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| author | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-02-08 09:13:44 -0800 |
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+Così bramava quel pagan gagliardo +Sol Durindana e 'l bon destrier Baiardo. + +Unde per tutto il suo gran tenitoro +Fece la gente ne l'arme asembrare, +Ché ben sapeva lui che per tesoro +Né il brando, né il corsier puote acquistare; +Duo mercadanti erano coloro +Che vendean le sue merce troppo care: +Però destina di passare in Franza +Ed acquistarle con sua gran possanza. + +Cento cinquanta millia cavallieri +Elesse di sua gente tutta quanta; +Né questi adoperar facea pensieri, +Perché lui solo a combatter se avanta +Contra al re Carlo ed a tutti guerreri +Che son credenti in nostra fede santa; +E lui soletto vincere e disfare +Quanto il sol vede e quanto cinge il mare. + +Lassiam costor che a vella se ne vano, +Che sentirete poi ben la sua gionta; +E ritornamo in Francia a Carlo Mano, +Che e soi magni baron provede e conta; +Imperò che ogni principe cristiano, +Ogni duca e signore a lui se afronta +Per una giostra che aveva ordinata +Allor di maggio, alla pasqua rosata. + +Erano in corte tutti i paladini +Per onorar quella festa gradita, +E da ogni parte, da tutti i confini +Era in Parigi una gente infinita. +Eranvi ancora molti Saracini, +Perché corte reale era bandita, +Ed era ciascaduno assigurato, +Che non sia traditore o rinegato. + +Per questo era di Spagna molta gente +Venuta quivi con soi baron magni: +Il re Grandonio, faccia di serpente, +E Feraguto da gli occhi griffagni; +Re Balugante, di Carlo parente, +Isolier, Serpentin, che fôr compagni. +Altri vi fôrno assai di grande afare, +Come alla giostra poi ve avrò a contare. + +Parigi risuonava de instromenti, +Di trombe, di tamburi e di campane; +Vedeansi i gran destrier con paramenti, +Con foggie disusate, altiere e strane; +E d'oro e zoie tanti adornamenti +Che nol potrian contar le voci umane; +Però che per gradir lo imperatore +Ciascuno oltra al poter si fece onore. + +Già se apressava quel giorno nel quale +Si dovea la gran giostra incominciare, +Quando il re Carlo in abito reale +Alla sua mensa fece convitare +Ciascun signore e baron naturale, +Che venner la sua festa ad onorare; +E fôrno in quel convito li assettati +Vintiduo millia e trenta annumerati. + +Re Carlo Magno con faccia ioconda +Sopra una sedia d'ôr tra' paladini +Se fu posato alla mensa ritonda: +Alla sua fronte fôrno e Saracini, +Che non volsero usar banco né sponda, +Anzi sterno a giacer come mastini +Sopra a tapeti, come è lor usanza, +Sprezando seco il costume di Franza. + +A destra ed a sinistra poi ordinate +Fôrno le mense, come il libro pone: +Alla prima le teste coronate, +Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone, +Molto nomati in la Cristianitate, +Otone e Desiderio e Salamone; +E li altri presso a lor di mano in mano, +Secondo il pregio d'ogni re cristiano. + +Alla seconda fôr duci e marchesi, +E ne la terza conti e cavallieri. +Molto fôrno onorati e Magancesi, +E sopra a tutti Gaino di Pontieri. +Rainaldo avea di foco gli occhi accesi, +Perché quei traditori, in atto altieri, +L'avean tra lor ridendo assai beffato, +Perché non era come essi adobato. + +Pur nascose nel petto i pensier caldi, +Mostrando nella vista allegra fazza; +Ma fra se stesso diceva: "Ribaldi, +S'io vi ritrovo doman su la piazza, +Vedrò come stareti in sella saldi, +Gente asinina, maledetta razza, +Che tutti quanti, se 'l mio cor non erra, +Spero gettarvi alla giostra per terra." + +Re Balugante, che in viso il guardava, +E divinava quasi il suo pensieri, +Per un suo trucimano il domandava, +Se nella corte di questo imperieri +Per robba, o per virtute se onorava: +Acciò che lui, che quivi è forestieri, +E de' costumi de' Cristian digiuno, +Sapia l'onor suo render a ciascuno. + +Rise Rainaldo, e con benigno aspetto +Al messagier diceva: - Raportate +A Balugante, poi che egli ha diletto +De aver le gente cristiane onorate, +Ch'e giotti a mensa e le puttane in letto +Sono tra noi più volte acarezate; +Ma dove poi conviene usar valore, +Dasse a ciascun il suo debito onore. - + +Mentre che stanno in tal parlar costoro, +Sonarno li instrumenti da ogni banda; +Ed ecco piatti grandissimi d'oro, +Coperti de finissima vivanda; +Coppe di smalto, con sotil lavoro, +Lo imperatore a ciascun baron manda. +Chi de una cosa e chi d'altra onorava, +Mostrando che di lor si racordava. + +Quivi si stava con molta allegrezza, +Con parlar basso e bei ragionamenti: +Re Carlo, che si vidde in tanta altezza, +Tanti re, duci e cavallier valenti, +Tutta la gente pagana disprezza, +Come arena del mar denanti a i venti; +Ma nova cosa che ebbe ad apparire, +Fe' lui con gli altri insieme sbigotire. + +Però che in capo della sala bella +Quattro giganti grandissimi e fieri +Intrarno, e lor nel mezo una donzella, +Che era seguìta da un sol cavallieri. +Essa sembrava matutina stella +E giglio d'orto e rosa de verzieri: +In somma, a dir di lei la veritate, +Non fu veduta mai tanta beltate. + +Era qui nella sala Galerana, +Ed eravi Alda, la moglie de Orlando, +Clarice ed Ermelina tanto umana, +Ed altre assai, che nel mio dir non spando, +Bella ciascuna e di virtù fontana. +Dico, bella parea ciascuna, quando +Non era giunto in sala ancor quel fiore, +Che a l'altre di beltà tolse l'onore. + +Ogni barone e principe cristiano +In quella parte ha rivoltato il viso, +Né rimase a giacere alcun pagano; +Ma ciascun d'essi, de stupor conquiso, +Si fece a la donzella prossimano; +La qual, con vista allegra e con un riso +Da far inamorare un cor di sasso, +Incominciò così, parlando basso: + +- Magnanimo segnor, le tue virtute +E le prodezze de' toi paladini, +Che sono in terra tanto cognosciute, +Quanto distende il mare e soi confini, +Mi dan speranza che non sian perdute +Le gran fatiche de duo peregrini, +Che son venuti dalla fin del mondo +Per onorare il tuo stato giocondo. + +Ed acciò ch'io ti faccia manifesta, +Con breve ragionar, quella cagione +Che ce ha condotti alla tua real festa, +Dico che questo è Uberto dal Leone, +Di gentil stirpe nato e d'alta gesta, +Cacciato del suo regno oltra ragione: +Io, che con lui insieme fui cacciata, +Son sua sorella, Angelica nomata. + +Sopra alla Tana ducento giornate, +Dove reggemo il nostro tenitoro, +Ce fôr di te le novelle aportate, +E della giostra e del gran concistoro +Di queste nobil gente qui adunate; +E come né città, gemme o tesoro +Son premio de virtute, ma si dona +Al vincitor di rose una corona. + +Per tanto ha il mio fratel deliberato, +Per sua virtute quivi dimostrare, +Dove il fior de' baroni è radunato, +Ad uno ad un per giostra contrastare: +O voglia esser pagano o battizato, +Fuor de la terra lo venga a trovare, +Nel verde prato alla Fonte del Pino, +Dove se dice al Petron di Merlino. + +Ma fia questo con tal condizïone +(Colui l'ascolti che si vôl provare): +Ciascun che sia abattuto de lo arcione, +Non possa in altra forma repugnare, +E senza più contesa sia pregione; +Ma chi potesse Uberto scavalcare, +Colui guadagni la persona mia: +Esso andarà con suoi giganti via. - + +Al fin delle parole ingenocchiata +Davanti a Carlo attendia risposta. +Ogni om per meraviglia l'ha mirata, +Ma sopra tutti Orlando a lei s'accosta +Col cor tremante e con vista cangiata, +Benché la voluntà tenìa nascosta; +E talor gli occhi alla terra bassava, +Ché di se stesso assai si vergognava. + +"Ahi paccio Orlando!" nel suo cor dicia +"Come te lasci a voglia trasportare! +Non vedi tu lo error che te desvia, +E tanto contra a Dio te fa fallare? +Dove mi mena la fortuna mia? +Vedome preso e non mi posso aitare; +Io, che stimavo tutto il mondo nulla, +Senza arme vinto son da una fanciulla. + +Io non mi posso dal cor dipartire +La dolce vista del viso sereno, +Perch'io mi sento senza lei morire, +E il spirto a poco a poco venir meno. +Or non mi val la forza, né lo ardire +Contra d'Amor, che m'ha già posto il freno; +Né mi giova saper, né altrui consiglio, +Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio." + +Così tacitamente il baron franco +Si lamentava del novello amore. +Ma il duca Naimo, ch'è canuto e bianco, +Non avea già de lui men pena al core, +Anci tremava sbigotito e stanco, +Avendo perso in volto ogni colore. +Ma a che dir più parole? Ogni barone +Di lei si accese, ed anco il re Carlone. + +Stava ciascuno immoto e sbigottito, +Mirando quella con sommo diletto; +Ma Feraguto, il giovenetto ardito, +Sembrava vampa viva nello aspetto, +E ben tre volte prese per partito +Di torla a quei giganti al suo dispetto, +E tre volte afrenò quel mal pensieri +Per non far tal vergogna allo imperieri. + +Or su l'un piede, or su l'altro se muta, +Grattasi 'l capo e non ritrova loco; +Rainaldo, che ancor lui l'ebbe veduta, +Divenne in faccia rosso come un foco; +E Malagise, che l'ha cognosciuta, +Dicea pian piano: "Io ti farò tal gioco, +Ribalda incantatrice, che giamai +De esser qui stata non te vantarai." + +Re Carlo Magno con lungo parlare +Fe' la risposta a quella damigella, +Per poter seco molto dimorare. +Mira parlando e mirando favella, +Né cosa alcuna le puote negare, +Ma ciascuna domanda li suggella +Giurando de servarle in su le carte: +Lei coi giganti e col fratel si parte. + +Non era ancor della citade uscita, +Che Malagise prese il suo quaderno: +Per saper questa cosa ben compita +Quattro demonii trasse dello inferno. +Oh quanto fu sua mente sbigotita! +Quanto turbosse, Iddio del celo eterno! +Poi che cognobbe quasi alla scoperta +Re Carlo morto e sua corte deserta. + +Però che quella che ha tanta beltade, +Era figliola del re Galifrone, +Piena de inganni e de ogni falsitade, +E sapea tutte le incantazïone. +Era venuta alle nostre contrade, +Ché mandata l'avea quel mal vecchione +Col figliol suo, ch'avea nome Argalia, +E non Uberto, come ella dicia. + +Al giovenetto avea dato un destrieri +Negro quanto un carbon quando egli è spento, +Tanto nel corso veloce e leggieri, +Che già più volte avea passato il vento; +Scudo, corazza ed elmo col cimieri, +E spada fatta per incantamento; +Ma sopra a tutto una lancia dorata, +D'alta ricchezza e pregio fabricata. + +Or con queste arme il suo patre il mandò, +Stimando che per quelle il sia invincibile, +Ed oltra a questo uno anel li donò +Di una virtù grandissima, incredibile, +Avengaché costui non lo adoprò; +Ma sua virtù facea l'omo invisibile, +Se al manco lato in bocca se portava: +Portato in dito, ogni incanto guastava. + +Ma sopra a tutto Angelica polita +Volse che seco in compagnia ne andasse, +Perché quel viso, che ad amare invita, +Tutti i baroni alla giostra tirasse, +E poi che per incanto alla finita +Ogni preso barone a lui portasse: +Tutti legati li vôl nelle mane +Re Galifrone, il maledetto cane. + +Così a Malagise il dimon dicia, +E tutto il fatto gli avea rivelato. +Lasciamo lui: torniamo a l'Argalia, +Che al Petron di Merlino era arivato. +Un pavaglion sul prato distendia, +Troppo mirabilmente lavorato; +E sotto a quello se pose a dormire, +Ché di posarse avea molto desire. + +Angelica, non troppo a lui lontana, +La bionda testa in su l'erba posava, +Sotto il gran pino, a lato alla fontana: +Quattro giganti sempre la guardava. +Dormendo, non parea già cosa umana, +Ma ad angelo del cel rasomigliava. +Lo annel del suo germano aveva in dito, +Della virtù che sopra aveti odito. + +Or Malagise, dal demon portato, +Tacitamente per l'aria veniva; +Ed ecco la fanciulla ebbe mirato +Giacer distesa alla fiorita riva; +E quei quattro giganti, ogniuno armato, +Guardano intorno e già nïun dormiva. +Malagise dicea: "Brutta canaglia, +Tutti vi pigliarò senza battaglia. + +Non vi valeran mazze, né catene, +Né vostri dardi, né le spade torte; +Tutti dormendo sentirete pene, +Come castron balordi avreti morte." +Così dicendo, più non si ritiene: +Piglia il libretto e getta le sue sorte, +Né ancor aveva il primo foglio vòlto, +Che già ciascun nel sonno era sepolto. + +Esso dapoi se accosta alla donzella +E pianamente tira for la spada, +E veggendola in viso tanto bella +Di ferirla nel collo indugia e bada. +L'animo volta in questa parte e in quella, +E poi disse: "Così convien che vada: +Io la farò per incanto dormire, +E pigliarò con seco il mio desire." + +Pose tra l'erba giù la spada nuda, +Ed ha pigliato il suo libretto in mano; +Tutto lo legge, prima che lo chiuda. +Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano, +Per la potenzia dello annel sì cruda. +Malagise ben crede per certano +Che non si possa senza lui svegliare, +E cominciolla stretta ad abbracciare. + +La damisella un gran crido mettia: +- Tapina me, ch'io sono abandonata! - +Ben Malagise alquanto sbigotia, +Veggendo che non era adormentata. +Essa, chiamando il fratello Argalia, +Lo tenìa stretto in braccio tutta fiata; +Argalia sonacchioso se sveglione, +E disarmato uscì del pavaglione. + +Subitamente che egli ebbe veduto +Con la sorella quel cristian gradito, +Per novità gli fu il cor sì caduto, +Che non fu de appressarse a loro ardito. +Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto, +Con un troncon di pin l'ebbe assalito, +Gridando: - Tu sei morto, traditore, +Che a mia sorella fai tal disonore. - + +Essa gridava: - Legalo, germano, +Prima ch'io il lasci, che egli è nigromante; +Ché, se non fosse l'annel che aggio in mano, +Non son tue forze a pigliarlo bastante. - +Per questo il giovenetto a mano a mano +Corse dove dormiva un gran gigante, +Per volerlo svegliar; ma non potea, +Tanto lo incanto sconfitto il tenea. + +Di qua, di là, quanto più può il dimena; +Ma poi che vede che indarno procaccia, +Dal suo bastone ispicca una catena, +E de tornare indrieto presto spaccia; +E con molta fatica e con gran pena +A Malagise lega ambe le braccia, +E poi le gambe e poi le spalle e il collo: +Da capo a piede tutto incatenollo. + +Come lo vide ben esser legato, +Quella fanciulla li cercava in seno; +Presto ritrova il libro consecrato, +Di cerchi e de demonii tutto pieno. +Incontinenti l'ebbe diserrato; +E nello aprir, né in più tempo, né in meno, +Fu pien de spirti e celo e terra e mare, +Tutti gridando: - Che vôi comandare? - + +Ella rispose: - Io voglio che portate +Tra l'India e Tartaria questo prigione, +Dentro al Cataio, in quella gran citate, +Ove regna il mio padre Galafrone; +Dalla mia parte ce lo presentate, +Ché di sua presa io son stata cagione, +Dicendo a lui che, poi che questo è preso, +Tutti gli altri baron non curo un ceso. - + +Al fin delle parole, o in quello instante, +Fu Malagise per l'aere portato, +E, presentato a Galafrone avante, +Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato. +Angelica col libro a ogni gigante +Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato. +Ogn'om strenge la bocca ed alcia il ciglio, +Forte ammirando il passato periglio. + +Mentre che qua fôr fatte queste cose, +Dentro a Parigi fu molta tenzone, +Però che Orlando al tutto se dispose +Essere in giostra il primo campïone; +Ma Carlo imperatore a lui rispose +Che non voleva e non era ragione; +E gli altri ancora, perché ogni om se estima, +A quella giostra volean gire in prima. + +Orlando grandemente avea temuto +Che altrui non abbia la donna acquistata, +Perché, come il fratello era abattuto, +Doveva al vincitore esser donata. +Lui de vittoria sta sicuro e tuto, +E già li pare averla guadagnata; +Ma troppo gli rencresce lo aspettare, +Ché ad uno amante una ora uno anno pare. + +Fu questa cosa nella real corte +Tra il general consiglio essaminata; +Ed avendo ciascun sue ragion pòrte, +Fu statuita al fine e terminata, +Che la vicenda se ponesse a sorte; +Ed a cui la ventura sia mandata +D'essere il primo ad acquistar l'onore, +Quel possa uscire alla giostra di fore. + +Onde fu il nome de ogni paladino +Subitamente scritto e separato; +Ciascun segnor, cristiano e saracino, +Ne l'orna d'oro il suo nome ha gettato; +E poi ferno venire un fanciullino +Che i breve ad uno ad uno abbia levato. +Senza pensare il fanciullo uno afferra; +La lettra dice: Astolfo de Anghilterra. + +Dopo costui fu tratto Feraguto, +Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone; +E poi Grandonio, quel gigante arguto, +L'un presso all'altro, e Belengiere e Otone; +Re Carlo dopo questi è for venuto; +Ma per non tenir più lunga tenzone, +Prima che Orlando ne fôr tratti trenta: +Non vi vo' dir se lui se ne tormenta. + +Il giorno se calava in ver la sera, +Quando di trar le sorte fu compito. +Il duca Astolfo con la mente altiera +Dimanda l'arme, e non fu sbigottito, +Benché la notte viene e il cel se anera. +Esso parlava, sì come omo ardito, +Che in poco d'ora finirà la guerra, +Gettando Oberto al primo colpo in terra. + +Segnor, sappiate ch'Astolfo lo Inglese +Non ebbe di bellezze il simigliante; +Molto fu ricco, ma più fu cortese, +Leggiadro e nel vestire e nel sembiante. +La forza sua non vedo assai palese, +Ché molte fiate cadde del ferrante. +Lui suolea dir che gli era per sciagura, +E tornava a cader senza paura. + +Or torniamo a la istoria. Egli era armato, +Ben valeano quelle arme un gran tesoro; +Di grosse perle il scudo è circondato, +La maglia che se vede è tutta d'oro; +Ma l'elmo è di valore ismesurato +Per una zoia posta in quel lavoro, +Che, se non mente il libro de Turpino, +Era quanto una noce, e fu un rubino. + +Il suo destriero è copertato a pardi, +Che sopraposti son tutti d'ôr fino. +Soletto ne uscì fuor senza riguardi, +Nulla temendo se pose in camino. +Era già poco giorno e molto tardi, +Quando egli gionse al Petron di Merlino; +E ne la gionta pose a bocca il corno, +Forte suonando, il cavalliero adorno. + +Odendo il corno, l'Argalia levosse, +Ché giacea al fonte la persona franca, +E de tutte arme subito adobosse +Da capo a piedi, che nulla gli manca; +E contra Astolfo con ardir se mosse, +Coperto egli e il destrier in vesta bianca, +Col scudo in braccio e quella lancia in mano +Che ha molti cavallier già messi al piano. + +Ciascun se salutò cortesemente, +E fôr tra loro e patti rinovati, +E la donzella lì venne presente. +E poi si fôrno entrambi dilungati, +L'un contra l'altro torna parimente, +Coperti sotto a i scudi e ben serrati; +Ma come Astolfo fu tocco primero, +Voltò le gambe al loco del cimero. + +Disteso era quel duca in sul sabbione, +E crucioso dicea: - Fortuna fella, +Tu me e' nemica contra a ogni ragione: +Questo fu pur diffetto della sella. +Negar nol pôi; ché s'io stavo in arcione, +Io guadagnavo questa dama bella. +Tu m'hai fatto cadere, egli è certano, +Per far onore a un cavallier pagano. - + +Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato, +E lo menarno dentro al pavaglione; +Ma quando fu de l'arme dispogliato, +La damisella nel viso il guardone, +Nel quale era sì vago e delicato, +Che quasi ne pigliò compassïone; +Unde per questo lo fece onorare, +Per quanto onore a pregion si può fare. + +Stava disciolto, senza guardia alcuna, +Ed intorno alla fonte solacciava; +Angelica nel lume della luna, +Quanto potea nascoso, lo amirava; +Ma poi che fu la notte oscura e bruna, +Nel letto incortinato lo posava. +Essa col suo fratello e coi giganti +Facea la guardia al pavaglion davanti. + +Poco lume mostrava ancor il giorno, +Che Feraguto armato fu apparito, +E con tanta tempesta suona il corno, +Che par che tutto il mondo sia finito; +Ogni animal che quivi era d'intorno +Fuggia da quel rumore isbigotito: +Solo Argalia de ciò non ha paura, +Ma salta in piede e veste l'armatura. + +L'elmo affatato il giovanetto franco +Presto se allaccia, e monta in sul corsieri; +La spada ha cinto dal sinistro fianco, +E scudo e lancia e ciò che fa mistieri. +Rabicano, il destrier, non mostra stanco, +Anzi va tanto sospeso e leggieri, +Che ne l'arena, dove pone il piede, +Signo di pianta ponto non si vede. + +Con gran voglia lo aspetta Feraguto, +Ché ad ogni amante incresce lo indugiare; +E però, come prima l'ha veduto, +Non fece già con lui lungo parlare; +Mosso con furia e senza altro saluto, +Con l'asta a resta lo venne a scontrare; +Crede lui certo, e faria sacramento, +Aver la bella dama a suo talento. + +Ma come prima la lancia il toccò, +Nel core e nella faccia isbigotì; +Ogni sua forza in quel punto mancò, +E lo animoso ardir da lui partì; +Tal che con pena a terra trabuccò, +Né sa in quel punto se gli è notte o dì. +Ma come prima a l'erba fu disteso, +Tornò il vigore a quello animo acceso. + +Amore, o giovenezza, o la natura +Fan spesso altrui ne l'ira esser leggiero. +Ma Feraguto amava oltra misura; +Giovanetto era e de animo sì fiero, +Che a praticarlo egli era una paura; +Piccola cosa gli facea mestiero +A volerlo condur con l'arme in mano, +Tanto è crucioso e di cor subitano. + +Ira e vergogna lo levâr di terra, +Come caduto fu, subitamente. +Ben se apparecchia a vendicar tal guerra, +Né si ricorda del patto nïente; +Trasse la spada, ed a piè se disserra +Ver lo Argalia, battendo dente a dente. +Ma lui diceva: - Tu sei mio pregione, +E me contrasti contro alla ragione. - + +Feraguto il parlar non ha ascoltato, +Anci ver lui ne andava in abandono. +Ora i giganti, che stavano al prato, +Tutti levati con l'arme se sono, +E sì terribil grido han fuor mandato, +Che non se odì giamai sì forte trono +(Turpino il dice: a me par meraviglia), +E tremò il prato intorno a lor due miglia. + +A questi se voltava Feraguto, +E non credeti che sia spaventato. +Colui che vien davanti è il più membruto, +E fu chiamato Argesto smisurato; +L'altro nomosse Lampordo il veluto, +Perché piloso è tutto in ogni lato; +Urgano il terzo per nome si spande, +Turlone il quarto, e trenta piedi è grande. + +Lampordo nella gionta lanciò un dardo, +Che se non fosse, come era, fatato, +Al primo colpo il cavallier gagliardo +Morto cadea, da quel dardo passato. +Mai non fu visto can levrer, né pardo, +Né alcun groppo di vento in mar turbato, +Così veloci, né dal cel saetta, +Qual Feraguto a far la sua vendetta. + +Giunse al gigante in lo destro gallone, +Che tutto lo tagliò, come una pasta, +E rene e ventre, insino al petignone; +Né de aver fatto il gran colpo li basta, +Ma mena intorno il brando per ragione, +Perché ciascun de' tre forte il contrasta. +L'Argalia solo a lui non dà travaglia, +Ma sta da parte e guarda la battaglia. + +Fie' Feraguto un salto smisurato: +Ben vinti piedi è verso il cel salito; +Sopra de Urgano un tal colpo ha donato, +Che 'l capo insino a i denti gli ha partito. +Ma mentre che era con questo impacciato, +Argesto nella coppa l'ha ferito +D'una mazza ferrata, e tanto il tocca, +Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca. + +Esso per questo più divenne fiero, +Come colui che fu senza paura, +E messe a terra quel gigante altiero, +Partito dalle spalle alla cintura. +Alor fu gran periglio al cavalliero, +Perché Turlon, che ha forza oltra misura, +Stretto di drieto il prende entro alle braccia, +E di portarlo presto se procaccia. + +Ma fosse caso, o forza del barone, +Io no 'l so dir, da lui fu dispiccato. +Il gran gigante ha di ferro un bastone, +E Feraguto il suo brando afilato. +Di novo si comincia la tenzone: +Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato, +Con maggior forza assai ch'io non vi dico; +Ogni om ben crede aver còlto il nemico. + +Non fu di quelle botte alcuna cassa, +Ché quel gigante con forza rubesta +Giunselo in capo e l'elmo gli fraccassa, +E tutta quanta disarmò la testa; +Ma Feraguto con la spada bassa +Mena un traverso con molta tempesta +Sopra alle gambe coperte di maglia, +Ed ambedue a quel colpo le taglia. + +L'un mezo morto, e l'altro tramortito +Quasi ad un tratto cascarno sul prato. +Smonta l'Argalia e con animo ardito +Ha quel barone alla fonte portato, +E con fresca acqua l'animo stordito +A poco a poco gli ebbe ritornato; +E poi volea menarlo al pavaglione, +Ma Feraguto niega esser pregione. + +- Che aggio a fare io, se Carlo imperatore +Con Angelica il patto ebbe a firmare? +Son forsi il suo vasallo o servitore, +Che in suo decreto me possa obligare? +Teco venni a combatter per amore, +E per la tua sorella conquistare: +Aver la voglio, o ver morire al tutto. - +Queste parole dicea Feragutto. + +A quel rumore Astolfo se è levato, +Che sino alora ancor forte dormia, +Né il crido de' giganti l'ha svegliato +Che tutta fe' tremar la prataria. +Veggendo i duo baroni a cotal piato, +Tra lor con parlar dolce se mettia, +Cercando de volerli concordare: +Ma Feraguto non vôle ascoltare. + +Dicea l'Argalia: - Ora non vedi, +Franco baron, che tu sei disarmato? +Forse che de aver l'elmo in capo credi? +Quello è rimaso in sul campo spezzato. +Or fra te stesso iudica, e provedi +Se vôi morire, o vôi esser pigliato: +Che stu combatti avendo nulla in testa, +Tu in pochi colpi finira' la festa. - + +Rispose Feraguto: - E' mi dà il core, +Senza elmo, senza maglia e senza scudo, +Aver con teco di guerra l'onore; +Così mi vanto di combatter nudo +Per acquistare il desiato amore. - +Cotal parole usava il baron drudo, +Però ch'Amor l'avea posto in tal loco, +Che per colei s'arìa gettato in foco. + +L'Argalia forte in mente si turbava, +Vedendo che costui sì poco il stima +Che nudo alla battaglia lo sfidava, +Né alla seconda guerra né alla prima, +Preso due volte, lo orgoglio abassava, +Ma de superbia più montava in cima; +E disse: - Cavallier, tu cerchi rogna: +Io te la grattarò, ché 'l ti bisogna. + +Monta a cavallo ed usa tua bontade, +Ché, come digno sei, te avrò trattato; +Né aver speranza ch'io te usi pietade, +Perch'io ti vegga il capo disarmato. +Tu cerchi lo mal giorno in veritade, +Facciote certo che l'avrai trovato; +Diffendite se pôi, mostra tuo ardire, +Ché incontinente ti convien morire. - + +Ridea Feraguto a quel parlare, +Come di cosa che il stimi nïente. +Salta a cavallo e senza dimorare +Diceva: - Ascolta, cavallier valente: +Se la sorella tua mi vôi donare, +Io non te offenderò veracemente; +Se ciò non fai, io non ti mi nascondo, +Presto serai di quei de l'altro mondo. - + +Tanto fu vinto de ira l'Argalia, +Odendo quel parlar che è sì arrogante, +Che furïoso in sul destrier salia, +E con voce superba e minacciante +Ciò che dicesse nulla se intendia. +Trasse la spada e sprona lo aferante, +Né se ricorda de l'asta pregiata, +Che al tronco del gran pin stava apoggiata. + +Così cruciati con le spade in mano +Ambi co 'l petto de' corsieri urtaro. +Non è nel mondo baron sì soprano, +Che non possan costor star seco al paro. +Se fosse Orlando e il sir de Montealbano, +Non vi serìa vantaggio né divaro; +Però un bel fatto potreti sentire, +Se l'altro canto tornareti a odire. + +Canto secondo + +Io vi cantai, segnor, come a battaglia +Eran condotti con molta arroganza +Argalia, il forte cavallier di vaglia, +E Feraguto, cima di possanza. +L'uno ha incantata ogni sua piastra e maglia, +L'altro è fatato, fuor che nella panza; +Ma quella parte d'acciarro è coperta +Con vinte piastre, quest'è cosa certa. + +Chi vedesse nel bosco duo leoni +Turbati, ed a battaglia insieme appresi, +O chi odisse ne l'aria duo gran troni +Di tempeste, rumore e fiamma accesi, +Nulla sarebbe a mirar quei baroni, +Che tanto crudelmente se hanno offesi; +Par che il celo arda e il mondo a terra vada, +Quando se incontra l'una e l'altra spada. + +E' si feriano insieme a gran furore, +Guardandosi l'un l'altro in vista cruda; +E credendo ciascuno esser megliore +Trema per ira, e per affanno suda. +Or lo Argalia con tutto suo valore +Ferì il nemico in su la testa nuda, +E ben si crede senza dubitanza +Aver finita a quel colpo la danza. + +Ma poi che vidde il suo brando polito +Senza alcun sangue ritornar al celo, +Per meraviglia fu tanto smarito +Che in capo e in dosso se li aricciò il pelo. +In questo Feraguto l'ha assalito; +Ben crede fender l'arme come un gelo, +E crida: - Ora a Macon ti raccomando, +Ché a questo colpo a star con lui ti mando. - + +Così dicendo, quel barone aitante +Ferisce ad ambe man con forza molta; +Se stato fosse un monte de diamante, +Tutto l'avria tagliato in quella volta. +L'elmo affatato a quel brando troncante +Ogni possanza di tagliare ha tolta. +Se Feragù turbosse, io non lo scrivo; +Per gran stupor non sa se è morto o vivo. + +Ma poi che ciascadun fu dimorato +Tacito alquanto, senza colpezare +(Ché l'un de l'altro è sì meravigliato, +Che non ardiva a pena di parlare), +L'Argalia prima a Ferragù dricciato +Disse: - Barone, io ti vo' palesare, +Che tutte le arme che ho, da capo e piedi, +Sono incantate, quante tu ne vedi. + +Però con meco lascia la battaglia, +Ché altro aver non ne puoi, che danno e scorno. - +Feragù disse: - Se Macon mi vaglia, +Quante arme vedi a me sopra ed intorno, +E questo scudo e piastre, e questa maglia, +Tutte le porto per essere adorno, +Non per bisogno; ch'io son affatato +In ogni parte, fuor che in un sol lato. + +Sì che, a donarti un ottimo consiglio, +Benché nol chiedi, io ti so confortare +Che non te metti de morte a periglio; +Senza contesa vogli a me lasciare +La tua sorella, quel fiorito giglio, +Ed altramente tu non puoi campare. +Ma se mi fai con pace questo dono, +Eternamente a te tenuto sono. - + +Rispose lo Argalia: - Barone audace, +Ben aggio inteso quanto hai ragionato, +E son contento aver con teco pace, +E tu sia mio fratello e mio cognato: +Ma vo' saper se ad Angelica piace, +Ché senza lei non si faria il mercato. - +E Feragù gli dice esser contento, +Che con essa ben parli a suo talento. + +A benché Feragù sia giovanetto, +Bruno era molto e de orgogliosa voce, +Terribile a guardarlo nello aspetto; +Gli occhi avea rossi, con batter veloce. +Mai di lavarse non ebbe diletto, +Ma polveroso ha la faccia feroce: +Il capo acuto aveva quel barone, +Tutto ricciuto e ner come un carbone. + +E per questo ad Angelica non piacque, +Ché lei voleva ad ogni modo un biondo; +E disse allo Argalia, come lui tacque: +- Caro fratello, io non mi ti nascondo: +Prima me affogarei dentro a quest'acque, +E mendicando cercarebbi 'l mondo, +Che mai togliessi costui per mio sposo. +Meglio è morir che star con furïoso. + +Però ti prego per lo dio Macone, +Che te contenti de la voglia mia. +Ritorna a la battaglia col barone, +Ed io fra tanto per necromanzia +Farò portarme in nostra regïone. +Volta le spalle, e vieni anco tu via +(Destrier non è che 'l tuo segua di lena: +Io fermarommi alla selva de Ardena) + +Acciò ch'insieme facciamo ritorno +Dal vecchio patre, al regno de oltra mare. +Ma se quivi non giongi il terzo giorno, +Soletta al vento me farò passare, +Poi che aggio il libro di quel can musorno, +Che me credette al prato vergognare. +Tu poi adaggio per terra venrai; +La strata hai caminata, e ben la sai. - + +Così tornarno e baroni al ferire, +Dapoi che questo a quello ha referito +Che la sorella non vôle assentire; +Ma Feragù perciò non è partito, +Anci destina o vincere o morire. +Ecco la dama dal viso florito +Subito sparve a i cavallier davante: +Presto sen corse il suspettoso amante. + +Però che spesso la guardava in volto, +Parendogli la forza radoppiare; +Ma poi che gli è davanti così tolto, +Non sa più che si dir, né che si fare. +In questo tempo lo Argalia rivolto, +Con quel destrier che al mondo non ha pare +Fugge del prato e quanto può sperona, +E Feraguto e la guerra abandona. + +Lo inamorato giovanetto guarda, +Come gabato si trova quel giorno. +Esce del prato correndo e non tarda, +E cerca il bosco, che è folto, d'intorno. +Ben par che nella faccia avampa ed arda, +Tra sé pensando il recevuto scorno, +E non se arresta correre e cercare; +Ma quel che cerca non può lui trovare. + +Tornamo ora ad Astolfo, che soletto, +Come sapete, rimase alla Fonte. +Mirata avea la pugna con diletto, +E de ciascun guerrer le forze pronte; +Or resta in libertà senza suspetto, +Ringrazïando Iddio con le man gionte; +E per non dare indugia a sua ventura +Monta a destrier con tutta l'armatura. + +E non aveva lancia il paladino, +Ché la sua nel cadere era spezzata. +Guardasi intorno, ed al troncon del pino +Quella de lo Argalia vidde appoggiata. +Bella era molto, e con lame d'ôr fino, +Tutta di smalto intorno lavorata; +Prendela Astolfo quasi per disaggio, +Senza pensare in essa alcun vantaggio. + +Così tornando a dietro allegro e baldo, +Come colui che è sciolto di pregione, +Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo, +E tutto il fatto appunto gli contone. +Era il figlio de Amon d'amor sì caldo, +Che posar non puotea di passïone: +Però fuor della terra era venuto, +Per saper che aggia fatto Feraguto. + +E come odì che fuggian verso Ardena, +Nulla rispose a quel duca dal pardo. +Volta il destriero e le calcagne mena, +E di pigricia accusa il suo Baiardo. +De l'amor del patron quel porta pena; +E chiamato è rozone, asino tardo, +Quel bon destrier che va con tanta fretta, +Ch'a pena l'avria gionto una saetta. + +Lasciamo andar Ranaldo inamorato. +Astolfo ritornò nella citade; +Orlando incontinente l'ha trovato, +E dalla lunga, con sagacitade, +Dimanda come il fatto sia passato +Della battaglia, e de sua qualitade. +Ma nulla gli ragiona del suo amore, +Perché vano il cognosce e zanzatore. + +Ma come intese ch'egli era fuggito +L'Argalia al bosco e seco la donzella, +E che Rainaldo lo aveva seguito, +Partisse in vista nequitosa e fella; +E sopra al letto suo cadde invilito, +Tanto è il dolor che dentro lo martella. +Quel valoroso, fior d'ogni campione, +Piangea nel letto come un vil garzone. + +"Lasso, - diceva - ch'io non ho diffesa +Contra al nemico che mi sta nel core! +Or ché non aggio Durindana presa +A far battaglia contra a questo amore, +Qual m'ha di tanto foco l'alma accesa, +Che ogni altra doglia nel mondo è minore? +Qual pena è in terra simile alla mia, +Che ardo d'amore e giazo in zelosia? + +Né so se quella angelica figura +Se dignarà de amar la mia persona; +Ché ben serà figliol della ventura, +E de felice portarà corona, +Se alcun fia amato da tal creatura. +Ma se speranza de ciò me abandona, +Ch'io sia sprezato da quel viso umano, +Morte me donarò con la mia mano. + +Ahi sventurato! Se forse Rainaldo +Trova nel bosco la vergine bella, +Ché ben cognosco io come l'è ribaldo, +Giamai di man non gli uscirà polcella. +Forse gli è mo ben presso il viso saldo! +Ed io, come dolente feminella, +Tengo la guancia posata alla mano, +E sol me aiuto lacrimando in vano. + +Forse ch'io credo tacendo coprire +La fiamma che me rode il core intorno? +Ma per vergogna non voglio morire. +Sappialo Dio ch'allo oscurir del giorno +Sol di Parigio mi voglio partire, +Ed andarò cercando il viso adorno, +Sin che lo trovo, e per state e per verno, +E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno." + +Così dicendo dal letto si leva, +Dove giaciuto avea sempre piangendo; +La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva, +E su e giù si va tutto rodendo. +Uno atimo cento anni li rileva, +Or questo avviso or quello in sé facendo. +Ma come gionta fu la notte scura, +Nascosamente veste l'armatura. + +Già non portò la insegna del quartero, +Ma de un vermiglio scuro era vestito. +Cavalca Brigliadoro il cavalliero, +E soletto alla porta se ne è gito. +Non sa de lui famiglio, né scudero; +Tacitamente è della terra uscito. +Ben sospirando ne andava il meschino, +E verso Ardena prese il suo cammino. + +Or son tre gran campioni alla ventura: +Lasciali andar, che bei fati farano, +Rainaldo e Orlando, ch'è di tanta altura, +E Feraguto, fior d'ogni pagano. +Tornamo a Carlo Magno, che procura +Ordir la giostra, e chiama il conte Gano, +Il duca Namo e lo re Salamone, +E del consiglio ciascadun barone. + +E disse lor: - Segnori, il mio parere +È che il giostrante ch'al rengo ne viene, +Contrasti ciascaduno al suo potere, +Sin che fortuna o forza lo sostiene; +E 'l vincitor dipoi, come è dovere, +Dello abbattuto la sorte mantiene, +Sì che rimanga la corona a lui, +O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. - + +Ciascuno afferma il ditto de Carlone, +Sì come de segnore alto e prudente: +Lodano tutti quella invenzïone. +L'ordine dasse: nel giorno seguente +Chi vôl giostrar se trovi su l'arcione. +E fu ordinato che primieramente +Tenesse 'l rengo Serpentino ardito +A real giostra dal ferro polito. + +Venne il giorno sereno e l'alba gaglia: +Il più bel sol giamai non fu levato. +Prima il re Carlo entrò ne la travaglia, +Fuor che de gambe tutto disarmato, +Sopra de un gran corsier coperto a maglia, +Ed ha in mano un bastone e il brando a lato. +Intorno a' pedi aveva per serventi +Conti, baroni e cavallier possenti. + +Eccoti Serpentin che al campo viene, +Armato e da veder meraviglioso: +Il gran corsier su la briglia sostiene; +Quello alcia i piedi, de andare animoso. +Or qua, or là la piaza tutta tiene, +Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso; +Ringe il feroce e non ritrova loco, +Borfa le nari e par che getti foco. + +Ben lo somiglia il cavalliero ardito, +Che sopra li venìa col viso acerbo; +Di splendide arme tutto era guarnito, +Nello arcion fermo e ne l'atto superbo. +Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito; +Di tal valor si mostra e di tal nerbo, +Che ciascadun ben iudica a la vista, +Che altri che lui quel pregio non acquista. + +Per insegna portava il cavalliero +Nel scudo azuro una gran stella d'oro; +E similmente il suo ricco cimiero, +E sopravesta fatta a quel lavoro, +La cotta d'arme e il forte elmo e leggiero +Eran stimati infinito tesoro; +E tutte quante l'arme luminose +Frixate a perle e pietre precïose. + +Così prese l'arengo quel campione, +E poi che l'ebbe intorno passeggiato, +Fermosse al campo, come un torrïone. +Ma già suonan le trombe da ogni lato; +Entrono giostratori a ogni cantone, +L'un più che l'altro riccamente armato, +Con tante perle e oro e zoie intorno, +Che il paradiso ne sarebbe adorno. + +Colui che vien davanti, è paladino; +Porta nel blavo la luna de argento, +Sir di Bordella, nomato Angelino, +Maestro di guerra e giostra e torniamento. +Subitamente mosse Serpentino, +Con tal velocità che parve un vento. +Da l'altra parte, menando tempesta, +Viene Angelino, e pone l'asta a resta. + +Là dove l'elmo al scudo se confina, +Ferì Angelino a Serpentino avante; +Ma non se piega adietro, anze se china +Adosso al colpo il cavalliero aitante, +E lui la vista incontra in tal ruina, +Che il fe' mostrare al cielo ambe le piante. +Levasi il grido in piaza, ogni om favella +Che 'l pregio al tutto è di quel dalla Stella. + +Ora se mosse il possente Ricardo, +Che signoreggia tutta Normandia. +Un leon d'oro ha quel baron gagliardo +Nel campo rosso, e ben ratto venìa. +Ma Serpentino a mover non fu tardo, +E rescontrollo a mezo della via, +Dandogli un colpo de cotanta pena, +Che il capo gli fe' batter su l'arena. + +O quanto Balugante se conforta, +Veggendo al figliol sì franca persona! +Or vien colui che i scacchi al scudo porta, +E d'oro ha sopra l'elmo la corona: +Re Salamone, quella anima acorta. +Stretto a la giostra tutto se abandona; +Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere, +E lui getta per terra e il suo destriere. + +Astolfo alla sua lancia diè de piglio, +Quella che l'Argalia lasciò su il prato. +Tre pardi d'oro ha nel campo vermiglio, +Ben ne venìa su l'arcione assettato. +Ma egli incontrò grandissimo periglio, +Ché il destrier sotto li fu trabuccato. +Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede, +E dislocosse ancora il destro piede. + +Spiacque a ciascuno del caso malvaggio, +E forse più che a gli altri a Serpentino, +Perché sperava gettarlo al rivaggio; +Ma certamente era falso indovino. +Il duca fu portato al suo palaggio, +E ritornògli il spirto pelegrino; +E similmente il piede dislocato +Gli fu raconcio e stretto e ben legato. + +E benché Serpentin tanto abbia fatto, +Danese Ogier di lui non ha spavento. +Mosse il destrier sì furïoso e ratto, +Quale è nel mar di tramontana il vento. +Era la insegna del guerrero adatto +Il scudo azzurro e un gran scaglion d'argento; +Un basalisco porta per cimero +Di sopra a l'elmo lo ardito guerrero. + +Suonâr le trombe: ogni om sua lancia aresta +E vengonsi a ferir quei duo campioni. +Non fu quel giorno botta sì rubesta, +Ché parve nel colpir scontro de troni. +Danese Ogieri con molta tempesta +Ruppe di Serpentin ambi li arcioni: +E per la groppa del destrieri il mena, +Sì che disteso il pose in su l'arena. + +Così rimase vincitore al campo +Il forte Ogieri, e la renga difende. +Re Balugante par che meni vampo, +Sì la caduta del figliol lo offende. +Anco egli ariva pur a quello inciampo, +Perché il Danese per terra il distende. +Ora si move il giovine Isolieri: +Bene è possente e destro cavallieri. + +Era costui di Feragù germano; +Tre lune d'oro avea nel verde scudo. +Mosse 'l destriero, e la lancia avea in mano: +Nel corso l'arestò quel baron drudo. +Il pro' Danese lo mandò su 'l piano +De un colpo tanto dispietato e crudo, +Che non se avede se gli è morto o vivo, +E ben sette ore stie' del spirto privo. + +Gualtiero da Monleon dopo colui +Fu dal Danese per terra gettato. +Un drago era la insegna di costui, +Tutto vermiglio nel campo dorato. +- Deh non facciamo la guerra tra nui, - +Diceva Ogieri - o popol battizato! +Ch'io vedo caleffarci a' Saracini, +Perché facciamo l'un l'altro tapini. - + +Spinella da Altamonte fu un pagano, +Ch'era venuto a provar sua persona +A questa corte del re Carlo Mano: +Nel scudo azuro ha d'oro una corona. +Questo fu messo dal Danese al piano. +Or Matalista al tutto se abandona: +Fratello è questo a Fiordespina bella, +Ardito, forte e destro su la sella. + +Costui portava il scudo divisato +Di bruno e d'oro, e un drago per cimiero; +E cadde sopra al campo riversato. +A vota sella ne andò il suo destriero. +Mosse Grandonio, il cane arabïato: +Aiuti Ogieri Iddio, ché gli è mistiero! +Ché in tutto il mondo, per ogni confino, +Non è di lui più forte Saracino. + +Avea quel re statura de gigante, +E venne armato sopra a un gran ronzone; +Il scudo negro portava davante, +E d'ôr scolpito ha quel dentro un Macone. +Non vi fu Cristïan tanto arrogante +Che non temesse di quel can felone: +Gan da Pontier, come lo vide in faza, +Nascosamente uscì fuor della piaza. + +Il simil fe' Macario de Lusana, +E Pinabello e il conte de Altafoglia, +Né già Falcon da gli altri se alontana: +Parli mille anni che de qui se toglia. +Sol della gesta perfida e villana +Grifon rimase fermo in su la soglia, +O virtute o vergogna che il rimorse, +O che al partir degli altri non se accorse. + +Ora torniamo a quel pagano orribile, +Che per il campo tal tempesta mena. +La sua possanza par cosa incredibile; +Porta per lancia un gran fusto de antena. +Né di lui manco è il suo corsier terribile, +Che nella piazza profonda l'arena, +Rompe le pietre, fa tremar la terra, +Quando nel corso tutto se disserra. + +Con questa furia andò verso il Danese, +E proprio a mezo il scudo l'ha colpito: +Tutto lo spezza, e per terra il distese +Col suo destriero insieme e sbalordito. +Il duca Naimo sotto il braccio il prese, +E con lui fuor del campo si ne è gito; +E fêgli medicare e braccio e petto, +Che più che un mese poi stette nel letto. + +Grande fu il crido per tutta la piaza, +E più de gli altri i Saracin se odirno. +Grandonio al rengo superbo minaza, +Ma non per questo gli altri isbigotirno. +Turpin di Rana adosso a lui si caza, +E nel mezo del corso se colpirno; +Ma il prete uscì de arcion con tal martìre, +Che ben fu presso al ponto del morire. + +Astolfo ne la piaza era tornato +Sopra a un portante e bianco palafreno; +Non avea arme, fuor che 'l brando a lato, +E tra le dame, con viso sereno, +Piacevolmente s'era solacciato, +Come quel che de motti è tutto pieno. +Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone +Fu da Grandonio messo in sul sabbione. + +Era costui di casa di Maganza, +Che porta in scudo azuro un falcon bianco. +Crida Grandonio con molta arroganza: +- O Cristïani, è già ciascadun stanco? +Non gli è chi faccia più colpo de lanza? - +Allor se mosse Guido, il baron franco, +Quel de Borgogna, che porta il leone +Negro ne l'oro; e cadde dello arcione. + +Cadde per terra il possente Angelieri, +Che porta il drago a capo de donzella. +Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri, +L'un dopo l'altro fur tolti di sella. +L'acquila nera portan per cimeri, +La insegna a tutti quattro era pur quella; +Ma il scudo a scacchi d'oro e de azuro era, +Come oggi ancora è l'arma di Bavera. + +Ad Ugo di Marsilia diè la morte +Questo Grandonio, che è tanto gagliardo. +Quanto più giostra, più se mostra forte; +Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo, +Svilaneggiando Carlo e la sua corte, +Chiamando ogni cristian vile e codardo. +Ben sta turbato in faccia lo imperieri; +Eccoti gionto il marchese Olivieri. + +Parve che il ciel se aserenasse intorno, +Alla sua gionta ogni omo alciò la testa. +Venìa il marchese in atto molto adorno; +Carlo li uscitte incontra con gran festa. +Non vi sta queta né tromba, né corno, +Piccoli e grandi de cridar non resta: +- Viva Olivier, marchese di Vïena! - +Ride Grandonio e prende la sua antena. + +Or se ne va ciascun de animo acceso, +Con tanta furia quanta si può dire; +Ma chiunche guarda, attonito e suspeso, +Aspetta il colpo di quel gran ferire; +Né solo una parola avresti inteso, +Tanto par che ciascuno attento mire. +Ma nello scontro Olivier di possanza +Nel scudo ad alto li attaccò la lanza. + +Nove piastre de acciaro avea quel scudo: +Tutte le passa Olivier de Vïena. +Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo +Ben mezo il ferro gl'inchiavò con pena. +Ma quel gigante dispietato e crudo +Ferì in fronte Olivier con quella antena; +E con tanto furor di sella il caccia, +Che andò longe al destrier ben sette braccia. + +Ogni om crede di certo che 'l sia morto, +Perché l'elmo per mezo era partito, +E ciascadun che l'ha nel viso scorto, +Giura che il spirto al tutto se n'è gito. +Oh quanto Carlo Magno ha disconforto! +E piangendo dicea: - Baron fiorito, +Onor della mia corte, figliol mio, +Come comporta tanto male Iddio? - + +Se quel pagano in prima era superbo, +Or non se può se stesso supportare, +Cridando a ciascadun con atto acerbo: +- O paladini, o gente da trincare, +Via alla taverna, gente senza nerbo! +Io de altro che di coppa so giuocare. +Gagliarda è questa Tavola Ritonda, +Quando minaccia e non vi è chi risponda! - + +Quando il re Carlo intende tanto oltraggio, +E di sua corte così fatto scorno, +Turbato nella vista e nel coraggio, +Con gli occhi accesi se guardava intorno. +- Ove son quei che me dièn fare omaggio, +Che m'hanno abandonato in questo giorno? +Ov'è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo? +Ove ene Orlando, traditor bastardo? + +Figliol de una puttana, rinegato! +Che, stu ritorni a me, poss'io morire, +Se con le proprie man non t'ho impiccato! - +Questo e molt'altro il re Carlo ebbe a dire. +Astolfo, che di dietro l'ha ascoltato, +Occultamente se ebbe a dispartire, +E torna a casa, e sì presto si spaccia, +Che in un momento gionse armato in piaccia. + +Né già se crede quel franco barone +Aver vittoria contra del pagano, +Ma sol con pura e bona intenzïone +Di far il suo dover per Carlo Mano. +Stava molto atto sopra dello arcione, +E somigliava a cavallier soprano; +Ma color tutti che l'han cognosciuto, +Diceano: - Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! - + +Chinando il capo in atto grazïoso +Davante a Carlo, disse: - Segnor mio, +Io vado a tuor d'arcion quello orgoglioso, +Poi ch'io comprendo che tu n'hai desio. - +Il re, turbato d'altro e disdegnoso, +Disse: - Va pur, ed aiuteti Iddio! - +E poi, tra' soi rivolto, con rampogna +Disse: - E' ci manca questa altra vergogna. - + +Astolfo quel pagano ha minacciato +Menarlo preso e porlo in mar al remo, +Onde il gigante sì forte è turbato, +Che cruccio non fu mai cotanto estremo. +Nell'altro canto ve averò contato, +Se sia concesso dal Segnor supremo, +Gran meraviglia e più strana ventura +Ch'odisti mai per voce, o per scrittura. + +Canto terzo + +Segnor, nell'altro canto io ve lasciai +Sì come Astolfo al Saracin per scherno +Dicea: - Briccone, non te vantarai, +Se forse non te vanti ne l'inferno, +Di tanti alti baron che abattuto hai. +Sappi, come io te piglio, io ti governo +Nella galea. Poi che sei gigante, +Farotte onore, e serai baiavante. - + +Il re Grandonio, che sempre era usato +Dire onta ad altri, e mai non l'ascoltare, +Per la grande ira tanto fu gonfiato, +Quanto non gonfia il tempestoso mare +Alor che più dal vento è travagliato +E fa il parone ardito paventare. +Tanto Grandonio se turba e tempesta, +Battendo e denti e crollando la testa, + +Soffia di sticcia che pare un serpente, +Ed ebbe Astolfo da sé combiatato; +E rivoltato nequitosamente, +Arresta quel gran fusto e smisurato; +E ben se crebbe lui certanamente +Passarlo tutto, insin da l'altro lato, +O de gettarlo morto in sul sabbione, +O trarlo in duo cavezzi de l'arcione. + +Or ne viene il pagano furïoso. +Astolfo contra lui è rivoltato, +Pallido alquanto e nel cor pauroso, +Bench'al morir più che a vergogna è dato. +Così con corso pieno e ruïnoso +Se è un barone e l'altro riscontrato. +Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso +Alla caduta qual fu quel fraccasso. + +Levosse un grido tanto smisurato, +Che par che 'l mondo avampi e il cel ruini. +Ciascun ch'è sopra a' palchi, è in piè levato, +E cridan tutti, grandi e piccolini. +Ogni om quanto più può s'è là pressato. +Stanno smariti molto i Saracini; +L'imperator, che in terra il pagan vede, +Vedendol steso a gli occhi soi non crede. + +Nella caduta che fece il gigante, +Perché egli uscì d'arcion dal lato manco, +Quella ferita ch'egli ebbe davante, +Quando scontrosse col marchese franco, +Tanto s'aperse, che questo africante +Rimase in terra tramortito e bianco, +Sprizzando il sangue fuor con tanta vena, +Che una fontana più d'acqua non mena. + +Chi dice che la botta valorosa +De Astolfo il fece, ed a lui dànno il lodo. +Altri pur dice il ver, come è la cosa. +Chi sì, chi no, ciascun parla a suo modo. +Fu via portato in pena dolorosa +Il re Grandonio; il qual, sì com'io odo, +Occise Astolfo al fin per tal ferita, +Benché ancor lui quel dì lasciò la vita. + +Stavasi Astolfo nel rengo vincente, +Ed a se stesso non lo credea quasi. +Eraci ancor della pagana gente +Duo cavallier solamente rimasi, +Di re figlioli, e ciascadun valente, +Giasarte il bruno e 'l biondo Pilïasi. +Il padre de Giasarte avea acquistata +Tutta l'Arabia per forza de spata. + +Ma quel de Pilïasi la Rossìa +Tutta avea presa, e sotto Tramontana +Tenea gran parte de la Tartaria, +E confinava al fiume della Tana. +Or, per non far più longa diceria, +Sol questi duo della fede pagana +Giostrorno con Astolfo, e in breve dire +L'un dopo l'altro per terra fe' gire. + +In questo un messo venne al conte Gano, +Dicendo che Grandonio era abbattuto. +Lui creder non può mai che quel pagano +Sia per Astolfo alla terra caduto; +Anci pur stima e rendesi certano, +Che qualche caso strano intervenuto +A quel gigante, fuor d'ogni pensata, +Sia stato la cagion di tal cascata. + +Onde se pensa lui mo d'acquistare +Di quella giostra il trïonfale onore; +E per voler più bella mostra fare, +Con pompa grande e con molto valore, +Undeci conti seco fece armare, +Ché di sua casa n'avea tratto il fiore. +Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo +Fa molta scusa del suo gionger tardo. + +O sì o no che Carlo l'accettasse, +Io nol so dir; pur gli fe' bona ciera. +Parme che Gano ad Astolfo mandasse; +Poi che non gli è pagano alla frontera, +Che la giostra tra lor se terminasse; +Perché, essendo valente come egli era, +Dovea agradir quante più gente vano +A riscontrarlo, per gettarli al piano. + +Astolfo, che è parlante di natura, +Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano: +Tra un Saracino e lui non pongo cura, +Ché sempre il stimai peggio che pagano, +De Dio nimico e d'ogni creatura, +Traditor, falso, eretico e villano. +Venga a sua posta, ch'io il stimo assai meno +Che un sacconaccio di letame pieno. - + +Il conte Gano che ode quella ingiuria, +Nulla risponde; ma tutto fellone +Verso de Astolfo se ne va con furia; +E fra se stesso diceva: "Giottone! +Io te farò di zanze aver penuria." +Ben se crede gettarlo dello arcione, +Perché ciò far non gli era cosa nova, +Ed altre volte avea fatto la prova. + +Or non andò come si crede il fatto: +Gano le spalle alla terra mettia. +Macario dopo lui si mosse ratto, +E fe', cadendo, a Gano compagnia. +- Potrebbe fare Iddio, che questo matto - +Diceva Pinabello - a cotal via +Vergogna tutta casa di Magancia? - +Così dicendo arresta la sua lancia. + +Questo ancor cadde con molta tempesta. +Non dimandar se Astolfo si dimena, +Forte gridando: - Maledetta gesta, +Tutti alla fila vi getto a l'arena. - +Conte Smiriglio una grossa asta arresta, +Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena, +Che fo portato per piede e per mano. +Oh quanto se lamenta il conte Gano! + +Questo surgendo, diceva Falcone: +- Ha la fortuna in sé tanta nequizia? +Può farlo il celo che questo buffone +Oggi ce abbatta tutti con tristizia? - +Nascosamente sopra dello arcione +Legar si fece con molta malizia, +E poi ne viene Astolfo a ritrovare: +Legato è in sella, e già non può cascare. + +Proprio alla vista il duca l'incontrava, +Ed hallo in tal maniera sbarattato, +Che ora da un canto, or da l'altro pigava, +Sì come al tutto de vita passato. +Ogni omo attende se per terra andava. +Alcun se avidde che gli era legato, +Unde levosse subito il rumore: +- Dàgli, ché gli è legato il traditore. - + +Fu via menato con molta vergogna +De tutti e suoi, e con suo gran tormento. +Non vi vo' dir se 'l conte Gano agogna. +Astolfo crida con molto ardimento: +- Venga chi vôl ch'io gli gratti la rogna, +E legase pur ben, ch'io son contento; +Perché legato, senza alcuna briga, +Meglio che sciolto, il paccio si castiga. - + +Anselmo della Ripa, il falso conte, +Nella sua mente avea fatto pensieri +Di vendicarse a inganno di tante onte: +Che, come Astolfo colpisce primeri, +Esso improviso riscontrarlo a fronte. +A lui davanti va il conte Raineri, +Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è di spalle: +Credese ben mandare Astolfo a valle. + +Astolfo con Raineri è riscontrato. +A gambe aperte il trasse dello arcione; +E non essendo ancor ben rassettato +Pel colpo fatto, sì come è ragione, +Anselmo de improviso l'ha trovato, +Con falso inganno e molta tradigione, +Avvengaché sì fece quel malvaso, +Che non apparve voluntà, ma caso. + +Nulla di manco Astolfo andò pur gioso; +Sopra la sabbia distese la schena. +Pensati voi se ne fo doloroso: +Ché, come in piedi fu dricciato apena, +Trasse la spada irato e disdegnoso, +E quella intorno fulminando mena +Contra di Gano e di tutta sua gesta. +Gionse a Grifone, e dàgli in su la testa. + +Da morte il campò l'elmo acciarino. +Or se comincia una gran ciuffa in piaccia, +Perché Gaino, Macario ed Ugolino +Adosso a Astolfo con l'arme se caccia. +Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino +Di darli aiuto ciascun se procaccia; +Di qua, di là se ingrossa più la gente. +Gionse il re Carlo a questo inconveniente, + +Dando gran bastonate a questo e quello, +Che a più di trenta ne ruppe la testa. +- Chi fu quel traditor, chi fu il ribello, +Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? - +Volta il corsiero in mezzo a quel trapello, +Né di menar per questo il baron resta. +Ciascun fa largo a l'alto imperatore, +O li fugge davanti, o fagli onore. + +Dicea lui a Gano: - Ahimè! che cosa è questa? - +Dicea ad Astolfo: - Or diessi così fare? - +Ma quel Grifon che avea rotta la testa, +Se andò davanti a Carlo a ingenocchiare, +E con voce angosciosa, alta e molesta, +- Iustizia! - forte comincia a cridare +- Iustizia, segnor mio, magno e preziato, +Ch'io sono in tua presenzia assassinato. + +Sappi, segnor, da tutta questa gente, +Ch'io te ne prego, come il fatto è andato; +E, stu ritrovi che primeramente +Fosse lo Anglese da mi molestato, +Chiamomi il torto, e stommi pacïente: +Su questa piazza voglio esser squartato. +Ma se il contrario sua ragione agreva, +Fa che ritorni il male onde se leva. - + +Astolfo era per ira in tanto errore, +Che non stima de Carlo la presenza; +Anci diceva: - Falso traditore, +Che sei ben nato da quella semenza! +Io te trarò del petto fora il core, +In prima che de qui facciam partenza. - +Dicea Grifone a lui: - Temote poco, +Quando seremo fuor di questo loco. + +Ma qui me sottometto alla ragione, +Per non far disonore al segnor mio. - +Segue il duca dicendo: - Can felone, +Ladro, ribaldo, maledetto e rio. - +Turbosse ne la faccia il re Carlone, +Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio, +Se non te adusi a parlar più cortese, +Farotte costumato alle tue spese. - + +Astolfo al re non attende de niente, +Sempre parlando con più vilania, +Come colui che offeso è veramente, +Avvengaché altri ciò non intendia. +Eccoti Anselmo, il conte fraudolente, +Per mala sorte inanti gli venìa. +Più non se puote Astolfo contenire, +Ma con la spada quel corse a ferire. + +E certamente ben l'arebbe morto, +Se non l'avesse il re Carlo diffeso. +Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto, +E volse lo imperier ch'el fusse preso, +E subito al castello a furia scorto. +Nella pregion portato fu di peso, +Dove di sua paccìa buon frutto tolse, +Perché vi stette assai più che non volse. + +Or lasciamo star lui, poi che sta bene +A rispetto de' tre altri inamorati, +Che senton per Angelica tal pene, +Né giorno o notte son mai riposati. +Ciascun di lor diverso camin tiene, +E già son tutti in Ardena arivati. +Prima vi giunse il principe gagliardo, +Mercè de' sproni del destrier Bagliardo. + +Dentro alla selva il barone amoroso +Guardando intorno se mette a cercare: +Vede un boschetto d'arboselli ombroso, +Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare. +Preso alla vista del loco zoioso, +In quel subitamente ebbe ad intrare, +Dove nel mezo vide una fontana, +Non fabricata mai per arte umana. + +Questa fontana tutta è lavorata +De un alabastro candido e polito, +E d'ôr sì riccamente era adornata, +Che rendea lume nel prato fiorito. +Merlin fu quel che l'ebbe edificata, +Perché Tristano, il cavalliero ardito, +Bevendo a quella lasci la regina, +Che fu cagione al fin di sua ruina. + +Tristano isventurato, per sciagura +A quella fonte mai non è arivato, +Benché più volte andasse alla ventura, +E quel paese tutto abbia cercato. +Questa fontana avea cotal natura, +Che ciascun cavalliero inamorato, +Bevendo a quella, amor da sé cacciava, +Avendo in odio quella che egli amava. + +Era il sole alto e il giorno molto caldo, +Quando fu giunto alla fiorita riva +Pien di sudore il principe Ranaldo; +Ed invitato da quell'acqua viva +Del suo Baiardo dismonta di saldo, +E de sete e de amor tutto se priva; +Perché, bevendo quel freddo liquore, +Cangiosse tutto l'amoroso core. + +E seco stesso pensa la viltade +Che sia a seguire una cosa sì vana; +Né aprezia tanto più quella beltade, +Ch'egli estimava prima più che umana, +Anci del tutto del pensier li cade; +Tanto è la forza de quella acqua strana! +E tanto nel voler se tramutava, +Che già del tutto Angelica odïava. + +Fuor della selva con la mente altiera +Ritorna quel guerrer senza paura. +Così pensoso, gionse a una riviera +De un'acqua viva, cristallina e pura. +Tutti li fior che mostra primavera, +Avea quivi depinto la natura; +E faceano ombra sopra a quella riva +Un faggio, un pino ed una verde oliva. + +Questa era la rivera dello amore. +Già non avea Merlin questa incantata; +Ma per la sua natura quel liquore +Torna la mente incesa e inamorata. +Più cavallieri antiqui per errore +Quella unda maledetta avean gustata; +Non la gustò Ranaldo, come odete, +Però che al fonte se ha tratto la sete. + +Mosso dal loco, il cavalier gagliardo +Destina quivi alquanto riposare; +E tratto il freno al suo destrier Bagliardo, +Pascendo intorno al prato il lascia andare. +Esso alla ripa senz'altro riguardo +Nella fresca ombra s'ebbe adormentare. +Dorme il barone, e nulla se sentiva; +Ecco ventura che sopra gli ariva. + +Angelica, dapoi che fu partita +Dalla battaglia orribile ed acerba, +Gionse a quel fiume, e la sete la invita +Di bere alquanto, e dismonta ne l'erba. +Or nova cosa che averite odita! +Ché Amor vôl castigar questa superba. +Veggendo quel baron nei fior disteso, +Fu il cor di lei subitamente acceso. + +Nel pino atacca il bianco palafreno, +E verso di Ranaldo se avicina. +Guardando il cavallier tutta vien meno, +Né sa pigliar partito la meschina. +Era dintorno al prato tutto pieno +Di bianchi gigli e di rose di spina; +Queste disfoglia, ed empie ambo le mano, +E danne in viso al sir de Montealbano. + +Pur presto si è Ranaldo disvegliato, +E la donzella ha sopra a sé veduta, +Che salutando l'ha molto onorato. +Lui ne la faccia subito se muta, +E prestamente nello arcion montato +Il parlar dolce di colei rifiuta. +Fugge nel bosco per gli arbori spesso: +Lei monta il palafreno e segue apresso. + +E seguitando drieto li ragiona: +- Ahi franco cavalier, non me fuggire! +Ché t'amo assai più che la mia persona, +E tu per guidardon me fai morire! +Già non sono io Ginamo di Baiona, +Che nella selva ti venne assalire, +Non son Macario, o Gaino il traditore; +Anci odio tutti questi per tuo amore. + +Io te amo più che la mia vita assai, +E tu me fuggi tanto disdignoso? +Vòltati almanco, e guarda quel che fai, +Se 'l viso mio ti die' far pauroso, +Che con tanta ruina te ne vai +Per questo loco oscuro e periglioso. +Deh tempra il strabuccato tuo fuggire! +Contenta son più tarda a te seguire. + +Che se per mia cagion qualche sciagura +Te intravenisse, o pur al tuo destriero, +Serìa mia vita sempre acerba e dura, +Se sempre viver mi fosse mistiero. +Deh volta un poco indrieto, e poni cura +Da cui tu fuggi, o franco cavalliero! +Non merta la mia etade esser fuggita, +Anci, quando io fuggessi, esser seguìta. - + +Queste e molte altre più dolci parole +La damigella va gettando invano. +Bagliardo fuor del bosco par che vole, +Ed escegli de vista per quel piano. +Or chi saprà mai dir come si dole +La meschinella e batte mano a mano? +Dirottamente piange, e con mal fiele +Chiama le stelle, il sole e il cel crudele. + +Ma chiama più Ranaldo crudel molto, +Parlando in voce colma di pietate. +"Chi avria creduto mai che quel bel volto - +Dicea lei - fosse senza umanitate? +Già non me ha il cor amor fatto sì stolto +Ch'io non cognosca che mia qualitate +Non se convene a Ranaldo pregiato; +Pur non die' sdegnar lui de essere amato. + +Or non doveva almanco comportare +Ch'io il potessi vedere in viso un poco, +Ché forse alquanto potea mitigare, +A lui mirando, lo amoroso foco? +Ben vedo che a ragion nol debbo amare; +Ma dove è amor, ragion non trova loco, +Per che crudel, villano e duro il chiamo; +Ma sia quel che si vôle, io così l'amo." + +E così lamentando ebbe voltata +Verso il faggio la vista lacrimosa: +- Beati fior, - dicendo - erba beata, +Che toccasti la faccia grazïosa, +Quanta invidia vi porto a questa fiata! +Oh quanto è vostra sorte aventurosa +Più della mia! Che mo torria a morire, +Se sopra lui me dovesse venire. - + +Con tal parole il bianco palafreno +Dismonta al prato la donzella vaga, +E dove giacque Ranaldo sereno, +Bacia quelle erbe e di pianger se appaga, +Così stimando il gran foco far meno; +Ma più se accende l'amorosa piaga. +A lei pur par che manco doglia senta +Stando in quel loco, ed ivi se adormenta. + +Segnori, io so che vi meravigliati +Che 'l re Gradasso non sia gionto ancora +In tanto tempo; ma vo' che sappiati +Che più tre giorni non faran dimora. +Già sono in Spagna i navigli arrivati. +Ma non vo' ragionar de esso per ora, +Ché prima vo' contar ciò che è avvenuto +De' nostri erranti, e pria de Feraguto. + +Il giovanetto per quel bosco andava, +Acceso nella mente a dismisura; +Amore ed ira il petto gli infiammava. +Lui più sua vita una paglia non cura, +Se quella bella donna non trovava, +O l'Argalia dalla forte armatura; +Ché assai sua pena gli era men dispetta, +Quando con lui potesse far vendetta. + +E cavalcando con questo pensiero, +Guardandose de intorno tuttavia, +Vede dormire a l'ombra un cavalliero, +E ben cognosce ch'egli è l'Argalia. +Ad un faggio è legato il suo destriero. +Feragù prestamente il dissolvia, +Indi con fronde lo batte e minaccia, +E per la selva in abandono il caccia. + +E poi fu presto in terra dismontato, +E sotto un verde lauro ben se assetta, +Al quale aveva il suo destrier legato, +E che Argalia se svegli, attento aspetta; +Avvengaché quello animo infiammato +Male indugiava a far la sua vendetta; +Ma pur tra sé la collera rodìa, +Parendoli il svegliarlo vilania. + +Ma in poco d'ora quel guerrer fu desto, +E vede che fuggito è il suo destriero. +Ora pensati quanto gli è molesto, +Poi che de andare a piè gli era mestiero. +Ma Feraguto a levarse fu presto, +E disse: - Non pensare, o cavalliero, +Ché qui convien morire o tu, o io: +Di quei che campa serà il destrier mio. + +Lo tuo disciolsi per tuorti speranza +Di potere altra volta via fuggire; +Sì che col petto mostra tua possanza, +Ché nelle spalle non dimora ardire. +Tu me fuggesti e facesti mancanza, +Ma ben mi spero fartene pentire. +Esser gagliardo e diffenderti bene, +Se non, lassar la vita te conviene. - + +Diceva l'Argalia: - Scusa non faccio, +Che 'l mio fuggir non fosse mancamento; +Ma questa man ti giuro, e questo braccio, +E questo cor che nel petto mi sento, +Ch'io non fuggiti per battaglia saccio, +Né doglia, né stracchezza, né spavento, +Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere +Per far a mia sorella quel piacere. + +Sì che prendila pur come ti piace, +Che a te sono io bastante in ogni lato. +Sia a tuo piacere la guerra e la pace, +Che sai ben che altra volta io te ho anasato. - +Così parlava il giovanetto audace; +Ma Feraguto non è dimorato, +Forte cridando con voce de ardire: +- Da me ti guarda! - e vennelo a ferire. + +L'un contra l'altro de' baron se mosse, +Con forza grande e molta maistria. +Il menar delle spade e le percosse +Presso che un miglio nel bosco se odìa. +Or l'Argalia nel salto se riscosse, +Con la spada alta quanto più potia, +Fra sé dicendo: "Io nol posso ferire, +Ma tramortito a terra il farò gire." + +Menando il colpo l'Argalia minaccia, +Che certamente l'averia stordito; +Ma Feraguto adosso a lui se caccia, +E l'un con l'altro presto fu gremito. +Più forte è lo Argalia molto di braccia, +Più destro è Feraguto e più espedito. +Or alla fin, non pur così di botto, +Feragù l'Argalia messe di sotto. + +Ma come quel che avea possanza molta, +Tenendo Feragù forte abracciato +Così per terra di sopra se volta, +Battelo in fronte col guanto ferrato. +Ma Feragù la daga avea in man tolta, +E sotto al loco dove non è armato, +Per l'anguinaglia li passò al gallone. +Ah, Dio del cel, che gran compassïone! + +Ché se quel giovanetto aveva vita, +Non serìa stata persona più franca, +Né di tal forza, né cotanto ardita: +Altro che nostra Fede a quel non manca. +Or vede lui che sua vita ne è gita; +E con voce angosciosa e molto stanca +Rivolto a Feragù disse: - Un sol dono +Voglio da te, dapoi che morto sono. + +Ciò te dimando per cavalleria: +Baron cortese, non me lo negare! +Che me con tutta l'armatura mia +Dentro d'un fiume tu debbi gettare, +Perché io son certo che poi si diria, +Quando altro avesse queste arme a provare: +Vil cavallier fu questo e senza ardire, +Che così armato se lasciò morire. - + +Piangea con tal pietate Feraguto, +Che parea un giaccio posto al caldo sole, +E disse a l'Argalia: - Baron compiuto, +Sappialo Iddio di te quanto mi dole. +Il caso doloroso è intravenuto: +Sia quel che 'l celo e la fortuna vôle. +Io feci questa guerra sol per gloria: +Non tua morte cercai, ma mia vittoria. + +Ma ben di questo te faccio contento: +A te prometto sopra la mia Fede, +Che andarà il tuo volere a compimento, +E se altro posso far, comanda e chiede. +Ma perch'io sono in mezo al tenimento +De' Cristïani, come ciascun vede, +E sto in periglio, s'io son cognosciuto, +Baron, ti prego, dammi questo aiuto. + +Per quattro giorni l'elmo tuo mi presta, +Che poi lo gettarò senza mentire. - +Lo Argalia già morendo alcia la testa, +E parve alla dimanda consentire. +Qui stette Ferragù ne la foresta +Sin che quello ebbe sua vita a finire; +E poi che vide che al tutto era morto, +In braccio il prende quel barone acorto. + +Subito il capo gli ebbe disarmato, +Tuttor piangendo, l'ardito guerrero: +E lui quello elmo in testa se ha allacciato, +Troncando prima via tutto il cimero. +E poi che sopra al caval fu montato, +Col morto in braccio va per un sentiero +Che dritto alla fiumana il conducia; +A quella giunto, getta l'Argalia. + +E stato un poco quivi a rimirare, +Pensoso per la ripa se è aviato. +Or vogliovi de Orlando racontare, +Che quel deserto tutto avea cercato, +E non poteva Angelica trovare; +Ma crucioso oltra modo e disperato, +E biastemando la fortuna fella, +Apunto giunse dove è la donzella. + +La qual dormiva in atto tanto adorno, +Che pensar non si può, non che io lo scriva. +Parea che l'erba a lei fiorisse intorno, +E de amor ragionasse quella riva. +Quante sono ora belle, e quante fôrno +Nel tempo che bellezza più fioriva, +Tal sarebbon con lei, qual esser suole +L'altre stelle a Dïana, o lei col sole. + +Il conte stava sì attento a mirarla, +Che sembrava omo de vita diviso, +E non attenta ponto di svegliarla; +Ma fiso riguardando nel bel viso +In bassa voce con se stesso parla: +"Sono ora quivi, o sono in paradiso? +Io pur la vedo, e non è ver nïente, +Però ch'io sogno e dormo veramente." + +Così mirando quella se diletta +Il franco conte, ragionando in vano. +Oh quanto sé a battaglia meglio assetta +Che d'amar donne quel baron soprano! +Perché qualunche ha tempo, e tempo aspetta, +Spesso se trova vota aver la mano: +Come al presente a lui venne a incontrare, +Che perse un gran piacer per aspettare. + +Però che Feraguto caminando +Dietro alla riva in sul prato giongia, +E quando quivi vede il conte Orlando, +Avvengaché per lui nol cognoscia, +Assai fra sé si vien meravigliando. +Poi vede la donzella che dormia: +Ben prestamente l'ebbe cognosciuta; +Tutto nel viso e nel pensier se muta. + +Certo se crede lui, senza mancanza, +Che 'l cavallier se stia lì per guardarla; +Unde con voce di molta arroganza, +A lui rivolto, subito gli parla: +- Questa prima fu mia che la tua manza, +Però delibra al tutto de lasciarla. +Lasciar la dama o la vita con pene, +O a mi tuorla al tutto ti conviene. - + +Orlando che nel petto se rodìa +Vedendo sua ventura disturbare, +Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via, +E non voler del mal giorno cercare, +Perché io te giuro per la fede mia, +Che mai alcun non volsi ingiurïare, +Ma il tuo star qui me offende tanto forte, +Che forza mi serà darti la morte. - + +- O tu, o io si converrà partire, +Per quel ch'io odo, adunque, d'esto loco; +Ma io te acerto ch'io non me vuo' gire, +E tu non li potrai star più sì poco, +Che te farò sì forte sbigotire, +Che se dinanzi ti trovasti un foco, +Dentro da quel serai da me fuggito. - +Così parlava Feraguto ardito. + +Il conte se è turbato oltra misura, +E nel viso di sangue se è avampato. +- Io sono Orlando, e non aggio paura +Se 'l mondo fosse tutto quanto armato; +E di te tengo così poca cura +Come de un fanciullino adesso nato, +Vil ribaldello, figlio de puttana! - +Così dicendo trasse Durindana. + +Or se incomincia la maggior battaglia +Che mai più fosse tra duo cavallieri. +L'arme de' duo baroni a maglia a maglia +Cadean troncate da quei brandi fieri. +Ciascun presto spacciarse si travaglia, +Perché vedean che li facea mistieri; +Ché, come la fanciulla se svegliava, +Sua forza in vano poi se adoperava. + +Ma in questo tempo se fu risentita +La damigella da il viso sereno; +E grandemente se fu sbigotita, +Veggendo il prato de arme tutto pieno, +E la battaglia orribile e infinita. +Subitamente piglia il palafreno, +E via fuggendo va per la foresta. +Alora Orlando de ferir se arresta. + +E dice: - Cavallier, per cortesia +Indugia la battaglia nel presente, +E lasciami seguir la dama mia, +Ch'io ti serò tenuto al mio vivente; +E certo io stimo che sia gran folìa +Far cotal guerra insieme per nïente. +Colei ne è gita, che ci fa ferire: +Lascia, per Dio! ch'io la possa seguire. - + +- Non, non, - rispose crollando la testa +Lo ardito Ferragù - non gli pensare. +Stu vôi che la battaglia tra nui resta, +Convienti quella dama abandonare. +Io te fo certo che in questa foresta +Un sol de noi la converrà cercare; +E s'io te vinco, serà mio mestiero: +Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. - + +- Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, - +Rispose Orlando - per lo Dio beato! - +Ora se fece la crudel baruffa, +Come ne l'altro canto avrò contato: +Vedrete come l'un l'altro ribuffa. +Più che mai fosse, Orlando era turbato; +Di Feraguto non dico nïente, +Che mai non fu senza ira al suo vivente. + +Canto quarto + +L'altro cantar vi contò la travaglia +Che fu tra' duo baroni incominciata; +E forse un altro par di tanta vaglia +Non vede il sol che ha la terra cercata. +Orlando con alcun mai fe' battaglia +Che al terzo giorno gli avesse durata, +Se non sol duo, per quanto abbia saputo: +L'un fu don Chiaro, e l'altro Feraguto. + +Or se tornano insieme ad afrontare, +Con vista orrenda e minacciante sguardo. +Ogniun di lor più se ha a meravigliare +De aver trovato un baron sì gagliardo. +Prima credea ciascun non aver pare; +Ma quando l'uno a l'altro fa riguardo, +Iudica ben e vede per certanza +Che non v'è gran vantaggio di possanza. + +E cominciarno il dispietato gioco, +Ferendose tra lor con crudeltate. +Le spade ad ogni colpo gettan foco, +Rotti hanno i scudi e l'arme dispezzate; +E ciascadun di loro a poco a poco +Ambe le braccie se avean disarmate. +Non pôn tagliarle per la fatasone, +Ma di color l'han fatte di carbone. + +Così le cose tra quei duo ne vano, +Né v'è speranza de vittoria certa. +Eccoti una donzella per il piano, +Che de samito negro era coperta. +La faccia bella se battia con mano; +Dicea piangendo: - Misera! diserta! +Qual omo, qual Iddio me darà aiuto, +Che in questa selva io truovi Feraguto? - + +E come vide li duo cavallieri, +Col palafreno in mezo fu venuta. +Ciascun di lor contiene il suo destrieri; +Essa con riverenzia li saluta, +E disse a Orlando: - Cortese guerrieri, +A benché tu non m'abbi cognosciuta, +Né io te cognosco, per mercè te prego +Che alla dimanda mia non facci nego. + +Quel ch'io te chiedo si è che la battaglia +Sia mo compiuta, c'hai con Feraguto, +Perch'io mi trovo in una gran travaglia, +Né me è mestier d'altrui sperare aiuto. +Se la fortuna mai vorà ch'io vaglia, +Forse che un tempo ancor serà venuto +Che di tal cosa te renderò merto. +Giamai nol scordarò: questo tien certo. - + +Il conte a lei rispose: - Io son contento, +(Come colui che è pien di cortesia), +E se de oprarme te viene in talento, +Io te offerisco la persona mia; +Né me manca per questo valimento. +Abenché Feragù forse non sia, +Nulla di manco per questo mistiero +Farò quel che alcun altro cavalliero. - + +La damisella ad Orlando se inchina, +E volta a Feragù disse: - Barone, +Non me cognosci ch'io son Fiordespina? +Tu fai battaglia con questo campione, +E la tua patria va tutta in ruina; +Né sai, preso è tuo patre e Falsirone; +Arsa è Valenza e disfatta Aragona, +Ed è lo assedio intorno a Barcellona. + +Uno alto re, che è nomato Gradasso; +Qual signoreggia tutta Sericana, +Con infinita gente ha fatto il passo +Contra al re Carlo e la gente pagana. +Cristiani e Saracin mena a fracasso, +Né tregua o pace vôl con gente umana. +Discese a Zebeltaro, arse Sibilia; +Tutta la Spagna del suo foco impiglia. + +Il re Marsilio a te solo è rivolto, +E te piangendo solamente noma; +Io vidi il vecchio re battersi il volto, +E trar del capo la canuta chioma. +Vien; scodi il caro patre che ti è tolto, +E il superbo Gradasso vinci e doma. +Mai non avesti e non avrai vittoria +Che più de ora te acquisti fama e gloria. - + +Molto fu stupefatto il Saracino, +Come colui che ascolta cosa nova; +E volto a Orlando disse: - Paladino, +Un'altra volta farem nostra prova. +Ma ben te giuro per Macon divino +Che alcun simile a te non se ritrova; +E se io te vinco, io non te mi nascondo, +Ardisco a dir ch'io sono il fior del mondo. - + +Or se parton d'ensieme i cavallieri; +Orlando se dricciò verso Levante, +Ché tutto il suo disire e il suo pensieri +È di seguir de Angelica le piante; +Ma gran fatica li farà mestieri, +Perché, come se tolse a lor davante +La damigella, per necromanzia +Portata fu, che alcun non la vedia. + +Va Feraguto con molto ardimento +Per quella selva menando fracasso, +Ché ciascuna ora li parea ben cento +Di ritrovarse a fronte con Gradasso; +Però ne andava ratto come un vento. +Ma il ragionar di lui ora vi lasso, +E tornar voglio a Carlo imperatore, +Che della Spagna sente quel rumore. + +Il suo consiglio fece radunare: +Fuvi Ranaldo ed ogni paladino; +E disse loro: - Io odo ragionare, +Che, quando egli arde il muro a noi vicino, +De nostra casa debbiam dubitare. +Dico che, se Marsilio è saracino, +Ciò non attendo; egli è nostro cognato, +Ed ha vicino a Francia gionto il stato. + +Ed è nostro parere e nostra intenza +Che si li dona aiuto ad ogni modo, +Contra alla estrema ed orribil potenza +Del re Gradasso, il qual, sì come io odo, +Minaccia ancor di Francia a la eccellenza, +Né della Spagna sta contento al sodo. +Ben potemo saper che per nïente +Non fa per noi vicin tanto potente. + +Vogliamo adunque per nostra salute +Mandar cinquanta millia cavallieri; +E cognoscendo l'inclita virtute +Del pro' Ranaldo, e come è buon guerrieri, +Nostro parer non vogliam che si mute, +Ché a megliorarlo non faria mestieri: +In questa impresa nostro capitano +Sia generale il sir di Montealbano. + +Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione, +Linguadoca e Guascogna a governare, +Mentre che durarà questa tenzone; +E quei segnor con lui debbiano andare. - +Così dicendo, gli porge il bastone. +Ranaldo si ebbe in terra a ingenocchiare, +Dicendo: - Forzaromme, alto segnore, +Di farme degno di cotanto onore. - + +Egli avea pien di lacrime la faccia +Per allegrezza, e più non può parlare; +Lo imperator strettamente lo abbraccia, +E dice: - Figlio, io ti vo' racordare +Ch'io pono il regno mio nelle tue braccia, +Il quale è in tutto per pericolare. +Via se ne è gito, e non so dove, Orlando: +Il stato mio a te lo racomando. - + +Questo li disse ne l'orecchia piano. +Ciascun se va con Ranaldo allegrare: +Ivone ed Angelin, che con lui vano, +E gli altri ancor, che seco hanno a passare. +Ranaldo a tutti con parlare umano +Proferir si sapeva e ringraziare. +Subitamente se pose in vïaggio, +E fu ordinato in Spagna il suo passaggio. + +Ciascun bon cavallier, ch'è di guerra uso, +Segue Ranaldo e la Francia abandona. +Montano l'alpe, sempre andando in suso, +E già vedon fumar tutta Aragona. +Essi vargarno al passo del Pertuso, +In poco tempo gionsero a Sirona. +Il re Marsilio quivi era fermato; +Grandonio in Barcelona avea mandato, + +Per riparare al tenebroso assedio, +Benché si creda non poter giovare, +Né lui sa imaginare alcun remedio, +Che non convenga il regno abandonare; +E per malanconia e molto atedio +Sol se ne sta, né si lascia parlare. +Ora ad un tempo li viene lo aiuto +Di Carlo Magno, e gionse Feraguto. + +Era con lui già prima Serpentino, +Isoliere e Spinella e il re Morgante, +E Matalista, il franco Saracino, +Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante. +Ogni altro baron grande e piccolino, +Che al re Marsilio obediva davante, +Coi fratel Balugante e Falsirone, +Tutti son morti, o son nella pregione. + +Imperoché Gradasso smisurato, +Da poi che se partì de Sericana, +Tutto il mar de India avea conquistato, +E quella isola grande Taprobana, +La Persia con la Arabia lì da lato, +Terra de' negri, che è tanto lontana; +E mezo il mondo ha circuito in mare, +Pria che 'l stretto di Spagna abbia intrare. + +E tanta gente avea seco adunata, +E tanti re, che adesso non vi naro, +Che più non ne fu insieme alcuna fiata. +Discese in terra, e prese Zibeltaro, +Arse e disfece il regno di Granata; +Sibilia né Toledo fier' riparo. +Venne dapoi a Valenzia meschina; +Con Aragona la pose in ruina. + +Sì come io dissi, aveva in sua pregione +Ogni baron che a Marsilio obedia, +Tratti coloro de cui fei ragione, +Che dentro da Sirona seco avia, +E de Grandonio, che in opinïone +De esser ben presto preso se vedia: +Ché Barcellona da sera a matina +È combattuta, e mai non se rafina. + +Ora tornamo al re Marsilïone, +Che riceve Ranaldo a grande onore, +E molto ne ringrazia il re Carlone. +Ma Feraguto bacia con amore, +Dicendo: - Figlio, io tengo opinïone +Che la tua forza e l'alto tuo valore +Abbatterà Gradasso, quel malegno, +A noi servando il nostro antiquo regno. - + +Ordine dasse, che il giorno seguente +Se debba verso Barcellona andare, +Perché Grandonio continuamente +Con foco aiuto aveva a dimandare. +Così fôrno ordinate incontinente +Le schiere, e chi le avesse a governare. +La prima che se parte al matutino, +Guida Spinella e il franco Serpentino. + +Vinti millia guerreri è questa schiera. +Segue Ranaldo, il franco combattente: +Cinquanta millia sotto sua bandiera. +Matalista vien drieto e il re Morgante, +Con trenta millia di sua gente fiera; +Ed Isolier da poi con lo Amirante, +Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto +Trenta milliara mena Feraguto. + +Il re Marsilio l'ultima guidava, +Cinquanta millia de bella brigata. +Ciascuna schiera in ordine ne andava, +L'una da l'altra alquanto separata. +Era il sol chiaro e a l'ôra sventillava +Ogni bandiera, che è ad alto spiegata; +Sì che al calar del monte fôr vedute +Dal re Gradasso, e da' soi cognosciute. + +Quattro re chiama, e lor così ragiona: +- Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra, +Combattete alle mura Barcellona, +E questo giorno ponitele a terra. +Non vi rimanga viva una persona; +E quel Grandonio che fa tanta guerra, +Io voglio averlo vivo nelle mane +Per farlo far battaglia col mio cane. - + +Questi son de India sopra nominati. +Di negra gente seco ne avean tanti, +Quanti mai non seriano annumerati: +Ed oltra a questo duo millia elefanti, +Di torre e di castella tutti armati. +Ora Gradasso fa venirse avanti +Un gran gigante, re di Taprobana, +Che ha una giraffa sotto per alfana. + +Più brutta cosa non se vide mai +Che 'l viso di quel re, che ha nome Alfrera. +A lui disse Gradasso: - Ne anderai, +Fa che me arrechi la prima bandiera; +Tutta la gente mena, quanta n'hai. - +E poi, rivolto con la faccia altiera +Al re de Arabia, che gli è lì da lato, +(Faraldo è quel robusto nominato), + +A questo re comanda a mano a mano +Che gli meni Ranaldo per presone, +E la bandiera del re Carlo Mano: +- Ma guarda che non scampi il suo ronzone +Ch'io te faria impiccar come un villano; +Ché quel cavallo è stato la cagione +Che me ha fatto partir de Sericana, +Per aver quello e insieme Durindana. - + +Al re di Persia fa comandamento +Che prenda Matalista e il re Morgante: +Framarte è questo, il re di valimento. +Ecco il re di Macrobia, ch'è gigante, +Che tutto negro è come un carbon spento: +Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante. +Destrier non ha, ma sempre va pedone +Questo gigante, ed ha nome Orïone. + +Re de Etïopia fu un gigante arguto, +Che quasi un palmo avea la bocca grossa. +Davanti al re Gradasso fu venuto +(Balorza ha nome quel c'ha tanta possa); +Comandagli che prenda Feraguto. +Ultimamente pone alla riscossa +Li Sericani ed ogni suo barone: +Ma lui non se arma e sta nel paviglione. + +Diciamo de Marsilio e di sua gente, +Che sopra al campo vengono arivare, +Vedendo il piano de sotto patente, +Che è pien de omini armati insino al mare. +E' non credeano già primeramente +Che tanta gente potesse adunare +Il mondo tutto, quanto è quivi unita; +Né la posson stimar, perché è infinita. + +L'un campo a l'altro più se fa vicino, +Ché le bandiere a l'incontro se vano. +Ciascun dalle due parte è saracino, +Fuor che la gente del re Carlo Mano. +Spinella de Altamonte e Serpentino +Con la lor schiera son gionti nel piano; +Levasi il crido de una e d'altra gente, +Che par che il cel profondi veramente. + +Risuona il monte e tutta la rivera +Di trombe, di tamburi e d'altre voce. +Serpentin sta davanti alla frontera, +Sopra a corsier terribile e veloce. +Ora si move il gran gigante Alfrera: +Cosa non fu giamai tanto feroce, +Quanto è colui, che trenta piedi è altano +Su la zirafa, ed ha un bastone in mano. + +Di ferro è tutto quanto quel bastone: +Tre palmi volge intorno per misura. +Serpentin contra lui va di rondone +Con l'asta a resta, e già non ha paura. +Ferì il gigante e ruppe il suo troncone; +Ma quella contrafatta creatura +Ha con tal forcia Serpentin ferito, +Che lo distese in terra tramortito. + +Nulla ne cura e lascialo disteso; +Con la zirafa passa entro la schiera. +Trova Spinella, e nel braccio l'ha preso; +Via nel portò, come cosa leggiera. +Tutta la gente, di furore acceso, +Col baston batte, e branca la bandiera, +E quella al re Gradasso via mandone, +Insieme con Spinella, chi è prigione. + +Ranaldo la sua schiera avea lasciata +In man de Ivone e del fratello Alardo, +E la battaglia avea tutta guardata, +E quanto il grande Alfrera era gagliardo. +Veggendo quella gente sbarattata, +Tempo non parve a lui de esser più tardo: +Manda a dire ad Alardo che si mova; +Lui con la lancia il gran gigante trova. + +Or che li potrà far, che quel portava +Un coi' di serpa sopra la coraccia? +Ma pur con tanta furia lo inscontrava, +Che la ziraffa e lui per terra caccia. +Poi tra la schiera Bagliardo voltava, +E ben de intorno con Fusberta spaccia. +Tutti i Cristiani intanto ve arivaro; +Non vi fu a' Saracini alcun riparo. + +Vanno per la campagna in abandono; +Rotta, stracciata fu la sua bandiera, +Benché dugento millia armati sono. +Or di terra si leva il forte Alfrera, +Più terribile assai ch'io non ragiono; +Ma poi che vide in volta la sua schera, +Con la ziraffa se messe a seguire, +Non so se per voltarli o per fuggire. + +Ranaldo è con lor sempre mescolato, +Ed a destra e sinistra il brando mena; +Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato, +Le teste in l'elmi cadeno a l'arena. +Come un branco di capre disturbato, +Cotal Ranaldo avanti sé li mena: +Ora convien che 'l faccia maggior prove, +Ché il re Faraldo la sua schiera move. + +Era quel re de Arabia incoronato, +E non aveva fin la sua possanza. +Or non può suo valore aver mostrato, +Perché Ranaldo de un contro di lanza +L'ha per il petto alle spalle passato. +Tocca Bagliardo, e con molta arroganza +Dà tra gli Arabi, ché nulla li preza: +Con l'urto atterra e con la spada speza. + +Era però Ranaldo accompagnato, +Per le più volte, de assai buon guerreri; +Guizardo e Ricciardetto li era a lato, +E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri; +Ed ora Serpentino era arivato, +Chi è risentito e tornato a destrieri. +Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore; +De ogni bel colpo lui solo ha l'onore. + +Tutta la gente de li Arabi è in piega, +Gambili e dromendarii a terra vano; +Ranaldo li cacciò più de una lega. +Or vien Framarte, il gran re persïano, +La sua bandiera d'oro al vento spiega, +Ben lo adocchia il segnor di Montealbano. +Adosso a lui con la lancia se caccia; +Dopo le spalle il passa ben tre braccia. + +Quel gran re cade morto alla pianura, +Fuggeno i suoi per la campagna aperta. +Ranaldo mena colpi a dismisura: +Non dimandar se 'l frappa con Fusberta. +Ecco Orïone, la sozza figura; +Mai non fu visto cosa più deserta: +Negro fra tutti, e nulla porta indosso, +Ma la sua pelle è dura più che un osso. + +Venne il gigante nudo alla battaglia, +Uno arbor avea in mano il maledetto; +Tutta la schiera de' Cristian sbaraglia, +Non ve ha diffesa scudo o bacinetto. +Avea d'intorno a sé tanta canaglia, +Che per forza Ranaldo fu costretto +Ritrarsi alquanto e suonare a ricolta, +Per ritornar più stretto l'altra volta. + +Ma mentre con li altri se consiglia, +Ed halli il suo partito dimostrato, +E già la lancia su la cossa piglia, +Giunse l'Alfrera, quello ismisurato, +Con tanta gente, che è una meraviglia. +Ed eccoti arivar da l'altro lato +L'alto Balorza; e tanta gente viene, +Che in ogni verso sette miglia tiene. + +Venian cridando con tanto rumore, +Che la terra tremava e il celo e il mare. +Ivone e Serpentino e ogni segnore +Dicean che aiuto si vôl domandare. +Dicea Ranaldo: - E' non serebbe onore. +Voi vi potete adietro retirare: +Ed io soletto, come io son, mi vanto +Metter quel campo in rotta tutto quanto. - + +Né più parole disse il cavalliero, +Ma strenge i denti e tra color se caccia; +Rompe la lancia lo ardito guerriero, +Poi con Fusberta se fa far tal piaccia, +Che aiuto de altri non li fa mestiero; +E con voce arrogante li minaccia: +- Via! populaccio vil, senza governo! +Che tutti ancòi vi metto nello inferno. - + +Il re Marsilio da il monte ha veduto +Movere a un tratto cotanta canaglia; +Per un suo messo dice a Ferraguto +Che ogni sua schiera meni alla battaglia. +Ranaldo già de vista era perduto: +Lui tra la gente saracina taglia, +Tutta la sua persona è sanguinosa; +Mai non se vide più terribil cosa. + +Or si comincia la battaglia grossa. +A tutti Feraguto vien davante: +Giamai non fu pagan di tanta possa. +Isolier, Matalista e il re Morgante, +Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l'ossa. +L'Argalifa vien drieto e lo Amirante; +Prima entrato era Alardo e Serpentino, +Ivone e Ricciardetto ed Angelino. + +Il re Balorza, con la faccia scura, +Ne porta sotto il braccio Ricciardetto; +Combatte tutta fiata, e non ha cura +De aver nel braccio manco il giovanetto. +Ogniun ben de aiutarlo se procura, +Ma il gigante il porta al lor dispetto. +Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno: +Esso de tutti fa gran beffe e scorno. + +Il terribile Alfrera avea levato, +Al suo dispetto, Isolier dello arcione. +Feraguto li è sempre nel costato, +Né vôl che 'l porta senza questïone. +Vero è che 'l suo destriero è spaventato, +Né può accostarse con nulla ragione: +Per la ziraffa, lo animal diverso, +Fugge il cavallo indrieto ed a traverso. + +Il crudel Orïone alcun non piglia, +Ma con l'arbore occide molta gente, +E petto e faccia ha di sangue vermiglia; +Lancie, né spade non cura nïente, +Ché la sua pelle a uno osso se assomiglia. +Ora tornamo a Ranaldo valente, +Che forte se conturba nello aspetto, +Perché Balorza porta Ricciardetto. + +Se or non mostra Ranaldo il suo valore, +Giamai nol mostrarà il barone accorto; +Ché a Ricciardetto porta tanto amore, +Che per camparlo quasi serìa morto. +Dente con dente batte a gran furore, +L'uno e l'altro occhio nella fronte ha torto. +Ma al presente io lascio sua battaglia, +Per ricontarvi un'altra gran travaglia. + +Io ve contai pur mo che in Barcellona +Stava Grandonio, e facea gran diffesa; +Come a quei de India e soi re de corona +Fo comandato che l'avesser presa. +Turpin di questa cosa assai ragiona, +Perché non fu giamai più cruda impresa. +Forte è la terra, intorno ben murata; +Or se è la gran battaglia incominciata. + +Da mezodì, dove la batte il mare, +Era ordinato un naviglio infinito; +Da terra gli elefanti hanno a menare, +Di torre e di beltresche ogniom guarnito. +Fanno quei Negri sì gran saettare, +Che ciascun nella terra è sbigottito; +Ogni om s'asconde e fugge per paura, +Grandonio solo appar sopra alle mura. + +Comincia il crido orribile e diverso, +Ed alle mura s'accosta la gente. +Non è Grandonio già per questo perso, +Ma se diffende nequitosamente; +Tira gran travi dritto ed a traverso; +Pezzi di torre e merli veramente, +Colonne integre lancia quel gigante; +Ad ogni colpo atterra uno elefante. + +E va d'intorno facendo gran passo, +Salta per tutto quasi in un momento; +Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso, +Getta gran foco con molto spavento; +Perché la gente, che era gioso al basso, +Che e soi fatti vedea e suo ardimento, +Solfo gli dànno con pegola accesa; +Lui tra' la vampa fuora alla distesa. + +Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo, +Che nella mente tutto se rodia; +Tanto è di scoter Ricciardetto caldo, +Che se dispera e non trova la via. +Quel gran gigante sta lì fermo e saldo, +E un gran baston di ferro in man tenìa; +Armato è tutto da capo alle piante, +E per destriero ha sotto uno elefante. + +Or non gli vale il furïoso assalto, +Non vale a quel barone esser gagliardo, +Però che non puotea gionger tanto alto. +Subitamente smonta di Baiardo, +E nella croppa se gitta d'un salto +A quel gigante, che non gli ha riguardo; +L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia, +Né pone indugia che 'l colpo ridoppia. + +Par che si batta un ferro alla fucina; +Quella gran testa in due parte disserra. +Cadde 'l gigante con tanta roina, +Che a sé d'intorno fie' tremar le terra. +Or ne fugge la gente saracina, +Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra, +Come la lepre fugge avanti al pardo: +Stretti gli caccia quel baron gagliardo. + +Aveva Feraguto tuttavia +Più de quattro ore cacciato l'Alfrera; +Ardea ne gli occhi pien de bizaria, +Perché non trova modo, né maniera +Per la quale Isolier riscosso sia. +Quella ziraffa, contraffatta fera, +Via ne lo porta, correndo il trapasso; +E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso. + +Ferragù segue dentro al paviglione. +L'Alfrera, che se vide al ponto stretto, +Getta Isoliero e mena del bastone, +Ed ebbel gionto sopra al bacinetto, +E sbalordito il fe' cader de arcione: +Quel gran gigante li fu presto al petto. +Così fu preso l'ardito guerreri. +Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri. + +Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore, +Che nostra gente è rotta ad ogni modo, +Ché quel Ranaldo è di troppo valore. +Mal volentiera un tuo nemico lodo; +Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore, +E poco d'ora fa, sì come io odo, +Partì la testa al gigante Balorza; +Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza. + +A chi te piace de' tuoi ne dimanda, +Benché anch'io sappia della sua possanza, +Ché 'l re Faraldo d'una ad altra banda +Vidi io passato d'un scontro de lanza. +Il re di Persia a Macon racomanda, +Che fu pur gionto a simigliante danza. +Debb'io tacer di me, che andai per terra, +Che mai non mi intervenne in altra guerra? - + +Dicea Gradasso: - Può questo Iddio fare, +Che quel Ranaldo sia tanto potente? +Chi me volesse del cel coronare +(Perché la terra io non stimo nïente), +Non me potrebbe al tutto contentare, +S'io non facessi prova de presente, +Se quel barone è cotanto gagliardo +Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. - + +Così dicendo chiede l'armatura, +Quella che prima già portò Sansone. +Non ebbe il mondo mai la più sicura; +Da capo a piedi se arma il campïone. +Ecco la gente fugge con paura, +Dietro gli caccia quel figlio d'Amone. +Non pô Gradasso star sì poco saldo, +Che dentro al pavaglion serà Ranaldo. + +Più non aspetta, e salta su l'alfana. +Questa era una cavalla smisurata: +Mai non fu bestia al mondo più soprana; +Come Baiardo proprio era intagliata. +Ecco Ranaldo, che gionge alla piana, +In mezo della gente sbaratata. +Oh quanto ben d'intorno il camin spaza, +Troncando busti e spalle e teste e braza! + +Ora se move il forte re Gradasso +Sopra l'alfana, con tanta baldanza, +Che tutto il mondo non stimava un asso. +Verso Ranaldo bassava la lanza, +E nel venir menava tal fraccasso, +Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza. +Sedeci piedi salì suso ad alto; +Non fo mai visto il più mirabil salto. + +Il re Gradasso assai si meraviglia, +Ma mostra non curare, e passa avante; +Tutta la gente sparpaglia e scombiglia, +Per terra abbatte Ivone e il re Morgante. +L'Alfrera, che gli è dietro, questi piglia, +Ché sempre lo seguiva quel gigante. +Trova Spinella, Guizardo e Angelino: +Tutti gli abbatte il forte Saracino. + +Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare, +E vide quel pagan tanto gagliardo. +Una grossa asta in man se fece dare, +E poi dicea: - O destrier mio Baiardo, +A questa volta, per Dio! non fallare, +Ché qui conviensi avere un gran riguardo. +Non già, per Dio! ch'io mi senta paura; +Ma quest'è un omo forte oltra misura. - + +Così dicendo serra la visiera, +E contra al re ne vien con ardimento. +Videl Gradasso, la persona altiera: +Mai, da che nacque, fo tanto contento; +Ché a lui par cosa facile e leggiera +Trar de l'arcion quel sir de valimento. +Ma nella prova l'effetto si vede: +Più fatica li avrà ch'el non si crede. + +Fo questo scontro il più dismisurato +Che un'altra volta forse abbiate udito. +Baiardo le sue croppe misse al prato, +Che non fu più giamai a tal partito, +Benché se fo de subito levato. +Ma Ranaldo rimase tramortito; +L'alfana trabuccò con gran fracasso: +Nulla ne cura il potente Gradasso. + +Spronando forte la facea levare, +Tra l'altra gente dà senza paura. +Dice a l'Alfrera che debba pigliare +Ranaldo, e che 'l destrier mena con cura. +Ma certo e' gli lasciò troppo che fare, +Perché Baiardo per quella pianura +Via ne portava il cavalliero ardito; +In poco de ora se fo risentito. + +Credendosi ancora esser là dove era +Il re Gradasso, prende il brando in mano; +Con la zirafa lo seguia l'Alfrera, +Che quasi ancora l'ha seguìto in vano. +Sopra Baiardo, la bestia leggiera, +Ranaldo va correndo per il piano; +Per tutto va cercando, e piano e monte, +Sol per trovarse con Gradasso a fronte. + +Ed eccoti davanti, ed ha abbattuto +Fuor de l'arcione il suo fratello Alardo. +Esso non ha Ranaldo ancor veduto, +Ché in quella parte non facea riguardo. +Ma de improviso li è sopra venuto, +E punto nel ferir non fu già tardo. +A due man mena con tanta flagella, +Che sel crede partir fin su la sella. + +Non fu il gran colpo a quel re cosa nova, +Ché di valor portava la ghirlanda; +Né crediati per questo che si mova, +Né arma si spezzi, né sangue si spanda. +Disse a Ranaldo: - Or vederem la prova, +E dir potrai, se alcun te ne dimanda, +Qual sia di noi più franco feritore. +Se ora mi campi, io te dono l'onore. - + +Così ragiona il forte saracino, +E mena della spada tutta fiata; +Cade Ranaldo tramortito e chino, +Ché mai tal botta non ha lui provata. +Lo elmo affatato, che fu de Mambrino, +Gli ha questa volta la vita campata. +Presto Baiardo adietro si è voltato, +Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato. + +Gradasso quasi un miglio l'ha seguìto, +Ché ad ogni modo lo volea pigliare; +Ma poi che for di vista gli fu uscito, +È delibrato adrieto ritornare. +Ora Ranaldo se fu risentito, +E ben destina de se vendicare. +Non è Gradasso rivoltato apena, +Ranaldo un colpo ad ambe man li mena + +Sopra de l'elmo con tanto furore, +Che ben li fece batter dente a dente. +Tra sé ridendo, quel re di valore +Dicea: "Questo è un demonio veramente. +Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore, +Ognior cerca la briga parimente. +Ma sempre mai non li andarà ben còlta: +Se non adesso, il giongo un'altra volta." + +Così parlando quel Gradasso altiero +Li viene adosso con gli occhi infiammati. +Ranaldo tenìa l'occhio al tavoliero: +Se 'l bisogna, segnor, non dimandati. +Un colpo mena quel gigante fiero +Ad ambe mani, ed ha i denti serrati. +Il baron nostro sta su la vedetta: +Trista sua vita se quel colpo aspetta! + +Ma certamente e' n'ebbe poca voglia; +Con un gran salto via se fu levato. +Radoppia il colpo il gigante con doglia; +Baiardo se gittò da l'altro lato. +- Può fare Iddio ch'una volta non coglia? - +Diceva il re Gradasso disperato; +E mena 'l terzo; ma nulla li vale: +Sempre Baiardo par che metta l'ale. + +Poi che assai se ebbe indarno affaticato, +Delibra altrove sua forza mostrare, +E nella schiera de' nemici entrato +Cavagli e cavallier fa trabuccare. +Ma cento passi non è dislongato, +Che Ranaldo lo vene a travagliare; +E benché molto stretto non lo offenda, +Forza li è pur che ad altro non attenda. + +Tornati sono alla cruda tenzone: +Bisogna che Ranaldo giochi netto. +Ecco venire il gigante Orïone, +Che se ne porta preso Ricciardetto. +Per li piedi il tenìa quel can fellone: +Forte cridava aiuto il giovanetto. +Quando Ranaldo a tal partito il vede, +Della compassïon morir si crede. + +Così nel viso li abondava il pianto, +Che veder non poteva alcuna cosa; +Mai fu turbato alla sua vita tanto. +Or li monta la colora orgogliosa. +Ed io vi narrarò ne l'altro canto +Il fin della battaglia dubitosa, +Che, come io dissi, cominciò a l'aurora, +E durò tutto il giorno, e dura ancora. + +Canto quinto + +Voi vi doveti, segnor, racordare +Come Ranaldo forte era turbato +Veggendo Ricciardetto via portare. +Gradasso incontinente ebbe lasciato, +E il gran gigante viene ad afrontare. +Era quello Orïone ignudo nato; +Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura, +Che de coperta de arme nulla cura. + +Ranaldo dismontò subito a piede, +Perché forte temeva di Baiardo +Per il gran tronco che al gigante vede; +Esser non li bisogna pigro o tardo. +Apena che Orïone estima o crede +Che si ritrova in terra un sì gagliardo +Che ardisca far con lui battaglia stretta: +Però si sta ridendo, e quello aspetta. + +Ma non aveva Fusberta assaggiata, +Né le feroce braccia di Ranaldo, +Ché l'armatura se avrebbe augurata. +A due man mena il principe di saldo, +E nella cossa fa grande tagliata. +Quando Orïone sente il sangue caldo, +Tra' contra terra forte Ricciardetto, +Mugiando come un toro, il maledetto. + +Stava disteso Ricciardetto in terra, +Senza alcun spirto, sbigotito e smorto; +E quel gigante il grande arboro afferra: +Ranaldo in su l'aviso stava accorto. +Quando Orïone il gran colpo disserra, +Non che lui solo, un monte ne avria morto; +Ranaldo indietro si retira un passo. +Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso. + +Non sa Ranaldo già più che si fare, +E certamente gli tocca paura. +Lui, che di core al mondo non ha pare, +Mena un gran colpo fuor d'ogni misura: +Fusberta se sentiva zuffellare. +Gionse Orïone al loco de cintura; +A meza spada nel fianco lo afferra: +Cadde il gigante in dui cavezzi in terra. + +Nulla dimora fa il franco barone, +Né pur guarda il gigante che è cascato, +Subitamente salta su l'arcione, +E contra di Gradasso se n'è andato. +Ma non se può levar de opinïone +Quel re il colpo che ha visto ismisurato; +Con la man disarmata ebbe a cignare +Verso Ranaldo, che li vôl parlare. + +E ragionando poi con lui dicia: +- E' sarebbe, barone, un gran peccato +Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia, +Quanto ne hai oggi nel campo mostrato, +Perisse con sì brutta villania; +Ché tu sei da mia gente intornïato. +Come tu vedi, non te pôi partire: +Convienti esser pregione, o ver morire. + +Ma Dio non voglia che cotal diffetto +Per me si faccia a un baron sì gagliardo; +Unde per mio onore io aggio eletto, +Da poi che 'l giorno de oggi è tanto tardo, +Che noi veniamo dimane allo effetto, +Io senza alfana, e tu senza Baiardo; +Ché la virtute de ogni cavalliero +Si disaguaglia assai per il destriero. + +Ma con tal patto la battaglia sia, +Che stu me occidi o prendime pregione, +Ciascun chi è preso di tua compagnia, +O sia vasallo al re Marsilïone, +Seran lasciati su la fede mia; +Ma s'io te vinco, io voglio il tuo ronzone. +O vinca, o perda, poi me abbia a partire, +Né più in ponente mai debba venire. - + +Ranaldo già non stette altro a pensare, +Ma subito rispose: - Alto segnore, +Questa battaglia che debbiamo fare, +Essere a me non può se non de onore. +E di prodecia sei sì singulare, +Che, essendo vinto da tanto valore, +Non mi serà vergogna cotal sorte, +Anci una gloria aver da te la morte. + +Quanto alla prima parte, te rispondo +Che ben te voglio e debbo ringraziare, +Ma non che già mi trovi tanto al fondo, +Che da te debba la vita chiamare; +Perché, se armato fosse tutto 'l mondo, +Non potrebbe al partir mio divetare, +Non che voi tutti; e se forse hai talento +Farne la prova, io son molto contento. - + +Incontinente se ebbeno accordare +Della battaglia tutto il conveniente: +Il loco sia nel litto apresso il mare, +Lontan sei miglia a l'una e l'altra gente. +Ciascuno al suo talento se può armare +De arme a diffensa e di spada tagliente; +Lancia né mazza o dardo non si porta, +E denno andar soletti e senza scorta. + +Ciascuno è molto bene apparecchiato +Per domatina alla zuffa venire; +Ogni vantaggio a mente hanno tornato, +Le usate offese e l'arte del scrimire. +Ma prima che alcun de essi venga armato, +De Angelica vi voglio alquanto dire; +La qual per arte, come ebbe a contare, +Dentro al Cataio se fece portare. + +Benché lontana sia la giovanetta, +Non può Ranaldo levarse del core. +Come cerva ferita di saetta, +Che al lungo tempo accresce il suo dolore, +E quanto il corso più veloce affretta, +Più sangue perde ed ha pena maggiore: +Così ognor cresce alla donzella il caldo, +Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo. + +E non poteva la notte dormire, +Tanto la strenge il pensiero amoroso; +E se pur, vinta dal longo martìre, +Pigliava al far del giorno alcun riposo, +Sempre sognando stava in quel desire. +Ranaldo gli parea sempre crucioso +Fuggir, sì come fece in quella fiata +Che fu da lui nel bosco abandonata. + +Essa tenea la faccia in ver ponente, +E sospirando e piangendo talora +Diceva: "In quella parte, in quella gente +Quel crudel tanto bello ora dimora. +Ahi lassa! Lui di me cura nïente! +E questo è sol la doglia che me accora: +Colui, che di durezza un sasso pare, +Contra a mia voglia a me il conviene amare. + +Io aggio fatto ormai l'ultima prova +Di ciò che pôn gli incanti e le parole, +E l'erbe strane ho còlto a luna nova, +E le radice quando è oscuro il sole; +Né trovo che dal petto me rimova +Questa pena crudel, che al cor mi dole, +Erba né incanto o pietra precïosa: +Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa. + +Perché non venne lui sopra a quel prato, +Là dove io presi il suo saggio cugino? +Che certamente io non avria cridato. +Ora è pregione adesso quel meschino. +Ma incontinente serà liberato, +Acciò che quello ingrato peregrino +Cognosca in tutto la bontate mia, +Che dà tal merto a sua discortesia." + +E detto questo se ne andò nel mare, +Là dove Malagise era pregione; +Con l'arte sua là giù si fe' portare, +Ché andarvi ad altra via non c'è ragione. +Malagise ode l'uscio disserrare, +E ben si crede in ferma opinïone, +Che sia il demonio, per farlo morire, +Perché a quel fondo altrui non suol mai gire. + +Gionta che fu là dentro la donzella, +Di farlo portar sopra ben si spaccia; +E poi che l'ebbe entro una sala bella, +La catena li sciolse dalle braccia; +E nulla per ancora gli favella, +Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia. +Come fu sciolto, li disse: - Barone, +Tu sei mo franco, ed ora eri prigione. + +Sì che, volendo una cortesia fare +A me, che fuor te trassi di quel fondo, +Da morte a vita mi pôi ritornare, +Se qua mi meni il tuo cugin iocondo: +Dico Ranaldo, che mi fa penare. +A te la mia gran doglia non nascondo: +Penar fa me de amore in sì gran foco, +Che giorni e notte mai non trovo loco. + +Se me prometti nel tuo sacramento +Far qua Ranaldo inanti a me venire, +Io te farò de una cosa contento, +Che forse de altra non hai più desire: +Darotti il libro tuo, se n'hai talento. +Ma guarda, stu prometti, non mentire; +Perché te aviso che uno annello ho in mano, +Che farà sempre ogni tuo incanto vano. - + +Malagise non fa troppo parole, +Ma come a quella piace, così giura; +Né sa come Ranaldo non ne vôle, +Anci crede menarlo alla sicura. +Già se chinava allo occidente il sole; +Ma, come gionta fu la notte scura, +Malagise un demonio ha tolto sotto, +E via per l'aria se ne va di botto. + +Quel demonio li parla tutta fiata +(E va volando per la notte bruna) +Della gente che in Spagna era arivata, +E come Ricciardetto ebbe fortuna, +E la battaglia come era ordinata. +Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcuna +Che quel demonio non la sappia dire; +Anci più dice, perché sa mentire. + +E già son gionti presso a Barcellona +(Forse restava un'ora a farse giorno), +E Malagise il demonio abandona. +E per quei paviglion guardando intorno, +Dove sia de Ranaldo la persona, +E' dormir vede il cavallier adorno; +Nella trabacca sua stava colcato. +Malagise entra, ed ebbelo svegliato. + +Quando Ranaldo vide la sua faccia, +Non fu nella sua vita sì contento; +Del trapontin se leva e quello abbraccia, +E delle volte lo baciò da cento. +Disse a lui Malagise: - Ora te spaccia, +Ch'io son venuto sotto a sacramento. +Piacendo a te, me pôi deliberare: +Non te piacendo, in pregion vo' tornare. + +Non aver nella mente alcun sospetto +Ch'io voglia che tu facci un gran periglio; +Con una fanciulletta andrai nel letto, +Netta come ambro, e bianca come un giglio. +Me trai di noia, e te poni in diletto. +Quella fanciulla dal viso vermiglio +È tal, che tu nol pensaresti mai: +Angelica è colei di cui parlai. - + +Quando Ranaldo ha nominare inteso +Colei che tanto odiava nel suo core, +Dentro dal petto è di alta doglia acceso, +E tutto in viso li cangiò il colore. +Ora un partito, ora un altro n'ha preso +Di far risposta, e non la sa dir fuore; +Or la vôl fare, ora la vôl differire; +Ma nello effetto e' non sa che si dire. + +Al fin, come persona valorosa +Che in zanze false non se sa coprire, +Disse: - Odi, Malagise: ogni altra cosa +(E non ne trago il mio dover morire), +Ogni fortuna dura e spaventosa, +Ogni doglia, ogni affanno vo' soffrire, +Ogni periglio, per te liberare: +Dove Angelica sia, non voglio andare. - + +E Malagise tal risposta odìa, +Qual già non aspettava in veritate. +Prega Ranaldo quanto più sapìa, +Non per merito alcun, ma per pietate, +Che nol ritorna in quella pregionia. +Or gli ricorda la sanguinitate, +Or le proferte fatte alcuna volta; +Nulla gli val, Ranaldo non l'ascolta. + +Ma poi che un pezzo indarno ha predicato, +Disse: - Vedi, Ranaldo, e' si suol dire, +Ch'altro piacer non s'ha de l'omo ingrato +Se non buttarli in occhio il ben servire. +Quasi per te ne l'inferno m'ho dato: +Tu me vôi far nella pregion morire. +Guârti da me; ch'io ti farò uno inganno, +Che ti farà vergogna, e forse danno. - + +E, così detto, avante a lui se tolse. +Subitamente se fo dispartito; +E come fo nel loco dove volse +(Già caminando avea preso il partito), +Il suo libretto subito disciolse. +Chiama i demonii il negromante ardito; +Draginazo e Falsetta tra' da banda: +Agli altri il dipartir presto comanda. + +Falsetta fa adobar com'uno araldo, +Il qual serviva al re Marsilïone. +L'insegna avea di Spagna quel ribaldo, +La cotta d'arme, e in mano il suo bastone. +Va messagiero a nome de Ranaldo, +E gionse di Gradasso al paviglione, +E dice a lui che a l'ora de la nona +Avrà Ranaldo in campo sua persona. + +Gradasso lieto accetta quello invito, +E d'una coppa d'ôr l'ebbe donato. +Subito quel demonio è dipartito, +E tutto da quel che era, è tramutato; +Le annelle ha ne l'orecchie, e non in dito, +E molto drappo al capo ha inviluppato, +La veste lunga e d'ôr tutta vergata; +E di Gradasso porta l'ambasciata. + +Proprio parea di Persia uno almansore, +Con la spada di legno e col gran corno; +E qui, davanti a ciascadun segnore, +Giura che all'ora primera del giorno, +Senza nïuna scusa e senza errore, +Serà nel campo il suo segnore adorno, +Solo ed armato, come fo promesso; +E ciò dice a Ranaldo per espresso. + +In molta fretta se è Ranaldo armato; +E suoi gli sono intorno d'ogni banda. +Da parte Ricciardetto ebbe chiamato, +Il suo Baiardo assai gli racomanda. +- O sì, o no, - dicea - che sia tornato, +Io spero in Dio, che la vittoria manda; +Ma se altro piace a quel Segnor soprano, +Tu la sua gente torna a Carlo Mano. + +Fin che sei vivo debbilo obedire, +Né guardar che facesse in altro modo. +Or ira, or sdegno m'han fatto fallire; +Ma chi dà calci contra a mur sì sodo, +Non fa le pietre, ma il suo piè stordire. +A quel segnor, dignissimo di lodo, +Che non ebbe al fallir mio mai riguardo, +S'io son occiso, lascio il mio Baiardo. - + +Molte altre cose ancora gli dicia; +Forte piangendo, in bocca l'ha baciato. +Soletto alla marina poi s'invia; +A piedi sopra il litto fo arivato. +Quivi d'intorno alcun non apparia. +Era un naviglio alla riva attaccato, +Sopra di quel persona non appare: +Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare. + +Or ecco Draginazo che s'appara; +Proprio è Gradasso, ed ha la sopravesta +Tutta d'azurro e d'ôr dentro la sbara, +E la corona d'ôr sopra la testa, +L'armi forbite e la gran simitara, +E 'l bianco corno, che giamai non resta, +E per cimero una bandiera bianca; +In summa di quel re nulla gli manca. + +Questo demonio ne vene sul campo: +Il passeggiare ha proprio di Gradasso; +Ben dadovero par ch'el butti vampo. +La simitara trasse con fraccasso. +Ranaldo, che non vôle avere inciampo, +Sta su l'aviso e tiene il brando basso; +Ma Draginazo con molta tempesta +Li calla un colpo al dritto della testa. + +Ranaldo ebbe quel colpo a riparare: +D'un gran riverso gli tira alla cossa. +Or cominciano e colpi a radoppiare; +A l'un e l'altro l'animo s'ingrossa. +Mo comincia Ranaldo a soffïare, +E vôl mostrare a un punto la sua possa: +Il scudo che avea in braccio getta a terra, +La sua Fusberta ad ambe mane afferra. + +Così crucioso, con la mente altiera, +Sopra del colpo tutto se abandona. +Per terra va la candida bandiera; +Calla Fusberta sopra alla corona, +E la barbuta getta tutta intiera. +Nel scudo d'osso il gran colpo risuona, +E dalla cima al fondo lo disserra; +Mette Fusberta un palmo sotto terra. + +Ben prese il tempo il demonio scaltrito: +Volta le spalle, e comincia a fuggire. +Crede Ranaldo averlo sbigotito, +E de allegrezza sé non può soffrire. +Quel maledetto al mar se n'è fuggito; +Dietro Ranaldo se 'l mette a seguire, +Dicendo: - Aspetta un poco, re gagliardo: +Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo. + +Or debbe far un re sì fatta prova? +Non te vergogni le spalle voltare? +Torna nel campo e Baiardo ritrova: +La meglior bestia non puoi cavalcare. +Ben è guarnito ed ha la sella nova, +E pur ier sira lo feci ferrare. +Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada? +Eccolo quivi, in ponta a questa spada. - + +Ma quel demonio nïente l'aspetta, +Anci pariva dal vento portato. +Passa ne l'acqua, e pare una saetta, +E sopra quel naviglio fo montato. +Ranaldo incontinente in mar se getta, +E poi che sopra al legno fo arivato, +Vede il nemico, e un gran colpo gli mena: +Quel per la poppa salta alla carena. + +Ranaldo ognior più drieto se gl'incora, +E con Fusberta giù pur l'ha seguìto. +Quel sempre fugge, e n'esce per la prora. +Era 'l naviglio da terra partito, +Né pur Ranaldo se n'avede ancora, +Tanto è dietro al nemico invellenito; +Ed è dentro nel mar già sette miglia, +Quando disparve quella meraviglia. + +Quello andò in fumo. Or non me domandate +Se meraviglia Ranaldo se dona. +Tutte le parte del legno ha cercate: +Sopra al naviglio più non è persona. +La vella è piena, e le sarte tirate; +Camina ad alto e la terra abandona. +Ranaldo sta soletto sopra al legno: +Oh quanto se lamenta il baron degno! + +"Ah Dio del cel, - dicea - per qual peccato +M'hai tu mandato cotanta sciagura? +Ben mi confesso che molto ho fallato, +Ma questa penitenzia è troppo dura. +Io son sempre in eterno vergognato, +Ché certo la mia mente è ben sicura +Che, racontando quel che me è accaduto, +Io dirò il vero, e non serà creduto. + +La sua gente mi dette il mio segnore, +E quasi il stato suo mi pose in mano: +Io, vil, codardo, falso, traditore, +Gli lascio in terra e nel mar me allontano; +Ed or mi par d'odir l'alto romore +Della gran gente del popol pagano; +Parmi de' miei compagni odir le strida, +Veder parmi l'Alfrera che gli occida. + +Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso +Sì giovanetto, tra cotanta gente? +E voi, che pregion seti di Gradasso, +Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente? +Or foss'io stato della vita casso, +Quando in Spagna passai primeramente! +Gagliardo fui tenuto e d'arme esperto: +Questa vergogna ha l'onor mio coperto. + +Io me ne vado; or chi farà mia scusa, +Quando serò de codardia appellato? +Chi non sta al paragon, se stesso accusa: +Più non son cavallier, ma riprovato. +Or foss'io adesso il figliol de Lanfusa, +E per lui nel suo loco impregionato! +Per lui dovessi in tormento morire! +Ch'io non ne sentirei mità martìre. + +Che se dirà di me nella gran corte, +Quando serà sentito il fatto in Franza? +Quanto Mongrana se dolerà forte +Che il sangue suo commetta tal mancanza! +Come trionfaranno in su le porte +Gaino con tutta casa di Maganza! +Ahimè! Già puote dirli traditore: +Parlar non posso più; son senza onore." + +Così diceva quel baron pregiato, +Ed altro ancora nel suo lamentare; +E ben tre volte fu deliberato +Con la sua spada se stesso passare; +E ben tre volte, come disperato, +Come era armato, gettarse nel mare: +Sempre il timor de l'anima e lo inferno +Li vetò far di sé quel mal governo. + +La nave tutta fiata via camina, +E fuor del stretto è già trecento miglia. +Non va il delfino per l'onda marina, +Quanto va questo legno a meraviglia. +A man sinistra la prora se inchina, +Volto ha la poppa al vento di Sibiglia; +Né così stette volta, e in uno istante +Tutta se è volta incontra di levante. + +Fornita era la nave da ogni banda, +Eccetto che persona non li appare, +Di pane e vino ed ottima vivanda. +Ranaldo ha poca voglia di mangiare: +In genocchione a Dio si racomanda; +E così stando, se vede arivare +Ad un giardin, dove è un palagio adorno; +Il mare ha quel giardin d'intorno intorno. + +Or qui lasciar lo voglio nel giardino, +Che sentirete poi mirabil cosa, +E tornar voglio a Orlando paladino, +Qual, come io dissi, con mente amorosa +Verso levante ha preso il suo camino; +Giorno né notte mai non se riposa, +Sol per cercare Angelica la bella, +Né trova chi di lei sappia novella. + +Il fiume della Tana avea passato, +Ed è soletto il franco cavalliero. +In tutto il giorno alcun non ha trovato: +Presso alla sera riscontra un palmiero. +Vecchio era assai e molto adolorato, +Cridando: - Oh caso dispietato e fiero! +Chi m'ha tolto il mio bene e 'l mio desio? +Figliol mio dolce, te acomando a Dio! - + +- Se Dio te aiute, dimme, peregrino, +Quella cagion che te fa lamentare. - +Così diceva Orlando; e quel meschino +Comincia il pianto forte a radoppiare, +Dicendo: - Lasso! misero! tapino! +Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. - +Orlando di pregarlo non vien meno +Che il fatto gli raconti tutto a pieno. + +- Dirotti la cagion perch'io me doglio, - +Rispose lui, - da poi che il vôi sapere. +Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio, +Che a la tua vista pô chiaro apparere; +Non a me, che non vedo come io soglio, +Per pianger molto e per molti anni avere. +La ripa di quel scoglio è d'erba priva, +E di colore assembra a fiamma viva. + +Alla sua cima una voce risuona, +Non se ode al mondo la più spaventosa; +Ma già non te so dir ciò che ragiona. +Corre di sotto una acqua furïosa, +Che cinge il scoglio a guisa di corona. +Un ponte vi è di pietra tenebrosa, +Con una porta che assembra a diamante; +E stavvi sopra armato un gran gigante. + +Un giovanetto mio figliuolo ed io +Quivi dapresso passavam pur ora; +E quel gigante maledetto e rio, +Quasi dir posso ch'io nol vidi ancora, +Sì de nascoso prese il figliol mio; +Hassel portato, e credo che il divora. +La cagion de che io piango, or saverai; +Per mio consiglio indietro tornarai. - + +Pensossi un poco, e poi rispose Orlando: +- Io voglio ad ogni modo avanti andare. - +Disse il palmiero: - A Dio ti racomando, +Tu non debbi aver voglia di campare. +Ma credi a me, che il ver te dico: quando +Avrai quel fier gigante a remirare, +Che tanto è lungo e sì membruto e grosso, +Pel non avrai che non ti tremi adosso. - + +Risene Orlando, e preselo a pregare +Che per Dio l'abbia un poco ivi aspettato, +E se nol vede presto ritornare, +Via se ne vada senza altro combiato. +Il termine de un'ora li ebbe a dare, +Poi verso il scoglio rosso se n'è andato. +Disse il gigante, veggendol venire: +- Cavallier franco, non voler morire. + +Quivi m'ha posto il re di Circasia, +Perch'io non lasci alcuno oltra passare; +Ché sopra al scoglio sta una fera ria, +Anci un gran mostro se debbe appellare, +Che a ciascadun che passa in questa via, +Ciò che dimanda, suole indivinare; +Ma poi bisogna che anco egli indivina +Quel che la dice, o che qua giù il roina. - + +Orlando del fanciullo adimandone: +Rispose averlo e volerlo tenire; +Onde per questo fu la questïone, +E cominciorno l'un l'altro a ferire. +Questo ha la spada, e quell'altro il bastone: +Ad un ad un non voglio i colpi dire. +Al fine Orlando tanto l'ha percosso, +Che quel si rese e disse: - Più non posso. - + +Così riscosse Orlando il giovanetto, +E ritornollo al padre lacrimoso. +Trasse il palmiero un drappo bianco e netto, +Che nella tasca tenìa nascoso. +Di questo fuor sviluppa un bel libretto, +Coperto ad oro e smalto luminoso; +Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto, +Sempre in mia vita ti serò tenuto. + +E s'io volessi te remeritare, +Non bastarebbe mia possanza umana. +Questo libretto voglilo accettare, +Che è de virtù mirabile e soprana, +Perché ogni dubbioso ragionare +Su queste carte si dichiara e spiana. - +E, donatogli il libro, disse: - Addio! - +E molto allegro da lui se partio. + +Orlando s'arestò col libro in mano, +E fra se stesso comincia a pensare; +Mirando al scoglio che è cotanto altano, +Ad ogni modo in cima vôl montare, +E vôl veder quel mostro tanto istrano, +Che ogni dimanda sapea indivinare. +E sol per questo volea far la prova, +Per saper dove Angelica si trova. + +Passa nel ponte con vista sicura, +Ché già non lo divieta quel gigante. +Egli ha provata Durindana dura, +Dàgli la strata: Orlando passa avante. +Per una tomba tenebrosa e oscura +Monta alla cima quel baron aitante, +Dove, entro a un sasso rotto per traverso, +Stava quel mostro orribile e diverso. + +Avea crin d'oro e la faccia ridente +Come donzella, e petto di lione, +Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente, +Le braccie d'orso e branche di grifone, +E busto e corpo e coda di serpente; +L'ale depinte avea come pavone. +Sempre battendo la coda lavora, +Con essa e sassi e il forte monte fora. + +Quando quel mostro vede il cavalliero, +Distese l'ale e la coda coperse: +Altro che il viso non mostrava intiero. +La pietra sotto lui tutta se aperse. +Orlando disse a lui con viso fiero: +- Tra le provenze e le lingue diverse, +Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora, +Dimmi ove adesso Angelica dimora. - + +Dolce parlando, la maligna fiera +Così risponde a quel che Orlando chiede: +- Quella per cui tua mente se dispera, +Presso al Cataio in Albraca si vede. +Ma tu respondi ancora a mia manera: +Qual animal passeggia senza piede? +E poi qual altro al mondo se ritrova, +Che con quattro, dui, tre de andar se prova? - + +Pensa Orlando alla dimanda strana, +Né sa di quella punto sviluppare: +Senza dire altro trasse Durindana. +Quella comincia intorno a lui volare; +Or lo ferisce tutta subitana, +Or lo minaccia e fallo intorno andare, +Or di coda lo batte, or dello ungione: +Ben li è mistiero aver sua fatasone. + +Che se non fosse lui stato afatato, +Come era tutto, il cavalliero eletto, +Ben cento volte l'arebbe passato, +D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto. +Quando fu Orlando assai ben regirato, +L'ira li monta e crescegli il dispetto; +Adocchia il tempo e, quando quella cala, +Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala. + +Cridando il crudel mostro cade a terra; +Longe d'intorno fu quel crido odito. +Le gambe a Orlando con la coda afferra, +E con le branche il scudo li ha gremito. +Ma presto fu finita questa guerra, +Perché nel ventre Orlando l'ha ferito; +Poi che de intorno a sé l'ebbe spiccato, +Giù di quel scoglio lo trabucca al prato. + +Smonta la ripa e prende il suo destriero, +Forte camina, come inamorato; +E cavalcando li venne in pensiero +De ciò che il mostro l'avea dimandato. +Tornagli a mente il libro del palmiero, +E fra sé disse: "Io fui ben smemorato! +Senza battaglia potea satisfare. +Ma così piacque a Dio che avesse andare." + +E guardando nel libro, pone cura +Quel che disse la fera indivinare; +Vede il vecchio marino e sua natura, +Che con l'ale che nota, ha a passeggiare; +Poi vede che l'umana creatura +In quattro piedi comincia ad andare, +E poi con duo, quando non va carpone; +Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone. + +Leggendo il libro gionse a una rivera +De una acqua negra, orribile e profonda. +Passar non puote per nulla maniera, +Ché derupata è l'una e l'altra sponda. +Lui de trovare il varco pur se spera, +E, cavalcando il fiume alla seconda, +Vede un gran ponte e un gigante che guarda: +Vassene Orlando a lui, ché già non tarda. + +Come 'l gigante il vide, prese a dire: +- Misero cavallier! Malvagia sorte +Fu quella che ti fece qui venire. +Sappi che questo è il Ponte della Morte; +Né più di qui ti potresti partire, +Perché son strate inviluppate e torte, +Che pur al fiume te menan d'ogniora: +Convien che un di noi doi sul ponte mora. - + +Questo gigante che guardava il ponte, +Fu nominato Zambardo il robusto: +Più de duo piedi avea larga la fronte, +Ed a proporzïon poi l'altro busto. +Armato proprio rasembrava un monte, +E tenea in man di ferro un grosso fusto; +Dal fusto uscivan poi cinque catene, +Ciascuna una pallotta in cima tiene: + +Ogni pallotta vinte libbre pesa. +Da capo a piede è di un serpente armato, +Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa; +La simitara avea dal manco lato. +Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa, +Perché, quando alcun l'abbia contrastato, +Ed abbia ardire e forza a meraviglia, +Con la rete di ferro al fine il piglia. + +E questa rete non si può vedere, +Perché coperta è tutta ne l'arena; +Lui col piede la scocca a suo piacere, +E il cavallier con quella al fiume mena. +Rimedio non si pote a questo avere; +Qualunche è preso, è morto con gran pena. +Non sa di questa cosa il franco conte: +Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte. + +Il scudo ha in braccio e Durindana in mano, +Guarda il nemico grande ed aiutante; +Tanto ne cura il senator romano, +Quanto quel fusse un piccoletto infante. +Dura battaglia fu sopra quel piano. +Ma in questo canto più non dico avante, +Ché quello assalto è tanto faticoso, +Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo. + +Canto sesto + +Stati ad odir, segnor, la gran battaglia, +Che un'altra non fu mai cotanto oscura. +Di sopra odisti la forza e la taglia +De Zambardo, diversa creatura. +Ora odireti con quanta travaglia +Fu combattuto, e la disaventura +Che intravenne ad Orlando senatore, +Qual forse non fu mai, né fia maggiore. + +Lo ardito cavallier monta su il ponte; +Zambardo la sua mazza in mano afferra. +A mezza cossa non li aggiunge il conte, +Ma con gran salti si leva da terra, +Sì che ben spesso li tien fronte a fronte. +Ecco il gigante che il baston disserra: +Orlando vede il colpo che vien d'alto, +Da l'altro canto se gittò de un salto. + +Forte se turba quel saracin fello; +Ma ben lo fece Orlando più turbare, +Perché nel braccio il gionse a tal flagello, +Che il baston fece per terra cascare. +Subitamente poi parve uno uccello, +Che l'altro colpo avesse a radoppiare; +Ma tanto è duro il cor' di quel serpente, +Che sempre poco ne tocca, o nïente. + +La simitara avea tratto Zambardo, +Da poi ch'in terra gli cadde il bastone. +Ben vide quel barone esser gagliardo, +E de adoprar la rete fa rasone; +Ma quello aiuto vôl che sia il più tardo. +Or mena della spada un riversone; +A meza guancia fu il colpo diverso: +Ben vinti passi Orlando andò in traverso. + +Per questo è il conte forte riscaldato, +Il viso gli comincia a lampeggiare; +L'un e l'altro occhio aveva stralunato. +Questo gigante ormai non può campare: +Il colpo mena tanto infulminato, +Che Durindana facea vinculare, +Ed era grossa, come Turpin conta, +Ben quattro dita da l'elcio alla ponta. + +Orlando lo colpisce nel gallone, +Spezza le scaglie e il dosso del serpente. +Avea cinto di ferro un corrigione: +Tutto lo parte quel brando tagliente. +Sotto lo usbergo stava il pancirone, +Ma Durindana ciò non cura niente; +E certamente per mezo il tagliava, +Se per lui stesso a terra non cascava. + +A terra cadde, o per voglia, o per caso, +Io nol so dir; ma tutto se distese. +Color nel volto non gli era rimaso, +Quando vidde il gran colpo sì palese; +Il cor gli batte, e freddo ha il mento e 'l naso. +Il suo baston, ch'è in terra, ancor riprese; +Così a traverso verso Orlando mena, +E gionsel proprio a mezo alla catena. + +Il conte di quel colpo andò per terra, +E l'un vicino a l'altro era caduto. +Così distesi, ancora se fan guerra; +Più presto in piedi Orlando è rivenuto. +Nella barbuta ad ambe man lo afferra; +Lui anco è preso dal gigante arguto, +E stretto se lo abbraccia sopra al petto; +Via ne 'l porta nel fiume il maledetto. + +Orlando ad ambe man gli batte il volto, +Ché Durindana in terra avea lasciata; +Sì forte il batte, che 'l cervel gli ha tolto: +Cadde il gigante in terra un'altra fiata. +Incontinente il conte si è rivolto +Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata. +Balordito è il gigante, e non gli vede, +Ma al dispetto de Orlando salta in piede. + +Or si rinova il dispietato assalto: +Questo ha il bastone, e quello ha Durindana. +Già nol puotea ferire Orlando ad alto, +Standose fermo in su la terra piana, +Ma sempre nel colpire alciava un salto: +Battaglia non fu mai tanto villana. +Vero è che Orlando del scrimire ha l'arte; +Già ferito è il gigante in quattro parte. + +Mostra Zambardo un colpo radoppiare, +Ma nel ferire a mezo se rafrena; +E, come vede Orlando indietro andare, +Passagli adosso, e forte a due man mena. +Non vale a Orlando il suo presto saltare; +Sibilla il cielo e suona ogni catena. +Non se smarisce quel conte animoso, +Col brando incontra 'l colpo roïnoso: + +Ed ha rotto il bastone e fraccassato. +E non crediati poi ch'el stia a dormire; +Ma d'un riverso al fianco gli ha menato, +Là dove l'altra volta ebbe a colpire. +Quivi il cor' del serpente era tagliato: +Or che potrà Zambardo ben guarnire? +Ché Durindana vien con tal furore, +Che la saetta de 'l tron non l'ha maggiore. + +Quasi il parte da l'uno a l'altro fianco +(Da un lato se tenea poco, o nïente). +Venne il gigante in faccia tutto bianco, +E vede ben che è morto veramente. +Forte la terra batte col piè stanco, +E la rete si scocca incontinente, +E con tanto furor agrappa Orlando, +Che nel pigliar de man li trasse 'l brando. + +Le braccia al busto li strenge con pena, +Che già non si poteva dimenare; +Tanto ha grossa la rete ogni catena, +Che ad ambe man non si puotria pigliare. +- O Dio del celo, o Vergine serena, - +Diceva il conte - debbiame aiutare! - +Alor che quella rete Orlando afferra, +Cadde Zambardo morto in su la terra. + +Solitario è quel loco e sì diserto, +Che rare volte gli venìa persona. +Legato è il conte sotto il celo aperto; +Ogni speranza al tutto l'abandona. +Perduto è de l'ardire ogni suo merto: +Non gli val forza, né armatura buona. +Senza mangiare un dì stette in quel loco, +E quella notte dormì molto poco. + +Così quel giorno e la notte passava; +Cresce la fame, e la speranza manca. +A ciò che sente d'intorno, guardava: +Ed ecco un frate con la barba bianca. +Come lo vidde, il conte lo chiamava, +Quanto levar puotea la voce stanca: +- Patre, amico de Dio, donami aiuto! +Ch'io sono al fin della vita venuto. - + +Forte si meraviglia il vecchio frate, +E tutte le catene va mirando; +Ma non sa come averle dischiavate. +Diceva il conte: - Pigliate il mio brando, +E sopra a me questa rete tagliate. - +Rispose il frate: - A Dio te racomando, +S'io te occidessi, io serìa irregulare; +Questa malvagità non voglio fare. - + +- Stati securo in su la fede mia, - +Diceva Orlando - ch'io son tanto armato, +Che quella spada non mi tagliaria. - +Così dicendo tanto l'ha pregato, +Che il monaco quel brando pur prendia: +Apena che di terra l'ha levato. +Quanto può l'alcia sopra alla catena: +Non che la rompa, ma la segna apena. + +Poi che se vidde indarno affaticare, +Getta la spada, e con parlare umano +Comincia 'l cavalliero a confortare: +- Vogli morir - dicea - come cristiano, +Né ti voler per questo disperare. +Abbi speranza nel Segnor soprano, +Ché, avendo in pacïenzia questa morte, +Te farà cavallier della sua corte. - + +Molte altre cose assai gli sapea dire, +E tutto il martilogio gli ha contato, +La pena che ogni Santo ebbe a soffrire: +Chi crucifisso, e chi fo scorticato. +Dicea: - Figliolo, il te convien morire: +Abbine Dio del celo ringraziato. - +Rispose Orlando, con parlar modesto: +- Ringraziato sia lui, ma non di questo; + +Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto. +Mal aggia l'asinel che t'ha portato! +Se un giovane venìa, non serìa morto: +Non potea giunger qui più sciagurato. - +Rispose il frate: - Ahimè! barone accorto, +Io vedo ben che tu sei disperato. +Poi che ti è forza la vita lasciare, +L'anima pensa, e non l'abbandonare. + +Tu sei barone di tanta presenza, +E lascite alla morte spaventare? +Sappi che la divina Provvidenza +Non abandona chi in lei vôl sperare: +Troppo è dismisurata sua potenza! +Io di me stesso ti voglio contare, +Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato: +Odi da qual fortuna io son campato. + +Tre frati ed io di Ermenia se partimo, +Per andar al perdono in Zorzania; +E smarrimo la strata, come io stimo, +Ed arivamo quivi in Circasia. +Un fraticel de' nostri andava primo, +Perché diceva lui saper la via. +Ed ecco indietro correndo è rivolto, +Cridando aiuto, e pallido nel volto. + +Tutti guardamo; ed ecco giù del monte +Venne un gigante troppo smisurato. +Un occhio solo aveva in mezo al fronte; +Io non ti sapria dir de che era armato: +Pareano ungie di draco insieme agionte. +Tre dardi aveva e un gran baston ferrato; +Ma ciò non bisognava a nostra presa, +Che tutti ce legò senza contesa. + +A una spelonca dentro ce fe' entrare, +Dove molti altri avea nella pregione; +Lì con questi occhi miei viddi io sbranare +Un nostro fraticel, che era garzone; +E così crudo lo viddi mangiare, +Che mai non fo maggior compassïone. +Poi volto a me dicea: "Questo letame +Non se potrà mangiar, se non con fame"; + +E con un piè mi trabuccò del sasso. +Era quel scoglio orribile ed arguto: +Trecento braccia è dalla cima al basso. +In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto; +Perché ruinando io giù tutto in un fasso, +Me fo un ramo de pruno in man venuto, +Che uscia del scoglio con branchi spinosi; +A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi. + +Io stavo queto e pur non soffiava, +Fin che venuto fu la notte oscura. - +Mentre che 'l frate così ragionava +Guardosse indietro, e con molta paura +Fuggia nel bosco. - Ahimè tristo! - cridava +- Ecco la maladetta creatura, +Quel che io t'ho detto ch'è cotanto rio. +Franco barone, io te acomando a Dio. - + +Così li disse, e più non aspettava, +Ché presto nella selva se nascose. +Quel gigante crudel quivi arivava: +La barba e le mascielle ha sanguinose; +Con quel grande occhio d'intorno guardava. +Vedendo Orlando, a riguardar se il pose; +Sul col lo abbranca e forte lo dimena, +Ma nol può sviluppar della catena. + +- Io non vo' già lasciar questo grandone, - +Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato; +Debbe esser sodo come un bon montone: +Integro a cena me lo avrò mangiato, +Sol de una spalla vo' fare un boccone. - +Così dicendo, ha il grande occhio voltato, +E vede Durindana su la terra: +Presto se china e quella in mano afferra. + +E soi tre dardi e il suo baston ferrato +Ad una quercia avea posati apena, +Che Durindana, quel brando afilato, +Con ambe mano adosso a Orlando mena; +Lui non occise, perché era fatato, +Ma ben gli taglia adosso ogni catena; +E sì gran bastonata sente il conte, +Che tutto suda dai piedi alla fronte. + +Ma tanto è l'allegrezza de esser sciolto, +Che nulla cura quella passïone. +Dalle man del gigante è presto tolto; +Corre alla quercia, e piglia il gran bastone. +Quel dispietato se turbò nel volto, +Ché se 'l credea portar come un castrone: +Poi che altramente vede il fatto andare, +Per forza se il destina conquistare. + +Come sapiti, essi hanno arme cambiate. +Orlando teme assai della sua spada, +Però non se avicina molte fiate; +Da largo quel gigante tiene a bada. +Ma lui menava botte disperate: +Il conte non ne vôl di quella biada; +Or là, or qua giamai fermo non tarda, +E da sua Durindana ben se guarda. + +Batte spesso il gigante del bastone, +Ma tanto viene a dir come nïente, +Ché quello è armato d'ungie de grifone: +Più dura cosa non è veramente. +Per lunga stracca pensa quel barone +Che nei tre giorni pur sarà vincente; +E mentre che 'l combatte in tal riguardo, +Muta pensiero, e prende in mano un dardo. + +Un di quei dardi che lasciò il gigante; +Orlando prestamente in man l'ha tolto. +Non fallò il colpo quel segnor d'Anglante, +Ché proprio a mezo l'occhio l'ebbe còlto. +Un sol n'avea, come odisti davante, +E quel sopra del naso in cima al volto: +Per quello occhio andò il dardo entro al cervello; +Cade il gigante in terra con flagello. + +Non fa più colpo a sua morte mistiero: +Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia. +Ora ritorna il frate in sul sentiero, +Ma come vede quel gigante in faccia, +Ben che sia morto, li parve sì fiero, +Che ancor fuggendo nel bosco si caccia. +Ridendo Orlando il chiama ed assicura: +E quel ritorna, ed ha pur gran paura. + +E poi diceva: - O cavallier de Dio, +Ché ben così ti debbo nominare, +Opera de un baron devoto e pio +Serà de morte l'anime campare +Che avea nella pregion quel mostro rio: +Alla spelonca te saprò guidare. +Ma se un gigante fosse rivenuto, +Da me non aspettare alcuno aiuto. - + +Così dicendo alla spelonca il guida, +Ma de entrar dentro il frate dubitava. +Orlando in su la bocca forte crida: +Una gran pietra quel buco serrava. +Là giù se odino voce in pianto e strida, +Ché quella gente forte lamentava. +La pietra era de un pezzo, quadra e dura; +Dece piedi è ogni quadro per misura. + +Aveva un piede e mezo di grossezza, +Con due catene quella si sbarava. +In questo loco infinita fortezza +Volse mostrare il gran conte di Brava; +Con Durindana le catene spezza, +Poi su le braccia la pietra levava; +E tutti quei prigion subito sciolse, +Ed andò ciascadun là dove volse. + +De qui se parte il conte, e lascia il frate; +Va per la selva dietro ad un sentiero, +E gionse proprio dove quattro strate +Faceano croce; e stava in gran pensiero +Qual de esse meni alle terre abitate. +Vede per l'una venire un correro; +Con molta fretta quel correro andava: +Il conte de novelle il dimandava. + +Dicea colui: - Di Media son venuto, +E voglio andare al re di Circasia; +Per tutto il mondo vo' cercando aiuto +Per una dama, che è regina mia. +Ora ascoltati il caso intravenuto: +Il grande imperator di Tartaria +De la regina è inamorato forte, +Ma quella dama a lui vôl mal di morte. + +Il patre della dama, Galifrone, +È omo antiquo ed amator di pace; +Né col Tartaro vôl la questïone, +Ché quello è un segnor forte e troppo audace. +Vôl che la figlia, contra a ogni ragione, +Prenda colui che tanto li dispiace: +La damigella prima vôl morire +Che alla voglia del patre consentire. + +Ella ne è dentro ad Albraca fuggita, +Che longe è dal Cataio una giornata; +Ed è una rocca forte e ben guarnita, +Da fare a lungo assedio gran durata. +Lì dentro adesso è la dama polita, +Angelica nel mondo nominata; +Ché qualunche è nel cel più chiara stella, +Ha manco luce ed è di lei men bella. - + +Poi che partito fo quel messagiero, +Orlando via cavalca alla spiccata; +E ben pare a se stesso nel pensiero +Aver la bella dama guadagnata. +Così pensando, il franco cavalliero +Vede una torre con lunga murata, +La qual chiudeva de uno ad altro monte; +Di sotto ha una rivera con un ponte. + +Sopra a quel ponte stava una donzella, +Con una coppa di cristallo in mano. +Veggendo il conte, con dolce favella +Fassigli incontra, e con un viso umano +Dice: - Baron, che seti su la sella, +Se avanti andati, vo' andareti in vano. +Per forza o ingegno non si può passare: +La nostra usanza vi convien servare. + +Ed è l'usanza che in questo cristallo +Bever conviensi di questa rivera. - +Non pensa il conte inganno o altro fallo: +Prende la coppa piena, e beve intera. +Come ha bevuto, non fa lungo stallo +Che tutto è tramutato a quel che egli era; +Né sa per che qui venne, o come, o quando, +Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando. + +Angelica la bella gli è fuggita +Fuor della mente, e lo infinito amore +Che tanto ha travagliata la sua vita; +Non se ricorda Carlo imperatore. +Ogni altra cosa ha del petto bandita, +Sol la nova donzella gli è nel core; +Non che di lei se speri aver piacere, +Ma sta suggetto ad ogni suo volere. + +Entra la porta sopra a Brigliadoro, +Fuor di se stesso, quel conte di Brava. +Smonta a un palagio de sì bel lavoro, +Che per gran meraviglia il riguardava; +Sopra a colonne de ambro e base d'oro +Una ampla e ricca logia se posava; +Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto, +Il cel de azurro ed ôr tutto è depinto. + +Davanti della logia un giardin era, +Di verdi cedri e di palme adombrato, +E de arbori gentil de ogni maniera. +Di sotto a questi verdeggiava un prato, +Nel qual sempre fioriva primavera: +Di marmoro era tutto circondato; +E da ciascuna pianta e ciascun fiore +Usciva un fiato di suave odore. + +Posesi il conte la logia a mirare, +Che avea tre facce, ciascuna depinta. +Sì seppe quel maestro lavorare, +Che la natura vi serebbe vinta. +Mentre che il conte stava a riguardare, +Vide una istoria nobile e distinta. +Donzelle e cavallieri eran coloro: +Il nome de ciascuno è scritto d'oro. + +Era una giovanetta in ripa al mare, +Sì vivamente in viso colorita, +Che, chi la vede, par che oda parlare. +Questa ciascuno alla sua ripa invita, +Poi li fa tutti in bestie tramutare. +La forma umana si vedia rapita; +Chi lupo, chi leone e chi cingiale, +Chi diventa orso, e chi grifon con l'ale. + +Vedevasi arivar quivi una nave, +E un cavalliero uscir di quella fuore, +Che con bel viso e con parlar suave +Quella donzella accende del suo amore. +Essa pareva donarli la chiave, +Sotto la qual si guarda quel liquore, +Col qual più fiate quella dama altera +Tanti baron avea mutati in fera. + +Poi si vedea lei tanto accecata +Del grande amor che portava al barone, +Che dalla sua stessa arte era ingannata, +Bevendo al napo della incantasone; +Ed era in bianca cerva tramutata, +E da poi presa in una cacciasone +(Circella era chiamata quella dama): +Dolesi quel baron che lei tanto ama. + +Tutta la istoria sua ve era compita, +Come lui fugge, e lei dama tornava. +La depintura è sì ricca e polita, +Che d'ôr tutto il giardino aluminava. +Il conte, che ha la mente sbigotita, +Fuor de ogni altro pensier quella mirava. +Mentre che de se stesso è tutto fore, +Sente far nel giardino un gran romore. + +Ma poi vi contarò di passo in passo +Di quel romore, e chi ne fu cagione. +Ora voglio tornare al re Gradasso, +Che tutto armato, come campïone, +Alla marina giù discese al basso. +Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone: +Or pensati se il debbe aspettare, +Ché quel dua millia leghe è longe in mare. + +Ma poi che vede il cel tutto stellato, +E che Ranaldo pur non è apparito, +Credendo certamente esser gabato +Ritorna al campo tutto invelenito. +Diciam de Ricciardetto adolorato, +Che, poi che vede il giorno esserne gito, +E che non è tornato il suo germano, +O morto, o preso lo crede certano. + +De l'animo che egli è, voi lo pensati; +Ma non lo abatte già tanto il dolore, +Che non abbia i Cristian tutti adunati, +E del suo dipartir conta il tenore; +E quella notte se ne sono andati. +Non ebbeno i Pagani alcun sentore; +Ché ben tre leghe il sir di Montealbano +Dal re Marsilio aloggiava lontano. + +Via caminando van senza riposo, +Fin che son gionti di Francia al confino. +Or tornamo a Gradasso furïoso: +Tutta sua gente fa armare al matino. +Marsilio da altra parte è pauroso, +Ché preso è Ferraguto e Serpentino, +Né vi ha baron che ardisca di star saldo: +Fugirno i Cristïan, perso è Ranaldo. + +Viene lui stesso, con basso visaggio, +Avante al re Gradasso ingenocchione; +De' Cristïani raconta lo oltraggio, +Che fuggito è Ranaldo, quel giottone. +Esso promette voler fare omaggio, +Tenir il regno come suo barone; +Ed in poche parole èssi acordato; +L'un campo e l'altro insieme è mescolato. + +Uscì Grandonio fuor de Barcellona; +E fece poi Marsilio il giuramento +Di seguir de Gradasso la corona +Contra di Carlo e del suo tenimento. +Esso in secreto e palese ragiona +Che disfarà Parigi al fondamento, +Se non gli è dato il suo Baiardo in mano; +E tutta Francia vôl gettare al piano. + +Già Ricciardetto con tutta la gente +È gionto dal re Carlo imperatore; +Ma di Ranaldo non sa dir nïente. +Di questo è nato in corte un gran romore. +Quei di Magancia assai vilanamente +Dicono che Ranaldo è un traditore. +Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire, +E vôl battaglia con chi lo vôl dire. + +Ma il re Gradasso ha già passati i monti, +Ed a Parise se ne vien disteso. +Raduna Carlo soi principi e conti, +E bastagli lo ardir de esser diffeso. +Nella cità guarnisce torre e ponti, +Ogni partito della guerra è preso. +Stanno ordinati; ed ecco una matina +Vedon venir la gente saracina. + +Lo imperatore ha le schiere ordinate +Già molti giorni avanti nella terra. +Or le bandiere tutte son spiegate, +E suonan gl'instrumenti de la guerra. +Tutte le gente sono in piaza armate, +La porta di San Celso se disserra; +Pedoni avanti, e dietro i cavallieri: +Il primo assalto fa il danese Ogieri. + +Il re Gradasso ha sua gente partita +In cinque parte, ognuna è gran battaglia. +La prima è de India una gente infinita: +Tutti son negri la brutta canaglia. +Sotto a duo re sta questa gente unita: +Cardone è l'uno, e come cane abaglia; +Il suo compagno è il dispietato Urnasso, +Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso. + +A Stracciaberra la seconda tocca. +Mai non fu la più brutta creatura: +Dui denti ha de cingial fuor della bocca, +Sol nella vista a ogni om mette paura. +Con lui Francardo, che con l'arco scocca +Dardi ben lunghi e grossi oltra misura. +Di Taprobana è poi la terza schiera; +Conducela il suo re, e quello è l'Alfrera. + +La quarta è tutta la gente di Spagna, +Il re Marsilio ed ogni suo barone. +La quinta, che empie il monte e la campagna, +È proprio di Gradasso il suo penone; +Tanta è la gente smisurata e magna, +Che non se ne può far descrizïone. +Ma parlamo ora del forte Danese, +Che con Cardone è già gionto alle prese. + +Dodeci millia di bella brigata +Mena il danese Ogieri alla battaglia, +E tutta insieme stretta e ben serrata; +La schiera de quei negri apre e sbaraglia. +Contra a Cardone ha la lancia arestata: +Quel brutto viso come un cane abaglia; +Sopra un gambilo armato è il maledetto. +Danese lo colpisce a mezo il petto. + +E non li vale scudo o pancirone, +Ché giù di quel gambilo è ruinato; +Or tra' di calci al vento sul sabbione, +Perché da banda in banda era passato. +Movese Urnasso, l'altro compagnone: +Verso il Danese ha de un dardo lanciato. +Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo, +Ed andò il ferro insino al petto nudo. + +Ogier turbato li sperona adosso; +Quel lanciò l'altro con tanto furore, +Che li passò la spalla insino a l'osso, +E ben sente il Danese un gran dolore, +Fra sé dicendo: "Se accostar mi posso, +Io te castigarò, can traditore!" +Ma quello Urnasso e dardi in terra getta, +E prende ad ambe mani una gran cetta. + +Segnor, sappiate che il caval de Urnasso +Fu bon destriero e pien de molto ardire: +Un corno aveva in fronte lungo un passo, +Con quel suoleva altrui spesso ferire. +Ma per adesso di cantar vi lasso, +Ché, quando è troppo, incresce ogni bel dire: +E la battaglia, ch'ora è cominciata, +Serà crudele e lunga e smisurata. + +Canto settimo + +Dura battaglia e crudele e diversa +È cominciata, come ho sopra detto; +Ora il Danese Urnasso giù riversa: +Partito l'ha Curtana insino al petto. +Questa schiera pagana era ben persa; +Ma quel destrier de Urnasso maledetto +Ferì il Danese col corno alla coscia: +Lo arnese e quella passa con angoscia. + +Era il Danese in tre parte ferito, +E tornò indrieto a farse medicare. +Lo imperator, che 'l tutto avea sentito, +Fa Salamone alla battaglia entrare, +E dopo lui Turpino, il prete ardito; +Il ponte a San Dionigi fa callare, +E mette Gaino fuor con la sua scorta: +Ricardo fece uscir de un'altra porta. + +De un'altra uscitte il possente Angelieri, +Dudon quel forte, che a bontà non mente: +E da Porta Real vien Olivieri, +E di Bergogna quel Guido possente; +Il duca Naimo e il figlio Berlengieri, +Avolio, Otone, Avino, ogniom valente, +Chi da una porta e chi da l'altra vene, +Per dare a' Saracin sconfitta e pene. + +Lo imperator, de gli altri più feroce, +Uscitte armato, e guida la sua schiera, +Racomandando a Dio con umil voce +La cità di Parigi, che non piera. +Monaci e preti con reliquie e croce +Vanno de intorno, e fan molte preghera +A Dio e a' Santi, che diffenda e guardi +Re Carlo Mano e' soi baron gagliardi. + +Ora suona a martello ogni campana, +Trombe, tamburi, e cridi ismisurati; +E da ogni parte la gente pagana +Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati. +Battaglia non fu mai cotanto strana, +Ché tutti insieme son ramescolati. +Olivier tra la gente saracina +Un fiume par che fenda la marina. + +Cavalli e cavallier vanno a traverso, +E questo occide, e quel getta per terra; +Mena Altachiera a dritto ed a roverso, +Più che mille altri ai Saracin fa guerra: +Non creder che un sol colpo egli abbia perso. +Ecco scontrato fu con Stracciaberra, +Quel negro de India, re di Lucinorco, +C'ha for di bocca il dente come porco. + +Tra lor durò la battaglia nïente, +Ché il marchese Olivier mosse Altachiera, +Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente, +Partendo in mezo quella faccia nera; +Poi dà tra li altri col brando tagliente, +Mete in ruina tutta quella schiera; +E mentre che 'l combatte con furore, +Ariva quivi Carlo imperatore. + +Avea quel re la spada insanguinata, +Montato era quel giorno in su Baiardo; +La gente saracina ha sbarattata, +Mai non fu visto un re tanto gagliardo. +Ripone il brando e una lancia ha pigliata, +Però che ebbe adocchiato il re Francardo: +Francardo, re d'Elissa, l'Indïano, +Che combattendo va con lo arco in mano. + +Sagittando va sempre quel diverso: +Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco. +Lo imperatore il gionse su il traverso, +E tutto lo passò da fianco a fianco; +De l'anima pensati, il corpo è perso. +Ma già non parve allor Baiardo stanco; +Col morto era il gambilo in sul sentiero, +Sopra de un salto li passò il destriero. + +- Chi mi potrà giamai chiuder il passo, +Ch'io non ritrovi a mio diletto scampo? - +Dicea il re Carlo; e con molto fracasso +Parea fra' Saracin di foco un vampo. +Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso, +Andava a vota sella per il campo. +Col corno in fronte va verso Baiardo: +Non si spaventa quel destrier gagliardo. + +Senza che Carlo lo governi o guide, +Volta le groppe e un par de calci sferra; +Dove la spalla a ponto se divide, +Gionse a Cornuto, e gettalo per terra. +Oh quanto Carlo forte se ne ride! +Mo se incomincia ad ingrossar la guerra, +Perché de' Saracin gionge ogni schiera; +Davanti a tutti gli altri vien l'Alfrera. + +Su la zirafa viene il smisurato, +Menando forte al basso del bastone: +Turpin de Rana al campo ebbe trovato, +Sotto la cinta se il pose al gallone; +Tal cura n'ha se non l'avesse a lato. +Dopo lui branca Berlengiere e Otone: +De tutti tre dopo ne fece un fasso, +Legati insieme li porta a Gradasso. + +E ritornò ben presto alla campagna, +Ché tutti gli altri ancora vôl pigliare. +Gionse Marsilio e sua gente di Spagna; +Or si comincia le man a menare. +La vita o il corpo qua non si sparagna, +Ciascun tanto più fa, quanto può fare. +Già tutti i paladini ed Olivieri +Sono redutti intorno allo imperieri. + +Egli era in su Baiardo, copertato +A zigli d'ôr da le côme al tallone; +Oliviero il marchese a lato a lato, +Alle sue spalle il possente Dudone, +Angelieri e Ricardo apregïato, +Il duca Naimo e il conte Ganelone. +Ben stretti insieme vanno con ruina +Contra a Marsilio e gente saracina. + +Ferraguto scontrò con Olivieri: +Ebbe vantaggio alquanto quel pagano, +Ma non che lo piegasse de il destrieri; +Poi cominciorno con le spade in mano. +E scontrorno Spinella ed Angelieri; +E il re Morgante se scontrò con Gano, +E lo Argalifa e il duca di Bavera, +E tutta insieme poi schiera con schiera. + +Così le schiere sono insieme urtate. +Grandonio era afrontato con Dudone; +Questi si davan diverse mazate, +Però che l'uno e l'altro avea il bastone. +Par che le gente siano acoppïate; +Re Carlo Mano è con Marsilïone: +E ben l'arebbe nel tutto abattuto, +Se non gli fosse gionto Ferraguto, + +Che lasciò la battaglia de Oliviero, +Tanto gl'increbbe di quel suo cïano. +Ma quel marchese, ardito cavalliero, +Venne allo aiuto lui de Carlo Mano. +Or ciascun di lor quattro è bon guerrero, +Di core ardito e ben presto di mano; +Re Carlo era quel giorno più gagliardo +Che fosse mai, perché era su Baiardo. + +Ciascuno è gran barone, o re possente, +E per onore e gloria se procaccia; +Non se adoprano i scudi per nïente, +Ogni om mena del brando ad ambe braccia. +Ma in questo tempo la cristiana gente +La schiera saracina in rotta caccia; +Del re Marsilio è in terra la bandiera. +Ecco alla zuffa è tornato l'Alfrera. + +Quella gente de Spagna se ne andava +A tutta briglia fuggendo nel piano. +Marsilio, né Grandonio li voltava, +Anci con gli altri in frotta se ne vano. +E lo Argalifa le gambe menava, +E il re Morgante, quel falso pagano; +Spinella si fuggiva alla distesa: +Sol Ferraguto è quel che fa diffesa. + +Lui ritornava a guisa di leone, +Né mai le spalle al tutto rivoltava. +Adosso a lui sempre è il franco Dudone, +Olivieri e il re Carlo martellava. +Lui or de ponta, or mena riversone, +Or questo, or quel di tre spesso cacciava; +Ma, come egli era punto dai soi mosso, +A furia tutti tre gli eran adosso. + +E certamente l'avrian morto, o preso, +Ma, come è detto, ritornò l'Alfrera. +Mena il bastone di cotanto peso, +Al primo colpo divide una schiera. +Già Guido di Bergogna a lui si è reso, +Con esso il vecchio duca di Bavera; +Ma Olivïer, Dudone e Carlo Mano +Tutti tre insieme adosso a lui ne vano. + +Chi di qua, chi di là li viene a dare, +Ciascun li è intorno con fronte sicura; +Lui la zirafa non può rivoltare, +Ch'è bestia pigra molto per natura. +Colpi diversi ben potea menare: +Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura; +Ma, poi che più non può, nanti a Gradasso +Con la ziraffa fugge di trapasso. + +Il re Gradasso lo vede venire, +Che l'avea prima in bona opinïone. +Verso di lui se afronta, e prese a dire: +- Ahi brutto manigoldo! vil briccone! +Non te vergogni a tal modo fuggire? +Tanto sei grande e sei tanto poltrone? +Va nel mio paviglion, vituperato! +Fa che più mai io non ti veda armato. - + +E così detto, tocca la sua alfana; +Al primo scontro riversò Dudone. +Mostra Gradasso forza più che umana: +Ricardo abatte e lo re Salamone. +Movesi la sua gente sericana, +A tutti fa il suo core di dracone; +Di ferro intorno è cinta la sua lanza: +Mai non fu al mondo sì fatta possanza. + +E' se fu riscontrato al conte Gano: +Gionse nel scudo, a petto del falcone; +A gambe aperte lo gittò sul piano. +Da longe ebbe veduto il re Carlone: +Spronagli adosso, con la lancia in mano, +Al primo colpo il getta de l'arcione; +La briglia de Baiardo in mano ha tolta: +Presto le groppe quel destrier rivolta. + +Forte cridando, un par de calci mena, +Di sotto dal genocchio il colse un poco; +La schinera è incantata e grossa e piena, +Pur dentro se piegò gettando foco. +Mai non sentì Gradasso cotal pena: +Tanto ha la doglia, che non trova loco. +Lascia Baiardo e la briglia abandona: +Dentro a Parigi va la bestia bona. + +Gradasso si ritorna al pavaglione; +Non dimandati se l'ha gran dolore. +S'è radotto nel campo ier un vecchione, +Che della medicina avea l'onore. +Legò il genocchio con molta ragione; +Poi de radice e d'erbe avea un liquore, +Che, come il re Gradasso l'ha bevuto, +Par che quel colpo mai non abbia avuto. + +Or torna alla battaglia assai più fiero: +Non è rimedio alla sua gran possanza. +Venegli addosso il marchese Oliviero, +Ma lui lo atterra de un colpo de lanza. +Avolio, Avino e Guido ed Angeliero +Van tutti quattro insieme ad una danza: +A dire in summa, e' non vi fu barone +Che non l'avesse quel giorno pregione. + +Il popol cristïano in fuga è volto. +Né contra a' Saracin più fan diffesa. +Ogni franco baron di mezzo è tolto, +L'altra gentaglia fugge alla distesa. +Non vi è chi mostri a quei pagani il volto; +Tutta la bona gente è morta, o presa; +Gli altri tutti ne vanno in abandono. +Sempre alle spalle e Saracin li sono. + +Or dentro da Parigi è ben palese +La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione. +Salta del letto subito il Danese, +Forte piangendo, quel franco barone. +Fascia la coscia, vestise l'arnese, +Ed a la porta ne viene pedone; +Ché, per non indugiare, il sir pregiato +Comanda che il destrier li sia menato. + +Come qui gionge, la porta è serrata, +Di fuor da quella se odeno gran stride; +Morta è tutta la gente battizata. +Non vôle aprir quel portiero omicide; +Perché la Pagania non vi sia entrata, +Comporta che i Pagan sua gente occide. +Il Danese lo prega e lo conforta +Che sotto a sua diffesa apra la porta. + +Quel portier crudo con turbata faccia +Dice al Danese che non vôle aprire, +E con parole superbe il minaccia, +Se dalla guardia sua non se ha a partire. +Il Danese turbato prende una accia; +Ma, come quello il vede a sé venire, +Lascia la porta e fugge per la terra: +Presto il Danese quella apre e disserra. + +Il ponte cala lo ardito guerrero; +Sopra vi monta lui con l'accia in mano. +Ora di aver boni occhi li è mestiero, +Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano, +E ciascadun vôle essere il primero. +Meschiato è tra lor seco alcun pagano; +Ben lo cognosce il Danese possente, +E con quella accia fa ciascun dolente. + +Gionge la furia de' pagani in questa: +Avanti a tutti gli altri è Serpentino. +Sopra del ponte salta con tempesta, +L'accia mena il Danese paladino, +E gionge a Serpentino in su la testa. +Tutto se avampa a foco l'elmo fino, +Perché di fatasone era sicura +Del franco Serpentin quella armatura. + +Sente il Danese la folta arivare: +Gionge Gradasso e Ferragù possente. +Ben vede lui che non può riparare, +Tanto gli ingrossa d'intorno la gente; +Il ponte alle sue spalle fa tagliare. +Giamai non fu un baron tanto valente; +Contra tanti pagan tutto soletto +Diffese un pezo il ponte al lor dispetto. + +Intorno li è Gradasso tutta fiata, +E ben comanda che altri non se impaccia. +Sente il Danese la porta serrata: +Ormai più non si cura, e mena l'accia. +Gradasso con la man l'ebbe spezzata; +Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia. +Grande è il Danese e forte campïone, +Ma pur Gradasso lo porta prigione. + +Dentro alla terra non è più barone, +Ed è venuto già la notte scura. +Il popol tutto fa processïone, +Con veste bianche e con la mente pura: +Le chiesie sono aperte e le pregione. +Il giorno aspetta con molta paura; +Né altro ne resta che, alla porta aperta, +Veder se stesso e sua cità deserta. + +Astolfo con quelli altri fo lasciato, +Né se amentava alcun che 'l fosse vivo; +Perché, come fu prima impregionato, +Fu detto a pieno che de vita è privo. +Era lui sempre di parlar usato, +E vantatore assai più che non scrivo; +Però, come odì 'l fatto, disse: - Ahi lasso! +Ben seppe come io stava il re Gradasso. + +Se io me trovavo della pregion fuora, +Non era giamai preso il re Carlone: +Ma ben li ponerò rimedio ancora. +Il re Gradasso vo' pigliar pregione; +E domatina, al tempo de l'aurora, +Armato e solo io montarò in arcione; +Stati voi sopra a' merli alla vedetta. +Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! - + +Di for se allegra quella gente fiera, +E stanno al re Gradasso tutti intorno. +Lui sta nel mezzo con superba ciera, +Per prender la citade al novo giorno; +Per allegrezza perdonò a l'Alfrera. +Or condutti e pregion davanti fôrno: +Come Gradasso vide Carlo Mano, +Seco lo assetta e prendelo per mano. + +Ed a lui disse: - Savio imperatore, +Ciascun segnor gentil e valoroso +La gloria cerca e pascese de onore. +Chi attende a far ricchezze, o aver riposo, +Senza mostrare in prima il suo valore, +Merta del regno al tutto esser deposo. +Io, che in Levante mi potea possare, +Sono in Ponente per fama acquistare. + +Non certamente per acquistar Franza, +Né Spagna, né Alamagna, né Ungaria: +Lo effetto ne farà testimonianza. +A me basta mia antiqua segnoria; +Equale a me non voglio di possanza. +Adunque ascolta la sentenzia mia: +Un giorno integro tu con toi baroni +Voglio che in campo me siati prigioni; + +Poi ne potrai a tua cità tornare, +Ché io non voglio in tuo stato por la mano, +Ma con tal patto: che me abbi a mandare +Il destrier del segnor di Montealbano; +Ché de ragione io l'ebbi ad acquistare, +Abenché me gabasse quel villano. +E simil voglio, come torni Orlando, +Che in Sericana mi mandi il suo brando. - + +Re Carlo dice de darli Baiardo, +E che del brando farà suo potere; +Ma il re Gradasso il prega senza tardo +Che mandi a tuorlo, ché lo vuol vedere. +Così ne viene a Parigi Ricardo; +Ma come Astolfo questo ebbe a sapere +(Lui del governo ha pigliato il bastone), +Prende Ricardo e mettelo in pregione. + +Di fuor del campo manda uno araldo +A disfidar Gradasso e la sua gente; +E se lui dice aver preso Ranaldo, +O ver cacciato, o morto, che il ne mente, +E disdir lo farà come ribaldo; +Che Carlo ha a fare in quel destrier nïente. +Ma se lo vôle, esso il venga acquistare; +Doman su il campo ge l'avrò a menare. + +Gradasso domandava a re Carlone +Chi fosse questo Astolfo e di che sorte. +Carlo gli dice sua condizïone, +Ed è turbato ne l'animo forte. +Gano dicea: - Segnor, egli è un buffone, +Che dà diletto a tutta nostra corte; +Non guardare a suo dir, né star per esso +Che non ci attendi quel che ci hai promesso. - + +Dicea Gradasso a lui: - Tu dici bene, +Ma non creder però per quel ben dire +Di andarne tu, se Baiardo non viene. +Sia chi si vôle, egli è de molto ardire. +Voi seti qui tutti presi con pene, +E lui vôl meco a battaglia venire. +Or se ne venga, e sia pur bon guerrero, +Ch'io son contento; ma mena il destriero. + +Ma s'io guadagno per forza il ronzone, +Io pur far posso de voi il mio volere, +Né son tenuto alla condizïone, +Se non m'aveti il patto ad ottenere. - +O quanto era turbato il re Carlone! +Ché, dove il crede libertade avere, +E stato, e robba, ed ogni suo barone, +Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione. + +Astolfo, come prima apparve il giorno, +Baiardo ha tutto a pardi copertato; +Di grosse perle ha l'elmo al cerchio adorno +Guarnito, e d'ôr la spada al manco lato. +E tante ricche petre aveva intorno, +Che a un re de tutto il mondo avria bastato: +Il scudo è d'oro; e su la coscia avia +La lancia d'ôr, che fu de l'Argalia. + +Il sole a punto alora si levava, +Quando lui giunse in su la prataria. +A gran furore il suo corno sonava, +E ad alta voce dopo il suon dicia: +- O re Gradasso, se forse te grava +Provarti solo alla persona mia, +Mena con teco il gran gigante Alfrera, +E, se te piace, mille in una schiera. + +Mena Marsilio e il falso Balugante, +Insieme Serpentino e Falsirone; +Mena Grandonio, che è sì gran gigante, +Che un'altra volta il tratai da castrone, +E Ferraguto, che è tanto arrogante: +Ogni tuo paladino, ogni barone +Mena con teco, e tutta la tua gente; +Ché te con tutti non temo nïente. - + +Con tal parole Astolfo avea cridato: +Oh quanto il re Gradasso ne ridia! +Pur se arma tutto e vassene sul prato, +Ché de pigliar Baiardo voglia avia. +Cortesemente Astolfo ha salutato, +Poi dice: - Io non so già che tu ti sia; +Io domandai de tua condizïone: +Gano me dice che tu sei buffone. + +Altri m'ha detto poi che sei segnore +Leggiadro, largo, nobile e cortese, +E che sei de ardir pieno e di valore: +Quel che tu sia, io non faccio contese, +Anci sempre ti voglio fare onore; +Ma questo ti so ben dirti palese, +Ch'io vo' pigliarte, e sii, se vôi, gagliardo: +Altro del tuo non voglio, che Baiardo. - + +- Ma tu fai senza l'osto la ragione, - +Diceva Astolfo - e convienla riffare; +Al primo scontro te levo de arcione, +E, poi che te odo cortese parlare, +Del tuo non voglio il valor d'un bottone, +Ma vo' che ogni pregion m'abbi a donare; +E te lasciarò andare in Pagania +Salvo, con tutta la tua compagnia. - + +- Io son contento, per lo Dio Macone, - +Disse Gradasso - e così te lo giuro. - +Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone, +Cinto di ferro e tanto grosso e duro, +Che non di tôrre Astolfo del ronzone, +Ma credia di atterrare un grosso muro. +Da l'altra parte Astolfo ben se afranca; +Forza non ha, ma l'animo non manca. + +Già su la alfana se move Gradasso, +Né Astolfo d'altra parte sta a guardare; +L'un più che l'altro viene a gran fraccasso, +A mezo 'l corso si ebbeno a scontrare. +Astolfo toccò primo il scudo abasso, +Che per nïente non volìa fallare: +Sì come io dissi, al scudo basso il tocca, +E fuor de sella netto lo trabocca. + +Quando Gradasso vede ch'egli è in terra, +Apena che a sé crede che il sia vero: +Ben vede mo che è finita la guerra, +E perduto è Baiardo, il bon destriero. +Levasi in piede, e la sua alfana afferra, +Vòlto ad Astolfo, e disse: - Cavalliero, +Con meco hai tu vinta la tenzone: +A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. - + +Così ne vanno insieme a mano a mano; +Gradasso molto li faceva onore. +Carlo né i paladini ancor non sano +Di quella giostra che è fatta, il tenore; +Ed Astolfo a Gradasso dice piano, +Che nulla dica a Carlo imperatore, +Ed a lui sol de dir lassi l'impaccio, +Ché alquanto ne vôl prender di solaccio. + +E gionto avanti a lui, con viso acerbo +Disse: - E peccati te han cerchiato in tondo. +Tanto eri altiero e tanto eri superbo, +Che non stimavi tutto quanto il mondo. +Ranaldo e Orlando, che fôr di tal nerbo, +Sempre cercasti di metterli al fondo; +Ecco: usurpato te avevi Baiardo, +Or l'ha acquistato questo re gagliardo. + +A torto me ponesti in la pregione, +Per far careze a casa di Magancia: +Or dimanda al tuo conte Ganelone +Che ti conservi nel regno di Francia. +Or non v'è Orlando, fior de ogni barone, +Non v'è Ranaldo, quella franca lancia; +Che se sapesti tal gente tenire, +Non sentiresti mo questo martìre. + +Io ho donato a Gradasso il ronzone, +E già mi son con lui bene accordato; +Stommi con seco, e servo da buffone, +Mercè di Gano, che me gli ha lodato: +So che li piace mia condizïone. +Ogni om di voi li avrò racomandato: +Lui Carlo Mano vôl per ripostieri, +Danese scalco, e per coquo Olivieri. + +Io li ho lodato Gano di Maganza +Per omo forte e digno de alto afare, +Sì che stimata sia la sua possanza: +Le legne e l'acqua converrà portare. +Tutti voi altri poi, gente da zanza, +A questi soi baron vi vôl donare; +E se a lor serà grata l'arte mia, +Farò che avreti bona compagnia. - + +Già non rideva Astolfo de nïente, +E proprio par che 'l dica da davera. +Non dimandar se il re Carlo è dolente, +E ciascadun che è preso in quella schiera. +Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente! +Hai tu lasciata nostra fede intiera? - +A lui rispose Astolfo: - Sì, pritone, +Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. - + +Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco: +Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira. +Ma poi che Astolfo di beffare è stanco, +Avanti a Carlo ingenocchion se tira, +E disse: - Segnor mio, voi seti franco; +E se il mio fallir mai vi trasse ad ira, +Per pietate e per Dio chiedo perdono, +Ché, sia quel ch'io mi voglia, vostro sono. + +Ma ben ve dico che mai per nïente +Non voglio in vostra corte più venire. +Stia con voi Gano ed ogni suo parente, +Che sanno il bianco in nero convertire. +Il stato mio vi lascio obidïente; +Io domatina mi voglio partire, +Né mai me posarò per freddo o caldo, +In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. - + +Non sanno ancor se 'l beffa, o dice il vero: +Tutti l'un l'altro se guardano in volto; +Sin che Gradasso, quel segnor altiero, +Comanda che ciascun via se sia tolto. +Gano fu il primo a montare a destriero: +Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto, +E disse a lui: - Non andate, barone: +Gli altri son franchi, e voi seti pregione. - + +- Di cui sono io pregion? - diceva Gano; +Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. - +Alor Gradasso fa palese e piano +Come sia stata tra lor duo la guerra. +Astolfo il conte Gano prende a mano, +Con lui davanti di Carlo se atterra, +E ingenocchiato disse: - Alto segnore, +Costui voglio francar per vostro amore. + +Ma con tal patti e tal condizïone, +Che in vostra mano e' converrà giurare, +Per quattro giorni de entrare in pregione, +E dove, e quando io lo vorò mandare. +Ma, sopra a questo, vuo' promissïone, +Perché egli è usato la fede mancare, +Da' paladini e da vostra corona, +Darmi legata e presa sua persona. - + +Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! - +E fecelo giurare incontinente. +Or de andare a Parigi ogni om si spaccia. +Altro che Astolfo non se ode nïente: +E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia, +Ed a lui solo va tutta la gente: +Campato ha Astolfo, ed è suo quest'onore, +La fè de Cristo e Carlo imperatore. + +Carlo si forza assai de il ritenire: +Irlanda tutta li volea donare. +Ma lui se è destinato di partire, +Ché vôl Ranaldo e Orlando ritrovare. +Qua più non ne dirò, lasciatel gire, +Che assai di lui avrò poi a contare: +Or quella notte, inanti al matutino, +Partì Gradasso ed ogni Saracino. + +Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio, +Con la sua gente ed ogni suo barone. +Gradasso ivi montò sopra al naviglio, +Che era una quantità fuor di ragione. +Or di narrarvi fatica non piglio +Il suo vïaggio e quelle regïone +Di negra gente sotto il cel sì caldo; +Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo. + +E conterovi de una alta ventura +Che li intravenne, e ben meravigliosa, +E di letizia piena e di sciagura, +Che forse sua persona valorosa +Mai non fu a sorte sì spietata e dura. +Ma pigliar voglio adesso alcuna posa, +E poi vi contarò ne l'altro canto +Cose mirabil di allegrezza e pianto. + +Canto ottavo + +Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso +(Così se avea quella isola a chiamare), +Ove la nave fie' il primo riposo, +La nave che ha il nocchier che non appare. +Era quello un giardin de arbori ombroso, +Da ciascun lato in cerco batte il mare; +Piano era tutto, coperto a verdura; +Quindeci miglia è intorno per misura. + +Di ver ponente, aponto sopra al lito, +Un bel palagio ricco se mostrava, +Fatto de un marmo sì terso e polito, +Che il giardin tutto in esso se specchiava. +Ranaldo in terra presto fu salito, +Ché star sopra alla nave dubitava; +Apena sopra il litto era smontato, +Ecco una dama, che l'ha salutato. + +La dama li dicea: - Franco barone, +Qua ve ha portato la vostra ventura; +E non pensati che senza cagione +Siati condotto, con tanta paura, +Tanto di longe, in strana regïone; +Ma vostra sorte, che al principio è dura, +Avrà fin dolce, allegro e dilettoso, +Se avete il cor, come io credo, amoroso. - + +Così dicendo per la mano il piglia, +E dentro al bel palagio l'ha menato: +Era la porta candida e vermiglia, +E di ner marmo, e verde, e di meschiato. +Il spazo che coi piedi se scapiglia, +Pur di quel marmo è tutto varïato; +Di qua, di là son logie in bel lavoro, +Con relevi e compassi azuro e de oro. + +Giardini occulti di fresca verdura +Son sopra a' tetti e per terra nascosi; +Di gemme e d'oro a vaga depintura +Son tutti e lochi nobili e zoiosi; +Chiare fontane e fresche a dismisura +Son circondate d'arboscelli ombrosi; +Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore +Da tornar lieto ogni affannato core. + +La dama entra una logia col barone, +Adorna molto, ricca e delicata, +Per ogni faccia e per ogni cantone +Di smalto in lama d'oro istorïata; +Verdi arboscelli e di bella fazione +Dal loco aperto la teneano ombrata; +E le colonne di quel bel lavoro +Han di cristallo il fusto e il capo d'oro. + +In questa logia il cavalliero intrava. +Di belle dame ivi era una adunanza; +Tre cantavano insieme, e una suonava +Uno instrumento fuor de nostra usanza, +Ma dolce molto il cantare acordava; +L'altre poi tutte menano una danza. +Come intrò dentro il cavalliero adorno, +Così danzando lo acerchiarno intorno. + +Una di quelle con sembianza umana +Disse: - Segnor, le tavole son pose, +E l'ora della cena è prossimana. - +Così per l'erbe fresche ed odorose +Seco il menarno a lato alla fontana +Sotto un coperto di vermiglie rose: +Quivi è apparato, che nulla vi manca, +Di drappo d'oro e di tovaglia bianca. + +Quattro donzelle se fôrno assettate, +E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio. +Ranaldo sta smarito in veritate; +Di grosse perle adorno era il suo segio. +Quivi venner vivande delicate, +Coppe con zoie di mirabil pregio, +Vin di bon gusto e di suave odore: +Servon tre dame a lui con molto onore. + +Poi che la cena comincia a finire, +E fôr scoperte le tavole d'oro, +Arpe e leuti se poterno udire. +A Ranaldo se acosta una di loro, +Basso alla orecchia li comincia a dire: +- Questa casa real, questo tesoro +E l'altre cose che non pôi vedere, +Che più son molto, sono a tuo piacere. + +Per tua cagione è tutto edificato, +E per te solo il fece la regina; +Ben ti dei reputare aventurato, +Che te ami quella dama pellegrina. +Essa è più bianca che ziglio nel prato, +Vermiglia più che rosa in su la spina; +La giovenetta Angelica se chiama, +Che tua persona più che il suo core ama. - + +Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza, +Ode nomar colei che odiava tanto, +Non ebbe alla sua vita tal tristezza, +E cambiosse nel viso tutto quanto; +La lieta casa ormai nulla non prezza, +Anci li assembra un loco pien di pianto. +Ma quella dama li dice: - Barone, +Anci non pôi disdir, ché sei pregione. + +Qua non te val Fusberta adoperare, +Né te varìa, se avesti il tuo Baiardo: +Intorno ad ogni parte cinge il mare; +Qui non te vale ardir né esser gagliardo. +Quel cor tanto aspro ti convien mutare: +Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo. +Se de mirarla il cor non ti conforta, +Come vedrai alcun che odio ti porta? - + +Così dicea la bella giovanetta, +Ma nulla ne ascoltava il cavalliero, +Né quivi alcuna de le dame aspetta, +Anci soletto va per il verziero. +Non trova cosa quivi che 'l diletta; +Ma con cor crudo, dispietato e fiero +Partir de quivi al tutto se destina, +E da ponente torna alla marina. + +Trova il naviglio che l'avea portato, +E sopra a quel soletto torna ancora, +Perché nel mar si serebbe gettato +Più presto che al giardin far più dimora. +Non se parte il naviglio, anzi è acostato, +E questo è la gran doglia che lo acora; +E fa pensier, se non se pô partire, +Gettarse in mare ed al tutto morire. + +Ora il naviglio nel mar se alontana, +E con ponente in poppa via camina; +Non lo potria contar la voce umana +Come la nave va con gran ruina. +Ne l'altro giorno una gran selva e strana +Vede, ed a quella il legno se avicina. +Ranaldo al litto di quella dismonta: +Subito un vecchio bianco a lui se afronta. + +Forte piangendo quel vecchio dicia: +- Deh non me abandonar, franco barone, +Se onor te move di cavalleria, +Che è la diffesa di iusta ragione! +Una donzella, che è figliola mia, +Emme rapita da un falso latrone, +E pur adesso presa se la mena: +Ducento passi non è longe apena. - + +Mosse pietate quel baron gagliardo: +Benché sia a piedi, armato con la spada +A seguire il ladron già non fu tardo; +Coperto d'arme corre quella strada. +Come lo vide quel ladron ribaldo, +Lascia la dama, e già non stette a bada; +Pose alla bocca un grandissimo corno: +Par che risuoni l'aria e il cel d'intorno. + +Venne Ranaldo la vista ad alciare: +A sé davanti vede un monticello, +Che facea un capo piccoletto in mare. +Alla cima di quello era un castello, +Che al suon del corno il ponte ebbe a calare; +Fuor ne venne un gigante iniquo e fello: +Sedeci piedi è da la terra altano, +Una catena e un dardo tiene in mano. + +Quella catena ha da capo un uncino: +Or chi potrà questa opra indovinare? +Come fu gionto il gigante mastino, +Il dardo con gran forza ebbe a lanciare. +Gionge nel scudo, che è ben forte e fino, +Ma tutto quanto pur l'ebbe a passare; +Usbergo e maglia tutto ebbe passato: +Ferì il barone alquanto nel costato. + +Dicea Ranaldo a lui: - Te tien a mente +Chi meglio de noi duo di spada fiera! - +E vàlli addosso iniquitosamente. +Come il gigante il vide nella ciera, +Volta le spalle e non tarda nïente; +Forte correndo fugge a una riviera. +Questa riviera un ponte sopra avia: +Una sol pietra quel ponte facìa. + +Nel capo di quel ponte era uno annello; +Dentro li attacca il gigante l'oncino. +E già Ranaldo è sopra 'l ponticello, +Ché, correndo, al pagano era vicino. +Tirò lo ingegno con gran forza il fello: +La pietra se profonda. - O Dio divino - +Dicea Ranaldo - aiuta! O Matre eterna! - +Così dicendo va nella caverna. + +Era la tana oscura e tenebrosa, +E sopra ad essa la fiumana andava; +Una catena dentro vi era ascosa, +Che il caduto baron presto legava. +E quel gigante già non se riposa; +Così legato in spalla sel portava, +A lui dicendo: - E perché davi impaccio +Al mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. - + +Non respondia Ranaldo alcuna cosa, +Ma nella mente tristo ne dicia: +"Or ti par che fortuna ruïnosa +Una disgrazia dietro a l'altra invia! +Qual sorte al mondo è la più dolorosa +Non se paragia alla sventura mia, +Ch'in tal miseria mi vedo arivare, +Né con qual modo lo sapria contare." + +Così dicendo, già sono su il ponte +Che del crudel castello era l'intrata: +Teste de occisi nella prima fronte, +E gente morta vi pende apiccata; +Ma, quel che era più scuro, eran disionte +Le membra ancora vive alcuna fiata. +Vermiglio è lo castello, e da lontano +Sembrava foco, ed era sangue umano. + +Ranaldo sol pregando Idio se aiuta: +Ben vi confesso che ora ebbe paura. +Già davanti una vecchia era venuta, +Tutta coperta de una veste oscura, +Macra nel volto, orribile e canuta, +E di sembianza dispietata e dura. +Lei fa Ranaldo alla terra gettare +Così legato, e comincia parlare. + +- Forse per fama avrai sentito dire, - +Dicea la vecchia - la crudele usanza +Che questa rocca ha preso a mantenire. +Ora nel tempo che a viver te avanza, +Poi che a diman s'indugia il tuo morire, +(Ché già de vita non aver speranza), +In questo tempo ti voglio contare +Qual cagion fece la usanza ordinare. + +Un cavallier di possanza infinita +Di questa rocca un tempo fu segnore. +Vita tenea magnifica e fiorita, +Ad ogni forastier faceva onore; +Ciascun che passa per la strada invita, +Cavallier, dame e gente di valore. +Avea costui per moglie una donzella, +Che altra al mondo mai fu tanto bella. + +Quel cavalliero avea nome Grifone; +Questa rocca Altaripa era chiamata, +E la sua dama Stella, per ragione, +Ché ben parea del celo esser levata. +Era di maggio alla bella stagione; +Andava il cavalliero alcuna fiata +A quella selva che è in su la marina, +Dove giungesti tu in questa mattina. + +E passar per lo bosco ebbe sentito +Un altro cavallier, che a caccia andava. +Sì come a tutti, fie' il cortese invito, +Ed alla rocca qua suso il menava. +Fu quest'altro ch'io dico, mio marito: +Marchino, il sir de Aronda, se chiamava. +Lui fu menato dentro a questa stanza, +Ed onorato assai, come era usanza. + +Or, come volse la disaventura, +Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato, +E fo preso de amore oltra misura, +E seco pensò il viso delicato +Di quella mansueta creatura; +In summa, è dentro il cor tanto infiammato, +Ch'altro nol stringe, né d'altro ha pensiero, +Se non di tuor la donna al cavalliero. + +Da questa rocca si parte fellone; +Torna cambiato in viso a meraviglia: +Altro che lui non sapea la cagione. +Parte da Aronda con la sua famiglia; +Porta le insegne seco di Grifone, +E di persona alquanto il rasomiglia. +E soi compagni nel bosco nascose, +Le insegne e l'arme pur con essi pose. + +Lui, come a caccia, tutto disarmato +Va per la selva, e forte suona un corno; +Il cortese Grifon l'ebbe ascoltato, +Ch'era nel bosco ancora lui quel giorno. +In quella parte presto ne fu andato: +Marchino il falso si guardava intorno, +E, come non avesse alcun veduto, +Forte diceva: "Io l'averò perduto." + +Poi ver Grifon se ne vene a voltare. +Come il vedesse allor primeramente, +Diceva: "Io vengo un mio cane a cercare, +Ma in questo loco non so andar nïente." +Or vanno insieme, e vengon a rivare +Ove Marchino ha nascoso la gente; +E, per venir più presto al compimento, +Occiserlo costoro a tradimento. + +Con la sua insegna la rocca pigliaro, +Né dentro vi lasciâr persona viva; +Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo, +Ed ogni dama fu de vita priva. +La bella Stella qua dentro trovaro, +Che la sventura sua forte piangiva. +Molte carezze li facea Marchino: +Mai non se piega quel cor pellegrino. + +Ella pensava lo oltraggio spietato +Che li avea fatto il falso traditore, +E Grifon, che da lei fu tanto amato, +Sempre li stava notte e dì nel core; +Né altro desia che averlo vendicato, +Né trova qual partito sia il megliore. +Infin li offerse il suo voler crudele +Quello animal che al mondo è di più fele. + +Lo animal che è più crudo e spaventevole, +Ed è più ardente che foco che sia, +È la moglie che un tempo fu amorevole, +Che, disprezata, cade in zelosia: +Non è il leon ferito più spiacevole, +Né la serpe calcata è tanto ria, +Quanto è la moglie fiera in quella fiata +Che per altrui sé vede abandonata. + +Ed io ben lo so dir, che lo provai, +Quando avvisata fui di questa cosa. +Io non sentetti maggior doglia mai, +E quasi venni in tutto rabbïosa: +Ben lo mostrò la crudeltà che usai, +Che forse ti parrà meravigliosa; +Ma dove zelosia strenge lo amore, +Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore. + +Duo fanciulletti avevo di Marchino; +Il primo lo scanai con la mia mano. +Stava a guardarme l'altro piccolino, +E dicea: "Matre, deh per Dio! fa piano." +Io presi per li piedi quel meschino, +E detti il capo a un sasso prossimano. +Te par ch'io vendicassi il mio dispetto? +Ma questo fu un principio, e non lo effetto. + +Quasi vivendo ancora lo squartai; +De il petto a l'uno e a l'altro trassi il core. +Le piccolette membra minuzzai: +Pensa se, ciò facendo, avia dolore! +Ma ancor mi giova ch'io mi vendicai. +Servai le teste, non già per amore, +Ché in me non era amor, né anco pietade: +Servalle per usar più crudeltade. + +Quelle portai qua suso de nascoso; +La carne che feci io, poi posi al foco: +Tanto poté lo oltraggio dispettoso! +Io stessa fui beccaro, io stessa coco. +A mensa li ebbe il patre doloroso, +E quelle se mangiò con festa e gioco. +Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato, +Che comportò veder tanto peccato! + +Io mi parti' dapoi nascosamente, +Le mani e il petto di sangue macchiata. +Al re de Orgagna andai subitamente, +Che già lunga stagion m'aveva amata +(Era costui della Stella parente), +E racontai l'istoria dispietata. +Quel re condussi io armato in su l'arcione +A far vendetta del morto Grifone. + +Ma non fo questa cosa così presta, +Che, come io fui partita dal castello, +La cruda Stella, menando gran festa, +A Marchin va davanti in viso fello, +E li appresenta l'una e l'altra testa +De' figli, ch'io servai dentro a un piatello. +Benché per morte ciascuna era trista, +Pur li cognobbe 'l patre in prima vista. + +La damisella aveva il crin disciolto, +La faccia altiera e la mente sicura, +Ed a lui disse: "L'uno e l'altro volto +Son de' toi figli: dàgli sepoltura. +Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto: +Tu il divorasti: non aver più cura." +Ora ha gran pena il falso traditore, +Ché crudeltà combatte con amore. + +Lo oltraggio ismisurato ben lo invita +A far di quella dama crudo strazio; +Da l'altra parte la faccia fiorita +E lo afocato amor gli dava impazio. +Delibra vendicarse alla finita: +Ma qual vendetta lo potria far sazio? +Ché, pensando al suo oltraggio, in veritade +Non v'era pena di tal crudeltade. + +Il corpo di Grifon fece portare, +Che, così occiso, ancor giacea nel piano; +Fece la dama a quel corpo legare, +Viso con viso stretto, e mano a mano: +Così con lei poi se ebbe a dilettare. +Or fu piacer giamai tant'inumano? +Gran puza mena il corpo tutta fiata; +La damisella a quel stava legata. + +In questo tempo venne il re de Orgagna, +Ed io con esso, con molta brigata; +Ma come fumo visti alla campagna, +Marchin la bella Stella ebbe scanata. +Né ancor per questo dapoi la sparagna, +Ma usava con lei morta tutta fiata. +Credo io che il fece sol per darse vanto +Che altro om non fusse scelerato tanto. + +Noi qui vennemo, e con cruda battaglia +La forte rocca alfin pur fo pigliata; +E Marchin preso, di ardente tenaglia +Fu sua persona tutta lacerata: +Chi rompe le sue membra, e chi le taglia. +La bella dama poi fu sotterrata +Intra un sepolcro adorno; per ragione +Posto fu seco il suo caro Grifone. + +Il re de Orgagna poi se ne fu andato, +Ed io rimasi in questa rocca oscura. +Era lo octavo mese già passato, +Quando sentimo in quella sepoltura +Un grido tanto orribile e spietato, +Ch'io non vo' dir che gli altri abbian paura; +Ma tre giganti ne fôr spaventati, +Che il re de Orgagna meco avea lasciati. + +Un de essi, alquanto più di core ardito, +Volse la sepoltura un poco aprire, +Ma ben ne fo poi presto repentito; +Però che un mostro, che non puote uscire, +Pur for gettò una branca, ed ha 'l gremito: +In poco d'ora lo fece morire. +Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possa +La carne devorò con tutte l'ossa. + +Non se trovò più om tanto sicuro, +Che dentro a quella chiesia voglia entrare; +Cinger poi la feci io d'un forte muro, +Quello sepolcro a ingegno disserrare. +Uscinne un mostro contrafatto e oscuro, +Tanto che alcun non li ardisce a guardare: +La orribil forma sua non te descrivo, +Perché sarai da lui di vita privo. + +Noi poi servamo così fatta usanza, +Che ciascun giorno qualcuno è pigliato, +E lo gettamo dentro a quella stanza, +Perché la bestia l'abbia devorato. +Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza; +Alcun se scanna, alcun vien impiccato; +Squartansi vivi ancora alcuna fiata, +Come veder potesti in su la entrata. - + +Poi che la usanza cruda, ismisurata, +Fu per Ranaldo pienamente intesa, +E l'orribil cagione e scelerata +Che fie' la bestia, a chi non val diffesa, +Rivolto a quella vechia dispietata, +Disse: - Deh! matre, non mi far contesa. +Concedime, per Dio, che dentro vada, +Armato come io sono, e con la spada. - + +Rise la vecchia e disse: - Or pur ti vaglia! +Quante arme vôi, ti lasciarò portare; +Ché il mostro con suo dente il ferro taglia, +Né contra alle ungie sue se pote armare. +A te convien morir, non far battaglia, +Ché la sua pelle non se può tagliare; +Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta, +Perché la bestia più lo armato stenta. - + +Sì come apparve il giorno il sol lucente, +Ranaldo dentro al muro è giù calato, +E fu una porta alciata: incontinente +Esce 'l mostro diverso e sfigurato. +Sì forte batte l'uno a l'altro dente, +Che ciascun sopra al muro è spaventato, +Né di star tanto ad alto se assicura: +Altri se asconde e fugge per paura. + +Solo è Ranaldo lui senza spavento: +Armato è tutto, ed in mano ha Fusberta. +Ma credo io che a voi tutti sia in talento +Di quel mostro saper la forma aperta. +Acciò che abbiati il suo cominciamento, +Fièllo il demonio, questa è cosa certa, +Del seme de Marchin, che 'n corpo porta +Quella donzella che da lui fu morta. + +Egli era più che un bove di grandezza: +Il muso aveva proprio di serpente; +Sei palme avea la bocca di longhezza, +Ben mezo palmo è lungo ciascun dente. +La fronte ha de cingiale, in tal fierezza +Che non si può guardarla per nïente; +E di ciascuna tempia usciva un corno, +Che move a suo piacere e volge intorno. + +Ciascuno corno taglia come spata; +Mugia con voce piena di terrore, +La pelle ha verde e gialla e varïata +Di negro e bianco e di rosso colore; +Avea la barba sempre insanguinata, +Occhi di foco e guardo traditore; +La mano ha d'omo ed armata de ungione +Maggior che quel de l'orso o del leone. + +Ne l'ungie e dente avea cotanta possa, +Che piastra o maglia non li può durare; +E la pelle sì dura e tanto grossa, +Che nulla cosa la potria tagliare. +Questa bestia feroce ora se è mossa, +E va con furia Ranaldo a trovare +Su duo piè ritta, con la bocca aperta. +Mena Ranaldo un colpo con Fusberta, + +E proprio a mezo il muso l'ebbe còlta. +Or par di foco la bestia adirata, +E con più furia a Ranaldo rivolta +Con la mano alta tira una ciampata. +Troppo non gionse avanti quella volta, +Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata, +Tanto avea duro il dispietato ungione! +Sino alla carne disarmò il barone. + +Ora per questo Ranaldo non resta: +Benché abbia il peggio, pur non si spaventa; +Tira a due mani al dritto della testa. +Quella bestia crudel par che non senta, +Anci a ogni colpo mena più tempesta; +Salta de intorno, né giamai se allenta: +Or de una zampa, ora de l'altra mena +Con tal prestezza che si vede apena. + +In quattro parte è già il baron ferito, +Ma non ha il mondo così fatto core; +Vedesi morto, e non è sbigotito: +Perde il suo sangue, e cresce il suo furore. +Lui certamente avea preso il partito +Che al disperato caso era megliore; +Però che, se nol fa il mostro perire, +Pur lì di fame li convien morire. + +Già se faceva il giorno alquanto scuro, +E dura la battaglia tutta fiata. +Ranaldo se è accostato a l'alto muro: +Il sangue ha perso, e la lena è mancata, +E ben è del morir certo e sicuro, +Ma mena pur gran colpi della spata; +Vero è che sangue al mostro non ha mosso, +Ma fraccassato li ha la carne e l'osso. + +Or se 'l destina in tutto di stordire: +Mena un gran colpo quel baron soprano. +La mala bestia il brando ebbe a gremire: +Or che dee far il sir di Montealbano? +Diffender non si può, né può fuggire, +Perché Fusberta li è tolta di mano. +Ma poi vi dirò come andò il fatto: +In questo canto più di lui non tratto. + +Canto nono + +Odito aveti la sozza figura +Che avea la fiera orribile e deserta, +Qual con Ranaldo alla battaglia dura, +E come li ha di man tolto Fusberta. +E lui lasciamo in quella gran paura, +Ché bisogna che altrove io mi converta: +Or de una dama lo amoroso caldo +Contar conviensi, e poi torno a Ranaldo. + +Voi vi doveti, segnor, racordare +Di Angelica, la bella giovanetta, +E come Malagise ebbe a lasciare; +E giorno e notte stava alla vedetta. +Or quanto gli rencresce lo aspettare, +Sappialo dir colui che il tempo aspetta: +Dico che aspetta promessa d'amore, +Perché ogni altro aspettare è rose e fiore. + +Ella guardava verso la marina, +Verso la terra, per monte e per piano; +Se alcuna nave vede, la meschina, +O scorge vela molto di lontano, +Lei, compiacendo a se stessa, indivina +Che dentro vi è il segnor di Montealbano; +Se vede in terra bestia o ver carretta, +Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta. + +Ed ecco Malagise a lei ritorna +(E già non ha Ranaldo in compagnia), +Pallido, afflitto e con barba musorna: +Gli occhi battuti alla terra tenìa; +Non ha di drappo la persona adorna, +Ma par che n'esca alor di pregionia. +La dama, che in tal forma l'ebbe scorto, +- Ahimè, - cridava - il mio Ranaldo è morto! - + +- Anci non è già morto per ancora, - +Rispose Malagise alla donzella +- Ma non puotrà già far lunga dimora, +Che non sia occisa la persona fella. +Che maledetto sia quel giorno e l'ora +Che fece una alma sì de amor ribella! - +Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto, +Come alla rocca crudel l'avea gionto; + +E come ad ogni modo vôl che 'l mora, +E che quel mostro l'abbia divorato. +Non domandati se la dama acora, +Che quasi il spirto al tutto li è mancato. +Ella parea di vita al tutto fora, +Con gli occhi vòlti e col viso agiacciato; +Ma, poi che fu tornata in suo vigore, +A Malagise disse: - Ahi traditore! + +Traditor, crudo, perfido, ribaldo, +Che ancora ardisci a dimorarmi a canto, +Ed hai condotto il tuo cugin Ranaldo +Vicino a morte, con periglio tanto! +Ma se l'aiuto non gli dài di saldo, +Non ti varan demonii, né tuo incanto; +Ché incontinente ti farò bruciare, +E la tua polver gettarò nel mare. + +Non pigliar scusa, falso truffatore, +De aver ciò fatto per la mia querella. +Ora non era partito megliore +Che, avendo uno a morire, io fossi quella? +Lui di beltate e di prodezza è il fiore, +Io vile e sciagurata feminella. +Ma, oltra a questo, non debbi pensare +Che senza lui io non puotria campare? - + +Diceva Malagise: - Ancor soccorso, +Volendo tu, se li potrà donare; +Ma te bisogna prender questo corso, +E tu sia quella che il vada a campare; +Ché, benché sia crudel più che alcuno orso, +A suo dispetto converratti amare; +Sì che spazzati pure e sii ben presta, +Ché nostra indugia forse lo molesta. - + +Così dicendo li porge una corda, +Di lacci ad ogni palmo ragroppata, +E una gran lima, che segava sorda, +E uno alto pan di cera impegolata: +Come le debbia adoprar li racorda. +Angelica dal vento è via portata, +Sopra a un demonio, che ha la faccia nera; +A Crudel Rocca gionse quella sera. + +Ora voglio a Ranaldo ritornare, +Che era condutto a caso tanto scuro, +Che della morte non potea campare: +Perduto ha il brando che 'l facea sicuro. +Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare; +Ed ecco avanza, quasi a mezo 'l muro, +Un travo fitto dece piedi ad alto. +Prese Ranaldo un smisurato salto, + +E gionse al travo, e con la man l'ha preso, +Poi con gran forza sopra li montava; +Così tra celo e terra era sospeso. +Or quel mostro crudel ben furïava; +Avenga che sia grosso e di tal peso, +Spesso vicino a Ranaldo saltava, +E quasi alcuna volta un poco il tocca: +Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca. + +Era venuta già la notte bruna. +Stassi Ranaldo a quel legno abracciato, +Né sa veder qual senno o qual fortuna +Lo possa di quel loco aver campato. +Ed ecco, sotto il lume de la luna, +Però che era sereno e il cel stellato, +Sente per l'aria non sa che volare: +Quasi una dama ne l'ombra li pare. + +Angelica era quella, che venìa +Per dar soccorso al franco cavalliero; +Poi che in faccia Ranaldo la vedia, +Gettarsi a terra prese nel pensiero, +Perché tanto odio a quella dama avia, +Che più non li dispiace il mostro fiero: +Ello esser morto stima minor pene +Che veder quella che a campare il viene. + +Ella si stava ne l'aria sospesa, +E ingenocchiata diceva: - Barone, +Sopra d'ogni altra doglia il cor mi pesa +Che tu sia gionto qui per mia cagione. +Ben ti confesso ch'io son tanto accesa, +Ch'io potrebbi uscir fuor d'ogni ragione; +Ma che nocer potessi a tua persona, +Questo pensiero al tutto lo abandona. + +Fu la mia stima che con tuo diletto, +Con apiacere e riposo e con zoglia +Fussi condotto avanti al mio cospetto; +Ora te vedo de cotanta noglia +E da periglio estremo sì costretto, +Che quasi mi ne uccido di gran doglia; +Ma sia ogni timor pur da te rimosso, +Ch'io il seppi ad ora che campar ti posso. + +Non te rincresca de venirmi in braccio, +Che via per l'aria te possa portare. +Vedrai di terra uno infinito spaccio +Sotto a' tuoi piedi in un punto passare; +Te potrai far de un alto disio saccio, +Se mai ti venne voglia di volare. +Vien, monta sopra a me, baron gagliardo: +Forse non son peggior del tuo Baiardo. - + +Era Ranaldo tanto addolorato, +Che con gran pena la puoteva odire. +Pur li rispose: - Per lo Dio beato, +Più son contento di dover morire, +Che per tuo mezo vederme campato; +E quando non ti vogli pur partire, +Di questo loco me voglio gettare: +Or statte e vanne, e fa come ti pare. - + +Non crediati che sia maggior iniuria +Che alla donna che chiede, esser sprezzata. +Tutte hanno in odio che la sua lussuria +Gli possa essere in viso improperata; +Ma questa dispettosa e trista furia +Angelica non mosse in questa fiata: +Tanto portava a quel barone amore, +Che ogni sua ingiuria a lei parea minore. + +Ella rispose: - Io farò il tuo volere, +E se altro far volessi, io non potrei: +S'io pensassi morendo a te piacere, +Adesso con mia man me occiderei. +Ma tu m'hai bene in odio oltra al dovere! +A ciò me en testimonii omini e dei; +Sol il sprezarmi è 'l mal che mi pôi fare, +Ma che io non te ami, non me pôi vetare. - + +Così dicendo nel campo discende, +Ove rugiava lo animal spietato, +E la corda alaciata giù distende, +Poi quel pan della cera ebbe gettato. +Quel crudel mostro in bocca presto il prende: +L'un dente e l'altro insieme è impegolato; +Mugia saltando e cerca uscir de impaccio: +Al primo salto fu gionto nel laccio. + +Così legato il lasciò la donzella, +E lei si dipartì subitamente. +Era levato già la chiara stella +Che vien davanti al sole in orïente: +Vede Ranaldo quella bestia fella, +Che ha la bocca di pece piena e il dente; +E poi legata per cotal maniera, +Che mover non si può dal loco ove era. + +Subitamente salta gioso al piano, +Dove è la fiera fera di natura, +Che facea un crido tant'orrendo e strano, +Che al mur de intorno potea far paura. +Ranaldo prende sua Fusberta in mano, +E de assalire 'l mostro si assicura; +Ma quella bestia si scote sì forte, +Che par che debbia romper le ritorte. + +Ranaldo non li lascia prender fiato, +Or la ferisce in capo, or nella panza, +Or da il sinestro, ora da il destro lato; +Il ferir de quel mostro era una cianza. +Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato, +Ma quella pelle ogni durezza avanza. +Per ciò non è Ranaldo sbigotito, +Ma subito pigliò questo partito: + +A quella bestia salta sopra al dosso, +La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare, +E le genocchie strenge a più non posso: +Mai non se vide il più fier cavalcare. +Era il barone in faccia tutto rosso: +Quivi ogni suo valor convien mostrare; +E quivi più che altrove l'ha mostrato, +Ché con le mani il mostro ha strangolato. + +Poi che la bestia al tutto è suffocata, +Pensa Ranaldo della sua partita; +Ma quella piazza intorno era serrata +De un grosso muro e de altezza infinita. +Sol di verso il castello era una grata, +Che de travi accialin tutta era ordita; +Ben la assagiò Ranaldo con la spata, +Ma troppo è sua grossezza smisurata. + +Ora Ranaldo se vide pregione, +Che già di questo non pensava in prima, +E del suo scampo manca ogni ragione, +Ché di morir di fame lui se estima. +Guarda d'intorno per ogni cantone, +Ed ha veduta in terra la gran lima, +La lima che la dama avea portata; +Stima il baron che Dio l'abbia mandata. + +Con quella lima la pregione apriva, +E poco manca che non possa uscire. +Ciascuna stella nel cel se copriva, +E cominciava il giorno ad apparire; +Ed eccoti un gigante quivi ariva, +Ma de venire a lui non ebbe ardire; +Anci, come il barone ebbe veduto, +Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! - + +In questo avea Ranaldo sbarattato +Tutto il serraglio, e quella grata aperta; +Ma per il crido di quel smisurato +Gionge la gente crudele e diserta. +E già Ranaldo fuora era saltato; +Or li conviene adoperar Fusberta, +Ché intorno a lui de gente crescìa il ballo: +Già son più che seicento senza fallo. + +Nulla ne cura quel franco barone, +Se ben sei tanto fosse il populaccio. +Davanti a gli altri stava un gigantone, +Quel proprio che Ranaldo prese al laccio. +Mai non fu visto il più falso poltrone; +Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio: +Sotto il genocchio un colpo li disserra, +E senza gambe il fie' cadere in terra. + +Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia, +E sua Fusberta mena con ruina; +Presto a lui sol rimase quella piaccia, +Via ne fuggia la gente saracina. +Chi senza capo va, chi senza braccia, +Piena è di sangue la piaza meschina. +La vecchia nel palazo era serrata, +E dentro ha con lei molta brigata. + +L'altro gigante ancora è dentro chiuso; +Gionge Ranaldo, e già non sta a guardare: +Rompe la porta e favi entro un gran buso, +Poi con la man la prende a dimenare. +Il gran gigante se vede confuso, +Tema e vergogna il fanno dubitare. +Da capo a piedi egli era tutto armato: +Apre la porta, e fuora fu saltato. + +E nella gionta mostra molto ardire; +Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato. +Ridendo quel baron li prese a dire: +- Io son contento di averti onorato. +Il sir de Montealban te fa morire: +Giù nello inferno tu serai lodato; +Ché ben lì trovarai gran compagnia, +Che io li ho mandato con Fusberta mia. - + +Così dicendo quel baron valente +Mena un gran colpo fuor de ogni misura, +Fende al gigante il capo insino al dente; +Or fuggon gli altri tutti con paura. +Intra Ranaldo, e occide l'altra gente; +Ma quella vecchia dispietata e scura +Stava assettata sopra de un balcone; +Giù si gettò, come vide il barone. + +Ben cento pedi quel balcone era alto: +Se la vecchia se occise, io nol domando. +Quando Ranaldo vide quel gran salto, +- Va - disse - al diavol, ch'io te racomando. - +Fatta è la sala già di sangue un smalto: +Sempre mena Ranaldo intorno il brando. +Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva, +Non rimase al castello anima viva. + +Da poi se parte, e torna alla marina: +Non ha più voglia nel naviglio entrare, +Ma così a piedi nel litto camina; +Ed una dama venne a riscontrare, +Che dicea: - Lassa! misera! tapina! +La vita voglio al tutto abandonare. - +Ma parlar più di ciò lascia Turpino, +E torna a dir de Astolfo paladino. + +Era partito Astolfo già di Franza: +Baiardo il buon destrier menato avia; +L'arme ha dorate, e dorata ha la lanza, +E va soletto e senza compagnia. +Già passato ha il paese di Maganza, +E già la Magna grande e la Ongaria; +Passa il Danubio nella Transilvana, +La Rossia bianca, ed è gionto alla Tana. + +Alla man destra volta giuso al basso, +E ne la Circasia fece la intrata. +Or quella regïone era in conquasso, +Tutta la gente se vedeva armata; +Però che Sacripante, il re circasso, +Una gran guerra aveva incominciata +Contra Agricane, re di Tartaria; +L'uno e l'altro segnor gran possa avia. + +La cagione era di questo rumore +Non odio antiquo o zelosia di stato, +Né lo confin di regno o disonore, +Né lo esser per vittoria reputato; +Ma l'arme li avea posto in mano Amore, +Perché Agricane al tutto è destinato +Angelica per moglie di ottenire: +Essa ha proposto più presto morire. + +Ed ha mandato in ogni regïone, +Presso e lontano, e per ogni paese; +O sia re grande, o sia picciol barone, +Invita ciascaduno a sue diffese; +E già molte migliaia di persone, +Per aiutar la dama, han le armi prese; +Ma prima assai de gli altri Sacripante, +Che lungamente li era stato amante. + +Egli era innamorato oltra a misura +Della donzella, e lei lui poco amava; +Ma questa è più d'amor la gran sciagura, +Che il non essere amato non disgrava. +Or, per non far più lunga la scrittura, +Re Sacripante sua gente adunava, +E già se stava nel campo attendato, +Quando li venne Astolfo apresentato. + +Perché aveva quel re fatto ordinare +Per ogni passo e per ogni sentiero +Dove persone potea capitare, +Che ciascun, paesano o forastiero, +Avanti a lui se debba appresentare; +E se de lui li faceva mestiero, +Con bono accordio seco il retenia; +Non se accordando, andava alla sua via. + +Venne Astolfo da lui sopra Baiardo, +E fu da Sacripante assai mirato; +E ben lo stimò fior de ogni gagliardo, +Tanto lo vede gentilmente armato. +Già non aveva la insegna da il pardo, +Ma sopravesta e scudo avea dorato; +E perciò sempre per quel tenitoro +Nomossi il cavallier da il scudo d'oro. + +Disseli Sacripante: - Sir valente, +Che soldo chiedi per la tua persona? - +Rispose Astolfo: - Tutta la tua gente, +Quanta ne è in campo sotto tua corona. +Altro partito non voglio nïente: +Così mi piglia, o così me abandona; +In altro modo non sapria servire, +Perché io so comandar, non obedire. + +Ma acciò che pensi se me la dei dare +(Perché forse me stimi per un paccio), +Voglio una prova nel presente fare: +Che me leghi di dietro il manco braccio; +Questo esercito poi voglio pigliare, +Da tua persona a l'ultimo ragaccio; +E perché meraviglia non te mova, +Adesso adesso ne farò la prova. - + +Il re, rivolto a' soi baron, dicia +Che li incresciva di quel cavalliero, +Che a tal partito il senno perso avia; +E che potrebbe anco esser de legiero +Che lo intelletto li ritornaria, +Quando di lui se pigliasse pensiero. +Altri diceva: - Deh! lasciamlo andare! +Poco de un paccio se può guadagnare. - + +E così Astolfo fu licenziato, +E via cavalca senza altro pensiero. +Quel re di Circasia molto ha guardato +L'arme dorate e Baiardo il destriero; +E ne l'animo suo si ha destinato +De andar soletto dietro al cavalliero: +Poca fatica a quello alto re pare +L'arme ad Astolfo e quel caval levare. + +De sopra a l'elmo trasse la corona, +Ché già non voleva esser cognosciuto; +Lo usato scudo e le insegne abandona. +Era questo re grande e ben membruto, +E forte a meraviglia di persona, +Molto avisato in guerra e proveduto: +Ma poi racontaremo sue prodece +Nella gran guerra che a Albraca se fece. + +Lui segue Astolfo, come è sopra detto, +Che era davanti bene una giornata, +E cavalcava via tutto soletto. +Ed ecco scontra a mezo della strata +Un Saracin, che un altro sì perfetto +Non ha la terra, che è dal mar voltata; +Sua gran virtù conviene che se scopra +A quella guerra ch'io dissi di sopra. + +Quel saracino ha nome Brandimarte, +Ed era conte di Rocca Silvana; +In tutta Pagania per ogni parte +Era sua fama nobile e soprana. +Di torniamenti e giostra sapea l'arte; +Ma, sopra tutto, la persona umana +Era cortese, il suo leggiadro core +Fu sempre acceso di gentile amore. + +Costui menava seco una donzella, +Alor che con Astolfo se scontrava, +Che tanto cara gli è quanto era bella, +E di bellezza le belle avanzava. +Or come Astolfo il vide in su la sella, +Subitamente a giostra lo invitava: +- Prendi del campo, - Astolfo li dicia +- O ver lascia la dama, e va a tua via. - + +Diceva Brandimarte: - Per Macone, +Prima vi voglio la vita lasciare; +Ma io te aviso, franco campïone, +Poi che donzella non hai a menare, +Che, se io te abato, te torò il ronzone, +E converratti a pedi caminare; +E già non stimo farti villania: +Tu non hai dama, e vôi tormi la mia. - + +Aveva quel barone un gran destriero, +Che fu ben certo delli avantaggiati. +Or volta l'uno e l'altro cavalliero, +Da poi che insieme fôrno desfidati, +E ritrovârsi al mezo del sentiero, +E de gran colpi se fôrno atrovati. +Ma Brandimarte cadde con tempesta, +E scontrarno e destrier testa per testa. + +Morì quel del barone incontinente: +Baiardo non curò di quella urtata. +Ciò non estima il cavallier valente; +Ma di perder la dama delicata +Al tutto se dispera nella mente, +Ché più che 'l proprio cor l'aveva amata. +Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto, +Trasse la spada per darse nel petto. + +Astolfo, che a quello atto ben comprese +Che il cavallier moriva disperato, +Subitamente di Baiardo scese, +E con parole assai l'ha confortato. +- Credi, - diceva - ch'io sia sì scortese, +Ch'io te toglia quel ben che hai tanto amato? +Teco giostrai per vittoria e per fama: +Mio sia l'onore, e tua sia questa dama. - + +Il cavallier che a piedi l'ascoltava, +E prima di dolor volea morire, +Or di tanta allegrezza lacrimava, +Che non poteva una parola dire, +Ma e piedi al duca e le gambe baciava, +E forte singiottendo disse: - Sire, +Or se radoppia la vergogna mia, +Poi ch'io son vinto ancor di cortesia. + +Ed io ben son contento tutta fiata +Di avere ogni vergogna per tuo onore; +Tu m'hai la vita al presente campata: +Sempre perder la voglio per tuo amore. +Io non posso mostrarti mente grata, +Ché di servirti non aggio valore; +E tu sei de ogni cosa sì compiuto, +Che a l'altri servi, e tu non chiedi aiuto. - + +Mentre che stanno in questo ragionare, +Re Sacripante ariva alla foresta; +E quando la fanciulla ebbe a mirare, +Destina di lasciar la prima inchiesta, +Ché quella dama volìa conquistare, +Fra sé dicendo: "Oh che ventura è questa! +Io feci aviso avere arme e destriero; +Or far meglior guadagno è di mestiero." + +Con alta voce crida il Saracino: +- Di qualunche di voi la dama sia, +A me la lascia, e vada al suo cammino, +O che si prova alla persona mia. - +- Tu non sei cavallier, ma sì assassino, - +Il franco Brandimarte li dicia +- Ché tu sei su il destriero, io sono a piedi, +Ed a robarme a battaglia mi chiedi. - + +E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare, +E li dimanda con ogni preghiere +Che il suo destrier li piaccia di prestare. +Ridendo Astolfo con piacevol ciere +Disse: - Il mio per nïente non vo' dare, +Ma il suo ti donerò ben voluntiere; +E guadagnar lo voglio per tuo amore: +Tuo fia il cavallo, e mio serà l'onore. - + +A Sacripante poi disse: - Barone, +Prima che acquisti questa damigella, +Convienti fare un'altra questïone; +E se io ti getto fora de la sella, +Io te farò partir senza ronzone; +Se tu me abbatti, serò pure a quella, +E tu te pigliarai questo destriero; +Poi della dama a te lascio il pensiero. - + +- O Dio Macon, - diceva Sacripante +- Quanto aiutarme tua mente procura! +Per l'arme venni e per quello afferante, +E trovai questa bella creatura! +Ed ora mi guadagno in uno instante +La dama col destriero e l'armatura! - +Così dicendo da Astolfo si scosta, +E, vòlto, disse a lui: - Vieni a tua posta. - + +Ora son mossi con molto furore; +Nel corso ciascadun sua lancia aresta: +L'un se crede de l'altro esser megliore, +E vannose a ferir con gran tempesta. +Ma Sacripante cadde con dolore, +Sopra del prato percosse la testa. +Astolfo quivi in terra lo abandona: +Il suo destriero a Brandimarte dona. + +- Odisti mai più piacevol novella, - +Diceva Astolfo - di questo barone, +Che se credette levarmi di sella, +Ed esso ne convien andar pedone? - +Così ne va parlando; e la donzella +Gli dice: - Il fiume della oblivïone +È qui davanti; sicché, cavallieri, +Pigliàti al nostro aiuto bon pensieri. + +Se ogni om de noi non è cauto e prudente, +Noi siam tutti perduti questa sera; +Lo ardir, né l'arma non varrà nïente, +Ché qui presso a tre miglia è una rivera, +Che tra' l'omo a se stesso de la mente: +Non se può racordar più quel che egli era. +Onde io mi penso che assai meglio sia +Tornare a dietro e lasciar questa via; + +Ché la rivera non si può passare, +Perché ciascuna ripa ha uno alto monte; +Da l'uno a l'altro una muraglia appare, +Che le due rocche tiene insieme agionte. +Stavi una dama nel mezo a mirare, +Sotto una torre, ch'è in guardia del ponte; +Con una coppa lucida e pulita +Ciascun che ariva a ber del fiume invita. + +Come ha bevuto, perde ogni memoria, +Tanto che il proprio nome ha smenticato; +Ma se alcun più superbo, per sua boria, +Volesse a forza il ponte esser passato, +Serìa impossibil lui acquistar vittoria, +Ché sempre alcun barone appregïato +Tien quella dama fuora d'intelletto, +Per far vendetta d'ogni suo dispetto. - + +Con tal parole la dama procura +Che il suo vïaggio si debba mutare. +Ciascun de' cavallier non ha paura, +Ed ha diletto tal cosa trovare; +E per veder quella strana ventura, +De esser là gionti mille anni li pare; +E cavalcando, vicino alla sera +Gionsero al ponte sopra alla rivera. + +La damisella ch'era guardïana, +A loro incontra sopra al ponte è gita, +E con gentil sembiante, in voce umana, +A ber del fiume ciascadun invita. +- Ahi! - disse Astolfo - Via, falsa, puttana! +Ché l'arte tua malvaggia è pur finita: +Morir convienti, tientene ben certa, +Ché la tua fraude al tutto è discoperta. - + +La damisella che il parlare intese, +Lascia cader il cristal che avea in mano. +Un sì gran foco nel ponte se accese, +Che il volervi passar serebbe vano. +L'altra donzella ben quello atto intese, +Ed ambi i cavallier prese per mano: +L'altra dama, dico io, di Brandimarte, +Che sa di questa ogni malizia ed arte. + +Lei prese a mano ciascun cavalliero, +E quanto ne pô gir, tanto ne andava, +Drieto alla ripa, per stretto sentiero. +L'acqua incantata quivi si vargava +Sopra de un ponte che passa al verziero. +Per altrui quella porta non se usava, +Ma la nova donzella, che è ben scorta +Di questo incanto, sapea quella porta. + +Brandimarte gettò la porta in terra, +E già se vede quel falso giardino, +Che tanti cavallier dentro a sé serra. +Quivi era chiuso Orlando paladino, +E il re Ballano, quel mastro di guerra, +E Chiarïone, il franco saracino; +Era lì dentro Oberto dal Leone, +Con Aquilante e il suo fratel Grifone. + +Eravi ancora il forte re Adrïano, +Ed eravi Antifor de Albarosia; +Non cognoscon l'un l'altro, e insieme vano, +Né sapria dire alcun quel che lui sia, +Né se egli è saracino, o cristïano: +Tutti son persi per negromanzia. +Tutti li ha persi quella falsa dama, +Che Dragontina per nome se chiama. + +Or se incomincia una gran questïone, +Ché Astolfo e Brandimarte sono entrati. +Il re Ballano e il forte Chiarïone +Per Dragontina stan quel giorno armati. +Adrïano e Antifor e ogni barone +Son tutti insieme, li altri smemorati; +Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto, +Che la logia mirava per diletto. + +Era ancor tutto armato il cavalliero, +Perché gionto era pur quella matina; +E Brigliadoro, il suo franco destriero, +Legato è tra le rose ad una spina. +Lui de altra cosa non avea pensiero; +Ed eccoti qui gionge Dragontina, +Dicendo: - Cavallier, per lo mio amore +Non anderai dove odi quel rumore? - + +Altro non pensa il cavallier soprano, +Salta in arcione e la visera serra: +Alla zuffa ne va col brando in mano. +Già Brandimarte ha Chiarïon per terra, +Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano, +Ed a cavallo e a pedi se fan guerra. +Ma, come prima gionse il conte Orlando, +Cognobbe Astolfo Durindana el brando; + +E crida forte: - O cavallier pregiato, +Fiore e corona de ogni paladino! +Oh sempre Dio del cel ne sia lodato! +Non me cognosci ch'io son tuo cugino, +Che tanto per il mondo te ho cercato? +Chi te condusse per questo giardino? - +Il conte de nïente non lo ascolta, +Né se ricorda vederlo altra volta; + +Ma con gran furia e senza alcun riguardo +Un grandissimo colpo a due man mena; +E se non fosse che il destrier Baiardo +È di tal senno e di cotanta lena, +Serebbe ucciso quel duca gagliardo, +Ché morto l'avria Orlando con gran pena: +Ben che il mur del giardin fosse molto alto, +Baiardo a un tratto lo passò de un salto. + +Orlando fuor del ponte se ne uscia, +Ché quel nemico al tutto vôl pigliare; +E benché Brigliador forte corria, +Già con Baiardo non puotea durare, +Ma pur lo segue quanto più puotia. +Or non più adesso per questo cantare; +Ne l'altro avreti, se tornati a odire, +Del duca Astolfo un smisurato ardire. + +Canto decimo + +Orlando segue Astolfo a tutta briglia, +Forte spronando, ma nulla gli vale; +Corre Baiardo più che a meraviglia: +Giurato avria ciascun che l'avesse ale. +Il duca in ver levante il camin piglia, +Benché di Brandimarte gli par male, +Che gli era stato un pezo compagnone; +Or lo lasciava peggio che pregione. + +Ma lui tanto temeva Durindana, +Che avria lasciato un suo carnal germano. +Or poi che Orlando per la selva strana +Vede averlo seguìto un pezo invano, +E che da lui più sempre se alontana +(Già quasi più nol vede sopra al piano), +Nella campagna lui non fe' dimora: +Verso il giardin correndo torna ancora. + +La battaglia là dentro ancor durava, +Però che Brandimarte stava in sella, +Ed or Ballano, or Chiarïone urtava, +E ciascadun di loro a lui martella. +Ma la sua dama piangendo il pregava +Ch'el lascia la battaglia iniqua e fella, +E coi duo cavallier faccia la pace, +Facendo quel che a Dragontina piace; + +Perché altramente non puotrà campare, +Quando non beva de l'acqua incantata; +Né se curi al presente smemorare, +Ma così aspetti la sua ritornata, +Che certamente lo verrà aiutare. +Né più nïente se fu dimorata, +Ma volta il palafreno alla pianura, +E via camina per la selva oscura. + +Or la battaglia subito se parte, +E son finite le crudel contese; +E Dragontina piglia Brandimarte, +E dàgli il beveraggio lì palese +Della fiumana che è fatto per arte. +Più oltra il cavallier mai non intese, +Né se ricorda come qui sia gionto: +Tutto divenne un altro in su quel ponto. + +Dolce bevanda e felice liquore, +Che puote alcun della sua mente trare! +Or sciolto è Brandimarte dello amore +Che in tanta doglia lo facea penare. +Non ha speranza più, non ha timore +Di perder lodo, o vergogna acquistare; +Sol Dragontina ha nel pensier presente, +E de altra cosa non cura nïente. + +Orlando è ritornato nel giardino, +Avanti a Dragontina è ingenocchiato, +E fa sua scusa con parlar tapino, +Se quell'altro baron non ha pigliato. +Tanto li sta sumesso il paladino, +Che ad un piccol fantin serìa bastato. +Ora tornamo de Astolfo a contare, +Che de aver drieto Orlando ancor li pare; + +Unde camina continuamente, +E notte e giorno, il cavallier soprano. +Il primo giorno non trovò nïente +Per quel diserto inospite e silvano, +Ma nel secondo vede una gran gente, +Che era attendata sopra di quel piano: +Ad uno araldo Astolfo dimandava +Che gente è questa che quivi accampava. + +Lo araldo gli mostrava una bandera, +Che quasi il mezo de il campo tenìa, +E dice: - Quivi aloggia con sua schera +Il re de' re, segnor de Tartaria. - +(Era quella bandera tutta nera, +Un caval bianco dentro a quella avia, +D'intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro: +Non avea il mondo più ricco lavoro.) + +- Quell'altra c'ha il sol d'oro in campo bianco, +È del re de Mongalia, Saritrone, +Che non ha il mondo un baron tanto franco. +Vedi la verde da il bianco leone? +Quella è del smisurato Radamanto, +Che vinti piedi è lungo il campïone, +E signoreggia sotto tramontana +Mosca la grande e la terra Comana. + +Quella vermiglia, che ha le lune d'oro +È del gran Polifermo, re de Orgagna, +Che di stato è possente e di tesoro, +Ed è gagliardo sopra a la campagna. +Io te vo' racontar tutti costoro, +Né vo' che alcun stendardo vi remagna, +Che nol cognoschi e nol possi contare, +Se in altre parte forse hai arrivare. + +Vedi là il forte re della Gotìa, +Che Pandragon per nome era chiamato. +Vedi lo imperator de la Rossia, +Che ha nome Argante, ed è sì smisurato. +Vedi Lurcone ed il fier Santaria; +Il primo è di Norvega incoronato, +Il secondo de Sueza; e prossimana +Ha la bandera del re de Normana. + +Quel re per nome è chiamato Brontino, +Che porta nel stendardo verde un core. +Il re di Danna li aloggia vicino, +Che ha nome Uldano, ed ha molto valore. +Costoro a l'India prendono il camino, +Perché Agricane è de tutti il segnore, +E tutti sottoposti a sé li mena, +Per dare a Galifrone amara pena. + +Quel Galifrone in India signoreggia +Una gran terra, che ha nome il Cataio, +Ed ha una figlia, a cui non se pareggia +Rosa più fresca de il mese de maio. +Ora Agricane per costei vaneggia, +Né tiene altro pensiero intro il coraio +Che de acquistar quella bella fanciulla; +Di regno o stato non si cura nulla. + +Vero è ch'iersera il vecchio Galifrone +Mandò nel campo una sua ambasciaria, +Facendo molto d'escusazïone, +Se non li dava la figlia in balìa; +Però che quella, contro ogni ragione, +La rocca de Albracà tolto li avia, +E che, radotta in quella terra forte, +Dicea volervi star fino alla morte. + +Or potrebbe esser che tutta la gente +Andasse a Albraca per porvi l'assedio; +Ché il patre non ha colpa de nïente, +Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio. +Ma io m'estimo bene e certamente +Che la fanciulla non vi avrà remedio +A far con questo già lunga contesa: +Meglio è per lei che subito sia resa. - + +Dapoi che Astolfo la cagione intende +Perché era quivi la gente adunata, +Subitamente il suo vïaggio prende; +Forte cavalca ciascuna giornata, +Fin che alla rocca di Albraca discende, +Dove stava la dama delicata; +La qual, sì come Astolfo vide in faccia, +Subito lo cognobbe, e quello abbraccia. + +- Per mille volte tu sia il benvenuto, - +Dicea la dama - franco paladino, +Che sei giunto al bisogno dello aiuto! +Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino! +Questo castello avessi io poi perduto, +E tutto il regno (io non daria un lupino), +Pur che qua fosse quel baron iocondo, +Che più val sol che tutto l'altro mondo. - + +Diceva Astolfo: - Io non ti vo' negare, +Che un franco cavallier non sia Ranaldo; +Ma questo ben ti voglio racordare, +Che a la battaglia son di lui più saldo. +Alcuna fiata avemmo insieme a fare, +Ed io gli ho posto intorno tanto caldo, +Che io l'ho fatto sudare insino a l'osso, +E dire: "Io te mi rendo, e più non posso." + +E il simil ti vo' dire ancor de Orlando, +Che della gagliardia se tien stendardo; +Ma se mancasse Durindana il brando, +Come a quell'altro è mancato Baiardo, +Non se andarebbe pel mondo vantando, +Né se terrebbe cotanto gagliardo; +Non con meco però, ché in ogni guerra +Che ebbi con seco, lo gettai per terra. - + +La dama non sta già seco a contendere, +Perché sapea come era solaccevole; +Né di Ranaldo lo volse reprendere, +Benché odirlo biasmar li è dispiacevole; +E ben ne sapea lei la ragion rendere, +Perché era di quel tempo racordevole +Quando vide a Parigi ogni barone, +E di lor tutti la condizïone. + +La dama fa ad Astolfo un grande onore, +E dentro dalla rocca lo aloggiava. +Ed eccoti levare un gran romore, +Per un messagio che quivi arivava; +Di polvere era pieno e di sudore: +- A l'arme! a l'arme! - per tutto cridava. +Dentro alla terra se arma ogni persona, +Perché a martello ogni campana suona. + +Eran qui dentro cavallier tre millia, +Dentro alla rocca avea mille pedoni. +La dama con Astolfo se consiglia, +E con li principal de' soi baroni; +Ed alla fine il partito se piglia +De diffender le mure e' torrïoni. +La terra è di fortezza sì mirabile, +Che per battaglia al tutto è inespugnabile. + +Delibrâr che la terra se guardasse, +Che per ben quindeci anni era fornita. +Diceva a loro Astolfo: - Se io pensasse +Perdere un giorno qui della mia vita, +Che quei re ad uno ad un non assaggiasse, +Voria che l'alma mia fosse finita; +Ed allo inferno me voglio donare, +Se questo giorno non li faccio armare. - + +E così detto le sue arme prende, +Sopra Baiardo al campo se abandona; +Dice cose mirabile e stupende, +Da far meravigliare ogni persona. +- Forsi ch'io vi farò sficar le tende, +Soletto come io son! - così ragiona. +- Nïun non camparà, questo è certano: +Tutti vi voglio occider di mia mano. - + +Vintidue centenara di migliara +De cavallier avia quel re nel campo; +Turpino è quel che questa cosa nara. +Astolfo non li estima, e getta vampo. +Dice il proverbio: "Guastando se impara": +Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo, +Che alquanto se mutò de opinïone, +Governandosi poi con più ragione. + +Ma nel presente tutti li disfida, +Chiamando Radamanto e Saritrone; +Polifermo ed Argante forte iscrida, +E Brontino dispreza e Pandragone; +Ma più Agricane, che de li altri è guida, +E il forte Uldano, e il perfido Lurcone; +Con quisti il re di Sueza, Santaria: +A tutti dice oltraggio e vilania. + +Or se arma tutto il campo a gran furore. +Non fo mai vista cosa tanto oscura +Quanto è quel populaccio, pien de errore, +Che de un sol cavallier se mette in cura. +Tanto alto è il crido e sì grande il romore, +Che ne risuona il monte e la pianura, +E spiegan le bandiere tutte quante; +Dece re insieme a quelle vanno avante. + +E quando Astolfo viderno soletto, +Pur vergognando andârli tutti adosso; +Argante imperator, senza rispetto, +Fuor della schiera subito se è mosso. +Largo sei palmi è tra le spalle il petto: +Mai non fo visto un capo tanto grosso; +Schizzato il naso e l'occhio piccolino, +E il mento acuto, quel brutto mastino. + +E sopra un gran destrier, che è di pel sôro, +Con la testa alta Astolfo riscontrava. +Il franco duca con la lancia d'oro +For della sella netto il trabuccava: +Ben fe' meravigliar tutti coloro. +Il forte Uldano sua lancia abassava, +Che fu segnor gagliardo e ben cortese: +Cugin carnale è questo de il Danese. + +Astolfo con la lancia l'ha scontrato; +Disconzamente in terra il trabuccava. +Ciascun dei re ben se è meravigliato, +E più l'un l'altro già non aspettava. +Movesi un crido grande e smisurato: +- Adosso! adosso! - ciascadun cridava; +E tutti insieme quella gran canaglia +Contra de Astolfo viene alla battaglia. + +Lui d'altra parte sta fermo e securo, +E tutta quella gente solo aspetta, +Come una rocca cinta de alto muro; +Sopra Baiardo a gran fatti se assetta. +Per la polvere il celo è fatto scuro, +Che move quella gente maledetta; +Quattro vengono avanti: Saritrone, +Radamanto, Agricane e Pandragone. + +Or Saritrone fu il primo incontrato, +E verso il cel rivolse ambe le piante; +Ma Radamanto da il dritto costato +Percosse il duca; e quasi in quello instante +Agricane il ferì da l'altro lato; +E nella fronte de l'elmo davante +Pur in quel tempo il gionse Pandragone: +Questi tre colpi lo levâr d'arcione. + +E tramortito in terra se distese, +Per tre gran colpi che avea ricevuti. +Radamanto è smontato, e lui lo prese, +Benché sian l'altri quivi ancor venuti. +Vero è che Astolfo non fece diffese, +Ché era stordito, e non vi è chi lo aiuti. +Ebbe Agricane assai meglior riguardo, +Ché lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo. + +Io non so dir, segnor, se quel destriero, +Per aver perso il suo primo patrone, +Non era tra' Pagan più tanto fiero; +O che lo essere in strana regïone +Gli tolse del fuggire ogni pensiero; +Ma prender se lasciò come un castrone: +Senza contesa il potente Agricane +Ebbe il caval fatato in le sue mane. + +Or preso è Astolfo e perduto Baiardo +E il ricco arnese e la lancia dorata; +In Albraca non è baron gagliardo +Che ardisca uscir di quella alcuna fiata. +Sopra le mura stan con gran riguardo, +Col ponte alciato e la porta serrata; +E mentre che così stanno a guardare, +Vedeno un giorno gran gente arivare. + +Se volete saper che gente sia +Questa che gionge con tanto romore, +Questo è quel gran segnor di Circasia, +Re Sacripante, lo animoso core; +Ed ha seco infinita compagnia: +Sette re sono, ed uno imperatore, +Che vengon la donzella ad aiutare; +Il nome de ciascun vi vo' contare. + +Il primo che è davanti, è cristïano, +Benché macchiato è forte de eresia: +Re de Ermenia, ed ha nome Varano, +Che è de ardir pieno e d'alta vigoria. +Sotto sua insegna trenta millia vano, +Che tutti al saettare han maestria: +E l'altro, che ha la schiera sua seconda, +È l'alto imperator de Tribisonda, + +Ed è per nome Brunaldo chiamato: +Vintisei millia ha di fiorita gente. +Il terzo è di Roase incoronato, +Che ha nome Ungiano, ed è molto possente: +Cinquanta millia è il suo popul armato. +Poi son duo re, ciascuno è più valente: +Ogniom di loro ha molta signoria, +L'un tien la Media, e l'altro la Turchia. + +Quel de la Media ha nome Savarone: +Torindo il Turco per nome si spande. +Questo ha quaranta millia di persone, +E il primo trentasei dalle sue bande. +Odito hai nominar la regïone +Di Babilonia, e Baldaca la grande: +Di quella gente è venuto il segnore, +Re Trufaldino, il falso traditore. + +E le sue gente mena tutte quante, +Che son ben cento millia, in una schiera. +Re di Damasco, schiatta di gigante, +Ne ha vinti millia sotto sua bandiera. +Bordacco ha nome; e segue Sacripante, +Re de' Cercassi, quella anima fiera, +Di corpo forte, de animo prudente; +Ottanta millia è tutta la sua gente. + +Giunsero ad Albracà quella matina +Che la presa di Astolfo era seguìta; +Ed assalirno il campo con roina, +Benché Agricane ha una gente infinita. +Era nella prima ora matutina, +E l'alba pur allora era apparita, +Quando se incominciò la gran battaglia, +Che a l'una e l'altra gente diè travaglia. + +Or chi potrà la quinta parte dire +Della battaglia cruda e perigliosa? +E l'aspro scontro, e il diverso colpire, +E il crido della gente dolorosa, +Che d'una e da altra parte hanno a morire? +Chi mostrarà la terra sanguinosa, +L'arme suonante e bandiere stracciate, +E il campo pien di lancie fraccassate? + +La prima zuffa fu del re Varano, +Che senza alcun romor sua schiera guida. +Comandamento fa di mano in mano +Che pregion non si pigli, e ogni om se occida. +Fu lo assalto improviso e subitano, +Il campo tutto - A l'arme! a l'arme! - crida; +Chi si diffende, e chi prende armatura, +Chi se nasconde e fugge per paura. + +Ma non bisogna già star troppo a bada, +Ché li inimici entro alle tende sono; +Vanno e Tartari al taglio de la spada, +Né trovan delli Ermeni alcun perdono; +Per boschi e per campagna, e fuor di strada +Fugge tutta la gente in abandono. +Ecco la furia adosso più li abonda: +Gionto è lo imperator de Trebisonda. + +Con la sua gente e Tartari sbaraglia. +Ora ecco Ungiano, il forte campïone, +Ch'è gionto con quest'altri alla battaglia; +E già Torindo e il franco Savarone +La gente tartaresca abatte e taglia; +Alla riscossa sta sotto il penone +Re Sacripante, e Bordaco è rimaso +Con Trufaldino, il traditor malvaso. + +La battaglia era tutta inviluppata: +Chi qua, chi là per lo campo fuggia. +La polvere tanto alto era levata, +Che l'un da l'altro non se cognoscia; +Ed è la cosa sì disordinata, +Che non giova possanza o vigoria +Del re Agricane, che è cotanto forte; +Ma a lui davanti son sue gente morte. + +Quel re di gran dolor la morte brama; +Soletto fuor de schiera se tra' avante, +Ciascun de' soi baron per nome chiama: +Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante, +E Pandragone, degno di gran fama, +Lurcone, e Radamanto, che è gigante, +Polifermo e Brontino e Santaria +Ad alta voce chiama tutta via. + +Montato era Agrican sopra Baiardo; +Davanti a tutti vien con l'asta in mano. +Apre ogni schiere quel destrier gagliardo, +Con tanta furia vien sopra del piano; +Abatte ciascadun senza riguardo: +Ed ecco riscontrato ha il re Varano. +Avanti lo colpisce entro la testa, +Gettalo a terra con molta tempesta. + +Brunaldo fu cacciato dello arcione +Da Polifermo; ed ecco il forte Argante +Che con la lancia atterra Savarone; +E Radamanto, quel crudo gigante, +Abatte Ungiano sopra del sabbione. +Or vede bene il franco Sacripante +Tutta sua gente morta e sbigotita, +Se sua persona non li porge aita. + +Lascia sua schiera il re pien di valore +Sopra il destriero, ed abassa la lanza, +E Polifermo atterra con furore; +Brontino e Pandragon poco li avanza, +E questo Argante, che era imperatore, +Ché tutti in terra vanno ad una danza; +E poi ch'egli ha la spada in sua man tolta, +La gente tartaresca fugge in volta. + +In altra parte combatte Agricane, +E meraviglia fa di sua persona; +Vede sua gente per coste e per piane +Fuggire in rotta, e che il campo abandona. +Per la grande ira morde ambe le mane, +E in quella parte crucïoso sprona; +Urta ed occide chi li viene avante, +O sia de' suoi, o sia de Sacripante. + +Come di verno, nel tempo guazoso, +Giù de un gran monte viene un fiume in volta, +Che va sopra a la ripa ruinoso, +Grosso di pioggia e di neve disciolta: +Cotal veniva quel re furïoso, +Con ira grande e con tempesta molta. +Una gran prova poi, che egli ebbe a fare, +Vi vo' ne l'altro canto racontare. + +Canto decimoprimo + +Di sopra odisti il corso e la roina +Del re Agricane, quella anima fiera. +Come un gran fiume fende la marina, +Sì come una bombarda apre una schiera, +Così quel re col brando non afina, +Ogni stendardo atterra, ogni bandiera; +Taglia e nimici e spezza la sua gente, +Né l'un né l'altro non cura nïente. + +Né Tartaro o Circasso lui riguarda, +Né de amici o nemici fa pensiero; +A quel vôl mal, che il camino gli intarda. +Ora è pur gionto quel segnor altiero +Dove discerne la prova gagliarda +Che fa il re Sacripante in sul destriero: +Vede fuggire e soi con alte stride, +E il re circasso vede, che li occide. + +- Fuggitevi de qui, vituperati! - +Disse Agricane - popol da nïente; +Né miei vasalli più vi nominati, +Ch'io non voglio esser re de cotal gente. +Via nel mal ponto! e me quivi lasciati; +Ché io molto meglio restarò vincente +Sol, come io sono, de questa battaglia, +Che in compagnia de voi, brutta canaglia. - + +Così dicendo, si fa largo fare, +E Sacripante alla battaglia invita. +Or non doveti, segnor, dubitare +Se ben l'accetta quella anima ardita; +E incontinente un messo ebbe a mandare +Dentro alla terra, alla dama fiorita; +Pregando lei che su la rocca saglia, +Per radoppiarli il core alla battaglia. + +Venne la damisella sopra al muro, +E mandò un brando al re di Circasia, +Ad ogni prova tagliente e sicuro. +Il re Agricane gran doglia ne avia, +Pur diceva ghignando: - Io non mi curo, +Ché quella spada al fin serà la mia, +E Sacripante insieme, e quel castello, +Con quella ria putana de bordello. + +Non se vergogna, brutta incantatrice, +Ad altro più che a me portare amore, +Ché se puotea chiamar tanto felice +E aver del mondo la parte maggiore. +Certo il ver de le femine si dice, +Che sempre mai se apprendeno al peggiore: +Il re de' re puotea aver per marito, +E un vil circasso tol per appetito. - + +Così dicendo, turbato se volta, +Ed al nemico assai se è dilungato: +La grossa lancia su la coscia ha tolta. +E già da l'altra parte è rivoltato +Re Sacripante, e vien con furia molta; +E l'uno e l'altro insieme è riscontrato +Con tal romore e con tanta roina +Che par che il cel profondi e il mondo afina. + +L'un l'altro in fronte a l'elmo se è percosso, +Con quelle lancie grosse e smisurate, +Né alcun per questo se è de l'arcion mosso; +L'aste fino alla resta han fraccassate, +Benché tre palmi ciascun tronco è grosso. +Già fan rivolta, ed hanno in man le spate, +E furïosi tornansi a ferire. +Ché ciascun vôle o vincere o morire. + +Chi mai vide due tori alla verdura +Per una vacca accesi di furore, +Che a fronte a fronte fan battaglia dura +Con voce orrenda e piena di terrore; +Veggia qui duo guerrer senza paura, +Che non stiman la vita per amore, +Anci hanno e scudi per terra gettati, +E la lor guerra fan da disperati. + +Or Sacripante al tutto se abandona, +A due man mena un colpo dispietato. +Gionselo in testa, e taglia la corona: +Lo elmo non può tagliar, ché era incantato. +Ma Agrican il colpisce alla persona, +E sopra a un fianco l'ha forte piagato. +Ciascun di vendicarse ben procaccia, +E rendonsi pan fresco per fogaccia. + +Né sì spesso la pioggia, o la tempesta, +Né la neve sì folta da il cel cade, +Quanto in quella battaglia aspra e molesta +Se odino spesso e colpi delle spade. +E' da l'arcion son sangue insin la testa: +Mai non se vide tanta crudeltade. +Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso, +E cresce ognor lo assalto furïoso. + +Vero è che Sacripante sta pur peggio, +Perché versa più sangue il fianco fore; +Ma lui della sua vita fa dispreggio, +E riguardando Angelica, il bel fiore, +Fra sé diceva: "O re del celo, io cheggio +Che quel ch'io faccio per soperchio amore +Angelica lo veda, e siagli grato; +Poi son contento di morir nel prato. + +Io son contento al tutto de morire, +Pur ch'io compiaccia a quella creatura. +Oh se lei nel presente avesse a dire: +'Certo io son ben spietata e troppo dura, +Facendo un cavallier de amor perire, +Che per piacermi sua vita non cura!' +Se ciò dicesse, ed io fossi acertato, +E morto e vivo poi serìa beato." + +E sopra a tal pensier tanto se infiama, +Che non fu cor giamai così perverso; +Ad ogni colpo Angelica pur chiama, +E mena il brando a dritto ed a roverso. +Altro non ha nel cor che quella dama: +Piaga non cura, o sangue che abbia perso; +Ma pur il spirto a poco a poco manca, +Benché nol sente, ed ha la faccia bianca. + +Li altri re intorno stavano a guardare +La gran battaglia piena di spavento. +A ciascaduno un gran dalmaggio pare +Veder morir quel re pien de ardimento. +Ma sopra a tutti nol può comportare +Torindo il Turco, ed ha molto tormento +Di veder Sacripante in tal travaglia, +Né sa come sturbar quella battaglia. + +E tra li cavallier comincia a dire +Come egli è certamente un gran peccato +Veder quel franco re così morire. +E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato! +Potrai tu forse con gli occhi soffrire +Di veder morto quel che t'ha campato? +Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita: +Esso ce ha reso e l'onore e la vita. + +Deh non abbiate di color spavento, +Benché sia innumerabil quantitate. +Diamo pur dentro a lor con ardimento, +Che poco lì faren noi con le spate. +Né vi crediati di far tradimento, +Perché questa battaglia disturbate, +Ché tradimento non si può appellare +Quel che si fa per suo segnor campare. + +Sia mia la colpa, se colpa ne viene, +E vostre sian le lode tutte quante. - +Così dicendo più non se ritiene, +Ma con ruina sprona il suo aferrante. +La grossa lancia alla resta sostiene; +Primo e secundo che li viene avante, +E il terzo e il quarto abatte con furore: +Or se comincia altissimo romore. + +Ché ciascun turco e ciascadun circasso, +Ciascun di Tribisonda e di Soria, +E gli altri tutti che al presente lasso, +Perché dietro a Torindo ognun seguia, +Ne' Tartari ferirno con fraccasso, +Contra a quei de Mongalia e di Rossia. +Ecco di sopra si lieva il polvino, +Ché da quel canto gionge Trufaldino, + +Quel di Baldache, ch'è tanto potente. +Or comincia la zuffa smisurata, +Ché cento millia è tutta la sua gente, +Che in una schiera vien stretta e serrata. +Agricane a tal cose pone mente, +E vede la sua gente sbarattata; +E, vòlto a Sacripante, disse: - Sire, +Le vostre gente han fatto un gran fallire. + +A te ben ne darò bon guidardone: +Tu prova contra a' mei quel che pôi fare. - +L'un va di qua, di là l'altro barone, +E comincia le schiere a sbarattare, +Menando i brandi con distruzïone. +Mai tanta gente se ebbe a consumare, +Ché trenta falcie più non fan nel prato, +Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato. + +Agricane inscontrò con Trufaldino. +Vede quel falso che non può campare; +Fassegli inanzi sopra del camino, +Dicendo: - Ben di me ti pôi vantare, +Se tu me abatti sopra de un roncino, +E il tuo destriero al mondo non ha pare! +Lascia il vantaggio, come il dover chiede, +Che alla battaglia te desfido a piede. - + +Era Agricane assai di fama caldo: +Subito smonta alla verde campagna; +A un conte dà il destrier del bon Ranaldo, +Ché già non vôl che altrui quel se guadagna. +Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo: +Volta la briglia, e mena le calcagna; +E prima che Agrican sia rimontato, +Lui tra sua gente è già remescolato. + +Or si riversa tutta la battaglia +Verso la terra, e fuggono e Circassi. +Quei di Baldache, la brutta canaglia, +Fuggono e Sorïan dolenti e lassi, +Gettan per terra lancie e scudi e maglia, +E gettan le saette con turcassi. +Non vi è chi contra a' Tartari risponde: +Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde. + +E già son gionti ove il fosso confina +Sotto alla terra, che è cotanto forte. +Là gioso ogni om se getta con roina, +Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte. +Che debbe fare Angelica meschina, +Che vede le sue gente tutte morte? +Apre la porta e il ponte fa callare, +Ché già soletta lei non vôl campare. + +Come la porta in quel ponte se apria, +Sia maledetto chi a drieto rimane. +La gente tartaresca che seguia, +È mescolata con loro alle mane. +Or la porta gataia giù cadia, +E restò dentro il forte re Agricane; +Trecento cavallier de sue masnate +Fôr con lui chiusi dentro alla citate. + +Egli era in su Baiardo copertato: +Mai non fu visto un baron tanto fiero. +Bordaco il Damaschino era tornato +Dentro alla terra, e vede il cavalliero, +E con molta arroganza li ha parlato: +- Or tua possanza ti farà mestiero: +Non te varrà Baiardo a questo ponto. +Ve' che una volta pur vi fosti gionto! + +In ogni modo te convien morire, +Né pôi mostrar valor né far deffesa. - +Il re Agrican ridendo prese a dire: +- Non facciam di parole più contesa, +Ma tu comincia, se hai ponto de ardire: +Della mia morte pigliane l'impresa, +Ché tu serai il primo a caminare +Là giù, dove molti altri aggio a mandare. - + +Portava il re Bordaco una catena, +Che avea da capo una palla impiombata; +Con quella ad Agricane a due man mena, +Ma lui riscontra al colpo con la spata, +Né parve pur che lo toccasse apena, +Ché quella cadde alla terra tagliata. +Dicea il Tartaro a lui: - Sapra' mi dire +Qual sappia de noi duo meglio ferire. - + +Così dicendo, quel baron possente +A due man mena sopra al bacinetto, +E quel fraccassa, e mette il brando al dente +E parte il mento e il collo insino al petto. +Veggendo quel gran colpo, l'altra gente +Tutti fuggian, turbati nello aspetto, +E tutti in fuga se pongono in caccia; +Il re Agrican li segue e li minaccia. + +Egli è di core ardente e tanto fiero, +Che sempre voluntate lo trasporta; +Però che, se egli aveva nel pensiero +Tornare adrieto, ed aprir quella porta, +Prender la terra assai gli era leggiero, +Ed Angelica avere, o presa o morta. +Ma la ira, che ciascun di senno priva, +Dietro il pose alla gente che fuggiva. + +Battaglia è ancora di fuor tutta fiata, +Molto crudele, orribile e diversa; +Qui l'una e l'altra gente è radunata: +Chi more, e chi del ponte se sumersa. +Tanto è quivi de' morti la tagliata, +Che il sangue che de' corpi fuor riversa, +Sparge per tutto e corre tanto grosso, +Che insino a l'orlo ha già cresciuto il fosso. + +Ma dentro dalla terra altro terrore +E più crudel partito se apresenta. +Quel re sopra Baiardo con furore, +Terribile a vedere, ogniun spaventa. +Non fu battaglia al mondo mai maggiore, +Né dove tanta gente fosse spenta; +Tanti ne occise quel pagan gagliardo, +Che a pena e corpi passa con Baiardo. + +Prima che fosse in Albraca serrato, +Come intendesti, il re de Tartaria, +Già se era prima dentro recovrato +Re Sacripante, pien di gagliardia. +Medicar se faceva disarmato, +E tanto sangue già perduto avia, +Che di star dritto non avea potere, +Ma sopra al letto stavasi a giacere. + +Ora torniamo al potente Agricane, +Che assembra una fortuna di marina. +Il brando sanguinoso ha con due mane: +Mai non fo vista cotanta roina. +Oditi e gran lamenti e voce strane, +Ché tutta è occisa la gente tapina, +Re Sacripante, e in letto, con dolore, +Dimanda la cagion di quel romore. + +Piangendo un suo scudier li prese a dire: +- Intrato è re Agricane, il maledetto, +Che la citade pone a gran martìre. - +Ciò odendo Sacripante esce del letto. +Ciascun de' suoi ben lo volea tenire, +Ma lui saltò di fuora al lor dispetto; +Né altre arme porta che il sol brando e il scudo, +Vestito di camisa, e il resto nudo. + +E riscontra le schiere spaventate: +Nïun per tema sa quel che se faccia. +Lui li cridava: - Ah gente svergognate! +Poi che un sol cavallier tutti vi caccia, +Come nel fango non vi sotterrate? +Come osati ad alcun mostrar la faccia? +Gettati l'arme, e andati alla poltrogna, +Poi non sapeti quel che sia vergogna. + +Vedeti come io vado disarmato +E quasi nudo, per avere onore. - +Il popol che fuggiva se è firmato, +Di meraviglia pieno e di stupore: +Ciascuno alle sue spalle è rivoltato, +Perché la fama del suo gran valore +Era tanto alta, e i fatti a non mentire, +Che a questi spaventati dava ardire. + +Ecco Agricane in mezo della strata, +Che mena in rotta quella gente persa, +Ed ha quest'altra schiera riscontrata +Con Sacripante, che il passo attraversa. +Nova battaglia qui se è cominciata, +Più de l'altra feroce, e più diversa, +Benché e Tartari sono poca gente; +Ma dà a lor core il suo segnor valente. + +Da l'altra parte tanto eran spronati +Quei della terra da quel re circasso, +Che se stimano al tutto svergognati, +Se son cacciati adesso di quel passo. +Quivi de frezze e de dardi lanciati, +Di mazze e spade ve era tal fraccasso, +Qual più giamai stimar se puote in guerra; +Altri che morti non se vede in terra. + +Sopra a tutti l'ardito Sacripante +Di sua persona fa prova sicura. +Senz'arme indosso agli altri sta davante, +Che meraviglia è pur che ancora dura. +Ma tanto è destro, e di gambe aiutante, +Che alcuna cosa non gli fa paura; +Né con il scudo copre sol se stesso, +Ma li altri colpi ancor ripara spesso. + +Ora un gran sasso mena, or getta un dardo +Ora combatte con la lancia in mano, +Or coperto del scudo, con riguardo, +Col brando sta a' nemici prossimano; +E tanto fa, che Agricane il gagliardo +Ogni sua forza adoperava in vano: +Né vi vale il vigor, né lo ardimento; +Già morti sono e soi più de trecento. + +Né lui se può da tanti riparare, +Dardi e saette adosso li piovia; +Re Sacripante sol gli dà che fare, +E li altri lo tempestan tutta via. +Rotto è il cimer, ché penne non appare, +E il scudo fraccassato in braccio avia; +L'elmo di sasso al capo li risuona, +De arme lanciate ha piena la persona. + +Qual, stretto dalla gente e dal romore, +Turbato esce il leon della foresta, +Che se vergogna di mostrar timore, +E va di passo torcendo la testa; +Batte la coda, mugia con terrore, +Ad ogni crido se volge ed arresta: +Tale è Agricane, che convien fuggire, +Ma ancor fuggendo mostra molto ardire. + +Ad ogni trenta passi indietro volta, +Sempre minaccia con voce orgogliosa; +Ma la gente che il segue è troppo molta, +Ché già per la cità se sa la cosa, +E da ogni parte è qui la gente colta. +Ecco una schiera che se era nascosa, +Esce improviso, come cosa nova, +Ed alle spalle a quel re se ritrova. + +Ma ciò non puote quel re spaventare, +Che con furia e roina se è addricciato. +Pedoni e cavallier fa a terra andare; +Prende il brando a due mane il disperato. +Or quivi alquanto lo voglio lasciare, +Ed a Ranaldo voglio esser tornato, +Che da Rocca Crudele è già partito, +E sopra al mar camina a piè sul lito. + +Ciò me sentisti ben di sopra dire, +E come riscontrato ha quella dama, +Che par che di dolor voglia morire. +Cortesemente quel baron la chiama, +E prega lei per ogni suo desire, +Per quella cosa che più nel mondo ama, +E per lo Iddio del celo, e per Macone, +Che del suo dôl li dica la cagione. + +Piangendo respondia la sconsolata: +- Io farò tutto il tuo voler compiuto. +Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata, +Dapoi che ogni mio bene ho io perduto! +Tutta la terra cerco, ed ho cercata, +Né ancor cercando spero alcuno aiuto; +Però che ritrovarme è di mestieri +Un che combatta a nove cavallieri. - + +Dicea Ranaldo: - Io non mi vo' dar vanto, +Già de duo cavallier, non che di nove; +Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto +Tanta pietate nel petto mi move, +Che, se io non son bastante a un fatto tanto, +L'ardir mi basta a voler far le prove; +Siché del caso tuo prendi conforto, +Ché certo o vinceraggio, o serò morto. - + +Disse la dama: - A Dio ti racomando! +Della proferta ti ringrazio assai; +Ma tu non sei colui ch'io vo cercando, +Ch'io credo ben che nol trovarò mai. +Sappi che tra quei nove è il conte Orlando. +Forse per fama cognosciuto l'hai; +E gli altri ancor son gente de valore: +Di questa impresa non avresti onore. - + +Quando Ranaldo ascolta la donzella, +Ed ode il conte Orlando nominare, +Piacevolmente ancora a sé l'appella, +Prega che Orlando li voglia insegnare. +Così da lei intese la novella +De il fiume che non lascia ricordare; +E il tutto li contò de ponto in ponto, +Come Orlando con gli altri lì fo gionto. + +Intende che la dama che parlava, +È quella che partì da Brandimarte. +Ranaldo strettamente la pregava +Che lo voglia condure in quella parte; +E prometteva in sua fede, e giurava +Che faria tanto, o per forza o per arte, +O combattendo o simulando amore, +Che traria quei baron tutti di errore. + +Vedea la dama quel barone adatto, +E di persona sì bene intagliato, +Che aconcio li pareva a ogni gran fatto, +Ed era ancora non vilmente armato. +Ma questo canto più breve vi tratto, +Però che l'altro vi fia prolongato +Nel racontar d'una lunga novella +Che a narrar prese questa damigella. + +Canto duodecimo + +Io ve ho contato la battaglia oscura, +Che ancor mi trona in capo quel romore +De Sacripante, che è senza paura, +E de Agricane, il franco e alto segnore; +Più quella cruda voce non me dura, +E dolcemente contarò de amore: +Teneti voi, segnor, nel pensier saldo +Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo. + +La damisella subito dismonta, +E il palafreno a lui donar volìa. +Dicea Ranaldo a lei: - Tu mi fai onta +Ad invitarme a tanta vilania. - +Lei rispondeva con parole pronta, +Che seco a piedi mai nol menaria: +Al fin, per far questa novella corta, +Lui montò in sella e quella in groppa porta. + +La dama andava alquanto spaventata, +Per la temenza che avea del suo onore; +Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata, +Né mai Ranaldo ragionò de amore, +Alquanto nel parlar rasicurata, +Disse a lui: - Cavallier pien di valore, +Or entrar nella selva si conviene, +Che cento leghe di traverso tiene. + +Acciò che men te incresca il caminare +Per questa selva orribile e deserta, +Una novella te voglio contare, +Che intravenne, ed è ben cosa certa. +In Babilonia potrai arivare, +Dove la istoria manifesta è aperta; +Però (quel ch'io ti narro è veritade) +Fu fatto dentro de quella citade. + +Un cavallier, che Iroldo era chiamato, +Ebbe una dama nomata Tisbina; +Ed era lui da questa tanto amato, +Quanto Tristan da Isotta la regina. +Esso era ancor di lei inamorato, +Che sempre, dalla sera alla mattina, +E dal nascente giorno a notte oscura, +Sol di lei pensa, e de altro non ha cura. + +Vicino ad essi un barone abitava, +Di Babilonia stimato il maggiore; +E certamente ciò ben meritava, +Ché è di cortesia pieno e di valore. +Molta ricchezza, de che egli abondava, +Dispendea tutta quanta in farsi onore; +Piacevol nelle feste, in l'arme fiero, +Leggiadro amante e franco cavalliero. + +Prasildo nominato era il barone. +Quello invitato è un giorno ad un giardino, +Dove Tisbina con altre persone +Faceva un gioco, in atto peregrino. +Era quel gioco di cotal ragione, +Che alcun li tenea in grembo il capo chino; +Quella alle spalle una palma voltava: +Chi quella batte a caso indivinava. + +Stava Prasildo a riguardare il gioco: +Tisbina alle percosse l'ha invitato; +Ed in conclusïon prese quel loco, +Perché fo prestamente indivinato. +Standoli in grembo, sente sì gran foco +Nel cor, che non l'avrebbe mai pensato; +Per non indivinar mette ogni cura, +Ché di levarse quindi avea paura. + +Dapoi che il gioco è partito e la festa, +Non parte già la fiamma dal suo core, +Ma tutto 'l giorno integro lo molesta, +La notte lo assalisce in più furore. +Or quella cagion trova, ed ora questa +Che al volto li è fuggito ogni colore, +Che la quïete del dormir gli è tolta, +Né trova loco, e ben spesso si volta; + +Ora li par la piuma assai più dura +Che non suole apparere un sasso vivo. +Cresce nel petto la vivace cura, +Che d'ogni altro pensiero il cor l'ha privo. +Sospira giorno e notte a dismisura, +Con quella affezïon ch'io non descrivo, +Perché descriver non se può lo amore +A chi nol sente e a cui non l'ha nel core. + +E correnti cavalli, e cani arditi, +De che molto piacer prender suolia, +Li sono al tutto del pensier fuggiti. +Or se diletta in dolce compagnia, +Spesso festeggia e fa molti conviti, +Versi compone e canta in melodia, +Giostra sovente, ed entra in torniamenti +Con gran destrieri e ricchi paramenti. + +E benché pria cortese fosse assai, +Ora è cento per un multiplicato, +Ché la virtude cresce sempre mai, +Che se ritrova in l'omo inamorato: +E nella vita mia già non trovai +Un ben che per amor sia rio tornato; +Ma Prasildo, che è tanto d'amor preso, +Sopra a quel che se stima, fo corteso. + +Egli ha trovato una sua messagiera, +Che avea molta amicizia con Tisbina, +Che la combatte e il mattino e la sera, +Né per una repulsa se rafina. +Ma poco viene a dir, ché quella altiera +A preghi né a pietade mai se inchina; +Perché sempre interviene in veritate +Che la alterezza è gionta con beltate. + +Quante volte li disse: "O bella dama, +Cognosci l'ora della tua ventura, +Dapoi che un tal baron più che sé te ama, +Ché non ha il cel più vaga creatura. +Forse anco avrai di questo tempo brama, +Ché il felice destin sempre non dura; +Prendi diletto, mentre sei su il verde, +Ché lo avuto piacer mai non se perde. + +Questa età giovenil che è sì zoiosa, +Tutta in diletto consumar si deve, +Perché quasi in un ponto ce è nascosa. +Come dissolve il sol la bianca neve, +Come in un giorno la vermiglia rosa +Perde il vago colore in tempo breve, +Così fugge la età come un baleno, +E non se può tenir, ché non ha freno." + +Spesso con queste e con altre parole +Era Tisbina combattuta in vano. +Ma, quale in prato le fresche vïole +Nel tempo freddo pallide se fano, +Come il splendido giaccio al vivo sole, +Cotal se disfacea il baron soprano, +E condotto era a sì malvagia sorte, +Che altro ristor non spera che la morte. + +Più non festeggia, sì come era usato: +In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso. +Palido molto e macro è diventato, +Né quel che esser suolea, pareva adesso. +Altro diporto non ha ritrovato, +Se non che della terra usciva spesso, +E suolea solo in un boschetto andare +Del suo crudele amore a lamentare. + +Tra l'altre volte avenne una matina +Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava, +Ed avea seco la bella Tisbina; +E così andando, ciascuno ascoltava +Pianto dirotto con voce meschina. +Prasildo sì soave lamentava, +E sì dolce parole al dir gli cade, +Che avria spezzato un sasso di pietade. + +"Odeti, fiori, e voi, selve, - dicia - +Poi che quella crudel più non me ascolta, +Dati odïenza alla sventura mia. +Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta, +Voi, chiare stelle, e luna che vai via, +Oditi il mio dolor solo una volta: +Ché in queste voce estreme aggio a finire +Con cruda morte il lungo mio martìre. + +Così farò contenta quella altiera, +A cui la vita mia tanto dispiace, +Poi che ha voluto il celo un'alma fiera +Coprire in viso de pietose face. +Essa ha diletto che un suo servo pèra, +Ed io me occiderò, poi che li piace; +Né de altre cose aggio io maggior diletto, +Che di poter piacer nel suo cospetto. + +Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa +Tra queste selve, e non se sappia mai +Che la mia sorte è tanto dolorosa, +(Né mai palese non me lamentai), +Ché quella dama in vista grazïosa +Potria de crudeltà colparsi assai; +Ed io così crudel l'amo a gran torto, +Ed amarolla ancor poi che io sia morto." + +Con più parole assai se lamentava +Quel baron franco, con voce tapina, +E dal fianco la spada denudava, +Palido assai per la morte vicina; +E il suo caro diletto ognior chiamava. +Morir volea nel nome di Tisbina; +Ché, nomandola spesso, gli era aviso +Andar con quel bel nome in paradiso. + +Ma essa col suo amante ha bene inteso +Di quel barone il suo pianto focoso. +Iroldo di pietate è tanto acceso, +Che ne avea il viso tutto lacrimoso; +E con la dama ha già partito preso +Di riparare al caso doloroso. +Essendo Iroldo nascoso rimaso, +Mostra Tisbina agionger quivi a caso. + +Né mostra avere inteso quei richiami, +Né che tanto crudel l'abbia nomata; +Ma, vedendol giacer tra i verdi rami, +Quasi smarita alquanto se è firmata. +Poi disse a lui: "Prasildo, se tu me ami, +Come già dimostrasti averme amata, +A tal bisogni non me abandonare, +Perché altramente io non posso campare. + +E se io non fossi a l'ultimo partito +Insieme della vita e dello onore, +Io non farebbi a te cotale invito, +Ché non è al mondo vergogna maggiore +Che a richieder colui che hai deservito. +Tu m'hai portato già cotanto amore, +Ed io fui sempre a te tanto spietata; +Ma ancor col tempo te serò ben grata. + +Ciò ti prometto su la fede mia, +E già de l'amor mio te fo sicuro, +Pur quel ch'io cheggio da te fatto sia. +Or odi, e non ti para il fatto duro: +Oltra alla selva della Barbaria +È un bel giardino, ed ha di ferro il muro; +In esso intrar si può per quattro porte, +L'una la Vita tien, l'altra la Morte, + +Un'altra Povertà, l'altra Ricchezza: +Convien chi ve entra, alla opposita uscire. +In mezo è un tronco a smisurata altezza, +Quanto può una saetta in su salire; +Mirabilmente quello arbor se apprezza, +Ché sempre perle getta nel fiorire, +Ed è chiamato il Tronco del Tesoro, +Che ha pomi de smeraldi e rami d'oro. + +Di questo un ramo mi conviene avere, +Altramente son stretta a casi gravi; +Ora palese ben potrò vedere +Se tanto me ami quanto demostravi. +Ma se impetro da te questo apiacere, +Più te amarò che tu me non amavi; +E mia persona ti darò per merto +Di tal servigio: tientine ben certo." + +Quando Prasildo intende la speranza +Esserli data di cotanto amore, +De ardire e di desio se stesso avanza, +Promette il tutto senza alcun timore. +Così promesso avria, senza mancanza, +Tutte le stelle, il celo e il suo splendore; +E l'aria tutta, con la terra e il mare, +Avria promesso senza dubitare. + +Senza altro indugio si pone a camino, +Lasciando ivi colei che cotanto ama; +In abito va lui de peregrino. +Or sappiati che Iroldo e la sua dama +Mandavano Prasildo a quel giardino, +Che l'Orto di Medusa ancor se chiama, +Acciò che il molto tempo, al longo andare, +Li aggia Tisbina de l'animo a trare. + +Oltra di ciò, quando pur gionto sia, +Era quella Medusa una donzella +Che al Tronco del Tesor stava a l'ombria. +Chi prima vede la sua faccia bella, +Scordasi la cagion de la sua via; +Ma chiunche la saluta, o li favella, +E chi la tocca, e chi li sede a lato, +Al tutto scorda del tempo passato. + +Quello animoso amante via cavalca +Soletto, o ver da Amore acompagnato. +Il braccio de il mar Rosso in nave varca, +E già tutto lo Egitto avea passato, +Ed era gionto nei monti di Barca, +Dove un palmier canuto ebbe trovato; +E ragionando assai con quel vecchione, +Della sua andata dice la cagione. + +Diceva il vecchio a lui: "Molta ventura +Or t'ha condotto meco a ragionare; +Ma la tua mente pavida assicura, +Ch'io te vo' far il ramo guadagnare. +Tu sol de entrare a l'orto poni cura; +Ma quivi dentro assai è più che fare: +Di Vita e Morte la porta non se usa, +E sol per Povertà viense a Medusa. + +Di questa dama tu non sai la istoria, +Ché ragionato non me n'hai nïente; +Ma questa è la donzella che se gloria +Di avere in guardia quel Tronco lucente. +Chiunche la vede, perde la memoria, +E resta sbigotito nella mente; +Ma se lei stessa vede la sua faccia, +Scorda il tesoro e de il giardin se caccia. + +A te bisogna un specchio aver per scudo, +Dove la dama veda sua beltade. +Senza arme andrai, e de ogni membro nudo, +Perché convien entrar per Povertade. +Di quella porta è lo aspetto più crudo +Che altra cosa del mondo in veritade; +Ché tutto il mal se trova da quel lato, +E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato. + +Ma a l'opposita porta, ove hai a uscire, +Ritrovarai sedersi la Ricchezza, +Odiata assai, ma non se gli osa a dire; +Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza. +Parte del ramo qui convienci offrire, +Né si passa altramente quella altezza, +Perché Avarizia apresso lei lì siede; +Benché abbia molto, sempre più richiede." + +Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto +Di quel giardino, e ringraziò il palmiero. +Indi se parte e, passato il deserto, +In trenta giorni gionse al bel verziero; +Ed essendo del fatto bene esperto, +Intra per Povertate de leggiero. +Mai ad alcun se chiude quella porta, +Anci vi è sempre chi de entrar conforta. + +Sembrava quel giardino un paradiso +Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura. +De un specchio avea il baron coperto il viso, +Per non veder Medusa e sua figura; +E prese nello andar sì fatto aviso, +Che all'arbor d'oro agionse per ventura. +La dama, che apoggiata al tronco stava, +Alciando il capo nel specchio mirava. + +Come se vide, fu gran meraviglia, +Ché esser credette quel che già non era; +E la sua faccia candida e vermiglia +Parve di serpe terribile e fera. +Lei paurosa a fuggir se consiglia, +E via per l'aria se ne va leggiera; +Il baron franco, che partir la sente, +Gli occhi disciolse a sé subitamente. + +Quinci andò al tronco, poi che era fuggita +Quella Medusa, falsa incantatrice, +Che, de la sua figura sbigotita, +Avea lasciata la ricca radice. +Prasildo un'alta rama ebbe rapita, +E smontò in fretta, e ben si tien felice; +Venne alla porta che guarda Ricchezza, +Che non cura virtute o gentilezza. + +Tutta de calamita era la entrata, +Né senza gran romor se puote aprire. +Il più del tempo si vede serrata: +Fraude e Fatica a quella fa venire. +Pur se ritrova aperta alcuna fiata, +Ma con molta ventura convien gire. +Prasildo la trovò quel giorno aperta, +Perché de mezo il ramo fece offerta. + +De qui partito torna a caminare; +Or pensa, cavallier, se egli è contento, +Che mai non vede l'ora de arrivare +In Babilonia, e parli un giorno cento. +Passa per Nubia, per tempo avanzare, +E varcò il mar de Arabia con bon vento; +Sì giorno e notte con fretta camina, +Che a Babilonia gionse una matina. + +A quella dama fece poi assapere +Come a sua volontade ha bon fin messa; +E, quando voglia il bel ramo vedere, +Elegia il loco e il tempo per se stessa. +Ben gli ricorda ancor come è dovere +Che li sia attesa l'alta sua promessa; +E quando quella volesse disdire, +Sappiasi certo di farlo morire. + +Molto cordoglio e pena smisurata +Prese di questo la bella Tisbina; +Gettasi al letto quella sconsolata, +E giorno e notte di pianger non fina. +"Ahi lassa me! - dicea - perché fui nata? +Ché non moritti in cuna, piccolina? +A ciascadun dolor rimedio è morte, +Se non al mio, che è fuor d'ogni altra sorte. + +Ché se io me uccido e manca la mia fede, +Non se copre per questo il mio fallire. +Deh quanta è paccia quella alma che crede +Che Amor non possa ogni cosa compire! +E celo e terra tien sotto il suo piede, +Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire. +Prasildo da Medusa è rivenuto: +Or chi l'avrebbe mai prima creduto? + +Iroldo sventurato, or che farai, +Dapoi che avrai la tua Tisbina persa? +Benché tu la cagion data te ne hai: +Tu nel mar di sventura m'hai sumersa. +Ahi me dolente! perché mai parlai? +Perché non fu mia lingua alor riversa +Tutta in se stessa e perse le parole, +Quando impromessi quel che ora mi dole?" + +Aveva Iroldo il lamento ascoltato +Che facea la fanciulla sopra al letto, +Però che egli improviso era arivato, +Ed avea inteso ciò ch'ella avea detto. +Senza parlare a lei si fo accostato, +Tiensela in braccio e strenge petto a petto; +Né solo una parola potean dire, +Ma così stretti se credean morire. + +E sembravan duo giacci posti al sole, +Tanto pianto ne li occhi gli abondava; +La voce venìa meno a le parole, +Ma pur Iroldo alfin così parlava: +"Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole +Che del mio dispiacer tanto ti grava, +Perché aver non potrebi alcun dispetto +Che a me gravasse, essendo a te diletto. + +Ma tu cognosci bene, anima mia, +Che hai tanto senno e tal discrezïone, +Che, come amor se gionge a zelosia, +Non è nel mondo maggior passïone. +Or così parve alla sventura ria +Ch'io stesso del mio mal fossi cagione; +Io sol te indussi la promessa a fare, +Lascia me solo adunque lamentare. + +Soletto portar debbo questa pena, +Ché ti feci fallire al tuo mal grato; +Ma pregoti, per tua faccia serena +E per lo amor che un tempo m'hai portato, +Che la promessa attendi integra e piena, +E sia Prasildo ben remeritato +Della fatica e del periglio grande +A che se pose per le tue dimande. + +Ma piacciati indugiar sin ch'io sia morto, +Che serà solamente questo giorno. +Facciami quanto vôl Fortuna torto, +Ch'io non avrò mai, vivo, questo scorno, +E nello inferno andrò con tal conforto +De aver goduto solo il viso adorno; +Ma quando ancor saprò che me sei tolta, +Morrò, se morir pôssi, un'altra volta." + +Più lungo avria ancor fatto il suo lamento, +Ma la voce mancò per gran dolore; +Stava smarito e senza sentimento, +Come de il petto avesse tratto il core. +Né avea di lui Tisbina men tormento, +Ed avea perso in volto ogni colore; +Ma, avendo esso la faccia a lei voltata, +Così rispose con voce affannata: + +"Adunque credi, ingrato a tante prove, +Ch'io mai potessi senza te campare? +Dove è l'amor che me portavi, e dove +È quel che spesso solevi iurare, +Che, se tu avesti un celo, o tutti nove, +Non vi potresti senza me abitare? +Ora te pensi de andar nello inferno +E me lasciare in terra in pianto eterno? + +Io fui e son tua ancor, mentre son viva, +E sempre serò tua, poi che sia morta, +Se quel morir de amor l'alma non priva, +Se non è in tutto di memoria tolta. +Non vo' che mai se dica, o mai se scriva: +'Tisbina senza Iroldo se conforta.' +Vero è che de tua morte non mi doglio, +Perché ancora io più in vita star non voglio. + +Tanto quella convengo differire +Ch'io solva di Prasildo la promessa, +Quella promessa che mi fa morire; +Poi me darò la morte per me stessa. +Con te ne l'altro mondo io vo' venire, +E teco in un sepolcro serò messa. +Così ti prego ancora, e strengo forte, +Che morir meco vogli de una morte. + +E questo fia de un piacevol veneno, +Il qual sia con tale arte temperato, +Che il spirto nostro a un ponto venga meno, +E sia cinque ore il tempo terminato; +Ché in altro tanto fia compiuto e pieno +Quel che a Prasildo fo per me giurato. +Poi con morte quïeta estinto sia +Il mal che fatto n'ha nostra pacìa." + +Così della sua morte ordine dànno +Quei duo leali amanti e sventurati, +E col viso apoggiato insieme stanno, +Or più che prima nel pianto afocati, +Né l'un da l'altro dipartir se sanno, +Ma così stretti insieme ed abbracciati. +Per il venen mandò prima Tisbina +Ad un vecchio dottor di medicina. + +Il qual diede la coppa temperata, +Senz'altro dimandare alla richiesta. +Iroldo, poi che assai l'ebbe mirata, +Disse: "Or su, ché altra via non c'è che questa +A dar ristoro a l'alma adolorata. +Non mi serà Fortuna più molesta, +Ché morte sua possanza al tutto serba: +Così se doma sol quella superba." + +E poi che per mitade ebbe sorbito +Sicuramente il succo venenoso, +A Tisbina lo porse sbigotito. +Lui non è di sua morte pauroso +Ma non ardisce a lei far quello invito; +Però, volgendo il viso lacrimoso, +Mirando a terra, la coppa gli porse, +E de morire alora stette in forse, + +Non del tossico già, ma per dolore, +Che il venen terminato esser dovia. +Ora Tisbina con frigido core, +Con man tremante la coppa prendia, +E biastemando la Fortuna e Amore, +Che a fin tanto crudel li conducia, +Bevette il succo che ivi era rimaso, +Insino al fondo del lucente vaso. + +Iroldo se coperse il capo e il volto, +E già con gli occhi non volìa vedere +Che il suo caro desio li fosse tolto. +Or se comincia Tisbina a dolere, +Ché non è il suo cordoglio ancor dissolto; +Nulla la morte li facea al parere +Il convenirgli da Prasildo gire: +Questa gran doglia avanza ogni martìre. + +Nulla di manco, per servar sua fede, +A casa del barone essa ne è andata, +E di parlare a lui secreto chiede: +Era di giorno, e lei accompagnata. +Apena che Prasildo questo crede, +E fattosegli incontro in su la entrata, +Quanto più puote, la prese a onorare, +Né di vergogna sa quel che si fare. + +Ma poi che solo in un loco secreto +Se fo con lei ridotto ultimamente, +Con un dolce parlare e modo queto, +E quanto più sapea piacevolmente, +Se forza de tornarli il viso lieto, +Che lacrimoso a sé vede presente. +Lui per vergogna ciò crede avenire, +Né il breve tempo sa del suo morire. + +Essa da lui al fin fu scongiurata, +Per quella cosa che più al mondo amava, +Che li dicesse perché era turbata +E di tal noglia piena si mostrava, +Ad essa proferendo tutta fiata +Voler morir per lei, se il bisognava; +Ed a risposta tanto la stringia, +Che odete quel che odir già non volia. + +Perché Tisbina li disse: "Lo amore +Che con tanta fatica hai guadagnato, +È in tua possanza, e serà ancor quattr'ore. +Per mantenirte quel che te ho giurato, +Perdo la vita, ed ho perso l'onore; +Ma, quel ch'è più, colui che tanto ho amato +Perdo con seco, e lascio questo mondo; +E a te, cui tanto piacqui, me nascondo. + +S'io fossi stata in alcun tempo mia, +Avendomi tu amata, sì come hai, +Avrei commessa gran discortesia +A non averte amato pur assai; +Ma io non puotevo, e non se convenia: +Duo non se ponno amare, e tu lo sai; +Amor non ti portai giammai, barone, +Ma sempre ebbi di te compassïone. + +E quello aver pietà della tua sorte +M'ha di questa miseria centa intorno; +Ché il tuo lamento mi strense sì forte, +Allora che te odiva al bosco adorno, +Che provar mi convien che cosa è morte, +Prima che a sera gionga questo giorno." +Con più parole poi raconta a pieno +Sì come Iroldo e lei preso ha il veleno. + +Prasildo ha di tal doglia il cor ferito, +Odendo questo che la dama dice, +Che sta senza parlargli sbigotito; +E dove se credeva esser felice, +Vedese gionto a l'ultimo partito. +Quella che del suo core è la radice, +Colei che la sua vita in viso porta, +Vedesi avanti agli occhi quasi morta. + +"Non è piaciuto a Dio, né a te, Tisbina, +Della mia cortesia farne la prova, - +Dice il barone - accioché una roina +De amor crudele il nostro tempo trova. +Gionger duo amanti di morte tapina +Non era al mondo prima cosa nova; +Ora tre insieme, sì come io discerno, +Seran sta sera gionti nello inferno. + +Di poca fede, or perché dubitasti +Di richiedermi in don la tua promessa? +Tu dici che nel bosco me ascoltasti +Con gran pietade. Ahi fiera! il ver confessa, +Ché già nol credo; e questa prova basti, +Che, per farme morir, morta hai te stessa. +Or che me sol almanco avessi spento, +Ch'io non sentissi ancor di te tormento! + +Tanto ti spiacque ch'io te volsi amare, +Crudel, che per fuggirme hai morte presa? +Sasselo Idio ch'io non puote' lasciare, +Benché io provassi, di amarte l'impresa. +Me nel bosco dovevi abandonare, +Se de amarme cotanto al cor ti pesa; +Chi te sforzava de quel proferire +Che poi con meco al fin te fa morire? + +Io non volevo alcun tuo dispiacere, +Né lo volsi giamai, né il voglio adesso; +Che tu me amassi cercai di ottenere, +Né altro da te mai chiesi per espresso. +E se altrimenti ti desti a vedere, +Di scoprirne la prova sei apresso, +Perch'io te asolvo da ogni giuramento, +E stare e andar ne puoi a tuo talento." + +Tisbina, che il baron cortese odìa, +Di lui fatta pietosa, prese a dire: +"Da te son vinta in tanta cortesia, +Che per te solo io non voria morire. +Volse Fortuna che altrimenti sia, +Né posso farti un lungo proferire, +Però che il viver mio debbe esser poco; +Ma in questo tempo andria per te nel foco." + +Prasildo di gran doglia sì se accese, +Avendo già sua morte destinata, +Che le dolci parole non intese, +E con mente stordita e adolorata +Un bacio solamente da lei prese, +Poi l'ebbe a suo piacer licenzïata. +E lui se levò ancor dal suo cospetto: +Piangendo forte se pose su il letto. + +Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta, +Ritrovandol col capo ancora involto, +La cortesia di quel baron li conta, +E come solo ha un bacio da lei tolto. +Iroldo dal suo letto a terra smonta, +E con man gionte al celo adriccia il volto; +Ingenocchiato, con molta umiltate +Prega Dio per mercede e per pietate, + +Che Lui renda a Prasildo guiderdone +Di quella cortesia dismisurata. +Ma, mentre che lui fa la orazïone, +Cade Tisbina, e pare adormentata; +E fece il succo la operazïone +Più presto ne la dama delicata; +Ché un debil cor più presto sente morte +Ed ogni passïon, che un duro e forte. + +Iroldo nel suo viso viene un gelo, +Come vede la dama a terra andare, +Che avea davanti a gli occhi fatto un velo: +Dormir soave, e non già morte appare. +Crudel chiama lui Dio, crudel il celo, +Che tanto l'hanno preso ad oltraggiare; +Chiama dura Fortuna, e duro Amore, +Che non lo occida, ed ha tanto dolore. + +Lasciàn dolersi questo disperato: +Stimar puoi, cavallier, come egli stava. +Prasildo nella ciambra se è serrato, +E così lacrimando ragionava: +"Fu mai in terra un altro inamorato +Percosso da fortuna tanto prava? +Ché, se io voglio la dama mia seguire, +In piccol tempo mi convien morire. + +Così quel dispietato avria solaccio, +Che è tant'amaro e noi chiamiamo Amore. +Prèndeti oggi piacer del mio gran straccio, +Vien, sàziati, crudel, del mio dolore! +Ma al tuo mal grato io ne uscirò d'impaccio +Ché aver non posso un partito peggiore, +E minor pene assai son nello inferno +Che nel tuo falso regno e mal governo." + +Mentre che se lamenta quel barone, +Eccoti quivi un medico arivare. +Dimanda di Prasildo quel vecchione, +Ma non ardisce alcuno ad esso entrare. +Diceva il vecchio: "Io, stretto da cagione, +Ad ogni modo li voglio parlare; +Ed altramente, io vi ragiono scorto, +Il segnor vostro questa sera è morto." + +Il camarier, che intese il caso grave, +Di entrar dentro alla zambra prese ardire, +(Questo teneva sempre un'altra chiave, +Ed a sua posta puotea entrare e uscire); +E da Prasildo con parlar soave +Impetra che quel vecchio voglia odire. +Benché ne fece molta resistenza, +Pur lo condusse nella sua presenza. + +Disse il medico a lui: "Caro segnore, +Sempremai te aggio amato e reverito; +Ora ho molto sospetto, anzi timore +Che tu non sia crudelmente tradito; +Però che zelosia, sdegno ed amore, +E de una dama il mobile appetito, +Ché è raro a tutte il senno naturale, +Possono indurre ad ogni estremo male. + +E ciò te dico, perché stamatina +Me fo veneno occulto dimandato +Per una cameriera de Tisbina. +Or poco avanti me fu racontato +Che qua ne venne a te la mala spina. +Io tutto il fatto ho bene indivinato; +Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda: +Lasciale tutte, che il mal fuoco l'arda. + +Ma non sospicar già per questa volta, +Ché in veritade io non gli diè veneno: +E se quella bevanda forse hai tolta, +Dormirai da cinque ore, o poco meno. +Così quella malvaggia sia sepolta, +Con tutte l'altre de che il mondo è pieno! +Dico le triste, ché in questa citate +Una vi è bona, e cento scelerate." + +Quando Prasildo intende le parole, +Par che se avivi il tramortito cuore. +Come dopo la pioggia le vïole +Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore; +Poi, quando al cel sereno appare il sole, +Apron le foglie, e torna il bel colore: +Così Prasildo alla lieta novella +Dentro se allegra e nel viso se abella. + +Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato, +A casa de Tisbina se ne andava; +E, ritrovando Iroldo disperato, +Sì come stava il fatto li contava. +Ora pensati se costui fu grato! +Colei che più che la sua vita amava, +Vuol che nel tutto de Prasildo sia, +Per render merto a sua gran cortesia. + +Prasildo ne fie' molta resistenza, +Ma mal se può disdir quel che se vôle; +E benché ciascun stesse in continenza, +Come tra duo cortesi usar se suole, +Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza +Sino alla fine, ed in poche parole +Lascia a Prasildo la dama piacente; +Lui de quindi se parte incontinente. + +Di Babilonia se volse partire, +Per non tornarvi mai nella sua vita. +Da poi Tisbina se ebbe a resentire, +La cosa seppe, sì come era gita; +E benché ne sentisse gran martìre, +E fosse alcuna volta tramortita, +Pur cognoscendo che quello era gito +Né vi è remedio, prese altro partito. + +Ciascuna dama è molle e tenerina +Così del corpo come della mente, +E simigliante della fresca brina, +Che non aspetta il caldo al sol lucente. +Tutte siàn fatte come fu Tisbina, +Che non volse battaglia per nïente, +Ma al primo assalto subito se rese, +E per marito il bel Prasildo prese. - + +Parlava la donzella tutta fiata, +Quando davanti a lor nel bosco folto +Odirno una alta voce e smisurata. +La damigella sbigotita è in volto, +Benché Ranaldo l'abbia confortata. +Or questo canto è stato lungo molto; +Ma a cui dispiace la sua quantitate, +Lasci una parte, e legga la mitate. + +Canto decimoterzo + +Io vi dissi di sopra come odito +Fu quel gran crido di spavento pieno. +Di nulla se è Ranaldo sbigotito; +Smonta alla terra, e lascia il palafreno +A quella dama dal viso fiorito, +Che per gran tema tutta venìa meno; +Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante. +La cagion di quella era un gran gigante, + +Che stava fermo sopra ad un sentiero, +Dietro a una tomba cavernosa e oscura, +Orribil di persona e viso fiero, +Per spaventare ogni anima sicura. +Ma non smarrite già quel cavalliero, +Che mai non ebbe in sua vita paura, +Anci contra gli va col brando in mano; +Nulla si move quel gigante altano. + +Di ferro aveva in pugno un gran bastone, +De fina maglia è tutto quanto armato; +Da ciascun lato li stava un grifone, +Alla bocca del sasso incatenato. +Or, se volete saper la cagione +Che tenea quivi quel dismisurato, +Dico che quel gigante in guardia avia +Quel bon destrier che fu de l'Argalia. + +Fu il caval fatto per incantamento, +Perché di foco e di favilla pura +Fu finta una cavalla a compimento, +Benché sia cosa fuora de natura. +Questa dapoi se fie' pregna di vento: +Nacque il destrier veloce a dismisura, +Che erba di prato né biada rodea, +Ma solamente de aria se pascea. + +Dentro a quella spelonca era tornato, +Sì come lo disciolse Ferraguto: +Però che in quella prima fu creato, +E chiuso in essa sempre era cresciuto. +Dapoi, per forza de libro incantato, +L'Argalia un tempo l'avea posseduto +Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno +Fece il cavallo al suo loco ritorno. + +E quel gigante in sua guardia si stava, +Con fronte altiera, crudo e pertinace; +E seco due grifoni incatenava, +Ciascun più ongiuto, orribile e rapace. +Quella catena a modo se ordinava, +Che solver li può ben quando a lui piace; +Ogni grifon di quelli è tanto fiero, +Che via per l'aria porta un cavalliero. + +Ranaldo alla battaglia se appresenta +Con grande aviso e con molto riguardo; +Né crediati però che il se spaventa, +Perché vada sospeso, a passo tardo. +L'alto gigante nel core argumenta +Che questo sia un baron molto gagliardo; +Lui scorgìa ben ciascun, se è vile o forte, +Ché a più de mille avea data la morte; + +E tutto il campo intorno biancheggiava +De ossi de morti dal gigante occisi. +Or la battaglia dura incominciava: +Preso è il vantaggio e li apensati avisi. +Ma colpi roïnosi se menava: +Non avea alcun di lor festa né risi; +Anci cognoscon ben, senza fallire, +Che l'uno o l'altro qui convien morire. + +Il primo feritor fo il bon Ranaldo, +E gionse a quel gigante in su la testa. +Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo, +Che nulla quel gran colpo lo molesta. +Ora esso di superbia e de ira caldo +Mena il bastone in furia con tempesta; +Ranaldo al colpo riparò col scuto: +Tutto il fraccassa quel gigante arguto. + +Ma non li fece per questo altro male; +Ranaldo colpì lui con gran valore +De una ferita ben cruda e mortale, +Che fo nel fianco, assai vicina al core. +Subitamente par che metti l'ale, +Rimena l'altra con più gran furore, +Rompe di ponta quella forte maglia, +Sino alle rene passa la anguinaglia. + +Per questo fo il gigante sbigotito, +E vede ben che li convien morire; +De le due piaghe ha un dolore infinito, +Né quasi in piedi se può sostenire; +Onde turbato prese il mal partito +Di far con seco Ranaldo perire: +Corre alla tana, e con molto fraccasso +Dislega i duo grifon dal forte sasso. + +Il primo tolse quel gigante in piede, +E via per l'aria con esso ne andava; +Tanto è salito, che più non se vede. +L'altro verso Ranaldo se aventava, +Ché di portarsi il baron forse crede; +Con le penne aruffate zuffellava, +L'ale ha distese ed ogni branca aperta; +Ranaldo mena un colpo di Fusberta. + +E già non prese in quel ferire errore: +Ambe le branche ad un tratto tagliava. +Sentì quello uccellaccio un gran dolore; +Via va cridando, e mai più non tornava. +Ecco di verso il celo un gran romore: +L'altro grifone il gigante lasciava. +Non so se camparà di quel gran salto: +Più de tre mila braccia era ito ad alto. + +Roïnando venìa con gran tempesta: +Ranaldo il vede giù del cel cadere; +Pargli che al dritto venghi di sua testa, +E quasi in capo già sel crede avere. +Lui vede la sua morte manifesta, +Né sa come a quel caso provedere; +Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare, +Sembra il gigante in quella parte andare. + +E già vicino a terra è gionto al basso: +Poco è Ranaldo da lui dilungato, +Che li cade vicino a men d'un passo. +Percosse al capo quel dismisurato, +E mena nel cader sì gran fraccasso, +Che tremar fece intorno tutto il prato. +Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno; +Ora aiutilo Dio, ché egli è bisogno. + +Però che quel grifone in giù venìa +Ad ale chiuse, con tanto romore, +Che il celo e tutta l'aria ne fremia, +Ed oscurava il sole il suo splendore, +Così grande ombra quel campo copria: +Mai non fo vista una bestia maggiore. +Turpin lo scrive lui per cosa certa, +Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta. + +Ranaldo fermo il grande uccello aspetta, +Ma poco tempo bisogna aspettare, +Perché, quale è di foco una saetta, +Cotal vide il grifon sopra arivare. +Lui si stava ben scorto alla vedetta; +Nella sua gionta un colpo ebbe a menare: +Sotto la gorga, a ponto al canaletto +Gionse un traverso, e fese assai nel petto. + +Non fu quel colpo troppo aspro e mortale, +Però che al suo voler non l'ebbe còlto; +Quel torna al cel battendo le grande ale, +E furïoso ancor giù se è rivolto. +Gionse ne l'elmo quel fiero animale, +E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto, +Né 'l rompe, né lo intacca, tanto è fino! +Lo elmo è fatato, e già fo di Mambrino. + +Su vola spesso, e giù torna a ferire; +Ranaldo non la puote indovinare, +Che una sol volta lo possa colpire. +Stava la donna la pugna a guardare, +E di paura se credea morire, +Non già di sé, che non gli avia a pensare, +Né de esser quivi lei se ricordava: +Del baron teme, e sol per lui pregava. + +Per la notte vicina il giorno oscura, +E la battaglia ancora pur durava. +Di questo sol Ranaldo avea paura, +De non veder la bestia che volava; +Onde per trarne fin pone ogni cura, +Ogni partito in l'animo pensava; +Al fin non trova quel che debba fare, +Poi che per l'aria lui non puote andare. + +Alfin su il prato tutto se distende +Giù riversato, come fusse morto; +Quello uccellaccio subito discende, +Ché non si fu di tale inganno accorto, +Ed a traverso con le branche il prende. +Stava Ranaldo in su lo aviso scorto; +Non fu sì presto da l'uccel gremito, +Che menò il brando il cavalliero ardito. + +Proprio sopra alla spalla il colpo serra, +E nervi e l'osso Fusberta fraccassa; +Di netto una ala li mandò per terra, +Ma per questo la fiera già nol lassa. +Con ambedue le grife il petto afferra, +E sbergo e maglia e piastra tutte passa +E l'uno e l'altro ungion strenge sì forte, +Che pare a quel baron sentir la morte. + +Ma non per tanto lascia de ferire; +Or nella pancia il passa or nel gallone, +Di tante ponte, che il fece morire; +Poi si levava in piede quel barone. +Gran periglio ha portato, a non mentire; +Lui Dio ringrazia con devozïone; +E già la dama al palafren lo invita, +Parendo a lei la cosa esser finita. + +Ma Ranaldo quel loco avia veduto, +Dove stava il destrier meraviglioso; +Se non avesse il fatto a pien saputo, +Serìa stato in sua vita doloroso. +Era quel sasso orribile ed arguto: +Dentro vi passa il principe animoso; +Da cento passi vicino alla intrata +Era di marmo una porta intagliata. + +Di smalto era adornata quella porta, +Di perle e di smiraldi, in tal lavoro +Che non fu mai da uno occhio d'omo scorta +Cosa de un pregio di tanto tesoro. +Stava nel mezo una donzella morta, +Ed avea scritto sopra in lettre d'oro: +'Chi passa quivi, arà di morte stretta, +Se non giura di far la mia vendetta; + +Ma se giura lo oltraggio vendicare, +Che mi fu fatto con gran tradimento, +Avrà quel bon destriero a cavalcare, +Che di veloce corso passa il vento.' +Or non stette Ranaldo più a pensare, +Ma a Dio promette, e fanne giuramento, +Che quanta vita e forza l'avrà scorto, +Vendicherà la dama occisa a torto. + +Poi passa dentro, e vede quel destriero, +Che de catena d'oro era legato, +Guarnito aponto a ciò che fa mestiero, +Di bianca seta tutto copertato. +Egli come un carbone è tutto nero, +Sopra la coda ha pel bianco meschiato; +Così la fronte ha partita de bianco, +La ungia di dietro ancora al pede manco. + +Destrier del mondo con questo si vanta +Correre al paro, e non ne tro Baiardo, +Del qual per tutto il mondo oggi si canta. +Quello è più forte, destro e più gagliardo; +Ma questo aveva leggierezza tanta, +Che dietro a sé lasciava un sasso, un dardo, +Uno uccel che volasse, una saetta, +O se altra cosa va con maggior fretta. + +Ranaldo fuor di modo se allegrava +Di aver trovato tanto alta ventura; +Ma la catena a un libro se chiavava, +Che avea di sangue tutta la scrittura. +Quel libro, a chi lo legge, dichiarava +Tutta la istoria e la novella oscura +Di quella dama occisa su la porta, +Ed in che forma, e chi l'avesse morta. + +Narrava il libro come Trufaldino, +Re di Baldaco, falso e maledetto, +Aveva un conte al suo regno vicino, +Ardito e franco, e de virtù perfetto; +Ed era tanto de ogni lodo fino, +Che il re malvaggio n'avea gran dispetto. +Fo quel baron nominato Orrisello; +Montefalcone ha nome il suo castello. + +Avea il conte Orrisello una sorella, +Che de tutt'altre dame era l'onore, +Perché è di viso e di persona bella; +Di leggiadria, di grazia e di valore +Se alcuna fo compita, lei fu quella. +Essa portava a un cavalliero amore, +Nobil di schiatta e famoso de ardire, +Leggiadro e bello a più non poter dire. + +Il sol, che tutto 'l mondo volta intorno, +Non vedea un altro par de amanti in terra +Sì de beltade e de ogni lode adorno. +Una voglia, uno amor questi duo serra, +E cresce ogniora più di giorno in giorno. +Or Trufaldino a possanza di guerra +Mai non puotria pigliar Montefalcone, +Ché sua fortezza è fuor de ogni ragione. + +Sopra de un sasso terribile e duro, +Un miglio ad alto, per stretto sentiero, +Se perveniva al smisurato muro; +Né a questo s'apressava di leggiero, +Perché un profondo fosso e largo e scuro +Volge il castello intorno tutto intiero; +Ciascuna porta ove dentro si vane, +Ha di tre torre fuora un barbacane. + +Con incredibil cura si guardava +Questa fortezza de il franco Orrisello; +Lui temea Trufaldin che lo odïava, +E fatto ha già più assalti a quel castello, +E con vergogna sempre ritornava. +Or sapeva quel re de ogni altro fello +Che la sorella del conte, Albarosa, +Polindo amava sopra ogni altra cosa. + +Polindo il cavallier è nominato, +Albarosa la dama delicata, +Quella de che aggio sopra ragionato +Che amava tanto, ed era tanto amata. +Ora quel cavalliero inamorato +Andava alla ventura alcuna fiata, +Cercando e regni per ogni confino: +In corte si trovò di Trufaldino. + +Era quel re malvaggio e traditore, +Ciascuna cosa sapea simulare: +A Polindo faceva molto onore, +Con gran proferte e cortese parlare; +E prometteli aiuto e gran favore, +Quando Albarosa voglia conquistare. +Diversa cosa è lo amor veramente! +Teme ciascuno, e crede ad ogni gente. + +Chi altri mai che Polindo avria creduto +A quel malvaggio mancator di fede, +Che così da ciascuno era tenuto? +Il cavallier nol stima e ciò non crede; +Anci di avere il proferito aiuto +Sempre procaccia, e mai l'ora non vede +Che Albarosa la bella tenga in braccio; +E de altra cosa non se dona impaccio. + +Poi che la dama fu tentata in vano +Che dentro dalla rocca toglia gente, +A Polindo promette e giura in mano +Una notte partirse quietamente, +Al piè del sasso scender gioso al piano, +Ed esserli in sua vita obedïente, +Andar con lui, e far tutte sue voglie: +Esso promette a lei tuorla per moglie. + +L'ordine dato se pone ad effetto. +Avea già Trufaldin prima donata +A Polindo una rocca da diletto, +Longe a Montefalcone una giornata. +Qui dentro intrarno senza altro rispetto +Quel cavalliero e la giovene amata. +Cenando insieme con gran festa e riso, +Eccoti Trufaldin quivi improviso. + +Vaga fortuna, mobile ed incerta, +Che alcun diletto non lascia durare! +Sotto la terra è una strata coperta, +Per quella nella rocca se può andare. +Avea il malvaggio questa cosa esperta, +Perciò li volse la rocca donare. +Così cenando, e doi de amore accesi +Fuor de improvviso crudelmente presi. + +Polindo di parlar già non ardiva, +Per non far seco la dama perire; +Ma di grande ira e rabbia se moriva, +Ché non può a Trufaldin sua voglia dire. +Quel re comanda alla dama che scriva +Al suo german che a lei debba venire, +Fingendo che Polindo l'ha menata +Dentro a una selva grande e smisurata; + +E quivi a forza rinchiusa la tene, +Sotto la guarda di tre suoi famigli; +Ma se lui quivi secreto ne viene, +Vôl che Polindo e quelli insieme pigli; +Che le cagion diragli intiere e piene +Di sua partita, e non se meravigli; +Che poi lo chiarirà che il suo camino +Campato ha lui di man di Trufaldino. + +La dama dice de voler morire +Più presto che tradire il suo germano; +Né per minaccie o per piacevol dire +Può far che prenda pur la penna in mano. +Il re fa incontinente qui venire +Un tormento aspro, crudo ed inumano, +Che con ferro affocato e membri straccia: +Quella fanciulla prende nella faccia. + +Nella faccia pigliò col ferro ardente: +Non se lamenta lei, né getta voce; +Alla richiesta risponde nïente. +Quel focoso tormento assai più coce +Polindo, che vi stava di presente; +E benché fosse de animo feroce, +E de uno alto ardir pieno in veritate, +Pur cade in terra per molta pietate. + +Narrava il libro tutte queste cose, +Ma più destinto, e con altre parole; +Ché vi erano atti con voci pietose, +E quel dolce parlar che usar se suole +Tra l'anime congionte ed amorose. +Eravi che Polindo assai se dole +Più de Albarosa che del proprio male; +E lei fa del suo amante un altro tale. + +Legge Ranaldo quella istoria dura, +E molto pianto da gli occhi li cade; +Nel viso se conturba sua figura +Per quell'estremo caso de pietade. +Una altra fiata sopra al libro giura +Di vendicar quella aspra crudeltade; +E torna fuora il cavallier soprano +Con quel destrier che ha nome Rabicano. + +Sopra di quello è il cavallier salito, +E via cavalca con la damisella, +Ma poco andâr, e il giorno fo sparito: +Ciascun di lor dismonta dalla sella. +Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito, +Dorme vicino a lui la dama bella; +Lo incanto della Fonte de Merlino +Ha tolto suo costume al paladino. + +Ora li dorme la dama vicina: +Non ne piglia il barone alcuna cura. +Già fo tempo che un fiume e una marina +Non avrian posto al suo desio misura; +A un muro, a un monte avria data roina +Per star congionto a quella creatura; +Or li dorme vicina e non gli cale: +A lei, credo io, ne parve molto male. + +Già l'aria se schiariva tutta intorno +Abenché il sole ancor non se mostrava; +Di alcune stelle è il cel sereno adorno, +Ogni uccelletto agli arbori cantava; +Notte non era, e non era ancor giorno. +La damisella Ranaldo guardava, +Però che essa al mattino era svegliata; +Dormia il barone a l'erba tutta fiata. + +Egli era bello ed allor giovenetto, +Nerboso e asciutto, e de una vista viva, +Stretto ne' fianchi e membruto nel petto: +Pur mo la barba nel viso scopriva. +La damisella il guarda con diletto, +Quasi, guardando, di piacer moriva; +E di mirarlo tal dolcezza prende, +Che altro non vede ed altro non attende. + +Sta quella dama di sua mente tratta, +Guardandosi davanti il cavalliero. +Or dentro quella selva aspra e disfatta +Stava un centauro terribile e fiero; +Forma non fo giamai più contrafatta, +Però che aveva forma di destriero +Sino alle spalle, e dove il collo uscia +E corpo e braccie e membra d'omo avia. + +De altro non vive che di cacciasone, +Per quel deserto che è sì grande e strano; +Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone, +Sempre cacciando andava per quel piano; +Alora alora avea preso un leone, +E così vivo sel portava in mano. +Rugge il leone e fa gran dimenare; +Per questo se ebbe la dama a voltare, + +Ed altramenti sopra li giongìa +Tutto improviso il diverso animale. +E forse che Ranaldo occiso avria: +Molto comodo avia di farli male. +La damisella un gran crido mettia: +- Donaci aiuto, o Re celestïale! - +A quel crido se desta il baron pronto, +E già il centauro è sopra di lor gionto. + +Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia, +Benché il gigante l'avea fraccassato; +E quel centauro di spietata faccia +Getta il leon, che già l'ha strangolato. +Ranaldo adosso a lui tutto se caccia: +Quel fugge un poco, e poi se è rivoltato, +E con molta roina lancia un dardo; +Stava Ranaldo con molto riguardo, + +Sì che nol puote a quel colpo ferire. +Or lancia l'altro con molta tempesta; +L'elmo scampò Ranaldo dal morire, +Ché proprio il gionse a mezo della testa; +L'altro ancor getta, e nol puote colpire. +Ma già per questo la pugna non resta, +Perché il centauro ha preso il suo bastone, +E va saltando intorno al campïone. + +Tanto era destro, veloce e leggiero, +Che Ranaldo se vede a mal partito; +Lo esser gagliardo ben li fa mestiero. +Quello animal il tien tanto assalito, +Che apressar non se puote al suo destriero; +Girato ha tanto, che quasi è stordito. +A un grosso pin se accosta, che non tarda: +Questo col tronco a lui le spalle guarda. + +Quello omo contrafatto e tanto strano +Saltando va de intorno tuttavia; +Ma il principe, che avia Fusberta in mano, +Discosto a sua persona lo tenìa. +Vede il centauro afaticarsi in vano, +Per la diffesa che il baron facìa; +Guarda alla dama dal viso sereno, +Che di paura tutta venìa meno. + +Subitamente Ranaldo abandona, +E leva dello arcion quella donzella; +Fredda nel viso e in tutta la persona +Alor divenne quella meschinella. +Ma questo canto più non ne ragiona; +Ne l'altro contarò la istoria bella +Di questa dama, e quel ch'io dissi avante, +Tornando ad Agricane e Sacripante. + +Canto decimoquarto + +Aveti inteso la battaglia dura +Che fa Ranaldo, la persona accorta, +E come la diversa creatura +Prese la dama, e in groppa se la porta. +Non domandati se ella avea paura: +Tutta tremava, e in viso parea morta; +Ma pur, quanto la voce li bastava, +Al cavalliero aiuto dimandava. + +Via va correndo lo animal legiero +Con quella dama in groppa scapigliata; +A lei sempre ha rivolto il viso fiero, +Ed a sé stretta la tiene abracciata. +Or Ranaldo se accosta al suo destriero; +Ben se âgura Baiardo in quella fiata, +Ché quel centauro è tanto longe assai, +Che averlo gionto non se crede mai. + +Ma poi che ha preso in man la ricca briglia +Di quel destrier che al corso non ha pare, +De esser portato da il vento asimiglia: +A lui par proprio di dover volare. +Mai non fu vista una tal meraviglia; +Tanto con l'occhio non se può guardare +Per la pianura, per monte e per valle, +Quanto il destrier se il lascia dalle spalle. + +E non rompeva l'erba tenerina, +Tanto ne andava la bestia legiera; +E sopra alla rugiada matutina +Veder non puossi se passato vi era. +Così, correndo con quella roina, +Gionse Ranaldo sopra una rivera, +Ed allo entrar de l'acqua, a ponto a ponto, +Vede il centauro sopra al fiume gionto. + +Quel maledetto già non l'aspettava, +Ma, via fuggendo, nequitosamente +La bella dama nel fiume gettava: +Giù ne la porta il fiumicel corrente. +Che di lei fosse, e dove ella arivava, +Poi lo odirete nel canto presente; +Ora il centauro a quel baron se volta, +Poi che di groppa se ha la dama tolta; + +E cominciorno a l'acqua la battaglia, +Con fiero assalto, dispietato e crudo; +Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia, +E quel centauro è tutto quanto nudo: +Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia, +Che coperto se tien tutto col scudo; +E il destrier del segnor de Montealbano +Corrente è assai, ma mal presto alla mano. + +Grosso era il fiume al mezo dello arcione, +De sassi pieno, oscuro e roïnoso. +Mena il centauro spesso del bastone, +Ma poco nôce al baron valoroso, +Che gioca di Fusberta a tal ragione +Che tutto quello ha fatto sanguinoso; +Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito, +E già da trenta parte l'ha ferito. + +Esce del fiume quello insanguinato, +Ranaldo insieme con Fusberta in mano, +Né se fu da lui molto dilungato, +Che gionto l'ebbe quel destrier soprano; +Quivi lo occise sopra al verde prato. +Or sta pensoso il sir de Montealbano, +Non sa che far, né in qual parte se vada: +Persa ha la dama, guida de sua strada. + +A sé d'intorno la selva guardava, +E sua grandezza non puotea stimare; +La speranza de uscirne gli mancava, +E quasi adrieto volea ritornare, +Ma tanto ne la mente desïava +Da quello incanto il conte Orlando trare, +Che sua ventura destina finire, +O, questa impresa seguendo, morire. + +Ver Tramontana prende la sua via, +Dove il guidava prima la donzella; +Ed ecco ad una fonte li apparia +Un cavalliero armato in su la sella. +Or Turpin lascia questa diceria, +E torna a raccontar l'alta novella +Del re Agricane, quel tartaro forte, +Che è chiuso in Albracà dentro alle porte. + +Dentro a quella citade era rinchiuso, +E fa soletto quella ardita guerra: +Il popol tutto quanto ha lui confuso. +Sappiati che Albracà, la forte terra, +Da uno alto sasso calla al fiume giuso, +E da ogni lato un mur la cinge e serra, +Che se dispicca da il castello altano, +Volgendo il sasso insino al monte piano. + +Sopra del fiume ariva la murata, +Con grosse torre e belle a riguardare. +Quella fiumana Drada è nominata, +Né estate o verno mai se può vargare. +Una parte del muro è qui cascata: +Quei della terra non hanno a curare, +Ché il fiume è tanto grosso e sì corrente, +Che di battaglia non temon nïente. + +Ora io vi dissi sì come Agricane +Fa la battaglia dentro alla citate; +Re Sacripante è con seco alle mane, +Con gente della terra in quantitate. +Prove se fier' dignissime e soprane +Per l'uno e l'altro, e sopra l'ho narrate; +E lasciai proprio che una schiera nova +Dietro alle spalle de Agrican se trova. + +Nulla ne cura quel re valoroso, +Ma con molta roina è rivoltato; +Mena a due mane il brando sanguinoso. +Questo novo trapel che ora è arivato, +Era un forte barone ed animoso, +Torindo il Turco, che era ritornato +Con molta di sua gente in compagnia; +Per altre parte gionse a questa via. + +Quel tartaro ne' Turchi urta Baiardo, +Getta per terra tutta quella gente; +Ora ecco Sacripante, il re gagliardo, +Che l'ha seguito continüamente. +Tanto non è legier cervo ni pardo, +Quanto è quel re circasso veramente; +Non vale ad Agrican sua forza viva, +Tanta è la gente che adosso gli ariva. + +Già son le bocche delle strate prese, +Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia; +Le schiere dalle mure son discese, +E corre ciascaduno alla battaglia: +Non vi rimase alcuno alle diffese. +Or quei del campo, quella gran canaglia, +Chi per le mure intrò, chi per le porte, +Tutti cridando: - Alla morte! alla morte! - + +Onde fu forza a l'aspro Sacripante +Ed a Torindo alla rocca venire; +Angelica già dentro era davante, +E Trufaldin, che fo il primo a fuggire. +Morte son le sue gente tutte quante; +La grande occisïon non se può dire: +Morto è Varano, e prima Savarone, +Re della Media, franco campione. + +Morirno questi fora delle porte, +Dove la gran battaglia fo nel piano. +Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte: +Radamanto lo occise de sua mano. +Quel Radamanto ancor diede la morte +Dentro alle mura al valoroso Ungiano; +Tutta la gente di sua compagnia +Fo il giorno occisa alla battaglia ria. + +E tutta la citate hanno già presa: +Mai non fu vista tal compassïone. +La bella terra da ogni parte è incesa, +E sono occise tutte le persone; +Sol la rocca di sopra se è diffesa +Ne l'alto sasso, dentro dal zirone: +Tutte le case in ciascuno altro loco +Vanno a roina, e son piene di foco. + +La damisella non sa che si fare, +Poi che è condotta a così fatto scorno; +In quella rocca non è che mangiare, +Apena evi vivande per un giorno. +Chi l'avesse veduta lamentare +E battersi con man lo viso adorno, +Uno aspro cor di fiera o di dragone +Seco avria pianto di compassïone. + +Dentro alla rocca son tre re salvati +Con la donzella, e trenta altre persone, +Per la più parte a morte vulnerati. +La rocca è forte fora di ragione, +Onde tra lor se son deliberati +Che ciascuno occidesse il suo ronzone, +E far contra de' Tartari contesa, +Sin che Dio li mandasse altra diffesa. + +Angelica dapoi prese partito +Di ricercare in questo tempo aiuto; +Lo annel meraviglioso aveva in dito, +Che chi l'ha in bocca, mai non è veduto. +Il sol sotto la terra ne era gito, +E il bel lume del giorno era perduto: +Torindo e Trufaldino e Sacripante +La damisella a sé chiama davante. + +A lor promette sopra alla sua fede +In vinti giorni dentro ritornare, +E tutti insieme e ciascadun richiede +Che sua fortezza vogliano guardare; +Che forse avrà Macon di lor mercede, +Perché essa andava aiuto a ricercare +Ad ogni re del mondo, a ogni possanza, +Ed ottenerlo avia molta speranza. + +E così detto, per la notte bruna +La damisella monta al palafreno, +Via camminando al lume della luna, +Tutta soletta, sotto al cel sereno. +Mai non fo vista da persona alcuna, +Benché di gente fosse intorno pieno; +Ma a questi la fatica e la vittoria +Li avea col sonno tolto ogni memoria. + +Né bisogno ebbe di adoprar lo annello, +Ché, quando il sol lucente fo levato, +Ben cinque leghe è longe dal castello, +Che era da' suoi nemici intornïato. +Lei sospirando riguardava quello, +Che con tanto periglio avea lasciato; +E così caminando tutta via, +Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia. + +Gionse alla ripa di quella rivera, +Dove il franco Ranaldo occiso avia +Lo aspro centauro, maledetta fiera. +Come la dama nel prato giongia, +Un vecchio assai dolente nella ciera +Piangendo forte contro a lei venìa, +E con man gionte ingenocchion la chiede +Che del suo gran dolore abbia mercede. + +Diceva quel vecchione: - Un giovenetto, +Conforto solo a mia vita tapina, +Mio unico figliolo e mio diletto, +Ad una casa che è quindi vicina, +Con febre ardente se iace nel letto, +Né per camparlo trovo medicina; +E se da te non prende adesso aiuto, +Ogni speranza e mia vita rifiuto. - + +La damigella, che è tanto pietosa, +Comincia il vecchio molto a confortare: +Che lei cognosce l'erbe ed ogni cosa +Qual se apertenga a febre medicare. +Ahi sventurata, trista e dolorosa! +Gran meraviglia la farà campare. +La semplicetta volge il palafreno +Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno. + +Ora sappiati che il vecchio canuto, +Che in quella selva stava alla campagna, +Per prender qualche dama era venuto, +Come se prende lo uccelletto a ragna; +Per ciò che ogni anno dava di tributo +Cento donzelle al forte re de Orgagna. +Tutte le prende con inganno e scherno, +E prese poi le manda a Poliferno. + +Però che ivi lontano a cinque miglia +Sopra de un ponte una torre è fondata: +Mai non fo vista tanta meraviglia, +Ché ogni persona che è quivi arivata, +Dentro a quella pregion se stesso piglia. +Quivi n'avea il vecchio gran brigata, +Che tutte l'avea prese con tale arte, +Fuor quella sol che fu di Brandimarte. + +Però che quella, come io vi contai, +Fo dal centauro gettata nel fiume. +Essa nel fondo non andò giamai, +Però che de natare avea costume. +Quella onda, che è corrente pur assai, +Giù ne la mena, come avesse piume; +Al ponte la portò, che mai non tarda, +Dove la torre è de quel vecchio in guarda. + +Lui dal fiume la trasse meza morta, +E fecela curar con gran ragione +Da quella gente che avea seco in scorta, +Ché medici lì aveva, e più persone; +Poi la condusse dentro a quella porta, +Dove con l'altre stava alla pregione. +De Angelica diciamo, che venìa +Con quel falso vecchione in compagnia. + +Come alla torre fo dentro passata, +Quel vecchio fora nel ponte restava. +Incontinente la porta ferrata, +Senza che altri la tocchi, se serrava. +Alor se avide quella sventurata +Del falso inganno, e forte lamentava; +Forte piangia, battendo il viso adorno: +L'altre donzelle a lei son tutte intorno. + +Cercano tutte con dolce parole +La dolorosa dama confortare; +E, come in cotal caso far si sôle, +Ciascuna ha sua fortuna a racontare; +Ma sopra a l'altre piangendo si dole, +Né quasi può per gran doglia parlare, +De Brandimarte la saggia donzella, +Che Fiordelisa per nome se appella. + +Lei sospirando conta la sciagura +Di Brandimarte da lei tanto amato: +Come, andando con essa alla ventura, +Fo con Astolfo al giardino arrivato, +Dove tra fiori, a la fresca verdura, +L'ha Dragontina ad arte smemorato; +E, in compagnia de Orlando paladino, +Sta con molti altri presi nel giardino. + +E come essa dapoi, cercando aiuto, +Se gionse con Ranaldo in compagnia; +E tutto quel che gli era intravenuto, +Senza mentire, a ponto lo dicia; +E del gigante, e del grifone ungiuto, +E de Albarosa la gran villania, +E del centauro al fin, bestia diversa, +Che l'avia dentro a quel fiume sumersa. + +Piangeva Fiordelisa a cotal dire, +Membrando l'alto amor de che era priva. +Eccoti odirno quella porta aprire, +Che un'altra dama sopra al ponte ariva. +Angelica destina di fuggire; +Già non la può veder persona viva: +Lo incanto dello annel sì la coperse, +Che fuora uscì, come il ponte se aperse. + +Non fo vista da alcuno in quella fiata, +Tanta è la forza dello incantamento; +E fra se stessa, andando, èssi apensata +E fatto ha nel suo cor proponimento +Di voler gire a quella acqua fatata +Che tira l'omo fuor de sentimento, +Là dove Orlando ed ogni altro barone +Tien Dragontina alla dolce prigione. + +E caminando senza alcun riposo, +Al bel verzier fo gionta una matina. +In bocca avia lo annel meraviglioso: +Per questo non la vede Dragontina. +Di fora aveva il palafreno ascoso, +Ed essa a piede fra l'erbe camina, +E caminando, a lato ad una fonte, +Vede iacerse armato il franco conte. + +Perché la guarda faceva quel giorno, +Stavasi armato a lato alla fontana. +Il scudo a un pino avea sospeso e il corno; +E Brigliadoro, la bestia soprana, +Pascendo l'erbe gli girava intorno. +Sotto una palma, a l'ombra prossimana, +Un altro cavallier stava in arcione: +Questo era il franco Oberto dal Leone. + +Non so, segnor, se odisti più contare +L'alta prodezza de quel forte Oberto; +Ma fu nel vero un baron de alto affare, +Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto. +Tutta la terra intorno ebbe a cercare, +Come se vede nel suo libro aperto. +Costui facea la guarda alora quando +Gionse la dama a lato al conte Orlando. + +Il re Adrïano e lo ardito Grifone +Stan ne la loggia a ragionar de amore; +Aquilante cantava e Chiarïone, +L'un dice sopra, e l'altro di tenore; +Brandimarte fa contra alla canzone. +Ma il re Ballano, ch'è pien di valore, +Stassi con Antifor de Albarosia: +De arme e di guerra dicon tutta via. + +La damisella prende il conte a mano, +Ed a lui pose quello annello in dito, +Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano. +Or se è in se stesso il conte risentito, +E scorgendosi presso il viso umano +Che gli ha de amor sì forte il cor ferito, +Non sa come esser possa, e apena crede +Angelica esser quivi, e pur la vede. + +La damisella tutto il fatto intese: +Sì come nel giardino era venuto, +E come Dragontina a inganno il prese, +Alor che ogni ricordo avia perduto. +Poi con altre parole se distese, +Con umil prieghi richiedendo aiuto +Contra Agricane, il qual con cruda guerra +Avea spianata ed arsa la sua terra. + +Ma Dragontina, che al palagio stava, +Angelica ebbe vista giù nel prato. +Tutti e suoi cavallier presto chiamava, +Ma ciascun se ritrova disarmato. +Il conte Orlando su l'arcion montava, +Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato, +Avengaché da lui quel non se guarda; +Lo annel li pose in dito, che non tarda. + +E già son accordati i duo guerrieri +Trar tutti gli altri de incantazïone. +Or quivi racontar non è mestieri +Come fosse nel prato la tenzone. +Prima fôr presi i figli de Olivieri, +L'uno Aquilante, e l'altro fo Grifone; +Il conte avante non li cognoscia: +Non dimandati se allegrezza avia. + +Grande allegrezza ferno i duo germani, +Poi che se fo l'un l'altro cognosciuto. +Or Dragontina fa lamenti insani, +Ché vede il suo giardino esser perduto. +Lo annel tutti e suoi incanti facea vani: +Sparve il palagio, e mai non fo veduto; +Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta: +Tutti e baron restarno alla foresta. + +Ciascun pien di stupor la mente avia, +E l'uno e l'altro in viso si guardava; +Chi sì, chi non, di lor se cognoscia. +Primo di tutti il gran conte di Brava +Fece parlare a quella compagnia, +E ciascadun, pregando, confortava +A dare aiuto a quella dama pura, +Che li avea tratti di tanta sciagura. + +Raconta de Agricane il grande attedio, +Che avea disfatta sua bella citade, +Ed intorno alla rocca avia lo assedio. +Già son quei cavallier mossi a pietade, +E giurâr tutti di porvi rimedio, +In sin che in man potran tenir le spade, +E di fare Agricane indi partire, +O tutti insieme in Albraca morire. + +Già tutti insieme son posti a camino, +Via cavalcando per le strate scorte. +Ora torniamo al falso Trufaldino, +Che dimorava a quella rocca forte. +Lui fu malvagio ancor da piccolino, +E sempre peggiorò sino alla morte; +Non avendo i compagni alcun suspetto, +Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto. + +Non valse al bon Torindo esser ardito, +Né sua franchezza a l'alto Sacripante, +Ché ciascadun de loro era ferito +Per la battaglia de il giorno davante, +E per sangue perduto indebilito; +E fur presi improvisi in quello istante. +Legolli Trufaldino e piedi e braccia, +E de una torre al fondo ambi li caccia. + +Poi manda un messagiero ad Agricane, +Dicendo che a sua posta ed a suo nome +Avia la rocca e il forte barbacane, +E che due re tenìa legati; e come +Volea donarli presi in le sue mane. +Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome; +Con gli occhi accesi e con superba faccia, +Così parlando, a quel messo minaccia: + +- Non piaccia a Trivigante, mio segnore, +Né per lo mondo mai se possa dire +Che allo esser mio sia mezo un traditore: +Vincer voglio per forza e per ardire, +Ed a fronte scoperta farmi onore. +Ma te con il segnor farò pentire, +Come ribaldi, che aviti ardimento +Pur far parole a me di tradimento. + +Bene aggio avuto avviso, e certo sollo, +Che non se può tenir lunga stagione; +A quella rocca impender poi farollo, +Per un de' piedi, fuora de un balcone, +E te col laccio ataccarò al suo collo; +E ciascadun li è stato compagnone +A far quel tradimento tanto scuro, +Serà de intorno impeso sopra al muro. - + +Il messagier, che lo vedea nel volto +Or bianco tutto, or rosso come un foco, +Ben se serebbe volentier via tolto, +Ché gionto si vedeva a strano gioco; +Ma, sendosi Agricane in là rivolto +Partisse de nascoso di quel loco. +Par che il nabisso via fuggendo il mene; +De altro che rose avea le brache piene. + +Dentro alla rocca ritorna tremando, +E fece a Trufaldin quella ambasciata. +Ora torniamo al valoroso Orlando, +Che se ne vien con l'ardita brigata, +E giorno e notte forte cavalcando, +Sopra de un monte ariva una giornata: +Dal monte se vedea, senza altro inciampo, +La terra tutta e de' nimici il campo. + +Tanta era quivi la gente infinita, +E tanti pavaglion, tante bandiere, +Che Angelica rimase sbigotita, +Poi che passar convien cotante schiere +Prima che nel castel faccia salita. +Ma quei baron dricciâr le mente altiere, +E destinarno che la dama vada +Dentro alla rocca per forza di spada. + +E nulla sapean lor del tradimento, +Che il falso Trufaldin fatto li avia; +Ma sopra al monte, con molto ardimento, +Dànno ordine in qual modo ed in qual via +La dama se conduca a salvamento +A mal dispetto di quella zinia. +Guarniti de tutte arme e suo' destrieri, +Fan lo consiglio li arditi guerreri. + +Ed ordinâr la forma e la maniera +Di passar tutta quella gran canaglia. +Il conte Orlando è il primo alla frontera +Con Brandimarte a intrare alla battaglia: +Poi son quattro baroni in una schiera, +Che de intorno alla dama fan serraglia: +Oberto ed Aquilante e Chiarïone, +E il re Adrïano è il quarto compagnone. + +Quelli hanno ad ogni forza e vigoria +Tenir la dama coperta e diffesa. +Poi son tre, gionti insieme in compagnia, +Che della drietoguarda hanno la impresa: +Grifone ed Antifor de Albarosia, +E il re Ballano, quella anima accesa. +Or questa schiera è sì de ardire in cima, +Che tutto il resto del mondo non stima. + +Calla de il monte la gente sicura, +Con Angelica in mezo di sua scorta, +La qual tutta tremava de paura, +E la sua bella faccia parìa morta; +E già son giunti sopra alla pianura, +Né si è di loro ancor la gente accorta. +Ma il conte Orlando, cavalliero adorno, +Alcia la vista, e pone a bocca il corno. + +A tutti quanti li altri era davante, +E suonava il gran corno con tempesta: +Quello era un dente integro di elefante. +Lo ardito conte de suonar non resta; +Disfida quelle gente tutte quante, +Agrican, Poliferno e ogni sue gesta: +E tutti insieme quei re di corona +Isfida a la battaglia, e forte suona. + +Quando fu il corno nel campo sentito, +Che in ciel feriva con tanto rumore, +Non vi fu re, né cavalliero ardito +Che non avesse di quel suon terrore; +Solo Agricane non fu sbigotito, +Che fu corona e pregio di valore; +Ma con gran fretta l'arme sue dimanda, +E fa sue schiere armar per ogni banda. + +Fu in gran fretta il re Agricane armato: +Di grosse piastre il sbergo se vestia, +Tranchera la sua spada cense al lato, +E uno elmo fatto per nigromanzia +Al petto ed a le spalle ebbe alacciato. +Cosa più forte al mondo non avia: +Salomone il fie' far col suo quaderno, +E fu collato al foco dello inferno. + +E veramente crede il campïone +Che una gran gente mo li viene adosso, +Però ch'inteso avia che Galafrone +Esercito adunava a più non posso, +Perché era quel castel di sua ragione, +E destinava di averlo riscosso. +Costui stimava scontrare Agricane, +Non con Orlando venire alle mane. + +Già son spiegate tutte le bandiere, +E suonan li instromenti da battaglia; +Il re Agricane ha Baiardo il destriere +Da le ungie al crine coperto di maglia, +E vien davanti a tutte le sue schiere. +Ne l'altro canto dirò la travaglia, +E de nove baroni un tale ardire, +Che mai nel mondo più se odette dire. + +Canto decimoquinto + +Stati ad odir, segnor, se vi è diletto, +La gran battaglia ch'io vi vo' contare. +Ne l'altro canto di sopra ve ho detto +De nove cavallier, che hanno a scontrare +Due millïon de popol maledetto; +E come e corni se odivan suonare, +Trombe, tamburi e voce senza fine, +Che par che il mondo se apra e 'l cel roine. + +Quando nel mar tempesta con romore +Da tramontana il vento furïoso, +Grandine e pioggia mena e gran terrore, +L'onda se oscura dal cel nubiloso. +Con tal roina e con tanto furore +Levasi il crido nel cel polveroso; +Prima de tutti Orlando l'asta aresta, +Verso Agrican viene a testa per testa. + +E se incontrarno insieme e due baroni, +Che avean possanza e forza smisurata, +E nulla se piegarno de li arcioni, +Né vi fo alcun vantaggio quella fiata. +Poi se voltarno a guisa de leoni; +Ciascun con furia trasse for la spata, +E cominciâr tra lor la acerba zuffa. +Or l'altra gente gionge alla baruffa; + +Sì che fu forza a quei duo cavallieri +Lasciar tra lor lo assalto cominciato, +Benché se dipartîr mal volontieri, +Ché ciascun se tenea più avantaggiato. +Il conte se retira ai suoi guerreri, +Brandimarte li è sempre a lato a lato; +Oberto, Chiarïone ed Aquilante +Sono alle spalle a quel segnor de Anglante. + +Ed è con loro il franco re Adrïano, +Segue Antifor e lo ardito Grifone, +Ed in mezo di questi il re Ballano. +Or la gran gente fora di ragione +Per monte e valle, per coste e per piano, +Seguendo ogni bandiera, ogni pennone, +A gran roina ne vien loro adosso, +E con tal crido, che contar nol posso. + +Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia, +E vostri cridi non varran nïente; +Vostro furor serà foco di paglia, +Tutti sereti occisi incontinente. - +Or se incomincia la crudel battaglia +Tra quei nove campioni e quella gente; +Ben se puotea veder il conte Orlando +Spezzar le schiere e disturbar col brando. + +Il re Agricane a lui solo attendia, +E certamente assai li dà che fare; +Ma Brandimarte e l'altra compagnia +Fan con le spade diverso tagliare, +E tanto uccidon di quella zinia, +Che altro che morti al campo non appare. +Verso la rocca vanno tutta fiata, +E già presso li sono ad una arcata. + +Nel campo de Agricane era un gigante, +Re di Comano, valoroso e franco, +Ed era lungo dal capo alle piante +Ben vinti piedi, e non è un dito manco: +Di lui ve ho racontato ancor davante +Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto. +Costui se mosse con la lancia in mano, +E riscontrò su il campo il re Ballano. + +Ferì quel re di drieto nelle spalle +Il malvaggio gigante e traditore, +Che del destrier il fie' cadere a valle, +Né valse al re Ballan suo gran valore. +Allo ardito Grifon forte ne calle, +E volta a Radamanto con furore; +E comenciâr battaglia aspra e crudele, +Con animo adirato e con mal fiele. + +Levato è il re Ballan con molto ardire, +E francamente al campo si mantiene; +Ma già non puote al suo destrier salire, +Tanto è la gente che adosso li viene. +Esso non resta intorno de ferire, +La spada sanguinosa a due man tiene; +Lui nulla teme e i compagni conforta: +Fatto se ha un cerchio della gente morta. + +Il re de Sueza, forte campïone, +Che per nome è chiamato Santaria, +Con una lancia d'un grosso troncone +Scontrò con Antifor di Albarossia; +Già non lo mosse ponto dello arcione, +Ché il cavalliero ha molta vigoria, +E se diffende con molta possanza; +A prima giunta li tagliò la lanza. + +Argante di Rossia stava da parte, +Guardando la battaglia tenebrosa; +Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte, +Che facea prova sì meravigliosa, +Che contar non lo può libro né carte. +Tutta la sua persona è sanguinosa; +Mena a due mane quel brando tagliente, +Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente. + +A lui se driccia il smisurato Argante +Sopra a un destrier terribile e grandissimo, +E ferì il scudo a Brandimarte avante. +Ma lui tanto era ardito e potentissimo, +Che nulla cura de l'alto gigante, +Benché sia nominato per fortissimo, +Ma con la spada in mano a lui s'affronta; +Ogni lor colpo ben Turpin raconta. + +Ma io lascio de dirli nel presente: +Pensati che ciascun forte se adopra. +Ora tornamo a dir de l'altra gente; +Benché la terra de morti se copra, +Quelle gran schiere non sceman nïente. +Par che lo inferno li mandi di sopra, +Da poi che sono occisi, un'altra volta, +Tanto nel campo vien la gente folta. + +Fermi non stanno e nove cavallieri, +Ma ver la rocca vanno a più non posso; +La strata fanno aprir coi brandi fieri, +Ducento millia n'ha ciascuno adosso. +Lasciar Ballano a forza li è mestieri, +Ché fo impossibil de averlo riscosso; +Li altri otto ancora son tornati insieme, +Tutta la gente adosso di lor preme. + +E detti re son con loro alle mane, +Ciascun di pregio e gran condizïone. +Lurcone e Radamanto ed Agricane +E Santaria e Brontino e Pandragone, +Argante, che fo lungo trenta spane, +Uldano e Poliferno e Saritrone; +Tutti eno insieme, e con gran vigoria +Atterrâr Antifor de Albarossia. + +La schiera de quei quattro, che io contai +Che copriva la dama, in sua diffesa +Facea prodezze e meraviglie assai, +Ma troppo è disegual la lor contesa. +Agrican di ferir non resta mai, +Ché vôl la dama ad ogni modo presa, +E gente ha seco di cotanto affare +Che a lor convien la dama abandonare. + +Ed essa, che se vede a tal partito, +Di gran paura non sa che si fare, +Scordase dello annel che aveva in dito, +Col qual potea nascondersi e campare. +Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito, +Che de altra cosa non può racordare; +Ma solo Orlando per nome dimanda, +A lui piangendo sol se racomanda. + +Il conte, che alla dama è longi poco, +Ode la voce che cotanto amava; +Nel core e nella faccia viene un foco, +Fuor de l'elmo la vampa sfavillava; +Batteva e denti e non trovava loco, +E le genocchie sì forte serrava, +Che Brigliadoro, quel forte corsiero, +Della gran stretta cade nel sentiero; + +A benché incontinente fo levato. +Ora ascoltati fuora di misura +Colpi diversi de Orlando adirato, +Che pure a racontarli è una paura. +Il scudo con roina avia gettato, +Ché tutto il mondo una paglia non cura; +Scrolla la testa quella anima insana, +Ad ambe man tiene alta Durindana; + +Spezza la gente per tutte le bande. +Or fuor delli altri ha scorto Radamanto +(Prima lo vide, perché era il più grande): +Tutto il tagliò da l'uno a l'altro fianco, +In duo cavezzi per terra lo spande; +Né di quel colpo non parve già stanco, +Ché sopra a l'elmo gionse a Saritrone, +E tutto il fese insino in su l'arcione. + +Non prende alcun riposo il paladino, +Ma fulminando mena Durindana, +E non risguarda grande o piccolino, +Li altri re taglia e la gente mezzana. +Mala ventura lì mostrò Brontino, +Che dominava la terra Normana: +Dalla spalla del scudo e piastre e maglia +Sino alla coscia destra tutto il taglia. + +Ora ecco il re de' Goti, Pandragone, +Che viene a Orlando crucïoso avante; +Questo se fida nel suo compagnone, +Perché alle spalle ha il fortissimo Argante. +Orlando verso lor va di rondone, +Che già bene adocchiato avia il gigante; +Ma perché a Pandragone agionse in prima, +Per il traverso delle spalle il cima. + +A traverso del scudo il gionse a ponto, +E l'una e l'altra spalla ebbe troncata. +Argante era con lui tanto congionto, +Che non puotè schiffarsi in questa fiata, +Ma proprio di quel colpo, come io conto, +Li fo a traverso la panza tagliata; +Però ch'Argante fu di tanta altura, +Che Pandragon li dava alla cintura. + +Quel gran gigante volta il suo ronzone +E per le schiere se pone a fuggire, +Portando le budelle su lo arcione. +Mai non se arestò il conte di ferire; +Non ha, come suolea, compassïone, +Tutta la gente intorno fa morire; +Pietà non vale, o dimandar mercede: +Tanto è turbato, che lume non vede. + +Non ebbe il mondo mai cosa più scura +Che fo a mirare il disperato conte; +Contra sua spada non vale armatura; +Di gente occisa ha già fatto un gran monte, +Ed ha posto a ciascun tanta paura, +Che non ardiscon di mirarlo in fronte. +Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda: +Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! - + +Agrican combattea con Aquilante +Alor che Orlando mena tal roina; +Angelica ben presso gli è davante, +Che trema come foglia la meschina. +Eccoti gionto quel conte de Anglante; +Con Durindana mai non se raffina: +Or taglia omini armati, ora destrieri, +Urta pedoni, atterra cavallieri. + +Ed ebbe visto il Tartaro da canto, +Che facea de Aquilante un mal governo, +Ed ode della dama il tristo pianto: +Quanta ira allora accolse, io nol discerno. +Su le staffe se riccia, e dassi vanto +Mandar quel re de un colpo nello inferno; +Mena a traverso il brando con tempesta, +E proprio il gionse a mezo della testa. + +Fu quel colpo feroce e smisurato, +Quanto alcuno altro dispietato e fiero; +E se non fosse per lo elmo incantato, +Tutto quanto il tagliava de legiero. +Sbalordisce Agricane, e smemorato +Per la campagna il porta il suo destriero; +Lui or da un canto, or dall'altro si piega, +Fuor di se stesso andò ben meza lega. + +Orlando per lo campo lo seguia +Con Brigliadoro a redina bandita; +In questo il re Lurcone e Santaria +Con gran furor la dama hanno assalita. +Ciascun de' quattro ben la diffendia, +Ma non vi fu rimedio alla finita: +Tanto la gente adosso li abondaro, +Che al mal suo grado Angelica lasciaro. + +Re Santaria davante in su l'arcione +Dal manco braccio la dama portava, +E stava a lui davanti il re Lurcone; +Poliferno ed Uldano il seguitava. +Era a vedere una compassïone +La damigella come lacrimava; +Iscapigliata crida lamentando, +Ad ogni crido chiama il conte Orlando. + +Oberto, Clarïone ed Aquilante +Erano entrati nella schiera grossa, +E di persona fan prodezze tante, +Quante puon farsi ad aver la riscossa; +Ma le lor forze non eran bastante, +Tutta è la gente contra de lor mossa. +Ora Agricane in questo se risente: +Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente. + +Verso de Orlando nequitoso torna +Per vendicare il colpo ricevuto; +Ma il conte vede quella dama adorna, +Che ad alta voce li domanda aiuto. +Là se rivolta, che già non soggiorna, +Ché tutto il mondo non l'avria tenuto; +Più de una arcata se puotea sentire +L'un dente contra a l'altro screcienire. + +Il primo che trovò, fo il re Lurcone, +Che avanti a tutti venìa per lo piano. +Il conte il gionse in capo di piatone, +Però che 'l brando se rivolse in mano; +Ma pur lo gettò morto dello arcione, +Tanto fo il colpo dispietato e strano. +L'elmo andò fraccassato in sul terreno, +Tutto di sangue e di cervello pieno. + +Or ascoltati cosa istrana e nova, +Che il capo a quel re manca tutto quanto, +Né dentro a l'elmo o altrove se ritrova, +Così l'aveva Durindana infranto. +Ma Santaria, che vede quella prova, +Di gran paura trema tutto quanto, +Né riparar se sa da il colpo crudo, +Se non se fa de quella dama scudo. + +Però che Orlando già gli è gionto adosso, +Né diffender se può, né può fuggire; +Temeva il conte di averlo percosso, +Per non far seco Angelica perire. +Essa cridava forte a più non posso: +- Se tu me ami, baron, famel sentire! +Occidi me, io te prego, con tue mane; +Non mi lasciar portare a questo cane. - + +Era in quel ponto Orlando sì confuso, +Che non sapeva apena che se fare. +Ripone il brando il conte di guerra uso, +E sopra a Santaria se lascia andare, +Né con altra arma che col pugno chiuso +Se destina la dama conquistare; +Re Santaria, che senza brando il vede, +Di averlo morto o preso ben se crede. + +La dama sostenia da il manco lato, +E nella destra mano avea la spada. +Con essa un aspro colpo ebbe menato; +Ma benché il brando sia tagliente e rada, +Già non se attacca a quel conte affatato. +Esso non stette più nïente a bada: +Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra, +E morto il gettò sopra della terra. + +Per bocca e naso uscia fuora il cervello, +Ed ha la faccia di sangue vermiglia. +Or se comincia un altro gran zambello, +Però che Orlando quella dama piglia, +E via ne va con Brigliadoro isnello, +Tanto veloce, che è gran meraviglia. +Angelica è sicura di tal scorta, +E del castello è già gionta alla porta. + +Ma Trufaldino alla torre se affaccia, +Né già dimostra di volere aprire; +A tutti e cavallier crida e minaccia +Di farli a doglia ed onta ripartire; +Con dardi e sassi a giù forte li caccia. +La dama di dolor volea morire; +Tutta tremava smorta e sbigotita, +Poi che se vede, misera! tradita. + +La grossa schiera de' nemici ariva: +Agricane è davante e il fiero Uldano; +Quella gran gente la terra copriva +Per la costa del monte e tutto il piano. +Chi fia colui che Orlando ben descriva, +Che tien la dama e Durindana in mano? +Soffia per ira e per paura geme; +Nulla di sé, ma de la dama teme. + +Egli avea della dama gran paura, +Ma di se stesso temeva nïente. +Trufaldin li cacciava dalle mura, +Ed alla rocca il stringe l'altra gente. +Cresce d'ogni ora la battaglia dura, +Perché da il campo continüamente +Tanta copia di frezze e dardi abonda, +Che par che il sole e il giorno se nasconda. + +Adrïano, Aquilante e Chiarïone +Fanno contra Agrican molta diffesa; +E Brandimarte, che ha cor di leone, +Par tra' nemici una facella accesa. +Il franco Oberto e l'ardito Grifone +Molte prodezze ferno in quella impresa. +Sotto la rocca stava il paladino, +Ed umilmente prega Trufaldino, + +Che aggia pietade di quella donzella +Condotta a caso di tanta fortuna; +Ma Trufaldino per dolce favella +Non piega l'alma di pietà digiuna, +Ché un'altra non fu mai cotanto fella +Né traditrice sotto della luna. +Il conte priega indarno: a poco a poco +L'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco. + +Sotto la rocca più se fu appressato, +E tien la dama coperta col scudo; +E verso Trufaldin fu rivoltato +Con volto acceso e con sembiante crudo. +Ben che non fusse a minacciare usato, +Ma più presto a ferire, il baron drudo +Or lo scridava con tanta bravura, +Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura. + +Stringeva e denti e dicea: - Traditore! +Ad ogni modo non puotrai campare, +Ché questo sasso in meno de quattro ore +Voglio col brando de intorno tagliare, +E pigliarò la rocca a gran furore, +E giù nel piano la vo' trabuccare; +E struggerò quel campo tutto quanto, +E tu serai con loro insieme afranto. - + +Cridava il conte in voce sì orgogliosa, +Che non sembrava de parlare umano. +Trufaldino avia l'alma timorosa, +Come ogni traditore ha per certano; +E vista avia la forza valorosa, +Che mostrata avea il conte sopra al piano; +Ché sette re mandati avia dispersi, +Rotti e spezzati con colpi diversi. + +E già pareva a quel falso ribaldo +Veder la rocca de intorno tagliata, +E roinar il sasso a giù di saldo +Adosso ad Agricane e sua brigata, +Perché vedeva il conte de ira caldo, +Con gli occhi ardenti e con vista avampata. +Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire, +Piacciati un poco mia ragione odire. + +Io non lo niego, e negar non sapria, +Ch'io non abbia ad Angelica fallito; +Ma testimonio il celo e Dio me sia +Che mi fu forza a prender tal partito +Per li duo miei compagni e sua folìa, +Benché ciascun da me si tien tradito; +Ché vennerno con meco a questïone, +Ed io li presi, e posti li ho in pregione. + +E benché meco essi abbiano gran torto, +Da loro io non avria perdon giamai; +E come fosser fuora, io serìa morto, +Perché di me son più potenti assai; +Onde per questo io te ragiono scorto, +Che mai qua dentro tu non intrarai, +Se tua persona non promette e giura +Far con sua forza mia vita sicura. + +E simil dico de ogni altro barone, +Che voglia teco nella rocca entrare: +Giurarà prima de esser campïone +Per mia persona, e la battaglia fare +Contra a ciascuno, e per ogni cagione +Che alcun dimanda o possa dimandare; +Poi tutti insieme giurareti a tondo +Far mia diffesa contra tutto il mondo. - + +Orlando tal promessa ben li niega, +Anci il minaccia con viso turbato; +Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega, +E stretto al collo lo tiene abracciato; +Onde quel cor feroce al fin se piega. +Come volse la dama, ebbe giurato; +E similmente ogni altro cavalliero +Giura quel patto a pieno e tutto intiero. + +Sì come dimandar si seppe a bocca, +Fu fatto Trufaldin da lor sicuro. +Lui poi apre la porta e il ponte scocca, +Ed intrò ciascun dentro al forte muro. +Or più vivande non è nella rocca, +Fuor che mezo destrier salato e duro. +Orlando, che di fame venìa meno, +Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno. + +Li altri mangiorno il resto tutto quanto, +Sì che bisogna de altro procacciare. +Brandimarte e Adrïan se tran da canto; +Chiarïone ed Oberto de alto affare +Col conte Orlando insieme se dan vanto +Gran vittualia alla rocca portare: +Ad Aquilante e il suo fratel Grifone +Restò la guarda de il forte girone. + +Perché alcun cavallier non se fidava +Di Trufaldin, malvaggia creatura, +Però la guardia nova se ordinava +E la diffesa intorno a l'alte mura. +E già l'alba serena se levava, +Poi che passata fo la notte oscura, +Né ancora era chiarito in tutto il giorno, +Che Orlando è armato, e forte sona il corno. + +Ode il gran suono la gente nel piano, +Che a tutti quanti morte li minaccia. +Ben se spaventa quel popol villano; +Non rimase ad alcun colore in faccia. +Ciascun piangendo batte mano a mano; +Chi fugge, e chi nasconder se procaccia, +Però che il giorno avanti avian provato +Il furor crudo de Orlando adirato. + +Per questo il campo, la parte maggiore, +Per macchie e fossi ascosi se apiatava; +Ma il re Agricane e ciascun gran segnore +Minacciando sua gente radunava. +Non fu sentito mai tanto rumore +Per la gran gente che a furor se armava; +Non ha bastone il re Agrican quel crudo, +Ma le sue schiere fa col brando nudo; + +E come vede alcun che non è armato, +O che se alonghi alquanto della schiera, +Subitamente il manda morto al prato. +Guarda de intorno la persona altiera, +E vede il grande esercito adunato, +Che tien da il monte insino alla riviera. +Quattro leghe è quel piano in ogni verso: +Tutto lo copre quel popol diverso. + +Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero +Che quella gente, grande oltra misura, +Sia spaventata da un sol cavalliero; +Perché ciascun tremava di paura, +Ed esso per se solo in sul destriero +Di contrastare a tutti si assecura; +Quei cavallieri e Orlando paladino +Manco li stima che un sol fanciullino. + +E sol se avanta il campo mantenire +A quanti ne uscirà di quella rocca; +Tutti li sfida e mostra molto ardire, +Forte suonando col corno alla bocca. +Ne l'altro canto potereti odire +Come l'un l'altro col brando se tocca, +Che mai più non sentisti un tal ferire: +Poi di Ranaldo tornarovi a dire. + +Canto decimosesto + +Tutte le cose sotto della luna, +L'alta ricchezza, e' regni della terra, +Son sottoposti a voglia di Fortuna: +Lei la porta apre de improviso e serra, +E quando più par bianca, divien bruna; +Ma più se mostra a caso della guerra +Instabile, voltante e roïnosa, +E più fallace che alcuna altra cosa; + +Come se puote in Agrican vedere, +Quale era imperator de Tartaria, +Che avia nel mondo cotanto potere, +E tanti regni al suo stato obedia. +Per una dama al suo talento avere, +Sconfitta e morta fu sua compagnia; +E sette re che aveva al suo comando +Perse in un giorno sol per man di Orlando. + +Onde esso al campo, come disperato +Suonando il corno, pugna dimandava, +Ed avea il conte Orlando disfidato, +Con ogni cavallier che il seguitava; +E lui soletto, sì come era, al prato +Tutti quanti aspettarli se vantava. +Ma della rocca già se calla il ponte, +Ed esce fuora armato il franco conte. + +Alle sue spalle è Oberto da il Leone, +E Brandimarte, che è fior di prodezza, +Il re Adrïano e il franco Chiarïone: +Ciascun quella gran gente più disprezza. +Angelica se pose ad un balcone, +Perché Orlando vedesse sua bellezza; +E cinque cavallier con l'asta in mano +Già son dal monte giù callati al piano. + +Quel re feroce a traverso li guarda: +Quasi contra a sì pochi andar se sdegna; +Par che tutta la faccia a foco li arda, +Tanto ha l'anima altiera de ira pregna. +Voltasi alquanto a sua gente codarda, +In cui bontade né virtù non regna, +Né a lor se digna de piegar la faccia, +Ma con gran voce comanda e minaccia: + +- Non fusse alcun de voi, zentaglia ville, +Che si movesse già per darmi aiuto! +Se ben venisser mille volte mille +Quanti n'ha 'l mondo, e quanti n'ha già auto, +Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille, +Ciascun fia da me preso ed abattuto; +E come occisi ho quei cinque gagliardi, +Ogni om di voi da me poi ben si guardi. + +Ché tutti quanti, gente maledetta, +Prima che il sole a sera gionto sia, +Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta, +E spargerove per la prataria; +Perché in eterno mai non se rasetta +A nascer de voi stirpe in Tartaria +Che faccia tal vergogna al suo paese, +Come voi fate nel campo palese. - + +Quel populaccio tremando se crola +Come una legier foglia al fresco vento, +Né se avrebbe sentito una parola, +Tanto ciascuno avea de il re spavento. +Trasse Agricane sua persona sola +Fuor della schiera, e con molto ardimento +Pone alla bocca il corno e suona forte: +Ribomba il suono e carne e sangue e morte. + +Orlando, che ben scorge in ogni banda +Del re Agricane il smisurato ardire, +A Iesù Cristo per grazia dimanda +Che lo possa a sua fede convertire. +Fassi la croce e a Dio si racomanda, +E poi che vede il Tartaro venire, +Ver lui se mosse con molto ardimento: +Il corso de il destrier par foco e vento. + +Se forse insieme mai scontrâr due troni, +Da levante a ponente, al cel diverso, +Così proprio se urtarno quei baroni; +L'uno e l'altro a le croppe andò riverso. +Poi che ebber fraccassato e lor tronconi +Con tal ruina ed impeto perverso, +Che qualunque era d'intorno a vedere, +Pensò che il cel dovesse giù cadere. + +Del suo Dio se ricorda ogni om di loro, +Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede. +Fu per cadere a terra Brigliadoro: +A gran fatica il conte il tiene in piede. +Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro, +Che la polver de lui sola se vede; +Nel fin del corso se voltò de un salto, +Verso de Orlando, sette piedi ad alto. + +Era ancor già rivolto il franco conte +Contra al nemico, con la mente altiera; +La spada ha in mano che fu del re Almonte. +Così tratto Agricane avea Tranchera; +E se trovarno due guerreri a fronte, +E di cotali al mondo pochi ne era; +E ben mostrarno il giorno, alla gran prova, +Che raro in terra un par de lor se trova. + +Non è chi de essi pieghi o mai se torza, +Ma colpi adoppia sempre, che non resta; +E come lo arboscel se sfronde e scorza +Per la grandine spessa che il tempesta, +Così quei duo baron con viva forza +L'arme han tagliate, fuor che della testa; +Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri, +Né l'un né l'altro ha in capo più cimieri. + +Pensò finir la guerra a un colpo Orlando, +Perché ormai gli incresceva il lungo gioco, +Ed a due man su l'elmo menò il brando; +Quel tornò verso il cel gettando foco. +Il re Agrican fra' denti ragionando, +A lui diceva: "Se me aspetti un poco, +Io ti farò la prova manifesta +Chi de noi porta megliore elmo in testa." + +Così dicendo un gran colpo disserra +Ad ambe mano, ed ebbe opinïone +Mandare Orlando in due parte per terra, +Ché fender se 'l credea fin su lo arcione. +Ma il brando a quel duro elmo non s'afferra, +Ché anco egli era opra de incantazïone. +Fiello Albrizac, il falso negromante, +E diello in dono al figlio de Agolante; + +Questo lo perse, quando a quella fonte +Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano. +Or non più zanze: ritornamo al conte, +Che ricevuto ha quel colpo villano. +Da le piante sudava insin la fronte, +E di far sua vendetta è ben certano; +A poco a poco l'ira più se ingrossa, +A due man mena con tutta sua possa. + +Da lato a l'elmo gionse il brando crudo, +E giù discese della spalla stanca; +Più de un gran terzo li tagliò del scudo, +E l'arme e' panni, insin la carne bianca, +Sì che mostrar li fece 'l fianco nudo; +Calla giù il colpo, e discese ne l'anca, +E carne e pelle aponto li risparma, +Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma. + +Quando quel colpo sente il re Agricane, +Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare. +S'io non me affretto di menar le mane, +A questa sera non credo arivare; +Ma sue prodezze tutte seran vane, +Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare; +E non è maglia e piastra tanto grossa, +Che a questo colpo contrastar mi possa." + +Con tal parole a la sinestra spalla +Mena Tranchera, il suo brando affilato; +La gran percossa al forte scudo calla, +E più de mezo lo gettò su il prato. +Gionse nel fianco il brando che non falla, +E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato; +Manda per terra a un tratto piastre e maglia, +Ma carne o pelle a quel ponto non taglia. + +Stanno a veder quei quattro cavallieri +Che venner con Orlando in compagnia, +E mirando la zuffa e i colpi fieri, +E tutti insieme e ciascadun dicia +Che il mondo non avia duo tal guerreri +Di cotal forza e tanta vigoria. +Gli altri pagan, che guardan la tenzone, +Dicean: - Non ce è vantaggio, per Macone! - + +Ciascun le botte de' baron misura, +Ché ben iudica e colpi a cui non dole; +Ma quei duo cavallier senza paura +Facean de' fatti, e non dicean parole. +E già durata è la battaglia dura +A l'ora sesta da il levar del sole, +Né alcun di loro ancor si mostra stanco, +Ma ciascun di loro è più che pria franco. + +Sì come alla fucina in Mongibello +Fabrica troni il demonio Vulcano, +Folgore e foco batte col martello, +L'un colpo segue a l'altro a mano a mano; +Cotal se odiva l'infernal flagello +Di quei duo brandi con romore altano, +Che sempre han seco fiamme con tempesta; +L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta. + +Orlando gli menò d'un gran riverso +Ad ambe man, di sotto alla corona, +E fu il colpo tanto aspro e sì diverso, +Che tutto il capo ne l'elmo gli intona. +Avea Agricane ogni suo senso perso; +Sopra il col di Baiardo se abandona, +E sbigotito se attaccò allo arcione: +L'elmo il campò, che fece Salamone. + +Via ne lo porta il destrier valoroso; +Ma in poco de ora quel re se risente, +E torna verso Orlando, furïoso +Per vendicarse a guisa di serpente. +Mena a traverso il brando roïnoso, +E gionse il colpo ne l'elmo lucente: +Quanto puote ferire ad ambe braccia, +Proprio il percosse a mezo della faccia. + +Il conte riversato adietro inchina, +Ché dileguate son tutte sue posse; +Tanto fo il colpo pien di gran roina, +Che su la groppa la testa percosse; +Non sa se egli è da sera, o da matina, +E benché alora il sole e il giorno fosse, +Pur a lui parve di veder le stelle, +E il mondo lucigar tutto a fiammelle. + +Or ben li monta lo estremo furore: +Gli occhi riversa e strenge Durindana. +Ma nel campo se leva un gran romore, +E suona nella rocca la campana. +Il crido è grande, e mai non fo maggiore: +Gente infinita ariva in su la piana +Con bandiere alte e con pennoni adorni, +Suonando trombe e gran tamburi e corni. + +Questa è la gente de il re Galafrone, +Che son tre schiere, ciascuna più grossa. +Per quella rocca, che è di sua ragione, +Vien con gran furia ad averla riscossa; +Ed ha mandato in ogni regïone, +E meza la India ha ne l'arme commossa; +E chi vien per tesor, chi per paura, +Perché è potente e ricco oltra a misura. + +Dal mar de l'oro, ove l'India confina, +Vengon le gente armate tutte quante. +La prima schiera con molta roina +Mena Archiloro il Negro, che è gigante; +La seconda conduce una regina, +Che non ha cavallier tutto il levante +Che la contrasti sopra della sella, +Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella. + +Marfisa la donzella è nominata, +Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera, +Che ben cinque anni sempre stette armata +Da il sol nascente al tramontar di sera, +Perché al suo dio Macon se era avotata +Con sacramento, la persona altiera, +Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia, +Sin che tre re non prenda per battaglia. + +Ed eran questi il re de Sericana, +Dico Gradasso, che ha tanta possanza, +Ed Agricane, il sir de Tramontana, +E Carlo Mano, imperator di Franza. +La istoria nostra poco adietro spiana +Di lei la forza estrema e la arroganza, +Sì che al presente più non ne ragiono, +E torno a quei che gionti al campo sono. + +Con romor sì diverso e tante crida +Passato han Drada, la grossa riviera, +Che par che il cel profondi e se divida. +Dietro alle due venìa l'ultima schiera; +Re Galifrone la governa e guida +Sotto alle insegne di real bandiera, +Che tutta è nera, e dentro ha un drago d'oro. +Or lui vi lascio, e dico de Archiloro, + +Che fo gigante di molta grandezza, +Né alcuna cosa mai volse adorare, +Ma biastema Macone e Dio disprezza, +E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare. +Questo Archiloro con molta fierezza +Primeramente il campo ebbe assaltare; +Come un demonio uscito dello inferno +Fa de' nemici strazio e mal governo. + +Portava il Negro un gran martello in mano, +(Ancude non fu mai di tanto peso), +Spesso lo mena, e non percote in vano: +Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso. +Contra di lui è mosso il franco Uldano +E Poliferno, di furore acceso, +Con due tal schiere, che il campo ne è pieno; +Ciascuna è cento millia, o poco meno. + +E quei duo re, non già per un camino, +Ché l'un de l'altro alora non se accorse, +Ferirno al Negro nel sbergo acciarino, +E quel si stette di cadere in forse, +E fu per traboccar disteso e chino; +Ma quel ferir contrario lo soccorse, +Ché Poliferno già l'avea piegato, +Quando il percosse Uldano a l'altro lato. + +Sopra alle lancie il Negro se suspese, +Ma già per questo di colpir non resta; +Però che il gran martello a due man prese, +E ferì il Poliferno nella testa, +E tramortito per terra il distese. +Poi volta l'altro colpo con tempesta, +E nel guanciale agionse il forte Uldano, +Sì che de arcione il fie' cadere al piano. + +Quei re distesi rimasero al campo. +Passa Archiloro e mostra gran prodezza; +Come un drago infiammato adduce vampo, +Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza, +Né a lui si trova alcun riparo o scampo: +Tutta la gente occide con fierezza; +Fugge ciascuno e non lo può soffrire. +Vede Agricane sua gente fuggire, + +E volto a Orlando con dolce favella +Disse: - Deh! cavalliero, in cortesia, +Se mai nel mondo amasti damisella, +O se alcuna forse ami tuttavia, +Io te scongiuro per sua faccia bella, +(Così la ponga amore in tua balìa!): +Nostra battaglia lascia nel presente, +Perch'io doni soccorso alla mia gente. + +E benché te più oltra non cognosca +Se non per cavallier alto e soprano, +Da or ti dono il gran regno di Mosca, +Sino al mar di Rossia, che è l'Oceano. +Il suo re è nello inferno a l'aria fosca: +Tu ve il mandasti iersira con tua mano; +Radamanto fo quel, di tanta altura, +Che col brando partisti alla cintura. + +Liberamente il suo regno ti dono, +Né credo meglio poterlo alogare, +Ché non ha il mondo cavallier sì bono, +Qual di bontate ti possa avanzare: +Ed io prometto e giuro in abandono +Che un'altra volta me voglio provare +Teco nel campo, per far certo e chiaro +Qual cavalliero al mondo non ha paro. + +Più che omo me stimava alora quando +Provata non avea la tua possanza; +Né mi credetti aver diffesa al brando, +Né altro contrasto al colpo de mia lanza; +Ed odendo talor parlar de Orlando, +Che sta in Ponente nel regno di Franza, +Ogni sue forze curavo io nïente, +Me sopra ogni altro stimando potente. + +Questa battaglia e lo assalto sì fiero +Che è tra noi stato, e l'aspere percosse +Me hanno cangiato alquanto nel pensiero, +E vedo ch'io sono om di carne e d'osse. +Ma domatina sopra de il sentiero +Farem la ultima prova a nostre posse; +E tu in quel ponto o ver la mia persona +Serà del mondo il fiore e la corona. + +Ma or ti prego che per questa fiata +Andar me lascia, cavallier, sicuro; +Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata, +Per quella sol te prego e te scongiuro. +Vedi mia gente tutta sbaratata +Da quel gigante smisurato e scuro, +E s'io li dono, per tuo merto, aiuto, +Serò in eterno a te sempre tenuto. - + +A benché il conte assai fosse adirato +Pel colpo recevuto a gran martìre, +E volentier se avesse vendicato, +Alla dimanda non seppe disdire, +Perché uno omo gentil e inamorato +Non puote a cortesia giamai fallire. +Così lo lasciò Orlando alla bona ora, +Ed aiutarlo se proferse ancora. + +Esso, che aiuto non cura nïente, +Come colui che avea molta arroganza, +Volta Baiardo ch'è tanto potente, +Ed a un suo cavallier tolse una lanza. +Quando tornare il vide la sua gente, +Ciascun riprese core e gran baldanza; +Levasi il crido e risuona la riva: +Tutta la gente torna, che fuggiva. + +Il re Agricane alla corona d'oro +Ogni sua schiera di novo rasetta; +Lui davanti se pone a tutti loro +Sopra a Baiardo, che sembra saetta, +E forïoso vòlto ad Archiloro; +Fermo il gigante in su duo piè lo aspetta +Col scudo in braccio e col martello in mano, +Carco a cervelle e rosso a sangue umano. + +Il scudo di quel negro un palmo è grosso, +Tutto di nerbo è di elefante ordito. +Sopra di quello Agrican l'ha percosso, +Ed oltra il passa col ferro polito; +Per questo non è lui de loco mosso. +Per quel gran colpo non se piega un dito, +E mena del martello a l'asta bassa: +Giongela a mezo e tutta la fraccassa. + +Quel re gagliardo poco o nulla il stima, +Benché veggia sua forza smisurata, +Né fo sua lancia fraccassata in prima, +Che egli ebbe in mano la spada affilata, +E col destrier che di bontade è cima, +Intorno lo combatte tutta fiata; +Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda, +Spesso lo assale, e ben de lui se guarda. + +Sopra a duo piedi sta fermo il gigante, +Come una torre a cima de castello; +Mai non ha mosso ove pose le piante, +E solo adopra il braccio da il martello. +Or gli è lo re di drieto, ora davante, +Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello; +Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo, +Tanto è legiero e destro quel cavallo. + +Stava a vedere e l'una e l'altra gente, +Dico quei de India e quei di Tartaria, +Sì come a lor non toccasse nïente, +Ma sol fosse da duo la pugna ria. +Così sta ciascadun queto e pon mente, +Lodando ogniuno il suo di vigoria: +Mentre che ciascun guarda e parla e cianza, +Mena Archiloro un colpo di possanza. + +Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena, +Ma non gionse Agrican, ché l'avria morto; +Tutto il martello ascose ne l'arena. +Ora il gigante è ben gionto a mal porto: +Callate non avea le braccie apena, +Che il re, qual stava in su lo aviso scorto, +Con tal roina il brando su vi mise, +Che ambe le mane a quel colpo divise. + +Restâr le mane al gran martello agionte, +Sì come prima a quello eran gremite; +Fu po' lui morto di taglio e di ponte, +Ché ben date li fôr mille ferite; +E parve a ciascun vendicar sue onte, +Perché egli uccise il dì gente infinite. +Agricane il lasciò, quel segnor forte, +Non se dignando lui darli la morte. + +Sì che fo occiso da gente villane, +Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso. +Poi che l'ebbe lasciato, il re Agricane +Urta Baiardo tra quel popol grosso, +E pone in rotta le gente indïane, +Con tal ruina che contar nol posso. +Quel re li taglia e sprezali con scherno, +E già son gionti Uldano e Poliferno. + +Questi duo re gran pezzo sterno al prato +Sì come morti e fuor di sentimento, +Ché ciascuno il martello avea provato, +Come io ve dissi, con grave tormento. +Or era l'uno e l'altro ritornato, +E sopra all'Indïan, con ardimento, +De il colpo ricevuto fan vendetta, +E chi più può, col brando e Nigri affetta. + +Non fanno essi riparo, ad altra guisa +Che se diffenda da il fuoco la paglia; +Agrican lor guardava con gran risa, +Ché non degna seguir quella canaglia. +Or sappiati che la dama Marfisa +Ben da due leghe è longi alla battaglia; +Alla ripa del fiume sopra a l'erba +Dormia ne l'ombra la dama superba. + +Tanto il core arrogante ha quell'altiera, +Che non volse adoprar la sua persona +Contra ad alcuno, per nulla mainera, +Se quel non porta in capo la corona; +E per questo ne è gita alla rivera, +E sotto un pin dormendo se abandona; +Ma prima, nel smontar che fie' di sella, +Queste parole disse a una donzella, + +(Era questa di lei sua cameriera): +Disse Marfisa: - Intendi il mio sermone: +Quando vedrai fuggir la nostra schiera, +E morto o preso lo re Galafrone, +E che atterrata fia la sua bandiera, +Alor me desta e mename il ronzone; +Nanzi a quel ponto non mi far parola, +Ché a vincer basta mia persona sola. - + +Dopo questo parlare il viso bello +Colcasi al prato, e indosso ha l'armatura; +E come fosse dentro ad un castello, +Così dormiva alla ripa sicura. +Ora torniamo a dire il gran zambello +De li Indïani, che di alta paura +Vanno a roina, senza alcun riguardo, +Sino alla schiera de il real stendardo. + +Re Galafrone ha la schiuma alla bocca, +Poi che sua gente sì vede fuggire; +Ben come disperato il caval tocca, +E vôl quel giorno vincere, o perire. +La figlia sua, che stava nella rocca, +Lo vide a quel gran rischio di morire, +E temendo de ciò, come è dovuto, +Al conte Orlando manda per aiuto. + +Manda a pregarlo che senza tardanza +Gli piaccia aiuto al suo patre donare; +E se mai de lui debbe aver speranza, +Voglia quel giorno sua virtù mostrare; +E che debbia tenire in ricordanza +Che dalla rocca lo puotria guardare; +Sì che se adopri, se de amore ha brama, +Poiché al iudicio sta della sua dama. + +Lo inamorato conte non si posa, +E trasse Durindana con furore, +E fie' battaglia dura e tenebrosa, +Come io vi conterò tutto il tenore. +Ma al presente io lascio qui la cosa, +Per tornare a Ranaldo di valore, +Qual, come io dissi, dentro un bel verziero +Vide giacersi al fonte un cavalliero. + +Piangea quel cavallier sì duramente, +Che avria fatto un dragon di sé pietoso; +Né di Ranaldo si accorgea nïente, +Perché avea basso il viso lacrimoso. +Stava il principe quieto, e ponea mente +Ciò che facesse il baron doloroso; +E ben che intenda che colui se dole, +Scorger non puote sue basse parole. + +Unde esso dismontava dello arcione, +E con parlar cortese il salutava; +E poi li adimandava la cagione +Perché così piangendo lamentava. +Alciò la faccia il misero barone: +Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava, +Poi disse: - Cavallier, mia trista sorte +Me induce a prender voluntaria morte. + +Ma per Dio vero e per mia fè ti giuro, +Che non è ciò quel che mi fa dolere; +Anzi alla morte ne vado sicuro, +Come io gissi a pigliare un gran piacere; +Ma solo ene al mio cor doglioso e duro +Quel che morendo mi convien vedere; +Però che un cavallier prodo e cortese +Morirà meco, e non vi avrà diffese. - + +Dicea Ranaldo: - Io te prego, per Dio, +Che me raconti il fatto come è andato, +Poi de saperlo m'hai posto in disio, +Veggendo il tuo languir sì sterminato. - +Alciò la fronte con sembiante pio +Quel cavallier che giacea sopra il prato, +E poi rispose con doglioso pianto, +Come io vi conterò ne l'altro canto. + +Canto decimosettimo + +Io vi promisi contar la risposta, +Ne l'altro canto, di quel cavalliero +Che avea l'alma a sospirar disposta, +Quando Ranaldo lo trovò al verziero, +Presso alla fonte di fronde nascosta; +Ora ascoltati il fatto bene intiero. +Quel cavallier in voce lacrimose +Con tal parole a Ranaldo rispose: + +- Vinte giornate de quindi vicina +Sta una gran terra de alta nobiltade, +Che già de l'Orïente fo regina; +Babilonia se appella la citade. +Avia una dama nomata Tisbina, +Che in lo universo, in tutte le contrade, +Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare, +Cosa più bella non se può mirare. + +Nel dolce tempo di mia età fiorita +Fu'io di quella dama possessore, +E fu la voglia mia sì seco unita, +Che nel suo petto ascoso era il mio core. +Ad altri la concessi alla finita: +Pensa se a questo fare ebbi dolore! +Lasciar tal cosa è dôl maggiore assai +Che desïarla e non averla mai. + +Come una parte de l'anima mia +Da il cor mi fosse per forza divisa, +Fuor di me stesso vivendo moria, +Pensa tu con qual modo ed a qual guisa! +Due volte tornò il sole alla sua via +Per vinte e quattro lune, alla recisa, +Ed io, sempre piangendo, andai mischino +Cercando il mondo come peregrino. + +Il lungo tempo e le fatiche assai +Ch'io sosteneva al diverso paese, +Pur me alentarno gli amorosi guai +De che ebbi l'osse e le medolle accese; +E poi Prasildo, a cui quella lasciai, +Fo un cavallier sì prodo e sì cortese, +Che ancor me giova avermi per lui privo, +E sempre giovarà, se sempre vivo. + +Or, seguendo la istoria, io me ne andava +Cercando il mondo, come disperato, +E, come volse la fortuna prava, +Nel paese de Orgagna io fu' arivato. +Una dama quel regno governava, +Ché il suo re Poliferno era asembrato +Con Agricane insieme, a far tenzone +Per una figlia de il re Galafrone. + +La dama che quel regno aveva in mano, +Sapea de inganni e frode ogni mistiero; +Con falsa vista e con parlare umano +Dava recetto ad ogni forastiero. +Poi che era gionto, se adoprava in vano +Indi partirse, e non vi era pensiero +Che mai bastasse di poter fuggire, +Ma crudelmente convenia morire. + +Però che la malvaggia Falerina +(Ché cotal nome ha quella incantatrice +Che ora de Orgagna se appella regina) +Avea un giardino nobile e felice; +Fossa nol cinge, né sepe di spina, +Ma un sasso vivo intorno fa pendice, +E sì lo chiude de una centa sola, +Che entro passar non puote chi non vola. + +Aperto è il sasso verso il sol nascente, +Dove è una porta troppo alta e soprana; +Sopra alla soglia sta sempre un serpente, +Che di sangue se pasce e carne umana. +A questo date son tutte le gente +Che sono prese in quella terra strana: +Quanti ne gionge, prende ciascuna ora, +E là li manda; e il drago li divora. + +Or, come io dissi, in quella regïone +Fui preso a inganno, e posto a la catena; +Ben quattro mesi stetti in la pregione, +Che era de cavallieri e dame piena. +Io non ti dico la compassïone +Che era a vederci tutti in tanta pena; +Duo ne eran dati al drago in ogni giorno, +Come la sorte se voltava intorno. + +Il nome de ciascuno era signato +Insieme de una dama e cavalliero; +E così ne era a divorar mandato +Quel par che alla pregione era primiero. +Or, stando in questa forma impregionato, +Né avendo de campare alcun pensiero, +La ria fortuna che me avia battuto, +Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto. + +Perché Prasildo, quel baron cortese +Per cui dolente abandonai Tisbina +E Babilonia, il mio dolce paese, +Ebbe a sentir de mia sorte meschina. +Io non sapria già dir come lo intese; +Ma giorno e notte lui sempre camina, +E, con molto tesoro, iscognosciuto +Fu ne' confini de Orgagna venuto. + +Ivi se pose quel baron soprano +Per il mio scampo molto a praticare, +E proferse grande oro al guardïano, +Se di nascosto me lasciava andare; +Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano, +Né a prieghi o prezo lo pote piegare, +Ottenne per danari o per bel dire +Che, per camparmi, lui possa morire. + +Così fui tratto della pregion forte, +E lui fo incatenato al loco mio. +Per darmi vita, lui vôl prender morte: +Vedi quanto è il baron cortese e pio! +Ed oggi è il giorno della trista sorte, +Che lui serà condotto al loco rio +Dove il serpente e miseri divora; +Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora. + +E bench'io sappia e cognosca per certo +Che bastante non sono a darli aiuto, +Voglio mostrare a tutto il mondo aperto +Quanto a quel cor gentile io sia tenuto +A render guidardon di cotal merto; +Però che, come quivi fia venuto, +Con quei che il menan prenderò battaglia, +Benché sian mille e più quella canaglia. + +E quando io sia da quella gente occiso, +Serami quel morir tanto iocondo +Ch'io ne andarò di volo in paradiso, +Per starmi con Prasildo a l'altro mondo. +Ma quando io penso che serà diviso +Lui da quel drago, tutto mi confondo, +Poi ch'io non posso, ancor col mio morire, +Tuorli la pena di tanto martìre. - + +Così dicendo, il viso lacrimoso +Quel cavalliero alla terra abassava. +Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso, +Con lui teneramente lacrimava, +E con parlar cortese ed animoso, +Proferendo se stesso, il confortava, +Dicendo a lui: - Baron, non dubitare, +Che il tuo compagno ancor puotrà campare. + +Se dua cotanta fosse la sbiraglia +Che qua lo conduranno, io non ne curo; +Manco gli stimo che un fascio di paglia, +E per la fè di cavallier te giuro +Ch'io te li scoterò con tal travaglia, +Che alcun di lor non si terrà securo +De aver fuggita da mia man la morte, +Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. - + +Guardando il cavalliero e sospirando, +Disse: - Deh vanne a la tua via, barone! +Ché qua non se ritrova il conte Orlando, +Né il suo cognato, che è figlio de Amone. +Noi altri facciamo assai alora quando +Tenemo campo ad un sol campïone; +Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole: +Lascia pur dir, ché tutte son parole. + +Pàrtite in cortesia, ché già non voglio +Che tu per mia cagion sia quivi gionto; +Parte non hai di quel grave cordoglio +Che me induce a morir, come io t'ho conto; +Ed io non posso mo, sì come io soglio, +Renderti grazia, a questo estremo ponto, +Del tuo bon core e de la tua proferta: +Dio te la renda, ed a chiunque il merta. - + +Disse Ranaldo: - Orlando non son io, +Ma pure io farò quel che aggio proferto; +Né per gloria lo faccio o per desio +D'aver da te né guidardon né merto; +Ma sol perché io cognosco, al parer mio, +Che un par de amici al mondo tanto certo +Né ora se trova, né mai se è trovato: +S'io fossi il terzo, io me terria beato. + +Tu concedesti a lui la donna amata, +E sei del tuo diletto al tutto privo; +Egli ha per te sua vita impregionata, +Or tu sei senza lui di viver schivo. +Vostra amistate non fia mai lasciata, +Ma sempre serò vosco, e morto e vivo; +E se pur oggi aveti ambo a morire, +Voglio esser morto per vosco venire. - + +Mentre che ragionarno in tal maniera, +Una gran gente viddero apparire, +Che portano davanti una bandiera, +E due persone menano a morire. +Chi senza usbergo, chi senza gambiera, +Chi senza maglia si vedea venire, +Tutti ribaldi e gente da taverna; +E peggio in ponto è quel che li governa. + +Era colui chiamato Rubicone, +Che avia ogni gamba più d'un trave grossa; +Seicento libre pesa quel poltrone, +Superbo, bestïale e di gran possa; +Nera la barba avea come un carbone +Ed a traverso al naso una percossa; +Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno: +Mai sol nascente nol trovò digiuno. + +Costui menava una donzella avante, +Incatenata sopra un palafreno, +E un cavallier cortese nel sembiante, +Legato come lei, né più né meno. +Guarda Ranaldo al palafreno amblante, +E ben cognobbe quel baron sereno +Che la meschina è quella damisella +Che gli contò de Iroldo la novella; + +Poi li fo tolta ne la selva ombrosa +Da quel centauro contrafatto e strano. +Lui più non guarda, e senza alcuna posa +De un salto si gettò su Rabicano. +Diciamo della gente dolorosa, +Che erano più de mille in su quel piano: +Come Ranaldo viddero apparire, +Per la più parte se derno al fuggire. + +Già l'altro cavalliero era in arcione, +Ed avia tratta la spada forbita; +Ma il principe se driccia a Rubicone, +Ché tutta l'altra gente era smarita +E lui faceva sol deffensïone. +Questa battaglia fo presto finita, +Perché Ranaldo de un colpo diverso +Tutto il tagliò per mezo del traverso. + +E dà tra li altri con molta tempesta, +Benché de occider la gente non cura, +E spesso spesso de ferir se arresta, +Ed ha diletto de la lor paura; +Ma pur a quattro gettò via la testa, +Duo ne partite insino alla cintura; +Lui ridendo e da scherzo combattia, +Tagliando gambe e braccie tuttavia. + +Così restarno al campo e due pregioni, +Ciascun legato sopra il suo destriero, +Poi che fuggiti fôrno quei bricconi, +Che de condurli a morte avian pensiero. +Su il prato, tra bandiere e gonfaloni +E targhe e lancie, è Rubicone altiero, +Feso per mezo e tagliato le braccia: +Ranaldo gli altri tutta fiata caccia. + +Ma Iroldo, il cavallier ch'io vi contai +Che stava alla fontana a lamentare, +Poi che anco egli ebbe de lor morti assai, +Corse quei duo pregioni a dislegare. +Più non fu lieto alla sua vita mai; +Prasildo abraccia, e non puotea parlare, +Ma, come in gran letizia far si suole, +Lacrime dava in cambio di parole. + +Il principe era longe da due miglia, +Sempre cacciando il popol spaventato, +Quando quei duo baron con meraviglia +Guardano a Rubicon, che era tagliato +Per il traverso, alla terra vermiglia. +Essi mirando il colpo smisurato, +Dicean che non era omo, anzi era Dio, +Che sì gran busto col brando partio. + +Callava già Ranaldo giù del monte, +Avendo fatta gran destruzïone; +Ciascun de' due baron con le man gionte +Come idio l'adorarno ingenocchione, +E a lui devotamente, in voce pronte, +Diceano: - O re del celo, o Dio Macone, +Che per pietate in terra sei venuto +In tanta nostra pena a darci aiuto! + +Per cagion nostra giù del cel lucente +Or sei disceso a mostrarci la faccia; +Tu sei lo aiuto de l'umana gente +Né mai salvarli il tuo volto si saccia; +Fa ciascadun di noi recognoscente, +Dapoi che ce hai donata cotal graccia, +Sì che per merto al fin se troviam degni +Di star con teco nelli eterni regni. - + +Ranaldo se turbò nel primo aspetto, +Veggendosi adorare in veritate; +Ma, ascoltandoli poi, prese diletto +Del paccio aviso e gran simplicitate +De questi, che il chiamavan Macometto, +E a lor rispose con umilitate: +- Questa falsa credenza via togliete, +Ch'io son di terra, sì come voi sete. + +Tutto è di fango il corpo e questa scorza: +L'anima non, che fo da Cristo espressa; +Né ve maravigliati di mia forza, +Ché esso per sua pietà me l'ha concessa. +Lui la virtute accende, e lui la smorza, +E quella fede, che il mio cor confessa, +Quando si crede drittamente e pura, +De ogni spavento l'animo assicura. - + +Con più parole poi li racontava +Sì come egli era il sir de Montealbano; +E tutta nostra fede predicava, +E perché Cristo prese corpo umano; +Ed in conclusïon tanto operava, +Che l'uno e l'altro se fie' cristïano, +Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore, +Macon lasciando ed ogni falso errore. + +Poi tutti tre parlarno alla donzella, +A lei mostrando diverse ragione +Che pigliar debba la fede novella, +La falsità mostrando di Macone. +Essa era saggia sì come era bella, +Però, contrita e con devozïone, +Coi cavallieri insieme, a la fontana +Fo per Ranaldo fatta cristïana. + +Esso da poi con bel parlare espose +Che egli intendeva de andare al giardino, +Qual fatto ha tante gente dolorose, +E con lor se consiglia del camino. +Ma la donzella subito rispose: +- Da tal pensier te guarda Dio divino! +Non potresti acquistare altro che morte, +Tanto è lo incanto a meraviglia forte. + +Io aggio un libro, dove sta depinto +Tutto il giardino a ponto, con misura; +Ma nel presente solo avrò distinto +Della sua entrata la strana ventura; +Però che quello è de ogni parte cinto +De un'alta pietra, tanto forte e dura, +Che mille mastri a botta de picone +Non ne puotrian spezzar quanto un bottone. + +Dove il sol nasce, a mezo un torrïone +Evi una porta de marmo polito; +Sopra alla soglia sta sempre il dragone, +Qual, da che nacque, mai non ha dormito, +Ma fa la guarda per ogni stagione; +E quando fosse alcun d'entrare ardito, +Convien con esso prima battagliare: +Ma poi che è vinto, assai li è più che fare; + +Ché incontinente la porta se serra, +Né mai per quella si può far ritorno, +E cominciar conviensi un'altra guerra, +Perché una porta se apre a mezo giorno; +Ad essa in guardia n'esce della terra +Un bove ardito, ed ha di ferro un corno, +L'altro di foco: e ciascun tanto acuto, +Che non vi giova sbergo, piastre o scuto. + +Quando pur fosse questa fiera morta, +Che serìa gran ventura veramente, +Come la prima, è chiusa quella porta, +E l'altra se apre verso lo occidente, +Ed ha diffesa niente a la sua scorta: +Uno asinel, che ha la coda tagliente +Come una spada, e poi l'orecchie piega +Come li piace, e ciascuno omo lega. + +E la sua pelle è di piastre coperta, +E sembra d'oro, e non si può tagliare; +Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta: +Come egli è morto, mai più non appare. +Ma poi la quarta, come il libro acerta, +Subito s'apre, e là conviensi andare; +Questa risponde proprio a tramontana, +Dove non giova ardire o forza umana. + +Ché sopra a quella sta un gigante fiero, +Qual la difende con la spada in mano; +E se egli è occiso de alcun cavalliero, +Della sua morte duo ne nasce al piano. +Duo ne nasce alla morte del primiero, +Ma quattro del secondo a mano a mano, +Otto del terzo, e sedici del quarto +Nascono armati del lor sangue sparto. + +E così crescerebbe in infinito +Il numero di lor, senza menzogna; +Sì che lascia, per Dio! questo partito, +Che è pien d'oltraggio, danno e di vergogna. +Il fatto proprio sta come hai sentito, +Sì che farli pensier non ti bisogna. +Molti altri cavallier lì sono andati: +Tutti son morti, e mai non son tornati. + +Se pur hai voglia di mostrare ardire, +E di provare un'altra novitate, +Assai fia meglio con meco venire +A fare una opra di molta pietate, +Come altra fiata io t'ebbi ancora a dire; +E tu mi promettesti in veritate +Venir con meco, ed esser mio campione, +Per trare Orlando e li altri di pregione. - + +Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso, +E nulla alla donzella respondia, +Perché entrare al giardin meraviglioso +Sopra ogni cosa del mondo desia, +E non è fatto il baron paüroso +Del gran periglio che sentito avia; +Ma la difficultà quanto è maggiore, +Più li par grata e più degna d'onore. + +Da l'altra parte, la promessa fede +Alla donzella, che la ricordava, +Forte lo strenge; e quella ora non vede +Ch'el trovi Orlando, che cotanto amava. +Oltra di questo, ben certo si crede +Un'altra volta, come desïava, +A quel giardino soletto venire, +Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire. + +Sì che nel fin pur se pose a camino +Con la donzella e con quei cavallieri. +Sempre ne vanno, da sira al matino, +Per piano e monte e per strani sentieri; +E della selva già sono al confino, +Dove suolea vedersi il bel verzieri +Di Dragontina, sopra alla fiumana, +Che ora è disfatto, e tutto è terra piana. + +Come io vi dissi, il giardin fu disfatto, +E il bel palagio, e il ponte, e la riviera, +Quando fo Orlando con quelli altri tratto; +Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era, +E però non sapea di questo fatto, +E trovar Brandimarte ella se spera, +E con lo aiuto del figliuol de Amone +Trarlo con li altri fuor della pregione. + +E cavalcando per la selva scura, +Essendo mezo il giorno già passato, +Viddon venir correndo alla pianura +Sopra un cavallo uno omo tutt'armato, +Che mostrava alla vista gran paura; +Ed era il suo caval molto affannato, +Forte battendo l'uno e l'altro fianco; +Ma l'omo trema, ed è nel viso bianco. + +Ciascadun di novelle il dimandava, +Ma lui non respondeva alcuna cosa, +E pure adietro spesso risguardava. +Dopo, alla fine, in voce paürosa, +Perché la lingua col cor li tremava, +Disse: - Male aggia la voglia amorosa +Del re Agricane, ché per quello amore +Cotanta gente è morta a gran dolore! + +Io fui, segnor, con molti altri attendato +Intorno ad Albracà con Agricane; +Fo Sacripante de il campo cacciato, +Ed avemmo la terra nelle mane; +Solo il girone ad alto fo servato. +Ed ecco ritornare una dimane +La dama, che la rocca diffendia, +Con nove cavallieri in compagnia: + +Tra i quali io vi conobbi il re Ballano +E Brandimarte e Oberto da il Leone; +Ma non cognosco un cavallier soprano, +Che non ha di prodezza parangone. +Tutti soletto ce cacciò del piano; +Occise Radamanto e Saritrone +Con altri cinque re, che in quella guerra +Tutti in duo pezi fece andar per terra. + +Io vidi (e ancor mi par ch'io l'aggia in faccia) +Giongere a Pandragone in sul traverso; +Tagliolli il petto e nette ambe le braccia. +Da poi ch'io vidi quel colpo diverso, +Dugento miglia son fuggito in caccia, +E volentier me avria nel mar sumerso, +Perché averlo alle spalle ognior mi pare. +A Dio sïàti; io non voglio aspettare, + +Ch'io non mi credo mai esser sicuro, +Sin ch'io non sono a Roccabruna ascoso; +Levarò il ponte, e starò sopra al muro. - +Queste parole disse il paüroso, +E fuggendo nel bosco folto e scuro +Uscì de vista nel camino umbroso. +La damisella e ciascun cavalliero +Rimase del suo dire in gran pensiero. + +E l'un con l'altro insieme ragionando +Compreser che e baroni eran campati, +E che quel cavalliero è il conte Orlando, +Che facea colpi sì disterminati; +Ma non sanno stimare o come o quando, +E con qual modo e' siano liberati; +Ma tutti insieme sono de un volere: +Indi partirsi ed andarli a vedere. + +Fuor del deserto, per la dritta strada, +Sopra il mar del Bacù van tuttavia. +Essendo gionti al gran fiume di Drada, +Videro un cavallier, che in dosso avia +Tutte arme a ponto, ed al fianco la spada: +Una donzella il suo destrier tenìa; +Però che alor montava in arcïone, +Quella teniva il freno al suo ronzone. + +Ai compagni se volse Fiordelisa +Dicendo: - S'io non fallo al mio pensiero, +E se io ramento ben questa divisa, +Quel che vedeti, non è un cavalliero, +Anci una dama, nomata Marfisa, +Che in ogni parte, per ogni sentiero, +Quanto la terra può cercarsi a tondo, +Cosa più fera non si trova al mondo. + +Unde a voi tutti so ben racordare +Che non entrati di giostra al periglio: +Spacciànci pur de adrieto ritornare. +Credeti a me, che bene io vi consiglio: +Se non ci ha visto, potremo campare, +Ma se adosso vi pone il fiero artiglio, +Morir conviensi con dolore amaro, +Ché non si trova a sua possa riparo. - + +Ride Ranaldo di quelle parole, +E del consiglio la dama ringraccia, +Ma veder quella prova al tutto vôle; +Prende la lancia, il forte scudo imbraccia. +Era salito a mezo il celo il sole, +Quando quei duo fôr gionti a faccia a faccia, +Ciascun tanto animoso e sì potente +Che non stimava l'un l'altro nïente. + +Marfisa riguardava il fio de Amone, +Che li sembrava ardito cavalliero; +Già tien per guadagnato il suo ronzone, +Ma sudar prima li farà mestiero. +Fermosse l'uno e l'altro in su lo arcione +Per trovarse assettato al scontro fiero; +E già ciascuno il suo destrier voltava, +Quando un messaggio in su il fiume arivava. + +Era quel messagiero vecchio antico, +E seco avea da vinti omini armati. +Gionto a Marfisa, disse: - Il tuo nemico +Ce ha tutti al campo rotti e dissipati. +Morto è Archiloro, e non vi valse un fico +Il suo martello e i colpi smisurati; +E fo Agricane che occise il gigante: +Tutta la gente a lui fugge davante. + +Re Galafrone a te se racomanda, +Ed in te sola ha posta sua speranza, +L'ultimo aiuto a te sola dimanda. +Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza +In questo giorno per nome si spanda; +E il re Agricane, che ha tanta arroganza +Che crede contrastare a tutto il mondo, +Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. - + +Disse Marfisa: - Un poco ivi rimane, +Ch'io vengo al campo senza far dimora; +Ora che questi tre mi sono in mane, +Darotegli prigioni in poco de ora; +Poi prenderaggio presto il re Agricane, +Che bene aggia Macone e chi lo adora! +Vivo lo prenderò, non dubitare, +Ed alla rocca lo farò filare. - + +E più non disse la persona altiera, +Ma verso il cavallier se ebbe a voltare; +E poi con voce minacciante e fiera +Tutti tre insieme li ebbe a disfidare. +Fo la battaglia sopra alla rivera +Terribile e crudele a riguardare, +Ché ciascun oltra modo era possente, +Come odirete nel canto seguente. + +Canto decimottavo + +Nel canto qua di sopra aveti odito +Quando Marfisa, quella dama acerba, +Tre cavallier in su il prato fiorito +Avea sfidati con voce superba. +Prasildo era omo presto e molto ardito, +Subitamente se mise per l'erba: +Benché Ranaldo fosse il più onorato, +Lui prima mosse, senza altro combiato. + +Quello scontrar che fie' con la donzella +Roppe sua lancia, e lei già non ha mossa; +Ma lui de netto uscì fuor della sella, +E cadde al prato con grave percossa. +Alor parlava quella dama bella: +- Su, presto, a li altri! che partir me possa. +Vedete qua il messaggio che me affretta, +Ché il re Agricane a battaglia me aspetta. - + +Iroldo, come vide il compagnone +Al crudo scontro in su la terra andare, +E tra li armati menarlo pregione, +Corse alla giostra senza dimorare; +E così cadde anco esso dello arcione. +Ora nel terzo più serà che fare; +Se vi piace, segnor, state ad odire +La fiera mossa e l'aspero colpire. + +Una grossa asta portava Marfisa +De osso e de nerbo, troppo smisurata; +Nel scudo azuro aveva per divisa +Una corona in tre parte spezzata; +La cotta d'arme pure a quella guisa, +E la coperta tutta lavorata; +E per cimer ne l'elmo, al sommo loco, +Un drago verde, che gettava foco. + +Era il foco ordinato in tal maniera +Che ardeva con romore e con gran vento; +Quando essa entrava alla battaglia fiera, +Più gran furor menava e più spavento; +Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera +Tutti eran fatti per incantamento; +Da capo a piedi per questa armatura +Era diffesa la dama e sicura. + +Fu il suo ronzone il più dismisurato +Che giamai producesse la natura: +Era tutto rosigno e saginato, +Con testa e coda ed ogni gamba scura; +Benché non fosse per arte affatato, +Fu di gran possa e fiero oltra a misura. +Sopra di questo la forte regina +Con impeto se mosse e gran roina. + +Da l'altra parte il franco fio de Amone +Con una lancia a meraviglia grossa +Vien furïoso, quel cor di leone, +E proprio nella vista l'ha percossa; +Ma, come avesse gionto a un torrïone, +Non ha piegata Marfisa, né mossa. +A tronchi ne andò l'asta con romore, +Né restò pezzo de un palmo maggiore. + +Gionse Ranaldo la dama diversa +In fronte a l'elmo, con molta tempesta; +Sopra alle groppe adietro lo riversa, +Tutta ne l'elmo gli intona la testa. +Ora ha Marfisa pur sua lancia persa, +Perché se fraccassò sino alla resta; +In cento e sei battaglie era lei stata +Con quella lancia, e sempre era durata. + +Ora se roppe al scontro furïoso: +Ben se ne meraviglia la donzella, +Ma più la ponge il crucio disdegnoso, +Perché Ranaldo ancora è in su la sella. +Chiama iniquo Macone e doloroso, +Cornuto e becco Trivigante appella: +- Ribaldi, - a lor dicea - per qual cagione +Tenete il cavalliero in su lo arcione? + +Venga un di voi, e lasciasi vedere, +E pigli a suo piacer questa diffesa, +Ch'io farò sua persona rimanere +Qua giù riversa e nel prato distesa. +Voi non voliti mia forza temere, +Perché là su non posso esser ascesa; +Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso, +Tutti vi occido, ed ardo il paradiso. - + +Mentre che la orgogliosa sì minaccia, +E vuol disfare il celo e il suo Macone, +Ranaldo ad essa rivolta la faccia, +Che era stato buon pezzo in stordigione, +E de gire a trovarla se procaccia; +Ma lei, che non stimava quel barone, +Quando contra di sé tornare il vide, +Altieramente disdignando ride. + +- Ora ché non fuggivi, sciagurato, +Mentre che ad altro il mio pensiero attese? +Forse hai diletto indi esser pigliato, +Perché altrimente non trovi le spese? +Ma, per mia fede! sei male incapato, +Ed al presente te dico palese, +Come io te avrò tutt'arme dispogliate, +Via cacciarotte a suon di bastonate. - + +Cotal parole usava quella altera; +Il pro' Ranaldo risponde nïente. +Esso zanzar non vôl con quella fera, +Ma fa risposta col brando tagliente; +E, come fu con seco alla frontera, +Non pose indugia al suo ferir nïente, +Ma sopra a l'elmo de Fusberta mena: +Marfisa non sentì quel colpo apena. + +Lei per quel colpo nïente se muta, +Ma un tal ne dette al cavalliero ardito, +Che batter li fie' il mento alla barbuta: +Calla nel scudo, e tutto l'ha partito. +Maglia, né piastra, né sbergo lo aiuta, +Ma crudelmente al fianco lo ha ferito. +Quando Ranaldo sente il sangue ch'esce, +L'ira, l'orgoglio e l'animo gli cresce. + +Mai non fo gionto a così fatto caso, +Come or se trova, il sir de Montealbano. +Getta via il scudo che li era rimaso, +E furïoso mena ad ambe mano: +Benché il partito vide aspro e malvaso, +Non ha paura quel baron soprano; +Ma con tal furia un colpo a due man serra, +Che tutto il scudo li gettò per terra, + +E sopra al braccio manco la percosse, +Sì che li fece abandonar la briglia. +Molto de ciò la dama se commosse, +E prese del gran colpo meraviglia; +Sopra alle staffe presto redricciosse +Tutta nel viso per furor vermiglia, +Ed un gran colpo a quel tempo menava, +Quando Ranaldo l'altro radoppiava. + +Perché ancora esso già non stava a bada, +Anci li rispondeva di bon gioco; +Ora se incontra l'una a l'altra spada, +E quelle, gionte, se avamparno a foco. +Tagliente è ben ciascuna, e par che rada, +Ma fie' l'ultima prova questo loco; +Fusberta come un legno l'altra afferra, +Più de un gran palmo ne gettò per terra. + +Quando Marfisa vide che troncata +Era la ponta di sua spada fina, +Che prima fu da lei tanto stimata, +Rimena colpi de molta ruina +Sopra Ranaldo, come disperata; +Ma lui, che del scrimire ha la dottrina, +Con l'occhio aperto al suo ferire attende, +E ben se guarda e da lei se diffende. + +Menò Marfisa un colpo con tempesta, +Credendo averlo còlto alla scoperta; +Se lo giongeva la botta rubesta, +Era sua vita nel tutto deserta. +Lui, che ha la vista a meraviglia presta, +Da basso se ricolse con Fusberta, +E gionse il colpo nella destra mano, +Sì che cader li fece il brando al piano. + +Quando essa vide la sua spada in terra, +Non fu ruina al mondo mai cotale; +Il suo destrier con ambi sproni afferra, +Urta Ranaldo a furia di cingiale, +E col viso avampato un pugno serra: +Dal lato manco il gionse nel guanziale, +E lo percosse con tanta possanza, +Che assai minor fu il scontro de la lanza. + +Io di tal botta assai me maraviglio, +Ma come io dico, lo scrive Turpino; +Fuor delle orecchie uscia il sangue vermiglio, +Per naso e bocca a quel baron tapino. +Campar lo fece dal mortal periglio +Lo elmo afatato che fo de Mambrino; +Ché se un altro elmo in testa se trovava, +Longe dal busto il capo li gettava. + +Perse ogni sentimento il cavalliero, +Benché restasse fermo in su la sella. +Or lo portò correndo il suo destriero, +Né mai gionger lo puote la donzella, +Ché quel ne andava via tanto legiero, +Che per li fiori e per l'erba novella +Nulla ne rompe il delicato pede; +Non che si senta, ma apena si vede. + +Marfisa de stupore alciò le ciglia, +Quando vide il destrier sì presto gire; +Ritorna adrieto e il suo brando repiglia, +E poi di novo se il pose a seguire; +Ma già longe è Ranaldo a meraviglia, +E come prima venne a resentire, +Verso Marfisa volta con gran fretta, +Voluntaroso a far la sua vendetta. + +E' se sentia di sangue pien la faccia, +Ed a se stesso se lo improperava, +Dicendo: "Ove vorrai che mai se saccia +La tua codarda prova, anima prava? +Ecco una feminella che te caccia! +Or che direbbe il gran conte di Brava, +Se me vedesse qua nel campo stare +Contro una dama e non poter durare?" + +Così dicendo il principe animoso +Stringe Fusberta, il suo tagliente brando, +E vien contra a Marfisa forïoso. +Ora voglio tornar al conte Orlando, +Qual, come io dissi, sì come amoroso +De Angelica, se mosse al suo comando +Per dare al prodo Galafrone aiuto, +Che alla battaglia avea il campo perduto. + +Chi lo vedesse entrare alla baruffa, +Ben lo iudicarebbe quel che egli era; +Lui questo abatte e quell'altro ribuffa, +Atterra ogni pennone, ogni bandiera. +Or se incomincia la terribil zuffa; +Fuggia degl'Indïan rotta la schiera, +E va per la campagna in abandono: +Sempre alle spalle i Tartari li sono. + +Rotta e sconfitta la brutta canaglia +A tutta briglia fuggendo ne andava; +E Galafrone per quella prataglia +Via più che li altri e sproni adoperava. +Ora cangiosse tutta la battaglia, +E fugge ciascadun che mo cacciava, +Ché Orlando è gionto, e seco in compagnia +Il re Adrïano, fior de vigoria, + +E Brandimarte e il forte Chiarïone, +Ciascun di guerra più voluntaroso, +E seco in frotta Oberto da il Leone. +Ferno assalto crudel e furïoso, +E de' nemici tanta occisïone, +Che tornò il verde prato sanguinoso: +Già prima Poliferno e poscia Uldano +Da Brandimarte fur gettati al piano. + +Orlando ed Agricane un'altra fiata +Ripreso insiem avean crudel battaglia; +La più terribil mai non fo mirata: +L'arme l'un l'altro a pezo a pezo taglia. +Vede Agrican sua gente sbaratata, +Né li pô dare aiuto che li vaglia, +Però che Orlando tanto stretto il tene, +Che star con seco a fronte li conviene. + +Nel suo secreto fie' questo pensiero: +Trar fuor di schiera quel conte gagliardo, +E poi che occiso l'abbia in su il sentiero +Tornar alla battaglia senza tardo; +Però che a lui par facile e legiero +Cacciar soletto quel popol codardo; +Ché tutti insieme, e il suo re Galafrone, +Non li stimava quanto un vil bottone. + +Con tal proposto se pone a fuggire, +Forte correndo sopra alla pianura; +Il conte nulla pensa a quel fallire, +Anci crede che il faccia per paura; +Senza altro dubbio se il pone a seguire. +E già son gionti ad una selva oscura; +Aponto in mezo a quella selva piana +Era un bel prato intorno a una fontana. + +Fermosse ivi Agricane a quella fonte, +E smontò dello arcion per riposare, +Ma non se tolse l'elmo della fronte, +Né piastra o scudo se volse levare; +E poco dimorò che gionse il conte, +E come il vide alla fonte aspettare, +Dissegli: - Cavallier, tu sei fuggito, +E sì forte mostravi e tanto ardito! + +Come tanta vergogna pôi soffrire +A dar le spalle ad un sol cavalliero? +Forse credesti la morte fuggire: +Or vedi che fallito hai il pensiero. +Chi morir può onorato, die' morire; +Ché spesse volte aviene e de legiero +Che, per durare in questa vita trista, +Morte e vergogna ad un tratto s'acquista. - + +Agrican prima rimontò in arcione, +Poi con voce suave rispondia: +- Tu sei per certo il più franco barone +Ch'io mai trovassi nella vita mia; +E però del tuo scampo fia cagione +La tua prodezza e quella cortesia +Che oggi sì grande al campo usato m'hai, +Quando soccorso a mia gente donai. + +Però te voglio la vita lasciare, +Ma non tornasti più per darmi inciampo! +Questo la fuga mi fe' simulare, +Né vi ebbi altro partito a darti scampo. +Se pur te piace meco battagliare, +Morto ne rimarrai su questo campo; +Ma siami testimonio il celo e il sole +Che darti morte me dispiace e duole. - + +Il conte li rispose molto umano, +Perché avea preso già de lui pietate: +- Quanto sei - disse - più franco e soprano, +Più di te me rincresce in veritate, +Che serai morto, e non sei cristïano, +Ed andarai tra l'anime dannate; +Ma se vôi il corpo e l'anima salvare, +Piglia battesmo, e lasciarotte andare. - + +Disse Agricane, e riguardollo in viso: +- Se tu sei cristïano, Orlando sei. +Chi me facesse re del paradiso, +Con tal ventura non lo cangiarei; +Ma sino or te ricordo e dòtti aviso +Che non me parli de' fatti de' Dei, +Perché potresti predicare in vano: +Diffenda il suo ciascun col brando in mano. - + +Né più parole: ma trasse Tranchera, +E verso Orlando con ardir se affronta. +Or se comincia la battaglia fiera, +Con aspri colpi di taglio e di ponta; +Ciascuno è di prodezza una lumera, +E sterno insieme, come il libro conta, +Da mezo giorno insino a notte scura, +Sempre più franchi alla battaglia dura. + +Ma poi che il sole avea passato il monte, +E cominciosse a fare il cel stellato, +Prima verso il re parlava il conte: +- Che farem, - disse - che il giorno ne è andato? - +Disse Agricane con parole pronte: +- Ambo se poseremo in questo prato; +E domatina, come il giorno pare, +Ritornaremo insieme a battagliare. - + +Così de acordo il partito se prese. +Lega il destrier ciascun come li piace, +Poi sopra a l'erba verde se distese; +Come fosse tra loro antica pace, +L'uno a l'altro vicino era e palese. +Orlando presso al fonte isteso giace, +Ed Agricane al bosco più vicino +Stassi colcato, a l'ombra de un gran pino. + +E ragionando insieme tuttavia +Di cose degne e condecente a loro, +Guardava il conte il celo e poi dicia: +- Questo che or vediamo, è un bel lavoro, +Che fece la divina monarchia; +E la luna de argento, e stelle d'oro, +E la luce del giorno, e il sol lucente, +Dio tutto ha fatto per la umana gente. - + +Disse Agricane: - Io comprendo per certo +Che tu vôi de la fede ragionare; +Io de nulla scïenzia sono esperto, +Né mai, sendo fanciul, volsi imparare, +E roppi il capo al mastro mio per merto; +Poi non si puotè un altro ritrovare +Che mi mostrasse libro né scrittura, +Tanto ciascun avea di me paura. + +E così spesi la mia fanciulezza +In caccie, in giochi de arme e in cavalcare; +Né mi par che convenga a gentilezza +Star tutto il giorno ne' libri a pensare; +Ma la forza del corpo e la destrezza +Conviense al cavalliero esercitare. +Dottrina al prete ed al dottore sta bene: +Io tanto saccio quanto mi conviene. - + +Rispose Orlando: - Io tiro teco a un segno, +Che l'arme son de l'omo il primo onore; +Ma non già che il saper faccia men degno, +Anci lo adorna come un prato il fiore; +Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno, +Chi non pensa allo eterno Creatore; +Né ben se può pensar senza dottrina +La summa maiestate alta e divina. - + +Disse Agricane: - Egli è gran scortesia +A voler contrastar con avantaggio. +Io te ho scoperto la natura mia, +E te cognosco che sei dotto e saggio. +Se più parlassi, io non risponderia; +Piacendoti dormir, dòrmite ad aggio, +E se meco parlare hai pur diletto, +De arme, o de amore a ragionar t'aspetto. + +Ora te prego che a quel ch'io dimando +Rispondi il vero, a fè de omo pregiato: +Se tu sei veramente quello Orlando +Che vien tanto nel mondo nominato; +E perché qua sei gionto, e come, e quando, +E se mai fosti ancora inamorato; +Perché ogni cavallier che è senza amore, +Se in vista è vivo, vivo è senza core. - + +Rispose il conte: - Quello Orlando sono +Che occise Almonte e il suo fratel Troiano; +Amor m'ha posto tutto in abandono, +E venir fammi in questo loco strano. +E perché teco più largo ragiono, +Voglio che sappi che 'l mio core è in mano +De la figliola del re Galafrone +Che ad Albraca dimora nel girone. + +Tu fai col patre guerra a gran furore +Per prender suo paese e sua castella, +Ed io qua son condotto per amore +E per piacere a quella damisella. +Molte fiate son stato per onore +E per la fede mia sopra alla sella; +Or sol per acquistar la bella dama +Faccio battaglia, ed altro non ho brama. - + +Quando Agricane ha nel parlare accolto +Che questo è Orlando, ed Angelica amava, +Fuor di misura se turbò nel volto, +Ma per la notte non lo dimostrava; +Piangeva sospirando come un stolto, +L'anima, il petto e il spirto li avampava; +E tanta zelosia gli batte il core, +Che non è vivo, e di doglia non muore. + +Poi disse a Orlando: - Tu debbi pensare +Che, come il giorno serà dimostrato, +Debbiamo insieme la battaglia fare, +E l'uno o l'altro rimarrà sul prato. +Or de una cosa te voglio pregare, +Che, prima che veniamo a cotal piato, +Quella donzella che il tuo cor disia, +Tu la abandoni, e lascila per mia. + +Io non puotria patire, essendo vivo, +Che altri con meco amasse il viso adorno; +O l'uno o l'altro al tutto serà privo +Del spirto e della dama al novo giorno. +Altri mai non saprà, che questo rivo +E questo bosco che è quivi d'intorno, +Che l'abbi riffiutata in cotal loco +E in cotal tempo, che serà sì poco. - + +Diceva Orlando al re: - Le mie promesse +Tutte ho servate, quante mai ne fei; +Ma se quel che or me chiedi io promettesse, +E se io il giurassi, io non lo attenderei; +Così potria spiccar mie membra istesse, +E levarmi di fronte gli occhi miei, +E viver senza spirto e senza core, +Come lasciar de Angelica lo amore. - + +Il re Agrican, che ardea oltra misura, +Non puote tal risposta comportare; +Benché sia al mezo della notte scura, +Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare; +Ed orgoglioso, con vista sicura, +Iscrida al conte ed ebbelo a sfidare, +Dicendo: - Cavallier, la dama gaglia +Lasciar convienti, o far meco battaglia. - + +Era già il conte in su l'arcion salito, +Perché, come se mosse il re possente, +Temendo dal pagano esser tradito, +Saltò sopra al destrier subitamente; +Unde rispose con l'animo ardito: +- Lasciar colei non posso per nïente, +E, se io potessi ancora, io non vorria; +Avertila convien per altra via. - + +Sì come il mar tempesta a gran fortuna, +Cominciarno lo assalto i cavallieri; +Nel verde prato, per la notte bruna, +Con sproni urtarno adosso e buon destrieri; +E se scorgiano a lume della luna +Dandosi colpi dispietati e fieri, +Ch'era ciascun di lor forte ed ardito. +Ma più non dico: il canto è qui finito. + +Canto decimonono + +Segnori e cavallieri inamorati, +Cortese damiselle e grazïose, +Venitene davanti ed ascoltati +L'alte venture e le guerre amorose +Che fer' li antiqui cavallier pregiati, +E fôrno al mondo degne e glorïose; +Ma sopra tutti Orlando ed Agricane +Fier' opre, per amore, alte e soprane. + +Sì come io dissi nel canto di sopra, +Con fiero assalto dispietato e duro +Per una dama ciascadun se adopra; +E benché sia la notte e il celo oscuro, +Già non vi fa mestier che alcun si scopra, +Ma conviensi guardare e star sicuro, +E ben diffeso di sopra e de intorno, +Come il sol fosse in celo al mezo giorno. + +Agrican combattea con più furore, +Il conte con più senno si servava; +Già contrastato avean più de cinque ore, +E l'alba in orïente se schiarava: +Or se incomincia la zuffa maggiore. +Il superbo Agrican se disperava +Che tanto contra esso Orlando dura, +E mena un colpo fiero oltra a misura. + +Giunse a traverso il colpo disperato, +E il scudo come un latte al mezzo taglia; +Piagar non puote Orlando, che è affatato, +Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia. +Non puotea il franco conte avere il fiato, +Benché Tranchera sua carne non taglia; +Fu con tanta ruina la percossa, +Che avea fiaccati i nervi e peste l'ossa. + +Ma non fo già per questo sbigotito, +Anci colpisce con maggior fierezza. +Gionse nel scudo, e tutto l'ha partito, +Ogni piastra del sbergo e maglia spezza, +E nel sinistro fianco l'ha ferito; +E fo quel colpo di cotanta asprezza, +Che il scudo mezo al prato andò di netto, +E ben tre coste li tagliò nel petto. + +Come rugge il leon per la foresta, +Allor che l'ha ferito il cacciatore, +Così il fiero Agrican con più tempesta +Rimena un colpo di troppo furore. +Gionse ne l'elmo, al mezo della testa; +Non ebbe il conte mai botta maggiore, +E tanto uscito è fuor di cognoscenza +Che non sa se egli ha il capo, o se egli è senza. + +Non vedea lume per gli occhi nïente, +E l'una e l'altra orecchia tintinava; +Sì spaventato è il suo destrier corrente, +Che intorno al prato fuggendo il portava; +E serebbe caduto veramente, +Se in quella stordigion ponto durava; +Ma, sendo nel cader, per tal cagione +Tornolli il spirto, e tennese allo arcione. + +E venne di se stesso vergognoso, +Poi che cotanto se vede avanzato. +"Come andarai - diceva doloroso +- Ad Angelica mai vituperato? +Non te ricordi quel viso amoroso, +Che a far questa battaglia t'ha mandato? +Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire, +Servendo poi, fa il guidardon perire. + +Presso a duo giorni ho già fatto dimora +Per il conquisto de un sol cavalliero, +E seco a fronte me ritrovo ancora, +Né gli ho vantaggio più che il dì primiero. +Ma se più indugio la battaglia un'ora, +L'arme abandono ed entro al monastero: +Frate mi faccio, e chiamomi dannato, +Se mai più brando mi fia visto al lato." + +Il fin del suo parlar già non è inteso, +Ché batte e denti e le parole incocca; +Foco rasembra di furore acceso +Il fiato che esce fuor di naso e bocca. +Verso Agricane se ne va disteso, +Con Durindana ad ambe mano il tocca +Sopra alla spalla destra de riverso; +Tutto la taglia quel colpo diverso. + +Il crudel brando nel petto dichina, +E rompe il sbergo e taglia il pancirone; +Benché sia grosso e de una maglia fina, +Tutto lo fende in fin sotto il gallone: +Non fo veduta mai tanta roina. +Scende la spada e gionse nello arcione: +De osso era questo ed intorno ferrato, +Ma Durindana lo mandò su il prato. + +Da il destro lato a l'anguinaglia stanca +Era tagliato il re cotanto forte; +Perse la vista ed ha la faccia bianca, +Come colui ch'è già gionto alla morte; +E benché il spirto e l'anima li manca, +Chiamava Orlando, e con parole scorte +Sospirando diceva in bassa voce: +- Io credo nel tuo Dio, che morì in croce. + +Batteggiame, barone, alla fontana +Prima ch'io perda in tutto la favella; +E se mia vita è stata iniqua e strana, +Non sia la morte almen de Dio ribella. +Lui, che venne a salvar la gente umana, +L'anima mia ricoglia tapinella! +Ben me confesso che molto peccai, +Ma sua misericordia è grande assai. - + +Piangea quel re, che fo cotanto fiero, +E tenìa il viso al cel sempre voltato; +Poi ad Orlando disse: - Cavalliero, +In questo giorno de oggi hai guadagnato, +Al mio parere, il più franco destriero +Che mai fosse nel mondo cavalcato; +Questo fo tolto ad un forte barone, +Che del mio campo dimora pregione. + +Io non me posso ormai più sostenire: +Levame tu de arcion, baron accorto. +Deh non lasciar questa anima perire! +Batteggiami oramai, ché già son morto. +Se tu me lasci a tal guisa morire, +Ancor n'avrai gran pena e disconforto. - +Questo diceva e molte altre parole: +Oh quanto al conte ne rincresce e dole! + +Egli avea pien de lacrime la faccia, +E fo smontato in su la terra piana; +Ricolse il re ferito nelle braccia, +E sopra al marmo il pose alla fontana; +E de pianger con seco non si saccia, +Chiedendoli perdon con voce umana. +Poi battizollo a l'acqua della fonte, +Pregando Dio per lui con le man gionte. + +Poco poi stette che l'ebbe trovato +Freddo nel viso e tutta la persona, +Onde se avide che egli era passato. +Sopra al marmo alla fonte lo abandona, +Così come era tutto quanto armato, +Col brando in mano e con la sua corona; +E poi verso il destrier fece riguardo, +E pargli di veder che sia Baiardo. + +Ma creder non può mai per cosa certa +Che qua sia capitato quel ronzone; +Ed anco nascondeva la coperta, +Che tutto lo guarnia sino al talone. +"Io vo' saper la cosa in tutto aperta, - +Disse a se stesso il figliol di Milone +- Se questo è pur Baiardo, o se il somiglia; +Ma se egli è desso, io n'ho gran meraviglia." + +Per saper tutto il fatto il conte è caldo, +E verso del caval se pone a gire; +Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo, +Gli viene incontra e comincia a nitrire. +- Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo? +Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! - +Così diceva Orlando, ma il ronzone +Non puotea dar risposta al suo sermone. + +Non avea quel destrier parlare umano, +Benché fosse per arte fabricato. +Sopra vi monta il senator romano, +Che già l'avea più fiate cavalcato. +Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano, +Subitamente uscì fuora del prato, +Ed entrò dentro de la selva folta; +Ma così andando un gran romore ascolta. + +Senza dimora atacca Brigliadoro +A un tronco de una quercia ivi vicina. +Ma voglio che sappiate che coloro +Che entro a quel bosco fan tanta roina, +Son tre giganti; ed han molto tesoro, +E sopra de un gambelo una fantina +Tolta per forza a l'Isole Lontane: +Un cavallier con loro era alle mane. + +Quel cavalliero è di soperchia lena, +E per scoder la dama se travaglia. +Un de' giganti la donzella mena, +E li altri duo con esso fan battaglia. +Poi vi dirò la cosa integra e piena, +Ma di saperla adesso non ve incaglia; +Presto ritornarò dove io ve lasso: +Or vo' contar del campo il gran fraccasso. + +Del campo, dico, che, come io contai, +Andava a schiere in mille pezzi sparte; +Più scura cosa non se vidde mai: +Occisa è la gran gente in ogni parte, +Con più roina ch'io non conto assai. +Il re Adrïan li segue e Brandimarte; +Risuona il celo e del fiume la foce +Di cridi, de lamenti e de alte voce. + +La gente de Agrican, senza governo, +Poi che perduto è il suo forte segnore, +Che mai nol vederanno in sempiterno, +Fugge dal campo rotta con romore. +Tutti son morti e callano allo inferno; +Il vecchio Galafron, pien de furore, +Di quella gente già non ha pietade, +Anci li pone al taglio delle spade. + +Non vôl che campi alcun di quella gente; +Tutti li occide il superbo vecchione. +E già son gionti ove primeramente +Stava il re Agricane; il paviglione +Gettato fo per terra incontinente, +Dove trovarno Astolfo, che è prigione, +E il re Ballano, pien de vigoria; +Con seco è Antifor de Albarossia. + +Tutti tre insieme, come eran legati, +Fôrno condutti ad Angelica avanti; +Ma la donzella li ha molto onorati, +Ché ben li cognosceva tutti quanti. +E poi che fôr disciolti e scatenati, +Con bel parlare e con dolci sembianti, +Mostrandoli carezze e bella faccia, +Di ciò che han per lei fatto li ringraccia. + +Diceva Astolfo: - Star quivi non posso, +Ch'io me vo' vendicar con ardimento +De quella gente, che mi venne addosso +E mi gettarno in terra a tradimento. +Io non serìa per tutto il mondo mosso, +E più de un millïon n'avrebbi spento, +Ma fui tradito da il falso Agricane: +Oggi l'occiderò con le mie mane. + +Fa che aggia l'arme e prestami un destriero, +Ché incontinente giù voglio callare; +E ben ti giuro che al colpo primiero +Quindeci pezzi de uno uomo vo' fare. +Prenderò vivo l'altro cavalliero, +Intorno al capo me il voglio aggirare, +Poi verso il cel tanto alto il lascio gire, +Che penarà tre giorni a giù venire. - + +Ballano ed Antifor, che eran presenti +Quando in tal modo Astolfo braveggiava, +Nol cognoscendo per fama altrimenti +Ciascun fuor de intelletto il iudicava. +Ambi eran poderosi, ambi valenti, +E perciò ciascun l'arme adimandava. +Nel castello era molta guarnigione; +Presto se armorno e montarno in arcione. + +Astolfo prima gionse alla pianura, +Sempre suonando con tempesta il corno; +Ben mostra cavallier senza paura, +Sì zoioso veniva e tanto adorno. +Ora ascoltati che bella ventura +Li mandò avanti Dio del cel quel giorno, +Ché proprio nella strata se incontrava +In un che l'arme e sua lancia portava. + +Quelle arme che valeano un gran tesoro +Un Tartaro le tiene in sua balìa, +E il suo bel scudo, e quella lancia d'oro +Che primamente fu dello Argalia. +Il duca Astolfo, senza altro dimoro, +Per terra a gran furor quello abattia, +Fuor delle spalle sei palmi passato; +Smontò alla terra ed ebbel disarmato. + +Esso fu armato ed ha sua lancia presa, +E fatta prova grande oltra misura, +Benché e nemici non faccian diffesa, +Ché de aspettarlo alcun non se assicura. +Tutti ne vanno in rotta alla distesa +Quella gente del campo con paura; +Ma presso al fiume è guerra de altra guisa +Tra il pro' Ranaldo e la forte Marfisa. + +Già combattuto avian tutto quel giorno, +Né l'un, né l'altro n'ha ponto avanzato. +Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno, +Che non sia rotto e in più parte fiaccato. +Mor di vergogna e pargli aver gran scorno, +E sé del tutto tien vituperato, +Poi che una dama lo conduce a danza, +E più li perde assai che non avanza. + +Da l'altra parte è Marfisa turbata +Assai più de Ranaldo nella vista, +E non vorrebbe al mondo esser mai nata, +Poi che in tant'ore il baron non acquista. +Spezzato ha il scudo e la spata troncata, +Tutta ha dolente la persona e pista, +Benché le membre non abbia tagliate; +Non gettan sangue per l'arme affatate. + +Mentre che l'uno e l'altro combattia, +Né tra lor se cognosce alcun vantaggio, +La dolorosa gente che fuggia, +Gionge sopra di loro in quel rivaggio. +Re Galafron, che sempre li seguia +Con animo adirato e cor malvaggio, +Fermosse riguardando il crudo fatto: +Marfisa ben cognobbe al primo tratto. + +Ma non cognosce il sir de Montealbano, +Che seco combattea con arroganza; +Iudica ben che egli è un omo soprano, +Di summo ardire e di molta possanza. +Guardando iscorse il destrier Rabicano, +Che fu del suo figliolo occiso in Franza; +Feraguto lo occise con gran pena, +Come sapeti, alla selva de Ardena. + +Il vecchio patre assai si lamentava, +Come ebbe Rabicano il destrier scorto. +Per nome l'Argalia forte chiamava: +- O stella de virtute, o ziglio de orto, +Che più che la mia vita assai te amava: +È questo il traditor che ti m'ha morto? +Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento, +Che ti tolse la vita a tradimento. + +Ma sia squartata e sia pasto di cane +La mia persona, e sia polver di saldo, +Se de tua morte per le terre istrane +Vantando se andarà questo ribaldo! - +Così dicendo col brando a due mane +Va furïoso adosso di Ranaldo, +E lo ferisce con tanta ruina, +Che sopra al collo a quel destrier l'inchina. + +Quando Marfisa vede quel vecchione +Che sua battaglia viene a disturbare, +Forte se adira, e pargli che a ragione +Se debba de tal onta vendicare; +Vanne turbata verso a Galafrone. +Or Brandimarte quivi ebbe arivare, +E con esso Antifor de Albarossia; +Nïun di lor la dama cognoscia. + +Stimâr che quella fosse un cavalliero +Del campo de Agrican, senza contesa, +E veggendo lo assalto tanto fiero, +Del vecchio re se posero in diffesa, +Ché già l'avea battuto de il destriero +Quella superba di furore accesa; +E se sua spada se trovava ponta, +Morto era Galafrone a prima gionta. + +Morto era Galafron, come io vi naro, +Che già fuor de lo arcione era caduto; +Ma Brandimarte vi pose riparo +Ed Antifor, che gionse a darli aiuto, +Benché costasse a l'uno e a l'altro caro. +Gionse Antifor in prima, e fo abattuto; +Marfisa d'un tal colpo l'ha ferito, +Che il fece andare a terra tramortito. + +Assai fu più che far con Brandimarte, +Ché non era tra lor gran differenza; +Ben meglio ha il cavallier di guerra l'arte, +Ma questa dama ha grande soa potenza. +Ranaldo alora se trava da parte, +Pensando che la eterna Providenza +Voglia che l'uno e l'altro insieme mora, +Ché son pagani e di sua legge fuora. + +E la battaglia fiera riguardava, +E chi meglio de il brando se martella; +E l'uno e l'altro prodo iudicava, +Ma più forte stimava la donzella. +Ecco Antifor de terra se levava +E saliva ben presto in su la sella, +E seco è Galafron col brando in mano: +Verso Marfisa ratti se ne vano. + +Ecco venire Oberto da il Leone +E il forte re Ballan, che alora è gionto, +E il re Adrïano e il franco Chiarïone, +Che tutti quanti arivano ad un ponto: +Ciascadun segue lo re Galafrone. +Tre re, tre cavallier, come io vi conto, +Ne vanno adosso alla dama pregiata, +Che già con Brandimarte era attaccata. + +Essa, come un cingial tra can mastini, +Che intorno se ragira furïoso, +E nel fronte superbo adriccia e crini, +E fa la schiuma al dente sanguinoso; +Sembrano un foco gli occhi piccolini, +Alcia le sete e senza alcun riposo +La fiera testa fulminando mena; +Chi più se gli avicina, ha magior pena: + +Non altramente quella dama altiera +De dritti e de riversi oltra misura +Facea battaglia sì crudele e fiera, +Che a più de un par de lor pose paura. +Già più de trenta sono in una schiera, +Lei contra a tutti combattendo dura; +Crescono ogniora e già son più de cento: +Contra a questi altri va con ardimento. + +Al pro' Ranaldo, che stava a guardare, +Par che la dama riceva gran torto, +Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare, +Se ben dovessi teco esserne morto. - +Quando Marfisa lo sente arivare, +Ne prese alta baldanza e gran conforto, +Ed a lui disse: - Cavallier iocondo, +Poi che sei meco, più non stimo il mondo. - + +Così dicendo la crudel donzella +Dà tra coloro e tocca il franco Oberto, +E tutto l'elmo in capo li flagella; +Gionse nel scudo, e in tal modo l'ha aperto, +Che da due bande il fe' cader di sella. +Non valse al re Ballano essere esperto: +Marfisa con la man l'elmo gli afferra, +Leval di arcione e tral contra alla terra. + +Fie' maggior prova ancora il fio de Amone, +Ma non se ponno in tal modo contare, +Ché con lui se afrontarno altre persone, +Che Turpin non le seppe nominare. +Cinque ne fese insin sopra al gallone, +Ed a sette la testa ebbe a tagliare; +Dodeci colpi fe' fuor di misura, +Onde ciascun di lui prese paura. + +Ma crescìa ognora più la gente nova, +E sopra de lor duo sempre abondava, +Ché quei di drieto non sapean la prova +Qual sopra a' primi Ranaldo mostrava. +- Voi non potreti far che indi mi mova! - +Ad alta voce Marfisa cridava +- Il mio tesoro e il mio regno vi lasso, +Se me forzati a ritornare un passo. - + +Or vien distesa sopra alla riviera +Una gran gente con molta roina, +Che han la corona rotta alla bandiera, +Com'è la insegna di quella regina; +Ed era di Marfisa questa schiera, +Che vien correndo e mai non se raffina, +E voglion sua madama aver diffesa, +Temendo di trovarla o morta o presa. + +Qui cominciosse la fiera battaglia, +Né stata vi era più crudel quel giorno. +Intrò Marfisa tra questa canaglia, +E furïosa se voltava intorno; +Spezza la gente in ogni banda e taglia; +Né men Ranaldo, il cavalliero adorno, +Braccie con teste e gambe a terra manda; +Ciascun che 'l vede, a Dio se racomanda. + +Iroldo con Prasildo e Fiordelisa +Stavan discosti, con quella donzella +Qual era cameriera de Marfisa, +Longe due miglie alla battaglia fella. +La cameriera alli altri tre divisa +Quanto sua dama è forte in su la sella; +E quanti cavallieri ha messo al fondo +Ed in qual modo, gli raconta a tondo. + +Per questo Fiordelisa fu smarita, +Temendo che non tocca a Brandimarte +Provar la forza de Marfisa ardita. +Subitamente da gli altri se parte; +Dove è la gran battaglia se ne è gita; +Vede le schiere dissipate e sparte, +Che ver la rocca in sconfitta ne vano; +Dentro li caccia il sir de Montealbano. + +Ma lei sol Brandimarte va cercando, +Ché già de tutti gli altri non ha cura; +E mentre che va intorno remirando, +Vedel soletto sopra alla pianura. +Tratto se era da parte alora quando +Fu cominciata la battaglia dura; +Ché a lui parria vergogna e cosa fella +Cotanta gente offender la donzella. + +Però stava da largo a riguardare, +E di vergogna avea rossa la faccia. +De' compagni se aveva a vergognare, +Non già di sé, che di nulla se impaccia; +Ma come Fiordelisa ebbe a mirare, +Corsegli incontra e ben stretta l'abbraccia; +Già molto tempo non l'avea veduta: +Credia nel tutto di averla perduta. + +Egli ha sì grande e subita allegrezza, +Che ogni altra cosa alor dimenticava; +Né più Marfisa, né Ranaldo aprezza. +Né di lor guerra più si racordava. +Il scudo e l'elmo via gettò con frezza, +E mille volte la dama baciava; +Stretta l'abbraccia in su quella campagna: +De ciò la dama se lamenta e lagna. + +Molto era Fiordelisa vergognosa, +Ed esser vista in tal modo gli duole. +Impetra adunque questa grazïosa +Da Brandimarte, con dolce parole, +De gir con esso ad una selva ombrosa, +Dove eran l'erbe fresche e le vïole: +Staran con zoia insieme e con diletto, +Senza aver tema, o di guerra sospetto. + +Prese ben presto il cavallier lo invito, +E, forte caminando, fôrno agionti +Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito, +Che d'ogni lato è chiuso da duo monti, +De fior diversi pinto e colorito, +Fresco de ombre vicine e de bei fonti. +Lo ardito cavalliero e la donzella +Presto smontarno in su l'erba novella. + +E la donzella con dolce sembiante +Comincia il cavalliero a disarmare. +Lui mille volte la baciò, davante +Che se potesse un pezzo d'arme trare; +Né tratte ancor se gli ebbe tutte quante, +Che quella abraccia, e non puote aspettare; +Ma ancor di maglia e de le gambe armato +Con essa in braccio si colcò su il prato. + +Stavan sì stretti quei duo amanti insieme, +Che l'aria non potrebbe tra lor gire; +E l'uno e l'altro sì forte se preme, +Che non vi serìa forza a dipartire. +Come ciascun sospira e ciascun geme +De alta dolcezza, non saprebbi io dire; +Lor lo dican per me, poi che a lor tocca, +Che ciascaduno avea due lingue in bocca. + +Parve nïente a lor il primo gioco, +Tanto per la gran fretta era passato; +E, nel secondo assalto, intrarno al loco +Che al primo ascontro apena fu toccato. +Sospirando de amore, a poco a poco +Se fu ciascun di loro abandonato, +Con la faccia suave insieme stretta, +Tanto il fiato de l'un l'altro diletta. + +Sei volte ritornarno a quel danzare, +Prima che il lor desir ben fosse spento; +Poi cominciarno dolce ragionare +De' loro affanni e passato tormento; +Il fresco loco gli invita a posare, +Perché in quel prato sospirava un vento, +Che sibillava tra le verde fronde +Del bel boschetto che li amanti asconde, + +E un ruscelletto di fontana viva +Mormorando passava per quel prato. +Brandimarte, che stava in quella riva, +Per molto affanno in quel giorno durato, +Nel bel pensar de amor qui se adormiva; +E Fiordelisa che gli era da lato, +Che di guardarlo uno attimo non perde, +Se dormentò con lui su l'erba verde. + +Sopra de l'un de' monti ch'io contai +Che al verde praticello eran d'intorno, +Stava un palmier, che Dio gli doni guai! +Che dette a Brandimarte un grave scorno. +Ma questo canto è stato lungo assai, +Ed io vi contarò questo altro giorno, +Se tornati ad odir, la bella istoria: +Tutti vi guardi il re de l'alta gloria. + +Canto ventesimo + +Credo, segnor, che ben vi racordati +Che a l'altro canto io dissi del diletto +Ch'ebbero insieme quegli inamorati, +E come al prato, senza altro sospetto, +Presso alla fonte giacquero abracciati. +Stava a lor sopra un vecchio maledetto, +Ad una tana nel monte nascoso, +Che scopria tutto quel boschetto ombroso. + +Era quel vecchio di mala semenza, +Incantatore e di malizia pieno; +Per Macometto facea penitenza, +Credendo gir con lui nel ciel sereno. +Sapea de tutte l'erbe la potenza, +Qual pietra ha più virtute e qual n'ha meno; +Per arte move un monte de legiero +E ferma un fiume quel falso palmiero. + +Standosi questo ad adorar Macone +Vide li amanti solacciar nel piano, +E prese a quel mirar tentazïone, +Tal che li cadde il libracciol di mano; +E seco pensa il modo e la ragione +Di tuor la dama al cavallier soprano. +Poi che fatto ha il pensier, questo infelice +Smonta la costa e porta una radice: + +Una radice de natura cruda, +Che fa l'omo per forza adormentare; +Ma conviensi toccar la carne nuda, +Quella che al sol scoperta non appare, +Chi vôl che la persona gli occhi chiuda: +Né si puote altramente adoperare, +Perché toccando il collo, o testa, o mano, +Adoprarebbe sua virtute in vano. + +Poi che fu al prato quel vecchio canuto, +E vide Brandimarte nella faccia, +Ch'era un cavallier grande e ben membruto, +Tirossi adietro quel vecchio tre braccia, +E già se pente de esser giù venuto, +Né per gran tema sa quel che si faccia; +Pur prese ardire, e vanne alla donzella, +E pianamente gli alcia la gonella. + +Né si attentava de spirare il fiato, +Perché non aggia il cavallier sentito. +Parea la dama avorio lavorato +In ogni membro, o bel marmo polito, +Quando scoperta d'intorno e da lato +Fu da quel vecchio, come aveti odito. +Lui se chinava piano a terra, e poscia +Con la radice li tocca una coscia. + +Così legata al sonno per una ora +Fu la donzella da quel rio vecchiaccio; +E, per non fare al suo desio dimora, +Subitamente se la prese in braccio. +Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora +Se il cavallier se leva a darli impaccio; +Con la radice non l'avea tocco esso, +Né pur li basta il cor de girli apresso. + +Ora il vecchio la dama ne portava, +Ed era entrato in un bosco maggiore. +Tanto andò, che la dama se svegliava, +E per gran novità tremava il core. +Poi vi dirò la cosa come andava, +E come tratta fu de tanto errore, +Ch'io vo' tornare a Brandimarte ardito, +Che un gran romor dormendo ebbe sentito. + +A quel romore è il cavallier svegliato, +E pauroso se ebbe a risentire; +Come la dama non se vide a lato, +Della gran doglia credette morire. +Piglia il destriero e fu subito armato, +E verso quel romor ne prese a gire, +Ché proprio odir la voce gli assembrava +De una donzella che se lamentava. + +Come fo gionto, vide tre giganti +Che avean molti gambeli in su la strata: +Duo venian drietro, ed un giva davanti, +Menando una donzella scapigliata; +E parve a Brandimarte ne' sembianti +Che Fiordelisa sia la sciagurata, +Che sopra a quel gambel cridava forte +Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte. + +Più Brandimarte sua vita non cura, +Poi che crede la dama aver perduta; +Di scoterla o morire a Macon giura, +Ma certo è morto, se altri non lo aiuta. +Ciascun gigante è grande oltra misura +Ed ha la faccia orribile e barbuta; +Duo di lor se voltarno al cavalliero +Con aspra voce e con parlare altiero. + +- Dove ne vai, - dicean - dove, briccone? +Getta la spada, ché sei morto o preso. - +Nulla risponde quel franco barone, +Ma vagli adosso di furore acceso. +Un de' giganti alciava un gran bastone, +Che era ferrato e de incredibil peso; +Mena a due mani adosso a Brandimarte, +Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l'arte. + +Da canto se gettò come uno uccello, +Sì che gionger nol puote per quel tratto; +L'altro gigante, con maggior flagello, +Crede al suo colpo de averlo disfatto. +Ma il cavallier, che tien l'occhio al pennello, +Fanne al secondo come al primo ha fatto, +Salta da questo e da quell'altro canto: +Se l'ale avesse, non farebbe tanto. + +Ma lui ferì di spada quel gigante, +Che li avea data la prima percossa, +Che li spezzò le piastre tutte quante, +E feceli gran piaga entro una cossa. +Questo superbo avea nome Oridante, +Terribile e crudel e di gran possa; +L'altro compagno avea nome Ranchiera: +Del primo avea più forza e peggior ciera. + +Questo Ranchiera col bastone in mano +Menò un traverso a Brandimarte al basso +Con gran ruina, e gionse al campo piano, +Ché il cavallier saltò davante un passo. +Oridante il crudel non menò in vano, +Anci gionse il destriero, e con fraccasso +Dietro alla sella su le groppe il prese, +Sì che sfilato in terra lo distese. + +Subito è in piede lo ardito guerrero, +Né de esser vinto per questo se crede. +A terra morto rimase il destriero, +Lui con la spada se diffende a piede, +Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero, +Se Dio de darli aiuto non provede, +Perché i giganti l'hanno in mezo tolto: +È morto al primo colpo che egli è còlto. + +Ma gionse Orlando al ponto bisognoso, +Come io contai (non so se il ricordati), +Quando tornava dal bosco frondoso, +Dove Agricane e lui se eran sfidati. +Or quivi gionse quel conte animoso, +E vide e duo giganti inanimati +Intorno a Brandimarte a darli morte, +E del suo affanno gli rencrebbe forte; + +Ché incontinente l'ebbe cognosciuto +A l'arme ed alla insegna che avea indosso, +Onde destina de donarli aiuto: +Sopra a Baiardo subito fu mosso. +Ranchiera vide Orlando che è venuto, +Venneli incontra quel gigante grosso; +Con Brandimarte Oridante se aresta: +Or cresce la battaglia, e più tempesta. + +La battaglia comincia più orgogliosa +Che non fu prima, e de un'altra maniera. +Oridante ha la coscia sanguinosa, +E di far la vendetta al tutto spera; +Orlando de altra parte non se posa, +Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera; +Par che l'aria se accende e il celo introna, +De sì gran colpi quel bosco risuona. + +L'altro gigante se fermò da parte, +Ed alla dama attende ed al tesoro, +Che tolto avean per forza e con grand'arte +De le Isole Lontane a un barbasoro. +Ora ascoltati come Brandimarte +Con Oridante fa crudel lavoro: +Più non li appreza un dinarel minuto, +Poi che de Orlando se vede lo aiuto. + +Menò un gran colpo quel cavallier franco +E gionse ad Oridante in su il gallone, +E tagliò tutto il sbergo al lato manco +E le piastre de acciaro e il pancirone, +E gran ferita gli fece nel fianco. +Il gigante gridando alciò il bastone, +E mena ad ambe mani a Brandimarte; +Ma lui di salto se gettò da parte. + +Così li va de intorno tutta via, +E sempre la battaglia prolungava; +Ad Oridante, che il sangue perdia, +A poco a poco la lena mancava. +Lui furïoso non se ne avedia, +E sempre maggior colpi radoppiava; +Il cavallier, di lui molto più esperto, +Li andava intorno e tenìa l'occhio aperto. + +Da l'altra parte è la pugna maggiore +Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando. +Quel mena del bastone a gran furore, +E questo li risponde ben col brando. +Già combattuto avean più de quattro ore, +L'un sempre e l'altro gran colpi menando, +Quando Ranchera gettò il scudo in terra +E ad ambe mano il gran bastone afferra. + +E menò un colpo sì dismisurato +Che, se dritto giongeva quel gigante, +Non si serìa giamai raffigurato +Per omo vivo quel segnor de Anglante; +Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato, +E tutto lo spezzò sino alle piante, +Le rame e il tronco, dalla cima al basso; +Odito non fu mai tanto fraccasso. + +Vide la forza quel conte gagliardo +Che avea il gigante fuor d'ogni misura; +Subitamente smontò di Baiardo, +Ché sol di quel destriero avea paura. +Quando Ranchera li fece riguardo, +Veggendolo pedone alla verdura: +- Ben aggia Trivigante! - prese a dire +- Ché oramai questo non puotrà fuggire. + +Prima che rimontar possi in arcione, +Te augurerai sei leghe esser lontano. +Or chi t'ha consigliato, vil stirpone, +Smontar a piede e combatter al piano? +E non mi giongi col capo al gallone, +Stroppiato bozzarello e tristo nano! +Che se io te giongo un calcio ne la faccia, +De là del mondo andrai ducento braccia. - + +Così parlava quel superbo al conte: +Lui non rispose a quella bestia vana; +Menò del brando, e quante arme ebbe gionte, +Mandò tagliate in su la terra piana. +Or se strengono insieme a fronte a fronte: +Questo mena il baston, quel Durindana; +Sta l'uno e l'altro insieme tanto stretto, +Che colpir non se puon più con effetto. + +Tanto è il gigante de Orlando maggiore, +Che non li gionge al petto con la faccia; +Ma il conte avea più ardire e più gran core, +Ché gagliardezza non se vende a braccia. +Pigliârsi insieme con molto furore, +Ciascun de atterrar l'altro se procaccia; +Stretto ne l'anche Orlando l'ebbe preso, +Leval da terra, e in braccio il tien sospeso. + +Sopra del petto il tien sempre levato, +E sì forte il stringea dove lo prese, +Che il sbergo in molte parte fu crepato. +Sembravan gli occhi al conte bragie accese; +E poi che intorno assai fu regirato, +Quel gran gigante alla terra distese, +Con più ruina assai ch'io non descrivo; +Non sa Ranchera se egli è morto o vivo. + +Avea il gigante in capo un gran capello, +Ma nol diffese dal colpir del conte, +Che col pomo del brando a gran flagello +Roppe il capello e l'osso de la fronte; +Per naso e bocca uscir fece il cervello. +Due anime a l'inferno andâr congionte, +Perché Oridante allor, né più né meno, +Pel sangue perso cadde nel terreno. + +E Brandimarte li tagliò la testa, +Lasciando in terra il smisurato busto; +Poi corse al conte e fecegli gran festa +E grande onor, come è dovuto e iusto. +L'altro gigante è mosso con tempesta, +Più fier de' primi, ed ha nome Marfusto: +Brandimarte dal conte ottenne graccia +Far con costui battaglia a faccia a faccia. + +Crida Marfusto: - Se proprio Macone +Te con quello altro volesse campare, +Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone; +Quel de mia mano voglio scorticare, +E te squartarò a guisa de castrone. +Rendi la spada senza dimorare, +Perché se te diffendi, io te avrò preso, +E vivo arrostirotti al foco acceso. - + +Brandimarte non fece altra risposta +Alle parole del gigante arguto, +Ma con molto ardimento a lui se accosta +Col brando in mano, e coperto del scuto. +Marfusto un colpo solamente aposta, +E gionsel proprio dove avria voluto; +Col bastone a due man il colse in testa, +E spezzò il scudo e l'elmo con tempesta. + +Esso tremando alla terra cascava, +Usciva il sangue fuor de l'elmo aperto. +Piangeva il conte forte, ché pensava +Che Brandimarte sia morto di certo. +A quel gigante crudo minacciava: +- Ladron, - diceva - io ti darò, per merto +De l'onta che m'hai fatto in questo loco, +Morte nel mondo e nello inferno il foco. - + +Così cridando salta alla pianura, +Tra' Durindana e il forte scudo imbraccia. +Quando il gigante vide sua figura, +Che parea vampa viva ne la faccia, +Prese a mirarlo con tanta paura, +Che le spalle voltò fuggendo in caccia; +Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando: +Ambe le coscie li tagliò col brando. + +Poi morite il gigante in poco d'ora, +Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato. +Lasciamo lui, che in sul prato adolora: +Diciam del conte, che avia ritrovato +Che il franco Brandimarte è vivo ancora. +Molto fu lieto ed ebbel rilevato; +Dando acqua fresca al viso sbigotito, +Torna il colore e il spirto che è fuggito. + +Poi vi dirò come quella donzella +Medicò Brandimarte, e con qual guisa; +Come lui di dolor la morte appella, +Credendo aver perduta Fiordelisa: +Ma nel presente io torno alla novella +Che davanti lasciai, quando Marfisa +Col pro' Ranaldo insieme e con sua schiera +Mena fraccasso per quella rivera. + +Correva grossa e tutta sanguinosa +La rivera de Drada per quel giorno, +E piena è della gente dolorosa, +Cavalli e cavallier, con tanto scorno, +Che fuggian da Marfisa furïosa. +Lei con la spada fulminava intorno; +Come il foco la stoppia secca spazza, +Così col brando se fa far lei piazza. + +Da l'altra parte il franco fio de Amone +Avea smariti sì quei sciagurati, +Che, come storni a vista de falcone, +Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati. +Davanti a tutti fuggia Galafrone +E il re Adrïano; e tra li spaventati +Antifor ed Oberto se ne vano; +A spron battuti fugge il re Ballano. + +Io non vi sapria dir per qual sciagura +Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire; +Ché Astolfo, che non suole aver paura, +Fu a questo tratto de' primi a fuggire. +Chiarïon scapinava oltra misura, +E molti altri baron che non so dire; +Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca, +Sin che son gionti al ponte della rocca. + +Intrò ciascun barone e gran signore, +Levando il ponte con molto sconforto; +Ma chi non ebbe destrier corridore, +Fu sopra al fosso da Marfisa morto; +La quale era montata in gran furore, +Perché essa aveva chiaramente scorto +Che il falso Galafrone era campato +Dentro alla rocca, e il ponte era levato. + +Onde essa andava intorno, minacciando +Con calci quella rocca dissipare, +Ché avea vergogna di adoprarvi il brando. +L'altro bravare io non puotria contare, +Che eran assai maggior di questo; e quando +Più gente viva intorno non appare, +Ché ogni om per tema fugge dalle mura, +Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura. + +E giù tornando, a Ranaldo parlava +Dicendo: - Cavalliero, in quel girone +Stavvi una meretrice iniqua e prava, +Piena di frode e de incantazïone; +Ma quel che è peggio ed ancor più m'agrava, +Un re vi sta, che non ha paragone +De tradimenti, inganni e di mal fele: +Trufaldino è nomato quel crudele. + +E quella dama Angelica se appella, +Che ha ben contrario il nome a sua natura, +Perché è di fede e di pietà ribella. +Onde io destino mettere ogni cura +Che non campi né 'l re né la donzella, +Che pur son chiusi dentro a quelle mura; +Poi che disfatto avrò la rocca a tondo, +Vo' pigliar guerra contra a tutto il mondo. + +Primo Gradasso voglio disertare, +Che è re del gran paese Siricano; +Poi Agricane vado a ritrovare, +Che tutta Tartaria porta per mano. +Sin in Ponente mi conviene andare, +E disfarò la Franza e Carlo Mano; +Nanti a quel tempo levarmi di dosso +Maglia né usbergo né piastra non posso. + +Ché fatto ho sacramento a Trivigante +Non dispogliarme mai di questo arnese +Insin che le provincie tutte quante, +E castelle e citade non ho prese; +Sì che, barone, tuoteme davante, +O prometti esser meco a queste offese, +Ché chiaramente e palese te dico: +Chi non è meco, quello è mio nemico. - + +Per tal parole intese il fio de Amone +Che Angelica è la dentro e Trufaldino; +E in vero al mondo non ha due persone +Ché più presto volesse a suo domìno. +Al re ben portava odio per ragione, +Alla dama non già, per Dio divino! +Perché essa amava lui più che 'l suo core; +Ma incanto era cagion di tanto errore. + +Voi la maniera sapeti e la guisa, +Però qua non la voglio replicare. +Ora rispose il principe a Marfisa: +- Con teco son contento dimorare +E star sotto tua insegna e tua divisa, +Sin che abbi Trufaldino a conquistare; +Ma già più oltra il partito non piglio, +Ché il loco e il tempo mi darà consiglio. - + +Così acordati, se accamparno intorno +L'alta Marfisa e tutta la sua gente. +Senza far guerra via passò quel giorno, +Ma come a l'altro uscitte il sol lucente, +Ranaldo armosse e pose a bocca il corno, +Chiamando Trufaldino il fraudolente; +Crida nel suono, e con molto rumore +Renegato lo appella e traditore. + +Quando il malvaggio da la rocca intese +Che giù nel campo a battaglia è appellato, +De l'alte mura subito discese +Pallido in viso e tutto tramutato, +Chiamando e' cavallieri in sue diffese, +Racordando a ciascun quel che ha giurato, +Di combatter per lui sino alla morte, +Alor che prima intrarno a quelle porte. + +Angelica la dama in questo istante +Era in consiglio col re Galafrone, +Tratando di trar fuora Sacripante +E Torindo il gran Turco di pregione; +Fur le ragione audite tutte quante, +E ciascun disse la sua opinïone; +De trarli di pregione a tutti piace, +Purché al re Trufaldin faccian la pace. + +E così fu concluso e statuito: +La dama fu mezana al praticare. +Sacripante de amore era ferito, +Quel che piace ad Angelica vôl fare. +Ma il re Torindo non volse il partito, +Pur parve a tutti di lasciarlo andare, +Con questo: che egli uscisse fuor del muro, +Perché ciascun là dentro sia securo; + +E che tra lor non nasca più rumore, +E solo a quei di for guerra si faccia. +Uscì Torindo adunque a gran furore, +Ed aspramente a Trufaldin minaccia, +Chiamandolo per nome traditore. +Presto del poggio scender se procaccia; +Ed a Macon giura, mordendo il dito, +Che punirà colui che l'ha tradito. + +Venne nel campo, e disse la cagione +Che l'avea fatto de là su partire; +E giura a Trivigante ed a Macone +Che ne farebbe Angelica pentire; +Perché a sua posta fu messo in pregione, +Ed era stato al rischio de morire; +Ora tal guidardon glie n'avia reso, +Che tenìa il traditor là sù diffeso. + +Queste parole a Marfisa dicia, +Perché al suo pavaglion fu apresentato. +Ranaldo suona il corno tuttavia, +Chiamando Trufaldin can renegato. +Or se apresenta la battaglia ria, +Tal che Ranaldo, il sire aprezïato, +Non ebbe in altra mai più affanno tanto; +Ma questo narrarò ne l'altro canto. + +Canto ventesimoprimo + +Cantando qui di sopra, io vi lasciai +Come Ranaldo è sopra allo afferrante, +E con vergogna e vituperio assai +Disfida Trufaldino a sé davante; +E nella fin del canto io vi contai +Come fu spregionato Sacripante, +E fece pace col re Trufaldino; +Ma il re Torindo tenne altro camino. + +Ora pone Ranaldo il corno a bocca, +E tal parole al tintinar risuona: +- O campioni, che seti nella rocca +In compagnia della mala persona, +Oditi quel che a tutti quanti tocca, +Sia cavalliero, o sia re de corona: +Chi non punisce oltraggio e tradigione, +Potendo farlo, lui ne è la cagione. + +Ciascun che puote e non diveta il male, +In parte del deffetto par che sia; +Ed ogni gentilomo naturale +Viene obligato per cavalleria +Di esser nemico ad ogni disleale +E far vendetta de ogni villania; +Ma ciascuno de voi questo dispreza, +Ché pietà non aveti o gentileza. + +Anci teneti vosco uno assassino, +Quel falso cane de Dio maledetto, +Dico il re di Baldaca, Trufaldino, +Malvaggio, traditor, pien de diffetto. +Ora me intenda il grande e il piccolino: +Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto; +E vo' provarvi, con la spada in mano, +Che ognom de voi è perfido e villano. - + +Con tal parole e con altre minaccia +Tutti quei cavallieri il fio de Amone; +Lor se guardavan l'uno e l'altro in faccia, +Ché chiaro aveano inteso quel sermone; +De loro alcun non è che ben non saccia +Che a torto prenderà la questïone; +Ché Trufaldin da tutti era stimato +Iniquo, traditore e scelerato. + +Ma la promessa fede e il giuramento +Li fece uscire armati de le porte; +E benché avessen tutti alto ardimento, +E non stimassen, per onor, la morte, +Andarno alla battaglia con spavento; +E non vi fu baron cotanto forte +Che, vedendo Ranaldo a sé davante, +Non se stordisse insin sotto le piante. + +Sei cavallieri uscîr di quel girone, +E calarno de il sasso alla pianura: +Primo Aquilante e il suo fratel Grifone, +Che hanno e destrier fatati e l'armatura, +Oberto e il re Adrïano e Chiarïone; +In mezo è Trufaldin con gran paura. +Come nel campo fôr gionti di saldo, +Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo. + +Verso Aquilante disse: - Odi, germano: +Se io vedo drittamente, ora mi pare +Che questo sia il segnor di Montealbano; +E ben serebbe de girlo a trovare, +E con carezze e con parlare umano +Veder se pace se puote trattare; +Però che, a dirti il vero, io me sconforto +Per la battaglia che prendiamo a torto. - + +Disse Aquilante: - A me pare ancora esso, +E più proprio me par quanto più guardo; +Ma non ardisco a dirlo per espresso, +Ché non ha sotto il suo destrier Baiardo. +Or cavalchiam pur, ché gionti da presso +Ben lo cognosceremo senza tardo: +E parla poi con lui, come te piace, +De accordo o di battaglia, o guerra o pace. - + +Così van verso lui, sempre parlando, +E già l'un l'altro se recognoscia; +Unde andarno da parte, e ragionando +La sua sorte avenire, ogni om dicia +Perché qua fosse gionto, e come, e quando; +Ma ciascadun de' tre gran pena avia, +Poi che trovar non san ragion che vaglia, +Che tra lor cessi la mortal battaglia. + +Di Chiaramonte sono e di Mongrana, +Gentile ischiatte e de un sangue discese; +Or per altrui e per cagione istrana +Vengono insieme alle mortale offese. +Dicea il franco Grifon con voce umana +Verso Ranaldo: - Deh baron cortese! +Mal aggia la fortuna e trista sorte +Che per altrui te adduce a prender morte. + +Perché sette baroni hanno giurato +Diffender Trufaldin da tutto il mondo, +Ciascuno d'alto pregio e nominato. +Caro fratello, io non te me nascondo: +Morto ti veggio e disteso nel prato, +Ché dopo il primo venirà il secondo, +E il terzo e il quarto senza dimorare: +Contra de tanti non puotrai durare. - + +Disse Ranaldo: - A fede di leanza, +Aver guerra con voi molto me pesa; +E ciò non dico già per dubitanza, +Ché tutti andreti in terra alla distesa; +Ed è la vostra sì grande arroganza, +Poi contra a tutto il mondo aveti impresa, +Che non doveti già meravigliare +Se io solo a sette voglio contrastare. + +Ma noi facciamo ormai troppo parole, +Ed io non voglio star tutto oggi armato; +Qualunche Trufaldin diffender vôle, +Prenda del campo, ché io l'ho desfidato. +Certo non passarà quel monte il sole, +Che ad uno ad un vi stenderò sul prato, +E mostrarovi chiaro il parangone +Che ve moveti contra alla ragione. - + +Poi che ebbe così detto, il cavalliero +Più non aspetta e volta Rabicano: +E dilungato con sembiante altiero +Fermossi al campo con la lancia in mano. +Or vedon li altri al tutto esser mestiero +De insanguinar le spade in su quel piano, +Perché Ranaldo ha qui fermato il chiodo; +Alla battaglia dànno ordine e modo. + +E, vergognando andarli tutti adosso, +Ordinorno che Oberto dal Leone +Fosse contra de lui soletto mosso; +E quando avesse il peggio alla tenzone, +Il re Adrïano l'avesse riscosso; +E, bisognando, movesse Grifone, +Al qual donasse aiuto il suo germano; +E Chiarïone a lui, de mano in mano. + +Aveva Oberto una estrema possanza, +E fu de' digni cavallier del mondo; +Sprona il destriero ed impugna la lanza. +Non fu mai corso tanto foribondo +Quanto hanno e duo baron pien de arroganza +Credendo metter l'uno l'altro al fondo; +Poco vantaggio fu nel gionger saldo, +Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo. + +E ritornarno con brandi taglienti +Alla terribil zuffa, inanimati +Per darsi morte, a guisa de serpenti, +Sempre menando colpi disperati. +Avean tagliati tutti e guarnimenti, +E rotti e scudi e li usberghi spezzati; +Ma Ranaldo con lui de maestria +E ancor di forza vantaggio avia. + +Menando le botte aspere e diverse, +Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto; +Però che, come Oberto se scoperse, +Gionse Fusberta, e l'elmo ebbe disciolto. +La barbuta e il guancial tutto li aperse, +E crudelmente lo ferì nel volto; +E fu il colpo sì fiero e smisurato, +Che come morto lo distese al prato. + +Questo veggendo il franco re Adrïano, +Che stava apparecchiato alla riscossa, +Mosse a gran furia, correndo nel piano +Con una lanza smisurata e grossa. +Era senza asta il sir de Montealbano, +Ché l'avea rotta alla prima percossa, +Ma correndo ne vien col brando nudo; +Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo. + +La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi, +Né se mosse Ranaldo più che un sasso. +Or ben vi sazo dir che e due ronzoni +Non venian di galoppo né di passo, +Anci se urtarno insieme come troni, +Petto per petto, con molto fraccasso; +Ma quel del re Adrïano andò per terra: +Grifone incontinente il brando afferra. + +Non volse lancia il cavallier pregiato, +E quasi ancor de andar se vergognava, +Parendoli Ranaldo affaticato. +Or, come io dissi, la spada pigliava; +L'arme avea tutte e il destriero affatato, +Né d'altra cosa lui se dubitava, +Salvo de non potersi indi partire +Che non facesse Ranaldo morire. + +E dolcemente lo volea pregare +Che li piacesse de lasciar la impresa. +Disse Ranaldo a lui: - Non predicare; +Fuggi in mal'ora, o prendi tua diffesa. - +Quando Grifone intese quel parlare, +La faccia li vampò di foco accesa, +Ed a lui disse: - Io non soglio fuggire, +Ma tua superbia ti farà morire. - + +Compìto non avea queste parole, +Che il principe il ferì con tal roina, +Che veder non sapea se è luna o sole, +Né se gli era da sera o da matina. +Ranaldo a lui diceva: - Altro ce vôle +Che il destrier bianco e l'armatura fina +A voler esser bon combattitore! +Lena bisogna ed animoso core. - + +Quando Grifone intese con oltraggio +Dal sir de Montealbano esser schernito, +Turbato oltra misura nel coraggio +Ferilli ad ambe man l'elmo forbito; +E benché a quel non facesse dannaggio, +Ché era incantato, come avete odito, +Fu il colpo di tal furia e tal tempesta +Che tutta quanta gli stordì la testa. + +Non pone indugia, che un altro li mena, +Con più roina assai de quel primiero; +Non sentì mai Ranaldo maggior pena, +E tutto fraccassato avea il cimiero. +- Io ti farò sentir se ho core e lena, +E se altro vôlsi che un bianco destriero, +Vil ribaldo, di strata rio ladrone! - +Queste parole diceva Grifone. + +E menò il terzo colpo assai maggiore, +Così come era tutto invelenito, +E tanta fretta mena e tal furore, +Che Ranaldo non può prender partito. +Ma come piacque a l'alto Creatore, +Sempre ne l'elmo l'aveva ferito, +Ché, se l'avesse gionto in altro loco, +Serìa durata la battaglia poco; + +Però che avria spezzata ogni armatura: +Ma l'elmo stette alle percosse saldo. +Turbato era Grifone oltra misura, +Né mai fu de grande ira tanto caldo; +Ma d'altra parte a voi lascio la cura +Di pensar come stesse il pro' Ranaldo; +Ché Mongibel non arde né Vulcano, +Più che facesse il sir de Montealbano. + +Sembrava gli occhi suoi faville accese, +E parea nel soffiar tempesta e vento; +Cridando ad ambe man Fusberta prese, +E ferisce a Grifon con ardimento. +Sette armature non serian diffese, +Se non vi fosse stato incantamento; +Ma quella fatasone era sì forte +Che campò il giovanetto dalla morte. + +Abenché se stordì della percossa, +Ed alle crine del destrier s'inchina; +E non avendo ancor l'alma riscossa, +Ranaldo lo ferì con gran ruina. +Ma il giovanetto, che avea tanta possa, +Ed è guarnito di armatura fina, +Come risente, di nulla si cura, +E mena colpi grandi oltra misura. + +E sì crudel battaglia han cominciata, +Che un'altra non fu mai cotanto dura; +Né mai chiesen ripossa alcuna fiata, +Né di doglia o de affanno alcun si cura. +La faccia avea ciascun tanto infiammata, +Che solo a riguardarli era paura; +E, chi mirava da lontano un poco, +Parea che fuor de l'elmi uscisse foco. + +Né si scorgìa vantaggio di nïente, +Benché meglio Grifone fosse armato. +Cresce d'ognor lo assalto più fervente, +Qual già presso a cinque ore avea durato. +Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente, +Se bene in altra cosa aggio peccato, +Non ne volere in questo far amendo, +Ché adesso il dritto e la ragion diffendo! + +Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa, +Ché a te menzogna se direbbe in vano; +Grifon de un Saracino ha la diffesa +Contra di me, che pur son cristïano. +Per un can Saracin lui fa contesa, +Crudele, iniquo, perfido e inumano: +Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda +Che la iustizia per te se diffenda. - + +Così parlava; ed ancora Grifone, +Tuttavia combattendo a gran ruina, +Mirava al celo con devozïone. +- Vergine, - dicea lui - del cel regina, +Abbi del mio fallir compassïone, +Né abandonar questa anima tapina! +Che, benché in altre cose aggia peccato, +In questo è pur il dritto dal mio lato. + +Sempre parlai con Ranaldo de pace, +E lui me oltraggia con tal villania, +Che adoprar mi convien quel che me spiace +E far battaglia contra a voglia mia. +Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace +Me hanno condutto a questa pugna ria; +E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto, +Ché sempre a' bisognosi doni aiuto. - + +In tal forma pregavan con pietate, +Tuttavia combattendo, quei guerreri; +Né mai se vedean ferme le sue spate, +Ma colpi sopra colpi ognor più fieri; +Né se temean l'un l'altro in veritate, +Tanto eran prodi e de virtute altieri, +Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione, +Potean con ciascun stare al paragone. + +Ma nel presente io voglio differire +Il fin di questa pugna sì rubesta; +De Orlando e Brandimarte vi vo' dire, +Che son con quella dama alla foresta, +Quale han campata da crudel martìre, +E tre giganti occisi con tempesta, +Come doveti aver nella memoria; +Or de quel fatto io vo' seguir la istoria. + +Brandimarte giacea sopra a quel prato, +Come io vi dissi, tutto sanguinoso, +Con l'elmo rotto e scudo fraccassato +Pel colpo di Marfusto furïoso. +Orlando in braccio se l'avea recato, +E piangea forte quel conte pietoso. +Ma quella damisella a mano a mano +Giù del gambelo discese nel piano, + +Ed andò prestamente ivi alla fonte, +Ch'era nel mezo del prato fiorito, +E gettando acqua a Brandimarte in fronte +Ritornar fece il spirto sbigotito: +E dolcemente ragionando al conte +Dicea voler pigliare altro partito, +Ché poco longe una erba avea veduta, +Qual racquista la vita ancor perduta. + +Dentro alla selva che girava intorno +La damisella se pone a cercare, +Né stette molto, che fece ritorno +Con l'erba che a virtute non ha pare. +Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno, +La notte poi se vede lampeggiare; +Il fior vermiglio ha la pianta felice, +E come argento è bianca sua radice. + +Avea il baron la testa dissipata +Per il gran colpo, come aveti odito; +Posevi dentro quella erba fatata +La damisella, e chiusela col dito. +Fu incontinente la piaga saldata, +Né pur se vede dove era ferito; +Ma, come il spirto li fu ritornato, +Di Fiordelisa il conte ha dimandato. + +- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando +- Lei sola ti campò veracemente. - +Così rispose il conte al suo dimando, +Perché de l'altra non sapea nïente. +Brandimarte mirò la dama, e quando +Vide che non è quella, un dolor sente +Sì smisurato e sì nocivo al core, +Che quel del trapassar serìa minore. + +Volgendo al cel le luce lacrimose: +- Chi mi campò, - dicea - da mortal sorte +Per darmi pene tanto dolorose? +Or non me era assai meglio aver la morte? +Spirti dolenti ed anime piatose +Che stati del morir sopra le porte, +Pietà vi prenda della pena mia, +Ch'io vo' venir con vosco in compagnia! + +Non voglio viver, non, senza colei, +Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto; +Vivendo, mille volte io morirei. +Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto +Presa hai la guerra contro a' fatti miei! +Or che te giovarà poi che sia morto? +Che farai poi, crudel, senza lïanza? +Ché morte finirà la tua possanza. + +Tolto m'hai del paese ove fui nato, +Ché ancor me odiasti essendo fanciullino; +Di mia casa reale io fui robato, +E venduto per schiavo piccolino; +Il nome de mio patre aggio scordato +E il mio paese, misero! tapino! +Ma solo il nome de mia matre ancora +Fermo nella memoria mi dimora. + +Fortuna dispietata, iniqua e strana, +Tu me facesti servo ad un barone, +Quale era conte di Rocca Silvana; +E poi, per darmi più destruzïone, +Con falso viso ti mostrasti umana: +E il conte, che mi desti per padrone, +Franco mi fece; e, non avendo erede, +Ogni sua robba e il suo castel mi dede. + +E per fingerti a me più grata e sciolta, +Dama me desti de tanta beltate: +Quella me desti che adesso m'hai tolta, +Per farmi ora morir con crudeltate. +Odi, fallace, e il mio parlare ascolta: +Nocer non posso alla tua vanitate, +Ma sempre biasmarotti ed in eterno +Di te me andrò dolendo nello inferno. - + +Così parlando sì forte piangia, +Che avria spezzato un sasso di pietate. +Il conte Orlando gran dolor n'avia, +E quella dama con umanitate +Dolcemente parlando gli dicia: +- Molto me incresce di tua aversitate, +E debbo avere assai compassïone, +Perché a dolermi teco aggio cagione. + +E vo' che intendi se le cose istrane +Son date ad altri ancor dalla Fortuna. +Mio padre è re delle Isole Lontane, +Dove il tesor del mondo se raduna; +E tanto argento ed oro ha in le sue mane, +Che altro tanto non è sotto la luna, +Né ricchezza maggior al sol si vede; +Ed io restavo a tanto bene erede. + +Ma non se puote indivinar giammai +Quel che sia meglio a desïare al mondo. +Di re figliola e bella mi trovai, +Ricca de avere e de stato iocondo; +E ciò mi fu cagion de molti guai, +Come te contaraggio il tutto a tondo, +Perché cognosci a quel che èmmi incontrato, +Che anzi alla morte alcun non è beato. + +Era la fama già sparta de intorno +Della ricchezza del mio patre antico; +E nominanza del mio viso adorno, +O vera o falsa, pur come io te dico, +Menò duo amanti a chiedermi in un giorno, +Ordauro il biondo e il vecchio Folderico; +Bello era il primo dal zuffo alla pianta, +L'altro de li anni avea più de sessanta. + +Ricco ciascuno e de schiatta gentile; +Ma Folderico sagio era tenuto +E de uno antiveder tanto sotile, +Che come a Dio del cel gli era creduto. +Ordauro era di forza più virile, +E grande di persona e ben membruto; +Io, che a quel tempo non chiedea consiglio, +Il vecchio lascio, e il giovine me piglio. + +Non era tutta mia la libertate, +Però che il patre mio vi tenea parte; +Vergogna rafrenò la voluntate, +Che presto in nave avria tratto le sarte. +Ed anco mi stimava in veritate +Poter mandar mia voglia al fin con arte, +Ed ottenire Ordauro di leggiero; +Ma fallito me andò questo pensiero. + +Nelli antichi proverbii dir se suole +Che malizia non è che donna avanze; +Salamon disse già queste parole, +Ma al nostro tempo se ritrovan cianze. +Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole, +Ch'aggio perduto l'ultime speranze, +Per confidarme alla malizia mia; +Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia. + +Perché, fingendo la faccia vermiglia +E gli occhi quanto io pote vergognosi, +Con quel parlar che a pianto se assomiglia, +Nanti al mio patre ingenocchion mi posi, +E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia, +Se sempre il tuo volere al mio preposi, +Come fatto ho di certo in abandono, +Non mi negare a l'ultimo un sol dono. + +Questo serà che non me dia marito +Che prima meco al corso non contenda; +E sia per legge fermo e stabilito +Che il vincitor per sua moglie mi prenda; +Ma fa che 'l vinto sappia che il partito +Sia di lasciar la vita per amenda, +E sia palese per tutte le bande: +Chi non è corridor, non me domande." + +Questa richiesta fu crudele e dura, +Ma non la seppe il mio patre negare, +E fecela per voce e per scrittura +Quasi per l'universo divulgare. +Ora me tenni lieta e ben secura +Poter marito a mia voglia pigliare, +Perché io son tanto nel corso legiera, +Che apena è più veloce alcuna fiera. + +E mi ricordo che nel prato piano +Che è presso alla città di Damosire, +Presi una cerva, correndo, con mano, +Ed altre cose assai che non vo' dire. +Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano, +Con Folderico insieme ebbe a venire. +L'uno è canuto e di molti anni pieno, +L'altro nel viso angelico e sereno. + +Pensa tu, cavalliero, a qual s'accosta +Lo amoroso voler de una fanciulla. +Io tutta al giovanetto ero disposta, +E di quel vecchio mi curavo nulla. +Più non se dette al fatto indugia o sosta; +Venne il vecchiardo sopra ad una mulla, +E de alto carco se mostrava stanco; +Una gran tasca avea dal lato manco. + +Il giovanetto viene con gran festa +Sopra un corsier, che de oro era guarnito; +Salta su il campo ed al corso s'apresta. +Ciascun mostrava Folderico al dito, +Dicendo: "Il saggio perderà la testa, +Ché qua non gioverà esser scaltrito; +Di tanta astuzia al mondo era tenuto, +Or per amore egli ha il senno perduto." + +Fuor della terra smontamo ad un prato +Per far di nostro corso ultima prova: +Folderico la tasca avea da lato. +E prima che dal segno alcun se mova, +Fu il patto nostro ancora ricontato, +E la condizïon qui se rinova; +La turba sta d'intorno alla vedetta, +E sol la mossa al terzo suono aspetta. + +Ciascun di noi dal segno fo partito. +Folderico davanti via passava: +Io il comportai, per averlo schernito. +Come lui vide che a passarlo andava, +Un pomo d'oro lucido e polito +Fuor della tasca subito cavava; +Io, che invaghita fui di quel lavoro, +Lasciai la corsa e venni al pomo d'oro. + +Ché quel metallo in vista è sì iocondo, +Che la più parte del mondo disvia; +Ed era sì volubile e ritondo, +Che de pigliarlo gran fatica avia. +Io presi il primo, e lui gettò il secondo, +Fuggendomi davanti tuttavia, +Dove ebbi assai fatica, e ad un ponto +Questo pigliai ed ebbilo ancor gionto. + +Io l'ebbi gionto, ed eravamo al fine +Della affannata corsa e faticosa; +E già le tende bianche eran vicine, +Dove, compìto il corso, se riposa. +Fra me dicea: "Convien che io me destine +A dietro non tornar per altra cosa; +Non tornaria per tutto il mondo un dito, +Ché un vecchio non voglio io per mio marito. + +Passar me lassaraggio al giovanetto, +E lui davante vo' lasciare andare; +E questo brutto vecchio e maledetto, +Che è sì canuto e vôlsi maritare, +La forma lasciarà del bacinetto; +E già questa ora mille anni a me pare +Che Ordauro meco nel corso contenda, +Ed io lo baci e per vinta mi renda." + +Così parlava meco nel mio core, +Alegra, già vicina alla speranza, +Quando il vecchio malvaggio e traditore +Il terzo pomo della tasca lanza; +E tanto me abagliò col suo splendore, +Che, benché tempo al corso non me avanza, +Pur venni adietro e quel pomo pigliai, +Né Folderico più gionsi giamai. + +Lui forte ansando alle tende arivava; +E soi gli sono intorno con letizia. +Tutta la gente di fuora cridava: +"Adoprata ha il volpone alta malizia." +Or tu pôi mo pensar se io biastemava, +Ch'io piansi il sangue vivo per gran stizia; +E nel mio cor dicea: "Se egli è volpone, +Farollo essere un becco, per Macone. + +Ché mai non intrò a giostra cavalliero, +Né a torniamento per farsi vedere, +Che avesse in capo tanto alto il cimiero, +Come io farò di corne al mio potere. +Ponga a guardarme tutto il suo pensiero, +Che non gli giovarà lo antivedere; +E s'egli avesse uno occhio in ciascun dito, +Ad ogni modo rimarrà schernito." + +Feci il pensiero e missilo ad effetto. +Ma voi aveti forse altro che fare, +Perché io vedo entrambi nello aspetto +Esser sospesi e de intorno guardare; +Sì che io verrò con voi, e con diletto +La mia novella voglio seguitare, +Qual or vi piace. Prendite la via, +Ch'io serò presta a farvi compagnia. - + +Rispose Brandimarte: - Il danno mio +M'ha tratto della mente al tutto fuore, +E de mia dama tanto mi sa rio, +Come perduto avessi proprio il core; +Sì che a cercarla è tutto il mio desio, +E sento per la indugia tal dolore +E tanta pena e tanta angoscia e guai, +Ch'io non ho inteso ciò che detto m'hai. - + +E così tutti tre fôrno accordati +Di cercar Fiordelisa in quel deserto, +E non posar giamai son destinati, +Sin che di lei non sanno al tutto il certo; +E cavalcando se fôrno invïati +Nel bosco ombroso e di rame coperto. +Ma il lor camino e i fatti e il ragionare +Dirovi a ponto in questo altro cantare. + +Canto ventesimosecondo + +Erano entrati alla gran selva folta +Quei tre, come di sopra io vi contai: +Ciascun, dintorno remirando, ascolta +Se Fiordelisa sentisse giamai, +Che fo dal rio palmier dormendo tolta; +E di lei ragionando io ve lasciai, +Che essendo in braccio a quel palmier villano +Cridava aiuto adimandando in vano. + +Brandimarte il suo drudo allor non vi era, +Che gli potesse soccorso donare; +Anci era travagliato in tal maniera, +Che per se stesso avea troppo che fare; +Perché in quel tempo alla battaglia fera +Con quei giganti prese a contrastare, +Con Ranchera e Marfusto ed Oridante, +Come io ve dissi nel cantar davante. + +Senza soccorso, adunque, la meschina +Empìa de pianti la selva dintorno, +Né mai de aiuto chieder se rafina, +Battendosi con mano il viso adorno. +Via la portava il vecchio a gran ruina +Sempre temendo averne onta e gran scorno, +Né mai sua mente al tutto ebbe sicura +Sin che fu gionto ad una tomba scura. + +Nel sasso entrava quel falso vecchione, +Cridando la donzella ad alta voce. +Lui ha ben ferma e certa opinïone +Di sfocar quel disio che il cor gli coce; +Ma ne la tomba alor stava un leone +Ismisurato, orribile e feroce; +Il quale, odendo il crido e gran rumore, +Uscì fremendo con molto furore. + +Come lo vide il vecchio fuora uscire, +Non domandati se egli ebbe paura; +Pallido in faccia se pose a fuggire, +Lasciando quella bella creatura, +Che di spavento credette morire; +Ma, come volse sua bona ventura, +Lasciolla quel leone, e via passava, +Seguendo il vecchio che fuggendo andava. + +Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva, +E tutto quanto l'ebbe a dissipare. +La dama non restò morta né viva, +Né di paura sa quel che si fare; +Pur così quatta per la verde riva +Nascosamente prese a caminare, +E già callato avendo il monte al piano +Ritrovò uno omo contrafatto e strano. + +Questo era grande e quasi era gigante, +Con lunga barba e gran capigliatura, +Tutto peloso dal capo alle piante: +Non fu mai visto più sozza figura. +Per scudo una gran scorza avia davante, +E una mazza ponderosa e dura; +Non avea voce de omo né intelletto: +Salvatico era tutto il maladetto. + +Come la dama riscontrò nel prato, +Presela in braccio; e, caminando forte, +Ad una quercia che era lì da lato, +La legò stretta con rame ritorte. +Poi là vicino a l'erba fu colcato, +Mirando lei, che ognior chiedea la morte; +Lei chiedendo morir sempre piangea, +Ma questo omo bestial non la intendea. + +Lasciamo il dir di quella sventurata, +Che de l'un male in l'altro era caduta; +Ella di stroppe alla quercia è legata, +E sol piangendo il suo dolore aiuta. +Ora ascoltati de l'altra brigata, +Che per cercarla al bosco era venuta: +Orlando e Brandimarte e la donzella +Per lor campata da fortuna fella. + +In croppa la portava il conte Orlando, +E dolcemente la prese a pregare +Che gli contasse, così caminando, +Quel che promesso avea di ragionare. +Lei, prima leggermente sospirando, +Disse: - D'ognor che senti racontare +De alcun vecchio marito beffa nova, +Tientela certa, e non chieder più prova. + +Perché tante ne son fatte nel mondo, +Strane e diverse, come aggio sentito, +Che per vergogna già non me nascondo +Se anch'io ne feci un'altra al mio marito; +Anci mi torna l'animo iocondo +D'ognor ch'io mi ramento a qual partito +Fo da me scorto quel vecchio canuto, +Che sì scaltrito al mondo era tenuto. + +Sì come alla fontana io te contai, +Quel vecchio di me fece il male acquisto; +Il celo e la fortuna biastemai, +Ma ad esso assai toccava esser più tristo, +Ché ne dovea sentire eterni guai, +Né fu dal suo gran senno assai provvisto +A prender me fanciulla, essendo veglio; +Che tuorla antica o star senza era meglio. + +Lui me condusse con solenne cura, +Con pompa e con trionfo glorïoso, +Ad una rocca che ha nome Altamura, +Dove il suo gran tesor stava nascoso. +Di quel che gli intravenne ebbe paura, +Né ancor vista m'avea, che era zeloso; +Però me pose dentro a quel girone, +Intro una ciambra, peggio che pregione. + +Là mi stavo io, de ogni diletto priva, +E campi e la marina a riguardare, +Perché la torre è posta in su la riva +D'una spiaggia deserta, a lato al mare: +Non vi puotria salir persona viva +Che non avesse l'ale da volare, +E sol da un lato a quel castello altiero +Salir se puote per stretto sentiero. + +Ha sette cinte e sempre nova intrata +Per sette torrïoni e sette porte, +Ciascuna piccoletta e ben ferrata. +Dentro a questo giron cotanto forte +Fo' io piacevolmente impregionata, +Sempre chiamando, e notte e giorno, morte; +Né altro speravo che desse mai fine +Al mio dolore e a mie pene meschine. + +Di zoie e de oro e de ogni altro diletto +Ero io fornita troppo a dismisura, +Fuor de il piacer che si prende nel letto, +Del quale avea più brama e maggior cura; +E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto, +Sempre tenea le chiave alla cintura, +Ed era sì zeloso divenuto, +Che avendol visto non serìa creduto. + +Perciò che sempre che alla torre entrava, +Le pulice scotea del vestimento, +E tutte fuor de l'uscio le cacciava; +Né stava per quel dì più mai contento, +Se una mosca con meco ritrovava; +Anzi diceva con molto tormento: +È femina, over maschio questa mosca? +Non la tenire, o fa ch'io la cognosca. + +Mentre ch'io stavo da tanto sospetto +Sempre guardata e non sperando aiuto, +Ordauro, quel legiadro giovanetto, +Più volte a quella rocca era venuto, +E fatto ogni arte e prova; ed in effetto +Altro mai che il castel non ha veduto; +Ma Amor, che mai non è senza speranza, +Con novo antiveder li die' baldanza. + +Egli era ricco di molto tesoro, +Ché senza quel non val senno un lupino; +Onde con molto argento e con molto oro +Fe' comprare un palagio in quel confino +Dove me tenìa chiusa il barbasoro, +E manco de due miglia era vicino. +Non dimandati mo se al mio marito +Crebbe sospetto, e se fu sbigotito. + +Esso temea del vento che soffiava, +E del sol che lucea da quella parte, +Dove Ordauro al presente dimorava; +E con gran cura, diligenzia ed arte +Ogni picciol pertugio vi serrava, +Né mai d'intorno dal giron se parte; +E se un occello o nebbia nel ciel vede, +Che quel sia Ordauro fermamente crede. + +Ogni volta salia con molto affanno +Sopra alla torre, e trovandomi sola +Diceva: "Io temo che me facci inganno, +Ché non so che qua su de intorno vola. +Io ben comprendo la vergogna e il danno, +E non ardisco a dirne una parola: +Ché oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto, +Nome ha zeloso, ed è stimato un matto." + +Così diceva; e poi che era partito, +Rodendo andava intorno a quel rivaggio; +E per spiare ancor tal volta è gito +Dove abitava Ordauro al bel palaggio; +E a lui diceva: "Quel riman schernito, +Che più stima sapere ed esser saggio. +Se una vien còlta, non te ne fidare, +Ché l'ultima per tutte può pagare." + +Queste parole e molte altre dicia +Sempre fra denti, con voce orgogliosa. +Ordauro al suo parlar non attendia, +Ma con mente scaltrita ed amorosa +Sotto la terra avea fatto una via, +A ciascuno altro incognita e nascosa. +Per una tomba chiusa intorno e scura +Gionse una notte dentro ad Altamura. + +E benché egli arivasse d'improviso, +Ch'io non stimavo quella cosa mai, +Io il ricevetti ben con meglior viso +Ch'io non facevo Folderico assai. +Ancora esser mi par nel paradiso, +Quando ramento come io lo baciai, +E come lui baciomme nella bocca; +Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca. + +Questo ti giuro e dico per certanza, +Ch'io ero ancora vergine e polzella; +Ché Folderico non avea possanza, +Ed essendo io fanciulla e tenerella, +Me avea gabata con menzogna e zanza, +Dandomi intender con festa novella, +Che sol baciando e sol toccando il petto +De amor si dava l'ultimo diletto. + +Alora il suo parlar vidi esser vano, +Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo. +Noi cominciammo il gioco a mano a mano; +Ordauro era frezzoso e di gran nerbo, +Sì che al principio pur mi parve strano, +Come io avessi morduto un pomo acerbo; +Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire, +Ch'io me disfeci e credetti morire. + +Io credetti morir per gran dolcezza, +Né altra cosa da poi stimai nel mondo. +Altri acquisti possanza o ver ricchezza, +Altri esser nominato per il mondo. +Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza +E il viver dilettoso e star iocondo; +Chi vôle onore o robba con affanno, +Me non ascolti, ed abbiasene il danno. + +Più fiate poi tornammo a questo gioco, +E ciascun giorno più crescia il diletto; +Ma pur il star rinchiusa in questo loco +Mi dava estrema noia e gran dispetto; +E il tempo del piacer sempre era poco, +Però che quel zeloso maladetto +Me ritornava sì ratto a vedere, +Che spesso me sturbò di gran piacere. + +Unde facemmo l'ultimo pensiero +Ad ogni modo de quindi fuggire; +Ma ciò non puotea farsi de legiero, +Ché avea quel vecchio sì spesso a salire +Là dove io stava nel castello altiero, +Che non ci dava tempo di partire. +Al fin consiglio ce donò lo amore, +Che dona ingegno e sotigliezza al core. + +Ordauro Folderico ebbe invitato +Al suo palagio assai piacevolmente, +Mostrandoli che se era maritato, +Per trarli ogni sospeto della mente. +Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato, +Ch'io non potessi uscirne per niente, +Né sapendo di che, pur sbigotito, +Ne andò dove era fatto il gran convito. + +Io già prima de lui ne era venuta +Per quella tomba sotterra nascosa, +E d'altri panni ornata e proveduta +Sì come io fossi la novella sposa; +Ma come il vecchio m'ebbe qui veduta, +Morir credette in pena dolorosa; +E vòlto a Ordauro disse: "Ahimè tapino! +Ché ben ciò mi stimai, per Dio divino! + +Io non occisi già il tuo patre antico, +Né abruciai la tua terra con roina, +Che esser dovessi a me crudel nemico +E far la vita mia tanto meschina. +Ahi tristo e sventurato Folderico, +Che sei gabato al fin da una fantina! +Ora a mio costo vadase a impiccare +Vecchio che ha moglie, e credela guardare." + +Mentre che lui dicea queste parole +De ira e de sdegno tutto quanto acceso, +Ordauro assai de ciò con lui se dole, +Mostrando in vista non averlo inteso; +E giura per la luna e per il sole, +Che egli è contra ragion da lui ripreso; +E che per il passato e tutta via +Gli ha fatto e falli onore e cortesia. + +Cridava il vecchio ognior più disperato: +"Questa è la cortesia! questo è l'onore! +Tu m'hai mia moglie, mio tesor robbato, +E poi, per darmi tormento maggiore, +M'hai ad inganno in tua casa menato, +Ladro, ribaldo, falso, traditore, +Perch'io veda il mio danno a compimento +E la mia onta, e mora di tormento." + +Ordauro se mostrava stupefatto, +Dicendo: "O Dio, che reggi il cel sereno, +Come hai costui de l'intelletto tratto, +Che fu de tal prudenza e senno pieno? +Or de ogni sentimento è sì disfatto, +Come occhi non avesse, più né meno. +Odi (diceva), Folderico, e vedi: +Questa è mia moglie, e che sia tua credi. + +Essa è figliola del re Manodante, +Che signoreggia le Isole Lontane; +Forse che in vista te inganna il sembiante, +Perché aggio inteso che fôr due germane +Tanto di faccia e membre simigliante, +Che, veggendole 'l patre la dimane +E la sua matre, che fatte le avia, +L'una da l'altra non ricognoscia. + +Sì che ben guarda e iudica con teco, +Prima che a torto cotanto ti doglie, +Perché contra al dover turbato èi meco." +Diceva il vecchio: "Non mi vender foglie, +Ch'io vedo pur di certo, e non son ceco, +Che questa è veramente la mia moglie: +Ma pur, per non parer paccio ostinato, +Vado alla torre, e mo serò tornato. + +E se non la riveggio in quel girone, +Non te stimar di aver meco mai pace: +In ogni terra, in ogni regïone +Te perseguitarò, per Dio verace; +Ma se io la ritrovo, per Macone +De averti detto oltraggio mi dispiace; +Ma fa che questa quindi non si mova +Insin ch'io torni e vedane la prova." + +Così dicendo, con molta tempesta, +Trottando forte, alla torre tornava; +Ma io, che era de lui assai più presta, +Già dentro dalla rocca lo aspettava; +E sopra il braccio tenendo la testa, +Malanconosa in vista me mostrava. +Come fu dentro ed ebbemi veduta, +Meravigliosse e disse: "Iddio me aiuta! + +Chi avria creduto mai tal meraviglia, +Né che tanto potesse la natura, +Che una germana sì l'altra somiglia +De viso, de fazione e di statura? +Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia, +Ed ho, senza cagione, alta paura, +Però che io credo, e certo giurarei, +Che quella che è là giù, fosse costei." + +Poi verso me diceva: "Io te scongiuro, +Se mai speri aver ben che te conforte: +Fosti oggi ancor di for da questo muro? +Chi te condusse, e chi aperse le porte? +Dimmi la verità, ch'io te assicuro +Che danno non avrai, pena, né morte; +Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai, +Da me non aspettare altro che guai." + +Ora non dimandar come io giurava +Il celo e' soi pianeti tutti quanti: +Quel che si fa per ben, Dio non aggrava, +Anci ride il spergiuro degli amanti. +Così te dico ch'io non dubitava +Giurare e l'Alcorano e' libri santi, +Che dapoi ch'era intrata in quel girone +Non era uscita per nulla stagione. + +Lui, che più non sapea quel che se dire, +Torna di fora, e le porte serrava. +Io d'altra parte non stavo a dormire, +Ma per la tomba ascosa me ne andava, +E a nova guisa m'ebbi a rivestire. +Quando esso gionse, e quivi mi trovava: +"Il cel - diceva - e Dio non faria mai +Che questa è quella che là su lasciai." + +Così più volte in diversa maniera +Al modo sopradetto foi mostrata, +E sì for di sospetto il zeloso era, +Che spesso me appellava per cognata. +Fo dapoi cosa facile e legiera +Indi partirsi; perché una giornata +Ordauro a Folderico disse in breve +Che quella aria marina è troppo greve; + +E che non era stato una ora sano, +Dapoi che venne quivi ad abitare; +Sì che al giorno sequente e prossimano +Nel suo paese volea ritornare, +Ch'era da tre giornate indi lontano. +Or Folderico non se fie' pregare, +Ma per se stesso se fo proferito +A farce compagnia for de quel sito. + +E con noi venne forse da sei miglia, +E poi con fretta adietro ritornava. +Ora io non so s'egli ebbe meraviglia, +Quando alla rocca non me ritrovava. +La lunga barba e le canute ciglia, +Maledicendo il cel, tutte pelava; +E destinato de averme o morire, +Nostro camino se pose a seguire. + +E non avendo possa, né ardimento +Di levarme per forza al giovanetto, +Veniaci dietro con gran sentimento, +Del qual troppo era pieno il maledetto. +Ora ciascun di noi era contento, +Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto, +Che senza altro pensier ne andamo via; +Forse da trenta eramo in compagnia. + +Scudieri e damiselle eran costoro, +Tutti senza arme caminando adaggio; +Emo la vittualia e argento ed oro +Posto sopra gambeli al carrïaggio; +Perché tutta la robba e il gran tesoro +Che possedeva quel vecchio malvaggio, +Avevamo noi tolta alla sicura, +Là dove io venni per la tomba oscura. + +Già la prima giornata caminando +Aveàn passata senza impedimento; +Ordauro meco ne venìa cantando, +Ed avea indosso tutto il guarnimento +Di piastre e maglia, e cento al fianco il brando; +Ma la sua lancia e il bel scudo d'argento +E l'elmo adorno di ricco cimero +Gli eran portati apresso da un scudero: + +Quando davanti, in mezo del camino, +Scontramo un damigello in su l'arcione. +Quel veniva cridando: "Ahimè tapino! +Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone"; +Ed era alle sue spalle uno assassino +(Così sembrava in vista quel fellone); +Correndo a tutta briglia per il piano +Seguiva il primo con la lancia in mano. + +Per il traverso di quel bosco ombroso +Passarno e duo, correndo a gran flagello. +Ordauro de natura era pietoso, +Onde gli increbbe di quel damigello, +E posesi a seguir senza riposo; +Ma ciascun di color parea uno uccello, +Ch'eran senza arme e scarchi e lor destrieri, +Però veloci andavano e legieri. + +Ordauro il suo ronzone avea coperto +Di piastra e maglia, onde ebbe molto affanno: +E per esser lui di malizia experto, +Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno; +Perché, come io conobbi poi di certo, +Sol Folderico avea fatto ad inganno +Quel giovanetto e quel ladron venire, +Acciò che Ordauro gli avesse a seguire. + +E come fu da noi sì dilungato, +Che di gran lunga più non si vedia, +Il falso vecchio se fu dimostrato, +Con circa a vinti armati in compagnia. +Ciascun de' nostri se fu spaventato, +Chi qua chi là per lo bosco fuggia, +Né fu chi se ponesse alle diffese, +Onde il vecchiardo subito me prese. + +Se io ero in quel ponto dolorosa, +Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare. +Per una strata de bronchi spinosa, +Dove altri non suolea mai caminare, +Me conducea quel vecchio alla nascosa, +E cento macchie ce fe' traversare, +Perché de Ordauro avea molta paura; +Or noi giongemo ad una valle oscura. + +Stata ero io presa duo giorni davanti, +Quando giongemmo a l'ombroso vallone; +Io non avea giamai lasciato e pianti, +Benché me confortasse quel vechione. +Eccote uscir del bosco tre giganti, +Ciascuno armato e con grosso bastone; +Un d'essi venne avanti e cridò forte: +"Getti giù l'arme chi non vôl la morte." - + +Stava la dama in questo ragionare +Col conte Orlando, ed ancora seguia, +Però che li voleva racontare, +Come e giganti l'ebbero in balìa, +E come il vecchio la volse aiutare; +E lui fu morto e la sua compagnia, +E sua ventura poi de parte in parte, +Sin che soccorsa fu da Brandimarte; + +Ma nova cosa che ebbe ad apparire, +Qual sturbò il ragionar della donzella; +Ché un cervo al verde prato vedean gire +Pascendo intorno per l'erba novella. +Come era vago non potrebbi io dire, +Ché fiera non fu mai cotanto bella; +Quel cervo è della Fata del Tesoro, +Ambe le corne ha grande e de fino oro. + +Lui come neve è bianco tutto quanto, +Sei volte il giorno di corno se muta; +Ma de pigliarlo alcun non se dà vanto, +Se forse quella fata non lo aiuta; +Ed essa è bella ed è ricca cotanto, +Che omo non ama e ciascadun riffiuta; +Ché beltate e ricchezza a ogni maniera +Per sé ciascuna fa la donna altiera. + +Or questo cervo pascendo ne andava, +Quando fo visto dai duo cavallieri +E dalla dama, che ancor ragionava. +Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri, +Ma non già il conte, perché egli estimava +Quelle ricchezze per cose legieri; +E però apena li fece riguardo, +Abenché avesse il bon destrier Baiardo. + +Ma sopra a Brigliadoro è Brandimarte, +Qual, come il cervo vide, in su quel ponto +Dal conte Orlando subito se parte, +Ché de acquistarlo avea l'animo pronto; +Ma quello era fatato con tal arte, +Che non l'arìa volando alcuno agionto +Però il seguiva Brandimarte in vano +Quel giorno tutto quanto per il piano. + +Poiché venuta fu la notte oscura, +Lui perse il cervo per le fronde ombrose, +E veggendosi al fin de sua ventura, +Poscia che 'l giorno la luce nascose, +Vestito sì come era de armatura +Nel verde prato a riposar se pose; +E poi nel tempo fresco, al matutino, +Monta il destriero e torna al suo camino. + +Quel che poi fece con l'omo selvaggio +Che la sua Fiordelisa avea legata, +Nel canto che vien drieto conteraggio, +E dirò la battaglia cominciata +Tra Ranaldo e Grifon senza vantaggio. +Per Dio, tornate a me, bella brigata, +Ché volentieri ad ascoltar vi aspetto, +Per darvi al mio cantar zoia e diletto. + +Canto ventesimoterzo + +Seguendo, bei segnori, il nostro dire, +Brandimarte dal conte era partito, +E perse il cervo e posese a dormire; +Ma poi, al novo giorno resentito, +Al suo compagno volea rivenire; +E già sopra il destrier sendo salito, +Ascoltando li parve voce umana +Che si dolesse, e non molto lontana. + +E poi che un pezzo per odir fu stato, +Verso quel loco se pose ad andare; +E come aveva alquanto cavalcato, +Stavasi fermo e quieto ad ascoltare; +E così andando gionse ad un bel prato, +E colei vide, che odìa lamentare, +Legata ad una quercia per le braccia; +Come la vide, la cognobbe in faccia. + +Perché quella era la sua Fiordelisa, +Tutto il suo bene e vita del suo core; +Sì che pensati voi or con qual guisa +Se cangiò Brandimarte de colore. +Era l'anima sua tutta divisa: +Parte allegrezza e parte era dolore, +Ché d'averla trovata era zoioso, +Ma del suo mal turbato e doloroso. + +Più non indugia, che salta nel piano, +E lega Brigliadoro ad una rama; +Va con gran fretta il cavallier soprano +Per discioglier colei che cotanto ama; +Ma quello omo bestiale ed inumano +Ch'era nascoso in guardia de la dama, +Come lo vide, uscì de quel macchione, +E imbraccia il scudo ed impugna il bastone. + +Era quel scudo tutto de una scorza +Ben atto a sostenire ogni percossa, +Né dubbio è che se piega o che se torza, +Perché de un gran palmo egli era grossa. +Omo non ave mai cotanta forza, +Cavalliero, o gigante di gran possa, +Quanto ha quello omo rigido e selvaggio: +Ma non cognosce a zuffa alcun vantaggio. + +Abita in bosco sempre, alla verdura, +Vive de frutti e beve al fiume pieno; +E dicesi ch'egli ha cotal natura, +Che sempre piange, quando è il cel sereno, +Perché egli ha del mal tempo alor paura, +E che 'l caldo del sol li venga meno; +Ma quando pioggia e vento il cel saetta, +Alor sta lieto, ché 'l bon tempo aspetta. + +Vene questo omo adosso a Brandimarte, +Col scudo in braccio e la maza impugnata; +Non ha di guerra lui senno né arte, +Ma legerezza e forza smisurata. +Non era il baron vòlto in quella parte, +Ma là dove la dama era legata; +E se lei forse non se ne avedia, +Quello improviso adosso li giongia. + +De ciò non se era Brandimarte accorto, +Ma quella dama, che 'l vide venire, +Cridò: - Guârti, baron, che tu sei morto! - +Non se ebbe il cavalliero a sbigotire; +E più d'esso la dama ebbe sconforto +Che di se stessa, né del suo morire, +Perché con tutto il cor tanto lo amava +Che, sé scordando, sol di lui pensava. + +Presto voltosse il barone animoso +E se ricolse ad ottimo governo; +E quando vide quel brutto peloso, +Beffandolo fra sé, ne fie' gran scherno; +E stette assai sospeso e dubbïoso +Se questo era omo o spirto dello inferno; +Ma sia quel che esser voglia, e' non ne cura, +E vallo a ritrovar senza paura. + +A prima gionta il salvatico fiero +Menò sua mazza, che cotanto pesa, +E gionse sopra il scudo al cavalliero, +Che ben stava coperto in sua diffesa; +E come quel che è scorto a tal mestiero, +Taglia quella col brando alla distesa. +Come lui vide rotta la sua mazza, +Saltagli adosso e per forza l'abbrazza. + +E lo tenìa sì stretto e sì serrato, +Che non puoteva se stesso aiutare. +Più volte il cavallier se fo provato +Con ogni forza de sua man campare; +Ma quanto un fanciulletto adesso nato +Potrebbe a petto a uno omo contrastare, +Tanto il selvaggio di estrema possanza +E di gran forza Brandimarte avanza. + +Via ne 'l portava e stimavalo tanto +Quanto fa il lupo la vil pecorella. +Ora chi odisse il smisurato pianto +Che facea lamentando la donzella, +A Dio chiamando aiuto, ad ogni Santo +In cui sperava, alla Fede novella: +Chi odisse il pianto e 'l piatoso sermone, +Ciascuno avria di lei compassïone. + +Tuttavia quel selvaggio omo il portava; +Per le braccia a traverso l'avia preso; +Lui quanto più puotea si dimenava, +D'ira, de orgoglio e di vergogna acceso; +Ma quel suo dimenar poco giovava, +Perché il selvaggio lo tenìa sospeso +Alto da terra, perché era maggiore, +Correndo tuttavia con gran furore. + +Gionse correndo, col barone in braccio, +Dove era un'alta pietra smisurata; +Correa nella radice un gran rivaccio, +Che l'avea da quel canto dirupata, +Sì che da cima al fondo avea di spaccio +Seicento braccia la ripa tagliata. +Quivi il selvaggio ne portò il barone +Per trabuccarlo giuso a quel vallone. + +Come fo gionto a l'orlo del gran sasso, +Via lo lancia da sé senza riguardo; +Poco mancò che non gionse al fraccasso +Del dirupo alto il cavallier gagliardo, +E ben gli fo vicino a men d'un passo. +Ma presto saltò in piede e non fo tardo; +Perché egli aveva ancora in mano il brando, +Verso il selvaggio se ne andò cridando. + +Quel non aveva scudo né bastone, +L'uno era rotto, l'altro avea lasciato; +Corse ad uno olmo e prese un gran troncone, +E non l'avendo ancor tutto spiccato, +Brandimarte il ferì sopra al gallone, +E di gran piaga l'ebbe vulnerato. +Lui, ch'è orgoglioso ed ha superbia molta, +Quel troncon lascia ed al baron si volta. + +Voltasi quel selvaggio furïoso +A Brandimarte per saltargli adosso; +Il cavallier col brando sanguinoso, +Nel voltar che se fie', l'ebbe percosso; +Via tagliò un braccio, che è tutto peloso, +E gionse al busto smisurato e grosso; +Giù per le coste insieme alla ventraglia +Tutte col brando ad un colpo gli taglia. + +Quel non se puote alor più sostenire, +Cade cridando in su la terra dura; +E' non sapea parole proferire, +Ma facea voce terribile e oscura. +Quando il barone lo vide morire, +Quivi lo lascia e più non ne dà cura, +Anci correndo a quel prato ne andava, +Dove il destriero e la sua dama stava. + +Come fu gionto ove era la donzella, +Di gran letizia non sa che si fare; +Tienla abbracciata e già non li favella, +Ché de allegrezza non puotea parlare. +Or per non far de ciò longa novella, +Quella disciolse ed ebbe a cavalcare, +E posesela in groppa, e a lei rivolto +Parlando andava per quel bosco folto. + +E l'uno e l'altro insieme racontava, +Questa come fu tolta dal vecchione +Che per la selva oscura la portava, +E come fu poi morto dal leone; +E così a lei Brandimarte narrava +De' tre giganti quella questïone +Che fatta aveano al prato della fonte, +E de la dama che portava il conte. + +E così l'uno e l'altro ragionando +De lor travaglio e de la lor paura, +Veniano a ritrovare il conte Orlando. +Ma ad esso era incontrata altra ventura, +Qual poi a tempo vi verrò contando; +Ora al presente poneti la cura +Ad ascoltar la zuffa e la tenzone +Che ebbe Ranaldo col franco Grifone. + +Né so se vi ricorda nel presente, +Segnor, come io lasciassi quella cosa +De' due baron, che nequitosamente +Facean cruda battaglia e tenebrosa, +E stimavan la vita per nïente, +E quello e questo mai non se riposa, +Né sparma colpi alcun, né si nasconde, +Ma l'uno l'altro a bon gioco risponde. + +Tutta la gente quivi se adunava, +Pedoni e cavallieri a poco a poco; +Sì ciascun de veder desiderava, +Che strettamente li bastava il loco. +Marfisa avanti agli altri riguardava, +Tutta nel viso rossa come un foco; +Ma, mentre che mirava, ecco Ranaldo +Mena un gran colpo furïoso e saldo; + +E sopra l'elmo gionse de Grifone, +Ch'era affatato, come aveti odito; +Se alora avesse gionto un torrïone, +Sin gioso al fondo l'arebbe partito; +Ma quello incanto e quella fatasone +Campò da morte il giovanetto ardito, +Benché a tal guisa fu del spirto privo, +Che non moritte e non rimase vivo. + +Però che, briglia e staffe abandonando, +Pendea de il suo destriero al destro lato, +E per il prato strasinava il brando, +Perché l'aveva al braccio incatenato. +Quando Aquilante il venne remirando, +Ben lo credette di vita passato, +E sospirando di dolore e d'ira +Verso Ranaldo furïoso tira. + +Questo era anch'esso figlio de Olivero, +Come Grifone, e di quel ventre nato, +Né di lui manco forte né men fiero, +E come l'altro aponto era fatato: +L'arme sue, dico, il brando e il bon destriero, +Benché a contrario fosse divisato, +Ché questo tutto è nero, e quello è bianco, +Ma l'un e l'altro a meraviglia è franco. + +Sì che non fo questo assalto minore, +Ma più crudele assai ed inumano, +Perché Aquilante avea molto dolore, +Credendo essere occiso il suo germano; +E come disperato a gran furore +Combattea contra il sir de Montealbano, +Ferendo ad ambe man con molta fretta, +Per morir presto o far presto vendetta. + +Da l'altra parte a Ranaldo parea +Ricever da costoro a torto ingiuria, +Però più dello usato combattea +Terribilmente, acceso in maggior furia; +Contra sé tutti quanti li vedea, +E lui soletto non ha chi lo alturia +Se non Fusberta e il suo core animoso, +Però combatte irato e furïoso. + +- Or via, - diceva lui - brutta canaglia! +Mandati ancor de li altri a ricercare, +Che vengano a fornir vostra battaglia; +O venitene insieme, se vi pare, +Che tutti non vi stimo un fil de paglia. +Come poteti gli occhi al celo alciare +De vergogna, o vedere vi lasciati, +Sendo tra gli altri sì vituperati? - + +Non respondeva Aquilante nïente, +Benché egli odisse quel parlar superbo, +Ma, stringendo de orgoglio dente a dente, +Con quanta possa aveva e quanto nerbo +Ferì Ranaldo ne l'elmo lucente +De un colpo furïoso e tanto acerbo, +Che Ranaldo le braccia al celo aperse +Per la gran pena che al colpo sofferse. + +E se il suo brando non fosse legato +Al destro braccio, come lui portava, +Ben li serìa caduto al verde prato. +Or Rabicano a gran furia ne andava, +Perché Ranaldo il freno avea lasciato, +Né dove fosse alor se ricordava; +Ma di profondo spasmo e di dolore +Ave perduto lo intelletto e il core. + +Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno, +Per tutto intorno al campo lo seguìa; +Ed avea preso al cor tanto veleno, +Che così volontier morto l'avria, +Come fosse un pagan, né più né meno. +Ma ritornò Ranaldo in sua balìa; +Proprio alor che Aquilante l'avea gionto, +In sé rivenne vigoroso e pronto. + +E, ritrovato il brando che avea perso, +Voltò contra Aquilante il corridore, +Acceso di furor troppo diverso; +Con quanta forza mai puote maggiore, +Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso. +Non valse ad Aquilante il suo valore, +Né l'arme fatte per incantamento, +Ché stramortito perse il sentimento. + +Ranaldo già nïente indugiava, +Perché era d'ira pieno a quella fiata, +E l'elmo prestamente li slaciava, +E ben gli avrebbe la testa tagliata: +Ma Chiarïone la lancia arrestava, +Così come era la cosa ordinata; +Né de lui se accorgendo il fio d'Amone, +Di traverso il ferì sopra il gallone. + +Piastra non lo diffese o maglia grossa, +Ma crudelmente al fianco l'ha ferito. +Alor che ebbe Ranaldo la percossa, +Grifone aponto se fo risentito, +Ch'era stato gran pezzo in molta angossa +E fuora de intelletto sbalordito; +Via passò Chiarïon, rotta ha la lancia, +Ché tenire il destrier non ha possancia. + +Or, come io dissi, Grifon se risente, +Alor che via ne andava Chiarïone, +E non sapea de Aquilante nïente, +Né de questo altro ancor la questïone, +Ché mosso non serebbe certamente; +Ma così come uscì de stordigione, +Per vendicarse il colpo che avea còlto +Verso a Ranaldo furïoso è vòlto. + +Non era ancora il sir de Montealbano +Aconcio ne l'arcione e rassettato, +Per quello incontro sì crudo e villano +Che quasi fuor di sella andò nel prato, +Quando gionse Grifon col brando in mano; +Trovandolo improviso e sbarattato, +Gli donò un colpo orribile e possente: +Voltosse il fio de Amon come un serpente. + +Come un serpente per la coda preso, +Che gonfia il collo e il busto velenoso, +Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso, +A Grifon se rivolse nequitoso; +E ben l'avrebbe per terra disteso, +Tanto menava un colpo furïoso; +Se non che Chiarïon, ch'era voltato, +Giongendo sturbò il gioco cominciato. + +E sopra il braccio destro lo percosse, +Come ebbe de improviso ad arivare, +E con tanta ruina lo commosse, +Che quasi il fece il brando abandonare. +Pensati se Ranaldo ora adirosse, +Che perder non vo' tempo al racontare; +Forte cridando, giura a Dio divino +Che tutti non gli stima un vil lupino. + +E se rivolta contra a Chiarïone, +E darli morte al tutto è delibrato; +Ma già per questo non resta Grifone, +Né il lascia prender lena e trare il fiato. +Ecco Aquilante ariva alla tenzone, +Che era de stordigion già ritornato, +Ma non già al tutto, perché veramente +Non s'accorgea de gli altri duo nïente: + +De gli altri duo che, ciascadun più fiero, +Stanno d'intorno Ranaldo a ferire; +Ciò non pensa Aquilante, quello altiero, +Ma sua battaglia destina finire. +Spronando a gran ruina il suo destriero +Lascia sopra a Ranaldo un colpo gire +Tanto feroce, dispietato e crudo, +Che tagliò tutto per traverso il scudo. + +Sotto il scudo la piastra del bracciale +Sopra un cor' buffalino era guarnita; +La manica de maglie nulla vale, +Ché gli fece nel braccio aspra ferita. +A' circonstanti ciò parea gran male; +Sopra a gli altri Marfisa, quella ardita, +Va correndo, ché apena ritenuto +Se era sin ora di donargli aiuto. + +Onde se mosse lui con la regina +Che di prodezza al mondo non ha pare. +Qual vento, qual tempesta di marina +Se puote al gran furore equiperare? +Quando Marfisa mosse con ruina, +Parea che e monti avessero a cascare, +E' fiumi andasser nello inferno al basso, +Ardendo l'aria e il celo a gran fraccasso. + +A quel furor terribil e diverso +Serebbe tutto il mondo sbigotito; +Per ciò non ha Grifon l'animo perso, +Né il suo german, che fo cotanto ardito; +Ma ciascun de gli altri ha il cor summerso +Quando vider colei sopra a quel sito, +Qual con tal furia nel giorno davanti +Gli avea cacciati e rotti tutti quanti. + +Venner contra Marfisa e duo germani, +Ciascun di lor se stringe, il scudo imbraccia; +E il pro' Ranaldo, solo in su quei piani, +Al re Adrïano e a Chiarïon minaccia; +E fôr Torindo ed Oberto alle mani, +Ben che ferito è Oberto nella faccia. +Trufaldin sta da parte e pone mente, +Come avesse de questo a far nïente. + +L'una e poi l'altra zuffa voglio dire, +Perché in tre lochi a un tempo se travaglia, +E il rumore è sì grande ed il ferire +E il spezzar delle piastre e della maglia, +Che apena se potrebbe il trono odire. +Or, cominciando alla prima battaglia, +Grifone ed Aquilante alla frontera +Tolsero in mezo la regina fiera. + +Lei, come una leonza che di pare +Se veggia in mezo a duo cervi arivata, +Che ad ambo ha il core e non sa che si fare, +Ma batte i denti, e quello e questo guata; +Cotal Marfisa se vedea mirare, +Adosso l'uno e l'altro inanimata, +Sol dubitando la regina forte +A cui prima donar debba la morte. + +Ma star sospesa non li fa mestiero, +Ché ben gli diè Grifone altro pensare; +Ad ambe mani il giovanetto fiero +Un colpo smisurato lasciò andare. +Il drago, che ha la dama per cimiero, +Fece in due parte alla terra callare; +Non fo Marfisa per quel colpo mossa, +Benché sentisse al capo gran percossa. + +Verso Grifon turbata un colpo mena, +Con quel gran brando che ha tronca la ponta; +Ma non è verso lui voltata apena, +Che nel collo Aquilante l'ebbe gionta. +Pensati or se ella rode la catena, +E se a tal cosa prese sdegno ed onta, +Perché quel colpo orribile e improviso +Batter li fece contra a l'elmo il viso. + +E gli uscì il sangue da' denti e dal naso, +Che non gli avvenne in battaglia più mai. +Dricciandosi cridò: - Giotton malvaso, +Se tu sapesti quel che tu non sai, +Voresti nel girone esser rimaso: +Or vo' che sappi che tu morirai +Per le mie mane, e non è in celo Iddio +Che te possa campar dal furor mio. - + +Mentre che ella braveggia a suo volere, +Non ha il franco Grifone il tempo perso, +Ma con ogni sua forza e suo potere +In fronte la ferì de un gran riverso. +Io non sapria cantando far vedere +Di lei lo assalto orribile e diverso, +Ché, non curando più la sua persona, +Verso Aquilante tutta se abandona. + +Ferì con tal superbia la adirata, +Con tal ruina e con furor cotanto, +Che, se non fosse la piastra incantata, +Fesso l'avria per mezzo tutto quanto. +Dicea il franco Grifon: - Cagna rabbiata, +Tu non te donarai al mondo il vanto +Che promisso hai, de occider mio germano: +Ma serà tuo zanzar bugiardo e vano. - + +Così dicendo la ferì del brando +Con gran tempesta ne l'elmo lucente. +Or, bei segnori, a Dio ve racomando, +Perché finito è il mio dire al presente; +E, se tornati, verrovi contando +Questa battaglia nel canto sequente, +Qual fo tra gente di cotanto ardire, +Che ve fia gran diletto odendol dire. + +Canto ventesimoquarto + +Se non me inganna, segnor, la memoria, +Seguir convene una zuffa grandissima, +Ché a l'altro canto abandonai la istoria +Della dama terribile e fortissima, +Quale ha tanta arroganza e sì gran boria, +Che vergognata se stima e vilissima +E che beffando ogni om dietro gli rida, +Se tutto il mondo a morte non disfida. + +Da l'altra parte Aquilante e Grifone +Eran duo cavallier di tanto ardire, +Che lo universo non avea barone +Qual gli potesse entrambi sostenire: +Dico né Orlando, né il figlio de Amone, +O di qual altro più se possa dire, +Perché ciascun di lor, fronte per fronte, +Tiene battaglia al pro' Ranaldo e al conte. + +Onde una zuffa sì pericolosa +Non fo nel mondo più fatta giamai, +Come fu tra Marfisa valorosa +E i duo guerrer, che avean prodezza assai. +Per ordine vi voglio or dir la cosa, +Ché, se ben mi ramento, io ve lasciai +Come la dama ne l'elmo forbito +Era percossa da Grifone ardito. + +A lui se volta con tanta ruina, +Che lo credette al tutto dissipare; +Gionse nel scudo la forte regina, +E quel spezzato fa per terra andare; +E se non era l'armatura fina +Che quella fata bianca ebbe a incantare, +Tagliava lui con tutto il suo destriero, +Tanto fu il colpo dispietato e fiero. + +Ben gli rispuose il franco giovanetto +Ed a due man ne l'elmo la percosse, +E callò il brando ne lo armato petto. +Aquilante a quel tempo ancor se mosse; +Ma la regina con molto dispetto +Contra di lui turbata rivoltosse, +E nel viso il ferì con tal tempesta, +Che su le groppe il fie' piegar la testa. + +Né pone indugia, che a Grifon se volta, +E mena un colpo tanto disperato, +Che al giovanetto avria la vita tolta, +Se quel non fusse per incanto armato. +Mentre a quel colpo è la dama disciolta, +Aquilante arivò da l'altro lato, +E con gran furia ne l'elmo la afferra, +Credendo a forza metterla per terra. + +Forte tira Aquilante ad ambe braccia; +Marfisa abranca lui di sopra al scudo, +E via dal petto con la mano il straccia. +Allor Grifone, il giovanetto drudo, +De aiutare Aquilante se procaccia, +E menò un colpo dispietato e crudo, +Tal che col brando il scudo gli fracassa; +Lei se rivolta ed Aquilante lassa. + +Lascia Aquilante e voltasi al germano, +E lo ferì de un colpo furïoso; +Or chi più presto può, gioca de mano, +Né indugia vi si pone, o alcun riposo. +Come in un tempo oscuro e subitano, +Che vien con troni e vento ruïnoso, +Grandine e pioggia batte in ogni sponda, +Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda; + +Così son essi, ed era il suo colpire: +Nïun de' duo quella dama abandona, +Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire. +Lei da altra parte è sì franca persona, +Che il lor vantaggio poco viene a dire. +Alle spesse percosse il cel risuona; +Né vinti fabri a botta di martello +Farian tanto rumore e tal flagello. + +Vicino a questi, proprio in su quel piano, +Era un'altra terribil questïone, +Però che 'l franco sir de Montealbano +Ha il re Adrïano adosso e Chiarïone. +Benché ferito è quel baron soprano +Forte nel braccio manco e nel gallone, +Pure è sì fiero e sì di guerra saggio, +Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio. + +Tra il forte Oberto e quel re de Turchia +La zuffa cominciata ancor durava; +Torindo la battaglia mantenia, +Abenché Oberto forte lo avanzava. +Più fier cresce lo assalto tutta via, +In quei tre lochi ogni om se adoperava; +Vero è che con più ardore ed altra guisa +Se combattea là dove era Marfisa. + +Ma poi de tutte tre queste battaglie +Vi contaraggio il fin, ciò vi prometto; +Or convengo narrarvi altre travaglie +De il conte Orlando, che giva soletto +Tra l'aspre spine e le sassose scaglie, +Dove il lasciai, in quel folto boschetto; +Sol di trovare il suo compagno ha cura, +Sempre cercando insino a notte scura. + +Da poi che 'l giorno al tutto fu passato, +E già splendia nel cel ciascuna stella, +E non trova colui che egli ha cercato, +Né scontra che de quel sappia novella, +Smonta Baiardo e discese nel prato, +Ed avea seco quella damigella +Di cui longo parlare aveti odito, +Qual fie' la beffa al suo vecchio marito. + +Lei de essere assalita dubitava, +E forse non gli avria fatto contrasto; +Ma questo dubbio non gli bisognava, +Ché Orlando non era uso a cotal pasto. +Turpino affirma che il conte de Brava +Fo ne la vita sua vergine e casto. +Credete voi quel che vi piace ormai; +Turpin de l'altre cose dice assai. + +Colcossi a l'erba verde il conte Orlando, +Né mai se mosse insino al dì nascente. +Lui dormia forte, sempre sornachiando; +Ma la donzella non dormì nïente, +Perché stava sospesa, imaginando +Che questo cavallier tanto valente +Non fosse al tutto sì crudo de core, +Che non pigliasse alcun piacer de amore. + +Ma poi che la chiara alba era levata, +E vide del baron le triste prove, +In groppa gli montò disconsolata, +E se saputo avesse andare altrove, +Via volentieri ne serebbe andata; +Ma, come io dico, non sapeva il dove. +Malinconiosa e tacita si stava: +Il conte la cagion gli domandava. + +Ella rispose: - Il vostro sornacchiare +Non mi lasciò questa notte dormire, +Et, oltra a ciò, me sentia piziccare. - +Dicendo questo e volendo altro dire, +Avanti a loro una donzella appare, +Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire, +Sopra de un palafren di seta adorno; +Un libro ha in mano ed alle spalle un corno. + +Bianco era il corno e d'un ricco lavoro, +Troppo mirabilmente fabricato; +Di smalto colorito e splendido oro +Da ciascun capo e in mezo era legato; +E ben valeva infinito tesoro, +De tante ricche pietre era adornato: +E, come io dissi, il porta una donzella +Sopra de l'altre grazïosa e bella. + +Come fu giunta, ad Orlando se inchina, +E con parlar cortese e voce pura +Gli disse: - Cavallier, questa matina +Trovato aveti la maggior ventura +Che abbia la terra e tutta la marina; +Ma a ciò bisogna un cor senza paura, +Quale aver debbe un cavallier perfetto, +Sì come voi mostrati nello aspetto. + +Questo libro la insegna ad acquistare, +Ma il modo e la maniera convien dire. +Prima il bel corno vi convien suonare, +Poi de improviso questo libro aprire, +E leggeriti quel che avriti a fare +Di quella cosa che abbia ad apparire; +Perché, suonando il corno, a prima voce +Verrà qualcosa orribile e feroce. + +Ma il libro chiarirà, quale io ve ho detto, +Come vi abbiate in quella a governare; +E non crediati già di aver diletto, +Ma converravi il brando adoperare. +Come sereti fuor di quel sospetto, +Non vi bisogna ponto indugïare, +Ché vostra libertà vi serìa tolta; +Ma il corno suonareti un'altra volta. + +Ed a quel suono ancor qualche altra cosa +Vedreti uscire e qualche gran periglio; +E voi, come persona valorosa, +Aprite il libro e prendite consiglio; +Ma se teneti l'alma paurosa, +A tal ventura non dati de piglio; +Perché ardito principio e mala fine +Fatto ha più volte assai gente tapine. + +E ciò ve dico per questa ragione: +Il corno per incanto è fabricato, +E se alcun cavalliero è sì fellone, +Che dopo il primo suon sia spaventato, +Sempre seranne in sua vita pregione, +Ché a la Isola del Lago fia menato; +Né a cui spiace il finir, die' cominciare: +Tre volte il corno se convien sonare. + +Alle due prime incontra gran travaglia, +Pena e fatica troppo smisurata, +Ed a ciascuna convien far battaglia; +Ma, suonando da poi la terza fiata, +Non bisogna adoprar brando né maglia, +Che uscirà cosa tanto aventurata, +Qual, se campasti ancor de li anni cento +In vostra vita, vi farà contento. - + +Da poi che il conte dalla dama intese +L'alta ventura e la gran meraviglia, +De trarla al fine entro al suo cor se accese, +Né fra sé pensa o con altrui consiglia, +Ma con gran voluntà la man distese, +E prestamente il libro e il corno piglia; +E per meglio acconciarse a quella guerra, +La dama che avea in groppa pose a terra. + +Poi messe a bocca il corno in abandono, +Come colui che ciò ben far sapiva. +Sembrava quasi quella voce un trono, +E ben da longe de intorno se odiva; +Ed ecco nella fin del primo suono +Una gran pietra in due parte se apriva; +La pietra a cento braccia era vicina: +Tutta se aperse con molta ruina. + +Rotta che fo la pietra per traverso, +Duo tori uscirno con molto rumore, +Ciascun più fiero orribile e diverso, +Con vista cruda e piena di terrore. +Le corne avian di ferro, e il pel riverso +Tutto alla testa, e di strano colore, +Però che or verde, or negro se mostrava, +Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava. + +Aperse Orlando il libro incontinente; +Così diceva a ponto la scrittura: +'Cavallier, sappi che serai perdente, +Se ad occider quei duo tu poni cura, +Ché con la spada faresti nïente; +Ma se vôi trare a fin questa ventura, +Pigliarli te convien con molta pena +E legarli ambi insieme a una catena. + +Poi che sian gionti, ti conviene andare +Là dove vedi la pietra intagliata, +E il campo ivi de intorno tutto arare; +E questo è quanto alla prima sonata. +Nella seconda torna a riguardare, +Perché il modo e la via te fia mostrata +De aver de questa impresa onore o morte. +Via! via! barone; e fa che te conforte.' + +Non fece Orlando al libro più riguardo, +Ma se rivolse al fraccassato sasso; +Né certo bisognava esser più tardo, +Però che e tori uscirno a gran fracasso. +Esso era già smontato di Baiardo, +E lor contra ne andava a fermo passo. +Or gionse il primo ed abassa la testa +E ferì in fianco il conte a gran tempesta. + +Più de otto braccia ad alto l'ha gettato, +E cade in terra con grave percossa. +Gionse il secondo, e col corno ferrato +Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa, +E un'altra fiata al cel lo ebbe levato, +E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa; +Vero è che alcun di lor non l'ha ferito, +Perché è fatato il cavalliero ardito. + +Or se lui se turbò, non dimandate, +Ché contar non puotria la voce umana; +Come ebbe in terra le piante fermate, +Ben dimostrava sua forza soprana, +Botte menando tanto desperate +Che sibillar faceva Durindana; +E per le corne e pel dosso peloso +Mena a traverso il conte furïoso. + +Ma, come il brando suo fosse de un fusto, +Non li puotea tagliar la pelle adosso; +Così fatato avean quei tori il busto, +Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso; +E benché 'l conte fosse aspro e robusto, +L'avean di qua, di là tanto percosso, +Con le corne di ferro sì pistato, +Che a gran fatica puotea trar il fiato. + +Pur, come quel che è fiero oltra a misura, +Facea del suo dolore aspra vendetta; +Sempre combatte con vista secura, +E de ferire a l'uno e a l'altro afretta; +E benché abbian la pelle e grossa e dura, +Muggiavan molte fiate per gran stretta, +Ché lui feriva con tanta roina, +Che spesso a terra or questo or quello inchina. + +E cominciavan già de rinculare, +A testa bassa facendo diffesa; +Ma, come il conte gli andava a trovare, +Era di novo sua superbia accesa. +Così tre volte se ebbero a fermare, +E tre volte tornarno alla contesa: +Al fine Orlando, per finir la guerra, +Un d'essi in fronte per un corno afferra. + +Con la sinistra man nel corno il piglia, +E quel, forte mugiando, furïava +Facendo salti grandi a meraviglia, +E già per questo Orlando nol lasciava. +Esso avea tratto a Baiardo la briglia +E sotto la cintura la portava. +Questa era aredinata di catena: +Prendela il conte e il toro intorno mena. + +E mentre che così questo ragira, +Tenendol tuttavia preso nel corno, +Quell'altro toro, acceso de molta ira, +Sempre ferendo a lui giva d'intorno. +Il conte con gran forza il primo tira +Dove è un pilastro de marmore adorno, +Che fu del re Bavardo sepultura, +Come mostrava intorno la scrittura. + +Con questa briglia il primo ebbe legato, +E similmente ancor prese il secondo; +E poi che l'ebbe a quel sasso menato, +Tanto gli batte al colpo furibondo, +Che a l'uno e l'altro è l'orgoglio mancato. +Non se indugia il guerrer, che è fior del mondo, +Ma sì fra e tori attacca la sua spada, +Che 'l stocco avanti e l'elzo adrieto vada. + +Poi se fece d'un tronco una gran mazza, +E come biolco se pone ad arare; +Quei duo feroci tori avanti cazza +E dritto il solco li fa caminare. +Sempre col tronco li batte e minazza: +Mai non fu visto il più bel lavorare. +Per terra è Durindana e par che rada, +Radice e pietre taglia quella spada. + +Poi che fu il campo nelle sue confine +Arato tutto, Orlando fie' gran festa, +Dio ringraziando e sue virtù divine, +Che gli avea dato onor de tanta inchiesta. +Poi lasciò e tori, e non se vidde il fine +De lor, che se ne andarno con tempesta; +Muggiando forte via passarno un monte, +E uscîr de vista alle donzelle e al conte. + +Benché sofferto avesse molto affanno +Il franco conte alla battaglia dura, +A lui pareva ciascuna ora uno anno +De poter trare a fin tanta ventura; +Né stima che per forza o per inganno +Possa esser vinta sua mente sicura. +Senza altramente adunque riposare, +Prende il bel corno e comincia a suonare. + +Era smontata giù del palafreno +Quella donzella che portava il corno, +E nel bel prato de fioretti pieno +Se avea d'una ghirlanda il capo adorno; +Ma, come il suon del conte venne meno, +Tremò quella campagna tutta intorno, +E un piccol monticel ch'era in quel loco, +Se aperse in cima e fuor gettò gran foco. + +Stavasi queto il figlio di Melone, +Per veder ciò che al fine avesse a uscire. +Ecco fuor di quel monte esce un dragone, +Terribil tanto, ch'io nol posso dire. +La dama, che sapea la fatasone, +Tenne quell'altra, che volea fuggire, +Dicendo: - Sopra me stati sicura, +Ché solo al cavallier tocca paura. + +Questa facenda a noi non apartiene, +Ma quel barone al tutto fia deserto. - +Rispose l'altra: - Ben se gli conviene, +Ché un più malvaggio al mondo non è certo. - +Adunque ciascadun m'intenda bene, +Perché il caso de Orlando mostra aperto +Che ogni servigio di dama si perde +Chi non adacqua il suo fioretto verde. + +Or torno a ragionar di quel serpente +Che un altro non fu mai visto maggiore. +Di scaglie verde e d'oro era lucente, +L'ale ha depinte in diverso colore. +Tre lingue avea ed acuto ogni dente, +Battea la coda con molto rumore, +Sempre gettava foco e fiamma viva, +Che da l'orecchie e di bocca li usciva. + +Come il serpente in tutto si scoperse, +Il conte, che teniva il libro in mano, +Gli vide scritto ove prima lo aperse: +' Nel mondo tutto, per monte e per piano, +Tanta fatica mai altrui sofferse +Come tu soffrirai, baron soprano; +Ma forse ancora potresti campare, +Se quel ch'io dico, te amenti di fare. + +Questa battaglia conviene esser presta, +Perché il serpente è di tossico pieno, +E getta fumo e fiamma sì molesta, +Che ti farebbe tosto venir meno; +Ma stu potesti tagliarli la testa, +Non dubitar di foco o di veleno, +E piglia pur quel capo arditamente: +Rompilo sì, che ne traggi ogni dente. + +E questi denti tu seminerai +In questa terra per te lavorata, +E poi mirabil cosa vederai: +Di tal semente nascer gente armata, +Forte ed ardita, e tu lo provarai. +Or va, che se tu campi a questa fiata +E se tu porti di tal guerra onore, +Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.' + +Non par che in quel libro altro più se scriva: +Il conte prestamente lo serrava, +Perché il serpente già sopra gli ariva +Con l'ale aperte, e gran furia menava, +Gettando sempre foco e fiama viva. +Con alto ardire Orlando l'aspettava; +La bocca aperse il diverso dragone, +Credendosi ingiottirlo in un boccone. + +Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese, +E tutto quanto l'ebbe dissipato. +Era di legno, e sì forte se accese, +Che presto e incontinente fu bruciato; +E così il sbergo e l'elmo e ogni altro arnese +Venne quasi rovente ed affocato: +Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero +Ardea tuttora in capo al cavalliero. + +Non ebbe il conte mai cotal battaglia, +Poi che a quel foco contrastar conviene; +Forza non giova o arte di scrimaglia, +Perché gran fumo, che con fiamma viene, +Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia, +Né apena vede il brando che in man tiene; +Ma, ben che abbia il veder quasi già perso, +Pur mena il brando a dritto ed a roverso. + +Così di qua di là sempre menando +In quella zuffa oscura e tenebrosa, +Nel collo il gionse pure al fin col brando, +E via tagliò la testa sanguinosa; +Quella poi prese il conte e, remirando, +Ben gli parve quel capo orribil cosa, +Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno; +Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno. + +L'elmo se trasse poi quel conte ardito +E dentro i denti di quel drago pose; +Dapoi nel campo arato se ne è gito, +Sì come il libro nel suo canto espose. +Dove Bavardo il re fu sepellito, +Seminò lui le seme venenose; +Turpin, che mai non mente in alcun loco, +Dice che penne uscirno a poco a poco. + +Penne depinte, dico, de cimieri +Uscirno a poco a poco de la terra, +E dapoi gli elmi e' petti de' guerreri +E tutto il busto integro si disserra. +Prima pedoni, e poscia cavallieri +Uscîr, tutti cridando: - Guerra, guerra! - +Con trombe e con bandiere, a gran tempesta: +Ciascun la lancia verso Orlando arresta. + +Veggendo il conte la cosa sì strana, +Disse fra sé: "Questa semenza ria +Mieter mi converrà con Durindana, +Ma s'io n'ho mal, la colpa è tutta mia, +Perché diletto ha pur la gente umana +Lamentarsi d'altrui per sua follia: +Ma colui pianger debbe a doppie doglie +Che per mal seminar peggio raccoglie." + +Così dicendo il conte non fu tardo, +Perché a guarnirsi tempo non gli avanza; +L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo, +E non aveva più scudo né lanza. +Di piana terra salta su Baiardo +E quel percote con molta arroganza +Contra alla gente che gli ariva intorno, +Che, pur mo nata, die' morir quel giorno. + +Or che bisogna ch'io vada contando +E colpi ad un ad uno e il lor ferire, +Dapoi che contra a Durindana il brando +Non val coperta, né arme, né scrimire? +Però concludo in fin che il conte Orlando +Tutti li fece in quel giorno morire; +Come nel campo fur morti e dispersi, +L'arme e i cavalli e i corpi fôr somersi. + +Da poi che il conte per tutto ivi intorno +Vide la gente morta e dissipata, +Che in vita fatto avea poco soggiorno, +E dove nacque se era sotterrata, +Lui non indugia e pone a bocca il corno, +Per donar fine alla terza suonata, +E darsi a tal ventura ultimo vanto, +Come io vi contarò ne l'altro canto. + +Canto ventesimoquinto + +Il conte Orlando il corno a bocca pose, +Sì come a l'altro canto io vi lasciai, +Ché trare al fine in tutto se dispose +L'alte aventure, e non posarsi mai +Sin che quelle opre sì meravigliose +Che apparevano al suon, come contai, +Non fussero apparite tutte quante; +Però suonava quel segnor de Anglante. + +Tanto suonava, che al suonar si stanca +Quel vago corno il cavallier ardito. +Nulla d'intorno appare e il giorno manca, +E già temeva lui d'esser schernito, +Quando una cucciarella tutta bianca +Gionse latrando nel prato fiorito; +Il conte alla cuccietta pone cura, +Dicendo: "Dio me doni alta ventura! + +Tanta fatica adunque e tanto stento +Aver durato me incresce per certo; +Ma tardo ormai ed indarno mi pento, +Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto. +È questo ciò che me die' far contento? +È questo il guidardone? È questo il merto, +Qual promise la dama in abandono, +Che doveva apparire al terzo suono?" + +Così dicendo ratto si voltava +Per girne altrove, tutto disdegnoso; +Il conte il corno per terra gettava +E via fugiva a corso roïnoso. +Ma la donzella a gran voce il chiamava: +- Aspetta, aspetta, baron valoroso! +Ché non è al mondo re né imperatore, +Che abbia ventura di questa maggiore. + +Ascolta adunque il mio parlar, che spiana +Di questa cucciarella il bel lavoro. +Una isoletta non molto lontana +Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro; +Ivi è una fata, nomata Morgana, +Che alle gente diverse dona l'oro; +Quanto per tutto il mondo or se ne spande, +Convien che ad essa prima se dimande. + +Lei sotto terra il manda a l'alti monti, +Dove se cava poi con gran fatica; +E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti, +E in India, dove il coglie la formica. +Abada e guarda ben che sian disgionti, +Ché ciascaduno un pesce ne nutrica; +E vo' che sappi il nome per ragione: +Timavo è l'uno, e l'altro è il carpïone. + +Questi due pesci viveno d'ôr fino. +Ora, per seguitar la mia novella, +Dico che ogni metallo ha in suo domìno +De oro e de argento Morgana la bella; +Ed è venuto per questo confino +Da lei mandata quella cucciarella +Per farte sempre in tua vita beato, +Poiché tre volte il suo corno hai suonato. + +Ché non fo al mondo mai più cavalliero, +Qual lo suonasse la seconda volta, +Benché molti provarno tal mestiero, +Ma sempre a tutti fu la vita tolta. +Or lascia adunque ogni tristo pensiero, +Franco barone, e il mio parlare ascolta, +Accioché sappi la cosa compiuta, +Perché la cuccia al corno sia venuta. + +Morgana, della quale io t'ho parlato, +Quale è regina delle cose adorne, +Ha per il mondo un suo cervo mandato, +Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne. +Quel per incanto a modo è fabricato, +Che in alcun loco mai non si soggiorne, +Ma sempre, via fuggendo a meraviglia, +Cerca la terra e non trova chi 'l piglia. + +Né se potrebbe per forza pigliare, +Senza l'aiuto di quella cuccietta; +Lei primamente lo sa ritrovare, +Poi lo caccia cridando con gran fretta. +Conviensi quella voce seguitare, +Perché lor van legier come saetta; +La cuccia il caccia in pista con tempesta +Sei giorni integri, e al settimo s'arresta. + +Perché quel giorno, giongendo alla fonte +Dove se tuffa il cervo pauroso, +Quivi si prende senza oltraggio ed onte, +E fa il suo cacciatore aventuroso, +Però che muta e corni dalla fronte +Sei volte il giorno, e ciascuno è ramoso +Di trenta bronchi; e la rama distesa +Con bronchi insieme cento libre pesa. + +Sì che tanto tesoro adunarai, +Come abbi preso quel cervo afatato, +Che ne serai contento sempre mai, +Se la ricchezza fa l'omo beato. +Forse che ancor l'amore acquisterai +Di quella fata che t'aggio contato: +Dico Morgana da quel viso adorno, +Più bella assai che 'l sole in mezo il giorno. - + +Orlando sorridendo l'ascoltava +Ed a gran pena la lasciò finire, +Perché esso le ricchezze non curava, +Qual gli ebbe la donzella a proferire, +Sì che rispose: - Dama, non mi grava +Avermi posto a rischio de morire, +Però che di periglio e di fatica +L'onor de cavallier sol se nutrica. + +Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento +Non m'avria fatto mai il brando cavare; +Però chi pone ad acquistar talento, +Lui se vôl senza fine affaticare; +E come acquista più, manco è contento, +Né si può lo appetito sazïare; +Ché qualunche n'ha più, più ne desia: +Adunque senza capo è questa via. + +Senza capo è la strata ed infinita, +De onore e de diletto al tutto priva. +Chi va per essa, a caminar s'aita, +Ma dove gionger vôl, mai non ariva; +Sì che la voglio al tutto aver smarita, +Né gli vo' caminar per sin ch'io viva; +E accioché meglio intendi il mio parlare, +Dico che 'l cervo non voglio cacciare. + +Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altrui +Questa ventura di tanta ricchezza, +Perch'io ora non sono e mai non fui +Da cortesia partito e gentilezza; +E vile e discortese è ben colui +Qual la sua dama più che 'l cor non prezza; +Ed io so che m'aspetta or la mia dama, +E parmi odir la voce che mi chiama. + +(Ben me ricorda come io la lasciai +Con guerra nella rocca assedïata: +Ora che indovinar me sapria mai +Come sia quella zuffa aterminata? +Il campo e la battaglia abandonai +Per seguire Agrican quella giornata; +E combatteva l'una e l'altra gente, +Sì che non so di lor chi sia perdente.) - + +Così con seco istesso ragionava +Il conte, assai pensoso ne la ciera, +E la donzella alla croppa invitava, +La qual pur vi salì mal volentiera. +Lasciò quell'altra, e già via caminava; +Ecco ad un ponte, sopra una rivera, +Passava un cavalliero in vista arguta: +Cortesemente Orlando lo saluta. + +Ma il cavallier, che vide la donzella, +Ben presto la cognobbe nel sembiante, +Che questa è Leodilla, quella bella, +Quale è figliola del re Manodante; +Onde ad Orlando subito favella +Con minaccevol voce ed arrogante: +- Questa è mia dama, che robbata m'hai! +Presto la lascia, o presto morirai. - + +- Se l'è tua, - disse il conte - e tua si sia, +Ché già per lei non voglio prender brica; +Totila, per Macone! e vanne via, +Che me pare alle spalle aver l'ortica; +E te ringrazio di tal cortesia, +Poi che me assolvi di tanta fatica. +Con essa ove te piace ne puoi gire, +Pur che con meco non voglia venire. - + +Il cavalliero, odendo il ragionare +Che facea Orlando, di tanta viltade, +Qual ne la vista sì feroce appare, +Gran meraviglia ne ebbe in veritade. +Prese la dama, e senza altro parlare +Via caminarno per diverse strade; +L'uno a levante ad Albraca ne gia, +L'altro a ponente verso Circasia. + +Ordauro era nomato il cavalliero, +Questo che al conte la donzella tolse, +Né tolta già l'avria per esser fiero, +Ma perché Orlando contrastar non volse, +Quale avea ad Angelica il pensiero; +Però dalla battaglia se disciolse, +E parli più d'uno anno ciascuna ora, +Che arivi dove Angelica dimora. + +Lasciamo lui che ben forte camina, +Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa, +Qual più sempre s'accende a gran ruina, +Né mai se vide più terribil cosa. +Vedevasi Marfisa la regina +Di qua di là voltar sì furïosa, +Perché Aquilante e 'l suo fratel pregiato +La combatteano atorno in ciascun lato. + +E vedeasi il feroce fio de Amone, +Ferito crudelmente e sanguinoso, +Cacciare il re Adrïano e Chiarïone; +Vedevasi Torindo valoroso +Combatter contra Oberto dal Leone: +Stavasi Trufaldin solo in riposo. +Questo ne l'altro canto io vi contai: +Ora voglio finir quel ch'io lasciai. + +Come andasse la cosa in su quel piano +De le tre zuffe, vi voglio contare. +Sì come io dissi, Trufaldin villano +Stava da parte la guerra a guardare; +E quando Chiarïone ed Adrïano +Cominciâr per Ranaldo a rinculare, +Come colui che avea molta paura +Ne la rocca fuggì dentro alle mura. + +Ranaldo non lo vide in su quel ponto, +Ché certamente non serìa campato, +Ben presto Rabican l'avrebbe gionto; +Ma tanto era alla zuffa riscaldato, +Che nol vide partir, come io vi conto; +Ma solo il vide alla porta arivato, +E, vòlto ai duo baron, con gran furore +Disse: - Fuggito è pur quel traditore. + +Sì che ascoltati quel che vi vo' dire, +E procurati metterlo ad effetto, +Se non voleti al presente morire, +Ché ben ve occiderò senza rispetto; +Ma se me prometteti far venire +Con voi doman nel campo il maledetto, +Voglio che questa guerra cominciata +Or sia fornita per questa giornata. + +E tutti voi, che aveti la difesa +Del vostro glorïoso Trufaldino, +Come serà del sol la luce accesa, +Verriti giù nel campo al bel matino +E quivi finirà nostra contesa, +E morirà quel perfido assassino; +O veramente ch'io vi serò morto, +Se Dio dal dritto non riguarda il torto. - + +Queste parole diceva Ranaldo, +Ed altro ch'io non curo arricontare; +Onde l'accordo fo fatto di saldo, +A benché con Marfisa fo da fare, +Perché essa aveva il core acceso e caldo, +Né la battaglia mai volse lasciare, +Sin che Aquilante non giura e Grifone +Tornar per l'altro giorno alla tenzone, + +E mantener battaglia per un giorno, +Sin che serà nel mare il sole ascoso. +Così dentro alla rocca fier' ritorno +Ciascun barone afflitto e doloroso, +E non avevan pezzo d'arme intorno +Che non fosse percosso e sanguinoso; +Né stavan quei di fuori ad altra guisa, +Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa. + +Ciascuno attese con solenne cura +A sua persona ed a sua guarnisone. +Quei della rocca tutti avean paura, +Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone; +E ragionavan della guerra dura, +Come era stato ciascun compagnone. +Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito; +In tal forma ha ogniom de voi schernito. - + +- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai +Che 'l cavalliero è il sir de Montealbano. +Noi lo pregammo con parole assai +Che non venisse con noi alle mano; +Ma lui non se lasciò parlar giamai, +Tanto è feroce e di cor subitano; +E così domattina a l'altra guerra +O noi, on esso andrà morto alla terra. - + +Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato, +Ché ad ogni modo rimarrai perdente, +Perché io me trovarò da l'altro lato, +E vado da Ranaldo incontinente. +Quando nel campo me vedriti armato, +So ben che non voriti per nïente, +Né serà alcun di voi tanto sicuro, +Che esca tre passi fuor longe dal muro. - + +Rise Aquilante che lo cognoscia, +Ed al duca rispose: - Alla bon'ora, +Dapoi che esser convene, e così sia! - +Astolfo non fie' già lunga dimora, +Ché della rocca fuora se ne uscia; +Né oscurato era in tutto il giorno ancora, +Quando e cugini insieme se trovaro, +E con gran festa insieme se abracciaro. + +Lasciamo questi insieme al pavaglione, +Che se posarno insino alla matina, +E ritornamo al fïo di Melone, +Qual con gran voluntà sempre camina, +Tanto che ad Albracà gionse al girone; +E già il sole alla sera se dichina, +Quando quel cavallier cotanto forte +Gionse alla rocca dentro dalle porte. + +E già non par che venga dalla danza; +L'arme ha spezzato ed è senza cimiero, +Arsa è la sopravesta, e non ha lanza +E non ha scudo l'ardito guerrero; +Ma pur mostrava ancor grande arroganza, +Tanto superbo avea lo aspetto fiero, +E qualunche il mirasse in su Baiardo +Direbbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo. + +Come fo gionto dentro a l'alta rocca, +Angelica la bella l'incontrava. +Lui salta de l'arcion, che nulla tocca; +La dama di sua mano il disarmava, +E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca: +Non dimandati come Orlando stava; +Ché, quando presso si sentì quel viso, +Credette esser di certo in paradiso. + +Avea la dama un bagno apparecchiato, +Troppo gentile e di suave odore, +E di sua mano il conte ebbe spogliato, +Baciandol spesse fiate con amore. +Poi l'ungiva d'uno olio delicato, +Che caccia de la carne ogni livore; +E quando la persona è afflitta e stanca, +Per quel ritorna vigorosa e franca. + +Stavasi 'l conte quieto e vergognoso, +Mentre la dama intorno il maneggiava; +E benché fosse di questo gioioso, +Crescere in alcun loco non mostrava. +Intra nel fine in quel bagno odoroso, +E sé dal collo in giù tutto lavava, +E poi che asciutto fu, con gran diletto +Per poco spazio se colca nel letto. + +E dopo questo la donzella il mena +Intro una ricca zambra ed apparata, +Dove posarno con piacere a cena, +Ché vi era ogni vivanda delicata. +Nel fin la dama con faccia serena, +Standosi al collo a quel conte abracciata, +Lo prega e lo scongiura con bel dire +Che d'una cosa la voglia servire. + +- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia +- Fammi promessa, e non me la negare, +Se vôi che più sia tua ch'io non son mia, +Ché a tal servigio me puoi comparare; +Né creder che aggia tanta scortesia, +Che da te voglia quel che non puoi fare; +Ma sol cheggio da te che per mio amore +Mostri ad un giorno tutto il tuo valore. + +E che non abbi al mondo alcun riguardo, +Ma ch'io veda di te l'ultima prova, +Perch'io starò a veder se sei gagliardo, +Né creder che d'adosso occhio te mova, +Sin che a terra non vada ogni stendardo +De la gente che in campo se ritrova; +E ben so che farai ciò, se tu vôi, +Perché io conosco quel che vali e pôi. + +Una dama feroce, arabïata, +Qual venne col mio patre in mia diffesa, +Senza cagione alcuna è ribellata, +Di mal talento e di furore accesa; +Come vedi, m'ha quivi assedïata, +E, se tu non me aiuti, io serò presa +Da la crudel, che tanto odio mi porta +Che con tormento e strazio serò morta. - + +Così disse la dama, e lacrimando +Il viso al cavallier tutto bagnava. +Apena se ritenne il conte Orlando +Che alor alora tutto se armava; +E rispondea nïente, e fulminando +Gli occhi abragiati d'intorno voltava. +Poi che la furia fu passata un poco +Il volto a lei rivolse, e parea foco: + +Né già puote la dama sofferire +Di riguardare alla terribil faccia. +Dissegli il conte: - Dama, a te servire +Mi reputo dal cel a tanta graccia; +E quella dama che me avesti a dire, +Fia da me morta, o presa, o messa a caccia; +E quando fosse il mondo tutto quanto +Con seco armato, ancor de ciò me vanto. - + +Rimase assai contenta la donzella +Veggendo il proferir di quel barone, +Ché ben sapea quel che lui vale in sella. +Frutti e confetti di molta ragione +Furno portati a quella zambra bella; +Gionsero in questa Aquilante e Grifone, +E ciascun con Orlando fo abracciato; +Angelica di poi tolse combiato. + +Ella se parte zoiosa e festante +Per la promessa di quel cavalliero, +Tanto superba di cotale amante, +Che di Marfisa più non ha pensiero. +Come partita fu, disse Aquilante +Al conte Orlando: - Il ti farà mestiero +Domane esser gagliardo sopra il piano, +Perché avrai contra il sir de Montealbano. + +Egli è venuto e non so la cagione, +Ma fuor de l'intelletto al tutto pare, +Ché tutti quanti qua dentro al girone +Ci ha preso con vergogna a disfidare. +Io lo pregai, ed ancora Grifone, +Ma lui non si lasciò giamai parlare, +Né dir se li può mai ragion che vaglia, +Onde c'è forza far seco battaglia. - + +- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando +- E che per lui non abbi altro avisato? - +Disse Aquilante: - A Dio mi racomando, +Stato son seco a fronte e gli ho parlato, +E combattei con lui brando per brando; +E tu me stimi tanto smemorato, +E sì fuor d'intelletto e di ragione, +Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? - + +Grifone quel medesimo dicia, +Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto; +E quando il conte tal cosa intendia, +Tutto cambiosse nel sembiante arguto, +E prese nel pensier gran zelosia, +Che qua non fusse Ranaldo venuto +Sol per amor de Angelica la bella; +Onde gran doglia dentro il cor martella. + +Presto dette combiato ai duo germani, +E ne la zambra se chiuse soletto, +E giva intorno stringendo le mani, +Ardendo di gran sdegno e di dispetto; +E con lamenti e con sospiri insani +Senza spogliarse se gettò sul letto, +Ove con pianti e dolente parole +In cotal forma si lamenta e dole: + +"Ahi vita umana, trista e dolorosa, +Nella qual mai diletto alcun non dura! +Sì come a la giornata luminosa +Vien drieto incontinente notte oscura; +Così non fu giamai cosa gioiosa, +Che non fusse meschiata di sventura; +Ma ogni diletto è breve e via trapassa, +La doglia sempre dura e mai non lassa. + +E questo si può dir per me, tapino, +Qual con tanto piacere e tanto onore +Accolto fui da quel viso divino, +Ch'io non credetti aver più mai dolore; +Ma poi fu ciò per farme più meschino, +E che la pena mia fusse maggiore; +Ché perder l'acquistato è maggior doglia, +Che il non acquistar quel de che s'ha voglia. + +Io son venuto nella fin del mondo +Per l'amor d'una dama conquistare, +Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo, +Quanto m'avria saputo imaginare: +Non vôl Fortuna ch'io gionga al secondo, +Perché Ranaldo me viene a sturbare. +E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto: +Ma certo l'un de noi rimarrà morto. + +Sempre a mia possa l'aggio favorito +Nella gran corte de lo imperatore; +E mille volte che è stato bandito, +L'ho ritornato in grazia al mio segnore. +Lui amato non m'ha né reverito; +Pur, a sua onta, io son di lui maggiore, +Ché egli è di piccol terra castellano, +Ed io son conte e senator romano. + +Lui non mi porta amore o riverenza, +Bench'io m'abbia de ciò poco a curare, +E sempre io volsi che la mia prudenza +La sua pacìa dovesse temperare; +Or romper mi convien la pacïenza, +Ché a tal taglier non puon duo giotti stare, +Sì che finirla io son deliberato, +Ché compagnia non vôle amor né stato. + +Se lui campasse, egli ha tanta malizia, +Ch'io resterebbi di mia vita privo; +Lui sa del lusingare ogni tristizia, +E più che alcun demonio egli è cattivo; +E se io volessi alciare una pelizia +Di donna, io non serìa morto né vivo: +Se lei non m'insegnasse o desse ardire, +Cominciar non saprebbi io né finire. + +Ché! dico io, adunque fia abattuta +La lunga parentezza ed amistade, +Che fu da' nostri antiqui mantenuta? +Mal faccio, e lo cognosco in veritade; +Ma da dritta ragione amor mi muta, +E fia partita al tutto con le spade +Nostra amistade antiqua e parentella, +E l'amor nostro di questa donzella." + +Così col cor di doglia tutto ardente +Il conte seco stesso ragionava, +E quella notte non dormì nïente, +Ma spesso a ciascun lato si voltava. +Il tempo via trapassa e lui non sente, +Ma la luna e le stelle biasimava, +Che al suo occidente non faccian ritorno +Per donar loco al luminoso giorno. + +Più de tre ore avanti al matutino +Il conte a gran ruina fu levato; +Una tempesta sembra il paladino, +Passeggiando d'intorno tutto armato. +L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino, +E Durindana il suo buon brando a lato; +Giù nella stalla va il conte gagliardo, +E ben guarnisce il bon destrier Baiardo. + +E su ritorna nella rocca ancora, +Guardando se il giorno esce a l'orïente, +E non può comportar nulla dimora, +Ma rodendo si va l'ongie col dente. +Ora andati, segnori, alla bona ora, +Perché io riservo nel canto sequente +Un smisurato assalto ed inumano, +Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano. + +Canto ventesimosesto + +Sin qui battaglie e colpi smisurati, +Che fôr tra l'uno e l'altro cavalliero, +E terribili assalti aggio contati; +Or salir sopra 'l cel mi fa mestiero, +Ché duo baroni a fronte sono armati, +Che me fanno tremar tutto il pensiero. +Se vi piace, segnori, oditi un poco +De' duo guerreri uno animo di foco. + +Di sopra vi contai sì come Orlando +Solo aspettando il giorno si dispera; +Di qua di là va sempre fulminando, +E batte e denti quella anima fiera; +Trasse con ira Durindana il brando, +Come davante a lui fosse la ciera +Del re Agolante e del figliol Troiano, +Sì furïoso mena ad ambe mano. + +Dice la istoria che a lui era davante +Un gran Macon di pietra marmorina: +Era intagliato a guisa d'un gigante. +In questo gionse il conte a gran ruina, +Sì che dal capo insin sotto le piante +Tutto il fraccassa Durindana fina; +Tanti colpi li dà dritto e a roverso, +Che a terra in pezzi lo mandò disperso. + +Con questa furia il senator romano +Stava aspettando il giorno luminoso; +Ma giù nel campo il sir de Montealbano +Non prende già di lui maggior riposo, +Ché è tutto armato ed ha Fusberta in mano, +E tempestando va quel furïoso: +Arbori e piante con la spada taglia, +Tanto desire avea di far battaglia. + +Era ancora la notte molto oscura, +Né in alcun lato si mostrava il giorno, +Quando Ranaldo, ch'è senza paura, +Monta a destriero e pone a bocca il corno. +Ben par che 'l monte tremi e la pianura, +Sì forte suona quel barone adorno; +E 'l conte Orlando cognobbe di saldo +A quel suonare il corno di Ranaldo. + +E tanta fiamma li soggionse al core, +Che più non pose a l'ira indugio o sosta, +E prese il corno; e con molto romore +Gli fece minacciando aspra risposta, +Dicendo nel suonar: - Can traditore, +Come te piace ormai vieni a tua posta, +Ch'io smonto al piano, e ben te sazio dire +Che di tua gionta ti farò pentire. - + +Già l'aria se rischiara a poco a poco, +E vien l'alba vermiglia al bel sereno; +Le stelle al sol nascente donan loco, +De le quali era il ciel prima ripieno. +Alora il conte, come avesse il foco +Veduto intorno a sé, né più né meno, +Battendo e denti e crollando la testa +L'elmo s'allaccia con molta tempesta. + +Prese Baiardo alla sella ferrata, +Sopra gli salta con molta arroganza; +E tanta fretta avea quella giornata, +Che seco non portò scudo né lanza. +Venne alla porta, e quella era serrata, +Perché la rocca avea cotale usanza, +Che ponte non callava o porta apriva, +Sin che il sol chiaro il giorno non usciva. + +Avrebbe il conte quel ponte reciso +E spezzata la porta e misso al piano, +Se non che la sua dama n'ebbe aviso, +E venne ad esso con sembiante umano. +Quando lui vide l'angelico viso, +Quasi li cadde il bon brando di mano, +E poi che fu saltato della sella +Ingenocchiosse avanti alla donzella. + +Lei abbracciava quel franco guerriero, +Dicendoli: - Baron, dove ne vai? +Tu m'hai promesso, e sei mio cavalliero; +Questo giorno per me combattarai, +E per l'amor di me questo cimiero +E questo ricco scudo portarai. +Abbi sempre il pensiero a cui te 'l dona, +Ed opra ben per lei la tua persona. - + +Così dicendo gli donava un scudo, +Che 'l campo è d'oro e l'armelino è bianco, +E un bel cimier, che è un fanciulletto nudo +Con l'arco e l'ale, e le saette al fianco. +Quel conte, che pur mo fu tanto crudo, +Mirando la donzella venìa manco, +E tanta zoia sentì e tal disire, +Che d'allegrezza si sente morire. + +In questo ragionar gionse Grifone +Per gire alla battaglia, tutto armato; +Ed Aquilante è seco e Chiarïone, +Il re Adrïano a l'elmo incoronato. +Venir non puote Oberto dal Leone, +Perché la piaga il viso avea gonfiato, +E per non la curare e farne stima +Più noia n'ebbe ne la fin che prima. + +Or lui restava. E venne Trufaldino, +Per cui far si dicea la gran battaglia. +Smarito era nel volto il malandrino, +Ma non sa ritrovar scusa che vaglia, +Ché pur gli convien fare il mal camino +Là giù nel piano, alla aperta prataglia; +E pensando di sé l'oltraggio e il torto, +Parea nel volto sfigurato e morto. + +Lasciàn costor, che del forte girone +Aprian la porta, e il ponte fan callare; +E ritornamo a Ranaldo de Amone, +Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare; +E, benché egli abbia il dritto e la ragione, +Già non voria con lui battaglia fare, +Perché lo amava di coraggio fino, +Come germano e suo carnal cugino. + +E nel suo cor pensoso era turbato +Come dovesse terminar la impresa, +Ché occider Trufaldino avea giurato, +E il conte l'avea tolto in sua diffesa. +Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivato +E la regina di valore accesa; +Seco Prasildo ed Iroldo venìa, +Con lor Torindo, re della Turchia. + +Come fôr giunti dove era Ranaldo, +- Su, - disse Astolfo - non prendiam dimora! +Batter si vôle il ferro, mentre è caldo. - +Disse il principe: - Pian ben se lavora. +Stati, cugin mio bello, un poco saldo, +Che voi non seti ove credeti ancora; +Perch'io ve aviso che a noi qui davante +Vedreti armato il fier conte de Anglante. - + +Marfisa a quel parlare alciò la fronte, +Quasi ridendo, con vista sicura, +E disse al fio d'Amon: - Chi è questo conte, +Qual non è gionto e già ti fa paura? +Se proprio fosse quel che occise Almonte +Con tutti e paladin, non ne do cura; +Ma quel conte d'Angante che detto hai, +Io non lo oditi nominar più mai. - + +Non rispose Ranaldo al suo parlare, +Che ad altra cosa avea maggior pensiero, +Perché vedea del monte giù callare +Que' sei baroni: Orlando era il primero, +Che terribil parea solo a guardare, +Aspro ne gli atti e ne l'aspetto fiero. +Quando Marfisa a lui fece riguardo, +Disse: - Quel primo ha vista di gagliardo. - + +Rispose Astolfo a lei: - Non fare estima, +Che ogni zuffa che hai fatta, è stata un scherzo. +Benché èi d'ardire e di prodezza in cima, +Io ti saggio acertar ch'egli è un mal guerzo. +Tu, se te piace, andrai contra a lui prima, +Questo serà il secondo, io serò il terzo. +So che seriti a terra riversati, +Ma ben vi scoderò, non dubitati. - + +Disse Marfisa: - Certo assai mi pesa +Ch'io non possa provarme a quel valetto, +Perché mi convien fare altra contesa. +Ma sopra la mia fede io ti prometto, +Se io non son da quei duo morta ni presa, +Ch'io vederò de lui l'ultimo effetto. - +Così stan questi ragionando in vano, +Ma il conte Orlando è già gionto nel piano. + +Come fu gionto alla ripa del prato, +Sua lancia arresta, che è grosso troncone. +Stava Aquilante da lui al destro lato, +Ed al sinistro veniva Grifone. +Trufaldin che color avea mutato +Per la paura, e possa Chiarïone, +Tutti di para insieme, e il re Adrïano +Vengon spronando con le lance in mano. + +Da l'altra parte Marfisa se mosse: +Seco Ranaldo, ed un gran fuste arresta; +Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse, +Torindo e il duca Astolfo con tempesta. +Tutti han le lancie smisurate e grosse: +La giostra se incomincia, aspra e robesta. +Ad uno ad uno e scontri vi vo' dire, +E tutto il fatto, come ebbe a seguire. + +Marfisa se scontrò con Aquilante, +Ciascun parve di pietra una colona; +Né a drieto se riversa o piega avante, +Tanto avevan quei duo franca persona: +Le lancie fraccassarno tutte quante. +Il duca Astolfo ratto se abandona, +E quella lancia che è tutta d'ôr fino, +Spronando abassa contra a Trufaldino. + +Ma lui, che d'ogni inganno sapea l'arte, +Come l'un l'altro al scontro se avicina, +Malvagiamente se piegò da parte; +Poi da traverso, quella mala spina +(Come scrive Turpino alle sue carte) +Feritte Astolfo con tanta roina, +Che suo ardir non gli valse né sua possa, +Ma cadde al prato con grave percossa. + +Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra, +Ch'io voglio adesso agli altri seguitare, +Poi che contar convien tutta la guerra. +Prasildo al re Adrïan s'ebbe a incontrare; +Contra de Iroldo Chiarïon si serra, +Né bon iudicio si potrebbe dare +Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno, +Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno. + +Torindo fo colpito da Grifone, +E netto se n'andò fuor della sella; +Il franco Orlando e il forte fio d'Amone +Se vanno addosso con tanta flagella, +Che profondar l'un l'altro ha opinïone. +Ora ascoltate che strana novella: +Il bon Baiardo cognobbe di saldo, +Come fu gionto, il suo patron Ranaldo. + +Orlando il guadagnò, come io ve ho detto, +Allor che il re Agrican fece morire; +E quel destrier, come avesse intelletto, +Contra Ranaldo non volse venire; +Ma voltasi a traverso a mal dispetto +De Orlando, proprio al contro del ferire. +Sua lancia cadde al conte in su l'arcione, +Ranaldo lo colpì sopra al gallone; + +E fu per roversarlo a l'altro lato. +Or chi saprebbe a ponto ricontare +L'alto furor di quel conte adirato? +Ché, quando a più tempesta mugia il mare, +E quando a maggior foco è divampato, +E quando se ode la terra tremare, +Nulla serebbe a l'ira smisurata +Che in sé raccolse Orlando in quella fiata. + +Non vedea lume per li occhi nïente, +Benché gli avesse come fiamma viva; +E sì forte battea dente con dente, +Che di lontan il gran romor se odiva. +Del naso gli uscia fiato sì rovente, +Che proprio il riguardar foco appariva. +Or più di ciò contar non è mestiero: +Con ambi sproni afferra il bon destriero. + +Ed a quel tempo ben ricolse il freno, +Credendolo a tal guisa rivoltare; +Non si muove Baiardo più ni meno, +Come fosse nel prato a pascolare. +Poi che Ranaldo vidde il fatto a pieno, +Comincia al conte in tal modo a parlare: +- Gentil cugin, tu sai che a Dio verace +Ogni iniustizia e mal fatto dispiace. + +Ove hai lasciata quella mente pura +E l'animo gentil che avevi in Franza, +Diffensor di bontade e di drittura, +E di fraude nemico e dislïanza? +Caro mio conte, io ho molta paura +Che cambiato non sii per mala usanza, +E che questa malvaggia meretrice +T'aggia stirpato il cor de la radice. + +Voresti mai che si sapesse in corte +Che hai la diffesa per un traditore? +Or non te serìa meglio aver la morte, +Che avere in fronte tanto disonore? +Deh lascia Trufaldino, o baron forte, +E di quella ribalda il falso amore! +Che in veritate, a non dirti menzogna, +Non so de qual acquisti più vergogna. - + +Orlando gli dicea: - Ecco un ladrone, +Che è divenuto bon predicatore. +Or può ben star sicuro ogni montone, +Da poi che il lupo si è fatto pastore. +Tu mi conforti con bella ragione +Abandonar de Angelica lo amore; +Ma guardar die' ciascun d'esser ben netto, +Prima che altrui riprenda de diffetto. + +Io non venni già qui per dir parole, +A ben ch'io non mi possa adoperare, +E sopra ogni sventura ciò mi dole; +Ma fami al peggio ormai che tu pôi fare, +Ché non serà nascoso il giorno il sole, +Che molta pena ti farò portare +Di quel villan parlare e discortese, +Qual de mia dama avesti ora palese. - + +Così parlando ogniun sta dal suo lato. +Non era il conte a dismontare ardito: +Ché, prima a terra fosse dismontato, +Via ne serebbe Baiardo fuggito. +Sendo bon pezzo ciascun dimorato, +Che l'uno a l'altro non avea ferito, +Ranaldo, riguardando in quel confino, +Ebbe veduto il falso Trufaldino, + +Che aveva Astolfo abattuto nel piano. +Esso a destriero d'intorno il feriva: +Quel se deffende con la spada in mano; +Ecco Ranaldo che sopra gli ariva. +Quando venire il vidde quel villano, +Che avea d'ogni virtù l'anima priva, +Come fugge il colombo dal falcone +Così prese a fuggir dal fio d'Amone. + +Esso fuggendo a gran voce cridava: +- Aiuto! aiuto! o franchi cavallieri - +E la promessa fede adimandava; +E ben soccorso gli facea mestieri, +Ché già quasi Ranaldo lo arivava. +Ma tutti quanti quelli altri guerreri +Abandonarno sua prima tenzone, +Tirando tutti adosso al fio d'Amone. + +Orlando nol seguia, come io vi conto, +Perché Baiardo non puotea guidare; +Ma ben gionse Grifone a ponto a ponto +Che apena Trufaldin dovea campare. +Come Ranaldo lo vidde esser gionto, +Subitamente se ebbe a rivoltare, +E ferisce a Grifon sì gran riverso, +Che quello ha il spirto e l'intelletto perso. + +Qua non se indugia, e segue Trufaldino, +Che tuttavia fuggiva per quel piano; +Ma fece in quel fuggir poco camino, +Ché ebbe a le spalle il destrier Rabicano, +E venuto era di morte al confino: +Ma soccorso gli dava il re Adrïano. +Ranaldo lo ferì con tanta possa, +Che a terra lo fe' andar quella percossa. + +Trufaldin se ne andava tuttavia +Ben mezo miglio a Ranaldo davante; +Ma Rabicano a tal modo seguia, +Come avesse ale in loco delle piante. +Ranaldo gionto il traditore avia, +Ma di traverso ancor gionse Aquilante, +E l'un ferisce l'altro con tempesta. +Ranaldo colse lui sopra la testa, + +Sì che alle croppe lo mandò roverso, +Fuor di se stesso e pien di stordigione; +Né ancora ha Trufaldin di vista perso, +Quando alla zuffa è gionto Chiarïone. +Menò Ranaldo un colpo sì diverso, +Che gettò quel ferito de l'arcione; +E segue Trufaldin con tanta fretta, +Che apena è più veloce una saetta. + +Mentre che così caccia quel ribaldo, +Il conte con Marfisa s'azuffava, +Però che, mentre che non vi è Ranaldo, +A suo piacer Baiardo governava. +Ciascuno alle percosse era più saldo, +Né alcun vantaggio vi se iudicava; +Vero è che 'l conte avea suspizïone, +Non se fidando al tutto del ronzone. + +E però combattea pensoso e tardo, +Usando a suo vantaggio ciascuna arte: +E benché se sentisse ancor gagliardo, +Chiese riposo e trassese da parte. +Mentre che intorno faceva riguardo, +Vidde nel campo gionto Brandimarte, +E ben se rallegrò nel suo pensiero, +Ché Brigliadoro ha questo, il suo destriero. + +Subitamente a lui se ne fu andato; +Ciascun raconta la sua disventura, +E fu tra loro alfin deliberato +(Ché Brandimarte ha rotto l'armatura) +Che nella rocca lui sia ritornato, +E là meni Baiardo a bona cura. +Su Brigliadoro il conte valoroso +È già montato, e non vôl più riposo. + +Non vôl riposo più quel sir d'Anglante, +Anci si mosse con molta roina; +E con parlar superbo e minacciante +Isfida a morte la forte regina. +L'un mosse verso l'altro lo afferrante, +Ciascun morire o vincer se destina: +Questa zuffa dirò poi tutta aponto, +Ma torno a Trufaldin, ch'era già gionto. + +Ranaldo il gionse a la rocca vicino, +E non crediati che 'l voglia pregione, +Benché vivo pigliò quel malandrino, +E legòl stretto con bona ragione; +Indi con le gambe alto e il capo chino +Alla coda lo attacca del ronzone; +Poi per il campo corre a gran furore +Cridando: - Or chi diffende il traditore? - + +Era il franco Grifon già risentito, +E Chiarïon montato e il re Adrïano, +Quando Ranaldo fu da loro odito, +E posensi a seguirlo per quel piano. +Ma sì presto ne andava ed espedito, +Ch'era seguìto da costoro in vano; +Così ne andava Rabicano isteso, +Come alla coda non avesse il peso. + +Sempre Ranaldo a gran voce cridava: +- Ove son quei che avean cotanto ardire, +Che de un sol cavallier non li bastava, +Ma volean tutto il mondo sostenire? +Or vedon Trufaldino, e non li grava +Che in sua presenzia lo faccio morire? +Se alcun v'è ancora a cui piaccia l'impresa, +Venga a staccarlo e prenda sua diffesa. - + +Così diceva il barone animoso, +Via strasinando Trufaldino al basso, +Che era già mezo morto il doloroso, +Percotendo la testa ad ogni sasso; +Ed era tutto il campo sanguinoso, +Dove correa Ranaldo a gran fraccasso; +Ed ogni pietra acuta e ciascun spino +Un pezzo ritenia de Trufaldino. + +Moritte quel malvaggio a cotal guisa, +E ben lo meritava in veritate, +Come la istoria sopra vi divisa, +Ch'era d'inganni pieno e falsitate. +Or torno al conte Orlando ed a Marfisa, +Che nel secondo assalto a nude spate +Fan sì crudel battaglia e sì diversa, +Che par che 'l celo e il mondo se sumersa. + +A disusato modo e troppo orribile +Tra loro era inasprita la battaglia; +Ed al contar serìa cosa incredibile +Quelle arme che Marfisa al conte taglia. +Lui d'altra parte ognior vien più terribile, +Benché romper non può piastra, né maglia; +Pur mena colpi di tanta roina, +Che a forza fa piegar quella regina. + +Cresce ogni ora lo assalto più diverso, +E' crudel colpi fuor d'ogni misura. +Ecco passar Ranaldo in sul traverso, +Proprio davanti alla battaglia scura; +E Trufaldino avea tutto disperso +La testa e il busto insino alla cintura; +Ché per le spine e' sassi in quel distretto +Rimase eran le braccia, il capo e il petto. + +A gran furor Ranaldo trapassava, +Cridando sì che intorno è bene inteso; +E dicea: - Cavallieri, or non vi grava +Che non abbiati questo re diffeso, +Qual di bontate vi rasomigliava? +Ove è lo ardire e quello animo acceso +Che dimostraste ne l'estremo vanto, +Quando sfidasti il mondo tutto quanto? - + +Orlando intese quel parlare altiero, +Che lo spronava in tanta villania, +Onde a Marfisa disse: - Cavalliero +(Perché altramente non la cognoscia), +Io me sfidai con quello altro primiero, +Compir voglio con lui l'impresa mia; +Come io lo occido, se 'l mio Dio mi vaglia, +Con teco fornirò l'altra battaglia. - + +Disse Marfisa a lui: - Tu sei errato, +Se presto credi occider quel barone, +Perché io, che l'uno e l'altro aggio provato, +Di te nol tengo in manco opinïone. +Tu de la vita altrui hai bon mercato, +E senza l'oste fai questa ragione; +Ma tu pôi ben vantarti ed aver caro +Se questa sera vi trovati al paro. + +Or vanne, ch'io mi fermo a riguardare +Qual abbia di voi duo maggior possanza; +Ma se i compagni tuoi per aiutare +Vengano a te, come è la lor usanza, +Quell'alta rocca vi farò trovare, +Né so se avreti ben tempo a bastanza: +Se tu combatti come il dritto chiede, +Offeso non serai su la mia fede. - + +Non so se Orlando il tutto puote odire, +Che già dietro a Ranaldo è posto in caccia; +Sempre cridando l'aveva a seguire: +- Aspetta, ché chi fugge mal minaccia; +E chi desidra gli altri sbigotire, +Non die' voltar le spalle, ma la faccia; +Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto, +Ché hai bon destriero e non credi esser gionto. - + +A quel cridar del conte il fio d'Amone +Iratamente se ebbe a rivoltare, +Dicendo: - Io non vo' teco questïone, +E tu per ogni modo la vôi fare; +Unde te dico che, avendo ragione, +Omo del mondo non voglio schiffare; +Ma siami testimonio Dio verace +Che aver guerra con te m'incresce e spiace. - + +- Ben ne son certo, - disse il sir d'Anglante +- Che te rincresce di tal guerra assai, +Ché non avrai a far con mercadante, +Né un pover forastier dispogliarai. +Or non usiamo parole cotante: +Mostra pur tuo valor, se ponto n'hai; +Perché io te acerto e sazote ben dire +Che a te bisogna vincere o morire. - + +Dicea Ranaldo a lui: - Guerra non aggio, +Né voglio aver con teco, il mio cugino; +Perdon ti cheggio, s'io t'ho fatto oltraggio, +Ben ch'io nol feci mai, per Dio divino! +E se onta ti repùti o ver dannaggio +Ch'io abbia preso e morto Trufaldino, +A ciascun tuo piacer farò palese +Che non te ritrovasti in sue diffese. - + +Rispose il conte ad esso: - Animo vile, +Che ben de chi sei nato hai dimostranza, +Mai non fusti figliol d'Amon gentile, +Ma del falso Genamo di Maganza. +Pur mo te dimostravi sì virile +E ragionavi con tanta arroganza: +Or che condutto al paragon ti vedi, +Mercé piangendo e perdonanza chiedi. - + +Perse la pazïenza a quel parlare +Il fio de Amone, e con terribil guardo +Verso de Orlando gli occhi ebbe a voltare, +Ed a lui disse: - Tanto sei gagliardo, +Che ogni om ti teme e convienti onorare; +Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo, +Presto potrai veder, come io ti dico, +Ch'io non ti temo e non te stimo un fico. + +Come l'abbi robbato io non ho cura: +Rendime il mio destriero, e sìate onore. +Tu ne l'hai via mandato per paura, +Ché di tenerlo non ti dava il core; +Ma, se egli avesse de intorno le mura +Tutte de acciaro, lo trarò di fore; +Ed odi come io parlo chiaro e sodo: +Io lo voglio per forza ad ogni modo. - + +- La prova vederemo incontinente - +Rispose Orlando, sorridendo un poco: +E non avea già faccia de ridente, +Ma battea labre e gli occhi come foco. +Or, bei Segnori, io vi lascio al presente, +E se voi tornareti in questo loco, +Dirò questa battaglia dove io lasso, +Che un'altra non fu mai di tal fraccasso. + +Canto ventesimosettimo + +Chi mi darà la voce e le parole, +E un proferir magnanimo e profondo? +Ché mai cosa più fiera sotto il sole +Non fu mirata a lo universo mondo. +L'altre battaglie fôr rose e vïole: +A ricontar di questa io mi confondo, +Perché il valor e il pregio della terra +A fronte son condutti in questa guerra. + +Era ciascun di lor tanto adirato, +Che facean sbigotir chi gli guardava; +E molti se partîr senza comiato, +E poca gente se gli avicinava; +Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato, +E nel suo ragionar l'aria tremava; +E chiunque stava di lontano un poco, +Giurava che lor volti eran di foco. + +E si facean l'un l'altro orribil guardi, +Parlando con voce aspra e minacciante; +E benché al cominciar paresser tardi, +Come io ve dimostrai nel dir davante, +Ciò fu che di persona sì gagliardi +E di cor fu ciascun tanto arrogante, +Che ragionando si stavano adaggio, +Mostrando non curar alcun vantaggio. + +Ma poi che Orlando trasse Durindana +Forte cridando: - Or se vedrà la prova, +Se a tua prodezza, che è tanto soprana, +Un altro pare in terra se ritrova! - +La cosa più non va suave e piana; +Ponto è Ranaldo: convien che si mova. +Però prende Fusberta ad ambe mano, +E verso il conte sprona Rabicano. + +E menò un colpo terribile e fiero, +Come colui che ha forza oltra misura; +Il dio d'amor, che ha il conte per cimiero, +Volò con l'ale rotte alla pianura. +L'elmo d'Almonte ben gli fie' mestiero, +Ché qua la affatason non lo assicura, +Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca, +Che gli avria posto le cervelle in bocca. + +Ma il conte, che d'orgoglio è troppo caldo, +Quella percossa non cura un lupino; +E, stretto come un scoglio a l'onde saldo, +Che non se crolla dal vento marino, +Lui con gran forza percosse Ranaldo +Sopra de l'elmo, che fu de Mambrino; +Ma lui, che è tanto fiero e sì possente, +Per quel gran colpo se mosse nïente. + +E risposene un altro con roina, +Dov'è il scudo e la lancia discoperta, +E piastra non vi valse, o maglia fina, +Ché via la tagliò tutta con Fusberta; +Seco la giuppa alla terra dechina, +Sì che fece mostrar la carne aperta. +Per questo d'ira il conte più s'accese, +Ed a Ranaldo un gran colpo distese. + +Gionse a traverso del manco gallone, +E misse a terra gran parte del scudo, +E usbergo e piastra e grosso pancirone +Fraccassa con roina il brando crudo; +Portò seco la giuppa e il camisone, +Sì che mostrar li fece il fianco nudo. +Ciascun de ira se accende e di mal fele, +E la battaglia ognior vien più crudele. + +Ranaldo prese un cruccio sì diverso, +Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto; +E menò ad ambe mano un gran roverso, +Tal che, se l'elmo non fosse de incanto, +Tutto l'avrebbe spezzato e disperso; +E per quel colpo orribile e tamanto +Orlando se stordì per tal maniera, +Che non sapea quel loco dove egli era. + +Il suo destrier correndo andava intorno, +Portandol stramortito in su la sella. +Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno +Non durarà fra noi questa novella. - +E per darli di morte ultimo scorno +Un altro colpo adosso li martella; +Io non saprebbi ben dir la cagione, +Ma il conte alora uscì de stordigione. + +E risentito, cognobbe Ranaldo, +Qual gli era sopra per farlo morire. +Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo, +Mala ventura te ha fatto venire, +Però che morto sei se tu stai saldo, +E vergognato se prendi a fuggire. +Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio, +Ché averti alcun riguardo più non voglio. - + +Così dicendo il conte a due man prese, +Forte turbato, Durindana dura, +E percosse ne l'elmo, e quel se accese +A foco e fiamma con molta paura. +Ranaldo su le croppe se distese +Per quel gran colpo fuor d'ogni misura: +Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano; +Via ne l'arcione il porta Rabicano. + +Ma non fu giamai drago ni serpente, +Che racogliesse in sé tanto veleno, +Quanto Ranaldo alor che si risente: +Il cor avea di foco e il viso pieno. +Verso de Orlando iniquitosamente +Prende a due mano il brando e lascia il freno; +E similmente il senator romano +Contra lui vene, e mena ad ambe mano. + +Ferîr l'un l'altro con alto romore, +Ciascun più furïoso e disperato; +E sempre cresce la zuffa maggiore, +E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato; +Né scorger ben se può chi aggia il megliore, +Ché in poco tempo cangiasi il mercato; +Or se veggion ferir de animo accesi, +Or su le croppe andar morti e distesi. + +E si feriano con tanta nequizia +Che a vendetta crudel serìa bastante, +E con aspro parlar l'un l'altro astizia. +Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante: +- Oggi hai trovato il brando di iustizia! +Confessa le tue amende tutte quante; +Che sei per fama publico ladrone, +Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. - + +- Tu te credi tuttora essere in Franza, - +Disse Ranaldo - e gli altri minacciare. +Chi cambia terra, die' cambiare usanza; +Re Carlo quivi non può comandare. +Tu me di' villania con arroganza, +E credi ch'io te 'l voglia comportare? +Ed a farne la prova in ogni loco, +Io son meglior di te molto, e non poco. + +Di che hai superbia, dimme, bastardone? +Perché occidesti Almonte alla fontana, +Che era legato in braccio al re Carlone, +Ora te vanti, e porti Durindana +Come acquistata per dritta ragione. +Ben sei proprio figliol d'una puttana, +Qual, perso che ha l'onor, più non lo stima +E più sfacciata è dopo il fal che in prima. + +Datte forse arroganza il re Troiano? +Né ti vergogni di quella novella, +Che, ancor ferito a morte e senza mano, +Te trasse a tuo dispetto de la sella? +Tu insieme lo occidesti in su quel piano: +Va, ti nascondi, va, vil feminella! +Tra gli omini apparere hai ardimento, +E sei condutto a tanto tradimento? - + +Diceva Orlando a lui: - Non fa mestiero +De la nostra bontade disputare; +Ché tu sei ladro, ed io son cavalliero, +E tutto il mondo lo sa iudicare; +E bene aggio ragion s'io sono altiero +De Almonte e de Troian, che hai a contare, +Che fur di tanto pregio e di tal raccia, +Che non gli avresti tu guardati in faccia. + +Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro +Che era corona d'ogni paladino, +Quai stati non serian con un tuo paro, +Ché alcun di lor non era malandrino. +Or tu te vanti, e pôi bene aver caro, +De avere occiso il forte re Mambrino; +Ma non sa dir alcun come andò il fatto, +Perché tu pur fuggisti al primo tratto. + +Quella battaglia fu molto nascosa +Là dopo il monte, e senza testimonio; +Chi giurarà come andasse la cosa, +E se il tuo Malagise col demonio +Te dette la vittoria sì pomposa? +Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio, +Che il fratel Constantin pur fu ferito +Dopo le spalle, e fu da te tradito. - + +Così l'un l'altro con grave rampogna +Se oltraggiavano insieme e cavallieri; +Ora altro che parole ivi bisogna, +Perché dal ragionare a i colpi fieri +Eran venuti, e l'ira e la vergogna +Gli avea spronati e fatti tropp'altieri; +E se ferian con tanta crudeltade, +Che ad ogni colpo fan foco le spade. + +Ferì con ira Orlando ad ambe mano, +Sopra Ranaldo gran colpo martella; +Poco mancò che non andasse al piano +E stramortito uscisse de la sella. +Come rivenne il sir de Montealbano, +Non se accese mai lampa né facella, +Che non sembrasse del suo lume priva, +Tant'ha di foco lui la faccia viva. + +Ad Orlando ferì con gran furore +Sopra di l'elmo, a forza sì diversa, +Che 'l paladin, che avea tanto vigore, +Ha il sentimento e la memoria persa; +E per la passïone e gran dolore +Sopra le croppe tutto si riversa; +E for de l'arcion tanto se disserra, +Che ogniom credette che l'andasse a terra. + +E non fu più giamai leon ferito, +Né drago acceso tanto velenoso +Come divenne Orlando risentito; +E ben mostrava in viso furïoso, +Ché non era a quel colpo sbigotito, +Ma più fier divenuto ed animoso; +Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo, +E più del terzo gli tagliò del scudo. + +Rotto a traverso il scudo andò nel prato, +Né in questo resta la tagliente spada, +Ma la maglia gli strazia dal costato, +E convien che ogni piastra a terra vada. +La zuppa e il camison tutto è straziato, +Par che ogni cosa Durindana rada, +Sì spezza usbergo ed ogni guarnisone; +E feritte nel fianco il fio de Amone. + +Ma non se avide alor de la ferita, +Tanto era riscaldato alla battaglia; +Ferisce al conte quella anima ardita, +De cima al fondo il scudo gli sbaraglia. +Ogni piastra de usbergo ebbe partita, +E tutto il panciron fraccassa e smaglia; +E se non fusse che il conte è fatato, +Gran piaga gli avria fatto nel costato. + +S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno, +Che facean sempre foco e le faville, +Verrà la sera e il cel si farà bruno, +Perché furon i colpi più di mille; +Sì ch'io nol dico, e può pensar ciascuno +Che non Ettor di Troia e non Achille, +Né Ercole il grande, né il forte Sansone +Potrian con questi star al parangone. + +E qual misèr Tristano e qual Gallasso, +Qual altro cavallier de la ventura +D'un tanto travagliar non serìa lasso, +Per l'estrema battaglia orrenda e dura? +Ché sempre combattero a gran fraccasso +Da sol nascente insino a notte oscura, +Né mai chiesen riposo a quel furore, +Ché l'un de l'altro crede esser megliore. + +Ed era il ciel de stelle tutto pieno +Prima che alcun parlasse del partire, +Però che aveano al cor tanto veleno, +Che se credean l'un l'altro far morire. +Poi che la luce venne al tutto meno, +Restarno, per vergogna, di ferire, +Perché in quel tempo combattere al scuro +Opra non era di baron sicuro. + +Diceva Orlando: - Pôi ringrazïare +Il giorno che è partito, e il vivo sole, +Che alquanto t'ha la morte a indugïare, +E certamente me ne incresce e dole. - +Dice Ranaldo: - Ciò lasciamo andare: +Io vo' che meco vinci di parole; +Ma già di fatto vantaggio non hai, +Né creder, fin ch'io viva, averlo mai. + +E fino ad ora io sono apparecchiato +(Per mostrar ch'io non ho di te paura) +Di trare al fin lo assalto cominciato, +Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. - +Rispose il conte: - Ladro, scelerato, +Che pur convien mostrar la tua natura, +Come sei uso, tristo, doloroso, +Far guerra al scuro, nel bosco nascoso. + +Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro, +Perché tu vedi il tuo dolor palese, +E che prender non possi alcun riparo, +Né fuggirti da me, né far diffese. - +Disse Ranaldo: - Adunque e' m'è ben caro +Esser tanto lontano al mio paese, +Per non dar quel dolore al duca Amone, +Poi che morir convengo a ogni rasone. + +Io so combatter nel bosco nascoso, +E nel monte alto e all'aperta pianura, +E fo battaglia al giorno luminoso, +Matina e sera e ne la notte scura. +Or tu sei solo al mondo glorïoso, +Ed hai de l'onor tuo cotanta cura, +Che non combatti se no' al sole altiero, +Credendo altrui smarir col tuo quartiero. - + +Stavan gli altri baroni a lor d'intorno, +Quei de la rocca e quei de la regina, +Che avean lasciata sua battaglia il giorno +Per mirar de costor l'alta ruina. +Tra questi fo ordinato far ritorno +Sopra quel campo ne l'altra matina, +E diffinir la ultima battaglia, +Chi più de ardire e di possanza vaglia. + +Così tornorno questi nel girone, +Orlando, dico, e la sua compagnia; +E gli altri ciascadun al pavaglione. +Or suonar trombe e gran corni se odìa, +Diversi cridi de istrane persone; +Ed alti fuochi al campo se vedia, +E per le mura d'intorno alla rocca +Spesse lumere; e la campana ciocca. + +Angelica, di dame accompagnata, +Venne a trovare Orlando paladino +Dentro alla zambra ricca ed apparata: +Quivi ha frutti, confetti e bon vino. +La sopravesta il conte avea stracciata, +E rotto il scudo d'ôr da l'armelino, +E perduto il cimier del dio d'amore, +Unde di doglia gli crepava il core. + +Ed aveva tal doglia nel pensiero, +Che non sa dir se egli è morto né vivo, +Se quella dama chiedesse il cimiero, +O domandasse come ne fo privo. +Ma de ciò dubitar non fo mestiero, +Ché lei, ad antiveder troppo cativo, +Ciò che vedeva che al conte gradava, +Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava. + +Ma, così ragionando con diletto +De la battaglia che era stata al piano, +Non so come, ad Orlando venne detto, +Che là giuso era il sir de Montealbano. +La dama se commosse nello aspetto, +Odendol nominare a mano a mano; +Ma come quella che era saggia e trista, +Coperse il suo pensier con falsa vista. + +E disse al conte: - Io ho malenconia, +Ché oggi stetti a le mura tutto 'l giorno, +E mai tra gli altri io non te cognoscia, +Cotanta gente ti stava d'intorno. +Ma se volesse la ventura mia +Che una sol fiata, de tutte arme adorno, +Io te vedessi bene adoperare, +Dio d'altra cosa non voria pregare. + +Benché spietata sia Marfisa e dura, +Io certamente pur voglio provare +Se per un giorno mi farà sicura, +Tanto ch'io possa una zuffa mirare; +E solo or penso a cui doni la cura +Che vada la salvezza ad impetrare. +Qual serà quel che a lei ne vada avante? +Io mandarò lo ardito Sacripante. - + +Così fu dimandato incontinente +Re Sacripante ad Angelica bella. +Questo avea il core e le medolle ardente +D'amor soperchio per quella donzella, +Come odireti nel libro sequente. +Or, seguitando la nostra novella, +La dama, ragionando a lui, divisa +Quel che impetrar desidri da Marfisa. + +E lui se parte, ed al campo se accosta, +Benché sia oscuro il cel, come io vi conto; +E fece alla regina la proposta, +Come davante a lei fo prima gionto. +Ebbe subito grata e tal risposta, +Qual seppe dimandare a ponto a ponto; +La littra è suggillata, e con bel dire +Fu ogniom securo al ritornare e al gire. + +Ogni stella del celo era partita, +Fuor quella che va sempre al sol davante; +E la rugiada per l'aria fiorita +Se vedea cristallina e lustrigiante; +Il celo, a la bell'alba ora apparita, +D'oro e di rose avea preso sembiante; +E, per dir questo in simplice parole, +La notte è gita e non è gionto il sole, + +Quando la dama, mossa di quel caldo +Che agiaccia l'intelletto ed arde il core, +De Angelica dico io, che per Ranaldo +Se consumava nel foco d'amore, +Fuora del letto se levò di saldo; +E non aspetta il giorno o il suo splendore, +Ché ogni altro tempo li par speso invano +Fuor che a vedere il sir de Montealbano. + +E poi che seppe, come io ve contai, +Che esso nel campo al basso dimorava, +Tutta la notte non dormì giamai, +Né prese possa, e sol di lui pensava. +Sperando in zoia e sospirando in guai +L'alba serena e il bel giorno aspettava, +Però che ogni sua voglia e suo desire +È di veder Ranaldo, e poi morire. + +Ma il conte Orlando, senza altro pensiero, +Era dormendo nel letto colcato, +E sempre, in sogno, quello animo fiero +Stava alla zuffa del giorno passato; +Né credo che sia al mondo cavalliero +Che non si fosse alquanto spaventato +Mirando il conte in quel sonno dissolto, +Tanto feroce e orribile è nel volto. + +La damigella venne a lui soletta, +E ponto non l'ardiva risvegliare; +Ma come fa qualunche il tempo aspetta, +Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare, +Così la dama, che avea maggior fretta +Che 'l conte Orlando assai de cavalcare, +Or col viso suave, or con la mano, +Svegliò, toccando, il cavallier soprano. + +- Su, - disse ella - baron! Non più dormire, +Ché da ogni parte già se scopre il giorno; +Io me levai, ché me parve de odire +Là giù nel campo al basso uno alto corno; +E perché io voglio con teco venire +E, se a Dio piace, far teco ritorno, +Son venuta a svegliarti per me stessa; +E da te voglio un dono in tua promessa. - + +Il conte al suo bel viso remirando +Tutto se accese de amoroso foco, +E la dama abracciò tutto tremando, +Benché soletti fussero in quel loco. +Dicea la dama: - Io son al tuo comando; +Ma se me ami, barone, aspetta un poco, +Ché quel ch'io dico per farti sicuro, +Su la mia fede ti prometto e giuro. + +Io ti prometto che a ogni tuo volere +Soletta in questo loco, come io sono, +Ti lasciarò di me prender piacere, +Se me prometti ed attendi un sol dono, +Perch'io voglio comprendere e vedere +Stu me ami come mostri in abandono; +E quel ch'io voglio e quel ch'io ti dimando, +È una battaglia sola al mio comando. + +Ma se tu forse sei tanto inumano, +Che prenda il tuo piacere al mio dispetto, +Tenuto ne sarai sempre villano, +E tornarate in pianto quel diletto, +Perch'io me occiderò con la mia mano, +E passaromme in tua presenza il petto; +Sì ch'in te solo e in tuo arbitrio dimora +Se vôi ch'io mora, o vôi che viva ancora. - + +Al fin delle parole lacrimando +Abassò il viso con molta pietate; +Non puotè più soffrire il conte Orlando, +Ma più di lei piangeva in veritate; +E con somessa voce ragionando, +Sempre chiedea perdon con umiltate, +Dando la colpa del passato errore +Al core ardente ed al superchio amore. + +Poi l'un promesse a l'altro in sacramento +Di servar le dimande tutte a pieno. +Il lume della luna era già spento, +E il sole uscia del mare al ciel sereno, +Quando quel cavallier pien de ardimento, +Che mai di sua bontà non venne meno, +Per provvederse alla cruda battaglia +Tutto di piastra si copre e di maglia. + +E benché fusse d'animo virile +E non temesse il mondo tutto quanto, +Pur tutte l'arme guarda per sotile, +Ambedue le scarpette e ciascun guanto, +Ché ben cognosce il cavallier gentile +Che 'l suo inimico si donava il vanto +D'alta prodezza in ogni baronaggio; +Però non vôl ch'egli abbia alcun vantaggio. + +Poi che di piastra fu tutto coperto +Ed ebbe il suo bon brando al fianco cinto, +Angelica la bella gli ebbe offerto +Un cimiero alto e un scudo d'ôr destinto. +Era il cimiero uno arboscello inserto, +E il scudo a tale insegna ancor dipinto. +L'elmo s'allaccia quel baron soprano, +Monta a destriero e prende l'asta in mano. + +Li altri, per fare ad esso compagnia, +Senza arme in dosso giù calarno al piano; +Quivi Aquilante e Grifon se vedìa, +Brandimarte vien presso e il re Ballano; +Il conte dopo questi ne venìa, +Ed Angelica seco a mano a mano +Sopra d'un palafren bianco ed amblante; +Il re Adrïan vien dietro e Sacripante. + +Rimase nella rocca Galafrone, +E seco Chiarïon, che era ferito. +Or diciamo de Orlando campïone: +Come fo gionto nel prato fiorito, +Sonando il corno sfida il fio d'Amone, +Qual già nella campagna era apparito +Tutto coperto a piastra e maglia fina; +E seco al par Marfisa la regina. + +Lei senza l'elmo el viso non nasconde: +Non fu veduta mai cosa più bella. +Rivolto al capo avea le chiome bionde, +E gli occhi vivi assai più ch'una stella; +A sua beltate ogni cosa risponde: +Destra ne gli atti, ed ardita favella, +Brunetta alquanto e grande di persona: +Turpin la vide, e ciò di lei ragiona. + +Angelica a costei già non somiglia, +Che era assai più gentile e delicata: +Candido ha il viso e la bocca vermiglia, +Suave guardatura ed affatata, +Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia: +La chioma bionda al capo rivoltata, +Un parlar tanto dolce e mansueto, +Ch'ogni tristo pensier tornava lieto. + +Questa ne andava con Orlando a mano, +Come poco di sopra io ve ho contato; +E quella col segnor de Montealbano, +Che incontra gli venìa da l'altro lato, +Con l'arme in dosso sopra Rabicano. +Torindo e il duca Astolfo disarmato, +Prasildo e Iroldo pien di vigoria, +Fanno a Ranaldo onore e compagnia. + +Ma poi che fôrno gionti a i verdi prati, +Ciascun si stette dal suo lato alquanto; +Suonando il corno si fôrno sfidati +Quei duo che han di prodezza al mondo il vanto. +Pregovi, bei segnor, che ritornati +Ad ascoltarme nel seguente canto, +Perché de l'altre zuffe ch'io contai +Questa è più fiera ed è maggior assai. + +Canto ventesimottavo + +Chi provato non ha che cosa è amore, +Biasmar potrebbe e due baron pregiati, +Che insieme a guerra con tanto furore +E con tanta ira se erano afrontati, +Dovendosi portar l'un l'altro onore, +Ch'eran d'un sangue e d'una gesta nati: +Massimamente il figlio di Melone, +Che più della battaglia era cagione. + +Ma chi cognosce amore e sua possanza, +Farà la scusa di quel cavalliero; +Ché amore il senno e lo intelletto avanza, +Né giova al provedere arte o pensiero. +Giovani e vecchi vanno alla sua danza, +La bassa plebe col segnore altiero; +Non ha remedio amore, e non la morte; +Ciascun prende, ogni gente ed ogni sorte. + +E ciò se vide alora manifesto, +Ché Orlando, qual di senno era compito, +Di sua natura si cangiò sì presto, +E venne impazïente allo appetito; +Ed a Ranaldo se fece molesto, +Col qual fu de amistà già tanto unito. +Ora nel campo a morte lo desfida, +Suonando il corno ad alta voce crida: + +- Non hai vicino il forte Montealbano, +Che possa con sue mure ora camparte; +Non è teco il fratel de Vivïano, +Qual ti possa giovar con sua mala arte. +Chi te potrà levar dalla mia mano? +Come andarai fuggendo ed in qual parte? +Non è citade al mondo o tenimento, +Ove non abbi fatto un tradimento. + +Belisandra robbasti in Barbaria, +Quando gli andasti come mercadante. +Vôi tu forse tornar per quella via, +O fuggir per il regno de Levante +Dove sette fratei per tua folìa +E per le fraude tue, che son cotante, +A tradimento son condutti a morte? +Forse in Tesaglia andar te riconforte? + +Re Pantasilicor da te fo preso, +Né usata fu più mai tanta viltate, +Perché, essendo pregion, da te fu impeso, +Sì che non passarai per sue contrate. +E già non posso a pieno aver inteso +Tutte le tue magagne e crudeltate; +Ma so che a Montalbano a notte scura +Né al chiaro giorno è la strata sicura. + +So che robbasti il tesoro indïano, +Che a me toccava per dritta ragione, +Perché il re de India, Durastante, al piano +Fu da me morto, e non da te, ladrone. +Sotto la tregua del re Carlo Mano +Robbasti al re Marsilio il suo Macone. +Ora te penti, e fa che ben m'intenda: +Oggi di tanto mal farai l'amenda. - + +Ranaldo fece al conte aspra risposta, +Forte suonando il suo corno bondino, +Dicendo dopo il suon: - Vieni a tua posta, +Ché or sei vasso ed eri paladino, +E poi che la tua mente è pur disposta +Far la vendetta d'ogni Saracino, +Di qualunque sia morto in ogni lato, +Preso o disfatto, o sia da me robbato. + +Ma a te ramento che aggio a vendicare +La morte iniqua d'ogni cristïano. +Don Chiaro il paladin vo' ricordare, +Che l'occidesti in campo di tua mano; +Perciò se ebbe Girardo a disperare, +E per tua colpa divenne pagano. +Ascolta, renegato e maledetto: +Chi dà cagione al mal, lui n'ha il diffetto. + +Il padre de Olivier, malvaggio cane, +Venne per tua cagion da Carlo occiso; +Ranaldo di Bilanda per tue mane +Avanti al vecchio patre fo diviso. +E tu quando ti levi la dimane, +Credi acquistar zanzando il paradiso +Con croce e patrinostri? Altro ci vôle +Che per rei fatti dar bone parole. + +Ricordate, crudel, che a Monteforte, +Per prender quel castello a tradimento, +Il franco re Balante ebbe la morte, +E ciò fu ben di tuo consentimento, +Ché stavi apresso a Carlo Magno in corte; +Né ti bastando il core o l'ardimento +Di scontrarti con lui sopra al sentiero, +Altrui mandasti, e fu morto Rugiero. - + +Queste parole ed altre più diverse +Dicea Ranaldo con voce rubesta. +Ora più oltra il conte non sofferse, +Ma contra lui se mosse a gran tempesta; +Ciascadun sotto il scudo si coperse, +E con alto furor la lancia arresta, +E vengonsi a ferir con ardimento: +Sembrâr quei duo destrier folgor e vento. + +Come nel celo o sopra la marina +Duo venti fieri, orribili e diversi +Scontrano insieme con molta roina, +E fan conche e navigli andar roversi; +E come un rivo dal monte declina, +Con sassi rotti ed arbori dispersi; +Così quei duo baron pien di valore +Se urtarno con altissimo rumore. + +Non fu piegato alcun di loro un dito, +A benché delle lancie smisurate +Ciascun troncone insino al celo è gito. +Già son rivolti ed han tratto le spate; +Né intorno fu pagan cotanto ardito +Che non se sbigotisse in veritate, +Quando l'un l'altro rivoltò la faccia +Piena de orrore e de ira e de minaccia. + +Non vide il mondo mai cosa più cruda +Che il fiero assalto di questa battaglia, +E ciascun sol mirando trema e suda: +Pensati che fa quel che se travaglia! +In più parte avean lor la carne nuda, +Ché mandate han per terra piastra e maglia. +Ranaldo sopra al conte se abandona, +Nel forte scudo il gran colpo risuona. + +Il scudo aperse e il brando dentro passa: +Sopra la spalla gionse al guarnimento, +La piastra del braccial tutta fraccassa. +Sente a quel colpo il conte un gran tormento; +Adosso de Ranaldo andar se lassa, +E ben sembra al soffiar tempesta e vento; +A man sinestra gionge il brando crudo, +Sino alla spalla rompe e parte il scudo. + +A poco a poco più l'ira s'accende: +Ranaldo sopra l'elmo gionse il conte; +Taglio del brando a questo non offende, +Però che era incantato e fu de Almonte, +Ma il cavallier stordito se distende +Per quel colpo superbo che ebbe in fronte, +E rivenne in se stesso in poco d'ora; +Ira e vergogna al petto lo divora. + +Stringendo e denti, il forte paladino +Mena a Ranaldo un colpo nella testa: +Gionse ne l'elmo che fu de Mambrino; +Non fu veduta mai tanta tempesta. +Quel baron tramortito andava e chino, +Via fugge Rabicano, e non s'arresta, +Intorno al campo, e par che metta l'ale; +Al conte Orlando il suo spronar non vale. + +Non fu veduto mai tanto peccato, +Quanto era di Ranaldo valoroso, +Ch'era sopra l'arcione abandonato, +E strasinava il brando al prato erboso; +Fuor de l'elmo uscia il sangue da ogni lato, +Però che a quel gran colpo furïoso +Tanta angoscia sofferse e tanta pena, +Che 'l sangue gli crepò fuor d'ogni vena. + +Fuor della bocca usciva e fuor del naso, +Già ne era l'elmo tutto quanto pieno; +Spirto nel petto non gli era rimaso, +Correndo il suo destriero a voto freno. +E così stette in quel dolente caso +Quasi una ora compita, o poco meno; +Ma non fu giamai drago ni serpente +Quale è Ranaldo, allor che se risente. + +Non fu ruina al mondo mai maggiore, +Ché l'altre tutte quante questa passa; +Strazia dal petto il scudo, e con rumore +Contro alla terra tutto lo fraccassa. +Fusberta, il crudo brando, a gran furore +Stringe a due mane e le redine lassa, +E ferisce cridando al forte conte: +Proprio lo gionse al mezo della fronte. + +Non puotè il colpo sostenire Orlando, +Ma su le croppe la testa percosse; +Le braze a ciascun lato abandonando, +Già non mostra d'aver l'usate posse. +Di qua di là se andava dimenando, +Ed ambe l'anche di sella rimosse; +Poco mancò che 'l stordito barone +Fuor non uscisse al tutto de l'arzone. + +Ma come quel che avea forza soprana, +Ben prestamente uscì di quello affanno, +E, riguardando la sua Durindana, +Dicea: "Questo è il mio brando, o ch'io m'inganno; +Questo è pur quel ch'io ebbi alla fontana, +Che ha fatto a' Saracin già tanto danno. +Io me destino veder per espresso +S'io son mutato o pur se 'l brando è desso." + +Così diceva: ed intorno guardando, +Vidde un petron di marmore in quel loco; +Quasi per mezo lo partì col brando +Persino al fondo, e mancòvi ben poco. +Poi se volta a Ranaldo fulminando; +Torceva gli occhi, che parean di foco, +D'ira soffiando sì come un serpente; +Mena a due mani e batte dente a dente. + +O Dio del celo, o Vergine regina, +Diffendete Ranaldo a questo tratto, +Ché 'l colpo è fiero e di tanta ruina, +Che un monte de diamanti avria disfatto. +Taglia ogni cosa Durindana fina, +Né seco ha l'armatura tregua o patto; +Ma Dio, che campar volse il fio d'Amone, +Fece che 'l brando colse di piatone. + +Se gionto avesse la spada di taglio, +Tutto il fendeva insino in su l'arcione; +Sbergo ni maglia non giovava uno aglio, +Ed era occiso al tutto quel barone. +Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio, +Ché il colpo gli donò tal stordigione, +Che da l'orecchie uscia il sangue e di bocca; +Con tanta furia sopra l'elmo il tocca. + +Tutta la gente che intorno guardava +Levò gran crido a quel colpo diverso; +E Marfisa tacendo lacrimava, +Perché pose Ranaldo al tutto perso. +Il conte ad ambe mano anco menava +Per tagliar quel baron tutto a traverso; +E ben puoteva usar di cotal prove: +Ranaldo è come morto e non se move. + +Quel colpo sopra lui già non discese, +Ché Angelica alla zuffa era presente. +Lei tenne il conte, e per il braccio il prese, +Ed a lui volta con faccia ridente, +Disse: - Barone, egli è chiaro e palese +Che tra gentile e generosa gente +Solo a parole se osserva la fede: +Senza giurare l'uno a l'altro crede. + +Questa matina promisi e giurai +Per una volta di farti contento, +E come e quando tu comandarai; +Ma prima tu dèi trare a compimento +Una impresa per me, come tu sai, +La qual comandar posso a mio talento; +Sì che io te dico, franco paladino, +Incontinente pòneti a camino. + +Prendi la strata per questa campagna, +Né te curar de indugia né de posa, +Sin che sei gionto nel regno de Orgagna, +Là dove trovarai mirabil cosa; +Ché una regina piena di magagna +(Così Dio ne la faccia dolorosa!) +Ha fabricato un giardin per incanto, +Per cui destrutto è il regno tutto quanto. + +Perché alla guarda del falso giardino +Dimora un gran dragone in su la porta, +Qual ha deserto intorno a quel confino +Tutta la gente del paese, e morta; +Né passa per quel regno peregino, +Né dama o cavalliero alla sua scorta, +Che non sian presi per quelle contrate, +E dati al drago con gran crudeltate. + +Onde te prego, se me porti amore, +Come ho veduto per esperïenza, +Che questa doglia me levi del core, +De la qual più non posso aver soffrenza; +E so ben che cotanto è il tuo valore +E 'l grande ardire e l'alta tua potenza, +Che, abenché il fatto sia pericoloso, +Pur nella fin serai vittorïoso. - + +Orlando alla donzella presto inchina, +Né se fece pregar più per nïente, +E con tanto furor ratto camina, +Che uscito è già di vista a quella gente. +Or, menando fraccasso e gran roina, +Il fio d'Amon turbato se risente; +Strenge a due mano il furïoso brando +Credendo vendicarse al conte Orlando. + +Ma quello è già lontan più de una lega: +Ranaldo se 'l destina di seguire, +Ché mai non vôl con lui pace né trega, +Sin che l'un l'altro non farà morire. +Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega, +E tanto ogniom di lor seppe ben dire, +Che Ranaldo, che avea la mente accesa, +Pur fu acquetato e lasciò quella impresa. + +Questo fin ebbe la battaglia fella. +Tornò Ranaldo a farse medicare; +Parlar li volse Angelica la bella, +Lui per nïente la volse ascoltare, +Ché tanto odio portava a la donzella, +Che apena la puoteva riguardare. +Or lei si parte e vien sopra al girone; +Ranaldo in campo torna al paviglione. + +Su nella rocca ritornò la dama, +E de amor si lamenta e di fortuna; +Piange dirottamente e morte chiama, +Dicendo: "Or fo giamai sotto la luna +Per l'universo una donzella grama, +O nello inferno passò anima alcuna, +Che avesse tanta pena e tale ardore, +Quale io sostengo a l'affannato core? + +Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta, +Né vôl ch'io campa, e non mi fa morire, +Ed è tanto crudel, che non m'ascolta. +Che al manco gli potessi io fare odire +Li affanni che sostengo, una sol volta, +E di poi presto mia vita finire! +Ché dopo morte ancor sarei contenta, +Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta. + +Ma ciascuna alma disdegnosa e dura +Amando e lacrimando al fin se piega, +Sì che speranza ancor pur mi assicura +Che a un tempo mi darà quel che or mi niega; +E sol di quello è la bona ventura, +Che pacïenzia segue e piange e priega; +E, s'io son fuor di tal condizïone, +Pur stato non serà per mia cagione. + +Io vincerò la sua discortesia; +Ancor se placherà, se ben fia tardo, +Faràgli ancor pietà la pena mia, +E 'l fuoco smisurato ove io dentro ardo. +Poi che seguir conviensi questa via, +Io vo' mandarli adesso il suo Baiardo, +Ché, come intendo e per ciascun se nara, +Cosa del mondo a lui non è più cara. + +Orlando più non tornarà giamai, +Ché non giovarà forza né sapere, +Allo estremo periglio ove il mandai: +Far posso del destriero il mio parere. +Ahi re del cel! come forte fallai +A far perir colui che ha tal potere! +Ma Dio lo sa ch'io non puote' soffrire +Quel che tanto amo vederlo morire. + +Ora fia morto il bon conte di Brava, +Sol per campar la vita al fio d'Amone. +Quel molto più che sua vita me amava, +Questo non ha di me compassïone; +E certo conscïenza assai me grava, +E vedo ch'io fo pur contra ragione: +Ma la colpa è d'Amor, che senza legge +E soi subietti a suo modo corregge." + +Così dicendo chiede una donzella, +Che fu con lei creata piccolina, +Di aria gentile e di dolce favella; +Alla sua dama davanti se inchina. +Disse Angelica a lei: - Va, monta in sella +Calla nel campo di quella regina, +Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione, +Sta nello assedio di questo girone. + +Tu montarai sopra il tuo palafreno: +Baiardo, quel destrier, menalo a mano. +Di tende e paviglioni il campo è pieno: +Cerca tu quel del sir de Montealbano. +A lui del bon destrier dà in mano il freno, +E digli, poi ch'egli è tanto inumano +Che comporta ch'io pèra in tante brame, +Non vo' che il suo ronzon mora di fame. + +Io non potrebbi mai già comportare, +Che 'l suo destrier patisse alcun disaggio, +A benché lui mi venne assedïare, +E femmi oltra al dover cotanto oltraggio. +Sol d'una cosa me può biasimare: +Ch'io l'amo oltra misura; ed ameraggio +Sin che avrò spirto in core e sangue adosso, +O voglio o non, però che altro non posso. + +A lui ragionarai in cotal guisa, +Ed a trarne risposta abbi lo ingegno; +Ché tanto è la pietà da quel divisa, +Che forse di parlarti avria disdegno. +Partendoti da lui, vanne a Marfisa, +Né far de onore o reverenzia un segno; +Senza smontar d'arcione a lei te accosta, +E da mia parte fa questa proposta. + +Diragli ch'io credetti che Agricane +Dovesse per suo esempio spaventare +E le genti vicine e le lontane +Dal non dover con me guerra pigliare; +Ma da poi ch'essa ancor non se rimane, +Che gli altri se potranno ammaestrare +Per lo esempio di lei, che tanto è paccia, +Che bisogno ha d'aiuto e pur minaccia. - + +La damisella uscì di quel girone, +E giù nel campo subito discese; +La sua ambasciata fece al fio d'Amone +Con bassa voce e ragionar cortese: +Sempre parlando stette ingenocchione. +Io non so dir se ben Ranaldo intese, +Ché, come prima odì chi la mandava, +Voltò le spalle e più non l'ascoltava. + +Era con lui Astolfo al paviglione, +Il qual, veggendo la dama partire, +Che seco ne menava il bon ronzone, +Subitamente la prese a seguire, +Dicendo a lei che per dritta ragione +Questo destrier potrebbe ritenire +Come sua cosa, poi che era palese +Che esso l'avea condutto in quel paese. + +A concluder, la dama puotea meno, +E il modo non avea da contrastare, +Onde se lasciò tuor di mano il freno: +Adietro l'ebbe Astolfo a remenare. +Or per quel campo d'arme tutto pieno +La messagiera se pone a cercare: +Cerca per tutto, e mai non se rafina, +Sin che fu gionta avanti alla regina. + +E non se sbigotì di sua presenzia, +Ma fece sua proposta alteramente, +Con ardire mestiato di prudenzia. +Quella regina, che ha l'animo ardente, +La odìa parlar con poca pacïenzia, +E sol rispose: - Bene è tostamente +Il minacciar d'altrui; ma il fin del gioco +È di cui fa de' fatti e parla poco. - + +Lasciamo il ragionar della donzella, +La qual, nel modo che aviti sentito, +Tornò davanti ad Angelica bella; +E ragionamo di quel conte ardito, +Che per li fiori e per l'erba novella +Via caminando è de una selva uscito; +Fuor della selva, a ponto in su quel piano, +Armato è un cavallier con l'asta in mano. + +Sopra d'una acqua un ponte marmorino +Tenìa quel cavallier in sua diffesa; +Alla ripa del fiume, ad un bel pino +Stava una dama per le chiome impesa, +La qual facea lamento sì tapino, +Che avrebbe di dolor quella acqua accesa; +Sempre soccorso e mercede domanda, +Di pianto empiendo intorno in ogni banda. + +Di lei molta pietà si venne al conte, +E per ella sligare al pino andava. +Ma il campïon, che armato era sul ponte, +- Non andar, cavallier! - forte cridava +- Ché fai a tutto il mondo oltraggio ed onte, +Dando soccorso a quella anima prava; +Perché l'antiqua etade e la novella +Non ebbe mai più falsa damigella. + +Per sua malizia sette cavallieri +Sono perduti e per sua fellonia. +Ma ciò contarti non mi fa mestieri, +Che troppo è lungo: vanne alla tua via; +Lasciala stare e prendi altri pensieri. - +Cari segnori e bella baronia, +Stati contenti a quel che aveti odito: +Per questa fiata il canto è qui finito. + +Canto ventesimonono + +Ne l'altro canto io ve contai che Orlando +Vide il bel pino a lato alla riviera, +Dove la dama impesa lacrimando +Avria mosso a pietate un cor di fiera; +E mentre che lui stava riguardando, +Quello altro campïon con voce altiera +Gli disse: - Cavallier, va alla tua via, +Né dare aiuto a quella dama ria. + +La quale adesso ha ben tutta sua voglia, +Poi che sta impesa con le chiome al vento, +E voltasi leggier come una foglia; +E ben fo questo sempre il suo talento: +Or con vana speranza, or certa doglia +Tenir li amanti in estremo tormento. +Come al vento si volge per se stessa, +Così sempre rivolse ogni promessa. - + +Rispose il franco conte: - In veritate, +Nella mia mente non posso pensare, +Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate; +In ogni modo la voglio campare, +Né credo che abbi in te tanta viltate, +Che a questa cosa debbi contrastare. +Se offeso sei e di vendetta hai brama, +Ciò non conviene oprar sopra a una dama. - + +- Questa donzella - disse il cavalliero +- Fo sempre sì crudele e dispietata, +E tanto vana e d'animo leggiero, +Che drittamente è quivi condennata. +Ma tu forse, baron, tu forastiero +Non sai la istoria di questa contrata, +Però pietà te muove a dar soccorso +A quella che è crudel più che alcuno orso. + +Ascolta, ch'io te prego, in qual mainera +Ben iustamente e per dritta ragione +Fosse nel pino impesa quella fiera. +Lei nacque meco in una regïone, +E fo per sua beltade tanto altiera, +Che mai non fo mirato alcun pavone +Che avesse più superbia nella coda, +Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda. + +Origille è il suo nome, e la citade +Dove nascemmo Batria è nominata. +Io l'amai sempre dalla prima etade, +Come piacque a mia sorte isventurata; +Lei or con sdegni, or con finta pietade, +Promettendo e negando alcuna fiata, +Me incese di tal fiamma a poco a poco, +Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco. + +Un altro giovanetto ancor l'amava; +Non più di me, ché più non se può dire, +Ma giorni e notti sempre lacrimava, +Quasi condutto a l'ultimo morire. +Locrino il cavallier si nominava, +Qual soffrea per amor tanto martìre, +Che giorno e notte, lacrimando forte, +Chiedea per suo ristor sempre la morte. + +Lei l'uno e l'altro con bone parole +E tristi fatti al laccio tenìa preso, +Mostrandoci nel verno le vïole, +E il giaccio nella state al sole acceso; +E benché spesso, come far si suole, +Fosse l'inganno suo da noi compreso, +Non fo l'amor d'alcuno abandonato, +Credendo più ciascuno essere amato. + +Più volte avante a lei mi presentai, +Formando le parole nel mio petto, +Ma poi redirle non puote' giamai, +Ché, come io fu' condutto al suo cospetto, +Quel che pensato avea, domenticai, +E sì perdei la voce e l'intelletto +E tutti e sentimenti per vergogna, +Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna. + +Pur mi diè amore al fin tanta baldanza, +Che un tal parlare a lei da me fu mosso: +"Se voi credesti, dolce mia speranza, +Ch'io potessi soffrir quel che io non posso, +E che la vita mia fosse a bastanza +Del foco che m'ha roso insino a l'osso, +Lasciati tal pensiero in abandono, +Ché se aiuto non ho, morto già sono. + +Ciò vi giuro, ed è vero, e non ve inganno; +E pensar ben doveti in vostro core +Che l'uom die' sostener l'estremo danno +Prima che 'l provi il suo amico maggiore; +Perché essendo ingannato, ogni altro affanno, +Anci la morte, è ben pena minore, +Perché alla fine ogni martìre avanza +Trovarsi vana l'ultima speranza. + +Ben lo sa Dio che in altri non ho spene, +E che voi seti quella che più amo; +Soffrir non posso ormai cotante pene: +A l'estremo dolor mercè vi chiamo. +Camparme al vostro onor ben si conviene, +Ché sol per voi servir la vita bramo, +E, se aiuto non dati al mio gran male, +Io moro, e voi perdeti un cor leale." + +Non fuor queste parole simulate, +Anci tratte al mio cor della radice; +Lei, che femina è ben in veritate, +(Che tutte son peggior che non se dice), +Fece risposta con gran falsitate, +Per farme più dolente ed infelice, +Dicendo: "Uldarno - (ché così mi chiamo) +- Più che 'l mio spirto e più che gli occhi v'amo. + +E se io potessi mostrarne la prova, +Come io posso in voce proferire, +Cosa non ho nel cor che sì me mova, +Quanto al vostro desio poter servire; +E se alcun modo o forma se ritrova, +Ch'io possa contentar questo disire, +Io sono apparecchiata a tutte l'ore, +Pur che si servi insieme il nostro onore. + +Ma certamente io vedo una sol via +(Volendo, come io dico, riservare +Nel vostro onor la nominanza mia) +Che ce possiamo insieme ritrovare. +Come sapete, la fortuna ria +Fece a la morte insieme disfidare +Oringo, il cavallier tanto inumano, +Contra a Corbino, mio franco germano. + +E fo quel damigello al campo morto, +Dico Corbino, e contra alla ragione, +Ché ancor non era ben ne l'arme scorto, +E l'altro fo più volte al parangone. +Ora per vendicar cotanto torto +Mio patre va cercando un campïone, +Proferendo a ciascuno estremo merto, +Ed hal trovato, o trovaral di certo. + +Voi, che portate adunque l'arme indosso +D'Oringo e la sua insegna e il suo cimero, +Fuor de la terra vi serete mosso, +Là dove scontrarete un cavalliero. +Poi che l'un l'altro ve areti percosso, +Pigliar vi lasciareti di legiero, +E questo è solo il modo e la maniera +A far contenta vostra voglia intiera. + +Però che quivi sereti menato +Da l'altro cavallier, che ve avrà preso; +Sotto mia guarda stareti legato, +E non temeti già de essere offeso, +Ché a vostra posta vi darò combiato. +E benché 'l patre mio sia d'ira acceso, +Ed abbia molta voluntate e fretta +Di far del suo figliolo aspra vendetta, + +Nulla di manco ho già preso il partito +Di poter vosco alquanto dimorare, +Poi mostrarò che via siati fuggito." +Così la falsa m'ebbe a ragionare, +Ed io ben presto presi questo invito, +Né a periglio o fatica ebbi a pensare, +Ché, per trovarme seco ad un sol loco, +Passato avria per mezo un mar di foco. + +Addobbato mi fu' subitamente +L'arme de Oringo ed ogni sua divisa; +Ma, come io fu' partito, incontinente +Costei, che del mio mal facea gran risa, +Come quella che è troppo fraudolente +E perfida e crudel for d'ogni guisa, +Partito, come io dico, a lei davante, +Fece chiamare a sé quell'altro amante. + +Ciò fu Locrino, de chi ragionai, +Che a un tempo meco questa falsa amava, +E con promesse e con parole assai, +Come sapea ben far, lo alosingava, +Dicendo, se sperar dovea giamai +Guidardon de l'amor che gli mostrava, +Che per un giorno sia suo campïone: +Dïagli Oringo morto, o ver pregione. + +Il loco li raconta, ove mandato +M'avea lei stessa fuor de la citate, +E tanto fece al fin, che l'ebbe armato +De insegne contrafatte e divisate, +E fuora venne per trovarmi al prato. +Nel scudo verde ha due corne dorate +E nella sopravesta e nel cimiero, +Come portava un altro cavalliero. + +Quel cavallier avea nome Arïante, +Che per insegna le corne portava, +Tanto animoso e di membre aiutante +Che forse un altro par non attrovava. +Questo era d'Origille anco esso amante, +Ed averla per moglie procacciava; +E già col patre de essa stabilito +Avea per patto d'esser suo marito. + +Ma prima Oringo dovea conquistare, +Ed a lui presentarlo, o morto o preso. +Or, per far breve il nostro ragionare, +Questo ne venne a quel prato, disteso, +Là dove io stava armato ad aspettare: +Dopo lieve battaglia io mi fui reso. +Credendo a questa falsa esser menato, +Feci poca diffesa e fui pigliato. + +Locrino, in questo tempo, il giovanetto, +Nel vero Oringo a caso fu inscontrato, +Né menarno la zuffa da diletto, +Questo d'amore e quel ch'era infiammato. +Fu ferito Locrino a mezo il petto, +Oringo nella testa e nel costato; +E fu l'assalto lor sì crudo e forte, +Che ciascun d'essi quasi ebbe la morte; + +Abench'al fine Oringo fu pregione, +Ché uno amoroso cor vince ogni cosa. +Ora intervenne che 'l crudo vecchione, +Il quale è patre a questa dolorosa, +Avea di far vendetta il cor fellone, +E notte e giorno mai non stava in posa. +Sempre guardando, cerca con gran pena +Se 'l suo campione Oringo ancor li mena. + +Ed ecco avanti lo vide venire, +Con la man disarmata e senza brando, +Come colui ch'è preso, a non mentire. +Andogli incontra pallido e tremando, +E apena se ritenne de ferire; +Ma poi, dapresso con lor ragionando, +Cognobbe nella voce e nel sembiante +Che Locrino era quel, non Arïante. + +Ben sapea il vecchio che quel giovanetto +La sua figliola avea molto ad amare, +E però gli diceva: "Io ti prometto, +Se questo tuo pregion me vôi donare, +Contento ti farò di quel diletto +Qual più nel mondo mostri desïare. +Se vero è che mia figlia cotanto ami, +Io te contentarò di quel che brami." + +Locrino paccio fu presto accordato, +Benché darli il pregion non gli era onore; +Tanto già lui d'amore era spronato, +Che gli avria dato parte del suo core. +Essendo già tra lor fatto il mercato, +La nostra gionta gli pose in errore, +Perché Arïante ed io, che ero pregione, +Giongemmo avanti a quel crudo vecchione. + +Quivi la cosa fu tutta palese +E la cagion de l'arme tramutate. +Alora Oringo molto me riprese, +Che in dosso le sue insegne avea portate; +E tra noi quattro fur molte contese, +E quasi ne venemmo a trar le spate, +Perché Arïante ancor se lamentava +Pur de Locrin, che sua insegna portava. + +Nel regno nostro è legge manifesta +Che chiunque porta scudo o ver cimero +D'un altro campïone o d'altra gesta, +È disfamato con gran vitupero, +E se non ha perdon, perde la testa. +Benché 'l statuto sia crudele e fero, +Ché la pena è maggior che la fallanza, +Pur è servata per antiqua usanza. + +Avanti al re fu tratta la querella; +Il qual, veggendo tutta la cagione +Essere uscita da questa donzella, +Qual li avea indotto a quella guarnisone, +E con le insegne altrui montare in sella, +Prese consiglio, con molta ragione, +Che, avendo ogniom di noi fatto gran male, +Tutti dian voce a pena capitale: + +Oringo, perché morto avea Corbino, +Ch'era garzone, e lui già di gran fama; +Ed Arïante, sì come assassino, +Qual per avere il prezo d'una dama +Avea promesso a quel vecchio mastino +La morte di colui che tanto brama. +Così meco Locrino ad una guisa, +Ché avevamo portata altrui divisa. + +Sì iudicati tutti quattro a morte, +Fummo obligati sotto a sacramento +Non uscir for de Batria delle porte, +Sin che non è il iudicio a compimento; +E fece il re da poi ponere a sorte +Chi menar debba la dama al tormento, +Perché lei, che è cagion di tanto errore, +Non aggia morte, ma pena maggiore. + +Come tu vedi, per le chiome impesa +Sopra a quel pino al vento se trastulla, +E per farla campare è bene attesa +D'ogni vivanda, e non gli manca nulla. +La prima sorte a me dette la impresa +De stare in guardia alla falsa fanciulla, +E così già tre giorni ho combattuto +Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto. + +E sette cavallieri ho tratto a fine: +E nomi tutti non te vo' contare; +Mira quei scudi e l'armi peregrine, +Qual ciascadun di lor suolea portare. +Tutti han perduto l'anime tapine +Per voler questa dama liberare; +Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l corno +Sono attaccati a quel troncon d'intorno. + +E se caso averrà ch'io pur sia morto, +Oringo e poi Locrino ed Arïante +Verran l'un dopo l'altro a questo porto, +Ciascun di me più fiero ed aiutante; +E però, cavalliero, io te conforto +Che non te curi di passare avante, +Perché qualunche al ponte non se attiene, +Aver battaglia meco li conviene. - + +Orlando stava attento al cavalliero +Che avea contata lunga diceria; +Ma la donzella da quel pino altiero +Forte piangendo il cavallier mentia, +Dicendo che malvaggio era e sì fiero, +Che la tormenta sol per fellonia, +E perché è dama e non può far diffesa, +La tien per crudeltate al pino appesa. + +E che sette baroni a tradimento +Aveva occiso, e non per sua virtute, +E per dar tema agli altri e gran spavento +Tenea quei scudi in mostra e le barbute. +Così dicea la dama, e con lamento +Parlava al conte per la sua salute, +Per Dio pregando e sempre per pietate, +Che non la lasci in tanta crudeltate. + +Non stette Orlando già molto a pensare, +Perché pietà lo mosse incontinente, +Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare, +O che prenda battaglia di presente. +Così l'un l'altro s'ebbe a disfidare; +Ciascadun volta il suo destrier corrente, +E vengonsi a ferir con cruda guerra: +Al primo incontro Orlando il pose in terra. + +Poi che fu il cavallier caduto al piano, +Il conte prestamente al pino andava. +Sopra una torre a quel ponte era un nano, +Che incontinente un gran corno suonava; +Dopo quel suono apparve a mano a mano +Un cavalliero armato, che cridava, +E morte al conte e gran pena minaccia, +Se s'avicina al pino a vinte braccia. + +Il conte aveva integra ancor sua lanza; +Presto se volta, e quella al fianco arresta, +E ferisce al baron con tal possanza, +Che sopra al prato il fie' batter la testa. +Ma far nova battaglia ancor gli avanza, +Ché 'l nano suona il corno a gran tempesta, +E gionge il terzo cavalliero armato: +Sì come gli altri andò disteso al prato. + +Sopra la torre il nano il corno suona: +Il quarto cavallier ne vien palese. +Orlando contra lui forte sperona, +E con fraccasso a terra lo distese. +Poi tutti come morti li abandona, +E passa il ponte senza altre contese, +E gionge al pino e smonta della sella: +Salisce al tronco e spicca la donzella. + +Giù per le rame la portava in braccio, +E quella dama lo prese a pregare, +Poiché tratta l'avea di tale impaccio, +Che via con seco la voglia portare, +Perché di lei serìa fatto gran straccio, +Se quivi se lasciasse ritrovare. +Orlando la assicura e la conforta, +In croppa se la pone, e via la porta. + +Era la dama di estrema beltate, +Malicïosa e di losinghe piena; +Le lacrime teneva apparecchiate +Sempre a sua posta, com'acqua di vena. +Promessa non fie' mai con veritate, +Mostrando a ciascadun faccia serena; +E se in un giorno avesse mille amanti, +Tutti li beffa con dolci sembianti. + +Come io dissi, la porta il conte Orlando; +E già partito essendo di quel loco, +Lei con dolci parole ragionando +Lo incese del suo amore a poco a poco. +Esso non se ne avide e, rivoltando +Pur spesso il viso a lei, prende più foco, +E sì novo piacer gli entra nel core, +Che non ramenta più l'antiquo amore. + +La dama ben s'accorse incontinente, +Come colei che è scorta oltra misura, +Che quel baron d'amore è tutto ardente, +Onde a infiamarlo più pone ogni cura; +E con bei motti e con faccia ridente +A ragionar con seco lo assicura; +Però che 'l conte, ch'era mal usato, +D'amor parlava come insonnïato. + +Mille anni pare a lui che asconda il sole, +Per non avere al scur tanta vergogna; +Perché, benché non sappia dir parole, +Pur spera de far fatti alla bisogna; +Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole, +E fra se stesso quel giorno rampogna, +Qual più de gli altri gli par longo assai, +Né a quella sera crede gionger mai. + +E così cavalcando a passo a passo, +Ragionando più cose intra di loro, +A mezo il prato ritrovarno un sasso, +Che è scritto tutto intorno a littre d'oro, +E trenta gradi, dalla cima al basso, +Avea tagliato con netto lavoro; +Per questi gradi in cima se saliva +A quel petron, che asembra fiamma viva. + +Disse la dama al conte: - Or te assicura, +Se hai, come io credo, la virtù soprana, +Che in questo sasso è la maggior ventura +Che sia nel mondo tutto, e la più strana. +Monta quei gradi e sopra quella altura: +La pietra è aperta a guisa di fontana; +Ivi te appoggia, e giù callando il viso +Vedrai l'inferno e tutto il paradiso. - + +Il conte non vi fece altro pensiero: +Certo il demonio e Dio veder si crede, +Ed alla dama lascia il suo destriero. +Lei, come gionto sopra il sasso il vede, +Forte ridendo disse: - Cavalliero, +Non so se seti usato a gire a piede, +Ma so ben dir che usar ve gli conviene: +Io vado in qua; Dio ve conduca bene. - + +Così dicendo volta per quel prato, +E via fuggendo va la falsa dama. +Rimase il conte tutto smemorato, +E sé fuor d'intelletto e paccio chiama, +Benché serìa ciascun stato ingannato, +Ché di legier si crede a quel che s'ama; +Ma lui la colpa dà pure a se stesso, +Locchio e balordo nomandosi spesso. + +Non sa più che se fare il paladino, +Poi che perduto è il suo bon Brigliadoro. +Torna a guardare il sasso marmorino, +E va leggendo quelle littre d'oro. +Quivi ritrova che sepolto è Nino, +Qual fu già re di questo tenitoro, +E fece Ninivè, l'alta citate, +Che in ogni verso è lunga tre giornate. + +Ma lui, che de guardare ha poca cura, +Poi che ha perduto il suo destrier soprano, +Smonta dolente della sepoltura; +E, caminando a piede per il piano, +La notte gionge e tutto il cel se oscura. +Vede una gente, e non molto lontano; +E così andando ognior più s'avicina, +Perché la gente verso lui camina. + +Dirovi tutta quanta poi la cosa, +Qual gli incontrò, quando fu gionto al gioco, +E serà di piacere e dilettosa; +Ma poi la contaremo in altro loco, +Perché il cantar della storia amorosa +È necessario abandonare un poco, +Per ritornare a Carlo imperatore, +E ricontarvi cosa assai maggiore. + +Cosa maggior, né di gloria cotanta +Fu giamai scritta, né di più diletto, +Ché del novo Rugier quivi si canta, +Qual fu d'ogni virtute il più perfetto +Di qualunche altro che al mondo si vanta. +Sì che, segnori, ad ascoltar vi aspetto, +Per farvi di piacer la mente sazia, +Se Dio mi serva al fin la usata grazia. + +Libro secondo + +Canto primo + +Nel grazïoso tempo onde natura +Fa più lucente la stella d'amore, +Quando la terra copre di verdura, +E li arboscelli adorna di bel fiore, +Giovani e dame ed ogni creatura +Fanno allegrezza con zoioso core; +Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa, +Fugge il diletto e quel piacer si lassa. + +Così nel tempo che virtù fioria +Ne li antiqui segnori e cavallieri, +Con noi stava allegrezza e cortesia, +E poi fuggirno per strani sentieri, +Sì che un gran tempo smarirno la via, +Né del più ritornar ferno pensieri; +Ora è il mal vento e quel verno compito, +E torna il mondo di virtù fiorito. + +Ed io cantando torno alla memoria +Delle prodezze de' tempi passati, +E contarovi la più bella istoria +(Se con quïete attenti me ascoltati) +Che fusse mai nel mondo, e di più gloria, +Dove odireti e degni atti e pregiati +De' cavallier antiqui, e le contese +Che fece Orlando alor che amore il prese. + +Voi odireti la inclita prodezza +E le virtuti de un cor pellegrino, +L'infinita possanza e la bellezza +Che ebbe Rugiero, il terzo paladino; +E benché la sua fama e grande altezza +Fu divulgata per ogni confino, +Pur gli fece fortuna estremo torto, +Ché fu ad inganno il giovanetto morto. + +Nel libro de Turpino io trovo scritto +Come Alessandro, il re di gran possanza, +Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflitto +E visto il mare e il cel per sua arroganza, +Fu d'amor preso nel regno de Egitto +De una donzella, ed ebbela per manza; +E per amor che egli ebbe a sua beltade, +Sopra il mar fece una ricca citade. + +E dal suo nome la fece chiamare, +Dico Alessandria, ed ancor si ritrova; +Dapoi lui volse in Babilonia andare, +Dove fu fatta la dolente prova, +Che un suo fidato l'ebbe a velenare, +Onde convien che 'l mondo si commova, +E questo un pezzo e quello un altro piglia; +Il mondo tutto a guerra se ascombiglia. + +Stava in Egitto alora la fantina, +Che fu nomata Elidonia la bella, +Gravida de sei mesi la meschina. +Quando sentitte la trista novella, +Veggendo il mondo che è tutto in ruina, +Intrò soletta in una navicella, +Che non avea governo di persona, +Ed a fortuna le vele abandona. + +Lo vento in poppa via per mar la caccia, +In Africa quel vento la portava. +Sereno è il celo e il mar tutto in bonaccia, +La barca a poco a poco in terra andava. +Quella donzella, levando la faccia, +Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava: +A questo aiuto piangendo dimanda, +E per mercede se gli racomanda. + +Quel la ricolse con umanitate, +E poi che 'l terzo mese fu compito, +Ne la capanna di sua povertate +La dama tre figlioli ha parturito. +Quivi fu fatta poi quella citate +Che Tripoli è nomata, in su quel lito, +Per gli tre figli che ebbe quella dama; +Tripoli ancora la cità se chiama. + +E come il cel dispone gioso in terra, +Fôrno quei figli di tanto valore, +Che il re Gorgone vinsero per guerra, +Qual de l'Africa prima era segnore. +L'un d'essi fu nomato Sonniberra, +Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore; +Il secondo Attamandro, e il terzo figlio +Nome ebbe Argante, e fu bel come un giglio. + +E tre germani preser segnoria +De Africa tutta, come io ho contato, +E la rivera della Barberia +E la terra de' Negri in ogni lato. +Non per prodezza né per vigoria, +Non per gran senno acquistâr tutto il stato, +Ma la natura sua, ch'è tanto bona, +Tirava ad obedirli ogni persona. + +Perché l'un più che l'altro fu cortese, +E sempre l'acquistato hanno a donare; +Onde ogni terra e ciascadun paese +Di grazia gli veniva a dimandare. +E così subiugâr senza contese +Dallo Egitto al Morocco tutto il mare, +Ed infra terra quanto andar si puote +Verso il deserto, alle gente remote. + +Morirno senza eredi e duo maggiori, +E solo Argante il regno tutto prese, +Che ebbe nel mondo trïonfali onori; +E di lui l'alta gesta poi discese, +Della casa Africana e gran segnori, +Che ferno a' Cristïan cotante offese, +E preser Spagna con grande arroganza, +Parte de Italia, e tempestarno in Franza. + +Nacque di questo il possente Barbante, +Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano; +E fu di questa gente re Agolante, +Di cui nacque il feroce re Troiano, +Qual in Bergogna col conte d'Anglante +Combattè e con duo altri sopra il piano, +Ciò fu don Chiaro e 'l bon Rugier vassallo: +Da lor fu morto, e certo con gran fallo. + +Del re Troiano rimase un citello, +Sette anni avea quando fu il patre occiso: +Di persona fu grande e molto bello, +Ma di terribil guardo e crudel viso. +Costui fu de' Cristian proprio un flagello, +Sì come in questo libro io ve diviso. +State, segnori, ad ascoltarme un poco, +E vederiti il mondo in fiamma e in foco. + +Vinti duo anni il giovanetto altiero +Ha già passati, ed ha nome Agramante, +Né in Africa si trova cavalliero +Che ardisca di guardarlo nel sembiante, +Fuor che un altro garzone, ancor più fiero, +Che vinti piedi è dal capo alle piante, +Di summo ardire e di possanza pieno; +Questo fu figlio del forte Ulïeno. + +Ulïeno di Sarza, il fier gigante, +Fu patre a quel guerrier di cui ragiono, +Qual fu tanto feroce ed arrogante, +Che pose tutta Francia in abandono; +E dove il sol si pone e da levante +De l'alto suo valor odise il suono. +Or vo' contarvi, gente pellegrine, +Tutta la cosa dal principio al fine. + +Fece Agramante a consiglio chiamare +Trentaduo re, che egli ha in obidïenzia; +In quattro mesi gli fie' radunare, +E fuor tutti davanti a sua presenzia. +Chi vi gionse per terra e chi per mare. +Non fu veduta mai tanta potenzia; +Trentadue teste, tutte coronate, +Biserta entrarno, in quella gran citate. + +Era in quel tempo gran terra Biserta, +Che oggi è disfatta al litto alla marina, +Però che in questa guerra fu deserta: +Orlando la spianò con gran roina. +Or, come io dissi, alla campagna aperta +Fuor se accampò la gente saracina; +Dentro a la terra entrarno con gran festa +Trentaduo re con le corone in testa. + +Eravi un gran castello imperïale, +Dove Agramante avea sua residenzia: +Il sol mai non ne vide uno altro tale, +Di più ricchezza e più magnificenzia. +A duo a duo montarno i re le scale, +Coperti a drappi d'ôr per eccellenzia; +Intrarno in sala, e ben fu loro aviso +Veder il celo aperto e il paradiso. + +Lunga è la sala cinquecento passi, +E larga cento aponto per misura: +Il cel tutto avea d'oro a gran compassi, +Con smalti rossi e bianchi e di verdura. +Giù per le sponde zaffiri e ballassi +Adornavan nel muro ogni figura, +Però che ivi intagliata, con gran gloria, +Del re Alessandro vi è tutta la istoria. + +Lì si vedea lo astrologo prudente, +Qual del suo regno se ne era fuggito, +Che una regina in forma de serpente +Avea gabbata, e preso il suo appetito. +Poi se vedeva apresso incontinente +Nato Alessandro, quel fanciullo ardito, +E come dentro ad una gran foresta +Prese un destrier che avea le corna in testa. + +Buzifal avea nome quel ronzone: +Così scritto era in quella depintura; +Sopra vi era Alessandro in su l'arcione, +E già passato ha il mar senza paura. +Qui son battaglie e gran destruzïone: +Quel re di tutto il mondo non ha cura; +Dario gli venne incontra in quella guerra, +Con tanta gente che coprì ogni terra. + +Alessandro il superbo l'asta abassa, +Pone a sconfitta tutta quella gente, +E più Dario non stima ed oltra passa; +Ma quel ritorna ancora più possente, +E di novo Alessandro lo fraccassa. +Poi se vedeva Basso il fraudolente, +Che a tradimento occide il suo segnore, +Ma ben lo paga il re di tanto errore. + +E poi si vede in India travargato, +Natando il Gange, che è sì gran fiumana; +Dentro a una terra soletto è serrato, +Ed ha d'intorno la gente villana. +Ma lui ruina il muro in ogni lato +Sopra a' nemici e quella terra spiana; +Passa più oltra e qui non se ritiene; +Ecco il re d'India, che adosso gli viene. + +Porone ha nome, ed è sì gran gigante: +Non ritrova nel mondo alcun destriero, +Ma sempre lui cavalca uno elefante. +Or sua prodezza non gli fa mestiero, +Né le sue gente, che n'avea cotante, +Perché Alessandro, quel segnore altiero, +Vivo lo prende; e, com'om di valore, +Poi che l'ha preso, il lascia a grande onore. + +Eravi ancora come il basilisco +Stava nel passo sopra una montagna, +E spaventa ciascun sol col suo fisco, +E con la vista la gente magagna; +Come Alessandro lui se pose a risco +Per quella gente ch'era alla campagna, +E, per consiglio di quel sapïente, +Col specchio al scudo occise quel serpente. + +In somma ogni sua guerra ivi è depinta +Con gran ricchezza e bella a riguardare. +Possa che fu la terra da lui vinta, +A duo grifon nel cel si fa portare +Col scudo in braccio e con la spada cinta; +Poi dentro a un vetro se calla nel mare, +E vede le balene e ogni gran pesce, +E campa, e ancor quivi di fuora n'esce. + +Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa, +Vedesi lui che è vinto da l'amore; +Perché Elidonia, quella grazïosa, +Con soi begli occhi gli ha passato il core. +Evi da poi sua morte dolorosa, +Come Antipatro, il falso traditore, +L'ha avelenato con la coppa d'oro; +Poi tutto 'l mondo è in guerra e gran martoro. + +Fugge la dama misera tapina, +Ed è ricolta dal vecchio cortese, +E parturisce in ripa alla marina +Tre fanciulletti alle rete distese; +Ed evi ancor la guerra e la roina +Che fanno e tre germani in quel paese, +Sonniberra, Attamandro e il bello Argante: +L'opre di lor sono ivi tutte quante. + +Intrarno e re la gran sala mirando, +Ciascun per meraviglia venìa meno; +Genti legiadre e donzelle danzando +Aveano il catafalco tutto pieno. +Trombe, tamburi e piffari sonando, +Di romor dolce empian l'aer sereno. +Sopra costoro ad alto tribunale +Stava Agramante in abito reale. + +Ad esso fier' quei re gran riverenzia, +Tutti chinando alla terra la faccia; +Lui gli racolse con lieta presenzia, +E ciascadun di lor baciando abraccia. +Poi fece a l'altra gente dar licenzia. +Incontinente la sala se spaccia: +Restarno i re con tutti e consiglieri, +Duci e marchesi e conti e cavallieri. + +Di qua di là da l'alto tribunale +Trentadue sedie d'ôr sono ordinate; +Poi l'altre son più basse e diseguale, +Pur vi sta gente di gran dignitate. +Là più si parla, chi bene e chi male, +Secondo che ciascuno ha qualitate; +Ma, come odirno il suo segnor audace, +Subitamente per tutto si tace. + +Lui cominciò: - Segnor, che ivi adunati +Seti venuti al mio comandamento, +Quanto cognosco più che voi me amati, +Come io comprendo per esperimento, +Più debbo amarvi ed avervi onorati; +E certamente tutto il mio talento +È sempre mai d'amarvi, e il mio disio +Che 'l vostro onor se esalti insieme e il mio. + +Ma non già per cacciare, o stare a danza, +Né per festeggiar dame nei giardini, +Starà nel mondo nostra nominanza, +Ma cognosciuta fia da tamburini. +Dopo la morte sol fama ne avanza, +E veramente son color tapini +Che d'agrandirla sempre non han cura, +Perché sua vita poco tempo dura. + +Né vi crediate che Alessandro il grande, +Qual fu principio della nostra gesta, +Per far conviti de ottime vivande +Vincesse il mondo, né per stare in festa. +Ora per tutto il suo nome si spande, +E la sua istoria, che è qui manifesta, +Mostra che al guadagnar d'onor si suda, +E sol s'acquista con la spada nuda. + +Onde io vi prego, gente di valore, +Se di voi stessi aveti rimembranza, +E se cura vi tien del vostro onore, +S'io debbo aver di voi giamai speranza, +Se amati ponto me, vostro segnore, +Meco vi piaccia di passare in Franza, +E far la guerra contra al re Carlone +Per agrandir la legge di Macone. - + +Più oltra non parlava il re nïente, +E la risposta tacito attendia. +Fu diverso parlar giù tra la gente, +Secondo che 'l parer ciascuno avia. +Tenuto era fra tutti il più prudente +Branzardo, quel vecchion, re di Bugia, +E, veggendo che ogni om solo a lui guarda, +Levasi al parlamento e più non tarda. + +- Magnanimo segnor, - disse il vecchione, +- Tutte le cose de che se ha scïenzia, +O ver che son provate per ragione, +O per esempio, o per esperïenzia; +E così, rispondendo al tuo sermone, +Dapoi ch'io debbo dir la mia sentenzia, +Dirò che contra del re Carlo Mano +Il tuo passaggio fia dannoso e vano. + +Ed evi a questo ragion manifesta. +Carlo potente al suo regno si serra, +Ed ha la gente antiqua di sua gesta, +Che sempre sono usati insieme a guerra; +Né, quando la battaglia è in più tempesta, +Lasciaria l'un compagno l'altro in terra; +Ma a te bisogna far tua gente nova, +Qual con l'usata perderà la prova. + +Esempio ben di questo ci può dare +Il re Alessandro, tuo predecessore, +Che con gente canuta passò il mare, +Ma insieme usata con tanto valore. +Dario di Persia il venne a ritrovare, +E messe molta gente a gran romore: +Perché l'un l'altro non recognoscia, +Morta e sconfitta fu quella zinia. + +La esperïenzia voria volentieri +Poterla dimostrare in altra gente +Che nella nostra, perché Caroggieri, +Qual del bisavol tuo fu discendente, +Passò in Italia con molti guerreri. +Tutti fôr morti con pena dolente: +Fu morto Almonte e Agolante il soprano, +E dopo tutti il tuo patre Troiano. + +Sì che lascia per Dio! la mala impresa, +E frena l'ardir tuo con tempo e spaccio. +Dolce segnor, s'io te faccio contesa, +Sicuramente più de gli altri il faccio, +E d'ogni danno tuo troppo mi pesa, +Ché piccoletto t'ho portato in braccio; +E tanto più me stringe il tuo periglio, +Ch'io te ho come segnore e come figlio. - + +Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato, +Poi nel suo loco ritorna a sedere. +In piedi un altro vecchio fu levato, +Ch'è 'l re d'Algoco, ed ha molto sapere: +Nostro paese avea tutto cercato, +Però che fu mandato a provedere +Dal re Agolante ogni nostro confino, +Ed è costui nomato il re Sobrino. + +- Segnor, - disse costui - la barba bianca, +Qual porto al viso, dà forse credenza +Che per vecchiezza l'animo mi manca; +Ma per Macon ti giuro e sua potenza, +Che, a bench'io senta la persona stanca, +De l'animo non sento differenza +Da quel ch'egli era nel tempo primiero, +Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero. + +Sì che non creder che per codardia +Il tuo passaggio voglio sconfortare, +Né per la tema della vita mia, +Che in ogni modo poco può durare. +Benché di piccol tempo e breve sia, +Spender la voglio sì come ti pare; +Ma, come quel che son tuo servo antico, +Quel che meglio mi par, conseglio e dico. + +Sol per duo modi in Franza pôi passare: +Quei lochi ho tutti quanti già cercati. +L'uno è verso Acquamorta il dritto mare: +Partito serìa quel da disperati, +Ché, come in terra vogli dismontare, +Staranno al litto e Cristïani armati, +Tutti ordinati nel suo guarnimento: +Dece di lor varran de' nostri cento. + +Par l'altro modo più convenïente, +Passando giù nel stretto al Zibeltaro: +Marsilio re di Spagna, il tuo parente, +Avrà questa tua impresa molto a caro, +E teco ne verrà con la sua gente, +Né avrà Cristianitate alcun riparo. +Così se dice, ma il mio core estima +Che più serà che fare al fin, che prima. + +Nella Guascogna scenderemo al piano, +E quella gente poneremo al basso; +Ma qui ritrovaremo a Montealbano +Ranaldo il crudo, che diffende il passo. +Dio guardi ciascadun dalla sua mano! +Non si può contrastare a quel fraccasso; +Poi che l'avrai sconfitto e discacciato, +Ancor te assalirà da un altro lato. + +Carlo verrà con tutta la sua corte: +Non è nel mondo gente più soprana. +Né stimar che sian dentro da le porte, +Ma sotto alle bandiere, in terra piana. +Verrà quel maladetto che è sì forte, +Che ha il bel corno d'Almonte e Durindana: +Non è riparo alcuno a sua battaglia, +Ché ciò che trova, con la spada taglia. + +Cognosco Gano e cognosco il Danese, +Che fu pagano, e par proprio un gigante, +Re Salamone e Oliviero il marchese, +Ad uno ad un lor gente tutte quante. +Nui se trovamo seco alle contese, +Quando passò tuo avo, il re Agolante; +Io gli ho provati: possote acertare +Che 'l bon partito è de lasciargli stare. - + +Parlò in tal forma quel vecchio canuto, +Quale io ve ho racontata, più né meno. +Il re de Sarza fu un giovane arguto: +Questo era il figlio del forte Ulïeno, +Maggiore assai del patre e più membruto. +Nullo altro fu d'ardir più colmo e pieno, +Ma fu superbo ed orgoglioso tanto, +Che disprezava il mondo tutto quanto. + +Levossi in piede e disse: - In ciascun loco +Ove fiamma s'accende, un tempo dura +Piccola prima, e poi si fa gran foco; +Ma come viene al fin, sempre se oscura, +Mancando del suo lume a poco a poco. +E così fa l'umana creatura, +Che, poi che ha di sua età passato il verde, +La vista, il senno e l'animo si perde. + +Questo ben chiar si vede nel presente +Per questi duo che adesso hanno parlato, +Perché ciascun di lor già for prudente, +Ora è di senno tutto abandonato, +Tanto che niega al nostro re potente +Quel che, pregando ancor, gli ha dimandato; +Così dà sempre ogni capo canuto +Più volentier consiglio che lo aiuto. + +Non vi domanda consiglio il segnore, +Se ben la sua proposta aveti intesa, +Ma per sua riverenza e vostro onore +Seco il passaggio alla reale impresa. +Qualunque il niega, al tutto è traditore, +Sì che ciascun da me faccia diffesa, +Qual contradice al mandato reale, +Ch'io lo disfido a guerra capitale. - + +Così parlava il giovanetto acerbo, +Che è re di Sarza, come io vi contai. +Rodamonte si chiama quel superbo, +Più fier garzon di lui non fu giamai; +Persona ha de gigante e forte nerbo: +Di sue prodezze ancor diremo assai. +Or guarda intorno con la vista scura, +Ma ciascun tace ed ha di lui paura. + +Era in consiglio il re di Garamanta, +Quale era sacerdote de Apollino, +Saggio, e de gli anni avea più de nonanta, +Incantatore, astrologo e indovino. +Nella sua terra mai non nacque pianta, +Però ben vede il celo a ogni confino: +Aperto è il suo paese a gran pianura; +Lui numera le stelle e il cel misura. + +Non fu smarito il barbuto vecchione, +A benché Rodamonte ancor minaccia, +Ma disse: - Bei segnor, questo garzone +Vôl parlar solo e vôl che ogni altro taccia. +Pur che esso non ascolti il mio sermone, +Il mal che mi può far, tutto mi faccia; +Ascoltati de Dio voi le parole, +Ché non di lui, ma de gli altri mi dole. + +Gente devota, odeti ed ascoltati +Ciò che vi dice il dio grande Apollino: +Tutti color che in Francia fian portati, +Dopo la pena del lungo camino +Morti seranno e per pezzi tagliati, +Non ne camparà grande o picciolino: +E Rodamonte con sua gran possanza +Diverrà pasto de' corbi de Franza. - + +Poi che ebbe detto, se pose a sedere +Quel re, che ha molta tela al capo involta. +Ridendo Rodamonte a più potere +La profezia di quel vecchione ascolta. +Ma quando quieto lo vide e tacere, +Con parlare alto e con voce disciolta +- Mentre che siam qua, - disse - io son contento +Che quivi profetezi a tuo talento; + +Ma quando tutti avrem passato il mare, +E Franza struggeremo a ferro e a foco, +Non me venistù intorno a indovinare, +Perch'io serò il profeta di quel loco. +Male a quest'altri pôi ben minacciare, +A me non già, che ti credo assai poco, +Perché scemo cervello e molto vino +Parlar te fa da parte de Apollino. - + +Alla risposta di quello arrogante +Riseno molti e odirla volentieri. +Giovani assai della gente africante +A quell'impresa avean gli animi fieri; +Ma e vecchi, che passâr con Agolante +E che provarno e nostri cavallieri, +Mostravan che questo era per ragione +De Africa tutta la destruzïone. + +Grande era giù tra quelli il ragionare, +Ma il re Agramante, stendendo la mano, +Pose silenzio a questo contrastare; +Poi con parlar non basso e non altano +Disse: - Segnor, io pur voglio passare +In ogni modo contra a Carlo Mano, +E voglio che ciascun debbia venire, +Ch'io soglio comandar, non obedire. + +Né vi crediate, poi che la corona +Serà di Carlo rotta e dissipata, +Aver riposo sotto a mia persona. +Vinta che sia la gente battizata, +Adosso a li altri il mio cor se abandona, +Fin che la terra ho tutta subiugata; +Poi che battuta avrò tutta la terra, +Ancor nel paradiso io vo' far guerra. - + +Or chi vedesse Rodamonte il grande +Levarsi allegro con la faccia balda, +- Segnor, - dicendo - il tuo nome si spande +In ogni loco dove il giorno scalda; +Ed io te giuro per tutte le bande +Tenir con teco la mia mente salda; +In celo e ne l'inferno il re Agramante +Seguirò sempre, o passarogli avante. - + +Questo affirmava il re di Tremisona, +Sempre seguirlo per monte e per piano: +Alzirdo ha nome, ed ha franca persona. +Questo affirmava il forte re de Orano, +Che pur quello anno avea preso corona; +E 'l re de Arzila, levando la mano, +Promette a Macometto e giura forte +Seguire il suo segnor sino alla morte. + +Che bisogna più dir? ché ciascun giura: +Beato chi mostrar si può più fiero! +Non vi si vede faccia di paura, +Ciascun minaccia con sembiante altiero. +Benché a quei vecchi par la cosa dura, +Pur ciascadun promette di legiero; +Ma il re di Garamanta, quel vecchione, +Comincia un'altra volta il suo sermone + +- Segnor, - dicendo - io voglio anch'io morire +Poi che al tutto è disfatta nostra gente; +Teco in Europa ne voglio venire. +Saturno, che è segnor dello ascendente, +Ad ogni modo ci farà perire; +Sia quel che vôle, io non ne do nïente, +Ché in ogni modo ho tanti anni al gallone, +Che campar non puotria lunga stagione. + +Ma ben ti prego per lo Dio divino, +Che al manco in questo me vogli ascoltare. +Ciò te dico da parte de Apollino, +Da poi che hai destinato di passare. +Nel regno tuo dimora un paladino, +Che di prodezza in terra non ha pare; +Come ho veduto per astrologia, +Il megliore omo è lui che al mondo sia. + +Or te dice Apollino, alto segnore, +Che se con teco avrai questo barone, +In Francia acquistarai pregio ed onore, +E cacciarai più volte il re Carlone. +Se vuoi sapere il nome e il gran valore +Del cavalliero e la sua nazïone, +Sua matre del tuo patre fu sorella, +E fu nomata la Galacïella. + +Questo barone è tuo fratel cugino, +Che ben provisto t'ha Macon soprano +De far che quel guerrier sia saracino, +Ché, quando fusse stato cristïano, +La nostra gente per ogni confino +Tutta a fraccasso avria mandato al piano. +Il patre di costui fu il bon Rugiero, +Fiore e corona de ogni cavalliero. + +E la sua matre misera, dolente, +Da poi che fu tradito quel segnore, +E la città de Rissa in foco ardente +Fu ruïnata con molto furore, +Tornò la tapinella a nostra gente, +E parturì duo figli a gran dolore; +E l'un fu questo di cui t'ho parlato: +Rugier, sì come il patre, è nominato. + +Nacque con esso ancora una citella, +Ch'io non l'ho vista, ma ha simiglianza +Al suo germano, e fior d'ogni altra bella, +Perché esso di beltate il sole avanza. +Morì nel parto alor Galacïella, +E' duo fanciulli vennero in possanza +D'un barbasore, il quale è nigromante, +Che è del tuo regno, ed ha nome Atalante. + +Questo si sta nel monte di Carena, +E per incanto vi ha fatto un giardino, +Dove io non credo che mai se entri apena. +Colui, che è grande astrologo e indovino, +Cognobbe l'alta forza e la gran lena +Che dovea aver nel mondo quel fantino, +Però nutrito l'ha, con gran ragione, +Sol di medolle e nerbi di leone; + +Ed hallo usato ad ogni maestria +Che aver se puote in arte d'armeggiare; +Sì che provedi d'averlo in balìa, +A bench'io creda che vi avrai che fare. +Ma questo è solo il modo e sola via +A voler Carlo Mano disertare; +Ed altramente, io te ragiono scorto, +Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto. - + +Così parlava quel vecchio barbuto: +Ben crede a sue parole il re Agramante, +Perché tra lor profeta era tenuto +E grande incantatore e nigromante, +E sempre nel passato avea veduto +Il corso delle stelle tutte quante, +E sempre avanti il tempo predicia +Divizia, guerra, pace, caristia. + +Incontinente fu preso il partito +Quel monte tutto quanto ricercare, +Sin che si trovi quel giovane ardito, +Che deggia seco il gran passaggio fare. +Questo canto al presente è qui finito; +Segnor, che seti stati ad ascoltare, +Tornati a l'altro canto, ch'io prometto +Contarvi cosa ancor d'alto diletto. + +Canto secondo + +Se quella gente, quale io v'ho contata +Ne l'altro canto, che è dentro a Biserta, +Fusse senza indugiar di qua passata, +Era Cristianità tutta deserta, +Però che era in quel tempo abandonata +Senza diffesa: questa è cosa certa, +Ché Orlando alora e il sir de Montealbano +Sono in levante al paese lontano. + +De Orlando io vi contai pur poco avante, +Che Brigliadoro avea perso, il ronzone, +Quando la dama con falso sembiante +L'avea fatto salire a quel petrone. +Ora lasciamo quel conte d'Anglante, +Ch'io vo' contar de l'altro campïone, +Dico Ranaldo, il cavalliero adorno, +Qual con Marfisa a quel girone è intorno. + +E mentre che Agramante e sua brigata +Va cercando Rugier, qual non se trova, +Ranaldo, che ha la mente anco adirata, +Poi che visto non ha l'ultima prova +Della battaglia ch'io ve ho racontata, +Sempre il sdegno crudel più si rinova: +Dico della battaglia ch'io contai, +Ch'ebbe col conte con tormento assai. + +Né sa pensar per qual cagion partito +Sia il conte Orlando da quella frontera, +Perché né l'un né l'altro era ferito, +Poco o nïente d'avantaggio vi era. +Ben stima lui che non serìa fuggito +Mai con vergogna per nulla maniera: +Ma, sia quel che si voglia, è destinato +Sempre seguirlo insin che l'ha trovato. + +Poi che venuta fu la notte bruna, +Armase tutto e prende il suo Baiardo, +E via camina al lume della luna. +Astolfo a seguitarlo non fu tardo, +Ché vôl con lui patire ogni fortuna. +Iroldo è seco e Prasildo gagliardo; +E già non seppe la forte regina +De lor partita insino alla mattina. + +E mostrò poi d'averne poca cura, +O sì o no che ne fusse contenta. +Cavalcano e baroni alla pianura +D'un chiuso trotto, che giamai non lenta. +Ora passata è via la notte scura, +E l'aria de vermiglio era dipenta, +Perché l'alba serena, al sol davante, +Facea il ciel colorito e lustrigiante. + +Davanti a gli altri il figlio del re Otone, +Astolfo dico, sopra a Rabicano, +Dicendo sue devote orazïone, +Come era usato il cavallier soprano. +Ecco davanti sede in su un petrone +Una donzella e batte mano a mano; +Battese 'l petto e battese la faccia +Forte piangendo, e le sue treccie straccia. + +- Misera me! - diceva la donzella +- Misera me! tapina! isventurata! +O parte del mio cor, dolce sorella, +Così non fosti mai nel mondo nata, +Poi che quel traditor sì te flagella! +Meschina me! meschina! abandonata! +Poi che fortuna mi è tanto villana, +Ch'io non ritrovo aiuto a mia germana. - + +- Qual cagione hai, - Astolfo gli diciva +- Che ti fa lamentar sì duramente? - +In questo ragionar Ranaldo ariva, +Gionge Prasildo e Iroldo di presente. +La dama tutta via forte piangiva, +Sempre dicendo: - Misera! dolente! +Con le mie mane io mi darò la morte, +S'io non ritrovo alcun che mi conforte. - + +Poi, vòlta a quei baron, dicea: - Guerrieri, +Se aveti a' vostri cor qualche pietate, +Soccorso a me per Dio! che n'ho mestieri +Più che altra che abbia al mondo aversitate. +Se drittamente seti cavallieri, +Mostratimi per Dio! vostra bontate +Contra a un ribaldo, falso, traditore, +Pien di oltraggio villano e di furore. + +Ad una torre non quindi lontana +Dimora quel malvaso furibondo, +Di là da un ponte, sopra a una fiumana +Che poi fa un lago orribile e profondo. +Io là passava ed una mia germana, +La più cortese dama che aggia il mondo; +E quel ribaldo del ponte discese, +La mia germana per le chiome prese, + +Villanamente quella strascinando, +Sin che di là dal ponte fu venuto. +Io sol cridavo e piangia lamentando, +Né gli puotea donare alcuno aiuto. +Lui per le braccia la venne legando +Al tronco de un cipresso alto e fronduto, +E poi spogliata l'ebbe tutta nuda, +Quella battendo con sembianza cruda. - + +Abondava alla dama sì gran pianto, +Che non puotea più oltra ragionare. +A tutti quei baron ne incresce tanto +Quanto mai si potrebbe imaginare; +E ciascadun di lor si dona vanto, +Sapendo il loco, de ella liberare, +Ed in conclusïone il duca anglese +A Rabicano in croppa quella prese. + +E forse da due miglia han cavalcato, +Quando son gionti al ponte di quel fello. +Quel ponte per traverso era chiavato +De una ferrata, a guisa di castello, +Che arivava nel fiume a ciascun lato; +Nel mezo a ponto a ponto era un portello. +A piedi ivi si passa de legieri, +Ma per strettezza non vi va destrieri. + +Di là dal ponte è la torre fondata +In mezo a un prato de cipresso pieno; +Il fiume oltra quel campo se dilata +Nel lago largo un miglio, o poco meno. +Quivi era presa quella sventurata, +Ch'empiva di lamenti il cel sereno; +Tutta era sangue quella meschinella, +E quel crudele ognior più la flagella. + +A piede stassi armato il furïoso: +Dalla sinistra ha di ferro un bastone, +Il flagello alla destra sanguinoso; +Batte la dama fuor de ogni ragione. +Iroldo di natura era pietoso: +Ebbe di quella tal compassïone, +Che licenzia a Ranaldo non richiede, +Ma presto smonta ed entra il ponte a piede, + +Perché a destrier non se puote passare, +Come io ve ho detto, per quella ferrata. +Quando il crudele al ponte il vide entrare, +Lascia la dama al cipresso legata. +Il suo baston di ferro ebbe a impugnare, +E qui fo la battaglia incominciata; +Ma durò poco, perché quel fellone +Percosse Iroldo in testa del bastone; + +E come morto in terra se distese, +Sì grande fu la botta maledetta. +Quello aspro saracino in braccio il prese, +E via correndo va come saetta, +Ed in presenzia a gli altri lì palese +Come era armato dentro il lago il getta. +Col capo gioso andò il barone adorno: +Pensati che già su non fie' ritorno. + +Ranaldo de l'arcione era smontato +Per gire alla battaglia del gigante, +Ma Prasildo cotanto l'ha pregato, +Che fu bisogno che gli andasse avante. +Quel maledetto l'aspetta nel prato, +E tien alciato il suo baston pesante; +Questa battaglia fu come la prima: +Gionse il bastone a l'elmo nella cima. + +Quel cade in terra tutto sbalordito; +Via ne 'l porta il Pagano furibondo, +E, proprio come l'altro a quel partito, +Gettalo armato nel lago profondo. +Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito, +Poiché quel par d'amici sì iocondo +Tanto miseramente ha già perduto, +E presto sì, che a pena l'ha veduto. + +Turbato oltra misura, il ponte passa +Con la vista alta e sotto l'arme chiuso; +Va su l'aviso e tien la spada bassa, +Come colui che è di battaglia aduso. +Quell'altro del bastone un colpo lassa, +Credendol come e primi aver confuso; +Ma lui, che del scrimire ha tutta l'arte, +Leva un gran salto e gettasi da parte. + +Lui d'un gran colpo tocca quel fellone, +Ferendo a quel con animo adirato; +Ma l'arme di colui son tanto bone, +Che non han tema di brando arrodato. +Durò gran pezzo quella questïone: +Ranaldo mai da lui non fu toccato, +Cognoscendo colui che è tanto forte, +Che gli avria dato a un sol colpo la morte. + +Esso ferisce di ponta e di taglio, +Ma questo è nulla, ché ogni colpo è perso, +E tal ferire a quel non nôce uno aglio. +Mosse alto crido quello omo diverso, +E via tra' il suo bastone a gran sbaraglio +Contra a Ranaldo, e gionselo a traverso, +E tutto gli fraccassa in braccio il scudo: +Cade Ranaldo per quel colpo crudo. + +A benché in terra fo caduto apena, +Che salta in piedi e già non se sconforta; +Ma quel feroce, che ha cotanta lena, +Prendelo in braccio e verso il lago il porta. +Ranaldo quanto può ben se dimena, +Ma nel presente sua virtute è morta: +Tanto di forza quel crudel l'avanza, +Che de spiccarsi mai non ha possanza. + +Correndo quel superbo al lago viene, +E come gli altri il vol gioso buttare; +A lui Ranaldo ben stretto si tiene, +Né quel si può da sé ponto spiccare. +Cridò il crudel: - Così far si conviene! - +Con esso in braccio giù se lascia andare; +Con Ranaldo abracciato il furïoso +Cadde nel lago al fondo tenebroso. + +Né vi crediati che faccian ritorno, +Ché quivi non vale arte di notare, +Perché ciascuno avea tante arme intorno, +Che avrian fatto mille altri profondare. +Astolfo ciò vedendo ebbe tal scorno, +Che è come morto e non sa che si fare. +Perso Ranaldo ed affocato il vede, +Né, ancor vedendo, in tutto bene il crede. + +Presto dismonta e passa la ferrata, +In ripa al lago corse incontinente. +Una ora ben compita era passata, +Dentro a quell'acqua non vede nïente. +Or s'egli aveva l'alma adolorata +Dovetelo stimar certanamente; +Poi che perduto ha il suo caro cugino, +Più che si far non sa quel paladino. + +Passava il ponte ancor quella donzella +Ed a l'alto cipresso se ne è gita; +Dal troncon desligò la sua sorella, +E de' soi panni l'ebbe rivestita. +Astolfo non attende a tal novella, +Preso di doglia cruda ed infinita: +Crida piangendo e battese la faccia, +Chiedendo morte a Dio per sola graccia. + +E tanto l'avea vento il gran dolore, +Che se volea nel lago trabuccare, +Se non che le due dame con amore +L'andarno dolcemente a confortare. +- Che? - dician lor - Baron d'alto valore, +Adunque ve voleti disperare? +Non se cognosce la virtute intera +Se non al tempo che fortuna è fiera. - + +Molti saggi conforti gli san dare, +Or l'una or l'altra con suave dire, +E tanto seppen bene adoperare, +Che da quel lago lo ferno partire. +Ma come venne Baiardo a montare, +Credette un'altra volta di morire, +Dicendo: - O bon ronzone! egli è perduto +Il tuo segnore, e non gli hai dato aiuto? - + +Molte altre cose a quel destrier dicia +Piangendo sempre il duca amaramente; +In mezo de due dame ne va via, +Baiardo ha sotto il cavallier valente. +Sopra de Rabican l'una venìa, +L'altra de Iroldo avea il destrier corrente; +Quel de Prasildo, tutto desligato +E senza briglia, rimase nel prato. + +E caminando insino a mezo il giorno, +Ad un bel fiume vennero arivare, +Dove odirno suonare uno alto corno. +Ora de Astolfo vi voglio lasciare, +Perché agli altri baron faccio ritorno, +Che ad Albraca la rocca hanno a guardare, +E sempre fan battaglia a gran diffesa +Contra a Marfisa di furore accesa. + +Torindo era di fuor con la regina, +Ed ha un messaggio a Sebasti mandato, +Alla terra di Bursa, che confina +A Smirne, a Scandeloro in ogni lato: +Per tutta la Turchia con gran roina +Ciascun che può venir ne venga armato. +Questi conduce il forte Caramano, +Che de Torindo è suo carnal germano. + +Egli ha giurato mai non si partire +D'intorno a quella rocca al suo vivente, +Sin che non vede Angelica perire +Di fame o foco, e tutta la sua gente; +Però sì gran brigata fie' venire, +Per esser fuor nel campo sì potente, +Che non possan gir quei de dentro intorno, +Che or mille volte n'escon fuora il giorno. + +Perché il fiero Antifor e il re Ballano +Stan sempre armati sopra dello arcione; +Oberto dal Leone e re Adrïano, +Re Sacripante e il forte Chiarïone +Sopra la gente di Marfisa al piano +Callano spesso a gran destruzïone; +La dama esser non puote in ogni loco, +Ché ben fuggian da lei come dal foco. + +Acciò che 'l fatto ben vi sia palese, +Aquilante non vi era, né Grifone, +Né Brandimarte, il cavallier cortese. +Questo fo il primo che lasciò il girone, +Perché l'amor de Orlando tanto il prese, +Nel tempo che con lui fu compagnone, +Che, come sua partenza oditte dire, +Subitamente se 'l pose a seguire. + +E figli de Olivieri il simigliante +Ferno ancor lor la seguente matina, +Dico Grifone e 'l fratello Aquilante: +E tanto ogni om de' duo forte camina, +Che al conte Orlando trapassarno avante. +Essendo gionti sopra a una marina, +In mezo ad un giardin tutto fiorito +Trovarno un bel palagio su quel lito. + +Una logia ha il palagio verso il mare, +Davanti vi passarno e duo guerreri; +Quivi donzelle stavano a danzare, +Ché vi avean suon diversi e ministeri. +Grifon passando prese a dimandare +A duo, che tenian cani e sparavieri, +Di cui fosse il palagio; e l'un rispose: +- Questo si chiama il Ponte dalle Rose. + +Questo è il mar del Baccù, se nol sapeti. +Dove è il palagio adesso e 'l bel giardino, +Era un gran bosco, ben folto de abeti, +Dove un gigante, che era malandrino, +Stava nel ponte che là giù vedeti; +Né mai passava per questo confino +Una donzella o cavalliero errante, +Che lor non fusse occisi dal gigante. + +Ma Poliferno fu bon cavalliero, +E da poi fatto re per suo valore, +Occise quel gigante tanto fiero; +Tagliò poi tutto il bosco a gran furore, +Dove fece piantar questo verziero, +Per fare a ciascadun che passi, onore. +Ciò vedreti esser ver, come io vi dico; +Al ponte anco ha mutato il nome antico. + +Ché 'l Ponte Periglioso era chiamato, +Or dalle Rose al presente si chiama: +Ed è così provisto ed ordinato, +Che ciascun cavalliero ed ogni dama, +Quivi passando, sia molto onorato, +Acciò che se oda nel mondo la fama +Di quel bon cavallier, che è sì cortese +Che merta lodo in ciascadun paese. + +Là non potreti adunque voi passare, +Se non giurati, a la vostra leanza, +Per una notte quivi riposare; +Sì ch'io ve invito a prender qui la stanza, +Prima che indrieto abbiati a ritornare. - +Disse Grifon: - Questa cortese usanza +Da me, per la mia fè, non serà guasta, +Se 'l mio germano a questo non contrasta. - + +Disse Aquilante: - Sia quel che ti piace. - +E così dismontarno alla marina. +Verso il palagio va Grifone audace, +Ed Aquilante apresso li camina. +Gionti a la logia, non se pôn dar pace, +Tanta era quella adorna e peregrina. +Dame con gioco e festa, ministreri +Vennero incontra a quei duo cavallieri. + +Incontinenti fôrno disarmati, +E con frutti e confetti e coppe d'oro +Se rinfrescarno e cavallier pregiati, +Poi nella danza entrarno anche con loro. +Ecco a traverso de' fioriti prati +Venne una dama sopra Brigliadoro; +Istupefatto divenne Grifone, +Come alla dama vide quel ronzone. + +Similmente Aquilante fu smarito, +E l'uno e l'altro la danza abandona, +E verso quella dama se ne è gito, +E ciascadun di lor seco ragiona, +Dimandando a qual modo e a qual partito +Abbia il destriero, e che è della persona +Che suolea cavalcar quel bon ronzone. +Lei d'ogni cosa li rende ragione, + +Come colei che è falsa oltra misura, +E del favolegiare avea il mestiero. +Dicea che sopra un ponte alla pianura +Avea trovato morto un cavalliero, +Con una sopravesta di verdura +E uno arboscello inserto per cimiero; +E che un gigante apresso morto gli era, +Feso d'un colpo insino alla gorgiera; + +Che già non era il cavallier ferito, +Ma pista d'un gran colpo avea la testa. +Quando Aquilante questo ebbe sentito, +Ben gli fuggì la voglia di far festa, +Dicendo: - Ahimè! baron, chi t'ha tradito? +Ch'io so ben che a battaglia manifesta +Non è gigante al mondo tanto forte, +Qual condutto se avesse a darti morte. - + +Grifon piangendo ancor se lamentava, +E di gran doglia tutto se confonde; +E quanto più la dama dimandava, +Più de Orlando la morte gli risponde. +La notte oscura già s'avicinava, +Il sol di drieto a un monte se nasconde; +E duo baron, ch'avean molto dolore, +Nel palagio alogiarno a grande onore. + +La notte poi nel letto fuor' pigliati, +E via condutti ad una selva oscura, +Dove fôrno a un castello impregionati, +Al fondo d'un torrion con gran paura, +Dove più tempo sterno incatenati, +Menando vita dispietata e dura. +Un giorno il guardïan fuora li mena, +Legati ambe le braccia di catena. + +Seco legata mena la donzella +Che sopra Brigliadoro era venuta; +Un capitano con più gente in sella +In questa forma quei baron saluta: +- Oggi aveti a soffrir la morte fella, +Se Dio per sua pietate non ve aiuta. - +La dama se cambiò nel viso forte, +Come sentì che condutta era a morte. + +Ma già non se cambiarno e duo germani, +Ciascuno è bene a Dio racomandato. +Avanti a sé scontrarno in su quei piani +Un cavalliero a piedi e tutto armato. +Eran da lui ancor tanto lontani, +Che non l'avrebbon mai rafigurato; +Ma poi dirovi a ponto questo fatto, +Che nel presente più di lor non tratto; + +E tornovi a contar di quel castello +Qual era assedïato da Marfisa. +Chiarïone ogni giorno era al zambello +Con gli altri che la istoria vi divisa; +La regina cacciava or questo or quello, +Ma non la aspetta alcun per nulla guisa; +Già tutti quanti, eccetto Sacripante, +L'avian provata nel tempo davante. + +Esso non era della rocca uscito, +Però che nella prima questïone +De una saetta fu alquanto ferito, +Sì che non può vestir sua guarnisone. +Già tutto un mese integro era compito +Poi che qua gionto fu il re Galafrone, +Quando tutti e baroni una matina +Saltâr nel campo di quella regina. + +Cridan le gente: - Ad arme! - tutte quante; +Ciascun di quei baron sembra leone. +Il re Ballano a tutti vien davante, +Poi Antifor e Oberto e Chiarïone, +Il re Adrïano è drieto e Sacripante: +Di quella gente fan destruzïone. +Ben ha cagion ciascun de aver paura, +Tutta è coperta a morti la pianura. + +L'un doppo l'altro de quei baron fieri +Venian di qua di là, gente tagliando; +I scudi hanno alle spalle e bon guerrieri, +E ciascuno a due man mena del brando. +Vanno a terra pedoni e cavallieri, +Ogniom davanti a lor fugge tremando; +Rotti e spezzati vanno a gran furore: +Ecco Marfisa gionta a quel rumore. + +Giunse alla zuffa la dama adirata: +Già non bisogna tempo a lei guarnire, +Però che sempre se trovava armata. +Quando Ballano la vide venire, +Che ben sapea sua forza smisurata, +In altra parte mostra di ferire, +E più li piace ciascuno altro loco +Che la presenza di quel cor di foco. + +Già tutti insieme avean prima ordinato +Che l'un con l'altro se debba aiutare, +Perché la dama ha l'animo adirato +E contra a tutti vôlse vendicare. +Come Ballano adunque fu voltato, +Lei prende dietro a quello a speronare, +Cridando: - Volta! volta! can fellone, +Ché oggi non giongi tu dentro al girone. - + +Così cridando il segue per il piano; +Ma il forte Antifor de Albarossia +Di drieto la ferisce ad ambe mano; +Lei non mostra curare e tira via. +Disposta è di pigliare il re Ballano, +Che a spron battuti innanzi le fuggia; +Vien di traverso Oberto a gran tempesta, +E lei ferisce al mezo della testa. + +Non se ne cura la dama nïente, +Ché dietro al re Ballano in tutto è volta. +Or Chiarïone a guisa di serpente +Mena a due mani e ne l'elmo l'ha còlta, +Ma lei non cura il colpo e non lo sente; +Tutta a seguir Ballano è lei disciolta. +Lui, che a le spalle sente la regina, +Voltasi e mena un colpo a gran ruina. + +Mena a due mano e le redine lassa, +Gionse nel scudo alla dama rubesta; +Come una pasta per traverso il passa, +E mezo il tira a terra a gran tempesta. +Lei gionse lui ne l'elmo e lo fraccassa, +E ferillo aspramente nella testa; +Sì come morto l'abatte disteso, +Dalle sue gente incontinente è preso. + +Ma non vi pone indugio la donzella, +Per la campagna caccia Chiarïone; +Ciascun de gli altri adosso a lei martella; +Non gli stima lei tutti un vil bottone. +Già tolto Chiarïone ha fuor di sella, +E via lo manda preso al paviglione; +Questo veggendo quel de Albarossia, +A più poter davanti li fuggia. + +Ma lei lo gionse e ne l'elmo l'afferra; +Al suo dispetto lo trasse de arcione, +E poi tra le sue gente il getta a terra +Come fusse una palla di cottone. +Or comincia a finirse la gran guerra, +Però che 'l re Adrïano è già pregione; +Re Sacripante qui non se ritrova, +Altrove abatte e fa mirabil prova. + +Oberto dal Leon, quel sire arguto, +Mette a sconfitta sol tutta una schiera. +Marfisa da lontan l'ebbe veduto, +Spronagli adosso la donzella fiera; +Da cima al fondo gli divise il scuto, +E fende sotto il sbergo ogni lamiera, +E maglia e zuppa tutta disarmando +Sino alla carne fie' toccare il brando. + +Quel cavallier, turbato oltra misura, +Lascia a due mano un gran colpo di spata. +Di cotal cosa la dama non cura, +Né parve aponto che fosse toccata: +Ché l'elmo che avea in capo e l'armatura +Tutta era per incanto fabricata; +Ma lei contra de Oberto s'abandona, +Sopra de l'elmo un gran colpo gli dona. + +Con tal roina quel colpo discende, +Che l'elmo non l'arresta de nïente; +La fronte a mezo il naso tutta fende, +Il brando calla giù tra dente e dente, +E l'arme e busto taglia, e ciò che prende. +Mena a fraccasso la spada tagliente, +Né mai si ferma insino in su l'arcione: +Cadde in due parte Oberto dal Leone. + +Re Sacripante col brando a due mano +Fende e nemici e taglia per traverso; +Tuttavia combattendo, di lontano +Ebbe veduto quel colpo diverso, +Quando Oberto in due parte cadde al piano. +Non ha l'animo lui per questo perso, +Ma, speronando con molta roina, +Col brando in mano afronta la regina; + +E nella gionta un gran colpo li mena: +Non ebbe mai la dama uno altro tale, +Che quasi se stordì con grave pena. +Par che il re Sacripante metta l'ale, +Né l'estrema possanza e l'alta lena +Della regina a questo ponto vale; +Tanto è veloce quel baron soprano, +Che ciascun colpo della dama è vano. + +Egli era tanto presto quel guerrero, +Che a lei girava intorno come occello, +E schiffava e soi colpi de legiero, +Ferendo spesso a lei con gran flagello. +Frontalate avea nome quel destriero, +Qual fu cotanto destro e tanto isnello, +Che quando Sacripante a quello è in cima, +Gli omini tutti e il mondo non istima. + +Quel bon destrier, che fu senza magagna, +E sì compito che nulla gli manca, +Baglio era tutto a scorza di castagna, +Ma sino al naso avea la fronte bianca. +Nacque a Granata, nel regno di Spagna: +La testa ha schietta e grossa ciascuna anca; +La coda e côme bionde a terra vano, +E da tre piedi è quel destrier balzano. + +Quando gli è sopra Sacripante armato, +De aspettar tutto il mondo si dà vanto; +Ben ha di lui bisogno in questo lato, +Né mai ne la sua vita ne ebbe tanto, +Dapoi che con Marfisa èssi afrontato. +La zuffa vi dirò ne l'altro canto, +Che per l'uno e per l'altro, a non mentire, +Assai fu più che far ch'io non so dire. + +Canto terzo + +Marfisa vi lasciai, ch'era affrontata +Ne l'altro canto al re de Circasia. +Benché sia forte la dama pregiata, +Quel re circasso un tal destriero avia, +Che non vi era vantaggio quella fiata. +De ira Marfisa tutta se rodia, +E mena colpi fieri ad ambe mano; +Ma nulla tocca e ciascaduno è vano. + +Ecco il re che ne vien come un falcone, +Gionge a traverso quella nel guanzale; +Essa risponde a lui d'un riversone +Quanto puote più presto, ma non vale, +Ché via passa de un salto quel ronzone +Da l'altro lato, come avesse l'ale. +Mena a quel canto ancor la dama adorna: +De un altro salto lui di qua ritorna. + +Il re percosse lei sopra una spalla, +Ma non se attacca a quella piastra il brando, +E giù nel scudo con fraccasso calla, +Quanto ne prende a terra roïnando. +Or se Marfisa un sol colpo non falla, +Per sempre il pone della vita in bando; +Se una sol volta a suo modo l'afferra, +Feso in due pezzi lo distende a terra. + +Come un castello in cima d'un gran sasso +Intorno è d'ogni parte combattuto, +Giù manda pietre e travi a gran fraccasso, +Chiunche è di sotto sta ben proveduto; +Mentre che la roina calla al basso, +Ciascun cerca schiffando darsi aiuto: +Questa battaglia avea cotal sembiante, +Che è tra Marfisa e il forte Sacripante. + +Lei sembrava dal celo una saetta, +Quando menava sua spada tagliente, +E mettia nel ferir cotanta fretta, +Che l'aria sibillava veramente. +Ma giamai Sacripante non l'aspetta, +Mai non è in terra quel destrier corrente; +Di qua, di là, da fronte e da le spalle, +Quasi in un tempo col brando l'assalle. + +Tutto il cimier gli avea tagliato in testa +E rotto il scudo a quella zuffa dura; +Stracciata tutta avea la sopravesta, +Ma non puotea falsar quella armatura. +Intorno da ogni canto li tempesta: +Lei di suo tempestar nulla si cura; +Aspetta il tempo, e nel suo cor si spera +Finire a un colpo quella guerra fiera. + +Tra loro il primo assalto era finito, +Ed era l'uno e l'altro retirato; +Un messagier nel viso sbigotito +Nel campo ariva ed è molto affannato. +Dove era Sacripante esso ne è gito, +E stando a lui davanti ingenocchiato, +Piangendo disse con grave sconforto: +- Male novelle del tuo regno porto. + +Re Mandricardo, che fu de Agricane +Primo figliol e del suo regno erede, +Ha radunato le gente lontane +E nella Circassia già posto ha il piede, +E morto ha il tuo fratel con le sue mane. +Te solamente el tuo regno richiede; +Come ti veda nel campo scoperto +Re Mandricardo, fuggirà di certo. + +Perché venne novella in quel paese +Della tua morte, e gran malenconia. +Quel re malvaso, come questo intese, +Passò nel regno con molta zenia; +Al fiume di Lovasi il ponte prese, +Ed arse la cità di Samachia; +Quivi Olibandro, il tuo franco germano, +Come io t'ho detto, occise di sua mano. + +Poi tutto il regno come una facella +Mena a roina e mette a foco ardente; +E tu combatti per una donzella, +Né te muove pietà della tua gente, +Che sol te aspetta e sol di te favella, +E de altro aiuto non spera nïente. +La tua patria gentil per tutto fuma, +Il fer la strazia e il foco la consuma. - + +Cangiosse il re gagliardo al viso altiero, +E lacrimava di dolore e de ira, +E rivoltava in più parte il pensiero; +Sdegno ed amore il petto gli martira. +L'uno a vendetta il muove de legiero, +L'altro a diffesa di sua dama il tira; +Al fin, voltando il core ad ogni guisa, +Ripone il brando e va nanti a Marfisa. + +A lei raconta la cosa dolente +Che questo messagier gli ha riportata, +E la destruzïon della sua gente, +Contra a ragione a tal modo menata; +Onde la prega ben piatosamente, +Quanto giamai potesse esser pregata, +Con dolce parolette e bel sermone, +Che indi se parta e lasci quel girone. + +Marfisa li comincia a proferire +Tutta sua gente e la propria persona; +Ma de volerse quindi dipartire +Non vôl ch'altri, né lui mai ne ragiona: +Sin che non veda Angelica perire, +Quella impresa giamai non abandona. +Adunque mal d'acordo più che prima, +Ciascun de l'ira più salisce in cima. + +E cominciarno assalto orrendo e fiero +Più che mai fosse stato ancor quel giorno. +Re Sacripante ha quel presto destriero, +A modo usato le volava intorno, +E ben comprende lui che di legiero +Potrebbe aver di tal zuffa gran scorno; +Ché, se molta ventura non l'aita, +Ad un sol colpo è sua guerra finita. + +Ma de straccarla al tutto se destina +O ver morir per sua mala ventura, +E ferisce la dama a gran roina; +Ma non se attacca il brando a l'armatura, +E non se move la forte regina, +Come colei che tal cosa non cura. +E' mena colpi orrendi ad ambe mano, +Ma sempre falla e se affatica in vano. + +Tanto lunga tra lor fu la battaglia, +Che altro tempo bisogna al ricontare. +Adesso di saperla non ve incaglia, +Ché a loco e a tempo ve saprò tornare; +Ma nel presente io torno alla travaglia +Del re Agramante, che ha fatto cercare +Il monte di Carena a ogni sentiero, +E non si trova il paladin Rugiero. + +Mulabuferso, che è re di Fizano, +Fier di persona e d'ogni cosa esperto, +Cercato ha tutto quel gran monte invano, +Qua verso il mare e là verso il deserto, +Sì che nel fuoco poneria la mano, +Che in cotal loco non è lui di certo; +Onde a Biserta torna ad Agramante, +E con tal dire a lui si pone avante: + +- Segnor, per fare il tuo comandamento +Cercato ho di Carena il monte altiero; +Dopo lunga fatica e grave stento +Visto ho l'ultimo dì quel che il primiero. +Onde io te acerto e affermo in iuramento, +Che là non se ritrova alcun Rugiero; +Quel già fu morto a Rissa con gran guai, +Né altro credo io che sia più nato mai. + +Sì che, piacendo al re di Garamanta, +Dove il dimori puote indovinare, +Poi che quella arte di saper si vanta; +Ma noi ben siam più pacci ad aspettare +Questo vecchiardo, che le serpe incanta, +Ché già dovremmo aver passato il mare. +Lui va cercando quel che non se trova, +Perché tua gente a guerra non se mova. - + +Re Rodamonte, come l'ebbe odito, +A gran fatica lo lasciò finire. +Forte ridendo, con sembiante ardito +Disse: - Ciò prima ben sapevo io dire, +Che quello aveva il nostro re schernito, +Volendo questa guerra differire. +Mal aggia l'omo che dà tanta fede +Al ditto di altri e a quel che non si vede! + +Nova maniera al mondo è di mentire, +E tanto è già di ciò poca vergogna, +Che a misurare il celo han preso ardire +Per far più colorita sua menzogna, +Annunzïando quel che die' venire. +E' conta a ciascadun quel che si sogna, +Dicendo che Mercurio e Iove e Marte +Qua faran pace, e guerra in quelle parte. + +Se egli è alcun dio nel cel, ch'io nol so certo, +Là stassi ad alto, e di qua giù non cura: +Omo non è che l'abbia visto esperto, +Ma la vil gente crede per paura. +Io de mia fede vi ragiono aperto +Che solo il mio bon brando e l'armatura +E la maza ch'io porto, e 'l destrier mio +E l'animo ch'io ho, sono il mio dio. + +Ma il re di Garamanta, nella cenere +Segnando cerchi con verga d'olivo, +Dice che quando il sol fia gionto a Venere, +Sarà d'ogni malizia il mondo privo; +E quando a primavera l'erbe tenere +Seran fiorite nel tempo giolivo, +Alor non debba il re passare in Franza, +Ma stiasi queto e grattasi la panza. + +Del mio ardito segnor mi meraviglio, +Che queste zanze possa supportare; +Ma se questo vecchion nel zuffo piglio, +Che qua ce tiene e non ce lascia andare, +In Franza il ponerò senza naviglio. +Per l'aria lo trarò di là dal mare; +Non so che me ritenga, e manca poco +Ch'io non vi mostri adesso questo ioco. - + +Sorrise alquanto quel vecchio canuto, +Poi disse: - Le parole e il viso fiero +Che mi dimostra quel giovane arguto, +Non mi pôn spaventare a dirvi il vero. +Come vedeti, egli ha il viso perduto, +Benché mai tutto non l'avesse intiero, +Né se cura di Dio, né Dio de lui; +Lasciànlo stare e ragionam d'altrui. + +Io ve dissi, segnore, e dico ancora, +Che sopra la montagna di Carena +Quel giovane fatato fa dimora, +Che al mondo non ha par di forza e lena; +Né so se ve ricorda, io dissi alora +Che se avrebbe a trovarlo molta pena, +Però che 'l suo maestro è negromante, +E ben lo guarda, ed ha nome Atalante. + +Questo ha un giardino al monte edificato, +Quale ha di vetro tutto intorno il muro, +Sopra un sasso tanto alto e rilevato +Che senza tema vi può star sicuro. +Tutto d'incerco è quel sasso tagliato; +Benché sia grande a maraviglia e duro, +Da gli spirti de inferno tutto quanto +Fu in un sol giorno fatto per incanto. + +Né vi si può salir, se nol concede +Quel vecchio che là sopra è guardïano. +Omo questo giardin giamai non vede, +O stiali apresso o passi di lontano. +Io so che Rodamonte ciò non crede: +Mirati come ride quell'insano! +Ma se uno annel ch'io sazo, pôi avere, +Questo giardino ancor potrai vedere. + +L'annello è fabricato a tal ragione +(Come più volte è già fatto la prova) +Che ogni opra finta de incantazïone +Convien che a sua presenzia se rimova. +Questo ha la figlia del re Galafrone, +Qual nel presente in India se ritrova, +Presso al Cataio, intra un girone adorno, +Ed ha l'assedio di Marfisa intorno. + +Se questo annello in possanza non hai, +Indarno quel giardin se può cercare, +Ma sii ben certo non trovarlo mai. +Dunque senza Rugier convien passare, +E tutti sosterriti estremi guai, +Né alcun ritornarà di qua dal mare; +Ed io ben vedo come vôl fortuna +Che Africa tutta sia coperta a bruna. - + +Poi che ebbe il vecchio re così parlato +Chinò la faccia lacrimando forte. +- Più son - dicea - de gli altri sventurato, +Ché cognosco anzi il tempo la mia sorte; +Per vera prova di quel che ho contato, +Dico che gionta adesso è la mia morte: +Come il sol entra in cancro a ponto a ponto, +Al fine è il tempo di mia vita gionto. + +Prima fia ciò che una ora sia passata; +Se comandar volete altro a Macone, +A lui riportarò vostra ambasciata. +Tenete bene a mente il mio sermone, +Ch'io l'aggio detto e dico un'altra fiata: +Se andati in Franza senza quel barone +Qual ve ho mostrato che è la nostra scorta, +Tutta la gente fia sconfitta e morta. - + +Non fu più lungo il termine o più corto, +Come avea detto quel vecchio scaltrito: +Nel tempo che avea detto cadde morto. +Il re Agramante ne fu sbigotito, +E preseno ciascun molto sconforto; +E qualunche di prima era più ardito, +Veggendo morto il re nanti al suo piede, +Ciò che quel disse, veramente crede. + +Ma sol de tutti Rodamonte il fiero +Non se ebbe di tal cosa a spaventare, +Dicendo: - Anco io, segnor, ben che legiero, +Avria saputo questo indovinare; +Ché quel vecchio malvaggio e trecolero +Più lungamente non puotea campare. +Lui, che era de anni e de magagne pieno, +Sentia la vita sua che venìa meno. + +Or par che egli abbi fatto una gran prova, +Poi che egli ha detto che 'l debbe morire. +È forse cosa istrana o tanto nova +Vedere un vecchio la vita finire? +Stative adunque, e non sia chi si mova; +Di là dal mare io vo' soletto gire, +E provarò se 'l celo ha tal possanza, +Che me diveti incoronare in Franza. - + +E più parole non disse nïente, +Ma quindi se partì senza combiato. +In Sarza ne va il re che ha il core ardente, +E poco tempo vi fu dimorato, +Che alla città de Algier è con sua gente, +Per travargare il mar da l'altro lato. +Dipoi vi contarò del suo passaggio, +E la guerra che 'l fece e il gran dannaggio. + +Li altri a Biserta sono al parlamento: +Diverse cose se hanno a ragionare. +Il re Agramante ha ripreso ardimento, +E vole ad ogni modo trapassare. +Ciascuno andar con esso è ben contento, +Purché Rugier si possi ritrovare; +Non si trovando, ogniom vi va dolente: +Il re Agramante anco esso a questo assente. + +E nel consiglio fa promissïone, +Se alcun si trova che sia tanto ardito +Che a quella figlia del re Galafrone +Vada a levar l'annel che porta in dito, +Re lo farà di molte regïone, +E ricco di tesor troppo infinito. +Tutti han la cosa molto bene intesa, +Ma non se vanta alcun di tale impresa. + +Il re de Fiessa, che è tutto canuto, +Disse: - Segnor, io voglio un poco uscire, +E spero che Macon mi doni aiuto: +Un mio servente ti vuo' fare odire. - +Già lungo tempo non fu ritenuto, +E fece un ribaldello entro venire, +Che altri sì presto non fu mai di mano; +Brunello ha nome quel ladro soprano. + +Egli è ben piccioletto di persona, +Ma di malicia a meraviglia pieno, +E sempre in calmo e per zergo ragiona: +Lungo è da cinque palmi, o poco meno, +E la sua voce par corno che suona; +Nel dire e nel robbare è senza freno. +Va sol di notte, e il dì non è veduto, +Curti ha i capelli, ed è negro e ricciuto. + +Come fu dentro, vidde zoie tante +E tante lame d'ôr, come io contai; +Ben se augura in suo core esser gigante +Per poter via di quel portare assai. +Poi che fu gionto al tribunale avante, +Disse: - Segnore, io non posserò mai, +Sin che con l'arte, inganni, o con ingegno +Io non acquisti il promettuto regno. + +Lo annello io l'averò ben senza errore, +E presto il portaraggio in tua masone; +Ma ben ti prego che in cosa maggiore +Ti piaccia poi di me far parangone. +Tuor la luna dal cel giù mi dà il core, +E robbare al demonio il suo forcone, +E per sprezar la gente cristïana +Robberò il Papa e 'l suon de la campana. - + +Il re se meraviglia ne la mente +Veggendo un piccolin tanto sicuro; +Lui ne va per dormire incontinente, +Che poi gli piace de vegiare al scuro. +Non se ne avide alcun di quella gente +Che molte zoie dispiccò del muro. +Ben se lamenta di sua poca lena; +Tante ne ha adosso, che le porta apena. + +Tutto il consiglio fu da poi lasciato, +E fu finito il lungo parlamento; +Ciascun nella sua terra è ritornato +Per adoprarsi a l'alto guarnimento. +Quel re cortese avea tanto donato, +Che ciascadun de lui ne va contento; +E zoie e vasi d'oro, arme e destrieri +Donava, e a tutti cani e sparavieri. + +Ogni om zoioso se parte cantando, +Coperti a veste de arïento e d'oro. +Lasciogli gire e torno al conte Orlando, +Lo qual lasciai con pena e con martoro +Per la campagna ai piedi caminando, +Poiché ha perduto il destrier Brigliadoro. +Lamentase di sé quel sire ardito, +Poi che si trova a tal modo schernito, + +Dicendo: "Quella dama io dispiccai +Di tanta pena e della morte ria, +E lei poi m'ha condutto in questi guai +Ed hamme usato tanta scortesia. +Sia maledetto chi se fida mai +Per tutto il mondo in femina che sia! +Tutte son false a sostenir la prova: +Una è leale, e mai non se ritrova." + +La bocca se percosse con la mano, +Poi che ebbe detto questo, il sire ardito, +A sé dicendo: "Cavallier villano, +Chi te fa ragionare a tal partito? +Eti scordato adunque il viso umano +Di quella che d'amor te ha il cor ferito? +Ché per lei sola e per la sua bontate +L'altre son degne d'esser tutte amate." + +Così dicendo vede di lontano +Bandiere e lancie dritte con pennoni; +Ver lui van quella gente per il piano, +Parte sono a destrier, parte pedoni. +Davanti a gli altri mena il capitano +Duo cavallieri a guisa de prigioni, +Di ferro catenati ambe le braccia. +Ben presto il conte li cognobbe in faccia; + +Perché l'uno è Grifon, l'altro Aquilante, +Che son condotti a morte da costoro. +Una donzella, poco a quei davante, +Era legata sopra a Brigliadoro. +Pallida in viso e trista nel sembiante, +Condutta è con questi altri al rio martoro: +Orrigille è la dama, quella trista. +Ben lei cognobbe il conte in prima vista; + +Ma nol dimostra, e va tra quella gente, +E chiede di tal cosa la cagione. +Un che avea la barbuta ruginente +E cinto bene al dosso un pancirone, +Disse: - Condutti son questi al serpente +Il qual divora tutte le persone +Che arrivan forastiere in quel paese, +Dove fôr questi ed altre gente prese. + +Questo è il regno de Orgagna, se nol sai, +E sei presso al giardin de Fallerina. +Cosa più strana al mondo non fu mai: +Fatto l'ha per incanto la regina; +E tu securo in queste parte vai? +Ma serai preso con molta roina +E dato al drago, come gli altri sono, +Se presto non te fuggi in abandono. - + +Molto fu alegro alora il paladino, +Poi che cognobbe in questo ragionare +Che egli era pervenuto a quel giardino, +Qual convenia per forza conquistare. +Ma quel bravel, che ha viso di mastino, +Disse: - Ancor, paccio, stai ad aspettare? +Come qui t'abbia il capitano scorto, +Incontinente serai preso e morto. - + +Finito non avea questo sermone, +Che 'l capitano, che l'ebbe veduto, +Gridò: - Pigliàti presto quel bricone, +Che in soa mala ventura è qui venuto. +Adrieto il menarete alla pregione, +Poi che 'l drago per oggi fia pasciuto +De questi tre che or ne vanno alla morte: +Domane ad esso toccarà la sorte. - + +Ciascun presto pigliarlo se procura: +Tutta se mosse la gente villana. +Il conte, che de lor poco se cura, +Imbracciò il scudo e trasse Durindana. +Adosso li venian senza paura, +Ché non sapean sua forza sì soprana; +Ciascun s'affretta ben d'esservi in prima, +Perché aver l'arme del guerrier se stima. + +Ma presto fe' cognoscer quel ch'egli era, +Come fo gionto con seco alla prova, +Tagliando questo e quello in tal maniera, +Che dove è un pezzo, l'altro non si trova. +Un grande, che portava la bandiera: +- Saldo! - diceva - e non sia che si mova. +Saldo, brigata! - a gran voce cridava; +Ma lui di dietro e ben largo si stava. + +Per questo suo cridare alcun non resta, +A furia tutti quanti se ne vano; +Orlando è sempre in mezo a gran tempesta, +E gambe, e teste, e braccie manda al piano. +Gionse a quel grande, e dàgli in su la testa +Un grave colpo col brando a due mano. +Tutto lo fende insino alla cintura: +Non domandar se gli altri avean paura. + +Il capitano fo il primo a fuggire, +Perché degli altri avea meglior ronzone, +E fuggendo al compagno prese a dire: +- Questo è colui che occise Rubicone, +E tutti quanti ce farà morire, +Se Dio non ce dà aiuto ed il sperone. +Tristo colui che in quel brando s'abatte! +Gli omini e l'arme taglia come un latte. - + +Fu Rubicone da Ranaldo occiso; +Non so, segnor, se più vi ricordati, +Che fu a traverso de un colpo diviso, +Quando Iroldo e Prasildo fôr campati. +Or questo capitano ha preso aviso, +Mirando quei gran colpi smisurati, +Che quello una altra volta sia tornato; +Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato. + +Ma il conte Orlando non lo seguitava, +Poi che sconfitta quella gente vede. +- Via! Via, canaglia! - dietro li cridava; +E poi tornava, sì come era, a piede +Verso e pregioni. Ciascun lacrimava, +Né apena esser campato alcun se crede. +Ma la donzella, che cognobbe il conte, +Morta divenne ed abassò la fronte. + +Bella era, come io dissi, oltre misura, +Ed a beltate ogni cosa risponde, +Sì che ancor la vergogna e la paura +La grazia del suo viso non asconde. +Veggendo il conte sua bella figura, +Dentro nel spirto tutto se confonde; +Né iniuria se ramenta né l'inganno, +Ma sol gli dôl che lei ne prende affanno. + +Or che bisogna dir? Tanto gli piace, +Che prima che i nepoti la disciolse; +Ma lei, ch'è tutta perfida e fallace, +Come sapea ben fare, il tempo colse; +Piangendo ingenocchion chiedea la pace. +Il conte sostenir questo non volse +Che ella più stesse in quel dolente caso, +Ma rilevolla e fie' pace de un baso. + +In questa forma repacificati, +Il conte rimontò nel suo ronzone, +Da poi quei duo guerreri ha desligati. +La dama sol tenìa gli occhi a Grifone, +Ché già se erano insieme inamorati +Nel tempo che fôr messi alla prigione; +Né mancato era a l'uno o l'altro il foco, +Ben che sian stati in separato loco. + +E non doveti avere a meraviglia +Se, più che 'l conte lei Grifone amava; +Però che Orlando avea folte le ciglia, +E d'un de gli occhi alquanto stralunava. +Grifon la faccia avea bianca e vermiglia, +Né pel di barba, o poco ne mostrava; +Maggiore è bene Orlando e più robusto, +Ma a quella dama non andava al gusto. + +Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene, +E lui guardava lei con molto affetto, +Con sembianze piatose e d'amor piene; +Con sospir caldi da lei fende il petto; +E sì scoperta questa cosa viene, +Che Orlando incontinente ebbe sospetto; +E, per non vi tenire in più sermoni, +Il conte diè licenzia a quei baroni, + +Dicendo che quel giorno convenia +Condurre a fine un fatto smisurato, +Dove non ha bisogno compagnia, +Perché fornirlo solo avea giurato. +Che bisogna più dir? Lor ne van via; +E già non si partîr senza combiato, +E da tre volte in sù, senza fallire, +Il conte li ricorda il dipartire. + +Orlando giù dismonta della sella, +Poi che è Grifon partito ed Aquilante, +E con la dama sol d'amor favella, +Benché fosse mal scorto e sozzo amante. +Eccoti alora ariva una donzella +Sopra d'un palafren bianco ed amblante. +Poi che ebbe l'uno e l'altro salutato, +Verso del conte disse: - Ahi sventurato! + +Disventurato! - disse - qual destino +Te ha mai condutto a sì malvaggia sorte? +Non sai tu che de Orgagna è qui il giardino, +Né sei due miglia longe dalle porte? +Fugge presto, per Dio! fugge, meschino, +Ché tu sei tanto presso dalla morte, +Quanto sei presso a l'incantato muro; +E tu qua zanzi e stai come sicuro! - + +Il conte a lei rispose sorridendo: +- Voglioti sempre assai ringrazïare, +Perché, al dir che me fai, chiaro comprendo +Che a te dispiace il mio pericolare; +Ma sappi che fuggirme io non intendo, +Ché dentro a quel giardino io voglio intrare. +Amor, che ivi mi manda, me assicura +Di trare al fine tanta alta aventura. + +Se mi puoi dar consiglio, o vero aiuto, +Come aggia in cotal cosa fare, o dire, +Estremamente ti serò tenuto. +Quel che abbia a fare, io non posso sentire, +Ché omo non trovo che l'abbia veduto, +Né che me dica dove io debba gire; +Sì che per cortesia ti vo' pregare +Che me consigli quel ch'io debba fare. - + +La damigella, ch'era grazïosa, +Smontò nel prato il bianco palafreno, +Ed a lui ricontò tutta la cosa, +Ciò che dovea trovar, né più, né meno. +Questa aventura fu maravigliosa, +Come io vi contarò ben tutto apieno +Nel canto che vien dietro, se a Dio piace; +Bella brigata, rimanete in pace. + +Canto quarto + +Luce de gli occhi miei, spirto del core, +Per cui cantar suolea sì dolcemente +Rime legiadre e bei versi d'amore, +Spirami aiuto alla istoria presente. +Tu sola al canto mio facesti onore, +Quando di te parlai primeramente, +Perché a qualunche che di te ragiona, +Amor la voce e l'intelletto dona. + +Amor primo trovò le rime e' versi, +I suoni, i canti ed ogni melodia; +E genti istrane e populi dispersi +Congionse Amore in dolce compagnia. +Il diletto e il piacer serian sumersi, +Dove Amor non avesse signoria; +Odio crudele e dispietata guerra, +Se Amor non fusse, avrian tutta la terra. + +Lui pone l'avarizia e l'ira in bando, +E il core accresce alle animose imprese, +Né tante prove più mai fece Orlando, +Quante nel tempo che de amor se accese. +Di lui vi ragionava alora quando +Con quella dama nel prato discese; +Or questa cosa vi voglio seguire, +Per dar diletto a cui piace de odire. + +La dama, che col conte era smontata, +Gli dicea: - Cavalliero, in fede mia, +Se non che messagiera io son mandata, +Dentro a questo giardin teco verria; +Ma non posso indugiare una giornata +Del mio camino, ed è lunga la via. +Or quel ch'io te vo' dire, intendi bene: +Esser gagliardo e saggio ti conviene. + +Se non vôi esser di quel drago pasto, +Che d'altra gente ha consumata assai, +Convienti di tre giorni esser ben casto, +Né camparesti in altro modo mai. +Questo dragone fia il primo contrasto +Che alla primiera entrata trovarai: +Un libro ti darò, dove è depinto +Tutto 'l giardino e ciò ch'è dentro al cinto. - + +Il dragone che gli omini divora, +E l'altre cose tutte quante dice, +E descrive il palagio ove dimora +Quella regina, brutta incantatrice. +Ier entrò dentro e dimoravi ancora, +Perché con succo de erbe e de radice +E con incanti fabrica una spata +Che tagliar possa ogni cosa affatata. + +In questo non lavora se non quando +Volta la luna e che tutto se oscura. +- Or te vo' dir perché ha fatto quel brando +E pone al temperarlo tanta cura. +In Ponente è un baron, che ha nome Orlando, +Che per sua forza al mondo fa paura: +La incantatrice trova per destino +Che costui desertar debbe il giardino. + +Come se dice, egli è tutto fatato +In ogni canto, e non si può ferire, +E con molti guerreri è già provato, +E tutti quanti gli ha fatto morire; +Perciò la dama il brando ha fabricato, +Perché il baron che io ho detto, abbia a perire, +Benché lei dica che pur sa di certo +Che il suo giardin da lui serà deserto. + +Ma quel che più bisogna avea scordato, +E speso ho il tempo con tante parole. +Non se può entrare in quel loco incantato +Se non aponto quando leva il sole. +Poi ch'io son quivi, è bon tempo passato: +Più teco star non posso, e me ne dole. +Or piglia il libro e ponevi ben cura: +Iddio te aiuti e doneti ventura. - + +Così dicendo gli dà il libro in mano, +E da lui tol combiato la fantina; +Ben la ringrazia il cavallier soprano: +Lei monta il palafreno e via camina. +Va passeggiando il conte per il piano, +Poi che indugiar conviene alla mattina; +Ben gli rincresce il gioco che gli è guasto +Ch'esser conviene a quella impresa casto: + +Perché Origille, quella damigella +Che avea campata, seco dimorava. +Amore e gran desio dentro il martella, +Ma pur indugïar deliberava. +La luna era nel celo ed ogni stella, +Il conte sopra a l'erba si posava, +Col scudo sotto il capo e tutto armato; +La damigella a lui stava da lato. + +Dormiva Orlando, e sornacchiava forte +Senz'altra cura il franco cavalliero; +Ma quella dama, che è di mala sorte +Ed a seguir Grifone avea il pensiero, +Fra sé deliberò dargli la morte; +E, rivolgendo ciò l'animo fiero, +Vien pianamente a lui se approssimando, +E via dal fianco gli distacca il brando. + +Tutto è coperto il conte d'armatura: +Non sa la dama il partito pigliare, +Né de ferirlo ponto se assicura, +Onde destina di lasciarlo stare. +Lei prende Brigliadoro alla pastura, +E prestamente su vi ebbe a montare, +E via camina e quindi s'alontana, +E porta seco il brando Durindana. + +Orlando fu svegliato al matutino, +E del brando s'accorse e del ronzone. +Pensati se de questo fu tapino, +Che 'l credette morir di passïone; +Ma in ogni modo entrar vôle al giardino: +E bench'egli abbia perduto il ronzone +E il brando di valor tanto infinito, +Non se spaventa il cavalliero ardito. + +Via caminando come disperato, +Verso il giardino andava quel barone; +Un ramo d'uno alto olmo avea sfrondato, +E seco nel portava per bastone. +Il sole aponto alora era levato, +Quando lui gionse al passo del dragone; +Fermossi alquanto il cavallier sicuro, +Guardando intorno del giardino al muro. + +Quello era un sasso de una pietra viva, +Che tutta integra atorno l'agirava; +Da mille braccie verso il ciel saliva, +E trenta miglia quel cerchio voltava. +Ecco una porta a levante s'apriva: +Il drago smisurato zuffellava, +Battendo l'ale e menando la coda; +Altro che lui non par che al mondo s'oda. + +Fuor della porta non esce nïente, +Ma stavi sopra come guardïano; +Il conte se avicina arditamente +Col scudo in braccio e col bastone in mano. +La bocca tutta aperse il gran serpente, +Per ingiottire quel baron soprano; +Lui, che di tal battaglia era ben uso, +Mena il bastone e colse a mezo 'l muso. + +Per questo fu il serpente più commosso, +E verso Orlando furïoso viene; +Lui con quel ramo de olmo verde e grosso +Menando gran percosse gli dà pene. +Al fin con molto ardir gli salta adosso, +E cavalcando tra le coscie il tiene; +Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta +Colpi radoppia a colpi in su la testa. + +Rotto avea l'osso, e il suo cervello appare, +Quella bestia diversa, e cadde morta. +Il sasso, che era aperto a questo intrare, +S'accolse insieme, e chiuse questa porta. +Or non sa il conte ciò che debba fare, +E nella mente alquanto se sconforta; +Guardasi intorno e non sa dove gire, +Ché chiuso è dentro e non potrebbe uscire. + +Era alla sua man destra una fontana, +Spargendo intorno a sé molta acqua viva; +Una figura di pietra soprana, +A cui del petto fuor quella acqua usciva, +Scritto avea in fronte: 'Per questa fiumana +Al bel palagio del giardin se ariva.' +Per infrescarse se ne andava il conte +Le man e 'l viso a quella chiara fonte. + +Avea da ciascun lato uno arboscello +Quel fonte che era in mezo alla verdura, +E facea da se stesso un fiumicello +De una acqua troppo cristallina e pura; +Tra' fiori andava il fiume, e proprio è quello +Di cui contava aponto la scrittura, +Che la imagine al capo avea d'intorno; +Tutta la lesse il cavalliero adorno. + +Onde si mosse a gire a quel palaggio, +Per pigliare in quel loco altro partito; +E caminando sopra del rivaggio +Mirava il bel paese sbigotito. +Egli era aponto del mese di maggio, +Sì che per tutto intorno era fiorito, +E rendeva quel loco un tanto odore, +Che sol di questo se allegrava il core. + +Dolce pianure e lieti monticelli +Con bei boschetti de pini e d'abeti, +E sopr'a verdi rami erano occelli, +Cantando in voce viva e versi queti. +Conigli e caprioli e cervi isnelli, +Piacevoli a guardare e mansueti, +Lepore e daini correndo d'intorno, +Pieno avean tutto quel giardino adorno. + +Orlando pur va drieto alla rivera, +Ed avendo gran pezzo caminato, +A piè d'un monticello alla costera +Vide un palagio a marmori intagliato; +Ma non puotea veder ben quel che gli era, +Perché de arbori intorno è circondato. +Ma poi, quando li fu gionto dapresso, +Per meraviglia uscì for di se stesso. + +Perché non era marmoro il lavoro +Ch'egli avea visto tra quella verdura, +Ma smalti coloriti in lame d'oro +Che coprian del palagio l'alte mura. +Quivi è una porta di tanto tesoro, +Quanto non vede al mondo creatura, +Alta da diece e larga cinque passi, +Coperta de smiraldi e de balassi. + +Non se trovava in quel ponto serrata, +Però vi passò dentro il conte Orlando. +Come fu gionto nella prima entrata, +Vide una dama che avea in mano un brando, +Vestita a bianco e d'oro incoronata, +In quella spada se stessa mirando. +Come lei vide il cavallier venire, +Tutta turbosse e posesi a fuggire. + +Fuor della porta fuggì per il piano; +Sempre la segue Orlando tutto armato, +Né fu ducento passi ito lontano, +Che l'ebbe gionta in mezo di quel prato. +Presto quel brando gli tolse di mano, +Che fu per dargli morte fabricato, +Perché era fatto con tanta ragione, +Che taglia incanto ed ogni fatagione. + +Poi per le chiome la dama pigliava, +Che le avea sparse per le spalle al vento, +E di dargli la morte minacciava +E grave pena con molto tormento, +Se del giardino uscir non gl'insegnava. +Lei, ben che tremi tutta di spavento, +Per quella tema già non se confonde, +Anci sta queta e nulla vi risponde; + +Né per minaccie che gli avesse a fare +Il conte Orlando, né per la paura +Mai gli rispose, né volse parlare, +Né pur di lui mostrava tenir cura. +Lui le lusenghe ancor volse provare, +Essa ostinata fo sempre e più dura; +Né per piacevol dir né per minaccia +Puote impetrar che lei sempre non taccia. + +Turbossi il cavallier nel suo coraggio, +Dicendo: - Ora me è forza esser fellone; +Mia serà la vergogna e tuo il dannaggio, +Benché di farlo io ho molta ragione. - +Così dicendo la mena ad un faggio, +E ben stretta la lega a quel troncone +Con rame lunghe, tenere e ritorte, +Dicendo a lei: - Or dove son le porte? - + +Lei non risponde al suo parlar nïente, +E mostra del suo crucio aver diletto. +- Ahi, - disse il conte - falsa e fraudolente! +Ch'io lo posso sapere al tuo dispetto. +Or mo di novo mi è tornato a mente +Che in un libretto l'aggio scritto al petto, +Qual mi mostrarà il fatto tutto a pieno. - +Così dicendo sel trasse di seno. + +Guardando nel libretto ove è depento +Tutto il giardino e di fuore e d'intorno, +Vede nel sasso, ch'è d'incerco acento, +Una porta che n'esce a mezogiorno; +Ma bisogna a l'uscir aver convento +Un toro avanti, che ha di foco un corno, +L'altro di ferro, ed è tanto pongente, +Che piastra o maglia non vi val nïente. + +Ma prima che vi ariva, un lago trova, +Dove è molta fatica a trapassare, +Per una cosa troppo strana e nova, +Sì come apresso vi vorò contare; +Ma il libro insegna vincer quella prova. +Non avea il conte a ponto a indugïare, +Ma via camina per l'erba novella, +Lasciando al faggio presa la donzella. + +Via ne va lui per quelle erbe odorose, +E poi che alquanto via fu caminato, +L'elmo a l'orecchie empì dentro di rose, +Delle qual tutto adorno era quel prato. +Chiuse l'orecchie, ad ascoltar si pose +Gli occei, ch'erano intorno ad ogni lato: +Mover li vede il collo e 'l becco aprire, +Voce non ode e non potrebbe odire, + +Perché chiuso se aveva in tal maniera +L'orecchie entrambe a quelle rose folte, +Che non odiva, al loco dove egli era, +Cosa del mondo, ben che attento ascolte; +E caminando gionse alla rivera, +Che ha molte gente al suo fondo sepolte. +Questo era un lago piccolo e iocondo +D'acque tranquille e chiare insino al fondo. + +Non gionse il conte in su la ripa apena, +Che cominciò quell'acqua a gorgoliare; +Cantando venne a sommo la Sirena. +Una donzella è quel che sopra appare, +Ma quel che sotto l'acqua se dimena +Tutto è di pesce e non si può mirare, +Ché sta nel lago da la furca in gioso; +E mostra il vago, e il brutto tiene ascoso. + +Lei comincia a cantar sì dolcemente, +Che uccelli e fiere vennero ad odire: +Ma, come erano gionti, incontinente +Per la dolcezza convenian dormire. +Il conte non odìa de ciò nïente, +Ma, stando attento, mostra di sentire. +Come era dal libretto amaestrato, +Sopra la riva se colcò nel prato. + +E' mostrava dormir ronfando forte: +La mala bestia il tratto non intese, +E venne a terra per donarli morte; +Ma il conte per le chiome ne la prese. +Lei, quanto più puotea, cantava forte, +Ché non sapeva fare altre diffese, +Ma la sua voce al conte non attiene, +Che ambe l'orecchie avea di rose piene. + +Per le chiome la prese il conte Orlando, +Fuor di quel lago la trasse nel prato, +E via la testa gli tagliò col brando, +Come gli aveva il libro dimostrato, +Sé tutto di quel sangue rossegiando, +E l'arme e sopraveste in ogni lato. +L'elmo se trasse e dislegò le rose; +Tinto di sangue poi tutto se 'l pose. + +Di quel sangue avea tocco in ogni loco, +Perché altramente tutta l'armatura +Avrebbe consumata a poco a poco +Quel toro orrendo e fora di natura, +Che avea un corno di ferro ed un di foco. +Al suo contrasto nulla cosa dura, +Arde e consuma ciò che tocca apena: +Sol se diffende il sangue di sirena. + +Di questo toro sopra vi ho contato, +Che verso mezogiorno è guardïano. +Il conte a quella porta fu arivato, +Poi che ebbe errato molto per il piano. +Il sasso che 'l giardino ha circondato, +S'aperse alla sua gionta a mano a mano, +E una porta di bronzo si disserra: +Fuora uscì il toro a mezo della terra. + +Muggiando uscitte il toro alla battaglia, +E ferro e foco nella fronte squassa, +Né contrastar vi può piastra né maglia, +Ogni armatura con le corne passa. +Il conte con quel brando che ben taglia, +A lui ferisce ne la testa bassa, +E proprio il gionse nel corno ferrato: +Tutto di netto lo mandò nel prato. + +Per questo la battaglia non s'arresta; +Con l'altro corno, ch'è di foco, mena +Con tanta furia e con tanta tempesta, +Che il conte in piede si mantiene apena. +Arso l'avria da le piante alla testa, +Se non che il sangue di quella sirena +Da questa fiamma lo tenìa diffeso, +Che avrebbe l'arme e il busto insieme acceso. + +Combatte arditamente il conte Orlando, +Come colui che fu senza paura; +Mena a due mano irato e fulminando +Dritti e roversi fuor d'ogni misura. +Egli ha gran forza ed incantato ha il brando, +Onde a' suoi colpi nulla cosa dura; +Ferendo e spalle e testa ed ogni fianco, +Fece che 'l toro al fin pur venne manco. + +Le gambe tagliò a quello e il collo ancora, +Con gran fatica se finì la guerra. +Il toro occiso senza altra dimora +Tutto se ascose sotto della terra; +La porta, che era aperta alora alora, +A l'asconder di quel presto si serra; +La pietra tutta insieme è ritornata, +Porta non vi è, né segno ove sia stata. + +Il conte più non sa quel che si fare. +Ché de l'uscita non vede nïente; +Prende il libretto e comincia a guardare, +D'intorno al cerchio va ponendo mente; +Vede il vïaggio che debbe pigliare +Dietro ad un rivo che corre a ponente, +Ove di zoie aperta è una gran porta; +Uno asinello armato è la sua scorta. + +Ma presto narrarò com'era fatto +Questo asinello, e fu gran meraviglia. +Dio guardi il conte Orlando a questo tratto, +Che alla riva del fiume il camin piglia. +Via ne va sempre caminando ratto, +E seco nella mente se assotiglia, +Perché 'l libro altro ancor gli avea mostrato, +Prima che gionga a l'asinello armato. + +Così pensando, a mezo del camino +Uno arbore atrovò fuor di misura: +Tanto alto non fo mai faggio né pino, +Tutto fronzuto di bella verdura. +Come da longe il vide il paladino, +Ben si ricorda di quella scrittura +Che gli mostrava il suo libretto aponto, +Però provede prima che sia gionto. + +Fermosse sopra il fiume il cavalliero, +E 'l scudo prestamente desimbraccia, +Da l'elmo tolse via tutto il cimiero, +Alla fronte di quello il scudo allaccia, +Sì che 'l copria davanti tutto intiero, +Verso la vista e sopra della faccia. +Dinanti ai piedi aponto in terra guarda: +Altro non vede e il suo camin non tarda. + +E come il loco avea prima avisato, +Al tronco drittamente via camina. +Un grande occello ai rami fu levato, +Che avea la testa e faccia di regina, +Coi capei biondi e il capo incoronato; +La piuma al collo ha d'oro e purpurina, +Ma il petto, il busto e le penne maggiore +Vaghe e dipente son d'ogni colore. + +La coda ha verde e d'oro e di vermiglio, +Ed ambe l'ale ad occhi di pavone; +Grande ha le branche e smisurato artiglio, +Proprio assembra di ferro il forte ungione. +Tristo quello omo a chi dona di piglio, +Ché lo divora con destruzïone. +Smaltisce questo occello una acqua molle, +Qual, come tocca gli occhi, il veder tolle. + +Levosse dalle rame con fraccasso +Quel grande occello, e verso il conte andava, +Il qual veniva al tronco passo passo +Col scudo in capo, e gli occhi non alciava, +Ma sempre a terra aveva il viso basso; +E l'occellaccio d'intorno agirava, +E tal rumor faceva e tal cridare, +Che quasi Orlando fie' pericolare. + +Ché fu più volte per guardare in suso; +Ma pur se ricordava del libretto, +E sotto il scudo se ne stava chiuso. +Alciò la coda il mostro maledetto, +E l'acqua avelenata smaltì giuso. +Quella cade nel scudo, e per il petto +Calla stridendo, come uno oglio ardente; +Ma nella vista non toccò nïente. + +Orlando se lasciò cadere in terra, +Tra l'erbe, come ceco, brancolando. +Calla l'occello e nel sbergo l'afferra, +E verso il tronco il tira strasinando. +Il conte a man riversa un colpo serra; +Proprio a traverso lo gionse del brando, +E da l'un lato a l'altro lo divise, +Sì che, a dir breve, quel colpo l'occise. + +Poi che mirato ha il conte quello occello, +Sotto il suo tronco a l'ombra morto il lassa, +E raconcia il cimiero alto a pennello, +E 'l scudo al braccio nel suo loco abassa. +Verso la porta dove è l'asinello, +Drieto a ponente, in ripa al fiume passa, +E poco caminò che ivi fu gionto, +E vide aprir la porta in su quel ponto. + +Mai non fo visto sì ricco lavoro +Come è la porta nella prima faccia. +Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro; +Non la diffende né spata né maccia +Ma uno asino coperto a scaglie d'oro, +Ed ha l'orecchie lunghe da due braccia: +Come coda di serpe quelle piega, +E piglia e strenge a suo piacere e lega. + +Tutto è coperto di scaglia dorata, +Come io vi ho detto, e non si può passare; +Ma la sua coda taglia come spata, +Né vi può piastra né maglia durare; +Grande ha la voce e troppo smisurata, +Sì che la terra intorno fa tremare. +Ora alla porta il conte s'avicina: +La bestia venne a lui con gran roina. + +Orlando lo ferì de un colpo crudo, +Né lo diffende l'incantata scaglia; +Tutto il scoperse insino al fianco nudo, +Perché ogni fatason quel brando taglia. +L'asino prese con l'orecchie il scudo, +E tanto dimenando lo travaglia, +Di qua di là battendo in poco spaccio, +Che al suo dispetto lo levò dal braccio. + +Turbosse oltra misura il conte Orlando, +E mena un colpo furïosamente; +Ambe l'orecchie gli tagliò col brando, +Ché quella scaglia vi giovò nïente. +Esso le croppe rivoltò cridando, +E mena la sua coda, che è tagliente, +E spezza al franco conte ogni armatura: +Lui è fatato, e poco se ne cura; + +E de un gran colpo a quel colse ne l'anca +Dal lato destro, e tutta l'ha tagliata, +E dentro agionse nella coscia stanca. +Non è riparo alcuno a quella spata; +Quasi la tagliò tutta, e poco manca. +Cadde alla terra la bestia incantata, +Cridando in voce di spavento piena, +Ma il conte ciò non cura e il brando mena. + +Mena a due mano il conte e non s'arresta, +Benché cridi la bestia a gran terrore. +Via de un sol colpo gli gettò la testa +Con tutto il collo, o la parte maggiore. +Alor tutta tremò quella foresta, +E la terra s'aperse con rumore, +Dentro vi cadde quella mala fiera; +Poi se ragionse, e ritornò com'era. + +Or fora il conte se ne vuole andare, +Ed alla ricca porta èsse invïato, +Ma dove quella fosse non appare: +Il sasso tutto integro è riserrato. +Lui prende il libro e comincia a mirare; +Poi che ogni volta rimane ingannato +E dura indarno cotanta fatica, +Non sa più che se facci o che se dica. + +Ciascuna uscita sempre è stata vana +E con arisco grande di morire; +Pur la scrittura del libretto spiana +Che ad ogni modo non se puote uscire +Per una porta volta a tramontana, +Ma là non vi val forza, e non ardire, +Né 'l proprio senno né l'altrui consiglio, +Ché troppo è quello estremo e gran periglio. + +Perché un gigante smisurato e forte +Guarda la uscita con la spata in mano, +E se egli avvien che dato li sia morte, +Duo nascon del suo sangue sopra il piano, +E questi sono ancor de simil sorte: +Ciascun quattro produce a mano a mano, +Così multiplicando in infinito +Il numero di lor forte ed ardito. + +Ma prima ancor che se possa arivare +A quella porta, che è tutta d'argento, +Per quella serrata, vi è molto che fare, +E bisognavi astuzia e sentimento. +Ma il conte a questo non stette a pensare, +Come colui che avea molto ardimento, +Seco dicendo a sua mente animosa: +"Chi può durare, al fin vince ogni cosa." + +Così fra sé parlando il camin prese +Giù per la costa verso tramontana, +E vide, come al campo giù discese, +Una valle fiorita e tutta piana, +Ove tavole bianche eran distese, +Tutte apparate intorno alla fontana; +Con ricche coppe d'oro in ogni banda +Eran coperti de ottima vivanda. + +Né quanto intorno se puote mirare, +Disotto al piano e di sopra nel monte, +Non vi è persona che possi guardare +Quella ricchezza che è intorno alla fonte; +E le vivande se vedean fumare. +Gran voglia di mangiare aveva il conte; +Ma prima il libracciol trasse del petto, +E, quel leggendo, prese alto sospetto. + +Guardando quel libretto, il paladino +Vide la cosa sì pericolosa. +Di là dal fonte è un boschetto di spino, +Tutto fiorito di vermiglia rosa, +Verde e fronzuto; e dentro al suo confino +Una Fauna crudel vi sta nascosa: +Viso di dama e petto e braccia avia, +Ma tutto il resto d'una serpe ria. + +Questa teneva una catena al braccio, +Che nascosa venìa tra l'erba e' fiori, +E facea intorno a quella fonte un laccio, +Acciò, se alcun, tirato da li odori, +Intrasse alla fontana dentro al spaccio, +Fosse pigliato con gravi dolori; +Essa, tirando poi quella catena, +A suo mal grado nel boschetto il mena. + +Orlando dalla fonte si guardava, +E verso il verde bosco prese a gire. +Come la Fauna di questo si addava, +Uscì cridando e posesi a fuggire; +Per l'erba, come biscia, sdrucellava, +Ma presto il conte la fece morire +De un colpo solo e senza altra contesa, +Ché quella bestia non facea diffesa. + +Poi che la Fauna fu nel prato morta, +Ver tramontana via camina il conte, +E poco longi vide la gran porta, +Che avea davanti sopra un fiume un ponte. +Su vi sta quel che ha tanta gente morta, +Col scudo in braccio e con l'elmo alla fronte; +Par che minacci con sembianza cruda, +Armato è tutto ed ha la spada nuda. + +Orlando se avicina a quel gigante, +Né de cotal battaglia dubitava, +Perché in sua vita ne avea fatto tante, +Che poca cura di questa si dava. +Quello omo smisurato venne avante, +Ed un gran colpo de spata menava. +Schifollo il conte e trassese da lato, +E quel ferisce col brando affatato. + +Gionse al gigante sopra del gallone, +Non lo diffese né piastra né maglia, +Ma, fraccassando sbergo e pancirone, +Insino a l'altra coscia tutto il taglia. +Ora se allegra il figlio di Melone, +Credendo aver finita ogni battaglia, +E prese de l'uscir molto conforto, +Poi che vide il gigante a terra morto. + +Quello era morto, e 'l sangue fuora usciva, +Tanto che ne era pien tutto quel loco; +Ma, come fuor del ponte in terra ariva, +Intorno ad esso s'accendeva un foco. +Crescendo ad alto quella fiamma viva +Formava un gran gigante a poco a poco; +Questo era armato e in vista furibondo, +E dopo il primo ancor nascìa il secondo. + +Figli parean di 'l foco veramente, +Tanto era ciascun presto e furïoso, +Con vista accesa e con la faccia ardente. +Ora ben stette il conte dubbïoso; +Non sa quel che far debba nella mente: +Perder non vôle, e 'l vincere è dannoso, +Però, ben che li faccia a terra andare, +Rinasceranno, e più vi avrà che fare. + +Ma de vincere al fin pur se conforta, +Se ne nascesser ben mille migliara, +Ed animoso se driccia alla porta. +Quei duo giganti avean presa la sbara; +Ciascuno aveva una gran spada torta, +Perché eran nati con la simitara. +Ma il conte a suo mal grado dentro passa, +Prende la sbarra e tutta la fraccassa. + +Unde ciascun di lor più fulminando +Percote adosso del barone ardito; +Ma poca stima ne faceva Orlando, +Ché non puotea da loro esser ferito. +Lui riposto teneva al fianco il brando, +Perché avea preso in mente altro partito; +Adosso ad un di lor ratto se caccia, +E sotto l'anche ben stretto l'abbraccia. + +Aveano entrambi smisurata lena, +Ma pur l'aveva il conte assai maggiore. +Leval il conte ad alto e intorno il mena, +Né vi valse sua forza, o suo vigore, +Ché lo pose riverso in su l'arena. +L'altro gigante con molto furore +Di tempestare Orlando mai non resta +Da ciascun lato e basso e nella testa. + +Lui lascia il primo, com'era disteso, +E contra a questo tutto se disserra; +Sì come l'altro a ponto l'ebbe preso, +E con fraccasso lo messe alla terra. +L'altro è levato de grande ira acceso: +Orlando lascia questo e quello afferra; +E mentre che con esso fa battaglia, +Levasi il primo e intorno lo travaglia. + +Andò gran tempo a quel modo la cosa, +Né se potea sperare il fin giamai; +Non può prendere il conte indugia o posa, +Ché sempre or l'uno or l'altro gli dà guai. +Durata è già la zuffa dolorosa +Più che quattro ore, con tormento assai +Per l'uno e l'altro; a benché 'l conte Orlando +A duo combatte e non adopra il brando. + +Per non multiplicarli, il cavalliero +Batteli a terra e non gli fa morire, +Ma per questo non esce del verziero, +Ch'e duo giganti il vetano a partire. +Lui prese combattendo altro pensiero +Subitamente, e mostra di fuggire; +Per la campagna va correndo il conte, +Ma quei due grandi ritornarno al ponte. + +Ciascun sopra del ponte ritornava, +Come de Orlando non avesse cura; +E lui, che spesso in dietro si voltava, +Credette che restasser per paura; +Ma quella fatason che li creava +Quivi li tenea fermi per natura. +Sol per diffesa stan di quella porta, +E fanno al fiume ed al suo ponte scorta. + +Il conte questo non aveva inteso, +Ma via da lor correndo se alontana; +Alla valletta se ne va disteso, +Che ha 'l bel boschetto a lato alla fontana, +Dove la Fauna avea quel laccio teso +Per pascerse de sangue e carne umana. +Tavole quivi son da tutte bande; +Il laccio è teso intorno alle vivande. + +Era quel laccio tutto di catena +Come di sopra ancora io v'ho contato. +Orlando lo distacca e dietro il mena, +Strasinando alle spalle, per il prato: +Tanto era grosso, che lo tira appena. +Con esso al ponte ne fu ritornato, +E pose un de' giganti a forza a terra, +E braccie e gambe a quel laccio gl'inferra. + +Benché a ciò fare vi stesse buon spaccio, +Perché l'altro gigante lo anoiava; +Ma a suo mal grado uscì di quello impaccio, +Ed ancora esso per forza atterrava; +Come l'altro il legò proprio a quel laccio. +Ora la porta più non se serrava, +E puote Orlando a suo diletto uscire; +Quel che poi fece, tornati ad odire. + +Perché se dice che ogni bel cantare +Sempre rincresce quando troppo dura, +Ed io diletto a tutti vi vo' dare +Tanto che basta, e non fuor di misura; +Ma se verreti ancora ad ascoltare, +Racontarovi di questa ventura +Che aveti odita, tutto quanto il fine, +Ed altre istorie belle e pellegrine. + +Canto quinto + +Vita zoiosa, e non finisca mai, +A voi che con diletto me ascoltati. +Segnori, io contarò dove io lasciai, +Poi che ad odire sete ritornati, +Sì come Orlando con fatica assai +Quei duo giganti al ponte avea legati. +Vinto ha ogni cosa il franco paladino, +Ed a sua posta uscir può del giardino. + +Ma lui tra sé pensava nel suo core +Che se a quel modo fuora se n'andava, +Non era ben compito de l'onore, +Né satisfatto a quella che 'l mandava; +Ed era ancora al mondo un grande errore, +Se quel giardino in tal forma durava, +Ché dame e cavallier d'ogni contrate +Vi erano occisi con gran crudeltate. + +Però si pose il barone a pensare +Se in alcun modo, o per qualche maniera +QuesQo verzier potesse disertare; +Così la lode e la vittoria intiera +Ben drittamente acquistata gli pare, +Poi che l'usanza dispietata e fiera +Che struggea tante gente pellegrine, +Per sua virtute sia condutta a fine. + +Legge il libretto, e vede che una pianta +Ha quel giardino in mezzo al tenimento, +A cui se un ramo de cima se schianta, +Sparisce quel verziero in un momento; +Ma di salirvi alcun mai non si vanta, +Che non guadagni morte o rio tormento. +Orlando, che non sa che sia paura, +Destina de compir questa ventura. + +Ritorna adietro per una vallata, +Che proprio ariva sopra al bel palaggio +Ove la dama prima avea trovata, +Che mirandosi al brando stava ad aggio; +E lui lì presso la lasciò legata, +Come sentesti, a quel tronco di faggiog +Così la ritrovò legata ancora: +Ivi la lascia e non vi fa dimora. + +De gionger alla pianta avea gran fretta; +Ed ecco in mezo di quella pianura +Ebbe veduta quella rama eletta, +Bella da riguardare oltra misura. +D'arco de Turco non esce saetta +Che potesse salire a quella altura; +Salendo e rami ad alto e' fa gran spaccio, +Né volta il tronco alla radice un braccio. + +Non è più grosso, ed ha li rami intorno +Lunghi e sotili, ed ha verde le fronde; +Quelle getta e rinova in ciascun giorno, +E dentro spine acute vi nasconde. +Di vaghe pome d'oro è tutto adorno; +Queste son grave e lucide e rotonde, +E son sospese a un ramo piccolino: +Grande è il periglio ad esser lì vicino. + +Grosse son quanto uno omo abbia la testa, +E come alcuno al tronco s'avicina, +Pur sol battendo i piedi alla foresta, +Trema la pianta lunga e tenerina; +E cadendo le pome a gran tempesta, +Qualunche è gionto da quella roina +Morto alla terra se ne va disteso, +Perché non è riparo a tanto peso. + +Alti li rami son quasi un'arcata; +Il tronco da lì in gioso è sì polito, +Che non vi salirebbe anima nata, +E se alcun fosse di salire ardito, +Non serìa sostenuto alcuna fiata, +Perché alla cima non è grosso un dito. +Ogni cosa sapeva Orlando a ponto: +Letto nel libro aveva ciò che io conto. + +E lui prende nel cor tanto più sticcia +Quanto le cose son più faticose, +E per trar questo al fin la mente adriccia. +Taglia de un faggio le rame frondose +Subitamente, e fece una gradiccia; +Crosta di prato e terra su vi pose, +Poi sopra alle sue spalle e alla testa +Stretta la lega, e va che non s'arresta. + +Aveva il conte una forza tamanta, +Che già portava, come Turpin dice, +Una colonna integra tutta quanta +D'Anglante a Brava per le sue pendice. +Or, come gionto fu sotto la pianta, +Tutta tremò per sino alla radice. +Le sue gran pome, ciascuna più greve, +Vennero a terra e spesse come neve. + +Il conte va correndo tutta fiata, +E de gionger al tronco ben s'appresta, +Ché già tutta la terra è dissipata, +Né manca di cader l'aspra tempesta. +Ora era carca tanto quella grata, +Che sol di quel gran peso lo molesta, +E se ben presto al tronco non ariva, +Quella roina della vita il priva. + +Come fu gionto a quella pianta gaglia, +Non vi crediati che voglia montare; +Tutta a traverso de un colpo la taglia: +La cima per quel modo ebbe a schiantare. +Come fu in terra, tutta la prataglia +D'intorno intorno cominciò a tremare; +Il sol tutto se asconde e il celo oscura, +Coperse un fumo il monte e la pianura. + +Ove sia il conte non vede nïente, +Trema la terra con molto romore. +Eravi per quel fumo un fuoco ardente, +Grande quanto una torre, ancor maggiore; +Questo è un spirto d'abisso veramente, +Che strugge quel giardino a gran furore, +E, come al tutto fu venuto meno, +Ritornò il giorno e fiesse il cel sereno. + +La pietra che 'l verzier suolea voltare, +Tutta è sparita e più non se vedia; +Ora per tutto si può caminare. +Largo è il paese, aperto a prateria, +Né fonte né palagio non appare; +De ciò che vi era, sol la dama ria, +Io dico Falerina, ivi è restata, +Sì come prima a quel tronco legata. + +La qual piangendo forte lamentava, +Poi che disfatto vidde il suo giardino. +Né come prima tacita si stava +Negando dar risposta al paladino; +Ma con voce pietosa lo pregava +Che aggia mercè del suo caso tapino, +Dicendogli: - Baron, fior de ogni forte, +Ben ti confesso ch'io merto la morte. + +Ma se al presente me farai morire, +Sì come io ne son degna in veritade, +E dame e cavallier farai perire, +Che son pregioni, e fia gran crudeltade. +Acciò che intendi quel che ti vo' dire, +Sappi che io feci con gran falsitade +Questo verziero e ciò che gli era intorno, +In sette mesi; ora è sfatto in un giorno. + +Per vendicarme sol de un cavallero +E de una dama sua, falsa, putana, +Io feci il bel giardin, che, a dirti il vero, +Ha consumata molta gente umana; +Né ancora mi bastò questo verzero: +Io feci un ponte sopra a una fiumana, +Dove son prese e dame e cavallieri, +Quanti ne arivan per tutti e sentieri. + +Quel cavalliero è nomato Arïante, +Origilla è la falsa che io contai. +Or de costoro io non dico più avante, +A benché vi serìa da dire assai. +Per mia sventura tra gente cotante +Alcun de questi duo non gionse mai, +E già più gente è morta a tal dannaggio +Che non ha rami o fronde questo faggio. + +Perché al giardin, che fu meraviglioso, +Tutti eran morti quanti ne arivava; +Ma il numero più grande e copïoso, +Il ponte ch'io t'ho detto mi mandava, +Perché avea in guardia un vecchio doloroso, +Che molta gente sopra vi guidava. +Il ponte non bisogna che io descriva, +Ma per se stesso chiude chi ve ariva. + +Né è molto tempo che una incantatrice, +Quale è figliola del re Galafrone, +Che ora col patre, sì come se dice, +Assedïata è dentro ad un girone, +Passando alor di qua, quell'infelice, +Al ponte fo condutta dal vecchione, +E poi, con modo che io non sazo dire, +Partisse, e tutti gli altri fie' fuggire. + +Ma molti vi ne sono ora al presente, +Perché ne prende sempre il vecchio assai, +E come io serò occisa, incontinente +Il ponte e lor non si vedran più mai, +E meco perirà cotanta gente: +E tu cagion di tutto il mal serai. +Ma se mi campi, io ti prometto e giuro +Che lasciarò ciascun franco e sicuro. + +E se non dài al mio parlar credenza, +Menami teco, come io son, legata, +(Presa o disciolta, io non fo differenza, +Ché ad ogni modo io son vituperata), +E disfarò la torre in tua presenza, +E tutta salvarò quella brigata. +Piglia il partito, adunque, che ti pare, +O fa l'altri morire, o mi campare. - + +Presto questo partito prese il conte, +Ché morta non l'avrebbe ad ogni guisa; +Ni per grave dispetto ni per onte +Avrebbe Orlando una donzella occisa. +D'acordo adunque se ne vanno al ponte, +Ma più di lor la istoria non divisa, +E torna ove lasciò, poco davante, +Marfisa alla battaglia e Sacripante. + +La zuffa per quel modo era durata, +Che io vi contai ne l'assalto primiero; +Marfisa di tal arme era adobbata, +Che di ferirla non facea mistiero +Ponta di lancia ni taglio di spata; +E Sacripante aveva il suo destriero +Che è sì veloce che si vede apena, +Onde la dama indarno e colpi mena. + +Ma mentre che tra lor sopra quel piano +È la battaglia de più colpi spessa, +A benché ciascadun al tutto è vano, +Ché essa non nôce a lui né lui ad essa, +Brunello il ladro, il quale era Africano, +E fo servente del gran re de Fiessa, +Avea passate molte regïone, +E de improviso è già gionto al girone. + +Agramante mandò questo Brunello, +Perché davanti a lui se era avantato +Venire ad Albracà dentro al castello, +Ove è la dama dal viso rosato, +E tuore a lei di dito quello annello, +Quale era per tale arte fabricato, +Che ciascaduno incanto a sua presenza +Perdea la possa con la appariscenza. + +Fatto era questo per trovar Rugiero, +Che era nascoso al monte di Carena, +E però questo ladro tanto fiero +Vien con tal fretta e tal tempesta mena. +Sopra a quel sasso n'andava legiero, +Che non vi avria salito un ragno a pena, +Però che quel castello in ogni lato +A piombo, come muro, era tagliato. + +E sol da un canto vi era la salita, +Tutta tagliata a botta di piccone, +E sol da questa è la intrata e la uscita, +Dove alla guarda stan molte persone; +Ma verso il fiume è la pietra polita, +Né di guardarvi fasse menzïone, +Però che con ingegno né con scale, +Né se vi può salir, se non con l'ale. + +Brunello è d'araparsi sì maestro, +Che su ne andava come per un laccio; +Tutta quella alta ripa destro destro +Montava, e gionse al muro in poco spaccio. +A quello ancor se attacca il mal cavestro, +Menando ambi dui piedi e ciascun braccio +Come egli andasse per una acqua a nôto, +Né fu bisogno al suo periglio un voto; + +Perché montava cotanto sicuro, +Come egli andasse per un prato erboso. +Poi che passato fu sopra del muro, +A guisa de una volpe andava ascoso; +E non credati che ciò fosse al scuro, +Anci era il giorno chiaro e luminoso; +Ma lui di qua e di là tanto si cella, +Che gionto fu dove era la donzella. + +Sopra la porta quella dama gaglia +Si stava ascesa riguardando il piano, +E remirava attenta la battaglia +Che avea Marfisa con quel re soprano. +Gran gente intorno a lei facea serraglia: +Chi parla, e chi fa cenno con la mano, +Dicendo: - Ecco Marfisa il brando mena, +Re Sacripante la camparà apena. - + +Altri diceva: - E' farà gran diffese +Contra quella crudele il buon guerrero, +Pur che non venga con seco alle prese, +E guardi che non pèra il suo destriero. - +A questo dire il ladro era palese, +Che alla notte aspettar non fa pensiero; +Tra quella gente se ne va Brunello +Tutto improviso, e prese quello annello. + +E non l'arebbe la dama sentito, +Se non che sbigotì della sua faccia. +Lui con l'anel che gli ha tolto de dito, +Di fuggir prestamente si procaccia, +Correndo al sasso dove era salito. +Dietro tutta la gente è posta in caccia; +Ché Angelica piangendo se scapiglia +Cridando: - Ahimè tapina! piglia! piglia! + +Piglia! piglia! - cridava - ahimè tapina! +Ché consumata son, s'el non è preso. - +Ciascun per agradire alla regina +A suo poter avrebbe il ladro offeso. +Lui passa il muro e salta la roina, +Per quella pietra se ne va sospeso, +E per la ripa va mutando il passo +Come per gradi, e gionge al fiume basso. + +Né vi crediati che fusse confuso, +Benché quella acqua sia grossa e corrente: +Come un pesce a natare egli era aduso; +Entra nel fiume, e di lui par nïente. +Fuor de l'acqua teniva aponto il muso, +E pareva una rana veramente; +Quei del castel, guardando in ogni lato +E nol veggendo, il credeno affocato. + +Angelica per questo se dispera, +E ben se batte il viso la meschina. +Brunello uscì dapoi della rivera, +Per la campagna via forte camina; +Gionse dove era la battaglia fiera +Tra il re circasso e la forte regina. +Ivi firmosse alquanto per mirare, +Ma l'uno e l'altro alor se vôl posare; + +Perché il secondo assalto era bastato, +E ciascadun di lor vôl prender posa. +Dicea Brunello: "Io non serò firmato, +Che io non guadagni vosco alcuna cosa. +Se non vi spoglio, aveti bon mercato; +Ma poi che seti gente valorosa, +Io voglio usarvi alquanta cortesia: +Ciò che io vi lascio, è della robba mia." + +Così dicea Brunello in la sua mente, +E vede a Sacripante quel destriero, +Il qual da parte si stava dolente +Avendo del suo regno gran pensiero, +Che gli parea vedere in foco ardente, +Come contato avea quel messaggiero; +E tal doglia di questo ha Sacripante, +Che non se avede quel che abbi davante. + +Diceva lo Africano: "Or che omo è questo +Che dorme in piede, ed ha sì bon ronzone? +Per altra volta io lo farò più desto." +E prese in questo dire un gran troncone, +E la cingia disciolse presto presto, +E pose il legno sotto dello arcione; +Né prima Sacripante se ne avede, +Che quel se parte, e lui rimane a piede. + +A questa cosa mirava Marfisa, +Ed avea preso tanta meraviglia, +Che, come fosse dal spirto divisa, +Stringea la bocca ed alciava le ciglia. +Il ladro la trovò tutta improvisa +In tal pensiero, e la spata li piglia; +Quella attamente li trasse di mano, +E via spronando fugge per il piano. + +Marfisa il segue e cridando il minaccia, +- Giotton, - dicendo - e' ti costarà cara! - +Ma lui si volta e fagli un fico in faccia; +E fuggendo dicea: - Così se impara! - +Il campo è tutto in arme e costui caccia, +Cridando: - Piglia! piglia! para! para! - +Ma lui, che si trovava un tal destriero, +De lo esser preso avea poco pensiero. + +Or Sacripante rimase stordito +Per meraviglia, e non avria saputo +Dire a qual modo sia quel fatto gito, +Se non che esso il destriero avea perduto. +"Dove è colui, - dicea - che m'ha schernito? +Or come fece, ch'io non l'ho veduto? +Esser non puote che uno inganno tanto +Non sia da spirti fatto per incanto. + +E se gli è ciò, mia dama con l'annello +Ancor farami avere il bon destriero. +Ben mi è vergogna: ma quale omo è quello +Che possa riparare a tal mestiero?" +Così dicendo tornasi al castello +Pensoso, anzi turbato nel pensiero; +Ma, come gionto fu dentro alla porta, +Angelica trovò che è quasi morta: + +Quasi morta di doglia la donzella, +Pensando che riceve un tal dannaggio. +Re Sacripante per nome l'appella, +Dicendo: - Anima mia, chi te fa oltraggio? - +Lei sospirando, piangendo favella, +Dicendo: - Ormai diffesa più non aggio. +Presto nelle sue man me avrà Marfisa, +E serò in pena e con tormento occisa. + +Aggio perduta tutta la diffesa +Che aver suoleva a l'ultima speranza, +E so che prestamente serò presa, +E poco tempo de viver me avanza. +E tanto questo danno più mi pesa, +Quanto io l'ho recevuto come a cianza, +E più non sazo, trista, dolorosa, +Chi m'abbia tolta così cara cosa. - + +Non sapea il re di quel fatto nïente, +Ché era nel campo, come aveti odito; +Ma detto gli fu poi da quella gente +Come il ladro l'annel tolse de dito +E fuggitte alla ripa prestamente, +E fu impossibil de averlo seguito, +Perché se era gettato giù del sasso, +Sì che egli era affocato al fiume basso. + +Il re diceva: - Se Macon mi vaglia, +Che costui non deve esser affocato +(Così foss'egli!), perché alla battaglia +Il mio destrier di sotto m'ha robbato, +E fuggito ne è via per la prataglia. +Benché Marfisa l'abbia seguitato, +Non serà preso, e ben lo so di certo, +Ché del destrier ch'egli ha ne sono esperto. - + +Mentre che tra costor se ragionava, +E 'l dir de l'una cosa l'altra spiana, +Colui che in guarda a l'alta rocca stava, +- A l'arme! - crida, e suona la campana; +E dà risposta a chi lo dimandava, +Che una gran gente ariva in su la piana, +Con tante insegne grande e piccoline, +Che ne stupisce e non ne vede il fine. + +Or questa gente che là giù venìa, +Perché sappiati il fatto ben certano, +Venuta è tutta quanta de Turchia +(Qua la conduce il forte Caramano): +Ducento millia e più quella zinia, +Che con gran cridi se accampa nel piano. +Torindo questa gente fa venire, +Ché vôl vedere Angelica perire. + +Sono accampati sopra alla pianura, +E ciascadun giurando se destina +Mai non partirse, che di quella altura +Verà la rocca al basso con roina. +Angelica tremava di paura +Veggendosi diserta la meschina, +Ché il campo de' nemici è sì cresciuto; +Lei de alcuno altro non aspetta aiuto. + +Or si va di quel tempo racordando +Che la soccorse il franco paladino +Con tanti bon guerreri, io dico Orlando, +Che avea mandato a quel falso giardino; +La fortuna e se stessa biastemando, +E l'amor de Ranaldo e il rio destino, +Qual l'ha tanto infiammata e tanto accesa, +Che gli ha tolto ogni aiuto e ogni diffesa. + +Sol seco è Sacripante, il bon guerriero, +Ma questo alla battaglia non uscia, +Poi che perduto aveva quel destriero +Che contra di Marfisa il mantenia, +E stava del suo regno in gran pensiero, +Che avea perduto, e in gran malenconia; +Ma più pena sentiva e più dolore +Veggendo quella dama in tanto errore. + +Del destriero e del regno che è perduto +Non avrebbe quel re doglia né cura, +Pur che potesse dare alcuno aiuto +A quella dama che è in tanta paura. +Il castel per tre mesi è proveduto +Di vittualia dentro a l'alte mura; +Prima adunque che 'l tempo sia finito, +Bisogno è di pigliare altro partito. + +Venne in consiglio lo re Galafrone +Col re circasso e sua figlia soprana. +Disse quel vecchio: - Oditi una ragione, +Ché ogni altra di soccorso mi par vana. +Un mio parente tiene la regione +Di là da l'India, detta Sericana, +E lui Gradasso si fa nominare, +Qual di prodezza al mondo non ha pare. + +Settanta dui reami in sua possanza +Ha conquistato con la sua persona, +E vinto ha tutto il mare e Spagna e Franza; +Per lo universo il suo nome risuona. +Ora di novo per molta arroganza +Ha tolto dal suo capo la corona, +Ed ha giurato mai non la portare +Se non compisce quel ch'egli ha da fare. + +Perché al tempo passato, alora quando +Vinse la Franza e prese Carlo Mano, +Quel gli promise de mandare un brando +Che al mondo non è un altro più soprano, +Qual era de un baron che ha nome Orlando. +Ora ha aspettato molto tempo in vano, +Onde destina tornare in Ponente, +E prender Carlo e tutta la sua gente. + +E dentro alla città di Druantuna, +Che è la sua sedia antiqua e stabilita, +Per far passaggio gran gente raduna; +E, secondo che intendo per odita, +Tanta non ne fui mai sotto la luna +Un'altra fiata ad arme insieme unita; +Benché reputo quella gente a cianza, +Dico a rispetto de la sua possanza. + +Sì che a camparci de man di Marfisa, +Questo serebbe lo ottimo rimedio; +Ma non ritrovo il modo né la guisa +A far sapere a lui di questo assedio; +Ch'io so che lui verrebbe alla recisa, +Né mai mi lasciarebbe in tanto attedio: +Ma non so trovar modo né vedere +Che questa cosa gli faccia asapere. - + +Seguiva Galafron con questo dire +A Sacripante voltando le ciglia: +- Tu sei, figliolo, uno omo di alto ardire, +E tanto amor mi porti ed a mia figlia, +Che tu sei posto più volte a morire, +Né Mandricardo, che 'l tuo regno piglia, +Né il tuo caro Olibandro, che hai perduto, +Mai ti puote distor dal nostro aiuto. + +Dio faccia che una volta meritare +Possiamo te con degno guidardone, +Ben ch'io non credo mai poterlo fare; +Ma ciò che abbiamo e le proprie persone +Seran disposte nel tuo comandare. +Ciò te giuro a la fede di Macone, +Che la mia figlia e tutto il regno mio +Seran disposti sempre al tuo desio. + +Ma questo proferirti fia perduto, +Ché serà il regno e noi seco diserti, +Se non trovamo a qualche modo aiuto; +Ed io che tutti quanti li aggio esperti +E lungamente ho il fatto proveduto +E i soccorsi palesi e li coperti, +Dico che siamo a l'ultimo perire, +Se 'l re Gradasso non se fa venire. + +Sì che, figlio mio caro, io te scongiuro +Per nostro amore e tua virtù soprana, +Che non ti para questo fatto duro +Di ritrovar Gradasso in Sericana; +E questa sera, come il cel sia scuro, +Potrai callar nell'oste in su la piana, +Ché quella gente ne stima sì poco, +Che non fa guarda al campo in verun loco. - + +Sacripante non fie' molte parole, +Come colui che ha voglia de servire, +E de altro nella mente non si dole, +Se non che presto non si può partire; +Ma come a ponto fu nascoso il sole, +E cominciosse il celo ad oscurire, +Iscognosciuto, come peregrino, +Per mezo l'oste prese il suo camino. + +Né mai sopra di lui fu riguardato; +Va di gran passo e porta il suo bordone, +Ma sotto la schiavina è bene armato +Di bona piastra, ed ha il brando al gallone. +Rimase Galafrone assedïato +Con la sua figlia nel forte girone; +E Sacripante, che de andare ha cura, +Trovò nel suo vïaggio alta ventura. + +Questa odirete, come l'altre cose +Che insieme tutte quante sono agionte. +E seran ben delle meravigliose, +Perché fu in India al Sasso della Fonte; +Ma primamente, gente dilettose, +Io ve vorò contar di Rodamonte: +Di Rodamonte vo' contarvi in prima, +Che una vil foglia il suo Macon non stima, + +E meno ancor s'accosta ad altra fede: +Tien per suo Dio l'ardire e la possanza, +E non vôle adorar quel che non vede. +Questo superbo, che ha tanta arroganza, +Pigliar soletto tutto il mondo crede, +Ed al presente vôl passar in Franza, +E prenderla in tre giorni si dà vanto, +Come odirete dir ne l'altro canto. + +Canto sesto + +Convienmi alciare al mio canto la voce, +E versi più superbi ritrovare; +Convien ch'io meni l'arco più veloce +Sopra alla lira, perch'io vo' contare +De un giovane tanto aspro e sì feroce, +Che quasi prese il mondo a disertare: +Rodamonte fu questo, lo arrogante, +Di cui parlato ve ho più volte avante. + +Alla cità d'Algeri io lo lasciai, +Che di passare in Franza se destina, +E seco del suo regno ha gente assai: +Tutta è alloggiata a canto alla marina. +A lui non par quella ora veder mai +Che pona il mondo a foco ed a roina, +E biastema chi fece il mare e il vento, +Poi che passar non puote al suo talento. + +Più de un mese di tempo avea già perso +De quindi in Sarza, che è terra lontana, +E poi che è gionto, egli ha vento diverso, +Sempre Greco o Maestro o Tramontana; +Ma lui destina o ver di esser sumerso, +O ver passare in terra cristïana, +Dicendo a' marinari ed al patrone +Che vôl passare, o voglia il vento, o none. + +- Soffia, vento, - dicea - se sai soffiare, +Ché questa notte pure ne vo' gire; +Io non son tuo vassallo e non del mare, +Che me possiati a forza retenire; +Solo Agramante mi può comandare, +Ed io contento son de l'obidire: +Sol de obedire a lui sempre mi piace, +Perché è guerrero, e mai non amò pace. - + +Così dicendo chiamò un suo parone +Che è di Moroco ed è tutto canuto; +Scombrano chiamato era quel vecchione, +Esperto di quella arte e proveduto. +Rodamonte dicea: - Per qual cagione +M'hai tu qua tanto tempo ritenuto? +Già son sei giorni, a te forse par poco, +Ma sei Provenze avria già posto in foco. + +Sì che provedi alla sera presente +Che queste nave sian poste a passaggio, +Né volere esser più di me prudente, +Ché, s'io me anego, mio serà il dannaggio; +E se perisce tutta l'altra gente, +Questo è il minor pensier che nel core aggio, +Perché, quando io serò del mare in fondo, +Voria tirarmi adosso tutto il mondo. - + +Rispose a lui Scombrano: - Alto segnore, +Alla partita abbiam contrario vento; +Il mare è grosso e vien sempre maggiore. +Ma io prendo de altri segni più spavento, +Ché il sol callando perse il suo vigore, +E dentro a i novaloni ha il lume spento; +Or si fa rossa or pallida la luna, +Che senza dubbio è segno di fortuna. + +La fulicetta, che nel mar non resta, +Ma sopra al sciutto gioca ne l'arena, +E le gavine che ho sopra alla testa, +E quello alto aeron che io vedo apena, +Mi dànno annunzio certo di tempesta; +Ma più il delfin, che tanto se dimena, +Di qua di là saltando in ogni lato, +Dice che il mare al fondo è conturbato. + +E noi se partiremo al celo oscuro, +Poi che ti piace; ed io ben vedo aperto +Che siamo morti, e de ciò te assicuro; +E tanto di questa arte io sono esperto, +Che alla mia fede te prometto e giuro, +Quando proprio Macon mi fésse certo +Ch'io non restassi in cotal modo morto, +"Va tu, - direbbi - ch'io mi resto in porto."- + +Diceva Rodamonte: - O morto o vivo, +Ad ogni modo io voglio oltra passare, +E se con questo spirto in Franza arivo, +Tutta in tre giorni la voglio pigliare; +E se io vi giongo ancor di vita privo, +Io credo per tal modo spaventare, +Morto come io serò, tutta la gente, +Che fuggiranno, ed io serò vincente. - + +Così de Algeri uscì del porto fuore +Il gran naviglio con le vele a l'orza; +Maestro alor del mare era segnore, +Ma Greco a poco a poco se rinforza; +In ciascaduna nave è gran romore, +Ché in un momento convien che si torza: +Ma Tramontana e Libezzo ad un tratto +Urtarno il mare insieme a rio baratto. + +Allor se cominciarno e cridi a odire, +E l'orribil stridor delle ritorte; +Il mar cominciò negro ad apparire, +E lui e il celo avean color di morte; +Grandine e pioggia comincia a venire, +Or questo vento or quel si fa più forte; +Qua par che l'unda al cel vada di sopra, +Là che la terra al fondo se discopra. + +Eran quei legni di gran gente pieni, +De vittuaglia, de arme e de destrieri, +Sì che al tranquillo e ne' tempi sereni +Di bon governo avean molto mestieri; +Or non vi è luce fuor che di baleni, +Né se ode altro che troni e venti fieri, +E la nave è percossa in ogni banda: +Nullo è obedito, e ciascadun comanda. + +Sol Rodamonte non è sbigotito, +Ma sempre de aiutarse si procaccia; +Ad ogni estremo caso egli è più ardito, +Ora tira le corde, or le dislaccia; +A gran voce comanda ed è obedito, +Perché getta nel mare e non minaccia; +Il cel profonda in acqua a gran tempesta, +Lui sta di sopra e cosa non ha in testa. + +Le chiome intorno se gli odìan suonare, +Che erano apprese de l'acqua gelata; +Lui non mostrava de ciò più curare, +Come fusse alla ciambra ben serrata. +Il suo naviglio è sparso per il mare, +Che insieme era venuto di brigata, +Ma non puote durare a quella prova: +Dov'è una nave, l'altra non si trova. + +Lasciamo Rodamonte in questo mare, +Che dentro vi è condutto a tal partito: +Ben presto il tutto vi vorò contare; +Ma perché abbiati il fatto ben compito, +Di Carlo Mano mi convien narrare, +Che avea questo passaggio presentito, +E benché poco ne tema o nïente, +Avea chiamata in corte la sua gente. + +E disse a lor: - Segnori, io aggio nova +Che guerra ci vuol fare il re Agramante. +Né lo spaventa la dolente prova, +Ove fur morte de sue gente tante; +Né par che dalla impresa lo rimova +L'esempio de suo patre e de Agolante, +Che morti fur da noi con vigoria: +Or ne viene esso a fargli compagnia. + +Ma pure in ogni forma ce bisogna +Guarnir per tutto il regno a bona scorta, +Perché, oltra al vituperio e alla vergogna, +La trista guarda spesso danno porta. +Costor verranno o per terra in Guascogna, +O per mare in Provenza, o ad Acquamorta, +E però voglio che con gente armata +Ogni frontiera sia chiusa e guardata. - + +Poi che ebbe detto, chiama il duca Amone, +Ed a lui disse: - Poi che se ne è andato +Quel tuo figliol, che fu sempre un giottone, +Farai che Montealban sia ben guardato. +Manda tua gente fore a ogni cantone, +E fa che incontinente io sia avisato +Ciò che se faccia in terra ed in marina +Per tutta Spagna, dove te confina. + +Là son toi figli; ogniuno è bon guerrero, +Sì che non te bisogna una gran gente; +Se pure aiuto te farà mestiero, +Io commetto ad Ivone, il tuo parente, +E qui presente impono ad Angelero +Che ciascadun te sia tanto obediente +Come proprio serìano a mia persona, +Sotto a l'oltraggio di questa corona. + +Così Guielmo, il sir de Rosiglione, +Ed Ariccardo, quel di Perpignano, +Con tutte le sue gente e sue persone +Vengano ad aloggiare a Montealbano. - +Di questo non si fece più sermone; +Lo imperator, rivolto a l'altra mano, +Disse: - Segnori, or con più providenza +Convien guardarsi il mar verso Provenza. + +Però voglio che il duca de Bavera +Di quella regïone abbia la impresa: +In mare, in terra tutta la rivera +Contra questi Africani abbia diffesa. +Benché sia cosa facile e leggiera +Vetare a' Saracin la prima scesa, +La gran fatica fia de indovinare +Il loco a ponto ove abbino a smontare. + +Per questo voglio che con seco mena +Tutti quattro i suoi figli a quel riparo, +Ed oltra a questi il conte de Lorena, +Dico Ansuardo, il mio paladin caro, +E Bradiamante, la dama serena, +Ché di Ranaldo vi è poco divaro +Di ardire e forza a questa sua germana; +Così Dio sempre me la guardi sana! + +Ed Amerigo, duca di Savoglia, +E Guido il Borgognon vada in persona, +E la sua gesta seco si raccoglia +Roberto de Asti e Bovo de Dozona. +Chi non obedirà, sia chi si voglia, +Serà posto ribello alla corona. +Ora, Naimo mio caro, intendi bene: +Tenire aperti gli occhi ti conviene. + +In molte parte te convien guardare +Per non essere accolto allo improviso, +Ché, stu li lasci a terra dismontare, +Non andarà la cosa più da riso. +Tien la vedetta per terra e per mare, +E fa che de ogni cosa io n'abbia aviso, +Ch'io starò sempre in campo proveduto +A dare, ove bisogni, presto aiuto. - + +Fu in cotal forma il consiglio fermato, +Sì come avea disposto Carlo Mano, +E ciascadun da lui tolse combiato, +Ed andò il duca Amone a Montealbano, +Da molti bon guerreri accompagnato; +E il duca Naimo per monte e per piano, +Con pedoni e cavalli in quantitade, +Gionse in Marsiglia dentro alla citade. + +Trenta migliara avea de cavallieri, +Ed ha vinti migliara de pedoni; +E tra lor cominciarno a far pensieri +Qual terra ciascadun de quei baroni +Tenesse al suo governo volentieri; +Né già vi fôr tra lor contenzïoni, +Ma ciascun, come a Naimo fu in talento, +Prese la guarda e rimase contento. + +Torniamo a Rodamonte, che nel mare +Ha gran travaglia contra alla fortuna; +La notte è scura e lume non appare +De alcuna stella, e manco della luna. +Altro non se ode che legni spezzare +L'un contra a l'altro per quella onda bruna, +Con gran spaventi e con alto romore: +Grandine e pioggia cade con furore. + +Il mar se rompe insieme a gran ruina, +E 'l vento più terribile e diverso +Cresce d'ognor e mai non se raffina, +Come volesse il mondo aver somerso. +Non sa che farsi la gente tapina, +Ogni parone e marinaro è perso; +Ciascuno è morto e non sa che si faccia: +Sol Rodamonte è quel che al cel minaccia. + +Gli altri fan voti con molte preghiere, +Ma lui minaccia al mondo e la natura, +E dice contra Dio parole altiere +Da spaventare ogni anima sicura. +Tre giorni con le notte tutte intiere +Sterno abattuti in tal disaventura, +Che non videro al cielo aria serena, +Ma instabil vento e pioggia con gran pena. + +Al quarto giorno fu maggior periglio, +Ché stato tal fortuna ancor non era, +Perché una parte di quel gran naviglio +Condotta è sotto Monaco in rivera. +Quivi non vale aiuto né consiglio; +Il vento e la tempesta ognior più fiera +Ne l'aspra rocca e nel cavato sasso +Batte a traverso e legni a gran fracasso. + +Oltra di questo tutti e paesani, +Che cognobber l'armata saracina, +Cridando: - Adosso! adosso a questi cani! - +Callarno tutti quanti alla marina, +E ne' navigli non molto lontani +Foco e gran pietre gettan con roina, +Dardi e sagette con pegola accesa; +Ma Rodamonte fa molta diffesa. + +Nella sua nave alla prora davante +Sta quel superbo, e indosso ha l'armatura, +E sopra a lui piovean saette tante +E dardi e pietre grosse oltra a misura, +Che sol dal peso avrian morto un gigante; +Ma quel feroce, che è senza paura, +Vôl che 'l naviglio vada, o male o bene, +A dare in terra con le vele piene. + +Aveano e suoi di lui tanto spavento, +Che ciascaduno a gran furia se mosse, +Ed ogni nave al suo comandamento +Sopra alla spiagia alla prora percosse. +Traeva Mezodì terribil vento +Con spessa pioggia e con grandine grosse; +Altro non se ode che nave strusire +Ed alti cridi e pianti da morire. + +Di qua di là per l'acqua quei pagani +Con l'arme indosso son per anegare, +E gettan frezze e dardi in colpi vani; +Mai non li lascia quella unda fermare. +In terra stanno armati e paesani, +Né li concedon ponto a vicinare, +E di Monico uscì, che più non tarda, +Conte Arcimbaldo e la gente lombarda. + +Questo Arcimbaldo è conte di Cremona, +E del re Desiderio egli era figlio; +Gagliardo a meraviglia di persona, +Scaltrito, e della guerra ha bon consiglio. +Costui la rocca a Monico abandona +Sopra un destrier coperto di vermiglio, +E con gran gente calla alla riviera, +Ove apizzata è la battaglia fiera. + +A Monico il suo patre l'ha mandato, +Ch'è sopra alle confine di Provenza, +Perché intenda le cose in ogni lato, +E dàlli avviso in ciascuna occorrenza. +Il re dentro a Savona era fermato, +Dov'ha condutta tutta sua potenza +Con bella gente per terra e per mare, +Ché ad Agramante il passo vôl vetare. + +Ora Arcimbaldo con molti guerrieri, +Come io vi dico, sopra al mar discese, +E fie' tre schiere de' suoi cavallieri, +E sopra al litto aperto le distese. +Esso con soi pedoni e ballestrieri +Andò in soccorso a questi del paese, +Dove è battaglia orribile e diversa, +Benché l'armata sia rotta e somersa. + +Ché Rodamonte, orrenda creatura, +Fa più lui sol che tutta l'altra gente; +Egli è ne l'acqua fino alla centura, +Adosso ha dardi e sassi e foco ardente. +Ciascaduno ha di lui tanta paura, +Che non se gli avicina per nïente, +Ma da largo cridando con gran voce +Con lancie e frizze quanto può li nôce. + +Esso rassembra in mezo al mar un scoglio, +E con gran passo alla terra ne viene, +E per molta superbia e per orgoglio +Dove è più dirupato il camin tiene. +Or, bei Segnori, io già non vi distoglio +Ch'e Cristïan non se adoprassen bene; +Ma non vi fo remedio a quella guerra: +Al lor dispetto lui discese in terra. + +Dietro vi viene di sua gente molta, +Che da le nave e da i legni spezzati +Mezo somersa insieme era ricolta, +A benché molti ne erano affondati, +Ché non ne campò il terzo a questa volta; +E questi che alla terra eno arivati, +Son sbalorditi sì dalla fortuna, +Che non san s'egli è giorno o notte bruna. + +Ma tanto è forte il figlio de Ulïeno, +Che tutta la sua gente tien diffesa, +Come fu gionto asciutto nel terreno, +E comincia dapresso la contesa; +Tra' Cristïan facea né più né meno +Che faccia il foco nella paglia accesa, +Con colpi sì terribili e diversi +Che in poco d'ora quei pedon dispersi. + +In quel tempo Arcimbaldo era tornato, +Per condur sopra al litto e cavallieri, +E giù callava in ordine avisato, +Come colui che sa questi mestieri. +Ogni penone al vento è dispiegato, +Di qua di là se alciarno e cridi fieri; +Il conte di Cremona avanti passa, +Ver Rodamonte la sua lancia abassa. + +Fermo in due piedi aspetta lo Africante; +Arcimbaldo lo giunse a mezo il scudo, +E non lo mosse ove tenìa le piante, +Benché fu il colpo smisurato e crudo; +Ma il Saracin, che ha forza de gigante, +E teneva a due mane il brando nudo, +Ferisce lui d'un colpo sì diverso, +Che tagliò tutto il scudo per traverso. + +Né ancor per questo il brando se arrestava, +Benché abbia quel gran scudo dissipato, +Ma piastra e maglia alla terra menava, +E fecegli gran piaga nel costato. +Certo Arcimbaldo alla terra n'andava, +Se non che da sua gente fu aiutato, +E fu portato a Monico alla rocca, +Come se dice con la morte in bocca. + +Tutti quei paesani e ogni pedone +Fôr da' barbari occisi in su l'arena, +Che eran sei miglia e seicento persone: +Non ne campâr quarantacinque apena. +Li cavallier fuggîr tutti al girone: +Non dimandar s'ogniom le gambe mena; +Ma se quei saracini avean destrieri, +Perian con gli altri insieme e cavallieri. + +Sino al castel fu a lor data la caccia, +Poi giù callarno quei pagani al mare, +Il quale era tornato ora a bonaccia: +Qua Rodamonte li fece aloggiare. +Ciascun de aver la robba se procaccia +Che somersa da l'onde al litto appare; +Tavole e casse ed ogni guarnimento +Sopra a quella acqua va gettando il vento. + +Fôr le sue nave intra grosse e minute +Che se partîr de Algier cento novanta; +Meglio guarnite mai non fôr vedute +Di bella gente e vittuaglia tanta; +Ma più che le due parte eran perdute, +Né se atrovarno a Monico sessanta; +E queste più non son da pace o guerra, +Ché 'l più de loro avean percosso in terra. + +Morti eran tutti quanti e lor destrieri, +E perduta ogni robba e vittuaglia; +Rodamonte al tornar non fa pensieri, +Né stima tutto il danno una vil paglia. +Va confortando intorno e suoi guerreri +Dicendo: - Compagnoni, or non vi incaglia +Di quel che tolto ce ha fortuna o mare, +Ché per un perso, mille io vi vuo' dare. + +E quivi non farem lungo dimoro, +Ché povra gente son questi villani. +Io vo' condurvi dove è il gran tesoro, +Giù nella ricca Francia a i grassi piani. +Tutti portano al collo un cerchio d'oro, +Come vedreti, questi fraudi cani, +Sì che del perso non vi dati lagno, +Ché noi siam gionti al loco del guadagno. - + +Così la gente sua va confortando +Re Rodamonte con parlare ardito; +Questo e quello altro per nome chiamando, +Gli invita a riposar sopra a quel lito. +Or de Arcimbaldo vi verrò contando, +Che nel castel di Monico è fuggito, +Rotto e sconfitto ed a morte piagato, +Come di sopra a ponto io ve ho contato. + +Come alla rocca fu dentro alle mura, +Al patre un messaggiero ebbe mandato, +Che gli contasse di questa sciagura +El fatto tutto, come era passato. +De avvisar Naimo ancora ha preso cura, +Qual già dentro a Marsilia era arivato, +E mandò ad esso un altro messaggiero, +Che gli raconta il fatto tutto intero. + +Re Desiderio fu molto dolente, +Quando egli intese la novella fiera; +Uscitte de Savona incontinente, +Spiegando al vento sua real bandiera; +A Monico ne vien con la sua gente. +Da l'altra parte il duca di Bavera +Si mosse di Marsilia con gran fretta, +Per far de' Saracini aspra vendetta. + +Ciascuna schiera a gran furia camina, +Dico Francesi e gente italïana, +E l'una vidde l'altra una matina +Da due vallette non molto lontana. +In mezo è Rodamonte alla marina, +Dove accampata ha sua gente africana. +Quel forte saracin dal crudo guardo +Vidde nel monte gionto il re lombardo, + +Con tante lancie e con tante bandiere +Che una selva de abeti se mostrava; +Tutta coperta di piastre e lamiere +La bella gente il poggio alluminava. +Cridando Rodamonte in voce altiere +Chiama sua gente e l'armi dimandava, +E in un momento fu tutto guarnito +Di piastra e maglia il giovanetto ardito. + +Fuor salta a piedi, e non avea destriero, +Ché per fortuna l'ha perso nel mare. +Or se leva a sue spalle il crido fiero +Per l'altra gente che nel poggio appare, +Io dico Naimo, Ottone e Belengiero, +Che d'altra parte vengono arivare, +Roberto de Asti e 'l conte di Lorena +Con Bradamante, che la schiera mena. + +Avanti a gli altri vien quella donzella, +E bene al suo german tutta assomiglia; +Proprio assembra Ranaldo in su la sella, +E di bellezza è piena a meraviglia. +Costei mena la schiera a gran flagella; +Ma Rodamonte, levando le ciglia, +Gionta la gente vede in ogni lato, +Che quasi intorno l'ha chiuso e serrato. + +A' suoi rivolto con la faccia oscura, +Disse: - Prendeti qual schiera vi piace, +O questa o quella, ch'io non ne do cura; +L'altra soletto, per lo Dio verace, +Voglio mandare in pezzi alla pianura. - +Così parlava quel giovane audace, +Ma la sua gente, che ha per lui gran core, +Verso e Lombardi è mossa con furore. + +Trombe e tamburi a un tratto e cridi altieri +Oditi fôrno intorno ad ogni lato; +Re Desiderio e' soi bon cavallieri +Mena a roina il popol rinegato; +A benché e Saracin eran sì fieri +Per la prodezza del suo re appregiato, +Che, ancor che fusser de' Lombardi meno, +Perdiano a palmo a palmo il suo terreno. + +Ma in questo loco è la battaglia zanza, +Dico a rispetto de l'altra vicina, +Dove contra ai baron che eran di Franza +Combatte Rodamonte a gran roina. +Costui ben certo di prodezza avanza +Quanta fôr mai di gente saracina; +In guerra non fu mai tanto fraccasso, +Però contar lo voglio a passo a passo. + +Il duca Naimo, che è saggio e prudente, +Come vede e nemici alla pianura, +Fermò sopra del monte la sua gente, +E divisela in terzo per misura. +La schiera che venìa primeramente, +Fu Bradiamante, ch'è senza paura; +La figliola de Amon, quella rubesta, +Venìa spronando con la lancia a resta. + +E seco al paro il conte de Lorena, +Ciò fu Ansuardo, de battaglia esperto, +Che giù callando gran tempesta mena, +E 'l conte de Asti, quel franco Roberto. +Questa è la prima schiera, che è ben piena: +Sedeci millia e più son per il certo. +Poi mosse la seconda con gran crido, +Sotto il duca Americo e il duca Guido. + +L'un di Savoia e l'altro è di Bergogna, +Ciascadun d'essi ha più franca persona. +Contarvi e capitani mi bisogna: +Con loro è gionto Bovo di Dozona; +Per fare a' Saracini onta e vergogna, +Questa schiera seconda s'abandona; +La terza guida Naimo il bon vecchione, +E Avorio e Avino e Belengiero e Ottone. + +Il padre e' quatro figli a questa schiera +Son posti di quel campo al retroguardo, +Con tutta la sua gente di Baviera. +Ora tornamo al saracin gagliardo, +Che non avea stendardo né bandiera, +Ma tutto solo a mover non fu tardo +Contra alla gente che il monte discende; +Solo ed a piede la battaglia prende. + +Piacciavi, bei segnor, di ritornare +Ad ascoltar la zuffa che io vo' dire, +Ché se mai prove odesti racontare +E colpi orrendi e diverso ferire, +E gente rotte a terra trabuccare, +Tutto è nïente a quel ch'io vo' seguire. +Nel fin del canto tornerò ad Orlando: +Adio, segnori; a voi mi racomando. + +Canto settimo + +Non fu, signor, contato più giamai +Battaglia sì diversa e tanto orribile, +Perché, come di sopra io vi contai, +Rodamonte di Sarza, quel terribile, +Contra de Naimo, che avea gente assai, +Solo è afrontato, che è cosa incredibile; +Ma Turpin, che dal ver non se diparte, +Per fatto certo il scrisse alle sue carte. + +Né so se 'l fu piacer del celo eterno +Donar tanta prodezza ad un Pagano, +O se 'l demonio, uscito dell'inferno, +Combattesse per lui quel giorno al piano; +E' pose nostra gente in tal squaderno, +Che non fu data, al ricordare umano, +Cotal sconfitta a nostra gente santa, +Quale in quel giorno che il mio dir vi canta. + +Tutte le schiere, come io ve ho contato, +Giù della costa son callate al basso; +Da l'altra parte Rodamonte armato +Ha fesa la battaglia a gran fraccasso. +La nostra gente come erba di prato +Taglia a traverso e manda morta al basso; +Pedoni e cavallier, debili e forti +L'un sopra a l'altro van spezzati e morti. + +Sempre ferendo va quello africante +Dritti e roversi, e cridando minaccia; +Egli ha i nemici di dietro e davante, +Ma lui col brando se fa ben far piaccia. +Ecco gionta alla zuffa Bradamante, +Quella donzella ch'è di bona raccia; +Come fùlgor del cielo, o ver saetta, +Ver Rodamonte la sua lancia assetta. + +Dal lato manco il gionse nel traverso +E passò il scudo questa dama ardita, +E quasi a terra lo mandò riverso, +Benché non fece a quel colpo ferita; +Ché 'l saracin, che fu tanto diverso, +Ed avea forza incredibile e infinita, +Portava sempre alla battaglia indosso +Un cor di serpe, mezo palmo grosso. + +Ma non di manco pur fo per cadere, +Come io ve dissi, per quella incontrata, +Quando la dama che ha tanto potere +Lo ferì al fianco con lancia arrestata; +Tutta la gente che l'ebbe a vedere, +Levò gran crido e voce smisurata; +Né già per questo al pagan se avicina, +Ma sol cridando aiuta la fantina. + +Lei già rivolto ha il suo destrier coperto, +E torna adosso a quel saracin crudo. +Or fuor de schiera uscì il conte Roberto +E ferì Rodamonte sopra il scudo, +Ed Ansuardo de battaglia esperto, +Egli sprona anco adosso a brando nudo; +Onde la gente, che ha ripreso core, +Tutta se mosse insieme a gran furore, + +- Adosso! adosso! - ciascadun cridando, +Con sassi e lancie e dardi oltra misura. +Rideva il saracin questo mirando, +Come colui che fu senza paura; +Mena a traverso il furïoso brando, +E gionse proprio a loco di cintura +Quello Ansuardo, conte di Lorena, +E morto a terra il pose con gran pena. + +Mezo alla terra e mezo nell'arcione +Rimase il busto di quel paladino: +Non fu mai vista tal destruzïone. +A Brandimante mena il saracino; +Lei non accolse, ma gionse il ronzone, +Che era coperto de usbergo acciarino; +Non giova usbergo né piastra né maglia, +Ché col e spalle a quel colpo li taglia. + +Onde rimase a terra la donzella, +Ché 'l suo destriero è in duo pezi partito. +Adosso a gli altri il saracin martella; +Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito: +De un colpo il fende insino in su la sella. +Alor fu ciascaduno sbigotito, +Mirando il colpo di tanta tempesta: +Chi può fuggire, in quel campo non resta. + +Rimase, com'io dico, Brandimante +Col destrier morto adosso in su l'arena +Tra quelle genti occise, che eran tante, +Che più morta che viva era con pena. +E Rodamonte, busto de gigante, +Col brando tutto il resto a morte mena; +Sempre alla folta in mezzo è il gran pagano, +E manda pezzi da ogni banda al piano. + +Pezzi de omini armati e de destrieri +Da ciascun canto in su la terra manda: +Contarvi e colpi non vi fa mestieri, +Né quanto sangue per terra si spanda. +Vanno a fraccasso e nostri cavallieri, +Ciascun fuggendo a Dio si racomanda; +Ed a dir presto e ben la cosa intera, +Tutta a roina è già la prima schiera. + +E gionto è quel pagano alla seconda, +E rinovata è qui l'aspra battaglia, +Ché gente sopra a gente più ve abonda, +E fatto ha intorno al saracin serraglia; +Ma lui col brando tutti li profonda, +E men gli stima che un covon de paglia. +Il duca Naimo, che ogni cosa vede, +Per la gran doglia di morir se crede. + +- Segnor del cel, - dicea - se alcun peccato +Contra de noi la tua iustizia inchina, +Non dar l'onore a questo rinegato, +Che così strazia tua gente meschina! - +Questo dicendo, un messo ebbe mandato, +Che racontasse a Carlo la roina +Che era incontrata, e dimandasse aiuto, +Benché se tenga ormai morto e perduto, + +Poi che 'l pagano ha sì franca persona, +Che non trova riparo a sua possanza. +Ecco scontrato ha Bovo de Dozona, +E tutto feso l'ha fin nella panza. +Sua gente morto in terra lo abandona, +E ciascadun che avea prima baldanza, +Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere, +Volta le spalle e fugge a più potere. + +Ma sempre a loro è in mezo il pagan fiero: +Tutti li occide senza alcun riguardo. +Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero, +Ma nanti al saracin ciascuno è tardo, +Ché Rodamonte è sì presto e legiero, +Che al corso avea più volte gionto un pardo. +Non vi giova fuggire e non diffesa: +Tutti li manda morti alla distesa. + +Come al decembre il vento che s'invoglia, +Quando comincia prima la freddura: +L'arbor se sfronda e non vi riman foglia; +Così van spessi e morti a la pianura. +Ecco Americo, il duca di Savoglia, +Ch'è rivoltato in sua mala ventura, +E gionse a mezo il petto lo Africano, +Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano; + +Ché a lui ferì il pagan sopra la testa, +E tutto il parte insin sotto al gallone. +Or fugge ciascaduno e non se arresta; +Mai non se vidde tal confusïone. +Il duca Naimo una grossa asta arresta, +E move la sua schiera il bon vecchione, +E seco ha quattro figli, ogniom più fiero, +Avino, Avorio, Ottone e Belengiero. + +Cresce la zuffa e il crido se rinova, +E levasi il rumore e 'l gran polvino. +Primeramente Avorio il pagan trova, +E ben rompe sua lancia il paladino; +Ma Rodamonte sta fermo alla prova, +E non se piega il forte saracino; +E similmente nel colpir de Ottone +Stette in duo piedi saldo al parangone. + +L'un dopo l'altro Avino e Belengero +A lui feriano adosso arditamente, +E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero; +Ma, come gli altri, pur fece nïente. +Al quinto colpo quel saracin fiero +Alciò la faccia a guisa de serpente; +Crollando il capo disse: - Via, canaglia! +Ché tutti non valeti un fil di paglia. - + +Né più parole; ma del brando mena, +E gionse nella testa al franco Ottone. +Come a Dio piacque e sua Matre serena, +Voltosse il brando e colse de piattone, +E fo quel colpo di cotanta pena, +Che tramortito lo trasse d'arzone; +Né sopra a questo il saracin se arresta, +Ma dà tra gli altri e mena gran tempesta. + +E misse a terra duo de quei gagliardi, +Avorio e Belengier, feriti a morte; +E gli altri tutti, e nobili e codardi, +Seriano occisi da quel pagan forte, +Se Desiderio e' suoi franchi Lombardi +Non avesser turbata quella sorte, +Perché a quel tempo con sua gente scorta +La ria canaglia avea sconfitta e morta; + +E gionto era alle spalle al saracino, +Che roïnando gli altri avanti caccia +E già per terra avea disteso Avino, +Ferito crudelmente nella faccia. +Come un gran vento nel litto marino +Leva l'arena e il campo avanti spaccia, +Così quel crudo con la spada in mano +Tutta la gente manda morta al piano. + +Per l'aria van balzando maglie e scudi, +Ed elmi pien di teste, e braccie armate, +Ma benché taglia come corpi nudi +Sbergi e lameri e le piastre ferrate, +Pur rivoltava spesso gli occhi crudi +Alle sue gente rotte e dissipate, +E tutta via mirando alla sua schiera, +Facea battaglia avanti orrenda e fiera. + +Quale il forte leone alla foresta, +Che sente alle sue spalle il cacciatore, +Squassando e crini e torzendo la testa +Mostra le zanne e rugge con terrore; +Tal Rodamonte, odendo la tempesta +Che faceano e Lombardi, e 'l gran furore +Della sua gente rotta e posta in caccia, +Rivolta a dietro la superba faccia. + +Sua gente fugge, e chi più può sperona: +Beato se tenìa chi era il primiero. +Re Desiderio mai non li abandona, +Anci li caccia per stretto sentiero. +A lui davanti è il conte di Cremona, +Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero, +Dico Arcimbaldo, e seco a mano a mano +Vien Rigonzone, il forte parmesano. + +Era costui feroce oltra a misura, +Ma legier di cervel come una paglia; +O ver guarnito, o senza l'armatura, +Battendo gli occhi intrava alla battaglia; +Né della vita né de onor si cura, +Ché sua ballestra non avea serraglia, +Dico, perché scoccava al primo tratto: +A dire in summa, el fu gagliardo e matto. + +Or questi duo la gente saracina, +Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone, +Cacciano in rotta con molta roina. +Del re di Sarza in terra è 'l confalone, +Ch'era vermiglio, e dentro una regina, +Quale avea posto il freno ad un leone: +Questa era Doralice de Granata, +Da Rodamonte più che il core amata. + +Però ritratta nella sua bandiera +La portava quel re cotanto atroce, +Sì naturale e proprio come ella era, +Che altro non li manca che la voce. +E lei mirando, alla battaglia fiera +Più ritornava ardito e più feroce, +Ché per tal guardo sua virtù fioriva, +Come l'avesse avante a gli occhi viva. + +Quando la vidde alla terra caduta, +Mai fu nella sua vita più dolente; +La fiera faccia di color si muta, +Or bianca ne vien tutta, or foco ardente. +Se Dio per sua pietate non ce aiuta, +Perduto è Desiderio e la sua gente, +Perché il pagano ha furia sì diversa, +Che nostra gente fia sconfitta e persa. + +Questa battaglia tanto sterminata +Tutta per ponto vi verrò contando, +Ma più non ne vo' dire in questa fiata, +Perché tornar conviene al conte Orlando, +Quale era gionto al fiume della fata, +Sì come io vi lasciai alora quando +Con Falerina se pose a camino, +Poi che disfatto fu quel bel giardino: + +Quel bel giardino ove era guardïano +Il drago, il toro e l'asinello armato, +E quel gigante, che era ucciso in vano +Come di sopra vi fu racontato. +Tutto il disfece il senator romano, +Benché per arte fosse fabricato, +Ed alla dama poi dette perdono, +Per trar dal ponte quei che presi sono: + +Quei cavallier, che presi erano al ponte +Dal vecchio ingannator, come io contai. +Quivi n'andava drittamente il conte, +Per trar cotanta gente di tal guai, +Via caminando per piani e per monte; +Con seco è Falerina sempre mai, +A piede, come lui, né più né meno, +Ché non avean destrier né palafreno. + +Perduto aveva il conte Brigliadoro, +Come sapiti, e insieme Durindana; +Or, così andando a piè ciascun de loro, +Gionsero un giorno sopra alla fiumana, +Ove la falsa Fata del Tesoro +Avea ordinata quella cosa strana, +Più strana e più crudel che avesse il mondo, +Perché il fior de' baroni andasse al fondo. + +Fu profondato quivi il fio de Amone, +Come di sopra odesti raccontare, +E seco Iroldo e l'altro compagnone, +Che ancor mi fa pietate a ricordare; +Né dopo molto vi gionse Dudone, +Il qual venìa questi altri a ricercare, +Ché comandato li avea Carlo Mano +Che trovi Orlando e il sir de Montealbano. + +Caminando il baron senza paura, +Cercato ha quasi il mondo tutto quanto; +E, come volse la mala ventura, +Gionse a quel lago fatto per incanto, +Ove Aridano, orrenda creatura, +Cotanta gente avea condutta in pianto, +Perché ogni cavalliero e damigella +Getta nel lago la persona fella. + +Così fu preso e nel lago gettato +Dudone il franco, e non vi ebbe diffesa, +Perché Aridano in tal modo è fatato, +Che ciascadun che avea seco contesa, +Sei volte era di forza superchiato, +Onde veniva ogni persona presa; +Perché, se alcun baron ha ben possanza, +E lui sei tanta di poter lo avanza. + +Tanta fortezza avea quel disperato +Che, come spesso se potea vedere, +Natava per quel lago tutto armato, +E tornava dal fondo a suo piacere; +E quando alcuno avesse profondato, +Giù se callava senz'altro temere, +E poi, notando per quella acqua scura, +Di lor portava a soma l'armatura. + +E tanto era superbo ed arrogante, +Che delle gente occise e da lui prese +L'arme che avea spogliate tutte quante +A sé d'intorno le tenea suspese; +Ma a tutte l'altre se vedea davante, +Sopra a un cipresso bene alto e palese, +La sopravesta e l'arme de Ranaldo, +Che avea spogliato il saracin ribaldo. + +Or, come io dissi, in su questa riviera +Ne gionge il conte caminando a piede, +E Falerina sempre a canto gli era; +Ma quando quella dama il ponte vede, +Tutta se turba e cangia ne la ciera, +Biastemando Macone e chi li crede; +Poi dice: - Cavallier, con duol amaro +Tutti siam morti, e più non c'è riparo. + +Questo voluto ha il perfido Apollino +(Così poss'el cader dal celo al basso!) +Che ce ha guidato per questo camino, +Per roïnarce a quel dolente passo. +Or, perché intendi, quivi è un malandrino +Che già robbava ogniomo a gran fraccasso, +Crudele, omicidiale ed inumano, +E fu il suo nome, ed è ancora, Aridano. + +Ma non avea possanza e non ardire, +Ché è de rio sangue e de gesta villana; +Or tanto è forte, e il perché ti vo' dire, +Ché cosa non fu mai cotanto strana. +Dentro a quel lago che vedi apparire, +Stavi una fata, che ha nome Morgana, +Qual per mala arte fabricò già un corno, +Che avria disfatto il mondo tutto intorno. + +Perché qualunche il bel corno suonava, +Era condutto alla morte palese. +Sì lunga istoria dirti ora mi grava, +Come le gente fusser morte, o prese. +In poco tempo un barone arivava +(Il nome suo non so, né il suo paese): +Lui vinse e tori, il drago e la gran guerra +Di quella gente uscita della terra. + +Quel cavallier, persona valorosa, +Così disfece il tenebroso incanto, +Onde la fata vien sì desdignosa +Che mai potesse alcun darsi tal vanto; +E fie' questa opra sì meravigliosa, +Che, ricercando il mondo tutto quanto, +Non serà cavallier di tanto ardire, +Qual non convenga a quel ponte perire. + +Ella si pensa che quel campïone +Che suonò il corno, quindi abbia a passare, +O ver che per ardir, come è ragione, +Venga questa aventura a ritrovare; +Così l'averà morto, o ver pregione, +Ché omo del mondo non potria durare. +Per far perir quel cavallier Morgana +Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana. + +E ricercando tutte le contrate +De uno om crudel, malvaggio e traditore, +Trovò Arridano senza pïetate +Che già la terra non avea peggiore, +E ben guarnito l'ha de arme affatate +E d'una maraviglia ancor maggiore, +Che qualunche baron seco s'affronta, +Sei tanta forza a lui vien sempre agionta. + +Onde io mi stimo il vero, anci son certa +Che a tale impresa non potria durare; +Ed io con teco, misera, diserta +Dentro a quella acqua me vedo affogare, +Ché noi siam gionti troppo a la scoperta, +E non c'è tempo o modo di campare. +Non è rimedio ormai: noi siam perduti, +Come Aridano il fier ce abbia veduti. - + +Il conte, sorridendo a tal parole, +Disse alla dama ragionando basso: +- Tutta la gente dove scalda il sole, +Non mi faria tornare adietro un passo. +Sasselo Idio di te quanto mi dole, +Poi che soletta in tal loco te lasso; +Ma sta pur salda e non aver temanza: +Il ferro è il mezo a l'om che ha gran possanza. - + +La dama ancor piangendo pur dicia: +- Fuggi per Dio, baron, campa la morte! +Ché il conte Orlando qua non valeria, +Né Carlo Mano e tutta la sua corte. +Lasciar m'incresce assai la vita mia, +Ma de la morte tua mi dôl più forte, +Ché io son da poco e son femmina vile, +Tu prodo, ardito e cavallier gentile. - + +Il franco conte a quel dolce parlare +A poco a poco si venìa piegando, +E destinava dietro ritornare. +Oltra quel ponte d'intorno guardando +L'arme cognobbe che suolea portare +Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando: +- Chi mi ha fatto - dicea - cotanto torto? +O fior d'ogni baron, chi te me ha morto? + +A tradimento qua sei stato occiso +Dal falso malandrin sopra quel ponte, +Ché tutto il mondo non te avria conquiso, +Se teco avesse combattuto a fronte. +Ascoltami, baron; dal paradiso, +Ove or tu dimori, odi il tuo conte, +Qual tanto amavi già, benché uno errore +Commesse a torto per soperchio amore. + +Io te chiedo mercè, damme perdono, +Se io te offesi mai, dolce germano, +Ch'io fui pur sempre tuo, come ora sono, +Benché falso suspetto ed amor vano +A battaglia ce trasse in abandono, +E l'arme zelosia ce pose in mano. +Ma sempre io te amai ed ancor amo; +Torto ebbi io teco, ed or tutto me 'l chiamo. + +Che fu quel traditor, lupo rapace, +Qual ce ha vetato insieme a ritornare +Alla dolce concordia e dolce pace, +A i dolci baci, al dolce lacrimare? +Questo è l'aspro dolor che mi disface, +Ch'io non posso con teco ragionare +E chiederti perdon prima ch'io mora; +Questo è l'affanno e doglia che me accora. - + +Così dicendo Orlando con gran pianto +Tra' for la spada, e il forte scudo imbraccia: +La spada a cui non vale arme né incanto, +Ma sempre dove gionge il camin spaccia. +Il fatto già vi contai tutto quanto, +Sì che non credo che mistier vi faccia +Tornarvi a mente con quale arte e quando +Da Falerina fusse fatto il brando. + +Il conte, de ira e de doglia avampato, +Salta nel ponte con quel brando in mano; +Spezza il serraglio e via passa nel prato, +Ove iaceva il perfido Aridano. +Sotto al cipresso stava il renegato, +Quelle arme del segnor de Montealbano, +Che erano al tronco de intorno, mirando, +Quando li gionse sopra 'l conte Orlando. + +Smarrisse alquanto il malandrino in viso, +Quando a sé vide sopra quel barone, +Però che adosso gli gionse improviso; +Pur saltò in piede e prese il suo bastone, +E poi dicea: - Se tutto il paradiso +Te volesse aiutare e idio Macone, +E' non avrian possanza e non ardire, +Ché in ogni modo ti convien morire. - + +Al fin delle parole un colpo lassa +Con quel baston di ferro il can fellone; +Gionse nel scudo e tutto lo fraccassa, +E cadde Orlando in terra ingenocchione. +A braccia aperte il saracin se abassa, +Credendolo portar sotto al gallone, +Come portar quelli altri era sempre uso +E poi nel lago profondarli giuso. + +Ma il conte così presto non si rese, +Benché cadesse, e non fu spaventato; +Per il traverso un gran colpo distese, +E gionse a mezo del scudo afatato. +A terra ne menò quanto ne prese, +E cadde il brando nel gallone armato, +Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto, +Ché a quella spada non vi vale incanto. + +E se non era il saracin chinato, +Ché ben non gionse quella spata a pieno, +Tutto l'avrebbe per mezo tagliato, +Come un pezzo di latte, più né meno; +Pur fu Aridano alquanto vulnerato, +Onde li crebbe al cor alto veleno, +E mena del bastone in molta fretta; +Ma il conte l'ha assaggiato, e non l'aspetta. + +Gettosse Orlando in salto de traverso +E menò il brando per le gambe al basso, +Ed a quel tempo il saracin perverso +Callava il suo bastone a gran fraccasso. +Tirando l'uno e l'altro di roverso +Ben se gionsero insieme al contrapasso, +Ma il brando, che non cura fatasone, +Duo palmi e più tagliò di quel bastone. + +Mosse Aridano un crido bestïale, +E salta adosso al conte, d'ira acceso. +Nulla diffesa al franco Orlando vale, +Con tanta furia l'ha quel pagan preso, +E vien correndo, come avesse l'ale. +Alla riviera nel portò di peso, +E così seco, come era abracciato, +Giù nel gran lago se profonda armato. + +Da l'alta ripa con molta roina +Caderno insieme per quella acqua scura. +Quivi più non aspetta Falerina, +Ma via fuggendo su per la pianura +Giva tremando come una tapina, +Guardando spesso adietro con paura, +E ciò che sente e vede di lontano, +Sempre alle spalle aver crede Aridano. + +Ma lui bon tempo stette a ritornare, +Ché gionse con Orlando insino al fondo. +Più nel presente non voglio cantare, +Ché al tanto dir parole me confondo: +Piacciavi a l'altro canto ritornare, +Che la più strana cosa che abbia il mondo +E la più dilettosa e più verace +Vi contarò, se Dio ce dona pace. + +Canto ottavo + +Quando la terra più verde è fiorita, +E più sereno il cielo e grazïoso, +Alor cantando il rosignol se aita +La notte e il giorno a l'arboscello ombroso; +Così lieta stagione ora me invita +A seguitare il canto dilettoso, +E racontare il pregio e 'l grand'onore +Che donan l'arme gionte con amore. + +Dame legiadre e cavallier pregiati, +Che onorati la corte e gentilezza, +Tiratevi davanti ed ascoltati +Delli antiqui baron l'alta prodezza, +Che seran sempre in terra nominati: +Tristano e Isotta dalla bionda trezza, +Genevra e Lancilotto del re Bando; +Ma sopra tutti il franco conte Orlando, + +Qual per amor de Angelica la bella +Fece prodezze e meraviglie tante, +Che 'l mondo sol di lui canta e favella. +E pur mo vi narrai poco davante +Come abracciato alla battaglia fella +Con Aridano, il perfido gigante, +Cadde in quel lago nel profondo seno; +Ora ascoltati il fatto tutto a pieno. + +Cadendo della ripa a gran fraccasso +Callarno entrambi per quella acqua scura, +Dico Aridano e lui tutti in un fasso. +Già giuso erano un miglio per misura, +E, roïnando tutta fiata a basso, +Cominciò l'acqua a farsi chiara e pura, +E cominciarno di vedersi intorno: +Un altro sol trovarno e un altro giorno. + +Come nasciuto fosse un novo mondo, +Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato, +E sopra sé vedean del lago il fondo, +Il qual, dal sol di suso aluminato, +Facea parere il luogo più iocondo; +Ed era poi d'intorno circondato +Quel loco d'una grotta marmorina +Tutta di pietra relucente e fina. + +Era la bella grotta a piede al monte: +Tre miglia circondava questo spaccio. +Ora torniamo a ragionar del conte, +Ch'è qui caduto col gigante in braccio, +Seco sempre ristretto a fronte a fronte, +E ben se aiuta per uscir de impaccio, +Ma pur se sbatte e se dimena invano: +Sei tanto è più de lui forte Aridano. + +Né l'un da l'altro si potean spiccare, +Sin che fur gionti in sul campo fiorito. +Quivi Aridano il volse disarmare, +Credendo averlo tanto sbigotito, +Che più diffesa non dovesse fare; +A benché tal pensier li andò fallito, +Però che non l'avea lasciato a pena, +Che 'l conte imbraccia il scudo e il brando mena. + +Alor se incominciò l'aspra tencione +E l'assalto crudele e dispietato. +Il saracino adopra quel bastone +Che avrebbe a un colpo un monte dissipato. +Da l'altra parte il fio di Melone +Avea quel brando ad arte fabricato, +Che cosa non fu mai cotanto fina, +E ciò che trova taglia con roina. + +Orlando a lui ferì primeramente, +Come li uscitte a ponto delle braccia, +E roppe avanti l'elmo relucente, +Benché non gionse il colpo nella faccia. +Diceva il saracin tra dente e dente: +- A questo modo la mosca se caccia, +A questo modo al naso si fa vento; +Ma ben ti pagarò, s'io non mi pento. - + +Tra le parole un gran colpo disserra, +Ma già non gionse il conte a suo talento, +Ché ben lo avria disteso morto a terra, +E tutto rotto con grave tormento. +Or se rinforza la stupenda guerra: +Quello ha possa maggior, questo ardimento, +E ciascadun de vincer se procura: +Battaglia non fu mai più orrenda e scura. + +Benché gran colpi menasse Aridano, +Non avea ponto Orlando danneggiato, +E giva sempre il suo bastone invano. +Ma il conte, che è di guerra amaestrato, +Menava bene il gioco d'altra mano, +E già l'aveva in tre parte impiagato, +Nel ventre, nella testa, nel gallone: +Fuora uscia il sangue a grande effusïone. + +E, per non vi tenire a notte scura, +L'ultimo colpo che Orlando li dona, +Tutto lo parte, insino alla centura, +Onde la vita e il spirto lo abandona, +E cadde morto sopra a la pianura. +Quivi d'intorno non era persona; +Altro che il monte e il sasso non appare, +Pur guarda il conte e non sa che si fare. + +La bianca ripa che girava intorno, +Non lasciava salire al monticello, +Quale era verde e de arboscelli adorno, +Tutto fiorito a meraviglia e bello. +E dalla parte ove apparisce il giorno, +Era tagliata a punta di scarpello +Una porta patente, alta e reale: +Più mai ne vidde il mondo un'altra tale. + +Guardando, come ho detto, intorno Orlando +Scorse nel sasso la porta tagliata, +E verso quella a piede caminando +Vien prestamente e gionse su l'intrata; +E de ogni lato quella remirando, +Vide una istoria in quella lavorata +Tutta di pietre precïose e d'oro, +Con perle e smalti di sotil lavoro. + +Vedeasi un loco cento volte cinto +De una muraglia smisurata e forte; +Chiamavasi quel cerchio il Labirinto, +Che avea cento serraglie e cento porte; +Così scritto era in quel smalto e depinto. +E tutto parea pieno a gente morte, +Ché ogni persona che è d'intrare ardita, +Vi more errando e non trova la uscita. + +Mai non tornava alcuno ove era entrato, +E, come è detto, errando si moria; +O ver, dalla fortuna al fin guidato, +Dopo l'affanno della mala via, +Era nel fondo occiso e divorato +Dal Minotauro, bestia orrenda e ria, +Che avea sembianza d'un bove cornuto: +Più crudel mostro mai non fu veduto. + +Ritratta era in disparte una donzella, +Che era ferita nel petto de amore +De un giovanetto, e l'arte gli rivella +Come potesse uscir di tanto errore. +Tutta depinta vi è questa novella, +Ma il conte, che a tal cosa non ha il core, +Alle sue spalle quella porta lassa, +E per la tomba caminando passa. + +Via per la grotta va senza paura, +Ed era gito avante da tre miglia +Senza alcun lume per la strata oscura, +Alor che gl'incontrò gran meraviglia; +Perché una pietra relucente e pura, +Che drittamente a foco se assimiglia, +Gli fece luce mostrandoli intorno, +Come un sol fosse in cielo a mezo giorno. + +Questa davanti gli scoperse un fiume +Largo da vinte braccia, o poco meno; +Di là da lui rendea la pietra il lume, +In mezo a un campo sì de zoie pieno, +Che solo a dir di lor serìa un volume; +E non ha tante stelle il cel sereno, +Né primavera tanti fiori e rose, +Quante ivi ha perle e pietre precïose. + +Avea quel fiume ch'è sopra contato, +Di sopra un ponte di poca largura, +Che non è mezo palmo misurato. +Da ciascun lato stava una figura +Tutta di ferro, a guisa d'omo armato. +Di là dal fiume aponto è la pianura, +Ove posto il tesoro è di Morgana; +Ora ascoltati questa cosa strana. + +Non avea posto il piede su la intrata +Del ponticello il figlio di Melone, +Che la figura ad arte fabricata +Levò da l'alto capo un gran bastone. +Bene avea il conte sua spata fatata +Per incontrare il colpo di ragione; +Ma non bisogna che a questo risponda, +Che dà nel ponte e tutto lo profonda. + +A questa cosa riguardava il conte +Meravigliando assai nel suo pensiero, +Ed ecco a poco a poco uno altro ponte +Nasce nel loco dove era il primiero. +Su vi entra Orlando con ardita fronte, +Ma de quindi varcar non è mistiero, +Ché la figura mai passar non lassa +Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa. + +Il conte avea de ciò gran meraviglia, +Fra sé dicendo: "Or che voglio aspettare? +Se il fiume fusse largo diece miglia, +In ogni modo voglio oltra passare." +Al fin delle parole un salto piglia: +Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare +A prender corso; e, come avesse piume, +D'un salto armato andò di là dal fiume. + +Come fu gionto alla ripa nel prato +Ove Morgana ha posto il gran tesoro, +A sé davante vidde edificato +Un re con molta gente a concistoro. +Ciascun sta in piede, ed esso era assettato; +Tutte le membre avean formato d'oro, +Ma sopra eran coperti tutti quanti +Di perle, de robini e de diamanti. + +Parea quel re da tutti riverito; +Avanti avea la mensa apparecchiata +Con più vivande, a mostra di convito, +Ma ciascadun di smalto è fabricata. +Sopra al suo capo avea un brando forbito, +Che morte li minaccia tutta fiata; +Ed al sinistro fianco, a men d'un varco, +Un che avea posto la saetta a l'arco. + +Avea da lato un altro suo germano, +Che lo rasomigliava di figura, +E tenea un breve scritto nella mano. +Così diceva a ponto la scrittura: +' Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano +Qual se possede con tanta paura; +Né la possanza giova, né il diletto, +Quando se tiene o prende con sospetto.' + +Però stava quel re con trista ciera, +Guardando intorno per suspizïone. +A lui davanti, ne la mensa altiera, +Sopra de un ziglio d'oro era il carbone, +Che dava luce a guisa de lumiera, +Facendo lume per ogni cantone; +Ed era il quadro di quella gran piaccia +Per ciascun lato cinquecento braccia. + +Tutta coperta de una pietra viva +Era la piazza e d'intorno serrata; +Per quattro porte di quella se usciva, +Ciascuna riccamente lavorata. +Non vi ha fenestra e d'ogni luce è priva, +Se non che è dal carbone aluminata, +Qual rendeva là giù tanto splendore, +Che a pena il sole al giorno l'ha maggiore. + +Il conte, che di questo non ha cura, +Verso una porta prese il suo camino, +Ma quella nella entrata è tanto scura, +Che non sa dove andare il paladino. +Ritorna adietro e d'intorno procura +De l'altre uscite per ogni confino; +Tutte le cerca senza alcuna posa: +Ciascuna è più dolente e tenebrosa. + +Mentre che pensa e sta tutto suspeso, +Andogli il core a quella pietra eletta, +Che nella mente parea foco acceso, +Onde a pigliarla corse con gran fretta; +Ma la figura che avea l'arco teso, +Subitamente scocca la saetta, +E gionse drittamente nel carbone, +Spargendo il lume a gran confusïone. + +Cominciò incontinente un terremoto, +Scotendo intorno con molto rumore. +Mugiava in ogni lato il sasso voto: +Odita non fu mai voce maggiore. +Fermosse il conte stabile ed immoto, +Come colui che fu senza terrore: +Ecco il carbone al ziglio torna in cima, +E rende il lume adorno come in prima. + +Orlando per pigliarlo torna ancora, +Ma, come a ponto con la mano il tocca, +Lo arcier che è a lato al re, senza dimora +Una saetta d'oro a l'arco scocca; +E durò il terremoto più d'un'ora, +Squassando con rumor tutta la rocca; +Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio +Tornò come era avanti in cima al ziglio. + +Or fa pensiero il bon conte de Anglante +Avere al tutto quella pietra fina. +Trasse a sé il scudo e quel pose davante +Ove l'arciero il suo colpo destina; +Poi prese il bel carbone, e 'n quello istante +Gionse la frizza al scudo con roina, +Ma non puote passarlo il colpo vano: +Via ne va Orlando col carbone in mano. + +E come lo guidava la fortuna, +Non prese a destra mano il suo vïaggio, +Che serìa uscito de la grotta bruna +Salendo sempre suso, il baron saggio. +Là gioso ove non splende sol né luna, +Né se può ritornar senza dannaggio, +Callava il conte, verso la pregione +Ove Ranaldo stava con Dudone. + +Fôr questi presi sopra la rivera, +Sì come già davanti io vi contai, +E Brandimarte ancora con questi era, +Ed altri cavallieri e dame assai, +Ch'eran più de settanta in una schiera, +Che non avean speranza uscir giamai +Di quello incanto orribile e diverso, +Ma ciascadun si tiene al tutto perso. + +E sappiati che il franco Brandimarte +Non fu per forza, come gli altri, preso; +Ma Morgana la fata con mala arte +L'avea d'amor con falsa vista acceso; +E seguendola lui per molte parte, +Non fu da alcun giamai con arme offeso, +Ma con carezze e con viso iocondo +Fu trabuccato a quel dolente fondo. + +Or, come io dissi, il bon conte di Brava +Giù nella tomba alla sinistra mano +Per una scala di marmo callava +Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano; +E col carbone avanti alluminava, +Perché altramente serìa gito invano, +Ché quel camino è sì malvaggio e torto, +Che mille fiate errando serìa morto. + +Poi che fu gionto in su la terra piana +Il conte, che a quel lume si governa, +Parbe vedere a lui molto lontana +Una fissura in capo alla caverna; +E, caminando per la strata strana, +A poco a poco pur par che discerna, +Che quella era una porta al fin del sasso, +Qual dava uscita al tenebroso passo. + +L'aspra cornice di quel sasso altiero +Con tal parole a lettre era tagliata: +' Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero, +Sappi che quivi facile è la entrata, +Ma il risalir da poi non è legiero +A cui non prende quella bona fata, +Qual sempre fugge intorno e mai non resta, +E dietro ha il calvo alla crinuta testa.' + +Il conte le parole non intese, +Ma passa dentro quella anima ardita, +E, come a ponto nel prato discese, +Voltando gli occhi per l'erba fiorita +Alto diletto riguardando prese; +Perché mai non se intese per odita, +Né pNr veduta in tutto quanto il mondo +Più vago loco, nobile e iocondo. + +Splendeva quivi il ciel tanto sereno, +Che nul zaffiro a quel termino ariva, +Ed era d'arboscelli il prato pieno, +Che ciascun avea frutti e ancor fioriva. +Longe alla porta un miglio, o poco meno, +Uno alto muro il campo dipartiva, +De pietre trasparente e tanto chiare, +Che oltra di quello il bel giardino appare. + +Orlando dalla porta se alontana, +E mentre che per l'erba via camina, +Vidde da lato adorna una fontana +D'oro e di perle e de ogni pietra fina. +Quivi distesa stavasi Morgana +Col viso al cielo e dormiva supina, +Tanto suave e con sì bella vista +Che rallegrata avrebbe ogni alma trista. + +Le sue fattezze riguardava il conte +Per non svegliarla, e sta tacitamente. +Lei tutti etcrini avea sopra la fronte, +E faccia lieta, mobile e ridente; +Atte a fuggire avea le membre pronte, +Poca trezza di dietro, anzi nïente; +Il vestimento candido e vermiglio, +Che sempre scappa a cui li dà de piglio. + +- Se tu non prendi chi te giace avante, +Prima che la se sveglia, o paladino, +Frustarai a' tuoi piedi ambe le piante +Seguendola da poi per mal camino; +E portarai fatiche e pene tante, +Prima che tu la tenghi per il crino, +Che serai reputato un santo in terra +Se in pace soffrirai cotanta guerra. - + +Queste parole fur dette ad Orlando, +Mentre che attento alla fata mirava, +Onde se volse adietro, ed ascoltando +Verso la voce tacito ne andava; +E forse trenta passi caminando +A piè de l'alto mur presto arivava, +Qual tutto di cristallo è tanto chiaro, +Che oltra si vede senza alcun divaro. + +Così cognobbe lo ardito barone +Come colui che avanti avea parlato, +Di là da quel cristallo era pregione, +E prestamente l'ha rafigurato, +Perché quello era il suo franco Dudone; +Ed ora l'un da l'altro è separato +Forse tre piedi, o poco meno, o tanto: +Pensati che ciascun facea gran pianto. + +Ben distendevan l'una e l'altra mano +Per abracciarse insieme ad ogni parte. +Dice a Dudone: - Io me affatico invano, +Ché in nulla forma mai potria toccarte. - +In quello giunse il sir de Montealbano, +Che a braccio ne venìa con Brandimarte, +E non sapevan del conte nïente; +Ciascun di lor piangendo fu dolente. + +Disse Ranaldo: - Egli ha pur l'armi in dosso, +E tiene al fianco ancor la spata cinta: +Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso, +Ché sua prodezza non serà mai vinta; +Abenché rallegrar pur non mi posso, +Perché io non so se l'ira ancora è estinta, +Quando per colpa mia quasi fui morto, +Alor che seco combatteva a torto. + +Ch'io non doveva per nulla cagione +Prender con seco alcuna differenza; +Egli è di me maggiore, e di ragione +Lo debbo sempre avere in riverenza. - +Diceva Brandimarte al fio d'Amone: +- Di questo ditto non aver temenza; +Così quindi te tragga Dio verace, +Come tra voi farò presto la pace. - + +E così l'un con l'altro ragionando, +Come vi dico, assai pietosamente, +Per caso allor se volse il conte Orlando, +Ed ambi li cognobbe incontinente; +E piangendo di doglia e sospirando, +Con parlar basso e con voce dolente +Li adimandava con qual modo e quanto +Fusser già stati presi a quello incanto. + +E poi che intese la fortuna loro, +Che ciascadun piangendo la dicia, +Prese dentro dal core alto martoro, +Perché forza né ingegno non valìa +A romper quel castello e il gran lavoro, +Qual chiudea intorno quella pregionia; +E tanto più se turba il conte arguto, +Che gli ha davanti e non può darli aiuto. + +Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo +E gli altri tutti che cotanto amava, +Onde di doglia e di grande ira caldo +Per dar nel mur col brando il braccio alzava; +Ma cridarno e prigion tutti: - Sta saldo! +Sta, per Dio! queto, - ciascadun cridava, +- Ché, come ponto si spezzasse il muro, +Giù nella grotta caderemo al scuro. - + +Seguiva poi parlando una donzella, +La qual di doglia in viso parea morta, +E così scolorita era ancor bella; +Costei parlava al conte in voce scorta: +- Se trar ce vuoi di questa pregion fella, +Conviente gir, baron, a quella porta +Che de smiraldi e de diamanti pare; +Per altro loco non potresti entrare. + +Ma non per senno, forza, o per ardire, +Non per minaccie, o per parlar soave +Potresti quella pietra fare aprire, +Se non te dona Morgana la chiave; +Ma prima se farà tanto seguire, +Che ti parrebbe ogni pena men grave +Che seguir quella fata nel deserto +Con speranza fallace e dolor certo. + +Ogni cosa virtute vince al fine: +Chi segue vince, pur che abbia virtute; +Vedi qua tante gente peregrine, +Che speran per te solo aver salute. +Tutte noi altre misere, tapine, +Prese per forza al fondo siàn cadute: +Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato, +In questo loco sei venuto armato. + +Sì che bona speranza ce conforta +Che avrai di questa impresa ancor l'onore, +Ed aprirai quella dolente porta, +Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore. +Or più non indugiar, ché forse accorta +Non se è di te la fata, bel segnore; +Volgite presto e torna alla fontana, +Ché forse ancor vi trovarai Morgana. - + +Il conte, che d'entrare avea gran voglia, +Subitamente al fonte ritornava; +Quivi trovò Morgana, che con zoglia +Danzava intorno e danzando cantava. +Né più legier se move al vento foglia, +Come ella senza sosta si voltava, +Mirando ora alla terra ed ora al sole, +Ed al suo canto usava tal parole: + +- Qualunche cerca al mondo aver tesoro, +O ver diletto, o segue onore e stato, +Ponga la mano a questa chioma d'oro +Ch'io porto in fronte, e quel farò beato; +Ma quando ha il destro a far cotal lavoro, +Non prenda indugia, ché il tempo passato +Più non ritorna e non se ariva mai, +Ed io mi volto, e lui lascio con guai. - + +Così cantava de intorno girando +La bella fata a quella fresca fonte, +Ma come gionto vidde il conte Orlando, +Subitamente rivoltò la fronte. +Il prato e la fontana abandonando, +Prese il vïaggio suo verso de un monte, +Qual chiudea la valletta piccolina; +Quivi fuggendo Morgana camina. + +Oltra quel monte Orlando la seguia, +Ché al tutto di pigliarla è destinato, +Ed essendoli dietro tutta via, +Se avidde in un deserto essere entrato, +Che strata non fu mai cotanto ria, +Però che era sassosa in ogni lato; +Ora alta, or bassa è nelle sue confine, +Piena de bronchi e de malvaggie spine. + +Del rio vïaggio Orlando non se cura, +Ché la fatica è pasto a l'animoso. +Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura, +E levasi un gran vento furïoso; +Pioggia mischiata di grandine dura +Batte per tutto il campo doloroso; +Perito è il sole e non si vede il giorno, +Se il ciel non s'apre fulgorando intorno. + +Tuoni e saette e fùlgori e baleni +E nebbia e pioggia e vento con tempesta +Aveano il cielo e i piani e i monti pieni: +Sempre cresce il furore e mai non resta. +Quivi la serpe e tutti i suoi veleni +Son dal mal tempo occisi alla foresta, +Volpe e colombi ed ogni altro animale: +Contra a fortuna alcun schermo non vale. + +Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio, +Né ve impacciati de sua mala sorte, +Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio: +Fuggir se vôle il mal sino alla morte; +Abenché lui tornasse in bon vïaggio, +Perché ogni cosa vince l'omo forte; +Ma chi può, scampar debbe al tempo rio. +Bella brigata, io ve acomando a Dio. + +Canto nono + +Odeti ed ascoltati il mio consiglio, +Voi che di corte seguite la traccia: +Se alla Ventura non dati de piglio, +Ella si turba e voltavi la faccia; +Alor convien tenire alciato il ciglio, +Né se smarir per fronte che minaccia, +E chiudersi le orecchie al dir de altrui, +Servendo sempre, e non guardare a cui. + +A che da voi Fortuna è biastemata, +Ché la colpa è di lei, ma il danno è vostro? +Il tempo viene a noi solo una fiata, +Come al presente nel mio dir vi mostro; +Perché, essendo Morgana adormentata +Presso alla fonte nel fiorito chiostro, +Non seppe Orlando al zuffo dar di mano, +Ed or la segue nel diserto in vano, + +Con tanta pena e con fatiche tante, +Che ad ogni passo convien che si torza. +La fata sempre fugge a lui davante; +Alle sue spalle il vento se rinforza +E la tempesta, che sfronda le piante +Giù diramando fin sotto la scorza. +Fuggon le fiere e il mal tempo li caccia, +E par che il celo in pioggia si disfaccia. + +Ne l'aspro monte e ne' valloni ombrosi +Condutto è il conte a perigliosi passi. +Callano rivi grossi e roïnosi, +Tirando giù le ripe, arbori e sassi, +E per quei boschi oscuri e tenebrosi +S'odon alti rumori e gran fraccassi, +Però che 'l vento, il trono e la tempesta +Dalle radici schianta la foresta. + +Pur segue Orlando e fortuna non cura, +E prender vôl Morgana a la finita, +Ma sempre cresce sua disaventura, +Perché una dama de una grotta uscita, +Pallida in faccia e magra di figura, +Che di color di terra era vestita, +Prese un flagello in mano aspero e grosso, +Battendo a sé le spalle e tutto il dosso. + +Piangendo se battea quella tapina, +Sì come fosse astretta per sentenzia +A flagellarsi da sera e matina. +Turbosse il conte a tal appariscenzia, +E dimandò chi fosse la meschina. +Ella rispose: - Io son la Penitenzia, +De ogni diletto e de allegrezza cassa, +E sempre seguo chi ventura lassa. + +E però vengo a farte compagnia, +Poi che lasciasti Morgana nel prato, +E quanto durarà la mala via, +Da me serai battuto e flagellato, +Né ti varrà lo ardire o vigoria, +Se non serai di pacïenza armato. - +Presto rispose il figlio di Melone: +- La pacïenza è pasto da poltrone. + +Né te venga talento a farmi oltraggio, +Ché pacïente non serò di certo. +Se a me fai onta, a te farò dannaggio, +E se mi servi ancor, ne avrai buon merto: +Dico de accompagnarme nel vïaggio +Dove io camino per questo diserto. - +Così parlava Orlando, e pur Morgana +Tuttavia fugge ed a lui se alontana. + +Onde, lasciando mezo il ragionare, +Dietro alla fata se pose a seguire, +E nel suo cor se afferma a non mancare +Sin che vinca la prova, o de morire. +Ma l'altra, di cui mo vi ebbi a contare, +Qual per compagna se ebbe a proferire, +Se accosta a lui con atti sì villani, +Che de cucina avria cacciati i cani. + +Perché, giongendo col flagello in mano, +Disconciamente dietro lo battia. +Forte turbosse il senator romano, +E con mal viso verso lei dicia: +- Già non farai ch'io sia tanto villano, +Ch'io traga contra a te la spata mia; +Ma se a la trezza ti dono di piglio, +Io te trarò di sopra al celo un miglio. - + +La dama, come fuor di sentimento, +Nulla risponde, ed anco non lo ascolta; +Il conte, a lei voltato in mal talento, +Gli mena un pugno alla sinestra golta. +Ma, come gionto avesse a mezo il vento, +O ver nel fumo, o nella nebbia folta, +Via passò il pugno per mezo la testa +De un lato ad altro, e cosa non l'arresta. + +Ed a lei nôce quel colpo nïente, +E sempre intorno il suo flagello mena. +Ben se stupisce il conte nella mente, +E ciò veggendo non lo crede apena. +Ma pur, sendo battuto e de ira ardente, +Radoppia pugni e calci con più lena; +Qua sua possanza e forza nulla vale, +Come pistasse l'acqua nel mortale. + +Poi che bon pezzo ha combattuto in vano +Con quella dama che una ombra sembrava, +Lasciolla al fine il cavallier soprano, +Ché tuttavia Morgana se ne andava, +Onde prese a seguirla a mano a mano. +Ora quest'altra già non dimorava, +Ma col flagello intorno lo ribuffa, +E lui se volta, e pur a lei s'azuffa. + +Ma, come l'altra volta, il franco conte +Toccar non puote quella cosa vana, +Onde lasciolla ancora, e per il monte +Se puose al tutto a seguitar Morgana; +Ma sempre dietro con oltraggio ed onte +Forte lo batte la dama villana. +Il conte, che ha provato il fatto a pieno, +Più non se volta e va rodendo il freno. + +"Se a Dio piace, - diceva - on al demonio +Ch'io abbi pacïenza, ed io me l'abbia: +Ma siame il mondo tutto testimonio +Ch'io la tragualcio con sapor di rabbia. +Qual frenesia di mente o quale insonio +Me ha qua giuso condutto in questa gabbia? +Dove entrai io qua dentro, o come e quando? +Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?" + +Così diceva, e con molta roina +Sempre seguia Morgana il cavalliero. +Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina, +Lasciando dietro a sé largo il sentiero; +Ed alla fata molto se avicina, +E già de averla presa è il suo pensiero; +Ma quel pensiero è ben fallace e vano, +Però che presa ancor scappa di mano. + +Oh quante volte gli dette di piglio +Ora ne' panni ed or nella persona! +Ma il vestimento, ch'è bianco e vermiglio, +Ne la speranza presto l'abandona. +Pure una fiata rivoltando il ciglio, +Come Dio volse e la ventura buona, +Volgendo il viso quella fata al conte, +Lui ben la prese al zuffo ne la fronte. + +Alor cangiosse il tempo, e l'aria scura +Divenne chiara e il cel tutto sereno; +E l'aspro monte si fece pianura, +E dove prima fo di spine pieno, +Se coperse de fiore e de verdura; +E 'l flagellar de l'altra venne meno, +La qual, con meglior viso che non suole, +Verso del conte usava tal parole: + +- Attienti, cavalliero, a quella chioma, +Che nella mano hai volta, de Ventura, +E guarda de iustar sì ben la soma, +Che la non caggia per mala misura. +Quando costei par più quïeta e doma, +Alor del suo fuggire abbi paura, +Ché ben resta gabbato chi li crede, +Perché fermezza in lei non è, né fede. - + +Così parlò la dama scolorita, +E dipartisse al fin del ragionare; +A ritrovar sua grotta se n'è gita, +Ove se batte e stasse a lamentare. +Ma il conte Orlando l'altra avea gremita, +Come io vi dissi, e, senza dimorare, +Or con minaccie or con parlar suave +De la pregion domanda a lei la chiave. + +Ella con riso e con falso sembiante +Diceva: - Cavalliero, al tuo piacere +Son quelle gente prese tutte quante, +E me con seco ancor potrai avere; +Ma sol de un figlio del re Manodante +Te prego che me vogli compiacere; +O mename con seco, o quel mi lassa, +Ché senza lui serìa de vita cassa. + +Quel giovanetto m'ha ferito il core, +Ed è tutto il mio bene e 'l mio disio, +Sì che io te prego per lo tuo valore +Che hai tanto al mondo, e per lo vero Dio, +Se a dama alcuna mai portasti amore, +Non trar di quel giardin l'amante mio. +Mena con teco gli altri, quanti sono, +Ché a te tutti li lascio in abandono. - + +Rispose il conte ad essa: - Io te prometto, +Se mi doni la chiave in mia balìa, +Qua teco restarà quel giovanetto, +Poi che averlo il tuo cor tanto desia; +Ma non te vo' lasciar, ché aggio sospetto +De ritornare a quella mala via +Ove io son stato; e però, se 'l te piace, +Dammi la chiave, e lasciarotti in pace. - + +Avea Morgana aperto il vestimento +Dal destro lato e dal sinistro ancora, +Onde la chiave, che è tutta d'argento, +Trasse di sotto a quel senza dimora, +E disse: - Cavallier de alto ardimento, +Vanne alla porta e sì aconcio lavora, +Che non se rompa quella serratura, +Ché caderesti nella tomba oscura, + +E teco insieme tutti e cavallieri, +Sì che seresti in eterno perduto, +Ché trarti quindi non serìa mestieri, +Né l'arte mia varrebbe, on altro aiuto. - +Per questo intrato è il conte in gran pensieri, +Da poi che per ragione avea veduto, +Che mal se trova alcun sotto la luna +Che adopri ben la chiave di Fortuna. + +Tenendo al zuffo tuttavia Morgana, +Verso al giardino al fin se fu invïato, +E traversando la campagna piana +A quella porta fu presto arivato. +Con poco impaccio la serraglia strana +Aperse, come piacque a Dio beato, +Perché qualunche ha seco la Ventura, +Volta la chiave a ponto per misura. + +Già Brandimarte e il sir de Montealbano +E tutti gli altri che fôr presi al ponte, +Avean veduto Orlando di lontano, +Che tenea presa quella fata in fronte; +Onde ogni saracino e cristïano +Ringraziava il suo dio con le man gionte. +Or ciascadun de uscir ben si conforta, +Sentendo già la chiave nella porta. + +Da poi che aperto fu il ricco portello, +Tutta la gente uscitte al verde prato. +Il conte adimandò del damigello +Quale era tanto da Morgana amato, +E vide il giovanetto bianco e bello, +Nel viso colorito e delicato, +Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo, +E fo il suo nome Zilïante il biondo. + +Costui rimase dentro lagrimando, +Veggendo tutti gli altri indi partire, +E ben che ne dolesse al conte Orlando, +Pur sua promessa volse mantenire; +Ma ancor tempo sarà che sospirando +Se converrà di tal cosa pentire, +E forza li serà tornare ancora, +Per trar del loco il giovanetto fuora. + +Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quanti +Uscirno del giardino alla ventura; +Facea quel bel garzone estremi pianti, +E biastemava sua disaventura. +Ora alla porta che io dissi davanti, +Che ritornava nella tomba scura, +Intrarno tutti, e 'l conte andava prima; +Montâr la scala e presto fôrno in cima. + +E dentro a l'altra porta eran passati, +Ove sta ne la piazza il gran tesoro: +Quel re che siede e gli altri fabricati +De robini e diamanti e perle ed oro. +Tutti color che furno impregionati +Miravan con stupore il gran lavoro; +Ma non ardisce alcun porve la mano +Temendo incanto o qualche caso istrano. + +Ranaldo, che non sa che sia dotanza, +Prese una sedia, che è tutta d'ôr fino, +Dicendo: - Questa io vo' portare in Franza, +Ché io non feci giamai più bel bottino. +A' miei soldati io donarò prestanza, +Poi non affido amico, né vicino, +O prete, o mercatante, o messaggero; +Qualunche io trova, io manderò legiero. - + +Il conte li dicea che era viltate +A girne carco a guisa de somiero. +Disse Ranaldo: - E' mi ricordo un frate +Che predicava, ed era suo mestiero +Contar della astinenza la bontate, +Mostrandola a parole de legiero; +Ma egli era sì panzuto e tanto grasso, +Che a gran fatica potea trare il passo. + +E tu fai nel presente più né meno, +E drittamente sei quel fratacchione, +Che lodava il degiuno a corpo pieno, +E sol ne l'oche avea devozïone. +Carlo ti donò sempre senza freno, +E datti il Papa gran provisïone, +Ed hai tante castelle e ville tante, +E sei conte di Brava e sir de Anglante. + +Io tengo, poverello! un monte apena, +Ché altro al mondo non ho che Montealbano, +Onde ben spesso non trovo che cena, +S'io non descendo a guadagnarlo al piano; +Quando ventura o qual cosa mi mena, +Ed io me aiuto con ciascuna mano, +Perch'io mi stimo che 'l non sia vergogna +Pigliar la robba, quando la bisogna. - + +Così parlando gionsero al portone, +Che era la uscita fuor di quella piaccia; +Quivi un gran vento dette al fio de Amone +Dritto nel petto e per mezo la faccia, +E dietro il pinse a gran confusïone, +Longi alla porta più de vinte braccia. +Quel vento agli altri non tocca nïente, +E sol Ranaldo è quel che il fiato sente. + +Lui salta in piede e pur torna a la porta, +Ma come gionto fu sopra alla soglia, +Di novo il vento adietro lo riporta, +Soffiandolo da sé come una foglia. +Ciascun de gli altri assai si disconforta, +E sopra a tutti Orlando avea gran doglia, +Però che de Ranaldo temea forte +Che ivi non resti, o riceva la morte. + +Il fio de Amone senza altro spavento +Pone giù l'oro e ritorna alla uscita; +Passa per mezo, e più non soffia il vento, +E via poteva andare alla polita. +Ma lui portar quello oro avea talento, +Per dar le paghe a sua brigata ardita; +Benché più volte sia provato in vano, +Pur vôl portarlo in tutto a Montealbano. + +Ma poi che indarno assai fu riprovato, +Né carco puote uscir di quella tomba, +Trasse la sedia contra di quel fiato +Che dalla porta a gran furia rimbomba. +La sedia d'ôr, di cui sopra ho parlato, +Sembrava un sasso uscito de una fromba, +Benché è seicento libbre, o poco manco: +Cotanta forza avea quel baron franco. + +Trasse la sedia, come io ve ragiono, +Credendola gettar del porton fore, +Ma il vento furïoso in abandono +La spense adietro con molto rumore. +Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono, +E ciascadun lo prega per suo amore +Ch'egli esca for con essi di pregione, +Lasciando l'oro e quella fatasone. + +Sì che alla fine abandonò la impresa, +E con questi altri de la porta usciva. +Era la strata un gran miglio distesa, +Sin che alla scala del petron se ariva, +Ed è trea miglia la malvaggia ascesa. +Sempre montando per la pietra viva, +E con gran pena, uscirno al cel sereno, +In mezo a un prato de cipressi pieno. + +Ciascun cognobbe incontinente il prato +E gli cipressi e 'l ponte e la riviera +Ove stava Aridano il disperato; +Ma quivi nel presente più non era, +Anzi è nel fondo, de un colpo tagliato +Da cima al capo insino alla ventrera, +E più non tornarà suso in eterno: +Là giuso è il corpo, e l'anima allo inferno. + +Quivi eran l'armi de ciascun barone +Ne' verdi rami d'intorno distese. +Roverse le avea poste quel fellone, +Per far la lor vergogna più palese; +Ranaldo incontinente e poi Dudone +E insieme ogniom de gli altri le sue prese, +E tutti quanti se furno guarniti +De' loro arnesi e cavallieri arditi. + +Tutti quei gran baroni e re pagani, +Che fôrno presi all'incantato ponte, +Ne andarno chi vicini e chi lontani, +Ma prima molto ringraziarno il conte; +E sol restarno quivi e Cristïani, +Ove Dudone con parole pronte +Espose che Agramante e sua possanza +Eran guarniti per passare in Franza. + +E come lui, mandato da Carlone, +Avea cercate diverse contrate +Per ritrovar lor duo franche persone, +Che eran il fior de corte e la bontate, +E per condurle, come era ragione, +Alla diffesa de Cristianitate. +Ciò de Ranaldo diceva e de Orlando, +Ed a lor proprio lo venìa contando. + +Ranaldo incontinente se dispose +Senza altra indugia in Francia ritornare. +Il conte a quel parlar nulla rispose, +Stando sospeso e tacito a pensare, +Ché il core ardente e le voglie amorose +Nol lasciavan se stesso governare; +L'amor, l'onore, il debito e 'l diletto +Facean battaglia dentro dal suo petto. + +Ben lo stringeva il debito e l'onore +De ritrovarse alla reale impresa; +E tanto più ch'egli era senatore +E campïon della Romana Chiesa. +Ma quel che vince ogni omo, io dico Amore, +Gli avea di tal furor l'anima accesa, +Che stimava ogni cosa una vil fronda, +Fuor che vedere Angelica la bionda. + +Né dir sapria che scusa ritrovasse, +Ma da' compagni si fu dispartito; +E non stimar che Brandimarte il lasse, +Tanto l'amava quel barone ardito. +Or di lor duo convien che oltra mi passe, +Perch'io vo' ricontare a qual partito +Ranaldo ritornasse a Montealbano: +Lunga è la istoria, ed il camin lontano. + +E prima cercarà molte contrate, +Strane aventure e diversi paesi; +Ma il tutto contaremo in brevitate +E con tal modo che seremo intesi; +E mostraremo il pregio e la bontate +De Iroldo e de Prasildo, e duo cortesi, +La possa de Dudone, il baron saldo, +Che tutti son compagni di Ranaldo. + +Erano a piedi quei quattro baroni, +De piastre e maglia tutti quanti armati, +(Perduti aveano al ponte e lor ronzoni, +Quando nel lago fôrno trabuccati), +Onde ridendo e con dolci sermoni +Tra lor scherzando se fôrno invïati, +E la fatica de la lunga via +Minor li pare essendo in compagnia. + +Ed era già passato il quinto giorno +Poi che lasciarno quel loco incantato, +Quando da lunge odîr suonare un corno +Sopra ad un castello alto e ben murato. +Nel monte era il castello, e poi d'intorno +Avea gran piano, e tutto era de un prato; +Intorno al prato un bel fiume circonda: +Mai non se vidde cosa più ioconda. + +L'acqua era chiara a meraviglia e bella, +Ma non si può vargar, tanto è corrente. +A l'altra ripa stava una donzella +Vestita a bianco e con faccia ridente; +Sopra a la poppa d'una navicella +Diceva: - O cavallieri, o bella gente, +Se vi piace passare, entrati in barca, +Però che altrove il fiume non si varca. - + +E cavallier, che avean molto desire +Di passare oltra e prender suo vïaggio, +La ringraziarno di tal proferire, +E travargarno il fiume a quel passaggio. +Disse la dama nel lor dipartire: +- Da l'altro lato si paga il pedaggio, +Né mai de quindi uscir se può, se prima +A quella rocca non saliti in cima. + +Perché questa acqua che qua giù discende +Vien da due fonte da quel poggio altano, +E da l'un lato a l'altro se distende, +Tanto che cinge intorno questo piano; +Sì che uscir non si può chi non ascende +A far prima ragion col castellano, +Ove bisogna avere ardita fronte: +Eccovi lui, che fuora esce del ponte. - + +Così dicendo li mostrava a dito +Una gran gente che del ponte usciva. +Alcun de' nostri non fo sbigotito; +La gente armata sopra al piano ariva. +Ranaldo è avanti, il cavalliero ardito, +E ben ciascun de gli altri lo seguiva; +Con le spade impugnate e' scudi in braccio +Ben se apprestarno uscir de tal impaccio. + +Era tra quella gente un bel vecchione, +Che a tutti gli altri ne venìa davante, +Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone. +Costui con voce queta e bon sembiante +Disse: - Sappiati voi, gentil persone, +Che questa è terra del re Manodante, +Ove ora entrasti, e non potresti uscire +Se non volesti un giorno a lui servire. + +E quel servigio è di cotal manera +Quale io vi contarò, se me ascoltati. +Ove discende al mar questa rivera +Son duo castelli a un ponte edificati; +Ivi dimora una persona fiera, +Che molti cavallieri ha dissipati: +Balisardo se appella quel gigante, +Malvaggio, incantatore e negromante. + +Re Manodante lo voria pregione, +Perché al suo regno ha fatto assai dannaggio, +Ed ha ordinato che ciascun barone +Che varca al passo di quel bel rivaggio, +Promette stare un giorno al parangone, +Sin che sia preso o prenda quel malvaggio; +Onde anco a voi là giuso convien gire, +O in questo prato di fame morire. - + +Disse Ranaldo: - Là vogliamo andare, +Né andiamo cercando altro che battaglia; +Ed io questo gigante vo' pigliare, +E manco il stimo che un fascio de paglia; +E incanti incanta pur, se sa incantare, +Ché non trovarà verso che li vaglia. +Or facce pur guidar via senza tardo, +Sì che io me azuffi a questo Balisardo. - + +Il castellano senza altra risposta +Chiamò la dama de bianco vestita, +Ed a lei disse: - Fa che senza sosta +Tu porti al ponte questa gente ardita. - +Ella ben presto alla ripa s'accosta, +E sorridendo quei baroni invita +Ad entrar ne la nave picciolina: +Lor saltâr dentro, e lei gioso camina. + +Giù per quella acqua come una saetta +Fo giù la barca dal fiume portata, +Di qua di là girando la isoletta; +Pur se piegarno al mar l'ultima fiata, +Là dove del gran ponte ebber vedetta, +Che avea tra due castelle alta murata, +E sopra a l'arco di quella gran foce +Sta Balisardo, saracin feroce. + +Proprio un fuste de torre a mezo il ponte +Sembrava quel pagan di cui ragiono, +Barbuto in faccia e crudo nella fronte; +Il crido de sua voce parea un trono. +Convien che altrove il tutto ve raconte, +Ché al presente al fin del canto sono; +Ne l'altro contarò tal meraviglia, +Che altra nel mondo a quella non somiglia. + +Canto decimo + +Se onor di corte e di cavalleria +Può dar diletto a l'animo virile, +A voi dilettarà l'istoria mia, +Gente legiadra, nobile e gentile, +Che seguite ardimento e cortesia, +La qual mai non dimora in petto vile. +Venite ed ascoltati lo mio canto, +De li antiqui baroni il pregio e il vanto. + +Tirative davanti ed ascoltate +Le eccelse prove de' bon cavallieri, +Che avean cotanto ardire e tal bontate +Che ne' perigli devenian più fieri. +Vince ogni cosa la animositate, +E la fortuna aiuta volentieri +Qualunche cerca de aiutar se stesso, +Come veduto abbiam lo esempio spesso. + +E nel presente dico de Ranaldo, +Che, essendo apena de un periglio uscito, +A sotto entrare a l'altro era più caldo, +Né se fu per incanto sbigotito. +Benché Aridano, il saracin ribaldo, +Lo avesse già per tale arte schernito, +Con Balisardo or torna al parangone, +Spezzando incanto ed ogni fatasone. + +Come io ve dissi nel canto passato, +Là giù per l'acqua il paladin sicuro +Alla foce del fiume fu portato, +Ove tra due castella è lo gran muro; +E come vidde quel dismisurato, +Qual sopra 'l ponte con sembiante scuro +Strideva in voce di tanta roina, +Che ne tremava il fiume e la marina. + +Ciascun de quei baron che lo han veduto, +De azuffarse con lui prese disio, +Benché fusse tanto alto e sì membruto, +E nel sembiante sì superbo e rio. +Sopra l'arco del ponte era venuto +Quel maledetto e sprezzator di Dio, +Sol per veder chi fusse questa gente +Che giù callava per l'acqua corrente. + +Quando la dama il vide da lontano, +Pallida in viso venne come terra, +E dal timone abandonò la mano, +Tanta paura l'animo li afferra; +Ma Dudon franco e il sir di Montealbano +E gli altri dui, che han voglia di far guerra, +Lasciâr la dama né morta né viva, +E for di barca uscirno in su la riva. + +Longi al primo castel forse una arcata +Smontarno a terra e franchi campïoni, +E caminando gionsero all'entrata, +Che avea a tre porte grossi torrïoni: +Ma dentro non appare anima nata, +Giù ne la strata, o sopra nei balconi; +Senza trovar persone andarno avante +Sino al gran ponte; e quivi era il gigante. + +Entro le due castelle il fiume corre, +L'arco del ponte sopra a lui voltava, +Ed avea ad ogni lato una alta torre; +In mezzo Balisardo aponto stava, +Né se potrebbe a sua persona apporre, +Né a l'armatura che in dosso portava. +Gigante non fu mai di meglior taglia, +Coperto è a piastre ed a minuta maglia. + +Forbite eran le piastre e luminose, +E questa maglia relucente e d'oro, +Con tante perle e pietre prezïose, +Che 'l mondo non avea più bel tesoro. +Ora torniamo alle gente animose, +Dico a' nostri baron, che ogniom di loro, +Volontaroso e di animo più fiero, +Vôle azuffarse ed esser il primiero. + +Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco, +E fo percosso dal gigante e preso, +E Prasildo ancor lui pur durò poco, +E fu nel fine a Balisardo reso. +Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco, +D'ira nel core e di furore acceso; +Ma quel gigante ne menò prigioni +Di là dal ponte e duo franchi baroni. + +Poi tornò fuora squassando il bastone, +E minacciando pugna adimandava. +Allor se mosse il franco fio de Amone, +E con roina adosso a lui ne andava; +Ma avanti ingenocchiato avea Dudone, +Che per mercede e grazia dimandava +De gir primo de lui nel ponte avante +A far battaglia contra a quel gigante. + +Ranaldo consentì mal volentiera, +Ma pur non seppe a' soi colpi disdire. +Questa baruffa fia d'altra maniera +Che le passate, e de un altro ferire, +Né passarà la cosa sì legiera +Come le due davante, vi so dire; +Però che 'l giovanetto de cui parlo, +È di gran pregio nei baron di Carlo. + +Turpin loda Dudone in sua scrittura +Tra' primi cavallier di quella corte; +E quasi era gigante di statura, +Destro e legiero, a meraviglia forte, +E con sua mazza ponderosa e dura +A molti saracin dette la morte: +Ma poi di tal bontà si dava il vanto, +Che era appellato in sopranome il Santo. + +Or sopra il ponte il campïon se caccia, +Di piastra e maglia armato e ben coperto; +E Balisardo il forte scudo imbraccia, +Come colui che è di battaglia esperto. +L'uno e l'altro di loro avea la maccia, +Sì che un bel gioco cominciâr di certo, +Menando botte de sì gran fraccasso +Che 'l fiume risuonava al fondo basso. + +Feritte a lui Dudon sopra la testa, +E ruppe il cerchio a quello elmo forbito, +E fu il gran colpo di tanta tempesta, +Che Balisardo cadde sbalordito. +Dudon mena a due mane, e non s'arresta +Sopra il pagano il giovanetto ardito; +Gionse nel scudo, che è d'argento fino, +Tutto lo aperse il franco paladino. + +Ma, come fusse dal sonno svegliato +Per l'altro colpo, il saracino altiero +Salta di terra, e subito è dricciato +Ed alla zuffa ritornò primiero. +Mena a Dudone, e gionselo al costato +Col suo baston, che già non è ligiero, +Anci è ben cento libre e più de peso: +Cadde alla terra il giovane disteso. + +Per quel gran colpo andò Dudone a terra, +E non poteva trare il fiato apena, +Ma non per questo abandonò la guerra, +Come colui che avea soperchia lena; +Presto se riccia e la sua mazza afferra, +Sopra de l'elmo a Balisardo mena, +E la farsata al capo ben gli accosta, +Poi che adocchiato ha sempre quella posta. + +Sempre alla testa toccava Dudone, +Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia; +E quel menava ancora il suo bastone, +Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia. +Risuona il celo alla cruda tenzone, +E par che 'l mondo a foco se disfaccia: +Quando l'un l'altro ben fermo se ariva, +Tra ferro e ferro accende fiama viva. + +Tira Dudone adosso a quel malvaso, +Sopra il frontale ad ambe mani il tocca; +Roppe ad un colpo tutto quanto il naso, +E ben tre denti li cacciò di bocca. +Senza sapone il mento gli ebbe raso, +Perché la barba al petto gli dirocca, +E menò il tratto sì dolce e ligiero, +Che seco trasse il zuffo tutto intiero. + +Quando se vidde il falso Balisardo +De una percossa tanto danneggiare, +Poi che il franco Dudone è sì gagliardo +Che a sua prodezza non puotea durare, +Verso l'alto castel fece riguardo, +E prestamente se ebbe a rivoltare; +Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa, +E per il ponte via fuggendo passa. + +Segue Dudone e nel castel se caccia, +Ché non temeva il giovane altro scorno. +Come fu dentro, gionse entro una piaccia +Edificata di colonne intorno, +Con volte alte e dorate in ogni faccia. +Il sôl di sotto è di marmoro adorno, +Né persona si vede in verun lato +Fuor che 'l gigante, che è già disarmato. + +Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente, +E tutto quanto ignudo se mostrava, +Ed avea il collo e il capo di serpente, +E 'l resto a poco a poco tramutava. +Ambe le braccia fece ale patente, +E l'una gamba e l'altra se avingiava, +E fiersi coda; e poi d'ogni gallone +Uscirno branche armate e grande ongione. + +Mutato, come io dico, a poco a poco, +Tutto era drago il perfido gigante, +Gettando per l'orecchie e bocca foco, +Con tal romore e con fiaccole tante, +Che le muraglie intorno di quel loco +Pareano incese a fiamma tutte quante. +Ben puotea fare a ciascadun paura, +Perché era grande e sozzo oltra misura. + +Ma non smarritte la persona franca +Del giovanetto, degno d'ogni loda. +Viensene il drago e nel scudo lo branca, +E per le gambe volta la gran coda, +Sì che, prendendo intorno ciascuna anca, +Giù per le coscie insino ai piè l'annoda; +Non se spaventa per questo Dudone, +Getta la mazza e prende quel dragone. + +Nel collo il prese, a presso de la testa, +Ad ambe mani, e sì forte l'afferra, +Che a quella bestia, che è tanto robesta, +Il fiato quasi e l'anima gli serra. +Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta +Lo gira ad alto e trallo in su la terra, +Che era la strata a pietra marmorina; +Sopra vi batte il drago a gran roina. + +Là dove gionse, se aperse la piaccia, +Tutto si fese il marmo da quel lato; +Sotto la terra il serpente se caccia, +Benché di fora è subito tornato. +Ma già cangiata avea persona e faccia, +Ed era istranamente trasformato, +Ché il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale: +Mai non se vidde il più crudo animale. + +Fatto avea il capo de porco salvatico +Costui, che in ogni forma sapea vivere, +E non serìa poeta, né grammatico +Che lo sapesse a ponto ben descrivere. +Ora, ben che de ciò poco sia pratico, +Dal muso al piè convien che tutto il livere: +Poi che io cominciai sua forma a dire, +Come era fatto vi voglio seguire. + +Lunghi duo palmi avea ciascadun dente +E gli occhi accesi de una luce rossa, +Piloso il busto e d'orso veramente, +Con le zampe adongiate e di gran possa; +La coda ritenuta ha di serpente, +Sei braccia lunga ed a bastanza grossa; +L'ale avea grande e la testa cornuta: +Più strana bestia mai non fu veduta. + +Venne mugiando adosso al giovanetto, +Né lui per tema le spalle rivolse, +Ma ben coperse sotto il scudo il petto, +E prestamente in man sua mazza tolse. +Or gionse il negromante maledetto, +E con le corne a mezo il scudo acolse; +Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre, +E lui disteso abatte in su le lastre. + +Subitamente si fu rilevato, +Sì come cadde il giovanetto franco; +Ma quel malvagio che era tramutato, +Per lo traverso lo ferì nel fianco. +Con uno dente il gionse nel costato, +Sì che gli fece il fiato venir manco; +Il fiato venne manco e crebbe l'ira: +Alcia la mazza ad ambe mane e tira. + +Sopra del capo a l'animal diverso +Tira sua mazza il paladino adorno; +Dal destro lato il gionse de roverso, +E con fraccasso manda a terra un corno. +Or ben si tiene Balisardo perso, +E per la loggia va fuggendo intorno; +Per le colonne d'intorno alla piazza +Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza. + +Battendo l'ale basso basso giva, +Né mai spiccava da terra le piante; +Così fuggendo, a la marina usciva +Fuor del castello; ed ecco in quello istante +Una alta nave dentro al porto ariva. +Sopra di quella il falso negromante +Fu prestamente de un salto passato; +E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato. + +Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato, +Proprio alla prora stava un laccio teso, +Ove Dudone intrando fu incappato, +Né so a qual modo subito fu preso; +E per ambe le braccia incatenato, +Sotto la poppa fu posto di peso +Da molti marinari e dal parone; +Or più di lui non dico, che è pregione. + +De Balisardo voglio racontare, +Che nella forma sua presto tornò, +E fece il giovanetto disarmare, +Poi di quelle arme tutto se adobbò. +Proprio Dudone alla sembianza pare; +Prese la mazza e il suo baston lasciò, +E se cambiò la voce e la fazione, +Che ogniom direbbe: "Egli è proprio Dudone." + +Con tal fazione il perfido ribaldo +Passò il primo castello, e nel secondo +Vicino al ponte ritrovò Ranaldo, +Che lo aspettava irato e furibondo. +Ma, come il vidde, il dimandò di saldo +Se Balisardo avea tratto del mondo, +Perché lui crede senza altra mancanza +Ch'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza. + +E quel rispose: - Il gigante è fuggito, +Ed io gli ho dato tre miglia la caccia. +Prima l'aveva nel capo ferito, +E rotto il muso e 'l mento con la faccia: +Fuor della rocca l'ho sempre seguito, +Sino ad un fiume largo cento braccia. +Dentro a quella acqua se gettò il malvaso, +Ove ogni altro che lui serìa rimaso. + +Ma non te sapria dir per qual ragione +A l'altra ripa lo viddi passato, +Là dove stava Iroldo, che è pregione, +E Prasildo, che apresso era legato. +Ambo gli viddi sotto al pavaglione, +Là dove Balisardo era fermato, +Ma non mi dette il core a trapassare +L'acqua, che al corso una roina pare. - + +Ranaldo non lasciò più oltra dire, +Ma sopra il ponte subito è passato, +A lui dicendo: - Io voglio anzi morire, +Che vivo rimaner vituperato; +Né mai nel mondo se puotrà sentire +Ch'io abbi un mio compagno abandonato, +Sì come tu facesti, omo da poco, +Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? - + +Mostrò il gigante in forma de Dudone +Forte adirarse per queste parole, +Onde rispose: - Paccio da bastone! +Ché sempre alla tua vita fusti un fole, +E stimi esser tenuto un campïone +Con questo tuo zanzare; altro ci vôle +Che per se stesso tenersi valente +Stimando gli altri poco e da nïente. + +Or vanne tu, ch'io non voglio venire, +E varca il fiume, poi che sai natare. - +Ranaldo, non curando del suo dire, +Subitamente il ponte ebbe a passare. +Lasciollo Balisardo alquanto gire, +Mostrando a quella porta riposare; +Poi di nascoso il falso malandrino +Per darli morte prese il mal camino. + +Per l'altra strata lui gionse improviso, +E ferì del bastone ad ambe mano; +Né già se gli mostrò davanti al viso, +Anci alle spalle il perfido pagano, +E ben credette de averlo conquiso, +E roïnarlo a quel sol colpo al piano; +Ma lui, che avea possanza smisurata, +Non andò a terra per quella mazzata. + +Anci se volse, e con voce cortese +Dicea: - Fanciullo, ora che credi fare? +Se io non guardassi al tuo padre Danese, +Sotto la terra ti farebbi entrare. +Vanne in malora e cerca altro paese! - +Così dicendo s'ebbe a rivoltare, +Ma nel voltarsi il saracin fellone +Sopra la coppa il gionse del bastone. + +Ranaldo se avampò nel viso de ira, +E disse: - Testimonio il ciel mi sia, +Che contra al mio voler costui mi tira +A darli morte sol per sua folìa. - +Così parlando di pietà sospira, +Tanto lo stringe amore e cortesia; +Benché dritta ragione e sua diffesa +Lo riscaldasse alla mortal impresa. + +Trasse Fusberta e cominciò la zuffa, +Com' quel che crede che lui sia Dudone. +Or s'io vi conto come se ribuffa +L'un colla spata e l'altro col bastone, +E tutti e colpi di quella baruffa, +Che ben durò cinque ore alla tenzone, +A ricontarvi tutto io staria tanto, +Che avria finito questo e un altro canto. + +Ma per conclusïon vi dico in breve: +Benché il gigante sia de ardire acceso, +E l'abbi quel baston cotanto greve, +Che un altro non fu mai de cotal peso, +Pure alla fine, come un om di neve, +Serebbe da Ranaldo morto o preso, +Se per incanto o per negromanzia +Non ritrovasse al suo scampo altra via. + +Perché in cento maniere Balisardo +Se tramutava per incantamento; +Fiesse pantera con terribil guardo, +Ed altre bestie assai di gran spavento. +Tramutosse in ïena, in camelpardo, +E in tigro, ch'è sì fiero e sì depento, +E fie' battaglia in forma de griffone, +De cocodrillo e in mille altre fazone. + +E dimostrosse ancor tutto de foco, +Qual sfavillava come de fornace. +Ranaldo, in cui dotanza non ha loco, +Saltò nel mezo, il paladino audace, +E la rovente fiamma estima poco, +Ma con Fusberta tutta la disface; +E già trenta ferite ha quel pagano, +Benché più volte è tramutato invano. + +Al fin tutto deserto e sanguinoso +Fuor della porta se pose a fuggire; +Or sendo occello, ora animal peloso, +E in tante forme ch'io non saprei dire. +Ranaldo sempre il segue furïoso, +Che destinato è di farlo morire. +Già sono alla marina; senza tardo +Sopra alla nave salta Balisardo. + +Dalla ripa alla nave è poco spaccio, +De un salto Balisardo fu passato; +E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio, +Dietro gli salta tutto quanto armato; +E nella intrata se incappò nel laccio, +Ove Dudone prima fu pigliato. +Sue braccie e gambe avengia una catena; +Ben se dibatte invano e si dimena. + +Non valse il dimenar, ché preso fu +Da duo poltron coperti de pedocchi, +E sotto poppa lo menarno giù, +Là dove il sole gli abagliava gli occhi. +Tre onze avrà Ranaldo e non già più +De biscotella, che è senza fenocchi, +Vivendo a pasto come un Fiorentino, +Né brïaco serà per troppo vino. + +In cotal modo stette un mezo mese, +Incatenato per piedi e per mane, +Con altre gente che seco eran prese, +Dico e compagni e più persone istrane; +Sin che arivarno a l'ultimo paese +De Manodante, a l'Isole Lontane, +Ove furno alloggiati a una pregione +Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone. + +Ben forte il guardïan dentro gli serra, +Ma ciascuno avea prima dislegato. +Molta altra gente quivi eran per terra +Giacendo e in piede, d'intorno e da lato; +Tra questi stava Astolfo de Anghilterra, +Che pur da Balisardo fu pigliato; +El modo a dir serìa lunga novella, +Perché lo prese in forma de donzella. + +Quando partisse là dove Aridano +Cadette con Ranaldo a quel profondo, +Lui con Baiardo e il destrier Rabicano +E con due dame andò cercando il mondo, +Sempre piangendo e sospirando invano, +Poi che ha perduto il suo cugin iocondo; +E così caminando gionse un giorno +Ove al castello odì suonare il corno: + +A quel castello ove era la riviera +Che al verde piano intorno lo girava; +E quella dama, che era passaggiera, +Da Balisardo al ponte lo guidava. +Quivi fu preso per strana maniera, +Ché in forma de donzella lo gabbava: +Or non vi è tempo racontarvi il tutto +Come in la nave al laccio fu condutto. + +Però che mi conviene ora tornare +Al conte Orlando, qual, come io contai, +Volse questi compagni abandonare, +Sol per colei che gli dona tal guai, +Che giorni e notte nol lascia posare; +E quel pensier non l'abandona mai, +Ma sempre a rivederla lo retira: +Sol di lei pensa e sol per lei sospira. + +Con Brandimarte il franco paladino +A rivedere Angelica tornava, +E per contar che strutto avea il giardino, +Ed esser presto se altro comandava. +Al terzo giorno di questo camino, +Che 'l sole a ponto alora si levava, +Trovarno a lato un fiume una pianura +Tutta di prato e di bella verdura. + +Stative queti, se voleti odire +De' duo che ritrovarno in questo loco, +Che l'un sapea cacciar, l'altro fuggire: +A riguardarli mai non fu tal gioco. +Or chi fosser costoro io vo' dire, +Se ve amentati della istoria un poco, +Quando a Marfisa quel ladro africano +Tolse, Brunello, il bon brando di mano. + +E lei seguìto l'ha sino a quel giorno, +E de impiccarlo sempre lo minaccia. +Lui la beffava ogniora con gran scorno, +E cento fiche gli avea fatto in faccia. +A suo diletto la menava intorno, +Già sei giornate gli ha dato la caccia; +Esso, per darle più battaglia e pena, +Sol per gabbarla dietro se la mena. + +Lui ben serìa scampato de legiero, +Che a gran fatica pur l'avria veduto, +Però che egli era sopra quel destriero +Che un altro non fu mai cotanto arguto; +Né credo che a contarvi sia mestiero, +Come l'avesse l'Africano avuto: +Alor che ad Albracà se fu condotto, +A Sacripante lo involò di sotto. + +Or, come io dico, sempre intorno giva, +Beffando con più scherni la regina; +E lei di mal talento lo seguiva, +Perché pigliarlo al tutto se destina. +Trista sua vita se adosso gli ariva! +Ché lo fraccasserà con tal ruina, +Che il capo, il collo, il petto e la corata +Tutte fian peste sol de una guanzata. + +A questa cosa sopragionse Orlando, +Come io vi dissi, insieme e Brandimarte, +E l'uno e l'altro alquanto remirando, +Senza fare altro, se tirarno in parte. +Or, bei segnori, a voi mi racomando, +Compìto ha questo canto le sue carte, +Ed io per veritate aggio compreso +Che il troppo lungo dir sempre è ripreso. + +Canto decimoprimo + +Gente cortese, che quivi de intorno +Seti adunati sol per ascoltare, +Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno +Vostra ventura venga a megliorare; +Ed io cantando a ricontar ritorno +La bella istoria, e voglio seguitare +Ove io lasciai Marfisa sopra al piano, +Che è posta in caccia dietro allo Africano: + +Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello, +Che già dal re Agramante fu mandato +Per involar de Angelica lo annello; +Ma lui più fie' che non fu comandato, +Perché un destriero il falso ribaldello +De sotto a Sacripante avea levato, +Ed a Marfisa di man tolse il brando; +So che sapeti il tutto, e come, e quando. + +E lei, che a meraviglia era superba, +Sì come già più volte aveti inteso, +L'avea seguito in quel gran prato de erba +Già da sei giorni, ed anco non l'ha preso; +Onde di sdegno la donzella acerba +Se consumava ne l'animo acceso, +Poi che con tante beffe e tanto scorno +Li agira il capo quel giottone intorno. + +Perché, fuggendo e mostrando paura, +Gli stava avanti e non si dilungava; +Ed or, voltando per quella pianura, +Spesso alle spalle ancor se gli trovava; +E per mostrar di lei più poca cura, +La giuppa sopra al capo rivoltava, +E poi se alciava (intenditime bene) +Mostrando il nudo sotto dalle rene. + +Il conte Orlando, che stava da parte +E cognosciuta avea prima Marfisa, +Mirando l'atto, ed esso e Brandimarte +Di quel giottone insieme fier' gran risa; +Ma la regina per forza o per arte +Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa, +Per far de tanti oltraggi alfin vendetta: +E lui fuggendo sembra una saetta. + +Fuggeva, spesso il capo rivoltando, +E truffava di lengua e delle ciglia. +Nel passar di traverso vidde Orlando, +E di torli qualcosa se assotiglia. +L'occhio gli corse incontinenti al brando, +Che fu già fatto con tal meraviglia +Da Falerina de Orgagna al giardino: +Brando nel mondo mai fu tanto fino. + +Egli era bello e tutto lavorato +D'oro e de perle e de diamanti intorno: +Ben si serebbe il ladro disperato, +Se avuto non avesse il brando adorno. +Subitamente lo trasse da lato; +Mai non se vidde al mondo maggior scorno, +Ché 'l ladro passa e crida al conte: - Ascolta, +Io torno per il corno a l'altra volta. - + +Del brando non se avidde alora il conte, +Ma alla minaccia sol del corno attese. +Quel corno de cui parlo, fu de Almonte, +Che il trasse a uno elefante in suo paese, +Poi lo perse morendo in Aspramonte +(Sì come io credo che vi sia palese), +Allor che Brigliadoro e Durindana +Acquistò Orlando sopra alla fontana. + +Come la vita il conte l'avea caro, +Però lo prese prestamente in mano; +Ma non valse a tenerlo alcun riparo, +Tanto è malvaggio quel ladro Africano. +E ben che aponto io non sappia dir chiaro +Come passasse il fatto in su quel piano, +Pur vi concludo senza diceria +Che 'l ladro tolse il corno e fuggì via. + +Benché Marfisa l'ha sempre seguito, +Lui ne va via col corno e con la spata. +Quivi rimase il conte sbigotito, +Né sa come la cosa sia passata. +Già de sua vista è quel ladro partito, +Con Marfisa alle spalle tutta fiata; +Né lui, né Brandimarte ormai lo vede, +Né lo posson seguir, ché sono a piede. + +Onde, biasmando tal disaventura, +Via se ne vanno, e non san che se fare. +Ciascuno aveva indosso l'armatura, +Che a piede è mala cosa da portare. +Or, caminando per quella pianura, +Sopra de un fiume vennero arivare. +Oltre a quella acqua, in un bel prato piano, +Stava una dama col destriero a mano. + +Da l'altra ripa, aponto ove si varca, +Era la dama del destrier discesa; +In mezo il fiume, sopra de una barca, +Un'altra dama avea seco contesa. +Quella di là quest'altra molto incarca +De biasmi, e de ogni inganno l'ha ripresa, +- Perfida, - a lei dicendo - a che cagione +M'hai qua passata a ponermi in pregione? - + +Altre parole usarno ancor tra loro, +Sì come l'una dama a l'altra dice. +Mentre che contendeano a tal lavoro, +Orlando gionse in su quella pendice, +Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro, +Che già gli tolse quella traditrice; +Non so se aveti alla istoria il pensiero, +Quando Origilla a lui tolse il destriero. + +Quella Origilla che già sopra al pino +Si stava impesa per le chiome al vento, +E poi, campata dal bon paladino, +Gli tolse Brigliadoro a tradimento; +Né molto dopo in Orgagna al giardino, +Ove fu l'opra dello incantamento, +Di novo ancor la perfida villana +Li tolse il bon destriero e Durindana. + +Orlando quivi la trovò contendere +Con l'altra, come io ho detto pur mo. +Or, bei segnor, voi doveti comprendere +Che la fiumana di cui parlato ho, +È quella ove Ranaldo volse scendere +Con tre compagni, e mai non ritornò, +Ma fu ad inganno ne la nave preso +Da Balisardo, come aveti inteso. + +Sì come il conte vidde la donzella +Che col destriero a l'altra ripa stava, +Amor di novo ancora lo martella, +Né il doppio inganno più si ramentava, +Che gli avea fatto quella anima fella; +Lui fuor di modo più che inanzi amava. +Chiese di grazia a quella passaggiera +Che per mercè lo varca la riviera. + +Ed Origilla, che cognobbe il conte, +Ben se credette alora de morire; +Pallida viene ed abassa la fronte, +E per vergogna non sa che se dire. +Intorno ha il fiume senza varco o ponte, +E gionta è in loco che non può fuggire; +Ma non bisogna a lei questa paura, +Ché Orlando l'ama fuor d'ogni misura. + +E ben ne fece presto dimostranza, +Come a lei gionse, con dolci parole. +Essa piangendo, o facendo sembianza, +Sì come far ciascuna donna suole, +Al conte dimandava perdonanza, +E tanto invilupò frasche e vïole, +Come colei che a frascheggiare era usa, +Che al suo fallire aritrovò la scusa. + +Mentre che fu tra loro il ragionare +Alla riviera sopra al verde piano, +Odirno ad alto un corno risuonare +Del castelletto sopra al poggio altano; +E poi vidderno al ponte giù callare +E scendere alla costa il castellano. +Senz'arme quel vecchione in arcion era, +Ma seco avea d'armati una gran schiera. + +Come fu gionto, al conte fie' riguardo, +E salutollo assai cortesemente; +Poi, sì come era usato, quel vecchiardo +Narrò la loro usanza e conveniente +Del ponte ove dimora Balisardo, +Qual consumata avea cotanta gente; +Come era incantator, falso e ribaldo, +E ciò che prima avea detto a Ranaldo. + +Senza longare in più parole il fatto, +Giù per quel fiume Orlando fu portato, +E seco in nave Brandimarte adatto, +Ed Origilla gli sedea da lato; +E volse il conte sopra ad ogni patto +Che Brigliador ben fusse governato. +Il castellano il tolse, a giuramento +Ciò promettendo; e 'l conte fu contento. + +Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare +E sotto il ponte roïnoso corre, +Già sotto a l'arco Balisardo appare, +Che quasi pareggiava quella torre. +A questo ponto vi serà che fare, +Perché tutto l'inferno all'un soccorre, +E l'altro è sì gagliardo di natura, +Che omo del mondo contra a lui non dura. + +Voi doveti, segnori, avere a mente +Come era fabricata la muraglia +Ove se varca quella acqua corrente: +Quivi discese Orlando alla battaglia. +Sopra alla entrata non era altra gente, +Né porta chiusa avanti, né serraglia. +Poi che fu tutto quel castel passato, +Trovarno al ponte Balisardo armato. + +Benché pregasse Brandimarte assai +Di poter gire alla battaglia avante, +Non volse Orlando aconsentir giamai, +Ma trasse il brando ed isfidò il gigante. +Sua Durindana, come io vi contai, +Ha racquistata il bon conte d'Anglante, +E comencion battaglia aspra e feroce +A mezo il ponte sopra quella foce. + +Or chi sentesse la destruzione +De l'arme rotte, e l'elmi risuonare, +E vedesse il gigante col bastone, +Con Durindana il conte martellare, +E piastre e maglia a gran confusïone +Tirare a terra e per l'aria volare, +Il mondo non ha cor cotanto ardito, +Che a tal furor non fusse sbigotito. + +Ambi gli scudi a quello assalto fiero +Per la più parte a terra erano andati, +Né l'un né l'altro avea in capo cimiero, +Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati; +Né contar ve potrebbi de legiero +Tutti per ponto e colpi smisurati, +Ma sempre al conte cresce ardire e possa, +A l'altro ormai la lena e il fiato ingrossa; + +Ed è ferito ancora in molte parte, +Ma più disconciamente nel costato, +Onde malvaggio torna alle sue arte +Per tramutarse, come era adusato; +L'arme, che intorno avea tagliate e sparte, +Gettarno foco e fiamma in ogni lato, +Facendo sopra loro un fumo scuro; +Tremò la terra in cerco e tutto il muro. + +Lui si fece demonio a poco a poco: +Come un biscione avea la pelle atorno, +Da nove parte fuor gettava il foco, +E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno; +Tutte le membre avea nel primo loco, +Ma sfigurato dalla notte al giorno, +Perché ha la faccia orrenda e tanto scura, +Che puotea porre a ciascadun paura. + +E l'ale grande avea di pipastrello, +E le mane agriffate come uncino, +Li piedi d'oca e le gambe de ocello, +La coda lunga come un babuïno. +Un gran forcato prese in mano il fello, +Con esso vien adosso al paladino, +Soffiando il foco e degrignando e denti, +Con cridi ed urli pien d'alti spaventi. + +Fecesi il conte il segno della croce, +Poi sorridendo disse: - Io me credetti +Già più brutto il demonio e più feroce. +Via nell'inferno va, tra' maledetti, +Là dove è il fuoco eterno che vi coce; +E certo io provarò, se tu me aspetti +Alla battaglia, come sei gagliardo, +O vogli esser demonio, o Balisardo. - + +Così ricominciò nuova tenzone, +Né l'un da l'altro poco s'allontana. +Orlando gionse un colpo nel forcone, +E tutto lo tagliò con Durindana. +Or ben se avidde il perfido giottone +Che non gli può giovar quella arte vana, +Onde si volta e fugge verso il mare; +Battendo l'ale par che aggia a volare. + +Orlando il segue, ed ègli ancor ben presso, +Perché a seguirlo ogni sua forza aguzza; +E Balisardo se afrettava anco esso: +Trista sua vita se ponto scapuzza! +La coda alciava per la strata spesso, +Lasciando vento e foco con gran puzza; +Soffia per tutto, tal spavento il tocca, +La lingua più d'un palmo ha fuor di bocca. + +Brandimarte ancor lui dietro si andava, +Sol per veder di questa cosa il fine. +L'un dopo l'altro correndo arivava +Sopra al bel porto; e tra l'onde marine +Presso la ripa la nave si stava, +Che l'altre gente avea fatte tapine. +Sopra di quella Balisardo passa, +E il conte apresso, che giammai nol lassa. + +Il negromante, che è di mala mena, +D'un salto sopra il laccio fu passato, +Ma il conte trabuccò ne la catena, +E tutto intorno fu presto legato; +Né fu disteso in su la prora apena, +Che e marinari uscirno ad ogni lato. +Tutti cridano insieme col parone: +- Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. - + +Lui se scotteva e già non stava in posa, +Perché esser preso da tal gente agogna, +Morta di fame, nuda e pedocchiosa; +Ma quel che vôl Fortuna, esser bisogna. +Vermiglia avea la faccia come rosa +Il conte Orlando per cotal vergogna; +Due galiofardi grandi l'ebber preso +Sopra alle spalle, e lo portâr di peso. + +Ma Brandimarte gionse in su la riva, +Che, come io dissi, avea questi seguiti; +Quando la voce del suo conte odiva, +Non fôr bisogno a quel soccorso inviti; +Sopra alla nave de un salto saliva, +E quei ribaldi, tutti sbigotiti, +Lasciano Orlando e non san che si fare: +Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare. + +E certo di ragione avean paura, +Ché come al libro de Turpino io lezo, +Duo pezzi fece de uno alla centura, +E partì uno altro nel petto per mezo, +Sì come avesse a ponto la misura. +Lor, ciò mirando e temendo di pezo, +Fuggian ciascun tremando e sbigotito; +Or fuor di novo è Balisardo uscito. + +Fuor della poppa uscì l'alto gigante, +Che in la sua propria forma era tornato; +Le gente della zurma, che eran tante, +Chi se pose a sue spalle, e chi da lato. +L'arme avean ruginente tutte quante, +Quale è discalcio, e quale era strazato, +Ben che sian gente al navicar maestre; +E tutti han tarche e dardi e gran balestre. + +Per Balisardo avean ripreso core, +Cridando tutti insieme la canaglia, +Che non se odì giamai tanto romore. +Nel mezo della nave è la battaglia; +Tra lor dà Brandimarte a gran furore, +Ché tutti non li stima una vil paglia; +Man roverso e man dritto il brando mena: +Tutta la nave è già di sangue piena. + +Così menava Brandimarte ardito, +Fendendo a chi la testa a chi la panza. +Ora ecco Balisardo ebbe cernito, +Che de una torre armata avea sembianza. +Già non bisogna che si mostri a dito, +Ché undeci palmi sopra gli altri avanza; +E Brandimarte verso lui s'accosta, +E dietro a meza coscia il colpo aposta. + +Più basso alquanto il brando fu disceso, +Ché e colpi non si ponno indovinare; +Tagliò le gambe, e cadde. Di quel peso +La nave se piegò per affondare. +Il busto sopra il legno andò disteso, +Ed ambe due le gambe andarno in mare; +Qua non vale arte de negromanzia, +Ché Brandimarte il tocca tuttavia. + +Lui chiamava il demonio con tempesta, +Alïel, Libicocco e Calcabrina; +Ma Brandimarte gli tagliò la testa, +E via nel mar la trasse con roina. +Or se incomincia de' morti la festa +Tra la zurmaglia misera e tapina: +Chi salta in mare, e chi nella carena, +Chi per le corde scappa in su l'antena. + +Tutta la gente misera e diserta +Fu dissipata, come io vi ho contato, +E non rimase sopra la coperta +Se non il conte, che era incatenato, +E Balisardo, concio come il merta, +E Brandimarte, che era già montato +Sopra la poppa, e là trovò il parone, +Che avante a lui se pose ingenocchione, + +Misericordia sempre dimandando, +Ed acquistò perdono umanamente; +E tornò Brandimarte al conte Orlando +E tutto il dislegò subitamente. +Poi col parone entrambi ragionando, +E fatta ritornar quella altra gente, +De ciò che è fatto, non se dànno affanno: +Quei che son morti, lor se ne hanno il danno. + +E poi che insieme fôr pacificati, +Come io ho detto, incominciò il parone: +- Segnori, io so che ve meravigliati, +Ché da meravigliare è ben ragione, +De questo loco ove seti arivati, +Quando per forza de incantazïone +Se facea Balisardo trasformare, +Ch'è quivi occiso, e gettarenlo in mare. + +Perché intendiati il fatto meglio avante, +Il tutto vi farò palese e piano. +Un vecchio re, nomato Manodante, +A Damogir se sta, ne l'occeàno, +Ove adunate ha già ricchezze tante, +Che stimar nol potria lo ingegno umano; +Ma la Fortuna in tutto a compimento +Né lui né altrui giamai fece contento. + +Però che per duo figli il re meschino +È stato e stanne ancora in gran dolore; +Il primo fu involato piccolino +Da un suo schiavo malvaggio e traditore. +Io viddi il schiavo, e nomase Bardino, +Picchiato in faccia e rosso di colore, +Coi denti radi e col naso schiazato: +Portò il fanciullo, e mai non è tornato. + +A l'altro giovanetto ène incontrata, +Come odireti, una sventura strana, +Perché pregione è fatto de una fata. +Non so se odesti mai nomar Morgana; +Quella del giovanetto è inamorata, +Quale ha beltate angelica e soprana, +Per ciò l'ha chiuso in un loco profondo: +Di fuor per forza nol trarebbe il mondo. + +Ma lei fatto have al re promissïone +Lasciare il giovanetto salvo e sano, +Se un cavallier gli può donar pregione, +Che Orlando è nominato, il Cristïano; +Però che un'opra de incantazione, +Fabricata in un corno troppo istrano, +Che serebbe a contar molta lunghezza, +Disfece il cavallier per sua prodezza. + +Onde lo vôl pregione a ogni partito +La fata, e ben lo avrà, s'io non me inganno; +Ma, perché egli è feroce e tanto ardito, +Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno; +Per ciò quel Balisardo che è perito +(Così se n'abbi in sua malora il danno), +Presente il nostro re se dette il vanto +De dargli Orlando preso per incanto. + +Ma sino ad or non gli è venuto fatto, +Benché ha pigliate già gente cotante, +Che io non potrei contarle a verun patto. +Fovi preso un Grifone e uno Aquilante, +Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto, +E fu preso un Ranaldo poco avante, +E seco un altro giovane garzone; +Se ben ramento, egli ha nome Dudone. + +L'altra gente ch'è presa, è molta troppa, +Né mi basta a contarli lo argumento; +Tutti son scritti là sotto la poppa, +E legger vi si pôn, chi n'ha talento. +Ma tante foglie non lascia una pioppa +Là nel novembre, quando soffia il vento, +Quanti ènno e cavallier che quel gigante +Fatto ha condur pregioni a Manodante. - + +Mentre che quel paron così parlava, +Orlando dentro se turbò nel core, +Perché color che costui nominava +Della Cristianitate erano il fiore, +Ed egli ad uno ad un tutti gli amava, +Ed avea di sua presa gran dolore; +E destinò tra sé quel franco sire +De trargli di prigione, o de morire. + +E poi che quel paron si stette queto, +Che alcun di lor più non stava ascoltare, +Parlò con Brandimarte di secreto, +A lui dicendo ciò che voglia fare; +Poi mostrandosi il conte in volto lieto +Prega il paron che lo voglia portare +Avanti al re, però che al suo comando +Gli dava il cor de appresentargli Orlando. + +E così, navicando con bon vento, +Fôrno condutti a l'Isole Lontane; +E quei duo cavallier pien de ardimento +Al re s'appresentarno una dimane +Sopra una sala, che d'oro e d'argento +Era coperta de figure strane; +Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto, +Là dentro era intagliato e posto a smalto. + +Lor fierno la proposta a Manodante, +Contando che per sua deffensïone +Balisardo avean morto, il fier gigante, +Promettendoli Orlando dar pregione. +Per questo gli fu fatto bon sembiante +Ed alloggiati fôrno a una maggione +Ricca, adobbata, lì presso al palagio, +Ove si sterno con diletto ad agio. + +Era con seco la falsa donzella, +Ché 'l conte non la volse mai lasciare, +Qual è tanto fallace e tanto bella, +Quanto di sopra odesti racontare. +Or questa intese tutta la novella +Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare, +Perché qualunche a cui se porta amore +Tra' gli secreti insin de mezo il core. + +Or questa dama assai Grifone amava +(So che il sapeti, ché già lo contai), +E di vederlo tutta sfavillava, +Né d'altro pensa giorno e notte mai; +E ben sa che in pregione ora si stava. +Ma questo canto è stato lungo assai: +Posati alquanto e non fati contese, +Che a dir nell'altro io vi serò cortese. + +Canto decimosecondo + +Stella de amor, che 'l terzo cel governi, +E tu, quinto splendor sì rubicondo, +Che, girando in duo anni e cerchi eterni, +De ogni pigrizia fai digiuno il mondo, +Venga da' corpi vostri alti e superni +Grazia e virtute al mio cantar iocondo, +Sì che lo influsso vostro ora mi vaglia, +Poi ch'io canto de amor e di battaglia. + +L'uno e l'altro esercizio è giovenile, +Nemico di riposo, atto allo affanno; +L'un e l'altro è mestier de omo gentile, +Qual non rifuti la fatica, o il danno; +E questo e quel fa l'animo virile, +A benché al dì de ancòi, se io non m'inganno, +Per verità de l'arme dir vi posso +Che meglio è il ragionar che averle in dosso, + +Poi che quella arte degna ed onorata +Al nostro tempo è gionta tra villani; +Né l'opra più de amore anco è lodata, +Poscia che in tanti affanni e pensier vani, +Senza aver de diletto una giornata, +Si pasce di bel viso e guardi umani; +Come sa dir chi n'ha fatto la prova, +Poca fermezza in donna se ritrova. + +Deh! non guardate, damigelle, al sdegno +Che altrui fa ragionar come gli piace; +Non son tutte le dame poste a un segno, +Però che una è leal, l'altra fallace; +Ed io, per quella che ha il mio core in pegno, +Cheggio mercede a tutte l'altre e pace; +E ciò che sopra ne' miei versi dico, +Per quelle intendo sol dal tempo antico: + +Come Origilla, quella traditrice, +Qual per aver Grifone in sua balìa +(Ché il cor gli ardea d'amor ne la radice) +A Manodante andò, la dama ria; +E ciò che Orlando a lei secreto dice +Per trar fuor quei baron de pregionia, +E le cose ordinate tutte quante, +Lei le rivela e dice a Manodante. + +Quando il re intese che quivi era Orlando, +Nella sua vita mai fu più contento. +Se stesso per letizia dimenando, +Già parli avere il figlio a suo talento; +Ma poi nella sua mente anco pensando +Del cavallier la forza e lo ardimento, +Comprende bene e già veder gli pare +Che nel pigliarlo assai serà che fare. + +Alla donzella fece dar Grifone, +Sì come a lei promesso avea davante, +Ma lui non volse uscir mai de prigione, +Se seco non lasciava anco Aquilante; +E fu lasciato a tal condizïone, +Che loro ed Origilla in quello istante +Si dipartin dal regno alora alora, +Senza più fare in quel loco dimora. + +Così lor se partirno a notte oscura: +Ancor vi contarò del suo vïaggio. +Or torno a Manodante, che ha gran cura +D'aver quel cavallier senza dannaggio, +Perché di sua prodezza avea paura; +Onde fece ordinare un beveraggio, +Che dato a l'omo subito adormenta +Sì come morto, e par che nulla senta. + +A quei baron, che non avean sospetto, +Fu meschiato nel vino a bere a cena, +E poi la notte fôr presi nel letto +E via condotti, né il sentirno a pena; +Però che 'l beveraggio che io vi ho detto, +Sì gli avea tolto del sentir la lena, +Che fôr portati per piedi e per mane, +Né mai svegliarno insino alla dimane. + +Quando se avidder poi quella matina +In un fondo di torre esser legati, +Ben se avisarno che quella fantina +Li avea traditi, essendosi fidati. +- O re del celo, o Vergine regina, - +Diceva il conte - non me abandonati! - +Chiamando tutti e Santi ch'egli adora, +Quanti n'ha il celo e poi degli altri ancora. + +E come se amentava de pittura +A Roma, in Francia, o per altra provenzia, +A quella facea voto, per paura, +De digiunare, o de altra penitenzia. +Esso avea a mente tutta la Scrittura, +De orazïon e salmi ogni scïenzia; +Ciò che sapea, diceva a quella volta, +E Brandimarte sempre mai l'ascolta. + +Era quel Brandimarte saracino, +Ma de ogni legge male instrutto e grosso, +Però che fu adusato piccolino +A cavalcare e portar l'arme in dosso; +Onde, ascoltando adesso il paladino +Che a Dio se aricomanda a più non posso, +Chiamando ciascun Santo benedetto, +Li adimandava quel che avesse detto. + +E benché il conte fosse in tal tormento, +Pur, per salvar quella anima perduta, +Prima narrògli il vecchio Testamento, +E poi perché Dio vôl che quel se muta; +Gli narrò tutto il novo a compimento, +E tanto a quel parlare Idio l'aiuta, +Che tornò Brandimarte alla sua Fede, +E come Orlando drittamente crede. + +Benché lì non se possa battizare, +Pur la credenza avea perfetta e bona, +E poi che alquanto fu stato a pensare, +Verso del conte in tal modo ragiona: +- Tu m'hai voluto l'anima salvare, +Ed io vorei salvar la tua persona, +S'io ne dovessi ancor quivi morire; +Or se 'l te piace, il modo pôi odire. + +Tu dèi comprender così ben come io, +Che per te solo è fatta questa presa, +Perché tra Saracini èi tanto rio, +E de Cristianità sola diffesa. +Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio, +Non avendo altri questa cosa intesa, +Né essendo alcun di noi qua cognosciuto, +Forse serai lasciato, io ritenuto. + +Io dirò sempre mai ch'io sono Orlando, +Tu de esser Brandimarte abbi la mente; +Guârti che non errasti ragionando, +Ché guastaresti il fatto incontinente. +Ma, se esci fuore, a te mi racomando: +Cerca di trarme del loco presente; +E se io morissi al fondo dove io sono, +Prega per l'alma mia tu che sei bono. - + +Quasi piangendo quel baron soprano +In cotal modo il suo parlar finia. +Allora il conte, che era tanto umano: +- Non piaccia a Dio, - dicea - che questo sia! +Speranza ha ciascadun ch'è Cristïano, +Nel re del celo e nella Matre pia; +Lui ce trarà per sua mercè de guai, +Ma senza te non uscirò giamai. + +Ma se tu uscissi, io restaria contento, +Pur che tu me prometta tutta fiata, +Per preghi, né minacce, né spavento +De non lasciar la fede che hai pigliata. +La nostra vita è una polvere al vento, +Né se debbe stimar né aver sì grata, +Che per salvarla, on allungarla un poco, +Si danni l'alma nello eterno foco. - + +Diceva Brandimarte: - Alto barone, +Già molte volte odito ho racontare +Che del servigio perde il guiderdone +Colui che for de modo fa pregare; +Io ti cheggio, per Dio di passïone, +Che quel che ho detto, tu lo vogli fare; +E quando far nol vogli, io te prometto +Ch'io tornarò di novo a Macometto. - + +Orlando non rispose a quei sermoni, +Né acconsentitte e non volse desdire. +Eccoti gente armate de ronconi +Che alla pregion la porta fanno aprire. +Diceva il caporale: - O campïoni, +Quale è Orlando di voi, debba venire; +Quel che è desso, lo dica e venga avante, +Ché appresentar conviense a Manodante. - + +Brandimarte rispose incontinente, +Che apena non avea colui parlato; +Il conte Orlando diceva nïente, +Ma sospirando si stava da lato. +Or tolse Brandimarte quella gente, +E così proprio come era legato +(Che far non può diffesa né battaglia) +Al re lo presentò quella sbiraglia. + +Manodante era di natura umano, +Però piacevolmente a parlar prese, +Dicendo: - Ria fortuna e caso istrano +A mio dispetto mi fa discortese; +E ben ch'io sappia che sei cristïano, +Nemico a nostra legge di palese, +Sapendo tua virtute e il tuo valore, +Assai me incresce a non te fare onore. + +Ma la natura mi strenge sì forte +E la compassïon de un mio figliolo, +Che, a dirti presto con parole corte, +A te per lui convien portar il dôlo. +Crudel destino e la malvaggia sorte +De duo mi avea lasciato questo solo; +Dece ed otto anni ha di ponto il garzone: +Morgana entro ad un lago l'ha pregione. + +Questa Morgana è fata del Tesoro; +E perché par che già tu dispregiasti +Non so che cervo che ha le corne d'oro, +E sue aventure e soi incanti li hai guasti, +(Ti debbi ramentar questo lavoro, +Onde ogni breve dir credo che basti), +Per questo te persegue in ogni banda, +E sol de averti a ciascadun dimanda. + +Onde per fare il cambio di mio figlio +In questa notte ti feci pigliare, +E per trare esso di cotal periglio +A quella fata ti voglio mandare; +A benché di vergogna io sia vermiglio, +Pensando ch'io te fo mal capitare, +Sapendo che tu merti onore e pregio; +Ma altro rimedio al suo scampo non vegio. - + +Tenendo il re chinato a terra il viso +Fece fine al suo dir, quasi piangendo. +Rispose Brandimarte: - Ogni tuo aviso +Sempre servire ed obedire intendo, +Se mille miglia ancor fossi diviso +Da questo regno; or tuo pregione essendo, +Disponi a tuo volere ed a tuo modo, +Ch'io vo' di te lodarme ed or mi lodo. + +Ma ben ti prego per summa mercede +Che, potendo campare il tuo figliolo +Per altra forma, come il mio cor crede, +Che tu non me conduchi in tanto dôlo. +Or, se te piace, alquanto ascolta e vede: +Termine da te voglio un mese solo, +E che tu lasci l'altro compagnone, +Ed io starò tra tanto alla pregione, + +Pur che il compagno che meco fo preso, +Subitamente sia da te lasciato. +Sopra alle forche voglio essere impeso, +Se in questo tempo ch'io ho da te pigliato +Non ti è il tuo figliol sano e salvo reso, +Perché in quel loco il cavalliero è stato. +Sopra alla Fede mia questo ti giuro, +Ed andarane e tornarà securo. - + +Queste parole Brandimarte usava +Ed altre molte più che qui non scrivo, +Come colui che molto ben parlava +Ed era in ogni cosa troppo attivo. +Al fin quel vecchio re pur se piegava; +A benché fosse di quel figlio privo, +E lo aspettare a rivederlo un mese +Paresse uno anno, e' pur l'accordio prese. + +Brandimarte si pose ingenocchione, +Il re di questo assai ringrazïando, +E poi fu rimenato alla prigione, +E tratto fuor di quella il conte Orlando. +Or chi direbbe le dolci ragione +Che ferno e due compagni lacrimando, +Allor che il conte convenne partire? +Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire. + +Sapean già il patto com'era fermato, +Che al termine de un mese die' tornare; +Onde, avendo da lui preso combiato, +Con una nave si pose per mare. +In pochi giorni a terra fu portato, +Poi per la ripa prese a caminare, +Dietro a l'arena, per la strata piana, +Tanto che gionse al loco di Morgana. + +Quel che là fece, contarò da poi, +Se la istoria ascoltati tutta quanta: +Ora ritorno a Manodante e' soi. +Chi mena zoia, chi suona e chi canta; +Chi promette a Macon pecore e boi. +Chi darli incenso e chi argento si vanta, +Se gli concede di veder quel giorno +Che Zilïante a lor faccia ritorno. + +Nome avea il giovanetto Zilïante, +Come di sopra in molti lochi ho detto. +A quelle feste che io dico cotante, +Ne la cità per zoia e per diletto +Accese eran le torre tutte quante +De luminari; e su per ciascun tetto +Suonavan trombe e corni e tamburini, +Come il mondo arda e tutto il cel ruini. + +Era là preso Astolfo del re Otone +Con altri assai, sì come aveti odito, +E benché fosse al fondo de un torione, +Pur quello alto rumore avea sentito, +E de ciò dimandando la cagione +A quel che per guardarli è stabilito, +Colui rispose: - Io vi so dir palese +Che indi uscirete in termine de un mese. + +E voglio dirvi il fatto tutto intiero, +Perché più non andati dimandando. +Al nostro re non fa più de mistiero +La presa de' baroni andar cercando, +Però che in corte è preso un cavalliero, +Qual per il mondo è nominato Orlando; +Or potrà aver per contracambio il figlio, +Che è ben di nome e di bellezza un ziglio. + +Ma bene è ver che un cavallier pagano, +Qual mostra esser di lui perfetto amico, +Lasciato fu dal nostro re soprano, +E tornar debbe al termine ch'io dico, +E menar Zilïante a mano a mano, +Benché io non stimo tal promessa un fico; +Ma il re certo avrà il figlio a suo comando, +Se in contraccambio là vi pone Orlando. - + +Astolfo se mutò tutto di faccia +E più di core, odendo racontare +Che il conte era pur gionto a quella traccia, +E il guardïano alor prese a pregare, +- German, - dicendo - per Macon ti piaccia +Una ambasciata a l'alto re portare, +Che sua corona in ciò mi sia cortese, +Ch'io veda Orlando, che è di mio paese. - + +Sempre era Astolfo da ciascuno amato, +Or non bisogna ch'io dica per che; +Onde il messaggio subito fu andato, +E l'ambasciata fece ben al re. +Già Brandimarte prima era lasciato, +Entro una zambra sopra a la sua fè, +Ma disarmato; e sempre mai de intorno +Stava gran guarda tutta notte e 'l giorno. + +Il re ne viene a lui piacevolmente, +E dimandò chi fosse Astolfo e donde; +Turbosse Brandimarte ne la mente, +E, pur pensando, al re nulla risponde, +Perché cognosce ben palesemente +Che, come è giorno, indarno se nasconde, +Onde sua vita tien strutta e diserta, +Poi che la cosa al tutto è discoperta. + +Al fin, per più non far di sé sospetto, +Disse: - Io pensava e penso tuttavia +S'io cognosco l'Astolfo de che hai detto, +Né me ritorna a mente, in fede mia, +Se non ch'io vidi già in Francia un valletto, +Qual pur mi par che cotal nome avia; +Stavasi in corte per paccio palese, +E nomato era il gioculare Anglese. + +Grande era e biondo e di gentile aspetto, +Con bianca faccia e guardatura bruna; +Ma egli avea nel cervello un gran diffetto, +Perché d'ognior che scemava la luna, +Divenia rabbïoso e maledetto, +E più non cognoscea persona alcuna, +Né alor sapea festar, né menar gioco: +Ciascun fuggia da lui come dal foco. - + +- Lui proprio è questo, - disse Manodante +- De sue piacevolezze io voglio odire. - +Così dicendo via mandava un fante, +Che lo facesse alor quindi venire. +Questo, giognendo ad Astolfo davante, +Incontinenti gli cominciò a dire +Sì come il re l'avrebbe molto caro, +Poi che egli era buffone e giocularo, + +E come il cavallier del suo paese, +Quale era Orlando, al re l'have contato. +Astolfo de ira subito s'accese, +E così come egli era infurïato, +Col fante ver la corte il camin prese. +Benché da molti dreto era guardato, +Lui non restava de venir cridando +Per tutto sempre: - Ove è il poltron de Orlando? + +Ov'è, - diceva - ove è questo poltrone, +Che de mi zanza, quella bestia vana? +Mille onze d'oro avria caro un bastone +Per castigar quel figlio de putana. - +Il re con Brandimarte ad un balcone +Odîr la voce ancora assai lontana, +Tanto cridava il duca Astolfo forte +Di dare a Orlando col baston la morte. + +E Brandimarte alor molto contento +Dicea al re: - Per Dio, lasciànlo stare, +Perché ponerà tutti a rio tormento: +Poco de un paccio si può guadagnare. +Adesso in tutto è fuor di sentimento: +Questo è la luna, che debbe scemare; +Io so com'egli è fatto, io l'ho provato: +Tristo colui che se gli trova a lato! - + +- Adunque sia legato molto bene, - +Diceva il re - dapoi qua venga in corte; +Di sua pacìa non voglio portar pene. - +Eccoti Astolfo è già gionto alle porte, +E per la scala su ratto ne viene. +Ma nella sala ogniom cridava forte, +Sergenti e cavallieri in ogni banda: +- Legate il paccio! Il re così comanda. - + +Ma quando Astolfo se vidde legare, +Ed esser reputato per lunatico, +Cominciò l'ira alquanto a rafrenare, +Come colui che pure avea del pratico. +Quando fu gionto, il re prese a parlare +A lui, dicendo: - Molto sei selvatico +Con questo cavallier de tuo paese, +Benché lui sia di Brava, e tu sia Anglese. - + +Astolfo alor, guardando ogni cantone, +- Ma dove è lui - diceva - quel fel guerzo, +Il qual ardisce a dir ch'io son buffone, +Ed egual del mio stato non ha il terzo? +Né lo torria per fante al mio ronzone, +Abench'io creda ch'el dica da scherzo, +Sapendo esso di certo e senza fallo +Che di lui faccio come di vassallo. + +Ove sei tu, bastardo stralunato, +Ch'io te vo' castigar, non so se il credi? - +Il re diceva a lui: - Che sventurato! +Tu l'hai avante, e par che tu nol vedi. - +Alora Astolfo, guardando da lato +E dietro e innanci ogniom da capo a piedi, +Dicea da poi: - Se alcun non l'ha coperto +Di sotto al manto, e' non è qua di certo. + +E tra coteste gente, che son tante, +Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. - +Meravigliando dicea Manodante: +- Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto! +Or non è questo Orlando, che hai davante? +Io credo che sei paccio divenuto. - +E Brandimarte alquanto sbigotito +Pur fa bon volto con parlare ardito, + +Al re dicendo: - Or non sai che al scemare +Che fa la luna, il perde lo intelletto? +Io credea che 'l dovesti ramentare, +Perché poco davante io l'avea detto. - +Alora Astolfo cominciò a cridare: +- Ahi renegato cane e maledetto! +Un calcio ti darò di tal possanza, +Che restarà la scarpa ne la panza. - + +Diceva il re: - Tenitelo ben stretto, +Però che 'l mal li cresce tutta via. - +Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto, +E fu salito in tanta bizaria, +Che minacciava a roïnar il tetto, +E tutta disertar la Pagania, +E cinquecento miglia intorno intorno +Menare a foco e a fiamma in un sol giorno. + +Comandò il re che via fosse condutto; +Ma quando lui se vidde indi menare +Ed esser reputato paccio al tutto, +Cominciò pianamente a ragionare. +Dapoi che non aveva altro redutto, +Con voce bassa il re prese a pregare +Che ancor non fusse de quindi menato, +E mostrarebbe a lui che era ingannato; + +Però che, se mandava alla pregione, +E facesse Ranaldo qua venire, +O veramente il giovane Dudone, +Da lor la verità potrebbe odire; +E che lui volea stare al parangone, +E se mentisse, voleva morire, +Ed esser strascinato a suo comando, +Ché questo è Brandimarte e non Orlando. + +Il re, pur dubitando esser schernito, +Cominciò Brandimarte a riguardare, +Il quale, in viso tutto sbigotito, +Lo fece maggiormente dubitare. +Il cavallier, condutto a tal partito +Che non potea la cosa più negare, +Confessa per se stesso aver ciò fatto, +Acciò che Orlando sia da morte tratto. + +Il re di doglia si straziava il manto +E via pelava sua barba canuta, +Per il suo figlio ch'egli amava tanto; +De averlo è la speranza ormai perduta. +Ne la cità non se ode altro che pianto, +E la allegrezza in gran dolor se muta; +Crida ciascun, come di senno privo, +Che Brandimarte sia squartato vivo. + +Fu preso a furia e posto entro una torre, +Da piedi al capo tutto incatenato; +In quella non se suole alcun mai porre +Che sia per vivo al mondo reputato. +Se Dio per sua pietate non soccorre, +A morir Brandimarte è iudicato. +Astolfo, quando intese il conveniente +Come era stato, assai ne fu dolente. + +E volentier gli avria donato aiuto +De fatti e de parole a suo potere, +Ma quel soccorso tardo era venuto, +Sì come fa chi zanza oltra al dovere. +Quel gentil cavalliero ora è perduto +Per sue parole e suo poco sapere; +Or qui la istoria de costor vi lasso, +E torno al conte, ch'è gionto a quel passo: + +Al passo di Morgana, ove era il lago +E il ponte che vargava la rivera. +Il conte riguardando assai fu vago, +Ché più Aridano il perfido non vi era. +Così mirando vidde morto un drago, +Ed una dama con piatosa ciera +Piangea quel drago morto in su la riva, +Come ella fusse del suo amante priva. + +Orlando se fermò per meraviglia, +Mirando il drago morto e la donzella, +Che era nel viso candida e vermiglia. +Ora ascoltati che strana novella: +La dama il drago morto in braccio piglia, +E con quello entra in una navicella, +Correndo giù per l'acqua alla seconda, +E in mezo il lago aponto se profonda. + +Non dimandati se il conte avea brama +Di saper tutta questa alta aventura. +Ora ecco di traverso una altra dama +Sopra de un palafreno alla pianura. +Come ella vidde il conte, a nome il chiama +Dicendo: - Orlando mio senza paura, +Iddio del paradiso ha ben voluto +Che qua vi trovi per donarmi aiuto. - + +Questa donzella che è quivi arrivata, +Come io vi dico, sopra il palafreno, +Era da un sol sergente accompagnata. +Di lei vi contarò la istoria apieno, +Se tornarete a questa altra giornata, +E di quella del drago più né meno, +Qual profondò nel fiume; or faccio ponto, +Però che al fin del mio cantar son gionto. + +Canto decimoterzo + +Il voler de ciascun molto è diverso: +Chi piace esser soldato, e cui pastore, +Chi dietro a robba, a lo acquistar è perso, +Chi ha diletto di caccia e chi d'amore, +Chi navica per mare e da traverso, +E quale è prete e quale è pescatore; +Questo in palazo vende ogni sua zanza, +Quello è zoioso, e canta e suona e danza. + +A voi piace de odir l'alta prodezza +De' cavalieri antiqui ed onorati, +E 'l piacer vostro vien da gentilezza, +Però che a quel valor ve assimigliati. +Chi virtute non ha, quella non prezza; +Ma voi, che qua de intorno me ascoltati, +Seti de onore e de virtù la gloria, +Però vi piace odir la bella istoria. + +Ed io seguir la voglio ove io lasciai, +Anci tornare a dietro, per chiarire +De le due dame, quale io vi contai; +L'una era al lago, l'altra ebbe a venire. +Or per voi stessi non sapresti mai +Chi fosser queste, non lo odendo dire; +Ma io vi narrerò la cosa piana: +Quella dal drago morto era Morgana, + +E l'altra è Fiordelisa, quella bella +Che fu da Brandimarte tanto amata. +Di questa vi dirò poi la novella, +Ma torno prima a quella della fata; +La qual, perché era de natura fella, +Sopra del lago a quella acqua incantata, +Ove nel fondo fu Aridano occiso, +Aveva poi pigliato uno altro aviso. + +Perché con succi de erbe e de radice +Còlte ne' monti a lume della luna, +E pietre svolte de strana pendice, +Cantando versi per la notte bruna, +Cangiato avea la falsa incantatrice +Quel giovanetto in sua mala fortuna, +Io dico Zilïante, e fatto drago, +Per porlo in guardia al ponte sopra al lago. + +Ed avea tramutata sua figura, +Acciò che quella orribile apparenzia +Sopra del ponte altrui ponga paura; +Ma, fusse o per l'error de sua scienzia, +O per strenger lo incanto oltra misura, +Ebbe il garzone estrema penitenzia, +Perché, come tal forma a ponto prese, +Gettò un gran crido, e morto se distese. + +Onde la fata, che tanto lo amava, +Seco di doglia credette morire; +Però piatosamente lacrimava, +Come ne l'altro canto io vi ebbi a dire, +E con la barca al fondo lo portava, +Per farlo sotto il lago sepelire. +Or più di lei la istoria non divisa, +Ma torna a ricontar de Fiordelisa. + +La qual, sì come Orlando ebbe veduto, +Gli disse: - Idio del cel per sua pietate +Qua te ha mandato per donarmi aiuto, +Sì come avea speranza in veritate. +Or bisognarà ben, baron compiuto, +Che a un tratto mostri tutta tua bontate; +Ma, perché sappi che far ti conviene, +Io narrarò la cosa: intendi bene. + +Dapoi ch'io mi parti' da quello assedio, +Che ancora ad Albracà dimora intorno, +Con superchia fatica e maggior tedio +Cercato ho Brandimarte notte e giorno, +Né a ritrovarlo è mai stato rimedio; +Ed io faceva ad Albracà ritorno, +Per saper se più là sia ricovrato, +Ma nel vïaggio ho poi costui trovato. + +Costui che meco vedi per sargente, +Io l'ho trovato a mezo del camino, +Ed è venuto a dir per accidente +Che portò Brandimarte piccolino, +Qual fu figlio de un re magno e potente; +Ma, come piacque a suo forte destino, +Costui lo tolse a l'Isola Lontana, +E diello al conte de Rocca Silvana. + +Da poi che l'ebbe a quel conte venduto, +Lui pur rimase in casa per servire; +Ma poscia il fanciulletto fu cresciuto, +Venne in gran forza e di soperchio ardire, +E per tutto d'intorno era temuto. +Per questo il conte avanti al suo morire, +Non avendo né moglie né altro erede, +Figlio se il fece e quel castel gli diede. + +Brandimarte da poi per suo valore +Cercato ha il mondo per monte e per piano, +E nella terra per governatore +Lasciò costui che vedi e castellano. +Ora un altro baron pien di furore, +Qual sempre fu crudele ed inumano, +Scoperto a Brandimarte è per nimico: +Rupardo ha nome il cavallier ch'io dico. + +Costui con più sergenti e soi vassalli +Lo assedio ha intorno de Rocca Silvana. +E de assalirla par che mai non calli, +Per ruïnarla tutta in terra piana. +E' crida: "Brandimarte per soi falli +Adesso è preso al lago de Morgana. +Io son per questo a prendervi venuto; +Da lui non aspettati alcuno aiuto." + +Onde costui, che temea de aver morte, +Quando non fosse a quel Rupardo reso +(E d'altra parte ancor gl'incresce forte +Che 'l suo segnor da lui mai fusse offeso), +Con molti incanti fie' gettar le sorte, +Ed ha con quelle ultimamente inteso +Che vero è ciò che dice quel fellone, +E Brandimarte è nel lago in pregione. + +Ora ti prego, conte, se mai grazia +Aver debbe da te nulla donzella, +Che ciò che si può far, per te si fazia, +Tanto che egli esca di questa acqua fella. +Così ti renda ogni tua voglia sazia +Quanto desidri, Angelica la bella; +Così d'amor s'adempia ogni tua brama, +Vivendo al mondo in glorïosa fama. - + +Il conte narrò a lei con brevitate +Di Brandimarte ciò che ne sapea, +E tutte aponto le cose passate, +E come al lago ritornar volea +Per Zilïante trar de aversitate, +Qual l'altra fiata giù lasciato avea, +E poi, per cambio di quel bel garzone, +Trar Brandimarte fuor de la pregione. + +De ciò la dama assai se contentava, +E smontò il palafreno alla rivera; +Standosi ingenocchione il cel guardava, +Divotamente a Dio facea preghiera +Che la ventura che il conte pigliava +Se ritrâsse in bon fine e tutta intiera; +E già alla porta Orlando era arivato: +Ben la sapea, ché prima anco vi è stato. + +Nascosa era la porta dentro a un sasso, +Di fuor tutta coperta a verde spine; +Discese Orlando giù, callando al basso, +Sin che fu gionto della scala al fine; +Poi caminò da un miglio passo passo +Sopra del suol de pietre marmorine, +E gionse nella piazza del tesoro, +Ove è il re fabricato a zoie ed oro. + +Quivi trovò la sedia che Ranaldo +Avea portata già sino alla uscita; +Ora a contarvi più non mi riscaldo +Di questa cosa, ché l'avete odita. +Il conte uscì della piazza di saldo +E gionse nel giardino alla finita, +Ove abita Morgana e fa suo stallo, +Ed è partito al mezo de un cristallo. + +Apresso a quel cristallo è la fontana +(Quel loco un'altra fiata ho ricontato); +A questa fonte ancor stava Morgana, +E Zilïante avea resucitato, +E tratto fuor di quella forma strana. +Più non è drago, ed omo è ritornato; +Ma pur per tema ancora il giovanetto +Parea smarito alquanto nello aspetto. + +La fata pettinava il damigello, +E spesso lo baciava con dolcezza; +Non fu mai depintura di pennello +Qual dimostrasse in sé tanta vaghezza. +Troppo era Zilïante accorto e bello, +Ed esso è in volto pien di gentilezza, +Ligiadro nel vestire e dilicato, +E nel parlar cortese e costumato. + +Però prendea la fata alto solaccio +Mirando come un specchio nel bel viso, +E così avendo il giovanetto in braccio +Gli sembra dimorar nel paradiso. +Standosi lieta e non temendo impaccio, +Orlando gli arivò sopra improviso, +E come quello che l'avea provata, +Non perse il tempo, come a l'altra fiata; + +Ma nella gionta diè de mano al crino, +Che sventillava biondo nella fronte. +Alor la falsa con viso volpino, +Con dolci guardi e con parole pronte +Dimanda perdonanza al paladino +Se mai dispetto gli avea fatto on onte, +E per ogni fatica in suo ristoro +Promette alte ricchezze e gran tesoro. + +Pur che gli lascia il giovanetto amante, +Promette ogni altra cosa alla sua voglia; +Ma il conte sol dimanda Zilïante +E stima tutto il resto una vil foglia. +Or chi direbbe le parole tante, +Il lamentare e i pianti pien di doglia, +Che faceva Morgana in questa volta? +Ma nulla giova: il conte non l'ascolta. + +Ed ha già preso Zilïante a mano, +E fora del giardin con esso viene, +Né della fata teme incanto istrano, +Poi che nel zuffo ben presa la tiene. +Lei pur se dole e se lamenta invano, +E non trova soccorso alle sue pene; +Ora lusinga, or prega ed or minazza, +Ma il conte tace e vien dritto alla piazza. + +Quella passarno, e cominciarno a gire +Su per la scala e tra que' sassi duri, +E quando furno a ponto per uscire +Fuor della porta e de quei lochi oscuri, +Allora il conte a lei cominciò a dire: +- Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri +Per lo Demogorgone a compimento +Mai non mi fare oltraggio o impedimento. - + +Sopra ogni fata è quel Demogorgone +(Non so se mai lo odisti racontare), +E iudica tra loro e fa ragione, +E quello piace a lui, può di lor fare. +La notte se cavalca ad un montone, +Travarca le montagne e passa il mare, +E strigie e fate e fantasime vane +Batte con serpi vive ogni dimane. + +Se le ritrova la dimane al mondo, +Perché non ponno al giorno comparire, +Tanto le batte a colpo furibondo, +Che volentier vorian poter morire. +Or le incatena giù nel mar profondo, +Or sopra al vento scalcie le fa gire, +Or per il foco dietro a sé le mena, +A cui dà questa, a cui quella altra pena. + +E però il conte scongiurò la fata +Per quel Demogorgon che è suo segnore, +La qual rimase tutta spaventata, +E fece il giuramento in gran timore. +Fuggì nel fondo, poi che fu lasciata; +Orlando e Zilïante uscirno fuore, +E trovâr Fiordelisa ingenocchione, +Che ancor pregava con divozïone. + +Lei, poi che entrambi fuor li vide usciti, +Molto ringrazïava Iddio divino; +E caminando insieme, ne fôr giti +Insino al mar che quindi era vicino. +Poscia che nella nave fôr saliti, +Con vento fresco entrarno al lor camino, +Fendendo intra levante e tramontana +Sin che son gionti a l'Isola Lontana. + +Smontarno a Damogir, l'alta citate, +Quale avea tra due torre un nobil porto. +Quando le gente nel molo adunate +Ebbero in nave il giovanetto scorto, +Alciarno un crido allegro di pietate, +Perché prima ciascun lo tenea morto: +Crida ciascuno, e piccolino e grande; +Ognior di voce in voce più se spande. + +A Manodante gionse la novella, +Qual già per tutta la cità risuona. +Lui corse là vestito di gonnella, +E non aspetta manto ni corona. +Non vi rimase vecchia, ni donzella: +Ogni mestiero ed arte se abandona; +Giovani, antiqui ed ogni fanciullina, +Per veder Zilïante ogni om camina. + +Tanta adunata quivi era la gente, +Che avea coperto il porto marmorino; +E Zilïante uscì primeramente, +Poi Fiordelisa e Orlando paladino; +Il quarto ne lo uscir fu quel sergente. +Come fu visto, ogni om crida: - Bardino! +Bardino! ecco Bardino! - ogni om favella +- De l'altro figlio il re saprà novella. - + +Quando la calca fu tratta da banda, +De gire avante Orlando se argumenta; +Umanamente al re se racomanda, +Il suo figliol avante gli appresenta. +Di Brandimarte poi presto dimanda; +Ma il re di dar risposta non se attenta, +Parendo a tal servigio essere ingrato, +Poi che il compagno avea sì mal trattato. + +Pur gli rispose che era salvo e sano: +Ma per vergogna è nel viso vermiglio. +Così tornando, con Orlando a mano, +Venne per caso a rivoltare il ciglio, +E veggendo Bardin disse: - Ahi villano! +Or che facesti, ladro, del mio figlio? +Pigliàti presto presto il traditore, +Qual già mi tolse il mio figliol maggiore. - + +A quella voce fu il sargente preso, +E lui dimanda sol de essere odito, +Onde di novo avanti al re fu reso, +E contò a ponto come era fuggito +Per mare in barca; ed in terra disceso, +Il figlio entro una rocca avea nutrito, +Né si sapendo il nome in quella parte +De Bramadoro il fece Brandimarte. + +Nome avea Bramadoro, essendo infante, +Quel Brandimarte che or era pregione. +El fu figliolo a questo Manodante; +E quel Bardino per desperazione +Ché 'l re il battette dal capo alle piante, +Fosse per ira, o per sua fallisone, +Ciò non so dir, ma via fuggì Bardino +E Bramador portò, quel fanciullino. + +Da poi che l'ebbe a quel conte venduto, +Dico a Rocca Silvana, come ho detto, +E' fu del male alquanto repentuto, +E là rimase sol per suo rispetto; +E, sin che 'l giovanetto fu cresciuto, +Non se partitte mai de quel distretto, +E Brandimarte a lui sempre ebbe amore, +Onde il lasciò per suo governatore. + +E tutto ciò contò Bardino a ponto, +Narrando a lui la istoria del figliolo: +Ma quando a dir che egli era al fin fo gionto, +Il re sentì nel cor superchio dôlo, +Perché posto l'avea, come vi conto, +Al fondo de un torrion, su tristo sôlo. +Là giù posto l'avea discalzo e nudo: +Or se lamenta de esser stato crudo. + +E benché prima avesse ancor mandato, +Per rispetto de Orlando, a trarlo fuore, +Ora a mandarvi è ben più riscaldato, +Sempre piangendo de piatoso amore; +Per allegrezza il crido è dupplicato, +Non se sentì giamai tanto rumore: +Per tetti, per li balchi e per le torre, +Ciascun con lumi accesi intorno corre. + +De cimbaletti e d'arpe e di leuti +E de ogni altra armonia fan mescolanza. +Il re, che duo figlioli avea perduti, +Or gli ha trovati, e non avea speranza; +E citadini insieme son venuti +Tutti alla piazza, e chi suona e chi danza; +E le fanciulle e le dame amorose +Gettano ad alto gigli fiori e rose. + +Fra tanta gioia e tra tanta allegrezza +Condotto è Brandimarte avante al padre, +Che fu nudo in pregione, ora è in altezza: +Era coperto di veste legiadre. +Piangeva ciascadun di tenerezza. +Il re lo dimandò chi fu sua madre. +- Albina, - disse a lui - ciò mi ramenta, +Ma del mio padre ho la memoria spenta. - + +Non puote il re più oltra sostenire, +Ma piangendo dicea: - Figliol mio caro, +Caro mio figlio, or che debbo mai dire, +Ch'io te ho tenuto in tanto dôlo amaro? +Ciò che a Dio piace se convien seguire; +A quel che è fatto, più non è riparo. - +Così dicendo ben stretto l'abbraccia, +Avendo pien de lacrime la faccia. + +Poi s'abbracciarno ed esso a Zilïante, +E ben che sian germani ogni om avisa, +Però che l'uno a l'altro è simigliante, +Benché la etate alquanto li divisa. +Or chi direbbe le carezze tante +Che Brandimarte fece a Fiordelisa? +E poi che tutti in festa e zoia sono, +Bardino ebbe ancor lui dal re perdono. + +Gionti dapoi nel suo real palagio, +Che al mondo de ricchezza non ha pare, +A festeggiar se attese e stare ad agio; +E 'l conte in summa fece battizare +Il re coi figli e tutto il baronagio, +A benché alquanto pur vi fu che fare; +Ma Brandimarte seppe sì ben dire, +Che 'l patre e gli altri fece seco unire. + +Fôrno anche tratti della prigion fuore +Ranaldo, Astolfo e gli altri tutti quanti, +E fu lor fatto imperïale onore, +E tutti rivestiti a ricchi manti. +Una donzella con occhi d'amore, +Leggiadra e ben accorta nei sembianti, +Ne vene in sala; e tante zoie ha in testa, +Che sol da lei splendea tutta la festa. + +Ciascun guardava il viso colorito, +Ma non la cognosceano assai né poco, +Eccetto Orlando e Brandimarte ardito: +Lor duo l'avean veduta in altro loco. +Questa gabbò già il suo vecchio marito +(Non so se ve amentati più quel gioco), +Quando fu presa con le palle d'oro; +E lei ne fece poi doppio ristoro, + +Facendo Ordauro sotterra venire, +Che istoria non fu mai cotanto bella. +Voi la sapeti e più non la vo' dire, +Se non contarvi che questa donzella +Brandimarte la trasse di martìre, +Né alor sapea che fusse sua sorella, +Quando da lui e dal conte de Anglante +Occisi fôr Ranchera ed Oridante. + +E quivi la cognobbe per germana, +Abbracciandosi insieme con gran festa, +E ramentando a lei l'erba soprana +Che già l'avea guarito della testa, +Quando Marfusto a lato alla fontana +L'avea ferito con tanta tempesta; +Ed altre cose assai che io non diviso +Dicean tra lor con festa e zoia e riso. + +Dapoi che molti giorni fôr passati, +Che tutti consumarno in suono e in danza, +Dudone una matina ebbe chiamati +Tutti quei cavallieri in una stanza, +Narrando a loro e populi adunati +Con Agramante per passare in Franza, +E come era già armato mezo il mondo +Per por re Carlo e i Cristïani al fondo. + +Ranaldo e Astolfo s'ebbe a proferire +Alla difesa de Cristianitate, +Per la sua fede e legge mantenire, +Insin che in man potran tenir le spate. +Seco non volse Orlando allora gire, +Né so dir la cagione in veritate, +Se non ch'io stimo che superchio amore +Li desviasse da ragione il core. + +Il dipartir di lor non fu più tardo; +Passarno insieme il mare a mano a mano. +Ranaldo salì poi sopra a Baiardo, +E 'l duca Astolfo sopra Rabicano. +Orlando a Brandimarte fie' riguardo, +E molto il prega con parlare umano +Che ritornasser Zilïante ed esso +A star col patre, che ha la morte apresso. + +Ma non si trova modo né ragione +Che Brandimarte voglia ritornare; +Pur Zilïante se piegò; il garzone +Di novo a Damogir tornò per mare. +E Brandimarte è salito in arcione, +Ché Orlando mai non vôle abandonare; +Ambi passarno via quel tenitoro +Sino al castello ove era Brigliadoro. + +Al conte fu il destrier restituito, +E fatto molto onor dal castellano. +Il duca Astolfo prima era partito, +E Dudon seco e il sir de Montealbano. +Quel figlio del re Otone era guarnito +De l'arme d'oro, e la sua lancia ha in mano, +E cavalcando gionse una matina +Al castel falso de la fata Alcina. + +Alcina fu sorella di Morgana, +E dimorava al regno de gli Atàrberi, +Che stanno al mare verso tramontana, +Senza ragione immansueti e barberi. +Lei fabricato ha lì con arte vana +Un bel giardin de fiori e de verdi arberi, +E un castelletto nobile e iocondo, +Tutto di marmo da la cima al fondo. + +E tre baroni, come aveti odito, +Passarno quindi acanto una matina, +E mirando il giardin vago e fiorito, +Che a riguardar parea cosa divina, +Voltarno gli occhi a caso in su quel lito +Ove la fata sopra alla marina +Facea venir con arte e con incanti +Sin fuor de l'acqua e pesci tutti quanti. + +Quivi eran tonni e quivi eran delfini, +Lombrine e pesci spade una gran schiera; +E tanti ve eran, grandi e piccolini, +Ch'io non so dire il nome o la manera. +Diverse forme de mostri marini, +Rotoni e cavodogli assai vi ne era; +E fisistreri e pistrice e balene +Le ripe aveano a lei d'intorno piene. + +Tra le balene vi era una maggiore, +Che apena ardisco a dir la sua grandeza, +Ma Turpin me assicura, che è lo autore, +Che la pone due miglia di lungheza. +Il dosso sol de l'acqua tenea fuore, +Che undici passi o più salia d'alteza, +E veramente a' riguardanti pare +Un'isoletta posta a mezo il mare. + +Or, come io dico, la fata pescava, +E non avea né rete né altro ordegno: +Sol le parole che all'acqua gettava +Facea tutti quei pesci stare al segno; +Ma quando adietro il viso rivoltava, +Veggendo quei baron prese gran sdegno +Che l'avesser trovata in quel mestiero, +E de affocarli tutti ebbe in pensiero. + +Mandato avria ad effetto il pensier fello, +Ché una radice avea seco recata, +Ed una pietra chiusa entro uno annello, +Quale averia la terra profondata; +Solo il viso de Astolfo tanto bello +Dal rio voler ritrasse quella fata, +Perché mirando il suo vago colore +Pietà gli venne e fu presa d'amore. + +E cominciò con seco a ragionare +Dicendo: - Bei baroni, or che chiedete? +Se qua con meco vi piace pescare, +Bench'io non abbia né laccio né rete, +Gran meraviglia vi potrò mostrare +E pesci assai che visti non avete, +Di forme grande e piccole e mezane, +Quante ne ha il mare, e tutte le più strane. + +Oltra a quella isoletta è una sirena: +Passi là sopra chi la vôl mirare. +Molto è bel pesce, né credo che apena +Dece sian visti in tutto quanto il mare. - +Così Alcina la falsa alla balena +Il duca Astolfo fece trapassare, +Quale era tanto alla ripa vicina, +Che in su il destrier varcò quella marina. + +Non vi passò Ranaldo, né Dudone, +Ché ognom di loro avea de ciò sospetto, +E ben chiamarno il figlio del re Otone, +Ma lui pur passò oltra a lor dispetto. +Ben se 'l tenne la fata aver pregione +E poterlo godere a suo diletto: +Come salito sopra al pesce il vide, +Dietro li salta e de allegrezza ride. + +E la balena se mosse de fatto, +Sì come Alcina per arte comanda. +Non sa che farsi Astolfo a questo tratto, +Quando scostar se vidde in quella banda; +Lui ben se pone al tutto per disfatto, +E sol con preghi a Dio si racomanda, +E non vede la fata né altra cosa, +Benché li presso a lui si era nascosa. + +Ranaldo, poi che il vidde via portare +In quella forma, fu bene adirato; +Pur se destina in tutto de aiutare, +Benché contra sua voglia ivi era andato: +Sopra Baiardo se caccia nel mare +Dietro al gran pesce, come disperato. +Quando Dudone il vidde in quella traccia, +Urta il destriero, e dietro a lui se caccia. + +Quella balena andava lenta lenta, +Ché molto è grande e de natura grave; +De giongerla Ranaldo se argumenta, +Natando il suo destrier come una nave. +Ma io già, bei segnor, la voce ho spenta, +Né ormai risponde al mio canto suave, +Onde convien far ponto in questo loco. +Poi cantarò, ch'io sia posato un poco. + +Canto decimoquarto + +Già molto tempo m'han tenuto a bada +Morgana, Alcina e le incantazïoni, +Né ve ho mostrato un bel colpo di spada, +E pieno il cel de lancie e de tronconi; +Or conviene che il mondo a terra vada, +E 'l sangue cresca insin sopra a l'arcioni, +Ché il fin di questo canto, s'io non erro, +Seran ferite e fiamme e foco e ferro. + +Ranaldo e Rodamonte alla frontiera +Se vederanno insieme appresentati, +E la battaglia andar schiera per schiera; +Ma stati un poco quieti, ed aspettati, +Ché io vo' prima tornar là dove io era, +De' duo baron che al mare erano intrati. +S'io non me inganno, doveti amentare +Che Ranaldo e Dudone entrarno in mare, + +Dietro ad Astolfo che su la balena +Avanti era portato per incanto. +Dudon le gambe per quelle onde mena, +E già per l'acque avea seguìto tanto, +Che ormai più non vedea Ranaldo apena, +E fu per ruïnare in tristo pianto, +Però che il suo destrier per più non posso +Trabuccò al fondo e portòl seco adosso. + +E nel cader che fie'il giovane arguto +Fece a sé sopra il segno de la croce, +E cridò: - Matre pia, donami aiuto! - +Ranaldo se rivolse a quella voce, +E quasi il pose al tutto per perduto. +Ora diversa doglia al cor gli coce: +Astolfo avante a lui via ne è portato, +Alle sue spalle è questo altro affondato. + +Pure il periglio grande de Dudone +Il fece adietro rivoltar Baiardo; +Come pesce natava quel ronzone +Per la marina, tanto era gagliardo. +Quando fu gionto dove era il garzone, +Non bisognava che fusse più tardo, +Ché ormai più non puoteva trare il fiato; +Ben sapea dir se il mare era salato. + +Ranaldo fuor d'arcione il tolse in braccio, +E portòl sopra 'l litto alla sicura, +E poi che questo ha tratto fuor de impaccio, +Di seguitare Astolfo prese cura. +Ma la balena era ita un tanto spaccio, +Che a riguardar sì longe era paura, +E l'aria cominciò di farsi bruna, +Soffiando il vento e gelo e gran fortuna. + +Con tutto ciò Ranaldo vôle entrare, +Ma Prasildo facea molta contesa; +Dudone, Iroldo sì seppon pregare, +Che al fin piangendo abandona la impresa. +Stasse nel litto e non sa che si fare, +Poi che non trova al suo cugin diffesa; +Il mar più leva l'onde, e giù dal cielo +Cade tempesta ed acqua con gran gelo. + +Ora sappiati che questa roina, +Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire, +Era ad incanto fatta per Alcina, +Perché alcun altro non possa seguire. +Or vo' lasciare Astolfo alla marina, +Di lui poi molte cose avremo a dire; +Torno a Ranaldo, che in su la riviera +Sol se lamenta e piange e se dispera. + +Da poi che molto in quel litto diserto +Fu stato a lamentar, come io ve ho detto, +Con quella pioggia adosso, al discoperto, +Ché ivi non era né loggia, né tetto, +E lui non era del paese esperto, +Però che mai non fu per quel distretto, +Pur, seguitando a lato alla marina, +Verso ponente più giorni camina. + +Li Atàrberi passò, gente inumana, +Di qua da loro il monte de Corubio, +E per la Tartaria venne alla Tana. +Quel che là fiesse, Turpin pone in dubio, +Se non che gionse nella Transilvana, +E passò ad Orsua il fiume del Danubio, +Giongendo in Ongheria quella giornata, +Ove trovò gran gente insieme armata. + +Era adunata quella guarnisone +Di gente ardita e forte alla sembianza, +Perché Otachier, figliol de Filippone, +Era assembrato per passare in Franza, +Ché l'avea già richiesto il re Carlone, +Sentendo d'Agramante la possanza. +Quel re mandava il figlio, com'io dico, +Perch'era infermo ed anco molto antico. + +Nella terra di Buda entrò Ranaldo, +Ove il re lo ricolse a grande onore, +Però che cognosciuto fu di saldo, +Sapendosi per tutto il suo valore; +Ed Otachier assai divenne baldo, +Parendo alla sua andata un gran favore +Ed un gran nome trïonfale e magno +Lo aver Ranaldo seco per compagno. + +Fu fatto capitano in quel consiglio +Il pro' Ranaldo, e fu ciascun contento; +E già le liste a candido e vermiglio +Ne' lor stendardi se spiegarno al vento. +Ben racomanda Filippone il figlio +Molto a Ranaldo, e tutto il guarnimento, +E dopo, dietro alle real bandiere, +Verso Ostreliche se dricciâr le schiere. + +Passâr Bïena, e per la Carentana +Vargano le Alpi fredde in quel confino, +E giù scendendo nella Italia piana, +Andarno avanti e gionsero a Tesino. +Tre giorni manco de una settimana +Re Desiderio avea preso il camino; +E, come là per tutto se ragiona, +Con la sua gente è dentro de Savona. + +Onde Ranaldo insieme ed Otachieri +Seguir deliberarno il re lombardo. +Essi avean trenta miglia cavallieri, +L'un più che l'altro nobile e gagliardo, +Che a quella impresa venian volentieri, +Né avean de' Saracini alcun riguardo. +Passarno e monti, e giù nel Genoese +Sopra del mar la gente se distese. + +Là dietro caminando molti giorni, +Già di Provenza sono alle confine, +E, vagheggiando quei colletti adorni, +Tra cedri, aranci e palme pellegrine, +Odirno risuonare e trombe e corni +Oltra a quel monte, e par che il cel roine: +Di tal strida e furore è l'aria pieno, +Che par che il mondo abissi e venga meno. + +Ranaldo presto se trasse davante +Ed Otachiero, e seco il bon Dudone, +E lor gente lasciarno tutte quante, +Tanto che gionti son sopra al vallone, +Là dove Rodamonte lo africante +Mena e Lombardi a gran destruzïone. +Prima sconfitti alla battaglia fiera +Avea i Francesi e il duca di Baviera. + +E quattro figli soi feriti a morte +Eran distesi al campo sanguinoso; +Né avendo esso riparo a quella sorte, +Era fuggito tristo e doloroso. +E sempre il saracin torna più forte, +Dissipando ogni cosa il forïoso. +Già il duca di Savoglia e di Lorena +Avea spezzati e morti con gran pena. + +A Bradamante, che è figlia de Amone, +Occiso avea il destriero e posto a terra, +E più gente tagliata in quel sabbione +Che giamai fosse morta in altra guerra. +Tutta la cosa a ponto e per ragione +Già vi contai, se il mio pensier non erra, +Insin che sua bandiera cadde al campo, +Onde lui prese il disdegnoso vampo. + +Quella bandiera, che è vermiglia e d'oro, +Nel mezo a sopraposte è ricamata; +Una dama e un leone ha quel lavoro: +La dama è Doralice di Granata. +Questo è di Rodamonte il suo tesoro; +Né cosa al mondo avea più cara o grata, +Perché colei che ha quella somiglianza, +Era suo amore e tutta sua speranza. + +Quando la vide a terra Rodamonte, +Della gran doglia non trovava loco, +Ed arrufârsi e crini alla sua fronte, +Mostrando gli occhi rossi come il foco. +Quale un cingial che a furia esce del monte, +Che cani e cacciatori estima poco, +Fiacca le broche e batte ambe le zane: +Tristo colui che a canto gli rimane! + +Cotal se mosse allora quel pagano, +Sopra a' Lombardi tutto se abandona, +E ben si sbarattò presto quel piano, +Né vi rimase de intorno persona. +Gli omini e l'arme taglia ad ogni mano, +Della ruina il ciel tutto risuona, +Perché scudi ferrati e piastre e maglia +Spezza e fracassa a quella aspra battaglia. + +De la sua gente ognior cresce la folta, +Che venne prima in fuga e sbigotita. +Ora torna cridando: - Volta! Volta! - +E sopra a' Cristïan se mostra ardita. +Intorno al franco re tutta è ricolta; +Ma nostra gente quasi era stordita, +Mirando il saracin cotanto audace; +De' suoi gran colpi non si puon dar pace. + +Nel campo de' Lombardi è un cavalliero +Nato di Parma, e nome ha Rigonzone, +Forte oltra modo e di natura fiero, +Ma non avea né senno né ragione. +Da morte a vita avea poco pensiero; +Ov'è il periglio e la destruzïone, +E dove il scampo apena se ritrova, +Più volentier si pone a far sua prova. + +Costui, veggendo il forte saracino +Che sopra al campo mena tal tempesta, +Non lo stimando più che un fanciullino, +Gli sprona adosso con la lancia a resta. +Cridando: - A terra! a terra! - in sul camino +A ritrovar l'andò testa per testa; +Ruppe sua lancia, che è grosso troncone, +Ed urta via nel corso del ronzone. + +Col petto del ronzone urta il pagano +A briglia abandonata l'animoso, +E ben credette trabuccarlo al piano, +Ma troppo è Rodamonte ponderoso. +Nel freno al gran destrier dette di mano, +E quel ritenne al corso furïoso; +Perciò non stette Rigonzone a bada: +Rotta la lancia, ha già tratta la spada. + +Lasciata avea la briglia, e ad ambe mano +Feritte il saracin di tutta possa, +Ma ciascun colpo adosso a quello è vano; +Quella pelle del drago è tanto grossa, +Che da possanza o da valore umano +Non teme taglio, o ponta, né percossa. +Mentre ch'a lo Africano il colpo tira, +Lui prende il suo destriero e intorno il gira. + +E poi che l'ebbe alquanto regirato, +Con furia via lo trasse di traverso, +E quello andò per caso in un fossato, +E sopra Rigonzon cadde riverso. +Lasciamo lui, che vivo è sotterrato, +E ritorniamo al saracin diverso, +Che abatte sopra al campo ogni persona. +Ecco afrontato ha il conte di Cremona, + +Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio, +Che vien col brando in mano alla distesa, +Giovane ardito e degno de uno imperio, +Ed atto a trare a fine ogni alta impresa; +Né già gli attribuisco a vituperio +Se fu perdente di questa contesa, +Perché quel saracino ha tal possanza, +Che tutti gli altri di prodezza avanza. + +Egli abatte Arcimbaldo de l'arcione, +Ferito crudelmente nella testa. +Or se incomincia la destruzïone +Di nostra gente e l'ultima tempesta; +E destrier morti insieme e le persone +Cadeno al campo, e quel pagan non resta +Menare il brando da la cima al basso: +Battaglia non fu mai di tal fracasso. + +Ranaldo che nel monte era venuto, +E Dudon seco e 'l giovene Otachieri, +Quasi per maraviglia era perduto, +Mirando del pagano e colpi fieri, +E ben s'avede che bisogna aiuto; +Né porre indugia vi facea mestieri, +Ché de ogni parte è persa la speranza, +Rotti e Lombardi, e fuggian quei di Franza. + +Le lor bandiere al campo sanguinoso +Squarzate a pezzi se vedeano andare; +Nel mezo è Rodamonte il furïoso, +Che sembra un vento di fortuna in mare, +Ed ha quel brando sì meraviglioso, +Qual già Nembroto fece fabricare, +Nembroto il fier gigante, che in Tesaglia +Sfidò già Dio con seco a la battaglia. + +Poi quel superbo per la sua arroganza +Fece in Babel la torre edificare, +Ché de giongere in celo avea speranza, +E quello a terra tutto ruïnare. +Costui, fidando nella sua possanza, +Il brando de cui parlo, fece fare, +Di tal metallo e tal temperatura +Che arme del mondo contra a lui non dura. + +Re Rodamonte nacque di sua gesta, +E dopo lui portò quel brando al fianco, +Qual mai non fu portato in altra inchiesta, +Perché ogni altro portarlo venìa stanco, +Né di brandirlo alcuno avia podesta; +E 'l suo patre Ulïeno, ardito e franco, +Benché di sua bontade avesse inteso, +L'avea lasciato per superchio peso. + +Or, come io dico, Rodamonte il porta, +E sopra al campo mena tal ruina, +Che avea più gente dissipata e morta, +Che non han pesci e fiume e la marina; +E gli altri tutti, senza guida e scorta, +Per monti e per valloni ogniom camina; +Pur che si toglia a lui davanti un poco, +Non guarda ove se vada, o per qual loco. + +Ranaldo che era gionto alla montagna, +Mirando giuso la sconfitta al basso, +Ché già de morti è piena la campagna +E gli altri vòlti in fuga a gran fraccasso, +Forte piangendo quel baron se lagna, +- Ahimè, - dicendo sconsolato e lasso, +- Che io non spero più mai de aver conforto! +Tra quella gente il mio segnore è morto! + +Or che debbo più far, tristo, diserto, +Che certamente morto è il re Carlone? +Già pur in qualche guerra io sono esperto, +E mai non vidi tal destruzïone. +Re Carlo è là giù morto, io so di certo, +E debbe avere apresso il duca Amone, +Che gli portava sì fidele amore; +Io so che occiso è apresso al suo segnore. + +Ove è il franco Oliviero, ove è il Danese, +Re di Bertagna, il duca di Baviera? +Ove la falsa gesta maganzese, +Che si mostrava sì superba e altiera? +Alcun non vedo che faccia diffese, +Né sola al campo ritta una bandiera. +Tutti son morti, e non potria fallire; +Ed io con seco al campo vo' morire. + +Né so stimar chi sia quello Africano, +Che occiso ha nostre gente tutte quante, +Se forse non è il figlio di Troiano, +Re di Biserta, che ha nome Agramante. +Sia chi esser vôle, io vado a mano a mano +Ad affrontarme con quello arrogante; +Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro, +Prendèti a nostra gente alcun riparo; + +Ché io callo al campo come disperato, +E son senza intelletto e coscïenza. +O tu, mio Dio, che stai nel cel beato, +Donami grazia nella tua presenza; +Ché io te confesso che molto ho fallato, +Ed or ritorno a vera penitenza. +La fede che io ti porto, ormai mi vaglia, +Ch'io son senza il tuo aiuto una vil paglia. - + +Così parlava quel baron gagliardo, +Piangendo tutta volta amaramente; +Giù della costa sprona il suo Baiardo, +E batte per furor dente con dente. +Tornarno e due compagni senza tardo, +Per condur sopra al poggio l'altra gente; +Ma il pro' Ranaldo menando tempesta +Gionse nel campo e pose l'asta a resta. + +Ver Rodamonte abassa la sua lanza, +E ben l'avea nel campo cognosciuto, +Ché tutto il petto sopra agli altri avanza, +Ne la sua faccia orribile ed arguto, +E gli occhi avea di drago alla sembianza. +Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scuto +Con quella lancia sì nerbuta e grossa +Che avria gettato un muro alla percossa. + +Un muro avria gettato il fio de Amone, +Con tal furore è dal destrier portato, +E gionse Rodamonte nel gallone, +E roverso il mandò per terra al prato. +Come caduto fosse un torrïone, +O il iugo de un gran monte roïnato, +Cotal parve ad odir quel gran fraccasso, +Quando giù cadde l'Africano al basso. + +Non si puotria contar l'alta roina, +Ché suonâr l'arme che ha il pagano in dosso, +E tremò il campo insino alla marina +Di quel gran busto quando fu percosso. +Or se mosse la gente saracina, +Tutti a Ranaldo s'aventarno addosso; +Per aiutare il suo segnor ch'è a terra, +Adosso de Ranaldo ogniom si serra. + +Lui già del fodro avea tratto Fusberta, +E dà tra lor, ché non gli stima un fico; +De prima urtata ha quella schiera aperta, +Né discerne il parente da lo amico, +Perché la gente misera e diserta +Taglia senza rispetto, come io dico; +A chi la testa, a chi rompe le braccia: +Non dimandar se intorno al campo spaccia. + +Ma Rodamonte, la anima di foco, +Di novo si era in piedi redricciato, +E per grande ira non trovava loco, +Chiamandosi abattuto e vergognato. +Già tutta la sua gente a poco a poco, +Rotta per forza, abandonava il prato, +Quando vi gionse il superbo Africante, +Ed a Ranaldo se oppose davante. + +A prima gionta de la spada mena +Giù per le gambe del destrier Baiardo, +E quel ronzon scappò de un salto a pena, +Né bisognava che fusse più tardo; +E Rodamonte il suo brando rimena +A gran roina, e non pone riguardo +De giongere a cavallo o cavalliero; +Tanto è turbato e disdegnoso il fiero. + +- Ahi falso saracin, - disse Ranaldo +- Che mai non fusti di gesta reale! +Non ti vergogni, perfido, ribaldo, +Ferir del brando a sì digno animale? +Forse nel tuo paese ardente e caldo, +Ove virtute e prodezza non vale, +De ferire il destriero è per usanza; +Ma non se adopra tal costume in Franza. - + +Parlò Ranaldo in lenguaggio africano, +Onde ben presto il saracin lo intese, +E disse: - Per ribaldo e per villano +Non ero io cognosciuto al mio paese; +Ed oggi dimostrai col brando in mano +A queste genti che ho intorno distese, +Che de vil sangue non nacqui giammai; +Ma, a quel che io vedo, non è fatto assai. + +Se io non te pongo con seco a giacere +Sopra a quel campo, in duo pezzi tagliato, +Più mai al mondo non voglio apparere, +E tengome a ciascun vituperato; +Ma sino ad ora te faccio sapere +Che il tuo destrier da me non fia servato; +La usanza vostra non estimo un fico, +Il peggio che io so far, faccio al nimico. - + +Questo che io dico tuttavia parlava, +E cominciò a ferir con tanta fretta +Che, se Ranaldo ponto l'aspettava, +Era ad un colpo fatta la vendetta. +Ma lui verso del poggio rivoltava, +E corse forse un tratto di saetta; +E smontò quivi e lasciovvi Baiardo, +Tornando a piedi il principe gagliardo. + +Quando il pagano il vidde ritornare +Soletto, a piede, senza quel ronzone +Che via correndo lo puotea campare, +Ben se lo tenne aver morto o pregione. +Ma già le gente sopra al poggio appare, +Qual conduce Otachieri e il bon Dudone, +Li Ungari, dico, armati a belle schiere, +Con targhe ed archi e lancie e con bandiere + +Venian cridando quei guerreri arditi +Giù della costa, e menando tempesta. +Quando li vidde il re sì ben guarniti +De arme lucente e con le penne in testa, +Come gli avesse già presi e gremiti +Saltava ad alto e faceva gran festa: +Menando il brando intorno ad ogni mano +Ferìa gran colpi sopra al vento in vano. + +Poi se mosse qual movese il leone +Che vede e cervi longi alla pastura, +E già venendo fa tra sé ragione +Cacciar da sé la fame alla sicura. +Cotal quel saracin, cor di dragone, +Che spreza tutto il mondo e non ha cura, +Lasciò Ranaldo che già presso gli era, +E rivoltosse incontra a quella schiera. + +Tutta sua gente dietro a lui se mosse, +Ed è per suo valor ciascuno ardito, +E l'una schiera a l'altra se percosse +A tutta briglia, nel campo fiorito. +Del fraccasso de' scudi e lancie grosse +Non fu giamai cotal rumore odito. +A cui stava a mirare era gran festa +Petto per petto urtar, testa per testa. + +E corni e trombe e tamburi e gran voce +Facean la terra e il cel tutto stremire, +E li Africani e' nostri da la Croce +Né l'un né l'altro avante puotea gire. +Sol Rodamonte, il saracin feroce, +Facea d'intorno a sé la folta aprire, +Tagliando braccie e busti ad ogni lato +Come una falce taglia erba di prato. + +Non se vide giamai cotal spavento +Che 'l ferir del pagano in quella guerra. +Come ne l'Alpe la ruina e il vento +Abatte e faggi con furore a terra: +Cotale il saracin pien d'ardimento +Tra' cavallieri a piedi se disferra, +Non li stimando più che l'orso e bracchi: +Già sono in rotta Ungari e Valacchi. + +Benché Otachier se adoperasse assai +Per farli rivoltare alla battaglia, +Non fu rimedio a voltarli giamai, +Ma van fuggendo avanti alla canaglia; +E Rodamonte, come io vi contai, +Di qua di là nel campo li sbaraglia, +Né vi è chi contra lui volti la fronte; +Già gli ha cacciati insino a mezo il monte. + +Il giovanetto fio de Filippone +Per la vergogna se credea morire, +E già di vista avea perso Dudone, +Che in altra parte avea preso a ferire. +Ranaldo era smontato de l'arcione, +Sì come poco avante io vi ebbi a dire, +Ed a quel loco non era presente, +Ove egli è in volta tutta la sua gente. + +Però si volse come disperato +Verso il pagano e la sua lancia arresta, +E gionse il saracin sopra al costato, +E fiaccò tutta l'asta con tempesta. +Ma lui conviene andar disteso al prato, +Ferito sconciamente nella testa: +Nel capo Rodamonte l'ha ferito, +E fuor d'arcion lo trasse tramortito. + +Non era indi Dudone assai lontano, +E prestamente fu del fatto accorto. +Quando vidde Otachier andare al piano, +Senza alcun dubbio lo pose per morto; +E già lo amava lui come germano, +Onde ne prese molto disconforto, +E destinò nel cor senza fallire +Di vendicarlo, o con seco morire. + +E' non portò mai lancia il giovanetto, +Per quanto da Turpino io abbia inteso, +Ma piastra e maglia e scudo e bacinetto +E la mazza ferrata di gran peso. +Con quella viene adosso al maledetto, +E sì come era di furore acceso +Tutto se abandonò sopra al pagano +Con ogni forza, e tocca de ambe mano. + +Ad ambe mano il tocca il damisello +Sopra de l'elmo che è cotanto fino, +E roppe la corona e 'l suo cerchiello, +Né vi rimase perle né rubino. +Tutto il frontale aperse a quel flagello, +E cadde ingenocchione il saracino. +Ma la sua gente che intorno li stava, +Li dette aiuto; e ben gli bisognava. + +Tutti cridando avanti al suo segnore, +Coperto lo tenian co e scudi in braccio. +E Dudon la sua mazza a gran furore +Mena a due mano adosso al populaccio; +E non curando grande né minore, +Fiacca e profonda chi gli dona impaccio; +Abatte e spezza, e de altro già non bada +Se non di farsi a Rodamonte strada. + +Ma lui già se era in piedi redricciato, +E mena il brando a cui non val diffesa; +Il scudo de Dudone ebbe spezzato, +E strazia piastra e maglia alla distesa, +E tutto il disarmò dal manco lato, +Benché non fosse a quel colpo altra offesa: +Ma non avea callato il brando apena, +Che l'altro colpo a gran fretta rimena. + +Dudon, che vede non poter parare, +Però che troppo gli è il pagano adosso, +Subitamente il corse ad abracciare. +Or era l'uno e l'altro grande e grosso, +Sì che un bon pezzo assai vi fo che fare, +Ma Dudon alla fin per più non posso +Fu posto a terra da quel saracino, +Preso e legato come un fanciullino. + +Come volse Fortuna o Dio Beato, +Ranaldo se trovò presente al fatto, +E veggendo Dudone incatenato, +Quasi per gran dolor divenne matto. +Strenge Fusberta come disperato, +Né prende alcun riguardo a questo tratto, +Né stima più la vita o la persona; +Ver Rodamonte tutto se abandona. + +Egli era a piedi, come aveti odito, +Ché al poggio avea lasciato il suo Baiardo; +L'uno e l'altro de questi è tanto ardito, +Che dir non vi saprei chi è più gagliardo. +Ora il canto al presente è qui finito, +Ed è gionto Ranaldo tanto tardo, +Che non può far battaglia questo giorno; +Doman la contarò: fati ritorno. + +Canto decimoquinto + +A cui piace de odire aspra battaglia, +Crudeli assalti e colpi smisurati, +Tirase avante ed oda in che travaglia +Son due guerreri arditi e disperati, +Che non stiman la vita un fil de paglia, +A vincere o morire inanimati. +Ranaldo è l'uno, e l'altro è Rodamonte, +Che a questa guerra son condutti a fronte. + +Avea ciascun di lor tanta ira accolta, +Che in faccia avean cangiata ogni figura, +E la luce de gli occhi in fiamma volta +Gli sfavillava in vista orrenda e scura. +La gente, che era in prima intorno folta, +Da lor se discostava per paura; +Cristiani e Saracin fuggian smariti, +Come fosser quei duo de inferno usciti. + +Siccome duo demonii dello inferno +Fossero usciti sopra della terra, +Fuggia la gente, volta in tal squaderno, +Che alcun non guarda se il destrier si sferra; +E poi da largo, sì come io discerno, +Se rivoltarno a remirar la guerra +Che fanno e due baroni a brandi nudi, +Spezzando usbergi, maglie, piastre e scudi. + +Ciascun più furïoso se procaccia +De trare al fine il dispietato gioco; +Al primo colpo se gionsero in faccia +Ambi ad un tempo istesso e ad un loco. +Or par che 'l celo a fiamma se disfaccia, +E che quegli elmi sian tutti di foco; +Le barbute spezzâr, come di vetro: +Ben diece passi andò ciascuno adietro. + +Ma l'uno e l'altro degli elmi è sì fino, +Che non gli nôce taglio né percossa; +Quel de Ranaldo già fo de Mambrino, +Che avea due dita e più la piastra grossa; +E questo che portava il Saracino, +Fo fatto per incanto in quella fossa +Ove nascon le pietre del diamante; +Nembroto il fece fare, il fier gigante. + +Sopra a questi elmi spezzâr le barbute +Al primo colpo, come io vi ho contato; +Mai non son ferme quelle spade argute, +Disarmando e baron; da ogni lato +Le grosse piastre e le maglie minute +Vanno a gran squarci con roina al prato; +Ogni armatura va de mal in pezo, +Del scudo suo non ha più alcun lì mezo. + +Ranaldo, a cui non piace il stare a bada, +Mena a duo mano al dritto della testa, +E Rodamonte, che il ferire agrada, +Mena anch'esso a quel tempo, e non s'arresta; +Ed incontrosse l'una a l'altra spada, +Né se odette giamai tanta tempesta; +E ben de intorno per quelle confine +Par che il mondo arda e tutto il cel ruine. + +Re Rodamonte, che sempre era usato +Mandare al primo colpo ogniomo ad erba, +Essendo con Ranaldo ora affrontato, +Che rende agresto a lui per prugna acerba, +Crucciosse fuor di modo, e desdignato +Sprezava il cel quella anima superba, +- Dio non ti puotria dar - dicendo - iscampo, +Che io non ti ponga in quattro pezzi al campo. - + +Così dicendo quel saracin crudo +Mena a due mani un colpo di traverso; +Ranaldo mena anch'esso il brando nudo, +E non crediati che abbia tempo perso, +Onde l'un gionse l'altro a mezo il scudo. +Fu ciascun colpo orribile e diverso, +Fiaccando tutti e scudi a gran ruina, +Né il lor ferir per questo se raffina. + +Ché l'un non vôl che l'altro se diparta +Con avantaggio sol de un vil lupino; +E come l'arme fossero de carta, +Mandano a squarci sopra del camino. +La maglia si vedea per l'aria sparta +Volar de intorno sì come polvino, +E le piastre lucente alla foresta +Cadean sonando a guisa de tempesta. + +Stava gran gente intorno a remirare, +Come io vi dissi, la battaglia oscura, +Né alcun vantaggio vi san iudicare, +Pensando e colpi a ponto e per misura. +Ecco una schiera sopra al poggio appare, +Che scende con gran cridi alla pianura, +Con tanti corni e tamburini e trombe, +Che par che 'l mare e il cel tutto rimbombe. + +Mai non se vidde la più bella gente +Di questa nova che discende al piano, +Di sopraveste ed arme relucente, +Con cimeri alti e con le lancie in mano. +Perché sappiati il fatto intieramente, +Vi fo palese che il re Carlo Mano +È quel che viene, il magno imperatore, +Ed ha con seco de' Cristiani il fiore; + +Più de settanta millia cavallieri +(Ché còlto è, dico, il fior d'ogni paese), +Sì ben guarniti, e sì gagliardi e fieri, +Che tutto il mondo non ve avria diffese: +Avanti a tutti il marchese Olivieri, +E seco a paro a paro il bon Danese, +E della corte tutto il concistoro, +Con le bandiere azurre a zigli d'oro. + +Quello African, che ha tutto il mondo a zanza, +Ranaldo dimandò di quella gente, +E quando intese ch'egli è il re di Franza, +Divenne allegro in faccia e nella mente, +Come colui che avea tanta arroganza, +Che tutti gli stimava per nïente; +E senz'altro parlar né altro combiato, +Verso questi altri subito è dricciato. + +Di corso andava il saracin gagliardo, +E già Ranaldo non puotea seguire, +Ché facea salti assai maggior de un pardo. +Gionto è tra nostri, e comincia a ferire; +E se non era il giorno tanto tardo, +Facea de' fatti suoi molto più dire; +Ma la luce, che sparve a notte scura, +Impose fine alla battaglia dura. + +Pur vi rimase ferito il Danese +Nel braccio manco e sopra del gallone; +Ed Olivieri assai ben se diffese, +Benché perdesse il scudo dal grifone +E fossegli spezzato ogni suo arnese. +Grande tra gli altri fu la occisïone: +Coperti erano a morti tutti e piani +De nostra gente ed anco de pagani. + +La oscura notte, come io vi contai, +Partitte al fin la zuffa cominciata. +Or ben mi fa meravigliare assai; +Quel fier pagan, che tutta la giornata +Ha combattuto e non se posò mai, +E, poi che la battaglia è raquietata, +Va roïnando tutto il monte e 'l piano +Per ritrovar il sir de Montealbano. + +Avanti fa condurse ogni pregione, +Ché molti ne avea presi alla catena, +E lor dimanda del figliol de Amone, +E qual spaventa, e qual forte dimena; +Un per paura, o per altra cagione, +Disse che era ito nel bosco de Ardena, +E già non eran sue parole vere: +Né lo sapea, né lo potea sapere. + +Però che il bon Ranaldo era tornato +A rimontar Baiardo, il suo destriero. +Ma poi che al saracin fu ciò contato, +Lascia sua gente e più non gli ha pensiero. +Il caval de Dudone ebbe pigliato, +Quale era grande a maraviglia e fiero; +Sopra vi salta il forte saracino, +E verso Ardena prende il suo camino. + +Una grossa asta e troppo sterminata +Fuor de la nave sua fece arrecare, +E non aspetta luce né giornata, +Ma quella notte prese a caminare; +Onde sua gente, che era abandonata, +Senza il suo aiuto non sa che si fare; +Tutti smariti e pien de alto spavento +Entrarno in nave e dier le vele al vento. + +Ogni pregione e tutto il loro arnese +Portavan alle nave con gran fretta; +Dudon tra' primi, il giovane cortese, +Menava via la gente maledetta. +Ma chi fu tardo a distaccar le prese, +Sopra di lor discese la vendetta, +Perché Ranaldo, a destrier risalito, +Con gran ruina gionse in su quel lito. + +De Rodamonte va il baron cercando +Per ogni loco a lume della luna; +A nome lo dimanda e va cridando +Ad alta voce per la notte bruna; +E sopra alla marina riguardando +Vede la gente che l'arnese aduna: +A più poter ciascun forte se tràffica +Per porlo in nave e via passare in Africa. + +Ranaldo dà tra lor senza pensare, +Ché ben cognobbe che eran Saracini; +Quivi de intorno fo il bel sbarattare, +Fuggendo tutti in rotta quei meschini. +Chi ne la nave, e chi saltava in mare, +L'un non aspetta che l'altro se chini +A prender cosa che gli sia caduta; +Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta. + +Gli altri che a terra avean volto il timone, +Via se ne andarno, abandonando il lito, +E seco ne menâr preso Dudone, +Che, se Ranaldo l'avesse sentito, +Avria menata gran destruzïone, +E forse entro a quel mar l'avria seguito; +Ma lui non si pensava di tale onte, +Sol dimandando ove era Rodamonte. + +Un saracin ben forte spaventato, +Che anti a Ranaldo inginocchion si pose, +Di Rodamonte essendo dimandato, +La pura verità presto rispose: +Come al bosco de Ardena era invïato, +Tutto soletto per le piaggie ombrose, +Essendo detto a lui che a quel camino +Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino. + +Il Fonte de Merlino era in quel bosco, +Sì come un'altra volta vi contai, +Che era a gli amanti un velenoso tosco, +Ché, ivi bevendo, non amavan mai; +Benché lì presso a quel loco fosco +Passava una acqua che è megliore assai: +Meglior de vista e de effetto peggiore; +Chiunche ne gusta, in tutto arde d'amore. + +Quando Ranaldo intese che a quel loco +Andava Rodamonte a ricercarlo, +Di questa gente si curava poco, +E più presto partì che io non vi parlo. +Il cuor gli fiammeggiava come un foco +Del gran desio che avea di ritrovarlo, +E via trottando a gran fretta camina +Verso ponente, a canto alla marina. + +E Rodamonte simigliantemente +De giongere ad Ardena ben se spaccia; +E parlava tra sé nella sua mente, +Dicendo: "Questo dono il ciel mi faccia, +Pur che ritrovi quel baron valente, +O ch'io l'occida, o torni seco in graccia; +Ché, essendo morto, in terra non ho pare, +E se egli è meco, il cel voglio acquistare. + +Né creder potrò mai che 'l conte Orlando +Abbia di questo la mera bontate. +Io l'ho provato, e di lancia e di brando +Non è il più forte al mondo in veritate. +O re Agramante, a Dio ti racomando, +Se tu discendi per queste contrate! +Essendote io, come serò, lontano, +Tutta tua gente fia sconfitta al piano. + +Come diceva il vero il re Sobrino! +Sempre creder si debbe a chi ha provato. +Or, s'egli è tale Orlando paladino +Come costui che meco a fronte è stato, +Tristo Agramante ed ogni saracino +Che fia di qua dal mar con lui portato! +Io, che tutti pigliarli avea arroganza, +Assai ne ho de uno, e più che di bastanza." + +Così parlando andava il re pagano, +E non sapendo a ponto quel vïaggio, +Nel far del giorno gionse in un bel piano +Là dove un cavallier veniva adaggio; +E Rodamonte con parlare umano +Dimandò al cavalliero in suo lenguaggio +Quanto indi fusse alla selva de Ardena, +Se lo sapesse, e qual strata vi mena. + +Rispose prestamente il cavalliero: +- Nulla te so contar di quel camino, +Perché io, sì come tu, son forastiero, +E vo piangendo, misero e tapino, +Non riguardando strata né sentiero, +Ma dove mi conduce il mio destino, +A strugimento, a morte, a ogni dolore, +Poi che se piace al deslïale amore. - + +Perché sappiati il fatto ben compiuto, +Quel cavallier che fa tal lamentanza +Dolendosi de amore, è Feraguto, +Che fu al suo tempo un raggio di possanza; +Ed ora travestito era venuto +Nascosamente nel regno di Franza, +Sol per saper, quella anima affocata, +Se giamai fusse Angelica tornata. + +Egli anco amava quella damigella, +Come potesti odir primeramente, +E non potendo aver di lei novella, +Benché ne dimandasse ad ogni gente, +Or per questa ventura ed or per quella +Se consumava dolorosamente, +E giorno e notte non avia mai bene, +Sempre languendo e sospirando in pene. + +Or, come aveti inteso, il giovanetto +Trovò quel re pagano alla campagna, +E sterno insieme alquanto a lor diletto, +E ciascadun de Amor si dole e lagna. +Pur, così ragionando, venne detto +A Feraguto come era di Spagna, +E che pur mo tornava di Granata, +Ove una dama avea gran tempo amata; + +E come era chiamata Doralice +Quella, figliola del re Stordilano. +- Non più parole, - Rodamonte dice +- Ma prendi la battaglia a mano a mano. +Chi te ha condotto, misero, infelice, +A morire oggi sopra a questo piano? +Ché comportar non voglio e non potrei +Che altri che me nel mondo ami colei. - + +Rispose Feraguto: - Essendo grande, +Lo esser cucioso assai ti disconviene; +Ma poi che la battaglia me domande, +Tra noi la partiremo, o male o bene, +E l'alterezza tua che sì se spande, +Potria tornarti in dolorose pene. +Amai colei; lo amore ebbe a passare: +Per tuo dispetto voglio ancora amare. - + +Con tal parole e con de l'altre assai +Se furno insieme e duo baron sfidati. +Ambi avean lancie, come io vi contai: +Con esse a resta se fôr rivoltati. +Più crudel scontro non se udì giamai; +E due destrier, di petto insieme urtati, +Andarno a terra, e i cavallieri adosso, +Con tal fraccasso che contar non posso. + +E le lor lancie grosse oltra a misura +Se fragellarno insin presso alla resta; +Ciascun de svilupparsi se procura +Per rimenar col brando un'altra festa. +Or si comincia la battaglia dura +De' colpi sterminati e la tempesta +De l'arme rotte e piastre con ruina, +Come battesse un fabro alla fucina. + +Non avea indugia o sosta il lor ferire, +Ma quando l'un promette, e l'altro dona; +E ben da longe se potrebbe odire, +Perché ogni colpo de intorno risuona. +E certamente io non saprei ben dire +Qual sia più ardita e più franca persona; +Tanto son de alto core e di gran lena, +Che un altro par non trovo al mondo apena. + +Ciascuno è de ira e di superbia caldo, +E però combattean con molto orgoglio, +L'un più che l'altro alla battaglia saldo. +Ma quella nel presente dir non voglio, +Perché convien contarvi di Ranaldo; +Dapoi ritornarò, sì come io soglio, +A dirvi questa zuffa alla distesa, +Sì che vi fia diletto averla intesa. + +Giva Ranaldo, come aveti odito, +In verso Ardenna, alla ripa del mare, +Credendo Rodamonte aver seguito, +Ma lui giamai non puote ritrovare, +Perché il dritto vïaggio avea smarito, +E poi con Feraguto ebbe che fare; +Onde lui caminando avanti passa, +Ed a sé drieto Rodamonte lassa. + +Quando fu gionto alla selva fronzuta, +Dritto ne andava al Fonte di Merlino: +Al Fonte che de amore il petto muta, +Là dritto se n'andava il paladino. +Ma nova cosa che egli ebbe veduta, +Lo fece dimorare in quel camino: +Nel bosco un praticello è pien de fiori +Vermigli e bianchi e de mille colori. + +In mezo il prato un giovanetto ignudo +Cantando sollacciava con gran festa. +Tre dame intorno a lui, come a suo drudo, +Danzavan, nude anch'esse e senza vesta. +Lui sembianza non ha da spada o scudo, +Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa; +Le piume della barba a ponto ha messe: +Chi sì, chi no direbbe che le avesse. + +Di rose e de vïole e de ogni fiore +Costor che io dico, avean canestri in mano, +E standosi con zoia e con amore, +Gionse tra loro il sir de Montealbano. +Tutti cridarno: - Ora ecco il traditore, - +Come l'ebber veduto - ecco il villano! +Ecco il disprezator de ogni diletto, +Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto! - + +Con quei canestri al fin de le parole +Tutti a Ranaldo se aventarno adosso: +Chi getta rose, chi getta vïole, +Chi zigli e chi iacinti a più non posso. +Ogni percossa insino al cor li duole +E trova le medolle in ciascuno osso, +Accendendo uno ardore in ogni loco +Come le foglie e i fior fosser di foco. + +Quel giovanetto che nudo è venuto, +Poi che ebbe vòto tutto il canestrino, +Con un fusto di ziglio alto e fronzuto +Ferì Ranaldo a l'elmo de Mambrino. +Non ebbe quel barone alcuno aiuto, +Ma cadde a terra come un fanciullino; +E non era caduto al prato a pena, +Che ai piedi il prende e strasinando il mena. + +De le tre dame ogniuna avea ghirlanda +Chi de rosa vermiglia e chi de bianca; +Ciascuna se la trasse in quella banda, +Poi che altra cosa da ferir li manca; +E benché il cavallier mercè dimanda, +Tanto il batterno, che ciascuna è stanca, +Però che al prato lo girarno intorno, +Sempre battendo, insino a mezo giorno. + +Né il grosso usbergo né piastra ferrata +Poteano a tal ferire aver diffesa; +Ma la persona avea tutta piagata +Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa, +Che ne lo inferno ogni anima dannata +Ha ben doglia minor senza contesa, +Là dove quel baron de disconforto, +Di tema e di martìr quasi era morto. + +Né sa se omini o dei fosser costoro: +Nulla diffesa o preghera vi vale; +E, standosi così, senza dimoro +Crescerno in su le spalle a tutti l'ale, +Quale erano vermiglie e bianche e d'oro, +E in ogni penna è un occhio naturale, +Non come di pavone, o de altro occello, +Ma di una dama grazïosa, e bello. + +E, poco stando, se levarno a volo, +L'un dopo l'altro verso il cel saliva. +Ranaldo a l'erba si rimase solo; +Amaramente quel baron piangiva, +Perché sentia nel cor sì grande il dôlo, +Che a poco a poco l'anima gli usciva, +E tanta angoscia nella fine il prese, +Che come morto al prato se distese. + +Mentre che tra quei fior così iacea, +E de morire al tutto quivi estima, +Gionse una dama in forma de una dea, +Sì bella che contar nol posso in rima, +E disse: - Io son nomata Pasitea, +De le tre l'una che te offese in prima: +Compagna dello Amore e sua servente, +Come vedesti e provi di presente. + +E fu quel giovanetto il dio d'Amore, +Qual te gettò de arcion come nemico; +Se contrastar ti credi, hai preso errore, +Ché nel tempo moderno o ne l'antico +Non si trova contrasto a quel segnore. +Ora attendi al consiglio che io te dico, +Se vôi fuggir la dolorosa morte; +Né sperar vita o pace in altra sorte. + +Amore ha questa legge e tal statuto, +Che ciascun che non ama, essendo amato, +Ama po' lui, né gli è l'amor creduto, +Acciò che 'l provi il mal ch'egli ha donato. +Né questo oltraggio che te è intravenuto, +Né tutto il mal che puote esser pensato, +Se può pesar con questo alla bilancia, +Ché quel cordoglio ogni martìre avancia. + +Il non essere amato ed altri amare +Avanza ogni martìr, come io te ho detto, +E questa legge converrai provare, +Se vôi fuggir de Amore ogni dispetto. +Or, perché intenda, a te conviene andare +Per questo bosco ombroso a tuo diletto, +Sin che ritrovarai sopra a una riva +Uno alto pino ed una verde oliva. + +La rivera zoiosa indi dechina +Per li fioretti e per l'erba novella; +Ne l'acqua trovarai la medicina +A quel dolor che al petto ti martella. - +Così parlò la dama peregrina, +Poi ne l'aria volò come una occella; +Salendo sempre in su, del celo acquista, +Onde a Ranaldo uscì presto di vista. + +Lui doloroso non sa che si fare, +Poi che incontrata ha sì forte ventura, +Né tra se stesso puote imaginare +Come tal cosa sia fuor de natura, +Che veda gente per l'aria volare, +Né contra a lor val forza né armatura. +Da gente ignuda è vento il suo valore +Con zigli e rose e con foglie di fiore. + +A gran fatica il suo corpo tapino +Levò dove languendo l'avea messo, +E con più pena si puose in camino, +Cercando intorno il bosco ombroso e spesso; +E trovò verso il fiume l'alto pino +E l'arbor de l'oliva a quello apresso. +Da le radice stilla una acqua chiara, +Dolce nel gusto e dentro al core amara; + +Perché de amore amaro il core accende +A chi la gusta l'acqua delicata; +E però già Merlin per fare amende +La fonte avea qua presso edificata, +Che fa lasciar ciò che a questa se prende, +Come io vi racontai quella giornata +Quando Ranaldo bevette alla fonte, +Ove Angelica poi n'ebbe tante onte. + +Or nel presente non se racordava +Più il cavallier di quel tempo passato, +Ma come aponto in su 'l fiume arivava, +Essendo doloroso ed affannato, +Ché ogni percossa gran pena li dava, +Sopra alla ripa fu presto chinato, +E per gran sete il principe gagliardo +Assai bevette e non vi ebbe riguardo. + +Bevuto avendo ed alciando la facia, +Da lui se parte ogni passata doglia, +Benché la sete perciò non se sacia, +Ma, più bevendo, più di bere ha voglia. +Lui di questa ventura Idio ringracia, +E standosi contento e con gran zoglia +Li torna nella mente a poco a poco +Che un'altra fiata è stato in questo loco; + +Quando, dormendo ne l'erba fiorita, +Con zigli e rose Angelica il svegliò, +E ricordosse che l'avea fuggita, +Dil che acramente se ripente mo. +De amor avendo l'anima ferita, +Vorebbe adesso quel che aver non pô, +La bella dama, dico, in quel verziero, +Ché nel presente non serìa sì fiero. + +E biasmando la sua crudelitate +E le grande onte fatte a quella dama, +Tutte le amenta quante ne ha già usate, +E sé crudele e dispietato chiama. +Già la odïava poche ore passate, +Più che se stesso nel presente l'ama; +E tanta voglia ha dentro al core accolta, +Che vôl tornare in India un'altra volta. + +Sol per vedere Angelica la bella +Un'altra volta in India vôl tornare. +Venne a Baiardo per salire in sella, +Che poco longi il stava ad aspettare: +E così andando vidde una donzella, +Ma non la potea ben rafigurare, +Perché era dentro al bosco ancor lontana, +Oltra a quel fiume, a lato a la fontana. + +Le chiome avea rivolte al lato manco, +E la cima increspata e sparta al vento; +Sopra de un palafren crinuto e bianco, +Che ha tutto ad ôr brunito il guarnimento, +Un cavallier gli stava armato al fianco, +Ne la sembianza pien de alto ardimento, +Che ha per cimero un Mongibello in testa, +Ritratto al scudo e nella sopravesta. + +Dico che quel barone ha per cimero +Una montagna che gettava foco; +E 'l scudo e la coperta del destriero +Avean pur quella insegna nel suo loco. +Ora, cari segnori, egli è mestiero +Questa ragione abbandonare un poco, +Per accordar la istoria ch'è divisa: +Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa. + +Non lo abandona la donzella altiera, +Ma giorno e notte senza fine il caccia, +Né monte alpestro, né grossa riviera, +Né selva, né palude mai lo impaccia. +Ma Frontalate, la bestia legiera, +Li facea indarno seguitar tal traccia: +Quel bon destrier, che fu di Sacripante, +Come un uccello a lei fugge davante. + +Quindeci giorni già l'avea seguito, +Né d'altro che di fronde era pasciuta. +Il falso ladro, che è forte scaltrito, +Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta; +Perché era tanto presto e tanto ardito, +Che ogni taverna che avesse veduta, +Dentro ve intrava e mangiava di botto, +Poi via fuggiva e non pagava il scotto. + +E benché i teverneri e' lor sergenti +Dietro li sian con orci e con pignate, +Lui se ne andava stropezando e denti, +E faceva a ciascun mille ghignate. +A le qual fare avea tanti argomenti, +Che donne spoletane o folignate, +Qual porton l'ovo da matina a cena, +Se avrian guardate da' suoi tratti apena. + +E pur Marfisa sempre il seguitava, +Quando più longi, e quando più dapresso. +- Al ladro! al ladro! - sempre mai cridava, +E ciascun rispondeva: - Egli è ben desso. - +Ogniom di quel giotton se lamentava, +Perché e miglior boccon pigliava spesso, +E loro il menacciavan pur col dito. +Ora non più, ché il canto è qui finito. + +Canto decimosesto + +La bella istoria che cantando io conto, +Serà più dilettosa ad ascoltare, +Come sia il conte Orlando in Franza gionto +Ed Agramante, che è di là dal mare; +Ma non posso contarla in questo ponto, +Perché Brunello assai me dà che fare; +Brunello, il piccolin di mala raccia, +Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia. + +Ed avea tolto il corno al conte Orlando, +Sì come io vi contai, quella matina, +E Balisarda, lo incantato brando +Che fabricato fu da Falerina; +E nel canto passato io dicea quando +Intrava quel giottone a ogni cucina, +Non aspettando a' figatelli inviti, +Pigliando e grossi sempre e rivestiti. + +Come ha bevuto, sen porta la taccia, +E parli a ponto aver pagato l'oste +Con dir, quando sen va: - Bon pro vi faccia! - +Ma pur Marfisa gli è sempre alle coste, +E de impiccarlo ogniora lo minaccia. +Quel mal strepon le fa ben mille poste: +Lasciandola appressar va lento lento, +Da poi la lascia e fugge come un vento. + +Quindeci giorni sempre era seguita, +Com'io vi dissi, la donzella acerba; +Ed era estremamente indebilita, +Perché de fronde si pasceva e de erba, +Ma pur volea pigliarlo alla finita. +Tanto ha sdegnoso il cor quella superba, +Che il segue in vano, e pur non se ne avede, +Essendo egli a destriero ed essa a piede, + +Perché al ronzon di lei mancò la lena, +E cadde morto alla sesta giornata. +Dapoi le gambe per tal modo mena +Così come era del suo sbergo armata, +Che mai non uscì veltra di catena, +Né mai saetta de arco fu mandata, +Né falcon mai dal cel discese a valle, +Che non restasse a lei dietro alle spalle. + +Ma per lunga fatica e debilezza +L'armatura che ha in dosso, assai gli pesa, +Onde se la spogliò con molta frezza, +Né teme che Brunel faccia diffesa. +Poi che ebbe posto giù quella gravezza, +Sì ratta se ne andava e sì distesa, +Che più volte a Brunel fece spavento, +Benché ha il destrier che fugge come vento. + +Perché assai volte fo tanto vicina, +Che la credette in su la croppa avere; +Alor ne andava lui con gran roina, +Spronando il buon destriero a più potere. +Dietro lo segue la forte regina; +Ma nova cosa che ebbe ad apparere, +Sturbò Marfisa, che lo seguia forte, +E seguìto l'avria sino alla morte. + +Però che riscontrarno una donzella, +Che adagio ne venìa sopra a quel piano, +Vestita a bianco e a meraviglia bella, +E seco un cavalliero a mano a mano. +Di lor vi contarò poi la novella, +Ché io vo' seguire adesso l'Affricano, +Qual via fuggendo per monte e per valle +Sempre Marfisa aver crede alle spalle. + +Essa rimase ed ebbe gran travaglia, +Come a bell'agio vi vorò contare, +Benché tal briga fo senza battaglia. +Ma già Brunel non ebbe ad aspettare, +E sopra al bon destrier coperto a maglia +In pochi giorni fu gionto in su il mare; +E, trovato un naviglio a suo convegno, +In Africa passò senza ritegno. + +Dentro a Biserta gionse ad Agramante, +Quale adirato stava in gran pensiero, +Ché de le gente che ha adunate tante +Non vôl passare alcun senza Rugiero; +E lui guardato è da quel negromante, +Che mai de averlo non serìa mestiero, +Né pur se può vedere il damigello, +Chi non ha pria de Angelica lo annello. + +Or gionse il ladro e menando gran festa +Avanti al re zoioso se appresenta; +E poi la bretta si trasse di testa, +E di contare il fatto se argumenta. +Ogni re grande e principe di gesta +Per ascoltare intorno se appresenta, +E lui dice ridendo a qual partito +Tolse a la dama quello annel di dito; + +Come di sotto al re de Circasia, +Non se accorgendo lui, tolse il destriero; +E di Marfisa, che fu tanto ria +Che il fece uscir più fiate del sentiero; +E de quel brando e del corno che avia +Tolto con tal prestezza a un cavalliero; +E l'altre cose ancor di ponto in ponto +Sin che davanti al re quivi era gionto. + +Avendo il suo parlar poscia compiuto, +Ad Agramante il bel corno donava, +Il qual fu incontinente cognosciuto, +Però che Almonte in Africa il portava; +Poi se sapea che Orlando l'avea avuto, +Onde forte ciascun meravigliava, +E l'un con l'altro assai di ciò contende. +Perciò Brunello a questo non attende, + +Ma pose al re quello annelletto in mano, +Qual fo con tal virtute fabricato, +Che a sua presenzia ogn'incanto era vano. +Il re Agramante in piede fo levato, +E in presenzia di tutti a mano a mano +Ebbe Brunello il ladro incoronato, +Donando a lui de Tingitana il regno, +Populi e terre ed ogni suo contegno. + +Questo reame allo estremo ponente +Da gente negra se vede abitare. +Or non se pose indugio di nïente, +Ma de Rugiero ogni om prese a cercare, +Il re Agramante e tutte le sue gente, +Né il re Brunello il volse abandonare; +E passando il deserto de l'arena +Gionsero un giorno al monte di Carena. + +Quella montagna è grande oltra misura +E quasi con la cima al celo ascende, +Al summo de essa ha una bella pianura, +Che cento miglia o quasi se distende, +De arbori ombrosa e di bella verdura; +Per mezo a quella un gran fiume discende, +Qual giù di monte in monte cade al piano, +E fa un bel porto al mar de l'oceano. + +A lato di quel fiume era un gran sasso, +Nel mezo di quel pian ch'io vi ho contato +Quasi alto un miglio dalla cima al basso, +De un mur di vetro intorno circondato; +Né da salirvi su si vedde il passo, +Perché tutto de intorno è dirupato, +Ma, per quel vetro riguardando un poco, +Vedeasi un bel giardino entro a quel loco. + +Era il vago giardino in su la cima +De verdi cedri e di palme fronzuto. +Mulabuferso, ch'ivi è stato in prima +E non aveva il gran sasso veduto, +Incontinente prese per estima +Che per incanto ciò fosse avenuto, +E che lo incantator detto Atalante +L'avesse ascoso a gli occhi suoi davante. + +Ora per lo annelletto era scoperto, +Che a sua presenzia ogni incanto guastava, +Onde ciascun di lor tenne per certo +Che là Rugier di sopra dimorava. +Quando Atalante, quel vecchione esperto, +Vidde la gente che là su mirava, +Dolente for di modo entra in pensiero +De aver già perso il paladin Rugiero. + +E va de intorno e non sa che si fare +A ritenere il giovene soprano; +Sempre piangendo lo attende a pregare +Che non discenda in modo alcuno al piano. +Ma il re Agramante pur stava a mirare, +E tutti gli altri, quel gran sasso in vano; +Non sa che fare alcun, né che se dire: +Lì su senza ale non si può salire. + +Brunello, il novo re de Tingitana, +Poi che salire assai se fo provato, +E che sua forza e sua destrezza è vana, +Tanto era lisso quel vetro incantato, +Posesi alquanto in su la terra piana, +Ed avendo fra sé molto pensato, +Levossi in piedi e disse: - Iddio ne lodo, +Ché aver Rugiero ho pur trovato il modo. + +Ma bisogna che tutti me aiutati, +E che il mio dir sia fatto a compimento. +Cento di voi, sì come seti armati, +Cominciareti insieme un torniamento, +E quanto più potete, vi provati +Mostrar alto valore ed ardimento, +Urtandovi l'un l'altro alla travaglia +Con trombe e corni, a guisa di battaglia. - + +Dicea ciascun: - Questa è cosa legiera! - +Ma non sapean comprender la cagione, +Onde, partiti a canto alla rivera, +Ciascun sotto sua insegna e suo penone, +Prima Agramante fece la sua schiera, +Che ciascuno era re, duca, o barone: +Cinquanta campïoni usati a guerra +Sopra a destrier coperti insino a terra. + +Ma il re del Garbo e di Bellamarina, +E il franco re de Arzila e quel de Orano, +E il giovanetto re de Constantina, +Il re di Bolga con quel di Fizano, +Urtarno e lor destrieri a gran ruina +Contra Agramante con le spade in mano. +Cinquanta eran costor, né più né meno, +Ciascun de ardire e di prodezza pieno. + +E l'una e l'altra schiera a gran furore +Scontrarno insieme con molto fracasso, +Con cridi e trombe, e con tanto romore +Quanto caduto fosse il celo al basso. +La schiera de Agramante ebbe il peggiore, +Perché atterrati furno al primo passo +Da venti cavallier de la sua gente, +E de questi altri sette solamente. + +E quasi fu pigliata la bandiera, +Ch'era portata avanti al re di poco, +E sì stretta era la sembraglia e fiera, +Che non mostrava, sì come era, un gioco. +Sobrin di Garbo, la persona altiera, +Che ha per insegna e per cimero un foco, +Benché canuto sia forte il vecchione, +In quel tornero assembra un fier leone. + +Ma il re Agramante, che porta il quartero +Nel scudo e sopravesta azuro e d'oro, +Sopra di Sisifalto, il gran destriero, +Se muove furïoso e dà tra loro. +Mulabuferso, quel forte guerrero, +Che regge de Fizano il tenitoro, +Fu da Agramante de uno urto percosso, +E cadde a terra col destrier adosso. + +Ed Agramante per questo non resta, +Ma per la schiera volta il gran ronzone, +E gionse Mirabaldo in su la testa, +E tramortito lo trasse de arcione. +Questo era re di Borga e di gran gesta: +La insegna di sua casa era un montone +Ritratto in campo bianco a bel lavoro; +Negro è il montone ed ha le corne d'oro. + +Lui cadde a terra, e il re non si rafina +Ferendo intorno e di furore acceso; +Il re Gualcioto di Bellamarina +De un colpo abatte alla terra disteso. +Questo nel scudo avea la colombina, +Con un ramo de oliva in bocca preso; +Bianca è la colombina e il scudo nero, +Ed a tal guisa ancor fatto il cimero. + +Facea Agramante prove a meraviglia, +E benché sia da molti accompagnato, +Alcun già di prodezza nol simiglia. +Il re di Tremison gli era da lato, +Che al scudo d'oro ha la rosa vermiglia: +Alzirdo il campïone è nominato; +E Folvo era con seco, il re di Fersa, +Che ha il scudo azuro e de oro una traversa; + +Molti altri ancora che io non vo' contare, +Che aspetto a dirli poi più per bell'agio: +E nomi e l'arme lor vo' divisare, +Quando faranno in Francia il gran passagio. +Ma voglio nel presente seguitare +Del torniamento fatto al bel rivagio +Tra que' re saracini a gran furore, +Ove mostra Agramante il suo valore. + +Alla sinistra e alla destra si volta, +E questo abatte e quello urta per terra, +Facendo col destriero aprir la folta, +E l'uno al braccio e l'altro a l'elmo afferra. +Tutta sua compagnia stava ricolta, +E lui soletto fa cotanta guerra: +Per dimostrar la sua fortezza ed arte +Gli altri suoi tutti avea tratti da parte. + +E prese il re de Arzila nel cimiero, +Al suo dispetto lo trasse d'arcione; +E non ritrova re né cavalliero +Qual seco durar possa al parangone. +Stava nel sasso a riguardar Rugiero +Questa sembraglia, a lato a quel vecchione; +A lato a quel vecchion che l'ha nutrito, +Stava mirando il giovanetto ardito. + +Ma per l'altezza lontano era un poco +Ove quelle arme son meschiate al piano, +E per gran doglia non trovava loco, +Battendo e piedi e stringendo ogni mano; +Ed avea il viso rosso come un foco, +Pregando pure il negromante in vano +Che giù lo ponga, e ripregando spesso, +Sì che quel gioco più vegga di presso. + +- Deh, - diceva Atalante - filiol mio, +Egli è un mal gioco quel che vôi vedere! +Stati pur queto e non aver disio +Tra quella gente armata de apparere; +Però che il tuo ascendente è troppo rio, +E, se de astrologia l'arte son vere, +Tutto il cel te minaccia, ed io l'assento, +Che in guerra serai morto a tradimento. - + +Rispose il giovanetto: - Io credo bene +Che 'l celo abbia gran forza alle persone; +Ma se per ogni modo esser conviene, +Ad aiutarlo non trovo ragione. +E se al presente qua forza mi tiene, +Per altro tempo o per altra stagione +Io converrò fornire il mio ascendente, +Se tue parole e l'arte tua non mente. + +Onde io ti prego che calar mi lassi, +Sì ch'io veda la zuffa più vicina, +O che io mi gettarò de questi sassi, +Trabuccandomi giù con gran roina; +Ché ognior ch'io vedo per que' lochi bassi +Sì ben ferir la gente peregrina, +Serebbe la mia gioia e il mio conforto +Star seco un'ora, ed esser dapoi morto. - + +Veggendo il vecchio quella opinïone, +Che gire ad ogni modo è destinato, +Andò di quel giardino ad un cantone, +Ove un picciol uscietto ha disserrato; +E menando per mano il bel garzone +Per una tomba discese nel prato, +A piè del sasso, a lato alla fiumana, +Ove si stava il re de Tingitana. + +Dico che il re Brunello alla riviera +Stava soletto ove il vecchio discese, +E come vidde il giovanetto in ciera, +Che sia Rugiero subito comprese. +Mirando il suo bel viso e la maniera, +La atta persona e l'abito cortese, +Cognobbe il re Brunel, che è tanto esperto, +Che era Rugiero il giovane di certo. + +E, preso Frontalate, il suo destriero, +Accorda il speronar bene alla briglia; +Onde quel, ch'era sì destro e legiero, +Facea bei salti e grandi a meraviglia. +A ciò mirando il giovane Rugiero, +Tanto piacere e tanta voglia il piglia +De aver quel bel destrier incopertato, +Che del suo sangue avria fatto mercato. + +E pregava Atalante, il suo maestro, +Che gli facesse aver quel bon ronzone; +Or, per non vi tener troppo a sinestro, +E racontarvi la conclusïone, +Benché Atalante avesse il core alpestro, +E dimostrasse con molta ragione +La sua misera sorte al giovanetto, +Perché e destrieri e l'arme abbia in dispetto, + +Lui tal parole più non ascoltava +Che ascolti il prato che ha sotto le piante, +Anci di doglia ognior si consumava, +Mostrando di morirse nel sembiante. +Onde a sua voglia il vecchio se piegava, +E come il re Brunel fu loro avante, +Dimandarno il destriero e guarnimento, +Per cambio di tesoro a suo talento. + +Il re, che fuor di modo era scaltrito, +Veggendo andare il fatto a suo disegno, +- Se l'ôr - dicea - del mondo fosse unito, +Non vi darebbi il mio destrier per pegno, +Però che un gran passaggio è stabilito, +Ove ogni cavallier d'animo degno, +Che desidri acquistar fama ed onore, +Potrà mostrare aperto il suo valore. + +Ora è venuta pur quella stagione +Che desidrava ciascun valoroso; +Or vederasse a ponto il parangone +Di chi vôl loda, e chi vôl stare ascoso. +Or si vedranno e cor de le persone, +Qual serà vile, e qual sia glorïoso; +Chi restarà di qua, come schernito +Da' fanciulletti fia mostrato a dito; + +Però che 'l re Agramante vôl passare +Contra al re Carlo ed alla sua corona, +Tutto di velle è già coperto il mare, +La Africa tutta a furia se abandona. +Gionto è quel tempo che può dimostrare +Ciascun suo ardire e sua franca persona; +Ogni bon cavalliero a tondo a tondo +Farà di sé parlar per tutto il mondo. - + +Mentre che sì parlava il re Brunello, +Rugier, che attentamente l'ascoltava, +Più volte avea cangiato il viso bello, +E tutto come un foco lampeggiava, +Battendo dentro al cor come un martello: +E 'l re pur ragionando seguitava: +- Non se vidde giamai, né in mar né in terra, +Cotanta gente andare insieme a guerra. + +E già trentaduo re sono adunati: +Ciascun gran gente di sua terra mena; +Già sono e vecchi e' fanciulletti armati, +Retien vergogna le femine apena. +Però, segnor, non vi meravigliati +Se il mio ronzon, che è di cotanta lena, +Non voglio darvi a cambio di tesoro, +Perché io nol venderebbi a peso d'oro. + +Ma se io stimassi che tu, giovanetto, +Restassi per destrier di non venire, +Insino adesso ti giuro e prometto +Che de queste armi ti voglio guarnire, +E donerotti il mio destriero eletto; +E so che certamente potrai dire, +Che 'l principe Ranaldo o il conte Orlando +Non ha meglior ronzon né meglior brando. - + +Non stette il giovanetto ad aspettare +Che Atalante facesse la risposta, +Come colui che mille anni gli pare +Di esser sopra lo arcion senz'altra sosta, +E disse: - Se il destrier mi vôi donare, +Nel foco voglio intrare a ogni tua posta; +Ma sopra a tutto te adimando in graccia +Che quel che far si die', presto si faccia; + +Ché là giù vedo quella gente armata, +Qual tanto ben si prova in su quel piano, +Che ogni atimo mi pare una giornata +Di trovarmi tra lor col brando in mano; +Onde io ti prego, se hai mia vita grata, +Damme l'armi e il destriero a mano a mano +Ché, se io vi giongo presto, e' mi dà il core +O di morire, o de acquistare onore. - + +Il re rispose sorridendo un poco: +- Non si vôl far là giù destruzïone, +Perché la gente che vedi in quel loco, +De Africa è tutta ed adora Macone. +Quello armeggiare è fatto per un gioco, +E sol si mena il brando di piattone; +Di taglio, né di ponta non si mena: +Ciò comandato è sotto grave pena. - + +- Damme pur il destriero e l'armatura, - +Dicea Rugiero - ed altro non curare, +Però che io ti prometto alla sicura +Che io saprò come loro il gioco fare. +Ma tu me indugiarai a notte oscura, +Prima che io possa a quel campo arivare. +Male intende colui che in tempo tiene, +Ché mezo è perso il don che tardi viene. - + +Odendo questo il vecchione Atalante, +Però che era presente a le parole, +Biastemava le stelle tutte quante, +Dicendo: - Il celo e la fortuna vôle +Che la fè di Macone e Trivigante +Perda costui, che è tra' baroni un sole, +Che a tradimento fia occiso con pene; +Or sia così, dapoi che esser conviene. - + +Così parlava forte lacrimando +Quel negromante, e con voce meschine +Dicea: - Filiolo, a Dio ti racomando! - +Poi se ascose lì presso tra le spine. +Ma il giovanetto avea già cento il brando, +E guarnito era a maglie e piastre fine, +E preso al ciuffo il bon destriero ardito +Sopra lo arcion de un salto era salito. + +Il mondo non avea più bel destriero, +Sì come in altro loco io vi contai. +Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero, +Più vaga cosa non se vidde mai. +E, mirando il cavallo e il cavalliero, +Se penarebbe a iudicare assai +Se fosser vivi, o tratti dal pennello, +Tanto ciascuno è grazïoso e bello. + +Era il destrier ch'io dico, granatino: +Altra volta descrissi sua fazone. +Frontalate il nomava il saracino, +Qual lo perdette ad Albraca al girone; +Ma Rugier possa l'appellò Frontino, +Sin che seco fu morto il bon ronzone; +Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome, +Avendo altro segnore ebbe altro nome. + +Quel che facesse il giovanetto fiero +Sopra questo ronzon di che vi conto, +E come sparpagliasse il gran torniero, +Quando nel prato subito fu gionto, +Più largo tempo vi farà mestiero, +Onde al canto presente faccio ponto; +E nel seguente conterovi a pieno +Come il fatto passò, né più né meno. + +Canto decimosettimo + +Come colui che con la prima nave +Trovò del navicar l'arte e l'ingegno, +Prima alla ripa e ne l'onda suave +Andò spengendo senza vella il legno; +A poco a poco temenza non have +De intrare a l'alto, e poi, senza ritegno +Seguendo al corso il lume de le stelle, +Vidde gran cose e glorïose e belle; + +Così ancora io fin qui nel mio cantare +Non ho la ripa troppo abandonata; +Or mi conviene al gran pelago intrare, +Volendo aprir la guerra sterminata. +Africa tutta vien di qua dal mare, +Sfavilla tutto il mondo a gente armata; +Per ogni loco, in ogni regïone +È ferro e foco e gran destruzïone. + +Assembrava in Levante il re Gradasso, +In Ponente Marsilio, il re di Spagna, +Che ad Agramante ha conceduto il passo, +Ed esso è in mezo giorno alla campagna. +Tutta Cristianitate anco è in fraccasso, +La Francia, l'Inghilterra e la Allemagna; +Né Tramontana in pace se rimane: +Vien Mandricardo, il figlio de Agricane. + +Tutti vengono adosso a Carlo Mano +Da ogni parte del mondo, a gran furore; +Allor fia pien di sangue il monte e il piano, +E se odirà nel cel l'alto romore; +Ma nel presente io me affatico in vano, +Ché a questo fatto io non son gionto ancore, +E, volendol chiarire, egli è mestiero +Prima che io conti il tutto di Rugiero. + +Il qual lasciai in su il destriero armato, +Con Balisarda il bon brando al gallone, +Qua già fu con tale arte fabricato, +Che taglia incanto ed ogni fatasone; +Or, perché il fatto ben vi sia contato, +Che l'intendiati a ponto per ragione, +Quel torniamento de che vi contai, +Era nel prato più caldo che mai. + +Ché Pinadoro, il re de Constantina, +E il re di Nasamona, Pulïano, +Veggendo de Agramante la ruina, +Qual solo abatte la sua schiera al piano +(Ché il re di Bolga e di Bellamarina, +E quel d'Arzila con quel di Fizano, +Qual d'urto avea atterrato e qual di spada, +E ben tra gli altri se facea far strada; + +E la schiera di lui stava da lato, +Come tal fatto non toccasse a loro): +Onde e due franchi re ch'io v'ho contato, +Io dico Pulïano e Pinadoro, +Avendo il campo alquanto circondato, +Ferirno a tutta briglia tra costoro, +E ferno aprir per forza quella schiera, +Gettando a terra la real bandiera. + +Alla guardia di quella era Grifaldo +Re di Getula, e 'l re de la Alganzera: +Bardulasto avea nome quel ribaldo, +Di cor malvaggio e di persona fiera. +Né l'un né l'altro al gioco stette saldo: +Fo lor squarciata in braccio la bandiera, +E fo Grifaldo tratto de l'arcione +Da Pulïano a gran confusïone. + +E Bardulasto quasi tramortito +Fu per cadere anch'esso alla foresta; +Ché Pinadoro, il giovanetto ardito, +A gran roina il gionse in su la testa; +Onde, al colpo diverso imbalordito, +Via ne 'l porta il destriero a gran tempesta; +E Pinadoro a gli altri se disserra, +E questo abatte e quello urta per terra. + +Gionse alla fronte il forte re di Fersa, +Fiaccando sopra a l'elmo la corona, +Che ne andò a terra in più parte dispersa; +Poi verso Alzirdo tutto se abandona, +E tramortito al campo lo riversa. +Questo Alzirdo era re di Tremisona; +Gettollo a terra il re di Constantina, +Che sopra al campo mena tal roina. + +Fo costui figlio a l'alto re Balante, +Che da Rugier Vassallo ebbe la morte, +Vago di faccia e di core arrogante, +Maggior del patre e più destro e più forte. +Ora la gente a lui fugge davante, +Né se ritrova alcun che se conforte +Di star con seco voluntieri a faccia, +Ma come capre avante ogniom se caccia. + +Il re Agramante non era vicino, +Ed intendea di tal fatto nïente, +Però che avea afrontato il re Sobrino, +E quel se diffendeva arditamente; +Ma vidde di lontano il gran polvino +Che menava fuggendo la sua gente. +Fuggia sua gente a Pinadoro avante: +Forte turbosse in faccia il re Agramante, + +E rivoltato con la spada in mano +Ne l'elmo a Pinadoro un colpo lassa, +E tramortito lo distese al piano; +Ma, mentre che turbato avanti passa, +Gionse a lui nella coppa Pulïano, +E la coperta a l'elmo li fraccassa, +Scendendo sì gran colpo in su le spalle, +Che quasi il pose del destriero a valle. + +Pur, come quel che avea soperchia lena, +Se tenne per sua forza nello arcione, +E verso Pulïano il brando mena, +E qui se cominciò l'aspra tenzone. +Or, mentre che ciascun più se dimena, +Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione, +El re de Arzila, ch'era rimontato, +Quel de Fizano e quel di Bolga a lato. + +Adosso ad Agramante ogniom si serra, +E quando l'un promette, e l'altro dona, +Come fosse mortal l'odio e la guerra; +Pur che si possa, alcun non se perdona. +Tutto il cimiero avean gettato a terra +Ad Agramante e rotta la corona +Quei cinque re ch'io dissi; ogniom martella, +Cercando trarlo al fin for della sella. + +E certo l'avrian preso al suo dispetto, +A benché fosse sì franco guerrero, +Ché avere a far con uno egli è un diletto, +Ma cinque son pur troppo, a dire il vero. +Ora vi gionse il forte giovanetto, +Qual giù callava, io dico il bon Rugiero, +Che l'arme avea del re de Tingitana; +Callò la costa e gionse in su la piana. + +Come fo gionto, tutto se abandona +Ove stava Agramante a mal partito; +Frontino, il bon destrier, forte sperona +E dà tra loro il giovanetto ardito; +Gionse alla testa il re di Nasamona, +E fuor d'arcione il trasse tramortito, +E toccò dopo lui quel re Fizano; +Sì come al primo, lo distese al piano. + +Alto da terra volta il suo Frontino, +Che proprio un cervo a' gran salti somiglia; +Alcun già non cognosce il paladino: +Che sia Brunello ogniom si meraviglia. +Ora ecco gionto ha d'urto il re Sobrino, +Correndo l'uno e l'altro a tutta briglia; +Ed andò il re Sobrino, a gran fraccasso, +Il suo destriero e lui tutto in un fasso. + +Dopo lui pose a terra Prusïone, +Quale era re de l'Isole Alvaracchie. +Come da l'aria giù scende il falcone, +E dà nel mezo a un groppo di cornacchie: +Lor, sparpagnate a gran confusïone, +Cridando van per arbori e per macchie; +Così tutta la gente in quel torniero +Fuggia davanti al paladin Rugiero. + +Il re de Arzila, io dico Bambirago, +Fu da Rugier colpito in su la testa; +Costui portava per cimiero un drago: +Con quel percosse il capo alla foresta. +Sempre più viene il giovanetto vago +Di ben ferire, e menando tempesta +Pose Tardoco e Marbalusto al piano, +L'un re de Alzerbe e l'altro re d'Orano. + +E Baliverzo, il re di Normandia, +Fo tratto dello arcione al suo dispetto. +Quando Agramante e gran colpi vedia, +Per meraviglia usciva de intelletto, +Ché 'l re de Tingitana esser credia, +Per l'arme che avea indosso il giovanetto; +Ma prima nol tenea gagliardo tanto, +Or ben li dava di prodezza il vanto. + +Perché sappiati il fatto ben compito, +Ordinato è il torniero a tal ragione, +Che non poteva alcuno esser ferito, +Menando tutti e brandi de piatone, +Ed altrimente a morte era punito +Chiunque facesse al gioco fallisone. +Di taglio né di ponta alcun non mena: +Sapea Rugiero e l'ordine e la pena. + +Però menava sol di piatto il brando, +E gionse il fio d'Almonte, Dardinello, +Che portava il quarter sì come Orlando, +E for de arcion lo trasse a gran flagello. +Dicea Agamante: - A Dio mi racomando, +Ch'io non credetti mai che quel Brunello +Un regno meritasse per valore: +Ma ben serebbe degno imperatore. - + +Queste parole diceva Agramante, +E stavasi da parte a riguardare +E colpi orrendi e le prodezze tante, +Quanto potesse alcuno imaginare. +Ecco Rugiero abatte a lui davante +Argosto, che armiraglio era del mare, +Argosto de Marmonda, il pagan fiero, +Che avea il timone a l'elmo per cimiero. + +Gionse Arigalte, il re de l'Amonia, +E 'l re de Libicana, Dudrinasso, +E seco Manilardo in compagnia, +Re di Norizia, e mena gran fraccasso. +Eran costoro il fior de Pagania, +Che non curavan tutto il mondo uno asso; +Veggendo che colui fa tanta guerra, +Se destinâr di porlo al tutto in terra. + +Ciascun percosse il giovanetto franco, +Ma lui trasse Arigalte de la sella, +Qual porta senza insegna il scudo bianco, +E per cimero un capo di donzella. +Al primo colpo non parbe già stanco, +Ché Dudrinasso sì forte martella, +Che gli roppe 'l cimero e la corona, +E tramortito a terra lo abandona; + +Ed avantosse contra a Manilardo, +Né più de' primi fu questo diffeso; +Benché tra gli altri assai fusse gagliardo, +Rimase allora in su il prato disteso. +Quando Agramante a ciò fece riguardo, +Fu ben de invidia grande al core acceso, +Che un altro avesse più di lui valore, +Stimando assai per questo esser minore. + +E destinato veder se Brunello +Potesse il campo contra a lui durare, +Mossese ratto, che parbe uno uccello. +Sopra a Rugiero un colpo lascia andare, +E gionse di traverso il damigello, +E quasi il fece a terra trabuccare; +Ma pur se tenne nello arcion apena, +Presto se volta ad Agramante e mena. + +Era il cimero e la insegna reale +Tre fusi da filare e una gran rocca; +Rugier, che gionse il re sopra al frontale, +Roppe le fuse e a terra lo trabocca. +A' soi sequaci ciò parbe gran male, +Onde ciascuno il giovanetto tocca: +Alzirdo, Bardulasto e Sorridano, +Ciascun quanto più pô, mena a due mano. + +Quel Sorridano è re della Esperia, +Ove il gran fiume Balcana discende, +Qual crede alcun che il Nil d'Egitto sia, +Ma chi ciò crede, poco se n'intende. +Or questi tre che io dissi, tuttavia +Ciascun quanto più pô Rugiero offende; +Chi di qua chi di là mena tempesta, +L'un per le braccie e l'altro per la testa. + +Voltosse verso Alzirdo il pro' Rugiero, +E quel ferì de un colpo sì diverso, +Che a gambe aperte il trasse del destriero; +Poi mena a Sorridano un gran roverso, +E lui distese sì come il primiero. +Allor fu Bardulasto tutto perso, +Né gli bastando d'affrontarsi il core +Venne alle spalle il falso traditore; + +E ferì de una ponta nel costato +Quel franco giovanetto a tradimento. +Quando Rugier si sente innaverato, +Forte adirosse e non prese spavento; +E verso Bardulasto rivoltato, +Lo vidde ritornar di mal talento +Per donarli la morte a l'altro tratto; +Ma non andò come credette il fatto. + +Ché, rivoltato essendo a lui Rugiero, +Non lo sofferse di guardare in faccia, +Che era in sembianza sì turbato e fiero, +Che par che al mondo e 'l cel tutto minaccia; +Onde esso, rivoltato il suo destriero, +Fuggendo avante a lui si pose in caccia. +Rugiero il segue, e sembra una saetta, +Cridando: - Volta! volta! Aspetta! aspetta! - + +Ma quel, che non volea ponto aspettare, +Giva ad un bosco assai quindi vicino, +Credendo di nascondersi e campare; +Ma troppo corridore era Frontino. +Non valse a Bardulasto il speronare, +Ché presso al bosco il gionse il paladino, +Là dove al suo dispetto essendo gionto, +Venne animoso a quello estremo ponto; + +E rivoltato con molto furore +Menò più colpi in vano al giovanetto, +Ma durò la battaglia poco d'ore, +Ché presto fu partito insino al petto. +Così il re de Algazera traditore +Rimase morto a canto a quel boschetto; +Rugier, spargendo il sangue for del fianco, +A poco a poco quasi venìa manco. + +Ma per pigliare a ciò rimedio e cura +Tornava al sasso dove era Atalante, +Il qual sapea de l'erbe la natura +E le virtute e l'opre tutte quante; +Onde di cavalcar ben se procura +Per ritrovarsi presto a lui davante, +Ché tanto la ferita lo adolora, +Che non bisogna far lunga dimora. + +Così ne andò Rugier, che era ferito; +E gli altri che restarno al torniamento, +Non se accorgevan che fosse partito, +Tanto gli avea percossi alto spavento. +Ma il re Agramante tutto sbigotito +A destrier rimontò con gran tormento, +Perché avea di vergogna un tal sconforto, +Che avria pena minore ad esser morto. + +Or lasciamo costor tutti da parte, +Ché nel presente ne è detto a bastanza, +Però che il conte Orlando e Brandimarte +Mi fa bisogno di condurli in Franza, +Accioché queste istorie che son sparte, +Siano raccolte insieme a una sustanza; +Poi seguiremo un fatto tanto degno +Quanto abbia libro alcuno in suo contegno. + +Andava Brandimarte e il conte Orlando +Per ritrovare Angelica al girone, +Sì come io vi contava alora quando +Lasciò Ranaldo Astolfo con Dudone; +Or là ritorno e dico, seguitando, +Che in diversi paesi e regïone +Per aventure strane ebber che fare, +Come io vi voglio a ponto racontare. + +Insieme cavalcando una matina; +In India, se trovarno ad un gran sasso, +Ove presso a una fonte una regina +Tenea piangendo forte il viso basso; +Sopra ad un ponte che quivi confina, +Guardava un cavalliero armato il passo. +Fermârsi e duo baron, pur con pensiero +Di aver battaglia con quel cavalliero. + +Ma ciascun d'essi, io dico il paladino +E Brandimarte, in prima volea gire; +E, standosi in contesa, un peregrino +Col suo bordone in man vedon venire. +Quel mostrava aver fatto un gran camino, +E passandosi via senz'altro dire, +Più non pensando, al ponte se ne entrava, +Ma il cavallier di là forte cridava: + +- Tòrnati adietro, se non vôi morire, +Tòrnati adietro, - cridava - poltrone, +Ché non è cavallier di tanto ardire, +Qual commettesse questa fallisone! +Se tu non torni, io te farò partire +Con sì fatto combiato, vil giottone, +Che mai non vederai ponte né sasso +Qual non te torni a mente questo passo. - + +Il peregrin, mostrandosi tapino, +Dicea: - Baron, per Dio! lasciami andare, +Ch'io aggio un voto al tempio de Apollino, +Il quale è in Sericana a lato al mare. +Se un altro ponte qua fosse vicino, +Ove questa acqua si possa vargare, +E me lo mostri, io te ringrazio e lodo; +Se non, qua passar voglio ad ogni modo. - + +- Come "a ogni modo", schiuma di cucina! - +Rispose il cavallier forte adirato, +E verso lui se mosse con ruina, +Per averlo del ponte trabuccato; +Ma il peregrin, gettando la schiavina, +Di sotto si scoperse tutto armato; +Lasciando andare a terra il suo bordone, +Trasse con furia un brando dal gallone. + +E' non se vidde mai livrer né pardo, +Il qual levasse sì legiero il salto, +Come faceva il peregrin gagliardo, +E quanto il cavallier sempre è tanto alto. +Né questo a quello avea ponto riguardo, +Ma con feroce e dispietato assalto +L'un l'altro avea ferito in parte assai, +E pur van drieto e non s'arrestan mai. + +Il cavallier smontato era de arcione, +Temendo che il destrier gli fosse occiso, +E, se non fosse sì forte barone, +Dal peregrin serìa stato conquiso. +Ciò riguardando il figlio di Melone +E Brandimarte, fo ben loro aviso +Non aver visti al mondo duo guerrieri +Che sian de questi più gagliardi e fieri. + +E benché a ciascun d'essi un'altra volta +Sembri aver visto il peregrino altronde, +Lo abito strano e la gran barba e folta +Non gli lascia amentare il come o il donde. +Or la battaglia è ben stretta e ricolta, +Né abatte il vento sì spesso le fronde, +Né si spessa la neve o pioggia cade, +Come son spessi e colpi de le spade. + +Il peregino ognior del ponte avanza, +Come colui che a meraviglia è fiero, +Ed era de alto ardire e gran possanza, +Onde avea già ferito il cavalliero +Nel braccio, nella testa e nella panza, +Sì che ritrarsi gli facea mestiero; +E benché ancor mostrasse ardita fronte, +Pur se ritrava abandonando il ponte. + +Era di là dal ponte una pianura +Intorno al sasso di quella fontana; +Quivi era un marmo de una sepoltura, +Non fabricata già per arte umana, +E sopra, a lettre d'oro, una scrittura, +La qual dicea: ' Bene è quella alma vana, +Qual s'invaghise mai del suo bel viso; +Quivi è sepolto il giovane Narciso.' + +Narciso fu in quel tempo un damigello +Tanto ligiadro e di tanta bellezza, +Che mai non fu ritratta con pennello +Cosa che avesse in sé cotal vaghezza; +Ma disdegnoso fu come fu bello, +Però che la beltate e l'alterezza +Per le più volte non se lascian mai, +Dil che perita è gran gente con guai: + +Sì come la regina de Orïente +Amando il bel Narciso oltra misura, +E trovandol crudel sì de la mente, +Che di sua pieta o di suo amor non cura, +Se consumava misera, dolente, +Piangendo dal matino a notte oscura, +Porgendo preghi a lui con tal parole, +Che arian possanza a tramutare il sole. + +Ma tutte quante le gettava al vento, +Perché il superbo più non l'ascoltava +Che aspido il verso de lo incantamento, +Onde ella a poco a poco a morte andava, +E gionta infin allo ultimo tormento +Il dio d'Amore e tutto il cel pregava, +Ne gli estremi sospir piangendo forte, +Iusta vendetta a la sua iniusta morte. + +E ciò gli avenne, però che Narciso +Alla fontana, de che io ve contai, +Cacciando un giorno fo gionto improviso, +E corso avendo dietro a un cervo assai, +Chinosse a bere, e vide il suo bel viso, +Il qual veduto non avea più mai; +E cadde, riguardando, in tanto errore, +Che de se stesso fu preso d'amore. + +Chi odì giamai contar cosa sì strana? +O iustizia de Amor, come percote! +Or si sta sospirando alla fontana, +E brama quel che avendo aver non pote. +Quell'anima che fu tanto inumana, +A cui le dame ingenocchion devote +Si stavano adorar come uno Dio, +Or mor de amore in suo stesso desio. + +Esso, mirando il suo gentile aspetto, +Che di beltate non avea pariglio, +Se consumava di estremo diletto, +Mancando a poco a poco, come il ziglio +O come incisa rosa, il giovanetto, +Sin che il bel viso candido e vermiglio +E gli occhi neri e 'l bel guardo iocondo +Morte distrusse, che destrugge il mondo. + +Quindi passava per disaventura +La fata Silvanella a suo diporto, +E dove adesso è quella sepoltura +Iacea tra' fiori il giovanetto morto. +Essa, mirando sua bella figura, +Prese piangendo molto disconforto, +Né se sapea partire; e a poco a poco +Di lui s'accese in amoroso foco. + +Benché sia morto, pur di lui s'accese, +Avendo di pietate il cor conquiso, +E lì vicino a l'erba se distese, +Baciando a lui la bocca e il freddo viso, +Ma pur sua vanitate al fin comprese, +Amando un corpo dal spirto diviso, +E la meschina non sa che si fare: +Amar non vôle, e pur conviene amare. + +Poi che la notte e tutto l'altro giorno +Ebbe la fata consumato in pianto, +Un bel sepolcro di marmoro adorno +In mezo il prato fece per incanto; +Né mai poi se partitte ivi de intorno, +Piangendo e lamentando, infino a tanto +Che a lato alla fontana in tempo breve +Tutta se sfece, come al sol la neve. + +Ma per aver ristoro o compagnia +A quel dolor che a morte la tirava, +Struggendosi de amor, fu tanto ria, +Che la fontana in tal modo affatava, +Che ciascun, qual passasse in quella via, +Se sopra a l'acqua ponto rimirava, +Scorgea là dentro faccie di donzelle, +Dolce ne gli atti e grazïose e belle. + +Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia, +Che chi le vede, mai non può partire, +Ma in fin convien che amando se disfazia, +Ed in quel prato è forza de morire. +Ora ivi arivò già per sua disgrazia +Un re gentile, accorto e pien d'ardire, +Quale era in compagnia de una sua dama: +Lei Calidora e lui Larbin si chiama. + +Essendo questo alla fonte arivato, +E dello incanto non essendo accorto, +Per la falsa sembianza fu ingannato, +E sopra l'erbe ivi rimase morto. +La dama, che l'avea cotanto amato, +Abandonata de ogni suo conforto, +Si pose a lacrimare in quella riva, +E star si vôle insin che serà viva. + +Questa è la dama che piangeva al sasso, +E il ponte al cavallier facea guardare, +Accioché ogni altro che arivava al passo +Non se potesse a quel fonte mirare. +Da poi che il suo Larbin dolente e lasso +Per quello incanto vidde consumare, +Pietà gli prese de ogni altra persona, +E stassi al fonte, e mai non l'abandona. + +E questa istoria, quale io v'ho contata, +Del bel Narciso e di sua morte strana, +Lei tutta la narrò, come era stata, +Al conte Orlando presso alla fontana, +Poscia che vidde la disconsolata +Alla battaglia orribile e inumana +Quel franco peregrino esser sì forte, +Che al suo barone avria dato la morte. + +Temendo che sia morto il suo barone, +Aiuto o pace dimandava al conte, +Mostrando a lui che per compassïone +De ogni altra gente fa guardare il ponte; +Onde a bona drittura di ragione +Non debbe il cavallier ricevere onte, +Qual non dimora là per fellonia, +Ma per campare altrui da morte ria. + +Cognosce il conte che ella dice il vero, +Però ben presto se trasse davante, +E tra quel peregrino e il cavalliero +Spartì la fiera zuffa in uno istante; +Poi, riguardando a lor con più pensiero, +Cognobbe che l'uno era Sacripante +E l'altro, che in più parte fu ferito, +Era Isolieri, il giovanetto ardito; + +Qual, per guardare a Calidora il passo, +Insin di Spagna a l'India era venuto, +Che pur pensando al gran camin son lasso; +Amor l'avea condutto e ritenuto. +Ma Sacripante andava al re Gradasso, +Da Angelica mandato per aiuto, +Come io vi dissi alora che Brunello +A lui tolse il destriero, a lei lo anello. + +Alor contai come prese il camino: +Non so se a ponto ben lo ricordati, +Che l'abito pigliò di peregrino. +Avendo già più regni oltra passati, +Gionse alla fonte in su questo confino. +Segnor, che intorno e mei versi ascoltati, +Se alcun de voi de odire ha pur talento, +Ne l'altro canto io lo farò contento. + +Canto decimottavo + +Fo glorïosa Bertagna la grande +Una stagion per l'arme e per l'amore, +Onde ancora oggi il nome suo si spande, +Sì che al re Artuse fa portare onore, +Quando e bon cavallieri a quelle bande +Mostrarno in più battaglie il suo valore, +Andando con lor dame in aventura; +Ed or sua fama al nostro tempo dura. + +Re Carlo in Franza poi tenne gran corte, +Ma a quella prima non fo sembïante, +Benché assai fosse ancor robusto e forte, +Ed avesse Ranaldo e 'l sir d'Anglante. +Perché tenne ad Amor chiuse le porte +E sol se dette alle battaglie sante, +Non fo di quel valore e quella estima +Qual fo quell'altra che io contava in prima; + +Però che Amore è quel che dà la gloria, +E che fa l'omo degno ed onorato, +Amore è quel che dona la vittoria, +E dona ardire al cavalliero armato; +Onde mi piace di seguir l'istoria, +Qual cominciai, de Orlando inamorato, +Tornando ove io il lasciai con Sacripante, +Come io vi dissi nel cantare avante. + +Dapoi che il conte intese dove andava +Re Sacripante, ed ove era venuto, +E come in tema Angelica si stava +Non aspettando d'altra parte aiuto, +Il franco cavallier ben sospirava, +E tutto se cambiò nel viso arguto; +E senza fare al ponte altro pensiero, +Calidora lasciò con Isoliero. + +E Sacripante prese la schiavina +E la tasca e il cappello e il suo bordone; +Al re Gradasso via dritto camina. +Ma torno adesso al figlio di Melone, +Che cavalcando gionse una matina +Con Brandimarte ad Albraca il girone; +Ma non san come far quivi l'intrata, +Cotanta gente intorno era acampata. + +Torindo, il re de' Turchi, e 'l Caramano +Quivi era in campo, e 'l re di Santaria +E Menadarbo, il quale era Soldano, +Che tenne Egitto e tutta la Soria; +Coperto era a trabacche e tende il piano: +Non se vidde giamai tanta genia; +Solo adunata è quella gente fella +Per donar pena e morte a una donzella. + +Ma chi per una e chi per altra iniuria +Intorno a quella dama era attendato; +Torindo il Turco menava tal furia +Per Trufaldino, il qual fo spregionato; +E Menadarbo, quel Soldan, lo alturia, +Però che fo gran tempo inamorato +De Angelica la bella; e sempre mai +Ebbe repulsa e beffe e scorni assai. + +Onde l'amore avea in odio rivolto, +E sol per disertarla venuto era. +Veggendo Orlando il gran popolo accolto, +Che avea coperto il piano e la costiera, +Benché egli ardisse e disïasse molto +Di far battaglia più che voluntiera, +Tanto vedere Angelica li piace +Che provar volse di passare in pace. + +Però se ascose in un bosco vicino, +E là si stette insino a notte oscura, +Poi, come quel che ben sapea il camino, +Intrò dentro alla rocca alla sicura. +Quando la dama vidde il paladino, +Di tutto il mondo ormai non ha più cura; +Non dimandati se ella ebbe conforto, +Perché certo credea che 'l fusse morto. + +Molte fôr le carezze e l'accoglienza +Che Angelica li fece a quel ritorno. +Il conte di narrarle indi comenza +Poscia che se partitte il primo giorno, +Insin che è gionto nella sua presenza; +Come trovò Marfisa e perse il corno, +E de Origille quelle beffe tante, +Sin che in prigion lo pose Manodante; + +Come Ranaldo quindi era partito +Per gire in Franza, ed Astolfo e Dudone; +E ciò che prima e poscia era seguito +Li disse Orlando a ponto per ragione. +La dama, benché il tutto avesse odito, +Pure ascoltando che il figlio d'Amone +Era tornato in Franza al suo paese, +De rivederlo ancor tutta se accese. + +Onde cominciò il conte a confortare, +Mostrando a lui per diverse cagione +Come doveva in Francia ritornare; +E che ormai più dentro a quel girone +Non è vivanda che possa durare, +Sì che star non vi può lunga stagione, +Ed è bisogno aritrovar rimedio +Onde si campi for di quello assedio. + +E che ella seco ne volea venire, +Ove ad esso piacesse, in ogni loco. +Or quivi non fu già molto che dire, +Né il conte vi pensò troppo né poco; +Ma quella notte se ebbero a partire, +E nella rocca in molte parte il foco +Lasciarno, che alle torre e nei merli arda, +Per dimostrar che ancor vi sia la guarda. + +E poi per l'aria scura e tenebrosa +Tutto passarno senza impaccio il campo; +Ma possa che ogni stella fu nascosa, +E del giorno vermiglio apparbe il lampo, +Non gli coprendo ormai la notte ombrosa, +Pigliâr rimedio ed ordine al suo scampo: +Tutta lor compagnia forse è da venti, +Tra dame e cavallieri e lor sargenti. + +E questa alora tutta se disparte, +Chi qua, chi là, ciascuno a suo comando; +Rimase Fiordelisa e Brandimarte +Ed Angelica bella e il conte Orlando. +Or questi quattro se trasse da parte, +E tutto il giorno appresso cavalcando +Ne andarno insino a l'ora della nona +Senza trovare impaccio de persona. + +Essendo alora il giorno riscaldato, +Ciascadun de essi del destrier discese +Sotto l'ombra de un pin, ad un bel prato, +Ma non che se spogliasse alcun l'arnese; +E, stando il conte e Brandimarte armato, +Né temendo ormai più de altre offese, +Stavano ad agio parlando d'amore, +Quando a sue spalle odirno un gran rumore. + +Onde levati, un poco di lontano +Videro una gran gente a belle schiere, +Che via ne vien distesa per il piano, +Ed ha spiegato al vento le bandiere. +Questo era Menadarbo, il gran Soldano, +E 'l re de' Turchi e l'altre gente fiere, +Che avean l'assedio a quella rocca intorno, +Anci l'han presa ed arsa pur quel giorno. + +Perché, essendo aveduti la mattina +Che più persona non era in quel loco, +Intrarno tutti dentro con roina, +La bella rocca abandonarno in foco; +Poi Menadarbo al tutto se destina +Aver la dama e di farli un mal gioco, +E Torindo gli è dietro e 'l Caramano, +E tutti gli altri poi di mano in mano. + +Quando se accorse Orlando de la gente +Che ratta ne venìa per la pianura, +Turbosse for di modo nella mente, +Però che de le dame avea paura; +Ma Brandimarte se cura nïente, +Anci diceva al conte: - Or te assicura +Che, piacendoti far quel che io te dico, +Quella canaglia non estimo un fico. + +Io ho, come tu vedi, un bon destriero, +Quanto alcun altro che n'abbia il Levante, +E non è tra costor già cavalliero, +Che ad un per uno io non li sia bastante. +Quivi voglio arrestarmi in su il sentiero; +Tu con le dame passarai avante, +Io con parole e fatti sì faraggio +Che prenderai andando alcun vantaggio. - + +A benché il conte cognoscesse a pieno +Che quello è vero e bon provedimento +Qual dice Brandimarte, nondimeno +Lo abandonarlo parria mancamento; +Ma pur rivolse ne la fine il freno, +Per far di questo quel baron contento; +In mezo a le due dame avanti passa, +E Brandimarte in su quel prato lassa. + +La gente sterminata ne venìa +Per la campagna senza alcun riguardo; +Secondo che il destrier ciascun avia, +Chi giongeva più presto, e chi più tardo; +Ma avanti a gli altri il re di Satalia +Venìa, broccando un gran ronzon leardo; +Sopra la briglia già non se ritiene, +Più de una arcata avanti a gli altri viene. + +Sembrava proprio al corso una saetta +Quel re, che era appellato Marigotto; +E Brandimarte stava alla vedetta. +Come lo scorse ben, disse di botto: +"Costui ha di morire una gran fretta, +Ché avanti a gli altri vôl pagare il scotto." +Così dicendo e crollando la testa +Sprona il destriero e la sua lancia arresta. + +E Marigotto fece il simigliante: +Verso di questo venne, e l'asta abassa; +Ma Brandimarte, che 'l gionse davante, +Dopo alle spalle con la lancia il passa; +E d'urto dapoi gionse lo afferante, +E con ruina a terra lo fraccassa, +Là dove Marigotto e 'l suo ronzone +Ne andarno in fascio, a gran destruzïone. + +Già Brandimarte avea sua spata tratta, +E dà tra gli altri senza alcun riparo. +Oh come bene intorno se sbaratta, +Facendo de lor pezzi da beccaro! +Onde alla gente che venìa sì ratta, +Cominciava il terreno a parer caro, +E non mostrano ormai cotanta fretta, +Ché più che voluntier l'un l'altro aspetta. + +Ma Menadarbo vi gionse, adirato +Che un sol barone arresti tanta gente, +E stringendo la lancia al destro lato +Ne vien spronando il suo destrier corrente; +E colse Brandimarte nel costato, +Ma de arcione il piegò poco o nïente: +La lancia rotta in pezzi cade a terra, +E Brandimarte adosso a lui si serra. + +Levando alto a due mano il brando nudo, +Mena con furia al mezo della testa. +Or lui coperto avea l'elmo col scudo: +Né l'un né l'altro quel gran colpo arresta, +Ché il scudo e l'elmo ruppe il brando crudo, +E cadde Menadarbo alla foresta, +Partito dalla fronte insino ai denti; +Or vi so dir che gli altri avean spaventi. + +Ma non di manco gli stavano intorno, +E chi lancia da longi e chi minaccia. +Poco gli stima il cavalliero adorno, +Ed ora questi ed or quelli altri caccia; +Così gran parte è passata del giorno, +Perché la gente che seguia la traccia +Crescendo ne venìa di mano in mano: +Ecco gionto è Torindo e il Caramano. + +Prima gionse Torindo a gran baldanza: +Con l'asta bassa Brandimarte imbrocca, +E spezzò sopra al scudo la sua lanza; +Ma Brandimarte ad una spalla il tocca, +E quasi lo partì insino alla panza, +E dello arcione a terra lo trabocca. +Vedendo quel gran colpo il Caramano +Volta il destriero e fugge per il piano. + +Ma quel fuggire avria poco giovato, +Se non avesse avuto a volar piume. +Venne la notte, e il giorno era passato, +Né per quel loco si vedea più lume; +E 'l Caramano avanti era campato, +Natando per paura un grosso fiume; +Poi molte miglia per le selve ombrose +Andò fuggendo ed al fin se nascose. + +E Brandimarte, che l'avea seguito +Cacciando a tutta briglia il suo destriero, +Dapoi che vide ch'egli era fuggito +E che a pigliarlo non era mestiero, +Guardando al prato dove era partito +Non vi sa più tornare il cavalliero, +Perché la notte che ha scacciato il giorno +Avea oscurato per tutto d'intorno. + +Intrato adunque per la selva alquanto, +E non sapendo mai di quella uscire, +Smontò di sella e trassese da un canto, +Sopra alle fronde se pose a dormire; +Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto, +Qual quindi presso li parve de odire, +E sembrava la voce de una dama, +Che a Dio mercede lacrimando chiama. + +Chi sia la dama qual mena tal guai, +Poi oderiti stando ad ascoltare. +Ma sia de Brandimarte detto assai, +Ché al conte Orlando mi convien tornare, +Il qual, partito come io vi contai, +Verso Ponente prese a caminare, +Né passato era avanti oltre a sei miglia, +Che ebbe travaglia e pena a meraviglia. + +Però che, intrato essendo in duo valloni, +Chinandosi già il sole in ver la sera, +Trovò sopra a que' sassi e Lestrigioni, +Gente crudele e dispietata e fiera. +Costoro han denti ed ungie de leoni, +Poi son come gli altri omini alla ciera, +Grandi e barbuti e con naso di spana: +Bevono il sangue e mangian carne umana. + +Il conte entrato gli vede a sedere +Ad una mensa che è posta tra loro, +E sopra quella da mangiare e bere, +Con gran piatti d'argento e coppe d'oro. +Come ciò scorse Orlando, a più potere +Sprona il ronzon per giongere a costoro, +E ben seguìto lo tenean le dame, +Ché l'una più che l'altra ha sete e fame. + +Via van trottando per giongere a cena, +Ma prestamente fia ciascuna sacia. +Or vanne il conte, e con faccia serena +A que' ribaldi disse: - Pro vi facia. +Poi che fortuna a tale ora mi mena +In questo loco, prego che vi piacia +Per li nostri dinari, o in cortesia, +Che siamo a cena vosco in compagnia. - + +Il re de' Lestrigoni, Antropofàgo, +Odendo le parole levò il muso. +Questo avea gli occhi rossi come un drago, +E tutto di gran barba il viso chiuso; +De veder gente occisa è troppo vago, +Come colui che tutto il tempo era uso +Matina e sera di farne morire, +Per divorarli e il suo sangue sorbire. + +Quando costui odì il conte parlare, +Veggendolo a destriero e bene armato, +Dubitò forse nol poter pigliare, +Onde li fece loco a sé da lato, +Pregando che volesse dismontare; +Ma il conte aveva già deliberato, +Se lo invitasse, de accettar lo invito, +Se non, pigliar da cena a ogni partito. + +Onde discese de il destriero al basso, +Ma non se assetta, le dame aspettando, +Le qual venian però più che di passo. +Ora odì il conte lor, che mormorando +Dicevan l'uno a l'altro: - Egli è ben grasso. - +E quel rispose: - Io nol so, se non quando +Io il vedo a rosto, o ver quand'io l'attasto; +E sapròl meglio se io ne piglio un pasto. - + +Non attendeva Orlando a tal sermone, +Come colui che alle dame guardava, +Ma in questo Antropofàgo il Lestrigone +Da mensa pianamente se levava, +E, preso avendo in mano un gran bastone, +Venne alle spalle del conte di Brava, +E sopra l'elmo ad ambe mano il tocca, +Sì che disteso a terra lo trabocca. + +Molti altri se aventarno anco di fatto +Verso le dame dai visi sereni, +Perché volevan tutti ad ogni patto +Aver di quella carne e corpi pieni; +Ma lor, che se smarirno di quello atto, +Voltarno incontinente i palafreni, +E l'una in qua e l'altra in là fuggiva; +La mala gente apresso le seguiva. + +Givan piangendo e lamentando forte +Le damigelle con molta paura, +E, non essendo nel paese scorte, +Andarno errando per la selva oscura. +Tornamo al conte, che è presso alla morte: +Già tratta gli han di dosso l'armatura, +E non è ancora in sé ben rinvenuto +Per il gran colpo che ha nel capo avuto. + +Antropofàgo, il re crudo e superbo, +Gli pose adosso il dispietato ungione, +Dicendo a gli altri: - Questo è tutto nerbo: +Da gli occhi in fora non c'è un buon boccone. - +Sentendo Orlando lo attastare acerbo, +Per quella doglia uscì de stordigione, +E saltò in piede il cavallier soprano; +Come a Dio piacque, a lor scappò di mano. + +Dietro gli è il re con molti Lestrigoni, +Cridando a ciascadun ch'e passi chiuda; +Chi gli tra' sassi, e chi mena bastoni: +Tutta gli è adosso quella gente cruda, +Né lo lascia partir de que' cantoni. +Ora ecco ha vista Durindana nuda, +Che avean lasciata quei ribaldi a terra; +Ben prestamente il conte in man l'afferra. + +Quando se vidde la sua spada in mano, +Pensati pur tra voi se il fo contento. +Ove se imbocca quel vallone a piano, +Eran firmati di costor da cento, +Tutti di viso ed abito villano; +Né scudo o brando o altro guarnimento, +Ma pelle d'orsi e di cingiali in dosso +Avea ciascun, e in mano un baston grosso. + +Il conte Orlando tra costor se caccia, +Menando il brando a dritto ed a roverso, +E l'un getta per terra, e l'altro amaccia, +Questo per lungo e quel taglia a traverso; +Spezza e bastoni e seco ambe le braccia, +Ma quel rio populaccio è sì perverso +Che, avendo rotto e perso e piedi e mane, +Morde co' denti, come fa lo cane. + +Convien che spesso il conte se ritorza, +Perché ciascun de intorno l'aggraffava. +Ora il suo re, sì come avea più forza, +Maggior baston de gli altri assai portava, +Ed era tutto armato de una scorza; +Giù per la barba gli cadea la bava, +Che colava di bocca e del gran naso, +Come un cane arabito, a quel malvaso. + +Più di tre palmi sopra gli altri avanza +Questo re maledetto che io vi conto; +Orlando lo assalì con gran possanza, +E dritto a mezo il capo l'ebbe gionto; +Callò il brando nel petto e nella panza, +Sì che in due parte lo divise a ponto, +E cadde da due bande alla foresta; +Il conte dà tra gli altri e non s'arresta. + +E fece un tal dalmaggio in poco de ora, +Che di quella canaglia maledetta +Non vi è persona che faccia dimora +Avanti al conte: tristo chi lo aspetta! +Perché col brando in tal modo lavora, +Che non si trova né pezzo né fetta +De alcun, che morto al campo sia rimaso, +Qual sia maggior che prima fosse il naso. + +Onde lui restò solo in quel vallone, +Ed era il giorno quasi tutto spento, +Quando esso se adobbò sue guarnisone; +E di mangiare avendo un gran talento, +Venne alla mensa, a quelle imbandisone, +Le qual mirando quasi ebbe spavento, +Però che quelle gente disoneste +Cotte avean bracie umane e piedi e teste. + +Ben vi so dir che gli fuggì la fame +A quel convito dispietato e fiero, +Se ben ne avesse avuto maggior brame. +Ma torna adietro e prende il suo destriero, +Deliberato di cercar le dame, +Ché ritrovarle avea tutto il pensiero. +E diceva piangendo: "Or chi me aiuta +Forza né ardir, se mia dama è perduta? + +Se mia dama è perduta, or che mi vale +Aver morto costor dal brutto viso? +Che se io non la ritrovo, era men male +Esser da lor con quei bastoni occiso. +O Patre eterno! o Re celestïale! +O Matre del Segnor del paradiso! +Datime presto l'ultimo conforto, +Ch'io la ritrovi, o che io presto sia morto." + +Piangendo il conte parlava così, +Come io vi ho detto, e nella selva intrò; +Errando andò per quella in sino al dì, +Ma ciò ch'el va cercando non trovò. +Essendo l'alba chiara, ed ello odì +Cridar: - Va là! va là! ché ella non può +Scappare ormai più fuora di quel passo, +Ché là davanti è ruïnato il sasso. - + +Dricciosse Orlando ove colui favella, +E presto del cridar vidde lo effetto, +Perché cognobbe quella gente fella +De' Lestrigoni, il popol maledetto, +Che avean cacciata Angelica la bella +Ove se era condutta al passo stretto, +Che arendersi bisogna a chi la caccia, +O roïnarsi da ducento braccia. + +Quando la vidde il conte a tal periglio, +Non dimandati se fretta menava. +Era per ira in faccia sì vermiglio, +Che poco longi un foco dimostrava. +Urtò il destriero e al brando diè di piglio, +E quel de intorno a gran furia menava, +Lasciando ove giongeva un tal segnale, +Che per guarirlo medico non vale. + +Eran costor che io dico, da quaranta, +Che avean stretta la dama in su quel sito, +Né già de tutti quanti un sol si vanta +Che senza la sua parte sia partito. +Se la canaglia fosse due cotanta, +Ciascuno a bon mercato era fornito +Di squarci per la testa e per la faccia: +A chi troncò le gambe, a chi le braccia. + +Angelica fu scossa in questa via, +La quale era fuggita in ver ponente; +Ma Fiordelisa, che a levante gìa, +Pur fu seguita ancor da questa gente. +Tutta la notte la brigata ria +L'avea cacciata, sino al sol nascente, +E proprio l'ha condutta in quella parte +Ove dormiva il franco Brandimarte. + +Ella piangendo a Dio se accomandava, +Ed era già sì stracco il palafreno, +Che, pur fuggendo, indarno il speronava. +De Lestrigoni intorno il bosco è pieno, +Ché ciascun de pigliarla procacciava, +Onde essa di paura venìa meno, +E già, ponendo il corpo per perduto, +A Dio per l'alma adimandava aiuto. + +Già riluceva alquanto pure il giorno, +Come io vi dissi, e l'alba era schiarita, +E Brandimarte, il cavalliero adorno, +Dormia lì presso in su l'erba fiorita, +Onde svegliosse; e guardando de intorno +Vidde la dama trista e sbigotita, +Che da que' Lestrigoni avia la caccia; +Ben la cognobbe incontinenti in faccia. + +Onde fo presto al suo destrier salito, +E con roina verso lei si mosse; +Avendo tratto il suo brando forbito, +Incontrò un Lestrigone e quel percosse. +Non vi restava apena integro un dito, +Ché tagliate gli avrebbe ambe le cosse, +Né a quel ch'è in terra il cavalliero attende, +Ma tocca un altro e insino al petto il fende. + +Erano allora trenta Lestrigoni, +O forse qualcun manco, a dire il vero, +E qual tutti con sassi e con bastoni +Chi dava a Brandimarte e chi al destriero, +Ma lui facea de lor tanti squarcioni, +Che pieno avea de intorno a quel sentiero +Di teste e braccia; e tuttavia tagliando, +Carco avea tutto di cervelle il brando. + +Ivi de intorno alcun più non appare +Di quella gente brutta e maledetta; +Lui Fiordelisa corse ad abracciare, +E ben mez'ora a sé la tenne stretta, +Prima che insieme potesse parlare; +Ma poi piangendo quella tapinetta +Contava al cavallier con disconforto +Come alla terra Orlando ha visto morto. + +Così dicea perché l'avea veduto +Tra i Lestrigoni alla terra disteso; +Or Brandimarte per donarli aiuto +A quella parte se ne va disteso. +Ma io sono al fin del canto già venuto: +Segnori e dame, che l'avete inteso, +Dio vi faccia contenti e di tal voglia, +Che ritornati a l'altro con più zoglia. + +Canto decimonono + +Già me trovai di maggio una matina +Intro un bel prato adorno de fiore, +Sopra ad un colle, a lato alla marina +Che tutta tremolava de splendore; +E tra le rose de una verde spina +Una donzella cantava de amore, +Movendo sì soave la sua bocca +Che tal dolcezza ancor nel cor mi tocca. + +Toccami il core e fammi sovenire +Dal gran piacer che io presi ad ascoltare; +E se io sapessi così farme odire +Come ella seppe al suo dolce cantare, +Io stesso mi verrebbi a proferire, +Ove tal volta me faccio pregare; +Ché, cognoscendo quel ch'io vaglio e quanto, +Mal volentieri alcuna fiata io canto. + +Ma tutto quel che io vaglio, o poco o assai, +Come vedeti, è nel vostro comando, +E con più voglia e più piacer che mai +La bella istoria vi verrò contando; +Ove, se me ramenta, vi lasciai +Nel ragionar di Brandimarte, quando +Con Fiordelisa, di bellezza fonte, +Tornava adietro a ritrovare il conte. + +Tornando adietro il franco cavalliero +Con Fiordelisa, a mezo la giornata +Trovarno un varletino in su un destriero, +Che avea dietro una dama iscapigliata. +Lui via ne andava sì presto e legiero, +Che mai saetta de arco fu mandata +Con tanta fretta, o da ballestra il strale, +Qual non restasse a lui dietro a le spale. + +La dama, che era a piedi, pur seguia, +A benché fosse a lui molto lontana. +Il cavalliero incontra gli venìa +Con Fiordelisa per la terra piana; +E l'altra dama, che questa vedia, +Cridando incominciò: - Falsa puttana! +Non ti varrà costui ch'è la tua scorta, +Ché in ogni modo a sto ponto sei morta. - + +Lasciò la briglia, battendo ogni mano, +E ben se tenne morta Fiordelisa, +Perché cognobbe presto aperto e piano +Che quella dispietata era Marfisa, +La qual seguito avea Brunello invano +(Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa); +Avendo quel giottone assai seguito, +Trovò la dama e il cavalliero ardito. + +Era Brunello adunque il varletino +Ch'è sopra a quel destrier di tanta lena; +Lui via passò, fuggendo al suo camino, +Né con la vista lo seguirno apena. +Quando Marfisa l'occhio serpentino +Voltò, di doglia e di grande ira piena, +Mirando Brandimarte e la sua dama +Far la vendetta sopra a questi ha brama. + +E le parole che ho sopra contate +A Fiordelisa disse minacciando; +E benché l'arme avesse dispogliate, +E senza destrier fusse e senza brando, +Di sommo ardire avea tanta bontate +Che, Brandimarte armato riguardando, +Volea seco battaglia a ogni partito; +Ma a lui non piacque de accettar lo invito. + +Ché a ferire una dama disarmata +A lui parea vergogna e grande iscorno. +Era una pietra in quel campo piantata, +Ove seguito avea Brunello il giorno, +Da trenta passi, o quasi, diruppata, +E cento ne voltava, o più, de intorno; +Per un scaglione alla cima se sale: +Altronde non, chi non avesse l'ale. + +Questa adocchiata avea l'aspra donzella, +Né pose alcuna indugia al pensamento, +Ma trasse Fiordelisa de la sella +E, via fuggendo ratta come un vento, +Montò la pietra, che parbe una occella; +A benché Brandimarte non fu lento +A seguitarla, come vidde il fatto, +Ma pur rimase in asso a questo tratto. + +Perché il scaglione è tanto diruppato, +Che non che alcun destrier possa salire, +Ma non vi puote lui montare armato, +Onde si cominciava a disguarnire. +Marfisa dal più sconcio ed alto lato +Portò la dama per farla morire: +In braccio la portò sopra a quel sasso +Per trabuccarla dalla cima al basso. + +E Fiordelisa menava gran pianto, +Come colei che morta se vedia, +E 'l cavallier ne faceva altro tanto, +E de ira e de dolor quasi moria. +Egli è coperto de arme tutto quanto, +E di camparla non vede la via; +Se ben salisse, salirebbe invano, +Ché a suo mal grato fia gettata al piano. + +Onde con pianto e con dolce preghiera +Incominciò Marfisa a supplicare +Che non voglia esser sì spietata e fiera, +Sé proferendo e ciò che potea fare. +Sorrise alquanto la donzella altiera, +Poi disse: - Queste zanze lascia andare: +Se costei vôi campare, egli è mestiero +Che l'arme tu me doni e il tuo destriero. - + +Or non fu molta indugia a questo fatto, +Ché ciascaduno il prese per megliore. +A Brandimarte parve un bon baratto +Se ben cambiasse per sua dama il core; +Così Marfisa ancora attese il patto, +E, preso che ebbe l'armi e il corridore, +Lasciò la dama che avea giù portata, +E salta in sella e via cavalca armata; + +E via passando con molta baldanza, +Come colei che fu senza paura, +Trovò duo che èno armati a scudo e lanza +Sopra duo gran ronzoni alla pianura. +Costor fôr quei che la menarno in Franza. +Ma poi vi conterò questa aventura, +E torno a Brandimarte e Fiordelisa, +Come Turpin la istoria a me divisa. + +Brandimarte montò nel palafreno +Della sua dama, e quella tolse in groppa, +E cavalcando assai per quel terreno +Trovarno a lato a un fiume una alta pioppa, +E nella cima, o ver nel mezo almeno, +Stava un ribaldo e cridava: - Galoppa, +Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno, +Ché qua di sotto è robba da guadagno. - + +Il cavallier, che intese tal latino, +Fermosse a quello, e non sa che si fare, +Perché cognobbe che egli è un malandrino, +Qual chiamava e compagni per robbare; +E lui se trova sopra a quel ronzino, +Né vede modo a poterse aiutare, +Ché non ha spata né scudo né maglia; +Trovar non sa diffesa che li vaglia. + +E già scoperti son forse da sette, +Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente. +"Or non bisogna che quivi gli aspette!" +Diceva Brandimarte in la sua mente; +E per la selva correndo se mette, +E lor non lo abandonan per nïente, +Ma chi dice: - Sta forte! - e chi minaccia: +Già più di trenta sono a dargli caccia. + +Oh quanto se vergogna il cavalliero +Fuggir davante a gente sì villana! +Che se egli avesse l'arme e il suo destriero, +Non se trarebbe adietro a meza spana. +Or via fuggendo per stretto sentiero +Gionse intra un prato, ove era una fontana: +Cinto d'intorno è da la selva il prato, +E uno altissimo pino a quello a lato. + +Fuggendo il cavallier con disconforto, +Come io vi dico, e molto mal contento, +Un re vidde alla fonte, che era morto, +Ed avea in dosso tutto il guarnimento; +E Brandimarte come ne fo accorto, +Ad accostarsi ponto non fu lento, +E prese il brando, che avea nudo in mano, +E giù del palafren saltò nel piano. + +Il manto se rivolse al braccio manco, +E con la spada e malandrini affronta. +Mai non fu campïon cotanto franco: +Questo tocca di taglio, e quel di ponta, +A l'uno il petto, a l'altro passa il fianco. +Or che bisogna che più ve raconta? +Tutti e ladroni occise in poco de ora, +Sì ben col brando intorno egli lavora. + +Camponne solamente un sciagurato +(Già non campò, ma poco uscì de impaccio), +Il qual fuggì ferito nel costato, +E via di netto avea tagliato un braccio. +Alla capanna subito fo andato, +Ove si stava il crudo Barigaccio, +Barigaccio, il figliol di Taridone: +Corsar fo il patre, ed esso era ladrone. + +Ma Barigaccio grande di statura +Fo più del patre, e forte di persona. +Ora a lui gionse con molta paura +Lo inaverato, e il tutto gli ragiona +Come passata è la battaglia scura, +Poi morto a lui davante se abandona; +Essendo uscito il sangue de ogni vena, +Cadegli avante e più non se dimena. + +Onde turbato Barigaccio il fiero +Fo a maraviglia, e prese un gran bastone; +De arme adobato, come era mestiero, +Salta sopra Batoldo, il suo ronzone. +Troppo era smesurato quel destriero: +La pelle nera avea come un carbone, +E rossi gli occhi, che parean di foco; +Sol nella fronte avea di bianco un poco. + +E Barigaccio, poi che fu montato, +Di speronarlo mai non se rimane. +Or Brandimarte, che rimase al prato +Poi che spezzato ha quelle gente istrane, +Guardando il re che stava al fonte armato, +Cognobbe al scudo ch'egli era Agricane, +Qual fo occiso da Orlando alla fontana: +Già vi contai l'istoria tutta piana. + +Egli avea ancor la sua corona in testa, +D'oro e di pietre de molto valore, +Ma Brandimarte nulla li molesta, +Ché ancor portava al corpo morto onore. +De arme il spogliò, ma non di sopravesta, +E baciandoli il viso con amore: +- Perdonami, - dicea - ché altro non posso, +Se ora queste arme ti toglio di dosso. + +Né la temenza di dover morire +Mi pone di spogliarti in questa brama, +Ma nella mente non posso soffrire +Veder poner a morte la mia dama; +E ben son certo, se potessi odire, +Se sì fosti cortese, come hai fama, +Odendo la cagion perché io ti prego, +Non mi faresti a tal dimanda niego. - + +Parlava in questo modo il cavalliero +A quel re morto con piatoso core, +Il quale era ancor bello e tutto intiero, +Sì come occiso fosse di tre ore; +E stando Brandimarte in quel pensiero, +Sentì davanti al bosco un gran romore, +Qual facea Barigaccio per le fronde, +Che rami e bronchi e ogni cosa confonde. + +Presto adobosse il cavalliero ardito +Di piastra e maglia e de ogni guarnisone, +Prese Tranchera, il bel brando forbito, +E lo elmo che far fece Salamone. +De tutte l'armi a ponto era guarnito, +Quando sopra gli gionse quel ladrone, +Il qual, mirando de intorno e da lato, +E suoi compagni vidde in pezzi al prato. + +Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti, +Disse: - In malora, gente da bigonci! +Ché non me incresce de avervi perduti, +Poi che un sol cavallier così vi ha conci; +Ché io voria prima, se Macon me aiuti, +Ne la mia compagnia cotanti stronci. +Colui voglio impicar senza dimora, +E voi con seco, così morti, ancora. - + +Così parlando, verso del gran pino, +Ove era Brandimarte, se voltava. +Come lo vidde a piede in sul cammino, +Subito a terra anch'esso dismontava; +Né per virtù ciò fece il malandrino, +Ma perché forte il suo ronzone amava: +Dubitò forse che quel campïone +Non lo occidesse, essendo esso pedone. + +Senza altramente adunque disfidare, +Adosso a Brandimarte fu invïato: +Proprio un gigante alla sembianza pare, +Tutto di coio e di scagliette armato. +Col scudo de osso che suolea portare +E il suo baston di ferro e il brando a lato +Venne alla zuffa, e senza troppo dire +Se cominciarno l'un l'altro a ferire. + +Sopra del scudo a Brandimarte colse +Menando ad ambe mano il rio ladrone; +E quanto ne toccò tanto via tolse, +Come spezzasse un pezzo di popone. +Il cavalliero ad esso si rivolse +Col brando, e gionse a mezo del bastone, +E come un gionco lo tagliò di netto: +Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto. + +E saltò adietro forse da sei braccia, +E trasse il brando senza dimorare, +E biastemando il cavallier minaccia +Di farli quel baston caro costare. +Ma Brandimarte adosso a lui se caccia; +Or se comincia l'un l'altro a menare +Ponte, tagli, mandritti e manroversi: +Mai non fu visto colpi sì diversi. + +Il cavallier se maraviglia assai +Come abbia un malandrin tanta bontade, +Perché in sua vita non vidde più mai +Tanta fierezza ad altri in veritade. +Ambi avean l'arme, quale io vi contai; +Già tutte l'han falsate con le spade, +Né di ferire alcun di lor se arresta, +Ma la battaglia cresce a più tempesta. + +Cresce più forte la battaglia fiera, +Per colpi sterminati orrenda e scura, +E Barigaccio il crudo se dispera, +Che tanto il cavallier contra li dura. +Or Brandimarte il tocca di Tranchera, +E portò seco un squarcio de armatura; +Lui fu gionto anco dal forte ladrone, +Che l'arme gli tagliò insino al giuppone. + +A tal percossa piastra non vi vale, +Né grossa maglia, né sbergo acciarino, +Né cor de adante, il quale è uno animale, +Di che armato era il forte saracino. +Ora pareva a Brandimarte male +Che sì prodo uomo fusse malandrino; +Onde, essendo uno assalto assai durato, +Così parlando se trasse da lato: + +- Io non so chi tu sia, né per qual modo +T'abbia condutto a tal mestier fortuna, +Ma per più prodo campïon te lodo +Ch'io sappia al mondo, sotto della luna; +E ben me avedo che fermato è il chiodo, +Che prima che sia sera o notte bruna, +O l'uno o l'altro fia nel campo morto; +E spero che serà colui che ha il torto. + +Ma stu volessi lasciar quel mestiero, +Qual nel presente fai, di robbatore, +Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero: +In ogni parte vo' portarti onore. +Or che farai? Hai tu forse pensiero +Che manchi giamai robba al tuo valore? +Lascia questo mestier: non dubitare, +Ché a tal come sei tu, non può mancare. - + +Rispose il malandrin: - Questo che io faccio, +Fallo anco al mondo ciascun gran signore; +E' de' nemici fanno in guerra istraccio +Per agrandire e far stato maggiore. +Io solo a sette o dece dono impaccio, +E loro a dieci millia con furore; +Tanto ancora di me peggio essi fanno, +Togliendo quel del che mestier non hanno. - + +Diceva Brandimarte: - Egli è peccato +A tuor l'altrui, sì come al mondo se usa; +Ma pur quando se fa sol per il stato, +Non è quel male, ed è degno di scusa. - +Rispose il ladro: - Meglio è perdonato +Quel fallo onde se stesso l'omo accusa; +Ed io te dico e confessoti a pieno +Che ciò che io posso, toglio a chi può meno. + +Ma a te, qual tanto sai ben predicare, +Non voglio far di danno quanto io posso +Se quella dama che là vedo stare +Mi vôi donare e l'arme che hai indosso. +E ne la borsa te voglio cercare, +Ché io non me trovo di moneta un grosso; +Poi te lasciarò andar legiero e netto. +Ma voglio baratare anche il farsetto, + +Però che questo è rotto e discucito; +Tu te 'l farai conciar poi per bell'agio. - +E Brandimarte, quando l'ebbe odito, +Disse nel suo pensier: "L'omo malvagio +Non se può stor al male onde è nutrito; +Né di settembre, né il mese di magio, +Né a l'aria fredda, né per la caldana +Se può dal fango mai distor la rana." + +E senza altra risposta disdegnoso +Imbracciò il scudo ed isfidò il ladrone; +E fu questo altro assalto furïoso, +Spezzando e scudi ed ogni guarnisone, +Ed era l'uno e l'altro sanguinoso, +Crescendo ogniora più la questïone; +Né più vi è di concordia parlamento, +Ma trarse a fine è tutto il lor talento. + +Or Brandimarte afferra il brando nudo, +Ché destinato è di donarli il spaccio, +E disserra a due mano un colpo crudo +Per il traverso adosso a Barigaccio, +E tagliò tutto con fraccasso il scudo, +Quale era de osso, e sotto a quello il braccio. +A quel gran colpo ogni arma venne manco, +E sino a mezo lo tagliò nel fianco. + +Lui cadde a terra biastemando forte, +Ed al demonio se racomandava, +E benché Brandimarte lo conforte, +Con più nequizia ognior se disperava; +Ma il cavallier non volse darli morte, +E così strangosciato lo lasciava, +Partendosi di qua senza dimora; +Ma lui moritte appresso in poco d'ora. + +Il cavallier, lasciando il ladro fello, +Con la sua dama si volea partire, +Quando Batoldo, il suo destrier morello, +Ch'era nel prato, cominciò a nitrire; +Veggendol Brandimarte tanto bello, +Con la sua Fiordelisa prese a dire: +- Il palafren serìa troppo gravato +Se te portasse e me, che sono armato, + +Sì che io me pigliarò quel bon destriero, +Come pigliato ho il brando e l'armatura, +Perché serebbe pazzo e mal pensiero +Lasciar quel che appresenta la ventura. +Quei morti più de ciò non han mestiero, +Ché sono usciti fuor de ogni paura. - +Così dicendo se accosta al ronzone, +Prende la briglia e salta in su lo arcione. + +E via con Fiordelisa cavalcando +Trovò due cose spaventose e nove, +Tal che gli fie' mistiero avere il brando. +Ma questo fatto contaremo altrove +Ché or mi convien tornare al conte Orlando, +Quale avea fatto le diverse prove +Contra de Antropofàgo e' Lestrigoni, +Come contarno avanti e miei sermoni. + +Campata avendo Angelica la bella, +Troppo era lieto di quella aventura. +Via caminando assai con lei favella, +Ma di toccarla mai non se assicura. +Cotanto amava lui quella donzella, +Che di farla turbare avea paura; +Turpin, che mai non mente, de ragione +In cotale atto il chiama un babïone. + +Essendo in questo modo costumato, +L'un giorno apresso a l'altro via camina. +Già il paese de' Persi avea passato, +E la Mesopotamia che confina; +Poi, lasciando li Armeni al destro lato, +Soria vargò giongendo alla marina; +E tutto questo ricco e bel paese +Passò senza trovar guerre o contese. + +Essendo gionto, come io dico, al mare, +Nel porto di Baruti ebbe trovato +Un bel naviglio, che volea passare; +Ma troppo estremamente era ingombrato, +Però che in Cipri convenea portare +Un giovanetto re, che era assembrato +A dimostrar ne l'arme il suo valore, +Per una dama a cui portava amore. + +Era re di Damasco il giovanetto +Quale io ve dico, e nome ha Norandino, +Ardito e forte e di nobile aspetto, +Quanto alcun altro fosse in quel confino. +Regnava, in questo tempo che io vi ho detto, +Ne la isola de Cipri un Saracino, +Che avea una figlia di tanta beltate, +Quanta alcuna altra di quella citate. + +Lucina fu nomata la donzella +De cui io parlo, e il patre Tibïano. +Sendo la dama a meraviglia bella, +Era da molti adimandata in vano; +E sol di sua beltate si favella +Ivi de intorno per monte e per piano, +Onde l'ama chi è longi e chi è vicino, +Ma sopra a tutti la ama Norandino. + +Re Tibïano avea preso pensiero +Di voler la sua figlia maritare, +Ed avea ordinato un bel torniero, +Come in quel tempo se usava di fare, +Ove ogni re, barone e cavalliero +Potesse sua prodezza dimostrare, +Ed ha invitate e dame e le regine +Tutte de intorno per quelle confine. + +Ciascun voluntaroso in Cipri andava, +Come fu il bando per de intorno inteso. +Chi de provarsi a l'arme procacciava, +Chi per mirare avea quel camin preso; +Ma più de gli altri gran fretta menava +Re Norandino, avendo il core acceso, +Fornito ben de ciò che fa mestieri, +De paramenti e de arme e de destrieri. + +E seco ne menava in compagnia +Da vinti cavallier, ciascuno eletto. +Or quando il conte in su il ponto giongia, +Il re si stava a nave per diletto; +Onde rivolto a' suoi baron dicia: +- Se costui non me inganna ne lo aspetto, +Debbe esser cima e fior de ogni valente, +Se la apparenza e lo animo non mente. - + +E poi lo fece al paron dimandare, +Se volea seco andare al torniamento. +Esso rispose senza dimorare +Che egli era per servirlo a suo talento +O ver per giostra, o sia per tornïare, +O sia per guerra ed ogni struggimento: +Pur che lo possa a suo modo servire, +In ogni cosa è presto ad obedire. + +Il re lo adimandò che nome avia, +De sua condizïone e del paese. +E lui rispose: - Io son de Circassia, +Ove perdei per guerra ogni mio arnese, +Eccetto l'arme e quella dama mia +Di che fortuna me è stata cortese. +Mio nome è Rotolante; e quel che io posso, +È a tuo comando insin che ho sangue adosso. - + +Il giovanetto re molto ebbe grato +Il cortese parlar che fece Orlando, +Ed in sua compagnia l'ebbe accettato, +Poi di più cose li andò dimandando, +Sin che il vento da terra fu levato. +Segnori e donne, a voi mi raccomando; +Finito è un canto, e l'altro io vo' seguire, +Cose più belle e vaghe per odire. + +Canto ventesimo + +Quella stagion che in cel più raserena, +E veste di verdura gli arborscelli, +Ed ha l'aria e la terra d'amor piena +E de bei fiori e de canti de occelli, +Gli amorosi versi anco mi mena, +E vôl che a voi de intorno io rinovelli +L'alta prodezza e lo inclito valore +Qual mostrò un tempo Orlando per amore. + +Di lui lasciai sì come Norandino +Lo prese per compagno al torniamento; +Ben vi andò volentieri il paladino, +Ché di passare avea molto talento. +Ora s'aconciò il tempo al lor camino +Intra Levante e Greco, ottimo vento, +Qual via gli portò in Cipri alla spiegata, +Ove gran gente in prima era assembrata. + +Però che e Greci insieme con Pagani +Alla gran festa se erano adunati, +E degli circonstanti e de' lontani; +Baroni e cavallieri erano armati, +Ma pur fra tutti quanti e più soprani +E de maggiore estima e più onorati +Eran Basaldo e Costanzo e Morbeco: +Li duo fôr turchi e quel di mezo greco. + +Costanzo fu filiol di Vatarone, +Che alor de' Greci lo imperio tenìa, +E quei duo turchi avean due regïone, +Di che erano amiragli, in Natolia. +Ora Costanzo avea seco Grifone +Ed Aquilante pien di vigoria; +Ben me stimo io che abbiati già sentito +Come Aquilante fu seco nutrito, + +Quando la Fata Nera il damigello +Mandò primeramente in quella corte, +Poi che 'l levò di branche al fiero occello, +Ché condotto l'avrebbe in trista sorte. +Di questa cosa più non vi favello, +Ché so che avete queste istorie scorte; +Grifone in Spagna ed in Grecia Aquilante +Furno nutriti, e più non dico avante. + +Se non che, essendo poscia spregionati, +Come io contai, da le Isole Lontane, +Ed avendo più giorni caminati +Per diversi paesi e gente istrane, +Nel porto di Blancherna erano intrati, +Ove con festa e con carezze umane +Fôr recevuti da lo imperatore +E da Costanzo, e fatto molto onore. + +E volendo esso andare a quel torniero, +Ebbe la lor venuta molto grata, +Cognoscendo ciascun bon cavalliero +Per farli un grande onore a quella fiata; +Avengaché Grifone è in gran pensiero, +Perché Origilla, sua dama, infirmata +Era di febre tanto acuta e forte, +Che quasi è stata al ponte de la morte. + +Ma pure, essendo migliorata alquanto, +Partì da lei, benché gli fusse grave, +Né se puotè spiccar già senza pianto, +Ed intrò con Costanzo alla sua nave. +Indi passarno ove il fiume di Xanto +Ha foce in mare, e con vento soave +Gionsero in Cipri, come io vi ho contato, +Ciascun bene a destriero e ben armato. + +Molti altri ancora che io non vi racconto, +Baroni e cavallieri e damigelle, +Eran venuti, e tutti bene in ponto +De arme e destrieri e de robbe novelle. +Quando fu Norandino in Cipri gionto, +Le cose de ciascun parvon men belle, +Perché è sì ben guarnito e adorno tanto, +Che sopra gli altri ogni om gli dava vanto. + +Nel porto a Famagosta poser scale, +E via ne andâr di lungo a Nicosia, +Quale è fra terra la cità reale, +E Tibïano il seggio vi tenìa. +Quivi con festa e pompa trïonfale, +Con duci e conti e molta baronia +Intrò il re di Damasco tutto armato, +Con trombe avanti e bene accompagnato. + +Un monte acceso portava nel scuto +E similmente nel cimero in testa; +E ciascun che con esso era venuto +Avea pur tale insegna e sopravesta. +Così fu degnamente recevuto +Con molto onor da tutti e con gran festa; +Ma sopra gli altri lo onorò Lucina, +Ché più che sé lo amava la tapina. + +E già, passando il tempo, è gionto il giorno +Che 'l tornier dovea farsi in su la nona, +Ed ogni cavaliero andava intorno +Facendo mostra della sua persona, +L'un più che l'altro a meraviglia adorno. +De trombe e de tamburi il cel risuona; +Per ben vedere avante ogniom si caccia: +Preso è ogni loco intorno della piaccia. + +Ma da l'un capo uno alto tribunale +Per le dame e regine era ordinato, +Ove Lucina in abito reale +E l'altre vi sedean da ciascun lato. +Mostravan poco il viso naturale, +Le più l'avean depinto e colorato: +Turpino il dice, io nol so per espresso, +Benché sian molte che ciò fanno adesso. + +Angelica là sopra era tra loro, +Qual se mostrava un sole infra le stelle; +Con una vesta bianca, adorna d'oro, +Senza alcun dubbio è il fior de l'altre belle. +Re Tibïano e il suo gran concistoro +Da l'altro lato incontra alle donzelle +Se stava al tribunal, che era adornato +Di seta e drappi d'oro in ogni lato. + +Or cominciano a entrare e cavallieri: +Ben vi so dir che ciascuno è forbito, +Con ricche sopraveste e con cimieri; +Ogniom se mostra nel sembiante ardito, +Di qua de là spronando e gran destrieri, +Perché il torniero in due schiere è partito: +Costanzo de una parte è capitano, +De l'altra Norandino il Sorïano. + +Gnacare e corni e tamburini e trombe +Suonorno a un tratto intorno della piaccia; +Trema la terra e par che il cel rimbombe, +E che lo abisso e il mondo se disfaccia. +Tutte, le dame, a guisa de colombe, +Per l'alto crido se smarirno in faccia; +Ma i cavallier con furia e con tempesta +A tutta briglia urtâr testa per testa. + +Né si vedean l'un l'altro e campïoni, +Benché ciascuno avesse a l'urto accolto; +Ma il fremir delle nare de' ronzoni +Avea sì grande il fumo a l'aria involto, +E sì la polve alciata in que' sabbioni, +Che avea il vedere a tutti avanti tolto, +Né se guardava l'ordine o la schiera, +Ciascun menando a chi più presso gli era. + +Ma poi che il fatto fu atutato un poco +E cominciò l'un l'altro a discernire, +Apparve in quella piazza il crudo gioco, +E colpi dispietati, il gran ferire; +Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco, +Si vedea gente de gli arcioni uscire; +Per tutto è gran travaglia e grave affanno, +Ma chi è di sotto è quel che porta il danno. + +Orlando per vedere il fatto aperto +Non volse ne la folta troppo intrare; +Ma quel Morbeco turco, che era esperto +In tal mestiero e ben lo sapea fare, +Se trasse avante in su un destrier coperto, +E sopra gli altri si facea mirare; +Qualunche giongie o de urto, o de la spada, +Sempre è mestier che al tutto a terra vada. + +E già da sei de quei di Norandino +Avea posti roverso in su il sabbione, +Né ancor s'arresta, ma per quel confino +Più furia mena e più destruzïone; +Onde turbato quel re saracino +A tutta briglia sprona il suo ronzone, +E sopra di Morbeco andar si lassa, +E di quello urto a terra lo fraccassa. + +Dapoi Basaldo, che più presso gli era, +Percosse ad ambe mano in su la testa; +Né lo diffese piastra ni lamiera, +Ché a terra lo mandò con gran tempesta. +Tutta a roina pone quella schiera, +A lui davante alcun più non s'arresta. +Oh quanto è lieta Lucina la dama +Vedendo far sì bene a chi tanto ama! + +Costanzo il greco, che vede sua gente +Sì mal condutta da quel Sorïano, +Turbato for di modo nella mente, +Gli sprona adosso con la spada in mano. +L'uno e l'altro di loro era valente, +Onde alcun tratto non andava in vano; +Al fin menò Costanzo un colpo fiero +E ruppe il monte e il foco del cimiero. + +Sino alla croppa lo fece piegare +Al colpo smisurato che io vi conto, +Ni stette già per questo a indugïare, +Ma mena l'altro e in fronte l'ebbe gionto; +Ed era Norandin per trabuccare, +Se non che Orlando allor se mosse a ponto, +E tanto fece, che il trasse de impaccio +Sin che il rivenne, e lo sostenne in braccio. + +Onde Costanzo per questo adirato +Adosso al conte gran colpi menava; +Ma lui, come in arcion fosse murato, +Di cotal cosa poco se curava. +Ma sendo Norandino in sé tornato, +Che a sostenirlo più non lo impacciava, +Verso Costanzo se rivolse il conte, +E lui percosse in mezo della fronte. + +Qualunche ha un cotal colpo, non vôl più, +Ché bene è paccio chi il secondo aspetta. +Ora Costanzo al primo andò pur giù, +Di lui rimase la sua sella netta. +Diceva ad esso il conte: - Or va là tu, +Che menavi a ferirme tanta fretta, +Quando io stavo occupato ad altra posta; +Or vien adesso e con meco te accosta. - + +Lui già non se accostò, ma cadde a terra, +Come io vi dico, col capo davante; +Ma 'l conte adosso a un altro se disserra, +Sì che lo fece al cel voltar le piante. +Grifone in altra parte facea guerra +Da l'un de' lati, e da l'altro Aquilante; +Né se avedean de tal destruzïone, +Né de Costanzo che ha tratto de arzone. + +Ma il crido della gente che era intorno +Voltar fece Grifone in primamente, +E combattendo là fece ritorno, +Benché sapesse del fatto nïente; +E quando lui fu gionto, ebbe gran scorno, +Poi che abattuto è il capo di sua gente, +Onde adirato il suo destrier sperona; +A Norandino adosso se abandona. + +Da l'altra parte ancor gionse Aquilante, +E quando il suo Costanzo vidde a terra, +Turbato fieramente nel sembiante +Con ambi e sproni il suo destriero afferra, +E riscontrosse col conte de Anglante; +E qui se cominciò la orrenda guerra, +Benché lui non cognosce il paladino, +Perché la insegna avea di Norandino. + +Né lui fu cognosciuto anco da Orlando, +Ché di Costanzo la insegna portava. +Ora, segnori, a voi non ve domando +Se ciascun de essi ben se adoperava, +Cotal ruina e tal colpi menando +Che l'aria per de intorno sibillava, +Come la cosa andasse a tutto oltraggio, +Né se vi scorge ponto di vantaggio. + +Vero è, perché Aquilante era turbato, +Mostrò maggior prodezza allo affrontare; +Ma poi che l'uno e l'altro è riscaldato, +Ben vi so dir che assai vi fu che fare, +Di qua di là menando ad ogni lato, +Che par che il mondo debba ruïnare, +Con dritti e con roversi aspri e robesti; +E pur gli ultimi colpi alfin fur questi. + +Gionse Aquilante a Orlando nella fronte, +Sopra la croppa lo mandò roverso; +Ma ben rispose a quella posta il conte, +E lui ferì de un colpo sì diverso, +Che sua baldanza e quelle forze pronte +E l'animo e l'ardir tutto ebbe perso; +Di qua di là piegando ad ogni mano, +Le gambe aperse per cadere al piano. + +E certamente ben serìa caduto, +Ché più non se reggea che un fanciullino, +Se non che Grifon gionse a darli aiuto, +Il quale avea lasciato Norandino. +Lasciato l'avea quasi per perduto, +Ché ormai non potea più quel saracino; +Ma per donare aiuto al suo germano +Lasciò Grifone andar quel sorïano. + +E de giongere al conte se procura +Spronando a tutta briglia il suo ronzone. +Or qui si fece la battaglia dura +Più ch'altra mai de Orlando e de Grifone, +Qual durò sempre insino a notte oscura, +Né se potea partir la questïone, +Sin che gli araldi con trombe d'intorno +Bandirno il campo insino a l'altro giorno. + +Ciascun tornò la sera a sua masone, +E de' fatti del giorno si favella. +Ora a Costanzo parlava Grifone +Dicendo: - Io so contarti una novella, +Che là su tra le dame, a quel verone, +Veder mi parve Angelica la bella; +E se ella è quella, io te dico di certo +Che Orlando è quel che quasi te ha deserto. + +Ed anco io l'ho compreso a quel ferire, +Che cresce nella fine a maggior lena, +E però ti consiglio a dipartire, +Prima che ne abbi più tormento e pena; +Omo non è che possa sostenire +A la battaglia e colpi che lui mena; +Onde lasciar la impresa ce bisogna, +Non ne volendo il danno e la vergogna. - + +Diceva a lui Costanzo: - Or datti il core, +S'io faccio che colui ne vada via, +Poi de acquistare a nostra parte onore +E in campo mantenir l'insegna mia? - +Grifon rispose a lui, che per suo amore +Quel che potesse far, tutto faria; +E che egli aveva fermamente ardire +Contra ad ogni altro il campo mantenire. + +Il Greco, che era di malizia pieno +(Come son tutti de arte e di natura), +Quando la luce al giorno venne meno, +Uscì de casa per la notte scura, +E via soletto sopra a un palafreno +Ove era Orlando di trovar procura, +E trovato che l'ebbe, queto queto +Lo trasse in parte e a lui parlò secreto; + +E dimostrògli che il re Tibïano +Secretamente facea gente armare, +Perché era gionto un messaggio di Gano, +Il qual cercava Orlando far pigliare; +Però, se egli era desso, a mano a mano +Vedesse quel paese disgombrare; +E perciò a ritrovarlo era venuto, +Per palesarli questo e dargli aiuto; + +E ch'egli aveva una sua fusta armata +Nascosta ad una spiaggia indi vicina, +Qual via lo portarebbe alla spiegata +In Franza a qualche terra di marina. +Fu questa cosa sì ben colorata +Dal Greco, che sapea cotal dottrina, +Che il conte a ponto ogni cosa li crede, +Ringraziandolo assai con pura fede. + +E, fatta presto Angelica svegliare, +Con essa alla marina se ne gìa, +Ove Costanzo il volse accompagnare, +E là il condusse ove la fusta avia. +Facendosi il parone a dimandare, +Gli impose che il baron portasse via +Ove più gli piacesse al suo talento; +E lor ne andarno avendo in poppa il vento. + +Quel che si fusse poi di Norandino +Né di Costanzo, non saprebbi io dire, +Perché di lor non parla più Turpino; +Ma ben del conte vi saprò seguire, +Il qual sopra alla fusta al suo camino, +Fu per fortuna a risco di morire, +E stette sette giorni a l'aria bruna, +Che mai non vidde il sole, e men la luna. + +E questo sopportò con pazïenza, +Poscia che altra diffesa non può fare; +Ma poi che ebbe di terra cognoscenza, +Ed avendo in fastidio tutto il mare, +Posar se fece al lito de Provenza, +Ché de esser fuora mille anni gli pare, +Per trovarsi a Parigi a mano a mano, +E dar di sua amistate al conte Gano. + +Ché ben l'avria trattato, vi prometto, +Come dovea trattarlo il can fellone, +Ma non piacque al demonio maledetto, +Che lo avea tolto in sua protezïone; +Al manco male il facea stare in letto +Cinque o sei mesi rotto dal bastone; +Ma Lucifer che lo ha preso a guardare, +Al conte Orlando dette altro che fare. + +Però che cavalcando il paladino, +Come fortuna o sua ventura il mena, +Arivò un giorno al Fonte di Merlino, +Che è posto in mezo del bosco di Ardena. +Del Fonte vi ho già detto il suo destino, +Sì che a ridirlo non torrò più pena, +Se non che quel Merlin, qual fu lo autore, +Lo fece al tutto per cacciar l'amore. + +Essendo gionti qua quella giornata, +Come io vi dico, Orlando e la donzella, +Essa, che più del conte era affannata, +Smontò il suo palafren giù della sella; +E poi, bevendo quell'acqua fatata, +Sua mente in altra voglia rinovella, +E, dove prima ardea tutta de amore, +Ora ad amar non può dricciare il core. + +Or se amenta lo orgoglio e la durezza, +Qual gli ha Ranaldo sì gran tempo usata, +Né gli par tanta più quella bellezza +Che soprana da lei fu già stimata; +Ed ove il suo valore e gentilezza +Lodar suoleva essendo inamorata, +Ora al presente il sir de Montealbano +Fellone estima sopra a ogni villano. + +Ma, parendo già tempo de partire, +Però che era passato alquanto il caldo, +Volendo aponto della selva uscire, +Viddero un cavalliero ardito e baldo. +Or tutto il fatto me vi convien dire: +Quel cavalliero armato era Ranaldo, +Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte +Era venuto presso a questa fonte. + +Ma non vi gionse, perché il fiume in prima +Che raccende lo amore, avea trovato. +Ora io non vi saprei contare in rima +Come se tenne alora aventurato, +Quando vidde la dama, perché estima +Sì come egli ama lei, de essere amato. +Visto ha per prova ed inteso per fama +Ciò che per esso ha già fatto la dama. + +Non cognosceva il conte, che era armato +Con quella insegna dal monte di foco; +Ché sì palese non se avria mostrato, +Serbando il suo parlare in altro loco. +Perché, essendo ad Angelica accostato, +Cortesemente e sorridendo un poco +Disse: - Madama, io non posso soffrire +Che io non vi parli, s'io non vo' morire, + +Abench'io sappia a qual modo e partito +Mi sia portato e con tal villania, +Ch'io non meritarei de essere odito. +Ma so che seti sì benigna e pia, +Che, a benché estremamente aggia fallito, +Perdonarete a quel che per folìa +Contro de lo amor vostro adoperai, +Del che contento non credo esser mai. + +Or non se può distor quel che è già fatto, +Come sapeti, dolce anima bella, +Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto; +E ben cognosce l'alma meschinella +Che io non serebbi degno in alcun atto +Di essere amato da cotal donzella, +Ma de esser dal mio lato vostro amante +Sol vi dimando, e più non cheggio avante. - + +Orlando stava attento alle parole, +Le quale odì con poca pazïenza, +Né più soffrendo disse: - Assai mi dole +Che a questo modo ne la mia presenza +Abbi mostrato il tuo pensier sì fole, +Ché ad altri non avria dato credenza, +Però che volentier stimar voria +Che ciò non fosse vero, in fede mia! + +Io voria amarti e poterti onorare, +Sì come di ragione ora non posso; +Tu per sturbarme già passasti il mare, +E per altra cagion non fusti mosso, +Benché a me zanze volesti mostrare, +Stimandomi in amor semplice e grosso. +Or che animo me porti io vedo aperto, +Ma sallo Iddio che già teco nol merto. - + +Quando Ranaldo vidde che costui, +Qual seco ragionava, è il conte Orlando, +De uno ed altro pensier stette entra dui, +O de partirse o de seguir parlando. +Ma pur rispose al fine: - Io mai non fui +Se non quel che ora sono, al tuo comando; +Né credo de aver teco minor pace +Se ciò che piace a te non mi dispiace. + +Non creder che più vaga a gli occhi tuoi +Paia che a gli altri questa bella dama; +Ed estimar ne la tua mente puoi +Che ogni om, sì come tu, de amarla brama. +Quanto sei paccio adunque, se tu vuoi +Aver battaglia con ciascun che l'ama, +Perché con tutto 'l mondo farai guerra; +Chi non la amasse, ben serìa di terra. + +Ma se tu mostri che sia tua per carta, +O per ragion che non gli abbia altri a fare, +Comandar mi potrai poi che io mi parta +E che io non debba seco ragionare; +Ma prima soffrirei de avere isparta +L'anima al foco e il corpo per il mare, +Che io mi restassi mai de amar costei, +E se restar volessi io non potrei. - + +Rispose alora il conte: - E' non è mia. +Così fosse ella, come io son de lei! +Ma non voglio adamarla in compagnia +E in ciò disfido il mondo, e boni e rei. +Stata è la tua ben gran discortesia +Che, avendoti scoperti e pensier mei, +Fidandomi di te come parente, +Poi me hai tradito sì villanamente. - + +Disse Ranaldo: - Questo è pur assai, +Che sempre vogli altrui villaneggiare; +Da me non fu tradito alcun giamai, +E ciascun mente che il vôle affirmare. +Sì che comincia pur, se voglia ne hai, +E pigliati a quel capo che ti pare: +Se ben se' tra baron tenuto il primo, +Più d'uno altro uomo non ti temo o stimo. - + +Orlando per costume e per natura +Molte parole non sapeva usare, +Onde, turbato ne la ciera oscura, +Trasse la spada senza dimorare, +E sospirando disse: - La sciagura +Pur ce ha saputi in tal loco menare, +Che l'un per man de l'altro serà morto; +Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! - + +Come Ranaldo vidde il conte Orlando +Mostrarsi alla battaglia discoperta, +Poi che avea tratto Durindana il brando, +Lui prestamente ancor trasse Fusberta. +Ne l'altro canto vi verrò contando +Questa battaglia orribile e diserta, +Ed altre cose degne e belle assai; +Dio vi conservi in gioia sempre mai. + +Canto ventesimoprimo + +O soprana Virtù, che e' sotto al sole, +Movendo il terzo celo a gire intorno, +Dammi il canto soave e le parole +Dolci e ligiadre e un proferire adorno, +Sì che la gente che ascoltar mi vôle, +Prenda diletto odendo di quel giorno +Nel qual duo cavallier con tanto ardore +Fierno battaglia insieme per amore. + +Tra gli arbori fronzuti alla fontana +Insieme gli afrontai nel dir davanti; +L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana: +Chi sian costor, sapeti tutti quanti. +Per tutto il mondo ne la gente umana +Al par di lor non trovo che se vanti +De ardire e di possanza e di valore, +Ché veramente son de gli altri il fiore. + +Lor comenciarno la battaglia scura +Con tal destruzïone e tanto foco, +Che ardisco a dir che l'aria avea paura, +E tremava la terra di quel loco. +Ogni piastra ferrata, ogni armatura +Va con roina al campo a poco a poco, +E nel ferir l'un l'altro con tempesta +Par che profondi il celo e la foresta. + +Ranaldo lasciò un colpo in abandono +E gionse a mezo il scudo con Fusberta: +Parve che a quello avesse accolto un trono, +Con tal fraccasso lo spezza e diserta. +Tutti gli uccelli a quello orribil suono +Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta; +E le fiere del bosco, come io sento, +Fuggian cridando e piene di spavento. + +Orlando tocca lui con Durindana +Spezzando usbergo e piastre tutte quante, +E la selva vicina e la lontana +Per quel furor crollò tutte le piante; +E tremò il marmo intorno alla fontana +E l'acqua, che sì chiara era davante, +Se fece a quel ferir torbida e scura, +Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura; + +Anci più grandi gli ha sempre a menare. +Cotal ruina mai non fu sentita; +Onde la dama, che stava a mirare, +Pallida in faccia venne e sbigotita, +Né gli soffrendo lo animo di stare +In tanta tema, se ne era fuggita; +Né de ciò sono accorti e cavallieri, +Sì son turbati alla battaglia e fieri. + +Ma la donzella, che indi era partita, +Toccava a più potere il palafreno, +E de alongarsi presto ben se aita, +Come avesse la caccia, più né meno. +Essendo alquanto de la selva uscita, +Vidde là presso un prato, che era pieno +De una gran gente a piede e con ronzoni, +Che ponean tende al campo e paviglioni. + +La dama di sapere entrò in pensiero +Perché qua stesse e chi sia quella gente, +E trovando in discosto un cavalliero, +Del tutto il dimandò cortesemente. +Esso rispose: - Il mio nome è Oliviero, +E sono agionto pur mo di presente +Con Carlo imperatore e re di Franza, +Che ivi adunata ha tutta sua possanza. + +Però che un saracin passato ha il mare +E rotto in campo il duca di Bavera; +Ora è sparuto, e non si può trovare, +Né comparisce uno omo di sua schiera; +Ma quel che ancor ci fa maravigliare, +Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera, +Venendo de Ongheria con gente nuova, +Morto né vivo in terra se ritrova. + +Tutta la corte ne è disconsolata, +Perché ci manca il conte Orlando ancora, +Qual la tenea gradita e nominata +Con sua virtù che tutto il mondo onora; +E giuro a Dio, se solo una fiata +Vedessi Orlando, e poi senza dimora +Io fossi morto, e' non me incresceria, +Ché io l'amo assai più che la vita mia. - + +Quando la dama a tal parlare intese +De il cavallier la voglia e il gran talento, +A lui rispose: - Tanto sei cortese, +Che il mio tacer serebbe un mancamento; +Onde io destino de aprirte palese +Quel che tu brami, e di farti contento: +Ranaldo e Orlando insieme con gran pena +Sono in battaglia alla selva de Ardena. - + +Quando Oliviero intese quel parlare +Ne la sua vita mai fu così lieto, +E presto il corse in campo a divulgare. +Or vi so dir che alcun non stava queto. +Re Carlo in fretta prese a cavalcare; +Chi gli passa davante e chi vien drieto. +Ma lui tien seco la dama soprana, +Che lo conduca a ponto alla fontana. + +E così andando intese la cagione +Che avea condutti entrambi a tal furore. +Molto se meraviglia il re Carlone, +Che il conte Orlando sia preso de amore, +Perché il teneva in altra opinïone; +Ma ben Ranaldo stima anco peggiore +Che non dice la dama, in ciascuno atto, +Perché più volte l'ha provato in fatto. + +Così parlando intrarno alla foresta, +Dico de Ardena, che è d'arbori ombrosa; +Chi cerca quella parte e chi per questa +De la fontana che è al bosco nascosa. +Ma così andando odirno la tempesta +De la crudel battaglia e furïosa; +Suonano intorno i colpi e l'arme isparte, +Come profondi il celo in quella parte. + +Ciascun verso il romore a correr prese, +Chi qua chi là, non già per un camino; +Primo che ogni altro vi gionse il Danese, +Dopo lui Salamone, e poi Turpino; +Ma non però spartirno le contese, +Ché non ardisce il grande o il piccolino +De entrar tra i duo baroni alla sicura: +Di que' gran colpi ha ciascadun paura. + +Ma come gionse Carlo imperatore, +Ciascun se trasse adietro di presente; +E benché egli abbian sì focoso il core, +Che de altrui poco curano o nïente, +Pur portavano a lui cotanto onore, +Che se trassero adietro incontinente. +Il bon re Carlo con benigna faccia, +Quasi piangendo, or questo or quello abraccia. + +Intorno a loro in cerchio è ogni barone, +E tutti gli confortano a far pace, +Trovando a ciò diverse e più ragione, +Secondo che a ciascuno a parlar piace. +E similmente ancora il re Carlone +Or con losinghe or con parole audace +Tal volta prega e tal volta comanda, +Che quella pace sia fatta di banda. + +La pace serìa fatta incontinente, +Ma ciascadun vôl la dama per sé, +E senza questo vi giova nïente +Pregar de amici e comandar del re. +Or de qua si partia nascosamente +La damisella, e non so dir perché, +Se forse l'odio che a Ranaldo porta +A star presente a lui la disconforta. + +Il conte Orlando la prese a seguire, +Come la vidde quindi dipartita; +Né il pro' Ranaldo si stette a dormire, +Ma tenne dietro ad essa alla polita. +Gli altri, temendo quel che può avenire, +Con Carlo insieme ogniom l'ebbe seguita +Per trovarsi mezani alla baruffa, +Se ancor la questïon tra lor se azuffa. + +E poco apresso li ebber ritrovati +Con brandi nudi a fronte in una valle, +A benché ancor non fussero attaccati, +Ché troppo presto gli fôrno alle spalle; +Ed altri che più avanti erano andati, +Trovâr la dama, che per stretto calle +Fuggia per aguatarsi in un vallone, +E lei menarno avanti al re Carlone. + +Il re da poscia la fece guardare +Al duca Namo con molto rispetto, +Deliberando pur de raconciare +Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto, +Promettendo a ciascun di terminare +La cosa con tal fine e tal effetto, +Che ogniom iudicherebbe per certanza +Lui esser iusto e dritto a la bilanza. + +Poi, ritornati in campo quella sera, +Fece gran festa tutto il baronaggio, +Però che prima Orlando perduto era, +Né avean di lui novella né messaggio. +Or la matina la real bandera +Verso Parigi prese il bon vïaggio. +Io più con questi non voglio ire avante, +Perché oltra al mare io passo ad Agramante. + +Il qual lasciai nel monte di Carena +Con tanti re meschiati a quel torniero, +E forte sospirando se dimena, +Perché abattuto al campo l'ha Rugiero; +Ed esso ancora stava in maggior pena, +Ché era ferito il giovanetto fiero: +La cosa già narrai tutta per ponto, +Sì che ora taccio e più non la riconto. + +E sol ritorno che, essendo ferito, +Come io vi dissi, il giovenetto a torto +Da Bardulasto, qual l'avea tradito, +Benché da lui fu poi nel bosco morto, +Nascosamente si fu dipartito, +Né alcun vi fu di quel torniero accorto, +E gionse al sasso, sopra alla gran tana, +Ove è Atalante e 'l re de Tingitana. + +Quando Atalante vidde il damigello +Sì crudelmente al fianco innaverato, +Parve esso al cor passato di coltello, +Cridando: - Ahimè! che nulla me è giovato +Lo antivedere il tuo caso sì fello, +Benché sì presto non l'avea stimato. - +Ma il pro' Rugier facendo lieto viso +Quasi il rivolse da quel pianto in riso. + +- Non pianger, non, - dicea - né dubitare, +Che, essendo medicato con ragione, +Sì come io so che tu saprai ben fare, +Non avrò morte, e poca passïone; +E peggio assai mi parve alor di stare +Quando occise nel monte quel leone, +E quando prese ancora l'elefante +Che tutto il petto mi squarciò davante. - + +Il vecchio poi, veggendo la ferita, +Che non era mortal, per quel che io sento, +Poi che la pelle insieme ebbe cusita, +La medica con erbe e con unguento. +Ora Brunello avea la cosa udita, +Sì come era passato il torniamento, +E prestamente immaginò nel core +De aver di quello il trïonfale onore. + +Subitamente prese la armatura +Che avea portata il giovane Rugiero. +Benché sia sanguinosa, non se cura, +Salta sopra Frontino, il bon destriero, +E via correndo giù per la pianura +Gionse che ancor ogniom era al torniero; +Ma, come gli altri il viddero arivare, +Fugge ciascuno e nol vôle aspettare. + +Ed Agramante, il quale era turbato +Per la caduta, come io vi contai, +Avendo il brando suo riposto a lato, +Dicea: - Per questo giorno è fatto assai, +Se pur Rugier se fosse ritrovato; +Ma ben credo io che non si trovi mai. - +E fatto ritrovare il re Brunello, +A sé lo dimandò con tale appello: + +- Io credo per mostrar tua vigoria +Che oggi dicesti colui ritrovare, +Il qual non credo ormai che al mondo sia, +Se non è sopra al celo o sotto al mare; +E ben te giuro per la fede mia, +Che io te ho veduto in tal modo provare +Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero, +Non se andrebbe cercando altro Rugiero. - + +Rispose a lui Brunello: - Al vostro onore +Sia fatto quel ch'io feci o bene o male; +E tutta mia prodezza o mio valore +Tanto me è grata, quanto per voi vale; +Ma più voglio alegrarvi, alto segnore, +Perché trovato è il giovane reale, +Dico Rugiero. È disceso dal sasso; +Prima lo avriti che sia il sole al basso. - + +Quando Agramante intese così dire, +Nella sua vita mai fu più contento; +Con gli altri verso il sasso prese a gire, +Né se ricorda più de torniamento; +A benché molti non potean soffrire, +Mirando il piccolin che pare un stento, +Aver contra di lui quel campo perso, +Onde ciascun lo guarda de traverso. + +Or, così andando, gionsero al boschetto, +Ove era Bardulasto de Alganzera, +Partito da la fronte insino al petto. +Sopra al suo corpo se fermò la schiera, +Però che il re, turbato ne lo aspetto, +A' circonstanti dimandò chi egli era; +E benché avesse il viso fesso e guasto, +Pur cognosciuto fu per Bardulasto. + +Non se mostrò già il re di questo lieto, +Anzi turbato cominciava a dire: +- Chi fu colui che contra al mio deveto +Villanamente ardito ha di ferire? - +A tal parlar ciascun si stava queto, +Né alcuno ardiva ponto de cetire; +Veggendo il re che in tal modo minaccia, +Tutti guardavan l'uno l'altro in faccia. + +E come far se suole in cotal caso, +Mirando ognuno or quella cosa or questa, +Fu visto il sangue il quale era rimaso +Ne l'arme de Brunello e sopravesta. +Per questo fu cridato: - Ecco il malvaso +Che occise Bardulasto alla foresta! - +Né avendo ciò Brunello apena inteso, +Da quei de intorno subito fu preso. + +Esso cianzava, e ben gli fa mestiero, +E sol la lingua gli può dare aiuto, +Dicendo a ponto sì come Rugiero +Con quelle arme nel campo era venuto; +Ma sì rado era usato a dire il vero, +Che nel presente non gli era creduto. +Ciascun cridando intorno a quella banda, +Sopra alle forche al re l'aricomanda. + +Onde esso, che se trova in mal pensero, +Del re e de gli altri se doleva forte, +Narrando come era ito messaggero +Per quello annello a risco de la morte. +Gli altri ridendo il chiamano grossero, +Poi che servigi ramentava in corte; +Però che ogni servire in cortesano +La sera è grato e la matina è vano. + +Proprio è bene un om dal tempo antico +Chi racordando va quel ch'è passato; +Ché sempre la risposta è: "Bello amico, +Stu m'hai servito, ed io te ho ben trattato"; +E per questo Brunel, come io vi dico, +Era da tutti intorno caleffato, +E ciascadun di lui dice più male, +Come intraviene a l'om che troppo sale. + +Ora fu comandato al re Grifaldo +Ch'incontinente lo faccia impiccare; +Onde esso, che a tal cosa era ben caldo, +Diceva: - S'altri non potrò trovare, +Con le mie mani lo farò di saldo. - +E prestamente lo fece menare +Di là dal bosco, a quel sasso davante +Ove Rugier si stava ed Atalante. + +Il giovanetto, che il vide venire, +Ben prestamente l'ebbe cognosciuto; +Lui non era di quelli, a non mentire, +Che scordasse il servigio recevuto, +Dicendo: - Ancor ch'io dovessi morire, +In ogni modo io gli vo' dare aiuto. +Costui mi prestò l'arme e il bon ronzone: +Non lo aiutando, ben serìa fellone. - + +Ed Atalante ben cridava assai +Per distorlo da ciò che avea pensato, +Dicendo: - Ahimè, filiol, dove ne vai? +Or non cognosci che sei disarmato? +Se ben giongi tra loro, e che farai? +Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato. +Tu non hai lancia né brando né scudo: +Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? - + +Il giovanetto a ciò non attendia, +Ma via correndo fu gionto nel piano, +E, perché alcun sospetto non avia, +Tolse una lancia a un cavallier di mano. +Avea Grifaldo molti in compagnia, +Ma non gli stima il giovane soprano, +L'uno occidendo e l'altro trabuccando; +E da quei morti tolse un scudo e un brando. + +Come ebbe il brando in mano, ora pensati +Se egli mena da ballo il giovanetto; +Non fôrno altri giamai sì dissipati: +Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto. +Grifaldo e' duo compagni eran campati, +Ma treman come foglia, vi prometto, +Veggendo far tal colpi al damigello, +Il qual ben presto desligò Brunello. + +Ora Grifaldo ritornò piangendo +Al re Agramante e non sapea che dire, +Ma per vergogna, sì come io comprendo, +Non se curava ponto de morire. +Ma maravigliosse il re questo intendendo +Ed in persona volse al campo gire, +Ché a lui par cosa troppo istrana e nova +Avendo fatto un giovane tal prova. + +Ma quando vidde e colpi smisurati, +Per meraviglia se sbigotì quasi, +Perché tutti in duo pezzi eran tagliati +Quei cavallier che al campo eran rimasi; +Poi sorridendo disse: - Ora restati +Ne la malora qua, giotton malvasi, +Ché, se Macon me aiuti, io do nïente +De aver perduta così fatta gente. - + +Come Brunello ha visto il re Agramante, +In ogni modo via volea scampare; +Ma Rugier l'avea preso in quello istante, +Dicendo: - Converrai mia voglia fare, +Ch'io vo' condurti a quel segnore avante. +E ad esso e agli altri aperto dimostrare, +Che fan contra a ragione e loro avisi, +Perché io fui quel che Bardulasto occisi. - + +E, questo ditto, se ne venne al re +Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato +- Segnor, - dicendo - io non so già perché +Fosse costui alla forca mandato; +Ma ben vi dico che sopra di me +La colpa toglio e tutto quel peccato, +Se peccato se appella alla contesa +Occidere il nemico in sua diffesa. + +Da Bardulasto fui prima ferito +A tradimento, ché io non mi guardava, +Ed essendo da poscia lui fuggito, +Io qua lo occisi, e ben lo meritava; +E se egli è quivi alcun cotanto ardito +(Eccetto il re, o se altri lui ne cava) +Qual voglia ciò con l'arme sostenere, +Io vo' provar ch'io feci il mio dovere. - + +Parlando in tal maniera il damigello, +Ciascun lo riguardava con stupore, +Dicendo l'uno a l'altro: - È costui quello, +Che acquistar debbe al mondo tale onore? +E veramente ad un cotanto bello +Convien meritamente alto valore, +Perché lo ardir, la forza e gentilezza +Più grata è assai ne l'om che ha tal bellezza. - + +Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero +Di riguardarlo in viso non se sacia, +Fra sé dicendo: "Questo è pur Rugiero!" +E di ciò tutto il celo assai ringracia. +Or più parole qua non è mestiero; +Subitamente lo bacia ed abracia. +Di Bardulasto non se prende affanno: +Se quello è morto, lui se n'abbi il danno. + +Il giovanetto, di valore acceso, +Di novo incominciò con voce pia +- Parmi - dicendo - aver più volte inteso +Che il primo officio di cavalleria +Sia la ragione e il dritto aver diffeso: +Onde, avendo io ciò fatto tuttavia, +Ché di campar costui presi pensiero, +Famme, segnor, ti prego, cavalliero. + +E l'arme e il suo destrier me sian donate, +Ché altra volta da lui me fu promesso, +Ed anco l'ho dapoi ben meritate, +Ché per camparlo a risco mi son messo. - +Disse Agramante: - Egli è la veritate, +E così sarà fatto adesso adesso. - +Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero, +Con molta festa il fece cavalliero. + +Era Atalante a quel fatto presente, +E ciò veggendo prese a lacrimare, +Dicendo: - O re Agramante, poni mente, +E de ascoltarmi non te desdignare; +Perché di certo al tempo che è presente +Quel che esser debbe voglio indovinare; +Non mente il celo, e mai non ha mentito, +Né mancarà di quanto io dico, un dito. + +Tu vôi condurre il giovane soprano +Di là dal mare ad ogni modo in Francia; +Per lui serà sconfitto Carlo Mano, +E cresceratti orgoglio e gran baldancia; +Ma il giovanetto fia poi cristïano. +Ahi traditrice casa di Magancia! +Ben te sostiene il celo in terra a torto; +Al fin serà Rugier poi per te morto. + +Or fusse questo lo ultimo dolore! +Ma restarà la sua genologia +Tra Cristïani, e fia de tanto onore, +Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia. +Da quella fia servato ogni valore, +Ogni bontate ed ogni cortesia, +Amore e legiadria e stato giocondo, +Tra quella gente fiorita nel mondo. + +Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto, +Che giù discende al campo paduano, +De arme e di senno e de ogni gloria esperto, +Largo, gentile e sopramodo umano. +Odeti, Italïani, io ve ne acerto: +Costui, che vien con quel stendardo in mano, +Porta con seco ogni vostra salute; +Per lui fia piena Italia di virtute. + +Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino, +Né vi so iudicar qual sia maggiore, +Ché l'uno ha morto il perfido Anzolino, +E l'altro ha rotto Enrico imperatore. +Ecco uno altro Ranaldo paladino: +Non dico quel di mo, dico il segnore +Di Vicenzia e Trivisi e di Verona, +Che a Federico abatte la corona. + +Natura mostra fuor il suo tesoro: +Ecco il marchese a cui virtù non manca. +Mondo beato e felici coloro +Che seran vivi a quella età sì franca! +Al tempo di costui gli zigli d'oro +Seran congionti a quella acquila bianca +Che sta nel celo, e seran sue confine +Il fior de Italia a due belle marine. + +E se l'altro filiol de Amfitrïone, +Qual là si mostra in abito ducale, +Avesse a prender stato opinïone, +Come egli ha a seguir bene e fuggir male, +Tutti li occei, non dico le persone, +Per obedirlo avriano aperte l'ale. +Ma che voglio io guardar più oltra avante? +Tu la Africa destruggi, o re Agramante, + +Poi che oltra mar tu porti la semente +De ogni virtù che nosco dimorava; +De qui nascerà il fior de l'altra gente, +E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava, +Che esser conviene, e non serà altramente! - +Così piangendo il vecchio ragionava; +Il re Agramante al suo dir bene attende, +Ma di tal cosa poco o nulla intende. + +Anci rispose, come ebbe finito, +Quasi ridendo: - Io credo che lo amore, +Il qual tu porti a quel viso fiorito, +Te faccia indovinar sol per dolore. +Ma a questa cosa pigliarem partito, +Ché tu potrai venir con seco ancore, +Anci verrai: or lascia questo pianto. - +Addio, segnor, ché qua finito è il canto. + +Canto ventesimosecondo + +Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria, +Come Alessandro e Cesare romano, +Che l'uno e l'altro corse con vittoria +Dal mar di mezo a l'ultimo oceàno, +Non avesse soccorso la memoria, +Serìa fiorito il suo valore invano; +Lo ardire e senno e le inclite virtute +Serian tolte dal tempo e al fin venute. + +Fama, seguace de gli imperatori, +Ninfa, che e gesti e' dolci versi canti, +Che dopo morte ancor gli uomini onori +E fai coloro eterni che tu vanti, +Ove sei giunta? A dir gli antichi amori +Ed a narrar battaglie de' giganti, +Mercè del mondo che al tuo tempo è tale, +Che più di fama o di virtù non cale. + +Lascia a Parnaso quella verde pianta, +Ché de salirvi ormai perso è il camino, +E meco al basso questa istoria canta +Del re Agramante, il forte saracino, +Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta +Pigliar re Carlo ed ogni paladino. +D'arme ha già il mare e la terra coperta: +Trentaduo re son dentro da Biserta. + +E poi che ritrovato è quel Rugiero, +Qual di franchezza e di beltate è il fiore, +L'un più che l'altro a quel passaggio è fiero: +Non fu veduto mai tanto furore. +Or ben se guardi Carlo lo imperiero, +Ché adosso se gli scarca un gran romore; +Contar vi voglio il nome e la possanza +Di ciascadun che vôl passar in Franza. + +Venuto è il primo insin de Libicana, +Re Dudrinaso, che è quasi un gigante: +Tutta senz'arme è sua gente villana, +Ricciuta e negra dal capo alle piante; +Ma lui cavalca sopra ad una alfana, +Armato bene è di dietro e davante, +E porta al paramento e sopra al scudo +In campo rosso un fanciulletto nudo. + +E Sorridano è gionto per secondo, +Qual signoreggia tutta la Esperia; +Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo, +Ed è pur negra ancor la sua zinia. +Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo +Costui che io dico e i labri grossi avia; +Sotto ha una alfana, sì come il primiero. +Or viene il terzo, che è spietato e fiero: + +Tanfirïone, il re de l'Almasilla, +Anci nomar si può re del diserto, +Ché non ha quel paese o casa o villa, +Ma tutta sta la gente al discoperto. +Chi me donasse l'arte de Sibilla, +Indovinando io non sarrìa di certo +Della sua gente scegliere il megliore, +Ché senza ardir son tutti e senza core. + +Non vi meravigliati poi se Orlando +Caccia costor tal fiata alla disciolta, +E se cotanti ne taglia col brando, +Ché nuda è quasi questa gente istolta; +E sempre è bon cacciare alora quando +Fugge la torma e mai non se rivolta. +Ma dal proposto mio troppo mi parto: +Dett'ho del terzo, odeti per il quarto, + +Ch'è Manilardo, il re de la Norizia, +La qual di là da Setta è mille miglia; +De pecore e di capre ha gran divizia, +E la sua gente a ciò se rassomiglia. +Non han moneta e non hanno avarizia +De oro e de argento; e non è maraviglia, +Che tra noi anco il bove né il montone +Ciò non desia, perché è senza ragione. + +Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo, +Che è longi al mare ed abita fra terra. +Grande è il paese, tutto ardente e caldo, +Sempre sua gente con le serpe han guerra. +Il giorno va ciascun sicuro e baldo, +La notte ne le tane poi si serra; +D'erba se pasce, e non so che altro guste: +Scrive Turpin che vive de locuste. + +Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa: +Non trovo gente di questa peggiore; +Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa, +Biastemando chi 'l fece e 'l suo splendore. +La feccia qua del mondo se roversa, +Per dar travaglia a Carlo imperadore. +Or vengano pur via, gente balorda, +Che ogni cristian ne avrà cento per corda. + +E se nulla vi manca, per aiuto +Già Pulïano, il re di Nasamona, +Con gente di sua terra è qua venuto. +Non trovaresti armata una persona; +Chi porta mazza e chi bastone acuto, +Trombe ni corni a sua guerra si suona; +Avengaché il suo re sia bene armato, +Di molto ardire e gran forza dotato. + +Il re de le Alvaracchie è Prusïone, +Che le Isole Felice son chiamate, +E tra gli antiqui ne è larga tenzone, +E ne le istorie molto nominate. +Ma lui condusse alla terra persone +Ignude quasi, non che disarmate; +Ciascun portava in mano un tronco grosso, +E sol di pelle avean coperto il dosso. + +Venne Agrigalte, il re de la Amonia, +Qual ha il suo regno in mezo de la arena. +Una gran gente detro a lui seguia, +Ma tutta quanta de pedocchi è piena. +Apresso di questo altro ne vien via +Re Martasino, e la sua gente mena, +Qual più de altre de arme non se vanta: +Il giovanetto è re di Garamanta. + +Perché, dopo che morto fu il vecchione, +Quale era negromante e incantatore, +Il re concesse questa regïone +A Martasino, a cui portava amore. +Apresso a questo venne Dorilone; +Aveva pur costui gente megliore, +Ché è re di Septa ed ha porto su il mare; +La gente sua selvatica non pare. + +Vennevi ancora Argosto di Marmonda, +Che stimato è guerrer molto soprano. +Il suo paese di gran pesci abonda, +Perché è disteso sopra allo oceàno, +Tornando dietro al mare, alla seconda. +Bambirago d'Arzila, a destra mano. +La gente di costor è de una scorza +Nera, come è il carbon quando se smorza. + +Ma tra' Getuli avea perso Grifaldo, +Che, via passando, non me venne a mente. +Lontano è al mare il suo paese caldo, +Populo ignudo, tristo e da nïente. +Bardulasto era morto, quel ribaldo, +Ma novo re fu posto alla sua gente, +La qual condotta venne da Alghezera; +Questa tra l'altre è ben gagliarda e fiera. + +Vero è che non han ferro in sua provenza, +Ma tutti portano ossa de dragoni +Tagliente e acute, e non vedresti un senza; +Per elmi in capo han teste de leoni, +Sì che a mirarli è strana appariscenza. +In Francia periran questi poltroni; +Tutti han scoperte le gambe e le braccia; +Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia. + +Bucifaro il suo re fu nominato, +Qual di prodezza è tra' baroni il terzo. +Il re di Normandia gli viene a lato, +Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo; +Ma il popol che ha condotto è sciagurato, +Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo: +Gente non fu giamai cotanto istrana; +Poi vien Brunello, il re de Tingitana. + +Più sozza fronte mai non fie' natura, +E ben li ha posti del mondo in confino, +Ché a l'altra gente potria far paura, +Che se scontrasse avante al matutino. +Né già il suo re gli avanza di figura, +Negretto come loro e piccolino; +Più volte vi narrai come era fatto, +Però lo lascio e più de lui non tratto. + +E torno ver ponente alla marina, +Ove è il paese più domesticato, +Benché la gente è negra e piccolina, +Né trovaresti tra mille uno armato. +Di là vien Farurante di Maurina; +Feroce è lui, ma male accompagnato. +Ora nel nostro mar mi volto adesso: +Il re di Tremison gli viene apresso + +(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armata +Di lancie e scudi, e de archi e de saette), +E Marbalusto, la anima dannata, +Che seco ha tante gente maledette, +E per menarle meglio alla spiegata +La Francia tutta in preda gli promette, +Onde quei pacci volentier vi vano; +Costui de cui ragiono, è re d'Orano. + +Un altro, che al suo regno gli confina, +Venne con gente armata con vantaggio: +Ciò fu Gualciotto di Bellamarina, +Forte ne l'armi e di consiglio saggio. +Poi Pinadoro, il re di Costantina; +Questo dal mare è longi in quel vïaggio: +Quando già fece con gli Arabi guerra, +Fie' Costantino al monte quella terra. + +Non par, segnor, che io ne abbia detto assai +Che lasso son cercando ogni confino? +E parmi ben ch'io non finirò mai; +Pur mo se me apresenta il re Sobrino, +Che è re di Garbo, come io vi contai. +Non è di lui più savio saracino; +Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso. +Tre vi ne sono ancora, io ve 'l confesso. + +Quel Rodamonte che è passato in Francia, +È re di Sarza, ed è tanto gagliardo, +Che non è pare al mondo di possancia. +Ora vi venne ancora il re Branzardo +Con belle gente armate a scudo e lancia; +Re di Bugia se appella quel vecchiardo. +Lo ultimo venne, perch'è più lontano, +Mulabuferso, che è re di Fizano. + +Era già prima in corte Dardinello, +Nato di sangue e di casa reale, +Che fu figlio de Almonte il damigello, +Destro ne l'arme, come avesse l'ale, +Molto cortese, costumato e bello, +Né se potrebbe apponervi alcun male. +Il re Agramante, che gli porta amore, +Re de Azumara l'ha fatto e segnore. + +Io credo ben che serà notte bruna +Prima che tutti possa nominare, +Perché giamai non fu sotto la luna +Tal gente insieme, per terra o per mare. +Re Cardorano a gli altri anco se aduna: +Chi gli potrebbe tutti ramentare? +E vien con seco il nero Balifronte: +Quasi il lor regno è fuor de l'orizonte. + +Il primo ha in Cosca la sua regïone, +Mulga se appella poi l'altro paese. +Africa tutta e le sue nazïone +Intorno de Biserta son distese, +Varii di lingue e strani di fazone, +Diversi de le veste e de lo arnese; +Né se numerarebbe a minor pena +Le stelle in celo o nel litto l'arena. + +Fece Agramante e re tutti alloggiare +Dentro a Biserta, che è di zoie piena; +Là con baldanza stanno ad armeggiare +Con balli e canti e con festa serena; +Altro che trombe non se ode suonare, +L'un più che l'altro gran tempesta mena; +Chi a destrier corre, e chi l'arme si prova, +Cresce nel campo ognior più gente nova. + +Da Tripoli e Bernica e Tolometta +Vien copia de pedoni e cavallieri; +Questa è ben tutta quanta gente eletta +Con arme luminose e bon destrieri. +Quivi il re di Canara anco se aspetta, +Ma già non son cotali e suoi guerrieri, +Ché alle lor lancie non bisogna lima; +Corne di capre gli han per ferri in cima. + +Era il suo re nomato Bardarico, +Terribil di persona e bene armato; +Or quando fu giamai nel tempo antico +Per tale impresa un popolo adunato, +Tanto diverso quanto è quel che io dico, +La terra e il mar coperto in ogni lato? +Oh quanto era superbo il re Agramante, +Che a suo comando avea gente cotante! + +Benché gli Arabi e il suo re Gordanetto +Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi; +Questi non hanno né casa né tetto, +Ma ne le selve stan come selvatichi; +Ragione e legge fanno a suo diletto, +Né son tra loro astrologi o gramatichi. +Non è de questi alcun paese certo, +Robbano ogniuno e fuggono al diserto. + +E chi volesse dietro a lor seguire, +Serìa perdere il tempo con affanno; +Essi de frutti se sanno nutrire +E vivere al scoperto senza panno; +Però fan gli altri di fame morire, +Né se acquista a seguirli se non danno; +Onde Agramante per questa paura +De subiugarli mai non prese cura. + +E standosi in Biserta a sollacciare, +Come io vi dissi, con molto conforto, +Un messo li aportò come nel mare +Son più nave apparite sopra al porto, +Le qual già Rodamonte ebbe a menare, +Ma de lui non se sa se è vivo o morto; +E che seco avean loro un gran pregione, +Che è cristiano ed ha nome Dudone. + +Il re turbato incominciò gran pianto, +Stimando che sia morto Rodamonte; +Ma io il vo' piangendo abandonare alquanto, +Per tornare a que' duo che a fronte a fronte +De ardire e de fortezza se dàn vanto. +Forse stimati che io parli del conte, +Qual con Ranaldo a guerra era venuto; +Ma io dico Rodamonte e Ferraguto, + +Che non ha tutto il mondo duo pagani +Di cotal forza e tanta vigoria. +Crudel battaglia quei baron soprani +Menata han sempre e menan tuttavia. +De arme spezzate avean coperti i piani, +Né alcun de lor sa già chi l'altro sia; +Ma ciascun giuraria senza riguardo +Non aver mai trovato un più gagliardo. + +De l'altro è Feraguto assai minore, +Ma non gli lasciaria del campo un dito, +Ché a lui non cede ponto di valore, +Perché ogni piccoletto è sempre ardito; +Ed èvi la ragion, però che il core +Più presso a l'altre membra è meglio unito; +Ma ben vorebbe aver la pelle grossa +Il cane ardito, quando non ha possa. + +Durando anco tra lor lo assalto fiero, +Per l'aspri colpi orribile a guardare, +Passava per quel campo un messaggiero, +Qual, fermo un poco, gli prese a parlare: +- Se alcun di voi de corte è cavalliero, +Male novelle vi sazo contare, +Ché 'l re Marsilio, il perfido pagano, +Posto ha lo assedio intorno a Montealbano. + +E dissipato in campo ha il duca Amone, +E con soi figli l'ha dentro cacciato, +Seco Anzoliero e il suo parente Ivone: +Alardo è preso, e non so se è campato; +E quel paese è in gran destruzïone, +Ché tutto intorno l'hanno arso e robbato. +Questo vidi io, che son de là venuto +Per dimandare a Carlo Mano aiuto. - + +Non fece alcuna indugia quel corriero, +Che dopo le parole è caminato. +Assai turbosse Feraguto il fiero, +Poi che a quel fatto non se era trovato; +E stato essendo alquanto in tal pensiero +Da Rodamonte al fin fu domandato +Se di tal guerra avea ponto che fare, +Ché non vi avendo, è da lasciarla andare. + +E Feraguto a ponto gli contava +Come era il re Marsilio suo cïano, +E poi cortesemente lo pregava +Che seco voglia pace a mano a mano; +Né mai più de impicciarsi gli giurava +Per la figliola del re Stordilano. +Non lasciò già per tema cotal prova, +Ma sol per gire a quella guerra nova. + +Re Rodamonte, che l'avea provato +Di tal franchezza e di tanto ardimento, +Assai nel suo parlar l'ebbe onorato, +Facendo il suo volere a compimento; +E poi se furno l'un l'altro abracciato, +E fratellanza ferno in giuramento, +Con sì grande amistate e tanto amore +Che tra duo altri mai non fu maggiore. + +E destinati non se abandonare +L'un l'altro mai sin che in vita serano, +Insieme cominciarno a caminare, +Per ritrovarse entrambi a Montealbano; +E, via passando senza altro pensare, +Scontrarno Malagise e Vivïano: +Venian que' duo fratei, de' qual vi parlo, +Per impetrar soccorso dal re Carlo + +Per Montealbano, il quale è assedïato, +Come di sopra potesti sentire. +Or Malagise se trasse da lato, +Come e due cavallier vidde venire, +Dicendo a Vivïan: - Per Dio beato! +Chi sian costoro io vo' saperti dire -; +Ed intrato lì presso in un boschetto, +Fece il suo cerchio ed aperse il libretto. + +Come il libro fu aperto, più né meno, +Ben fu servito di quel che avea voglia, +Ché fu a demonii il bosco tutto pieno: +Più de ducento ne è per ogni foglia. +E Malagise, che gli tiene a freno, +Comanda a ciascadun che via se toglia, +Largo aspettando insin che altro comanda; +Poi di costoro a Scarapin dimanda. + +Era un demonio questo Scarapino, +Che dello inferno è proprio la tristizia: +Minuto il giottarello e piccolino, +Ma bene è grosso e grande di malizia; +Alla taverna, dove è miglior vino, +O del gioco e bagascie la divizia, +Nel fumo dello arosto fa dimora, +E qua tentando ciascadun lavora. + +Costui, da Malagise adimandato, +Gli disse il nome e lo esser de' baroni; +Là dove il negromante ebbe pensato +Pigliarli entrambi ed averli pregioni. +Tutti e demonii richiamò nel prato +In forma de guerreri e de ronzoni, +Mostrando in vista più de mille schiere, +Con cimeri alti e lancie e con bandiere. + +Lui da una parte, da l'altra Viviano +Uscirno di quel bosco a gran furore. +Diceva Feraguto: - Odi, germano, +Ch'io non sentitte mai tanto rumore! +Questo è veramente Carlo Mano. +Or bisogna mostrar nostro valore; +Abench'io voglia te sempre obedire, +Per tutto il mondo non voria fuggire. - + +- Come fuggir? - rispose Rodamonte +- Hai tu di me cotale opinïone? +Senza te solo io vo' bastare a fronte +A tutti e cristïani e al re Carlone, +E alle gente di Spagna seco aggionte. +Se sopra il campo vi fosse Macone +E tutto il paradiso con lo inferno, +Non me farian fuggire in sempiterno. - + +Mentre che e duo baron stavano in questa, +Ragionando tra lor con cotal detti, +E Malagise uscì de la foresta, +Già non stimando mai che alcun lo aspetti, +Però che seco avea cotal tempesta +De urli e de cridi da quei maledetti, +Che sotto gli tremava il campo duro: +Dal lor fiatare è fatto il celo oscuro. + +Venìa davanti agli altri Draginazza, +Che avea le corne a l'elmo per insegna; +Questo di rado a vil gente se abbrazza: +Tra gli superbi alle gran corte regna. +La lancia ha col pennone e spada e mazza, +Ma di portare il scudo se disdegna. +Questo si serra adosso a Rodamonte, +E con la lancia il gionse ne la fronte. + +Avea la lancia il fer tutto di foco, +Che entrò alla vista ed arse ambe le ciglia: +E questo mosse Rodamonte un poco, +Perché ebbe di tal fatto meraviglia; +Ma urtò il ronzon cridando: - Aspetta un poco, +Giotton, giotton, ché tua faccia somiglia +Proprio al demonio mirandoti apresso, +E certamente io credo che sei desso. - + +Al fin de le parole il brando mena, +Come colui che avea forza soprana, +E fu il gran colpo de cotanta lena, +Che dentro lo passò più d'una spana, +E dette a Draginazza una gran pena, +Benché il passasse come cosa vana; +Ma gli altri maledetti gli èno adosso +Con tanta furia, che contar nol posso. + +E lui per questo non è meno ardito, +Non ve pensati che 'l dimandi aiuto; +Or questo or quel demonio avea colpito: +Già se pente ciascun d'esser venuto, +E Draginazza via ne era fuggito: +Ma molti sono adosso a Feraguto, +E sopra a tutti un gran dïavolone, +E questo è Malagriffa dal rampone. + +Con quel rampone agriffa gli usurari, +Conducendoli a ponto ove li piace, +Perché ha possanza sopra de li avari, +E giù gli coce in quel fuoco penace, +E piglia preti e frati e i scapulari, +Perché ciascun di loro è suo seguace. +Ora al presente a Feraguto è intorno; +Ben se diffende il cavalliero adorno. + +E quel ferì de un colpo sì diverso, +Che io vi so dir che l'altro non aspetta, +E a tutti gli altri mena anco a traverso; +Ma tanta era la folta maledetta, +Che sol cridando quasi l'han somerso. +Ora ecco un altro, che ha nome Falsetta, +Ingannatore e de ogni vizio pieno: +A fraude e trufferia mai non vien meno. + +Costui con Feraguto fie' battaglia, +Non gli stando però molto dapresso, +Ma errando intorno gli dava travaglia, +Fuggendo e ritornando a gioco spesso. +Mal fa chi sì gran pezzo al panno taglia, +Che non sa de cusirlo per espresso; +Credea Falsetta ad arte e con inganni +Tenire il cavallier sempre in affanni. + +Ma Rodamonte, che venìa da lato, +A caso riscontrò quel maledetto; +Intra le corne il brando ebbe callato, +E divise la testa e tutto il petto. +Via va cridando quel spirto dannato, +Ma dove andasse, io non so per effetto, +E Rodamonte dà tra quei malvasi, +Benché ormai pochi al campo sian rimasi. + +Fuggiano urlando e stridendo con pianti, +Ché eran spezzati e non potean morire; +E dove prima al bosco eran cotanti, +Ora son pochi, e ciascun vôl fuggire. +A benché Malagise con incanti +Facesse alquanto il campo mantenire, +Pur non gli puote ritenere al fine, +Che irno in profondo alle anime tapine. + +Esso, veggendo il fatto andar sì male, +A fuggir cominciò con Vivïano; +Ma tal fuggire ad essi poco vale: +Feraguto gli segue per il piano +Sopra a un destrier che par che metta l'ale, +E in somma ambi li prese a mano a mano, +Benché pur ferno alquanto de diffesa; +Ma Rodamonte gionse alla contesa. + +Ed ambi gli legarno in su un ronzone, +E verso Montealbano andarno via, +Per presentarli al re Marsilïone. +Segnori e grazïosa compagnia, +Io voglio mo finire il mio sermone, +Seguendo poi con bella diceria +La istoria cominciata e la gran guerra: +Dio vi contenti in celo e prima in terra. + +Canto ventesimoterzo + +Quella battaglia orribile e infernale +Che io ve ho contata, e piena di spavento, +Me piacque sì che, s'io non dico male, +Mirarla in fatto avria molto talento, +Sol per veder se il demonio è cotale +E tanto sozzo come egli è dipento, +Ché non è sempre a un modo in ogni loco: +Qua maggior corne, e là più coda un poco. + +Sia come vôle, io ne ho poca paura, +Ché solo a' tristi e a' desperati nôce, +E men fatica ancor più me assicura, +Ché io so ben fare il segno de la croce. +Or via lasciamolo in la mala ventura +Nel fuoco eterno che il tormenta e coce, +Ed io ritorno a dilettarvi alquanto +Ove io lasciai l'istoria a l'altro canto. + +Andando Feraguto a Montealbano +E Rodamonte, come io ve contai, +Che preso ha Malagise e Vivïano, +Via caminando non restarno mai, +Sin che trovâr lo esercito pagano, +Che avea gran nobiltate e gente assai; +Re, duci, cavallier, marchesi e conti +Coperti di trabacche han piani e monti. + +Feraguto andò avanti al re Marsilio, +E conta in breve, stando ingenocchiato, +Sì come a Malagise diè di piglio, +E Rodamonte assai gli ebbe lodato. +Il re, che più l'amava assai che figlio, +Oltra meza ora lo tenne abracciato, +Baciandolo più volte, e per suo amore +A Rodamonte fece un grande onore. + +Balugante era in campo e Falcirone, +Fratei del re, con molta baronia, +L'un de Castiglia e l'altro di Leone, +E Maradasso, il re de Andologia, +E il re di Calatrava, Sinagone, +Grandonio di Volterna in compagnia, +Qual dapoi mise e Cristïani al fondo +(Sopra a Moroco regna il furibondo); + +Re de' Galegi, il quale era pedone, +Ché destriero al portar non ha balìa, +Vi venne Maricoldo col bastone; +Ma di Biscaglia alcun non vi venìa, +Perché il re Alfonso tien la regïone, +Bon cristïano e de alta gagliardia, +Di cui la stirpe e 'l bel seme iocondo +Non Spagna sol, ma illuminato ha il mondo. + +Né trovo per scrittura, o per ragione +Più real sangue, e non credo che sia; +Fanne Sardegna dimostrazïone, +Le due Cecilie e in parte Barbaria: +Ed è verace quella opinïone +Che fu da' Goti sua genologia. +Chi fosser questi, già non vi respondo: +La terra il seppe e il mar che gira in tondo. + +Or veritate ed anco affezïone +Me ha tratto alquanto de la strata mia; +Ma torno adesso e dico le persone +Sopra a le qual Marsilio ha signoria. +Larbin di Portugallo era in arcione, +E Stordilano ancor, che possedia +Tutta Granata; e già non vi nascondo +Il Maiorchin, che nome ha Baricondo; + +Ma poi la corte di Marsilïone, +Di tanto pregio e tal cavalleria. +Serpentin de la Stella, il fier garzone, +Ed Isolier s'aspetta tuttavia, +Che è sir de Pampaluna, e Folicone, +Del re bastardo e conte de Almeria; +Non par di Spagna il terzo, né il secondo, +Quel colorito, e questo bianco e biondo. + +Ma perché vi faccio io tanta dimora +Il nome e le provenze a racontare, +Che poi ne le battaglie in poco de ora +Gli sentireti a ponto divisare? +Re Carlo giongerà senza dimora, +Poscia per tutti vi serà che fare, +A benché alcun pagan qua non l'aspetti, +Che tutti in zoia stanno e gran diletti. + +Aveano usanza tutti i re pagani, +La quale in questo tempo anco è rimasa, +Che, campeggiando, o vicini o lontani, +Ma' le lor dame lasciavano a casa; +Né so se lor pensier sian fermi o vani, +Ché pur sta mal la paglia con la brasa; +Ma, da altra parte ancora, per amore +Lo animo cresce e più se fa de core. + +Per questo erano in campo le regine +Quasi di tutta Spagna, e pur le belle; +Ma sopra a tutte l'altre peregrine +Era stimata il fior de le donzelle +La Doralice; come tra le spine +Splende la rosa e tra foglie novelle, +Così lei di persona e di bel viso +Sembra tra l'altre dea del paradiso. + +Re Rodamonte, che tanto l'amava, +Ogni giorno per lei facea gran prove; +Or combatte a ristretto ed or giostrava, +Sempre con paramenti e foggie nove, +E Feraguto a ciò l'accompagnava; +Onde per questo par che non se trove +Altro baron che a lui tenga la fronte, +Tanto era forte e destro Rodamonte. + +Il re Marsilio per più fargli onore +Facea gran feste e trïonfal conviti, +E sempre Rodamonte ha più favore +Tra quelle dame dai visi fioriti. +Or così stando un giorno, alto rumore +E trombe con gran cridi fôrno oditi, +E la novella vien de mano in mano +Come assalito è il campo giù nel piano. + +Re Carlo ne venìa per la campagna, +Ed avea seco il fior de' Cristïani +De l'Ongheria, di Franza e de la Magna, +E la sua corte, quei baron soprani; +Ma quando vidde la gente di Spagna +Tutta assembrata per callare a i piani, +Chiamò Ranaldo ed ebbe a lui promesso +Non dar la dama a Orlando per espresso, + +Pur che facesse quel giorno col brando +Sì fatta prova e dimostrazïone, +Che più di lui non meritasse Orlando. +Poi d'altra parte il figlio de Milone +Fece chiamar da parte, e ragionando +Con lui gli diè segreta intenzïone +Che mai la dama non avrà Ranaldo, +Pur che combatta il giorno al campo saldo. + +Ciascun di lor quel giorno se destina +Di non parer de l'altro mai peggiore. +Ahi sventurata gente saracina, +Che adosso ben ti viene un gran romore! +Quei duo baron faran tanta ruina, +Che mai fu fatta al mondo la maggiore. +Or tacete, segnori, e non v'incaglia, +Ch'io vo' contare un'aspra e gran battaglia. + +Re Carlo Mano avea fatte le schiere +Molto ordinate e con gran sentimento; +Il nome de ciascuno e le bandiere +Poi sentirete e l'altro guarnimento, +Secondo che usciran le gente fiere +Che contra lor ne van con ardimento. +Ma la prima che è gionta alla campagna +È Salamone, il bon re de Bertagna. + +Con la bandiera a scacchi neri e bianchi +Ricardo e' soi Normandi è seco in schiera; +Guido e Iachetto, che èn duo baron franchi, +L'un de Monforte e l'altro de Riviera. +Sei de sei millia non credo che manchi +Di questa gente, che è animosa e fiera; +Ne vien correndo e mena gran pulvino, +Per assalire il campo saracino. + +Marsilio avea mandato Balugante, +Che refrenasse quello assalto un poco, +Acciò che le sue gente, che son tante, +Potesse trare alquanto di quel loco. +Serpentino era seco e lo Amirante +E il re Grandonio, l'anima di foco; +Con più de trenta millia de Pagani +Callarno il monte e gionsero in que' piani. + +Suonâr le trombe, e con molta tempesta +L'un verso l'altro a gran crido se mosse +A tutta briglia, con le lancie a resta, +E con fraccasso l'un l'altro percosse. +Aspra battaglia non fu più di questa: +Volarno i tronchi al cel de l'aste grosse +E l'arme resuonarno insieme e' scudi, +Quando scontrarno insieme a li urti crudi. + +Era al principio questo un bel riguardo +Per l'arme relucente e per cimieri; +Ciascun destriero ancora era gagliardo, +Coperte e paramenti erano intieri; +Ma, poi che Salamone e il bon Ricardo +E Iachetto con Guido, e baron fieri, +Intrarno furïosi alla gran folta, +La bella vista in brutta fu rivolta. + +Roncioni e cavallier morti e tagliati +Tutto infiammarno il campo sanguinoso, +E l'arme rotte e gli elmi spenacchiati +Facean riguardo tristo e doloroso. +E paramenti e' squarci dissipati, +E ciascun pien di sangue e polveroso; +Il ruïnare a terra e il gran fraccasso +Avrian smariti gli occhi a un satanasso. + +Ricardo entrò primiero alla battaglia, +Il qual portava per cimiero un nido, +E Salamone adosso alla canaglia, +E Iachetto con seco e 'l franco Guido. +Ciascun sì crudamente i Pagan taglia, +Che sino al cel se odiva andare il crido; +Ma alor se mosse incontra Balugante, +Grandonio e Serpentino e lo Amirante. + +E per la lor prodezza e suo valore, +E per sua gente ancor, che gli abondava, +La nostra certo arìa avuto il peggiore, +Che indietro a poco a poco rinculava; +Ma, ciò veggendo Carlo imperatore, +Che a lato alla baruffa sempre istava, +Mandò in soccorso Olivieri il marchese, +E Naimo e il conte Gano e il bon Danese; + +E seco Avino e Ottone e Berlengiero +E Avorio, che anco lui fu paladino; +Avenga che io nol ponga per primiero, +Pur va con gli altri, e dietro a lui Turpino. +Alor se radoppiò lo assalto fiero +E levossi di novo alto polvino; +Altro che trombe non se ode nïente, +E lancie rotte de una e de altra gente. + +Carlo chiamò da parte Bradamante, +Ch'è fior de gagliardia, quella donzella, +E 'l bon Gualtiero, il cavalliero aitante, +Ed alla dama in tal modo favella: +- Tu vedi il monte il quale è qua davante. +Là con Gualtiero a quel bosco ti cella, +Con questi cavallier che teco mando, +Né te partir di là, se io nol comando. - + +Ella ne andò; ma sopra di quel piano +Era battaglia sì crudele e stretta, +Che nol potria contare ingegno umano. +A furia vien la gente maledetta; +Benché il franco Olivier col brando in mano +Di qua di là gli taglia a pezzi e fetta, +Pur si diffende assai la gente fiera: +Ecco de il monte scende un'altra schiera. + +Questo è il re Stordilano, e Malgarino +E Baricondo è seco e Sinagone, +E Maradasso più gli era vicino: +La schiera guida al campo Falcirone. +Costui portava al suo stendardo un pino +Col foco ne le rame e nel troncone, +Ed ha la gente spessa come piova: +Ben vi so dir che il gioco se rinova. + +Alor Grandonio, quella anima accesa, +Qual mai non se ha potuto adoperare, +Sol per tenir la sua gente diffesa +(Ché a ricoprirla troppo avea che fare), +Ora una lancia in su la coscia ha presa, +E sopra Salamon se lascia andare. +Avendo posta già quella asta a resta, +Roverso al campo il getta con tempesta. + +Guido abattuto fu da Serpentino, +Io dico Guido il conte de Monforte, +E non il Borgognon, che è paladino, +Il qual si stava con re Carlo in corte. +Or Balugante, il forte saracino, +Al conte de Rivera diè la morte, +Dico a Iachetto; gionselo al costato, +E via passando lo distese al prato. + +Quando il Danese vidde Balugante, +Che avea in tal modo morto il giovanetto, +Turbato acerbamente nel sembiante +Sprona il ronzone adosso al maledetto. +Gionse al cimier, che è un corno de elefante, +E specciòl tutto e roppe il bacinetto, +E se dritto il colpiva a compimento, +Tutto il fendeva di sotto dal mento. + +Ma il brando per traverso un poco calla, +Sì che una guanza con la barba prese, +E venne gioso e colse nella spalla, +Né piastra grossa o maglia la diffese. +Nel scudo de osso il bon brando non falla, +Ma seco ne menò quanto ne prese, +E fo sì gran ferita e sì diversa, +Che quasi ha lui da poi la vita persa. + +Ma Balugante volta il suo ronzone +Menando le calcagne forte e spesso, +Sin che fo avante al re Marsilïone, +Come io vi contarò qua poco apresso. +Ora Oliviero abatte Sinagone, +Ed hagli il capo insino ai denti fesso: +Barbuta non gli valse o l'elmo fino; +E poi se volta e segue Malgarino. + +Ma non lo aspetta lui, che è impaurito; +Mostrògli Sinagon ciò che 'l die' fare, +Ed ebbe senno a pigliar bon partito. +Ecco Grandonio, che un serpente pare: +E gionse Avino, il giovanetto ardito, +E sottosopra il fece trabuccare; +Poi Belengero abatte in sul sabbione, +E seco Avorio e il suo fratello Ottone. + +Gionse anche Serpentino a un'altra banda +E scontrò il bon Ricardo paladino: +For dello arcione alla campagna il manda; +Né qui se arresta e scontrase a Turpino, +E benché 'l prete a Dio se ricomanda, +Pur fu abattuto da quel saracino. +Rimescolata è tutta quella traccia, +Qua fugge questo, e là quell'altro caccia. + +Vidde Olivier Grandonio di Volterna, +Che abatte sopra al campo gente tanta +Che altri che lui non par che se discerna, +E tutto è sangue dal capo alla pianta. +Dicea Oliviero: - O Maiestate Eterna, +Io pur diffendo la tua Fede santa, +Come far deggio, e il tuo culto divino; +Dammi possanza contra al Saracino! - + +Egli avea già racolta un'altra lanza +Così dicendo, e con animo ardito +Spronava il suo destrier con gran baldanza. +Or non so dir se ben fusse seguito, +Però che gionse il conte di Maganza, +E per traverso ha il Saracin colpito; +Non se guardando forse da quel lato, +Tutto el distese fuor de arcione al prato. + +Quando Grandonio se vidde abattuto, +Non dimandati se rodea la brena; +Presto ricciato rembracciava il scuto, +E mena il brando, e non è dritto apena; +Ma il conte Gano, che stava aveduto, +Volta il destriero e le calcagna mena; +Ma il re Grandonio afferra il suo ronzone, +Rimette il brando e salta nello arcione. + +Poi che salito fu sopra al destriero, +Tra la gran folta col brando se caccia; +Mai non fu Saracin cotanto fiero: +Questo abatte per terra e quello amaccia. +Ecco raggionto il marchese Oliviero, +Che avea ferito Falcirone in faccia, +E spezzato gli ha l'elmo e rotto il scuto, +Quando gionse Grandonio a darli aiuto. + +Gionse Grandonio, e ben gli bisognava, +Ché non potea durar lunga stagione; +Presto Oliviero a questo se voltava, +Lasciando mezo morto Falcirone. +Or l'uno e l'altro gran colpi menava; +Benché più forte sia quel can fellone, +Era Olivier di lui poi più maestro, +Ma molto accorto e più legiero e destro. + +Menò Grandonio un colpo a quel marchese, +E nel fondo del scudo agionse al basso, +Qual ponto nol coperse né diffese, +Ma tutto se fiaccò con gran fraccasso, +E passò il brando ed arivò allo arnese: +Se egli avea forza, a voi pensar vi lasso. +Poco prese la coscia, e nello arcione +Via passò il brando e gionse 'l bon ronzone. + +Colse il ronzone a quella spalla stanca, +E sconciamente l'ebbe innaverato; +Per questo ad Oliviero il cor non manca, +Mena a due mano il suo brando affilato; +Gionse a Grandonio quella anima franca +Sopra del scudo, e tutto l'ha spezzato, +Né piastra integra al forte usbergo lassa: +Tutte le speza e dentro al petto passa. + +Come io ve dico, ove gionse Altachiera +Non lascia a quello usbergo piastra sana; +Spezza ogni cosa quella spada fiera, +E 'l fianco aperse più de una gran spana. +Ciascadun de essi a tristo partito era, +Spargendo il sangue in su la terra piana, +Né per ciò l'uno a l'altro dava loco, +Ed ogni colpo accresce legne al foco. + +Cresce lo assalto dispietato e fiero, +E ben de l'arme sentirno il polvino; +Ma da altra parte il bon danese Ogiero +Per tutto il campo caccia Malgarino, +E di suo scampo non ve era mestiero, +Se non vi fosse agionto Serpentino, +Quel dalla Stella, il giovanetto adorno, +Che avea fatate l'arme tutte intorno. + +Come fu gionto, e vidde che il Danese +Condotto ha Malgarino a mal partito, +Sopra de Ogiero un gran colpo distese +Dal lato manco in su l'elmo forbito, +Quale era grosso e ponto nol diffese, +Perché aspramente al capo l'ha ferito. +Volta il Danese a lui, forte adirato: +Bene ha di che, sì come io vi ho contato. + +Cominciarno battaglia aspra e feroce +Que' duo guerrer mostrandosi la fronte, +Benché Curtana a quelle arme non nôce, +Ché eran fatate per tagli e per ponte. +Or cresce un novo crido ed alte voce, +Ché un'altra schiera giù calla del monte, +Maggiore assai de l'altre due davante: +Non fur vedute mai gente cotante. + +Colui che vien davanti è Folicone, +Il figlio de Marsilio, che è bastardo, +Che ha de Almeria la terra e il bel girone: +Ben vi posso acertar che egli è gagliardo. +Larbin de Portugallo, il fier garzone, +Gli viene apresso in su un corsier leardo; +Maricoldo il Galego, che è gigante, +Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante; + +Ed Alanardo, conte in Barzelona, +Vi venne, e Dorifebo, il fier pagano, +Qual porta di Valenza la corona, +E il conte de Girona, Marigano, +E il franco Calabrun, re de Aragona. +Par che quel monte giù roini al piano; +A sì gran folta ne vien via la gente, +Che par che il cel profondi veramente. + +Quando re Carlo vidde gente tante, +Ben se crede quel dì de aver gran scorno; +Chiamando a sé Ranaldo e il sir de Anglante, +- Filioli, - dicea - questo è il vostro giorno! - +E poi mandava un messo a Bradamante +Che, giù voltando quella costa intorno, +Quanto nascosta può, per quella valle +Ferisca a i Saracin dietro alle spalle. + +E dapoi che ebbe la dama avisata, +Ranaldo e Orlando chiamò, con amore +Dicendo a lor: - Questa è quella giornata +Che sempre al mondo vi può fare onore: +Or questa è quella che ho sempre espettata +Per discerner qual sia di voi megliore; +Per mia man seti entrambi cavallieri, +Né so di qual di voi meglio mi speri. + +Or via, miei paladini, alla battaglia! +Ecco e nimici! Io non vi gli nascondo; +Fatime un squarcio entro a quella canaglia, +Che sempre mai di voi se dica al mondo. +Io non li stimo tutti un fil di paglia, +Quando io vi guardo il viso furibondo; +Nel vostro viso ben mi sono accorto +Che il mio nemico è già sconfitto e morto. - + +Non aspettâr più oltra e duo baroni +Il ragionar che fece Carlo Mano. +Come dal cel turbato escon duo troni, +E duo venti diversi allo oceàno, +Così van loro a furia di ronzoni. +Ahi sventurato e tristo quel pagano, +Qual sia scontrato da Ranaldo ardito! +Né quel de Orlando avrà meglior partito. + +Ranaldo avanti il conte un poco avancia, +Perché aveva il destrier più corridore; +A mezo il corso aresta la sua lancia, +Spronando tutta fiata a gran furore. +Il re Larbino avea molta arrogancia, +Come hanno tutt'e Portugesi il core; +E veggendo venire il fio de Amone, +- Chi è costui, - disse - che ha sì bel ronzone? + +Come ne vene! E' par che metta l'ale! +E pure ha un gran poltrone armato adosso; +Per manco nol darebbe come il vale, +Né lasciarebbe del suo pregio un grosso. +E veramente che io faccio ben male +Ferire a quel meschin, ma più non posso; +Qua fusse Orlando con Ranaldo a un fasso, +Ché io so che a un colpo l'uno e l'altro passo. - + +Così dicendo il re, che è bravo tanto, +Un tronco for di modo ebbe arestato. +Ranaldo ne venìa da l'altro canto, +E l'uno a l'altro a gran corso è scontrato; +Quel roppe il tronco grosso tutto quanto, +E questo lui passò da l'altro lato, +Dico Ranaldo il passa, e la sua lancia +Dietro alle spalle un gran braccio gli avancia. + +Poi lo urta a terra e quella asta abandona, +E dà tra gli altri con Fusberta in mano. +Forte era Calabron, re de Aragona, +Quanto fosse nel campo altro pagano, +Ad ogni prova de la sua persona. +Costui, veggendo il senator romano +Che vien spronando con la lancia a resta, +Verso di lui se mosse a gran tempesta. + +Chi li avesse cernuti ad uno ad uno, +Duo più superbi non avea quel campo, +Come era quel Larbino e Calabruno, +Che contra al conte vien con tanto vampo; +Benché gli serìa meglio esser digiuno +Di cotal prova e di cotale inciampo, +Ché il conte lo passò da banda a banda, +E morto for de arcione a terra il manda. + +Poi dà tra gli altri e trasse Durindana, +Perché allo incontro avea rotta la lanza. +Come apre il mare intrando una fiumana, +Così quel paladin, che è il fior di Franza, +Nel mezo a quella gente ch'è pagana, +Dimostra molto ardire e gran possanza, +Tagliando e dissipando ad ogni mano; +L'arme spezzate insino al cel ne vano. + +Ecco nel campo ha visto un gran pedone: +Questo era Maricoldo di Galizia, +Che fa de' nostri tal destruzïone +Che a riguardare egli era una tristizia. +Il conte lo mirava di storzone, +Ché de sì fatti avea morti a dovizia, +Fra sé dicendo: "Sì grandon ti veggio, +Ch'io te voglio ascurtar un piede e meggio." + +E parlando così come io ve conto, +Con lui se azuffa e fu corto quel gioco, +Ché dove avea segnato, lo ebbe agionto; +Nïente vi lasciò del collo, o poco, +Ed ascurtollo un piede e mezo aponto. +Poi dà tra gli altri; come fusse un foco +Posto di zugno in un campo de biada, +Così destrugge e taglia con la spada. + +Re Stordilano abatte e Baricondo, +E' soi destrier e lor getta in un fasso. +Colpito ha in fronte il primo, e quel secondo +Avea ferito nel gallone al basso; +La gente saracina va in profondo. +Ecco scontrato al campo ha Maradasso, +Maradasso da Argina, lo Andaluccio, +Che ha per insegna e per cimero un struccio. + +Sì come io dico, è re de Andologia +Quel Maradasso che il struccio portava. +Per tutto il campo Orlando lo seguia, +Ma per nïente lui non lo aspettava; +Onde cacciosse tra l'altra genia. +Chi contarebbe e colpi che menava? +Questo ha per largo e quel per lungo aperto: +Dal capo al piè di sangue era coperto. + +Né già Ranaldo fa minor roina +Ove si trova con Fusberta in mano, +Ché intrato è tra la gente saracina, +E tutta in pezzi la distende al piano; +Menar Fusberta mai non se raffina. +Ora ecco ha visto il forte Marigano, +Qual, come io dissi, è conte de Girona; +Sopra di lui Ranaldo se abandona. + +Ed ebbel gionto in testa con Fusberta, +E fraccassò il cimiero e il bacinetto; +La fronte e la gran barba gli ebbe aperta, +E callò il brando insino a mezo il petto. +Fugge allo inferno la anima diserta, +Rimase in terra il corpo maledetto. +Quivi lo lascia il paladin gagliardo +E dietro in caccia è posto ad Alanardo: + +Conte Alanardo, quel barcelonese. +Ranaldo non gli pone differenza; +O sia de l'uno o de l'altro paese, +Tutti gli mena al pare a una semenza. +Questo stordito per terra distese; +Poi Dorifebo, che era di Valenza, +Abatte al campo sì de un colpo crudo: +Rotto avia l'elmo e fraccassato il scudo. + +Come alla verde selva del ginepre +Se 'l foco dentro vi è posto talora +Per cacciar fora caprioli e lepre, +La fiama intorno e in mezo se avalora; +Tal da Ranaldo convien che si sepre +Quella canaglia, e non prende dimora, +Ché gli spaventa e caccia in ogni loco, +Come la lepre e il capriolo il foco. + +Lui lo Argaliffa abatte e Folicone, +E il re Morgante for di sella caccia: +Il primo avea ferito nel gallone, +El secondo nel petto, e 'l terzo in faccia. +Chi contaria la gran destruzïone? +A questo taglia il collo, a quel le braccia; +Non se vidde giamai tanta tempesta: +Sin da le piante è sangue in su la testa. + +Dico, segnor, che il bon Ranaldo ardito +Tutto era sangue dal capo alle piante: +Non dico già che lui fosse ferito, +Ma per le gente che ha occise cotante. +Ora di lui vi lascio a tal partito, +Però che io vo' tornare a Balugante, +Qual, dissipato a gran confusïone, +Gionse davante al re Marsilïone. + +Rotto avea il capo e aperta una masella, +Fessa una spalla, e il scudo avea perduto, +E dimenando se crollava in sella, +Come morendo al fin fosse venuto. +E benché apena con dolor favella, +Pur quanto più potea, cridava: - Aiuto! +Aiuto! aiuto! ché il re Carlo Mano +Tutta tua gente ha dissipata al piano. - + +Quando ciò vidde il re Marsilïone, +Ambe le man se batte in su la fronte, +E forte biastemando il suo Macone +Facea le ficche al celo a pugne gionte; +Poi comanda a ciascun che sia in arcione. +Feraguto fu il primo e Rodamonte, +Re Malzarise apresso e Folvirante; +Questo non è spagnol, ma di Levante, + +Benché al presente sia re di Navara, +Ché il re Marsilio a lui l'avea donata; +Ma questo giorno li costarà cara. +Or viene a furia giù la gran brigata, +Che a riguardar parìa mille migliara. +Non dico che sian tanti tutta fiata; +Ma chi all'incontro e suoi nemici vede, +Più del dovere assai gli estima e crede. + +Come io ve dico, giù callano al piano: +Par che profondi il mondo da quel lato; +Tutti meschiati e senza ordine vano, +Sì come vôl Marsilio disperato. +Bavarte era davanti e Languirano +(Ciascuno era de un regno incoronato), +E Doriconte apresso e Baliverno +E il vecchio Urgin, che è schiavo de l'inferno. + +Par che la terra e il mare e il cel ruine; +Ciascun di essere il primo a denti freme. +Ma quelle dame misere e tapine +Li guardan drieto, e chi piange e chi geme; +E tutte le donzelle e le regine +Battean le palme lacrimando insieme, +Dicendo ai cavallier: - Per nostro amore +Oggi mostràti se aveti valore! + +Voi ben vedeti che alle vostre mani +Macone ha posta nostra libertate; +Via nel bon ponto, o cavallier soprani, +Contra a' nemici! e sì ve diportate, +Che non giongiamo in forza di que' cani, +Sendo in eterno poi vituperate. +Nostra persona e l'anima col core +Vi acquistareti e insieme il vostro onore. - + +Non fu nel campo re né cavalliero, +Qual non se commovesse a cotal dire; +Ma sopra a gli altri Rodamonte il fiero +Di starsi in loco non potea soffrire; +Ma già partirse gli facea mestiero, +Perché Marsilio gli mandava a dire +Ad esso e a Feraguto alora alora +Che sian con seco senza altra dimora. + +Onde callarno quei duo saracini, +Che erano al mondo fior di gagliardia. +Oh quanti cristïan faran tapini! +Donaci aiuto, o Santa Matre pia! +Non menaran la cosa in quei confini +Che se è menata e mena tuttavia; +Ranaldo e Orlando, che or paion di foco, +Avran suo carco e soprasoma un poco. + +Callarno quei baron, che aveano il vanto, +Come io vi dico, di forza e di ardire; +Parve che il mondo ardesse de quel canto +E che la terra se volesse aprire. +Questo cantare è stato lungo tanto, +Che ormai ve increscerebbe il troppo dire, +Onde io prenderò possa e voi diletto; +Ne l'altro canto ad ascoltar vi espetto. + +Canto ventesimoquarto + +Quando la tromba alla battaglia infesta +Suonando a l'arme sveglia il crudo gioco, +Il bon destrier superbo alcia la testa, +Battendo e piedi, e par tutto di foco; +Squassa le crine e menando tempesta +Borfa le nare e non ritrova loco, +Ferendo a calci chi se gli avicina; +Sempre anitrisce e mena alta ruina. + +Così ad ogni atto degno e signorile, +Qual se raconti, di cavalleria, +Sempre se allegra lo animo gentile, +Come nel fatto fusse tuttavia, +Manifestando fuore il cor virile +Quel che gli piace e quel ch'egli disia; +Onde io di voi comprendo il spirto audace, +Poi che de odirme vi diletta e piace. + +Non debbo adunque a gente sì cortese +Donar diletto a tutta mia possanza? +Io debbo e voglio, e non faccio contese, +E torno ove io lasciai ne l'altra stanza +Di Feraguto, che il monte discese, +E Rodamonte con tanta arroganza +Che de i lor guardi e de la orribil faccia +Par che il cel tremi e il mondo se disfaccia. + +Venian davanti a gli altri e duo baroni +Più de una arcata per quella pianura. +Sì come fuor del bosco duo leoni +Che abbian scorto lo armento e la pastura, +Così venian spronando e lor ronzoni +Sopra la gente che de ciò non cura; +Io dico e Cristïani e Carlo Mano, +Che ben veduti gli han callare al piano. + +Lo imperator gli vidde alla costiera, +Dico e Pagani e il re Marsilïone, +A benché allora non sapea chi egli era; +Pur fece presto a ciò provisïone. +Subitamente fece una gran schiera +De cavallieri arditi e gente bone; +Ove gli trova, senza altro riguardo +Tutti gli aduna intorno al suo stendardo. + +Poi mosse Carlo questa compagnia, +Sopra a un destriero a terra copertato; +Per quel furor la terra sbigotia, +Tamburi e trombe suonan da ogni lato. +Marsilio d'altra parte anco vien via, +Ma son davanti, come io ve ho contato, +Il franco Feraguto e Rodamonte; +E duo de' nostri a lor scontrarno a fronte, + +Il conte Gano e lo ongaro Otachiero, +Contra di lor spronando a gran baldanza; +E Rodamonte, che gionse primero, +Scontrò nel scudo al conte di Maganza. +Tutto il fraccassa il saracino altiero, +E usbergo e 'l fianco passa con la lanza. +Turpino il dice, ed io da lui lo scrivo, +Che Satanasso alor lo tenne vivo. + +Questo servizio allor gli fie' di certo, +Per far dapoi dell'anima più straccio. +Or Feraguto, il cavalliero esperto, +Ben dette ad Otachier più presto spaccio; +Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto, +Dietro a le spalle andò di lancia un braccio. +Caderno entrambi a grave disconforto: +L'un mezo è vivo, e l'altro al tutto morto. + +E dui pagan lasciâr costoro in terra, +E dan tra' nostri a briglia abandonata; +Il conte Gano ben presto si sferra, +E se nascose, l'anima dannata. +Or chi me aiuta a ricontar la guerra +Che fan color, crudele e disperata? +Io non mi credo mai di poter dire +L'aspre percosse e il lor crudo ferire. + +Lingua di ferro e voce di bombarda +Bisognarebbe a questo racontare, +Che par che 'l cel de lampi e di foco arda, +Veggendo e brandi intorno fulminare; +E benché nostra gente sia gagliarda, +Contra a' duo saracin non può durare, +Come iudichi il cel quel giorno a morte +Lo imperatore e la sua real corte. + +Questo da quella e quel da questa banda +Armi e persone tagliano a traverso; +Il re Carlone a Dio si racomanda, +Ché, come gli altri, di stupore è perso, +Benché per tutto provede e comanda; +Ma tanto è il crido orribile e diverso +Di gente occisa e de arme il gran rumore, +Che non intende alcun lo imperatore. + +Ma ciascaduno, ove meglio far crede, +Corre alla zuffa come disperato; +Ben vi so dir, se Dio non gli provede, +Che Carlo questo giorno è disertato, +E rimarrà la Francia senza erede, +Ché ogni barone a quel campo è tagliato, +Ed è occiso anco il popol più minuto +Da Rodamonte insieme e Feraguto. + +Dal destro lato intrò re Rodamonte +Col brando di Nembrot ad ambe mano, +E partì Ranibaldo per la fronte, +Duca de Anversa, che è bon cristïano. +Da poi Salardo, che de Alverna è conte, +Taglia a traverso e lascia morto al piano; +Ugo e Raimondo trova il maledetto, +L'un sino al collo e l'altro fende al petto. + +Quel di Cologna, e questo era Picardo: +Il Saracino a terra gli abandona, +E gli altri occide senza alcun riguardo +Quel re che di prodezza è la corona; +Né di lui Feraguto è men gagliardo, +Ché meraviglia fan de la persona: +Ranier di Rana, il patre de Oliviero, +Ferito a morte abatte del destriero; + +E il conte Ansaldo, il quale era alemano, +Ed è segnor de la città de Nura, +Percote sopra a l'elmo ad ambe mano, +E tutto il parte insino alla cintura. +Tutta la gente fugge per il piano: +Chi non avria di que' colpi paura? +Duca di Clevi, il duca di Sansogna, +Ciascuno ha un colpo, e più non vi bisogna; + +Però che il collo a l'un tagliò di netto, +Volò via il capo e l'elmo col cimiero; +L'altro divise da la fronte al petto, +Poi dà tra gli altri quel saracin fiero. +Re Carlo avea di ciò tanto dispetto, +Che non capìa di doglia nel pensiero. +Ecco Marsilio ariva e la gran gente: +Non sa re Carlo che farsi nïente. + +Nïun Ranaldo vi è, nïuno Orlando, +Nïun Danese e nïuno Oliviero; +Chi qua, chi là nel campo combattando, +Ciascun di adoperarse avea mestiero; +Onde il bon re, de intorno riguardando, +Poi che non vede conte o cavalliero +Che a' soi nemici più volti la faccia, +Fasse la croce e il forte scudo imbraccia, + +Dicendo: - O Dio, che mai non abandoni +Chiunque in te spera con perfetto core, +Sì come fanno adesso e miei baroni, +Che abandonano al campo il suo segnore: +Meglio è morire e poter star tra' boni, +Che più campare al mondo in disonore; +Aiutame, mio Dio, dammi baldanza: +In te sol fido ed ho la mia speranza. - + +Tra le parole una grossa asta aresta, +Sempre chiamando a Dio del celo aiuto, +E dove è la battaglia e più tempesta, +Sprona il destriero e scontra Feraguto. +Proprio alla vista il gionse nella testa, +Poco mancò che non fosse caduto; +Ma tal possanza avea il crudo barone, +Che se mantiene a forza ne l'arcione. + +La lancia volò in pezzi con romore, +E Feraguto, che il colpo avea preso, +Qual mai pigliato non avea il maggiore, +Se rivoltò, de furia e de ira acceso; +Gionse ne l'elmo al franco imperatore, +E sopra al prato lo mandò disteso. +Ciascun che 'l vidde, crede che 'l sia morto: +Bene hanno e nostri e cruccio e disconforto. + +Ma sopra agli altri il franco Balduino, +Benché sia nato de la falsa gesta, +Forte piangendo se chiama tapino, +E via correndo di cercar non resta +Per ritrovare Orlando paladino. +Ugetto di Dardona ancora in questa +Veggendo il fatto se partì di saldo, +E va correndo per trovar Ranaldo. + +Ma il re Marsilio intrò nella battaglia, +Suonando trombe e corni e tamburini, +E tanto è il crido de la gran canaglia, +Che par che ne lo abisso il cel ruini. +La nostra gente tutta se sbaraglia, +Perché adosso gli sono i Saracini, +Che gli tagliano tutti a pezzi e a fetta: +Chi può fuggir, nel campo non aspetta. + +Ma Balduin cercando atrovò il conte, +Che pure alora occise Balgurano; +Come di sangue là fusse una fonte, +Fatto avea rosso tutto intorno il piano; +E Balduin, battendosi la fronte, +Conta piangendo come Carlo Mano +È morto al campo, o sta con tal martìre +Che in poco de ora converrà morire. + +Orlando alle parole stette un poco, +Per la gran doglia che gli gionse il core, +Ma poi divenne rosso come un foco, +Battendo i denti insieme a gran furore. +Da Balduino avendo inteso il loco +Ove abattuto è Carlo imperatore, +Là se abandona quella anima fiera: +Ciascun fa loco più che volentiera. + +Chi non il fa ben presto, se ne pente, +Ché lui non cegna, ma del brando mena, +Ed è tanto turbato e tanto ardente, +Che non discerne e soi da gli altri apena. +Per quel camino occise una gran gente; +Ma ritorno ad Ugiero di Dardona, +Qual mai non posa cercando a ogni mano, +Sin che ha trovato il sir di Montealbano. + +Né il cognoscea, tanto era sanguinoso, +Ché il scudo avea coperto e l'armatura; +Poi che il cognobbe, tutto lacrimoso +Gli racontò la gran disaventura, +Come era andato il fatto doloroso, +E che il re Carlo sopra alla pianura +Era abattuto, de la vita in bando, +Se non lo ha già soccorso il conte Orlando; + +Perché venendo lo vidde passare, +Ed era seco a lato Balduvino, +Qual forse questo gli debbe contare, +Però che anch'esso a Carlo era vicino. +Quando Ranaldo odìa ciò racontare, +Forte piangendo disse: - Ahimè tapino! +Che se egli è ver ciò che costui favella, +Perduta ho in tutto Angelica la bella. + +Se di me prima là vi gionge Orlando, +Io so che Carlo aiutarà di certo, +Ed io serò, come fui sempre, in bando, +Disgrazïato, misero e diserto. +Almen potevi tu venir trottando! +Venuto sei di passo, io il vedo aperto, +Né me il faria discreder tutto il celo, +Ché il tuo destrier non ha sudato un pelo. - + +- A tutta briglia venni speronando, - +Rispose Ugetto - e tu pur fai dimora; +Or che sai tu se qualche impaccio Orlando +Ha retenuto, e non sia gionto ancora? +Tu provar debbi la ventura, e quando +Venga fallita, lamentarti alora; +Sì presto è il tuo destrier, che a questo ponto +Prima de ogni altro ti vedo esser gionto. - + +Parve a Ranaldo che il dicesse il vero, +Però ben presto se pose a camino. +Spronando a tutta briglia il suo destriero, +A gran fraccasso va quel paladino; +Qualunque trova sopra del sentiero, +O voglia esser cristiano o saracino, +Con lo urto getta a terra e con la spada, +Né vi ha riguardo, pur che avanti vada. + +Marcolfo il grande, che fu un pagano +Che servia in corte il re Marsilïone, +Il qual, seguendo e nostri in su quel piano, +Scontrossi a caso nel figlio de Amone, +Che de Fusberta lo gionse a due mano +E tutto lo partì sino al gallone; +E poco apresso truova Folvirante, +Re di Navarra, di cui dissi avante. + +Ranaldo de una ponta l'ha percosso, +Dietro alle spalle ben tre palmi il passa, +E de urto gli cacciò Baiardo adosso +Percotendolo a terra, e quivi il lassa; +E Balivorne, quel saracin grosso, +Che avea rivolto al capo una gran fassa, +De cotal colpo tocca con Fusberta, +Che gli ha la faccia insino al collo aperta. + +Ranaldo non gli stima tutti uno asso, +Pur che se spacci a trovar Carlo Mano. +Ecco uno abbate ch'è davanti al passo, +Limosinier di Carlo e capellano: +Grassa era la sua mula, e lui più grasso, +Né sa che farsi, a benché sia nel piano: +Questo avea tanta tema de morire, +Che stava fermo e non sapea fuggire. + +Ranaldo l'urta a mezo del camino, +Lui cadde sotto, sopra è la sua mulla; +Quel che ne fosse, non scrive Turpino, +Ed io più oltra ve ne so dir nulla. +Sopra a lui salta il franco paladino, +E ben col brando intorno se trastulla, +Facendo braccie e teste al cel volare: +Ben vi so dir che largo se fa fare. + +Ecco davanti vidde una gran folta, +Ma che sia in mezzo non pô discernire. +Questa è gente pagana, che era involta +De incerco a Carlo per farlo morire; +E dietro tanta vi ne era aricolta, +Che ad alcun modo non ne potea gire; +Ben che lui mostri arditamente il viso +E si diffenda, pur l'avriano occiso. + +Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo, +Avenga che non sappia di quello atto, +Ma, come dentro al cerchio fie' riguardo, +Subitamente se accorse del fatto. +Qui vi so dir che se mostra gagliardo, +Onde il re Carlo il cognobbe di tratto, +- Aiutami, - dicendo, - filiol mio, +Ché al mio soccorso te ha mandato Iddio! - + +Parlava Carlo, e tuttavia col scuto +Stava coperto e la spada menava, +E veramente gli bisogna aiuto, +Tanta la gente adosso gli abondava. +Di Corduba era il conte qua venuto +(Partano il saracin se nominava), +Qual mai non lascia che Carlo se mova; +Per dargli morte pone ogni gran prova. + +Ma gionto da Ranaldo all'improviso +Non se diffese, tanto impaurì; +A benché in ogni modo io faccia avviso +Che il fatto serìa pur gito così. +Ranaldo dà ne l'elmo, e fesse il viso, +E 'l mento e il collo, e il petto gli partì. +Lascialo andare, e mena a più non posso +A un altro, che al re Carlo è pure adosso. + +Questo era il conte de Alva, Paricone: +Ranaldo lo tagliò tutto a traverso +E prestamente prese il suo ronzone. +Però che quel de Carlo era già perso; +E tanto se sostenne il fio de Amone, +Dando e togliendo in quel stormo diverso, +Che a mal dispetto de ciascun pagano +Sopra al destrier salì re Carlo Mano. + +Né bisognava che fosse più tardo, +Perché non era apena in su la sella, +Che Feraguto, il saracin gagliardo, +E 'l re Marsilio gionse proprio in quella. +Venian quei duo pagan senza riguardo, +Ciascaduno a due man tocca e martella; +Come tra gente rotta e dissipata, +Venian ferendo a briglia abandonata. + +La nostra gente avante a lor non resta, +Ma fugge in rotta, piena di spavento; +Chi avia frappato il viso e chi la testa: +Non fu veduto mai tanto lamento. +Ma quando Carlo e i baron di sua gesta +Al campo se voltâr con ardimento, +Ed apparbe Ranaldo in su Baiardo, +Chi più fuggiva, più tornò gagliardo. + +Suonâr le trombe e il crido se rinova, +E la battaglia più s'accende e aviva. +Ciascuno intorno a Carlo se ritrova, +Né mostra de esser quel che mo fuggiva, +Anci per amendar pone ogni prova. +Marsilio, che sì ratto ne veniva, +E Feraguto ancor da l'altro canto, +A ciò mirando, se affermarno alquanto. + +Ciascun di loro in su la briglia sta, +Già non temendo che altri se gli appressi; +Or l'uno e l'altro a furia se ne va +Ove e nimici son più folti e spessi. +E' si suol dir che Dio gli uomini fa, +Poi se trovano insieme per se stessi, +Sì come Carlo al re Marsilïone +Trovosse, e Feraguto al fio de Amone. + +Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita! +Che chi l'avesse con gli occhi veduta, +Credo che l'alma tutta sbigotita +Per tema avria cridato: "Aiuta! aiuta!' +E, poi che fosse for del corpo uscita, +Mai non serebbe in quel loco venuta, +Per non vedere in viso e due guerrieri +De ira infiamati e de arroganza fieri. + +Or de Marsilio e de lo imperatore +Vi lasciarò, ch'io non ne fo gran stima, +E contarò la forza e il gran valore +De gli altri duo, che son de ardire in cima. +A cominciarla mi spaventa il core: +Che debbo io dire al fin? che dirò in prima? +Duo fior di gagliardia, duo cor di foco +Sono a battaglia insieme a questo loco. + +E cominciarno con tanta ruina +L'aspra baruffa e con tanto fraccasso, +Che già non sembra che da la mattina +Sian stati in arme al sol che era già basso. +Ciascun stare al suo loco se destina, +Né se tirâr dal campo a dietro un passo, +Menando colpi di tanto furore +Che a' riguardanti fa tremare il core. + +Ranaldo gionse in fronte a Feraguto, +E se non era quello elmo affatato, +Lo avria fiaccato in pezzi sì minuto, +Che ne l'arena non se avria trovato. +Callò Fusberta e giù colse nel scuto, +Che era di nerbo e di piastra ferrato; +Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione: +Mai non se vidde tal destruzïone. + +E ben responde il saracino al gioco, +Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino, +E quel se divampava a fiamma e foco, +Ma nol puote attaccar, cotanto è fino. +Il scudo fraccassò proprio a quel loco +Che a lui avea fiaccato il paladino, +E gionse ne lo arcione a gran tempesta: +Più de tre quarti en porta a la foresta. + +Né pone indugia, ché un altro ne mena, +E gionse pur ne lo elmo di traverso. +Pensàti se egli avea soperchia lena: +Quasi Ranaldo a terra andò roverso, +E se sostenne con fatica e pena; +La vista aveva e lo intelletto perso. +Baiardo il porta e nel corso se serra, +Ciascun che 'l guarda, dice: - Eccolo in terra! - + +Ma pur rivenne, e veggendo il periglio +A che era stato e la vergogna tanta, +Tutto nel viso divenne vermiglio +Dicendo: - Un Saracin di me si vanta? +Ma se mo mo vendetta non ne piglio, +La vita vo' lasciarvi tutta quanta, +E l'anima allo inferno e il corpo a' cani, +Se mai de ciò se vanta tra' Pagani. - + +Mentre che parla, ponto non se aresta, +Ma mena a Feraguto invelenito, +E gionse il colpo orribile alla testa, +Tal che alle croppe il pose tramortito. +Ferir non fu giamai di tal tempesta: +Ben stava il saracino a mal partito, +Per uscir da ogni lato dello arcione; +Quasi mezza ora stette in stordigione. + +Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso, +Già ne avea lo elmo tutto quanto pieno. +Or lasciar me il conviene in questo caso, +Ché la istoria ad Orlando volge il freno. +Dietro a Ranaldo è il paladin rimaso, +Però che 'l suo destrier corre assai meno, +Io dico Brigliador, che non Baiardo; +Però qua gionse il conte un poco tardo. + +Quando fu gionto e vidde il re Carlone +Fuor di periglio in su lo arcion salito, +Che avea afrontato il re Marsilïone, +Anci in tre parte già l'avea ferito; +E d'altra parte il franco fio de Amone +Conduce Feraguto a mal partito: +Quando ciò prese il conte a rimirare, +- Ahimè! - diceva, - qua non ho che fare! + +A quel che io vedo, le poste son prese; +Male aggia Balduino il traditore! +Qual bene è de la gesta maganzese, +Che in tutto il mondo non è la peggiore. +Per lui son consumato alla palese, +Perduta è la speranza del mio amore; +Persa è mia gioia e il mio bel paradiso +Per lui che tardo gionse a darmi avviso. + +Ben dirà Carlo ch'io venni in gran fretta +Per dargli aiuto, come io debbo fare! +Ma tu, gente pagana maledetta, +Tutta la pena converrai portare; +Sopra di voi serà la mia vendetta, +E, se io dovessi il mondo ruïnare, +Farò quanto Ranaldo questo giorno, +O che davanti a Carlo mai non torno. - + +Così dicendo in dietro si rivolta, +Torcendo gli occhi de disdegno e de ira. +Sì come un tempo oscuro alcuna volta, +Che brontolando intorno al cel se gira, +E il tristo villanel che quello ascolta, +Guarda piangendo e forte se martira; +E quel pur viene ed ha il vento davante, +Poi con tempesta abatte arbori e piante: + +Cotal veniva col brando a due mano +Il conte Orlando, orribile a guardare. +Non ebbe tanto ardire alcun pagano +Che sopra al campo osasse de aspettare; +Tutti a ruina e in folta se ne vano, +Ma il conte altro non fa che speronare, +Dicendo a Brigliador gran villania, +Dandoli gran cagion del mal che avia. + +Il primo che egli agionse in suo mal ponto, +Fu Valibruno, il conte de Medina, +E tutto lo partì, come io vi conto, +Dal capo in su lo arcion con gran ruina. +Poscia Alibante di Toledo ha gionto, +Che non avea la gente saracina +Di lui maggior ladrone e più scaltrito; +Orlando per traverso l'ha partito. + +Poi dà tra gli altri e trova Baricheo, +Che ha il tesor di Marsilio in suo domino; +Costui primeramente fu giudeo, +E da poi cristïan, poi saracino, +Ed in ciascuna legge fu più reo, +Né credeva in Macon né in Dio divino. +Orlando lo partì dal zuffo al petto: +Non so chi se ebbe il spirto maledetto; + +Non so se tra' Giudei o tra' Pagani +Giù ne lo inferno prese la sua stanza. +Il conte il lascia, e tra' Saracin cani +Ferisce ad ogni banda con baldanza. +Sì come in Puglia ne gli aperti piani +Ponesse il foco alcun per mala usanza, +Quando tra' il vento e la biada è matura, +Ben faria largo e netto alla pianura; + +Cotal tra' Saracini il sir de Anglante +Tagliando e dissipando ne veniva. +Ecco longi cernito ebbe Origante, +Ma nol volse ferir quando fuggiva; +Anci correndo gli passò davante, +E poi se volta e nel scudo lo ariva, +E taglia il scudo e lui con Durindana, +Sì che in duo pezzi il manda a terra piana. + +Di Malica segnore era il pagano +Qual v'ho contato che è in duo pezzi in terra; +Orlando tocca Urgino ad ambe mano, +E in due bande aponto lo disserra. +A Rodamonte, il quale era lontano +E facea in altro loco estrema guerra, +Fu aportato il furore e 'l gran periglio +Nel quale è Feraguto e il re Marsilio. + +Incontinente lascia Salamone, +Quel di Bertagna, che era rimontato; +E mal per lui, però che nel gallone +E in faccia Rodamonte l'ha piagato; +E già lo trabuccava de lo arcione, +Che tutto il mondo non lo avria campato, +Quando quel messo ch'io dissi, giongia; +Lui lascia Salamone e tira via. + +Ne lo andar trovò il duca Guielmino, +Sir de Orlïense, de gesta reale; +Insino ai denti il parte il saracino, +Ché la barbuta, o l'elmo non vi vale. +Quanto più andando avanza del camino, +Più gente urta per terra e fa più male; +Ovunque passa quel pagano ardito, +Qual morto abatte e qual forte ferito. + +Missère Ottino, il conte di Tolosa, +E il bon Tebaldo, duca di Borbone, +Per terra abatte in pena dolorosa, +E via passando con destruzïone +Trovò la terra tutta sanguinosa, +E un monte de destrieri e di persone, +L'un sopra a l'altro morti e dissipati: +Il conte è quel che gli ha sì mal menati. + +Quivi le strida e il gran lamento e il pianto +Sono a quel loco ove se trova Orlando, +Quale era sanguinoso tutto quanto, +E mena intorno con ruina il brando. +Ma già finito nel presente è il canto, +Che non me ne ero accorto ragionando; +Segue lo assalto di spavento pieno, +Qual fo tra il conte e il figlio de Ulïeno. + +Canto ventesimoquinto + +Se mai rime orgogliose e versi fieri +Cercai per racontare orribil fatto, +Ora trovarle mi farà mestieri, +Però che io me conduco a questo tratto +Alla battaglia con duo cavallieri, +Che questo mondo e l'altro avrian disfatto; +Tra ferro e foco inviluppato sono, +Ché l'altre guerre ancor non abandono. + +Perché dove è il Danese e Serpentino, +Ov'è Olivieri e Grandonio si geme; +E il re Marsilio e il figlio di Pipino, +Quanto se può, ciascun sopra se preme; +Ranaldo e Feraguto il saracino +Fan più lor duo che tutti gli altri insieme; +Ed or di novo Orlando e Rodamonte +Per più ruina son condutti a fronte. + +Sì come a l'altro canto io vi ebbi a dire, +Ciascun di loro avanti avea gran cazza; +Cristian né Saracin potean soffrire, +Perché l'un più che l'altro assai ne amazza. +Quando la gente gli vide venire, +Ognun a più poter fa larga piazza; +Come avante al falcone e storni a spargo, +Fugge ciascun cridando: - Largo! largo! - + +E quei duo cavallier con gran baldanza +Se urtarno adosso, senza più pensare. +Avea prima ciascun rotta sua lanza, +Ma con le spade ben vi fo che fare, +Menando i colpi con tanta possanza, +Che ciascadun che sta intorno a mirare +Di trare il fiato apena non se attenta, +Tanto al ferire estremo se spaventa. + +Barbute e scudi e usberghi e maglie fine +Ne porta seco a ogni colpo di spada, +Come lo inferno e il cel tutto ruine, +E mare e terra con fraccasso cada; +E la piastra percossa a polverine +Vola de intorno e non so dove vada, +Ché ogni pezzo è sì minuto e poco +Che non se trovarebbe in alcun loco. + +E se non fosse per gli elmi affatati +Che aveano in capo, e la bona armatura, +Non vi seriano a quest'ora durati, +Per la battaglia tenebrosa e scura; +Ché tanto sono e colpi smisurati, +Che pure a racontarli è una paura; +Quando giongon e brandi in abandono, +Par che 'l cel s'apre e gionga trono a trono. + +Re Rodamonte, il quale ardea de andare +Ove era il re Marsilio e Feraguto, +Temendo forse che per dimorare +Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto, +Ad ambe mano un colpo lascia andare, +E tocca nel cantone in cima al scuto; +Per lungo il fende a l'altra ponta bassa, +Gionge a l'arcion e tutto lo fraccassa. + +Quando se avidde di quel colpo Orlando, +Turbato d'altro, forte disdegnoso, +Ira sopra ira più multiplicando, +Lascia a due mano un colpo tenebroso; +Gionse nel scudo il furïoso brando, +E più di mezo il manda al prato erboso, +Né pone indugia e tira un gran roverso, +E nel guanciale il gionse di traverso. + +Fo il colpo orrendo tanto e smisurato, +Che trasse di se stesso quel pagano, +E fo per trabuccar da l'altro lato, +E da la briglia abandona la mano. +Il brando che nel braccio avea legato, +Tirando drieto trasinava al piano, +E sì gli avea ogni lena il colpo tolta, +Che per cader fo assai più che una volta. + +Poi che fu il spirto e l'anima venuta, +Ne la sua vita mai fu tanto orribile; +Di presto vendicarse ben se aiuta: +Mena ad Orlando un gran colpo e terribile, +Qual dileguò in tal modo la barbuta, +Che via per l'aria ne volò invisibile, +Più trita e più minuta che l'arena; +Che ormai sia al mondo, non mi credo apena. + +Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino, +Ben campò alora Orlando dalla morte, +Avenga che a quel colpo il paladino +Del morir corse fino in su le porte; +Di man gli cadde il bon brando acciarino, +Ma la catena al braccio il tiene forte: +Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano +Spesso se piega per cadere al piano. + +La gente che de intorno era a guardare, +Ed avea de tal colpi assai che dire, +Subitamente cominciò a cridare: +- Aiuto! aiuto! - e poi prese a fuggire; +Perché, avendosi indietro a riguardare, +Gran schiere sopra a lor vidder venire, +E questo era Gualtier da Monlïone +E Bradamante, la figlia de Amone. + +Eran costor fuor dello aguaito usciti, +Sì come avea commesso Carlo Mano: +Ben diece millia cavallieri arditi, +Che avuto impaccio quel giorno non hano. +Per questo i Saracin son sbigotiti, +Ciascuno a più poter spazza quel piano; +E ben presto spaciarsi gli bisogna, +Sì Bradamante a lor gratta la rogna. + +Avanti a gli altri la donzella fiera +Più de un'arcata va per la pianura, +Tanto robesta e sì superba in ciera +Che solo a riguardarla era paura; +Là quel stendardo e qua questa bandiera +Getta per terra, e de altro non ha cura +Che di trovare al campo Rodamonte, +Ché del passato se ramenta l'onte, + +Quando in Provencia gli occise il destriero +E fece di sua gente tal ruina. +Ora di vendicarse ha nel pensiero, +E di cercarlo mai non se rafina. +Sprezando sempre ogni altro cavalliero, +Via passa per la gente saracina, +Né par pur che di lor se accorga apena, +Benché de intorno sempre il brando mena. + +Pur Archidante, il conte de Sanguinto, +Ed Olivalto, il sir de Cartagena, +L'un pose morto a terra, e l'altro vinto, +Perché de intorno gli donavan pena; +Ad Olivalto nel scudo depinto +Una aspra ponta la donzella mena, +E spezzò quello usbergo come un vetro; +Ben più de un palmo gli passò di dietro. + +Questo abandona e mena ad Archidante +Ad ambe man, sì come era adirata, +E ne la fronte li gionse davante: +Per sua ventura se voltò la spata; +E lui cadendo a su voltò le piante +E rimase stordito ne la strata. +La dama non ne cura e in terra il lassa, +E ruïnando via tra gli altri passa. + +E mena in volta le schiere pagane, +Facendo deleguare or quelle or queste; +Ove ella corre, il segno vi rimane +E fa le strate a tutti manifeste, +Che restan piene di piedi e di mane, +Di gambe e busti e di braccie e di teste; +E la sua gente, che alle spalle mena, +È di gran sangue caricata e piena. + +Veggendo tal ruina Narbinale, +Conte de Algira, quel saracin fiero +(Ben che abbia altro mestier, ché fu corsale, +Era ancor destro e forte in su il destriero): +Costui veggendo il gran dalmaggio e il male +Che fea la dama per ogni sentiero, +Con una lancia noderuta e grossa +A lei se afronta e dàgli alta percossa. + +Ma lei de arcion non se crolla nïente, +E mena sopra a l'elmo a quel pagano, +E calla il brando giù tra dente e dente; +Quel cadde morto del destriero al piano. +Quando ciò vidde la pagana gente, +Ben vi so dir che a folta se ne vano, +Chi qua chi là fuggendo a più non posso; +Ma sempre e Cristïan lor sono adosso. + +Tenne la dama diverso camino, +Lasciando a man sinestra gli altri andare, +E gionse dove Orlando il paladino +Stava for dello arcion per trabuccare. +Vero è che Rodamonte il saracino +Non lo toccava e stavalo a mirare; +La dama ben cognobbe il pagan crudo +Al suo cimiero e alle insegne del scudo. + +Onde se mosse, e verso lui se afronta. +Or se rinova qui l'aspra battaglia +E' crudel colpi de taglio e di ponta, +Spezzando al guarnimento piastra e maglia; +Ma nel presente qua non se raconta, +Perché Turpin ritorna alla travaglia +Di Brandimarte e sua forte aventura, +Sin che il conduca in Francia alla sicura. + +Avendo occiso al campo Barigaccio, +Come io contai, quel perfido ladrone, +Con la sua dama in zoia ed in sollaccio +Venìa sopra a Batoldo, il bon ronzone; +E caminando gionse ad un palaccio, +Che avea verso a un giardino un bel verone, +E sopra a quel verone una donzella +Vestita de oro, e a maraviglia bella. + +Quando ella vidde il cavallier venire, +Cignava a lui col viso e con la mano +Che in altra parte ne dovesse gire, +E che al palazzo passasse lontano; +Ora, Segnori, io non vi saprei dire +Se Brandimarte intese, o non, certano; +Ma cavalcando mai non se ritiene +Sin che a la porta del palazzo viene. + +Come fu gionto alla porta davante, +Dentro mirando vidde una gran piazza +Con loggie istorïate tutte quante: +Di quadro avea la corte cento brazza. +Quasi a mezo di questa era un gigante, +Qual non avea né spada né mazza, +Né piastra o maglia, od altre arme nïente, +Ma per la coda avea preso un serpente. + +Il cavallier de ciò ben si conforta, +Poi che ha trovata sì strana aventura; +Ma in su quel dritto aperta è un'altra porta, +Che del giardin mostrava la verdura, +E un cavallier, sì come alla sua scorta, +Si stava armato ad una sepoltura; +La sepoltura è in su la soglia aponto +Di questa porta, sì come io vi conto. + +Ora il gigante stava in gran travaglia +Con quel serpente, come io vi contai, +Ma sempre a un modo dura la battaglia: +Quel per la coda nol lascia giamai. +Benché il serpente, che de oro ha la scaglia, +Piegasse a lui la testa volte assai, +Mai nol puote azaffare o darli pena, +Ché per la coda sempre intorno il mena. + +Mentre il gigante quel serpente agira +Brandimarte alla porta ebbe veduto, +Onde, soffiando di disdegno e de ira, +Correndo verso lui ne fo venuto, +E detro a sé il dragon per terra tira. +Or doni il celo a Brandimarte aiuto, +Ché questo è il più stupendo e grande incanto +Che abbia la terra e il mondo tutto quanto. + +Come è gionto, il gigante alcia il serpente, +Con quello a Brandimarte mena adosso. +Non ebbe mai tal doglia al suo vivente, +Perché quel drago è lunghissimo e grosso; +Pur non se sbigotisce de nïente, +Ma quel gigante ha del brando percosso +Sopra a una spalla, e giù calla nel fianco: +Lunga è la piaga un braccio, o poco manco. + +Crida il gigante e pur alcia il dragone, +E gionse Brandimarte ne la testa, +E tramortito lo trasse de arcione, +E, il serpente menando, non se arresta; +Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone, +E disteselo a terra con tempesta. +Rivene il cavalliero, e in molta fretta +È destinato a far la sua vendetta. + +Col brando in mano il gran gigante affronta, +E se accomanda alla virtù soprana; +Ma quel mena del drago a prima gionta, +E di novo il distese a terra piana. +Già Brandimarte avea tratto una ponta, +E passato l'avea più de una spana; +Avendo l'uno e l'altro il colpo fatto, +Quasi alla terra se ne andarno a un tratto. + +Ma quel serpente fece capo umano, +Sì come proprio avea prima il gigante, +E collo e petto e busto e braccie e mano +E insieme l'altre membre tutte quante; +E quel gigante venne un drago istrano, +Proprio come questo altro era davante, +E, sì come era per terra disteso, +Fo dal gigante per la coda preso. + +E verso Brandimarte torna ancora +Menando, come il primo fatto avia; +Lui, che levato fu senza dimora, +Già di tal cosa non se sbigotia, +Anci menando del brando lavora, +Dando e cogliendo colpi tuttavia; +Tanto animoso e fiero è Brandimarte! +Ferito ha già il gigante in quattro parte. + +A benché anco esso pisto e percosso era, +Tanto il feriva spesso il maledetto; +E la battaglia assai fo lunga e fiera; +Ma, per venire in ultimo allo effetto, +Brandimarte lo agionse de Tranchera, +E tutto lo divise insino al petto, +Onde se fece drago incontinente, +E fo gigante quel che era serpente. + +Sì come in prima, per la coda il prese, +E verso il cavalliero anco se calla, +Tornando pur di novo alle contese; +Ma Brandimarte il gionse in una spalla +Ed a terra mandò quanto ne prese, +Né già per questo il brando se aristalla, +Ma giù callando a gran destruzïone +Tutto lo fende insin sotto al gallone. + +Come davanti se fôr tramutati, +Questo è gigante e quello era dragone, +E ben sei volte a ciò fôrno incontrati, +Crescendo sempre più la questïone. +Sei volte Brandimarte gli ha atterrati, +Né trova più rimedio quel barone, +Onde dolente e con gran disconforto +Senza alcun dubbio estima de esser morto. + +Pur, come quel che molto era valente, +Non avea al tutto ancor l'animo perso, +Anci con gran ruina arditamente +Mena un gran colpo orribile e diverso, +E gionse a mezo il busto del serpente +Dietro da l'ale, e tagliollo a traverso. +Quando il gigante vide quel ferire, +Trasse via il resto e posese a fuggire. + +Verso la porta, ove è la sepoltura, +Fugge il gigante forte lamentando, +Ché di quel che gli avenne avea paura. +Il cavallier gli pose in testa il brando, +E partil tutto insino alla cintura, +Onde lui cadde alla terra tremando; +Poi che in tal forma del compagno è privo, +Moritte al tutto e non tornò più vivo. + +Non era a terra quel gigante apena, +Che il campïon che a l'altra porta stava, +Ver Brandimarte venne di gran lena, +Onde la zuffa qua se cominciava, +E de gran colpi l'uno a l'altro mena, +Ma sempre Brandimarte lo avanzava; +E per conclusïone in uno istante +Morto il distese apresso a quel gigante. + +E Fiordelisa, quale era seguita +Dentro alla loggia il cavallier soprano, +Veggendo la battaglia esser finita +Dio ne ringrazïava a gionte mano. +Or la porta ove entrarno, era sparita, +E per vederla se riguarda in vano; +Ben per trovarla se affannarno assai, +Ma non se vede ove fusse pur mai. + +Onde si stanno, e non san che si fare, +E solo una speranza li assicura: +Che quella dama che gli ebbe a cennare, +Gli mostri a trarre a fin questa ventura. +Ma, stando quivi in ocio ad aspettare, +Cominciarno a mirar la depintura +Che avea la loggia istorïata intorno +Vaga per oro e per color adorno. + +La loggia istorïata è in quattro canti, +Ed ha per tutto intorno cavallieri +Grandi e robusti a guisa de giganti, +E con lor soprainsegne e lor cimieri. +Sopra allo arcione e armati tutti quanti +Sì nella vista se mostravan fieri, +Che ciascadun che intrava de improviso, +Facean cambiar per meraviglia il viso. + +Chi fu il maestro, non saprebbi io dire, +Il quale avea quel muro istorïato +De le gran cose che dovean venire, +Né so chi a lui l'avesse dimostrato. +Il primo era un segnor di molto ardire, +Benché ha lo aspetto umano e delicato, +Qual per la Santa Chiesa e per suo onore +Avea sconfitto Rigo imperatore. + +Apresso alla Ada ne' prati Bressani +Se vedea la battaglia a gran ruina, +E sopra al campo morti li Alemani, +E dissipata parte gibillina. +L'acquila nera per monti e per piani +Era cacciata misera tapina +Dal volo e da gli artigli de la bianca, +A cui ventura né virtù non manca. + +Era il suo nome sopra alla sua testa, +Descritto in campo azurro a lettre d'oro; +Benché la istoria assai la manifesta, +Nomar se debbe di virtù tesoro. +Molti altri ivi eran poi de la sua gesta; +E de' gran fatti e de le guerre loro +Tutta era istorïata quella faccia, +Che è da man destra a lato alla gran piaccia. + +Ne la seconda vi era un giovanetto, +Che natura mostrò ma presto il tolse; +Per non lasciar qua giù tanto diletto, +Il cel, che ne ebbe invidia, a sé lo volse; +Ma ciò che puote avere un om perfetto +De ogni bontate, in lui tutto se accolse: +Valor, beltate e forza e cortesia, +Ardire e senno in sé coniunti avia. + +Contra di lui, di là dal Po nel piano, +Eran Boemi ed ogni gibillino, +Con quel crudel che il nome ha di Romano, +Ma da Trivisi il perfido Azolino, +Che non se crede che de patre umano, +Ma de lo inferno sia quello assassino; +Ben chiariva la istoria il suo gran storno, +Ché ha dame occise e fanciullini intorno. + +Undeci millia Padovani al foco +Posti avea insieme il maledetto cane, +Che non se odì più dire in alcun loco +Tra barbariche gente o italïane; +Poi se vedeva là nel muro un poco +Con le sue insegne e con bandiere istrane +Di Federico imperator secondo, +Che la Chiesa de Dio vôl tor del mondo. + +Di là le sante chiave, e in sue diffese +L'acquila bianca nel campo cilestro, +E quivi eran depente le contese +E la battaglia di quel passo alpestro; +Ed Azolin se vedia là palese, +Passato di saetta il piè sinestro +E ferito di mazza nella testa, +E' soi sconfitti e rotti alla foresta. + +E la faccia seconda era finita +De la gran loggia con lavor cotale. +Ma ne la terza è lunga istoria ordita +De una persona sopranaturale, +Sì vaga nello aspetto e sì polita, +Che non ebbe quel tempo un'altra tale; +Tra zigli e rose e fioretti d'aprile +Stava coperta la anima gentile. + +Essendo in prima etate piccolino, +In mezo a fiere istrane era abattuto, +E non avea parente né vicino +Qual gli porgesse per pietate aiuto. +Duo leoni avea in cerco il fanciullino, +E un drago, che di novo era venuto; +E l'acquila sua stessa e la pantera +Travaglia gli donâr più d'altra fiera. + +Il drago occise ed acquetò e leoni, +E l'acquila cacciò con ardimento; +A la pantera sì scurtò li ungioni, +Che se ne avede ancor, per quel ch'io sento. +Poi se vedea, da conti e da baroni +Accompagnato, con le velle al vento +Andar cercando con devozïone +La Santa Terra ed altre regïone. + +Indi se volse e, come avesse l'ale, +Tutta la Spagna vidde e lo occeàno; +È recevuto in Francia alla reale, +Forse come parente e prossimano. +Error prese il maestro, e fece male, +Ché non dipense come egli era umano, +Come era liberale e d'amor pieno; +Non vi capia, ché 'l campo venne meno. + +La terza istoria in quel modo se spaccia; +La quarta somigliava a questo figlio, +Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia, +Vago e dipento e bianco come un ziglio, +Di pel rossetto ed acquillino in faccia; +Ma lui sol a virtute diè di piglio, +E quella ne portò fuor di sua casa; +Ogni altra cosa in preda era rimasa. + +Là se vedea, cresciuto a poco a poco +Di nome, de sapere e di valore, +Or con arme turbate ed or da gioco +Mostrar palese il generoso core; +E quindi apresso poi parea di foco +In gran battaglia e trïonfale onore. +In diverse regioni e terre tante +Sempre e nemici a lui fuggon davante. + +Sopra del capo aveva una scrittura +Che tutta è de oro, e tale era il tenore: +' Se io vi potessi in questa dipentura +Mostrare espressa la virtù del core, +Non avria il mondo più bella figura, +Né più reale e più degna de onore; +A dessignarla non posi io la mano, +Però che avanza lo intelletto umano.' + +Or Brandimarte ciò stava a mirare, +Tanto che quella dama venne giù, +La dama che al veron gli ebbe a cennare. +Come fo gionta, disse: - Che fai tu, +Perdendo il tempo a tal cosa guardare, +E non attende a quel che monta più? +A te bisogna quel sepolcro aprire, +O qua rinchiuso di fame morire. + +Ma, poi che quel sepolcro serà aperto, +Ben ti bisogna avere il core ardito, +Perché altrimenti seresti deserto, +E te con noi porresti a mal partito. - +Or, bei segnori, io mi credo di certo +Che abbiate a male il canto che è finito, +Ché non aveti al fine il tutto inteso; +Ma a l'altra stanza lo dirò disteso. + +Canto ventesimosesto + +Il vago amor che a sue dame soprane +Portarno al tempo antico e cavallieri, +E le battaglie e le venture istrane, +E l'armeggiar per giostre e per tornieri, +Fa che il suo nome al mondo anco rimane, +E ciascadun lo ascolti volentieri; +E chi più l'uno, e chi più l'altro onora, +Come vivi tra noi fossero ancora. + +E qual fia quel che, odendo de Tristano +E de sua dama ciò che se ne dice, +Che non mova ad amarli il cor umano, +Reputando il suo fin dolce e felice, +Che, viso a viso essendo e mano a mano +E il cor col cor più stretto alla radice, +Ne le braccia l'un l'altro a tal conforto +Ciascun di lor rimase a un ponto morto? + +E Lancilotto e sua regina bella +Mostrarno l'un per l'altro un tal valore, +Che dove de' soi gesti se favella, +Par che de intorno il celo arda de amore. +Traggase avanti adunque ogni donzella, +Ogni baron che vôl portare onore, +Ed oda nel mio canto quel ch'io dico +De dame e cavallier del tempo antico. + +Ma dove io vi lasciai, voglio seguire, +Di Brandimarte e sua forte aventura, +Qual quella dama di cui vi ebbi a dire, +Avea condotto a quella sepoltura, +Dicendo: - Questa converrai aprire, +Ma poi non ti bisogna aver paura. +Conviente essere ardito in questo caso: +A ciò che indi uscirà, darai un baso. - + +- Come! Un baso? - rispose il cavalliero. +- È questo il tutto? Ora èvvi altro che fare? +Non ha lo inferno un demonio sì fiero, +Che io non gli ardisca il viso de accostare. +Di queste cose non aver pensiero, +Che dece volte lo averò a basare, +Non che una sola, e sia quello che voglia; +Orsù! Che quella pietra indi si toglia. - + +Così dicendo prende uno annel d'oro, +Che avea il coperchio de la sepoltura, +E, riguardando quel gentil lavoro, +Vide intagliata al marmo una scrittura, +La qual dicea: ' Fortezza, né tesoro, +Né la beltate, che sì poco dura, +Né senno, né lo ardir può far riparo, +Ch'io non sia gionta a questo caso amaro.' + +Poi che ebbe Brandimarte questo letto, +La sepoltura a forza disserrava, +Ed uscinne una serpe insino al petto, +La qual forte stridendo zuffelava; +Ne gli occhi accesa e d'orribil aspetto, +Aprendo il muso gran denti mostrava. +Il cavalliero, a tal cosa mirando, +Se trasse adietro e pose mano al brando. + +Ma quella dama cridava: - Non fare! +Non facesti, per Dio, baron giocondo! +Ché tutti ci farai pericolare, +E caderemo a un tratto in quel profondo. +Or quella serpe ti convien baciare, +O far pensier de non essere al mondo: +Accostar la tua bocca a quella un poco, +O morir ti conviene in questo loco. - + +- Come? Non vedi che e denti digrigna? - +Disse il barone - e tu vôi che io la basi? +Ed ha una guardatura sì maligna, +Che de la vista io mi spavento quasi. - +- Anci - disse la dama - ella t'insigna +Come dèi fare; e molti altri rimasi +Son per viltate in quella sepoltura: +Or via te accosta e non aver paura. - + +Il cavallier se accosta, e pur di passo, +Ché molto non gli andava volentiera; +Chinandosi alla serpe tutto basso, +Gli parve tanto terribile e fiera, +Che venne in viso morto come un sasso, +E disse: - Se fortuna vôl ch'io pèra, +Tanto fia un'altra fiata come adesso, +Ma dar cagion non voglio per me stesso. + +Così certo fossi io del paradiso, +Come io son certo, chinandomi un poco, +Che quella serpe me trarà nel viso, +O pigliarami a' denti in altro loco. +Egli è proprio così come io diviso! +Altri che me fia gionto a questo gioco, +E dàmmi quella falsa tal conforto +Per vendicare il suo baron che è morto. - + +Dicendo questo indietro se retira, +E destinato è più non se accostare. +Or ben forte la dama se martira, +E dice: - Ahi vil baron! che credi fare? +Tanta tristezza entro il tuo cor se agira, +Che in grave stento te farà mancare. +Del suo scampo lo aviso, e non mi crede! +Così fa ciascadun che ha poca fede. - + +Or Brandimarte per queste parole +Pur tornò ancora a quella sepoltura, +Benché è pallido in faccia, come suole, +E vergognosse de la sua paura. +L'un pensier gli disdice, e l'altro vôle, +Quello il spaventa, e questo lo assicura; +Infin tra l'animoso e il disperato +A lei se accosta, e un baso gli ebbe dato. + +Sì come l'ebbe alla bocca baciata, +Proprio gli parve de toccare un giaccio; +La serpe, a poco a poco tramutata, +Divenne una donzella in breve spaccio. +Questa era Febosilla, quella fata +Che edificato avea l'alto palaccio +E il bel giardino e quella sepoltura +Ove un gran tempo è stata in pena dura. + +Perché una fata non può morir mai, +Sin che non gionge il giorno del iudicio, +Ma ben nella sua forma dura assai, +Mille anni, o più, sì come io aggio indicio +Poi (sì come di questa io ve contai, +Qual fabricata avea il bello edificio) +In serpe si tramuta e stavi tanto +Che di basarla alcun se doni il vanto. + +Questa, tornata in forma de donzella, +Tutta de bianco se mostra vestita, +Coi capei d'oro, a meraviglia bella: +Gli occhi avea neri e faccia colorita. +Con Brandimarte più cose favella, +E proferendo a dimandar lo invita +Quel che ella possa de incantazïone, +De affatar l'arme o vero il suo ronzone. + +E molto il prega che quell'altra dama +Che quivi era presente tuttavia, +Qual Doristella per nome se chiama, +Voglia condur su il mar de la Soria, +Perché il suo vecchio patre altro non brama, +Che più filiol né figlia non avia. +Re de la Liza è quel gran barbasoro, +Ricco de stato e de arme e de tesoro. + +Brandimarte accettò la prima offerta +De aver l'arme e il destrier con fatasone, +Poi Doristella, sì come ella merta, +Condurre al patre con salvazïone. +La porta del palagio ora era aperta, +Batoldo avanti a quello era, il ronzone: +Quando del drago il gigante il percosse, +Cadde alla terra, e più mai non se mosse. + +E morto là serìa veracemente, +Se Febosilla, quella bella fata, +Soccorso non l'avesse incontinente +Con succi de erbe ed acqua lavorata. +Poscia l'usbergo e la maglia lucente +Ed ogni piastra ancora ebbe incantata. +Da poi ch'ebbe fornita ogni dimanda, +Da lei se parte e a Dio la ricomanda. + +In mezo alle due dame il cavalliero +Via tacito cavalca e non favella, +Però che forse aveva altro pensiero; +Onde, ridendo alquanto, Doristella +Disse: - Io me avedo ben che egli è mestiero +Che io sia colei che con qualche novella +Faccia trovar lo albergo più vicino, +Perché parlando se ascurta il camino. + +E più ancor tanto volentier lo faccio, +Che io vi dimostrarò per qual maniera +Fosse condotta dentro a quel palaccio, +Ove son stata un tempo pregioniera; +Ed a voi credo che serà solaccio, +Ed odireti molto volentiera +Come a un zeloso mai scrimir non vale, +E ben gli sta, ché è degno d'ogni male. + +Due figlie ebbe mio patre Dolistone. +La prima, essendo ancora fanciullina, +Fu rapita per forza da un ladrone, +Nel litto de la Liza alla marina. +Per sposa era promessa ad un barone, +Filiol del re d'Armenia, la tapina, +Né novella di lei se seppe mai, +Benché cercata sia nel mondo assai. - + +Or Fiordelisa, interrompendo il dire, +Il nome de la matre adimandava: +Ma Brandimarte, che ha voglia de odire, +Un poco sorridendo se voltava, +- Per Dio! - dicendo - lasciala seguire, +Ché voglia ho de ascoltar, se non ti grava. - +E Fiordelisa, che lo amava assai, +Queta si stette e non parlò più mai. + +E Doristella segue: - Il damigello +Nel quale era promessa mia germana, +Dapoi crescette, fatto molto bello; +Né sendo una sua terra assai lontana +Ove stava il mio patre ad un castello, +Spesso veniva la persona umana +A visitarlo, sì come parente, +Ben che non sia per quello inconveniente. + +Andando e ritornando a tutte l'ore +Di quanto dimorammo in quel paese, +Mi piacque sì, ch'io fui presa d'amore, +Veggendol sì ligiadro e sì cortese. +Lui de altra parte ancor me avea nel core; +Forse perché io l'amava se raccese, +Ché quello è ben di ferro ed ostinato +Il qual non ama essendo ponto amato. + +Lui pur spesso ritorna a quel girone, +E sempre il patre mio molto lo onora; +In fin gli aperse la sua intenzïone, +Credendo che io non sia promessa ancora; +Ma quel malvaggio, perfido, bricone, +Che occidesti al palazo in sua malora, +Me avea richiesta proprio il giorno istesso, +E 'l vecchio patre me gli avea promesso. + +Quando ciò seppi, tu debbi pensare +S'io biastemavo il celo e la natura; +E diceva: "Macon non potria fare +Che mai segua sua legge e sua misura, +Poi che mi volse femina creare, +Ché nasciemo nel mondo a tal sciagura, +Che occelli e fiere ed ogni altro animale +Vive più franco ed ha di noi men male. + +E ben ne vedo lo esempio verace: +La cerva e la colomba tuttavia +Ama a diletto e segue chi gli piace, +Ed io son data a non so chi se sia. +Crudel Fortuna, perfida e fallace! +Goderà adunque la persona mia +Questo barbuto, e terrammi suggetta, +Né vedrò mai colui che mi diletta? + +Ma non serà così, sazo di certo, +Ché ben vi saprò io prender riparo. +Se ogni proverbio è veramente esperto, +L'un pensa il giotto e l'altro il tavernaro. +Se lo amor mio potrò tenir coperto +Che non lo intenda alcuno, io lo avrò caro, +E non potendo, io lo farò palese; +Per un bon giorno io non stimo un mal mese." + +Io faceva tra me questo pensiero +Che io te ragiono; ma il termine ariva +Che andarne sposa mi facea mestiero. +Io non rimasi né morta né viva, +Ché Teodoro, il mio bel cavalliero, +Si resta a casa, ed io di lui son priva. +A Bursa andar convengo, in Natollia, +Ove mi mena la fortuna ria. + +Sobasso era di Bursa il mio marito, +E turcomano fo de nazïone; +Gagliardo era tenuto e molto ardito, +Ma certo che nel letto era un poltrone, +Abenché a questo avria preso partito, +Pur che io gli avessi avuto occasïone; +Ma tanto sospettoso era quel fello, +Che me guardava a guisa de un castello. + +E giorno e notte mai non me abandona, +Ma sol de basi me tenea pasciuta, +Né il matino, o la sera, ni di nona +Concede che dal sole io sia veduta, +Perché non se fidava di persona. +Ma sempre a' bisognosi il celo aiuta, +Ché al mio marito fo forza di andare +Con gli altri Turchi che han passato il mare. + +Passarno i Turchi contra Avatarone, +Che avea de' Greci il dominio e l'imperio, +E mio marito con molte persone +Convenne andar, non già per disiderio. +Avea egli un schiavo chiamato Gambone, +Che a riguardar proprio era un vituperio; +L'uno occhio ha guerzo e l'altro lacrimoso, +Troncato ha il naso, ed è tutto rognoso. + +A questo schiavo me ricomandava, +Che de la mia persona avesse cura, +E con aspre parole il minacciava +De ogni tormento e de ogni pena dura, +Se dal mio lato mai se discostava +Né tutto il giorno, né la notte oscura. +Or pensa, cavallier, come io rimase; +De la padella io caddi nelle brase. + +Venne de Armenia in Bursa Teodoro, +Quale io te dissi che cotanto amava, +Per dare a l'amor nostro alcun ristoro; +Ed alla via più presto se attaccava, +Ché portato avea seco assai tesoro, +Onde Gambone in tal modo acquetava, +Che ciascaduna notte a suo diletto +L'uscio gli aperse e meco il pose in letto. + +Ora intervenne fuor di nostra stima +Che 'l mio marito gionse avanti al giorno, +Ed alla nostra porta picchiò, prima +Che in Bursa se sapesse il suo ritorno. +Or per te stesso, cavalliero, estima +Se ciascadun de noi ebbe gran scorno, +Io, dico, e Teodoro, il caro amante, +Quale era gionto forse una ora avante. + +Incontinente il cognobbe Gambone +Alla sua voce, ché l'aveva in uso, +E disse: "Noi siam morti! Ecco il patrone!' +E Teodoro ancor esso era confuso. +Ma io mostrai del scampo la ragione, +E pianamente lo condussi giuso, +Dicendo a lui: "Come entra il mio marito, +Così di botto fuor serai uscito. + +Come sei fuora e ch'èn calati i panni, +Chi avria giamai di questo fatto prova? +Se mio marito ben crida mille anni, +A confessar non creder che io me muova. +Lui dirà brontolando: ' Tu me inganni '. +Trista la musa che scusa non trova! +Se giuramento ce può dare aiuto, +Alla barba l'avrai, becco cornuto!" + +Or mio marito alla porta cridava, +Di tanta indugia avendo già sospetto; +E Gambone adirato biastemava +E diceva: "Macon sia maledetto! +Ché de la chiave in mal ponto cercava, +Quale ho smarito alla paglia del letto. +Ecco, pur l'ho trovata in sua malora; +A voi ne vengo senza altra dimora." + +Così dicendo alla porta callava, +E quella con romore in fretta apriva; +E, come Usbego, il mio marito, entrava, +Alle sue spalle Teodoro usciva. +Or, mentre che la porta si serrava, +Il mio marito in camera saliva, +Ed io queta mi stava come sposa, +Mostrandomi adormita e sonocchiosa. + +E mio marito prese un lume in mano, +Cercando sotto al letto in ogni canto; +Ed io tra me dicea: "Tu cerchi invano, +Ché pur le corne a mio piacer ti pianto." +Di qua di là cercando quel villano +Ebbe veduto ai piè del letto un manto; +Da Teodoro il manto era portato: +Per fretta poi l'avea dimenticato. + +Ma come Usbego il manto ebbe veduto, +Grandi oltraggi me disse e diverse onte; +Per ciò non ebbi io l'animo perduto, +Ma sempre li negai con bona fronte. +Ora a Gambone bisognava aiuto, +Il qual mercè chiedea con le man gionte, +E credo che la cosa volea dire; +Ma lui turbato mai nol volse odire. + +E già per tutto essendo chiaro il giorno, +Agli altri schiavi lo fece legare, +E a lor commesse che, suonando il corno, +Sì come alla iustizia si suol fare, +Poi che lo avean condotto alquanto intorno +Sopra alla forche il debbano impiccare; +E tutti quei sergenti a mano a mano, +Per far ciò che è comesso, se ne vano. + +Ma quel zeloso accolta avia tant'ira, +Che desïava de vederlo impeso; +Tanto l'orgoglio e 'l sdegno lo martira, +Che nol vedendo mai non avria creso, +E ratto a quei sergenti dietro tira; +Ma prima in dosso un tabarone ha preso +E un capellaccio de un feltron crinuto, +Perché dagli altri non sia cognosciuto. + +Ora Teodoro, essendo già scappato +E per questo cessata la paura, +Del manto se amentò che avia lasciato, +E cominciò di questo ad aver cura. +Cercando de Gambone in ogni lato, +Lo ritrovò con tal disaventura +Che pegio non può star, se non è morto; +Ma de Usbego ancor fu presto accorto, + +Qual dietro gli veniva a passo lento, +Nascoso e inviluppato al tabarone. +Il giovanetto fu de ciò contento, +E con gran furia va verso Gambone; +Un pugno dette al naso e un altro al mento, +E mena gli altri, e diceva: "Giottone! +Ladro! ribaldo! Or va, ché a questo ponto, +Come tu mtrti, alla forca sei gionto. + +Ove è il mio manto, di', falso strepone, +Qual me involasti iersera a l'osteria? +Or fusse qua vicino il tuo patrone, +Che ben de l'altre cose gli diria, +E pur voria saper se di ragione +Tu debbi satisfar la roba mia; +E quando io non ne possa aver più merto, +De pugni vo' pagarmi, io te fo certo." + +Né avea compite le parole apena, +Che un altro pugno gli pose su il viso, +Sempre dicendo: "Ladro da catena! +Ben ti smacarò gli occhi, io te ne aviso"; +E tutta fiata pugni e calci mena, +Sì che la cosa non andò da riso +Per questa fiata al tristo de Gambone, +Benché ciò fusse sua salvazïone. + +Perché Usbego, mirando alla apparenza +Del giovinetto che mostrava fero, +Alle parole sue dette credenza, +Come avrian fatto molti de ligiero; +Però che non avea sua cognoscenza, +Né avria stimato mai che un forestiero +Fusse venuto tanto di lontano +Per quello amor che lui stimava vano. + +Senza altramente palesarse ad esso, +Fece Gambone adietro ritornare, +E poi secreto il dimandò lui stesso +Ciò che con quel garzone avesse a fare. +Il schiavo, che era un giotto molto espresso, +Seppe la cosa in tal modo narrare, +Che per un dito fo creduto un braccio, +E campò lui, e me trasse de impaccio. + +Non creder già che per questa paura +Che era incontrata, io me fossi smarita, +Ma più volte me posi alla ventura +Dicendo: "Agli animosi il celo aita." +E benché sempre uscisse alla sicura, +Non fu la zelosia giamai partita +Dal mio marito, e crebber sempre sdegni, +E pur comprese al fin de' brutti segni. + +E di guardarme quasi disperato, +Se consumava misero e dolente, +Sempre cercando un loco sì serrato +Che non se apresse ad anima vivente; +E trovò al fine il palazo incantato, +Ma non vi era il gigante, né il serpente, +Qual ritrovasti alla porta davante: +Questo a sua posta fece un negromante. - + +Ragionava in tal modo Doristella +Ed altre cose assai volea seguire, +Ché non era compita sua novella, +Quando vide de un bosco gente uscire, +Ch'è parte a piedi e parte in su la sella: +Tutti erano ladroni, a non mentire. +Ciascaduno di lor crida più forte: +- Colui s'affermi, che non vôl la morte! - + +- Stative adunque fermi in su quel prato, - +Rispose a quei ladroni il cavalliero +- Ché, se alcun passa qua dal nostro lato, +De aver bone arme gli farà mestiero! - +Un che tra lor Barbotta è nominato, +Senza ragione e dispietato e fiero, +Gli vien cridando adosso con orgoglio: +- Se Dio te vôl campare, ed io non voglio. - + +Quel vien correndo e ponto non se arresta, +Ma verso lui se affronta Brandimarte, +E tocca de Tranchera in su la testa, +E sino al petto tutto quanto il parte. +Ma gli altri a lui ferirno con tempesta, +E se quelle arme non fosser per arte +Tutte affatate, quanto ne avea intorno, +Campato non serìa giamai quel giorno; + +Ché tutti quei ladroni aveva adosso. +Non fo mai gente tanto maledetta; +Chi lo ha davante e chi dietro percosso, +E più de colpeggiar ciascuno affretta; +Ma sopra a tutti gli altri un grande e grosso: +Questo era Fugiforca dalla cetta, +Qual, da che nacque, è degno di capestro, +Ma non se può toccar, tanto era adestro. + +Costui girando intorno al cavalliero +Con quella cetta spesso lo molesta; +E poi se volta e via va sì legiero, +Che cosa non fo mai cotanto presta. +Salta più volte in groppa del destriero, +E prese Brandimarte nella testa; +Ma come vede che gli volta il brando, +Salta alla terra e via fugge cridando. + +Già il cavalliero a lui più non attende, +E sopra a gli altri fa la sua vendetta, +E chi per lungo e chi per largo fende: +Ormai non vi è di lor pezzo né fetta. +Poi dietro a Fugiforca se distende; +Ma quel ribaldo ponto non aspetta, +E de quel corso ben serìa scampato; +Ma fortuna lo gionse e il suo peccato. + +Perché, saltando sopra ad una macchia, +Lo prese ad ambo e piedi una berbena, +Come se prende al laccio una cornacchia, +E lei battendo l'ale se dimena, +E tra' del becco e se dispera e gracchia. +Ma Fugiforca non è preso a pena, +Che Brandimarte, qual correndo il caccia, +Gli gionse adosso e ben stretto lo abraccia. + +E non lo volse de brando ferire, +Parendo a lui che fosse una viltate, +Ma ben diceva: - Io te farò morire, +Sì come tu sei degno in veritate. +Meco legato converrai venire, +Tanto che io trovi o castello o citate; +E là per la iustizia del segnore +Serai posto alle forche a grande onore. - + +E Fugiforca piangendo dicia: +- Quel che ti piace ormai pôi di me fare; +Ma ben ti prego per tua cortesia, +Che non mi mena alla Liza in sul mare. - +Ora, segnori e bella compagnia, +Finito è nel presente il mio cantare. +A l'altro racontar non serò lento; +Dio faccia ciascadun lieto e contento. + +Canto ventesimosettimo + +Un dicitor che avea nome Arïone, +Nel mar Cicilïano, o in quei confini, +Ebbe voce sì dolce al suo sermone, +Che allo ascoltar venian tóni e delfini. +Cosa è ben degna de amirazïone +Che 'l pesce in mar ad ascoltar se inchini; +Ma molto ha più di grazia la mia lira, +Che voi, segnori, ad ascoltar retira. + +Così dal cel lo stimo in summa graccia, +E la mente vi pongo e lo intelletto +Nel dire a modo che vi satisfaccia, +E che vi doni allo ascoltar diletto. +Pur ho speranza che io non vi dispiaccia, +Come mi par comprender ne lo aspetto, +Se ne la istoria ancora io me ritorni +Di cui gran parte ho detto in molti giorni. + +Nel canto qui di sopra io vi lasciai +Di Fugiforca, il quale, essendo preso +Per Brandimarte, menava gran guai, +Ed essendosi a lui per morto reso, +Con molto pianto e con lacrime assai, +Standoli avante alla terra disteso, +Per pietate e mercè l'avea a pregare +Che non lo voglia alla Liza menare. + +- Se tu mi meni alla Liza, barone, +Di me fia fatta tanta crudeltate, +Che, ancor che ben la merti di ragione, +Insino a' sassi ne verrà pietate. +Deh prendate di me compassïone! +Non che io voglia campare in veritate, +Ch'io merto che la vita mi sia tolta, +Ma non voria morir più de una volta. + +E là di me fia fatto tanto strazio +Quanto mai se facesse di persona; +Quel re del mio morir non serà sazio, +Ché troppo ingiurïai la sua corona; +E forse questo me ha condotto al lazio, +Sì come ne' proverbi se ragiona +E come esperienzia fa la prova: +Peccato antiquo e penitenzia nova. + +Perché, essendo una volta alla marina, +Qual da la Liza poco se alontana, +Perodia vi era in festa, la regina, +Con Dolistone, intorno a la fontana; +Io, là correndo, presi una fantina, +Qual poi col conte di Rocca Silvana +Cambiai ad aspri, e fôrno da due miglia: +Questa di Dolistone era la figlia. + +Né puotè il re, né altrui donarli aiuto, +Sì che a Rocca Silvana la portai, +A benché da ciascun fui cognosciuto, +Però che in quella casa me allevai; +Né cotal tema poi me ha ritenuto, +Ma robbato ho il suo regno sempre mai, +Dispogliando ciascun sino alla braga; +Ma questo è quello che per tutto paga. - + +Pensando Brandimarte a cotal dire, +Ne fu contento assai per più cagione; +Pur disse al ladro: - Il te convien venire +In ogni modo a quel re Dolistone, +Qual, come merti, ti farà punire. - +Così dicendo il lega in su un ronzone, +Con gran minaccie se ponto favella, +Poi la sua briglia dette a Doristella. + +E non parlava quel ladron nïente, +Perché di Brandimarte avia paura. +Or, giongendo alla Liza, una gran gente +Trovarno armata sopra alla pianura; +E Doristella fu molto dolente, +- Lassa! - dicendo - in che disaventura +Ritrovo il patre a questo mio ritorno, +Che è posto in guerra ed ha l'assedio intorno! - + +E facendo di ciò molti pensieri, +Scoprisse avanti da cento pedoni +E circa da altretanti cavallieri, +I qual cridarno: - Voi sete pregioni! - +- Altro che zanze vi sarà mestieri, - +Rispose Brandimarte - o compagnoni, +A volerci pigliar così di fatto! - +Tra le parole il brando avia già tratto. + +E gionse per traverso un contestabile, +Quale era grande e portava la ronca, +Armato a maglia e piastre innumerabile; +Ma tutto a un tratto Tranchera lo tronca. +Né mai se vidde un colpo più mirabile, +Ché la persona sua rimase monca +De un braccio e de la testa a un tratto solo, +E l'uno e l'altro in pezzi andò di volo. + +Ben ne fece de gli altri simiglianti, +E de' maggior, se Turpin dice il vero, +Onde gli pose in rotta tutti quanti: +Beato se tenìa chi era il primiero, +Quel dico che a fuggire era davanti; +E non tenean né strata né sentiero, +Né in dietro a riguardar se voltan ponto; +Fugge ciascuno insin che al ponto è gionto. + +Ora nel campo si leva il romore. +- A l'arme! a l'arme! - ciascadun cridava. +Adosso a Brandimarte a gran furore +Chi di qua chi di là ciascun toccava; +E lui ben dimostrava un gran valore, +Ma contra tanti poco gli giovava: +A suo mal grado quella gente fella +Pigliarno Fiordelisa e Doristella; + +E seco Fugiforca, quel ladrone: +Via ne 'l menarno, come era legato; +Ma non cessa però la questïone, +Ché Brandimarte al tutto è disperato, +E fa col brando tal destruzïone, +Che sino alla cintura è insanguinato, +Né puote il suo destrier levare il passo +Per la gran gente morta in quel fraccasso. + +Ma per le dame è ciò poco ristoro, +Quale ha perdute quel baron gagliardo. +Lasciamo lui, e torniamo a coloro +Che via ne le menarno senza tardo; +E come avanti fôrno a Teodoro, +Lui cognobbe Doristella al primo guardo, +E lei cognobbe anch'esso al primo tratto, +Come lo vidde, e ciò non fu gran fatto; + +Però che ciascadun tanto se amava, +Che altra sembianza non avea nel core. +Or quando l'un quell'altro ritrovava, +Non fu allegrezza al mondo mai maggiore; +E ciascadun più stretto se abracciava, +Dandosi basi sì caldi de amore, +Che ciascadun che intorno era in quel loco, +Morian de invidia, sì parea bel gioco. + +Poi lui conta alla dama la ragione +Perché alla Liza era intorno acampato, +E facea guerra al patre Dolistone, +Dicendo: - Io venni come disperato, +A lui dando la colpa e la cagione +Che via te conducesse il renegato, +Dico Usbego, che Dio gli doni guai! +Ove ne andasti, non seppi più mai. - + +La dama ad ogni parte gli respose, +E dègli alla risposta gran conforto, +E la ventura sua tutta gli espose, +E come Usbego a quel palagio è morto; +Poi lo pregava con voce piatose +Che divetasse ad ogni modo il torto +Quale era fatto a quel baron valente, +Che fo assalito da cotanta gente. + +Per il dover fo lui mosso di saldo, +E più dai preghi della giovanetta, +Onde da lui mandò presto uno araldo, +Ove era la battaglia, e un suo trombetta; +E là trovarno Brandimarte caldo, +Più che ancor fosse, a far la sua vendetta. +Ma come il real bando a ponto intese, +Lasciò la zuffa, tanto fu cortese. + +E venne con gli araldi in compagnia +De Teodoro al pavaglion reale +(Costui già il regno de gli Armeni avia; +Morto era il patre a corso naturale), +E lo trovarno a mezo de la via, +Con molta gente e pompa trïonfale, +Intra quelle due dame, ogniuna bella: +Qua Fiordelisa e là sta Doristella. + +Ricevutolo in campo a grande onore, +Re Teodoro il tutto gli contò, +Cominciando al principio del suo amore, +Insino al giorno ove gionti son mo; +E poi elesse un degno ambasciatore, +Che a Dolistone e Perodia mandò, +Per voler pace e amendar quel che è fatto, +Pur che abbia Doristella ad ogni patto. + +La cosa era passata in tal travaso +Quale io ve ho detto, e tal confusïone, +E Fugiforca e' pur preso è rimaso, +Ché un tristo mai non trova bon gallone. +Legato ancor si stava quel malvaso +Con le mano alle rene in sul ronzone, +E Brandimarte, che l'ebbe trovato, +Dimandò al re che fusse ben guardato. + +Onde per questo con gran diligenza +Era guardato e con molta custodia, +Co' e ferri a' piedi, e non stava mai senza, +E per il suo mal far ciascadun lo odia. +Ora lo ambasciador con riverenza +A Dolistone e a sua dama Perodia +Parlò sì bene, e fu tanto ascoltato, +Che quel concluse per che egli era andato. + +E tornò fora con lo olivo in testa, +Che era un signale a quel tempo di pace, +E poi la somma espose de sua inchiesta, +Qual sopra a gli altri a Doristella piace. +Tutti alla Liza intrarno con gran festa; +Ma Fugiforca, quel ladro fallace, +Via era condutto lui con mal pensiero +Tra' carrïaggi, sopra ad un somiero. + +Ne la Liza per tutto è cognosciuto: +Chi gli cridava dietro e chi da lato, +E lui dicea: - Macon mi doni aiuto, +Ché un altro non fu mai peggio trattato! - +E Brandimarte, poiché fu venuto +Avanti al re, quel ladro ha presentato. +Il re mirando lui se meraviglia: +Ben sa che è quel qual già tolse la figlia. + +Ma che sia preso si meravigliava, +Cognoscendol sì presto e tanto astuto. +De la filiola poi lo adimandava, +Se sapea lui quel che fosse avenuto; +Ed esso a pieno il tutto racontava, +Insin che il prezio ne avea recevuto: +Ma che poi se partitte incontinente, +Sì che di lei più non sapea nïente. + +- Per prezzo al conte di Rocca Silvana +Io la vendetti; - diceva il ladrone +- Da mille miglia è forse di lontana +Di sopra a Samadrìa la regïone. - +E Brandimarte alor con voce umana +Adimandava quel re Dolistone +Se ebbe segnal la figlia, che abbia a mente; +Ma Perodia rispose incontinente. + +Come Perodia ha Brandimarte odito, +Rispose al dimandar senza dimora; +Né aspetta che parlasse il suo marito, +Ma disse: - Se mia figlia vive ancora, +Sotto alla poppa destra forse un dito +Ha per segnale una voglia di mora; +De una mora di celso, ora me amento, +Essendo di lei pregna ebbi talento. + +Là mi toccai; ed ella, come nacque, +Sotto la poppa avea quel segno nero; +Né mai per medicine o forza de acque +Se puotè via levare, a dire il vero. - +Or Brandimarte, sì come ella tacque, +Cominciò poi la istoria, il cavalliero; +A parte a parte il fatto gli divisa, +Sì come sua filiola è Fiordelisa. + +E fatto gli altri tuor di quel cospetto, +Però che Fiordelisa avia vergogna, +La fece avanti a loro aprire il petto, +Onde più prova ormai non vi bisogna. +Perodia e Dolistone han tal diletto +Qual have il pregionier, quando si sogna +La notte esser impeso e la dimane +Poi viene assolto e in libertà rimane. + +Ciascuno ha pien di lacrime la faccia. +Piangendo gli altri ancor di tenerezza, +La matre lei e lei la matre abraccia: +Ogniuna di basarse ha maggior frezza. +A Fugiforca fu fatta la graccia, +Pregando ogniom per lui nella allegrezza; +Cridi e lieti romori a gran divizia, +Campane e trombe suonan di letizia. + +Poi furno queste cose divulgate +Fuor nella terra e per tutto il paese, +E con trïonfo le noce ordinate +Con real festa a ciascadun palese, +E le due damigelle fôr sposate, +Ché Fiordelisa Brandimarte prese, +E Teodor si prese Doristella; +Non so se alcun trovò la sua polcella. + +Ché tanto poche ne vanno a marito, +Che meglio un corvo bianco se dimostra; +Ma queste due, sì come aveti odito, +Eran pur state avanti a questo in giostra. +Usavasi a quel tempo a tal partito, +Ora altrimente nella etade nostra, +Ché ciascuna perfetta si ritrova; +E chi nol crede, lui cerchi la prova. + +Ora queste due dame che io ve dico +Catolice ènno entrambe e cristïane, +E Macone avean tolto per nimico +E le sue legge scelerate e vane; +Onde ne andarno dal suo patre antico, +E sì con prieghi e con parole umane +Se adoperarno, per la Dio mercede, +Che lo tornarno alla perfetta fede. + +Dapoi la matre con minor fatica +Ridussero anco a sua credenza santa; +E la corte da poscia a tal rubrica +Se attenne e la citate tutta quanta; +E, senza che di questo più vi dica, +La grazia de le dame fu cotanta, +Che de i monti d'Armenia alla marina +Corse ciascuno alla legge divina. + +Ora de ricontar non è mestiero +La festa, che ogni dì cresce maggiore; +Qua se fa giostra, e là fassi torniero, +Altrove è suono e danza con amore; +Ma pur sta Brandimarte in gran pensiero, +Né se può il conte Orlando trar del core. +In fine un giorno la sua opinïone +Fie' manifesta in tutto a Dolistone, + +Mostrando quasi aver fermato il chiodo +Che in ogni forma Orlando vôl seguire. +Diceva Dolistone: - Io non te lodo +Per questo tempo adesso il dipartire; +Ma, se pur de lo andare ad ogni modo +Sei destinato, non so più che dire, +Né di ciò la cagion più te dimando, +Il gire e il star serà nel tuo comando. - + +Una galea dapoi fu apparecchiata +Di molte che ne avea quel barbasoro; +Questa era la reale e meglio armata, +Che avea la poppa tutta missa ad oro. +Brandimarte e sua dama e più brigata +Là se allogarno, con molto tesoro +Qual Perodia ha donato alla sua figlia, +Rubin, smeraldi e perle a meraviglia; + +Tra l'altre cose il più bel pavaglione +Che se trovasse in tutta la Soria. +Ora spira levante, e il suo patrone +Gli acerta che ogni indugia è troppo ria; +Onde se accomandarno a Dolistone +E a tutti gli altri, e vanno alla sua via, +Passando Rodi e la isola di Creti; +Col vento in poppa van zoiosi e lieti. + +Ma il navicare e nostra vita umana +De una fermezza mai non se assicura, +Però che la speranza al mondo è vana, +Né mai bon vento lungamente dura; +Qual ora si levò da tramontana, +Chiamando il Greco, che è mala mistura +A cui di Creti vôl gire in Cicilia; +L'aria se anera e l'acqua si scombilia. + +Dicea il parone: - Il cel turbato è meco, +E non me inganno già, ma ben me sforza, +Perché io vorebbi ne la taza il Greco, +E lui me 'l dona ne la vela a l'orza. +Io non posso alla zuffa durar seco: +Ove gli piace, convien che io mi torza. - +Poi dice a Brandimarte: - A dir il vero, +Con questo vento in Franza andar non spero. + +Africa è quivi dal lato marino, +Se drittamente ho ben la carta vista, +E noi volteggiaremo nel camino, +Ché, quando non se perde, assai s'acquista. +Forse mutarà il vento, Dio divino! +E cessarà questa fortuna trista; +Pregar si puote che un siroco vegna, +Qual ci conduca al litto de Sardegna. - + +Parlava quel parone in cotal sorte, +Chiedendo quel che egli avrebbe voluto, +Ma tramontana ognior cresce più forte, +E 'l mar già molto grosso è divenuto; +Onde ciascun per tema de la morte +Facendo voti a Dio dimanda aiuto; +Ma lui non li essaudisce e non li ascolta, +E sottosopra il mar tutto rivolta. + +Pioggia e tempesta giù l'aria riversa, +E par che 'l celo in acqua se converta, +E spesso alla galea l'onda atraversa, +Battendo ciò che trova alla coperta. +Vien la fortuna ogniora più diversa, +E spaventosa, orribile ed incerta, +Pur col vento che io dissi, tuttavia, +Sin che condotti gli ebbe in Barbaria. + +Presso Biserta, al capo di Cartagine, +Son gionti, ove già fu la gran citade +Che ebbe di Roma simigliante imagine, +E quasi partì seco per mitade; +Di lei non se vede or se non secagine, +Persa è la pompa e la civilitade; +E gran trïomfi e la superba altura +Tolti ha fortuna, e il nome apena dura. + +Or, come io dissi, il franco Brandimarte +Fu gionto per fortuna in questo porto. +Ma un fie' comandamento in quelle parte +Che ogni cristian che ariva ivi, sia morto; +Perché una profecia trovarno in carte, +Che in fine, al lungo andare o in tempo corto, +Da un re de Italia fia la terra presa, +Per cui da poi serà la Africa incesa. + +E Brandimarte, che il tutto sapea, +Non volse palesarse per nïente, +Avengaché di sé poco temea, +Ma sì de la sua dama e d'altra gente. +A tutti disse ciò che far volea, +Ma poi discese in terra incontinente, +E presentossi allo amiraglio avante, +Dicendo come è figlio a Manodante; + +E come vien da le Isole Lontane, +Per vedere Agramante e la sua corte, +Ed a provarse a sue gente soprane, +Qual son laudate al mondo tanto forte; +Onde lo prega che quella dimane +Lo faccia accompagnar con bone scorte, +Sin che a Biserta sia salvo guidato, +Proferendosi a ciò de esser ben grato. + +E lo amiraglio, che era assai cortese, +Lo fece accompagnar di bona voglia; +E Fiordelisa di nave discese +E molta altra brigata con gran zoglia. +Verso Biserta la strada si prese, +Ed arivarno senza alcuna noglia +Vicino alla citate una matina, +E là fermârsi a canto alla marina. + +Dapoi che ebbe donato molto argento +A questi che gli han fatto compagnia, +Coi suoi se ragunò baldo e contento +Sopra una larga e verde prataria, +Ove dal mar venìa suave vento, +Tra molte palme che quel prato avia. +Sotto di queste senza altra tenzone +Fece adricciare il suo bel pavaglione. + +Questo era sì legiadro e sì polito, +Che un altro non fu mai tanto soprano. +Una Sibilla, come aggio sentito, +Già stette a Cuma, al mar napolitano, +E questa aveva il pavaglione ordito +E tutto lavorato di sua mano; +Poi fo portato in strane regïone, +E venne al fine in man de Dolistone. + +Io credo ben, Segnor, che voi sappiati +Che le Sibille fôr tutte divine, +E questa al pavaglione avea signati +Gran fatti e degne istorie pellegrine +E presenti e futuri e di passati; +Ma sopra a tutti, dentro alle cortine, +Dodeci Alfonsi avea posti de intorno, +L'un più che l'altro nel sembiante adorno. + +Nove di questi ne la fin del mondo +Natura invidïosa ne produce, +Ma di tal fiamma e lume sì iocondo, +Che insino a l'orïente facean luce; +Chi avea iustizia e chi senno profondo, +Quale è di pace, e qual di guerra duce; +Ma il decimo di questi dieci volte +Le lor virtute in sé tenea raccolte. + +Pacifico guerrero e trïomfante, +Iusto, benigno, liberale e pio, +E l'altre degne lode tutte quante +Che può contribuir natura e Dio. +La Africa vinta a lui stava davante +Ingenocchiata col suo popol rio; +Ma lui de Italia avea preso un gran lembo, +Standosi a quella con amore in grembo. + +E come Ercole già sol per amore +Fo vinto da una dama lidïana, +Così a lui prese Italia vinta il core, +Onde scordosse la sua terra Ispana, +E seminò tra noi tanto valore, +Che in ogni terra prossima e lontana +Ciascaduna virtù che sia lodata +O da lui nacque, o fo da lui creata. + +Ma l'undecimo Alfonso giovanetto, +Con l'ale è armato, a guisa de Vittoria, +Sì come la natura avesse eletto +Uno omo a possidere ogni sua gloria; +Ché, volendo di lui con dir perfetto +Di ciascuna cosa seguir la istoria, +Avria coperto, non che il pavaglione, +Ma il mondo tutto in ogni regïone. + +Pur vi era ordita alcuna eletta impresa +De arme, o di senno, o di guerra, o de amore: +Sì come è Italia da' Turchi diffesa +Per sua prodezza sola e suo valore; +E la battaglia tutta era distesa +Di Monte Imperïale a grande onore, +E le fortezze ruïnate al fondo, +Sì belle che eran di trïomfi al mondo. + +Il duodecimo a questo era vicino, +Di etate puerile e in faccia quale +Serìa depinto un Febo piccolino, +Coi raggi d'oro in atto trïomfale. +Ne l'abito sì vago e pellegrino, +Giongendovi gli strali e l'arco e l'ale, +Tanta beltate avea, tanto splendore, +Che ogniom direbbe: "Questo è il dio d'Amore." + +Avanti a lui si stava ingenocchiata +Bona Ventura, lieta ne' sembianti, +E parea dire: "O dolce figliol, guata +Alle prodezze de gli avoli tanti, +E alla tua stirpe al mondo nominata; +Onde fra tutti fa che tu ti vanti +Di cortesia, di senno e di valore, +Sì che tu facci al tuo bel nome onore." + +Molte altre cose a quel gentil lavoro +Vi fôr ritratte, e non erano intese, +Con pietre prezïose e con tanto oro, +Che tutto alluminava quel paese. +Di sotto al pavaglione un gran tesoro +In vasi lavorati se distese, +De smeraldo e zaffiro e di cristallo, +Che valeano un gran regno senza fallo. + +Non vi potrei contare in veritate +Il bel lavoro fatto a gentilezza; +Ninfe se gli vedeano lavorate, +Che eran tanto legiadre a gran vaghezza, +Che meritan da tutti essere amate; +Vedeansi cavallier di tal prodezza: +Quivi erano ritratti a non mentire; +Ma a qual fine, alcun non sapria dire. + +Or Brandimarte presto lo abandona, +Come lo vidde a quel campo dricciato; +Sopra a Batoldo la franca persona +Presso a Biserta se appresenta armato, +E con molta baldanza il corno suona. +Ne l'altro canto ve sarà contato +Come il fatto passasse e la gran giostra; +Dio vi conservi e la Regina nostra. + +Canto ventesimottavo + +Segnori e dame, Dio vi dia bon giorno +E sempre vi mantenga in zoia e in festa! +Come io promissi, a ricontar ritorno +De Brandimarte, che con tal tempesta +Presso a Biserta va suonando il corno +Ed isfida Agramante e la sua gesta, +Dicendo nel suonare: - O re soprano, +Odi mio suono, e nol tenire a vano. + +Se non è falsa al mondo quella fama +La qual per tutto tua virtù risuona, +E per valore un altro Ettor ti chiama, +Perché hai de ogni prodeza la corona, +Onde per questo ti verisce ed ama +Tal che giamai non vidde tua persona, +Ed io tra gli altri certamente sono, +Che non te ho visto, ed amo in abandono: + +Fa che risponda a ciò che se ne dice, +O valoroso ed inclito segnore, +Della tua corte, che è tanto felice +Che de ogni vigoria mantiene il fiore. +A me soletto in su quella pendice +Provarli ad un ad un ben basta il core; +Ma non so se al pensier cotanto ardito +Mancarà lena, e vengami fallito. - + +Stava Agramante in quel tempo a danzare +Tra belle dame sopra ad un verone +Che drittamente riguardava al mare, +Ove era posto il ricco pavaglione. +Odendo il corno tanto ben sonare, +Lasciò la danza e venne ad un balcone, +Apoggiandosi al collo al bel Rugiero, +E giù nel prato vidde il cavalliero. + +E stando alquanto a quel sonare attento, +La voce e le parole ben comprese, +E vòlto alli altri disse: - A quel ch'io sento, +Questo di noi ragiona assai cortese; +E certo che me ha posto in gran talento +De essere il primo che faccia palese +Se ponto ha di prodezza o di valore; +Siano qua l'arme e il mio bon corridore. - + +Benché dicesse alcun che facea male, +E mormorasse assai la baronia +Che sua persona nobile e reale +Aponga ad un che non sa chi se sia: +Lui di natura e de animo è cotale +Che mena a fretta ciò che far desia; +Onde lascia da parte l'altrui dire, +E prestamente se fece guarnire. + +De azuro e de ôr vestito era a quartiero, +E a tale insegne è il destrier copertato; +La rocca e' fusi porta per cimiero. +Ver Brandimarte se ne vien al prato; +E solo è seco il giovane Rugiero, +Senza alcuna arma, for che 'l brando a lato, +E dopo alcun parlar tutto cortese, +Voltò ciascuno e ben del campo prese. + +Poi ritornarno con le lancie a resta +Quei dui baron, che avean cotanta possa, +Drizzando i lor ronzon testa per testa. +Ciascuna lancia a meraviglia è grossa, +Ma entrambe se fiaccarno con tempesta, +E l'uno a l'altro urtò con tal percossa, +Ch'e lor destrier posâr le groppe al prato, +Benché ciascun di subito è levato. + +E via correndo come imbalorditi +Ne andarno a gran ruina quasi un miglio, +E credo che più avanti serian giti, +Ma fu dato a ciascun nel fren di piglio. +E duo baroni al tutto eran storditi, +E a l'uno e a l'altro uscia il sangue vermiglio +Di bocca e da l'orecchie e per il naso, +Tanto fu il scontro orribile e malvaso! + +Or se vengono a dietro a passo a passo, +Ciascun di vendicar voluntaroso; +Poi spronarno e destrieri a gran fraccasso, +L'un più che l'altro a corso ruïnoso. +Alcun di lor non segna al scudo basso, +Ma dritto in fronte a l'elmo luminoso; +Le lancie de le prime eran più grosse, +Ma non restarno integre alle percosse. + +Però che nel scontrar di quei baroni +Sino alla resta se fiaccarno, in tanto +Che non eran tre palmi e lor tronconi, +Né più che prima se donarno il vanto +De alcun vantaggio e forti campïoni, +E l'uno e l'altro è sangue tutto quanto; +E, come e lor destrier sian senza freno, +Ne andâr correndo un miglio, o poco meno. + +Due lancie fece il re portare al prato, +Che avea il tempio de Amone, antiquo deo, +E, sì come da vecchi era contato, +Di Ercole l'uno, e l'altra fo de Anteo. +Bene era ciascun tronco smisurato: +Ognuna a sei bastasi portar feo; +Vedise adunque aperto in questo loco +Che la natura manca a poco a poco, + +Se questi antiqui fôr tanto robusti, +Che avean forza per sei de quei moderni; +Ma non so se gli autor fosser ben giusti, +E scrivesseno il vero a' lor quaderni. +Or son portati al campo e duo gran fusti; +E guarda pur, se vôi: tu non discerni +Qual sia più forte, ché senza divaro +Di vena e di grossezza son al paro. + +A Brandimarte fu dato la eletta: +Ciò volse il re Agramante per suo onore. +Ben vi so dir che ogniomo intorno aspetta +Veder che abbia più lena e più vigore. +Ma, mentre che ciascun di lor se assetta, +Di verso al fiume se ode un gran romore. +Fugge la gente trista e sbigottita: +Tutti venian cridando: - Aita! aita! - + +Il re Agramante sì come era armato +Ver là se tira e lascia il gran troncone; +E Brandimarte a lui se pose a lato, +Per aiutarlo in ogni questïone. +Via vien fuggendo il popol sterminato; +Ed Agramante prese un ragazone, +Qual sopra ad un ronzone era a bisdosso +E senza briglia corre al più non posso. + +- Ove ne andati? - diceva Agamante +- Ove ne andati, pezzi de bricconi? - +E quel rispose con voce tonante: +- Per beverare andavamo e ronzoni +Dietro a quel fiume che è quivi davante, +E là fummo assaliti da leoni, +Qual posti ce hanno in tal disaventura, +Che bene è paccio chi non ha paura. + +Da trenta insieme sono, al mio parere, +Che ce assalirno con tanta tempesta, +Che de scampare apena ebbi il potere, +Ben che io gli vidi uscir de la foresta. +Che sia de gli altri, non potea vedere, +Perché giamai non ho volta la testa +A remirar quel che de lor se sia; +Or fa al mio senno, e tuotti anco te via. - + +Il re sorrise e a Brandimarte volto +Gli disse: - Certo alquanto ho di dispetto +Che il piacer della giostra ce sia tolto, +Benché alla caccia avrem molto diletto. - +E Brandimarte, il qual non era stolto, +Rispose: - Il tuo comando sempre aspetto; +Sì che adoprame pure in giostra o in caccia, +Ch'io son disposto a far quel che ti piaccia. - + +Il re dapoi mandò nella citate +Che a lui ne vengan cacciatori e cani, +De' qual sempre tenìa gran quantitate, +Segusi e presti veltri e fieri alani, +Ed altre schiatte ancora intrameschiate. +Or via ne vanno e tre baron soprani, +Brandimarte, Agramante e il bon Rugiero, +Per dare aiuto ove facea mestiero. + +Ma ne la corte se lasciâr le danze, +Come il messo del re là su se intese, +E fuor portarno rete e speti e lanze, +E furvi alcun che se guarnîr de arnese, +Ché a cotal caccia vôle altro che cianze; +Né lepri o capre trova quel paese, +Ma pien son e lor monti tutti quanti +Di leoni e pantere ed elefanti. + +E molte dame montarno e destrieri, +Con gli archi in mano ed abiti sì adorni, +Che ogniom le accompagnava volentieri, +E spesso avanti a lor facean ritorni. +E tutti e gran segnori e cavallieri +Uscîr sonando ad alta voce e corni: +Da lo abaglio de' cani e dal fremire +Par che 'l cel cada e 'l mondo abbia a finire. + +Ma già Agramante e il giovane Rugiero +E Brandimarte, che non gli abandona, +Sopra a quel fiume ove è l'assalto fiero, +Ciascuno a più poter forte sperona; +E ben de esser gagliardi fa mestiero, +Ché ogni leone ha sotto una persona; +Alcuna è viva e soccorso dimanda, +E qual morendo a Dio se aricomanda. + +A ciascadun di lor venne pietate, +E destinarno di donarli aiuto, +Avendo prima già tratte le spate: +Non vôle indarno alcun esser venuto. +Ecco un leon con le chiome arrizzate, +Maggior de gli altri, orribile ed arguto, +Che in su la ripa avea morto un destrero: +Quello abandona e vien verso Rugiero. + +Rugier lo aspetta e mena un manroverso, +E sopra della testa l'ebbe aggionto, +E quella via tagliò per il traverso, +Ché tra gli occhi e l'orecchie il colse a ponto. +Ora ecco l'altro, ancora più diverso +E più feroce di quel che io vi conto, +Al re se aventa da la banda manca, +E l'elmo azaffa e nel scudo lo abranca. + +E certamente il tirava de arcione, +Se non ne fosse il bon Rugiero accorto, +Qual là vi corse e gionselo al gallone, +Sì che de l'anche a ponto il fece corto. +Brandimarte ancor lui con un leone +Fatto ha battaglia, e quasi l'avea morto, +Quando se odirno e corni e' gran rumori +Di quella gente, e' cani e' cacciatori. + +Ora cantando a ricontar non basto +Di loro e cridi grandi e la tempesta; +Tutte le fiere abandonarno il pasto, +Squassando e crini ed alciando la testa. +Quale avean morto, e qual è mezo guasto; +Pur li lasciarno, e verso la foresta, +Voltando il capo e mormorando d'ira, +A poco a poco ciascadun se tira. + +Ma la gente che segue, è troppo molta, +E fa stornir del crido e il monte e il piano; +Dardi e saette cadeno a gran folta, +A benché la più parte ariva invano. +De quei leoni or questo or quel se volta, +Ma pur tutti alla selva se ne vano; +E il re cinger la fa da tutte bande: +Allor se incominciò la caccia grande. + +La selva tutto intorno è circondata, +Che non potrebbe uscire una lirompa; +Più dame e cavallieri ha ogni brigata, +Che mostrava alla vista una gran pompa. +Il re dato avia loco ad ogni strata, +Né bisogna che alcun l'ordine rompa; +Alani e veltri a copia sono intorno, +Né se ode alcuna voce, o suon di corno. + +Poi son poste le rete a cotal festa +Che spezzar non le può dente né graffa, +Indi e sagusi intrarno alla foresta: +Altro non si sentia che biffi e baffa. +Or se ode un gran fraccasso e gran tempesta, +Ché per le rame viene una ziraffa; +Turpino il scrive, e poca gente il crede, +Che undeci braccia avia dal muso al piede. + +Fuor ne venìa la bestia contrafatta, +Bassa alle groppe e molto alta davante, +E di tal forza andava e tanto ratta, +Che al corso fraccassava arbori e piante. +Come fu al campo, intorno ha la baratta +De molti cavallieri e de Agramante +E molte dame che erano in sua schiera, +Onde fu alfine occisa la gran fiera. + +Leoni e pardi uscirno alla pianura, +Tigri e pantere io non sapria dir quante; +Qual se arresta a le rete e qual non cura. +Ma pur fôr quasi morti in uno istante. +Or ben fece alle dame alta paura, +Uscendo for del bosco, uno elefante: +Lo autore il dice, ed io creder nol posso +Che trenta palmi era alto e vinti grosso. + +Se il ver non scrisse a ponto, ed io lo scuso, +Ché se ne stette per relazïone. +Ora uscì quella bestia e col gran muso +Un forte cavallier trasse de arcione, +E più di vinti braccia gettò in suso, +Poi giù cadette a gran destruzïone, +E morì dissipato in tempo poco; +Ben vi so dir che gli altri gli dàn loco. + +Via se ne va la bestia smisurata, +Né de arestarla alcun par che abbia possa; +La schiera ha tutta aperta ove è passata, +A benché de più dardi fu percossa, +Ma non fu da alcun ponto innaverata; +Tanto la pelle avea callosa e grossa +E sì nerbosa e forte di natura, +Che tiene il colpo come una armatura. + +Ma già non tenne al taglio di Tranchera, +Né al braccio di Rugiero in questo caso; +A piedi ha lui seguita la gran fiera, +Ché il destrier spaventato era rimaso. +Tanto ha quello animale orribil ciera +Per grande orecchia e pel stupendo naso +E per li denti lunghi oltra misura, +Che ogni destriero avia di lui paura. + +Ma, come vidde solo il giovanetto, +Che lo seguiva a piedi per lo piano, +Voltando quel mostazzo maledetto, +Qual gira e piega a guisa de una mano, +Corsegli adosso, per darli di petto; +Ma quel furore e lo impeto fu vano, +Perché Rugier saltò da canto un passo, +Tirando il brando per le zampe al basso. + +Dice Turpin che ciascuna era grossa, +Come ène un busto d'omo a la centura. +Io non ho prova che chiarir vi possa, +Perché io non presi alora la misura; +Ma ben vi dico che de una percossa +Quella gran bestia cadde alla pianura: +Come il colpo avisò, gli venne fatto, +Ché ambe le zampe via tagliò ad un tratto. + +Come la fiera a terra fu caduta, +Tutta la gente se gli aduna intorno, +E ciascun de ferirla ben se aiuta: +Ma il re Agramante già suonava il corno, +Perché oramai la sera era venuta, +E ver la notte se ne andava il giorno. +Or, come il re nel corno fu sentito, +Ogniomo intese il gioco esser finito. + +Onde tornando tutte le brigate +Se radunarno ove il re se ritrova; +Tutti avean le sue lancie insanguinate, +Per dimostrar ciascun che fatto ha prova. +Le fiere occise non furno lasciate, +Benché a fatica ciascuna se mova; +Pur con ingegno e forza tutti quanti +Furno portati a' cacciatori avanti. + +Da poi de cani un numero infinito +Era menato in quella cacciasone: +Qual da tigre o pantere era ferito, +E quale era straziato da leone. +Come io vi dissi, il giorno era partito, +Che fo diletto di molte persone, +Però che ciascadun, come più brama, +Chi va con questa, e chi con quella dama. + +Qual de la caccia conta meraviglia, +E ciascadun fa la sua prova certa; +E qual de amor con le dame bisbiglia, +Narrando sua ragion bassa e coperta. +E così, caminando da sei miglia +Con gran diletto, gionsero a Biserta, +Ove parea che 'l celo ardesse a foco, +Tante lumiere e torze avea quel loco. + +E dentro entrarno a gran magnificenzia, +Quasi alla guisa de processïone; +Omini e donne a tal appariscenzia +Per la citade stavano al balcone. +Brandimarte al castel prese licenzia +Per ritornar di fora al paviglione, +E benché il re il volesse retenire, +Per compiacerlo al fine il lasciò gire; + +E dal nepote il fece accompagnare, +E da cinque altri. Lì con grande onore +La sera istessa il fece appresentare +De più vivande, ciascuna megliore; +E una sua veste gli fece arrecare, +Con pietre e perle di molto valore: +La veste è parte azurra e parte de oro, +Come il re porta, senza altro lavoro. + +Poi l'altro giorno, come è loro usanza, +Una gran festa se ebbe ad ordinare, +E venne Fiordelisa in quella danza, +Ché Brandimarte e lei fece invitare. +Tre son vestiti ad una somiglianza, +Ché tal divisa altrui non può portare; +Brandimarte, Agramante con Rugiero +D'azurro e d'or indosso hanno il quartiero. + +Standosi in festa ed ecco un tamburino +Vien giù del catafalco a gran stramaccio. +Per tutto traboccava quel meschino, +Ché ogni festuca gli donava impaccio, +O che la colpa fosse il troppo vino, +O che di sua natura fosse paccio; +Ma sopra al tribunal ove è Agramante, +Pur se conduce e a lui se pone avante. + +Il re credendo de esso aver diletto, +Lo recevette con faccia ridente; +Ma, come quello è gionto al suo cospetto, +Batte la mano e mostrase dolente, +E diceva: - Macon sia maledetto, +E la Fortuna trista e miscredente, +Qual non riguarda cui faccia segnore, +Ed obedir conviensi a chi è peggiore! + +Costui de Africa tutta è incoronato, +La terza parte del mondo possiede, +Ed ha cotanto popolo adunato +Che spaventar la terra e il cel si crede. +Or ne lo odor de algalia e di moscato +Tra belle dame il delicato siede, +Né se cura de guerra, o de altro inciampo, +Pur che se dica che sua gente è in campo. + +Non si dièno le imprese avere a ciancia: +Seguir conviensi, o non le cominciare, +E fornir con la borsa e con la lancia, +Ma l'una e l'altra prima mesurare. +Così faccia Macon che il re de Francia +Te venga a ritrovar di qua dal mare, +Ché alor comprenderai poi se la guerra +Fia meglio in casa, o ver ne l'altrui terra. - + +Parlando il tamburin, fo presto preso +Da la guarda del re che intorno stava, +Né fu però battuto, né ripreso, +Perché ebriaco ogniomo il iudicava. +Ma il re Agramante che lo ha ben inteso, +Gli occhi dolenti alla terra bassava; +Mormorando tra sé movia la testa, +E poi crucioso uscì fuor de la festa. + +Onde la corte fo tutta turbata: +Langue ogni membro quando il capo dole; +La real sala in tutto è abandonata, +Né più se danza, come far se suole. +Il re la zambra avea dentro serrata: +Alcun compagno seco non vi vôle; +Pensando il grande oltraggio che gli è detto, +Se consumava de ira e de dispetto. + +Poi, come l'altro giorno fo apparito, +Fece il consiglio ed adunò suo stato, +Dicendo come ha fermo e stabilito +Di fornire il passaggio che è ordinato; +E poi fa noto a tutti a qual partito +E da cui serà il regno governato, +Perché il vecchio Branzardo di Bugea +Vôl che a Biserta in suo loco si stea, + +A lui dicendo: - Attendi alla iustizia, +E ben ti guarda da procuratori +E iudici e notai, ché han gran tristizia +E pongono la gente in molti errori. +Stimato assai è quel che ha più malizia, +E gli avocati sono anco peggiori, +Ché voltano le legge a lor parere; +Da lor ti guarda, e farai tuo dovere. + +Il re di Fersa, Folvo, anche rimane, +E Bucifar, il re de la Algazera; +L'uno al diserto alle terre lontane, +E l'altro guarda verso la rivera. +Se forse qualche gente cristïane +Con caravella, o con fusta ligiera, +Over gli Aràbi te donino affanno, +Sia chi soccorra e chi proveda al danno. - + +Dapoi gli fece consegnar Dudone, +Che era condotto de Cristianitate, +Dicendo a lui che lo tenga pregione, +Sì che tornar non possa in sue contrate; +Ma poi nel resto il tratti da barone, +Né altro gli manchi che la libertate. +Da poscia a Folvo e a Bucifar comanda +Che a Branzardo obedisca in ogni banda. + +E perché ciò non sia tenuto vano, +Per la citate il fece publicare, +Ed a lui la bacchetta pose in mano, +La quale è d'oro, e suole esso portare. +Or se aduna lo esercito inumano: +Chi potrebbe il tumulto racontare +De la gente sì strana e sì diversa, +Che par che 'l celo e il mondo se sumersa? + +Quando sentirno il passaggio ordinare, +Chi ne ha diletto, e chi n'avea spavento. +La gran canaglia se adunava al mare, +Per aspettar sopra le nave il vento. +Chi vôle odir l'istoria seguitare, +Ne l'altro canto lo farò contento, +E se gran cose ho contato giamai, +Seguendo le dirò maggiore assai. + +Canto ventesimonono + +La più stupenda guerra e la maggiore +Che racontasse mai prosa né verso, +Vengo a contarvi, con tanto terrore +Che quasi al cominciare io me son perso; +Né sotto re, né sotto imperatore +Fu mai raccolto esercito diverso, +O nel moderno tempo, o ne lo antico, +Che aguagliar si potesse a quel che io dico. + +Né quando prima il barbaro Anniballe, +Rotto avendo ad Ibero il gran diveto, +Con tutta Spagna ed Africa alle spalle +Spezzò col foco l'Alpe e con lo aceto; +Né il gran re persïano in quella valle +Ove Leonida fe' l'aspro decreto, +Con le gente di Scizia e de Etïopia +Ebbe de armati in campo maggior copia, + +Come Agramante, che sua gente anombra +Solo a la vista, senza ordine alcuno. +De le sue velle è tanto spessa l'ombra, +Che il mar di sotto a loro è scuro e bruno; +E sì l'un l'altro il gran naviglio ingombra, +Che fu mestier partirse ad uno ad uno, +Avendo il vento in poppa alla seconda. +Avanti a gli altri è Argosto di Marmonda: + +Ne la sua nave è la real bandiera, +Che tutta è verde e dentro ha una Sirena. +Il re Gualciotto apresso di questo era, +Quale era ardito, e bella gente mena, +Ed era la sua insegna tutta nera, +Di bianche columbine al campo piena; +E Mirabaldo viene apresso a loro, +Che porta il monton nero a corne d'oro: + +Il campo ove è il montone, è tutto bianco. +E da questi altri venìa longi un poco +Sobrin, che è re di Garbo, il vecchio franco, +Il qual portava in campo bruno il foco; +E dietro mezo miglio, o poco manco, +Il re de Arzila seguitava il gioco: +Il nome di costui fu Brandirago, +Che avea nel campo rosso un verde drago. + +Dapoi Brunello, il re de Tingitana, +Avea la insegna di novo ritratta, +Più vaga assai de l'altre e più soprana, +Perché lui stesso a suo modo l'ha fatta; +Come oggi al mondo fa la gente vana, +Stimando generosa far sua schiatta +E le casate sue nobile e degne +Con far de zigli e de leoni insegne. + +Così Brunel, la cui fama era poca, +Come intendesti, ché era re di novo, +Nel campo rosso avea depinta una oca, +Che avea la coda e l'ale sopra a l'ovo. +De ciò parlando lui con gli altri, gioca +- Ben - dicendo - fo antico, e ciò ti provo: +Ché lo evangelio, che è dritto iudicio, +Afferma che la oca era nel principio. - + +Il re Grifaldo apresso a lui ne viene, +Che porta una donzella scapigliata, +E quella un drago per l'orecchie tiene: +Cotal divisa avea tutta la armata, +Benché sua insegna a questa non conviene, +Ché solo è nera e di bianco fasciata. +Il re di Garamanta era vicino, +Giovane ardito, e nome ha Martasino. + +Costui portava nel campo vermiglio +Le branche e il collo e il capo de un griffone; +E dietro alla sua nave forse un miglio +Veniva il re di Septa, Dorilone, +Qual porta al campo azurro un bianco ziglio; +Poi Soridano, che porta il leone. +Il leon bianco in campo verde avia: +Costui ch'io dico, è re de la Esperia. + +E re di Constantina, Pinadoro, +Venne, che al rosso la acquila portava, +Ch'è gialla, con due teste, in quel lavoro; +E poco apresso Alzirdo il seguitava, +Che ha la rosa vermiglia in campo d'oro; +E Pulïano alla bandiera blava +Segnata avea de argento una corona; +Franco è costui, che è re de Nasamona. + +Né 'l re de la Amonìa ponto vi manca, +Benché sua gente è tutta pedochiosa, +Dico Arigalte da la insegna bianca, +Né dentro vi ha dipenta alcuna cosa. +Poi Manilardo, che porta la branca +Qual tutta è d'oro a l'arma sanguinosa: +La branca di cui parlo, è di leone. +La armata apresso vien di Prusïone. + +De la Norizia è re quel Manilardo, +Questo altro de Alvarachie, ch'io vi conto. +Saper volete qual sia più gagliardo? +Né l'un né l'altro, a dirvelo ad un ponto. +Re di Canara, il qual venne ben tardo, +Ma pure apresso di questi altri è gionto, +Portava, se Turpin me dice il vero, +Nel campo verde un corvo tutto nero. + +Era costui nomato Bardarico, +Che in occidente ha sua terra lontana. +Poi venne Balifronte, il vecchio antico, +E Dudrinasso, il re de Libicana; +Fo re di Mulga quel vecchio ch'io dico, +E porta in campo azurro una fontana; +E Dudrinasso alla bandiera e al scudo +Porta nel rosso un fanciulletto nudo. + +E Dardinello, il giovanetto franco, +Ha le sue nave a queste altre congionte. +Il quartiero ha costui vermiglio e bianco, +Come suolea portare il padre Almonte; +E pur cotale insegna, più né manco, +Portava indosso ancora Orlando il conte. +Ma ad un di lor portarla costò cara; +Questo garzone è re de la Zumara. + +Presso vi viene il forte Cardorano, +Il re di Cosca; e porta per insegna +Un drago verde, il quale ha il capo umano. +Da poi Tardoco, che in Alzerbe regna, +E seco Marbalusto, il re de Orano; +Quello avia al scudo una serpe malegna, +Che intorno avolto ha il busto tutto quanto, +Per non odire il verso de lo incanto. + +E Marbalusto un capo de regina +Portava, intorno a quello una ghirlanda. +Poi Farurante, che è re di Maurina, +Che al scudo verde ha una vermiglia banda. +Alzirdo ha la sua armata a lui vicina +(In campo azurro avea d'oro una gianda); +E de Almasilla il re Tanfirïone, +Qual porta in bianco un capo di leone. + +Or già vien de la corte il concistoro, +Che a quella impresa è tutta gente eletta; +Mordante avea il governo di costoro. +La prima armata vien di Tolometta, +Con due lune vermiglie in campo d'oro, +Che portava Mordante e la sua setta; +Costui fo grande e di persona fiero, +Filiol bastardo fo di Carogiero. + +Da Tripoli seguia la gente franca: +Non fo di questa la più bella armata, +Né più fiorita; e, se nulla vi manca, +Da Rugier paladino era guidata. +Lui ne lo azurro avea l'acquila bianca, +Qual sempre da' suoi antiqui fu portata. +Da poi venìa la armata de Biserta, +Ove Agramante ha la sua insegna aperta. + +Di Tunici ivi apresso era il naviglio, +E quel governa il vecchio Daniforte, +Omo saputo e di molto consiglio, +Gran siniscalco de la real corte. +Portava in campo verde un rosso ziglio +Costui, che viene in Franza a tuor la morte; +E poscia da Bernica e da la Rassa +L'una armata con l'altra insieme passa. + +Di queste avea il governo Barigano, +Quale ha nutrito il re da piccolino, +E porta per insegna quel pagano +In campo rosso un candido mastino. +Dietro da tutti il gran re di Fizano, +Mulabuferso, ha preso il suo camino; +Lui porta divisato nel stendardo, +Come nel scudo, in campo azurro un pardo. + +In cotal modo, come io vi discerno, +La grande armata in Spagna se disserra; +Il re Agramante ha de tutti il governo: +Non fu tal furia mai sopra la terra. +Come se aprisse il colmo de lo inferno, +Se far volesse al paradiso guerra, +E la sua gente uscisse tutta integra, +Qual con pallida faccia e qual con negra: + +Morti e demonii, dico, tutti quanti, +Del fuoco uscendo e d'ogni sepultura, +Sarebbono a questi altri simiglianti, +Per contrafatte membra e faccia oscura. +Il stil diverso e i navigli son tanti, +Che cento miglia e più la folta dura, +Qual nel litto di Spagna se abandona, +E da Maliga tiene a Taracona. + +Il re Agramante lui sotto Tortosa +Discese, ove il fiume Ebro ha foce in mare; +Là se adunò la gente copïosa, +E verso Franza prese a caminare +A gran giornate, senza alcuna posa. +Già la Guascogna sotto a loro appare, +Callando l'Alpe, e giù scendono al piano, +Sin che fôr gionti sopra a Montealbano. + +Di sotto a quel castello, alla campagna, +Era battaglia più cruda che mai, +Però che il re di Franza e il re di Spagna, +Come di sopra già vi racontai, +Con lor persone e con sua corte magna, +E gente de' suoi regni pure assai, +Sono azuffati, e sopra di quel dosso +Corre per tutto il sangue un palmo grosso. + +Là se vedea Ranaldo e Feraguto, +L'un più che l'altro alla battaglia fiero; +E il re Grandonio orribile e membruto +Avea afrontato il marchese Oliviero; +Ad alcun de essi non bisogna aiuto. +E Serpentino e il bon danese Ogiero +Se facean guerra sopra di quel piano; +E il re Marsilio contra a Carlo Mano. + +Ma Rodamonte il crudo e Bradamante +Avean tra lor la zuffa più diversa; +Ché, come io dissi, il bon conte de Anglante +Avea de un colpo la memoria persa, +Quando il percosse il perfido africante, +Che tramortito a dietro lo riversa. +Tutta la cosa vi narrai a ponto, +Però trapasso e più non la riconto. + +Se non che, essendo quella dama altiera +Ora affrontata al saracino ardito, +E durando la zuffa orrenda e fiera, +Il conte Orlando se fu risentito; +E ben serìa tornato volentiera +A vendicarse, come aveti odito: +Essendo dal pagan sì forte offeso, +Gli avria pan cotto per tal pasto reso. + +Ma pur, temendo a farli villania, +Poi che era de altra mischia intravagliato, +Sua Durindana al fodro rimettia, +E, lor mirando, stavasi da lato. +Quel loco ove era la battaglia ria, +Posto è tra duo colletti in un bel prato, +Lontano a l'altra gente per bon spaccio, +Sì che persona non gli dava impaccio. + +Tre ore, o poco più, stettero a fronte +La dama ardita e quel forte pagano; +E stando quivi a rimirare il conte, +Alciando gli occhi vidde di lontano +Quella gran gente che callava il monte, +E le bandiere poi di mano in mano, +Con tal romor che par che 'l cel ruine, +Tanta è la folta; e non se vede il fine. + +Diceva Orlando: - O re del celo eterno, +Dove è questo mal tempo ora nasciuto? +Ché il re Marsilio e tutto suo governo +Di tanta gente non avrebbe aiuto. +Credo io che sono usciti dello inferno, +Benché serà ciascuno il mal venuto +E il mal trovato, sia chi esser si vôle, +Se Durindana taglia come suole. - + +Così parlava con molta arroganza; +Verso quel monte ratto se distende. +Sopra del prato integra era una lanza: +Chinosse il conte e quella in terra prende, +Ché cotal cosa avea spesso in usanza. +Non so se lo atto a ponto ben s'intende; +Dico, stando in arcione, essendo armato, +Quella grossa asta su tolse del prato. + +Con essa in su la coscia passa avante +Sopra de Brigliador, che sembra occello. +Ma ritornamo a dir del re Agramante, +Che, veggendo nel piano il gran zambello, +Forte allegrosse di cotal sembiante, +E fie' chiamarsi avante un damigello, +Qual fu di Constantina incoronato, +E Pinadoro il re fu nominato. + +A lui comanda che vada soletto +Tra quelle gente e, senza altra paura, +Là dove il grande assalto era più stretto +E la battaglia più crudiele e dura, +Piglia qualche barone al suo dispetto, +Vivo lo porti a lui con bona cura; +O quattro o sei ne prenda ad un sol tratto, +Accioché meglio intenda tutto il fatto. + +Re Pinadoro parte cavalcando, +E prestamente scese la gran costa; +Da poi, per la campagna caminando, +Non pone a speronare alcuna sosta, +Ma poco cavalcò che trovò Orlando, +Come venisse per scontrarlo a posta, +E disfidandol con molta tempesta +Se urtarno adosso con le lancie a resta. + +Quivi de intorno non era persona, +Benché fosse la zuffa assai vicina; +L'un verso l'altro a più poter sperona +A tutta briglia, con molta ruina. +Ciascadun scudo al gran colpo risuona, +Ma cade a terra il re di Constantina; +Sua lancia andò volando in più tronconi, +E lui di netto uscì fuor de l'arcioni. + +Orlando lo pigliò senza contese, +Poi che caduto fu de lo afferante, +Però che lui non fece altre diffese, +Né puote farle contra al sir de Anglante; +E seco ragionando il conte intese +Come quel ch'è nel monte è il re Agramante, +Che per re Carlo e Francia disertare +Con tanta gente avia passato 'l mare. + +De ciò fu lieto il franco cavalliero: +Guardando verso il cel col viso baldo +Diceva: "O summo Dio, dove è mestiero, +Pur mandi aiuto e soccorso di saldo! +Ché, se non vien fallito il mio pensiero, +Serà sconfitto Carlo con Ranaldo, +Ed ogni paladin serà abattuto, +Onde io serò richiesto a darli aiuto. + +Così lo amor di quella che amo tanto +Serà per mia prodezza racquistato, +E per la sua beltate oggi mi vanto +Che, se de incontro a me fosse adunato +Con l'arme indosso il mondo tutto quanto, +In questo giorno averòl disertato." +Ciò ragionava il conte in la sua mente, +E Pinadoro odìa de ciò nïente. + +Ma il conte, vòlto a lui, disse: - Barone, +Ritorna prestamente al tuo segnore, +Se ti ha mandato per questa cagione +Che tu rapporti a lui tutto il tenore. +Dirai che il re Marsilio e il re Carlone +Fan per battaglia insieme quel furore, +E s'egli ha core ed animo reale, +Venga alla zuffa e mostri ciò che vale. - + +Re Pinador lo ringraziava assai, +Come colui che molto fo cortese; +E torna adietro e non se arresta mai, +Sin che il destriero avanti il re discese, +Dicendo: - Alto segnore, io me ne andai +Ove volesti, e dicoti palese +Che la battaglia ch'è sopra a quel piano, +È tra Marsilio e il franco Carlo Mano. + +Né so circa a tal fatto il tuo pensiero, +Ma giù non callerai per mio consiglio, +Perché io trovai nel piano un cavalliero +De la cui forza ancor mi meraviglio, +Che il scudo e sopraveste de quartiero +Ha divisato bianco e di vermiglio; +E se ciascun de gli altri serà tale, +Il fatto nostro andrà peggio che male. - + +E disse sorridendo il re Sobrino, +Che a questo ragionare era presente: +- Quel dal quartiero è Orlando paladino: +Or scemarà il superchio a nostra gente; +Ben lo cognosco insin da piccolino. +Così Macon lo faccia ricredente, +Come di spada e lancia ad ogni prova +Il più fiero omo al mondo non se trova. + +Or saperà se io ragionava invano +Dentro a Biserta, allor che io fui schernito, +Perché io lodai da possa Carlo Mano +E lo esercito suo tanto fiorito. +Traggasi avanti Alzirdo e Pulïano +E Martasino, il quale è tanto ardito, +Ché Rodamonte, alor cotanto acceso, +Per la mia stima adesso è morto o preso. + +Tragansi avanti questi giovanetti, +Che mostravano aver tanta baldanza, +E sono usati a giostra, per diletti, +Andar forbiti e ben portar sua lanza. +Ed acciò che altri forse non suspetti +Ch'io dica tal parole per temanza, +Gir vo' con essi, e l'anima vi lasso, +Se alcun di lor mi varca avanti un passo. - + +Re Martasino a questo ragionare +De ira e de orgoglio tutto se commosse, +E disse: - Certamente io vo' provare, +Se questo Orlando è un om di carne e de osse, +Poi che Sobrin non lo osa ad affrontare, +Che sin da piccoletto lo cognosse. +Chi vôl callar, se calla alla pianura: +Nel monte aresti chi de onor non cura. - + +Così parlava il franco Martasino: +Non avea il mondo un altro più orgoglioso. +Grossetto fu costui, ma piccolino +De la persona, e destro e ponderoso, +Rosso de faccia e di naso acquilino, +Oltra a misura altiero e furïoso; +Onde, cridando e crollando la testa, +Giù de la costa sprona a gran tempesta. + +Re Marbalusto il segue e Farurante; +Alzirdo e Mirabaldo viene apresso, +E Bambirago e il re Grifaldo avante. +Né il re Sobrin, de cui parlava adesso, +Mostra aver tema del segnor de Anglante, +Ma più de gli altri tocca il destrier spesso, +E con tanto furore andar se lassa, +Che a Martasino avanti e a gli altri passa. + +Né valse de Agramante il richiamare, +Ché ciascaduno a più furia ne viene; +Di esser là giù mille anni a tutti pare, +Come livreri usciti di catene. +Quando Agramante vede ogniomo andare, +Movese anch'esso, e già non se ritiene, +Né pone ordine alcuno alla battaglia, +Ma fa seguire in frotta la canaglia. + +Lui più de gli altri furïoso e fiero, +Sopra de Sisifalto avanti passa, +E seco a lato a lato il bon Rugiero, +Ed Atalante, che giamai non lassa. +Contar l'alto romor non fa mestiero; +Ciascun direbbe: "Il mondo se fraccassa." +Trema la terra e il cel tutto risuona, +Cotanta gente al crido se abandona. + +Suonando trombe e gran tamburi e corni +La diversa canaglia scende al piano. +Pochi di lor ne avea di ferro adorni, +Chi porta mazze e chi bastoni in mano. +Non se numerariano in cento giorni, +Sì sterminatamente se ne vano. +Ma tutti eran di lor con l'arme indosso +Avanti van correndo a più non posso. + +In questo tempo il re Marsilïone +Gionto era quasi al ponto di morire, +Né più se sosteniva ne lo arcione, +Ma già da banda se lasciava gire, +Però che adosso ha il franco re Carlone, +Che ad ambe man non resta di ferire, +E, come io dico, lo travaglia forte, +Che quasi l'ha condutto in su la morte. + +Ma, alciando gli occhi, vidde il re Agramante, +Qual giù callando al piano era vicino, +Con tante insegne e con bandiere avante, +Che empìano intorno per ogni confino. +Quando vidde callar gente cotante, +Fasse la croce il figlio di Pepino; +Per meraviglia è quasi sbigotito, +Veggendo il gran trapel di novo uscito. + +Il re Marsilio abandonò di saldo, +Per porre altrove l'ordine ed aiuto. +Poco lontano ad esso era Ranaldo, +Che male avea condotto Feraguto. +Benché ancor fosse alla battaglia caldo, +Il brando pur di man gli era caduto; +Or con la mazza ben gran colpi mena, +Ma de la morte se diffende appena. + +Ranaldo l'avria morto in veritate, +Come io vi dico, e sempre il soperchiava, +Perché poco estimava sue mazzate, +E de Fusberta a lui spesso toccava. +Tra le percosse orrende e sterminate +Odì re Carlo, che a voce chiamava: +Sì forte lo chiamò lo imperatore, +Che pur intese intra tanto romore. + +- Figlio, - cridava il re - figlio mio caro, +Oggi d'esser gagliardo ce bisogna; +Se tosto non se prende un bon riparo, +Noi siam condotti alla ultima vergogna. +Se mai fu giorno doloroso e amaro +Per Montealbano e per tutta Guascogna, +Se la Cristianità debbe perire, +Oggi è quel giorno, o mai non de' venire. - + +A questo crido de lo imperatore +Il franco fio de Amon fu rivoltato, +A benché combattesse a gran furore +Con Feraguto, come io vi ho contato, +Il qual de la battaglia avia il peggiore; +E poco gli giovava esser fatato: +Tanto l'avea Ranaldo urtato e pisto, +Che un sì malconzo più non fu mai visto. + +E sì fu per affanno indebilito, +Ed avea l'armi sì fiaccate intorno, +Che intrare a nova zuffa non fu ardito, +Ma prese posa insino a l'altro giorno. +Ranaldo al campo lo lasciò stordito, +Tornando a Carlo, il cavalliero adorno, +Che ordinava le schiere a fronte a fronte +Verso Agramante, che discende il monte. + +De le schiere ordinate la primiera +Dette il re Carlo a lui, come fu gionto, +Dicendo: - Va via ratto alla costiera, +Ove e nemici giù callano a ponto. +Fa che seco te azuffi a ogni maniera +Nel piè del monte, sì come io ti conto; +Apizza la battaglia al stretto loco, +Ove è quel re che ha in campo nero il foco. + +Ora certanamente me divino +Che il re Agramante avrà passato il mare, +Ché quel da tale insegna è re Sobrino: +Ben lo cognosco e so ciò che può fare. +Di certo egli è gagliardo saracino. +Or via, filiolo, e non te indugïare! - +Poi la seconda schiera Carlo dona +Al duca de Arli e al duca di Baiona. + +Entrambi son del sangue di Mongrana: +Sigieri il primo, e l'altro ha nome Uberto. +Poscia il re Otone e sua gente soprana +L'altra schiera ebbe sopra al campo aperto. +La quarta, ch'era a questa prossimana, +Governa il re di Frisa, Daniberto; +La quinta poi il re Carlo arriccomanda +A Manibruno, il quale era de Irlanda. + +El re di Scozia giù mena la sesta; +La settima governa Carlo Mano. +Or se incomincia il crido e la tempesta. +Gionto alla zuffa è il sir de Montealbano, +Sopra Baiardo, con la lancia a resta: +Tristo qualunche iscontra sopra il piano! +Qual mezo morto de lo arcion trabocca, +Qual come rana per le spalle insprocca. + +Rotta la lancia, fuor trasse Fusberta: +Ben vi so dir che spaccia quel cammino. +- Or chi è costui che mia gente diserta, - +Diceva, a lui guardando, il re Sobrino +- Ed ha il leon sbarato alla coperta? +Io non cognosco questo paladino. +Nel gran paese dove Carlo regna, +Mai non viddi colui, né questa insegna. + +Ma debbe esser Ranaldo veramente, +Di cui nel mondo se ragiona tanto. +Or provarò se egli è così valente, +Come de lui se dice in ogni canto. - +Nel dir sperona il suo destrier corrente +Quel re che di prodezza ha sì gran vanto; +La lancia rotta avia prima nel piano, +Ma ver Ranaldo vien col brando in mano. + +Ranaldo il vidde e, stimandol assai +Per le belle arme e per la appariscenza, +Fra sé diceva: "Odito ho sempre mai +Che il bon vantaggio è di quel che incomenza; +Al mio poter tu non cominciarai, +Ché chi coglie de prima, non va senza." +Così dicendo sopra de la testa +Ad ambe man lo tocca a gran tempesta. + +Ma l'elmo che avea in capo era sì fino +Che ponto non fu rotto né diviso, +E nïente se mosse il re Sobrino, +Benché non parve a lui colpo da riso. +Ma già son gionto a l'ultimo confino +Del canto consueto; onde io me aviso +Che alquanto riposar vi fia diletto: +Poi serà il fatto a l'altro canto detto. + +Canto trentesimo + +Baroni e dame, che ascoltati intorno +Quella prodezza tanto nominata, +Che fa de fama il cavallier adorno +Alla presente etade e alla passata, +Io vengo a ricontarvi in questo giorno +La più fiera battaglia e sterminata, +E la più orrenda e più pericolosa +Che racontasse mai verso né prosa. + +Se vi amentati bene, aveti odito +Ove sia questa guerra e tra qual gente, +E come il re Sobrin fosse ferito +Dal pro' Ranaldo in su l'elmo lucente; +Ma tanto era feroce il vecchio ardito, +Che mostrava di ciò curar nïente; +E vòlto contra il sir de Montealbano +Sopra la fronte il colse ad ambe mano. + +Ranaldo a lui rispose con ruina, +E tra lor duo se cominciò gran zuffa; +Ma l'una schiera e l'altra se avicina, +E tutti se meschiarno alla baruffa. +Benché sia più la gente saracina, +Ciascun cristian dua tanta ne ribuffa: +Grande è il romor, orribile e feroce +Di trombe, di tamburi e de alte voce. + +Di qua di là le lancie e le bandiere +L'una ver l'altra a furia se ne vano, +E quando insieme se incontrâr le schiere +Testa per testa a mezo di quel piano, +Mal va per quei che sono alle frontiere, +Perché alcun scontro non ariva in vano; +Qual con la lancia usbergo e scudo passa, +Qual col destriero a terra se fraccassa. + +E tuttavia Ranaldo e il re Sobrino +L'un sopra a l'altro gran colpi rimena, +Benché ha disavantaggio il saracino, +E dalla morte se diffende apena. +Ecco gionto alla zuffa Martasino, +Quello orgoglioso che ha cotanta lena; +E Bambirago è seco, e Farurante, +E Marbalusto, il quale era gigante. + +Alzirdo e il re Grifaldo viene apresso, +Argosto di Marmonda e Pulïano; +Tardoco e Mirabaldo era con esso, +Barolango, Arugalte e Cardorano, +Gualciotto, che ogni male avria commesso, +E Dudrinasso, il perfido pagano. +De quindeci ch'io conto, vi prometto, +Stasera non andrà ben cinque a letto. + +Se non vien men Fusberta e Durindana, +Non vi andranno, se non vi son portati, +Ma restaranno in su la terra piana, +Morti e destrutti e per pezzi tagliati. +Ora torniamo alla gente africana +E a questi re, che al campo sono entrati +Con tal romore e crido sì diverso, +Che par che il celo e il mondo sia sumerso. + +La prima schiera, qual menò Ranaldo, +Che avea settanta miglia di Guasconi, +Fu consumata da costor di saldo, +E cavallier sconfitti con pedoni. +Così come le mosche al tempo caldo, +O ne l'antiqua quercia e formigoni, +Tal era a remirar quella canaglia +Senza numero alcuno alla battaglia. + +Ma de quei re ciascun somiglia un drago +Adosso a' nostri; ogniom taglia e percote, +E sopra a tutti Martasino è vago +De abatter gente e far le selle vote; +E così Marbalusto e Bambirago +Al campo di costui seguon le note, +E gli altri tutti ancor senza pietate +Pongono i nostri al taglio de le spate. + +Il crido è grande, i pianti e la ruina +Di nostra gente morta con fraccasso, +Crescendo ognior la folta saracina, +Che giù del monte vien correndo al basso. +Re Farurante mai non se raffina; +Grifaldo, Alzirdo, Argosto e Dudrinasso, +Tardoco, Bardarico e Pulïano +Senza rispetto tagliano a due mano. + +Ranaldo, combattendo tutta fiata +Contra a Sobrino, il quale avea il peggiore, +Veduta ebbe sua gente sbaratata, +Onde ne prese gran disdegno al core, +E lascia la battaglia cominciata, +Battendo e denti de ira e de furore. +Stati per Dio, segnori, attenti un poco, +Ché or da dovere si comincia il gioco. + +Battendo e denti se ne va Ranaldo, +Gli omini e l'arme taglia d'ogni banda; +Ove è il zambello più fervente e caldo +Urta Baiardo e a Dio si racomanda. +Il primo che trovò fu Mirabaldo, +In duo cavezzi fuor d'arcione il manda; +Tanto fu il colpo grande oltra misura, +Che per traverso il fesse alla centura. + +Questo veggendo Argosto di Marmonda +Divenne in faccia freddo come un gelo, +Mirando quel per forza sì profonda +Tagliar quest'altri come fosse un pelo. +Ranaldo ce gli mena alla seconda, +Facendo squarzi andare insino al celo; +Cimieri e sopraveste e gran pennoni +Volan per l'aria a guisa de falconi. + +Di teste fesse e di busti tagliati, +Di gambe e braccie è la terra coperta, +E' Saracini in rotta rivoltati +Fuggendo e ansando con la bocca aperta; +Né puon cridar, tanto erano affrezzati. +Sempre Ranaldo tocca di Fusberta, +Facendo di costor pezzi da cane: +Tristo colui che là oltra rimane! + +Sì come Argosto, che in dietro rimase, +E Ranaldo il ferì con gran possanza, +E sino in su l'arcione il partì quase: +Tre dita non se tenìa della panza. +E quelle genti perfide e malvase +Chi getta l'arco e chi getta la lanza, +E chi lascia la tarca e chi il bastone, +Tutti fuggendo a gran confusïone. + +Combatte in altra parte Martasino, +Che ha per cimiero un capo de grifone, +E sotto a quello uno elmo tanto fino, +Che non teme di brando offensïone. +Costui, veggendo per quel gran polvino +Sua gente persa e la destruzïone +Che fa tra loro il sir di Montealbano, +Là s'abandona con la spada in mano. + +Gionse a Ranaldo dal sinistro lato +E ne l'elmo il ferì de un manriverso; +Quasi stordito lo mandò nel prato, +Tanto fu il colpo orribile e diverso. +Tardoco ancor di novo era arivato, +E Bardarico gionse di traverso +Con Marbalusto, che è sì grande e grosso; +Ciascun tocca Ranaldo a più non posso. + +Lui da cotanti se diffende apena, +Sì spesso del colpire è la tempesta; +Ciascun de questi quattro è di gran lena, +Né l'un per l'altro di ferir se arresta. +Ranaldo irato a Bardarico mena, +E colse de Fusberta ne la testa, +E fesse l'elmo e la barbuta e 'l scudo: +A mezo il petto andò quel colpo crudo. + +Ma lui gionse ne l'elmo Marbalusto, +Il qual portava in mano un gran bastone, +Che avea ferrato tutto intorno il fusto; +Lui gionse ne la testa il fio de Amone. +Cotanta forza ha quel pagan robusto, +Che quasi lo gettò fuor de lo arcione; +Già tutto da quel canto era piegato, +Ma Tardoco il ferì da l'altro lato. + +Tardoco, il re de Alzerbe, il tiene in sella, +Ferendo, come io dico, a l'altro canto, +E Martasino adosso gli martella, +Ed il cimier gli ruppe tutto quanto. +E mentre che Ranaldo stava in quella, +Il popol de' Pagan, che era cotanto, +Da Grifaldo guidato e Dudrinasso, +Di novo i nostri posero in fraccasso. + +Tanta la gente sopra a' nostri abonda, +Che non vi val diffesa a ogni maniera, +A benché alcun però non se nasconda. +Ma tutta consumata è quella schiera, +Onde al soccorso mosse la seconda, +Che alle baruffe entrò ben volentiera; +Né soi megliori aveva il re de Francia +Di questi dui, de ardire e di possancia: + +Del duca d'Arli, dico, il bon Sigieri, +E 'l bono Uberto, duca di Baiona, +Usi in battaglia e franchi cavallieri; +E l'uno e l'altro avea forte persona. +Via se ne vanno al par de bon guerrieri, +De arme e de cridi il cel tutto risuona. +E par che 'l mondo seco se comova; +Or la battaglia al campo se rinova. + +Uberto se incontrò col re Grifaldo, +Sigiero e Dudrinasso l'africante; +Uscîr d'arcione e duo pagan di saldo, +Voltando verso il celo ambe le piante. +Vicino a questo loco era Ranaldo, +Qual combattendo, come io dissi avante, +Con quei pagan, condutto era a mal porto, +Benché de' quattro Bardarico ha morto. + +Pur sempre il re Tardoco e Martasino +E quel gigante il quale è re de Orano +Toccano adosso al nostro paladino, +L'un col bastone e' duo col brando in mano. +Ora Sigieri, essendo là vicino, +Presto cognobbe il sir de Montealbano, +E là per dargli aiuto se abandona: +A tutta briglia il suo destrier sperona. + +E mena al re Tardoco in prima gionta, +E tra lor duo se cominciò la danza, +Con gran percosse di taglio e di ponta. +Ma pur Sigieri il saracino avanza, +Come Turpino al libro ce raconta; +Al fin gli messe il brando per la panza, +E le rene forò sotto al gallone, +Via più de un palmo passò ancor l'arcione. + +Né avendo ancora il brando rïavuto, +Ché forte ne l'arcione era inclinato, +Per voler dare al re Tardoco aiuto +Aponto Martasino era voltato; +Ma, poi che il vidde a quel caso venuto, +Che il freno aveva e il brando abandonato, +Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa, +E la barbuta e l'elmo gli fraccassa. + +Tanta possanza avea quel maledetto, +Che per la fronte gli partì la faccia, +E 'l collo aperse e giù divise il petto, +Ché non vi valse usbergo né coraccia. +Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto, +E con Fusberta adosso a lui se caccia: +Dico Ranaldo adosso a Martasino +Lascia un gran colpo in su l'elmo acciarino. + +Forte era l'elmo, come aveti odito, +E per quel colpo ponto non se mosse, +Ma rimase il pagano imbalordito, +Ché la barbuta al mento se percosse, +E stette un quarto de ora a quel partito, +Che non sapeva in qual mondo se fosse; +E, mentre che in tal caso fa dimora, +Re Marbalusto col baston lavora. + +Ad ambe mano alzò la grossa maccia, +E sopra al fio de Amon con furia calla; +Ranaldo a lui rimena, non minaccia, +Con sua Fusberta che giamai non falla. +Meza la barba gli tolse di faccia, +Ché la masella pose in su la spalla, +Né elmo o barbuta lo diffese ponto, +Ché 'l viso gli tagliò, come io vi conto. + +Smarito di quel colpo il saracino +Subitamente se pose a fuggire, +E ritrovò nel campo il re Sobrino, +Qual, veggendo costui in tal martìre, +- Ove è, - cridava - dove è Martasino, +E Bardarico, che ebbe tanto ardire? +Ov'è Tardoco, il giovane mal scorto? +So che Ranaldo ogniun di loro ha morto. + +Non fu dato credenza al mio parlare; +Da Rodamonte apena me diffese, +Quando a Biserta io presi a racontare +La possanza di Carlo in suo paese. +Se io dissi veritate ora si pare, +Ché faciamo la prova a nostre spese; +Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna, +Ché qua voglio io morir senza vergogna. - + +Così dicendo quel crudo vecchiardo +Via va correndo e Marbalusto lassa; +Tagliando e nostri senza alcun riguardo +E sempre dissipando avanti passa. +Da ciascun canto quel pagan gagliardo +Destrieri insieme ed omini fraccassa. +E ne lo andare il forte saracino +Trovò Ranaldo a fronte e Martasino. + +Perché, dapoi che in sé fu rivenuto, +Fu con Ranaldo di novo alle mano, +Ma certamente gli bisogna aiuto, +Ché male il tratta il sir de Montealbano. +Come Sobrino il fatto ebbe veduto, +Cridava, essendo alquanto anco lontano: +- Ove son le prodezze e l'arroganze +Che dimostravi in Africa di zanze? + +Ove lo ardir che avesti, e quella fronte +Che dimostravi in quello giorno, quando +Con tal ruina giù callavi il monte +E che stimavi tanto poco Orlando? +Or questo che ti caccia non è il conte, +Che avevi morto e preso al tuo comando; +Questo non è colui che ha Durindana, +E pur ti caccia a guisa de puttana. - + +Non guarda Martasino a tal parlare, +E ponto non l'intende e non l'ascolta, +Ché certamente aveva altro che fare, +Tanto Ranaldo lo menava in volta. +Ma il re Sobrin non stette ad aspettare: +Avendo ad ambe man sua spada còlta, +Percosse di gran forza il fio d'Amone +Sopra al cimier, che è un capo di leone. + +Un capo di leone e il collo e il petto +Portava il pro' Ranaldo per cimiero, +Ma il re Sobrino il tolse via di netto, +Ché tutto il fraccassò quel colpo fiero; +Onde prese de ciò molto dispetto, +E volta a quel pagano il cavalliero; +Ma, mentre che si volta, Martasino +Percosse lui ne l'elmo de Mambrino. + +Come ne l'alpe, alla selva men folta, +Da' cacciatori è l'orso circondato, +Quando l'armata è d'intorno aricolta, +Chi tra' davanti e chi mena da lato; +Lui lascia questo, e a quello altro si volta, +Ché de ciascun vôle esser vendicato, +E mentre che a girarse più se affretta, +Più tempo perde e mai non fa vendetta: + +Cotale era Ranaldo in quel zambello, +Sendo condutto a quei pagani in mezo; +A lui sempre feriva or questo or quello, +Ed esso a tutti attende e fa 'l suo pezo. +Ciascuno de quei re sembrava ocello, +Come scrive Turpino, il quale io lezo; +Tanto eran presti e scorti nel ferire, +Ch'io nol posso mostrar, né in rima dire. + +Come io vi dico, senza alcun riguardo +Qual dietro mena e qual tocca davante; +Ma quel bon cavallier sopra a Baiardo +Pur fa gran prove, e non potria dir quante. +Mentre ha tal zuffa il principe gagliardo, +Del monte era disceso il re Agramante, +E di tanta canaglia il piano è pieno, +Che par che al crido il mondo venga meno. + +Poco davanti è Rugier paladino, +Daniforte vien dietro e Barigano, +Ed Atalante, quel vecchio indivino, +Mulabuferso, che è re di Fizano, +El re Brunello, il falso piccolino, +Mordante, Dardinello e Sorridano, +E seco Prusïone e Manilardo +E Balifronte, il perfido vecchiardo. + +Re de Almasilla vien Tanfirïone: +Chi potria racordar tutti costoro? +Mancavi il re di Septa, Dorilone, +Che dietro ne venìa con Pinadoro. +Provato ha l'uno il figlio di Melone, +E l'altro è copïoso di tesoro: +Perché e ricchi ebban seguir tutti quanti, +Mandan gli arditi e' disperati avanti. + +Per tal cagione indetro era rimaso +Il re di Constantina e quel di Cetta, +E ben confortan gli altri in questo caso +A gire avanti, ove è la folta stretta. +Ora me aiuta, ninfa di Parnaso, +Suona la tromba e meco versi detta; +Sì gran baruffa me apparecchio a dire, +Che senza aiuto io non potrò seguire. + +Re Carlo tutto il fatto avea veduto, +E a' soi rivolto il franco imperatore +Dicea: - Filioli, il giorno oggi è venuto, +Che sempre al mondo ce può fare onore. +Da Dio dovemo pur sperare aiuto, +Ponendo nostra vita per suo amore, +Né perder se può quivi, al parer mio: +Chi starà contra noi, se nosco è Iddio? + +Né vi spaventi quella gran canaglia, +Benché abbia intorno la pianura piena; +Ché poco foco incende molta paglia, +E piccol vento grande acqua rimena. +Se forïosi entramo alla battaglia, +Non sosterranno il primo assalto apena. +Via! Loro adosso a briglie abandonate! +Già sono in rotta; io il vedo in veritate. - + +Nel fin de le parole Carlo Mano +La lancia arresta e sprona il corridore. +Or chi serìa quel traditor villano +Che, veggendo alla zuffa il suo segnore, +Non se movesse seco a mano a mano? +Qua se levò l'altissimo romore; +Chi suona trombe e chi corni, e chi crida: +Par che il cel cada e il mondo se divida. + +Da l'altra parte ancora e Saracini +Facean tremar de stridi tutto il loco. +Correndo l'un ver l'altro son vicini: +Discresce il campo in mezo a poco a poco, +Fosso non vi è né fiume che confini, +Ma urtarno insieme gli animi di foco, +Spronando per quel piano a gran tempesta; +Ruina non fu mai simile a questa. + +Le lancie andarno in pezzi al cel volando, +Cadendo con romore al campo basso, +Scudo per scudo urtò, brando per brando, +Piastra per piastra insieme, a gran fraccasso. +Questa mistura a Dio la racomando: +Re, caval, cavallier sono in un fasso, +Cristiani e Saracini, e non discerno +Qual sia del celo, qual sia de l'inferno. + +Chi rimase abattuto a quella volta, +Non vi crediati che ritrovi iscampo, +Ché adosso gli passò quella gran folta, +Né se sviluppâr mai di quello inciampo; +Ma la schiera pagana in fuga è volta, +E già de' nostri è più de mezo il campo; +Ferendo e trabuccando a gran ruina, +Via se ne va la gente saracina. + +Essendo da due arcate già fuggiti, +Pur li fece Agramante rivoltare; +Allora e nostri, in volta e sbigotiti, +Incominciarno il campo abandonare, +Fuggendo avanti a quei che avean seguiti: +Come intraviene al tempestoso mare, +Che il maestrale il caccia di riviera, +Poi vien sirocco, e torna dove egli era. + +Così tra Saracini e Cristïani +Spesso nel campo se mutava il gioco, +Or fuggendo or cacciando per quei piani, +Cambiando spesso ciascaduno il loco, +Benché e signori e' cavallier soprani +Se traesseno a dietro a poco a poco. +Pur la gente minuta e la gran folta +Com'una foglia ad ogni vento volta. + +Tre fiate fu ciascun del campo mosso, +Non potendo l'un l'altro sostenire. +La quarta volta se tornarno adosso, +E destinati son de non fuggire. +Petto con petto insieme fu percosso; +L'aspra battaglia e l'orrendo ferire +Or se incomincia e la crudel baruffa: +Questo con quello e quel con questo ha zuffa. + +Re Pulicano e Ottone, il bono anglese, +Se urtarno insieme con la spada in mano; +Rugiero al campo de' Cristian distese, +Ciò fu Grifon, cugin del conte Gano. +Ricardo ed Agramante alle contese +Stettero alquanto sopra di quel piano, +Ma al fin lo trasse il saracin de arcione, +Poi rafrontò Gualtier da Monlïone, + +E Barigano, el duca de Baiona, +E Gulielmier di Scoccia, Daniforte. +De Carlo Mano la real corona +Feritte in testa Balifronte a morte. +Re Moridano avea franca persona, +Né de lui Sinibaldo era men forte, +Sinibaldo de Olanda, il conte ardito: +Costor toccâr l'un l'altro a bon partito. + +Apresso Daniberto, il re frisone, +Col re de la Norizia, Manilardo; +Brunello il piccolin, che è un gran giottone, +Stava da canto con molto riguardo. +Ma poco apresso il re Tanfirïone +S'affrontò con Sansone, il bon picardo; +E gli altri tutti, senza più contare, +Chi qua chi là se avean preso che fare. + +È la battaglia in sé ramescolata, +Come io ve dico, a questo assalto fiero; +De crido in crido al fin fu riportata +Sin là dove era il marchese Oliviero, +Che combattuto ha tutta la giornata +Contra a Grandonio, il saracino altiero, +E fatto ha l'un a l'altro un gran dannaggio, +Benché vi è poco o nulla d'avantaggio. + +Ma, sì come Olivier per voce intese +L'alta travaglia ove Carlo è condotto, +Forte ne dolse a quel baron cortese: +Lasciò Grandonio e là corse di botto. +Così fu reportato anche al Danese, +Qual combatteva, e non era al desotto, +Anci ben stava a Serpentino al paro; +De la lor zuffa vi è poco divaro. + +Ma, come oditte che 'l re Carlo Mano +Entrato era a battaglia sì diversa, +Subitamente abandonò il pagano, +Io dico Serpentin, l'anima persa, +E via correndo il cavallier soprano +Poggetti e valli e gran macchie atraversa, +Sin che fu gionto sotto a l'alto monte +Ove azuffato è Carlo e Balifronte. + +Così a ciascun che al campo combattia, +Fu l'aspra zuffa subito palese, +Ove il re Carlo e la sua baronia +Contra Agramante stava alle contese. +L'un più che l'altro a gran fretta venìa +A spron battuti e redine distese, +E sì ve se adunarno a poco a poco, +Che ormai non è battaglia in altro loco. + +Però che 'l re Marsilio e Balugante, +Grandonio di Volterna e Serpentino +E l'altre gente sue, ch'eran cotante, +Mirando per quel monte il gran polvino, +Ben se stimarno che gli era Agramante, +Ed ormai gionger dovea per confino, +Onde tornarno adietro a dargli aiuto; +Ma già con lor non viene Feraguto. + +Però che era fiaccato in tal maniera +Dal pro' Ranaldo, come io vi contai, +Che, stando a rinfrescarsi alla riviera, +Più per quel giorno non tornò giamai. +Vago fu molto il loco dove egli era, +De fiori adorno e de occelletti gai, +Che empìan di zoia il boschetto cantando, +E là in nascosto stava ancora Orlando; + +Perché, poi che esso lasciò Pinadoro +(Non so se ricordate il convenente), +Venne in quel bosco e scese Brigliadoro, +E là pregava Iddio devotamente +Che le sante bandiere a zigli d'oro +Siano abattute e Carlo e la sua gente; +E pregando così come io ve ho detto, +Lo trovò Feraguto in quel boschetto. + +Né l'un de l'altro già prese sospetto +Come se fôrno insieme ravisati; +Ma qual fosse tra lor l'ultimo effetto, +Da poi vi narrarò, se me ascoltati. +Or l'aspro assalto che di sopra ho detto, +Quale ha tanti baron ramescolati, +Si rinovò sì crudo e sì feroce, +Che io temo che al contar manchi la voce. + +Onde io riprenderò di posa alquanto, +Poi tornarò con rime più forbite, +Seguendo la battaglia de che io canto, +Ove l'alte prodezze fiano odite +Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto. +Baron cortesi, ad ascoltar venite, +Perché al principio mio io me dispose +Cantarvi cose nove e dilettose. + +Canto trentesimoprimo + +Il sol girando in su quel celo adorno +Passa volando e nostra vita lassa, +La qual non sembra pur durar un giorno +A cui senza diletto la trapassa; +Ond'io pur chieggio a voi che sete intorno, +Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa, +Ed ogni affanno ed ogni pensier grave +Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave. + +Ed io, quivi a voi tuttavia cantando, +Perso ho ogni noia ed ogni mal pensiero, +E la istoria passata seguitando, +Narrar vi voglio il fatto tutto intiero, +Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando +Con Feraguto, quel saracin fiero, +Qual, come gionse in su l'acqua corrente, +Orlando il ricognobbe amantinente. + +Era in quel bosco una acqua di fontana; +Sopra alla ripa il conte era smontato, +Ed avea cinta al fianco Durindana, +E de ogni arnese tutto quanto armato. +Or così stando in su quella fiumana, +Gionse anche Feragù molto affannato, +Di sete ardendo e d'uno estremo caldo +Per la battaglia che avea con Ranaldo. + +Come fu gionto, senza altro pensare +Discese de lo arcione incontinente; +Trasse a sé l'elmo e, volendo pigliare +De l'onda fresca al bel fiume lucente, +O per la fretta o per poco pensare +L'elmo gli cadde in quella acqua corrente, +Ed andò al fondo sin sotto l'arena: +Di questo Feraguto ebbe gran pena. + +L'elmo nel fondo basso era caduto, +Né sa quel saracin ciò che si fare, +Se non in vano adimandare aiuto +E al suo Macone starsi a lamentare. +In questo Orlando l'ebbe cognosciuto +Al scudo e a l'arme che suolea portare; +Ed appressato a lui in su la riviera, +Lo salutò parlando in tal maniera: + +- Chi te puote aiutare, ora te aiute, +Ed usi verso te tanta pietate, +Che non te mandi a l'anime perdute, +Essendo cavallier di tal bontate. +Così te dricci alla eterna salute +Cognoscimento de la veritate; +Nel ciel gioia te doni e in terra onore, +Come tu sei de' cavallieri il fiore. - + +Alciando Feraguto il guardo altiero +A quel parlar cortese che ho contato, +Incontinente scorto ebbe il quartiero, +E ben se tenne alora aventurato, +Poi che la cima de ogni cavalliero +Aveva in quel boschetto ritrovato, +Parendo a lui de averlo a sua balìa +O de pigliarlo o farli cortesia. + +E fatto lieto, dove era dolente +Per quel bello elmo che è caduto al fondo, +- Non vo' - disse - dolermi per nïente +Più mai di caso che mi venga al mondo; +Perché, dove io stimai de esser perdente, +Più contento mi trovo e più iocondo +Che esser potesse mai de alcuno acquisto, +Dapoi che 'l fior d'ogni barone ho visto. + +Ma dimmi, se gli è licito a sapere: +Perché nel campo, ove è battaglia tanta, +Non te ritrovi a mostrar tuo potere, +Dove Ranaldo sol de onor si vanta? +Sopra di me ben l'ha fatto vedere, +Che son fatato dal capo alla pianta +Per tutti e membri, fora che un sol loco; +Ma ciò giovato me è nïente, o poco. + +Né credo che abbia il mondo altro barone +Qual superchi Ranaldo di valore, +Benché per tutto sia la opinïone +La qual ti tien di lui superïore; +Ma se veder potessi il parangone +E provar qual di voi fosse il minore +Di fortezza, destrezza e de ardimento, +E poi morissi, io moriria contento. + +E certo che io te volsi disfidare +Come io te viddi ed ebboti compreso, +Ché ogn'altra cosa fabula mi pare, +Poiché dal fio de Amon me son diffeso. - +Odendo Orlando questo ragionare, +De ira e de sdegno fu nel core acceso, +Onde rispose: - E' si può dir con vero +Ch'el fio de Amone è prodo cavalliero. + +Ma quel parlare e lunga cortesia +Qual tanto loda alcun fuor di misura, +Ne offende l'onor de altri in villania. +Se tu tenessi in capo l'armatura, +In poco d'ora si dimostraria +Quel parangon de che hai cotanta cura; +Se il valor di Ranaldo ti è palese, +Me provaresti, e forse alle tue spese. + +Poscia che stracco sei di gran travaglia, +Non ti farebbe adesso adispiacere, +Ché tornar voglio in campo alla battaglia, +E, mal per qual che sia, farò vedere +Se la mia spada al par d'una altra taglia. - +Così parlando il conte, al mio parere, +Con molta fretta ed animo adirato +Sopra al destrier salì de un salto armato. + +Rimase Feraguto alla foresta, +Che era affannato, come io ve contai, +Ed era disarmato de la testa, +E penò poi ad aver l'elmo assai. +Ma il conte Orlando menando tempesta +Via va correndo, e non se posa mai +Sin che fu gionto a ponto in quelle bande +Ove è la zuffa e la battaglia grande. + +Come io ve dissi nel passato giorno, +Re Carlo ed Agramante alla frontiera +Avea ciascuno e suoi baroni intorno: +Battaglia non fu mai più orrenda e fiera. +Non vi è chi voglia di vergogna scorno, +Ma ciascun vôl morir più volentiera +E che sia il spirto e l'animo finito, +Che abandonar del campo preso un dito. + +Le lancie rotte e' scudi fraccassati, +Le insegne polverose e le bandiere, +E' destrier morti e' corpi riversati +Facean quel campo orribile a vedere; +E' combattenti insieme amescolati, +Senza governo on ordine de schiere, +Facean romore e crido sì profondo, +Come cadesse con ruina il mondo. + +Lo imperator per tutto con gran cura +Governa, combattendo arditamente, +Ma non vi giova regula o misura: +Suo comandar stimato è per nïente; +E benché egli abbia un cor senza paura, +Pur mirando Agramante e sua gran gente, +De retirarse stava in gran pensiero, +Quando cognobbe Orlando al bel quartiero. + +Correndo venìa il conte di traverso, +Superbo in vista, in atto minacciante. +Levosse il crido orribile e diverso, +Come fu visto quel segnor de Anglante; +E se alcun forse avea l'animo perso, +Mirando il paladin se trasse avante; +E 'l re Carlon, che 'l vidde di lontano, +Lodava Idio levando al cel le mano. + +Or chi contarà ben l'assalto fiero? +Chi potrà mai quei colpi dessignare? +Da Dio l'aiuto mi farà mestiero, +Volendo il fatto aponto racontare; +Perché ne l'aria mai fu trono altiero, +Né groppo di tempesta in mezo al mare, +Né impeto d'acque, né furia di foco, +Qual l'assalir de Orlando in questo loco. + +Grandonio di Volterna, il fier gigante, +Gionto era alora alla battaglia scura; +Con un baston di ferro aspro e pesante +Copria de morti tutta la pianura. +Questo trovosse al conte Orlando avante, +E ben gli bisognava altra ventura, +Ché tal scontro di lancia ebbe il fellone, +Che mezo morto uscì fuor de l'arcione. + +Quel cadde tramortito alla foresta; +Il conte sopra lui non stette a bada, +Ma trasse il brando e mena tal tempesta +Come a ruina lo universo cada, +Fiaccando a cui le braccia, a cui la testa. +Non si trova riparo a quella spada, +Né vi ha diffesa usbergo, piastra, o maglia, +Ché omini e l'arme a gran fraccasso taglia. + +Cavalli e cavallieri a terra vano +Ovunque ariva il conte furïoso. +Ecco tra gli altri ha visto Cardorano, +Quel re di Mulga, che è tutto peloso. +Il paladin il gionse ad ambe mano, +E parte il mento e 'l collo e 'l petto gioso; +Lui cade de l'arcion morto di botto, +Il conte il lascia e segue il re Gualciotto: + +Il re Gualciotto di Bellamarina, +Qual ben fuggia da lui più che di passo; +E 'l conte fra la gente saracina +Segue lui solo e mena gran fraccasso, +Ché porlo in terra al tutto se destina; +Ma avanti se gli oppose Dudrinasso, +A benché dir non sappia in veritate +Se sua sciagura fosse o voluntate. + +Costui ch'io dico, è re de Libicana. +Un volto non fu mai cotanto fiero, +Larga la bocca avea più de una spana; +Grosso e membruto e come un corbo nero. +Orlando lo assalì con Durindana +Ed ispiccolli il capo tutto intiero; +Via volò l'elmo, e dentro avia la testa: +Già per quel colpo il conte non s'arresta, + +Perché adocchiato avea Tanfirïone, +Re de Almasilla, orrenda creatura, +Che esce otto palmi e più sopra a l'arcione, +Ed ha la barba insino alla cintura. +A questo gionse il figlio de Melone, +E ben gli fece peggio che paura, +Perché ambedue le guanze a mezo 'l naso +Partì a traverso il viso a quel malvaso. + +Né a sì gran colpi in questo assalto fiero +Giamai se allenta il valoroso conte. +Più non se trova re né cavalliero +Qual pur ardisca di guardarlo in fronte, +Quando vi gionse il giovane Rugiero, +E vidde fatto di sua gente un monte: +Un monte rasembrava più né meno, +Tutto di sangue e corpi morti pieno. + +Cognobbe Orlando a l'insegna del dosso, +A benché a poco se ne discernia, +Ché il quarto bianco quasi è tutto rosso, +Pel sangue de' Pagan che morti avia. +Verso del conte il giovane fu mosso: +Ben vi so dir che ormai de vigoria, +De ardire e forza e di valore acceso, +Una sol dramma non vi manca a peso. + +E se incontrarno insieme a gran ruina: +Tempesta non fu mai cotanto istrana +Quando duo venti in mezo la marina +Se incontran da libezio a tramontana. +De le due spade ogniuna era più fina: +Sapeti ben qual era Durindana, +E qual tagliare avesse Balisarda, +Che fatasone e l'arme non riguarda. + +Per far perire il conte questo brando +Fu nel giardin de Orgagna fabricato: +Come Brunello il ladro il tolse a Orlando, +E come Rugier l'ebbe, è già contato, +Più non bisogna andarlo ramentando; +Ma seguendo l'assalto incominciato, +Dico che un sì crudele e sì perverso +Non fu veduto mai ne l'universo. + +Come loro arme sian tela di ragna, +Tagliano squarci e fanno andare al prato. +Di piastre era coperta la campagna, +Ciascadun de essi è quasi disarmato, +E l'un da l'altro poco vi guadagna: +Sol di colpi crudeli han bon mercato; +E tanto nel ferir ciascun s'affretta, +Che l'una botta l'altra non aspetta. + +Sopra de Orlando il giovane reale +Ad ambe mano un gran colpo distese, +E spezzò l'elmo dal cerchio al guanzale, +Ché fatason né piastra lo diffese. +Vero che al conte non tocca altro male, +Come a Dio piacque; ché il colpo discese +Tra la farsata aponto e le mascelle, +Sì che lo rase e non toccò la pelle. + +Orlando ferì lui con tanta possa, +Che spezzò il scudo a gran destruzïone, +Né lo ritenne nerbo o piastra grossa, +Ma tutto lo partì sino a lo arcione; +E fuor discese il colpo ne la cossa, +Tagliando arnese ed ogni guarnisone: +La carne non tagliò, ma poco manca, +Ché il celo aiuta ogni persona franca. + +Fermate eran le gente tutte quante +A veder questi duo sì ben ferire; +Ed in quel tempo vi gionse Atalante, +Qual cercava Rugiero, il suo disire; +E come visto l'ebbe a sé davante +Per quel gran colpo a risco de morire, +Subito prese tanto disconforto, +Che quasi dal destrier cadde giù morto. + +Incontinente il falso incantatore +Formò per sua mala arte un grande inganno +E molta gente finse, con romore, +Che fanno a Cristïan soperchio danno. +Nel mezo sembra Carlo imperatore +Chiamando: - Aiuto! aiuto! - con affanno: +Ed Olivier legato alla catena, +Un gran gigante trasinando il mena. + +Ranaldo a morte là parea ferito, +Passato de un troncone a mezo il petto, +E cridava: - Cugino, a tal partito +Me lasci trasinar con tal dispetto? - +Rimase Orlando tutto sbigotito, +Mirando tanto oltraggio al suo cospetto, +Poi tutto il viso tinse come un foco +Per la grande ira, e non trovava loco. + +A gran roina volta Brigliadoro, +E Rugiero abandona e la battaglia, +Né prende al speronare alcun ristoro. +Avanti ad esso fugge la canaglia, +Menando li pregioni in mezo a loro, +Che gli ha de intorno fatto una serraglia; +E proprio sembra che li porti il vento, +Tanta è la forza de lo incantamento! + +Rugier, poiché partito è il paladino, +Rimase assai turbato ne la mente; +Prese una lancia e, rivolto Frontino, +Con molta furia dà tra nostra gente, +E sopra al campo ritrovò Turpino. +Né vespro o messa a lui valse nïente, +Né paternostri on altre orazïone, +Ché a gambe aperte uscì fuor de l'arcione. + +Rugier lo lascia e a gli altri se abandona, +Come dal monte corre il fiume al basso; +Colse nel petto al duca di Baiona, +E tutto lo passò con gran fraccasso. +Re Salamon, che in capo ha la corona, +Andò col suo destrier tutto in un fasso; +Dà a Belenzero, Avorio, Ottone e Avino: +Tra lor non fu vantaggio de un lupino; + +Ché tutti quattro insieme nel sabbione +Se ritrovarno a dar de' calci al vento. +Rugier tutti gli abatte, el fier garzone, +E sempre cresce in forza ed ardimento; +Poi riscontrò Gualtier da Monlïone, +E fuor di sella il caccia con tormento. +Non fu veduto mai cotanta lena: +Quanti ne trova, al par tutti li mena. + +Già gli altri saracin, che prima ascosi +Per la tema de Orlando eran fuggiti, +Or più che mai ritornano animosi, +E sopra al campo se mostrano arditi. +Rugier fa colpi sì meravigliosi, +Che quasi sono e nostri sbigotiti, +Né posson contrastare a tanta possa; +La gente a le sue spalle ognior se ingrossa. + +Però che 'l re Agramante e Martasino +Dopo Rugiero entrarno al gran zambello, +Mordante e Barigano e 'l re Sobrino, +Atalante il mal vecchio e Dardinello, +Mulabuferso, il franco saracino; +E dietro a tutti stava il re Brunello, +Benché conforta ogniom che avanti vada, +Per governar qualcosa che gli cada. + +Rugier davanti fa sì larga straza +Che non bisogna a lor troppa possancia, +Né fuor del fodro ancor la spada caza, +Però che resta integra la sua lancia. +Ben vi so dir che Carlo oggi tramaza, +E fia sconfitta la corte di Francia. +Ma non posso al presente tanto peso: +Nel terzo libro lo porrò disteso. + +Prima vi vo' contar quel che avenisse +Del conte Orlando, il quale avea seguito +Quel falso incanto, sì come io vi disse, +Ove sembrava Carlo a mal partito. +Parea che avanti a lui ciascun fuggisse +Tremando di paura e sbigotito, +Sin che fôr gionti al mare in su l'arena, +Poco lontani alla selva de Ardena. + +Di verde lauro quivi era un boschetto +Cinto d'intorno de acqua di fontana, +Ove disparve il popol maledetto: +Tutto andò in fumo, come cosa vana. +Ben se stupitte il conte, vi prometto, +Per quella meraviglia tanto istrana, +E sete avendo per la gran calura, +Entrò nel bosco in sua mala ventura. + +Come fu dentro, scese Brigliadoro +Per bere al fonte che davanti appare; +Poi che legato l'ebbe ad uno alloro, +Chinosse in su la ripa a l'onde chiare. +Dentro a quell'acqua vidde un bel lavoro, +Che tutto intento lo trasse a mirare: +Là dentro de cristallo era una stanza +Piena di dame: e chi suona, e chi danza. + +Le vaghe dame danzavano intorno, +Cantando insieme con voce amorose, +Nel bel palagio de cristallo adorno, +Scolpito ad oro e pietre prezïose. +Già se chinava a l'occidente il giorno, +Alor che Orlando al tutto se dispose +Vedere il fin di tanta meraviglia, +Né più vi pensa e più non se consiglia; + +Ma dentro a l'acqua sì come era armato +Gettossi e presto gionse insino al fondo, +E là trovosse in piede, ad un bel prato: +Il più fiorito mai non vidde il mondo. +Verso il palagio il conte fu invïato, +Ed era già nel cor tanto giocondo, +Che per letizia s'amentava poco +Perché fosse qua gionto e di qual loco. + +A lui davante è una porta patente, +Qual d'oro è fabricata e di zafiro, +Ove entrò il conte con faccia ridente, +Danzando a lui le dame atorno in giro. +Mentre che io canto, non posa la mente, +Ché gionto sono al fine, e non vi miro; +A questo libro è già la lena tolta: +Il terzo ascoltareti un'altra volta. + +Alor con rime elette e miglior versi +Farò battaglie e amor tutto di foco; +Non seran sempre e tempi sì diversi +Che mi tragan la mente di suo loco; +Ma nel presente e canti miei son persi, +E porvi ogni pensier mi giova poco: +Sentendo Italia de lamenti piena, +Non che or canti, ma sospiro apena. + +A voi, legiadri amanti e damigelle, +Che dentro ai cor gentili aveti amore, +Son scritte queste istorie tanto belle +Di cortesia fiorite e di valore; +Ciò non ascoltan queste anime felle, +Che fan guerra per sdegno e per furore. +Adio, amanti e dame pellegrine: +A vostro onor di questo libro è il fine. + +Libro terzo + +Canto primo + +Come più dolce a' naviganti pare, +Poi che fortuna li ha battuti intorno, +Veder l'onda tranquilla e queto il mare, +L'aria serena e il cel di stelle adorno; +E come il peregrin nel caminare +Se allegra al vago piano al novo giorno, +Essendo fuori uscito alla sicura +De l'aspro monte per la notte oscura; + +Così, dapoi che la infernal tempesta +De la guerra spietata è dipartita, +Poi che tornato è il mondo in zoia e in festa +E questa corte più che mai fiorita, +Farò con più diletto manifesta +La bella istoria che ho gran tempo ordita: +Venite ad ascoltare in cortesia, +Segnori e dame e bella baronia. + +Le gran battaglie e il trïomfale onore +Vi contarò di Carlo, re di Franza, +E le prodezze fatte per amore +Dal conte Orlando, e sua strema possanza; +Come Rugier, che fu nel mondo un fiore, +Fosse tradito; e Gano di Maganza, +Pien de ogni fellonia, pien de ogni fele, +Lo uccise a torto, il perfido crudele. + +E seguirovi, sì come io suoliva, +Strane aventure e battaglie amorose, +Quando virtute al bon tempo fioriva +Tra cavallieri e dame grazïose, +Facendo prove in boschi ed ogni riva, +Come Turpino al suo libro ce espose. +Ciò vo' seguire, e sol chiedo di graccia +Che con diletto lo ascoltar vi piaccia. + +Nel tempo che il re Carlo de Pipino +Mantenne in Franza stato alto e giocondo, +Uscì di Tramontana un Saracino, +Che pose quasi lo universo al fondo; +Né dove il sol se leva a matutino, +Né dove calla, né per tutto il mondo, +Fo mai trovato in terra un cavalliero +Di lui più franco e più gagliardo e fiero. + +Mandricardo appellato era il Pagano, +Qual tanta forza e tale ardire avia, +Che mai non vestì l'arme il più soprano, +Ed era imperator di Tartaria; +Ma fo tanto superbo ed inumano +Che sopra alcun non volse segnoria, +Che non fosse in battaglia esperto e forte: +A tutti gli altri facea dar la morte. + +Onde fo il regno tutto disertato, +Abandonò ciascuno il suo paese. +Ora trovosse un vecchio disperato, +Qual, non sapendo fare altre diffese, +Passando avanti al re preso e legato +Con alti cridi a terra se distese, +Facendo sì diverso lamentare +Che ogni om trasse intorno ad ascoltare. + +- Mentre ch'io parlo, - disse il vecchio - aspetta, +E poi farai di me quel che ti pare. +L'anima del tuo patre maledetta +Non può il mal fiume allo inferno passare, +Perché scordata se è la sua vendetta. +Sopra alla ripa stassi a lamentare: +Stassi piangendo e tien la testa bassa, +Ché ogni altro morto sopra li trapassa. + +Il tuo patre Agrican, non so se 'l sai, +O nol saper te infingi per paura, +Dal conte Orlando occiso fo con guai: +A te del vendicar tocca la cura. +Tu fai morir chi non te offese mai, +E meni per orgoglio tanta altura; +Non è stimato, datelo ad intendere, +Chi offende quel che non si può deffendere. + +Va, trova lui, che ti potrà respondere, +E mostra contra a Orlando il tuo furore. +La tua vergogna non si può nascondere: +Troppo è palese ogni atto de segnore. +Codardo e vile, or non ti dèi confondere +Pensando alla onta grande e il disonore +Qual ti fu fatto? E sei tanto da poco +Che hai faccia de apparire in alcun loco? - + +Così cridava il vecchio ad alta voce, +Come io vi conto, e più volea seguire; +Se non che Mandricardo, il re feroce, +A lo ascoltar non puote sofferire. +Una ira sì rovente il cor li coce, +Che se convenne subito partire, +E ne la zambra se serrò soletto, +Di sdegno ardendo tutto e de dispetto. + +Dopo molto pensar prese partito +Suo stato e tutto il regno abandonare. +Per non esser da altrui mostrato a dito +Giurò nella sua corte mai tornare, +Ma reputar se stesso per bandito +Sin che il suo patre possa vendicare; +Né a sé ritenne tal pensiero in petto, +Ma palesollo e poselo ad effetto. + +Avendo a tutto il regno proveduto +Di bon governo de ottima persona, +Nel tempio de' suoi dei ne fo venuto, +E sopra al foco offerse la corona; +Poi se partì la notte scognosciuto, +Ed a fortuna tutto se abandona: +Senza arme, a piede, come peregrino +Verso ponente prese il suo camino. + +Arme non tolse e non mena destriero, +Per non voler che al mondo fosse detto +Che alcuno aiuto a lui facea mestiero +Per vendicar sua onta e suo dispetto. +E lui prosume molto de legiero +De acquistarse arme e un bon destrier eletto, +Sì che ponga ad effetto el suo disegno +Sol sua prodezza, e non forza di regno. + +Così, soletto sempre caminando, +Passò gli Armeni ed altra regïone, +E da un colletto un giorno remirando +Presso a una fonte vidde un paviglione. +Là giù se calla, nel suo cor pensando, +Se vi trova arme dentro né ronzone, +Per forza o bona voglia a ogni partito +Non se levar de là se non fornito. + +Poiché fu gionto in su la terra piana, +Ne la cortina entrò senza paura. +Non vi è persona prossima o lontana, +Che abbia del pavaglion guarda né cura; +Solo una voce uscì de la fontana, +Qual gorgogliava per quella acqua pura, +Dicendo: - Cavallier, per troppo ardire +Fatto èi pregione, e non te poi partire. - + +O che lui non odette, o non intese, +Alle parole non pose pensiero, +Ma per il pavaglione a cercar prese, +Se ivi trovasse né arme né destriero. +L'arme a un tapete tutte eran distese, +Ciò che bisogna aponto a un cavalliero; +E lì fuori ad un pino in su quel sito +Legato era un ronzon tutto guarnito. + +Quello ardito baron senza pensare +L'arme se pose adosso tutte quante. +Preso è il destriero e, via volendo andare, +Subito un foco a lui sorse davante. +Nel pino prima si ebbe a divampare, +E, quello acceso sin sotto le piante, +Per ogni lato il foco se trabocca, +Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca. + +Gli arbori e l'erbe e pietre di quel loco +Tutte avamparno a gran confusïone; +La fiamma cresce intorno a poco a poco, +Tanto che dentro chiuse quel barone. +A lui se aventa lo incantato foco +Ne l'elmo, el scudo, ed ogni guarnisone, +E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia +Gli ardeano a cerco, come arida paglia. + +El cavallier per cosa tanto istrana +Lo usato orgoglio ponto non abassa; +Smonta de arcion quella anima soprana, +Per mezo il foco via correndo passa. +Come fu gionto sopra alla fontana, +Dentro vi salta e al fondo andar si lassa; +Né più potea campare ad altra guisa: +Arso era tutto insino alla camisa. + +Ché, come io dissi, e piastre e maglia e scudo +Gli ardeano atorno come foco di esca; +Arse la giuppa, e lui rimase ignudo +Sì come nacque, in mezo a l'onda fresca; +E mentre che a diletto il baron drudo +Per la bella acqua se solaccia e pesca, +Parendo ad esso uscito esser de impaccio, +Ad una dama se ritrova in braccio. + +Era la fonte tutta lavorata +Di marmo verde, rosso, azurro e giallo +E l'acqua tanto chiara e riposata, +Che traspareva a guisa de cristallo; +Onde la dama che entro era spogliata, +Così mostrava aperto senza fallo +Le poppe e il petto e ogni minimo pelo, +Come de intorno avesse un sotil velo. + +Questa ricolse in braccio quel barone, +Basandoli la bocca alcuna fiata, +E disse ad esso: - Voi seti pregione, +Come molti altri, al Fonte de la Fata; +Ma, se sereti prodo campïone, +Cotanta gente fia per voi campata, +Tanti altri cavallieri e damigelle, +Che vostra fama passarà le stelle. + +Perché intendiati il fatto a passo a passo, +Fece una fata ad arte la fontana, +Che tanti cavallieri ha posti al basso, +Che nol potria contar la gente umana. +Quivi pregione è il forte re Gradasso, +Quale è segnor di tutta Sericana; +Di là da la India grande è il suo paese: +Tanto è potente, e pur non se diffese! + +Seco pregione è il nobile Aquilante +E lo ardito Grifon, che è suo germano, +Ed altri cavallieri e dame tante, +Che a numerarli me affatico invano. +Oltre a quel poggio che vedeti avante, +Edificato è un bel castello al piano, +Ove rinchiuse dentro ha quella fata +L'arme di Ettorre, e mancavi la spata. + +Ettor di Troia, il tanto nominato, +Fu la eccellenzia di cavalleria, +Né mai si trovarà né fu trovato +Chi il pareggiasse in arme o in cortesia. +Ne la sua terra essendo assedïato +Da re settanta ed altra baronia, +Dece anni a gran battaglie e più contese: +Per sua prodezza sol se la difese. + +Mentre ch'egli ebbe il grande assedio intorno, +Se può donar tra gli altri unico vanto +Che trenta ne sconfisse in un sol giorno, +Che de battaglia avea mandato il guanto; +Poi d'ogni altra virtù fu tanto adorno, +Che il par non ebbe il mondo tutto quanto, +Né il più bel cavallier, né il più gentile; +A tradimento poi lo occise Achile. + +Come fu morto, andò tutta a roina +Troia la grande e consumosse in foco. +Or dir vi vo' di sua armatura fina +Come se trovi adesso in questo loco. +Prima la spata prese una regina +Pantasilea nomata; e in tempo poco, +Essendo occisa in guerra, perse il brando; +Poi l'ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando. + +Tal spata Durindana è nominata +(Non so se mai la odesti racordare), +Che sopra a tutti e brandi vien lodata. +Or de l'altre arme vi voglio contare. +Poi che fu Troia tutta dissipata, +Gente da quella se partì per mare +Sotto un lor duca nominato Enea; +Lui tutte l'arme eccetto il brando avea. + +De Ettorre era parente prossimano +El duca Enea, che avea quella armatura; +E questa fata, per un caso istrano, +Trasse tal duca de disaventura, +Che era condotto a un re malvaggio in mano, +Che 'l tenea chiuso in una sepoltura: +Stimando trar da lui tesoro assai, +Lo tenea chiuso e preso in tanti guai. + +La fata con incanto lo disciolse, +Per arte il trasse fuor del monumento, +E per suo premio le belle arme volse, +E il duca de donarle fu contento. +Lei poscia a questo loco se racolse +E fece l'opra de lo incantamento +Onde io vi menarò, quando vi piacia, +E provarò se in core aveti audacia. + +Ma quando non ve piaccia de venire +E vinto vi trovati da viltate, +Contro a mia voglia me vi convien dire +Quel che serà di voi la veritate: +In questa fonte vi convien perire, +Come perita vi è gran quantitate; +De quai memoria non serà in eterno, +Ché il corpo è al fondo e l'anima a lo inferno. - + +A Mandricardo tal ventura pare +Vera e non vera, sì come si sogna; +Pur rispose alla dama: - Io voglio andare +Ove ti piace e dove mi bisogna; +Ma così ignudo non so che mi fare, +Ché me ritiene alquanto la vergogna. - +Disse la dama: - Non aver pavento, +Ché a questo è fatto bon provedimento. - + +E soi capegli a sé sciolse di testa, +Ché ne avea molti la dama ioconda, +Ed abracciato il cavallier con festa +Tutto il coperse de la treccia bionda; +Così, nascosi entrambi di tal vesta, +Uscîr di quella fonte la bella onda, +Né ferno al dipartir lunga tenzone, +Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione. + +Non lo avea tocco, come io disse, il foco, +Pieno è di fiori e rose damaschine. +Loro a diletto se posarno un poco +Entro un bel letto adorno de cortine. +Già non so dir se fecero altro gioco, +Ché testimonio non ne vide el fine; +Ma pur scrive Turpin verace e giusto +Che il pavaglion crollava intorno al fusto. + +Poi che fôr stati un pezo a cotal guisa +Tra fresche rose e fior che mena aprile, +La damigella prese una camisa +Ben perfumata, candida e sotile; +Poi de una giuppa a più color divisa +Di sua man vestì il cavallier gentile; +Calcie gli diè vermiglie e speron d'oro, +Poi lo armò a maglia de sotil lavoro. + +Dopo lo arnese lo usbergo brunito +Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco, +E uno elmo a ricche zoie ben guarnito +Li porse e cotta d'arme e scudo bianco; +Indi condusse un gran destriero ardito, +E Mandricardo non parve già stanco, +Né che lo impacci l'arme o guarnisone: +D'un salto armato entrò sopra allo arcione. + +La damigella prese un palafreno +Che ad un verde genevre era legato, +E caminando un miglio o poco meno +Passarno il colle e gionsero al bel prato, +Dicendo a lui la dama: - Intendi appieno, +Ché tutto il fatto ancor non te ho contato: +Acciò che intenda ben quel che hai a fare, +Col re Gradasso converrai giostrare. + +Adesso del castello è campïone +E diffensore il re tanto membruto; +Cotale impresa prima ebbe Grifone, +Qual da lui poco avanti fu abattuto. +Se quel te vince, restarai pregione +Sin che altro cavallier ti doni aiuto; +Ma se lui getti sopra alla pianura, +Te provarai a l'ultima ventura. + +Provar convienti al glorïoso acquisto +Di prender l'arme che fôrno di Ettòre; +Più forte incanto il mondo non ha visto, +E sino a qui ciascun combattitore +Ce è reuscito a tale impresa tristo, +Né par che gionga alcuno a tanto onore; +E tu la proverai, poiché èi venuto: +Fortuna o tua virtù ti darà aiuto. - + +Così parlando gionsero al castello. +Mai non se vidde il più ricco lavoro: +Le mura ha de alabastro, e il capitello +De ogni torre è coperto a piastre d'oro. +Verdeggiava davanti un praticello +Chiuso de mirto e de rami de aloro +Piegati insieme a guisa di steccato, +E stavi dentro un cavalliero armato. + +- El re Gradasso è quel che avanti appare - +Disse la dama - dentro a quel ridotto. +Ora con me non averai a fare, +Che sempre teco mi trovai di sotto. - +E Mandricardo, odendo tal parlare, +La vista a l'elmo se chiuse di botto; +Spronando a tutta briglia e gran tempesta, +A mezo il corso l'asta pose a resta. + +Da l'altra parte il forte re Gradasso +Contra di lui se mosse con gran fretta. +Alcun de' duo corsier non mostra lasso, +Anci sembravan folgore e saetta, +E se incontrarno insieme a tal fraccasso, +Che par che nello inferno il cel si metta +E la terra profondi e la marina: +Odita non fu mai tanta ruina. + +Ni quel ni questo se mosse de arcione, +E sì fiaccarno l'una e l'altra lanza, +Che sino a l'aria andava ogni troncone: +Un palmo integro d'esse non avanza. +Or veder se conviene il parangone +De' cavallieri e l'ultima possanza, +Perché, voltati con le spade in mano, +Se razuffarno insieme in su quel piano. + +Cominciâr la battaglia orrenda e scura: +Già non mostrava un scherzo il crudo gioco, +Ché pure a riguardarlo era paura, +Perché a ogni colpo se avampava el foco. +A pezzi si ne andava ogni armatura, +Già ne era pieno il prato in ogni loco; +E lor pur drieto, e non guardano a quella: +Ciascuno a più furor tocca e martella. + +Duo guerrier son costor di bona raccia, +E ben lo dimostravan ne lo aspetto: +Cinque ore e più durò tra lor la traccia; +Pervennero alla fine in questo effetto, +Che Mandricardo il re Gradasso abraccia +Per trarlo de lo arcione al suo dispetto, +E il re Gradasso a lui se era afferrato, +Sì che ne andarno insieme in su quel prato. + +Non so se fu fortuna o fusse caso, +Quando caderno entrambi de lo arcione +Di sopra Mandricardo era rimaso, +E convenne a Gradasso esser pregione. +Già se ne andava il sol verso l'occaso +Allor che se finì la questïone, +E la donzella di cui vi ho parlato, +Con piacevol sembiante entrò nel prato; + +Ed a Gradasso disse: - O cavalliero, +Vetar non pôsse quel che vôl fortuna; +Lasciar questa battaglia è di mestiero, +Perché la notte vene e il cel se imbruna. +Ma a te che hai vinto, tocca altro pensiero; +E dir ti so che mai sotto la luna +Fo sì strana ventura in terra o in mare, +Come al presente converrai provare. + +Come di novo il giorno sia apparito, +Vedrai l'arme di Ettorre e chi le guarda; +Ora che il sole all'occidente è gito, +Entrar non pôi, ché l'ora è troppo tarda. +In questo tempo pigliaren partito +Che tua persona nobile e gagliarda +Qua sopra a l'erba prenda alcun riposo, +Sin che il sol se alci al giorno luminoso. + +Dentro alla rocca non potresti entrare +(Di notte mai non se apre quella porta); +Tra fiori e rose qua pôi riposare, +Ed io vegliando a te farò la scorta. +Ben, se ti piace, te posso menare +Ove una dama grazïosa e accorta +Onora ciascaduno a un suo palagio, +Ma temo che ivi avresti onta e dannagio. + +Perché un ladron, che Dio lo maledica! +Quale è gigante e nome ha Malapresa, +Alla donzella, come sua nemica, +Fa gran danno ed oltraggio ed ogni offesa; +Onde non pigliarai questa fatica, +Ché converresti seco aver contesa, +Né a te bisogna più briga cercare, +Perché domane avrai troppo che fare. - + +Rispose Mandricardo: - In fede mia, +Tutto è perduto il tempo che ne avanza, +Se in amor non si spende o in cortesia, +O nel mostrare in arme sua possanza; +Onde io ti prego per cavalleria +Che me conduci dentro a quella stanza +Qual m'hai contata; e farem male, o bene, +Se Malapresa ad oltraggiar ce viene. - + +Per compiacere adunque al cavalliero +La damigella se pose a camino. +Lei era a palafreno, esso a destriero, +Sì che in poca ora gionsero al giardino +Ove è posto il palagio del verziero, +Qual lustreggiava tutto quel confino; +Cotanti lumi accesi avea de intorno, +Che si cerniva come fusse il giorno. + +Sopra alla porta del palagio altano +Era un verone adorno a meraviglia, +Ove si stava giorno e notte un nano, +Che di far guarda molto se assotiglia. +Come suonato ha il corno, a mano a mano +Corre de intorno tutta la famiglia; +E se egli è Malapresa, il rio ladrone, +Saette e sassi tran da ogni balcone. + +Se egli è barone, o cavalliero errante, +Dece donzelle, ad onorare avezze, +Apron la porta e con lieto sembiante +Al cavallier fan festa e gran carezze; +E notte e giorno il servon tutte quante, +Con sì bon viso e tal piacevolezze +E con tanto piacere e tanta zoglia, +Che indi a partirse mai non li vien voglia. + +Dunque a tal modo tra le dame accolto +Fu Mandricardo con faccia serena. +La dama del verzier con lieto volto +A braccio seco festeggiando il mena; +Né passeggiarno per la loggia molto, +Che con diletto se assettarno a cena, +Serviti alla real di banda in banda +De ogni maniera de ottima vivanda. + +A lor davanti cantava una dama, +E con la lira a sé facea tenore, +Narrando e gesti antichi e di gran fama, +Strane aventure e bei moti d'amore; +E mentre che de odire avean più brama, +Odirno per la corte un gran romore. +- Ahimè! ahimè! - dicean - che cosa è questa, +Che 'l nano suona il corno a tal tempesta? - + +Così dicean le dame tutte quante, +E ciascuna nel viso parea morta. +Già Mandricardo non mutò sembiante, +Ché era venuto a posta per tal scorta. +Perché intendiati il tutto, quel gigante +De cui vi dissi, avea rotta la porta, +E del romore e gran confusïone +Che ora vi conto, lui ne era cagione. + +Entrò cridando quel dismisurato: +Parean tremar le mura alla sua voce; +De una spoglia di serpe ha il busto armato, +Che spata o lancia ponto non vi nôce. +Portava in mano un gran baston ferrato +Con la catena il malandrin feroce; +In capo avea di ferro un bacinetto, +Nera la barba e grande a mezo il petto. + +Quando egli entrava ne la loggia aponto, +Tratto avea Mandricardo il brando apena; +Né stette a calcular la posta o il conto, +Ma nel primo arivare assalta e mena, +Ed ebbe nella cima il baston gionto, +E via tagliò di netto la catena. +Ricopra il colpo e tira un manroverso, +E tagliò tutto il scudo per traverso. + +Per questo colpo il gigante adirato +Menò del suo baston, che a due man prese; +E il cavallier de un salto andò da lato, +E ben de gioco a quella posta rese; +A ponto gionse dove avea segnato, +Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese, +E spezzò quello e le calcie di maglia, +Sì che le gambe ad un colpo gli taglia. + +Quel cade a terra. A voi lascio pensare +Se le donzelle ne menavon festa. +Più Mandricardo nol volse toccare, +Onde un sergente li partì la testa. +Fuor del palagio il fecer trasinare, +E longi il sepellirno alla foresta; +Le gambe gettâr seco in quella fossa: +Di lui più mai non si parlò da possa. + +Come se stato mai non fosse al mondo, +Di lui più non si fa ragionamento. +Le dame cominciarno un ballo in tondo, +Suonando a fiato, a corde ogni instromento, +Con voci vive e canto sì iocondo, +Che ciascun qual ne avesse intendimento, +Essendo poco a quel giardin diviso, +Giurato avria là dentro il paradiso. + +Così durando il festeggiar tra loro, +Bona parte di notte era passata, +E stando incerco come a consistoro, +Venne di dame una nova brigata: +Chi ha frutti, chi confetti e coppe d'oro, +E ciascuna fu presto ingenocchiata, +E la dama cortese e il cavalliero +Se renfrescarno senza altro pensiero. + +De bianche torze vi è molto splendore, +E girno a riposar senza sospetti. +Parate eran le zambre a grande onore +De fina seta e bianchissimi letti; +Rame de aranci intorno a molto odore, +E per quei rami stavano ocelletti, +Che a' lumi accesi se levarno a volo. +Ma qua non stette il cavallier lui solo, + +Perché una dama il rimase a servire +De ciò che chieder seppe, più ni meno. +La notte ivi ebbe assai che fare e dire, +Ma più ne avrà nel bel giorno sereno, +Come tornando potereti odire +Lo orrendo canto e di spavento pieno, +Che il maggior fatto mai non fo sentito. +Addio, segnori: il canto è qui finito. + +Canto secondo + +Il sol, de raggi d'oro incoronato, +Trasse il bel viso fuor de la marina, +E il cel depinto di color rosato +Già nascondea la stella matutina; +Sentiasi entro il palagio in ogni lato +Cantar la rondinella peregrina, +E li augelletti nel giardino intorno +Facean bei versi a lo apparir del giorno; + +Quando dal sonno Mandricardo sciolto +Uscì di zambra e nel prato discese; +Ad una fonte renfrescosse il volto, +E prestamente se vestì lo arnese. +Combiato avendo da le dame tolto, +Là dove era venuto, il camin prese, +E quella dama che l'avea guidato, +Non l'abandona e sempre gli è da lato. + +Ragionando con seco tuttavia +De arme e de amore e cose dilettose, +Lo ricondusse in quella prataria +Ove eran l'opre sì maravigliose. +Lo alto edificio avanti se vedia, +Candido tutto a pietre luminose, +Con torre e merli, a guisa di castello: +Mai vide al mondo un altro tanto bello. + +Un quarto avea de miglio ad ogni fronte, +Ed era quadro aponto di misura; +Dritto a levante avea la porta e il ponte, +Ove se puote entrar senza paura: +Ma come ariva cavalliero o conte +Sopra alla soglia dell'entrata, giura +Con perfetta leanza e dritta fede +Toccar quel scudo che davante vede. + +Posto è il bel scudo in mezo a la gran piaza, +A ricontarvi el come non dimoro; +Avea la corte intorno ad ogni faza +Logie dipinte con sotil lavoro; +Gran gente era ritratta ad una caza, +E un gentil damigello era tra loro: +Più bel di lui tra tutti non si vede, +Ed avea scritto al capo: 'Ganimede.' + +Tutta la istoria sua vi era ritratta +Di ponto in ponto, che nulla vi manca: +Come, cacciando alla selva disfatta, +Lo portò sino al cel l'acquila bianca, +Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta, +Sino al giorno che Ettòr, l'anima franca, +Occiso fu nel campo a tradimento; +Cangiò Priamo e l'arme e il vestimento. + +L'acquila prima avea bianche le piume, +Ché candida dal celo era mandata; +Ma poi che Troia fie' de pianti un fiume, +Ne la crudele e misera giornata +Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume, +La lieta insegna allor fu tramutata: +Per somigliarse a sua scura fortuna, +L'acquila bianca travestirno a bruna. + +Benché el scudo d'Ettòr, che io vi ho contato, +Quale era posto in mezo alla gran corte, +Non era in parte alcuna tramutato; +Ma tal quale il portava il baron forte, +Ad un pilastro d'oro era chiavato, +Ed avea scritto sopra in lettre scorte: +' Se un altro Ettòr non sei, non mi toccare: +Chi me portò, non ebbe al mondo pare.' + +Di quel color che mostra il cel sereno +Avea il scudo, ch'io dico, appariscenzia. +La dama dismontò del palafreno +E fece in su la terra riverenzia, +E Mandricardo fece più né meno; +Poi passò dentro senza resistenzia. +Essendo gionto in mezo a quel bel loco, +Trasse la spada e toccò el scudo un poco. + +Come fu tocco il scudo con la spada, +Tremò de intorno tutto il territoro, +Con tal romor che par che il mondo cada; +Indi se aperse il campo del tesoro. +Questo era un campo folto de una biada +Che avea tutte le paglie e spiche de oro: +Quel campo se mostrò senza dimora +Per una porta che se aperse alora. + +Ma l'altra da levante, ove era entrato +Il cavallier, se chiuse tutta quanta. +La dama disse a lui: - Baron pregiato, +Uscir de quindi alcun mai non se vanta, +Se la biada che vedi in ogni lato, +Prima non tagli, e se la verde pianta +Qual vedi in mezo a quel campo felice, +Prima non schianti in fin dalla radice. - + +E Mandricardo senza altro pensare +Entrò nel campo con la spada in mano, +E, cominciando la biada a tagliare, +Lo incanto apparve ben palese e piano; +Ché ogni granetto se ebbe a tramutare +In diverso animale orrendo e strano, +Or leonza, or pantera, ora alicorno: +Al baron tutti se aventarno intorno. + +Come cadeva il grano in su la terra, +In diverso animal se tramutava; +Per tutto intorno Mandricardo serra, +E sua prodezza poco gli giovava, +Ché non se vidde mai sì strana guerra. +La folta sempre più multiplicava +De lupi, de leoni e porci ed orsi: +Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi. + +Durando aspra e crudel quella contesa +Quasi era posto il cavalliero al basso, +E restava perdente de la impresa, +Tanto era de le fiere il gran fracasso; +Né potendo più quasi aver diffesa, +Chinosse a terra e prese in mano un sasso. +Quel sasso era fatato; e non sapea +Già Mandricardo la virtù che avea. + +Questa pietra ch'io dico, avea segnali +Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro, +E, come tratta fu tra gli animali, +Tra quelli apportò zuffa e gran martoro; +Perché e tauri selvatici e' cingiali +E l'altre bestie cominciâr tra loro +Sì gran battaglia e morsi aspri e diversi, +Che in poco d'ora fôr tutti dispersi. + +Le bestie fôr disperse in poco de ora, +Ché l'una occise l'altra incontinente; +E Mandricardo non fece dimora, +Ché a ciò che far conviene, avia la mente. +L'altra aventura vi restava ancora, +Dico la pianta lunga ed eminente, +Che ha mille rami, e ogni ramo è fiorito; +A quella presto il cavalliero è gito. + +Di tutta forza al tronco s'abbracciava, +E pone a radicarla ogni vigore, +Ma dibattendo forte la crollava, +Onde a ogni foglia si spiccava il fiore, +E giù cadendo per l'aria volava. +Odeti se mai fu cosa maggiore: +Cadendo foglie e fiori a gran fusone, +Qual corbo diveniva, e qual falcone. + +Astori, aquile e guffi e barbagianni +Con seco cominciarno a far battaglia; +A benché non potean stracciarli e panni, +Ché armato è il cavalliero a piastre e maglia, +Pur eran tanti, che davano affanni +D'intorno a gli occhi e sì fatta travaglia, +Che non potea fornire il suo lavoro +De trare il tronco alle radice d'oro. + +Ma come quel che avea molto ardimento, +Non teme impaccio e la forza radoppia, +Sì che in fin la divelse a grave istento, +E nel stirparla parbe tuon che scoppia. +Con orribil romore uscitte un vento, +E tutti quelli ocelli a l'aria soffia: +Il vento uscitte, come Turpin dice, +Dal buco proprio ove era la radice. + +For di quel buco il gran vento rimbomba +Gettando con romor le pietre in sue +Come fossero uscite de una fromba; +E riguardando il cavallier là giue, +Vide una serpe uscir di quella tomba; +Indi li parbe non una, ma due, +Poi più de sei e più de otto le crede, +Cotante code invilupate vede. + +Or, perché sia la cosa manifesta, +Era la serpe di quel buco uscita, +Quale avea solo un busto ed una testa, +Ma dietro in dece code era partita; +E Mandricardo ponto non se arresta, +Ché volea sua ventura aver finita; +Col brando in mano alla serpe se accosta, +E il primo colpo a mezo il collo aposta. + +Ben gionse il tratto dove era apostato, +Dietro alla testa, a ponto nella coppa; +Ma quel serpente aveva il coio fatato. +Sì come un scoglio al legno che se intoppa, +Adosso al cavallier se fu lanciato; +E con due code alle gambe lo agroppa, +Con altre il busto e con altre le braccia, +Sì che legato a forza in terra il caccia. + +Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco, +E l'occhio par un foco che riluca; +Con quello azaffa il cavalliero al fianco, +La piastra come pasta se manduca. +Lui se rivolge assai, ben che sia stanco, +E rivolgendo cade in quella buca +Ove uscia quel gran vento oltre misura: +Non è da dimandar s'egli ha paura. + +Ma sua ventura nel cader fu questa, +Ché in altro modo da la morte è preso: +Cadendo nel profondo con tempesta, +Fiaccò il capo al serpente col suo peso, +Sì che schiantar gli fie' gli occhi di testa, +Onde se sciolse e tutto s'è disteso; +Dibattendo le code tutte quante, +Rimase a terra morto in uno istante. + +Morto il serpente, or guarda il cavalliero +La scura grotta de sopra e de intorno +(Lucea un carbonchio a guisa de doppiero, +Qual rendea lume come il sole al giorno): +La tomba era de un sasso tutto intiero, +Ma quello era coperto e tanto adorno +De ambra e corallo e de argento brunito, +Che non si vede di quel sasso un dito. + +Avea nel mezo un palco edificato, +De uno avorio bianchissimo e perfetto, +E sopra un drapo azuro ad ôr stellato, +Posto come dossiero o capoletto. +Parea là sopra un cavalliero armato, +Che se posasse senza altro sospetto: +Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note: +Sol vi eran l'arme, e dentro eran poi vote. + +Queste arme fôr de la franca persona +Che viene al mondo tanto racordata, +De Ettor, dico io, che ben fu la corona +De ogni virtute al mondo apregïata. +Sua guarnison, di cui mo se ragiona, +Priva è del scuto e priva de la spata. +Ove stia il scuto, poco su se spiana; +La spata ha Orlando, e quella è Durindana. + +Forbite eran le piastre e luminose, +Che apena soffre l'occhio di vederle, +Frissate ad oro e pietre prezïose, +Con rubini e smiraldi e grosse perle. +Mandricardo ha le voglie disïose, +Mille anni a lui pare de indosso averle; +Guarda ogni arnese e lo usbergo d'intorno, +Ma sopra a tutto l'elmo tanto adorno. + +Questo avea de oro alla cima un leone, +Con un breve d'argento entro una zampa; +Di sotto a quel pur d'oro era il torchione, +Con vinti sei fermagli de una stampa; +Ma dritto nella fronte avea il carbone, +Qual reluceva a guisa de una lampa. +E facea lume, com'è sua natura, +Per ogni canto de la grotta oscura. + +Mentre che il cavallier stava a mirare +L'arme, che eran mirande senza fallo, +Sentì dietro alle spalle risuonare +Ne lo aprir de una porta di metallo. +Voltosse, e vidde a sé più dame intrare, +Che a copia ne venian menando un ballo, +Vestite a nova gala e strane zacare, +Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare. + +Lor, scambiettando ad ogni lato, sguinceno, +Con salti dritti se innalciano a l'aria; +Così danzando, una canzon comincieno +Di nota arguta, consonante e varia; +E con le voci, ch'e stormenti vinceno, +Fan rintonar la tomba solitaria; +Poi ne la fin, tacendo tutte quante, +Se ingienocchiarno al cavalliero avante. + +Quindi se fu levata una di quelle, +E Mandricardo comincia a lodare, +Ponendo sua virtù sopra alle stelle +Per questa impresa tanto singulare. +Come ella tacque, e due altre donzelle +Apresero il barone a disarmare, +E disarmato sotto alla sua scorta +Fuor de la tomba il misero alla porta. + +Adosso poi gli posero un bel manto +De fina seta, ricamato a ziffere, +E perfumârlo apresso tutto quanto +De odor suavi e con acque odorifere; +E con festa ioconda e dolce canto, +Suonando tamburini e trombe e piffere, +Per una scala di marmoro ad aggio +Con lui se ritornarno entro al palaggio: + +Nel bel palaggio, quale io ve contai, +Che avea il scudo di Ettorre alla gran piaza. +Quivi eran cavallieri e dame assai, +Chi canta e danza, e chi ride e sollaza: +Più regal corte non se vidde mai; +Ma, come apparve Mandricardo in faza, +Gli andarno contra, e a sumissimo onore +Lo riceverno a guisa de segnore. + +Nel mezo a ricco seggio era la fata, +Che a sé davante Mandricardo chiede, +E disse: - Cavallier, questa giornata +Tal tesoro hai, che il simil non si vede. +Or se conviene agiongervi la spata, +E ciò mi giurarai su la tua fede: +Che Durindana, lo incantato brando, +Torai per forza de arme al conte Orlando. + +E sin che tale impresa non sia vinta, +Giamai non posarà la tua persona, +Nulla altra spada portarai più cinta, +Né adornarai tua testa di corona; +L'aquila bianca a quel scudo dipinta, +Nulla alta enchiesta mai non la abandona, +Ché quella arma gentile e quella insegna +Sopra ad ogni altra de trïomfi è degna. - + +Re Mandricardo allor con riverenzia, +Sì come piace a quella fata, giura; +E l'altre dame ne la sua presenzia +Tutte il guarnirno a ponto de armatura. +Come fu armato, allor prese licenzia, +Avendo tratta a fin l'alta aventura, +Per la qual più baron de summo ardire +Eron là presi, e non potean partire. + +Ora uscirno le gente tutte quante, +Che gran cavalleria vi era pregione: +Isolieri il spagnolo e Sacripante, +Il re Gradasso e il giovane Grifone, +E sieco uscitte il fratello Acquilante. +Gente di pregio e di condizïone +Vi erano assai, e nomi de alta gloria, +Che non accade a dire in questa istoria. + +Però che il re Gradasso e Mandricardo +Insieme se partirno in compagnia, +Né a ricontarvi molto serò tardo +Ciò che intravenne a loro in questa via. +Ben vi so dir che un par tanto gagliardo +Non fu in quel tempo in tutta Pagania; +Però faran gran cose e peregrine, +Prima che in Francia sian condotti a fine. + +Ma Grifone e Aquilante altro camino +Presero insieme, perché eran germani, +E sapendo il lenguaggio saracino +Securi andarno un tempo tra' Pagani. +Or, cavalcando un giorno a matutino, +Due dame ritrovarno con duo nani; +L'una di quelle a bruno era vestita, +L'altra di bianco, candida e polita. + +E similmente e nani e' palafreni +Di neve e di carbone avean colore; +Ma le donzelle avean gli occhi sereni, +Da trar col guardo altrui di petto il core, +Accoglimenti di carezze pieni, +Parlar suave e bei gesti d'amore; +Ed è tra queste tanta somiglianza, +Che l'una l'altra de nïente avanza. + +E cavallier le dame salutaro +Chinando il capo con atto cortese: +Ma quelle l'una a l'altra se guardaro, +E la vestita a nero a parlar prese, +Dicendo alla compagna: - Altro riparo +Far non si può, ni fare altre diffese +Contra di quel che il cel destina e il mondo, +Come infinito è il suo girare a tondo. + +Ma pur se puote il tempo prolungare +E far col senno forza a la fortuna: +Chi fece il mondo, lo potrà mutare, +E porre il sole in loco de la luna. - +- Prendiam dunque partito, se ti pare, - +Disse la bianca alla donzella bruna +- De ritener costor, poi che la sorte +Or gli conduce in Francia a prender morte. - + +Queste parole insieme ragionando +Avean le dame, e non erono intese +Da quei duo cavallieri, insino a quando +La bianca verso de essi a parlar prese, +Dicendo loro: - Io me vi racomando: +Se la ragion per voi mai se diffese, +Se amate onore e la cavalleria, +Esser vi piaccia alla diffesa mia. - + +Ciascun de' duo baron quasi ad un tratto +Proferse a quelle aiuto a suo potere. +Disse la bruna: - Ora intenditi il fatto, +Poi che inteso abbiam noi vostro volere. +Fermar vogliamo a fede questo patto, +Che una battaglia avrete a mantenere, +Insin che un cavallier sia al tutto morto +Il qual ce offende e villaneggia a torto. + +Quel disleale è nominato Orilo, +E non è in tutto il mondo il più fellone; +Tiene una torre in su il fiume del Nilo, +Ove una bestia a guisa de dragone, +Che là viene appellata il cocodrilo, +Pasce di sangue umano e di persone. +Per strano incanto è fatto il maledetto, +Che de una fata nacque e de un folletto. + +Com'io vi dico, nacque per incanto +Quella persona di mercè ribella, +Che questo regno ha strutto tutto quanto, +Perché ogni cavalliero o damigella, +Qual quivi gionga o passi in ogni canto, +Fa divorare a quella bestia fella. +Cercato abbiamo de un barone assai, +Che tragga il regno e noi de tanti guai. + +Ma sino a qui rimedio non si trova +Né alcun riparo a tal destruzïone, +Ché quel da morte a vita se rinova +Per alta forza d'incantazïone. +Ora de voi se vederà la prova, +Ché ciascun mostra d'essere campïone +Per trare a fine ogn'impresa eminente, +Se a vostra vista lo animo non mente. - + +A quei duo cavallier gran voglia preme +De provar questa cosa tanto istrana; +E, caminando con le dame insieme, +Girno alla torre, e poco era lontana. +Già se ode il maledetto che là freme +Come fa il mar quando esce tramontana; +Fremendo batte Orilo in forma e denti, +Che sembra un mar turbato a suon de venti. + +Avea ne l'elmo per cimero un guffo +Cornuto, a penne e con gli occhi di foco, +E lui soffiava con orribil buffo; +Ma quei duo cavallieri il stimon poco, +Perché altre volte han visto il lupo in zuffo, +E stati sono a danza in altro loco, +Né stimono il periglio una vil paglia; +Onde il sfidarno presto alla battaglia. + +Ma quel superbo non fece risposta, +Mosse con furia e la sua mazza afferra; +Né più fece Aquilante indugia o sosta, +Ma la sua lancia lascia andare a terra, +E poi col brando in mano a lui se accosta; +E tra lor cominciarno una aspra guerra, +Dando e togliendo e di sotto e di sopra, +E quel la maccia e questo il brando adopra. + +Di quel ferir Grifone ha poca cura, +Ché era guarnito a piastre fatte ad arte, +Ma lui taglia al pagano ogni armatura, +Come squarciasse tegole di carte. +Gionselo un tratto a mezo la cintura, +E in duo cavezzi aponto lo diparte; +Così andò mezo a terra quel fellone, +Dal busto in giù rimase ne lo arcione. + +Quel che è caduto, già non vi è chi lo alci, +Ma brancolando stava ne l'arena; +E il suo destrier traea terribil calci, +Facea gran salti e giocava di schiena, +Onde convien che il resto al prato balci. +Ma non fu gionto in su la terra apena, +Che un pezo e l'altro insieme se sugella, +E tutto integro salta ne la sella. + +Se a quei baron parea la cosa nova, +Quale è incontrata, a dir non è bisogno, +Ché, avengaché Turpino a ciò me mova, +Io stesso a racontarla mi vergogno. +Disse Aquilante: - Io vo' veder la prova, +Se io faccio dadovero o pur insogno. - +Così dicendo adosso a quel si caccia, +E Orilo adosso a lui con la sua maccia. + +E l'uno e l'altro a bon gioco lavora, +Benché disavantagio ha quel pagano, +Ché il gagliardo Aquilante in poco de ora +L'arme gli ha rotte e poste tutte al piano; +Essendo destinato pur che ei mora, +Abandona un gran colpo ad ambe mano +Sopra le spalle, alla cima del petto, +E il collo e il capo via tagliò di netto. + +Ora ascoltati che stupendo caso: +La persona incantata e maledetta, +Colui, dico, che in sella era rimaso, +Par che la mazza a lato se rimetta, +E prende la sua testa per il naso, +E nel suo loco quella se rassetta; +Indi sua mazza ha presto in man ritolta, +E torna alla battaglia un'altra volta. + +La bianca dama cominciava a ridere, +E disse ad Aquilante: - Bello amico, +Lascia costui, ché non lo puoi conquidere, +E credi a me che vero è quel ch'io dico: +Se in mille parte l'avesti a dividere, +E più minuto il tagli che il panìco, +Non lo potrai veder del spirto privo: +Spezato tutto, sempre sarà vivo. - + +Disse Aquilante: - E' non fia mai sentito +Questo nel mondo o tal vergogna intesa, +Che ogni mio assalto non abbi finito, +Se ben me consumassi in fiama accesa; +E benché a questo non veda partito, +Sino alla morte seguirò la impresa. +Fia de mia vita poi quel che a Dio piace, +Ma con costui non vo' tregua ni pace. - + +Così dicendo e turbato nel volto +Voltò ad Orril, ed hallo in terra a porre; +Ma quel ribaldo è già del campo tolto, +E rifuggito dentro da la torre. +Lo orrendo cocodrilo avea disciolto: +Fuor della porta quella bestia corre, +E dietro Orilo in sul cavallo armato: +Ben par che il campo tremi in ogni lato. + +Come vide Grifon quello animale, +Qual vien correndo a quel fellone avante, +Mossesi ratto, come avesse l'ale, +Per dare aiuto al germano Aquilante. +Altra battaglia non fu mai cotale +Di tanto affanno e di fatiche tante +Quanto se puote in zuffa sostenire; +Ma ciò riserbo in l'altro canto a dire. + +Canto terzo + +Tra bianche rose e tra vermiglie, e fiori +Diversamente in terra coloriti, +Tra fresche erbette e tra soavi odori +De gli arboscelli a verde rivestiti, +Cantando componea gli antichi onori +De' cavallier sì prodi e tanto arditi, +Che ogni tremenda cosa in tutto il mondo +Fu da lor vinta a forza e posta al fondo; + +Quando mi venne a mente che il diletto +Che l'om se prende solo, è mal compiuto. +Però, baroni e dame, a tal cospetto +Per dilettarvi alquanto io son venuto; +E con gran zoia ad ascoltar vi aspetto +L'aspra battaglia de Grifone arguto +E de Aquilante, il tanto apregïato, +La qual lasciai nel canto che è passato. + +Contai del cocodrilo in che maniera +Da la torre de Orrilo a furia n'esce. +A meraviglia grande è questa fiera, +Che molto vive e sempre in vita cresce; +Ora sta in terra ed or nella riviera, +Le bestie al campo, a l'acqua prende il pesce; +Fatto è come lacerta, over ramaro, +Ma di grandezza già non sono al paro; + +Ché questo è lungo trenta braccia, o piue, +Il dosso ha giallo e maculoso e vario; +La mascella di sopra egli apre in sue, +Ed ogni altro animal fa pel contrario. +Tutta una vacca se ingiottisce, o due, +Ché ha il ventre assai maggior de un grande armario, +E denti ha spessi e lunghi de una spana: +Mai fu nel mondo bestia tanto istrana. + +Ora Grifon, che lo vidde venire, +Come detto è di sopra, a tal tempesta, +Mosse con gran possanza e molto ardire +Verso di quello e la sua lancia arresta. +Più bello incontro non se potria dire: +Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa. +Grossa era l'asta, e il ferro era pongente, +Ma l'uno e l'altro vi giovò nïente. + +Fiaccosse l'asta come una cannuza +E poco fece il ferro alla percossa, +Ché a quella bestia non passò la buza, +Tanto era aspra e callosa e dura e grossa. +Ora apizata è ben la scaramuza, +E la fiera orgogliosa, ad ira mossa, +Aperse la gran bocca; e senza fallo +Integro se il sorbiva esso e 'l cavallo. + +Se non che a tempo vi gionse Aquilante, +Che avea già Orilo in due parte tagliato, +E veggendo il germano a sé davante +A tal periglio e quasi devorato, +Mena un gran colpo del brando trinciante +Sopra al mostaccio, che era rilevato. +Fatato è il brando, ed esso avea gran forza, +Ma a quella bestia non taccò la scorza. + +Il cocodrilo ad Aquilante volta, +Ma tanto spaventato è il suo destriero +Che già non lo aspettò per quella volta, +Né di aspettarlo gli facea mestiero, +Ché in bocca non gli avria dato una volta, +Ma travalciato in un boccone intiero: +L'omo, il cavallo, l'arme e' paramenti +Giù serian giti e non toccati e denti. + +Ma, come io dico, il destriero è smarito, +Fugge correndo e ponto non galoppa; +Quello orrendo animal l'avea seguito, +E quasi il tocca spesso ne la groppa. +Essendogli vicino a men de un dito, +Altro che fare ad Aquilante intoppa, +Ché Orrilo è suscitato e non soggiorna, +Ma con la mazza alla battaglia torna. + +Ora Grifone a terra era smontato, +E salta al cocodrilo in su le rene, +E sì pel dosso è via correndo andato, +Che per la coppa al capo se ne viene. +Saltava il cocodrilo infurïato, +Ma Grifone attaccato a lui se tiene, +Ché ad ambe man l'ha preso per il naso: +Mai non fu visto il più stupendo caso. + +Da l'altra parte Orrilo ed Aquilante +Ripresa insieme avean cruda battaglia, +Quale era pur come l'altre davante. +Non giovano al pagan piastre né maglia, +Ché in pezzi vanno a terra tutte quante. +Ecco il gionge alla spalla e quella taglia, +Credendo darli a quella volta il spaccio; +La spalla via tagliò con tutto il braccio. + +Va il braccio dritto a terra col bastone: +Non sta queto Aquilante, il sire arguto, +Ché ben sapea di sua condizïone; +Veggendol morto, non l'avria creduto. +Da l'altro lato mena un roversone, +E monca il manco braccio e tutto 'l scuto; +Poi salta dell'arcione in molta fretta, +Prende le braccia e quelle al fiume getta. + +Nel fiume le scagliò da mezo miglio: +Grande in quel loco è il Nilo, e sembra un mare. +Disse Aquilante: - Or va, ch'io non te piglio, +E fami el peggio ormai che mi pôi fare. +La mosca mal te cacciarai dal ciglio, +E potrai peggio e gambari mondare, +Malvaggio truffator, che con tuo incanto +M'hai retenuto in tal travaglia tanto. - + +Voltosse Orilo e parve una saetta, +Tanto correndo va veloce e chiuso, +E da la ripa nel fiume se getta: +Col capo innanti se ne andò là giuso. +Corse Aquilante a Grifon che lo aspetta, +Che il cocodrilo avea preso nel muso; +Non bisognava che indugiasse un anno, +Ché là stava il germano in grande affanno. + +Come io vi dissi su poco davante, +Grifon quello animale al naso ha preso, +E sopra al capo vi tenea le piante, +Facendo a forza il muso star disteso; +E così stando, vi gionse Aquilante, +Qual prestamente fu de arcion disceso, +E prese la sua lancia, che era in terra, +Ché non l'aveva oprata in questa guerra. + +Con quella in mano allo animal s'accosta, +Ponendo a tal ferire ogni possanza, +E tra la aperta bocca il colpo aposta, +E dentro tutta vi cacciò la lanza. +Via per il petto e per la prima costa +Fece apparir la ponta per la panza, +Però che sotto al corpo e ne le aselle +Il cocodrilo ha tenera la pelle. + +Ben vi so dir che il tratto a Grifon piacque, +Perché già più non lo potea tenire; +Mai lieto fu cotanto poi che nacque. +Ora comincia Orilo ad apparire, +Che su venìa natando per quelle acque. +Quando Aquilante lo vidde venire, +- Può far - diceva - il celo e tutto il mondo +Che abbi pescati e monchi in su quel fondo? - + +Lui l'uno e l'altro de' bracci menava +E l'onda con le mano avanti apriva; +Come una rana quel fiume notava, +Tanto che gionse armato in su la riva. +Grifon verso Aquilante ragionava: +- Se questa bestia fosse ancora viva, +Quale abbiam morta con affanno tanto, +Di tale impresa non avremo il vanto. - + +Disse Aquilante: - Io non so certo ancora +Che onor ce seguirà questa aventura; +Far non so io tal prova che mai mora +Quella incantata e falsa creatura. +Del giorno avanza poco più de un'ora: +Che faren ne la notte a l'aria scura? +A me par di vedere, e già il discerno: +Quel ce trarà con seco nello inferno. - + +Grifon diceva: - Adunque ora si vôle, +Mentre che è il giorno, la spada menare, +Prima che al monte sia nascoso il sole: +Per me la notte non sapria che fare. - +E quasi al mezo di queste parole +Volta ad Orilo e vallo ad afrontare; +Ciascun da dover tocca e non minaccia, +L'un con la spada e l'altro con la maccia. + +Molto vi era da far da ciascun lato, +Ché quello a questo e questo a quel menava, +Avenga che Grifone è bene armato, +E di mazzate poco se curava. +Durando la contesa in su quel prato, +Un cavalliero armato vi arivava, +Che avea preso in catena un gran gigante. +Ma di tal cosa più non dico avante. + +Ben poi ritornarò, come far soglio, +E questa impresa chiara conterò, +Ché, quando de una cosa è pieno il foglio, +Convien dar loco a l'altra; ed imperò +De Mandricardo racontar vi voglio, +Qual con Gradasso in Franza menerò. +Ma, prima che sian gionti, assai che fare +Avranno entrambi e per terra e per mare. + +Partiti da la fata del castello, +Ove l'arme di Ettòr già star suoleano, +Sorìa, Damasco e quel paese bello +Senza travaglia già passato aveano. +Sendo gionti sul mare ad uno ostello, +Perché era tardi aloggiar vi voleano, +Ma quello è aperto ed è disabitato, +Né appar persona intorno in verun lato. + +Guardando giuso al lito il re Gradasso, +Verso una ripa a pietre dirocata, +Ove la batte l'onde e il mare al basso +Stava una dama ignuda e scapigliata, +Che era legata con catene al sasso, +Chiedendo morte la disconsolata. +- Morte, - diceva - o tu, morte, me aiuta, +Ché ogn'altra spene è ben per me perduta! - + +E cavallier callarno incontinente +Giuso nel fondo di quel gran petrone +Per saper meglio l'aspro conveniente +Di quella dama, e chi fosse cagione; +Ma lei piangeva sì dirottamente, +Ch'e sassi mossi avria a compassïone, +Dicendo a quei baron: - Deh! per pietate +Tagliatime qua tutta con le spate. + +E se il celo o fortuna vôl che io pèra, +Per le man de omo almen possa perire, +Né divorata sia da quella fiera, +Ché peggio assai è il strazio che il morire. - +Volean saper la cosa tutta intiera +E duo baron, ma lei non potea dire, +Sì forte in voce singiociva, e tanto +Tra le parole gli abondava il pianto. + +E pur dicea piangendo: - Se io mi doglio +Più che io non mostro, n'ho cagione assai. +Se il tempo bastarà, dir la vi voglio: +Odeti se una al mondo è in tanti guai. +Dimora uno orco là sotto a quel scoglio: +Non so se altro orco voi vedesti mai, +Ma questo è sì terribile alla faccia, +Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia. + +Apena apena che parlar vi posso, +Ché il cor mi trema in petto di paura. +Grande non è, ma per sei altri è grosso, +Riccia ha la barba e gran capigliatura; +In loco de occhi ha due cocole de osso, +E bene a ciò providde la natura, +Ché, se lume vedesse, a tondo a tondo +Avria disfatto in poco tempo il mondo. + +Né vi è diffesa, a benché non gli veda, +Ché, come io dissi, il perfido è senza occhi. +Io già lo vidi (or chi fia che lo creda?) +Stirpar le quercie a guisa de finocchi; +E tre giganti che avea presi in preda, +Percosse a terra qua come ranocchi; +Le cosse dispiccò dal busto tosto, +E pose il casso a lesso e il resto a rosto. + +Però che sol se pasce a carne umana, +E tien de sangue de omo a bere un vaso. +Ma gite voi in parte più lontana, +Che quel malvagio non vi senta a naso; +A benché giace adesso nella tana, +Che per dormir là dentro si è rimaso; +Ma come se resvegli, incontinente +Al naso sentirà che quivi è gente. + +E come un bracco seguirà la traccia; +Non valerà diffesa, né fuggire, +Ché cento miglia vi darà la caccia, +E converravi in tutto al fin perire. +Onde vi prego che partir vi piaccia, +E me lasciati misera morire, +Ma sol chiedo di grazia e sol vi prego +Che a una dimanda non facciati nego; + +E questa fia: se forse tra camino +Avesti un giovinetto a riscontrare, +Re di Damasco (e nome ha Norandino; +Non so se mai lo odesti racordare), +A lui contati il mio caso tapino +(So ben che lo fareti lacrimare), +Dicendo: "La tua dama te conforta, +Che te amò viva ed ama ancora morta." + +Ma ben guardàti, e non prendesti errore, +De dir ch'io viva più tra tante pene, +Però che lui mi porta tale amore, +Che nol potrian tener mille catene; +E la mia doglia poi saria maggiore, +Veggendo perir meco ogni mio bene; +E più mi doleria che la mia morte, +Che se a lui fosser sol due dita torte. + +Direti adunque come sotterrata +M'avete istessi a canto alla marina; +Ma lui dimandarà de la contrata +Per trovar morta almen la sua Lucina. +Direti che l'aveti smenticata +Come se chiami, e il loco che confina; +Poi confortati lui con tal parole +Che stia contento a quel che 'l mondo vôle. - + +Così ragiona, e la faccia serena +Piangendo bagna quella sventurata. +Tenea Gradasso le lacrime apena, +E già dal fianco avea tratta la spata +Per rompere e tagliar quella catena, +Con la qual quivi al sasso era legata; +Ma la dama cridò: - Per Dio, non fare! +Morto serai, né me potrai campare. + +Questa catena, misera! dolente! +Per entro al sasso passa nella tana; +Come toccata fosse, incontinente +Scocca uno ordegno e suona una campana; +E se quel maledetto se risente, +Ogni speranza del fuggire è vana. +Per piani e monti e ripe e lochi forti +Mai non vi lasciarà, sin che vi ha morti. - + +A Mandricardo molta voglia tocca +De odir se la campana avea bon suono. +La dama non avea chiusa la bocca, +Che è scosso la catena in abandono. +Ben vi so dir che dentro là si chiocca: +Sembra nel sasso risuonare un tuono; +E la donzella pallida e smarita +- Ahimè! - cridava - ahimè! mia vita è gita! + +Sol de la tema tutta me distorco: +Adesso qua serà quel maledetto. - +Eccoti uscir de la spelonca lo orco, +Che ha la gozaglia grande a mezo il petto; +E denti ha for di bocca, come il porco, +Né vi crediati che abbi il muso netto, +Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio; +Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio. + +Quanto una gamba ha grosso ciascun dito +E negre l'ungie e piene di sozzura. +Ora Gradasso già non è smarito +Per tanto istrana ed orrida figura. +Col brando in mano adosso a quello è gito, +Ma l'orco del suo brando ha poca cura, +Nel scudo il prende e via strappò del braccio, +E quel stringendo franse come un giaccio. + +Se così preso avesse nella testa, +L'elmo avria rotto e trito come cenere, +Serìa compita ad un tratto la festa. +Come se schiazzan le nociole tenere, +Come se fiacca un ziglio alla tempesta, +O vero un fongo che al fango se genere, +Sì sciolto il capo avria, senza dissolvere +Le fibbie a l'elmo, e fatto tutto in polvere. + +Ma lui non vede ove ponga la mano, +Per questo a caso l'ha nel scudo preso; +E dette un scosso sì crudo e villano, +Che a terra il re Gradasso andò disteso. +L'orco il prese a traverso a mano a mano, +Alla spelonca lo portò di peso; +Ben se dibatte invano e se dimena, +Pur l'orco il lega e pone alla catena. + +Come legato l'ebbe, incontinente +Fuor de la tana di novo è venuto; +E Mandricardo si stava dolente, +Ché il suo caro compagno avia perduto. +Non avea brando il cavallier valente, +Però che aveva in sacramento avuto +Mai non portare alla sua vita brando, +Se non acquista quel del conte Orlando. + +Chinosse e prese una gran pietra e grossa: +Bene è cinquanta libre, vi prometto; +E trasse quella di tutta sua possa, +E gionse lo orco proprio a mezo il petto. +Ma quel non teme ponto la percossa, +Anci l'ira gli crebbe e il gran dispetto; +Ove ebbe il colpo, con la man se tocca, +E, come un verro, ha la schiuma alla bocca. + +E dietro al cavallier par che se metta, +Come un seguso a l'orme de una fiera. +Già Mandricardo ponto non lo aspetta, +Ché avea persona destra, atta e legiera. +Su corre al poggio, e sembra una saetta; +Quindi, fermato a megio la costiera, +Tra' un gran sasso tratto fuor del monte, +E quel percosse dritto nella fronte. + +Quel sasso in mille parte se spezzò, +Ma fece poco male a quel perverso, +E già per questo non lo abandonò, +Ché non l'aveva mai di naso perso. +Mandricardo ne va quanto più può, +Cercando il monte a dritto ed a traverso, +Tanto che gionse a quello in su la cima, +E lo orco apresso; e quasi ancora in prima. + +Non sa più che si fare il cavalliero, +Né a questa cosa sa prender partito; +Per ogni balza e per ogni sentiero +Questa malvagità l'avea seguito, +Né far bisogna ponto di pensiero +Aver con esso de diffesa un dito; +Ben gli tra' sassi e tronchi aspri e robesti, +Ma non ritrova cosa che lo aresti. + +Torna correndo in giù, verso il vallone, +A benché indietro se voltava spesso, +Ed ecco avanti trova un gran burone: +Da cima al fondo tutto il monte è fesso. +Alor se tenne morto quel barone, +E per spazzato al tutto se è già messo; +Sopra alla balza a corso pieno è mosso, +Di là de un salto andò con l'arme in dosso. + +Ed era larga più de vinti braccia, +Sì come altri estimar puote alla grossa; +Ma quel brutto orco che seguia la traccia, +Perch'era cieco non vidde la fossa, +Onde per quella a piombo giù tramaccia. +De intorno ben se odette la percossa, +Ché, quando gionse in su le lastre al fondo, +Parve che il cel cadesse e tutto il mondo. + +Non dette la percossa sopra al letto, +Perché quella aspra ripa era molto alta, +E ben tre coste se fiaccò nel petto, +E quelle pietre del suo sangue smalta. +Diceva Mandricardo con diletto: +- Chi ponto stecca al segno mal si salta. +Or là giù ti riman in tua malora! - +Così dicendo più non se dimora. + +E giù callando lieto e con gran festa, +Al mar discese e venne alla spelonca. +Qua vede un braccio, e là meza una testa, +Colà vede una man co' denti monca. +Per tutto intorno è piena la foresta +Di qualche gamba o qualche spalla tronca +E membri lacerati e pezzi strani, +Come di bocca tolti a lupi e a cani. + +Ciò riguardando varca di bon passo; +E gionse a quella tana in su la intrata, +Qual molto è grande dentro da quel sasso, +E riccamente d'oro è lavorata. +Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso, +E la dama che al scoglio era legata, +Tutti se revestirno a nove spoglie, +Ché veste ivi trovarno e ricche zoglie. + +Montarno, e ciascadun forte camina; +Seco è la dama dal viso soprano: +E via passando a canto alla marina +Iscorsero una nave di lontano. +Viddero in quella, quando se avicina, +L'alta bandiera del re Tibïano: +Qual era parte di questa donzella, +Tolta da loro alla fortuna fella. + +Re de Cipri in quel tempo e de Rodi era +Quel Tibïano ed altre terre assai, +E va cercando per ogni rivera +De la filiola, e non la trova mai; +Onde di doglia in pianto se dispera, +E mena la sua vita in tristi guai. +Come la dama la bandiera vide, +Per allegrezza a un tratto piange e ride. + +Già meglio se comincia a discernire +La nave e la sua gente tutta quanta; +E la donzella non può sofferire, +Ma con la veste a quella nave amanta; +E, senza più tenirvi in lungo dire, +Salirno al legno; e la zoia fo tanta +Quanto a sì fatto caso esser credia, +Trovando lei che morta esser tenìa. + +E già le poppe voglion rivoltare, +Tirando con le corde alte le antene. +Eccoti lo orco che nel poggio appare, +E verso il mare a corso se ne viene; +Ben vi so dir che ogniom si dà che fare, +Ché la più parte alor morta se tiene; +Ciascun de' marinari era parone +A tirar presto e volgere il temone. + +Pur giù vien lo orco e verso il mar se calla. +La barba a sangue se gli vedea piovere, +Un gran pezzo de monte ha in su la spalla, +Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere; +Legier lo porta lui come una galla, +Né cento boi l'avrian potuto movere. +Correndo vien la orrenda creatura: +Già dentro al mare è sino alla cintura. + +E tanto passa, che va come il buffolo, +Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia; +Movere odendo e remi al suon del zuffolo, +Trasse là verso il monte con gran rabbia. +Gionsine presso; e l'onda diè dal tuffolo, +Che saltar fece l'acqua in su la gabbia; +Ma se più avanti un poco avesse agionto, +Sfondava il legno e li omini ad un ponto. + +Se e marinari alora ebber spavento, +Non credo che bisogni racontare, +Ché qual di loro avea più de ardimento +Nascoso è alla carena e non appare. +Ora levosse da levante il vento, +L'onda risuona e grosso viene il mare; +Già rotto il celo e l'acqua insieme han guerra: +Più non se vede lo orco né la terra. + +De l'orco, dico, ormai non han paura, +Ma morte han più che prima in su la testa, +Però che orribilmente il celo oscura, +Il vento cresce ogniora e gran tempesta. +Pioggia meschiata de grandine dura +Giù versa con furore, e mai non resta: +Ora fùlgore, or trono ed or saetta, +Che l'una l'altra apena non aspetta. + +Per tutto intorno bursano e delfini, +Donando di fortuna il tristo annoncio; +Non sta contento il mare a' suoi confini, +Che in nave ne entra assai più d'un bigoncio: +Da far vi fia per grandi e piccolini. +Ma non vi vo' tenir tanto a disconcio, +E nel presente canto io ve abandono, +Ché ogni diletto a tramutare è bono. + +Canto quarto + +Segnor, se voi potesti ritrovare +Un che non sappia quel che sia paura, +O se volesti alcun modo pensare +Per sbigottire una anima sicura, +Quando è fortuna quel poneti in mare, +E si non se spaventa o non se cura, +Toglietelo per paccio, e non ardito, +Perché ha con morte il termine de un dito. + +Orribil cosa è certo il mar turbato, +E meglio è odirlo dir che farne prova, +Però creda ciascuno a chi gli è stato, +E per provar di terra non si mova, +Come io contava al canto che è passato, +Di quella nave che entro al mar se trova, +Sì combattuta da prora e da poppa, +Che l'acqua ve entra ed escine la stoppa. + +Mandricardo era in quella e il re Gradasso, +Re Tibïano e sua figlia Lucina. +Ora se rompe l'onda a gran fraccasso, +E mostra un gregge tutta la marina: +Un gregge bianco, che si pasca al basso, +Ma sempre mugge e sembra una ruina; +Stridon le corde e il legno se lamenta: +Gemendo al fondo, par che 'l suo mal senta. + +Or questo vento ed or quell'altro salta, +Non san che farsi e marinari apena; +Tra' nivoli talor è la nave alta, +E talor frega a terra la carrena. +Sopra a ogni male e sopra a ogni difalta +Fu quando gionse un colpo ne la antena; +Piegosse il legno e giù dette alla banda: +Ciascun cridando a Dio si racomanda. + +Più de due miglia andò la nave inversa, +Che a ponto in ponto sta per affondare, +La gente che vi è dentro è tutta persa: +Se fa de' voti, non lo adimandare. +Ecco da canto gionse una traversa, +Che a l'altra banda fece traboccare; +Ciascadun crida e non se ode persona, +Sì muggia il mare e il vento sì risona. + +Questo se cangia e muta in uno istante, +Ora batte davanti, or ne le sponde; +Spiccosse al fine un groppo da levante +Con furia tal, che il mar tutto confonde. +Gionse alla poppa e pinse il legno avante, +E fece entrar la prora sotto l'onde; +Sotto acqua via ne andò più d'una arcata, +Come va il mergo e l'oca alcuna fiata. + +Pur fuore uscitte, e va con tal ruina +Qual fuor de la balestra esce la vera. +Da quella sera insino alla matina +E da quella matina a l'altra sera, +Via giorno e notte mai non se raffina, +Sin che condotta è sopra alla riviera, +Ove quel monte in Acquamorta bagna +Il qual divide Francia dalla Spagna. + +Quivi ad un capo che ha nome la Oruna, +Smontarno con gran voglia in su la arena, +E sì sbattuti son dalla fortuna, +Che sendo in terra nol credono apena. +Passò il mal tempo e quella notte bruna, +Con l'alba insieme il cel se raserena, +E già per tutto essendo chiaro il giorno, +Deliberarno andar cercando intorno. + +Cercar deliberarno in che paese +Sian capitati e chi ne sia segnore, +E tratto fuor di nave ogni suo arnese, +Ciascadun se arma e monta il corridore. +Ma lor vïaggio poco se distese, +Ché oltra ad un colle odirno un gran rumore, +Corni, tamburi ed altre voce e trombe, +Che par che 'l suono insino al cel rimbombe. + +Il franco re Gradasso e Mandricardo +Fecer restar la dama e Tibïano. +Possa alcun de essi a mover non fu tardo, +Sin che fôr sopra al colle a mano a mano; +E giù facendo a quel campo riguardo +Vider coperto a genta armata il piano, +Che era afrontata insieme a belle schiere +Sotto a stendardi e segni di bandiere. + +Perché sappiati il tutto, il re Agramante +Contro al re Carlo avea questa battaglia, +Come io contai nel libro che è davante: +Un'altra non fu mai di tal travaglia. +Quivi era il re Marsilio e Balugante, +Tanti altri duci e tanta altra canaglia, +Che in alcun tempo mai né alcuna guerra +Maggior battaglia non se vidde in terra. + +Orlando qua non è, ni Feraguto: +Stava il pagano ad un fiume a cercare +De l'elmo, qual là giù gli era caduto, +Sì come io vi ebbi avanti a ricontare. +Al conte era altro caso intravenuto +Troppo stupendo e da meravigliare: +Ché lui, qual vincer suole ogni altra prova, +Tra dame vinto e preso se ritrova. + +Di lui poi dirò il fatto tutto intiero, +Ma non se trova adesso in queste imprese; +Ben vi è Ranaldo e il marchese Oliviero, +Èvi Ricardo e Guido e 'l bon Danese, +Come io contava alor, quando Rugiero +Tanti baroni alla terra distese +Di nostra gente, e tal tempesta mena +Come fa il vento al campo de l'arena. + +Come si frange il tenero lupino +O il fusto de' papaveri ne l'orto, +Cotal fraccasso mena il paladino; +Condotta è nostra gente a tristo porto. +Roverso a terra se trova Turpino, +Uberto, el duca di Baiona, è morto; +Avino e Belengiero e Avorio e Ottone +Sono abattuti, e seco Salamone. + +Gualtieri ebbe uno incontro ne la testa, +Che il sangue gli schiattò per naso e bocca, +E cade trangosciato alla foresta. +Il giovane Rugiero a gli altri tocca, +Né se potria contar tanta tempesta: +Qual tramortito e qual morto trabocca. +Via va correndo e scontrasi a Ricardo +Quel duca altiero, nobile e gagliardo. + +Ispezza il scudo e per la spalla passa, +Di dietro fore andò il pennon di netto; +La lancia a mezo l'asta se fraccassa, +Urtarno e duo corsier petto per petto. +Rugier quivi Ricardo a terra lassa +E tra' la spada, il franco giovanetto, +La spada qual già fece Falerina, +Che altra nel mondo mai fu tanto fina. + +Comincia la battaglia orrenda e fiera, +Che quasi è stata insino adesso un gioco; +Sembra Rugier tra gli altri una lumiera, +Trono e baleno e folgore di foco. +Or questa abatte ed or quell'altra schiera, +Par che si trovi a un tratto in ogni loco; +Volta e rivolta e, come avesse l'ale, +Per tutto agiongie il giovane reale. + +La nostra gente fugge in ogni banda: +Non è da dimandar se avean paura, +Ché a ciascun colpo un morto a terra manda: +Sembraglia non fu mai cotanto oscura. +Già Sinibaldo, il bon conte de Olanda, +Partito avea dal petto alla cintura, +E Daniberto, il franco re frisone, +Avea tagliato insino in su l'arcione. + +E il duca Aigualdo, il grande e sì diverso, +Qual fu Ibernese e nacque de gigante, +Fo da Rugiero agionto in su il traverso, +E tutto lo tagliò dietro e davante. +Non è il marchese de Vïena perso, +Se l'altre gente fuggon tutte quante; +Se ben gli altri ne vanno, ed Oliviero +Sol lui se affronta e voltase a Rugiero. + +Alor se incominciò l'alta travaglia, +Né questa zuffa come l'altre passa; +La spada de ciascun così ben taglia, +Che io so che dove giongie, il segno lassa. +Ecco il Danese ariva alla battaglia, +Ecco Ranaldo ariva, che fraccassa +Tutta la gente e mena tal polvino +Come il mondo arda e fumi in quel confino. + +Quando Rugier, che stava alla vedetta, +Se accorse che sua gente in volta andava, +Come dal cel scendesse una saetta, +Con tal furore ad Olivier menava. +Menava ad ambe mano, e per la fretta, +Come a Dio piacque, il brando se voltava; +Colse di piatto, e fo la botta tanta, +Che l'elmo come un vetro a pezzi schianta. + +Ed Olivier rimase tramortito +Per il gran colpo avuto a tal tempesta; +Senza elmo apparve il suo viso fiorito, +E cadde de lo arcione alla foresta. +Quando il vidde Rugiero a tal partito, +Che tutta a sangue gli piovea la testa, +Molto ne dolse al giovane cortese, +Onde nel prato subito discese. + +Essendo sopra al campo dismontato +Raccolse nelle braccia quel barone +Per ordinar che fusse medicato, +Sempre piangendo a gran compassïone. +In questo fatto standosi occupato, +Ecco alle spalle a lui gionse Grifone: +Grifone, il falso conte di Maganza, +Vien speronando e aresta la sua lanza. + +Di tutta possa il conte maledetto +Entro alle spalle un gran colpo gli diede, +Sì che tomar lo fece a suo dispetto: +Tomò Rugiero e pur rimase in piede; +Mai non fu visto un salto così netto. +Ora presto si volta e Grifon vede, +Che per farlo morir non stava a bada: +Rotta la lancia, avea tratta la spada. + +Ma Rugier se voltò con molta fretta, +Cridando: - Tu sei morto, traditore! - +Grifone il falso ponto non lo aspetta, +Come colui che vile era di core. +Ove è più folta la battaglia e stretta, +In quella parte volta il corridore; +Tra gente e gente e tra l'arme se caccia, +Né può soffrir veder Rugiero in faccia. + +Questo altro il segue a piede, minacciando +Che lo farà morir come ribaldo; +E quel fuggendo, e questo seguitando, +Gionsero al loco dove era Ranaldo, +Quale avea fatto tal menar del brando, +Che 'l campo correa tutto a sangue caldo. +Parea di sangue il campo una marina: +Veduta non fu mai tanta ruina. + +Grifon cridava: - Aiutame per Dio! +Aiutame per Dio! ché più non posso; +Ché questo saracin malvaggio e rio +Per tradimento a morte me ha percosso. - +Quando Ranaldo quella voce odìo, +Voltò Baiardo e subito fu mosso +Per urtarsi a Rugiero a corso pieno; +Ma, veggendolo a piè, ritenne il freno. + +Sappiati che il destrier del paladino +Era rimaso là dove discese. +Là presso sopra il campo era Turpino +Che da' Pagani un pezzo se diffese; +Essendo a quel destrier dunque vicino, +A lui se accosta e per la briglia il prese; +E destramente ne lo arcion salito +Ritorna alla battaglia il prete ardito. + +Rugiero adunque, come ebbi a contare, +Se ritrovava a piedi in su quel piano. +Fuggito è via Grifone e non appare, +E lui affronta il sir di Montealbano; +Il qual nol volse con Baiardo urtare, +Però che ad esso parve atto villano, +Ma de arcion salta alla campagna aperta +Col scudo in braccio e con la sua Fusberta. + +Tra lor se cominciò zuffa sì brava, +Che ogni om per meraviglia stava muto; +Né già Ranaldo stracco si mostrava, +Benché abbia combattuto il giorno tuto; +E l'uno e l'altro a tal furia menava, +Che meraviglia è che non sia destruto. +Non che il scudo a ciascuno e l'elmo grosso, +Ma un monte a quei gran colpi serìa mosso. + +Durando aspra e crudel quella contesa, +Ecco Agramante ariva a la battaglia, +Che caccia e Cristïani alla distesa, +Come fa il foco posto ne la paglia. +Re Carlo e' nostri non pôn far diffesa, +Tanta è la folta di quella canaglia, +Che sembra un fiume grosso che trabocca: +Per un de' nostri, cento e più ne tocca. + +Avanti a gli altri el re di Garamanta, +Io dico il dispietato Martasino, +Qual vien cridando, a gran voce se vanta +Di prender vivo il figlio de Pipino. +Tanto è il romore e la gente cotanta, +Che il campo trema per ogni confino, +E tale è il saettar fuor di misura, +Che al nivolo de' dardi il cel se oscura. + +La gente nostra fugge in ogni lato, +E quella che se arresta riman morta. +Quivi è Sobrino, il vecchio disperato, +Che per insegna il foco a l'elmo porta; +E Balifronte, in su un gambelo armato, +Taglia a due mano ed ha la spada torta; +E Barigano e Alzirdo e Dardinello +Ciascun de' Cristïan fa più macello. + +Oh! chi vedesse in faccia il re Carlone +Guardare il cielo e non parlar nïente: +E sassi mossi avria a compassïone, +Veggendol lacrimar sì rottamente. +- Campati voi, - diceva al duca Amone +- Campati, Naimo e Gano, il mio parente, +Campati tutti quanti, e me lassati, +Ché qua voglio io purgare e mei peccati. + +Se a Dio, che è mio segnor, piace ch'io mora, +Fia il suo volere, io sono apparecchiato; +Ma questa è sol la doglia che mi accora, +Che perir veggio il popul battezato +Per man di gente che Macone adora. +O re del celo, mio segnor beato, +Se il fallir nostro a vendicar ti mena, +Fa che io sol pèra e sol porti la pena. - + +Ciascun di quei baron che Carlo ascolta, +Piangono anco essi e risponder non sano. +Già la schiera reale in fuga è volta, +E boni e tristi in frotta se ne vano. +La folta grande è già tutta ricolta +Ove Rugiero e 'l sir de Montealbano +Facean battaglia sì feroce e dura, +Che de questi altri alcun de lor non cura. + +Ma tanto è la ruina e il gran disvario +Di quella gente, e chi fugge e chi caccia, +Chi cade avanti, e chi per il contrario, +E chi da un lato e chi d'altro tramaccia; +Onde a que' dui baron fu necessario +Spartir la zuffa, e sì grande la traccia +Gli urtava adosso e tanta la zinia, +Che alcun di lor non sa dove si sia. + +Partito l'un da l'altro e a forza ispento, +Ché una gran frotta a lor percosse in mezo, +Rimase ciascun de essi mal contento, +Che non si discernia chi avesse el pezo; +Ma pur Ranaldo è quel dal gran lamento, +Dicendo: - O Dio del cel, ch'è quel ch'io vezo? +La nostra gente fugge in abandono, +Ed io che posso far che a piedi sono? - + +Così dicendo se pone a cercare, +E vede il suo Baiardo avanti poco. +A lui se accosta, e, volendo montare, +Il destrier volta e fugge di quel loco. +Ranaldo si voleva disperare +Dicendo: - Adesso è ben tempo da gioco! +Deh sta, ti dico, bestia maledetta! - +Baiardo pur va inanti e non lo aspetta. + +E lui, pur seguitando il suo destriero, +Se fu condutto entro una selva scura, +Onde lasciarlo un pezo è di mestiero, +Ch'egli incontrò in quel loco alta ventura. +Ora torno a contarvi di Rugiero, +Qual pure è a piedi in su quella pianura, +E ben se augura indarno il suo Frontino: +Eccoti avanti a lui passa Turpino. + +Turpino era montato a quel ronzone, +Ché il suo tra' Saracini avea smarito, +Come io contai alor quando Grifone +Ne le spalle a Rugiero avea ferito; +Or correndo venìa per un vallone. +Quando lo vidde il giovanetto ardito, +Dico Rugiero avanti a sé lo vide, +Non dimandar se de allegrezza ride. + +E così a piede se il pone a seguire +Cridando: - Aspetta, ché il cavallo è mio! - +E il bon Turpin, che vede ogni om fuggire, +Non avea de aspettarlo alcun desio; +Ma per la pressa avanti non può gire, +Tanta è la folta di quel popul rio; +Sì sono e nostri stretti e inviluppati, +Che forza fo a fuggir da l'un de' lati. + +Fugge Turpino, e Rugiero a le spalle, +Sin che condotti fôrno a un stretto passo, +Ove tra duo colletti era una valle; +La giù cade Turpino a gran fraccasso. +Rugiero a meza costa per un calle +Vide il prete caduto al fondo basso, +Ove l'acqua e il pantano a ponto chiude; +Embragato era quello alla palude. + +Rugier ridendo del poggio discese +E il vescovo aiutò, che se anegava. +Poi che for l'ebbe tratto, il caval prese; +A lui davante quello appresentava, +E proferiva con parlar cortese, +Che lo prendesse, se gli bisognava. +- Se Dio me aiuti, - disse a lui Turpino +- Tu non nascesti mai di Saracino. + +Né credo mai che tanta cortesia +Potesse dar natura ad un Pagano: +Prendi il destriero e vanne alla tua via: +Se lo togliessi, ben serìa villano! - +Così gli disse, e poi si dispartia +Correndo a piedi, e ritornò nel piano, +E trovò un Saracin fuor di sentiero: +Tagliolli il capo e prese il suo destriero. + +E tanto corse, che gionse la traccia +De' Cristiani che ogniom fuggia più forte; +Non ve si vede chi diffesa faccia: +Chi non puotè fuggire, ebbe la morte. +Sei giorni e notti sempre ebber la caccia +Sino a Parigi, e sino in su le porte +Occisa fo la gente sbigotita: +Maggior sconfitta mai non fu sentita. + +Tra' Cristïani sol Danese Ogiero +Fe' gran prodezze, la persona degna, +Ché di quel stormo periglioso e fiero +Riportò salva la reale insegna. +Preso rimase il marchese Oliviero, +Ottone ancor, che tra gli Anglesi regna, +Re Desiderio e lo re Salamone, +Duca Ricardo fo seco pregione. + +De gli altri che fôr presi e che fôr morti +Non se potria contar la quantitate, +Cotanti campïon valenti e forti +Fôr presi, o posti al taglio de le spate. +Chi contarebbe e pianti e' disconforti, +Che a Parigi eran dentro alla cittate? +Ciascadun crede e dice lacrimando +Che gli è morto Ranaldo e il conte Orlando. + +Fanciulli e vecchi e dame tutte quante +La notte fier' la guardia a' muri intorno; +Ma de Parigi più non dico avante. +Torno a Rugiero, il giovanetto adorno, +Qual gionse al loco dove Bradamante +La gran battaglia avea fatta quel giorno +Con Rodamonte, come io vi contai; +Non so se vi ricorda ove io lasciai. + +Nel libro che più giorni è già compito, +Narrai questa gran zuffa, e come il conte +Rimaso era de un colpo tramortito, +Quando percosso fo da Rodamonte; +E come stando ad estremo partito, +Quella donzella, fior di Chiaramonte, +Io dico Bradamante la signora, +Fece la zuffa che io contava alora. + +Da poi se dipartitte il paladino, +Ed incontrolli ciò che io vi ebbi a dire; +Tra Bradamante adunque e il Saracino +Rimase la battaglia a diffinire. +Non stava alcuno a quel loco vicino, +Né vi era chi potesse dipartire +L'aspra contesa e il grande assalto e fiero, +Sin che vi gionse il giovane Rugiero. + +Gionto sopra a quel colle il giovanetto +Vista ebbe la battaglia giù nel fondo, +E fermosse a mirarla per diletto, +Ché assalto non fu mai sì furibondo; +Perocché chi in quel tempo avesse eletto +Un par de bon guerreri in tutto il mondo, +Non l'avria avuto più compiuto a pieno +Che Bradamante e il figliol de Ulïeno. + +E ben ne dimostrarno esperïenza +A quel che han fatto e quel che fanno ancora; +Par che la zuffa pur mo si comenza, +Sì frescamente ciascadun lavora, +E se quel coglie, questo non va senza. +Da un colpo a l'altro mai non è dimora, +E nel colpir fan foco e tal fiammelle, +Che par che il lampo gionga nelle stelle. + +Rugiero alcun de' duo non cognoscia, +Ché mai non gli avea visti in altro loco, +Ma entrambi li lodava, e discernia +Che tra lor di vantaggio era assai poco. +Mirando l'aspre offese ben vedia +Cotal battaglia non esser da gioco, +Ma che è tra Saracino e Cristïano, +Onde discese subito nel piano. + +- Se alcun de voi - disse egli - adora Cristo, +Fermesi un poco e intenda quel ch'io parlo, +Ché annunzio gli darò dolente e tristo: +Sconfitto al tutto è il campo del re Carlo, +Ciò ch'io vi dico, con questi occhi ho visto. +Onde, se alcun volesse seguitarlo, +A far lunga dimora non bisogna, +Ché alle confine è forse di Guascogna. - + +Quando la dama intese così dire, +Dal fren per doglia abandonò la mano, +E tutta in faccia se ebbe a scolorire, +Dicendo a Rodamonte: - Bel germano, +Questo che io chiedo, non me lo disdire: +Lascia che io segua il mio segnor soprano, +Tanto che a quello io me ritrovi apresso, +Ché il mio volere è di morir con esso. - + +Diceva Rodamonte borbottando: +- A risponderti presto, io nol vo' fare. +Io stava alla battaglia con Orlando: +Tu te togliesti tal rogna a grattare. +Di qua non andarai mai, se non quando +Io stia così che io nol possa vetare: +Onde, se vôi che 'l tuo partir sia corto, +Fa che me getti in questo prato morto. - + +Quando Rugier cotal parlare intese, +Di prender questa zuffa ebbe gran voglia, +E Rodamonte in tal modo riprese +Dicendo: - Esser non può ch'io non me doglia, +Se io trovo gentil omo discortese, +Però che bene è un ramo senza foglia, +Fiume senza onda e casa senza via +La gentilezza senza cortesia. - + +A Bradamante poi disse: - Barone, +Ove ti piace ormai rivolgi il freno, +E se costui vorà pur questïone, +De la battaglia non gli verrò meno. - +La dama se partì senza tenzone, +E Rodamonte disse: - Io vedo a pieno +Che medico debbi esser naturale, +Da poi che a posta vai cercando il male. + +Or te diffendi, paccio da catena, +Da poi che per altrui morir te piace. - +Non minaccia Rugier, ma crida e mena, +E l'altro a lui ritocca e già non tace. +Ciascun di questi è fiero e di gran lena, +Onde battaglia orrenda e pertinace +Ed altre belle cose dir vi voglio, +Se piace a Dio ch'io segua come io soglio. + +Canto quinto + +Còlti ho diversi fiori alla verdura, +Azuri, gialli, candidi e vermigli; +Fatto ho di vaghe erbette una mistura, +Garofili e vïole e rose e zigli: +Traggasi avanti chi de odore ha cura, +E ciò che più gli piace, quel se pigli; +A cui diletta il ziglio, a cui la rosa, +Ed a cui questa, a cui quella altra cosa. + +Però diversamente il mio verziero +De amore e de battaglia ho già piantato: +Piace la guerra a l'animo più fiero, +Lo amore al cor gentile e delicato. +Or vo' seguir dove io lasciai Rugiero +Con Rodamonte alla zuffa nel prato, +Con sì crudeli assalti e tal tempesta, +Che impresa non fu mai simile a questa. + +E' se tornarno con le spade adosso +Gli animosi baroni a darsi morte. +Rugier primeramente fu percosso +Sopra del scudo a meraviglia forte, +Che tre lame ha di ferro e quattro d'osso; +Ma non è resistenzia che comporte: +Di Rodamonte la stupenda forza +Tagliò quel scudo a guisa de una scorza. + +Su da la testa alla ponta discende, +Più de un terzo ne cade alla campagna; +Rugier per prugna acerba agresto rende, +Ne la piastra ferrata lo sparagna. +Il scudo da la cima al fondo fende, +Come squarciasse tela d'una aragna; +Né a quel ni a questo l'armatura vale: +Un'altra zuffa mai non fu cotale. + +E veramente morte se avrian data +E l'uno e l'altro a sì crudo ferire, +Ma non essendo l'ora terminata +Né 'l tempo gionto ancora al suo morire, +Tra lor fu la battaglia disturbata, +Ché Bradamante gli venne a partire, +Bradamante, la dama di valore, +Qual dissi che seguia l'imperatore. + +E già bon pezzo essendo caminata, +Né potendo sua gente ritrovare, +La qual fuggiva a briglia abandonata, +Ne la sua mente se pose a pensare, +Tra sé dicendo: "O Bradamante ingrata, +Ben discortese te puote appellare +Quel cavallier che non sai chi se sia, +Ed ha' gli usata tanta villania. + +La zuffa prese lui per mia cagione, +E le mie spalle il suo petto diffese. +Ma, se io vedesse quivi il re Carlone +E le sue gente morte tutte e prese, +Tornar mi converrebbe a quel vallone, +Sol per vedere il cavallier cortese. +Sono obligata a l'alto imperatore, +Ma più sono a me stessa ed al mio onore." + +Così dicendo rivoltava il freno, +E passò prestamente il monticello, +Ove Rugiero e il figlio de Ulïeno +Faceano alla battaglia il gran flagello. +Come ella ariva a ponto, più né meno, +Gionse Rugiero, il franco damigello, +Un colpo a Rodamonte a tal tempesta, +Che tutta quanta gli stordì la testa. + +Fuor di se stesso in su lo arcion si stava +E caddeli di mano il brando al prato; +Rugier alora adietro se tirava, +Ché a cotale atto non l'avria toccato; +E Bradamante, che questo mirava, +Dicea: - Ben drittamente aggio io lodato +Di cortesia costui nel mio pensiero; +Ma che io il cognosca, al tutto è di mestiero. - + +E come gionta fo gioso nel piano, +Alta da l'elmo si levò la vista, +E voltata a Rugier con atto umano +Disse: - Accetta una escusa, a benché trista, +De lo atto ch'io te usai tanto villano; +Ma spesso per error biasmo se acquista: +E certo che io commessi questo errore +Per voglia di seguire il mio segnore. + +Non me ne avidi alora se non quando +Fu la doglia e il furor de me partito; +Ora in gran dono e grazia te adimando +Che questo assalto sia per me finito. - +Mentre che così stava ragionando, +E Rodamonte si fo risentito, +Qual, veggendosi gionto a cotale atto, +Quasi per gran dolor divenne matto. + +Non se trovando ne la mano il brando, +Che, com'io dissi, al prato era caduto, +Il celo e la fortuna biastemando +Là dove era Rugier ne fu venuto. +Con gli occhi bassi a la terra mirando, +Disse: - Ben chiaramente aggio veduto +Che cavallier non è di te migliore, +Né teco aver potrebbi alcun onore. + +Se tal ventura ben fosse la mia, +Ch'io te vincessi il campo alla battaglia, +Non sono io vinto già di cortesia? +Né mia prodezza più vale una paglia. +Rimanti adunque, ch'io me ne vo via, +E sempre, quanto io possa e quanto io vaglia, +Di me fa il tuo parere in ogni banda, +Come il maggiore al suo minor comanda. - + +Senza aspettar risposta via fu tolto, +In men che non se coce a magro il cavolo; +Il brando su dal prato avea racolto, +Il brando qual già fo de suo bisavolo. +In poco de ora longi era già molto, +Ché sì camina che sembra un dïavolo; +Né mai se riposò quel disperato +Sin che la notte al campo fu arivato. + +Rimase Bradamante con Rugiero, +Dapoi che il re di Sarza fie' partenza, +E la donzella avea tutto il pensiero +A prender di costui la cognoscenza. +Ma non trovando ben dritto sentiero +Né via di ragionar di tale essenza, +Temendo che non fosse a lui disgrato, +Senza più dimandar prese combiato. + +Disse Rugiero, il giovane cortese: +- Che vadi solo, io nol comportaria. +Di Barbari è già pien tutto il paese, +Che assaliranno in più lochi la via. +Da tanti non potresti aver diffese: +Ma sempre serò teco in compagnia; +Via passaren, quand'io sia cognosciuto, +Se non, coi brandi ce daremo aiuto. - + +Piacque alla dama il proferire umano, +E così insieme presero il camino, +Ed essa cominciò ben da lontano +Più cose a ragionar col paladino; +E tanto lo menò di colle in piano, +Che gionse ultimamente al suo destino, +Chiedendo dolcemente e in cortesia +Che dir gli piaccia de che gente sia. + +Rugiero incominciò, dal primo sdegno +Che ebbero e Greci, la prima cagione +Che adusse in guerra l'uno e l'altro regno, +Quel de Priamo e quel di Agamenòne; +E 'l tradimento del caval di legno, +Come il condusse il perfido Sinone, +E dopo molte angoscie e molti affanni +Fo Troia presa ed arsa con inganni. + +E come e Greci poi sol per sua boria +Fierno un pensier spietato ed inumano, +Tra lor deliberando che memoria +Non se trovasse del sangue troiano. +Usando crudelmente la vittoria, +Tutti e pregion scanarno a mano a mano, +Ed avanti a la matre per più pena +Ferno svenar la bella Polissena. + +E cercando Astianatte in ogni parte, +Che era di Ettorre un figlio piccolino, +La matre lo scampò con cotale arte: +Che in braccio prese un altro fanciullino, +E fuggette con esso a la disparte. +Cercando i Greci per ogni confino, +La ritrovarno col fanciullo in braccio, +E a l'uno e a l'altro dier di morte spaccio. + +Ma il vero figlio, Astïanatte dico, +Era nascoso in una sepoltura, +Sotto ad un sasso grande e molto antico, +Posto nel mezo de una selva oscura. +Seco era un cavallier del patre amico, +Che se pose con esso in aventura, +Passando il mare; e de uno in altro loco +Pervenne in fine alla Isola del Foco. + +Così Sicilia se appellava avante, +Per la fiamma che getta Mongibello. +Or crebbe il giovanetto, ed aiutante +Fu di persona a meraviglia e bello; +E in poco tempo fie' prodezze tante, +Che Argo e Corinto pose in gran flagello; +Ma fu nel fine occiso a modo tristo +Da un falso Greco, nominato Egisto. + +Ma prima che morisse, ebbe a Misina +(De la qual terra lui n'era segnore) +Una dama gentile e pellegrina, +Che la vinse in battaglia per amore. +Costei de Saragosa era regina, +Ed un gigante chiamato Agranore, +Re de Agrigento, la oltraggiava a torto; +Ma da Astianatte fu nel campo morto. + +Prese per moglie poscia la donzella, +E fece contra e Greci il suo passaggio, +Insin che Egisto, la persona fella, +Lo occise a tradimento in quel rivaggio. +Non era gionta ancora la novella +De la sconfitta e di tanto dannaggio, +Che e Greci con potente e grande armata +Ebber Misina intorno assedïata. + +Gravida era la dama de sei mesi, +Quando alla terra fu posto lo assedio, +Ma a patti se renderno e Misinesi, +Per non soffrir di guerra tanto tedio. +Poco o nïente valse essersi resi, +Ché tutti morti fôr senza rimedio, +Poi che promesso a' Greci avean per patto +Dar loro la dama, e non l'aveano fatto. + +Ma essa, quella notte, sola sola +Sopra ad una barchetta piccolina +Passò nel stretto, ove è l'onda che vola +E fa tremare e monti alla ruina; +Né si potrebbe odire una parola, +Tant'alto è quel furor de la marina; +Ma la dama, vargando come un vento, +A Regio se ricolse a salvamento. + +E Greci la seguirno, e a lor non valse +Pigliar la volta che è senza periglio, +Perché un'aspra fortuna a l'onde salse +Sumerse ed ispezzò tutto il naviglio, +E fôr punite le sue voglie false. +Ora la dama a tempo ebbe un bel figlio, +Che rilucente e bionde avia le chiome, +Chiamato Polidoro a dritto nome. + +Di questo Polidoro un Polidante +Nacque da poi, e Flovïan di quello. +Questo di Roma si fece abitante +Ed ebbe duo filioli, ogniun più bello, +L'un Clodovaco, l'altro fu Constante, +E fu diviso quel sangue gemello; +Due geste illustre da questo discesero, +Che poi con tempo molta fama apresero. + +Da Constante discese Costantino, +Poi Fiovo e 'l re Fiorello, il campïone, +E Fioravante e giù sino a Pipino, +Regal stirpe di Francia, e il re Carlone. +E fu l'altro lignaggio anco più fino: +Di Clodovaco scese Gianbarone, +E di questo Rugier, paladin novo, +E sua gentil ischiatta insino a Bovo. + +Poi se partitte di questa colona +La nobil gesta, in due parte divisa; +Ed una di esse rimase in Antona, +E l'altra a Regio, che se noma Risa. +Questa citade, come se ragiona, +Se resse a bon governo e bona guisa, +Sin che il duca Rampaldo e' soi figlioli +A tradimento fôr morti con dôli. + +La voglia di Beltramo traditore +Contra del patre se fece rubella; +E questo fu per scelerato amore +Che egli avea posto alla Galacïella; +Quando Agolante con tanto furore, +Con tanti armati in nave e ne la sella, +Coperse sì di gente insino in Puglia, +Che al vòto non capea ponto de aguglia. + +Così parlava verso Bradamante +Rugier, narrando ben tutta la istoria, +Ed oltra a questo ancor seguiva avante, +Dicendo: - Ciò non toglio a vanagloria, +Ma de altra stirpe di prodezze tante, +Che sia nel mondo, non se ne ha memoria; +E, come se ragiona per il vero, +Sono io di questi e nacqui di Rugiero. + +Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio +Che avesse cotal nome fu secondo; +Ma fu tra gli altri di virtute un raggio, +De ogni prodezza più compiuto a tondo. +Morto fu poscia con estremo oltraggio, +Né maggior tradimento vidde il mondo, +Perché Beltramo, il perfido inumano, +Traditte il patre e il suo franco germano. + +Risa la terra andò tutta a ruina, +Arse le case, e fu morta la gente; +La moglie di Rugier, trista, tapina, +Galacïella, dico, la valente, +Se pose disperata alla marina, +E gionta sendo al termine dolente +Che più il fanciullo in corpo non si porta, +Me parturitte, e lei rimase morta. + +Quindi mi prese un negromante antico, +Qual di medolle de leoni e nerbi +Sol me nutritte, e vero è quel ch'io dico. +Lui con incanti orribili ed acerbi +Andava intorno a quel diserto ostìco, +Pigliando serpe e draghi più superbi, +E tutti gli inchiudeva a una serraglia; +Poi me ponea con quelli alla battaglia. + +Vero è che prima ei gli cacciava il foco +E tutti e denti fuor de la mascella: +Questo fo il mio diletto e il primo gioco +Che io presi in quell'etate tenerella; +Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco, +Non me volse tenir più chiuso in cella, +E per l'aspre foreste e solitarie +Me conducea, tra bestie orrende e varie. + +Là me facea seguir sempre la traccia +Di fiere istrane e diversi animali; +E mi ricorda già che io presi in caccia +Grifoni e pegasei, benché abbiano ali. +Ma temo ormai che a te forse non spiaccia +Sì lunga diceria de tanti mali: +E, per satisfar tosto a tua richiesta, +Rugier sono io; da Troia è la mia gesta. - + +Non avea tratto Bradamante un fiato, +Mentre che ragionava a lei Rugiero, +E mille volte lo avea riguardato +Giù dalle staffe fin suso al cimero; +E tanto gli parea bene intagliato, +Che ad altra cosa non avea il pensiero: +Ma disiava più vederli il viso +Che di vedere aperto il paradiso. + +E stando così tacita e sospesa, +Rugier sogionse a lei: - Franco barone, +Volentier saprebbi io, se non ti pesa, +Il nome tuo e la tua nazïone. - +E la donzella, che è d'amore accesa, +Rispose ad esso con questo sermone: +- Così vedestù il cor, che tu non vedi, +Come io ti mostrarò quel che mi chiedi. + +Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana. +Non so se sai di tal gesta nïente, +Ma di Ranaldo la fama soprana +Potrebbe essere agionta a vostra gente. +A quel Ranaldo son sôra germana; +E perché tu mi creda veramente, +Mostrarotti la faccia manifesta -; +E così lo elmo a sé trasse di testa. + +Nel trar de l'elmo si sciolse la treccia, +Che era de color d'oro allo splendore. +Avea il suo viso una delicateccia +Mescolata di ardire e de vigore; +E' labri, il naso, e' cigli e ogni fateccia +Parean depenti per la man de Amore, +Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo, +Che dir non pôssi, ed io non lo descrivo. + +Ne lo apparir dello angelico aspetto +Rugier rimase vinto e sbigotito, +E sentissi tremare il core in petto, +Parendo a lui di foco esser ferito. +Non sa pur che si fare il giovanetto: +Non era apena di parlare ardito. +Con l'elmo in testa non l'avea temuta, +Smarito è mo che in faccia l'ha veduta. + +Essa poi cominciò: - Deh bel segnore! +Piacciavi compiacermi solo in questo, +Se a dama alcuna mai portasti amore, +Ch'io veda il vostro viso manifesto. - +Così parlando odirno un gran rumore; +Disse Rugiero: - Ah Dio! Che serà questo? - +Presto se volta e vede gente armata, +Che vien correndo a lor per quella strata. + +Questi era Pinadoro e Martasino, +Daniforte e Mordante e Barigano, +Che avean posto uno aguato in quel confino +Per pigliar quei che in rotta se ne vano. +Come gli vidde il franco paladino, +Verso di lor parlando alciò la mano, +E disse: - Stati saldi in su il sentiero! +Non passati più avanti! Io son Rugiero. - + +In ver da la più parte e' non fu inteso, +Perché cridando uscia de la foresta. +E Martasin, che sempre è de ira acceso, +Subito gionse e parve una tempesta. +A Bradamante se ne va disteso, +E ferilla aspramente nella testa; +Non avea elmo la meschina dama, +Ma sol guardando al celo aiuto chiama. + +Alciando il scudo il capo se coperse, +Ché non volse fuggir la dama vaga. +Re Martasino a quel colpo lo aperse, +E fece in cima al capo una gran piaga. +Già Bradamante lo animo non perse, +E riscaldata a guisa d'una draga +Ferisce a Martasin di tutta possa; +Ma Rugier gionse anch'esso alla riscossa. + +E Daniforte cridava: - Non fare! +Non far, Rugier, ché quello è Martasino! - +Già Barigano non stette a cridare, +Ché odio portava occulto al paladino, +Ed avea voglia di se vendicare, +Però che un Bardulasto, suo cugino, +Fo per man di Rugier di vita spento; +Ma lui lo avea ferito a tradimento. + +Se vi racorda, e' fu quando il torniero +Se fece sotto al monte di Carena. +Scordato a voi debbe esser de legiero, +Ché io che lo scrissi, lo ramento apena. +Ora, tornando Barigano il fiero, +Sopra a Rugiero un colpo a due man mena; +Sopra la testa a lui mena a due mano, +E ben credette di mandarlo al piano. + +Ma il giovanetto, che ha soperchia possa, +Non se mosse per questo dello arcione; +Anci, adirato per quella percossa, +Tornò più fiero, a guisa di leone. +Già Bradamante alquanto era rimossa +Larga da loro; e, stracciato un pennone +Di certa lancia rotta alla foresta, +Con fretta avea legata a sé la testa. + +L'elmo alacciato e posta la barbuta, +Tornò alla zuffa con la spada in mano. +La ardita dama aponto era venuta +Quando a Rugier percosse Barigano. +Lei speronando de arivar se aiuta, +E gionse un colpo a quel falso pagano; +Non par che piastra, o scudo, o maglia vaglia: +A un tratto tutte le sbaraglia e taglia. + +Rugiero aponto si era rivoltato +Per vendicar lo oltraggio ricevuto, +E vidde il colpo tanto smisurato, +Che de una dama non l'avria creduto. +Barigano in duo pezzi era nel prato, +Né a tempo furno gli altri a darli aiuto, +A benché incontinente e destrier ponsero; +Ma, come io dico, a tempo non vi gionsero. + +Onde adirati, per farne vendetta +Contra alla dama tutti se adricciarno. +Rugier de un salto in mezo a lor se getta +Per dipartir la zuffa, a benché indarno; +Non val che parli, o che in mezo se metta, +E Martasino e Pinador cridarno: +- Tu te farai, Rugier, qua poco onore: +Contra Agramante èi fatto traditore. - + +Come quella parola e oltraggio intese +Il giovanetto, non trovava loco, +E sì nel core e nel viso se accese, +Che sfavillava gli occhi come un foco; +E messe un crido: - Gente discortese, +Lo esser cotanti vi giovarà poco. +Traditor sete voi; io non sono esso, +E mostrarò la prova adesso adesso. - + +Tra le parole il giovane adirato +Urta il destriero adosso a Pinadoro. +Or vedereti il campo insanguinato, +E de duo cori arditi il bel lavoro. +Chi gli assalta davanti e chi da lato, +Ché molta gente avean seco coloro; +Dico gli cinque re, de che io contai, +Avean con seco gente armata assai. + +De' suoi scuderi in tutto da cinquanta +Avean seco costoro in compagnia. +El resto di sua gente, ch'è cotanta, +Era rimaso adietro per la via; +Ma se qui ancora fosse tutta quanta, +Già Bradamante non ne temeria; +Mostrar vôle a Rugier che cotanto ama, +Che sua prodezza è assai più che la fama. + +Né già Rugiero avia voglia minore +Di far vedere a quella damigella +Se ponto avea di possa o di valore, +E lampeggiava al cor come una stella. +Ragione, animo ardito e insieme amore +L'un più che l'altro dentro lo martella; +E la dama, ferita a tanto torto, +L'avrebbe ad ira mosso essendo morto. + +Dunque adirato, come io dissi avante, +Se adriccia a Pinadoro il paladino; +Né più lenta se mosse Bradamante, +Che fuor de gli altri ha scorto Martasino. +Ma questo canto non serìa bastante +Per dir ciò che fu fatto in quel confino, +Onde io riservo al resto il fatto tutto, +Se Dio ce dona, come suole, aiutto. + +Canto sesto + +Segnor, se alcun di voi sente de amore, +Pensati che battaglia avranno a fare +Que' duo, che insieme agionto aveano il core, +Né volevan l'un l'altro abandonare. +La fulmina del cel con suo furore +Non gli potrebbe a forza separare; +Né spietata fortuna e non la morte +Può disgiongere amor cotanto forte. + +Come io contava, il nobile Rugiero +Sopra de Pinador forte martella; +L'elmo gli ruppe e spennacchiò il cimiero: +Quasi a quel colpo lo trasse di sella. +Da l'altra parte Martasino il fiero +Non avantaggia ponto la donzella, +La qual sempre cridava: - Ascolta! ascolta! +Non me trovi senza elmo a questa volta. - + +Così dicendo a duo man l'ha ferito +De un colpo tanto orrendo e smisurato, +Che sopra de lo arcion è tramortito: +E veramente lo mandava al prato, +Ma in quel Mordante, il saracino ardito, +Correndo alla donzella urtò da lato, +Ferendola a duo man de un roversone +Che fu per trarla fuora de lo arcione. + +Ma Rugier presto venne ad aiutare, +Lasciando Pinador che aveva avante; +Però che, benché assai abbia da fare, +Sempre voltava gli occhi a Bradamante. +Or sembra il giovanetto un vento in mare: +Spezza in due parte il scudo di Mordante, +Taglia le piastre e usbergo tutto netto, +Ed anco alquanto lo ferì nel petto. + +Ma Pinadoro, che lo avea seguito, +Percosse a mezo il collo il paladino, +E tagliò la gorziera più de un dito: +Tenne il camaglio el brando, ché era fino. +Non si spaventa il giovanetto ardito: +Tondo de un salto rivoltò Frontino, +E mena a Pinadoro in su la testa; +E Martasino a lui, che già non resta. + +Mentre che questa zuffa se scompiglia, +Daniforte se afronta e viene in tresca +Con circa a trenta della sua famiglia, +Con targhe e lancie armati alla moresca. +Bradamante ver loro alciò le ciglia: +Come starà cotal canaglia fresca, +Che armati son di sàmito e di tela! +Oh che squarcioni andran per l'aria a vela! + +Urta tra lor la dama e il brando mena, +E gionse un moro in su un gianetto bianco, +Che coda e chioma avia tinto de alchena; +Lei tagliò il nero dalla spalla al fianco. +Non era a terra quel caduto apena, +Che afronta uno Arbo, e fece più ni manco; +La spada adosso in quel modo gli calla, +Sì che il partì dal fianco in su la spalla. + +Quasi che insieme tutti ebber la morte; +Chi qua chi là per el campo cascava, +E quando il primo bussava alle porte +Giù dello inferno, lo ultimo arivava. +Più fiate la assalitte Daniforte; +Ma, come Bradamante a lui voltava, +Quel fugge e sguincia, e ponto non aspetta, +E torna e volta, e sembra una saetta. + +Egli avea sotto una iumenta mora, +Di pel di ratta, con la testa nera, +Che in su la terra mai non se dimora +Con tutti e piedi, tanto era legiera. +Vero è che in dosso avia poche arme ancora, +Ché non portava usbergo né lamiera: +La tòcca ha in testa, e la lancia e la targa, +E cinta al petto una spadazza larga. + +Armato come io dico, il saracino +Tenea sovente la dama aticciata; +Or corre, e volta poi che gli è vicino, +Or da traverso mena una lanciata. +Ecco la dama ha visto Martasino, +Che al suo Rugier ferisce della spata: +Di dietro il tocca, sopra delle spalle, +E ben si crede di mandarlo a valle. + +Ma Bradamante vi gionse a quel ponto +Che Rugiero ebbe il colpo smisurato; +Balordito era e sì come defonto +Al col del suo destrier stava abracciato. +Or bene a tempo è quel soccorso agionto, +Perché certo altrimente era spacciato; +Ma come gionse, la dama felice +Parve un falcone entrato a le pernice. + +Insieme Martasino e Pinadoro +A lei voltarno, e gionsevi Mordante +E Daniforte, e molti altri con loro: +Chi la tocca di dietro, e chi davante. +Ma lei, che di prodezza era un tesoro, +Dispreza l'altre gente tutte quante; +Tocca sol Martasino e quel travaglia, +Né cura il resto che de intorno abaglia. + +Tanto adirata è la dama valente, +Che Martasin conduce a rio partito; +La sua prodezza a lui giova nïente, +Spezzato ha l'elmo e nel petto è ferito. +Né vi giova il soccorso de altra gente; +La dama nel suo core ha statuito +Che ad ogni modo in questa zuffa e' mora, +E ben col brando a cerco gli lavora. + +Al fin turbata e con molta tempesta +De coprirse col scudo non ha cura, +E ferillo a due man sopra alla testa: +Divide il capo e parte ogni armatura. +Quella tagliente spada non se arresta, +Ché tutto il fende insino alla centura; +Nel tempo che a quel modo lo divide, +Rugier rivenne e quel bel colpo vide. + +Torna alla zuffa il giovanetto forte, +Sì rosso in vista che sembrava un foco: +Guardative, Pagan, ché el vien la morte! +A zaro il resto, ormai non vi è più gioco. +E ben se avide il falso Daniforte +Che il contrastar più qua non avea loco: +Già morto è Martasino e Barigano, +Quaranta e più de gli altri sono al piano. + +Esso è rimaso e seco Pinadoro, +Circa ad otto altri ancora, con Mordante. +Tagliava allora il capo a un barbasoro +La dama, e gli altri avea morti davante. +Intanto insieme consigliâr costoro +Che Daniforte attenda a Bradamante +E conducala via, mostrando fuggere, +Gli altri Rugiero attendano a destruggere. + +Era già gionto il giovanetto al ballo, +E stranamente incominciò la danza, +Ché incontrò un rebatin sopra al cavallo, +E tutto lo partì sino alla panza. +Non avea intorno pezzo di metallo, +Perché era armato pure a quella usanza, +Moresca, dico, essendo Genoese: +Ma con la fede avea cambiato arnese. + +Rugier lo occise, e un altro a canto ad esso. +Né Bradamante ancora se posava; +Ma Daniforte occultamente apresso +Di lei se fece e sua lancia menava. +Là dove il sbergo alla giontura è fesso, +Colse, ma poco dentro ve ne entrava, +Ché forte mai non mena quel che dubita: +La dama se voltò turbata e subita. + +Già Daniforte ponto non la aspetta, +Né star con seco a fronte gli bisogna; +Lei con li sproni il suo destriero afretta, +Ché voglia ha di grattare a quel la rogna. +Serìa scappato come una saetta, +Ma non volea, quel pezzo di carogna, +Che va trottone e lamentase ed urla, +Mostrando stracco sol per via condurla. + +Gli altri a Rugiero intorno combattevano, +Io dico Pinadoro e il re Mordante, +Che circa a sei de' suoi ancor vi avevano, +E di dietro il toccavano e davante, +Usando ogni vantaggio che sapevano. +Ma lascio loro e torno a Bradamante, +Che dietro a Daniforte invelenita +Lo vôl seguire a sua vita finita. + +E quel malvaggio spesso se rivolta, +Aspettala vicino, e poi calcagna, +E per un pezzo fugge alla disciolta, +Poi va galoppo e il corso risparagna, +Tanto che di quel loco l'ebbe tolta, +E furno usciti fuor de la campagna, +Che tutta è chiusa de monti de intorno, +Ove era stata la battaglia il giorno. + +Il falso saracin monta a la costa +E scende ad un bel pian da l'altro lato. +Bradamante lo segue, ché è disposta +Non lo lasciar se non morto o pigliato; +E non prendendo al lungo corso sosta, +Il suo destriero afflitto ed affannato, +Sendo già in piano, al transito d'un fosso, +Non potendo più andar gli cade adosso. + +E Daniforte, che sentì il stramaccio, +Presto se volta, e stracco non par più, +Dicendo: - Cristïan, di questo laccio +Ove èi caduto, non uscirai tu. - +Or Bradamante col sinistro braccio +Pinse il ronzon da lato, e levò su, +E forte crida: - Falso saracino, +Ancor non m'hai legata al tuo domìno. - + +Pur Daniforte de intorno la agira, +E de improviso spesso la assalisse; +Or mostra de assalirla, e se ritira, +Ed a tal modo il falso la ferisse. +La dama gionta a l'ultimo se mira, +E tacita parlando fra sé disse: +"Io spargo il sangue e l'anima se parte, +Se io non colgo costui con la sua arte." + +Così con seco tacita parlava, +Mostrandosi ne gli atti sbigotita, +Né molta finzïon gli bisognava, +Però che in molte parte era ferita, +E il sangue sopra l'arme rosseggiava. +Or, mostrando cadere alla finita, +Andar se lascia e in tal modo se porta, +Che giuraria ciascun che fusse morta. + +E quel malicïoso ben se mosse, +Ma de smontare a terra non se attenta, +E prima con la lancia la percosse +Per veder se de vita fusse ispenta; +La dama lo sofferse e non se mosse, +E quello smonta e lega la iumenta; +Ma come Bradamante in terra il vede, +Non par più morta e fu subito in piede. + +Ora non puote il pagan maledetto, +Come suoleva, correre e fuggire; +La dama il capo gli tagliò di netto +E lasciòl possa a suo diletto gire. +La ombra era grande già per quel distretto, +E cominciava il celo ad oscurire: +Non sa quella donzella ove se sia, +Ché condotta era qua per strana via. + +Per boschi e valle, e per sassi e per spine +Avea correndo il pagan seguitato, +E non vedeva per quelle confine +Abitacolo o villa in verun lato. +Salitte sopra la iumenta in fine, +E caminando uscitte di quel prato; +Ferita e sola, a lume de la luna +Abandonò la briglia alla fortuna. + +Lasciamo andare alquanto Bradamante, +Poi di lei seguiremo e soa ventura, +E ritorniamo ove io lasciai davante +Rugier lo ardito alla battaglia dura. +Il re di Constantina con Mordante, +Che non han di vergogna alcuna cura, +Gli sono intorno per farlo cadere, +E ciascun de essi tocca a più potere. + +Oh chi vedesse il giovanetto ardito, +Come a ponto divide il tempo a sesto, +Che non ne perde nel ferire un dito! +Or quinci or quindi tocca, or quello or questo; +Apena par che l'uno abbia ferito, +Che volta a l'altro, e mena così presto +Che con minor distanzia e tempo meno +Fulmina a un tratto e seguita il baleno. + +E per non vi seguir sì lunga traccia, +La cosa presto presto vi disgroppo. +Mordante, che assalirlo se procaccia, +Ebbe tra questo assalto un strano intoppo: +Fu ferito a traverso nella faccia, +E via volò de l'elmo tutto il coppo; +Meza la testa è ne lo elmo che vola, +Rimase il resto al busto con la gola. + +Non avea fatto questo colpo apena, +Che a Pinador voltò, che era da lato, +E nel voltarse lo assalisce e mena; +Ma quello era già tanto spaventato, +Che parea un veltro uscito di catena, +Fuggendo a tutta briglia per il prato. +Fuggito essendo per sassi e per valle, +Rugier gli tolse il capo dalle spalle. + +Era già il sole allo occidente ascoso, +Quando finita è la battaglia dura; +Allor guardando il giovane amoroso +Di Bradamante cerca e di lei cura, +Né trova nel pensiero alcun riposo. +Per tutto a cerco è già la notte oscura: +Veder non può colei che cotanto ama, +Ma guarda intorno e ad alta voce chiama. + +Passando per costiere e per valloni, +Trovò duo cavallieri ad un poggetto, +E sentendo il scalpizzo de' ronzoni +Prese alcuna speranza il giovanetto; +Ma come a lui parlarno que' baroni, +Che il salutarno de animo perfetto, +Tanto cordoglio l'animo gli assale, +Che non rispose a lor ni ben ni male. + +- Costui certo debbe esser un villano, +Che avrà spogliato l'arme a qualche morto! - +Disser que' duo; ma il giovanetto umano +Rispose: - Veramente io ebbi il torto. +Amor, che ha del mio cor la briglia in mano, +Me ha da lo intendimento sì distorto, +Che quel che esser soleva, or più non sono, +E del mio fallo a voi chiedo perdono. - + +Disse un de' duo baroni: - O cavalliero, +Se inamorato sei, non far più scusa: +Tua gentilezza provi de legiero, +Perché in petto villano amor non usa; +E se di nostro aiuto hai de mestiero, +Alcun di noi servirti non recusa. - +Rispose a lui Rugiero: - Ora mi lagno, +Perché ho perduto un mio caro compagno. + +Se lo avesti sentito indi passare, +Mostratimi il camin per cortesia; +Per tutto il mondo lo voglio cercare: +Senza esso certo mai non viveria. - +Così dicea Rugiero, e palesare +Altro non volse, sol per zelosia; +Però che il dolce amore in gentil petto +Amareggiato è sempre di sospetto. + +Negarno e duo baroni aver sentito +Passare alcuno intorno a quel distretto, +E ciascadun di lor si è proferito +De accompagnar cercando il giovanetto; +Ed esso volentier prese lo invito, +Ché se trovava in quel loco soletto, +Dico in quel monte diserto e salvatico, +Ed esso del paese era mal pratico. + +Tutti e tre insieme adunque cavalcando, +Avosavano intorno spessamente, +Per ogni loco del monte cercando +Tutta la notte, e trovarno nïente. +E già veniva l'alba reschiarando, +La luce rosseggiava in orïente, +Quando un de quei baron tutto se affisse +Mirando il scudo de Rugiero, e disse: + +- Chi vi ha concessa, cavallier, licenzia +Portar depenta al scudo quella insegna? +Il suo principio è di tanta eccellenzia, +Che ogni persona de essa non è degna. +Ciò vi comportarò con pacïenzia, +Se tal virtù nel corpo vostro regna, +Che alla battaglia riportati lodo +Contro di me, che l'ho acquistata e godo. - + +Disse Rugiero: - Ancor non mi ero accorto +Che quella insegna è fatta come questa; +E veramente la portati a torto, +Se non siamo discesi de una gesta; +Onde vi prego molto e vi conforto +Che tal cosa facciati manifesta: +Ove acquistasti tale insegna e come, +E quale è vostra stirpe e vostro nome. - + +Disse colui: - Da parte assai lontane +A vostra stirpe credo esser venuto; +Tartaro sono e nacqui de Agricane, +Mio nome ancora è poco cognosciuto. +Per forza de arme ed aventure istrane +In Asia conquistai questo bel scuto; +Ma a che bisogna dare incenso a' morti? +Chi ha più prodezza, quello scudo porti. - + +Rugier, poi che lo invito ebbe accettato, +Giva il nimico a cerco rimirando: +Vide che spata non avea a lato, +E disse a lui: - Voi sete senza brando: +Come faremo, ché io non sono usato +Giocare a pugni? E però vi adimando +Quale esser debba la contesa nostra: +Brando non vi è né lancia per far giostra. - + +Rispose il cavallier: - Mai non vien manco +Fortuna de arme a franco campïone; +Le vostre acquistarò, se io non mi stanco: +Acquistar le voglio io con un bastone. +Portar non posso brando alcuno al fianco, +Se io non abatto il figlio di Melone, +Però che Orlando, la anima soprana, +Tien la mia spata, detta Durindana. - + +L'altro compagno di quel cavalliero +(Che era Gradasso, ed esso è Mandricardo) +Presto rispose: - E' vi falla il pensiero, +Perché quel brando del conte gagliardo +Sì non acquistareti de legiero, +Ché gionto seti a tale impresa tardo, +E serìa vostra causa disonesta: +Prima di voi io venni a questa inchiesta. + +Cento cinquanta millia combattanti +Condussi in Francia fin de Sericana; +Tante pene soffersi, affanni tanti, +Per acquistare il brando Durindana! +Par che il mercato sii fatto a contanti, +Così faceti voi la cosa piana; +Ma prima che il pensier vostro se adempia, +Farò scadervi l'una e l'altra tempia. + +Né vi crediati senza mia contesa +Aver per zanze quel brando onorato. - +E Mandricardo di collera accesa +Disse: - Io so che di zanze è bon mercato: +Or vi aconciati e prendeti diffesa. - +Così dicendo ad uno olmo in quel prato +Un grosso tronco tra le rame scaglia, +E quel sfrondando viene alla battaglia. + +Gradasso il brando pose anco esso in terra, +E spiccò presto un bel fusto di pino; +L'un più che l'altro gran colpi disserra +E fuor de l'arme scuoteno il polvino. +Stava Rugiero a remirar tal guerra +E scoppiava de riso il paladino, +Dicendo: - A benché io non veda chi màsini, +Quel gioco è pur de molinari e de asini. - + +Più fiate volse la zuffa partire: +Come più dice, ogniom più se martella. +Eccoti un cavalliero ivi apparire +Accompagnato da una damigella. +Rugier da longi lo vidde venire; +Fassegli incontro e con dolce favella +Espose a lui ridendo la cagione +Perché faceano e duo quella tenzone. + +Dicea Rugiero: - Io gli ho pregati in vano, +Ma di partirli ancor non ho potere. +Per la spata de Orlando, che non hano, +E forse non sono anco per avere, +Tal bastonate da ciechi se dano, +Che pietà me ne vien pur a vedere: +E certo di prodezza e di possanza +Son due lumiere agli atti e alla sembianza. + +Ma voi diceti: onde seti venuto? +Perché, se io non me inganno nel sembiante, +Mi pare altrove avervi cognosciuto: +Se bene amento, in corte de Agramante. - +Rispose il cavalliero: - Io ve ho veduto +Di certo quando io venni di Levante. +Io ve vidi a Biserta, questo è il vero; +Son Brandimarte, e voi seti Rugiero. - + +Incontinente insieme se abbracciarno, +Come se ricognobbero e baroni, +E parlando tra lor deliberarno +De ispartir quella zuffa de bastoni. +Ebbero un pezzo tal fatica indarno, +Ché sì turbati sono e campïoni, +Che per ragione o preghi non se voltano: +L'un l'altro tocca, e ponto non ascoltano. + +Pur Brandimarte, a cenni supplicando, +Fece che sue parole furno odite, +Dicendo a lor: - Se desïati il brando +Per il quale è tra voi cotanta lite, +Condur vi posso ov'è al presente Orlando: +Là fìen vostre contese diffinite. +Or sì ve ha tolto l'ira il fren di mano, +Che per nïente combattete in vano. + +Ma se traeti il campïon sereno +Di certa incantason dolente e trista, +Lui di battaglia a voi non verrà meno; +Sia Durindana poi di chi l'acquista. +Se il mondo è ben di meraviglia pieno, +Una più strana mai non ne fu vista +Di questa ove ora vado, per provare +Se indi potessi Orlando liberare. - + +Gradasso e Mandricardo, odendo questo, +Lasciâr la pugna più che volentiera, +Pregando Brandimarte che pur presto +Gli volesse condurre ove il conte era. +Esso rispose: - Ora io vi manifesto +Che vicino a due leghe è una riviera, +Qual nome ha Riso, e veramente è un pianto; +Dentro vi è chiuso Orlando per incanto. + +Uno indovino, a cui molto è creduto, +In Africa m'ha questo apalesato; +E perciò in questo loco ero venuto +A liberarlo, come disperato. +Bastante non ero io; ma il vostro aiuto, +Come io comprendo, il cel me ha destinato, +E so che ogniom di voi passaria il mare +Per tuore impresa tanto singulare. - + +Ciascun de' duo baroni ha più desio +Di ritrovarsi presto alla fiumana. +Dicea Rugiero: - E dove rimango io, +Se ben non cheggio Orlando o Durindana? - +Più non dico ora. Il grave incanto e rio +Farò palese e la aventura istrana, +E come tratto for ne fosse Orlando; +Cari segnori, a voi me racomando. + +Canto settimo + +Più che il tesoro e più che forza vale, +Più che il diletto assai, più che l'onore, +Il bono amico e compagnia leale; +E a duo, che insieme se portano amore, +Maggior li pare il ben, minore il male, +Potendo apalesar l'un l'altro il core; +E ogni dubbio che accada, o raro, o spesso, +Poterlo ad altrui dir come a se stesso. + +Che giova aver de perle e d'ôr divizia, +Avere alta possanza e grande istato, +Quando si gode sol, senza amicizia? +Colui che altri non ama, e non è amato, +Non puote aver compita una letizia; +E ciò dico per quel che io vi ho contato +Di Brandimarte, che ha passato il mare +Sol per venire Orlando ad aiutare. + +Di Biserta è venuto il cavalliero +Per trare il conte fuor de la fiumana; +Il re Gradasso e Mandricardo altiero +Avea richiesti a quella impresa strana. +- Ma dove rimango io? - dicea Rugiero +- Se ben non chieggio a Orlando Durindana, +Se ben seco non voglio aver contesa, +Venir non debbo a sì stupenda impresa? - + +- Esser conviene il numero disparo, - +Rispose Brandimarte - a quel che io sento; +Condurvi tutti quanti avrebbi a caro, +Ma nol concede questo incantamento; +Ed io non vedo a ciò meglior riparo +Che per la sorte fare esperimento. +Ecco una pietra bianca ed una oscura: +Chi avrà la nera, cerchi altra ventura. - + +Ciascun de stare a questo fo contento, +Così gettarno la ventura a sorte, +E Mandricardo fuor rimase ispento, +E quindi se partì dolente a morte. +Turbato se ne va, che sembra un vento, +Per piano e monte caminando forte. +Tanto andò, che a Parigi gionse un giorno, +Ove Agramante ha già lo assedio intorno. + +Di fuor ne l'oste, io dico de Agramante, +Fu ricevuto a grandissimo onore. +Ma di lui non ragiono ora più avante, +Perché io ritorno nel primo tenore +A ricontarvi del conte de Anglante, +Che se ritrova preso in tanto errore +Tra le Naiàde al bel fiume del Riso; +Or odeti la istoria che io diviso. + +Queste Naiàde ne l'acqua dimorano +Per quella solacciando, come il pesce, +E per incanto gran cose lavorano, +Ché ogni disegno a lor voglia rïesce. +De' cavallier sovente se inamorano, +Ché star senza uomo a ogni dama rencresce, +E di tal fatte assai ne sono al mondo; +Ma non si veggion tutti e fiumi al fondo. + +Queste ne l'acque che il Riso se appella, +Avean composto de oro e di cristallo +Una mason, che mai fu la più bella, +E là si stavon festeggiando al ballo. +Già vi contai di sopra la novella, +Quando discese Orlando del cavallo +Per rinfrescarse a l'onde pellegrine; +Ciò vi contai de l'altro libro al fine. + +E come tra le dame fu raccolto +Con molta zoia e grande adobamento; +Quivi poi stette libero e disciolto, +Preso de amore al dolce incantamento, +A l'onde chiare specchiandosi il volto, +Fuor di se stesso e fuor di sentimento; +E le Naiàde, allegre oltra misura, +Solo a guardarlo aveano ogni lor cura. + +Però di fuora, in cerco alla rivera, +Per arte avean formato un bosco grande, +Ove stava di pianta ogni mainera, +Ilice e quercie e soveri con giande: +L'arice e teda e l'abete legera +Di grado in grado al ciel le fronde spande, +Che sotto a sé facean l'aere oscuro; +Poi for del bosco se agirava un muro. + +Questa cinta era fabricata intorno +Di marmi bianchi, rossi, azurri e gialli, +Ed avea in cima un veroncello adorno +Con colonnette di ambre e de cristalli. +Ora a quei cavallier faccio ritorno, +Che vengon senza suoni a questi balli, +Né san de le Naiàde la mala arte: +Dico Rugier, Gradasso e Brandimarte, + +E Fiordelisa, che seco favella +Di questa impresa e molto li conforta. +Gionsero in fine a la muraglia bella, +Qual di metallo avea tutta la porta. +Sopra alla soglia stava una donzella, +Come a guardarla posta per iscorta, +E tenea un breve, scritto da due bande, +Con tal parole e con lettere grande: + +' Desio di chiara fama, isdegno e amore +Trovano aperta a sua voglia la via.' +Questi duo versi avea scritti di fuore, +Poi dentro in cotal modo se leggia: +'Amore, isdegno e il desïare onore +Quando hanno preso l'animo in balìa, +Lo sospingon avanti a tal fraccasso, +Che poi non trova a ritornare il passo.' + +Gionti quivi e baron, come io vi ho detto, +La dama con la mano il breve alciava, +E fo da tutti lor veduto e letto +Da quella banda che se dimostrava. +Adunque e cavallier senza sospetto +Passâr, ché alcun la strata non vetava; +Con Fiordelisa entrarno tutti quanti, +Ma per la selva andar non ponno avanti. + +Però che quella molto era confusa +De arbori spessi ed alti oltra misura; +La porta alle sue spalle era già chiusa, +Che più facea parer la cosa scura; +Ma Fiordelisa, tra gli incanti adusa, +- Non abbiati - dicia - de ciò paura; +A ogni periglio e loco ove si vada, +Il brando e la virtù fa far la strada. + +Smontati de li arcioni, e con le spate +Tagliando e tronchi, fative sentiero; +E se ben sorge alcuna novitate, +Non vi turbati ponto nel pensiero. +Vince ogni cosa la animositate, +Ma condurla con senno è di mestiero. - +Così dicea la dama; onde e baroni +Smontano al piano e lasciano e ronzoni. + +Smontati tutti e tre, come io vi disse, +Rugier nel bosco fo il primo ad entrare, +Ma un lauro il suo camin sempre impedisse, +Né a' folti rami lo lascia passare; +Onde la mano al brando il baron misse +E quella pianta se pose a tagliare, +Dico del lauro, che foglia non perde +Per freddo e caldo, e sempre se rinverde. + +Poi che soccisa fu la pianta bella +E cadde a terra il trïomfale aloro, +Fuor del suo tronco sorse una donzella, +Che sopra al capo avia le chiome d'oro, +E gli occhi vivi a guisa de una stella; +Ma piangendo mostrava un gran martoro, +Con parole suave e con tal voce, +Che avria placato ogni animo feroce. + +- Serai tanto crudel, - dicea - barone, +Che il mio mal te diletti e trista sorte? +Se qua me lasci in tal condizïone, +Le gambe mie seran radice intorte, +El busto tramutato in un troncone, +Le braccie istese in rami seran porte; +Questo viso fia scorza, e queste bionde +Chiome se tornaranno in foglie e in fronde. + +Perché cotale è nostra fatasone, +Che trasformate a forza in verde pianta +Stiamo rinchiuse, insin che alcun barone +Per sua virtute a trarcene se avanta. +Tu m'hai or liberata de pregione, +Se la pietate tua serà cotanta, +Che me accompagni quivi alla rivera; +Se non, mia forma tornarà qual era. - + +Il giovanetto pien di cortesia +Promesse a quella non la abandonare, +Sin che condotta in loco salvo sia. +La falsa dama con dolce parlare +Alla riviera del Riso se invia; +Né vi doveti già meravigliare +Se còlto fu Rugiero a questo ponto, +Ché il saggio e il paccio è da le dame gionto. + +Come condotto fu sopra a la riva, +La vaga ninfa per la mano il prese, +E de lo animo usato al tutto il priva, +Sì che una voglia nel suo cuor se accese +De gettarsi nel fiume a l'acqua viva. +Né la donzella questo gli contese; +Ma seco, così a braccio, come istava, +Ne la chiara onda al fiume se gettava. + +Là giù nel bel palazo de cristallo +Fôrno raccolti con molta letizia. +Orlando e Sacripante era in quel stallo +E molti altri baroni e gran milizia. +Le Naiàde con questi erano in ballo; +Ciuffali e tamburelli a gran divizia +Sonavano ivi, e in danze e giochi e canto +Se consumava il giorno tutto quanto. + +Gradasso era rimaso alla boscaglia, +Né trova al suo passar strata o sentiero, +E sempre avanti il varco gli travaglia +Tra l'altre piante un frassino legiero. +Lui questo con la spata intorno taglia, +Subito uscitte al tronco un gran destriero; +Leardo ed arodato era il mantello: +Natura mai ne fece un così bello. + +La briglia che egli ha in bocca è tutta d'oro, +E così adorno è 'l ricco guarnimento +Di pietre e perle, e vale un gran tesoro. +Gradasso non vi pone intendimento +Che per inganno è fatto quel lavoro; +Anci se accosta con molto ardimento +E dà di mano a quella briglia bella +Senza contrasto, e salta ne la sella. + +Subito prese quel destriero un salto, +Né poscia in terra più se ebbe a callare; +Per l'aria via camina e monta ad alto, +Come tal volta un sogna di volare. +Battaglia non fu mai né alcuno assalto, +Qual potesse Gradasso ispaventare; +Ma in questo, vi confesso, ebbe paura, +Veggendose levato in tanta altura; + +Perché ne l'aria cento passi o piue +L'avia portato quella bestia vana. +Il baron spesso riguardava in giue, +Ma a scender gli parea la scala strana. +Quando così bon pezzo andato fue +E ritrovosse sopra alla fiumana, +Cader si lascia la incantata bestia; +Nel fiume se atuffò senza molestia. + +Così Gradasso al fondo se atuffoe, +E 'l gran caval natando a sommo venne, +Poi per la selva via si deleguoe +Sì ratto come avesse a' piè le penne. +Ma il cavallier, che a l'acqua si trovoe, +Subito un altro nel suo cor divenne; +Scordando tutte le passate cose, +Con le Naiàde a festeggiar se pose. + +A suon de trombe quivi se trescava +Zoiosa danza, che di qua non se usa: +Nel contrapasso l'un l'altro baciava, +Né se potea tener la bocca chiusa. +A cotale atto se dimenticava +Ciascun se stesso; ed io faccio la scusa, +E credo che un bel baso a bocca aperta +Per la dolcezza ogni anima converta. + +In cotal festa facevan dimora +Tutti e baroni in suoni e balli e canti; +Sol Brandimarte se affatica ancora, +Né per la selva può passare avanti, +Benché col brando de intorno lavora +Tagliando il bosco; e da diversi incanti +Era assalito, ed esso alcun non piglia, +Ché Fiordelisa sempre lo consiglia. + +Lui tagliò de le piante più che vinte, +E de ciascuna uscia novo lavoro, +Or grandi occelli con penne depinte, +Or bei palagi, or monti de tesoro; +Ma queste cose rimasero estinte, +Ché Brandimarte ad alcuna di loro +Mai non se apiglia e dietro a sé le lassa, +E per la selva sino al fiume passa. + +Come alla riva fu gionto il barone, +Divenne in faccia di color di rosa +E tutto se cangiò de opinïone +Per trabuccarse ne l'acqua amorosa; +E per gran forza de incantazïone +Non se amentava Orlando né altra cosa, +E gioso se gettava ad ogni guisa, +Se a ciò non reparava Fiordelisa. + +Perché essa già composti avea per arte +Quattro cerchielli in forma di corona +Con fiori ed erbe acolte in strane parte, +Per liberar de incanti ogni persona; +E pose un de essi in capo a Brandimarte, +Quindi de ponto in ponto li ragiona +Lo ordine e il modo e il fatto tutto quanto +Per trare Orlando fuor di quello incanto. + +Il franco cavalliero incontinente +Fa tutto ciò che la dama comanda; +Nel fiume se gettò tra quella gente, +Che danza e suona e canta in ogni banda. +Ma lui non era uscito di sua mente, +Come eron gli altri, per quella ghirlanda +Che Fiordelisa nel capo gli pose, +Fatta per arte de incantate rose. + +Come fo gionto giù tra quella festa +Nel bel palagio de cristallo e de oro, +Un de' cerchielli al conte pose in testa, +E li altri a li altri duo senza dimoro. +Così la fatason fu manifesta +Subitamente a tutti quattro loro; +E le dame lasciarno e ogni diletto, +Uscendo fuor del fiume a lor dispetto. + +Sì come zucche in su vennero a galla; +Prima de l'acqua sorsero e cimieri, +Poi l'elmo apparve e l'una e l'altra spalla, +Ed alla riva gionsero legieri. +Quindi, levati a guisa di farfalla +Che intorno al foco agira volentieri, +Sospesi fuôr da un vento in poco de ora, +Qual li soffiò di quella selva fuora. + +Chi avesse chiesto a lor come andò il fatto, +Non l'avrebbon saputo racontare, +Come om che sogna e se sveglia di tratto, +Né può quel che sognava ramentare. +Eccoti avanti a lor ariva ratto +Un nano, e solo attende a speronare; +E, come presso e cavallier si vede, +- Segnor, - cridava - odeti per mercede! + +Segnor, se amati la cavalleria, +Se adiffendeti il dritto e la iustizia, +Fati vendetta de una fellonia +Maggior del mondo e più strana nequizia. - +Disse Gradasso: - Per la fede mia! +Se io non temessi di qualche malizia +E de esser per incanto ritenuto, +Io te darebbi volentieri aiuto. - + +Il nano allora sacramenta e giura +Che non è a questa impresa incantamento. +- Oh! - disse il conte, - e chi me ne assicura? +Tanto credetti già, che io me ne pento. +Lo augel ch'esce dal laccio, ha poi paura +De ogni fraschetta che se move al vento; +Ed io gabbato fui cotanto spesso, +Che, non che altrui, ma non credo a me stesso. - + +Disse Rugier: - Non è solo un parere, +E ciascun loda la sua opinïone. +Direbbe altrui che fosser da temere +L'opre de' spirti e queste fatagione; +Ma se il bon cavallier fa el suo dovere +Non dee ritrarse per condizïone +Di cosa alcuna; ogni strana ventura +Provar se deve, e non aver paura. + +Menami, o nano, e nel mare e nel foco, +E se per l'aria me mostri a volare, +Verrò teco a ogni impresa, in ogni loco: +Che io mi spaventi mai, non dubitare. - +Gradasso e 'l conte se arrossirno un poco +Odendo in cotal modo ragionare; +E Brandimarte al nano prese a dire: +- Camina avanti, ogniom ti vôl seguire. - + +Il nano aveva un palafreno amblante: +Via se ne va per la campagna piana. +Dicea Gradasso verso il sir de Anglante: +- Se questa impresa fia sublime e strana, +E per sorte mi tocca il gire avante, +Io voglio adoperar tua Durindana, +Anci pur mia, però che il re Carlone +Me la promisse, essendo mio pregione. - + +- Se lui te la promisse, e lui te attenda! - +Rispose il conte, in collera salito +- Ben parlo chiaro, e vo' che tu me intenda, +Che non è cavallier cotanto ardito, +Dal qual mia spata ben non mi diffenda; +E se a te piace mo questo partito +Di guadagnarla in battaglia per forza, +Eccola qua: ma guàrdati la scorza. - + +Così dicendo avea già tratto il brando, +A cui piastra né usbergo non ripara; +Gradasso d'altra parte fulminando +Trasse del fodro la sua simitara. +Araldo non vi è qua che faccia il bando, +Né re che doni il campo chiuso a sbara; +Ma senza cerimonie e tante ciacare +Ben se azufarno, e senza trombe e gnacare. + +E cominciano il gioco con tal fretta, +Con tanta furia e con tanta ruina, +Che l'una botta l'altra non aspetta; +De intorno al capo l'elmo gli tintina, +E ciascun colpo fuoco e fiama getta. +Come sfavilla un ferro alla fucina, +Come chiocca le fronde alla tempesta, +Cotal l'un l'altro mena e mai non resta. + +Menò a due mano il conte un colpo crudo, +Con tal furor che par che il mondo cada; +Gradasso il vidde e riparò col scudo, +Ma non giova riparo a quella spada: +La targa e usbergo in fino al petto nudo +Convien che 'n pezzi a la campagna vada, +E la gorzera e parte del camaglio +Ne portò seco a terra de un sol taglio. + +Quando il re franco del colpo se avvide, +Mena a due mano e il fren frangendo rode; +Sino alla carne ogni arma li divide, +E 'l gran rimbombo assai de intorno se ode. +Dice Gradasso, e tutta fiata ride: +- Se ben ti rado, fàcciati bon prode! +In questa volta più non te ne toglio, +Perché a mio senno il pel non è ancor moglio. - + +Diceva il conte: - Che bufonchie, che? +Prima che quindi te possi dividere, +Tante te ne darò che guai a te, +E insegnarotti in altro modo a ridere. - +Rispose a lui Gradasso: - Per mia fè! +Se omo del mondo me avesse a conquidere, +Esser potrebbe che fusti colui; +Ma in verità né te stimo né altrui. + +Quando un tuo pare avessi alla centura, +Non restarei di correre a mia posta. +Se pur te piace, prova tua ventura: +Vieni oltra, vieni, e a tuo piacer te accosta. - +Orlando se avampò fuor di misura, +Dicendo: - Poco lo avantar ti costa; +Ma tra fatti e parole è differenzia, +Del che vedremo presto esperïenzia. - + +Tuttavia parla e mena Durindana, +Ad ambe mano un gran colpo gli lassa; +Manda il cimiero a pezzi in terra piana, +E 'l copo col torchion tutto fraccassa. +Risuonò l'elmo come una campana, +E il re chinò giù il viso a terra bassa; +Di sangue ha il naso e la bocca vermiglia, +Perse una staffa e abandonò la briglia. + +Ma non perciò perdette la baldanza +Quel re superbo, e divenne più fiero; +Parea di foco in faccia alla sembianza. +Mena a duo mani e gionse nel cimiero +Con tanto orgoglio e con tanta possanza, +Che il coppo e il torchio manda nel sentiero. +Risuonò l'elmo, ed accerta Turpino +Che un miglio o più se odette in quel confino. + +E fu per trabuccar de lo arcion fuore +Il franco conte a quel colpo diverso; +La sembianza proprio ha d'un om che more, +E piedi ha fuor di staffe e 'l freno ha perso. +Fuggendo via ne 'l porta il corridore +Per la campagna, a dritto ed a traverso, +E 'l re Gradasso il segue con la alfana, +Per darli morte e tuorli Durindana. + +Pur ne la istoria il ver se convien dire: +A suo dispetto li dava de piglio; +Ma Brandimarte non puote soffrire +Vedere Orlando posto in tal periglio, +Onde correndo se 'l pose a seguire. +Voltò Gradasso il viso, alciando il ciglio, +E disse: - Anco tu vai cercando noglia? +Io ne ho per tutti; venga chi ne ha voglia. - + +Ma in questo Orlando se fu risentito, +E ver Gradasso vien col brando in mano. +Rugiero allora, el giovane fiorito, +Fra lor se pose con parlare umano, +Cercando de accordargli ogni partito; +E similmente ancor faceva il nano +Pregando per pietate e per mercede +Che vadano alla impresa che lui chiede. + +E tanto seppon confortare e dire, +Che tra lor fu la zuffa raquetata; +Ma ben la compagnia voglion partire, +E ciascadun ha sua strata pigliata. +Gradasso con Rugier presero a gire +Ove il nano una torre ha dimostrata; +E Brandimarte e il conte paladino +Verso Parigi presero il camino. + +Quel che Rugier facesse e il re Gradasso, +Vi fia poi racontato in altra parte, +Perché al presente a dir di lor vi lasso, +E seguo come il conte e Brandimarte +Vennero in Francia caminando a passo, +Con Fiordelisa, maestra in tutte l'arte; +E una mattina, al cominciar del giorno, +Vidder Parigi, che ha lo assedio intorno. + +Perché Agramante, come io vi contai, +Sconfitto avendo in campo Carlo Mano +E morta e presa di sua gente assai, +Se era atendato a cerco per quel piano. +Tanta ciurmaglia non se vidde mai +Quanta adunata avea quello africano; +Ben sette leghe il campo intorno tiene, +Che valle e monti e le campagne ha piene. + +Quei de la terra stavano in diffese, +E notte e giorno attendono alle mura, +Ché sol de' paladin vi era il Danese, +Che a far beltresche e riparar procura. +Ma quando il conte mirando comprese +Cotal sconfita e tal disaventura +Sì gran cordoglio prese e dolor tanto, +Che for de gli occhi li scoppiava il pianto. + +- Chi se confida in questa vita frale - +Diceva lui - e in questo mondo vano, +Lasci gli alti pensieri e chiuda l'ale, +Prendendo esempio dal re Carlo Mano, +Che sì vittorïoso e trïonfale +Facea tremar ciascun presso e lontano; +Or l'ha del tutto la fortuna privo +In un momento, e forse non è vivo. - + +Ma, mentre che dicea queste parole, +Nel campo si levò sì gran romore, +Che par che il cel risuoni insino al sole, +E sempre il crido cresce e vien maggiore. +Or, bella gente, certo assai mi dole +Non poter mo chiarir tutto il tenore; +Ma apresso il contarò ne l'altra stanza, +Ché in questo canto abbiam detto a bastanza. + +Canto ottavo + +Dio doni zoia ad ogni inamorato, +Ad ogni cavallier doni vittoria, +A' principi e baroni onore e stato, +E chiunque ama virtù, cresca di gloria: +Sia pace ed abundanzia in ogni lato! +Ma a voi, che intorno odeti questa istoria, +Conceda il re del cel senza tardare +Ciò che sapriti a bocca dimandare. + +Donevi la ventura per il freno, +E da voi scacci ogni fortuna ria; +Ogni vostro desio conceda a pieno, +Senno, beltade, robba e gagliardia, +Quanto è vostro voler, né più né meno, +Sì come per bontate e cortesia +Ciascun di voi ad ascoltare è pronto +La bella istoria che cantando io conto. + +La qual lasciai, se vi racorda, quando +Sorse il gran crido al campo de' Pagani, +Talabalachi e timpani suonando, +Corni di brongio ed instrumenti istrani, +Alor che Brandimarte e il conte Orlando, +Gionti ne' poggi e riguardando e piani, +Vider cotanta gente e tante schiere +Che un bosco par di lancie e di bandiere. + +Perché sappiati il fatto tutto quanto, +L'ordine è dato a ponto per quel giorno +Di combatter Parigi in ogni canto, +E lo assalto ordinato intorno intorno. +De li Africani ogni om se dà più vanto, +L'un più che l'altro se dimostra adorno; +Chi promette a Macone, e chi lo giura, +Passar de un salto sopra a quella mura. + +Scale con rote e torre aveano assai, +Che se movean tirate per ingegno. +Più nove cose non se vidder mai: +Gatti tessuti a vimine e di legno, +Baltresche di cor' cotto ed arcolai, +Ch'erano a rimirare un strano ordegno, +Qual con romor se chiude e se disserra, +E pietre e foco tra' dentro alla terra. + +Da l'altra parte il nobile Danese, +Che fatto è capitan per lo imperiere, +Fa gran ripari ed ordina in diffese +Saettamenti e mangani e petriere. +Con gli occhi suoi veder vôl lui palese, +Ché con li altrui non guarda volentiere, +E sassi e travi e solfo e piombo e foco +Per torre e merli assetta in ciascun loco. + +Sopra a ogni cosa egli ordina e procura +La gente armata a piede ed a cavallo; +Mo qua mo là scorrendo per le mura, +Non pone a l'ordinar tempo o intervallo. +Già se odeno e Pagani alla pianura +Con tamburacci e corni di metallo, +Sonando sifonie, gnacare e trombe, +Che l'aria trema e par che 'l cel rimbombe. + +O re del celo! O Vergine serena! +Che era a veder la misera citate! +Già non mi credo che il demonio apena +Se rallegrasse a tanta crudeltate. +De strida e pianti è quella terra piena: +Piccoli infanti e dame scapigliate +E vecchi e infermi e gente di tal sorte +Battonsi il viso, a Dio chiedendo morte. + +Di qua di là correa ciascuno a guaccio, +Pallidi e rossi, e timidi è li arditi; +Triste le moglie con figlioli in braccio, +Sempre piangendo, pregano e mariti +Che le diffendan da cotanto impaccio; +E disperate a li ultimi partiti, +Caccian da sé la feminil paura, +Ed acqua e pietre portano alle mura. + +Suonano a l'arme tutte le campane; +De cridi e trombe è sì grande il rumore, +Che nol potrian contar le voce umane. +Va per la terra Carlo imperatore: +Ogni omo il segue, alcun non vi rimane, +Che non voglia morir col suo segnore; +E lui qua questo e là quell'altro manda, +Provede intorno ed ordina ogni banda. + +Lo esercito pagano è già vicino, +Che intorno se distende a schiera a schiera: +Alla porta San Celso è il re Sobrino +Con Bucifar, il re de la Algazera; +E Baliverzo, il falso saracino, +Là dove entra di Senna la riviera +Se sforza entrar con sua gente perversa; +E seco è il re de Arzila e quel de Fersa. + +A San Dionigi il re di Nasamona +Col re de la Zumara era accostato: +E il re di Cetta e quel di Tremisona +Combatteno alla porta del mercato; +L'aria fremisce e la terra risona, +Ché la battaglia è intorno ad ogni lato, +E foco e ferri e pietre con gran fretta +Da l'una parte a l'altra se saetta. + +Non sorse più giamai furor cotale +Tra Cristïani e gente saracina: +Ciascun tanto più fa quanto più vale. +Giù vengon travi e solforo e calcina, +E se sentiva un fraccassar di scale, +Un suon de arme spezzate, una roina, +E fumo e polve, e tenebroso velo, +Come caduto il sol fosse dal celo. + +Ma non per tanto par che satisfaccia +La gran diffesa contra a quei felloni. +Come la mosca torna a chi la scaccia, +O la vespe aticciata, o i calavroni: +Cotal parea la maledetta raccia, +Da' merli trabuccata e da' torroni, +Che dirupando al fondo giù ne viene; +Già son de morti quelle fosse piene. + +Onde era fatto su per l'acqua un ponte, +Orribile a vedere e sanguinoso. +Quivi era Mandricardo e Rodamonte, +Ciascun più di salir voluntaroso; +Ni Feraguto, quella ardita fronte, +Né il re Agramante si stava ocïoso: +L'un più che l'altro di montar se afreza +Tra frizze e dardi, e sua vita non preza. + +Orlando, che attendeva il caso rio, +Quasi era nella mente sbigotito; +Forte piangendo se acomanda a Dio, +Né sa pigliare apena alcun partito. +- Che deggio fare, o Brandimarte mio, - +Diceva lui - che il re Carlo è perito? +Perso è Parigi ormai! Che più far deggio, +Che ruïnato in foco e fiama il veggio? + +Ogni soccorso, al mio parer, si è tardo: +Su per le mura già sono e Pagani. - +Brandimarte dicea: - Se ben vi guardo, +Là se combatte, e sono anco alle mani. +Deh lasciami callar, ché nel core ardo +Di fare un tal fraccasso in questi cani, +Che, se Parigi aiuto non aspetta, +Non fia disfatta almen senza vendetta! - + +Orlando alle parole non rispose, +Ma con gran fretta chiuse la visiera, +E Brandimarte a seguitar se pose, +Che vien correndo giù per la costiera. +Fiordelisa la dama se nascose +In un boschetto a canto alla riviera, +E quei duo cavallier menando vampo +Passarno il fiume e gionsero nel campo. + +Ciascun di lor fu presto cognosciuto: +Sua insegna avea scoperta e suo penone. +- Arme! arme! - se cridava - aiuto! aiuto! - +Ma già son gionti al mastro pavaglione, +Che era di scorta assai ben proveduto. +Il re Marsilio vi era e Falsirone, +Molta sua gente e re de altri paesi, +Per far la guardia a' nostri che son presi. + +Come sapeti, il nobile Olivieri +Quivi è legato e il bon re di Bertagna, +Ricardo e 'l conte Gano da Pontieri, +E 'l re lombardo e molti de Alemagna. +Or qua son gionti e franchi cavallieri: +Ben dir vi so che alcun non se sparagna. +Chi se diffende, e chi fugge, e chi resta: +Tutti li mena al paro una tempesta. + +Al pavaglione, ove era la battaglia, +Non puote il re Marsilio aver diffese; +Gran parte è morta de la sua canaglia, +Lui bon partito via fuggendo prese. +Orlando il pavaglion tutto sbaraglia, +Squarzato in pezi a terra lo distese; +Ma quando quei pregion viddero il conte, +Per meraviglia se signâr la fronte. + +Oh che spezzar de corde e di catene +Faceva Brandimarte in questo stallo! +De arme e ronzoni ivi eron tende piene, +Onde èno armati e montano a cavallo. +L'un più che l'altro a gran voglia ne viene +Per seguitare Orlando in questo ballo, +Qual ver Parigi a corso se distese, +E seco è Gano e Oliviero el marchese; + +Re Desiderio e lo re Salamone +E Brandimarte (che era dimorato +Alquanto per disciorre ogni pregione), +Ricardo e Belengieri apresïato. +Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone, +Il duca Namo e il duca Amone a lato, +Ed altri, tutti gente da gorzera, +Che più di cento sono in una schiera. + +E' già son gionti presso a quelle mura, +Ove la zuffa è più cruda che mai, +Che era cosa a vedere orrenda e scura, +Come di sopra poco io ve contai. +Grande era quel rumor fuor di misura +De cridi estremi e de istrumenti assai, +E facevan tremar de intorno il loco, +Né altro se odìa che morte e sangue e foco. + +Già Mandricardo avea pigliato un ponte, +Rotte le sbarre e spezzata la porta, +Ed avea gente a seguitar sì pronte, +Che ciascun dentro molto se sconforta. +Da un'altra parte il crudo Rodamonte +Su per le mura ha tanta gente morta +Con dardi e sassi, e tanta n'ha percossa, +Che vien da' merli il sangue nella fossa. + +Guarda le torre e spreza quella altezza, +Battendo e denti a schiuma come un verro. +Non fu veduta mai tanta fierezza: +Il scudo ha in collo e una scala di ferro +E pali e graffie e corde fatte in trezza, +E il foco acceso al tronco de un gran cerro; +Vien biastemando e sotto ben se acosta, +La scala apoggia e monta senza sosta. + +Come egli andasse per la strata a passo, +Cotal saliva quel pagano arguto. +Quivi era il ruïnare e il gran fraccasso: +Adosso a lui ciascun cridava aiuto. +Se Lucifero uscito o Satanasso +Fosse giù da lo abisso e qua venuto +Per disertar Parigi e ogni sua altura, +Non avria posto a lor tanta paura. + +E nondimanco in tanti disconforti +Se adiffendiano per disperazione, +Ché ad ogni modo se reputan morti, +Né stiman più la vita o le persone. +Poi che, condotti a dolorosi porti, +Veggion palese sua destruzïone, +E pali e dardi tranno a più non posso +Con sassi e travi a quel gigante adosso. + +Lui pur salisce e più de ciò non cura, +Come di penne o paglia mosse al vento; +Già sopra a' merli è sino alla cintura, +Né 'l contrastar val, forza né ardimento. +Come egli agionse in cima a quelle mura, +E nella terra apparve il gran spavento, +Levossi un pianto e un strido sì feroce, +Sino al cel, credo io, gionse quella voce. + +Ma quel superbo una gran torre afferra, +E tanta ne spiccò quanta ne prese; +Quei pezzi lancia dentro dalla terra, +Dissipa case e campanili e chiese. +Orlando non sapea di tanta guerra, +Ché in altra parte stava alle contese; +Ma la gran voce che di là si spande +Venir lo fece a quel periglio grande. + +Gionse correndo ove è l'aspra battaglia: +Non fo giamai da l'ira sì commosso. +La gran scala di ferro a un colpo taglia, +E Rodamonte roinò nel fosso, +E dietro a lui gran pezzi de muraglia, +Ché gli è caduta meza torre adosso; +E un merlo gionse Orlando nella testa, +Qual lo distese a terra con tempesta. + +Fo Rodamonte sviluppato e presto. +Tanta fierezza avea il forte pagano, +Che non mostrava più curar di questo, +Come se stato fosse un sogno vano. +Ma il franco conte non era ancor desto, +Qual tramortito se trovava al piano; +Or Rodamonte già non se ritiene, +Esce dal fosso e contro a i nostri viene. + +De esser gagliardo ben li fa mestiero, +Ché a lui de intorno sta la nostra gente: +Su l'orlo aponto è Gano da Pontiero. +Benché sia falso e tristo della mente, +Purché esser voglia è prodo e bon guerrero; +Ma la sua forza alor giovò nïente, +Ché Rodamonte, che de l'acqua usciva, +De un colpo a terra il pose in su la riva. + +Questo abandona e ponto non se arresta. +Ché sopra 'l campo afronta Rodolfone; +Parente era di Namo e di sua gesta: +Tutto il fende il pagan sino allo arcione. +Poi mena al re lombardo ne la testa: +Come a Dio piacque, colse di piatone, +Ma pur cadde di sella Desiderio +A gambe aperte e con gran vituperio. + +La gente saracina, che è fuggita +Per la gionta de Orlando, ora tornava, +Più assai che prima mostrandosi ardita; +Ché Rodamonte sì se adoperava, +Che ciascuno altro volentier lo aita. +Di qua di là gran gente se adunava: +Balifronte di Mulga e il re Grifaldo +E Baliverzo, il perfido ribaldo. + +Quivi era Farurante di Maurina +E il franco Alzirdo, re di Tremisona, +Il re Gualciotto di Bellamarina +Ed altri assai che 'l canto non ragiona; +Tutti non giongeranno a domatina, +Ché Brandimarte, la franca persona, +Ne mandarà qualcun pur allo inferno, +E qualcuno Olivier, se ben discerno. + +Stati ad odire il fatto tutto a pieno, +Ché or se incomincia da dover la danza. +Salamon vide il figlio de Ulïeno, +Qual più de un braccio sopra alli altri avanza: +Ove il colpo segnò, né più né meno, +A mezo il petto il colse con la lanza; +Quella se ruppe, e 'l Pagan non se mosse, +Ma con la spada il Cristïan percosse. + +Il scuto gli spezzò quel maledetto, +Le piastre aperse, come fosser carte, +E crudelmente lo piagò nel petto; +Gionse allo arcione e tutto lo disparte, +Il collo al suo ronzon tagliò via netto. +Ora a quel colpo gionse Brandimarte, +E, destinato di farne vendetta, +Sprona il destriero e la sua lancia assetta. + +A tutta briglia il cavallier valente +Percosse Rodamonte nel costato, +Che era guarnito a scaglie di serpente; +Quel lo diffese, e pur giù cade al prato. +Come il romor d'uno arboro si sente, +Quando è dal vento rotto e dibarbato, +Sotto a sé frange sterpi e minor piante: +Tal nel cader suonò quello africante. + +Or Brandimarte volta al re Gualciotto, +Poi che caduto è il franco re di Sarza; +Ad ambe man lo percosse di botto, +Per mezo il scudo lo divide e squarza. +Lo usbergo e panciron che egli avea sotto +Partitte a guisa de una tela marza; +Per il traverso il petto li disserra, +E in duo cavezzi il fece andare a terra. + +Ed Olivieri, il franco combattente, +Mostra ben quel che egli era per espresso; +Alla sua gesta il cavallier non mente, +Ché il re Grifaldo insino al petto ha fesso. +In questo tempo Orlando se risente; +Stato gli è sempre Brigliadoro apresso, +Tanto era savio, quella bestia bona! +Sta col suo conte e mai non lo abandona. + +Onde salito è subito a destriero, +Esce del fosso la anima sicura. +Quando quei dentro videro il quartiero, +Levase il crido intorno a quelle mura. +Fu reportato insino allo imperiero +Come apparito è Orlando alla pianura, +E che scampati sono e Cristïani +Da' Saracini, e son seco alle mani. + +Non domandati se lo imperatore +Di tal novella zoia e festa prese; +A tutti quanti sfavillava il core, +Brama ciascun de uscire alle contese. +Aperta fu la porta a gran furore, +E salta fuori armato il bon Danese, +E Guido de Borgogna è seco in sella, +Duodo de Antona e Ivone de Bordella. + +Avanti a tutti è il figlio de Pipino, +Ché non vôl restar dentro il re gagliardo; +Solo in Parigi rimase Turpino, +Per aver della terra bon riguardo. +Or torniamo al Danese paladino, +Che sopra al ponte scontra Mandricardo, +Qual, come io dissi su, poco davante, +Là combatteva, e seco era Agramante. + +Correndo viene Ogier con l'asta grossa, +E gionse Mandricardo, che era a piede; +Gettar se 'l crede de urto nella fossa, +Ma quello è ben altro om che lui non crede. +Fermosse il saracin con tanta possa, +Che al scontro della lancia già non cede; +Via passava Rondello a corso pieno, +Ma quel pagan gli dà di man a freno. + +Ed Agramante, che era lì da lato, +Se sforza scavalcarlo a sua possancia; +Ma Carlo Mano, che ivi era arivato, +Percosse il re Agramante con la lancia +Trabuccandolo a terra riversato, +E passolli il destrier sopra la pancia. +Or qua la zuffa grossa se rinova, +Ché ogniom se affronta e vôl vincer la prova. + +Raportato era già di voce in voce +Come abattuto se trova Agramante, +Onde ciascun se aduna in quella foce: +Lo un più che l'altro vôl ficcarse avante. +Quivi è Grandonio, il saracin feroce, +E seco è Feraguto e Balugante; +Ma sopra tutti Mandricardo è quello +Che fa diffesa e mena gran flagello. + +Sol fu quel lui che Agramante riscosse +Per sua prodezza e 'l trasse di travaglia. +Oh quanti morti andarno in quelle fosse, +Perché era sopra al ponte la battaglia, +E l'acque dentro diventorno rosse +Per tanto sangue che la vista abaglia; +Re Carlo, Ogieri e li altri tutti insieme +Adosso a quei pagan con furia preme. + +E già cacciati for gli avea del ponte: +Pur tra le sbarre ancor se contrastava; +Ecco alle spalle de' Pagani il conte +E Brandimarte, che lo seguitava, +Con l'altre gente vigorose e pronte. +Or la baruffa terribile e brava +Qua se radoppia, e tanto dispietata +Che simigliante mai non fu contata. + +Però che Rodamonte, quello altiero, +Sempre ha seguìto Orlando alla spiegata; +Più non si tien né strata né sentiero, +Tutta la zuffa è in sé ramescolata; +Né adoperarse ormai facea mestiero: +Tanto è la gente stretta ed adunata, +Che Rodamonte solo e solo Orlando +Fan piazza larga quanto è lungo il brando. + +Ma fusse o per quel populo devoto +Che in Parigi pregava con lamento, +O per altro destino al mondo ignoto, +Ne l'aria se levò tempesta e vento, +E sopra al campo sorse un terremoto, +Dal qual tremava tutto il tenimento; +Terribil pioggia e nebbia orrenda e scura +Ripieno aveano il mondo di paura. + +E già chinava il giorno ver la sera, +Che più facea la cosa paventosa; +Di qua, di là se ritrasse ogni schiera, +E mancò la battaglia tenebrosa. +Ma Turpin lascia qua la istoria vera, +Che in questi versi ho tratto di sua prosa, +E torna a ragionar di Bradamante, +De la qual vi lasciai poco davante, + +Quando ella occise al campo Daniforte, +Quello avisato e falso saracino +Che a tradimento la feritte a morte: +Ma lui perse la vita, essa il camino, +Ché era la notte ombrosa e scura forte. +Lei sempre via passò sera e matino +Per quel deserto inospite e selvaggio, +Ove atrovò nel mezo un romitaggio. + +E gran bisogno avendo di riposo, +Per molto sangue che perduto avia, +E per il camin lungo e faticoso, +Smontava a terra e alla porta battia; +E quel romito, che stava nascoso, +Signosse il viso e disse: - Ave Maria! +Chi condotto ha costui? O che miracolo +Fa che omo arivi al povero abitacolo? - + +- Io sono un cavallier, - disse la dama - +Ch'ier me smaritti in questa selva oscura, +Ed ho de riposar bisogno e brama, +Ché son ferito e stracco oltra misura. - +Rispose quel romito: - In questa lama +Mai non discese umana creatura; +Da sessanta anni in qua che vi son stato, +Non vidi una sol volta uno omo nato. + +Ma spesse fiate il demonio me appare, +In tante forme ch'io non saprei dirti, +E poco avante io presi a dubitare +Che fosti quello, e stei per non aprirti. +Questa matina qua viddi passare +Una barchetta carica de spirti, +Che ne andava per l'aria alla seconda +Battendo e remi come fusse in onda. + +Colui che stava in poppa per nocchiero, +Mi disse: "Fratacchione, al tuo dispetto +Partito è già di Francia il bon Rugiero, +Qual serìa stato un cristïan perfetto. +Tolto lo abbiamo dal dritto sentiero, +Ché vòlto avria le spalle a Macometto; +Ma di sua legge ormai non credo che esca, +Ed hollo detto acciò che ti rincresca." + +Passò la barca, poi che ebbe parlato +Quel tristo spirto, e più non fu veduta; +Ed io rimasi assai disconsolato, +Pensando che era l'anima perduta +Di quel baron, che morirà dannato, +Se Dio per sua pietate non lo aiuta, +O se persona non li mette in core +Di batezarse e uscir di tanto errore. - + +Quando queste parole udì la dama, +Tutta se accese in viso come un foco; +Pensando al cavallier che cotanto ama, +Nella sua mente non ritrova loco; +E sì desia di rivederlo e brama, +Che cura di riposo o nulla, o poco, +A benché quel romito assai la invita +A medicarse, perché era ferita. + +E tanto ben la seppe confortare, +Che pur al fine ella pigliò lo invito; +Ma, volendoli il capo medicare, +Vide la trezza e fo tutto smarito. +Battese il petto e non sa che si fare, +- Tapino me, - dicendo - io son perito! +Questo è il demonio, certo (il vedo a l'orma), +Che per tentarmi ha preso questa forma. - + +Pur cognoscendo poi per il toccare +Ch'ella avea corpo e non era ombra vana, +Con erbe assai la prese a medicare, +Sì che la fece in poco de ora sana; +Benché convenne le chiome tagliare +Per la ferita, che era grande e strana: +Le chiome li tagliò come a garzone, +Poi li donò la sua benedizione, + +Dicendo: - Vanne altrove a ogni maniera, +Ché donna non può star con omo onesta. - +Lei se partitte e gionse a una riviera, +Qual traversava per quella foresta. +Il sole a mezo giorno salito era: +E fame e sete e 'l caldo la molesta, +Onde alla ripa discese per bere; +Bevuto avendo, posese a giacere. + +Lo elmo si trasse e il scudo se dislaccia, +Ché qua persona non vede vicina; +Prese a posar col capo in su le braccia. +Così dormendo quella peregrina, +Era venuta in questo bosco a caccia +Una dama, nomata Fiordespina, +Figliola di Marsilio, re di Spagna, +Con cani e occelli e con molta compagna. + +Questa cacciando gionse in su la riva +De la fiumana che io dissi primiero, +E vide Bradamante che dormiva: +Pensò che fosse un qualche cavalliero. +Mirando il viso e sua forma giuliva, +De amor se accese forte nel pensiero, +"Macon - fra sé dicendo - né natura +Potria formar più bella creatura. + +Oh che non fosse alcun meco rimaso! +Fosse nel bosco tutta la mia gente, +O partita da me per qualche caso, +O morta ancora, io ne daria nïente, +Pur che io potessi dare a questo un baso, +Mentre che el dorme sì suavemente +Ora aver pazïenza mi bisogna, +Ché gran piacer se perde per vergogna." + +Parlava Fiordespina in cotal forma, +Né se puotea mirando sazïare. +Sì dolcemente par che colui dorma, +Che non se atenta ponto a disvegliare. +Ma già vargata abbiam la usata norma +Del canto nostro, e convien riposare; +Apresso narrarò la bella istoria: +Dio ce conservi con piacere e gloria. + +Canto nono + +Poi che il mio canto tanto a voi diletta, +Ché ben ne vedo nella faccia il signo, +Io vo' trar for la citera più eletta +E le più argute corde che abbia in scrigno. +Or vieni, Amore, e qua meco te assetta, +E se io ben son di tal richiesta indigno, +Perché e mirti al mio capo non se avoltano, +Degni ne son costor che intorno ascoltano. + +Come nanti l'aurora, al primo albore, +Splendono stelle chiare e matutine, +Tal questa corte luce in tant'onore +De cavallieri e dame peregrine, +Che tu pôi ben dal cel scendere, Amore, +Tra queste genti angelice e divine; +Se tu vien' tra costoro, io te so dire +Che starai nosco e non vorai partire. + +Qui trovarai un altro paradiso; +Or vieni adunque e spirami, di graccia, +Il tuo dolce diletto e 'l dolce riso, +Sì che cantando a questi satisfaccia +De Fiordespina, che mirando in viso +A Bradamante par che se disfaccia +E del disio se strugga a poco a poco, +Come rugiada al sole o cera al foco. + +E non potea da tal vista levarsi: +Quanto più mira, de mirar più brama, +Sì come e farfallin, sin che sono arsi, +Non se sanno spiccar mai dalla fiama. +Erano e cacciatori intorno sparsi, +E qual suo cane e qual suo falcon chiama, +Con corni e cridi menando tempesta; +Onde al romor la fia de Amon se desta. + +Sì come gli occhi aperse, incontinente +Una luce ne uscitte, uno splendore, +Che abbagliò Fiordespina primamente, +Poi per la vista li passò nel core; +E ben ne dimostrò segno evidente, +Tingendo la sua faccia in quel colore +Che fa la rosa, alorché aprir se vôle +Nella bella alba, allo aparir del sole. + +Già Bradamante se era rilevata, +E perché a gli atti e allo abito comprese +Quest'altra esser gran dama e pregïata, +La salutò con modo assai cortese; +E dove la iumenta avia legata, +Quando da prima in su il fiume discese, +Ne venne, ché trovarvela vi crede; +Ma non la trova ed ove sia non vede, + +Perché a se stessa avia tratta la briglia, +E nel bosco più folto errando andava. +Or tal sconforto la dama se piglia, +Che quasi gli occhi a lacrime bagnava; +Ma amor, che ogni intelletto resviglia, +A Fiordespina subito mostrava +Con qual facilitate de legiero +Se trovi sola con quel cavalliero. + +Essa aveva un destrier de Andologia, +Che non trovava parangone al corso; +Forte e legiero, un sol diffetto avia, +Che, potendo pigliar co' denti il morso, +Al suo dispetto l'om portava via, +Né si trovava a sua furia soccorso. +Sol con parole si puotea tenire: +Ciò sa la dama e ad altri nol vôl dire. + +Per questo crede lei di fare acquisto +Di Bradamante, che stima un barone, +E dice: - Cavallier, tanto stai tristo +Forse per aver perso il tuo ronzone. +Se ben non te abbia cognosciuto o visto, +La ciera tua mi mostra per ragione +Che non pôi esser di natura fello: +Alle più volte bono è quel che è bello. + +Onde non credo poter collocare +In altrui meglio una mia cosa eletta; +Però questo destrier ti vo' donare, +Che non ha il mondo bestia più perfetta. +Sol colui dà, qual dà le cose care; +Ciascun privar se sa de cosa abietta: +E, per stimarme di poco valore, +Io non ardisco di donarti il core. - + +Così dicendo salta della sella +E il corsier per la briglia li presenta. +Bradamante, che vide la donzella +Nel viso di color de amor dipenta, +E gli occhi tremolare e la favella, +Dicea tra sé: "Qualche una mal contenta +Serà de noi e ingannata alla vista, +Ché gratugia a gratugia poco acquista." + +Così tra sé pensando, Bradamante +Disse alla dama: - Questo dono è tale +Che a meritarlo io non serìa bastante: +Se ben tutto mi dono, poco vale. +Ma il dar per merto è cosa di mercante, +E voi, che aveti lo animo regale, +Degnareti accettarmi quale io sono, +Che il corpo insieme e l'anima vi dono. - + +- Ciò non rifiuto, - disse Fiordespina - +Né di cosa ch'io tengo, più me esalto; +Non fece mai, che io creda, un don regina, +Che ne pigliasse guidardon tanto alto. - +Bradamante tacendo a lei se inclina, +E sì come era armata prese un salto, +Che avria passato sopra una ziraffa; +Salì a destriero, e non toccò la staffa. + +La Saracina a quello atto se affisse, +Con gli occhi fermi e di mirar non saccia, +Poi chiamando e compagni intorno, disse: +- Per me, non per voi fatta è questa caccia. +Se al mio comando alcun disobidisse, +Serà caduto nella mia disgraccia, +Che meglio vi serà cader nel foco: +Vo' che ciascun stia fermo nel suo loco. + +Stativi quieti e come gente mute, +E lasciate venir le bestie fuora, +Però che io sola le vo' seguir tute; +E tu, barone, apresso a me dimora. +Piacer non ho maggior, se Dio m'aiute, +Che quando un forastier per me se onora, +E non è cosa, a mia fè te prometto, +Che io non facessi per darti diletto. - + +Acquetossi ciascun per obedire: +Chi stende lo arco, e chi suo cane agroppa; +Già tutto il bosco si sentia stromire +De corni e abagli, e 'l gran romor se incoppa. +Eccoti un cervo de la selva uscire, +Che avea le corne insino in su la groppa, +Un cervo per molti anni cognosciuto, +Perché il maggior giamai non fu veduto. + +Questo uscì al prato de un corso sì subito, +Che non par che lo aresti pruno o lapola, +E venne presso a Fiordespina un cubito, +Sì che aponto alla coda e can li scapola; +E fra se stessa diceva: "Io me dubito +Che costui resti e non senti la trapola, +Se, pregando che segua, non impetro"; +E poi se volse e disse: - Vienmi dietro. - + +Nel fin de le parole volta il freno, +Seguendo il cervo, e pur costui dimanda. +Benché avesse uno amblante palafreno +(Quale era nato nel regno de Irlanda, +E correa come un veltro, o poco meno, +Come tutti i roncin di quella banda; +Non già che fosse in corso simigliante +A l'altro, che avea dato a Bradamante), + +Quello andaluzo correva assai più +Che non volea il patrone alcuna fiata. +Ora apena nel corso posto fu, +Che varcò Fiordespina de una arcata. +Già se pente la dama esservi su, +E vede ben che la bocca ha sfrenata; +Ora tira di possa, or tira piano, +Ma a retenerlo ogni remedio è vano. + +Era davanti un monte rilevato, +Pien di cespugli e de arboscelli istrani, +Ma non ritenne il cavallo affogato: +Questo passò, come ha passato e piani. +Il cervo alle sue spalle avia lasciato; +Ben lo ha vicino, e presso a questo e cani, +E poco longe a' cani è Fior de spina, +Che studia il corso e quanto può camina. + +Nella scesa del monte a ponto a ponto +Fo preso il cervo da un can corridore; +E come fu da questo primo agionto, +Li altri poi lo aterrarno a gran furore. +Ora faceva Fiordespina conto +De non lasciar più gire il suo amatore, +E scridando al destrier, come far suole, +Fermar lo fa ben presto come vôle. + +Non dimandar se Bradamante alora, +Vedendo il destrier fermo, se conforta, +E smontò de lo arcion senza dimora, +Che quasi già se avea posta per morta, +Tanto che li batteva il core ancora. +E Fiordespina, che è di questo accorta, +Gli disse: - O cavallier, vo' che tu imagine +Che un fal commesso ho sol per smenticagine. + +Ben si suol dir: non falla chi non fa. +Non so come mi sia di mente uscito +Di farti noto che il destrier, che te ha +Quasi condutto di morte al partito, +Qualunche volta se gli dice: "Sta!" +Non passarebbe più nel corso un dito; +Ma, come io dissi, me dimenticai +Farlo a te noto, e ciò mi dole assai. - + +Rimase Bradamante satisfatta +Per le parole ed anco per le prove, +Ché, correndo il cavallo a briglia tratta, +Come odiva dir: "Sta!" più non se move. +La esperïenza fo più volte fatta; +Al fin smontarno in su l'erbette nove, +Sottesso l'ombra del fronzuto monte, +Ove era un rivo e sopra a quello un ponte. + +Quivi smontarno le due damigelle. +Bradamante avia l'arme ancora intorno, +L'altra uno abito biavo, fatto a stelle +Quale eran d'oro, e l'arco e i strali e 'l corno; +Ambe tanto legiadre, ambe sì belle, +Che avrian di sue bellezze il mondo adorno. +L'una de l'altra accesa è nel disio, +Quel che li manca ben sapre' dir io. + +Mentre che io canto, o Iddio redentore, +Vedo la Italia tutta a fiama e a foco +Per questi Galli, che con gran valore +Vengon per disertar non so che loco; +Però vi lascio in questo vano amore +De Fiordespina ardente a poco a poco; +Un'altra fiata, se mi fia concesso, +Racontarovi il tutto per espresso. + + - FINE - + + + + + + +End of Project Gutenberg's Orlando innamorato, by Matteo Maria Boiardo + +*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 57787 *** |
