagerato, mutando il diritto di proprietà sopra alcuni terreni in -diritto di sovranità sulle province in cui essi si trovavano. - -Il Papa si rivolgeva ora a Carlo, come a legittimo signore, -chiedendogli ciò che secondo lui apparteneva alla Chiesa, difendendosi -nello stesso tempo dalle calunnie che gli erano state fatte da' suoi -nemici circa la corruzione del clero, circa il commercio degli schiavi, -che dicevano da lui favorito, e che egli invece aveva condannato e -cercato d'impedire. Ma quello che è più notevole, come prova della -grandissima autorità che il Papa riconosceva sempre nel Re, gli -chiedeva ora il permesso di tagliare alberi nei boschi dello Spoletino, -per avere le travi necessarie a restaurare il tetto della chiesa di -S. Pietro. Ciò dimostra ad evidenza che Adriano era ben lungi dal -presumere di volerla far da padrone in quasi tutta l'Italia centrale e -meridionale, come vorrebbe far credere il Libro pontificale. - -Verso la fine del 780 Carlo passava il Natale a Pavia con la moglie -Ildegarda, e i figli Carlomanno e Lodovico. Sebbene fosse questa -volta venuto in Italia senza un esercito, la sua dimora fu pure -importantissima, per le leggi o _capitolari_ che allora pubblicò, -cercando di dare assetto definitivo al governo del paese. Alcune -di queste leggi, già pubblicate in Francia, vennero ora sanzionate -in Italia; altre furono fatte specialmente per essa, e quasi tutte -a vantaggio della Chiesa. A questa egli assicurava la riscossione -delle decime, aumentava le rendite; cercava di regolare anche il -pagamento dei censi che le eran dovuti, di determinare la dipendenza -dai metropoliti, e di render sicura l'amministrazione della giustizia -per parte dei conti. Tutto ciò, com'è naturale, di pieno accordo e con -soddisfazione del Papa, col quale il 15 aprile 781 passava la Pasqua -in Roma, dove fece da lui ribattezzare il proprio figlio Carlomanno, -che prese allora il nome di Pipino. E perciò d'ora in poi Carlo nelle -lettere papali è chiamato sempre _compater noster_. Nello stesso -giorno Pipino venne dal Papa consacrato re d'Italia, e Lodovico re -d'Aquitania: atto questo di pura forma, giacchè l'uno di essi aveva -appena compiuto quattro anni, e l'altro due solamente. - -Certo tutto ciò accresceva non poco l'autorità del capo della Chiesa, -il quale sembrava assumere ognor più la facoltà di fare e disfare -i regni. Ma il potere supremo, effettivo e reale, anche in Italia, -rimaneva nelle mani di Carlo, il quale solo firmava i pubblici -documenti del regno, che uscivano ora dalla cancelleria franca. - - - - -CAPITOLO VIII - -Irene governa in Costantinopoli — Carlo sconfigge di nuovo i Sassoni — -Torna in Italia e sottomette il Friuli e Benevento — Combatte gli Avari -— Dispute religiose — Morte di Adriano I e suo carattere - - -Adesso tutto sembrava andare a seconda di re Carlo. In Costantinopoli -a Costantino Copronimo era successo Leone IV iconoclasta, ed a -questo succedeva nel 786 la vedova Irene, la quale venne incoronata -insieme col figlio Costantino VI di soli dieci anni. Ella, che era -favorevole al culto delle immagini, ed aveva, come donna, bisogno di -consolidare la sua posizione sul trono, fece subito adesione alla -Chiesa di Roma, e mandò a Carlo ambasciatori, chiedendo sposa per -suo figlio la primogenita del Re, Rotruda, la quale aveva soli otto -anni. Così pareva si potesse sperare non solo che a Costantinopoli -s'andasse d'accordo coi Franchi, ma che non si dovesse porre alcun -ostacolo al libero possedimento concesso alla Chiesa dell'Esarcato, -della Pentapoli e delle terre sulle quali essa poteva dimostrare di -avere legale diritto. Se non che appunto quando sembrava che si fosse -per venire ad accordi, Carlo dovette improvvisamente partire, per -ripigliare l'eterna guerra contro i Sassoni, di nuovo violentemente -insorti. Egli li vinse e punì severamente, avendone, si dice, in un sol -giorno condannati a morte 4500. Ma questo, invece di domarli, li fece -insorgere con maggior violenza. Nell'anno 783, in cui perdette prima -la moglie e poi la madre, dovè combatterli da capo, e dette finalmente -ad essi un'altra decisiva disfatta. Dal campo di battaglia, che lasciò -coperto di cadaveri, se ne tornò ricco di preda in Francia, ove diede -sepoltura alla madre ed alla moglie, sposandone ben presto un'altra, -Fastrada. Nella state del 785 egli dette ai Sassoni una nuova e grande -disfatta. Il loro celebre capo Viduchindo, che li aveva sempre guidati, -si sottomise e si convertì al cattolicismo, il che fu come il principio -della sottomissione e conversione di tutto il popolo. Ma per arrivare a -un tal resultato Carlo dovette successivamente spedire contro i Sassoni -undici eserciti, nove dei quali furono comandati da lui in persona. - -Sebbene in questo mezzo le cose d'Italia fossero andate sempre -migliorando, e sempre a vantaggio dei Papi, favoriti da coloro che -governavano la Penisola in nome di Pipino, ma sotto l'autorità -effettiva di Carlo, pure Adriano I non era soddisfatto. Egli si -rallegrava dei trionfi del Re e della conversione dei Sassoni, ma -chiedeva con crescente insistenza le _giustizie_ di S. Pietro, senza -determinar mai con precisione quali e quante veramente fossero: pareva -che le andasse di continuo allargando. Ora insisteva più specialmente -sul territorio della Sabina, che era stato, egli diceva, sempre -promesso, non però mai reso. E di simili lamenti son piene le sue -lettere dal 781 al 783. — Il Re, così concludeva il Papa, aveva fatto -fare le sue indagini, per accertarsi dello stato vero delle cose; -s'erano per tutto interrogati gli anziani, e dopo essersi venuto in -chiaro d'ogni cosa, non s'era poi nulla concluso. — Le stesse domande -il Papa faceva alla imperatrice Irene, per quelle terre che erano state -tolte alla Chiesa dai Bizantini nella Calabria, in Sicilia e altrove. E -procedendo d'una cosa in un'altra, finiva col proporre anche un pieno -accordo della Chiesa d'Oriente con quella d'Occidente, «affinchè non -continuasse ad esservi ancora un'infausta scissura, quando si parlava -sempre di concordia e di amicizia.» - -Certo le cose in Italia non erano quiete. Il Papa si doleva sempre di -non aver le sue terre; Arichi duca di Benevento, ritenendosi affatto -indipendente, minacciava di continuo i vicini per la voglia che aveva -d'ingrandire il proprio Stato. Carlo tornava perciò da capo in Italia, -e dopo aver passato a Firenze il Natale del 786, continuava il suo -cammino verso Roma, avanzandosi alla volta di Benevento. Arichi s'era -armato con la intenzione di difendersi in Salerno, dove poteva dal mare -ricever soccorso; ben presto però venne ad un accordo col Re. Il Duca -si sottomise a lui nel modo stesso in cui i suoi antecessori erano -stati sottomessi al re dei Longobardi; pagò un'indennità, e diede in -ostaggio il proprio figlio Grimoaldo. Ma ora si turbarono le relazioni -con Costantinopoli. Nel 787 andò a monte il matrimonio della figlia -di Carlo con Costantino figlio d'Irene, il quale nell'anno seguente -sposò una moglie armena. Carlo tuttavia non poteva adesso pensare a -ciò, perchè, celebrata la Pasqua del 787 a Roma, dovette tornare in -Germania a combattere il duca di Baviera, che in quell'anno finalmente -si sottomise del tutto. - -Verso la fine del 787 s'udì ad un tratto che nell'antica Calabria -era sbarcato Adelchi. Il Papa affermava che questi veniva in aiuto -del duca Arichi, con intenzione di metterlo alla dipendenza di -Costantinopoli, per poi fare insieme con esso uno sbarco a Ravenna. Ma -quali che fossero siffatti disegni, ben presto il duca Arichi e suo -figlio Romualdo morivano, lasciando al governo la vedova Adalberga, -accorta e risoluta, che parteggiava manifestamente pei Franchi. Ella -chiese a re Carlo che liberasse l'altro suo figlio Grimoaldo, tenuto -sempre in ostaggio. Questi fu rimandato, e subito prese possesso del -Ducato, senza punto occuparsi del Papa, nè delle richieste che esso -continuamente faceva di terre, di diritti, di giustizie di S. Pietro. -Il Duca s'apparecchiava intanto alla guerra contro i Bizantini, -d'accordo con Carlo, occupato sempre in Germania ove ben presto dovette -combattere gli Avari. Questi erano gli avanzi che, scampati alla rovina -del loro impero ai tempi di Eraclio, s'erano rifugiati nella Pannonia, -e per un momento ancora ricompariscono sulla scena, avanzandosi un -momento sino al Friuli. - -Nel 788 soldati bizantini sbarcavano nell'Italia meridionale in aiuto -di Adelchi; e contro di essi marciavano insieme con alcuni Franchi -mandati da Carlo, Grimoaldo coi suoi Beneventani e Ildebrando cogli -Spoletini. I Bizantini furono ricacciati in Sicilia; Adelchi si ritirò, -senza che se ne sentisse più parlare. E per tutti questi fatti la -potenza e l'autorità di Carlo ne crebbero a dismisura in Italia. Egli -dimostrava però sempre una grandissima deferenza verso il Papa, così -nelle grandi come anche nelle piccole cose. Gli chiedeva perfino, -quasi ad autorità superiore nell'Esarcato, il permesso di esportare da -Ravenna alcuni marmi e mosaici, per servirsene nelle costruzioni che -voleva fare in Aquisgrana ed altrove. - -La sua operosità pareva che non dovesse aver mai posa: ogni giorno -sorgevano nuovi pericoli, ai quali egli prontamente riparava. Nel 791 -era occupato nella guerra contro gli Avari in Germania e nel Friuli. -Nel 792 dovè reprimere una congiura del suo figlio naturale Pipino, -detto il gobbo, il quale si ribellò perchè era assai scontento d'essere -stato escluso dalla successione al trono a vantaggio, come sembrava -credere, del fratello legittimo, a cui s'era, già lo vedemmo, dato -recentemente lo stesso suo nome. Ma ben presto fu vinto e chiuso in -un convento. Anche Spoleto e Benevento davano assai da fare colle loro -continue minacce di ribellione. - -A questo tempo appunto, quando cioè gli Avari minacciavano il Friuli, -dovrebbe riferirsi il fatto cui accenna una carta, che ha la data -dell'824. Volendosi restaurare le mura di Verona per metterla in istato -di difesa, sarebbe sorta una grave disputa tra la città ed il Vescovo, -a cui essa voleva imporre un terzo della spesa, quando egli credeva di -esser tenuto a pagarne solo un quarto. Si venne perciò ad una specie -di giudizio di Dio, il quale riuscì a favore del Vescovo. Da una tal -narrazione s'è voluto dedurre, che fin d'allora esistesse un principio -d'autonomia in qualcuna delle città longobarde. Ma non si è punto -sicuri che la carta sia autentica, ed assai probabilmente essa accenna -a fatti di tempi posteriori. - -Nel por mano alla sua opera legislativa e di organizzazione dello -Stato, Carlo si occupò continuamente della organizzazione della Chiesa -ed anche delle questioni religiose. Nel 794 radunava un Sinodo a -Francoforte, pigliando parte vivissima alle dispute teologiche. In -una di esse combattè la così detta dottrina dell'_Adozianismo_, che -era venuta di Spagna, ed ammetteva la doppia natura di Gesù Cristo, -dichiarando che, come Verbo, era sostanzialmente figlio di Dio, come -uomo era figlio solo per grazia e libera volontà del Padre. L'altra -disputa religiosa, non meno vivace, fu d'indole diversa. Il settimo -Concilio generale tenuto a Nicea (787), nel sanzionare il culto -delle immagini, aveva ammesso che alle immagini dei Santi si dovesse -come alla Croce rivolgere la preghiera, accendere i lumi, bruciare -l'incenso. Tutto ciò poteva non sembrare eccessivo in Oriente, dove -s'accendevano i lumi e si bruciava l'incenso anche dinanzi all'immagine -dell'Imperatore; ma così non era in Occidente. E la cosa divenne -anche più grave, quando nel tradurre, per ordine di papa Adriano, -le conclusioni del Concilio, alla parola _onorare_ i Santi, quale -era nell'originale, si sostituì l'altra ben diversa, _adorare_. E -quindi il Re con ragione, dopo essersi opposto all'Adozianismo, si -oppose anche alla pretesa che ai Santi si prestasse lo stesso culto -in forma di _latria_, dovuto alla Trinità. Se non che questo era un -combattere mulini a vento, essendosi a Nicea parlato di _onorare_, non -di _adorare_. Il Papa perciò, senza consentire alla condanna (e non -avrebbe potuto) delle recenti conclusioni di Nicea, non le approvò -neppure. E ciò egli fece, non solamente per la forma insolita che -avevano, ma anche perchè voleva far conoscere il suo malcontento a -Costantinopoli, dove non mostravano nessuna voglia di restituire le -terre che egli diceva usurpate alla Chiesa nell'Italia meridionale. In -sostanza si dimostrò contento delle deliberazioni prese a Francoforte. -Il 10 agosto dello stesso anno 794, re Carlo perdeva la moglie -Fastrada, e subito dopo dovette ripigliare ancora una volta la guerra -sassone, che fu continuata energicamente nel 795. - -Il giorno di Natale del medesimo anno moriva Adriano I, sotto il -cui papato erano, come abbiam visto, seguiti avvenimenti di grande -importanza, sebbene non sempre per sua personale iniziativa. È ben -vero che egli chiamò in Italia re Carlo, il quale distrusse il regno -longobardo ed iniziò il potere temporale dei Papi; ma pareva che -ciò fosse avvenuto più per forza inevitabile delle cose, che per -opera personale di lui. Nelle lettere a Carlo egli ricordava sempre -Costantino, «che aveva fatto la gran donazione, perchè non era giusto -che l'Imperatore terreno esercitasse la propria potestà là dove -l'Imperatore celeste aveva costituito il suo principato sacerdotale.» -E teneva tanto alla propria autorità, che si dolse col Re, quando -questi accolse alcuni abitanti della Pentapoli, i quali erano andati -a lui senza averne ricevuto il permesso dal Papa. «Come i Franchi, -egli scriveva, non vengono a Roma senza licenza del Re, così costoro -non avrebbero dovuto andare in Francia senza licenza del Papa. E come -questi rispetta il Patriziato del Re, così il Re dovrebbe rispettare -quello di S. Pietro.» Nè voleva ammettere che Carlo s'ingerisse negli -affari di Ravenna, perchè l'Esarcato e la Pentapoli appartenevano ormai -a S. Pietro. Ma queste erano tutte più o meno teorie; padrone di fatto -era il Re. Adriano potè evitare molti pericoli, riconoscendo il vero -stato delle cose, e sottomettendosi con prudenza alla necessità, non -ostante le sue proteste e le continue riserve per mantenere intatti -i diritti della Chiesa. Il suo successore, che fu d'un carattere più -intransigente, e rispettava un po' meno le apparenze, ebbe ben presto, -come vedremo, a soffrirne gravi conseguenze. - - - - -CAPITOLO IX - -Elezione di Leone III — Ambasceria franca a Roma — Irene imperatrice — -Gravi tumulti in Roma — Il Papa a Padeborn — Suo ritorno a Roma — Carlo -viene a Roma, dove è coronato imperatore dal Papa, il giorno di Natale -800 - - -Il giorno dopo la morte di Adriano I veniva eletto Leone III, -consacrato il 27 dicembre 795. Il suo predecessore, che nel 772 datava -ancora le Bolle pontificie secondo gli anni in cui l'Imperatore aveva -governato, cominciò, dopo che Carlo fu padrone d'Italia, a datarle -secondo gli anni del proprio pontificato, riconoscendo però sempre la -superiore autorità dell'Imperatore. Leone III invece le datò subito -secondo gli anni del regno di Carlo «re dei Franchi e dei Longobardi, -Patrizio dei Romani, dopo la sua conquista d'Italia.» Così fu rotto il -legame della Chiesa con Costantinopoli, da cui il nuovo Papa veniva di -fatto a dichiararsi indipendente. Il suo primo atto fu di annunziare -a Carlo la morte del predecessore e la propria elezione, inviandogli -le chiavi d'oro di S. Pietro e la bandiera della città di Roma, come a -Patrizio, di cui egli senza esitare riconosceva la superiore autorità. -Lo invitava nel medesimo tempo a mandar suoi messi in Roma, per -ricevere il giuramento di fedeltà dal popolo. - -Il concetto che Leone III s'era formato del nuovo stato di cose lo -fece chiaramente vedere anche nel celebre mosaico da lui ordinato, -per metterlo nel triclinio del Laterano. Esso è ora scomparso, ma una -riproduzione, fatta nel 1743 da una copia in disegno, se ne vede oggi -nella Piazza di Porta S. Giovanni in Laterano, vicino alla basilica, -sul muro esterno dell'edifizio della Scala Santa. Di là le figure di -quel mosaico sembrano contemplare, attraverso la Campagna, gli uliveti -di Tivoli, e più lungi ancora gli Appennini umbri e sabini, il cui -diafano colore di tanto in tanto, durante l'inverno, sparisce sotto -la cortina di neve che li ricopre. Esso è diviso in tre compartimenti. -In quello di mezzo, che è il più ampio, si vede la figura maestosa di -Cristo circondato dagli Apostoli, che manda pel mondo a predicare il -Vangelo. Una mano è distesa a benedire, l'altra tiene un libro su cui -è scritto: _Pax vobis_. Nel compartimento a destra si vede di nuovo -Cristo che siede tra papa Silvestro e l'imperatore Costantino, i quali, -in assai più piccole proporzioni, sono inginocchiati ai due lati. -Nel compartimento a sinistra la grande figura di S. Pietro sta con le -chiavi sulle ginocchia, e ai due lati sono inginocchiati Leone III e -re Carlo, anch'essi in piccole proporzioni. San Pietro dà al Papa una -stola, ed al Re la bandiera di Roma. Sotto si legge: _Beate Petre donas -vitam Leoni PP. et bictoriam Carulo Regi donas_. - -All'ambasceria mandata da Roma, Carlo rispondeva con un'altra, di cui -parte principale era l'abate Angilberto, noto per la sua dottrina -ed il suo amore alla poesia, che gli fecero dare il soprannome di -Omero. Le istruzioni avute erano assai semplici. Doveva ricordare al -Papa la necessità di «serbare la santità della vita, e di provvedere -alla osservanza dei sacri canoni.» Ed il Re scriveva poi direttamente -ad Adriano: «Angilberto viene a discorrere con Voi di tutto ciò che -crederete necessario alla esaltazione di Santa Chiesa e di Dio, alla -stabilità del vostro onore e del nostro Patriziato. Noi vogliamo con -Voi, come già col vostro predecessore, stringere patti d'alleanza, -ed avere la vostra benedizione. Spetta a noi, mercè l'aiuto di -Dio, difendere di fuori con le armi la Chiesa contro i pagani e -gl'infedeli, proteggerla dentro con la conservazione della cattolica -fede. Spetta a voi, o Santo Padre, assistere le nostre milizie, con -le mani levate al cielo, come Mosè, affinchè il popolo cristiano -possa conseguire vittoria contro i nemici di Cristo.» Carlo prendeva -adunque l'attitudine non solamente di protettore del Papa, ma anche di -sostenitore della vera fede. L'ammonizione sulla necessità di serbare -il buon costume, dimostrava che era giunta in Francia notizia delle -molte e gravi accuse che in Roma si movevano al Papa dai suoi nemici e -calunniatori. - -Tutto intanto continuava ad andare a favore del Re, ed insieme con -la fortuna cresceva l'animo suo e dei suoi seguaci. Il suo dotto -consigliere Alcuino gli ricordava continuamente, che era stato -chiamato da Dio ad essere non solo il più potente sovrano del mondo, -ma anche il sostenitore della vera fede. Adesso non c'era più da -temer nulla dall'Impero d'Oriente, divenuto tale che nessuno osava -parlarne senza arrossire. Di là non poteva minacciare nessun pericolo, -nessuna opposizione alla soverchiante potenza di Carlo. Irene aveva -cominciato a governare col figlio Costantino VI, tenendolo sottoposto -sino ad umiliarlo non solo, ma anche a batterlo. Egli se ne emancipò -finalmente, escludendola dal governo, e confinandola. Ma era così -debole, così dissoluto, capriccioso e violento, che nel 797 una -rivoluzione rimise sul trono la madre, la quale potè non solamente -deporlo, ma anche adoperare contro di lui ogni violenza, facendogli -da ultimo cavare gli occhi: non riuscì però a farlo morire come aveva -sperato. Non solo adunque sul trono di Costantinopoli si trovava una -donna, il che non era mai sino allora seguito, e pareva perciò enorme; -ma questa donna, colla sua condotta verso il figlio, aveva dimostrato -di essere un mostro. - -Nè andavano gran fatto meglio le cose a Roma, dove la debolezza -dell'Impero e la lontananza di Carlo avevano di nuovo fatto scatenare -selvagge passioni. I _judices de clero_, e i _judices de militia_, -che già da qualche tempo comandavano nella Città, si sollevarono. -I primi, come già vedemmo, eran ricchi prelati, amici o parenti dei -Papi. Di mezzo ad essi si sceglievano i sette ministri che reggevano -la Curia, ed amministravano gl'interessi della Chiesa; ed alla loro -testa si trovava il _Primicerius_, che nelle pubbliche cerimonie veniva -subito dopo il Papa. Quest'ufficio, sotto Adriano I, la cui famiglia, -già nobile e potente, divenne allora potentissima, era stato tenuto -da suo zio Teodato, che ebbe anche il titolo di _Consul et Dux_. Gran -potere avevano avuto pure i due nipoti del Papa, Teodoro e Pasquale, -il secondo dei quali fu, dopo Teodato, nominato Primicerio, ed alla -morte di Adriano ritenne l'ufficio, giacchè secondo l'usanza esso non -mutava col mutare dei Papi. S'era quindi assuefatto a farla da padrone, -e veniva perciò avversato da Leone III, di cui era naturalmente nemico. -Egli ed il sacellario Campulo (forse altro nipote del Papa defunto) si -posero alla testa dei _judices de clero_, e dei _judices de militia_, -i quali ultimi, formando l'aristocrazia laica, comandavano l'esercito; -e tutti insieme volevano ora impadronirsi affatto del governo della -Città. - -Il 25 di aprile 797, giorno di S. Marco, destinato alla processione -delle solenni litanie, Leone III, accompagnato da Pasquale e da -Campulo, s'avanzava a cavallo, seguito dal clero, per la via che da -S. Giovanni in Laterano conduce a S. Lorenzo in Lucina. Appena che -furono giunti a S. Silvestro in Capite, sbucarono colle armi sguainate -i congiurati, che assalirono il Papa, gettandolo giù da cavallo e -ferendolo. Cercarono poi, secondo la barbara usanza bizantina, di -accecarlo e di strappargli la lingua, lasciandolo a terra semivivo. -Pasquale e Campulo, che eran d'accordo coi congiurati, s'unirono -con essi, e chiusero il Papa nel vicino convento; poi, per maggiore -sicurezza, lo condussero a Sant'Erasmo sul Celio. La leggenda vuole che -colà egli miracolosamente riacquistasse gli occhi e la lingua, che la -storia invece crede non avesse mai perduti. I congiurati non osarono -procedere alla elezione d'un nuovo Papa, tanto più che essi non avevano -cospirato contro il capo della Chiesa, ma contro il signore della -Città. Essendo Leone III guarito ben presto delle sue ferite, fu da -alcuni dei suoi famigliari, tra cui il ciambellano Albino, calato con -funi dalle mura del convento, e menato in S. Pietro. Colà venne il duca -di Spoleto, Guinigildo, coi suoi armati, in compagnia d'un messo di re -Carlo, e lo condussero a Spoleto. Un'ambasceria fu subito mandata in -Francia, per render conto al Re dell'accaduto, aggiungendo che il Papa -voleva parlargli. Carlo rispose che sarebbe subito venuto in persona, -se non fosse stato trattenuto da una nuova spedizione contro i Sassoni. -Lo aspettava perciò a Padeborn, ed avrebbe inviato ad incontrarlo -l'arcivescovo Ildibaldo di Colonia, il conte Ascario ed il proprio -figlio Pipino re d'Italia, che lo avrebbero, per maggior sicurezza -ed onore, accompagnato fino a lui. Il viaggio del Papa, in compagnia -di molti prelati, fu trionfale. Incontrò prima l'Arcivescovo, poi -Pipino, che con una parte dell'esercito lo accompagnò a Padeborn, dove -Carlo lo accolse solennemente, alla testa delle sue schiere, le quali -ricevettero in ginocchio la benedizione papale. Il Re lo intrattenne -poi con grandi feste, e gli fece anche larghi donativi. - -Da Roma, dove la rivoluzione imperversava, continuavano intanto ad -arrivare gravissime accuse contro il Papa, e si pregava il Re che -volesse sottoporlo ad un giudizio, perchè si trattava di colpe tali -da doverlo deporre, se non riusciva a dimostrarsene innocente. La -cosa appariva infatti tale che Carlo, sebbene trattenuto dalle cure -della guerra, par che si decidesse a consultare l'opinione del suo -fido Alcuino circa l'opportunità di continuare in persona la guerra, -o recarsi invece subito a Roma, per provvedere allo stato ivi sempre -incerto e tumultuoso delle cose. Ed Alcuino allora scrisse al Re una -lettera assai notevole, in cui gli diceva: «Fino ad ora vi sono state -nel mondo tre potestà: il Vicario di San Pietro, sacrilegamente oggi -ingiuriato e maltrattato; l'Imperatore, laico, dominatore della nuova -Roma, il quale, in modo non meno barbaro, venne balzato dal trono, su -cui fu messa una donna; e finalmente la regia dignità da Gesù Cristo -a Voi affidata, per reggere il popolo cristiano. Essa ora sovrasta a -tutti in sapienza e potenza; in Voi perciò è riposta la salute della -Cristianità. Bisogna che prima pensiate a portare rimedio al capo -(_cioè Roma_), per pensare dopo a guarire i piedi (_cioè i Sassoni e -gli altri nemici_), i cui mali son sempre meno pericolosi.» - -Il Re, che si vedeva adesso invocato quale suprema autorità dal Papa e -dai Romani, era compreso della gravità delle cose, e desiderava recarsi -senz'altro indugio in Italia. Pure, non essendogli ancora possibile -muoversi, lasciò ripartire Leone III, accompagnato dagli arcivescovi -di Colonia e di Salisburgo, da cinque vescovi, da tre conti, i quali -andarono col Papa, non solamente in segno d'onore, ma anche per -iniziare il processo sui fatti seguiti in Roma, e sulle accuse che gli -erano mosse. Per la sua qualità di capo della Chiesa, per la reazione -già cominciata in suo favore, e per la protezione che aveva dal Re, -il Papa fu accolto trionfalmente per tutto. Il 29 novembre 799 era a -Pontemolle, dove gli vennero incontro il clero, le suore, il Senato, -cioè i nobili, l'esercito romano, il popolo, le _scholae_ degli -stranieri, cantando salmi, e portando le bandiere in mano. Leone III -andò in S. Pietro ove dette la benedizione, ed amministrò la comunione. -Il giorno seguente si recò in Laterano, e colà, dopo pochi altri -giorni, i commissari regi iniziarono il processo nel nuovo triclinio, -dove era il gran mosaico da noi ricordato più sopra. Pasquale e Campulo -si presentarono tranquilli coi loro compagni; ma non avendo potuto -provare le accuse, ed essendo invece manifeste le sanguinose violenze -da essi usate contro il Papa, furono arrestati e inviati in Francia, -per essere sottoposti al giudizio supremo e definitivo di Carlo, il -quale rimandò la decisione al suo ritorno in Italia. - -Nè il Re si poteva muovere ancora, a cagione delle guerre contro -i Sassoni, contro i Bretoni, e contro i Musulmani nella Spagna. -S'aggiunse che il 4 giugno dell'800 moriva la terza ed ultima sua -moglie legittima, Liutgarda. Finalmente nell'autunno di quell'anno -intraprese il suo quarto e più memorabile viaggio in Italia. Veniva -alla testa d'un esercito, in compagnia di suo figlio Pipino, che -da Ancona egli spedì contro il duca di Benevento, che nuovamente -minacciava di ribellarsi. Il 23 novembre era a Mentana, a 14 miglia -da Roma, e colà gli venne incontro Leone III col clero, l'esercito ed -il popolo romano. Si trattennero insieme e desinarono; dopo il Papa -ritornò a Roma. Il giorno seguente Carlo fece il suo solenne ingresso -in S. Pietro, dove Leone III lo aspettava col clero. - -Il 1º di dicembre il Re, circondato dai suoi vescovi, abbati e baroni, -sedeva come supremo giudice in S. Pietro, dove aveva convocato una -grande assemblea, alla quale assistevano le due aristocrazie ed il -clero di Roma. Carlo vestiva la toga e la clamide di Patrizio dei -Romani, ed accanto a lui sedeva il Papa, i cui accusatori, ricondotti -di Francia a Roma, erano ivi presenti. Il Re espose allora d'esser -venuto, come Patrizio e difensore della Chiesa, per restituire in essa -l'ordine turbato dalle ingiurie e dalle accuse mosse al capo della -Cristianità. La suprema autorità di Carlo era da tutti riconosciuta; ma -ciò non ostante riusciva assai difficile arrivare ad una conclusione -in questo giudizio. Provare davvero le accuse mosse contro il Papa -non era possibile, ma non era facile neppure dimostrarle false. I -vescovi inoltre dichiararono unanimi che ad essi non era in nessun -modo lecito giudicare il capo supremo della Chiesa, che doveva invece -essere il loro giudice. I particolari del processo ci sono ignoti, e -non conosciamo neppure la precisa natura delle accuse. Certo è che il -23 dicembre, alla presenza del Re, dei vescovi, del clero, dei Franchi, -dei nobili e del popolo romano, solennemente radunati in S. Pietro, il -Papa, salito sull'ambone, posando la mano sugli Evangeli, con chiara e -sonora voce, dichiarava che, seguendo l'esempio dei predecessori (fra -i quali si poteva infatti citare Pelagio, accusato d'aver contribuito -alla morte di papa Vigilio), di sua spontanea volontà, senza che -nessuno potesse giudicarlo, giurava d'essere affatto innocente di -tutte quante le colpe di cui lo avevano accusato. Il clero cantò allora -solenni litanie, in ringraziamento a Dio ed alla Vergine. Certo Leone -III s'indusse a quest'atto, perchè era parso necessario al Re, senza -il cui aiuto egli non avrebbe potuto governare. La sua autorità di -fronte alla Chiesa ed al popolo fu però salva. Pasquale, Campulo ed -i loro compagni vennero condannati alla pena di morte, commutata poi -nell'esilio perpetuo in Francia, per intercessione, a quanto si disse, -del Papa stesso. Quel giorno arrivarono a Roma due rappresentanti del -Patriarca di Gerusalemme, che consegnarono a Carlo le chiavi della -città e del S. Sepolcro. Il giorno di Natale egli assisteva alla messa -solenne, celebrata in S. Pietro dal Papa, finita la quale andarono -insieme a pregare nel sepolcro del Santo. Quando Carlo si levò in -piedi, Leone III improvvisamente gli pose sul capo la corona imperiale, -e si narra che subito dopo, inginocchiatosi, lo adorasse. Il popolo -romano freneticamente allora acclamò: _Carolo, piissimo, augusto, a -Deo coronato, magno, pacifico Imperatori vita et victoria_. Questa -coronazione iniziava un'epoca nuova nella storia del mondo. - -L'annalista Eginardo afferma che essa fu un atto improvviso ed -inaspettato del Papa, compiuto ad insaputa di Carlo, il quale avrebbe -anzi dichiarato che, se avesse potuto prevederlo, si sarebbe, non -ostante la solennità di quel giorno, astenuto dall'andare in S. Pietro. -Molto si è disputato sulla verità di una tale affermazione. Alcuni -la credettero pura invenzione del cronista, altri invece una finzione -del Re, il quale avrebbe fatto come Tiberio, che pretendeva di ricusar -l'Impero da lui pur tanto ambito. Sin dal tempo in cui il Papa era a -Padeborn sarebbe, secondo essi, stato fissato tutto, per la imperiale -coronazione, la quale in nessun modo avrebbe potuto essere un atto -improvviso ed inaspettato. Bisognava almeno aver prima ordinato, -preparato la corona, concertato la solennità della funzione, la quale -infatti non riuscì punto inaspettata ai presenti, che subito intesero -ed applaudirono unanimi e clamorosamente. - -Nella storia non mancano esempi simili, i quali provano che, per -spiegare le parole del Re, non c'è bisogno di ricorrere alla finzione -ed alla malafede. Il Persigny racconta, nelle sue _Memorie_, come fu -lui che affrettò quasi violentemente la proclamazione dell'Impero, -contro la volontà di Napoleone III, il quale pur tanto e da così -lungo tempo lo ambiva e lo preparava. Gli sembrava però che non fosse -ancora giunto il momento opportuno, che il Persigny credeva invece -arrivato, e non voleva lasciarlo passare. È probabile quindi che Carlo, -il quale certo ambiva l'Impero, avesse desiderato di apparecchiarne -meglio la proclamazione e determinare prima la forma della solennità; -e che il Papa invece, appunto per non esser costretto ad accettare -qualche formola o condizione a lui poco gradita, avesse affrettato la -decisione, presentando il fatto compiuto. A lui importava sommamente, -che la coronazione e la proclamazione dell'Impero apparissero -come opera del capo visibile della Chiesa, quale strumento di Dio, -coll'acclamazione del popolo romano, che rappresentava l'universo -popolo cristiano. Leone III voleva essere l'iniziatore, il creatore -del nuovo Impero, perchè tutto riuscisse a vantaggio della religione, a -sempre maggiore incremento dell'autorità della Chiesa. - -Su questo grande avvenimento, come è naturale, molto si discusse -e molte teorie si esposero. Carlo, secondo alcuni, fu proclamato -imperatore dal Senato e dal popolo romano; secondo altri invece lo -elesse e consacrò il Papa; secondo altri ancora l'Impero fu conseguenza -della conquista. Causa prima fu però sempre riconosciuta la volontà -di Dio, di cui gli uomini sono strumento passivo. Il fatto vero è che -l'Impero non fu conseguenza di nessuna teoria, ma resultato inevitabile -di una storica necessità. La Chiesa aveva bisogno d'essere difesa e -protetta; il Papa perciò aveva chiamato i Franchi, e con le sue mani, -di propria iniziativa, in nome del Signore, incoronò Carlo. Ma, dopo -averlo incoronato, si era inginocchiato dinanzi a lui. Chi dunque era -superiore l'Imperatore o il Papa? Questo è ciò che solo l'avvenire -potrà decidere. Per ora è il Papa che ha creato l'Impero, della cui -protezione ha bisogno. La Chiesa, separatasi da Costantinopoli, è -dentro il nuovo Impero, alla testa del quale si trova Carlo, a cui -la posterità dette il titolo di Magno. Di fatto sin d'ora egli solo -veramente comanda, perchè solo ha la forza. - -Ma l'Impero era di sua natura universale, e quindi non poteva -essere che uno solo, quello cioè d'Oriente, la cui sede si trovava a -Costantinopoli. L'Impero che in passato venne chiamato d'Occidente, non -era stato che un episodio passeggiero ed effimero già da lungo tempo -scomparso. Erano infatti decorsi tre secoli, dacchè gli ambasciatori -d'Odoacre e di Augustolo avevano deposto le insegne imperiali nelle -mani di Zenone, dicendogli che l'Occidente non aveva bisogno di un -proprio imperatore, bastando a tutti quello di Costantinopoli, di cui -l'Italia, sede primitiva, era sempre parte integrante. Il nuovo Impero -franco, adunque, pur essendo conseguenza d'una storica necessità, -non aveva nessun fondamento giuridico. E forse anche perciò Carlo -aveva desiderato di proceder cauto circa il tempo ed il modo della -proclamazione. Tuttavia il momento che Leone III aveva scelto era -stato assai opportuno. Il re franco aveva allora vinto tutti i suoi -nemici, aveva fortemente costituito ed esteso il proprio regno; il -Papa, riconosciuto innocente, era tornato sulla cattedra di S. Pietro -più autorevole che mai. Il giorno della incoronazione era stato quello -a tutti sacro della nascita di nostro Signore, della redenzione cioè -del genere umano. Sul trono di Costantinopoli, come abbiam visto, si -trovava una donna, e questa donna era un mostro, che non poteva far -paura a nessuno. Ciò non ostante, il grande avvenimento ora compiuto -era pieno di equivoci e di pericoli, dei quali si dovevano sentire le -gravi conseguenze. Per ora l'autorità morale del Papa ne era cresciuta -a dismisura. - -Dopo una dimora di cinque mesi, nell'aprile 801, celebrata la Pasqua, e -lasciato a Pipino l'incarico di continuare la guerra contro Benevento, -Carlo se ne tornò a Pavia dove pubblicò alcune altre leggi, che -aggiunse a quelle dei Longobardi, ed assunse il titolo di «Serenissimo -Augusto, coronato per divino volere, reggente l'Impero dei Romani, -e per grazia di Dio re dei Franchi e dei Longobardi.» All'Italia -superiore egli lasciò una propria autonomia, senza annetterla alla -Francia, considerandola piuttosto come una sua conquista personale. -Invece dei Duchi pose dei Conti, che scelse fra i Longobardi, e che -erano, come già dicemmo, meno potenti e più sottomessi, con territori -meno estesi. L'unità e la forza del governo, la fusione dei vinti e -dei vincitori fecero allora un grande progresso. I Gastaldi, non più -necessari, si mutarono in semplici amministratori, e dipesero dai -Conti, che rendevano giustizia, non più di propria autorità come i -Duchi, ma per delegazione del sovrano. L'eribanno, o la convocazione -dell'esercito, appartenne al solo Imperatore che andò ognor più -limitando il potere dei Duchi, per mezzo dei _Missi dominici_, i -quali presso i Franchi divennero una istituzione regia di primaria -importanza, e per mezzo di essi l'Imperatore vegliava su tutta -l'amministrazione. Nei giudizi egli giudicava come vero sovrano, anche -secondo equità, quando mancava una speciale disposizione di legge. -Questa facoltà che in parte era concessa ai duchi longobardi, non -l'avevano i conti franchi. - -Carlo si occupò anche dell'ordinamento giudiziario, che presso i -barbari serbò lungamente le tracce della sua origine. Dapprima ognuno -si faceva giustizia da sè; poi la giustizia venne amministrata dal -popolo; più tardi ancora dal sovrano, che rappresentava lo Stato. -Nel Medio Evo prevalse un sistema misto. Il popolo partecipava -all'amministrazione della giustizia insieme col Re, che giudicava -solennemente, circondato dai Grandi della Corte, e dai suoi giudici -palatini, dinanzi alle assemblee popolari, chiamate _placita_, che per -delegazione potevano essere presiedute dai Conti. Accanto al sovrano -o al suo delegato v'erano magistrati che dirigevano queste assemblee, -e conoscevano bene le consuetudini. A poco a poco il popolo cominciò -a non intervenire regolarmente ai _placita_; e le leggi scritte che -vennero aggiunte alle consuetudini, o furono sostituite ad esse, -erano meno facilmente conosciute. Divenne allora necessario nominare -magistrati temporanei periti nelle leggi e capaci di formulare le -sentenze. Questi magistrati furono da Carlo resi permanenti, e vennero -chiamati _Scabini_. Erano eletti nei _placita_ in presenza del Conte; e -i _Missi dominici_ ne approvavano la nomina quando li trovavano idonei. - -La forma generale della società e del governo franco differiva molto -dalla longobarda, specialmente nel suo maggiore accentramento, nella -maggiore autorità politica, militare e giudiziaria del sovrano. Pei -Franchi non c'era differenza tra il patrimonio dello Stato e quello -del Re. _Curtis regia_, _Palatium publicum_, _Res publica_ erano una -sola e medesima cosa: il sovrano poteva concederli in beneficio o -anche donarli. Le terre demaniali, e quelle confiscate che per mancanza -d'eredi venivano al demanio, facevano parte anch'esse del patrimonio -regio. Il Re dava l'amministrazione di tutto ciò a suoi ufficiali, che -non erano indipendenti come i Gastaldi longobardi; ovunque e sempre la -sua forte individualità aumentava la sua morale e materiale potenza. - -La continua e febbrile attività di Carlo si manifestava in mille -modi diversi. Forte, alto, bello della persona, facondo e valoroso, -con occhi vivacissimi, sempre instancabile, egli era non solo un -capitano ed un uomo di Stato di primissimo ordine, ma anche un gran -promotore di opere pubbliche, come furono generalmente tutti i grandi -sovrani. Nel 793 lo vediamo occupato ad esaminare la proposta d'un -canale, che avrebbe dovuto congiungere il Reno ed il Danubio, impresa -gigantesca, superiore alla capacità di quei tempi e che solo ai nostri -giorni potè essere eseguita. Molti canali, strade, ponti, tra cui -uno grandissimo sul Reno a Magonza, furono da lui costruiti. E così -pure molte chiese, fra le quali è celebre, pel suo tesoro, le sacre -reliquie e le memorie, quella che anche oggi è continuamente visitata -dal forestiero in Aquisgrana, e venne costruita a similitudine della -chiesa di S. Vitale in Ravenna. Ma la più parte di questi edifizi è ora -scomparsa, nè a Carlo, non ostante i suoi lodevoli sforzi, riuscì di -fermare la decadenza dell'architettura. Quello che dà un'altra prova -della sua varia attività e del suo alto intelletto, si è l'osservare -come, sebbene egli fosse così poco culto, che imparò assai tardi a -leggere, nè mai riuscì a scrivere con facilità, e sebbene fosse di -uno spirito e di un carattere essenzialmente germanico, fu anche uno -dei più grandi promotori della cultura greco-romana. Quando appena la -guerra gli lasciava un momento di riposo, noi lo vediamo nello stesso -tempo legislatore, giudice supremo, iniziatore di opere pubbliche, e -gran Mecenate, circondato di dotti, con piena intelligenza di quella -cultura, che non possedeva, ma di cui comprendeva tutta l'importanza. - -Presso di lui troviamo fra gli altri Paolo Diacono, lo storico dei -Longobardi; uomo di varia cultura, che conosceva il greco, e scrisse -parecchie opere in prosa ed in verso. Caro a Rachi ed a Desiderio, fu -prima nella Corte di Pavia, poi in quella di Benevento; assistè alla -rovina del regno longobardo, e si ritirò frate benedettino a Monte -Cassino. La sua famiglia dovette essersi mescolata nelle congiure -contro Carlo, giacchè un suo fratello, come già vedemmo, fu tenuto -dal Re in dura prigionia. Questo indusse Paolo, che sapeva in quanta -stima l'Imperatore tenesse i dotti, a scrivergli e perorare la causa -del fratello. Dopo di che andò egli stesso alla Corte, dove fu assai -bene accolto, vi restò negli anni 783-86, e par che la sua preghiera -fosse esaudita. Ma l'amore della patria lontana lo richiamava, e se ne -tornò a Monte Cassino, dove scrisse la sua Storia dei Longobardi. Per -mezzo di altri dotti, che vennero in Francia o che vi erano nati, Carlo -potè fondare nel proprio regno molte scuole, la principale delle quali -soleva risiedere nel suo Palazzo in Aquisgrana, e spesso lo seguiva -con la Corte nelle sue peregrinazioni. Essa fu diretta da Alcuino, -nato in Inghilterra, dove venne educato nella scuola di York, in cui -fioriva quella cultura, che dall'Irlanda era passata nell'Inghilterra. -In essa il dotto Inglese acquistò la conoscenza della filosofia e dei -classici latini, pei quali ebbe grande ammirazione. Carlo lo conobbe -in Italia, e lo invitò subito in Francia, dove Alcuino andò con alcuni -suoi compagni, e fu ivi l'iniziatore della grande scuola, che diresse, -e che era una specie di Accademia, alla quale il Re soleva assistere -coi suoi figli. Vi s'insegnavano il Trivio, il Quatrivio, la Teologia; -e i suoi principali componenti, assumevano nomi greci, romani o -biblici. Re Carlo era chiamato David, Alcuino ebbe il nome di Flacco, -il suo compagno Angilberto quello d'Omero, e così gli altri. Dal 782 -al 796, Alcuino rimase alla testa della scuola, la quale promosse -grandemente la cultura non solo in Francia, ma anche in Europa. Ed il -Re, fra le altre non poche elargizioni, concesse a questo suo dotto e -fido consigliere la ricchissima abbazia di S. Martino, nella quale esso -finalmente si ritirò e potè scrivere molte delle sue opere. Parecchi -altri furono i dotti che vissero nella Corte di Carlo. Eginardo, nobile -dell'Austrasia (770-844), ebbe anch'egli dono di ricche abbazie dal -sovrano, di cui scrisse la vita; e fu autore di Annali preziosi per -la storia del tempo. Angilberto, nobile della Neustria, dopo avere -avuto vari figli, si fece ecclesiastico e divenne autore di poesie e -di opere storiche. Altri non pochi nobili furono da Carlo incitati a -coltivar le lettere, e fondarono scuole nelle loro città episcopali. -Questo glorioso sovrano promosse la cultura non solo nelle lettere, -ma in tutte quante le possibili manifestazioni; anche la musica ed il -canto furono da lui protette. Si occupò della revisione dei manoscritti -della Bibbia, e della sua diffusione, come della diffusione delle opere -dei SS. Padri. Persino la scrittura sotto di lui migliorò, e prese una -forma nuova, che si chiamò carolingia. - -La costituzione dell'Impero franco fu il fatto capitale, centrale -di tutto quanto il Medio Evo. Esso strinse temporaneamente in una -forte unità paesi e popolazioni assai diversi, promosse la fusione -dei vinti e dei vincitori, dei Teutonici e dei Romani, dello spirito -germanico e della cultura greco-romana; favorì, temporaneamente almeno, -l'accordo dello Stato colla Chiesa, la quale fu da Carlo colmata di -favori. Egli cercò costantemente di proteggerla e di migliorarne la -costituzione, presumendo assai spesso di vegliare anche alla purità -della fede. Fuori d'Italia egli nominò i vescovi, e cercò da per tutto -tenerli d'accordo fra di loro, col Papa e coi Conti, valendosi a ciò -dei _Missi dominici_, i quali, appunto perchè dovevano provvedere alla -giustizia ed alla religione, solevano esser due, uno laico, l'altro -ecclesiastico. - -Ma tutto questo grande organismo dell'Impero, se era un fatto storico -e necessario, era anche l'opera personale di un uomo di genio: doveva -perciò, in parte almeno, cadere insieme con lui. Dopo la morte di Carlo -infatti, i suoi successori, come tante volte era seguito tra i Franchi, -furon subito tra di loro in guerra. E questa guerra, per la vastità -dell'Impero, e per gli elementi così diversi di cui esso era composto, -divenne anche più aspra. Una società nuova s'era andata formando, nella -quale il diverso spirito nazionale dei vari popoli cominciò a reagire, -a manifestarsi irresistibilmente, decomponendo la temporanea unità -formata dal genio militare e politico di Carlo. In Italia l'Impero non -andò oltre il Garigliano, ivi essendosi fermata la conquista vera e -propria. Il ducato di Benevento riuscì a salvare la sua indipendenza, e -quindi colà sopravvisse per qualche tempo ancora la società longobarda. -È da questo momento infatti che l'Italia meridionale comincia ad avere -una storia separata e diversa assai da quella di tutto il resto della -Penisola. Oltre di ciò la Chiesa e lo Stato, il Papa e l'Imperatore -ben presto si trovarono fra di loro in lotte aspre e violenti, che -contribuirono non poco a indebolire sempre più la nuova società, -formata dall'Impero franco, la quale s'andò, con la costituzione -del feudalismo, sgretolando in mille gruppi secondari. In mezzo al -feudalismo ed in opposizione con esso si formeranno e sorgeranno -rigogliosi i nostri Comuni, i quali saranno il primo resultato della -fusione di due popoli e di due società, iniziata dall'Impero, e -daranno origine alla civiltà moderna. Ma prima che i Comuni riescano a -costituirsi, bisogna che l'Europa e l'Italia percorrano ancora un nuovo -periodo di profondo dolore, di grande disordine e quasi di anarchia. - - - - -INDICE ALFABETICO - - -=Acacio=, patriarca di Costantinopoli. Condannato e scomunicato, 134, -136, 164. - -=Adalberga=, vedova d'Arichi (II) duca di Benevento, 404. - -=Adaloaldo=, figlio di Agilulfo re de' Longobardi. Fatto da lui -battezzare, 295; e proclamare suo successore, 297. Costretto a fuggire, -301. - -=Adelchi=, figlio di Desiderio re de' Longobardi. Si chiude in Verona, -387. Riesce a scampare dopo la resa di quella città ai Franchi, e si -rifugia a Costantinopoli, 388, 394, 398. Torna, ma è respinto, 404, -405. - -=Adozianismo=, dottrina teologica, 406. - -=Adriano I=, papa, 384. Resiste alle lusinghe e alle minacce di -Desiderio re de' Longobardi, 384. Fa imprigionare Paolo Afiarta, capo -del partito longobardo in Roma, 385. Si apparecchia a resistere con -l'armi a Desiderio, e sollecita gli aiuti di Carlo re de' Franchi, 386. -Spoleto e altre città gli fanno atto di sottomissione, 389. Riceve in -Roma il re Carlo, 391; e della donazione di terre da esso fattagli, -391 e segg. D'un conflitto tra lui e l'Arcivescovo di Ravenna, 396. -Chiama di nuovo re Carlo in difesa dell'autorità della Chiesa, e dei -suoi dominii, 397; e quali fossero i dominii cui pretendeva, 400, 403. -Chiede la restituzione di alcune terre tolte alla Chiesa in Italia dai -Bizantini, 403, 407. Muore, 407. Riassunto del suo pontificato e delle -sue relazioni con Carlo re de' Franchi, 407, 408. Come datasse le sue -bolle, 408. - -=Adrianopoli.= Combattuta da' Goti, 48, 49. - -=Afiarta.= V. _Paolo_ cubiculario. - -=Africa.= Resiste ostinatamente ai Romani, 2, 3. Fornisce grano -all'Impero, 5. Forma, con l'Italia, una delle quattro Prefetture di -esso, 31, 58. Vi scoppia una guerra tra i generali romani; e della -invasione in essa de' Vandali, 87 e segg. Resta divisa tra questi e -i Romani, 91. Riconquistata all'Impero, 181 e segg. Vi scoppia una -rivolta, tosto domata da Belisario, 185. - -=Agilulfo=, duca longobardo. Sposa Teodolinda, e diventa re, 287. Si -trova in grandi difficoltà, e si regge con altrettanta prudenza, 288. -Conclude un accordo co' Franchi, 288. Attende a risottomettere alcuni -Franchi ribelli, 289. Assedia Roma, 291; poi si ritira, 292. Disposto -ad accordarsi col Papa, 293. Prende e distrugge Padova, 294. Il Papa -ha grande azione su lui, 295. Fa battezzare il figliuolo, 295. Prende -ed abbatte altre città de' Bizantini; poi fa pace con loro, 296. -Fa proclamare suo successore il figliuolo, 297. Rinnova la pace co' -Bizantini, 297. Muore, 298. Del favore da lui accordato ai Cattolici, -300; e della opinione che anch'egli si convertisse al Cattolicismo, -300. - -=Agnello=, cronista ravennate, 146, 326, 327. - -=Aione=, duca di Benevento, 309. - -=Alachi=, duca longobardo di Trento. Si ribella al Re, e usurpa il -regno, ma n'è cacciato, 322; e ucciso, 322. Accenni alla sua guerra per -ricuperare il regno, 323. - -=Alani.= Disfatti dagli Unni, 44. Invadono la Gallia, 67. Combattuti e -vinti dai Goti, 82. Seguono gli Unni, 96. - -=Alarico.= Educato all'armi nelle legioni romane, 25. Combatte -sotto l'imperatore Teodosio, 52; ed è capo dei Visigoti, federati -dell'Impero, 60. Si disegna di spingerlo dall'Oriente in Occidente, 62. -Eletto per loro re dai Visigoti, 63. Fa una invasione in Grecia, ed è -respinto, 64. La sua mira diventa l'Italia, 64. Battuto da Stilicone, -66; dopo la cui morte si fa più potente e minaccioso, 71. Non intende -impadronirsi dell'Impero ma di farne parte, 71. Assedia Roma e la -costringe a pagargli un tributo, 73. Vorrebbe venire a un accordo con -l'Imperatore, che si rifiuta, 74. Pone di nuovo l'assedio a Roma, 74; e -vi entra, 75; ma poco vi rimane, 75; Muore, 76. - -=Alarico (II)=, re de' Visigoti. Sposa una figlia di Teodorico, 158. - -=Albano.= Occupata dai Bizantini, 197. - -=Albino=, patrizio romano. Accusato di congiurare contro Teodorico, -166; e condannato, 167. - -=Alboino.= Uccide Torismondo figlio del re dei Gepidi, 252. Succede al -padre nel regno de' Longobardi, 253. Della sua alleanza con gli Avari, -253. Vince e stermina i Gepidi, 254; e uccide Cunimondo loro re, e -ne sposa la figliuola, 254. Sua invasione e conquista d'Italia, 254 e -segg. Della sua morte, 258. - -=Albsuinda=, figlia d'Alboino, 259. - -=Alcuino=, consigliere di Carlo re de' Franchi, 410. Sue lettere a -Carlo, ricordate, 410, 413. Altre notizie di lui, 422. - -=Aligerno=, goto, fratello di Teja. Si chiude in Crema, 239, 241. Si -arrende, e combatte poi per l'Impero, 242, 243. - -=Alsazia-Lorena=, 78. - -=Amalafrida=, sorella di Teodorico. Sue prime e seconde nozze -ricordate, 158, 173; e altre notizie di lei, 174, 181. - -=Amalarico=, figlio di Alarico II re de' Visigoti, 159. - -=Amalasunta=, figliuola di Teodorico degli Amali re degli Ostrogoti, -158. Moglie di Eutarico, 160. Vedova, e tutrice del figliuolo -Atalarico, 171. Suo governo, 171 e segg. I Goti le sono avversi, 172 -e segg. Vorrebbe andare a Costantinopoli, poi ne depone il pensiero, -174. Morto il figliuolo, si associa nel regno Teodato; da cui viene poi -confinata e uccisa, 175. - -=Amali.= Nobile stirpe degli Ostrogoti. V. _Teodorico_. - -=Anastasio=, imperatore. Sue relazioni con Teodorico re degli -Ostrogoti, 148, 160. Favorisce Clodoveo re de' Franchi, 159. Muore, -163. - -=Anastasio II=, imperatore, 328. - -=Anastasio II=, papa, 161. - -=Ancona.= È in mano de' Bizantini, 226; ma in procinto di arrendersi ai -Goti, 229. Questi si ritirano dall'assedio, 234. È sempre in mano de' -Bizantini, 257; e fa parte della Pentapoli, 279. Giura obbedienza al -Papa, 389. - -=Angilberto= (abate). Ambasciatore di Carlo re de' Franchi al Papa, -410. Altre notizie di lui, 423. - -=Anglo-Sassoni.= Gregorio I vuol convertirli al Cattolicismo, 286. - -=Ansprando.= Perseguitato da Ariberto II, usurpatore del trono de' -Longobardi, che poi costringe a fuggire, 323, 324. Sale sul trono, che -poi lascia al figliuolo Liutprando, 324. - -=Antemio (Procopio).= Eletto imperatore d'Occidente, 121. Si unisce -con quello d'Oriente contro i Vandali, 121, 122. Discordia tra lui e il -generale Ricimero, 123; e sua uccisione, 123. - -=Antonina=, moglie di Belisario, 180. S'adopra per l'elezione di papa -Vigilio, 196. Sua infedeltà verso il marito, e suoi intrighi alla -corte di Costantinopoli, 213, 214. È col marito in Italia, 223. Torna a -Costantinopoli per ottenergli aiuti d'armi, 226. - -=Antonino=, patriarca di Grado, 337, 344. - -=Antrustiones= nel regno dei Franchi, 357. - -=Aquileia.= Presa e distrutta da Attila, 106. Ivi presso avviene -la prima battaglia tra Odoacre e Teodorico, 142. Il suo patriarca -l'abbandona nell'invasione de' Longobardi, 256. - -=Aquitania=, regno franco, 351. - -=Arabi.= V. _Musulmani_. - -=Arbogaste=, generale franco, 51. Domina l'imperatore Valentiniano -II, 51; e pretende all'Impero dopo la sua morte, 52. Sconfitto -dall'imperatore Teodosio, si uccide, 53. - -=Arcadio=, imperatore d'Oriente, 57. Affidato da Teodosio suo padre -alle cure di Rufino, 58; di cui in breve si mostra intollerante, 60. -Sposa Eudossia figlia d'un generale franco, 60. Sotto di lui l'Oriente -è liberato dai barbari, 62. Consente ad Alarico di stabilirsi coi Goti -nell'Illirico, 64. - -=Ardaburio=, generale dell'Impero d'Oriente, 85. - -=Ariani=, eretici. V. _Ariani_ e _Atanasiani_. Editto pubblicato contro -di loro, 71, 74. Ricordati, 134. Perseguitati, 164, 169. - -=Ariani= e =Atanasiani=, 33 e segg. La loro disputa divide i Cristiani, -37. Durante la loro controversia una parte dei Goti si converte al -Cristianesimo (Arianesimo), 40. - -=Ariberto II=, re de' Longobardi. Suo regno, sue crudeltà, 323; sua -morte, 324. - -=Arichi=, duca longobardo di Benevento, 289. Accoglie i figliuoli -orfani di Gisulfo, duca del Friuli, 298; che gli succedono, uno dopo -l'altro, dopo la sua morte, 309. - -=Arichi (II)=, duca di Benevento. Si comporta da sovrano indipendente, -395. Cospira contro Carlo re de' Franchi ed il Papa, 397 e segg. pass. -Si prepara a resistere a Carlo, poi viene con lui a un accordo, 404. -Muore, 404. - -=Ario.= Sua dottrina teologica, 34 e segg. - -=Ariovaldo=, re de' Longobardi, suo avvenimento al trono, e sua morte, -301, 308. - -=Ariovisto=, 10. - -=Ariperto=, re de' Longobardi, 316. - -=Ariulfo= duca di Spoleto. Minaccia Roma, 290; e il Papa conclude con -lui una pace; che poi si rompe, 291. - -=Armenia= (di) =Isaace=, 222. - -=Arminio=, 10. - -=Aspar=, generale dell'impero d'Oriente, 85, 90. Sua potenza, 119, 122. -Sua rovina e sua morte, 122, 123. - -=Assemblea= generale presso i popoli germanici, 21. - -=Astolfo=, re de' Longobardi. Occupa Ravenna, e minaccia Roma ed il -Papa, 363; e inutili tentativi fatti dal Papa e dall'Imperatore per -indurlo alla restituzione, 363, 365; onde il Papa si rivolge ai Franchi -per aiuto contro di lui, 364 e segg. Altri inutili tentativi del -Papa e di Pipino re de' Franchi presso di lui, 366, 369. Costretto ad -arrendersi ai Franchi e a ceder Ravenna e altre terre, viola l'accordo -fatto e di nuovo invade il territorio romano, 370. Di nuovo assalito, -e di nuovo costretto ad arrendersi e a fare altre cessioni, 371. Muore, -riassunto della politica da lui seguìta, 372. - -=Atalarico=, figlio di Amalasunta, e nipote e successore del re -Teodorico in Italia, 171. Chiede di essere adottato dall'Imperatore, ma -non l'ottiene, 172. Educato alla romana, di che si dolgono i Goti, 172, -173. Muore, 174. - -=Atanarico=, capo d'una parte dei Visigoti, 41, 46. - -=Atanasiani.= V. _Ariani_ e _Atanasiani_. - -=Atanasio.= Sua dottrina teologica, e come fortemente la sostenga, 34 e -segg. Essa trionfa sotto l'imperatore Teodosio, 53. - -=Ataulfo=, re de' Goti, 77. Sue buone disposizioni verso l'Impero, 77. -Conduce i suoi nella Gallia, 78; e sue imprese, 79, 80. Sposa Galla -Placidia, sorella d'Onorio imperatore, 80. Vuol trasferirsi nella -Spagna, 81. Ucciso, 81. - -=Attalo=, greco, proclamato imperatore d'Oriente, 74. Preso e mandato a -Costantinopoli, 82. - -=Attila=, re degli Unni. Estensione del suo regno; sue qualità -fisiche e morali, 95, 96. Sue relazioni con l'Impero, 97 e segg. -Di una congiura ordita in Costantinopoli contro di lui, 98. Del suo -palazzo e di un gran banchetto, 99 e segg. Muove guerra all'Impero -in Occidente, 102. Grande battaglia tra il suo esercito e quello dei -Romani e Visigoti presso Châlons, 104; dopo la quale si ritira, 105, -106. Viene in Italia, distrugge varie città ond'è appellato _Flagellum -Dei_, 106. Minaccia Roma, 107. Influenza che esercitano su lui l'Impero -e la religione Cristiana, 107. Gli è inviata da Roma un'ambasceria con -a capo il pontefice Leone, 107; e dopo il colloquio avuto con lui si -ritira, 109. Sua morte, 110; e scomparsa del suo vastissimo regno, 111. - -=Audefleda=, moglie di Teodorico re de' Goti, 158. - -=Audoino=, padre di Alboino, 252. - -=Aureliano=, imperatore. Cede ai Goti la Dacia, 22. - -=Austrasia=, regno franco, 351 e segg. - -=Autari=, re de' Longobardi. Sua elezione, 265. Dà una grande sconfitta -ai Franchi, 267. Delle sue nozze con Teodolinda, 267. Organizza il -regno ed estende le sue conquiste, 268 e segg. Muore, e suo elogio, -270. - -=Avari=, 44. Delle loro relazioni coi Longobardi e coi Bizantini, 253, -294, 295. Loro invasione nel Friuli, 297, 298. Alleati coi Persiani -contro l'Impero, 302, 303. Scompaiono dalla storia, 303, 304. Presso -di loro si rifugia Bertarido cacciato dal trono dei Longobardi, 321. -Sconfiggono e uccidono un duca del Friuli, 321. Accenni a una guerra di -Carlo re de' Franchi con loro, 405, 406. - -=Avito.= Mediatore d'un'alleanza tra Visigoti e Romani, 103. Eletto -imperatore d'Occidente, 117. Deposto e costretto a prendere la tonsura, -119. - - -=Baduario.= Mandato da Giustino imperatore in Italia, 262, 279. - -=Barbari.= Arrolati negli eserciti Romani, di cui presto formano -la maggior parte, 3, 5. Invasori dell'Impero. V. _Germani_, _Goti_, -_Unni_, _Vandali_, _Franchi_. - -=Basilio=, duca bizantino, 332. - -=Basilisco=, generale romano. Combatte infelicemente contro i Vandali, -122. Caccia dal trono Zenone imperatore d'Oriente, 130, 134. - -=Belisario=, generale bizantino, 176. Sue prime imprese militari, -ricordate, 179, 180. Sua guerra in Africa contro i Vandali, 181 e -segg.; dopo la quale è calunniato presso l'Imperatore, 183. Della -sua guerra in Italia contro i Goti, 184 e segg. Conquista la Sicilia, -185. Accorre a sedare una rivolta in Africa, 185. Ritorna, e conquista -Napoli, 186; e indi Roma, 188 e segg. Infinite prove di valore e di -genio militare date da lui nel lungo assedio posto a Roma dai Goti, -190 e segg. Respinge le proposte di pace fattegli da loro, e accetta -una tregua, 197. Gelosie contro di lui alla corte di Costantinopoli, -199, 200. Opposizione fattagli da Narsete mandato per stargli a fianco -da Costantinopoli, 200 e segg. Altre sue operazioni militari, 202, -203. Si muove contro Ravenna e l'assedia, 204. Di nuovo respinge la -pace, nonostante la contraria inclinazione dell'Imperatore, 204. -Respinge l'offerta de' Goti di farlo imperatore d'Occidente, 205. -Entra in Ravenna, 205. Gli è di nuovo offerto l'Impero, 206. Torna a -Costantinopoli, 206; e come accoltovi dalla Corte e dal popolo, 213. -Sua guerra contro i Persiani, ricordata, 213. Rimandato in Italia, -e in quale stato d'animo e di forze vi torni, 218. Tenta per ogni -via, ma inutilmente, di soccorrere Roma di nuovo assediata dai Goti, -219 e segg. Vi rientra, e la difende da nuovi assalti, 225. Posto -nella impossibilità di continuare la guerra, 226. Suo ritorno a -Costantinopoli, 226. Respinge un'invasione degli Unni, 227. Ultimi anni -della sua vita, 227. - -=Benedetto I=, papa, 262. - -=Benevento (Duca e Ducato longobardo di).= Assedia Napoli, 263. Diventa -ereditario e indipendente, 276. Risottomesso dal re Agilulfo, 289. -Minaccia Napoli, 290; e allarga il suo dominio, 293. Ancora della sua -indipendenza, 294, 309. Sua estensione, 309. Assediato dall'imperatore -Costante II, 320. Ricordato a proposito della donazione fatta dai -Franchi al Papa, 392. Riesce a salvare la sua indipendenza, 424. V. -anche ai nomi dei Duchi: _Aione, Arichi, Arichi II, Farovaldo, Gisulfo -II, Grimoaldo, Grimoaldo II, Rodoaldo, Romualdo, Romualdo II, Zottone_. - -=Bergamo.= Presa da' Longobardi, 257. Uno dei loro Ducati, 261, 289. - -=Bernardo=, figlio di Carlo Martello. Combatte e vince i Longobardi, -386, 387. - -=Bertarido.= Divide il regno de' Longobardi col fratello Godeberto, -316. Si inimica con lui, 317. Cacciato da Grimoaldo, si rifugia presso -gli Avari, 317; a' quali è inutilmente richiesto da Grimoaldo, 321. Si -rimette spontaneamente nelle sue mani; gli è attentato alla vita e si -salva con la fuga, 321. Eletto re, suo regno, 322. - -=Bertrada=, moglie di Pipino re de' Franchi, 368. Cerca pacificare tra -loro Carlomanno e Carlo suoi figli, 380. - -=Bessa=, comandante la guarnigione imperiale in Roma, assediata dai -Goti, 220, 222, 223, 228. - -=Bisanzio.= V'è trasferita la capitale dell'Impero da Costantino, e da -lui è detta Costantinopoli, 32. - -=Bizantini.= Loro guerra contro i Goti in Italia, 183 e segg. Assediati -in Roma, 192 e segg. Successive vicende della guerra, 199 e segg. Le -cose loro declinano, e vanno di male in peggio dopo la partenza di -Belisario, 214. Guerre con gli ultimi re Goti, 216 e segg., 228, 234 -e segg. Impotenti a resistere ai Longobardi, 256. Quello che resti -loro nella prima invasione di quelli, 257, 258; e ancora della loro -impotenza a resistere, 262, 263. Dei loro accordi e della loro azione -comune coi Franchi, 265, 266, 269. Del loro governo in Italia di fronte -a quello dei Longobardi, e parte d'Italia che possedevano nel settimo -secolo, 278 e segg. Continua la guerra alternata da paci, 291 e segg. -pass. Un loro esercito sconfitto, 308. Si ribellano loro Ravenna -e Roma, 325 e segg. Congiurano coi Romani e i Longobardi contro i -Franchi, 396. - -=Bleda=, fratello di Attila, 96. - -=Bobbio (Convento di)=, 300. - -=Boezio.= Sua grande scienza e reputazione, 166. Difende il patrizio -Albino, accusato d'una congiura contro il re Teodorico, 166; ed è -processato e condannato, 167. Della sua _Consolatio Philosophiae_ -scritta nel carcere, 167 e segg. Suo estremo supplizio, 169. I beni -confiscatigli sono restituiti ai suoi figli, 172. - -=Bologna=, 219. Presa da' Longobardi, 257. Fa parte dell'Esarcato dei -Bizantini, 279. - -=Bonifazio=, generale romano nell'Impero d'Occidente, 84. Antagonismo -tra lui ed Ezio, altro generale, 84, 85. È in Africa, 85. Sue qualità, -86. Richiamato dall'Africa, non obbedisce, 87; ed è accusato di -chiamarvi i Vandali, 87. Sue fazioni militari contro di loro, 90. Torna -in Italia, combatte con Ezio, e muore, 90. - -=Brescia.= Presa da' Longobardi, 256. Uno dei loro Ducati, 261. - -=Brindisi.= Tolta dai Bizantini ai Goti, 220. - -=Britannia=, 66, 67, 72, 78, 83. - -=Bruzio= di Calabria, 336. - -=Buccellino= e =Leutari=. Invadono l'Italia con un esercito di -Franchi-Alamanni, che è vinto e distrutto, 241 e segg. - -=Bulgari.= Alleati coi Persiani contro l'Impero, 303. - -=Burgundi.= Vengono in difesa di Odoacre contro Teodorico, 144. -Travagliati dai Franchi, divengono loro dipendenti, 158. Mandati in -aiuto dei Goti in Italia contro i Bizantini, 202. - -=Burgundia=, regno franco, 351. - - -=Cacco=, figlio di Gisulfo duca del Friuli, 297, 298. - -=Cagli.= Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, 279. - -=Calabria.= Tenuta dai Bizantini, 280. Le sue chiese vengono unite al -patriarcato di Costantinopoli, 336. Ducato bizantino, 336. - -=Callinico=, esarca, 294. Richiamato, 295. - -=Campulo=, sacellario della Curia romana. V. _Pasquale_ primicerio, ec. - -=Cappadocia (di) Giovanni=, ministro dell'imperatore Giustiniano, 214, -228. - -=Caprara=, luogo della morte di Totila, 237. - -=Capua (Conte di)=, 321. - -=Carlo= figliuolo di Pipino, re de' Franchi (detto poi =Magno=). -Consacrato dal Papa, 368. Alla morte del padre divide il regno tra -lui e il fratello. V. _Carlomanno_. Sposa una figliuola di Desiderio, -re de' Longobardi, 380; poi la ripudia, 383. Succede al fratello, e -riunisce il regno, 383. Sua venuta in Italia contro i Longobardi, suoi -primi acquisti, 386, 387. Assedia Pavia, 387. De' suoi intendimenti -circa il suo futuro regno d'Italia, della sua andata a Roma e della -donazione al Papa, 388 e segg. Torna all'assedio di Pavia, che gli -si arrende, e leggenda relativa a quella resa, 393. S'intitola re -de' Franchi e de' Longobardi e patrizio dei Romani, 394; e datazione -de' suoi atti, 394. Estensione del suo regno in Italia, e come lo -costituisca, 394, 395. Accorre a domare una ribellione dei Sassoni, -395. Incitato dal Papa a tornare in Italia, dove si cospira contro di -lui, 397. Ritorna, e tratta con grande severità i cospiratori, 398. -Sue nuove disposizioni nella costituzione del regno, 399. Riparte, -e altri accenni alla sua guerra contro i Sassoni, 399. Torna per la -terza volta in Italia, a istanza del Papa; e ancora della sua donazione -ad esso, 399 e segg. Pubblica i _Capitolari_, 401. Passa in Roma la -Pasqua del 781, 401. Pratiche d'accordo tra lui e Irene, imperatrice -di Costantinopoli, 402. Ancora della sua guerra contro i Sassoni, -402, 403. Perde la madre e la moglie, e sue nuove nozze, 403. Torna in -Italia, 404. Fa il Natale del 786 in Firenze, 404. Sottomette il Duca -di Benevento, 404. Si turbano le sue relazioni con Costantinopoli, -404. Va contro il Duca di Baviera, 404; e contro gli Avari, 405. Sua -deferenza verso il Papa, 405. Piglia parte vivissima ad alcune dispute -teologiche, 406. Perde la nuova moglie, 407. Ripiglia di nuovo la -guerra contro i Sassoni, 407. Iniziatore del potere temporale de' Papi, -407. Leone III data le bolle dagli anni del suo regno d'Italia, 408. -Gli sono dal Papa inviate le chiavi d'oro di S. Pietro e la bandiera -della città di Roma, 409. Raffigurato col Papa in un celebre mosaico, -409. Di una sua ambasceria e d'una lettera al Papa, 410. Accoglie a -grande onore il Papa perseguitato e cacciato da Roma, e lo rimanda con -grande accompagnamento, 412 e segg. Continua la sua guerra coi Sassoni, -413, 414. Gli muore la terza e ultima moglie, 414. Intraprende il suo -quarto e più memorabile viaggio in Italia, 415. Siede come giudice -tra il Papa e i suoi avversari, 415. Da Gerusalemme gli vengono le -chiavi di quella città e del Santo Sepolcro, 416. Coronato imperatore; -e dei vari giudizi che si fecero di questa incoronazione, 416 e segg. -La posterità gli dà il titolo di Magno, 418. Pubblica altre leggi; -e ancora della costituzione d'Italia sotto il suo regno, 419 e segg. -Delle opere pubbliche e della cultura greco-romana da lui promosse, -421 e segg. Grande importanza dell'Impero da lui costituito, e sguardo -generale ai tempi che seguirono alla sua morte, 423 e segg. - -=Carlomanno=, figliuolo di Carlo Martello, 340. Si ritira in un -convento, 360. N'esce e poi vi rientra, 367. - -=Carlomanno= figliuolo di Pipino, re de' Franchi. Consacrato dal Papa, -368. Alla morte del padre si divide il regno tra lui e il fratello -Carlo, 379; e discordia tra loro, 379, 380; che fomenta i disordini che -sono in Roma per la lotta tra la nobiltà civile e la ecclesiastica, 380 -e segg. Muore, 383. La sua vedova si rifugia coi figli presso Desiderio -re de' Longobardi, 384. - -=Carlomanno=, figliuolo di Carlo re de' Franchi, 401. - -=Carlo Martello=, fondatore della dinastia carolingia de' re Franchi. -Gregorio III si volge a lui per aiuto contro i Longobardi, 339; ma egli -non può soccorrerlo, 339, 340. Muore, lasciando divisa la Francia tra -i figli Carlomanno e Pipino, 340, 360. Riepilogo della sua vita e del -suo regno, 353. l'aristocrazia franca piglia sotto di lui quella forma -da cui poi viene il feudalismo, 354, 358. Arricchisce i suoi fedeli -e i nobili laici coi beni del clero; ma d'altra parte rende grandi -servigi alla Chiesa e alla religione, 358, 359. Aiuto chiesto a lui da -Gregorio III, di nuovo ricordato, 360. Se non di nome, è di fatto re -de' Franchi, 360. - -=Carolingi=, dinastia di Re Franchi, succede ai Merovingi, 352. - -=Cartagine.= Occupata dai Vandali, 91. Ritolta loro da Belisario, 182, -186. - -=Cassiodoro=, famiglia, 152. - -=Cassiodoro=, ministro de' re Goti. Varie notizie di lui, 148, 149, -152. Sue lettere, ricordate, 155, 156, 175. Cresce la sua potenza sotto -il governo di Amalasunta figlia di Teodorico, 171. Accorre a difendere -l'Italia meridionale minacciata dall'imperatore Giustino, 172. Fonda -due monasteri, e vi scrive molte delle sue opere, 212. - -=Ceccano=, terra del Ducato bizantino di Roma. Presa da' Longobardi, -364. - -=Centene= presso i popoli germanici, 19. - -=Châlons= (Battaglia di) tra gli Unni e i Romani, 104; e sua grande -importanza storica, 104, 111. - -=Chiesa=, Chiesa di Roma. Fin dal suo nascere assume carattere -universale, 32. Primi germi della lotta tra essa e l'Impero, 33. -Costantemente ferma in sostenere la sua unità e autorità universale; e -suoi dissidi con l'Impero e la Chiesa di Costantinopoli, 36, 53, 54, -108, 109, 133 e segg., 156, 160 e segg., 229 e segg., 245. In mezzo -alla rovina del mondo romano, solo i suoi rappresentanti danno prova di -dignità e di grandezza, 117. Sua autorità di consacrare gl'Imperatori, -ricordata, 119. Favorisce i Franchi sotto Clodoveo, 158, 159. Sua -temporanea decadenza dalla morte di papa Vigilio all'assunzione -di Gregorio I, 233. Inizi della sua politica coi Franchi contro i -Longobardi, 263, 264. Del suo patrimonio al tempo di Gregorio Magno, -285. Di nuovo della sua fermezza in sostenere la sua dignità e unità, -e de' suoi dissidi con l'Impero e la Chiesa di Costantinopoli, 286, -292, 295, 307, 317 e segg., 324 e segg. Delle donazioni fattele dai -re Franchi, e principii del suo dominio temporale. V. _Carlo Martello, -Pipino_ e _Carlo_. Non dipende più dalla corte di Costantinopoli, 409. - -=Chiesa di Costantinopoli.= V. _Chiesa, Chiesa di Roma_. - -=Childeberto=, re de' Franchi, 267, 289. - -=Childerico=, re de' Franchi, ultimo dei Merovingi, 360, 361. - -=Chiusi.= È in mano de' Goti, 199. - -=Cimbri=, 10. - -=Cipriano=, romano, partigiano de' Goti. Sua falsa accusa contro Albino -e Boezio, 166, 167, 172. - -=Ciriaco=, patriarca di Costantinopoli, 294. - -=Civitavecchia.= Occupata da' Bizantini, 197. In procinto di arrendersi -ai Goti, 229. - -=Civitas= presso i popoli germanici, 19 e segg., 26. - -=Classe=, porto di Ravenna. Tolto dai Longobardi ai Bizantini, 263. -Ripreso da questi, 267; e di nuovo dai Longobardi, 331. - -=Claudio=, imperatore. Sua grande vittoria contro i Goti, 28. - -=Clefi=, duca di Bergamo. Eletto re de' Longobardi, 260. Muore, e per -dieci anni non si elegge altro Re, 260. - -=Clodoveo=, re de' Franchi. Convertito al Cattolicismo, 158. Del -suo regno e delle sue imprese, 159. Vinto da Teodorico, 159. Con lui -s'inizia la dinastia dei Merovingi; e di nuovo della sua conversione e -del suo regno, 349; e divisione d'esso alla sua morte, 351. - -=Clodoveo II=, re de' Franchi, 308, 353. - -=Clotario I=, re de' Franchi, 351. - -=Clotsuinda=, prima moglie d'Alboino, 254. - -=Comacina (Isola).= Tolta dai Longobardi ai Bizantini, 267. - -=Comitatus= presso i popoli germanici, 22. - -=Concilio di Calcedonia.= Ricordato a proposito d'una controversia tra -l'imperatore Giustiniano e il Papa, 230, 231, 246, 267. - -=Concilio ecumenico=, convocato da Giustiniano, 231. - -=Concilio Lateranense=, adunato da Martino I, 318. - -=Concilio di Nicea=, adunato dall'imperatore Costantino, 34. - -=Concilio di Nicea=, settimo generale, 406. - -=Concilio di Sardica=, 109. - -=Concilio= detto =trullano=, 324. - -=Conon=, generale dei Bizantini in Roma, ucciso, 228. - -=Consilium civitatis= presso i popoli germanici, 21. - -=Conti= franchi. V. _Duchi_ e _Conti_. - -=Conza.= Ultimo luogo fortificato de' Goti, che si arrende ai -Bizantini, 243. - -=Corpus Juris= di Giustiniano, 177. - -=Corsica.= Dipende dall'Esarca dell'Africa, 278. Donata da Carlo re de' -Franchi al Papa, 392. - -=Cosroe=, re di Persia, 303. - -=Costante II=, imperatore. È in lotta col papa Martino I, e lo fa -condurre prigione a Costantinopoli, 318. Per l'avanzarsi dei Musulmani -contro l'Impero fa un accordo politico col successore di lui, 319. -Viene in Italia e assedia Benevento, poi si ritira, 320. Va a Roma e -poi in Sicilia, dove muore, 320. - -=Costantino=, antipapa. Sua elezione, deposizione, e torture -inflittegli, 376 e segg. pass. - -=Costantino=, imperatore. Riforma e divide l'Impero, 31. Abbraccia il -Cristianesimo, e trasferisce la sede dell'Impero a Bisanzio, 31, 32. Si -pone in conflitto con la Chiesa di Roma, 33. Parte da lui presa nella -disputa tra Ariani e Atanasiani, 34. Della sua così detta donazione -alla Chiesa, 388 e segg., 400. - -=Costantino.= Proclamato imperatore contro Onorio, gli ribella la -Gallia, 68 e segg. pass., 78, 79. Preso ed ucciso, 79. - -=Costantino=, papa, 325. S'accorda con l'Imperatore in perseguitare -Felice arcivescovo di Ravenna, 326. - -=Costantino Pogonato=, imperatore, 321. - -=Costantino V Copronimo=, imperatore. Sue relazioni con Desiderio re -de' Longobardi, 374; e con Pipino re de' Franchi, 374. Partecipa a -una congiura ordita in Italia contro i Franchi, 397. Muore, 398. Gli -succede Leone IV, 402. - -=Costantino VI=, imperatore, 402. Notizie del suo regno, e nimistà tra -esso e l'imperatrice sua madre, 411. - -=Costantinopoli.= Nuova capitale dell'Impero Romano, 32. Assalita da' -Goti, 49; che vi sono accolti dall'imperatore Teodosio, 50. I Goti -vi commettono gravi disordini e vi acquistano gran potenza, 60, 61; -ma infine ne son cacciati, 62. Vita che si mena a quella corte sotto -l'imperatore Teodosio II, 97. Di una ribellione che vi accade contro -Giustiniano, 178. Le chiese della Calabria e della Sicilia son riunite -a quel patriarcato, 336. - -=Costanzo=, generale romano, mandato da Onorio a ricuperare la Gallia, -79. Sposa Galla Placidia sorella dell'imperatore, ed è associato -all'Impero, 82. Muore, 83. - -=Costanzo=, imperatore, 30, 35. - -=Cremona.= Resiste a' Longobardi, 217. Presa da loro, 296. - -=Cristianesimo.= Sua essenza, 6. Combatte e trionfa del Paganesimo 6 -e segg. La sua unione coll'Impero fa sorgere il concetto d'una Chiesa -universale, 32. Diviso per la disputa tra Ariani e Atanasiani, 37. Ad -esso si convertono parte de' Goti, poi tutti i barbari, 40. - -=Cristoforo=, primicerio della cancelleria papale. Egli e il figliuolo -Sergio sono capi della nobiltà ecclesiastica contro la laica, 377. Loro -atti, e loro fine, 377, 379, 381, 382, 385. - -=Cuma.= Resiste ai Bizantini, dopo le ultime disfatte de' Goti, 239, -241. Si arrende, 242. Presa dal Duca di Benevento, indi da quello di -Napoli, 331. - -=Cuniberto=, re de' Longobardi, 317. Gli è usurpato il regno, 322; ma -lo ricupera, 322, 323. - - -=Dacia.= Provincia romana al di là del Danubio, 12. Ceduta ai Goti, 29. -Oggi appellata Romania, 40. - -=Dalmazia.= Vi si raccoglie un esercito di Bizantini, destinato alla -guerra d'Italia contro i Goti, 234 e segg. pass. - -=Damaso=, papa, 53. - -=Danubio.= Confine dell'Impero Romano, 2, poi oltrepassato, 11, 30. - -=Decapoli=, 279. - -=Decio=, esarca, 264, 279. - -=Deogratias=, vescovo di Cartagine, 117. - -=Desiderata=, figlia di Desiderio re de' Longobardi. Maritata a Carlo -re de' Franchi, 380. Ripudiata, 383. - -=Desiderio=, re de' Longobardi. S'acquista il favore del Papa -con larghe promesse, 372; che poi non attiene, 373. Suo carattere -mutabile, e sua politica col Papa, coi Franchi e coll'Imperatore di -Costantinopoli, 374. Favorisce la nobiltà ecclesiastica di Roma nei -tumulti successi tra essa e la nobiltà laica, 376. Del matrimonio d'una -sua figliuola con Carlo re de' Franchi, 380, 383. Aiuto da lui prestato -al papa Stefano III nei tumulti di che sopra, 381; e successive sue -relazioni con lui, 381 e segg. Sue relazioni col papa Adriano I, 384 e -segg. Occupa varie terre della Chiesa, 384, 386; e minaccia tuttavia, -386. Non obbedisce alle intimazioni del Papa di ritirarsi, e respinge -le proposte di pace di Carlo re de' Franchi, 386. Vinto da lui in una -battaglia si ritira a Pavia, 387. È condotto in Francia, dove muore, -394. - -=Diocleziano.= Sua riforma dell'Impero, 30. - -=Diodato=, doge di Venezia, 344. - -=Diogene=, generale dei Bizantini, 228. - -=Diritto Romano= e Legislazione Longobarda, a proposito dell'Editto di -Rotari, 311 e segg. - -=Dodone=, ambasciatore di Carlomanno a Roma, 380, 381, 382. - -=Donatisti=, eretici, 88. - -=Duchi= e =Conti= franchi, 419, 420, 424. - -=Duchi= e =Ducati= bizantini, 278. Dipendono dall'Esarca, ma in fatto -sono indipendenti, 279, 281. Divisione ed estensione, numero e nomi dei -Ducati, 279 e segg. - -=Duchi= e =Ducati= longobardi. Prime fondazioni dei Ducati, 258. -Discordie tra i Duchi, 260; che per dieci anni governano senza il Re, -260. Quanti e quali fossero a quel tempo i Ducati, 261. Dell'autorità e -potenza dei Duchi, e della loro maggiore o minore indipendenza dai Re, -276, 277; e della loro residenza, 277. Alcuni minacciano di ribellarsi, -288; e il Re corre a risottometterli, 289. - -=Dux=, capo militare presso i Germani, 22. - - -=Edecone=, ambasciatore d'Attila a Costantinopoli, 98. Supposto padre -di Odoacre, 128. - -=Eginardo=, annalista de' Franchi, 416, 423. - -=Elmichi.= Richiesto d'uccidere Alboino, si ricusa, 259. - -=Epifanio=, vescovo di Pavia, 143, 151. - -=Eraclio=, eunuco, 112. - -=Eraclio=, imperatore d'Oriente, 297. Della sua guerra coi Persiani, -302, 303. Cerca di comporre le dispute religiose che dividono l'Impero, -306 e segg. Muore, 306, 308. - -=Erarico=, re de' Goti, 215. - -=Eretici.= V. _Ariani, Monofisiti, Nestoriani, Donatisti, Monoteliti_. - -=Ermanrico=, re degli Ostrogoti, 41. Disfatto dagli Unni, si uccide, 45. - -=Eruli.= Vengono in Italia con Odoacre, 126, 146. Si uniscono coi -Gepidi contro i Longobardi, 252. - -=Esarca.= Questo titolo è attribuito per errore a Narsete, 244. Prima -menzione ufficiale di esso, 264, 265, 279. Rappresenta in Italia -l'Impero, suo ufficio e autorità, 278, 280, 281. Risiede a Ravenna, -279. Di capo di tutto il governo diventa capo d'un ducato, 279. -S'ingerisce anche delle cose ecclesiastiche, 281, 292. Sue inimicizie e -persecuzioni contro i Papi, 318, 331, 332. - -=Esarcato.= Territorio di cui si compone, 279. Si solleva contro -l'Imperatore, 326. Si va decomponendo, e non esiste più che di nome, -340, 342. Finisce, occupato dai Longobardi, 363, 366. Tolto loro, in -parte, dai Franchi, e donato al Papa, 371; che mira a ottenere anche -il resto, 372, 373. Di nuovo invaso dai Longobardi, 384, 386. Di -nuovo donato, e interamente, al Papa, 392, 400. V. anche ai nomi degli -Esarchi: _Callinico, Decio, Euleterio, Eutichio, Giovanni, Giovanni -Rizocopo, Isacco, Olimpio, Paolo, Romano, Scolastico, Smeraldo, Teodoro -Calliopas, Teofilatto_. - -=Esilarato=, duca bizantino, 334. - -=Eudocia=, figlia di Eudossia imperatrice; fatta prigione dai Vandali e -data in moglie a Unnerico figlio del loro Re, 116. - -=Eudocia= o =Eudossia=, moglie di Teodosio II imperatore, 98, 101. - -=Eudossia=, figlia di Teodosio II e moglie di Valentiniano III, 91; -poi di Petronio Massimo, 113. Della leggenda che chiamasse i Vandali in -Italia, 113. Condotta da loro in ischiavitù, 116. Liberata, 121. - -=Eugenio I=, papa, 319. - -=Eugenio=, retore. Pretende all'Impero, 52. Vinto dall'imperatore -Teodosio, e ucciso, 53. - -=Eugippo=, 136. - -=Euleterio=, esarca, 301. - -=Eutarico=, marito di Amalasunta, 160. Adottato dall'Imperatore, 164. È -ariano, 165. Sua morte, ricordata, 171. - -=Eutichio=, esarca. Sue ostilità contro il Papa, 335, 336. Ricupera -Ravenna caduta in mano de' Longobardi, 337. - -=Eutropio=, eunuco di Costantinopoli, 60. Congiura contro Rufino, dopo -La morte del quale cresce il suo potere, 61. Sua morte, 61. - -=Exercitus romanus=, e sua divisione in _Scholae_, 376. - -=Ezio=, generale romano nell'Impero d'Occidente, 84. Antagonismo tra -lui e Bonifazio, altro generale, 84. Chiama gli Unni, 85; poi li fa -retrocedere, 86. Accusato di tradimento contro Bonifazio, 87. Viene con -lui a battaglia, 90. Sua guerra con Attila e gli Unni, 102 e segg.; -nella quale è sospettato di tradimento, 105. Sue virtù militari, sua -ambizione, 111. Ucciso, 112. - - -=Fano.= È in potere de' Bizantini, e fa parte della Pentapoli, 257, 279. - -=Farovaldo=, duca longobardo di Benevento. Giura fedeltà al re -Liutprando, 335. Perde lo stato, 341. - -=Fastrada=, moglie di Carlo re de' Franchi, 403. Muore, 407. - -=Felice=, antipapa, 36. - -=Felice=, arcivescovo di Ravenna. Accecato e cacciato dalla sua sede, -326. Restituito, 327. - -=Felice II=, papa. Sostiene fermamente, come i suoi antecessori, -l'autorità della Chiesa Romana, 135, 136. - -=Felice III=, papa. Sua elezione, 170. - -=Festo=, patrizio, ambasciatore di Teodorico a Costantinopoli, 161. - -=Feudalismo.= Delle sue origini, 354 e segg. - -=Fiesole.= Ivi presso è sconfitto Radagasio, 67. Assediata e presa dai -Bizantini, 203. - -=Filippico=, imperatore, suo dissidio con la Chiesa di Roma, 327, 328. -Deposto, 328. - -=Filippo=, antipapa, 377. - -=Finni=, 44. - -=Firenze.= Totila tenta d'assediarla, ma è respinto, 217. Carlo re de' -Franchi vi passa il Natale dell'anno 786, 404. - -=Foca.= Proclamato imperatore d'Oriente, 295. Sua crudeltà, 295. -Proclama la supremazia del Papa; e di una lettera scrittagli da -Gregorio I, 295. Gli succede Eraclio, 297, 302. - -=Fossombrone.= Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, 279. - -=Franchi.= Del loro regno sotto Clodoveo, 158, 159. Vengono in Italia -in aiuto de' Goti contro i Bizantini, 202. E di nuovo, e vi occupano -delle terre, 238. Neutrali tra Bizantini e Goti, 238. Di una loro -impresa dopo la cacciata de' Goti, 241. Accenni alle loro guerre coi -Longobardi nella Gallia, 258. Tornano in Italia contro i Longobardi, -poi si ritirano, 263, 264. Dei loro accordi coi Bizantini contro i -Longobardi, 265, 266, 269; e nuove guerre con questi ultimi, 267 e -segg. Gregorio Magno cerca diffondere tra loro il Cattolicismo, 286. -Accordo tra essi e i Longobardi, 288. Ancora della loro conversione -al Cattolicismo, 337. A loro si rivolgono i Papi per aiuto contro i -Longobardi, 337 e segg., 360; riassunto della loro storia fino a questo -tempo, 348 e segg. Potenza e ricchezza della Chiesa e del clero nel -loro regno, 356 e segg. Loro discese in Italia con Pipino contro i -Longobardi, 369, 371; e con Carlo suo figliuolo. V. Carlo. Costituzione -del loro regno in Italia, 394, 395, 399. Longobardi, Romani e Bizantini -cospirano contro di loro, 396 e segg. pass. - -=Fridigerno= o =Fritigerno=, capo d'una parte dei Visigoti, 41. Accolto -co' suoi barbari, fuggiaschi, dentro i confini dell'Impero, 46; presto -li riorganizza e s'impone a' Romani, 47, 48; ma la sua morte porta la -divisione tra loro, 50. - -=Friuli=, ducato longobardo, 256, 261. Diventa ereditario, 276. -Occupato dagli Avari, 297; poi rilasciato, 298. Di nuovo minacciato -dagli Avari, 405, 406. V. anche _Rodogaudo_. - -=Fulda (Monastero di)=, sua fondazione, 359. - -=Fulrado=, abate di San Dionigi. Accompagna Pipino nelle sue imprese -contro i Longobardi, 369, 371. - - -=Gaidulfo=, duca longobardo di Bergamo, 289. - -=Gainas=, generale goto. Va a Costantinopoli, 60; e vi acquista gran -potere, 61. Cacciato, e ucciso, 62. - -=Galeno Cesare=, 30. - -=Galla=, sorella di Valentiniano II, 49. Sposa l'imperatore Teodosio, -51. Muore, 52. - -=Galla Placidia=, figlia dell'imperatore Teodosio e sorella d'Onorio, -52. Creduta istigatrice dell'uccisione della vedova di Stilicone, 73. -Fatta prigione da Alarico, 77. Di lei s'innamora Ataulfo successore -d'Alarico, 78; e la sposa, 80. Dopo la morte di lui è maritata a -Costanzo, generale romano, che viene associato all'Impero, 82. Morto -anche Costanzo, va a stabilirsi a Costantinopoli, 84. Reggente del -figlio Valentiniano III, 84; nel cui nome governa, 86 e segg. pass. -Muore, suo elogio, 93. - -=Gallia.= Resiste ostinatamente ai Romani, 2, 3. Una delle quattro -Prefetture dell'Impero, 31. È invasa da Alarico e altri barbari, e si -ribella all'Imperatore, 67 e segg. pass. Vi è gran disordine, 78. Vi va -Ataulfo re de' Goti e vi doma la ribellione, 79. Diventa stabile dimora -de' Goti, 82. Conquistata a poco e poco dai Franchi, 348, 349. - -=Garibaldo=, duca di Baviera, 267. - -=Garibaldo=, duca di Torino, 317. È ucciso, 317. - -=Garibaldo=, re de' Longobardi, 322. - -=Gasindi= nel regno Longobardo, 276, 277, 357. - -=Gastaldi= nel regno Longobardo, 276, 277; nel regno Franco, 419, 421. - -=Gelasio I=, papa. Sostenitore costante della supremazia della Chiesa -di Roma, 160. Gli succede Anastasio II, 161. - -=Gelimero=, re de' Vandali, 181. Vinto e fatto prigione da Belisario, -182, 183. - -=Genova.= Vi risiede pei Bizantini un _Vicarius Italiae_, 278. - -=Genserico=, re de' Vandali. Invade l'Africa, 89. Fa una pace co' -Romani, e poi la rompe, 91. Serba per sè grandi possessi nelle terre -occupate, 92. Legato di parentela coi Visigoti, poi loro nemico, -103. Prende e saccheggia Roma, 115, 116; e fa prigione l'imperatrice -Eudossia, 116; che poi rimette in libertà, 121. Fa un'altra pace con -l'Impero, 126. Muore, 127. - -=Gepidi=, 28. Abitano la Dacia settentrionale, 41. Seguono gli Unni, -96. Un loro scontro con gli Ostrogoti, 142. Vengono in Italia con -Teodorico, 146. Delle loro inimicizie e guerre coi Longobardi, 252 e -segg.; da' quali finalmente sono sterminati, 254. - -=Gerberga=, vedova di Carlomanno re de' Franchi. Si rifugia coi -figliuoli presso Desiderio re de' Longobardi, 384. È chiusa in Verona, -386; e cade in mano di Carlo re de' Franchi, 388. - -=Germani.= Loro prime invasioni nell'Impero, 10 e segg. Notizie datene -da Giulio Cesare, 12; e da Tacito, 14. Loro stato di barbarie, 15; -religione, 15; abitazioni, 16; divisione delle terre, 17. Divisi in -molti e diversi popoli, 18, 24. Loro costituzione civile e militare, -18 e segg. Paragone tra la società loro e quella de' Romani, 22 e segg. -Educati sotto i Romani, divengono soldati eccellenti, ma non perdono la -loro avversione all'Impero, 24. Altre loro invasioni, 27 e segg. - -=Germanico.= Sue vittorie contro i Barbari, 11. - -=Germano=, nipote dell'imperatore Giustiniano, destinato da lui alla -guerra d'Italia contro i Goti, muore, 234. - -=Gerusalemme.= Presa dai Persiani, 302; e ricuperata all'Impero, 303. -Ne son consegnate le chiavi a Carlo re de' Franchi, 416. - -=Geti=, 28. - -=Gildone=, 65. - -=Giordanes=, cartulario, 332. - -=Giorgio=, figlio di Giovanniccio, 326. - -=Giovanni=, arcivescovo di Ravenna, 334. - -=Giovanni=, capitano armeno nell'esercito Bizantino, 181, 196. Sue -operazioni militari, 197 e segg. pass.; e suoi dispareri con Belisario, -197, 220. Altre sue fazioni militari, 220, 234. - -=Giovanni I=, duca di Napoli. Prende Crema, 331. - -=Giovanni=, esarca, 297, 301. - -=Giovanni=, maestro de' militi di Venezia, 344. - -=Giovanni I=, papa. Costretto a recarsi a Costantinopoli a sostenere la -causa degli Ariani, 169. Al suo ritorno è carcerato, e muore, 170. - -=Giovanni III=, papa, 250. Muore, 262. - -=Giovanni IV=, papa, 307. - -=Giovanni VI=, papa, 325. - -=Giovanni=, patriarca di Costantinopoli. Sue differenze col papa -Gregorio I, 292. Muore, 293. - -=Giovanni=, primicerio. Scelto a successore dell'imperatore Onorio dal -partito che vuole l'accordo tra' due Imperi d'Oriente e d'Occidente, -84, 85. Preso ed ucciso, 85. - -=Giovanni Rizocopo=, esarca, 326. Ucciso, 326. - -=Giovanni Silenziario=, 365. - -=Giovanni=, suddiacono, 332. - -=Giovanniccio=, ravennate. Mandato a morte dall'Imperatore, 326. Un suo -figliuolo è capo del popolo ribellato, 326. - -=Gioviano=, imperatore, 40. - -=Giovino=, pretendente all'Impero, 79. - -=Gisulfo=, duca del Friuli, 256. Assalito dagli Avari, muore, 297. - -=Gisulfo II=, duca di Benevento, 341, 362. - -=Giuliano l'Apostata=, imperatore. Sue dottrine e sue imprese militari, -38, 39. - -=Giulio Cesare.= Disfà e insegue oltre il Reno un esercito germanico, -poi si ritira, 10. Notizie che ci dà di quei barbari, 10, 12; e in che -differiscano da quelle date da Tacito, 14. - -=Giulio Nepote=, imperatore d'Occidente, 124. Cacciato, 125. Cerca di -ritornare, 129. Muore, 133. - -=Giustina=, madre di Valentiniano II, 49. È cacciata d'Italia, col -figliuolo, poi vi ritorna, 51. - -=Giustiniano=, nipote di Giustino imperatore, 163. Associato, e -indi successore di lui nell'Impero, 172; sue qualità, suoi disegni, -172, 173. Sue relazioni con Amalasunta, reggente del regno Goto in -Italia, e ancora de' suoi disegni, 174, 175; che si scuoprono dopo -la morte di Amalasunta, 176. Sua origine, sue doti e suoi difetti, -176. Della sua opera legislativa, 177. Rivoluzione a Costantinopoli -contro di lui, 178; repressa, 179. Suo fermo proposito di restaurare -l'unità dell'Impero, 180, 181. Caccia i Vandali dall'Africa, 181 e -segg. Imprende la guerra d'Italia contro i Goti, 183 e segg. Inclina -alla pace, 203, 204. Invia soccorsi a Napoli, minacciata da Totila, -217. Richiesto di pace da Totila, non risponde, 224. Come si comporti -con Belisario, 227. Si arroga autorità nelle cose di fede, e di una -particolare controversia tra lui e il Papa, 229 e segg. Riprende la -guerra d'Italia, 233 e segg. pass. Morendo, lascia l'Impero in triste -condizioni; sguardo riassuntivo alla sua politica, 246 e segg. - -=Giustiniano II=, imperatore. Suoi dissensi e crudeltà coi Papi e i -cattolici d'Italia, 324 e segg. Una rivoluzione lo caccia dal trono, e -un'altra ve lo rimette, 325. È ucciso, e la sua testa è mandata a Roma, -327. - -=Giustino=, imperatore, 160. Succede a Anastasio, 163. Professa -le dottrine della Chiesa Romana, 163; e suo accordo col Papa, 164. -Perseguita gli Ariani, 164. Minaccia il regno dei Goti in Italia, 172. -Associa all'Impero Giustiniano suo nipote, 172. - -=Giustino II=, nipote di Giustiniano, a cui succede nell'Impero; sua -politica contraria a quella dello zio, 249. Nega un sussidio agli -Avari, 253. Ammattisce, 263. - -=Glicerio=, imperatore d'Occidente, poi vescovo in Dalmazia, 124, 125. - -=Godeberto.= Divide il regno dei Longobardi col fratello Bertarido, -316; e si nimica con lui, 317. Manda per aiuti a Grimoaldo duca di -Benevento, ed è da lui ucciso, 317. - -=Goti.= Della loro origine, 27. Divisi in Ostrogoti e Visigoti, cioè -in Goti orientali e occidentali, 28. Loro prima invasione nell'Impero, -respinta, 28, 29. I Romani cedono loro la Dacia a patto che non passino -il Danubio, 29. Cominciano ad incivilirsi, e parte di loro si converte -al Cristianesimo, 40; ma la loro conversione li divide e indebolisce di -fronte a' Romani, 41. V. _Visigoti_ e _Ostrogoti_. - -=Graziano=, imperatore d'Occidente, 49. Si associa, per l'Oriente, -Teodosio, 50. Deposto ed ucciso, 51. - -=Grecia.= I Romani la conquistano, e sono conquistati dalla sua -cultura, 2. Saccheggiata dai Goti, 64. - -=Gregorio II=, duca di Napoli, 347. - -=Gregorio I Magno=, papa. Sua vita di S. Benedetto, ricordata, 209. -Notizie di lui anteriori al pontificato, 264, 268, 283. Sua elezione, -268, 283, 284. Suo carattere, suoi scritti, e atti del suo pontificato, -284 e segg. Difende per ogni via da' Longobardi Roma e altre città -d'Italia, di cui perciò diventa il principale personaggio, 290 e -segg. Di una sua lettera all'imperatore Foca, 295. Sue relazioni con -Agilulfo re de' Longobardi, 295. Ancora della sua prodigiosa attività a -vantaggio dell'Italia, e sua morte, 296. - -=Gregorio II=, papa. Sua elezione, 329. Si mette in attitudine di -difesa contro i Longobardi, 330. Delle sue discordie politiche con -l'imperatore Leone III, 331; e della sua lotta con lui per il culto -delle immagini, 332 e segg. Ancora delle sue relazioni coi Longobardi e -della sua condotta politica tra essi e i Bizantini, 334 e segg. Muore, -336. - -=Gregorio III=, papa. Delle sue relazioni e della sua condotta politica -coi Longobardi e i Bizantini, 336 e segg. Chiede aiuto ai Franchi -contro i Longobardi, 338; e di nuovo, 339, 360. Muore, 340. - -=Gregorio di Tours=, storico de' Franchi, 350. - -=Grimoaldo=, figlio di Gisulfo duca del Friuli, 298; poi duca di -Benevento, 309; e poi re, 317. Sposa una figliuola del re Godeberto, -317. Accorre a liberare Benevento assalita dall'Imperatore, 320. Torna, -altre sue imprese, e sua morte, 321. Giudizio del suo governo, 321. - -=Grimoaldo (II)=, figlio d'Arichi (II) duca di Benevento, 404. Succede -al padre, 405; e aiuta Carlo re de' Franchi contro Adelchi, 405; poi -minaccia di ribellarsi, 405; e di nuovo, 415; e guerra contro di lui, -419. - -=Gubbio.= Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, 279. - -=Guidrigildo= presso i Longobardi, 270, 315; e presso i Franchi, 345. - -=Guinigildo=, duca di Spoleto. Mandato da Carlo re de' Franchi in aiuto -del Papa, 412. - -=Gundeberga=, moglie di Ariovaldo, poi di Rotari, re de' Longobardi, -301, 308. - -=Gundobaldo=, fratello di Teodolinda, 268, 316. Duca d'Asti, 316. - -=Gundobaldo=, re de' Burgundi, 124. Un suo figliuolo sposa una figlia -di Teodorico, 158. - - -=Henoticon.= Lettera in materia religiosa, 134; condannata dalla Chiesa -di Roma, 134, 136, 160, 161, 163, 164. - - -=Ildebrando=, duca di Spoleto. Aiuta Carlo re de' Franchi contro -Adelchi, 405; poi minaccia di ribellarsegli, 405. - -=Ildebrando=, nipote del re Liutprando. Fatto prigioniero, 338. Succede -per breve tempo a Liutprando, 341, 362. - -=Ildegarda=, moglie di Carlo re de' Franchi, 387. Muore, 402, 403. - -=Ilderico=, re de' Vandali, 181. Cacciato, 181. - -=Ildibaldo=, arcivescovo di Colonia. Va a ricevere il Papa per Carlo re -de' Franchi, 413; e lo riaccompagna, 414. - -=Ildibaldo=, parente del Re de' Visigoti. Succede a Vitige re degli -Ostrogoti, in Italia, 206. Suo prospero principio, e sua morte, 215. - -=Illirico.= Una delle quattro Prefetture dell'Impero, 31. Resta per -un tempo diviso tra l'Oriente e l'Occidente, 69. Vi fa un'impresa -Teodorico re de' Goti, 157. - -=Immagini sacre.= N'è proibito il culto da Leone III imperatore; e -lotta che ne segue tra lui e il Papa, e agitazione in tutto l'Impero, -specie in Italia, 329 e segg. pass. Nuovi e successivi accenni a detta -questione, 374, 402, 406. - -=Imola.= Presa da' Longobardi, 257. - -=Impero Franco= costituito da Carlo Magno, durante la vita di lui, 417 -e segg.; e dopo la sua morte, 424. - -=Impero d'Occidente.= V. _Impero Romano_. Continua a chiamarsi tale -benchè in gran parte occupato dai Barbari, e infine ristretto alla sola -Italia, 86. Si unisce con quello d'Oriente per opporsi agli Unni, 97; -e sue relazioni con essi, 97 e segg. Gli è mossa guerra da Attila, 102; -e quale fosse allora il suo stato, 102. Si approssima la sua fine, 112. -Perisce con Odoacre, 129. - -=Impero d'Oriente.= V. _Impero Romano_. S'unisce con quello d'Occidente -per opporsi agli Unni, 97; e sue relazioni con essi, 97 e segg. Diviso -dalle dispute religiose, e in lotta con la Chiesa di Roma. V. _Chiesa_. -Abbraccia le dottrine cattoliche, 164. Le molte e varie genti di cui -si compone sono tenute unite dalla legge e disciplina; donde la sua -lunga durata, 179. Tristi sue condizioni alla morte di Giustiniano, -246 e segg.; e ancora della sua lunga durata, 248. Nuovo accenno alla -mancanza di coesione tra le sue parti, causa di debolezza, 303 e segg. -La Chiesa si emancipa dalla sua dipendenza, 409. Sue condizioni alla -costituzione del nuovo _Impero Franco_, 418, 419. - -=Impero Romano.= La corruzione non è la causa ma l'effetto della sua -decadenza, 1. In ragione del suo estendersi perde di unità, 2; e prima -a risentirne è la costituzione dell'esercito, per l'introduzione in -esso dei barbari e degli schiavi, che presto ne formano la maggior -parte, 3. Le imposte per mantenere l'esercito dissanguano i popoli; la -classe media è disfatta, e si formano i latifondi che esauriscono la -fertilità del suolo, 4. La scarsa cultura de' campi e la poca industria -in mano degli schiavi, 5. L'esercito e i possessori dei latifondi -vi spadroneggiano, 5. Alle cause civili, militari, economiche, di -debolezza s'aggiunge la guerra e il trionfo del Cristianesimo sul -Paganesimo, che n'è il fondamento, 6. Per la sua grande vitalità -resiste più secoli, ma finalmente la corruzione e decomposizione -sociale aprono la via ai Barbari, 7, 90. Suoi confini sotto Augusto, -11; oltrepassati da Traiano, 12; onde per due secoli e mezzo è -costretto opporsi alle invasioni dei Barbari, 26 e segg. Riformato -e diviso in quattro Prefetture, 30, 31. N'è trasferita la sede a -Costantinopoli, 32. Dalla sua unione col Cristianesimo nasce la lotta -tra esso e la Chiesa, 33 e segg. Diviso tra' due imperatori d'Oriente -e d'Occidente, 46 e segg. pass. Politicamente riunito sotto Teodosio -I, e concordia tra esso e la Chiesa, 53, 56. Di nuovo diviso tra' due -imperatori d'Oriente e d'Occidente, indipendenti l'uno dall'altro, 57 -e segg. Disaccordi e antagonismo tra loro, 83, 84. Nuova apparente -riunione sotto Teodosio II, 84, 86; e nuova divisione, 86. Comincia -un vero smembramento d'esso con la cessione d'una parte dell'Africa -ai Vandali, 91. Sua unità, ma solo di nome, dopo la caduta dell'Impero -d'Occidente, 129, 133. Giustiniano si propone di restaurarne l'unità e -lo splendore, 180. - -=Ipazio=, 179. - -=Ippona=, Assediata da' Vandali, 90. Vi si fa una pace tra essi e i -Romani, 91. - -=Irene=, imperatrice di Costantinopoli. Fa adesione alla Chiesa di -Roma, 402; e avvia pratiche d'accordo con Carlo re de' Franchi, 402. -Il Papa le domanda le terre tolte da' Bizantini alla Chiesa, 403, 407. -Si turbano le sue relazioni col re Carlo, 404. Altre notizie del suo -regno, e nimicizie tra essa e l'Imperatore suo figliuolo, 411, 419. - -=Isaace.= V. _Armenia_ (_d'_). - -=Isacco=, esarca, 307. - -=Isaurici=, montanari del Tauro, 122. - -=Istria.= Si agita per una questione religiosa, 267. È in parte de' -Bizantini, 280. Ricordata, a proposito della donazione fatta da Carlo -re de' Franchi al Papa, 392. - -=Italia.= Una delle quattro Prefetture dell'Impero, 31, 32, 58. -Incursioni in essa di Visigoti, 64 e segg., 72 e segg.; di Unni, 106 e -segg.; di Vandali, 113 e segg. Ad essa sola, per le continue invasioni -de' barbari, si restringe a poco a poco tutto l'Impero d'Occidente, -86, 124; e staccandosi sempre più dalle altre provincie, finisce -per costituire una nuova unità politica, 124, 129. Divisione delle -sue terre sotto Odoacre e, per incidenza, nei tempi anteriori, 130 -e segg. Spenta in essa la vita politica, vi si svolge meglio quella -religiosa, 133. Suo stato sotto Teodorico, 146 e segg.; divisione -delle sue terre tra i Goti, 151. Guerra tra Goti e Bizantini, 184 e -segg.; e sua desolazione, 206 e segg. Quali parti ne abbiano i Goti e -quali i Bizantini durante la guerra tra loro, 226, 229, 238. Termina -il regno de' Goti, 241. Di un'invasione de' Franchi, 241 e segg. Sue -misere condizioni sotto il governo de' Bizantini, 244 e segg. Invasa e -conquistata dai Longobardi, 254 e segg. Divisa da loro in ducati, 258, -260, 261; e sua condizione sotto di essi, 261. Ricostituita in regno; -e di nuovo delle sue condizioni, e della divisione delle rendite e -delle terre tra Longobardi e Romani, e della pretesa servitù di questi, -265, 266, 270 e segg.; e di nuovo del governo de' Longobardi e dei -Bizantini, 274 e segg. Quasi tutta unita sotto un re Longobardo, 317; e -nuovamente divisa alla sua morte, 322. Dissensi religiosi, 319. Le sue -città cominciano ad acquistare una importanza nuova; e germi in essa di -una nuova cultura, 323. Primo esempio di una confederazione di città -italiane, 327. Ancora dell'autonomia che vanno sempre più acquistando -le sue città, 334, 340. Costituzione in essa del regno Franco, 394 e -segg., 403, 419. La sua parte meridionale comincia ad avere una storia -separata da quella di tutto il rimanente, 424. - - -=Jesi.= Fa parte della Pentapoli annonaria de' Bizantini, 279. - -=Jordanes=, storico de' Goti. Sua descrizione degli Unni, 45. Ricordato -ad altri propositi, 48, 63, 104, 153. - - -=Latifondi= e =latifondisti= romani, 4, 5, 92, 132, 152, 165, 355, 356. - -=Leone=, arcivescovo di Ravenna. Suoi conflitti con la Chiesa di Roma, -396 e segg. pass. Muore, 399. - -=Leone I=, imperatore. Sua elezione, 119. Altre notizie di lui e del -suo governo, 119 e segg. pass. Vicino a morte, 124. - -=Leone II=, imperatore, 130. - -=Leone III l'Iconoclasta=, imperatore, 328, 329. Respinge un'invasione -dei Mussulmani, 330; e reprime alcune ribellioni, 330. Delle sue -discordie politiche col Papa, 331; e della sua lotta con esso «per il -culto delle immagini», 332, 336. Muore, 340. - -=Leone IV=, imperatore, 402. - -=Leone I=, papa. Capo d'un'ambasceria ad Attila, 107. Del suo concetto -d'una Chiesa universale cristiana con a capo Roma, 108, 109. Dopo il -suo colloquio con Attila, questi si ritira, 110. Si oppone anche, ma -senza effetto, all'avanzarsi de' Vandali sopra Roma, 115. - -=Leone III=, papa. Sua elezione, 408. Datazione delle sue bolle, con -che di fatto si dichiara indipendente dall'Impero di Costantinopoli, -409. Manda a Carlo re de' Franchi le chiavi d'oro di S. Pietro e la -bandiera della città di Roma, 409. Quale concetto si formi dello stato -delle cose; mosaico da lui ordinato, 409. Ambasciata mandatagli in -risposta dal Re, 410. Molte e gravi accuse si muovono in Roma contro -di lui, 410. Assalito all'improvviso da' suoi nemici, è maltrattato -e ferito, 412. Invitato dal re Carlo a Paderbona, vi va ed è accolto -solennemente, 413. Continuano le accuse contro di lui, e si prega il Re -di sottoporlo a un giudizio, 413. Rimandato con grande accompagnamento -a Roma, dov'è trionfalmente ricevuto, 414. S'inizia il processo -contro di lui, 414. Riceve il re Carlo in S. Pietro, e giura d'essere -innocente delle colpe appostegli, 415. Pone sul capo del Re la corona -imperiale; e dei vari giudizi che si fecero di questa incoronazione, -416 e segg. - -=Leutari.= V. _Buccellino_. - -=Liberio=, papa, 35, 36. - -=Liberio=, ufficiale civile nei regni di Odoacre e di Teodorico, 151. - -=Liutberto=, figlio di Cuniberto re de' Longobardi; gli è usurpato il -trono, 323. - -=Liutgarda=, moglie di Carlo re de' Franchi, 414. - -=Liutprando=, re de' Longobardi. Sua legislazione, ricordata, 312. -Scampato alla persecuzione di Ariberto II contro la sua famiglia, -323. Succede al re Ansprando suo padre, 324. Sue doti, suo lavoro -legislativo, 329. È fervente cattolico e si comporta bene col Papa, -330. Profittando delle difficili condizioni dell'Impero, s'impadronisce -di Classe, 331; e profittando della lotta tra il Papa e l'Imperatore, -cerca di stendere sempre più il suo dominio in Italia, 334. Riesce a -sottomettersi i ducati di Spoleto e Benevento, e di nuovo delle sue -relazioni e condotta politica coll'Imperatore e col Papa, 335 e segg. -pass., 362. Sua morte ricordata, 341, 362. - -=Lodovico=, figlio di Carlo re de' Franchi, 401. - -=Longino=, successore di Narsete, generale de' Bizantini in Italia, -255, 259, 262. - -=Longobardi.= Nell'esercito di Narsete contro i Goti, 235, 237; -commettono grandi eccessi, 237; e son licenziati, 238. Della leggenda -che poi Narsete li chiamasse in Italia, 250. Della loro origine, 251; -e delle inimicizie e guerra coi Gepidi, 252 e segg. Loro invasione e -conquista d'Italia, 255 e segg. Si impegnano in una guerra coi Franchi -nella Gallia, 258. Per dieci anni non si eleggono il Re, 260. Il Papa e -l'Imperatore chiamano contro di loro i Franchi, 263; che potentemente -li assalgono, e poi si ritirano, 264. Ricostituiscono la monarchia, -265. Accordi tra Bizantini e Franchi contro di loro, 265, 266, 269. -Tentano invano di fare un'alleanza coi Franchi, 266; che poi invece -vengono contro di loro, ma sono sconfitti, 267. Di nuovo guerreggiati -dai Franchi, 268, e in comune coi Bizantini, 269. Paragone e differenze -tra il loro regno e quelli di Odoacre e dei Goti, 270; e dei Bizantini, -278 e segg. Gregorio I si adopera di tirarli al Cattolicismo, 286; -e di una sua pace con loro, 291. Ricomincia la guerra tra essi -e i Bizantini, 291 e segg. pass. Comincia la loro conversione al -Cattolicismo, ma ad un tempo la loro divisione, 296, 301, 308. Loro -legislazione in sè, e rispetto al Diritto Romano, 309 e segg. Del -crescere della loro conversione e insieme dei disordini, 322, 323, -324. Ancora della loro legislazione, 329. Ancora del loro mutamento -religioso, 330; e condotta politica dei Papi con essi durante «la lotta -per le immagini» tra la Chiesa e l'Impero, 330 e segg. pass. Sconfitti -dai Franchi sotto Pipino, 370; e di nuovo, 371; e sotto il re Carlo, -386. Fine del loro regno, 394. Cospirano coi Romani e i Bizantini -contro i Franchi, 396 e segg. pass. Carlo Magno aggiunge alle loro -altre leggi, 419. - -=Lorenzo=, candidato al papato contro Simmaco, 161, 162. - -=Lucca.= Resiste a' Bizantini dopo le ultime disfatte de' Goti, poi si -arrende, 242. - -=Lupicino=, generale romano, 48. - -=Lupo=, duca del Friuli, 321. - -=Lupo=, vescovo di Troyes, 104, 110. - - -=Magiari=, 44. - -=Maioriano (Giulio Valerio).= Eletto imperatore, 119; suo governo, 119, -120. Suoi apparecchi contro i Vandali, 120. Sua morte, 121. - -=Majores natu= presso i popoli germanici, 20. - -=Mantova.= Presa da' Longobardi 256; e demolitene le mura, 296. - -=Maometto.= Sua dottrina, e propagazione d'essa, 305, 333. - -=Marbodio=, capo de' Marcomanni, 11. - -=Marca= presso i popoli germanici, 17, 18. - -=Marcello=, doge di Venezia, 344. - -=Marciano=, marito di Pulcheria imperatrice, 101. Si rifiuta di pagare -certi tributi ad Attila, 101; e minaccia d'invadere le sue terre, 107. - -=Marco Aurelio.= Suo elogio, 8. Respinge un'invasione barbarica, 8, 27. - -=Marcomanni=, popoli germanici, invadono l'Impero e son respinti, 8, -11, 27. - -=Maria=, figlia di Stilicone e moglie d'Onorio imperatore, 65. Sua -morte, ricordata, 68. - -=Marino=, duca di Roma, 332. - -=Mario (C.)=, vincitore dei Cimbri, 10. - -=Martino I=, papa. Condanna certi editti imperiali, 318. Condotto -prigione a Costantinopoli, e sua morte, 318. - -=Massimiano Augusto=, 30. - -=Massimino=, ambasciatore di Teodosio II ad Attila, 98. - -=Massimo=, pretendente all'Impero, 79. - -=Massimo=, successore dell'imperatore Graziano, 51. - -=Maurizio=, duca bizantino a Perugia, 291. - -=Maurizio di Cappadocia=, imperatore. Cerca di muovere i Franchi contro -i Longobardi, 264. Sue relazioni col papa Gregorio I, 290 e segg. -Rivoluzione contro di lui, 294. - -=Mauro=, arcivescovo di Milano, 319. - -=Merovingi=, dinastia di Re Franchi, 349. Le succede quella dei -Carolingi, 352. - -=Messina=, 229. - -=Milano.= Vi risiede l'imperatore Onorio, 66. Assediata e presa dai -Goti, 202. Si arrende a' Longobardi, 257, e diventa uno dei loro -ducati, 261. Quella Chiesa vuole essere indipendente, 319. Presa da -Carlo re de' Franchi, 387. - -=Mimulfo=, duca longobardo, 289. - -=Missi dominici= nel regno Franco, 420, 424. - -=Modena.= Presa da' Longobardi, 257. - -=Monofisiti=, eretici. Loro dottrina, 134, 306. Ricordati a vari -propositi, 178, 230, 232, 333. - -=Monoteliti=, eretici, 305 e segg. pass., 317 e segg. pass., 333. - -=Monselice.= Resiste a' Longobardi, 256, 257. Presa da loro, 296. - -=Monte Cassino=, monastero, 211, 212. Distrutto dai Longobardi, 263; -e da loro stessi ricostruito, 330. Vi si ritira Carlomanno figlio di -Carlo Martello, dopo la morte del padre, 361. - -=Monza.= Basilica di S. Giovanni, fondatavi da Teodolinda, e palazzo di -Teodorico, ricordati; e del tesoro raccolto nella basilica, 299. - -=Mori= dell'Africa. Sono in continua guerra coi Romani, 86, 88. Si -uniscono coi Vandali, e con essi prendono e saccheggiano Roma, 114, -115. - -=Mosaico= celebre di S. Giovanni in Laterano, 409. - -=Musulmani.= Accenni alle loro conquiste e guerre nell'Impero, 306, -318, 319, 330 e segg. pass. Debellati da Carlo Martello, 353. - - -=Napoli.= Tolta da Belisario ai Goti e riconquistata all'Impero, 186. -Costretta ad arrendersi ai Goti, 217. Vi si ritira Narsete, 255. È -sempre in mano de' Bizantini, 258. Assediata da' Longobardi, 263. -È un ducato Bizantino, e fa parte dell'Esarcato, 280; ma a poco a -poco acquista indipendenza, 341. Riassunto della sua storia, e sua -costituzione politica e sociale fino a questo tempo, 345 e segg. - -=Narni.= S'arrende ai Bizantini, 238. Ceduta dai Longobardi ai Franchi, -370. - -=Narsete.= Mandato da Giustiniano in Italia contro i Goti in aiuto -di Belisario, 200; e come si comporti con lui, 200, 202. Richiamato, -203. Rimandato come generale in capo, suo carattere e qualità, 234. -Raccoglie l'esercito, 235; e per che vie e con quali accorgimenti lo -meni a combattere, 236. Sconfigge Totila, 237. Assedia e prende Roma, -239. Sconfigge Teja e distrugge il regno de' Goti in Italia, 240. -Respinge un'invasione di Franco-Alamanni; suoi fatti d'arme contro di -loro e contro le reliquie dei Goti, 241 e segg.; dopodichè assume il -governo di tutta Italia, 244 e segg. Gl'Italiani si dolgono di lui -all'Imperatore, 249. Di nuovo richiamato a Costantinopoli; e della -leggenda ch'egli chiamasse in Italia i Longobardi, 249. Vive ritirato -in Napoli, 255. - -=Neoplatonismo=, dottrina filosofica, 37 e segg. - -=Nestoriani=, eretici, 134. - -=Neustria=, regno franco, 351 e segg. - -=Norico=, provincia dell'Impero, 74. Desolato dal continuo passaggio -dei barbari, 128, 136. Devastato dai Rugi, 136. Una parte della sua -popolazione emigra in Italia, 137. - - -=Occidente (Impero di).= V. _Impero_. - -=Oderzo=, 308. - -=Odoacre.= Educato all'armi nelle legioni Romane, 25, 127. Caccia di -Ravenna Romolo Augustolo, 127. Chi fosse, e altre precedenti notizie -di lui, 128. Accordi tra lui e l'Imperatore d'Oriente, 129, 130. -Assume il governo d'Italia, sotto la dipendenza di lui, ma in realtà -come principe indipendente, 130. Suo regno, 130 e segg. Si aggrega la -Dalmazia, 133. Sue relazioni coi Papi, 134, 135; e con l'Imperatore, -137. Combatte e vince i Rugi, 137. Ancora delle sue relazioni coi Papi, -140, 142. Sua guerra con Teodorico e gli Ostrogoti, 141 e segg. Sua -morte, 145. Differenza tra lui e Teodorico, 146. - -=Olibrio=, romano, 123. - -=Olimpio=, esarca, 318. - -=Olimpio=, ufficiale della guardia imperiale, 70, 71, 112. - -=Onoria=, sorella dell'imperatore Valentiniano III, 97. Relegata a -Costantinopoli, invita Attila a liberarla, 98, 102. - -=Onorio=, imperatore d'Occidente, 57. Affidato da Teodosio suo padre -alle cure di Stilicone, 58; di cui sposa una figlia, 65. Trasferisce la -sua sede da Milano a Ravenna, 66. Entra da trionfatore in Roma, dopo -una sconfitta de' Goti, 66. Sposa un'altra figliuola di Stilicone, -68. Comincia a ingelosirsi e insospettirsi di lui, 68, 69. È a Pavia, -dove scoppia un tumulto contro di lui, 70. Pubblica un editto contro -gli eretici, 71. Non vuol fare accordi con Alarico e i Goti che -minacciano Roma, 72 e segg. pass. Come senta la presa di Roma fatta -dai Goti, 76. Si adopra a risoggettare la Gallia ribellata, 78. Suoi -accordi e relazioni con Ataulfo successore d'Alarico, 78 e segg. Di -nuovo trionfa, 82. Dissenso tra lui e l'Imperatore d'Oriente, 83, 84. -Carattere del suo regno, 84. Alla sua morte due partiti si scuoprono in -Occidente, 84. - -=Onorio=, papa. Ricordato a proposito d'una disputa religiosa che -divide l'Impero, 307. - -=Oreste=, padre di Romolo Augustolo. Ambasciatore d'Attila a -Costantinopoli, 98. Caccia da Ravenna l'imperatore Giulio Nepote, e -altre notizie di lui, 125. Fa eleggere imperatore il figliuolo, 126. -È a capo dell'esercito, 126; che gli si ribella, 127. Preso ed ucciso, -127. - -=Oriente.= Una delle quattro Prefetture dell'Impero, 31, 58. - -=Oriente (Impero di).= V. _Impero_. - -=Orléans.= Assediata dagli Unni, 104. - -=Ormisda=, papa, 160. Succede a Simmaco, e continua a lottare, come -lui, per la supremazia della Chiesa di Roma, 163. Gli succede Giovanni -I, 169. - -=Orosio=, 75, 77. - -=Orso=, doge di Venezia. Aiuta l'Esarca a ricuperare Ravenna caduta in -mano de' Longobardi, 337, 344. È ucciso, e gli succede un figliuolo, -344. - -=Orte=, 291. - -=Orvieto.= È in mano de' Goti, 199, 201. Presa da Belisario, 202. - -=Osimo.= È in mano dei Goti, 199, 200, 201. Assediata da Belisario, si -arrende, 203. Giura obbedienza al Papa, 389. - -=Ostia.= È in mano de' Goti, 221. Presa da' Bizantini, 222. - -=Ostrogoti.= V. _Goti_. Vinti e sottomessi dagli Unni, 45. Sono -nell'esercito d'Attila e combattono contro i Romani e i Visigoti loro -alleati, 96, 104. Si staccano dagli Unni dopo la morte d'Attila e la -rovina del suo regno, 138; e occupano la Pannonia, 138. Si uniscono -con loro quelli che sono in Costantinopoli, 139; e invadono l'Italia, -e se ne impadroniscono, 140 e segg. Le antiche istituzioni germaniche -sono mutate presso di loro, 147. Eleggono Teodorico loro re, 148. -Loro condizione nel nuovo regno di fronte ai Romani, 149 e segg. -pass. Teodorico tenta inutilmente la fusione tra i due popoli, 165. -Divisione delle terre tra di loro, 151. Loro stato dopo la morte di -Teodorico, 172, 173. Loro avversione ad Amalasunta figliuola di lui, -173, 174. Della guerra mossa loro dall'imperatore Giustiniano, 183 e -segg. Assediano Roma, 191 e segg. Fanno proposte di pace ai Bizantini -assediati che le rifiutano, 197; indi propongono una tregua ch'è -accettata, 197. Levano l'assedio, 198. Continuazione della guerra, 199 -e segg. La loro fortuna risorge dopo la partenza di Belisario, generale -dei Bizantini, 214 e segg. Tengono l'alta Italia e quasi tutta la -centrale, 226. Sbarcano in Sicilia, 229. Assediano Ancona, e la loro -armata è distrutta, 234. Disfatti da Narsete succeduto a Belisario, -237; e di nuovo, 240. Fine del loro regno in Italia, 240, 241. -Loro ultime resistenze, 241 e segg. Quello che rimanesse della loro -legislazione, 245. - -=Otranto=, 218. - - -=Padova.= Resiste a' Longobardi, 251, 257. Presa da loro e distrutta, -294. - -=Paganesimo=, 6. Gli Stoici cercano, ma invano, di salvarlo dagli -assalti del Cristianesimo, 8; e i Neoplatonici, pure inutilmente, di -risuscitarlo, 37 e segg. - -=Pagus= presso i popoli germanici, 19 e segg., 26. - -=Palude Meotide=, 44. - -=Pannonia.= Occupata dagli Ostrogoti, 138. - -=Paolo=, cubiculario, soprannominato _Afiarta_. Difensore di -Stefano III papa contro le violenze dei capi dell'aristocrazia -ecclesiastica in Roma, 381. Spadroneggia, dopo la loro caduta, col -favore de' Longobardi, 382 e segg. Ambasciatore del papa Adriano I -al re Desiderio, 384. Cerca accordarsi col Re contro il Papa, 385. -Imprigionato ed ucciso, 385. - -=Paolo=, esarca. Manda un esercito a Roma contro il Papa, 332. -Scomunicato e ucciso, 334. - -=Paolo I=, papa. Consacrato, 374. Chiede aiuto a Pipino contro la -nobiltà laica di Roma, 374. Sua politica tra i Franchi, i Longobardi e -l'Impero, 375. - -=Paolo Diacono=, storico dei Longobardi, ricordato a vari propositi, -249, 251, 261, 308; in ispecie a proposito della condizione dei Romani -sotto i Longobardi, 266, 270, 272; e dell'importanza che acquistarono -col tempo sotto di loro le singole città italiane, 323, 327. Un suo -fratello è fatto imprigionare da Carlo re de' Franchi, 398. È alla -corte di esso Carlo, e altre notizie di lui, 422. - -=Paoluccio=, doge di Venezia, 343, 344. - -=Parma.= Presa da' Longobardi, 257. - -=Pasquale= primicerio, e =Campulo= sacellario, della Curia romana. -Congiurano contro il papa Leone III, e lo accusano a Carlo re de' -Franchi, 411, 412. Non potendo provare l'accuse, sono arrestati e -mandati in Francia, 414. Ricondotti a Roma, 415; e dannati alla pena di -morte, commutata poi nell'esilio, 416. - -=Pavia.= Vi accade un tumulto, 70, 72. Vi si rinchiude Teodorico -durante la sua guerra con Odoacre, 142, 143. Saccheggiata dai Franchi, -203. Assediata dai Bizantini, 205. Una delle principali città de' -Goti dopo la loro perdita di Ravenna, 238. Cade anch'essa in mano de' -Bizantini, 240. Fa lunga resistenza a' Longobardi, 255, 257; ma infine -s'arrende, 258; e diventa uno de' loro ducati, 261. Ricostruzione della -sua basilica, ricordata, 308. Vi è sanzionato l'Editto di Rotari, 309. -Capitale del regno Longobardo, 317. Assediata dai Franchi, 370; e di -nuovo, 371. Vi si rinchiude il re Desiderio, ed è di nuovo assediata da -Carlo re de' Franchi, 387; cui finalmente s'arrende, 393, 394. - -=Pelagio=, diacono. Fa le veci del Papa assente, 223. Mandato da Totila -a trattare di pace con Giustiniano, 224. Eletto papa, 245; si mette in -opposizione coi vescovi e prelati italiani, 246. Gli succede Giovanni -III, 250. - -=Pelagio II=, papa, 262. Si rivolge a' Franchi e all'Imperatore -contro i Longobardi, 263, 264, 279. Si accorda coll'Imperatore in una -questione religiosa, 267. Muore, 268, 283. - -=Pentapoli= de' Bizantini. Città che la compongono, 257. Divisa in -marittima e annonaria, 279. Occupata da' Longobardi, 366. Tolta loro -in parte da' Franchi e donata al Papa, 371; che mira a ottenerla tutta, -372, 373. Di nuovo donata, e interamente, al Papa, 392, 400. - -=Peredeo=, duca longobardo, 338. - -=Peredeo=, uccisore d'Alboino, 259; sua morte, 259. - -=Persia= e =Persiani=. Sempre nemici dell'Impero; accenni alle loro -guerre con esso, 39, 48, 202, 204, 213, 214, 248, 301. Loro conquiste, -302. Ripetutamente sconfitti, 303. - -=Perugia.= È in potere de' Bizantini, 217, 226; che indi la perdono, -226; e poi la ricuperano, 238; e la conservano, 258. Occupata da' -Longobardi e ripresa da' Bizantini, 291; e di nuovo da' Longobardi, -291. - -=Pesaro.= È in potere de' Bizantini, e fa parte della Pentapoli, 257, -279. - -=Petronio Massimo.= Eletto imperatore, 113. Ucciso, 114. - -=Piacenza.= Resiste a' Longobardi, 257. - -=Piceno.= Posto a soqquadro da' Bizantini, 198. - -=Pietra Pertusa=, 236. Si arrende a' Bizantini, 238. - -=Pietro=, duca bizantino di Roma, 328. Accecato, 334. - -=Pipino d'Héristal=, franco, 353. - -=Pipino=, figliuolo di Carlomanno, 340, 360. È eletto e consacrato re -de' Franchi, 361. A lui si rivolge il papa Stefano II per aiuto contro -Astolfo re de' Longobardi, 364; ed egli lo invita a recarsi in Francia, -e accoglienza e promesse che gli fa, 364 e segg. Di nuovo consacrato -e incoronato dal Papa, 368; e datogli da lui il titolo di Patrizio, -369. Tenta inutilmente di indurre Astolfo a «restituire alla Repubblica -Romana e alla Chiesa» le terre da lui occupate, 366, 369. Viene con -l'esercito in Italia, toglie ad Astolfo Ravenna e altre città e le cede -al Papa, 369, 370. Non mantenendo Astolfo i patti, ritorna; gli toglie -altre terre e le dona come le precedenti, 370 e segg. Esorta la nobiltà -laica di Roma, levatasi contro la nobiltà ecclesiastica, ad obbedire al -Papa, 374. Sue relazioni con l'Imperatore, 374, 375. Muore, 375; e il -regno si divide tra Carlomanno e Carlo suoi figliuoli, 379. - -=Pipino=, figlio naturale di Carlo re de' Franchi, detto il gobbo. -Congiura contro il padre, ed è rinchiuso in un convento, 405. - -=Pipino= re d'Italia, figliuolo di Carlo re de' Franchi. Mandato dal -padre incontro al Papa, 413. Spedito contro il Duca di Benevento, 415, -419. - -=Pisa.= Accenno alla sua condizione politica al tempo della lotta tra -Bizantini e Longobardi, 296. - -=Placidia=, figlia di Eudossia imperatrice, 116. - -=Placiti=, assemblee sotto i Franchi, 420. - -=Plotino=, capo del Neoplatonismo, 37, 38. - -=Pollenzo.= Vi accade una battaglia tra Goti e Romani, 66. - -=Porfirio=, discepolo di Plotino, capo del Neoplatonismo, 37, 38. - -=Porto=, città. Occupata da' Goti, 192. Ripresa da' Bizantini, 197; e -notizie successive, 220, 221, 222. - -=Prammatica Sanzione= pubblicata dall'imperatore Giustiniano, 232, 244, -245, 278, 343, 345. - -=Principes= presso i popoli germanici, 20 e segg. - -=Prisco=, ambasciatore di Teodosio II ad Attila, scrive una descrizione -del suo viaggio, 98 e segg. - -=Procopio=, 42, 46, 141, 148. Accompagna Belisario nelle sue guerre, -delle quali lascia un prezioso diario, 177. Citato a vari propositi, -190 e segg. pass., 207, 216, 224. Mandato in esplorazione a Napoli, -195. - -=Provenza.= Tolta da Teodorico a' Franchi, 159; e governo da lui -costituitovi, 159. - -=Pulcheria=, sorella di Teodosio II imperatore, 83, 98; a cui succede, -101. - - -=Quadi=, popoli germanici, 27. - - -=Rachi=, re de' Longobardi, 362, 372. - -=Radagasio.= Battuto nella Rezia, 6; e di nuovo in Toscana, e fatto -prigione, 67. - -=Ragimberto.= Usurpa il trono de' Longobardi, 323. - -=Ravenna.= Capitale dell'Impero d'Occidente, 66. Divisa tra chi vuole -l'indipendenza di quell'impero dall'Oriente e chi un accordo con -questo, 83. Ricordata a proposito dei monumenti erettivi da Galla -Placidia, 94. Assediata e presa da Teodorico, 144, 145; e opere -pubbliche da lui compiutevi, 155. Vi è bruciata la sinagoga degli -Ariani, 165. Vitige re de' Goti vi raccoglie un esercito, 188, 189. -Vi si accosta un capitano di Belisario, 198; e poi egli stesso vi -pone l'assedio, 204. Si arrende, 205. Sempre in potere de' Bizantini, -255, 257. Vi risiede il loro Prefetto del Pretorio, 278; e l'Esarca -rappresentante dell'Impero, 279. Posta a sacco da' Bizantini, 326. È -in mano de' Longobardi, ed è loro ritolta da' Bizantini, 337. Ripresa -da' Longobardi, 362. Ritolta loro da' Franchi, e donata al Papa, 371. -Di nuovo minacciata da' Longobardi, 384. Quegli Arcivescovi cercano -rendersi indipendenti dalla Chiesa di Roma, 379, 385, 396. - -=Reggio di Calabria.= Tolta da' Bizantini a' Goti, 221. - -=Reggio d'Emilia.= Presa da' Longobardi, 257. - -=Reno.= Confine dell'Impero Romano, 2. - -=Rezia.= Resiste ostinatamente ai Romani, 2, 3. Vi è sconfitto un -esercito barbarico, 65. Posseduta da Teodorico, 157. - -=Ricimero=, barbaro, generale dell'Impero d'Occidente, 117. Riporta una -vittoria sui Vandali, 118. Fa e disfa gl'Imperatori, 118 e segg. pass. -Muore, 123. Per opera sua viene l'Italia in piena balìa de' Barbari, -124. - -=Rimini.= Occupata dai Goti, 144. Tolta loro dai Bizantini, 198. Di -nuovo assediata da' Goti, 201; a' quali si arrende, 229. È di nuovo in -mano de' Bizantini, 257; e fa parte della Pentapoli, 257, 259. - -=Ripuari.= V. _Salici_. - -=Rodoaldo=, figlio di Gisulfo duca del Friuli, poi duca di Benevento, -309. - -=Rodoaldo=, re de' Longobardi, 316. - -=Rodogaudo=, duca del Friuli. Cospira contro Carlo re de' Franchi, 395, -398; ed è da lui assalito e sconfitto, 398. - -=Roma.= Accenno allo stato suo dopo la divisione dell'Impero e il -trasferimento della sede imperiale a Costantinopoli, 31, 32; dopo -la quale è spinta a divenire la capitale religiosa del mondo, 33. -Assediata e presa da Alarico re de' Goti, che poi si ritira, 72 e -segg.; e il suo stato va migliorando, 83. Minacciata dagli Unni, manda -ad essi una solenne ambasciata, 107. Incapace di ogni resistenza -nella venuta de' Vandali, 114; dai quali è presa e posta a sacco, -115. Chiude le porte in faccia a Odoacre, 142. Teodorico vi lascia le -antiche magistrature, 153. Tolta da Belisario ai Goti, e riconquistata -all'Impero, 188 e segg. Se ne restaurano le mura, 188. Del lungo -assedio postole da' Goti, 190 e segg. Liberata, 198. Assediata da -Totila, Belisario tenta per ogni via di soccorrerla, ma finalmente -cade in mano de' Goti, 219 e segg. Totila vorrebbe distruggerla, -224; poi l'abbandona, 225. Vi rientrano i Bizantini e vi riparano -i guasti fattivi e la difendono da nuovi assalti dei Goti, 225. -Ripresa da Totila, 228. Assediata e ripresa da Narsete, 239. Resta ai -Bizantini nella prima invasione de' Longobardi, 258; ma è continuamente -osteggiata da questi, 262. V'è pei Bizantini un _Vicarius Urbis_, -278; e un Maestro de' militi, 281. Minacciata dal Duca longobardo -di Benevento, 290. Assediata dal re Agilulfo, 291. Sollevazioni in -essa pei dissensi religiosi fra l'Imperatore e il Papa, e in difesa -di questo, 325, 327; e di nuovo, 332. Inizi della sua indipendenza -e libertà municipale, 334, 335. Si va a poco a poco staccando -dall'Esarcato, 341; e costituendo in una specie di repubblica, 342. -Disordini e tumulti che vi accadono per la nuova autorità acquistatavi -dal Papa dopo la donazione di Pipino, 373, 375. Il Papa manda a Carlo -re de' Franchi la bandiera della città, 409, 410. Nuovi disordini e -tumulti che vi accadono per la debolezza dell'Impero e la lontananza -del re Carlo, 411 e segg. - -=Roma (Chiesa di).= V. _Chiesa_ ec. - -=Roma (Ducato bizantino di)=, 328. Molestato e invaso dai Longobardi, -acquista a poco a poco indipendenza dall'Impero e viene in possesso -della Chiesa, 334, 338 e segg. pass., 362 e segg. pass., 367, 370, 373, -376. Donato da Carlo re dei Franchi al Papa, 393, 400. - -=Romani.= Paragone tra la loro società e quella de' Barbari, 23 e -segg. Loro condizione di fronte ai Goti sotto il regno di Teodorico; -antagonismo tra i due popoli, 149 e segg. pass., e come si scopra in -manifesta avversione, 165. Della loro condizione sotto i Longobardi. V. -_Italia_. - -=Romania.= V. _Dacia_. - -=Romano=, esarca, 267. Stringe un accordo co' Franchi contro i -Longobardi, 269. Si sdegna d'una pace contratta da Gregorio I papa con -loro, 291; e toglie loro alcune città, 291. Gregorio si lagna di lui -con l'Imperatore, 292. Muore, 294. - -=Romilda=, vedova di Gisulfo duca del Friuli, 297. - -=Romolo Augustolo.= Eletto imperatore, 126. Deposto e confinato, 127. - -=Romualdo=, figlio d'Arichi duca di Benevento, 404. - -=Romualdo=, figlio di Grimoaldo duca di Benevento e re. Governa per lui -quel Ducato, 317, 320; e gli succede, 322. - -=Romualdo II=, duca di Benevento. Piglia Crema, 331; presto ritoltagli, -331. - -=Rosmunda=, figlia di Cunimondo re dei Gepidi, 254. Alboino le uccide -il padre e la costringe a sposarlo, 254. Sua vendetta e sua morte, 259. - -=Rossano=, 226. - -=Rotari=, re de' Longobardi. Sua ascensione al trono, 301. Riporta una -vittoria sui Bizantini, 308. Del suo _Editto_, 309 e segg. Muore, 316. -Editto, di nuovo ricordato, 329. - -=Rotruda=, figlia di Carlo re de' Franchi, 402. - -=Rufino.= Tutore di Arcadio imperatore d'Oriente, 58; e prefetto del -Pretorio, 59. Oriundo della Gallia, 59. Antagonismo tra lui e Stilicone -tutore d'Onorio in Occidente, 159. Ucciso, 61. - -=Rugi=, barbari. Devastano la provincia del Norico, 136. Vinti e -cacciati da Odoacre, 137. Il figlio del loro Re si rifugia presso gli -Ostrogoti, 137; coi quali poi vengono in Italia, 146, 215. - - -=Sabina.= Quel territorio è chiesto dal Papa a Carlo re de' Franchi, -403. - -=Salerno.= Sua annessione al ducato di Benevento, 309. - -=Salici= e =Ripuari= (Franchi), 347 e segg. pass. - -=Sallustio.= Suo palazzo in Roma, incendiato, 75. - -=S. Ambrogio= vescovo di Milano, 53. Suo carattere, sue relazioni, con -l'imperatore Teodosio, 54 e segg. - -=S. Basilio=, 53. - -=S. Benedetto.= Di lui e dell'Ordine da lui fondato, 208 e segg. Sua -_Regola_, ricordata, 263. - -=S. Bonifazio.= Accenni al suo apostolato, 359. Consacra in nome del -Papa Pipino eletto re de' Franchi, 362, 368. - -=S. Colombano=, 299. - -=S. Genoveffa=, 104. - -=S. Giovanni Crisostomo=, vescovo di Costantinopoli, 62. - -=S. Girolamo=, 53. - -=S. Gregorio Nazianzeno=, 53. - -=S. Pietro=, chiesa di Roma, nella sua primitiva forma, 190. - -=S. Severino.= Profetizza a Odoacre la sua fortuna in Italia, 128. -Benefica azione da lui spiegata nel Norico, 128, 136. - -=S. Sofia=, tempio di Costantinopoli, 176. - -=Sardegna=, 278. - -=Sassoni.= Misti coi Longobardi nella loro invasione d'Italia, 255, -260. Accenni alle loro guerre con Carlo re de' Franchi, 395, 398, 399, -402, 403, 407, 413. - -=Scabini= nel regno Franco, 420. - -=Schiavi= romani. Arrolati negli eserciti dell'Impero, 3; e in numero -sterminato, 5. - -=Scholae= nell'ordinamento militare di Roma, 376, 390, 414. - -=Sciri.= Vengono in Italia con Odoacre, 126, 146. - -=Scolastica=, sorella di S. Benedetto, 211. - -=Scolastico=, esarca, 328. - -=Sculdasci= nel regno Longobardo, 277. - -=Serena=, moglie di Stilicone, e nipote dell'imperatore Teodosio, 59, -71. Uccisa, 73. - -=Sergio=, papa, 324. L'imperatore Giustiniano II manda a imprigionarlo, -ma non l'ottiene, 325. Sua morte, 325. - -=Sergio=, patriarca di Costantinopoli, 306, 307. - -=Sergio=, secundicerio della cancelleria papale. V. _Cristoforo -primicerio_. - -=Sessualdo=, balio di Romualdo, governatore di Benevento, 320. - -=Severino=, papa, 307. - -=Severo (Libio)=, imperatore, 121. - -=Sicilia.= Tolta da Belisario ai Goti e riconquistata all'Impero, 185. -Vi sbarcano i Goti, 229. Ha un suo proprio Prefetto, 278. Si ribella, -ma è risottoposta, 330. Le sue chiese vengono unite al patriarcato di -Costantinopoli, 336. - -=Silverio=, papa, 188. Deposto, 196. - -=Simmaco=, capo del Senato, fatto morire da Teodorico, 169. Si -restituiscono ai suoi figli i beni a lui confiscati, 172. - -=Simmaco=, papa. Sua elezione contrastata, 161, 162. Suoi atti, 162, -163. - -=Simplicio=, papa. Sostiene fermamente, come i suoi antecessori, -l'autorità della Chiesa Romana, 134. - -=Sinesio=, rètore, 61. - -=Singerico=, re de' Goti, 81. - -=Sinigaglia.= È in potere dei Bizantini, e fa parte della Pentapoli, -257, 279. - -=Slavi.= Loro conquiste nel dominio dell'Impero, 303, 304. Entrano nel -Ducato di Benevento, poi ne sono cacciati, 309. - -=Smeraldo=, esarca. Mandato da Costantinopoli in Italia contro i -Longobardi, 265. Toglie loro il porto di Classe, 267. Sua imprudente -condotta in una agitazione religiosa dell'Istria e della Venezia, -267. Richiamato dall'Imperatore, 267. Ricordato, 279. Rimandato con la -stessa carica in Italia, 295; e di nuovo sostituito, 297. - -=Sofia=, imperatrice, 249. - -=Spagna.= Resiste ostinatamente ai Romani, 2, 3. È invasa dai barbari, -e da ribelli all'Impero, 67, 69, 72, 78, 79, 82. - -=Spoleto.= È in potere de' Bizantini, 217; che indi la perdono, ma -poi la ricuperano, 238. Diventa un ducato longobardo, 258, 261. V. -_Spoleto_ (_Duca e Ducato di_). - -=Spoleto (Duca e Ducato di)=, 258, 261. Assedia Napoli, 263. Diventa -ereditario e indipendente, 276. Forte posizione di quel Ducato, 290. -Minaccia Roma, 290; e il Papa conclude seco una pace, che poi si rompe, -291. Si allarga nell'Italia meridionale, 293. Ancora delle sue mire -d'indipendenza, 294. Ricordato, 321. Giura obbedienza al Papa, 389. -Ricordato a proposito della donazione fatta da Carlo re de' Franchi al -Papa, 392. Si allontana dal Papa per sottomettersi a Carlo, 395; poi -gli si aliena e cospira contro di lui, 397, 398. V. anche ai nomi dei -Duchi: _Ariulfo, Guinigildo, Ildebrando, Trasimondo_. - -=Stefano=, duca bizantino di Roma, 340. - -=Stefano II=, duca e vescovo di Napoli, 347. - -=Stefano=, notaio. Oratore del papa Adriano I al re Desiderio, 384. - -=Stefano II=, papa. Minacciato da Astolfo re de' Longobardi, cerca -inutilmente di far pace con lui, 363. Si rivolge invano per aiuti -all'Imperatore, 363. Si rivolge a Pipino re de' Franchi, 364. -Cerca inutilmente di persuadere Astolfo a restituire le terre tolte -all'Impero, 365. Va in Francia, e delle promesse fattegli da Pipino, -365 e segg. S'ammala, e guarisce miracolosamente, 367, 368. Consacra -ed incorona il Re, 368. Cessione fattagli da Pipino di terre tolte ad -Astolfo, 370. Di nuovo minacciato da Astolfo, di nuovo ricorre al Re -de' Franchi, 370. Donazione fattagli di altre terre, 371. Sue relazioni -con Desiderio successore di Astolfo, 372. Muore, 373. - -=Stefano III=, papa. Sua elezione, 377. Quello che faccia e gli accada -nei tumulti seguiti a suo tempo in Roma tra la nobiltà civile e la -ecclesiastica, 378 e segg. pass. Sua condotta tra Franchi e Longobardi, -380 e segg. pass. Muore, 383. - -=Stilicone.= Tutore d'Onorio imperatore d'Occidente, 58. Sposa una -nipote dell'imperatore Teodosio, 59. Antagonismo tra lui e Rufino -tutore d'Arcadio in Oriente, 59 e segg.; riesce a farlo uccidere, -61. Come intendesse procedere coi Goti, 63. Respinge un'incursione -d'Alarico, ma non lo insegue, ed è sospettato di tradimento, 64. -Cresce la sua potenza e autorità in Italia, 65. Dà in moglie a Onorio -una sua figliuola, 65. Respinge Radagasio, 65; e di nuovo Alarico, -66; e di nuovo Radagasio, e lo fa prigione, 67. Crescono contro di -lui le accuse di tradimento, 67, 68. Dà un'altra figliuola in moglie -ad Onorio, 68. Consiglia Onorio ad accordarsi con Alarico, 69. È un -barbaro romanizzato, donde insieme la sua forza e la sua debolezza, 69. -Suo attaccamento all'Impero, 70. Cade in mano dei suoi avversari, ed è -ucciso, 71. - -=Stoicismo.= Si sforza, ma inutilmente, di combattere il Cristianesimo, -7. Ricordato a proposito del Neoplatonismo, 38. - -=Subiaco=, monastero, 211. - -=Sutri.= Tolta dai Bizantini al Papa, 291; dai Longobardi ai Bizantini, -e restituita al Papa, 334, 335. - -=Svevi.= Invadono con altri barbari la Gallia, 67. - - -=Tacito.= Della sua descrizione dei popoli germanici e confronto con -quella di Giulio Cesare, 14 e segg. - -=Taranto.= Si arrende ai Goti, 229. - -=Tasone=, figlio di Gisulfo duca del Friuli, 297, 298. - -=Teja=, generale goto. È in Verona, 236. Manda aiuti a Totila, 236, -237. Eletto re dopo la morte di Totila, 238. Fa trucidare trecento -giovani romani, 239. Sua disfatta e sua morte, 240. I suoi editti non -sono riconosciuti dai Bizantini, 245. - -=Telemaco=, monaco orientale, 66. - -=Teodato=, figlio d'una sorella di Teodorico, 173. Avverso ad -Amalasunta figlia di lui, 174. Associato da Amalasunta nel regno, in -breve la caccia e fa uccidere, 175. Perde la Sicilia, 185; e Napoli, -186. Deposto dai suoi Goti, 187. - -=Teodato=, primicerio della Curia romana, 411. - -=Teodemiro= degli Amali, ostrogoto, padre di Teodorico, 138. - -=Teodolinda.= Del suo sposalizio con Autari re de' Longobardi, 267. -È cattolica, 286. Suo savio governo, ricordato, 287. Sposa Agilulfo, -287. Ricordata, 292, 295, 296. Governa il regno nella minorità del -figliuolo, 299. Della protezione accordata da lei e da Agilulfo a S. -Colombano, 300. Muore, 301. - -=Teodora=, imperatrice e moglie di Giustiniano. Creduta istigatrice -della uccisione d'Amalasunta, 175. Sua origine, sue qualità, 177. -Coraggio da lei spiegato in una rivoluzione di Costantinopoli, 179. Fa -deporre papa Silverio ed eleggere Vigilio, 196. Perseguita Belisario, -213, 214. Sua morte, ricordata, 226. - -=Teodorico degli Amali.= Educato all'armi nelle legioni Romane, 25. -Capo degli Ostrogoti, 137. Notizie di lui anteriori alla sua discesa -in Italia, 137 e segg. Sua discesa, 141. Sua guerra contro Odoacre, -142 e segg.; che è costretto ad arrendersi, 144; e delle condizioni -dell'accordo, 145. Uccide Odoacre, 145; e resta solo padrone d'Italia, -146. Condizione in cui si trova, come capo de' suoi barbari e insieme -rappresentante dell'Impero, 146 e segg. Sua autorità e suo governo, 148 -e segg. Non potendo fare assegnamento sull'Impero, cerca fortificarsi, -157; e s'imparenta con altri Re barbari, 158. S'impadronisce della -Provenza, e governo che vi ordina, 159. La questione tra la Chiesa di -Roma e quella di Costantinopoli e tra il Papa e l'Imperatore torna a -suo danno; ed ei si adopera a risolverla, 160 e segg. Perseguitandosi -gli Ariani, egli perseguita i Cattolici, 165, 169. Di una pretesa -congiura contro di lui, 166 e segg.; e della sua vendetta, 168, 169. -Sua morte, e leggende intorno ad essa, 170. Presenta ai Goti per suo -successore il nipote Atalarico, 171. - -=Teodorico=, re de' Visigoti. Alleato dei Romani contro gli Unni, 103, -104. Muore, 105. - -=Teodorico II=, re de' Visigoti, 117. Fa eleggere Avito all'impero -d'Occidente, 117. - -=Teodorico=, soprannominato Strabone, capo dei Goti stabiliti in -Oriente, 139. - -=Teodoro=, patrizio. Pone a sacco e a fuoco Ravenna, 325, 326. - -=Teodoro Ascida=, 230. - -=Teodoro Calliopas=, esarca, 318. - -=Teodosio=, imperatore. Eletto a suo compagno, per l'Oriente, -dall'imperatore Graziano, 50. Conclude una capitolazione coi Goti, 50. -Rimette sul trono d'Occidente Valentiniano II statone cacciato, e sposa -Galla sua sorella, 51. Morto Valentiniano, vince altri usurpatori del -trono e riunisce politicamente l'Impero, 52; e vi ricostituisce l'unità -religiosa, 53. Nato un tumulto contro di lui, fa uccidere rei ed -innocenti, 54. Chiamato a farne penitenza da S. Ambrogio, dapprima gli -resiste, poi si umilia, 54 e segg. Sua morte, dopo la quale rinascono -e crescono tutti i pericoli minaccianti l'Impero, 56. Lascia l'Impero -diviso tra i suoi due figliuoli, 57. - -=Teodosio II=, imperatore d'Oriente, 74. Dissensi tra lui e Onorio -imperatore d'Occidente, 83, 84; dopo la cui morte assume l'autorità -d'unico imperatore, 84. Poi rimette l'Occidente nelle mani di -Valentiniano III, 86. Costretto a pagar tributi, e sempre maggiori, -agli Unni perchè non molestino l'Impero, 96 e segg. pass. Sua vita -religiosa, 97, 98. La sua moglie ricordata, 98. Sua morte, 101. - -=Teofilatto=, esarca, 325. - -=Termanzia=, moglie d'Onorio imperatore, 68, 71. - -=Terracina.= Iscrizione ivi dedicata a Teodorico, 160. - -=Teudebaldo=, re de' Franchi, 241. - -=Teudiberto=, re dei Franchi. Manda, e poi viene egli stesso, in aiuto -de' Goti contro i Bizantini, 202, 203. Promette altri aiuti, 204. - -=Teudiberto II=, re de' Franchi. Una sua figlia è promessa sposa a un -figliuolo di Agilulfo re de' Longobardi, 297. - -=Tiberio II.= Supplisce e poi succede all'imperatore Giustino II, 263. -A lui succede Maurizio di Cappadocia, 264. - -=Tivoli=, 219. - -=Todi=, 291. - -=Tolosa=, capitale del regno de' Visigoti, 158. - -=Torino.= Presa da Carlo re de' Franchi, 387. - -=Torisindo=, re de' Gepidi, 252. - -=Torismondo=, figlio di un Re de' Gepidi, 252. - -=Torismondo=, re de' Visigoti, 106. - -=Toscana.= Ricordata a proposito della donazione fatta da Carlo re de' -Franchi al Papa, 392. - -=Totila=, re de' Goti. Visita S. Benedetto, 211. Rialza le sorti dei -Goti in Italia, 216. Sua molta abilità strategica e politica, 216. -Fatti vari della sua guerra coi Bizantini, 216 e segg. Va all'impresa -di Napoli, che gli s'arrende, 217. S'apparecchia all'assedio di Roma, -217; e vi s'incammina, 218. L'assedia, 219; e se ne impadronisce, 223. -Vorrebbe trattar di pace con l'imperatore Giustiniano, che si rifiuta, -224; ond'egli s'accinge a distrugger Roma; ma poi se n'astiene, 224; -e l'abbandona, 225. Torna per ricuperarla, 225; e la ricupera, 228. -Sbarca in Sicilia, 234. Assedia Ancona, ma è costretto a levarsene, -234. Rinnova proposte di pace, 234. È presso Roma e attende rinforzi, -236. Va incontro a' nemici comandati da Narsete, 236; ed è sconfitto e -muore, 237. I suoi editti non sono riconosciuti da' Bizantini, 245. - -=Toto=, duca di Nepi. Capo della nobiltà laica in Roma contro la -ecclesiastica, 376. - -=Trasamondo=, re de' Vandali. Sposa una figlia di Teodorico, re degli -Ostrogoti, 158, 173. Ricordato, 181. - -=Trasimondo=, duca longobardo di Spoleto. Giura fedeltà al re -Liutprando, 335; poi gli si ribella, e perde e ricupera e di nuovo -riperde lo stato, 338 e segg. - -=Tre Capitoli.= Questione teologica detta de' _Tre Capitoli_, agitata -tra la Chiesa di Roma e l'imperatore Giustiniano, 229 e segg. - -=Trento.= Presa da' Longobardi, 257; e uno de' loro Ducati, 261. V. -anche _Alachi_. - -=Triboniano=, giureconsulto, compilatore del _Corpus Juris_, 176. - -=Troyes.= Scampa a un saccheggio per opera del suo Vescovo, 104, 110. - -=Tufa=, maestro dei cavalieri di Odoacre, 143. - -=Turcilingi.= Vengono in Italia con Odoacre, 126, 146. - - -=Ulfari=, duca longobardo di Treviso, 289. - -=Ulfila=, goto, vescovo. Inizia la cultura e la conversione de' Goti al -Cristianesimo, e traduce la Bibbia, 40. - -=Ungari=, poi =Ungheresi=, 305. - -=Unnerico=, figlio di Genserico re de' Vandali, 116. - -=Unni.= Grande famiglia di popoli a cui appartengono, 42 e segg. -Disfanno gli Alani, 44. Descrizioni lasciatene dai cronisti, e leggende -intorno ad essi, 44. Sottomettono gli Ostrogoti, 45. Assalgono e -inseguono i Visigoti, 46. Chiamati in Italia, poi fatti retrocedere -da Ezio generale romano, 85, 86. Durano a lungo le loro amichevoli -relazioni con l'Impero, 95. Poi mutano, estendendosi sempre più -il loro regno sotto Attila. V. _Attila_. Alcuni di loro mandati da -Costantinopoli a soccorrere Roma assediata da' Goti, 193. Una loro -invasione respinta da Belisario, 226. - -=Unulfo=, 321. - -=Uraias=, nipote di Vitige re de' Goti, ricusa di succedergli, 205. -Ucciso, 215. - -=Urbino.= È in mano de' Goti, 199, 201. Presa da' Bizantini, 202. Fa -parte della loro Pentapoli annonaria, 279. - - -=Valdiperto=, prete longobardo, 377, 378. - -=Valente=, imperatore d'Oriente. Concede il passo ai Visigoti, cacciati -dagli Unni, 46; poi li combatte ed è sconfitto, 48. - -=Valentiniano I=, imperatore d'Occidente, 46, 49. - -=Valentiniano II.= Gli è dato dall'Imperatore il governo dell'Italia -e dell'Africa, 49. È cacciato d'Italia, poi vi ritorna, 51. Sua morte, -52. - -=Valentiniano III=, 84. Fatto imperatore d'Occidente, sotto la tutela -della madre, 86. Comincia a governare da sè, 91; sue nozze, 91. Uccide -Ezio generale dell'Impero, 111, 112. È ucciso lui, 112. - -=Valeriano=, generale bizantino in Ravenna. Sue fazioni militari, 234, -238. - -=Valia=, re de' Goti, 81. Suo accordo con l'imperatore Onorio, 81. -Fonda il regno Visigoto nella Gallia, 82. - -=Vandali.= Invadono la Gallia, 67. Combattuti da' Goti nella Spagna, -82. Della loro invasione in Africa, 87 e segg.; e del loro governo -e dominazione in essa, 91 e segg. Alleati de' Visigoti, 102; e poi -loro nemici, 103. Fanno continue scorrerie sulle coste d'Italia, 112. -Delle loro crudeltà e della loro venuta a Roma, 113, 114; che prendono -e saccheggiano, 115. Sono sconfitti in una battaglia da Ricimero, -generale romano, 118; poi vanno a vuoto altre imprese tentate contro -di loro, 120, 121; e il loro orgoglio cresce a dismisura, 122. Sono -cacciati dall'Africa, 181; e scompaiono dalla storia, 182. - -=Varo=, console romano, sconfitto da' Barbari, 10. - -=Venezia.= Sua fondazione, 106. È in potere de' Goti, 226. Dal Veneto -incomincia l'invasione de' Longobardi in Italia, 256. Si agita per -una questione religiosa, 267. È un Ducato bizantino, 280; e fa parte -dell'Esarcato, ma a poco a poco diviene indipendente, 338, 341. -Riassunto della sua storia, e sua costituzione politica e civile fino a -questo tempo, 342 e segg. Ricordata, a proposito della donazione fatta -da Carlo re dei Franchi al Papa, 392. - -=Verina=, moglie di Leone I imperatore, 122, 124, 130. - -=Verona.= Assediata da' Bizantini, 205. Difesa da Teja, 236. Di nuovo -voluta assediare, 238. Si arrende a' Longobardi, 256. Vi muore Alboino, -258. Vi si rinchiude Adelchi figlio di Desiderio re de' Longobardi, -387. Cade in mano de' Franchi, 388, 394. Accenno a una questione tra la -città e il suo Vescovo, 406. - -=Vicenza.= Si arrende a' Longobardi, 256. - -=Vicovaro (Monaci di)=, 210. - -=Vicus= presso i popoli germanici, 19, 20. - -=Viduchindo=, capo de' Sassoni, 403. - -=Vigila=, interpetre d'un'ambasceria d'Attila a Costantinopoli, 98. - -=Vigilio=, papa. Sua elezione, 196. Chiamato a Costantinopoli, e di una -controversia religiosa tra lui e l'imperatore Giustiniano, 231. Suo -ritorno a Roma, e sua morte, 231. Danno recato alla Chiesa dalla sua -condotta con l'Imperatore, 233. - -=Visigoti.= V. _Goti_. Si convertono in parte al Cristianesimo, e -divisione tra loro e dagli Ostrogoti, 41. Dalla Dacia settentrionale -passano il Danubio, ma son respinti, 42. Inseguiti dagli Unni, lo -ripassano, e guerra tra essi e i Romani, 46 e segg. Discordie tra -loro, 50; fanno una capitolazione coll'imperatore Teodosio, per cui -è loro concesso di stabilirsi nella Tracia, 50. Combattono in un -esercito dell'Imperatore, 52. Aumentano sempre a danno dell'Impero, -56. Si dolgono di non ricevere da esso le paghe de' soldati, 60, 62. -Con loro si uniscono altri Goti cacciati da Costantinopoli, 62. Fanno -loro re Alarico, 63; e con lui invadono la Grecia, poi l'Italia e -Roma. V. _Alarico_. Dopo la sua morte chiamano re Ataulfo, 77. Vanno -nella Gallia, 79; e vi fondano il regno Visigoto, 82. Alleati de' -Romani, combattono con essi contro gli Unni, e si trovano a fronte gli -Ostrogoti confederati di questi ultimi, 103 e segg. Si uniscono agli -Ostrogoti contro Odoacre, 144, 158. Estensione del loro regno, 158. -Sconfitti da' Franchi in una battaglia, 158. - -=Vitaliano I=, papa, 319. - -=Vitige=, re degli Ostrogoti, 187. Della guerra mossagli -dall'imperatore Giustiniano, 187 e segg. Dell'assedio da lui posto -a Roma, 191 e segg. Sta chiuso in Ravenna, con grosso esercito, 201. -Ordina d'assediar Milano, 202. Fa minacciare dai Persiani l'Imperatore, -203, 204. Assediato in Ravenna, 204. Tradito dalla moglie, 204. Fatto -prigione, 205; e menato a Costantinopoli, 206, 213. - - -=Zaccaria III=, papa. Sua elezione, 340. Sue relazioni co' Longobardi, -340, 341. Dà licenza a Pipino d'intitolarsi re de' Franchi, 361; e lo -consacra, 362. Ancora delle sue relazioni coi Longobardi, 362. Muore, -363. - -=Zaccaria=, protospatario, 325. - -=Zenone=, imperatore d'Oriente, 123; e solo legittimo imperatore dopo -la caduta dell'impero d'Occidente, 129. Suoi accordi e altre relazioni -con Odoacre, 130, 133, 137. Pubblica una lettera per conciliare due -opposte dottrine teologiche, 134. Spinge in Italia i Rugi contro -Odoacre, 137; e poi gli Ostrogoti, 137; e sue relazioni con Teodorico -loro capo, 139 e segg. - -=Zottone=, duca longobardo di Benevento, 289. - - - - -INDICE DELLE MATERIE - - - PREFAZIONE Pag. VII - - LIBRO PRIMO - - DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO - FINO AD ODOACRE - - CAPITOLO I. — La decadenza dell'Impero 1 - CAPITOLO II. — I Barbari 10 - CAPITOLO III. — La riforma dell'Impero. Diocleziano - e Costantino. L'agitazione religiosa. Ariani ed Atanasiani. - Neoplatonismo. Giuliano l'apostata. Il vescovo Ulfila, e la - conversione dei Goti 30 - CAPITOLO IV. — Gli Unni 42 - CAPITOLO V. — Teodosio 49 - CAPITOLO VI. — Arcadio ed Onorio. Rufino, Stilicone - ed Alarico 57 - CAPITOLO VII. — Dalla morte di Alarico alla - costituzione del regno dei Visigoti nella Gallia 77 - CAPITOLO VIII. — Galla Placidia. L'invasione dei - Vandali in Africa 83 - CAPITOLO IX. — Attila e gli Unni. La battaglia di - Châlons. Il generale Ezio. Papa Leone I 95 - CAPITOLO X. — Massimo imperatore. I Vandali - saccheggiano Roma. Ricimero, Oreste ed Augustolo 113 - - - LIBRO SECONDO - - GOTI E BIZANTINI - - CAPITOLO I. — Odoacre 128 - CAPITOLO II. — Teodorico e gli Ostrogoti in Italia 138 - CAPITOLO III. — Il regno di Teodorico 146 - CAPITOLO IV. — Fine del regno di Teodorico. Governo - di Amalasunta 164 - CAPITOLO V. — Giustiniano e Belisario. La guerra - vandalica. Il principio della guerra gotica 176 - CAPITOLO VI. — Roma assediata dai Goti. I - Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna 190 - CAPITOLO VII. — Desolazione dell'Italia. S. - Benedetto fonda il suo Ordine 206 - CAPITOLO VIII. — Totila re dei Goti. Belisario - torna in Italia, ed occupa Roma. Suo ritorno a - Costantinopoli e sua morte 213 - CAPITOLO IX. — La disputa dei _Tre Capitoli_. - Ritorno di Narsete in Italia. Disfatta di Totila e di - Teja. Fine del regno ostrogoto 228 - CAPITOLO X. — Morte di Giustiniano e di - Belisario. Nuove difficoltà in cui si trova l'Impero. - Narsete, richiamato a Costantinopoli, non obbedisce 241 - - - LIBRO TERZO - - I LONGOBARDI - - CAPITOLO I. — Guerra dei Longobardi contro i - Gepidi. Loro venuta in Italia e loro conquiste. Morte di - Alboino. Elezione di Clefi e sua morte. Interregno. Duchi. - Divisione delle terre. Il Papa si rivolge la prima volta - per aiuto ai Franchi (580) 251 - CAPITOLO II. — Ricostituzione della Monarchia. - Elezione di Autari. Sue guerre coi Bizantini e coi - Franchi. Matrimonio con Teodolinda. Condizione dei vinti 265 - CAPITOLO III. — Ordinamento del regno - longobardo e del governo bizantino 274 - CAPITOLO IV. — Gregorio I. Agilulfo sposa - Teodolinda e pacifica il regno. Gregorio I fa pace coi - Longobardi di Spoleto. Agilulfo assedia Roma. L'imperatore - Maurizio è deposto; viene eletto Foca. Morte di Gregorio I - e di Agilulfo. S. Colombano 283 - CAPITOLO V. — Rotari re. Eraclio imperatore. - Guerra persiana. Maometto. L'_Ecthesis_. L'editto di - Rotari 301 - CAPITOLO VI. — Grimoaldo re. Lotta e poi accordo - tra Papa e Imperatore. Costante II in Italia. Morte di - Grimoaldo. Bertarido. Cuniberto. Conversione dei Longobardi - al cattolicismo. Liutprando 316 - CAPITOLO VII. — Sollevazione di Ravenna e delle - città dell'Esarcato contro l'Impero. Filippico imperatore. - Ribellione in Roma 324 - CAPITOLO VIII. — Liutprando, Gregorio II e Leone - III. La lotta per le immagini. Liutprando ne profitta ed - assale il Ducato romano. Il Papa si rivolge la prima volta - ai Franchi. Non potendo avere da essi aiuto, si riavvicina - ai Longobardi 329 - CAPITOLO IX. — Venezia e Napoli 342 - - - LIBRO QUARTO - - I FRANCHI E LA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO - - CAPITOLO I. — I Merovingi e l'origine dei - Carolingi 348 - CAPITOLO II. — Carlo Martello e le prime origini - del Feudalismo. Il Papa si volge per aiuto ai Franchi 354 - CAPITOLO III. — Pipino eletto re dei Franchi, - consacrato dal Papa per mezzo di S. Bonifazio. Il Papa, - minacciato da Astolfo, va in Francia a chiedere aiuto 360 - CAPITOLO IV. — Pipino e i Franchi vengono in - Italia e vincono i Longobardi. Donazione dell'Esarcato - e delle Pentapoli al Papa. Muore Astolfo. Desiderio re - dei Longobardi. Disordini in Roma. Elezione di Paolo I - e sua morte 369 - CAPITOLO V. — Nuovi e gravissimi tumulti in Roma. - Elezione di Stefano III. Matrimonio di Carlo re dei - Franchi con Desiderata. I nemici del Papa sono oppressi. - Stefano III muore 375 - CAPITOLO VI. — Elezione di Adriano I. Condanna e - morte dell'Afiarta. Discesa di Carlo re dei Franchi in - Italia. Disfatta dei Longobardi, assedio di Pavia. Carlo - va a Roma, dove passa la Pasqua del 774 384 - CAPITOLO VII. — Formazione del regno franco in - Italia. Congiure e ribellioni contro il Papa, che chiede - aiuto a Carlo. Questi torna in Italia, e celebra in Roma - la Pasqua del 781 394 - CAPITOLO VIII. — Irene governa in Costantinopoli. - Carlo sconfigge di nuovo i Sassoni. Torna in Italia e - sottomette il Friuli e Benevento. Combatte gli Avari. - Dispute religiose. Morte di Adriano I e suo carattere 402 - CAPITOLO IX. — Elezione di Leone III. Ambasceria - franca a Roma. Irene imperatrice. Gravi tumulti in Roma. - Il Papa a Padeborn. Suo ritorno a Roma. - Carlo viene a Roma, dove è coronato imperatore dal Papa, - il giorno di Natale 800 408 - - Indice alfabetico 427 - - - - -ERRATA-CORRIGE - - - _Pag. 39, verso 7:_ 5 ottobre 561 _leggasi:_ 5 ottobre 361 - - _ » 259, » 20:_ l'uccisore del » Elmichi - marito - _ » 304, » 30:_ non se ne sentì » per lungo tempo - non se ne sentì. - - - - -NOTE: - - -[1] In un suo recente discorso anche il prof. Romano, dell'Università -di Pavia, insisteva su queste condizioni degli studi storici in Italia. - -[2] Il secondo volume della sua Storia d'Italia, ora pubblicato, non -l'ho anche visto. - -[3] De bello gallico, IV, 1; V, 22; VI, 21 e 22. - -[4] Questi nomi si riscontrano in quelli dei giorni, nell'italiano, -nell'inglese e nel tedesco. Come da Marte venne Martedì, così da -_Tius_ o _Dyaus_ vennero _Tuesday_ e _Dienstag_. Come da Mercurio -venne Mercoledì, così da _Wuotan_ venne _Wednesday_. Da Giove si ebbe -Giovedì, e da _Donar_, _Donnerstag_ e _Thursday_. - -[5] _Germania_, 5, 6, 15, 17, 19. - -[6] _Historiae_, IV, 64. - -[7] _Germania_, 16. - -[8] _Germania_, 26. - -[9] _Mark_, Marca, quasi da marcare, indica il territorio del -villaggio, spesso anche delle comunanze (_Markgenossenschaften_), -che facevano parte del villaggio. Qualche volta invece la Marca è il -terreno lasciato a pascolo comune. - -[10] «Jura per pagos vicosque reddunt». _Germania_, 12. - -[11] _De bello gallico_, VI, 23. - -[12] _Germania_, 11 e seg. - -[13] _Germania_, 13. - -[14] _Germania_, 7. - -[15] _Germania_, 14. - -[16] «Arcadius Augustus.... et Honorius Augustus.... _commune_ -imperium, divisis tantum sedibus, tenere coeperunt.» P. Orosio VII, 36. -Marcellino ripete presso a poco le stesse parole. - -[17] «Esset, ut vulgariter loquar, Gothia quod Romania fuisset, et -fieret nunc Athaulfus quod quondam Caesar Augustus» VII, 43. - -[18] Tutto ciò che s'attiene alla venuta dei Vandali, ed alla -parte avuta da Bonifazio, fu esaminato nuovamente dal Freeman nella -_Historical Review_ del luglio 1887. - -[19] Salvianus, _De Gubernatione Dei_, lib. V, cap. V, 7, 8. - -[20] Quiescenti munera largiturum, bellum minanti viros et arma -obiecturum, Prisci, _Fragmenta_. XV. - -[21] JORDANES che ci dà il sunto delle canzoni scrive: «Non vulnere -hostium, non fraude suorum, sed gente incolumi, inter gaudia laetus, -sine sensu doloris occubuit. Quis ergo hunc dicat exitum, quem nullus -aestimat vindicandum?» - -[22] Molti a torto credettero che la villa di Lucullo fosse nel piccolo -Castello dell'Uovo. - -[23] «Proprio Imperatore se non indigere; unum Imperatorem sufficere, -qui utriusque Imperii fines tueretur.» MALCHUS, _Fragm._ 10. - -[24] Altri lo chiamano Felice III, disputandosi se Felice II (355-65), -il rivale di papa Liberio, fosse stato o no regolarmente eletto. - -[25] Dahn II, 80 seguìto da Hodgkin III, 225-6, fondandosi ambedue sul -Panegirico di Ennodio. - -[26] Così dice una lettera di papa Gelasio, che si crede del 492. - -[27] SYBEL, _Entstehung des deutschen Königsthums_, 2ª ediz., pag. -283-4. - -[28] _Anonimo Valesiano_, XI, 53. - -[29] «Gothi sibi confirmaverunt Theodoricum regem, non expectantes -jussionem novi Principis.» _An. Val._, XII, 57. Ciò conferma che finora -egli non era stato un vero re dei Goti; ma forse solo un _Princeps_ -germanico, o come dice il Sybel, un _Gaukönig_. - -[30] _Corpus Insc. lat._, vol. X, 1, n. 6850. - -[31] CASSIODORO, VIII, 6, 9, 10, 11; XI, 1. - -[32] Pavia, Milano, Bergamo, Trento, Forogiulio (Cividale) o Friuli, -Spoleto, Torino, Asti, Benevento, Ivrea, Isola di San Giuliano nel lago -d'Orta, Verona, Vicenza, Treviso, Ceneda, Parma, Piacenza, Chiusi, -Lucca, Firenze, Fermo. Sono ricordati anche i Ducati di Rimini, -Brescello, Reggio, Istria ed altri; ma non si sa bene se tutti questi -furono istituiti veramente allora o più tardi. - -[33] Secondo il Weise, _Italien und die Langobardenherrscher_; il Troya -invece ha la data 5 ottobre 581. - -[34] Comprendendo in essa anche Osimo, Umana, Montefeltro, il -Territorio Valvense e Luccoli. V. Bury, _History of later roman -Empire_, II, 146, n. 4. - -[35] Altre aggiunte fece Grimoaldo nel 668, e più ancora Liutprando, -che dal 713 al 735 pubblicò 153 leggi, sanzionate in 15 assemblee, -riunite dall'Austria, dalla Neustria (cioè le province orientali -ed occidentali del regno) e dalla Tuscia. Poche altre disposizioni -promulgarono Rachi ed Astolfo, che fu l'ultimo dei re longobardi -legislatori (V. l'ediz. del Bluhme nei _Mon. Germ._). - -[36] Nessuna donna che vive secondo la legge longobarda può essere -_selbmundia_. Dunque vi sono donne che non vivono secondo la legge -longobarda. - -[37] _Liber Pontificalis_, I, 383, edizione Duchesne. - -[38] AGNELLO RAVENNATE, in _Mon. Germaniae Historica_, I, 369-70. - -[39] Non poteva essere, come pur si disse, duca di Napoli, perchè -questo ufficio, osserva lo Schipa, era allora tenuto da Teodoro, eletto -nel 719. - -[40] Il nome di Calabria, dato originariamente alle Puglie ed a -Terra d'Otranto, fu esteso nel secolo VII al Bruzio, che fece parte -anch'esso del ducato di Calabria, così chiamato da quella regione che -ne fu allora la parte maggiore. Quando però la conquista longobarda si -estese a poco a poco a tutta quella che era allora chiamata Calabria, -il Ducato si trovò ristretto al solo Bruzio, cui nel 757 restò il nome -di Calabria, che ritenne poi sempre. Era antica usanza dei Bizantini -il continuare a conservar nella forma e nelle parole ciò che nella -sostanza e di fatto avevano perduto. V. SCHIPA in _Arch. Stor. per le -Province napoletane_, anno XX, fasc. 1. Napoli, 1895. - -[41] È strano che ciò avvenisse senza che si veda una seria resistenza -da parte del Papa. Hodgkin, VI, 465, Bury, II, 466. - -[42] _Liber Pontificalis_, I, 442. - -[43] _Liber Pontificalis_, I, 446 e seg. - - - - - [Illustrazione: IMPERIUM ROMANUM — SAECULIS P. CHR. SECUNDO ET - TERTIO.] - - [Illustrazione: IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et - Hadriani tempore.] - - [Illustrazione: IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano a. p. - Chr. 297 in Praefecturas, Dioeceses, Provincias divisum.] - - [Illustrazione: EUROPA al tempo d'Odoacre (476-493) — di T. - Menke. — EUROPA DI SUDOVEST verso il 525 d. Cr.] - - [Illustrazione: ITALIA al tempo del Regno dei Longobardi — - di T. Menke — ITALIA dai tempi di Carlomagno sino alla fine - del IX secolo — TUSCIA ROMANA E CAMPANIA — BRUTTIA, CALABRIA - l'anno 678 — DUCATO DI TRENTO — ROMA — PROVINCE D'ITALIA - secondo Paolo Diacono — PRINCIPII DELLO STATO DELLA CHIESA] - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 481 ("Errata-corrige") sono state riportate nel testo. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Le invasioni barbariche in Italia, by -Pasquale Villari - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LE INVASIONI BARBARICHE IN ITALIA *** - -***** This file should be named 55545-0.txt or 55545-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/5/5/4/55545/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive -specific permission. If you do not charge anything for copies of this -eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook -for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, -performances and research. They may be modified and printed and given -away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks -not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country outside the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you'll have to check the laws of the country where you - are located before using this ebook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm web site -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The -Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm -trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - diff --git a/old/55545-0.zip b/old/55545-0.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index ff39956..0000000 --- a/old/55545-0.zip +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h.zip b/old/55545-h.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index 18f0d28..0000000 --- a/old/55545-h.zip +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/55545-h.htm b/old/55545-h/55545-h.htm deleted file mode 100644 index c0202d8..0000000 --- a/old/55545-h/55545-h.htm +++ /dev/null @@ -1,21625 +0,0 @@ -<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN" -"http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd"> - -<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="it"> -<head> - <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=utf-8" /> - <title> - Le invasioni barbariche in Italia, di Pasquale Villari - </title> - <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> - <style type="text/css"> -body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} - -p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} -.blockquote {margin: 2em auto; font-size: 95%;} -.center {text-align: center; text-indent: 0;} -.title {text-align: center; font-size: 110%; margin-top: 1em; margin-bottom: 0.5em;} - -div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} -div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} -div.titlepage p {text-align: inherit;} -div.verso {text-align: center; padding-top: 2em; font-size: 95%; margin: 0 10%;} -div.verso p {text-align: inherit;} -div.dedica {page-break-before: always; text-align: center; font-size: 120%; padding-top: 3em; padding-bottom: 3em;} -div.dedica p {text-align: inherit;} -div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em; width: 80%; margin: 10%;} -div.somm p {clear: right; padding-left: 1.5em; text-indent: -1.5em; font-size: 95%; margin-top: 0.25em;} -div.somm p.first {margin-top: 1em;} -.last-r {float: right; text-align: right; padding-left: 3em; white-space: nowrap;} -@media handheld { -.last-r {float: right;} -} -div.indice {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.indice p {margin-top: 0.25em; padding-left: 1em; text-indent: -1em; line-height: 1em;} -div.indice p.letter {margin-top: 1.5em;} - -div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} -div.chapter h3 {page-break-before: avoid;} - -h1,h2,h3 {text-align: center; font-style: normal; -font-weight: normal; line-height: 1.5;} -h1 {font-size: 150%;} -h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} -h3 {font-size: 120%;} - -span.smaller {display: block; font-size: 80%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} - -hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} -hr.mid {width: 50%; margin-left: 25%; margin-right: 25%;} -hr.tiny {width: 10%; margin-left: 45%; margin-right: 45%;} -hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} -@media handheld { -hr.silver {display: none;} -} - -a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;} -div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;} -.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;} -div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;} -div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;} -div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;} - -.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} - -.pad4 {margin-top: 4em;} -.pad2 {margin-top: 2em;} - -.small {font-size: 85%;} -.large {font-size: 115%;} -.x-large {font-size: 130%;} -.xx-large {font-size: 150%;} -.main-t {font-size: 200%;} -.g {letter-spacing: .2em;} -.smcap {font-variant: small-caps;} -.lowercase {text-transform: lowercase;} - -table {margin: auto; border-collapse: collapse;} -.errata {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em;} -.errata td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em;} -.errata td.cen {text-align: center; vertical-align: top; white-space: nowrap;} -.errata td.right {text-align: right; vertical-align: top; white-space: nowrap;} - -.figcenter {text-align: center; margin: 1.5em auto 1em auto; clear: both; max-width: 100%; page-break-before: always;} -.figcenterpad {text-align: center; margin: 4em auto 1em auto; clear: both; max-width: 100%; page-break-before: always;} - -img {max-width: 100%; height:auto;} -.caption {text-align: center; font-size: 85%; text-indent: 0; margin: 0.25em 0;} - -.illepub {text-align: center; margin: auto; clear: both; max-width: 100%; page-break-before: always;} -.epubonly {text-align: center; font-size: 95%;} - -.illepub, .epubonly {visibility: hidden; display: none;} - -@media handheld { -.illepub {visibility: visible; display: block;} -.epubonly {text-align: center; visibility: visible; display: block;} -} - -.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; - margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} -.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} -.tnote p {padding: 0 1em;} -.covernote {visibility: hidden; display: none;} -@media handheld { - .covernote {visibility: visible; display: block;} -} - - </style> - </head> -<body> - - -<pre> - -Project Gutenberg's Le invasioni barbariche in Italia, by Pasquale Villari - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most -other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Le invasioni barbariche in Italia - -Author: Pasquale Villari - -Release Date: September 14, 2017 [EBook #55545] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LE INVASIONI BARBARICHE IN ITALIA *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -<span class="small">LE</span><br /> -INVASIONI BARBARICHE<br /> -<span class="small g">IN ITALIA</span> -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="large"> -LE -</p> - -<p class="main-t"> -INVASIONI BARBARICHE -</p> - -<p> -IN -</p> - -<p class="xx-large"> -ITALIA -</p> - -<p class="pad2 small"> -DI -</p> - -<p class="x-large"> -PASQUALE VILLARI -</p> - -<hr class="tiny" /> - -<p class="small"> -CON TRE CARTE -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="x-large">ULRICO HOEPLI</span><br /> -<span class="small">EDITORE-LIBRAIO DELLA REAL CASA</span><br /> -<span class="large">MILANO</span><br /> -—<br /> -1901 -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -PROPRIETÀ LETTERARIA -</p> - -<p> -152-900. — Firenze, Tip. di S. Landi, Via Santa Caterina, 12 -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="chapter"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="dedica"> -<p class="small"> -AL -</p> - -<p class="pad2"> -<span class="smcap">Prof.</span> ALBERTO DEL VECCHIO -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span> -</p> - -<h2 id="prefazione"> -PREFAZIONE -</h2> -</div> - -<p> -Il fine che mi sono proposto nello scrivere questo -libro è assai modesto, ma è anche assai difficile a -raggiungere. Il lettore giudicherà se sono riuscito. -Io dirò solo in che modo sorse in me l'idea di accingermi -all'opera. -</p> - -<p> -Non si può negare che dopo la costituzione del -regno d'Italia molto si è da noi progredito nello -studio della storia. Ne sono una prova il gran numero -di <i>Archivi storici</i>, che si pubblicano in ogni -regione; le <i>Deputazioni e Società di Storia patria</i>, che -sorgono per tutto; la grande quantità di documenti, -che ogni giorno vengono alla luce; i progressi che -han fatto la paleografia, la diplomatica, la filologia -classica e la neo-latina, la storia del diritto, il metodo -e l'erudizione storica in genere. Con tutto ciò -libri che narrino gli avvenimenti del passato in -modo facile e piano, agevolmente leggibili, i quali una -volta erano assai numerosi in Italia, e servivano di -modello alle altre nazioni, vanno oggi divenendo fra -noi sempre più rari. Pure è certo che le ricerche d'archivio -si fanno per poter sempre meglio e più sicuramente -<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span> -scrivere le narrazioni destinate alla gran -maggioranza dei lettori.<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> Noi invece passiamo dai -libri scolastici, che si leggono a scuola, e poi si gettano -via, ai libri d'erudizione, che servono solo ai -dotti di mestiere o, come oggi li chiamano, specialisti. -</p> - -<p> -È facile capire qual grave danno tutto ciò debba -recare alla nostra letteratura, alla nostra cultura; -massime se si riflette, che la storia in genere, e quella -dell'Italia in ispecie dovrebbe essere un mezzo non -solo d'istruzione, ma anche di educazione nazionale, -contribuendo efficacemente a formare il carattere morale -e politico del nostro paese. Cesare Balbo, animato -sempre di nobile patriottismo, deplorò in tutta -la sua vita che noi non avessimo una storia popolare -d'Italia, tale che tutti potessero leggerla con piacere -e profitto. Egli si provò più volte a scriverla, ma rimase -come sgomento dinanzi alle molte difficoltà che -incontrava. Oggi, dopo la pubblicazione di tanti nuovi -documenti, dopo tante nuove e così sottili dispute, -le difficoltà sono cresciute piuttosto che scemare. Alcune -di esse possono dirsi intrinseche alla natura -del soggetto; altre invece dobbiamo riconoscerle conseguenza -del nostro modo di trattarlo e dell'indirizzo -che abbiam preso nei nostri studi. -</p> - -<p> -Arduo assai deve certo riuscire il narrare in modo -facile e chiaro la storia d'un paese che fu nel passato -diviso in tanti Stati diversi, ciascuno dei quali ebbe -il suo proprio carattere, le sue proprie vicende. Nel -<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span> -mezzogiorno abbiamo una monarchia feudale; nell'Italia -centrale lo Stato della Chiesa, con un governo che -è diverso da ogni altro, e la cui storia si collega con -quella di tutta quanta l'Europa; più al nord abbiamo -la moltitudine infinita dei Comuni e delle Signorie. -Come, dove trovare un filo conduttore, che -guidi chi scrive e chi legge? Queste difficoltà, è ben -vero, non s'incontrano solamente in Italia; anche -la Germania è stata sempre divisa e suddivisa. Nè -sarebbero difficoltà insuperabili, se noi stessi non le -rendessimo per colpa nostra anche maggiori; il che -avviene in molti e diversi modi. In tutte quante -le nostre scuole, in tutte le nostre pubblicazioni ci -occupiamo oggi quasi esclusivamente di storia italiana. -È divenuto poco meno che impossibile il vedere -fra di noi apparire un libro sulla storia della -Riforma, della Rivoluzione francese, della Germania, -dell'Inghilterra, della Spagna, delle nazioni estere -in generale. Ma la nostra storia è così strettamente -connessa con quella di tutta l'Europa, che senza -studiar l'una non è possibile comprendere l'altra. -Chi infatti potrebbe mai intendere la storia italiana -del Medio Evo, senza quella della Germania, -o indagare le origini prime del nostro Risorgimento, -senza occuparsi della Rivoluzione francese? Chi potrebbe -farsi un concetto chiaro della Contro-Riforma -in Italia, senza aver prima compreso la Riforma di -Lutero? Ne segue perciò che, se questa tendenza verso -un'erudizione esclusiva ed unilaterale ci fa sempre -più diligentemente indagare ed esaminare i particolari -problemi della storia italiana, ci rende invece -<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span> -assai difficile comprenderne il carattere generale, e -valutare con giusto criterio la vera parte che noi -abbiamo avuta nella civiltà del mondo. Più di una -volta ci tocca infatti l'umiliazione di vedere gli stranieri -scrivere sulla storia dell'Italia antica, medioevale -o moderna libri migliori dei nostri: e da essi -la nostra gioventù deve apprendere la storia del proprio -paese. Pur troppo questi libri, non ostante la -molta dottrina ed il buon metodo, sono scritti non -di rado con uno spirito ostile all'Italia; il patriottismo -degli autori li spinge naturalmente ad esaltare -la loro patria a danno della nostra. E così ne segue -che si diffondono anche fra di noi sul carattere morale -e politico degl'Italiani, sull'intrinseco valore -della nostra civiltà, della nostra letteratura idee e -giudizi poco esatti, che ci nocciono assai, facendoci -perdere la giusta coscienza di noi medesimi. -</p> - -<p> -Non lieve ostacolo a scrivere una storia nazionale -che, pur essendo patriottica e popolare, sia imparziale, -viene anche dalle relazioni in cui l'Italia -si trova colla Chiesa. Noi abbiamo scrittori guelfi -e scrittori ghibellini: i primi vorrebbero sempre -lodare i Papi, giustificando tutto quello che fecero; -i secondi vorrebbero invece sempre biasimarli, cercando -di porre in ombra la parte, certo grandissima, -che ebbero nella storia del nostro paese. A questo -s'aggiunga l'abbandono in cui sono fra di noi gli -studi religiosi, la storia della teologia e del Cristianesimo. -E come si può senza di essi comprendere la -storia d'un popolo, che ha fondato la Chiesa cattolica, -d'un popolo la cui vita religiosa fu così intensa, -<span class="pagenum" id="Page_xi">[xi]</span> -così strettamente unita con la sua vita politica, letteraria, -artistica e civile? -</p> - -<p> -Pensando e ripensando a tutto ciò, mi parve che -dovesse in Italia riuscire assai utile una collezione -di volumi, che trattassero separatamente, in modo -popolare, i vari periodi della storia d'Italia, sotto i -suoi molteplici aspetti, e con essa anche la storia -dei vari popoli civili. Di siffatte collezioni ogni regione -d'Europa e gli Stati Uniti d'America ne hanno -oggi parecchie; perchè non potremmo, non dovremmo -noi averne almeno una? Mi decisi quindi a farne la -proposta all'egregio editore comm. Hoepli, che l'accolse -con favore, e si pose all'opera. -</p> - -<p> -Due volumi sono già venuti alla luce. Il primo è -una nuova edizione del ben noto libro del conte Balzani -sulle cronache italiane, da lui riveduto e corretto. -Il secondo è una storia del nostro risorgimento -pubblicata dal prof. Orsi del Liceo M. Foscarini di -Venezia. Altri tre volumi non tarderanno molto, io -spero, a veder la luce. Uno, già quasi compiuto, è -del prof. Errera, dell'Istituto Tecnico di Torino, sulla -storia delle scoperte geografiche. Il prof. Salvèmini -del Liceo Galileo di Firenze, ed il prof. Brizzolara -dell'Istituto Tecnico di Reggio Calabria scrivono -sulla storia moderna dell'Europa. Altri volumi sono -in preparazione. -</p> - -<p> -E per contribuire anch'io, come meglio posso, all'opera -comune, pubblico ora questo primo volume -di storia italiana, nel quale mi occupo delle invasioni -barbariche. Non è un libro erudito, nè scolastico, -e neppure di storia generale e filosofica, come -<span class="pagenum" id="Page_xii">[xii]</span> -il <i>Sacro Romano Impero</i> del Bryce, o le <i>Rivoluzioni -d'Italia</i> del Quinet. I fatti debbono qui essere narrati -nella loro cronologica successione e logica connessione, -senza discutere o dissertare, e, per quanto è possibile, -senza annoiare. Mi sono, com'è naturale, servito -delle opere recentemente pubblicate, come quelle -del Bury, del Malfatti, del Bertolini, del Dahn, del -Mühlbacher, dell'Hartmann,<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> e più di tutte di quella -dell'Hodgkin. Non ho trascurato alcuni autori più -antichi come il Gibbon, il Tillemont ed il Muratori, -che non invecchia mai; nè ho tralasciato di ricorrere -alle fonti. Ma le citazioni, salvo casi eccezionali, -sono di regola escluse. Credevo dapprima che lo scrivere -questo piccolo volume, che si occupa d'un periodo -solo della storia d'Italia, quando questa non -era anche divisa e suddivisa, dovesse riuscirmi comparativamente -agevole; ma ho dovuto pur troppo -accorgermi che anch'esso era, per me almeno, assai -difficile. Non mi sono però mancati aiuti e consigli -preziosi di due dotti colleghi e carissimi amici, i -professori Achille Coen ed Alberto Del Vecchio, ai -quali mi è grato manifestar pubblicamente la mia -vivissima riconoscenza. Nè posso dimenticare il giovane -e valoroso professor Luiso, che volle aiutarmi -rivedendo le bozze di stampa. -</p> - -<p> -Se questi primi volumi incontreranno il favore del -pubblico; se esso vorrà essere indulgente verso le -imperfezioni inevitabili in un'impresa, che fra di noi -<span class="pagenum" id="Page_xiii">[xiii]</span> -può dirsi nuova; e se non ci verrà meno la cooperazione -degli studiosi, noi crediamo che la nostra -collezione potrà riuscire utile alla cultura del paese, -ed agevolare non poco la via a scrivere sempre meglio -quella storia nazionale e popolare d'Italia, tanto -desiderata e tanto desiderabile. Siamo in ogni modo -persuasi, che una raccolta quale noi l'abbiamo ideata -è oggi non solo utile, ma anche necessaria al nostro -paese più che ad ogni altro. E crediamo che, quando -pure fossimo condannati a non riuscire, l'impresa -verrebbe assunta da altri più fortunati di noi, perchè -risponde ad un vero bisogno dell'ora presente. -Il materiale storico che si è raccolto, e va ogni -giorno più aumentando, è immenso; nè deve rimanere -il privilegio e la proprietà di pochi dotti, ma -deve essere coordinato e reso accessibile a tutti. Solo -così potremo riuscire ad infondere nel paese la coscienza -di ciò che esso fu ed è veramente, la cognizione -sicura della parte che l'Italia ebbe, di quella -che può e deve oggi avere nella storia e nella civiltà -del mondo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_xv">[xv]</span> -</p> - -<p class="center x-large"> -LE<br /> -INVASIONI BARBARICHE<br /> -IN ITALIA -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2 id="libro1">LIBRO PRIMO -<span class="smaller">DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO -FINO AD ODOACRE</span></h2> - -<h3 id="cap1-1">CAPITOLO I -<span class="smaller">La caduta dell'Impero</span></h3> -</div> - -<p> -Perchè cadde l'Impero Romano? La risposta che subito -si presenta è questa: i Romani eran corrotti e dalla -corruzione infiacchiti; i barbari, più rozzi, erano anche -più morali e più forti. Quando passarono il Reno e il -Danubio, la vittoria non poteva essere dubbia; l'Impero -doveva crollare, una società nuova doveva formarsi. Ma -perchè mai si corruppe e s'infiacchì un popolo, che per -tanti secoli era stato l'esempio della disciplina, della virtù -e della forza; che aveva saputo conquistare il mondo? -La corruzione non era la causa, era la conseguenza, il -primo segno della decadenza già cominciata. L'Impero, -che Tito Livio già vedeva piegarsi sotto il peso della sua -stessa grandezza, non poteva durare eterno. -</p> - -<p> -Esso aveva formato l'unità civile e morale del mondo -antico, la quale era stata necessario apparecchio alla costituzione -delle nazionalità. Per vivere e prosperare, queste -hanno infatti bisogno di essere in relazione fra di -loro, di sentirsi come parti diverse d'una stessa famiglia. -Ma il loro sorgere rendeva impossibile l'esistenza del -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -mondo antico, il quale riconosceva l'assoluto predominio -d'una civiltà sola, al di fuori della quale tutti erano -barbari. Se perciò da una parte, e vista da lontano, la -caduta dell'Impero ci apparisce come qualche cosa d'inaspettato -e straordinario; da un'altra reca maraviglia invece -la sua lunga durata. Sotto una forma o l'altra, noi -lo vediamo infatti sopravvivere a sè stesso in tutto il -Medio Evo. E più tardi ancora tenta, sebbene invano, di -rinascere dalla tomba, prima con Carlo V, poi con Napoleone -I. Il vero è che l'unità dell'Europa e la diversità -dei popoli che l'abitano sono due fatti innegabili del -pari, dai quali risultano le vicende della storia moderna. -</p> - -<p> -Roma era stata una città, un municipio, che aveva cominciato -col conquistare e romanizzare le popolazioni vicine, -con esse l'Italia, con l'Italia quasi tutto il mondo -allora conosciuto. Ma il dominio d'una città sola sopra -un così vasto territorio, sopra genti così diverse, imponendo -a tutte lo stesso governo, la stessa legislazione, -la stessa lingua ufficiale, doveva, con l'estendersi, incontrare -difficoltà sempre maggiori. Era stato comparativamente -facile assimilare le popolazioni romane; ma l'Africa, -la Spagna, la Rezia, la Gallia resistettero invece sempre -più ostinatamente. E una difficoltà nuova s'incontrò nell'Asia -Minore e nella Grecia, dove per la prima volta i -Romani trovarono una civiltà superiore alla loro. Conquistato -colle armi il paese, furono essi conquistati dalla -cultura greca, cui dovettero assimilare la propria, per -diffonderle ambedue nel mondo. E così, quando l'Impero -fu giunto al Reno ed al Danubio, esso non aveva più -nessuna vera unità intrinseca, corrispondente a ciò che -di fuori appariva. Non era uno Stato, non era una nazione; -era un amalgama di popoli diversi, uniti insieme -dalla forza, e sottomessi alla stessa civiltà. Al di là dei -confini c'era un paese vastissimo, abitato da popolazioni -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -bellicose e barbare, che s'avanzavano minacciose come -un fiume che straripa. -</p> - -<p> -Da un tale stato di cose, la società romana fu profondamente -turbata. E prima di tutto ne fu alterata la costituzione -stessa dell'esercito, che era stato lo strumento -principale della conquista e della fondazione dell'Impero. -Una volta, così osservava giustamente il Gibbon, gli eserciti -della Repubblica erano formati di proprietari e coltivatori -del suolo, i quali pigliavano parte alle assemblee, -votavano le leggi di Roma, e la difendevano colle armi. -Il benessere della patria era immedesimato col proprio. -Una battaglia vinta era la loro fortuna, una battaglia perduta -era la loro rovina personale. Tutti gl'interessi morali -e materiali, consacrati dalla religione, si univano a fare -di essi cittadini e soldati eroici, che dopo la guerra tornavano -tranquilli e modesti ai loro campi. Chi potrebbe -mai supporre che gli abitanti della Rezia, della Spagna, -della costa africana potessero combattere con lo stesso -ardore, con la stessa fede, per difendere una potenza alla -quale si sentivano spesso estranei o avversi? Questi eserciti -mandati a difendere confini sempre più estesi, più lontani -e continuamente assaliti, divennero di necessità eserciti -stanziali. Chi era chiamato a farne parte, abbandonava -il luogo nativo, i campi, se ne aveva, i quali perciò spesso -restavano incolti, e rimaneva sotto le bandiere, in paese -straniero, fino a che gli bastavano le forze. Di qui il bisogno -sempre maggiore e le difficoltà sempre crescenti -di trovar nuove reclute, che bisognava allettare con nuovi -privilegi, con paghe maggiori. E quindi l'uso d'accogliere -sotto le bandiere perfino gli schiavi, ma sopra tutto i barbari, -che ben presto formarono la parte maggiore degli -eserciti romani. La guerra divenne così un mestiere, e -la forza delle armi risiedeva più nella disciplina che nel -patriottismo. Pure tale era la potenza di questa disciplina, -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -tale il fascino maraviglioso che il nome sacro di Roma -e dell'Impero esercitava sugli animi, che di elementi così -diversi si riuscì a formare un esercito formidabile, il quale, -per più secoli ancora, continuò ad operare miracoli. -</p> - -<p> -A mantenere questo esercito numeroso e lontano occorrevano -spese enormi. Era perciò necessario d'aggravare -il paese di tasse. A poco a poco l'occupazione continua -della Curia e dei Decurioni nei Municipi si ridusse a -cavar denari da popolazioni già dissanguate. Costretti -ad essere responsabili di ciò che occorreva, anche se i -contribuenti non potevano pagarlo, il loro ufficio, una -volta ambito come un onore, divenne un peso da cui -ognuno cercava liberarsi, perfino con la fuga, con l'esilio -volontario. E così anche qui l'interesse privato, che in -altri tempi era immedesimato col pubblico, si trovava -ora con esso a conflitto: principio inevitabile di debolezza -e di decadenza morale in tutte le società. -</p> - -<p> -Le continue guerre andarono sempre più aumentando -il numero degli schiavi. I capi degli eserciti avevano -accumulato enormi fortune, al pari dei fornitori di esso, -e dei governatori delle province. I ricchi divenivano -sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, e l'usura -li riduceva alla miseria. Questi finivano allora col mettersi -alla dipendenza dei vasti possessori di terre, sotto -forma di coloni più o meno attaccati alla gleba, pagando -un affitto sulle terre che erano state già loro proprietà. -Ne nacque una vera questione agraria-sociale, causa non -ultima delle guerre civili e della totale decadenza. La -classe media fu distrutta, e si formò quella dei latifondisti, -che furono possessori di più diecine di migliaia di -schiavi, di trenta, di quaranta miglia quadrate di terre, -quasi d'intiere province. Il latifondo, che di sua natura -tende ad ingrandirsi, aggregandosi le terre vicine, porta -seco la cultura estensiva dei campi, esaurisce la fertilità -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -del suolo, e ne diminuisce il prodotto. Così l'Italia -non bastò più a se stessa, al suo esercito, anche il grano -della Sicilia essendo scemato. E cominciò a dipendere -dall'Africa, senza il cui aiuto correva pericolo d'essere -affamata. -</p> - -<p> -Tutto il vasto territorio dell'Impero era disseminato -d'un gran numero di città, molte delle quali, colonie civili -o militari. Queste città erano ordinate a similitudine -della capitale, colle loro assemblee, coi loro magistrati, le -scuole, i tempii, i bagni, gli acquedotti, le caserme, gli anfiteatri. -Esse erano congiunte tra di loro da una rete di -strade, che è fra le opere più maravigliose di tutta l'antichità. -Partendo dal Foro Romano, in mille direzioni diverse, -arrivavano ai confini. Ad ogni cinque o sei miglia si -trovava un numero sufficiente di cavalli, per tenere fra loro -in pronta comunicazione tutte le parti dell'Impero. La -campagna affatto deserta, sparsa qua e là di ville o masserie, -era coltivata da schiavi e coloni, che non differivano -molto fra di loro. La sera si riducevano nelle città -o nelle ville. Anche l'industria, assai limitata, era affidata -agli schiavi, che arrivarono ad un numero sterminato. -Il Gibbon afferma che ai tempi di Claudio la popolazione -dell'Impero contava 120 milioni, dei quali 60 -erano schiavi. Ma anche senza dar piena fede a queste -cifre, è certo che più d'una volta le ribellioni degli -schiavi condussero l'Impero all'orlo dell'abisso. -</p> - -<p> -Alla testa d'una tale società si trovava un sovrano con -assoluto potere, e sotto di lui spadroneggiavano l'esercito -ed i latifondisti. L'esercito volle ben presto fare e -disfare, o almeno approvare esso gl'imperatori, dividendosi -qualche volta in partiti, e proclamandone più d'uno -nel medesimo tempo; il che fu causa di assai gravi e -spesso sanguinosi conflitti. I latifondisti avevano i più alti -uffici dello Stato, divenuti ereditari nelle loro famiglie, e -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -si trovavano alla testa d'una numerosa burocrazia. Abitavano -nelle città insieme con una plebe di nullatenenti -oziosi, alla quale, perchè non tumultuasse, era necessario -far larghe e continue distribuzioni di grano, allettandola -con spettacoli e giuochi: <i>panem et circenses</i>. Se a tutto ciò -s'aggiunge che in una società così vasta, divisa e disorganizzata, -quegli stessi barbari che la minacciavano al confine, -erano già in maggioranza fra gli schiavi e nell'esercito, -si capirà facilmente che ormai non c'era più forza -umana che potesse evitare una spaventosa catastrofe. -</p> - -<p> -A tutte queste cause civili, militari, economiche di -divisione e debolezza, s'aggiungeva non ultima la questione -religiosa. Il Cristianesimo s'avanzava trionfante -dall'Oriente, annunziando il principio di una nuova rivelazione, -d'una nuova vita morale. La sua teologia nasceva, -è vero, dall'innesto della filosofia greca col Vangelo; ma -esso mirava alla distruzione del Paganesimo, su cui l'Impero -era fondato. Il monoteismo era la negazione del -politeismo; la rivelazione non s'accordava con la filosofia -antica. Il Cristianesimo condannava la forza e la violenza, -proclamava tutti gli uomini, tutti i popoli uguali innanzi -a Dio, e l'Impero aveva, colla forza e colla violenza, sottomesso -tutti i popoli a Roma. Il Cristianesimo inoltre -sottoponeva la Città terrena e degli uomini alla Città celeste -e di Dio. Per esso la vita sociale in questo mondo -aveva valore solo come apparecchio alla vita d'oltre tomba. -La società, la patria, la gloria, tutto ciò per cui Roma -era stata grande, per cui aveva vissuto, che più aveva -ammirato, perdeva il suo valore. E così non si trattava -solo di sostituire una religione ad un'altra; si trattava -di demolire i principii fondamentali di una filosofia, di -una letteratura, di una civiltà intera, di tutto un mondo -morale, per sostituirvene un altro. È facile immaginarsi -qual profondo sovvertimento tutto ciò dovesse portare -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -nell'animo dei Romani, quali profonde ferite vi dovesse -lasciare. E si capiscono perciò le feroci persecuzioni, più -crudeli che mai da parte dei migliori e più convinti imperatori. -Ma il sangue dei martiri sembrava solo innaffiare -la nuova pianta, per farla crescere più rigogliosa. -Tutti gli oppressi accoglievano con ardore la nuova fede, -che valendosi delle vecchie istituzioni romane, fondava -una Chiesa universale, la quale s'impadroniva rapidamente -di tutta la società. Abbatteva gli antichi altari, -per costruirne dei nuovi; trasformava gli antichi tempii; -fondava ospedali, istituti di beneficenza, scuole, che erano -tante fortezze destinate a demolire sempre più la vecchia -società. La caduta dell'Impero non spaventava punto -i Cristiani, perchè menava seco la caduta del Paganesimo. -La stessa venuta dei barbari, la più parte già convertiti, -appariva loro come provvidenziale, perchè destinata a -punire quelli che ancora adoravano gli Dei falsi e bugiardi, -che tenevano sempre aperto il tempio di Giano. -</p> - -<p> -Che tutto ciò portasse un profondo disordine morale, -che gli uomini dell'antica società si abbandonassero allo -scetticismo, alla disperazione, ai vizi più bassi ed osceni, -non è da far maraviglia. Ma pur grande veramente doveva -esser sempre la vitalità dell'Impero, se potè continuare -a resistere più secoli, respingendo l'un dopo -l'altro i ripetuti assalti delle numerose orde barbariche. -Di questa sua vitalità, non solo materiale ma anche -morale, fu prova la diffusione e la importanza in esso -assunta dalla filosofia stoica, che venne di Grecia, ma -ebbe in Roma un suo proprio carattere pratico, col -quale tentò assumere la direzione della vita, pigliando -quasi il posto della religione. Difficilmente nella storia -del mondo si troverebbe un tentativo più nobile, più -eroico e più disperato ad un tempo, di quello fatto dagli -stoici. In mezzo alla unione forzata di tanti popoli, alla -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -fusione e confusione di tante religioni, di tante forme -diverse del Paganesimo, che crollava da ogni lato, essi -cercarono di rinnovarlo e salvarlo dagli assalti vittoriosi -del Cristianesimo, fondandosi sul concetto, sul culto della -più pura, disinteressata virtù. Rinunziando alla speranza -d'una vita futura, ad ogni ricompensa in questo o nell'altro -mondo, disprezzando la gloria presso i posteri, -non curando la opinione dei contemporanei, raccomandavano -la virtù come fine a sè stessa, scopo unico della -vita, come quella che trovava in sè ogni compenso, sgorgava -spontanea, irresistibile dal cuore dell'uomo. La serena -tranquillità con cui gli stoici affrontavano la morte, -per difendere la giustizia, parve un momento divenir contagiosa, -quasi volessero con una nuova serie d'eroi rinnovar -la gloria dell'antica Roma. Ma pur troppo non era -che un tentativo filosofico, il quale non poteva esser che -l'opera di pochi spiriti eletti. Non era sperabile che penetrasse -nelle moltitudini e le esaltasse, come faceva il -Cristianesimo, che parlava a tutti e di tutti s'impadroniva. -Pure fu come un baleno, che per breve tempo illuminò -di luce vivissima l'Impero, e che più tardi sembrò -ripetersi novamente colla diffusione del Neoplatonismo, -predicato da Plotino e da Porfirio. -</p> - -<p> -Marco Aurelio fu la vivente e più splendida personificazione -dello Stoicismo, il quale salì con lui sul trono imperiale. -Indifferente alla gloria, disprezzatore d'ogni materiale -ed appariscente grandezza, amico della giustizia -e della virtù, era nemico della guerra. Ma quando i confini -dell'Impero furono minacciati dai Marcomanni, che -insieme con altri barbari avevano passato il Danubio, egli -assunse il comando dell'esercito, e combattendo fino alla -morte con valore di gran capitano, li respinse e disfece. -Nè durante il conflitto tralasciò le sue meditazioni filosofiche; -ma ritirandosi la sera nella tenda, continuava a -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -scrivere quei <i>Pensieri</i> che rimasero immortali. «Nessuno, -dice il Renan, scrisse mai con uguale semplicità, per solo -suo uso, senza volere altri testimoni che Dio. Il suo pensiero -morale, puro, libero da ogni legame sistematico o -dommatico, si sollevò ad un'altezza che non fu mai superata. -Ed il suo libro, il più puramente umano che sia -stato mai scritto, visse d'una eterna giovinezza.» Nè -egli fu il solo dei veramente grandi Imperatori. Dalla -morte di Domiziano all'ascensione di Commodo al trono -(96-180 d. C.), noi troviamo, con Nerva, Traiano e i due -Antonini, una serie di sovrani che rappresentano la giustizia, -la sapienza e la virtù chiamate a governare il mondo. -Il Machiavelli, repubblicano, aspro nemico di Cesare, esaltato -lodatore di Bruto, è pieno della più entusiastica -ammirazione per quel periodo dell'Impero. Il Gibbon -afferma, che se gli fosse chiesto, in qual tempo mai, durante -tutta la storia del mondo, il genere umano fu più -felice, non saprebbe indicarne un altro. Ma egli, che qui -appunto sorvola più che mai sulle crudeli persecuzioni -dei Cristiani, per parte d'alcuni di questi medesimi imperatori, -è pur costretto ad aggiungere, che tutto dipendeva -allora dalla volontà d'un uomo solo e dall'esercito. -Infatti prima e dopo di tali imperatori, ve ne furon dei -pessimi. E subito le forze disorganizzatrici, che solo per -breve tempo poterono rimanere latenti, si scatenarono, -portando alla superficie quella corruzione e decomposizione -sociale, che non poteva più essere fermata, e che -doveva inesorabilmente aprire la via ai barbari. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -</p> - -<h3 id="cap1-2">CAPITOLO II -<span class="smaller">I Barbari</span></h3> -</div> - -<p> -L'assalto improvviso che nel 114 a. C. dettero i Cimbri, -i quali si avanzarono con un impeto inaspettato, disfacendo -ripetutamente i Romani, aprì a questi la prima -volta gli occhi sul pericolo che li minacciava dalla Germania. -C. Mario, è vero, in due grandi battaglie (102 e -101 a. C.), li disfece compiutamente, e per circa mezzo secolo -i confini rimasero tranquilli. Ma Giulio Cesare, dopo -molte vittorie, si trovò anch'esso di fronte ad un esercito -germanico, comandato da Ariovisto che, passato il Reno, -era penetrato nella Gallia, combattendo valorosamente. -Cesare lo disfece e lo inseguì al di là del fiume. Ma ivi -trovò come un mondo nuovo: un popolo numeroso, bellicoso -e quasi nomade; una società in tutto profondamente -diversa dalla romana; un clima assai rigido; un suolo -pieno di paludi e di boschi, senza possibilità di approvvigionamenti, -infesto all'avanzarsi d'un esercito romano. -Col suo sguardo penetrante, col suo grande senno pratico, -capì subito, che non era il caso di pensare ad una -stabile conquista, molto meno a romanizzare quelle genti, -e si ritirò novamente al di qua del Reno. -</p> - -<p> -Dopo la sua morte, i Romani non imitarono la prudenza -del valoroso capitano. Ripassarono il Reno, penetrarono -nel cuore della Germania; vi portarono le loro -leggi, la loro amministrazione, le loro tasse. E la conseguenza -fu una tremenda insurrezione capitanata da -Arminio, che distrusse un esercito di tre legioni. Il -console Varo ed i principali suoi ufficiali, per non sopravvivere -al disastro e al disonore, si dettero la morte -(9 d. C.). Arminio era stato educato nell'esercito romano; -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -insieme col fratello aveva in esso valorosamente combattuto, -ed era stato colmato di onori. Ad un tratto, -tornato fra i suoi, messosi alla testa della insurrezione, -aveva tratto in agguato gli antichi commilitoni, dei quali -si fingeva sempre amico, e si era scagliato contro di essi -con un impeto addirittura feroce. I prigionieri romani -furono mutilati, impiccati, trucidati. A molti furono cavati -gli occhi, fu strappata la lingua, insultandoli con ogni specie -d'ingiurie più sanguinose. Venne perfino disseppellito -il cadavere del Console, per poterlo insultare. Anche -Marbodio, capo dei Marcomanni e nemico di Arminio, -che aveva cercato di fondare un regno a similitudine -delle istituzioni dei Romani, dai quali era stato educato, -e dei quali si dichiarava fido alleato, venuta l'ora del -pericolo, si manifestò nemico aperto. Da tutto ciò appariva -evidente, che nelle popolazioni germaniche v'era un -odio istintivo, inestinguibile contro i Romani; che nè i -benefizi, nè la educazione o la disciplina militare potevano -in modo alcuno estinguere. Germanico fu mandato -a vendicare la disfatta di Varo, ma le vittorie del valoroso -capitano furono pagate ad assai caro prezzo. Nel -clima, nei boschi, nelle paludi, più di tutto nell'odio -persistente delle popolazioni, trovò ostacoli sempre maggiori. -Una formidabile tempesta, distrusse una parte -non piccola dell'esercito, che si ritirava dalla parte -del mare. -</p> - -<p> -Negli ultimi anni della sua vita, Augusto si era persuaso -che l'Impero doveva fermarsi al Reno ed al Danubio, -senza pensare a nuove conquiste, e lo raccomandò -nel suo testamento. Lungo i due fiumi venne infatti costruita -una linea di fortificazioni, e l'Impero si attenne -generalmente al savio programma. Solo Traiano, lasciatosi -vincere dall'ambizione della gloria, passò il Danubio, -avanzandosi vittoriosamente. E se più tardi, rinsavito -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -anch'esso, tornò indietro, la Dacia, al di là del fiume, -restò sempre provincia romana, il che fu un grave errore, -come poi si vide. Infatti la difesa del Danubio, che -facilmente si poteva fortificare, venne trascurata, perchè -esso non segnava più i confini dell'Impero, che -s'erano portati innanzi fino alla Dacia orientale, dove -non era ugualmente agevole fortificarli. Tuttavia, per -circa duecentocinquant'anni dopo la disfatta di Varo, -gli assalti dei barbari vennero sempre vittoriosamente -respinti. Questa difesa anzi fu la costante occupazione -dell'Impero, e quasi la sua principale ragione di essere. -</p> - -<p> -Ma chi erano, che cosa volevano questi barbari, che -assalivano con tanta persistenza? Vissuti una volta, come -è generalmente ammesso, nell'Asia, insieme con coloro -che più tardi furono i Greci ed i Romani, avevano con -essi fatto parte di quella che venne dai moderni chiamata -la famiglia ariana. Dopo un periodo di vita in comune, -si divisero, partendo per direzioni diverse. Il clima -più mite, il suolo più fertile, la posizione geografica più -fortunata, la vicinanza dei Fenici e degli Egiziani, fecero -fare un rapido progresso a quelli tra di essi che andarono -nella Grecia e nell'Italia. Lo stesso non poteva seguire -in Germania, dove invece, per le avverse condizioni -del suolo e del clima, per il nessun contatto con popoli -civili, s'andò formando, in un periodo di molti secoli, -una società affatto diversa, che ai Romani poteva apparire -di selvaggi. Non erano però selvaggi, ma barbari, e per -poco che fossero mutate le condizioni in cui si trovavano, -potevano, al contatto colla civiltà, come poi avvenne, -progredire rapidamente. -</p> - -<p> -Giulio Cesare è il primo che ci dia su di essi qualche -notizia precisa. Li trovò, esso dice, in uno stato seminomade, -con un'agricoltura affatto primitiva. Vivevano -della caccia, della pesca, sopra tutto del prodotto degli -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -armenti, loro cura principale. Il latte, la carne, il formaggio -erano il loro cibo consueto. Adoravano il sole, -la luna, il fuoco, le forze della natura, tutto ciò che -vedevano, e da cui ricevevano benefizio. Pieni di grossolane -superstizioni, di costumi crudeli, non avevano -ancora un ordine sacerdotale. Ma il fatto che sopra tutti -richiamò la sua attenzione, si fu il vedere che queste popolazioni, -in continuo moto, non conoscevano la proprietà -privata della terra, la quale era invece posseduta collettivamente -dai villaggi, anzi dalle parentele, <i>Cognationes</i> -come esso le chiamava, <i>Sippen</i> come le dicono i Tedeschi. -Appena si fermavano, i Magistrati o sia i loro capi, -dividevano fra di esse il terreno occupato. E dopo un -anno, le costringevano ad andare altrove, dividendo di -nuovo, nello stesso modo, il terreno. Le case erano specie -di capanne da potersi facilmente decomporre e trasportare, -come proprietà mobile, sui carri, colle masserizie, -coi vecchi ed i fanciulli. Era un genere di vita che -educava mirabilmente alle armi. La caccia, le razzìe, le -guerre coi vicini, per acquistar nuove terre, erano la loro -occupazione continua, il bisogno costante d'una gente, -la quale con la sua rozza agricoltura esauriva subito il -terreno che aveva occupato. Cesare restò assai maravigliato -in presenza d'un genere di vita tanto diverso da -quello dei Romani, e ne chiese spiegazione agli stessi -barbari. Gli risposero, che vivevano a quel modo, perchè -una troppo assidua cura dei campi non li dissuefacesse -dalla guerra, ed una costruzione più accurata e solida -delle case, non li rendesse inabili a sopportare il freddo -ed il caldo. Ed ancora perchè la disuguaglianza delle -fortune e l'avidità del possedere non arricchisse i potenti, -spogliando i deboli; si evitasse quella cupidigia -da cui hanno origine le fazioni e le guerre civili; si -mantenesse con la equità soddisfatta la plebe, che vedeva -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -i suoi campi uguali a quelli dei più potenti.<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> È -difficile credere che questo fosse proprio il linguaggio -dei barbari. Ma è di certo il concetto che più o meno -sorgeva allora in tutti, paragonando la società romana -alla barbarica. -</p> - -<p> -Ed è il concetto che domina anche più esplicitamente -nella <i>Germania</i> di Tacito, la fonte principale che abbiamo, -per conoscere un po' più da vicino quelle popolazioni. Le -notizie che ci dà Cesare sono poche e frammentarie, ma -chiare e precise, suggerite dalla sua osservazione, dalla -sua esperienza personale. Tacito invece ci dà addirittura -un breve trattato sul paese. Non sappiamo con certezza -se egli lo avesse davvero visitato. In ogni modo ne vide, -se mai, una piccola parte, e le notizie che ci dà sono il -più delle volte di seconda mano, cavate da Cesare, che -egli chiama <i>summus auctor</i>, e da altri, che erano stati -oltre Reno. A ciò si aggiunge, che il suo scritto ha uno -scopo, anzi una tendenza politica e morale visibilissima. -Egli s'era persuaso (simile in ciò agli scrittori del secolo -<span class="smcap lowercase">XVIII</span>) che i popoli primitivi, più vicini allo stato -di natura, sono perciò, come erano stati gli antichi -Romani, più puri, più onesti e valorosi di quelli che -una civiltà raffinata ed artificiale ha corrotti, come era -seguito ai Romani del suo tempo. Ispirato da un ardente -patriottismo, con un sentimento quasi profetico -della rovina che minacciava l'Impero, voleva scongiurarla -col ricondurre i suoi connazionali all'antica virtù. -E quindi descriveva con entusiasmo, esaltava, idealizzava -la vita, i costumi dei barbari. Egli è certo un grande -storico e pensatore; ma, a differenza di Cesare, sempre -chiaro, sobrio e preciso, è anche un manierista, il cui -stile vigoroso, ma spesso anche oscuro, si presta a -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -molte e diverse interpetrazioni. Ciò ha dato luogo a -dispute infinite, massime quando egli non va pienamente -d'accordo con Cesare, il che gli succede spesso. Ma siffatte -divergenze hanno un'assai facile spiegazione. Tacito -scriveva un secolo e mezzo dopo di Cesare, ed a suo tempo -la Germania s'era non poco mutata. Il lungo contatto avuto -dai barbari coi Romani, l'avere in questo mezzo trovato -chiuso il passaggio del Reno e del Danubio, quando forse -altre popolazioni li sospingevano dall'oriente, tutto questo -cominciò a rendere impossibile quella vita seminomade -dei tempi di Cesare, e li costrinse a prendere -sulla terra occupata una dimora, in parte almeno, più -stabile. -</p> - -<p> -Comunque sia di ciò, Tacito descrive anch'esso gli abitanti -della Germania in uno stato di barbarie, ignari delle -lettere dell'alfabeto, con scarsa conoscenza dei metalli, -tanto che ne facevano poco uso anche nelle armi; con -nessuna conoscenza della moneta, della quale solamente -coloro che erano ai confini avevano appreso l'uso dai Romani. -Occupati anch'essi, come i loro antenati, principalmente -nella caccia e nella guerra, lasciavano per quanto -potevano la cura della casa e la cultura dei campi alle -donne ed ai vecchi. Si cibavano tuttavia, più che altro, -del prodotto dei loro armenti. Conoscevano il frumento -e ne cavavano una bevanda, che usavano invece del vino. -Temperati in tutto, meno che nel bere e nel giuoco, non -vestivano più di sole pelli, ma usavano mantelli di lana. -Le loro antiche divinità avevano cominciato ad assumere -una forma personale, e Tacito cerca assomigliarle alle romane. -Il <i>Tius</i> (<i>Dyaus</i> vedico), Dio supremo del cielo luminoso, -divenuto, pel carattere bellicoso del popolo, anche -Dio della guerra, è da lui confuso con Marte, e messo perciò -in secondo luogo; in primo egli pone invece <i>Wuotan</i> -(l'Odino dell'<i>Edda</i>), il Dio dell'aria e delle tempeste, che -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -chiama Mercurio. <i>Donar</i>,<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> figlio di <i>Wuotan</i>, Dio dei fulmini -e dei tuoni, dotato di forza prodigiosa, è confuso ora -con Ercole, ora con Giove. Queste e le altre poche divinità -hanno passioni umane, lottano fra di loro, si mescolano -alle querele degli uomini. Ad esse s'aggiungeva una quantità -di demoni, che popolavano l'aria, la terra, l'acqua, i -boschi, i monti. Un ordine sacerdotale, che Cesare non -aveva trovato, si era adesso già formato. Per placare le -loro divinità, i barbari usavano anche sacrifizi umani. E -quindi non si può credere a ciò che Tacito dice poco dopo, -che cioè essi non costruivano tempii ai loro Dei, quasi -per non profanarli con un culto materiale, adorandoli -invece, come in ispirito, nei boschi, quali esseri invisibili -e presenti.<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> -</p> - -<p> -Questi barbari, come già accennammo, avevano ora -preso dimora alquanto più stabile sulle terre che occupavano. -Ma non conoscevano ancora le città, che ad essi -sembravano prigioni, nelle quali «anche i più feroci -animali si sarebbero infiacchiti.»<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> Le case non erano -più mobili capanne di solo legno; ma l'uso del cemento -e dei mattoni era sempre ignoto. Poste, come anche -oggi vediamo nei villaggi della Svizzera, del Tirolo, -della Germania, le une separate dalle altre, eran circondate -da piccoli orti, che insieme con esse appartenevano -alla famiglia che vi abitava.<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> E qui si può notare -un primo passo verso la proprietà privata, immobiliare. -La terra rimaneva però sempre proprietà collettiva del -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -villaggio divenuto più stabile. Non si mutava luogo ogni -anno, ma solo quando la necessità di emigrare lo imponeva, -sia che fosse del tutto esaurita la fertilità dei -campi, e che perciò non bastassero più alla popolazione, -sia che le conseguenze di qualche guerra sfortunata costringessero -a cercare altra sede. Ma dentro il territorio -occupato dal villaggio, o come alcuni dicono la Marca, la -mutazione era continua. In che modo poi la terra occupata -venisse divisa, e la cultura si avvicendasse, e le -famiglie mutassero il terreno che coltivavano, Tacito lo -accenna in un luogo, che è dei più oscuri, interpetrato -perciò in non meno di sei modi diversi. E la confusione -delle molteplici interpetrazioni fu non poco aumentata dal -volere in esso cercare, non solamente ciò che lo scrittore -aveva voluto dire, ma quello anche di cui non aveva parlato, -e che forse ignorava. -</p> - -<p> -Dopo aver detto, che i barbari non conoscevano l'usura, -la quale tante rovine aveva portato nella società romana, -Tacito continua: «le terre sono occupate da tutti, secondo -il numero dei coltivatori, fra i quali vengono divise; e -questa divisione è resa più agevole dalla vastità del terreno -che occupano. D'anno in anno si mutano i campi -messi a cultura, e sempre ne avanza una parte (quella -probabilmente abbandonata al pascolo). Non rimangono -confinati in breve spazio, non si adoperano a mantenere -la fertilità della terra. Si contentano del solo frumento, -senza coltivare pometi, prati artificiali o giardini.»<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> Il -villaggio aveva dunque perduto l'antica mobilità dei tempi -di Cesare; ma dentro di esso la mutazione era continua, -nessuno restando più di un anno a coltivare lo stesso -campo. La parte via via lasciata a pascolo, rimaneva -sempre d'uso comune, perchè la proprietà della terra -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -continuava ad essere collettiva. Altri particolari Tacito -non ci dà, ed è superfluo cercarli. Dello stato di cose da -lui descritto noi possiamo però farci un'idea più chiara, se -gettiamo uno sguardo al modo in cui si trovava costituita -la Marca<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> germanica assai più tardi, nel Medio Evo. -Era questo uno stato di cose certamente diverso da -quello dei tempi di Tacito, ma che pur s'andò da esso, -per processo naturale, lentamente svolgendo, e che ne serbava -perciò alcune tracce visibili. Una parte del terreno -era occupata da case sparse per la campagna, cogli orti -come li descrive Tacito. Un'altra era lasciata a pascolo -comune. Una terza finalmente veniva posta a cultura con -regole assai minute e determinate, che non sarebbero -state possibili ai tempi di cui noi ci occupiamo. Questa -parte era divisa fra i vari capi di famiglia, i quali dovevano -coltivare il loro campo in maniera, che ogni anno un -terzo di esso riposasse, ed ogni triennio tutte le tre parti -avessero avuto il loro periodo di riposo. Sebbene questi -campi fossero, coll'andar del tempo, per un periodo sempre -più lungo, assegnati ai capi delle famiglie, pure la -parte da ciascuno di essi lasciata a pascolo, tornava ad -essere d'uso comune, il che ricordava l'origine antica, -ancora non scomparsa del tutto, di proprietà collettiva. -Come si vede, un tale stato di cose, pur non essendo -quello descritto da Tacito, derivava da esso e giova a -farcelo meglio comprendere. -</p> - -<p> -Questi barbari, che non conoscevano le città, molto -meno conoscevano lo Stato. Cesare e Tacito li trovarono -divisi in molti popoli diversi, ciascuno dei quali ordinato, -suddiviso in quelli che, con nomi latini, essi chiamarono -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -<i>Vicus</i>, <i>Pagus</i> e <i>Civitas</i>. Il <i>Vicus</i> o villaggio era l'associazione -più elementare, ancora poco determinata, costituita -dai vincoli di sangue, che formavano le parentele (<i>Cognationes, -Sippen, Sippenschaften</i>), con le quali spesso si confondevano -addirittura. La riunione di alcuni <i>Vici</i> formava -il <i>Pagus</i>, in tedesco <i>Gau</i>, una specie di Cantone -svizzero, che era il nucleo più forte, quasi l'unità organica -di questa società. L'unione di più <i>Pagi</i> costituiva -la <i>Civitas</i>, il popolo, la schiatta, come dicono alcuni, -la maggiore unità sociale barbarica, che a tempo di Cesare -apparisce assai più debole che a tempo di Tacito. -</p> - -<p> -Questa società barbarica era in tutto militarmente costituita, -tanto che <i>populus</i> ed <i>exercitus</i>, uomo libero ed -uomo in armi, erano una sola e medesima cosa. Si direbbe -che fin d'allora vi si ritrovasse il primo germe di ciò -che, dopo secoli, doveva essere il servizio militare -obbligatorio, e l'ordinamento distrettuale dell'esercito -germanico. L'esercito era allora formato, secondo un sistema -decimale, per centurie, che si raccoglievano e costituivano -nei <i>Pagi</i>, con uomini venuti dai villaggi, fra loro -imparentati, e comandati dai capi dei villaggi stessi o -delle parentele, giacchè anche qui, come sempre, predominavano -i legami di sangue. Tutto questo fece sì che alcuni -scrittori moderni dettero al <i>Pagus</i> o <i>Gau</i> il nome di -Centena, <i>Hundertschaft</i>. Se non che, il <i>Gau</i> era d'assai -varia estensione, qualche volta grosso quasi come una -<i>Civitas</i>, ed allora naturalmente le centurie si costituivano -nei centri minori, e si era quindi indotti ad attribuire -piuttosto ai villaggi il nome di Centene, ed a confonderle -con essi. Da ciò altre dispute infinite. Ma l'ordinamento -civile ed il militare, per quanto sieno in stretta -relazione fra di loro, non potevano essere allora, come non -furono mai, una sola e medesima cosa. E però, quando -anche venisse dimostrato con assoluta certezza, che la -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -centuria si formava solo nel <i>Vicus</i> o solo nel <i>Pagus</i>, non -ne seguirebbe perciò che centuria e <i>vicus</i> o <i>pagus</i> potessero -confondersi fra di loro. Oltre di che bisogna pur -notare che, per quanto simili fossero allora i molti popoli -germanici, ed i caratteri generali del loro ordinamento -civile e militare, v'era sempre nei particolari una grande -varietà da luogo a luogo, da popolo a popolo. Solamente -una esatta conoscenza, che pur troppo non abbiamo, e -forse non avremo mai, di questi particolari, potrebbe -darci modo di definire e determinare con precisione i -caratteri generali d'uno stato di cose tanto diverso dal -nostro, e che dovrà quindi, in alcune parti almeno, rimaner -sempre per noi incerto ed oscuro. -</p> - -<p> -Nel villaggio comandavano i <i>Majores natu</i>, i capi cioè -delle famiglie o delle parentele, che nelle cose di più -grave importanza consultavano il popolo, di cui in guerra -assumevano il comando. Alla testa del <i>Gau</i> si trovavano -uno o più <i>Principes</i>, ai quali gli scrittori romani dettero -nome anche di <i>Magistratus</i>, e qualche volta di <i>Reges</i>. -Erano eletti fra le principali famiglie dei villaggi, essendovi -fra i Germani anche una nobiltà ed una schiavitù. -La prima era composta delle famiglie più antiche, che -avevano formato il nucleo primitivo del villaggio, attirando -a sè le altre, o di quelle che più si erano distinte -nelle armi. La schiavitù par che fosse abbastanza mite; -lo schiavo riceveva dal suo padrone un campo da coltivare, -pagando un canone in derrate o animali. Questi -<i>Principes</i> erano circondati dai capi dei villaggi, che formavano -intorno ad essi una specie di Consiglio ristretto, -che decideva le cose di minore importanza. Per le faccende -più gravi, sopra tutto se si trattava di deliberare -la guerra, si consultava sempre il popolo. Le sue adunanze -erano ordinarie, in alcune determinate stagioni -dell'anno, e straordinarie. In tempo di pace i <i>Principes</i> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -amministravano la giustizia nel <i>Gau</i> e nel villaggio;<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> -in guerra comandavano l'esercito. Ai tempi di Cesare -par che avessero anche un carattere religioso, scomparso -in quelli di Tacito, essendosi allora formato già un -ordine sacerdotale, che prima non c'era. -</p> - -<p> -La <i>Civitas</i>, come dicemmo, sembra essere stata in origine -assai debolmente costituita. Cesare infatti affermava -di non avere in essa trovato, in tempo di pace, -nessun comune magistrato (<i>in pace nullus est communis -magistratus</i>).<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a> E l'assemblea della <i>Civitas</i> (<i>Consilium -Civitatis</i>), che in Tacito ha una così grande importanza, -è di rado menzionata da lui, tanto da far dubitare che -fosse allora veramente un organo vitale di quella società. -Il <i>Gau</i> o <i>Pagus</i> aveva perciò ai tempi di Cesare maggiore -indipendenza; faceva razzìe per proprio conto, senza -troppo occuparsi di quel che voleva o non voleva la sua -<i>Civitas</i>, da cui qualche volta si staccava addirittura, per -andare a far parte di un'altra. Alla testa di essa erano -i <i>Principes</i>, che formavano una specie di Senato, il -quale deliberava sugli affari minori, ed apparecchiava -le deliberazioni più gravi da sottomettere all'assemblea -popolare, che approvava col percuotere le armi, -disapprovava con grida di fremito. Quest'assemblea -aveva le sue ordinarie adunanze in tempo di luna -nuova o di luna piena, e le straordinarie, in tempi indeterminati, -secondo l'occorrenza.<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> In essa venivano -eletti i <i>Principes</i>, e possiam credere che ciò si facesse -confermando coloro che erano stati prima proposti dai -<i>Pagi</i>. Nella stessa assemblea venivano concesse le armi -a quelli che avevano raggiunta l'età legale, il che, secondo -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -la espressione di Tacito, era il primo onore, la -toga virile, con la quale venivano ammessi a far parte -della Repubblica.<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> -</p> - -<p> -Il governo della <i>Civitas</i> sembra davvero essere stato -generalmente ordinato a repubblica, sebbene spesso apparisca -un capo con la forma monarchica, massime quando -uno dei <i>Gau</i> riusciva a prevalere sugli altri. Quello però -che sopra tutto contribuiva a dar forte unità alla <i>Civitas</i>, -e stringeva intorno ad essa anche <i>Pagi</i> di altri popoli o -addirittura altre <i>Civitates</i>, formando così una confederazione, -che pigliava nome dalla principale di esse, era la -guerra. Questa richiedeva naturalmente un capo militare, -un <i>Dux</i>, quali furono Ariovisto ed Arminio, una specie -di dittatore, con assoluto potere, il quale, fatta la pace, -rimaneva spesso al suo posto, divenendo allora un vero -e proprio re, come di tanto in tanto ne troviamo, e più specialmente -nella Germania orientale. Il duce veniva naturalmente -eletto per le sue qualità militari; i principi -invece per la nobiltà delle loro famiglie: <i>Reges ex nobilitate, -duces ex virtute sumunt</i>.<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> -</p> - -<p> -Un'altra istituzione assai diffusa in questa società barbarica -era il così detto <i>Comitatus</i> (<i>Gefolgschaft</i>), che -circondava così il <i>Princeps</i> come il <i>Dux</i>. Lo formavano -i giovani più nobili ed animosi, che si stringevano, quasi -specie di paladini, intorno ad uno dei loro capi, di cui -divenivano indivisibili compagni d'arme. E come era per -essi un disonore il sopravvivere nella pugna al proprio -capo, così era per questo un disonore il lasciarsi da essi -vincere in valore.<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> -</p> - -<p> -Se ora, gettando uno sguardo generale su quanto abbiam -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -detto, paragoniamo la società romana alla barbarica, -il contrasto apparirà assai evidente. La prima -era formata da una popolazione urbana, divisa in un gran -numero di città collegate da strade, con campagne deserte, -coltivate da schiavi o coloni. La seconda era invece -una società rurale, sparsa pei campi che liberamente -coltivava. E sebbene anche in essa vi fossero nobili e -schiavi, v'era tuttavia un'assai maggiore uguaglianza. -La differenza delle fortune si limitava più specialmente -al numero degli armenti. La proprietà collettiva della -terra contribuiva non poco a riunire gl'interessi di tutti, -che colle armi difendevano il territorio comune, e nelle -popolari assemblee deliberavano insieme. Quasi nulla -era l'azione dello Stato, che in realtà non esisteva, e -tutto aveva un carattere personale. La pena era una -vendetta affidata all'offeso ed ai suoi parenti, e si poteva -comporre dando soddisfazione ad essi, non alla comunanza. -I legami di sangue costituivano la base stessa -della società, ed in parte anche dell'esercito, ordinato -in gruppi di parentele. A Roma invece predominava su -tutti lo Stato, e la società era fondata interamente sulle -relazioni giuridiche. I Romani erano stati inoltre i primi -a creare la proprietà privata, liberandola dalla forma -arcaica, dando così uno slancio febbrile all'attività individuale, -al progresso sociale. Ma nella lotta per l'esistenza -i più forti e più fortunati spogliarono i più deboli, -e distruggendo la piccola proprietà, crearono i latifondi. -Si ebbero da una parte fortune enormi; dall'altra una -moltitudine tumultuosa di nullatenenti affamati, cui s'aggiungeva -un esercito che aggravava ognuno di tasse. -</p> - -<p> -Se ora per un momento, colla nostra immaginazione, -ci provassimo a fondere insieme queste due società, noi -vedremmo da un lato sorgere maggiore ordine e disciplina, -con l'idea dello Stato, della legge, del diritto impersonale; -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -dall'altro vedremmo rinascere la piccola proprietà, ripopolarsi -le campagne di liberi agricoltori. Ma queste chimiche -combinazioni nella storia si fanno solo con la violenza, -con la guerra; e però nell'urto sanguinoso delle due -società, una, pur modificando sè stessa, doveva vincere ed -abbattere l'altra. Chi doveva vincere? La società romana -era una vasta, maravigliosa organizzazione, con una grande -forza espansiva ed assimilatrice. Se non fosse stata minacciata -da interna decomposizione, avrebbe di certo potuto -continuare a sottomettere, a riunire ed assimilare nuove -genti, respingendo qualunque assalto. È quello che aveva -fatto per più secoli. Se non che, colle vittorie crescevano -gli elementi di decomposizione all'interno, di debolezza -all'estero. E intanto le popolazioni germaniche tornavano -continuamente all'assalto, spinte dal bisogno irresistibile -di nuove terre da coltivare, bisogno che tutte spingeva -verso l'occidente. Si avanzavano tumultuose, in numero -sempre maggiore, sempre crescente, come le onde di un -mare in tempesta. -</p> - -<p> -Fortunatamente per l'Impero, questo mare germanico, -diviso in una moltitudine di popoli diversi, di continuo -in guerra fra di loro, non aveva unità nazionale, come -era provato dal fatto, che nel chieder nuove terre essi si -offerivano spontanei a servire sotto le bandiere dell'Impero, -e combattevano con valore contro i propri connazionali. -Molte infatti delle battaglie romane contro i -barbari furon vinte con soldati germanici. Questo poteva -far nascere l'illusione, che fosse possibile, per mezzo -della disciplina, impadronirsi d'una gran parte di loro, -ed assimilarli, per sottomettere, con essi, stabilmente -gli altri. Ma l'esempio di Arminio dimostrava la vanità -d'una tale illusione. I barbari educati sotto le bandiere -romane, divenivano soldati e capitani eccellenti; ma non -perdevano mai il loro carattere germanico, fieramente avverso -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -al nome romano ed all'Impero, che pur tanto ammiravano. -Anche quando non bastava a tenerli uniti la -comune origine, li univa il comune odio. Nè questo, per -benefizi ricevuti, si estingueva mai. I più grandi nemici -di Roma, quelli che distrussero l'Impero, Alarico, -Odoacre, Teodorico, erano stati educati nelle legioni -romane. Il sentimento della comune origine, se nei -tempi ordinari di calma s'infiacchiva, di fronte ad un -pericolo comune, sopra tutto quando trovavano un capo -valoroso che li guidasse, si ridestava potentemente, e -riusciva ad unirli con una fulminea rapidità, in vastissime -confederazioni, animate da uno stesso furore. Si avanzavano -allora come un sol uomo, con un impeto irresistibile. -Ciò s'era visto fin dal tempo dei Cimbri, di Ariovisto, -di Arminio, e continuò a ripetersi continuamente. -Questa unione, è ben vero, non durava a lungo. Dopo -il pericolo imminente si scioglieva; ma finchè durava, -poteva da un momento all'altro riuscire fatale all'Impero, -massime se si pensa al numero stragrande di genti -che la Germania poteva mettere in armi, ed al numero -già grandissimo di barbari che erano nell'esercito e fra -gli schiavi romani. Se non che, una volta aperta la breccia -sul Reno o sul Danubio, ed inondato l'Occidente, ai -barbari sarebbe stato assai difficile, anzi impossibile, organizzare -qualche cosa di stabile. Questo, essi, lo sentivano, -ed era un'altra causa di debolezza, perchè scemava -non poco la loro fiducia in se stessi, di fronte all'Impero, -che vedevano sempre fortemente costituito, civilmente -non meno che militarmente; e però lo ammiravano come -qualche cosa di sacro ed eterno, nel momento stesso che -lo aggredivano con tanto furore. -</p> - -<p> -Ma i guai, come abbiamo già visto, erano dall'altro -lato anche maggiori. Per poco che quella mirabile unità, -che riannodava e stringeva tutte le forze molteplici dell'Impero, -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -dinanzi all'impetuoso urto barbarico, si fosse -anche per un momento solo spezzata, avesse in qualche -punto ricevuto un forte strappo, tutto sembrava a un -tratto minacciare rovina, appunto perchè tutto era collegato, -e da questo collegamento riceveva la forza e la vita. -L'individuo, educato a vivere per lo Stato e sotto la sua -protezione, non capiva come senza di esso si potesse esistere. -Quando appena si sentiva abbandonato a se stesso, -era come un atomo perduto nel caos; non immaginava neppure -che fosse possibile resistere a quella società germanica, -di cui ognuno s'avanzava con una sete feroce di -sangue. Era un sentimento simile a quello di chi veda improvvisamente, -per tremuoto, crollare le case, e senta il -terreno mancargli sotto i piedi, o si trovi chiuso in un teatro -minacciato d'incendio. Questo sentimento invece era -affatto ignoto ai barbari, i quali facevano parte d'una -società divisa e suddivisa non solo in popoli, ma in gruppi -o cantoni diversi, che colla massima facilità si univano e -si separavano, per riunirsi di nuovo. Quando una <i>Civitas</i> -era vinta e decomposta nei suoi <i>Pagi</i>, questi facilmente si -reggevano da sè soli, o si fondevano con quelli di un'altra, -senza perciò sentirsi punto sgomenti. L'individuo, che -per la distruzione del villaggio o del gruppo cui apparteneva, -si fosse trovato isolato e abbandonato, usato -com'era nella foresta, a contare sopra tutto sulla forza -del suo braccio e sul suo coraggio personale, non provava -nessuno sgomento, si univa facilmente a quelli che -prima incontrava. Tutto questo fece assai spesso credere -ai barbari, e fece a molti ripetere poi, che dinanzi ad essi -i Romani si spaventavano e tremavano come donne. E ciò, -sebbene questi li avessero poco prima disfatti, ed ogni -volta che riuscivano a riannodare le fila spezzate, tornassero -a vincerli ed a metterli in precipitosa fuga. -</p> - -<p> -Così fu che per circa due secoli e mezzo l'Impero -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -dovè non solo respingere i continui assalti parziali d'oltre -Reno e d'oltre Danubio; ma più di una volta si trovò di -fronte a formidabili eserciti di barbari confederati, che -penetrarono dentro l'Impero, e resero necessarie a salvarlo -battaglie addirittura gigantesche. Una di queste fu -quella da noi già ricordata, combattuta da Marco Aurelio. -A un tratto, non si sa come nè perchè, forse cacciate da -altre genti, si videro le popolazioni germaniche avanzarsi, -riunite in una immensa moltitudine, nella quale primeggiavano -i Marcomanni ed i Quadi. Penetrarono nella Dacia, -passarono il Danubio, invasero l'Impero, e per la prima -volta il sacro suolo d'Italia venne toccato dal piede di -soldati germanici (167 d. C.). Fu allora che Marco Aurelio, -abbandonati i suoi studi, assunse il comando dell'esercito, -e conducendosi da gran capitano, in una serie di -battaglie fortunate, respinse il nemico al di là del confine, -e combattè sino alla sua morte, seguita il 17 marzo 180. -Ma in quella lunga e gloriosa lotta, si vide che le forze -dell'Impero cominciavano ad esaurirsi. Era stato necessario -combattere i barbari con altri barbari, ed alcuni di -essi si erano anche dovuti accogliere dentro i confini, -esempio pericoloso che più tardi riuscì funesto. Tuttavia -si potè continuare per un secolo ancora a vivere abbastanza -tranquilli, fino a che gli stessi eventi, ripetendosi -in proporzioni sempre maggiori, portarono finalmente -conseguenze assai più gravi. -</p> - -<p> -Infatti un'altra di queste grandi battaglie si dovè dare -contro i Goti, sui quali dobbiamo ora un istante fermarci, -perchè furono essi che dettero più tardi il colpo mortale -all'Impero. Una opinione largamente diffusa, li fa venire -dalla Scandinavia, di dove, per ragioni a noi ignote, si -sarebbero avanzati verso il sud. A tempo degli Antonini -li troviamo nella Prussia orientale, alla bocca della Vistola; -circa la metà del terzo secolo erano nella Russia -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -meridionale, verso il Mar Nero, insieme coi Gepidi, divisi -in Ostrogoti e Visigoti, cioè Goti orientali ed occidentali. -Questa derivazione dalla Scandinavia e questo -lungo cammino verso il sud è messo in dubbio da altri -scrittori, i quali ritengono invece che i Goti siano addirittura -popolazioni germaniche orientali, e più che un -popolo, un amalgama di genti diverse, le quali si distesero -al nord ed al sud, avanzandosi poi verso l'occidente. -Alcuni li fecero derivare dai Geti, coi quali -vorrebbero confonderli. Sono però questioni difficili a -risolversi con certezza, anche perchè nel Medio Evo il -nome di Goti si dava a genti assai diverse. -</p> - -<p> -Comunque sia di ciò, dalla Russia meridionale, avanzandosi -verso occidente, cominciarono ad assalire i confini -dell'Impero, che, come dicemmo, erano, sin da quando -s'era fatta l'annessione della Dacia, divenuti da questo -lato assai più deboli. E dopo molti assalti sanguinosi, si -mossero finalmente nel 268, con un formidabile esercito, -ad una vera e propria invasione, menando seco le donne -ed i vecchi. Trovarono però anche questa volta virile -resistenza nelle legioni romane, comandate dall'imperatore -Claudio. Questi scriveva al Senato che, nonostante -il disordine in cui i suoi predecessori avevano lasciato -l'Impero, nonostante la mancanza d'armi e d'ogni cosa -più necessaria, s'avanzava per difenderlo contro un esercito -di 320,000 Goti, che avevano già passato il confine, -deciso a vincere o morire. Un sì gran numero di armati è -probabilmente esagerato, essendovi forse compresi anche -i non combattenti. E così pure deve ritenersi esagerato -il numero di 6000 navi, che alcuni danno ai Goti, e che -altri riducono a sole 2000. In ogni modo, trattavasi d'una -invasione, di cui non s'era mai vista l'uguale, e che pure -in due grandi battaglie (268 e 269) fu vinta e respinta -da Claudio. La prima ebbe luogo a Naissus, nella Serbia, -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -e fu d'incerto resultato. Pure coloro stessi che la -dissero perduta dai Romani, ammisero che vi perirono -50,000 Goti. Nella seconda battaglia questi furono dalla -cavalleria romana chiusi nei Balcani, ove dalla fame, -dalla peste e dal ferro vennero quasi totalmente distrutti. -Dei sopravvissuti una parte si salvò colla fuga, -altri rimasero prigionieri o schiavi addirittura, altri accettarono -di servire nelle legioni romane. Molta fu la preda, -e così grande in essa il numero delle donne, che ogni -soldato romano ne ebbe due o tre per sua parte. Il che -viene a confermare sempre più, che si trattava non d'un -esercito solamente, ma d'una vera e propria invasione. -Claudio allora scriveva di nuovo al Senato, dicendo: — Ho -disfatto un esercito di 320,000 Goti, ho mandato a picco -2000 delle loro navi. — E per questi fatti egli ebbe il soprannome -di <i>Gotico</i>. Ma il gran numero di cadaveri fece -scoppiare una peste crudelissima, che uccise anche lui, -il quale così potè dirsi vittima della sua stessa vittoria. -</p> - -<p> -Questa vittoria era certamente una prova novella della -forza ancora grandissima dell'Impero. Ma quello che -nello stesso tempo dimostrava le forze inesauribili dei -barbari, si fu il vedere che, dopo perdite così enormi, essi -continuarono i loro assalti senza interruzione. È chiaro -che le perdite erano subito risarcite da altre e diverse -genti, le quali da ogni parte sopravvenivano. L'imperatore -Aureliano (270-75), che successe a Claudio, ed era -buon soldato, non meno che accorto politico, dopo avere -valorosamente resistito, finì col venire ad un accordo, -cedendo spontaneamente ai Goti la Dacia, a patto che -non avrebbero passato il Danubio. E così si abbandonava -ai barbari una provincia fertile, in gran parte già romanizzata, -dalla quale moltissimi de' suoi abitanti dovettero -emigrare. Si restringevano però, secondo i consigli di -Augusto, i confini dell'Impero alla linea più sicura del -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -Danubio. Di ciò infatti Aureliano venne generalmente -lodato; e vi fu coi Goti quasi un altro secolo di pace -relativa, interrotta solo da tre guerre, mosse a tempo -di Costantino, nelle quali essi furono sempre respinti, -l'ultima volta con la perdita, si dice, di 100,000 uomini, -morti di fame, di freddo e di ferro. Tuttavia questa linea -del Danubio, da lungo tempo indifesa, rimaneva ora -il lato più vulnerabile dell'Impero. I Goti si trovavano -nella Dacia in grandissimo numero, e andavano aumentando -pel continuo sopravvenire di nuove genti. E ciò, -quando era andato sempre crescendo il numero dei barbari -che facevan parte di quell'esercito, che doveva contro -altri barbari difendere il Danubio. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap1-3">CAPITOLO III -<span class="smaller">La riforma dell'Impero — Diocleziano e Costantino — L'agitazione -religiosa — Ariani ed Atanasiani — Neoplatonismo — Giuliano -l'apostata — Il vescovo Ulfila, e la conversione dei Goti</span></h3> -</div> - -<p> -I pericoli continui a cui l'Impero si trovava esposto, -avevano fatto più volte sentire la necessità d'una riforma, -la quale fu infatti condotta a compimento da Diocleziano -(284-305) e Costantino (323-337). Primo suo scopo -era il bisogno di dare una maggiore unità amministrativa -e militare, concentrando il potere nelle mani dell'Imperatore, -facendone un vero autocrata, conferendogli -anche un carattere sacro e religioso. A rendere più -agevole l'opera del governo, sopra tutto ad evitare i -continui pericoli delle tumultuose successioni, Diocleziano -s'era associato, col titolo di Augusto, Massimiano; -poi altri due, Costanzo e Galeno, col titolo di Cesari. La -divisione del governo non portava quella dell'Impero, -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -che restava sempre affidato alla suprema sua direzione. -Ogni volta che uno dei quattro governanti moriva, i tre -superstiti dovevano eleggere il successore, e così si sperava -di evitare le scosse ed agitazioni continue. Ma questa -parte della riforma fallì interamente allo scopo. Infatti, -dopo l'abdicazione di Diocleziano, l'Impero cadde, -per circa venti anni (305-323), in preda a continui tumulti, -fino a che non successe, unico imperatore, Costantino, -il quale condusse a compimento la parte veramente utile -e necessaria delle riforme di Diocleziano. -</p> - -<p> -L'Impero venne diviso in quattro Prefetture dell'Italia, -della Gallia, dell'Illirico, dell'Oriente. Il potere civile -fu nettamente diviso dal militare, e procederono parallelamente, -emanando però ambedue dall'Imperatore, capo -supremo, che circondato dai suoi ministri, comandava ad -ognuno. I Prefetti del Pretorio, abbandonato del tutto -quel potere militare che avevano avuto in passato, furono -messi, coi poteri esclusivamente civili, alla testa delle -Prefetture, divise in Diocesi sotto i Vicari, e queste in -Province sotto i Presidi, Consolari o Correttori. Seguiva -poi una lunga serie di minori ufficiali, che si distendevan -su tutto l'Impero, con attribuzioni e gerarchie minutamente, -precisamente determinate, per meglio amministrare, -e sopra tutto più rapidamente riscuotere le tasse. -Lo stesso fu fatto nell'esercito coi suoi <i>Magistri militum</i> -(<i>peditum et equitum</i>), sotto cui erano i <i>Duces</i>, i <i>Comites</i>, -discendendo con pari ordine sino ai gradi ultimi. Questa -riforma prolungò senza dubbio la vita dell'Impero, dandogli -maggiore ordine, unità e disciplina, rafforzando -l'esercito. Ma essa aumentò anche le tasse e le vessazioni -del fisco nel riscuoterle; sottopose l'Impero ad una -vasta rete burocratica, con le inevitabili e dannose conseguenze, -che non tardarono molto a farsi sentire. Roma, -col suo Senato, il quale conservava parte dell'antico -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -splendore, non però l'antico potere, ebbe un suo proprio -Prefetto (<i>Praefectus Urbi</i>). Essa e l'Italia furono ridotte -alla condizione di province, sottomesse non solo al governo, -ma anche alla tassa provinciale sui terreni. Già da -un pezzo Roma era solo di nome capitale dell'Impero. -Infatti Diocleziano ed i suoi tre colleghi risiedevano a Nicomedia, -presso il Mar Nero; a Sirmio, non lungi da Belgrado; -a Treveri, a Milano. Il vero è che la necessità di -difendere la linea del Reno, del Danubio, ed anche dell'Eufrate, -a cagione della continua guerra persiana, spostava -da un pezzo verso l'oriente il centro di gravità -dell'Impero, come si vide adesso anche più chiaramente. -</p> - -<p> -Costantino, lo abbiamo già detto, condusse a compimento -la riforma di Diocleziano. Ma sotto questo Imperatore -vi fu una dura persecuzione dei Cristiani, e Costantino -invece, riconoscendo la forza irresistibile della nuova -religione, l'adottò solennemente, sperando con essa di -rafforzare l'Impero. L'altro fatto che, nella sua vita, ebbe -una grande importanza storica, fu il trasferimento della -capitale da Roma a Bisanzio, sul Bosforo. La scelta -della nuova capitale, che da lui ebbe il nome di Costantinopoli, -fu assai felice. Essa era non solo più vicina al -Danubio, ed un centro commerciale di primissimo ordine, -che poteva essere facilmente approvvigionato dall'Egitto; -ma era anche strategicamente come una fortezza resa -inespugnabile dalla natura. E ciò fu provato dalla resistenza -che per molti secoli potè fare contro innumerevoli -nemici, mentre che Roma veniva invece di continuo -presa e saccheggiata. -</p> - -<p> -Le conseguenze di tutto ciò furono molteplici. Roma -e l'Italia si sentirono come abbandonate, lasciate fuori -della vita politica. L'unione del Cristianesimo coll'Impero, -ambedue di carattere universale, faceva naturalmente -sorgere il concetto d'una Chiesa universale, la -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -quale infatti s'andò subito formando e modellando sulle -istituzioni stesse dell'Impero. Ricordando il suo passato, -ora che cessava d'essere la capitale politica, Roma si -sentiva spinta a divenire la capitale religiosa del mondo. -Il suo vescovo volle essere non solo il successore di -S. Pietro; ma anche di Romolo e di Remo, di Cesare e di -Augusto, formando un impero religioso non meno vasto, -non meno potente e più solido di quello politico, che -ormai minacciava rovina. Ed in ciò era mirabilmente -secondato dalle popolazioni italiane, nelle quali la vita -religiosa cominciò a manifestare un'attività, che fra poco -doveva divenire così febbrile, così generale da confondersi -con la vita stessa di tutta la nazione. Se non che -l'imperatore Costantino, che era alla testa dell'Impero, -cominciato con lui a divenir cristiano, voleva porsi anche -alla testa della Chiesa. Convocava e presiedeva i Concili, -prendeva parte alle dispute teologiche, faceva pesare -la sua autorità nel deciderle, e proclamava le decisioni -prese. Eran tutte cose che il vescovo di Roma non -poteva tollerare a lungo, spesso anzi già combatteva. -Così si ponevano fin d'ora i primi germi di quelle lotte -che riempirono poi tutto il Medio Evo. Lo Stato venne -ben presto a conflitto con la Chiesa; lo spirito religioso -dell'Oriente, l'Imperatore ed il patriarca di Costantinopoli -con lo spirito religioso dell'Occidente e col vescovo -di Roma, contribuendovi non poco l'indole intellettuale -e morale, affatto diversa, delle due popolazioni. -</p> - -<p> -Una prova di ciò si ebbe ben presto nella disputa -teologica sorta fra Ariani ed Atanasiani, che si diffuse -come un rapido incendio da un capo all'altro dell'Impero. -A noi può sembrare oggi assai strano che una sottile -controversia sulla Trinità potesse allora tanto agitare -gli animi. Si trattava però non solamente d'un domma -fondamentale nel Cristianesimo, ma del concetto stesso -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -di Dio e delle sue relazioni con l'uomo. Iddio si presenta -alla nostra ragione come causa prima, al nostro -sentimento come provvidenza benefica, il che lo avvicina -a noi, facendogli assumere forma quasi personale -ed umana. Il Cristianesimo soddisfece a questo doppio -bisogno del nostro animo, riconoscendo in Dio Padre il -creatore del mondo, in Gesù Cristo, suo figlio, lo stesso -Dio, che assume forma umana, e subisce la morte per -redimerci dal peccato e salvarci. Lo spirito greco, che -in sostanza è il creatore della teologia cristiana, cominciò -ben presto a sottilizzare, ed Ario sostenne che il -Figlio, essendo stato creato dal Padre, non poteva essere -identico a lui, non poteva essere <i>ab aeterno</i>, doveva -avere un principio, sia pure quanto si voglia remoto. -</p> - -<p> -Contro questo concetto insorse Atanasio, che in Alessandria -era stato educato alla filosofia di Platone, che -aveva considerato Iddio sotto il triplice aspetto di causa -prima, di <i>logos</i> o ragione, di spirito animatore dell'universo. -Sostenne perciò risolutamente il concetto del Dio -trino ed uno, già penetrato nel Vangelo di S. Giovanni, -e disse ad Ario: — Colla vostra dottrina voi negate la -divinità di Gesù Cristo. Il Figlio è della stessa sostanza -(<i>homoousios</i>) del Padre. — E voi, gli rispondeva Ario, -ammettete non più un Dio solo, ma due. — Sinodi e Concili -si successero allora rapidamente gli uni agli altri. -Vescovi e prelati erano di continuo in moto, a segno -tale da far dire perfino che si disorganizzavano le poste -dell'Impero. Per le vie, per le piazze, nelle chiese, nelle -case non si parlava che del Padre e del Figlio, della loro -sostanza identica o no. Il Concilio di Nicea (325), radunato -da Costantino, proclamò la dottrina di Atanasio; ma -l'Oriente inclinava decisamente a quella di Ario. I suoi seguaci -cercarono dei mezzi termini, secondati in ciò da Costantino, -il quale, anche per ragioni politiche, si sforzava -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -di mantenere l'unità religiosa dell'Impero. Alcuni, che -presero nome di semiariani, dissero che il Figlio era non di -sostanza identica (<i>homoousios</i>), ma pur simile (<i>homoiousios</i>) -a quella del Padre. Tutta la differenza, osserva qui il -Gibbon, si riduceva ad un dittongo, ad una sola lettera -dell'alfabeto. Ma ciò non poteva bastare a far cessare -l'ardore della controversia. Altri, adottando la formola -detta di Sirmio, dal luogo dove fu concordata, cercavano -evitare la disputa, sfuggendola con parole vaghe. Atanasio -però non ammetteva transazioni di sorta, e respingeva -ogni accomodamento. Accusato, calunniato dagli avversari, -perseguitato dall'imperatore Costanzo, figlio di -Costantino, deposto da patriarca d'Alessandria, cacciato -in esilio, continuò la sua propaganda. Rimesso nella sua -sede, ripigliò con più audacia che mai l'opera propria. -E quando, nella notte del 9 febbraio 356, la chiesa in -cui ufficiava fu circondata dalle milizie imperiali, egli, -fermo sulla sua sedia, continuò la lettura dei Salmi, nonostante -le insistenze de' suoi fedeli, che lo scongiuravano -di porsi in salvo; ed ordinava invece che si mettessero -essi al sicuro. In fine, quando i soldati s'avanzavano -minacciosi contro di lui, ed egli era restato con pochi dei -suoi, scomparve improvvisamente con essi, come per miracolo, -e si ritirò nella Tebaide, donde continuò la sua -propaganda. -</p> - -<p> -Che un uomo solo, di carattere energico, eroico, mostrasse -tanta fermezza nella propria fede, non era allora -un fatto nè isolato nè strano. Ma ciò che dava alla battaglia -da Atanasio così valorosamente sostenuta, un grande -valore storico, era il fatto che dietro a lui stava tutto l'Occidente, -con alla testa il vescovo di Roma, Liberio. Questi -apertamente lo sosteneva, negando all'Imperatore il diritto -di deporlo, parlando come se già la Chiesa di Roma -fosse superiore a quella di Costantinopoli, e indipendente -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -affatto dall'Impero. Quando si cercò di vincerlo con le -lusinghe, inviandogli ricchi donativi, li fece deporre sulla -soglia di S. Pietro, perchè non profanassero il tempio -del Signore. Quando si volle ricorrere alla forza, ne -nacque un così violento tumulto, che solo di notte e di -nascosto si potè portar via il Papa a Milano. Ivi, per indurlo -a sconfessare Atanasio, gli venne offerta grossa -somma di denaro. Ma la respinse indignato, dicendo: -«Serbasse l'Imperatore il denaro per pagare i suoi soldati.» -Ed all'eunuco che insisteva, aggiunse: «Un ladro -tuo pari osa farmi limosina come ad un colpevole? -Comincia col farti buon cristiano prima che tu osi rivolgermi -la parola.» E piuttosto che cedere, accettò -l'esilio. -</p> - -<p> -L'Imperatore gli fece succedere a Roma il vescovo -Felice. Ma il popolo disertò le chiese, nè mai lo riconobbe. -Quando Liberio, oppresso dagli anni e dai malanni, -si lasciò indurre ad accettare la formola incerta di -Sirmio, l'Imperatore lo fece tornare a Roma, avendo la -strana illusione, che potesse ivi risiedere insieme con -l'antipapa Felice. Ma il popolo insorse furibondo, uomini -e donne, giovani e vecchi, gridando unanimi: Un -Dio, un Cristo, un Vescovo solo! (357). Essendosi Felice -provato a resistere, si pose mano alle armi, e così -fu messo in fuga. Liberio entrò invece trionfante. Non -si tenne però conto alcuno dell'avere esso accettato la -formola di Sirmio. Pei Romani l'accettazione fu come -non avvenuta. -</p> - -<p> -Questa lotta così vivace poneva in evidenza più cose. -E prima di tutto si cominciava a veder chiaro, che lo spirito -sempre pratico della Chiesa di Roma era deliberato -a mantener salda l'unità della fede, senza venire a transazioni -di sorta, senza spaventarsi di nulla, evitando le -troppo sottili distinzioni teologiche, alle quali la stessa -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -lingua latina ripugnava, mentre la greca invece mirabilmente -vi si prestava. Essa restò inesorabilmente ferma -al concetto del Dio trino ed uno della dottrina atanasiana, -destinata a trionfare. Si vide oltre di ciò, che il -vescovo di Roma assumeva di fronte all'Imperatore una -posizione indipendente di capo della Chiesa universale. -In Italia, sopra tutto a Roma, s'era nelle catacombe andata -formando una generazione nuova, che lo sosteneva, -piena di audacia e di avvenire, senza paura nè dell'Imperatore, -nè del suo esercito. -</p> - -<p> -Non v'ha dubbio però che la disputa fra Ariani ed -Atanasiani aveva diviso i Cristiani. E questo dovette -agevolare la via ad un tentativo singolare davvero, ma -non senza importanza storica, il quale ebbe luogo appunto -allora, e mirava niente meno che a far risorgere -il Paganesimo. S'era già visto a un tratto, con inaspettata -rapidità, diffondersi in Roma, fra le classi più -colte, una nuova dottrina filosofica col nome di Neoplatonismo, -venuta d'Alessandria, per opera sopra tutto di -Plotino (205-270) e del suo discepolo Porfirio. Con un -misticismo e simbolismo orientale, svolgendo la filosofia -di Platone, essa esaltava il concetto del divino nel mondo -e nell'anima umana, la cui suprema felicità faceva consistere -nella contemplazione di Dio, col quale essa cercava -confondersi. Questa dottrina, che da una parte -mirava alla risurrezione e riabilitazione del culto delle divinità -pagane, da un altro risentiva visibilmente l'azione -del Cristianesimo che essa, per mezzo del simbolismo, -presumeva di porre in armonia con quelle. Era un fenomeno -singolare, il quale sembra ricordare ciò che avvenne -nel secolo <span class="smcap lowercase">XV</span>, quando Gemisto Plotone voleva anch'esso, -per mezzo del Neoplatonismo, rimettere fra noi in onore -le antiche divinità greche. Se non che i tempi erano -molto diversi. Nel quarto secolo era assai maggiore la -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -forza del Paganesimo, e più viva assai nelle moltitudini -la fede cristiana. -</p> - -<p> -Certo è che Plotino predicava con grande esaltamento -la sua dottrina, e trovò in Roma ardenti seguaci. Egli -aveva un supremo disprezzo pei beni di questo mondo, -e si doleva perfino d'avere un corpo, perchè lo credeva di -ostacolo alla divina contemplazione, la quale tuttavia, -secondo il suo discepolo Porfirio, gli fu più volte concessa. -L'oracolo aveva proclamato, che il genio che l'accompagnava -era esso stesso divino. E morendo, le sue -ultime parole furono: «Io faccio un ultimo sforzo per -condurre ciò che v'ha di divino in me, a ciò che v'ha -di divino nell'universo.» A Roma venne nella sua età di -quaranta anni, ed acquistò subito una incontestata autorità. -A lui ricorrevano tutti come ad arbitro, ed i morenti -gli affidarono più volte la cura dei propri beni -e delle loro famiglie. L'imperatore Gordiano fu tra i -suoi seguaci, e fra di essi si trovavano anche parecchi -senatori, uno dei quali, Rogaziano, s'era così esaltato -nella nuova dottrina, che per essa abbandonò la cura -dei propri beni, liberò i suoi schiavi, ricusò i più alti -uffici. Tutto ciò è un'altra prova di quella vitalità morale, -che continuava ancora nella società pagana della -decadenza, sebbene da molti sia negata. Se non che il -Neoplatonismo, più ancora dello Stoicismo, era una dottrina -filosofica, capace di esaltare solo alcuni pochi spiriti -eletti, troppo pieni delle idee del mondo pagano, per -potere accettare senz'altro la dottrina del Vangelo. -</p> - -<p> -Uno di questi spiriti fu Giuliano, detto l'Apostata, -perchè abbandonò il Cristianesimo, nel quale era stato -educato. Della famiglia di Costantino, ed uomo d'alto -ingegno, venne più tardi iniziato al Neoplatonismo, all'ammirazione -della poesia e mitologia greca, al segreto -dei misteri eleusini, cominciando esso stesso colle proprie -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -mani a sacrificare in segreto vittime a Venere ed Apollo. -Nel primo periodo della sua vita pubblica (355-61), si -trovava, col titolo di Cesare, alla testa delle legioni di -Gallia, dove acquistò gran nome, combattendo i Franchi -e gli Alamanni, che furono cacciati al di là del Reno. -Le legioni lo proclamarono Augusto, e dopo la morte di -Costanzo (5 ottobre 361), entrò con esse l'undici decembre -in Costantinopoli, cercando subito di rimettervi -in onore il Paganesimo. E siccome egli era anche un -filosofo, e proclamò generale tolleranza, così ebbe il favore -di tutti coloro che erano stati o temevano di dover -essere perseguitati. Fra questi furono gli Atanasiani in -Oriente, e gli Ariani in Occidente, i quali, felici d'essere -per ora lasciati in pace, capivano che il trionfo del Paganesimo -non poteva ormai essere altro che un fenomeno -effimero e passeggiero. -</p> - -<p> -Il sogno di Giuliano era non solo religioso, ma anche -politico. Voleva come <i>Pontifex Maximus</i>, per mezzo del -Neoplatonismo, far risorgere le antiche divinità; e voleva, -qual nuovo Alessandro Magno, marciare alla conquista -dell'Oriente. Nel 363, in fatti, alla testa d'un formidabile -esercito, s'avanzò contro la Persia, sempre nemica dell'Impero, -ed ora in guerra con esso. Passò l'Eufrate, e respingendo -il nemico, procedè fra mille difficoltà, attraversando -una regione piena di canali, ed inondata. Sempre -combattendo, sempre vittorioso, traversò il Tigri, e per -togliere ai suoi ogni pensiero di ritirata, fece bruciare -le navi, con cui aveva passato i fiumi; s'avanzò nell'interno -del paese, che trovò abbandonato e deserto, bruciati -i raccolti e le città. Il ritirarsi era divenuto impossibile, -e Giuliano combatteva ancora vittoriosamente, quando -il 26 giugno 363 venne mortalmente ferito. Nè in quell'ultima -ora smentì se stesso, rallegrandosi cogli amici -che l'animo suo, liberato dal corpo, s'andava a ricongiungere -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -con Dio. Ed augurò che l'Impero venisse nelle -mani d'un uomo giusto. Con lui spariva il suo sogno, e -gli succedeva Gioviano, incapacissimo, che per la fretta -di ritirarsi a Costantinopoli, cedette al nemico che non -era certo vittorioso, varie provincie; ed abbandonò la -protezione dell'Armenia, stata sempre fedele all'Impero, -disposta anche ora, pur di non essere separata da esso, -a difendersi da sè. Così lasciava la porta aperta al nemico, -senza nulla aver guadagnato a suo vantaggio personale, -giacchè moriva prima di entrare in Costantinopoli -nel febbraio del 364. -</p> - -<p> -Un altro fatto, per le sue conseguenze di assai grande -importanza, seguì pure durante la controversia tra Ariani -ed Atanasiani, e fu la conversione d'una parte dei Goti -al Cristianesimo. E ad essa tenne poi dietro a poco a poco, -la conversione di tutti i barbari. Era quasi un secolo -che i Goti dimoravano nella Dacia, dove cominciarono -subito a sentire l'azione della civiltà romana, che in -quella regione doveva essere già profondamente penetrata. -Ciò vien provato dal fatto, che nonostante la -lunga dimora colà delle popolazioni germaniche, nonostante -la invasione e la dura oppressione seguita più -tardi per opera dei Turchi, e l'essere ancora oggi -quella regione circondata da Magiari e da Slavi, serba -pur sempre visibilissimo e tenacissimo il carattere romano, -come provano il nome di Romania che porta, la -lingua che parla, la sua storia e la sua letteratura. Dimorando -nella Dacia, i Goti si trovavano inoltre in continuo -contatto con l'Impero. E così cominciarono lentamente -ad incivilirsi, fino a che sorse fra di essi un uomo -veramente grande, il vescovo Ulfila (311-381), che fu il -vero iniziatore della loro conversione e della loro cultura. -</p> - -<p> -Egli passò la sua giovinezza a Costantinopoli, dove -apprese il greco, il latino, e fu iniziato al Cristianesimo. -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -Dedicò poi la sua vita intera a tradurre la Bibbia, ed a -convertire i suoi connazionali, ai quali insegnò anche -l'alfabeto gotico, cominciando così a dirozzarli. La sua -traduzione, di cui alcune parti son pervenute sino a noi, è -il più prezioso ed antico monumento della lingua e letteratura -germanica. Si è molto discusso, per sapere quale -potè esser la ragione per la quale Ulfila preferì l'Arianesimo -alla dottrina atanasiana, tanto più che sino a che -non si convertirono al Cattolicismo i Franchi, tutti gli -altri barbari divennero ariani. Ulfila però era stato convertito -a Costantinopoli, quando vi prevaleva l'Arianesimo, -nel quale fu perciò educato. E si può anche ritenere, -che alla mente rozza de' suoi connazionali, e in genere -dei barbari, che uscivano da un paganesimo grossolano, -dovesse essere più agevole ammettere una differenza tra -Padre e Figlio, che arrivare, per mezzo della filosofia -neoplatonica, al concetto della identica sostanza del Dio -trino ed uno. -</p> - -<p> -La conversione dei Goti però, se da una parte ne promosse -l'incivilimento, da un'altra li divise più che non -erano, indebolendoli di fronte ai Romani. Infatti gli -Ostrogoti, che abitavano la Dacia orientale, distendendosi -dentro la Russia meridionale, rimasero pagani, come -i Gepidi che abitavano la Dacia settentrionale. Si convertì -solo una gran parte dei Visigoti, che abitavano al -sud-ovest, e si trovavano perciò a contatto coi Romani. A -questa divisione religiosa se ne aggiungeva anche una -politica. Gli Ostrogoti avevano in Ermanrico, della nobile -famiglia degli Amali, un vero e proprio re, che come -tale avrebbe dovuto governare su tutti. Ma da essi s'erano -separati i Visigoti, dividendosi anche fra di loro. Alcuni -di essi, rimasti sempre pagani, stavano sotto Atanarico, -ed erano avversi a quelli divenuti cristiani, che, -comandati invece da Fridigerno, si tenevano in assai -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -più stretta relazione coi Romani. Atanarico e Fridigerno -portavano il titolo di Giudici, forse perchè erano stati -in origine di quei capi di <i>Pagi</i>, ai quali, come vedemmo, -gli scrittori romani davano nome di <i>Principes</i> o <i>Magistratus</i>, -e che amministravano anche la giustizia. -</p> - -<p> -Siffatte divisioni davano ragione a sperare, che, da -questo lato almeno, l'Impero potesse lungamente ancora -restare sicuro. E ciò tanto più che, quando nel 365 Procopio -e Valente combattevan fra di loro, ed una parte dei -Visigoti passò il Danubio, per aiutare Procopio, Valente -che trionfò del suo competitore, potè, dopo averli ripetutamente -combattuti (367-69), costringerli a concludere -la pace ed a ritirarsi. Ma avvenimenti improvvisi -ed inaspettati, che nessuna mente umana avrebbe potuto -mai prevedere, mutarono affatto lo stato delle cose. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap1-4">CAPITOLO IV -<span class="smaller">Gli Unni</span></h3> -</div> - -<p> -Tutti i popoli, che abbiamo finora incontrati, Greci, Romani, -Celti, Germani, appartengono alla stessa famiglia -ariana, che dall'Asia sud-ovest, movendosi per direzioni -diverse, venne in Europa. Ma ora comparisce per la prima -volta sulla scena un popolo affatto nuovo, che faceva -parte di un'altra grande famiglia, sostanzialmente diversa, -cui si dà il nome di turanica. Esso era destinato -ad avere, per qualche tempo, non piccola parte nei destini -dell'Impero. -</p> - -<p> -In quel vasto altipiano dell'Asia centrale, che si distende -dall'est all'ovest fino ai Monti Ural, e trovasi fra -la catena altaica e quella del Tauro, il quale manda le -sue diramazioni verso il sud, abita una vasta moltitudine -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -di popoli diversissimi. Sono all'occidente i Finno-Ugri, -più all'oriente i Turchi, i Mongoli, i Mandsciù. Non -ostante le molte e grandi loro diversità, essi hanno pure -costumi e caratteri etnografici comuni. Anche le molte -e molto varie lingue che parlano, sono tutte monosillabiche -ed agglutinate. Le condizioni d'un clima assai -freddo, con un suolo poco fertile, con fiumi che non irrigano -abbastanza da poter rendere la terra coltivabile -coll'aratro, non hanno mai lasciato uscir dalla vita nomade -quelle popolazioni, che dimorano perciò nelle tende, -circondate da numerosi armenti di cavalli, di vacche, e -secondo i luoghi, d'altri animali. Si cibano principalmente -di carne e di latte, dal quale cavano un liquore, che è loro -ordinaria bevanda. Si vestono di pelli, vivono a cavallo, -occupati sempre, quando non sono in guerra, della caccia -anche d'animali feroci, come la tigre, l'orso, il cignale -salvatico. Oltre la tenda, non hanno case, nè villaggi o -città. Sono poligami e non conoscono altra forma sociale -che la famiglia e la tribù. Ma queste tribù aderiscono -facilmente le une alle altre, e quando trovano un capo -valoroso che le comandi, s'uniscono qualche volta in -moltitudini sterminate. Le quali, per la consuetudine che -hanno di vivere in continuo moto, sempre in armi, possono, -senza alcuna difficoltà, recarsi, colle tende, i carri, -le donne, i bimbi, da una regione ad un'altra. Più volte -queste popolazioni ebbero una gran parte nei destini del -mondo. Di tanto in tanto le vediamo precipitarsi come valanghe -dal loro altipiano, inondando, sconvolgendo tutto, -formando dei grandi imperi, che sembrano un momento -impadronirsi del mondo, per poi scomparire a un tratto -con la stessa rapidità con cui si sono formati, per dar -luogo più tardi, con uguale procedimento, alla rapida -formazione d'altri imperi, che progrediscono e spariscono -del pari. I Mongoli, sotto i successori di Gengis Kahn, -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -combattevano nello stesso tempo in Silesia e sotto il muro -della China. È sempre un governo militare affidato a numerosi -capi di eserciti, i quali governano con assoluto -dominio, pagando solo un tributo al loro capo supremo. -Qualche cosa di simile si vide anche negli Arabi, sebbene -d'altra indole, d'altra razza, i quali si distesero -dall'Indostan al Marocco, alla Sicilia ed alla Spagna. -È una forma primitiva ed inorganica di Stato, la quale -sembra potersi distendere all'infinito, sino a che l'amalgama -dei vincitori coi vinti non ne comincia la decomposizione, -che procede anch'essa rapidamente. -</p> - -<p> -Queste popolazioni dell'Asia centrale o turaniche, non -portano nel mondo nuove idee, ma spesso diffondono -quelle degli altri popoli coi quali vengono a contatto. -Esse sembrano dalla Provvidenza mantenute nelle loro -prime sedi, in uno stato di perenne giovanezza e barbarie, -per agitare e rinvigorire il mondo, ogni volta che -intorpidisce e decade. A questa vasta famiglia di popoli -appartenevano gli Unni, ritenuti antenati degli Avari e di -quei Magiari che più tardi occuparono l'Ungheria, dove -sono anche oggi. Erano Finni, che dimoravano nell'Ural. -Nel quarto secolo, spinti forse da altre popolazioni più -orientali, si precipitarono a un tratto verso il sud, con una -furia indicibile, ispirando un terrore universale, producendo -un grande spostamento di popolazioni verso l'occidente. -Nel 374 piombarono sugli Alani, nella Russia orientale, -e dopo averli disfatti, ne aggregarono una parte ai -loro eserciti, che così ingrossarono, spingendosi fino alla -Palude Meotide o Mare di Azov, dove si fermarono alquanto, -prima d'avanzarsi verso i Goti. Il grande terrore -che ispirarono in tutti apparisce assai chiaro nelle descrizioni -che ce ne lasciarono i cronisti, nelle leggende -che intorno ad essi si formarono. Jordanes, il più antico -storico dei Goti, che nella metà del sesto secolo, compilò -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -la sua storia su quella che fu scritta da Cassiodoro, e che -andò poi perduta, dice di questi Unni, nomadi, pagani e poligami: -«Sono più barbari della stessa barbarie. Non conoscono -nessun condimento al cibo, nè usano fuoco a cuocerlo. -Mangiano cruda la carne, dopo averla tenuta qualche -tempo fra le loro gambe e il dorso dei cavalli che cavalcano. -Piccoli di statura, agili di membra e robusti, -sempre a cavallo; la loro faccia, più che a viso umano, -somiglia ad un pezzo informe di carne, con due punti neri -e scintillanti, invece di occhi. Hanno pochissima barba, -perchè usano tagliar col ferro il viso dei loro bimbi, acciò -imparino prima a sopportar le ferite, che a gustare il -materno latte. Adorano per loro Dio una spada infissa -nel suolo, e sotto forme umane vivono come animali. -Nacquero dal connubio di spiriti maligni con streghe -cacciate nelle foreste dai Goti, alla cui rovina esse li -generarono. Questi medesimi spiriti furon quelli che insegnarono -loro la via da tenere nell'andare all'assalto -dei Goti. E fu in questo modo. Andando alcuni Unni a -caccia, s'imbatterono in una cerva misteriosa, la quale, -volgendosi nel suo cammino continuamente indietro, pareva -li invitasse a seguirla. Così fecero. E dopo che essa -ebbe, camminando, mostrato loro come e dove poteva -facilmente passarsi la Palude Meotide, scomparve a un -tratto, segno manifesto che essa era veramente uno degli -spiriti maligni avversi ai Goti.» -</p> - -<p> -Certo è che da un momento all'altro gli Unni si precipitarono -contro gli Ostrogoti, con impeto tale che -il resistere divenne impossibile. Il capo degli Ostrogoti, -Ermanrico, si uccise colle proprie mani; i suoi, dopo -essere stati affatto sgominati, finirono coll'aggregarsi -all'esercito unno. E così continuarono per ottant'anni -circa, rinunziando alla loro nazionale indipendenza, ma -restando uniti sotto propri capi. In questo modo gli Unni, -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -sempre più ingrossati, sempre avanzando, arrivarono al -fiume Dniester, al di là del quale erano i Visigoti. Lo passarono -improvvisamente di notte (376), assalendo i Visigoti -di Atanarico, ed incutendo loro tale spavento, che una -parte di essi si rifugiò nei Carpazi, un'altra andò nella -Dacia occidentale, dove erano i Visigoti di Fritigerno, ai -quali si unirono, comunicando loro il proprio spavento. -E fu tale questo spavento che, sebbene Fritigerno fosse -assai valoroso e si trovasse, come affermano, alla testa di -200,000 armati, non potè pensare ad altro che a mettersi -in salvo, insieme ai suoi, colla fuga. Fu uno spettacolo -non mai più visto. Un esercito numerosissimo, con le -donne, i vecchi, i bimbi, le loro suppellettili sui carri, -sulle spalle; una moltitudine di gente, che si fa ascendere -ad un milione, correva al Danubio, per passarlo -e mettersi sotto la protezione dell'Impero. I soldati -romani cercarono dapprima impedire questa specie di -inondazione umana. Alcuni infatti vennero colle armi respinti -nel fiume dove affogarono. Ma come si poteva resistere -ad un milione di persone d'ogni sesso ed età, che -si avanzavano tremando, e colle mani in alto imploravano -pietà, accecati, impazzati dalla paura, la quale comunicava -ad essi un impeto più irresistibile d'ogni coraggio? -Fritigerno dichiarò, che essi erano pronti a servire sotto -le bandiere romane, accettando ogni condizione. Ma chi -gli poteva credere? Chi poteva prevedere che cosa sarebbe -seguito? E chi poteva resistere? -</p> - -<p> -Imperatore d'Oriente era allora Valente, che da suo -fratello Valentiniano I era stato associato all'Impero, e -dopo avere domata la ribellione di Procopio, regnava -sicuro. Di natura debole ed incerta, non vedendo nessuna -possibilità di fermare l'onda che s'avanzava, -s'illuse nella speranza che l'acquistare un esercito di -200,000 uomini dovesse riuscire utile all'Impero. E -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -concesse loro il passaggio. I patti furono che dovessero -cominciare col deporre le armi e consegnare ostaggi. Ma -quali patti si potevano in tanta confusione mantenere? -E come trovare a un tratto vettovaglie per un milione -di persone sopravvenute all'improvviso? Si principiò col -numerarli e disarmarli. Ma poi bisognò subito smettere. -Alcuni già morivano estenuati dalla fame, altri senza dare -ascolto s'avanzavano chiedendo, implorando da mangiare. -Gli ufficiali romani, profittando di ciò, cominciarono a -vendere cibi d'ogni sorta, anche corrotti, ad altissimo -prezzo. Ed i Goti, che eran pronti a tutto, meno che a cedere -le armi, davano denaro, suppellettili, stoffe, per aver -da mangiare. Si dice, che alcuni, pur di non veder morire -di fame le mogli e i figli, s'indussero a venderli schiavi. -</p> - -<p> -E così un milione di barbari, duecentomila dei quali -in armi, si trovavano dentro l'Impero. Non il valore, non -la vittoria, ma la paura e la fuga avevano loro aperto la -via. Ma intanto erano entrati, ed erano sofferenti, affamati, -irritati per le violenze ed ingiustizie patite. Fritigerno, -uomo valoroso, cercò subito raccogliere ed ordinare -i soldati, ristabilire su di essi la disciplina, far rinascere -la coscienza del proprio valore, della propria forza. Nel -che egli era secondato dall'arrivo di sempre nuovi Visigoti -ed Ostrogoti che, passato il Danubio, venivano a -raggiungerlo, e dalle simpatie mal represse, che i barbari -dell'esercito imperiale mostravano per lui ed i suoi. -Ben presto si trasferì con essi a Marcianopoli, capitale -della Mesia, a settanta miglia dal Danubio. Ivi i -Goti si dimostrarono subito uniti e pronti a procurarsi -da vivere anche colla forza delle armi. E si capì allora -quali gravi conseguenze era per portare la decisione -presa da Valente di lasciarli venire. Ma come avrebbe -egli potuto impedire che un fiume così impetuoso, rotto -l'argine, straripasse? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -</p> - -<p> -La diffidenza fu subito da una parte e dall'altra grandissima. -Si narra che, avendo il generale romano Lupicino -invitato a banchetto i capi dei Goti, essi vennero, -pieni di sospetto, con una scorta numerosa. E quando -s'era ancora a banchetto, s'udirono grida di Goti e -Romani venuti fra di loro alle mani. Fritigerno, sguainata -la spada, uscì fuori, ponendosi senza indugio alla -testa de' suoi. Ben presto, a poche miglia dalla città, -vi fu uno scontro (377), nel quale Lupicino e gl'imperiali -furono battuti. Quel giorno, scrive Jordanes, pose fine -alle calamità dei barbari ed alla sicurezza dei Romani. -Ed in parte era vero. La battaglia era stata per sè stessa -di poco momento, ma grandissime ne furono le conseguenze -morali. Coloro che erano entrati nell'Impero come -fuggiaschi, implorando pietoso aiuto, s'erano a un tratto -mutati in numerosi e minacciosi aggressori, che liberamente -percorrevano la Tracia, saccheggiando. Tuttavia -quando essi circondarono Adrianopoli, vennero facilmente -respinti, giacchè, prima delle armi da fuoco, le mura delle -città presentavano al nemico ostacoli quasi sempre insuperabili. -Ritiratisi nella Dobruscia, furono dai Romani -assaliti, con impeto degno degli antichi tempi, in un -campo trincerato dai carri e bagagli; ed ebbe luogo una -seconda battaglia, che essendo stata d'esito incerto, ne -rese inevitabile una terza. -</p> - -<p> -L'imperatore Valente, che in questo mezzo era a -combattere i Persiani, saputo della ribellione dei Goti, -concluse in fretta la pace, per venire con le sue genti -ad affrontarli. Il 9 agosto 378, a dodici miglia da Adrianopoli, -ebbe luogo una grossa e decisiva battaglia, nella -quale il valore dei soldati romani dette splendida prova -di sè; ma vennero guidati con una così inesplicabile incapacità, -che la loro disfatta fu inevitabile. Dopo una lunga -marcia, sotto il sole ardente di agosto, si trovarono di -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -fronte al nemico, in un luogo così stretto, che non potevano -muoversi nè fare libero uso delle proprie armi. -Quarantamila di essi incontrarono eroicamente la morte. -Di Valente, che era nella battaglia, non si seppe più -nulla, e ne fu quindi in diversi modi narrata la fine. La -disfatta fu grande, ed alcuni scrittori, esagerando non -poco, la paragonarono a quella di Canne. Certo è che -quando i Goti si riprovarono ad attaccare Adrianopoli, -dove era il tesoro imperiale, vennero respinti con una -energia che non si aspettavano. E quando si ritirarono -saccheggiando, dando poi l'assalto alle mura di Costantinopoli, -ebbero una lezione anche più severa. La cavalleria -saracena, assoldata dall'Impero, li inseguì, sui suoi -cavalli arabi, con una fulminea rapidità, e con un furore -addirittura selvaggio. Uno di essi fu visto correre -nudo sul suo cavallo, inseguire un Goto, raggiungerlo, -sgozzarlo e beverne il sangue. Ciò mise un gran terrore, -perchè i barbari avevano trovato chi era più barbaro -di loro. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap1-5">CAPITOLO V -<span class="smaller">Teodosio</span></h3> -</div> - -<p> -In Oriente adunque non v'era più un Imperatore, e -l'esercito era stato battuto. In Occidente, a Valentiniano -I era successo il figlio Graziano, il quale, per volere -delle legioni, aveva dovuto assumere a compagno -il fratellastro Valentiniano II, di soli quattro anni, messo -perciò sotto la reggenza della madre Giustina, celebre -per la sua bellezza, superata da quella più celebre ancora -della figlia Galla. Graziano dette a Valentiniano, cioè -alla madre che ne faceva le veci, il governo dell'Italia e -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -dell'Africa. Egli intanto teneva fronte valorosamente, -nella Gallia e nella Rezia, ai barbari che cercavano avanzarsi -da quel lato. Urgeva però pensare anche all'Oriente, -dove il pericolo era maggiore e più vicino. Consapevole -della gravità d'un tale stato di cose, e della generale -ansietà in cui tutti perciò si trovavano, egli prese una -risoluzione assai fortunata. Elesse a suo compagno per -l'Oriente Teodosio, nato nella Spagna, la quale aveva già -dato grandi imperatori quali Adriano e Traiano. Teodosio -era noto pel suo valor militare, per la sua prudenza, e -quindi la scelta venne accolta con generale favore. -</p> - -<p> -Senza perdere tempo, egli si recò a Tessalonica, punto -strategico, dove raccolse e riordinò l'esercito, cominciando -a provarlo in una serie di fortunate scaramucce, -che ne rialzarono l'animo, deprimendo quello dei Goti. -E quando, per la morte del loro capo Fridigerno, questi cominciarono -a dividersi, egli ne seppe profittare, fomentando -sempre più la loro discordia, accogliendone parecchi -sotto le sue bandiere, mostrandosi loro favorevole per -modo, che si fece la reputazione d'amico dei Goti. E così -potè nel 382 concludere una capitolazione, con la quale -venne ad essi concesso d'abitare stabilmente nella Tracia -come <i>foederati</i>. Quali fossero con precisione i patti, nei -loro più minuti particolari, noi non lo sappiamo. I Goti -restavano come amici nell'Impero, di cui riconoscevano -l'autorità, obbligandosi a difenderlo con le armi, ad ogni -richiesta. Ebbero case da abitare, terre da coltivare, e -i soldati ricevevano anche paga in danaro o in grano. Ma -non facevano parte dell'esercito imperiale; restavano -uniti come un popolo a sè, sotto i loro propri capi. E qui -era il pericolo. Certamente se si pensa che Teodosio li -aveva trovati nemici, armati, minacciosi, che scorrevano -e saccheggiavano liberamente il paese, senza che fosse -possibile ormai cacciare al di là del Danubio, e molto -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -meno distruggere un milione d'uomini, la capitolazione -conclusa fu un savio atto di governo. E tale venne generalmente -tenuta. Ma intanto l'Impero s'era messo la -serpe nel seno. Questi barbari, che potevano da un momento -all'altro insorgere, erano il richiamo continuo di -altri, i quali passavano il Danubio alla spicciolata, o disertavano -le bandiere romane, o spezzavano le catene -della schiavitù. -</p> - -<p> -Tuttavia, finchè visse, mercè la sua prudenza e la sua -fermezza, Teodosio non ebbe dai Goti altre noie. E la -fortuna lo secondava ogni giorno più. Graziano sembrava -divenuto adesso un altro uomo. Trascurava il governo -e dimostrava un eccessivo favore ai soldati barbarici, -per il che le legioni romane, ingelosite, lo deposero, gli -dettero per successore Massimo (383), e poi lo uccisero. -Massimo ambiva di governar tutto l'Occidente, e quindi, -dopo i primi accordi, venne in dissenso con Valentiniano -II. Corse in Italia, obbligandolo a fuggirsene con -la madre e la sorella in Costantinopoli, dove chiesero -aiuto a Teodosio. E questi dapprima esitò, avendo già -troppo da fare. Sentiva però i vincoli di gratitudine verso -la famiglia di Valentiniano II, e s'era innamorato della sorella -di Valentiniano II, che poi sposò, e che ora insieme -colla madre lo spingeva alla vendetta. Così fu che nel 388 -lo vediamo sulla Sava, alla testa d'un esercito, respingere -Massimo, che poi ad Aquileia fu disfatto ed ucciso. -</p> - -<p> -Giustina allora potè tornare in Italia col figlio Valentiniano -II, che aveva ormai diciassette anni. Questi era intanto -caduto sotto l'assoluto dominio del generale franco -Arbogaste, che, essendosi in Aquileia condotto con gran -valore, ed avendo colle proprie mani ucciso il figlio di Massimo, -pretendeva ora farla addirittura da padrone. Tutto -ciò lo fece venire in grande contrasto con Valentiniano, il -quale voleva ora mandarlo via. Ma l'insolenza del soldato -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -franco crebbe a tal segno, che l'Imperatore, perduta la -pazienza, pose mano alla spada per ucciderlo. Ne fu allora -trattenuto dai suoi; ma poco dopo lo troviamo morto -(15 maggio 392). Chi disse che s'era ucciso, chi invece -che era stato ammazzato dai seguaci d'Arbogaste. -</p> - -<p> -Questi era pagano, e fu il primo generale barbarico -che osò farla da Imperatore romano, non di nome, ma -di fatto, esempio che vedremo d'ora in poi molte volte -imitato. Egli, come seguì poi sempre a questi barbari, non -osava salire sul trono, assumendo in proprio nome l'Impero. -Elesse invece il retore Eugenio, che doveva assumere -la porpora, ed essere suo docile strumento. Infatti, -sebbene cristiano, Eugenio, per secondare Arbogaste, si -diede a favorire i Pagani, ancora abbastanza numerosi -in Roma. Così credeva di trovar seguito contro Teodosio; -ma invece gli accrebbe forza. Questi infatti veniva -ora spinto alla guerra non solo da ragioni politiche, ma -anche dalla moglie Galla, che voleva vendicar la morte -del proprio fratello Valentiniano, e dai vescovi, dal -clero, dal popolo, che lo incitavano a difesa della religione -cristiana. Si decise quindi a prendere le armi. -Se non che, sapendo che il generale franco aveva grande -valore e molta autorità sui propri soldati, si apparecchiò -per due anni interi all'impresa (393-4). La quale fu ritardata -anche dalla morte dell'imperatrice Galla (maggio -394), che gli lasciò una figlia, Galla Placidia, più -bella della bellissima madre, e destinata, in quel secolo -corrotto, ad esercitare un gran potere politico, in mezzo -ad una serie di strane vicende. -</p> - -<p> -Riavutosi appena dal suo dolore, Teodosio mosse finalmente -alla testa d'un poderoso esercito. Ne facevano -parte, fra gli altri, ventimila Goti federati, sotto il comando -dei loro migliori generali, e con essi era anche -il giovane Alarico, destinato a maggiori imprese ed a -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -grande fama. Percorrendo la stessa via tenuta già per -combattere Massimo, presso il fiume Frigido, in un punto -equidistante da Emona (Laybach) ed Aquileia, Teodosio -s'affrontò col nemico. La battaglia continuò per due -giorni con varia fortuna. Ma finalmente, favorito anche -dall'impetuoso vento Bora, che suole infierire colà, ed allora -soffiava in viso al nemico, il 6 settembre 394 Teodosio -ottenne piena vittoria. Eugenio fu preso dai soldati, -che gli tagliarono la testa, ed Arbogaste, quando -ebbe perduto ogni speranza, si gettò da Romano sulla -propria spada. Questa vittoria di Teodosio ebbe una -grande importanza storica. Per essa l'Impero rimase politicamente -riunito sotto di lui, che lo tenne con mano -assai ferma. Aveva nello stesso tempo distrutto gli ultimi -avanzi del partito pagano, e potè quindi ricostituire anche -l'unità religiosa col trionfo, in Oriente ed in Occidente, -della dottrina di Atanasio, alla quale, sin dal principio -del suo regno, egli era restato sempre fedele. Tutto -questo determina il valore storico di Teodosio, ed è ciò -che gli fece giustamente avere il nome di Grande. -</p> - -<p> -Per la sua ferma adesione alla dottrina ortodossa, egli -riuscì a stringere anche il connubio dell'Impero colla -Chiesa più che non avesse potuto fare lo stesso imperatore -Costantino. E la Chiesa se ne giovò grandemente, -facendo rapidi progressi, come si vide nel gran numero -che ebbe allora d'uomini eminenti per carattere e dottrina, -quali S. Basilio, S. Gregorio Nazianzeno, S. Girolamo -e S. Ambrogio, il celebre vescovo di Milano. -Questo fu anche il tempo in cui s'andò formando la teologia -latina, la quale si può veramente dire che sia insieme -religione, filosofia e disciplina ecclesiastica. Essa -mira sopra tutto a tener ferma l'unità della fede, l'autorità -universale e la forza politica della Chiesa. Un altro -dei grandi personaggi di questo tempo fu Damaso, il vescovo -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -di Roma, che successe a Liberio (366). Egli ascese -sulla sedia episcopale, in mezzo ad un violento tumulto; -proclamò subito il principio che la Chiesa di Roma è -superiore alle altre, che gli ecclesiastici solo da ecclesiastici -debbono essere giudicati. -</p> - -<p> -Ma per quanto il connubio della Chiesa e dell'Impero -desse forza all'una ed all'altro, v'erano in esso i germi -di futuri conflitti, come si vide fin dai tempi di Teodosio. -Egli era molto amico del lusso e delle spese, per tenere -sempre più alto lo splendore e la dignità del suo -grado. Ma ciò portava aumento di tasse, il che fu causa di -replicati tumulti. In uno dei quali, seguito in Antiochia, -le statue dell'Imperatore furono rovesciate, il suo nome -venne ingiuriato. Questa volta egli finì coll'usare clemenza. -Più tardi però, nel 390, un altro assai più grave tumulto -si ripetè a Tessalonica, e ne fu pretesto l'imprigionamento -d'un auriga del Circo. Un generale e parecchi ufficiali -vennero uccisi, i loro cadaveri furono ignominiosamente -trascinati per le vie. Teodosio, che era allora -a Milano, rimase di ciò tanto sdegnato, che ordinò una -punizione esemplare, anzi feroce, senza distinguere innocenti -o colpevoli. Si parla di settemila uccisi, che alcuni -fanno ascendere fino a quindicimila: certo è che il sangue -corse a fiumi. E fu allora che il vescovo di Milano, -S. Ambrogio, gli scrisse una lettera che è pervenuta sino -a noi (Ep. 51), nella quale, condannando l'eccidio, lo invitava -a penitenza, giacchè non avrebbe, egli diceva, potuto -far entrare nel tempio del Signore, per pigliar parte -alle sacre cerimonie, chi aveva ancora bagnate le mani -del sangue di tanti innocenti. -</p> - -<p> -S. Ambrogio era certo uno dei caratteri più notevoli -del secolo, uno di coloro che dimostravan chiaro il rigoglio, -la forza che andava prendendo la Chiesa in Italia. -Disceso da una delle più nobili famiglie romane, tenne -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -prima alti uffici politici, e fu poi nel 374 vescovo di Milano, -dove il popolo lo adorava. Nel 386 ebbe la fortuna -e l'onore di convertire S. Agostino alla religione cristiana. -In lui la fermezza della fede era uguale alla energia indomabile -del carattere. Nel 385 non volle nella sua diocesi -concedere alla imperatrice Giustina neppure una sola -chiesa pel culto ariano. Nè fu possibile rimuoverlo. — L'Impero, -egli disse allora, può disporre dei palazzi terreni, -non della casa del Signore, nella quale non comanda -la forza. — Quando, per minacciarlo, furono a lui mandati -i soldati goti, egli li affrontò dinanzi alla chiesa, domandando -loro: se era per invadere la casa del Signore, che -avevano chiesto la protezione della Repubblica. E quando -l'Imperatore sparse il sangue degli eretici, seguaci di -Priscilliano, egli lo biasimò severamente. Nè meno severamente -lo biasimò, quando ordinava che fosse ricostruita -una sinagoga bruciata dal popolo. — Il vescovo, -così gli scrisse allora, che avesse obbedito ad un tale -ordine, sarebbe stato un traditore del suo ufficio. Non si -deve ricostruire la casa in cui si rinnega il nostro Signore -Gesù Cristo. — E nella basilica, dinanzi all'Imperatore, -ripetè le stesse cose, aggiungendo che questi -doveva lasciare libertà di parola al sacerdote, cui non -è lecito nascondere il proprio pensiero. In armonia con -tale suo procedere era la lettera cui accennammo, scritta -quando avvennero le stragi di Tessalonica. -</p> - -<p> -Si aggiunge da alcuni scrittori che, quando Teodosio -si provò ad entrare nella basilica, S. Ambrogio lo fermò -sulla soglia dicendogli: — Se la tua mondana potenza ti -acceca a questo segno, ricordati che anche tu sei uomo, -e devi perciò tornar nella polvere, rendere conto a Dio -del tuo operato. Le anime di coloro che hai uccisi sono -sacre quanto la tua. — Allora Teodosio avrebbe mandato -a piegar l'animo indomito del vescovo, il suo ministro -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -Rufino, quello stesso che lo aveva incitato alla strage di -Tessalonica. E questi si provò dapprima colle lusinghe; -ma quando si vide sdegnosamente respinto, disse che -l'Imperatore sarebbe in ogni modo entrato. Allora S. Ambrogio -rispose: — Dovrà passare sul mio cadavere. — La -leggenda ha voluto con tutti questi minuti particolari colorire -un fatto vero; ed essi servono mirabilmente a ritrarre -il carattere dell'uomo. Per entrare nel tempio -Teodosio dovette piegarsi dinanzi a S. Ambrogio, e far -penitenza (25 dicembre 390), ripetendo il Salmo <span class="smcap lowercase">CIX</span>. 25: -«L'anima mia è attaccata alla polvere; vivificami secondo -la tua parola.» Nulla certo è più nobile d'una -condotta così ferma, così eroica. Essa è anche una prova -visibile della straordinaria potenza che aveva allora assunto -la Chiesa, che andava di fatto formando in Italia -una generazione nuova di uomini, ai quali spettava l'avvenire. -Ma se tale era di fronte all'Impero l'ardimento -d'un vescovo di Milano, quale sarebbe mai stato quello -del Papa? A questa domanda risponde pur troppo tutta -la storia del Medio Evo. -</p> - -<p> -E se i germi di futuri conflitti erano nascosti nel connubio, -che Teodosio aveva stretto fra l'Impero e la Chiesa, -non minori pericoli minacciavano nell'avvenire le condizioni -politiche generali, come si cominciò a vedere subito -dopo la morte di lui, seguita nella sua età di cinquanta -anni, a Milano, il 17 gennaio 395, quattro mesi circa -dopo quella grande battaglia del Frigido, che sembrava -aver dato un assetto definitivo all'Impero. Certo Teodosio -lo aveva trovato diviso, disordinato, minacciato; e -potè ricostituirlo, riunendolo ed infondendogli nuova vita. -Ma era pur troppo una ricostituzione solamente temporanea. -Sul Danubio, sul Reno, in Persia il pericolo non -era mai cessato, era anzi sempre cresciuto. I Goti si trovavano -nella Tracia, erano in armi, ed aumentavano -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -sempre. Solo la sua grande autorità ed energia aveva -potuto riuscire a tenere in equilibrio forze così diverse -e tra loro cozzanti, che da un momento all'altro potevano -venire a conflitto. L'aver saputo mantenere un tale -equilibrio gli procurò giustamente il nome di Grande; ma -a farlo durare occorrevano costantemente una mano ferma -e sicura, una mente superiore. Era quello che veniva -appunto a mancare colla sua morte, quando l'Impero fu -lasciato ai due suoi figli del pari incapaci. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap1-6">CAPITOLO VI -<span class="smaller">Arcadio ed Onorio — Rufino, Stilicone ed Alarico</span></h3> -</div> - -<p> -Sino dai tempi di Diocleziano l'Impero era stato quasi -sempre diviso in varie parti, sotto imperatori diversi, -più o meno dipendenti da uno di essi. Questa divisione, -che non escludeva il concetto della unità, era stata suggerita -dalla grande difficoltà, che un solo doveva incontrare -a voler governare e difendere tutto l'Impero contro -i nemici, che da ogni parte contemporaneamente -lo assalivano. Teodosio, come vedemmo, potè riunirlo -sotto il suo scettro; ma alla sua morte lo lasciò nuovamente -diviso fra i suoi due figli, Arcadio, cui assegnò -l'Oriente, ed Onorio, cui assegnò l'Occidente, senza che -intendesse con ciò di formare due Imperi separati,<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> -come si è più volte ripetuto. Se non che, questa divisione -seguiva ora in condizioni affatto nuove, che ne mutarono -il carattere, e col tempo la resero definitiva. Nella elezione -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -degl'imperatori, fatta in modi assai diversi, sempre -però con la partecipazione dell'esercito, s'era fin dal -tempo di Costantino, e più ancora di Valentiniano I, andato -introducendo il principio ereditario, cercandosi, per -quanto era possibile, di non uscire dalla stessa famiglia. -Prima di morire, Teodosio s'era a questo fine associati i -due figli, che ora gli succedevano, l'uno affatto indipendente -dall'altro. Ma essi erano ambedue di minore età, -Arcadio avendo 18 anni, Onorio soli 10, e però l'uno e -l'altro ancora incapaci di governare. E Teodosio, che ben -lo sapeva, aveva lasciato il primo affidato alle cure del -prefetto Rufino, suo primo ministro; il secondo, al valoroso -generale Stilicone, <i>Magister utriusque militiae</i>, un -Vandalo che aveva gloriosamente combattuto sotto di lui -contro Eugenio, e ad esso aveva raccomandata la difesa -dell'Impero. Così non solo i due imperatori minorenni -erano l'uno indipendente dall'altro; ma erano stati affidati -alle cure di due uomini potenti ed ambiziosi del pari, -che tra di loro non potevano andare d'accordo. Tutto -ciò portava inevitabili difficoltà per l'avvenire. -</p> - -<p> -L'ordinamento del governo continuava sempre quale lo -avevano formato Diocleziano e Costantino. Quattro Prefetti -del Pretorio alla testa delle quattro Prefetture: l'Italia -cioè con le sue isole e l'Africa, la Gallia con la Spagna -e la Britannia, l'Illirico, l'Oriente. A Costantinopoli come -a Roma v'era un Prefetto della città con un Senato, che -andava sempre più perdendo il suo potere politico, per -divenire come una Curia municipale. Le Prefetture erano -divise in Diocesi, e queste in Province, a lor volta suddivise -in Municipi, i quali erano ordinati a similitudine -di Roma, col loro Senato o Curia e la plebe. Essi restarono, -nel disfacimento generale dell'Impero, l'unico -organismo destinato a sopravvivere, trasformandosi però -sostanzialmente. Accanto a quest'amministrazione civile, -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -come abbiamo già visto, era l'ordinamento militare, -coi <i>Magistri peditum</i> e <i>Magistri equitum</i>, due uffici -che si univano spesso in una persona sola, chiamata -allora <i>Magister militum</i> o <i>Magister utriusque militiae</i>. Il -numero di questi grandi ufficiali militari variava spesso: -in Oriente ne vediamo fino a cinque. In Italia si trova -non di rado un <i>Magister utriusque militiae</i>, quale adesso -era appunto Stilicone. -</p> - -<p> -Se non che questo doppio ordinamento civile e militare, -che procedeva parallelamente, avrebbe dovuto, come -abbiamo già visto, metter capo alla sola autorità suprema -dell'Imperatore. Ma ciò era divenuto impossibile ora che -a due imperatori inesperti e indipendenti l'uno dall'altro, -si aggiungeva la gelosia e l'antagonismo dei due -consiglieri che dovevano guidarli. Rufino, oriundo della -Gallia, avido, furbo, ambizioso e crudele, era per queste -sue stesse qualità di grado in grado salito ai primi onori. -Costretto a raccogliere danaro per l'amministrazione e per -l'esercito, doveva aggravare di tasse il popolo, cui era -perciò divenuto odioso. Ma essendo egli Prefetto del Pretorio -per l'Oriente, avendo la sua sede nella capitale, ed -essendosi a tempo di Teodosio, che negli ultimi anni di -sua vita aveva riunito l'Impero, trovato a far le parti -di primo ministro, presumeva ora di poter dirigere non -solo la politica generale dell'Oriente, ma quella ancora -dell'Occidente. Stilicone dall'altro lato, avendo colle -armi contribuito a ricostituire l'antica unità, e trovandosi -ancora alla testa dell'esercito, col quale aveva a tal -fine vittoriosamente combattuto, godeva di questo la -piena fiducia. Aveva inoltre sposato Serena, la nipote -di Teodosio, che morendo (così generalmente si diceva) -gli aveva affidato il mandato di vigilare sui due suoi -figli. E però, se Rufino pretendeva di comandare politicamente, -Stilicone pretendeva di comandare militarmente -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -su tutto l'Impero. S'aggiungeva a ciò, che come capo -dell'amministrazione, Rufino rappresentava i Romani, e -come capo dell'esercito, Stilicone, il quale era un barbaro -egli stesso, per forza delle cose, rappresentava i barbari, -che nell'esercito prevalevano. I due principali personaggi -dell'Impero si trovavano adunque fatalmente alla testa -di due partiti, con pericolo evidente in un avvenire non -lontano. -</p> - -<p> -Certo la posizione di Rufino era assai più difficile, -perchè se egli aveva in mano la borsa, Stilicone aveva -le armi. E per riempire la borsa erano necessarie le tasse, -che partorivano odio. Nella Corte stessa non mancavano -intrighi contro di lui, tanto più che Arcadio, non essendo -come Onorio un fanciullo, già cominciava a mostrarsi intollerante -d'una tutela permanente ed incomoda. E ne -diè prova sposando la figlia d'un generale franco, Eudoxia, -celebre per la sua bellezza, che gli era stata raccomandata -dall'eunuco Eutropio, il quale aveva l'ufficio di -<i>Praepositus sacri cubiculi</i>: tutto ciò a dispetto di Rufino, -che avrebbe voluto dargli la propria figlia. Nondimeno -la sua autorità era sempre grandissima, come -si vide ben presto. -</p> - -<p> -I Goti federati, dolendosi ora di non avere i consueti -sussidi, e più di tutti dolendosi Alarico loro capo, perchè -non aveva potuto avere il titolo chiesto di <i>Magister -militum</i>, cominciarono a percorrere il paese, tumultuando -e saccheggiando. Stilicone allora s'avanzò alla testa dell'esercito, -per sottometterli; ma Rufino potè, in nome -d'Arcadio, ordinargli che s'occupasse solo delle cose -d'Occidente, e rimandasse a Costantinopoli i soldati che -appartenevano all'Oriente, e che erano la più parte -barbari, anzi Goti. Stilicone dovette obbedire, e li fece -partire sotto il comando del generale goto Gainas, il -quale si vuole che cospirasse con lui, d'accordo con -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -l'eunuco Eutropio, contro Rufino. Certo è in ogni modo, -che quando i soldati furono presso Costantinopoli, ed il -27 novembre 395 vennero passati in rivista da Arcadio -insieme con Rufino, questi si trovò a un tratto circondato; -e subito si avanzò un soldato, che dicendo, — con -questa spada ti colpisce Stilicone, — lo ferì mortalmente. -Il suo cadavere venne dalla moltitudine fatto -a pezzi. Alcuni ne portarono in giro pel campo la testa -infitta sopra una lancia; altri ne portarono un braccio, -con la mano tenuta in attitudine di chieder nuove tasse. -</p> - -<p> -In conseguenza della morte di Rufino crebbe assai il -potere di Eutropio, che gli successe; e pareva ancora -che i barbari fossero addirittura divenuti i padroni in -Costantinopoli, essendo riusciti ad occupare i principali -uffici militari e civili. Ma ciò appunto provocava una -reazione vivissima del sentimento romano. E di esso il -retore Sinesio rendevasi interpetre presso l'Imperatore, -incitandolo a porsi «alla testa dell'esercito, come gli -antichi Cesari; e non permettere che i barbari piglino -posto perfino nel Senato, che portino la toga da essi -disprezzata, che riempiano le legioni e facciano tumulto, -che mettano a pericolo l'Impero. L'esercito deve essere, -egli concludeva, di Romani che difendano la patria.» -Ma ciò nonostante il potere di Gainas e dei Goti era -sempre grandissimo. Era cresciuto, è vero, anche il potere -di Eutropio, che nel 399 fu nominato Console; ma -questi, generalmente odiato, venne in discordia con la -Imperatrice e con Gainas. Il quale riuscì a farlo condannare -a morte, dopo di che assunse l'ufficio di <i>Magister -utriusque militiae</i>, e fu davvero l'uomo più potente -in Costantinopoli. Se non che, questo suo potere appunto -ridestò più che mai la violenta reazione del partito nazionale, -la quale s'accese maggiormente quando all'antagonismo -politico s'aggiunse il religioso. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -</p> - -<p> -Allora era vescovo di Costantinopoli S. Giovanni Crisostomo, -uomo di grande autorità e fermezza, irremovibile -anch'esso nella sua dottrina atanasiana, già fatta -prevalere da Teodosio. I barbari erano invece ariani, e -però Gainas loro capo mal tollerava che nella capitale -dell'Oriente non vi fosse una sola chiesa destinata al loro -culto, e che essi dovessero trovarsi costretti a cercarla -fuori delle mura. Se non che tutto ciò era secondo le -leggi e gli ordini di Teodosio; e Crisostomo, deliberato -a non cedere in nulla, li fece leggere a Gainas, ricordandogli -che aveva accettato di servire l'Impero, con -l'obbligo di rispettarne le leggi. Non volendosi cedere -nè da una parte nè dall'altra, gli animi s'accesero per -modo che il 12 luglio 400 scoppiò contro i barbari un tumulto -assai violento. Molti ne furono uccisi, gli altri si -dovettero ritirare dalla città, e Gainas, combattuto, inseguito, -cercò di salvarsi nella Dacia, passando il Danubio -con alcuni dei suoi. Ivi fu ucciso dagli Unni, che -credettero con ciò di far cosa grata all'Impero. Questo -fu il più notevole avvenimento nella vita di Arcadio, -giacchè Costantinopoli fu così libera dai barbari; -l'Impero orientale riprese il suo carattere greco-romano, -che serbò fino alla sua caduta; e l'Imperatore -potè governare coll'appoggio del partito nazionale ortodosso. -Restavano però sempre i Goti federati, che occupavano -la Tracia e si stendevano nella Mesia, ingrossandosi -ora con tutti i fuggiaschi dell'esercito sbandato -di Gainas, trovandosi sempre più irritati e scontenti, -perchè era un pezzo che i soldati non ricevevano le paghe. -Che cosa bisognava dunque fare di questa enorme -massa di gente scontenta, di questo popolo in armi e -minaccioso? -</p> - -<p> -Sin dal tempo di Rufino c'era stato in Oriente il disegno -di spingere Alarico coi suoi in Occidente. Così non -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -solo si liberavano colà da un pericolo continuo, ma si -dava del filo da torcere a Stilicone. Si voleva però evitare -il pericolo che i due generali barbari facessero causa -comune contro Costantinopoli; o pure che Stilicone, decidendosi -a combattere sul serio i Goti e riuscendo a vincerli, -finisse col divenire più potente che mai. E fu perciò -che, poco dopo la morte di Teodosio, Rufino lo aveva costretto -a fermarsi, togliendogli una parte dell'esercito. Da -un altro lato Stilicone, sebbene fido soldato dell'Impero, -era un barbaro anch'esso, e non poteva desiderare, quando -anche avesse potuto, distruggere affatto i Goti. Non gli -conveniva neppure umiliarli troppo, senza addirittura -disfarli, perchè così li avrebbe resi sempre più avversi -e pericolosi ad Arcadio e ad Onorio. Avrebbe quindi voluto -dimostrar loro che poteva colle proprie armi tenerli -a freno, e poi, secondo il pensiero stesso di Teodosio, -aggregarli all'Impero, aumentandone così la forza. In -tal modo se ne sarebbe anche avvantaggiata non poco -la sua posizione militare e politica, quello appunto che -a Costantinopoli si voleva evitare. Ne seguì quindi per -qualche tempo, che l'Oriente spingeva i Goti verso l'Occidente, -che a sua volta li rimandava indietro: erano -come ballottati da una parte all'altra. -</p> - -<p> -Tutto ciò doveva naturalmente sempre più irritarli. E -così finirono verso il 395 (la data non è però sicura) coll'eleggersi -un proprio re nella persona appunto di Alarico, -che noi abbiam visto fin dalla sua prima gioventù -combattere valorosamente in Italia sotto Teodosio. Esso -era della nobile stirpe dei Balti, nome che Jordanes dice -significare audace (<i>id est audax</i>), e che risponde infatti -alla parola inglese <i>bold</i>, ardito. Educato alla disciplina militare -romana, egli veniva adesso levato sugli scudi dai -suoi connazionali; e ciò aveva una grande importanza, -perchè così i Visigoti federati si ricostituivano come nazione, -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -o almeno come esercito indipendente dentro l'Impero. -Tanto maggiore si doveva quindi a Costantinopoli -sentire il bisogno di liberarsene, spingendoli sempre più -verso l'Occidente. Se non che Stilicone si trovava anch'esso -alla testa d'un formidabile esercito, di cui, per -la debolezza d'Onorio, disponeva a suo arbitrio, e poteva -quindi energicamente resistere. Infatti, quando Alarico -s'avanzò, saccheggiando, nella Grecia (396), gli andò -subito incontro, e respintolo dal Peloponneso, lo chiuse -nei monti. Pareva allora che lo avesse già in suo potere; -ma invece si seppe a un tratto, che Alarico, insieme con -tutti i suoi e col bottino raccolto, s'era per l'Epiro settentrionale -messo in salvo. Molte furono le voci allora diffuse. -Chi diceva che era stata una sua abile manovra; chi -supponeva che era stata negligenza o tradimento di Stilicone, -e chi finalmente affermava che tutto era conseguenza -di segreti accordi d'Alarico con Costantinopoli. Certo è -che Stilicone se ne tornò tranquillo in Italia, senza inseguirlo, -e che Alarico se ne andò in quella parte dell'Illirico -che apparteneva all'Oriente. Ivi rimase col consenso -di Arcadio, che gli concesse anche l'ambito ufficio di <i>Magister -militum</i>. E si trovò come a cavallo fra l'Oriente -e l'Occidente, con grande facilità di ripigliare la strada -momentaneamente abbandonata. Intanto aveva modo non -solo di nutrire i suoi, ma di provvederli anche largamente -delle armi, che si trovavano nei magazzini dell'Impero. -</p> - -<p> -La sua mira costante era adesso, per più ragioni, divenuta -l'Italia. Ve lo spingevano da Costantinopoli, per -liberarsi una volta di lui e dei suoi. Dopo la rivolta -nazionale del 12 luglio 400, e lo sterminio dei barbari, -l'Oriente non poteva più essere una sede nè sicura nè -gradita ai Goti. Ve lo spingeva anche la sua personale -ambizione ed un vero spirito di avventure. Secondo -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -la leggenda, una voce interiore gli andava continuamente -ripetendo: <i>Penetrabis ad Urbem!</i> Quale fosse allora il -suo disegno, è difficile dirlo con precisione; probabilmente -non lo sapeva lui stesso. Alarico era un ardito -soldato, senza un vero genio politico o militare; una -specie di capitano di ventura, come la più parte dei generali -barbarici di quel tempo, che non avevano una patria, -e combattevano sopra tutto per meglio assicurare -la loro posizione personale. Si trovava però a capo d'una -immensa moltitudine di soldati, vecchi, donne, bambini, -e questo gl'imponeva molti doveri, gli dava grandi pensieri. -Che sognasse farsi imperatore dell'Occidente, non -è possibile. Non avrebbe saputo come governarlo; ed -inoltre un tale pensiero sarebbe allora ad un barbaro -sembrato quasi un sacrilegio. S'avanzava quindi minacciando, -saccheggiando, sperando sempre di trovar finalmente -modo di far parte integrante e normale dell'Impero. -</p> - -<p> -In Italia era intanto assai cresciuta la forza e l'autorità -di Stilicone, specialmente dopo che gli era riuscito -di far domare la ribellione di Gildone, seguìta in Africa -nel 398. Egli aveva sposato una nipote di Teodosio, ed -aveva dato sua figlia Maria in moglie ad Onorio; nel 400 -fu anche nominato Console. Tutto questo lo faceva apparire -come un possibile pretendente all'Impero, almeno -pel suo figlio; e ciò gli cresceva autorità, ma gli procurava -anche nemici. Per necessità delle cose si trovava -divenuto come il difensore naturale dell'Italia. E quindi -appena seppe che i barbari s'avanzavano, corse nella Rezia -e respinse un esercito giunto colà sotto il comando -di Radagasio, che era d'accordo, a quanto pare, con Alarico. -Raccolse poi quanti più uomini potè, e col suo esercito -così ingrossato, discese nell'alta Italia. Ivi pensò, -innanzi tutto, a liberare e mettere al sicuro Onorio, che -trovavasi allora in Asti, esposto al pericolo d'essere circondato -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -dai nemici. Lo indusse a trasferire la sua sede -da Milano, ove s'era quasi sempre fermato, a Ravenna, -che si poteva più facilmente difendere, ed aveva il vantaggio -del mare. Così dal 402 al 475 essa restò sempre -capitale dell'Impero d'Occidente, e poi fu capitale dell'Esarcato, -che di là potè facilmente comunicare con Costantinopoli. -</p> - -<p> -Ma ora bisognava provvedere alla difesa contro Alarico, -che s'avanzava con un esercito numerosissimo. Stilicone -richiamò quindi dalla Britannia la dodicesima legione, -e quel che era assai più grave, richiamò anche le -legioni che si trovavano a guardia del Reno, lasciando -così da quel lato aperta la porta ad altri barbari. Voleva -provvedere al pericolo imminente, pensando che, una -volta vinto Alarico, avrebbe facilmente potuto respingere -gli altri barbari, forse anche facendosi aiutare da -lui, dopo averlo battuto. Il 6 aprile 402 (data incerta -anche questa), i due eserciti s'incontrarono a Pollenzo -sul Tanaro, a venti miglia da Torino, e vi fu una vera -battaglia. Era di settimana santa, e Stilicone, senza occuparsi -di ciò, sorprese il nemico nel campo, mentre celebrava -le sacre feste. La vittoria fu sua, ma i Goti -si poterono liberamente ritirare. E sebbene fossero di -nuovo battuti presso Verona, se ne andarono a casa -senza essere inseguiti. Si tornò quindi, come era naturale, -a parlar di tradimento. Nondimeno nel 404 -Onorio, accompagnato da Stilicone, entrò da trionfatore -in Roma. E furono, in questa occasione, celebrati -quei giuochi dei gladiatori, che più volte, per istigazione -dei Cristiani, erano stati invano proibiti. Questa -volta però un monaco orientale, Telemaco, si gettò in -mezzo ai combattenti nell'arena del Colosseo, per separarli -in nome di Gesù Cristo. Egli fu lapidato dalla folla, -tra le grida d'indignazione; ma si afferma che d'allora -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -in poi i giuochi inumani cessassero davvero. La condotta -ardita di Telemaco era un'altra prova dell'energia -sempre maggiore, che lo spirito cristiano andava manifestando. -</p> - -<p> -Dopo che Alarico si fu ritirato, Radagasio che era -stato già prima battuto nella Rezia, si avanzò con un -esercito, che Orosio porta a duecentomila uomini, altri -fanno ascendere fino a quattrocentomila, il che prova -la poca credibilità di queste cifre. Era in ogni modo un -esercito assai numeroso, che Stilicone affrontò in Toscana, -riuscendo a chiuderlo nei monti presso Fiesole, dove lo -affamò e disfece, pigliando prigioniero lo stesso Radagasio, -che fu poi ucciso (405). Tutti gli altri morirono o si -sbandarono, andando per fame raminghi. E questa vittoria -che avrebbe dovuto crescer favore al capitano che -l'aveva ottenuta, rese invece più clamorose le voci di tradimento, -massime quando poi arrivò la notizia che moltitudini -di Alani, di Svevi e di Vandali, passato il Reno, -rimasto indifeso, erano penetrati nella Gallia (406) e -liberamente si avanzavano. — Se ha così facilmente disfatto -Radagasio, si diceva, è segno che poteva, volendo, -fare lo stesso con Alarico. Ma è un barbaro, e vorrebbe -lasciar l'Impero in balìa dei barbari. Perciò ha richiamato -le legioni dal Reno, lasciando invadere la Gallia, -come fra poco sarà invasa anche la Spagna. Onorio -dovrebbe imitar suo fratello Arcadio, che seppe liberarsi -di Gainas, il quale se non era insieme coi suoi -distrutto, avrebbe dato in mano dei Goti l'Oriente, che -è invece tornato ad essere romano. Se in ugual modo -non si provvede in Occidente, ben presto anche Roma -e l'Italia saranno dominate dai barbari. — -</p> - -<p> -Questi sentimenti infiammarono tutta la parte romana -dell'esercito, a segno tale che le legioni della Britannia -nel 407 proclamarono nuovo imperatore uno il quale pareva -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -non avesse altro titolo che il nome di Costantino, ma -che nel fatto poi dimostrò maggiore energia che non si -supponeva. Egli venne subito nella Gallia, per combattere -i barbari; ma ormai non era più possibile ricacciarli -al di là del Reno. Riuscì nondimeno a ripigliar la guardia -del fiume, per impedire almeno che ne passassero -altri. Intanto arrivavano dall'Italia nella Gallia nuove legioni, -mandate da Onorio a ristabilire la sua autorità -contro il <i>tiranno</i>, come era chiamato Costantino, perchè -non si riteneva legittima la sua elezione. Così in Occidente -si trovavano a contrasto due imperatori fra di loro e coi -barbari. Tutto ciò si attribuiva a colpa di Stilicone, che -veniva perciò sempre più odiato, sempre più calunniato. -Infatti, sebbene avesse con tanta energia e fortuna combattuto -Radagasio, il quale era pagano, pure lo accusavano -di esser fautore dei pagani, aggiungendo che tale era suo -figlio, e che egli aspirava a farlo imperatore d'Occidente. -Più tardi, quando morì Arcadio (1º maggio 408), si affermava -invece che egli presumeva farlo imperatore -d'Oriente. — Non contento, dicevano, d'aver dato sua -figlia Maria in moglie ad Onorio, dopo la morte di lei, -lo aveva indotto a sposar l'altra sua figlia Termanzia, -senza curarsi che il clero cristiano condanna le seconde -nozze con la sorella della prima moglie. — Insomma ogni -arme era buona contro di lui, e si riuscì infatti a renderlo -odioso ai Cristiani ed ai Pagani. -</p> - -<p> -Ma quello che era peggio, cominciava ora ad ingelosirsi -ed insospettirsi di lui anche Onorio, il quale -aveva un certo sentimento tradizionale dell'autorità imperiale, -e mal tollerava, sebbene non lo dimostrasse ancora -aperto, questo Vandalo che suscitava l'avversione -di tutto il partito nazionale romano. Se non che la sua -indole incerta e titubante lo faceva sempre oscillare. -Dopo la battaglia di Pollenzo, pareva che avesse accettato -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -il disegno di Stilicone, che era di lasciare ad Alarico, -sotto la dipendenza dello stesso Onorio, tutta la -Prefettura d'Illiria, sebbene questa fosse stata da qualche -tempo divisa fra l'Occidente e l'Oriente. Stilicone -pensava che così si sarebbero resi contenti i Goti; si -sarebbe avuto a propria disposizione tutto l'esercito di -Alarico, e si sarebbe, col suo aiuto, potuto rimettere -l'ordine nella Gallia e nella Spagna, contro i barbari e -contro Costantino, che ora vi spadroneggiava. In conseguenza -di ciò, Alarico s'era già mosso dall'Epiro, quando, -per ordine improvviso di Onorio, fu inaspettatamente -fermato. Un tal fatto, come era naturale, lo sdegnò in -estremo grado, e quindi egli s'avanzò minaccioso verso -l'Italia, chiedendo quattromila libbre d'oro, per essere -indennizzato delle spese che aveva fatte. Ed essendosi -Onorio sbigottito, la domanda fu col suo assenso portata -e sostenuta da Stilicone in Senato, con la dichiarazione -che bisognava consentire, perchè non s'era in grado di -resistere. Ed il Senato dovè cedere anch'esso; ma parve -che per un momento almeno l'antico spirito, l'antica energia -romana si ridestassero, e che il senatore Lampridio -esprimesse il sentimento comune, quando esclamò: <i>Non -est ista pax, sed pactio servitutis!</i> -</p> - -<p> -In verità Stilicone era un barbaro romanizzato. Dall'unione -di questi due elementi, che ne costituivano la -personalità, scaturivano la sua forza e la sua debolezza. -Essi coesistevano nell'Impero, e fino a che vi si tenevano -in equilibrio, e potevano continuare l'uno accanto -all'altro, senza venire a conflitto, la personalità di Stilicone -rappresentava la società in cui egli si trovava. -Di qui la sua forza. L'idea di valersi dei Goti a vantaggio -dell'Impero, poteva sembrare una continuazione della -politica di Teodosio, che a lui lo aveva raccomandato, -sperando che volesse e sapesse difenderlo. Una volta però -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -che dentro l'Impero fosse sorto il conflitto fra i due elementi -che lo costituivano, la personalità politica di Stilicone -sarebbe stata distrutta, ed egli avrebbe dovuto inevitabilmente -soccombere. Purtroppo il conflitto si poteva -dire adesso già cominciato. Infatti i Goti, anche dopo ottenuta -la chiesta indennità, erano scontenti e minacciavano. -Lo sdegno del partito romano era salito al colmo, e -si accennava perciò a Stilicone come ad una vittima necessaria -alla salute dell'Impero. Nè mancava chi soffiava -nel fuoco più che poteva, e fra gli altri un ufficiale della -guardia imperiale, di nome Olimpio. A Ticino (Pavia) -si trovavano allora le legioni romane, destinate, a quanto -pare, a ripigliare la guerra contro Costantino e contro -i barbari nella Gallia, dove tutto era in disordine. La -colpa d'ogni danno, d'ogni pericolo presente, veniva -colà attribuita a Stilicone, che si trovava a Bologna. — Egli, -così dicevano, aveva voluto salvare ad ogni -costo i Goti; aveva lasciato indifeso il passaggio del -Reno, perchè altri barbari come lui inondassero l'Impero, -ciò che pur troppo era avvenuto. — Onorio allora si -trovava appunto a Pavia, dove a un tratto scoppiò un -tumulto violento (408). La città andò a sacco; gli amici di -Stilicone furono messi a morte; e l'Imperatore, da nessuno -offeso, pareva uno spettatore indifferente, forse già -prima consapevole di ciò che ora avveniva. -</p> - -<p> -Alla notizia della rivolta, Stilicone era per muovere -subito da Bologna, alla testa de' suoi soldati barbari, per -difendere Onorio e domare i ribelli. Ma quando seppe -che questi non correva nessun pericolo, che non dava -neppur segno di disapprovare quello che sotto i suoi -occhi avveniva, non volle, egli generale dell'Impero, -al quale era affezionato, provocare una sanguinosa battaglia -fra una parte e l'altra dell'esercito. Questo fece -scoppiare la rivolta anche fra i suoi, pronti a difendere -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -lui, ed a vendicare i compagni. Il tumulto fu tale che -la sua persona si trovò in grave pericolo, e fu costretto -a rifugiarsi a Ravenna, in una chiesa. Colà giunsero i -messi di Olimpio, che gl'intimarono d'arrendersi, giurando -solennemente d'avere ordine di prenderlo in custodia, -salva la vita. Ma quando poi, stando alla fede -giurata, Stilicone s'arrese, dissero subito che era sopravvenuto -l'ordine di ucciderlo. Alcuni de' suoi, che lo avevano -colà accompagnato, si dimostrarono pronti a metter -mano alle armi, per difenderlo fino all'estremo. Ma esso -aveva capito che ormai tutto era inutile; e pensando, -anche in quell'ultima ora, alla salute dell'Impero più che -alla sua propria, non volle, morendo, provocare la guerra -civile. E ordinò ai suoi di deporre le armi, dichiarando -d'essere deciso ad arrendersi. Il 23 agosto 408 sottomise -tranquillo la testa alla scure. Suo figlio fu ucciso -in Roma, sua figlia Termanzia venne dal palazzo imperiale -rimandata alla madre Serena, cui era poco dopo -serbata, nella stessa Roma, un'assai trista fine. Molti -degli amici e parenti di Stilicone, sopra tutto i soldati -barbari, vennero perseguitati; le loro mogli e i loro -figli uccisi. E quasi a coronare l'opera nefasta, Onorio -pubblicò un editto contro gli eretici, ai quali vietava di -far parte della milizia palatina, e si mostrò avversissimo -ai pagani, confiscando i beni dei loro tempii, ordinando -la distruzione dei loro altari. -</p> - -<p> -La prima conseguenza di tutta questa disgraziata tragedia -fu, che un numero grandissimo di soldati barbarici, -trentamila circa, così almeno si dice, andarono ad -ingrossare l'esercito di Alarico, il quale divenne a un -tratto più potente e minaccioso che mai. Ma che cosa -poteva, che cosa voleva egli fare adesso? Certo non -sognava neppure di rovesciare l'Impero o d'impadronirsene. -Egli non se ne dichiarava neanche nemico. Si -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -trovava alla testa d'una moltitudine armata, che aveva -bisogno di vivere, e però voleva, insieme coi suoi, in un -modo o l'altro, ma in un modo riconosciuto e legale, far -parte dell'Impero, pronto anche a servirlo, a ricostituirne -l'autorità contro i ribelli nella Gallia o altrove, assumendo -il grado di <i>Magister utriusque militiae</i>. Ma quando ciò -fosse avvenuto, l'Impero sarebbe rimasto in balìa de' barbari, -ed era quello appunto che Onorio non voleva consentire. -Figlio di Teodosio, per quanto debole e vacillante, -esso sentiva, in parte almeno, la dignità del suo -grado, e pensava che, cedendo alle voglie d'Alarico, difficilmente -avrebbe potuto resistere poi a domande simili di -altri barbari. Meno che mai tutto ciò sembrava possibile -ora, dopo la insurrezione vittoriosa a Pavia contro il partito -barbarico, quando Costantino, alla testa delle legioni, -minacciava di staccare dall'Italia la Gallia, la Britannia -e la Spagna. Queste erano le grandi difficoltà di trovare -una soluzione pratica; e di qui il pericolo gravissimo che -correva adesso l'Impero. -</p> - -<p> -Alarico intanto s'avanzava in Italia, con animo d'assediare -Roma, e dettare le sue condizioni. Impadronito infatti -che egli si fu della foce del Tevere e del porto d'Ostia, -la Città eterna, che non aveva un esercito per difendersi, -e non era stata approvvigionata, si trovò subito stretta -dalla fame, cui tenne dietro la pestilenza. Fu forza quindi -venire a patti; ma egli si dimostrava così duro, che gli abitanti, -spinti dalla disperazione, minacciavano di uscire in -massa fuori delle mura per combattere. — Più fitto è il -fieno, così avrebbe risposto il barbaro, meglio si falcia. — E -invece di scendere a più miti consigli, alzava sempre -più le sue pretese. — Ma che cosa ci lascerai tu allora? — dissero -i Romani. Ed egli: — La vita! — Le notizie però -che noi abbiamo di questi tempi sono così incerte, e sempre -così esagerate in un senso o nell'altro, che poca fede -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -si può prestare alla verità intera di simili aneddoti, tanto -più che, se Alarico era un barbaro rozzo e feroce, non -voleva essere tenuto un nemico, e molto meno un distruttore -dell'Impero. Ma egli aveva bisogno di vivere coi -suoi, che erano con le armi in mano, stretti dalla fame. -Bisognò quindi rassegnarsi a pagare un tributo di cinquemila -libbre d'oro e trentamila d'argento, oltre una -quantità di vesti di seta e di droghe. E per raccogliere -questa somma voluta dai barbari, i Romani dovettero -fondere le statue delle antiche divinità, e gli ornamenti -dei tempii pagani. Il che fu non solo una grande umiliazione; -ma a molti pareva anche di sinistro augurio, -perchè i Pagani non erano allora scomparsi affatto, e fra -i Cristiani stessi non mancavano di quelli che speravano -tuttavia qualche aiuto da quegli idoli, che sembravano -avere così lungamente protetto Roma. -</p> - -<p> -Un gran turbamento invase gli animi nel vedere l'antica -capitale del mondo ridotta ad una umiliazione creduta -fino allora impossibile, e che pur doveva essere superata -da altre ancora più crudeli. Si vuole che ora appunto -venisse uccisa l'infelice Serena, accusata, perchè vedova -di Stilicone, di benevolenza verso Alarico. Si pretese, che -dell'atto inumano e crudele fosse stata istigatrice Galla -Placidia, la figlia di Teodosio, celebre per la sua maravigliosa -bellezza. Ma essa aveva allora diciotto anni o poco -più, e se è facile credere che la sorella d'Onorio dovesse -essere avversa a Stilicone ed ai suoi, non è ugualmente -facile persuadersi, che in sì giovane età potesse avere -l'animo così perverso, ed anche l'autorità necessaria per -riuscire a muovere essa il popolo alla vendetta. -</p> - -<p> -Anche in questo momento Alarico era lontano dal -voler abusare della forza. Cercava invece di venire -ad un accordo, rinunziando a molte delle sue antiche -pretese. Non chiedeva più d'esser <i>Magister utriusque -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -militiae</i>; gli bastava d'avere per sè e per i suoi la provincia -del Norico, invece delle più vaste e fertili terre -domandate in passato. Ma Onorio che, per la morte di -Arcadio, sperava si potesse ristabilire l'armonia, se non -l'unione dell'Oriente coll'Occidente, ed aspettava gli -aiuti che aveva chiesti a Teodosio II, respinse ogni idea -d'accordo. Nè bastò a muoverlo il vedere, che molte e -molte migliaia di schiavi fuggitivi e di barbari sbandati -dell'esercito imperiale, che alcuni fanno in tutto -ascendere a quarantamila, andassero liberamente saccheggiando -il paese. -</p> - -<p> -Alarico allora impazientito, vedendo di non poterne -cavar nulla, circondò Roma per la seconda volta, e tentando -di mettersi d'accordo coi Pagani, che ivi si trovavano, -e cogli Ariani, gli uni e gli altri irritati per gli ultimi -editti contro di essi emanati da Onorio, proclamò -nuovo imperatore Attalo, un greco allora Prefetto della -Città (409). Sperava d'averlo docile strumento della propria -volontà, e indurlo a sanzionare, con qualche forma -legale, le sue pretese. Ma invece pareva che nessuno riuscisse -a prenderlo sul serio. Lo stesso Onorio, che dapprima -se n'era impensierito, e pensava a mettersi in salvo, -avuto ora da Costantinopoli l'aiuto d'alcune migliaia di -soldati, riprese animo, sentendosi sicuro di potersi con essi -difendere in Ravenna. E quello che è più, neppure Alarico -riusciva a mettersi d'accordo con Attalo, al quale, -come greco, ripugnava d'abbandonare Roma e l'Impero -in mano ai barbari, mentre che poi non sapeva prendere -nessuna propria iniziativa. E la fame intanto era a Roma -giunta a tale, che la moltitudine gli gridava furibonda: -<i>Pone praetium carni humanae.</i> Quasi volessero dire: -dobbiamo noi dunque mangiarci addirittura fra di noi? -Così Alarico, persuaso che non c'era da cavar nulla neppure -da lui, finì col deporlo, strappandogli le insegne -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -imperiali, che rimandò ad Onorio, col quale tentò di nuovo, -ma sempre invano, d'intendersi. Si decise allora al passo -più audace della sua vita, e che doveva avere un seguito -funesto, una grande importanza nella storia del mondo. -</p> - -<p> -Il giorno 24 agosto 410, sia per tradimento, sia per strattagemma -di guerra, Alarico, senza incontrare resistenza, -entrò col suo esercito per la Porta Salara nella città di -Roma. Era un fatto nuovo, da otto secoli non mai avvenuto, -nè creduto possibile. La maraviglia fu perciò così -grande, che tutti restarono come sbalorditi, e lo stesso -re visigoto sembrava esserne così sgomento, che dopo -tre soli giorni s'affrettò a ripartire. Certo un esercito -di barbari, venuti in sostanza come conquistatori, non -potè restare in Roma senza molte violenze e saccheggi. -Ma tutto quello che noi sappiamo di sicuro c'induce -a credere che le violenze furono assai minori di quel -che poteva supporsi, e che s'andò più tardi dicendo. -Il palazzo di Sallustio, presso la Porta Salara, fu subito -bruciato, ma d'altri incendi non si parla determinatamente, -sebbene possa supporsi che ne siano avvenuti. E -tutti gli aneddoti tramandatici dagli storici o dalla leggenda -tendono solo a provare il grande rispetto che -Alarico dimostrò ai Cristiani, alle loro chiese, sopra tutto -alle basiliche di S. Pietro e di S. Paolo, e al diritto di -asilo. Infatti coloro che si rifugiarono nei luoghi sacri -furono salvi. Ma anche fuori delle chiese i Cristiani, -quelli sopra tutto che eran dati a vita religiosa, o che -avevano la custodia di sacri oggetti, furono dai Goti -rispettati, tali essendo gli ordini severissimi del loro -capo. Orosio, S. Agostino, S. Girolamo parlano di questo -sacco di Roma con orrore; ma vi riconoscono una giusta -punizione di Dio contro gl'increduli, che ancora non -s'erano convertiti e speravano aiuto dagl'idoli pagani. -Per essi Alarico non è che uno strumento nella mano -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -di Dio, il suo ingresso in Roma è destinato ad accelerare -il trionfo del Cristianesimo; e riconoscono che i danni -furono assai minori di quanto poteva supporsi, e di quanto -si disse da molti. -</p> - -<p> -Onorio intanto se ne stava chiuso in Ravenna, dove -si trovava anche il Papa, invano andato colà, per tentare -un qualche accordo fra Alarico ed il sempre titubante -Imperatore. Si narra, a provare sempre più la indifferenza -ed indolenza d'Onorio, che, quando gli fu recata la desolante -notizia, <i>Roma è perita</i>, egli credette che si trattasse -d'un suo gallo prediletto, cui aveva dato il nome -appunto di Roma; ed esclamò: «Ma come mai è ciò possibile, -se poco fa gli ho dato da mangiare colle mie proprie -mani?» Questo aneddoto però lo abbiamo da Procopio, -che scrisse centocinquanta anni più tardi, e che -quando s'allontana dai suoi tempi, non è più un autore -molto credibile. -</p> - -<p> -Certo è invece che, dopo tre giorni di dimora in Roma, -Alarico mosse per l'Italia meridionale, e s'avanzò saccheggiando -sino a Reggio di Calabria. Colà si apparecchiava -ad imbarcarsi, per andare non si sa ben dove. -Secondo alcuni voleva recarsi in Sicilia, secondo altri -in Africa, che era il granaio dell'Impero, cui sperava -così d'imporre condizioni d'un accordo tollerabile. Ma -ad un tratto andò tutto a monte. Le navi, su cui doveva -traversare lo stretto, naufragarono; ed egli stesso, improvvisamente -ammalatosi, morì (410). I suoi, secondo -si narra, deviarono il letto del fiume Busento e, dopo -averlo colà seppellito, fecero riprendere alle acque il -corso primitivo, per nascondere così a tutti la tomba -del loro valoroso duce. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -</p> - -<h3 id="cap1-7">CAPITOLO VII -<span class="smaller">Dalla morte di Alarico -alla costituzione del regno dei Visigoti nella Gallia</span></h3> -</div> - -<p> -La morte di Alarico mutò sostanzialmente lo stato -delle cose. I Goti elessero a succedergli suo cognato -Ataulfo, il quale, anche meno di lui, voleva esser nemico -dell'Impero. Abbiamo di ciò una preziosa testimonianza -in Orosio. Questi narra d'avere incontrato un compagno -d'armi d'Ataulfo, del quale gli riferì i discorsi. -«Dapprima, avrebbe detto il successore d'Alarico, era -stata mia intenzione farmi padrone dell'Impero, ed assumere -in esso il posto di Cesare Augusto, trasformando -in Gotia la Romania.<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> Ben presto però l'esperienza mi -persuase, che ciò non era possibile, perchè Roma aveva -dominato il mondo, non solo con le armi, ma anche colle -leggi e con la disciplina. E i Goti, per la loro indomita -barbarie, non sanno obbedire alle leggi, senza di che <i>Respublica -non est Respublica</i>. Pensai perciò di ricondurre, -mediante le armi dei Goti, il nome romano all'antica sua -gloria. Non potendo essere il distruttore dell'Impero, -desiderai, colla pace, esserne il restauratore.» -</p> - -<p> -Ad ispirargli questi sentimenti dovè contribuire ancora -un altro fatto. Partendo da Roma, Alarico aveva -menato seco, insieme con la preda, molti prigionieri. Fra -questi era Galla Placidia, la celebre bellezza, che faceva -parte d'una generazione di donne, tutte per questa loro -bellezza famose, e che ebbero perciò, come già notammo, -una gran parte nei destini del mondo. La sua ava Giustina -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -aveva dominato Valentiniano I. La loro figlia Galla -conquistò l'animo di Teodosio I. Galla Placidia, nata dal -loro matrimonio, trascinata ora prigioniera in Calabria, innamorò -di sè perdutamente Ataulfo, che voleva sposarla, -il che lo spingeva sempre più ad atteggiarsi da Romano. -Certo è che, appena eletto, Ataulfo abbandonò ogni pensiero -della Sicilia e dell'Africa, e ripartì per condurre -i suoi nella Gallia, dove sperava trovar per essi una sede -adatta, col consenso dell'Impero, di cui voleva possibilmente -essere amico. Era il pensiero che, sotto forme -diverse, rinasceva sempre, d'unire in qualche modo Romani -e barbari, accogliendo i Goti come parte dell'Impero, -valendosene a difenderlo. Lo avevano avuto Teodosio, -Stilicone ed Alarico stesso; nulla di strano che lo -avesse anche Ataulfo. Onorio, è ben vero, s'era a ciò dimostrato -avverso; ma lo stato delle cose era divenuto -tale adesso, che anch'egli poteva desiderare d'accettare -il disegno più volte respinto. -</p> - -<p> -Infatti l'intera Prefettura della Gallia era caduta in -gran disordine, un vero caos, e pareva che fosse per staccarsi -affatto dall'Impero. Dopo che Stilicone aveva ritirato -le legioni dal Reno, i barbari, come vedemmo, erano entrati -in essa numerosi (406); e poco dopo arrivava Costantino, -già proclamato imperatore nella Britannia. Questi -non potè ricacciare i barbari; ma, preso possesso -della regione che è ora Alsazia-Lorena, era riuscito ad -impedire almeno nuove invasioni, occupando molte città -della Gallia, e più tardi anche della Spagna: le altre -parti di queste province rimanevano però in potere dei -barbari. Il fatto è che dopo la morte di Stilicone e di -Arcadio (408), la disciplina militare era andata sempre -più scomparendo. I generali, da un pezzo divenuti tutti -più o meno quasi capitani di ventura, assai spesso si -separavano gli uni dagli altri, operando ciascuno per -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -proprio conto, innalzando nuovi pretendenti all'Impero, -che trovavano sempre appoggio in una parte dei soldati. -E così, dopo che Costantino era stato eletto nella Britannia, -venne nella Spagna proclamato Massimo. In -quella Prefettura si trovavano dunque due pretendenti -all'Impero, ed una gran moltitudine di barbari, che taglieggiavano -e saccheggiavano il paese. Onorio mandò -nella Gallia un esercito comandato da Costanzo, soldato -valoroso, il quale tentò con energia di ristabilirvi l'autorità -del legittimo Imperatore. Massimo allora, ben presto -abbandonato dai suoi, fuggì; Costantino, assediato in Arles, -si arrese, e fu col figlio Giuliano mandato ad Onorio, il -quale, violando la parola del suo generale, li fece uccidere -ambedue (411). Così pareva che, spariti i due pretendenti, -non rimanessero che i barbari. Ma questi avevano già -messo su un altro pretendente all'Impero nella persona di -Giovino, appena che il generale Costanzo s'era ritirato in -Italia. E da capo scorrevano liberamente per tutto. -</p> - -<p> -In tali condizioni, l'andata d'Ataulfo colà non poteva -dispiacere ad Onorio. Prima di tutto si liberava l'Italia -dai Goti, il che era già molto. Ataulfo inoltre andava con -l'intenzione d'occupare il paese, e per ciò fare doveva -combattere Giovino ed i barbari che lo sostenevano. -Questo spiega, in qualche parte almeno, il fatto, certo -singolarissimo, che Ataulfo potè traversare tutta l'Italia -dal sud al nord, senza che si sappia se egli trovò ostacoli -di sorta, anzi senza che si sappia nulla addirittura di -questo suo lungo viaggio. Entrato nella Gallia (412), egli -tenne dapprima una condotta incerta; ma poi attaccò ed -uccise Saro generale romano, che s'era volto a favore -di Giovino. Subito dopo si mosse contro questo e contro -il fratello di lui; li vinse ed uccise ambedue, inviando -le loro teste ad Onorio, che le fece esporre a Cartagine. -Ivi era stata poco prima domata un'altra ribellione, -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -la quale fece sentire la sua azione indiretta anche -nella Gallia. -</p> - -<p> -Ataulfo intanto si mostrava sempre più invaghito di -Galla Placidia, e voleva sposarla. Ma ad Onorio ripugnava -assai il concedere ad un barbaro la sorella e figlia d'imperatori, -tanto più che ne era pazzamente innamorato anche -il suo generale Costanzo, cui egli l'avrebbe data assai più -volentieri. Ed Ataulfo era tanto desideroso d'accordi, che -sembrava ora, non ostante la sua passione, disposto a rimandarla -a Ravenna, avendo da Onorio avuto promessa -di larghi approvvigionamenti di grano, del quale aveva -urgente bisogno per l'esercito. La ribellione d'Africa rese -però impossibile il mantener la promessa, ed Ataulfo si -sentì allora libero da ogni vincolo verso di Onorio. Prese -quindi, per conto proprio Narbona, Tolosa, Bordeaux, e -tentò di prendere anche Marsiglia, ma gli fu impedito da -Bonifazio, altro valoroso generale di Onorio (413). -</p> - -<p> -Ma quello che è più, invece di pensare a restituire -Galla Placidia, la sposò senz'altro a Narbona, nel gennaio -del 414. Questo matrimonio, anche pel modo in -cui fu celebrato, ebbe addirittura un'importanza storica. -Quel giorno infatti non solo la sorella di Onorio, la figlia -di Teodosio, sposava un barbaro; ma le nozze furono solennizzate -con una pompa affatto romana, in casa d'Ingenuo, -uno dei più autorevoli cittadini di Narbona. Il -barbaro Ataulfo portava la tunica romana. Dinanzi alla -sposa, adorna di splendidi abiti romani, s'inginocchiarono -cinquanta giovani, ciascuno dei quali aveva nelle mani -due vassoi, l'uno pieno d'oro, l'altro pieno di pietre ed -oggetti preziosi, che eran parte della preda fatta nel sacco -di Roma, e che ora venivano offerti a lei, preda più preziosa -ancora, la quale di prigioniera diveniva regina dei -Goti. A rendere sempre più solenne questa singolare cerimonia, -si recitarono versi latini. E come per porre il colmo -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -a tutto ciò, il coro era diretto da Attalo, quel preteso imperatore, -che noi vedemmo per breve tempo tenuto su -da Alarico, il quale poi lo depose. Esso era stato costretto -a seguire il campo goto, come una specie d'ostaggio di -cui potersi valere qualora se ne presentasse l'occasione. -Adesso dirigeva il coro che celebrava le nozze d'Ataulfo -e di Galla Placidia! Tutto simboleggiava così quella -unione goto-romana, che dopo essere stata un pensiero, un -desiderio di moltissimi, doveva finalmente essere in parte -attuata da Teodorico. Dal matrimonio allora celebrato -nacque un figlio chiamato Teodosio, che ben presto morì. -</p> - -<p> -Di tutto ciò rimasero, per diverse ragioni, scontentissimi -Onorio e Costanzo, i quali si trovarono d'accordo -nel contrariare i Goti in più modi, specialmente ponendo -ogni sorta d'ostacoli all'approdo nella Gallia di navi con -vettovaglie. E questo spinse Ataulfo a passare i Pirenei, -per andare nella Spagna, paese assai fertile e ricco, non -ancora esausto dalle invasioni, più adatto quindi a nutrire -le sue genti. Ma qui egli cadde improvvisamente -vittima del pugnale d'un assassino (415), sia che fosse -una delle vendette molto comuni fra i barbari, sia che -fosse opera del partito avverso alle simpatie romane -d'Ataulfo, partito assai irritato per le ostilità che in -più modi venivano ora dall'Italia. Certo è che fu eletto -Singerico, il quale si dimostrò subito avversissimo al -nome romano ed alla memoria d'Ataulfo, di cui uccise -i figli avuti dalla prima moglie. Non osò fare lo stesso -della vedova Galla Placidia; pure la trattò assai duramente, -costringendola ad andare a piedi, per dodici -miglia, in mezzo ai prigionieri e dinanzi al suo cavallo. -Ma anch'egli durò poco, essendo stato dopo soli sette -giorni ucciso. Gli successe Valia che, d'indole assai più -temperata, venne ben presto ad un accordo con Onorio, -cui cedette Galla Placidia, inviandogli anche Attalo; e -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -ne ebbe in compenso 600,000 misure di grano per le sue -genti. Onorio celebrò allora il suo undecimo consolato, -entrando in Roma come un trionfatore, menando seco, -legato al suo carro, Attalo, cui fece tagliar due dita della -destra, confinandolo poi nell'isola di Lipari. E Galla Placidia, -la quale dapprima sembrava assai restìa a sposare -Costanzo, sempre di lei perdutamente innamorato, perchè -egli era un soldato rozzo e dedito solo alla vita militare, -s'indusse poi a celebrare il matrimonio, e ne ebbe due -figli, Onoria e non molto dopo Valentiniano (419), che fu -terzo di quel nome come imperatore. Costanzo venne assunto -a compagno nell'Impero da Onorio; Galla Placidia -ebbe allora il titolo di Augusta, e più tardi, dopo la morte -del marito (421) e del fratello (423), fu reggente, perchè -suo figlio si trovava tuttavia in età minore. -</p> - -<p> -Valia intanto, mantenendo le promesse fatte, combattè -più volte vittoriosamente nella Spagna i Vandali -e gli Alani. Prese poi con i suoi Goti stabile dimora nella -Gallia (419), occupando varie delle città tenute già prima -da Ataulfo, fra cui Bordeaux e Tolosa, dalla quale ultima -ebbe nome il nuovo regno visigoto, che fu costituito col -consenso d'Onorio, e che si estese poi oltre i Pirenei. Più -tardi questo regno ebbe, come vedremo, una grandissima -parte nella guerra che l'Impero d'Occidente dovè sostenere -contro gli Unni. Narbona però, che da Costanzo era -giudicata strategicamente necessaria ai Romani, e Marsiglia -furon da essi ritenute. A settentrione e ad oriente -scorrazzavano ancora liberamente altri barbari. -</p> - -<p> -Questa può dirsi la fine del primo atto del tragico -dramma, cominciato quando gli Unni cacciarono i Goti al -di qua del Danubio. Una volta che la Tracia riuscì insufficiente -a mantenerli tutti, una buona parte di essi si mossero, -sotto Alarico, in cerca di nuove terre; e dopo aver -molto vagato e molto combattuto, finalmente si fermarono -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -nella Gallia. E sebbene tutto ciò si fosse da ultimo compiuto -d'accordo con l'Impero, fu nondimeno il principio -della definitiva separazione dell'intera Prefettura della -Gallia dall'Italia. La Britannia infatti, che ne faceva -parte, era già abbandonata, e vicina a subire le invasioni -barbariche. La Spagna era omai invasa, e tutte le successive -spedizioni per riprenderla, salvo le temporanee vittorie -di Belisario, non riuscirono a nulla. La Gallia propriamente -detta, ad eccezione di poche terre al sud, era -interamente nelle mani dei barbari, e quindi destinata -anch'essa a separarsi per sempre dall'Italia. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap1-8">CAPITOLO VIII -<span class="smaller">Galla Placidia — L'invasione dei Vandali in Africa</span></h3> -</div> - -<p> -In Roma, dopo la partenza d'Alarico, lo stato delle -cose era andato migliorando. Molti che avevano abbandonato -la Città, vi tornavano, e la popolazione quindi -rapidamente cresceva. A Ravenna invece cominciavano -a germogliare i semi di partiti avversi, ed una vicina -crisi era inevitabile. Onorio continuava ad essere geloso -della sua indipendenza da Costantinopoli, dove era -assai più vivo il sentimento tradizionale della unità dell'Impero, -e si mirava sempre ad una supremazia dell'Oriente -sull'Occidente. Teodosio II, il quale allora regnava -colà sotto l'ascendente della sorella Pulcheria, -aveva disapprovato vivamente che Onorio avesse assunto -a compagno nell'Impero il generale Costanzo. Ma questi -poco dopo morì, e rimase la vedova Placidia, la quale, -come figlia di Teodosio il grande, inclinava ad un accordo -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -coll'Oriente, a segno tale da non poter più vivere -in buoni termini col fratello. Se ne andò quindi a Costantinopoli, -dove rimase fino alla morte di lui, avvenuta -nel 423. -</p> - -<p> -Onorio fu un uomo certamente di poco valore, ma non -quanto vollero far credere. Egli in sostanza rappresentò -tre idee, che formarono il carattere del suo regno: il -principio ereditario, la romanità, il Cristianesimo ortodosso. -E ad esse si mantenne sempre fedele. Debole -com'era, dovette lottare continuamente coi barbari, che -invadevano da ogni parte l'Impero, e con un gran numero -di pretendenti, che sorgevan di continuo. In teoria -tutto l'Occidente obbediva a lui; ma in realtà l'Europa -centrale, anzi l'intera Prefettura della Gallia, era già -in potere dei barbari. Il dissenso con Costantinopoli, -piuttosto che scemare, andò per opera sua crescendo. -Ma Placidia, in ciò più accorta, gli si oppose. Essa capì -che, di fronte a tanti barbari, i quali d'ogni parte s'avanzavano -nell'Impero, solo da Costantinopoli si poteva -sperare aiuto. -</p> - -<p> -Così fu che, alla morte d'Onorio, si manifestarono in -Ravenna due partiti. Quello che mirava alla indipendenza -dell'Occidente scelse, come successore al trono, -Giovanni, Primicerio dei notai. Quello invece che voleva -l'accordo con l'Oriente, dove Teodosio II aveva subito -cominciato ad assumere l'autorità di unico e solo Imperatore, -favoriva Placidia come reggente del figlio Valentiniano -III, attenendosi al principio ereditario. E per questa -ragione anche i due primi generali a servizio dell'Impero -d'occidente, Bonifazio ed Ezio, che per la loro nascita ed il -loro valore, furon chiamati i due ultimi Romani, si trovarono -in lotta fra di loro. Bonifazio, che era in Africa, si dichiarò -per Placidia, alla quale mandò subito aiuto di uomini e -di vettovaglie; Ezio si dichiarò invece per Giovanni. -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -Ormai i vincoli dell'antica disciplina militare erano sciolti, -ed i generali parteggiavano anch'essi, guidati dal loro -interesse personale. -</p> - -<p> -Giovanni, per non sembrare di voler rompere ogni relazione -coll'Oriente, aveva mandato a chiedere d'essere riconosciuto -da Teodosio II; ma sapendo che questi s'era -già dichiarato favorevole a Placidia, s'apparecchiava intanto -alla difesa, raccogliendo anche una flotta nel porto -di Ravenna. E ciò apparve più necessario ancora quando -seppe che i suoi ambasciatori erano stati malissimo accolti -a Costantinopoli. Non potendo sperare d'aver soldati -dalla Gallia, quasi tutta occupata dai barbari; nè -dall'Africa, dove comandava Bonifazio; e neppure potendo -sperar molto in Italia, dove aveva non pochi avversari, -mandò Ezio a chiedere aiuto dagli Unni, presso i -quali questo generale era lungamente vissuto come ostaggio, -ed aveva perciò parecchi amici. Ezio tornò ben presto -con un rinforzo, che si fa ascendere a 60,000 Unni, -e giunse in tempo per affrontare le genti mandate da -Costantinopoli in aiuto di Placidia. La fortuna pareva -che volesse secondarlo, giacchè il naviglio che portava -una parte dell'esercito orientale fu disperso da un'improvvisa -tempesta, ed il generale Ardaburio, gettato a -terra nel porto di Ravenna, fu fatto prigioniero. Ma questi -riuscì di dentro la città stessa a cospirare ed a mettersi -d'accordo coi suoi compagni d'arme, i quali s'avanzavano -per terra, sotto il comando di Aspar suo figlio. E così, -quando Giovanni era per uscir di Ravenna a combattere -il nemico, che doveva essere contemporaneamente -assalito alle spalle da Ezio cogli Unni, Aspar, per gli -accordi segretamente presi col padre, potè con un colpo -di mano entrare in Ravenna, ed impadronirsi della persona -stessa di Giovanni, che menato in Aquileia, dove era -già arrivata Placidia, fu subito messo a morte (425). Ed -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -Ezio allora, sebbene avesse già avuto col nemico uno -scontro sanguinoso, che fu però di esito incerto, capì che -ormai la sua causa era perduta, e passò dalla parte di -Placidia, che lo accolse a braccia aperte. Egli stesso -riuscì a far tornare indietro gli Unni, mediante buona -somma di danaro, e per diciassette anni fu il primo generale -della Corte di Ravenna, essendo Bonifazio rimasto -ancora in Africa. -</p> - -<p> -La notizia della morte di Giovanni pervenne a Teodosio -II, quando trovavasi nell'Ippodromo, a Costantinopoli. -Egli fece subito sospendere i giuochi, e condusse -il popolo nella Basilica, per rendere solenni grazie -al Signore. Restituì a Placidia il titolo di Augusta, che -le era stato tolto da Onorio, e quello di <i>nobilissimus</i> a -Valentiniano III, il quale allora aveva appena sei anni, -affidandolo alle cure della madre. Più tardi gli conferì -addirittura il titolo di Augusto, inviandogli il diadema e -la porpora. Così, dopo che l'Impero, in apparenza almeno, -era stato qualche tempo riunito sotto Teodosio II, -fu ora da capo diviso. E per un quarto di secolo (425-450) -Valentiniano, o più veramente Placidia, rimase a governare -quello che continuò a chiamarsi l'Impero d'occidente, -sebbene molte parti già ne avessero occupate i -barbari, ed altre dovessero via via andarne occupando, -restringendolo finalmente alla sola Italia. -</p> - -<p> -L'antagonismo fra Ezio e Bonifazio, che vedemmo -manifestarsi sin dal principio, continuò sempre più vivo -anche ora che l'uno e l'altro erano a servizio di Placidia. -Ambiziosi e valorosi del pari, Ezio era un uomo assai -accorto; Bonifazio invece eccitabile e mutabile in estremo -grado. In Africa questi aveva reso grandi servigi tenendo -a freno i Mori. Morta la sua prima moglie, pareva -che volesse, per zelo religioso, ritirarsi dal mondo; e -S. Agostino dovette dissuaderlo, nell'interesse dell'Impero. -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -Sposata allora una seconda moglie, che era ariana, -mutò vita, abbandonandosi alle passioni dei sensi, trascurando -il governo di quella regione, che restò quasi -in balìa ai barbari africani, tanto che lo stesso S. Agostino -lo rimproverava nelle sue lettere di non far nulla -per evitare tanta calamità: <i>Nec aliquid ordinas ut ista -calamitas avertatur.</i> Venne perciò richiamato (427) in -Italia, ma non volle obbedire; ed essendo stato mandato -colà un esercito, per metterlo a dovere, resistè colle armi. -Così vi fu in Africa una specie di guerra civile fra i generali -dell'Occidente. -</p> - -<p> -È nota la leggenda a questo proposito narrata da Procopio, -il quale dà la colpa d'ogni cosa ad Ezio, divenuto -geloso di Bonifazio. Per rovinarlo, egli avrebbe -detto a Placidia, che questi la tradiva. Se ne voleva le -prove, lo invitasse a Ravenna, e vedrebbe che si sarebbe -ostinatamente ricusato d'obbedire. Nello stesso -tempo avrebbe segretamente fatto dire a Bonifazio, che -Placidia ne tramava la rovina, e che a tal fine lo avrebbe -invitato a Ravenna. Così fu che, quando venne richiamato, -non solamente ricusò d'obbedire, ma per vendicarsi, -si decise al funesto passo d'invitare i Vandali a -passare dalla Spagna nell'Africa. Ma venuti che furono, -egli, fatto accorto dai suoi amici dell'inganno in cui era -caduto, si pentì dell'errore commesso, e voleva colle -armi ricacciarli nella Spagna. Era però troppo tardi, -e dovette invece tornarsene a Ravenna. Ivi ebbe un combattimento -personale col suo rivale Ezio, da cui fu ucciso. -E prima di morire, consigliò alla moglie di sposare il rivale, -nel caso che fosse restato vedovo, perchè era il -solo uomo degno di succedergli. -</p> - -<p> -La forma leggendaria di questo racconto apparisce a -prima vista, e ricorda molte altre simili leggende. Infatti -anche la invasione della Gallia nel 406, sarebbe, secondo -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -la leggenda, avvenuta per tradimento di Stilicone, come -più tardi la venuta dei Longobardi in Italia, per vendetta -di Narsete. È sempre lo stesso procedimento, che -spiega i fatti d'indole generale con cause esclusivamente -personali, le quali certo non mancano anch'esse nella -storia, ma non sono le sole. Il vero è che, secondo ogni -probabilità, Ezio si trovava allora a combattere per l'Impero -nella Gallia, e se anche vi fu inganno o tradimento -ordito a Ravenna, non potè essere opera sua. Ma non -c'è bisogno di ricorrere a queste spiegazioni, quando la -guerra scoppiata in Africa fra i generali romani poteva -per sè stessa essere un eccitamento bastevole pei Vandali -a venire nel paese, che era il granaio dell'Impero. -E s'aggiungeva che l'Africa, dove i Mori spesso si ribellavano, -era allora fieramente travagliata anche dalle -sette eretiche dei Donatisti, che negavano l'efficacia del -battesimo dato da un sacerdote caduto in peccato, e dei -così detti <i>Circumcelliones</i>, specie di fanatici vagabondi, -che agitavano le moltitudini. Tutti costoro, perseguitati -dagli editti di Onorio contro gli eretici, e però avversissimi -ai Cattolici, favorivano naturalmente quelli che venivano -a combatterli, come i Vandali che erano ariani -intolleranti. Così, senza escludere che in mezzo alle passioni -di queste lotte civili e religiose, essi fossero da -qualche parte incoraggiati o anche chiamati, si spiega -assai naturalmente come nel 429 passassero in Africa, -mossi dal loro proprio interesse, ed occupassero la Mauritania, -avanzandosi verso l'Oriente.<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> -</p> - -<p> -I Vandali avevano stretta parentela coi Goti, insieme -coi quali s'erano in origine trovati fra l'Elba e la Vistola. -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -Di là, avanzando verso il sud, presero parte alle guerre -dei Marcomanni contro Marco Aurelio. Dopo di che si -mantennero lungamente tranquilli, in buone relazioni -coll'Impero, che a tempo di Costantino li accolse come -federati nella Pannonia, dove restarono circa settant'anni. -Quando Stilicone, per opporsi ad Alarico, chiamò in Italia -le legioni che guardavano il Reno, essi, come vedemmo, -passarono il fiume insieme cogli Alani, cogli Svevi, e -nel 409 erano già nella Spagna. Più di una volta si -trovarono in lotta coi Goti, dai quali vennero battuti; ed -ebbero perciò la reputazione di poco valorosi, come avevano -già quella d'avidi, infidi e crudeli fra tutti i barbari. Erano -più sobri nei costumi, ma anche più ardenti nello zelo religioso, -che li spingeva ad una intolleranza insolita nei -barbari e qualche volta addirittura feroce. Nel 427 li troviamo -riorganizzati sotto Genserico, che per la morte del -fratello era rimasto unico loro capo. Piccolo e zoppo, in -conseguenza d'una caduta da cavallo, di poche parole, -ma di pronta risoluzione, era audace e crudele. Ariano -al pari di tutti i Vandali, lo dissero, non si sa con qual -fondamento, convertito a questa fede, rinnegando il Cattolicismo, -in cui sarebbe nato, e quindi, come suole in -questi casi, tanto più intollerante. Dopo avere sostenuto -nel 428 un attacco fortunato contro gli Svevi, lo troviamo -l'anno seguente in Africa, dove era andato colle donne, i -vecchi e fanciulli: una vera invasione. Gli uomini in armi -non superavano i 50,000. -</p> - -<p> -Questo non era di certo un numero tale da poter facilmente -conquistare il paese, se non fosse stato già indebolito -dalle discordie, e se non vi si fosse trovato un partito -favorevole agl'invasori. Essi s'avanzarono saccheggiando, -distruggendo le chiese cattoliche, uccidendo vescovi e -preti, molti dei quali fecero schiavi. E poterono procedere -così rapidamente che nel 430 tre sole delle -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -principali città, Citra, Ippona e Cartagine, erano ancora in -mano dei Romani. Bonifazio s'era ormai svegliato dalla -sua inerzia, e quando i Vandali s'avanzarono, per mettere -l'assedio ad Ippona, venne con essi a battaglia; ma -fu vinto, e dovè chiudersi nella città che venne assediata. -In essa trovavasi S. Agostino, il quale morì il 28 agosto -430, dopo tre mesi di quell'assedio, che ne durò poi -altri undici. Allora, essendo finalmente arrivati da Costantinopoli -aiuti sotto il comando del generale Aspar, i -Vandali si allontanarono dalla città, e Bonifazio, unitosi -ai Bizantini, li assalì; ma venne di nuovo battuto (431). -Conseguenza di questa disfatta fu che l'Africa si trovò per -qualche tempo come abbandonata al nemico. Aspar tornò -a Costantinopoli, Bonifazio a Ravenna, dove Placidia, ricordando -i servigi che questi le aveva resi, quando essa -era combattuta da Ezio, la cui presunzione cresceva sempre, -lo accolse con gran favore, facendo capire a tutti che -lo preferiva. Così l'odio fra i due generali si accese, e -finalmente vennero presso Rimini a battaglia. Secondo -alcuni Bonifazio vinse, ma ebbe una ferita mortale, di cui -poco dopo morì. Secondo altri, la vittoria invece fu di -Ezio, il quale potè prendere i beni del rivale, e sposarne -la vedova, quando esso poco dopo morì di malattia aggravata -o cagionata dalla umiliazione patita. E da ciò -sarebbe poi venuta la leggenda del duello, e della raccomandazione -fatta dal morente Bonifazio alla moglie -di sposare il rivale fortunato. -</p> - -<p> -Lo stato delle cose a Ravenna non era di certo consolante. -Placidia, dopo la disfatta di Bonifazio in Africa, -e dopo la morte di lui seguita in Italia, trovavasi alla -mercè di Ezio, il solo generale valoroso che ella ora -avesse. E questi, sempre ambizioso, diveniva ogni giorno -più imperioso. La Gallia e la Spagna erano corse dai barbari, -che d'ogni parte s'avanzavano; i Vandali correvano -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -anch'essi liberamente saccheggiando l'Africa. Questi erano -però in così piccolo numero di fronte alla vastità del -paese occupato, da non sentirsi punto sicuri di resistere -vittoriosamente ad un esercito che venisse da Ravenna, -e che poteva essere rinforzato da nuove genti mandate -da Costantinopoli. E così da ambo i lati si trovarono -disposti, pel momento almeno, alla pace, che fu infatti -conclusa il dì 11 febbraio 435 ad Ippona. Ai Vandali -venne concesso d'abitare il paese già conquistato, compresa -una parte della provincia di Cartagine; non la -città stessa, nè il suo territorio, che restavano ancora -ai Romani, cui si doveva pagare un tributo. Ma ben -presto i patti furono violati, e nel 439 Genserico, profittando -della guerra che i Romani avevano nella Gallia, -s'impadronì di Cartagine. Essendo così in possesso dei -migliori porti della costa, cominciò le sue escursioni marittime -nelle isole vicine, massime in Sicilia, dove già sin -dal 440 s'era avanzato saccheggiando. Intanto crescevano -per l'Impero i pericoli nella Gallia, dove sempre nuove -genti erano richieste; e si venne perciò nel 442 ad una seconda -pace, per la quale i Romani ritenevano la Mauritania -e la Numidia occidentale; ai Vandali restavano la Sicilia, -la provincia di Cartagine o Proconsolare, la Bizacena, la -Numidia orientale. Allora cominciava a governare in Ravenna -Valentiniano III, che aveva ormai raggiunto la -maggiore età, e fin dal 437 aveva sposato Eudossia, figlia -di Teodosio II. -</p> - -<p> -Con la pace del 442 ai Vandali non era stato solamente -permesso d'abitare il paese come federati; era stata invece -fatta una concessione incondizionata d'occuparlo, -il che finora non s'era consentito mai a nessuno dei -barbari. Si ammetteva così un vero e proprio smembramento -dell'Impero; cominciava uno stato di cose affatto -nuovo. Bisogna però notare che, sebbene i Vandali fossero -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -tenuti, ed erano veramente fra i barbari più crudeli, -la loro occupazione riusciva, sopra tutto alle classi inferiori, -assai meno gravosa che non si è creduto. Essi si concentrarono -principalmente nella provincia di Cartagine, -tenendosi uniti, ed impadronendosi delle terre, che divisero -fra di loro, possedendole senza pagar tasse. Nelle -circostanti province Genserico serbò per sè vasti possessi. -Quelli che in tutto ciò gravissimamente soffrirono furono -i latifondisti, spogliati di ogni avere, ridotti, quando non -emigravano, alla condizione di ministeriali, dipendenti, -qualche volta anche di schiavi; costretti ad amministrare -o coltivare pei Vandali le terre che una volta avevano -possedute, a cedere perfino la loro proprietà mobile. E -con essi venne oppresso il clero, che era anch'esso latifondista, -e che dai Vandali ariani fu sempre crudelmente -trattato. I coloni, i contadini, gli artigiani delle città rimasero -più o meno nelle condizioni di prima. E la stessa -oppressione dei grandi proprietari non fu generale, restringendosi -principalmente alla provincia di Cartagine. Il -territorio occupato era così vasto, che la parte maggiore -sfuggiva di necessità non solo alla oppressione, ma anche -all'azione diretta del nuovo governo, troppo rozzo e primitivo, -in confronto del romano, per far sentire al pari -di questo il peso della sua fiscalità. Le altre province furono -come abbandonate a loro stesse, lasciandovi i Vandali -l'antica amministrazione romana, sottoponendole a -gravi tasse, che tuttavia non raggiunsero mai la regolarità -persistente, continua, opprimente di quelle riscosse dagli -agenti imperiali. Qualche cosa di simile avvenne anche -nella Spagna e nella Gallia, dove si lasciarono sopravvivere -le assemblee provinciali dei notabili per gli affari -amministrativi. Colà i Visigoti ed i Burgundi pigliarono -due terzi delle terre. Ma anche questo peso, per quanto -odioso, ricadeva principalmente sui soli latifondisti. Nell'Africa, -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -è vero, la oppressione esercitata dai Vandali fu -più grave assai; era, però limitata ad una parte sola del -territorio occupato. Grande fu nondimeno contro di essi -l'odio degli spossessati e di tutto il clero, il quale, dove -non veniva espropriato, era oppresso dalla intolleranza religiosa. -E così si mantenne sempre vivo un rancore universale, -anche da parte di coloro che erano meno oppressi, -il che fu poi causa non ultima della rapida rovina dei Vandali -quando i Bizantini vennero in Africa. Ma che la oppressione -barbarica fosse davvero minore che non si crede, -è confermato dal fatto che Salviano, scrittore del quinto -secolo, dopo aver detto «che tutto nei barbari, persino il -loro stesso odore, era odioso ai Romani,» poteva aggiungere, -«che assai spesso questi, specialmente i poveri, preferivano -la oppressione barbarica alla imperiale. Le assemblee -dei ricchi Romani, egli diceva, impongono le -tasse, ma essi non le pagano, le fanno pagare ai poveri. E -quando per caso vengono scemate, il sollievo non va a questi, -ma ai ricchi. Così, se si tratta di pagare tocca al popolo; -se invece si tratta di scemare il peso delle tasse, si opera -allora come se le pagassero solamente i ricchi. I Franchi, -gli Unni, i Vandali ed i Goti non conoscono queste infamie.»<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a> -Bisogna però aggiungere che tutto ciò non era -effetto di virtù o sentimento di giustizia; era invece conseguenza -naturale d'un governo troppo imperfetto e rozzo, -per riuscire a stendere su tutto il paese occupato una fitta -rete amministrativa, cui nulla potesse sfuggire. -</p> - -<p> -In questo mezzo Galla Placidia, che aveva quasi raggiunto -i sessant'anni, moriva (27 novembre 450). Essa non -ebbe di certo nè un grande ingegno nè un grande carattere; -ma la sua accortezza e fermezza, paragonate con -la incapacità di suo figlio, parvero a molti assai maggiori -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -che non furono. Essa potè continuare a governare per un -quarto di secolo fin quasi alla sua morte; ed in un tempo -di aspre lotte religiose, essendosi appoggiata costantemente -al clero cattolico, questo assai naturalmente ne -esaltò la memoria. Sostenuta, come figlia di Teodosio, -dal principio della ereditaria legittimità, che le assicurava -il favore di Costantinopoli; aiutata non poco -dalla sua straordinaria bellezza, che le dava un grande -ascendente sugli uomini, potè esercitare un'azione efficace -e costante sulla politica del suo tempo. Chi anche -oggi visita Ravenna, città unica al mondo pei monumenti -del quinto secolo, che sola possiede in Italia, e -vede le molte chiese innalzate colà da Placidia, in una -delle quali essa ha la sua tomba accanto a quella d'Onorio -suo fratello, di Costanzo suo marito e del loro figlio Valentiniano; -chi vede i molti monumenti, gli splendidi mosaici, -e ode le varie leggende che la ricordano, deve riconoscere -la grande azione esercitata da lei in Ravenna. Il -suo spirito sembra anche oggi presente fra quelle mura. -Ma con tutto ciò, in parte per le condizioni dei tempi, -in parte per le qualità stesse che ella ebbe, la politica che -intorno a lei si fece fu una politica d'intrighi e di gelosie. -E non ostante qualche guerra condotta, tanto nell'Africa -quanto nella Gallia, con molto valore, ma con -poca fortuna, si finì col veder l'Impero andarsi sempre -più decomponendo e smembrando. Sotto di lei infatti le -province cominciarono, l'una dopo l'altra, a staccarsi dall'Italia, -che rimase come isolata ed abbandonata a se -stessa. Morendo, Placidia lasciava l'Impero nelle mani -deboli ed incapaci del figlio Valentiniano III, in un momento -che era già grave, e stava per divenire gravissimo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -</p> - -<h3 id="cap1-9">CAPITOLO IX -<span class="smaller">Attila e gli Unni — La battaglia di Châlons — Il -generale Ezio — Papa Leone I</span></h3> -</div> - -<p> -Il problema che si presentava adesso nella storia di -Europa, osserva il Ranke, era questo: i popoli latini e -germanici, variamente sparsi e mescolati fra di loro, -potevano amalgamarsi, fondersi insieme, dando origine -ad un popolo solo, ad una civiltà nuova? O pure uno di -essi doveva necessariamente sottomettere l'altro, levandogli -del tutto la propria fisonomia? Un grande ed inaspettato -avvenimento contribuì non poco ad avvicinarli -di fronte ad un comune nemico. -</p> - -<p> -Gli Unni, di stirpe, come vedemmo, affatto diversa dai -popoli latini e germanici, erano rimasti per mezzo secolo -nell'antica Dacia, al di là del Danubio. Fra di essi e l'Impero -si trovavano le popolazioni germaniche, che da loro -erano state spinte verso l'occidente. Più tardi Alarico -era coi suoi Visigoti entrato per la Porta Salara; i Vandali, -gli Svevi, gli Alani avevano passato il Reno. Tuttavia le -relazioni degli Unni coll'Impero durarono lungamente -abbastanza amichevoli, avendogli essi più di una volta -reso utili servigi, col mandare in suo aiuto soldati, i -quali combatterono accanto alle legioni. Questo contribuì -ad insegnar loro una parte della disciplina romana, al -che si aggiunse che, avendo Attila adoperato nell'amministrazione -anche qualche Greco e qualche Romano, -potè renderla più ordinata. Certo è che il suo regno -s'era andato estendendo con una straordinaria rapidità, -aggregandosi nuovi popoli, i quali restavano sotto i propri -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -capi, che dipendevano da lui, divenendogli subito obbedienti -e devoti. Un tale processo d'ingrandimento pareva -che si potesse continuare all'infinito sino a che -durava l'autorità del comandante supremo. E intanto, -secondo l'espressione del Thierry, la valle del Danubio -somigliava ad un immenso formicaio di popoli, rovesciato -a un tratto. Essi facevano da ogni lato, specialmente -nell'Impero, escursioni minacciose, tanto che Teodosio II -ricorse all'uso, sempre frequente in Costantinopoli, di -pagare ad Attila un tributo, perchè insieme coi suoi restasse -tranquillo. Ma ciò dava invece pretesto a nuove -minacce, perchè i barbari solevano chieder sempre che il -tributo venisse aumentato, e non ottenendolo, tornavano -ai saccheggi. -</p> - -<p> -Nel 445 Attila, dopo la morte del fratello Bleda, che -forse da lui stesso era stato fatto uccidere, si trovò solo -alla testa degli Unni. Per le sue selvagge crudeltà, egli è -nella storia conosciuto col nome di <i>Flagellum Dei</i>. Basso -di statura, di testa grossa, naso schiacciato, occhi piccoli, -aveva il colore olivastro dei Tartari, agitava lo sguardo -feroce a destra ed a sinistra: v'era nel suo incesso qualche -cosa che gli dava veramente l'aspetto d'un dominatore -di popoli. Non si può dire però che fosse un genio -militare, perchè, oltre alle sue molte scorrerie, -saccheggi e stragi, una sola grande battaglia esso dette, -e la perdè. Non mancò a momenti d'una certa generosità, -e quasi grandezza d'animo, per quanto ciò era -possibile in un barbaro come lui. Ma pur singolare assai -dovette essere la sua potenza di comandare e di organizzare, -essendo riuscito ad aumentare di molto i popoli che -lo seguivano, fra i quali erano Gepidi, Alani, Ostrogoti, -Svevi. E si formò così uno dei più vasti regni conosciuti -nella storia. Secondo gli scrittori contemporanei infatti, il -dominio di Attila s'estendeva dalla Scandinavia alla Persia, -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -e minacciando Persepoli, confinava da una parte -colla China, da un'altra coll'Impero. In sostanza però -questa era più che altro una vasta agglomerazione di -popoli indipendenti, sotto di lui confederati, e che a lui -obbedivano, quando sapeva secondarli nelle loro voglie -di guerra e di rapina, dalle quali egli stesso cavava profitto. -Il potere effettivo e diretto lo esercitava nella -Transilvania e nell'Ungheria. Dovendo però contentare -e tenere occupate tutte queste genti irrequiete e feroci, -egli fu per diciannove anni, dal 434 al 453, come una -spada di Damocle sull'Impero d'oriente e su quello d'occidente, -i quali perciò si trovarono finalmente uniti contro -il comune nemico. -</p> - -<p> -Ambasciatori andavano ed ambasciatori venivano da -Costantinopoli e da Ravenna alla Corte di Attila, e viceversa. -Invano si cercava di frenare le pretese sempre -crescenti di quel barbaro, che si tirava dietro così sterminata -moltitudine di popoli. Sin dal 433 due oratori -erano stati mandati da Teodosio alla Corte degli Unni, -sui quali regnavano allora i due fratelli. Si presentarono -ad Attila, che li ricevette a cavallo, e neppur essi scesero -di sella. Il resultato dell'ambasceria fu, che bisognò -rassegnarsi a raddoppiare il tributo, che l'Impero -d'oriente pagava. Ma non bastava; e non molto dopo -Attila richiedeva minacciosamente gli arredi sacri d'una -città da lui presa, sebbene fossero stati già impegnati -per grossa somma di danaro. Il più singolare pretesto -di guerra fu però un altro. Onoria, sorella di Valentiniano -III, era stata nella sua età di sedici anni -scoperta in intrigo amoroso con un basso ufficiale della -Corte di Ravenna, e fu per punizione mandata dalla -madre a Costantinopoli. Ivi il Palazzo pareva divenuto -un convento, e Teodosio II passava la vita raccogliendo -reliquie di santi, miniando manoscritti religiosi. Egli -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -era sempre dominato dalla sorella Pulcheria, che nel -421 gli aveva fatto sposare Atenaide, figlia d'un filosofo -greco, battezzata col nome di Eudocia. Tutti della -Corte passavano colà la vita in orazioni, salmi, visite -ai poveri, processioni; e però, quando Onoria vi -giunse, si sentì come chiusa in una carcere. Si narra -che per disperazione ricorresse allora allo strano partito -di mandare il proprio anello ad Attila, perchè venisse -a liberarla, accogliendola fra le molte sue mogli. Attila -avrebbe dapprima fatto della singolare proposta il conto -che si meritava. Ma più tardi, quando voleva attaccar -lite con l'Impero, se ne valse di pretesto per chiedere -non solo la mano d'Onoria, ma anche l'eredità cui essa -aveva, secondo lui, diritto. Nel 447 s'era avanzato fin -sotto le mura di Costantinopoli, obbligando colle minacce -Teodosio a triplicare il sussidio o tributo come lo chiamava. -Ogni anno con nuove ambascerie aggiungeva domande -a domande, pretese a pretese. -</p> - -<p> -Fra queste ambascerie, ve ne fu una notevole fra -tutte, perchè ne abbiamo assai minuta e autentica descrizione -da chi ne fece parte. Nel 448 arrivarono a -Costantinopoli Edecone, che alcuni credettero padre di -Odoacre, il primo re barbaro in Italia, ed Oreste, padre -di quel Romolo Augustolo, che fu l'ultimo degl'Imperatori -d'occidente. Essi fecero varie domande, fra -cui la restituzione d'alcuni Unni fuggitivi. E mentre -che di ciò si trattava, un eunuco della Corte, promettendo -danaro a Vigila, che era l'interpetre di quegli ambasciatori, -fece, per mezzo suo, la proposta di far uccidere -Attila. Edecone finse d'accettarla con animo però di rivelar -poi tutto al suo Signore. E intanto, perchè meglio -rimanesse nascosta la tenebrosa trama, si faceva, insieme -cogli ambasciatori d'Attila, partir Massimino ed il retore -Prisco, quello che ci descrisse il viaggio, lasciandoli -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -ambedue affatto ignari della tenebrosa trama ordita accanto -a loro. E ciò perchè, ingannati, potessero inconsapevolmente -ingannar meglio Attila. Menavano con -loro diciassette fuggitivi Unni che dovevano restituire. -Con essi, con Edecone, Oreste e Vigila traversarono -paesi disertati dalle ripetute scorrerie degli Unni, trovando -il suolo sparso di ossa e di teschi umani, e città -quasi distrutte, nelle quali erano rimasti solo pochi vecchi -e malati abbandonati. Passato il Danubio, arrivarono alla -tenda di Attila, che tornava allora da una razzìa. Questi -accolse i donativi; ma, sdegnato nel veder soli diciassette -fuggitivi, rimandò indietro l'interpetre a chiedere gli -altri, e invitò i due inviati di Costantinopoli a seguirlo -più oltre nel paese, là dove era il suo palazzo, e dove -avrebbe dato loro risposta. -</p> - -<p> -Così Massimino e Prisco s'avanzarono nell'Ungheria, -traversando i fiumi sopra alberi scavati o tavole connesse, -e giunsero alla capitale unna. Colà videro Attila -che arrivava a cavallo, preceduto da fanciulle, le -quali cantavano canti nazionali; e passarono tutti sotto -veli tenuti distesi da altre giovanette. Il re si fermò -a cavallo dinanzi alla porta del suo primo ministro, la -cui moglie uscì ad offrirgli cibo e vino, mentre altri -tenevano una tavola d'argento accanto a lui. Il palazzo -di Attila era come una grossa capanna costruita -con tavole di legno, non senza qualche eleganza. Intorno -ad essa si vedevano sparse le abitazioni delle sue -varie mogli. Un solo edifizio di pietra si trovava colà, ed -era un bagno costruito da un Romano. Ma ciò che v'ha di -più notevole in questo singolarissimo viaggio, è il dialogo -di Prisco con un Greco, che era a servizio degli Unni, dei -quali aveva adottato il costume e gli abiti. — Qui, egli -diceva, esaltando i barbari, quando non c'è guerra, si -gode una piena libertà. Ma voi state male nella guerra -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -e peggio nella pace. Chiamate gli stranieri a difendere -l'Impero, perchè i vostri tiranni non vi lasciano libero -neppure l'uso delle armi, e siete oppressi dal fisco, -dalle spie, dalla grande disuguaglianza: i ricchi sfuggono -alle pene ed alle tasse, che s'aggravano invece -sul povero. Tutto dovete pagare, perfino chi difende -i vostri diritti. — Al che Prisco rispondeva: — Ciò dipende -dalla divisione del lavoro, e dal concedere a ciascuno -la dovuta mercede. Noi non possiamo, al pari di -voi, ammazzare gli schiavi, ma cerchiamo invece come -padri correggerli. Le vostre pretese libertà si restringono -nel poter tutti andare alla guerra, senza disciplina. -Abbiamo leggi a difesa di ogni giusto diritto. -È sacra per noi anche la volontà dei morti, che possono -per testamento lasciare a chi vogliono i loro averi. — Ah! -sì, esclamò piangendo il Greco, le leggi son -buone, la legislazione romana eccellente; ma chi le -esegue, chi le rispetta? I vostri governanti, non più -degni dei loro antenati, spingono lo Stato alla rovina. — -</p> - -<p> -Dopo aver visto Attila rendere sommaria giustizia dinanzi -al suo palazzo, i due inviati s'incontrarono cogli -ambasciatori d'Occidente, dai quali sentiron dire che -esso si teneva padrone del mondo, voleva comandare a -tutto l'Impero, e si reputava invincibile, credendo possedere -la spada di Marte. Un contadino l'aveva scoperta, -confitta in terra, fra l'erba, andando dietro le tracce di -sangue d'una sua bestia, che vi s'era ferito il piede nel -camminare. Finalmente assisterono ad un gran banchetto -nella sala del palazzo reale. Attila sedeva sopra una specie -di canapè, dietro cui erano scalini, che conducevano ad un -letto nascosto da cortine. Accanto a lui sedeva silenzioso -il suo primogenito, alla loro destra ed alla sinistra erano -il primo ministro Onégesh, ed un nobile Unno. «Così neppur -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -questi posti furon serbati a noi», osservava Prisco. Di -fronte erano i figli del re; intorno alla sala, lungo le mura -di legno, stavano i convitati, ai quali fu portato in giro del -vino, e poi servito il cibo su piccoli deschi, ciascuno per -tre o quattro persone: su di essi erano piatti d'argento -e coppe d'oro. Attila invece, con grande semplicità, mangiava -solo carne su piatti di legno, e di legno erano anche -le coppe. Nè l'elsa della sua spada, che dietro di -lui pendeva, nè la briglia del suo cavallo, nè i fermagli -dei suoi stivali erano, secondo il costume barbarico, ornati -di pietre preziose. Verso sera si cantarono, fra un -generale entusiasmo, canzoni in lode delle imprese di lui. -E poi vennero buffoni, fra cui un Moro, nano e gobbo, -coi piedi torti, che fece ridere tutti, meno Attila, il quale -ne pareva piuttosto disgustato. Sebbene egli si dimostrasse -assai irritato, per aver saputo della trama contro -di lui ordita, pure gli oratori, che sinceramente negarono -tutto, dopo lunghe trattative, obbligandosi a pagar nuove -somme di danaro, par che riuscissero finalmente a concludere -un accordo temporaneo. -</p> - -<p> -Nel 450 però lo stato delle cose mutò affatto. Teodosio -moriva per una caduta da cavallo, senza lasciar figli maschi. -La moglie Eudossia era da più tempo in esilio per -accusa d'infedeltà. Successe la sorella di lui Pulcheria -con Marciano, soldato valoroso, avanzato in età, cui pel -bene dello Stato ella dette nome di marito, a condizione -di non avere nessun contatto con lui. Ed egli cominciò -a governare, condannando a morte l'eunuco Crisafio, -che aveva ordito la trama segreta contro la vita di -Attila. Ciò fece credere che il nuovo Imperatore volesse -rendersi benevolo il re degli Unni. Ben tosto -però si vide che egli non era della tempra mite di Teodosio -II, perchè quando Attila, con le solite minacce, -richiese il pagamento del tributo, rispose subito: «Agli -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -amici i doni, ai nemici il ferro.»<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> Così la guerra si -poteva ritenere ormai inevitabile. -</p> - -<p> -Attila si trovava allora nell'auge della sua potenza, alla -testa d'un formidabile esercito, che alcuni fanno ascendere -a 500, altri a 700 mila uomini. Tutto era pronto per mettersi -in moto; bisognava solo decidere se attaccar l'Oriente -o l'Occidente. Ad attaccar l'Oriente, che era più vicino, -sarebbe stato necessario traversare un paese già più volte -saccheggiato, per trovarsi poi sotto le mura di Costantinopoli, -posizione fortificata, che avrebbe presentato una -formidabile resistenza, specialmente ora che Marciano -era deciso a difendersi. Inoltre un esercito barbarico -come quello di Attila, composto di genti assai diverse, -se non vinceva nel primo impeto, facilmente poteva disciogliersi. -Nell'Occidente invece, sebbene più lontano, -tutto pareva che promettesse una facile vittoria agli -Unni. L'unico generale che vi fosse, era Ezio, valoroso -di certo, ma stato sempre in buoni termini con -Attila, e più volte da lui aiutato. La Gallia era occupata -quasi tutta da barbari fra loro in discordia. Una parte -dei Franchi già incitava gli Unni a passare il Reno. Il -forte regno dei Visigoti era alleato dei Vandali, che -promettevano di secondare l'impresa di Attila con uno -sbarco nella Gallia meridionale. Pretesti di guerra a lui -non mancavano mai. Chiese allora appunto non solo la -mano d'Onoria, che gli aveva mandato il proprio anello, -ma anche la parte d'Impero che le sarebbe, secondo lui, -spettata in dote. E quando gli fu risposto, che essa era -già moglie d'un altro, disse che lo avevano fatto per -non darla a lui, e ordinò ai suoi di avanzare. -</p> - -<p> -Se non che, lo stato delle cose in Occidente era in -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -realtà ben diverso da quel che pareva, e che Attila credeva. -Prima di tutto Teodorico re dei Visigoti, uomo di -molto valore, non che essere avverso ai Romani, inclinava -non poco ad essi. Egli, è ben vero, aveva data la propria -figlia in isposa al figlio di Genserico, e così s'era legato -con vincolo di sangue ai Vandali, nemici acerrimi -del nome romano. Ma Genserico, credendo o fingendo -di credere, che la figlia di Teodorico lo volesse -avvelenare, l'aveva rimandata al padre, mutilata del naso -e delle orecchie. Così l'alleanza s'era mutata in nimicizia -mortale, che richiedeva una delle sanguinose vendette -barbariche. Il generale Ezio era stato amico degli -Unni, ma si trovava in una posizione simile a quella -di Stilicone; anzi, se questi era stato un barbaro romanizzato, -egli era invece un Romano lungamente vissuto -coi barbari. Non si poteva quindi supporre che, quando -l'Impero si fosse trovato in guerra cogli Unni, Ezio -potesse esitare, e non sentire scorrere nelle sue vene -il sangue romano. Ma v'era di più. Gli Unni, essendo di -sangue e di razza diversa affatto da quella dei Germani -non meno che dei Romani; essendo nomadi, pagani e poligami, -la loro vittoria sarebbe stata un trionfo della barbarie -orientale, delle popolazioni turaniche e tartare sulle -ariane. Sarebbe stato come se i Persiani avessero vinto -a Salamina, o i Turchi a Lepanto. La storia del mondo -avrebbe potuto non poco mutare il suo cammino. In ciò -stava la grande importanza storica della prossima lotta. -Tutto dipendeva ora dal sapere se i Visigoti erano di -ciò consapevoli, e se nell'interesse comune di razza e -di civiltà, si sarebbero uniti ai Romani. Ezio, per mezzo -del suo amico Avito, cittadino autorevolissimo dell'Impero, -seppe indurli a stringere l'alleanza. Lo scontro decisivo -s'avvicinava a gran passi. -</p> - -<p> -Nel 451 Attila, passato il Reno, s'avanzava saccheggiando -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -il paese, trucidando gli abitanti, che sembravano -incapaci di resistenza, salvo in alcune poche città, nelle -quali lo spirito religioso s'accendeva contro la pagana -barbarie. Dopo infatti che Metz e Rheims furono desolate, -santa Genoveffa riuscì ad animare la popolazione, -assai scarsa allora, di Parigi, che restò, come per miracolo, -incolume. Orléans, resa più tardi assai celebre dalla -difesa di Giovanna d'Arco, fece anche allora viva resistenza, -per eccitamento del suo vescovo, il quale, quando -la vide d'ogni parte circondata, andò ad avvertire Ezio, -che non era possibile tener testa all'onda sterminata dei -nemici oltre il 24 giugno. E già la città era agli estremi, -quando apparvero gli eserciti riuniti di Teodorico e di -Ezio, che obbligarono Attila a retrocedere, per apparecchiarsi -alla battaglia, la quale non molto dopo ebbe -luogo, fra Châlons sur Marne e Troyes. Anche questa -seconda città, che era aperta e poteva facilmente essere -saccheggiata, fu salva per opera del suo vescovo Lupo, -il quale seppe in modo singolare, quasi misterioso, imporre -rispetto ad Attila. -</p> - -<p> -Questi, secondo il suo costume, prima di cominciar la -grande battaglia, fece consultar le viscere degli animali, e -la risposta degli auguri fu, che gli Unni avrebbero perduto, -ma che il generale nemico sarebbe morto. Ciò lo impensierì -non poco; pure i due eserciti s'attaccarono finalmente -(451). Gl'Imperiali si schierarono, ponendo al centro -gli Alani, di cui non parevan molto sicuri. A destra erano -i Romani, comandati da Ezio; a sinistra i Visigoti, comandati -da Teodorico. Invece Attila stette al centro coi suoi -Unni; a destra e sinistra pose i popoli a lui confederati: i -Gepidi e gli Ostrogoti erano di fronte ai Visigoti. Questa -battaglia, notevolissima per la sua storica importanza, fu -anche una delle più terribili che si ricordi. <i>Bellum</i>, dice -Jordanes, <i>atrox, multiplex, immane, pertinax, cui simile -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -nullum narrat antiquitas.</i> Ed aggiunge che il sangue -versato fu tale e tanto, che mutò in grosso e rosso -torrente un vicino ruscello, <i>liquore concitatus insolito, -torrens factus est cruoris augmento</i>: e in esso dovevano -dissetarsi i feriti! I Visigoti si batterono con -molto valore, ma Teodorico perde la vita sul campo. -Attila fece coi suoi sforzi sovrumani, e pareva un -leone ferito. Ma ben presto cominciò a dubitare del resultato -finale, tanto che aveva fatto apparecchiare un -monte di selle, per farsi su di esse bruciar vivo, se la -fortuna gli fosse stata veramente avversa. Jordanes -afferma che in quel giorno morirono 162,000 combattenti, -senza tener conto di 15,000 caduti in uno scontro -precedente. Idazio fa arrivare i morti a 300,000. Ciò -dimostra la parte non piccola, che in tutte queste notizie -ebbe la fantasia, allora e per molto tempo di poi. Una leggenda -posteriore illustrata dalla poesia e dalla pittura, aggiunge -che, nella notte seguita alla battaglia, si videro in -cielo le anime dei morti affrontarsi, e cominciar di nuovo -a combatter fieramente fra di loro. Certo è che, sebbene -l'esito della battaglia non fosse stato veramente decisivo, -pure Attila si ritirò. E così, essendo morto Teodorico, si -potè affermare che la profezia fatta dagli auguri si era -avverata. Il merito principale del felice resultato fu certo -di Ezio, che, oltre all'essersi mostrato soldato assai coraggioso -e di gran valore strategico, era riuscito ad assicurare -all'Impero l'alleanza dei Visigoti. Ma pareva fatale -che il suo destino dovesse sempre somigliare a quello -di Stilicone. Infatti, non avendo egli inseguito Attila, subito -si disse che tradiva, che non voleva la totale distruzione -dei nemico, per non lasciar divenire ancora più potenti -i Visigoti, i quali avevano, secondo lui, già troppo -contribuito alla vittoria. La verità è invece, che i Visigoti -proclamarono sul campo stesso di battaglia il successore -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -di Teodorico nella persona di Torismondo, che dovè subito -ritirarsi nel suo regno, per rafforzare la propria posizione -già assai incerta e combattuta. Così non era facile -allora misurarsi nuovamente con Attila, il quale -dapprima, non vedendo che lo inseguivano, temette di -qualche agguato; ma poi, fattosi anime, ripassò il Reno, -e si ritirò nella Pannonia, per riordinare i suoi ed apparecchiarsi -a nuove imprese. -</p> - -<p> -Pareva che egli meditasse ora d'andare a Roma, giacchè -s'avanzò subito verso l'Italia, e nel 452 era già -sotto le mura d'Aquileia, dove trovò una così tenace resistenza, -che stava per levare, scoraggiato, l'assedio. -Narra però la leggenda, che in quel momento appunto -vide alcune cicogne le quali, volando coi figli, abbandonavano -la città; il che gli fece capire che dentro le mura -non c'era più cibo per nessuno. Sospese quindi l'ordine di -ritirata, e poco dopo la città si arrese a lui, che la distrusse -a segno tale da lasciarne appena le vestigia. Altino, Concordia, -Padova sopportarono la stessa sorte; altre terre -si salvarono dalla distruzione, aprendo le porte e sottomettendosi, -senza resistenza, al saccheggio. -</p> - -<p> -Questi sono i fatti che fecero in Italia dare ad Attila -il nome di <i>Flagellum Dei</i>, e spinsero i profughi d'Aquileia -e delle vicine città a riparare nella laguna veneta, -dove fu così fondata la città di Venezia, unica al mondo -per la sua storia, la sua posizione e la sua incantevole -bellezza. Molti fiumi, come l'Adige, la Brenta, la Piave, -il Tagliamento, il Po ed altri, a breve distanza, l'uno dall'altro, -sboccando nel mare Adriatico, e quasi tutti, eccettuato -il Po, scendendo rapidamente dai monti vicini, portano -sassi che, secondo la grossezza ed il peso, si arrestano -più o meno lontano dalla riva. Così si formarono prima la -Laguna, e poi il Lido, che costituisce dalla parte del mare -come un forte antemurale, superato il quale, può navigare -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -nella Laguna solamente chi ne è assai pratico. Tutto questo -costituisce come una grande fortezza naturale, a sicura -guardia delle isole che vi sono sparse. Su di esse i profughi -italiani, per salvarsi dalle orde finniche degli Unni, -fondarono la città che, come osserva l'Hodgkin, doveva più -tardi eroicamente difendere l'Europa contro i Turchi. -</p> - -<p> -Nulla pareva che potesse ora fermare l'avanzarsi di -Attila verso Roma. Se non che il suo numeroso esercito, -che tutto distruggeva, facendo intorno a sè il deserto, -cominciava a soffrire la fame, e ad essere decimato dalle -malattie. Ezio, è vero, non s'era anche mosso, di che -molti lo accusavano; poteva però da un momento all'altro -apparire. L'imperatore Marciano non solo prometteva di -mandare aiuti da Costantinopoli, ma pareva accennare a volere -esso stesso direttamente attaccare le terre degli Unni. -Tutto ciò poneva naturalmente non poca incertezza nell'animo -di Attila. Pagano, barbaro e feroce, egli era -anche superstizioso. Il nome stesso dell'Impero metteva -a lui, come a molti dei barbari, una specie di spaventoso -terrore, e la fine di Alarico gli era sempre presente. -La religione cristiana, a cui egli non credeva, ma che pure, -pel numero grande de' suoi credenti e per la sua propria -natura, esercitava su tutti una straordinaria azione, -anche a lui ispirava un'istintiva, misteriosa, irresistibile -reverenza. A coloro che in nome di essa autorevolmente -gli parlavano, pareva che non sapesse più che cosa rispondere: -restava confuso. E fu quando era in queste -disposizioni d'animo, che gli venne annunziata una solenne -ambasceria, arrivata da Roma, e della quale facevano -parte l'ex-console Avieno, l'ex-prefetto Trigezio. -La guidava lo stesso capo venerabile della cristiana religione, -il successore di Pietro, il rappresentante di Dio -sulla terra, Leone I, il vescovo di Roma, l'uomo forse -più grande in quel secolo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -</p> - -<p> -Nato da genitori romani, egli univa al suo spirito altamente -cristiano l'antico spirito di Roma. Da questa -unione nasceva e si determinava in lui per la prima volta -chiaramente il concetto della chiesa universale cristiana, -quale possiamo leggerlo anche oggi formulato ne' suoi -discorsi. «S. Pietro e S. Paolo sono, egli diceva, i -Romolo e Remo della nuova Roma, tanto superiore all'antica, -quanto la verità è superiore all'errore. Se -Roma antica fu alla testa del mondo pagano, S. Pietro, -il principe degli apostoli, venne ad insegnar nella -nuova Roma, perchè da essa si diffonda sulla terra la -luce del Cristianesimo.» Questo concetto ricorre continuamente -nei suoi discorsi semplici, chiari, precisi, -pieni di senno pratico. Essi non hanno nulla della passionata -sottigliezza teologica dei Greci, anzi non si occupano -di teologia. Parlano assai poco dei santi e della -Vergine, molto invece di Gesù Cristo; raccomandano -la carità, condannano l'usura. E quando le questioni -teologiche si presentavano inevitabili, egli non disputava, -ma, con uno sguardo sempre sicuro, vedeva quale, -fra le opposte dottrine, era destinata a trionfare nell'interesse -della fede e della Chiesa, e la proclamava -senza esitare. Non fu solo una grande intelligenza, ma -sopra tutto un grande carattere. Mirabile è l'energia, la -fermezza incrollabile di volontà, con la quale, in mezzo -alla tumultuosa, disordinata agitazione di quel secolo, -sostenne l'unità e l'autorità della Chiesa di Roma, fondata -da S. Pietro, che solo ebbe da Dio la facoltà di -legare e di sciogliere, e solo poteva trasmetterla ai -suoi successori. Intorno ad essa vuole raccogliere tutto -il mondo cristiano. «L'autorità regia e la ecclesiastica -debbono, egli diceva, procedere d'accordo. La prima -è data all'Impero per reggere i popoli e difendere la -Chiesa, alla quale è affidato il governo delle anime. -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -Esulta, o Roma, festeggia i natali di S. Pietro e S. Paolo, -pei quali da maestra d'errore sei fatta discepola di verità, -e messa alla testa del mondo, per tenere con l'opera -della religione più alta ancora la tua dignità.» E questi -pensieri non solo riempiono i suoi discorsi, i suoi scritti, -ma animarono tutta quanta la sua vita, formarono, costituirono -il suo carattere; lo misero al di sopra di tutti -i suoi contemporanei. Leone I lavorò continuamente per -sottomettere all'autorità del Papa, come capo della -Chiesa romana i vescovi non solo dell'Occidente, ma -quelli anche della Chiesa d'Oriente. È ben vero che, fin -da quando il Concilio di Sardica (344) sottopose alla decisione -di Roma la questione sorta in Oriente per la -deposizione di Atanasio, i Papi cercaron sempre di fondare -su questo caso speciale un diritto generale a favore -dell'autorità superiore della Chiesa romana. Ma Leone I -dedicò la vita intera a far riconoscere, a porre in atto -questo principio, ed in parte vi riuscì, avendo investito -in nome di S. Pietro un vescovo della Macedonia; il che -voleva dire estendere la sua autorità ecclesiastica in -tutta la Prefettura dell'Illirico, anche in quella parte di -essa che apparteneva all'Oriente. Così apparecchiò l'avvenire, -entrando per la via che doveva essere costantemente -percorsa dai suoi successori, fino al raggiungimento -dello scopo prefisso, di fare cioè di Roma la capitale -della Chiesa universale. Ed è singolare davvero l'osservare -come tutta la storia posteriore del Papato si trovi -già quasi in germe nella mente superiore e nella volontà -incrollabile di questo grande vescovo, e che da esso si -vada lentamente svolgendo attraverso i secoli. -</p> - -<p> -Era questi appunto l'uomo, il quale, animato da quella -fede inconcussa che nulla teme, si presentò ad Attila, -alla testa dell'ambasceria venuta da Roma, come il vero -rappresentante della Città eterna, la personificazione vivente -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -della Chiesa universale, e della sola vera religione, -con la ferma persuasione che tutti ad essa, volenti o nolenti, -dovevano obbedire. L'incontro ebbe luogo nella -state del 452, presso Peschiera. Nessuno sa che cosa il -Papa veramente dicesse ad Attila. Certo è che, dopo il -colloquio, con generale maraviglia, questi si ritirò. Qual -parte abbiano avuto a promuovere una tale risoluzione le -parole e l'autorità del Papa, quale invece v'abbiano avuto -lo stato generale delle cose, e le condizioni difficili in -cui l'esercito unno si trovava allora, non è possibile dirlo. -</p> - -<p> -La leggenda s'impadronì del fatto, dando tutto il merito -a Leone I. Alludendo a lui ed al vescovo Lupo, -che gl'impedì di saccheggiare Troyes, Attila avrebbe -detto: Io so vincere gli uomini; ma un leone ed un lupo -hanno saputo conquistare il conquistatore. Un'altra di -queste leggende fu resa immortale dal pennello di Raffaello, -il quale ci rappresentò nelle sale vaticane Attila -spaventato al vedere dietro del Papa, che tranquillamente -s'avanza a cavallo e gli fa segno di retrocedere, -S. Pietro e S. Paolo librati in aria, colle spade sguainate -e fiammeggianti. Ma quello che rese ancora più singolare, -circondandola di maggiore mistero, la ritirata di -Attila, fu il fatto che, avendo poco dopo sposato una -nuova moglie, finito appena il lauto banchetto nuziale, -venne soffocato da una emorragia. Quella stessa notte -l'imperatore Marciano disse d'aver visto in sogno l'arco -di Attila spezzato. Gli Unni deposero nelle pianure d'Ungheria, -sotto una tenda, il corpo del loro eroe, tagliandosi -il viso col ferro, perchè vi scorresse sangue invece -di lacrime. E intorno alla tenda correva rapidissima una -squadra di cavalieri, cantando canzoni nazionali, le quali -celebravano le doti dell'estinto, e deploravano che fosse -morto, non per mano nemica, non in mezzo ai pericoli di -guerra, ma fra i piaceri e la gioia; e quindi non v'era -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -contro chi vendicarlo.<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> Per gl'Italiani Attila restò sempre -il <i>Flagellum Dei</i>, e tale ce lo rappresentano le loro leggende. -Quelle degli Ungheresi, degli Scandinavi e anche -dei Teutonici ne esaltano invece le gesta. Dopo la improvvisa -sua morte, il vastissimo regno si decompose e -scomparve colla stessa rapidità con cui s'era formato. -</p> - -<p> -Se l'ambasceria di papa Leone è il primo fatto che -ci renda visibile la enorme potenza morale che andava -assumendo il Papato, la battaglia contro gli Unni, che -fu chiamata di Châlons, quantunque avvenuta assai lungi -da questa città, fu a giusta ragione considerata come l'ultimo -fatto eroico dell'Impero di Roma. La vittoria essendo -stata attribuita al generale Ezio, questi fu tenuto come -il salvatore dell'Impero, sebbene non si fosse poi fatto -vivo quando gli Unni s'avanzarono in Italia. Certo esso -era un gran capitano, di valore strategico singolare, di -straordinaria forza muscolare: era perciò instancabile nel -lavoro, che pareva gli aumentasse energia, come si legge -nel suo panegirico. Ma la grande fortuna che ebbe e gli -eminenti servigi che rese all'Impero, ne aumentarono -l'ambizione a segno tale, che voleva farla addirittura da -padrone, e si rese quindi sempre più insopportabile a Valentiniano -III, il quale era senza figli maschi, e gli aveva -promesso in isposa la propria figlia. Ma ora che non -aveva più la paura degli Unni, divenuto orgoglioso e intollerante, -mandava in lungo l'adempimento della fatta -promessa, per la quale Ezio insisteva con tale alterigia, -che l'Imperatore meditò di liberarsene, come Onorio -s'era liberato di Stilicone. Verso la fine del 454 lo invitò -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -al suo palazzo in Roma, e quando egli tornò ad insistere -sul promesso matrimonio, Valentiniano gli saltò -addosso ferendolo colle proprie mani, ed aiutato subito da -sicari ivi apprestati, lo finirono. Procopio racconta che, -avendo l'Imperatore chiesto ad un Romano, se credeva -che avesse fatto bene o male a disfarsi di Ezio, gli fu -risposto: — Se bene o male non saprei; certo è però -che con la sinistra voi avete tagliato la vostra destra. — E -così fu veramente. -</p> - -<p> -L'anno seguente Valentiniano venne ucciso nel Campo -Marzio, mentre guardava i giuochi atletici, da due soldati, -i quali vollero vendicare il loro generale, ed uccisero -poi anche l'eunuco Eraclio, che aveva ordito il -tradimento, facendo la parte stessa di Olimpio contro -Stilicone. Con Valentiniano si estinse affatto la dinastia -di Teodosio, la quale aveva governato settantaquattro -anni in Oriente (379-453), e sessantuno in Occidente -(394-455). Cominciava così per l'Impero un'epoca nuova, -la quale si può dir veramente il principio della fine. -Già la rapida decomposizione cui esso andava incontro -appariva sempre più chiara nello straordinario potere -politico, che erano andate assumendo le donne da un -lato, i generali dall'altro. Dopo la morte d'Arcadio -aveva di fatto governato Pulcheria, la quale ridusse la -Corte ad un convento, e prese poi a compagno Marciano, -che era un capitano valoroso. In Occidente aveva lungamente -governato Placidia, e sotto di lei erano divenuti -potentissimi Bonifazio ed Ezio, il quale ultimo, rimasto -solo, divenne onnipotente fino a che non fu levato di -mezzo a tradimento. Colla estinzione della casa di Teodosio -quei generali simili a capitani di ventura divennero -sempre più frequenti nell'Impero d'occidente, e ne affrettarono -la precipitosa rovina. Intanto ora la sede di esso -era vacante, ed i Vandali s'avanzavano minacciosi, facendo -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -escursioni continue nella Sicilia, nella Corsica, -nella Calabria e più oltre ancora, senza che qualcuno -fosse in grado di opporvisi. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap1-10">CAPITOLO X -<span class="smaller">Massimo Imperatore — I Vandali saccheggiano Roma — Ricimero, -Oreste ed Augustolo</span></h3> -</div> - -<p> -Nel marzo 455 venne eletto imperatore Petronio Massimo, -senatore romano, che era già stato Console e Prefetto: -un uomo di circa sessant'anni, ritenuto avverso alla -dinastia di Teodosio, e però a molti assai poco gradito. -Questo malumore venne aggravato dal fatto che egli -accolse subito fra i suoi protetti i due uccisori di Valentiniano, -il che fece nascere il sospetto che avesse -tenuto mano all'assassinio, di cui ora profittava. S'aggiunse -che volle per forza sposare la giovane Eudossia, -la quale aveva soli trentaquattro anni; era figlia -di Teodosio II, vedova di Valentiniano III, ed avversissima -ad unirsi con un vecchio, creduto assassino del -proprio marito. Tutto ciò fece al solito nascere la -leggenda che, per vendetta, ella avesse invitato a -venire in Italia i Vandali, i quali allora presero e -saccheggiarono Roma. Ma questa notizia, che è data da -Procopio, è ignota affatto ai contemporanei, o è ricordata -da qualcuno di essi con un semplice <i>si dice</i>. -Il tempo che sarebbe corso fra la chiamata e la venuta -dei Vandali è troppo breve, per potere dar fede -alla leggenda. Il dubbio è poi confermato anche dal -fatto, che Eudossia non fu risparmiata, ma venne menata -in Africa, prigioniera colle due sue figlie. In ogni -modo neppure qui v'è bisogno di artificiose spiegazioni, -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -giacchè l'invito d'avanzarsi veniva ai Vandali, che già -più volte avevano fatto scorrerie sulle coste dell'Italia -meridionale, dallo stato d'anarchia in cui si trovava -adesso Roma, priva d'ogni mezzo di difesa, incapace -affatto di qualunque resistenza. I Vandali, uniti ai Mori -d'Africa, coi quali avevano ingrossato il loro esercito, -erano divenuti una specie di pirati, che mettevano terrore -nel Mediterraneo; e le loro selvagge crudeltà venivano -esagerate dalla leggenda. Si raccontava, fra le altre -cose, che quando non potevano subito prendere una città, -facevano strage nel contado, accumulando i cadaveri sotto -le mura di essa, perchè vi scoppiasse la peste, che obbligava -poi la popolazione ad arrendersi; come se in questo -caso non sarebbero stati essi i primi a soffrirne. Certo è -che distruggevano le chiese, trucidavano o pigliavano -prigionieri i prelati, i vescovi: spesso anche li menavano -schiavi. La parola <i>vandalismo</i> è perciò rimasta nel -linguaggio comune. -</p> - -<p> -Per tutte queste ragioni, quando si seppe che i Vandali -erano alle bocche del Tevere, vi fu a Roma come un -timor panico, non avendo l'imperatore Massimo provveduto -a nulla addirittura per la difesa delle mura. Egli -non seppe far altro che dichiarare di lasciar libero -chiunque volesse abbandonare la Città, apparecchiandosi -egli stesso alla fuga. Ma di fronte a questa condotta vigliacca -lo sdegno del popolo romano fu così grande, che -ne scoppiò un tumulto violentissimo. L'Imperatore venne -ucciso, ed il suo cadavere, fatto a brani, con grida feroci -d'imprecazione fu portato in giro per le vie, e poi gettato -nel Tevere. Intanto la Città restava senza Imperatore, -senza governo e senza difesa, contro un barbaro -nemico, che rapidamente s'avanzava. Il disordine e -l'anarchia furono al colmo. V'erano amici della dinastia -teodosiana, che maledicevano l'elezione di Massimo; pagani, -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -che si rivolgevano agli antichi Dei; cattolici, che di -ciò restavano inorriditi, e prevedevano la vicina vendetta -di Dio; barbari soldati in armi, i quali, essendo ariani, invece -d'apparecchiarsi alla difesa, stavano a guardare che -cosa stessero per fare i Vandali, ariani anch'essi. -</p> - -<p> -In mezzo a questo spaventoso disordine, una sola voce -si alzò ferma, dignitosa, sublime, e fu anche questa volta -quella di Leone I. In uno de' suoi più celebri discorsi, -fatto nel giorno di S. Pietro e S. Paolo, egli esclamava: -«Umilia il dirlo, ma non si può tacere, che si -ricorre adesso più ai demoni ed agl'idoli, che agli Apostoli, -e più attenzione si presta ai nuovi spettacoli che -ai beati martiri. Ma chi difende, chi salva questa Città, -i giuochi del circo o la fede nei Santi? Tornate al Signore, -intendendo le cose mirabili che Esso ha operato -per noi, riconoscendo la nostra libertà non già, secondo -l'opinione degli empi, dalla influenza degli astri, ma -dalla misericordia dell'onnipotente Iddio, che s'è degnato -di mitigare il cuore dei furenti barbari.» Questo -discorso, che secondo alcuni (Papencordt) si riferisce -appunto alla venuta dei Vandali, e secondo altri (Baronio -e Milman) alla invasione degli Unni, ci descrive -in ogni modo qual'era in Roma, nella metà del secolo -quinto, lo stato degli animi, e quale la condotta del -Papa. Anche questa volta Leone I fu il solo che osò -uscire dalla Città per affrontare i barbari; ma con Genserico -non potè ottenere lo stesso resultato che aveva -avuto con Attila. I Vandali, insieme coi Mori anche -più selvaggi, erano già vicini alla Città eterna, assetati -di preda e di sangue. Fu tuttavia promesso che le -chiese cristiane non sarebbero state bruciate, che sarebbe -stata risparmiata la vita di coloro che non avessero -fatto resistenza. -</p> - -<p> -Pochi giorni dopo la morte di Massimo, i Vandali entrarono -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -in Roma (giugno 455), aiutati, a quanto pare, dal -tradimento d'un barbaro ariano, che avrebbe insegnato -loro la via più facile. Per quattordici giorni la Città andò -a sacco; e tutto ciò che avevano di prezioso il palazzo -imperiale e i tempii pagani fu messo sulle navi e portato -via: oro, argento, pietre preziose, un gran numero di statue -greche e romane. Lo stesso si fece nella Campania. -Furono imbarcati anche i sacri e venerati arredi, che dal -tempio di Gerusalemme erano stati portati in trionfo a -Roma, e che si vedono ancora oggi scolpiti sull'Arco di -Tito. Sebbene questo fatto sia stato messo in dubbio, esso -trova conferma nel racconto di Procopio, il quale narrò -più tardi, che Belisario li tolse in Africa ai Vandali, e -li portò a Costantinopoli. Certamente si può credere che -la rovina generale di Roma per opera dei Vandali, quale -alcuni la descrivono, sia esagerata, come è provato dal -fatto che, dopo la loro partenza, la Città si trovava tuttavia -piena di chiese e di monumenti splendidi. Ma è -certo pure, che dai tempi di Brenno in poi, essa non -aveva sopportato mai uguale sventura e vergogna. Insieme -colle statue, coi metalli e colle pietre preziose, i -Vandali portaron via moltissimi prigionieri, la più parte -dei quali ridussero in ischiavitù. E fra questi prigionieri -v'erano, oltre un gran numero di religiosi, anche l'ex-imperatrice -Eudossia con le due figlie Eudocia e Placidia. -La prima di esse venne poi da Genserico data in -isposa al suo figlio Unnerico, che così mescolava il sangue -vandalico con l'imperiale; la seconda invece fu con -la madre tenuta sette anni in onorevole prigionia, per -essere finalmente rimandate entrambe in Costantinopoli -all'imperatore Leone, che da lungo tempo le richiedeva. -Tutti gli altri prigionieri vennero divisi come schiavi -fra i barbari conquistatori, separati i genitori dai figli, i -mariti dalle mogli. Grandi furono le loro sofferenze, alleviate -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -solo dalla carità veramente eroica del vescovo -Deogratias in Cartagine. Egli trasformò le chiese in -ospedali per i prigionieri ammalati; vendette gli arredi -sacri d'oro o argento, i vasi preziosi, per comprare e liberare -gli schiavi, riunire i figli ai genitori, i mariti alle -mogli. La sua chiesa divenne l'infermeria generale, nella -quale egli, vecchio com'era, assisteva giorno e notte i -malati, fino a che ne morì di fatica e di stento. I suoi -fedeli lo seppellirono allora devotamente in luogo segreto, -per metterlo al sicuro dalle violenze ingiuriose -dei barbari. E così, in mezzo alla spaventosa rovina del -mondo romano, solo i rappresentanti della religione e -della Chiesa sapevano dar prova di umana dignità e di -eroica grandezza. Certo è che col sacco dato dai Vandali, -l'antica Roma è caduta, la nuova già comincia a -sorgere, facendo prova d'una grandezza diversa, ma -non meno ammirabile. La gloria del Campidoglio più -non esiste, comincia quella del Vaticano. -</p> - -<p> -Lo sgomento in cui rimase l'Italia, dopo la partenza -dei Vandali, fu tale, che per alcuni mesi essa non pensò -punto ad eleggersi un nuovo Imperatore. Se ne occupò -invece il re dei Visigoti, Teodorico II, il quale, secondato -dall'aristocrazia gallo-romana, radunata in Arles, -e dall'esercito romano, fece eleggere Avito, che nel luglio -del 455 assunse la porpora. Questi era un nobile -dell'Auvergne, valoroso soldato di Ezio, che per mezzo -suo era riuscito a concludere l'alleanza dei Visigoti coi -Romani contro Attila. Ma la sua elezione, come quella -che rappresentava la prevalenza della provincia e dei -barbari, piacque poco a Roma ed al Senato, sebbene -venisse approvata a Costantinopoli. -</p> - -<p> -Il pericolo maggiore per tutto l'Occidente, veniva -adesso dai Vandali; e perciò contro di essi Avito mandò -il valoroso generale Ricimero, figlio di padre svevo e -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -di madre gota, il quale era loro acerrimo nemico, e si -mosse subito a combatterli. Nel 456 ottenne contro di essi -una clamorosa vittoria, secondo alcuni nelle acque della -Sardegna, secondo altri, della Corsica; ma in verità par -che si combattesse presso l'una e presso l'altra isola. -Questa vittoria fece di Ricimero un uomo più potente -dello stesso Imperatore. -</p> - -<p> -Egli si trovò a un tratto nella condizione medesima di -Stilicone e di Ezio. Se non che, fatto accorto dalla esperienza -del passato, pensò di non lasciarsi, come era seguito -ad essi, disfare dagl'imperatori; ma invece disfarsi -egli di loro appena che li vedeva divenire a lui pericolosi. -E così, l'un dopo l'altro, ne mandò via dal mondo -quattro, sostituendoli con sue creature, alle quali serbava -sempre la stessa sorte. E fu questo il processo della finale -distruzione dell'Impero d'Occidente, che, per mezzo appunto -di Ricimero, passò definitivamente in mano dei barbari. -Ciò avvenne non solo perchè un generale barbarico -come lui faceva e disfaceva a sua posta gl'imperatori, ma -ancora perchè, lasciando egli correre più mesi tra la morte -dell'uno e l'elezione dell'altro, l'Occidente restava qualche -tempo senza un proprio sovrano. E questi lunghi interregni -finirono col persuadere, che si poteva facilmente -fare a meno di un Imperatore, sostituendovi un barbaro, -ciò che avvenne poi con Odoacre, che assunse il potere -in suo proprio nome. -</p> - -<p> -Primo a subire il duro destino che Ricimero serbava -ai suoi eletti, fu Avito. Quando egli s'avvide che a Roma -non trovava favore, che il barbaro faceva da padrone, -si sentì come mancare il terreno sotto i piedi, e pensò d'andarsene -nella Gallia, dove era stato eletto, per raccogliere -colà un esercito e tornare con esso in Italia, sperando così -di potersi meglio raffermare sul trono. Ma questo suo intendimento -accrebbe invece le antipatie dei Romani, ai -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -quali non poteva certamente piacere il vederlo andare -a cercare aiuto nella provincia, diffidando della capitale. -E nell'ottobre del 456 Ricimero potè arrestarlo a Piacenza, -costringendolo poi a prendere la tonsura ed a farsi -vescovo. Il potere imperiale si trovò allora nelle sue -mani, fino a che egli non si decise a far eleggere un successore. -</p> - -<p> -Uno stato di cose affatto simile si riproduceva quasi -contemporaneamente in Costantinopoli, per arrivare però -ad opposti resultati. Dopo la morte di Marciano, si poteva -dire anche in Oriente estinta ogni traccia della dinastia di -Teodosio. Il potere effettivo cadde del pari nelle mani -d'un generale barbarico, Aspar, il quale era ariano e comandava -i soldati goti. Ciò nonostante, egli fece eleggere -imperatore Leone I, valoroso soldato della Dacia, ortodosso, -che fu acclamato dall'esercito il 7 febbraio 457. -Questi assunse la porpora e fu consacrato dal patriarca -di Costantinopoli, consacrazione che era un fatto assolutamente -nuovo. Si volle forse con essa supplire alla mancanza -d'ogni titolo ereditario. Non parendo che bastasse -la sola acclamazione dell'esercito, si dette alla Chiesa -un'autorità che essa non aveva mai avuta in passato, e -della quale seppe meravigliosamente profittare nell'avvenire. -Se ne avvantaggiò intanto il nuovo Imperatore, -che ben presto dimostrò di essere un uomo atto più a -disfare gli altri che a lasciarsi disfare. -</p> - -<p> -Vedendo che l'Italia dal 456 ai primi mesi del 457 era -rimasta senza imperatore, egli propose che s'eleggesse -Giulio Valerio Maioriano. Questi era stato un altro valoroso -soldato di Ezio, era amico di Ricimero; e dopo -aver con onore combattuto i Vandali, l'aveva aiutato a -deporre Avito, ricevendone in compenso la nomina di <i>Magister -militum</i>. La proposta della sua elezione fu subito -accolta con favore, non tanto da Ricimero, che in sostanza -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -pareva più che altro piegarsi per prudenza alla -volontà di Leone I, quanto dai Romani e dal Senato, i -quali, dopo un imperatore straniero come Avito, ne vedevano -assai volentieri uno che tenevano dei loro. E così -il 1º di aprile, presso Ravenna, Maioriano prese la porpora, -e subito dopo scrisse al Senato una lettera nella -quale, con un linguaggio degno degli antichi tempi di -Roma, assicurava che la giustizia, la virtù, la lealtà -avrebbero sotto di lui trionfato. E fece quanto potè per -mantenere la promessa. Cercò di sollevar le province -dalle troppo gravi tasse, sopra tutto dagli arbitrii del -fisco, che le rendeva ancora più incomportabili; e tutte -le sue leggi furono ispirate da questi nobili sentimenti. -Egli sapeva d'essere stato messo sul trono con uno scopo -più militare, che politico; appoggiandosi quindi al Senato -ed ai Romani, cominciò col tenere a freno le province, -sopra tutto i Visigoti, verso i quali die' prova di grande -energia in una spedizione che fece nella Gallia. -</p> - -<p> -Il pericolo dominante erano però sempre i Vandali. A -combatterli, nell'interesse dell'Occidente e dell'Oriente, -egli s'apparecchiò per tre anni continui, cercando di -mettere insieme un poderoso esercito, che venne ingrossato -ancora cogli aiuti mandati da Costantinopoli. Apparecchiò -una flotta di 300 navi, essendo suo intendimento -andare nella Spagna, e di là passare poi in Africa. -Ma le difficoltà furono assai maggiori che non pensava. -Ricimero sembrava starsene a guardare senza aiutarlo; i -Visigoti nella Spagna gli si mostravano avversi. Genserico, -sempre minaccioso e forte, devastò la costa africana, -perchè il nemico non vi trovasse vettovaglie, ed avvelenò -anche l'acqua dei pozzi. Ma quello che è più, riuscì a forza -d'astuzie e di tradimenti ad impadronirsi d'una parte -della flotta di Maioriano, ed a distruggerne il resto. Se -questi fosse riuscito nella sua impresa contro i Vandali, -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -sarebbe certo divenuto potentissimo, ed avrebbe annullato -la forza e l'autorità di Ricimero. Ma successe invece -il contrario: fu vinto, e dovette ritirarsi umiliato. Traversando -la Gallia, venne poco a poco abbandonato dai suoi -alleati; e giunto al di qua delle Alpi, colla propria guardia, -fu il 2 agosto del 461, a Tortona, affrontato, disfatto -ed ucciso dai soldati di Ricimero, che di nuovo restò -solo padrone in Italia. -</p> - -<p> -Nel novembre egli fece eleggere Libio Severo, che -stette quattro anni sul trono; ma di lui non si sa nulla, -giacchè par che Ricimero continuasse a farla da padrone. -Genserico intanto, il quale non aveva mai dimenticato la -rotta che da questo aveva avuta nel '56, cercava ora di -rendergli avverso Leone I, con la speranza, dopo averli -prima o poi separati del tutto, di riuscire a far eleggere -in Occidente un imperatore di suo gradimento. A tal -fine aveva già mandato a Costantinopoli Eudossia con la -figlia. Ma Ricimero sapeva anche giocare d'astuzia; e -quando dopo la morte di Severo (novembre 465) l'Italia -era restata diciotto mesi senza imperatore, e Leone I -mostrò desiderio che venisse eletto Procopio Antemio, -egli, pigliando la palla al balzo, lo fece subito eleggere -(467), e poco dopo ne sposò la figlia. Così l'Oriente e -l'Occidente si trovarono invece nuovamente alleati, e si -cominciarono insieme grandi apparecchi di guerra, per -farla una volta finita coi Vandali. Si narra che a Costantinopoli -raccogliessero 130,000 libbre d'oro e mille navi, -che partirono con 100 mila uomini nella primavera del 468. -A questa impresa però, con tanta cura apparecchiata, -nocque assai l'attitudine ostile dei due generali barbari, -onnipotenti l'uno a Roma, l'altro a Costantinopoli. Essi -temevano che la vittoria aumentasse, a loro grave danno, -l'autorità dei due Imperatori. E quindi Ricimero colla sua -opposizione fece sì che Maioriano mandasse poca gente -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -all'impresa, alla quale Aspar metteva dal suo lato più -ostacoli che poteva. Fu lui che appoggiò l'infelice idea -d'affidare la direzione della guerra a Basilisco, affatto incapace, -ma fratello della imperatrice Verina che lo aveva -proposto. E così, nonostante il numero preponderante ed -il valore grandissimo dimostrato dai soldati romani, l'impresa -andò a male, per gl'inesplicabili errori commessi -dai generali, sopra tutto da Basilisco. La pubblica fama -accusò di tradimento Aspar e più ancora Ricimero, il -quale in un momento decisivo avrebbe, così almeno si -diceva, impedito che andassero in Africa i rinforzi, necessari -ad assicurare il resultato dell'impresa. -</p> - -<p> -Le conseguenze di questa guerra furono molte e gravi. -L'orgoglio dei Vandali ne crebbe a dismisura, l'Oriente -ne sentì il danno finanziario per moltissimi anni; ma quello -che è più, le relazioni tra Leone I ed Aspar s'inasprirono -per modo da rendere inevitabile un'aperta rottura. Aspar -andava da un pezzo divenendo sempre più insolente. -S'era fatto promettere, che uno de' suoi figli sarebbe stato -assunto dall'Imperatore a compagno nel governo, e più -volte richiese con modi poco rispettosi l'adempimento -della promessa. Queste sue pretese destavano nella popolazione -vivissimo scontento anche perchè egli era ariano. -S'abbandonò poi a una vita dissoluta, e nell'ultima guerra -aveva, come vedemmo, per sua colpa messo a gravissimo -pericolo l'Impero. A tutto questo s'aggiungeva che egli -non aveva nè l'audace energia, nè il valore di Ricimero; -che Leone I non era uomo da rassegnarsi a rimanere -strumento passivo nelle mani d'un suo generale; e i -barbari non potevano mai sperare d'acquistare in Oriente -la forza che avevano in Occidente. Consapevole di tutto -ciò, l'Imperatore aumentò nel suo esercito il numero degl'Isaurici, -montanari indipendenti e valorosi del Tauro. -Con essi cominciò subito a porre un argine alla prepotenza -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -dei Goti e degli altri soldati germanici; e quando -nel 471 gli parve giunto il momento opportuno, per mezzo -di questi suoi nuovi soldati, e di Tarasicodissa loro capo, -che poi gli successe nell'Impero col nome di Zenone, fece -uccidere Aspar. Ordinò anche l'uccisione dei tre figli di -lui; ma uno si trovava lontano, un altro si riebbe dalle -ferite avute, e quindi ne morì uno solo. Per questi fatti -a Leone I fu dato il titolo di <i>Macellus</i>. Egli s'era però -liberato da un padrone incomodo e minaccioso, liberando -l'Impero dalla prepotenza dei Goti e dei loro compagni. -</p> - -<p> -In Italia le cose finirono assai diversamente. Ogni giorno -cresceva la discordia fra Ricimero e l'imperatore Antemio, -che pubblicamente si doleva d'aver dovuto dare sua figlia -in isposa ad un barbaro ancora vestito di pelli. Anche qui -un conflitto era quindi divenuto inevitabile; se non che -la forza e l'accortezza del generale barbarico erano assai -preponderanti. Ricimero trovavasi a Milano, alla testa -d'un esercito, col quale nel 472 mosse addirittura all'assedio -di Roma, dove era Antemio, che aveva sempre il -favore d'una parte della popolazione. Nell'esercito assediante -si trovava Olibrio, un romano, che Ricimero voleva -far salire sul trono dopo d'aver deposto Antemio. E così si -vide un generale dell'Impero assumere la parte d'Alarico, -assediando la Città eterna, dentro la quale era l'Imperatore -stesso. L'assedio durò alcuni mesi, e finalmente -Ricimero entrò in Roma, che s'arrese, parte per fame, -parte per tradimento. Antemio fu ucciso l'11 luglio 472; -poco dopo lo stesso Ricimero morì di emorragia (18 agosto), -e ben presto lo seguì nella tomba Olibrio (28 ottobre). -Così ebbe fine il lungo, confuso e penoso dramma -di Ricimero, che lasciò tuttavia dietro di sè un breve -strascico di avvenimenti non molto diversi da quelli finora -narrati. -</p> - -<p> -Egli era stato per sedici anni il padrone dell'Italia, -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -che per opera sua venne in piena balìa dei barbari. In ciò -sta anzi il suo vero carattere storico. Egli fu il precursore -di Odoacre e di Teodorico, che sono ora per sorgere -sulla scena: quasi anello di congiunzione fra di essi e i -generali Stilicone ed Ezio. Durante la sua vita l'Italia si -assuefece a vedere il potere effettivo esercitato da un -barbaro, spesso anche senza pur l'ombra di un Imperatore, -che questo potere esercitasse almeno di nome. E -non solo essa venne allora in piena balìa dei barbari, -ma si andò sempre più staccando dall'Africa, dalla Spagna, -dalla Gallia, per costituire una nuova unità politica. -I vari elementi che costituivano ancora l'Impero, l'esercito, -cioè, il governo di Costantinopoli e quello di Ravenna, -finirono col venire fra di loro a conflitto, chiudendo -un'epoca, iniziandone un'altra. -</p> - -<p> -Pareva che a Ricimero, nella stessa singolare condizione, -collo stesso potere, dovesse succedere il nipote -Gundobaldo, un soldato burgundo, venuto in Italia per -far fortuna coll'aiuto dello zio. Dopo aver lasciato -per cinque mesi vacante il trono d'Occidente, egli fece -nominare imperatore Glicerio, che era <i>Comes domesticorum</i>, -e fu proclamato a Ravenna il 5 marzo 473. Ma -ora appunto scoppiò il dissenso con Costantinopoli, dove -essendo vicino a morte Leone I, sua moglie Verina, sempre -inframmettente, fece nominare imperatore d'Occidente -Giulio Nepote, suo parente, che però rimase in -Oriente fin verso la metà del 474. Giunto in Italia, esso -venne acclamato il 24 giugno di quell'anno, e vediamo -scomparire dalla scena Gundobaldo, che pare andasse a -prendere il posto di suo padre, re dei Burgundi, allora -morto. Glicerio scomparve anch'esso, senza che si sappia -nè come, nè perchè. Certo è solo che fu costretto a -lasciarsi consacrare vescovo in Dalmazia, e che non molto -dopo morì. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<p> -Del governo di Giulio Nepote, che pur rappresenta la -fine di un periodo storico, sappiamo assai poco. Imposto -da Costantinopoli per opera del partito che aveva colà -vinto i barbari, non piaceva punto all'esercito, che in -Italia era barbarico ed aveva eletto Glicerio. Il fatto più -notevole del suo regno fu la pace conclusa coi Visigoti -della Gallia. Con essa, per salvare l'Italia dalla guerra, -egli concedeva a quei barbari ariani l'Auvergne, che dopo -essersi validamente difesa, voleva rimanere unita all'Impero. -E ciò gli fece perdere la stima dei Romani, senza -fargli riguadagnare quella dei barbari, che già aveva perduta. -Così lo scontento andò sempre crescendo, e finalmente -scoppiò una nuova ribellione, della quale, come -per forza naturale dalle cose, si trovò a capo il generale -Oreste. Questi non ebbe nessuna difficoltà, ora che l'Impero -d'Oriente era in gravissimi disordini, a vincere -Nepote, che, assalito a Ravenna, si rifugiò nell'agosto -del 475 a Salona. Colà si trovava probabilmente ancora -vivo Glicerio, che da lui era stato vinto e costretto a -divenir vescovo in quella stessa città della Dalmazia. -</p> - -<p> -Oreste è l'ultimo di quei generali, che per molti anni -fecero e disfecero gl'Imperatori, tenendo nelle loro mani -il potere, fino a che non lo lasciarono addirittura ai soli -barbari. E questo definitivo mutamento fu compiuto appunto -per mezzo suo. Nato nell'Illirico, egli era d'origine -romana, e tale era anche sua moglie. Aveva però dimorato -lungamente presso Attila, che lo aveva, come vedemmo, -mandato ambasciatore a Costantinopoli. S'andò -così immedesimando sempre più coi barbari; ed è questa -forse la ragione per la quale, riuscito come i suoi predecessori -barbarici ad impadronirsi del potere, non osò -neppur lui assumere la porpora. Osò invece attuare quello -che era stato il disegno invano vagheggiato lungamente -da Stilicone e da Ezio. Fece cioè eleggere imperatore -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -suo figlio, il quale non era vissuto coi barbari, da parte -di madre era più romano di lui: portava il nome di Romolo -Augusto, che per la sua giovane età, venne mutato -in quello alquanto dispregiativo di Romolo Augustolo. E -così, come per ironia della sorte, colui che fu l'ultimo -imperatore d'Occidente, portava il nome del primo re e -del primo imperatore di Roma. -</p> - -<p> -Sembrerebbe che Oreste, alla testa dell'esercito, col -figlio ancora minorenne dichiarato imperatore, avesse dovuto -sentirsi in una posizione incrollabile, tanto più che -ora appunto Genserico, divenuto vecchio, s'era indotto -a concludere con Ravenna e con Costantinopoli una pace, -per la quale, durante due generazioni, l'Occidente e -l'Oriente furono lasciati tranquilli dai Vandali. Ma invece -il germe della debolezza era nascosto appunto là -dove pareva che dovesse essere l'origine della forza. Le -qualità di romano e di barbaro non si potevano facilmente -immedesimare; una delle due doveva soccombere. -In Stilicone noi vedemmo il barbaro soccombere -al romano; in Oreste, pei tempi mutati, avvenne il contrario. -L'esercito, alla testa del quale egli si trovava, era -composto di molti e vari elementi: Turcilingi, Sciri, Eruli, -che tutti poco differivano dai Goti. Questi barbari erano -andati da principio aumentando, mediante una continua -infiltrazione; ed ora che essi formavano addirittura l'esercito -imperiale in Italia, volevano prendervi stabile dimora, -assicurandosi nella pace e nella guerra la propria -sussistenza, come era seguito in altre province occidentali -dell'Impero. Chiesero perciò il terzo delle terre. Ma -qui appunto nacque il conflitto, che doveva portar la rovina -d'Oreste. La concessione delle terre voleva dire -la permanente dimora dei barbari nell'Italia, lasciata -in loro balìa. A questo passo Oreste, che era e si sentiva -di origine romana, non potè decidersi, anzi deliberatamente -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -si oppose. Ne nacque allora una ribellione dei -soldati che lo abbandonarono, levando sugli scudi Odoacre -(23 agosto 476), un barbaro dell'esercito di Ricimero, -con cui aveva assediato Roma. Egli promise di dare ai -soldati quello che avevano chiesto, e che era stato loro -negato. Oreste dovette fuggirsene a Pavia, dove fu inseguito -dal suo rivale, e donde potè a mala pena scampare. -La città venne messa a sacco con una strage che durò due -giorni interi, e cessò solamente quando giunse la notizia -che il 28 agosto 476 Oreste era stato preso ed ucciso a -Piacenza. Questa tragedia somiglia molto a quella di -Stilicone, nel 408 avvenuta nella stessa città. Allora però -il grido era stato: morte al barbaro; ora invece era: morte -al romano. -</p> - -<p> -Odoacre corse a Ravenna, dove trovò il misero Augustolo, -ultimo avanzo della imperiale romanità. Non lo -uccise, ma lo confinò nella villa Lucullana a Pizzofalcone,<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> -presso l'antica Napoli, con una pensione di 6000 solidi. -Colà questi visse tranquillo, non si sa bene quanto -tempo, e si adoperò, come vedremo, ad agevolare il trionfo -di Odoacre. Dopo poco tempo morì Genserico, ed anche -questo contribuì molto a rendere più sicura la condizione -di Odoacre, col quale si chiude l'antichità e s'inizia finalmente -il Medio Evo. L'Impero d'Occidente è caduto, la -storia d'Italia incomincia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -</p> - -<h2 id="libro2">LIBRO SECONDO -<span class="smaller">GOTI E BIZANTINI</span></h2> - -<h3 id="cap2-1">CAPITOLO I -<span class="smaller">Odoacre</span></h3> -</div> - -<p> -Odoacre era nato nel 433, e si trovava ora, a 46 anni, -alla testa d'un esercito composto di popolazioni diverse, -ognuna delle quali pretendeva che fosse suo connazionale. -I più lo dicono Sciro, e qualcuno lo suppone figlio di quell'Edecone -che insieme con Oreste vedemmo ambasciatore -di Attila a Teodosio II. Certo era di quei barbari che a -tempo di Attila si unirono agli Unni, separandosene poi -alla sua morte. Era ancora assai giovane, quando con una -banda di suoi seguaci si mosse a cercar fortuna in Italia. -Traversò allora il Norico, provincia che per trent'anni -(453-82) fu desolata, saccheggiata, abbandonata all'anarchia. -Ivi non esisteva più nessuna forma di governo, e la -sola autorità rimasta a mantenere in vita la società, pareva -che fosse quella di S. Severino, il quale dal suo chiostro, -nella solitaria cella, esercitava una prodigiosa azione -morale sulle moltitudini, che volontariamente gli obbedivano. -Ed in quella piccola cella, così narra la leggenda, -entrò Odoacre, che era allora un uomo ignoto. Dovette -piegarsi, perchè era assai alto, e chiese la benedizione del -Santo, il quale, dopo avergliela data, disse: — <i>Vade ad -Italiam</i>, chè, sebbene tu sia vestito di vilissime pelli, ti -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -aspetta colà grande fortuna. — Fra il 460 ed il 470 Odoacre -infatti era già in Italia, e nel '72 combatteva nell'esercito -di Ricimero sotto le mura di Roma. Nel '76 i suoi soldati -lo levarono, come vedemmo, sugli scudi, e prese il posto -di Oreste e di Augustolo ad un tempo. L'ufficio d'Imperatore -d'Occidente, già ridotto ad un'ombra, per la -soverchiante potenza dei generali che ne facevan le veci, -è ora scomparso affatto nel barbaro che ne ha usurpato -il posto. E per la prima volta nella storia del -mondo, apparisce l'Italia come una nuova unità politica, -indipendente. Ma un barbaro, che comandava in -essa alla testa di un esercito di barbari, era un fatto -talmente privo d'ogni precedente, che non si vedeva su -quale base legale si potesse fondare la sua autorità. -Odoacre non osò quindi assumere il titolo nè d'Imperatore, -nè di re d'Italia; non fu che un re di barbari. E -con quale diritto poteva egli allora comandare nella Penisola, -sede antica dell'Impero? -</p> - -<p> -Il solo vero e legittimo sovrano era adesso a Costantinopoli, -ed a lui, tra il 477 e 478, si presentarono perciò -due solenni ambascerie. L'una veniva da Salona, in -nome di Nepote, che chiedeva d'essere reintegrato nei -suoi diritti a Ravenna, di dove era stato colla violenza -cacciato. L'altra veniva in nome del Senato e di Augustolo, -il quale, assai probabilmente secondo un patto già -prima stipulato con Odoacre, cercava ora ricompensarlo -dell'avergli esso lasciato la vita nel privarlo del trono. -Infatti gli oratori di questa seconda ambasceria erano -venuti per dire, che i Romani non sentivano nessun bisogno -d'avere un loro proprio Imperatore, bastandone uno -solo per l'Oriente e per l'Occidente.<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> Odoacre avrebbe -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -potuto governare l'Italia col titolo di Patrizio, in nome -dell'Imperatore, a cui rimandava perciò le insegne imperiali, -<i>ornamenta Palatii</i>. -</p> - -<p> -In Costantinopoli a Leone I era nel 474 successo il nipote -Leone II. Questi essendo ancora un giovanetto, restò -sotto la reggenza del padre Tarasicodissa, che i Greci -chiamarono Zenone, e che, morto ben presto il figlio, -divenne addirittura imperatore. Poco dopo insorse contro -di lui Basilisco, monofisita, favorito dalla sorella Verina, -vedova di Leone I, sempre intrigante, e lo cacciò dal -trono, su cui fu nel 477 rimesso da una controrivoluzione -ortodossa. Quando adunque, fra il 477 e '78, si presentarono -a lui gli ambasciatori del Senato e di Augustolo, -egli si trovò in una condizione molto difficile, perchè non -voleva riconoscere Odoacre, che era fuori di ogni legalità; -ma sentiva di non essere allora in grado di deporre chi -s'era colla forza impadronito del potere in Italia. Ricorse -perciò ad un mezzotermine diplomatico, di quelli che erano -molto in uso presso i Bizantini. Ufficialmente rispose ai -Romani: — Due imperatori vi furono mandati da Costantinopoli, -Antemio e Nepote; il primo voi avete ucciso, -il secondo deposto. Ora dovete rivolgervi a Nepote, che -riman sempre in Occidente il solo sovrano legittimo e -riconosciuto. — Se questa fu però la risposta ufficiale, -scrivendo privatamente ad Odoacre, gli dava il titolo di -Patrizio. In sostanza, accettando il fatto compiuto, intendeva -fare ogni riserva sulla questione di diritto, tenendo -ferma la sua propria autorità. Odoacre intanto assunse -il governo d'Italia, teoricamente sotto la dipendenza di -Costantinopoli, in realtà operando a suo modo, come principe -indipendente. -</p> - -<p> -Il primo e principale problema di cui si dovette subito -occupare, fu la promessa divisione delle terre, promessa -dalla quale aveva avuto origine il suo potere. In che -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -modo questa divisione, nei suoi particolari, venisse fatta, -noi non sappiamo. Tutto si riduce a semplici ipotesi. -Certo è però che non si tratta di un sistema nuovamente -introdotto, come molti supposero, in conseguenza della -conquista. Invece esso fu in Italia ed altrove, la modificazione -d'un sistema già prima esistente nell'Impero. -E l'aggravio che ne venne alle popolazioni, fu assai più -apparente che reale. L'esercito, in un modo o l'altro, era -stato sempre a carico delle popolazioni, come a loro carico -erano stati i molti sussidi che si davano ai barbari -per tenerli tranquilli, e le enormi spese sostenute per -le guerre dell'Impero. Dove i soldati venivano alloggiati, -occupavano di diritto un terzo delle case dei loro ospiti, -nelle quali anch'essi erano chiamati ospiti: e ciò naturalmente -oltre le paghe che ricevevano. Quelli poi che erano -lasciati permanentemente a difesa dei confini (<i>limitanei</i>) -avevano, oltre l'alloggio, una parte delle terre, e le coltivavano -per proprio conto. Se dunque i soldati di Odoacre, -i quali erano l'esercito che doveva difendere l'Italia, -avevano adesso un terzo delle terre, per coltivarle e vivere -del prodotto di esse, questo in fondo non era qualche -cosa di sostanzialmente nuovo. Bisognava però adesso -mantenere i barbari, anche quando non prestavano servizio, -e non solo gli uomini atti a portare le armi, ma i -vecchi, le donne, i bimbi. E ciò in conseguenza d'una ribellione -militare, che imponeva la sua volontà colla forza. -Questo era veramente odioso, se anche non era effetto -della invasione e della conquista. -</p> - -<p> -Non bisogna però credere, che una tale divisione si -facesse a un tratto per tutto, nè che dove si faceva, tutte -le terre venissero divise. L'esercito di Odoacre era ben -lungi dal potere occupare l'Italia intera. I suoi barbari -alloggiarono quindi in alcune province, ed in esse solamente -fu fatta la divisione. I piccoli possidenti, là dove -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -ancora ce n'erano, furono lasciati in pace, non mettendo -conto dividere le terre che bastavano appena a sostenere -i loro possessori. Essi quindi restarono nello stato di -prima, e furono anche meno aggravati dalle tasse, che i -barbari non erano in grado di riscuotere o far riscuotere -colla regolarità opprimente del fisco imperiale. Nè mutò -gran fatto la condizione degli artigiani nelle città. E -così anche i coloni, i contadini, gli schiavi che coltivavano -le terre, e passarono con esse ai barbari, restarono -più o meno nelle condizioni di prima, spesso anzi migliorarono. -Quelli che veramente soffrirono furono i latifondisti, -i quali è però da credere che pagassero minori -imposte sulla parte che loro restava delle proprie -terre. In ogni modo la proprietà fu assai più divisa. E siccome -i barbari, per antica consuetudine, preferivano la -campagna alla città, così i campi pei quali da un pezzo -mancavano le braccia necessarie a lavorarli, furono ora -più e meglio coltivati. In tutto il paese rimase inalterata -l'antica amministrazione romana, ed anche l'antico sistema -di tasse, le quali non crebbero; anzi, per quanto -possiamo indurne, scemarono. Considerevoli esenzioni ottenne -pei suoi fedeli il vescovo Epifanio a Pavia ed in -tutta la Liguria, dove le imposte erano negli ultimi tempi -enormemente cresciute. -</p> - -<p> -Il regno di Odoacre, che durò circa 13 anni, era limitato -quasi esclusivamente all'Italia, da cui si staccarono -affatto le altre province. Anche la Provenza, la parte cioè -più romanizzata della Gallia, venne abbandonata ai Visigoti. -La Rezia, considerata sempre come appendice integrante -dell'Italia, ne faceva parte al pari della Sicilia, -la quale era però in più luoghi occupata dai Vandali, -secondo il trattato concluso nel 442. Questi occupavano -anche la Sardegna, la Corsica e le Baleari. Il nuovo stato -di cose, per ora almeno, evitava quelle grosse guerre che -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -dissanguavano le popolazioni, e quindi il regno di Odoacre -fu per qualche tempo come un periodo di sosta alle patite -calamità, sebbene di tanto in tanto si trovino ricordate -nuove violenze e spoliazioni, che negli ultimi anni -andarono crescendo. Sotto un certo aspetto le condizioni -in cui Odoacre si trovava, coll'andar del tempo migliorarono -assai. Il suo regno infatti, che era cominciato -coll'essere sostanzialmente illegale, e tale durò finchè -visse il deposto imperatore Nepote, fu in assai diversa -condizione quando questi nel 480 morì. Certo Odoacre -restò ancora col solo titolo di Patrizio, non potè mai assumere -quello d'Imperatore, e neppure di re d'Italia; -ma potè sempre più agire da principe indipendente. Cominciò -a nominare anche i Consoli occidentali, che furono -riconosciuti in Oriente. L'unità generale dell'Impero, -cui era a capo Zenone, teoricamente non fu mai -messa in dubbio; ma l'autorità di Odoacre divenne di -fatto assai maggiore, ed implicitamente almeno fu anche -riconosciuta. A Ravenna egli potè mettere insieme una -flotta, colla quale si difese dalle incursioni vandaliche, -e fra il 481 e 482 si spinse fino alla Dalmazia, che aggregò -al proprio Stato. E se questo passo spiacque assai -all'Imperatore, nè restò più tardi senza gravi conseguenze -a lui dannose, per ora egli accrebbe il suo territorio, -e non ne risentì nessun danno. -</p> - -<p> -In tale stato di cose la vita politica del popolo italiano -può dirsi spenta del tutto. Con tanto maggiore energia si -svolgeva quindi in esso la vita religiosa, alla cui testa si -trovava il Papa. Ma in parte non piccola l'indirizzo dell'attività -religiosa, era determinato dalle relazioni o per -meglio dire dalla opposizione che persisteva sempre fra la -Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, dove non avevano -mai posa quelle dispute dottrinali, cui lo spirito romano-cattolico -ripugnava affatto. In Oriente combattevano -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -ora accanitamente i Nestoriani, i quali dicevano che -la Vergine era madre di Gesù Cristo, solo in quanto uomo; -gli Ariani ed i Monofisiti, i quali ultimi sostenevano che -la natura umana e divina di Gesù erano una sola e medesima -cosa. Siccome però in nome appunto di questa -dottrina Basilisco aveva cacciato dal trono Zenone, che -v'era stato rimesso dagli Ortodossi, così questi voleva ora -in ogni modo evitare il riaccendersi della disputa. Fra -il 482 e 83 pubblicò quindi una sua lettera conosciuta -col nome di <i>Henoticon</i>, la quale si credette suggerita o -anche scritta dal patriarca Acacio. In essa, tenendo una -via media, cercava di conciliare ortodossi e monofisiti. -Ma Roma non ammise mai queste vie di mezzo, nè ammise -mai che l'Imperatore decidesse le dispute religiose. -Papa Simplicio (468-483) condannò quindi senz'altro -l'<i>Henoticon</i> ed Acacio che lo aveva ispirato. -</p> - -<p> -Questa lotta nella quale Simplicio, sostenuto dagl'Italiani, -dimostrò al solito una tenacia veramente romana, -mantenne vivo l'antagonismo fra l'Oriente e l'Occidente, -il che riusciva a vantaggio di Odoacre. Il Papa era allora -moralmente, e non solo moralmente, il personaggio più -potente in Italia. Se Odoacre, come ariano, si fosse messo -in aperta opposizione con lui, questi gli avrebbe facilmente -potuto sollevar contro tutto il paese, e rendergli -impossibile il reggersi a lungo in Italia. Ma finchè durava -la lotta religiosa fra Roma e Costantinopoli, il Papa -ed Odoacre si trovavano dal comune interesse spinti a -sostenersi vicendevolmente. -</p> - -<p> -Il 2 marzo 483 moriva Simplicio, e Odoacre dette allora -un passo falso, del quale non tardò molto a sentire le -conseguenze. Per lui era certo cosa di grande importanza -assicurarsi della nuova elezione. Voleva non solo evitar -quei tumulti che in simili occasioni avevano assai -spesso insanguinato le vie di Roma, ma voleva anche -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -avere un Papa amico. E così, quando l'assemblea che -doveva procedere alla elezione, non potè riuscire a -mettersi d'accordo, v'intervenne improvvisamente, in -nome di Odoacre, il Prefetto del Pretorio, Cecina Basilio, -dichiarando che sarebbe stata nulla l'elezione, -senza la rappresentanza del Re. Questi, egli aggiunse, -procedeva in ciò d'accordo colla volontà del defunto -Papa, il quale prima di morire gli aveva raccomandato -la nuova elezione. Fu inoltre emanato un decreto col -quale veniva proibita l'alienazione dei beni della Chiesa, -minacciando l'anatema contro chiunque non avesse a ciò -obbedito. S'invitava poi l'assemblea a sanzionare il decreto, -ed a procedere alla elezione, la quale riuscì a favore -di Felice II<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a> (483-92), che era appunto il raccomandato -di Odoacre. Non pare che allora sorgessero gravi -lamenti contro questo procedere del Re. Ed in verità -non solamente l'Imperatore di Costantinopoli aveva sempre -avuto grande ingerenza nei Conclavi, nei Sinodi, nei -Concili, in tutte le faccende della Chiesa; ma anche -in Italia l'imperatore Onorio aveva nel 418 e 19 definito -la contesa fra Eulalio e Bonifacio ambedue eletti pontefici. -È provato poi che l'Imperatore d'Occidente aveva il -diritto d'intervenire e decidere in siffatte questioni; anzi -non di rado il clero stesso ricorse a lui per risolverle. Può -supporsi perciò che, nonostante ogni contraria apparenza, -Odoacre non avesse creduto di far nulla d'illegale, e molto -meno di usare violenza per imporre un Papa di suo arbitrio; -che la scelta di Felice II fosse veramente stata suggerita -a lui da Simplicio. Se non che egli non era un Imperatore, -ma un re barbaro ed un ariano. Non poteva quindi -sperare che la Chiesa romana, sempre gelosa delle proprie -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -prerogative, avesse mai potuto approvare il suo procedere. -Comunque sia di ciò, anche Felice II continuò -con ardore la lotta contro l'<i>Henoticon</i> e contro Acacio, -che scomunicò, inviando a Costantinopoli la sentenza. E -tutto ciò fu causa d'uno scisma durato 35 anni (484-519), -nei quali Roma non cedette mai, ottenendo finalmente -il trionfo delle dottrine ortodosse. Ma se questo dissidio -era tutto a vantaggio di Odoacre, l'essersi egli ingerito -nella elezione papale aveva seminato nella Chiesa romana -il germe pericoloso d'una profonda diffidenza verso -di lui. -</p> - -<p> -Intanto sorgeva un'altra e più grave complicazione -d'indole politica. Al di là della Rezia c'era il Norico, -la regione in cui ora è Salzburg, e che arrivava fino al -Danubio, oltre il quale abitavano i Rugi. Questa regione, -come già vedemmo, era stata desolata, ridotta -ad estrema rovina dal continuo passaggio dei barbari; ed -unica autorità, che vi avesse mantenuto ancora una qualche -forma di vivere sociale, era stata quella di S. Severino, -che il suo biografo Eugippo dice uomo interamente -latino: <i>loquela tamen ipsius manifestabat hominem omnino -latinum.</i> Nella sua cella raccoglieva abiti, cibi a -sollievo dei miseri, e di là dava consigli e ordini cui tutti, -anche i barbari, volontariamente obbedivano. Era questa -un'altra prova visibile della forza quasi onnipotente, che -la religione esercitava allora sugli animi. A S. Severino -si dovè se la popolazione romana di quella regione -non fu totalmente distrutta. Ma circa l'anno 482 egli -morì, e fu questa una grande calamità per il Norico. I -Rugi s'avanzarono subito devastando, saccheggiando ogni -cosa, perfino il convento e la cella del Santo. Avrebbero, -se avessero potuto, dice Eugippo, portato via anche le -mura. E se i Rugi si fossero stabilmente impadroniti di -quella regione, sarebbe stato di certo un gran pericolo -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -per Odoacre, che li avrebbe avuti ai confini del suo regno, -colla voglia e, per la desolazione del paese, con la -necessità d'avanzarsi. A questo li spingeva ora Zenone, -per la solita politica orientale di neutralizzare i barbari, -spingendo gli uni contro gli altri, e perchè era assai insospettito -di Odoacre, il quale non solo agiva sempre -più da principe indipendente, ma si era recentemente -impadronito della Dalmazia. Oltre di ciò, a lui s'erano -poco prima rivolti coloro che cospiravano contro Zenone; -e sebbene egli avesse ricusato d'aiutarli, ciò non impedì -che crescessero di molto i sospetti ed il mal animo dell'Imperatore -contro di lui. La conseguenza fu che i -Rugi s'avanzarono, ed Odoacre fu costretto a muover -loro guerra. -</p> - -<p> -Nel 487 egli si avanzò col suo esercito barbarico, nel -quale, secondo Paolo Diacono, presero parte anche Italiani, -<i>nec non Italiae populi</i>. Con esso vinse i Rugi, fece -prigioniero il loro re, ne mise in fuga il figlio. Molte però -e gravi furono le conseguenze di questa guerra. Una -gran parte, la meno disagiata, della popolazione del Norico, -emigrò in Italia, dove fu menato anche il corpo -del Santo, che dopo essere stato portato in vari luoghi, -venne finalmente, per intercessione d'una vedova, deposto -presso Napoli, nel luogo che si chiama ora Castello -dell'Uovo. Il figlio del re dei Rugi si ricoverò presso gli -Ostrogoti, che erano allora comandati dal valoroso Teodorico -degli Amali, e cercò d'incitarlo a muover guerra -contro di Odoacre. Siccome poi lo stesso incitamento -veniva a questo, come vedremo, anche dall'Imperatore, -così ne seguirono avvenimenti di grande importanza nella -storia d'Italia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -</p> - -<h3 id="cap2-2">CAPITOLO II -<span class="smaller">Teodorico e gli Ostrogoti in Italia</span></h3> -</div> - -<p> -La più parte degli Ostrogoti era rimasta unita agli Unni -nell'antica Dacia, e se ne separarono, al pari degli altri -popoli germanici, quando, dopo la morte di Attila, il suo -impero andò in fascio e sparì come un sogno. Essi occuparono -allora la Pannonia, sotto il governo di tre fratelli -della nobile stirpe degli Amali. Ivi pare che restassero -nella condizione, più o meno, di federati; ed ebbero al -solito dispute continue coll'Impero, per le terre che chiedevano, -per lo stipendio o tributo che pretendevano. Questo -portò ad un conflitto, dopo del quale fu fissato un annuo -tributo, e per garanzia di pace fu mandato in ostaggio a -Costantinopoli il giovane Teodorico allora di soli otto -anni, figlio di Teodemiro, uno dei tre fratelli Amali. Questo -fatto ebbe grande importanza, perchè fu data così -una educazione militare romana a quel giovinetto pieno -d'ingegno, di valore e di ambizione, che era destinato ad -un grande avvenire. Dei tre fratelli Amali intanto uno -morì, un altro, cacciato dalla fame, andò con parecchi -de' suoi a cercar fortuna in Italia, di dove, come già vedemmo, -fu per mezzo di donativi, indotto ad andarsene in -Gallia. Nella Pannonia restava così solo Teodemiro, il -padre di Teodorico, che nel 472 tornò da Costantinopoli, -nella età di 18 anni, gettandosi subito, per proprio -conto, in una impresa militare contro i Sarmati, nella -quale fece prova di gran valore. Nel 474 morì suo padre, -e sebbene egli fosse figlio d'una concubina, pure -il sangue illustre degli Amali ed il valore da lui dimostrato -lo fecero agevolmente nominare capo del suo -popolo. Allora incominciò per lui la difficoltà di far vivere -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -i suoi, perchè la Pannonia era esausta, ed i sussidi -dell'Imperatore venivano assai scarsi. -</p> - -<p> -Nell'Impero d'Oriente v'erano intanto altri Goti, comandati -da un altro Teodorico figlio di Triario, e soprannominato -Strabone, perchè guercio. Questi aspirava -a prendere in Costantinopoli il posto del generale Aspar, -la cui misera fine lo aveva irritato profondamente. Si era -perciò unito a Basilisco, quando questi si sollevò contro -Zenone, e lo cacciò dal trono. Teodorico degli Amali invece -prese le parti di Zenone, che col suo aiuto trionfò, e -come era naturale, lo colmò di onori, nominandolo Patrizio, -<i>Magister militum</i>, suo figlio adottivo. Ma dopo ciò l'Imperatore -si trovò stretto fra le pretese sempre crescenti -dei due capitani goti, che, ambedue in armi, volevano del -pari esser presi agli stipendi dell'Impero. Ben volentieri -Zenone si sarebbe invece disfatto dell'uno e dell'altro; -ma non era possibile. Consultò quindi il Senato, che rispose -non doversi aggravare l'erario con la spesa necessaria -a pagare i due capitani coi loro eserciti: ne -scegliesse uno. E naturalmente egli scelse Teodorico -l'Amalo, da cui era stato aiutato nel pericolo, e lo incaricò -di tenere a freno l'altro. Ma quando i due barbari si trovarono -di fronte, finirono coll'unirsi a danno di Zenone, -cui non restava perciò altro che fare assegnamento sulla -loro mutua gelosia, cercando con ogni mezzo di aumentarla. -Così, costretto ad oscillare continuamente dall'uno -all'altro, fino a che, morto nel 481 Strabone, Teodorico -l'Amalo si trovò solo, più potente che mai, alla testa -dei Goti insieme riuniti. E per sei anni lo vediamo ora avvicinarsi -all'Imperatore, cui rendeva importanti servigi, -ricevendone onori e danari; ora invece separarsene, ritornando -a saccheggiare, per ottenere poi anche di più. -Nel 483 fu <i>Magister militiae praesentis</i>; nel 484, Console. -Rese allora di nuovo grandi servigi a Zenone, combattendone -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -i nemici; ma da capo cominciò a minacciarlo -fin sotto le mura di Costantinopoli, saccheggiando la -campagna, incendiando i borghi. -</p> - -<p> -È chiaro che Zenone doveva desiderare di liberarsi in -qualche modo da un sì incomodo vicino, e liberare l'Impero -da questa barbarica prepotenza, che minacciava di -far rinascere i tempi di Aspar, di fare anzi sorgere in -Oriente un altro Ricimero. Ma come fare? L'antico sistema -di opporre un barbaro ad un altro non sembrava -più possibile ora che uno dei due goti rivali era morto. -C'era però sempre in Italia Odoacre, di cui, per le ragioni -da noi già esposte, Zenone doveva essere scontentissimo, -massime dopo che s'era sparsa la voce di suoi -segreti accordi coi ribelli all'Imperatore. Un tale sospetto, -come già vedemmo, aveva indotto Zenone a far -muovere i Rugi contro Odoacre. Ma questi li vinse, ed -occupò il Norico, penetrò nel Rugiland, ne imprigionò il -re colla moglie, ne mise in fuga il figlio, che andò da -Teodorico per eccitarlo alla vendetta. E Teodorico pareva -assai ben disposto a gettarsi nell'audace impresa, -sia perchè i Rugi confinavano colla Pannonia, e la loro -disfatta era per lui pericolosa; sia perchè sperava, vincendo, -di occupare le fertili pianure d'Italia, e trovare -così pei suoi una stabile e sicura dimora. A tutto ciò si -aggiungeva, che la discordia già cominciata fra Odoacre -ed il Papa aveva indebolito e reso quindi assai meno temibile -il primo. L'occupazione della Dalmazia, l'entrata -nel Rugiland, il farla Odoacre sempre più da sovrano indipendente, -l'appoggio dato per lungo tempo al vescovo -di Roma contro l'Imperatore facevano a questo desiderare -un radicale mutamento in Italia. Teodorico, allontanandosi -da Costantinopoli, fermandosi nella Penisola, -avrebbe potuto non solo punire Odoacre, ma pigliare anche -una più ferma attitudine di fronte al Papa. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -</p> - -<p> -Tutto questo spingeva lui a partire, e Zenone a mandarlo. -Gli storici hanno lungamente disputato se la prima -iniziativa venisse dall'uno o dall'altro. Secondo Jordanes, -Teodorico avrebbe fatto la proposta a Zenone, dicendo: — Se -io sarò disfatto, non mi avrai più a tuo -carico; se invece vincerò il <i>tiranno</i> (così chiamavano -Odoacre, perchè non legittimo sovrano), governerò io il -paese in tuo nome, <i>vestro dono vestroque munere possidebo</i>. — Procopio -scrive invece che Zenone persuase Teodorico -ad andare in Italia, e l'Anonimo Valesiano dice -che lo mandò <i>ad defendendam sibi Italiam</i>. Il fatto vero -è che l'uno voleva andare, e l'altro voleva mandarlo; i -comuni interessi li spingevano verso la stessa meta. E -però Teodorico si mosse finalmente per l'Italia nell'autunno -del 488. -</p> - -<p> -Non era una impresa esclusivamente militare, ma piuttosto -la invasione d'un popolo in armi; giacchè Teodorico, -che si moveva ora in nome dell'Impero, menava seco le -donne, i vecchi, i fanciulli, con carri che trasportavano le -masserizie, e servivano da case, durante il viaggio, con -mulini mobili per macinare il grano. Tutta questa moltitudine -portava il nome di Ostrogoti; ma era al solito -una mescolanza di genti diverse, alle quali gli Ostrogoti, -che in essa prevalevano, davano il nome. Erano riunite -dal valore e dalla reputazione del loro capo, dalle guerre -e saccheggi fatti sotto il suo comando, dal bisogno comune, -urgente di trovare un paese in cui potessero stabilmente -fermarsi e vivere. Non è possibile dire qual fosse -il loro numero preciso. Chi li porta a 40,000 uomini in -armi, chi ad una cifra anche maggiore. Tutto compreso, -fra uomini, donne, vecchi e fanciulli, gli scrittori variano -da 200 a 300 mila individui. Presero la via delle Alpi -Giulie, e fu una marcia faticosa, qualche volta disastrosa. -Il freddo era grande, il gelo induriva i loro capelli, la -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -barba, gli abiti. Dovettero procurarsi il cibo, strada facendo, -colla caccia, o combattendo, o saccheggiando i -paesi che traversavano. Un primo scontro sanguinoso lo -ebbero coi Gepidi; ne seguirono poi altri, e finalmente, -dopo otto mesi di pericoli e di stenti, percorrendo la -stessa via percorsa già da Teodosio, da Alarico e da Attila, -nel luglio del 489 erano in Italia. Il 28 agosto, sull'Isonzo, -non lungi da Aquileia, ebbe luogo la prima battaglia -con Odoacre. -</p> - -<p> -Questi, che pur era capitano di valore, e si trovava -alla testa di un esercito più numeroso, aveva preso anche -una forte posizione. Ma dovette cedere dinanzi al primo -impeto dei Goti, ed alla superiore capacità strategica del -loro capo. Un'altra battaglia fu data sull'Adige, presso -Verona, il 30 settembre 489, e sebbene anche questa fosse -da Odoacre perduta, Teodorico dovette subire gravissime -perdite, giacchè, invece di avanzare, si ritirò fino a Milano, -per chiudersi poi in Pavia. Odoacre allora andò verso -Roma, sperando di potere senza difficoltà entrare nella -Città eterna, e stabilmente occuparla, il che gli sarebbe -stato di grande aiuto, non solo morale, ma anche materiale, -perchè gli avrebbe, nel continuare la guerra, assicurato -alle spalle tutta l'Italia meridionale. Ma qui si -cominciò invece a delineare assai chiara la difficoltà -della posizione in cui si trovava. Roma gli chiuse le porte -in faccia, e le popolazioni italiane gli si cominciarono a -manifestare avversissime, in parte per la lotta da lui recentemente -sostenuta con la Chiesa, in parte per le spoliazioni -in numero sempre maggiore da lui fatte negli ultimi -anni, sia pei cresciuti bisogni della guerra, sia per -la poco regolare amministrazione. E di tutto ciò la -Chiesa aveva saputo profittare, per eccitar contro di lui -le moltitudini, tanto che poco dopo si parlò addirittura -d'una generale cospirazione, di una specie di Vespro siciliano -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -organizzato contro di lui dal clero.<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> Ma quel che -è più, nelle sue file cominciò la diserzione, la quale sembra -che pigliasse proporzioni grandi davvero, dopo che -il suo <i>Magister militum</i> Tufa passò al nemico insieme -con altri. Se non che Tufa, avuti da Teodorico alcuni -Goti a suo comando, disertò nuovamente, per tornare -con essi a Odoacre, al quale li consegnò, e dal quale -furon subito fatti uccidere. Si potè quindi dubitare, che -il primo tradimento fosse stata una finzione per poter -compiere il secondo. Diserzioni vere e proprie ve ne furono -però non poche, ed anche fra i soldati di Teodorico. -Il fatto vero è che questi eserciti misti di varie genti barbariche, -erano, come abbiamo detto più volte, quasi compagnie -di ventura al servizio dell'Impero, senza patria e -senza fede, guidate dall'interesse personale dei loro capi, -spesso anche dei sotto-capi, che agivano per proprio conto. -</p> - -<p> -Così le difficoltà divenivano da una parte e dall'altra -sempre maggiori; ma non meno grandi furono gli sforzi -fatti per superarle, sì che la guerra andò assai in lungo. -Odoacre si mostrò degno di tener testa a Teodorico, che -s'era dovuto chiudere a Pavia, dove la calca, nel suo primo -entrare, era stata tale e tanta, che le sofferenze de' suoi furono -davvero enormi. A soccorso della loro miseria venne -il clero, alla cui testa si trovava il vescovo Epifanio, il -quale si adoperò eroicamente a sollievo di tutti coloro che -soffrivano, senza distinzione di partito o di origine, pagando -di suo per liberare dalla schiavitù coloro che erano -stati fatti prigionieri da una parte o dall'altra. Intanto -Odoacre, messe di nuovo insieme le sue forze, entrò con -esse in Milano, pronto ad affrontare il suo rivale. Se non -che, altri barbari vennero a mescolarsi ora in questa -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -guerra, modificandone e confondendone di molto l'andamento. -Scesero i Burgundi a difesa di Odoacre, ma in -realtà più che altro a saccheggiare il paese per proprio -conto. I Visigoti invece, mossi dalla comunanza di sangue, -vennero a difesa di Teodorico, e pugnarono con lui nella -battaglia, che fu data sull'Adda il dì 11 agosto 490. E -qui la disfatta di Odoacre fu inevitabile. Aveva potuto -con energia resistere a Teodorico, in cui favore -erano l'autorità dell'Impero e della Chiesa, non che le popolazioni -insorte; ma di fronte alla coalizione dei Visigoti -e degli Ostrogoti, dovè cedere ritirandosi a Ravenna. Ivi -sostenne valorosamente un assedio che durò tre anni, non -potendo Teodorico stringere il blocco dalla parte del -mare, e dovendo dalla parte di terra resistere a sanguinose -sortite dalla città. Intanto questi poteva dirsi già padrone -di tutta Italia, nella quale andava ogni giorno acquistando -maggior favore, divenendo sempre più forte. Quasi -da per tutto pareva che fossero cessati il rumore delle -armi ed il grande spargimento di sangue: <i>ubi primum -respirare fas est a continuorum tempestate bellorum</i>.<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> -</p> - -<p> -Presso Ravenna però la lotta continuava con gran vigore. -Teodorico potè da ultimo bloccarla anche dal mare, -quando, essendogli riuscito d'entrare in Rimini, gli fu -possibile raccogliere un certo numero di navi. L'assediata -città cominciò allora a soffrire crudelmente una -fame, la quale, dice il cronista ravennate Agnello, uccise -molti di coloro che il ferro aveva risparmiati. E finalmente, -nel febbraio 493, quinto anno della guerra, terzo -dell'assedio, Odoacre dovè cedere. Il 25 di quel mese -egli consegnò suo figlio in ostaggio, ed il 27 l'accordo -della resa era definitivamente concluso, per mezzo dell'arcivescovo -di Ravenna. Altra prova anche questa della -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -straordinaria importanza assunta allora dal clero, e quindi -dalla Chiesa in tutti gli affari di maggiore gravità. -</p> - -<p> -I termini precisi dell'accordo non sono ben noti, e dettero -perciò luogo a moltissime dispute. Certo è che -Odoacre s'arrese, salva la vita, <i>accepta fide, securus se -esse de sanguine</i>, come dice l'Anonimo Valesiano. Ma a -questa condizione gli scrittori bizantini ne aggiungono -un'altra assai singolare, secondo la quale il vinto avrebbe -ottenuto di partecipare al governo insieme col vincitore, -restando a capo anche d'una parte delle forze militari. -Riesce in verità assai difficile capire come mai ciò potesse -avvenire, tanto più che Teodorico era stato mandato da -Zenone a sottomettere, a cacciare Odoacre. Ed ammessa -pure la poco credibile esistenza d'un tale trattato, non è -credibile che potesse essere stato concluso in buona fede -da nessuna delle due parti, ed avesse potuto illudere qualcuno. -Infatti il 5 marzo 493 Teodorico entrava solennemente -in Ravenna, dove gli vennero incontro l'arcivescovo -ed il clero recitando salmi. Il 15 dello stesso mese -invitava a solenne banchetto Odoacre, il quale appena -giunto venne aggredito da persone ivi nascoste; e poi -lo stesso Teodorico sguainò la spada per ucciderlo colle -proprie mani. — Dov'è Dio? — esclamò il decaduto -principe. E l'altro, nel sentire che il fendente della sua -forte spada scendeva, profondamente tagliando, senza -quasi trovar resistenza, osservò con cinico e barbarico -sorriso: — Si direbbe che non ha ossa. — I parenti e gli -amici d'Odoacre subirono tutti, più o meno, la stessa -sorte. Non mancò chi disse che Teodorico aveva scoperto, -e perciò voluto vendicare insidie e tradimenti orditi -da Odoacre contro di lui; ma ciò prova solo l'odio -e la diffidenza reciproca, quindi la impossibilità di un -vero accordo. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -</p> - -<h3 id="cap2-3">CAPITOLO III -<span class="smaller">Il regno di Teodorico</span></h3> -</div> - -<p> -Dopo questo atto da vero barbaro, Teodorico si potè -dire solo padrone in Italia. La condizione in cui egli -si trovava adesso non era in verità molto diversa da -quella di Odoacre. Questi aveva comandato una moltitudine -incomposta di genti varie, Eruli, Turcilingi, sopra -tutto Sciri. Teodorico era anch'esso alla testa d'una -mescolanza di varie genti, Gepidi, Rugi, Breoni, e Romani -o romanizzati,<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> principalmente però Ostrogoti, che -davano a tutti un nome comune. Non era quindi neppur -questo un popolo unito da sentimento nazionale; era una -banda di ventura, unita dal bisogno di vivere saccheggiando -e guerreggiando, organizzata, come quella d'Odoacre, -colla disciplina militare appresa dai Romani. Teodorico -veniva, noi lo abbiamo già visto, non come il re di -un popolo germanico, ma come un Patrizio, rappresentante -dell'Imperatore e da esso mandato. Al di sotto di -lui c'era un <i>Magister militum</i>, ed a capo delle varie parti -dell'esercito erano i <i>Comites</i>, che risiedevano nelle diverse -province d'Italia. La grande differenza fra lui ed Odoacre -stava solo nel carattere, nell'ingegno politico e militare -assai superiore di Teodorico. La sua educazione, in parte -anche il suo spirito, si erano formati a Costantinopoli, -dove egli era divenuto ammiratore della civiltà romana, -senza mai cessare affatto d'essere un barbaro. Quantunque -sia certo che egli non avesse nessuna cultura letteraria, -riesce difficile credere, come pur generalmente si -dice, che egli non sapesse addirittura scrivere il proprio -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -nome. È vero che per firmare si serviva d'una lamina -d'oro, in cui erano intagliate le prime quattro lettere del -suo nome; ma questo poteva anche essere un modo di -guadagnar tempo quando doveva sottoscrivere in forma -diplomatica i molti atti ufficiali del suo governo. -</p> - -<p> -Noi non dobbiamo aspettarci che negli Ostrogoti di -Teodorico persistessero ancora le antiche e primitive istituzioni -germaniche. Sebbene avesse menato seco anche i -vecchi, le donne ed i bimbi, tutto un popolo, o per meglio -dire una gran moltitudine, egli era in sostanza il capo militare, -il duce d'un esercito di varie genti vissute dapprima -cogli Unni e poi dentro l'Impero. Non era quindi -possibile trovare più fra di loro la proprietà collettiva -dell'antico villaggio germanico, nè quelle assemblee popolari -che frenavano il potere regio. Teodorico comandava -con assoluto imperio di capitano, solo in casi eccezionali -consultando il suo esercito. In ogni modo essi -non avrebbero potuto mai legiferare pei Romani, nè i -Romani pei Goti. Egli era venuto col titolo di Patrizio, -per riconquistare l'Italia all'Impero, che restava sempre, -teoricamente almeno, nella sua unità, non mai interamente -distrutta. Infatti anche quando v'erano due Imperatori, se -quello d'Occidente moriva, il suo potere ricadeva in quello -d'Oriente, fino a che non veniva eletto il successore. Di -certo, come Ricimero, come Oreste, come Odoacre, anche -Teodorico voleva essere il vero, effettivo padrone in Italia, -possibilmente una specie d'imperatore d'Occidente. Ma -questo potere cui egli mirava e che in parte raggiunse, -era in contradizione manifesta con la missione a lui affidata, -e che egli aveva accettata: bisognava quindi legalizzarlo, -e ciò non poteva farlo che l'Imperatore, a -cui egli si rivolse quindi senza indugio. Subito dopo la -battaglia dell'Adda, nel 490, quando ancora non era entrato -in Ravenna, ma già si sentiva padrone dell'Italia, -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -aveva mandato un'ambascerìa all'Imperatore, per potere -assumere la dignità regia, <i>ab eodem sperans se vestem -induere regiam</i>.<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> Questa ambascerìa non ottenne però -nessun resultato, essendo nell'aprile del 491 morto Zenone, -cui successe Anastasio, che non mandò risposta. E, -Teodorico, il quale era allora già entrato in Ravenna dove -aveva ucciso Odoacre, si lasciò nominare re dai suoi Goti, -che non aspettarono la risposta del nuovo Imperatore.<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> -Una tale elezione non gli dava però sui Romani, quella -legale autorità che solo dall'Imperatore poteva venirgli. -In sostanza non era un re, ma un <i>tiranno</i> come Odoacre, -che egli perciò appunto era venuto a combattere in nome -dell'Impero. -</p> - -<p> -Questa sua difficile condizione migliorò non poco -nel 498, quando, essendo divenuto di fatto assai più potente, -riuscì finalmente, con una nuova ambascerìa, ad -ottenere dall'Imperatore Anastasio le insegne, <i>omnia ornamenta -Palatii</i>, che Odoacre aveva mandate a Costantinopoli. -Non bisogna però credere che la nuova autorità -gli fosse concessa, senza fissarne limiti e senza qualche -determinazione. Tanto Cassiodoro quanto Procopio accennano -a patti e condizioni. Il secondo di questi scrittori -ci narra infatti come i Goti, quando più tardi furono -vinti da Belisario, gli affermassero d'aver sempre -fedelmente rispettato i patti e le condizioni imposte ad -essi dall'Impero. Teodorico di certo aveva il comando -dell'esercito, era giudice supremo, nominava tutti gli ufficiali -dello Stato. Ma s'illuderebbe assai chi lo credesse -perciò divenuto una specie d'Imperatore d'Occidente, o -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -anche un re dei Romani indipendente da colui che lo -aveva mandato. Egli non poteva promulgar vere e proprie -leggi, ma solo editti per l'Italia, i quali dovevano restare -dentro i confini di ciò che avevano già prescritto le leggi, -che si facevano a Costantinopoli, e si applicavano a tutto -l'Impero. Continuò pure a far l'elezione dei Consoli, i -quali erano una magistratura comune del pari a tutto -l'Impero. Uno di essi veniva eletto in Oriente; l'altro -era eletto in Italia da Teodorico, ma doveva essere confermato -a Costantinopoli. E così pure solo l'Imperatore -poteva coniar moneta colla propria effigie. Son tutte cose -che riconfermano la persistenza della unità dell'Impero. -</p> - -<p> -Il potere di Teodorico si limitava alla sola Italia, -sebbene qualche volta egli pretendesse di esercitarlo -anche nelle isole e nell'Africa. D'impero di Occidente -non si parlava neppure. Anzi l'Imperatore non riconobbe -mai un regno goto ereditario, e perciò i successori di -Teodorico dovettero sempre essere riconfermati a Costantinopoli, -altrimenti rimanevano solo tiranni. Il suo regno -ebbe un altro carattere affatto speciale. Tutta l'amministrazione -rimase nelle mani dei Romani; le armi -restarono ai Goti, che formarono l'esercito. E questo -fece dire a più d'uno scrittore, che fu allora vietato affatto -l'uso delle armi ai Romani. Si fece confusione con un -ordine di severa proibizione, emanato assai più tardi da -Teodorico, quando egli cominciò a temere di una ribellione -in Italia. Anzi non è facile neppur credere alla -loro esclusione assoluta dall'esercito, massime se si pon -mente al significato assai lato, che aveva allora la parola -Romano, ed all'essere l'esercito goto composto di -genti diversissime. Esso era certamente goto, e chiunque -ne faceva parte aveva quel nome. Ma lo stesso Cassiodoro, -il quale ripete più volte che la difesa dello Stato -era affidata ai Goti, cita nelle sue lettere (<span class="smcap lowercase">VIII</span>, 21 e 22) -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -l'esempio di qualche nobile romano, sotto la sorveglianza -di Teodorico, educato nella lingua dei Goti, e insieme -con essi nell'esercizio delle armi. Dei Romani certo ne -furono ammessi pochi e con difficoltà, ma non vennero -esclusi del tutto. Altra prova che l'uso delle armi non era -ad essi vietato, l'abbiamo nel fatto ricordato dallo stesso -scrittore, quando narra che una volta dovè abbandonare -il proprio gabinetto, ed armare le sue genti per difendere -l'Italia meridionale, minacciata da un assalto dei Bizantini. -Una divisione assoluta e matematica non era possibile. -E quindi sebbene l'amministrazione fosse certo in -mano dei Romani, non si può neppure presumere che i -Goti ne fossero esclusi del tutto. Alcuni dei loro grandi -erano intimi consiglieri di Teodorico, e nella condotta -della politica generale, esterna ed interna, avevano una -parte importante, assai più reale che apparente. -</p> - -<p> -I Goti serbarono le proprie leggi, e furono giudicati dai -<i>Comites Gothorum</i>; lasciarono ai Romani le loro leggi, le -loro istituzioni, i loro giudici, che erano i rettori delle province, -nelle quali i <i>Comites</i> comandavano solo come capi -militari. Nelle cause miste il magistrato goto doveva aggregarsi -un Romano, e giudicare secondo equità, il che finiva -col far prevalere anche in questi casi il diritto romano. -Essendo poi i Goti un esercito, la loro legge aveva naturalmente -un carattere principalmente militare. Nel diritto -civile, e più ancora nel penale, che è di sua natura -territoriale, prevaleva la legge romana. Così si spiega -come quello che si chiama l'<i>Edictum Theodorici</i>, perchè -è il più importante di quanti egli ne fece, venisse compilato -su leggi romane, e fosse obbligatorio anche pei -barbari, sebbene non si trovi in esso traccia visibile di -quelle consuetudini germaniche, che certo non potevano -presso di loro essere spente del tutto. -</p> - -<p> -Quantunque le due legislazioni, gota e romana, restassero -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -in vigore, e si possa anche credere, che tra le condizioni -imposte dall'Impero a Teodorico, vi fosse quella appunto -di lasciare agl'Italiani l'uso della loro legge, pure si afferma -che da principio egli non volesse concedere un tal privilegio -a nessuno di coloro che avevano combattuto a difesa -di Odoacre. — Un principe nuovo, egli avrebbe detto, -si trova spesso nella necessità di punire, senza poter gustare -la dolcezza della pietà. — Ma Epifanio vescovo di -Pavia lo condusse a più mite consiglio. E Teodorico allora -non solo rinunziò al suo primo proposito; ma gli -dette anche larghi sussidi in danaro, per aiutare le oppresse -popolazioni. Il concetto fondamentale del nuovo -governo fu certamente la unione, la fusione dei Goti coi -Romani. I primi dovevano avere le armi, i secondi dar -loro da vivere. L'amministrazione doveva restare in mano -dei Romani, cui correva l'obbligo di cedere una parte -delle terre, di riscuotere le tasse, e raccogliere il danaro -necessario allo Stato. I due popoli però restarono lungamente -l'uno accanto all'altro, senza potersi mai fondere -insieme; restarono anzi in continuo antagonismo fra di -loro. Non era possibile andar contro le leggi della natura. -</p> - -<p> -Liberio, che aveva fedelmente servito Odoacre, ebbe -l'amministrazione delle finanze, e con essa l'incarico di -condurre a termine l'operazione difficilissima della nuova -divisione delle terre, che egli eseguì con tanta prudenza -da non far nascere nessun malcontento. E non era poco. -Si trattava di dividere fra i Goti quello che era stato -dato ai soldati di Odoacre, e i Goti erano in numero -maggiore. Ma questa divisione, come vedemmo, era omai -divenuta nell'Impero un fatto quasi ordinario e normale. -Molti dei seguaci di Odoacre erano morti, altri partiti, -altri s'erano aggregati ai Goti, i quali, di fronte alla popolazione -ed alla estensione del paese, erano anch'essi -in piccolo numero. Le guerre, le stragi avevano, è vero, -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -diminuito non poco il numero degl'Italiani, ma ciò rendeva -più estese le proprietà da dividere, e tornava perciò, -in qualche modo, a vantaggio dei latifondisti, sui -quali ricadeva il peso della divisione. Anche sotto Teodorico -l'aggravio delle imposte fu minore che sotto l'Impero. -Più di una volta egli avrebbe detto che gli doleva -di dover riscuotere tasse da paesi esausti, da contribuenti -impoveriti (<i>Cassiodoro</i>, III, 40). Le condizioni -dell'agricoltura continuarono a migliorare. S'aggiunse, -che per molto tempo non vi fu guerra, e che il governo -barbarico aveva meno lusso, meno bisogno di danari. -L'Italia quindi, sebbene fosse in balìa dei barbari, ebbe -anche ora un periodo di pace e di tregua. -</p> - -<p> -Fra i più ricchi e celebri latifondisti erano i Cassiodoro -delle province meridionali. Colui che fra di essi -fu terzo di questo nome, era anche un gran possessore -d'armenti di cavalli, dei quali fece largo dono a Teodorico, -che servì fedelmente come aveva già fatto con -Odoacre. Egli fu padre di quel Cassiodoro, che ebbe anche -il nome di Senatore, ed è notissimo come il Ministro -per eccellenza degli Ostrogoti. Nato a Squillace, -nella Calabria, verso il 480, fu Patrizio, Console, e nella -sua qualità di Questore fece addirittura le parti di primo -ministro; fu anche <i>Magister officiorum</i>, Prefetto del Pretorio. -Le lettere d'affari, scritte da lui quando era in -questi vari uffici, sono il monumento più prezioso della -storia di quei tempi. Tutto pieno dell'idea romana, egli -cercò di mantenerla viva sotto i Goti; la infuse in Amalasunta, -la figlia di Teodorico, che sembra essere stata -da lui educata, e che egli certo servì col suo solito zelo -quando ella successe al padre. Continuò, anche dopo la -morte di lei, a lavorare pel governo goto fino al 539, -quando si ritirò definitivamente nel suo paese, dove -fondò, come vedremo, due monasteri, dandosi in essi a -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -vita religiosa e letteraria. Egli era stato sempre un uomo -dato agli studi, ai quali attese con ardore anche quando -si trovava in mezzo agli affari: alle lettere infatti dedicò -ogni momento di libertà, che gli restava. E così fece -più che mai quando si ritirò finalmente nella solitudine. -Scrisse, fra le altre sue opere, una storia dei Goti, dei -quali cercò esaltare le origini ed il destino. Di essa c'è -rimasto solo il compendio che Jordanes ne fece di memoria, -come egli dice, dopo averla rapidamente letta una -volta sola. Cassiodoro fu certo un uomo d'assai buona indole, -che avrebbe voluto romanizzare i Goti, da lui sinceramente -amati ed ammirati; un ottimo e fedele impiegato; un -facondo e fecondo scrittore, ma senza originalità e senza -energia di carattere. Cominciò la sua vita pubblica con -un panegirico di Teodorico, e si piegò di continuo alla -volontà dei suoi vari padroni. Come scrittore fu quasi -sempre retorico ed ampolloso, affogando il proprio pensiero -in un mare di parole e di frasi convenzionali, abbandonandosi -a lunghe, eterne digressioni, le quali assai -spesso poco o punto avevano da fare col soggetto che -trattava. Si potrebbe dirlo addirittura il primo dei seicentisti. -Era nondimeno un uomo d'ingegno, instancabile -nel lavoro; e la stessa sua poco originale loquacità, con -la quale riproduceva e ripeteva le idee, i sentimenti -de' suoi tempi, ne fece come uno specchio di essi. Dei -quali assai spesso potè darci un ritratto più fedele, perchè -più impersonale ed obbiettivo, che non avrebbe saputo -fare uno scrittore di più alto ed originale ingegno, -di più vigorosa personalità. -</p> - -<p> -Teodorico, che era in sostanza un alto ufficiale militare -e politico, mandato dall'Imperatore a governare l'Italia, -lasciò inalterate in Roma e nelle province l'antica amministrazione, -le antiche magistrature, che affidò esclusivamente -a Romani. Le province restarono sotto <i>Judices</i> -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -da lui nominati, che amministravano la giustizia. A -Ravenna c'era un Prefetto del Pretorio, a Roma un <i>Vicarius -Urbis</i>. Il Senato serbava l'antico splendore ufficiale, -senza l'antica autorità. Esso non legiferava ora -nè pei Goti nè pei Romani, pei quali ultimi le leggi vere -e proprie si facevano a Costantinopoli. V'era però sempre -una nobiltà senatoriale ereditaria, che aveva uffici determinati, -ai quali erano annessi doveri e diritti. Ed accanto -a Teodorico s'andò formando, per forza inevitabile delle -cose, un'altra nobiltà di grandi personaggi goti, i quali -facevano parte del suo seguito, lo circondavano e consigliavano -sui grandi affari di Stato. In tutte le città continuava -l'ordinamento municipale con a capo i <i>Duumviri</i>, -ed insieme con essi, quasi come regi ufficiali, erano il <i>Defensor</i>, -che sorvegliava l'amministrazione, ed il <i>Curator</i>, -che s'occupava della finanza. La <i>Curia</i> continuava ad essere -destinata più che altro a riscuoter tasse. -</p> - -<p> -Questa monarchia era quindi, nello stesso tempo, una -continuazione dell'Impero, ed una istituzione germanica; -era formata cioè di due società diverse, che restavano -sempre separate, ma che pure s'andavano vicendevolmente -modificando, per la vicinanza e contatto in cui si -trovavano. Il disegno però di fonderle insieme era un -sogno: una delle due doveva inevitabilmente, prima o poi, -soccombere, cedere all'altra. Teodorico non creò nessuna -nuova istituzione; nulla anzi di veramente nuovo egli -fece nè amministrativamente nè legislativamente. A tutto -credeva di poter provvedere con una ben regolata amministrazione -della finanza e della giustizia. Il Goto intanto -restava sempre fuori dell'amministrazione, non era -cittadino romano, nè tale poteva esser fatto dallo stesso -Teodorico. Era un forestiero, che formava l'esercito, di -cui i Romani non potevano come tali far parte: questi avevano -diretta ingerenza nell'indirizzo generale della politica. -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -Il carattere sostanziale della monarchia rimaneva -quindi militare e straniero, sebbene Teodorico fosse stato -nominato Patrizio e Console, adottato come figlio dall'Imperatore -che lo aveva mandato. Era uno stato di cose assai -pericoloso, perchè pieno di sottintesi, di finzioni, di -forme, che non rispondevano, che anzi contradicevano -alla sostanza e realtà vera delle cose; non poteva perciò -durare a lungo. Tuttavia il primo periodo di questo regno -assicurò alle popolazioni alcuni anni non solo di pace, ma -anche di prosperità. -</p> - -<p> -Secondo Procopio, Teodorico «difese l'Italia, amò la -giustizia, fu tiranno di nome, ma di fatto veramente re.» -Molti esempi s'adducono della sua giustizia, della sua -tolleranza religiosa, la quale qualche volta par degna di -un vero filosofo, quasi d'uno spirito moderno. Nelle lettere -scritte per lui da Cassiodoro, egli dice, «che non si -può a nessuno imporre la fede religiosa, perchè nessuno -può essere costretto a credere contro sua voglia.» (II, 27). -Non solo rispettò i cattolici, ma adorò solennemente in -Roma le reliquie di S. Pietro. Moltissimi sono gli edifizi -e le opere pubbliche da lui compiute, sopra tutto in -Ravenna, nella quale si può dire che lasciasse la propria -impronta. Ivi è la chiesa bellissima di S. Apollinare; ivi -sono gli splendidi mosaici, gli avanzi del suo palazzo, la -sua tomba di stile romano, coperta da un gran monolite. -Altre opere pubbliche fece a Verona ed in molte città -dell'alta Italia. Restaurò gli acquedotti, le mura di Roma; -prosciugò una parte delle Paludi Pontine; promosse l'industria, -il commercio e l'agricoltura, a segno tale che il -prezzo del grano scemò grandemente, e l'Italia cominciò -a bastare a sè stessa, cosa che da lungo tempo non -succedeva più. Nè sotto di lui fioriron solo le arti belle, -per opera di quegli artisti italiani e bizantini, i cui lavori -si ammirano anche oggi in Ravenna; ma rifiorirono -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -del pari le lettere. Se gli scritti di Cassiodoro, nonostante -un valore incontestabile, hanno pur molti difetti -nella forma ampollosa e retorica, quelli di Boezio, del -quale avremo occasione di parlare più oltre, hanno anco -nella forma pregi non comuni, che dettero al loro autore -una fama ben meritata. Ma s'illuderebbe chi volesse attribuire -tutto ciò all'opera esclusiva, all'azione diretta e -personale di Teodorico: fu piuttosto conseguenza indiretta -del suo governo. La pace da lui assicurata all'Italia, -l'amministrazione affidata alle mani esperte di ufficiali -romani contribuirono non poco a fare per qualche -tempo prosperare il paese. Ma non era una civiltà nuova -che nascesse; era l'antica società e l'antica civiltà che -risorgevano di sotto alle rovine lasciate dalla barbarie. -</p> - -<p> -Tutto ciò avvenne in modo così rapido e generale, -che Teodorico stesso finì coll'impensierirsene assai. Ed -era naturale, perchè diveniva sempre più evidente la diversità -grande, irreconciliabile, che per sangue, tradizioni, -lingua, costumi, religione, passava fra Goti e Romani. -Ariano e capitano di barbari ariani, egli si trovava -in un paese essenzialmente romano e cattolico. Generale -di un impero teoricamente indiviso, e sotto la dipendenza -di un imperatore, cui diceva di volere obbedire, era e -voleva essere re indipendente dei Goti, che lo avevano -levato sugli scudi. E però anche ora, come a tempo di -Odoacre, fino a quando l'Imperatore si trovava in lotta -col Papa, a questo ed al Re conveniva essere buoni amici, -proteggendosi a vicenda contro le pretese di Costantinopoli. -Il giorno però in cui Papa e Imperatore si fossero -intesi, il pericolo per Teodorico poteva divenire gravissimo. -</p> - -<p> -Ma anche senza di ciò, la questione politica era per -sè stessa molto pericolosa. L'Impero era pieno di barbari. -Seguendo il vecchio sistema bizantino di rivolgerli -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -gli uni contro gli altri, l'Imperatore poteva facilmente -ripeter contro Teodorico quello che, per mezzo di lui appunto, -aveva fatto contro Odoacre. Teodorico perciò volse -ben presto il suo pensiero a fortificare il proprio Stato, -essendo chiaro che non poteva fare sicuro assegnamento -su Costantinopoli, dove non si era punto disposti a riconoscerlo -in modo definitivo. Possedendo egli già la -Rezia, tenuta sempre come parte integrante dell'Italia, -s'avanzò nell'Illirico, l'anno 504, per impadronirsi di -Sirmio, dove era stato in passato un Prefetto del Pretorio, -e che era la prima stazione dei barbari, quando dal -Danubio venivano in Italia. Così poteva difendere da quel -lato i confini d'Italia contro nuove invasioni. Ma ciò appunto -irritava grandemente l'Imperatore, perchè Teodorico -s'impadroniva di quella parte dell'Illirico che apparteneva -all'Oriente. E dette nel 508 occasione ad un -assalto improvviso di navi bizantine contro le coste dell'Italia -meridionale, dove esse riportarono, come dice -uno scrittore del tempo, «una disonesta vittoria di Romani -contro Romani.» Era sempre la stessa perenne -contradizione, che si riproduceva. Le lettere di Teodorico -riconoscono l'autorità dell'Imperatore di tutto il -mondo, <i>totius orbis praesidium</i>. Da lui egli desidera essere -riconosciuto, da lui ha imparato a reggere i Romani. -Il suo governo altro non vuole, altro non può essere, -«che una copia dell'unico e solo Impero, <i>unici exemplar -Imperii</i>. Come si potrebbe separare da voi uno che da -voi è plasmato? Una divisione fra le due Repubbliche, -che hanno sempre formato un sol corpo, non è possibile. -Un solo volere, un solo pensiero è quello che deve animare -tutto il regno romano, <i>romani regni unum velle, una -semper opinio sit</i>» (<i>Variae</i>, I, 1). E mentre che colla -penna del suo ministro, Teodorico scriveva queste lettere, -quando si trovava invece fra i suoi intimi consiglieri goti, -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -vedeva in ben altro modo lo stato delle cose, e mirava -ad una politica assai diversa, se non addirittura opposta. -Egli voleva allora comandare in Italia come un principe -affatto indipendente, il che non piaceva certo all'Imperatore, -che perciò da un momento all'altro poteva -decidersi ad assalirlo o a farlo assalire da altri barbari. -Questo suggerì a Teodorico il pensiero d'imparentarsi, -ed allearsi con i barbari della Gallia, della Spagna, -dell'Africa, costituendo sotto la sua egemonia, una -specie di confederazione, quasi d'Impero barbarico di -Occidente. -</p> - -<p> -Una sua sorella, Amalafrida, egli dette in moglie a -Trasamondo re dei Vandali; una figlia ad Alarico II re -dei Visigoti, i quali a lui ed ai suoi erano affini; lo avevano -aiutato a vincere Odoacre: essi occupavano la Provenza, -gran parte della Gallia, della Spagna, ed avevano la loro -capitale a Tolosa. Un'altra figlia dette all'erede presuntivo -del regno dei Burgundi, il figlio di re Gundobaldo. -Era un regno assai vasto, travagliato allora da interne -dissensioni, delle quali profittarono ben presto i Franchi. -Questi fin d'allora procedevano rapidamente alla formazione -di un nuovo Stato barbarico più vasto e forte degli -altri, sotto Clodoveo, che, convertitosi al Cattolicismo, -ebbe l'appoggio potentissimo della Chiesa romana. Teodorico -sposò la sorella di Clodoveo, Audefleda, da cui -ebbe la figlia Amalasunta, sua unica erede. Il non avere -figli maschi era ciò che lo rendeva sempre più ansioso -d'assicurare la successione e la stabilità del proprio -regno. -</p> - -<p> -Fra i barbari, quello che continuò più di tutti a progredire -era Clodoveo, il quale a forza di guerre, di violenze, -di delitti d'ogni sorta, riuscì a disfarsi de' suoi -nemici, de' suoi parenti e rivali. Vinse i Burgundi, che -divennero suoi dipendenti; si volse contro i Visigoti che -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -sconfisse del pari, uccidendo il loro re. Ottenne poi non -solo il favore del Papa, come abbiam visto, ma quello -anche dell'imperatore Anastasio, che lo nominò Console -onorario, mostrando così di volerlo opporre a Teodorico. -E però questi, dopo che ebbe fatto invano ogni opera per -impedire l'avanzarsi dei Franchi contro i Visigoti, si decise -a muover loro guerra, quando vide che assediavano -Arles, ed erano per prenderla. Due eserciti ostrogoti passarono -quindi le Alpi fra il 508 ed il 509; e il primo di essi -arrivò in tempo per liberare la città, che validamente si -difendeva. I Franchi uniti ai Burgundi ebbero poi una -rotta, nella quale, secondo Jordanes, che sempre esagera -le cifre, perdettero 30,000 uomini. E così Teodorico -fu padrone non solamente della Provenza, che ritenne -per sè, come appartenente all'Italia; ma anche di quella -parte della Spagna e della Gallia che era dei Visigoti, e -che egli governò in nome d'Amalarico giovanetto, suo nipote, -figlio di re Alarico II. Nel centro e nel nord della -Gallia il forte regno dei Franchi, cominciò dopo la morte -di Clodoveo (511) ad essere travagliato da interne dissensioni; -e così per qualche tempo non fu più pericoloso -all'Italia. -</p> - -<p> -Teodorico allora, quasi fosse veramente divenuto Imperatore, -ordinò nella Provenza un governo alla romana; -mandò in Gallia un Prefetto del Pretorio, ed un <i>Vicarius -Urbis</i>. A quest'ultimo scriveva, raccomandandogli di mostrarsi -tal governatore, «quale un <i>Romanus Princeps</i> poteva -mandare alle sue province» (Variae, III, 16). A quei -provinciali diceva poi: «richiamati per divino aiuto all'antica -libertà, adottate i costumi romani, <i>vestimini moribus -togatis</i>, abbandonando la barbarie e la crudeltà; obbedite -alle antiche leggi, e siate così degni nostri sudditi» (III, 17). -Un'altra prova manifesta di questa affettata romanità si -trova nella iscrizione a lui dedicata in Terracina, a proposito -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -del prosciugamento di una palude. Ivi Teodorico -è chiamato <i>victor ac triumphator semper Augustus, bono -Reipublicae natus, custos libertatis et propagator romani -nominis</i>.<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a> È sempre la ripetizione dello stesso singolare -fenomeno, la stessa contradizione. Essendo e volendo -essere un re barbaro, pretendeva di legalizzare e legittimare -questo suo stato, atteggiandosi a principe romano, -a nuovo Imperatore d'Occidente, cosa che Anastasio certamente -non avrebbe potuta mai tollerare in un barbaro. -E però invano il re ostrogoto fece di tutto per -renderselo propizio. Il non potervi riuscire lo angustiava -ora più che mai, giacchè avendo data sua figlia Amalasunta -in isposa ad Eutarico, che era un barbaro, diveniva -sempre più necessario, perchè questi potesse legalmente -ascendere al trono, ottenere l'approvazione -dall'Imperatore. Se però Teodorico non riuscì mai ad -averla da Anastasio, l'ottenne invece dal successore Giustino, -dopo che ebbe promosso un accordo fra questo ed -il papa Ormisda. Le conseguenze però di tale accordo -furono a lungo andare assai diverse e più gravi di -quel che non si sarebbe pensato. La questione religiosa, -che aveva in Italia una straordinaria importanza, mutò -adesso sostanzialmente carattere, e s'aggravò in modo -da divenire più tardi causa non ultima della rovina del -regno ostrogoto. -</p> - -<p> -Sebbene ariano, Teodorico era stato lungamente in -buona armonia col Papa, favorendolo nel conflitto religioso, -che tra Roma e Costantinopoli da lungo tempo continuava -assai aspro. Già papa Gelasio I (492-6), sostenitore -fermo e costante della supremazia della Chiesa di Roma, -aveva, come vedemmo, condannato l'<i>Henoticon</i>, dichiarando -eretico Acacio, aggiungendo, che se l'Imperatore -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -ne avesse seguito le idee, sarebbe stato eretico anch'esso. -«Come romano, così egli scriveva, io dovrei esser sempre -favorevole all'Imperatore; ma la tolleranza degli -eretici è più pericolosa delle devastazioni dei barbari.» -Nè c'era ragione che mutasse attitudine o linguaggio -per favorire Teodorico, il quale non aveva interesse alcuno -di contrariarlo nella disputa, perchè il dissidio era -tutto a suo vantaggio. Se non che l'Imperatore d'Oriente -che aveva mandato Teodorico, sperando fra le altre cose -che egli avrebbe saputo meglio di Odoacre tenere a freno -il Papa, restava affatto deluso, e quindi sempre più irritato -contro di lui. -</p> - -<p> -A Gelasio successe Anastasio II (496-8), che aveva il -nome stesso dell'Imperatore, ed era un Romano d'indole -assai più mite del suo predecessore. Teodorico ne profittò, -per mandare a Costantinopoli un'amichevole ambascerìa, -alla cui testa era il patrizio Festo, il quale s'adoperò -molto ad ottenere una conciliazione politico-religiosa, lasciando -sperare all'Imperatore di far piegare il Papa nella -questione dell'<i>Henoticon</i>, ed in questo modo riuscì a far -mandare a Teodorico le tanto desiderate insegne. <i>Pace -facta de praesumptione regni</i>, dice a questo proposito -l'Anonimo Valesiano. Ben presto però papa Anastasio moriva, -e ne seguì una elezione violentemente contrastata, durante -la quale Teodorico si condusse con grande prudenza. -I candidati eran due. Lorenzo, tenuto più pieghevole e -meno avverso all'<i>Henoticon</i>, aveva il favore dei Senatori, -e quello sopra tutto di Festo, come era naturale per le speranze -che appunto l'<i>Henoticon</i> egli aveva date a Costantinopoli. -L'altro candidato, Simmaco, era invece più fermo -nella dottrina ortodossa, e godeva quindi il favore degli -ardenti cattolici. Così la lotta fra i due partiti s'accese per -modo, che ne venne minacciato l'ordine pubblico, e Teodorico -fu costretto ad intervenire. Con molto accorgimento -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -egli dichiarò, che l'eletto doveva essere colui al quale s'era -dato un maggior numero di voti. E così vinse Simmaco -(498), quegli appunto che a lui conveniva di più, perchè -meno disposto a troppo sottomettersi a Costantinopoli. -</p> - -<p> -Nell'anno 500 Teodorico fece il suo ingresso solenne -in Roma. Fuori delle mura gli vennero incontro il nuovo -Papa, il Senato, i nobili. Egli andò in S. Pietro ad adorare -le reliquie del Santo; dichiarò di voler concedere -tutto ciò che gl'Imperatori avevano promesso a vantaggio -della Città eterna; attese con ardore al restauro dei -monumenti; fece celebrare i giuochi nel Circo; assegnò -al popolo un annuo sussidio di 120 mila moggia di grano. -Intanto gli oppositori di Simmaco non si erano acquetati; -mossero anzi contro di lui ogni sorta d'accuse, perfino -di adulterio. Teodorico dichiarò di non volersene -mescolare, e rimise la decisione ad un Concilio, che fu -chiamato Sinodo palmare (501), nel quale mandò suo rappresentante -il vescovo di Altino. Gli fu opposto che il -Concilio doveva essere radunato dal Papa, non dal Re; -e Teodorico rispose, che aveva in tutto proceduto d'accordo -con Simmaco. Si protestò allora che non si voleva -il regio visitatore, che non si poteva da nessuno giudicare -il capo della Chiesa; e Teodorico disse che egli pregava -solamente il Concilio di ristabilire la pace religiosa nel -modo che credeva migliore. Si sarebbe, egli aggiunse, -uniformato senz'altro alle deliberazioni prese, limitandosi -da parte sua a mantenere l'ordine, a difendere da ogni minaccia -la persona del Papa. Il Concilio finì col riconoscere -Simmaco senza giudicarlo; e Lorenzo, dopo avere invano -tentato di resistere, si ritirò. La pace religiosa fu così ristabilita -in Occidente; ma ricominciò subito la lotta con -Costantinopoli. Ben presto Simmaco assunse un'assai decisa -attitudine; ed in un Concilio tenuto l'anno 502 fece -leggere ed annullare i due decreti di Odoacre (483) circa -la elezione papale e la proibizione d'alienare le proprietà -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -della Chiesa, ritenendoli illegali, come opera di -un laico, indebitamente poi sanzionata. E quanto all'<i>Henoticon</i>, -scrisse all'Imperatore: «Invano tu credi di poterti -levare contro la potenza di S. Pietro, e liberarti dal -giudizio di Dio.» Nè l'Imperatore poteva allora reagire, -perchè il popolo era a Costantinopoli divenuto fautore -della dottrina ortodossa. Il Papa quindi procedeva fermo -e sicuro, occupandosi, senza altri pensieri, di costruire -in Roma nuove chiese, dando le sue cure maggiori ad -abbellire S. Pietro, iniziando la costruzione del Vaticano: -e così, per opera sua e di Teodorico, l'antica capitale -dell'Impero sembrava fiorire di nuovo. A Costantinopoli -invece la disputa religiosa dava origine a tumulti, a ribellioni, -che indebolivano l'Imperatore ed incoraggiavano -sempre più il Papa. E quando a Simmaco successe -Ormisda (514-23), anche questi continuò a lottare con -energia contro l'Imperatore, che finalmente, perduta la -pazienza, mandò via gli ambasciatori papali dicendo, -che poteva sopportare d'essere addolorato ed anche ingiuriato, -ma non voleva rassegnarsi a ricevere comandi -da Roma. -</p> - -<p> -Inasprite le cose fino a questo punto, cominciavano a -dar grave pensiero anche a Teodorico, cui certo non giovava -che l'Imperatore venisse troppo irritato. E fu questo -il momento nel quale la questione religiosa subì la -profonda modificazione, più sopra accennata. Morto l'imperatore -Anastasio, gli era successo Giustino (518-27), -un contadino ignorante della Dardania, valoroso soldato, -affatto ortodosso in religione, che si lasciò guidare da -suo nipote Giustiniano, uomo di grande ingegno e ortodosso -al pari di lui. Fu questo veramente il principio -di un nuovo indirizzo religioso e politico nell'Impero, -anzi di un'era novella. Il popolo a Costantinopoli esaltava -con grande ardore le dottrine cattoliche, e gli eretici -erano perseguitati: il Papa naturalmente ne gioiva. Teodorico, -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -impensierito allora del nuovo stato di cose in -Oriente, e della opposizione crescente che vedeva sorgere -contro di lui in Italia, pensò di farsi addirittura iniziatore -d'un accordo fra Papa e Imperatore, sperando così -di guadagnarsi il favore dell'uno e dell'altro. La cosa -riuscì dapprima assai facilmente; ma le conseguenze furon -poi inaspettate. Nel 519 arrivavano a Costantinopoli -gli ambasciatori del Papa, che furono solennemente accolti -dal popolo, dal Senato e dall'Imperatore. Essi portavano -il <i>libellus</i>, o sia la formola già concordata della esplicita -sottomissione dell'Impero alle dottrine cattoliche; e fu -subito accettata. L'<i>Henoticon</i>, cagione di tante dispute, -venne solennemente condannato; Acacio fu anatemizzato. -Così Roma, dopo una lotta sostenuta sempre con energia, -senza mai nulla cedere, aveva finalmente trionfato. E pareva -che l'Imperatore si fosse stabilmente messo d'accordo -non solo col Papa, ma anche con Teodorico. Infatti -Eutarico fu nominato Console e adottato come figlio, <i>per -arma filius</i> (<i>Variae</i>, VIII, 1): era questa la formola usata. -Se non che ben presto tutto si volse a danno di Teodorico, -il quale era ariano, e non poteva andare a lungo -d'accordo con un Papa e con un Imperatore, che, essendo -ambedue ortodossi, dovevano trovarsi, come ben presto -si trovarono, uniti contro di lui. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap2-4">CAPITOLO IV -<span class="smaller">Fine del regno di Teodorico — Governo di Amalasunta</span></h3> -</div> - -<p> -Verso il 524 l'imperatore Giustino cominciò a perseguitare -gli Ariani, il che rese subito assai difficile la -condizione di Teodorico, massime perchè suo genero -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -Eutarico era un ariano fanatico ed intollerante. Il Re -fu quindi costretto a reagire, perseguitando i Cattolici, -e si trovò subito in urto col Papa, eccitando lo -scontento delle popolazioni. In questo tempo appunto, -avendo il popolo bruciata la Sinagoga a Ravenna, Teodorico -lo costrinse a ricostruirla; il che aumentò sempre -più il malumore. E non era cosa di poco momento. -Nei Romani, sopra tutto nei Senatori e nei latifondisti, -che più avevano sofferto per la divisione delle terre, -dirigevano l'amministrazione ed avevano i principali -uffici civili, s'era, insieme colla prosperità favorita dalla -pace, cominciata a manifestare una crescente avversione -ai Goti, con una maggiore fiducia in sè stessi. Questa -fiducia, come era naturale, aumentava grandemente ora -che si poteva esser sicuri del favore del Papa e dell'Imperatore. -Così la società e la cultura romana guadagnavano -rapidamente terreno, e i fautori di esse cominciavano -a intendersela direttamente coll'Imperatore. -Tutto questo finì coll'irritare assai Teodorico, il quale -vedeva a un tratto minacciato di rovina l'edifizio con -sì gran cura innalzato. L'alleanza, la fusione dei Goti -e dei Romani da lui tanto vagheggiate, apparivano ora -come un sogno che s'andava a un tratto dileguando. -Fu allora che egli emanò contro i Romani l'ordine ricordato -dall'Anonimo Valesiano, <i>ut nullus eorum arma -usque ad cultellum uteretur</i>. Ed a poco a poco parve che -in lui andasse scomparendo ogni traccia di romanità; -tornò ad essere il feroce barbaro d'una volta, quello -stesso che colle proprie mani aveva, nel banchetto di -Ravenna, assassinato Odoacre. -</p> - -<p> -Non tutti i Romani erano però concordi, essendovi -fra loro, anche negli ordini superiori della società, di -quelli che restavano ciecamente attaccati ai Goti, e -che, come tutti i rinnegati, erano intolleranti e vendicativi. -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -Alla loro testa si trovava il referendario Cipriano, -che fu poi Conte delle sacre largizioni, Maestro -degli uffici, e che non solamente aveva egli stesso preso -servizio nell'esercito dei Goti, ma da essi aveva fatto -educare nella loro lingua e nelle armi i suoi propri figli. -Costui ad un tratto accusò il patrizio Albino d'avere -scritto all'Imperatore lettere segrete, per cospirare contro -Teodorico. Albino negò recisamente ogni tentativo -di congiura; e la cosa non avrebbe avuto le grandi proporzioni -che prese, se all'agitazione che già s'era manifestata -nei Romani, ai sospetti già fieramente accesi nell'animo -di Teodorico, non si fosse aggiunto l'intervento -inaspettato e spontaneo d'un personaggio di grande reputazione -ed autorità. -</p> - -<p> -Il senatore Boezio della illustre famiglia Anicia era stato -amico di Teodorico, e ne aveva fatto l'elogio in Senato; -nel 510 era stato Console, dignità che nell'anno 522 venne -contemporaneamente conferita ai suoi due figli, fatto eccezionale -davvero. Egli era studiosissimo dell'antica filosofia, -sopra tutto di Aristotele, di cui aveva commentato -la Logica; di Platone e dei Neoplatonici. Aveva tradotto -dal greco opere di matematica e di magia; aveva scritto -opere filosofiche, ed anche teologiche: Cassiodoro ce lo -descrive come un uomo enciclopedico. «A lui si ricorse, -egli dice, quando si voleva costruire un orologio ad acqua, -ed uno a sole pel re dei Burgundi; quando si cercava -un buon citaredo per mandarlo al re Clodoveo, e così -pure quando si volle scientificamente esaminare se era -stata alterata la moneta con cui venivano pagati i soldati.» -Egli era un cristiano, ammiratore dello spirito dell'antica -Roma, animato fino all'entusiasmo da un sentimento -stoico e neoplatonico. Una prova di questo suo -esaltamento si vide nel modo con cui si gettò nella pericolosa -disputa, a proposito di Albino. Ne difese a viso -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -aperto l'innocenza, sostenendo esser falsa l'accusa fattagli -da Cipriano, aggiungendo che i sentimenti d'Albino erano -quelli di tutto il Senato; che congiura non v'era stata, -e se vi fosse stata, nessuno dei Senatori l'avrebbe rivelata. -Cipriano allora portò falsi testimoni, che riconfermarono -l'accusa mossa contro Albino, estendendola anche -a Boezio. E così furono ambedue chiusi in carcere. -</p> - -<p> -Non sappiamo qual fosse il destino finale di Albino, -ma Boezio venne processato e condannato dal Senato. -La forma del processo ci è però ignota: non si può dire -con certezza se la condanna fu pronunziata da una commissione -o da tutto il Senato. Ma quest'ultimo caso non -par probabile, se si pensa ai sospetti che Teodorico -continuò sempre ad avere contro i Senatori. Non si sa -neppure qual fosse veramente la sentenza pronunziata -contro Boezio, che se aveva con troppa audacia sparlato -del Re, aveva però a viso aperto difeso il Senato. Assai -probabilmente venne da una commissione condannato al -carcere, pena che più tardi Teodorico, accecato dall'ira, -mutò di suo arbitrio in una morte crudele, anzi barbara -addirittura. -</p> - -<p> -Nella lunga prigionia Boezio scrisse la sua <i>Consolatio -Philosophiae</i>, che è la propria confessione ed apologia, il -libro che rese immortale il suo nome. «Di che cosa sono -io accusato?, egli diceva. Di avere amato la libertà di -Roma, difeso la dignità del Senato.» Chiamava corrotti -i suoi accusatori, e si doleva di essere stato condannato, -senza venir prima interrogato, da quel Senato stesso -di cui aveva assunto le difese. La ragione dell'accusa, -egli proseguiva, «furono gli odii contro di me suscitati -nell'adempimento del mio ufficio, opponendomi io alle -ingiustizie di cui erano vittime i provinciali romani. -L'avidità dei barbari, sempre impunita, diveniva ogni -giorno maggiore verso le terre dei provinciali, dei quali -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -assai spesso volevano la testa, per aver poi gli averi. -Quante volte non difesi e protessi i miseri contro le -infinite calunnie dei barbari, che volevano divorarli!» -Questo libro dettato nel carcere, senza l'ampollosa retorica -di Cassiodoro, in buona e corretta prosa latina, -di tanto in tanto interrotta da versi, è un vero inno alla -virtù. E fu scritto colla certezza della morte vicina, perchè -la irritazione di Teodorico, già arrivata al colmo, divenne, -come era naturale, per questo audace linguaggio, -addirittura furibonda. Boezio si dichiarava apertamente -difensore della giustizia e degli oppressi, pei quali non -aveva mai ricusato nessun sacrifizio. «Gloria, potenza, ricchezza, -egli continuava, sono vanità. Solo la virtù ha valore, -essa sola rende l'uomo veramente libero. Iddio che è -il sommo bene, cui l'universo intero aspira, deve essere -anche la mira costante del filosofo.» Fra i caratteri più -singolari del libro, che ebbe una prodigiosa popolarità -in tutto il Medio Evo, e fu tradotto in ogni lingua, v'è -ancora questo, che, leggendolo senza conoscerne l'autore, -sarebbe difficile dire se esso è l'opera d'un pagano o -d'un cristiano. È di certo la manifestazione d'un eroismo, -che potrebbe credersi pagano e cristiano ad un tempo. -Non si può affermare che vi sia nulla di sostanzialmente -contrario al Cristianesimo, ma è strano davvero che un -cristiano, il quale s'apparecchia alla morte, non accenni -una sola volta nè al Paradiso, nè all'Inferno, nè a Cristo, -e neppure alla speranza d'una vita futura. Pare il -linguaggio d'uno stoico, tanto che per qualche tempo -si giunse a dubitare se Boezio fosse stato davvero cristiano -e autore delle opere religiose a lui attribuite. Ma -la grande popolarità che nel Medio Evo godette il suo -libro fra i Cristiani, rendeva assai difficile ammettere -il dubbio, ed oggi la critica storica lo ha interamente -eliminato. C'è in lui qualche cosa che ricorda i Neoplatonici -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -italiani del secolo <span class="smcap lowercase">XV</span>, come Marsilio Ficino e Pico -della Mirandola, nei quali Paganesimo e Cristianesimo -sembravano fondersi e confondersi in una dottrina sola. -I cospiratori allora affilavano i pugnali contro i tiranni, -invocando Bruto, e nello stesso tempo si raccomandavano -alla Madonna, perchè guidasse il loro braccio, e non facesse -fallire il colpo omicida. -</p> - -<p> -Teodorico si decise finalmente a far morire il prigioniero. -Una fune venne legata intorno al capo di Boezio così -strettamente, che gli occhi quasi ne schizzarono fuori, ed -allora con un colpo di mazza sulla testa lo finirono (524). -Nè contento di ciò, Teodorico, che aveva ormai perduto -il dominio di sè, temendo che Simmaco, capo del Senato, -anch'esso della famiglia Anicia, e che aveva dato -sua figlia in moglie a Boezio, potesse voler vendicare il -parente suppliziato, fece prendere e porre a morte anche -lui, senza neppur fargli processo. Ciò dimostra che Albino -e Boezio non erano soli ad avere sentimenti romani nel -Senato, e fa quindi sempre più credere che questo non sarebbe -stato allora concorde a pronunziare, per ragioni politiche, -la sentenza di morte contro uno dei suoi membri. -</p> - -<p> -A papa Ormisda era successo Giovanni I (523-6), che si -mostrò lieto anch'esso che l'Imperatore perseguitasse gli -Ariani, ciò che spinse il furore di Teodorico fino al parossismo. -Egli, nonostante la viva resistenza, costrinse il -Papa a partire per Costantinopoli, pretendendo che andasse -colà a difendere la causa degli Ariani, a chiedere -la restituzione delle loro chiese; altrimenti minacciava severe -rappresaglie. Il Papa assai di mala voglia partì per -l'Oriente, e fu accolto con grande entusiasmo. Ottenne -tutto quello che domandò nell'interesse del Cattolicismo; -nulla però, com'era naturale, ottenne, nè gl'importava -ottenere, a favore degli Ariani. Lo sdegno di Teodorico -fu tale allora che, quando Giovanni tornò, lo chiuse in -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -carcere, dove il 25 maggio 526 morì. Ed ora il Re volle, -per propria sicurezza, ingerirsi nella elezione del nuovo -Papa, indicando colui che fu poi eletto col nome di Felice -III. Tutto questo destò d'ogni parte uno straordinario -ed universale malcontento contro di lui. Pareva -che l'Impero ed i Vandali, profittando della occasione, -fossero per mettersi d'accordo, e muovergli guerra da -un momento all'altro. Ma quando egli con febbrile attività -raccoglieva navi ed armati per difendersi, fu improvvisamente -sorpreso dalla morte. -</p> - -<p> -In questa morte, avvenuta solo novantasette giorni -dopo quella di papa Giovanni, molti videro la mano di -Dio, e più d'una leggenda s'andò formando intorno ad -essa. Procopio racconta che, trovandosi Teodorico ad -un banchetto, gli fu portato un grosso pesce, il quale, -digrignando i denti e rivolgendo minacciosamente gli -occhi, pareva che assumesse le sembianze di Simmaco. -Spaventato di ciò, il Re si sentì preso da brividi che -lo costrinsero a mettersi in letto, dove non vi furono -panni che bastassero a riscaldarlo, ed il 30 agosto 526, in -età di settantadue anni, fu da una forte dissenteria condotto -a morte. Un'altra leggenda, narrata assai più tardi nei -<i>Dialoghi</i> di Gregorio Magno, racconta che un collettore -di tasse, passando per l'isola di Lipari, vi trovò un eremita -che subito esclamò: — È morto Teodorico! — Come -mai, rispose l'altro, se non è molto che io lo lasciai in -buona salute? — Eppure, soggiunse l'eremita, io l'ho -visto or ora passare colle mani legate, fra papa Giovanni -I e Simmaco, ed essere gettato nel cratere del -Vulcano di Lipari. — Questa leggenda si connette assai -probabilmente al fatto, che qualche tempo dopo la morte, -il corpo del Re non fu più trovato nel suo mausoleo, e se -ne perdè ogni traccia. Nel 1854 si credette che alcuni muratori, -i quali scavavano la terra non molto lungi dal mausoleo, -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -avessero trovato colà sepolto il suo cadavere. Ma -anche allora, per colpa di quegli operai mal fidi, tutto -scomparve insieme colla corazza d'oro, che era stata -del pari trovata, e di cui solamente alcuni brani si salvarono. -</p> - -<p> -Teodorico, morendo, lasciava la figlia Amalasunta, vedova -per la morte già avvenuta del marito Eutarico, -da cui aveva avuto un bimbo, Atalarico, che era allora -di dieci anni circa. E però, quando Teodorico si sentì vicino -a morte, chiamati intorno a sè i capi dei Goti, -presentò loro il nipote, raccomandando, come dice Jordanes, -«che lo rispettassero quale loro re, amassero il -Senato ed il popolo romano, tenessero soddisfatto e -propizio l'Imperatore: <i>Principemque orientale placatum, -semperque propitium haberent post Deum</i>.» Necessariamente -il governo venne di fatto nelle mani della madre -Amalasunta, la quale aveva avuto un'educazione romana; -parlava il goto, il greco ed il latino. Ella ci è descritta -come bella e d'animo virile; ma in realtà non riuscì pari -alle molte e gravi difficoltà in mezzo alle quali si trovò. -A tempo di lei non solo l'Impero d'Occidente si decompose -affatto, ma s'avviò a rovina anche il regno ostrogoto. -</p> - -<p> -E prima di tutto, la sua successione al governo, non -approvata dall'Imperatore, non era, neppure secondo le -consuetudini gote, legale. Si cercò di rimediarvi, facendo -prestare giuramento dal popolo goto e romano ad Atalarico, -che a sua volta dovè giurare ad essi ed al Senato. -<i>Jurat per quem juratis</i>, scriveva Cassiodoro (VIII, 3), il -quale divenne ora nella Corte più potente che mai; fu -Maestro degli uffici, Questore, e più tardi Prefetto del -Pretorio, tanto che diceva di sè stesso: <i>Erat solus ad -universa sufficiens</i> (IX, 25). Amalasunta sembrava che volesse -seguire una politica mite e conciliatrice, senza troppo -allontanarsi dalla via seguita da suo padre nei primi anni -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -del regno. Restituì ai figli di Boezio e di Simmaco i beni -loro confiscati; e nello stesso tempo, con singolare contradizione, -favorì ancora il partito avverso. Infatti Cipriano, -l'accusatore, il calunniatore di Albino e di Boezio, -ritenne i suoi alti uffici. Sotto di lei vi furono Romani che -ebbero nell'esercito gradi elevati, e Goti che entrarono -nel Senato.<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> La forza delle cose la costringeva a tenere -una via diversa da quella seguìta da Teodorico; e ciò -nella politica estera più ancora che nella interna. -</p> - -<p> -Il concetto d'una grande confederazione barbarica, -sotto la presidenza del re ostrogoto, andò in fumo. L'Italia -si trovò isolata, ed a Costantinopoli s'aveva ora assai -buon gioco, e si cercò presto di trarne profitto. Intanto -Amalasunta faceva scrivere da Cassiodoro, in nome di -Atalarico, una lettera che diceva all'Imperatore: «Mio -avo fu innalzato da Onorio alla dignità di Console, mio padre -fu da voi adottato <i>per arma filius</i>; questo è un titolo, -che a me adolescente s'addice anche meglio» (VIII, 1). -Ma nulla s'ottenne da Giustino, chè anzi l'Italia meridionale -si trovò da lui minacciata di guerra, tanto che fu -allora appunto che Cassiodoro dovè accorrere per assumerne -coi suoi la difesa. A settentrione minacciavano i -Gepidi; all'interno v'era un grandissimo scontento fra i -Goti, i quali si dolevano aspramente, che il giovane Atalarico -venisse educato alla romana piuttosto che alla gota, -alle lettere piuttosto che alle armi. Nel 527 Giustino associava -all'Impero suo nipote Giustiniano, il quale dopo -quattro mesi (1º agosto 527), per la morte dello zio, divenne -Imperatore. Egli era un uomo assai più accorto, -che ad una grande ambizione univa un altissimo ingegno. -Riconobbe subito la successione di Atalarico e la -reggenza di Amalasunta, non per affetto che portasse -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -loro; ma perchè voleva assicurarsene il favore, meditando -adesso di muover guerra ai Vandali. Finita questa, -avrebbe poi pensato ad attaccare l'Italia. Intanto era lieto -che il malumore dei Goti crescesse, perchè così si spianava -a lui la via per mescolarsi nelle loro faccende, e -trovar futuri pretesti di guerra. Già i loro capi protestavano -ogni giorno più vivamente contro Amalasunta, -per la educazione che dava al figlio. Teodorico, essi andavano -ripetendo, aveva giustamente affermato, che non -avrebbe saputo mai affrontare le spade nemiche colui -che temeva la sferza del pedagogo. Ed un giorno che il -fanciullo piangeva per una guanciata ricevuta, chi dice -dal maestro, chi dalla madre, le sdegnose proteste arrivarono -a tale, che essa dovette cedere, affidandolo a capi -militari, i quali lo educarono fra le armi, le donne, il -vino, i cavalli. Ed egli allora, per questo subito mutamento, -datosi alla dissolutezza, cominciò a deperir tanto -nella salute, che si previde subito non poter vivere a -lungo. -</p> - -<p> -In Italia si trovava un altro nipote di Teodorico per -nome Teodato; questi era figlio d'Amalafrida e di un -Goto, morto il quale, ella aveva in seconde nozze sposato -Trasamondo re dei Vandali, l'uno e l'altro già morti adesso. -Da lei Teodato aveva ricevuto un'educazione romana, ed -era divenuto appassionato cultore della letteratura latina -e della filosofia di Platone, il che lo rendeva poco accetto -ai Goti. Pure, secondo le loro consuetudini, la successione -sarebbe toccata a lui, come figlio d'una sorella di Teodorico, -in caso che Atalarico fosse morto prima, cosa che -pareva assai probabile. Ambizioso ed avido, egli s'era -reso poco accetto anche ai Romani, per le sue prepotenze. -Teodorico gli aveva concesso vaste terre in Toscana, -ed egli le aveva, a forza di astuzie e di prepotenze, -aumentate in modo da rendersi padrone di quasi -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -tutta quella regione. Amalasunta dovette quindi porre -un freno a queste ingiustificate spoliazioni, e ciò le rese -Teodato avverso per modo che cominciò a tramare contro -di lei a Costantinopoli. -</p> - -<p> -L'avversione dei Goti per Amalasunta era intanto -giunta a tale, che ella dovette mandarne ai confini tre -dei più potenti e riottosi. Tuttavia si sentiva sempre -così poco sicura, che si rivolse anch'essa a Giustiniano, -al quale aveva, come vedremo, reso già assai -utili servigi nella guerra contro i Vandali (533). Voleva -rifugiarsi presso di lui, ed a sua dipendenza governare -poi l'Italia. Giustiniano, come è naturale, accolse -la proposta; e già le aveva apparecchiato splendido alloggio -a Durazzo (<i>Dyrrachium</i>), dove essa spedì sopra -navi i tesori dello Stato, 40,000 aurei. Ma Amalasunta, -che era donna assai mutabile, essendo in questo -mezzo riuscita a disfarsi dei tre Goti che aveva confinati, -richiamò le navi e depose a un tratto ogni pensiero -di lasciare l'Italia. -</p> - -<p> -Giustiniano allora, non sapendo qual fosse veramente -l'animo di lei, mandò tre ambasciatori per indagarlo (534). -Egli adesso aveva vinto i Vandali, e s'apparecchiava a -fare l'impresa d'Italia. Aveva in passato chiesto ad Amalasunta -la fortezza di Lilibeo (Marsala) in Sicilia, e la -chiedeva ora nuovamente. Questa fortezza era stata concessa -in dote ad Amalafrida; e i Goti ritenevano che, per -la morte di lei, tornasse di diritto a loro. Giustiniano -invece riteneva che, avendo egli sottomesso i Vandali, -la fortezza spettasse a lui, e la chiedeva con insistenza -anche perchè gli poteva giovare non poco nel cominciare -l'impresa d'Italia. Amalasunta l'avrebbe facilmente -ceduta; ma temeva lo sdegno del suo popolo, e però -esitava. -</p> - -<p> -Il 2 ottobre 534 moriva Atalarico, ed Amalasunta si -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -trovò in una nuova, difficilissima condizione. Non poteva -essere regina, perchè le leggi dei Goti non lo consentivano; -non poteva essere reggente, perchè il figlio era -morto; non poteva quindi neppur trattare in proprio nome -con Giustiniano. Capì allora che bisognava rivolgersi a -Teodato, e gli propose d'associarsi a lei nel governo dell'Italia. -Sperava di contentarlo coll'apparenza del potere, -che egli invece intendeva assumere ben presto nelle sole -sue mani. Ma intanto le lettere sempre ampollose e retoriche, -scritte da Cassiodoro in loro nome, annunziavano -all'Imperatore la nuova unione: «Come il corpo umano -ha due orecchie, due occhi, due mani, così il regno goto -ha ora due sovrani.» E con altre lettere, scritte sempre -da Cassiodoro, essi facevano vicendevolmente le proprie -lodi presso l'Imperatore, e dinanzi al Senato. Pare che -Giustiniano, persuaso che non vi fosse da temer grande -resistenza da parte di due sovrani deboli e discordi, si -dimostrasse pronto a riconoscerli senza difficoltà. Ma intanto -Teodato, già stanco d'avere il secondo posto, riuscì -a confinare Amalasunta nel lago di Bolsena, dove fu ben -presto strangolata nel bagno (535) dai parenti di quei -Goti, che essa aveva fatti uccidere. Procopio, nei suoi -<i>Anecdota</i>, pretende che istigatrice di questo assassinio -fosse stata l'imperatrice Teodora, la quale temeva che -Amalasunta, venendo a Costantinopoli, avesse colla sua -bellezza potuto esercitare troppo grande predominio -sull'animo dell'Imperatore. Teodato da parte sua si dichiarò -affatto innocente, ma nessuno gli credette, massime -quando si vide che gli uccisori furono da lui premiati. -Chi intanto da tutto questo potè veramente cavar -vantaggio fu Giustiniano. Appena che Amalasunta era -stata messa in prigione, egli aveva protestato, dicendo -che l'assumeva sotto la sua protezione. E quando la -seppe uccisa, egli, sotto l'apparenza di vendicare la giustizia -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -offesa, si credette in pieno diritto di muover contro -Teodato e gli Ostrogoti quella guerra, che già da -lungo tempo meditava. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap2-5">CAPITOLO V -<span class="smaller">Giustiniano e Belisario — La guerra vandalica — Il -principio della guerra gotica</span></h3> -</div> - -<p> -Ci è forza ora tornare un passo indietro, per parlare -di Giustiniano, che così gran parte ebbe nelle cose -d'Italia. -</p> - -<p> -Egli nacque nella Dardania l'anno 482 o 83; ebbe a -Costantinopoli una educazione ed istruzione greco-romana. -Nel 521 fu da suo zio Giustino nominato Console. Ed in -questa occasione vi furono feste straordinarie davvero, -nelle quali si spesero 280,000 aurei, e furono adoperati -venti leoni, trenta pantere ed altri animali feroci. Questo -fu il primo segno di quel sontuoso lusso, di cui Giustiniano -fu sempre assai vago, in parte per sua propria indole, in -parte perchè lo credeva utile a crescergli autorità presso -le moltitudini. Nel 527 venne associato all'Impero da suo -zio, cui poco dopo successe. Egli era certamente un uomo -di grande ingegno, ed aveva un alto concetto dell'Impero, -che voleva restaurare in Occidente. Mirabile fu in -lui l'attitudine a scegliere le persone adatte all'attuazione -de' suoi disegni. Questo si vide nella scelta che fece -prima di Belisario, poi di Narsete, il quale a sessant'anni -venne per la prima volta messo alla testa d'un esercito, e -riuscì ottimo generale. La stessa felice attitudine dimostrò -nella elezione di Triboniano e degli altri che chiamò a compilare -il <i>Corpus Juris</i>, non che degli architetti che costruirono -il meraviglioso tempio di Santa Sofia. Non aveva però -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -capacità amministrativa; profondeva danari nelle opere -pubbliche, nelle molte fortezze che costruì, nelle continue -guerre. Tutto questo lo portò ad aggravar di tasse il popolo, -provocando un gran malcontento, che, aggiunto alla -continua mancanza di danaro, più d'una volta mandò a -monte i disegni meglio concepiti. Oltre di ciò s'innamorò -d'una bella e trista donna, che fu addirittura una specie -di Lady Hamilton, dissoluta, crudele e di un orgoglio -smisurato. Figlia d'un guardiano delle bestie del circo, -morto il padre, essa si sarebbe, secondo la pubblica fama, -prostituita a tutti, mostrandosi anche nuda nel teatro; e -finalmente, tornata dopo molte peregrinazioni a Costantinopoli, -sposò Giustiniano, che, salito sul trono, la volle -partecipe al governo. Certo è però che d'allora in poi -ella seppe frenarsi, menando vita decorosa, e si dimostrò -donna di molto ingegno, di grandissimo coraggio. -</p> - -<p> -La fonte principale e più autorevole di tutto questo -tempo è Procopio, che accompagnò Belisario nelle sue -guerre, delle quali ci lasciò un diario fedele e prezioso. -Più tardi egli scrisse una seconda opera, conosciuta col -titolo di <i>Storia arcana</i> o anche <i>Anecdota</i>, nella quale dimostrò -contro Giustiniano e Teodora un'avversione di -cui non v'è traccia nella prima storia. Pare che, dopo la -loro morte, si sentisse più libero nello scrivere, e che -ciò lo inducesse a parlare assai più chiaro, qualche volta -anche ad eccedere ne' suoi giudizi. -</p> - -<p> -Quello che più di ogni cosa tramandò ai posteri il nome -di Giustiniano fu la sua opera legislativa. Varie commissioni -da lui nominate, sotto la presidenza di Triboniano, -riunirono in diverse raccolte tutte le fonti del diritto -romano, aggiungendovi anche un Manuale (<i>Institutiones</i>) -pei principianti, e formando così quel <i>Corpus Juris</i>, -che è la gloria principale di Giustiniano. Una di queste -raccolte è il <i>Codice</i> (<i>Codex constitutionum</i>), collezione -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -in dodici libri degli Editti imperiali; la più importante -è però quella conosciuta col nome di <i>Digesto</i> o <i>Pandette</i>. -In essa la Commissione riassunse tutti gli scritti -classici dei giureconsulti, scritti che contenevano i loro -pareri sulle <i>Leges</i> e sui <i>Senatus-consulta</i>, di cui qualche -volta riproducevano preziosi frammenti. Fu un'opera veramente -immane, divisa in cinquanta libri, nei quali erano -compendiati duemila volumi. E venne condotta a termine -nel breve spazio degli anni 530-33. Ciò che domina in tutto -quanto il <i>Corpus Juris</i> è il concetto dell'assoluta autorità -imperiale, uno spirito coordinatore ed accentratore, -che era il carattere di quel tempo, privo d'ogni produttiva -originalità intellettuale, come si vide anche nella -filosofia e nella teologia. Gran torto fece a Giustiniano -l'avere per eccessivo zelo religioso, soppresso la scuola -di filosofia greca in Atene, che sebbene fosse già decaduta, -aveva pur sempre un nome antico e gloriose tradizioni. -</p> - -<p> -Nonostante le grandi qualità e le grandi opere di Giustiniano, -la sua cattiva amministrazione, le continue spese, -le tasse oppressive produssero ben presto uno straordinario -malcontento. Si aggiungeva ancora un profondo dissenso -religioso fra i Monofisiti, che erano protetti dalla -Imperatrice, e gli Ortodossi, che erano sostenuti dall'Imperatore. -E tutto ciò condusse ben presto ad una violenta -rivoluzione, la quale scoppiò nell'Ippodromo, dove la moltitudine -era già divisa negli Azzurri, che inclinavano ai -Monofisiti, e nei Verdi, che inclinavano agli Ortodossi. -Una tale divisione turbava allora ed agitava tutte le principali -città dell'Impero; ma a Costantinopoli essa aveva -preso proporzioni addirittura spaventose. L'Imperatore fu -nell'Ippodromo insultato con una indegna violenza di linguaggio, -specialmente da parte degli Azzurri, che, accusandolo -di favorire i Verdi, gli davano di ladro, di traditore, -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -di asino. Per mostrarsi imparziale, egli fece uccidere -alcuni malfattori dell'uno e dell'altro partito, ma ciò invece -li unì tutti contro di lui. La rivoluzione che ne seguì -ebbe il nome di <i>Nika</i> (Vittoria), dal motto d'ordine, che -avevano assunto i due partiti temporaneamente riuniti. In -conseguenza di essa, scoppiò un incendio, che durò cinque -giorni, accumulando grandi rovine; e venne proclamato -perfino un nuovo Imperatore, tanto che Giustiniano, persuaso -di non poter più resistere, voleva abbandonare Costantinopoli -e l'Impero. Teodora diè prova allora del suo -virile coraggio. — Morire bisogna pure una volta, ella -esclamò al marito, ma condurre l'esistenza da principe -fuggiasco non è vita. Fuggi, se tu vuoi, io non voglio vivere -senza la porpora. — E allora venne chiamato il giovane -Belisario, il quale condusse la repressione con tale -energia, che si parlò di 35,000 morti. Ipazio, che era il -nuovo imperatore proclamato dai ribelli, fu anch'egli ucciso, -e Giustiniano restò finalmente sicuro sul trono (532), -che dovette a Teodora ed a Belisario. -</p> - -<p> -L'Impero di Costantinopoli era una singolare mescolanza, -non solo di Greci e di Romani, ma di popoli diversissimi: -Slavi, Bulgari, Turchi, Finni, Armeni, Persiani, -Egiziani, anche Mori. E tutte queste genti di razze, di -costumi, di religioni, di lingue diverse, che non potevano -essere unite da spirito nazionale, erano unite dalla -legge e dalla disciplina romana. È questo un fatto veramente -straordinario, reso ancora più notevole dalla -lunga durata che, in mezzo a tante rovine, ebbe l'Impero -d'Oriente, fino cioè alla metà del secolo <span class="smcap lowercase">XV</span>. l'Imperatore, -che si trovava alla testa dello Stato e della Chiesa, -aveva ai suoi ordini una burocrazia accentrata e potente, -una diplomazia accortissima, un esercito valoroso, -che ai tempi di Giustiniano si faceva ascendere a circa -150,000 uomini. Composto principalmente dalle popolazioni -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -montanare della Tracia, del Tauro, della Valachìa, -non fu in tutti i tempi uguale a sè stesso; ma più volte -dette splendide prove del suo valore, ed ebbe una serie -di generali di merito veramente eccezionale. Questi solevano -come Belisario, che fu certo dei più illustri, avere -anche una propria guardia d'alcune migliaia di soldati -scelti, da essi dipendenti e da essi pagati. La flotta, che -era composta di gente venuta dall'Asia Minore, dalla -Tracia, dalla Grecia, mantenne del pari lungamente onorato -il suo nome. -</p> - -<p> -Giustiniano acquistò una grande importanza storica pel -fermo proposito che ebbe di restaurare l'antica unità, -l'antico splendore dell'Impero, iniziando una grande reazione -del Romanesimo contro il Germanesimo: reazione -che per qualche tempo fu davvero trionfante, sino a che -la mancanza d'industria e di commercio, lo scontento -prodotto dalle tasse eccessive e dalle angherie del fisco, -la corruzione e le gelosie della Corte, che alimentavano -sempre la discordia dei generali, non mandarono a rovina -un'opera gloriosamente iniziata, e favorita anche dalla fortuna. -Lo strumento principale di questa impresa fu Belisario. -Nato (505) nella Dardania, come Giustino e Giustiniano, -egli entrò assai giovane nell'esercito, e diè subito prove -di grandissimo valore nella guerra contro i Persiani (530), -nella quale con 25,000 uomini potè respingerne 40,000. -Conchiusa la pace, tornò a Costantinopoli dove, come vedemmo, -ebbe occasione di domare la rivoluzione del 532. -Aveva allora già sposato Antonina, una donna che molto -somigliava a Teodora. Figlia anch'essa di gente dell'Ippodromo, -e già due volte madre quando sposò Belisario -assai più giovane di lei, dissoluta, energica, intrigante, -esercitò sul marito, che accompagnò in tutte le imprese -militari, un'azione grandissima, la quale riuscì spesso a -lui funesta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -</p> - -<p> -Scopo principale di Giustiniano fu il riconquistare -l'Italia all'Impero; ma per ciò fare occorreva assicurarsi -prima le spalle, ripigliando l'Africa, dopo aver vinto i -Vandali. Colà da un pezzo i disordini interni e la conseguente -debolezza del regno non erano molto diversi da -quel che abbiamo visto in Italia. Nel 528 era salito sul -trono Ilderico, poco atto alle armi, che dalla madre Eudocia, -figlia di Valentiniano III, aveva ereditato simpatie -romane e cattoliche. Questo provocò nei Vandali una reazione -del sentimento ariano e barbarico, tale che ne scoppiò -una rivoluzione, promossa da Amalafrida sorella di -Teodorico, e vedova di Trasamondo, al quale era successo -Ilderico. La rivolta fu domata, ed Amalafrida venne messa -in carcere, dove restò fino alla morte di Teodorico, quando, -non essendo più necessario usarle riguardi, la uccisero. Si -accese perciò un odio profondo tra gli Ostrogoti ed i Vandali, -che tornò a vantaggio di Giustiniano, il quale potè -sperare, come difatti avvenne, d'essere secondato dai -primi nel combattere i secondi. Ma Ilderico non restò a -lungo sul trono, perchè i Vandali ne lo cacciarono, ponendovi -invece Gelimero (531), uomo bellicoso, senza -simpatie romane. E anche da ciò Giustiniano seppe trarre -profitto, pigliando occasione a muover guerra ai Vandali, -dal pretesto di voler difendere tanto il giusto diritto -d'Ilderico, quanto i sentimenti romani e ortodossi -di lui. -</p> - -<p> -Nel 533 salpava finalmente da Costantinopoli una -flotta condotta da un numero assai grande di marinari, -con un esercito di 10,000 fanti e 5 o 6000 cavalieri, la più -parte della Tracia. Li comandava Belisario, che era accompagnato -dalla moglie e da Procopio, il quale era stato -suo segretario anche in Persia. Sotto Belisario combatteva -il valoroso capitano armeno Giovanni. Dopo due mesi -d'una navigazione piena di pericoli, arrivarono a Catania, -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -dove poterono liberamente sbarcare, perchè avevano il -favore degli Ostrogoti. Colà seppero che i Vandali erano -affatto ignari della loro venuta, tanto che il fratello di -Gelimero era andato ad una impresa militare nella Sardegna. -Dato quindi l'ordine della partenza, Belisario sbarcò -ben presto a nove giorni di marcia da Cartagine. Si presentò -in Africa non come un conquistatore, ma come un -liberatore dei Cattolici, dei Romani, del clero e dei proprietari, -tutti ugualmente oppressi dai Vandali, eretici, -stranieri e barbari. Dette ai suoi soldati ordine severissimo -di rispettare le proprietà e le persone; e col favore -delle popolazioni potè condurre assai fortunatamente la -guerra. Il 13 settembre ebbe luogo la prima battaglia, -che fu da lui vinta, nonostante il numero superiore dei -nemici. Il 15 entrò in Cartagine, e prese alloggio nel -palazzo stesso di Gelimero, dove invitò i suoi uffiziali -superiori al pranzo, che il re vandalo aveva, nel giorno -precedente, apparecchiato per sè e per i suoi, ritenendosi -sicuro della vittoria. -</p> - -<p> -Ritiratosi allora nella Numidia, dove fu raggiunto dal -fratello venuto in fretta dalla Sardegna, Gelimero dette -una seconda battaglia, che andò anch'essa perduta. E così, -dopo avere assistito allo scempio de' suoi, dopo aver perduto -il proprio fratello, si ritirò in mezzo ai Mori, sostenendo -ogni sorta di crudeli privazioni. Narra la leggenda, -che si ridusse a tale estremità da dover supplicare Belisario, -perchè gli mandasse un pezzo di pane, chè da -più tempo non ne aveva avuto; una spugna per lavarsi -gli occhi, dal lungo piangere divenuti malati; ed una -lira, per sollevar col canto lo spirito umiliato. Nel marzo -del 534 finalmente si arrese, e fu allora assai onorevolmente -accolto da Belisario. -</p> - -<p> -Il resultato più notevole di questa guerra fu che i -Vandali, dopo avere portato tanto terrore, tante rovine -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -nell'Impero, scomparvero affatto dalla storia, senza che -più se ne sentisse parlare. Questa rapida caduta dovette -essere in gran parte conseguenza del loro governo oppressivo -e male costituito, come più sopra accennammo. -Molti di essi furono mandati ai confini dell'Impero, verso -la Persia; non pochi vennero incorporati nell'esercito di -Belisario, ed alcuni furono ammessi addirittura a far parte -della sua guardia. Quelli che, per conto proprio, rimasero -in Africa, ebbero confiscati i beni, e furono cacciati dalle -loro chiese, messi in carcere o fatti schiavi. -</p> - -<p> -Dopo una sì pronta vittoria si cominciarono subito a vedere -le conseguenze di quella gelosia, di quella discordia -che, ora come sempre, era il verme roditore della Corte -bizantina. Quando Belisario aveva in tre mesi compiuta -una campagna che sembrava miracolosa, e doveva perciò -aspettarsene riconoscenza ed onori, cominciò invece a -sentire i morsi dell'invidia e della calunnia, che lo lacerarono -sanguinosamente. Lo avevano accusato presso -l'Imperatore di sfrenata ambizione, dicendo che voleva -farla da re, avendo osato assidersi sul trono stesso di -Gelimero. Giustiniano insospettito, lo invitò a mandare -subito i prigionieri a Costantinopoli; ma Belisario volle -andarvi anch'egli, per smentire le accuse degl'invidiosi. -Il suo ingresso fu trionfale davvero: precedevano i prigionieri, -fra cui lo stesso Gelimero, insieme con le spoglie -ricchissime. Fra queste erano anche quelle che dal -Tempio di Gerusalemme Tito aveva menate a Roma, di -dove Genserico le aveva portate in Africa. E Giustiniano -temendo che, come ai Romani ed ai Vandali, così anche a -lui portassero sventure, le restituì al luogo di loro prima -origine. In Africa rimase un governatore, e si mandò subito -un esercito d'impiegati, che incominciarono a tormentare, -a dissanguar colle tasse il paese. -</p> - -<p> -Ed ora Giustiniano rivolse il suo pensiero alla guerra -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -d'Italia. La uccisione di Amalafrida, che aveva seminato -odio fra gli Ostrogoti ed i Vandali, gli aveva offerto un -primo pretesto. Trovandosi inoltre, per la disfatta dei -Vandali, padrone dell'Africa, chiedeva, con maggiore insistenza, -la fortezza di Lilibeo in Sicilia; ed Amalasunta, -come vedemmo, esitava ancora, non volendo offendere -sempre più l'amor proprio nazionale degli Ostrogoti, a -lei già assai poco benevoli. Quando però, dopo la morte -di Atalarico (534), Teodato la confinò, e poi la fece uccidere -(535), Giustiniano che l'aveva presa sotto la sua -protezione, disse di volerla vendicare, e si decise a cominciare -la guerra. -</p> - -<p> -Amalasunta era morta nella primavera, e già nella state -un esercito di tre o quattro mila uomini partiva da Costantinopoli -per la Dalmazia, a combattere i Goti che erano -colà. Così si costringeva il nemico a dividere le sue -forze, e si rendeva più facile il vincerlo in Italia, dove -già s'era avviato Belisario con un esercito di 7500 uomini, -oltre la sua guardia. Questo esercito, composto anch'esso -principalmente di montanari della Tracia, della -Georgia, dell'Isauria, fece ben presto prodigi di valore. -Belisario, che lo comandava, disse un giorno a Procopio, -che egli doveva in gran parte le sue vittorie alla cavalleria, -la quale era stata da lui riformata. S'era accorto, -che la cavalleria gota combatteva solo col giavellotto e -la spada, occupata principalmente a difendere la fanteria, -quando era impegnata corpo a corpo col nemico. Pensò -quindi a fondare la forza del suo esercito sugli arcieri -a cavallo, educandoli a questa nuova forma di combattimento. -Ma nonostante il suo valor personale, i suoi infiniti -accorgimenti, la sua capacità strategica, egli non -avrebbe mai, con le poche sue genti, per quanto valorose, -potuto fare tutto quello che fece, se non avesse avuto il -favore e la cooperazione dei Romani, ai quali, con molta -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -accortezza, seppe presentarsi fin dal principio, come uno -che veniva a liberarli dal giogo barbarico e dalla persecuzione -ariana, ed anche come un restauratore dell'antica -grandezza romana. -</p> - -<p> -Infatti, appena sbarcato in Sicilia, tutti gli aprirono -le porte, e potè facilmente percorrere l'Isola in lungo -ed in largo, senza trovar vera resistenza che a Palermo, -dove era una forte guarnigione gota, difesa dalle mura. -Belisario allora fece entrare nel porto alcune navi cariche -di soldati, i quali, arrampicandosi agli alberi di esse, -poterono inaspettatamente coi loro archi saettar dall'alto -nella città, con grande maraviglia e spavento della guarnigione, -che poco dopo s'arrese. In sette mesi la Sicilia -fu riconquistata all'Impero. Alla nuova di questi fatti -Teodato rimase così impaurito, che già voleva cedere, -offrendo addirittura di rinunziare allo Stato, mediante -una ricca pensione. Ma quando la sua proposta era stata -accolta, gli pervenne notizia di qualche rovescio avuto -dagl'imperiali in Dalmazia, e subito, mutato animo, non -volle più arrendersi. Poco dopo, verso la fine del 535, -gl'Imperiali riguadagnarono anche colà il terreno perduto, -entrando in Salona, la moderna Spalato; ed allora -fu Giustiniano a non voler più sentir parlare di patti e -di accordi con Teodato. Ogni decisione dovette quindi -essere inesorabilmente rimessa alle armi. -</p> - -<p> -Se non che, appunto allora Belisario venne improvvisamente -chiamato d'urgenza nell'Africa, dove, per la tirannia -e la incapacità di chi governava, era scoppiata -una minacciosa rivoluzione capitanata da un tale Stuzza, -che pareva volesse formare un principato indipendente, -e si trovò subito alla testa di 8000 ribelli, cui s'aggiunse -un migliaio di Vandali. La vita del governatore imperiale -si trovò in grave pericolo, il moto si estendeva minaccioso; -ed egli corse subito insieme con Procopio in Sicilia, -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -per informare di tutto Belisario, che partì come un -fulmine, e si trovò in Cartagine quando i ribelli s'avvicinavano -per impadronirsene. La notizia del suo improvviso -arrivo bastò a sgomentarli per modo, che si ritirarono -subito a cinquanta miglia dalla città, e colà furono -raggiunti da Belisario, che con soli 2000 uomini osò affrontarli, -e li debellò interamente. Dopo di che, saputo -che un altro valoroso generale, capace di mantenere stabilmente -l'ordine in quelle province, era già partito da -Costantinopoli, se ne tornò in Sicilia; e lasciata una piccola -guarnigione in Siracusa, un'altra in Palermo, passò -sul continente. -</p> - -<p> -Anche qui egli potè procedere assai rapidamente, aiutato -non solo dal favore delle popolazioni, ma anche dalle -diserzioni dei Goti, che incominciarono allora e furono -in tutta quella campagna assai frequenti. A Napoli però -la guarnigione e la popolazione si mostrarono decise a -fare aspra resistenza; e quando Belisario parlò coi capi -del popolo per indurli a cedere, li trovò insieme coi Goti -risoluti a tutto. Gli stessi Ebrei, che s'erano adoperati -molto a procurare gli approvvigionamenti, fecero ad una -delle porte ostinata resistenza. Quel popolo adunque, romano -o italiano che dire si voglia, che tanti scrittori presumono -spento del tutto, combatteva e contava ancora -nella decisione delle battaglie. Teodato intanto se ne -stava lontano, e non s'indusse punto a mandare gli aiuti -urgentemente richiesti. Secondo la leggenda, consultò la -sorte in un modo assai singolare. In tre diverse stie pose -dieci maiali, distinguendoli coi nomi di Goti, di Romani -e d'Imperiali. Dopo dieci giorni, aprì le tre stie, e trovò -che i Goti eran morti tutti, meno due; i Romani metà -eran morti e metà vivi, avendo però questi perduto le -setole; gl'Imperiali invece eran tutti vivi. E ne indusse -la disfatta dei Goti e la vittoria degl'Imperiali con la -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -cooperazione dei Romani, metà dei quali avrebbero perduto -la vita, metà i loro averi. È chiaro che una tale -leggenda riconosce anch'essa nella guerra la cooperazione -dei Romani, la quale poi apparisce più volte manifesta -nella narrazione stessa di Procopio, sebbene questi, -come greco, cerchi sempre di attenuarla, dimostrando -poca o nessuna stima pei Romani. In ogni modo a Napoli -la resistenza fu tale, che Belisario, contro il suo -solito, ne fu addirittura sgomento, e pensava di ritirarsi, -quando seppe che si poteva, pei condotti dell'acqua, entrare -inavvertiti nella città. Ed allora egli mosse da una -parte ad un finto assalto delle mura, per richiamare -colà l'attenzione degli assediati, mentre che dall'altra -600 de' suoi, entrati per gli acquedotti, corsero improvvisamente -alle porte, e dopo avere ucciso i soldati che -v'erano a guardia, le aprirono. Allora l'esercito entrò, -e cominciò subito il saccheggio; ma Belisario, minacciando -pene severissime, lo fece cessare. Così gl'Imperiali -furon padroni di Napoli, e presero prigionieri gli -800 Goti che la difendevano. -</p> - -<p> -A Roma intanto lo sdegno contro Teodato, per la sua -condotta vigliacca, era giunto al colmo. E quindi radunatisi -i Goti nella Campagna, lo deposero, eleggendo in sua -vece Vitige, che ben presto trovò modo di disfarsi di lui. -Fece poi divorzio dalla moglie, per sposare una figlia di -Amalasunta, colla speranza, certamente vana, di rendersi -così amico o meno avverso Giustiniano. Ma ormai solo il -ferro poteva decidere la lite; tutto il resto era inutile. -La elezione di Vitige, che Cassiodoro, pomposamente al -solito, annunziò a tutti come fatta «per grazia divina e -volontà libera del popolo, nell'aperta campagna,» non -fu punto felice. Egli era un soldato valoroso, non già -un uomo di Stato, nè un buon capitano, ed aveva contro -di sè il primo generale del secolo. Cominciò coll'abbandonare -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -Roma, lasciandovi una guarnigione di 4000 uomini, -ritirandosi verso Ravenna per riunire colà tutte le -sue forze. Non tenne conto dello straordinario effetto -morale, che avrebbe avuto l'entrata di Belisario nell'antica -capitale del mondo. Questi sarebbe sempre più apparso -come il restauratore dell'Impero, e virtualmente -padrone dell'Italia. Vitige intanto cercava da Ravenna di -far pace a qualunque costo coi Franchi, che Giustiniano -aveva tentato muovere contro di lui, per potere così assalire -i Goti da tre parti contemporaneamente: dalla -Gallia cioè, dalla Dalmazia, dall'Italia meridionale. E -quindi Vitige, per poter ritirare le sue genti dalla -Gallia, ed ingrossare con esse il proprio esercito in Italia, -senza dover pensare a difendersi da più nemici ad -un tempo, cedette loro la Provenza e il Delfinato, pagando -anche 2000 libbre d'oro, cose tutte certamente umilianti -per lui. Ma il pericolo era assai grave, ed il tempo -stringeva. -</p> - -<p> -Tutto andava invece per Belisario a seconda. Papa Silverio, -che pur sembrava essere stato amico di Teodato -e di Vitige, lo invitava adesso a Roma; ed egli, lasciata -in Napoli una guarnigione di soli 300 uomini, potè avanzarsi -per Cassino, favorito al solito non solo dalle popolazioni, -ma anche da altre diserzioni dei Goti. Fra il 9 ed il -10 dicembre 536, senza difficoltà, entrava in Roma per -la Porta Asinaria, mentre che i Goti ne uscivano per la -Porta Flaminia. E così, dice Procopio, dopo 60 anni di -barbarico dominio, Roma tornò di nuovo all'Impero. Belisario -s'istallò sul Pincio, di dove, dato uno sguardo alla -Città, piena ancora di quasi tutti gli antichi monumenti, -ordinò subito che si cominciasse ad approvvigionarla, che -si ponesse mano a restaurarne, fortificarne le mura. Costruite -260 anni prima da Aureliano e da Probo, dopo -130 restaurate da Onorio, erano rimaste da quel tempo in -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -poi affatto trascurate, ed avevano quindi grande bisogno -di riparazione. -</p> - -<p> -Vitige, che presso Ravenna raccoglieva quante più -genti poteva, era riuscito a mettere insieme 150,000 uomini, -coi quali s'avanzò verso Roma (537). Essendosi avvicinato -a Ponte Salario, la piccola guarnigione che Belisario -v'aveva posta si sgomentò per modo, che una -parte di essa, composta di barbari, disertò al nemico; -un'altra si ritirò, sbandandosi. Mille uomini che, nulla ancora -sapendosi dell'arrivo d'un così formidabile esercito -nemico, erano stati mandati a rinforzarla, incontrate le -forze preponderanti dei Goti, dovettero retrocedere. Belisario -allora, avvertito del pericolo, corse subito in aiuto, -gettandosi in mezzo alla mischia. Il suo cavallo aveva -sulla fronte alcuni peli bianchi, che formavano come una -stella, e però i Greci lo chiamavano <i>Phalion</i>, e i Goti, -<i>Balan</i>. Non appena questi ebbero riconosciuto il generale -nemico, che subito tiravano tutti a lui, che ciò nonostante -restò miracolosamente illeso. Dopo essersi dinanzi -al suo impeto ritirati alquanto, i Goti, avuti altri -rinforzi, ritornarono all'assalto in così gran numero, che -gl'Imperiali dovettero retrocedere più che di passo fino -alla Porta Salaria. La trovarono chiusa, nè vi fu modo di -farla aprire, perchè i Romani temevano che amici e nemici -sarebbero entrati insieme. Il sole cadeva; si era -sparsa la voce che Belisario era morto; e però, quando -egli sopraggiunse co' suoi, gridando che aprissero, trasfigurato -com'era pel lungo combattere, non fu riconosciuto, -e non gli dettero ascolto. Ma neppure in così grave momento -si perdè d'animo. Visto il pericolo in cui si trovava, -visto che i Goti già gli erano addosso, egli che -più d'una volta, per le subite, audaci risoluzioni, ci apparisce -quale un Garibaldi d'esercito regolare, rivoltosi -improvvisamente ai suoi, e stringendoli intorno a sè, li -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -condusse ad un ultimo impetuoso ed inaspettato assalto -contro il nemico, il quale, credendo che nuovi rinforzi -fossero allora usciti dalla Porta, si ritirò spaventato. E -così finalmente Belisario potè, alla testa de' suoi, entrare -in Città, dove fu clamorosamente accolto. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap2-6">CAPITOLO VI -<span class="smaller">Roma assediata dai Goti — I -Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna</span></h3> -</div> - -<p> -Ed ora incomincia il più lungo assedio di Roma, che la -storia ricordi. Esso durò dai primi del marzo 537 al marzo -inoltrato del 538, un anno e nove giorni, nel qual tempo -Belisario dette prove infinite del suo genio militare e del -suo valore. Egli era partito con un esercito di 7500 uomini, -oltre la propria guardia; ma aveva per via perduto -parecchi de' suoi, massime dinanzi a Palermo ed a Napoli. -Alcune guarnigioni aveva dovuto lasciare nelle -città principali dell'Italia meridionale; e però si trovava -adesso, secondo Procopio, con un esercito di soli 5000 uomini, -in una città che aveva 12 miglia di circuito. Resistere -con tali forze ad un esercito di 150,000 uomini sarebbe -stato impossibile addirittura, senza la cooperazione -efficace del popolo romano. E questa cooperazione apparisce -ora manifesta dalle parole stesse di Procopio, sebbene -egli cerchi al solito nasconderla. Certo nei casi più -difficili, nei punti più pericolosi il prode capitano fece assegnamento -principale sulle truppe regolari; ma nella difesa -delle mura i Romani ebbero una parte notevole assai. -Fortunatamente esse erano state già restaurate, quantunque -in fretta, ad eccezione di quella parte che, presso la -Porta Flaminia (del Popolo), è chiamata Muro torto. Questo -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -era assai forte, e generalmente si credeva che fosse -sotto la protezione diretta di S. Pietro: nessuno infatti -osò attaccarlo. -</p> - -<p> -I Goti dunque circondarono la Città con sette accampamenti, -dinanzi alle principali porte: uno di essi era al di là -del Tevere, nel così detto Campo di Nerone. Infiniti furono -gli accorgimenti da una parte e dall'altra adoperati in -questo assedio. Vitige cominciò col far rompere gli acquedotti, -costringendo i Romani a valersi della sola acqua -dei pozzi, e privandoli così della forza motrice pei mulini. -Belisario fece allora costruire nuovi mulini fra gli archi del -Ponte Elio, ora S. Angelo, e altrove, mediante ruote mosse -dal fiume. Ed i Goti subito mandarono giù per esso lunghe -travi, cadaveri d'uomini e d'animali, per intralciare così -il moto delle ruote, e corrompere sempre più l'acqua. A -questo si riparò, in parte almeno, ponendo catene attraverso -il fiume. Ma i Goti non se ne stavano, e ricorsero a -molti altri stratagemmi di guerra. Idearono alcune torri -mobili, tirate da bovi, che dovevano trascinarle presso -le mura, perchè così i soldati potessero salire su queste. -Quando però le torri erano vicine alla Porta Pinciana, Belisario -ordinò ai suoi che mirassero ai bovi, uccisi i quali, -esse restarono ferme in mezzo alla Campagna. Nello stesso -tempo l'assalto nemico era dato anche ad altri punti della -Città, e sopra tutto vicino alla Porta Prenestina (Maggiore), -presso la quale era un doppio muro. Ma quando -i Goti, superato il primo, si trovarono ammassati, coi -loro arnesi di guerra, fra esso ed il secondo, che cercavano -di superare, Belisario avvertito vi corse subito, ed -uscito dalla Porta, ordinò che fosse dato contemporaneamente -l'assalto alle spalle e di fronte. Il nemico allora -si pose in fuga, abbandonando torri, arieti ed altre macchine -d'assedio, che furono bruciate dai Romani. Un altro -assalto dettero i Goti al di là del Tevere, presso la -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -tomba d'Adriano, ora Castel S. Angelo, rivestita allora -di marmo, piena all'esterno di statue, e già ridotta a -fortezza. Pareva dapprima che i Goti avessero il vantaggio; -ma quando i difensori si videro a mal partito, -cominciarono a gettar su di essi le statue, recando loro -tali danni, che li costrinsero alla fuga. Procopio parla -di 30,000 Goti uccisi, il che può essere un'esagerazione; -ma prova in ogni modo che la strage fu assai grande. -Belisario scriveva a Costantinopoli, che era stato veramente -un miracolo l'aver potuto con un esercito di -5000 uomini resistere vittoriosamente a 150,000. Adesso -era però necessario mandargli aiuti, se non si voleva -da un momento all'altro essere esposti ad una catastrofe. -Finora s'erano avute le simpatie e l'aiuto dei Romani; -ma se questi per le continue sofferenze e i pericoli dell'assedio, -per le tasse enormi, mutavano animo e divenivano -favorevoli ai Goti, che cosa sarebbe mai seguito? -</p> - -<p> -Le condizioni di Roma e dei Bizantini si facevano -sempre più gravi. Vitige mandava ordini a Ravenna, -che fossero uccisi i Senatori tenuti colà in ostaggio; occupava -Porto, cosa che Belisario non potè far prima -di lui, non essendogli possibile disporre neppure d'una -guarnigione di 300 uomini, necessari a tenerlo. E fu -grave danno, perchè da Porto sopra tutto Roma veniva -pel Tevere approvvigionata. Ostia era allora assai -meno adatta a ciò. La fame si faceva quindi sentire nella -Città, e bisognò allontanare le bocche inutili. Gli uomini -validi, divisi in ischiere, furono messi a guardia delle -mura; alcuni vennero anche mescolati nell'esercito. Queste -schiere mutavano assai spesso di luogo; i nomi di coloro -che le componevano venivano riscontrati di continuo; -le chiavi delle porte erano anch'esse di tanto in tanto -mutate: tutto ciò per assicurarsi contro ogni possibile -tradimento, ora che le sofferenze crescevano, e lo scontento -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -cominciava a manifestarsi. Sebbene Roma fosse -ormai da gran tempo divenuta cristiana, pure vi furono -allora alcuni i quali, non sapendo che fare in mezzo a -tante calamità, cercarono aprire di nascosto il tempio -di Giano, sperando aiuto dal Dio pagano, stato sempre -favorevole ai loro padri. Se non che le porte di bronzo, -da lungo tempo chiuse, s'erano arrugginite per modo che -si potè appena muoverle tanto da lasciarle accosto. -</p> - -<p> -Finalmente arrivò un rinforzo di 1600 cavalieri, la -più parte Unni; e questo aiuto, con la speranza non lontana -di altri, avendo rianimato gli assediati, fece subito -incominciare una serie di nuove scaramucce che, nonostante -la inferiorità del numero, riuscirono sempre assai -fortunate ai Romani. Di ciò inorgogliti, essi volevano -procedere subito ad un assalto generale, cui Belisario -s'oppose energicamente, conoscendo lo scarso numero -delle sue forze regolari. Ma il cieco ardore de' suoi soldati -non conosceva adesso misura nè prudenza, e bisognò -cedere. Ordinò quindi che da Porta Salaria a Porta -Pinciana si movesse all'assalto; che al di là del Tevere, -da Porta Aurelia (S. Pancrazio) si facesse un finto attacco -verso il campo di Nerone, e ciò solo per impedire -che i molti Goti ivi stanziati, passato il fiume, andassero -in aiuto dei loro compagni, là dove si doveva -combattere davvero. Le turbe popolari che volevano pigliar -parte a questo finto attacco, non essendo ancora bene -educate alle armi, ebbero ordine di restar ferme, contentandosi -di tenere in rispetto il nemico col loro numero. -Dall'altro lato del fiume, Belisario voleva combattere -colla sola cavalleria, perchè di essa solamente si fidava, -come quella che era più disciplinata e non aveva accolto -nelle proprie file cittadini inesperti; ma dovette cedere -alle insistenze della fanteria, che volle anch'essa prender -parte alla mischia. E tutto ciò fu per riuscirgli funesto. -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -Cominciato infatti l'assalto, i Romani s'avanzarono vittoriosi; -ed anche nel Trastevere i Goti, vedendo il gran -numero di genti ivi schierate, cominciarono a ritirarsi. -Allora però quelli che avevano avuto ordine di star fermi, -vollero avanzarsi; ma invece d'inseguire il nemico, si -dettero a saccheggiarne il campo, dandogli così modo -di riordinarsi, di assalirli e metterli in fuga. Quando poi -dall'altro lato del fiume, la cavalleria romana fu costretta -a retrocedere dinanzi ai Goti che s'avanzavano -numerosissimi, la fanteria, invece di venirle in aiuto, -si dette alla fuga. Fortunatamente i capitani di essa, -quelli appunto che avevano insistito per condurla al -combattimento, fecero onore al loro nome, dando prova -d'un grandissimo coraggio. Con pochi dei più valorosi -tennero fronte al nemico fino a che vi lasciarono la vita; -ed in questo modo assicurarono la ritirata dei Romani. -Quando i Goti, arrivati alle mura, le videro guardate -da una gran moltitudine d'uomini in armi, si ritirarono. -Così tutto fu salvo, ma il grave pericolo che s'era -corso fece capire quanta ragione Belisario avesse avuta -di non volere arrischiare un generale assalto contro un -nemico tanto più numeroso. Si ritornò quindi alle ripetute -scaramucce, le quali riuscirono di nuovo vittoriose -pei Romani, ed assunsero qualche volta carattere addirittura -eroico. -</p> - -<p> -Da Ostia intanto arrivavano vettovaglie, che entravano -nella Città. I Goti non potevano impedirlo, perchè -la estensione delle mura era tale, che riusciva assai -facile ai Romani chiamar colle scaramucce l'attenzione -del nemico in un punto, per potere in un altro liberamente -aprire le porte ai soccorsi. Nel giugno del 537, -terzo mese dell'assedio, secondo anno della guerra, si -seppe che un drappello di cento uomini era giunto da -Costantinopoli a Terracina, con denaro per dar le paghe -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -ai soldati. Era cosa di somma importanza, e Belisario, -per assicurare l'entrata di questi aiuti in Città, ordinò -una doppia sortita, che fu delle più vigorose. Al di là del -Tevere, verso il campo di Nerone, i Goti vennero facilmente -respinti. Fuori di Porta Pinciana invece la lotta -fu accanita, ed i soldati di Belisario dettero prova d'un -entusiasmo singolare, d'un valore straordinario, e vi -furono episodi veramente omerici. Un capitano nativo -della Tracia continuò a combattere quando aveva un giavellotto -infitto nella testa; un altro combatteva del pari, -quando una freccia gli era penetrata tra l'occhio ed il -naso. Il primo di questi due valorosi dovè soccombere; -il secondo potè, mediante un'operazione, farsi estrarre -la freccia e salvarsi. Colui che aveva guidato il combattimento -al di là del Tevere, per le molte ferite finì col -soccombere anch'esso. Tutto questo ci racconta Procopio, -il quale aggiunge che i combattimenti seguiti finora nell'assedio -arrivavano già al numero di sessantasette. -</p> - -<p> -Vitige adesso, ricorrendo ad un nuovo accorgimento -di guerra, accampò 7000 de' suoi a tre miglia dalle mura, -in un luogo dove s'incrociavano due acquedotti, formando -così come un punto fortificato, assai adatto a -porre di là ostacoli all'approvvigionamento degli assediati. -Certo è che la fame divenne insopportabile; e di -nuovo i Romani, spinti dalla disperazione, volevano uscire -a combattere per vincere o morire. Ma di nuovo Belisario -si oppose energicamente, cercando di calmarli coll'assicurar -loro, che altri soccorsi di uomini e vettovaglie -sarebbero giunti fra poco. Infatti egli mandava a -Napoli Procopio, per vedere quanti ne fossero già arrivati -colà; e questi trovò 500 uomini con vettovaglie, che -avviò subito verso Roma, con altri che erano già nella -Campania. -</p> - -<p> -Ma se questa gita di Procopio riuscì utile agli assediati, -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -essa gli fece interrompere il racconto assai prezioso, -che finora abbiamo avuto della guerra da un testimone -oculare. Siamo quindi poco informati di quello che -fece adesso Antonina, la moglie di Belisario, la quale da -Napoli andò verso Roma per essere accanto al marito. -Pare che, fra le altre cose, andasse a secondare le mene -della imperatrice Teodora, che voleva far deporre papa -Silverio, ed eleggere in sua vece Vigilio. Questi già da -un pezzo aveva aspirato al papato, invano adoperandosi -a ciò con ogni sorta d'intrighi. A Costantinopoli però -s'era guadagnato il favore di Teodora, facendole sperare -che avrebbe favorito il Monofisismo; e potè quindi, -con una lettera dell'Imperatrice arrivare a Roma, dove fu -assai bene accolto da Antonina, la quale s'adoperò energicamente -a favore di lui. La conseguenza fu che papa -Silverio venne da Belisario accusato di voler dare la Città -ai Goti, e quindi fu deposto. Gli successe Vigilio (537), -che tenne ora come sempre una condotta ambigua e mutabile, -cominciando col non osservare le promesse fatte -all'Imperatrice. L'arbitraria deposizione di Silverio, che -morì esule nell'isola di Palmarola presso Ponza (21 giugno -538), e la non meno arbitraria elezione di Vigilio -seminarono il primo germe di discordia fra Belisario e -la Chiesa romana, il che fu poi causa di debolezza pel -dominio bizantino in Italia. -</p> - -<p> -Intanto arrivavano nuovi aiuti. Trecento cavalieri erano -già entrati in Roma, 3000 Isaurici ebbero ordine di recarsi -da Napoli ad Ostia, 2300 uomini sotto il comando -del capitano Giovanni e di altri scortavano verso Roma -carri di vettovaglie. Belisario faceva allora sortite vittoriose -da Porta Pinciana e da Porta Flaminia, per agevolare -l'entrata degli uomini e delle vettovaglie. Ed i Goti, -stanchi finalmente del lungo ed infruttuoso combattere, -fecero proposte di pace. — Poniamo fine, così dissero -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -a Belisario, ad una guerra che non giova a nessuno, e -nuoce a tutti. Perchè mai combattete contro di noi, che -in Italia venimmo, non di nostro arbitrio, ma per volontà -dell'imperatore Zenone? Fu lui che mandò Teodorico, -nostro capo, a combattere Odoacre, il quale s'era -fatto tiranno, ed a prendere in suo nome legittimo possesso -del paese. Noi rispettammo le leggi, le istituzioni, -la religione romana. Teodorico ed i suoi successori non -fecero nuove leggi; tutte le magistrature le lasciammo -ai Romani, che ebbero anche il Consolato. Se dunque -abbiamo rispettato i patti e gli ordini dell'Imperatore, -che ci mandò, perchè ci fate voi guerra? — E chiedevano -che i Bizantini si ritirassero, portando pur via -la preda che sino allora avevano fatta. Ma Belisario rispose: — Teodorico -fu mandato a punire Odoacre, a restaurare -l'autorità dell'Impero, non a farsi signore dell'Italia. -Che cosa importava all'Imperatore sostituire un -tiranno ad un altro? Non sarà mai da noi ceduto un -paese, che appartiene all'Impero. — -</p> - -<p> -I Goti allora offrirono di abbandonare la Sicilia, Napoli, -la Campania, e pagare anche un annuo tributo all'Impero; -ma tutto fu vano. Proposero finalmente una -tregua di tre mesi, per potere intanto trattar direttamente -a Costantinopoli; e questa fu da Belisario accettata -subito, profittandone per far entrare in Roma altri uomini -e vettovaglie, fortificare le mura, prendere tutti i provvedimenti -che voleva. E sebbene tutto ciò non fosse -giustificato, non fosse legale, Vitige si tacque. Protestò -invece, ma senza resultato, quando essendosi egli ritirato -da Porto, da Albano, da Civitavecchia, quei luoghi furono -senz'altro occupati da Belisario. Questi mandò inoltre il -suo capitano Giovanni alla testa di 2000 uomini negli -Abruzzi, con ordine di stare colà fermo finchè durasse la -tregua; ma non appena venisse rotta, fare man bassa su -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -tutti i Goti, che si trovavano nel Piceno, e prenderli -schiavi; confiscare, saccheggiare i loro averi e dividerli -fra i suoi soldati. Infatti, quando i Goti, stanchi -di veder Belisario giovarsi della tregua a tutto suo vantaggio, -tentarono con un colpo di mano d'entrare in -Roma, essi non solo furono respinti, ma Giovanni ebbe -l'ordine di saccheggiare il Piceno. E questi, dopo aver -messo quel paese a soqquadro, andò a Rimini, che prese -facilmente, essendosi la guarnigione ritirata a Ravenna. -Alla quale s'avvicinò subito Giovanni, perchè di là, retrocedendo, -poteva anche minacciare alle spalle i Goti che -erano accampati presso Roma. Tutto questo li sgomentò -per modo che, finiti i tre mesi della tregua, levarono -senz'altro l'assedio il 12 marzo 538, cioè trecento settantaquattro -giorni dopo averlo cominciato; e bruciati i -loro accampamenti, cominciarono a ritirarsi. Belisario -non poteva, per la insufficienza delle sue forze, inseguirli -e dar loro una vera battaglia; ma li assalì quando -passavano il Tevere, ponendoli in gran disordine, sì che -molti ne affogarono. -</p> - -<p> -Nonostante questi suoi fortunati successi, si presenta -naturale la domanda: Come mai Belisario che in tre -soli mesi, con scarse forze, aveva quasi sterminato i -Vandali, non era invece, dopo tre anni, riuscito a vincere -del tutto i Goti, che resistevano ancora? Arrivato -a Roma, non s'era potuto più avanzare, e solo dopo -altri due anni potè entrare in Ravenna. Tutto ciò sembra -anche più strano, se si tien conto dell'aiuto che ebbe -dalle popolazioni, e delle diserzioni che di continuo -avevano luogo fra i Goti. Il fatto è che Belisario era -venuto in Italia con un esercito assai scarso, il quale, -prima di giungere a Roma, fu ridotto a minime proporzioni, -per le guarnigioni che era stato necessario lasciare -in Sicilia e nel continente dell'Italia meridionale. Si -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -trovò quindi con assai deboli forze di fronte ad un formidabile -esercito di Goti. Più tardi, è vero, cominciarono -a giungere aiuti da Costantinopoli; ma allora appunto le -gelosie dei cortigiani operarono sull'animo di Giustiniano -in modo, che egli dette ai nuovi capitani che mandò in -Italia poteri quasi uguali a quelli di Belisario; il che fu -disastroso all'andamento d'una guerra, la quale desolava -il paese, ed aggravava colle tasse le popolazioni. In esse -cominciò subito uno scontento che andò sempre crescendo, -e fu anche inasprito dalla condotta tenuta ora da -Belisario verso il capo della Chiesa romana. -</p> - -<p> -La guerra intanto continuava lungo la via Flaminia, -che da Roma per Fano conduceva a Rimini. A sinistra -v'erano, tutte più o meno sui monti, Orvieto, Chiusi, -Todi, Urbino, occupate dai Goti; le città a destra, ad -eccezione di Osimo, erano invece in mano dei Bizantini. -L'avanzarsi perciò, senza prima impadronirsi di quelle -tenute dal nemico, esponeva i Bizantini ad essere assaliti -alle spalle. E però Belisario, temendo che Giovanni, -con soli 2000 uomini, si potesse trovare a mal partito -fra Rimini e Ravenna, gliene mandò in aiuto altri 1000, -con ordine che, lasciata in Rimini una piccola guarnigione, -tornassero tutti indietro per unirsi a lui. La cosa -pareva che riuscisse felicemente, perchè le genti colà mandate -s'avanzarono senza difficoltà. E giunte che furono al -passo del Furlo, detto anche Pietra Pertusa, una specie -di tunnel, che è come una fortezza naturale nell'Appennino, -ebbero colà uno scontro coi Goti, i quali, dopo essere -stati vinti, s'unirono ai Bizantini, proseguendo insieme -con essi il cammino. Ma quando furono a Rimini, -Giovanni dichiarò di non volere obbedire agli ordini che -essi portavano da Roma, per il che dovettero senza di -lui tornarsene a Belisario, che ne restò indignato. -</p> - -<p> -Intanto sbarcavano nel Piceno nuovi aiuti, comandati -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -da Narsete, che veniva con ampi poteri di generalissimo, -non solo per aiutare, ma anche per tenere a freno -Belisario, contro il quale la Corte pareva ingelosita. Nato -nel 478, questo nuovo capitano aveva allora già sessant'anni; -era uomo accorto ed ambiziosissimo, di grado in -grado salito ai più alti uffici amministrativi. Ma, quello -che è singolare davvero, egli arrivava adesso in Italia -investito dall'Imperatore del grado di generale, senza -aver mai prima servito nell'esercito. Infatti, anche quando -aveva efficacemente cooperato con Belisario a reprimere -la rivolta seguita nell'Ippodromo, lo aveva fatto solo -corrompendo i capi con danaro. L'avergli perciò, in tali -condizioni, affidato il comando d'un esercito, era cosa -davvero senza esempio. E l'essere poi Narsete riuscito -uno dei primi capitani del secolo, fece grandissimo -onore all'accortezza, alla conoscenza quasi divinatrice -che, in questa come in tante altre occasioni, Giustiniano -mostrò avere degli uomini. Se non che, arrivato che -fu in Italia, Narsete, sicuro della piena fiducia della -Corte, consapevole della crescente gelosia che v'era colà -contro Belisario, lo trattò subito alla pari, senza punto -curarsi di nascondere la propria alterigia. E di ciò si ebbe -una prima prova nel Consiglio di guerra tenuto a Fermo -in quello stesso anno 538. Giovanni chiedeva allora da -Rimini soccorsi, perchè, dopo avere respinto i primi assalti -dei Goti, si trovava, come Belisario gli aveva preveduto, -ridotto ad assai mal partito, minacciato da tutto -l'esercito di Vitige. Si trattava dunque di decidere se -si doveva correre in suo aiuto, avanzandosi per la via -Flaminia sino a Rimini, lasciando le città fortificate, -come Osimo, in mano dei Goti, o pure abbandonar per -ora al proprio destino chi aveva con la sua disobbedienza -messo a grave pericolo il resultato finale di tutta la -guerra. Belisario era per questo secondo partito, al quale -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -Narsete decisamente s'oppose. Si poteva, questi diceva, -pensare più tardi a prendere Osimo; non si doveva intanto -permettere che i Goti, appena sfiduciati, ripigliassero -animo, e s'impadronissero di Rimini, colla disfatta -ed umiliazione d'un generale romano e de' suoi soldati. -Quanto al punirlo della disobbedienza, si poteva aspettare -a farlo più tardi, senza mettere adesso a repentaglio -la fortuna e l'onore dell'Impero. -</p> - -<p> -Belisario assai di mala voglia si dovette arrendere a -queste ragioni, che non eran di certo senza valore. -Mandò quindi 1000 uomini a tenere in iscacco la guarnigione -d'Osimo, ch'era di 4000 Goti. Ed a Rimini -mandò una parte dei suoi per mare, un'altra per terra, -avanzandosi egli con Narsete alla testa d'una colonna -volante, per dare, quando se ne presentasse l'occasione, -il colpo decisivo. L'esercito imperiale s'avanzava sparso -per la campagna, accendendo la notte un gran numero -di fuochi, che lo facevano parere assai più numeroso che -non era. E però quando i Goti videro da un lato le -navi entrare nel porto di Rimini, da un altro la campagna -sparsa di uomini, che di notte sembravano coi loro -fuochi occupare una vastissima estensione, temettero -d'esser presi in mezzo, e si posero in ritirata verso Ravenna. -La guarnigione di Rimini era troppo estenuata -per inseguirli; ma gl'Imperiali sopravvenuti poterono -saccheggiare i loro accampamenti. Giovanni si ritenne -in questa occasione liberato dal grave pericolo per opera -di Narsete, al quale solamente si dichiarò riconoscente. -E questo fu il principio d'una discordia che doveva essere -funesta all'Impero, alimentata com'era continuamente -anche dagli altri generali. -</p> - -<p> -Tutto ciò seguiva in un momento assai difficile. Vitige -era a Ravenna con 30,000 uomini; Osimo, Orvieto, -Urbino e molte altre città dell'Italia centrale erano occupate -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -dai Goti. Al nord i Franchi pareva che minacciassero -di scendere in loro aiuto; a Milano si trovava -una guarnigione di soli 300 imperiali, in mezzo -ad un paese tutto in potere del nemico. E questo fu il -momento in cui Narsete decise di mettersi addirittura -in aperta opposizione col generale in capo. Belisario -propose in un consiglio di guerra, che l'esercito si dividesse -in due grosse colonne, una per occupare Milano -e tutta la Liguria, l'altra per pigliare Orvieto e -le città dell'Italia centrale; dopo di che si poteva pensare -ad una grossa battaglia campale contro Vitige. Narsete -voleva invece che si occupasse anche l'Emilia, e -si attaccasse Ravenna, insistendo molto su di ciò. E -quando Belisario impazientito gli disse che il comandante -era lui, mostrando le lettere di Giustiniano, Narsete -gli rispose, che esse imponevano di operare nell'interesse -dell'Impero, e che questa solamente doveva essere -la norma. La conclusione fu che nell'esercito mancava ora -ogni unità di comando. Belisario si decise quindi a prendere -Urbino, poi Orvieto (538), e Narsete insieme con Giovanni -andò nell'Emilia. Vitige allora dette ordine a suo -nipote di assediare Milano, mentre che Teudiberto, re dei -Franchi, lasciava scendere in Italia 10,000 Burgundi suoi -sudditi, i quali dicevano di venire in aiuto dei Goti, ma per -ora non facevano altro che predare il paese. La piccola -guarnigione di Milano, ridotta agli estremi, chiedeva -aiuto a Belisario, che mandò alcuni de' suoi; ma questi, -trovando già occupato il paese da Goti e da Burgundi, non -poterono avanzare. E quando Narsete, sollecitato da ogni -parte, si decise finalmente a mandare anch'egli i necessari -aiuti, era già troppo tardi. La piccola guarnigione di -Milano s'era dovuta arrendere, salva la vita; ma i cittadini -furono trucidati fino al numero di 300,000, se si deve prestar -fede a Procopio. Le donne vennero lasciate schiave ai -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -Burgundi, per l'aiuto da essi dato nell'assediare la città, -che venne ora uguagliata al suolo. E così la Liguria fu -ora dei Goti. Pure da tutto ciò ne venne un vantaggio a -Belisario, il quale, rendendo conto a Costantinopoli del -disastro seguito, potè dimostrare che esso era conseguenza -inevitabile della mancata unità di comando, ed -indurre finalmente Giustiniano a lasciar di nuovo a lui -solo il comando supremo, richiamando Narsete (539). -</p> - -<p> -E ve n'era veramente bisogno, perchè le difficoltà -della guerra si andavano sempre moltiplicando. Vitige -era riuscito a spingere la Persia a minacciare Giustiniano, -il quale si mostrava perciò inclinato alla pace, che Belisario -non voleva, pieno com'era sempre di fiducia nella -vittoria. Questi si fermò intanto ad assediare Osimo, fece -assediar Fiesole da due suoi capitani, ed inviò anche alcune -genti nell'alta Italia, verso Tortona. In questo momento -precipitarono giù dalle Alpi i Franchi, sotto il comando -del loro re Teudiberto, in numero, dice Procopio, -di 100,000. Pareva che venissero in aiuto dei Goti, ma -giunti che furono a Pavia, la saccheggiarono, uccidendo -uomini, donne, bambini. Corsero verso Tortona, e sbaragliarono -i Goti, che si ritirarono a Ravenna; affrontarono -poi gl'Imperiali che, presi alla sprovvista, si ritirarono -anch'essi, cercando di raggiungere Belisario, il quale -si trovava ancora all'assedio di Osimo. Fortunatamente -questa bufera dei Franchi scomparve a un tratto, perchè -essi, trovandosi in un paese esausto e privo di tutto, -costretti a bere acqua del Po, furono colpiti da una dissenteria, -la quale fece tra loro tale strage, che moltissimi -ne morirono, e gli altri si ritirarono (539). -</p> - -<p> -Fiesole adesso si arrendeva, e le genti che l'avevano -assediata poterono riunirsi a quelle che circondavano -Osimo. Essendosi poi dovuta arrendere anche questa, -sebbene fosse in una posizione strategica importantissima, -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -la guarnigione gota, che s'era ivi battuta con valore, -sdegnata di non avere ricevuto soccorsi da Ravenna, disertò, -passando a servizio dell'Impero sotto Belisario. Il -quale si mosse ora verso Ravenna, che sperava avere per -accordi, non essendo possibile prenderla colla forza fino a -che non riusciva ad avere un naviglio. E non si poteva sperare -d'averlo ora che l'Imperatore, spaventato dalle minacce -della Persia, e dalle promesse d'aiuti considerevoli -che i Franchi facevano a Vitige, desiderava in ogni -modo conchiudere la pace in Italia. I Franchi infatti -promettevano di venire in aiuto dei Goti con un esercito -di 500,000 uomini, quando Vitige avesse consentito -a divider con essi il regno dell'Italia superiore. Ma questi -preferiva dividere l'Italia coi Bizantini piuttosto che -con barbari infidi, potenti e crudeli come i Franchi. E -Belisario, che era anche accorto diplomatico, seppe -aumentare la naturale diffidenza del re goto, ricordandogli -i saccheggi che poco prima i Franchi avevano fatti -in Italia, pur dicendo di venire ad aiutarlo. Intanto egli -stringeva sempre più l'assedio di Ravenna, e d'ogni parte -aumentavano le diserzioni dei Goti, che abbandonavano -Vitige per venire a lui. A tutto ciò s'aggiungeva, che -nella già affamata città bruciarono i magazzini del grano, -chi diceva in conseguenza d'un fulmine che vi cadde, e -chi a cagione d'un incendio provocato dalla trista moglie -di Vitige, la quale nell'ora del pericolo lo tradiva (540). -</p> - -<p> -Per tutte queste ragioni, quando Giustiniano cominciò -a parlare d'accordi con Vitige, Belisario fece il sordo, -affermando che prima condizione di pace doveva in ogni -caso essere la resa di Ravenna. Ed i Goti, che si trovavano -già ridotti all'estremo dalla fame, finirono col credere che -l'Imperatore volesse ingannarli, fingendo di desiderare la -pace; ed unitisi perciò a consiglio, mandarono ambasciatori -a Belisario, facendogli la singolare proposta di riconoscerlo -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -come Imperatore d'Occidente, e di prestargli -obbedienza, come a loro duce e signore. Ma Belisario, -che era deciso a non tradire la bandiera sotto cui aveva -finora combattuto, continuò a temporeggiare ed a trattare, -sapendo che la fame avrebbe fra poco costretto i -Goti a cedere senz'altro. Ed infatti non andò guari che -egli potè entrare in città, promettendo solo di rispettare -la vita e gli averi dei Goti: quanto al farsi Imperatore, -se ne sarebbe parlato poi con Vitige. Così nella primavera -del 540 Belisario, alla testa de' suoi soldati, entrò -in Ravenna. I Goti che avevano ceduto la città senza dar -prima una battaglia, e avevano proposto di rinunziare anche -alla loro personalità nazionale, se ne stavano ora -umiliati, quasi semplici spettatori, a guardare l'esercito -bizantino che, assai meno numeroso di loro, s'avanzava -trionfante per le vie della città. Più di tutti parevano -sdegnate le donne, alle quali s'era parlato sempre del -gran numero, della gran forza fisica dei Bizantini, e invece -li vedevano ora pochi, piccoli e scuri, assai meschini -di fronte ai Goti biondi, robusti, alti. Esse, dice Procopio, -erano così inferocite, che sputavano in faccia ai -loro mariti, chiamandoli vili. -</p> - -<p> -Belisario, secondo il suo solito, serbò fede ai patti -giurati. La vita e gli averi dei cittadini furono, sotto -minaccia di gravi pene, fatti rispettare dai soldati. S'impadronì -del tesoro reale, e tenne prigioniero Vitige insieme -coi suoi nobili: tutti gli altri Goti, lasciati liberi, -andarono dove vollero. Ravenna d'ora in poi fu dei Bizantini, -che la tennero fino al 752, quando venne loro -tolta dai Longobardi, ai quali poco dopo la tolsero i Franchi. -Treviso, Cesena ed altre città s'arresero subito anch'esse; -resistettero invece Verona e Pavia, nella quale -i Goti offerirono la corona ad Uraias, valoroso nipote di -Vitige. Ma egli la ricusò, per non volere aver l'aria -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -d'usurpare il trono dello zio prigioniero, e consigliò che -l'offrissero invece a Ildibaldo, il quale si difendeva allora -in Verona, ed era parente del re dei Visigoti. E Ildibaldo -l'accettò, proponendo però che si facesse prima -un altro tentativo d'indurre Belisario a farsi Imperatore -d'Occidente, dichiarandosi pronto senz'altro a prestargli -obbedienza. Ma tutto fu invano, perchè Belisario s'apparecchiava -già a partir per Costantinopoli, dove era -con grande istanza chiamato, e dove andò, menando seco -insieme col tesoro goto, Vitige ed i nobili, che dovevano -come prigionieri seguire il suo carro trionfale. Con l'entrata -in Ravenna, e col trionfo di Belisario in Costantinopoli -finisce il primo periodo della guerra bizantina -in Italia. Avrebbero dovuto cominciare adesso i grandi -trionfi ed onori resi a Belisario; ma ben presto cominciarono -invece quelle sventure che ne dovevano avvelenare -l'esistenza. Con tutti i molti elementi di forza, -che si trovavano pur sempre nella società bizantina, la -corruzione, l'invidia, la gelosia erano in essa tali da -rendervi impossibile ogni vero e sicuro progresso. E noi -vedremo fra poco colmata d'ingratitudine e di amarezza -la vita di colui che aveva dato tante splendide prove di -fedeltà all'Imperatore ed all'Impero, ai quali aveva reso -così segnalati servigi in Persia, in Africa, in Italia; ed -altri ancora, nonostante la nera ingratitudine, doveva -continuare a renderne. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap2-7">CAPITOLO VII -<span class="smaller">Desolazione dell'Italia — S. Benedetto fonda il suo Ordine</span></h3> -</div> - -<p> -La guerra, che doveva ancora continuare in Italia, -era già durata cinque anni, ed aveva desolato, esausto -il paese in modo da superare ogni immaginazione, riducendolo -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -in condizioni tali da non essere sperabile, per -lunga pezza, di vederlo più risorgere. Procopio descrive -gli effetti che nel 538 la morte, la carestia e la fame -avevano portato specialmente nella Toscana, nella Liguria -e nell'Emilia. La cultura dei campi, egli dice, era stata -da due anni abbandonata del tutto, ed il poco e cattivo -grano, che spontaneamente vi nasceva, era spesso lasciato -imputridire. Gli abitanti della Toscana si erano ritirati ai -monti, dove si cibavano di ghiande; quelli dell'Emilia -si recarono nel Piceno, sperando di trovare presso il -mare di che sfamarsi. Ma la desolazione era tale colà -che si parlava di 50,000 contadini morti per mancanza -di nutrimento. Lo stesso scrittore ci descrive, come testimonio -oculare, il modo e la natura di queste morti. -Per eccesso di bile, egli dice, ingialliva il colore della -pelle, che aderiva come cuoio alle ossa, essendosi la -carne consumata affatto. Il giallo mutavasi poi in rosso -cupo, in nero, con una espressione da maniaci negli occhi; -e così quegl'infelici morivano. Perfino i corvi e gli -uccelli di rapina non volevano cibarsi dei loro corpi disseccati. -Quando poi quegl'infelici affamati trovavano per -caso del cibo, ne mangiavano con tale avidità e in così -gran misura, che ne morivano, avendo per debolezza -perduto ogni forza digestiva. Si giunse a tale, che gli -uomini divennero qualche volta addirittura cannibali. -Procopio ricorda due donne, che rimaste sole presso Rimini, -accoglievano i viandanti e li uccidevano nel sonno, -per poi divorarli. E così, egli afferma, ne divorarono -diciassette; ma il diciottesimo riuscì a scampare, ammazzandole -invece ambedue. Si vedeva la gente trascinarsi -carpone pei campi, mangiando come capre le erbe; -spesso, non avendo più la forza di estirparle dal suolo, -morivano estenuati, e restavano insepolti. In mezzo a -tanti esempi di desolazione e ferocia lo stesso scrittore -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -ci racconta un caso assai pietoso. Traversando l'Appennino -per andare a Rimini, egli vide un bimbo abbandonato, -affettuosamente nutrito da una capra, che accorreva -al pianto e non voleva che altri s'avvicinasse a lui, il -quale a sua volta ricusava il latte offertogli dalle donne -del vicino borgo. Pare che la madre, al passaggio dell'esercito -di Giovanni rimanesse, fuggendo, separata a -un tratto dal figlio, senza poterlo più ritrovare. Nè altro -si seppe più di lei, rimasta forse prigioniera, o uccisa -nei campi. -</p> - -<p> -Il disordine, lo sconforto e la spaventosa desolazione, -sin dal principio portati da questa guerra, andarono, per -la sua continuazione, crescendo sempre più. Ed in mezzo -a così prolungate calamità, non è da meravigliarsi che -il pensiero si volgesse a Dio, e che un fatto nuovo, già -da più tempo cominciato, ricevesse uno straordinario incremento. -Il monachismo d'Occidente ebbe ora appunto -una così rapida diffusione da parer che divenisse quasi -contagioso. Suo definitivo riformatore, che parve perciò -nuovo fondatore, era stato un uomo veramente straordinario -e santo, il quale ad una grandissima bontà univa una -profonda conoscenza dell'umana natura e del proprio -tempo. Egli compiè la trasformazione del monachismo, -rendendo nei monasteri dell'Occidente più tollerabile ed -umana la vita religiosa, che gli anacoreti della Tebaide -avevano spinta ad una esagerazione che confinava qualche -volta colla follia, e trovava in Italia ostacolo insuperabile -nell'indole del popolo. Il suo merito principale -apparisce chiaro nella Regola monastica del suo Ordine, -che fu da lui formulata. Per sette secoli, fino cioè a -S. Francesco ed a S. Domenico, i Benedettini furono -quasi i soli monaci nel mondo occidentale, e si diffusero -dalla Polonia al Portogallo, dalla Gran Brettagna -alla Calabria, obbedendo tutti al loro capo in Monte -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -Cassino, che fu come la nuova Roma, la nuova Gerusalemme, -la Mecca dei Cristiani. La leggenda, la poesia, -la pittura italiana hanno in mille modi illustrato la vita -del Santo e de' suoi discepoli. Dalle mura dei chiostri, -dagli affreschi, dalle tele dei pittori, dai versi dei poeti, -che vennero ispirati da questi monaci, i quali vissero -in tempi di feroci passioni, in mezzo agli orrori d'una -guerra che faceva scorrere il sangue a fiumi, discende -ancora oggi su di noi il loro spirito di pace, di fede, di -carità, di tranquillo e costante lavoro, che in tutto il -Medio Evo fu sorgente perenne d'arte, di poesia e di -civiltà. -</p> - -<p> -La nuova Regola, in settantatrè articoli, rispondeva -certo ad un bisogno del tempo, e mantenendo rigorosa -obbedienza, rifuggiva da ogni eccesso. Le sostanze di -quelli che divenivano monaci, e tutto ciò che più tardi -i parenti avessero voluto lasciar loro, andava integralmente -al monastero, nel quale spariva ogni proprietà -individuale. L'ozio era proibito, come dannoso alla salute -dell'anima (<i>otiositas inimica est animi</i>). Questi religiosi -infatti pigliavano direttamente parte al lavoro dei -campi, a tutto ciò che era necessario alla comune esistenza. -Un articolo assai notevole, utile e pratico nello -stesso tempo, voleva che prima d'essere ammessi nel -convento, si dovesse con un periodo di noviziato dar -prova di vera vocazione alla vita monastica. S. Benedetto -non faceva distinzione di sorta fra ricchi o poveri, -coloni o schiavi, Romani, Bizantini o barbari. Dinanzi -alla sua Regola tutti gli uomini erano, come dinanzi a -Dio, uguali; e ciò spiega la rapida, la straordinaria diffusione -che essa ebbe nel mondo. -</p> - -<p> -La vita di questo, che fu il più grande monaco che -sia mai vissuto, ci venne narrata da Gregorio I, forse -il più grande dei papi, che da taluno si volle credere nato -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -il giorno stesso in cui moriva S. Benedetto (21 marzo 543). -Sebbene la sua narrazione sia piena di miracolose leggende, -essa ci fa pur comprendere quale era il vero carattere -del Santo. Nato a Norcia (480), nei monti della -Sabina, a venti miglia da Spoleto, a duemila piedi sul -livello del mare, da un nobile romano, circa quattro -anni dopo che Odoacre fu signore d'Italia, cominciò -a studiare in Roma. Ma ben presto lasciò tutto, per ritirarsi -nella solitudine e nella contemplazione, verso le -sorgenti dell'Arno. La sua balia, che lo aveva accompagnato -a Roma, lo accompagnò ancora adesso, dominata -da quel nobile ascendente morale, che egli esercitava -maravigliosamente su tutti. Ben presto i miracoli da -lui compiuti, e la fama della sua santità affascinarono, -attirarono un così gran numero di seguaci entusiasti, -che egli pensò di rifugiarsi a Subiaco, dove erano solo -alcuni pochi anacoreti. Ivi fu vestito dell'abito monacale, -da un tale che si chiamava Romano; e si ritirò in -una grotta, dove questi, a giorni fissi, gli portava dal -suo convento il cibo necessario a vivere, facendolo con -una fune, dall'alto d'una rocca discendere nella grotta. -Ma Romano scomparve a un tratto, senza che più se -ne sapesse nulla; ed allora il cibo fu portato prima da -un santo uomo, che viveva assai lontano; poi da alcuni -pastori miracolosamente ispirati dal Signore. Essendo ancora -nel vigor degli anni, il Santo venne assalito dagli -stimoli della carne, e per attutirli si gettò nudo sulle -spine e sui pruni della foresta, che, lacerando le sue -carni, furono fecondati dal sangue che ne scorse, e ne -sbocciarono rose, le quali dopo sette secoli S. Francesco -vide tuttavia fiorire, ed il viandante le vede fiorire anche -oggi. -</p> - -<p> -Essendo intanto grandemente cresciuta la fama di -S. Benedetto, i monaci di Vicovaro, che avevano perduto -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -il loro abate, pregarono lui d'assumerne l'ufficio. E quando -egli d'assai mala voglia si lasciò indurre ad accettare, -furono subito scontenti della severa disciplina da lui imposta, -e pensarono d'avvelenarlo. Liberato che fu miracolosamente -da questo nuovo pericolo, si ritirò sdegnato -nella solitudine. Ma anche colà la gente, attirata dalla -fama della sua bontà, accorse numerosissima, e così tra -il 500 ed il 520 si formarono intorno a Subiaco 12 monasteri, -con capi da lui eletti. Egli se ne stava ritirato -nel sacro speco, con pochi de' suoi, presso Subiaco, al di -sopra della sua antica grotta. Nonostante però questa sua -riserva, questo gran seguito, la gelosia di quelli che facevan -parte del clero regolare non lo lasciava in pace. -Ed uno di essi fece andar donne di mala vita a tentarlo, -cosa di cui S. Benedetto fu così disgustato, che -se ne andò via a Monte Cassino. Ivi trovò la statua -d'Apollo con un altare, e li fece subito demolire, fondando -sullo stesso luogo il suo principale convento, nel -quale risiedette quattordici anni (529-543). Colà venne a -visitarlo Totila re dei Goti (542), prostrandosi ai suoi -piedi; ed il Santo gli rimproverò i mali recati all'Italia, -annunziandogli vicina la morte. Un anno dopo questa -visita morì anche lo stesso S. Benedetto. Poco prima -era morta la sorella Scolastica, che lo aveva seguito a -Subiaco ed a Monte Cassino, menando anch'essa vita religiosa, -non molto lungi da lui, che andava a visitarla -una volta l'anno, e che volle essere sepolto vicino a lei, -là dove era stato l'altare di Apollo. -</p> - -<p> -Una prova che l'opera di S. Benedetto era la creazione -d'un uomo di genio, e rispondeva ad un vero bisogno -dei tempi, noi l'abbiamo nella grande e rapida -diffusione che essa ebbe, nel fatto assai notevole che, -quasi nello stesso tempo e indipendentemente da lui, -Cassiodoro, il quale aveva passato tutta la sua lunga -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -vita negli affari politici, iniziò anch'egli qualche cosa di -simile nel suo paese nativo. A tempo di Vitige, quando -già da un pezzo Imperiali e Goti erano violentemente -venuti a conflitto fra loro, egli s'era dovuto accorgere -che il concetto di Teodorico, al quale anch'egli così -lungamente aveva dedicato tutte le forze, di fondere cioè -in uno Italiani e Goti, era un sogno contradetto dalla -realtà. Essendo adunque pervenuto all'età di 60 anni, -quando aveva già raccolto le sue lettere e scritto il suo -Trattato sull'anima, si ritirò nel paese nativo, dove fondò -vicino a Squillace due conventi. Uno di essi era un semplice -eremitaggio sul colle, per chi voleva assoluta solitudine; -l'altro, il vero e proprio Convento, venne istituito -poco più lungi, a <i>Vivarium</i>, presso il fiume Pellena -(539). E come S. Benedetto, nel fondare i suoi monasteri, -aveva voluto unire il lavoro manuale alla contemplazione, -così Cassiodoro unì a questa il lavoro intellettuale, -dandone egli stesso l'esempio. Infatti colà scrisse -molte delle sue opere, fra le quali il comento ai <i>Salmi</i>, e -quello alle <i>Epistole degli Apostoli</i>; la <i>Historia tripartita</i>, -la quale è un compendio di tre storie della Chiesa, che -per sua commissione Epifanio tradusse dal greco. Scrisse -ancora alcune regole del ben vivere, ed il suo libro <i>De -ortographia</i>, in cui sono precetti sull'arte del comporre. -Cassiodoro era di certo più un letterato ed un retore, che -un santo; non aveva le qualità d'un vero fondatore di -Ordini religiosi. Pure il suo concetto d'introdurre nei -monasteri il lavoro intellettuale, rispondeva, come quello -del lavoro manuale imposto da S. Benedetto, talmente -ad un bisogno dei tempi, che venne anch'esso accolto -dai Benedettini. E così questi trascrissero molte delle -più preziose opere antiche, le quali per opera loro vennero -salvate dalla distruzione, cui sarebbero altrimenti -andate incontro. Monte Cassino divenne come un faro di -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -civiltà, la cui luce, riflettendosi in tutti quanti i conventi -benedettini, potè in mezzo alla oscura notte del Medio -Evo rischiarare la via ad un migliore avvenire. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap2-8">CAPITOLO VIII -<span class="smaller">Totila re dei Goti — Belisario torna in Italia, ed occupa Roma — Suo -ritorno a Costantinopoli e sua morte</span></h3> -</div> - -<p> -L'anno 540 in cui i Persiani presero Antiochia, Belisario -arrivava a Costantinopoli alla testa di 7000 uomini -della sua guardia, menando seco il tesoro dei Goti, -con Vitige e gli altri prigionieri. Era il secondo re barbarico -che egli conduceva nella capitale orientale. Aveva -allora 36 anni; era quindi nel pieno vigore della sua -forza, come era nel colmo della fortuna e della gloria. -Ma pur troppo si cominciavano a vedere i non lontani -prodromi di quelle sventure che dovevano lacerargli -il cuore, avvelenarne l'esistenza, invecchiandolo -prima del tempo. Non gli fu concesso un trionfo ufficiale, -come quello avuto al ritorno dall'Africa, sebbene -il popolo lo accogliesse di fatto come un vero trionfatore, -quale egli era certamente. La sua prima sventura fu -il sospetto della infedeltà della moglie, la quale amareggiò -molto la sua esistenza. Partendo per la guerra -persiana, con quest'atroce tormento nell'animo, perseguitato -da Teodora, che proteggeva Antonina, non -potè concludere gran cosa. Tornato a Costantinopoli, e -non essendogli possibile avere più dubbi sulla sua domestica -sventura, dovè decidersi ad imprigionare la -moglie infedele, che pure amava. Ma il peggio era, che -Antonina aveva saputo con grandissima arte guadagnarsi -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -l'animo di Teodora, secondandola ne' suoi intrighi, aiutandola -a perseguitare i suoi nemici. -</p> - -<p> -Da un pezzo era nella Corte divenuto potentissimo Giovanni -di Cappadocia, uomo dato a tutti i vizi, divorato -dall'ambizione, ma attissimo a riscuotere tasse, ricorrendo -per esse anche ai tormenti più crudeli: dicevasi -che per evitarli, qualcuno si fosse perfino impiccato. Giustiniano -lo proteggeva, quale strumento utilissimo ad aumentare -le entrate dello Stato, e Teodora invece l'odiava -per la sua ambiziosa prepotenza. Antonina, che voleva -conquistare sempre più il favore dell'Imperatrice, riuscì, -con singolare accorgimento, a fargli confessare i -suoi ambiziosi disegni, le sue mire segrete contro lo stesso -Imperatore. In conseguenza di che, Giovanni fu mandato -in esilio, ridotto alla miseria, costretto a vestir l'abito -ecclesiastico, ad andare limosinando. Pare anzi, come osserva -l'Hodgkin, che questa sua fine infelice desse origine -alla leggenda che fece poi attribuire a Belisario una -fine non molto diversa. Certo è che Teodora sempre più -grata ad Antonina, sempre più avversa a Belisario, l'obbligò -a liberare la moglie infida ed a riconciliarsi con -essa, nè si stancò mai di tormentarlo e di umiliarlo. -</p> - -<p> -Intanto, dopo la partenza di Belisario dall'Italia, donde -aveva menato seco la sua guardia ed i migliori capitani, -le cose andavano nella Penisola di male in peggio. Non -v'era un capo autorevole che potesse comandare, non -s'era ancora ordinata una nuova amministrazione. Tutto -rimaneva affidato a capitani militari, sparsi coi loro soldati, -in diverse città, ed ai riscuotitori delle imposte. Le -entrate andavano rapidamente diminuendo, nè si poteva -sperare danaro da Costantinopoli, dove bisognava provvedere -alla guerra persiana, ed a mantenere, con sussidi continui, -tranquille le vicine e minacciose popolazioni barbariche. -Si ricorreva quindi in Italia ad ogni più misera -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -e meschina arte per risparmiare. Si tosavano le monete; -si ritardavano le paghe e le promozioni dei soldati; si -vendevano gli uffici; si lasciavano in abbandono le opere -pubbliche più necessarie, come gli acquedotti; si trascuravano -per tutto le più urgenti riparazioni. Lo scontento -era quindi divenuto grandissimo nei soldati, che cominciavano -a disertare, o cercavano rifarsi sulle popolazioni, -che avevano assai contribuito al trionfo delle armi imperiali. -Ridotte ora all'estremo d'ogni miseria, esse finivano -col rimpiangere i tempi in cui erano state sotto il -dominio dei Goti, la fortuna dei quali cominciava perciò -rapidamente a risorgere. -</p> - -<p> -Ildibaldo infatti, che era rimasto con soli 1000 uomini, -vide a un tratto accrescere il suo esercito, e fu -padrone di quasi tutta l'Italia settentrionale. Ma neppur -tra i Goti le cose procedevano senza gravi disordini. -Essi, che non avevano mai potuto formare in Italia una -vera e propria nazione, apparivano sempre più come un -esercito di ventura, sotto il comando di capitani che non -andavan d'accordo fra di loro. Tra la moglie di Uraias, -il quale aveva ricusato il comando supremo, e quella -d'Ildibaldo, che lo aveva accettato, la gelosia era divenuta -tale che si comunicò ai mariti. In conseguenza -di che il primo venne ucciso dal secondo, e questi fu -poi, a sua volta, ucciso nella primavera del 541. Insieme -coi Goti erano in Italia venuti parecchi Rugi, i quali -non s'erano potuti mai interamente amalgamare coi loro -compagni; ed ora innalzarono sugli scudi Erarico, che -fu dai Goti accettato. Ma questi non seppe far altro che -trattare con Costantinopoli, tentando di costituirsi un -piccolo Stato nell'Italia settentrionale, tra i Franchi ed -i Bizantini, ponendosi alla mercè dell'Imperatore, tradendo -così tutte le speranze de' suoi soldati, i quali, dopo -cinque mesi d'inglorioso governo, lo uccisero, avendo -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -prima offerto la corona a Baduila, noto nella storia col -nome di Totila. Questi era parente d'Ildibaldo, ed accettò -a condizione che levassero di mezzo Erarico, il -che essi fecero. -</p> - -<p> -Totila rialzò il destino dei Goti, alla testa dei quali -si trovò per undici anni, combattendo sempre gloriosamente. -Egli fu il più nobile fiore del valore ostrogoto, dimostrandosi -costantemente capitano non solo assai coraggioso, -ma ancora di molta capacità strategica e politica. -Mentre infatti i Bizantini, per sostenersi in Italia, taglieggiavano, -saccheggiavano le popolazioni, favorendo così -i latifondisti, che formavano il loro sostegno, sebbene -poi scontentassero anche questi colle continue tasse, Totila -invece s'appoggiava sul popolo, sui contadini e coloni, -trattandoli meglio che poteva, accogliendo nel suo -esercito gran numero anche di schiavi. «Ai contadini, -dice Procopio, egli in tutta Italia non recò alcuna molestia; -ma invitolli a lavorare liberamente la terra, secondo -il consueto, pagando a lui i tributi, che già prima -solevano dare all'erario ed ai proprietari» (III, 13). -Aggravava invece la mano sui latifondisti, che spesso -espropriava; s'impadroniva delle loro rendite, ed anche -di quelle della Chiesa, che era già fin d'allora uno dei -principali latifondisti, e che perciò fu a lui doppiamente -avversa, essendo i Goti di religione ariana. -</p> - -<p> -I generali imperiali, radunati a Ravenna, decisero -d'avanzarsi con 12,000 uomini per assalire Verona e Pavia; -ma dopo un primo fortunato successo, dovettero -retrocedere a Faenza. Totila, che aveva potuto raccogliere -già 5000 uomini, prese allora l'offensiva, passando -il Po, e con abile strategìa riuscì ad infligger loro una -vera disfatta, obbligandoli a ricoverarsi nella città. Dopo -di che traversò risolutamente l'Appennino, con l'intendimento -d'impadronirsi dell'Italia meridionale, dove poteva -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -sperare maggiore facilità di trovar vettovaglie, aiutato -anche dalla vicinanza della Sicilia. Di là avrebbe -potuto minacciare Roma, costringendo il nemico a dividere -le sue forze. Ma intanto un primo tentativo d'assediare -Firenze con parte dei suoi, fallì, perchè i Bizantini, -avuto soccorso da Ravenna, uscirono dalle mura e lo -respinsero. Furono però poco dopo disfatti, e così Totila -potè procedere sicuro fino a Napoli (542). Gl'Imperiali si -trovavano allora padroni solamente di Firenze, Spoleto, -Perugia, Roma, Ravenna e Napoli. La presa di quest'ultima -città avrebbe avuto pei Goti una grandissima importanza, -sia perchè era una delle principali dell'Italia -meridionale, ed in relazione colla Sicilia, sia perchè di -là potevano facilmente cominciare le operazioni contro -Roma. Totila portò quindi presso Napoli il suo quartier -generale, inviando nello stesso tempo alcuni de' suoi verso -le Puglie, la Basilicata e le Calabrie. Napoli aveva solo -una guarnigione di 1000 fanti; e però Giustiniano, riconoscendone -l'importanza strategica, vi spedì alcune -navi con soccorso di uomini e di vettovaglie. Totila -però seppe tener testa a tutto, e favorito da una tempesta, -che ritardò l'arrivo d'una parte dei soccorsi, sconfisse -il nemico e costrinse la città ad arrendersi (543). La -guarnigione fu lasciata libera, e nulla soffrirono gli abitanti, -avendo egli, con ordini severissimi, mantenuta la -più stretta disciplina fra i suoi Goti, coi quali si apparecchiava -ora all'assedio di Roma. -</p> - -<p> -A Totila pareva d'esser vicino ad impadronirsi di -tutta Italia, giacchè i Bizantini possedevano ora solo alcune -poche città, i loro generali non andavano d'accordo, -e già scrivevano a Costantinopoli, come se lo -stato delle cose fosse disperato. Egli invece, pieno di -fiducia, scriveva al Senato e spargeva ovunque proclami, -invitando le popolazioni a fare con lui causa comune. -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -Tutto ciò finì col decidere Giustiniano a rimandar -di nuovo in Italia Belisario (544), che non era però più -quello d'una volta: infinite erano state le sue traversie, -le ingiuste persecuzioni da lui sofferte. Affranto dai dolori -e dalla più nera ingratitudine, costretto ad umiliarsi -dinanzi alla moglie che lo aveva tradito, accusato -d'aver rubato parte del tesoro goto, per sopperire alle sue -spese eccessive, era stato richiamato dall'Oriente, dove, -oppresso da tanti dolori, non gli aveva arriso la fortuna -della guerra. Oltre di ciò la sua guardia era stata disciolta, -ed egli privato d'ogni ufficio, d'ogni emolumento. Era vietato -agli amici d'avvicinarlo; e quindi, abbandonato da -tutti, si vedeva girar solo e pensoso per le strade di Costantinopoli, -col sospetto di potere da un momento all'altro -essere assassinato. Ed ora che la peste aveva desolato -l'Impero, che lo stesso Imperatore ne era stato colpito, -ed a fatica era scampato dalla morte; ora che tutto anche -in Italia pareva andasse a rovina, bisognò di nuovo ricorrere -a lui, restituirgli parte della sua fortuna, ridargli il -comando supremo delle forze nella Penisola. Non potè -però riavere la sua guardia, che era stata già disciolta; -non gli si potè costituire un nuovo esercito, nè dar danari: -doveva a tutto provvedere da sè; la guerra doveva -alimentare la guerra. Ciò nonostante, dimenticando ogni -cosa, si rimise con ardore all'opera, e raccolse a sue spese -nella Tracia un corpo di 4000 Illirici, che condusse subito -nella Dalmazia, dove li organizzò ed esercitò. Di là -riuscì a far pervenire qualche soccorso di uomini e vettovaglie -alla guarnigione assediata e pericolante in Otranto, -per avere in sue mani un punto da cui ricominciare la conquista -dell'Italia meridionale. Ed infatti i Goti che assediavano -la terra, quando videro che di mezzo alle loro file -erano potuti passare i soccorsi, si ritirarono per andarsi -a ricongiungere con Totila. Questi s'era intanto avviato -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -verso Roma; aveva preso Tivoli, facendo strage della popolazione, -e poteva di là impedire che pel Tevere scendessero -vettovaglie nella Città eterna. Belisario avrebbe dovuto -e voluto soccorrerla subito, se avesse avuto il danaro -e gli uomini, che invece gli mancavano affatto. S'avviò -quindi verso Ravenna, con la speranza di raccogliere -colà i veterani sbandati; ma l'antico entusiasmo e l'antica -disciplina più non esistevano. Impadronitosi infatti -di Bologna, invano aspettò che i veterani tornassero -sotto le sue bandiere. E i nuovi soldati illirici, che seco -aveva e che intanto non ricevevano le paghe, avuta notizia -d'un assalto che gli Unni movevano al loro paese, -se ne partirono senz'altro. Totila allora, avanzandosi -per la Via Flaminia, prese parecchie delle città rimaste -ancora ai Bizantini (545); e la guarnigione di Spoleto -non solo s'arrese, ma si unì a lui. Egli così potè impedire -al nemico ogni comunicazione fra Ravenna e Roma, che fu -subito da lui assediata. Belisario, convinto della estrema -necessità di rialzare le sorti della guerra, ardeva del desiderio -di tentare un colpo ardito, per liberare l'antica -capitale del mondo; ma non aveva modo. Con grande insistenza -chiese a Costantinopoli aiuto d'uomini e danaro; -domandò sopra tutto d'avere la sua guardia, esponendo -lo stato disperato delle cose in Italia, dove non c'era da -aspettar più nulla dalle popolazioni esauste e disgustate. -Corse poi con pochi de' suoi a Durazzo in Dalmazia, per -andare incontro ai soccorsi che dovevano finalmente arrivare -da Costantinopoli. -</p> - -<p> -Erano passati già dodici mesi, nei quali egli nulla assolutamente -aveva potuto concludere. Roma era assediata -dai Goti, che occupavano da padroni il paese circostante, -riscuotendo le imposte, raccogliendo il prodotto delle -terre. Dentro le mura la guarnigione imperiale assai debole -cominciava a mancare d'ogni cosa; la fame si faceva -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -già crudelmente sentire; e quello che era anche -peggio, alcuni dei capitani, specialmente il comandante -Bessa, avendo raccolto grano per l'esercito, ne vendevano -ai privati, facendovi lauti guadagni, e cercavano -perciò di mandare le cose in lungo. Molti, esausti dalla -fame, si trascinavano a fatica, come spettri, per le vie -della Città. Fu quindi necessario mandar fuori delle mura -i non combattenti, che spesso venivano uccisi dai nemici, -quando li vedevano lentamente traversar la Campagna. -</p> - -<p> -Non è perciò da maravigliarsi se appena arrivati da -Costantinopoli gli aiuti così lungamente attesi, Belisario -che già ardeva del desiderio d'andare a soccorrere -Roma, si mosse senza indugio. Ma di nuovo trovò ostacolo -grandissimo in quella mancanza di disciplina, che -pareva omai divenuta epidemica. Il generale Giovanni, -che per la sua parentela aveva potenti relazioni nella -Corte, era stato sempre nemico di Belisario, che per -avere gli aiuti necessari aveva dovuto pur decidersi a -mandar lui a Costantinopoli. E Giovanni adesso voleva -dalla Dalmazia avanzarsi coi suoi nell'Italia meridionale, -per combattere i Goti, i quali erano colà sparsi e deboli. -Dopo averli vinti, egli diceva, sarebbe stato più facile ottener -vittoria sotto le mura di Roma, dove egli e Belisario -avrebbero nello stesso tempo potuto assalire il nemico -da due lati, cooperando all'impresa comune anche la guarnigione -con una vigorosa sortita. Ma Belisario, che riteneva -invece non doversi metter tempo in mezzo, -voleva recarsi direttamente per mare alla bocca del -Tevere, e risalendolo, avanzarsi senz'altro a soccorrere -Roma d'intesa con Bessa. Non essendo stato possibile -mettersi d'accordo con Giovanni, si dovette finire al solito -coll'appigliarsi al peggiore dei partiti: operare cioè -ognuno per conto proprio. Così egli andò per mare a -Porto, e Giovanni sbarcò a Brindisi, entrandovi dopo -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -aver battuto i Goti, sottoponendo poi l'antica Calabria -(Terra d'Otranto), le Puglie e la Lucania. Di là, invece -di pensare a raggiungere Belisario, s'avviò nel paese -dei Bruzi (Calabria), ed occupò Reggio, sbaragliando -i pochi Goti che v'erano, favorito dai latifondisti coi -loro contadini. Così fu padrone dello Stretto di Messina, -e potè annunziare a Costantinopoli, che aveva riconquistato -l'Italia meridionale. Quanto ad avanzarsi verso -il nord, come voleva Belisario, pare che non ci pensasse -neppure. E quindi i pochi Goti, mandati da Totila -nella Campania, erano più che sufficienti a tenerlo -d'occhio. -</p> - -<p> -Belisario intanto si trovava con poche genti a Porto, -invano dolendosi d'esser lasciato solo. Ad Ostia, che -egli poteva quasi toccar con mano, erano sempre i Goti, -e per mancanza di uomini, non poteva cacciarli, sebbene -anch'essi fossero colà in assai piccolo numero. A quattro -miglia di distanza, là dove il Tevere è più stretto, Totila -aveva potuto chiudere il fiume, mediante una catena -ed un ponte galleggiante, difeso da due torri di -legno, costruite sulle opposte rive. Pure Belisario era -deciso a soccorrere Roma, sperando di farvi entrare le -vettovaglie, e di penetrarvi poi egli stesso, giacchè neppure -dopo tanti disinganni il valoroso capitano s'era -perduto d'animo. Mandò quindi due finti disertori a -misurare l'altezza delle torri; e poi, congiunte due barche -con tavole, su di esse costruì una torre di legno, -sulla quale pose una piccola barca con materie infiammabili, -che erano una mescolanza di zolfo, di pece, -di resina, qualche cosa di simile a ciò che più tardi fu -chiamato fuoco greco. Alle due barche che lentamente -s'avanzavano, teneva dietro una piccola flottiglia carica -di grano, con uomini armati, accompagnata da altri a -piedi ed a cavallo, i quali s'avanzavano sulle due rive, -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -in compagnia di coloro, che colle corde su pel fiume tiravano -le navi. -</p> - -<p> -Prima di partire, Belisario aveva lasciato Isaace d'Armenia -a guardia di Porto, con ordine espresso di non -abbandonar mai quel posto, neppure per soccorrere lui -stesso, quando si fosse trovato in pericolo. Avvertì dei -suoi movimenti Bessa, invitandolo ad uscir dalle mura in -tempo, per potere ambedue contemporaneamente assalire -i Goti, di fronte ed alle spalle. Ma Bessa, occupato più che -altro de' suoi propri guadagni, non dette segno di muoversi, -ed i Goti poterono liberamente andar contro Belisario, -che sembrava avanzarsi con buona fortuna. Era infatti -riuscito a levare la catena, ad incendiare una delle -due torri, quando sopraggiunsero i Goti, coi quali venne -subito a battaglia, e li respinse dopo averne uccisi 200. -Il ponte galleggiante era rotto, il fiume pareva ormai -libero al passaggio delle vettovaglie, quando a un tratto -la ruota della fortuna girò a suo danno. Nè Bessa, nè -Isaace d'Armenia, sebbene per diverse ragioni, avevano -obbedito agli ordini ricevuti, e questo fu causa della -rovina dell'impresa nel momento stesso in cui Belisario -pareva che avesse già in pugno la vittoria. Giunta -a Porto la notizia, che i Bizantini s'avanzavano vittoriosi -verso Roma, Isaace non potè più stare alle mosse, -e con 100 cavalieri traversò l'Isola Sacra, che divide -Porto da Ostia, la quale egli prese senza difficoltà. Ma -sopraggiunsero allora i Goti, che poteron facilmente disfare -i 100 cavalieri, uccidendone la più parte, e facendo -prigioniero Isaace, che li comandava in persona. La notizia -assai esagerata di tutto ciò, arrivò a Belisario, come -un fulmine a ciel sereno, nel momento appunto in cui egli -si credeva decisamente vittorioso. E fu questa la prima -volta in sua vita, che perdè veramente la testa. S'immaginò -che Porto fosse stato occupato dal nemico, che -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -sua moglie, la quale pur sempre amava, fosse prigioniera, -che i nemici potessero attaccarlo alle spalle e di fronte; -ordinò quindi senz'altro la ritirata. Ma quando giunse -a Porto, e vide come stavano veramente le cose, fu pel -dolore della perduta vittoria, preso da una febbre che -per qualche tempo lo rese affatto inabile a proseguire -la guerra. -</p> - -<p> -Bessa se ne stava intanto tranquillo in Roma, pensando -a guadagnare sulla fame che aveva ridotto all'estremo -i cittadini, irritatissimi perciò nel momento -in cui l'opera loro era più che mai necessaria alla difesa -delle mura. I soldati erano assai pochi ed anch'essi -scontentissimi per essere trascurati affatto dal loro capo, -che li lasciava senza paghe e senza vettovaglie. La conseguenza -fu che quattro Isaurici, messi a guardia di -Porta Asinaria, la tradirono al nemico. E così il 17 dicembre -546 i Goti entrarono nella Città, che i Bizantini -abbandonarono, uscendo nello stesso tempo da un'altra -porta in tal fretta, che Bessa dovè lasciare tutto il danaro -da lui così disonestamente guadagnato. Vi fu allora -come una fuga generale da Roma, dove, secondo -Procopio, sarebbero rimaste appena 500 persone, che -si ricoverarono nelle chiese, temendo la crudeltà dei -Goti. Questi infatti cominciarono subito la strage; ma -quando ebbero ucciso 26 soldati e 60 cittadini, furono -con ordini severissimi fermati da Totila, il quale venne -indotto alla clemenza anche dalle preghiere del diacono -Pelagio, che in Roma faceva ora le veci di papa Vigilio, -il quale trovavasi nella Sicilia in via per Costantinopoli. -</p> - -<p> -Totila, che era vittorioso, e si sentiva sicuro del fatto -suo, disse allora alle sue genti queste notevoli parole: — In -principio della guerra 200,000 Goti furono vinti -da 7000 Bizantini; ma oggi invece 20,000 Bizantini, -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -che tanti se ne trovano sparsi in Italia, furono vinti -dai deboli e disprezzati avanzi dei Goti. Ciò è avvenuto, -perchè allora i Goti si condussero ingiustamente -verso i Bizantini, e vennero puniti; ma ora che abbiamo -invece osservato la giustizia, siamo stati da Dio -remunerati colla vittoria. — Entrato poi in Senato, rimproverò -ai Romani la loro condotta favorevole agl'Imperiali, -che li avevano spogliati di tutto. — Che male, egli -esclamò, vi hanno mai fatto i Goti? — Mandò poi a Costantinopoli -il diacono Pelagio, per concludere una pace -definitiva. «Io, egli scriveva a Giustiniano, ti rispetto -come un figlio deve il padre, e sarò sempre tuo fido alleato. -Ma se tu non accetti la pace, distruggerò Roma, -perchè da essa non possa venir nuovo danno ai Goti.» -E Giustiniano a tali minacce non si degnò neppur di rispondere, -rimettendosi in tutto e per tutto a Belisario, -il che voleva dire alla sorte delle armi. Non c'era quindi -da far altro, che apparecchiarsi a continuare la guerra. -</p> - -<p> -Totila si vedeva ora costretto a recarsi nell'Italia meridionale, -dove i Bizantini in buon numero occupavano -molte terre, e rendevano sempre più difficile il fornire -Roma di vettovaglie. Partendo, egli non poteva, per mancanza -di uomini, lasciarvi una guarnigione sufficiente; cominciò -quindi a demolirne le mura, con animo di distruggere -addirittura la Città. Ma quando procedeva in quest'opera -nefasta e di vera barbarie, ricevette una lettera di -Belisario, che gli fece una profonda impressione. «Non sai -tu dunque, questi gli scriveva, che le ingiurie fatte a Roma, -sono ingiurie ai trapassati, ai posteri; sono una vera profanazione? -Vuoi tu rimanere nella storia come il distruttore, -piuttosto che come il preservatore della più grande -e magnifica città del mondo?» Totila, secondo Procopio, -restò da tali parole siffattamente colpito, che smise -la mal cominciata demolizione, e parti senz'altro pel -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -Mezzogiorno, menando seco in ostaggio i Senatori, ordinando -che tutti abbandonassero Roma, che, secondo lo -stesso scrittore, rimase davvero per qualche tempo deserta. -Lasciò sui monti Albani una piccola guarnigione, -come a guardar da lontano la desolata Città, in cui sperava -di tornare ben presto, dopo aver vinto i Bizantini. -Questo racconto può sembrare una leggenda; è -certo però che da una parte Totila non aveva modo di -tenere occupata la Città eterna, e da un'altra il fascino -grandissimo che essa esercitava ancora sui barbari era -sempre tale, che le dava ai loro occhi qualche cosa di -sacro e d'inviolabile: il distruggerla doveva quindi parere -a tutti un delitto contro gli uomini e contro Dio. Si -aggiungeva poi che Totila non voleva romperla addirittura -coll'Impero, e chiudersi così ogni possibilità di nuove -trattative. -</p> - -<p> -Comunque sia, Roma si trovò ora per sei settimane -affatto abbandonata, restando, così almeno si narra, addirittura -deserta. E Belisario, lasciata una piccola guarnigione -in Porto, respinti i pochi Goti che, scesi dai monti -Albani, gli vennero incontro, entrò dentro le mura e si -pose subito a restaurarle. Molti tornarono allora dalla -Campagna, ed insieme coi soldati s'adoperarono a tutt'uomo -per riparare i guasti portati ad esse. Mancavano -però gli operai capaci di rimettere a posto gli usci -delle porte, che erano stati abbattuti. Si provvide quindi -alla meglio, chiudendole in fretta, essendosi saputo che -Totila, avuta notizia dell'entrata di Belisario, tornava indietro -a gran passi. Tre volte infatti diede l'assalto; ma -fu sempre respinto ed inseguito, fino a che si ritirò a -Tivoli. E Belisario allora potè trovar modo di far rimettere -gli usci alle porte della Città, di cui mandò le chiavi -a Costantinopoli. Correva l'anno 547, dodicesimo della -guerra bizantina, terzo della seconda campagna. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -</p> - -<p> -I Goti erano sempre assai potenti in Italia. Padroni -nel Settentrione, dove si trovavano ancora i Franchi venuti -in loro aiuto, essi occupavano la Venezia, e s'erano -avanzati nell'Italia centrale, che tenevano quasi tutta, -ad eccezione di Ravenna, Perugia, Ancona, Roma e Spoleto. -Nel Mezzogiorno invece dominavano i Bizantini, -sebbene anche colà non mancassero Goti, disseminati -in diversi punti, qualcuno dei quali strategicamente importante. -Certo per gl'Imperiali riusciva di grande -vantaggio morale e materiale il possesso delle due capitali, -Roma e Ravenna. Ma l'opera di Belisario era -paralizzata dal disaccordo persistente con Giovanni; nè -l'Imperatore mandava aiuti di sorta. Così corsero ancora -due anni, nei quali i Bizantini non fecero altro -che accrescere sempre più il malcontento delle popolazioni, -con vantaggio dei Goti, i quali perciò andavano -ripigliando nuove terre, fra le altre Rossano e Perugia. -Belisario era quindi in uno stato di sconforto disperato, -tanto che sua moglie Antonina si decise a -partire per Costantinopoli, sperando d'ottenere per lui -i necessari aiuti, mediante la protezione che aveva sempre -avuta di Teodora; ma, arrivata colà, trovò invece che -questa era già morta il 1º luglio 548. E non potendo far -altro, chiese ed ottenne il ritorno del marito, che nel 549 -era da capo a Costantinopoli, carico al solito di ricchezze -accumulate nella guerra, ma con la sua antica gloria -molto offuscata, giacchè nulla d'importante aveva potuto -concludere in questa seconda campagna d'Italia. -E tutto ciò appariva anche assai più evidente, se si faceva -il paragone cogli strepitosi successi ottenuti nella -prima. Egli restò a Costantinopoli, sempre onorato, ma -senza mai più avere, per dieci anni continui, il comando -dell'esercito. -</p> - -<p> -Nel 559 però gli Unni, essendo entrati nella Media e -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -nella Tracia, cominciarono a fare stragi crudeli, minacciando -la stessa città di Costantinopoli. Ed allora Giustiniano, -che era già vicino ai 77 anni, e s'era per modo -spaventato, che voleva fuggire dalla capitale, ricorse di -nuovo all'ormai vecchio, ma pur sempre glorioso capitano. -Questi aveva già superato i 54 anni, e i dolori patiti -lo avevano assai fiaccato; pure, senza esitare, corse -alle armi, raccolse alcuni de' suoi veterani e parecchi contadini; -formò così un piccolo esercito, e con un nuovo miracolo -d'audacia, di accortezza e di valore strategico, respinse -un nemico assai più numeroso, che lasciò 400 morti -sul campo di battaglia. E fu allora appunto che Giustiniano, -sopraffatto dalla puerile o per dir meglio senile -gelosia, lo richiamò, preferendo accordarsi definitivamente -col nemico mediante danaro, piuttosto che ottenere -una pace onorevole che avrebbe fatto rivivere l'antica -gloria del suo invidiato generale. Questi fu di nuovo -accolto dal popolo come un trionfatore, ma restò poi -sempre lontano dagli affari e dal comando dell'esercito. -Ciò dette ai suoi nemici tanto ardire, che lo accusarono -di cospirazione contro lo stesso Imperatore, -il quale da capo lo privò d'ogni suo avere, ponendolo -anche sotto sospettosa vigilanza. Ma alcuni mesi dopo, -forse ravveduto o pentito, restituì ad esso gli emolumenti -di cui lo aveva privato (luglio 563). Nel 565 il valoroso -capitano trovò finalmente pace nella tomba, circa nove -mesi prima che morisse l'Imperatore, da lui così fedelmente -servito. La leggenda, secondo la quale egli -avrebbe finito la sua vita, cieco, povero, seduto alla porta -d'una chiesa, con una scodella di creta in mano, chiedendo -limosina, <i>Date obolum Belisario</i>, si formò tra i -secoli <span class="smcap lowercase">XI</span> e <span class="smcap lowercase">XII</span>; ma di essa nulla sanno i contemporanei, -i quali tacciono quasi affatto degli ultimi suoi -anni infelici. Assai probabilmente, come fu già osservato, -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -si fece confusione con quello che avvenne a Giovanni -di Cappadocia, che realmente finì limosinando, non -però cieco. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap2-9">CAPITOLO IX -<span class="smaller">La disputa dei <i>Tre Capitoli</i> — Ritorno di Narsete in Italia — Disfatta -di Totila e di Teja — Fine del regno ostrogoto</span></h3> -</div> - -<p> -La definitiva ritirata di Belisario dagli affari segna la -fine, anzi si può dire il fallimento della politica estera di -Giustiniano. Da ogni parte infatti i barbari sembravano ora -avanzarsi di nuovo. Più di tutti orgogliosi e sicuri del loro -avvenire parevano i Franchi; la fortuna di Totila sembrava -anch'essa rapidamente risorgere. In Roma v'era una guarnigione -di soli 3000 soldati imperiali, poco o punto pagati, -privi di tutto, e però scontentissimi, i quali avevano -ucciso il generale Conon, che sembrava voler come -Bessa, in mezzo alla comune calamità, far guadagno colla -vendita del grano. Li comandava ora Diogene, stato già -della guardia di Belisario, e che alla testa de' suoi aveva -respinto gli ultimi ripetuti assalti di Totila. Questi potè -tuttavia occupar Porto, di dove riuscì ad affamare la -Città, fino a che alcuni soldati isaurici, stanchi di soffrire -senza mai avere le paghe, la tradirono al nemico, aprendo -la Porta S. Paolo, per la quale esso entrò, facendo strage -della guarnigione. Diogene si salvò con parte de' suoi; -altri 400 si chiusero nella tomba d'Adriano, ma dovettero -poi anch'essi arrendersi per fame, unendosi ai soldati -di Totila (549), che si mostrò generoso verso di loro, giacchè -si riteneva omai sicuro di vincere, e cercava perciò -di vivere in armonia colla popolazione romana. Diverse -città s'andavano infatti ogni giorno arrendendo a lui come -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -fecero Rimini e Taranto, come promettevano di fare, se -non venivano presto soccorse dagl'Imperiali, anche Civitavecchia -ed Ancona. Egli pensò quindi d'andare verso -il sud, prendere le isole, e colla flotta rendersi padrone -del mare, per interrompere le comunicazioni degl'Imperiali -con Costantinopoli. Passato quindi il Faro, sbarcò in -Sicilia, e trovando resistenza a Messina, penetrò nell'interno -dell'isola, e ne occupò facilmente la campagna. -</p> - -<p> -Questo sarebbe stato per Giustiniano il momento di -provvedere con energia alla guerra, se non voleva addirittura -rinunziare all'Italia. Sfortunatamente però egli, -già assai vecchio e più o meno invaso sempre da una -manìa religiosa, s'era da qualche tempo siffattamente -immerso nella teologia, che per essa trascurava i bisogni -più urgenti della guerra e dello Stato. Aveva l'ambizione -d'essere il sostenitore della vera fede, il restauratore -della unità non solo dell'Impero, ma anche della -Chiesa. Se non che l'Oriente e l'Occidente non riuscirono -mai ad andar pienamente d'accordo sul concetto -fondamentale della suprema autorità religiosa. Nelle cose -della fede il Papa non poteva ammettere nè superiori, -nè uguali, qualunque fossero d'altronde i meriti e i servigi -che altri avesse resi alla Chiesa. Giustiniano invece, -che faceva derivare la sua autorità politica non dal popolo, -dal Senato o dall'esercito, ma direttamente da -Dio, sebbene riconoscesse la superiorità del potere spirituale -sul temporale, riteneva che l'uno e l'altro dovessero -metter capo all'Imperatore. E però voleva, anche -nelle cose della fede, stare alla testa della Chiesa, -dei sacerdoti e dei credenti. «La nostra principale sollecitudine, -così egli scriveva, è rivolta ai veri dogmi -di Dio, alla onestà del clero.» Condannava perciò gli -eretici e le dottrine eterodosse; non voleva riconoscere -valore definitivo ai decreti dei Sinodi e del Papa, ma -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -solo a quelli del Concilio ecumenico, convocato da lui, -che ne sanzionava e promulgava le deliberazioni. A tutto -ciò Roma non poteva mai consentire. -</p> - -<p> -Animato costantemente da siffatti pensieri, Giustiniano -s'era da un pezzo stranamente esaltato per la scoperta -che era stata fatta d'alcuni errori o piuttosto inavvertenze -in cui era caduto il Concilio di Calcedonia, e voleva -avere la gloria di correggerli: a tal fine si chiudeva -assai spesso nel suo studio a meditare, a discutere ardentemente -con preti e con frati. La questione di cui -da qualche tempo s'occupava, è nota sotto il nome dei -<i>Tre Capitoli</i> o sia tre punti controversi. Essa era molto -oscura, molto intricata, e senza grande valore teologico; -ma aveva per lui anche una importanza politica. Ora -come sempre l'Imperatore desiderava piena concordia con -Roma; ma questa concordia, appena veniva conclusa, -suscitava la discordia in Oriente, dove, come in Egitto, -numerosissimi e passionati erano i seguaci della dottrina -monofisita, fieramente avversata dalla Chiesa romana. -La nuova controversia versava sulle dottrine di tre vescovi -orientali, nelle quali s'erano scoperte tracce evidenti -d'eresia, sebbene il Concilio di Calcedonia non le -avesse notate. Pare che Teodoro Ascida, iniziatore di questa -disputa, facesse sperare all'Imperatore che, avendo -quei tre vescovi aspramente combattuto la dottrina monofisita, -il condannarli gli avrebbe potuto indirettamente -conciliare i seguaci di essa, senza irritare la Chiesa romana. -E Giustiniano, persuaso, non senza ragione, che i -tre vescovi avessero veramente errato, ne fu come infatuato, -ed «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito -Santo», anatemizzò i <i>Tre Capitoli</i>, invitando i Monofisiti -a fare adesione alla vera dottrina da lui esposta -(544 e 551). Ma s'era questa volta pienamente ingannato. -Il suo decreto non gli guadagnò punto i Monofisiti, -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -e suscitò invece una viva opposizione in Occidente, dove -si vedeva in esso un'offesa all'autorità del Concilio di -Calcedonia (451), ed a quella del Papa. Oltre di che, i tre -vescovi condannati col decreto imperiale, non solo erano -stati rispettati a Calcedonia, ma erano già morti da un -secolo. A che dunque turbare adesso le loro ceneri? La -disputa sollevata era per lo meno inopportuna, e senza -pratico valore. Pure Giustiniano non sapeva pensare ad -altro, e non voleva in nessun modo recedere. -</p> - -<p> -Chi si trovava ora peggio di tutti era papa Vigilio, il -quale, per gl'intrighi di Teodora salito sulla cattedra di -S. Pietro, era stato chiamato a Costantinopoli, dove pareva -che fosse fra l'incudine ed il martello. Se infatti condannava -i <i>Tre Capitoli</i>, destava un vespaio in Occidente; -se non li condannava, si poneva in lotta coll'Imperatore. E -finì col cedere a questo, pubblicando nel 548 la condanna -dei <i>Tre Capitoli</i>. Ma quando vide la fiera tempesta che -si sollevò in Occidente contro di lui, della quale Giustiniano -non teneva nessun conto, mutò avviso, ponendosi -in aperta opposizione con l'Imperatore. Non intervenne -nel Concilio ecumenico, del quale egli stesso aveva suggerito -la convocazione, anzi protestò contro di essa (553). -Il Concilio, come era da aspettarsi, condannò esplicitamente -i <i>Tre Capitoli</i>; e ne seguirono disordini, nei quali -fu in pericolo la vita stessa del Papa, che, dopo aver sopportato -gravi violenze, venne confinato in un'isola del Mar -di Marmara. Dopo sei mesi finalmente, stanco delle patite -calamità, oppresso dagli anni, tormentato dal mal della -pietra, cedette, ed il 23 di febbraio 554 pubblicò la condanna -dei <i>Tre Capitoli</i>. Potè allora ripartire per l'Italia; -ma appena che fu arrivato in Sicilia, morì il 7 gennaio -del 555. -</p> - -<p> -Pur tali erano allora la potenza della Chiesa e l'autorità -dei Papi, che anche in questi anni di debolezza -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -e di patite violenze, si ottennero per essa dall'Impero -nuove e notevoli concessioni. Nel 554 infatti era stata -pubblicata quella Prammatica Sanzione, che sanzionando -definitivamente il diritto giustinianeo in Italia, concedeva -al clero nuova autorità anche nelle cose temporali. I giudici -dovevano essere eletti dai Vescovi e dai principali -cittadini; nei pesi e nelle misure si dovevano osservare le -norme fissate dai Vescovi e dal Senato. E tutto ciò dopo -molte altre concessioni fatte anche prima. Sin dal 546 -era stato deciso che il clero doveva esser giudicato dai -soli tribunali ecclesiastici. In molti casi si poteva dai -giudici ordinari appellare al Vescovo, che diveniva così -come una specie di tribuno della plebe: a lui era affidata -la cura dell'annona, degli edifizi pubblici, degli -acquedotti. Di certo tutte queste concessioni erano fatte -ai Vescovi come ufficiali dipendenti dall'Impero. Ma la -Chiesa le accettava senza discutere, e quando l'autorità -dell'Impero cominciò a decadere, ed essa potè sempre più -affermare la propria indipendenza spirituale, una uguale -indipendenza si estese naturalmente anche all'esercizio -di quelle temporali facoltà che, senza riflettere alle inevitabili -conseguenze, le erano state concesse. L'Impero -aveva dato alla Chiesa le armi con le quali essa doveva -poi combatterlo. E la Prammatica Sanzione che poneva -come il suggello a tali e tante concessioni, era stata pubblicata -da Giustiniano, come in essa è detto esplicitamente, -per seguire i consigli di quello stesso papa Vigilio -che egli aveva così maltrattato, così umiliato! -</p> - -<p> -Giustiniano, è vero, poteva esser lieto d'aver trionfato -nella questione dei <i>Tre Capitoli</i>, essendo riuscito a -farli condannare dal Papa; ma era ben lungi dall'avere -ottenuto lo scopo finale che s'era prefisso, giacchè egli -non aveva guadagnato alla sua causa un solo Monofisita, -e s'era invece sempre più alienato l'animo delle popolazioni -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -italiane. La lotta religiosa da lui provocata -aveva inoltre messo in chiaro, che sotto i Bizantini il -Papa non era, non poteva essere libero. Per sei anni -infatti Vigilio era stato costretto a fermarsi in Costantinopoli, -dove risiedeva il Patriarca a lui avverso, ed -era stato malmenato dall'Imperatore, che lo aveva trattato -come un suo dipendente. -</p> - -<p> -Certo la condotta di papa Vigilio era stata poco onorevole, -e risultò a grave danno della Chiesa, che dopo -di lui soffrì circa un mezzo secolo d'oscurità e di decadenza -fino a che non venne a sollevarla Gregorio Magno. -Ma in tutto ciò il procedere di Giustiniano fu assai imprudente, -e causa non ultima della caduta del dominio -bizantino in Italia e della venuta dei Longobardi. Il vero -è che egli voleva ricostituire l'unità dell'Impero, ed i -papi volevano invece fondare l'unità e l'autorità universale -della Chiesa cattolica; ma nessuno di questi due disegni -poteva essere pienamente attuato, perchè l'Oriente -doveva politicamente e religiosamente separarsi dall'Occidente. -</p> - -<p> -Già da gran tempo Giustiniano, chiuso nel suo studio, -era talmente immerso nelle sue sottigliezze teologiche, -che avrebbe per esse abbandonato anche quella guerra -d'Italia, con tanto ardore da lui intrapresa, ma che con -grande spargimento di sangue, con crudele rovina delle -misere popolazioni, era durata assai più a lungo, che egli -non avrebbe mai pensato. Se non che da tutte le parti -gli si facevano premure, perchè conducesse una volta a -compimento la restaurazione dell'Impero, e molti emigrati -erano dall'Italia stessa venuti per deciderlo a ciò. -Il problema principale per lui era allora: trovare un generale -in capo, cui affidare quella unità di comando così -necessaria a condurre con fortuna la guerra. A Belisario, -dopo gli ultimi fatti, non era più da pensare. Elesse -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -quindi Germano suo nipote che, avendo sposata una nipote -di Teodorico, vedova di Vitige, pareva dovesse ispirare -qualche simpatia anche nei Goti. Egli era ricco di -suo, e per poter condurre la guerra ebbe a sua libera -disposizione la cassa dell'Impero. Ben presto si vide -quindi da ogni parte accorrer gente sotto le sue bandiere, -non esclusi anche alcuni Goti. Ma quando aveva -raccolto in Dalmazia buon numero d'armati, ed era -pronto a partire, fu colpito dalla morte. L'esercito rimase -perciò a svernare presso Salona (550-551). -</p> - -<p> -Totila aveva intanto assediato Ancona, città assai importante -per gl'Imperiali, massime quando avessero voluto -fare uno sbarco dalla Dalmazia nell'Italia centrale. -E per questa ragione il generale Giovanni, uomo ardito -ed ambizioso, che assai bene conosceva l'Italia ed i -Goti, si decise, non ostante gli ordini avuti in contrario, -a muoversi dalla Dalmazia per tentar di liberare quella -città dalla parte del mare. Messosi quindi d'accordo con -Valeriano, che era a Ravenna, riunirono i loro navigli, e -nelle acque di Sinigaglia s'affrontarono con la flotta dei -Goti, i quali sul mare non avevano potuto mai tener testa -ai Bizantini, e la distrussero affatto, rimanendo padroni -dell'Adriatico, che liberamente poterono percorrere. I -Goti allora, levato l'assedio da Ancona, si ritirarono in -Osimo, e Totila s'indusse a far nuove proposte di pace, -dichiarandosi pronto a lasciare la Dalmazia e la Sicilia -all'Impero, cui avrebbe anche pagato un tributo, riconoscendone -la superiore autorità. In questo modo, egli -diceva, si sarebbe impedito che tutto finisse a vantaggio -dei Franchi, i quali occupavano sempre parecchi punti -importanti nell'alta Italia. Ma ormai ogni discussione -era vana, perchè Giustiniano aveva già nominato il nuovo -generale in capo nella persona di Narsete (551). -</p> - -<p> -Questo celebre eunuco aveva allora circa settantatrè -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -anni, era curvo e piccolo della persona. Fino a sessant'anni -era stato sempre nell'amministrazione, acquistando -in essa gran nome e grande perizia. Estremamente accorto -ed ambizioso, era cattolico ardente, ed aveva la -reputazione d'essere sotto la diretta protezione della Vergine, -per la quale professava un culto speciale. Giustiniano, -col suo istinto divinatore, lo aveva nominato generale -la prima volta, quando era già arrivato a sessant'anni, -senza aver mai avuto occasione di dare una prova qualunque -delle grandi qualità militari che poi mostrò di -possedere, e delle quali nessun altro s'era fino allora -accorto. Mandato in Italia quando v'era sempre Belisario, -non aveva potuto allora far conoscere il suo valore, -perchè, venuto subito in urto col comandante in capo, -aveva più che altro recato danno all'esito della guerra. -Pure dimostrò un singolare ascendente non solo sui soldati, -ma anche sui generali suoi compagni d'arme. Questo -valse sempre più a confermar l'Imperatore nella grande -opinione che di lui s'era come per istinto formata. E perciò -lo mandava ora nuovamente in Italia, generale in -capo, a rialzare le sorti della guerra e dell'Impero. Narsete, -che era anch'egli ricchissimo, e sapeva come cavar -danari dall'Impero, pensò innanzi tutto di porre insieme -un grosso esercito, non parendogli punto sufficiente quello -che era stato già riunito in Dalmazia. Fece quindi leva -di uomini a Costantinopoli, nella Tracia, nell'Illirico. -Raccolse anche 2500 Longobardi, i quali menaron seco -altri 3000 armati, ed erano comandati da Audoino, padre -di quell'Alboino, che sedici anni più tardi occupò coi -suoi l'Italia; raccolse 3000 Eruli; ebbe a suo comando -Gepidi, Unni, perfino Persiani. E con queste genti si recò -nella Dalmazia, per unirsi a coloro che già v'erano, ordinarli, -organizzarli tutti, e partire poi per l'Italia. -</p> - -<p> -Sebbene gl'Imperiali fossero ora padroni dell'Adriatico, -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -pure non avevano naviglio capace di trasportare un -grosso esercito. In ogni caso dava pensiero il pericolo -d'una possibile tempesta o d'un improvviso assalto dei -nemici contro navi da trasporto, cariche d'uomini e di -materiale da guerra. Narsete decise quindi d'avanzarsi -per terra, lungo la costa, accompagnato per mare da navi -con vettovaglie, e di esse si giovò anche per traversare i -grossi fiumi come il Tagliamento, l'Isonzo e la Brenta. -Continuando il suo cammino, evitò i luoghi fortificati, e le -terre occupate dai Franchi. Verona, che era tenuta dai -Goti, sotto il comando del valoroso generale Teja, si -trovava assai lontana. E così gl'Imperiali poterono arrivare -sicuri fino a Ravenna, poi a Rimini, ove, disfatta -una parte della guarnigione che uscì a sfidarli, ucciso il -generale che la comandava, continuarono verso il sud -per la via Flaminia. L'abbandonarono però nel punto in -cui essa, allontanandosi dal mare, ripiega verso l'Appennino, -che traversa al passo detto del Furlo o di Pietra Pertusa. -È questo una specie di tunnel naturale, fortificato e -tenuto allora dai Goti, difficilissimo quindi a sforzarlo. -Narsete lo evitò, proseguendo la sua marcia lungo il mare, -e volgendo poi a destra, raggiunse di nuovo la via Flaminia. -Passato che ebbe l'Appennino, pose il campo là dove -si distende una vasta pianura, tra Scheggia e Todino, -che distano fra loro circa quindici miglia: ivi dette la -sua prima grande battaglia. -</p> - -<p> -Totila si trovava allora presso Roma, aspettando che -le genti di Teja lo raggiungessero. Ed arrivata che fu -la più parte di queste genti, s'avanzarono insieme contro -gl'Imperiali, sebbene li sapessero in forze preponderanti. -Narsete, esaminato il luogo, mise un manipolo -di 50 uomini sopra un piccolo colle da lui riconosciuto -come il punto strategico del campo. Quei pochi militi, -durante una giornata intera, difesero il colle con un -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -valore, con un eroismo degno degli antichi Romani, respingendo -i ripetuti assalti della cavalleria gota. Narsete -aveva messo nel centro i barbari, dei quali poco si -fidava, ordinando che, scesi da cavallo, combattessero a -piedi, acciò più difficilmente, per paura o tradimento, -potessero darsi alla fuga. A sinistra ed a destra erano i -Romani, ed in ciascuna delle due ali si trovavano 4000 arcieri -che, contro l'uso adottato da Belisario, combattevano -anch'essi a piedi. Cinquecento cavalieri erano a -sostegno dell'ala sinistra, distendendosi verso il colle, -che abbiam visto già occupato come punto strategico del -campo. Mille altri cavalieri eran tenuti in riserva, pronti -ad ogni evento. -</p> - -<p> -Il concetto di Narsete era: attendere l'assalto del nemico, -il quale, trovando più debole il centro, avrebbe -contro di questo diretto lo sforzo maggiore, e così, avanzandosi, -sarebbe stato facilmente circondato dalle due -ali. Totila che aveva allora indugiato, per aspettare altri -aiuti da Teja, giunti che furono gli ultimi 2000 uomini, -cominciò la battaglia. Gli arcieri imperiali fecero grande -strage dei Goti. I Longobardi e gli Eruli, dopo un momento -di esitazione, assalirono anch'essi con gran vigore -il nemico, che volse le spalle. E la cavalleria gota, su cui -Totila aveva fatto il maggiore assegnamento, si dette -a così precipitosa fuga, che molti dei fanti morirono calpestati -dai cavalli. Egli stesso, ferito gravemente, si dovè -ritirare dal campo, e morì nella capanna d'un villaggio, -detto allora <i>Caprae</i>, ora Caprara, a quindici miglia dal -luogo della battaglia, fra Gubbio e Tadino (552). -</p> - -<p> -I barbari dell'esercito imperiale, sopra tutto i Longobardi, -insofferenti della disciplina, si dettero ad ogni -eccesso, saccheggiando, bruciando le capanne dei contadini, -violando le donne, suscitando un tale malcontento, -che Narsete, il quale non era di certo nè mite, nè pietoso, -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -si dovette decidere a disfarsi dei Longobardi. Mediante -buona somma di danaro li indusse quindi a tornarsene -a casa, col loro seguito, per la via delle Alpi Giulie, accompagnati -da Valeriano. Questi voleva nel ritorno assediare -Verona; ma vi si opposero i Franchi, che occupavano -molte terre nella parte orientale della regione -transpadana, e che agl'Imperiali preferivano i Goti, più -deboli assai ed aspramente combattuti ora nell'Italia -meridionale. Oltre di che, avendo i Goti appunto consentito -che i Franchi occupassero le terre che ora tenevano -in Italia, poteva a questi sembrare atto di buona e leale -politica il favorirli, ben inteso, fino a quando il proprio -interesse non avesse consigliato altrimenti. Valeriano -perciò, non volendo suscitare una seconda guerra, quando -non era anche finita la prima, si fermò, cercando solo -d'impedire che i Goti, i quali s'andavano raccogliendo -sempre più numerosi nel nord, andassero verso Roma a -rinforzare i loro compagni d'arme ora che nuovi scontri -parevano inevitabili al sud. Dopo la disfatta e la morte -di Totila, essi s'erano andati adunando a Pavia, la quale -sin da quando perdettero Ravenna, era divenuta una delle -loro principali città, e colà elessero a loro re il valoroso -Teja, che venne accettato con favore universale. Questi -cercò subito d'assicurarsi la sempre incerta amicizia dei -Franchi; ma riuscì solo ad ottenere che restassero neutrali, -ed anche ciò l'ottenne abbandonando ad essi il -tesoro dai re Goti raccolto a Pavia. Certo ai Franchi -metteva conto di starsene ora a guardare, aspettando che -i due rivali si consumassero a vicenda, per dar poi addosso -al vincitore. -</p> - -<p> -Intanto le città dell'Italia centrale e meridionale s'arrendevano -rapidamente ai Bizantini. Così fecero Narni, -Spoleto, Perugia, così fece anche la guarnigione di Pietra -Pertusa. Narsete già camminava verso Roma, occupata dai -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -Goti, i quali s'erano concentrati presso la Mole Adriana, -che Totila aveva fortificata. Essi non erano in numero -tale da poter difendere le mura della città, ma gl'Imperiali -non erano sufficienti a circondarla. Si venne perciò -da capo ad una serie d'assalti e difese alla spicciolata, -fino a che uno dei capitani di Narsete, essendo -riuscito a scalar le mura in un punto dimenticato, potè -aprire le porte ai suoi, che entrarono rapidamente. I -Goti si dettero allora alla fuga, e quelli che erano chiusi -nella Mole Adriana, poco dopo s'arresero. Così furono -di nuovo mandate a Giustiniano le chiavi di quella Roma -invitta, che cinque volte, sotto questo solo imperatore, -era stata presa e ripresa. -</p> - -<p> -Ne seguì un periodo di nuove stragi. Molti dei Senatori -ancora prigionieri nell'Italia meridionale, furono uccisi. -E Teja macchiò la sua fama di valoroso, facendo trucidare -anche 300 giovanetti romani, che erano stati scelti -come paggi, ma che in realtà erano tenuti in ostaggio. -Il fatto è che i Goti, omai pochi e dispersi, erano come -inferociti per la disperazione; e così le più selvagge passioni -si scatenarono sulla misera Italia, di cui pareva -s'avvicinasse la fine. Alcuni di essi da Pavia andarono ad -unirsi coi Franchi nel nord; altri nel sud, sotto il comando -di Aligerno fratello di Teja, si chiusero in Cuma, -dove era un'altra parte del tesoro nazionale. E Narsete -vi mandò subito un drappello de' suoi, per tentare d'impadronirsene -dopo aver preso la città. Ne mandò altri -in Toscana, ad impedire che Teja, avanzandosi di là, -s'unisse col fratello e cogli altri compagni nel sud. Ma -quel valoroso riuscì ad evadere ogni ostacolo, e traversato -l'Appennino, andò oltre verso il sud, ove da capo -i Goti erano in gran numero. Una nuova battaglia era -quindi inevitabile. Narsete perciò si mosse ad incontrare -Teja prima che riuscisse ad unirsi al fratello; e lo raggiunse -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -presso Napoli, a Nocera, sul fiume Sarno. Colà il re -goto s'era fermato, avendo alle spalle il Monte S. Angelo, -e ricevendo dalle sue navi aiuto continuo di vettovaglie. -Ma queste navi lo tradirono ad un tratto, passando ai -Bizantini; ed allora egli retrocesse alquanto fra le balze -del Monte Lettere (<i>Lactarius</i>), che è parte del Monte -S. Angelo. Colà egli non poteva, per mancanza di vettovaglie, -restare a lungo; dette perciò l'ordine di attaccare. -I suoi allora si spinsero con irresistibile impeto contro -il nemico, che non ebbe neppure il tempo d'ordinarsi: si -dovette perciò combattere alla spicciolata. Teja si condusse -eroicamente, alla testa de' suoi. Gl'Imperiali miravano -tutti a lui, e le loro frecce restavano infisse nel -suo scudo. Di tanto in tanto, non potendo pel grave peso -più reggerlo, lo dava ad un soldato, che glielo mutava -con un altro. Ed in uno di questi momenti, il suo petto -essendo rimasto scoperto, egli venne mortalmente ferito. I -nemici allora gli tagliarono la testa, e sopra una lancia -la portarono in giro pel campo, dinanzi ai due eserciti. I -Goti combatterono ancora due giorni, ma poi s'arresero, -salva la vita, con facoltà di portar via i loro beni mobili, -con l'obbligo però di non continuare a combattere -contro l'Impero. Così molti di loro passarono le Alpi, -andando a confondersi con altre genti; non pochi si -sparsero per le terre d'Italia, con la speranza di farsi -dimenticare. Nè mancarono quelli che, non avendo accettato -i patti, s'andarono ad unire coi Franchi, cercando -d'indurli ad attaccare i Bizantini, i quali, essi dicevano, -dopo aver disfatto i Goti, avrebbero certamente voluto -disfare e cacciar via dalla Penisola anche i Franchi. Altri -finalmente preferirono chiudersi e difendersi, per proprio -conto, in alcune città fortificate. Così fecero quelli che -erano in Crema, così un migliaio che si rifugiarono a -Pavia, così altri in altre città; ma furon tutti prima o -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -poi costretti ad arrendersi anch'essi. Il regno dei Goti -ormai più non esiste in Italia; colla morte eroica di -Teja esso è finito. Dopo aver fatto ancora in più punti -una debole resistenza, scomparisce affatto dalla storia. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap2-10">CAPITOLO X -<span class="smaller">Morte di Giustiniano e di Belisario — Nuove difficoltà in cui -si trova l'Impero — Narsete, richiamato a Costantinopoli, -non obbedisce</span></h3> -</div> - -<p> -Questo era il momento in cui i Franchi potevano avanzarsi -dalla Gallia in Italia; ma il loro re Teudebaldo -non era uomo da imprese ardite. Consentì solo che due -fratelli alamanni, i quali erano grandi del suo regno, -s'avventurassero, per proprio conto, a passare le Alpi -con un esercito di 75,000 uomini. Se vincevano, l'Italia -avrebbe fatto parte del suo regno; se perdevano, egli -avrebbe respinto da sè ogni responsabilità. I due fratelli -s'avanzarono baldanzosi, perchè speravano di potere in -ogni caso saccheggiare il paese, e portare a casa la preda; -ma dovettero ben presto avvedersi che l'Italia era esausta, -che si poteva finire di rovinarla, non però più sperare -di farvi ricca preda. Anzi era divenuto in essa assai difficile -trovar da vivere per un esercito che non avesse -ricevuto aiuto di fuori. -</p> - -<p> -Comunque sia di ciò, Narsete aveva ora contro di sè -gli avanzi dei Goti, i quali erano chiusi nelle città fortificate, -e l'esercito franco-alamanno, che non era piccolo, -e se la fortuna lo secondava o la guerra andava -in lungo, poteva avere rinforzi da casa sua. Egli lasciò -quindi che si continuasse il blocco di Cuma, nella quale -Aligerno pareva deciso a fare ostinata resistenza, e col -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -grosso de' suoi si recò in Toscana, dove le città occupate -dai Goti s'arresero tutte facilmente, salvo Lucca che si -difese con energia, sperando soccorso dai Franco-Alamanni, -i quali allora appunto s'avanzavano con audacia. -Infatti i Bizantini, che Narsete aveva mandati verso -Parma, per affrontarli o almeno arrestarli nel loro cammino, -furono invece battuti, e dovettero retrocedere verso -Faenza, lasciando libera ai Franchi la via di Toscana. -Tutto questo portò, come era naturale, un grande sgomento -nel campo imperiale presso Lucca, temendosi di -potere essere contemporaneamente assaliti alle spalle e -di fronte, per qualche sortita fatta dalla città. Narsete -però dette prova di tale e tanta fermezza, che non solo -rialzò l'animo de' suoi; ma indusse la città ad arrendersi. -Anche Aligerno, che si trovava sempre in Cuma, vedendo -che era inevitabile arrendersi o all'Impero o ai Franco-Alamanni, -che continuavano, come barbari che erano, a -saccheggiare, a distruggere tutto quello che incontravano, -si decise d'andare in persona a Classe, per presentarsi a -Narsete, il quale s'era allora avanzato fino a Ravenna. -Colà non solamente il Goto si arrese; ma egli, fratello -di Teja, divenne fedele soldato dell'Impero, pel quale -d'ora in poi si battè valorosamente (553). -</p> - -<p> -Restavano adesso da vincere solo i Franco-Alamanni, -che continuavano rapidamente il loro cammino verso -il sud. Narsete riuscì a farne battere due mila da poche -centinaia de' suoi, che li assalirono presso Ravenna. Si ritirò -poi verso Roma, perchè quei nemici s'avanzavano -saccheggiando senza mostrare nessuna voglia di venire -a battaglia. Passato l'Appennino, essi si divisero in due -schiere, una delle quali comandata da Butelin, che gl'italiani -chiamavano Buccellino, si spinse per la Campania -e la Lucania nei Bruzi; l'altra, comandata da Leutari, -s'avanzò per la Puglia e l'antica Calabria fino ad Otranto. -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -Ma i due fratelli ben presto non andarono più d'accordo. -Buccellino voleva continuare l'impresa; Leutari voleva -invece ritirarsi verso casa coi prigionieri e la preda già -fatta. A Pesaro però questi venne assalito dai Bizantini; -perdette i prigionieri, che si dettero alla fuga, e la preda -che gli fu tolta. Arrivato nel Veneto, la peste uccise con -lui la più parte de' suoi. Non molto diversa fu la sorte di -Buccellino. Avanzandosi attraverso un paese già devastato, -che Narsete gli faceva trovar sempre più devastato, -per privarlo d'ogni vettovaglia, dovè cibare i suoi soldati -di sola uva, il che produsse una violenta diarrea, la -quale costrinse anch'essi a retrocedere. Arrivato con -30,000 uomini sul Volturno, e saputo che i Bizantini gli -venivano incontro con soli 18,000, si fortificò col fiume -da un lato, i carriaggi da un altro, pronto a resistere. -Narsete a sua volta rinforzò le ali del proprio esercito, -con animo di cedere al centro, per ricevere il nemico che -s'avanzava in forma di cuneo, e così facilmente circondarlo. -La battaglia, in cui prese parte anche Aligerno, -fu lunga e sanguinosa. I Franco-Alamanni vennero totalmente -distrutti, e il loro capitano Buccellino fu ucciso (554). -Scomparsa questa nuova e sanguinosa meteora, Narsete -potè ritirarsi colla preda a Roma. Non rimaneva adesso -che un sol luogo fortificato, a cinquanta miglia da Napoli, -detto Campsa da alcuni, Conza da altri. Ivi si trovavano -7000 Goti, che finalmente s'arresero anch'essi, salva -la vita; e furono mandati a Costantinopoli, dove assai -probabilmente accettarono di servire l'Impero. -</p> - -<p> -Così ebbe fine la guerra greco-gota, durata venti anni, -che ridusse l'Italia all'estrema rovina. Il regno degli -Ostrogoti, durato sessantaquattro anni, fu distrutto per -sempre, ed essi, come popolo, scomparvero affatto al pari -dei Vandali, quasi un esercito di ventura che si fosse -disciolto. Alcuni, come vedemmo, passate le Alpi, andarono -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -in Oriente; altri restarono in Italia, combattendo -per proprio conto o uniti ai Franchi. Certo è che nei -quattordici anni, nei quali Narsete continuò ancora a -comandare in Italia, dovè sostenere cogli uni e cogli -altri parecchi scontri sanguinosi, dei quali pur troppo -non abbiamo nessuna notizia precisa. La distruzione dei -due fratelli alamanni e delle loro genti aveva naturalmente -irritato molto i Franchi, i quali occupavano sempre -alcune terre dell'alta Italia; e questa irritazione cresceva -tanto più adesso che s'erano uniti a loro i Goti fuggiaschi, -pieni anch'essi d'ira e rancore, assetati di vendetta -contro i Bizantini. Nel 555 si trova infatti ricordato che -i Franchi vinsero un esercito romano, il quale potè poi -pigliar la rivincita, cacciando dall'Italia quei barbari (Muratori, -<i>Annali</i>, VIII, 302). Paolo Diacono accenna più tardi -ad un altro combattimento, nel quale un generale franco -venne ucciso, ed un Conte goto fu preso e mandato prigioniero -a Costantinopoli. Altri fatti d'arme sono ricordati -nel 563 e nel 565, sempre a vantaggio degl'Imperiali. -In sostanza si può affermare che, finita la guerra gotica, -vi fu il pericolo, anzi addirittura il principio di un'altra -guerra per parte dei Franchi, la quale sarebbe potuta divenire -assai pericolosa, se essi non fossero stati appunto -allora, come del resto continuamente seguiva, travagliati -dalle civili discordie che per qualche tempo resero loro -impossibile il passare le Alpi in gran numero. E così vi -furon solo grosse scaramucce con quelli che già si trovavano -nell'alta Italia, e che dovettero finire coll'abbandonarla, -tornandosene a casa. -</p> - -<p> -Narsete allora, alla testa del suo esercito, assunse il governo -di tutta la Penisola col titolo di Maestro dei militi -e di Patrizio. Egli non ebbe mai (come per errore fu -creduto da alcuni) il titolo di Esarca, che in Italia apparisce -ufficialmente solo più tardi. La Prammatica Sanzione -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -riconobbe il valore degli editti emanati dai primi -re goti fino a quelli di Totila e di Teja, che rimanevano -esclusi, perchè questi due sovrani erano tiranni e non re, -non essendo mai stati riconosciuti a Costantinopoli. E perciò -vennero annullate tutte le disposizioni prese da essi, -quelle specialmente a vantaggio del popolo, dei contadini, -dei piccoli proprietari, che i Goti avevano cercato -di rendersi amici; e furono in loro vece messe in vigore -le disposizioni delle leggi romane, quasi sempre favorevoli -ai latifondisti. La Prammatica Sanzione inoltre manteneva, -teoricamente almeno, il potere militare separato -affatto dal civile, pel quale restava in Italia sempre un -Prefetto del Pretorio. Ma Narsete era un generale, che -alla testa del suo esercito, aveva riconquistato l'Italia, e -con esso continuava a governarla, a difenderla. E però, -non ostante ogni opposta teoria, i due poteri rimasero di -fatto concentrati in lui, che continuò ad essere una specie -di dittatore militare. Per la stessa ragione i Duchi che, -sotto la sua dipendenza, erano sparsi nelle province, ed -i Tribuni, che dipendevano dai Duchi, furono anch'essi -ufficiali civili e militari ad un tempo. Tutto ciò portava incertezza -e disordine. Sarebbe stato necessario riordinare -il paese, dando forza alle leggi, sollevandolo alquanto -dalle crudeli calamità così lungamente sopportate. Ed invece -bisognava pensare a trovare in Italia danaro, per -mantenere un grosso esercito, ora che da Costantinopoli -non c'era da sperarne, perchè Giustiniano non ne aveva, -e trovavasi sempre più immerso nella teologia. Si continuò -quindi a dissanguare le già esauste popolazioni. -</p> - -<p> -E ciò seguiva quando il malcontento era cresciuto anche -a causa della questione religiosa. Morto infatti papa -Vigilio, tanto malmenato a Costantinopoli, era stato eletto -Pelagio, già da molto tempo favorito dall'Imperatore. -Egli tergiversò alquanto nella questione dei <i>Tre Capitoli</i>, -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -ma finì poi col condannarli, pur dichiarandosi ossequente -al Concilio di Calcedonia. Questa sua condotta provocò -subito uno scoppio di sdegno nei vescovi e prelati italiani, -massime del nord, alcuni dei quali lo accusarono -perfino d'avere procurato la morte del suo predecessore, -per potergli succedere. L'irritazione arrivò al colmo -quando Narsete, pel quale, secondo il concetto orientale, -la Chiesa doveva essere sottoposta all'Impero, fece -prendere alcuni vescovi più riottosi, inviandoli a Costantinopoli, -perchè colà venissero puniti. Così il disordine -civile ed il conflitto religioso aumentavano la confusione. -Tutte le opere pubbliche erano abbandonate; le -mura cittadine, le case, le chiese, gli acquedotti andavano -in rovina: alcune delle città, come ad esempio -Milano, erano state nella guerra addirittura distrutte. -Il mantenimento delle strade era abbandonato; i fiumi, -lasciati senza argini, inondavano le campagne, ed aumentavano -la malaria. Finalmente scoppiò la peste, che -ammazzava in tre giorni, e desolò sopra tutto l'Italia -superiore. Le campagne e le loro case, dice Paolo -Diacono, rimanevano deserte; gli armenti vagavano pei -campi senza pastore. Le messi abbandonate marcivano; -le uve seccavano sui tralci delle viti, già privi di foglie. -Ai primi casi del morbo, le città rimanevano spopolate -per la fuga degli abitanti. I figli lasciavano insepolti i -cadaveri dei genitori, e questi, senza aver viscere di pietà, -abbandonavano i figli ammalati. Se qualcuno voleva seppellire -le vittime del morbo, era preso dal male, e restava -egli insepolto. Non era possibile numerare i morti, -perchè gli occhi non bastavano a tanto: <i>visum oculorum -superabant cadavera mortuorum</i> (II, 4). -</p> - -<p> -Tale era lo stato delle cose in cui Giustiniano lasciava -l'Impero. Non tutti i guai da noi accennati si possono -dire conseguenze dirette della sua politica; ma conseguenze -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -più o meno indirette ne erano certamente. Egli -era stato senza dubbio guidato da alcuni concetti i quali, -se non sempre pratici, erano sempre elevati, ed esercitarono -una grande azione nella storia del mondo. Ma se, -come abbiam detto più volte, maravigliosa fu davvero la -sua abilità nella scelta delle persone, per attuare questi -concetti, la sua cattiva amministrazione, le spese eccessive -che faceva sempre, i larghi tributi che allora si solevan -dare ai barbari, quando non si poteva con essi adoperare -il ferro, e le continue guerre esaurirono sempre -più le forze d'un Impero in cui l'agricoltura era assai -decaduta, e non fiorivano nè l'industria, nè il commercio. -Tutto ciò, unito alla corruzione della società imperiale e -della Corte, alla cui malefica azione Giustiniano non potè -sempre sfuggire, gli resero impossibile il fondar mai -nulla di veramente stabile. -</p> - -<p> -In un Impero composto di tante parti e così diverse, -circondato da tanti nemici, senza la possibilità di un vero -patriottismo nazionale, e per la sua corruzione privo affatto -di un'alta guida morale, v'era sempre il pericolo -che un qualche generale, potente e fortunato, riuscisse -ad insorgere, formando per suo proprio conto uno Stato -separato ed indipendente, che qualcuno dei grandi ufficiali -della Corte cospirasse a danno degli altri o dello -stesso Imperatore, per accrescere il proprio potere. Era -quindi una continua lotta degli uni contro gli altri, e se -ne vedevano perciò sempre rapidamente salire e rapidamente -precipitare, come era seguito allo stesso Belisario, -nonostante la sua provata fedeltà, i continui e grandi -servigi resi all'Impero. E se a tutto ciò s'aggiunge che -negli ultimi anni Giustiniano, divenuto vecchio, trascurava -assai il governo dell'Impero, si capirà facilmente -a che punto dovessero allora essere giunte le pubbliche -calamità. Tuttavia un grande risultato, se non duraturo, -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -temporaneo certamente, egli lo aveva ottenuto. I Persiani -erano stati respinti; i Vandali e gli Ostrogoti distrutti; -la Romanità aveva avuto una splendida vittoria -sul Germanesimo; l'Africa, l'Italia erano state riconquistate. -Tutto ciò dimostrava chiaro che, nonostante ogni -contraria apparenza, v'era pur sempre nell'Impero una -grande vitalità, quella che riuscì infatti a farlo vivere -per otto secoli ancora, sebbene fosse continuamente circondato -da sempre nuovi pericoli. Prodigiosa veramente -dovette essere quella civiltà greco-latina che anche nella -sua decadenza potè riunire, assimilare elementi così diversi, -ed in mezzo a tanto disordine veder sorgere un -grandissimo numero di accorti amministratori, di grandi -e gloriosi generali, che seppero con intelligenza e valore -difenderlo. -</p> - -<p> -Ma alla morte di Giustiniano si vide subito, che i pericoli -da noi qui sopra accennati dovevano crescere non -poco. Da una parte minacciava la Persia eterna nemica -dell'Impero; da un'altra ripigliavano vigore le popolazioni -germaniche, specialmente pel rapido crescere della -potenza dei Franchi. Nello stesso tempo gli Slavi s'avanzavano -in gran numero verso l'Occidente, e così pure -s'avanzavano dall'Asia le popolazioni finniche, mongoliche, -tartare, che dovevano portare nel mondo un'altra -grande rivoluzione. Sarebbe stato necessario che a Giustiniano -succedesse nell'Impero un uomo di uguale o -maggiore capacità; ma avvenne, come vedremo, precisamente -il contrario. E peggio di tutti si trovava l'Italia. -Esausta, disfatta da una lunga guerra, senza speranza di -ricevere aiuto da nessuna parte; oppressa da Narsete, -che per mancanza di danari vedeva ogni giorno scemare -i suoi soldati, essa restava senza difesa efficace in un -momento nel quale i barbari ripigliavano forze, e minacciavano -d'avanzarsi. La distruzione del regno ostrogoto, -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -il quale si era esteso anche al Norico ed alla Pannonia, -lasciava indifesa l'Italia appunto da quel lato di -dove le genti barbariche eran sempre passate, e ricominciarono -ben presto a passare. -</p> - -<p> -E questo era il momento in cui a Giustiniano succedeva -Giustino II, figlio d'una sorella di lui, la quale -era nipote di Teodorico. Il nuovo Imperatore dichiarò -subito di voler fare grandi economie, il che voleva dire -mutar sostanzialmente politica. Egli infatti rinunziò alle -grosse guerre, e sospese i sussidi fino allora pagati ai -barbari, che si scatenarono perciò nuovamente contro -l'Impero, nel quale mancavano ora i danari ed i soldati -per difenderlo. Scontentissimo fra tutti era Narsete, il -quale si vedeva ridotto all'impotenza nel momento in -cui sarebbe stato necessario apparecchiarsi a difendere -i confini nuovamente minacciati; nè poteva sperar nulla -in Italia. Infatti allora appunto arrivava a Costantinopoli -un'ambasceria di nobili romani, venuti per dire all'Imperatore -che non era più possibile sopportare il dispotismo -di Narsete, il quale aveva ridotto l'Italia a tale che ogni -altro governo era divenuto preferibile. Se non si trovava -modo di provveder subito, sarebbe stato agl'Italiani necessario -gettarsi in braccio ai barbari, che certo li avrebbero -trattati meglio. Le cose erano infatti giunte a tale -estremità, che vedendo non esser ormai possibile indurre -a mutare strada un uomo assai vecchio, usato a far sempre -quel che voleva, si dovè finire col richiamarlo nel 567, -nominandogli un successore, che ebbe ordine di partir -subito. -</p> - -<p> -E qui ha origine una leggenda, che non è ricordata -dagli scrittori bizantini, ma si diffuse allora assai largamente -in Italia, e fu narrata anche da Paolo Diacono. -Secondo questa leggenda Narsete avrebbe ricusato d'obbedire, -e l'imperatrice Sofia avrebbe allora esclamato: — Saprò -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -ben io rinchiudere il vecchio eunuco nel gineceo, -che è il suo vero posto, costringendolo a filar lana -con le donne. — Ed io, così avrebbe risposto Narsete, -quando gli furon riferite le ingiuriose parole, saprò filarle -una tale matassa, che in tutta quanta la sua vita ella non -riuscirà mai a dipanarla. — Aggiungendo poi alle parole -i fatti, Narsete avrebbe, per vendetta, chiamato i Longobardi -in Italia, inviando, per meglio allettarli, ambasciatori, -i quali portaron loro le più belle frutta che il fertile -paese produceva. I Longobardi allora, accettando l'invito, -si sarebbero mossi, passando le Alpi nel 568. Narsete -che, sempre più accecato dallo sdegno, s'era ritirato a -Napoli, s'avvide finalmente dell'errore commesso; e -quando papa Giovanni III, successo a Pelagio nel 561, -lo scongiurò, perchè si movesse a difendere il paese, -andò subito a Roma; ma ivi fu sorpreso dalla morte. Il -carattere leggendario di questo racconto è troppo evidente -perchè vi sia bisogno di dimostrarlo. I Longobardi, -come noi abbiam visto più sopra, erano in buon numero -già stati in Italia, dove avevano combattuto sotto Narsete, -e non avevano quindi bisogno, per conoscerne la -fertilità, che egli ne mandasse loro le frutta, le quali -poi, massime se spedite da Napoli, si può ben immaginare -in quali condizioni sarebbero arrivate. Le ragioni -che mossero i Longobardi a passare le Alpi furono ben -altre che il dispetto capriccioso d'un uomo, sebbene non -sia da escludere affatto, che questo dispetto possa avere -contribuito ad agevolar loro la strada, lasciando andar -tutto a rovina, senza apparecchiar nessuna difesa. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -</p> - -<h2 id="libro3">LIBRO TERZO -<span class="smaller">I LONGOBARDI</span></h2> - -<h3 id="cap3-1">CAPITOLO I -<span class="smaller">Guerra dei Longobardi contro i Gepidi — Loro venuta in Italia -e loro conquiste — Morte di Alboino — Elezione di Clefi -e sua morte — Interregno — Duchi — Divisione delle terre — Il -Papa si rivolge la prima volta per aiuto ai Franchi (580)</span></h3> -</div> - -<p> -I Langobardi, poi Longobardi, così chiamati, secondo -il loro storico Paolo Diacono, dalle lunghe barbe che -portavano, sono ricordati da Velleio Patercolo, che li -dice più feroci della germanica ferocia. Si trovavano allora -presso l'Elba. Più tardi ne parlò Tacito, lodandone -il coraggio. Essi sembrano aver preso parte a quel gran -movimento di barbari, che s'avanzarono verso il sud, e -furono respinti da Marco Aurelio nella guerra dei Marcomanni -(178-79). Per tre secoli dipoi non se ne sente più -parlare; ma par certo che fossero tra coloro che fecero -parte del regno degli Unni a tempo di Attila, separandosene -quando esso si disciolse. È un fatto però che ben -poco sappiamo di certo sulla loro origine. Paolo Diacono -ne parla a lungo, dandoci una serie di leggende, dalle -quali non si può cavare nulla di veramente storico. Secondo -lui i Longobardi sarebbero originari della Scandinavia. -Di là, per la ristrettezza del luogo, un terzo di essi -si sarebbero mossi verso il sud, sotto la guida di due fratelli, -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -Ibor e Aione, della famiglia dei Gungingi o Gugingi. -Da Aione sarebbe nato Agelmondo, che fu il loro primo re, -cui ne successero altri sei della stessa famiglia, l'ultimo -dei quali fu Tato, che combattè e vinse gli Eruli, il che -dovrebbe essere avvenuto verso il 508. Seguirono a questi, -altri due re, sotto il secondo dei quali sarebbe divenuto -onnipotente Audoino, quello stesso che mandò aiuti a -Narsete, quando questi venne la seconda volta in Italia. -Audoino fu il padre d'Alboino, col quale finalmente cessa -la leggenda e comincia veramente la storia. -</p> - -<p> -I Longobardi erano allora penetrati nel Rugiland, al -di là del Danubio; al di qua, nella Pannonia, erano i -Gepidi, per lungo tempo loro acerrimi nemici. E quest'odio -crebbe quando gli Eruli, vinti e disfatti dai Longobardi, -s'unirono ai Gepidi, i quali, vedendo così aumentate -le loro forze, profittarono della guerra che ferveva -tra i Bizantini e Totila, per occupare altre terre dell'Impero. -Giustiniano allora, secondo la politica tradizionale -di Costantinopoli, incitò contro di essi i Longobardi; e -già nel 554 Alboino, ancora giovanissimo, dimostrò il suo -valore, combattendoli, ed uccidendo in singolar tenzone -Torismondo, il figlio del loro re Torisindo. Questi, secondo -un'altra leggenda, avrebbe cavallerescamente accolto -a mensa Alboino, per vestirlo poi delle armi dell'ucciso -suo figlio. Ma vi mancò poco che non si venisse -alle mani. Il re dei Gepidi, pensando a Torismondo ucciso -da Alboino, sospirava malinconicamente; ed allora -un altro de' suoi figli, alludendo ad una specie di ghette -o fasciature di tela, che i Longobardi portavano alle -gambe, avrebbe lor detto con disprezzo: — Voi siete come -cavalle balzane. — Al che gli sarebbe stato da un Longobardo -risposto: — Se vai al campo di Asfeld, capirai -che calci sanno tirar queste cavalle, vedendo colà le ossa -di tuo fratello, sparse al suolo come quelle d'un vile giumento. — E -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -si sarebbero subito sguainate le spade, se il -Re non fosse personalmente intervenuto, in nome delle -sacre leggi della ospitalità, vestendo Alboino delle armi -di Torismondo. Comunque si pensi della leggenda, Alboino -tornò trionfante a casa, e verso il 565 successe al -padre, come re dei Longobardi. -</p> - -<p> -Egli era allora giovane, forte, audace, ambizioso, e -sembrava godere anche il favore dell'Impero. Se non -che i Gepidi, valorosi al pari dei Longobardi, erano in -numero maggiore, ed una guerra di sterminio pareva divenuta -fra loro inevitabile, anche perchè non si poteva -dimenticare la morte di Torismondo. Fortunatamente pei -Longobardi, era sin dalla seconda metà del secolo quinto -apparsa sul Caspio una gente nuova, che portava il nome -di Avari, ed era della stirpe medesima degli Unni. Favoriti -da Giustiniano, che voleva servirsene pe' suoi fini, -avanzatisi sotto un capo, che portava il titolo di Cagàno, -avevano formato un forte regno nel basso Danubio, dove -ricevevano un sussidio imperiale. Così Longobardi, Gepidi -ed Avari si trovarono ora a contatto in una regione -che, desolata da continue guerre, non potendo nutrirli, li -teneva sempre irrequieti e pronti ad azzuffarsi fra di loro. -Fu questo il momento in cui Giustino, a un tratto, negò -sdegnosamente il sussidio agli Avari, dicendo che l'Impero -non doveva rendersi tributario dei barbari. Ed Alboino, -profittando della occasione, propose loro che s'unissero -a lui per combattere i Gepidi. Dopo averli disfatti, -egli diceva, noi saremo più al largo in questo paese desolato, -e volendo, potremo più facilmente occupare altre -terre dell'Impero. -</p> - -<p> -Bisogna credere che fin d'allora Alboino meditasse -l'impresa d'Italia, e volesse prima, vendicandosi dei Gepidi, -assicurarsi le spalle, altrimenti sarebbe difficile rendersi -ragione dei patti che stipulò allora cogli Avari. Ad -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -essi infatti i Longobardi promettevano di cedere metà -delle spoglie che avrebbero fatte al nemico, un terzo dei -loro armenti, e le terre conquistate. Anzi, quando i Longobardi -fossero partiti, gli Avari avrebbero potuto occupare -le terre da essi abbandonate, e ritenerle, per restituirle -solo nel caso che essi fossero tornati ad occuparle. -I Gepidi quindi si trovarono di fronte a due nemici. -Avrebbero, è vero, avuto ragione di fare assegnamento -sugli aiuti dell'Imperatore; ma questi, fedele sempre alla -politica orientale di far sì che i barbari si consumassero -fra di loro, se ne stette più che altro a guardare, lasciando -credere che avrebbe coi suoi tenuto a bada gli Avari. Allora -i Gepidi si spinsero con grande impeto contro i Longobardi, -sperando di potere, dopo averli vinti, rivolgersi -contro gli Avari. Ma Alboino s'avanzò con impeto alla -testa de' suoi, li vinse, e colle proprie mani uccise Cunimondo -loro re, tagliandogli la testa, e facendo poi del teschio -una tazza, per servirsene, secondo l'uso barbarico, -nei solenni banchetti. Questo atto crudele doveva però, -come vedremo, costargli assai caro. Ma per ora la sua -vittoria fu piena. Si parla di 40,000 morti fra i Gepidi, -certo è che d'ora in poi la storia non si occupa più di -loro. Immensa fu la preda, grandissimo il numero dei -prigionieri, che o accettarono di combattere sotto le bandiere -del vincitore o ne furono schiavi. Fra questi prigionieri -v'era Rosmunda, la giovane figlia di Cunimondo, -della quale Alboino s'invaghì per modo che volle sposarla, -non ostante la grande ripugnanza che ella mostrava -d'unirsi coll'uccisore del proprio padre. E sebbene da -poco fosse morta la sua prima moglie Clotsuinda, figlia -di Clotario re dei Franchi, le nuove nozze vennero celebrate -senza indugio. Dopo di ciò Alboino si volse all'impresa -d'Italia. -</p> - -<p> -A lui non poteva essere ignoto che questo paese era -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -adesso senza difesa. Parecchie città importanti avevano -insufficientissime guarnigioni, altre l'avevano a mala pena -un po' più numerose; solamente Pavia era in grado di -fare lunga resistenza. Le popolazioni esauste e scontente -non avrebbero di certo fatto causa comune coi Bizantini, -dei quali anche il clero era scontentissimo. Gli ultimi -avanzi dei Goti disseminati per la Penisola, erano -naturalmente per unirsi ai primi barbari che avessero -passato le Alpi. Narsete, privo del comando e già richiamato, -se ne stava ritirato a Napoli, lieto forse che con -la sua caduta tutto andasse a rovina. Il suo successore -Longino, già arrivato, ma con pochissime genti, si dovette -chiudere in Ravenna. Le porte d'Italia erano dunque -aperte al nemico. -</p> - -<p> -Il 2 di aprile 568 i Longobardi adunque lasciarono la -Pannonia, e per Enona (Leibach) e la valle della Sava -passarono le Alpi Giulie, avanzandosi nel Veneto. Menavano -seco le donne, i vecchi, i bimbi e le suppellettili -sopra carri, nei quali passavano la notte. Da una pittura -alquanto posteriore, fatta per ordine della regina Teodolinda, -essi apparivano vestiti con larghi abiti di tela e di -vario colore; avevano i calzari aperti dinanzi e legati con -lacci, i capelli tagliati fino all'occipite, divisi sulla fronte, -donde cadevano da ambo i lati. Con i Longobardi si -trovavano al solito mescolati Bavari, Bulgari, Gepidi, -Svevi, sopra tutto Sassoni, i quali ultimi si facevano -ascendere al numero di 20,000. Professavano quasi tutti -l'Arianesimo, sebbene non mancassero fra di loro anche -i pagani; non erano però intolleranti in fatto di religione. -Molta incertezza regna sul loro numero, variando -gli scrittori da 20 a 120,000 armati. Certo non erano -molti; ma se i soli Sassoni arrivavano a 20,000, e poterono -più tardi partire, senza che perciò ne risentissero -grave danno i Longobardi, che continuarono le loro -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -conquiste, sarebbe assurdo ridurre questi a soli 20,000. -La più comune opinione li fa variare da 60 a 70,000 uomini -in arme; e non sono molti di certo, se si pensa alle -perdite che dovettero avere, ed alle guarnigioni che era -pur necessario lasciare nelle principali città da essi occupate. -È però da credere che molte di queste perdite -potessero facilmente essere risarcite venendosi ad aggregar -loro gli avanzi dei Goti, forse anche alcuni degli -sbandati bizantini, fra i quali erano non pochi barbari. -</p> - -<p> -Nel maggio del 568, secondo i più, Alboino aveva già -passato i confini d'Italia, e subito costituiva a Cividale -del Friuli un Ducato, alla cui testa pose suo cugino Gisulfo -con sufficiente numero d'armati. In questo modo -egli prendeva subito possesso in Italia d'un punto strategico -assai importante, che era come la porta di casa. -Di là si poteva infatti impedire che altri passasse il -confine, e si poteva anche, quando fosse stato necessario, -ritirarsi liberamente. Ma tutto invece andò pei Longobardi -a seconda: i Franchi erano occupati nelle discordie -di casa loro; i Bizantini, per mancanza di uomini e di -danaro, non potevano muoversi; le città italiane l'una -dopo l'altra aprivano le porte al nemico. Il Patriarca -d'Aquileia se ne andò subito a Grado, dove pose la sua -dimora; ma il vescovo di Treviso, sentendo che Alboino -era tollerante in religione, gli domandò che fossero garantiti -i beni della sua Chiesa, ed avendolo ottenuto, -fece aprire le porte della città. Dopo di che Vicenza e -Verona fecero lo stesso. Ma Padova, Monselice e Mantova, -che erano fortificate, resistettero, ed Alboino dovè -quindi decidersi a svernare nel Veneto. Fortunatamente -per lui, dopo una stagione fredda e nevosa, vi fu un'abbondantissima -raccolta, colla quale si potè fornire di -vettovaglie l'esercito. Ed egli allora, lasciate da parte -Padova e Monselice, prese Mantova, dopo di che Brescia, -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -Bergamo, Trento si arresero coi loro territori. Finalmente -il 3 di settembre del 569 si arrese anche Milano, -che dopo la sua distruzione era stata solo in parte restaurata -da Narsete: il suo vescovo si ritirò a Genova. E -da questo momento si può dir cominciato il regno dei -Longobardi, limitato per ora all'alta Italia. -</p> - -<p> -Tuttavia parecchie città che erano sul Po, fra cui anche -Piacenza e Cremona, in parte per essere fortificate, -in parte perchè potevano pel fiume ricevere aiuto da Ravenna, -resistevano ancora. Ma la sola che fece una resistenza -davvero energica e prolungata fu, come dicemmo, -Pavia. Essa, che era già una città importantissima, e divenne -poi la capitale del regno longobardo, era non solo -assai bene fortificata, ma aveva anche una sufficiente -guarnigione, e si potè quindi difendere per tre anni continui -(569-72). Alboino perciò, lasciata parte dell'esercito -ad assediarla, se ne andò ad occupare altre terre dell'Italia -superiore e centrale, come Parma, Reggio, Modena, -Bologna, Imola. Occupò anche il passo del Furlo, -avanzandosi fino ad Urbino. Si tenevano però sempre per -l'Impero, oltre Ravenna e Pavia, anche Padova, Monselice, -Cremona, Piacenza, Genova, parecchie città della -Riviera, e quelle che formarono poi la Pentapoli (Rimini, -Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona). -</p> - -<p> -Prima di spingersi più oltre, i Longobardi avrebbero -dovuto pensare a consolidare il loro nuovo dominio, conquistando -le città tenute ancora dai Bizantini. Ma essi, -che non erano mai stati lungamente sotto la disciplina -dell'Impero o della Chiesa cattolica, serbavano più degli -altri barbari intatto il loro primitivo carattere germanico, -e non dimostrarono perciò mai vere attitudini politiche, -nè capacità di organizzare. Infatti cominciarono subito a -procedere senza nessuna unità di comando, senza un disegno -prestabilito, senza uno scopo determinato. Varie -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -schiere presero direzioni diverse per proprio conto. Alcune -s'avviarono verso il sud, dove iniziarono la fondazione -dei Ducati di Spoleto e di Benevento, i quali, -divennero poi affatto indipendenti. Il resto dell'Italia -meridionale, sopra tutto le coste dell'Adriatico e del -Mediterraneo, restarono all'Impero, col quale si tennero -unite specialmente Napoli e Roma, la cui comunicazione -con Ravenna era agevolata da Perugia che, sebbene circondata -per tutto da terre occupate dai Longobardi, continuò -ad esser quasi sempre fedele all'Impero. E non -solamente queste guerre e queste occupazioni di città procedevano -alla spicciolata, senza un disegno prestabilito; -ma tra il 569 ed il 571 alcune schiere di Longobardi si spinsero, -per proprio conto, dall'Italia settentrionale ad assalire -i Franchi nella Gallia meridionale. Non pensarono al -pericolo che correvano di richiamare al di qua delle Alpi -un nemico potentissimo, che avrebbe facilmente potuto -strappar loro di mano le recenti conquiste, che essi avrebbero -dovuto invece pensare a consolidare. Più volte ebbero -la peggio in questi loro dissennati attacchi, e si sarebbero -trovati certo ad assai mal partito, se i Franchi -non avessero continuato a lacerarsi fra di loro. Pareva -proprio che la fortuna li volesse secondare in tutto. Infatti -da una parte le loro guerre contro i Franchi non ebbero -le tristi conseguenze che potevano facilmente avere; e da -un'altra le loro conquiste in Italia si succedevano senza difficoltà. -Nel 572, dopo tre anni d'assedio, s'arrese finalmente -anche Pavia, che fu sin d'allora la capitale del regno. -</p> - -<p> -Alboino entrò trionfante nel palazzo di Teodorico, e -trattò umanamente il popolo, sebbene avesse dapprima -mostrato un gran desiderio di vendetta. Nella primavera -del 573 (secondo alcuni del 572) egli morì nel palazzo -di Verona; e di questa morte si dà una narrazione molto -particolareggiata, che apparisce alquanto fantastica e leggendaria. -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -In un solenne banchetto Alboino, presa la tazza -formata col teschio di Cunimondo padre di Rosmunda, -l'avrebbe invitata «a bevere in compagnia del padre.» -Ed ella ne fu offesa per modo che decise di vendicarsi. -Manifestò il suo pensiero ad un fratello di latte del Re, -chiamato Elmichi; ma questi, non volendo macchiarsi le -mani nel sangue fraterno, le consigliò di parlarne ad un -tal Peredeo, uomo audace e fortissimo. Siccome anche -questi esitava, la Regina prese il luogo d'una cameriera -amante di lui, e quando erano insieme, facendosi riconoscere, -gli disse, che se esitava ancora, avrebbe rivelato al -Re quanto era seguito fra di loro. Così venne finalmente -deciso il delitto. Un giorno, dopo il meriggio, quando il -Re avvinazzato s'era addormentato, Rosmunda legò la -spada che pendeva a capo del letto, in modo che non si -potesse sguainare. Non andò guari che Peredeo entrò -nella camera, gettandosi sopra Alboino, il quale, dopo -avere invano tentato di far uso della spada, si difese con -un panchetto; ma dovè soccombere. Rosmunda sposò -Elmichi, sperando di potersi con lui impadronire -del trono. Lo sdegno dei Duchi longobardi fu -però tale, che gli autori del delitto dovettero invece pensare -alla fuga. Chiesero una nave a Longino, il successore -di Narsete, che la mandò da Ravenna su per il Po. In essa -con pochi soldati, con Albsuinda figlia d'Alboino, ridiscesero -il fiume. Rosmunda, secondo la leggenda, concepì allora -il pensiero di sposare Longino, ed a tal fine dette il -veleno a Peredeo, quando egli era nel bagno. Ma essendosene -questi accorto, obbligò colla punta della spada -anche lei a beverlo, e così morirono ambedue. Longino -mandò a Costantinopoli la giovane Albsuinda, con le -gioie che la madre aveva portate seco fuggendo. Tutta -questa leggenda proverebbe, secondo il Ranke, che fra -i Longobardi v'era allora grave dissenso, una parte di -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -essi volendo aderire ai Bizantini, un'altra opponendovisi. -Certo è che l'indignazione provocata dal tradimento fece -andare a monte tutti i disegni di Rosmunda, e trionfare -il partito nazionale. -</p> - -<p> -Ma neppure i Duchi eran fra di loro d'accordo. A successore -d'Alboino, elessero Clefi duca di Bergamo, del -quale sappiamo solo che dopo un anno e mezzo di regno -fu ucciso da uno schiavo (575). E intanto si continuava -a tener sempre la stessa incerta condotta politica, senza -cioè nessuna unità di concetto. Già nel 569 e '70, come -accennammo, alcuni dei Duchi avevano assalito i Franchi -ed erano stati battuti. Un altro assalto poco fortunato -del pari era stato dato dai Sassoni, che facevano -parte dell'esercito longobardo, e volevano vedere se era -possibile aprirsi una via per tornarsene a casa. Essi erano, -lo abbiamo già detto, in numero di 20,000, e non avendo -potuto dai Longobardi ottenere di vivere in Italia, <i>proprio -iure</i>, cioè secondo le loro consuetudini e le loro istituzioni, -avevano deciso di andarsene. Nel 573 partirono -colle famiglie e gli averi, ottenuto libero passaggio dai -Franchi, ai quali non poteva certo dispiacere che le forze -dei Longobardi si assottigliassero. Questi tuttavia, per la -speranza di preda, continuarono nel 574-76, i loro mal -consigliati attacchi, ma furono di nuovo respinti con energia. -Finalmente si venne ad un accordo, che per qualche -tempo assicurò la pace. -</p> - -<p> -Ma questa pace, aggiunta al fatto che i Bizantini, occupati -com'erano nella guerra persiana, nulla potevano -fare in Italia, garantendo ai Longobardi la sicurezza -esterna, provocò la discordia fra di loro. Infatti, morto -Clefi nel 575, i Duchi non si poterono intendere fra loro -sulla scelta del nuovo re, e finirono col farne senza, lasciando -che ciascuno di essi governasse il suo Ducato in -proprio nome, come sovrano indipendente. E così continuarono -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -per dieci anni, fino a che, tornato il pericolo -esterno, dovettero decidersi a ricostituire la monarchia. -Per ora l'Italia longobarda restava divisa in trentasei -Ducati, d'una sola parte dei quali (come Pavia, Brescia, -Trento, Cividale, Milano, Spoleto e Benevento) conosciamo -con sicurezza i nomi. Di altri non pochi i nomi si -sanno con qualche incertezza,<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> e meno ancora si conoscono -quelli dei Duchi. -</p> - -<p> -Questo nuovo stato di cose tornò certamente a danno -delle popolazioni italiane. Da principio la venuta dei Longobardi, -non ostante la violenza della conquista, assai -poco contrastata del resto, aveva portato qualche sollievo, -liberando le popolazioni dalla insopportabile oppressione -fiscale dei Bizantini, costituendo una forma -più stabile di governo, dando una maggiore sicurezza, -dopo che Narsete, irritato per essere stato deposto, aveva -abbandonato tutto al caso, per non dire all'anarchia. E di -questo miglioramento al tempo d'Alboino, noi troviamo -conferma nelle parole stesse di Paolo Diacono. Egli infatti, -ricordando l'abbondantissima raccolta che s'ebbe -nel primo anno del dominio longobardo, aggiunge che -le popolazioni italiane «crebbero come le biade.» Non -ci parla ancora della divisione che si fece poco dopo -delle terre; sicchè è possibile supporre che incominciassero -coll'impadronirsi dapprima solo di quelle che dai -Goti erano passate al fisco bizantino, e del danaro da -esso raccolto. -</p> - -<p> -Sospesa però la monarchia, continua Paolo Diacono, -le cose, durante l'interregno, peggiorarono assai, perchè -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -invece d'un padrone, se ne ebbero trentasei, i quali, ciascuno -a suo modo, taglieggiarono il paese. Molti dei nobili -romani, ricchi possessori di latifondi, furono uccisi -dai Duchi, che s'impadronirono delle loro terre. Gli altri, -divisi fra i vincitori, ne divennero tributari, costretti a -pagar loro un terzo delle proprie entrate, <i>tertiam partem -suarum frugum</i>. E questo, possiam noi osservare, era -peggio che dare un terzo delle terre, perchè non restava -agl'Italiani nessuna libera proprietà. Oltre di ciò, molte -chiese furon saccheggiate dagl'invasori ariani, i quali uccisero -anche parecchi sacerdoti, per spogliarli delle loro -sostanze, come avevano fatto dei nobili; e così in mille -modi angariarono le popolazioni. -</p> - -<p> -Male assai si trovarono allora Roma ed il Papa, circondati, -minacciati com'erano dai Longobardi, sopra tutto -dai Duchi di Spoleto e di Benevento. Le comunicazioni -con Ravenna erano interrotte per modo che, morto nel -luglio del 574 papa Giovanni III, il suo successore Benedetto -I solo dopo dieci mesi fu consacrato, non essendo -stato possibile aver prima la sanzione imperiale, della -quale nel 579 Pelagio II dovette decidersi a fare addirittura -a meno. Tutto questo spinse più tardi a cercar -di costituire in Roma un proprio esercito per difendersi, -ed a trovare una propria forma di governo autonomo. Ma -per ora si continuava sempre a sperare, a cercare aiuto -dai Bizantini. Da Longino però non c'era, per la sua incapacità, -nulla da aspettarsi. Baduario, parente dell'Imperatore, -era stato, è vero, mandato da Costantinopoli -a succedergli; ma prima che arrivasse a Ravenna, fu -nella Campania, poco lungi da Napoli, battuto in uno -scontro avuto coi Longobardi, e poco dopo morì (576). -Si pensò quindi di rivolgersi direttamente all'Imperatore, -cui furono spediti ambasciatori, che gli portarono tremila -libbre d'oro, perchè mandasse dei soldati a difendere -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -il Papa e la Città eterna contro i barbari e contro -gli Ariani, sostenendo così nello stesso tempo l'autorità -dell'Impero e della Chiesa. Ma nel 578 l'imperatore Giustino -II era ammattito, e Tiberio II, che ne faceva le veci -e poi gli successe, trovandosi occupato nella guerra persiana, -non poteva fare nulla per l'Italia. Consigliò quindi -ai Romani, che si valessero del danaro che gli avevan -portato, per indurre invece i Longobardi a desistere dalla -guerra. Non riuscendovi, egli diceva, provassero di persuadere -con esso i Franchi ad attaccarli. Certo è che i -Bizantini erano in Italia ridotti a tale impotenza, che il -Duca di Spoleto potè nel 579 impadronirsi di Classe, -che era il porto di Ravenna sull'Adriatico, e rimase in -mano dei Longobardi fino al 588. Essi scorrazzavano liberamente -anche il territorio intorno a Perugia; e il Duca -di Benevento assediava Napoli, che resistette però valorosamente -(581). Fu saccheggiato e distrutto (l'anno preciso -è incerto) il convento di Montecassino, e i monaci -dovettero fuggirsene a Roma, portando seco la regola -autografa di S. Benedetto, e fondando colà un nuovo -convento. -</p> - -<p> -Durante questo <i>lacrimabile bellum</i>, come lo chiamarono -i cronisti, papa Pelagio II, abbandonato dall'Impero, -minacciato dai Longobardi, si rivolse la prima volta ai -Franchi. Il 5 ottobre 580<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> secondo alcuni, 581 secondo altri, -egli scriveva al vescovo di Auxerre, perchè ricordasse -ai Franchi «che essi, come ortodossi, avevano da Dio l'obbligo -di difendere Roma e tutta Italia dalla nefandissima -gente dei Longobardi, dai quali si dovevano separare, se -non volevano esporsi alla stessa fine che a questi era certamente -fra poco serbata.» E quello che è più singolare, -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -tali pratiche venivano ora secondate dall'Imperatore -stesso, presso il quale, in nome del Papa, continuamente -insisteva l'apocrisario Gregorio, quegli che fu poi Gregorio -Magno, uno dei più grandi uomini del secolo. L'imperatore -Maurizio di Cappadocia, che nel 582 era successo -a Tiberio II, per indurre i Franchi ad assalire i Longobardi, -mandava loro la somma di cinquantamila aurei. E -così finalmente i Longobardi vennero a un tratto assaliti -con tale impeto, che dovettero rinchiudersi nelle città per -difendersi. Ma i Franchi al solito furono di nuovo travagliati -dalla guerra civile, e quindi, mediante ricchi donativi, -vennero facilmente indotti a tornarsene a casa. -</p> - -<p> -È qui opportuno osservare come fin d'ora comincino -chiaramente a delinearsi alcuni caratteri, che si riproducono -poi costantemente in tutta quanta la storia d'Italia. -Per opera dei Longobardi la Penisola è già divisa in brani -staccati, che non si riesce più a riunire stabilmente fra -loro. Il potere civile ed il religioso si trovano in opposizione, -e comincia quella lotta fra la Chiesa e lo Stato che -riempie tutto quanto il Medio Evo, nè ancora oggi è cessata. -I Papi fin da questo momento iniziano coi Franchi -quella politica, che per due secoli costantemente seguirono, -che trionfò ai tempi di Pipino e di Carlo Magno, nè -fu mai da essi abbandonata del tutto. In questo momento -però i Franchi essendosi ritirati, il Papa si rivolse di -nuovo all'Imperatore. Il 4 ottobre 584, egli scriveva al -suo apocrisario Gregorio, perchè esponesse in Costantinopoli -quali erano le <i>necessitates vel pericula totius Italiae</i>, -e le tribolazioni con le quali i Longobardi continuamente -affliggevano il Ducato romano, affinchè si mandasse almeno -un Maestro dei Militi ed un Duca, non potendo -l'esarca Decio far nulla per difendere Roma, giacchè a -mala pena egli era in grado di difendere le altre province -italiane dell'Impero. Questa lettera è notevole anche -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -perchè ci dà la prima menzione ufficiale che abbiamo -finora del titolo di Esarca. Nel 585 venne da Costantinopoli -<i>Smaragdus</i> o Smeraldo, con buon nucleo di genti, -<i>firmo copiarum supplemento</i>. Egli che fu certamente uno -dei primi Esarchi, si pose subito con grande energia ed -accortezza a riannodare gli accordi coi Franchi contro -i Longobardi. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap3-2">CAPITOLO II -<span class="smaller">Ricostituzione della Monarchia — Elezione di Autari — Sue guerre -coi Bizantini e coi Franchi — Matrimonio con Teodolinda — Condizione -dei vinti</span></h3> -</div> - -<p> -Dinanzi alla minacciata alleanza dei Bizantini e dei -Franchi, i Longobardi furono costretti a pensare sul serio -ai casi loro. Si decisero quindi a ricostituire la monarchia, -per dare unità all'amministrazione, e sopra tutto -alla difesa. Adunatisi a Pavia, tra la fine del 584 e i -primi del 585, elessero a loro re Autari figlio di Clefi. -Era adesso necessario costituirgli un patrimonio, una lista -civile, perchè potesse mantenersi con decoro, e pagare -gli ufficiali della Corte. A questo fine i Duchi gli fecero -cessione d'una metà dei loro averi, quelli che avevano -tolti ai nobili uccisi o che in altro modo avevano confiscati. -Restava sempre ad essi il terzo della rendita delle -terre possedute dai Romani. Si vuole però da alcuni -scrittori, che ora appunto questo terzo della rendita venisse -mutato in un terzo delle terre, il che avrebbe lasciato -gli altri due terzi in proprietà libera agli antichi -possessori, e ciò sarebbe stato a loro vantaggio. Essendo -poi negli ultimi anni cresciuto non poco il numero delle -province occupate dai Longobardi, è assai probabile che -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -si procedesse ad una divisione delle nuove terre, a vantaggio -di coloro che avevano dovuto cedere al Re parte -dei propri averi. Su tutto ciò hanno avuto luogo dispute infinite, -e le parole a questo proposito adoperate da Paolo -Diacono furono torturate in mille modi, per trovarvi quello -che non v'era, per fargli dire quello che non disse nè -poteva dire sopra un argomento che forse egli stesso imperfettamente -conosceva, essendo vissuto circa due secoli -più tardi. Dice infatti solamente che i Duchi cedettero -metà delle loro sostanze al Re, e che i popoli tributari -furono divisi tra i vincitori (<i>populi tamen adgravati per -langobardos hospites partiuntur</i>, III, 16). Dedurre da ciò, -come molti pretesero, che i Romani non solo peggiorarono -assai la loro condizione, ma furono ridotti allo stato -di schiavi o quasi, non è possibile; si può anzi asserire che -una tale deduzione contraddice alle parole dello storico. -Paolo Diacono, dopo aver detto che la cessazione della -monarchia fu a grave danno dei Romani, parlando della -ricostituzione di essa, aggiunge: «in questo regno nessuno -era angariato, oppresso o spogliato; a tutti si rendeva -giustizia; non si commettevano furti; ognuno andava -sicuro dove voleva.» Non sarebbe questo certamente il -linguaggio di chi avesse voluto dire che sotto Autari le -cose erano assai peggiorate. E noi sappiamo che tutto -allora, nella pace e nella guerra, procedette con maggiore -ordine e regolarità; che la lunga durata del dominio longobardo -si deve alla ricostituzione della monarchia, ed -in parte anche all'opera personale del re Autari. -</p> - -<p> -Dinanzi alla minaccia d'un accordo tra Franchi e Bizantini, -i Longobardi tentarono di fare alleanza coi primi. -Ma non vi riuscirono, perchè l'accordo fu rotto quasi -prima che concluso, e si combattè nuovamente da ogni -parte. Nel 587 i Longobardi guerreggiavano nel Friuli -e nell'Istria contro i Bizantini, ai quali l'anno appresso -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -tolsero l'isola Comacina che era fortificata. Nello stesso -tempo Smeraldo ripigliava finalmente Classe, ed i Franchi -scendevano per lo Spluga a combattere i Longobardi. -Ma Autari era questa volta apparecchiato, e si precipitò -contro di essi con tale impeto, che li vinse, facendone addirittura -strage. <i>Tantaque</i>, dice Paolo Diacono (III, 29) -<i>ibi strages facta est de Francorum exercitu, quanta usque -ibi non memoratur</i>. -</p> - -<p> -Il non avere Smeraldo, in questa occasione, dato nessuno -aiuto ai Franchi dispiacque all'Imperatore. Ma ad aggravar -la cosa s'aggiunse la condotta assai imprudente e -poco misurata che egli tenne nella questione religiosa. -Il Papa, per secondare l'Imperatore e porre termine alla -disputa oziosa ed incresciosa dei <i>Tre Capitoli</i>, li aveva -condannati, dicendo che la condanna si poteva tenere già -implicitamente ammessa anche dal Concilio di Calcedonia. -Ma le popolazioni dell'Istria e della Venezia vennero -allora in preda ad una tale agitazione, che minacciavano -addirittura uno scisma. E Smeraldo, invece di calmare -quest'agitazione, come gli era stato ordinato da Costantinopoli, -ricorse alla violenza, facendo imprigionare e -condurre a Ravenna alcuni vescovi per punirli. In conseguenza -di ciò fu richiamato, e gli successe l'esarca -Romano (589) che si dimostrò assai più accorto. -</p> - -<p> -In questo mezzo Autari, pensando sempre più a raffermare -sul trono sè stesso e la propria famiglia, si decise -a prender moglie, e chiese la mano di Teodolinda, -figlia di Garibaldo duca di Baviera, che dipendeva da -Childeberto re dei Franchi, col cui regno il suo Ducato -confinava. La scelta era suggerita da ragioni politiche, -perchè in caso di guerra coi Franchi, l'alleanza della Baviera -poteva molto giovare ad Autari. Si narra che, giunta -favorevole risposta alla prima domanda, egli, travestito -da ambasciatore, partì subito con altri, per fare la richiesta -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -ufficiale (588). E come si trovò in presenza della -giovane sposa, fu talmente preso dalla bellezza di lei, -che quando ella, secondo il costume, portò loro da bere, -non sapendo più trattenersi, le baciò furtivamente la -mano, il che rivelò che egli era lo sposo. Giunto poi -al confine, Autari, rizzandosi sulle staffe, si fece riconoscere -da tutti, lanciando con vigore la scure ad un albero, -ed esclamando: — Così ferisce il re dei Longobardi. — Alla -notizia di queste trattative di matrimonio, Childeberto -fu così irritato, che mosse guerra alla Baviera, e -Teodolinda dovè fuggire in fretta col fratello Gundebaldo, -il quale la condusse a Verona, dove fu incontrata -dallo sposo; ed il 5 maggio 589 si celebrarono le nozze. -</p> - -<p> -Questo matrimonio inasprì per modo i Franchi, che -mossero ad un assalto improvviso contro Autari, il quale -venne preso alla sprovvista, e si sarebbe trovato a mal -partito, se la guerra civile scoppiata al solito nel loro -paese non li avesse obbligati a ritirarsi. A questa ritirata -contribuirono forse anche le inondazioni che desolarono -per modo la Gallia e l'Italia, che Paolo Diacono dice non -essersi mai visto nulla di simile dopo il diluvio universale. -In conseguenza di che scoppiò poi anche la peste -bubbonica, di cui, fra gli altri, fu vittima lo stesso Pelagio -II. Successe papa Gregorio Magno consacrato il -8 settembre 590, che tanta parte doveva avere nella storia -d'Italia, e che più volte si trovò a lottare energicamente -contro i Longobardi. -</p> - -<p> -Appena vi fu un poco di tregua a queste calamità, Autari -continuò la sua opera di organizzazione del regno, estendendo -sempre più le sue conquiste nell'Italia superiore. -La leggenda però che egli giungesse fino a Reggio di Calabria, -esclamando: — Qui sono i confini del regno d'Autari, — non -merita nessuna fede. Si fece probabilmente -confusione con Reggio d'Emilia. Nel sud già v'erano allora -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -i Ducati di Spoleto e di Benevento; oltre di che -Autari non poteva troppo allontanarsi dal nord ora che -l'Imperatore eccitava continuamente i Franchi a ripigliare -la guerra che avevano promesso di fare, e per la quale -invano egli aveva loro mandato danaro. «Era omai tempo, -così scriveva, di passare dalle parole ai fatti, <i>enarrata -viriliter... peragere</i>.» L'esarca Romano riuscì finalmente -a stringere con essi gli accordi per un assalto da muoversi -in comune contro i Longobardi. E nella primavera -del 590 i Franchi s'avanzarono da una parte verso -Milano, da un'altra, per la valle dell'Adige, verso Verona. -Da Ravenna s'avanzarono nello stesso tempo i Bizantini, -e molte terre, e parecchi Duchi longobardi spontaneamente -si sottomisero ad essi. Fra i Duchi serpeggiava -allora non poco scontento, alcuni essendo stati avversi -alla ricostituzione della monarchia, altri avendo sperato -d'essere eletti in luogo d'Autari. Profittando di ciò, s'era -fissato, secondo gli accordi presi, che fra tre giorni i Franchi -ed i Bizantini si sarebbero trovati insieme uniti contro -i Longobardi. Il fumo del fuoco, che i Bizantini avrebbero -acceso sopra un vicino colle, sarebbe stato il segnale -del loro arrivo. Ma nulla di tutto ciò avvenne. -I Franchi, senza aver fatto altro che saccheggiare, improvvisamente -si ritirarono, accusando i Bizantini di non -essersi avanzati, e di averli lasciati soli. L'esarca Romano -invece scriveva a re Childeberto, «che s'era sul punto di -circondare i Longobardi, quando seppe che già i Franchi -trattavano accordo con Autari. Aveva dovuto ordinare la -ritirata, appunto quando era giunto il momento di poter -liberare affatto l'Italia dalla nefandissima gente dei Longobardi.» -E poco dopo esprimeva la speranza, che il Re -volesse ricominciare la guerra, «mandando in Italia fidati -capitani, <i>dignos duces</i>, i quali non pensassero solo a far -prigionieri i Romani, ed a saccheggiare le loro terre.» -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -Ma non se ne fece altro. Il fatto vero è che Franchi e -Bizantini s'erano intesi nel voler cacciare i Longobardi -dall'Italia, ma ognuno di loro la voleva poi tenere per -sè. E però andavano d'accordo nell'attaccare il nemico -comune; ma quando la vittoria diveniva probabile, subito -si dividevano, ed agivano ciascuno per conto proprio, anzi -gli uni a danno degli altri. Tutto questo, com'era naturale, -riusciva a vantaggio di Autari, il quale s'era perciò assai -rafforzato, quando il 5 settembre 590 cessò di vivere. -</p> - -<p> -Autari si può ritenere uno dei principali fondatori del -regno longobardo. Egli, come Odoacre, come altri barbari, -prese il nome di Flavio, e con ciò sembrava volesse -andare d'accordo coll'Impero. Ma Odoacre e Teodorico -erano venuti in Italia a governarla in nome dell'Imperatore; -Alboino ed i Longobardi invece erano venuti -in loro proprio nome, e la nuova monarchia da essi fondata -fu affatto indipendente, anzi più volte mosse guerra -ai Bizantini, che voleva cacciare addirittura dall'Italia. -I Longobardi furono i primi barbari che fecero in Italia -vere e proprie leggi, sanzionandole senza punto occuparsi -dell'Imperatore. Nè ai Romani fu lasciato allora nessuno -dei privilegi concessi loro da Teodorico. In sostanza i -barbari sono ora finalmente divenuti padroni del paese, -e non vogliono riconoscere altra legge, altra autorità che -la loro. E questo contribuì non poco a diffondere l'erronea -opinione, che gl'Italiani fossero allora ridotti nella condizione -di servi o per lo meno di aldi, il che vorrebbe -dire una semi-servitù. A sostegno di questa tesi si torturarono, -come già accennammo, le parole di Paolo Diacono. -Altro argomento favorevole ad essa si credette trovarlo -nel fatto, che la legge longobarda fissa il guidrigildo da -pagarsi per la uccisione di un Longobardo, e nulla dice per -quella d'un Romano. La vita adunque dei vinti, si disse, -non aveva pei vincitori nessun valore, perchè essi erano -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -schiavi. Ma dedurre così gravi conseguenze dal solo silenzio -della legge, è addirittura eccessivo. Il silenzio, fu -osservato dal Capponi, potrebbe anche significare che il -guidrigildo dei vinti era fissato dalla consuetudine. Potrebbe -provare, arrivò a dire invece il Sybel, che teoricamente -almeno non si facesse differenza alcuna tra la vita -del Romano e quella del Longobardo; ed il guidrigildo -sarebbe stato perciò nei due casi identico. Ma non è facile -credere che i vinti non fossero trattati assai peggio -dei vincitori. -</p> - -<p> -Del resto la opinione una volta tanto diffusa della servitù -dei Romani, è adesso abbandonata. Riesce piuttosto -difficile comprendere come potesse essere stata -accolta così largamente, senza tenere nessun conto delle -enormi difficoltà che si oppongono a renderla credibile. -Ed in vero è egli mai possibile che, se i Longobardi -avessero tolto la libertà personale ai Romani, di un fatto -così importante non si trovasse mai nelle cronache, nelle -leggi, nei documenti pubblici o privati una sola esplicita -menzione? E dato pure che ciò fosse possibile, si -può supporre che questi schiavi o servi o aldi che siano, -arrivassero, come arrivarono, alla piena libertà, senza che -neppure d'una tale e tanta rivoluzione rimanesse traccia -o ricordo alcuno? Siccome poi, nelle continue guerre fra -Longobardi e Bizantini, molte erano le terre che passavano -ripetutamente dagli uni agli altri, e viceversa, -così bisognerebbe supporre ancora, che gli abitanti di -queste terre passassero dalla libertà alla schiavitù e dalla -schiavitù alla libertà, senza che un grido di gioia, di -protesta o di dolore s'udisse mai; senza un tentativo di -ribellione, senza che il fatto stesso venisse mai da nessuno -ricordato. V'erano inoltre latifondi che appartenevano -ad un solo proprietario, e si trovavano parte in -territorio bizantino, parte in longobardo. Si deve forse -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -credere che i coltivatori, i possessori di queste terre fossero -schiavi quando si trovavano in una parte del loro -fondo, liberi quando si trovavano in un'altra? Le lettere -di Gregorio Magno parlano di cittadini romani che dimoravano -nelle terre longobarde di Brescia e di Pisa. Erano -essi liberi? E allora perchè non potevano essere liberi -anche gli altri Romani? Divenivano invece servi quando -abitavano in paese longobardo? E allora si dovrebbe credere, -che essi lasciassero le terre bizantine, dove erano -liberi, per andare di propria volontà a divenire schiavi -sotto i Longobardi? E se poi si ammettesse, come alcuni -suppongono, che rimanessero liberi gli operai delle città, -i quali nulla possedevano, e schiavi i proprietari, le cui -terre erano state divise, si avrebbero i nulla-tenenti in -una condizione superiore a quella dei latifondisti, nobili -e Senatori. Le contradizioni sarebbero insomma tali e -tante, che bisogna pur finire col riconoscere, come nonostante -la grande dottrina adoperata a sostenerla, la teoria -della servitù degl'Italiani sotto i Longobardi in nessun -modo si regge in piedi. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p class="title"> -NOTA -</p> - -<p> -Non sarà forse inutile accennare qui in nota qualcuna delle -molte dispute che, interpetrando in diversi modi le parole di -Paolo Diacono, si sono fatte sulla condizione degl'Italiani sotto -i Longobardi. -</p> - -<p> -I brani discussi, come è ben noto, sono due. Il primo dice: -<i>His diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti -sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum -Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur</i> (II, 32). I Longobardi, -si è interpetrato, uccisero molti dei nobili Romani, gli -altri (<i>reliqui</i>), cioè tutto il resto della popolazione, furono divisi -tra gli ospiti longobardi, con l'obbligo di pagare ad essi il terzo -delle loro entrate (<i>tertiam partem suarum frugum</i>), e divennero -perciò tributari. Ma, lasciando da parte che il <i>reliqui</i> troppo evidentemente -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -si riferisce a <i>nobiles</i>, come sarebbe stato mai possibile -render tributari tutti i Romani, obbligando a pagare il terzo -delle loro entrate anche coloro che nulla possedevano? Il farli poi -schiavi, come qualcuno ha supposto, è cosa che Paolo Diacono -non accenna in nessun modo, e sarebbe anzi, come notammo, in -contradizione con quello che dice poco dopo. Osserva poi il Sybel -(p. 429), a questo proposito, che non si può interpetrare quel -passo, supponendo che anche i nulla-tenenti venissero divisi -<i>per longobardos hospites</i>, perchè la <i>hospitalitas</i> era una relazione -che passava fra il <i>proprietario</i> romano ed il longobardo, -il quale dei coloni e dei coltivatori della terra era <i>patronus</i>, -non <i>hospes</i>. -</p> - -<p> -L'altro brano che ha dato alimento alla discussione, si riferisce -a ciò che avvenne nella restaurazione del regno, quando -fu eletto Autari. Dopo avere affermato che i Duchi dettero al -Re, per suo uso personale, e per pagare i suoi ufficiali o aderenti, -metà dei loro averi, <i>omnem substantiarum suarum medietatem</i>, -Paolo Diacono aggiunge: <i>Populi tamen adgravati per langobardos -hospites partiuntur</i> (III, 16). Le parole <i>populi adgravati</i> -fecero supporre che le popolazioni fossero state, dopo la elezione -del Re, più duramente aggravate, perchè i Duchi si vollero su -di esse rifare di quello che avevano dovuto dare al Re. Ma ciò -non si trova punto nelle parole, e non era nel pensiero di Paolo -Diacono, il quale dice invece che le popolazioni stavano assai -meglio sotto i Re. Nel regno longobardo, secondo lui, <i>nulla erat -violentia, nullae struebantur insidiae; nemo aliquem iniuste angariabat, -nemo spoliabat; non erant furta, non latrocinia; unusquisque quo -libebat securus sine timore pergebat</i> (<i>Ibidem</i>). I popoli aggravati -adunque non sono altro che quelli stessi che già prima erano -stati fatti tributari, e che perciò erano stati e rimasero divisi -fra i proprietari longobardi, i quali avevano cedute al Re metà -delle terre che erano di loro libera e piena proprietà, quelle cioè -che avevano confiscate ai nobili romani uccisi. Si può anche supporre, -come dicemmo, che, essendosi il regno ingrandito, avesse -avuto luogo allora una nuova divisione di terre, e quindi una -nuova distribuzione di vinti tributari fra i vincitori. Ma è solo -una induzione, perchè Paolo Diacono non lo dice. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -</p> - -<p> -Siccome poi, in questo secondo brano, egli non parla più di -rendite (<i>frugum</i>), così si è, non senza qualche ragione, da alcuni -supposto, che a tempo di Autari non si facesse più una -divisione delle rendite, ma delle terre stesse, di cui un terzo -sarebbe divenuto proprietà dei Longobardi, e due terzi sarebbero -restati libera proprietà dei Romani, con vantaggio evidente -degli uni e degli altri. Questa interpetrazione troverebbe sostegno -nella variante (che si legge però in un solo codice, e non -dei più autorevoli), la quale, invece di <i>per hospites partiuntur</i>, -dice, <i>hospitia partiuntur</i>: non sarebbero cioè stati divisi i <i>populi</i> -nè le rendite, ma le terre stesse, <i>hospitia</i>. Più di questo non si -può dire; ed è vana fatica sforzarsi, per trovare in Paolo Diacono -quello che egli non dice, e che forse non sapeva, essendo -vissuto tanto più tardi. Questo anzi può spiegare l'incertezza -del suo linguaggio, della quale non bisogna però abusare, per -fargli dire quello che a noi piace. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap3-3">CAPITOLO III -<span class="smaller">Ordinamento del regno longobardo e del governo bizantino</span></h3> -</div> - -<p> -Importa ora formarsi un'idea chiara, almeno sommariamente, -della forma di governo, che ebbero fra di noi -i Longobardi, perchè se mai una volta, come alcuni pretesero, -il filo della tradizione romana si spezzò del tutto -in Italia, se ogni traccia di leggi e d'istituzioni romane -sparì affatto, questo non potrebbe essere avvenuto che -sotto il loro dominio. Non solamente esso durò su di noi -più a lungo di ogni altro dominio barbarico; ma è certo -che gli Ostrogoti lasciarono in vigore le leggi e le istituzioni -romane, i Bizantini non ne avevano altre essi -stessi, e i Franchi quando vennero più tardi erano già -in parte romanizzati. I Longobardi, come vedemmo, avevano -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -invece avuto assai minore contatto coll'Impero, col -quale s'erano messi in aperta guerra, per cacciarlo addirittura -dall'Italia. Avendo però da lungo tempo abbandonate -le loro antiche sedi, vagando sotto forma più o -meno d'una compagnia di ventura, non potevano neppur -essi aver serbate intatte le primitive istituzioni germaniche. -E quelle che ora avevano, non potevano dirsi naturalmente, -esclusivamente svolte dalle antiche, che di -necessità erano state profondamente alterate dalle nuove -condizioni in cui s'erano trovati, dal contatto che avevano -avuto con altri popoli. Rimase tuttavia costante in -essi la loro tendenza disgregatrice, la incapacità di costituirsi -in una forte unità. Questo fu causa del disordine -continuo in cui vissero; rese loro impossibile arrivar mai -alla conquista di tutta Italia, e portò finalmente la totale -rovina del regno. -</p> - -<p> -Alla loro testa era un Re non del tutto ereditario, -nè del tutto elettivo. Il popolo lo eleggeva o ne sanzionava -la elezione fatta dai suoi capi, la quale soleva essere -circoscritta nella cerchia d'una stessa famiglia o parentela. -Qualche volta il popolo trasmetteva ad altri la facoltà -di fare l'elezione. Così dopo la morte d'Autari, si -dette facoltà alla sua vedova Teodolinda d'eleggersi un -marito, che sarebbe stato, come poi fu, il nuovo Re dei -Longobardi. Questi era il capo civile e militare della nazione; -comandava l'esercito, amministrava la giustizia -in compagnia di assessori, che di volta in volta sceglieva. -Le leggi proclamate in suo nome erano le consuetudini -stesse formatesi nel popolo, le quali egli, d'accordo coi -grandi, formulava e sottoponeva poi all'approvazione dell'assemblea -popolare, perchè decidesse se riproducevano -esattamente le consuetudini. Il Re poteva anche di sua -autorità emanare ordini o decreti, i quali, coll'andare del -tempo e sotto l'azione persistente del diritto romano, -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -andarono crescendo di numero e d'importanza. Quello -che soprattutto determinò il carattere di questa monarchia, -fu la sua divisione in Ducati, i cui Duchi, nominati dal -Re a vita, erano specie di Vicerè indipendenti, piuttosto -che veri e propri ufficiali regi. Essi tendevano a rendersi -non solo sempre più indipendenti, ma anche ereditari; e -qualche volta vi riuscirono, come fecero quelli del Friuli, -di Spoleto e di Benevento. Il duca di Spoleto assunse -il titolo di <i>Dux gentis Langobardorum</i>, quello di Benevento -divenne addirittura un vero e proprio sovrano -autonomo ed ereditario. Tutto questo non poterono tuttavia -riuscire a fare gli altri Duchi meno lontani, perchè -il Re, come era naturale, vi si opponeva, per tenerli sottomessi -alla propria autorità. Di qui un conflitto permanente, -che fu causa di rivoluzioni continue, della morte -violenta di molti Re, e produsse la debolezza continua -del regno, che non si riuscì mai ad organizzare fortemente. -Ed in più di due secoli di dominio, di violenze -e di prepotenze i Longobardi, invece di germanizzare -gl'Italiani, finirono coll'essere essi romanizzati, formando -coi vinti un popolo solo. -</p> - -<p> -Nel regno longobardo v'erano alcuni veri e propri ufficiali -regi, chiamati Gastaldi, e nominati dal Re, che poteva -revocarli. Essi amministravano la <i>Curtis Regia</i>, cioè -i beni della corona nei Ducati, nei quali erano mandati. -Sorvegliavano i Duchi, e là dove esercitavano il proprio -ufficio, facevano anche da giudici e capi militari. Aumentare -il numero di questi Gastaldi fu il pensiero costante -dei Re, perchè era il solo mezzo di accrescere l'autorità -propria, di dare una qualche organica unità al regno. E -però, coll'andare del tempo, nelle terre nuovamente conquistate, -cercaron sempre di porre Gastaldi invece di -Duchi. Intorno al Re erano anche i Gasindi, specie di -familiari o cortigiani, il cui potere andò col tempo anch'esso -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -aumentando. Ma quel che è più, v'era un Consiglio -di Duchi, del quale naturalmente non facevano di -regola parte i Romani; v'entravano però i Vescovi, i -quali, massime in principio, erano sempre romani. -</p> - -<p> -Tutto ciò, come è evidente, non bastava a formare un -regno saldamente costituito. I Duchi cercavano continuamente -ed in ogni cosa d'imitare il Re. Giudicavano nel proprio -Ducato, ne comandavano l'esercito, facevano anche -spedizioni militari per loro conto; qualche volta, per ordine -del Re, assumevano in tutto o in parte il comando dell'esercito -nazionale. Avevano anch'essi i loro Gasindi, -ed ufficiali che facevano le veci di Gastaldi, ed altri che -chiamavano Sculdasci, i quali tutti avevano, più o meno, -poteri amministrativi, giudiziari e militari. Al Re sarebbe -di diritto spettato il nominare gli ufficiali dei Duchi; ma -questi tendevano sempre a nominarli essi, e spesso vi -riuscirono. Nel Ducato di Benevento non vi furono i Gastaldi -regi, ma solo ufficiali nominati dal Duca. -</p> - -<p> -Si è molto disputato per sapere se i Longobardi in genere -o i Duchi in ispecie risiedevano nelle città o nella -campagna. E certo non è difficile trovare molti argomenti -per sostenere che risiedevano in città, soprattutto -nelle principali. Queste avevano ciascuna un proprio territorio, -determinato dalle antiche circoscrizioni romane, -su cui si erano formate le Diocesi vescovili, identiche alle -così dette Giudiciarie dei Ducati. Tutto ciò, insieme riunito, -aveva il nome di <i>Civitas</i>, ed in essa di certo dovevano -risiedere i Longobardi in genere, e i Duchi in ispecie. -Ma che risiedessero generalmente dentro le mura delle -città, le quali erano ab antico la sede della popolazione -romana, è, secondo noi, più facile affermarlo che dimostrarlo. -Colle invasioni germaniche il centro di gravità fu -trasferito nelle campagne. I Tedeschi erano popolazioni -rurali, che non conoscevano le città; nei castelli del contado -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -si costituì più tardi il feudalismo, che dette la forma -predominante alla società medioevale; ed i grandi feudatari -del contado sono dai nostri cronisti continuamente -chiamati i Teutonici, i Lombardi. -</p> - -<p> -Di fronte al governo dei Longobardi, in tutti i luoghi -di cui essi non riuscirono ad impadronirsi, restava sempre -il governo bizantino, il che doveva contribuire non -poco a far sì che, pel mutuo contatto, si modificassero -l'un l'altro. Secondo la Prammatica Sanzione il potere civile -ed il militare dovevano essere divisi. Alla testa del -primo restava infatti il <i>Praefectus Praetorio</i>, che risiedeva -a Ravenna; a Roma c'era un <i>Vicarius Urbis</i>; a Genova -un <i>Vicarius Italiae</i>, e tutti e tre dovevano curare -l'amministrazione. Le liti fra Romani venivano decise da -<i>Judices provinciarum</i> eletti dai Vescovi. La Prefettura -d'Italia, separata dalla Rezia e dalle isole, s'era andata -sempre più restringendo, e s'era adesso ridotta ad alcuni -brani solamente della Penisola. La Sicilia aveva un suo -proprio Prefetto; la Sardegna e la Corsica dipendevano -dall'Esarca dell'Africa. Siccome però lo stato di guerra -continuava sempre, nè poteva cessare per ora, così, nonostante -l'esistenza del Prefetto e dei Vicari, il potere civile -ed il militare si riunivano di fatto nei Duchi bizantini. -Questi, mandati a governare e difendere le province -ancora dipendenti dall'Impero, le quali spesso erano non -solo separate, ma anche assai lontane le une dalle altre, -si trovavano di fronte ai Duchi longobardi, anch'essi separati -e indipendenti. Così fin da ora l'Italia andò sempre -più dividendosi e suddividendosi. -</p> - -<p> -La tendenza burocratica, accentratrice dei Bizantini -rendeva necessario un capo che rappresentasse l'Impero -nella Penisola, e nel quale tutti i poteri si riunissero come -nell'Imperatore. Questo capo era l'Esarca, cui si attribuiva -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -anche la dignità assai onorifica di Patrizio, e risiedeva -a Ravenna. Il titolo di Esarca era generalmente dato -a tutti coloro che conducevano una spedizione all'estero, -ed in questo senso potè esser da qualcuno attribuito anche -a Belisario ed a Narsete. Ma esso ebbe in Italia un -significato, un valore affatto speciale, perchè concesso -solo a chi governava in nome dell'Imperatore e lo rappresentava, -quasi una continuazione o trasformazione dell'ufficio -affidato già a Teodorico. In questo senso Belisario -e Narsete non furono Esarchi, ma solo capi dell'esercito, -e con esso governarono. Si è molto disputato per sapere -chi fosse il primo Esarca in Italia. La più antica menzione -ufficiale di questo ufficio si trova, come già dicemmo, -nella lettera di papa Pelagio II, scritta in data -4 ottobre 584, che alcuni credono di dover mutare in 585. -Decio perciò fu di certo Esarca, e prima di lui si ritiene -da alcuni che anche Baduario (575-76) avesse quel titolo. -A Decio, che governò breve tempo, successe (585) -Smeraldo. I Duchi bizantini teoricamente dipendevano -dall'Esarca, che li nominava; ma, separati e lontani gli -uni dagli altri, agivano di fatto come indipendenti; e -così l'Esarcato andò a poco a poco divenendo anch'esso -una specie di Ducato, da cui gli altri dipendevano solamente -perchè in esso governava il rappresentante supremo -dell'Imperatore. -</p> - -<p> -In questo senso più ristretto l'Esarcato si estendeva -dall'Adige alla Marecchia, dall'Adriatico all'Appennino; -conteneva Ravenna e Bologna coi loro territori, ed altre -città di minore importanza. Accanto ad esso erano la -Pentapoli marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Sinigaglia, -Ancona) e la Pentapoli annonaria (Urbino, Fossombrone, -Jesi, Cagli, Gubbio), che, insieme riunite, secondo alcuni -formavano la Decapoli, secondo altri invece questo nome -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -davasi alla seconda Pentapoli.<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a> Nel settimo secolo appartenevano -ai Bizantini anche il Ducato di Venezia, -parte dell'Istria, l'Apulia e la Calabria (Terra d'Otranto), -il Bruzio (Calabria moderna), Napoli, Roma, Genova con -la Riviera. In generale tutte le città della costiera adriatica -e mediterranea restarono ai Bizantini, non essendo -i Longobardi stati mai navigatori. L'Esarca era mandato -a governare <i>Regnum et Principatum totius Italiae</i>, perchè -l'Impero restava attaccato sempre alle antiche formole, -anche quando non rispondevano più alla realtà. -Da principio l'Esarca nominava i Duchi ed i Maestri dei -militi, due ufficiali che spesso si confondon tra loro, sebbene -in origine questi fossero inferiori a quelli, e più -esclusivamente militari: a Roma il Maestro dei militi comandava -le milizie della città, il Duca quelle di tutto il -Ducato. Di fatto poi finirono, così gli uni come gli altri, coll'esercitare -le funzioni giudiziarie e militari, spesso anche -amministrative, e vi fu fra di loro poca differenza. I Ducati -eran divisi in sezioni, nelle quali comandavano i tribuni, -che vennero spesso confusi coi Conti, risiedevano nelle -città secondarie, e dipendevano dal Duca o dal Maestro -dei militi, che risiedevano nelle città principali e comandavano -in tutto il Ducato. Il numero e la estensione di -questi Ducati variavano secondo le necessità della guerra. -Prima della venuta dei Longobardi ne erano stati già formati -parecchi ai confini, verso le Alpi, con soldati <i>limitanei</i>, -che in pace coltivavano i campi loro concessi, lasciandoli -poi in eredità ai figli con lo stesso obbligo della difesa. -La tendenza a rendere ereditari gli uffici era, come è noto, -assai generale presso i Bizantini. Colla venuta dei Longobardi, -con la divisione e suddivisione dell'Italia, che -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -per opera loro ne seguì, i confini si moltiplicarono. Essi -furono a poco a poco quasi per tutto, perchè ai Bizantini -era necessario difendersi per tutto dal nemico. E s'andarono -continuamente formando nuovi Ducati, i quali variarono -di numero e di estensione, secondo che per le -vicissitudini della guerra s'avanzava o si retrocedeva. -</p> - -<p> -L'Esarca, come nominava i Duchi, perchè rappresentante -dell'Imperatore, così per la stessa ragione s'ingeriva -nelle cose ecclesiastiche. Esso presumeva di dover -ricondurre i sudditi alla vera fede, imprigionava i vescovi, -sorvegliava ed approvava la elezione del Papa: qualche -volta ebbe da Costantinopoli persino l'ordine d'imprigionarlo. -Da un tale stato di cose sorgevano, come era -naturale, cause infinite di conflitti; e non solamente con -Roma. A Costantinopoli si temeva sempre che l'Esarca -volesse rendersi indipendente: più d'uno di essi infatti ci -s'era provato. Si cercava quindi d'indebolirne il potere, -favorendo invece l'autorità dei Duchi, facendoli nominar -direttamente dall'Imperatore, o confermandoli quando il -popolo cominciò esso ad eleggerli. E ne seguì non solo -che i Ducati bizantini s'andarono sempre più separando -gli uni dagli altri e dall'Esarca, dividendo sempre più -l'Italia; ma finirono coll'emanciparsi, qualche volta proclamando -addirittura la loro indipendenza. Questo avvenne -a Venezia, a Napoli, a Roma ed anche a Ravenna, -come vedremo. -</p> - -<p> -Nel 584 noi vedemmo come papa Pelagio II, si dolesse -che a Roma non vi fosse nè un Duca nè un Maestro dei -militi. Nel 592 invece Roma aveva già un suo Maestro -dei militi che ne difendeva le mura, e nel 625 l'<i>Exercitus -Romanus</i> (che nel 640 è ricordato la prima volta dal -<i>Libro Pontificale</i>) assisteva ufficialmente alla elezione del -Papa. E non molto dopo troviamo che Gregorio Magno fa -obbligo alle popolazioni del Ducato di difendere colle -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -loro armi contro i Longobardi le mura della città, la -quale sembra così già avviarsi ad una propria autonomia. -Si è lungamente voluto supporre, che sotto i Longobardi -fosse scomparso ogni avanzo di diritto e di istituzioni -romane, e che degli antichi municipi non fosse rimasta -traccia alcuna. L'antica <i>Curia</i>, si è mille volte ripetuto, -era ridotta a riscuoter tasse, che i Decurioni dovevano -pagare anche quando non riuscivano a riscuoterle. L'appartenervi -non era quindi più un onore, ma un onere incomportabile, -che tutti cercavano di fuggire, anche col volontario -esilio; nè dopo il 625 essa si trova più ricordata -nei documenti. Nella stessa Italia bizantina, dove la legge -romana era in pieno vigore, l'amministrazione municipale, -si disse, era scomparsa, cadendo nelle mani del Vescovo -e di ufficiali quasi governativi come il <i>Curator</i> ed il <i>Defensor</i>. -Nell'Italia longobarda, secondo i medesimi scrittori, -tutto sarebbe stato assorbito dalla <i>Curtis regia</i>, dai -Duchi, dai Gasindi, più tardi dai Vescovi. Ma sono teorie -ed ipotesi ora in gran parte abbandonate da coloro stessi -che una volta le sostenevano con grande ardore. Se tutto -ciò fosse vero, riuscirebbe assai difficile capire in che -modo i Longobardi avrebbero potuto amministrare e governare -le popolazioni italiane, in gran numero raccolte -nelle città. Di queste popolazioni essi dovevano pure occuparsi, -ne avevano bisogno, perchè esse esercitavano i -mestieri, l'industria ed il commercio. Qualunque fosse -poi lo stato legale delle cose, è assai difficile, per non -dire impossibile, il credere che, anche volendo, i Longobardi -avessero potuto impedire che, almeno di fatto e -per consuetudine, continuasse fra gl'italiani a vivere una -qualche parte della giurisprudenza e delle istituzioni romane. -Esse avevano create fra di loro un gran numero di -relazioni civili, delle quali i Longobardi ignoravano affatto -l'esistenza e perfino il nome. Quanto poi a ciò che -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -seguì a tempo dei Bizantini, i quali vivevano essi stessi -con le istituzioni e con la legge romana, la totale scomparsa -del Municipio sotto il loro dominio, renderebbe -inesplicabile il suo pronto riapparire a Venezia, a Roma -ed in molte città del Mezzogiorno, che erano rimaste -più o meno alla dipendenza di Costantinopoli. Ma è superfluo -qui anticipare la discussione d'un argomento, che -si presenterà più tardi con assai maggiore insistenza ed -evidenza. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap3-4">CAPITOLO IV -<span class="smaller">Gregorio I — Agilulfo sposa Teodolinda e pacifica il regno — Gregorio -I fa pace coi Longobardi di Spoleto — Agilulfo assedia -Roma — L'imperatore Maurizio è deposto; viene eletto -Foca — Morte di Gregorio I e di Agilulfo — S. Colombano</span></h3> -</div> - -<p> -Nel 590 morirono Pelagio II e Autari. Mutavano così -nello stesso tempo il capo della Chiesa e il re dei Longobardi, -e ad essi succedevano due uomini, il Papa soprattutto, -di grandissimo valore. Gregorio I, che prese il -posto di Pelagio II, era nato a Roma circa il 540 da illustre -famiglia senatoria. La madre ed il padre erano pieni -di tanto zelo cristiano, che appena nato il figlio si dettero -addirittura a vita religiosa. Questi studiò con ardore -le lettere e la filosofia, ebbe alti uffici, e poco dopo la invasione -longobarda, verso il 573, era Prefetto di Roma e -Presidente del Senato. Ben presto però si sentì anch'egli -invaso dallo zelo religioso, e cominciò a spendere il suo -ricco patrimonio fondando conventi benedettini in Sicilia -ed altrove. Uno di questi conventi, nel quale si chiuse poi -egli stesso, vestendovi l'abito, a quanto sembra, nel 575, -lo fondò a Roma, nel suo palazzo avito, sul monte Celio. -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -Si narra che, vedendo un giorno nel mercato alcuni bellissimi -e biondi Inglesi, pagani, esposti alla vendita come -schiavi, esclamasse: — Non Angli, ma Angeli si debbono -chiamare; — e partì subito per andare in Inghilterra, -con animo di convertir quelle popolazioni. Ma il popolo -lo fece richiamare dal Papa, che lo nominò diacono; più -tardi fu inviato apocrisario a Costantinopoli, dove seppe -far sentire efficacemente nella Corte imperiale la sua -azione personale a favore della Chiesa romana. Tornato -a Roma, fu segretario del Papa, cui poi successe, eletto -a voti unanimi. Dicono che facesse di tutto per evitare la -enorme responsabilità d'assumere il Papato, che era in -assai difficili condizioni; ma non gli fu possibile. La peste -faceva strage, ed egli, per invocare l'aiuto divino, ordinò -una processione solenne di tutto il popolo, la quale durò -tre giorni continui. Vuole la leggenda che Gregorio allora -vedesse apparire sulla tomba d'Adriano un angelo, -il quale rimetteva la spada nel fodero, a significare che -le preghiere erano state esaudite, e che la strage sarebbe -cessata. In memoria di ciò, su quella tomba monumentale -venne poi messa la statua dell'angelo in bronzo, da cui -essa ebbe il nome di Castel Sant'Angelo. La statua che -oggi si vede è però del 1740. -</p> - -<p> -Venuta da Costantinopoli la conferma, il nuovo Papa -fu il 3 settembre 590 consacrato col nome di Gregorio I, -rimanendo per quattordici anni sulla cattedra di S. Pietro, -fino cioè al marzo del 604. In lui v'era il doppio carattere -d'un uomo contemplativo e ardentemente religioso, unito -a quello d'un uomo operosissimo e pratico: due qualità che -sembrano a molti poco conciliabili fra di loro, ma che pur -si trovano assai spesso riunite in uno stesso individuo. -Questo doppio carattere si riscontra anche ne' suoi scritti, -alcuni dei quali, come i <i>Dialoghi</i>, le <i>Omelie</i> e i libri morali -ci mostrano l'uomo contemplativo; altri mirano invece ad -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -uno scopo pratico, come son quelli che danno regole per -la liturgia. Queste regole furono lungamente osservate: -la messa si celebra anche oggi in gran parte secondo le -norme fissate da papa Gregorio. A lui si deve anche la -riforma della musica sacra, e la fondazione delle scuole -di quel canto, che fu perciò chiamato gregoriano. I quattordici -libri delle sue <i>Epistolae</i> sono un monumento davvero -immortale per la sua vita e per la storia dei tempi. -In esse impariamo a conoscere con sicurezza il carattere -nobilissimo di quest'uomo, che si può dire il secondo -fondatore del Papato; e vi risplendono di viva luce il suo -senno pratico, la sua febbrile attività e carità cristiana, -il suo ardore religioso. Vi si vede chiaro come egli fosse -divenuto il primo personaggio del secolo, che guidava non -solo la Chiesa, ma la politica italiana, e in parte quella -anche dell'Europa. Dovette occuparsi d'amministrare -l'enorme patrimonio che, per le continue donazioni dei -fedeli, allora già aveva la Chiesa in Sicilia, in Sardegna, in -tutta Italia. Di esso non è possibile determinare con esattezza -il valore, che si fa da alcuni ascendere ad una estensione -di 1800 miglia, con una rendita di 7,500,000 lire. E -di questo denaro, che gli dava una gran forza, si valeva -per aiutare non solo i conventi, il clero, la Chiesa; ma -in assai più larga misura anche gli ospedali ed i poveri. -Le sue lettere sono piene di savissime norme amministrative, -di un affetto, di una cura singolare per l'interesse -dei contadini. E oltre di ciò egli fa in esse una -costante guerra ai Longobardi; anima le popolazioni italiane -alla resistenza, alla difesa delle mura cittadine, -invitando qualche volta il clero stesso a prendere le -armi. Tutto questo suo ardore operoso, fervido, giovanile -si manifesta in mezzo ad un mondo che sembra da -ogni parte cadere in rovina, e nel quale egli sta sempre -fermo a lottare, per salvarlo colla fede inconcussa in Dio -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -e nella virtù, con una passione, un affetto inestinguibile -pel bene degli uomini. «I tempi sono tristissimi, egli -scrive, i campi desolati e deserti, le città vuote, il Senato -è morto, il popolo più non esiste, la spada pende sul capo -di coloro che sono rimasti: noi siamo in mezzo alla rovina -del mondo.» Eppure non cede, non piega, non si scoraggia -mai. Con una energia indomabile, sostiene di fronte -all'Impero la dignità della Chiesa romana, combattendo -il Patriarca di Costantinopoli, il quale pretendeva d'assumere -il titolo di patriarca ecumenico, che spettava solo -al Papa, capo della Chiesa universale. E, come per contrasto, -continuava sempre a portare il titolo già assunto -di Servo dei Servi, sostenendo la lotta, senza mai piegare -fino a che non ebbe ottenuto la vittoria. -</p> - -<p> -Le sue lettere all'Imperatrice sono piene delle più -nobili massime in favore degli oppressi, contro la corruzione -amministrativa, contro gli eccessi degli agenti -del fisco. «Piuttosto, egli le scriveva, che gravar di tasse -i miseri a segno tale che per pagarle alcuni son costretti -a vendere schiavi i propri figli, mandateci meno danaro -per le spese d'Italia, ed asciugate invece le lacrime degli -oppressi.» Indefessa, costante fu la sua opera per guadagnare -al cattolicismo i Longobardi. Per convertire il -loro re Agilulfo si valse della moglie di lui Teodolinda, -che già era cattolica. Dell'arcivescovo Costanzo, che raccomandò -ai Milanesi, si valse per combattere l'arianesimo -nell'alta Italia. Molto fece per diffondere sempre più il -cattolicismo tra i Franchi e nella Spagna; ma soprattutto -si adoperò per convertire gli Anglo-Sassoni, presso i quali -mandò una prima missione nel 596, una seconda nel 601. -Rafforzò l'unità della Chiesa, sottomettendo a Roma i -vescovi, sulla cui elezione vegliò severamente, per combattere -la simonia e la scelta di uomini poco degni, pericolo -che allora minacciava assai. A rafforzare la papale -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -autorità in Italia e fuori giovò molto anche il favore -che egli dette al monachismo, sul quale il Papato aveva -cominciato e continuò sempre più ad esercitare un'azione -diretta, restringendo quella esercitata dai vescovi. Ma -nello stesso tempo rafforzò il divieto d'accogliere nei monasteri -chi ancora non aveva compiuti i diciotto anni, e -chi aveva moglie, se questa non si dava anch'essa alla vita -religiosa. In tutto si dimostrò un uomo superiore. Un -giorno egli rimproverò il vescovo di Terracina, per avere -a forza cacciati gli Ebrei dai luoghi in cui celebravano -i loro riti religiosi, dicendo che coloro i quali dissentivano -dalla vera fede, si dovevano richiamare alla dottrina -di Gesù Cristo colla mansuetudine e la persuasione, -non colla violenza. -</p> - -<p> -Nell'anno stesso in cui fu eletto Gregorio I, si procedeva -alla elezione del nuovo re dei Longobardi. Questi -dissero a Teodolinda, di cui avevano giustamente un -alto concetto, che si scegliesse un secondo marito, capace -di governare, ed essi, fidando nel buon giudizio di -lei, lo avrebbero senz'altro accettato per loro re. Teodolinda -che aveva già cominciato a governare, e dato subito -prova della sua accortezza politica cercando di stringere -alleanza coi Franchi, tenuto ora <i>consilium cum prudentibus</i>, -scelse Agilulfo duca di Torino, originario della -Turingia, parente di Autari, bello, giovane, valoroso, prudente. -Deliberata la scelta, si mosse francamente per -andargli incontro verso Torino. E trovato che l'ebbe a -Lumello, lo invitò a bevere nella stessa tazza, dopo di che, -<i>cum rubore subridens</i>, si lasciò baciare in bocca, come per -confermare la scelta che aveva fatta. Le nozze furono celebrate -con generale letizia; e nel maggio del 591 Agilulfo -assunse la potestà regia, solennemente acclamato -dal popolo congregato a Milano. -</p> - -<p> -La posizione in cui si trovava ora Agilulfo era assai -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -difficile. Da una parte minacciavano i Franchi, da un'altra -i Bizantini. A Roma c'era un Papa avversissimo agli -ariani ed agli stranieri, che aveva grandissima autorità -sulle popolazioni italiane. Se questi tre nemici si fossero -una volta messi veramente d'accordo, ai Longobardi non -sarebbe rimasto da far altro che ripassare le Alpi. Ma -fortunatamente per essi quest'accordo non esisteva e non -era possibile. Il Papa era tutt'altro che contento dei Bizantini, -dei quali scontentissime si mostravano le popolazioni. -I Franchi, continuamente paralizzati dalle sanguinose -discordie interne, quando queste cessavano, si -ponevano, è vero, assai facilmente d'accordo coi Bizantini, -per muover guerra ai Longobardi. Se non che, tanto -essi quanto i Bizantini avrebbero voluto ciascuno l'Italia -per sè; e così appena erano sul punto di abbattere i -Longobardi, tornava subito la discordia fra di loro, e -ognuno di essi cercava d'avvicinarsi al nemico, a danno -dell'amico. Si formò così una specie di equilibrio instabile, -in mezzo al quale Agilulfo poteva sperare di destreggiarsi -a suo modo. A questi pericoli esterni si aggiungevano però -anche gl'interni. Alcuni dei Duchi, scontenti per la speranza -delusa di salire essi sul trono, minacciavano di ribellarsi. -Altri non pochi, sopra tutto quelli assai potenti -che erano ai confini, aspirando a sempre maggiore indipendenza, -dimostravano di volersi anch'essi ribellare. -</p> - -<p> -In mezzo a tutte queste gravi difficoltà, Agilulfo seppe -dar prova di tale e tanta prudenza, da reggersi non solo, -ma da riuscire anche ad essere, come fu giustamente -affermato dal Ranke, il vero fondatore del regno longobardo. -E prima di tutto, seguendo il savio concetto -di Teodolinda, riuscì a concludere coi Franchi un accordo, -del quale ignoriamo i termini precisi. Sappiamo -però che, per lungo tempo, da questo lato vi fu pace. Ma -il merito di un tale accordo non deve attribuirsi tutto -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -ad Agilulfo. Childeberto che aveva unito sotto di sè -l'Austrasia e la Borgogna, lasciò morendo (596) due fanciulli, -che si divisero fra loro le due parti del suo regno, -dal quale la Neustria era adesso separata. Così -tra i Franchi scoppiò di nuovo la guerra civile; ed il re -dei Longobardi seppe trarne profitto, per concludere un -accordo, che gli permise di darsi interamente a domare -i Duchi ribelli, ed a mettere ordine nel Regno, per poter -poi combattere vigorosamente i Bizantini. -</p> - -<p> -Cominciò quindi col rivolgersi contro Mimulfo, duca -dell'Isola di S. Giuliano, sul lago d'Orta, che fu da lui -vinto ed ucciso. Andò poi contro Gaidulfo, duca assai -potente di Bergamo, col quale, dopo averlo vinto, fece -la pace; ma fu poi nuovamente assalito da lui, quando -combatteva Ulfari duca di Treviso. Ciò non ostante, -Agilulfo, vinto ed imprigionato Ulfari, si rivolse subito -contro Gaidulfo, che s'era ritirato e fortificato nell'Isola -comacina. Gli levò l'isola ed il tesoro ivi raccolto, lo inseguì -a Bergamo, vincendolo di nuovo e facendolo prigioniero. -Quando però tutti s'aspettavano di vederlo -messo a morte, Agilulfo da vero uomo di Stato, dominando -l'impeto delle sue passioni, gli fece grazia della -vita. Sapendolo assai potente e di alto lignaggio, non -voleva aumentar troppo il numero dei propri nemici. Rivolse -poi il suo pensiero a Benevento, per far riconoscere -anche in quel Ducato, già troppo indipendente, la regia -autorità. Colà era morto il duca Zottone, ed Agilulfo invece -di fargli succedere un parente come s'era fatto in -passato, per arrivare, colla successione ereditaria, alla totale -indipendenza di quel Ducato, vi mandò invece Arichi -nobile longobardo del Friuli. -</p> - -<p> -Il ducato di Spoleto aveva una estensione assai minore -di quello di Benevento, ma gli dava grande importanza -la sua posizione geografica. Posto sulla via -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -Flaminia, la quale va da Roma a Rimini, che per altra via -è congiunta con Ravenna, esso trovavasi fra la Pentapoli -e Roma, che di continuo minacciava. Papa Gregorio infatti -si doleva ora amaramente all'Imperatore che l'esarca -Romano, il quale pur era un uomo valoroso, lo lasciasse -esposto ai nemici assalti, senza muovere un passo in sua -difesa, tanto che doveva egli solo provvedere a tutto. -Lo pregava perchè si movesse finalmente a difesa della -<i>causa Italiae</i>. «Io non so più, egli diceva, se ora adempio -l'ufficio di pastore o di principe temporale. Debbo provvedere -alla difesa, a tutto; sono divenuto il pagatore dei -soldati.» E veramente egli pensava a restaurare le mura, -a dare ordini per la difesa; era l'anima della guerra in -Roma e fuori; avvertiva i capi dei militi a stare di continuo -attenti ai movimenti degli Spoletini. In qualche città -inviava soldati, scrivendo che la difendessero sotto l'ordine -del <i>Magister militum</i> (27 settembre 591). Con un'altra -lettera, circa dello stesso tempo, indirizzata: <i>Clero, -ordini et plebi consistenti Nepae</i>, mandava il <i>clarissimum -Leontium</i> a difenderla. Nel giugno del 592 scriveva a -due Maestri dei militi come a suoi dipendenti, dando loro -ordini per la guerra. E nello stesso anno, alla città di -Napoli che si trovava senza armi, ed era minacciata da -Benevento d'accordo con Spoleto, il Papa mandava il -«Magnifico tribuno» Costanzo, ordinando che gli si affidasse -il comando dei soldati, perchè potesse dirigere la -difesa. E intanto, senza aver dall'Esarca aiuto nè di uomini -nè di danari, doveva difendersi da Ariulfo, che -s'avanzava per assediare Roma. «I soldati regolari che -qui sono, così egli scriveva al vescovo di Ravenna, non -avendo più le paghe, hanno abbandonato la Città; gli altri -a stento s'inducono a far la guardia alle mura. Ormai -non resta che concludere la pace coi Longobardi. Questa -è divenuta per Roma questione di vita o di morte.» Ed -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -assumendo sopra di sè ogni responsabilità, quasi fosse -divenuto il capo legale, il rappresentante legittimo del -Ducato romano, concluse con Ariulfo la pace. -</p> - -<p> -L'Esarca fu di ciò irritatissimo, accusando il Papa -d'avere compiuto un atto d'indebita sovranità, quasi -fosse indipendente dall'Imperatore. Ormai, egli diceva, -Ariulfo, sicuro alle spalle, poteva da un momento all'altro, -unendosi con Agilulfo, procedere contro Ravenna. -E nell'autunno del 592 s'avanzò verso l'Italia -centrale, trovando a un tratto quelle forze che fino allora -aveva sempre detto di non avere. S'impadronì di Perugia, -di Todi, di Orte, di Sutri, che erano occupate dai -Longobardi. Ed il Papa, di buona o di mala voglia, non -ostante la pace fatta, dovette secondar questa guerra. -Così il suo accordo coi Longobardi fu rotto; ed Agilulfo, -nel maggio del 593, si mosse in persona contro Roma. -Passato il Po, fece prigionieri alcuni Italiani, che mandò -nella Gallia per venderli schiavi; altri arrivarono in Roma -mutilati. Il Papa dovette allora solennemente annunziare -al popolo, che interrompeva le sue predicazioni sopra -Ezechielle, per occuparsi della guerra. «Nessuno ci -potrà rimproverare, egli diceva, se cessiamo dal predicare -in mezzo a tante tribolazioni, circondati come siamo -dalle spade nemiche. Alcuni Italiani già tornarono fra noi -colle mani mutilate; altri vennero fatti prigionieri, legati -e venduti schiavi; altri uccisi!» Agilulfo intanto aveva -già preso Perugia, ed ucciso il duca Maurizio che, dopo -aver tenuto quella città pei Longobardi, la teneva ora -pei Bizantini, ai quali l'aveva a tradimento ceduta. Pose -poi l'assedio a Roma, e sebbene le notizie che abbiamo -di questo fatto siano incertissime, sembra tuttavia che -in parte la resistenza dei cittadini animati dal Papa; -in parte la malaria che, a cagione della state, infieriva -nella Campagna; in parte la ribellione dei Duchi non -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -ancora sedata nell'alta Italia, finissero coll'indurre Agilulfo -a ritornare verso il Nord, dove l'un dopo l'altro -sottomise i ribelli. -</p> - -<p> -In mezzo a tutti questi eventi il Papa andava sempre -più divenendo il personaggio principale in Italia, i cui interessi -egli ora rappresentava, la cui storia sembrava concentrarsi -intorno a lui, che sorgeva gigante in mezzo al -secolo, dando al Papato inaspettata grandezza, iniziando -un'epoca nuova, tenendo testa a tutti con straordinaria -energia. Non poteva andare d'accordo coi Longobardi, -stranieri, ariani, barbari, saccheggiatori, nemici del nome -romano. Non poteva neppure andare d'accordo coi Bizantini, -continui essendo con Costantinopoli i dissensi religiosi, -continua essendo colà la pretesa di tenere la Chiesa -sottomessa all'Impero. Il patriarca Giovanni era sempre -ostinato nell'assumere il titolo di ecumenico; e l'Imperatore -aveva, con nuovo editto, proibito a coloro che facevano -parte dell'amministrazione, d'accettare uffici ecclesiastici -o entrare nei conventi. Contro di ciò il Papa -energicamente protestava. Oltre di che la continua velleità -d'indipendenza manifestata dal clero di Ravenna, veniva -favorita adesso dall'esarca Romano, «la cui condotta, -scriveva Gregorio, era peggiore di quella dei Longobardi; -tanto che sembrano più benigni i nemici che ci uccidono, -dei rappresentanti della Repubblica, i quali dovrebbero -difenderci, ed invece colla loro malizia e le loro rapine -ci consumano lentamente.» Si valeva di tutti i mezzi per -agire sull'Imperatore e sull'Esarca; mediante l'arcivescovo -di Milano, agiva anche su Teodolinda. Ma in sostanza -neppure a lui conveniva una vittoria o prevalenza -decisiva dei Bizantini o dei Longobardi. Avrebbe voluto -perciò un accordo, col quale venisse stabilito un equilibrio -che lasciasse la Chiesa libera dagli uni e dagli altri. -</p> - -<p> -Agilulfo, che si trovava anch'egli in mezzo a mille difficoltà, -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -pareva da parte sua disposto a stringere accordo -col Papa; ma questi, dopo ciò che gli era successo per la -pace conclusa con Ariulfo, non poteva arrischiarsi a provocare -ora un'altra crisi. Si trovava quindi sempre più -angustiato, e nelle sue lettere ripeteva che le continue -tribolazioni non gli lasciavano neppur tempo di leggere -o di scrivere. <i>Tantis tribulationibus premor, ut mihi neque -legere neque per epistolas multa loqui liceat</i>. Ma -quello che era peggio, non gli venivano risparmiate calunnie -d'ogni sorta: lo accusarono presso l'Imperatore -perfino d'avere ucciso un vescovo. Al che egli perdette -addirittura la pazienza, e scrisse: «Se avessi voluto macchiarmi -le mani nel sangue, a quest'ora la nazione longobarda -non avrebbe nè re, nè duchi, nè conti, e sarebbe -in estrema confusione. Ma io temo Iddio e rifuggo dal -macchiarmi le mani del sangue di chicchessia.» L'Imperatore -lo aveva accusato d'incapacità e fatuità nella -sua condotta verso i Longobardi. «E come! esclamava -il Papa indignato, in un'altra lettera del 5 giugno 595, -si è rotta la pace da me conclusa con Ariulfo, ritirando i -soldati e lasciandomi solo contro Agilulfo. Ho dovuto vedere -i Romani presi, legati come cani, e mandati a vendere -schiavi nella Francia! L'Imperatore non avrebbe -dovuto giammai prestar fede alle parole dei miei nemici, -ma guardar solo ai fatti.» E se ne appellava a Gesù Cristo. -Intanto i Longobardi di Spoleto e di Benevento si -allargavano sempre più nell'Italia meridionale, saccheggiando, -conquistando; nè quelle popolazioni potevano trovare -aiuto o incoraggiamento in altri che nel Papa, il -quale così acquistava sempre maggiore importanza ed -autorità, diveniva di fatto il capo legittimo delle popolazioni -italiane, che per tale lo riconoscevano. -</p> - -<p> -Nel 595 l'aspetto generale delle cose cominciava a mutare -alquanto, perchè moriva il patriarca di Costantinopoli, -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -Giovanni, che era stato causa continua di dissidi, -e ne succedeva un altro, Ciriaco, che era più accetto -al Papa. Moriva non molto dopo l'esarca Romano, e -gli succedeva <i>Kallinicus</i> (per corruzione detto <i>Gallinicus</i>), -anche questi a lui molto più favorevole. Tutto ciò -avrebbe agevolato non poco le trattative d'una pace generale -coi Longobardi, se non si fosse trovato un ostacolo -inaspettato nei duchi di Benevento e di Spoleto, i -quali, volendo agir sempre per conto proprio, pretendevano -di firmarla solo con speciali condizioni da essi imposte. -Quindi nel 599 più che una vera pace, si concluse una -tregua di soli due mesi. E, come papa Gregorio aveva già -preveduto, dicendo: — si farà pace e non sarà pace; — così, -quando non era anche scaduto il termine fissato, la -tregua fu rotta senza poterla rinnovare. Nel 601 primo -a cominciare le ostilità fu l'Esarca, cui rispose subito -Agilulfo cercando d'incendiar Padova, che poi prese e -distrusse. Egli fu in questa guerra secondato dagli Avari, -ai quali mandò, <i>ad faciendas naves</i>, artefici italiani, probabilmente -delle antiche <i>scholae</i> o associazioni di mestieri. -A sempre più aumentare il disordine s'aggiunse, che da -una parte gli Avari assalirono l'Impero e devastarono -l'Istria, da un'altra i Longobardi di Spoleto ebbero più -d'uno scontro cogl'imperiali di Ravenna. -</p> - -<p> -Il mutamento più notevole e di generale importanza avvenne -però a Costantinopoli, dove l'imperatore Maurizio -era divenuto assai impopolare per la severa disciplina che -voleva nell'esercito. Gli Avari gli avevano nel 600 proposto -che riscattasse per danaro 12,000 prigionieri, i quali -erano nelle loro mani; ma avendo egli decisamente ricusato, -li uccisero, il che provocò un malumore grandissimo -contro di lui. Qualche anno dopo, avendo egli dato ordine -all'esercito di passare il Danubio e svernare al di -là del fiume, lo scontento arrivò a tale che ne scoppiò -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -una rivoluzione, e fu proclamato imperatore Foca, il quale -manifestò subito il suo carattere mostruosamente crudele. -Nel novembre del 602 fece uccidere il suo predecessore, -dopo averne fatto trucidare i figli sotto gli occhi -stessi del padre. Siccome poi si doveva subito occupare -della guerra persiana, così concluse la pace cogli Avari, -richiamò l'Esarca, che aveva fatto scoppiare la guerra anche -in Italia, vi rimandò Smeraldo, e pubblicò un decreto -con cui riconosceva la supremazia del Papa. Questi allora -gli scrisse una lettera nella quale, augurandogli ogni -prosperità, diceva, «che gli angeli stessi del cielo avrebbero -cantato un inno di lode al Signore,» per la nuova -elezione. Un tale linguaggio restò sempre come una macchia -indelebile nella vita del gran Papa. Ed in vero, per -quanto Foca aiutasse il trionfo della Chiesa, che era lo -scopo costante, unico, supremo, a cui Gregorio Magno -tutto sacrificava, pure il congratularsi della elezione d'un -tal mostro non era scusabile in nessun modo. Bisogna -tuttavia osservare, che il linguaggio ufficiale di quei -tempi, massime coll'Oriente, era assai ampolloso, e tutto -si diceva con frasi altosonanti. Nè si può con certezza affermare, -che quando il Papa scrisse quella lettera, avesse -già avuto sicura e precisa notizia del sangue innocente -con tanta crudeltà versato. -</p> - -<p> -Agilulfo, come abbiamo notato, subiva l'azione che la -ferrea volontà del Papa esercitava per mezzo della regina -Teodolinda, cattolica e donna d'alti sensi, la quale -lasciò gran nome di sè, e grandi opere pubbliche, sopra -tutto a Monza. Una nuova prova dell'azione su di lui -esercitata dal Papa si ebbe nella Pasqua del 603, quando -Agilulfo fece battezzare cattolico il figlio Adaloaldo, nato -verso la fine del 602. Alcuni sostengono che si convertisse -anch'egli; ma certo è solamente che si dimostrò -assai favorevole ai cattolici. Del resto siamo già al principio -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -della generale conversione dei Longobardi, la quale -si dovette appunto all'opera di Gregorio, efficacemente -aiutato da Teodolinda. Tutto questo non impediva però -che Agilulfo continuasse le sue conquiste, e che il Papa politicamente -gli si dimostrasse perciò sempre più avverso. -Dopo aver preso Monselice, il re longobardo andò oltre -verso Ravenna; e par certo che, in questa occasione, il -Papa si occupasse d'indurre i Pisani ad aiutare l'Esarca. -Abbiamo infatti una sua lettera, nella quale dice, che di -questi non c'era da fidarsi punto, perchè avevano già -pronti i loro dromoni (navi rapide) per metterli in mare, e -servirsene solamente a proprio vantaggio. Si direbbe, che -i Pisani fossero già ordinati in una qualche specie di municipale -indipendenza, volendo e potendo deliberare da -sè sulle guerre che loro conveniva fare o non fare. Comunque -sia di ciò, Agilulfo, nuovamente favorito dagli -Avari, assalì ed abbattè Cremona; prese Mantova di cui -demolì le mura, e lo stesso fece di altre città, fino a che -Smeraldo consentì ad una pace che doveva durare dal -settembre del 603 all'aprile 605. -</p> - -<p> -In questo mezzo erano per l'età cresciute di molto le -malattie di Gregorio I; ma, per quanto può argomentarsi -dalle sue lettere, era anche andata sino all'ultimo -crescendo sempre la sua prodigiosa attività. Non cessava -mai di raccomandare a tutti che si provvedesse alle sorti -della <i>misera Italia</i>, adoperandosi costantemente per essa: -e questo in mezzo a dolori, a infermità d'ogni sorta. -L'anno 600 egli scriveva: «In undici mesi appena qualche -volta la gotta mi ha lasciato levare di letto. La mia -vita è divenuta tale che aspetto come un benefizio la -morte.» Ed in un'altra: «Il dolore non è sempre uguale, -ma non mi lascia mai; eppure non riesce ancora ad uccidermi!» -Una delle ultime lettere fu scritta nel gennaio -604, poco prima di morire, per mandare abiti e -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -coperte ad un vescovo assai povero che pativa il freddo; -e vivamente lo raccomandava alla pietà dei compagni. -Poco dopo, l'undici marzo successivo, Gregorio moriva, -ed era sepolto in S. Pietro. -</p> - -<p> -In quello stesso anno Agilulfo, ad evitare le dispute -che potevano nascere per la sua successione, fece a -Milano proclamare erede il figlio Adaloaldo, che non -aveva allora più di due anni. E ciò in presenza dei -grandi e dell'ambasciatore di Teudiberto re dei Franchi, -la cui figlia, in segno d'amicizia e di perpetua pace, veniva -promessa sposa al giovanetto erede del trono longobardo. -Nel 605 fu fatta pace coll'Esarca, rinnovata poi -fino al 612. All'imperatore Foca era successo intanto Eraclio -(610-41), che fu subito occupato nella guerra persiana. -Anche all'esarca Smeraldo, che per la seconda -volta teneva quell'ufficio, era successo, verso il 611, un -altro esarca di nome Giovanni. -</p> - -<p> -Pareva che dovesse esservi pace in Italia; ma appunto -allora gli Avari, che erano stati in passato amici dei Longobardi, -mossero una guerra violenta contro Gisulfo duca -del Friuli; il quale, dopo viva resistenza, morì in battaglia -con la più parte de' suoi, lasciando la vedova Romilda con -otto figli. E questa, con essi, e cogli altri superstiti, la più -parte dei quali eran donne, vecchi o fanciulli, si chiuse -nella città di Foro Giulio (Cividale del Friuli). Quattro -dei figli eran femmine, e quattro maschi, due soli dei -quali, Tasone e Cacco adulti; gli altri due, fanciulli. Gli -Avari assediarono la città sotto il comando del loro -Cacàno. Narra la leggenda, che questi era così giovane -e bello, che Romilda, appena l'ebbe visto, se ne invaghì -per modo, che offerse di aprirgli le porte della città, -se prometteva di sposarla. E così il Cacàno entrò, devastò, -bruciò ogni cosa, e fece prigionieri gli abitanti, -che divise fra i suoi seguaci. Quanto a Romilda, dopo che -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -l'ebbe sottomessa alle sue voglie, l'abbandonò agli ufficiali, -per farla poi impalare, dicendo che questo era il -solo matrimonio degno di una traditrice come lei. I primi -tre figli maschi di Gisulfo montarono intanto a cavallo -per salvarsi colla fuga. E perchè l'ultimo di essi, Grimoaldo, -giovanetto, non cadesse in mano del nemico, volevano -ucciderlo. Ma egli disse al fratello che già aveva -sguainato la spada: — Non mi uccidere, chè io saprò ben -reggermi in sella. — E salito a cavallo lo seguì. Se non che -nella fuga, il giovanetto restò indietro e venne raggiunto -da un Avaro, che lo prese. Questi però vedendolo così -bello, giovane e biondo (i suoi capelli eran quasi bianchi), -non osò ucciderlo, e lo menava seco tenendo le redini del -cavallo. A un tratto il fanciullo inaspettatamente, cavò -dal fodero la sua piccola spada, e con un vigoroso colpo -sulla testa, distese a terra l'Avaro, raggiungendo al galoppo -i fratelli. Le sorelle restarono prigioniere, e per -salvare il loro onore, si posero in seno della carne cruda -e corrotta, la quale mandava un tal fetore che gli Avari -se ne allontanavano stomacati. La verità storica di un sì -fantastico racconto può ridursi a questo, che gli Avari -entrarono nell'Istria, devastarono il Friuli, uccisero il -duca Gisulfo e presero Cividale; poi si ritirarono, assai -probabilmente perchè Agilulfo si avanzava. Dei quattro -figli maschi di Gisulfo, i due adulti, Tasone e Cacco, poterono -assumere il governo, ma furono poi trucidati a -tradimento; gli altri, che erano troppo giovani ancora, -se ne andarono a Benevento, presso Arichi, che era del -Friuli anch'egli, e loro parente. Arichi che li aveva già -prima educati nel loro paese, li accolse adesso come figli -a casa sua. -</p> - -<p> -Ed ora Agilulfo, dopo venticinque anni di regno, moriva -a Milano tra il 615 e 16, lasciando già, come vedemmo, -proclamato erede il proprio figlio Adaloaldo, che -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -allora aveva dodici anni. Cominciò quindi di fatto a governare -la madre Teodolinda, continuando a favorire con -ardore il cattolicismo, e promovendo anche la cultura, in -ispecie l'architettura dei Longobardi. S'apriva così la -strada alla loro totale fusione coi Romani. Ricchi donativi -essa fece alle chiese, e molte ne costruì, fra le quali -viene ricordata la basilica di S. Giovanni a Monza, annessa -al palazzo che Teodorico aveva costruito, e che -ella ora restaurò ed ampliò. Fu in questo palazzo appunto -che Teodolinda fece dipingere quelle pitture da cui Paolo -Diacono potè darci la descrizione del vestire dei Longobardi. -Nella basilica s'andò poi raccogliendo un vero -tesoro, nel quale erano sopra tutto notevoli tre corone. -Una di esse, tempestata di pietre preziose, con Cristo e -gli apostoli scolpiti, aveva un'iscrizione, che la diceva -offerta da Agilulfo <i>Rex totius Italiae</i>; il che fa credere -che fosse di tempi posteriori, non sapendosi che egli abbia -mai avuto un tal titolo. Questa corona venne da Napoleone -I portata a Parigi, dove fu rubata e sparì. Un'altra, -anch'essa di tempo posteriore, ha poca importanza. Celebre -sopra tutte è invece quella che fu chiamata la corona -di ferro, perchè dentro al cerchio d'oro, scolpito a frutta e -fiori, con smalti e ventidue gioielli, specialmente perle e -smeraldi, v'è un sottile cerchio di ferro, che dicesi formato -da uno dei chiodi coi quali Gesù Cristo fu confitto -sulla croce. Con essa vuolsi che fosse coronato Agilulfo; -e certo furono più tardi, per molto tempo, coronati i re -d'Italia. -</p> - -<p> -Un fatto notevole, avvenuto in questo tempo, fu anche -la protezione da Agilulfo e da Teodolinda accordata -a S. Colombano, celebre nella storia della Chiesa e della -cultura. Egli nacque verso il 543 nell'Irlanda, dove il -Cristianesimo aveva suscitato un ardore, un entusiasmo -indicibile, e la cultura cristiana era in quei conventi progredita -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -in modo veramente maraviglioso, diffondendosi -di là nel resto d'Europa. Animato dall'ardente spirito -di propaganda, S. Colombano andò in Francia, donde fu -poco dopo cacciato, per avere aspramente biasimata la -condotta di quei sovrani che, sebbene cattolici, erano crudelissimi. -Lo lasciarono tuttavia tranquillo a Bregenz, sul -lago di Costanza. Poco dopo egli andò più oltre verso il -mezzogiorno, restando nella Svizzera qual suo rappresentante -il discepolo S. Gallo, irlandese anch'egli, che dette -il suo nome alla celebre abbazia ed al Cantone in cui si -fermò. Venuto in Italia, verso il 613, fu cordialmente accolto -da Agilulfo e da Teodolinda, sebbene continuasse a -scrivere contro gli Ariani. Fondò il convento di Bobbio, -famoso per molti codici ivi raccolti, che sono oggi sparsi -nella Vaticana, nell'Ambrosiana, nella biblioteca di Torino, -e rendono testimonianza del grande amore di lui -e de' suoi seguaci per gli studi classici. La protezione -da Agilulfo concessa a questo santo; l'aver lasciato convertire -al cattolicismo i suoi due figli; l'aver concesso larghi -donativi alle chiese, continui favori ai vescovi per lo -innanzi perseguitati dai Longobardi, sembrerebbero avvalorare -la opinione di Paolo Diacono, che anch'egli fosse -divenuto cattolico. Pure è negli storici generalmente prevalso -l'avviso contrario, che cioè questa sua condotta -fosse dovuta piuttosto al poco ardore, quasi alla indifferenza -religiosa dei Longobardi, all'azione efficacissima -esercitata da Teodolinda sul marito, ed a quella che Gregorio -I esercitò sempre su tutti. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -</p> - -<h3 id="cap3-5">CAPITOLO V -<span class="smaller">Rotari re — Eraclio imperatore — Guerra persiana — Maometto — L'<i>Ecthesis</i> — L'editto -di Rotari</span></h3> -</div> - -<p> -L'Italia andava adesso soggetta ad una doppia crisi. -Erano scomparsi dalla scena due uomini grandi, quali -Agilulfo e Gregorio I. La conversione già cominciata dei -Longobardi aveva seminato fra di loro la discordia, e -questa fece ben presto scoppiare una ribellione contro il -giovane Adaloaldo, che era cattolico, e se ne dovette ora -fuggire a Ravenna. Gli successe Ariovaldo il quale era -invece ariano (625). Di lui, che pure regnò diversi anni, -sappiamo assai poco; ed ignoriamo ancora che cosa pensasse -o facesse in questo mezzo Teodolinda. Si direbbe -che assistesse omai spettatrice impassibile a tutti i mutamenti -che seguivano. Nel 628 cessò di vivere, ed Ariovaldo, -che aveva sposato la figlia di lei, Gundeberga, morì -verso il 636. Allora fu concessa alla sua vedova, come -già a Teodolinda, facoltà di scegliersi un secondo marito, -che sarebbe stato il nuovo re. Ed anche questa volta la -scelta riuscì felice, essendo per essa salito sul trono Rotari, -che fu il re legislatore dei Longobardi. -</p> - -<p> -Intanto, per le difficili condizioni dell'Impero, occupato -nella guerra persiana divenuta sempre più grossa -e minacciosa, non solamente non si potevano mandare -aiuti a Ravenna, ma si mutavano continuamente gli esarchi, -per evitare che sorgesse in loro l'ambizione di rendersi -indipendenti. Infatti a Smeraldo era successo quel -Giovanni, che secondo alcuni era chiamato <i>Lemigius -Thrax</i> (611-616), ed a questo un Euleterio (616-620), il -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -quale pensò di assumere in proprio nome il governo dell'Esarcato. -Ma i soldati allora gli si ribellarono, lo uccisero -e ne mandarono la testa a Costantinopoli, di dove fu -spedito un altro esarca. -</p> - -<p> -In questo mezzo grave assai era la crisi che traversava -l'impero, ed essa naturalmente si ripercoteva sull'Italia. Il -5 ottobre 610 era morto l'imperatore Foca, al quale Smeraldo -aveva eretto la celebre colonna nel Foro Romano, ed -il cui regno crudele era stato turbato da continue cospirazioni. -A lui succedeva Eraclio (610-41), un vero carattere -orientale, che passava da una straordinaria attività -ad una straordinaria indolenza. Infatti, salito che fu sul -trono, pareva nei primi dieci anni che se ne stesse a -guardare, senza impensierirsi del rapido avanzarsi dei -Persiani, aiutati dagli Avari. Pure il pericolo era grande -davvero, perchè i Persiani occuparono la Siria, entrarono -in Damasco, poi nella Palestina, e s'impadronirono della -stessa Gerusalemme coi luoghi santi (614 e 15), portando -via perfino il legno della sacra croce. Dopo ciò s'avanzarono -nell'Egitto, minacciando d'andare più oltre ancora. -Dove queste gravi perdite si dovessero fermare, nessuno -poteva prevederlo. Il nemico sembrava minacciare la -stessa Costantinopoli, e neppure allora Eraclio si moveva: -si sarebbe detto che era addirittura spaventato. -Vi fu un momento (618) nel quale pareva che volesse -trasportare la capitale a Cartagine, sperando potere di -là meglio difendere l'Impero. -</p> - -<p> -Fu questo invece il momento in cui tutto mutò a un -tratto. Alla minaccia di perder la capitale, lo spirito pubblico, -religioso e politico, si sollevò in Costantinopoli. E -finalmente si ridestò dal suo letargo anche Eraclio, il -quale si trovò alla testa d'una grossa guerra, combattuta -a difesa non solo dell'Impero, ma anche della fede, per -liberare Gerusalemme e le sacre reliquie dalle mani profanatrici -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -degli adoratori del fuoco. Egli parve divenuto -allora un altro uomo. Fatta nel 620 una tregua cogli -Avari per due anni, si apparecchiò febbrilmente alla -guerra. Nel 622 si mosse coll'esercito, e quasi nuovo -Belisario, in una serie di fortunate battaglie, nel 622-25, -sconfisse ripetutamente i Persiani che dovettero ritirarsi -presso il Mar Nero, dove svernarono. Cosroe loro principe -si apparecchiò allora ad uno sforzo supremo; e fece -alleanza coi Bulgari, cogli Slavi, cogli Avari. Questi -ultimi, col loro Cacàno alla testa, mossero ad un formidabile -assalto contro la stessa Costantinopoli, mentre -contemporaneamente e con ugual vigore i Persiani movevano -contro Eraclio. Ma a Costantinopoli il popolo, il -clero, i soldati fecero una disperata difesa, che dovette -esser vittoriosa davvero, perchè da questo momento non -sentiamo più parlare degli Avari. Pare che Eraclio avesse -deliberato di disfarsene affatto, dimostrandosi invece assai -più favorevole agli Slavi. Certo è che d'ora in poi -gli Avari cominciano quasi del tutto a scomparire dalla -storia; gli Slavi, invece, ben più numerosi, s'avanzano, -occupando prima la penisola balcanica, e dilatandosi poi -anche in altri paesi verso l'Europa centrale. Eraclio continuò -le sue vittorie fino a che Cosroe, umiliato per le -ricevute sconfitte, fu nel 628 da una ribellione popolare -deposto ed ucciso. Gli successe il figlio, che fece la pace -coll'Impero, abbandonando tutte le conquiste fatte dal -padre, restituendo i prigionieri ed il legno della sacra -croce, che Eraclio, dopo d'essere entrato trionfante in -Costantinopoli, riportò l'anno seguente a Gerusalemme, -nella chiesa del Santo Sepolcro. -</p> - -<p> -Di tutte le guerre sostenute nella lunga lotta contro -i Persiani, questa di Eraclio fu certo la più vittoriosa, -e pareva anche definitiva. Essa però mise sempre più in -luce un lato assai debole dell'Impero d'Oriente, il quale -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -aveva uno spirito greco, seguiva una politica romana, ed -era composto di province fra loro assai eterogenee. Il rapido -avanzarsi dei Persiani sin dal principio della guerra, -aveva fatto toccar con mano, quanta poca coesione vi fosse -tra le varie province. Parecchie di esse non erano state -assimilate all'Impero, da cui poterono perciò esser facilmente -staccate. A riconquistarle era stata necessaria -una grossa guerra, che aveva obbligato a lasciare indifese -quelle che erano le parti più vitali o più assimilate, -e che restarono esposte alle invasioni di altri barbari. -Di ciò s'era già avuto un altro esempio a tempo -di Giustiniano, il quale, per riprendere l'Africa, la Spagna -e l'Italia, aveva trascurato la difesa della Tracia, della -Macedonia, della Grecia, che vennero invase dai Bulgari, -dagli Avari, sopra tutto dagli Slavi. Lo stesso fatto, ed in -più larghe proporzioni, si era ripetuto a tempo di Eraclio. -Gli Avari, è ben vero, erano scomparsi dalla scena, ma gli -Slavi che fino a quel tempo avevano proceduto in loro -compagnia, combattendo insieme, inondarono addirittura -la penisola balcanica, avanzandosi nella Grecia, nella Dalmazia, -nell'Istria, nella Carniola. Il destino di questi due -popoli, gli Avari che erano finnici, e gli Slavi, indo-europei -e numerosissimi, somiglia di molto al destino degli Unni -e dei Germani. I primi, finnici anch'essi, cominciarono col -combattere e vincere la potenza dei secondi, i quali, uniti -poi ai Romani, li disfecero e li obbligarono a ritirarsi, dopo -di che gli Unni scomparvero quasi del tutto. E così gli -Avari, che erano sembrati dapprima prevalere sugli Slavi, -furon poi da questi e dall'Impero distrutti o forse anche -assorbiti ed assimilati: certo per lungo tempo non se ne sentì più parlare. -Questi popoli finnici, turanici appariscon quasi tutti come -un uragano, cui nulla può resistere. Ma se con grande facilità -si avanzano, con grande difficoltà riescono ad organizzarsi -stabilmente, e presto si decompongono per disciogliersi -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -e sparire colla stessa rapidità con la quale s'erano -riuniti. Un'eccezione notevole sono però gli Ungari, detti -poi Ungheresi, che vennero in Europa assai più tardi, e -formano ancora oggi come un'isola compatta e forte in -mezzo ai popoli ariani. -</p> - -<p> -Certo è in ogni modo che tanto le imprese militari di -Giustiniano, quanto quelle di Eraclio non ebbero effetto -duraturo, perchè le province che essi riconquistarono finirono -coll'essere definitivamente abbandonate. L'opera -dei secoli <span class="smcap lowercase">VII</span> e <span class="smcap lowercase">VIII</span> mirò a riprendere e conservare almeno -quelle più omogenee, che s'erano meglio assimilate. Il lavoro -di disintegrazione, vittoriosamente combattuto da -Eraclio, ricominciò prima che egli morisse. Ed il ripetersi -di un tal fatto dimostrava che esso era tutt'altro che transitorio. -</p> - -<p> -S'apparecchiava allora un grande avvenimento politico-religioso, -che doveva turbare profondamente l'Oriente e -l'Occidente. Maometto nel 628 cominciava dall'Arabia, -colla predicazione e colle armi, a propagare la sua nuova -dottrina. Essa era un monoteismo, che lasciava da parte -tutte le sottili teorie e disputazioni filosofiche sulla Trinità, -sulla doppia natura di Gesù Cristo, che egli riteneva -suo predecessore. Queste dispute, che tanto infiammavano -ed agitavano lo spirito dei Greci, non erano punto -adatte alla intelligenza delle popolazioni in altre parti -dell'Impero. La nuova religione non riconosceva inoltre -distinzione di classi sociali, giacchè gli uomini, secondo -Maometto, sono uguali «come i denti di un pettine;» prometteva -nell'altro mondo un eterno paradiso, con tutti -quanti i piaceri dei sensi, a coloro che per essa combattevano -e morivano; ed inculcava un fatalismo che rendeva -indifferenti ad ogni pericolo di morte. Certo è che l'esaltamento -religioso degli Arabi e dei Saraceni (era questo il -nome che i Bizantini davano a tutti coloro che professavano -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -la dottrina musulmana) divenne in breve tempo straordinario. -Morto Maometto nel 632, le popolazioni arabe, -di loro natura guerriere, educate nel deserto ad una vita -perennemente militare, guidate dai Califfi che gli successero, -andarono rapidamente di conquista in conquista ripigliando -tutte quelle terre nelle quali s'erano poco prima -avanzati i Persiani, respinti poi da Eraclio. Nel 635 fu -presa Damasco, nel 636 Antiochia, nel 637 Gerusalemme, -nel 638 la Mesopotamia, fra il 639 e 40 l'Egitto. L'imperatore -Eraclio pareva ricaduto nella sua prima apatia, -e dopo una debole, inefficace resistenza, morì nel 641, -quando l'Impero aveva per sempre perduto le terre al -di là del Tauro. -</p> - -<p> -La conquista musulmana era stata preceduta ed apparecchiata -dalla conversione religiosa, agevolata anch'essa -dalla natura di quelle popolazioni. L'Egitto, la Mesopotamia, -l'Armenia avevano sempre resistito alle dottrine del -Concilio di Calcedonia sulla Trinità e sulla doppia natura -di Gesù Cristo. Le abbiamo già viste inclinare costantemente -al Monofisismo, che riconosceva in Gesù Cristo una -sola natura, la divina, sostenendo che essa aveva assorbito -l'umana. Quest'avversione ad ammettere la doppia -natura di Gesù Cristo le rendeva ben disposte al monoteismo -musulmano, pel quale le dispute sulla Trinità non -avevano nessuna ragione di essere: si lasciavano quindi -facilmente convertire alla nuova fede. E il dissidio religioso -si mutava allora facilmente in conflitto politico, -perchè quelli che divenivano musulmani, chiamavano in -loro aiuto gli Arabi, per esser difesi contro l'Impero. Eraclio -s'era avvisto in tempo del pericolo religioso, ed aveva -cercato di mettervi riparo. Aiutato dal patriarca Sergio, -si manifestò fautore della dottrina monotelita, che riconosce -in Gesù Cristo una volontà sola, pure ammettendo -la sua doppia natura. E con questa specie di compromesso, -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -che sperava di fare accettare a Roma, cercava di soddisfare -le tendenze dei monofisiti, per evitare la loro separazione -dall'Impero. Pare che papa Onorio fosse a ciò favorevole, -avendo detto che l'insistere troppo sulla volontà -unica o doppia era una disputa grammaticale ed oziosa. -Ma lo spirito della Chiesa cattolica ripugnava sempre a -queste transazioni, e più che mai a tollerare che le dispute -religiose venissero decise dall'Imperatore: peggio ancora -quando la decisione era ispirata da ragioni politiche. -Nel 638 Eraclio, incoraggiato dall'attitudine del Papa, -pubblicava l'<i>Ecthesis</i> o esposizione della fede, ordinando -che non si disputasse più sulla doppia volontà di Gesù -Cristo, essendo colla doppia natura ammissibile la volontà -unica. Ma la opposizione che si sollevò allora in Italia -fu tale, che lo stesso papa Onorio difficilmente si sarebbe -potuto astenere dal condannare l'<i>Ecthesis</i>, se quando questo -pervenne a Roma, egli non fosse già morto. -</p> - -<p> -La discordia fra Roma e Costantinopoli s'era così di -nuovo accesa, ed a farla crescere s'aggiungeva ora il -fatto che l'esarca Isacco, venuto a Roma, portò via il tesoro -del Laterano, sotto il pretesto d'averne bisogno per -dare ai soldati le paghe, che da Costantinopoli non arrivavano. -Eletto nel 640 il nuovo papa Severino, si cominciò -col non volerlo confermare se prima non approvava -l'<i>Ecthesis</i>; ma si dovette poi cedere e riconoscere l'elezione, -sebbene egli avesse dichiarato di volere star fermo -alla dottrina di Calcedonia. Pochi mesi dopo, nello stesso -anno, gli successe Giovanni IV, che convocò subito un -Concilio, il quale condannò la dottrina monotelita, senza -nominar nè l'imperatore Eraclio, nè il patriarca Sergio, -e molto meno papa Onorio, che la Chiesa naturalmente -voleva lasciar da parte. La disputa monotelita continuò -tuttavia ancora per un secolo, e così l'<i>Ecthesis</i> non era -riuscito ad altro che ad aumentar la discordia, aggiungendo -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -ai molti che già v'erano un nuovo scisma, come -era seguìto in passato con l'<i>Enotikon</i>. -</p> - -<p> -Quando dunque nel 641 Eraclio moriva, potevasi dire -che l'Impero, sempre più violentemente assalito dai Musulmani, -sempre più diviso dalle dispute religiose, si trovava -in un grandissimo disordine. Rotari quindi non aveva -adesso nulla a temere da questo lato. Non mancavano -però le discordie interne anche fra i Longobardi, i quali -si trovavano in un periodo di transizione, per essersi già -molti di loro convertiti al cattolicismo. Rotari, duca di -Brescia, scelto a secondo marito da Gundeberga, cattolica -e vedova di Arioaldo morto nel 636, era ariano, il che -non poteva certo favorire la pace domestica. La divisione -religiosa era tale e tanta che, secondo Paolo Diacono, -non di rado in una stessa città si trovavano due -vescovi, cattolico l'uno, ariano l'altro. Il nuovo re cominciò -col fare uccidere parecchi nobili a lui avversi; -trattò assai male la moglie cattolica, che tenne per cinque -anni chiusa in carcere, nel suo palazzo di Pavia, non -sappiamo se per dissensi religiosi o per altra ragione. Essa -fu poi liberata per intercessione del re dei Franchi, Clodoveo -II, e si dette sempre più a vita devota, facendo -limosine, ricostruendo a Pavia la basilica di San Giovanni, -nella quale fu poi sepolta. -</p> - -<p> -Non ostante tutti questi turbamenti, Rotari sicuro dalla -parte dell'Impero, che era sempre più minacciato ed assalito -dai Musulmani, ne profittò per estendere il proprio -dominio nella Lunigiana, avanzandosi nella Liguria sino -al confine franco verso Marsiglia. E dopo di ciò si volse -contro i Bizantini, prese Oderzo, e li battè sul Panaro -in una battaglia campale, nella quale, secondo Paolo Diacono, -l'esercito che essi avevano raccolto da Roma e da -Ravenna, avrebbe perduto 8000 uomini. -</p> - -<p> -In questo tempo (641) moriva il duca di Benevento -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -Arichi, il quale fu prode in guerra, ed aveva esteso il -suo Stato nel Sannio, nella Campania, nelle Puglie, nella -Lucania, nei Bruzi. Forse allora appunto anche Salerno -venne annesso al suo territorio. E così il ducato di Benevento -confinava a nord con lo Stato della Chiesa e col ducato -di Spoleto, al sud s'estendeva in quasi tutta l'Italia -meridionale, divenendo sempre più indipendente. Presso -quel Duca s'erano, come vedemmo, rifugiati Rodoaldo e -Grimoaldo, i due figli maggiori di Gisulfo suo parente, -scampati alla strage fatta dagli Avari nel Friuli. Venendo -ora a morte, Arichi raccomandò che si desse la successione -ad uno di essi, piuttosto che al proprio figlio Aione, -il quale pareva scemo di mente, in conseguenza, si diceva, -d'una bevanda misteriosa datagli dall'Esarca. Tuttavia -egli successe al padre, ma poco dopo morì (642), ucciso -dagli Slavi, che dalla Dalmazia erano venuti a stabilirsi -in Siponto. Allora solamente Rodoaldo, il quale li sconfisse -e cacciò dal Ducato, potè impadronirsi del potere, -che dopo cinque anni lasciò, morendo (647), al fratello -Grimoaldo, che lo tenne fino al 662. Essi furono ambedue -valorosi, ma dell'uno e dell'altro si sa assai poco. Ignorasi -perfino se Rodoaldo si trovasse nel 643 alla grande -assemblea di Pavia, dove venne sanzionato il celebre -Editto di Rotari; come s'ignora se questo Editto fu allora -messo in vigore anche nel ducato di Benevento. -</p> - -<p> -L'Editto pubblicato nel 643, è certamente ciò che Rotari -fece di più notevole in tutto quanto il suo regno durato -fino al 652. Esso è un monumento storico di grande -importanza, e costituisce un atto di vera e indipendente -sovranità. Era la prima volta che un barbaro osasse legiferare -in Italia, senza tener conto alcuno dell'Impero nè, -consapevolmente almeno, della legge romana. Rotari, lo -dice nel proemio, non fece altro che raccogliere in iscritto -le consuetudini già prevalenti nel suo popolo, cercando di -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -compierle e migliorarle, levandone il superfluo. Tutto ciò -«col consiglio e consenso dei Primati nostri Giudici, e di -tutto il fedelissimo nostro esercito.» Giudici e Primati -erano i Gasindi, i Duchi, i Gastaldi, che comandavano in -guerra e giudicavano in pace: esercito, secondo l'uso -barbarico, era il popolo stesso dei Longobardi in armi. -L'usanza di consultare i Grandi ed il popolo nelle faccende -di generale interesse, era antica presso tutti i popoli -germanici, come sappiamo anche da Tacito. Ma questa -usanza, per le condizioni affatto speciali di vita, e per -l'organizzazione tutta militare dei Longobardi, aveva -perduto il suo carattere primitivo, ed era divenuta affare -più di forma che di sostanza. I Primati non deliberavano, -davano solo un parere, un consiglio; il popolo si limitava -ad approvare. -</p> - -<p> -Fra le compilazioni di leggi barbariche, l'Editto di Rotari -è certo una delle migliori. Ciò si deve al fatto, che gli -altri barbari scrissero le loro leggi o consuetudini poco -dopo entrati nell'Impero, ed i Longobardi assai più tardi. -Sebbene poi questi non se ne avvedessero, è tuttavia per -noi visibile nelle loro leggi l'azione indiretta del diritto -romano, che apparisce non solo nella stessa lingua latina -in cui sono scritte, ma anche in alcune frasi affatto giustinianee, -in un ordinamento già fin dal principio alquanto sistematico, -ed in alcune disposizioni che evidentemente non -possono essere di origine germanica. L'Editto è diviso -in trecento ottantotto capitoli, di cui gli ultimi dodici sembrano -aggiunti più tardi.<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> Si comincia coi delitti contro -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -lo Stato e le persone; si prosegue col diritto ereditario, -l'ordine della famiglia e della proprietà; di diritto -pubblico v'è poco o nulla. -</p> - -<p> -Si è molto disputato per sapere se questo Editto si -applicava solo ai Longobardi o anche ai Romani. Generalmente -le leggi barbariche avevano un carattere personale, -erano cioè esclusivamente del popolo che le aveva -scritte, e che le portava seco dovunque andava. Quelle -dei Longobardi però, e non di essi solamente, avevano -anche un carattere territoriale, perchè si applicavano a -tutti i popoli venuti con loro in Italia. Prova ne sarebbe, -secondo alcuni, il fatto che i Sassoni, i quali volevano -vivere colle proprie leggi e le proprie istituzioni, dovettero -andar via. Rotari dice nel suo Editto, che egli lo -ha compilato per la giustizia, e per amore de' suoi sudditi, -senza far tra di essi distinzione alcuna, il che farebbe -credere all'applicazione della legge longobarda -anche ai Romani: questione, come è noto, assai dibattuta. -Certo è che più di una volta l'Editto accenna alla esistenza -di altre legislazioni diverse dalla longobarda; e -non pare credibile che, se la legge romana fosse stata veramente -annullata del tutto, d'una cosa di così grande importanza -non si facesse chiaramente menzione neppure una -volta. Nè si può concepire come i Longobardi, anche volendo, -avrebbero potuto distruggere un diritto, che aveva -messo radici secolari, creando fra i vinti Italiani una quantità -di relazioni giuridiche, molte delle quali erano ai loro -vincitori sconosciute in modo, che per esse la loro legge -non provvedeva e non poteva provvedere nulla addirittura. -Non si capirebbe poi come, ammessa una volta l'assoluta -distruzione del diritto romano nell'Italia longobarda, -questo si ritrovasse più tardi in vigore, senza che del suo -sparire e del suo riapparire si facesse nei documenti o -nelle cronache cenno alcuno. La conclusione più probabile -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -cui bisogna, secondo noi, arrivare è che, sebbene la -legge romana non venisse officialmente riconosciuta, pure -in molte delle relazioni private che da antico correvano -fra gl'Italiani, essa fosse lasciata vivere sotto forma per -lo meno consuetudinaria. -</p> - -<p> -Ed invero se dall'Editto di Rotari si può solamente -indurre la persistenza del diritto romano,<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a> questa apparisce -manifesta come un fatto normale nella legislazione -posteriore di re Liutprando. «Se un Longobardo, noi leggiamo -in essa, dopo avere avuto figli, si fa chierico, questi -continueranno a vivere sotto la legge stessa, sotto la quale -viveva il padre prima di farsi chierico.» Ciò vuol dire -non solamente che v'era un'altra legge, ma che ad essa -era sottoposto anche il Longobardo che si faceva chierico. -E quale poteva esser mai quest'altra legge se non la romana? -Il diritto canonico, che pur vigeva certamente, non -era forse pieno d'elementi di diritto romano, e non dovette -perciò contribuire a favorirne quel rapido incremento, -che apparisce infatti sempre più manifesto? La -longobarda è una legislazione essenzialmente barbarica, -sulla quale si scorge sin dal principio l'azione d'una civiltà -superiore, esercitata per mezzo del diritto romano -e del Cristianesimo. Lo stesso Rotari, che dice di raccogliere -le consuetudini nazionali e migliorarle, dichiara assurdo -l'uso barbarico del duello per risolvere questioni di -diritto, e cerca diminuirlo, come cerca di aumentare le -composizioni, per mettere un qualche freno alla vendetta -(<i>faida</i>) barbarica. In alcuni casi egli condanna l'uccisione -delle streghe, come contraria all'umanità ed ai principii -del Cristianesimo. Liutprando dice addirittura, che egli -crede poco al valore dei così detti giudizi di Dio. Certo -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -a misura che si è approfondito lo studio del diritto longobardo, -più chiari sono in esso apparsi gli elementi nascosti -di diritto romano. Risorge perciò sempre più la -teoria sostenuta dal grande Savigny a favore della persistenza -del diritto romano, vera di certo nella sua sostanza, -sebbene egli l'abbia qualche volta esagerata. -Anche l'esistenza in tutto il Medio Evo di scuole di -grammatica e di diritto romano a Ravenna, a Roma ed -altrove, apparisce sempre più dimostrata. -</p> - -<p> -La legislazione longobarda è certo un prodotto sostanzialmente -germanico, e manifesta costantemente questo -suo carattere fondamentale, sebbene in alcuni punti apparisca -alquanto alterato dalle condizioni speciali in cui -essa venne formulata. È innanzi tutto la legislazione -d'un popolo in armi, ma d'un popolo di agricoltori sparsi -per la campagna, in case separate, con siepi che circondano -i campi. Rotari dichiara fin dal principio d'essere -mosso dall'interesse dei propri sudditi, «specialmente -rispetto ai continui travagli dei poveri, ed alle esazioni -inutili contro i deboli, che noi sappiamo aver patito -violenza.» Un tale concetto si può in parte attribuire, -come è stato sostenuto, al Cristianesimo; ma in parte -si deve anche attribuire al fatto, che i barbari in generale -rivolgevano la loro ostilità sopra tutto contro i -latifondisti oppressori dei poveri; spogliavano, uccidevano -i primi, e spesso favorivano i secondi, ai quali nulla -potevano togliere. Certo furono verso i poveri meno oppressori -dei Bizantini; nè si sa che nelle campagne o -nelle città li opprimessero al pari dei ricchi. -</p> - -<p> -La legislazione longobarda è inoltre, anzi è sopra tutto -la legislazione barbarica d'un popolo armato e conquistatore; -ed è di sua natura intrinsecamente, essenzialmente -contraria allo spirito vero del diritto romano. Quello che -vi domina non è il concetto giuridico dello Stato, ma il -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -concetto della forza. La famiglia, primo nucleo e fondamento -di una società, in cui il governo è ancora assai -debole, si trova fortemente costituita a propria difesa; -ma non apparisce giuridicamente coordinata allo Stato, -risultando invece unita dai primitivi vincoli del sangue. -La donna, come debole, è sottoposta ad una perpetua -tutela, che si chiama <i>mundio</i>, da cui non può mai liberarsi: -non può mai essere <i>selbmundia</i>. La tutela a cui -ella è sottoposta, secondo il diritto romano, è in gran -parte determinata dall'interesse della famiglia, che si -vuol tenere unita, e della quale non si vuole perciò dividere -il patrimonio. Per questa ragione la tutela romana -può in alcuni casi cessare. La donna longobarda passa -dal mundio del padre a quello del marito, alla morte del -quale va sotto il mundio dei parenti di lui, ed in alcuni -casi anche dei propri fratelli o del proprio figlio; in ultimo, -della <i>Curtis regia</i>: non essendo capace di portare -le armi, ella dev'esser sempre sotto il mundio di qualcuno. -I maschi la escludono quasi affatto dalla eredità, -di cui, quando è nubile, ha solo una piccola parte. La -famiglia longobarda non era come la romana una specie -di monarchia assoluta, nella quale, massime sotto la Repubblica, -il padre aveva un potere illimitato; però anche -presso i Longobardi questo potere era grandissimo. La -donna maritata trovava qualche protezione nell'autorità -serbata ai suoi parenti; e l'autorità paterna sul figlio -aveva dei limiti ignoti alla legge romana. Divenuto atto -alle armi, esso poteva separarsi dalla propria famiglia, -e costituirne un'altra. La legislazione barbarica in generale, -come è noto, non conosceva il regime dotale; ma -presso i Longobardi la donna possedeva quello che le -veniva dal marito, il quale doveva liberarla dal mundio -del padre o dei fratelli, pagandone il prezzo; darle la -<i>meta</i> che si può dire una specie di dote, e il dono del -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -mattino, <i>morgengab</i>. Il padre le doveva solo il <i>faderfium</i>, -che era un dono a suo beneplacito. Presso di essi -la proprietà collettiva germanica era scomparsa quasi -del tutto, essendone solo qua e là sopravvissuta qualche -debole traccia. Osserviamo ancora che nei primi -tempi non si trova il testamento, e quando, sotto l'azione -del diritto romano, comincia ad apparire, esso è, come la -donazione, di sua natura irrevocabile. -</p> - -<p> -Il carattere germanico di questa legislazione, opposto -a quello del diritto romano, apparisce più chiaro ancora -nel diritto penale. La pena di morte, che era assai rara, -si applicava, secondo l'Editto, innanzi tutto a chi attentava -alla vita del re, che era tenuta sacra: «il cuore -del re è in mano di Dio;» all'adultera, che poteva anche -essere uccisa dal marito; alla donna che uccideva il proprio -marito; allo schiavo che uccideva il padrone; a chi -disertava al nemico, si ribellava contro il re o i duchi, -eccitava i soldati alla ribellione. Quanto al resto, tutto il -diritto penale longobardo era una serie di composizioni -pecuniarie, graduate secondo le persone e secondo i reati. -Ma questa pena era intesa a soddisfare la <i>faida</i>, o sia la -vendetta privata, riconosciuta legale, ed affidata a tutta -la famiglia; non era destinata, come presso i Romani, a -ristabilire la giustizia, a vendicare la Repubblica. Qui era -il contrasto fondamentale, che ai Romani doveva apparire -una barbarie enorme, incomportabile. Il sistema della -prova si fondava, oltrechè sul giuramento, sul duello, sul -così detto giudizio di Dio, e sui sacramentali, che servivano -a scemare i duelli. Il guidrigildo era la pena che -si pagava per l'uccisione d'un uomo o d'una donna, ed -andava dapprima alla famiglia dell'offeso, più tardi, parte -ad essa, parte al Re. -</p> - -<p> -Il vedere che nell'Editto di Rotari non si trova determinato -nessun guidrigildo per il Romano ucciso, fece sostenere -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -che dai Longobardi non si desse alla sua vita -valore alcuno, e che perciò fosse schiavo. Ma abbiamo -già detto, che nessuno più crede alla schiavitù dei Romani, -e quindi neppure che alla loro vita non si desse -valore alcuno; nessuno più osa dal silenzio della legge -dedurre così gravi conseguenze. È superfluo dunque fermarsi -a combatterle. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap3-6">CAPITOLO VI -<span class="smaller">Grimoaldo re — Lotta e poi accordo tra Papa e Imperatore — Costante -II in Italia — Morte di Grimoaldo — Bertarido — Cuniberto — Conversione -dei Longobardi al cattolicismo — Liutprando</span></h3> -</div> - -<p> -Morto Rotari (652), gli successe il figlio Rodoaldo, che -venne ben presto ucciso; ed a lui seguì il cognato Ariperto -(653-61), figlio di quel Gundobaldo fratello di Teodolinda, -venuto con lei di Baviera, e morto poi duca di -Asti. Di Ariperto si sa poco o nulla; e subito dopo segue -un periodo assai oscuro, alterato da molte leggende, -dalle quali non riesce facile cavare un qualche costrutto -storico. -</p> - -<p> -Ariperto lasciò il regno diviso fra i suoi due figli Bertarido -e Godeberto, divisione questa assai comune presso -gli altri barbari, sopra tutto i Franchi; ma affatto insolita -fra i Longobardi, il regno dei quali era già troppo -diviso in Ducati. Nè meno singolare è il vedere che i due -fratelli ebbero le loro rispettive capitali, il primogenito -a Milano, il secondo a Pavia. Così non solo esse erano -l'una vicina all'altra; ma il secondogenito risiedeva nella -più importante delle due, Pavia essendo stata sempre la -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -capitale del regno. I due fratelli, com'era naturale in tali -condizioni, furon subito in guerra fra di loro. E Godeberto -mandò Garibaldo duca di Torino a Grimoaldo duca -di Benevento, promettendogli in isposa la propria sorella, -se veniva a Pavia per aiutarlo contro Bertarido. Grimoaldo -allora, quello stesso che vedemmo scampato alla -strage seguìta nel Friuli, uomo assai avventuroso, lasciato -il governo di Benevento in mano del proprio figlio, -si mosse subito con un piccolo esercito, che s'andò ingrossando -per via. Arrivato a Pavia, secondo il racconto, -che in parte almeno è leggendario, invece d'aiutare Godeberto, -lo uccise inopinatamente, tanto che il figlio ebbe -appena il tempo di mettersi in salvo. Bertarido, saputo -quello che era seguìto, se ne fuggì anch'egli, ricoverando -presso gli Avari in tal fretta, che lasciò indietro la moglie -ed il figlio Cuniberto, i quali caddero ambedue nelle mani -di Grimoaldo, che li mandò prigionieri a Benevento. Grimoaldo -sposò poi la sorella di Godeberto, che gli era stata -promessa per indurlo a venire in aiuto del fratello, da lui -invece detronizzato ed ucciso. Il duca di Torino, che aveva -secondato il tradimento, fu da un parente del tradito Godeberto -ucciso; ma Grimoaldo venne confermato a Pavia -re dei Longobardi (662). Questo fatto aveva grande importanza, -perchè egli rimaneva anche duca di Benevento, -dove suo figlio governava per lui; e fu la prima, anzi -l'unica volta in cui quasi tutta Italia si trovò unita sotto -un re longobardo, il che poteva, se fosse durato, avere -gravissime conseguenze. Ma chi già se ne risentiva non -poco era il Papa, il quale si trovò come stretto in un -cerchio di ferro, circondato per ogni lato dai Longobardi. -Ciò lo spinse ad avvicinarsi improvvisamente all'Imperatore, -col quale era stato fino allora in assai aspro dissenso. -</p> - -<p> -Noi abbiamo già accennato alla disputa monotelita, inasprita -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -dalla pubblicazione dell'<i>Ecthesis</i>, e dall'essersi -nel 640 l'Esarca impadronito del tesoro lateranense. Seguì -poi la pubblicazione del <i>Tipo</i>, nel quale l'imperatore -Costante II (642-68) minacciava pene severissime a coloro -che avessero continuato a disputare sulla doppia volontà -di Gesù Cristo. Ma papa Martino I (649-53), che -aveva un carattere assai energico, raccolse in Laterano -un Concilio (649), nel quale intervennero 202 vescovi, -che condannarono l'<i>empiissima Ecthesis</i> di Eraclio, e lo -<i>scelleratissimo Tipo</i> di Costante. Era la prima volta che -un Papa osasse condannare a questo modo editti imperiali; -e però l'esarca Olimpio ebbe ordine d'impadronirsi -colla forza della persona stessa di Martino I, e mandarlo -a Costantinopoli. La leggenda narra che l'Esarca -aveva dato ordine d'uccidere il Papa, mentre celebrava -la messa; e che l'assassino il quale ne aveva assunto -l'incarico accecò nel momento stesso in cui doveva compiere -il delitto. Ma allora appunto il rapido avanzarsi -dei Musulmani nel Caucaso, nella Siria, in Egitto, più -oltre nell'Africa, e finalmente in Sicilia, costrinse Olimpio -ad andar loro incontro nell'isola, donde, essendo essi -in piccolo numero, si ritirarono. Ed in questo momento -scoppiò di nuovo la lotta fra l'imperatore Costante ed -il Papa, che il nuovo esarca Teodoro <i>Calliopas</i>, venuto -a Roma con un esercito nel giugno del 653, doveva imprigionare. -Arrivato che fu l'Esarca, lo trovò a letto, -presso l'altare della Basilica lateranense. Il popolo voleva -allora colla forza respingere la forza; Martino I però -vi s'oppose, vietando che si venisse per lui a spargimento -di sangue. Così si lasciò prendere e menare a Costantinopoli, -dove sopportò la fame e la tortura; fu poi condotto -con un anello al collo nella loggia dove si esponevano i -malfattori, senza che con ciò si riuscisse a piegarlo. Finirono -col mandarlo in Crimea, dove morì nel settembre -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -del 655, e fu dichiarato Santo dalla Chiesa. All'abate -Massimo, che era stato ardente sostenitore delle due volontà, -venne mozza la destra e strappata la lingua. -</p> - -<p> -Or fu appunto, quando a questo Papa così iniquamente -trattato successero prima Eugenio I (654-57) e poi Vitaliano -I (657-72), che noi vediamo iniziato e concluso -l'accordo politico coll'Imperatore, senza che questi avesse -da Roma ottenuto nessuna concessione nella disputa religiosa. -Ciò si dovette in parte al minaccioso e continuo -avanzarsi dei Musulmani, i quali nel 655, in un luogo -detto <i>alle Colonne</i>, presso il Monte Fenice, sulla costa -della Licia, in una grande battaglia navale sconfissero -e posero in fuga l'imperatore Costante. A questo fatto, -che portò un vero spavento in tutta la Cristianità, s'aggiunsero -la cresciuta potenza dei Longobardi, e i dissensi -religiosi che agitavano l'Italia. In Aquileia s'era riaccesa -la controversia dei <i>tre Capitoli</i>, sebbene i Papi avessero -fatto ogni opera per sopirla. La Chiesa di Milano dava -segni manifesti di volersi rendere indipendente a similitudine -di quella di Ravenna, dove un tale desiderio era -assai antico, e dove l'arcivescovo Mauro voleva ora assumere -addirittura il titolo di Patriarca. -</p> - -<p> -In conseguenza di tutto ciò, messo pel momento da -parte ogni dissenso religioso, Papa e Imperatore si unirono. -Nel 662 Costante partiva da Costantinopoli per -venire con un esercito in Italia, dove nessuno sapeva indovinare -con precisione che fine veramente egli avesse. -Secondo alcuni voleva portar la sua sede in Sicilia, per -farne centro dell'Impero, a meglio difenderlo contro i -Musulmani; secondo altri veniva invece per frenare la -potenza dei Longobardi. In questo caso il momento non -sarebbe stato male scelto. Egli era infatti partito da Costantinopoli -nell'anno in cui Grimoaldo fu proclamato re -dei Longobardi; sbarcava a Taranto nel 663, ed ingrossato -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -per via l'esercito, andò subito verso Benevento, -quando, per le discordie con violenza scoppiate nell'alta -Italia, era assai difficile che Grimoaldo potesse mandare -aiuti al figlio Romualdo. Il quale tuttavia, vedendo addensarsi -sul suo capo la tempesta, mandò il proprio balio -Sessualdo ad avvertire di tutto il padre in Pavia. Questi, -senza metter tempo in mezzo, senza pensare al pericolo -di lasciare un regno a mala pena conquistato con -un colpo di mano e pieno perciò di scontento, si mosse -subito in aiuto del figlio. Non lo sgomentarono le diserzioni -seguite per via, nè la voce sparsa che egli non sarebbe -potuto più tornare a Pavia. Sessualdo che lo aveva -preceduto, tornando per avvertire il figlio del prossimo -arrivo degli aiuti, fu fatto prigioniero da Costante, il -quale lo condusse sotto le mura di Benevento, dove voleva -colle minacce e con la violenza indurlo ad affermare -a Romualdo, che il padre non sarebbe in nessun -modo potuto venire a soccorrerlo. Ma Sessualdo invece, -quando vide il giovane Duca alle mura, esclamò eroicamente: — Fatti -animo, Grimoaldo è per giungere; questa -notte sarà al fiume Sangro. — Dopo di che, prevedendo -il suo inevitabile destino, gli raccomandò la moglie ed i -figli. Infatti ben presto l'Imperatore gli fece troncar la -testa, che fu con una macchina di guerra gettata dentro -le mura di Benevento, dove Romualdo la baciò piangendo. -Costante si ritirò, lasciando intorno a Benevento -20,000 uomini, che furon battuti dalle forze riunite di -Romualdo e di Grimoaldo. -</p> - -<p> -L'Imperatore andatosene allora a Roma (5 luglio 663), -donde il Papa gli venne incontro a sei miglia dalle mura, -visitò le chiese, lasciandovi donativi; ma portò via preziosi -bronzi, fra cui anche il tetto del Panteon, che era -dorato. Di là, per Napoli e le Calabrie, se ne tornò in -Sicilia, dove per cinque anni, oppresse siffattamente il -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -paese, che nel 668 venne affogato in un bagno. Gli successe -il figlio Costantino Pogonato (668-85). -</p> - -<p> -Grimoaldo doveva pensare adesso a ristabilire l'ordine -nel suo regno. Lasciato quindi il figlio al governo -di Benevento, dette una sua figlia in isposa al conte di -Capua, che lo aveva aiutato nella guerra contro l'Imperatore, -e lo nominò duca di Spoleto. Tornato a Pavia, -si diede a combattere coloro che lo avevano abbandonato -o tradito. Quegli di cui più doveva temere era certo -Bertarido, che rifugiatosi presso gli Avari, divenne subito -il richiamo di tutti gli scontenti. Grimoaldo invano -fece il tentativo d'indurre gli Avari a darglielo nelle -mani. Allora Bertarido, fattosi animo, mandò il suo fido -Unulfo a dirgli, che sarebbe venuto spontaneamente, sicuro -della lealtà di lui; e Grimoaldo lo accolse amichevolmente -nel suo proprio palazzo. Ma tale e tanto -fu il numero di coloro che accorrevano a lui, che i sospetti -crebbero ogni giorno, ed il Re decise finalmente -di uccidere il suo ospite. Questi fattone consapevole, riuscì -a fuggire coll'aiuto di Unulfo, a lui sempre fido compagno. -Grimoaldo si diede allora a combattere Lupo, duca -del Friuli, un altro di coloro che gli si erano ribellati durante -la guerra; e gli mosse contro gli Avari, che lo -sconfissero ed uccisero. Dopo aver fatto altre vendette, -strinse amicizia coi Franchi nel 671, e poi morì. Forte, -valoroso ed avventuroso, par che fosse anche tra i convertiti -al cattolicismo. Nel 668 aggiunse alcuni nuovi capitoli -all'Editto di Rotari. Fu certo fortunato nelle sue -imprese guerresche; ma anche a lui mancò un concetto -politico direttivo. Quando infatti l'imperatore Costante -si era ritirato in Sicilia, egli avrebbe dovuto dedicarsi -a compiere la conquista dell'Italia meridionale, ad impadronirsi -di Napoli e di Roma, il che lo avrebbe reso -più forte anche nell'Italia superiore; ma invece, tornatosene -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -subito nel settentrione, perdè il tempo in piccole -vendette o guerre alla spicciolata. Così tutto ricadde nell'antico -disordine; e morendo egli lasciò nuovamente -l'Italia divisa. Il suo primogenito Romualdo ebbe il ducato -di Benevento; il secondogenito Garibaldo governò -sotto la reggenza della madre, che era sorella di Bertarido. -Ma questi, che s'era rifugiato in Francia, accorse -ora in Italia, dove fu subito riconosciuto re dei Longobardi; -e di Garibaldo non si sentì più parlare. Bertarido -che era anch'esso fervido cattolico, regnò diciassette anni, -costruì molte chiese e conventi, favorì sempre più la generale -conversione dei Longobardi, che procedette assai -rapida, ma pel grande mutamento che portava, fu causa -continua di disordini. -</p> - -<p> -Il fatto più notevole che avvenne, fu la ribellione -di Alachi duca di Trento, assai avverso al clero, che -Bertarido invece favoriva con ardore. Ma questi, dopo -averlo sottomesso, volle usargli clemenza, sebbene prevedesse -che ciò sarebbe riuscito funesto alla sua famiglia. -Infatti, morto che fu Bertarido nel 688, lasciando -erede il figlio Cuniberto, Alachi insorse di nuovo e s'impadronì -colla violenza del regno. Se non che il suo carattere -violento e dispotico, la sua avversione al clero, la sua -condotta sleale promossero una ribellione che richiamò -Cuniberto, e così il regno si trovò diviso in due partiti, -lacerato da due pretendenti, i quali finalmente s'affrontarono -sull'Adda, dove Alachi venne sconfitto e rimase -ucciso. -</p> - -<p> -Durante questo tempo la società longobarda subiva -una notevole trasformazione. Il progresso del cattolicismo -promoveva la cultura, faceva a poco a poco un popolo -solo dei vincitori e dei vinti, che sembravano risorgere -a vita novella. E ciò si scorge nel linguaggio stesso -adoperato da Paolo Diacono, quando descrive la lotta fra -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -Alachi e Cuniberto, dando allora per la prima volta importanza -alle città della Penisola. Infatti egli dice che -Alachi, passando per Piacenza e per la parte orientale -del regno, cercò colla forza e colle blandizie di farsi -amiche e <i>socie</i> le varie città, <i>singulas civitates</i>. Giunto -poi a Vicenza i <i>cittadini</i> gli mossero guerra; ma dopo essere -stati vinti, gli divennero anch'essi <i>socii</i> (V. 39). Queste -ed altre espressioni finora insolite nella sua storia, -farebbero credere che a lui apparisse già chiaro, come -le città italiane cominciassero allora ad acquistar nuova -importanza. Certo è in ogni modo che Cuniberto regnò -fino al 700 in buonissimi termini col clero, e nella Corte -di Pavia si videro allora per la prima volta fiorire i germi -d'una nuova cultura. -</p> - -<p> -Ma alla sua morte ricominciarono i disordini, perchè -al figlio Liutberto, affidato alle cure del fido e valoroso -Ansprando, si oppose il parente Ragimberto, che s'impadronì -del trono e lo lasciò ben presto al figlio Ariberto -II (701-12). Questi dovette però difendersi contro -Ansprando, e lo vinse pienamente, costringendolo a cercare -scampo in Baviera. Fece crudele vendetta contro la -moglie e i figli di lui, ai quali tagliò le orecchie, cavò -gli occhi, strappò la lingua. Lasciò tuttavia che presso -il padre si ponesse in salvo solamente il giovanetto Liutprando, -che per la tenera età egli credette innocuo; ma -che invece era destinato ad essere il più illustre re dei -Longobardi. Infatti, quando Ariberto pareva sicuro sul -trono, e nonostante le molte sue crudeltà, era lodato e -sostenuto dal clero pel suo zelo religioso, pei doni alle -chiese, per la restituzione fatta al Papa o, come si diceva, -a S. Pietro di alcune terre nelle Alpi Cozie, usurpate dai -Longobardi, giunse invece il giorno della vendetta. Ansprando, -che era riuscito in Baviera a mettere assieme -un esercito, venne in Italia; ed Ariberto dopo debole resistenza -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -cedette, cercando di ricoverarsi in Francia. Corse -perciò a Pavia, raccolse quanto oro potè, e si dette con -esso a precipitosa fuga, tentando di ripassare a nuoto il -Ticino, così carico come era; ma invece, pel peso che seco -aveva, affogò. Ansprando allora salì sul trono, ed essendo -morto poco dopo (18 giugno 712), lo lasciò al figlio Liutprando. -Così ebbe fine questo lungo periodo di confusione -e di disordine, quasi d'anarchia, cui fu in preda la società -longobarda, durante la sua conversione al Cattolicismo. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap3-7">CAPITOLO VII -<span class="smaller">Sollevazione di Ravenna e delle città dell'Esarcato contro l'Impero — Filippico -imperatore — Ribellione in Roma</span></h3> -</div> - -<p> -Ma se grande fu in questo tempo il disordine nell'Italia -longobarda, non minore era stato nell'Italia bizantina, -a cagione soprattutto degli avvenimenti religiosi seguiti -a Costantinopoli, e dei dissensi che in conseguenza di ciò -sorsero fra il Papa e l'imperatore Giustiniano II (685-95 -e 705-711). Questi tenne di suo arbitrio un Concilio (691), -che dal luogo in cui s'adunò, una sala del palazzo imperiale, -sotto una cupola (<i>trullo</i>), fu detto <i>trullano</i> o anche -<i>in trullo</i>; altri lo chiamò <i>quinisesto</i>, perchè, ad evitare -dispute con Roma, si pretendeva che non fosse un -nuovo Concilio, ma solo un complemento del quinto e -del sesto, essendosi occupato di sola disciplina e non -di domma. Ma una tale convocazione era stata da parte -dell'Imperatore un atto d'indipendenza religiosa, che il -Papa non poteva certo tollerare. I nuovi canoni, se anche -di sola disciplina, si allontanavano dalla disciplina -di Roma; e perciò il nuovo Concilio fu dai cattolici chiamato -<i>erratico</i>, e papa Sergio (687-701) non volle sottoscriverne -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -le deliberazioni. L'Imperatore fu di tutto ciò -sdegnato per modo, che mandò il protospatario Zaccaria -ad imprigionare il Papa. Ma le milizie di Ravenna e della -Pentapoli corsero armate verso Roma a difenderlo; e -l'esercito romano, che allora era già costituito, par che -se ne stesse a guardare senza punto muoversi. I ribelli -sopravvenuti furono perciò subito padroni della Città, -ed il Protospatario, per salvare la propria vita, finì col -nascondersi sotto il letto del Papa. Questi, fattogli coraggio, -si presentò dal balcone al popolo, raccomandando -la calma; ma la moltitudine non si mosse fino a che Zaccaria -non fu ignominiosamente partito da Roma. -</p> - -<p> -Tutto questo avveniva fra il 693 e 94, e Giustiniano II -non ebbe modo di far di ciò le sue vendette, perchè era -allora assai combattuto a Costantinopoli, dove non andò -guari che una rivoluzione lo sbalzò per alcuni anni dal -trono (696-705). Nè per questo cessava la lotta dei Bizantini -con Roma. A papa Sergio era successo Giovanni VI -(701-705), quando s'avanzò minaccioso il nuovo esarca -Teofilatto; e, secondo la espressione del Libro pontificale, -la <i>Militia totius Italiae</i><a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a> corse tumultuosamente a -Roma, dove il Papa a fatica potette sedarla. Ma allora -appunto una rivoluzione seguìta a Costantinopoli, rimetteva -da capo sul trono Giustiniano II, il quale, di natura -sua sanguinario e crudele, voleva adesso vendicarsi -de' suoi nemici, non solo in Oriente, ma anche in Italia. -Qui era stato eletto nuovo papa Costantino (708-15); e -poco dopo si vide arrivare a Ravenna una flotta comandata -dal patrizio Teodoro, la quale venne accolta come -amica. Ma ad un tratto i principali nobili ed ecclesiastici -furono fatti prigionieri e condotti in catene sulle navi; -dopo di che i Bizantini scesero a terra in buon numero, -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -e posero a sacco ed a fuoco la città, facendo sommaria -ed aspra punizione dei ribelli. Parecchi dei prigionieri -che erano, come dicemmo, fra i più autorevoli cittadini, -vennero per ordine di Giustiniano II messi a morte. Ed -è ricordato fra gli altri un tal Giovanniccio, assai noto -per gli alti uffici che aveva tenuti, per la profonda conoscenza -della lingua e letteratura greca e latina. L'arcivescovo -Felice di Ravenna fu, secondo l'uso bizantino, -abbacinato, e poi mandato esule in Crimea. Così l'Imperatore -si vendicò contro i ribelli, che avevano osato umiliare -i suoi rappresentanti in Roma. Ed il Papa, che non -era punto amico dell'Arcivescovo, perchè questi, al pari -di molti de' suoi predecessori, era stato ed era sempre -pronto a sostenere la propria indipendenza da Roma, lasciò -fare all'Imperatore senza alcuna protesta da parte -sua. Anzi, chiamato a Costantinopoli (710), v'andò, e raggiunto -Giustiniano nell'Asia Minore, par che fra di loro -si mettessero d'accordo; dopo di che, festeggiato in -Oriente ed in Occidente, tornò a Roma il 24 ottobre 711. -</p> - -<p> -Ma l'agitazione non s'era in questo mezzo punto calmata -in Italia, anzi ogni giorno cresceva. I fatti di Ravenna -avevano prodotto una grande irritazione nelle città -bizantine, soprattutto dell'Esarcato. Agnello Ravennate, -dopo aver descritto i giuochi atletici, le lotte sanguinose -e la fierezza de' suoi concittadini, narra che l'Imperatore -assetato ancora di vendetta, mandò colà nuovo -esarca Giovanni Rizocopo. Questi, arrivato a Roma quando -il Papa era già partito per l'Oriente, fece prendere e decapitare -alcuni dignitari della Chiesa, e ciò fu causa di -un'altra violenta ribellione nell'Esarcato, in conseguenza -della quale, appena arrivato colà, il nuovo Esarca v'incontrò -la morte. Il popolo era corso alle armi, eleggendosi -a proprio capo Giorgio, il figlio di quel Giovanniccio -che vedemmo trucidato dai Bizantini. Egli divise la cittadinanza -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -in dodici <i>bandi</i> o compagnie armate, una delle -quali era composta del clero e de' suoi dipendenti, divisione -che un secolo dopo durava tuttavia a Ravenna. -Giorgio arringò le popolazioni con un linguaggio, che fa -pensare a Cola di Rienzo. E con Ravenna allora insorsero -contro l'Impero le città di Sarsina, Cervia, Cesena, Forlimpopoli, -Forlì, Faenza, Imola, Bologna, quasi tutto -l'Esarcato.<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> Questo è il primo esempio d'una confederazione -di città italiane, che appariscono a un tratto come -già aventi una propria personalità. E vero che il solo a -parlarne è Agnello Ravennate, scrittore ampolloso che -visse un secolo dopo, il quale non dà nessun altro particolare -d'un fatto così importante, del quale perfino l'anno -rimane incerto fra il 710 ed il 711. Ma noi abbiamo già -visto in Paolo Diacono accenni alla importanza che andavano -allora assumendo le città italiane, e abbiamo visto -anche de' segni precursori di questa ribellione, che ben -presto si ripeterà sotto altra forma. -</p> - -<p> -Giustiniano II non potè pensare a nuove vendette, perchè -una seconda rivoluzione, seguita a Costantinopoli, -privò della vita lui ed il figlio, proclamando imperatore -Filippico (711-13), il quale pareva che volesse conciliarsi -col Papa. Egli rimandò a Ravenna l'Arcivescovo che era -stato crudelmente abbacinato, e che, appena tornato, fece -ora atto di sottomissione a Roma; mandò anche la testa -di Giustiniano II, che tutti corsero a vedere con feroce -avidità. Ciò non ostante, ben presto scoppiò da capo più -viva che mai la discordia col Papa, perchè il nuovo Imperatore, -che era monatelita, volle radunare i vescovi monoteliti, -che dichiararono nulle le decisioni del sesto Concilio; -il che sollevò subito una tempesta in Roma, dove -fu sdegnosamente respinta una tale deliberazione. In -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -S. Pietro e nelle altre chiese venne proibito il ritratto -dell'Imperatore eretico, ed il suo nome non fu pronunziato -nella messa; il popolo ne respinse gli editti, nè -volle dar corso alle monete d'oro colla sua immagine. -Il Libro pontificale, narrando questa nuova ribellione, -menziona per la prima volta il <i>Ducatus Romanae Urbis</i>; -ricorda anche il suo <i>Dux</i>, e la parte presa dal <i>Populus -Romanus</i> nei tumulti. Nobili, esercito e popolo si trovarono -ora uniti contro l'Imperatore, che voleva sostituire -un nuovo Duca, di nome Pietro, a quello designato dal -suo predecessore. Ne nacquero violenti tumulti, perchè -una parte del popolo faceva a ciò aperta opposizione. Il -disordine era durato quasi un anno, quando il Papa si -pose di mezzo per calmarlo; e gli riuscì facilmente, perchè -allora appunto giungeva la notizia che l'Imperatore -eretico era stato deposto ed accecato. Gli era successo -(713) Atanasio II, il quale, fatta dichiarazione della sua -fede ortodossa, mandò a Ravenna l'esarca Scolastico; ed -i Romani accettarono il duca Pietro, dopo che esso ebbe -giurato di rinunziare a far vendetta de' suoi oppositori. -In Oriente seguirono ancora alcuni anni di gran disordine, -fino a che il 25 marzo 717 venne eletto imperatore -Leone III l'iconoclasta, col quale incomincia addirittura -un nuovo periodo storico. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -</p> - -<h3 id="cap3-8">CAPITOLO VIII -<span class="smaller">Liutprando, Gregorio II e Leone III — La lotta per le immagini — Liutprando -ne profitta ed assale il Ducato romano — Il -Papa si rivolge la prima volta ai Franchi — Non -potendo avere da essi aiuto, si riavvicina ai Longobardi</span></h3> -</div> - -<p> -Sulla scena del mondo appariscono ora tre grandi personaggi: -Liutprando, che sin dal 712 era salito sul trono -dei Longobardi, e fu il loro più gran re; Gregorio II, -che fu eletto papa nel 715, e non era punto indegno del -glorioso nome che portava; Leone III proclamato imperatore -nel 717, il quale col suo celebre editto contro le -immagini (726) produsse una grandissima agitazione in -tutto quanto l'Impero. -</p> - -<p> -Liutprando, valoroso, forte, intelligente, conquistatore -e legislatore, regnò anni 31; ma dovette cominciare collo -sventare varie congiure ordite contro di lui, e porne a -morte gli autori. Il suo lavoro legislativo dopo quello di -Rotari fu il più importante, avendo egli, fra il 713 e 735, -pubblicato 153 leggi, in quindici assemblee, d'accordo -«coi Grandi, coi Giudici, con tutto il popolo», o come -dice altrove, d'accordo «cogl'illustri Ottimati e con tutti -i nobili longobardi.» In queste leggi visibile assai apparisce -l'azione del diritto canonico e della Chiesa; e Liutprando -stesso dichiara d'averle scritte per divina ispirazione -e per avvicinarle sempre più alla legge di Dio, -qualche volta scrive anche, <i>quia Papa per epistolas nos -adhortavit</i>. Nella sua legislazione il carattere di primo re -longobardo cattolico apparisce più volte assai manifesto, -specialmente nei testamenti a vantaggio dell'anima, nel -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -matrimonio riconosciuto come sacra istituzione, nei privilegi -accordati alla Chiesa, nell'invito a guardarsi dagli -eretici. Visibile ancora si scorge l'azione del diritto romano -in alcune disposizioni sul testamento e sui diritti -successorii delle donne. Assai chiara apparisce ancora -una grande avversione ai giudizi di Dio, ed una crescente -premura a favore dei miseri contro la oppressione dei -regi ufficiali. Tutto questo non riesce però mai ad alterare -il carattere longobardo della legislazione, che rimane -sempre sostanzialmente intatto. -</p> - -<p> -L'imperatore Leone III, come abbiamo già detto, fu -cagione d'una grande agitazione negli affari generali del -mondo. Egli dovette lottar prima contro i Musulmani, che -s'avanzarono nell'Africa, nella Spagna, nella Provenza, -e minacciavano la stessa Costantinopoli. Dopo averli -valorosamente combattuti per terra e per mare, riuscì -non senza grave fatica e pericolo a respingerli. Dovette -inoltre reprimere parecchie ribellioni, la più grave delle -quali in Sicilia, dove si giunse addirittura a proclamare -un nuovo Imperatore. Non era appena domata questa ribellione, -che scoppiò la lotta per le immagini, la quale -parve mettere subito l'Oriente e l'Occidente, ma specialmente -l'Italia, in fiamme; e quest'agitazione venne anche -più inasprita dal fatto che papa Gregorio II non era -uomo da lasciarsi intimidire nè piegare. Egli s'era subito -messo in attitudine di difesa contro i Longobardi, fortificando -le mura di Roma. Liutprando però, che era fervente -cattolico, si dimostrò verso di lui assai rispettoso; -confermò la restituzione da Ariberto II già fatta delle -terre usurpate alla Chiesa nelle Alpi Cozie. La ricostruzione -avvenuta circa il 719 del Monastero di Montecassino, -più di un secolo prima distrutto dai Longobardi, era -un'altra prova del loro mutamento religioso. -</p> - -<p> -La lotta per le immagini divampò con una singolare -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -rapidità, avendo essa trovato il terreno già apparecchiato. -Per sfortuna la cronologia dei fatti allora seguiti è disperatamente -intricata ed oscura. E di ciò gli scrittori ecclesiastici -profittarono, per giustificare sempre ed in tutto la -condotta del Papa, cercando di dar carattere religioso -anche a quei suoi atti, che precedettero la lotta e movevano -solo da interessi politici. Così la storia di questo -periodo riesce ne' suoi particolari assai confusa. Sembra -certo che non molto prima che fosse cominciata la lotta, -Liutprando, profittando delle difficili condizioni dell'Impero, -si fosse avanzato verso Ravenna, impadronendosi di -Classe. Pure d'un avvenimento così importante non si -trovano notate nè le cagioni, nè le conseguenze: resta -perciò come isolato ed inesplicabile. Circa l'anno 717 -o 718 il duca di Benevento, Romualdo II, s'era impadronito -di Cuma città fortificata, che dominava l'unica comunicazione -rimasta libera fra Napoli e Roma. Il Papa -cercò d'allontanare il pericolo, dando aiuto di consiglio -e di danaro a Giovanni I duca di Napoli, il quale infatti -con un assalto improvviso ripigliava quella città, dopo -avere ucciso 300 Longobardi, ed averne presi prigionieri -500. Oltre di ciò, prima che la lotta delle immagini -cominciasse, troviamo pure che l'Imperatore ordinò all'Esarca -d'imporre nuove tasse in Italia, senza esentarne -i beni ecclesiastici, anzi impadronendosi, ove occorresse, -dei tesori delle chiese. È possibile che ciò avvenisse in -parte per avversione al Papa, ma senza dubbio anche pel -bisogno che c'era di danaro a continuare la guerra contro -i Musulmani. Certo è però che il Papa ritenne siffatta -deliberazione come un'ingiuria da non sopportarsi, e ordinò -ai suoi dipendenti di non pagare, dando un esempio -assai contagioso, che provocava la rivolta. -</p> - -<p> -L'Esarca ne fu quindi oltremodo indignato, ed ebbe -così origine un'aspra lotta fra lui ed il Papa, contro la -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -vita del quale scoppiò in Roma una congiura, non si sa -bene se promossa dall'Esarca, o da coloro che così operando -speravano di renderselo amico. Si dice che anche -il duca di Roma, Marino, la secondasse, e che parte non -piccola v'avessero i nobili della Città e i dignitari stessi -della Chiesa. La leggenda aggiunge che il Duca venne -a un tratto miracolosamente colpito da paralisi, per il -che si dovette ritirare da Roma, e la tenebrosa impresa -andò a vuoto. Se non che allora appunto arrivava in Italia -il nuovo esarca Paolo, ed i cospiratori ne presero animo; -ma il popolo romano insorse, facendo man bassa su di -essi. Il cartulario Giordanes ed il suddiacono Giovanni -furono uccisi; un duca Basilio venne costretto a farsi -monaco. L'esarca Paolo allora, più che mai irritato, mandò -a Roma un esercito con ordine di deporre il Pontefice, -e condurlo via. I Romani però corsero alle armi, ed aiutati -anche dai Longobardi di Spoleto e di Benevento, -occuparono il ponte sul fiume Anio, e respinsero i soldati -dell'Esarca. Questi sono i fatti che, secondo alcuni scrittori, -precedettero la lotta per le immagini, secondo altri -invece non furono che episodi di essa. È molto probabile -che fossero come i prodromi politici della lotta religiosa, -cui apparecchiarono il terreno, rendendola anche -più aspra. Certo è che una grandissima irritazione dovette -produrre nell'animo dell'Imperatore il vedersi avversato -dal Papa in Italia, nel momento in cui assai gravi -pericoli in Oriente minacciavano lui e la Cristianità. Ed è -anche la ragione per la quale gli scrittori ecclesiastici -inclinano a far seguire tutti questi fatti più tardi, ed a -presentarli come episodi della lotta religiosa, giustificando -così pienamente la condotta del Papa. -</p> - -<p> -Comunque sia, certo è che solo nel 726 Leone III pubblicò -il suo celebre editto contro il culto delle immagini. -La dottrina iconoclasta si connetteva strettamente colle -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -dispute monotelite e monofisite; era una conseguenza anch'essa -di quello spirito orientale sempre in opposizione -coll'Occidente, e veniva secondata da ragioni politiche. -Il rapido avanzarsi dei Musulmani era apparecchiato e -promosso dal largo diffondersi dell'Islamismo, il quale, -lo abbiamo già detto, trovava favore in alcune popolazioni -dell'Oriente ed in quelle dell'Africa settentrionale, -perchè si presentava come uno schietto monoteismo senza -dispute sulla Trinità, sulla doppia natura di Gesù Cristo, -senza il culto dei santi. Col suo editto l'Imperatore, anche -se non lo faceva a disegno, dava una qualche soddisfazione -a queste tendenze dello spirito orientale, e non -s'allontanava punto dal Cristianesimo. -</p> - -<p> -Il culto delle immagini, grandemente favorito dalla natura -delle popolazioni meridionali dell'Occidente, traeva -la sua origine dal Paganesimo. L'esagerazione cui si -giunse col venerare non solo le immagini visibili di Dio, -di Gesù, della Vergine, dei santi, ma il segno della croce, -le reliquie d'ogni sorta, era stata ben presto biasimata -dai più autorevoli Padri della Chiesa. Ciò non ostante -quel culto divenne parte integrante della religione cattolica, -bisogno ardente delle popolazioni italiane. Il contrasto -scoppiò quindi con una violenza simile a quella che si -vide più tardi, ai tempi della Riforma. L'Imperatore ordinò -che venissero tolte dalle chiese, o distrutte, le immagini, -imponendo al Papa di riconoscere il suo editto -sotto minaccia di deposizione. Ed il Papa, senza esitare, -lo accettò invece come una dichiarazione di guerra, ordinando -che l'editto imperiale fosse ritenuto nullo addirittura. -La distruzione di alcune celebri immagini -credute miracolose portò al colmo lo sdegno delle popolazioni. -A Roma, a Ravenna, nella Pentapoli, nell'Istria -esse corsero alle armi, eleggendosi propri duchi. Ben -presto anche Venezia insorse a favore del Papa. A Ravenna -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -vi fu per un momento pericolo di guerra civile, -essendovi un partito imperiale, che sembrava favorito -dall'arcivescovo Giovanni, il quale cercava profittar del -disordine per rendersi indipendente da Roma. Ma ben -presto vinsero anche colà i fautori del Papa; l'Arcivescovo -fu bandito, e l'esarca Paolo, dichiarato scomunicato, -venne ucciso. A Roma il duca Pietro, che era sospettato -d'accordo con Costantinopoli, fu accecato. Si -parla anche di un duca Esilarato<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> nel Napoletano, il -quale, essendosi opposto al Papa, sarebbe stato nella -Campagna ucciso dai Romani insieme col figlio. Tutto -questo seguì circa il 726 o 27, ed è un'altra prova dell'autonomia -che andavano sempre più assumendo le città -bizantine dell'Italia. A Roma, insieme col Ducato e col -Duca, andava acquistando sempre maggiore importanza -l'<i>Exercitus Romanus</i>, di cui erano capi i nobili, che incominciavano -addirittura a governare la Città. -</p> - -<p> -Come era assai naturale, Liutprando cercava profittare -d'un tale stato di cose, per impadronirsi più che poteva -dell'Italia; e già molte città dell'Emilia e della Pentapoli -si arrendevano a lui senza resistenza. Prese anche -Sutri, a trenta miglia da Roma; ma ben presto la restituì -alla Chiesa, cui apparteneva, e con la quale non voleva -mettersi ora in aperta lotta. Il Papa allora capiva bene, -che l'aumento della potenza dei Longobardi era a lui più -che ad altri pericolosa. Se infatti si fossero impadroniti di -tutta Italia, egli sarebbe divenuto come un vescovo del -loro Re, assai più vicino, e quindi più incomodo ed oppressivo -dell'Imperatore. A tutto ciò s'aggiungeva che i Romani, -sempre più desiderosi di assicurare la loro indipendenza, -erano avversissimi ai Longobardi, dai quali la -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -vedevano minacciata. Essa in verità era pel Papa un vantaggio -ed un pericolo nello stesso tempo, non convenendo -a lui di trovarsi senza difesa in mezzo ad una popolazione -armata ed assai spesso in ribellione. Tutto compreso, egli -doveva quindi preferire che Longobardi ed Impero si tenessero -in equilibrio fra loro, senza che nessuno dei due -fosse interamente vincitore, perchè così avrebbe potuto -più facilmente tenere a freno i Romani. Noi lo vediamo -infatti adoperarsi ora a sedare la ribellione stessa che -aveva provocata. E quando le popolazioni insorte volevano -addirittura eleggere un nuovo Imperatore, egli vi -si oppose con tutta la sua autorità, esortandole a rispettare -il legittimo signore, che forse, egli diceva, avrebbe -finito col tornare alla vera fede, senza che l'Italia rompesse -i legami con l'Impero, sempre necessario alla salute -del mondo. -</p> - -<p> -Era questa una posizione equivoca ed intricata, che apparve -tale anche più quando nel 727 giunse in Italia il -nuovo esarca Eutichio. Il Papa, sebbene fosse in lotta coll'Imperatore, -aveva certo compiuto verso di lui un atto -amichevole, adoperandosi a sedar la ribellione; ma egli -era nello stesso tempo in buoni termini con Liutprando, -che gli aveva reso Sutri, e questa sua amicizia non poteva -in nessun modo piacere ai Bizantini, dei quali Liutprando -andava occupando le terre. E però l'Esarca non si astenne -punto dall'avversare il Papa, contro il quale mandava anzi -un suo inviato a cospirare, tanto che le popolazioni, essendosene -accorte, volevano metterlo a morte. Ed anche ora -il Papa dovette intervenire, per salvargli la vita. L'Esarca -allora, mutato animo, s'avvicinò a Liutprando, secondandolo -nel desiderio che aveva di sottomettere alla propria -autorità i Duchi di Spoleto (Trasamundo II) e di Benevento -(Farovaldo), i quali giurarono allora fedeltà al Re, -cui dettero ostaggi. Poco dopo Esarca e Longobardi si trovavano -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -minacciosi sotto le mura di Roma. Ma Gregorio II, -senza punto sgomentarsi, valendosi della sua grande autorità -religiosa, uscito dalle mura, andò prima incontro al -Re, che condusse in Città dinanzi all'altare di S. Pietro, -dove esso, in segno d'ossequio, depose la corona, la spada -ed il manto; e dopo di ciò il Papa fece accordo anche coll'Esarca. -Erano però accordi passeggeri ed effimeri. -</p> - -<p> -Il dì 11 febbraio 731 Gregorio II moriva, e gli succedeva -Gregorio III (731-41), che pareva volesse avversare -i Longobardi e favorire l'Imperatore; ma quando radunò -il Concilio (731), che dichiarò esclusi dalla Chiesa i nemici -delle immagini, la rottura con Costantinopoli fu da -capo inevitabile, e la lotta s'andò sempre più inasprendo. -L'Imperatore infatti aggravò le tasse in Italia, massime -nella Calabria<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a> e nella Sicilia, dove erano vasti possessi -della Chiesa. E questo par che fosse anche il momento -in cui le chiese di quelle province furono unite al patriarcato -di Costantinopoli, separandole da Roma, il che fu -causa che l'Italia meridionale rimanesse lungamente grecizzata.<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a> -Fu però l'ultimo colpo recato alla Chiesa di -Roma dall'Impero, ormai occupato sempre più nella lotta -contro i Musulmani, e lacerato dalle civili discordie. Intanto -il Papa si trovava senza aiuto esposto alle minacce -dei Longobardi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -</p> - -<p> -Era questo un periodo di grande trasformazione, di -continua mutabilità e di crisi profonda così per l'Italia -come pel Papato. Da una parte le minacce dei Longobardi -lo spingevano verso l'Imperatore; da un'altra questi -era lontano, occupato, impotente a dare aiuto; ed -anche quando avesse potuto darlo, la disputa delle immagini -avrebbe resa vana ogni speranza d'accordo. Tale fu -la ragione per la quale i Papi, con quell'accortezza politica -che loro non mancò mai, con uno sguardo veramente -profetico, cominciarono fin d'ora a volgere la loro attenzione -verso i Franchi. Già da un pezzo convertiti al Cattolicismo, -e sempre più potenti, questi erano divenuti strenui -difensori della Chiesa e della religione cattolica. Essi -combattevano ora valorosamente contro i Musulmani, che -dall'Africa, per la Spagna, erano penetrati minacciosi in -Francia; e come vedremo, li ricacciarono al di là dei Pirenei. -Nel volgere lo sguardo ai Franchi, già balenava -nella mente dei Papi il concetto d'un nuovo ordinamento -politico del mondo, tale che li liberasse dalla continua -minaccia dei Longobardi, senza farli cadere in balìa dei -Bizantini, che nel momento del pericolo li abbandonavano, -per volerli poi opprimere quando il pericolo si dileguava. -Intanto tutto era disordine e confusione, tutto -continuamente mutava; non era quindi possibile seguire -nessun disegno prestabilito e determinato: dominava il -caso, bisognava perciò aspettare che venisse un momento -opportuno. -</p> - -<p> -Ravenna si trovava in mano dei Longobardi, senza che -si possa saper con precisione come e quando ciò avvenisse. -Troviamo alcune lettere di papa Gregorio III (che altri -vorrebbe attribuire al suo predecessore), nelle quali verso -il 734 egli scriveva al doge di Venezia Orso e ad Antonino -patriarca di Grado, invitandoli ad andare coi Veneti e coll'esarca -Eutichio (727-50), che s'era allora rifugiato presso -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -di loro, a ripigliare per l'Impero la capitale dell'Esarcato, -levandola di mano ai Longobardi. Il Doge, accettato l'invito, -mosse insieme coll'Esarca all'assalto, questi dalla -parte di terra, quegli dal mare, sbarcando le sue genti. -Ravenna fu presa; Ildeprando, nipote di Liutprando, fu -fatto prigioniero; il duca Peredeo venne ucciso. Un tal -fatto, per quanto sia ne' suoi particolari oscuro, ci dimostra -che Venezia era ornai già costituita poco meno che a -Stato indipendente; e ci fa anche vedere qual mutabile, -vertiginosa politica seguissero allora i Longobardi, il Papa -e l'Imperatore. Ognuno di essi voleva assicurarsi il predominio -in Italia a danno degli altri, e quindi s'univa ora -a questo ora a quello, mutando di continuo, per non render -troppo potente nessuno dei due rivali. Quando i Longobardi -minacciavano di prevalere, il Papa s'avvicinò all'Impero; -ma la discordia con questo ricominciò subito, -ed allora il Papa favorì da capo Liutprando, che ne profittò, -come abbiamo già visto, per estendere la sua potenza -in Italia, e sottomettere alla sua autorità Benevento e Spoleto. -Il Papa che si sentiva allora come stretto in un -cerchio di ferro, e vedeva i Romani minacciar di correre -alle armi, mutò di nuovo la sua condotta, aiutando i due -Duchi contro il Re. Le relazioni di Roma con Spoleto -e Benevento hanno quindi una grande importanza; sono -quelle che costituiscono, determinano ora il carattere -predominante della politica italiana. Trasimondo di Spoleto, -che poco prima s'era, come il duca di Benevento, -sottomesso a Liutprando, lasciandogli ostaggi, si ribellò, -e Liutprando lo assaliva, obbligandolo a fuggirsene in -Roma. Avrebbe voluto che il Papa ed i Romani glielo -dessero nelle mani; ma essi ricusaron di ciò fare, ed il -Re decise d'avanzarsi subito oltre il confine, occupando -quattro castelli del Ducato romano. -</p> - -<p> -Fu questo il momento in cui Gregorio III scrisse la -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -prima lettera che ci sia pervenuta fra quelle dirette a -Carlo Martello, colui che seppe davvero consolidare la -dinastia franca dei Carolingi. Gli chiedeva aiuto contro -i Longobardi, i quali avevano osato devastare perfino la -chiesa di S. Pietro, che allora era fuori delle mura di -Roma. Il momento era assai male scelto, perchè Carlo -Martello si trovava allora occupato nella guerra contro -gli Arabi, ed aveva chiesto l'aiuto di Liutprando, che si -mosse subito verso il nord. Ma se Carlo non potè allora venire -a difendere la Chiesa contro Liutprando, contribuì -pure indirettamente a farlo allontanare da Roma. Il Papa -ne profittava subito per aiutar Trasimondo a ripigliare il -suo Stato; ed egli l'occupò con la promessa, che poi non -mantenne, di riconquistare e restituire a lui le terre del -Ducato romano indebitamente usurpate da Liutprando. -Questi, quando fu giunto nell'Italia superiore, seppe che -la guerra contro gli Arabi era in Francia finita, e si diresse -allora verso Ravenna, saccheggiando le terre che -erano proprietà della Chiesa. Traversata la Pentapoli, -tornò di nuovo nello Spoletino, di dove, nonostante la -valida resistenza delle popolazioni, penetrò nel Ducato -romano (740), facendo man bassa sugli armenti, sulle -terre, sulle masserizie appartenenti alla Chiesa. -</p> - -<p> -Gregorio III scriveva allora un'altra lettera a Carlo -Martello, chiedendogli che mandasse in Roma i suoi messi -a vedere coi loro occhi quale era lo stato vero delle cose. -Non abbandonasse, egli diceva, la Chiesa per l'amicizia -dei nefandissimi Longobardi. I duchi di Spoleto e di Benevento -meritavano di essere da lui favoriti contro Liutprando, -il quale li perseguitava solo perchè amici del -Papa. E concludeva ricordando la precedente lettera, -mandata con una solenne ambasceria, che gli aveva portato -le chiavi d'oro della tomba di S. Pietro. Queste erano -una preziosa reliquia, perchè si poneva in esse la limatura -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -delle catene del Santo. Ma neppure adesso Carlo -Martello si trovava in grado di poter soccorrere efficacemente -il Papa, il quale era scontentissimo anche perchè -Trasimondo non gli aveva mantenute le promesse -fatte. Pareva perciò che volesse per disperazione avvicinarsi -di nuovo a Liutprando, quando il 10 dicembre 741 -cessò di vivere. Due mesi prima (22 ottobre) era morto -Carlo Martello, lasciando la Francia divisa fra i due figli -Carlomanno e Pipino. L'anno precedente (18 giugno) era -morto l'imperatore Leone III. E così in breve tempo -scomparivano dalla scena la più parte di coloro che l'avevano -occupata. Restava ancora, ma per breve tempo, Liutprando. -</p> - -<p> -Quando dopo soli quattro giorni di sede vacante venne -eletto papa Zaccaria (741-52), greco e perciò amico dell'Impero, -egli aveva poco da temere per parte dei Franchi -o di Costantinopoli; doveva invece pensar seriamente -ai Longobardi. La sua pronta consacrazione è assai notevole, -perchè la brevità del tempo fu tale, che bisogna -supporre che l'approvazione venisse dall'Esarca per mezzo -del duca di Roma, o direttamente da questo. Sin dal 739 -duca di Roma era Stefano, il quale portava anche il titolo -di patrizio, cosa fino allora insolita. Si può quindi ritenere -che, come altrove, così anche il Ducato romano s'andasse -separando dall'Esarcato, e divenisse quasi indipendente, -riconoscendo però sempre la suprema autorità dell'Imperatore. -Certo Roma appariva ogni giorno più una città -autonoma, ed il suo territorio, che formava il Ducato ed -abbracciava su per giù tutto il cosiddetto Patrimonio di -S. Pietro, partecipava della medesima indipendenza. Essa -aveva, come vedemmo, un proprio esercito, comandato -dal Duca, e sotto di lui dai nobili, che la governavano. -Grande v'era però sempre la papale autorità; e tutto ciò -dette nel Medio Evo una speciale fisonomia a questo -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -che divenne poi il Municipio romano. Venezia e Napoli -s'andarono anch'esse, in un modo o l'altro, separando -dall'Esarcato, il cui antico carattere perciò sempre più -scompariva. -</p> - -<p> -Il Papa non poteva adesso far altro che cercare d'avvicinarsi -a Liutprando, per non averlo nemico, e tentar -di riavere le terre usurpate, che infatti gli furono rese. -Trasimondo allora, abbandonato a sè stesso, dovè prendere -la tonsura e allontanarsi da Spoleto, dove Liutprando -pose un suo nipote. Anche a Benevento pose come -nuovo duca Gisulfo II (732), che aveva educato presso di -sè a Pavia, ed era figlio di Romualdo II. Concluse poi -una pace direttamente col duca di Roma, il che dimostra -sempre più la importanza politica che questi andava prendendo. -Liutprando si trovava ora direttamente o indirettamente -padrone di una grandissima parte d'Italia, senza -dover temere nè dell'Impero, nè dei Franchi, travagliati -ambedue da interne dissensioni. Sarebbe stato quindi il -momento opportuno per cercar di riunire la Penisola sotto -il suo dominio, cacciandone affatto i Bizantini, annettendosi -interamente i ducati di Benevento e di Spoleto, frenando -il Papa, sopprimendo tutte le tendenze crescenti -di autonomie locali. Ma neppur lui era un vero uomo di -Stato, capace di prendere a guida costante della sua vita -politica un grande concetto. Oltre di che si trovava già -innanzi cogli anni e malato. Pareva ora che volesse occupare -Ravenna, ma si lasciò dissuadere dal Papa, e nel -gennaio del 744 cessò di vivere, lasciando erede suo nipote -Ildeprando, che era assai mal veduto e dovette ben -presto abbandonare il potere. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -</p> - -<h3 id="cap3-9">CAPITOLO IX -<span class="smaller">Venezia e Napoli</span></h3> -</div> - -<p> -L'Esarcato come abbiamo già visto s'era andato rapidamente -decomponendo; ormai non esisteva che di nome, -era poco più che un Ducato come gli altri. Già Roma s'era -costituita in una specie di repubblica col suo esercito, che -più di una volta, senza esitare, aveva combattuto contro -di esso, da cui anche l'Italia bizantina del sud s'andava -staccando. I tumulti avvenuti a Ravenna e nella Pentapoli -avevano naturalmente reso sempre più vivo il sentimento -d'indipendenza. Prima e più di tutti s'era avviata -per questa via Venezia, grandemente favorita dalla sua -posizione geografica. Noi abbiamo già visto che fin dai -tempi di Teodorico Cassiodoro scriveva, in nome del suo -sovrano, ai Tribuni veneti; e dalla sua lettera apparisce -che nelle isole della laguna s'era già formata una popolazione -ardita e navigatrice, che viveva in uno stato di semi-indipendenza, -con Tribuni nelle varie isole, le quali -assai probabilmente erano fra loro già confederate. Certo -Venezia era allora in qualche modo dipendente dai Goti; -e quando Belisario e Narsete s'impadronirono dell'Italia, -anch'essa venne naturalmente sotto il dominio bizantino, -e vi sarebbe per lungo tempo restata, se non fossero -più tardi sopravvenuti i Longobardi. A questi il possedimento -di Venezia poteva essere di una grandissima utilità, -e quindi, per impedire che cadesse nelle mani dei loro -avversari, i Bizantini cercarono sempre di contentarla, lasciandole -una qualche indipendenza. Nel 580 il patriarca -d'Aquileja, stanco della dura oppressione esercitata colà -dai Longobardi, se ne fuggì a Grado, il che dette ai Veneti -anche un proprio capo ecclesiastico. I Longobardi -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -ne furono scontentissimi, e Liutprando chiese allora ed -ottenne dal Papa, che il vescovo di Cividale venisse trasferito -in Aquileja, mutandolo in Patriarca. Ma quando -egli pretese, che da questo nuovo Patriarca dipendesse -anche quello di Grado, i Veneti vi si opposero, ed il Papa -li contentò; per il che i Longobardi dovettero accorgersi, -che se erano stati soddisfatti nella forma, nulla avevano -ottenuto quanto alla sostanza. Così Venezia restò politicamente -ed ecclesiasticamente libera da essi, governata -invece da Costantinopoli, per mezzo di Tribuni eletti dal -popolo, e confermati dall'Imperatore. Questi Tribuni erano -probabilmente dodici quante le isole, e si trovavano anche -in altre città bizantine dell'Italia centrale e meridionale, -come Napoli, Gaeta, Rimini, ed anche nella Pentapoli. Già -la Prammatica sanzione voleva che i <i>Judices</i> delle province -(<i>Tribuni</i>, <i>Duces</i>, <i>Praesides</i>) fossero eletti dai Vescovi -e dai più ragguardevoli personaggi fra gli abitanti -del territorio che dovevano amministrare. Essi venivano -confermati in nome dell'Imperatore. -</p> - -<p> -Coll'andar del tempo, le continue insurrezioni degli -Slavi da una parte e dei Longobardi dall'altra fecero sentire -il bisogno d'una maggiore unità di governo, per poter -fare una più energica difesa; e si pensò quindi alla -creazione di un Doge. Secondo le norme allora prevalenti, -l'Esarca avrebbe dovuto invitare i vescovi ed i notabili a -farne la elezione. Ma il cronista Dandolo ci narra invece -che nel 697 s'adunò il popolo col patriarca di Grado, coi -vescovi, i notabili, i tribuni, i quali elessero Paoluccio, -uomo «egregio ed onorevole», o sia nobile. Questo Doge -non pare che avesse allora il potere militare, che, secondo -la Prammatica sanzione, doveva esser diviso dal civile, -ed era rappresentato dal <i>Magister Militum</i>. Il Doge convocava -il popolo, nominava i tribuni e giudici perchè rendessero -giustizia al popolo ed al clero, escluse naturalmente -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -le cause ecclesiastiche, per le quali v'era un Foro -speciale, da cui si appellava al Doge. Questi, secondo le -consuetudini bizantine, convocava anche i Sinodi, invitandoli -ad eleggere i vescovi, che da lui ricevevano l'investitura. -Pare che la sua elezione venisse allora confermata -dall'Imperatore, e che a tutti gli uffici fossero dal popolo -eletti i nobili. Morto Paoluccio nel 717, gli successe Marcello, -stato prima Maestro dei militi, che governò nove -anni, dopo dei quali gli successe Orso. E fu sotto il costui -dogato che Liutprando, profittando della lotta per le immagini, -prese Ravenna, di dove l'esarca Eutichio fuggì -a Venezia. Colà pervennero le lettere del Papa, che invitarono -il doge Orso ed il patriarca Antonino a riprendere -la capitale dell'Esarcato, per ristabilirvi l'Esarca, il che -fu fatto; e dimostra l'autonomia e la forza che la città -della laguna aveva sin d'allora già acquistata. Nel 737 il -doge Orso venne ucciso in conseguenza d'una guerra civile -scoppiata fra il partito nazionale, alla cui testa egli -si trovava, ed il partito che voleva una maggiore dipendenza -da Costantinopoli, e che ebbe un temporaneo sopravvento. -Allora per cinque anni (737-41), invece del -Doge a vita, fu eletto un Maestro dei militi, il quale -durava solo un anno come i Tribuni. Ma verso la fine -del 741 una nuova rivoluzione depose ed accecò il Maestro -dei militi Giovanni, e ripristinò l'ufficio del Doge -(742) nella persona di Diodato, figlio di Orso. Il quale, -essendo avverso al partito imperiale, s'appoggiò invece -ai Longobardi, e cadde quando questi furono sconfitti dai -Franchi. La grande lotta tra i Franchi ed i Longobardi, -che fu provocata dai Papi per assicurare la propria indipendenza, -ed aprirsi la via al potere temporale, rese, -come vedremo, inevitabile la caduta dei primi, favorì la -potenza dei secondi, e più tardi anche l'autonomia municipale -delle città. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -</p> - -<p> -Assai diversa da quella di Venezia è la storia del ducato -di Napoli, dove il popolo, diviso probabilmente in -<i>Scholae</i> come in altre città bizantine dell'Italia, era del -pari governato dagli <i>Optimates</i>. L'antica Curia municipale -v'era affatto decaduta, e nella Campania, cui la città -di Napoli apparteneva, comandava un Giudice o capo -della provincia, alla dipendenza del Prefetto, mandato -dall'Imperatore in Italia. La Prammatica sanzione v'accrebbe -assai il potere civile dei Vescovi, e sotto la loro -sorveglianza veniva eletto il Giudice fra coloro che erano -nati nel territorio. Dopo il 638, vediamo che invece del -Giudice governava il Vescovo, accanto al quale si trovava -un capo militare, Duca o Maestro dei militi. Dapprima -erano due magistrati diversi, ma poi si fusero in -uno, che governò quello che fu chiamato il ducato di Napoli. -Il Duca era inviato dall'Imperatore a comandare -l'esercito, o più veramente il popolo armato della città, -ed aveva a sua dipendenza conti e tribuni, che erano a -capo dei vari presidii del territorio. Così Napoli potè non -senza gloria resistere ai Longobardi, a quelli soprattutto -di Benevento e di Spoleto, salvando la propria indipendenza, -che andò sempre crescendo. -</p> - -<p> -Ai tempi di Gregorio I troviamo che la città non aveva -nè un Duca nè un Maestro dei Militi, di che il Papa moveva -lamento all'Imperatore, pregandolo che provvedesse. -Ma quando vide che non si otteneva nulla, mandò egli un -Tribuno, eccitando il popolo alla difesa; e ciò gli dette -una grande autorità su tutto il Ducato, che restò per -qualche tempo sotto la sorveglianza del Papa. Questi infatti -s'occupò lungamente a frenare la corruzione dei Vescovi -della città, a difendere i Decurioni e i cittadini dalle -oppressioni fiscali degli agenti imperiali. Circa il 661, venuto -l'imperatore Costante in Italia, dette nuova forma -al Ducato, per formarvi un nucleo di più forte resistenza -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -contro i Longobardi. E d'allora in poi noi vediamo che -Napoli resiste sempre più energicamente contro di essi, -contro i Musulmani, e più tardi anche contro i Normanni, -ai quali dovè finalmente soccombere. Il nuovo Duca, a cui -si dette pure il nome di Console o Maestro dei militi, fu -assai diverso dell'antico, col quale ebbe in comune poco -più che il nome. Non sappiamo però con precisione quali -fossero le sue vere attribuzioni. Eletto dal popolo di cui -faceva parte, comandava l'esercito, ed in lui, con l'antico -Duca e l'antico Maestro dei militi, s'era fuso anche -l'antico Giudice, assumendo, al pari dell'Esarca, l'autorità -civile e la militare. Non sappiamo neppure quali erano -esattamente i confini geografici di questo Ducato, che da -principio almeno dovette estendersi a quasi tutta l'antica -Campania, e quindi contenere anche Amalfi e Gaeta, che -più tardi se ne staccarono. Certo è che il ducato di Napoli -formò parte integrante dell'Impero e dell'amministrazione -imperiale. La sua lingua ufficiale era la greca, -e sulle monete, da una parte v'era l'immagine dell'Imperatore -col suo nome in greco, dall'altra il nome della città -anch'esso in greco. Dopo la morte di Costante, gl'Imperatori -cominciarono a trascurare l'Italia continentale, -specialmente la meridionale, della quale non potevano -occuparsi coloro che erano mandati a governare la Sicilia, -perchè dovevano pensare a difender questa dai Musulmani, -che di continuo l'assalivano. Il ducato di Napoli, abbandonato -allora a sè stesso, dovè fare assegnamento sulle -sole sue forze, e vivere combattendo, tanto che prese anche -il nome di <i>Milizia</i> o <i>Milizia dei Romani</i> o anche <i>Milizia -dei Napoletani</i>. Lentamente s'andò sempre più staccando -dall'Impero, per arrivare a reggersi addirittura -come uno Stato autonomo. E fino al 764 ebbe tredici Duchi, -che restarono in ufficio durante periodi diversissimi -di tempo, tanto da far credere che fossero eletti a vita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -</p> - -<p> -Molte e varie furono le vicende del Ducato. Dapprima, -ai tempi di Gregorio I, l'abbiam visto sotto la preponderanza -del Papa; più tardi lo vedemmo aggregato all'Impero, -cui rimase unito anche durante la lotta per le -immagini, non pigliando parte veruna alla ribellione di -Ravenna e della Pentapoli; finalmente cominciò a staccarsi -dall'Impero, da cui il duca Stefano II, eletto nel 755, -lo separò affatto, rendendolo indipendente, avvicinandolo -di nuovo a Roma. Allora la lingua ufficiale non fu più la -greca, ma la latina; e nelle monete più comunemente in -uso, all'immagine dell'Imperatore venne sostituita quella -di S. Gennaro, che fu simbolo d'indipendenza. Il suo nome -fu scritto in latino, e sul rovescio, al nome greco della -città si sostituì quello del Duca, anch'esso in latino; sopra -altre monete però, e sugli atti pubblici continuò a -porsi il nome dell'Imperatore. Ma i duchi, oramai indipendenti, -fanno la guerra e la pace, concludono trattati -in proprio nome. In questo mezzo Stefano II s'era siffattamente -avvicinato alla Chiesa, che, restato vedovo -con figli, dopo che nel 766 era morto il vescovo di Napoli, -venne egli nominato vescovo, ed ebbe a Roma la -tonsura, continuando a governare insieme col figlio Gregorio -II, che gli successe, e fu duca per 27 anni e sei mesi. -Con lui il Ducato cominciò a divenire, in parte almeno, -ereditario. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -</p> - -<h2 id="libro4">LIBRO QUARTO -<span class="smaller">I FRANCHI E LA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO</span></h2> - -<h3 id="cap4-1">CAPITOLO I -<span class="smaller">I Merovingi e l'origine dei Carolingi</span></h3> -</div> - -<p> -Da un pezzo i Franchi s'avanzavano nella Gallia pigliando -una posizione sempre più importante. La loro -forza diverrà fra non molto preponderante in tutta l'Europa, -ed essi conquisteranno anche l'Italia, iniziando addirittura -un'epoca nuova. È quindi necessario gettare un -rapido sguardo alla loro storia. I Franchi erano una riunione -di molte e diverse tribù germaniche, che abitavano -la sponda destra del Reno. Dapprima cominciarono a filtrare -lentamente nell'Impero: se ne trovavano nell'esercito, -negli agricoltori, fra gli schiavi. Quando Stilicone, -per poter combattere Alarico, richiamò in Italia le legioni, -che erano a guardia del Reno, i Franchi, al pari di -altre popolazioni germaniche, passarono il fiume in grandi -masse (406). Non fecero però, come i Goti, i Vandali ed -i Longobardi, una rapida emigrazione, trasferendosi d'una -regione in un'altra, lungi dal proprio paese. S'avanzarono -invece lentamente, conquistando a poco a poco la Gallia, -senza mai staccarsi affatto dalla Germania, dalla quale riceverono -sempre alimento ed aiuto di nuove genti. Serbarono -quindi, dentro l'Impero, più a lungo i loro costumi e -le loro istituzioni, come ad esempio la proprietà collettiva. -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -E i Romani, coi quali si trovarono a contatto, fecero altrettanto -colle loro leggi ed istituzioni. Nella Gallia infatti, -più che altrove, vediamo persistere la Curia municipale. -La fusione dei due popoli fu assai meno rapida, -ma anche meno violenta e più organica. Non pare che -i Franchi pigliassero, come gli altri barbari, un terzo o -più delle terre dei vinti. Grandi proprietari romani si trovano -accanto a grandi proprietari franchi; ed i Romani -sono ammessi agli uffici, non sono esclusi neppure dall'esercito. -Unica differenza notevole, che sin dal principio -si notasse fra di loro, era nel guidrigildo, quello che si -pagava per la uccisione d'un Franco, essendo doppio di -quello pagato perla uccisione d'un Romano. -</p> - -<p> -L'essere, come dicemmo, i Franchi una federazione di -varie tribù, portò per conseguenza che ben presto si trovarono, -con consuetudini e costumi diversi, divisi in Salici -e Ripuari, i quali si suddivisero formando vari regni, -che di continuo combatterono aspramente fra di loro, ritardando -il progresso nazionale. Ogni volta che sorgeva -fra di essi un principe di genio politico e militare, venivano -riuniti in un regno solo, per dividersi di nuovo alla -sua morte. E così continuò per più secoli la loro storia -fino a che Carlo Magno riuscì per breve tempo a sottoporre -quasi tutta l'Europa al suo scettro. -</p> - -<p> -Il primo che seppe riunire i Franchi fu Clodoveo, col -quale s'iniziò la dinastia dei Merovingi. Capo d'una tribù -salica, egli successe al padre nel 481; riuscì, mediante il -suo ingegno ed il suo valore, ad unire Salici e Ripuari, e -fu ritenuto come il fondatore della monarchia. Ma pur -troppo fu anche un uomo senza scrupoli, che per ottenere -il suo intento, si coprì d'ogni più crudele delitto contro alleati -e contro parenti, ricorrendo al tradimento ed al sangue, -per mezzo di sicari o colle stesse sue mani. La lunga -serie di crudeli delitti, attribuiti a lui ed ai suoi successori, -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -fu tale da far credere che siano stati molto esagerati -dalla leggenda; ma per quanto se ne levi, resta pur sempre -tanto da doverne raccapricciare. Questi delitti uniti -a grandi dissolutezze contribuirono finalmente ad indebolire -la dinastia per modo da renderne inevitabile la caduta. -Tra i fatti che nella vita di Clodoveo più agevolarono -la costituzione della monarchia, furono le guerre -contro gli Alamanni, e la sua conversione al cattolicismo, -invece che all'arianesimo, come avevano fatto gli altri -barbari. La guerra alamanna ebbe una grande importanza -storica, perchè con essa cominciò quella reazione dell'Occidente -contro l'Oriente, che fu continuata dopo di lui, e -pose fine alle grandi migrazioni dei popoli germanici. La -conversione al cattolicismo, della quale durante la stessa -guerra egli aveva fatto voto a Dio, se gli concedeva la vittoria, -iniziò la conversione del suo popolo. E la monarchia -ne ebbe subito il favore della Chiesa romana, che, per -mezzo de' suoi vescovi, era organizzata ben più fortemente -dell'ariana. I Franchi così divennero il popolo eletto da -Dio a difesa del Papa e della religione, il che agevolò anche -la loro fusione coi Romani. Ed è singolare davvero il -notare come sin d'ora apparisca chiaro nella mente degli -uomini il futuro destino di questo popolo. Gregorio di -Tours che scrisse poco dopo, nel narrare i continui delitti -del Re, ripete spesso: ogni giorno Iddio faceva cadere un -nuovo nemico di Clodoveo, ingrandendone il regno, perchè -egli «camminava diritto nelle vie del Signore, e faceva -ciò che gli era grato.» Altrove lo chiama addirittura -un novello Costantino. E così altri scrittori più o meno -vicini parlano in modo da far chiaramente capire, che in -questo nuovo Costantino essi già prevedono Carlo Magno. -Maravigliosa addirittura è la persistenza con la quale i -Papi continuarono attraverso i secoli l'opera loro, quasi -imponendo ai Franchi la missione voluta, preveduta dalla -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -Chiesa; e non smisero mai fino a che essa non ebbe il -suo adempimento con la coronazione di Carlo Magno e la -fondazione del potere temporale. L'imperatore Atanasio -intanto conferiva a Clodoveo le insegne del Patriziato -ed il Consolato, che egli assunse a Tours, nella chiesa di -San Martino, dove i vescovi lo salutarono uomo di Dio, -nuovo Costantino. La capitale fu fissata a Parigi. -</p> - -<p> -Alla sua morte (511) il regno restò diviso fra i quattro -figli, e cominciò quel periodo di corruzione e lussuria, di -guerre civili, di sanguinosi tradimenti e delitti, che lo -fecero paragonare al regno degli Atridi. Nel 558 Clotario -I, l'ultimo sopravvissuto dei figli di Clodoveo, riunì -di nuovo i Franchi, e dopo la Sua morte la monarchia si -divise nuovamente fra i suoi quattro figli: e così si continuò -per lungo tempo. Molto si è discusso sulla vera natura -di queste divisioni, che gettarono il paese in una serie continua -di guerre civili. Sostengono alcuni storici francesi, -che si divise <i>la royauté plutôt que le royaume</i>. Ma il vero -è che i Franchi non formavano ancora un sol popolo, che -mancava affatto il concetto di nazionalità e di Stato, che -la Francia non esisteva. Secondo le idee barbariche il -loro regno, che solo dalla violenza e dalla conquista era -unito, appariva quale proprietà del conquistatore, e quindi -per legge di eredità veniva diviso tra i suoi figli. Anche -i servizi pubblici erano più che altro resi alla persona -del re. Mancava l'idea di un'amministrazione accentrata -ed organica; il diritto pubblico assai poco si distingueva -dal privato. E per quanto disgregata fosse ancora questa -società barbarica, il contatto continuo che essa ebbe con -la romana, l'azione della Chiesa, l'unità geografica del -paese fecero sì che i Franchi tendessero lentamente, ma -pur costantemente a coordinarsi in unità. I quattro regni -(Austrasia, Neustria, Aquitania, Burgundia), sorti e risorti -dopo la morte di Clodoveo I, si ridussero nel secolo VII -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -sostanzialmente ai soli due primi. Nella Neustria, formata -dalla Gallia occidentale e meridionale, erano i Salici, ed -in essi avevano acquistato maggior forza gli elementi romani; -nell'Austrasia erano i Ripuari, ed in essi avevano -invece maggiore prevalenza gli elementi germanici, favoriti -dal contatto e dalle relazioni continue colla patria -antica. -</p> - -<p> -Dapprima il predominio spettò alla Neustria ed ai Salici, -ai quali appartenne Clodoveo, il fondatore della monarchia -e della dinastia merovingia. Alla Neustria appartennero -ancora i primi quattro re, che in tempi diversi -unirono di nuovo la monarchia, l'ultimo dei quali fu Clodoveo -II (638-56). Il centro di ciascuno di questi governi -soleva essere allora il Palazzo, in cui primo ufficiale era -il Maestro o Maggiordomo. Il suo ufficio si riduceva dapprima -ad amministrare la proprietà regia; ma coll'andare -del tempo il suo potere andò crescendo sempre più, sino -a che egli divenne ministro delle finanze, poi primo ministro, -e finalmente addirittura capo del governo. A poco a -poco, dopo che i quattro regni si erano ridotti a due, la Neustria -cioè e l'Austrasia, il centro di gravità passò dalla -prima alla seconda. I Ripuari prevalsero sui Salici, e naturalmente -gli elementi germanici sui romani. Andò allora -crescendo il numero delle adunanze o assemblee popolari, -crebbe il potere di quei nobili germanici, che formarono -più tardi l'aristocrazia feudale. Ed essi s'andarono nell'Austrasia -stringendo sempre più intorno al Maestro di -Palazzo: qualche volta lo elessero e riconobbero come loro -capo. Così a poco a poco egli fu più potente dei Re merovingi, -che rapidamente decaddero, divenendo tanto deboli -e spregevoli, da essere chiamati <i>rois fainéants</i>: da -ultimo dovettero cedere il posto ai loro rivali. Alla dinastia -merovingia successe allora quella assai più potente, -più intelligente ed anche più morale dei Carolingi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -</p> - -<p> -Dopo la morte di Clodoveo II (656) i Maestri di Palazzo -erano divenuti nell'Austrasia così potenti, che pareva tendessero -a formare colà un Ducato separato ed autonomo. -Ma i legami sempre stretti fra Salici e Ripuari, e l'unità -territoriale del paese spingevano invece inevitabilmente -alla formazione di un solo regno con la prevalenza dei -Ripuari. E questo nuovo regno fu iniziato per opera di -Pipino, detto d'Héristal dal suo castello. Egli era Maestro -di Palazzo nell'Austrasia, dove assunse anche titolo di -Duca, e finì coll'esser di fatto padrone di tutto il Regno. -Alla sua morte (16 dicembre 714) seguì un periodo di -disordine e di lotte fra i suoi eredi, dalle quali uscì finalmente -vittorioso Carlo Martello suo figlio naturale, che -sebbene non arrivasse ad essere altro che Duca nell'Austrasia -e Maestro di Palazzo nella Neustria, pareva invece -che fosse successo al padre come un principe ereditario -di tutto il regno. Uomo d'alto ingegno politico e -di grande valor militare, riuscì a fondare stabilmente la -sua dinastia. -</p> - -<p> -Con una serie di guerre vittoriose contro i Sassoni, i -Frisi, i Bavari e gli Alamanni (718-30), pose termine alle -invasioni germaniche; e quando si fu assicurato da quel -lato, si rivolse contro gli Arabi, i quali, essendosi coi -Musulmani d'Africa avanzati nella Spagna, avevano già -passato i Pirenei. Nel 732 dette loro a Poitiers una rotta, -che fu davvero memorabile, non solo pel gran numero -dei morti, i quali la leggenda fece ascendere a 375,000; -ma anche perchè venne con essa fiaccata in Francia la minacciosa -potenza dei Musulmani, che furono poco dopo -respinti al di là dei Pirenei. Nel 737 Carlo Martello occupò -anche la Provenza, e così riuscì ad esser padrone di -tutta la Francia, che tenne fino alla sua morte (741). -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -</p> - -<h3 id="cap4-2">CAPITOLO II -<span class="smaller">Carlo Martello e le prime origini del Feudalismo — Il -Papa si volge per aiuto ai Franchi</span></h3> -</div> - -<p> -Ma Carlo Martello non era solamente un soldato, era -anche un grande uomo di Stato; ed a lui si deve se fin -d'allora l'aristocrazia franca andò pigliando quella forma -che doveva portar poi alla costituzione del feudalismo, il -quale dette più tardi una nuova forma alla società in Europa, -e merita di essere studiato per la grande importanza -che ebbe anche in Italia. Sulle sue origini si è molto -discusso, alcuni credendole romane, altri invece germaniche. -Il vero è però che esso, come tutte le istituzioni -del Medio Evo, risulta da elementi germanici e romani, i -quali s'incontrano, s'intrecciano e si confondono fra loro. -È un'aristocrazia germanica, se si guarda a coloro che la -costituirono, e ne fecero parte; ma è anche una istituzione -composta di elementi romani, che dalla società -germanica furono profondamente alterati. -</p> - -<p> -Il feudo è certo una nuova forma di quella proprietà -individuale, affatto ignota alla primitiva società barbarica. -Al concetto del dominio assoluto e personale dell'uomo -sulla terra s'aggiunse in esso il concetto, romano -del pari, del dominio giuridico sull'uomo. E così nella società -germanica, alterata e trasformata da questi elementi -che ad essa sono estranei, s'andarono allora formando, -come nella romana, dei potenti signori. Resi dalla conquista -padroni delle terre, essi furon capi dell'esercito, -e pigliarono parte principale al governo. -</p> - -<p> -Nel tempo stesso in cui la società germanica, seguendo -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -questo cammino, s'allontanava dalla sua origine e perdeva -il suo primitivo carattere, la romana, seguendo un cammino -diverso, subiva anch'essa una trasformazione. I latifondisti, -aumentando sempre più le loro terre, erano riusciti -ad esser padroni di vastissime estensioni; ma questi -enormi possessi non davan loro diritto di pigliar parte al -governo, che teoricamente almeno emanava dal solo Imperatore. -Il fatto però non rispondeva alla teoria, da cui -invece sempre più si allontanava. Colla decadenza dell'Impero, -indebolendosi la forza del governo centrale, i -ricchi proprietari divenivano, insieme colle terre, padroni -degli uomini che le coltivavano o le abitavano, e così cominciarono -a comandarli ed a governarli. Questo fatto, -che nella società romana appariva come effetto della decadenza, -sembrava invece essere nella germanica effetto -d'una trasformazione progressiva, che ne cresceva la coesione -e la forza. Le due società, partendo da due punti -opposti, avanzandosi in due direzioni contrarie, finivano -coll'incontrarsi e confondersi fra loro, per dare origine -ad una società nuova. -</p> - -<p> -I latifondi romani, coltivati da schiavi o da coloni che -pagavano un canone in natura, continuavano sempre ad -ingrossare, annettendosi le terre dei piccoli proprietari -vicini. I quali, oppressi dalle tasse e dai debiti, quando -non si potevano più reggere, finivano col cedere volontariamente -le loro terre al latifondista, per riprenderle -in affitto come suoi coloni. Perdevano così, con la proprietà, -la loro indipendenza; ma trovavano un protettore, -che li liberava dalle tasse e dall'usura, e rendeva loro -almeno tollerabile la vita. I grandi proprietari solevano -avere uffici che in qualche parte li esentavano dalle tasse, -e l'aumento delle terre non aumentava per essi le spese -generali di amministrazione: così tutto era a vantaggio -loro, e anche de' loro dipendenti. Entrati una volta in -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -questa via, si procedette sempre più rapidamente in essa. -Perfino interi villaggi finivano coll'abbandonarsi al latifondista, -che pareva già un piccolo sovrano feudale. -</p> - -<p> -Tutto ciò seguiva del pari coi grandi proprietari ecclesiastici. -I vescovi ed i conventi erano infatti, pei molti -donativi dei fedeli, divenuti anch'essi latifondisti. Le continue -immunità e privilegi, da essi ottenuti in numero -sempre maggiore, finivano col porli in condizione anche -più vantaggiosa dei laici. Cominciarono ben presto a dare -in affitto i loro grandi possessi sotto forma di <i>precaria</i>, -che era una concessione revocabile della proprietà, con -un canone che, per la sua tenuità, dava alla concessione -stessa il nome di <i>benefizio</i>. -</p> - -<p> -Questi privilegi, sia dei laici che degli ecclesiastici, -andavano crescendo di numero e di entità a misura che -da una parte s'indeboliva la forza dello Stato, e dall'altra -aumentava la potenza della Chiesa. E fin dal secolo -VI il latifondista esercitava una specie di giurisdizione -non solo sugli schiavi, ma anche sui coloni e dipendenti. -Responsabile per essi verso l'autorità governativa, questa -interveniva solo quando egli la invocava. Nell'Italia bizantina -i grandi proprietari, divenuti capi dell'esercito, -assunsero i maggiori uffizi, che venivano trasmessi per -eredità nelle loro famiglie. L'ufficio si connetteva colla -proprietà di colui che ne era investito, il quale aveva una -duplice giurisdizione, come possessore cioè e come ufficiale -civile o militare. In questo modo s'andò formando -un'aristocrazia di possidenti, divenuti alti funzionari in -conseguenza della loro proprietà, e di funzionari che s'arricchivano -in conseguenza dei loro uffici. Essi armarono -qualche volta i loro schiavi, i coloni, i clienti e gli amministratori, -come vedemmo fare a Cassiodoro, per difendere -sè stessi ed i loro averi dai pericoli che li minacciavano -durante le invasioni. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -</p> - -<p> -In conclusione, la società romana s'andava decomponendo -in una quantità di ricchi potenti, chiamati <i>honesti</i>, -<i>clarissimi</i>, <i>nobiles</i>, che disprezzavano la <i>vilissima plebs</i> -dei nullatenenti. Nella società germanica invece, la quale -non conosceva lo Stato e non aveva idea alcuna d'accentramento, -il potere sociale naturalmente cadeva diviso in -mano dei forti, che disprezzavano i deboli e gl'inermi, -e divenivano ricchi in conseguenza della conquista. Così -cominciò a formarsi quella nuova aristocrazia che si doveva -più tardi costituire col nome di feudalismo. -</p> - -<p> -Ed anche questo avvenne nella società ecclesiastica al -pari che nella laica. I vescovi, le chiese, i conventi, concedevano -le terre in forma di <i>benefizi</i>. Il vario possesso -della terra cominciò a qualificare la diversa condizione -degli uomini, che è un altro dei caratteri del feudalismo; -ed intorno ai vescovi, ai conventi, alle chiese, s'andarono -formando gruppi di beneficiari, che erano in germe i futuri -vassalli. I re merovingi abbondarono nelle concessioni -d'immunità ai vescovi; esentarono da imposte i beni -ecclesiastici, dal che derivava naturalmente il divieto agli -agenti del fisco d'entrare nel territorio immune. -</p> - -<p> -Se ora noi consideriamo quali saranno più tardi i caratteri -del feudo, troveremo che essi sono già tutti in formazione -nella società romana, dalla quale passarono poi -nella germanica, alterandosi sostanzialmente. Nella storia -non v'è mai nulla di affatto nuovo; il presente e l'avvenire -sono sempre costruiti coi rottami del passato. -</p> - -<p> -Abbiamo già visto come Tacito racconti, che presso i -re barbari si trovava un <i>Comitatus</i> composto dei loro più -intimi, i quali non solo vivevano col principe, ma con lui -e per lui combattevano. Da essi vennero poi gli <i>Antrustiones</i> -franchi, simili ai Gasindi longobardi, e precursori -dei Paladini di Carlo Magno. Ed a questi loro fidi, come -ai capi dell'esercito, i re franchi fecero altri larghi donativi, -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -dando terre in benefizio. E in benefizio si dettero allora -anche gli uffici, i quali nella società germanica erano -sempre una concessione personale del re. Persino le tasse -e l'amministrazione della giustizia mancavano di quel carattere -pubblico, giuridico, impersonale, che è proprio -dello Stato romano. Lo stesso obbligo del servizio militare -derivava dal legame di fedeltà personale verso il -re, non già da un dovere verso lo Stato. Tutta la società -s'andava così sempre più dividendo in gruppi di protetti -e di protettori. E quando i re cominciarono ad avvedersi -che questi nuovi signori minacciavano di divenire più -forti di loro, riducendo la monarchia in una confederazione -di potenti, stretti al sovrano dal solo vincolo della -fedeltà, era troppo tardi per portarvi rimedio. -</p> - -<p> -Il primo passo veramente notevole verso ciò che doveva -poi essere il feudalismo, lo dette Carlo Martello. A suo -tempo i vescovi erano divenuti così ricchi che si crede possedessero -un terzo di tutte quante le terre coltivabili nella -Francia. E questi loro possessi, colle immunità annesse, -promovevano la loro indipendenza non solo politica di -fronte al re, ma anche religiosa di fronte al Papa. Carlo -Martello fece però sentire su di essi la sua mano potente, -iniziando una riforma che fu tra le più notevoli del suo -regno. Le necessità della guerra, quella sopra tutto contro -i Musulmani, l'obbligarono a cercar modo di remunerare -largamente i capi dell'esercito. E senza molti -scrupoli, cominciò col deporre alcuni vescovi, investendo -dei loro vescovadi i suoi fedeli, il più delle volte uomini -di guerra. Ciò non aveva nulla di strano in un tempo, nel -quale i vescovi combattevano alla testa degli eserciti al -pari dei grandi signori laici. Spogliò più tardi molte chiese, -vescovi e conventi d'una parte considerevole delle loro -tenute, che dette ai capi dell'esercito, i quali sostenevano -le spese della guerra, pagando del proprio gli uomini che -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -sotto di loro combattevano. Così, danneggiando il clero, -rese i nobili sempre più potenti ed a lui più affezionati. -</p> - -<p> -Non è quindi da maravigliarsi, che la tradizione ecclesiastica -gli divenisse fieramente avversa, e lo chiamasse -nemico dei vescovi, spogliatore della Chiesa. Se -non che a questa ed alla religione Carlo Martello aveva -reso così grandi servigi, che fu pur forza perdonargli il -danno che aveva ad esse recato per meglio condurre a -termine la guerra contro gl'infedeli. Anche le guerre -da lui fatte in Germania riuscirono a vantaggio della -religione. Le battaglie furono colà precedute dalle missioni -religiose, che vi fondarono la organizzazione definitiva -della Chiesa cattolica, spianando la via alle conquiste, -da cui venivano a lor volta aiutate. Le missioni, -come vedemmo, erano già da un pezzo cominciate dalla -Irlanda. Le continuarono più tardi i missionari anglosassoni, -fra i quali tutti primeggiò Vinifrido, chiamato -poi S. Bonifazio. La sua opera nella Germania, già convertita -dagl'Irlandesi, fu appunto la organizzazione della -Chiesa cattolica, che egli pose in relazione con quella di -Francia, sottoponendole ambedue all'assoluta autorità -del Papa. Così S. Bonifazio, aiutato da Carlo Martello, -spianava in Germania la via alle vittorie di lui, all'assimilazione -di quelle genti, e nello stesso tempo alla futura -costituzione dell'Impero carolingio. Sin da questo -momento, papa, principe e missionario cooperavano inconsapevolmente -a quella unione civile, religiosa e militare, -che doveva poi attuarsi col nuovo impero di Carlo -Magno. Da per tutto vennero per opera di S. Bonifazio -fondate nuove chiese e nuovi monasteri, fra i quali quello -assai celebre di Fulda (744). E così per lungo tempo egli -continuò, fino a che, credendo d'aver compiuto l'opera -sua in Germania, e sentendosi sempre più mosso dallo -spirito ardente ed irrefrenabile del suo apostolato, che -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -non lo lasciava star fermo, se ne andò a convertire i pagani -della Frisia, dove trovò finalmente l'ambito martirio -circa l'anno 754. -</p> - -<p> -Che in presenza d'un tale stato di cose, i Papi si volgessero -per aiuto ai Franchi, non c'è da maravigliarsene. -E noi abbiamo già visto come sin dal 739 Gregorio III, -minacciato da Liutprando, e sapendo che l'Imperatore -non l'avrebbe aiutato, si rivolse due volte a Carlo Martello, -riponendo in lui e nei Franchi ogni sua speranza. Si -è affermato che il Papa facesse allora dichiarare a Carlo -Martello, che egli ed il popolo romano si volevano separar -dall'Impero. Questa affermazione, fatta mezzo secolo dopo -dal cosiddetto continuatore di Fredegario, prova in ogni -modo quali erano già fin d'allora le idee intorno al dissidio -esistente fra Roma e Costantinopoli, dissidio che -doveva portar ben più gravi conseguenze nell'avvenire. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap4-3">CAPITOLO III -<span class="smaller">Pipino eletto re dei Franchi, consacrato dal Papa per mezzo -di S. Bonifazio — Il Papa, minacciato da Astolfo, va in -Francia a chiedere aiuto</span></h3> -</div> - -<p> -A Carlo Martello che di fatto, sebbene non di nome, -era divenuto re dei Franchi, successero i figli Carlomanno -e Pipino, i quali legalmente non erano anch'essi che Maestri -di Palazzo, tanto che fu sentito il bisogno di cavar -dal convento Childerico dei Merovingi, e metterlo su -quel trono (743), sul quale egli fu l'ultimo dei <i>rois fainéants</i>, -l'ombra addirittura d'un re. -</p> - -<p> -C'era da aspettarsi prima o poi una lotta aspra e sanguinosa -tra i due fratelli; ma invece Carlomanno, dopo -le stragi da lui compiute nella guerra contro gli Alamanni -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -(746), si ritirò, disgustato del mondo, prima in un -convento da lui fondato sul Soratte, poi a Montecassino; -e così Pipino restò senza rivali. Se non che allora -appariva anche più chiaro che, giuridicamente parlando, -unico sovrano legittimo era Childerico, per quanto non -sembrasse altro, e di fatto altro non fosse che un re -spodestato. Era una questione che non si poteva risolvere -colla violenza, e senza risolverla Pipino sarebbe restato -sempre nella falsa posizione di un usurpatore. Pensò -quindi di rivolgersi a papa Zaccaria III, perchè coll'autorità -della religione facesse quello che la spada non poteva -fare. E mandò a lui una solenne ambasceria chiedendo -se era lecito che assumesse il titolo di re colui -che non faceva nulla addirittura, e non piuttosto colui -che di fatto governava, ed in tutto ne esercitava l'ufficio. -In vero solo il Papa poteva sciogliere i sudditi dal giuramento -d'obbedienza, e tranquillizzando la loro coscienza, -por fine ad uno stato anormale di cose. Che doveva, che -poteva rispondere Zaccaria III? La nuova dinastia ormai -esisteva di fatto, era padrona della monarchia, aveva difeso -la religione ed era essa sola in grado di dare alla -Chiesa quell'aiuto che nessun altro più le voleva o poteva -dare. Nell'Impero il principio ereditario di successione -al trono non era stato mai sanzionato, e nei barbari -era assai comune la elezione dei loro re. Il Papa -adunque rispose, che ove fosse a vantaggio del paese, e -se ne promovesse davvero il benessere, era conveniente -che assumesse il titolo di re colui che di fatto ne esercitava -l'ufficio. E così fu che Pipino si decise a compiere -il suo colpo di Stato. Nel novembre del 751, in un'assemblea -di Grandi radunati a Soissons, egli venne solennemente -innalzato al trono, e proclamato re, «per -consiglio e consenso di tutti i Franchi, coll'assenso della -Santa Sede, per elezione della Francia intera, con la -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -consacrazione dei vescovi e l'obbedienza dei Grandi.» -A questa elezione, che fu fatta secondo il costume germanico, -s'aggiunse la consacrazione celebrata, in nome del -Papa, da S. Bonifazio alla testa dei vescovi, consacrazione -che ricordava quella di Saul per mano di Samuele. Il misero -Childerico ebbe la tonsura, e fu chiuso in un convento -insieme col figlio. -</p> - -<p> -Se si getta ora uno sguardo a tutto quello che abbiam -detto finora, si vedrà subito quante e quanto gravi ragioni -spingessero i Papi a favorire i Franchi, per esserne poi -protetti. Ma Zaccaria III, che voleva star bene con tutti, -s'era incontrato con Liutprando, ed aveva fatto ogni opera -per concludere con lui una pace durevole. Il re longobardo -gli aveva promessa la restituzione dei beni patrimoniali -usurpati alla Chiesa nell'Esarcato, nella Pentapoli -ed altrove; aveva promesso anche di ripigliare e -restituire al Papa i quattro castelli che nel Ducato romano -erano stati indebitamente occupati da Trasimondo. -Se non che, appena fissate queste condizioni d'una pace -che doveva durare venti anni, occupò invece lo Spoletino, -e lo dette ad un proprio nipote; pose a Benevento Gisulfo -il figlio di Romualdo II (742). Poco dopo, avuto a Terni -un altro colloquio col Papa, restituì i castelli e mantenne -la più parte delle promesse fatte. Ma nel 743, essendo -tornato a Pavia, di nuovo mandò l'esercito nell'Esarcato, -contro Ravenna. E di nuovo stava per cedere alle preghiere -di papa Zaccaria, che andò a visitarlo in Pavia -nel 742, quando nel gennaio del 744 morì. -</p> - -<p> -Gli successe il figlio Ildebrando, che si dimostrò assai -inetto, e fu subito sostituito da Rachi, duca del Friuli, -che regnò cinque anni, dei quali si sa assai poco: ritiratosi -più tardi dal mondo, vestì l'abito monacale. Allora -ascese al trono Astolfo, valoroso, impetuoso in guerra, ma -politico assai poco accorto; e s'avanzò verso Ravenna che -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -prese, ponendo in tal modo fine all'Esarcato. Subito dopo -si diresse minaccioso verso Roma nel 752, quando era -già morto Zaccaria. Allora fu eletto Stefano II, che morì -tre giorni dopo. Il successore prese lo stesso nome, e per -la brevità del Papato di colui che lo aveva preceduto, -venne chiamato anch'egli Stefano II e non III (752-57). -Questi che fu uomo di molto valore politico, uno dei grandi -Papi, mandò subito ambasciatori ad Astolfo per conchiudere -un'altra pace, che doveva durare quarant'anni, -e venne rotta invece dopo quattro mesi, senza possibilità -di rinnovarla (752). Alle ripetute ambascerie il re longobardo -rispondeva con minacce contro il Ducato romano. -Da questo lato adunque non v'era adesso nulla -da sperare. -</p> - -<p> -Il Papa trattava perciò con Costantinopoli, donde arrivava -ambasciatore il silenziario (capitano della guardia -imperiale) Giovanni; e lo mandò col proprio fratello Paolo -ad Astolfo, provandosi a chiedere la retrocessione dei -possessi e delle città indebitamente occupate nell'Esarcato -e nella Pentapoli: <i>ut Reipublicae loca</i>.... <i>usurpata -proprio restitueret dominio</i>.<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> Ma Astolfo rispose che di -ciò avrebbe trattato, per mezzo di suoi ambasciatori, direttamente -coll'Imperatore. Il Silenziario allora tornò indietro, -ed il Papa mandò con lui i suoi messi a Costantinopoli, -per dire che era omai inutile fidarsi dei Longobardi; -piuttosto era il caso di spedire un esercito per difendere -Roma e l'Italia contro le loro aggressioni. Finora dunque -le relazioni del Papa coll'Imperatore appaiono amichevoli. -A questo infatti Stefano II si rivolgeva quando -Astolfo, dopo d'avere occupato l'Esarcato, <i>fremens ut leo</i>, -minacciava di tutta la sua ira Roma ed il popolo romano. -Il pericolo era veramente grande e vicino. Il Papa fece -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -infatti solenni preghiere e litanie, andando in processione -con gran seguito, scalzo e coperto di cenere, a -S. Pietro, a S. Maria Maggiore, a S. Paolo, portando -innanzi, sospeso ad una croce, il patto di pace violato da -Astolfo. Da Costantinopoli non veniva intanto nessun -aiuto, nè c'era speranza che venisse. Lo stato delle cose -pareva disperato. -</p> - -<p> -Si presentava quindi più che mai naturale il pensiero -di rivolgersi ai Franchi. Pipino non poteva dimenticare -che ai Papi doveva la sua consacrazione. A lui dunque -Stefano II si rivolse, facendogli sapere che desiderava -andare solennemente a visitarlo; ma voleva prima essere -invitato, sia per rispetto alla propria dignità, sia per essere -garantito contro gli ostacoli che al suo viaggio poteva -mettere Astolfo. Il re non esitò a manifestare il suo buon -volere; prima però di dare un passo che avrebbe potuto -obbligarlo a far poi la guerra, volle esser sicuro dell'assenso -dei Grandi, senza i quali non sarebbe stato facile, -quando la necessità se ne presentasse, di condurre l'esercito -in Italia. I magnati franchi non potevano avere ragione -di speciale avversione contro i Longobardi, che, -appena invitati, s'erano mossi per venir loro in aiuto -nella guerra contro gli Arabi. A quei Grandi perciò il -Papa, che era anche politico accortissimo, scrisse una lettera -che ci è rimasta, esortandoli a non venir meno all'amore -verso S. Pietro e la Chiesa. Quando Pipino li -convocò in assemblea, fu subito deliberato d'inviare a -Roma una solenne ambasceria, con le più ampie assicurazioni, -per invitare il Papa a venire in Francia. Ambasciatori -furono due grandi dignitari franchi, Crodegango -vescovo di Metz ed il <i>gloriosissimo</i> duca Auticario. Essi -arrivarono a Roma nel 753, quando i Longobardi di -Astolfo s'erano impadroniti di Ceccano, che faceva parte -del Ducato di Roma. Poco prima (settembre 753) era tornato -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -da Costantinopoli il silenziario Giovanni, con la missione -d'invitare il Papa a recarsi in persona da Astolfo, -per indurlo a restituire all'Impero le terre che gli aveva -tolte. Ed il 14 ottobre 753 Stefano II insieme col Silenziario, -con i due ambasciatori franchi e con gran seguito, -andò a Pavia per tentar di persuadere Astolfo a restituire -a chi di diritto, <i>propria restitueret propriis</i>,<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> le -terre indebitamente usurpate. Ma non si concluse nulla, -perchè Astolfo accettò i doni che gli furono recati, e -ricusò ogni concessione. -</p> - -<p> -Il Papa allora continuò il suo cammino, e nonostante -ogni tentativo contrario fatto dal re longobardo per dissuaderlo, -passate le Alpi, andò in Francia. Nel mese di -dicembre, quando era ancora cento miglia lontano dalla -villa di Ponthion, fra Vitry e Bar-le-Duc, incontrò il giovanetto -Carlo primogenito del Re, quegli che fu poi noto -nella storia col nome di Carlo Magno. Il 6 gennaio 754 incontrò -il Re stesso che, sceso da cavallo, lo accompagnò -per un buon tratto. Assai solenne fu l'ingresso in Ponthion, -fra una moltitudine festante, che cantava sacri -inni. Non erano appena entrati nel palazzo, che il Papa -chiese al Re che volesse egli personalmente difendere -la causa di S. Pietro e della Repubblica romana, <i>causam -Beati Petri et Reipublicae Romanorum</i>. Ed il Re senza -esitare giurò di «restituire in ogni modo l'Esarcato e -gli altri luoghi e diritti della Repubblica». Come mai -questo mutamento di linguaggio? Dopo avere chiesto la -restituzione delle terre all'Impero, si parla invece di -S. Pietro e della Repubblica dei Romani; e d'ora in poi -si continua a parlar sempre della Repubblica, di S. Pietro -e della santa Chiesa di Dio, lasciando l'Impero assolutamente -da parte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_366">[366]</span> -</p> - -<p> -Dopo l'esplicito rifiuto di Astolfo, era chiaro che la -restituzione delle terre richieste si poteva ottener solo -colle armi. Ed il Papa, che naturalmente pensava sopra -tutto ai casi suoi, arrivato in Francia, dovette accorgersi -con gran piacere, che se Pipino era ben disposto ad aiutar -lui e la Chiesa, non aveva nessuna voglia di fare una -guerra nell'interesse dell'Imperatore. Le terre che gli -fosse riuscito di prendere colle sue armi, quando non le -avesse egli ritenute per diritto di conquista, avrebbe potuto -darle, in forza del sentimento religioso, alla Chiesa -ed al suo Capo, non però mai ad altri. Anche i Longobardi, -piuttosto che vederle in mano dei Franchi o dell'Imperatore, -avrebbero preferito che fossero concesse al -Papa, a cui più facilmente potevano sperare di ritoglierle. -Era perciò naturale che Stefano II, uomo assai accorto, -cercasse profittare di un tale stato di cose. E quindi nei -suoi discorsi, nelle sue lettere, invece di restituzione all'Impero, -cominciò a parlare di restituzione a Roma, a -S. Pietro, alla Chiesa. Pipino intanto lo aveva invitato -a passar l'inverno nella Badia di S. Dionigi, presso Parigi, -e di là così l'uno come l'altro fecero ripetuti, ma -vani tentativi d'indurre Astolfo a volere, per evitare -ogni effusione di sangue, pacificamente «restituire alla -Repubblica, alla santa Chiesa i suoi diritti, le sue proprietà.» -In sostanza par che si chiedessero ora pel Papa -l'Esarcato e la Pentapoli, che dai Longobardi erano stati -tolti all'Impero. L'idea di succedere a questo in Italia -era balenata nella mente dei Papi fin dal momento in -cui Astolfo aveva occupato l'Esarcato. Non volevano che, -impadronendosi di esso e della Pentapoli, i Longobardi -divenissero troppo potenti. E se Pipino, dopo aver conquistato -quelle province, avesse ricusato di restituirle all'Impero, -l'occasione sarebbe stata opportunissima per rendere -potente la Chiesa, facendole dare ad essa. E così fu che -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -invece d'Impero si cominciò a parlare di Repubblica e -di popolo romano, che, secondo le idee del tempo, erano -sotto la speciale protezione di S. Pietro, rappresentato -in terra dal Papa, capo visibile della Chiesa. Il popolo -romano aveva eletto l'Imperatore, ed eleggeva il Papa; -era una cosa sola coll'Impero e con la santa Repubblica, -la quale, nel linguaggio comune, si confondeva allora -colla Chiesa. Sostituire quindi all'Impero la Chiesa -ed il Papa pareva la cosa più semplice e naturale del -mondo. Anche le quattro terre o castelli, che da Liutprando -erano stati tolti al Ducato romano, il quale, teoricamente -almeno, era già tenuto come legittimo possesso -del Papa, furono dallo stesso Liutprando restituiti -«a S. Pietro.» -</p> - -<p> -Il vero è che Astolfo, senza punto occuparsi di queste -sottili distinzioni, non voleva ceder nulla a nessuno. -Bisognava quindi fare la guerra. Pipino radunò -i Grandi in due assemblee, tenute la prima il giorno -1º marzo 754 a Braisne, non lungi da Soissons, e la seconda -il 14 aprile, giorno di Pasqua, a Quierzy, presso -Laon. In questa fu deliberata la guerra. Si parla anche -d'uno scritto, nel quale Pipino avrebbe allora fatto solenne -promessa, che le terre le quali egli si proponeva -di conquistare, sarebbero da lui restituite al Papa. Della -esistenza di un tale scritto alcuni dubitano non poco; -certo è però che, scritta o non scritta, la promessa fu -fatta, e venne poi mantenuta. -</p> - -<p> -Le ansietà del Papa erano state in questo tempo grandissime. -L'aver dovuto passare le Alpi nella fine di -autunno, il crudo inverno della Francia, le continue opposizioni -che alcuni dei Grandi avevano fatte alla guerra, -erano state più che sufficienti a turbarne l'animo ed alterarne -la salute. A tutto ciò s'aggiunse che, in questo -mezzo appunto, Carlomanno, il fratello di Pipino, per istigazione, -<span class="pagenum" id="Page_368">[368]</span> -a quanto pare, di Astolfo, uscito improvvisamente -dal convento di Montecassino, era venuto in Francia a -perorare presso il fratello la causa longobarda. Il che aumentò -lo sgomento del Papa, ed irritò non poco anche Pipino, -il quale naturalmente temeva che questa venuta potesse -ridestare nei figli di suo fratello la speranza di -succedere al trono paterno. Ma che cosa poteva mai fare -un frate contro l'autorità del Papa, e contro la forza del -Re, che ormai era padrone di tutto il regno riunito? Carlomanno -infatti fu ben presto costretto a rinchiudersi in -un convento di Vienne presso il Rodano, dove poco dopo -morì. Anche i suoi figli dovettero prendere la tonsura. -</p> - -<p> -Fra tante angoscie Stefano II finalmente s'ammalò, e -durante la malattia gli apparvero, secondo la leggenda, -S. Dionigi, S. Pietro e S. Paolo, che gli promisero guarigione -perfetta, a condizione che facesse erigere un -nuovo altare in S. Dionigi. Ed il 28 luglio 754 non solamente -l'altare era costruito, ma nella stessa chiesa si -compieva un atto solenne, il quale dimostrava la grande -accortezza e perseveranza del Papa. In questa stessa -chiesa egli consacrava ed incoronava Pipino e la moglie -Bertrada, consacrava anche i due figli Carlo e Carlomanno. -Ma Pipino, si può qui domandare, non era stato -già coronato, non era stato consacrato da S. Bonifazio -per ordine del Papa? A che fine ripeter la cerimonia? -Non solamente la consacrazione per mano propria del -Papa era assai più autorevole; ma questi, consacrando -anche la regina ed i figli del Re, consacrava addirittura -la dinastia. Quel giorno infatti, sotto pena di scomunica, -egli imponeva ai Grandi franchi di non mai più -eleggere nell'avvenire un re «che fosse disceso da altri -lombi». Così erano per sempre messi da parte non solo -i diritti dei Merovingi, ma quelli ancora che potevano -avanzare i figli di Carlomanno. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_369">[369]</span> -</p> - -<p> -Oltre di ciò Stefano II, nel consacrare Pipino, gli dette -anche il titolo di Patrizio, cosa che ha fatto molto disputare, -perchè questo era un titolo dato solo dall'Imperatore -a grandissimi personaggi come Odoacre, Teodorico, -gli Esarchi; ed ora veniva concesso dal Papa a Pipino, -senza che l'Imperatore protestasse. Qualcuno ha supposto -che questi avesse dato a Stefano l'incarico di conferirlo, -quando lo aveva inviato a chiedere la restituzione delle -terre all'Impero. Arrivato però il Papa in Francia, e conosciuto -lo stato vero delle cose, mutato animo, decidendosi -a prendere esso in Italia il posto dell'Impero, avrebbe -creduto anche di poter conferire in suo proprio nome il -titolo di Patrizio. Questo titolo era semplicemente onorifico, -ma soleva darsi solo a chi aveva già un altissimo -ufficio; ed il Papa lo dava a re Pipino come a difensore -della Chiesa. Questi infatti è d'ora in poi chiamato indistintamente -Patrizio o Difensore della Chiesa. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap4-4">CAPITOLO IV -<span class="smaller">Pipino e i Franchi vengono in Italia e vincono i Longobardi — Donazione -dell'Esarcato e delle Pentapoli al Papa — Muore -Astolfo — Desiderio re dei Longobardi — Disordini in Roma — Elezione -di Paolo I e sua morte</span></h3> -</div> - -<p> -Nell'estate del 754, poco dopo la sua consacrazione, -Pipino raccolse l'esercito per l'impresa d'Italia, non -senza fare un ultimo tentativo di risolvere pacificamente -la gran lite, promettendo ad Astolfo anche buona somma -di denaro. Ma fu tutto inutile, e l'esercito franco dovè -porsi in cammino. I Franchi s'avanzarono con alla testa -il loro Re; li accompagnava il Papa col suo cappellano, -con l'abate Fulrado di S. Dionigi, e con altri prelati. -<span class="pagenum" id="Page_370">[370]</span> -Passato il Cenisio, alle Chiuse presso Susa, vi fu uno -scontro nel quale l'avanguardia dei Franchi sostenne -l'urto di tutto l'esercito longobardo, che nella ristrettezza -del luogo non potè spiegare le proprie forze, e fu -così fieramente battuto, che la disfatta venne attribuita -a miracolo. -</p> - -<p> -Astolfo dovette allora ritirarsi a Pavia, dove fu ben -presto assediato e costretto a venire a patti, che furono: -restituire Ravenna e diverse altre città, con la promessa -di non più molestare il Ducato romano, dando in garanzia -quaranta ostaggi. E questi patti, secondo il Libro -pontificale (I, 451), sarebbero stati formulati in una <i>pagina -scritta</i>. Le terre così ottenute vennero da Pipino -cedute al Papa, che ormai senza più esitare cercava di -sostituirsi in Italia all'Imperatore. Più volentieri, più -risolutamente che mai lo faceva adesso che questi aveva -radunato un sinodo (753), il quale condannò il culto delle -immagini, dichiarandolo nuova idolatria. Ma quando i -Franchi ed il Papa si furono ritirati, ciascuno a casa sua, -Astolfo, dopo che ebbe ceduto Narni ai Franchi, non -solamente violò i patti, senza ceder più nulla a nessuno; -ma s'avanzò col suo esercito nel Ducato romano, saccheggiando -perfino le chiese. Il 1º di gennaio 756 egli -era sotto le mura di Roma, e minacciava che se non gli -aprivano le porte, e non gli davano nelle mani la persona -stessa del Papa, avrebbe messo i cittadini a fil di -spada. -</p> - -<p> -Stefano II allora mandava a Pipino lettere sopra lettere, -con solenni ambascerie, descrivendo le «stragi e -le iniquità dei nefandissimi Longobardi». L'ultima di -queste lettere era indirizzata al Re ed ai suoi figli, in -nome addirittura di S. Pietro, il quale, dopo aver detto -che le ingiurie recate alle popolazioni, ai luoghi sacri e -profani erano tali che le pietre stesse ne avrebbero pianto, -<span class="pagenum" id="Page_371">[371]</span> -finiva invocando il pronto aiuto del popolo franco, eletto -da Dio a difesa della Chiesa. Ogni indugio diveniva adesso -una grave colpa, di cui si sarebbe dovuto rendere stretto -conto a Dio. -</p> - -<p> -Pipino non fu sordo all'invito del Santo, e nella primavera -del 756 mosse di nuovo per la stessa via contro -Astolfo, che, abbandonato l'assedio di Roma, durato già -tre mesi, corse a Pavia. Di là mandò l'esercito contro -i Franchi; ma questi, passato il Cenisio, dettero una -nuova rotta al nemico, e procedettero oltre. Nel suo cammino -Pipino s'incontrò con un ambasciatore che veniva -da Costantinopoli, e che si provò a persuaderlo di restituire -all'Impero le terre indebitamente occupate dai -Longobardi. Egli allora rispose chiaro, che non era venuto -in Italia a far la guerra «per nessun interesse -mondano, in favore di nessun uomo; ma per amore di -S. Pietro e venia de' suoi peccati.» Dopo di che andò -all'assedio di Pavia, dove Astolfo dovette ben presto -arrendersi di nuovo. E questa volta naturalmente i patti -furono assai più duri che nel 754. Oltre una forte contribuzione -di guerra ed un annuo tributo, dovette cedere -un maggior numero di città, e dar nuovi ostaggi. -Il Libro pontificale dà la lista di queste città, comprendendovi -Comacchio, Ravenna, tutto il paese fra l'appennino -ed il mare, da Forlì a Sinigaglia: la Marca -d'Ancona, Faenza, Bologna, Imola e Ferrara non vi sono -comprese. Si tratta in sostanza dell'Esarcato e della -Pentapoli, quali però erano stati ridotti dopo le conquiste -fatte dai Longobardi prima di Astolfo. L'abate Fulrado -fu allora incaricato d'andare personalmente, con -buon numero di soldati franchi, a prendere la consegna -delle città, facendosi dare le chiavi, e per maggiore sicurezza -anche nuovi ostaggi. Le chiavi furono in Roma -consegnate al Papa insieme con l'atto di donazione -<span class="pagenum" id="Page_372">[372]</span> -«a S. Pietro, alla Santa Repubblica romana, ed a tutti -i successivi pontefici». Questa donazione scritta fu -messa nella Confessione di S. Pietro, e vi si trovava -ancora, secondo l'autore della vita di Stefano II, quando -egli scriveva (L. P., I, 453). Ben presto, come vedremo, -i Papi cominciarono a chiedere assai di più. -</p> - -<p> -In quello stesso anno 756, pochi mesi dopo che Pipino -s'era ritirato in Francia, Astolfo moriva. Egli era -stato un sincero cattolico, aveva fondato chiese e conventi, -e se aveva portato via dalla Campagna romana -reliquie e corpi di Santi, lo aveva fatto per averli nelle -chiese del suo regno: tuttavia era stato in lotta continua -col Papa. Valoroso in guerra, seguì anch'egli, come -la più parte dei re longobardi, una politica capricciosa -ed inconseguente, che lo condusse nella seconda parte -del suo regno a perdere tutto quello che aveva guadagnato -nella prima. Alla sua morte vi fu tra i Longobardi -una minaccia di guerra civile, a causa della successione. -Rachi uscì dal convento di Montecassino, per tentar di -succedere al fratello; ma ebbe a competitore Desiderio -duca di Toscana, che, mediante larghe promesse al Papa, -ne ottenne il favore. Questi indusse Rachi a tornarsene -nel suo convento; scrisse a Pipino esaltando i meriti -di Desiderio, e le molte promesse che aveva fatte alla -Chiesa; pregava perciò anche lui di volerlo favorire e -d'incoraggiarne le buone intenzioni. Si trattava adesso, -diceva il Papa, di condurre a compimento la bene incominciata -impresa, facendo restituire a S. Pietro ed -alla Chiesa anche le terre che prima di Astolfo avevano -fatto parte dell'Esarcato e della Pentapoli. Non era possibile -governare quel paese, tenendo separate popolazioni -che assai lungamente erano state unite. «Ora, così -concludeva il Papa, che è morto Astolfo seguace del demonio, -divoratore del sangue dei cristiani, e che, mediante -<span class="pagenum" id="Page_373">[373]</span> -l'aiuto vostro e dei Franchi, è successo Desiderio, -uomo mitissimo e buono, noi vi preghiamo non solo di -spronarlo a perseverare nella retta via; ma di cooperare -con lui a liberarci dalla pestifera malizia dei Greci, ed a -farci riavere le proprietà indebitamente tolte alla Chiesa.» -</p> - -<p> -È chiaro che ora non si tratta più della pura e semplice -attuazione delle antiche promesse fatte da Pipino, -ma di nuove domande. Il Papa chiedeva l'Esarcato e la -Pentapoli nella loro primitiva ed assai più vasta estensione; -chiedeva inoltre anche le terre, le proprietà della -Chiesa, sparse altrove, che erano state indebitamente -occupate dai Longobardi o dai Bizantini. Il momento -pareva opportuno per attuare ciò che Desiderio gli aveva -fatto sperare in compenso dei grandi servigi a lui resi -per farlo salire sul trono. Se non che ben presto si vide, -che neppure il nuovo re dei Longobardi aveva voglia -di mantenere le sue promesse. Infatti, dopo aver ceduto -Faenza e Ferrara, non dette più altro. Stefano II però fu -dalla morte, che lo colpì il 26 aprile 757, liberato dal dolore -di questo crudele disinganno. -</p> - -<p> -La successiva elezione, che fu assai tumultuosa, cominciò -a mettere in evidenza i grandi mutamenti che -dovevano seguire a Roma, in conseguenza della nuova -politica dei Papi. La donazione di Pipino rendeva il capo -della Chiesa sovrano temporale. Se era divenuto padrone -dell'Esarcato e della Pentapoli, voleva naturalmente essere -anche padrone effettivo del Ducato romano. Infatti -a Roma d'ora in poi non si trova più un Duca, perchè il -Papa vuol farne esso le veci. Ma questo appunto sollevò la -nobiltà laica, o sia i <i>Judices de Militia</i>, i quali si trovavano -alla testa dell'esercito, e vennero in fierissima lotta -con la nobiltà ecclesiastica, o sia i <i>Judices de clero</i>, i -quali, per la nuova autorità assunta dal Papa, avrebbero -voluto comandar essi in Roma. Fortunatamente, il 29 maggio -<span class="pagenum" id="Page_374">[374]</span> -757, venne consacrato nuovo papa il fratello del defunto, -che prese il nome di Paolo I. Questi dovette subito -accorgersi che c'era ben poco da fidarsi di Desiderio; si -volse perciò a Pipino, annunziandogli la sua elezione, -come prima soleva farsi all'Esarca, e chiedendogli aiuto -contro i nobili, che divenivano sempre più riottosi. Ad -essi Pipino scriveva raccomandando obbedienza al Papa; -ed abbiamo la lettera con cui il <i>Senatus atque universi -populi generalitas</i> rispondevano «all'eccellentissimo Signore -da Dio eletto, e vittorioso Pipino re dei Franchi, -patrizio dei Romani.» In essa promettevano obbedienza -al Papa, che chiamavano «Padre comune.» -</p> - -<p> -Il conflitto principale continuava però sempre ad essere -coi Longobardi, e si complicava ora, perchè Desiderio -era d'un carattere mutabilissimo, che doveva poi -essere la rovina sua e del suo regno. Quando i duchi di -Benevento e di Spoleto accennavano a ribellarsi a lui, avvicinandosi -invece al Papa ed ai Franchi, egli, per mantenere -intatta la sua autorità, andò subito con la forza a -deporli, sostituendoli con altri di sua fiducia. E dopo -di ciò il suo primo pensiero fu di volgersi all'imperatore -Costantino V, detto Copronimo, promettendo d'aiutarlo -a ripigliare l'Esarcato e la Pentapoli. Ma quando -s'accorse che per questa via non riusciva a nulla, perchè -l'Imperatore era occupato altrove, mutò nuovamente -pensiero, e da capo s'avvicinò al Papa, che, sebbene di -mala voglia e senza fidarsene, pur lo accolse. In verità -anche il Papa si trovava in una difficilissima posizione. -Non poteva sperar nulla da Pipino, trattenuto ora nelle -guerre d'Aquitania e di Sassonia; e doveva nello stesso -tempo impensierirsi delle nuove difficoltà che gli suscitava -l'Imperatore, giacchè al conflitto politico coll'Oriente -s'aggiungeva ora quello religioso a causa delle immagini. -Costantino Copronimo, infatti, profittando della tendenza -<span class="pagenum" id="Page_375">[375]</span> -del clero franco, che sembrava essere avverso al Papa -non solo nella disputa delle immagini, ma anche in quella -sulla Trinità, cercava di venire con Pipino ad un accordo -religioso, cui sperava dovesse facilmente seguire l'accordo -politico. Ma Pipino, sebbene accettasse la discussione, -finì col restar fedele alla Chiesa di Roma. -</p> - -<p> -Siamo evidentemente in un periodo di transizione, nel -quale lo stato delle cose muta ogni giorno, ed ognuno -quindi muta la sua condotta politica. Pipino trattava -coll'Imperatore, ed era amico del Papa, che scriveva e -riscriveva in Francia, perchè lo difendessero dai Bizantini, -eretici e nemici di Santa Chiesa. Il Papa, disperato, -s'avvicinava ai Longobardi nemici suoi e dei Franchi, -i quali da lui e dal suo predecessore erano stati chiamati -a combatterli. L'Imperatore cercava d'avvicinarsi -ai Franchi, che gli avevano tolto l'Esarcato e la Pentapoli -dandoli al Papa, contro cui egli ora voleva spingerli. -</p> - -<p> -Ma il 28 giugno 767 moriva Paolo I, il 24 settembre -768 moriva Pipino, e ciò doveva necessariamente -dare origine ad un nuovo e grande mutamento. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap4-5">CAPITOLO V -<span class="smaller">Nuovi e gravissimi tumulti in Roma — Elezione di Stefano III — Matrimonio -di Carlo re dei Franchi con Desiderata — I -nemici del Papa sono oppressi — Stefano III muore</span></h3> -</div> - -<p> -La morte di Paolo I fu come il segnale dato ad un -nuovo e più violento scatenarsi dei partiti. Si vide allora -chiaramente che cosa volesse dire l'aver distrutto -affatto l'autorità dell'Imperatore in Roma, nell'Esarcato -e nella Pentapoli, senza nulla sostituirvi, lasciandovi padrone -il Papa, che era disarmato. Il Ducato romano, che -<span class="pagenum" id="Page_376">[376]</span> -abbracciava presso a poco quella che oggi si chiama la -provincia di Roma, è ricordato la prima volta nel Libro -Pontificale l'anno 712 (I, 392), e l'<i>Exercitus romanus</i> è -già ricordato nel 638 e nel 643 (I, 328, 331 e 395, n. 28). -Questo era diviso in <i>scholae</i>, comandate, come già dicemmo, -dall'aristocrazia laica, potentissima nella Città e -nella Campagna. Alla loro testa era il Duca mandato -prima da Costantinopoli, dopo il 727 (I, 404) eletto dall'aristocrazia, -scomparso a tempo di Pipino, perchè a capo -della Città e del Ducato si pose allora il Papa. Questi -si trovava ora combattuto fra l'aristocrazia laica, che comandava -l'esercito ed in parte anche le Città, e l'aristocrazia -ecclesiastica, che, amministrando la Chiesa ed i -suoi vasti possessi, non era certo in Città meno potente -della sua rivale. Un conflitto tra l'una e l'altra appariva -adesso inevitabile. -</p> - -<p> -Infatti Paolo I riposava ancora sul suo letto di morte, -quando Toto, duca di Nepi, raccolse nella Campagna più -gente che potè, ed insieme coi fratelli Costantino, Passivo -e Pasquale, corse a Roma dove fece colla forza nominar -papa il fratello maggiore Costantino. Questi era però laico, -e quindi il vescovo di Palestrina fu costretto, nonostante -ogni sua resistenza, a consacrarlo successivamente chierico, -suddiacono e diacono, dopo di che lo proclamarono -papa lo stesso giorno 28 giugno 767. Egli restò sulla sedia -episcopale solo tredici mesi, che furono pieni di sanguinosi -tumulti, perchè contro la sua strana elezione insorse -violentemente l'aristocrazia ecclesiastica, la quale era -stata da lui privata d'una parte de' suoi ricchi uffici. Essa -avrebbe naturalmente dovuto inclinare al partito dei -Franchi; ma, non potendo ora sperare nessun aiuto da Pipino, -tutto occupato nelle sue guerre, si vide costretta a -rivolgersi ai Longobardi, ed ebbe subito il favore di Desiderio. -Cristoforo, che era Primicerio nella cancelleria -<span class="pagenum" id="Page_377">[377]</span> -papale, e suo figlio Sergio, che era Secundicèrio, poterono, -coll'assenso del Re longobardo, raccoglier gente -nel Ducato di Spoleto, ed il 29 luglio 768 si trovarono -a Porta S. Pancrazio, dove vennero alle mani cogli avversari, -cioè coi capi dell'aristocrazia laica. Questi furono -vinti, perchè tra loro c'erano dei traditori, i quali, appena -che la lotta si volse in favore del proprio partito, ferirono -alle spalle i compagni, che così furono vinti. Passivo, il -fratello del Papa, con alcuni de' suoi più fidi, corse in Laterano -per salvargli almeno la vita; ma vennero invece -tutti presi e tenuti prigionieri. Allora un tal Valdiperto, -prete longobardo, che aveva cooperato coi vincitori, raccolse -tumultuariamente i suoi amici, e fece eleggere papa -un prete Filippo, che fu subito consacrato in Laterano, -sedette sulla cattedra di S. Pietro, e benedisse il popolo. -Ma questa elezione, fatta esclusivamente a favore -del partito longobardo, non poteva piacere a nessuno -dell'aristocrazia romana, la quale era insorta solo a vantaggio -della propria preponderanza. Essa perciò costrinse -subito Filippo a dimettersi, e raccolti gli amici, l'esercito, -il popolo, il clero, fece una nuova elezione, che riuscì a -favore di Stefano III (1º agosto 768), stato già amico fedele -di Paolo I. -</p> - -<p> -La nuova elezione, che venne finalmente riconosciuta -valida, non potè calmare gli animi, perchè i vincitori, -prima che il nuovo Papa fosse consacrato (7 agosto), vollero -far vendetta della elezione di Costantino. Ad alcuni -dei suoi fautori vennero, secondo il crudele costume bizantino, -cavati gli occhi, e strappata la lingua. La turba -inferocita corse poi alla casa in cui era stato rinchiuso il -già decaduto Papa, e copertolo d'insulti, lo menarono, a -cavallo sopra una sella da donna, in un monastero. Di là il -6 agosto fu condotto alla basilica laterana, dove i vescovi -ivi radunati lo deposero solennemente, facendogli strappare -<span class="pagenum" id="Page_378">[378]</span> -il pallio e levare i calzari pontifici. Poco dopo, tiratolo -fuori del convento, i suoi nemici gli cavarono gli occhi -lasciandolo quasi esanime nella strada. La stessa sorte -toccò ad altri. Non fu risparmiato neanche il prete Valdiperto, -perchè avendo egli di suo arbitrio fatto eleggere -Filippo, che era stato deposto, si temeva che, messosi -d'accordo coi suoi compagni longobardi, volesse ora vendicarsi. -Per questa ragione quelli stessi che poco prima -erano stati suoi partigiani, lo cercarono adesso a morte; -nè gli valse l'essersi rifugiato in S. Maria dei Martiri (Panteon), -dove teneva strette in mano le sacre immagini, sperando -così di salvarsi. Lo trascinarono con violenza nel -campo del Laterano, dove anche a lui cavarono gli occhi, -in conseguenza di che morì poco dopo di cancrena alle -occhiaie. Stefano III non fece nulla per opporsi a queste -iniquità; nè basta a scusarlo il dire che, quando avesse -voluto, difficilmente sarebbe riuscito ad impedirle. -</p> - -<p> -Nell'aprile 769 venne radunato in Roma un Sinodo, per -prendere le misure necessarie ad evitare che nelle future -elezioni si rinnovassero gli scandali, e vi intervennero -anche dodici vescovi franchi. Ma neppure questo Sinodo -procedette pacificamente. Il misero ex-papa Costantino -già accecato, <i>jam extra oculos</i>, fu chiamato a dichiarar -come mai avesse osato farsi eleggere, essendo laico. Rispose -che aveva dovuto cedere alla forza del popolo tumultuante, -e chiese perdono de' suoi peccati. Ma nel -giorno seguente, avendo osato aggiungere a sua scusa, -che prima di lui v'erano pure stati a Ravenna e Napoli -vescovi eletti, sebbene laici, vi fu nel Sinodo uno scoppio -irrefrenabile d'indignazione. Gli troncarono la parola in -bocca, ordinando poi che fosse dagli assistenti preso a -ceffoni e cacciato via. Furono bruciati il decreto della -sua elezione e gli atti del suo pontificato. Stefano III, i -vescovi, il clero, i cittadini presenti nella basilica pregarono -<span class="pagenum" id="Page_379">[379]</span> -in ginocchio, facendo penitenza per aver tollerato un -Papa così irregolarmente eletto, e accettato da lui la comunione. -Fu inoltre, sotto pena d'anatema, proibito di -far mai più salire al pontificato un laico. Venne anche -deliberato, che non potesse in nessun caso essere eletto -chi non era diacono o prete cardinale, e che non fosse -lecito a nessuno portare armi nel luogo della elezione, la -quale d'allora in poi doveva esser fatta solo dai cardinali, -dai primati della Chiesa, e dai chierici di Roma, restandone -escluso il popolo, che insieme coll'esercito avrebbe -solo acclamato il nuovo eletto. -</p> - -<p> -A far sempre più peggiorare le tristi condizioni della -Città, contribuiva adesso non poco lo stato delle cose -all'estero. Dopo la morte di Pipino infatti il regno franco -era rimasto diviso fra i suoi due figli Carlomanno e Carlo, -i quali subito furono in grave discordia fra di loro. Questa -discordia toglieva al Papa ogni speranza d'aiuto da -parte dei Franchi, e cresceva l'audacia dei nobili romani, -specialmente di Cristoforo e di Sergio. Essi avevano fatto -prima deporre Costantino, poi Filippo; avevano fatto -eleggere Stefano III, e si credevano perciò in diritto di -dominarlo, di farla in tutto da padroni. Nella lotta tra -Carlomanno e Carlo parteggiavano pel primo, che li favoriva -a dispetto del Papa, il quale mal tollerava la loro -prepotenza. Questa discordia dei due principi franchi -divideva gli animi anche in Italia, perchè bastava dichiararsi -avverso ad uno di essi, per avere subito il favore -dell'altro. E così venivano non poco alimentati i partiti -in tutta la Penisola, ma sopra tutto in Roma ed in -Ravenna. In quest'ultima città lottavano fra di loro i diversi -aspiranti alla sedia arcivescovile, i quali andavan -d'accordo solamente nel volerla rendere sempre più indipendente -dal Papa, e ciò anche ora che l'Esarcato -era stato a lui concesso da Pipino. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_380">[380]</span> -</p> - -<p> -Bertarida, la madre dei due re franchi, faceva invano -ogni opera per pacificarli fra di loro. A questo fine essa -era venuta in Italia, e cercava imparentarli coi Longobardi. -Riuscì infatti a concludere il matrimonio fra Carlo -e Desiderata, figlia di Desiderio. Si parlava anche d'un -matrimonio da concludersi fra Carlomanno ed un'altra -longobarda. A tali notizie il Papa, che in questi accordi -vedeva un grandissimo pericolo per gl'interessi della -Chiesa, una minacciosa rovina di tutti i disegni così lungamente -meditati, fu preso da una collera irrefrenabile. -Il linguaggio da lui adoperato nella lettera che allora -scrisse ai due fratelli era infatti tale che, sebbene essa -si trovi nel codice carolino, venne da alcuni ritenuta -apocrifa. Chiamava diabolica ogni unione «fra la nobilissima -gente dei Franchi e la iniquissima dei Longobardi.» -Sembrava credere che i due fratelli avessero -già moglie, e quindi che i nuovi matrimoni proposti non -potessero esser altro che concubinaggi. E concludeva: -«abbiamo posto questa nostra lettera di ammonimento -sulla tomba di S. Pietro, celebrandovi sopra la messa, e -da questo luogo la mandiamo a voi colle lacrime agli -occhi.» Carlo però non aveva moglie legittima, non -v'era quindi ostacolo al suo matrimonio con Desiderata, -che fu celebrato; ed il Papa si dovè rassegnare -al fatto compiuto. A che invero avrebbe potuto giovare -l'irritare Carlo e Desiderio? Si aggiungeva che Cristoforo -e Sergio erano divenuti sempre più insopportabili, -s'erano avvicinati a Carlomanno, e questi aveva mandato -presso di loro a Roma il suo ambasciatore Dodone -con alcuni militi, il che li aveva resi più audaci che -mai. Inoltre dopo la deposizione di Filippo e la uccisione -di Valdiperto, essi erano necessariamente divenuti -nemici dei Longobardi, e per questa ragione Bertrada -potè riuscire a riannodar buone relazioni fra il -<span class="pagenum" id="Page_381">[381]</span> -Papa e re Desiderio, che tornò subito a largheggiar di -promesse. -</p> - -<p> -Sotto pretesto d'un religioso pellegrinaggio, il re longobardo -con buon seguito d'armati s'avvicinava ora a -Roma, per incontrarsi col Papa in S. Pietro, ed aiutarlo -contro Cristoforo e Sergio, che erano sempre più minacciosi, -e non si lasciarono prendere alla sprovvista (771). -Dalla Città e dalla Campagna avevano chiamato i loro -amici, radunandoli insieme coi pochi soldati franchi venuti -coll'ambasciatore Dodone; e quando il Papa e Desiderio -s'incontrarono in S. Pietro, tutto era pronto per -la rivolta. Ma neppure il Papa se n'era stato ozioso, -avendo dato la direzione della difesa ad uno degli alti -ufficiali della Curia, il cubiculario Paolo, soprannominato -Afiarta, uomo audacissimo. Questi, senza por tempo in -mezzo, quando Stefano III tornava da S. Pietro al Laterano, -chiamò il popolo alle armi, e levò il tumulto. Cristoforo -e Sergio corsero colle loro genti al Laterano, -chiedendo ad alte grida che si desse loro nelle mani -l'Afiarta. Ma sfortunatamente per essi quelli che li seguivano, -entrati nel Palazzo, non seppero trattenersi dal saccheggiarlo, -e penetrarono armati perfino nella Basilica, -dove il Papa s'era rifugiato. Che cosa precisamente seguisse -allora noi non lo sappiamo. Stefano III scrisse -d'aver corso pericolo della vita; ma il giorno dopo andava -accompagnato da molti armati e dallo stesso Afiarta, ad -abboccarsi nuovamente con Desiderio in S. Pietro. Sembra -certo che Cristoforo e Sergio non si spinsero fino a -far violenze al Papa, sia che essi non osassero porre le -mani sul Capo visibile della Chiesa, nel tempio del Signore, -sia che i loro seguaci allora li abbandonassero, o, -come è più probabile, che l'Afiarta arrivasse in tempo -per resistere. Certo è che il giorno dopo, quando Stefano -III era tornato in S. Pietro, caddero ambedue nelle -<span class="pagenum" id="Page_382">[382]</span> -mani dei difensori del Papa, il quale ordinò che restassero -nella Basilica fino a notte avanzata, per farli poi, -così almeno disse, coll'aiuto delle tenebre, condurre dall'Afiarta -più sicuramente salvi in città. Ma invece, quando -erano per entrar dentro le mura, sopraggiunsero improvvisamente -alcuni manigoldi ivi appiattati, che li malmenarono -e cavaron loro gli occhi. Cristoforo fu trascinato -nel monastero di S. Agata, dove dopo tre giorni morì; -Sergio invece fu tenuto prigioniero nel Laterano, donde -poi scomparve. E Desiderio, che era stato il segreto istigatore -di queste sanguinose violenze, alle quali non si -può credere che rimanesse affatto estraneo il Papa, se -ne tornò a Pavia. -</p> - -<p> -In tal modo i due antichi capi dell'aristocrazia ecclesiastica, -che si erano uniti ai Longobardi per poi tradirli, -furono abbattuti. Ma papa Stefano, sempre debole -e mutabile, s'era liberato da una tirannia, per cadere -sotto un'altra. In Roma spadroneggiava ora l'Afiarta col -favore del partito longobardo, di che erano scontentissimi -i Franchi. Carlomanno infatti aveva favorito Cristoforo -e Sergio; e neppure a suo fratello Carlo poteva -piacere di vedere in Roma trionfare i Longobardi. Con -ambedue i fratelli e con la loro madre Bertarida il Papa -si scusava dicendo che tutto era stata colpa dell'ambasciatore -Dodone, il quale s'era unito «coi diabolici promotori -d'un tumulto, che aveva messo a grave pericolo -la sua propria vita in Laterano. Quanto alle violenze -usate a Cristoforo ed a Sergio, nel loro rientrare in -Città, esse eran seguite contro ogni suo volere, per -opera di volgari malfattori, che non si fu in tempo a -fermare, perchè erano sbucati inaspettatamente dai loro -nascondigli.» La lettera del Papa concludeva facendo le -lodi di Desiderio, a cui egli diceva di dovere la propria -salvezza, e che già cominciava a mantenere la promessa -<span class="pagenum" id="Page_383">[383]</span> -di restituire le terre usurpate. Ma tutto ciò non era poi -vero, come ben presto si vide. -</p> - -<p> -Lo stato generale delle cose mutava ora non poco in -Italia e fuori. Carlo, che era stato sempre avverso ai Longobardi, -ripudiava la moglie Desiderata, rimandandola al -padre, e ciò, come è naturale, apriva fra di loro un abisso. -Il 4 dicembre 771 Carlomanno moriva, lasciando un figlio, -che aveva solo un anno; ed i Grandi elessero Carlo a -successore del fratello, volendo colla unione del regno -aumentarne la forza. Il Papa, mutando ancora una volta -la sua politica, si allontanava da Desiderio, che non -manteneva le promesse fatte, e s'avvicinava a Carlo. -Egli era molto irritato contro il re longobardo, perchè -quando aveva a lui ricordato gli obblighi assunti, questi -gli aveva risposto, che doveva invece essere contento, -e ringraziarlo di quanto aveva già fatto per lui, che -per opera sua era stato liberato dalla prepotenza di Cristoforo -e di Sergio. Tutte queste agitazioni, tutti questi -continui e pericolosi mutamenti turbarono assai l'animo -debole ed incerto del Papa, già malato del male che -doveva condurlo alla tomba. L'Afiarta poi non gli lasciava -pace, perchè voleva apparecchiare a proprio vantaggio -la nuova elezione; e quindi di suo arbitrio mandava -in esilio, faceva mettere in carcere tutti i nobili -più avversi a lui ed ai suoi. Finalmente ai primi di febbraio -772 Stefano III moriva, il che dette origine ad un -altro grande mutamento in Roma e nell'Italia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_384">[384]</span> -</p> - -<h3 id="cap4-6">CAPITOLO VI -<span class="smaller">Elezione di Adriano I — Condanna e morte dell'Afiarta — Discesa -di Carlo re dei Franchi in Italia — Disfatta dei Longobardi, -assedio di Pavia — Carlo va a Roma, dove passa la -Pasqua del 774</span></h3> -</div> - -<p> -L'Afiarta riuscì a fare in modo, che la nuova elezione -procedesse rapidamente e senza tumulti, non però a -fare scegliere un papa quale a lui sarebbe convenuto. -Sulla cattedra di S. Pietro saliva infatti Adriano I (772-95), -uomo saldo nella fede religiosa, e di carattere fermissimo, -che, a differenza del suo predecessore, non esitava -mai. Quando infatti arrivarono a lui gli ambasciatori di -Desiderio, facendo al solito larghe promesse in nome -del loro signore, egli rispose, che non poteva prestar fede -a chi aveva sempre mentito al Papa defunto. Tuttavia, -siccome essi insistevano, e non volendo Adriano mancare -del tutto all'usanza ed alle convenienze, mandò a Pavia -ambasciatori il notaio Stefano, e Paolo Afiarta. Arrivati -però che essi furono a Perugia, dovettero fermarsi, -avendo saputo che Desiderio, già mutato animo, s'era -impadronito di Faenza, di Ferrara e Comacchio, dopo -di che le sue genti correvano liberamente per l'Esarcato, -e minacciavano Ravenna, di dove l'arcivescovo -chiedeva aiuto al Papa. La vedova di Carlomanno s'era -in questo mezzo rifugiata coi figli presso Desiderio, il -quale, per odio a Carlo, l'aveva accolta sotto la sua protezione, -e voleva che il Papa facesse lo stesso, che anzi -ne consacrasse i figli. Ma Adriano «si mostrò duro come -adamante;» mandò anzi una seconda ambasceria a Pavia, -<span class="pagenum" id="Page_385">[385]</span> -per far nuovi rimproveri al re longobardo, ed indagare -più precisamente l'animo di lui. -</p> - -<p> -In questo mezzo l'Afiarta, avendo compreso quanta -era l'avversione del Papa per lui e pei Longobardi, aveva -cercato di mettersi d'accordo con Desiderio. Questi voleva -avere un abboccamento con Adriano, sperando, mediante -nuove lusinghe, di poterlo tirare alle sue voglie; -e l'Afiarta promise di condurglielo, «anche se fosse stato -necessario trascinarlo con una corda al collo.» Aveva -però fatto i conti senza l'oste, giacchè appena giunto a -Rimini, venne arrestato dagli agenti dell'arcivescovo di -Ravenna, che ne aveva ricevuto ordine dal Papa. Il quale, -essendo deciso a farla finita colle prepotenze dell'Afiarta, -aveva richiamato quasi tutti coloro che da questo erano -stati esiliati, e fatti uscir di carcere quelli che aveva imprigionati. -Ordinò inoltre una severa inchiesta, per sapere -che cosa fosse mai avvenuto di Sergio. E fu scoperto -che, otto giorni prima della morte di Stefano III, in sul -far della notte, quel disgraziato era stato, per ordine -dell'Afiarta e di altri, condotto sull'Esquilino, presso -l'Arco di Gallieno, dove l'avevano ucciso e sepolto. Il -cadavere venne infatti trovato con i segni ancora visibili -delle percosse, e col capestro alla gola. I complici del -delitto, appena scoperti, o fuggirono o vennero esiliati. -Gli atti del processo furono mandati a Ravenna, perchè -anche l'Afiarta venisse giudicato, e, se colpevole, punito -della stessa pena. Ma l'arcivescovo, che era ardente partigiano -dei Franchi, e però anche più del Papa nemico -dell'Afiarta e dei Longobardi, lo fece condannare a morte, -sentenza che venne subito eseguita. Il Papa se ne mostrò -assai scontento, perchè egli che era fermo, non voleva -appunto perciò apparire eccessivo. -</p> - -<p> -In ogni modo adesso il partito dei Longobardi era in -Roma sgominato, ed il loro capo Afiarta non poteva più -<span class="pagenum" id="Page_386">[386]</span> -dar noia a nessuno. Desiderio faceva gravi minacce al -Papa, che non si voleva accordare con lui; e subito dopo -occupava l'Esarcato, entrava nella Pentapoli, e tra la -fine del 772 e i primi del 773 era già in via verso il -confine del Ducato romano. Adriano però non se ne stava -inerte; ma raccoglieva gente dalla Campagna, dalle province, -e dalle città, per esser pronto alla difesa. Nello -stesso tempo scriveva, sollecitando aiuto da Carlo, che -allora era spinto a venire in Italia anche da alcuni Grandi -longobardi nemici di Desiderio. Ben presto infatti gli -ambasciatori franchi arrivarono a Roma con la notizia -che Carlo aveva deciso di passare le Alpi. E però, quando -Desiderio era giunto a Viterbo, i messi del Papa, che -aveva ripreso animo, si presentarono a lui, intimandogli -di ritirarsi sotto pena d'anatema. Ed il re longobardo, -saputo che i Franchi s'avanzavan davvero, si ritirò. Carlo, -come già aveva fatto Pipino con Astolfo, prima di venire -alle armi, anch'egli avanzò proposte di pace al re -longobardo, promettendogli 14,000 soldi d'oro, se restituiva -al Papa le terre promesse. Ma nessun accordo fu -possibile. -</p> - -<p> -Nella primavera del 773 i Franchi s'avanzarono perciò -di nuovo verso l'Italia, divisi in due eserciti. Uno, -che prese la via di Monte Giove, oggi Gran S. Bernardo, -era comandato da Bernardo, figlio di Carlo Martello e -zio di re Carlo. L'altro s'avanzò pel Cenisio, condotto -dal Re in persona, che, arrivato alla Chiusa di S. Michele, -tentò nuovamente d'indurre Desiderio a cedere colle -buone. Ma fu tutto invano, e si dovè venire a battaglia. -E qui più d'una leggenda altera la storia in modo, -che resta assai difficile scoprire il vero. Si narra che il -passaggio delle Alpi era così fortemente chiuso da un -grosso muro, costruito dai Longobardi a propria difesa, -che i Franchi, sgomenti, volevano ritirarsi, quando, per -<span class="pagenum" id="Page_387">[387]</span> -divina volontà, i nemici si dettero invece a precipitosa -fuga. Un'altra leggenda dice che ciò avvenne, perchè -alcuni dei capi longobardi tradirono. Una terza narra -che, quando re Carlo si trovò nella impossibilità di andar -oltre, un giullare longobardo si presentò a lui, offrendosi -d'indicargli un sentiero sconosciuto, pel quale poteva passare -inavvertito. E così i Franchi, discesi nella pianura, -avrebbero preso il nemico alle spalle, ponendolo in rotta. -Si sarebbe allora chiesto al giullare che compenso voleva, -ed egli, salito sopra un colle, e dato fiato al suo -corno, avrebbe chiesto che fin là dove il suono s'udiva, -il terreno fosse suo. E gli fu concesso. Ma lasciando da -parte queste ed altre leggende, noi possiamo dir solo che -tra Franchi e Longobardi vi fu una battaglia, vinta certamente -dai primi, della quale però non sono conosciuti -i particolari. Sembra che, mentre re Carlo combatteva -di fronte i Longobardi, l'esercito comandato da Bernardo, -avanzatosi rapidamente per una via poco conosciuta, -li prendesse alle spalle, ponendoli così in fuga -precipitosa. Desiderio allora si ritirò a Pavia per difendersi, -e suo figlio Adelchi si chiuse in Verona, dove si -era rifugiata anche Gerberga, la vedova di Carlomanno, -coi figli. -</p> - -<p> -Carlo s'avanzò subito coll'esercito, occupando varie -terre importanti, fra cui Torino e Milano. Poi mise l'assedio -a Pavia, che poteva resistere a lungo. Adesso lo -scopo della guerra non era più, come a tempo di Pipino, -di far restituire le terre alla Chiesa. Carlo non voleva venire -a patti, faceva ai Longobardi addirittura una guerra -di sterminio, per annientarne la potenza, ed impadronirsi -di tutto il loro regno. Prevedendo che l'assedio, già -regolarmente cominciato, dovesse andare in lungo, fece -di Francia venir la moglie Ildegarda, e compiè parecchie -secursioni, occupando altre città, che s'arresero senza -<span class="pagenum" id="Page_388">[388]</span> -resistere. Fra queste fu anche Verona; e caddero allora -nelle sue mani Gerberga e i figli, che finirono in un -convento. Adelchi invece riuscì a scampare, e dopo essere -rimasto qualche tempo a Salerno, se ne andò a Costantinopoli. -</p> - -<p> -Essendo passati già sei mesi, senza che la fine dell'assedio -si vedesse vicina, Carlo pensò d'andare quell'anno -(774) in Roma, a passarvi, com'era allora il sogno -di tutti i credenti, la Pasqua, che cadeva quell'anno il -2 di aprile. Il Re avrebbe anche avuto a Roma il modo -d'accordarsi col Papa sulle grandi questioni politiche, che -in conseguenza della guerra presente, dovevano sorgere -inevitabilmente. Infatti, conquistato che avesse il regno -longobardo, che cosa doveva farne? Non certo restituirlo -all'Impero, perchè vi si sarebbe opposto Adriano I, -nè egli era venuto in Italia per ciò. Darlo tutto alla -Chiesa non avrebbe voluto, nè il Papa, disarmato come -era, sarebbe stato in grado di governarlo. Tenerlo tutto -per sè, sarebbe stato un mancare alle promesse fatte al -Papa, col quale voleva andare d'accordo: per difenderlo -e favorirlo egli era venuto in Italia, ed aveva intrapreso -la guerra. Era dunque necessario intendersi, ed anche -per ciò la sua gita a Roma riusciva assai opportuna. -</p> - -<p> -Quello a cui già da un pezzo miravano i Papi, ed a cui -mirava più che mai Adriano, adesso che il regno longobardo -era vicino a cadere, trasparisce abbastanza chiaro -dalle loro lettere e dalla così detta donazione di Costantino, -la quale, sebbene sia un documento falso, compilato -in questo tempo appunto da qualcuno della Curia, ha -certo un notevole valore storico, perchè scopre chiaramente -le mire ambiziose, che da lungo tempo aveva -sempre avute la Chiesa. Questa donazione, che vien -fuori adesso, ed è ben presto citata dai Papi come un -documento autentico, diceva che l'Imperatore, dopo aver -<span class="pagenum" id="Page_389">[389]</span> -concesso al Papa il palazzo Laterano insieme con i più -alti onori imperiali, dopo aver riconosciuto la superiorità -della Chiesa, e riconosciuto nei prelati e nei cardinali -la dignità senatoria, concedeva «la città di Roma -e tutti i luoghi, le province e città d'Italia al beatissimo -papa Silvestro ed ai suoi successori.» Per quanto vaghe -e fantastiche potessero sembrare queste concessioni, risulta -sempre più chiaro che i Papi aspiravano a prendere -in Italia il posto che l'Impero era costretto a lasciare; -e i fatti provano che Adriano I non si contentava più -delle sole terre che Pipino aveva tolte all'Impero. Appunto -ora gli Spoletini, per evitar di cadere sotto il -dominio di Carlo, erano venuti in Roma a fare atto di -sottomissione al Papa, giurandogli obbedienza, facendosi, -secondo l'uso di quel tempo, tagliare i capelli e radere -la barba; ed il Papa aveva accettato, riconoscendo, quasi -fosse già loro legittimo signore, il nuovo Duca che si -erano scelto. Osimo, Fermo, Ancona e Città di Castello -imitarono l'esempio di Spoleto. Che Adriano I però pensasse -sul serio di potere in Italia succedere all'Impero ed -ai Longobardi, non è facile crederlo. Egli doveva ben -capire che, anche avendola, non avrebbe mai potuto, nè -saputo governar tutta la Penisola. Il concetto perciò che -a Carlo si presentava come più pratico e più facilmente -attuabile, era quello di formare nella Lombardia e nella -Liguria un regno franco, cedendo al Papa, oltre il Ducato -di Roma, l'Esarcato e la Pentapoli, dandogli altrove anche -i territori e le proprietà su cui la Chiesa avesse potuto -dimostrare d'avere giusti diritti patrimoniali. Tutto questo -però non era ancora ben definito nella mente di nessuno; -era sempre un argomento fluttuante, aperto alla -discussione, che si sarebbe potuta fare a Roma. -</p> - -<p> -A trenta miglia di distanza dalla Città, presso il lago -di Bracciano, Carlo incontrò i primi dignitari mandati -<span class="pagenum" id="Page_390">[390]</span> -dal Papa. Ad un miglio di distanza dalle mura incontrò -le <i>Scholae</i> della milizia, gli studenti con rami d'ulivo, -tutta una moltitudine che s'avanzava cantando inni religiosi, -portando in mano grandi croci, come s'era usato -nel ricevere l'Esarca. Appena che Carlo li vide, discese -da cavallo, ed andò a piedi sino a S. Pietro. L'antica -chiesa, che la tradizione diceva costruita per ordine di -Costantino, era assai diversa dalla presente, ed assai più -bella, pel suo carattere veramente originale. Si trovava -fuori delle mura, le quali ancora non circondavano il -quartiere vaticano, che era come un sobborgo della Città. -La vasta basilica a forma di croce aveva cinque navate, -la principale delle quali finiva con un abside semicircolare. -Alla chiesa s'arrivava traversando un atrio spazioso -a forma di chiostro, detto il Paradiso di S. Pietro. Il pavimento -così della chiesa come dell'atrio, si trovava alcune -braccia più in alto della piazza. Vi si ascendeva per -una scala larga quanto la facciata o muro esterno. Le novantasei -colonne, nonchè i mattoni coi quali erano state -costruite le mura e gli archi, erano stati tolti dal vicino -anfiteatro di Nerone, e da altri edifizi pagani: si vedeva -una grande varietà di sagome, di capitelli, di colonne. E -questo gran tempio cristiano, composto coi frammenti di -tempii pagani, sembrava sfavillar da lontano, perchè il -tetto era formato da tegoli di bronzo dorato, tolti anch'essi -dagli antichi tempii di Roma e di Venere. Nell'interno -i diversi colori dei mosaici e delle pitture -davano a quella chiesa una solenne e severa varietà, che -armonizzava col sentimento religioso assai più del S. Pietro -moderno, che sembra quasi un'immensa galleria. -Molte erano le statue di marmo e di bronzo, alcune -delle quali anch'esse tolte ai tempii pagani, e adattate -ad uso cristiano. A tutto ciò s'aggiungevano ricchi broccati, -veli a trapunto, lamine d'oro e d'argento. Nel -<span class="pagenum" id="Page_391">[391]</span> -mezzo della croce era la Confessione dell'Apostolo, rivestita -d'argento, coperta da un tempietto con sei colonne -di onice a spira, con un centinaio di lampade e candele, -le quali ardevano giorno e notte. Ivi erano tutti i giorni -prostrati in ginocchio migliaia di fedeli d'ogni sesso ed -età, d'ogni condizione sociale, venuti da tutte le parti -del mondo a chiedere perdono dei loro peccati. Insomma -era un tempio unico veramente, che poteva dirsi il centro -religioso del mondo. -</p> - -<p> -In cima della scala d'ingresso, circondato dal clero, -da numeroso popolo, il Papa sin dal mattino aspettava -il Re, che nel vederlo cadde in ginocchio ai piedi della -scala, ed in ginocchio ne salì gli scalini, baciandoli l'un -dopo l'altro. Giunto che fu dinanzi alla porta, il Papa lo -baciò, e poi strettagli la mano, traversato con lui l'atrio, -lo condusse nel tempio fino alla Confessione, dove il clero -ed i cantori intonarono il versetto: «Benedetto chi viene -in nome del Signore». Quel giorno stesso, sabato santo, -1º di aprile, Re e Papa, circondati da nobili franchi e -romani, scesero nella Confessione, dove era la tomba di -S. Pietro, e si giurarono mutua fedeltà. Dopo di che -andarono a S. Giovanni in Laterano, dove il Re assistette -al battesimo amministrato dal Papa. Il giorno seguente, -era la Pasqua, ed il Re ascoltò la messa solenne, celebrata -in S. M. Maggiore dal Papa. Il terzo giorno, -che era la prima festa di Pasqua, vi fu gran banchetto; -il quarto venne solennizzato in S. Pietro, dove colle lodi -del Santo furono celebrate quelle del Re; il quinto in -S. Paolo. -</p> - -<p> -Ma più importante di tutti fu il sesto giorno, 6 aprile, -quarta festa di Pasqua. Il Papa usciva di città, in solenne -processione, e s'incamminava nuovamente col Re -a S. Pietro, dove prese a scongiurarlo perchè volesse -adempiere interamente le promesse fatte da Pipino, e -<span class="pagenum" id="Page_392">[392]</span> -da lui confermate. Allora, secondo il Libro pontificale, -che è la fonte quasi unica che qui abbiamo, Carlo si fece -leggere la donazione fatta da Pipino a Quierzy, la quale -venne da lui e dai suoi Grandi riconfermata. Ordinò -poi che venisse trascritta dal suo cappellano e notaio, -nuovamente impegnandosi a concedere le terre in essa -menzionate, facendone anche più specificatamente designare -i confini, che si trovano infatti ripetuti nel citato -racconto. Questa carta di donazione, che noi più -non abbiamo, sottoscritta dal Re, dai suoi vescovi, abati, -duchi e conti, fu messa sull'altare di S. Pietro; poi dentro -la sacra Confessione; e finalmente venne data al Papa -con solenne giuramento che sarebbe osservata. Una seconda -copia, di mano dello stesso notaio Eterio, fu, a -maggiore solennità e sicurtà, messa nella Confessione, là -dove era il corpo di S. Pietro, sotto gli Evangeli, che ivi -si solevano baciare: una terza restò nelle mani del Re. -Questa narrazione ci è data dal Libro pontificale, nella -vita di Adriano I, il cui autore dice d'aver visto coi propri -occhi l'atto di donazione. Ciò nondimeno, sulla esistenza -di esso e su tutto il racconto si sono fatte dispute infinite, -che hanno dato origine ad una intera letteratura: -si è parlato di falsificazioni, d'interpolazioni, e simili. -Il resultato della lunga disputa è stato però, che oggi -si presta fede allo scrittore della vita d'Adriano: le divergenze -sorgono piuttosto sul modo d'interpetrare le -sue parole. -</p> - -<p> -Secondo lui adunque l'atto di donazione dava al Papa -l'Esarcato, nella sua più antica e vasta estensione. Non -ricordava espressamente la Pentapoli, ma par certo che -intendesse d'includervela; aggiungeva poi i Ducati di -Spoleto e di Benevento, la Toscana intera e la Corsica, la -Venezia e l'Istria. Così il nuovo regno che Carlo avrebbe -serbato esclusivamente per sè, si sarebbe ridotto in assai -<span class="pagenum" id="Page_393">[393]</span> -angusti confini nell'Italia settentrionale, ed il Papa sarebbe -divenuto padrone di quasi tutta l'Italia centrale -e meridionale, con una parte anche della settentrionale. -È certo però, che i confini delle terre concesse al Papa, -al di fuori del Ducato romano, dell'Esarcato e della Pentapoli, -sono indicati in un modo assai indeterminato. E -bisogna concludere, che o s'intese accennar solamente ai -beni patrimoniali che la Chiesa affermava di possedere -nelle altre province, ed il cui possesso credeva di poter -documentare; o se si volle veramente promettere in queste -un vero e proprio diritto di sovranità, siffatte promesse -non furono certo mantenute. E ciò potè essere -avvenuto non perchè il Re avesse mutato animo, o avesse -voluto ingannare; ma perchè ben presto dovette accorgersi -che il Papa non era in grado di conservare neppur -quello che gli era stato già concesso. In ogni modo, anche -volendo, nel 774 era assai difficile determinare con -precisione quello che gli si sarebbe veramente potuto -dare. Da una parte le pretese del Papa crescevano ogni -giorno; e da un'altra si trattava di conceder quello che -si doveva ancora conquistare. L'incertezza ne seguiva -perciò come necessaria conseguenza, ed apriva la porta -a molte discussioni, a cui solo l'esito finale della guerra -poteva porre un termine. -</p> - -<p> -Tra la fine di maggio ed i primi di giugno, re Carlo, -fatta a Roma un'assai breve dimora, se ne tornava a -Pavia, che dopo avere già resistito circa otto mesi, dovette -finalmente arrendersi. E qui la leggenda viene di -nuovo a mescolarsi colla storia. Si narra che una figlia di -Desiderio, innamoratasi di Carlo, gli facesse, per mezzo -d'un proiettile spinto attraverso il Ticino, pervenire una -sua lettera, e che dalla risposta avuta s'accendesse vieppiù -nel suo amore. Furtivamente allora prese le chiavi della -città, che erano sospese al letto del padre, e di notte aprì -<span class="pagenum" id="Page_394">[394]</span> -la porta al nemico. Quando però ella andò incontro -a Carlo, venne dai cavalieri franchi, che furiosamente -s'avanzavano, calpestata ed uccisa. Tutto questo sembra -significare, che Pavia s'arrese non solo per la fame -e per le malattie, ma ancora per le discordie interne -dei Longobardi. Il re Desiderio fu condotto via, con la -moglie e la figlia, in Francia, dove morì oscuro monaco. -Il valoroso Adelchi s'era già, per la resa di Verona, che -alcuni vorrebbero avvenuta dopo quella di Pavia, rifugiato -a Costantinopoli. Tutte le altre terre longobarde, -nell'alta e nella media Italia, cedettero l'una dopo l'altra. -E così può dirsi colla caduta di Pavia caduto il regno -dei Longobardi, che era durato più di due secoli. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap4-7">CAPITOLO VII -<span class="smaller">Formazione del regno franco in Italia — Congiure e ribellioni -contro il Papa, che chiede aiuto a Carlo — Questi torna in -Italia, e celebra in Roma la Pasqua del 781</span></h3> -</div> - -<p> -Carlo, che era giunto appena alla età di circa trentadue -anni, ed aveva da ogni parte assicurato il suo vasto regno, -reso vastissimo dalle conquiste, prese ora il titolo -di re dei Franchi, re dei Longobardi e patrizio dei Romani. -La sua cancelleria cominciò nei pubblici atti a -computare gli anni del regno dalla presa di Pavia, e -così fecero anche i privati: il nome dell'Imperatore di -Costantinopoli fu in questi documenti come dimenticato. -Il nuovo regno dei Franchi nell'alta Italia si estese al -di là dell'Isonzo fino all'Istria; ma la supremazia di fatto -esercitata da Carlo si allargò a tutta l'Italia centrale. -Spoleto che aveva giurato obbedienza al Papa, se ne allontanò, -<span class="pagenum" id="Page_395">[395]</span> -per sottomettersi a Carlo. Il duca di Benevento, -Arichi, continuava però a farla da sovrano indipendente; -quello del Friuli s'era sottomesso assai di mala voglia, -ed aspettava una qualche occasione per ribellarsi. In -ogni modo il titolo di Patrizio dei Romani assunto da -Carlo non era più un semplice ornamento, ma cominciava -ad acquistare un valore reale, perchè egli era divenuto -davvero il protettore e difensore della Chiesa. Infatti -anche le province più esplicitamente proprie di essa giurarono -a lui fedeltà. Par che egli si serbasse il diritto di -decidere le condanne capitali, togliendole alle autorità -ecclesiastiche; più di una volta infatti lo vediamo sedere -<i>pro tribunali</i>, e giudicare nella stessa Roma. Con grande -accorgimento non assunse però mai il titolo di re d'Italia, -ma quello solamente di re dei Longobardi; e non -volle aggregare alla Francia neppur quella parte d'Italia, -che ritenne per sè. Ne formò come una provincia separata, -quasi un regno autonomo, cui lasciò le antiche istituzioni -e gli antichi Duchi: in qualche luogo pose, invece -del Duca, un Conte. A Pavia però cominciò subito ad ordinare -un'amministrazione nuova, pigliando per sè i -beni della corona longobarda, una parte dei quali dette -ad alcuni conventi in Francia, il che si potrebbe dire -un principio di assimilazione. -</p> - -<p> -Ad un tratto re Carlo fu costretto a ripassare improvvisamente -le Alpi, per correre a domare la ribellione -dei Sassoni, contro i quali vinse nel 775 una grande -battaglia, dopo di che tornò, come vedremo, in Italia -a sottomettere il duca del Friuli; ma dovette di nuovo -traversare le Alpi, per continuare contro i Sassoni quella -lotta, che pareva non dovesse aver mai fine. Sebbene -però la resistenza loro e degli Alamanni fosse oltre ogni -dire ostinata, gli uni e gli altri, come popolazioni più -omogenee, finirono coll'essere assimilati ai Franchi. Lo -<span class="pagenum" id="Page_396">[396]</span> -stesso non potè mai seguire degl'Italiani, che resistettero -assai più debolmente e furono più facilmente domati. -Durante i due secoli vissuti insieme, Longobardi e Romani -s'erano fusi in un popolo solo, e quindi v'era una -generale e persistente ripugnanza degli uni e degli altri -contro i Franchi, soprattutto poi nei Duchi ed in genere -nella classe governante. Nè meno profonde erano queste -antipatie nelle terre occupate ancora dai Bizantini, i -quali, essendo irritatissimi per ciò che era stato loro tolto -dai Franchi, si sforzavano in ogni modo di seminare nelle -popolazioni odio contro di essi. Tutto ciò fu causa di grandi -disordini, cui se ne aggiunsero, come inevitabile conseguenza, -altri di natura diversa, ma non meno gravi. -</p> - -<p> -Gli arcivescovi di Ravenna avevano, noi già lo vedemmo, -dato origine a molti dissensi e conflitti con -Roma; e questi, nel disordine presente, rinascevano più -vivi che mai. L'arcivescovo Leone era riuscito nel 771 ad -assumere l'alto ufficio, vincendo il suo rivale con l'aiuto -di Carlo ed il favore del Papa, al quale si dichiarò allora -obbediente; ma adesso, mutati i tempi, cominciò invece a -fare opposizione. Gli pareva che, cessato in Ravenna il dominio -bizantino, l'Arcivescovo dovesse nella sua sede assumere -quella medesima autorità che il Papa assumeva in -Roma. Si faceva forte non solamente delle speciali condizioni -in cui s'era sempre trovato il seggio episcopale -nell'Esarcato; ma anche della Prammatica sanzione, che -dava ai Vescovi facoltà di nominare i giudici, i quali erano -anche amministratori. — Non s'era a lui stesso rivolto -Adriano I, quando si trattava di far giudicare l'Afiarta; -non aveva egli fatto eseguire la sentenza di morte, senza -neppur consultare il Papa? Le facoltà concesse dall'Imperatore -ai Vescovi non potevano diminuire per la donazione -fatta da Carlo a quello di Roma; nè potevano esser -distrutte dall'autorità che il titolo di Patrizio dava al Re. -<span class="pagenum" id="Page_397">[397]</span> -I mutamenti avvenuti erano stati fatti in nome del popolo -romano, il quale non poteva certo essere tenuto superiore -all'Imperatore. — Così pare che ragionasse l'arcivescovo -di Ravenna: certo si può affermare che la sua condotta -appariva guidata da queste idee. E però egli voleva nell'Esarcato -e nella Pentapoli assumere la stessa posizione -(e per le stesse ragioni), che il Papa assumeva nelle terre -da cui l'Impero si ritirava. Trovò, è vero, una viva resistenza -nella Pentapoli, che si dichiarò favorevole al -Papa; ma nell'Esarcato gli riuscì d'insediare i suoi ufficiali, -facendo respingere quelli mandati da Roma. L'Arcivescovo -aveva avuto l'accortezza di mostrarsi avversissimo -ai Longobardi, favorevole ai Franchi; e però Carlo -non poteva osteggiarlo. Un tale stato di cose riusciva utile -al Re, per tenere un po' a freno l'ambizione sempre crescente -del Papa. -</p> - -<p> -Di tutto ciò Adriano I era naturalmente scontentissimo, -e ne moveva lamento a Carlo, incitandolo a tornare -in Italia, per ristabilirvi l'autorità della Chiesa, -e mantenere le promesse fatte. E continuando ne' suoi -rammarichi, gli rendeva conto d'una congiura tramata in -Italia, d'accordo con Costantinopoli, contro i Franchi. -Egli esagerava non poco la parte che solo indirettamente -potè avervi presa l'arcivescovo di Ravenna, il quale -s'era, come dicemmo, dichiarato amico dei Franchi; e -quella ancora che vi avevano presa i duchi di Benevento -e di Spoleto, che nuovamente s'erano alienati da -lui. Il Papa affermava, fra le altre cose, che una lettera, -nella quale il patriarca di Grado gli rendeva conto -della congiura, eragli pervenuta coi suggelli rotti dall'Arcivescovo, -che l'aveva aperta per renderne conto -ai due Duchi coi quali cospirava. La verità è che una -cospirazione si tramava davvero da parecchi duchi longobardi -contro i Franchi e contro il Papa. Chi diceva -<span class="pagenum" id="Page_398">[398]</span> -che Rodogaudo duca del Friuli aspirava alla corona di -Desiderio, e chi diceva che i Longobardi volevano ripristinare -l'interregno che s'era avuto dopo la morte di -Clefi. Si aggiungeva che da Costantinopoli erano partite -navi, comandate da Adelchi, per secondare la trama. -È possibile che l'arcivescovo Leone la favorisse, perchè -essa riusciva a danno del Papa, col quale si trovava -in lotta; ma non è credibile che egli avesse voluto cooperare -alla cacciata dei Franchi, dei quali era amico, ed -alla ricostituzione del dominio longobardo, al quale s'era -manifestato avverso. Sembra però certo che a Spoleto -si era tenuta un'adunanza, nella quale fu deliberata la -congiura di cui il Papa, esagerandola, avvertiva re Carlo. -</p> - -<p> -Questi, pigliando la cosa con molta calma, cercò prima -di tutto di separar dagli altri cospiratori i duchi di Spoleto -e di Benevento, promettendo di lasciar loro una maggiore -indipendenza. Oltre di ciò, la notizia arrivata in Italia -nel febbraio del 776, che l'imperatore Copronimo era -morto, levava ai cospiratori il principale appoggio su cui -avevano fatto assegnamento. Intanto il Re, che si trovava -allora libero dalla guerra contro i Sassoni, si mosse con -poche genti verso l'Italia, dove pervenne colla rapidità -del fulmine, ed attaccò battaglia col solo Rodogaudo, che -fu subito vinto, e pare anche ucciso. Così Carlo fu padrone -del Friuli, avendo ben presto superato anche la poca -resistenza fatta da Treviso, dove il 14 aprile 776 potè -celebrare la Pasqua. Se nella sua prima venuta in Italia -egli s'era dimostrato assai indulgente, adesso, invece, -irritato dalla congiura, si dimostrò severissimo. Molti furono, -per la confisca dei loro beni, ridotti alla miseria, -e quando non vennero chiusi in carcere, andarono pel -mondo raminghi. Fu imprigionato tra gli altri anche il -fratello dello storico Paolo Diacono. E questi, dopo aver -lodata la generosità dimostrata dal Re nella sua prima -<span class="pagenum" id="Page_399">[399]</span> -venuta in Italia, dovette ora lamentare la lunga e crudele -prigionìa del proprio fratello, la cui moglie andò limosinando -coi figli, laceri e privi di tutto. Carlo cominciò -adesso a porre nelle città italiane, molto più che non -aveva fatto prima, Conti invece di Duchi. I primi erano -meno potenti, più sottomessi a lui che li nominava, e -quindi più obbedienti. Ai confini del regno, per meglio -difenderli, egli soleva costituire le Marche, riunendo in -una più contee, che affidava a conti di Marche, i quali -erano perciò non meno potenti dei duchi: e così fece -ora nel Friuli. Dopo di ciò, dovendo da capo ripigliare -la guerra contro i Sassoni, ripartì dall'Italia, senza avere -neppure visitato il Papa, verso il quale par che fosse questa -volta un po' freddo, dimostrando invece, almeno in apparenza, -qualche favore all'arcivescovo di Ravenna. Vinti -dopo fiera resistenza i Sassoni, Carlo dovette andare rapidamente -verso la Spagna, e, passati i Pirenei, mosse -guerra agli Arabi, prese Pamplona, e s'avanzò fino a -Saragozza. Ma allora fu subito costretto a tornare indietro -per combattere di nuovo i Sassoni. La sua retroguardia -venne per via fieramente assalita dai Baschi, e addirittura -distrutta nella celebre rotta di Roncisvalle (778), nella -quale morì il fiore dei paladini franchi, e fra gli altri -quell'Orlando, il cui valore è tanto celebrato nei poemi -cavallereschi. Ciò non ostante, Carlo continuò il suo -cammino, inflisse nel 779 una nuova disfatta ai Sassoni, -e poi ripassò per la terza volta le Alpi, venendo -in Italia, dove lo stato delle cose imperiosamente lo -chiamava. -</p> - -<p> -A Ravenna allora era morto l'arcivescovo Leone, ma -non era cessata del tutto l'opposizione al Papa, al quale -avversissimi si mostravano sempre più anche i duchi di -Spoleto e di Benevento. Questi davano animo a tutti i -nemici, a tutte le terre che a lui si ribellavano, come -<span class="pagenum" id="Page_400">[400]</span> -ora aveva fatto Terracina, che, seguendo l'esempio di -Gaeta, s'era dichiarata pei Bizantini. Di ciò il Papa -amaramente si doleva col Re, invocandone l'aiuto. Ed -ora per la prima volta faceva ufficialmente allusione alla -donazione di Costantino a Silvestro. Nel determinare -però quali erano i dominii che pretendeva per la Chiesa, -si manteneva in limiti assai più modesti di quelli indicati -nella donazione. Infatti egli accennava solamente ai -<i>patrimoni</i> spettanti a S. Pietro nella Toscana, nello Spoletino, -nel Beneventano, nella Corsica e nel territorio sabino, -patrimoni che i Longobardi avevano usurpati, ma -che erano della Chiesa, in conseguenza di donazioni fatte -da Imperatori, da Esarchi e da altri per la salute delle -loro anime, come poteva con documenti provare. Sembrerebbe -perciò che, ad eccezione del Ducato romano, -dell'Esarcato e della Pentapoli, si trattasse, per ora almeno, -solo di poderi, di terre, e di case sparse in diversi -luoghi. Il Libro pontificale avrebbe quindi, in modo più -o meno indeterminato e vago, esagerato, mutando il diritto -di proprietà sopra alcuni terreni in diritto di sovranità -sulle province in cui essi si trovavano. -</p> - -<p> -Il Papa si rivolgeva ora a Carlo, come a legittimo signore, -chiedendogli ciò che secondo lui apparteneva alla -Chiesa, difendendosi nello stesso tempo dalle calunnie -che gli erano state fatte da' suoi nemici circa la corruzione -del clero, circa il commercio degli schiavi, che dicevano -da lui favorito, e che egli invece aveva condannato -e cercato d'impedire. Ma quello che è più notevole, -come prova della grandissima autorità che il Papa riconosceva -sempre nel Re, gli chiedeva ora il permesso -di tagliare alberi nei boschi dello Spoletino, per avere -le travi necessarie a restaurare il tetto della chiesa di -S. Pietro. Ciò dimostra ad evidenza che Adriano era ben -lungi dal presumere di volerla far da padrone in quasi -<span class="pagenum" id="Page_401">[401]</span> -tutta l'Italia centrale e meridionale, come vorrebbe far -credere il Libro pontificale. -</p> - -<p> -Verso la fine del 780 Carlo passava il Natale a Pavia -con la moglie Ildegarda, e i figli Carlomanno e Lodovico. -Sebbene fosse questa volta venuto in Italia senza -un esercito, la sua dimora fu pure importantissima, per le -leggi o <i>capitolari</i> che allora pubblicò, cercando di dare -assetto definitivo al governo del paese. Alcune di queste -leggi, già pubblicate in Francia, vennero ora sanzionate -in Italia; altre furono fatte specialmente per essa, e -quasi tutte a vantaggio della Chiesa. A questa egli assicurava -la riscossione delle decime, aumentava le rendite; -cercava di regolare anche il pagamento dei censi -che le eran dovuti, di determinare la dipendenza dai metropoliti, -e di render sicura l'amministrazione della giustizia -per parte dei conti. Tutto ciò, com'è naturale, di -pieno accordo e con soddisfazione del Papa, col quale il -15 aprile 781 passava la Pasqua in Roma, dove fece da -lui ribattezzare il proprio figlio Carlomanno, che prese -allora il nome di Pipino. E perciò d'ora in poi Carlo -nelle lettere papali è chiamato sempre <i>compater noster</i>. -Nello stesso giorno Pipino venne dal Papa consacrato -re d'Italia, e Lodovico re d'Aquitania: atto questo di -pura forma, giacchè l'uno di essi aveva appena compiuto -quattro anni, e l'altro due solamente. -</p> - -<p> -Certo tutto ciò accresceva non poco l'autorità del -capo della Chiesa, il quale sembrava assumere ognor -più la facoltà di fare e disfare i regni. Ma il potere supremo, -effettivo e reale, anche in Italia, rimaneva nelle -mani di Carlo, il quale solo firmava i pubblici documenti -del regno, che uscivano ora dalla cancelleria franca. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_402">[402]</span> -</p> - -<h3 id="cap4-8">CAPITOLO VIII -<span class="smaller">Irene governa in Costantinopoli — Carlo sconfigge di nuovo i -Sassoni — Torna in Italia e sottomette il Friuli e Benevento — Combatte -gli Avari — Dispute religiose — Morte di -Adriano I e suo carattere</span></h3> -</div> - -<p> -Adesso tutto sembrava andare a seconda di re Carlo. -In Costantinopoli a Costantino Copronimo era successo -Leone IV iconoclasta, ed a questo succedeva nel 786 la -vedova Irene, la quale venne incoronata insieme col figlio -Costantino VI di soli dieci anni. Ella, che era favorevole -al culto delle immagini, ed aveva, come donna, bisogno -di consolidare la sua posizione sul trono, fece subito -adesione alla Chiesa di Roma, e mandò a Carlo ambasciatori, -chiedendo sposa per suo figlio la primogenita del -Re, Rotruda, la quale aveva soli otto anni. Così pareva -si potesse sperare non solo che a Costantinopoli s'andasse -d'accordo coi Franchi, ma che non si dovesse -porre alcun ostacolo al libero possedimento concesso -alla Chiesa dell'Esarcato, della Pentapoli e delle terre -sulle quali essa poteva dimostrare di avere legale diritto. -Se non che appunto quando sembrava che si fosse -per venire ad accordi, Carlo dovette improvvisamente -partire, per ripigliare l'eterna guerra contro i Sassoni, -di nuovo violentemente insorti. Egli li vinse e punì severamente, -avendone, si dice, in un sol giorno condannati -a morte 4500. Ma questo, invece di domarli, li fece -insorgere con maggior violenza. Nell'anno 783, in cui -perdette prima la moglie e poi la madre, dovè combatterli -da capo, e dette finalmente ad essi un'altra decisiva -<span class="pagenum" id="Page_403">[403]</span> -disfatta. Dal campo di battaglia, che lasciò coperto di -cadaveri, se ne tornò ricco di preda in Francia, ove -diede sepoltura alla madre ed alla moglie, sposandone -ben presto un'altra, Fastrada. Nella state del 785 egli -dette ai Sassoni una nuova e grande disfatta. Il loro celebre -capo Viduchindo, che li aveva sempre guidati, si -sottomise e si convertì al cattolicismo, il che fu come -il principio della sottomissione e conversione di tutto -il popolo. Ma per arrivare a un tal resultato Carlo -dovette successivamente spedire contro i Sassoni undici -eserciti, nove dei quali furono comandati da lui in -persona. -</p> - -<p> -Sebbene in questo mezzo le cose d'Italia fossero andate -sempre migliorando, e sempre a vantaggio dei Papi, -favoriti da coloro che governavano la Penisola in nome -di Pipino, ma sotto l'autorità effettiva di Carlo, pure -Adriano I non era soddisfatto. Egli si rallegrava dei -trionfi del Re e della conversione dei Sassoni, ma chiedeva -con crescente insistenza le <i>giustizie</i> di S. Pietro, -senza determinar mai con precisione quali e quante veramente -fossero: pareva che le andasse di continuo allargando. -Ora insisteva più specialmente sul territorio -della Sabina, che era stato, egli diceva, sempre promesso, -non però mai reso. E di simili lamenti son piene le sue -lettere dal 781 al 783. — Il Re, così concludeva il Papa, -aveva fatto fare le sue indagini, per accertarsi dello stato -vero delle cose; s'erano per tutto interrogati gli anziani, -e dopo essersi venuto in chiaro d'ogni cosa, non s'era poi -nulla concluso. — Le stesse domande il Papa faceva alla -imperatrice Irene, per quelle terre che erano state tolte -alla Chiesa dai Bizantini nella Calabria, in Sicilia e altrove. -E procedendo d'una cosa in un'altra, finiva col proporre -anche un pieno accordo della Chiesa d'Oriente con -quella d'Occidente, «affinchè non continuasse ad esservi -<span class="pagenum" id="Page_404">[404]</span> -ancora un'infausta scissura, quando si parlava sempre di -concordia e di amicizia.» -</p> - -<p> -Certo le cose in Italia non erano quiete. Il Papa si -doleva sempre di non aver le sue terre; Arichi duca di -Benevento, ritenendosi affatto indipendente, minacciava -di continuo i vicini per la voglia che aveva d'ingrandire -il proprio Stato. Carlo tornava perciò da capo in Italia, e -dopo aver passato a Firenze il Natale del 786, continuava -il suo cammino verso Roma, avanzandosi alla volta di -Benevento. Arichi s'era armato con la intenzione di difendersi -in Salerno, dove poteva dal mare ricever soccorso; -ben presto però venne ad un accordo col Re. Il -Duca si sottomise a lui nel modo stesso in cui i suoi -antecessori erano stati sottomessi al re dei Longobardi; -pagò un'indennità, e diede in ostaggio il proprio figlio -Grimoaldo. Ma ora si turbarono le relazioni con Costantinopoli. -Nel 787 andò a monte il matrimonio della figlia -di Carlo con Costantino figlio d'Irene, il quale nell'anno -seguente sposò una moglie armena. Carlo tuttavia non -poteva adesso pensare a ciò, perchè, celebrata la Pasqua -del 787 a Roma, dovette tornare in Germania a combattere -il duca di Baviera, che in quell'anno finalmente si -sottomise del tutto. -</p> - -<p> -Verso la fine del 787 s'udì ad un tratto che nell'antica -Calabria era sbarcato Adelchi. Il Papa affermava che -questi veniva in aiuto del duca Arichi, con intenzione -di metterlo alla dipendenza di Costantinopoli, per poi -fare insieme con esso uno sbarco a Ravenna. Ma quali -che fossero siffatti disegni, ben presto il duca Arichi e -suo figlio Romualdo morivano, lasciando al governo la -vedova Adalberga, accorta e risoluta, che parteggiava -manifestamente pei Franchi. Ella chiese a re Carlo che -liberasse l'altro suo figlio Grimoaldo, tenuto sempre -in ostaggio. Questi fu rimandato, e subito prese possesso -<span class="pagenum" id="Page_405">[405]</span> -del Ducato, senza punto occuparsi del Papa, nè delle richieste -che esso continuamente faceva di terre, di diritti, -di giustizie di S. Pietro. Il Duca s'apparecchiava intanto -alla guerra contro i Bizantini, d'accordo con Carlo, occupato -sempre in Germania ove ben presto dovette combattere -gli Avari. Questi erano gli avanzi che, scampati alla -rovina del loro impero ai tempi di Eraclio, s'erano rifugiati -nella Pannonia, e per un momento ancora ricompariscono -sulla scena, avanzandosi un momento sino al Friuli. -</p> - -<p> -Nel 788 soldati bizantini sbarcavano nell'Italia meridionale -in aiuto di Adelchi; e contro di essi marciavano -insieme con alcuni Franchi mandati da Carlo, Grimoaldo -coi suoi Beneventani e Ildebrando cogli Spoletini. I Bizantini -furono ricacciati in Sicilia; Adelchi si ritirò, senza -che se ne sentisse più parlare. E per tutti questi fatti la -potenza e l'autorità di Carlo ne crebbero a dismisura in -Italia. Egli dimostrava però sempre una grandissima deferenza -verso il Papa, così nelle grandi come anche nelle -piccole cose. Gli chiedeva perfino, quasi ad autorità superiore -nell'Esarcato, il permesso di esportare da Ravenna -alcuni marmi e mosaici, per servirsene nelle costruzioni -che voleva fare in Aquisgrana ed altrove. -</p> - -<p> -La sua operosità pareva che non dovesse aver mai -posa: ogni giorno sorgevano nuovi pericoli, ai quali egli -prontamente riparava. Nel 791 era occupato nella guerra -contro gli Avari in Germania e nel Friuli. Nel 792 dovè -reprimere una congiura del suo figlio naturale Pipino, -detto il gobbo, il quale si ribellò perchè era assai scontento -d'essere stato escluso dalla successione al trono -a vantaggio, come sembrava credere, del fratello legittimo, -a cui s'era, già lo vedemmo, dato recentemente lo -stesso suo nome. Ma ben presto fu vinto e chiuso in un -convento. Anche Spoleto e Benevento davano assai da -fare colle loro continue minacce di ribellione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_406">[406]</span> -</p> - -<p> -A questo tempo appunto, quando cioè gli Avari minacciavano -il Friuli, dovrebbe riferirsi il fatto cui accenna -una carta, che ha la data dell'824. Volendosi restaurare -le mura di Verona per metterla in istato di -difesa, sarebbe sorta una grave disputa tra la città ed -il Vescovo, a cui essa voleva imporre un terzo della -spesa, quando egli credeva di esser tenuto a pagarne -solo un quarto. Si venne perciò ad una specie di giudizio -di Dio, il quale riuscì a favore del Vescovo. Da -una tal narrazione s'è voluto dedurre, che fin d'allora -esistesse un principio d'autonomia in qualcuna delle città -longobarde. Ma non si è punto sicuri che la carta sia -autentica, ed assai probabilmente essa accenna a fatti -di tempi posteriori. -</p> - -<p> -Nel por mano alla sua opera legislativa e di organizzazione -dello Stato, Carlo si occupò continuamente -della organizzazione della Chiesa ed anche delle questioni -religiose. Nel 794 radunava un Sinodo a Francoforte, -pigliando parte vivissima alle dispute teologiche. -In una di esse combattè la così detta dottrina dell'<i>Adozianismo</i>, -che era venuta di Spagna, ed ammetteva la -doppia natura di Gesù Cristo, dichiarando che, come -Verbo, era sostanzialmente figlio di Dio, come uomo era -figlio solo per grazia e libera volontà del Padre. L'altra -disputa religiosa, non meno vivace, fu d'indole diversa. -Il settimo Concilio generale tenuto a Nicea (787), nel -sanzionare il culto delle immagini, aveva ammesso che -alle immagini dei Santi si dovesse come alla Croce rivolgere -la preghiera, accendere i lumi, bruciare l'incenso. -Tutto ciò poteva non sembrare eccessivo in Oriente, dove -s'accendevano i lumi e si bruciava l'incenso anche dinanzi -all'immagine dell'Imperatore; ma così non era in -Occidente. E la cosa divenne anche più grave, quando nel -tradurre, per ordine di papa Adriano, le conclusioni del -<span class="pagenum" id="Page_407">[407]</span> -Concilio, alla parola <i>onorare</i> i Santi, quale era nell'originale, -si sostituì l'altra ben diversa, <i>adorare</i>. E quindi -il Re con ragione, dopo essersi opposto all'Adozianismo, -si oppose anche alla pretesa che ai Santi si prestasse -lo stesso culto in forma di <i>latria</i>, dovuto alla Trinità. -Se non che questo era un combattere mulini a vento, -essendosi a Nicea parlato di <i>onorare</i>, non di <i>adorare</i>. -Il Papa perciò, senza consentire alla condanna (e non -avrebbe potuto) delle recenti conclusioni di Nicea, non -le approvò neppure. E ciò egli fece, non solamente per -la forma insolita che avevano, ma anche perchè voleva -far conoscere il suo malcontento a Costantinopoli, -dove non mostravano nessuna voglia di restituire le terre -che egli diceva usurpate alla Chiesa nell'Italia meridionale. -In sostanza si dimostrò contento delle deliberazioni -prese a Francoforte. Il 10 agosto dello stesso anno 794, -re Carlo perdeva la moglie Fastrada, e subito dopo dovette -ripigliare ancora una volta la guerra sassone, che fu -continuata energicamente nel 795. -</p> - -<p> -Il giorno di Natale del medesimo anno moriva Adriano -I, sotto il cui papato erano, come abbiam visto, seguiti -avvenimenti di grande importanza, sebbene non -sempre per sua personale iniziativa. È ben vero che egli -chiamò in Italia re Carlo, il quale distrusse il regno longobardo -ed iniziò il potere temporale dei Papi; ma pareva -che ciò fosse avvenuto più per forza inevitabile delle cose, -che per opera personale di lui. Nelle lettere a Carlo egli -ricordava sempre Costantino, «che aveva fatto la gran -donazione, perchè non era giusto che l'Imperatore terreno -esercitasse la propria potestà là dove l'Imperatore -celeste aveva costituito il suo principato sacerdotale.» -E teneva tanto alla propria autorità, che si dolse col -Re, quando questi accolse alcuni abitanti della Pentapoli, -i quali erano andati a lui senza averne ricevuto il permesso -<span class="pagenum" id="Page_408">[408]</span> -dal Papa. «Come i Franchi, egli scriveva, non vengono -a Roma senza licenza del Re, così costoro non avrebbero -dovuto andare in Francia senza licenza del Papa. E -come questi rispetta il Patriziato del Re, così il Re dovrebbe -rispettare quello di S. Pietro.» Nè voleva ammettere -che Carlo s'ingerisse negli affari di Ravenna, perchè -l'Esarcato e la Pentapoli appartenevano ormai a S. Pietro. -Ma queste erano tutte più o meno teorie; padrone -di fatto era il Re. Adriano potè evitare molti pericoli, -riconoscendo il vero stato delle cose, e sottomettendosi -con prudenza alla necessità, non ostante le sue proteste -e le continue riserve per mantenere intatti i diritti della -Chiesa. Il suo successore, che fu d'un carattere più -intransigente, e rispettava un po' meno le apparenze, -ebbe ben presto, come vedremo, a soffrirne gravi conseguenze. -</p> - -<div class="chapter"> -<h3 id="cap4-9">CAPITOLO IX -<span class="smaller">Elezione di Leone III — Ambasceria franca a Roma — Irene -imperatrice — Gravi tumulti in Roma — Il Papa a Padeborn — Suo -ritorno a Roma — Carlo viene a Roma, dove è -coronato imperatore dal Papa, il giorno di Natale 800</span></h3> -</div> - -<p> -Il giorno dopo la morte di Adriano I veniva eletto -Leone III, consacrato il 27 dicembre 795. Il suo predecessore, -che nel 772 datava ancora le Bolle pontificie -secondo gli anni in cui l'Imperatore aveva governato, -cominciò, dopo che Carlo fu padrone d'Italia, a -datarle secondo gli anni del proprio pontificato, riconoscendo -però sempre la superiore autorità dell'Imperatore. -Leone III invece le datò subito secondo gli anni del regno -di Carlo «re dei Franchi e dei Longobardi, Patrizio -<span class="pagenum" id="Page_409">[409]</span> -dei Romani, dopo la sua conquista d'Italia.» Così fu rotto -il legame della Chiesa con Costantinopoli, da cui il nuovo -Papa veniva di fatto a dichiararsi indipendente. Il suo -primo atto fu di annunziare a Carlo la morte del predecessore -e la propria elezione, inviandogli le chiavi d'oro -di S. Pietro e la bandiera della città di Roma, come a -Patrizio, di cui egli senza esitare riconosceva la superiore -autorità. Lo invitava nel medesimo tempo a mandar -suoi messi in Roma, per ricevere il giuramento di -fedeltà dal popolo. -</p> - -<p> -Il concetto che Leone III s'era formato del nuovo -stato di cose lo fece chiaramente vedere anche nel celebre -mosaico da lui ordinato, per metterlo nel triclinio -del Laterano. Esso è ora scomparso, ma una riproduzione, -fatta nel 1743 da una copia in disegno, se ne -vede oggi nella Piazza di Porta S. Giovanni in Laterano, -vicino alla basilica, sul muro esterno dell'edifizio -della Scala Santa. Di là le figure di quel mosaico sembrano -contemplare, attraverso la Campagna, gli uliveti -di Tivoli, e più lungi ancora gli Appennini umbri e sabini, -il cui diafano colore di tanto in tanto, durante l'inverno, -sparisce sotto la cortina di neve che li ricopre. Esso -è diviso in tre compartimenti. In quello di mezzo, che è -il più ampio, si vede la figura maestosa di Cristo circondato -dagli Apostoli, che manda pel mondo a predicare il -Vangelo. Una mano è distesa a benedire, l'altra tiene -un libro su cui è scritto: <i>Pax vobis</i>. Nel compartimento -a destra si vede di nuovo Cristo che siede tra papa Silvestro -e l'imperatore Costantino, i quali, in assai più -piccole proporzioni, sono inginocchiati ai due lati. Nel -compartimento a sinistra la grande figura di S. Pietro -sta con le chiavi sulle ginocchia, e ai due lati sono inginocchiati -Leone III e re Carlo, anch'essi in piccole -proporzioni. San Pietro dà al Papa una stola, ed al Re -<span class="pagenum" id="Page_410">[410]</span> -la bandiera di Roma. Sotto si legge: <i>Beate Petre donas -vitam Leoni PP. et bictoriam Carulo Regi donas</i>. -</p> - -<p> -All'ambasceria mandata da Roma, Carlo rispondeva -con un'altra, di cui parte principale era l'abate Angilberto, -noto per la sua dottrina ed il suo amore alla poesia, -che gli fecero dare il soprannome di Omero. Le istruzioni -avute erano assai semplici. Doveva ricordare al Papa la -necessità di «serbare la santità della vita, e di provvedere -alla osservanza dei sacri canoni.» Ed il Re scriveva -poi direttamente ad Adriano: «Angilberto viene a discorrere -con Voi di tutto ciò che crederete necessario alla -esaltazione di Santa Chiesa e di Dio, alla stabilità del vostro -onore e del nostro Patriziato. Noi vogliamo con Voi, -come già col vostro predecessore, stringere patti d'alleanza, -ed avere la vostra benedizione. Spetta a noi, -mercè l'aiuto di Dio, difendere di fuori con le armi la -Chiesa contro i pagani e gl'infedeli, proteggerla dentro -con la conservazione della cattolica fede. Spetta a voi, -o Santo Padre, assistere le nostre milizie, con le mani -levate al cielo, come Mosè, affinchè il popolo cristiano -possa conseguire vittoria contro i nemici di Cristo.» -Carlo prendeva adunque l'attitudine non solamente di -protettore del Papa, ma anche di sostenitore della vera -fede. L'ammonizione sulla necessità di serbare il buon -costume, dimostrava che era giunta in Francia notizia -delle molte e gravi accuse che in Roma si movevano al -Papa dai suoi nemici e calunniatori. -</p> - -<p> -Tutto intanto continuava ad andare a favore del Re, -ed insieme con la fortuna cresceva l'animo suo e dei suoi -seguaci. Il suo dotto consigliere Alcuino gli ricordava -continuamente, che era stato chiamato da Dio ad essere -non solo il più potente sovrano del mondo, ma anche -il sostenitore della vera fede. Adesso non c'era più da -temer nulla dall'Impero d'Oriente, divenuto tale che nessuno -<span class="pagenum" id="Page_411">[411]</span> -osava parlarne senza arrossire. Di là non poteva minacciare -nessun pericolo, nessuna opposizione alla soverchiante -potenza di Carlo. Irene aveva cominciato a governare -col figlio Costantino VI, tenendolo sottoposto -sino ad umiliarlo non solo, ma anche a batterlo. Egli se -ne emancipò finalmente, escludendola dal governo, e confinandola. -Ma era così debole, così dissoluto, capriccioso -e violento, che nel 797 una rivoluzione rimise sul trono -la madre, la quale potè non solamente deporlo, ma anche -adoperare contro di lui ogni violenza, facendogli da ultimo -cavare gli occhi: non riuscì però a farlo morire -come aveva sperato. Non solo adunque sul trono di Costantinopoli -si trovava una donna, il che non era mai -sino allora seguito, e pareva perciò enorme; ma questa -donna, colla sua condotta verso il figlio, aveva dimostrato -di essere un mostro. -</p> - -<p> -Nè andavano gran fatto meglio le cose a Roma, dove -la debolezza dell'Impero e la lontananza di Carlo avevano -di nuovo fatto scatenare selvagge passioni. I <i>judices -de clero</i>, e i <i>judices de militia</i>, che già da qualche tempo -comandavano nella Città, si sollevarono. I primi, come -già vedemmo, eran ricchi prelati, amici o parenti dei -Papi. Di mezzo ad essi si sceglievano i sette ministri -che reggevano la Curia, ed amministravano gl'interessi -della Chiesa; ed alla loro testa si trovava il <i>Primicerius</i>, -che nelle pubbliche cerimonie veniva subito dopo il -Papa. Quest'ufficio, sotto Adriano I, la cui famiglia, già -nobile e potente, divenne allora potentissima, era stato -tenuto da suo zio Teodato, che ebbe anche il titolo di -<i>Consul et Dux</i>. Gran potere avevano avuto pure i due nipoti -del Papa, Teodoro e Pasquale, il secondo dei quali -fu, dopo Teodato, nominato Primicerio, ed alla morte di -Adriano ritenne l'ufficio, giacchè secondo l'usanza esso -non mutava col mutare dei Papi. S'era quindi assuefatto -<span class="pagenum" id="Page_412">[412]</span> -a farla da padrone, e veniva perciò avversato da Leone III, -di cui era naturalmente nemico. Egli ed il sacellario Campulo -(forse altro nipote del Papa defunto) si posero alla -testa dei <i>judices de clero</i>, e dei <i>judices de militia</i>, i quali -ultimi, formando l'aristocrazia laica, comandavano l'esercito; -e tutti insieme volevano ora impadronirsi affatto -del governo della Città. -</p> - -<p> -Il 25 di aprile 797, giorno di S. Marco, destinato alla -processione delle solenni litanie, Leone III, accompagnato -da Pasquale e da Campulo, s'avanzava a cavallo, -seguito dal clero, per la via che da S. Giovanni in Laterano -conduce a S. Lorenzo in Lucina. Appena che -furono giunti a S. Silvestro in Capite, sbucarono colle -armi sguainate i congiurati, che assalirono il Papa, gettandolo -giù da cavallo e ferendolo. Cercarono poi, secondo -la barbara usanza bizantina, di accecarlo e di strappargli -la lingua, lasciandolo a terra semivivo. Pasquale -e Campulo, che eran d'accordo coi congiurati, s'unirono -con essi, e chiusero il Papa nel vicino convento; poi, per -maggiore sicurezza, lo condussero a Sant'Erasmo sul -Celio. La leggenda vuole che colà egli miracolosamente -riacquistasse gli occhi e la lingua, che la storia invece -crede non avesse mai perduti. I congiurati non osarono -procedere alla elezione d'un nuovo Papa, tanto più che -essi non avevano cospirato contro il capo della Chiesa, -ma contro il signore della Città. Essendo Leone III -guarito ben presto delle sue ferite, fu da alcuni dei suoi -famigliari, tra cui il ciambellano Albino, calato con funi -dalle mura del convento, e menato in S. Pietro. Colà -venne il duca di Spoleto, Guinigildo, coi suoi armati, -in compagnia d'un messo di re Carlo, e lo condussero -a Spoleto. Un'ambasceria fu subito mandata in Francia, -per render conto al Re dell'accaduto, aggiungendo -che il Papa voleva parlargli. Carlo rispose che sarebbe -<span class="pagenum" id="Page_413">[413]</span> -subito venuto in persona, se non fosse stato trattenuto -da una nuova spedizione contro i Sassoni. Lo aspettava -perciò a Padeborn, ed avrebbe inviato ad incontrarlo -l'arcivescovo Ildibaldo di Colonia, il conte Ascario ed -il proprio figlio Pipino re d'Italia, che lo avrebbero, -per maggior sicurezza ed onore, accompagnato fino a lui. -Il viaggio del Papa, in compagnia di molti prelati, fu -trionfale. Incontrò prima l'Arcivescovo, poi Pipino, che -con una parte dell'esercito lo accompagnò a Padeborn, -dove Carlo lo accolse solennemente, alla testa delle sue -schiere, le quali ricevettero in ginocchio la benedizione -papale. Il Re lo intrattenne poi con grandi feste, e gli -fece anche larghi donativi. -</p> - -<p> -Da Roma, dove la rivoluzione imperversava, continuavano -intanto ad arrivare gravissime accuse contro il -Papa, e si pregava il Re che volesse sottoporlo ad un -giudizio, perchè si trattava di colpe tali da doverlo deporre, -se non riusciva a dimostrarsene innocente. La cosa -appariva infatti tale che Carlo, sebbene trattenuto dalle -cure della guerra, par che si decidesse a consultare l'opinione -del suo fido Alcuino circa l'opportunità di continuare -in persona la guerra, o recarsi invece subito a -Roma, per provvedere allo stato ivi sempre incerto e -tumultuoso delle cose. Ed Alcuino allora scrisse al Re -una lettera assai notevole, in cui gli diceva: «Fino ad -ora vi sono state nel mondo tre potestà: il Vicario di -San Pietro, sacrilegamente oggi ingiuriato e maltrattato; -l'Imperatore, laico, dominatore della nuova Roma, -il quale, in modo non meno barbaro, venne balzato dal -trono, su cui fu messa una donna; e finalmente la regia -dignità da Gesù Cristo a Voi affidata, per reggere il popolo -cristiano. Essa ora sovrasta a tutti in sapienza e -potenza; in Voi perciò è riposta la salute della Cristianità. -Bisogna che prima pensiate a portare rimedio al -<span class="pagenum" id="Page_414">[414]</span> -capo (<i>cioè Roma</i>), per pensare dopo a guarire i piedi -(<i>cioè i Sassoni e gli altri nemici</i>), i cui mali son sempre -meno pericolosi.» -</p> - -<p> -Il Re, che si vedeva adesso invocato quale suprema -autorità dal Papa e dai Romani, era compreso della gravità -delle cose, e desiderava recarsi senz'altro indugio -in Italia. Pure, non essendogli ancora possibile muoversi, -lasciò ripartire Leone III, accompagnato dagli arcivescovi -di Colonia e di Salisburgo, da cinque vescovi, da -tre conti, i quali andarono col Papa, non solamente in segno -d'onore, ma anche per iniziare il processo sui fatti -seguiti in Roma, e sulle accuse che gli erano mosse. -Per la sua qualità di capo della Chiesa, per la reazione -già cominciata in suo favore, e per la protezione che -aveva dal Re, il Papa fu accolto trionfalmente per tutto. -Il 29 novembre 799 era a Pontemolle, dove gli vennero -incontro il clero, le suore, il Senato, cioè i nobili, l'esercito -romano, il popolo, le <i>scholae</i> degli stranieri, cantando -salmi, e portando le bandiere in mano. Leone III -andò in S. Pietro ove dette la benedizione, ed amministrò -la comunione. Il giorno seguente si recò in Laterano, -e colà, dopo pochi altri giorni, i commissari regi iniziarono -il processo nel nuovo triclinio, dove era il gran mosaico -da noi ricordato più sopra. Pasquale e Campulo si -presentarono tranquilli coi loro compagni; ma non avendo -potuto provare le accuse, ed essendo invece manifeste -le sanguinose violenze da essi usate contro il Papa, furono -arrestati e inviati in Francia, per essere sottoposti -al giudizio supremo e definitivo di Carlo, il quale rimandò -la decisione al suo ritorno in Italia. -</p> - -<p> -Nè il Re si poteva muovere ancora, a cagione delle -guerre contro i Sassoni, contro i Bretoni, e contro i Musulmani -nella Spagna. S'aggiunse che il 4 giugno dell'800 -moriva la terza ed ultima sua moglie legittima, Liutgarda. -<span class="pagenum" id="Page_415">[415]</span> -Finalmente nell'autunno di quell'anno intraprese il suo -quarto e più memorabile viaggio in Italia. Veniva alla -testa d'un esercito, in compagnia di suo figlio Pipino, -che da Ancona egli spedì contro il duca di Benevento, -che nuovamente minacciava di ribellarsi. Il 23 novembre -era a Mentana, a 14 miglia da Roma, e colà gli -venne incontro Leone III col clero, l'esercito ed il popolo -romano. Si trattennero insieme e desinarono; dopo -il Papa ritornò a Roma. Il giorno seguente Carlo fece il -suo solenne ingresso in S. Pietro, dove Leone III lo -aspettava col clero. -</p> - -<p> -Il 1º di dicembre il Re, circondato dai suoi vescovi, -abbati e baroni, sedeva come supremo giudice in S. Pietro, -dove aveva convocato una grande assemblea, alla quale -assistevano le due aristocrazie ed il clero di Roma. Carlo -vestiva la toga e la clamide di Patrizio dei Romani, ed -accanto a lui sedeva il Papa, i cui accusatori, ricondotti -di Francia a Roma, erano ivi presenti. Il Re espose -allora d'esser venuto, come Patrizio e difensore della -Chiesa, per restituire in essa l'ordine turbato dalle ingiurie -e dalle accuse mosse al capo della Cristianità. -La suprema autorità di Carlo era da tutti riconosciuta; -ma ciò non ostante riusciva assai difficile arrivare ad -una conclusione in questo giudizio. Provare davvero le -accuse mosse contro il Papa non era possibile, ma non -era facile neppure dimostrarle false. I vescovi inoltre -dichiararono unanimi che ad essi non era in nessun modo -lecito giudicare il capo supremo della Chiesa, che doveva -invece essere il loro giudice. I particolari del processo -ci sono ignoti, e non conosciamo neppure la precisa -natura delle accuse. Certo è che il 23 dicembre, alla -presenza del Re, dei vescovi, del clero, dei Franchi, dei -nobili e del popolo romano, solennemente radunati in -S. Pietro, il Papa, salito sull'ambone, posando la mano -<span class="pagenum" id="Page_416">[416]</span> -sugli Evangeli, con chiara e sonora voce, dichiarava che, -seguendo l'esempio dei predecessori (fra i quali si poteva -infatti citare Pelagio, accusato d'aver contribuito alla -morte di papa Vigilio), di sua spontanea volontà, senza -che nessuno potesse giudicarlo, giurava d'essere affatto -innocente di tutte quante le colpe di cui lo avevano -accusato. Il clero cantò allora solenni litanie, in ringraziamento -a Dio ed alla Vergine. Certo Leone III s'indusse -a quest'atto, perchè era parso necessario al Re, -senza il cui aiuto egli non avrebbe potuto governare. La -sua autorità di fronte alla Chiesa ed al popolo fu però -salva. Pasquale, Campulo ed i loro compagni vennero -condannati alla pena di morte, commutata poi nell'esilio -perpetuo in Francia, per intercessione, a quanto si disse, -del Papa stesso. Quel giorno arrivarono a Roma due rappresentanti -del Patriarca di Gerusalemme, che consegnarono -a Carlo le chiavi della città e del S. Sepolcro. -Il giorno di Natale egli assisteva alla messa solenne, celebrata -in S. Pietro dal Papa, finita la quale andarono -insieme a pregare nel sepolcro del Santo. Quando Carlo -si levò in piedi, Leone III improvvisamente gli pose sul -capo la corona imperiale, e si narra che subito dopo, inginocchiatosi, -lo adorasse. Il popolo romano freneticamente -allora acclamò: <i>Carolo, piissimo, augusto, a Deo coronato, -magno, pacifico Imperatori vita et victoria</i>. Questa -coronazione iniziava un'epoca nuova nella storia del -mondo. -</p> - -<p> -L'annalista Eginardo afferma che essa fu un atto improvviso -ed inaspettato del Papa, compiuto ad insaputa -di Carlo, il quale avrebbe anzi dichiarato che, se avesse -potuto prevederlo, si sarebbe, non ostante la solennità -di quel giorno, astenuto dall'andare in S. Pietro. Molto -si è disputato sulla verità di una tale affermazione. Alcuni -la credettero pura invenzione del cronista, altri invece -<span class="pagenum" id="Page_417">[417]</span> -una finzione del Re, il quale avrebbe fatto come -Tiberio, che pretendeva di ricusar l'Impero da lui pur -tanto ambito. Sin dal tempo in cui il Papa era a Padeborn -sarebbe, secondo essi, stato fissato tutto, per la imperiale -coronazione, la quale in nessun modo avrebbe -potuto essere un atto improvviso ed inaspettato. Bisognava -almeno aver prima ordinato, preparato la corona, -concertato la solennità della funzione, la quale infatti -non riuscì punto inaspettata ai presenti, che subito intesero -ed applaudirono unanimi e clamorosamente. -</p> - -<p> -Nella storia non mancano esempi simili, i quali provano -che, per spiegare le parole del Re, non c'è bisogno -di ricorrere alla finzione ed alla malafede. Il Persigny -racconta, nelle sue <i>Memorie</i>, come fu lui che affrettò quasi -violentemente la proclamazione dell'Impero, contro la volontà -di Napoleone III, il quale pur tanto e da così lungo -tempo lo ambiva e lo preparava. Gli sembrava però che -non fosse ancora giunto il momento opportuno, che il -Persigny credeva invece arrivato, e non voleva lasciarlo -passare. È probabile quindi che Carlo, il quale certo ambiva -l'Impero, avesse desiderato di apparecchiarne meglio -la proclamazione e determinare prima la forma della -solennità; e che il Papa invece, appunto per non esser costretto -ad accettare qualche formola o condizione a lui -poco gradita, avesse affrettato la decisione, presentando -il fatto compiuto. A lui importava sommamente, che la -coronazione e la proclamazione dell'Impero apparissero -come opera del capo visibile della Chiesa, quale strumento -di Dio, coll'acclamazione del popolo romano, che -rappresentava l'universo popolo cristiano. Leone III voleva -essere l'iniziatore, il creatore del nuovo Impero, -perchè tutto riuscisse a vantaggio della religione, a sempre -maggiore incremento dell'autorità della Chiesa. -</p> - -<p> -Su questo grande avvenimento, come è naturale, molto -<span class="pagenum" id="Page_418">[418]</span> -si discusse e molte teorie si esposero. Carlo, secondo alcuni, -fu proclamato imperatore dal Senato e dal popolo -romano; secondo altri invece lo elesse e consacrò il -Papa; secondo altri ancora l'Impero fu conseguenza della -conquista. Causa prima fu però sempre riconosciuta la -volontà di Dio, di cui gli uomini sono strumento passivo. -Il fatto vero è che l'Impero non fu conseguenza di -nessuna teoria, ma resultato inevitabile di una storica -necessità. La Chiesa aveva bisogno d'essere difesa e -protetta; il Papa perciò aveva chiamato i Franchi, e con -le sue mani, di propria iniziativa, in nome del Signore, -incoronò Carlo. Ma, dopo averlo incoronato, si era inginocchiato -dinanzi a lui. Chi dunque era superiore l'Imperatore -o il Papa? Questo è ciò che solo l'avvenire potrà -decidere. Per ora è il Papa che ha creato l'Impero, -della cui protezione ha bisogno. La Chiesa, separatasi da -Costantinopoli, è dentro il nuovo Impero, alla testa del -quale si trova Carlo, a cui la posterità dette il titolo di -Magno. Di fatto sin d'ora egli solo veramente comanda, -perchè solo ha la forza. -</p> - -<p> -Ma l'Impero era di sua natura universale, e quindi non -poteva essere che uno solo, quello cioè d'Oriente, la cui -sede si trovava a Costantinopoli. L'Impero che in passato -venne chiamato d'Occidente, non era stato che un -episodio passeggiero ed effimero già da lungo tempo -scomparso. Erano infatti decorsi tre secoli, dacchè gli -ambasciatori d'Odoacre e di Augustolo avevano deposto -le insegne imperiali nelle mani di Zenone, dicendogli -che l'Occidente non aveva bisogno di un proprio imperatore, -bastando a tutti quello di Costantinopoli, di cui -l'Italia, sede primitiva, era sempre parte integrante. Il -nuovo Impero franco, adunque, pur essendo conseguenza -d'una storica necessità, non aveva nessun fondamento -giuridico. E forse anche perciò Carlo aveva desiderato di -<span class="pagenum" id="Page_419">[419]</span> -proceder cauto circa il tempo ed il modo della proclamazione. -Tuttavia il momento che Leone III aveva scelto -era stato assai opportuno. Il re franco aveva allora vinto -tutti i suoi nemici, aveva fortemente costituito ed esteso -il proprio regno; il Papa, riconosciuto innocente, era tornato -sulla cattedra di S. Pietro più autorevole che mai. -Il giorno della incoronazione era stato quello a tutti sacro -della nascita di nostro Signore, della redenzione cioè del -genere umano. Sul trono di Costantinopoli, come abbiam -visto, si trovava una donna, e questa donna era un mostro, -che non poteva far paura a nessuno. Ciò non ostante, -il grande avvenimento ora compiuto era pieno di equivoci -e di pericoli, dei quali si dovevano sentire le gravi -conseguenze. Per ora l'autorità morale del Papa ne era -cresciuta a dismisura. -</p> - -<p> -Dopo una dimora di cinque mesi, nell'aprile 801, celebrata -la Pasqua, e lasciato a Pipino l'incarico di continuare -la guerra contro Benevento, Carlo se ne tornò a -Pavia dove pubblicò alcune altre leggi, che aggiunse -a quelle dei Longobardi, ed assunse il titolo di «Serenissimo -Augusto, coronato per divino volere, reggente l'Impero -dei Romani, e per grazia di Dio re dei Franchi e -dei Longobardi.» All'Italia superiore egli lasciò una propria -autonomia, senza annetterla alla Francia, considerandola -piuttosto come una sua conquista personale. Invece -dei Duchi pose dei Conti, che scelse fra i Longobardi, e -che erano, come già dicemmo, meno potenti e più sottomessi, -con territori meno estesi. L'unità e la forza del -governo, la fusione dei vinti e dei vincitori fecero allora -un grande progresso. I Gastaldi, non più necessari, si mutarono -in semplici amministratori, e dipesero dai Conti, -che rendevano giustizia, non più di propria autorità come -i Duchi, ma per delegazione del sovrano. L'eribanno, o la -convocazione dell'esercito, appartenne al solo Imperatore -<span class="pagenum" id="Page_420">[420]</span> -che andò ognor più limitando il potere dei Duchi, per -mezzo dei <i>Missi dominici</i>, i quali presso i Franchi divennero -una istituzione regia di primaria importanza, e -per mezzo di essi l'Imperatore vegliava su tutta l'amministrazione. -Nei giudizi egli giudicava come vero sovrano, -anche secondo equità, quando mancava una speciale disposizione -di legge. Questa facoltà che in parte era concessa -ai duchi longobardi, non l'avevano i conti franchi. -</p> - -<p> -Carlo si occupò anche dell'ordinamento giudiziario, che -presso i barbari serbò lungamente le tracce della sua origine. -Dapprima ognuno si faceva giustizia da sè; poi la -giustizia venne amministrata dal popolo; più tardi ancora -dal sovrano, che rappresentava lo Stato. Nel Medio Evo -prevalse un sistema misto. Il popolo partecipava all'amministrazione -della giustizia insieme col Re, che giudicava -solennemente, circondato dai Grandi della Corte, e -dai suoi giudici palatini, dinanzi alle assemblee popolari, -chiamate <i>placita</i>, che per delegazione potevano essere -presiedute dai Conti. Accanto al sovrano o al suo delegato -v'erano magistrati che dirigevano queste assemblee, -e conoscevano bene le consuetudini. A poco a poco il popolo -cominciò a non intervenire regolarmente ai <i>placita</i>; -e le leggi scritte che vennero aggiunte alle consuetudini, -o furono sostituite ad esse, erano meno facilmente conosciute. -Divenne allora necessario nominare magistrati -temporanei periti nelle leggi e capaci di formulare le sentenze. -Questi magistrati furono da Carlo resi permanenti, -e vennero chiamati <i>Scabini</i>. Erano eletti nei <i>placita</i> in -presenza del Conte; e i <i>Missi dominici</i> ne approvavano -la nomina quando li trovavano idonei. -</p> - -<p> -La forma generale della società e del governo franco -differiva molto dalla longobarda, specialmente nel suo -maggiore accentramento, nella maggiore autorità politica, -militare e giudiziaria del sovrano. Pei Franchi non -<span class="pagenum" id="Page_421">[421]</span> -c'era differenza tra il patrimonio dello Stato e quello -del Re. <i>Curtis regia</i>, <i>Palatium publicum</i>, <i>Res publica</i> -erano una sola e medesima cosa: il sovrano poteva -concederli in beneficio o anche donarli. Le terre demaniali, -e quelle confiscate che per mancanza d'eredi venivano -al demanio, facevano parte anch'esse del patrimonio -regio. Il Re dava l'amministrazione di tutto ciò a -suoi ufficiali, che non erano indipendenti come i Gastaldi -longobardi; ovunque e sempre la sua forte individualità -aumentava la sua morale e materiale potenza. -</p> - -<p> -La continua e febbrile attività di Carlo si manifestava -in mille modi diversi. Forte, alto, bello della persona, facondo -e valoroso, con occhi vivacissimi, sempre instancabile, -egli era non solo un capitano ed un uomo di Stato -di primissimo ordine, ma anche un gran promotore di -opere pubbliche, come furono generalmente tutti i grandi -sovrani. Nel 793 lo vediamo occupato ad esaminare la -proposta d'un canale, che avrebbe dovuto congiungere -il Reno ed il Danubio, impresa gigantesca, superiore alla -capacità di quei tempi e che solo ai nostri giorni potè essere -eseguita. Molti canali, strade, ponti, tra cui uno grandissimo -sul Reno a Magonza, furono da lui costruiti. E -così pure molte chiese, fra le quali è celebre, pel suo tesoro, -le sacre reliquie e le memorie, quella che anche oggi -è continuamente visitata dal forestiero in Aquisgrana, e -venne costruita a similitudine della chiesa di S. Vitale in -Ravenna. Ma la più parte di questi edifizi è ora scomparsa, -nè a Carlo, non ostante i suoi lodevoli sforzi, riuscì -di fermare la decadenza dell'architettura. Quello -che dà un'altra prova della sua varia attività e del suo -alto intelletto, si è l'osservare come, sebbene egli fosse -così poco culto, che imparò assai tardi a leggere, nè mai -riuscì a scrivere con facilità, e sebbene fosse di uno -spirito e di un carattere essenzialmente germanico, fu -<span class="pagenum" id="Page_422">[422]</span> -anche uno dei più grandi promotori della cultura greco-romana. -Quando appena la guerra gli lasciava un momento -di riposo, noi lo vediamo nello stesso tempo legislatore, -giudice supremo, iniziatore di opere pubbliche, -e gran Mecenate, circondato di dotti, con piena intelligenza -di quella cultura, che non possedeva, ma di cui -comprendeva tutta l'importanza. -</p> - -<p> -Presso di lui troviamo fra gli altri Paolo Diacono, lo -storico dei Longobardi; uomo di varia cultura, che conosceva -il greco, e scrisse parecchie opere in prosa ed -in verso. Caro a Rachi ed a Desiderio, fu prima nella -Corte di Pavia, poi in quella di Benevento; assistè alla -rovina del regno longobardo, e si ritirò frate benedettino -a Monte Cassino. La sua famiglia dovette essersi -mescolata nelle congiure contro Carlo, giacchè un suo -fratello, come già vedemmo, fu tenuto dal Re in dura -prigionia. Questo indusse Paolo, che sapeva in quanta -stima l'Imperatore tenesse i dotti, a scrivergli e perorare -la causa del fratello. Dopo di che andò egli stesso -alla Corte, dove fu assai bene accolto, vi restò negli -anni 783-86, e par che la sua preghiera fosse esaudita. -Ma l'amore della patria lontana lo richiamava, e se ne -tornò a Monte Cassino, dove scrisse la sua Storia dei -Longobardi. Per mezzo di altri dotti, che vennero in -Francia o che vi erano nati, Carlo potè fondare nel proprio -regno molte scuole, la principale delle quali soleva -risiedere nel suo Palazzo in Aquisgrana, e spesso lo seguiva -con la Corte nelle sue peregrinazioni. Essa fu diretta -da Alcuino, nato in Inghilterra, dove venne educato -nella scuola di York, in cui fioriva quella cultura, che -dall'Irlanda era passata nell'Inghilterra. In essa il dotto -Inglese acquistò la conoscenza della filosofia e dei classici -latini, pei quali ebbe grande ammirazione. Carlo lo conobbe -in Italia, e lo invitò subito in Francia, dove Alcuino -<span class="pagenum" id="Page_423">[423]</span> -andò con alcuni suoi compagni, e fu ivi l'iniziatore della -grande scuola, che diresse, e che era una specie di Accademia, -alla quale il Re soleva assistere coi suoi figli. Vi -s'insegnavano il Trivio, il Quatrivio, la Teologia; e i suoi -principali componenti, assumevano nomi greci, romani -o biblici. Re Carlo era chiamato David, Alcuino ebbe -il nome di Flacco, il suo compagno Angilberto quello -d'Omero, e così gli altri. Dal 782 al 796, Alcuino rimase -alla testa della scuola, la quale promosse grandemente la -cultura non solo in Francia, ma anche in Europa. Ed il Re, -fra le altre non poche elargizioni, concesse a questo suo -dotto e fido consigliere la ricchissima abbazia di S. Martino, -nella quale esso finalmente si ritirò e potè scrivere -molte delle sue opere. Parecchi altri furono i dotti -che vissero nella Corte di Carlo. Eginardo, nobile dell'Austrasia -(770-844), ebbe anch'egli dono di ricche abbazie -dal sovrano, di cui scrisse la vita; e fu autore di Annali -preziosi per la storia del tempo. Angilberto, nobile della -Neustria, dopo avere avuto vari figli, si fece ecclesiastico -e divenne autore di poesie e di opere storiche. Altri non -pochi nobili furono da Carlo incitati a coltivar le lettere, -e fondarono scuole nelle loro città episcopali. Questo glorioso -sovrano promosse la cultura non solo nelle lettere, -ma in tutte quante le possibili manifestazioni; anche la -musica ed il canto furono da lui protette. Si occupò della -revisione dei manoscritti della Bibbia, e della sua diffusione, -come della diffusione delle opere dei SS. Padri. -Persino la scrittura sotto di lui migliorò, e prese una -forma nuova, che si chiamò carolingia. -</p> - -<p> -La costituzione dell'Impero franco fu il fatto capitale, -centrale di tutto quanto il Medio Evo. Esso strinse temporaneamente -in una forte unità paesi e popolazioni assai -diversi, promosse la fusione dei vinti e dei vincitori, -dei Teutonici e dei Romani, dello spirito germanico -<span class="pagenum" id="Page_424">[424]</span> -e della cultura greco-romana; favorì, temporaneamente -almeno, l'accordo dello Stato colla Chiesa, la quale fu da -Carlo colmata di favori. Egli cercò costantemente di proteggerla -e di migliorarne la costituzione, presumendo assai -spesso di vegliare anche alla purità della fede. Fuori -d'Italia egli nominò i vescovi, e cercò da per tutto tenerli -d'accordo fra di loro, col Papa e coi Conti, valendosi -a ciò dei <i>Missi dominici</i>, i quali, appunto perchè dovevano -provvedere alla giustizia ed alla religione, solevano -esser due, uno laico, l'altro ecclesiastico. -</p> - -<p> -Ma tutto questo grande organismo dell'Impero, se era -un fatto storico e necessario, era anche l'opera personale -di un uomo di genio: doveva perciò, in parte almeno, cadere -insieme con lui. Dopo la morte di Carlo infatti, i -suoi successori, come tante volte era seguito tra i Franchi, -furon subito tra di loro in guerra. E questa guerra, -per la vastità dell'Impero, e per gli elementi così diversi -di cui esso era composto, divenne anche più aspra. Una -società nuova s'era andata formando, nella quale il diverso -spirito nazionale dei vari popoli cominciò a reagire, -a manifestarsi irresistibilmente, decomponendo la temporanea -unità formata dal genio militare e politico di -Carlo. In Italia l'Impero non andò oltre il Garigliano, -ivi essendosi fermata la conquista vera e propria. Il ducato -di Benevento riuscì a salvare la sua indipendenza, -e quindi colà sopravvisse per qualche tempo ancora la -società longobarda. È da questo momento infatti che -l'Italia meridionale comincia ad avere una storia separata -e diversa assai da quella di tutto il resto della -Penisola. Oltre di ciò la Chiesa e lo Stato, il Papa e -l'Imperatore ben presto si trovarono fra di loro in lotte -aspre e violenti, che contribuirono non poco a indebolire -sempre più la nuova società, formata dall'Impero -franco, la quale s'andò, con la costituzione del feudalismo, -<span class="pagenum" id="Page_425">[425]</span> -sgretolando in mille gruppi secondari. In mezzo -al feudalismo ed in opposizione con esso si formeranno -e sorgeranno rigogliosi i nostri Comuni, i quali saranno -il primo resultato della fusione di due popoli e di due -società, iniziata dall'Impero, e daranno origine alla civiltà -moderna. Ma prima che i Comuni riescano a costituirsi, -bisogna che l'Europa e l'Italia percorrano ancora -un nuovo periodo di profondo dolore, di grande -disordine e quasi di anarchia. -</p> - -<div class="indice"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_427">[427]</span> -</p> - -<h2 id="indalf">INDICE ALFABETICO</h2> - -<p> -<b>Acacio</b>, patriarca di Costantinopoli. Condannato e scomunicato, -<a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_136">136</a>, <a href="#Page_164">164</a>. -</p> - -<p> -<b>Adalberga</b>, vedova d'Arichi (II) duca di Benevento, <a href="#Page_404">404</a>. -</p> - -<p> -<b>Adaloaldo</b>, figlio di Agilulfo re de' Longobardi. Fatto da lui -battezzare, <a href="#Page_295">295</a>; e proclamare suo successore, <a href="#Page_297">297</a>. Costretto -a fuggire, <a href="#Page_301">301</a>. -</p> - -<p> -<b>Adelchi</b>, figlio di Desiderio re de' Longobardi. Si chiude in -Verona, <a href="#Page_387">387</a>. Riesce a scampare dopo la resa di quella città -ai Franchi, e si rifugia a Costantinopoli, <a href="#Page_388">388</a>, <a href="#Page_394">394</a>, <a href="#Page_398">398</a>. Torna, -ma è respinto, <a href="#Page_404">404</a>, <a href="#Page_405">405</a>. -</p> - -<p> -<b>Adozianismo</b>, dottrina teologica, <a href="#Page_406">406</a>. -</p> - -<p> -<b>Adriano I</b>, papa, <a href="#Page_384">384</a>. Resiste alle lusinghe e alle minacce -di Desiderio re de' Longobardi, <a href="#Page_384">384</a>. Fa imprigionare Paolo -Afiarta, capo del partito longobardo in Roma, <a href="#Page_385">385</a>. Si apparecchia -a resistere con l'armi a Desiderio, e sollecita gli aiuti -di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_386">386</a>. Spoleto e altre città gli fanno -atto di sottomissione, <a href="#Page_389">389</a>. Riceve in Roma il re Carlo, <a href="#Page_391">391</a>; e -della donazione di terre da esso fattagli, <a href="#Page_391">391</a> e segg. D'un conflitto -tra lui e l'Arcivescovo di Ravenna, <a href="#Page_396">396</a>. Chiama di nuovo -re Carlo in difesa dell'autorità della Chiesa, e dei suoi dominii, -<a href="#Page_397">397</a>; e quali fossero i dominii cui pretendeva, <a href="#Page_400">400</a>, <a href="#Page_403">403</a>. -Chiede la restituzione di alcune terre tolte alla Chiesa in Italia -dai Bizantini, <a href="#Page_403">403</a>, <a href="#Page_407">407</a>. Muore, <a href="#Page_407">407</a>. Riassunto del suo -pontificato e delle sue relazioni con Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_407">407</a>, -<a href="#Page_408">408</a>. Come datasse le sue bolle, <a href="#Page_408">408</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_428">[428]</span> -</p> - -<p> -<b>Adrianopoli.</b> Combattuta da' Goti, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_49">49</a>. -</p> - -<p> -<b>Afiarta.</b> V. <i>Paolo</i> cubiculario. -</p> - -<p> -<b>Africa.</b> Resiste ostinatamente ai Romani, <a href="#Page_2">2</a>, <a href="#Page_3">3</a>. Fornisce grano -all'Impero, <a href="#Page_5">5</a>. Forma, con l'Italia, una delle quattro Prefetture -di esso, <a href="#Page_31">31</a>, <a href="#Page_58">58</a>. Vi scoppia una guerra tra i generali -romani; e della invasione in essa de' Vandali, <a href="#Page_87">87</a> e segg. Resta -divisa tra questi e i Romani, <a href="#Page_91">91</a>. Riconquistata all'Impero, -<a href="#Page_181">181</a> e segg. Vi scoppia una rivolta, tosto domata da -Belisario, <a href="#Page_185">185</a>. -</p> - -<p> -<b>Agilulfo</b>, duca longobardo. Sposa Teodolinda, e diventa re, <a href="#Page_287">287</a>. -Si trova in grandi difficoltà, e si regge con altrettanta prudenza, -<a href="#Page_288">288</a>. Conclude un accordo co' Franchi, <a href="#Page_288">288</a>. Attende -a risottomettere alcuni Franchi ribelli, <a href="#Page_289">289</a>. Assedia Roma, <a href="#Page_291">291</a>; -poi si ritira, <a href="#Page_292">292</a>. Disposto ad accordarsi col Papa, <a href="#Page_293">293</a>. Prende -e distrugge Padova, <a href="#Page_294">294</a>. Il Papa ha grande azione su lui, <a href="#Page_295">295</a>. -Fa battezzare il figliuolo, <a href="#Page_295">295</a>. Prende ed abbatte altre città -de' Bizantini; poi fa pace con loro, <a href="#Page_296">296</a>. Fa proclamare suo -successore il figliuolo, <a href="#Page_297">297</a>. Rinnova la pace co' Bizantini, <a href="#Page_297">297</a>. -Muore, <a href="#Page_298">298</a>. Del favore da lui accordato ai Cattolici, <a href="#Page_300">300</a>; e -della opinione che anch'egli si convertisse al Cattolicismo, <a href="#Page_300">300</a>. -</p> - -<p> -<b>Agnello</b>, cronista ravennate, <a href="#Page_146">146</a>, <a href="#Page_326">326</a>, <a href="#Page_327">327</a>. -</p> - -<p> -<b>Aione</b>, duca di Benevento, <a href="#Page_309">309</a>. -</p> - -<p> -<b>Alachi</b>, duca longobardo di Trento. Si ribella al Re, e usurpa -il regno, ma n'è cacciato, <a href="#Page_322">322</a>; e ucciso, <a href="#Page_322">322</a>. Accenni alla sua -guerra per ricuperare il regno, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -<b>Alani.</b> Disfatti dagli Unni, <a href="#Page_44">44</a>. Invadono la Gallia, <a href="#Page_67">67</a>. Combattuti -e vinti dai Goti, <a href="#Page_82">82</a>. Seguono gli Unni, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -<b>Alarico.</b> Educato all'armi nelle legioni romane, <a href="#Page_25">25</a>. Combatte -sotto l'imperatore Teodosio, <a href="#Page_52">52</a>; ed è capo dei Visigoti, federati -dell'Impero, <a href="#Page_60">60</a>. Si disegna di spingerlo dall'Oriente -in Occidente, <a href="#Page_62">62</a>. Eletto per loro re dai Visigoti, <a href="#Page_63">63</a>. Fa una -invasione in Grecia, ed è respinto, <a href="#Page_64">64</a>. La sua mira diventa -l'Italia, <a href="#Page_64">64</a>. Battuto da Stilicone, <a href="#Page_66">66</a>; dopo la cui morte si -fa più potente e minaccioso, <a href="#Page_71">71</a>. Non intende impadronirsi -dell'Impero ma di farne parte, <a href="#Page_71">71</a>. Assedia Roma e la costringe -a pagargli un tributo, <a href="#Page_73">73</a>. Vorrebbe venire a un accordo -con l'Imperatore, che si rifiuta, <a href="#Page_74">74</a>. Pone di nuovo l'assedio -<span class="pagenum" id="Page_429">[429]</span> -a Roma, <a href="#Page_74">74</a>; e vi entra, <a href="#Page_75">75</a>; ma poco vi rimane, <a href="#Page_75">75</a>; -Muore, <a href="#Page_76">76</a>. -</p> - -<p> -<b>Alarico (II)</b>, re de' Visigoti. Sposa una figlia di Teodorico, -<a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<p> -<b>Albano.</b> Occupata dai Bizantini, <a href="#Page_197">197</a>. -</p> - -<p> -<b>Albino</b>, patrizio romano. Accusato di congiurare contro Teodorico, -<a href="#Page_166">166</a>; e condannato, <a href="#Page_167">167</a>. -</p> - -<p> -<b>Alboino.</b> Uccide Torismondo figlio del re dei Gepidi, <a href="#Page_252">252</a>. Succede -al padre nel regno de' Longobardi, <a href="#Page_253">253</a>. Della sua alleanza -con gli Avari, <a href="#Page_253">253</a>. Vince e stermina i Gepidi, <a href="#Page_254">254</a>; e uccide -Cunimondo loro re, e ne sposa la figliuola, <a href="#Page_254">254</a>. Sua invasione -e conquista d'Italia, <a href="#Page_254">254</a> e segg. Della sua morte, <a href="#Page_258">258</a>. -</p> - -<p> -<b>Albsuinda</b>, figlia d'Alboino, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -<b>Alcuino</b>, consigliere di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_410">410</a>. Sue lettere -a Carlo, ricordate, <a href="#Page_410">410</a>, <a href="#Page_413">413</a>. Altre notizie di lui, <a href="#Page_422">422</a>. -</p> - -<p> -<b>Aligerno</b>, goto, fratello di Teja. Si chiude in Crema, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_241">241</a>. -Si arrende, e combatte poi per l'Impero, <a href="#Page_242">242</a>, <a href="#Page_243">243</a>. -</p> - -<p> -<b>Alsazia-Lorena</b>, <a href="#Page_78">78</a>. -</p> - -<p> -<b>Amalafrida</b>, sorella di Teodorico. Sue prime e seconde nozze -ricordate, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_173">173</a>; e altre notizie di lei, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_181">181</a>. -</p> - -<p> -<b>Amalarico</b>, figlio di Alarico II re de' Visigoti, <a href="#Page_159">159</a>. -</p> - -<p> -<b>Amalasunta</b>, figliuola di Teodorico degli Amali re degli Ostrogoti, -<a href="#Page_158">158</a>. Moglie di Eutarico, <a href="#Page_160">160</a>. Vedova, e tutrice del -figliuolo Atalarico, <a href="#Page_171">171</a>. Suo governo, <a href="#Page_171">171</a> e segg. I Goti le -sono avversi, <a href="#Page_172">172</a> e segg. Vorrebbe andare a Costantinopoli, -poi ne depone il pensiero, <a href="#Page_174">174</a>. Morto il figliuolo, si associa nel -regno Teodato; da cui viene poi confinata e uccisa, <a href="#Page_175">175</a>. -</p> - -<p> -<b>Amali.</b> Nobile stirpe degli Ostrogoti. V. <i>Teodorico</i>. -</p> - -<p> -<b>Anastasio</b>, imperatore. Sue relazioni con Teodorico re degli -Ostrogoti, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_160">160</a>. Favorisce Clodoveo re de' Franchi, <a href="#Page_159">159</a>. -Muore, <a href="#Page_163">163</a>. -</p> - -<p> -<b>Anastasio II</b>, imperatore, <a href="#Page_328">328</a>. -</p> - -<p> -<b>Anastasio II</b>, papa, <a href="#Page_161">161</a>. -</p> - -<p> -<b>Ancona.</b> È in mano de' Bizantini, <a href="#Page_226">226</a>; ma in procinto di arrendersi -ai Goti, <a href="#Page_229">229</a>. Questi si ritirano dall'assedio, <a href="#Page_234">234</a>. -È sempre in mano de' Bizantini, <a href="#Page_257">257</a>; e fa parte della Pentapoli, -<a href="#Page_279">279</a>. Giura obbedienza al Papa, <a href="#Page_389">389</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_430">[430]</span> -</p> - -<p> -<b>Angilberto</b> (abate). Ambasciatore di Carlo re de' Franchi al -Papa, <a href="#Page_410">410</a>. Altre notizie di lui, <a href="#Page_423">423</a>. -</p> - -<p> -<b>Anglo-Sassoni.</b> Gregorio I vuol convertirli al Cattolicismo, <a href="#Page_286">286</a>. -</p> - -<p> -<b>Ansprando.</b> Perseguitato da Ariberto II, usurpatore del trono -de' Longobardi, che poi costringe a fuggire, <a href="#Page_323">323</a>, <a href="#Page_324">324</a>. Sale -sul trono, che poi lascia al figliuolo Liutprando, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -<b>Antemio (Procopio).</b> Eletto imperatore d'Occidente, <a href="#Page_121">121</a>. Si -unisce con quello d'Oriente contro i Vandali, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_122">122</a>. Discordia -tra lui e il generale Ricimero, <a href="#Page_123">123</a>; e sua uccisione, <a href="#Page_123">123</a>. -</p> - -<p> -<b>Antonina</b>, moglie di Belisario, <a href="#Page_180">180</a>. S'adopra per l'elezione -di papa Vigilio, <a href="#Page_196">196</a>. Sua infedeltà verso il marito, e suoi -intrighi alla corte di Costantinopoli, <a href="#Page_213">213</a>, <a href="#Page_214">214</a>. È col marito -in Italia, <a href="#Page_223">223</a>. Torna a Costantinopoli per ottenergli aiuti -d'armi, <a href="#Page_226">226</a>. -</p> - -<p> -<b>Antonino</b>, patriarca di Grado, <a href="#Page_337">337</a>, <a href="#Page_344">344</a>. -</p> - -<p> -<b>Antrustiones</b> nel regno dei Franchi, <a href="#Page_357">357</a>. -</p> - -<p> -<b>Aquileia.</b> Presa e distrutta da Attila, <a href="#Page_106">106</a>. Ivi presso avviene -la prima battaglia tra Odoacre e Teodorico, <a href="#Page_142">142</a>. Il suo patriarca -l'abbandona nell'invasione de' Longobardi, <a href="#Page_256">256</a>. -</p> - -<p> -<b>Aquitania</b>, regno franco, <a href="#Page_351">351</a>. -</p> - -<p> -<b>Arabi.</b> V. <i>Musulmani</i>. -</p> - -<p> -<b>Arbogaste</b>, generale franco, <a href="#Page_51">51</a>. Domina l'imperatore Valentiniano II, -<a href="#Page_51">51</a>; e pretende all'Impero dopo la sua morte, <a href="#Page_52">52</a>. -Sconfitto dall'imperatore Teodosio, si uccide, <a href="#Page_53">53</a>. -</p> - -<p> -<b>Arcadio</b>, imperatore d'Oriente, <a href="#Page_57">57</a>. Affidato da Teodosio suo -padre alle cure di Rufino, <a href="#Page_58">58</a>; di cui in breve si mostra intollerante, -<a href="#Page_60">60</a>. Sposa Eudossia figlia d'un generale franco, <a href="#Page_60">60</a>. -Sotto di lui l'Oriente è liberato dai barbari, <a href="#Page_62">62</a>. Consente ad -Alarico di stabilirsi coi Goti nell'Illirico, <a href="#Page_64">64</a>. -</p> - -<p> -<b>Ardaburio</b>, generale dell'Impero d'Oriente, <a href="#Page_85">85</a>. -</p> - -<p> -<b>Ariani</b>, eretici. V. <i>Ariani</i> e <i>Atanasiani</i>. Editto pubblicato contro -di loro, <a href="#Page_71">71</a>, <a href="#Page_74">74</a>. Ricordati, <a href="#Page_134">134</a>. Perseguitati, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_169">169</a>. -</p> - -<p> -<b>Ariani</b> e <b>Atanasiani</b>, <a href="#Page_33">33</a> e segg. La loro disputa divide i -Cristiani, <a href="#Page_37">37</a>. Durante la loro controversia una parte dei -Goti si converte al Cristianesimo (Arianesimo), <a href="#Page_40">40</a>. -</p> - -<p> -<b>Ariberto II</b>, re de' Longobardi. Suo regno, sue crudeltà, <a href="#Page_323">323</a>; -sua morte, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_431">[431]</span> -</p> - -<p> -<b>Arichi</b>, duca longobardo di Benevento, <a href="#Page_289">289</a>. Accoglie i figliuoli -orfani di Gisulfo, duca del Friuli, <a href="#Page_298">298</a>; che gli succedono, -uno dopo l'altro, dopo la sua morte, <a href="#Page_309">309</a>. -</p> - -<p> -<b>Arichi (II)</b>, duca di Benevento. Si comporta da sovrano indipendente, -<a href="#Page_395">395</a>. Cospira contro Carlo re de' Franchi ed il -Papa, <a href="#Page_397">397</a> e segg. pass. Si prepara a resistere a Carlo, poi -viene con lui a un accordo, <a href="#Page_404">404</a>. Muore, <a href="#Page_404">404</a>. -</p> - -<p> -<b>Ario.</b> Sua dottrina teologica, <a href="#Page_34">34</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Ariovaldo</b>, re de' Longobardi, suo avvenimento al trono, e sua -morte, <a href="#Page_301">301</a>, <a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -<b>Ariovisto</b>, <a href="#Page_10">10</a>. -</p> - -<p> -<b>Ariperto</b>, re de' Longobardi, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -<b>Ariulfo</b> duca di Spoleto. Minaccia Roma, <a href="#Page_290">290</a>; e il Papa conclude -con lui una pace; che poi si rompe, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -<b>Armenia</b> (di) <b>Isaace</b>, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -<b>Arminio</b>, <a href="#Page_10">10</a>. -</p> - -<p> -<b>Aspar</b>, generale dell'impero d'Oriente, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_90">90</a>. Sua potenza, -<a href="#Page_119">119</a>, <a href="#Page_122">122</a>. Sua rovina e sua morte, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_123">123</a>. -</p> - -<p> -<b>Assemblea</b> generale presso i popoli germanici, <a href="#Page_21">21</a>. -</p> - -<p> -<b>Astolfo</b>, re de' Longobardi. Occupa Ravenna, e minaccia Roma -ed il Papa, <a href="#Page_363">363</a>; e inutili tentativi fatti dal Papa e dall'Imperatore -per indurlo alla restituzione, <a href="#Page_363">363</a>, <a href="#Page_365">365</a>; onde il Papa -si rivolge ai Franchi per aiuto contro di lui, <a href="#Page_364">364</a> e segg. Altri -inutili tentativi del Papa e di Pipino re de' Franchi presso -di lui, <a href="#Page_366">366</a>, <a href="#Page_369">369</a>. Costretto ad arrendersi ai Franchi e a ceder -Ravenna e altre terre, viola l'accordo fatto e di nuovo -invade il territorio romano, <a href="#Page_370">370</a>. Di nuovo assalito, e di nuovo -costretto ad arrendersi e a fare altre cessioni, <a href="#Page_371">371</a>. Muore, -riassunto della politica da lui seguìta, <a href="#Page_372">372</a>. -</p> - -<p> -<b>Atalarico</b>, figlio di Amalasunta, e nipote e successore del re -Teodorico in Italia, <a href="#Page_171">171</a>. Chiede di essere adottato dall'Imperatore, -ma non l'ottiene, <a href="#Page_172">172</a>. Educato alla romana, di -che si dolgono i Goti, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_173">173</a>. Muore, <a href="#Page_174">174</a>. -</p> - -<p> -<b>Atanarico</b>, capo d'una parte dei Visigoti, <a href="#Page_41">41</a>, <a href="#Page_46">46</a>. -</p> - -<p> -<b>Atanasiani.</b> V. <i>Ariani</i> e <i>Atanasiani</i>. -</p> - -<p> -<b>Atanasio.</b> Sua dottrina teologica, e come fortemente la sostenga, -<a href="#Page_34">34</a> e segg. Essa trionfa sotto l'imperatore Teodosio, <a href="#Page_53">53</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_432">[432]</span> -</p> - -<p> -<b>Ataulfo</b>, re de' Goti, <a href="#Page_77">77</a>. Sue buone disposizioni verso l'Impero, -<a href="#Page_77">77</a>. Conduce i suoi nella Gallia, <a href="#Page_78">78</a>; e sue imprese, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_80">80</a>. -Sposa Galla Placidia, sorella d'Onorio imperatore, <a href="#Page_80">80</a>. Vuol -trasferirsi nella Spagna, <a href="#Page_81">81</a>. Ucciso, <a href="#Page_81">81</a>. -</p> - -<p> -<b>Attalo</b>, greco, proclamato imperatore d'Oriente, <a href="#Page_74">74</a>. Preso e -mandato a Costantinopoli, <a href="#Page_82">82</a>. -</p> - -<p> -<b>Attila</b>, re degli Unni. Estensione del suo regno; sue qualità -fisiche e morali, <a href="#Page_95">95</a>, <a href="#Page_96">96</a>. Sue relazioni con l'Impero, <a href="#Page_97">97</a> e segg. -Di una congiura ordita in Costantinopoli contro di lui, <a href="#Page_98">98</a>. Del -suo palazzo e di un gran banchetto, <a href="#Page_99">99</a> e segg. Muove guerra -all'Impero in Occidente, <a href="#Page_102">102</a>. Grande battaglia tra il suo esercito -e quello dei Romani e Visigoti presso Châlons, <a href="#Page_104">104</a>; dopo -la quale si ritira, <a href="#Page_105">105</a>, <a href="#Page_106">106</a>. Viene in Italia, distrugge varie -città ond'è appellato <i>Flagellum Dei</i>, <a href="#Page_106">106</a>. Minaccia Roma, <a href="#Page_107">107</a>. -Influenza che esercitano su lui l'Impero e la religione Cristiana, -<a href="#Page_107">107</a>. Gli è inviata da Roma un'ambasceria con a capo -il pontefice Leone, <a href="#Page_107">107</a>; e dopo il colloquio avuto con lui si -ritira, <a href="#Page_109">109</a>. Sua morte, <a href="#Page_110">110</a>; e scomparsa del suo vastissimo -regno, <a href="#Page_111">111</a>. -</p> - -<p> -<b>Audefleda</b>, moglie di Teodorico re de' Goti, <a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<p> -<b>Audoino</b>, padre di Alboino, <a href="#Page_252">252</a>. -</p> - -<p> -<b>Aureliano</b>, imperatore. Cede ai Goti la Dacia, <a href="#Page_22">22</a>. -</p> - -<p> -<b>Austrasia</b>, regno franco, <a href="#Page_351">351</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Autari</b>, re de' Longobardi. Sua elezione, <a href="#Page_265">265</a>. Dà una grande -sconfitta ai Franchi, <a href="#Page_267">267</a>. Delle sue nozze con Teodolinda, <a href="#Page_267">267</a>. -Organizza il regno ed estende le sue conquiste, <a href="#Page_268">268</a> e segg. -Muore, e suo elogio, <a href="#Page_270">270</a>. -</p> - -<p> -<b>Avari</b>, <a href="#Page_44">44</a>. Delle loro relazioni coi Longobardi e coi Bizantini, -<a href="#Page_253">253</a>, <a href="#Page_294">294</a>, <a href="#Page_295">295</a>. Loro invasione nel Friuli, <a href="#Page_297">297</a>, <a href="#Page_298">298</a>. Alleati -coi Persiani contro l'Impero, <a href="#Page_302">302</a>, <a href="#Page_303">303</a>. Scompaiono dalla -storia, <a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_304">304</a>. Presso di loro si rifugia Bertarido cacciato -dal trono dei Longobardi, <a href="#Page_321">321</a>. Sconfiggono e uccidono un duca -del Friuli, <a href="#Page_321">321</a>. Accenni a una guerra di Carlo re de' Franchi -con loro, <a href="#Page_405">405</a>, <a href="#Page_406">406</a>. -</p> - -<p> -<b>Avito.</b> Mediatore d'un'alleanza tra Visigoti e Romani, <a href="#Page_103">103</a>. -Eletto imperatore d'Occidente, <a href="#Page_117">117</a>. Deposto e costretto a -prendere la tonsura, <a href="#Page_119">119</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_433">[433]</span> -</p> - -<p class="letter"> -<b>Baduario.</b> Mandato da Giustino imperatore in Italia, <a href="#Page_262">262</a>, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Barbari.</b> Arrolati negli eserciti Romani, di cui presto formano -la maggior parte, <a href="#Page_3">3</a>, <a href="#Page_5">5</a>. Invasori dell'Impero. V. <i>Germani</i>, <i>Goti</i>, -<i>Unni</i>, <i>Vandali</i>, <i>Franchi</i>. -</p> - -<p> -<b>Basilio</b>, duca bizantino, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -<b>Basilisco</b>, generale romano. Combatte infelicemente contro i -Vandali, <a href="#Page_122">122</a>. Caccia dal trono Zenone imperatore d'Oriente, -<a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_134">134</a>. -</p> - -<p> -<b>Belisario</b>, generale bizantino, <a href="#Page_176">176</a>. Sue prime imprese militari, -ricordate, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_180">180</a>. Sua guerra in Africa contro i Vandali, -<a href="#Page_181">181</a> e segg.; dopo la quale è calunniato presso l'Imperatore, -<a href="#Page_183">183</a>. Della sua guerra in Italia contro i Goti, <a href="#Page_184">184</a> -e segg. Conquista la Sicilia, <a href="#Page_185">185</a>. Accorre a sedare una rivolta -in Africa, <a href="#Page_185">185</a>. Ritorna, e conquista Napoli, <a href="#Page_186">186</a>; e indi -Roma, <a href="#Page_188">188</a> e segg. Infinite prove di valore e di genio militare -date da lui nel lungo assedio posto a Roma dai Goti, -<a href="#Page_190">190</a> e segg. Respinge le proposte di pace fattegli da loro, e -accetta una tregua, <a href="#Page_197">197</a>. Gelosie contro di lui alla corte di -Costantinopoli, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_200">200</a>. Opposizione fattagli da Narsete mandato -per stargli a fianco da Costantinopoli, <a href="#Page_200">200</a> e segg. Altre -sue operazioni militari, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_203">203</a>. Si muove contro Ravenna -e l'assedia, <a href="#Page_204">204</a>. Di nuovo respinge la pace, nonostante la -contraria inclinazione dell'Imperatore, <a href="#Page_204">204</a>. Respinge l'offerta -de' Goti di farlo imperatore d'Occidente, <a href="#Page_205">205</a>. Entra in Ravenna, -<a href="#Page_205">205</a>. Gli è di nuovo offerto l'Impero, <a href="#Page_206">206</a>. Torna a -Costantinopoli, <a href="#Page_206">206</a>; e come accoltovi dalla Corte e dal popolo, -<a href="#Page_213">213</a>. Sua guerra contro i Persiani, ricordata, <a href="#Page_213">213</a>. Rimandato -in Italia, e in quale stato d'animo e di forze vi torni, <a href="#Page_218">218</a>. -Tenta per ogni via, ma inutilmente, di soccorrere Roma di -nuovo assediata dai Goti, <a href="#Page_219">219</a> e segg. Vi rientra, e la difende da -nuovi assalti, <a href="#Page_225">225</a>. Posto nella impossibilità di continuare la -guerra, <a href="#Page_226">226</a>. Suo ritorno a Costantinopoli, <a href="#Page_226">226</a>. Respinge un'invasione -degli Unni, <a href="#Page_227">227</a>. Ultimi anni della sua vita, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -<b>Benedetto I</b>, papa, <a href="#Page_262">262</a>. -</p> - -<p> -<b>Benevento (Duca e Ducato longobardo di).</b> Assedia Napoli, -<a href="#Page_263">263</a>. Diventa ereditario e indipendente, <a href="#Page_276">276</a>. Risottomesso -dal re Agilulfo, <a href="#Page_289">289</a>. Minaccia Napoli, <a href="#Page_290">290</a>; e allarga il suo -<span class="pagenum" id="Page_434">[434]</span> -dominio, <a href="#Page_293">293</a>. Ancora della sua indipendenza, <a href="#Page_294">294</a>, <a href="#Page_309">309</a>. Sua -estensione, <a href="#Page_309">309</a>. Assediato dall'imperatore Costante II, <a href="#Page_320">320</a>. -Ricordato a proposito della donazione fatta dai Franchi al -Papa, <a href="#Page_392">392</a>. Riesce a salvare la sua indipendenza, <a href="#Page_424">424</a>. V. anche -ai nomi dei Duchi: <i>Aione, Arichi, Arichi II, Farovaldo, -Gisulfo II, Grimoaldo, Grimoaldo II, Rodoaldo, Romualdo, -Romualdo II, Zottone</i>. -</p> - -<p> -<b>Bergamo.</b> Presa da' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>. Uno dei loro Ducati, -<a href="#Page_261">261</a>, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> - -<p> -<b>Bernardo</b>, figlio di Carlo Martello. Combatte e vince i Longobardi, -<a href="#Page_386">386</a>, <a href="#Page_387">387</a>. -</p> - -<p> -<b>Bertarido.</b> Divide il regno de' Longobardi col fratello Godeberto, -<a href="#Page_316">316</a>. Si inimica con lui, <a href="#Page_317">317</a>. Cacciato da Grimoaldo, si -rifugia presso gli Avari, <a href="#Page_317">317</a>; a' quali è inutilmente richiesto -da Grimoaldo, <a href="#Page_321">321</a>. Si rimette spontaneamente nelle sue -mani; gli è attentato alla vita e si salva con la fuga, <a href="#Page_321">321</a>. -Eletto re, suo regno, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -<b>Bertrada</b>, moglie di Pipino re de' Franchi, <a href="#Page_368">368</a>. Cerca pacificare -tra loro Carlomanno e Carlo suoi figli, <a href="#Page_380">380</a>. -</p> - -<p> -<b>Bessa</b>, comandante la guarnigione imperiale in Roma, assediata -dai Goti, <a href="#Page_220">220</a>, <a href="#Page_222">222</a>, <a href="#Page_223">223</a>, <a href="#Page_228">228</a>. -</p> - -<p> -<b>Bisanzio.</b> V'è trasferita la capitale dell'Impero da Costantino, -e da lui è detta Costantinopoli, <a href="#Page_32">32</a>. -</p> - -<p> -<b>Bizantini.</b> Loro guerra contro i Goti in Italia, <a href="#Page_183">183</a> e segg. -Assediati in Roma, <a href="#Page_192">192</a> e segg. Successive vicende della guerra, -<a href="#Page_199">199</a> e segg. Le cose loro declinano, e vanno di male in -peggio dopo la partenza di Belisario, <a href="#Page_214">214</a>. Guerre con gli ultimi -re Goti, <a href="#Page_216">216</a> e segg., <a href="#Page_228">228</a>, <a href="#Page_234">234</a> e segg. Impotenti a resistere -ai Longobardi, <a href="#Page_256">256</a>. Quello che resti loro nella prima -invasione di quelli, <a href="#Page_257">257</a>, <a href="#Page_258">258</a>; e ancora della loro impotenza -a resistere, <a href="#Page_262">262</a>, <a href="#Page_263">263</a>. Dei loro accordi e della loro azione -comune coi Franchi, <a href="#Page_265">265</a>, <a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_269">269</a>. Del loro governo in Italia -di fronte a quello dei Longobardi, e parte d'Italia che possedevano -nel settimo secolo, <a href="#Page_278">278</a> e segg. Continua la guerra -alternata da paci, <a href="#Page_291">291</a> e segg. pass. Un loro esercito sconfitto, -<a href="#Page_308">308</a>. Si ribellano loro Ravenna e Roma, <a href="#Page_325">325</a> e segg. -Congiurano coi Romani e i Longobardi contro i Franchi, <a href="#Page_396">396</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_435">[435]</span> -</p> - -<p> -<b>Bleda</b>, fratello di Attila, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -<b>Bobbio (Convento di)</b>, <a href="#Page_300">300</a>. -</p> - -<p> -<b>Boezio.</b> Sua grande scienza e reputazione, <a href="#Page_166">166</a>. Difende il patrizio -Albino, accusato d'una congiura contro il re Teodorico, -<a href="#Page_166">166</a>; ed è processato e condannato, <a href="#Page_167">167</a>. Della sua <i>Consolatio -Philosophiae</i> scritta nel carcere, <a href="#Page_167">167</a> e segg. Suo estremo -supplizio, <a href="#Page_169">169</a>. I beni confiscatigli sono restituiti ai suoi figli, -<a href="#Page_172">172</a>. -</p> - -<p> -<b>Bologna</b>, <a href="#Page_219">219</a>. Presa da' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>. Fa parte dell'Esarcato -dei Bizantini, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Bonifazio</b>, generale romano nell'Impero d'Occidente, <a href="#Page_84">84</a>. Antagonismo -tra lui ed Ezio, altro generale, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_85">85</a>. È in Africa, -<a href="#Page_85">85</a>. Sue qualità, <a href="#Page_86">86</a>. Richiamato dall'Africa, non obbedisce, -<a href="#Page_87">87</a>; ed è accusato di chiamarvi i Vandali, <a href="#Page_87">87</a>. Sue fazioni -militari contro di loro, <a href="#Page_90">90</a>. Torna in Italia, combatte -con Ezio, e muore, <a href="#Page_90">90</a>. -</p> - -<p> -<b>Brescia.</b> Presa da' Longobardi, <a href="#Page_256">256</a>. Uno dei loro Ducati, <a href="#Page_261">261</a>. -</p> - -<p> -<b>Brindisi.</b> Tolta dai Bizantini ai Goti, <a href="#Page_220">220</a>. -</p> - -<p> -<b>Britannia</b>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_72">72</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_83">83</a>. -</p> - -<p> -<b>Bruzio</b> di Calabria, <a href="#Page_336">336</a>. -</p> - -<p> -<b>Buccellino</b> e <b>Leutari</b>. Invadono l'Italia con un esercito di -Franchi-Alamanni, che è vinto e distrutto, <a href="#Page_241">241</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Bulgari.</b> Alleati coi Persiani contro l'Impero, <a href="#Page_303">303</a>. -</p> - -<p> -<b>Burgundi.</b> Vengono in difesa di Odoacre contro Teodorico, <a href="#Page_144">144</a>. -Travagliati dai Franchi, divengono loro dipendenti, <a href="#Page_158">158</a>. Mandati -in aiuto dei Goti in Italia contro i Bizantini, <a href="#Page_202">202</a>. -</p> - -<p> -<b>Burgundia</b>, regno franco, <a href="#Page_351">351</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Cacco</b>, figlio di Gisulfo duca del Friuli, <a href="#Page_297">297</a>, <a href="#Page_298">298</a>. -</p> - -<p> -<b>Cagli.</b> Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Calabria.</b> Tenuta dai Bizantini, <a href="#Page_280">280</a>. Le sue chiese vengono unite -al patriarcato di Costantinopoli, <a href="#Page_336">336</a>. Ducato bizantino, <a href="#Page_336">336</a>. -</p> - -<p> -<b>Callinico</b>, esarca, <a href="#Page_294">294</a>. Richiamato, <a href="#Page_295">295</a>. -</p> - -<p> -<b>Campulo</b>, sacellario della Curia romana. V. <i>Pasquale</i> primicerio, -ec. -</p> - -<p> -<b>Cappadocia (di) Giovanni</b>, ministro dell'imperatore Giustiniano, -<a href="#Page_214">214</a>, <a href="#Page_228">228</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_436">[436]</span> -</p> - -<p> -<b>Caprara</b>, luogo della morte di Totila, <a href="#Page_237">237</a>. -</p> - -<p> -<b>Capua (Conte di)</b>, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -<b>Carlo</b> figliuolo di Pipino, re de' Franchi (detto poi <b>Magno</b>). -Consacrato dal Papa, <a href="#Page_368">368</a>. Alla morte del padre divide il regno -tra lui e il fratello. V. <i>Carlomanno</i>. Sposa una figliuola di -Desiderio, re de' Longobardi, <a href="#Page_380">380</a>; poi la ripudia, <a href="#Page_383">383</a>. Succede -al fratello, e riunisce il regno, <a href="#Page_383">383</a>. Sua venuta in Italia -contro i Longobardi, suoi primi acquisti, <a href="#Page_386">386</a>, <a href="#Page_387">387</a>. Assedia -Pavia, <a href="#Page_387">387</a>. De' suoi intendimenti circa il suo futuro regno -d'Italia, della sua andata a Roma e della donazione al Papa, -<a href="#Page_388">388</a> e segg. Torna all'assedio di Pavia, che gli si arrende, e -leggenda relativa a quella resa, <a href="#Page_393">393</a>. S'intitola re de' Franchi -e de' Longobardi e patrizio dei Romani, <a href="#Page_394">394</a>; e datazione -de' suoi atti, <a href="#Page_394">394</a>. Estensione del suo regno in Italia, e come -lo costituisca, <a href="#Page_394">394</a>, <a href="#Page_395">395</a>. Accorre a domare una ribellione dei -Sassoni, <a href="#Page_395">395</a>. Incitato dal Papa a tornare in Italia, dove si -cospira contro di lui, <a href="#Page_397">397</a>. Ritorna, e tratta con grande severità -i cospiratori, <a href="#Page_398">398</a>. Sue nuove disposizioni nella costituzione -del regno, <a href="#Page_399">399</a>. Riparte, e altri accenni alla sua guerra contro -i Sassoni, <a href="#Page_399">399</a>. Torna per la terza volta in Italia, a istanza -del Papa; e ancora della sua donazione ad esso, <a href="#Page_399">399</a> e segg. -Pubblica i <i>Capitolari</i>, <a href="#Page_401">401</a>. Passa in Roma la Pasqua del 781, -<a href="#Page_401">401</a>. Pratiche d'accordo tra lui e Irene, imperatrice di Costantinopoli, -<a href="#Page_402">402</a>. Ancora della sua guerra contro i Sassoni, <a href="#Page_402">402</a>, -<a href="#Page_403">403</a>. Perde la madre e la moglie, e sue nuove nozze, <a href="#Page_403">403</a>. -Torna in Italia, <a href="#Page_404">404</a>. Fa il Natale del 786 in Firenze, <a href="#Page_404">404</a>. -Sottomette il Duca di Benevento, <a href="#Page_404">404</a>. Si turbano le sue -relazioni con Costantinopoli, <a href="#Page_404">404</a>. Va contro il Duca di Baviera, -<a href="#Page_404">404</a>; e contro gli Avari, <a href="#Page_405">405</a>. Sua deferenza verso il -Papa, <a href="#Page_405">405</a>. Piglia parte vivissima ad alcune dispute teologiche, -<a href="#Page_406">406</a>. Perde la nuova moglie, <a href="#Page_407">407</a>. Ripiglia di nuovo la -guerra contro i Sassoni, <a href="#Page_407">407</a>. Iniziatore del potere temporale -de' Papi, <a href="#Page_407">407</a>. Leone III data le bolle dagli anni del suo regno -d'Italia, <a href="#Page_408">408</a>. Gli sono dal Papa inviate le chiavi d'oro di -S. Pietro e la bandiera della città di Roma, <a href="#Page_409">409</a>. Raffigurato -col Papa in un celebre mosaico, <a href="#Page_409">409</a>. Di una sua ambasceria -e d'una lettera al Papa, <a href="#Page_410">410</a>. Accoglie a grande onore il Papa -<span class="pagenum" id="Page_437">[437]</span> -perseguitato e cacciato da Roma, e lo rimanda con grande -accompagnamento, <a href="#Page_412">412</a> e segg. Continua la sua guerra coi -Sassoni, <a href="#Page_413">413</a>, <a href="#Page_414">414</a>. Gli muore la terza e ultima moglie, <a href="#Page_414">414</a>. -Intraprende il suo quarto e più memorabile viaggio in Italia, -<a href="#Page_415">415</a>. Siede come giudice tra il Papa e i suoi avversari, <a href="#Page_415">415</a>. -Da Gerusalemme gli vengono le chiavi di quella città e del -Santo Sepolcro, <a href="#Page_416">416</a>. Coronato imperatore; e dei vari giudizi -che si fecero di questa incoronazione, <a href="#Page_416">416</a> e segg. La posterità -gli dà il titolo di Magno, <a href="#Page_418">418</a>. Pubblica altre leggi; e ancora -della costituzione d'Italia sotto il suo regno, <a href="#Page_419">419</a> e segg. -Delle opere pubbliche e della cultura greco-romana da lui -promosse, <a href="#Page_421">421</a> e segg. Grande importanza dell'Impero da lui -costituito, e sguardo generale ai tempi che seguirono alla sua -morte, <a href="#Page_423">423</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Carlomanno</b>, figliuolo di Carlo Martello, <a href="#Page_340">340</a>. Si ritira in un -convento, <a href="#Page_360">360</a>. N'esce e poi vi rientra, <a href="#Page_367">367</a>. -</p> - -<p> -<b>Carlomanno</b> figliuolo di Pipino, re de' Franchi. Consacrato dal -Papa, <a href="#Page_368">368</a>. Alla morte del padre si divide il regno tra lui e -il fratello Carlo, <a href="#Page_379">379</a>; e discordia tra loro, <a href="#Page_379">379</a>, <a href="#Page_380">380</a>; che fomenta -i disordini che sono in Roma per la lotta tra la nobiltà -civile e la ecclesiastica, <a href="#Page_380">380</a> e segg. Muore, <a href="#Page_383">383</a>. La sua vedova -si rifugia coi figli presso Desiderio re de' Longobardi, <a href="#Page_384">384</a>. -</p> - -<p> -<b>Carlomanno</b>, figliuolo di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_401">401</a>. -</p> - -<p> -<b>Carlo Martello</b>, fondatore della dinastia carolingia de' re -Franchi. Gregorio III si volge a lui per aiuto contro i Longobardi, -<a href="#Page_339">339</a>; ma egli non può soccorrerlo, <a href="#Page_339">339</a>, <a href="#Page_340">340</a>. Muore, -lasciando divisa la Francia tra i figli Carlomanno e Pipino, -<a href="#Page_340">340</a>, <a href="#Page_360">360</a>. Riepilogo della sua vita e del suo regno, <a href="#Page_353">353</a>. l'aristocrazia -franca piglia sotto di lui quella forma da cui poi -viene il feudalismo, <a href="#Page_354">354</a>, <a href="#Page_358">358</a>. Arricchisce i suoi fedeli e i nobili -laici coi beni del clero; ma d'altra parte rende grandi -servigi alla Chiesa e alla religione, <a href="#Page_358">358</a>, <a href="#Page_359">359</a>. Aiuto chiesto -a lui da Gregorio III, di nuovo ricordato, <a href="#Page_360">360</a>. Se non di -nome, è di fatto re de' Franchi, <a href="#Page_360">360</a>. -</p> - -<p> -<b>Carolingi</b>, dinastia di Re Franchi, succede ai Merovingi, <a href="#Page_352">352</a>. -</p> - -<p> -<b>Cartagine.</b> Occupata dai Vandali, <a href="#Page_91">91</a>. Ritolta loro da Belisario, -<a href="#Page_182">182</a>, <a href="#Page_186">186</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_438">[438]</span> -</p> - -<p> -<b>Cassiodoro</b>, famiglia, <a href="#Page_152">152</a>. -</p> - -<p> -<b>Cassiodoro</b>, ministro de' re Goti. Varie notizie di lui, <a href="#Page_148">148</a>, -<a href="#Page_149">149</a>, <a href="#Page_152">152</a>. Sue lettere, ricordate, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_175">175</a>. Cresce la sua -potenza sotto il governo di Amalasunta figlia di Teodorico, <a href="#Page_171">171</a>. -Accorre a difendere l'Italia meridionale minacciata dall'imperatore -Giustino, <a href="#Page_172">172</a>. Fonda due monasteri, e vi scrive -molte delle sue opere, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -<b>Ceccano</b>, terra del Ducato bizantino di Roma. Presa da' Longobardi, -<a href="#Page_364">364</a>. -</p> - -<p> -<b>Centene</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_19">19</a>. -</p> - -<p> -<b>Châlons</b> (Battaglia di) tra gli Unni e i Romani, <a href="#Page_104">104</a>; e sua -grande importanza storica, <a href="#Page_104">104</a>, <a href="#Page_111">111</a>. -</p> - -<p> -<b>Chiesa</b>, Chiesa di Roma. Fin dal suo nascere assume carattere -universale, <a href="#Page_32">32</a>. Primi germi della lotta tra essa e l'Impero, <a href="#Page_33">33</a>. -Costantemente ferma in sostenere la sua unità e autorità universale; -e suoi dissidi con l'Impero e la Chiesa di Costantinopoli, -<a href="#Page_36">36</a>, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_54">54</a>, <a href="#Page_108">108</a>, <a href="#Page_109">109</a>, <a href="#Page_133">133</a> e segg., <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_160">160</a> e segg., -<a href="#Page_229">229</a> e segg., <a href="#Page_245">245</a>. In mezzo alla rovina del mondo romano, -solo i suoi rappresentanti danno prova di dignità e di grandezza, -<a href="#Page_117">117</a>. Sua autorità di consacrare gl'Imperatori, ricordata, -<a href="#Page_119">119</a>. Favorisce i Franchi sotto Clodoveo, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_159">159</a>. Sua -temporanea decadenza dalla morte di papa Vigilio all'assunzione -di Gregorio I, <a href="#Page_233">233</a>. Inizi della sua politica coi Franchi -contro i Longobardi, <a href="#Page_263">263</a>, <a href="#Page_264">264</a>. Del suo patrimonio al tempo -di Gregorio Magno, <a href="#Page_285">285</a>. Di nuovo della sua fermezza in sostenere -la sua dignità e unità, e de' suoi dissidi con l'Impero -e la Chiesa di Costantinopoli, <a href="#Page_286">286</a>, <a href="#Page_292">292</a>, <a href="#Page_295">295</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_317">317</a> e segg., -<a href="#Page_324">324</a> e segg. Delle donazioni fattele dai re Franchi, e principii -del suo dominio temporale. V. <i>Carlo Martello, Pipino</i> e <i>Carlo</i>. -Non dipende più dalla corte di Costantinopoli, <a href="#Page_409">409</a>. -</p> - -<p> -<b>Chiesa di Costantinopoli.</b> V. <i>Chiesa, Chiesa di Roma</i>. -</p> - -<p> -<b>Childeberto</b>, re de' Franchi, <a href="#Page_267">267</a>, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> - -<p> -<b>Childerico</b>, re de' Franchi, ultimo dei Merovingi, <a href="#Page_360">360</a>, <a href="#Page_361">361</a>. -</p> - -<p> -<b>Chiusi.</b> È in mano de' Goti, <a href="#Page_199">199</a>. -</p> - -<p> -<b>Cimbri</b>, <a href="#Page_10">10</a>. -</p> - -<p> -<b>Cipriano</b>, romano, partigiano de' Goti. Sua falsa accusa contro -Albino e Boezio, <a href="#Page_166">166</a>, <a href="#Page_167">167</a>, <a href="#Page_172">172</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_439">[439]</span> -</p> - -<p> -<b>Ciriaco</b>, patriarca di Costantinopoli, <a href="#Page_294">294</a>. -</p> - -<p> -<b>Civitavecchia.</b> Occupata da' Bizantini, <a href="#Page_197">197</a>. In procinto di -arrendersi ai Goti, <a href="#Page_229">229</a>. -</p> - -<p> -<b>Civitas</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_19">19</a> e segg., <a href="#Page_26">26</a>. -</p> - -<p> -<b>Classe</b>, porto di Ravenna. Tolto dai Longobardi ai Bizantini, -<a href="#Page_263">263</a>. Ripreso da questi, <a href="#Page_267">267</a>; e di nuovo dai Longobardi, -<a href="#Page_331">331</a>. -</p> - -<p> -<b>Claudio</b>, imperatore. Sua grande vittoria contro i Goti, <a href="#Page_28">28</a>. -</p> - -<p> -<b>Clefi</b>, duca di Bergamo. Eletto re de' Longobardi, <a href="#Page_260">260</a>. Muore, -e per dieci anni non si elegge altro Re, <a href="#Page_260">260</a>. -</p> - -<p> -<b>Clodoveo</b>, re de' Franchi. Convertito al Cattolicismo, <a href="#Page_158">158</a>. Del -suo regno e delle sue imprese, <a href="#Page_159">159</a>. Vinto da Teodorico, <a href="#Page_159">159</a>. -Con lui s'inizia la dinastia dei Merovingi; e di nuovo della -sua conversione e del suo regno, <a href="#Page_349">349</a>; e divisione d'esso -alla sua morte, <a href="#Page_351">351</a>. -</p> - -<p> -<b>Clodoveo II</b>, re de' Franchi, <a href="#Page_308">308</a>, <a href="#Page_353">353</a>. -</p> - -<p> -<b>Clotario I</b>, re de' Franchi, <a href="#Page_351">351</a>. -</p> - -<p> -<b>Clotsuinda</b>, prima moglie d'Alboino, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -<b>Comacina (Isola).</b> Tolta dai Longobardi ai Bizantini, <a href="#Page_267">267</a>. -</p> - -<p> -<b>Comitatus</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_22">22</a>. -</p> - -<p> -<b>Concilio di Calcedonia.</b> Ricordato a proposito d'una controversia -tra l'imperatore Giustiniano e il Papa, <a href="#Page_230">230</a>, <a href="#Page_231">231</a>, -<a href="#Page_246">246</a>, <a href="#Page_267">267</a>. -</p> - -<p> -<b>Concilio ecumenico</b>, convocato da Giustiniano, <a href="#Page_231">231</a>. -</p> - -<p> -<b>Concilio Lateranense</b>, adunato da Martino I, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -<b>Concilio di Nicea</b>, adunato dall'imperatore Costantino, <a href="#Page_34">34</a>. -</p> - -<p> -<b>Concilio di Nicea</b>, settimo generale, <a href="#Page_406">406</a>. -</p> - -<p> -<b>Concilio di Sardica</b>, <a href="#Page_109">109</a>. -</p> - -<p> -<b>Concilio</b> detto <b>trullano</b>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -<b>Conon</b>, generale dei Bizantini in Roma, ucciso, <a href="#Page_228">228</a>. -</p> - -<p> -<b>Consilium civitatis</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_21">21</a>. -</p> - -<p> -<b>Conti</b> franchi. V. <i>Duchi</i> e <i>Conti</i>. -</p> - -<p> -<b>Conza.</b> Ultimo luogo fortificato de' Goti, che si arrende ai Bizantini, -<a href="#Page_243">243</a>. -</p> - -<p> -<b>Corpus Juris</b> di Giustiniano, <a href="#Page_177">177</a>. -</p> - -<p> -<b>Corsica.</b> Dipende dall'Esarca dell'Africa, <a href="#Page_278">278</a>. Donata da Carlo -re de' Franchi al Papa, <a href="#Page_392">392</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_440">[440]</span> -</p> - -<p> -<b>Cosroe</b>, re di Persia, <a href="#Page_303">303</a>. -</p> - -<p> -<b>Costante II</b>, imperatore. È in lotta col papa Martino I, e -lo fa condurre prigione a Costantinopoli, <a href="#Page_318">318</a>. Per l'avanzarsi -dei Musulmani contro l'Impero fa un accordo politico -col successore di lui, <a href="#Page_319">319</a>. Viene in Italia e assedia Benevento, -poi si ritira, <a href="#Page_320">320</a>. Va a Roma e poi in Sicilia, dove -muore, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -<b>Costantino</b>, antipapa. Sua elezione, deposizione, e torture inflittegli, -<a href="#Page_376">376</a> e segg. pass. -</p> - -<p> -<b>Costantino</b>, imperatore. Riforma e divide l'Impero, <a href="#Page_31">31</a>. Abbraccia -il Cristianesimo, e trasferisce la sede dell'Impero a -Bisanzio, <a href="#Page_31">31</a>, <a href="#Page_32">32</a>. Si pone in conflitto con la Chiesa di Roma, <a href="#Page_33">33</a>. -Parte da lui presa nella disputa tra Ariani e Atanasiani, <a href="#Page_34">34</a>. -Della sua così detta donazione alla Chiesa, <a href="#Page_388">388</a> e segg., <a href="#Page_400">400</a>. -</p> - -<p> -<b>Costantino.</b> Proclamato imperatore contro Onorio, gli ribella -la Gallia, <a href="#Page_68">68</a> e segg. pass., <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_79">79</a>. Preso ed ucciso, <a href="#Page_79">79</a>. -</p> - -<p> -<b>Costantino</b>, papa, <a href="#Page_325">325</a>. S'accorda con l'Imperatore in perseguitare -Felice arcivescovo di Ravenna, <a href="#Page_326">326</a>. -</p> - -<p> -<b>Costantino Pogonato</b>, imperatore, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -<b>Costantino V Copronimo</b>, imperatore. Sue relazioni con Desiderio -re de' Longobardi, <a href="#Page_374">374</a>; e con Pipino re de' Franchi, -<a href="#Page_374">374</a>. Partecipa a una congiura ordita in Italia contro i -Franchi, <a href="#Page_397">397</a>. Muore, <a href="#Page_398">398</a>. Gli succede Leone IV, <a href="#Page_402">402</a>. -</p> - -<p> -<b>Costantino VI</b>, imperatore, <a href="#Page_402">402</a>. Notizie del suo regno, e -nimistà tra esso e l'imperatrice sua madre, <a href="#Page_411">411</a>. -</p> - -<p> -<b>Costantinopoli.</b> Nuova capitale dell'Impero Romano, <a href="#Page_32">32</a>. Assalita -da' Goti, <a href="#Page_49">49</a>; che vi sono accolti dall'imperatore Teodosio, -<a href="#Page_50">50</a>. I Goti vi commettono gravi disordini e vi acquistano -gran potenza, <a href="#Page_60">60</a>, <a href="#Page_61">61</a>; ma infine ne son cacciati, <a href="#Page_62">62</a>. Vita -che si mena a quella corte sotto l'imperatore Teodosio II, <a href="#Page_97">97</a>. -Di una ribellione che vi accade contro Giustiniano, <a href="#Page_178">178</a>. Le -chiese della Calabria e della Sicilia son riunite a quel patriarcato, -<a href="#Page_336">336</a>. -</p> - -<p> -<b>Costanzo</b>, generale romano, mandato da Onorio a ricuperare -la Gallia, <a href="#Page_79">79</a>. Sposa Galla Placidia sorella dell'imperatore, ed -è associato all'Impero, <a href="#Page_82">82</a>. Muore, <a href="#Page_83">83</a>. -</p> - -<p> -<b>Costanzo</b>, imperatore, <a href="#Page_30">30</a>, <a href="#Page_35">35</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_441">[441]</span> -</p> - -<p> -<b>Cremona.</b> Resiste a' Longobardi, <a href="#Page_217">217</a>. Presa da loro, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -<b>Cristianesimo.</b> Sua essenza, <a href="#Page_6">6</a>. Combatte e trionfa del Paganesimo -<a href="#Page_6">6</a> e segg. La sua unione coll'Impero fa sorgere il concetto -d'una Chiesa universale, <a href="#Page_32">32</a>. Diviso per la disputa tra -Ariani e Atanasiani, <a href="#Page_37">37</a>. Ad esso si convertono parte de' Goti, -poi tutti i barbari, <a href="#Page_40">40</a>. -</p> - -<p> -<b>Cristoforo</b>, primicerio della cancelleria papale. Egli e il figliuolo -Sergio sono capi della nobiltà ecclesiastica contro la laica, <a href="#Page_377">377</a>. -Loro atti, e loro fine, <a href="#Page_377">377</a>, <a href="#Page_379">379</a>, <a href="#Page_381">381</a>, <a href="#Page_382">382</a>, <a href="#Page_385">385</a>. -</p> - -<p> -<b>Cuma.</b> Resiste ai Bizantini, dopo le ultime disfatte de' Goti, -<a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_241">241</a>. Si arrende, <a href="#Page_242">242</a>. Presa dal Duca di Benevento, indi -da quello di Napoli, <a href="#Page_331">331</a>. -</p> - -<p> -<b>Cuniberto</b>, re de' Longobardi, <a href="#Page_317">317</a>. Gli è usurpato il regno, -<a href="#Page_322">322</a>; ma lo ricupera, <a href="#Page_322">322</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Dacia.</b> Provincia romana al di là del Danubio, <a href="#Page_12">12</a>. Ceduta ai -Goti, <a href="#Page_29">29</a>. Oggi appellata Romania, <a href="#Page_40">40</a>. -</p> - -<p> -<b>Dalmazia.</b> Vi si raccoglie un esercito di Bizantini, destinato -alla guerra d'Italia contro i Goti, <a href="#Page_234">234</a> e segg. pass. -</p> - -<p> -<b>Damaso</b>, papa, <a href="#Page_53">53</a>. -</p> - -<p> -<b>Danubio.</b> Confine dell'Impero Romano, <a href="#Page_2">2</a>, poi oltrepassato, -<a href="#Page_11">11</a>, <a href="#Page_30">30</a>. -</p> - -<p> -<b>Decapoli</b>, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Decio</b>, esarca, <a href="#Page_264">264</a>, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Deogratias</b>, vescovo di Cartagine, <a href="#Page_117">117</a>. -</p> - -<p> -<b>Desiderata</b>, figlia di Desiderio re de' Longobardi. Maritata -a Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_380">380</a>. Ripudiata, <a href="#Page_383">383</a>. -</p> - -<p> -<b>Desiderio</b>, re de' Longobardi. S'acquista il favore del Papa -con larghe promesse, <a href="#Page_372">372</a>; che poi non attiene, <a href="#Page_373">373</a>. Suo carattere -mutabile, e sua politica col Papa, coi Franchi e coll'Imperatore -di Costantinopoli, <a href="#Page_374">374</a>. Favorisce la nobiltà ecclesiastica -di Roma nei tumulti successi tra essa e la nobiltà -laica, <a href="#Page_376">376</a>. Del matrimonio d'una sua figliuola con Carlo re -de' Franchi, <a href="#Page_380">380</a>, <a href="#Page_383">383</a>. Aiuto da lui prestato al papa Stefano -III nei tumulti di che sopra, <a href="#Page_381">381</a>; e successive sue relazioni -con lui, <a href="#Page_381">381</a> e segg. Sue relazioni col papa Adriano I, -<a href="#Page_384">384</a> e segg. Occupa varie terre della Chiesa, <a href="#Page_384">384</a>, <a href="#Page_386">386</a>; e -<span class="pagenum" id="Page_442">[442]</span> -minaccia tuttavia, <a href="#Page_386">386</a>. Non obbedisce alle intimazioni del -Papa di ritirarsi, e respinge le proposte di pace di Carlo re -de' Franchi, <a href="#Page_386">386</a>. Vinto da lui in una battaglia si ritira a -Pavia, <a href="#Page_387">387</a>. È condotto in Francia, dove muore, <a href="#Page_394">394</a>. -</p> - -<p> -<b>Diocleziano.</b> Sua riforma dell'Impero, <a href="#Page_30">30</a>. -</p> - -<p> -<b>Diodato</b>, doge di Venezia, <a href="#Page_344">344</a>. -</p> - -<p> -<b>Diogene</b>, generale dei Bizantini, <a href="#Page_228">228</a>. -</p> - -<p> -<b>Diritto Romano</b> e Legislazione Longobarda, a proposito dell'Editto -di Rotari, <a href="#Page_311">311</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Dodone</b>, ambasciatore di Carlomanno a Roma, <a href="#Page_380">380</a>, <a href="#Page_381">381</a>, <a href="#Page_382">382</a>. -</p> - -<p> -<b>Donatisti</b>, eretici, <a href="#Page_88">88</a>. -</p> - -<p> -<b>Duchi</b> e <b>Conti</b> franchi, <a href="#Page_419">419</a>, <a href="#Page_420">420</a>, <a href="#Page_424">424</a>. -</p> - -<p> -<b>Duchi</b> e <b>Ducati</b> bizantini, <a href="#Page_278">278</a>. Dipendono dall'Esarca, ma -in fatto sono indipendenti, <a href="#Page_279">279</a>, <a href="#Page_281">281</a>. Divisione ed estensione, -numero e nomi dei Ducati, <a href="#Page_279">279</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Duchi</b> e <b>Ducati</b> longobardi. Prime fondazioni dei Ducati, <a href="#Page_258">258</a>. -Discordie tra i Duchi, <a href="#Page_260">260</a>; che per dieci anni governano -senza il Re, <a href="#Page_260">260</a>. Quanti e quali fossero a quel tempo i Ducati, -<a href="#Page_261">261</a>. Dell'autorità e potenza dei Duchi, e della loro maggiore -o minore indipendenza dai Re, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_277">277</a>; e della loro residenza, -<a href="#Page_277">277</a>. Alcuni minacciano di ribellarsi, <a href="#Page_288">288</a>; e il Re corre a -risottometterli, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> - -<p> -<b>Dux</b>, capo militare presso i Germani, <a href="#Page_22">22</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Edecone</b>, ambasciatore d'Attila a Costantinopoli, <a href="#Page_98">98</a>. Supposto -padre di Odoacre, <a href="#Page_128">128</a>. -</p> - -<p> -<b>Eginardo</b>, annalista de' Franchi, <a href="#Page_416">416</a>, <a href="#Page_423">423</a>. -</p> - -<p> -<b>Elmichi.</b> Richiesto d'uccidere Alboino, si ricusa, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -<b>Epifanio</b>, vescovo di Pavia, <a href="#Page_143">143</a>, <a href="#Page_151">151</a>. -</p> - -<p> -<b>Eraclio</b>, eunuco, <a href="#Page_112">112</a>. -</p> - -<p> -<b>Eraclio</b>, imperatore d'Oriente, <a href="#Page_297">297</a>. Della sua guerra coi Persiani, -<a href="#Page_302">302</a>, <a href="#Page_303">303</a>. Cerca di comporre le dispute religiose che dividono -l'Impero, <a href="#Page_306">306</a> e segg. Muore, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -<b>Erarico</b>, re de' Goti, <a href="#Page_215">215</a>. -</p> - -<p> -<b>Eretici.</b> V. <i>Ariani, Monofisiti, Nestoriani, Donatisti, Monoteliti</i>. -</p> - -<p> -<b>Ermanrico</b>, re degli Ostrogoti, <a href="#Page_41">41</a>. Disfatto dagli Unni, si uccide, -<a href="#Page_45">45</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_443">[443]</span> -</p> - -<p> -<b>Eruli.</b> Vengono in Italia con Odoacre, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_146">146</a>. Si uniscono -coi Gepidi contro i Longobardi, <a href="#Page_252">252</a>. -</p> - -<p> -<b>Esarca.</b> Questo titolo è attribuito per errore a Narsete, <a href="#Page_244">244</a>. -Prima menzione ufficiale di esso, <a href="#Page_264">264</a>, <a href="#Page_265">265</a>, <a href="#Page_279">279</a>. Rappresenta -in Italia l'Impero, suo ufficio e autorità, <a href="#Page_278">278</a>, <a href="#Page_280">280</a>, <a href="#Page_281">281</a>. Risiede -a Ravenna, <a href="#Page_279">279</a>. Di capo di tutto il governo diventa -capo d'un ducato, <a href="#Page_279">279</a>. S'ingerisce anche delle cose ecclesiastiche, -<a href="#Page_281">281</a>, <a href="#Page_292">292</a>. Sue inimicizie e persecuzioni contro i Papi, -<a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_331">331</a>, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -<b>Esarcato.</b> Territorio di cui si compone, <a href="#Page_279">279</a>. Si solleva contro -l'Imperatore, <a href="#Page_326">326</a>. Si va decomponendo, e non esiste più che -di nome, <a href="#Page_340">340</a>, <a href="#Page_342">342</a>. Finisce, occupato dai Longobardi, <a href="#Page_363">363</a>, -<a href="#Page_366">366</a>. Tolto loro, in parte, dai Franchi, e donato al Papa, <a href="#Page_371">371</a>; -che mira a ottenere anche il resto, <a href="#Page_372">372</a>, <a href="#Page_373">373</a>. Di nuovo invaso -dai Longobardi, <a href="#Page_384">384</a>, <a href="#Page_386">386</a>. Di nuovo donato, e interamente, -al Papa, <a href="#Page_392">392</a>, <a href="#Page_400">400</a>. V. anche ai nomi degli Esarchi: -<i>Callinico, Decio, Euleterio, Eutichio, Giovanni, Giovanni Rizocopo, -Isacco, Olimpio, Paolo, Romano, Scolastico, Smeraldo, -Teodoro Calliopas, Teofilatto</i>. -</p> - -<p> -<b>Esilarato</b>, duca bizantino, <a href="#Page_334">334</a>. -</p> - -<p> -<b>Eudocia</b>, figlia di Eudossia imperatrice; fatta prigione dai -Vandali e data in moglie a Unnerico figlio del loro Re, <a href="#Page_116">116</a>. -</p> - -<p> -<b>Eudocia</b> o <b>Eudossia</b>, moglie di Teodosio II imperatore, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_101">101</a>. -</p> - -<p> -<b>Eudossia</b>, figlia di Teodosio II e moglie di Valentiniano III, <a href="#Page_91">91</a>; -poi di Petronio Massimo, <a href="#Page_113">113</a>. Della leggenda che chiamasse -i Vandali in Italia, <a href="#Page_113">113</a>. Condotta da loro in ischiavitù, <a href="#Page_116">116</a>. -Liberata, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -<b>Eugenio I</b>, papa, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -<b>Eugenio</b>, retore. Pretende all'Impero, <a href="#Page_52">52</a>. Vinto dall'imperatore -Teodosio, e ucciso, <a href="#Page_53">53</a>. -</p> - -<p> -<b>Eugippo</b>, <a href="#Page_136">136</a>. -</p> - -<p> -<b>Euleterio</b>, esarca, <a href="#Page_301">301</a>. -</p> - -<p> -<b>Eutarico</b>, marito di Amalasunta, <a href="#Page_160">160</a>. Adottato dall'Imperatore, -<a href="#Page_164">164</a>. È ariano, <a href="#Page_165">165</a>. Sua morte, ricordata, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -<b>Eutichio</b>, esarca. Sue ostilità contro il Papa, <a href="#Page_335">335</a>, <a href="#Page_336">336</a>. Ricupera -Ravenna caduta in mano de' Longobardi, <a href="#Page_337">337</a>. -</p> - -<p> -<b>Eutropio</b>, eunuco di Costantinopoli, <a href="#Page_60">60</a>. Congiura contro Rufino, -<span class="pagenum" id="Page_444">[444]</span> -dopo La morte del quale cresce il suo potere, <a href="#Page_61">61</a>. Sua -morte, <a href="#Page_61">61</a>. -</p> - -<p> -<b>Exercitus romanus</b>, e sua divisione in <i>Scholae</i>, <a href="#Page_376">376</a>. -</p> - -<p> -<b>Ezio</b>, generale romano nell'Impero d'Occidente, <a href="#Page_84">84</a>. Antagonismo -tra lui e Bonifazio, altro generale, <a href="#Page_84">84</a>. Chiama gli -Unni, <a href="#Page_85">85</a>; poi li fa retrocedere, <a href="#Page_86">86</a>. Accusato di tradimento -contro Bonifazio, <a href="#Page_87">87</a>. Viene con lui a battaglia, <a href="#Page_90">90</a>. Sua -guerra con Attila e gli Unni, <a href="#Page_102">102</a> e segg.; nella quale è sospettato -di tradimento, <a href="#Page_105">105</a>. Sue virtù militari, sua ambizione, -<a href="#Page_111">111</a>. Ucciso, <a href="#Page_112">112</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Fano.</b> È in potere de' Bizantini, e fa parte della Pentapoli, -<a href="#Page_257">257</a>, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Farovaldo</b>, duca longobardo di Benevento. Giura fedeltà al -re Liutprando, <a href="#Page_335">335</a>. Perde lo stato, <a href="#Page_341">341</a>. -</p> - -<p> -<b>Fastrada</b>, moglie di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_403">403</a>. Muore, <a href="#Page_407">407</a>. -</p> - -<p> -<b>Felice</b>, antipapa, <a href="#Page_36">36</a>. -</p> - -<p> -<b>Felice</b>, arcivescovo di Ravenna. Accecato e cacciato dalla sua -sede, <a href="#Page_326">326</a>. Restituito, <a href="#Page_327">327</a>. -</p> - -<p> -<b>Felice II</b>, papa. Sostiene fermamente, come i suoi antecessori, -l'autorità della Chiesa Romana, <a href="#Page_135">135</a>, <a href="#Page_136">136</a>. -</p> - -<p> -<b>Felice III</b>, papa. Sua elezione, <a href="#Page_170">170</a>. -</p> - -<p> -<b>Festo</b>, patrizio, ambasciatore di Teodorico a Costantinopoli, <a href="#Page_161">161</a>. -</p> - -<p> -<b>Feudalismo.</b> Delle sue origini, <a href="#Page_354">354</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Fiesole.</b> Ivi presso è sconfitto Radagasio, <a href="#Page_67">67</a>. Assediata e presa -dai Bizantini, <a href="#Page_203">203</a>. -</p> - -<p> -<b>Filippico</b>, imperatore, suo dissidio con la Chiesa di Roma, <a href="#Page_327">327</a>, -<a href="#Page_328">328</a>. Deposto, <a href="#Page_328">328</a>. -</p> - -<p> -<b>Filippo</b>, antipapa, <a href="#Page_377">377</a>. -</p> - -<p> -<b>Finni</b>, <a href="#Page_44">44</a>. -</p> - -<p> -<b>Firenze.</b> Totila tenta d'assediarla, ma è respinto, <a href="#Page_217">217</a>. Carlo -re de' Franchi vi passa il Natale dell'anno 786, <a href="#Page_404">404</a>. -</p> - -<p> -<b>Foca.</b> Proclamato imperatore d'Oriente, <a href="#Page_295">295</a>. Sua crudeltà, <a href="#Page_295">295</a>. -Proclama la supremazia del Papa; e di una lettera scrittagli -da Gregorio I, <a href="#Page_295">295</a>. Gli succede Eraclio, <a href="#Page_297">297</a>, <a href="#Page_302">302</a>. -</p> - -<p> -<b>Fossombrone.</b> Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, -<a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_445">[445]</span> -</p> - -<p> -<b>Franchi.</b> Del loro regno sotto Clodoveo, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_159">159</a>. Vengono in -Italia in aiuto de' Goti contro i Bizantini, <a href="#Page_202">202</a>. E di nuovo, -e vi occupano delle terre, <a href="#Page_238">238</a>. Neutrali tra Bizantini e Goti, -<a href="#Page_238">238</a>. Di una loro impresa dopo la cacciata de' Goti, <a href="#Page_241">241</a>. -Accenni alle loro guerre coi Longobardi nella Gallia, <a href="#Page_258">258</a>. -Tornano in Italia contro i Longobardi, poi si ritirano, <a href="#Page_263">263</a>, -<a href="#Page_264">264</a>. Dei loro accordi coi Bizantini contro i Longobardi, <a href="#Page_265">265</a>, -<a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_269">269</a>; e nuove guerre con questi ultimi, <a href="#Page_267">267</a> e segg. -Gregorio Magno cerca diffondere tra loro il Cattolicismo, <a href="#Page_286">286</a>. -Accordo tra essi e i Longobardi, <a href="#Page_288">288</a>. Ancora della loro conversione -al Cattolicismo, <a href="#Page_337">337</a>. A loro si rivolgono i Papi per aiuto -contro i Longobardi, <a href="#Page_337">337</a> e segg., <a href="#Page_360">360</a>; riassunto della loro storia -fino a questo tempo, <a href="#Page_348">348</a> e segg. Potenza e ricchezza della -Chiesa e del clero nel loro regno, <a href="#Page_356">356</a> e segg. Loro discese -in Italia con Pipino contro i Longobardi, <a href="#Page_369">369</a>, <a href="#Page_371">371</a>; e con -Carlo suo figliuolo. V. Carlo. Costituzione del loro regno in -Italia, <a href="#Page_394">394</a>, <a href="#Page_395">395</a>, <a href="#Page_399">399</a>. Longobardi, Romani e Bizantini cospirano -contro di loro, <a href="#Page_396">396</a> e segg. pass. -</p> - -<p> -<b>Fridigerno</b> o <b>Fritigerno</b>, capo d'una parte dei Visigoti, <a href="#Page_41">41</a>. -Accolto co' suoi barbari, fuggiaschi, dentro i confini dell'Impero, -<a href="#Page_46">46</a>; presto li riorganizza e s'impone a' Romani, <a href="#Page_47">47</a>, <a href="#Page_48">48</a>; -ma la sua morte porta la divisione tra loro, <a href="#Page_50">50</a>. -</p> - -<p> -<b>Friuli</b>, ducato longobardo, <a href="#Page_256">256</a>, <a href="#Page_261">261</a>. Diventa ereditario, <a href="#Page_276">276</a>. -Occupato dagli Avari, <a href="#Page_297">297</a>; poi rilasciato, <a href="#Page_298">298</a>. Di nuovo minacciato -dagli Avari, <a href="#Page_405">405</a>, <a href="#Page_406">406</a>. V. anche <i>Rodogaudo</i>. -</p> - -<p> -<b>Fulda (Monastero di)</b>, sua fondazione, <a href="#Page_359">359</a>. -</p> - -<p> -<b>Fulrado</b>, abate di San Dionigi. Accompagna Pipino nelle sue -imprese contro i Longobardi, <a href="#Page_369">369</a>, <a href="#Page_371">371</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Gaidulfo</b>, duca longobardo di Bergamo, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> - -<p> -<b>Gainas</b>, generale goto. Va a Costantinopoli, <a href="#Page_60">60</a>; e vi acquista -gran potere, <a href="#Page_61">61</a>. Cacciato, e ucciso, <a href="#Page_62">62</a>. -</p> - -<p> -<b>Galeno Cesare</b>, <a href="#Page_30">30</a>. -</p> - -<p> -<b>Galla</b>, sorella di Valentiniano II, <a href="#Page_49">49</a>. Sposa l'imperatore Teodosio, -<a href="#Page_51">51</a>. Muore, <a href="#Page_52">52</a>. -</p> - -<p> -<b>Galla Placidia</b>, figlia dell'imperatore Teodosio e sorella d'Onorio, -<a href="#Page_52">52</a>. Creduta istigatrice dell'uccisione della vedova di Stilicone, -<span class="pagenum" id="Page_446">[446]</span> -<a href="#Page_73">73</a>. Fatta prigione da Alarico, <a href="#Page_77">77</a>. Di lei s'innamora -Ataulfo successore d'Alarico, <a href="#Page_78">78</a>; e la sposa, <a href="#Page_80">80</a>. Dopo la morte -di lui è maritata a Costanzo, generale romano, che viene associato -all'Impero, <a href="#Page_82">82</a>. Morto anche Costanzo, va a stabilirsi a -Costantinopoli, <a href="#Page_84">84</a>. Reggente del figlio Valentiniano III, <a href="#Page_84">84</a>; -nel cui nome governa, <a href="#Page_86">86</a> e segg. pass. Muore, suo elogio, <a href="#Page_93">93</a>. -</p> - -<p> -<b>Gallia.</b> Resiste ostinatamente ai Romani, <a href="#Page_2">2</a>, <a href="#Page_3">3</a>. Una delle quattro -Prefetture dell'Impero, <a href="#Page_31">31</a>. È invasa da Alarico e altri -barbari, e si ribella all'Imperatore, <a href="#Page_67">67</a> e segg. pass. Vi è -gran disordine, <a href="#Page_78">78</a>. Vi va Ataulfo re de' Goti e vi doma la -ribellione, <a href="#Page_79">79</a>. Diventa stabile dimora de' Goti, <a href="#Page_82">82</a>. Conquistata -a poco e poco dai Franchi, <a href="#Page_348">348</a>, <a href="#Page_349">349</a>. -</p> - -<p> -<b>Garibaldo</b>, duca di Baviera, <a href="#Page_267">267</a>. -</p> - -<p> -<b>Garibaldo</b>, duca di Torino, <a href="#Page_317">317</a>. È ucciso, <a href="#Page_317">317</a>. -</p> - -<p> -<b>Garibaldo</b>, re de' Longobardi, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -<b>Gasindi</b> nel regno Longobardo, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_277">277</a>, <a href="#Page_357">357</a>. -</p> - -<p> -<b>Gastaldi</b> nel regno Longobardo, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_277">277</a>; nel regno Franco, -<a href="#Page_419">419</a>, <a href="#Page_421">421</a>. -</p> - -<p> -<b>Gelasio I</b>, papa. Sostenitore costante della supremazia della -Chiesa di Roma, <a href="#Page_160">160</a>. Gli succede Anastasio II, <a href="#Page_161">161</a>. -</p> - -<p> -<b>Gelimero</b>, re de' Vandali, <a href="#Page_181">181</a>. Vinto e fatto prigione da Belisario, -<a href="#Page_182">182</a>, <a href="#Page_183">183</a>. -</p> - -<p> -<b>Genova.</b> Vi risiede pei Bizantini un <i>Vicarius Italiae</i>, <a href="#Page_278">278</a>. -</p> - -<p> -<b>Genserico</b>, re de' Vandali. Invade l'Africa, <a href="#Page_89">89</a>. Fa una pace -co' Romani, e poi la rompe, <a href="#Page_91">91</a>. Serba per sè grandi possessi -nelle terre occupate, <a href="#Page_92">92</a>. Legato di parentela coi Visigoti, poi -loro nemico, <a href="#Page_103">103</a>. Prende e saccheggia Roma, <a href="#Page_115">115</a>, <a href="#Page_116">116</a>; e fa -prigione l'imperatrice Eudossia, <a href="#Page_116">116</a>; che poi rimette in libertà, -<a href="#Page_121">121</a>. Fa un'altra pace con l'Impero, <a href="#Page_126">126</a>. Muore, <a href="#Page_127">127</a>. -</p> - -<p> -<b>Gepidi</b>, <a href="#Page_28">28</a>. Abitano la Dacia settentrionale, <a href="#Page_41">41</a>. Seguono gli -Unni, <a href="#Page_96">96</a>. Un loro scontro con gli Ostrogoti, <a href="#Page_142">142</a>. Vengono -in Italia con Teodorico, <a href="#Page_146">146</a>. Delle loro inimicizie e guerre -coi Longobardi, <a href="#Page_252">252</a> e segg.; da' quali finalmente sono sterminati, -<a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -<b>Gerberga</b>, vedova di Carlomanno re de' Franchi. Si rifugia coi -figliuoli presso Desiderio re de' Longobardi, <a href="#Page_384">384</a>. È chiusa in -Verona, <a href="#Page_386">386</a>; e cade in mano di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_388">388</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_447">[447]</span> -</p> - -<p> -<b>Germani.</b> Loro prime invasioni nell'Impero, <a href="#Page_10">10</a> e segg. Notizie -datene da Giulio Cesare, <a href="#Page_12">12</a>; e da Tacito, <a href="#Page_14">14</a>. Loro stato di -barbarie, <a href="#Page_15">15</a>; religione, <a href="#Page_15">15</a>; abitazioni, <a href="#Page_16">16</a>; divisione delle -terre, <a href="#Page_17">17</a>. Divisi in molti e diversi popoli, <a href="#Page_18">18</a>, <a href="#Page_24">24</a>. Loro costituzione -civile e militare, <a href="#Page_18">18</a> e segg. Paragone tra la società loro -e quella de' Romani, <a href="#Page_22">22</a> e segg. Educati sotto i Romani, divengono -soldati eccellenti, ma non perdono la loro avversione -all'Impero, <a href="#Page_24">24</a>. Altre loro invasioni, <a href="#Page_27">27</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Germanico.</b> Sue vittorie contro i Barbari, <a href="#Page_11">11</a>. -</p> - -<p> -<b>Germano</b>, nipote dell'imperatore Giustiniano, destinato da lui -alla guerra d'Italia contro i Goti, muore, <a href="#Page_234">234</a>. -</p> - -<p> -<b>Gerusalemme.</b> Presa dai Persiani, <a href="#Page_302">302</a>; e ricuperata all'Impero, -<a href="#Page_303">303</a>. Ne son consegnate le chiavi a Carlo re de' Franchi, -<a href="#Page_416">416</a>. -</p> - -<p> -<b>Geti</b>, <a href="#Page_28">28</a>. -</p> - -<p> -<b>Gildone</b>, <a href="#Page_65">65</a>. -</p> - -<p> -<b>Giordanes</b>, cartulario, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -<b>Giorgio</b>, figlio di Giovanniccio, <a href="#Page_326">326</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni</b>, arcivescovo di Ravenna, <a href="#Page_334">334</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni</b>, capitano armeno nell'esercito Bizantino, <a href="#Page_181">181</a>, <a href="#Page_196">196</a>. -Sue operazioni militari, <a href="#Page_197">197</a> e segg. pass.; e suoi dispareri -con Belisario, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_220">220</a>. Altre sue fazioni militari, <a href="#Page_220">220</a>, <a href="#Page_234">234</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni I</b>, duca di Napoli. Prende Crema, <a href="#Page_331">331</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni</b>, esarca, <a href="#Page_297">297</a>, <a href="#Page_301">301</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni</b>, maestro de' militi di Venezia, <a href="#Page_344">344</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni I</b>, papa. Costretto a recarsi a Costantinopoli a sostenere -la causa degli Ariani, <a href="#Page_169">169</a>. Al suo ritorno è carcerato, -e muore, <a href="#Page_170">170</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni III</b>, papa, <a href="#Page_250">250</a>. Muore, <a href="#Page_262">262</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni IV</b>, papa, <a href="#Page_307">307</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni VI</b>, papa, <a href="#Page_325">325</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni</b>, patriarca di Costantinopoli. Sue differenze col papa -Gregorio I, <a href="#Page_292">292</a>. Muore, <a href="#Page_293">293</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni</b>, primicerio. Scelto a successore dell'imperatore Onorio -dal partito che vuole l'accordo tra' due Imperi d'Oriente -e d'Occidente, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_85">85</a>. Preso ed ucciso, <a href="#Page_85">85</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni Rizocopo</b>, esarca, <a href="#Page_326">326</a>. Ucciso, <a href="#Page_326">326</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_448">[448]</span> -</p> - -<p> -<b>Giovanni Silenziario</b>, <a href="#Page_365">365</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanni</b>, suddiacono, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovanniccio</b>, ravennate. Mandato a morte dall'Imperatore, -<a href="#Page_326">326</a>. Un suo figliuolo è capo del popolo ribellato, <a href="#Page_326">326</a>. -</p> - -<p> -<b>Gioviano</b>, imperatore, <a href="#Page_40">40</a>. -</p> - -<p> -<b>Giovino</b>, pretendente all'Impero, <a href="#Page_79">79</a>. -</p> - -<p> -<b>Gisulfo</b>, duca del Friuli, <a href="#Page_256">256</a>. Assalito dagli Avari, muore, <a href="#Page_297">297</a>. -</p> - -<p> -<b>Gisulfo II</b>, duca di Benevento, <a href="#Page_341">341</a>, <a href="#Page_362">362</a>. -</p> - -<p> -<b>Giuliano l'Apostata</b>, imperatore. Sue dottrine e sue imprese -militari, <a href="#Page_38">38</a>, <a href="#Page_39">39</a>. -</p> - -<p> -<b>Giulio Cesare.</b> Disfà e insegue oltre il Reno un esercito -germanico, poi si ritira, <a href="#Page_10">10</a>. Notizie che ci dà di quei -barbari, <a href="#Page_10">10</a>, <a href="#Page_12">12</a>; e in che differiscano da quelle date da Tacito, -<a href="#Page_14">14</a>. -</p> - -<p> -<b>Giulio Nepote</b>, imperatore d'Occidente, <a href="#Page_124">124</a>. Cacciato, <a href="#Page_125">125</a>. -Cerca di ritornare, <a href="#Page_129">129</a>. Muore, <a href="#Page_133">133</a>. -</p> - -<p> -<b>Giustina</b>, madre di Valentiniano II, <a href="#Page_49">49</a>. È cacciata d'Italia, -col figliuolo, poi vi ritorna, <a href="#Page_51">51</a>. -</p> - -<p> -<b>Giustiniano</b>, nipote di Giustino imperatore, <a href="#Page_163">163</a>. Associato, e -indi successore di lui nell'Impero, <a href="#Page_172">172</a>; sue qualità, suoi disegni, -<a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_173">173</a>. Sue relazioni con Amalasunta, reggente del -regno Goto in Italia, e ancora de' suoi disegni, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_175">175</a>; -che si scuoprono dopo la morte di Amalasunta, <a href="#Page_176">176</a>. Sua origine, -sue doti e suoi difetti, <a href="#Page_176">176</a>. Della sua opera legislativa, -<a href="#Page_177">177</a>. Rivoluzione a Costantinopoli contro di lui, <a href="#Page_178">178</a>; -repressa, <a href="#Page_179">179</a>. Suo fermo proposito di restaurare l'unità dell'Impero, -<a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_181">181</a>. Caccia i Vandali dall'Africa, <a href="#Page_181">181</a> e segg. -Imprende la guerra d'Italia contro i Goti, <a href="#Page_183">183</a> e segg. Inclina -alla pace, <a href="#Page_203">203</a>, <a href="#Page_204">204</a>. Invia soccorsi a Napoli, minacciata da -Totila, <a href="#Page_217">217</a>. Richiesto di pace da Totila, non risponde, <a href="#Page_224">224</a>. -Come si comporti con Belisario, <a href="#Page_227">227</a>. Si arroga autorità nelle -cose di fede, e di una particolare controversia tra lui e il -Papa, <a href="#Page_229">229</a> e segg. Riprende la guerra d'Italia, <a href="#Page_233">233</a> e segg. pass. -Morendo, lascia l'Impero in triste condizioni; sguardo riassuntivo -alla sua politica, <a href="#Page_246">246</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Giustiniano II</b>, imperatore. Suoi dissensi e crudeltà coi Papi -e i cattolici d'Italia, <a href="#Page_324">324</a> e segg. Una rivoluzione lo caccia -<span class="pagenum" id="Page_449">[449]</span> -dal trono, e un'altra ve lo rimette, <a href="#Page_325">325</a>. È ucciso, e la sua -testa è mandata a Roma, <a href="#Page_327">327</a>. -</p> - -<p> -<b>Giustino</b>, imperatore, <a href="#Page_160">160</a>. Succede a Anastasio, <a href="#Page_163">163</a>. Professa -le dottrine della Chiesa Romana, <a href="#Page_163">163</a>; e suo accordo col -Papa, <a href="#Page_164">164</a>. Perseguita gli Ariani, <a href="#Page_164">164</a>. Minaccia il regno dei -Goti in Italia, <a href="#Page_172">172</a>. Associa all'Impero Giustiniano suo nipote, -<a href="#Page_172">172</a>. -</p> - -<p> -<b>Giustino II</b>, nipote di Giustiniano, a cui succede nell'Impero; -sua politica contraria a quella dello zio, <a href="#Page_249">249</a>. Nega un -sussidio agli Avari, <a href="#Page_253">253</a>. Ammattisce, <a href="#Page_263">263</a>. -</p> - -<p> -<b>Glicerio</b>, imperatore d'Occidente, poi vescovo in Dalmazia, -<a href="#Page_124">124</a>, <a href="#Page_125">125</a>. -</p> - -<p> -<b>Godeberto.</b> Divide il regno dei Longobardi col fratello Bertarido, -<a href="#Page_316">316</a>; e si nimica con lui, <a href="#Page_317">317</a>. Manda per aiuti a Grimoaldo -duca di Benevento, ed è da lui ucciso, <a href="#Page_317">317</a>. -</p> - -<p> -<b>Goti.</b> Della loro origine, <a href="#Page_27">27</a>. Divisi in Ostrogoti e Visigoti, -cioè in Goti orientali e occidentali, <a href="#Page_28">28</a>. Loro prima invasione -nell'Impero, respinta, <a href="#Page_28">28</a>, <a href="#Page_29">29</a>. I Romani cedono loro la Dacia -a patto che non passino il Danubio, <a href="#Page_29">29</a>. Cominciano ad incivilirsi, -e parte di loro si converte al Cristianesimo, <a href="#Page_40">40</a>; ma -la loro conversione li divide e indebolisce di fronte a' Romani, -<a href="#Page_41">41</a>. V. <i>Visigoti</i> e <i>Ostrogoti</i>. -</p> - -<p> -<b>Graziano</b>, imperatore d'Occidente, <a href="#Page_49">49</a>. Si associa, per l'Oriente, -Teodosio, <a href="#Page_50">50</a>. Deposto ed ucciso, <a href="#Page_51">51</a>. -</p> - -<p> -<b>Grecia.</b> I Romani la conquistano, e sono conquistati dalla sua -cultura, <a href="#Page_2">2</a>. Saccheggiata dai Goti, <a href="#Page_64">64</a>. -</p> - -<p> -<b>Gregorio II</b>, duca di Napoli, <a href="#Page_347">347</a>. -</p> - -<p> -<b>Gregorio I Magno</b>, papa. Sua vita di S. Benedetto, ricordata, -<a href="#Page_209">209</a>. Notizie di lui anteriori al pontificato, <a href="#Page_264">264</a>, <a href="#Page_268">268</a>, -<a href="#Page_283">283</a>. Sua elezione, <a href="#Page_268">268</a>, <a href="#Page_283">283</a>, <a href="#Page_284">284</a>. Suo carattere, suoi scritti, -e atti del suo pontificato, <a href="#Page_284">284</a> e segg. Difende per ogni via -da' Longobardi Roma e altre città d'Italia, di cui perciò -diventa il principale personaggio, <a href="#Page_290">290</a> e segg. Di una sua -lettera all'imperatore Foca, <a href="#Page_295">295</a>. Sue relazioni con Agilulfo -re de' Longobardi, <a href="#Page_295">295</a>. Ancora della sua prodigiosa attività -a vantaggio dell'Italia, e sua morte, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -<b>Gregorio II</b>, papa. Sua elezione, <a href="#Page_329">329</a>. Si mette in attitudine -<span class="pagenum" id="Page_450">[450]</span> -di difesa contro i Longobardi, <a href="#Page_330">330</a>. Delle sue discordie politiche -con l'imperatore Leone III, <a href="#Page_331">331</a>; e della sua lotta con -lui per il culto delle immagini, <a href="#Page_332">332</a> e segg. Ancora delle -sue relazioni coi Longobardi e della sua condotta politica tra -essi e i Bizantini, <a href="#Page_334">334</a> e segg. Muore, <a href="#Page_336">336</a>. -</p> - -<p> -<b>Gregorio III</b>, papa. Delle sue relazioni e della sua condotta -politica coi Longobardi e i Bizantini, <a href="#Page_336">336</a> e segg. Chiede -aiuto ai Franchi contro i Longobardi, <a href="#Page_338">338</a>; e di nuovo, -<a href="#Page_339">339</a>, <a href="#Page_360">360</a>. Muore, <a href="#Page_340">340</a>. -</p> - -<p> -<b>Gregorio di Tours</b>, storico de' Franchi, <a href="#Page_350">350</a>. -</p> - -<p> -<b>Grimoaldo</b>, figlio di Gisulfo duca del Friuli, <a href="#Page_298">298</a>; poi duca -di Benevento, <a href="#Page_309">309</a>; e poi re, <a href="#Page_317">317</a>. Sposa una figliuola del -re Godeberto, <a href="#Page_317">317</a>. Accorre a liberare Benevento assalita dall'Imperatore, -<a href="#Page_320">320</a>. Torna, altre sue imprese, e sua morte, <a href="#Page_321">321</a>. -Giudizio del suo governo, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -<b>Grimoaldo (II)</b>, figlio d'Arichi (II) duca di Benevento, <a href="#Page_404">404</a>. -Succede al padre, <a href="#Page_405">405</a>; e aiuta Carlo re de' Franchi contro -Adelchi, <a href="#Page_405">405</a>; poi minaccia di ribellarsi, <a href="#Page_405">405</a>; e di nuovo, <a href="#Page_415">415</a>; -e guerra contro di lui, <a href="#Page_419">419</a>. -</p> - -<p> -<b>Gubbio.</b> Fa parte della Pentapoli annonaria dei Bizantini, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Guidrigildo</b> presso i Longobardi, <a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_315">315</a>; e presso i Franchi, -<a href="#Page_345">345</a>. -</p> - -<p> -<b>Guinigildo</b>, duca di Spoleto. Mandato da Carlo re de' Franchi -in aiuto del Papa, <a href="#Page_412">412</a>. -</p> - -<p> -<b>Gundeberga</b>, moglie di Ariovaldo, poi di Rotari, re de' Longobardi, -<a href="#Page_301">301</a>, <a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -<b>Gundobaldo</b>, fratello di Teodolinda, <a href="#Page_268">268</a>, <a href="#Page_316">316</a>. Duca d'Asti, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -<b>Gundobaldo</b>, re de' Burgundi, <a href="#Page_124">124</a>. Un suo figliuolo sposa -una figlia di Teodorico, <a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Henoticon.</b> Lettera in materia religiosa, <a href="#Page_134">134</a>; condannata dalla -Chiesa di Roma, <a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_136">136</a>, <a href="#Page_160">160</a>, <a href="#Page_161">161</a>, <a href="#Page_163">163</a>, <a href="#Page_164">164</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Ildebrando</b>, duca di Spoleto. Aiuta Carlo re de' Franchi contro -Adelchi, <a href="#Page_405">405</a>; poi minaccia di ribellarsegli, <a href="#Page_405">405</a>. -</p> - -<p> -<b>Ildebrando</b>, nipote del re Liutprando. Fatto prigioniero, <a href="#Page_338">338</a>. -Succede per breve tempo a Liutprando, <a href="#Page_341">341</a>, <a href="#Page_362">362</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_451">[451]</span> -</p> - -<p> -<b>Ildegarda</b>, moglie di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_387">387</a>. Muore, <a href="#Page_402">402</a>, <a href="#Page_403">403</a>. -</p> - -<p> -<b>Ilderico</b>, re de' Vandali, <a href="#Page_181">181</a>. Cacciato, <a href="#Page_181">181</a>. -</p> - -<p> -<b>Ildibaldo</b>, arcivescovo di Colonia. Va a ricevere il Papa per -Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_413">413</a>; e lo riaccompagna, <a href="#Page_414">414</a>. -</p> - -<p> -<b>Ildibaldo</b>, parente del Re de' Visigoti. Succede a Vitige re -degli Ostrogoti, in Italia, <a href="#Page_206">206</a>. Suo prospero principio, e sua -morte, <a href="#Page_215">215</a>. -</p> - -<p> -<b>Illirico.</b> Una delle quattro Prefetture dell'Impero, <a href="#Page_31">31</a>. Resta -per un tempo diviso tra l'Oriente e l'Occidente, <a href="#Page_69">69</a>. Vi fa -un'impresa Teodorico re de' Goti, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -<b>Immagini sacre.</b> N'è proibito il culto da Leone III imperatore; -e lotta che ne segue tra lui e il Papa, e agitazione -in tutto l'Impero, specie in Italia, <a href="#Page_329">329</a> e segg. pass. Nuovi -e successivi accenni a detta questione, <a href="#Page_374">374</a>, <a href="#Page_402">402</a>, <a href="#Page_406">406</a>. -</p> - -<p> -<b>Imola.</b> Presa da' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>. -</p> - -<p> -<b>Impero Franco</b> costituito da Carlo Magno, durante la vita -di lui, <a href="#Page_417">417</a> e segg.; e dopo la sua morte, <a href="#Page_424">424</a>. -</p> - -<p> -<b>Impero d'Occidente.</b> V. <i>Impero Romano</i>. Continua a chiamarsi -tale benchè in gran parte occupato dai Barbari, e infine -ristretto alla sola Italia, <a href="#Page_86">86</a>. Si unisce con quello d'Oriente -per opporsi agli Unni, <a href="#Page_97">97</a>; e sue relazioni con essi, <a href="#Page_97">97</a> e segg. -Gli è mossa guerra da Attila, <a href="#Page_102">102</a>; e quale fosse allora il suo -stato, <a href="#Page_102">102</a>. Si approssima la sua fine, <a href="#Page_112">112</a>. Perisce con Odoacre, -<a href="#Page_129">129</a>. -</p> - -<p> -<b>Impero d'Oriente.</b> V. <i>Impero Romano</i>. S'unisce con quello -d'Occidente per opporsi agli Unni, <a href="#Page_97">97</a>; e sue relazioni con -essi, <a href="#Page_97">97</a> e segg. Diviso dalle dispute religiose, e in lotta con -la Chiesa di Roma. V. <i>Chiesa</i>. Abbraccia le dottrine cattoliche, -<a href="#Page_164">164</a>. Le molte e varie genti di cui si compone sono tenute -unite dalla legge e disciplina; donde la sua lunga durata, <a href="#Page_179">179</a>. -Tristi sue condizioni alla morte di Giustiniano, <a href="#Page_246">246</a> e segg.; -e ancora della sua lunga durata, <a href="#Page_248">248</a>. Nuovo accenno alla -mancanza di coesione tra le sue parti, causa di debolezza, <a href="#Page_303">303</a> -e segg. La Chiesa si emancipa dalla sua dipendenza, <a href="#Page_409">409</a>. Sue -condizioni alla costituzione del nuovo <i>Impero Franco</i>, <a href="#Page_418">418</a>, <a href="#Page_419">419</a>. -</p> - -<p> -<b>Impero Romano.</b> La corruzione non è la causa ma l'effetto -della sua decadenza, <a href="#Page_1">1</a>. In ragione del suo estendersi perde -<span class="pagenum" id="Page_452">[452]</span> -di unità, <a href="#Page_2">2</a>; e prima a risentirne è la costituzione dell'esercito, -per l'introduzione in esso dei barbari e degli schiavi, -che presto ne formano la maggior parte, <a href="#Page_3">3</a>. Le imposte per -mantenere l'esercito dissanguano i popoli; la classe media -è disfatta, e si formano i latifondi che esauriscono la fertilità -del suolo, <a href="#Page_4">4</a>. La scarsa cultura de' campi e la poca industria -in mano degli schiavi, <a href="#Page_5">5</a>. L'esercito e i possessori dei -latifondi vi spadroneggiano, <a href="#Page_5">5</a>. Alle cause civili, militari, economiche, -di debolezza s'aggiunge la guerra e il trionfo del -Cristianesimo sul Paganesimo, che n'è il fondamento, <a href="#Page_6">6</a>. Per -la sua grande vitalità resiste più secoli, ma finalmente la corruzione -e decomposizione sociale aprono la via ai Barbari, <a href="#Page_7">7</a>, <a href="#Page_90">90</a>. -Suoi confini sotto Augusto, <a href="#Page_11">11</a>; oltrepassati da Traiano, <a href="#Page_12">12</a>; -onde per due secoli e mezzo è costretto opporsi alle invasioni -dei Barbari, <a href="#Page_26">26</a> e segg. Riformato e diviso in quattro -Prefetture, <a href="#Page_30">30</a>, <a href="#Page_31">31</a>. N'è trasferita la sede a Costantinopoli, <a href="#Page_32">32</a>. -Dalla sua unione col Cristianesimo nasce la lotta tra esso e -la Chiesa, <a href="#Page_33">33</a> e segg. Diviso tra' due imperatori d'Oriente e -d'Occidente, <a href="#Page_46">46</a> e segg. pass. Politicamente riunito sotto Teodosio -I, e concordia tra esso e la Chiesa, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_56">56</a>. Di nuovo -diviso tra' due imperatori d'Oriente e d'Occidente, indipendenti -l'uno dall'altro, <a href="#Page_57">57</a> e segg. Disaccordi e antagonismo -tra loro, <a href="#Page_83">83</a>, <a href="#Page_84">84</a>. Nuova apparente riunione sotto Teodosio II, -<a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_86">86</a>; e nuova divisione, <a href="#Page_86">86</a>. Comincia un vero smembramento -d'esso con la cessione d'una parte dell'Africa ai Vandali, -<a href="#Page_91">91</a>. Sua unità, ma solo di nome, dopo la caduta dell'Impero -d'Occidente, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_133">133</a>. Giustiniano si propone di -restaurarne l'unità e lo splendore, <a href="#Page_180">180</a>. -</p> - -<p> -<b>Ipazio</b>, <a href="#Page_179">179</a>. -</p> - -<p> -<b>Ippona</b>, Assediata da' Vandali, <a href="#Page_90">90</a>. Vi si fa una pace tra essi -e i Romani, <a href="#Page_91">91</a>. -</p> - -<p> -<b>Irene</b>, imperatrice di Costantinopoli. Fa adesione alla Chiesa -di Roma, <a href="#Page_402">402</a>; e avvia pratiche d'accordo con Carlo re -de' Franchi, <a href="#Page_402">402</a>. Il Papa le domanda le terre tolte da' Bizantini -alla Chiesa, <a href="#Page_403">403</a>, <a href="#Page_407">407</a>. Si turbano le sue relazioni col re -Carlo, <a href="#Page_404">404</a>. Altre notizie del suo regno, e nimicizie tra essa -e l'Imperatore suo figliuolo, <a href="#Page_411">411</a>, <a href="#Page_419">419</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_453">[453]</span> -</p> - -<p> -<b>Isaace.</b> V. <i>Armenia</i> (<i>d'</i>). -</p> - -<p> -<b>Isacco</b>, esarca, <a href="#Page_307">307</a>. -</p> - -<p> -<b>Isaurici</b>, montanari del Tauro, <a href="#Page_122">122</a>. -</p> - -<p> -<b>Istria.</b> Si agita per una questione religiosa, <a href="#Page_267">267</a>. È in parte -de' Bizantini, <a href="#Page_280">280</a>. Ricordata, a proposito della donazione fatta -da Carlo re de' Franchi al Papa, <a href="#Page_392">392</a>. -</p> - -<p> -<b>Italia.</b> Una delle quattro Prefetture dell'Impero, <a href="#Page_31">31</a>, <a href="#Page_32">32</a>, <a href="#Page_58">58</a>. -Incursioni in essa di Visigoti, <a href="#Page_64">64</a> e segg., <a href="#Page_72">72</a> e segg.; di -Unni, <a href="#Page_106">106</a> e segg.; di Vandali, <a href="#Page_113">113</a> e segg. Ad essa sola, per -le continue invasioni de' barbari, si restringe a poco a poco -tutto l'Impero d'Occidente, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_124">124</a>; e staccandosi sempre -più dalle altre provincie, finisce per costituire una nuova unità -politica, <a href="#Page_124">124</a>, <a href="#Page_129">129</a>. Divisione delle sue terre sotto Odoacre e, -per incidenza, nei tempi anteriori, <a href="#Page_130">130</a> e segg. Spenta in essa -la vita politica, vi si svolge meglio quella religiosa, <a href="#Page_133">133</a>. Suo -stato sotto Teodorico, <a href="#Page_146">146</a> e segg.; divisione delle sue terre -tra i Goti, <a href="#Page_151">151</a>. Guerra tra Goti e Bizantini, <a href="#Page_184">184</a> e segg.; e -sua desolazione, <a href="#Page_206">206</a> e segg. Quali parti ne abbiano i Goti -e quali i Bizantini durante la guerra tra loro, <a href="#Page_226">226</a>, <a href="#Page_229">229</a>, <a href="#Page_238">238</a>. -Termina il regno de' Goti, <a href="#Page_241">241</a>. Di un'invasione de' Franchi, -<a href="#Page_241">241</a> e segg. Sue misere condizioni sotto il governo de' Bizantini, -<a href="#Page_244">244</a> e segg. Invasa e conquistata dai Longobardi, <a href="#Page_254">254</a> e segg. -Divisa da loro in ducati, <a href="#Page_258">258</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_261">261</a>; e sua condizione -sotto di essi, <a href="#Page_261">261</a>. Ricostituita in regno; e di nuovo delle sue -condizioni, e della divisione delle rendite e delle terre tra -Longobardi e Romani, e della pretesa servitù di questi, <a href="#Page_265">265</a>, -<a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_270">270</a> e segg.; e di nuovo del governo de' Longobardi e -dei Bizantini, <a href="#Page_274">274</a> e segg. Quasi tutta unita sotto un re Longobardo, -<a href="#Page_317">317</a>; e nuovamente divisa alla sua morte, <a href="#Page_322">322</a>. Dissensi -religiosi, <a href="#Page_319">319</a>. Le sue città cominciano ad acquistare -una importanza nuova; e germi in essa di una nuova cultura, -<a href="#Page_323">323</a>. Primo esempio di una confederazione di città italiane, -<a href="#Page_327">327</a>. Ancora dell'autonomia che vanno sempre più acquistando -le sue città, <a href="#Page_334">334</a>, <a href="#Page_340">340</a>. Costituzione in essa del regno -Franco, <a href="#Page_394">394</a> e segg., <a href="#Page_403">403</a>, <a href="#Page_419">419</a>. La sua parte meridionale comincia -ad avere una storia separata da quella di tutto il rimanente, -<a href="#Page_424">424</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_454">[454]</span> -</p> - -<p class="letter"> -<b>Jesi.</b> Fa parte della Pentapoli annonaria de' Bizantini, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Jordanes</b>, storico de' Goti. Sua descrizione degli Unni, <a href="#Page_45">45</a>. -Ricordato ad altri propositi, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_104">104</a>, <a href="#Page_153">153</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Latifondi</b> e <b>latifondisti</b> romani, <a href="#Page_4">4</a>, <a href="#Page_5">5</a>, <a href="#Page_92">92</a>, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_165">165</a>, -<a href="#Page_355">355</a>, <a href="#Page_356">356</a>. -</p> - -<p> -<b>Leone</b>, arcivescovo di Ravenna. Suoi conflitti con la Chiesa -di Roma, <a href="#Page_396">396</a> e segg. pass. Muore, <a href="#Page_399">399</a>. -</p> - -<p> -<b>Leone I</b>, imperatore. Sua elezione, <a href="#Page_119">119</a>. Altre notizie di lui -e del suo governo, <a href="#Page_119">119</a> e segg. pass. Vicino a morte, <a href="#Page_124">124</a>. -</p> - -<p> -<b>Leone II</b>, imperatore, <a href="#Page_130">130</a>. -</p> - -<p> -<b>Leone III l'Iconoclasta</b>, imperatore, <a href="#Page_328">328</a>, <a href="#Page_329">329</a>. Respinge -un'invasione dei Mussulmani, <a href="#Page_330">330</a>; e reprime alcune ribellioni, -<a href="#Page_330">330</a>. Delle sue discordie politiche col Papa, <a href="#Page_331">331</a>; e della -sua lotta con esso «per il culto delle immagini», <a href="#Page_332">332</a>, <a href="#Page_336">336</a>. -Muore, <a href="#Page_340">340</a>. -</p> - -<p> -<b>Leone IV</b>, imperatore, <a href="#Page_402">402</a>. -</p> - -<p> -<b>Leone I</b>, papa. Capo d'un'ambasceria ad Attila, <a href="#Page_107">107</a>. Del suo -concetto d'una Chiesa universale cristiana con a capo Roma, -<a href="#Page_108">108</a>, <a href="#Page_109">109</a>. Dopo il suo colloquio con Attila, questi si ritira, <a href="#Page_110">110</a>. -Si oppone anche, ma senza effetto, all'avanzarsi de' Vandali -sopra Roma, <a href="#Page_115">115</a>. -</p> - -<p> -<b>Leone III</b>, papa. Sua elezione, <a href="#Page_408">408</a>. Datazione delle sue bolle, -con che di fatto si dichiara indipendente dall'Impero di Costantinopoli, -<a href="#Page_409">409</a>. Manda a Carlo re de' Franchi le chiavi d'oro -di S. Pietro e la bandiera della città di Roma, <a href="#Page_409">409</a>. Quale -concetto si formi dello stato delle cose; mosaico da lui ordinato, -<a href="#Page_409">409</a>. Ambasciata mandatagli in risposta dal Re, <a href="#Page_410">410</a>. -Molte e gravi accuse si muovono in Roma contro di lui, <a href="#Page_410">410</a>. -Assalito all'improvviso da' suoi nemici, è maltrattato e ferito, -<a href="#Page_412">412</a>. Invitato dal re Carlo a Paderbona, vi va ed è accolto -solennemente, <a href="#Page_413">413</a>. Continuano le accuse contro di lui, -e si prega il Re di sottoporlo a un giudizio, <a href="#Page_413">413</a>. Rimandato -con grande accompagnamento a Roma, dov'è trionfalmente -ricevuto, <a href="#Page_414">414</a>. S'inizia il processo contro di lui, <a href="#Page_414">414</a>. Riceve -il re Carlo in S. Pietro, e giura d'essere innocente delle colpe -appostegli, <a href="#Page_415">415</a>. Pone sul capo del Re la corona imperiale; -<span class="pagenum" id="Page_455">[455]</span> -e dei vari giudizi che si fecero di questa incoronazione, <a href="#Page_416">416</a> -e segg. -</p> - -<p> -<b>Leutari.</b> V. <i>Buccellino</i>. -</p> - -<p> -<b>Liberio</b>, papa, <a href="#Page_35">35</a>, <a href="#Page_36">36</a>. -</p> - -<p> -<b>Liberio</b>, ufficiale civile nei regni di Odoacre e di Teodorico, -<a href="#Page_151">151</a>. -</p> - -<p> -<b>Liutberto</b>, figlio di Cuniberto re de' Longobardi; gli è usurpato -il trono, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -<b>Liutgarda</b>, moglie di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_414">414</a>. -</p> - -<p> -<b>Liutprando</b>, re de' Longobardi. Sua legislazione, ricordata, <a href="#Page_312">312</a>. -Scampato alla persecuzione di Ariberto II contro la sua famiglia, -<a href="#Page_323">323</a>. Succede al re Ansprando suo padre, <a href="#Page_324">324</a>. Sue -doti, suo lavoro legislativo, <a href="#Page_329">329</a>. È fervente cattolico e si -comporta bene col Papa, <a href="#Page_330">330</a>. Profittando delle difficili condizioni -dell'Impero, s'impadronisce di Classe, <a href="#Page_331">331</a>; e profittando -della lotta tra il Papa e l'Imperatore, cerca di stendere -sempre più il suo dominio in Italia, <a href="#Page_334">334</a>. Riesce a sottomettersi -i ducati di Spoleto e Benevento, e di nuovo delle -sue relazioni e condotta politica coll'Imperatore e col Papa, <a href="#Page_335">335</a> -e segg. pass., <a href="#Page_362">362</a>. Sua morte ricordata, <a href="#Page_341">341</a>, <a href="#Page_362">362</a>. -</p> - -<p> -<b>Lodovico</b>, figlio di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_401">401</a>. -</p> - -<p> -<b>Longino</b>, successore di Narsete, generale de' Bizantini in Italia, -<a href="#Page_255">255</a>, <a href="#Page_259">259</a>, <a href="#Page_262">262</a>. -</p> - -<p> -<b>Longobardi.</b> Nell'esercito di Narsete contro i Goti, <a href="#Page_235">235</a>, <a href="#Page_237">237</a>; -commettono grandi eccessi, <a href="#Page_237">237</a>; e son licenziati, <a href="#Page_238">238</a>. Della -leggenda che poi Narsete li chiamasse in Italia, <a href="#Page_250">250</a>. Della -loro origine, <a href="#Page_251">251</a>; e delle inimicizie e guerra coi Gepidi, <a href="#Page_252">252</a> -e segg. Loro invasione e conquista d'Italia, <a href="#Page_255">255</a> e segg. Si -impegnano in una guerra coi Franchi nella Gallia, <a href="#Page_258">258</a>. Per -dieci anni non si eleggono il Re, <a href="#Page_260">260</a>. Il Papa e l'Imperatore -chiamano contro di loro i Franchi, <a href="#Page_263">263</a>; che potentemente -li assalgono, e poi si ritirano, <a href="#Page_264">264</a>. Ricostituiscono la -monarchia, <a href="#Page_265">265</a>. Accordi tra Bizantini e Franchi contro di -loro, <a href="#Page_265">265</a>, <a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_269">269</a>. Tentano invano di fare un'alleanza coi -Franchi, <a href="#Page_266">266</a>; che poi invece vengono contro di loro, ma sono -sconfitti, <a href="#Page_267">267</a>. Di nuovo guerreggiati dai Franchi, <a href="#Page_268">268</a>, e in -comune coi Bizantini, <a href="#Page_269">269</a>. Paragone e differenze tra il loro -<span class="pagenum" id="Page_456">[456]</span> -regno e quelli di Odoacre e dei Goti, <a href="#Page_270">270</a>; e dei Bizantini, -<a href="#Page_278">278</a> e segg. Gregorio I si adopera di tirarli al Cattolicismo, -<a href="#Page_286">286</a>; e di una sua pace con loro, <a href="#Page_291">291</a>. Ricomincia la -guerra tra essi e i Bizantini, <a href="#Page_291">291</a> e segg. pass. Comincia la -loro conversione al Cattolicismo, ma ad un tempo la loro divisione, -<a href="#Page_296">296</a>, <a href="#Page_301">301</a>, <a href="#Page_308">308</a>. Loro legislazione in sè, e rispetto al -Diritto Romano, <a href="#Page_309">309</a> e segg. Del crescere della loro conversione -e insieme dei disordini, <a href="#Page_322">322</a>, <a href="#Page_323">323</a>, <a href="#Page_324">324</a>. Ancora della -loro legislazione, <a href="#Page_329">329</a>. Ancora del loro mutamento religioso, <a href="#Page_330">330</a>; -e condotta politica dei Papi con essi durante «la lotta per le -immagini» tra la Chiesa e l'Impero, <a href="#Page_330">330</a> e segg. pass. Sconfitti -dai Franchi sotto Pipino, <a href="#Page_370">370</a>; e di nuovo, <a href="#Page_371">371</a>; e sotto -il re Carlo, <a href="#Page_386">386</a>. Fine del loro regno, <a href="#Page_394">394</a>. Cospirano coi -Romani e i Bizantini contro i Franchi, <a href="#Page_396">396</a> e segg. pass. -Carlo Magno aggiunge alle loro altre leggi, <a href="#Page_419">419</a>. -</p> - -<p> -<b>Lorenzo</b>, candidato al papato contro Simmaco, <a href="#Page_161">161</a>, <a href="#Page_162">162</a>. -</p> - -<p> -<b>Lucca.</b> Resiste a' Bizantini dopo le ultime disfatte de' Goti, -poi si arrende, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -<b>Lupicino</b>, generale romano, <a href="#Page_48">48</a>. -</p> - -<p> -<b>Lupo</b>, duca del Friuli, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -<b>Lupo</b>, vescovo di Troyes, <a href="#Page_104">104</a>, <a href="#Page_110">110</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Magiari</b>, <a href="#Page_44">44</a>. -</p> - -<p> -<b>Maioriano (Giulio Valerio).</b> Eletto imperatore, <a href="#Page_119">119</a>; suo -governo, <a href="#Page_119">119</a>, <a href="#Page_120">120</a>. Suoi apparecchi contro i Vandali, <a href="#Page_120">120</a>. Sua -morte, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -<b>Majores natu</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_20">20</a>. -</p> - -<p> -<b>Mantova.</b> Presa da' Longobardi 256; e demolitene le mura, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -<b>Maometto.</b> Sua dottrina, e propagazione d'essa, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_333">333</a>. -</p> - -<p> -<b>Marbodio</b>, capo de' Marcomanni, <a href="#Page_11">11</a>. -</p> - -<p> -<b>Marca</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_17">17</a>, <a href="#Page_18">18</a>. -</p> - -<p> -<b>Marcello</b>, doge di Venezia, <a href="#Page_344">344</a>. -</p> - -<p> -<b>Marciano</b>, marito di Pulcheria imperatrice, <a href="#Page_101">101</a>. Si rifiuta di -pagare certi tributi ad Attila, <a href="#Page_101">101</a>; e minaccia d'invadere -le sue terre, <a href="#Page_107">107</a>. -</p> - -<p> -<b>Marco Aurelio.</b> Suo elogio, <a href="#Page_8">8</a>. Respinge un'invasione barbarica, -<a href="#Page_8">8</a>, <a href="#Page_27">27</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_457">[457]</span> -</p> - -<p> -<b>Marcomanni</b>, popoli germanici, invadono l'Impero e son respinti, -<a href="#Page_8">8</a>, <a href="#Page_11">11</a>, <a href="#Page_27">27</a>. -</p> - -<p> -<b>Maria</b>, figlia di Stilicone e moglie d'Onorio imperatore, <a href="#Page_65">65</a>. -Sua morte, ricordata, <a href="#Page_68">68</a>. -</p> - -<p> -<b>Marino</b>, duca di Roma, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -<b>Mario (C.)</b>, vincitore dei Cimbri, <a href="#Page_10">10</a>. -</p> - -<p> -<b>Martino I</b>, papa. Condanna certi editti imperiali, <a href="#Page_318">318</a>. Condotto -prigione a Costantinopoli, e sua morte, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -<b>Massimiano Augusto</b>, <a href="#Page_30">30</a>. -</p> - -<p> -<b>Massimino</b>, ambasciatore di Teodosio II ad Attila, <a href="#Page_98">98</a>. -</p> - -<p> -<b>Massimo</b>, pretendente all'Impero, <a href="#Page_79">79</a>. -</p> - -<p> -<b>Massimo</b>, successore dell'imperatore Graziano, <a href="#Page_51">51</a>. -</p> - -<p> -<b>Maurizio</b>, duca bizantino a Perugia, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -<b>Maurizio di Cappadocia</b>, imperatore. Cerca di muovere i -Franchi contro i Longobardi, <a href="#Page_264">264</a>. Sue relazioni col papa Gregorio -I, <a href="#Page_290">290</a> e segg. Rivoluzione contro di lui, <a href="#Page_294">294</a>. -</p> - -<p> -<b>Mauro</b>, arcivescovo di Milano, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -<b>Merovingi</b>, dinastia di Re Franchi, <a href="#Page_349">349</a>. Le succede quella -dei Carolingi, <a href="#Page_352">352</a>. -</p> - -<p> -<b>Messina</b>, <a href="#Page_229">229</a>. -</p> - -<p> -<b>Milano.</b> Vi risiede l'imperatore Onorio, <a href="#Page_66">66</a>. Assediata e presa -dai Goti, <a href="#Page_202">202</a>. Si arrende a' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>, e diventa uno -dei loro ducati, <a href="#Page_261">261</a>. Quella Chiesa vuole essere indipendente, -<a href="#Page_319">319</a>. Presa da Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_387">387</a>. -</p> - -<p> -<b>Mimulfo</b>, duca longobardo, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> - -<p> -<b>Missi dominici</b> nel regno Franco, <a href="#Page_420">420</a>, <a href="#Page_424">424</a>. -</p> - -<p> -<b>Modena.</b> Presa da' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>. -</p> - -<p> -<b>Monofisiti</b>, eretici. Loro dottrina, <a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_306">306</a>. Ricordati a vari -propositi, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_230">230</a>, <a href="#Page_232">232</a>, <a href="#Page_333">333</a>. -</p> - -<p> -<b>Monoteliti</b>, eretici, <a href="#Page_305">305</a> e segg. pass., <a href="#Page_317">317</a> e segg. pass., <a href="#Page_333">333</a>. -</p> - -<p> -<b>Monselice.</b> Resiste a' Longobardi, <a href="#Page_256">256</a>, <a href="#Page_257">257</a>. Presa da loro, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -<b>Monte Cassino</b>, monastero, <a href="#Page_211">211</a>, <a href="#Page_212">212</a>. Distrutto dai Longobardi, -<a href="#Page_263">263</a>; e da loro stessi ricostruito, <a href="#Page_330">330</a>. Vi si ritira Carlomanno -figlio di Carlo Martello, dopo la morte del padre, <a href="#Page_361">361</a>. -</p> - -<p> -<b>Monza.</b> Basilica di S. Giovanni, fondatavi da Teodolinda, e -palazzo di Teodorico, ricordati; e del tesoro raccolto nella -basilica, <a href="#Page_299">299</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_458">[458]</span> -</p> - -<p> -<b>Mori</b> dell'Africa. Sono in continua guerra coi Romani, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_88">88</a>. -Si uniscono coi Vandali, e con essi prendono e saccheggiano -Roma, <a href="#Page_114">114</a>, <a href="#Page_115">115</a>. -</p> - -<p> -<b>Mosaico</b> celebre di S. Giovanni in Laterano, <a href="#Page_409">409</a>. -</p> - -<p> -<b>Musulmani.</b> Accenni alle loro conquiste e guerre nell'Impero, -<a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_319">319</a>, <a href="#Page_330">330</a> e segg. pass. Debellati da Carlo Martello, -<a href="#Page_353">353</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Napoli.</b> Tolta da Belisario ai Goti e riconquistata all'Impero, -<a href="#Page_186">186</a>. Costretta ad arrendersi ai Goti, <a href="#Page_217">217</a>. Vi si ritira -Narsete, <a href="#Page_255">255</a>. È sempre in mano de' Bizantini, <a href="#Page_258">258</a>. Assediata -da' Longobardi, <a href="#Page_263">263</a>. È un ducato Bizantino, e fa parte dell'Esarcato, -<a href="#Page_280">280</a>; ma a poco a poco acquista indipendenza, <a href="#Page_341">341</a>. -Riassunto della sua storia, e sua costituzione politica e sociale -fino a questo tempo, <a href="#Page_345">345</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Narni.</b> S'arrende ai Bizantini, <a href="#Page_238">238</a>. Ceduta dai Longobardi ai -Franchi, <a href="#Page_370">370</a>. -</p> - -<p> -<b>Narsete.</b> Mandato da Giustiniano in Italia contro i Goti in -aiuto di Belisario, <a href="#Page_200">200</a>; e come si comporti con lui, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_202">202</a>. -Richiamato, <a href="#Page_203">203</a>. Rimandato come generale in capo, suo carattere -e qualità, <a href="#Page_234">234</a>. Raccoglie l'esercito, <a href="#Page_235">235</a>; e per che -vie e con quali accorgimenti lo meni a combattere, <a href="#Page_236">236</a>. Sconfigge -Totila, <a href="#Page_237">237</a>. Assedia e prende Roma, <a href="#Page_239">239</a>. Sconfigge -Teja e distrugge il regno de' Goti in Italia, <a href="#Page_240">240</a>. Respinge -un'invasione di Franco-Alamanni; suoi fatti d'arme contro -di loro e contro le reliquie dei Goti, <a href="#Page_241">241</a> e segg.; dopodichè -assume il governo di tutta Italia, <a href="#Page_244">244</a> e segg. Gl'Italiani si -dolgono di lui all'Imperatore, <a href="#Page_249">249</a>. Di nuovo richiamato a -Costantinopoli; e della leggenda ch'egli chiamasse in Italia -i Longobardi, <a href="#Page_249">249</a>. Vive ritirato in Napoli, <a href="#Page_255">255</a>. -</p> - -<p> -<b>Neoplatonismo</b>, dottrina filosofica, <a href="#Page_37">37</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Nestoriani</b>, eretici, <a href="#Page_134">134</a>. -</p> - -<p> -<b>Neustria</b>, regno franco, <a href="#Page_351">351</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Norico</b>, provincia dell'Impero, <a href="#Page_74">74</a>. Desolato dal continuo passaggio -dei barbari, <a href="#Page_128">128</a>, <a href="#Page_136">136</a>. Devastato dai Rugi, <a href="#Page_136">136</a>. Una -parte della sua popolazione emigra in Italia, <a href="#Page_137">137</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_459">[459]</span> -</p> - -<p class="letter"> -<b>Occidente (Impero di).</b> V. <i>Impero</i>. -</p> - -<p> -<b>Oderzo</b>, <a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -<b>Odoacre.</b> Educato all'armi nelle legioni Romane, <a href="#Page_25">25</a>, <a href="#Page_127">127</a>. Caccia -di Ravenna Romolo Augustolo, <a href="#Page_127">127</a>. Chi fosse, e altre precedenti -notizie di lui, <a href="#Page_128">128</a>. Accordi tra lui e l'Imperatore -d'Oriente, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_130">130</a>. Assume il governo d'Italia, sotto la dipendenza -di lui, ma in realtà come principe indipendente, <a href="#Page_130">130</a>. -Suo regno, <a href="#Page_130">130</a> e segg. Si aggrega la Dalmazia, <a href="#Page_133">133</a>. Sue relazioni -coi Papi, <a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_135">135</a>; e con l'Imperatore, <a href="#Page_137">137</a>. Combatte -e vince i Rugi, <a href="#Page_137">137</a>. Ancora delle sue relazioni coi -Papi, <a href="#Page_140">140</a>, <a href="#Page_142">142</a>. Sua guerra con Teodorico e gli Ostrogoti, <a href="#Page_141">141</a> -e segg. Sua morte, <a href="#Page_145">145</a>. Differenza tra lui e Teodorico, <a href="#Page_146">146</a>. -</p> - -<p> -<b>Olibrio</b>, romano, <a href="#Page_123">123</a>. -</p> - -<p> -<b>Olimpio</b>, esarca, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -<b>Olimpio</b>, ufficiale della guardia imperiale, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_71">71</a>, <a href="#Page_112">112</a>. -</p> - -<p> -<b>Onoria</b>, sorella dell'imperatore Valentiniano III, <a href="#Page_97">97</a>. Relegata -a Costantinopoli, invita Attila a liberarla, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_102">102</a>. -</p> - -<p> -<b>Onorio</b>, imperatore d'Occidente, <a href="#Page_57">57</a>. Affidato da Teodosio suo -padre alle cure di Stilicone, <a href="#Page_58">58</a>; di cui sposa una figlia, <a href="#Page_65">65</a>. -Trasferisce la sua sede da Milano a Ravenna, <a href="#Page_66">66</a>. Entra da -trionfatore in Roma, dopo una sconfitta de' Goti, <a href="#Page_66">66</a>. Sposa -un'altra figliuola di Stilicone, <a href="#Page_68">68</a>. Comincia a ingelosirsi e -insospettirsi di lui, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_69">69</a>. È a Pavia, dove scoppia un tumulto -contro di lui, <a href="#Page_70">70</a>. Pubblica un editto contro gli eretici, -<a href="#Page_71">71</a>. Non vuol fare accordi con Alarico e i Goti che -minacciano Roma, <a href="#Page_72">72</a> e segg. pass. Come senta la presa di -Roma fatta dai Goti, <a href="#Page_76">76</a>. Si adopra a risoggettare la Gallia -ribellata, <a href="#Page_78">78</a>. Suoi accordi e relazioni con Ataulfo successore -d'Alarico, <a href="#Page_78">78</a> e segg. Di nuovo trionfa, <a href="#Page_82">82</a>. Dissenso -tra lui e l'Imperatore d'Oriente, <a href="#Page_83">83</a>, <a href="#Page_84">84</a>. Carattere del suo -regno, <a href="#Page_84">84</a>. Alla sua morte due partiti si scuoprono in Occidente, -<a href="#Page_84">84</a>. -</p> - -<p> -<b>Onorio</b>, papa. Ricordato a proposito d'una disputa religiosa -che divide l'Impero, <a href="#Page_307">307</a>. -</p> - -<p> -<b>Oreste</b>, padre di Romolo Augustolo. Ambasciatore d'Attila a -Costantinopoli, <a href="#Page_98">98</a>. Caccia da Ravenna l'imperatore Giulio -Nepote, e altre notizie di lui, <a href="#Page_125">125</a>. Fa eleggere imperatore il -<span class="pagenum" id="Page_460">[460]</span> -figliuolo, <a href="#Page_126">126</a>. È a capo dell'esercito, <a href="#Page_126">126</a>; che gli si ribella, -<a href="#Page_127">127</a>. Preso ed ucciso, <a href="#Page_127">127</a>. -</p> - -<p> -<b>Oriente.</b> Una delle quattro Prefetture dell'Impero, <a href="#Page_31">31</a>, <a href="#Page_58">58</a>. -</p> - -<p> -<b>Oriente (Impero di).</b> V. <i>Impero</i>. -</p> - -<p> -<b>Orléans.</b> Assediata dagli Unni, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -<b>Ormisda</b>, papa, <a href="#Page_160">160</a>. Succede a Simmaco, e continua a lottare, -come lui, per la supremazia della Chiesa di Roma, <a href="#Page_163">163</a>. -Gli succede Giovanni I, <a href="#Page_169">169</a>. -</p> - -<p> -<b>Orosio</b>, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_77">77</a>. -</p> - -<p> -<b>Orso</b>, doge di Venezia. Aiuta l'Esarca a ricuperare Ravenna -caduta in mano de' Longobardi, <a href="#Page_337">337</a>, <a href="#Page_344">344</a>. È ucciso, e gli -succede un figliuolo, <a href="#Page_344">344</a>. -</p> - -<p> -<b>Orte</b>, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -<b>Orvieto.</b> È in mano de' Goti, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_201">201</a>. Presa da Belisario, <a href="#Page_202">202</a>. -</p> - -<p> -<b>Osimo.</b> È in mano dei Goti, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_201">201</a>. Assediata da Belisario, -si arrende, <a href="#Page_203">203</a>. Giura obbedienza al Papa, <a href="#Page_389">389</a>. -</p> - -<p> -<b>Ostia.</b> È in mano de' Goti, <a href="#Page_221">221</a>. Presa da' Bizantini, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -<b>Ostrogoti.</b> V. <i>Goti</i>. Vinti e sottomessi dagli Unni, <a href="#Page_45">45</a>. Sono -nell'esercito d'Attila e combattono contro i Romani e i Visigoti -loro alleati, <a href="#Page_96">96</a>, <a href="#Page_104">104</a>. Si staccano dagli Unni dopo la -morte d'Attila e la rovina del suo regno, <a href="#Page_138">138</a>; e occupano -la Pannonia, <a href="#Page_138">138</a>. Si uniscono con loro quelli che sono in Costantinopoli, -<a href="#Page_139">139</a>; e invadono l'Italia, e se ne impadroniscono, -<a href="#Page_140">140</a> e segg. Le antiche istituzioni germaniche sono -mutate presso di loro, <a href="#Page_147">147</a>. Eleggono Teodorico loro re, <a href="#Page_148">148</a>. -Loro condizione nel nuovo regno di fronte ai Romani, <a href="#Page_149">149</a> -e segg. pass. Teodorico tenta inutilmente la fusione tra i -due popoli, <a href="#Page_165">165</a>. Divisione delle terre tra di loro, <a href="#Page_151">151</a>. Loro -stato dopo la morte di Teodorico, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_173">173</a>. Loro avversione -ad Amalasunta figliuola di lui, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_174">174</a>. Della guerra mossa -loro dall'imperatore Giustiniano, <a href="#Page_183">183</a> e segg. Assediano Roma, -<a href="#Page_191">191</a> e segg. Fanno proposte di pace ai Bizantini assediati che -le rifiutano, <a href="#Page_197">197</a>; indi propongono una tregua ch'è accettata, -<a href="#Page_197">197</a>. Levano l'assedio, <a href="#Page_198">198</a>. Continuazione della guerra, -<a href="#Page_199">199</a> e segg. La loro fortuna risorge dopo la partenza di Belisario, -generale dei Bizantini, <a href="#Page_214">214</a> e segg. Tengono l'alta -Italia e quasi tutta la centrale, <a href="#Page_226">226</a>. Sbarcano in Sicilia, <a href="#Page_229">229</a>. -<span class="pagenum" id="Page_461">[461]</span> -Assediano Ancona, e la loro armata è distrutta, <a href="#Page_234">234</a>. Disfatti -da Narsete succeduto a Belisario, <a href="#Page_237">237</a>; e di nuovo, <a href="#Page_240">240</a>. -Fine del loro regno in Italia, <a href="#Page_240">240</a>, <a href="#Page_241">241</a>. Loro ultime resistenze, -<a href="#Page_241">241</a> e segg. Quello che rimanesse della loro legislazione, -<a href="#Page_245">245</a>. -</p> - -<p> -<b>Otranto</b>, <a href="#Page_218">218</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Padova.</b> Resiste a' Longobardi, <a href="#Page_251">251</a>, <a href="#Page_257">257</a>. Presa da loro e distrutta, -<a href="#Page_294">294</a>. -</p> - -<p> -<b>Paganesimo</b>, <a href="#Page_6">6</a>. Gli Stoici cercano, ma invano, di salvarlo -dagli assalti del Cristianesimo, <a href="#Page_8">8</a>; e i Neoplatonici, pure inutilmente, -di risuscitarlo, <a href="#Page_37">37</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Pagus</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_19">19</a> e segg., <a href="#Page_26">26</a>. -</p> - -<p> -<b>Palude Meotide</b>, <a href="#Page_44">44</a>. -</p> - -<p> -<b>Pannonia.</b> Occupata dagli Ostrogoti, <a href="#Page_138">138</a>. -</p> - -<p> -<b>Paolo</b>, cubiculario, soprannominato <i>Afiarta</i>. Difensore di Stefano -III papa contro le violenze dei capi dell'aristocrazia -ecclesiastica in Roma, <a href="#Page_381">381</a>. Spadroneggia, dopo la loro caduta, -col favore de' Longobardi, <a href="#Page_382">382</a> e segg. Ambasciatore -del papa Adriano I al re Desiderio, <a href="#Page_384">384</a>. Cerca accordarsi col -Re contro il Papa, <a href="#Page_385">385</a>. Imprigionato ed ucciso, <a href="#Page_385">385</a>. -</p> - -<p> -<b>Paolo</b>, esarca. Manda un esercito a Roma contro il Papa, <a href="#Page_332">332</a>. -Scomunicato e ucciso, <a href="#Page_334">334</a>. -</p> - -<p> -<b>Paolo I</b>, papa. Consacrato, <a href="#Page_374">374</a>. Chiede aiuto a Pipino contro -la nobiltà laica di Roma, <a href="#Page_374">374</a>. Sua politica tra i Franchi, -i Longobardi e l'Impero, <a href="#Page_375">375</a>. -</p> - -<p> -<b>Paolo Diacono</b>, storico dei Longobardi, ricordato a vari propositi, -<a href="#Page_249">249</a>, <a href="#Page_251">251</a>, <a href="#Page_261">261</a>, <a href="#Page_308">308</a>; in ispecie a proposito della condizione -dei Romani sotto i Longobardi, <a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_272">272</a>; e dell'importanza -che acquistarono col tempo sotto di loro le -singole città italiane, <a href="#Page_323">323</a>, <a href="#Page_327">327</a>. Un suo fratello è fatto imprigionare -da Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_398">398</a>. È alla corte di esso -Carlo, e altre notizie di lui, <a href="#Page_422">422</a>. -</p> - -<p> -<b>Paoluccio</b>, doge di Venezia, <a href="#Page_343">343</a>, <a href="#Page_344">344</a>. -</p> - -<p> -<b>Parma.</b> Presa da' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>. -</p> - -<p> -<b>Pasquale</b> primicerio, e <b>Campulo</b> sacellario, della Curia romana. -Congiurano contro il papa Leone III, e lo accusano a -<span class="pagenum" id="Page_462">[462]</span> -Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_411">411</a>, <a href="#Page_412">412</a>. Non potendo provare l'accuse, -sono arrestati e mandati in Francia, <a href="#Page_414">414</a>. Ricondotti a Roma, -<a href="#Page_415">415</a>; e dannati alla pena di morte, commutata poi nell'esilio, -<a href="#Page_416">416</a>. -</p> - -<p> -<b>Pavia.</b> Vi accade un tumulto, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_72">72</a>. Vi si rinchiude Teodorico -durante la sua guerra con Odoacre, <a href="#Page_142">142</a>, <a href="#Page_143">143</a>. Saccheggiata -dai Franchi, <a href="#Page_203">203</a>. Assediata dai Bizantini, <a href="#Page_205">205</a>. Una -delle principali città de' Goti dopo la loro perdita di Ravenna, -<a href="#Page_238">238</a>. Cade anch'essa in mano de' Bizantini, <a href="#Page_240">240</a>. Fa lunga -resistenza a' Longobardi, <a href="#Page_255">255</a>, <a href="#Page_257">257</a>; ma infine s'arrende, <a href="#Page_258">258</a>; -e diventa uno de' loro ducati, <a href="#Page_261">261</a>. Ricostruzione della sua -basilica, ricordata, <a href="#Page_308">308</a>. Vi è sanzionato l'Editto di Rotari, -<a href="#Page_309">309</a>. Capitale del regno Longobardo, <a href="#Page_317">317</a>. Assediata dai Franchi, -<a href="#Page_370">370</a>; e di nuovo, <a href="#Page_371">371</a>. Vi si rinchiude il re Desiderio, -ed è di nuovo assediata da Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_387">387</a>; cui -finalmente s'arrende, <a href="#Page_393">393</a>, <a href="#Page_394">394</a>. -</p> - -<p> -<b>Pelagio</b>, diacono. Fa le veci del Papa assente, <a href="#Page_223">223</a>. Mandato da -Totila a trattare di pace con Giustiniano, <a href="#Page_224">224</a>. Eletto papa, <a href="#Page_245">245</a>; -si mette in opposizione coi vescovi e prelati italiani, <a href="#Page_246">246</a>. Gli -succede Giovanni III, <a href="#Page_250">250</a>. -</p> - -<p> -<b>Pelagio II</b>, papa, <a href="#Page_262">262</a>. Si rivolge a' Franchi e all'Imperatore -contro i Longobardi, <a href="#Page_263">263</a>, <a href="#Page_264">264</a>, <a href="#Page_279">279</a>. Si accorda coll'Imperatore -in una questione religiosa, <a href="#Page_267">267</a>. Muore, <a href="#Page_268">268</a>, <a href="#Page_283">283</a>. -</p> - -<p> -<b>Pentapoli</b> de' Bizantini. Città che la compongono, <a href="#Page_257">257</a>. Divisa -in marittima e annonaria, <a href="#Page_279">279</a>. Occupata da' Longobardi, <a href="#Page_366">366</a>. -Tolta loro in parte da' Franchi e donata al Papa, <a href="#Page_371">371</a>; che mira -a ottenerla tutta, <a href="#Page_372">372</a>, <a href="#Page_373">373</a>. Di nuovo donata, e interamente, -al Papa, <a href="#Page_392">392</a>, <a href="#Page_400">400</a>. -</p> - -<p> -<b>Peredeo</b>, duca longobardo, <a href="#Page_338">338</a>. -</p> - -<p> -<b>Peredeo</b>, uccisore d'Alboino, <a href="#Page_259">259</a>; sua morte, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -<b>Persia</b> e <b>Persiani</b>. Sempre nemici dell'Impero; accenni alle -loro guerre con esso, <a href="#Page_39">39</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_204">204</a>, <a href="#Page_213">213</a>, <a href="#Page_214">214</a>, <a href="#Page_248">248</a>, <a href="#Page_301">301</a>. -Loro conquiste, <a href="#Page_302">302</a>. Ripetutamente sconfitti, <a href="#Page_303">303</a>. -</p> - -<p> -<b>Perugia.</b> È in potere de' Bizantini, <a href="#Page_217">217</a>, <a href="#Page_226">226</a>; che indi la perdono, -<a href="#Page_226">226</a>; e poi la ricuperano, <a href="#Page_238">238</a>; e la conservano, <a href="#Page_258">258</a>. -Occupata da' Longobardi e ripresa da' Bizantini, <a href="#Page_291">291</a>; e di -nuovo da' Longobardi, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_463">[463]</span> -</p> - -<p> -<b>Pesaro.</b> È in potere de' Bizantini, e fa parte della Pentapoli, -<a href="#Page_257">257</a>, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<b>Petronio Massimo.</b> Eletto imperatore, <a href="#Page_113">113</a>. Ucciso, <a href="#Page_114">114</a>. -</p> - -<p> -<b>Piacenza.</b> Resiste a' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>. -</p> - -<p> -<b>Piceno.</b> Posto a soqquadro da' Bizantini, <a href="#Page_198">198</a>. -</p> - -<p> -<b>Pietra Pertusa</b>, <a href="#Page_236">236</a>. Si arrende a' Bizantini, <a href="#Page_238">238</a>. -</p> - -<p> -<b>Pietro</b>, duca bizantino di Roma, <a href="#Page_328">328</a>. Accecato, <a href="#Page_334">334</a>. -</p> - -<p> -<b>Pipino d'Héristal</b>, franco, <a href="#Page_353">353</a>. -</p> - -<p> -<b>Pipino</b>, figliuolo di Carlomanno, <a href="#Page_340">340</a>, <a href="#Page_360">360</a>. È eletto e consacrato -re de' Franchi, <a href="#Page_361">361</a>. A lui si rivolge il papa Stefano II -per aiuto contro Astolfo re de' Longobardi, <a href="#Page_364">364</a>; ed egli lo -invita a recarsi in Francia, e accoglienza e promesse che gli fa, -<a href="#Page_364">364</a> e segg. Di nuovo consacrato e incoronato dal Papa, <a href="#Page_368">368</a>; -e datogli da lui il titolo di Patrizio, <a href="#Page_369">369</a>. Tenta inutilmente -di indurre Astolfo a «restituire alla Repubblica Romana e alla -Chiesa» le terre da lui occupate, <a href="#Page_366">366</a>, <a href="#Page_369">369</a>. Viene con l'esercito -in Italia, toglie ad Astolfo Ravenna e altre città e le cede al -Papa, <a href="#Page_369">369</a>, <a href="#Page_370">370</a>. Non mantenendo Astolfo i patti, ritorna; gli -toglie altre terre e le dona come le precedenti, <a href="#Page_370">370</a> e segg. -Esorta la nobiltà laica di Roma, levatasi contro la nobiltà -ecclesiastica, ad obbedire al Papa, <a href="#Page_374">374</a>. Sue relazioni con l'Imperatore, -<a href="#Page_374">374</a>, <a href="#Page_375">375</a>. Muore, <a href="#Page_375">375</a>; e il regno si divide tra Carlomanno -e Carlo suoi figliuoli, <a href="#Page_379">379</a>. -</p> - -<p> -<b>Pipino</b>, figlio naturale di Carlo re de' Franchi, detto il gobbo. -Congiura contro il padre, ed è rinchiuso in un convento, <a href="#Page_405">405</a>. -</p> - -<p> -<b>Pipino</b> re d'Italia, figliuolo di Carlo re de' Franchi. Mandato -dal padre incontro al Papa, <a href="#Page_413">413</a>. Spedito contro il Duca di -Benevento, <a href="#Page_415">415</a>, <a href="#Page_419">419</a>. -</p> - -<p> -<b>Pisa.</b> Accenno alla sua condizione politica al tempo della lotta -tra Bizantini e Longobardi, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -<b>Placidia</b>, figlia di Eudossia imperatrice, <a href="#Page_116">116</a>. -</p> - -<p> -<b>Placiti</b>, assemblee sotto i Franchi, <a href="#Page_420">420</a>. -</p> - -<p> -<b>Plotino</b>, capo del Neoplatonismo, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_38">38</a>. -</p> - -<p> -<b>Pollenzo.</b> Vi accade una battaglia tra Goti e Romani, <a href="#Page_66">66</a>. -</p> - -<p> -<b>Porfirio</b>, discepolo di Plotino, capo del Neoplatonismo, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_38">38</a>. -</p> - -<p> -<b>Porto</b>, città. Occupata da' Goti, <a href="#Page_192">192</a>. Ripresa da' Bizantini, <a href="#Page_197">197</a>; -e notizie successive, <a href="#Page_220">220</a>, <a href="#Page_221">221</a>, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_464">[464]</span> -</p> - -<p> -<b>Prammatica Sanzione</b> pubblicata dall'imperatore Giustiniano, -<a href="#Page_232">232</a>, <a href="#Page_244">244</a>, <a href="#Page_245">245</a>, <a href="#Page_278">278</a>, <a href="#Page_343">343</a>, <a href="#Page_345">345</a>. -</p> - -<p> -<b>Principes</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_20">20</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Prisco</b>, ambasciatore di Teodosio II ad Attila, scrive una descrizione -del suo viaggio, <a href="#Page_98">98</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Procopio</b>, <a href="#Page_42">42</a>, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_141">141</a>, <a href="#Page_148">148</a>. Accompagna Belisario nelle sue -guerre, delle quali lascia un prezioso diario, <a href="#Page_177">177</a>. Citato a vari -propositi, <a href="#Page_190">190</a> e segg. pass., <a href="#Page_207">207</a>, <a href="#Page_216">216</a>, <a href="#Page_224">224</a>. Mandato in esplorazione -a Napoli, <a href="#Page_195">195</a>. -</p> - -<p> -<b>Provenza.</b> Tolta da Teodorico a' Franchi, <a href="#Page_159">159</a>; e governo da -lui costituitovi, <a href="#Page_159">159</a>. -</p> - -<p> -<b>Pulcheria</b>, sorella di Teodosio II imperatore, <a href="#Page_83">83</a>, <a href="#Page_98">98</a>; a cui -succede, <a href="#Page_101">101</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Quadi</b>, popoli germanici, <a href="#Page_27">27</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Rachi</b>, re de' Longobardi, <a href="#Page_362">362</a>, <a href="#Page_372">372</a>. -</p> - -<p> -<b>Radagasio.</b> Battuto nella Rezia, <a href="#Page_6">6</a>; e di nuovo in Toscana, e -fatto prigione, <a href="#Page_67">67</a>. -</p> - -<p> -<b>Ragimberto.</b> Usurpa il trono de' Longobardi, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -<b>Ravenna.</b> Capitale dell'Impero d'Occidente, <a href="#Page_66">66</a>. Divisa tra chi -vuole l'indipendenza di quell'impero dall'Oriente e chi un -accordo con questo, <a href="#Page_83">83</a>. Ricordata a proposito dei monumenti -erettivi da Galla Placidia, <a href="#Page_94">94</a>. Assediata e presa da Teodorico, -<a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_145">145</a>; e opere pubbliche da lui compiutevi, <a href="#Page_155">155</a>. Vi è -bruciata la sinagoga degli Ariani, <a href="#Page_165">165</a>. Vitige re de' Goti vi -raccoglie un esercito, <a href="#Page_188">188</a>, <a href="#Page_189">189</a>. Vi si accosta un capitano di -Belisario, <a href="#Page_198">198</a>; e poi egli stesso vi pone l'assedio, <a href="#Page_204">204</a>. Si -arrende, <a href="#Page_205">205</a>. Sempre in potere de' Bizantini, <a href="#Page_255">255</a>, <a href="#Page_257">257</a>. Vi risiede -il loro Prefetto del Pretorio, <a href="#Page_278">278</a>; e l'Esarca rappresentante -dell'Impero, <a href="#Page_279">279</a>. Posta a sacco da' Bizantini, <a href="#Page_326">326</a>. È in -mano de' Longobardi, ed è loro ritolta da' Bizantini, <a href="#Page_337">337</a>. Ripresa -da' Longobardi, <a href="#Page_362">362</a>. Ritolta loro da' Franchi, e donata -al Papa, <a href="#Page_371">371</a>. Di nuovo minacciata da' Longobardi, <a href="#Page_384">384</a>. Quegli -Arcivescovi cercano rendersi indipendenti dalla Chiesa di -Roma, <a href="#Page_379">379</a>, <a href="#Page_385">385</a>, <a href="#Page_396">396</a>. -</p> - -<p> -<b>Reggio di Calabria.</b> Tolta da' Bizantini a' Goti, <a href="#Page_221">221</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_465">[465]</span> -</p> - -<p> -<b>Reggio d'Emilia.</b> Presa da' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>. -</p> - -<p> -<b>Reno.</b> Confine dell'Impero Romano, <a href="#Page_2">2</a>. -</p> - -<p> -<b>Rezia.</b> Resiste ostinatamente ai Romani, <a href="#Page_2">2</a>, <a href="#Page_3">3</a>. Vi è sconfitto -un esercito barbarico, <a href="#Page_65">65</a>. Posseduta da Teodorico, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -<b>Ricimero</b>, barbaro, generale dell'Impero d'Occidente, <a href="#Page_117">117</a>. Riporta -una vittoria sui Vandali, <a href="#Page_118">118</a>. Fa e disfa gl'Imperatori, -<a href="#Page_118">118</a> e segg. pass. Muore, <a href="#Page_123">123</a>. Per opera sua viene -l'Italia in piena balìa de' Barbari, <a href="#Page_124">124</a>. -</p> - -<p> -<b>Rimini.</b> Occupata dai Goti, <a href="#Page_144">144</a>. Tolta loro dai Bizantini, <a href="#Page_198">198</a>. -Di nuovo assediata da' Goti, <a href="#Page_201">201</a>; a' quali si arrende, <a href="#Page_229">229</a>. È -di nuovo in mano de' Bizantini, <a href="#Page_257">257</a>; e fa parte della Pentapoli, -<a href="#Page_257">257</a>, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -<b>Ripuari.</b> V. <i>Salici</i>. -</p> - -<p> -<b>Rodoaldo</b>, figlio di Gisulfo duca del Friuli, poi duca di Benevento, -<a href="#Page_309">309</a>. -</p> - -<p> -<b>Rodoaldo</b>, re de' Longobardi, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -<b>Rodogaudo</b>, duca del Friuli. Cospira contro Carlo re de' Franchi, -<a href="#Page_395">395</a>, <a href="#Page_398">398</a>; ed è da lui assalito e sconfitto, <a href="#Page_398">398</a>. -</p> - -<p> -<b>Roma.</b> Accenno allo stato suo dopo la divisione dell'Impero -e il trasferimento della sede imperiale a Costantinopoli, <a href="#Page_31">31</a>, -<a href="#Page_32">32</a>; dopo la quale è spinta a divenire la capitale religiosa -del mondo, <a href="#Page_33">33</a>. Assediata e presa da Alarico re de' Goti, che -poi si ritira, <a href="#Page_72">72</a> e segg.; e il suo stato va migliorando, <a href="#Page_83">83</a>. -Minacciata dagli Unni, manda ad essi una solenne ambasciata, -<a href="#Page_107">107</a>. Incapace di ogni resistenza nella venuta de' Vandali, -<a href="#Page_114">114</a>; dai quali è presa e posta a sacco, <a href="#Page_115">115</a>. Chiude le -porte in faccia a Odoacre, <a href="#Page_142">142</a>. Teodorico vi lascia le antiche -magistrature, <a href="#Page_153">153</a>. Tolta da Belisario ai Goti, e riconquistata -all'Impero, <a href="#Page_188">188</a> e segg. Se ne restaurano le mura, -<a href="#Page_188">188</a>. Del lungo assedio postole da' Goti, <a href="#Page_190">190</a> e segg. Liberata, -<a href="#Page_198">198</a>. Assediata da Totila, Belisario tenta per ogni via -di soccorrerla, ma finalmente cade in mano de' Goti, <a href="#Page_219">219</a> e -segg. Totila vorrebbe distruggerla, <a href="#Page_224">224</a>; poi l'abbandona, <a href="#Page_225">225</a>. -Vi rientrano i Bizantini e vi riparano i guasti fattivi e la -difendono da nuovi assalti dei Goti, <a href="#Page_225">225</a>. Ripresa da Totila, -<a href="#Page_228">228</a>. Assediata e ripresa da Narsete, <a href="#Page_239">239</a>. Resta ai -Bizantini nella prima invasione de' Longobardi, <a href="#Page_258">258</a>; ma è -<span class="pagenum" id="Page_466">[466]</span> -continuamente osteggiata da questi, <a href="#Page_262">262</a>. V'è pei Bizantini -un <i>Vicarius Urbis</i>, <a href="#Page_278">278</a>; e un Maestro de' militi, <a href="#Page_281">281</a>. Minacciata -dal Duca longobardo di Benevento, <a href="#Page_290">290</a>. Assediata dal -re Agilulfo, <a href="#Page_291">291</a>. Sollevazioni in essa pei dissensi religiosi fra -l'Imperatore e il Papa, e in difesa di questo, <a href="#Page_325">325</a>, <a href="#Page_327">327</a>; e -di nuovo, <a href="#Page_332">332</a>. Inizi della sua indipendenza e libertà municipale, -<a href="#Page_334">334</a>, <a href="#Page_335">335</a>. Si va a poco a poco staccando dall'Esarcato, -<a href="#Page_341">341</a>; e costituendo in una specie di repubblica, <a href="#Page_342">342</a>. -Disordini e tumulti che vi accadono per la nuova autorità -acquistatavi dal Papa dopo la donazione di Pipino, <a href="#Page_373">373</a>, <a href="#Page_375">375</a>. -Il Papa manda a Carlo re de' Franchi la bandiera della città, -<a href="#Page_409">409</a>, <a href="#Page_410">410</a>. Nuovi disordini e tumulti che vi accadono per la debolezza -dell'Impero e la lontananza del re Carlo, <a href="#Page_411">411</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Roma (Chiesa di).</b> V. <i>Chiesa</i> ec. -</p> - -<p> -<b>Roma (Ducato bizantino di)</b>, <a href="#Page_328">328</a>. Molestato e invaso dai -Longobardi, acquista a poco a poco indipendenza dall'Impero -e viene in possesso della Chiesa, <a href="#Page_334">334</a>, <a href="#Page_338">338</a> e segg. pass., <a href="#Page_362">362</a> -e segg. pass., <a href="#Page_367">367</a>, <a href="#Page_370">370</a>, <a href="#Page_373">373</a>, <a href="#Page_376">376</a>. Donato da Carlo re dei -Franchi al Papa, <a href="#Page_393">393</a>, <a href="#Page_400">400</a>. -</p> - -<p> -<b>Romani.</b> Paragone tra la loro società e quella de' Barbari, <a href="#Page_23">23</a> e -segg. Loro condizione di fronte ai Goti sotto il regno di Teodorico; -antagonismo tra i due popoli, <a href="#Page_149">149</a> e segg. pass., e -come si scopra in manifesta avversione, <a href="#Page_165">165</a>. Della loro condizione -sotto i Longobardi. V. <i>Italia</i>. -</p> - -<p> -<b>Romania.</b> V. <i>Dacia</i>. -</p> - -<p> -<b>Romano</b>, esarca, <a href="#Page_267">267</a>. Stringe un accordo co' Franchi contro -i Longobardi, <a href="#Page_269">269</a>. Si sdegna d'una pace contratta da Gregorio -I papa con loro, <a href="#Page_291">291</a>; e toglie loro alcune città, <a href="#Page_291">291</a>. -Gregorio si lagna di lui con l'Imperatore, <a href="#Page_292">292</a>. Muore, <a href="#Page_294">294</a>. -</p> - -<p> -<b>Romilda</b>, vedova di Gisulfo duca del Friuli, <a href="#Page_297">297</a>. -</p> - -<p> -<b>Romolo Augustolo.</b> Eletto imperatore, <a href="#Page_126">126</a>. Deposto e confinato, -<a href="#Page_127">127</a>. -</p> - -<p> -<b>Romualdo</b>, figlio d'Arichi duca di Benevento, <a href="#Page_404">404</a>. -</p> - -<p> -<b>Romualdo</b>, figlio di Grimoaldo duca di Benevento e re. Governa -per lui quel Ducato, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_320">320</a>; e gli succede, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -<b>Romualdo II</b>, duca di Benevento. Piglia Crema, <a href="#Page_331">331</a>; presto -ritoltagli, <a href="#Page_331">331</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_467">[467]</span> -</p> - -<p> -<b>Rosmunda</b>, figlia di Cunimondo re dei Gepidi, <a href="#Page_254">254</a>. Alboino -le uccide il padre e la costringe a sposarlo, <a href="#Page_254">254</a>. Sua vendetta -e sua morte, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -<b>Rossano</b>, <a href="#Page_226">226</a>. -</p> - -<p> -<b>Rotari</b>, re de' Longobardi. Sua ascensione al trono, <a href="#Page_301">301</a>. Riporta -una vittoria sui Bizantini, <a href="#Page_308">308</a>. Del suo <i>Editto</i>, <a href="#Page_309">309</a> e -segg. Muore, <a href="#Page_316">316</a>. Editto, di nuovo ricordato, <a href="#Page_329">329</a>. -</p> - -<p> -<b>Rotruda</b>, figlia di Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_402">402</a>. -</p> - -<p> -<b>Rufino.</b> Tutore di Arcadio imperatore d'Oriente, <a href="#Page_58">58</a>; e prefetto -del Pretorio, <a href="#Page_59">59</a>. Oriundo della Gallia, <a href="#Page_59">59</a>. Antagonismo -tra lui e Stilicone tutore d'Onorio in Occidente, <a href="#Page_159">159</a>. -Ucciso, <a href="#Page_61">61</a>. -</p> - -<p> -<b>Rugi</b>, barbari. Devastano la provincia del Norico, <a href="#Page_136">136</a>. Vinti e -cacciati da Odoacre, <a href="#Page_137">137</a>. Il figlio del loro Re si rifugia presso -gli Ostrogoti, <a href="#Page_137">137</a>; coi quali poi vengono in Italia, <a href="#Page_146">146</a>, <a href="#Page_215">215</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Sabina.</b> Quel territorio è chiesto dal Papa a Carlo re de' Franchi, -<a href="#Page_403">403</a>. -</p> - -<p> -<b>Salerno.</b> Sua annessione al ducato di Benevento, <a href="#Page_309">309</a>. -</p> - -<p> -<b>Salici</b> e <b>Ripuari</b> (Franchi), <a href="#Page_347">347</a> e segg. pass. -</p> - -<p> -<b>Sallustio.</b> Suo palazzo in Roma, incendiato, <a href="#Page_75">75</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Ambrogio</b> vescovo di Milano, <a href="#Page_53">53</a>. Suo carattere, sue relazioni, -con l'imperatore Teodosio, <a href="#Page_54">54</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>S. Basilio</b>, <a href="#Page_53">53</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Benedetto.</b> Di lui e dell'Ordine da lui fondato, <a href="#Page_208">208</a> e segg. -Sua <i>Regola</i>, ricordata, <a href="#Page_263">263</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Bonifazio.</b> Accenni al suo apostolato, <a href="#Page_359">359</a>. Consacra in -nome del Papa Pipino eletto re de' Franchi, <a href="#Page_362">362</a>, <a href="#Page_368">368</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Colombano</b>, <a href="#Page_299">299</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Genoveffa</b>, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Giovanni Crisostomo</b>, vescovo di Costantinopoli, <a href="#Page_62">62</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Girolamo</b>, <a href="#Page_53">53</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Gregorio Nazianzeno</b>, <a href="#Page_53">53</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Pietro</b>, chiesa di Roma, nella sua primitiva forma, <a href="#Page_190">190</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Severino.</b> Profetizza a Odoacre la sua fortuna in Italia, <a href="#Page_128">128</a>. -Benefica azione da lui spiegata nel Norico, <a href="#Page_128">128</a>, <a href="#Page_136">136</a>. -</p> - -<p> -<b>S. Sofia</b>, tempio di Costantinopoli, <a href="#Page_176">176</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_468">[468]</span> -</p> - -<p> -<b>Sardegna</b>, <a href="#Page_278">278</a>. -</p> - -<p> -<b>Sassoni.</b> Misti coi Longobardi nella loro invasione d'Italia, -<a href="#Page_255">255</a>, <a href="#Page_260">260</a>. Accenni alle loro guerre con Carlo re de' Franchi, -<a href="#Page_395">395</a>, <a href="#Page_398">398</a>, <a href="#Page_399">399</a>, <a href="#Page_402">402</a>, <a href="#Page_403">403</a>, <a href="#Page_407">407</a>, <a href="#Page_413">413</a>. -</p> - -<p> -<b>Scabini</b> nel regno Franco, <a href="#Page_420">420</a>. -</p> - -<p> -<b>Schiavi</b> romani. Arrolati negli eserciti dell'Impero, <a href="#Page_3">3</a>; e in -numero sterminato, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -<b>Scholae</b> nell'ordinamento militare di Roma, <a href="#Page_376">376</a>, <a href="#Page_390">390</a>, <a href="#Page_414">414</a>. -</p> - -<p> -<b>Sciri.</b> Vengono in Italia con Odoacre, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_146">146</a>. -</p> - -<p> -<b>Scolastica</b>, sorella di S. Benedetto, <a href="#Page_211">211</a>. -</p> - -<p> -<b>Scolastico</b>, esarca, <a href="#Page_328">328</a>. -</p> - -<p> -<b>Sculdasci</b> nel regno Longobardo, <a href="#Page_277">277</a>. -</p> - -<p> -<b>Serena</b>, moglie di Stilicone, e nipote dell'imperatore Teodosio, -<a href="#Page_59">59</a>, <a href="#Page_71">71</a>. Uccisa, <a href="#Page_73">73</a>. -</p> - -<p> -<b>Sergio</b>, papa, <a href="#Page_324">324</a>. L'imperatore Giustiniano II manda a imprigionarlo, -ma non l'ottiene, <a href="#Page_325">325</a>. Sua morte, <a href="#Page_325">325</a>. -</p> - -<p> -<b>Sergio</b>, patriarca di Costantinopoli, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_307">307</a>. -</p> - -<p> -<b>Sergio</b>, secundicerio della cancelleria papale. V. <i>Cristoforo primicerio</i>. -</p> - -<p> -<b>Sessualdo</b>, balio di Romualdo, governatore di Benevento, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -<b>Severino</b>, papa, <a href="#Page_307">307</a>. -</p> - -<p> -<b>Severo (Libio)</b>, imperatore, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -<b>Sicilia.</b> Tolta da Belisario ai Goti e riconquistata all'Impero, -<a href="#Page_185">185</a>. Vi sbarcano i Goti, <a href="#Page_229">229</a>. Ha un suo proprio Prefetto, -<a href="#Page_278">278</a>. Si ribella, ma è risottoposta, <a href="#Page_330">330</a>. Le sue chiese -vengono unite al patriarcato di Costantinopoli, <a href="#Page_336">336</a>. -</p> - -<p> -<b>Silverio</b>, papa, <a href="#Page_188">188</a>. Deposto, <a href="#Page_196">196</a>. -</p> - -<p> -<b>Simmaco</b>, capo del Senato, fatto morire da Teodorico, <a href="#Page_169">169</a>. -Si restituiscono ai suoi figli i beni a lui confiscati, <a href="#Page_172">172</a>. -</p> - -<p> -<b>Simmaco</b>, papa. Sua elezione contrastata, <a href="#Page_161">161</a>, <a href="#Page_162">162</a>. Suoi -atti, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_163">163</a>. -</p> - -<p> -<b>Simplicio</b>, papa. Sostiene fermamente, come i suoi antecessori, -l'autorità della Chiesa Romana, <a href="#Page_134">134</a>. -</p> - -<p> -<b>Sinesio</b>, rètore, <a href="#Page_61">61</a>. -</p> - -<p> -<b>Singerico</b>, re de' Goti, <a href="#Page_81">81</a>. -</p> - -<p> -<b>Sinigaglia.</b> È in potere dei Bizantini, e fa parte della Pentapoli, -<a href="#Page_257">257</a>, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_469">[469]</span> -</p> - -<p> -<b>Slavi.</b> Loro conquiste nel dominio dell'Impero, <a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_304">304</a>. Entrano -nel Ducato di Benevento, poi ne sono cacciati, <a href="#Page_309">309</a>. -</p> - -<p> -<b>Smeraldo</b>, esarca. Mandato da Costantinopoli in Italia contro -i Longobardi, <a href="#Page_265">265</a>. Toglie loro il porto di Classe, <a href="#Page_267">267</a>. Sua -imprudente condotta in una agitazione religiosa dell'Istria e -della Venezia, <a href="#Page_267">267</a>. Richiamato dall'Imperatore, <a href="#Page_267">267</a>. Ricordato, -<a href="#Page_279">279</a>. Rimandato con la stessa carica in Italia, <a href="#Page_295">295</a>; e -di nuovo sostituito, <a href="#Page_297">297</a>. -</p> - -<p> -<b>Sofia</b>, imperatrice, <a href="#Page_249">249</a>. -</p> - -<p> -<b>Spagna.</b> Resiste ostinatamente ai Romani, <a href="#Page_2">2</a>, <a href="#Page_3">3</a>. È invasa dai -barbari, e da ribelli all'Impero, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_69">69</a>, <a href="#Page_72">72</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_82">82</a>. -</p> - -<p> -<b>Spoleto.</b> È in potere de' Bizantini, <a href="#Page_217">217</a>; che indi la perdono, -ma poi la ricuperano, <a href="#Page_238">238</a>. Diventa un ducato longobardo, -<a href="#Page_258">258</a>, <a href="#Page_261">261</a>. V. <i>Spoleto</i> (<i>Duca e Ducato di</i>). -</p> - -<p> -<b>Spoleto (Duca e Ducato di)</b>, <a href="#Page_258">258</a>, <a href="#Page_261">261</a>. Assedia Napoli, <a href="#Page_263">263</a>. -Diventa ereditario e indipendente, <a href="#Page_276">276</a>. Forte posizione di -quel Ducato, <a href="#Page_290">290</a>. Minaccia Roma, <a href="#Page_290">290</a>; e il Papa conclude -seco una pace, che poi si rompe, <a href="#Page_291">291</a>. Si allarga nell'Italia -meridionale, <a href="#Page_293">293</a>. Ancora delle sue mire d'indipendenza, <a href="#Page_294">294</a>. -Ricordato, <a href="#Page_321">321</a>. Giura obbedienza al Papa, <a href="#Page_389">389</a>. Ricordato a -proposito della donazione fatta da Carlo re de' Franchi al -Papa, <a href="#Page_392">392</a>. Si allontana dal Papa per sottomettersi a Carlo, <a href="#Page_395">395</a>; -poi gli si aliena e cospira contro di lui, <a href="#Page_397">397</a>, <a href="#Page_398">398</a>. V. anche -ai nomi dei Duchi: <i>Ariulfo, Guinigildo, Ildebrando, Trasimondo</i>. -</p> - -<p> -<b>Stefano</b>, duca bizantino di Roma, <a href="#Page_340">340</a>. -</p> - -<p> -<b>Stefano II</b>, duca e vescovo di Napoli, <a href="#Page_347">347</a>. -</p> - -<p> -<b>Stefano</b>, notaio. Oratore del papa Adriano I al re Desiderio, -<a href="#Page_384">384</a>. -</p> - -<p> -<b>Stefano II</b>, papa. Minacciato da Astolfo re de' Longobardi, -cerca inutilmente di far pace con lui, <a href="#Page_363">363</a>. Si rivolge invano -per aiuti all'Imperatore, <a href="#Page_363">363</a>. Si rivolge a Pipino re de' Franchi, -<a href="#Page_364">364</a>. Cerca inutilmente di persuadere Astolfo a restituire -le terre tolte all'Impero, <a href="#Page_365">365</a>. Va in Francia, e delle promesse -fattegli da Pipino, <a href="#Page_365">365</a> e segg. S'ammala, e guarisce -miracolosamente, <a href="#Page_367">367</a>, <a href="#Page_368">368</a>. Consacra ed incorona il Re, <a href="#Page_368">368</a>. -Cessione fattagli da Pipino di terre tolte ad Astolfo, <a href="#Page_370">370</a>. Di -nuovo minacciato da Astolfo, di nuovo ricorre al Re de' Franchi, -<span class="pagenum" id="Page_470">[470]</span> -<a href="#Page_370">370</a>. Donazione fattagli di altre terre, <a href="#Page_371">371</a>. Sue relazioni -con Desiderio successore di Astolfo, <a href="#Page_372">372</a>. Muore, <a href="#Page_373">373</a>. -</p> - -<p> -<b>Stefano III</b>, papa. Sua elezione, <a href="#Page_377">377</a>. Quello che faccia e -gli accada nei tumulti seguiti a suo tempo in Roma tra -la nobiltà civile e la ecclesiastica, <a href="#Page_378">378</a> e segg. pass. Sua -condotta tra Franchi e Longobardi, <a href="#Page_380">380</a> e segg. pass. Muore, -<a href="#Page_383">383</a>. -</p> - -<p> -<b>Stilicone.</b> Tutore d'Onorio imperatore d'Occidente, <a href="#Page_58">58</a>. Sposa -una nipote dell'imperatore Teodosio, <a href="#Page_59">59</a>. Antagonismo tra -lui e Rufino tutore d'Arcadio in Oriente, <a href="#Page_59">59</a> e segg.; riesce a -farlo uccidere, <a href="#Page_61">61</a>. Come intendesse procedere coi Goti, <a href="#Page_63">63</a>. -Respinge un'incursione d'Alarico, ma non lo insegue, ed è -sospettato di tradimento, <a href="#Page_64">64</a>. Cresce la sua potenza e autorità -in Italia, <a href="#Page_65">65</a>. Dà in moglie a Onorio una sua figliuola, <a href="#Page_65">65</a>. -Respinge Radagasio, <a href="#Page_65">65</a>; e di nuovo Alarico, <a href="#Page_66">66</a>; e di nuovo -Radagasio, e lo fa prigione, <a href="#Page_67">67</a>. Crescono contro di lui le -accuse di tradimento, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_68">68</a>. Dà un'altra figliuola in moglie -ad Onorio, <a href="#Page_68">68</a>. Consiglia Onorio ad accordarsi con Alarico, <a href="#Page_69">69</a>. -È un barbaro romanizzato, donde insieme la sua forza e la -sua debolezza, <a href="#Page_69">69</a>. Suo attaccamento all'Impero, <a href="#Page_70">70</a>. Cade -in mano dei suoi avversari, ed è ucciso, <a href="#Page_71">71</a>. -</p> - -<p> -<b>Stoicismo.</b> Si sforza, ma inutilmente, di combattere il Cristianesimo, -<a href="#Page_7">7</a>. Ricordato a proposito del Neoplatonismo, <a href="#Page_38">38</a>. -</p> - -<p> -<b>Subiaco</b>, monastero, <a href="#Page_211">211</a>. -</p> - -<p> -<b>Sutri.</b> Tolta dai Bizantini al Papa, <a href="#Page_291">291</a>; dai Longobardi ai -Bizantini, e restituita al Papa, <a href="#Page_334">334</a>, <a href="#Page_335">335</a>. -</p> - -<p> -<b>Svevi.</b> Invadono con altri barbari la Gallia, <a href="#Page_67">67</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Tacito.</b> Della sua descrizione dei popoli germanici e confronto -con quella di Giulio Cesare, <a href="#Page_14">14</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Taranto.</b> Si arrende ai Goti, <a href="#Page_229">229</a>. -</p> - -<p> -<b>Tasone</b>, figlio di Gisulfo duca del Friuli, <a href="#Page_297">297</a>, <a href="#Page_298">298</a>. -</p> - -<p> -<b>Teja</b>, generale goto. È in Verona, <a href="#Page_236">236</a>. Manda aiuti a Totila, <a href="#Page_236">236</a>, -<a href="#Page_237">237</a>. Eletto re dopo la morte di Totila, <a href="#Page_238">238</a>. Fa trucidare -trecento giovani romani, <a href="#Page_239">239</a>. Sua disfatta e sua morte, <a href="#Page_240">240</a>. -I suoi editti non sono riconosciuti dai Bizantini, <a href="#Page_245">245</a>. -</p> - -<p> -<b>Telemaco</b>, monaco orientale, <a href="#Page_66">66</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_471">[471]</span> -</p> - -<p> -<b>Teodato</b>, figlio d'una sorella di Teodorico, <a href="#Page_173">173</a>. Avverso ad -Amalasunta figlia di lui, <a href="#Page_174">174</a>. Associato da Amalasunta nel -regno, in breve la caccia e fa uccidere, <a href="#Page_175">175</a>. Perde la Sicilia, -<a href="#Page_185">185</a>; e Napoli, <a href="#Page_186">186</a>. Deposto dai suoi Goti, <a href="#Page_187">187</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodato</b>, primicerio della Curia romana, <a href="#Page_411">411</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodemiro</b> degli Amali, ostrogoto, padre di Teodorico, <a href="#Page_138">138</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodolinda.</b> Del suo sposalizio con Autari re de' Longobardi, -<a href="#Page_267">267</a>. È cattolica, <a href="#Page_286">286</a>. Suo savio governo, ricordato, <a href="#Page_287">287</a>. -Sposa Agilulfo, <a href="#Page_287">287</a>. Ricordata, <a href="#Page_292">292</a>, <a href="#Page_295">295</a>, <a href="#Page_296">296</a>. Governa il -regno nella minorità del figliuolo, <a href="#Page_299">299</a>. Della protezione accordata -da lei e da Agilulfo a S. Colombano, <a href="#Page_300">300</a>. Muore, <a href="#Page_301">301</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodora</b>, imperatrice e moglie di Giustiniano. Creduta istigatrice -della uccisione d'Amalasunta, <a href="#Page_175">175</a>. Sua origine, sue -qualità, <a href="#Page_177">177</a>. Coraggio da lei spiegato in una rivoluzione di -Costantinopoli, <a href="#Page_179">179</a>. Fa deporre papa Silverio ed eleggere -Vigilio, <a href="#Page_196">196</a>. Perseguita Belisario, <a href="#Page_213">213</a>, <a href="#Page_214">214</a>. Sua morte, ricordata, -<a href="#Page_226">226</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodorico degli Amali.</b> Educato all'armi nelle legioni Romane, -<a href="#Page_25">25</a>. Capo degli Ostrogoti, <a href="#Page_137">137</a>. Notizie di lui anteriori -alla sua discesa in Italia, <a href="#Page_137">137</a> e segg. Sua discesa, <a href="#Page_141">141</a>. Sua -guerra contro Odoacre, <a href="#Page_142">142</a> e segg.; che è costretto ad arrendersi, -<a href="#Page_144">144</a>; e delle condizioni dell'accordo, <a href="#Page_145">145</a>. Uccide -Odoacre, <a href="#Page_145">145</a>; e resta solo padrone d'Italia, <a href="#Page_146">146</a>. Condizione -in cui si trova, come capo de' suoi barbari e insieme rappresentante -dell'Impero, <a href="#Page_146">146</a> e segg. Sua autorità e suo governo, -<a href="#Page_148">148</a> e segg. Non potendo fare assegnamento sull'Impero, -cerca fortificarsi, <a href="#Page_157">157</a>; e s'imparenta con altri Re barbari, <a href="#Page_158">158</a>. -S'impadronisce della Provenza, e governo che vi ordina, <a href="#Page_159">159</a>. -La questione tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli -e tra il Papa e l'Imperatore torna a suo danno; ed ei si -adopera a risolverla, <a href="#Page_160">160</a> e segg. Perseguitandosi gli Ariani, -egli perseguita i Cattolici, <a href="#Page_165">165</a>, <a href="#Page_169">169</a>. Di una pretesa congiura -contro di lui, <a href="#Page_166">166</a> e segg.; e della sua vendetta, <a href="#Page_168">168</a>, <a href="#Page_169">169</a>. -Sua morte, e leggende intorno ad essa, <a href="#Page_170">170</a>. Presenta ai Goti -per suo successore il nipote Atalarico, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodorico</b>, re de' Visigoti. Alleato dei Romani contro gli Unni, -<a href="#Page_103">103</a>, <a href="#Page_104">104</a>. Muore, <a href="#Page_105">105</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_472">[472]</span> -</p> - -<p> -<b>Teodorico II</b>, re de' Visigoti, <a href="#Page_117">117</a>. Fa eleggere Avito all'impero -d'Occidente, <a href="#Page_117">117</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodorico</b>, soprannominato Strabone, capo dei Goti stabiliti -in Oriente, <a href="#Page_139">139</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodoro</b>, patrizio. Pone a sacco e a fuoco Ravenna, <a href="#Page_325">325</a>, <a href="#Page_326">326</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodoro Ascida</b>, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodoro Calliopas</b>, esarca, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodosio</b>, imperatore. Eletto a suo compagno, per l'Oriente, -dall'imperatore Graziano, <a href="#Page_50">50</a>. Conclude una capitolazione coi -Goti, <a href="#Page_50">50</a>. Rimette sul trono d'Occidente Valentiniano II statone -cacciato, e sposa Galla sua sorella, <a href="#Page_51">51</a>. Morto Valentiniano, -vince altri usurpatori del trono e riunisce politicamente -l'Impero, <a href="#Page_52">52</a>; e vi ricostituisce l'unità religiosa, <a href="#Page_53">53</a>. -Nato un tumulto contro di lui, fa uccidere rei ed innocenti, <a href="#Page_54">54</a>. -Chiamato a farne penitenza da S. Ambrogio, dapprima gli -resiste, poi si umilia, <a href="#Page_54">54</a> e segg. Sua morte, dopo la quale -rinascono e crescono tutti i pericoli minaccianti l'Impero, <a href="#Page_56">56</a>. -Lascia l'Impero diviso tra i suoi due figliuoli, <a href="#Page_57">57</a>. -</p> - -<p> -<b>Teodosio II</b>, imperatore d'Oriente, <a href="#Page_74">74</a>. Dissensi tra lui e Onorio -imperatore d'Occidente, <a href="#Page_83">83</a>, <a href="#Page_84">84</a>; dopo la cui morte assume -l'autorità d'unico imperatore, <a href="#Page_84">84</a>. Poi rimette l'Occidente -nelle mani di Valentiniano III, <a href="#Page_86">86</a>. Costretto a pagar -tributi, e sempre maggiori, agli Unni perchè non molestino -l'Impero, <a href="#Page_96">96</a> e segg. pass. Sua vita religiosa, <a href="#Page_97">97</a>, <a href="#Page_98">98</a>. La sua -moglie ricordata, <a href="#Page_98">98</a>. Sua morte, <a href="#Page_101">101</a>. -</p> - -<p> -<b>Teofilatto</b>, esarca, <a href="#Page_325">325</a>. -</p> - -<p> -<b>Termanzia</b>, moglie d'Onorio imperatore, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_71">71</a>. -</p> - -<p> -<b>Terracina.</b> Iscrizione ivi dedicata a Teodorico, <a href="#Page_160">160</a>. -</p> - -<p> -<b>Teudebaldo</b>, re de' Franchi, <a href="#Page_241">241</a>. -</p> - -<p> -<b>Teudiberto</b>, re dei Franchi. Manda, e poi viene egli stesso, in -aiuto de' Goti contro i Bizantini, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_203">203</a>. Promette altri -aiuti, <a href="#Page_204">204</a>. -</p> - -<p> -<b>Teudiberto II</b>, re de' Franchi. Una sua figlia è promessa -sposa a un figliuolo di Agilulfo re de' Longobardi, <a href="#Page_297">297</a>. -</p> - -<p> -<b>Tiberio II.</b> Supplisce e poi succede all'imperatore Giustino II, -<a href="#Page_263">263</a>. A lui succede Maurizio di Cappadocia, <a href="#Page_264">264</a>. -</p> - -<p> -<b>Tivoli</b>, <a href="#Page_219">219</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_473">[473]</span> -</p> - -<p> -<b>Todi</b>, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -<b>Tolosa</b>, capitale del regno de' Visigoti, <a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<p> -<b>Torino.</b> Presa da Carlo re de' Franchi, <a href="#Page_387">387</a>. -</p> - -<p> -<b>Torisindo</b>, re de' Gepidi, <a href="#Page_252">252</a>. -</p> - -<p> -<b>Torismondo</b>, figlio di un Re de' Gepidi, <a href="#Page_252">252</a>. -</p> - -<p> -<b>Torismondo</b>, re de' Visigoti, <a href="#Page_106">106</a>. -</p> - -<p> -<b>Toscana.</b> Ricordata a proposito della donazione fatta da Carlo -re de' Franchi al Papa, <a href="#Page_392">392</a>. -</p> - -<p> -<b>Totila</b>, re de' Goti. Visita S. Benedetto, <a href="#Page_211">211</a>. Rialza le sorti dei -Goti in Italia, <a href="#Page_216">216</a>. Sua molta abilità strategica e politica, <a href="#Page_216">216</a>. -Fatti vari della sua guerra coi Bizantini, <a href="#Page_216">216</a> e segg. Va all'impresa -di Napoli, che gli s'arrende, <a href="#Page_217">217</a>. S'apparecchia all'assedio -di Roma, <a href="#Page_217">217</a>; e vi s'incammina, <a href="#Page_218">218</a>. L'assedia, <a href="#Page_219">219</a>; -e se ne impadronisce, <a href="#Page_223">223</a>. Vorrebbe trattar di pace con l'imperatore -Giustiniano, che si rifiuta, <a href="#Page_224">224</a>; ond'egli s'accinge a distrugger -Roma; ma poi se n'astiene, <a href="#Page_224">224</a>; e l'abbandona, <a href="#Page_225">225</a>. -Torna per ricuperarla, <a href="#Page_225">225</a>; e la ricupera, <a href="#Page_228">228</a>. Sbarca in Sicilia, -<a href="#Page_234">234</a>. Assedia Ancona, ma è costretto a levarsene, <a href="#Page_234">234</a>. Rinnova -proposte di pace, <a href="#Page_234">234</a>. È presso Roma e attende rinforzi, <a href="#Page_236">236</a>. Va -incontro a' nemici comandati da Narsete, <a href="#Page_236">236</a>; ed è sconfitto e -muore, <a href="#Page_237">237</a>. I suoi editti non sono riconosciuti da' Bizantini, <a href="#Page_245">245</a>. -</p> - -<p> -<b>Toto</b>, duca di Nepi. Capo della nobiltà laica in Roma contro la -ecclesiastica, <a href="#Page_376">376</a>. -</p> - -<p> -<b>Trasamondo</b>, re de' Vandali. Sposa una figlia di Teodorico, re -degli Ostrogoti, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_173">173</a>. Ricordato, <a href="#Page_181">181</a>. -</p> - -<p> -<b>Trasimondo</b>, duca longobardo di Spoleto. Giura fedeltà al -re Liutprando, <a href="#Page_335">335</a>; poi gli si ribella, e perde e ricupera e -di nuovo riperde lo stato, <a href="#Page_338">338</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Tre Capitoli.</b> Questione teologica detta de' <i>Tre Capitoli</i>, agitata -tra la Chiesa di Roma e l'imperatore Giustiniano, <a href="#Page_229">229</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Trento.</b> Presa da' Longobardi, <a href="#Page_257">257</a>; e uno de' loro Ducati, <a href="#Page_261">261</a>. -V. anche <i>Alachi</i>. -</p> - -<p> -<b>Triboniano</b>, giureconsulto, compilatore del <i>Corpus Juris</i>, <a href="#Page_176">176</a>. -</p> - -<p> -<b>Troyes.</b> Scampa a un saccheggio per opera del suo Vescovo, -<a href="#Page_104">104</a>, <a href="#Page_110">110</a>. -</p> - -<p> -<b>Tufa</b>, maestro dei cavalieri di Odoacre, <a href="#Page_143">143</a>. -</p> - -<p> -<b>Turcilingi.</b> Vengono in Italia con Odoacre, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_146">146</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_474">[474]</span> -</p> - -<p class="letter"> -<b>Ulfari</b>, duca longobardo di Treviso, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> - -<p> -<b>Ulfila</b>, goto, vescovo. Inizia la cultura e la conversione de' Goti -al Cristianesimo, e traduce la Bibbia, <a href="#Page_40">40</a>. -</p> - -<p> -<b>Ungari</b>, poi <b>Ungheresi</b>, <a href="#Page_305">305</a>. -</p> - -<p> -<b>Unnerico</b>, figlio di Genserico re de' Vandali, <a href="#Page_116">116</a>. -</p> - -<p> -<b>Unni.</b> Grande famiglia di popoli a cui appartengono, <a href="#Page_42">42</a> e segg. -Disfanno gli Alani, <a href="#Page_44">44</a>. Descrizioni lasciatene dai cronisti, e leggende -intorno ad essi, <a href="#Page_44">44</a>. Sottomettono gli Ostrogoti, <a href="#Page_45">45</a>. Assalgono -e inseguono i Visigoti, <a href="#Page_46">46</a>. Chiamati in Italia, poi fatti -retrocedere da Ezio generale romano, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_86">86</a>. Durano a lungo -le loro amichevoli relazioni con l'Impero, <a href="#Page_95">95</a>. Poi mutano, -estendendosi sempre più il loro regno sotto Attila. V. <i>Attila</i>. -Alcuni di loro mandati da Costantinopoli a soccorrere Roma -assediata da' Goti, <a href="#Page_193">193</a>. Una loro invasione respinta da Belisario, -<a href="#Page_226">226</a>. -</p> - -<p> -<b>Unulfo</b>, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -<b>Uraias</b>, nipote di Vitige re de' Goti, ricusa di succedergli, <a href="#Page_205">205</a>. -Ucciso, <a href="#Page_215">215</a>. -</p> - -<p> -<b>Urbino.</b> È in mano de' Goti, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_201">201</a>. Presa da' Bizantini, <a href="#Page_202">202</a>. -Fa parte della loro Pentapoli annonaria, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Valdiperto</b>, prete longobardo, <a href="#Page_377">377</a>, <a href="#Page_378">378</a>. -</p> - -<p> -<b>Valente</b>, imperatore d'Oriente. Concede il passo ai Visigoti, -cacciati dagli Unni, <a href="#Page_46">46</a>; poi li combatte ed è sconfitto, <a href="#Page_48">48</a>. -</p> - -<p> -<b>Valentiniano I</b>, imperatore d'Occidente, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_49">49</a>. -</p> - -<p> -<b>Valentiniano II.</b> Gli è dato dall'Imperatore il governo dell'Italia -e dell'Africa, <a href="#Page_49">49</a>. È cacciato d'Italia, poi vi ritorna, <a href="#Page_51">51</a>. -Sua morte, <a href="#Page_52">52</a>. -</p> - -<p> -<b>Valentiniano III</b>, <a href="#Page_84">84</a>. Fatto imperatore d'Occidente, sotto la -tutela della madre, <a href="#Page_86">86</a>. Comincia a governare da sè, <a href="#Page_91">91</a>; sue -nozze, <a href="#Page_91">91</a>. Uccide Ezio generale dell'Impero, <a href="#Page_111">111</a>, <a href="#Page_112">112</a>. È ucciso -lui, <a href="#Page_112">112</a>. -</p> - -<p> -<b>Valeriano</b>, generale bizantino in Ravenna. Sue fazioni militari, -<a href="#Page_234">234</a>, <a href="#Page_238">238</a>. -</p> - -<p> -<b>Valia</b>, re de' Goti, <a href="#Page_81">81</a>. Suo accordo con l'imperatore Onorio, <a href="#Page_81">81</a>. -Fonda il regno Visigoto nella Gallia, <a href="#Page_82">82</a>. -</p> - -<p> -<b>Vandali.</b> Invadono la Gallia, <a href="#Page_67">67</a>. Combattuti da' Goti nella Spagna, -<span class="pagenum" id="Page_475">[475]</span> -<a href="#Page_82">82</a>. Della loro invasione in Africa, <a href="#Page_87">87</a> e segg.; e del loro -governo e dominazione in essa, <a href="#Page_91">91</a> e segg. Alleati de' Visigoti, -<a href="#Page_102">102</a>; e poi loro nemici, <a href="#Page_103">103</a>. Fanno continue scorrerie -sulle coste d'Italia, <a href="#Page_112">112</a>. Delle loro crudeltà e della loro venuta -a Roma, <a href="#Page_113">113</a>, <a href="#Page_114">114</a>; che prendono e saccheggiano, <a href="#Page_115">115</a>. -Sono sconfitti in una battaglia da Ricimero, generale romano, -<a href="#Page_118">118</a>; poi vanno a vuoto altre imprese tentate contro di -loro, <a href="#Page_120">120</a>, <a href="#Page_121">121</a>; e il loro orgoglio cresce a dismisura, <a href="#Page_122">122</a>. Sono -cacciati dall'Africa, <a href="#Page_181">181</a>; e scompaiono dalla storia, <a href="#Page_182">182</a>. -</p> - -<p> -<b>Varo</b>, console romano, sconfitto da' Barbari, <a href="#Page_10">10</a>. -</p> - -<p> -<b>Venezia.</b> Sua fondazione, <a href="#Page_106">106</a>. È in potere de' Goti, <a href="#Page_226">226</a>. Dal -Veneto incomincia l'invasione de' Longobardi in Italia, <a href="#Page_256">256</a>. -Si agita per una questione religiosa, <a href="#Page_267">267</a>. È un Ducato bizantino, -<a href="#Page_280">280</a>; e fa parte dell'Esarcato, ma a poco a poco diviene -indipendente, <a href="#Page_338">338</a>, <a href="#Page_341">341</a>. Riassunto della sua storia, e sua -costituzione politica e civile fino a questo tempo, <a href="#Page_342">342</a> e segg. -Ricordata, a proposito della donazione fatta da Carlo re dei -Franchi al Papa, <a href="#Page_392">392</a>. -</p> - -<p> -<b>Verina</b>, moglie di Leone I imperatore, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_124">124</a>, <a href="#Page_130">130</a>. -</p> - -<p> -<b>Verona.</b> Assediata da' Bizantini, <a href="#Page_205">205</a>. Difesa da Teja, <a href="#Page_236">236</a>. Di -nuovo voluta assediare, <a href="#Page_238">238</a>. Si arrende a' Longobardi, <a href="#Page_256">256</a>. -Vi muore Alboino, <a href="#Page_258">258</a>. Vi si rinchiude Adelchi figlio di Desiderio -re de' Longobardi, <a href="#Page_387">387</a>. Cade in mano de' Franchi, <a href="#Page_388">388</a>, -<a href="#Page_394">394</a>. Accenno a una questione tra la città e il suo Vescovo, <a href="#Page_406">406</a>. -</p> - -<p> -<b>Vicenza.</b> Si arrende a' Longobardi, <a href="#Page_256">256</a>. -</p> - -<p> -<b>Vicovaro (Monaci di)</b>, <a href="#Page_210">210</a>. -</p> - -<p> -<b>Vicus</b> presso i popoli germanici, <a href="#Page_19">19</a>, <a href="#Page_20">20</a>. -</p> - -<p> -<b>Viduchindo</b>, capo de' Sassoni, <a href="#Page_403">403</a>. -</p> - -<p> -<b>Vigila</b>, interpetre d'un'ambasceria d'Attila a Costantinopoli, <a href="#Page_98">98</a>. -</p> - -<p> -<b>Vigilio</b>, papa. Sua elezione, <a href="#Page_196">196</a>. Chiamato a Costantinopoli, -e di una controversia religiosa tra lui e l'imperatore Giustiniano, -<a href="#Page_231">231</a>. Suo ritorno a Roma, e sua morte, <a href="#Page_231">231</a>. Danno -recato alla Chiesa dalla sua condotta con l'Imperatore, <a href="#Page_233">233</a>. -</p> - -<p> -<b>Visigoti.</b> V. <i>Goti</i>. Si convertono in parte al Cristianesimo, e -divisione tra loro e dagli Ostrogoti, <a href="#Page_41">41</a>. Dalla Dacia settentrionale -passano il Danubio, ma son respinti, <a href="#Page_42">42</a>. Inseguiti -dagli Unni, lo ripassano, e guerra tra essi e i Romani, <a href="#Page_46">46</a> e -<span class="pagenum" id="Page_476">[476]</span> -segg. Discordie tra loro, <a href="#Page_50">50</a>; fanno una capitolazione coll'imperatore -Teodosio, per cui è loro concesso di stabilirsi nella -Tracia, <a href="#Page_50">50</a>. Combattono in un esercito dell'Imperatore, <a href="#Page_52">52</a>. -Aumentano sempre a danno dell'Impero, <a href="#Page_56">56</a>. Si dolgono di -non ricevere da esso le paghe de' soldati, <a href="#Page_60">60</a>, <a href="#Page_62">62</a>. Con loro si -uniscono altri Goti cacciati da Costantinopoli, <a href="#Page_62">62</a>. Fanno loro -re Alarico, <a href="#Page_63">63</a>; e con lui invadono la Grecia, poi l'Italia e -Roma. V. <i>Alarico</i>. Dopo la sua morte chiamano re Ataulfo, -<a href="#Page_77">77</a>. Vanno nella Gallia, <a href="#Page_79">79</a>; e vi fondano il regno Visigoto, -<a href="#Page_82">82</a>. Alleati de' Romani, combattono con essi contro gli -Unni, e si trovano a fronte gli Ostrogoti confederati di -questi ultimi, <a href="#Page_103">103</a> e segg. Si uniscono agli Ostrogoti contro -Odoacre, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_158">158</a>. Estensione del loro regno, <a href="#Page_158">158</a>. Sconfitti -da' Franchi in una battaglia, <a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<p> -<b>Vitaliano I</b>, papa, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -<b>Vitige</b>, re degli Ostrogoti, <a href="#Page_187">187</a>. Della guerra mossagli dall'imperatore -Giustiniano, <a href="#Page_187">187</a> e segg. Dell'assedio da lui posto a -Roma, <a href="#Page_191">191</a> e segg. Sta chiuso in Ravenna, con grosso esercito, -<a href="#Page_201">201</a>. Ordina d'assediar Milano, <a href="#Page_202">202</a>. Fa minacciare dai -Persiani l'Imperatore, <a href="#Page_203">203</a>, <a href="#Page_204">204</a>. Assediato in Ravenna, <a href="#Page_204">204</a>. -Tradito dalla moglie, <a href="#Page_204">204</a>. Fatto prigione, <a href="#Page_205">205</a>; e menato a -Costantinopoli, <a href="#Page_206">206</a>, <a href="#Page_213">213</a>. -</p> - -<p class="letter"> -<b>Zaccaria III</b>, papa. Sua elezione, <a href="#Page_340">340</a>. Sue relazioni co' Longobardi, -<a href="#Page_340">340</a>, <a href="#Page_341">341</a>. Dà licenza a Pipino d'intitolarsi re de' Franchi, -<a href="#Page_361">361</a>; e lo consacra, <a href="#Page_362">362</a>. Ancora delle sue relazioni coi -Longobardi, <a href="#Page_362">362</a>. Muore, <a href="#Page_363">363</a>. -</p> - -<p> -<b>Zaccaria</b>, protospatario, <a href="#Page_325">325</a>. -</p> - -<p> -<b>Zenone</b>, imperatore d'Oriente, <a href="#Page_123">123</a>; e solo legittimo imperatore -dopo la caduta dell'impero d'Occidente, <a href="#Page_129">129</a>. Suoi accordi -e altre relazioni con Odoacre, <a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_133">133</a>, <a href="#Page_137">137</a>. Pubblica una -lettera per conciliare due opposte dottrine teologiche, <a href="#Page_134">134</a>. -Spinge in Italia i Rugi contro Odoacre, <a href="#Page_137">137</a>; e poi gli Ostrogoti, -<a href="#Page_137">137</a>; e sue relazioni con Teodorico loro capo, <a href="#Page_139">139</a> e segg. -</p> - -<p> -<b>Zottone</b>, duca longobardo di Benevento, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> -</div> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_477">[477]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE DELLE MATERIE</a></h2> - -<p> -<a href="#prefazione"><span class="smcap">Prefazione</span></a> <span class="last-r">Pag. VII</span> -</p> - -<p class="center first"> -LIBRO PRIMO -</p> - -<p class="center"> -DALLA DECADENZA DELL'IMPERO ROMANO FINO AD ODOACRE -</p> - -<p class="first"> -<a href="#cap1-1"><span class="smcap">Capitolo I.</span></a> — La decadenza dell'Impero <span class="last-r">1</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-2"><span class="smcap">Capitolo II.</span></a> — I Barbari <span class="last-r">10</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-3"><span class="smcap">Capitolo III.</span></a> — La riforma dell'Impero. Diocleziano e Costantino. L'agitazione religiosa. Ariani ed Atanasiani. Neoplatonismo. Giuliano l'apostata. Il vescovo Ulfila, e la conversione dei Goti <span class="last-r">30</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-4"><span class="smcap">Capitolo IV.</span></a> — Gli Unni <span class="last-r">42</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-5"><span class="smcap">Capitolo V.</span></a> — Teodosio <span class="last-r">49</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-6"><span class="smcap">Capitolo VI.</span></a> — Arcadio ed Onorio. Rufino, Stilicone ed Alarico <span class="last-r">57</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-7"><span class="smcap">Capitolo VII.</span></a> — Dalla morte di Alarico alla costituzione del regno dei Visigoti nella Gallia <span class="last-r">77</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-8"><span class="smcap">Capitolo VIII.</span></a> — Galla Placidia. L'invasione dei Vandali in Africa <span class="last-r">83</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-9"><span class="smcap">Capitolo IX.</span></a> — Attila e gli Unni. La battaglia di Châlons. Il generale Ezio. Papa Leone I <span class="last-r">95</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap1-10"><span class="smcap">Capitolo X.</span></a> — Massimo imperatore. I Vandali saccheggiano Roma. Ricimero, Oreste ed Augustolo <span class="last-r">113</span> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_478">[478]</span> -</p> - -<p class="center first"> -LIBRO SECONDO -</p> - -<p class="center"> -GOTI E BIZANTINI -</p> - -<p class="first"> -<a href="#cap2-1"><span class="smcap">Capitolo I.</span></a> — Odoacre <span class="last-r">128</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-2"><span class="smcap">Capitolo II.</span></a> — Teodorico e gli Ostrogoti in Italia <span class="last-r">138</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-3"><span class="smcap">Capitolo III.</span></a> — Il regno di Teodorico <span class="last-r">146</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-4"><span class="smcap">Capitolo IV.</span></a> — Fine del regno di Teodorico. Governo di Amalasunta <span class="last-r">164</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-5"><span class="smcap">Capitolo V.</span></a> — Giustiniano e Belisario. La guerra vandalica. Il principio della guerra gotica <span class="last-r">176</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-6"><span class="smcap">Capitolo VI.</span></a> — Roma assediata dai Goti. I Bizantini vittoriosi entrano in Ravenna <span class="last-r">190</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-7"><span class="smcap">Capitolo VII.</span></a> — Desolazione dell'Italia. S. Benedetto fonda il suo Ordine <span class="last-r">206</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-8"><span class="smcap">Capitolo VIII.</span></a> — Totila re dei Goti. Belisario torna in Italia, ed occupa Roma. Suo ritorno a Costantinopoli e sua morte <span class="last-r">213</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-9"><span class="smcap">Capitolo IX.</span></a> — La disputa dei <i>Tre Capitoli</i>. Ritorno di Narsete in Italia. Disfatta di Totila e di Teja. Fine del regno ostrogoto <span class="last-r">228</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap2-10"><span class="smcap">Capitolo X.</span></a> — Morte di Giustiniano e di Belisario. Nuove difficoltà in cui si trova l'Impero. Narsete, richiamato a Costantinopoli, non obbedisce <span class="last-r">241</span> -</p> - -<p class="center first"> -LIBRO TERZO -</p> - -<p class="center"> -I LONGOBARDI -</p> - -<p class="first"> -<a href="#cap3-1"><span class="smcap">Capitolo I.</span></a> — Guerra dei Longobardi contro i Gepidi. Loro venuta in Italia e loro conquiste. Morte di Alboino. Elezione di Clefi e sua morte. Interregno. Duchi. Divisione delle terre. Il Papa si rivolge la prima volta per aiuto ai Franchi (580) <span class="last-r">251</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap3-2"><span class="smcap">Capitolo II.</span></a> — Ricostituzione della Monarchia. Elezione di Autari. Sue guerre coi Bizantini e coi Franchi. Matrimonio con Teodolinda. Condizione dei vinti <span class="last-r">265</span> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_479">[479]</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap3-3"><span class="smcap">Capitolo III.</span></a> — Ordinamento del regno longobardo e del governo bizantino <span class="last-r">274</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap3-4"><span class="smcap">Capitolo IV.</span></a> — Gregorio I. Agilulfo sposa Teodolinda e pacifica il regno. Gregorio I fa pace coi Longobardi di Spoleto. Agilulfo assedia Roma. L'imperatore Maurizio è deposto; viene eletto Foca. Morte di Gregorio I e di Agilulfo. S. Colombano <span class="last-r">283</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap3-5"><span class="smcap">Capitolo V.</span></a> — Rotari re. Eraclio imperatore. Guerra persiana. Maometto. L'<i>Ecthesis</i>. L'editto di Rotari <span class="last-r">301</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap3-6"><span class="smcap">Capitolo VI.</span></a> — Grimoaldo re. Lotta e poi accordo tra Papa e Imperatore. Costante II in Italia. Morte di Grimoaldo. Bertarido. Cuniberto. Conversione dei Longobardi al cattolicismo. Liutprando <span class="last-r">316</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap3-7"><span class="smcap">Capitolo VII.</span></a> — Sollevazione di Ravenna e delle città dell'Esarcato contro l'Impero. Filippico imperatore. Ribellione in Roma <span class="last-r">324</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap3-8"><span class="smcap">Capitolo VIII.</span></a> — Liutprando, Gregorio II e Leone III. La lotta per le immagini. Liutprando ne profitta ed assale il Ducato romano. Il Papa si rivolge la prima volta ai Franchi. Non potendo avere da essi aiuto, si riavvicina ai Longobardi <span class="last-r">329</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap3-9"><span class="smcap">Capitolo IX.</span></a> — Venezia e Napoli <span class="last-r">342</span> -</p> - -<p class="center first"> -LIBRO QUARTO -</p> - -<p class="center"> -I FRANCHI E LA CADUTA DEL REGNO LONGOBARDO -</p> - -<p class="first"> -<a href="#cap4-1"><span class="smcap">Capitolo I.</span></a> — I Merovingi e l'origine dei Carolingi <span class="last-r">348</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap4-2"><span class="smcap">Capitolo II.</span></a> — Carlo Martello e le prime origini del Feudalismo. Il Papa si volge per aiuto ai Franchi <span class="last-r">354</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap4-3"><span class="smcap">Capitolo III.</span></a> — Pipino eletto re dei Franchi, consacrato dal Papa per mezzo di S. Bonifazio. Il Papa, minacciato da Astolfo, va in Francia a chiedere aiuto <span class="last-r">360</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap4-4"><span class="smcap">Capitolo IV.</span></a> — Pipino e i Franchi vengono in Italia e vincono i Longobardi. Donazione dell'Esarcato e delle Pentapoli al Papa. Muore Astolfo. Desiderio re dei Longobardi. Disordini in Roma. Elezione di Paolo I e sua morte <span class="last-r">369</span> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_480">[480]</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap4-5"><span class="smcap">Capitolo V.</span></a> — Nuovi e gravissimi tumulti in Roma. Elezione di Stefano III. Matrimonio di Carlo re dei Franchi con Desiderata. I nemici del Papa sono oppressi. Stefano III muore <span class="last-r">375</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap4-6"><span class="smcap">Capitolo VI.</span></a> — Elezione di Adriano I. Condanna e morte dell'Afiarta. Discesa di Carlo re dei Franchi in Italia. Disfatta dei Longobardi, assedio di Pavia. Carlo va a Roma, dove passa la Pasqua del 774 <span class="last-r">384</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap4-7"><span class="smcap">Capitolo VII.</span></a> — Formazione del regno franco in Italia. Congiure e ribellioni contro il Papa, che chiede aiuto a Carlo. Questi torna in Italia, e celebra in Roma la Pasqua del 781 <span class="last-r">394</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap4-8"><span class="smcap">Capitolo VIII.</span></a> — Irene governa in Costantinopoli. Carlo sconfigge di nuovo i Sassoni. Torna in Italia e sottomette il Friuli e Benevento. Combatte gli Avari. Dispute religiose. Morte di Adriano I e suo carattere <span class="last-r">402</span> -</p> - -<p> -<a href="#cap4-9"><span class="smcap">Capitolo IX.</span></a> — Elezione di Leone III. Ambasceria franca a Roma. Irene imperatrice. Gravi tumulti in Roma. Il Papa a Padeborn. Suo ritorno a Roma. Carlo viene a Roma, dove è coronato imperatore dal Papa, il giorno di Natale 800 <span class="last-r">408</span> -</p> - -<p class="first"> -<a href="#indalf">Indice alfabetico</a> <span class="last-r">427</span> -</p> - -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_481">[481]</span> -</p> - -<p class="title"> -ERRATA-CORRIGE -</p> - -<table class="errata" summary=""> - <tr> - <td><i>Pag.</i></td> <td class="right"><i>39,</i></td> <td><i>verso</i></td> <td class="right"><i>7:</i></td> <td>5 ottobre 561</td> <td><i>leggasi:</i></td> <td>5 ottobre 361</td> - </tr> - <tr> - <td class="cen"><i>»</i></td> <td class="right"><i>259,</i></td> <td class="cen">»</td> <td class="right"><i>20:</i></td> <td>l'uccisore del marito</td> <td class="cen">»</td> <td>Elmichi</td> - </tr> - <tr> - <td class="cen"><i>»</i></td> <td class="right"><i>304,</i></td> <td class="cen">»</td> <td class="right"><i>30:</i></td> <td>non se ne sentì</td> <td class="cen">»</td> <td>per lungo tempo non se ne sentì.</td> - </tr> -</table> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>In un suo recente discorso anche il prof. Romano, dell'Università di -Pavia, insisteva su queste condizioni degli studi storici in Italia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>Il secondo volume della sua Storia d'Italia, ora pubblicato, non l'ho -anche visto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>De bello gallico, IV, 1; V, 22; VI, 21 e 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span>Questi nomi si riscontrano in quelli dei giorni, nell'italiano, nell'inglese -e nel tedesco. Come da Marte venne Martedì, così da <i>Tius</i> o <i>Dyaus</i> -vennero <i>Tuesday</i> e <i>Dienstag</i>. Come da Mercurio venne Mercoledì, così da -<i>Wuotan</i> venne <i>Wednesday</i>. Da Giove si ebbe Giovedì, e da <i>Donar</i>, <i>Donnerstag</i> -e <i>Thursday</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span><i>Germania</i>, 5, 6, 15, 17, 19.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span><i>Historiae</i>, IV, 64.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span><i>Germania</i>, 16.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span><i>Germania</i>, 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span><i>Mark</i>, Marca, quasi da marcare, indica il territorio del villaggio, spesso -anche delle comunanze (<i>Markgenossenschaften</i>), che facevano parte del villaggio. -Qualche volta invece la Marca è il terreno lasciato a pascolo comune.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span>«Jura per pagos vicosque reddunt». <i>Germania</i>, 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span><i>De bello gallico</i>, VI, 23.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span><i>Germania</i>, 11 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span><i>Germania</i>, 13.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span><i>Germania</i>, 7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span><i>Germania</i>, 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span>«Arcadius Augustus.... et Honorius Augustus.... <i>commune</i> imperium, -divisis tantum sedibus, tenere coeperunt.» P. Orosio VII, 36. Marcellino -ripete presso a poco le stesse parole.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>«Esset, ut vulgariter loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret -nunc Athaulfus quod quondam Caesar Augustus» VII, 43.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span>Tutto ciò che s'attiene alla venuta dei Vandali, ed alla parte avuta da -Bonifazio, fu esaminato nuovamente dal Freeman nella <i>Historical Review</i> del -luglio 1887.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>Salvianus, <i>De Gubernatione Dei</i>, lib. V, cap. V, 7, 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span>Quiescenti munera largiturum, bellum minanti viros et arma obiecturum, -Prisci, <i>Fragmenta</i>. XV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span><span class="smcap">Jordanes</span> che ci dà il sunto delle canzoni scrive: «Non vulnere hostium, -non fraude suorum, sed gente incolumi, inter gaudia laetus, sine sensu doloris -occubuit. Quis ergo hunc dicat exitum, quem nullus aestimat vindicandum?»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span>Molti a torto credettero che la villa di Lucullo fosse nel piccolo Castello -dell'Uovo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span>«Proprio Imperatore se non indigere; unum Imperatorem sufficere, qui -utriusque Imperii fines tueretur.» <span class="smcap">Malchus</span>, <i>Fragm.</i> 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>Altri lo chiamano Felice III, disputandosi se Felice II (355-65), il rivale -di papa Liberio, fosse stato o no regolarmente eletto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span>Dahn II, 80 seguìto da Hodgkin III, 225-6, fondandosi ambedue sul -Panegirico di Ennodio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span>Così dice una lettera di papa Gelasio, che si crede del 492.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span><span class="smcap">Sybel</span>, <i>Entstehung des deutschen Königsthums</i>, 2ª ediz., pag. 283-4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span><i>Anonimo Valesiano</i>, XI, 53.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>«Gothi sibi confirmaverunt Theodoricum regem, non expectantes jussionem -novi Principis.» <i>An. Val.</i>, XII, 57. Ciò conferma che finora egli non -era stato un vero re dei Goti; ma forse solo un <i>Princeps</i> germanico, o come -dice il Sybel, un <i>Gaukönig</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span><i>Corpus Insc. lat.</i>, vol. X, 1, n. 6850.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span><span class="smcap">Cassiodoro</span>, VIII, 6, 9, 10, 11; XI, 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>Pavia, Milano, Bergamo, Trento, Forogiulio (Cividale) o Friuli, Spoleto, -Torino, Asti, Benevento, Ivrea, Isola di San Giuliano nel lago d'Orta, Verona, -Vicenza, Treviso, Ceneda, Parma, Piacenza, Chiusi, Lucca, Firenze, Fermo. -Sono ricordati anche i Ducati di Rimini, Brescello, Reggio, Istria ed altri; ma -non si sa bene se tutti questi furono istituiti veramente allora o più tardi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span>Secondo il Weise, <i>Italien und die Langobardenherrscher</i>; il Troya invece -ha la data 5 ottobre 581.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span>Comprendendo in essa anche Osimo, Umana, Montefeltro, il Territorio -Valvense e Luccoli. V. Bury, <i>History of later roman Empire</i>, II, 146, n. 4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span>Altre aggiunte fece Grimoaldo nel 668, e più ancora Liutprando, che -dal 713 al 735 pubblicò 153 leggi, sanzionate in 15 assemblee, riunite dall'Austria, -dalla Neustria (cioè le province orientali ed occidentali del regno) e -dalla Tuscia. Poche altre disposizioni promulgarono Rachi ed Astolfo, che -fu l'ultimo dei re longobardi legislatori (V. l'ediz. del Bluhme nei <i>Mon. -Germ.</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span>Nessuna donna che vive secondo la legge longobarda può essere <i>selbmundia</i>. -Dunque vi sono donne che non vivono secondo la legge longobarda.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span><i>Liber Pontificalis</i>, I, 383, edizione Duchesne.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span><span class="smcap">Agnello Ravennate</span>, in <i>Mon. Germaniae Historica</i>, I, 369-70.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Non poteva essere, come pur si disse, duca di Napoli, perchè questo ufficio, -osserva lo Schipa, era allora tenuto da Teodoro, eletto nel 719.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span>Il nome di Calabria, dato originariamente alle Puglie ed a Terra d'Otranto, -fu esteso nel secolo VII al Bruzio, che fece parte anch'esso del ducato di Calabria, -così chiamato da quella regione che ne fu allora la parte maggiore. -Quando però la conquista longobarda si estese a poco a poco a tutta quella -che era allora chiamata Calabria, il Ducato si trovò ristretto al solo Bruzio, -cui nel 757 restò il nome di Calabria, che ritenne poi sempre. Era antica usanza -dei Bizantini il continuare a conservar nella forma e nelle parole ciò che nella -sostanza e di fatto avevano perduto. <span class="smcap">V. Schipa</span> in <i>Arch. Stor. per le Province -napoletane</i>, anno XX, fasc. 1. Napoli, 1895.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span>È strano che ciò avvenisse senza che si veda una seria resistenza da -parte del Papa. Hodgkin, VI, 465, Bury, II, 466.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span><i>Liber Pontificalis</i>, I, 442.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span><i>Liber Pontificalis</i>, I, 446 e seg.</p> -</div> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="figcenter"> -<p class="title"> -IMPERIUM ROMANUM — <span class="smcap lowercase">SAECULIS P. CHR. SECUNDO ET TERTIO</span>. -</p> -<a href="images/ill-map1-1.jpg" id="fill-map1-1"> - <img src="images/ill-map1-1.jpg" alt="" /></a> -<p class="caption">IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et Hadriani tempore.</p> -<p class="epubonly"><a href="#fill-map1-1-p1">Vedi la carta in sezioni.</a></p> -</div> - -<div class="figcenter"><a id="fill-map1-2" href="images/ill-map1-2.jpg"> - <img src="images/ill-map1-2.jpg" alt="" /></a> -<p class="caption">IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano a. p. Chr. 297 in Praefecturas, Dioeceses, Provincias divisum.</p> -<p class="epubonly"><a href="#fill-map1-2-p1">Vedi la carta in sezioni.</a></p> -</div> - -<div class="figcenterpad"><a id="fill-map2" href="images/ill-map2.jpg"> - <img src="images/ill-map2.jpg" alt="" /></a> -<p class="caption">EUROPA al tempo d'Odoacre (476-493) — di T. Menke. — <span class="smcap">EUROPA di SUDOVEST</span> verso il 525 d. Cr.</p> -<p class="epubonly"><a href="#fill-map2-p1">Vedi la carta in sezioni.</a></p> -</div> - -<div class="figcenterpad"><a id="fill-map3" href="images/ill-map3.jpg"> - <img src="images/ill-map3.jpg" alt="" /></a> -<p class="caption">ITALIA al tempo del Regno dei Longobardi — di T. Menke — ITALIA dai tempi di Carlomagno sino alla fine del IX secolo — TUSCIA ROMANA E CAMPANIA — BRUTTIA, CALABRIA l'anno 678 — DUCATO DI TRENTO — ROMA — PROVINCE D'ITALIA secondo Paolo Diacono — <span class="smcap">PRINCIPII dello STATO DELLA CHIESA</span></p> -<p class="epubonly"><a href="#fill-map3-p1">Vedi la carta in sezioni.</a></p> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a pag. 481 ("Errata-corrige") sono state riportate nel testo. -</p> - -<p class="covernote">Di seguito sono presentate le carte suddivise in sezioni per facilitarne la lettura.</p> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-1-p1"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et Hadriani tempore — sez. 1</p> -<img src="images/ill-map1-1-p1.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-1-p2"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et Hadriani tempore — sez. 2</p> -<img src="images/ill-map1-1-p2.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-1-p3"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et Hadriani tempore — sez. 3</p> -<img src="images/ill-map1-1-p3.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-1-p4"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et Hadriani tempore — sez. 4</p> -<img src="images/ill-map1-1-p4.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-1-p5"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et Hadriani tempore — sez. 5</p> -<img src="images/ill-map1-1-p5.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-1-p6"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — Imperatorum Traiani et Hadriani tempore — sez. 6</p> -<img src="images/ill-map1-1-p6.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-2-p1"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano — sez. 1</p> -<img src="images/ill-map1-2-p1.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-2-p2"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano — sez. 2</p> -<img src="images/ill-map1-2-p2.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-2-p3"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano — sez. 3</p> -<img src="images/ill-map1-2-p3.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-2-p4"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano — sez. 4</p> -<img src="images/ill-map1-2-p4.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-2-p5"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano — sez. 5</p> -<img src="images/ill-map1-2-p5.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map1-2-p6"></a> -<p class="epubonly">IMPERIUM ROMANUM — ab imper. Diocletiano — sez. 6</p> -<img src="images/ill-map1-2-p6.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p1"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 1</p> -<img src="images/ill-map2-p1.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p2"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 2</p> -<img src="images/ill-map2-p2.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p3"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 3</p> -<img src="images/ill-map2-p3.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p4"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 4</p> -<img src="images/ill-map2-p4.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p5"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 5</p> -<img src="images/ill-map2-p5.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p6"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 6</p> -<img src="images/ill-map2-p6.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p7"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 7</p> -<img src="images/ill-map2-p7.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p8"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 8</p> -<img src="images/ill-map2-p8.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map2-p9"></a> -<p class="epubonly">EUROPA al tempo d'Odoacre — sez. 9</p> -<img src="images/ill-map2-p9.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p1"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 1</p> -<img src="images/ill-map3-p1.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p2"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 2</p> -<img src="images/ill-map3-p2.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p3"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 3</p> -<img src="images/ill-map3-p3.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p4"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 4</p> -<img src="images/ill-map3-p4.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p5"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 5</p> -<img src="images/ill-map3-p5.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p6"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 6</p> -<img src="images/ill-map3-p6.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p7"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 7</p> -<img src="images/ill-map3-p7.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p8"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 8</p> -<img src="images/ill-map3-p8.jpg" alt="" - /> -</div> - -<div class="illepub"><a id="fill-map3-p9"></a> -<p class="epubonly">ITALIA al tempo dei Longobardi — sez. 9</p> -<img src="images/ill-map3-p9.jpg" alt="" - /> -</div> - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Le invasioni barbariche in Italia, by -Pasquale Villari - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LE INVASIONI BARBARICHE IN ITALIA *** - -***** This file should be named 55545-h.htm or 55545-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/5/5/4/55545/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive -specific permission. If you do not charge anything for copies of this -eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook -for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, -performances and research. They may be modified and printed and given -away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks -not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country outside the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you'll have to check the laws of the country where you - are located before using this ebook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm web site -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The -Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm -trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - - - -</pre> - -</body> -</html> diff --git a/old/55545-h/images/cover.jpg b/old/55545-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 63f9e7a..0000000 --- a/old/55545-h/images/cover.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p1.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-1-p1.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index a073a5a..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p1.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p2.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-1-p2.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 4814ea8..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p2.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p3.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-1-p3.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 943a333..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p3.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p4.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-1-p4.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 48881c3..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p4.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p5.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-1-p5.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 2c2aee3..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p5.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p6.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-1-p6.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index d3df2f8..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-1-p6.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-1.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-1.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 8355d8d..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-1.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p1.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-2-p1.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 912156d..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p1.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p2.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-2-p2.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 6ec1290..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p2.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p3.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-2-p3.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index c9bcf54..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p3.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p4.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-2-p4.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 5dd0ca0..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p4.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p5.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-2-p5.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index dba1332..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p5.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p6.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-2-p6.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index e0da91a..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-2-p6.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map1-2.jpg b/old/55545-h/images/ill-map1-2.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index d2f6e77..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map1-2.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p1.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p1.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index dd9baa6..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p1.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p2.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p2.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index e2db00b..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p2.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p3.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p3.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index b6b29da..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p3.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p4.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p4.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 797aec9..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p4.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p5.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p5.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index e583c8b..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p5.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p6.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p6.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 7618fcd..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p6.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p7.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p7.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 6856fb5..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p7.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p8.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p8.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index e49f951..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p8.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2-p9.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2-p9.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 0f252c2..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2-p9.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map2.jpg b/old/55545-h/images/ill-map2.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index c42d651..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map2.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p1.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p1.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 8d680fa..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p1.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p2.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p2.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index b4499c1..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p2.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p3.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p3.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 6b5cc5d..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p3.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p4.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p4.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 18573ca..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p4.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p5.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p5.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 27d0592..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p5.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p6.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p6.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 6c5afb4..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p6.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p7.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p7.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 8403a77..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p7.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p8.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p8.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index a9a25c7..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p8.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3-p9.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3-p9.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index d98a1d8..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3-p9.jpg +++ /dev/null diff --git a/old/55545-h/images/ill-map3.jpg b/old/55545-h/images/ill-map3.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index d172b87..0000000 --- a/old/55545-h/images/ill-map3.jpg +++ /dev/null |
