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+*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 57787 ***
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+
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+Orlando innamorato
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+Libro primo
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+Canto primo
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+Signori e cavallier che ve adunati
+Per odir cose dilettose e nove,
+Stati attenti e quïeti, ed ascoltati
+La bella istoria che 'l mio canto muove;
+E vedereti i gesti smisurati,
+L'alta fatica e le mirabil prove
+Che fece il franco Orlando per amore
+Nel tempo del re Carlo imperatore.
+
+Non vi par già, signor, meraviglioso
+Odir cantar de Orlando inamorato,
+Ché qualunche nel mondo è più orgoglioso,
+È da Amor vinto, al tutto subiugato;
+Né forte braccio, né ardire animoso,
+Né scudo o maglia, né brando affilato,
+Né altra possanza può mai far diffesa,
+Che al fin non sia da Amor battuta e presa.
+
+Questa novella è nota a poca gente,
+Perché Turpino istesso la nascose,
+Credendo forse a quel conte valente
+Esser le sue scritture dispettose,
+Poi che contra ad Amor pur fu perdente
+Colui che vinse tutte l'altre cose:
+Dico di Orlando, il cavalliero adatto.
+Non più parole ormai, veniamo al fatto.
+
+La vera istoria di Turpin ragiona
+Che regnava in la terra de orïente,
+Di là da l'India, un gran re di corona,
+Di stato e de ricchezze sì potente
+E sì gagliardo de la sua persona,
+Che tutto il mondo stimava nïente:
+Gradasso nome avea quello amirante,
+Che ha cor di drago e membra di gigante.
+
+E sì come egli avviene a' gran signori,
+Che pur quel voglion che non ponno avere,
+E quanto son difficultà maggiori
+La desïata cosa ad ottenere,
+Pongono il regno spesso in grandi errori,
+Né posson quel che voglion possedere;
+Così bramava quel pagan gagliardo
+Sol Durindana e 'l bon destrier Baiardo.
+
+Unde per tutto il suo gran tenitoro
+Fece la gente ne l'arme asembrare,
+Ché ben sapeva lui che per tesoro
+Né il brando, né il corsier puote acquistare;
+Duo mercadanti erano coloro
+Che vendean le sue merce troppo care:
+Però destina di passare in Franza
+Ed acquistarle con sua gran possanza.
+
+Cento cinquanta millia cavallieri
+Elesse di sua gente tutta quanta;
+Né questi adoperar facea pensieri,
+Perché lui solo a combatter se avanta
+Contra al re Carlo ed a tutti guerreri
+Che son credenti in nostra fede santa;
+E lui soletto vincere e disfare
+Quanto il sol vede e quanto cinge il mare.
+
+Lassiam costor che a vella se ne vano,
+Che sentirete poi ben la sua gionta;
+E ritornamo in Francia a Carlo Mano,
+Che e soi magni baron provede e conta;
+Imperò che ogni principe cristiano,
+Ogni duca e signore a lui se afronta
+Per una giostra che aveva ordinata
+Allor di maggio, alla pasqua rosata.
+
+Erano in corte tutti i paladini
+Per onorar quella festa gradita,
+E da ogni parte, da tutti i confini
+Era in Parigi una gente infinita.
+Eranvi ancora molti Saracini,
+Perché corte reale era bandita,
+Ed era ciascaduno assigurato,
+Che non sia traditore o rinegato.
+
+Per questo era di Spagna molta gente
+Venuta quivi con soi baron magni:
+Il re Grandonio, faccia di serpente,
+E Feraguto da gli occhi griffagni;
+Re Balugante, di Carlo parente,
+Isolier, Serpentin, che fôr compagni.
+Altri vi fôrno assai di grande afare,
+Come alla giostra poi ve avrò a contare.
+
+Parigi risuonava de instromenti,
+Di trombe, di tamburi e di campane;
+Vedeansi i gran destrier con paramenti,
+Con foggie disusate, altiere e strane;
+E d'oro e zoie tanti adornamenti
+Che nol potrian contar le voci umane;
+Però che per gradir lo imperatore
+Ciascuno oltra al poter si fece onore.
+
+Già se apressava quel giorno nel quale
+Si dovea la gran giostra incominciare,
+Quando il re Carlo in abito reale
+Alla sua mensa fece convitare
+Ciascun signore e baron naturale,
+Che venner la sua festa ad onorare;
+E fôrno in quel convito li assettati
+Vintiduo millia e trenta annumerati.
+
+Re Carlo Magno con faccia ioconda
+Sopra una sedia d'ôr tra' paladini
+Se fu posato alla mensa ritonda:
+Alla sua fronte fôrno e Saracini,
+Che non volsero usar banco né sponda,
+Anzi sterno a giacer come mastini
+Sopra a tapeti, come è lor usanza,
+Sprezando seco il costume di Franza.
+
+A destra ed a sinistra poi ordinate
+Fôrno le mense, come il libro pone:
+Alla prima le teste coronate,
+Uno Anglese, un Lombardo ed un Bertone,
+Molto nomati in la Cristianitate,
+Otone e Desiderio e Salamone;
+E li altri presso a lor di mano in mano,
+Secondo il pregio d'ogni re cristiano.
+
+Alla seconda fôr duci e marchesi,
+E ne la terza conti e cavallieri.
+Molto fôrno onorati e Magancesi,
+E sopra a tutti Gaino di Pontieri.
+Rainaldo avea di foco gli occhi accesi,
+Perché quei traditori, in atto altieri,
+L'avean tra lor ridendo assai beffato,
+Perché non era come essi adobato.
+
+Pur nascose nel petto i pensier caldi,
+Mostrando nella vista allegra fazza;
+Ma fra se stesso diceva: "Ribaldi,
+S'io vi ritrovo doman su la piazza,
+Vedrò come stareti in sella saldi,
+Gente asinina, maledetta razza,
+Che tutti quanti, se 'l mio cor non erra,
+Spero gettarvi alla giostra per terra."
+
+Re Balugante, che in viso il guardava,
+E divinava quasi il suo pensieri,
+Per un suo trucimano il domandava,
+Se nella corte di questo imperieri
+Per robba, o per virtute se onorava:
+Acciò che lui, che quivi è forestieri,
+E de' costumi de' Cristian digiuno,
+Sapia l'onor suo render a ciascuno.
+
+Rise Rainaldo, e con benigno aspetto
+Al messagier diceva: - Raportate
+A Balugante, poi che egli ha diletto
+De aver le gente cristiane onorate,
+Ch'e giotti a mensa e le puttane in letto
+Sono tra noi più volte acarezate;
+Ma dove poi conviene usar valore,
+Dasse a ciascun il suo debito onore. -
+
+Mentre che stanno in tal parlar costoro,
+Sonarno li instrumenti da ogni banda;
+Ed ecco piatti grandissimi d'oro,
+Coperti de finissima vivanda;
+Coppe di smalto, con sotil lavoro,
+Lo imperatore a ciascun baron manda.
+Chi de una cosa e chi d'altra onorava,
+Mostrando che di lor si racordava.
+
+Quivi si stava con molta allegrezza,
+Con parlar basso e bei ragionamenti:
+Re Carlo, che si vidde in tanta altezza,
+Tanti re, duci e cavallier valenti,
+Tutta la gente pagana disprezza,
+Come arena del mar denanti a i venti;
+Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
+Fe' lui con gli altri insieme sbigotire.
+
+Però che in capo della sala bella
+Quattro giganti grandissimi e fieri
+Intrarno, e lor nel mezo una donzella,
+Che era seguìta da un sol cavallieri.
+Essa sembrava matutina stella
+E giglio d'orto e rosa de verzieri:
+In somma, a dir di lei la veritate,
+Non fu veduta mai tanta beltate.
+
+Era qui nella sala Galerana,
+Ed eravi Alda, la moglie de Orlando,
+Clarice ed Ermelina tanto umana,
+Ed altre assai, che nel mio dir non spando,
+Bella ciascuna e di virtù fontana.
+Dico, bella parea ciascuna, quando
+Non era giunto in sala ancor quel fiore,
+Che a l'altre di beltà tolse l'onore.
+
+Ogni barone e principe cristiano
+In quella parte ha rivoltato il viso,
+Né rimase a giacere alcun pagano;
+Ma ciascun d'essi, de stupor conquiso,
+Si fece a la donzella prossimano;
+La qual, con vista allegra e con un riso
+Da far inamorare un cor di sasso,
+Incominciò così, parlando basso:
+
+- Magnanimo segnor, le tue virtute
+E le prodezze de' toi paladini,
+Che sono in terra tanto cognosciute,
+Quanto distende il mare e soi confini,
+Mi dan speranza che non sian perdute
+Le gran fatiche de duo peregrini,
+Che son venuti dalla fin del mondo
+Per onorare il tuo stato giocondo.
+
+Ed acciò ch'io ti faccia manifesta,
+Con breve ragionar, quella cagione
+Che ce ha condotti alla tua real festa,
+Dico che questo è Uberto dal Leone,
+Di gentil stirpe nato e d'alta gesta,
+Cacciato del suo regno oltra ragione:
+Io, che con lui insieme fui cacciata,
+Son sua sorella, Angelica nomata.
+
+Sopra alla Tana ducento giornate,
+Dove reggemo il nostro tenitoro,
+Ce fôr di te le novelle aportate,
+E della giostra e del gran concistoro
+Di queste nobil gente qui adunate;
+E come né città, gemme o tesoro
+Son premio de virtute, ma si dona
+Al vincitor di rose una corona.
+
+Per tanto ha il mio fratel deliberato,
+Per sua virtute quivi dimostrare,
+Dove il fior de' baroni è radunato,
+Ad uno ad un per giostra contrastare:
+O voglia esser pagano o battizato,
+Fuor de la terra lo venga a trovare,
+Nel verde prato alla Fonte del Pino,
+Dove se dice al Petron di Merlino.
+
+Ma fia questo con tal condizïone
+(Colui l'ascolti che si vôl provare):
+Ciascun che sia abattuto de lo arcione,
+Non possa in altra forma repugnare,
+E senza più contesa sia pregione;
+Ma chi potesse Uberto scavalcare,
+Colui guadagni la persona mia:
+Esso andarà con suoi giganti via. -
+
+Al fin delle parole ingenocchiata
+Davanti a Carlo attendia risposta.
+Ogni om per meraviglia l'ha mirata,
+Ma sopra tutti Orlando a lei s'accosta
+Col cor tremante e con vista cangiata,
+Benché la voluntà tenìa nascosta;
+E talor gli occhi alla terra bassava,
+Ché di se stesso assai si vergognava.
+
+"Ahi paccio Orlando!" nel suo cor dicia
+"Come te lasci a voglia trasportare!
+Non vedi tu lo error che te desvia,
+E tanto contra a Dio te fa fallare?
+Dove mi mena la fortuna mia?
+Vedome preso e non mi posso aitare;
+Io, che stimavo tutto il mondo nulla,
+Senza arme vinto son da una fanciulla.
+
+Io non mi posso dal cor dipartire
+La dolce vista del viso sereno,
+Perch'io mi sento senza lei morire,
+E il spirto a poco a poco venir meno.
+Or non mi val la forza, né lo ardire
+Contra d'Amor, che m'ha già posto il freno;
+Né mi giova saper, né altrui consiglio,
+Ch'io vedo il meglio ed al peggior m'appiglio."
+
+Così tacitamente il baron franco
+Si lamentava del novello amore.
+Ma il duca Naimo, ch'è canuto e bianco,
+Non avea già de lui men pena al core,
+Anci tremava sbigotito e stanco,
+Avendo perso in volto ogni colore.
+Ma a che dir più parole? Ogni barone
+Di lei si accese, ed anco il re Carlone.
+
+Stava ciascuno immoto e sbigottito,
+Mirando quella con sommo diletto;
+Ma Feraguto, il giovenetto ardito,
+Sembrava vampa viva nello aspetto,
+E ben tre volte prese per partito
+Di torla a quei giganti al suo dispetto,
+E tre volte afrenò quel mal pensieri
+Per non far tal vergogna allo imperieri.
+
+Or su l'un piede, or su l'altro se muta,
+Grattasi 'l capo e non ritrova loco;
+Rainaldo, che ancor lui l'ebbe veduta,
+Divenne in faccia rosso come un foco;
+E Malagise, che l'ha cognosciuta,
+Dicea pian piano: "Io ti farò tal gioco,
+Ribalda incantatrice, che giamai
+De esser qui stata non te vantarai."
+
+Re Carlo Magno con lungo parlare
+Fe' la risposta a quella damigella,
+Per poter seco molto dimorare.
+Mira parlando e mirando favella,
+Né cosa alcuna le puote negare,
+Ma ciascuna domanda li suggella
+Giurando de servarle in su le carte:
+Lei coi giganti e col fratel si parte.
+
+Non era ancor della citade uscita,
+Che Malagise prese il suo quaderno:
+Per saper questa cosa ben compita
+Quattro demonii trasse dello inferno.
+Oh quanto fu sua mente sbigotita!
+Quanto turbosse, Iddio del celo eterno!
+Poi che cognobbe quasi alla scoperta
+Re Carlo morto e sua corte deserta.
+
+Però che quella che ha tanta beltade,
+Era figliola del re Galifrone,
+Piena de inganni e de ogni falsitade,
+E sapea tutte le incantazïone.
+Era venuta alle nostre contrade,
+Ché mandata l'avea quel mal vecchione
+Col figliol suo, ch'avea nome Argalia,
+E non Uberto, come ella dicia.
+
+Al giovenetto avea dato un destrieri
+Negro quanto un carbon quando egli è spento,
+Tanto nel corso veloce e leggieri,
+Che già più volte avea passato il vento;
+Scudo, corazza ed elmo col cimieri,
+E spada fatta per incantamento;
+Ma sopra a tutto una lancia dorata,
+D'alta ricchezza e pregio fabricata.
+
+Or con queste arme il suo patre il mandò,
+Stimando che per quelle il sia invincibile,
+Ed oltra a questo uno anel li donò
+Di una virtù grandissima, incredibile,
+Avengaché costui non lo adoprò;
+Ma sua virtù facea l'omo invisibile,
+Se al manco lato in bocca se portava:
+Portato in dito, ogni incanto guastava.
+
+Ma sopra a tutto Angelica polita
+Volse che seco in compagnia ne andasse,
+Perché quel viso, che ad amare invita,
+Tutti i baroni alla giostra tirasse,
+E poi che per incanto alla finita
+Ogni preso barone a lui portasse:
+Tutti legati li vôl nelle mane
+Re Galifrone, il maledetto cane.
+
+Così a Malagise il dimon dicia,
+E tutto il fatto gli avea rivelato.
+Lasciamo lui: torniamo a l'Argalia,
+Che al Petron di Merlino era arivato.
+Un pavaglion sul prato distendia,
+Troppo mirabilmente lavorato;
+E sotto a quello se pose a dormire,
+Ché di posarse avea molto desire.
+
+Angelica, non troppo a lui lontana,
+La bionda testa in su l'erba posava,
+Sotto il gran pino, a lato alla fontana:
+Quattro giganti sempre la guardava.
+Dormendo, non parea già cosa umana,
+Ma ad angelo del cel rasomigliava.
+Lo annel del suo germano aveva in dito,
+Della virtù che sopra aveti odito.
+
+Or Malagise, dal demon portato,
+Tacitamente per l'aria veniva;
+Ed ecco la fanciulla ebbe mirato
+Giacer distesa alla fiorita riva;
+E quei quattro giganti, ogniuno armato,
+Guardano intorno e già nïun dormiva.
+Malagise dicea: "Brutta canaglia,
+Tutti vi pigliarò senza battaglia.
+
+Non vi valeran mazze, né catene,
+Né vostri dardi, né le spade torte;
+Tutti dormendo sentirete pene,
+Come castron balordi avreti morte."
+Così dicendo, più non si ritiene:
+Piglia il libretto e getta le sue sorte,
+Né ancor aveva il primo foglio vòlto,
+Che già ciascun nel sonno era sepolto.
+
+Esso dapoi se accosta alla donzella
+E pianamente tira for la spada,
+E veggendola in viso tanto bella
+Di ferirla nel collo indugia e bada.
+L'animo volta in questa parte e in quella,
+E poi disse: "Così convien che vada:
+Io la farò per incanto dormire,
+E pigliarò con seco il mio desire."
+
+Pose tra l'erba giù la spada nuda,
+Ed ha pigliato il suo libretto in mano;
+Tutto lo legge, prima che lo chiuda.
+Ma che li vale? Ogni suo incanto è vano,
+Per la potenzia dello annel sì cruda.
+Malagise ben crede per certano
+Che non si possa senza lui svegliare,
+E cominciolla stretta ad abbracciare.
+
+La damisella un gran crido mettia:
+- Tapina me, ch'io sono abandonata! -
+Ben Malagise alquanto sbigotia,
+Veggendo che non era adormentata.
+Essa, chiamando il fratello Argalia,
+Lo tenìa stretto in braccio tutta fiata;
+Argalia sonacchioso se sveglione,
+E disarmato uscì del pavaglione.
+
+Subitamente che egli ebbe veduto
+Con la sorella quel cristian gradito,
+Per novità gli fu il cor sì caduto,
+Che non fu de appressarse a loro ardito.
+Ma poi che alquanto in sé fu rivenuto,
+Con un troncon di pin l'ebbe assalito,
+Gridando: - Tu sei morto, traditore,
+Che a mia sorella fai tal disonore. -
+
+Essa gridava: - Legalo, germano,
+Prima ch'io il lasci, che egli è nigromante;
+Ché, se non fosse l'annel che aggio in mano,
+Non son tue forze a pigliarlo bastante. -
+Per questo il giovenetto a mano a mano
+Corse dove dormiva un gran gigante,
+Per volerlo svegliar; ma non potea,
+Tanto lo incanto sconfitto il tenea.
+
+Di qua, di là, quanto più può il dimena;
+Ma poi che vede che indarno procaccia,
+Dal suo bastone ispicca una catena,
+E de tornare indrieto presto spaccia;
+E con molta fatica e con gran pena
+A Malagise lega ambe le braccia,
+E poi le gambe e poi le spalle e il collo:
+Da capo a piede tutto incatenollo.
+
+Come lo vide ben esser legato,
+Quella fanciulla li cercava in seno;
+Presto ritrova il libro consecrato,
+Di cerchi e de demonii tutto pieno.
+Incontinenti l'ebbe diserrato;
+E nello aprir, né in più tempo, né in meno,
+Fu pien de spirti e celo e terra e mare,
+Tutti gridando: - Che vôi comandare? -
+
+Ella rispose: - Io voglio che portate
+Tra l'India e Tartaria questo prigione,
+Dentro al Cataio, in quella gran citate,
+Ove regna il mio padre Galafrone;
+Dalla mia parte ce lo presentate,
+Ché di sua presa io son stata cagione,
+Dicendo a lui che, poi che questo è preso,
+Tutti gli altri baron non curo un ceso. -
+
+Al fin delle parole, o in quello instante,
+Fu Malagise per l'aere portato,
+E, presentato a Galafrone avante,
+Sotto il mar dentro a un scoglio impregionato.
+Angelica col libro a ogni gigante
+Discaccia il sonno ed ha ciascun svegliato.
+Ogn'om strenge la bocca ed alcia il ciglio,
+Forte ammirando il passato periglio.
+
+Mentre che qua fôr fatte queste cose,
+Dentro a Parigi fu molta tenzone,
+Però che Orlando al tutto se dispose
+Essere in giostra il primo campïone;
+Ma Carlo imperatore a lui rispose
+Che non voleva e non era ragione;
+E gli altri ancora, perché ogni om se estima,
+A quella giostra volean gire in prima.
+
+Orlando grandemente avea temuto
+Che altrui non abbia la donna acquistata,
+Perché, come il fratello era abattuto,
+Doveva al vincitore esser donata.
+Lui de vittoria sta sicuro e tuto,
+E già li pare averla guadagnata;
+Ma troppo gli rencresce lo aspettare,
+Ché ad uno amante una ora uno anno pare.
+
+Fu questa cosa nella real corte
+Tra il general consiglio essaminata;
+Ed avendo ciascun sue ragion pòrte,
+Fu statuita al fine e terminata,
+Che la vicenda se ponesse a sorte;
+Ed a cui la ventura sia mandata
+D'essere il primo ad acquistar l'onore,
+Quel possa uscire alla giostra di fore.
+
+Onde fu il nome de ogni paladino
+Subitamente scritto e separato;
+Ciascun segnor, cristiano e saracino,
+Ne l'orna d'oro il suo nome ha gettato;
+E poi ferno venire un fanciullino
+Che i breve ad uno ad uno abbia levato.
+Senza pensare il fanciullo uno afferra;
+La lettra dice: Astolfo de Anghilterra.
+
+Dopo costui fu tratto Feraguto,
+Rainaldo il terzo, e il quarto fu Dudone;
+E poi Grandonio, quel gigante arguto,
+L'un presso all'altro, e Belengiere e Otone;
+Re Carlo dopo questi è for venuto;
+Ma per non tenir più lunga tenzone,
+Prima che Orlando ne fôr tratti trenta:
+Non vi vo' dir se lui se ne tormenta.
+
+Il giorno se calava in ver la sera,
+Quando di trar le sorte fu compito.
+Il duca Astolfo con la mente altiera
+Dimanda l'arme, e non fu sbigottito,
+Benché la notte viene e il cel se anera.
+Esso parlava, sì come omo ardito,
+Che in poco d'ora finirà la guerra,
+Gettando Oberto al primo colpo in terra.
+
+Segnor, sappiate ch'Astolfo lo Inglese
+Non ebbe di bellezze il simigliante;
+Molto fu ricco, ma più fu cortese,
+Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.
+La forza sua non vedo assai palese,
+Ché molte fiate cadde del ferrante.
+Lui suolea dir che gli era per sciagura,
+E tornava a cader senza paura.
+
+Or torniamo a la istoria. Egli era armato,
+Ben valeano quelle arme un gran tesoro;
+Di grosse perle il scudo è circondato,
+La maglia che se vede è tutta d'oro;
+Ma l'elmo è di valore ismesurato
+Per una zoia posta in quel lavoro,
+Che, se non mente il libro de Turpino,
+Era quanto una noce, e fu un rubino.
+
+Il suo destriero è copertato a pardi,
+Che sopraposti son tutti d'ôr fino.
+Soletto ne uscì fuor senza riguardi,
+Nulla temendo se pose in camino.
+Era già poco giorno e molto tardi,
+Quando egli gionse al Petron di Merlino;
+E ne la gionta pose a bocca il corno,
+Forte suonando, il cavalliero adorno.
+
+Odendo il corno, l'Argalia levosse,
+Ché giacea al fonte la persona franca,
+E de tutte arme subito adobosse
+Da capo a piedi, che nulla gli manca;
+E contra Astolfo con ardir se mosse,
+Coperto egli e il destrier in vesta bianca,
+Col scudo in braccio e quella lancia in mano
+Che ha molti cavallier già messi al piano.
+
+Ciascun se salutò cortesemente,
+E fôr tra loro e patti rinovati,
+E la donzella lì venne presente.
+E poi si fôrno entrambi dilungati,
+L'un contra l'altro torna parimente,
+Coperti sotto a i scudi e ben serrati;
+Ma come Astolfo fu tocco primero,
+Voltò le gambe al loco del cimero.
+
+Disteso era quel duca in sul sabbione,
+E crucioso dicea: - Fortuna fella,
+Tu me e' nemica contra a ogni ragione:
+Questo fu pur diffetto della sella.
+Negar nol pôi; ché s'io stavo in arcione,
+Io guadagnavo questa dama bella.
+Tu m'hai fatto cadere, egli è certano,
+Per far onore a un cavallier pagano. -
+
+Quei gran giganti Astolfo ebber pigliato,
+E lo menarno dentro al pavaglione;
+Ma quando fu de l'arme dispogliato,
+La damisella nel viso il guardone,
+Nel quale era sì vago e delicato,
+Che quasi ne pigliò compassïone;
+Unde per questo lo fece onorare,
+Per quanto onore a pregion si può fare.
+
+Stava disciolto, senza guardia alcuna,
+Ed intorno alla fonte solacciava;
+Angelica nel lume della luna,
+Quanto potea nascoso, lo amirava;
+Ma poi che fu la notte oscura e bruna,
+Nel letto incortinato lo posava.
+Essa col suo fratello e coi giganti
+Facea la guardia al pavaglion davanti.
+
+Poco lume mostrava ancor il giorno,
+Che Feraguto armato fu apparito,
+E con tanta tempesta suona il corno,
+Che par che tutto il mondo sia finito;
+Ogni animal che quivi era d'intorno
+Fuggia da quel rumore isbigotito:
+Solo Argalia de ciò non ha paura,
+Ma salta in piede e veste l'armatura.
+
+L'elmo affatato il giovanetto franco
+Presto se allaccia, e monta in sul corsieri;
+La spada ha cinto dal sinistro fianco,
+E scudo e lancia e ciò che fa mistieri.
+Rabicano, il destrier, non mostra stanco,
+Anzi va tanto sospeso e leggieri,
+Che ne l'arena, dove pone il piede,
+Signo di pianta ponto non si vede.
+
+Con gran voglia lo aspetta Feraguto,
+Ché ad ogni amante incresce lo indugiare;
+E però, come prima l'ha veduto,
+Non fece già con lui lungo parlare;
+Mosso con furia e senza altro saluto,
+Con l'asta a resta lo venne a scontrare;
+Crede lui certo, e faria sacramento,
+Aver la bella dama a suo talento.
+
+Ma come prima la lancia il toccò,
+Nel core e nella faccia isbigotì;
+Ogni sua forza in quel punto mancò,
+E lo animoso ardir da lui partì;
+Tal che con pena a terra trabuccò,
+Né sa in quel punto se gli è notte o dì.
+Ma come prima a l'erba fu disteso,
+Tornò il vigore a quello animo acceso.
+
+Amore, o giovenezza, o la natura
+Fan spesso altrui ne l'ira esser leggiero.
+Ma Feraguto amava oltra misura;
+Giovanetto era e de animo sì fiero,
+Che a praticarlo egli era una paura;
+Piccola cosa gli facea mestiero
+A volerlo condur con l'arme in mano,
+Tanto è crucioso e di cor subitano.
+
+Ira e vergogna lo levâr di terra,
+Come caduto fu, subitamente.
+Ben se apparecchia a vendicar tal guerra,
+Né si ricorda del patto nïente;
+Trasse la spada, ed a piè se disserra
+Ver lo Argalia, battendo dente a dente.
+Ma lui diceva: - Tu sei mio pregione,
+E me contrasti contro alla ragione. -
+
+Feraguto il parlar non ha ascoltato,
+Anci ver lui ne andava in abandono.
+Ora i giganti, che stavano al prato,
+Tutti levati con l'arme se sono,
+E sì terribil grido han fuor mandato,
+Che non se odì giamai sì forte trono
+(Turpino il dice: a me par meraviglia),
+E tremò il prato intorno a lor due miglia.
+
+A questi se voltava Feraguto,
+E non credeti che sia spaventato.
+Colui che vien davanti è il più membruto,
+E fu chiamato Argesto smisurato;
+L'altro nomosse Lampordo il veluto,
+Perché piloso è tutto in ogni lato;
+Urgano il terzo per nome si spande,
+Turlone il quarto, e trenta piedi è grande.
+
+Lampordo nella gionta lanciò un dardo,
+Che se non fosse, come era, fatato,
+Al primo colpo il cavallier gagliardo
+Morto cadea, da quel dardo passato.
+Mai non fu visto can levrer, né pardo,
+Né alcun groppo di vento in mar turbato,
+Così veloci, né dal cel saetta,
+Qual Feraguto a far la sua vendetta.
+
+Giunse al gigante in lo destro gallone,
+Che tutto lo tagliò, come una pasta,
+E rene e ventre, insino al petignone;
+Né de aver fatto il gran colpo li basta,
+Ma mena intorno il brando per ragione,
+Perché ciascun de' tre forte il contrasta.
+L'Argalia solo a lui non dà travaglia,
+Ma sta da parte e guarda la battaglia.
+
+Fie' Feraguto un salto smisurato:
+Ben vinti piedi è verso il cel salito;
+Sopra de Urgano un tal colpo ha donato,
+Che 'l capo insino a i denti gli ha partito.
+Ma mentre che era con questo impacciato,
+Argesto nella coppa l'ha ferito
+D'una mazza ferrata, e tanto il tocca,
+Che il sangue gli fa uscir per naso e bocca.
+
+Esso per questo più divenne fiero,
+Come colui che fu senza paura,
+E messe a terra quel gigante altiero,
+Partito dalle spalle alla cintura.
+Alor fu gran periglio al cavalliero,
+Perché Turlon, che ha forza oltra misura,
+Stretto di drieto il prende entro alle braccia,
+E di portarlo presto se procaccia.
+
+Ma fosse caso, o forza del barone,
+Io no 'l so dir, da lui fu dispiccato.
+Il gran gigante ha di ferro un bastone,
+E Feraguto il suo brando afilato.
+Di novo si comincia la tenzone:
+Ciascuno a un tratto il suo colpo ha menato,
+Con maggior forza assai ch'io non vi dico;
+Ogni om ben crede aver còlto il nemico.
+
+Non fu di quelle botte alcuna cassa,
+Ché quel gigante con forza rubesta
+Giunselo in capo e l'elmo gli fraccassa,
+E tutta quanta disarmò la testa;
+Ma Feraguto con la spada bassa
+Mena un traverso con molta tempesta
+Sopra alle gambe coperte di maglia,
+Ed ambedue a quel colpo le taglia.
+
+L'un mezo morto, e l'altro tramortito
+Quasi ad un tratto cascarno sul prato.
+Smonta l'Argalia e con animo ardito
+Ha quel barone alla fonte portato,
+E con fresca acqua l'animo stordito
+A poco a poco gli ebbe ritornato;
+E poi volea menarlo al pavaglione,
+Ma Feraguto niega esser pregione.
+
+- Che aggio a fare io, se Carlo imperatore
+Con Angelica il patto ebbe a firmare?
+Son forsi il suo vasallo o servitore,
+Che in suo decreto me possa obligare?
+Teco venni a combatter per amore,
+E per la tua sorella conquistare:
+Aver la voglio, o ver morire al tutto. -
+Queste parole dicea Feragutto.
+
+A quel rumore Astolfo se è levato,
+Che sino alora ancor forte dormia,
+Né il crido de' giganti l'ha svegliato
+Che tutta fe' tremar la prataria.
+Veggendo i duo baroni a cotal piato,
+Tra lor con parlar dolce se mettia,
+Cercando de volerli concordare:
+Ma Feraguto non vôle ascoltare.
+
+Dicea l'Argalia: - Ora non vedi,
+Franco baron, che tu sei disarmato?
+Forse che de aver l'elmo in capo credi?
+Quello è rimaso in sul campo spezzato.
+Or fra te stesso iudica, e provedi
+Se vôi morire, o vôi esser pigliato:
+Che stu combatti avendo nulla in testa,
+Tu in pochi colpi finira' la festa. -
+
+Rispose Feraguto: - E' mi dà il core,
+Senza elmo, senza maglia e senza scudo,
+Aver con teco di guerra l'onore;
+Così mi vanto di combatter nudo
+Per acquistare il desiato amore. -
+Cotal parole usava il baron drudo,
+Però ch'Amor l'avea posto in tal loco,
+Che per colei s'arìa gettato in foco.
+
+L'Argalia forte in mente si turbava,
+Vedendo che costui sì poco il stima
+Che nudo alla battaglia lo sfidava,
+Né alla seconda guerra né alla prima,
+Preso due volte, lo orgoglio abassava,
+Ma de superbia più montava in cima;
+E disse: - Cavallier, tu cerchi rogna:
+Io te la grattarò, ché 'l ti bisogna.
+
+Monta a cavallo ed usa tua bontade,
+Ché, come digno sei, te avrò trattato;
+Né aver speranza ch'io te usi pietade,
+Perch'io ti vegga il capo disarmato.
+Tu cerchi lo mal giorno in veritade,
+Facciote certo che l'avrai trovato;
+Diffendite se pôi, mostra tuo ardire,
+Ché incontinente ti convien morire. -
+
+Ridea Feraguto a quel parlare,
+Come di cosa che il stimi nïente.
+Salta a cavallo e senza dimorare
+Diceva: - Ascolta, cavallier valente:
+Se la sorella tua mi vôi donare,
+Io non te offenderò veracemente;
+Se ciò non fai, io non ti mi nascondo,
+Presto serai di quei de l'altro mondo. -
+
+Tanto fu vinto de ira l'Argalia,
+Odendo quel parlar che è sì arrogante,
+Che furïoso in sul destrier salia,
+E con voce superba e minacciante
+Ciò che dicesse nulla se intendia.
+Trasse la spada e sprona lo aferante,
+Né se ricorda de l'asta pregiata,
+Che al tronco del gran pin stava apoggiata.
+
+Così cruciati con le spade in mano
+Ambi co 'l petto de' corsieri urtaro.
+Non è nel mondo baron sì soprano,
+Che non possan costor star seco al paro.
+Se fosse Orlando e il sir de Montealbano,
+Non vi serìa vantaggio né divaro;
+Però un bel fatto potreti sentire,
+Se l'altro canto tornareti a odire.
+
+Canto secondo
+
+Io vi cantai, segnor, come a battaglia
+Eran condotti con molta arroganza
+Argalia, il forte cavallier di vaglia,
+E Feraguto, cima di possanza.
+L'uno ha incantata ogni sua piastra e maglia,
+L'altro è fatato, fuor che nella panza;
+Ma quella parte d'acciarro è coperta
+Con vinte piastre, quest'è cosa certa.
+
+Chi vedesse nel bosco duo leoni
+Turbati, ed a battaglia insieme appresi,
+O chi odisse ne l'aria duo gran troni
+Di tempeste, rumore e fiamma accesi,
+Nulla sarebbe a mirar quei baroni,
+Che tanto crudelmente se hanno offesi;
+Par che il celo arda e il mondo a terra vada,
+Quando se incontra l'una e l'altra spada.
+
+E' si feriano insieme a gran furore,
+Guardandosi l'un l'altro in vista cruda;
+E credendo ciascuno esser megliore
+Trema per ira, e per affanno suda.
+Or lo Argalia con tutto suo valore
+Ferì il nemico in su la testa nuda,
+E ben si crede senza dubitanza
+Aver finita a quel colpo la danza.
+
+Ma poi che vidde il suo brando polito
+Senza alcun sangue ritornar al celo,
+Per meraviglia fu tanto smarito
+Che in capo e in dosso se li aricciò il pelo.
+In questo Feraguto l'ha assalito;
+Ben crede fender l'arme come un gelo,
+E crida: - Ora a Macon ti raccomando,
+Ché a questo colpo a star con lui ti mando. -
+
+Così dicendo, quel barone aitante
+Ferisce ad ambe man con forza molta;
+Se stato fosse un monte de diamante,
+Tutto l'avria tagliato in quella volta.
+L'elmo affatato a quel brando troncante
+Ogni possanza di tagliare ha tolta.
+Se Feragù turbosse, io non lo scrivo;
+Per gran stupor non sa se è morto o vivo.
+
+Ma poi che ciascadun fu dimorato
+Tacito alquanto, senza colpezare
+(Ché l'un de l'altro è sì meravigliato,
+Che non ardiva a pena di parlare),
+L'Argalia prima a Ferragù dricciato
+Disse: - Barone, io ti vo' palesare,
+Che tutte le arme che ho, da capo e piedi,
+Sono incantate, quante tu ne vedi.
+
+Però con meco lascia la battaglia,
+Ché altro aver non ne puoi, che danno e scorno. -
+Feragù disse: - Se Macon mi vaglia,
+Quante arme vedi a me sopra ed intorno,
+E questo scudo e piastre, e questa maglia,
+Tutte le porto per essere adorno,
+Non per bisogno; ch'io son affatato
+In ogni parte, fuor che in un sol lato.
+
+Sì che, a donarti un ottimo consiglio,
+Benché nol chiedi, io ti so confortare
+Che non te metti de morte a periglio;
+Senza contesa vogli a me lasciare
+La tua sorella, quel fiorito giglio,
+Ed altramente tu non puoi campare.
+Ma se mi fai con pace questo dono,
+Eternamente a te tenuto sono. -
+
+Rispose lo Argalia: - Barone audace,
+Ben aggio inteso quanto hai ragionato,
+E son contento aver con teco pace,
+E tu sia mio fratello e mio cognato:
+Ma vo' saper se ad Angelica piace,
+Ché senza lei non si faria il mercato. -
+E Feragù gli dice esser contento,
+Che con essa ben parli a suo talento.
+
+A benché Feragù sia giovanetto,
+Bruno era molto e de orgogliosa voce,
+Terribile a guardarlo nello aspetto;
+Gli occhi avea rossi, con batter veloce.
+Mai di lavarse non ebbe diletto,
+Ma polveroso ha la faccia feroce:
+Il capo acuto aveva quel barone,
+Tutto ricciuto e ner come un carbone.
+
+E per questo ad Angelica non piacque,
+Ché lei voleva ad ogni modo un biondo;
+E disse allo Argalia, come lui tacque:
+- Caro fratello, io non mi ti nascondo:
+Prima me affogarei dentro a quest'acque,
+E mendicando cercarebbi 'l mondo,
+Che mai togliessi costui per mio sposo.
+Meglio è morir che star con furïoso.
+
+Però ti prego per lo dio Macone,
+Che te contenti de la voglia mia.
+Ritorna a la battaglia col barone,
+Ed io fra tanto per necromanzia
+Farò portarme in nostra regïone.
+Volta le spalle, e vieni anco tu via
+(Destrier non è che 'l tuo segua di lena:
+Io fermarommi alla selva de Ardena)
+
+Acciò ch'insieme facciamo ritorno
+Dal vecchio patre, al regno de oltra mare.
+Ma se quivi non giongi il terzo giorno,
+Soletta al vento me farò passare,
+Poi che aggio il libro di quel can musorno,
+Che me credette al prato vergognare.
+Tu poi adaggio per terra venrai;
+La strata hai caminata, e ben la sai. -
+
+Così tornarno e baroni al ferire,
+Dapoi che questo a quello ha referito
+Che la sorella non vôle assentire;
+Ma Feragù perciò non è partito,
+Anci destina o vincere o morire.
+Ecco la dama dal viso florito
+Subito sparve a i cavallier davante:
+Presto sen corse il suspettoso amante.
+
+Però che spesso la guardava in volto,
+Parendogli la forza radoppiare;
+Ma poi che gli è davanti così tolto,
+Non sa più che si dir, né che si fare.
+In questo tempo lo Argalia rivolto,
+Con quel destrier che al mondo non ha pare
+Fugge del prato e quanto può sperona,
+E Feraguto e la guerra abandona.
+
+Lo inamorato giovanetto guarda,
+Come gabato si trova quel giorno.
+Esce del prato correndo e non tarda,
+E cerca il bosco, che è folto, d'intorno.
+Ben par che nella faccia avampa ed arda,
+Tra sé pensando il recevuto scorno,
+E non se arresta correre e cercare;
+Ma quel che cerca non può lui trovare.
+
+Tornamo ora ad Astolfo, che soletto,
+Come sapete, rimase alla Fonte.
+Mirata avea la pugna con diletto,
+E de ciascun guerrer le forze pronte;
+Or resta in libertà senza suspetto,
+Ringrazïando Iddio con le man gionte;
+E per non dare indugia a sua ventura
+Monta a destrier con tutta l'armatura.
+
+E non aveva lancia il paladino,
+Ché la sua nel cadere era spezzata.
+Guardasi intorno, ed al troncon del pino
+Quella de lo Argalia vidde appoggiata.
+Bella era molto, e con lame d'ôr fino,
+Tutta di smalto intorno lavorata;
+Prendela Astolfo quasi per disaggio,
+Senza pensare in essa alcun vantaggio.
+
+Così tornando a dietro allegro e baldo,
+Come colui che è sciolto di pregione,
+Fuor del boschetto ritrovò Ranaldo,
+E tutto il fatto appunto gli contone.
+Era il figlio de Amon d'amor sì caldo,
+Che posar non puotea di passïone:
+Però fuor della terra era venuto,
+Per saper che aggia fatto Feraguto.
+
+E come odì che fuggian verso Ardena,
+Nulla rispose a quel duca dal pardo.
+Volta il destriero e le calcagne mena,
+E di pigricia accusa il suo Baiardo.
+De l'amor del patron quel porta pena;
+E chiamato è rozone, asino tardo,
+Quel bon destrier che va con tanta fretta,
+Ch'a pena l'avria gionto una saetta.
+
+Lasciamo andar Ranaldo inamorato.
+Astolfo ritornò nella citade;
+Orlando incontinente l'ha trovato,
+E dalla lunga, con sagacitade,
+Dimanda come il fatto sia passato
+Della battaglia, e de sua qualitade.
+Ma nulla gli ragiona del suo amore,
+Perché vano il cognosce e zanzatore.
+
+Ma come intese ch'egli era fuggito
+L'Argalia al bosco e seco la donzella,
+E che Rainaldo lo aveva seguito,
+Partisse in vista nequitosa e fella;
+E sopra al letto suo cadde invilito,
+Tanto è il dolor che dentro lo martella.
+Quel valoroso, fior d'ogni campione,
+Piangea nel letto come un vil garzone.
+
+"Lasso, - diceva - ch'io non ho diffesa
+Contra al nemico che mi sta nel core!
+Or ché non aggio Durindana presa
+A far battaglia contra a questo amore,
+Qual m'ha di tanto foco l'alma accesa,
+Che ogni altra doglia nel mondo è minore?
+Qual pena è in terra simile alla mia,
+Che ardo d'amore e giazo in zelosia?
+
+Né so se quella angelica figura
+Se dignarà de amar la mia persona;
+Ché ben serà figliol della ventura,
+E de felice portarà corona,
+Se alcun fia amato da tal creatura.
+Ma se speranza de ciò me abandona,
+Ch'io sia sprezato da quel viso umano,
+Morte me donarò con la mia mano.
+
+Ahi sventurato! Se forse Rainaldo
+Trova nel bosco la vergine bella,
+Ché ben cognosco io come l'è ribaldo,
+Giamai di man non gli uscirà polcella.
+Forse gli è mo ben presso il viso saldo!
+Ed io, come dolente feminella,
+Tengo la guancia posata alla mano,
+E sol me aiuto lacrimando in vano.
+
+Forse ch'io credo tacendo coprire
+La fiamma che me rode il core intorno?
+Ma per vergogna non voglio morire.
+Sappialo Dio ch'allo oscurir del giorno
+Sol di Parigio mi voglio partire,
+Ed andarò cercando il viso adorno,
+Sin che lo trovo, e per state e per verno,
+E in terra e in mare, e in cielo e nello inferno."
+
+Così dicendo dal letto si leva,
+Dove giaciuto avea sempre piangendo;
+La sera aspetta, e lo aspettar lo agreva,
+E su e giù si va tutto rodendo.
+Uno atimo cento anni li rileva,
+Or questo avviso or quello in sé facendo.
+Ma come gionta fu la notte scura,
+Nascosamente veste l'armatura.
+
+Già non portò la insegna del quartero,
+Ma de un vermiglio scuro era vestito.
+Cavalca Brigliadoro il cavalliero,
+E soletto alla porta se ne è gito.
+Non sa de lui famiglio, né scudero;
+Tacitamente è della terra uscito.
+Ben sospirando ne andava il meschino,
+E verso Ardena prese il suo cammino.
+
+Or son tre gran campioni alla ventura:
+Lasciali andar, che bei fati farano,
+Rainaldo e Orlando, ch'è di tanta altura,
+E Feraguto, fior d'ogni pagano.
+Tornamo a Carlo Magno, che procura
+Ordir la giostra, e chiama il conte Gano,
+Il duca Namo e lo re Salamone,
+E del consiglio ciascadun barone.
+
+E disse lor: - Segnori, il mio parere
+È che il giostrante ch'al rengo ne viene,
+Contrasti ciascaduno al suo potere,
+Sin che fortuna o forza lo sostiene;
+E 'l vincitor dipoi, come è dovere,
+Dello abbattuto la sorte mantiene,
+Sì che rimanga la corona a lui,
+O sia abbattuto, e dia loco ad altrui. -
+
+Ciascuno afferma il ditto de Carlone,
+Sì come de segnore alto e prudente:
+Lodano tutti quella invenzïone.
+L'ordine dasse: nel giorno seguente
+Chi vôl giostrar se trovi su l'arcione.
+E fu ordinato che primieramente
+Tenesse 'l rengo Serpentino ardito
+A real giostra dal ferro polito.
+
+Venne il giorno sereno e l'alba gaglia:
+Il più bel sol giamai non fu levato.
+Prima il re Carlo entrò ne la travaglia,
+Fuor che de gambe tutto disarmato,
+Sopra de un gran corsier coperto a maglia,
+Ed ha in mano un bastone e il brando a lato.
+Intorno a' pedi aveva per serventi
+Conti, baroni e cavallier possenti.
+
+Eccoti Serpentin che al campo viene,
+Armato e da veder meraviglioso:
+Il gran corsier su la briglia sostiene;
+Quello alcia i piedi, de andare animoso.
+Or qua, or là la piaza tutta tiene,
+Gli occhi ha abragiati, e il fren forte è schiumoso;
+Ringe il feroce e non ritrova loco,
+Borfa le nari e par che getti foco.
+
+Ben lo somiglia il cavalliero ardito,
+Che sopra li venìa col viso acerbo;
+Di splendide arme tutto era guarnito,
+Nello arcion fermo e ne l'atto superbo.
+Fanciulli e donne, ogni om lo segna a dito;
+Di tal valor si mostra e di tal nerbo,
+Che ciascadun ben iudica a la vista,
+Che altri che lui quel pregio non acquista.
+
+Per insegna portava il cavalliero
+Nel scudo azuro una gran stella d'oro;
+E similmente il suo ricco cimiero,
+E sopravesta fatta a quel lavoro,
+La cotta d'arme e il forte elmo e leggiero
+Eran stimati infinito tesoro;
+E tutte quante l'arme luminose
+Frixate a perle e pietre precïose.
+
+Così prese l'arengo quel campione,
+E poi che l'ebbe intorno passeggiato,
+Fermosse al campo, come un torrïone.
+Ma già suonan le trombe da ogni lato;
+Entrono giostratori a ogni cantone,
+L'un più che l'altro riccamente armato,
+Con tante perle e oro e zoie intorno,
+Che il paradiso ne sarebbe adorno.
+
+Colui che vien davanti, è paladino;
+Porta nel blavo la luna de argento,
+Sir di Bordella, nomato Angelino,
+Maestro di guerra e giostra e torniamento.
+Subitamente mosse Serpentino,
+Con tal velocità che parve un vento.
+Da l'altra parte, menando tempesta,
+Viene Angelino, e pone l'asta a resta.
+
+Là dove l'elmo al scudo se confina,
+Ferì Angelino a Serpentino avante;
+Ma non se piega adietro, anze se china
+Adosso al colpo il cavalliero aitante,
+E lui la vista incontra in tal ruina,
+Che il fe' mostrare al cielo ambe le piante.
+Levasi il grido in piaza, ogni om favella
+Che 'l pregio al tutto è di quel dalla Stella.
+
+Ora se mosse il possente Ricardo,
+Che signoreggia tutta Normandia.
+Un leon d'oro ha quel baron gagliardo
+Nel campo rosso, e ben ratto venìa.
+Ma Serpentino a mover non fu tardo,
+E rescontrollo a mezo della via,
+Dandogli un colpo de cotanta pena,
+Che il capo gli fe' batter su l'arena.
+
+O quanto Balugante se conforta,
+Veggendo al figliol sì franca persona!
+Or vien colui che i scacchi al scudo porta,
+E d'oro ha sopra l'elmo la corona:
+Re Salamone, quella anima acorta.
+Stretto a la giostra tutto se abandona;
+Ma Serpentino a mezo il scudo il fiere,
+E lui getta per terra e il suo destriere.
+
+Astolfo alla sua lancia diè de piglio,
+Quella che l'Argalia lasciò su il prato.
+Tre pardi d'oro ha nel campo vermiglio,
+Ben ne venìa su l'arcione assettato.
+Ma egli incontrò grandissimo periglio,
+Ché il destrier sotto li fu trabuccato.
+Tramortì Astolfo, e lume e ciel non vede,
+E dislocosse ancora il destro piede.
+
+Spiacque a ciascuno del caso malvaggio,
+E forse più che a gli altri a Serpentino,
+Perché sperava gettarlo al rivaggio;
+Ma certamente era falso indovino.
+Il duca fu portato al suo palaggio,
+E ritornògli il spirto pelegrino;
+E similmente il piede dislocato
+Gli fu raconcio e stretto e ben legato.
+
+E benché Serpentin tanto abbia fatto,
+Danese Ogier di lui non ha spavento.
+Mosse il destrier sì furïoso e ratto,
+Quale è nel mar di tramontana il vento.
+Era la insegna del guerrero adatto
+Il scudo azzurro e un gran scaglion d'argento;
+Un basalisco porta per cimero
+Di sopra a l'elmo lo ardito guerrero.
+
+Suonâr le trombe: ogni om sua lancia aresta
+E vengonsi a ferir quei duo campioni.
+Non fu quel giorno botta sì rubesta,
+Ché parve nel colpir scontro de troni.
+Danese Ogieri con molta tempesta
+Ruppe di Serpentin ambi li arcioni:
+E per la groppa del destrieri il mena,
+Sì che disteso il pose in su l'arena.
+
+Così rimase vincitore al campo
+Il forte Ogieri, e la renga difende.
+Re Balugante par che meni vampo,
+Sì la caduta del figliol lo offende.
+Anco egli ariva pur a quello inciampo,
+Perché il Danese per terra il distende.
+Ora si move il giovine Isolieri:
+Bene è possente e destro cavallieri.
+
+Era costui di Feragù germano;
+Tre lune d'oro avea nel verde scudo.
+Mosse 'l destriero, e la lancia avea in mano:
+Nel corso l'arestò quel baron drudo.
+Il pro' Danese lo mandò su 'l piano
+De un colpo tanto dispietato e crudo,
+Che non se avede se gli è morto o vivo,
+E ben sette ore stie' del spirto privo.
+
+Gualtiero da Monleon dopo colui
+Fu dal Danese per terra gettato.
+Un drago era la insegna di costui,
+Tutto vermiglio nel campo dorato.
+- Deh non facciamo la guerra tra nui, -
+Diceva Ogieri - o popol battizato!
+Ch'io vedo caleffarci a' Saracini,
+Perché facciamo l'un l'altro tapini. -
+
+Spinella da Altamonte fu un pagano,
+Ch'era venuto a provar sua persona
+A questa corte del re Carlo Mano:
+Nel scudo azuro ha d'oro una corona.
+Questo fu messo dal Danese al piano.
+Or Matalista al tutto se abandona:
+Fratello è questo a Fiordespina bella,
+Ardito, forte e destro su la sella.
+
+Costui portava il scudo divisato
+Di bruno e d'oro, e un drago per cimiero;
+E cadde sopra al campo riversato.
+A vota sella ne andò il suo destriero.
+Mosse Grandonio, il cane arabïato:
+Aiuti Ogieri Iddio, ché gli è mistiero!
+Ché in tutto il mondo, per ogni confino,
+Non è di lui più forte Saracino.
+
+Avea quel re statura de gigante,
+E venne armato sopra a un gran ronzone;
+Il scudo negro portava davante,
+E d'ôr scolpito ha quel dentro un Macone.
+Non vi fu Cristïan tanto arrogante
+Che non temesse di quel can felone:
+Gan da Pontier, come lo vide in faza,
+Nascosamente uscì fuor della piaza.
+
+Il simil fe' Macario de Lusana,
+E Pinabello e il conte de Altafoglia,
+Né già Falcon da gli altri se alontana:
+Parli mille anni che de qui se toglia.
+Sol della gesta perfida e villana
+Grifon rimase fermo in su la soglia,
+O virtute o vergogna che il rimorse,
+O che al partir degli altri non se accorse.
+
+Ora torniamo a quel pagano orribile,
+Che per il campo tal tempesta mena.
+La sua possanza par cosa incredibile;
+Porta per lancia un gran fusto de antena.
+Né di lui manco è il suo corsier terribile,
+Che nella piazza profonda l'arena,
+Rompe le pietre, fa tremar la terra,
+Quando nel corso tutto se disserra.
+
+Con questa furia andò verso il Danese,
+E proprio a mezo il scudo l'ha colpito:
+Tutto lo spezza, e per terra il distese
+Col suo destriero insieme e sbalordito.
+Il duca Naimo sotto il braccio il prese,
+E con lui fuor del campo si ne è gito;
+E fêgli medicare e braccio e petto,
+Che più che un mese poi stette nel letto.
+
+Grande fu il crido per tutta la piaza,
+E più de gli altri i Saracin se odirno.
+Grandonio al rengo superbo minaza,
+Ma non per questo gli altri isbigotirno.
+Turpin di Rana adosso a lui si caza,
+E nel mezo del corso se colpirno;
+Ma il prete uscì de arcion con tal martìre,
+Che ben fu presso al ponto del morire.
+
+Astolfo ne la piaza era tornato
+Sopra a un portante e bianco palafreno;
+Non avea arme, fuor che 'l brando a lato,
+E tra le dame, con viso sereno,
+Piacevolmente s'era solacciato,
+Come quel che de motti è tutto pieno.
+Ma mentre che lui ciancia, ecco Grifone
+Fu da Grandonio messo in sul sabbione.
+
+Era costui di casa di Maganza,
+Che porta in scudo azuro un falcon bianco.
+Crida Grandonio con molta arroganza:
+- O Cristïani, è già ciascadun stanco?
+Non gli è chi faccia più colpo de lanza? -
+Allor se mosse Guido, il baron franco,
+Quel de Borgogna, che porta il leone
+Negro ne l'oro; e cadde dello arcione.
+
+Cadde per terra il possente Angelieri,
+Che porta il drago a capo de donzella.
+Avino, Avolio, Otone e Berlenzeri,
+L'un dopo l'altro fur tolti di sella.
+L'acquila nera portan per cimeri,
+La insegna a tutti quattro era pur quella;
+Ma il scudo a scacchi d'oro e de azuro era,
+Come oggi ancora è l'arma di Bavera.
+
+Ad Ugo di Marsilia diè la morte
+Questo Grandonio, che è tanto gagliardo.
+Quanto più giostra, più se mostra forte;
+Abbatte Ricciardetto e il franco Alardo,
+Svilaneggiando Carlo e la sua corte,
+Chiamando ogni cristian vile e codardo.
+Ben sta turbato in faccia lo imperieri;
+Eccoti gionto il marchese Olivieri.
+
+Parve che il ciel se aserenasse intorno,
+Alla sua gionta ogni omo alciò la testa.
+Venìa il marchese in atto molto adorno;
+Carlo li uscitte incontra con gran festa.
+Non vi sta queta né tromba, né corno,
+Piccoli e grandi de cridar non resta:
+- Viva Olivier, marchese di Vïena! -
+Ride Grandonio e prende la sua antena.
+
+Or se ne va ciascun de animo acceso,
+Con tanta furia quanta si può dire;
+Ma chiunche guarda, attonito e suspeso,
+Aspetta il colpo di quel gran ferire;
+Né solo una parola avresti inteso,
+Tanto par che ciascuno attento mire.
+Ma nello scontro Olivier di possanza
+Nel scudo ad alto li attaccò la lanza.
+
+Nove piastre de acciaro avea quel scudo:
+Tutte le passa Olivier de Vïena.
+Ruppe lo usbergo, e dentro al petto nudo
+Ben mezo il ferro gl'inchiavò con pena.
+Ma quel gigante dispietato e crudo
+Ferì in fronte Olivier con quella antena;
+E con tanto furor di sella il caccia,
+Che andò longe al destrier ben sette braccia.
+
+Ogni om crede di certo che 'l sia morto,
+Perché l'elmo per mezo era partito,
+E ciascadun che l'ha nel viso scorto,
+Giura che il spirto al tutto se n'è gito.
+Oh quanto Carlo Magno ha disconforto!
+E piangendo dicea: - Baron fiorito,
+Onor della mia corte, figliol mio,
+Come comporta tanto male Iddio? -
+
+Se quel pagano in prima era superbo,
+Or non se può se stesso supportare,
+Cridando a ciascadun con atto acerbo:
+- O paladini, o gente da trincare,
+Via alla taverna, gente senza nerbo!
+Io de altro che di coppa so giuocare.
+Gagliarda è questa Tavola Ritonda,
+Quando minaccia e non vi è chi risponda! -
+
+Quando il re Carlo intende tanto oltraggio,
+E di sua corte così fatto scorno,
+Turbato nella vista e nel coraggio,
+Con gli occhi accesi se guardava intorno.
+- Ove son quei che me dièn fare omaggio,
+Che m'hanno abandonato in questo giorno?
+Ov'è Gan da Pontieri? Ove è Rainaldo?
+Ove ene Orlando, traditor bastardo?
+
+Figliol de una puttana, rinegato!
+Che, stu ritorni a me, poss'io morire,
+Se con le proprie man non t'ho impiccato! -
+Questo e molt'altro il re Carlo ebbe a dire.
+Astolfo, che di dietro l'ha ascoltato,
+Occultamente se ebbe a dispartire,
+E torna a casa, e sì presto si spaccia,
+Che in un momento gionse armato in piaccia.
+
+Né già se crede quel franco barone
+Aver vittoria contra del pagano,
+Ma sol con pura e bona intenzïone
+Di far il suo dover per Carlo Mano.
+Stava molto atto sopra dello arcione,
+E somigliava a cavallier soprano;
+Ma color tutti che l'han cognosciuto,
+Diceano: - Oh Dio! deh mandaci altro aiuto! -
+
+Chinando il capo in atto grazïoso
+Davante a Carlo, disse: - Segnor mio,
+Io vado a tuor d'arcion quello orgoglioso,
+Poi ch'io comprendo che tu n'hai desio. -
+Il re, turbato d'altro e disdegnoso,
+Disse: - Va pur, ed aiuteti Iddio! -
+E poi, tra' soi rivolto, con rampogna
+Disse: - E' ci manca questa altra vergogna. -
+
+Astolfo quel pagano ha minacciato
+Menarlo preso e porlo in mar al remo,
+Onde il gigante sì forte è turbato,
+Che cruccio non fu mai cotanto estremo.
+Nell'altro canto ve averò contato,
+Se sia concesso dal Segnor supremo,
+Gran meraviglia e più strana ventura
+Ch'odisti mai per voce, o per scrittura.
+
+Canto terzo
+
+Segnor, nell'altro canto io ve lasciai
+Sì come Astolfo al Saracin per scherno
+Dicea: - Briccone, non te vantarai,
+Se forse non te vanti ne l'inferno,
+Di tanti alti baron che abattuto hai.
+Sappi, come io te piglio, io ti governo
+Nella galea. Poi che sei gigante,
+Farotte onore, e serai baiavante. -
+
+Il re Grandonio, che sempre era usato
+Dire onta ad altri, e mai non l'ascoltare,
+Per la grande ira tanto fu gonfiato,
+Quanto non gonfia il tempestoso mare
+Alor che più dal vento è travagliato
+E fa il parone ardito paventare.
+Tanto Grandonio se turba e tempesta,
+Battendo e denti e crollando la testa,
+
+Soffia di sticcia che pare un serpente,
+Ed ebbe Astolfo da sé combiatato;
+E rivoltato nequitosamente,
+Arresta quel gran fusto e smisurato;
+E ben se crebbe lui certanamente
+Passarlo tutto, insin da l'altro lato,
+O de gettarlo morto in sul sabbione,
+O trarlo in duo cavezzi de l'arcione.
+
+Or ne viene il pagano furïoso.
+Astolfo contra lui è rivoltato,
+Pallido alquanto e nel cor pauroso,
+Bench'al morir più che a vergogna è dato.
+Così con corso pieno e ruïnoso
+Se è un barone e l'altro riscontrato.
+Cadde Grandonio; ed or pensar vi lasso
+Alla caduta qual fu quel fraccasso.
+
+Levosse un grido tanto smisurato,
+Che par che 'l mondo avampi e il cel ruini.
+Ciascun ch'è sopra a' palchi, è in piè levato,
+E cridan tutti, grandi e piccolini.
+Ogni om quanto più può s'è là pressato.
+Stanno smariti molto i Saracini;
+L'imperator, che in terra il pagan vede,
+Vedendol steso a gli occhi soi non crede.
+
+Nella caduta che fece il gigante,
+Perché egli uscì d'arcion dal lato manco,
+Quella ferita ch'egli ebbe davante,
+Quando scontrosse col marchese franco,
+Tanto s'aperse, che questo africante
+Rimase in terra tramortito e bianco,
+Sprizzando il sangue fuor con tanta vena,
+Che una fontana più d'acqua non mena.
+
+Chi dice che la botta valorosa
+De Astolfo il fece, ed a lui dànno il lodo.
+Altri pur dice il ver, come è la cosa.
+Chi sì, chi no, ciascun parla a suo modo.
+Fu via portato in pena dolorosa
+Il re Grandonio; il qual, sì com'io odo,
+Occise Astolfo al fin per tal ferita,
+Benché ancor lui quel dì lasciò la vita.
+
+Stavasi Astolfo nel rengo vincente,
+Ed a se stesso non lo credea quasi.
+Eraci ancor della pagana gente
+Duo cavallier solamente rimasi,
+Di re figlioli, e ciascadun valente,
+Giasarte il bruno e 'l biondo Pilïasi.
+Il padre de Giasarte avea acquistata
+Tutta l'Arabia per forza de spata.
+
+Ma quel de Pilïasi la Rossìa
+Tutta avea presa, e sotto Tramontana
+Tenea gran parte de la Tartaria,
+E confinava al fiume della Tana.
+Or, per non far più longa diceria,
+Sol questi duo della fede pagana
+Giostrorno con Astolfo, e in breve dire
+L'un dopo l'altro per terra fe' gire.
+
+In questo un messo venne al conte Gano,
+Dicendo che Grandonio era abbattuto.
+Lui creder non può mai che quel pagano
+Sia per Astolfo alla terra caduto;
+Anci pur stima e rendesi certano,
+Che qualche caso strano intervenuto
+A quel gigante, fuor d'ogni pensata,
+Sia stato la cagion di tal cascata.
+
+Onde se pensa lui mo d'acquistare
+Di quella giostra il trïonfale onore;
+E per voler più bella mostra fare,
+Con pompa grande e con molto valore,
+Undeci conti seco fece armare,
+Ché di sua casa n'avea tratto il fiore.
+Va nanti a Carlo, e con parlar gagliardo
+Fa molta scusa del suo gionger tardo.
+
+O sì o no che Carlo l'accettasse,
+Io nol so dir; pur gli fe' bona ciera.
+Parme che Gano ad Astolfo mandasse;
+Poi che non gli è pagano alla frontera,
+Che la giostra tra lor se terminasse;
+Perché, essendo valente come egli era,
+Dovea agradir quante più gente vano
+A riscontrarlo, per gettarli al piano.
+
+Astolfo, che è parlante di natura,
+Diceva al messo: - Va, rispondi a Gano:
+Tra un Saracino e lui non pongo cura,
+Ché sempre il stimai peggio che pagano,
+De Dio nimico e d'ogni creatura,
+Traditor, falso, eretico e villano.
+Venga a sua posta, ch'io il stimo assai meno
+Che un sacconaccio di letame pieno. -
+
+Il conte Gano che ode quella ingiuria,
+Nulla risponde; ma tutto fellone
+Verso de Astolfo se ne va con furia;
+E fra se stesso diceva: "Giottone!
+Io te farò di zanze aver penuria."
+Ben se crede gettarlo dello arcione,
+Perché ciò far non gli era cosa nova,
+Ed altre volte avea fatto la prova.
+
+Or non andò come si crede il fatto:
+Gano le spalle alla terra mettia.
+Macario dopo lui si mosse ratto,
+E fe', cadendo, a Gano compagnia.
+- Potrebbe fare Iddio, che questo matto -
+Diceva Pinabello - a cotal via
+Vergogna tutta casa di Magancia? -
+Così dicendo arresta la sua lancia.
+
+Questo ancor cadde con molta tempesta.
+Non dimandar se Astolfo si dimena,
+Forte gridando: - Maledetta gesta,
+Tutti alla fila vi getto a l'arena. -
+Conte Smiriglio una grossa asta arresta,
+Ma Astolfo il trabuccò con tanta pena,
+Che fo portato per piede e per mano.
+Oh quanto se lamenta il conte Gano!
+
+Questo surgendo, diceva Falcone:
+- Ha la fortuna in sé tanta nequizia?
+Può farlo il celo che questo buffone
+Oggi ce abbatta tutti con tristizia? -
+Nascosamente sopra dello arcione
+Legar si fece con molta malizia,
+E poi ne viene Astolfo a ritrovare:
+Legato è in sella, e già non può cascare.
+
+Proprio alla vista il duca l'incontrava,
+Ed hallo in tal maniera sbarattato,
+Che ora da un canto, or da l'altro pigava,
+Sì come al tutto de vita passato.
+Ogni omo attende se per terra andava.
+Alcun se avidde che gli era legato,
+Unde levosse subito il rumore:
+- Dàgli, ché gli è legato il traditore. -
+
+Fu via menato con molta vergogna
+De tutti e suoi, e con suo gran tormento.
+Non vi vo' dir se 'l conte Gano agogna.
+Astolfo crida con molto ardimento:
+- Venga chi vôl ch'io gli gratti la rogna,
+E legase pur ben, ch'io son contento;
+Perché legato, senza alcuna briga,
+Meglio che sciolto, il paccio si castiga. -
+
+Anselmo della Ripa, il falso conte,
+Nella sua mente avea fatto pensieri
+Di vendicarse a inganno di tante onte:
+Che, come Astolfo colpisce primeri,
+Esso improviso riscontrarlo a fronte.
+A lui davanti va il conte Raineri,
+Quel di Altafoglia; Anselmo, gli è di spalle:
+Credese ben mandare Astolfo a valle.
+
+Astolfo con Raineri è riscontrato.
+A gambe aperte il trasse dello arcione;
+E non essendo ancor ben rassettato
+Pel colpo fatto, sì come è ragione,
+Anselmo de improviso l'ha trovato,
+Con falso inganno e molta tradigione,
+Avvengaché sì fece quel malvaso,
+Che non apparve voluntà, ma caso.
+
+Nulla di manco Astolfo andò pur gioso;
+Sopra la sabbia distese la schena.
+Pensati voi se ne fo doloroso:
+Ché, come in piedi fu dricciato apena,
+Trasse la spada irato e disdegnoso,
+E quella intorno fulminando mena
+Contra di Gano e di tutta sua gesta.
+Gionse a Grifone, e dàgli in su la testa.
+
+Da morte il campò l'elmo acciarino.
+Or se comincia una gran ciuffa in piaccia,
+Perché Gaino, Macario ed Ugolino
+Adosso a Astolfo con l'arme se caccia.
+Ma il duca Naimo, Ricardo e Turpino
+Di darli aiuto ciascun se procaccia;
+Di qua, di là se ingrossa più la gente.
+Gionse il re Carlo a questo inconveniente,
+
+Dando gran bastonate a questo e quello,
+Che a più di trenta ne ruppe la testa.
+- Chi fu quel traditor, chi fu il ribello,
+Che avuto ha ardir a sturbar la mia festa? -
+Volta il corsiero in mezzo a quel trapello,
+Né di menar per questo il baron resta.
+Ciascun fa largo a l'alto imperatore,
+O li fugge davanti, o fagli onore.
+
+Dicea lui a Gano: - Ahimè! che cosa è questa? -
+Dicea ad Astolfo: - Or diessi così fare? -
+Ma quel Grifon che avea rotta la testa,
+Se andò davanti a Carlo a ingenocchiare,
+E con voce angosciosa, alta e molesta,
+- Iustizia! - forte comincia a cridare
+- Iustizia, segnor mio, magno e preziato,
+Ch'io sono in tua presenzia assassinato.
+
+Sappi, segnor, da tutta questa gente,
+Ch'io te ne prego, come il fatto è andato;
+E, stu ritrovi che primeramente
+Fosse lo Anglese da mi molestato,
+Chiamomi il torto, e stommi pacïente:
+Su questa piazza voglio esser squartato.
+Ma se il contrario sua ragione agreva,
+Fa che ritorni il male onde se leva. -
+
+Astolfo era per ira in tanto errore,
+Che non stima de Carlo la presenza;
+Anci diceva: - Falso traditore,
+Che sei ben nato da quella semenza!
+Io te trarò del petto fora il core,
+In prima che de qui facciam partenza. -
+Dicea Grifone a lui: - Temote poco,
+Quando seremo fuor di questo loco.
+
+Ma qui me sottometto alla ragione,
+Per non far disonore al segnor mio. -
+Segue il duca dicendo: - Can felone,
+Ladro, ribaldo, maledetto e rio. -
+Turbosse ne la faccia il re Carlone,
+Dicendo: - Astolfo, per lo vero Iddio,
+Se non te adusi a parlar più cortese,
+Farotte costumato alle tue spese. -
+
+Astolfo al re non attende de niente,
+Sempre parlando con più vilania,
+Come colui che offeso è veramente,
+Avvengaché altri ciò non intendia.
+Eccoti Anselmo, il conte fraudolente,
+Per mala sorte inanti gli venìa.
+Più non se puote Astolfo contenire,
+Ma con la spada quel corse a ferire.
+
+E certamente ben l'arebbe morto,
+Se non l'avesse il re Carlo diffeso.
+Or dà ciascuno ad Astolfo gran torto,
+E volse lo imperier ch'el fusse preso,
+E subito al castello a furia scorto.
+Nella pregion portato fu di peso,
+Dove di sua paccìa buon frutto tolse,
+Perché vi stette assai più che non volse.
+
+Or lasciamo star lui, poi che sta bene
+A rispetto de' tre altri inamorati,
+Che senton per Angelica tal pene,
+Né giorno o notte son mai riposati.
+Ciascun di lor diverso camin tiene,
+E già son tutti in Ardena arivati.
+Prima vi giunse il principe gagliardo,
+Mercè de' sproni del destrier Bagliardo.
+
+Dentro alla selva il barone amoroso
+Guardando intorno se mette a cercare:
+Vede un boschetto d'arboselli ombroso,
+Che in cerchio ha un fiumicel con onde chiare.
+Preso alla vista del loco zoioso,
+In quel subitamente ebbe ad intrare,
+Dove nel mezo vide una fontana,
+Non fabricata mai per arte umana.
+
+Questa fontana tutta è lavorata
+De un alabastro candido e polito,
+E d'ôr sì riccamente era adornata,
+Che rendea lume nel prato fiorito.
+Merlin fu quel che l'ebbe edificata,
+Perché Tristano, il cavalliero ardito,
+Bevendo a quella lasci la regina,
+Che fu cagione al fin di sua ruina.
+
+Tristano isventurato, per sciagura
+A quella fonte mai non è arivato,
+Benché più volte andasse alla ventura,
+E quel paese tutto abbia cercato.
+Questa fontana avea cotal natura,
+Che ciascun cavalliero inamorato,
+Bevendo a quella, amor da sé cacciava,
+Avendo in odio quella che egli amava.
+
+Era il sole alto e il giorno molto caldo,
+Quando fu giunto alla fiorita riva
+Pien di sudore il principe Ranaldo;
+Ed invitato da quell'acqua viva
+Del suo Baiardo dismonta di saldo,
+E de sete e de amor tutto se priva;
+Perché, bevendo quel freddo liquore,
+Cangiosse tutto l'amoroso core.
+
+E seco stesso pensa la viltade
+Che sia a seguire una cosa sì vana;
+Né aprezia tanto più quella beltade,
+Ch'egli estimava prima più che umana,
+Anci del tutto del pensier li cade;
+Tanto è la forza de quella acqua strana!
+E tanto nel voler se tramutava,
+Che già del tutto Angelica odïava.
+
+Fuor della selva con la mente altiera
+Ritorna quel guerrer senza paura.
+Così pensoso, gionse a una riviera
+De un'acqua viva, cristallina e pura.
+Tutti li fior che mostra primavera,
+Avea quivi depinto la natura;
+E faceano ombra sopra a quella riva
+Un faggio, un pino ed una verde oliva.
+
+Questa era la rivera dello amore.
+Già non avea Merlin questa incantata;
+Ma per la sua natura quel liquore
+Torna la mente incesa e inamorata.
+Più cavallieri antiqui per errore
+Quella unda maledetta avean gustata;
+Non la gustò Ranaldo, come odete,
+Però che al fonte se ha tratto la sete.
+
+Mosso dal loco, il cavalier gagliardo
+Destina quivi alquanto riposare;
+E tratto il freno al suo destrier Bagliardo,
+Pascendo intorno al prato il lascia andare.
+Esso alla ripa senz'altro riguardo
+Nella fresca ombra s'ebbe adormentare.
+Dorme il barone, e nulla se sentiva;
+Ecco ventura che sopra gli ariva.
+
+Angelica, dapoi che fu partita
+Dalla battaglia orribile ed acerba,
+Gionse a quel fiume, e la sete la invita
+Di bere alquanto, e dismonta ne l'erba.
+Or nova cosa che averite odita!
+Ché Amor vôl castigar questa superba.
+Veggendo quel baron nei fior disteso,
+Fu il cor di lei subitamente acceso.
+
+Nel pino atacca il bianco palafreno,
+E verso di Ranaldo se avicina.
+Guardando il cavallier tutta vien meno,
+Né sa pigliar partito la meschina.
+Era dintorno al prato tutto pieno
+Di bianchi gigli e di rose di spina;
+Queste disfoglia, ed empie ambo le mano,
+E danne in viso al sir de Montealbano.
+
+Pur presto si è Ranaldo disvegliato,
+E la donzella ha sopra a sé veduta,
+Che salutando l'ha molto onorato.
+Lui ne la faccia subito se muta,
+E prestamente nello arcion montato
+Il parlar dolce di colei rifiuta.
+Fugge nel bosco per gli arbori spesso:
+Lei monta il palafreno e segue apresso.
+
+E seguitando drieto li ragiona:
+- Ahi franco cavalier, non me fuggire!
+Ché t'amo assai più che la mia persona,
+E tu per guidardon me fai morire!
+Già non sono io Ginamo di Baiona,
+Che nella selva ti venne assalire,
+Non son Macario, o Gaino il traditore;
+Anci odio tutti questi per tuo amore.
+
+Io te amo più che la mia vita assai,
+E tu me fuggi tanto disdignoso?
+Vòltati almanco, e guarda quel che fai,
+Se 'l viso mio ti die' far pauroso,
+Che con tanta ruina te ne vai
+Per questo loco oscuro e periglioso.
+Deh tempra il strabuccato tuo fuggire!
+Contenta son più tarda a te seguire.
+
+Che se per mia cagion qualche sciagura
+Te intravenisse, o pur al tuo destriero,
+Serìa mia vita sempre acerba e dura,
+Se sempre viver mi fosse mistiero.
+Deh volta un poco indrieto, e poni cura
+Da cui tu fuggi, o franco cavalliero!
+Non merta la mia etade esser fuggita,
+Anci, quando io fuggessi, esser seguìta. -
+
+Queste e molte altre più dolci parole
+La damigella va gettando invano.
+Bagliardo fuor del bosco par che vole,
+Ed escegli de vista per quel piano.
+Or chi saprà mai dir come si dole
+La meschinella e batte mano a mano?
+Dirottamente piange, e con mal fiele
+Chiama le stelle, il sole e il cel crudele.
+
+Ma chiama più Ranaldo crudel molto,
+Parlando in voce colma di pietate.
+"Chi avria creduto mai che quel bel volto -
+Dicea lei - fosse senza umanitate?
+Già non me ha il cor amor fatto sì stolto
+Ch'io non cognosca che mia qualitate
+Non se convene a Ranaldo pregiato;
+Pur non die' sdegnar lui de essere amato.
+
+Or non doveva almanco comportare
+Ch'io il potessi vedere in viso un poco,
+Ché forse alquanto potea mitigare,
+A lui mirando, lo amoroso foco?
+Ben vedo che a ragion nol debbo amare;
+Ma dove è amor, ragion non trova loco,
+Per che crudel, villano e duro il chiamo;
+Ma sia quel che si vôle, io così l'amo."
+
+E così lamentando ebbe voltata
+Verso il faggio la vista lacrimosa:
+- Beati fior, - dicendo - erba beata,
+Che toccasti la faccia grazïosa,
+Quanta invidia vi porto a questa fiata!
+Oh quanto è vostra sorte aventurosa
+Più della mia! Che mo torria a morire,
+Se sopra lui me dovesse venire. -
+
+Con tal parole il bianco palafreno
+Dismonta al prato la donzella vaga,
+E dove giacque Ranaldo sereno,
+Bacia quelle erbe e di pianger se appaga,
+Così stimando il gran foco far meno;
+Ma più se accende l'amorosa piaga.
+A lei pur par che manco doglia senta
+Stando in quel loco, ed ivi se adormenta.
+
+Segnori, io so che vi meravigliati
+Che 'l re Gradasso non sia gionto ancora
+In tanto tempo; ma vo' che sappiati
+Che più tre giorni non faran dimora.
+Già sono in Spagna i navigli arrivati.
+Ma non vo' ragionar de esso per ora,
+Ché prima vo' contar ciò che è avvenuto
+De' nostri erranti, e pria de Feraguto.
+
+Il giovanetto per quel bosco andava,
+Acceso nella mente a dismisura;
+Amore ed ira il petto gli infiammava.
+Lui più sua vita una paglia non cura,
+Se quella bella donna non trovava,
+O l'Argalia dalla forte armatura;
+Ché assai sua pena gli era men dispetta,
+Quando con lui potesse far vendetta.
+
+E cavalcando con questo pensiero,
+Guardandose de intorno tuttavia,
+Vede dormire a l'ombra un cavalliero,
+E ben cognosce ch'egli è l'Argalia.
+Ad un faggio è legato il suo destriero.
+Feragù prestamente il dissolvia,
+Indi con fronde lo batte e minaccia,
+E per la selva in abandono il caccia.
+
+E poi fu presto in terra dismontato,
+E sotto un verde lauro ben se assetta,
+Al quale aveva il suo destrier legato,
+E che Argalia se svegli, attento aspetta;
+Avvengaché quello animo infiammato
+Male indugiava a far la sua vendetta;
+Ma pur tra sé la collera rodìa,
+Parendoli il svegliarlo vilania.
+
+Ma in poco d'ora quel guerrer fu desto,
+E vede che fuggito è il suo destriero.
+Ora pensati quanto gli è molesto,
+Poi che de andare a piè gli era mestiero.
+Ma Feraguto a levarse fu presto,
+E disse: - Non pensare, o cavalliero,
+Ché qui convien morire o tu, o io:
+Di quei che campa serà il destrier mio.
+
+Lo tuo disciolsi per tuorti speranza
+Di potere altra volta via fuggire;
+Sì che col petto mostra tua possanza,
+Ché nelle spalle non dimora ardire.
+Tu me fuggesti e facesti mancanza,
+Ma ben mi spero fartene pentire.
+Esser gagliardo e diffenderti bene,
+Se non, lassar la vita te conviene. -
+
+Diceva l'Argalia: - Scusa non faccio,
+Che 'l mio fuggir non fosse mancamento;
+Ma questa man ti giuro, e questo braccio,
+E questo cor che nel petto mi sento,
+Ch'io non fuggiti per battaglia saccio,
+Né doglia, né stracchezza, né spavento,
+Ma sol me ne fuggiti oltra al dovere
+Per far a mia sorella quel piacere.
+
+Sì che prendila pur come ti piace,
+Che a te sono io bastante in ogni lato.
+Sia a tuo piacere la guerra e la pace,
+Che sai ben che altra volta io te ho anasato. -
+Così parlava il giovanetto audace;
+Ma Feraguto non è dimorato,
+Forte cridando con voce de ardire:
+- Da me ti guarda! - e vennelo a ferire.
+
+L'un contra l'altro de' baron se mosse,
+Con forza grande e molta maistria.
+Il menar delle spade e le percosse
+Presso che un miglio nel bosco se odìa.
+Or l'Argalia nel salto se riscosse,
+Con la spada alta quanto più potia,
+Fra sé dicendo: "Io nol posso ferire,
+Ma tramortito a terra il farò gire."
+
+Menando il colpo l'Argalia minaccia,
+Che certamente l'averia stordito;
+Ma Feraguto adosso a lui se caccia,
+E l'un con l'altro presto fu gremito.
+Più forte è lo Argalia molto di braccia,
+Più destro è Feraguto e più espedito.
+Or alla fin, non pur così di botto,
+Feragù l'Argalia messe di sotto.
+
+Ma come quel che avea possanza molta,
+Tenendo Feragù forte abracciato
+Così per terra di sopra se volta,
+Battelo in fronte col guanto ferrato.
+Ma Feragù la daga avea in man tolta,
+E sotto al loco dove non è armato,
+Per l'anguinaglia li passò al gallone.
+Ah, Dio del cel, che gran compassïone!
+
+Ché se quel giovanetto aveva vita,
+Non serìa stata persona più franca,
+Né di tal forza, né cotanto ardita:
+Altro che nostra Fede a quel non manca.
+Or vede lui che sua vita ne è gita;
+E con voce angosciosa e molto stanca
+Rivolto a Feragù disse: - Un sol dono
+Voglio da te, dapoi che morto sono.
+
+Ciò te dimando per cavalleria:
+Baron cortese, non me lo negare!
+Che me con tutta l'armatura mia
+Dentro d'un fiume tu debbi gettare,
+Perché io son certo che poi si diria,
+Quando altro avesse queste arme a provare:
+Vil cavallier fu questo e senza ardire,
+Che così armato se lasciò morire. -
+
+Piangea con tal pietate Feraguto,
+Che parea un giaccio posto al caldo sole,
+E disse a l'Argalia: - Baron compiuto,
+Sappialo Iddio di te quanto mi dole.
+Il caso doloroso è intravenuto:
+Sia quel che 'l celo e la fortuna vôle.
+Io feci questa guerra sol per gloria:
+Non tua morte cercai, ma mia vittoria.
+
+Ma ben di questo te faccio contento:
+A te prometto sopra la mia Fede,
+Che andarà il tuo volere a compimento,
+E se altro posso far, comanda e chiede.
+Ma perch'io sono in mezo al tenimento
+De' Cristïani, come ciascun vede,
+E sto in periglio, s'io son cognosciuto,
+Baron, ti prego, dammi questo aiuto.
+
+Per quattro giorni l'elmo tuo mi presta,
+Che poi lo gettarò senza mentire. -
+Lo Argalia già morendo alcia la testa,
+E parve alla dimanda consentire.
+Qui stette Ferragù ne la foresta
+Sin che quello ebbe sua vita a finire;
+E poi che vide che al tutto era morto,
+In braccio il prende quel barone acorto.
+
+Subito il capo gli ebbe disarmato,
+Tuttor piangendo, l'ardito guerrero:
+E lui quello elmo in testa se ha allacciato,
+Troncando prima via tutto il cimero.
+E poi che sopra al caval fu montato,
+Col morto in braccio va per un sentiero
+Che dritto alla fiumana il conducia;
+A quella giunto, getta l'Argalia.
+
+E stato un poco quivi a rimirare,
+Pensoso per la ripa se è aviato.
+Or vogliovi de Orlando racontare,
+Che quel deserto tutto avea cercato,
+E non poteva Angelica trovare;
+Ma crucioso oltra modo e disperato,
+E biastemando la fortuna fella,
+Apunto giunse dove è la donzella.
+
+La qual dormiva in atto tanto adorno,
+Che pensar non si può, non che io lo scriva.
+Parea che l'erba a lei fiorisse intorno,
+E de amor ragionasse quella riva.
+Quante sono ora belle, e quante fôrno
+Nel tempo che bellezza più fioriva,
+Tal sarebbon con lei, qual esser suole
+L'altre stelle a Dïana, o lei col sole.
+
+Il conte stava sì attento a mirarla,
+Che sembrava omo de vita diviso,
+E non attenta ponto di svegliarla;
+Ma fiso riguardando nel bel viso
+In bassa voce con se stesso parla:
+"Sono ora quivi, o sono in paradiso?
+Io pur la vedo, e non è ver nïente,
+Però ch'io sogno e dormo veramente."
+
+Così mirando quella se diletta
+Il franco conte, ragionando in vano.
+Oh quanto sé a battaglia meglio assetta
+Che d'amar donne quel baron soprano!
+Perché qualunche ha tempo, e tempo aspetta,
+Spesso se trova vota aver la mano:
+Come al presente a lui venne a incontrare,
+Che perse un gran piacer per aspettare.
+
+Però che Feraguto caminando
+Dietro alla riva in sul prato giongia,
+E quando quivi vede il conte Orlando,
+Avvengaché per lui nol cognoscia,
+Assai fra sé si vien meravigliando.
+Poi vede la donzella che dormia:
+Ben prestamente l'ebbe cognosciuta;
+Tutto nel viso e nel pensier se muta.
+
+Certo se crede lui, senza mancanza,
+Che 'l cavallier se stia lì per guardarla;
+Unde con voce di molta arroganza,
+A lui rivolto, subito gli parla:
+- Questa prima fu mia che la tua manza,
+Però delibra al tutto de lasciarla.
+Lasciar la dama o la vita con pene,
+O a mi tuorla al tutto ti conviene. -
+
+Orlando che nel petto se rodìa
+Vedendo sua ventura disturbare,
+Dicea: - Deh! cavallier, va alla tua via,
+E non voler del mal giorno cercare,
+Perché io te giuro per la fede mia,
+Che mai alcun non volsi ingiurïare,
+Ma il tuo star qui me offende tanto forte,
+Che forza mi serà darti la morte. -
+
+- O tu, o io si converrà partire,
+Per quel ch'io odo, adunque, d'esto loco;
+Ma io te acerto ch'io non me vuo' gire,
+E tu non li potrai star più sì poco,
+Che te farò sì forte sbigotire,
+Che se dinanzi ti trovasti un foco,
+Dentro da quel serai da me fuggito. -
+Così parlava Feraguto ardito.
+
+Il conte se è turbato oltra misura,
+E nel viso di sangue se è avampato.
+- Io sono Orlando, e non aggio paura
+Se 'l mondo fosse tutto quanto armato;
+E di te tengo così poca cura
+Come de un fanciullino adesso nato,
+Vil ribaldello, figlio de puttana! -
+Così dicendo trasse Durindana.
+
+Or se incomincia la maggior battaglia
+Che mai più fosse tra duo cavallieri.
+L'arme de' duo baroni a maglia a maglia
+Cadean troncate da quei brandi fieri.
+Ciascun presto spacciarse si travaglia,
+Perché vedean che li facea mistieri;
+Ché, come la fanciulla se svegliava,
+Sua forza in vano poi se adoperava.
+
+Ma in questo tempo se fu risentita
+La damigella da il viso sereno;
+E grandemente se fu sbigotita,
+Veggendo il prato de arme tutto pieno,
+E la battaglia orribile e infinita.
+Subitamente piglia il palafreno,
+E via fuggendo va per la foresta.
+Alora Orlando de ferir se arresta.
+
+E dice: - Cavallier, per cortesia
+Indugia la battaglia nel presente,
+E lasciami seguir la dama mia,
+Ch'io ti serò tenuto al mio vivente;
+E certo io stimo che sia gran folìa
+Far cotal guerra insieme per nïente.
+Colei ne è gita, che ci fa ferire:
+Lascia, per Dio! ch'io la possa seguire. -
+
+- Non, non, - rispose crollando la testa
+Lo ardito Ferragù - non gli pensare.
+Stu vôi che la battaglia tra nui resta,
+Convienti quella dama abandonare.
+Io te fo certo che in questa foresta
+Un sol de noi la converrà cercare;
+E s'io te vinco, serà mio mestiero:
+Se tu me occidi, a te lascio il pensiero. -
+
+- Poco vantaggio avrai de questa ciuffa, -
+Rispose Orlando - per lo Dio beato! -
+Ora se fece la crudel baruffa,
+Come ne l'altro canto avrò contato:
+Vedrete come l'un l'altro ribuffa.
+Più che mai fosse, Orlando era turbato;
+Di Feraguto non dico nïente,
+Che mai non fu senza ira al suo vivente.
+
+Canto quarto
+
+L'altro cantar vi contò la travaglia
+Che fu tra' duo baroni incominciata;
+E forse un altro par di tanta vaglia
+Non vede il sol che ha la terra cercata.
+Orlando con alcun mai fe' battaglia
+Che al terzo giorno gli avesse durata,
+Se non sol duo, per quanto abbia saputo:
+L'un fu don Chiaro, e l'altro Feraguto.
+
+Or se tornano insieme ad afrontare,
+Con vista orrenda e minacciante sguardo.
+Ogniun di lor più se ha a meravigliare
+De aver trovato un baron sì gagliardo.
+Prima credea ciascun non aver pare;
+Ma quando l'uno a l'altro fa riguardo,
+Iudica ben e vede per certanza
+Che non v'è gran vantaggio di possanza.
+
+E cominciarno il dispietato gioco,
+Ferendose tra lor con crudeltate.
+Le spade ad ogni colpo gettan foco,
+Rotti hanno i scudi e l'arme dispezzate;
+E ciascadun di loro a poco a poco
+Ambe le braccie se avean disarmate.
+Non pôn tagliarle per la fatasone,
+Ma di color l'han fatte di carbone.
+
+Così le cose tra quei duo ne vano,
+Né v'è speranza de vittoria certa.
+Eccoti una donzella per il piano,
+Che de samito negro era coperta.
+La faccia bella se battia con mano;
+Dicea piangendo: - Misera! diserta!
+Qual omo, qual Iddio me darà aiuto,
+Che in questa selva io truovi Feraguto? -
+
+E come vide li duo cavallieri,
+Col palafreno in mezo fu venuta.
+Ciascun di lor contiene il suo destrieri;
+Essa con riverenzia li saluta,
+E disse a Orlando: - Cortese guerrieri,
+A benché tu non m'abbi cognosciuta,
+Né io te cognosco, per mercè te prego
+Che alla dimanda mia non facci nego.
+
+Quel ch'io te chiedo si è che la battaglia
+Sia mo compiuta, c'hai con Feraguto,
+Perch'io mi trovo in una gran travaglia,
+Né me è mestier d'altrui sperare aiuto.
+Se la fortuna mai vorà ch'io vaglia,
+Forse che un tempo ancor serà venuto
+Che di tal cosa te renderò merto.
+Giamai nol scordarò: questo tien certo. -
+
+Il conte a lei rispose: - Io son contento,
+(Come colui che è pien di cortesia),
+E se de oprarme te viene in talento,
+Io te offerisco la persona mia;
+Né me manca per questo valimento.
+Abenché Feragù forse non sia,
+Nulla di manco per questo mistiero
+Farò quel che alcun altro cavalliero. -
+
+La damisella ad Orlando se inchina,
+E volta a Feragù disse: - Barone,
+Non me cognosci ch'io son Fiordespina?
+Tu fai battaglia con questo campione,
+E la tua patria va tutta in ruina;
+Né sai, preso è tuo patre e Falsirone;
+Arsa è Valenza e disfatta Aragona,
+Ed è lo assedio intorno a Barcellona.
+
+Uno alto re, che è nomato Gradasso;
+Qual signoreggia tutta Sericana,
+Con infinita gente ha fatto il passo
+Contra al re Carlo e la gente pagana.
+Cristiani e Saracin mena a fracasso,
+Né tregua o pace vôl con gente umana.
+Discese a Zebeltaro, arse Sibilia;
+Tutta la Spagna del suo foco impiglia.
+
+Il re Marsilio a te solo è rivolto,
+E te piangendo solamente noma;
+Io vidi il vecchio re battersi il volto,
+E trar del capo la canuta chioma.
+Vien; scodi il caro patre che ti è tolto,
+E il superbo Gradasso vinci e doma.
+Mai non avesti e non avrai vittoria
+Che più de ora te acquisti fama e gloria. -
+
+Molto fu stupefatto il Saracino,
+Come colui che ascolta cosa nova;
+E volto a Orlando disse: - Paladino,
+Un'altra volta farem nostra prova.
+Ma ben te giuro per Macon divino
+Che alcun simile a te non se ritrova;
+E se io te vinco, io non te mi nascondo,
+Ardisco a dir ch'io sono il fior del mondo. -
+
+Or se parton d'ensieme i cavallieri;
+Orlando se dricciò verso Levante,
+Ché tutto il suo disire e il suo pensieri
+È di seguir de Angelica le piante;
+Ma gran fatica li farà mestieri,
+Perché, come se tolse a lor davante
+La damigella, per necromanzia
+Portata fu, che alcun non la vedia.
+
+Va Feraguto con molto ardimento
+Per quella selva menando fracasso,
+Ché ciascuna ora li parea ben cento
+Di ritrovarse a fronte con Gradasso;
+Però ne andava ratto come un vento.
+Ma il ragionar di lui ora vi lasso,
+E tornar voglio a Carlo imperatore,
+Che della Spagna sente quel rumore.
+
+Il suo consiglio fece radunare:
+Fuvi Ranaldo ed ogni paladino;
+E disse loro: - Io odo ragionare,
+Che, quando egli arde il muro a noi vicino,
+De nostra casa debbiam dubitare.
+Dico che, se Marsilio è saracino,
+Ciò non attendo; egli è nostro cognato,
+Ed ha vicino a Francia gionto il stato.
+
+Ed è nostro parere e nostra intenza
+Che si li dona aiuto ad ogni modo,
+Contra alla estrema ed orribil potenza
+Del re Gradasso, il qual, sì come io odo,
+Minaccia ancor di Francia a la eccellenza,
+Né della Spagna sta contento al sodo.
+Ben potemo saper che per nïente
+Non fa per noi vicin tanto potente.
+
+Vogliamo adunque per nostra salute
+Mandar cinquanta millia cavallieri;
+E cognoscendo l'inclita virtute
+Del pro' Ranaldo, e come è buon guerrieri,
+Nostro parer non vogliam che si mute,
+Ché a megliorarlo non faria mestieri:
+In questa impresa nostro capitano
+Sia generale il sir di Montealbano.
+
+Vogliam che abbia Bordella e Rosiglione,
+Linguadoca e Guascogna a governare,
+Mentre che durarà questa tenzone;
+E quei segnor con lui debbiano andare. -
+Così dicendo, gli porge il bastone.
+Ranaldo si ebbe in terra a ingenocchiare,
+Dicendo: - Forzaromme, alto segnore,
+Di farme degno di cotanto onore. -
+
+Egli avea pien di lacrime la faccia
+Per allegrezza, e più non può parlare;
+Lo imperator strettamente lo abbraccia,
+E dice: - Figlio, io ti vo' racordare
+Ch'io pono il regno mio nelle tue braccia,
+Il quale è in tutto per pericolare.
+Via se ne è gito, e non so dove, Orlando:
+Il stato mio a te lo racomando. -
+
+Questo li disse ne l'orecchia piano.
+Ciascun se va con Ranaldo allegrare:
+Ivone ed Angelin, che con lui vano,
+E gli altri ancor, che seco hanno a passare.
+Ranaldo a tutti con parlare umano
+Proferir si sapeva e ringraziare.
+Subitamente se pose in vïaggio,
+E fu ordinato in Spagna il suo passaggio.
+
+Ciascun bon cavallier, ch'è di guerra uso,
+Segue Ranaldo e la Francia abandona.
+Montano l'alpe, sempre andando in suso,
+E già vedon fumar tutta Aragona.
+Essi vargarno al passo del Pertuso,
+In poco tempo gionsero a Sirona.
+Il re Marsilio quivi era fermato;
+Grandonio in Barcelona avea mandato,
+
+Per riparare al tenebroso assedio,
+Benché si creda non poter giovare,
+Né lui sa imaginare alcun remedio,
+Che non convenga il regno abandonare;
+E per malanconia e molto atedio
+Sol se ne sta, né si lascia parlare.
+Ora ad un tempo li viene lo aiuto
+Di Carlo Magno, e gionse Feraguto.
+
+Era con lui già prima Serpentino,
+Isoliere e Spinella e il re Morgante,
+E Matalista, il franco Saracino,
+Lo Argalifa di Spagna e lo Amirante.
+Ogni altro baron grande e piccolino,
+Che al re Marsilio obediva davante,
+Coi fratel Balugante e Falsirone,
+Tutti son morti, o son nella pregione.
+
+Imperoché Gradasso smisurato,
+Da poi che se partì de Sericana,
+Tutto il mar de India avea conquistato,
+E quella isola grande Taprobana,
+La Persia con la Arabia lì da lato,
+Terra de' negri, che è tanto lontana;
+E mezo il mondo ha circuito in mare,
+Pria che 'l stretto di Spagna abbia intrare.
+
+E tanta gente avea seco adunata,
+E tanti re, che adesso non vi naro,
+Che più non ne fu insieme alcuna fiata.
+Discese in terra, e prese Zibeltaro,
+Arse e disfece il regno di Granata;
+Sibilia né Toledo fier' riparo.
+Venne dapoi a Valenzia meschina;
+Con Aragona la pose in ruina.
+
+Sì come io dissi, aveva in sua pregione
+Ogni baron che a Marsilio obedia,
+Tratti coloro de cui fei ragione,
+Che dentro da Sirona seco avia,
+E de Grandonio, che in opinïone
+De esser ben presto preso se vedia:
+Ché Barcellona da sera a matina
+È combattuta, e mai non se rafina.
+
+Ora tornamo al re Marsilïone,
+Che riceve Ranaldo a grande onore,
+E molto ne ringrazia il re Carlone.
+Ma Feraguto bacia con amore,
+Dicendo: - Figlio, io tengo opinïone
+Che la tua forza e l'alto tuo valore
+Abbatterà Gradasso, quel malegno,
+A noi servando il nostro antiquo regno. -
+
+Ordine dasse, che il giorno seguente
+Se debba verso Barcellona andare,
+Perché Grandonio continuamente
+Con foco aiuto aveva a dimandare.
+Così fôrno ordinate incontinente
+Le schiere, e chi le avesse a governare.
+La prima che se parte al matutino,
+Guida Spinella e il franco Serpentino.
+
+Vinti millia guerreri è questa schiera.
+Segue Ranaldo, il franco combattente:
+Cinquanta millia sotto sua bandiera.
+Matalista vien drieto e il re Morgante,
+Con trenta millia di sua gente fiera;
+Ed Isolier da poi con lo Amirante,
+Con vinti millia; e a lor drieto in aiuto
+Trenta milliara mena Feraguto.
+
+Il re Marsilio l'ultima guidava,
+Cinquanta millia de bella brigata.
+Ciascuna schiera in ordine ne andava,
+L'una da l'altra alquanto separata.
+Era il sol chiaro e a l'ôra sventillava
+Ogni bandiera, che è ad alto spiegata;
+Sì che al calar del monte fôr vedute
+Dal re Gradasso, e da' soi cognosciute.
+
+Quattro re chiama, e lor così ragiona:
+- Cardon, Francardo, Urnasso e Stracciaberra,
+Combattete alle mura Barcellona,
+E questo giorno ponitele a terra.
+Non vi rimanga viva una persona;
+E quel Grandonio che fa tanta guerra,
+Io voglio averlo vivo nelle mane
+Per farlo far battaglia col mio cane. -
+
+Questi son de India sopra nominati.
+Di negra gente seco ne avean tanti,
+Quanti mai non seriano annumerati:
+Ed oltra a questo duo millia elefanti,
+Di torre e di castella tutti armati.
+Ora Gradasso fa venirse avanti
+Un gran gigante, re di Taprobana,
+Che ha una giraffa sotto per alfana.
+
+Più brutta cosa non se vide mai
+Che 'l viso di quel re, che ha nome Alfrera.
+A lui disse Gradasso: - Ne anderai,
+Fa che me arrechi la prima bandiera;
+Tutta la gente mena, quanta n'hai. -
+E poi, rivolto con la faccia altiera
+Al re de Arabia, che gli è lì da lato,
+(Faraldo è quel robusto nominato),
+
+A questo re comanda a mano a mano
+Che gli meni Ranaldo per presone,
+E la bandiera del re Carlo Mano:
+- Ma guarda che non scampi il suo ronzone
+Ch'io te faria impiccar come un villano;
+Ché quel cavallo è stato la cagione
+Che me ha fatto partir de Sericana,
+Per aver quello e insieme Durindana. -
+
+Al re di Persia fa comandamento
+Che prenda Matalista e il re Morgante:
+Framarte è questo, il re di valimento.
+Ecco il re di Macrobia, ch'è gigante,
+Che tutto negro è come un carbon spento:
+Pigliar debbe Isoliere e lo Amirante.
+Destrier non ha, ma sempre va pedone
+Questo gigante, ed ha nome Orïone.
+
+Re de Etïopia fu un gigante arguto,
+Che quasi un palmo avea la bocca grossa.
+Davanti al re Gradasso fu venuto
+(Balorza ha nome quel c'ha tanta possa);
+Comandagli che prenda Feraguto.
+Ultimamente pone alla riscossa
+Li Sericani ed ogni suo barone:
+Ma lui non se arma e sta nel paviglione.
+
+Diciamo de Marsilio e di sua gente,
+Che sopra al campo vengono arivare,
+Vedendo il piano de sotto patente,
+Che è pien de omini armati insino al mare.
+E' non credeano già primeramente
+Che tanta gente potesse adunare
+Il mondo tutto, quanto è quivi unita;
+Né la posson stimar, perché è infinita.
+
+L'un campo a l'altro più se fa vicino,
+Ché le bandiere a l'incontro se vano.
+Ciascun dalle due parte è saracino,
+Fuor che la gente del re Carlo Mano.
+Spinella de Altamonte e Serpentino
+Con la lor schiera son gionti nel piano;
+Levasi il crido de una e d'altra gente,
+Che par che il cel profondi veramente.
+
+Risuona il monte e tutta la rivera
+Di trombe, di tamburi e d'altre voce.
+Serpentin sta davanti alla frontera,
+Sopra a corsier terribile e veloce.
+Ora si move il gran gigante Alfrera:
+Cosa non fu giamai tanto feroce,
+Quanto è colui, che trenta piedi è altano
+Su la zirafa, ed ha un bastone in mano.
+
+Di ferro è tutto quanto quel bastone:
+Tre palmi volge intorno per misura.
+Serpentin contra lui va di rondone
+Con l'asta a resta, e già non ha paura.
+Ferì il gigante e ruppe il suo troncone;
+Ma quella contrafatta creatura
+Ha con tal forcia Serpentin ferito,
+Che lo distese in terra tramortito.
+
+Nulla ne cura e lascialo disteso;
+Con la zirafa passa entro la schiera.
+Trova Spinella, e nel braccio l'ha preso;
+Via nel portò, come cosa leggiera.
+Tutta la gente, di furore acceso,
+Col baston batte, e branca la bandiera,
+E quella al re Gradasso via mandone,
+Insieme con Spinella, chi è prigione.
+
+Ranaldo la sua schiera avea lasciata
+In man de Ivone e del fratello Alardo,
+E la battaglia avea tutta guardata,
+E quanto il grande Alfrera era gagliardo.
+Veggendo quella gente sbarattata,
+Tempo non parve a lui de esser più tardo:
+Manda a dire ad Alardo che si mova;
+Lui con la lancia il gran gigante trova.
+
+Or che li potrà far, che quel portava
+Un coi' di serpa sopra la coraccia?
+Ma pur con tanta furia lo inscontrava,
+Che la ziraffa e lui per terra caccia.
+Poi tra la schiera Bagliardo voltava,
+E ben de intorno con Fusberta spaccia.
+Tutti i Cristiani intanto ve arivaro;
+Non vi fu a' Saracini alcun riparo.
+
+Vanno per la campagna in abandono;
+Rotta, stracciata fu la sua bandiera,
+Benché dugento millia armati sono.
+Or di terra si leva il forte Alfrera,
+Più terribile assai ch'io non ragiono;
+Ma poi che vide in volta la sua schera,
+Con la ziraffa se messe a seguire,
+Non so se per voltarli o per fuggire.
+
+Ranaldo è con lor sempre mescolato,
+Ed a destra e sinistra il brando mena;
+Chi mezzo il capo, chi ha un braccio tagliato,
+Le teste in l'elmi cadeno a l'arena.
+Come un branco di capre disturbato,
+Cotal Ranaldo avanti sé li mena:
+Ora convien che 'l faccia maggior prove,
+Ché il re Faraldo la sua schiera move.
+
+Era quel re de Arabia incoronato,
+E non aveva fin la sua possanza.
+Or non può suo valore aver mostrato,
+Perché Ranaldo de un contro di lanza
+L'ha per il petto alle spalle passato.
+Tocca Bagliardo, e con molta arroganza
+Dà tra gli Arabi, ché nulla li preza:
+Con l'urto atterra e con la spada speza.
+
+Era però Ranaldo accompagnato,
+Per le più volte, de assai buon guerreri;
+Guizardo e Ricciardetto li era a lato,
+E lo re Ivone, Alardo ed Anzolieri;
+Ed ora Serpentino era arivato,
+Chi è risentito e tornato a destrieri.
+Ma de lor tutti è pur Ranaldo il fiore;
+De ogni bel colpo lui solo ha l'onore.
+
+Tutta la gente de li Arabi è in piega,
+Gambili e dromendarii a terra vano;
+Ranaldo li cacciò più de una lega.
+Or vien Framarte, il gran re persïano,
+La sua bandiera d'oro al vento spiega,
+Ben lo adocchia il segnor di Montealbano.
+Adosso a lui con la lancia se caccia;
+Dopo le spalle il passa ben tre braccia.
+
+Quel gran re cade morto alla pianura,
+Fuggeno i suoi per la campagna aperta.
+Ranaldo mena colpi a dismisura:
+Non dimandar se 'l frappa con Fusberta.
+Ecco Orïone, la sozza figura;
+Mai non fu visto cosa più deserta:
+Negro fra tutti, e nulla porta indosso,
+Ma la sua pelle è dura più che un osso.
+
+Venne il gigante nudo alla battaglia,
+Uno arbor avea in mano il maledetto;
+Tutta la schiera de' Cristian sbaraglia,
+Non ve ha diffesa scudo o bacinetto.
+Avea d'intorno a sé tanta canaglia,
+Che per forza Ranaldo fu costretto
+Ritrarsi alquanto e suonare a ricolta,
+Per ritornar più stretto l'altra volta.
+
+Ma mentre con li altri se consiglia,
+Ed halli il suo partito dimostrato,
+E già la lancia su la cossa piglia,
+Giunse l'Alfrera, quello ismisurato,
+Con tanta gente, che è una meraviglia.
+Ed eccoti arivar da l'altro lato
+L'alto Balorza; e tanta gente viene,
+Che in ogni verso sette miglia tiene.
+
+Venian cridando con tanto rumore,
+Che la terra tremava e il celo e il mare.
+Ivone e Serpentino e ogni segnore
+Dicean che aiuto si vôl domandare.
+Dicea Ranaldo: - E' non serebbe onore.
+Voi vi potete adietro retirare:
+Ed io soletto, come io son, mi vanto
+Metter quel campo in rotta tutto quanto. -
+
+Né più parole disse il cavalliero,
+Ma strenge i denti e tra color se caccia;
+Rompe la lancia lo ardito guerriero,
+Poi con Fusberta se fa far tal piaccia,
+Che aiuto de altri non li fa mestiero;
+E con voce arrogante li minaccia:
+- Via! populaccio vil, senza governo!
+Che tutti ancòi vi metto nello inferno. -
+
+Il re Marsilio da il monte ha veduto
+Movere a un tratto cotanta canaglia;
+Per un suo messo dice a Ferraguto
+Che ogni sua schiera meni alla battaglia.
+Ranaldo già de vista era perduto:
+Lui tra la gente saracina taglia,
+Tutta la sua persona è sanguinosa;
+Mai non se vide più terribil cosa.
+
+Or si comincia la battaglia grossa.
+A tutti Feraguto vien davante:
+Giamai non fu pagan di tanta possa.
+Isolier, Matalista e il re Morgante,
+Ciascuno è ben gagliardo e dura ha l'ossa.
+L'Argalifa vien drieto e lo Amirante;
+Prima entrato era Alardo e Serpentino,
+Ivone e Ricciardetto ed Angelino.
+
+Il re Balorza, con la faccia scura,
+Ne porta sotto il braccio Ricciardetto;
+Combatte tutta fiata, e non ha cura
+De aver nel braccio manco il giovanetto.
+Ogniun ben de aiutarlo se procura,
+Ma il gigante il porta al lor dispetto.
+Alardo, Ivone ed Angelin li è intorno:
+Esso de tutti fa gran beffe e scorno.
+
+Il terribile Alfrera avea levato,
+Al suo dispetto, Isolier dello arcione.
+Feraguto li è sempre nel costato,
+Né vôl che 'l porta senza questïone.
+Vero è che 'l suo destriero è spaventato,
+Né può accostarse con nulla ragione:
+Per la ziraffa, lo animal diverso,
+Fugge il cavallo indrieto ed a traverso.
+
+Il crudel Orïone alcun non piglia,
+Ma con l'arbore occide molta gente,
+E petto e faccia ha di sangue vermiglia;
+Lancie, né spade non cura nïente,
+Ché la sua pelle a uno osso se assomiglia.
+Ora tornamo a Ranaldo valente,
+Che forte se conturba nello aspetto,
+Perché Balorza porta Ricciardetto.
+
+Se or non mostra Ranaldo il suo valore,
+Giamai nol mostrarà il barone accorto;
+Ché a Ricciardetto porta tanto amore,
+Che per camparlo quasi serìa morto.
+Dente con dente batte a gran furore,
+L'uno e l'altro occhio nella fronte ha torto.
+Ma al presente io lascio sua battaglia,
+Per ricontarvi un'altra gran travaglia.
+
+Io ve contai pur mo che in Barcellona
+Stava Grandonio, e facea gran diffesa;
+Come a quei de India e soi re de corona
+Fo comandato che l'avesser presa.
+Turpin di questa cosa assai ragiona,
+Perché non fu giamai più cruda impresa.
+Forte è la terra, intorno ben murata;
+Or se è la gran battaglia incominciata.
+
+Da mezodì, dove la batte il mare,
+Era ordinato un naviglio infinito;
+Da terra gli elefanti hanno a menare,
+Di torre e di beltresche ogniom guarnito.
+Fanno quei Negri sì gran saettare,
+Che ciascun nella terra è sbigottito;
+Ogni om s'asconde e fugge per paura,
+Grandonio solo appar sopra alle mura.
+
+Comincia il crido orribile e diverso,
+Ed alle mura s'accosta la gente.
+Non è Grandonio già per questo perso,
+Ma se diffende nequitosamente;
+Tira gran travi dritto ed a traverso;
+Pezzi di torre e merli veramente,
+Colonne integre lancia quel gigante;
+Ad ogni colpo atterra uno elefante.
+
+E va d'intorno facendo gran passo,
+Salta per tutto quasi in un momento;
+Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso,
+Getta gran foco con molto spavento;
+Perché la gente, che era gioso al basso,
+Che e soi fatti vedea e suo ardimento,
+Solfo gli dànno con pegola accesa;
+Lui tra' la vampa fuora alla distesa.
+
+Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo,
+Che nella mente tutto se rodia;
+Tanto è di scoter Ricciardetto caldo,
+Che se dispera e non trova la via.
+Quel gran gigante sta lì fermo e saldo,
+E un gran baston di ferro in man tenìa;
+Armato è tutto da capo alle piante,
+E per destriero ha sotto uno elefante.
+
+Or non gli vale il furïoso assalto,
+Non vale a quel barone esser gagliardo,
+Però che non puotea gionger tanto alto.
+Subitamente smonta di Baiardo,
+E nella croppa se gitta d'un salto
+A quel gigante, che non gli ha riguardo;
+L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia,
+Né pone indugia che 'l colpo ridoppia.
+
+Par che si batta un ferro alla fucina;
+Quella gran testa in due parte disserra.
+Cadde 'l gigante con tanta roina,
+Che a sé d'intorno fie' tremar le terra.
+Or ne fugge la gente saracina,
+Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra,
+Come la lepre fugge avanti al pardo:
+Stretti gli caccia quel baron gagliardo.
+
+Aveva Feraguto tuttavia
+Più de quattro ore cacciato l'Alfrera;
+Ardea ne gli occhi pien de bizaria,
+Perché non trova modo, né maniera
+Per la quale Isolier riscosso sia.
+Quella ziraffa, contraffatta fera,
+Via ne lo porta, correndo il trapasso;
+E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.
+
+Ferragù segue dentro al paviglione.
+L'Alfrera, che se vide al ponto stretto,
+Getta Isoliero e mena del bastone,
+Ed ebbel gionto sopra al bacinetto,
+E sbalordito il fe' cader de arcione:
+Quel gran gigante li fu presto al petto.
+Così fu preso l'ardito guerreri.
+Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri.
+
+Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore,
+Che nostra gente è rotta ad ogni modo,
+Ché quel Ranaldo è di troppo valore.
+Mal volentiera un tuo nemico lodo;
+Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore,
+E poco d'ora fa, sì come io odo,
+Partì la testa al gigante Balorza;
+Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza.
+
+A chi te piace de' tuoi ne dimanda,
+Benché anch'io sappia della sua possanza,
+Ché 'l re Faraldo d'una ad altra banda
+Vidi io passato d'un scontro de lanza.
+Il re di Persia a Macon racomanda,
+Che fu pur gionto a simigliante danza.
+Debb'io tacer di me, che andai per terra,
+Che mai non mi intervenne in altra guerra? -
+
+Dicea Gradasso: - Può questo Iddio fare,
+Che quel Ranaldo sia tanto potente?
+Chi me volesse del cel coronare
+(Perché la terra io non stimo nïente),
+Non me potrebbe al tutto contentare,
+S'io non facessi prova de presente,
+Se quel barone è cotanto gagliardo
+Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. -
+
+Così dicendo chiede l'armatura,
+Quella che prima già portò Sansone.
+Non ebbe il mondo mai la più sicura;
+Da capo a piedi se arma il campïone.
+Ecco la gente fugge con paura,
+Dietro gli caccia quel figlio d'Amone.
+Non pô Gradasso star sì poco saldo,
+Che dentro al pavaglion serà Ranaldo.
+
+Più non aspetta, e salta su l'alfana.
+Questa era una cavalla smisurata:
+Mai non fu bestia al mondo più soprana;
+Come Baiardo proprio era intagliata.
+Ecco Ranaldo, che gionge alla piana,
+In mezo della gente sbaratata.
+Oh quanto ben d'intorno il camin spaza,
+Troncando busti e spalle e teste e braza!
+
+Ora se move il forte re Gradasso
+Sopra l'alfana, con tanta baldanza,
+Che tutto il mondo non stimava un asso.
+Verso Ranaldo bassava la lanza,
+E nel venir menava tal fraccasso,
+Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza.
+Sedeci piedi salì suso ad alto;
+Non fo mai visto il più mirabil salto.
+
+Il re Gradasso assai si meraviglia,
+Ma mostra non curare, e passa avante;
+Tutta la gente sparpaglia e scombiglia,
+Per terra abbatte Ivone e il re Morgante.
+L'Alfrera, che gli è dietro, questi piglia,
+Ché sempre lo seguiva quel gigante.
+Trova Spinella, Guizardo e Angelino:
+Tutti gli abbatte il forte Saracino.
+
+Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare,
+E vide quel pagan tanto gagliardo.
+Una grossa asta in man se fece dare,
+E poi dicea: - O destrier mio Baiardo,
+A questa volta, per Dio! non fallare,
+Ché qui conviensi avere un gran riguardo.
+Non già, per Dio! ch'io mi senta paura;
+Ma quest'è un omo forte oltra misura. -
+
+Così dicendo serra la visiera,
+E contra al re ne vien con ardimento.
+Videl Gradasso, la persona altiera:
+Mai, da che nacque, fo tanto contento;
+Ché a lui par cosa facile e leggiera
+Trar de l'arcion quel sir de valimento.
+Ma nella prova l'effetto si vede:
+Più fatica li avrà ch'el non si crede.
+
+Fo questo scontro il più dismisurato
+Che un'altra volta forse abbiate udito.
+Baiardo le sue croppe misse al prato,
+Che non fu più giamai a tal partito,
+Benché se fo de subito levato.
+Ma Ranaldo rimase tramortito;
+L'alfana trabuccò con gran fracasso:
+Nulla ne cura il potente Gradasso.
+
+Spronando forte la facea levare,
+Tra l'altra gente dà senza paura.
+Dice a l'Alfrera che debba pigliare
+Ranaldo, e che 'l destrier mena con cura.
+Ma certo e' gli lasciò troppo che fare,
+Perché Baiardo per quella pianura
+Via ne portava il cavalliero ardito;
+In poco de ora se fo risentito.
+
+Credendosi ancora esser là dove era
+Il re Gradasso, prende il brando in mano;
+Con la zirafa lo seguia l'Alfrera,
+Che quasi ancora l'ha seguìto in vano.
+Sopra Baiardo, la bestia leggiera,
+Ranaldo va correndo per il piano;
+Per tutto va cercando, e piano e monte,
+Sol per trovarse con Gradasso a fronte.
+
+Ed eccoti davanti, ed ha abbattuto
+Fuor de l'arcione il suo fratello Alardo.
+Esso non ha Ranaldo ancor veduto,
+Ché in quella parte non facea riguardo.
+Ma de improviso li è sopra venuto,
+E punto nel ferir non fu già tardo.
+A due man mena con tanta flagella,
+Che sel crede partir fin su la sella.
+
+Non fu il gran colpo a quel re cosa nova,
+Ché di valor portava la ghirlanda;
+Né crediati per questo che si mova,
+Né arma si spezzi, né sangue si spanda.
+Disse a Ranaldo: - Or vederem la prova,
+E dir potrai, se alcun te ne dimanda,
+Qual sia di noi più franco feritore.
+Se ora mi campi, io te dono l'onore. -
+
+Così ragiona il forte saracino,
+E mena della spada tutta fiata;
+Cade Ranaldo tramortito e chino,
+Ché mai tal botta non ha lui provata.
+Lo elmo affatato, che fu de Mambrino,
+Gli ha questa volta la vita campata.
+Presto Baiardo adietro si è voltato,
+Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.
+
+Gradasso quasi un miglio l'ha seguìto,
+Ché ad ogni modo lo volea pigliare;
+Ma poi che for di vista gli fu uscito,
+È delibrato adrieto ritornare.
+Ora Ranaldo se fu risentito,
+E ben destina de se vendicare.
+Non è Gradasso rivoltato apena,
+Ranaldo un colpo ad ambe man li mena
+
+Sopra de l'elmo con tanto furore,
+Che ben li fece batter dente a dente.
+Tra sé ridendo, quel re di valore
+Dicea: "Questo è un demonio veramente.
+Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore,
+Ognior cerca la briga parimente.
+Ma sempre mai non li andarà ben còlta:
+Se non adesso, il giongo un'altra volta."
+
+Così parlando quel Gradasso altiero
+Li viene adosso con gli occhi infiammati.
+Ranaldo tenìa l'occhio al tavoliero:
+Se 'l bisogna, segnor, non dimandati.
+Un colpo mena quel gigante fiero
+Ad ambe mani, ed ha i denti serrati.
+Il baron nostro sta su la vedetta:
+Trista sua vita se quel colpo aspetta!
+
+Ma certamente e' n'ebbe poca voglia;
+Con un gran salto via se fu levato.
+Radoppia il colpo il gigante con doglia;
+Baiardo se gittò da l'altro lato.
+- Può fare Iddio ch'una volta non coglia? -
+Diceva il re Gradasso disperato;
+E mena 'l terzo; ma nulla li vale:
+Sempre Baiardo par che metta l'ale.
+
+Poi che assai se ebbe indarno affaticato,
+Delibra altrove sua forza mostrare,
+E nella schiera de' nemici entrato
+Cavagli e cavallier fa trabuccare.
+Ma cento passi non è dislongato,
+Che Ranaldo lo vene a travagliare;
+E benché molto stretto non lo offenda,
+Forza li è pur che ad altro non attenda.
+
+Tornati sono alla cruda tenzone:
+Bisogna che Ranaldo giochi netto.
+Ecco venire il gigante Orïone,
+Che se ne porta preso Ricciardetto.
+Per li piedi il tenìa quel can fellone:
+Forte cridava aiuto il giovanetto.
+Quando Ranaldo a tal partito il vede,
+Della compassïon morir si crede.
+
+Così nel viso li abondava il pianto,
+Che veder non poteva alcuna cosa;
+Mai fu turbato alla sua vita tanto.
+Or li monta la colora orgogliosa.
+Ed io vi narrarò ne l'altro canto
+Il fin della battaglia dubitosa,
+Che, come io dissi, cominciò a l'aurora,
+E durò tutto il giorno, e dura ancora.
+
+Canto quinto
+
+Voi vi doveti, segnor, racordare
+Come Ranaldo forte era turbato
+Veggendo Ricciardetto via portare.
+Gradasso incontinente ebbe lasciato,
+E il gran gigante viene ad afrontare.
+Era quello Orïone ignudo nato;
+Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura,
+Che de coperta de arme nulla cura.
+
+Ranaldo dismontò subito a piede,
+Perché forte temeva di Baiardo
+Per il gran tronco che al gigante vede;
+Esser non li bisogna pigro o tardo.
+Apena che Orïone estima o crede
+Che si ritrova in terra un sì gagliardo
+Che ardisca far con lui battaglia stretta:
+Però si sta ridendo, e quello aspetta.
+
+Ma non aveva Fusberta assaggiata,
+Né le feroce braccia di Ranaldo,
+Ché l'armatura se avrebbe augurata.
+A due man mena il principe di saldo,
+E nella cossa fa grande tagliata.
+Quando Orïone sente il sangue caldo,
+Tra' contra terra forte Ricciardetto,
+Mugiando come un toro, il maledetto.
+
+Stava disteso Ricciardetto in terra,
+Senza alcun spirto, sbigotito e smorto;
+E quel gigante il grande arboro afferra:
+Ranaldo in su l'aviso stava accorto.
+Quando Orïone il gran colpo disserra,
+Non che lui solo, un monte ne avria morto;
+Ranaldo indietro si retira un passo.
+Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso.
+
+Non sa Ranaldo già più che si fare,
+E certamente gli tocca paura.
+Lui, che di core al mondo non ha pare,
+Mena un gran colpo fuor d'ogni misura:
+Fusberta se sentiva zuffellare.
+Gionse Orïone al loco de cintura;
+A meza spada nel fianco lo afferra:
+Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.
+
+Nulla dimora fa il franco barone,
+Né pur guarda il gigante che è cascato,
+Subitamente salta su l'arcione,
+E contra di Gradasso se n'è andato.
+Ma non se può levar de opinïone
+Quel re il colpo che ha visto ismisurato;
+Con la man disarmata ebbe a cignare
+Verso Ranaldo, che li vôl parlare.
+
+E ragionando poi con lui dicia:
+- E' sarebbe, barone, un gran peccato
+Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia,
+Quanto ne hai oggi nel campo mostrato,
+Perisse con sì brutta villania;
+Ché tu sei da mia gente intornïato.
+Come tu vedi, non te pôi partire:
+Convienti esser pregione, o ver morire.
+
+Ma Dio non voglia che cotal diffetto
+Per me si faccia a un baron sì gagliardo;
+Unde per mio onore io aggio eletto,
+Da poi che 'l giorno de oggi è tanto tardo,
+Che noi veniamo dimane allo effetto,
+Io senza alfana, e tu senza Baiardo;
+Ché la virtute de ogni cavalliero
+Si disaguaglia assai per il destriero.
+
+Ma con tal patto la battaglia sia,
+Che stu me occidi o prendime pregione,
+Ciascun chi è preso di tua compagnia,
+O sia vasallo al re Marsilïone,
+Seran lasciati su la fede mia;
+Ma s'io te vinco, io voglio il tuo ronzone.
+O vinca, o perda, poi me abbia a partire,
+Né più in ponente mai debba venire. -
+
+Ranaldo già non stette altro a pensare,
+Ma subito rispose: - Alto segnore,
+Questa battaglia che debbiamo fare,
+Essere a me non può se non de onore.
+E di prodecia sei sì singulare,
+Che, essendo vinto da tanto valore,
+Non mi serà vergogna cotal sorte,
+Anci una gloria aver da te la morte.
+
+Quanto alla prima parte, te rispondo
+Che ben te voglio e debbo ringraziare,
+Ma non che già mi trovi tanto al fondo,
+Che da te debba la vita chiamare;
+Perché, se armato fosse tutto 'l mondo,
+Non potrebbe al partir mio divetare,
+Non che voi tutti; e se forse hai talento
+Farne la prova, io son molto contento. -
+
+Incontinente se ebbeno accordare
+Della battaglia tutto il conveniente:
+Il loco sia nel litto apresso il mare,
+Lontan sei miglia a l'una e l'altra gente.
+Ciascuno al suo talento se può armare
+De arme a diffensa e di spada tagliente;
+Lancia né mazza o dardo non si porta,
+E denno andar soletti e senza scorta.
+
+Ciascuno è molto bene apparecchiato
+Per domatina alla zuffa venire;
+Ogni vantaggio a mente hanno tornato,
+Le usate offese e l'arte del scrimire.
+Ma prima che alcun de essi venga armato,
+De Angelica vi voglio alquanto dire;
+La qual per arte, come ebbe a contare,
+Dentro al Cataio se fece portare.
+
+Benché lontana sia la giovanetta,
+Non può Ranaldo levarse del core.
+Come cerva ferita di saetta,
+Che al lungo tempo accresce il suo dolore,
+E quanto il corso più veloce affretta,
+Più sangue perde ed ha pena maggiore:
+Così ognor cresce alla donzella il caldo,
+Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.
+
+E non poteva la notte dormire,
+Tanto la strenge il pensiero amoroso;
+E se pur, vinta dal longo martìre,
+Pigliava al far del giorno alcun riposo,
+Sempre sognando stava in quel desire.
+Ranaldo gli parea sempre crucioso
+Fuggir, sì come fece in quella fiata
+Che fu da lui nel bosco abandonata.
+
+Essa tenea la faccia in ver ponente,
+E sospirando e piangendo talora
+Diceva: "In quella parte, in quella gente
+Quel crudel tanto bello ora dimora.
+Ahi lassa! Lui di me cura nïente!
+E questo è sol la doglia che me accora:
+Colui, che di durezza un sasso pare,
+Contra a mia voglia a me il conviene amare.
+
+Io aggio fatto ormai l'ultima prova
+Di ciò che pôn gli incanti e le parole,
+E l'erbe strane ho còlto a luna nova,
+E le radice quando è oscuro il sole;
+Né trovo che dal petto me rimova
+Questa pena crudel, che al cor mi dole,
+Erba né incanto o pietra precïosa:
+Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa.
+
+Perché non venne lui sopra a quel prato,
+Là dove io presi il suo saggio cugino?
+Che certamente io non avria cridato.
+Ora è pregione adesso quel meschino.
+Ma incontinente serà liberato,
+Acciò che quello ingrato peregrino
+Cognosca in tutto la bontate mia,
+Che dà tal merto a sua discortesia."
+
+E detto questo se ne andò nel mare,
+Là dove Malagise era pregione;
+Con l'arte sua là giù si fe' portare,
+Ché andarvi ad altra via non c'è ragione.
+Malagise ode l'uscio disserrare,
+E ben si crede in ferma opinïone,
+Che sia il demonio, per farlo morire,
+Perché a quel fondo altrui non suol mai gire.
+
+Gionta che fu là dentro la donzella,
+Di farlo portar sopra ben si spaccia;
+E poi che l'ebbe entro una sala bella,
+La catena li sciolse dalle braccia;
+E nulla per ancora gli favella,
+Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia.
+Come fu sciolto, li disse: - Barone,
+Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.
+
+Sì che, volendo una cortesia fare
+A me, che fuor te trassi di quel fondo,
+Da morte a vita mi pôi ritornare,
+Se qua mi meni il tuo cugin iocondo:
+Dico Ranaldo, che mi fa penare.
+A te la mia gran doglia non nascondo:
+Penar fa me de amore in sì gran foco,
+Che giorni e notte mai non trovo loco.
+
+Se me prometti nel tuo sacramento
+Far qua Ranaldo inanti a me venire,
+Io te farò de una cosa contento,
+Che forse de altra non hai più desire:
+Darotti il libro tuo, se n'hai talento.
+Ma guarda, stu prometti, non mentire;
+Perché te aviso che uno annello ho in mano,
+Che farà sempre ogni tuo incanto vano. -
+
+Malagise non fa troppo parole,
+Ma come a quella piace, così giura;
+Né sa come Ranaldo non ne vôle,
+Anci crede menarlo alla sicura.
+Già se chinava allo occidente il sole;
+Ma, come gionta fu la notte scura,
+Malagise un demonio ha tolto sotto,
+E via per l'aria se ne va di botto.
+
+Quel demonio li parla tutta fiata
+(E va volando per la notte bruna)
+Della gente che in Spagna era arivata,
+E come Ricciardetto ebbe fortuna,
+E la battaglia come era ordinata.
+Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcuna
+Che quel demonio non la sappia dire;
+Anci più dice, perché sa mentire.
+
+E già son gionti presso a Barcellona
+(Forse restava un'ora a farse giorno),
+E Malagise il demonio abandona.
+E per quei paviglion guardando intorno,
+Dove sia de Ranaldo la persona,
+E' dormir vede il cavallier adorno;
+Nella trabacca sua stava colcato.
+Malagise entra, ed ebbelo svegliato.
+
+Quando Ranaldo vide la sua faccia,
+Non fu nella sua vita sì contento;
+Del trapontin se leva e quello abbraccia,
+E delle volte lo baciò da cento.
+Disse a lui Malagise: - Ora te spaccia,
+Ch'io son venuto sotto a sacramento.
+Piacendo a te, me pôi deliberare:
+Non te piacendo, in pregion vo' tornare.
+
+Non aver nella mente alcun sospetto
+Ch'io voglia che tu facci un gran periglio;
+Con una fanciulletta andrai nel letto,
+Netta come ambro, e bianca come un giglio.
+Me trai di noia, e te poni in diletto.
+Quella fanciulla dal viso vermiglio
+È tal, che tu nol pensaresti mai:
+Angelica è colei di cui parlai. -
+
+Quando Ranaldo ha nominare inteso
+Colei che tanto odiava nel suo core,
+Dentro dal petto è di alta doglia acceso,
+E tutto in viso li cangiò il colore.
+Ora un partito, ora un altro n'ha preso
+Di far risposta, e non la sa dir fuore;
+Or la vôl fare, ora la vôl differire;
+Ma nello effetto e' non sa che si dire.
+
+Al fin, come persona valorosa
+Che in zanze false non se sa coprire,
+Disse: - Odi, Malagise: ogni altra cosa
+(E non ne trago il mio dover morire),
+Ogni fortuna dura e spaventosa,
+Ogni doglia, ogni affanno vo' soffrire,
+Ogni periglio, per te liberare:
+Dove Angelica sia, non voglio andare. -
+
+E Malagise tal risposta odìa,
+Qual già non aspettava in veritate.
+Prega Ranaldo quanto più sapìa,
+Non per merito alcun, ma per pietate,
+Che nol ritorna in quella pregionia.
+Or gli ricorda la sanguinitate,
+Or le proferte fatte alcuna volta;
+Nulla gli val, Ranaldo non l'ascolta.
+
+Ma poi che un pezzo indarno ha predicato,
+Disse: - Vedi, Ranaldo, e' si suol dire,
+Ch'altro piacer non s'ha de l'omo ingrato
+Se non buttarli in occhio il ben servire.
+Quasi per te ne l'inferno m'ho dato:
+Tu me vôi far nella pregion morire.
+Guârti da me; ch'io ti farò uno inganno,
+Che ti farà vergogna, e forse danno. -
+
+E, così detto, avante a lui se tolse.
+Subitamente se fo dispartito;
+E come fo nel loco dove volse
+(Già caminando avea preso il partito),
+Il suo libretto subito disciolse.
+Chiama i demonii il negromante ardito;
+Draginazo e Falsetta tra' da banda:
+Agli altri il dipartir presto comanda.
+
+Falsetta fa adobar com'uno araldo,
+Il qual serviva al re Marsilïone.
+L'insegna avea di Spagna quel ribaldo,
+La cotta d'arme, e in mano il suo bastone.
+Va messagiero a nome de Ranaldo,
+E gionse di Gradasso al paviglione,
+E dice a lui che a l'ora de la nona
+Avrà Ranaldo in campo sua persona.
+
+Gradasso lieto accetta quello invito,
+E d'una coppa d'ôr l'ebbe donato.
+Subito quel demonio è dipartito,
+E tutto da quel che era, è tramutato;
+Le annelle ha ne l'orecchie, e non in dito,
+E molto drappo al capo ha inviluppato,
+La veste lunga e d'ôr tutta vergata;
+E di Gradasso porta l'ambasciata.
+
+Proprio parea di Persia uno almansore,
+Con la spada di legno e col gran corno;
+E qui, davanti a ciascadun segnore,
+Giura che all'ora primera del giorno,
+Senza nïuna scusa e senza errore,
+Serà nel campo il suo segnore adorno,
+Solo ed armato, come fo promesso;
+E ciò dice a Ranaldo per espresso.
+
+In molta fretta se è Ranaldo armato;
+E suoi gli sono intorno d'ogni banda.
+Da parte Ricciardetto ebbe chiamato,
+Il suo Baiardo assai gli racomanda.
+- O sì, o no, - dicea - che sia tornato,
+Io spero in Dio, che la vittoria manda;
+Ma se altro piace a quel Segnor soprano,
+Tu la sua gente torna a Carlo Mano.
+
+Fin che sei vivo debbilo obedire,
+Né guardar che facesse in altro modo.
+Or ira, or sdegno m'han fatto fallire;
+Ma chi dà calci contra a mur sì sodo,
+Non fa le pietre, ma il suo piè stordire.
+A quel segnor, dignissimo di lodo,
+Che non ebbe al fallir mio mai riguardo,
+S'io son occiso, lascio il mio Baiardo. -
+
+Molte altre cose ancora gli dicia;
+Forte piangendo, in bocca l'ha baciato.
+Soletto alla marina poi s'invia;
+A piedi sopra il litto fo arivato.
+Quivi d'intorno alcun non apparia.
+Era un naviglio alla riva attaccato,
+Sopra di quel persona non appare:
+Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.
+
+Or ecco Draginazo che s'appara;
+Proprio è Gradasso, ed ha la sopravesta
+Tutta d'azurro e d'ôr dentro la sbara,
+E la corona d'ôr sopra la testa,
+L'armi forbite e la gran simitara,
+E 'l bianco corno, che giamai non resta,
+E per cimero una bandiera bianca;
+In summa di quel re nulla gli manca.
+
+Questo demonio ne vene sul campo:
+Il passeggiare ha proprio di Gradasso;
+Ben dadovero par ch'el butti vampo.
+La simitara trasse con fraccasso.
+Ranaldo, che non vôle avere inciampo,
+Sta su l'aviso e tiene il brando basso;
+Ma Draginazo con molta tempesta
+Li calla un colpo al dritto della testa.
+
+Ranaldo ebbe quel colpo a riparare:
+D'un gran riverso gli tira alla cossa.
+Or cominciano e colpi a radoppiare;
+A l'un e l'altro l'animo s'ingrossa.
+Mo comincia Ranaldo a soffïare,
+E vôl mostrare a un punto la sua possa:
+Il scudo che avea in braccio getta a terra,
+La sua Fusberta ad ambe mane afferra.
+
+Così crucioso, con la mente altiera,
+Sopra del colpo tutto se abandona.
+Per terra va la candida bandiera;
+Calla Fusberta sopra alla corona,
+E la barbuta getta tutta intiera.
+Nel scudo d'osso il gran colpo risuona,
+E dalla cima al fondo lo disserra;
+Mette Fusberta un palmo sotto terra.
+
+Ben prese il tempo il demonio scaltrito:
+Volta le spalle, e comincia a fuggire.
+Crede Ranaldo averlo sbigotito,
+E de allegrezza sé non può soffrire.
+Quel maledetto al mar se n'è fuggito;
+Dietro Ranaldo se 'l mette a seguire,
+Dicendo: - Aspetta un poco, re gagliardo:
+Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.
+
+Or debbe far un re sì fatta prova?
+Non te vergogni le spalle voltare?
+Torna nel campo e Baiardo ritrova:
+La meglior bestia non puoi cavalcare.
+Ben è guarnito ed ha la sella nova,
+E pur ier sira lo feci ferrare.
+Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada?
+Eccolo quivi, in ponta a questa spada. -
+
+Ma quel demonio nïente l'aspetta,
+Anci pariva dal vento portato.
+Passa ne l'acqua, e pare una saetta,
+E sopra quel naviglio fo montato.
+Ranaldo incontinente in mar se getta,
+E poi che sopra al legno fo arivato,
+Vede il nemico, e un gran colpo gli mena:
+Quel per la poppa salta alla carena.
+
+Ranaldo ognior più drieto se gl'incora,
+E con Fusberta giù pur l'ha seguìto.
+Quel sempre fugge, e n'esce per la prora.
+Era 'l naviglio da terra partito,
+Né pur Ranaldo se n'avede ancora,
+Tanto è dietro al nemico invellenito;
+Ed è dentro nel mar già sette miglia,
+Quando disparve quella meraviglia.
+
+Quello andò in fumo. Or non me domandate
+Se meraviglia Ranaldo se dona.
+Tutte le parte del legno ha cercate:
+Sopra al naviglio più non è persona.
+La vella è piena, e le sarte tirate;
+Camina ad alto e la terra abandona.
+Ranaldo sta soletto sopra al legno:
+Oh quanto se lamenta il baron degno!
+
+"Ah Dio del cel, - dicea - per qual peccato
+M'hai tu mandato cotanta sciagura?
+Ben mi confesso che molto ho fallato,
+Ma questa penitenzia è troppo dura.
+Io son sempre in eterno vergognato,
+Ché certo la mia mente è ben sicura
+Che, racontando quel che me è accaduto,
+Io dirò il vero, e non serà creduto.
+
+La sua gente mi dette il mio segnore,
+E quasi il stato suo mi pose in mano:
+Io, vil, codardo, falso, traditore,
+Gli lascio in terra e nel mar me allontano;
+Ed or mi par d'odir l'alto romore
+Della gran gente del popol pagano;
+Parmi de' miei compagni odir le strida,
+Veder parmi l'Alfrera che gli occida.
+
+Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso
+Sì giovanetto, tra cotanta gente?
+E voi, che pregion seti di Gradasso,
+Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente?
+Or foss'io stato della vita casso,
+Quando in Spagna passai primeramente!
+Gagliardo fui tenuto e d'arme esperto:
+Questa vergogna ha l'onor mio coperto.
+
+Io me ne vado; or chi farà mia scusa,
+Quando serò de codardia appellato?
+Chi non sta al paragon, se stesso accusa:
+Più non son cavallier, ma riprovato.
+Or foss'io adesso il figliol de Lanfusa,
+E per lui nel suo loco impregionato!
+Per lui dovessi in tormento morire!
+Ch'io non ne sentirei mità martìre.
+
+Che se dirà di me nella gran corte,
+Quando serà sentito il fatto in Franza?
+Quanto Mongrana se dolerà forte
+Che il sangue suo commetta tal mancanza!
+Come trionfaranno in su le porte
+Gaino con tutta casa di Maganza!
+Ahimè! Già puote dirli traditore:
+Parlar non posso più; son senza onore."
+
+Così diceva quel baron pregiato,
+Ed altro ancora nel suo lamentare;
+E ben tre volte fu deliberato
+Con la sua spada se stesso passare;
+E ben tre volte, come disperato,
+Come era armato, gettarse nel mare:
+Sempre il timor de l'anima e lo inferno
+Li vetò far di sé quel mal governo.
+
+La nave tutta fiata via camina,
+E fuor del stretto è già trecento miglia.
+Non va il delfino per l'onda marina,
+Quanto va questo legno a meraviglia.
+A man sinistra la prora se inchina,
+Volto ha la poppa al vento di Sibiglia;
+Né così stette volta, e in uno istante
+Tutta se è volta incontra di levante.
+
+Fornita era la nave da ogni banda,
+Eccetto che persona non li appare,
+Di pane e vino ed ottima vivanda.
+Ranaldo ha poca voglia di mangiare:
+In genocchione a Dio si racomanda;
+E così stando, se vede arivare
+Ad un giardin, dove è un palagio adorno;
+Il mare ha quel giardin d'intorno intorno.
+
+Or qui lasciar lo voglio nel giardino,
+Che sentirete poi mirabil cosa,
+E tornar voglio a Orlando paladino,
+Qual, come io dissi, con mente amorosa
+Verso levante ha preso il suo camino;
+Giorno né notte mai non se riposa,
+Sol per cercare Angelica la bella,
+Né trova chi di lei sappia novella.
+
+Il fiume della Tana avea passato,
+Ed è soletto il franco cavalliero.
+In tutto il giorno alcun non ha trovato:
+Presso alla sera riscontra un palmiero.
+Vecchio era assai e molto adolorato,
+Cridando: - Oh caso dispietato e fiero!
+Chi m'ha tolto il mio bene e 'l mio desio?
+Figliol mio dolce, te acomando a Dio! -
+
+- Se Dio te aiute, dimme, peregrino,
+Quella cagion che te fa lamentare. -
+Così diceva Orlando; e quel meschino
+Comincia il pianto forte a radoppiare,
+Dicendo: - Lasso! misero! tapino!
+Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. -
+Orlando di pregarlo non vien meno
+Che il fatto gli raconti tutto a pieno.
+
+- Dirotti la cagion perch'io me doglio, -
+Rispose lui, - da poi che il vôi sapere.
+Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio,
+Che a la tua vista pô chiaro apparere;
+Non a me, che non vedo come io soglio,
+Per pianger molto e per molti anni avere.
+La ripa di quel scoglio è d'erba priva,
+E di colore assembra a fiamma viva.
+
+Alla sua cima una voce risuona,
+Non se ode al mondo la più spaventosa;
+Ma già non te so dir ciò che ragiona.
+Corre di sotto una acqua furïosa,
+Che cinge il scoglio a guisa di corona.
+Un ponte vi è di pietra tenebrosa,
+Con una porta che assembra a diamante;
+E stavvi sopra armato un gran gigante.
+
+Un giovanetto mio figliuolo ed io
+Quivi dapresso passavam pur ora;
+E quel gigante maledetto e rio,
+Quasi dir posso ch'io nol vidi ancora,
+Sì de nascoso prese il figliol mio;
+Hassel portato, e credo che il divora.
+La cagion de che io piango, or saverai;
+Per mio consiglio indietro tornarai. -
+
+Pensossi un poco, e poi rispose Orlando:
+- Io voglio ad ogni modo avanti andare. -
+Disse il palmiero: - A Dio ti racomando,
+Tu non debbi aver voglia di campare.
+Ma credi a me, che il ver te dico: quando
+Avrai quel fier gigante a remirare,
+Che tanto è lungo e sì membruto e grosso,
+Pel non avrai che non ti tremi adosso. -
+
+Risene Orlando, e preselo a pregare
+Che per Dio l'abbia un poco ivi aspettato,
+E se nol vede presto ritornare,
+Via se ne vada senza altro combiato.
+Il termine de un'ora li ebbe a dare,
+Poi verso il scoglio rosso se n'è andato.
+Disse il gigante, veggendol venire:
+- Cavallier franco, non voler morire.
+
+Quivi m'ha posto il re di Circasia,
+Perch'io non lasci alcuno oltra passare;
+Ché sopra al scoglio sta una fera ria,
+Anci un gran mostro se debbe appellare,
+Che a ciascadun che passa in questa via,
+Ciò che dimanda, suole indivinare;
+Ma poi bisogna che anco egli indivina
+Quel che la dice, o che qua giù il roina. -
+
+Orlando del fanciullo adimandone:
+Rispose averlo e volerlo tenire;
+Onde per questo fu la questïone,
+E cominciorno l'un l'altro a ferire.
+Questo ha la spada, e quell'altro il bastone:
+Ad un ad un non voglio i colpi dire.
+Al fine Orlando tanto l'ha percosso,
+Che quel si rese e disse: - Più non posso. -
+
+Così riscosse Orlando il giovanetto,
+E ritornollo al padre lacrimoso.
+Trasse il palmiero un drappo bianco e netto,
+Che nella tasca tenìa nascoso.
+Di questo fuor sviluppa un bel libretto,
+Coperto ad oro e smalto luminoso;
+Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto,
+Sempre in mia vita ti serò tenuto.
+
+E s'io volessi te remeritare,
+Non bastarebbe mia possanza umana.
+Questo libretto voglilo accettare,
+Che è de virtù mirabile e soprana,
+Perché ogni dubbioso ragionare
+Su queste carte si dichiara e spiana. -
+E, donatogli il libro, disse: - Addio! -
+E molto allegro da lui se partio.
+
+Orlando s'arestò col libro in mano,
+E fra se stesso comincia a pensare;
+Mirando al scoglio che è cotanto altano,
+Ad ogni modo in cima vôl montare,
+E vôl veder quel mostro tanto istrano,
+Che ogni dimanda sapea indivinare.
+E sol per questo volea far la prova,
+Per saper dove Angelica si trova.
+
+Passa nel ponte con vista sicura,
+Ché già non lo divieta quel gigante.
+Egli ha provata Durindana dura,
+Dàgli la strata: Orlando passa avante.
+Per una tomba tenebrosa e oscura
+Monta alla cima quel baron aitante,
+Dove, entro a un sasso rotto per traverso,
+Stava quel mostro orribile e diverso.
+
+Avea crin d'oro e la faccia ridente
+Come donzella, e petto di lione,
+Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente,
+Le braccie d'orso e branche di grifone,
+E busto e corpo e coda di serpente;
+L'ale depinte avea come pavone.
+Sempre battendo la coda lavora,
+Con essa e sassi e il forte monte fora.
+
+Quando quel mostro vede il cavalliero,
+Distese l'ale e la coda coperse:
+Altro che il viso non mostrava intiero.
+La pietra sotto lui tutta se aperse.
+Orlando disse a lui con viso fiero:
+- Tra le provenze e le lingue diverse,
+Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora,
+Dimmi ove adesso Angelica dimora. -
+
+Dolce parlando, la maligna fiera
+Così risponde a quel che Orlando chiede:
+- Quella per cui tua mente se dispera,
+Presso al Cataio in Albraca si vede.
+Ma tu respondi ancora a mia manera:
+Qual animal passeggia senza piede?
+E poi qual altro al mondo se ritrova,
+Che con quattro, dui, tre de andar se prova? -
+
+Pensa Orlando alla dimanda strana,
+Né sa di quella punto sviluppare:
+Senza dire altro trasse Durindana.
+Quella comincia intorno a lui volare;
+Or lo ferisce tutta subitana,
+Or lo minaccia e fallo intorno andare,
+Or di coda lo batte, or dello ungione:
+Ben li è mistiero aver sua fatasone.
+
+Che se non fosse lui stato afatato,
+Come era tutto, il cavalliero eletto,
+Ben cento volte l'arebbe passato,
+D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto.
+Quando fu Orlando assai ben regirato,
+L'ira li monta e crescegli il dispetto;
+Adocchia il tempo e, quando quella cala,
+Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala.
+
+Cridando il crudel mostro cade a terra;
+Longe d'intorno fu quel crido odito.
+Le gambe a Orlando con la coda afferra,
+E con le branche il scudo li ha gremito.
+Ma presto fu finita questa guerra,
+Perché nel ventre Orlando l'ha ferito;
+Poi che de intorno a sé l'ebbe spiccato,
+Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.
+
+Smonta la ripa e prende il suo destriero,
+Forte camina, come inamorato;
+E cavalcando li venne in pensiero
+De ciò che il mostro l'avea dimandato.
+Tornagli a mente il libro del palmiero,
+E fra sé disse: "Io fui ben smemorato!
+Senza battaglia potea satisfare.
+Ma così piacque a Dio che avesse andare."
+
+E guardando nel libro, pone cura
+Quel che disse la fera indivinare;
+Vede il vecchio marino e sua natura,
+Che con l'ale che nota, ha a passeggiare;
+Poi vede che l'umana creatura
+In quattro piedi comincia ad andare,
+E poi con duo, quando non va carpone;
+Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone.
+
+Leggendo il libro gionse a una rivera
+De una acqua negra, orribile e profonda.
+Passar non puote per nulla maniera,
+Ché derupata è l'una e l'altra sponda.
+Lui de trovare il varco pur se spera,
+E, cavalcando il fiume alla seconda,
+Vede un gran ponte e un gigante che guarda:
+Vassene Orlando a lui, ché già non tarda.
+
+Come 'l gigante il vide, prese a dire:
+- Misero cavallier! Malvagia sorte
+Fu quella che ti fece qui venire.
+Sappi che questo è il Ponte della Morte;
+Né più di qui ti potresti partire,
+Perché son strate inviluppate e torte,
+Che pur al fiume te menan d'ogniora:
+Convien che un di noi doi sul ponte mora. -
+
+Questo gigante che guardava il ponte,
+Fu nominato Zambardo il robusto:
+Più de duo piedi avea larga la fronte,
+Ed a proporzïon poi l'altro busto.
+Armato proprio rasembrava un monte,
+E tenea in man di ferro un grosso fusto;
+Dal fusto uscivan poi cinque catene,
+Ciascuna una pallotta in cima tiene:
+
+Ogni pallotta vinte libbre pesa.
+Da capo a piede è di un serpente armato,
+Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa;
+La simitara avea dal manco lato.
+Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa,
+Perché, quando alcun l'abbia contrastato,
+Ed abbia ardire e forza a meraviglia,
+Con la rete di ferro al fine il piglia.
+
+E questa rete non si può vedere,
+Perché coperta è tutta ne l'arena;
+Lui col piede la scocca a suo piacere,
+E il cavallier con quella al fiume mena.
+Rimedio non si pote a questo avere;
+Qualunche è preso, è morto con gran pena.
+Non sa di questa cosa il franco conte:
+Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.
+
+Il scudo ha in braccio e Durindana in mano,
+Guarda il nemico grande ed aiutante;
+Tanto ne cura il senator romano,
+Quanto quel fusse un piccoletto infante.
+Dura battaglia fu sopra quel piano.
+Ma in questo canto più non dico avante,
+Ché quello assalto è tanto faticoso,
+Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo.
+
+Canto sesto
+
+Stati ad odir, segnor, la gran battaglia,
+Che un'altra non fu mai cotanto oscura.
+Di sopra odisti la forza e la taglia
+De Zambardo, diversa creatura.
+Ora odireti con quanta travaglia
+Fu combattuto, e la disaventura
+Che intravenne ad Orlando senatore,
+Qual forse non fu mai, né fia maggiore.
+
+Lo ardito cavallier monta su il ponte;
+Zambardo la sua mazza in mano afferra.
+A mezza cossa non li aggiunge il conte,
+Ma con gran salti si leva da terra,
+Sì che ben spesso li tien fronte a fronte.
+Ecco il gigante che il baston disserra:
+Orlando vede il colpo che vien d'alto,
+Da l'altro canto se gittò de un salto.
+
+Forte se turba quel saracin fello;
+Ma ben lo fece Orlando più turbare,
+Perché nel braccio il gionse a tal flagello,
+Che il baston fece per terra cascare.
+Subitamente poi parve uno uccello,
+Che l'altro colpo avesse a radoppiare;
+Ma tanto è duro il cor' di quel serpente,
+Che sempre poco ne tocca, o nïente.
+
+La simitara avea tratto Zambardo,
+Da poi ch'in terra gli cadde il bastone.
+Ben vide quel barone esser gagliardo,
+E de adoprar la rete fa rasone;
+Ma quello aiuto vôl che sia il più tardo.
+Or mena della spada un riversone;
+A meza guancia fu il colpo diverso:
+Ben vinti passi Orlando andò in traverso.
+
+Per questo è il conte forte riscaldato,
+Il viso gli comincia a lampeggiare;
+L'un e l'altro occhio aveva stralunato.
+Questo gigante ormai non può campare:
+Il colpo mena tanto infulminato,
+Che Durindana facea vinculare,
+Ed era grossa, come Turpin conta,
+Ben quattro dita da l'elcio alla ponta.
+
+Orlando lo colpisce nel gallone,
+Spezza le scaglie e il dosso del serpente.
+Avea cinto di ferro un corrigione:
+Tutto lo parte quel brando tagliente.
+Sotto lo usbergo stava il pancirone,
+Ma Durindana ciò non cura niente;
+E certamente per mezo il tagliava,
+Se per lui stesso a terra non cascava.
+
+A terra cadde, o per voglia, o per caso,
+Io nol so dir; ma tutto se distese.
+Color nel volto non gli era rimaso,
+Quando vidde il gran colpo sì palese;
+Il cor gli batte, e freddo ha il mento e 'l naso.
+Il suo baston, ch'è in terra, ancor riprese;
+Così a traverso verso Orlando mena,
+E gionsel proprio a mezo alla catena.
+
+Il conte di quel colpo andò per terra,
+E l'un vicino a l'altro era caduto.
+Così distesi, ancora se fan guerra;
+Più presto in piedi Orlando è rivenuto.
+Nella barbuta ad ambe man lo afferra;
+Lui anco è preso dal gigante arguto,
+E stretto se lo abbraccia sopra al petto;
+Via ne 'l porta nel fiume il maledetto.
+
+Orlando ad ambe man gli batte il volto,
+Ché Durindana in terra avea lasciata;
+Sì forte il batte, che 'l cervel gli ha tolto:
+Cadde il gigante in terra un'altra fiata.
+Incontinente il conte si è rivolto
+Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata.
+Balordito è il gigante, e non gli vede,
+Ma al dispetto de Orlando salta in piede.
+
+Or si rinova il dispietato assalto:
+Questo ha il bastone, e quello ha Durindana.
+Già nol puotea ferire Orlando ad alto,
+Standose fermo in su la terra piana,
+Ma sempre nel colpire alciava un salto:
+Battaglia non fu mai tanto villana.
+Vero è che Orlando del scrimire ha l'arte;
+Già ferito è il gigante in quattro parte.
+
+Mostra Zambardo un colpo radoppiare,
+Ma nel ferire a mezo se rafrena;
+E, come vede Orlando indietro andare,
+Passagli adosso, e forte a due man mena.
+Non vale a Orlando il suo presto saltare;
+Sibilla il cielo e suona ogni catena.
+Non se smarisce quel conte animoso,
+Col brando incontra 'l colpo roïnoso:
+
+Ed ha rotto il bastone e fraccassato.
+E non crediati poi ch'el stia a dormire;
+Ma d'un riverso al fianco gli ha menato,
+Là dove l'altra volta ebbe a colpire.
+Quivi il cor' del serpente era tagliato:
+Or che potrà Zambardo ben guarnire?
+Ché Durindana vien con tal furore,
+Che la saetta de 'l tron non l'ha maggiore.
+
+Quasi il parte da l'uno a l'altro fianco
+(Da un lato se tenea poco, o nïente).
+Venne il gigante in faccia tutto bianco,
+E vede ben che è morto veramente.
+Forte la terra batte col piè stanco,
+E la rete si scocca incontinente,
+E con tanto furor agrappa Orlando,
+Che nel pigliar de man li trasse 'l brando.
+
+Le braccia al busto li strenge con pena,
+Che già non si poteva dimenare;
+Tanto ha grossa la rete ogni catena,
+Che ad ambe man non si puotria pigliare.
+- O Dio del celo, o Vergine serena, -
+Diceva il conte - debbiame aiutare! -
+Alor che quella rete Orlando afferra,
+Cadde Zambardo morto in su la terra.
+
+Solitario è quel loco e sì diserto,
+Che rare volte gli venìa persona.
+Legato è il conte sotto il celo aperto;
+Ogni speranza al tutto l'abandona.
+Perduto è de l'ardire ogni suo merto:
+Non gli val forza, né armatura buona.
+Senza mangiare un dì stette in quel loco,
+E quella notte dormì molto poco.
+
+Così quel giorno e la notte passava;
+Cresce la fame, e la speranza manca.
+A ciò che sente d'intorno, guardava:
+Ed ecco un frate con la barba bianca.
+Come lo vidde, il conte lo chiamava,
+Quanto levar puotea la voce stanca:
+- Patre, amico de Dio, donami aiuto!
+Ch'io sono al fin della vita venuto. -
+
+Forte si meraviglia il vecchio frate,
+E tutte le catene va mirando;
+Ma non sa come averle dischiavate.
+Diceva il conte: - Pigliate il mio brando,
+E sopra a me questa rete tagliate. -
+Rispose il frate: - A Dio te racomando,
+S'io te occidessi, io serìa irregulare;
+Questa malvagità non voglio fare. -
+
+- Stati securo in su la fede mia, -
+Diceva Orlando - ch'io son tanto armato,
+Che quella spada non mi tagliaria. -
+Così dicendo tanto l'ha pregato,
+Che il monaco quel brando pur prendia:
+Apena che di terra l'ha levato.
+Quanto può l'alcia sopra alla catena:
+Non che la rompa, ma la segna apena.
+
+Poi che se vidde indarno affaticare,
+Getta la spada, e con parlare umano
+Comincia 'l cavalliero a confortare:
+- Vogli morir - dicea - come cristiano,
+Né ti voler per questo disperare.
+Abbi speranza nel Segnor soprano,
+Ché, avendo in pacïenzia questa morte,
+Te farà cavallier della sua corte. -
+
+Molte altre cose assai gli sapea dire,
+E tutto il martilogio gli ha contato,
+La pena che ogni Santo ebbe a soffrire:
+Chi crucifisso, e chi fo scorticato.
+Dicea: - Figliolo, il te convien morire:
+Abbine Dio del celo ringraziato. -
+Rispose Orlando, con parlar modesto:
+- Ringraziato sia lui, ma non di questo;
+
+Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto.
+Mal aggia l'asinel che t'ha portato!
+Se un giovane venìa, non serìa morto:
+Non potea giunger qui più sciagurato. -
+Rispose il frate: - Ahimè! barone accorto,
+Io vedo ben che tu sei disperato.
+Poi che ti è forza la vita lasciare,
+L'anima pensa, e non l'abbandonare.
+
+Tu sei barone di tanta presenza,
+E lascite alla morte spaventare?
+Sappi che la divina Provvidenza
+Non abandona chi in lei vôl sperare:
+Troppo è dismisurata sua potenza!
+Io di me stesso ti voglio contare,
+Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato:
+Odi da qual fortuna io son campato.
+
+Tre frati ed io di Ermenia se partimo,
+Per andar al perdono in Zorzania;
+E smarrimo la strata, come io stimo,
+Ed arivamo quivi in Circasia.
+Un fraticel de' nostri andava primo,
+Perché diceva lui saper la via.
+Ed ecco indietro correndo è rivolto,
+Cridando aiuto, e pallido nel volto.
+
+Tutti guardamo; ed ecco giù del monte
+Venne un gigante troppo smisurato.
+Un occhio solo aveva in mezo al fronte;
+Io non ti sapria dir de che era armato:
+Pareano ungie di draco insieme agionte.
+Tre dardi aveva e un gran baston ferrato;
+Ma ciò non bisognava a nostra presa,
+Che tutti ce legò senza contesa.
+
+A una spelonca dentro ce fe' entrare,
+Dove molti altri avea nella pregione;
+Lì con questi occhi miei viddi io sbranare
+Un nostro fraticel, che era garzone;
+E così crudo lo viddi mangiare,
+Che mai non fo maggior compassïone.
+Poi volto a me dicea: "Questo letame
+Non se potrà mangiar, se non con fame";
+
+E con un piè mi trabuccò del sasso.
+Era quel scoglio orribile ed arguto:
+Trecento braccia è dalla cima al basso.
+In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto;
+Perché ruinando io giù tutto in un fasso,
+Me fo un ramo de pruno in man venuto,
+Che uscia del scoglio con branchi spinosi;
+A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.
+
+Io stavo queto e pur non soffiava,
+Fin che venuto fu la notte oscura. -
+Mentre che 'l frate così ragionava
+Guardosse indietro, e con molta paura
+Fuggia nel bosco. - Ahimè tristo! - cridava
+- Ecco la maladetta creatura,
+Quel che io t'ho detto ch'è cotanto rio.
+Franco barone, io te acomando a Dio. -
+
+Così li disse, e più non aspettava,
+Ché presto nella selva se nascose.
+Quel gigante crudel quivi arivava:
+La barba e le mascielle ha sanguinose;
+Con quel grande occhio d'intorno guardava.
+Vedendo Orlando, a riguardar se il pose;
+Sul col lo abbranca e forte lo dimena,
+Ma nol può sviluppar della catena.
+
+- Io non vo' già lasciar questo grandone, -
+Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato;
+Debbe esser sodo come un bon montone:
+Integro a cena me lo avrò mangiato,
+Sol de una spalla vo' fare un boccone. -
+Così dicendo, ha il grande occhio voltato,
+E vede Durindana su la terra:
+Presto se china e quella in mano afferra.
+
+E soi tre dardi e il suo baston ferrato
+Ad una quercia avea posati apena,
+Che Durindana, quel brando afilato,
+Con ambe mano adosso a Orlando mena;
+Lui non occise, perché era fatato,
+Ma ben gli taglia adosso ogni catena;
+E sì gran bastonata sente il conte,
+Che tutto suda dai piedi alla fronte.
+
+Ma tanto è l'allegrezza de esser sciolto,
+Che nulla cura quella passïone.
+Dalle man del gigante è presto tolto;
+Corre alla quercia, e piglia il gran bastone.
+Quel dispietato se turbò nel volto,
+Ché se 'l credea portar come un castrone:
+Poi che altramente vede il fatto andare,
+Per forza se il destina conquistare.
+
+Come sapiti, essi hanno arme cambiate.
+Orlando teme assai della sua spada,
+Però non se avicina molte fiate;
+Da largo quel gigante tiene a bada.
+Ma lui menava botte disperate:
+Il conte non ne vôl di quella biada;
+Or là, or qua giamai fermo non tarda,
+E da sua Durindana ben se guarda.
+
+Batte spesso il gigante del bastone,
+Ma tanto viene a dir come nïente,
+Ché quello è armato d'ungie de grifone:
+Più dura cosa non è veramente.
+Per lunga stracca pensa quel barone
+Che nei tre giorni pur sarà vincente;
+E mentre che 'l combatte in tal riguardo,
+Muta pensiero, e prende in mano un dardo.
+
+Un di quei dardi che lasciò il gigante;
+Orlando prestamente in man l'ha tolto.
+Non fallò il colpo quel segnor d'Anglante,
+Ché proprio a mezo l'occhio l'ebbe còlto.
+Un sol n'avea, come odisti davante,
+E quel sopra del naso in cima al volto:
+Per quello occhio andò il dardo entro al cervello;
+Cade il gigante in terra con flagello.
+
+Non fa più colpo a sua morte mistiero:
+Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia.
+Ora ritorna il frate in sul sentiero,
+Ma come vede quel gigante in faccia,
+Ben che sia morto, li parve sì fiero,
+Che ancor fuggendo nel bosco si caccia.
+Ridendo Orlando il chiama ed assicura:
+E quel ritorna, ed ha pur gran paura.
+
+E poi diceva: - O cavallier de Dio,
+Ché ben così ti debbo nominare,
+Opera de un baron devoto e pio
+Serà de morte l'anime campare
+Che avea nella pregion quel mostro rio:
+Alla spelonca te saprò guidare.
+Ma se un gigante fosse rivenuto,
+Da me non aspettare alcuno aiuto. -
+
+Così dicendo alla spelonca il guida,
+Ma de entrar dentro il frate dubitava.
+Orlando in su la bocca forte crida:
+Una gran pietra quel buco serrava.
+Là giù se odino voce in pianto e strida,
+Ché quella gente forte lamentava.
+La pietra era de un pezzo, quadra e dura;
+Dece piedi è ogni quadro per misura.
+
+Aveva un piede e mezo di grossezza,
+Con due catene quella si sbarava.
+In questo loco infinita fortezza
+Volse mostrare il gran conte di Brava;
+Con Durindana le catene spezza,
+Poi su le braccia la pietra levava;
+E tutti quei prigion subito sciolse,
+Ed andò ciascadun là dove volse.
+
+De qui se parte il conte, e lascia il frate;
+Va per la selva dietro ad un sentiero,
+E gionse proprio dove quattro strate
+Faceano croce; e stava in gran pensiero
+Qual de esse meni alle terre abitate.
+Vede per l'una venire un correro;
+Con molta fretta quel correro andava:
+Il conte de novelle il dimandava.
+
+Dicea colui: - Di Media son venuto,
+E voglio andare al re di Circasia;
+Per tutto il mondo vo' cercando aiuto
+Per una dama, che è regina mia.
+Ora ascoltati il caso intravenuto:
+Il grande imperator di Tartaria
+De la regina è inamorato forte,
+Ma quella dama a lui vôl mal di morte.
+
+Il patre della dama, Galifrone,
+È omo antiquo ed amator di pace;
+Né col Tartaro vôl la questïone,
+Ché quello è un segnor forte e troppo audace.
+Vôl che la figlia, contra a ogni ragione,
+Prenda colui che tanto li dispiace:
+La damigella prima vôl morire
+Che alla voglia del patre consentire.
+
+Ella ne è dentro ad Albraca fuggita,
+Che longe è dal Cataio una giornata;
+Ed è una rocca forte e ben guarnita,
+Da fare a lungo assedio gran durata.
+Lì dentro adesso è la dama polita,
+Angelica nel mondo nominata;
+Ché qualunche è nel cel più chiara stella,
+Ha manco luce ed è di lei men bella. -
+
+Poi che partito fo quel messagiero,
+Orlando via cavalca alla spiccata;
+E ben pare a se stesso nel pensiero
+Aver la bella dama guadagnata.
+Così pensando, il franco cavalliero
+Vede una torre con lunga murata,
+La qual chiudeva de uno ad altro monte;
+Di sotto ha una rivera con un ponte.
+
+Sopra a quel ponte stava una donzella,
+Con una coppa di cristallo in mano.
+Veggendo il conte, con dolce favella
+Fassigli incontra, e con un viso umano
+Dice: - Baron, che seti su la sella,
+Se avanti andati, vo' andareti in vano.
+Per forza o ingegno non si può passare:
+La nostra usanza vi convien servare.
+
+Ed è l'usanza che in questo cristallo
+Bever conviensi di questa rivera. -
+Non pensa il conte inganno o altro fallo:
+Prende la coppa piena, e beve intera.
+Come ha bevuto, non fa lungo stallo
+Che tutto è tramutato a quel che egli era;
+Né sa per che qui venne, o come, o quando,
+Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.
+
+Angelica la bella gli è fuggita
+Fuor della mente, e lo infinito amore
+Che tanto ha travagliata la sua vita;
+Non se ricorda Carlo imperatore.
+Ogni altra cosa ha del petto bandita,
+Sol la nova donzella gli è nel core;
+Non che di lei se speri aver piacere,
+Ma sta suggetto ad ogni suo volere.
+
+Entra la porta sopra a Brigliadoro,
+Fuor di se stesso, quel conte di Brava.
+Smonta a un palagio de sì bel lavoro,
+Che per gran meraviglia il riguardava;
+Sopra a colonne de ambro e base d'oro
+Una ampla e ricca logia se posava;
+Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto,
+Il cel de azurro ed ôr tutto è depinto.
+
+Davanti della logia un giardin era,
+Di verdi cedri e di palme adombrato,
+E de arbori gentil de ogni maniera.
+Di sotto a questi verdeggiava un prato,
+Nel qual sempre fioriva primavera:
+Di marmoro era tutto circondato;
+E da ciascuna pianta e ciascun fiore
+Usciva un fiato di suave odore.
+
+Posesi il conte la logia a mirare,
+Che avea tre facce, ciascuna depinta.
+Sì seppe quel maestro lavorare,
+Che la natura vi serebbe vinta.
+Mentre che il conte stava a riguardare,
+Vide una istoria nobile e distinta.
+Donzelle e cavallieri eran coloro:
+Il nome de ciascuno è scritto d'oro.
+
+Era una giovanetta in ripa al mare,
+Sì vivamente in viso colorita,
+Che, chi la vede, par che oda parlare.
+Questa ciascuno alla sua ripa invita,
+Poi li fa tutti in bestie tramutare.
+La forma umana si vedia rapita;
+Chi lupo, chi leone e chi cingiale,
+Chi diventa orso, e chi grifon con l'ale.
+
+Vedevasi arivar quivi una nave,
+E un cavalliero uscir di quella fuore,
+Che con bel viso e con parlar suave
+Quella donzella accende del suo amore.
+Essa pareva donarli la chiave,
+Sotto la qual si guarda quel liquore,
+Col qual più fiate quella dama altera
+Tanti baron avea mutati in fera.
+
+Poi si vedea lei tanto accecata
+Del grande amor che portava al barone,
+Che dalla sua stessa arte era ingannata,
+Bevendo al napo della incantasone;
+Ed era in bianca cerva tramutata,
+E da poi presa in una cacciasone
+(Circella era chiamata quella dama):
+Dolesi quel baron che lei tanto ama.
+
+Tutta la istoria sua ve era compita,
+Come lui fugge, e lei dama tornava.
+La depintura è sì ricca e polita,
+Che d'ôr tutto il giardino aluminava.
+Il conte, che ha la mente sbigotita,
+Fuor de ogni altro pensier quella mirava.
+Mentre che de se stesso è tutto fore,
+Sente far nel giardino un gran romore.
+
+Ma poi vi contarò di passo in passo
+Di quel romore, e chi ne fu cagione.
+Ora voglio tornare al re Gradasso,
+Che tutto armato, come campïone,
+Alla marina giù discese al basso.
+Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone:
+Or pensati se il debbe aspettare,
+Ché quel dua millia leghe è longe in mare.
+
+Ma poi che vede il cel tutto stellato,
+E che Ranaldo pur non è apparito,
+Credendo certamente esser gabato
+Ritorna al campo tutto invelenito.
+Diciam de Ricciardetto adolorato,
+Che, poi che vede il giorno esserne gito,
+E che non è tornato il suo germano,
+O morto, o preso lo crede certano.
+
+De l'animo che egli è, voi lo pensati;
+Ma non lo abatte già tanto il dolore,
+Che non abbia i Cristian tutti adunati,
+E del suo dipartir conta il tenore;
+E quella notte se ne sono andati.
+Non ebbeno i Pagani alcun sentore;
+Ché ben tre leghe il sir di Montealbano
+Dal re Marsilio aloggiava lontano.
+
+Via caminando van senza riposo,
+Fin che son gionti di Francia al confino.
+Or tornamo a Gradasso furïoso:
+Tutta sua gente fa armare al matino.
+Marsilio da altra parte è pauroso,
+Ché preso è Ferraguto e Serpentino,
+Né vi ha baron che ardisca di star saldo:
+Fugirno i Cristïan, perso è Ranaldo.
+
+Viene lui stesso, con basso visaggio,
+Avante al re Gradasso ingenocchione;
+De' Cristïani raconta lo oltraggio,
+Che fuggito è Ranaldo, quel giottone.
+Esso promette voler fare omaggio,
+Tenir il regno come suo barone;
+Ed in poche parole èssi acordato;
+L'un campo e l'altro insieme è mescolato.
+
+Uscì Grandonio fuor de Barcellona;
+E fece poi Marsilio il giuramento
+Di seguir de Gradasso la corona
+Contra di Carlo e del suo tenimento.
+Esso in secreto e palese ragiona
+Che disfarà Parigi al fondamento,
+Se non gli è dato il suo Baiardo in mano;
+E tutta Francia vôl gettare al piano.
+
+Già Ricciardetto con tutta la gente
+È gionto dal re Carlo imperatore;
+Ma di Ranaldo non sa dir nïente.
+Di questo è nato in corte un gran romore.
+Quei di Magancia assai vilanamente
+Dicono che Ranaldo è un traditore.
+Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire,
+E vôl battaglia con chi lo vôl dire.
+
+Ma il re Gradasso ha già passati i monti,
+Ed a Parise se ne vien disteso.
+Raduna Carlo soi principi e conti,
+E bastagli lo ardir de esser diffeso.
+Nella cità guarnisce torre e ponti,
+Ogni partito della guerra è preso.
+Stanno ordinati; ed ecco una matina
+Vedon venir la gente saracina.
+
+Lo imperatore ha le schiere ordinate
+Già molti giorni avanti nella terra.
+Or le bandiere tutte son spiegate,
+E suonan gl'instrumenti de la guerra.
+Tutte le gente sono in piaza armate,
+La porta di San Celso se disserra;
+Pedoni avanti, e dietro i cavallieri:
+Il primo assalto fa il danese Ogieri.
+
+Il re Gradasso ha sua gente partita
+In cinque parte, ognuna è gran battaglia.
+La prima è de India una gente infinita:
+Tutti son negri la brutta canaglia.
+Sotto a duo re sta questa gente unita:
+Cardone è l'uno, e come cane abaglia;
+Il suo compagno è il dispietato Urnasso,
+Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso.
+
+A Stracciaberra la seconda tocca.
+Mai non fu la più brutta creatura:
+Dui denti ha de cingial fuor della bocca,
+Sol nella vista a ogni om mette paura.
+Con lui Francardo, che con l'arco scocca
+Dardi ben lunghi e grossi oltra misura.
+Di Taprobana è poi la terza schiera;
+Conducela il suo re, e quello è l'Alfrera.
+
+La quarta è tutta la gente di Spagna,
+Il re Marsilio ed ogni suo barone.
+La quinta, che empie il monte e la campagna,
+È proprio di Gradasso il suo penone;
+Tanta è la gente smisurata e magna,
+Che non se ne può far descrizïone.
+Ma parlamo ora del forte Danese,
+Che con Cardone è già gionto alle prese.
+
+Dodeci millia di bella brigata
+Mena il danese Ogieri alla battaglia,
+E tutta insieme stretta e ben serrata;
+La schiera de quei negri apre e sbaraglia.
+Contra a Cardone ha la lancia arestata:
+Quel brutto viso come un cane abaglia;
+Sopra un gambilo armato è il maledetto.
+Danese lo colpisce a mezo il petto.
+
+E non li vale scudo o pancirone,
+Ché giù di quel gambilo è ruinato;
+Or tra' di calci al vento sul sabbione,
+Perché da banda in banda era passato.
+Movese Urnasso, l'altro compagnone:
+Verso il Danese ha de un dardo lanciato.
+Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo,
+Ed andò il ferro insino al petto nudo.
+
+Ogier turbato li sperona adosso;
+Quel lanciò l'altro con tanto furore,
+Che li passò la spalla insino a l'osso,
+E ben sente il Danese un gran dolore,
+Fra sé dicendo: "Se accostar mi posso,
+Io te castigarò, can traditore!"
+Ma quello Urnasso e dardi in terra getta,
+E prende ad ambe mani una gran cetta.
+
+Segnor, sappiate che il caval de Urnasso
+Fu bon destriero e pien de molto ardire:
+Un corno aveva in fronte lungo un passo,
+Con quel suoleva altrui spesso ferire.
+Ma per adesso di cantar vi lasso,
+Ché, quando è troppo, incresce ogni bel dire:
+E la battaglia, ch'ora è cominciata,
+Serà crudele e lunga e smisurata.
+
+Canto settimo
+
+Dura battaglia e crudele e diversa
+È cominciata, come ho sopra detto;
+Ora il Danese Urnasso giù riversa:
+Partito l'ha Curtana insino al petto.
+Questa schiera pagana era ben persa;
+Ma quel destrier de Urnasso maledetto
+Ferì il Danese col corno alla coscia:
+Lo arnese e quella passa con angoscia.
+
+Era il Danese in tre parte ferito,
+E tornò indrieto a farse medicare.
+Lo imperator, che 'l tutto avea sentito,
+Fa Salamone alla battaglia entrare,
+E dopo lui Turpino, il prete ardito;
+Il ponte a San Dionigi fa callare,
+E mette Gaino fuor con la sua scorta:
+Ricardo fece uscir de un'altra porta.
+
+De un'altra uscitte il possente Angelieri,
+Dudon quel forte, che a bontà non mente:
+E da Porta Real vien Olivieri,
+E di Bergogna quel Guido possente;
+Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,
+Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,
+Chi da una porta e chi da l'altra vene,
+Per dare a' Saracin sconfitta e pene.
+
+Lo imperator, de gli altri più feroce,
+Uscitte armato, e guida la sua schiera,
+Racomandando a Dio con umil voce
+La cità di Parigi, che non piera.
+Monaci e preti con reliquie e croce
+Vanno de intorno, e fan molte preghera
+A Dio e a' Santi, che diffenda e guardi
+Re Carlo Mano e' soi baron gagliardi.
+
+Ora suona a martello ogni campana,
+Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;
+E da ogni parte la gente pagana
+Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati.
+Battaglia non fu mai cotanto strana,
+Ché tutti insieme son ramescolati.
+Olivier tra la gente saracina
+Un fiume par che fenda la marina.
+
+Cavalli e cavallier vanno a traverso,
+E questo occide, e quel getta per terra;
+Mena Altachiera a dritto ed a roverso,
+Più che mille altri ai Saracin fa guerra:
+Non creder che un sol colpo egli abbia perso.
+Ecco scontrato fu con Stracciaberra,
+Quel negro de India, re di Lucinorco,
+C'ha for di bocca il dente come porco.
+
+Tra lor durò la battaglia nïente,
+Ché il marchese Olivier mosse Altachiera,
+Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente,
+Partendo in mezo quella faccia nera;
+Poi dà tra li altri col brando tagliente,
+Mete in ruina tutta quella schiera;
+E mentre che 'l combatte con furore,
+Ariva quivi Carlo imperatore.
+
+Avea quel re la spada insanguinata,
+Montato era quel giorno in su Baiardo;
+La gente saracina ha sbarattata,
+Mai non fu visto un re tanto gagliardo.
+Ripone il brando e una lancia ha pigliata,
+Però che ebbe adocchiato il re Francardo:
+Francardo, re d'Elissa, l'Indïano,
+Che combattendo va con lo arco in mano.
+
+Sagittando va sempre quel diverso:
+Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco.
+Lo imperatore il gionse su il traverso,
+E tutto lo passò da fianco a fianco;
+De l'anima pensati, il corpo è perso.
+Ma già non parve allor Baiardo stanco;
+Col morto era il gambilo in sul sentiero,
+Sopra de un salto li passò il destriero.
+
+- Chi mi potrà giamai chiuder il passo,
+Ch'io non ritrovi a mio diletto scampo? -
+Dicea il re Carlo; e con molto fracasso
+Parea fra' Saracin di foco un vampo.
+Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso,
+Andava a vota sella per il campo.
+Col corno in fronte va verso Baiardo:
+Non si spaventa quel destrier gagliardo.
+
+Senza che Carlo lo governi o guide,
+Volta le groppe e un par de calci sferra;
+Dove la spalla a ponto se divide,
+Gionse a Cornuto, e gettalo per terra.
+Oh quanto Carlo forte se ne ride!
+Mo se incomincia ad ingrossar la guerra,
+Perché de' Saracin gionge ogni schiera;
+Davanti a tutti gli altri vien l'Alfrera.
+
+Su la zirafa viene il smisurato,
+Menando forte al basso del bastone:
+Turpin de Rana al campo ebbe trovato,
+Sotto la cinta se il pose al gallone;
+Tal cura n'ha se non l'avesse a lato.
+Dopo lui branca Berlengiere e Otone:
+De tutti tre dopo ne fece un fasso,
+Legati insieme li porta a Gradasso.
+
+E ritornò ben presto alla campagna,
+Ché tutti gli altri ancora vôl pigliare.
+Gionse Marsilio e sua gente di Spagna;
+Or si comincia le man a menare.
+La vita o il corpo qua non si sparagna,
+Ciascun tanto più fa, quanto può fare.
+Già tutti i paladini ed Olivieri
+Sono redutti intorno allo imperieri.
+
+Egli era in su Baiardo, copertato
+A zigli d'ôr da le côme al tallone;
+Oliviero il marchese a lato a lato,
+Alle sue spalle il possente Dudone,
+Angelieri e Ricardo apregïato,
+Il duca Naimo e il conte Ganelone.
+Ben stretti insieme vanno con ruina
+Contra a Marsilio e gente saracina.
+
+Ferraguto scontrò con Olivieri:
+Ebbe vantaggio alquanto quel pagano,
+Ma non che lo piegasse de il destrieri;
+Poi cominciorno con le spade in mano.
+E scontrorno Spinella ed Angelieri;
+E il re Morgante se scontrò con Gano,
+E lo Argalifa e il duca di Bavera,
+E tutta insieme poi schiera con schiera.
+
+Così le schiere sono insieme urtate.
+Grandonio era afrontato con Dudone;
+Questi si davan diverse mazate,
+Però che l'uno e l'altro avea il bastone.
+Par che le gente siano acoppïate;
+Re Carlo Mano è con Marsilïone:
+E ben l'arebbe nel tutto abattuto,
+Se non gli fosse gionto Ferraguto,
+
+Che lasciò la battaglia de Oliviero,
+Tanto gl'increbbe di quel suo cïano.
+Ma quel marchese, ardito cavalliero,
+Venne allo aiuto lui de Carlo Mano.
+Or ciascun di lor quattro è bon guerrero,
+Di core ardito e ben presto di mano;
+Re Carlo era quel giorno più gagliardo
+Che fosse mai, perché era su Baiardo.
+
+Ciascuno è gran barone, o re possente,
+E per onore e gloria se procaccia;
+Non se adoprano i scudi per nïente,
+Ogni om mena del brando ad ambe braccia.
+Ma in questo tempo la cristiana gente
+La schiera saracina in rotta caccia;
+Del re Marsilio è in terra la bandiera.
+Ecco alla zuffa è tornato l'Alfrera.
+
+Quella gente de Spagna se ne andava
+A tutta briglia fuggendo nel piano.
+Marsilio, né Grandonio li voltava,
+Anci con gli altri in frotta se ne vano.
+E lo Argalifa le gambe menava,
+E il re Morgante, quel falso pagano;
+Spinella si fuggiva alla distesa:
+Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.
+
+Lui ritornava a guisa di leone,
+Né mai le spalle al tutto rivoltava.
+Adosso a lui sempre è il franco Dudone,
+Olivieri e il re Carlo martellava.
+Lui or de ponta, or mena riversone,
+Or questo, or quel di tre spesso cacciava;
+Ma, come egli era punto dai soi mosso,
+A furia tutti tre gli eran adosso.
+
+E certamente l'avrian morto, o preso,
+Ma, come è detto, ritornò l'Alfrera.
+Mena il bastone di cotanto peso,
+Al primo colpo divide una schiera.
+Già Guido di Bergogna a lui si è reso,
+Con esso il vecchio duca di Bavera;
+Ma Olivïer, Dudone e Carlo Mano
+Tutti tre insieme adosso a lui ne vano.
+
+Chi di qua, chi di là li viene a dare,
+Ciascun li è intorno con fronte sicura;
+Lui la zirafa non può rivoltare,
+Ch'è bestia pigra molto per natura.
+Colpi diversi ben potea menare:
+Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura;
+Ma, poi che più non può, nanti a Gradasso
+Con la ziraffa fugge di trapasso.
+
+Il re Gradasso lo vede venire,
+Che l'avea prima in bona opinïone.
+Verso di lui se afronta, e prese a dire:
+- Ahi brutto manigoldo! vil briccone!
+Non te vergogni a tal modo fuggire?
+Tanto sei grande e sei tanto poltrone?
+Va nel mio paviglion, vituperato!
+Fa che più mai io non ti veda armato. -
+
+E così detto, tocca la sua alfana;
+Al primo scontro riversò Dudone.
+Mostra Gradasso forza più che umana:
+Ricardo abatte e lo re Salamone.
+Movesi la sua gente sericana,
+A tutti fa il suo core di dracone;
+Di ferro intorno è cinta la sua lanza:
+Mai non fu al mondo sì fatta possanza.
+
+E' se fu riscontrato al conte Gano:
+Gionse nel scudo, a petto del falcone;
+A gambe aperte lo gittò sul piano.
+Da longe ebbe veduto il re Carlone:
+Spronagli adosso, con la lancia in mano,
+Al primo colpo il getta de l'arcione;
+La briglia de Baiardo in mano ha tolta:
+Presto le groppe quel destrier rivolta.
+
+Forte cridando, un par de calci mena,
+Di sotto dal genocchio il colse un poco;
+La schinera è incantata e grossa e piena,
+Pur dentro se piegò gettando foco.
+Mai non sentì Gradasso cotal pena:
+Tanto ha la doglia, che non trova loco.
+Lascia Baiardo e la briglia abandona:
+Dentro a Parigi va la bestia bona.
+
+Gradasso si ritorna al pavaglione;
+Non dimandati se l'ha gran dolore.
+S'è radotto nel campo ier un vecchione,
+Che della medicina avea l'onore.
+Legò il genocchio con molta ragione;
+Poi de radice e d'erbe avea un liquore,
+Che, come il re Gradasso l'ha bevuto,
+Par che quel colpo mai non abbia avuto.
+
+Or torna alla battaglia assai più fiero:
+Non è rimedio alla sua gran possanza.
+Venegli addosso il marchese Oliviero,
+Ma lui lo atterra de un colpo de lanza.
+Avolio, Avino e Guido ed Angeliero
+Van tutti quattro insieme ad una danza:
+A dire in summa, e' non vi fu barone
+Che non l'avesse quel giorno pregione.
+
+Il popol cristïano in fuga è volto.
+Né contra a' Saracin più fan diffesa.
+Ogni franco baron di mezzo è tolto,
+L'altra gentaglia fugge alla distesa.
+Non vi è chi mostri a quei pagani il volto;
+Tutta la bona gente è morta, o presa;
+Gli altri tutti ne vanno in abandono.
+Sempre alle spalle e Saracin li sono.
+
+Or dentro da Parigi è ben palese
+La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione.
+Salta del letto subito il Danese,
+Forte piangendo, quel franco barone.
+Fascia la coscia, vestise l'arnese,
+Ed a la porta ne viene pedone;
+Ché, per non indugiare, il sir pregiato
+Comanda che il destrier li sia menato.
+
+Come qui gionge, la porta è serrata,
+Di fuor da quella se odeno gran stride;
+Morta è tutta la gente battizata.
+Non vôle aprir quel portiero omicide;
+Perché la Pagania non vi sia entrata,
+Comporta che i Pagan sua gente occide.
+Il Danese lo prega e lo conforta
+Che sotto a sua diffesa apra la porta.
+
+Quel portier crudo con turbata faccia
+Dice al Danese che non vôle aprire,
+E con parole superbe il minaccia,
+Se dalla guardia sua non se ha a partire.
+Il Danese turbato prende una accia;
+Ma, come quello il vede a sé venire,
+Lascia la porta e fugge per la terra:
+Presto il Danese quella apre e disserra.
+
+Il ponte cala lo ardito guerrero;
+Sopra vi monta lui con l'accia in mano.
+Ora di aver boni occhi li è mestiero,
+Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano,
+E ciascadun vôle essere il primero.
+Meschiato è tra lor seco alcun pagano;
+Ben lo cognosce il Danese possente,
+E con quella accia fa ciascun dolente.
+
+Gionge la furia de' pagani in questa:
+Avanti a tutti gli altri è Serpentino.
+Sopra del ponte salta con tempesta,
+L'accia mena il Danese paladino,
+E gionge a Serpentino in su la testa.
+Tutto se avampa a foco l'elmo fino,
+Perché di fatasone era sicura
+Del franco Serpentin quella armatura.
+
+Sente il Danese la folta arivare:
+Gionge Gradasso e Ferragù possente.
+Ben vede lui che non può riparare,
+Tanto gli ingrossa d'intorno la gente;
+Il ponte alle sue spalle fa tagliare.
+Giamai non fu un baron tanto valente;
+Contra tanti pagan tutto soletto
+Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.
+
+Intorno li è Gradasso tutta fiata,
+E ben comanda che altri non se impaccia.
+Sente il Danese la porta serrata:
+Ormai più non si cura, e mena l'accia.
+Gradasso con la man l'ebbe spezzata;
+Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia.
+Grande è il Danese e forte campïone,
+Ma pur Gradasso lo porta prigione.
+
+Dentro alla terra non è più barone,
+Ed è venuto già la notte scura.
+Il popol tutto fa processïone,
+Con veste bianche e con la mente pura:
+Le chiesie sono aperte e le pregione.
+Il giorno aspetta con molta paura;
+Né altro ne resta che, alla porta aperta,
+Veder se stesso e sua cità deserta.
+
+Astolfo con quelli altri fo lasciato,
+Né se amentava alcun che 'l fosse vivo;
+Perché, come fu prima impregionato,
+Fu detto a pieno che de vita è privo.
+Era lui sempre di parlar usato,
+E vantatore assai più che non scrivo;
+Però, come odì 'l fatto, disse: - Ahi lasso!
+Ben seppe come io stava il re Gradasso.
+
+Se io me trovavo della pregion fuora,
+Non era giamai preso il re Carlone:
+Ma ben li ponerò rimedio ancora.
+Il re Gradasso vo' pigliar pregione;
+E domatina, al tempo de l'aurora,
+Armato e solo io montarò in arcione;
+Stati voi sopra a' merli alla vedetta.
+Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! -
+
+Di for se allegra quella gente fiera,
+E stanno al re Gradasso tutti intorno.
+Lui sta nel mezzo con superba ciera,
+Per prender la citade al novo giorno;
+Per allegrezza perdonò a l'Alfrera.
+Or condutti e pregion davanti fôrno:
+Come Gradasso vide Carlo Mano,
+Seco lo assetta e prendelo per mano.
+
+Ed a lui disse: - Savio imperatore,
+Ciascun segnor gentil e valoroso
+La gloria cerca e pascese de onore.
+Chi attende a far ricchezze, o aver riposo,
+Senza mostrare in prima il suo valore,
+Merta del regno al tutto esser deposo.
+Io, che in Levante mi potea possare,
+Sono in Ponente per fama acquistare.
+
+Non certamente per acquistar Franza,
+Né Spagna, né Alamagna, né Ungaria:
+Lo effetto ne farà testimonianza.
+A me basta mia antiqua segnoria;
+Equale a me non voglio di possanza.
+Adunque ascolta la sentenzia mia:
+Un giorno integro tu con toi baroni
+Voglio che in campo me siati prigioni;
+
+Poi ne potrai a tua cità tornare,
+Ché io non voglio in tuo stato por la mano,
+Ma con tal patto: che me abbi a mandare
+Il destrier del segnor di Montealbano;
+Ché de ragione io l'ebbi ad acquistare,
+Abenché me gabasse quel villano.
+E simil voglio, come torni Orlando,
+Che in Sericana mi mandi il suo brando. -
+
+Re Carlo dice de darli Baiardo,
+E che del brando farà suo potere;
+Ma il re Gradasso il prega senza tardo
+Che mandi a tuorlo, ché lo vuol vedere.
+Così ne viene a Parigi Ricardo;
+Ma come Astolfo questo ebbe a sapere
+(Lui del governo ha pigliato il bastone),
+Prende Ricardo e mettelo in pregione.
+
+Di fuor del campo manda uno araldo
+A disfidar Gradasso e la sua gente;
+E se lui dice aver preso Ranaldo,
+O ver cacciato, o morto, che il ne mente,
+E disdir lo farà come ribaldo;
+Che Carlo ha a fare in quel destrier nïente.
+Ma se lo vôle, esso il venga acquistare;
+Doman su il campo ge l'avrò a menare.
+
+Gradasso domandava a re Carlone
+Chi fosse questo Astolfo e di che sorte.
+Carlo gli dice sua condizïone,
+Ed è turbato ne l'animo forte.
+Gano dicea: - Segnor, egli è un buffone,
+Che dà diletto a tutta nostra corte;
+Non guardare a suo dir, né star per esso
+Che non ci attendi quel che ci hai promesso. -
+
+Dicea Gradasso a lui: - Tu dici bene,
+Ma non creder però per quel ben dire
+Di andarne tu, se Baiardo non viene.
+Sia chi si vôle, egli è de molto ardire.
+Voi seti qui tutti presi con pene,
+E lui vôl meco a battaglia venire.
+Or se ne venga, e sia pur bon guerrero,
+Ch'io son contento; ma mena il destriero.
+
+Ma s'io guadagno per forza il ronzone,
+Io pur far posso de voi il mio volere,
+Né son tenuto alla condizïone,
+Se non m'aveti il patto ad ottenere. -
+O quanto era turbato il re Carlone!
+Ché, dove il crede libertade avere,
+E stato, e robba, ed ogni suo barone,
+Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione.
+
+Astolfo, come prima apparve il giorno,
+Baiardo ha tutto a pardi copertato;
+Di grosse perle ha l'elmo al cerchio adorno
+Guarnito, e d'ôr la spada al manco lato.
+E tante ricche petre aveva intorno,
+Che a un re de tutto il mondo avria bastato:
+Il scudo è d'oro; e su la coscia avia
+La lancia d'ôr, che fu de l'Argalia.
+
+Il sole a punto alora si levava,
+Quando lui giunse in su la prataria.
+A gran furore il suo corno sonava,
+E ad alta voce dopo il suon dicia:
+- O re Gradasso, se forse te grava
+Provarti solo alla persona mia,
+Mena con teco il gran gigante Alfrera,
+E, se te piace, mille in una schiera.
+
+Mena Marsilio e il falso Balugante,
+Insieme Serpentino e Falsirone;
+Mena Grandonio, che è sì gran gigante,
+Che un'altra volta il tratai da castrone,
+E Ferraguto, che è tanto arrogante:
+Ogni tuo paladino, ogni barone
+Mena con teco, e tutta la tua gente;
+Ché te con tutti non temo nïente. -
+
+Con tal parole Astolfo avea cridato:
+Oh quanto il re Gradasso ne ridia!
+Pur se arma tutto e vassene sul prato,
+Ché de pigliar Baiardo voglia avia.
+Cortesemente Astolfo ha salutato,
+Poi dice: - Io non so già che tu ti sia;
+Io domandai de tua condizïone:
+Gano me dice che tu sei buffone.
+
+Altri m'ha detto poi che sei segnore
+Leggiadro, largo, nobile e cortese,
+E che sei de ardir pieno e di valore:
+Quel che tu sia, io non faccio contese,
+Anci sempre ti voglio fare onore;
+Ma questo ti so ben dirti palese,
+Ch'io vo' pigliarte, e sii, se vôi, gagliardo:
+Altro del tuo non voglio, che Baiardo. -
+
+- Ma tu fai senza l'osto la ragione, -
+Diceva Astolfo - e convienla riffare;
+Al primo scontro te levo de arcione,
+E, poi che te odo cortese parlare,
+Del tuo non voglio il valor d'un bottone,
+Ma vo' che ogni pregion m'abbi a donare;
+E te lasciarò andare in Pagania
+Salvo, con tutta la tua compagnia. -
+
+- Io son contento, per lo Dio Macone, -
+Disse Gradasso - e così te lo giuro. -
+Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone,
+Cinto di ferro e tanto grosso e duro,
+Che non di tôrre Astolfo del ronzone,
+Ma credia di atterrare un grosso muro.
+Da l'altra parte Astolfo ben se afranca;
+Forza non ha, ma l'animo non manca.
+
+Già su la alfana se move Gradasso,
+Né Astolfo d'altra parte sta a guardare;
+L'un più che l'altro viene a gran fraccasso,
+A mezo 'l corso si ebbeno a scontrare.
+Astolfo toccò primo il scudo abasso,
+Che per nïente non volìa fallare:
+Sì come io dissi, al scudo basso il tocca,
+E fuor de sella netto lo trabocca.
+
+Quando Gradasso vede ch'egli è in terra,
+Apena che a sé crede che il sia vero:
+Ben vede mo che è finita la guerra,
+E perduto è Baiardo, il bon destriero.
+Levasi in piede, e la sua alfana afferra,
+Vòlto ad Astolfo, e disse: - Cavalliero,
+Con meco hai tu vinta la tenzone:
+A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. -
+
+Così ne vanno insieme a mano a mano;
+Gradasso molto li faceva onore.
+Carlo né i paladini ancor non sano
+Di quella giostra che è fatta, il tenore;
+Ed Astolfo a Gradasso dice piano,
+Che nulla dica a Carlo imperatore,
+Ed a lui sol de dir lassi l'impaccio,
+Ché alquanto ne vôl prender di solaccio.
+
+E gionto avanti a lui, con viso acerbo
+Disse: - E peccati te han cerchiato in tondo.
+Tanto eri altiero e tanto eri superbo,
+Che non stimavi tutto quanto il mondo.
+Ranaldo e Orlando, che fôr di tal nerbo,
+Sempre cercasti di metterli al fondo;
+Ecco: usurpato te avevi Baiardo,
+Or l'ha acquistato questo re gagliardo.
+
+A torto me ponesti in la pregione,
+Per far careze a casa di Magancia:
+Or dimanda al tuo conte Ganelone
+Che ti conservi nel regno di Francia.
+Or non v'è Orlando, fior de ogni barone,
+Non v'è Ranaldo, quella franca lancia;
+Che se sapesti tal gente tenire,
+Non sentiresti mo questo martìre.
+
+Io ho donato a Gradasso il ronzone,
+E già mi son con lui bene accordato;
+Stommi con seco, e servo da buffone,
+Mercè di Gano, che me gli ha lodato:
+So che li piace mia condizïone.
+Ogni om di voi li avrò racomandato:
+Lui Carlo Mano vôl per ripostieri,
+Danese scalco, e per coquo Olivieri.
+
+Io li ho lodato Gano di Maganza
+Per omo forte e digno de alto afare,
+Sì che stimata sia la sua possanza:
+Le legne e l'acqua converrà portare.
+Tutti voi altri poi, gente da zanza,
+A questi soi baron vi vôl donare;
+E se a lor serà grata l'arte mia,
+Farò che avreti bona compagnia. -
+
+Già non rideva Astolfo de nïente,
+E proprio par che 'l dica da davera.
+Non dimandar se il re Carlo è dolente,
+E ciascadun che è preso in quella schiera.
+Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente!
+Hai tu lasciata nostra fede intiera? -
+A lui rispose Astolfo: - Sì, pritone,
+Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. -
+
+Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco:
+Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira.
+Ma poi che Astolfo di beffare è stanco,
+Avanti a Carlo ingenocchion se tira,
+E disse: - Segnor mio, voi seti franco;
+E se il mio fallir mai vi trasse ad ira,
+Per pietate e per Dio chiedo perdono,
+Ché, sia quel ch'io mi voglia, vostro sono.
+
+Ma ben ve dico che mai per nïente
+Non voglio in vostra corte più venire.
+Stia con voi Gano ed ogni suo parente,
+Che sanno il bianco in nero convertire.
+Il stato mio vi lascio obidïente;
+Io domatina mi voglio partire,
+Né mai me posarò per freddo o caldo,
+In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. -
+
+Non sanno ancor se 'l beffa, o dice il vero:
+Tutti l'un l'altro se guardano in volto;
+Sin che Gradasso, quel segnor altiero,
+Comanda che ciascun via se sia tolto.
+Gano fu il primo a montare a destriero:
+Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto,
+E disse a lui: - Non andate, barone:
+Gli altri son franchi, e voi seti pregione. -
+
+- Di cui sono io pregion? - diceva Gano;
+Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. -
+Alor Gradasso fa palese e piano
+Come sia stata tra lor duo la guerra.
+Astolfo il conte Gano prende a mano,
+Con lui davanti di Carlo se atterra,
+E ingenocchiato disse: - Alto segnore,
+Costui voglio francar per vostro amore.
+
+Ma con tal patti e tal condizïone,
+Che in vostra mano e' converrà giurare,
+Per quattro giorni de entrare in pregione,
+E dove, e quando io lo vorò mandare.
+Ma, sopra a questo, vuo' promissïone,
+Perché egli è usato la fede mancare,
+Da' paladini e da vostra corona,
+Darmi legata e presa sua persona. -
+
+Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! -
+E fecelo giurare incontinente.
+Or de andare a Parigi ogni om si spaccia.
+Altro che Astolfo non se ode nïente:
+E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia,
+Ed a lui solo va tutta la gente:
+Campato ha Astolfo, ed è suo quest'onore,
+La fè de Cristo e Carlo imperatore.
+
+Carlo si forza assai de il ritenire:
+Irlanda tutta li volea donare.
+Ma lui se è destinato di partire,
+Ché vôl Ranaldo e Orlando ritrovare.
+Qua più non ne dirò, lasciatel gire,
+Che assai di lui avrò poi a contare:
+Or quella notte, inanti al matutino,
+Partì Gradasso ed ogni Saracino.
+
+Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio,
+Con la sua gente ed ogni suo barone.
+Gradasso ivi montò sopra al naviglio,
+Che era una quantità fuor di ragione.
+Or di narrarvi fatica non piglio
+Il suo vïaggio e quelle regïone
+Di negra gente sotto il cel sì caldo;
+Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.
+
+E conterovi de una alta ventura
+Che li intravenne, e ben meravigliosa,
+E di letizia piena e di sciagura,
+Che forse sua persona valorosa
+Mai non fu a sorte sì spietata e dura.
+Ma pigliar voglio adesso alcuna posa,
+E poi vi contarò ne l'altro canto
+Cose mirabil di allegrezza e pianto.
+
+Canto ottavo
+
+Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso
+(Così se avea quella isola a chiamare),
+Ove la nave fie' il primo riposo,
+La nave che ha il nocchier che non appare.
+Era quello un giardin de arbori ombroso,
+Da ciascun lato in cerco batte il mare;
+Piano era tutto, coperto a verdura;
+Quindeci miglia è intorno per misura.
+
+Di ver ponente, aponto sopra al lito,
+Un bel palagio ricco se mostrava,
+Fatto de un marmo sì terso e polito,
+Che il giardin tutto in esso se specchiava.
+Ranaldo in terra presto fu salito,
+Ché star sopra alla nave dubitava;
+Apena sopra il litto era smontato,
+Ecco una dama, che l'ha salutato.
+
+La dama li dicea: - Franco barone,
+Qua ve ha portato la vostra ventura;
+E non pensati che senza cagione
+Siati condotto, con tanta paura,
+Tanto di longe, in strana regïone;
+Ma vostra sorte, che al principio è dura,
+Avrà fin dolce, allegro e dilettoso,
+Se avete il cor, come io credo, amoroso. -
+
+Così dicendo per la mano il piglia,
+E dentro al bel palagio l'ha menato:
+Era la porta candida e vermiglia,
+E di ner marmo, e verde, e di meschiato.
+Il spazo che coi piedi se scapiglia,
+Pur di quel marmo è tutto varïato;
+Di qua, di là son logie in bel lavoro,
+Con relevi e compassi azuro e de oro.
+
+Giardini occulti di fresca verdura
+Son sopra a' tetti e per terra nascosi;
+Di gemme e d'oro a vaga depintura
+Son tutti e lochi nobili e zoiosi;
+Chiare fontane e fresche a dismisura
+Son circondate d'arboscelli ombrosi;
+Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore
+Da tornar lieto ogni affannato core.
+
+La dama entra una logia col barone,
+Adorna molto, ricca e delicata,
+Per ogni faccia e per ogni cantone
+Di smalto in lama d'oro istorïata;
+Verdi arboscelli e di bella fazione
+Dal loco aperto la teneano ombrata;
+E le colonne di quel bel lavoro
+Han di cristallo il fusto e il capo d'oro.
+
+In questa logia il cavalliero intrava.
+Di belle dame ivi era una adunanza;
+Tre cantavano insieme, e una suonava
+Uno instrumento fuor de nostra usanza,
+Ma dolce molto il cantare acordava;
+L'altre poi tutte menano una danza.
+Come intrò dentro il cavalliero adorno,
+Così danzando lo acerchiarno intorno.
+
+Una di quelle con sembianza umana
+Disse: - Segnor, le tavole son pose,
+E l'ora della cena è prossimana. -
+Così per l'erbe fresche ed odorose
+Seco il menarno a lato alla fontana
+Sotto un coperto di vermiglie rose:
+Quivi è apparato, che nulla vi manca,
+Di drappo d'oro e di tovaglia bianca.
+
+Quattro donzelle se fôrno assettate,
+E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio.
+Ranaldo sta smarito in veritate;
+Di grosse perle adorno era il suo segio.
+Quivi venner vivande delicate,
+Coppe con zoie di mirabil pregio,
+Vin di bon gusto e di suave odore:
+Servon tre dame a lui con molto onore.
+
+Poi che la cena comincia a finire,
+E fôr scoperte le tavole d'oro,
+Arpe e leuti se poterno udire.
+A Ranaldo se acosta una di loro,
+Basso alla orecchia li comincia a dire:
+- Questa casa real, questo tesoro
+E l'altre cose che non pôi vedere,
+Che più son molto, sono a tuo piacere.
+
+Per tua cagione è tutto edificato,
+E per te solo il fece la regina;
+Ben ti dei reputare aventurato,
+Che te ami quella dama pellegrina.
+Essa è più bianca che ziglio nel prato,
+Vermiglia più che rosa in su la spina;
+La giovenetta Angelica se chiama,
+Che tua persona più che il suo core ama. -
+
+Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza,
+Ode nomar colei che odiava tanto,
+Non ebbe alla sua vita tal tristezza,
+E cambiosse nel viso tutto quanto;
+La lieta casa ormai nulla non prezza,
+Anci li assembra un loco pien di pianto.
+Ma quella dama li dice: - Barone,
+Anci non pôi disdir, ché sei pregione.
+
+Qua non te val Fusberta adoperare,
+Né te varìa, se avesti il tuo Baiardo:
+Intorno ad ogni parte cinge il mare;
+Qui non te vale ardir né esser gagliardo.
+Quel cor tanto aspro ti convien mutare:
+Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo.
+Se de mirarla il cor non ti conforta,
+Come vedrai alcun che odio ti porta? -
+
+Così dicea la bella giovanetta,
+Ma nulla ne ascoltava il cavalliero,
+Né quivi alcuna de le dame aspetta,
+Anci soletto va per il verziero.
+Non trova cosa quivi che 'l diletta;
+Ma con cor crudo, dispietato e fiero
+Partir de quivi al tutto se destina,
+E da ponente torna alla marina.
+
+Trova il naviglio che l'avea portato,
+E sopra a quel soletto torna ancora,
+Perché nel mar si serebbe gettato
+Più presto che al giardin far più dimora.
+Non se parte il naviglio, anzi è acostato,
+E questo è la gran doglia che lo acora;
+E fa pensier, se non se pô partire,
+Gettarse in mare ed al tutto morire.
+
+Ora il naviglio nel mar se alontana,
+E con ponente in poppa via camina;
+Non lo potria contar la voce umana
+Come la nave va con gran ruina.
+Ne l'altro giorno una gran selva e strana
+Vede, ed a quella il legno se avicina.
+Ranaldo al litto di quella dismonta:
+Subito un vecchio bianco a lui se afronta.
+
+Forte piangendo quel vecchio dicia:
+- Deh non me abandonar, franco barone,
+Se onor te move di cavalleria,
+Che è la diffesa di iusta ragione!
+Una donzella, che è figliola mia,
+Emme rapita da un falso latrone,
+E pur adesso presa se la mena:
+Ducento passi non è longe apena. -
+
+Mosse pietate quel baron gagliardo:
+Benché sia a piedi, armato con la spada
+A seguire il ladron già non fu tardo;
+Coperto d'arme corre quella strada.
+Come lo vide quel ladron ribaldo,
+Lascia la dama, e già non stette a bada;
+Pose alla bocca un grandissimo corno:
+Par che risuoni l'aria e il cel d'intorno.
+
+Venne Ranaldo la vista ad alciare:
+A sé davanti vede un monticello,
+Che facea un capo piccoletto in mare.
+Alla cima di quello era un castello,
+Che al suon del corno il ponte ebbe a calare;
+Fuor ne venne un gigante iniquo e fello:
+Sedeci piedi è da la terra altano,
+Una catena e un dardo tiene in mano.
+
+Quella catena ha da capo un uncino:
+Or chi potrà questa opra indovinare?
+Come fu gionto il gigante mastino,
+Il dardo con gran forza ebbe a lanciare.
+Gionge nel scudo, che è ben forte e fino,
+Ma tutto quanto pur l'ebbe a passare;
+Usbergo e maglia tutto ebbe passato:
+Ferì il barone alquanto nel costato.
+
+Dicea Ranaldo a lui: - Te tien a mente
+Chi meglio de noi duo di spada fiera! -
+E vàlli addosso iniquitosamente.
+Come il gigante il vide nella ciera,
+Volta le spalle e non tarda nïente;
+Forte correndo fugge a una riviera.
+Questa riviera un ponte sopra avia:
+Una sol pietra quel ponte facìa.
+
+Nel capo di quel ponte era uno annello;
+Dentro li attacca il gigante l'oncino.
+E già Ranaldo è sopra 'l ponticello,
+Ché, correndo, al pagano era vicino.
+Tirò lo ingegno con gran forza il fello:
+La pietra se profonda. - O Dio divino -
+Dicea Ranaldo - aiuta! O Matre eterna! -
+Così dicendo va nella caverna.
+
+Era la tana oscura e tenebrosa,
+E sopra ad essa la fiumana andava;
+Una catena dentro vi era ascosa,
+Che il caduto baron presto legava.
+E quel gigante già non se riposa;
+Così legato in spalla sel portava,
+A lui dicendo: - E perché davi impaccio
+Al mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. -
+
+Non respondia Ranaldo alcuna cosa,
+Ma nella mente tristo ne dicia:
+"Or ti par che fortuna ruïnosa
+Una disgrazia dietro a l'altra invia!
+Qual sorte al mondo è la più dolorosa
+Non se paragia alla sventura mia,
+Ch'in tal miseria mi vedo arivare,
+Né con qual modo lo sapria contare."
+
+Così dicendo, già sono su il ponte
+Che del crudel castello era l'intrata:
+Teste de occisi nella prima fronte,
+E gente morta vi pende apiccata;
+Ma, quel che era più scuro, eran disionte
+Le membra ancora vive alcuna fiata.
+Vermiglio è lo castello, e da lontano
+Sembrava foco, ed era sangue umano.
+
+Ranaldo sol pregando Idio se aiuta:
+Ben vi confesso che ora ebbe paura.
+Già davanti una vecchia era venuta,
+Tutta coperta de una veste oscura,
+Macra nel volto, orribile e canuta,
+E di sembianza dispietata e dura.
+Lei fa Ranaldo alla terra gettare
+Così legato, e comincia parlare.
+
+- Forse per fama avrai sentito dire, -
+Dicea la vecchia - la crudele usanza
+Che questa rocca ha preso a mantenire.
+Ora nel tempo che a viver te avanza,
+Poi che a diman s'indugia il tuo morire,
+(Ché già de vita non aver speranza),
+In questo tempo ti voglio contare
+Qual cagion fece la usanza ordinare.
+
+Un cavallier di possanza infinita
+Di questa rocca un tempo fu segnore.
+Vita tenea magnifica e fiorita,
+Ad ogni forastier faceva onore;
+Ciascun che passa per la strada invita,
+Cavallier, dame e gente di valore.
+Avea costui per moglie una donzella,
+Che altra al mondo mai fu tanto bella.
+
+Quel cavalliero avea nome Grifone;
+Questa rocca Altaripa era chiamata,
+E la sua dama Stella, per ragione,
+Ché ben parea del celo esser levata.
+Era di maggio alla bella stagione;
+Andava il cavalliero alcuna fiata
+A quella selva che è in su la marina,
+Dove giungesti tu in questa mattina.
+
+E passar per lo bosco ebbe sentito
+Un altro cavallier, che a caccia andava.
+Sì come a tutti, fie' il cortese invito,
+Ed alla rocca qua suso il menava.
+Fu quest'altro ch'io dico, mio marito:
+Marchino, il sir de Aronda, se chiamava.
+Lui fu menato dentro a questa stanza,
+Ed onorato assai, come era usanza.
+
+Or, come volse la disaventura,
+Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato,
+E fo preso de amore oltra misura,
+E seco pensò il viso delicato
+Di quella mansueta creatura;
+In summa, è dentro il cor tanto infiammato,
+Ch'altro nol stringe, né d'altro ha pensiero,
+Se non di tuor la donna al cavalliero.
+
+Da questa rocca si parte fellone;
+Torna cambiato in viso a meraviglia:
+Altro che lui non sapea la cagione.
+Parte da Aronda con la sua famiglia;
+Porta le insegne seco di Grifone,
+E di persona alquanto il rasomiglia.
+E soi compagni nel bosco nascose,
+Le insegne e l'arme pur con essi pose.
+
+Lui, come a caccia, tutto disarmato
+Va per la selva, e forte suona un corno;
+Il cortese Grifon l'ebbe ascoltato,
+Ch'era nel bosco ancora lui quel giorno.
+In quella parte presto ne fu andato:
+Marchino il falso si guardava intorno,
+E, come non avesse alcun veduto,
+Forte diceva: "Io l'averò perduto."
+
+Poi ver Grifon se ne vene a voltare.
+Come il vedesse allor primeramente,
+Diceva: "Io vengo un mio cane a cercare,
+Ma in questo loco non so andar nïente."
+Or vanno insieme, e vengon a rivare
+Ove Marchino ha nascoso la gente;
+E, per venir più presto al compimento,
+Occiserlo costoro a tradimento.
+
+Con la sua insegna la rocca pigliaro,
+Né dentro vi lasciâr persona viva;
+Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo,
+Ed ogni dama fu de vita priva.
+La bella Stella qua dentro trovaro,
+Che la sventura sua forte piangiva.
+Molte carezze li facea Marchino:
+Mai non se piega quel cor pellegrino.
+
+Ella pensava lo oltraggio spietato
+Che li avea fatto il falso traditore,
+E Grifon, che da lei fu tanto amato,
+Sempre li stava notte e dì nel core;
+Né altro desia che averlo vendicato,
+Né trova qual partito sia il megliore.
+Infin li offerse il suo voler crudele
+Quello animal che al mondo è di più fele.
+
+Lo animal che è più crudo e spaventevole,
+Ed è più ardente che foco che sia,
+È la moglie che un tempo fu amorevole,
+Che, disprezata, cade in zelosia:
+Non è il leon ferito più spiacevole,
+Né la serpe calcata è tanto ria,
+Quanto è la moglie fiera in quella fiata
+Che per altrui sé vede abandonata.
+
+Ed io ben lo so dir, che lo provai,
+Quando avvisata fui di questa cosa.
+Io non sentetti maggior doglia mai,
+E quasi venni in tutto rabbïosa:
+Ben lo mostrò la crudeltà che usai,
+Che forse ti parrà meravigliosa;
+Ma dove zelosia strenge lo amore,
+Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore.
+
+Duo fanciulletti avevo di Marchino;
+Il primo lo scanai con la mia mano.
+Stava a guardarme l'altro piccolino,
+E dicea: "Matre, deh per Dio! fa piano."
+Io presi per li piedi quel meschino,
+E detti il capo a un sasso prossimano.
+Te par ch'io vendicassi il mio dispetto?
+Ma questo fu un principio, e non lo effetto.
+
+Quasi vivendo ancora lo squartai;
+De il petto a l'uno e a l'altro trassi il core.
+Le piccolette membra minuzzai:
+Pensa se, ciò facendo, avia dolore!
+Ma ancor mi giova ch'io mi vendicai.
+Servai le teste, non già per amore,
+Ché in me non era amor, né anco pietade:
+Servalle per usar più crudeltade.
+
+Quelle portai qua suso de nascoso;
+La carne che feci io, poi posi al foco:
+Tanto poté lo oltraggio dispettoso!
+Io stessa fui beccaro, io stessa coco.
+A mensa li ebbe il patre doloroso,
+E quelle se mangiò con festa e gioco.
+Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato,
+Che comportò veder tanto peccato!
+
+Io mi parti' dapoi nascosamente,
+Le mani e il petto di sangue macchiata.
+Al re de Orgagna andai subitamente,
+Che già lunga stagion m'aveva amata
+(Era costui della Stella parente),
+E racontai l'istoria dispietata.
+Quel re condussi io armato in su l'arcione
+A far vendetta del morto Grifone.
+
+Ma non fo questa cosa così presta,
+Che, come io fui partita dal castello,
+La cruda Stella, menando gran festa,
+A Marchin va davanti in viso fello,
+E li appresenta l'una e l'altra testa
+De' figli, ch'io servai dentro a un piatello.
+Benché per morte ciascuna era trista,
+Pur li cognobbe 'l patre in prima vista.
+
+La damisella aveva il crin disciolto,
+La faccia altiera e la mente sicura,
+Ed a lui disse: "L'uno e l'altro volto
+Son de' toi figli: dàgli sepoltura.
+Il resto hai tu nel tuo ventre sepolto:
+Tu il divorasti: non aver più cura."
+Ora ha gran pena il falso traditore,
+Ché crudeltà combatte con amore.
+
+Lo oltraggio ismisurato ben lo invita
+A far di quella dama crudo strazio;
+Da l'altra parte la faccia fiorita
+E lo afocato amor gli dava impazio.
+Delibra vendicarse alla finita:
+Ma qual vendetta lo potria far sazio?
+Ché, pensando al suo oltraggio, in veritade
+Non v'era pena di tal crudeltade.
+
+Il corpo di Grifon fece portare,
+Che, così occiso, ancor giacea nel piano;
+Fece la dama a quel corpo legare,
+Viso con viso stretto, e mano a mano:
+Così con lei poi se ebbe a dilettare.
+Or fu piacer giamai tant'inumano?
+Gran puza mena il corpo tutta fiata;
+La damisella a quel stava legata.
+
+In questo tempo venne il re de Orgagna,
+Ed io con esso, con molta brigata;
+Ma come fumo visti alla campagna,
+Marchin la bella Stella ebbe scanata.
+Né ancor per questo dapoi la sparagna,
+Ma usava con lei morta tutta fiata.
+Credo io che il fece sol per darse vanto
+Che altro om non fusse scelerato tanto.
+
+Noi qui vennemo, e con cruda battaglia
+La forte rocca alfin pur fo pigliata;
+E Marchin preso, di ardente tenaglia
+Fu sua persona tutta lacerata:
+Chi rompe le sue membra, e chi le taglia.
+La bella dama poi fu sotterrata
+Intra un sepolcro adorno; per ragione
+Posto fu seco il suo caro Grifone.
+
+Il re de Orgagna poi se ne fu andato,
+Ed io rimasi in questa rocca oscura.
+Era lo octavo mese già passato,
+Quando sentimo in quella sepoltura
+Un grido tanto orribile e spietato,
+Ch'io non vo' dir che gli altri abbian paura;
+Ma tre giganti ne fôr spaventati,
+Che il re de Orgagna meco avea lasciati.
+
+Un de essi, alquanto più di core ardito,
+Volse la sepoltura un poco aprire,
+Ma ben ne fo poi presto repentito;
+Però che un mostro, che non puote uscire,
+Pur for gettò una branca, ed ha 'l gremito:
+In poco d'ora lo fece morire.
+Stracciollo in pezzi e trassel dentro, possa
+La carne devorò con tutte l'ossa.
+
+Non se trovò più om tanto sicuro,
+Che dentro a quella chiesia voglia entrare;
+Cinger poi la feci io d'un forte muro,
+Quello sepolcro a ingegno disserrare.
+Uscinne un mostro contrafatto e oscuro,
+Tanto che alcun non li ardisce a guardare:
+La orribil forma sua non te descrivo,
+Perché sarai da lui di vita privo.
+
+Noi poi servamo così fatta usanza,
+Che ciascun giorno qualcuno è pigliato,
+E lo gettamo dentro a quella stanza,
+Perché la bestia l'abbia devorato.
+Ma tanto ne pigliamo, che ne avanza;
+Alcun se scanna, alcun vien impiccato;
+Squartansi vivi ancora alcuna fiata,
+Come veder potesti in su la entrata. -
+
+Poi che la usanza cruda, ismisurata,
+Fu per Ranaldo pienamente intesa,
+E l'orribil cagione e scelerata
+Che fie' la bestia, a chi non val diffesa,
+Rivolto a quella vechia dispietata,
+Disse: - Deh! matre, non mi far contesa.
+Concedime, per Dio, che dentro vada,
+Armato come io sono, e con la spada. -
+
+Rise la vecchia e disse: - Or pur ti vaglia!
+Quante arme vôi, ti lasciarò portare;
+Ché il mostro con suo dente il ferro taglia,
+Né contra alle ungie sue se pote armare.
+A te convien morir, non far battaglia,
+Ché la sua pelle non se può tagliare;
+Ma, per fare il tuo peggio, io son contenta,
+Perché la bestia più lo armato stenta. -
+
+Sì come apparve il giorno il sol lucente,
+Ranaldo dentro al muro è giù calato,
+E fu una porta alciata: incontinente
+Esce 'l mostro diverso e sfigurato.
+Sì forte batte l'uno a l'altro dente,
+Che ciascun sopra al muro è spaventato,
+Né di star tanto ad alto se assicura:
+Altri se asconde e fugge per paura.
+
+Solo è Ranaldo lui senza spavento:
+Armato è tutto, ed in mano ha Fusberta.
+Ma credo io che a voi tutti sia in talento
+Di quel mostro saper la forma aperta.
+Acciò che abbiati il suo cominciamento,
+Fièllo il demonio, questa è cosa certa,
+Del seme de Marchin, che 'n corpo porta
+Quella donzella che da lui fu morta.
+
+Egli era più che un bove di grandezza:
+Il muso aveva proprio di serpente;
+Sei palme avea la bocca di longhezza,
+Ben mezo palmo è lungo ciascun dente.
+La fronte ha de cingiale, in tal fierezza
+Che non si può guardarla per nïente;
+E di ciascuna tempia usciva un corno,
+Che move a suo piacere e volge intorno.
+
+Ciascuno corno taglia come spata;
+Mugia con voce piena di terrore,
+La pelle ha verde e gialla e varïata
+Di negro e bianco e di rosso colore;
+Avea la barba sempre insanguinata,
+Occhi di foco e guardo traditore;
+La mano ha d'omo ed armata de ungione
+Maggior che quel de l'orso o del leone.
+
+Ne l'ungie e dente avea cotanta possa,
+Che piastra o maglia non li può durare;
+E la pelle sì dura e tanto grossa,
+Che nulla cosa la potria tagliare.
+Questa bestia feroce ora se è mossa,
+E va con furia Ranaldo a trovare
+Su duo piè ritta, con la bocca aperta.
+Mena Ranaldo un colpo con Fusberta,
+
+E proprio a mezo il muso l'ebbe còlta.
+Or par di foco la bestia adirata,
+E con più furia a Ranaldo rivolta
+Con la mano alta tira una ciampata.
+Troppo non gionse avanti quella volta,
+Ma quanta maglia prese, ebbe stracciata,
+Tanto avea duro il dispietato ungione!
+Sino alla carne disarmò il barone.
+
+Ora per questo Ranaldo non resta:
+Benché abbia il peggio, pur non si spaventa;
+Tira a due mani al dritto della testa.
+Quella bestia crudel par che non senta,
+Anci a ogni colpo mena più tempesta;
+Salta de intorno, né giamai se allenta:
+Or de una zampa, ora de l'altra mena
+Con tal prestezza che si vede apena.
+
+In quattro parte è già il baron ferito,
+Ma non ha il mondo così fatto core;
+Vedesi morto, e non è sbigotito:
+Perde il suo sangue, e cresce il suo furore.
+Lui certamente avea preso il partito
+Che al disperato caso era megliore;
+Però che, se nol fa il mostro perire,
+Pur lì di fame li convien morire.
+
+Già se faceva il giorno alquanto scuro,
+E dura la battaglia tutta fiata.
+Ranaldo se è accostato a l'alto muro:
+Il sangue ha perso, e la lena è mancata,
+E ben è del morir certo e sicuro,
+Ma mena pur gran colpi della spata;
+Vero è che sangue al mostro non ha mosso,
+Ma fraccassato li ha la carne e l'osso.
+
+Or se 'l destina in tutto di stordire:
+Mena un gran colpo quel baron soprano.
+La mala bestia il brando ebbe a gremire:
+Or che dee far il sir di Montealbano?
+Diffender non si può, né può fuggire,
+Perché Fusberta li è tolta di mano.
+Ma poi vi dirò come andò il fatto:
+In questo canto più di lui non tratto.
+
+Canto nono
+
+Odito aveti la sozza figura
+Che avea la fiera orribile e deserta,
+Qual con Ranaldo alla battaglia dura,
+E come li ha di man tolto Fusberta.
+E lui lasciamo in quella gran paura,
+Ché bisogna che altrove io mi converta:
+Or de una dama lo amoroso caldo
+Contar conviensi, e poi torno a Ranaldo.
+
+Voi vi doveti, segnor, racordare
+Di Angelica, la bella giovanetta,
+E come Malagise ebbe a lasciare;
+E giorno e notte stava alla vedetta.
+Or quanto gli rencresce lo aspettare,
+Sappialo dir colui che il tempo aspetta:
+Dico che aspetta promessa d'amore,
+Perché ogni altro aspettare è rose e fiore.
+
+Ella guardava verso la marina,
+Verso la terra, per monte e per piano;
+Se alcuna nave vede, la meschina,
+O scorge vela molto di lontano,
+Lei, compiacendo a se stessa, indivina
+Che dentro vi è il segnor di Montealbano;
+Se vede in terra bestia o ver carretta,
+Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta.
+
+Ed ecco Malagise a lei ritorna
+(E già non ha Ranaldo in compagnia),
+Pallido, afflitto e con barba musorna:
+Gli occhi battuti alla terra tenìa;
+Non ha di drappo la persona adorna,
+Ma par che n'esca alor di pregionia.
+La dama, che in tal forma l'ebbe scorto,
+- Ahimè, - cridava - il mio Ranaldo è morto! -
+
+- Anci non è già morto per ancora, -
+Rispose Malagise alla donzella
+- Ma non puotrà già far lunga dimora,
+Che non sia occisa la persona fella.
+Che maledetto sia quel giorno e l'ora
+Che fece una alma sì de amor ribella! -
+Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto,
+Come alla rocca crudel l'avea gionto;
+
+E come ad ogni modo vôl che 'l mora,
+E che quel mostro l'abbia divorato.
+Non domandati se la dama acora,
+Che quasi il spirto al tutto li è mancato.
+Ella parea di vita al tutto fora,
+Con gli occhi vòlti e col viso agiacciato;
+Ma, poi che fu tornata in suo vigore,
+A Malagise disse: - Ahi traditore!
+
+Traditor, crudo, perfido, ribaldo,
+Che ancora ardisci a dimorarmi a canto,
+Ed hai condotto il tuo cugin Ranaldo
+Vicino a morte, con periglio tanto!
+Ma se l'aiuto non gli dài di saldo,
+Non ti varan demonii, né tuo incanto;
+Ché incontinente ti farò bruciare,
+E la tua polver gettarò nel mare.
+
+Non pigliar scusa, falso truffatore,
+De aver ciò fatto per la mia querella.
+Ora non era partito megliore
+Che, avendo uno a morire, io fossi quella?
+Lui di beltate e di prodezza è il fiore,
+Io vile e sciagurata feminella.
+Ma, oltra a questo, non debbi pensare
+Che senza lui io non puotria campare? -
+
+Diceva Malagise: - Ancor soccorso,
+Volendo tu, se li potrà donare;
+Ma te bisogna prender questo corso,
+E tu sia quella che il vada a campare;
+Ché, benché sia crudel più che alcuno orso,
+A suo dispetto converratti amare;
+Sì che spazzati pure e sii ben presta,
+Ché nostra indugia forse lo molesta. -
+
+Così dicendo li porge una corda,
+Di lacci ad ogni palmo ragroppata,
+E una gran lima, che segava sorda,
+E uno alto pan di cera impegolata:
+Come le debbia adoprar li racorda.
+Angelica dal vento è via portata,
+Sopra a un demonio, che ha la faccia nera;
+A Crudel Rocca gionse quella sera.
+
+Ora voglio a Ranaldo ritornare,
+Che era condutto a caso tanto scuro,
+Che della morte non potea campare:
+Perduto ha il brando che 'l facea sicuro.
+Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare;
+Ed ecco avanza, quasi a mezo 'l muro,
+Un travo fitto dece piedi ad alto.
+Prese Ranaldo un smisurato salto,
+
+E gionse al travo, e con la man l'ha preso,
+Poi con gran forza sopra li montava;
+Così tra celo e terra era sospeso.
+Or quel mostro crudel ben furïava;
+Avenga che sia grosso e di tal peso,
+Spesso vicino a Ranaldo saltava,
+E quasi alcuna volta un poco il tocca:
+Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.
+
+Era venuta già la notte bruna.
+Stassi Ranaldo a quel legno abracciato,
+Né sa veder qual senno o qual fortuna
+Lo possa di quel loco aver campato.
+Ed ecco, sotto il lume de la luna,
+Però che era sereno e il cel stellato,
+Sente per l'aria non sa che volare:
+Quasi una dama ne l'ombra li pare.
+
+Angelica era quella, che venìa
+Per dar soccorso al franco cavalliero;
+Poi che in faccia Ranaldo la vedia,
+Gettarsi a terra prese nel pensiero,
+Perché tanto odio a quella dama avia,
+Che più non li dispiace il mostro fiero:
+Ello esser morto stima minor pene
+Che veder quella che a campare il viene.
+
+Ella si stava ne l'aria sospesa,
+E ingenocchiata diceva: - Barone,
+Sopra d'ogni altra doglia il cor mi pesa
+Che tu sia gionto qui per mia cagione.
+Ben ti confesso ch'io son tanto accesa,
+Ch'io potrebbi uscir fuor d'ogni ragione;
+Ma che nocer potessi a tua persona,
+Questo pensiero al tutto lo abandona.
+
+Fu la mia stima che con tuo diletto,
+Con apiacere e riposo e con zoglia
+Fussi condotto avanti al mio cospetto;
+Ora te vedo de cotanta noglia
+E da periglio estremo sì costretto,
+Che quasi mi ne uccido di gran doglia;
+Ma sia ogni timor pur da te rimosso,
+Ch'io il seppi ad ora che campar ti posso.
+
+Non te rincresca de venirmi in braccio,
+Che via per l'aria te possa portare.
+Vedrai di terra uno infinito spaccio
+Sotto a' tuoi piedi in un punto passare;
+Te potrai far de un alto disio saccio,
+Se mai ti venne voglia di volare.
+Vien, monta sopra a me, baron gagliardo:
+Forse non son peggior del tuo Baiardo. -
+
+Era Ranaldo tanto addolorato,
+Che con gran pena la puoteva odire.
+Pur li rispose: - Per lo Dio beato,
+Più son contento di dover morire,
+Che per tuo mezo vederme campato;
+E quando non ti vogli pur partire,
+Di questo loco me voglio gettare:
+Or statte e vanne, e fa come ti pare. -
+
+Non crediati che sia maggior iniuria
+Che alla donna che chiede, esser sprezzata.
+Tutte hanno in odio che la sua lussuria
+Gli possa essere in viso improperata;
+Ma questa dispettosa e trista furia
+Angelica non mosse in questa fiata:
+Tanto portava a quel barone amore,
+Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.
+
+Ella rispose: - Io farò il tuo volere,
+E se altro far volessi, io non potrei:
+S'io pensassi morendo a te piacere,
+Adesso con mia man me occiderei.
+Ma tu m'hai bene in odio oltra al dovere!
+A ciò me en testimonii omini e dei;
+Sol il sprezarmi è 'l mal che mi pôi fare,
+Ma che io non te ami, non me pôi vetare. -
+
+Così dicendo nel campo discende,
+Ove rugiava lo animal spietato,
+E la corda alaciata giù distende,
+Poi quel pan della cera ebbe gettato.
+Quel crudel mostro in bocca presto il prende:
+L'un dente e l'altro insieme è impegolato;
+Mugia saltando e cerca uscir de impaccio:
+Al primo salto fu gionto nel laccio.
+
+Così legato il lasciò la donzella,
+E lei si dipartì subitamente.
+Era levato già la chiara stella
+Che vien davanti al sole in orïente:
+Vede Ranaldo quella bestia fella,
+Che ha la bocca di pece piena e il dente;
+E poi legata per cotal maniera,
+Che mover non si può dal loco ove era.
+
+Subitamente salta gioso al piano,
+Dove è la fiera fera di natura,
+Che facea un crido tant'orrendo e strano,
+Che al mur de intorno potea far paura.
+Ranaldo prende sua Fusberta in mano,
+E de assalire 'l mostro si assicura;
+Ma quella bestia si scote sì forte,
+Che par che debbia romper le ritorte.
+
+Ranaldo non li lascia prender fiato,
+Or la ferisce in capo, or nella panza,
+Or da il sinestro, ora da il destro lato;
+Il ferir de quel mostro era una cianza.
+Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato,
+Ma quella pelle ogni durezza avanza.
+Per ciò non è Ranaldo sbigotito,
+Ma subito pigliò questo partito:
+
+A quella bestia salta sopra al dosso,
+La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare,
+E le genocchie strenge a più non posso:
+Mai non se vide il più fier cavalcare.
+Era il barone in faccia tutto rosso:
+Quivi ogni suo valor convien mostrare;
+E quivi più che altrove l'ha mostrato,
+Ché con le mani il mostro ha strangolato.
+
+Poi che la bestia al tutto è suffocata,
+Pensa Ranaldo della sua partita;
+Ma quella piazza intorno era serrata
+De un grosso muro e de altezza infinita.
+Sol di verso il castello era una grata,
+Che de travi accialin tutta era ordita;
+Ben la assagiò Ranaldo con la spata,
+Ma troppo è sua grossezza smisurata.
+
+Ora Ranaldo se vide pregione,
+Che già di questo non pensava in prima,
+E del suo scampo manca ogni ragione,
+Ché di morir di fame lui se estima.
+Guarda d'intorno per ogni cantone,
+Ed ha veduta in terra la gran lima,
+La lima che la dama avea portata;
+Stima il baron che Dio l'abbia mandata.
+
+Con quella lima la pregione apriva,
+E poco manca che non possa uscire.
+Ciascuna stella nel cel se copriva,
+E cominciava il giorno ad apparire;
+Ed eccoti un gigante quivi ariva,
+Ma de venire a lui non ebbe ardire;
+Anci, come il barone ebbe veduto,
+Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! -
+
+In questo avea Ranaldo sbarattato
+Tutto il serraglio, e quella grata aperta;
+Ma per il crido di quel smisurato
+Gionge la gente crudele e diserta.
+E già Ranaldo fuora era saltato;
+Or li conviene adoperar Fusberta,
+Ché intorno a lui de gente crescìa il ballo:
+Già son più che seicento senza fallo.
+
+Nulla ne cura quel franco barone,
+Se ben sei tanto fosse il populaccio.
+Davanti a gli altri stava un gigantone,
+Quel proprio che Ranaldo prese al laccio.
+Mai non fu visto il più falso poltrone;
+Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio:
+Sotto il genocchio un colpo li disserra,
+E senza gambe il fie' cadere in terra.
+
+Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia,
+E sua Fusberta mena con ruina;
+Presto a lui sol rimase quella piaccia,
+Via ne fuggia la gente saracina.
+Chi senza capo va, chi senza braccia,
+Piena è di sangue la piaza meschina.
+La vecchia nel palazo era serrata,
+E dentro ha con lei molta brigata.
+
+L'altro gigante ancora è dentro chiuso;
+Gionge Ranaldo, e già non sta a guardare:
+Rompe la porta e favi entro un gran buso,
+Poi con la man la prende a dimenare.
+Il gran gigante se vede confuso,
+Tema e vergogna il fanno dubitare.
+Da capo a piedi egli era tutto armato:
+Apre la porta, e fuora fu saltato.
+
+E nella gionta mostra molto ardire;
+Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato.
+Ridendo quel baron li prese a dire:
+- Io son contento di averti onorato.
+Il sir de Montealban te fa morire:
+Giù nello inferno tu serai lodato;
+Ché ben lì trovarai gran compagnia,
+Che io li ho mandato con Fusberta mia. -
+
+Così dicendo quel baron valente
+Mena un gran colpo fuor de ogni misura,
+Fende al gigante il capo insino al dente;
+Or fuggon gli altri tutti con paura.
+Intra Ranaldo, e occide l'altra gente;
+Ma quella vecchia dispietata e scura
+Stava assettata sopra de un balcone;
+Giù si gettò, come vide il barone.
+
+Ben cento pedi quel balcone era alto:
+Se la vecchia se occise, io nol domando.
+Quando Ranaldo vide quel gran salto,
+- Va - disse - al diavol, ch'io te racomando. -
+Fatta è la sala già di sangue un smalto:
+Sempre mena Ranaldo intorno il brando.
+Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva,
+Non rimase al castello anima viva.
+
+Da poi se parte, e torna alla marina:
+Non ha più voglia nel naviglio entrare,
+Ma così a piedi nel litto camina;
+Ed una dama venne a riscontrare,
+Che dicea: - Lassa! misera! tapina!
+La vita voglio al tutto abandonare. -
+Ma parlar più di ciò lascia Turpino,
+E torna a dir de Astolfo paladino.
+
+Era partito Astolfo già di Franza:
+Baiardo il buon destrier menato avia;
+L'arme ha dorate, e dorata ha la lanza,
+E va soletto e senza compagnia.
+Già passato ha il paese di Maganza,
+E già la Magna grande e la Ongaria;
+Passa il Danubio nella Transilvana,
+La Rossia bianca, ed è gionto alla Tana.
+
+Alla man destra volta giuso al basso,
+E ne la Circasia fece la intrata.
+Or quella regïone era in conquasso,
+Tutta la gente se vedeva armata;
+Però che Sacripante, il re circasso,
+Una gran guerra aveva incominciata
+Contra Agricane, re di Tartaria;
+L'uno e l'altro segnor gran possa avia.
+
+La cagione era di questo rumore
+Non odio antiquo o zelosia di stato,
+Né lo confin di regno o disonore,
+Né lo esser per vittoria reputato;
+Ma l'arme li avea posto in mano Amore,
+Perché Agricane al tutto è destinato
+Angelica per moglie di ottenire:
+Essa ha proposto più presto morire.
+
+Ed ha mandato in ogni regïone,
+Presso e lontano, e per ogni paese;
+O sia re grande, o sia picciol barone,
+Invita ciascaduno a sue diffese;
+E già molte migliaia di persone,
+Per aiutar la dama, han le armi prese;
+Ma prima assai de gli altri Sacripante,
+Che lungamente li era stato amante.
+
+Egli era innamorato oltra a misura
+Della donzella, e lei lui poco amava;
+Ma questa è più d'amor la gran sciagura,
+Che il non essere amato non disgrava.
+Or, per non far più lunga la scrittura,
+Re Sacripante sua gente adunava,
+E già se stava nel campo attendato,
+Quando li venne Astolfo apresentato.
+
+Perché aveva quel re fatto ordinare
+Per ogni passo e per ogni sentiero
+Dove persone potea capitare,
+Che ciascun, paesano o forastiero,
+Avanti a lui se debba appresentare;
+E se de lui li faceva mestiero,
+Con bono accordio seco il retenia;
+Non se accordando, andava alla sua via.
+
+Venne Astolfo da lui sopra Baiardo,
+E fu da Sacripante assai mirato;
+E ben lo stimò fior de ogni gagliardo,
+Tanto lo vede gentilmente armato.
+Già non aveva la insegna da il pardo,
+Ma sopravesta e scudo avea dorato;
+E perciò sempre per quel tenitoro
+Nomossi il cavallier da il scudo d'oro.
+
+Disseli Sacripante: - Sir valente,
+Che soldo chiedi per la tua persona? -
+Rispose Astolfo: - Tutta la tua gente,
+Quanta ne è in campo sotto tua corona.
+Altro partito non voglio nïente:
+Così mi piglia, o così me abandona;
+In altro modo non sapria servire,
+Perché io so comandar, non obedire.
+
+Ma acciò che pensi se me la dei dare
+(Perché forse me stimi per un paccio),
+Voglio una prova nel presente fare:
+Che me leghi di dietro il manco braccio;
+Questo esercito poi voglio pigliare,
+Da tua persona a l'ultimo ragaccio;
+E perché meraviglia non te mova,
+Adesso adesso ne farò la prova. -
+
+Il re, rivolto a' soi baron, dicia
+Che li incresciva di quel cavalliero,
+Che a tal partito il senno perso avia;
+E che potrebbe anco esser de legiero
+Che lo intelletto li ritornaria,
+Quando di lui se pigliasse pensiero.
+Altri diceva: - Deh! lasciamlo andare!
+Poco de un paccio se può guadagnare. -
+
+E così Astolfo fu licenziato,
+E via cavalca senza altro pensiero.
+Quel re di Circasia molto ha guardato
+L'arme dorate e Baiardo il destriero;
+E ne l'animo suo si ha destinato
+De andar soletto dietro al cavalliero:
+Poca fatica a quello alto re pare
+L'arme ad Astolfo e quel caval levare.
+
+De sopra a l'elmo trasse la corona,
+Ché già non voleva esser cognosciuto;
+Lo usato scudo e le insegne abandona.
+Era questo re grande e ben membruto,
+E forte a meraviglia di persona,
+Molto avisato in guerra e proveduto:
+Ma poi racontaremo sue prodece
+Nella gran guerra che a Albraca se fece.
+
+Lui segue Astolfo, come è sopra detto,
+Che era davanti bene una giornata,
+E cavalcava via tutto soletto.
+Ed ecco scontra a mezo della strata
+Un Saracin, che un altro sì perfetto
+Non ha la terra, che è dal mar voltata;
+Sua gran virtù conviene che se scopra
+A quella guerra ch'io dissi di sopra.
+
+Quel saracino ha nome Brandimarte,
+Ed era conte di Rocca Silvana;
+In tutta Pagania per ogni parte
+Era sua fama nobile e soprana.
+Di torniamenti e giostra sapea l'arte;
+Ma, sopra tutto, la persona umana
+Era cortese, il suo leggiadro core
+Fu sempre acceso di gentile amore.
+
+Costui menava seco una donzella,
+Alor che con Astolfo se scontrava,
+Che tanto cara gli è quanto era bella,
+E di bellezza le belle avanzava.
+Or come Astolfo il vide in su la sella,
+Subitamente a giostra lo invitava:
+- Prendi del campo, - Astolfo li dicia
+- O ver lascia la dama, e va a tua via. -
+
+Diceva Brandimarte: - Per Macone,
+Prima vi voglio la vita lasciare;
+Ma io te aviso, franco campïone,
+Poi che donzella non hai a menare,
+Che, se io te abato, te torò il ronzone,
+E converratti a pedi caminare;
+E già non stimo farti villania:
+Tu non hai dama, e vôi tormi la mia. -
+
+Aveva quel barone un gran destriero,
+Che fu ben certo delli avantaggiati.
+Or volta l'uno e l'altro cavalliero,
+Da poi che insieme fôrno desfidati,
+E ritrovârsi al mezo del sentiero,
+E de gran colpi se fôrno atrovati.
+Ma Brandimarte cadde con tempesta,
+E scontrarno e destrier testa per testa.
+
+Morì quel del barone incontinente:
+Baiardo non curò di quella urtata.
+Ciò non estima il cavallier valente;
+Ma di perder la dama delicata
+Al tutto se dispera nella mente,
+Ché più che 'l proprio cor l'aveva amata.
+Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto,
+Trasse la spada per darse nel petto.
+
+Astolfo, che a quello atto ben comprese
+Che il cavallier moriva disperato,
+Subitamente di Baiardo scese,
+E con parole assai l'ha confortato.
+- Credi, - diceva - ch'io sia sì scortese,
+Ch'io te toglia quel ben che hai tanto amato?
+Teco giostrai per vittoria e per fama:
+Mio sia l'onore, e tua sia questa dama. -
+
+Il cavallier che a piedi l'ascoltava,
+E prima di dolor volea morire,
+Or di tanta allegrezza lacrimava,
+Che non poteva una parola dire,
+Ma e piedi al duca e le gambe baciava,
+E forte singiottendo disse: - Sire,
+Or se radoppia la vergogna mia,
+Poi ch'io son vinto ancor di cortesia.
+
+Ed io ben son contento tutta fiata
+Di avere ogni vergogna per tuo onore;
+Tu m'hai la vita al presente campata:
+Sempre perder la voglio per tuo amore.
+Io non posso mostrarti mente grata,
+Ché di servirti non aggio valore;
+E tu sei de ogni cosa sì compiuto,
+Che a l'altri servi, e tu non chiedi aiuto. -
+
+Mentre che stanno in questo ragionare,
+Re Sacripante ariva alla foresta;
+E quando la fanciulla ebbe a mirare,
+Destina di lasciar la prima inchiesta,
+Ché quella dama volìa conquistare,
+Fra sé dicendo: "Oh che ventura è questa!
+Io feci aviso avere arme e destriero;
+Or far meglior guadagno è di mestiero."
+
+Con alta voce crida il Saracino:
+- Di qualunche di voi la dama sia,
+A me la lascia, e vada al suo cammino,
+O che si prova alla persona mia. -
+- Tu non sei cavallier, ma sì assassino, -
+Il franco Brandimarte li dicia
+- Ché tu sei su il destriero, io sono a piedi,
+Ed a robarme a battaglia mi chiedi. -
+
+E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare,
+E li dimanda con ogni preghiere
+Che il suo destrier li piaccia di prestare.
+Ridendo Astolfo con piacevol ciere
+Disse: - Il mio per nïente non vo' dare,
+Ma il suo ti donerò ben voluntiere;
+E guadagnar lo voglio per tuo amore:
+Tuo fia il cavallo, e mio serà l'onore. -
+
+A Sacripante poi disse: - Barone,
+Prima che acquisti questa damigella,
+Convienti fare un'altra questïone;
+E se io ti getto fora de la sella,
+Io te farò partir senza ronzone;
+Se tu me abbatti, serò pure a quella,
+E tu te pigliarai questo destriero;
+Poi della dama a te lascio il pensiero. -
+
+- O Dio Macon, - diceva Sacripante
+- Quanto aiutarme tua mente procura!
+Per l'arme venni e per quello afferante,
+E trovai questa bella creatura!
+Ed ora mi guadagno in uno instante
+La dama col destriero e l'armatura! -
+Così dicendo da Astolfo si scosta,
+E, vòlto, disse a lui: - Vieni a tua posta. -
+
+Ora son mossi con molto furore;
+Nel corso ciascadun sua lancia aresta:
+L'un se crede de l'altro esser megliore,
+E vannose a ferir con gran tempesta.
+Ma Sacripante cadde con dolore,
+Sopra del prato percosse la testa.
+Astolfo quivi in terra lo abandona:
+Il suo destriero a Brandimarte dona.
+
+- Odisti mai più piacevol novella, -
+Diceva Astolfo - di questo barone,
+Che se credette levarmi di sella,
+Ed esso ne convien andar pedone? -
+Così ne va parlando; e la donzella
+Gli dice: - Il fiume della oblivïone
+È qui davanti; sicché, cavallieri,
+Pigliàti al nostro aiuto bon pensieri.
+
+Se ogni om de noi non è cauto e prudente,
+Noi siam tutti perduti questa sera;
+Lo ardir, né l'arma non varrà nïente,
+Ché qui presso a tre miglia è una rivera,
+Che tra' l'omo a se stesso de la mente:
+Non se può racordar più quel che egli era.
+Onde io mi penso che assai meglio sia
+Tornare a dietro e lasciar questa via;
+
+Ché la rivera non si può passare,
+Perché ciascuna ripa ha uno alto monte;
+Da l'uno a l'altro una muraglia appare,
+Che le due rocche tiene insieme agionte.
+Stavi una dama nel mezo a mirare,
+Sotto una torre, ch'è in guardia del ponte;
+Con una coppa lucida e pulita
+Ciascun che ariva a ber del fiume invita.
+
+Come ha bevuto, perde ogni memoria,
+Tanto che il proprio nome ha smenticato;
+Ma se alcun più superbo, per sua boria,
+Volesse a forza il ponte esser passato,
+Serìa impossibil lui acquistar vittoria,
+Ché sempre alcun barone appregïato
+Tien quella dama fuora d'intelletto,
+Per far vendetta d'ogni suo dispetto. -
+
+Con tal parole la dama procura
+Che il suo vïaggio si debba mutare.
+Ciascun de' cavallier non ha paura,
+Ed ha diletto tal cosa trovare;
+E per veder quella strana ventura,
+De esser là gionti mille anni li pare;
+E cavalcando, vicino alla sera
+Gionsero al ponte sopra alla rivera.
+
+La damisella ch'era guardïana,
+A loro incontra sopra al ponte è gita,
+E con gentil sembiante, in voce umana,
+A ber del fiume ciascadun invita.
+- Ahi! - disse Astolfo - Via, falsa, puttana!
+Ché l'arte tua malvaggia è pur finita:
+Morir convienti, tientene ben certa,
+Ché la tua fraude al tutto è discoperta. -
+
+La damisella che il parlare intese,
+Lascia cader il cristal che avea in mano.
+Un sì gran foco nel ponte se accese,
+Che il volervi passar serebbe vano.
+L'altra donzella ben quello atto intese,
+Ed ambi i cavallier prese per mano:
+L'altra dama, dico io, di Brandimarte,
+Che sa di questa ogni malizia ed arte.
+
+Lei prese a mano ciascun cavalliero,
+E quanto ne pô gir, tanto ne andava,
+Drieto alla ripa, per stretto sentiero.
+L'acqua incantata quivi si vargava
+Sopra de un ponte che passa al verziero.
+Per altrui quella porta non se usava,
+Ma la nova donzella, che è ben scorta
+Di questo incanto, sapea quella porta.
+
+Brandimarte gettò la porta in terra,
+E già se vede quel falso giardino,
+Che tanti cavallier dentro a sé serra.
+Quivi era chiuso Orlando paladino,
+E il re Ballano, quel mastro di guerra,
+E Chiarïone, il franco saracino;
+Era lì dentro Oberto dal Leone,
+Con Aquilante e il suo fratel Grifone.
+
+Eravi ancora il forte re Adrïano,
+Ed eravi Antifor de Albarosia;
+Non cognoscon l'un l'altro, e insieme vano,
+Né sapria dire alcun quel che lui sia,
+Né se egli è saracino, o cristïano:
+Tutti son persi per negromanzia.
+Tutti li ha persi quella falsa dama,
+Che Dragontina per nome se chiama.
+
+Or se incomincia una gran questïone,
+Ché Astolfo e Brandimarte sono entrati.
+Il re Ballano e il forte Chiarïone
+Per Dragontina stan quel giorno armati.
+Adrïano e Antifor e ogni barone
+Son tutti insieme, li altri smemorati;
+Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto,
+Che la logia mirava per diletto.
+
+Era ancor tutto armato il cavalliero,
+Perché gionto era pur quella matina;
+E Brigliadoro, il suo franco destriero,
+Legato è tra le rose ad una spina.
+Lui de altra cosa non avea pensiero;
+Ed eccoti qui gionge Dragontina,
+Dicendo: - Cavallier, per lo mio amore
+Non anderai dove odi quel rumore? -
+
+Altro non pensa il cavallier soprano,
+Salta in arcione e la visera serra:
+Alla zuffa ne va col brando in mano.
+Già Brandimarte ha Chiarïon per terra,
+Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano,
+Ed a cavallo e a pedi se fan guerra.
+Ma, come prima gionse il conte Orlando,
+Cognobbe Astolfo Durindana el brando;
+
+E crida forte: - O cavallier pregiato,
+Fiore e corona de ogni paladino!
+Oh sempre Dio del cel ne sia lodato!
+Non me cognosci ch'io son tuo cugino,
+Che tanto per il mondo te ho cercato?
+Chi te condusse per questo giardino? -
+Il conte de nïente non lo ascolta,
+Né se ricorda vederlo altra volta;
+
+Ma con gran furia e senza alcun riguardo
+Un grandissimo colpo a due man mena;
+E se non fosse che il destrier Baiardo
+È di tal senno e di cotanta lena,
+Serebbe ucciso quel duca gagliardo,
+Ché morto l'avria Orlando con gran pena:
+Ben che il mur del giardin fosse molto alto,
+Baiardo a un tratto lo passò de un salto.
+
+Orlando fuor del ponte se ne uscia,
+Ché quel nemico al tutto vôl pigliare;
+E benché Brigliador forte corria,
+Già con Baiardo non puotea durare,
+Ma pur lo segue quanto più puotia.
+Or non più adesso per questo cantare;
+Ne l'altro avreti, se tornati a odire,
+Del duca Astolfo un smisurato ardire.
+
+Canto decimo
+
+Orlando segue Astolfo a tutta briglia,
+Forte spronando, ma nulla gli vale;
+Corre Baiardo più che a meraviglia:
+Giurato avria ciascun che l'avesse ale.
+Il duca in ver levante il camin piglia,
+Benché di Brandimarte gli par male,
+Che gli era stato un pezo compagnone;
+Or lo lasciava peggio che pregione.
+
+Ma lui tanto temeva Durindana,
+Che avria lasciato un suo carnal germano.
+Or poi che Orlando per la selva strana
+Vede averlo seguìto un pezo invano,
+E che da lui più sempre se alontana
+(Già quasi più nol vede sopra al piano),
+Nella campagna lui non fe' dimora:
+Verso il giardin correndo torna ancora.
+
+La battaglia là dentro ancor durava,
+Però che Brandimarte stava in sella,
+Ed or Ballano, or Chiarïone urtava,
+E ciascadun di loro a lui martella.
+Ma la sua dama piangendo il pregava
+Ch'el lascia la battaglia iniqua e fella,
+E coi duo cavallier faccia la pace,
+Facendo quel che a Dragontina piace;
+
+Perché altramente non puotrà campare,
+Quando non beva de l'acqua incantata;
+Né se curi al presente smemorare,
+Ma così aspetti la sua ritornata,
+Che certamente lo verrà aiutare.
+Né più nïente se fu dimorata,
+Ma volta il palafreno alla pianura,
+E via camina per la selva oscura.
+
+Or la battaglia subito se parte,
+E son finite le crudel contese;
+E Dragontina piglia Brandimarte,
+E dàgli il beveraggio lì palese
+Della fiumana che è fatto per arte.
+Più oltra il cavallier mai non intese,
+Né se ricorda come qui sia gionto:
+Tutto divenne un altro in su quel ponto.
+
+Dolce bevanda e felice liquore,
+Che puote alcun della sua mente trare!
+Or sciolto è Brandimarte dello amore
+Che in tanta doglia lo facea penare.
+Non ha speranza più, non ha timore
+Di perder lodo, o vergogna acquistare;
+Sol Dragontina ha nel pensier presente,
+E de altra cosa non cura nïente.
+
+Orlando è ritornato nel giardino,
+Avanti a Dragontina è ingenocchiato,
+E fa sua scusa con parlar tapino,
+Se quell'altro baron non ha pigliato.
+Tanto li sta sumesso il paladino,
+Che ad un piccol fantin serìa bastato.
+Ora tornamo de Astolfo a contare,
+Che de aver drieto Orlando ancor li pare;
+
+Unde camina continuamente,
+E notte e giorno, il cavallier soprano.
+Il primo giorno non trovò nïente
+Per quel diserto inospite e silvano,
+Ma nel secondo vede una gran gente,
+Che era attendata sopra di quel piano:
+Ad uno araldo Astolfo dimandava
+Che gente è questa che quivi accampava.
+
+Lo araldo gli mostrava una bandera,
+Che quasi il mezo de il campo tenìa,
+E dice: - Quivi aloggia con sua schera
+Il re de' re, segnor de Tartaria. -
+(Era quella bandera tutta nera,
+Un caval bianco dentro a quella avia,
+D'intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro:
+Non avea il mondo più ricco lavoro.)
+
+- Quell'altra c'ha il sol d'oro in campo bianco,
+È del re de Mongalia, Saritrone,
+Che non ha il mondo un baron tanto franco.
+Vedi la verde da il bianco leone?
+Quella è del smisurato Radamanto,
+Che vinti piedi è lungo il campïone,
+E signoreggia sotto tramontana
+Mosca la grande e la terra Comana.
+
+Quella vermiglia, che ha le lune d'oro
+È del gran Polifermo, re de Orgagna,
+Che di stato è possente e di tesoro,
+Ed è gagliardo sopra a la campagna.
+Io te vo' racontar tutti costoro,
+Né vo' che alcun stendardo vi remagna,
+Che nol cognoschi e nol possi contare,
+Se in altre parte forse hai arrivare.
+
+Vedi là il forte re della Gotìa,
+Che Pandragon per nome era chiamato.
+Vedi lo imperator de la Rossia,
+Che ha nome Argante, ed è sì smisurato.
+Vedi Lurcone ed il fier Santaria;
+Il primo è di Norvega incoronato,
+Il secondo de Sueza; e prossimana
+Ha la bandera del re de Normana.
+
+Quel re per nome è chiamato Brontino,
+Che porta nel stendardo verde un core.
+Il re di Danna li aloggia vicino,
+Che ha nome Uldano, ed ha molto valore.
+Costoro a l'India prendono il camino,
+Perché Agricane è de tutti il segnore,
+E tutti sottoposti a sé li mena,
+Per dare a Galifrone amara pena.
+
+Quel Galifrone in India signoreggia
+Una gran terra, che ha nome il Cataio,
+Ed ha una figlia, a cui non se pareggia
+Rosa più fresca de il mese de maio.
+Ora Agricane per costei vaneggia,
+Né tiene altro pensiero intro il coraio
+Che de acquistar quella bella fanciulla;
+Di regno o stato non si cura nulla.
+
+Vero è ch'iersera il vecchio Galifrone
+Mandò nel campo una sua ambasciaria,
+Facendo molto d'escusazïone,
+Se non li dava la figlia in balìa;
+Però che quella, contro ogni ragione,
+La rocca de Albracà tolto li avia,
+E che, radotta in quella terra forte,
+Dicea volervi star fino alla morte.
+
+Or potrebbe esser che tutta la gente
+Andasse a Albraca per porvi l'assedio;
+Ché il patre non ha colpa de nïente,
+Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio.
+Ma io m'estimo bene e certamente
+Che la fanciulla non vi avrà remedio
+A far con questo già lunga contesa:
+Meglio è per lei che subito sia resa. -
+
+Dapoi che Astolfo la cagione intende
+Perché era quivi la gente adunata,
+Subitamente il suo vïaggio prende;
+Forte cavalca ciascuna giornata,
+Fin che alla rocca di Albraca discende,
+Dove stava la dama delicata;
+La qual, sì come Astolfo vide in faccia,
+Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.
+
+- Per mille volte tu sia il benvenuto, -
+Dicea la dama - franco paladino,
+Che sei giunto al bisogno dello aiuto!
+Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino!
+Questo castello avessi io poi perduto,
+E tutto il regno (io non daria un lupino),
+Pur che qua fosse quel baron iocondo,
+Che più val sol che tutto l'altro mondo. -
+
+Diceva Astolfo: - Io non ti vo' negare,
+Che un franco cavallier non sia Ranaldo;
+Ma questo ben ti voglio racordare,
+Che a la battaglia son di lui più saldo.
+Alcuna fiata avemmo insieme a fare,
+Ed io gli ho posto intorno tanto caldo,
+Che io l'ho fatto sudare insino a l'osso,
+E dire: "Io te mi rendo, e più non posso."
+
+E il simil ti vo' dire ancor de Orlando,
+Che della gagliardia se tien stendardo;
+Ma se mancasse Durindana il brando,
+Come a quell'altro è mancato Baiardo,
+Non se andarebbe pel mondo vantando,
+Né se terrebbe cotanto gagliardo;
+Non con meco però, ché in ogni guerra
+Che ebbi con seco, lo gettai per terra. -
+
+La dama non sta già seco a contendere,
+Perché sapea come era solaccevole;
+Né di Ranaldo lo volse reprendere,
+Benché odirlo biasmar li è dispiacevole;
+E ben ne sapea lei la ragion rendere,
+Perché era di quel tempo racordevole
+Quando vide a Parigi ogni barone,
+E di lor tutti la condizïone.
+
+La dama fa ad Astolfo un grande onore,
+E dentro dalla rocca lo aloggiava.
+Ed eccoti levare un gran romore,
+Per un messagio che quivi arivava;
+Di polvere era pieno e di sudore:
+- A l'arme! a l'arme! - per tutto cridava.
+Dentro alla terra se arma ogni persona,
+Perché a martello ogni campana suona.
+
+Eran qui dentro cavallier tre millia,
+Dentro alla rocca avea mille pedoni.
+La dama con Astolfo se consiglia,
+E con li principal de' soi baroni;
+Ed alla fine il partito se piglia
+De diffender le mure e' torrïoni.
+La terra è di fortezza sì mirabile,
+Che per battaglia al tutto è inespugnabile.
+
+Delibrâr che la terra se guardasse,
+Che per ben quindeci anni era fornita.
+Diceva a loro Astolfo: - Se io pensasse
+Perdere un giorno qui della mia vita,
+Che quei re ad uno ad un non assaggiasse,
+Voria che l'alma mia fosse finita;
+Ed allo inferno me voglio donare,
+Se questo giorno non li faccio armare. -
+
+E così detto le sue arme prende,
+Sopra Baiardo al campo se abandona;
+Dice cose mirabile e stupende,
+Da far meravigliare ogni persona.
+- Forsi ch'io vi farò sficar le tende,
+Soletto come io son! - così ragiona.
+- Nïun non camparà, questo è certano:
+Tutti vi voglio occider di mia mano. -
+
+Vintidue centenara di migliara
+De cavallier avia quel re nel campo;
+Turpino è quel che questa cosa nara.
+Astolfo non li estima, e getta vampo.
+Dice il proverbio: "Guastando se impara":
+Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo,
+Che alquanto se mutò de opinïone,
+Governandosi poi con più ragione.
+
+Ma nel presente tutti li disfida,
+Chiamando Radamanto e Saritrone;
+Polifermo ed Argante forte iscrida,
+E Brontino dispreza e Pandragone;
+Ma più Agricane, che de li altri è guida,
+E il forte Uldano, e il perfido Lurcone;
+Con quisti il re di Sueza, Santaria:
+A tutti dice oltraggio e vilania.
+
+Or se arma tutto il campo a gran furore.
+Non fo mai vista cosa tanto oscura
+Quanto è quel populaccio, pien de errore,
+Che de un sol cavallier se mette in cura.
+Tanto alto è il crido e sì grande il romore,
+Che ne risuona il monte e la pianura,
+E spiegan le bandiere tutte quante;
+Dece re insieme a quelle vanno avante.
+
+E quando Astolfo viderno soletto,
+Pur vergognando andârli tutti adosso;
+Argante imperator, senza rispetto,
+Fuor della schiera subito se è mosso.
+Largo sei palmi è tra le spalle il petto:
+Mai non fo visto un capo tanto grosso;
+Schizzato il naso e l'occhio piccolino,
+E il mento acuto, quel brutto mastino.
+
+E sopra un gran destrier, che è di pel sôro,
+Con la testa alta Astolfo riscontrava.
+Il franco duca con la lancia d'oro
+For della sella netto il trabuccava:
+Ben fe' meravigliar tutti coloro.
+Il forte Uldano sua lancia abassava,
+Che fu segnor gagliardo e ben cortese:
+Cugin carnale è questo de il Danese.
+
+Astolfo con la lancia l'ha scontrato;
+Disconzamente in terra il trabuccava.
+Ciascun dei re ben se è meravigliato,
+E più l'un l'altro già non aspettava.
+Movesi un crido grande e smisurato:
+- Adosso! adosso! - ciascadun cridava;
+E tutti insieme quella gran canaglia
+Contra de Astolfo viene alla battaglia.
+
+Lui d'altra parte sta fermo e securo,
+E tutta quella gente solo aspetta,
+Come una rocca cinta de alto muro;
+Sopra Baiardo a gran fatti se assetta.
+Per la polvere il celo è fatto scuro,
+Che move quella gente maledetta;
+Quattro vengono avanti: Saritrone,
+Radamanto, Agricane e Pandragone.
+
+Or Saritrone fu il primo incontrato,
+E verso il cel rivolse ambe le piante;
+Ma Radamanto da il dritto costato
+Percosse il duca; e quasi in quello instante
+Agricane il ferì da l'altro lato;
+E nella fronte de l'elmo davante
+Pur in quel tempo il gionse Pandragone:
+Questi tre colpi lo levâr d'arcione.
+
+E tramortito in terra se distese,
+Per tre gran colpi che avea ricevuti.
+Radamanto è smontato, e lui lo prese,
+Benché sian l'altri quivi ancor venuti.
+Vero è che Astolfo non fece diffese,
+Ché era stordito, e non vi è chi lo aiuti.
+Ebbe Agricane assai meglior riguardo,
+Ché lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo.
+
+Io non so dir, segnor, se quel destriero,
+Per aver perso il suo primo patrone,
+Non era tra' Pagan più tanto fiero;
+O che lo essere in strana regïone
+Gli tolse del fuggire ogni pensiero;
+Ma prender se lasciò come un castrone:
+Senza contesa il potente Agricane
+Ebbe il caval fatato in le sue mane.
+
+Or preso è Astolfo e perduto Baiardo
+E il ricco arnese e la lancia dorata;
+In Albraca non è baron gagliardo
+Che ardisca uscir di quella alcuna fiata.
+Sopra le mura stan con gran riguardo,
+Col ponte alciato e la porta serrata;
+E mentre che così stanno a guardare,
+Vedeno un giorno gran gente arivare.
+
+Se volete saper che gente sia
+Questa che gionge con tanto romore,
+Questo è quel gran segnor di Circasia,
+Re Sacripante, lo animoso core;
+Ed ha seco infinita compagnia:
+Sette re sono, ed uno imperatore,
+Che vengon la donzella ad aiutare;
+Il nome de ciascun vi vo' contare.
+
+Il primo che è davanti, è cristïano,
+Benché macchiato è forte de eresia:
+Re de Ermenia, ed ha nome Varano,
+Che è de ardir pieno e d'alta vigoria.
+Sotto sua insegna trenta millia vano,
+Che tutti al saettare han maestria:
+E l'altro, che ha la schiera sua seconda,
+È l'alto imperator de Tribisonda,
+
+Ed è per nome Brunaldo chiamato:
+Vintisei millia ha di fiorita gente.
+Il terzo è di Roase incoronato,
+Che ha nome Ungiano, ed è molto possente:
+Cinquanta millia è il suo popul armato.
+Poi son duo re, ciascuno è più valente:
+Ogniom di loro ha molta signoria,
+L'un tien la Media, e l'altro la Turchia.
+
+Quel de la Media ha nome Savarone:
+Torindo il Turco per nome si spande.
+Questo ha quaranta millia di persone,
+E il primo trentasei dalle sue bande.
+Odito hai nominar la regïone
+Di Babilonia, e Baldaca la grande:
+Di quella gente è venuto il segnore,
+Re Trufaldino, il falso traditore.
+
+E le sue gente mena tutte quante,
+Che son ben cento millia, in una schiera.
+Re di Damasco, schiatta di gigante,
+Ne ha vinti millia sotto sua bandiera.
+Bordacco ha nome; e segue Sacripante,
+Re de' Cercassi, quella anima fiera,
+Di corpo forte, de animo prudente;
+Ottanta millia è tutta la sua gente.
+
+Giunsero ad Albracà quella matina
+Che la presa di Astolfo era seguìta;
+Ed assalirno il campo con roina,
+Benché Agricane ha una gente infinita.
+Era nella prima ora matutina,
+E l'alba pur allora era apparita,
+Quando se incominciò la gran battaglia,
+Che a l'una e l'altra gente diè travaglia.
+
+Or chi potrà la quinta parte dire
+Della battaglia cruda e perigliosa?
+E l'aspro scontro, e il diverso colpire,
+E il crido della gente dolorosa,
+Che d'una e da altra parte hanno a morire?
+Chi mostrarà la terra sanguinosa,
+L'arme suonante e bandiere stracciate,
+E il campo pien di lancie fraccassate?
+
+La prima zuffa fu del re Varano,
+Che senza alcun romor sua schiera guida.
+Comandamento fa di mano in mano
+Che pregion non si pigli, e ogni om se occida.
+Fu lo assalto improviso e subitano,
+Il campo tutto - A l'arme! a l'arme! - crida;
+Chi si diffende, e chi prende armatura,
+Chi se nasconde e fugge per paura.
+
+Ma non bisogna già star troppo a bada,
+Ché li inimici entro alle tende sono;
+Vanno e Tartari al taglio de la spada,
+Né trovan delli Ermeni alcun perdono;
+Per boschi e per campagna, e fuor di strada
+Fugge tutta la gente in abandono.
+Ecco la furia adosso più li abonda:
+Gionto è lo imperator de Trebisonda.
+
+Con la sua gente e Tartari sbaraglia.
+Ora ecco Ungiano, il forte campïone,
+Ch'è gionto con quest'altri alla battaglia;
+E già Torindo e il franco Savarone
+La gente tartaresca abatte e taglia;
+Alla riscossa sta sotto il penone
+Re Sacripante, e Bordaco è rimaso
+Con Trufaldino, il traditor malvaso.
+
+La battaglia era tutta inviluppata:
+Chi qua, chi là per lo campo fuggia.
+La polvere tanto alto era levata,
+Che l'un da l'altro non se cognoscia;
+Ed è la cosa sì disordinata,
+Che non giova possanza o vigoria
+Del re Agricane, che è cotanto forte;
+Ma a lui davanti son sue gente morte.
+
+Quel re di gran dolor la morte brama;
+Soletto fuor de schiera se tra' avante,
+Ciascun de' soi baron per nome chiama:
+Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante,
+E Pandragone, degno di gran fama,
+Lurcone, e Radamanto, che è gigante,
+Polifermo e Brontino e Santaria
+Ad alta voce chiama tutta via.
+
+Montato era Agrican sopra Baiardo;
+Davanti a tutti vien con l'asta in mano.
+Apre ogni schiere quel destrier gagliardo,
+Con tanta furia vien sopra del piano;
+Abatte ciascadun senza riguardo:
+Ed ecco riscontrato ha il re Varano.
+Avanti lo colpisce entro la testa,
+Gettalo a terra con molta tempesta.
+
+Brunaldo fu cacciato dello arcione
+Da Polifermo; ed ecco il forte Argante
+Che con la lancia atterra Savarone;
+E Radamanto, quel crudo gigante,
+Abatte Ungiano sopra del sabbione.
+Or vede bene il franco Sacripante
+Tutta sua gente morta e sbigotita,
+Se sua persona non li porge aita.
+
+Lascia sua schiera il re pien di valore
+Sopra il destriero, ed abassa la lanza,
+E Polifermo atterra con furore;
+Brontino e Pandragon poco li avanza,
+E questo Argante, che era imperatore,
+Ché tutti in terra vanno ad una danza;
+E poi ch'egli ha la spada in sua man tolta,
+La gente tartaresca fugge in volta.
+
+In altra parte combatte Agricane,
+E meraviglia fa di sua persona;
+Vede sua gente per coste e per piane
+Fuggire in rotta, e che il campo abandona.
+Per la grande ira morde ambe le mane,
+E in quella parte crucïoso sprona;
+Urta ed occide chi li viene avante,
+O sia de' suoi, o sia de Sacripante.
+
+Come di verno, nel tempo guazoso,
+Giù de un gran monte viene un fiume in volta,
+Che va sopra a la ripa ruinoso,
+Grosso di pioggia e di neve disciolta:
+Cotal veniva quel re furïoso,
+Con ira grande e con tempesta molta.
+Una gran prova poi, che egli ebbe a fare,
+Vi vo' ne l'altro canto racontare.
+
+Canto decimoprimo
+
+Di sopra odisti il corso e la roina
+Del re Agricane, quella anima fiera.
+Come un gran fiume fende la marina,
+Sì come una bombarda apre una schiera,
+Così quel re col brando non afina,
+Ogni stendardo atterra, ogni bandiera;
+Taglia e nimici e spezza la sua gente,
+Né l'un né l'altro non cura nïente.
+
+Né Tartaro o Circasso lui riguarda,
+Né de amici o nemici fa pensiero;
+A quel vôl mal, che il camino gli intarda.
+Ora è pur gionto quel segnor altiero
+Dove discerne la prova gagliarda
+Che fa il re Sacripante in sul destriero:
+Vede fuggire e soi con alte stride,
+E il re circasso vede, che li occide.
+
+- Fuggitevi de qui, vituperati! -
+Disse Agricane - popol da nïente;
+Né miei vasalli più vi nominati,
+Ch'io non voglio esser re de cotal gente.
+Via nel mal ponto! e me quivi lasciati;
+Ché io molto meglio restarò vincente
+Sol, come io sono, de questa battaglia,
+Che in compagnia de voi, brutta canaglia. -
+
+Così dicendo, si fa largo fare,
+E Sacripante alla battaglia invita.
+Or non doveti, segnor, dubitare
+Se ben l'accetta quella anima ardita;
+E incontinente un messo ebbe a mandare
+Dentro alla terra, alla dama fiorita;
+Pregando lei che su la rocca saglia,
+Per radoppiarli il core alla battaglia.
+
+Venne la damisella sopra al muro,
+E mandò un brando al re di Circasia,
+Ad ogni prova tagliente e sicuro.
+Il re Agricane gran doglia ne avia,
+Pur diceva ghignando: - Io non mi curo,
+Ché quella spada al fin serà la mia,
+E Sacripante insieme, e quel castello,
+Con quella ria putana de bordello.
+
+Non se vergogna, brutta incantatrice,
+Ad altro più che a me portare amore,
+Ché se puotea chiamar tanto felice
+E aver del mondo la parte maggiore.
+Certo il ver de le femine si dice,
+Che sempre mai se apprendeno al peggiore:
+Il re de' re puotea aver per marito,
+E un vil circasso tol per appetito. -
+
+Così dicendo, turbato se volta,
+Ed al nemico assai se è dilungato:
+La grossa lancia su la coscia ha tolta.
+E già da l'altra parte è rivoltato
+Re Sacripante, e vien con furia molta;
+E l'uno e l'altro insieme è riscontrato
+Con tal romore e con tanta roina
+Che par che il cel profondi e il mondo afina.
+
+L'un l'altro in fronte a l'elmo se è percosso,
+Con quelle lancie grosse e smisurate,
+Né alcun per questo se è de l'arcion mosso;
+L'aste fino alla resta han fraccassate,
+Benché tre palmi ciascun tronco è grosso.
+Già fan rivolta, ed hanno in man le spate,
+E furïosi tornansi a ferire.
+Ché ciascun vôle o vincere o morire.
+
+Chi mai vide due tori alla verdura
+Per una vacca accesi di furore,
+Che a fronte a fronte fan battaglia dura
+Con voce orrenda e piena di terrore;
+Veggia qui duo guerrer senza paura,
+Che non stiman la vita per amore,
+Anci hanno e scudi per terra gettati,
+E la lor guerra fan da disperati.
+
+Or Sacripante al tutto se abandona,
+A due man mena un colpo dispietato.
+Gionselo in testa, e taglia la corona:
+Lo elmo non può tagliar, ché era incantato.
+Ma Agrican il colpisce alla persona,
+E sopra a un fianco l'ha forte piagato.
+Ciascun di vendicarse ben procaccia,
+E rendonsi pan fresco per fogaccia.
+
+Né sì spesso la pioggia, o la tempesta,
+Né la neve sì folta da il cel cade,
+Quanto in quella battaglia aspra e molesta
+Se odino spesso e colpi delle spade.
+E' da l'arcion son sangue insin la testa:
+Mai non se vide tanta crudeltade.
+Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso,
+E cresce ognor lo assalto furïoso.
+
+Vero è che Sacripante sta pur peggio,
+Perché versa più sangue il fianco fore;
+Ma lui della sua vita fa dispreggio,
+E riguardando Angelica, il bel fiore,
+Fra sé diceva: "O re del celo, io cheggio
+Che quel ch'io faccio per soperchio amore
+Angelica lo veda, e siagli grato;
+Poi son contento di morir nel prato.
+
+Io son contento al tutto de morire,
+Pur ch'io compiaccia a quella creatura.
+Oh se lei nel presente avesse a dire:
+'Certo io son ben spietata e troppo dura,
+Facendo un cavallier de amor perire,
+Che per piacermi sua vita non cura!'
+Se ciò dicesse, ed io fossi acertato,
+E morto e vivo poi serìa beato."
+
+E sopra a tal pensier tanto se infiama,
+Che non fu cor giamai così perverso;
+Ad ogni colpo Angelica pur chiama,
+E mena il brando a dritto ed a roverso.
+Altro non ha nel cor che quella dama:
+Piaga non cura, o sangue che abbia perso;
+Ma pur il spirto a poco a poco manca,
+Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.
+
+Li altri re intorno stavano a guardare
+La gran battaglia piena di spavento.
+A ciascaduno un gran dalmaggio pare
+Veder morir quel re pien de ardimento.
+Ma sopra a tutti nol può comportare
+Torindo il Turco, ed ha molto tormento
+Di veder Sacripante in tal travaglia,
+Né sa come sturbar quella battaglia.
+
+E tra li cavallier comincia a dire
+Come egli è certamente un gran peccato
+Veder quel franco re così morire.
+E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato!
+Potrai tu forse con gli occhi soffrire
+Di veder morto quel che t'ha campato?
+Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:
+Esso ce ha reso e l'onore e la vita.
+
+Deh non abbiate di color spavento,
+Benché sia innumerabil quantitate.
+Diamo pur dentro a lor con ardimento,
+Che poco lì faren noi con le spate.
+Né vi crediati di far tradimento,
+Perché questa battaglia disturbate,
+Ché tradimento non si può appellare
+Quel che si fa per suo segnor campare.
+
+Sia mia la colpa, se colpa ne viene,
+E vostre sian le lode tutte quante. -
+Così dicendo più non se ritiene,
+Ma con ruina sprona il suo aferrante.
+La grossa lancia alla resta sostiene;
+Primo e secundo che li viene avante,
+E il terzo e il quarto abatte con furore:
+Or se comincia altissimo romore.
+
+Ché ciascun turco e ciascadun circasso,
+Ciascun di Tribisonda e di Soria,
+E gli altri tutti che al presente lasso,
+Perché dietro a Torindo ognun seguia,
+Ne' Tartari ferirno con fraccasso,
+Contra a quei de Mongalia e di Rossia.
+Ecco di sopra si lieva il polvino,
+Ché da quel canto gionge Trufaldino,
+
+Quel di Baldache, ch'è tanto potente.
+Or comincia la zuffa smisurata,
+Ché cento millia è tutta la sua gente,
+Che in una schiera vien stretta e serrata.
+Agricane a tal cose pone mente,
+E vede la sua gente sbarattata;
+E, vòlto a Sacripante, disse: - Sire,
+Le vostre gente han fatto un gran fallire.
+
+A te ben ne darò bon guidardone:
+Tu prova contra a' mei quel che pôi fare. -
+L'un va di qua, di là l'altro barone,
+E comincia le schiere a sbarattare,
+Menando i brandi con distruzïone.
+Mai tanta gente se ebbe a consumare,
+Ché trenta falcie più non fan nel prato,
+Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.
+
+Agricane inscontrò con Trufaldino.
+Vede quel falso che non può campare;
+Fassegli inanzi sopra del camino,
+Dicendo: - Ben di me ti pôi vantare,
+Se tu me abatti sopra de un roncino,
+E il tuo destriero al mondo non ha pare!
+Lascia il vantaggio, come il dover chiede,
+Che alla battaglia te desfido a piede. -
+
+Era Agricane assai di fama caldo:
+Subito smonta alla verde campagna;
+A un conte dà il destrier del bon Ranaldo,
+Ché già non vôl che altrui quel se guadagna.
+Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo:
+Volta la briglia, e mena le calcagna;
+E prima che Agrican sia rimontato,
+Lui tra sua gente è già remescolato.
+
+Or si riversa tutta la battaglia
+Verso la terra, e fuggono e Circassi.
+Quei di Baldache, la brutta canaglia,
+Fuggono e Sorïan dolenti e lassi,
+Gettan per terra lancie e scudi e maglia,
+E gettan le saette con turcassi.
+Non vi è chi contra a' Tartari risponde:
+Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.
+
+E già son gionti ove il fosso confina
+Sotto alla terra, che è cotanto forte.
+Là gioso ogni om se getta con roina,
+Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte.
+Che debbe fare Angelica meschina,
+Che vede le sue gente tutte morte?
+Apre la porta e il ponte fa callare,
+Ché già soletta lei non vôl campare.
+
+Come la porta in quel ponte se apria,
+Sia maledetto chi a drieto rimane.
+La gente tartaresca che seguia,
+È mescolata con loro alle mane.
+Or la porta gataia giù cadia,
+E restò dentro il forte re Agricane;
+Trecento cavallier de sue masnate
+Fôr con lui chiusi dentro alla citate.
+
+Egli era in su Baiardo copertato:
+Mai non fu visto un baron tanto fiero.
+Bordaco il Damaschino era tornato
+Dentro alla terra, e vede il cavalliero,
+E con molta arroganza li ha parlato:
+- Or tua possanza ti farà mestiero:
+Non te varrà Baiardo a questo ponto.
+Ve' che una volta pur vi fosti gionto!
+
+In ogni modo te convien morire,
+Né pôi mostrar valor né far deffesa. -
+Il re Agrican ridendo prese a dire:
+- Non facciam di parole più contesa,
+Ma tu comincia, se hai ponto de ardire:
+Della mia morte pigliane l'impresa,
+Ché tu serai il primo a caminare
+Là giù, dove molti altri aggio a mandare. -
+
+Portava il re Bordaco una catena,
+Che avea da capo una palla impiombata;
+Con quella ad Agricane a due man mena,
+Ma lui riscontra al colpo con la spata,
+Né parve pur che lo toccasse apena,
+Ché quella cadde alla terra tagliata.
+Dicea il Tartaro a lui: - Sapra' mi dire
+Qual sappia de noi duo meglio ferire. -
+
+Così dicendo, quel baron possente
+A due man mena sopra al bacinetto,
+E quel fraccassa, e mette il brando al dente
+E parte il mento e il collo insino al petto.
+Veggendo quel gran colpo, l'altra gente
+Tutti fuggian, turbati nello aspetto,
+E tutti in fuga se pongono in caccia;
+Il re Agrican li segue e li minaccia.
+
+Egli è di core ardente e tanto fiero,
+Che sempre voluntate lo trasporta;
+Però che, se egli aveva nel pensiero
+Tornare adrieto, ed aprir quella porta,
+Prender la terra assai gli era leggiero,
+Ed Angelica avere, o presa o morta.
+Ma la ira, che ciascun di senno priva,
+Dietro il pose alla gente che fuggiva.
+
+Battaglia è ancora di fuor tutta fiata,
+Molto crudele, orribile e diversa;
+Qui l'una e l'altra gente è radunata:
+Chi more, e chi del ponte se sumersa.
+Tanto è quivi de' morti la tagliata,
+Che il sangue che de' corpi fuor riversa,
+Sparge per tutto e corre tanto grosso,
+Che insino a l'orlo ha già cresciuto il fosso.
+
+Ma dentro dalla terra altro terrore
+E più crudel partito se apresenta.
+Quel re sopra Baiardo con furore,
+Terribile a vedere, ogniun spaventa.
+Non fu battaglia al mondo mai maggiore,
+Né dove tanta gente fosse spenta;
+Tanti ne occise quel pagan gagliardo,
+Che a pena e corpi passa con Baiardo.
+
+Prima che fosse in Albraca serrato,
+Come intendesti, il re de Tartaria,
+Già se era prima dentro recovrato
+Re Sacripante, pien di gagliardia.
+Medicar se faceva disarmato,
+E tanto sangue già perduto avia,
+Che di star dritto non avea potere,
+Ma sopra al letto stavasi a giacere.
+
+Ora torniamo al potente Agricane,
+Che assembra una fortuna di marina.
+Il brando sanguinoso ha con due mane:
+Mai non fo vista cotanta roina.
+Oditi e gran lamenti e voce strane,
+Ché tutta è occisa la gente tapina,
+Re Sacripante, e in letto, con dolore,
+Dimanda la cagion di quel romore.
+
+Piangendo un suo scudier li prese a dire:
+- Intrato è re Agricane, il maledetto,
+Che la citade pone a gran martìre. -
+Ciò odendo Sacripante esce del letto.
+Ciascun de' suoi ben lo volea tenire,
+Ma lui saltò di fuora al lor dispetto;
+Né altre arme porta che il sol brando e il scudo,
+Vestito di camisa, e il resto nudo.
+
+E riscontra le schiere spaventate:
+Nïun per tema sa quel che se faccia.
+Lui li cridava: - Ah gente svergognate!
+Poi che un sol cavallier tutti vi caccia,
+Come nel fango non vi sotterrate?
+Come osati ad alcun mostrar la faccia?
+Gettati l'arme, e andati alla poltrogna,
+Poi non sapeti quel che sia vergogna.
+
+Vedeti come io vado disarmato
+E quasi nudo, per avere onore. -
+Il popol che fuggiva se è firmato,
+Di meraviglia pieno e di stupore:
+Ciascuno alle sue spalle è rivoltato,
+Perché la fama del suo gran valore
+Era tanto alta, e i fatti a non mentire,
+Che a questi spaventati dava ardire.
+
+Ecco Agricane in mezo della strata,
+Che mena in rotta quella gente persa,
+Ed ha quest'altra schiera riscontrata
+Con Sacripante, che il passo attraversa.
+Nova battaglia qui se è cominciata,
+Più de l'altra feroce, e più diversa,
+Benché e Tartari sono poca gente;
+Ma dà a lor core il suo segnor valente.
+
+Da l'altra parte tanto eran spronati
+Quei della terra da quel re circasso,
+Che se stimano al tutto svergognati,
+Se son cacciati adesso di quel passo.
+Quivi de frezze e de dardi lanciati,
+Di mazze e spade ve era tal fraccasso,
+Qual più giamai stimar se puote in guerra;
+Altri che morti non se vede in terra.
+
+Sopra a tutti l'ardito Sacripante
+Di sua persona fa prova sicura.
+Senz'arme indosso agli altri sta davante,
+Che meraviglia è pur che ancora dura.
+Ma tanto è destro, e di gambe aiutante,
+Che alcuna cosa non gli fa paura;
+Né con il scudo copre sol se stesso,
+Ma li altri colpi ancor ripara spesso.
+
+Ora un gran sasso mena, or getta un dardo
+Ora combatte con la lancia in mano,
+Or coperto del scudo, con riguardo,
+Col brando sta a' nemici prossimano;
+E tanto fa, che Agricane il gagliardo
+Ogni sua forza adoperava in vano:
+Né vi vale il vigor, né lo ardimento;
+Già morti sono e soi più de trecento.
+
+Né lui se può da tanti riparare,
+Dardi e saette adosso li piovia;
+Re Sacripante sol gli dà che fare,
+E li altri lo tempestan tutta via.
+Rotto è il cimer, ché penne non appare,
+E il scudo fraccassato in braccio avia;
+L'elmo di sasso al capo li risuona,
+De arme lanciate ha piena la persona.
+
+Qual, stretto dalla gente e dal romore,
+Turbato esce il leon della foresta,
+Che se vergogna di mostrar timore,
+E va di passo torcendo la testa;
+Batte la coda, mugia con terrore,
+Ad ogni crido se volge ed arresta:
+Tale è Agricane, che convien fuggire,
+Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.
+
+Ad ogni trenta passi indietro volta,
+Sempre minaccia con voce orgogliosa;
+Ma la gente che il segue è troppo molta,
+Ché già per la cità se sa la cosa,
+E da ogni parte è qui la gente colta.
+Ecco una schiera che se era nascosa,
+Esce improviso, come cosa nova,
+Ed alle spalle a quel re se ritrova.
+
+Ma ciò non puote quel re spaventare,
+Che con furia e roina se è addricciato.
+Pedoni e cavallier fa a terra andare;
+Prende il brando a due mane il disperato.
+Or quivi alquanto lo voglio lasciare,
+Ed a Ranaldo voglio esser tornato,
+Che da Rocca Crudele è già partito,
+E sopra al mar camina a piè sul lito.
+
+Ciò me sentisti ben di sopra dire,
+E come riscontrato ha quella dama,
+Che par che di dolor voglia morire.
+Cortesemente quel baron la chiama,
+E prega lei per ogni suo desire,
+Per quella cosa che più nel mondo ama,
+E per lo Iddio del celo, e per Macone,
+Che del suo dôl li dica la cagione.
+
+Piangendo respondia la sconsolata:
+- Io farò tutto il tuo voler compiuto.
+Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata,
+Dapoi che ogni mio bene ho io perduto!
+Tutta la terra cerco, ed ho cercata,
+Né ancor cercando spero alcuno aiuto;
+Però che ritrovarme è di mestieri
+Un che combatta a nove cavallieri. -
+
+Dicea Ranaldo: - Io non mi vo' dar vanto,
+Già de duo cavallier, non che di nove;
+Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto
+Tanta pietate nel petto mi move,
+Che, se io non son bastante a un fatto tanto,
+L'ardir mi basta a voler far le prove;
+Siché del caso tuo prendi conforto,
+Ché certo o vinceraggio, o serò morto. -
+
+Disse la dama: - A Dio ti racomando!
+Della proferta ti ringrazio assai;
+Ma tu non sei colui ch'io vo cercando,
+Ch'io credo ben che nol trovarò mai.
+Sappi che tra quei nove è il conte Orlando.
+Forse per fama cognosciuto l'hai;
+E gli altri ancor son gente de valore:
+Di questa impresa non avresti onore. -
+
+Quando Ranaldo ascolta la donzella,
+Ed ode il conte Orlando nominare,
+Piacevolmente ancora a sé l'appella,
+Prega che Orlando li voglia insegnare.
+Così da lei intese la novella
+De il fiume che non lascia ricordare;
+E il tutto li contò de ponto in ponto,
+Come Orlando con gli altri lì fo gionto.
+
+Intende che la dama che parlava,
+È quella che partì da Brandimarte.
+Ranaldo strettamente la pregava
+Che lo voglia condure in quella parte;
+E prometteva in sua fede, e giurava
+Che faria tanto, o per forza o per arte,
+O combattendo o simulando amore,
+Che traria quei baron tutti di errore.
+
+Vedea la dama quel barone adatto,
+E di persona sì bene intagliato,
+Che aconcio li pareva a ogni gran fatto,
+Ed era ancora non vilmente armato.
+Ma questo canto più breve vi tratto,
+Però che l'altro vi fia prolongato
+Nel racontar d'una lunga novella
+Che a narrar prese questa damigella.
+
+Canto duodecimo
+
+Io ve ho contato la battaglia oscura,
+Che ancor mi trona in capo quel romore
+De Sacripante, che è senza paura,
+E de Agricane, il franco e alto segnore;
+Più quella cruda voce non me dura,
+E dolcemente contarò de amore:
+Teneti voi, segnor, nel pensier saldo
+Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo.
+
+La damisella subito dismonta,
+E il palafreno a lui donar volìa.
+Dicea Ranaldo a lei: - Tu mi fai onta
+Ad invitarme a tanta vilania. -
+Lei rispondeva con parole pronta,
+Che seco a piedi mai nol menaria:
+Al fin, per far questa novella corta,
+Lui montò in sella e quella in groppa porta.
+
+La dama andava alquanto spaventata,
+Per la temenza che avea del suo onore;
+Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata,
+Né mai Ranaldo ragionò de amore,
+Alquanto nel parlar rasicurata,
+Disse a lui: - Cavallier pien di valore,
+Or entrar nella selva si conviene,
+Che cento leghe di traverso tiene.
+
+Acciò che men te incresca il caminare
+Per questa selva orribile e deserta,
+Una novella te voglio contare,
+Che intravenne, ed è ben cosa certa.
+In Babilonia potrai arivare,
+Dove la istoria manifesta è aperta;
+Però (quel ch'io ti narro è veritade)
+Fu fatto dentro de quella citade.
+
+Un cavallier, che Iroldo era chiamato,
+Ebbe una dama nomata Tisbina;
+Ed era lui da questa tanto amato,
+Quanto Tristan da Isotta la regina.
+Esso era ancor di lei inamorato,
+Che sempre, dalla sera alla mattina,
+E dal nascente giorno a notte oscura,
+Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.
+
+Vicino ad essi un barone abitava,
+Di Babilonia stimato il maggiore;
+E certamente ciò ben meritava,
+Ché è di cortesia pieno e di valore.
+Molta ricchezza, de che egli abondava,
+Dispendea tutta quanta in farsi onore;
+Piacevol nelle feste, in l'arme fiero,
+Leggiadro amante e franco cavalliero.
+
+Prasildo nominato era il barone.
+Quello invitato è un giorno ad un giardino,
+Dove Tisbina con altre persone
+Faceva un gioco, in atto peregrino.
+Era quel gioco di cotal ragione,
+Che alcun li tenea in grembo il capo chino;
+Quella alle spalle una palma voltava:
+Chi quella batte a caso indivinava.
+
+Stava Prasildo a riguardare il gioco:
+Tisbina alle percosse l'ha invitato;
+Ed in conclusïon prese quel loco,
+Perché fo prestamente indivinato.
+Standoli in grembo, sente sì gran foco
+Nel cor, che non l'avrebbe mai pensato;
+Per non indivinar mette ogni cura,
+Ché di levarse quindi avea paura.
+
+Dapoi che il gioco è partito e la festa,
+Non parte già la fiamma dal suo core,
+Ma tutto 'l giorno integro lo molesta,
+La notte lo assalisce in più furore.
+Or quella cagion trova, ed ora questa
+Che al volto li è fuggito ogni colore,
+Che la quïete del dormir gli è tolta,
+Né trova loco, e ben spesso si volta;
+
+Ora li par la piuma assai più dura
+Che non suole apparere un sasso vivo.
+Cresce nel petto la vivace cura,
+Che d'ogni altro pensiero il cor l'ha privo.
+Sospira giorno e notte a dismisura,
+Con quella affezïon ch'io non descrivo,
+Perché descriver non se può lo amore
+A chi nol sente e a cui non l'ha nel core.
+
+E correnti cavalli, e cani arditi,
+De che molto piacer prender suolia,
+Li sono al tutto del pensier fuggiti.
+Or se diletta in dolce compagnia,
+Spesso festeggia e fa molti conviti,
+Versi compone e canta in melodia,
+Giostra sovente, ed entra in torniamenti
+Con gran destrieri e ricchi paramenti.
+
+E benché pria cortese fosse assai,
+Ora è cento per un multiplicato,
+Ché la virtude cresce sempre mai,
+Che se ritrova in l'omo inamorato:
+E nella vita mia già non trovai
+Un ben che per amor sia rio tornato;
+Ma Prasildo, che è tanto d'amor preso,
+Sopra a quel che se stima, fo corteso.
+
+Egli ha trovato una sua messagiera,
+Che avea molta amicizia con Tisbina,
+Che la combatte e il mattino e la sera,
+Né per una repulsa se rafina.
+Ma poco viene a dir, ché quella altiera
+A preghi né a pietade mai se inchina;
+Perché sempre interviene in veritate
+Che la alterezza è gionta con beltate.
+
+Quante volte li disse: "O bella dama,
+Cognosci l'ora della tua ventura,
+Dapoi che un tal baron più che sé te ama,
+Ché non ha il cel più vaga creatura.
+Forse anco avrai di questo tempo brama,
+Ché il felice destin sempre non dura;
+Prendi diletto, mentre sei su il verde,
+Ché lo avuto piacer mai non se perde.
+
+Questa età giovenil che è sì zoiosa,
+Tutta in diletto consumar si deve,
+Perché quasi in un ponto ce è nascosa.
+Come dissolve il sol la bianca neve,
+Come in un giorno la vermiglia rosa
+Perde il vago colore in tempo breve,
+Così fugge la età come un baleno,
+E non se può tenir, ché non ha freno."
+
+Spesso con queste e con altre parole
+Era Tisbina combattuta in vano.
+Ma, quale in prato le fresche vïole
+Nel tempo freddo pallide se fano,
+Come il splendido giaccio al vivo sole,
+Cotal se disfacea il baron soprano,
+E condotto era a sì malvagia sorte,
+Che altro ristor non spera che la morte.
+
+Più non festeggia, sì come era usato:
+In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso.
+Palido molto e macro è diventato,
+Né quel che esser suolea, pareva adesso.
+Altro diporto non ha ritrovato,
+Se non che della terra usciva spesso,
+E suolea solo in un boschetto andare
+Del suo crudele amore a lamentare.
+
+Tra l'altre volte avenne una matina
+Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava,
+Ed avea seco la bella Tisbina;
+E così andando, ciascuno ascoltava
+Pianto dirotto con voce meschina.
+Prasildo sì soave lamentava,
+E sì dolce parole al dir gli cade,
+Che avria spezzato un sasso di pietade.
+
+"Odeti, fiori, e voi, selve, - dicia -
+Poi che quella crudel più non me ascolta,
+Dati odïenza alla sventura mia.
+Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta,
+Voi, chiare stelle, e luna che vai via,
+Oditi il mio dolor solo una volta:
+Ché in queste voce estreme aggio a finire
+Con cruda morte il lungo mio martìre.
+
+Così farò contenta quella altiera,
+A cui la vita mia tanto dispiace,
+Poi che ha voluto il celo un'alma fiera
+Coprire in viso de pietose face.
+Essa ha diletto che un suo servo pèra,
+Ed io me occiderò, poi che li piace;
+Né de altre cose aggio io maggior diletto,
+Che di poter piacer nel suo cospetto.
+
+Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa
+Tra queste selve, e non se sappia mai
+Che la mia sorte è tanto dolorosa,
+(Né mai palese non me lamentai),
+Ché quella dama in vista grazïosa
+Potria de crudeltà colparsi assai;
+Ed io così crudel l'amo a gran torto,
+Ed amarolla ancor poi che io sia morto."
+
+Con più parole assai se lamentava
+Quel baron franco, con voce tapina,
+E dal fianco la spada denudava,
+Palido assai per la morte vicina;
+E il suo caro diletto ognior chiamava.
+Morir volea nel nome di Tisbina;
+Ché, nomandola spesso, gli era aviso
+Andar con quel bel nome in paradiso.
+
+Ma essa col suo amante ha bene inteso
+Di quel barone il suo pianto focoso.
+Iroldo di pietate è tanto acceso,
+Che ne avea il viso tutto lacrimoso;
+E con la dama ha già partito preso
+Di riparare al caso doloroso.
+Essendo Iroldo nascoso rimaso,
+Mostra Tisbina agionger quivi a caso.
+
+Né mostra avere inteso quei richiami,
+Né che tanto crudel l'abbia nomata;
+Ma, vedendol giacer tra i verdi rami,
+Quasi smarita alquanto se è firmata.
+Poi disse a lui: "Prasildo, se tu me ami,
+Come già dimostrasti averme amata,
+A tal bisogni non me abandonare,
+Perché altramente io non posso campare.
+
+E se io non fossi a l'ultimo partito
+Insieme della vita e dello onore,
+Io non farebbi a te cotale invito,
+Ché non è al mondo vergogna maggiore
+Che a richieder colui che hai deservito.
+Tu m'hai portato già cotanto amore,
+Ed io fui sempre a te tanto spietata;
+Ma ancor col tempo te serò ben grata.
+
+Ciò ti prometto su la fede mia,
+E già de l'amor mio te fo sicuro,
+Pur quel ch'io cheggio da te fatto sia.
+Or odi, e non ti para il fatto duro:
+Oltra alla selva della Barbaria
+È un bel giardino, ed ha di ferro il muro;
+In esso intrar si può per quattro porte,
+L'una la Vita tien, l'altra la Morte,
+
+Un'altra Povertà, l'altra Ricchezza:
+Convien chi ve entra, alla opposita uscire.
+In mezo è un tronco a smisurata altezza,
+Quanto può una saetta in su salire;
+Mirabilmente quello arbor se apprezza,
+Ché sempre perle getta nel fiorire,
+Ed è chiamato il Tronco del Tesoro,
+Che ha pomi de smeraldi e rami d'oro.
+
+Di questo un ramo mi conviene avere,
+Altramente son stretta a casi gravi;
+Ora palese ben potrò vedere
+Se tanto me ami quanto demostravi.
+Ma se impetro da te questo apiacere,
+Più te amarò che tu me non amavi;
+E mia persona ti darò per merto
+Di tal servigio: tientine ben certo."
+
+Quando Prasildo intende la speranza
+Esserli data di cotanto amore,
+De ardire e di desio se stesso avanza,
+Promette il tutto senza alcun timore.
+Così promesso avria, senza mancanza,
+Tutte le stelle, il celo e il suo splendore;
+E l'aria tutta, con la terra e il mare,
+Avria promesso senza dubitare.
+
+Senza altro indugio si pone a camino,
+Lasciando ivi colei che cotanto ama;
+In abito va lui de peregrino.
+Or sappiati che Iroldo e la sua dama
+Mandavano Prasildo a quel giardino,
+Che l'Orto di Medusa ancor se chiama,
+Acciò che il molto tempo, al longo andare,
+Li aggia Tisbina de l'animo a trare.
+
+Oltra di ciò, quando pur gionto sia,
+Era quella Medusa una donzella
+Che al Tronco del Tesor stava a l'ombria.
+Chi prima vede la sua faccia bella,
+Scordasi la cagion de la sua via;
+Ma chiunche la saluta, o li favella,
+E chi la tocca, e chi li sede a lato,
+Al tutto scorda del tempo passato.
+
+Quello animoso amante via cavalca
+Soletto, o ver da Amore acompagnato.
+Il braccio de il mar Rosso in nave varca,
+E già tutto lo Egitto avea passato,
+Ed era gionto nei monti di Barca,
+Dove un palmier canuto ebbe trovato;
+E ragionando assai con quel vecchione,
+Della sua andata dice la cagione.
+
+Diceva il vecchio a lui: "Molta ventura
+Or t'ha condotto meco a ragionare;
+Ma la tua mente pavida assicura,
+Ch'io te vo' far il ramo guadagnare.
+Tu sol de entrare a l'orto poni cura;
+Ma quivi dentro assai è più che fare:
+Di Vita e Morte la porta non se usa,
+E sol per Povertà viense a Medusa.
+
+Di questa dama tu non sai la istoria,
+Ché ragionato non me n'hai nïente;
+Ma questa è la donzella che se gloria
+Di avere in guardia quel Tronco lucente.
+Chiunche la vede, perde la memoria,
+E resta sbigotito nella mente;
+Ma se lei stessa vede la sua faccia,
+Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.
+
+A te bisogna un specchio aver per scudo,
+Dove la dama veda sua beltade.
+Senza arme andrai, e de ogni membro nudo,
+Perché convien entrar per Povertade.
+Di quella porta è lo aspetto più crudo
+Che altra cosa del mondo in veritade;
+Ché tutto il mal se trova da quel lato,
+E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato.
+
+Ma a l'opposita porta, ove hai a uscire,
+Ritrovarai sedersi la Ricchezza,
+Odiata assai, ma non se gli osa a dire;
+Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza.
+Parte del ramo qui convienci offrire,
+Né si passa altramente quella altezza,
+Perché Avarizia apresso lei lì siede;
+Benché abbia molto, sempre più richiede."
+
+Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto
+Di quel giardino, e ringraziò il palmiero.
+Indi se parte e, passato il deserto,
+In trenta giorni gionse al bel verziero;
+Ed essendo del fatto bene esperto,
+Intra per Povertate de leggiero.
+Mai ad alcun se chiude quella porta,
+Anci vi è sempre chi de entrar conforta.
+
+Sembrava quel giardino un paradiso
+Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura.
+De un specchio avea il baron coperto il viso,
+Per non veder Medusa e sua figura;
+E prese nello andar sì fatto aviso,
+Che all'arbor d'oro agionse per ventura.
+La dama, che apoggiata al tronco stava,
+Alciando il capo nel specchio mirava.
+
+Come se vide, fu gran meraviglia,
+Ché esser credette quel che già non era;
+E la sua faccia candida e vermiglia
+Parve di serpe terribile e fera.
+Lei paurosa a fuggir se consiglia,
+E via per l'aria se ne va leggiera;
+Il baron franco, che partir la sente,
+Gli occhi disciolse a sé subitamente.
+
+Quinci andò al tronco, poi che era fuggita
+Quella Medusa, falsa incantatrice,
+Che, de la sua figura sbigotita,
+Avea lasciata la ricca radice.
+Prasildo un'alta rama ebbe rapita,
+E smontò in fretta, e ben si tien felice;
+Venne alla porta che guarda Ricchezza,
+Che non cura virtute o gentilezza.
+
+Tutta de calamita era la entrata,
+Né senza gran romor se puote aprire.
+Il più del tempo si vede serrata:
+Fraude e Fatica a quella fa venire.
+Pur se ritrova aperta alcuna fiata,
+Ma con molta ventura convien gire.
+Prasildo la trovò quel giorno aperta,
+Perché de mezo il ramo fece offerta.
+
+De qui partito torna a caminare;
+Or pensa, cavallier, se egli è contento,
+Che mai non vede l'ora de arrivare
+In Babilonia, e parli un giorno cento.
+Passa per Nubia, per tempo avanzare,
+E varcò il mar de Arabia con bon vento;
+Sì giorno e notte con fretta camina,
+Che a Babilonia gionse una matina.
+
+A quella dama fece poi assapere
+Come a sua volontade ha bon fin messa;
+E, quando voglia il bel ramo vedere,
+Elegia il loco e il tempo per se stessa.
+Ben gli ricorda ancor come è dovere
+Che li sia attesa l'alta sua promessa;
+E quando quella volesse disdire,
+Sappiasi certo di farlo morire.
+
+Molto cordoglio e pena smisurata
+Prese di questo la bella Tisbina;
+Gettasi al letto quella sconsolata,
+E giorno e notte di pianger non fina.
+"Ahi lassa me! - dicea - perché fui nata?
+Ché non moritti in cuna, piccolina?
+A ciascadun dolor rimedio è morte,
+Se non al mio, che è fuor d'ogni altra sorte.
+
+Ché se io me uccido e manca la mia fede,
+Non se copre per questo il mio fallire.
+Deh quanta è paccia quella alma che crede
+Che Amor non possa ogni cosa compire!
+E celo e terra tien sotto il suo piede,
+Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire.
+Prasildo da Medusa è rivenuto:
+Or chi l'avrebbe mai prima creduto?
+
+Iroldo sventurato, or che farai,
+Dapoi che avrai la tua Tisbina persa?
+Benché tu la cagion data te ne hai:
+Tu nel mar di sventura m'hai sumersa.
+Ahi me dolente! perché mai parlai?
+Perché non fu mia lingua alor riversa
+Tutta in se stessa e perse le parole,
+Quando impromessi quel che ora mi dole?"
+
+Aveva Iroldo il lamento ascoltato
+Che facea la fanciulla sopra al letto,
+Però che egli improviso era arivato,
+Ed avea inteso ciò ch'ella avea detto.
+Senza parlare a lei si fo accostato,
+Tiensela in braccio e strenge petto a petto;
+Né solo una parola potean dire,
+Ma così stretti se credean morire.
+
+E sembravan duo giacci posti al sole,
+Tanto pianto ne li occhi gli abondava;
+La voce venìa meno a le parole,
+Ma pur Iroldo alfin così parlava:
+"Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole
+Che del mio dispiacer tanto ti grava,
+Perché aver non potrebi alcun dispetto
+Che a me gravasse, essendo a te diletto.
+
+Ma tu cognosci bene, anima mia,
+Che hai tanto senno e tal discrezïone,
+Che, come amor se gionge a zelosia,
+Non è nel mondo maggior passïone.
+Or così parve alla sventura ria
+Ch'io stesso del mio mal fossi cagione;
+Io sol te indussi la promessa a fare,
+Lascia me solo adunque lamentare.
+
+Soletto portar debbo questa pena,
+Ché ti feci fallire al tuo mal grato;
+Ma pregoti, per tua faccia serena
+E per lo amor che un tempo m'hai portato,
+Che la promessa attendi integra e piena,
+E sia Prasildo ben remeritato
+Della fatica e del periglio grande
+A che se pose per le tue dimande.
+
+Ma piacciati indugiar sin ch'io sia morto,
+Che serà solamente questo giorno.
+Facciami quanto vôl Fortuna torto,
+Ch'io non avrò mai, vivo, questo scorno,
+E nello inferno andrò con tal conforto
+De aver goduto solo il viso adorno;
+Ma quando ancor saprò che me sei tolta,
+Morrò, se morir pôssi, un'altra volta."
+
+Più lungo avria ancor fatto il suo lamento,
+Ma la voce mancò per gran dolore;
+Stava smarito e senza sentimento,
+Come de il petto avesse tratto il core.
+Né avea di lui Tisbina men tormento,
+Ed avea perso in volto ogni colore;
+Ma, avendo esso la faccia a lei voltata,
+Così rispose con voce affannata:
+
+"Adunque credi, ingrato a tante prove,
+Ch'io mai potessi senza te campare?
+Dove è l'amor che me portavi, e dove
+È quel che spesso solevi iurare,
+Che, se tu avesti un celo, o tutti nove,
+Non vi potresti senza me abitare?
+Ora te pensi de andar nello inferno
+E me lasciare in terra in pianto eterno?
+
+Io fui e son tua ancor, mentre son viva,
+E sempre serò tua, poi che sia morta,
+Se quel morir de amor l'alma non priva,
+Se non è in tutto di memoria tolta.
+Non vo' che mai se dica, o mai se scriva:
+'Tisbina senza Iroldo se conforta.'
+Vero è che de tua morte non mi doglio,
+Perché ancora io più in vita star non voglio.
+
+Tanto quella convengo differire
+Ch'io solva di Prasildo la promessa,
+Quella promessa che mi fa morire;
+Poi me darò la morte per me stessa.
+Con te ne l'altro mondo io vo' venire,
+E teco in un sepolcro serò messa.
+Così ti prego ancora, e strengo forte,
+Che morir meco vogli de una morte.
+
+E questo fia de un piacevol veneno,
+Il qual sia con tale arte temperato,
+Che il spirto nostro a un ponto venga meno,
+E sia cinque ore il tempo terminato;
+Ché in altro tanto fia compiuto e pieno
+Quel che a Prasildo fo per me giurato.
+Poi con morte quïeta estinto sia
+Il mal che fatto n'ha nostra pacìa."
+
+Così della sua morte ordine dànno
+Quei duo leali amanti e sventurati,
+E col viso apoggiato insieme stanno,
+Or più che prima nel pianto afocati,
+Né l'un da l'altro dipartir se sanno,
+Ma così stretti insieme ed abbracciati.
+Per il venen mandò prima Tisbina
+Ad un vecchio dottor di medicina.
+
+Il qual diede la coppa temperata,
+Senz'altro dimandare alla richiesta.
+Iroldo, poi che assai l'ebbe mirata,
+Disse: "Or su, ché altra via non c'è che questa
+A dar ristoro a l'alma adolorata.
+Non mi serà Fortuna più molesta,
+Ché morte sua possanza al tutto serba:
+Così se doma sol quella superba."
+
+E poi che per mitade ebbe sorbito
+Sicuramente il succo venenoso,
+A Tisbina lo porse sbigotito.
+Lui non è di sua morte pauroso
+Ma non ardisce a lei far quello invito;
+Però, volgendo il viso lacrimoso,
+Mirando a terra, la coppa gli porse,
+E de morire alora stette in forse,
+
+Non del tossico già, ma per dolore,
+Che il venen terminato esser dovia.
+Ora Tisbina con frigido core,
+Con man tremante la coppa prendia,
+E biastemando la Fortuna e Amore,
+Che a fin tanto crudel li conducia,
+Bevette il succo che ivi era rimaso,
+Insino al fondo del lucente vaso.
+
+Iroldo se coperse il capo e il volto,
+E già con gli occhi non volìa vedere
+Che il suo caro desio li fosse tolto.
+Or se comincia Tisbina a dolere,
+Ché non è il suo cordoglio ancor dissolto;
+Nulla la morte li facea al parere
+Il convenirgli da Prasildo gire:
+Questa gran doglia avanza ogni martìre.
+
+Nulla di manco, per servar sua fede,
+A casa del barone essa ne è andata,
+E di parlare a lui secreto chiede:
+Era di giorno, e lei accompagnata.
+Apena che Prasildo questo crede,
+E fattosegli incontro in su la entrata,
+Quanto più puote, la prese a onorare,
+Né di vergogna sa quel che si fare.
+
+Ma poi che solo in un loco secreto
+Se fo con lei ridotto ultimamente,
+Con un dolce parlare e modo queto,
+E quanto più sapea piacevolmente,
+Se forza de tornarli il viso lieto,
+Che lacrimoso a sé vede presente.
+Lui per vergogna ciò crede avenire,
+Né il breve tempo sa del suo morire.
+
+Essa da lui al fin fu scongiurata,
+Per quella cosa che più al mondo amava,
+Che li dicesse perché era turbata
+E di tal noglia piena si mostrava,
+Ad essa proferendo tutta fiata
+Voler morir per lei, se il bisognava;
+Ed a risposta tanto la stringia,
+Che odete quel che odir già non volia.
+
+Perché Tisbina li disse: "Lo amore
+Che con tanta fatica hai guadagnato,
+È in tua possanza, e serà ancor quattr'ore.
+Per mantenirte quel che te ho giurato,
+Perdo la vita, ed ho perso l'onore;
+Ma, quel ch'è più, colui che tanto ho amato
+Perdo con seco, e lascio questo mondo;
+E a te, cui tanto piacqui, me nascondo.
+
+S'io fossi stata in alcun tempo mia,
+Avendomi tu amata, sì come hai,
+Avrei commessa gran discortesia
+A non averte amato pur assai;
+Ma io non puotevo, e non se convenia:
+Duo non se ponno amare, e tu lo sai;
+Amor non ti portai giammai, barone,
+Ma sempre ebbi di te compassïone.
+
+E quello aver pietà della tua sorte
+M'ha di questa miseria centa intorno;
+Ché il tuo lamento mi strense sì forte,
+Allora che te odiva al bosco adorno,
+Che provar mi convien che cosa è morte,
+Prima che a sera gionga questo giorno."
+Con più parole poi raconta a pieno
+Sì come Iroldo e lei preso ha il veleno.
+
+Prasildo ha di tal doglia il cor ferito,
+Odendo questo che la dama dice,
+Che sta senza parlargli sbigotito;
+E dove se credeva esser felice,
+Vedese gionto a l'ultimo partito.
+Quella che del suo core è la radice,
+Colei che la sua vita in viso porta,
+Vedesi avanti agli occhi quasi morta.
+
+"Non è piaciuto a Dio, né a te, Tisbina,
+Della mia cortesia farne la prova, -
+Dice il barone - accioché una roina
+De amor crudele il nostro tempo trova.
+Gionger duo amanti di morte tapina
+Non era al mondo prima cosa nova;
+Ora tre insieme, sì come io discerno,
+Seran sta sera gionti nello inferno.
+
+Di poca fede, or perché dubitasti
+Di richiedermi in don la tua promessa?
+Tu dici che nel bosco me ascoltasti
+Con gran pietade. Ahi fiera! il ver confessa,
+Ché già nol credo; e questa prova basti,
+Che, per farme morir, morta hai te stessa.
+Or che me sol almanco avessi spento,
+Ch'io non sentissi ancor di te tormento!
+
+Tanto ti spiacque ch'io te volsi amare,
+Crudel, che per fuggirme hai morte presa?
+Sasselo Idio ch'io non puote' lasciare,
+Benché io provassi, di amarte l'impresa.
+Me nel bosco dovevi abandonare,
+Se de amarme cotanto al cor ti pesa;
+Chi te sforzava de quel proferire
+Che poi con meco al fin te fa morire?
+
+Io non volevo alcun tuo dispiacere,
+Né lo volsi giamai, né il voglio adesso;
+Che tu me amassi cercai di ottenere,
+Né altro da te mai chiesi per espresso.
+E se altrimenti ti desti a vedere,
+Di scoprirne la prova sei apresso,
+Perch'io te asolvo da ogni giuramento,
+E stare e andar ne puoi a tuo talento."
+
+Tisbina, che il baron cortese odìa,
+Di lui fatta pietosa, prese a dire:
+"Da te son vinta in tanta cortesia,
+Che per te solo io non voria morire.
+Volse Fortuna che altrimenti sia,
+Né posso farti un lungo proferire,
+Però che il viver mio debbe esser poco;
+Ma in questo tempo andria per te nel foco."
+
+Prasildo di gran doglia sì se accese,
+Avendo già sua morte destinata,
+Che le dolci parole non intese,
+E con mente stordita e adolorata
+Un bacio solamente da lei prese,
+Poi l'ebbe a suo piacer licenzïata.
+E lui se levò ancor dal suo cospetto:
+Piangendo forte se pose su il letto.
+
+Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta,
+Ritrovandol col capo ancora involto,
+La cortesia di quel baron li conta,
+E come solo ha un bacio da lei tolto.
+Iroldo dal suo letto a terra smonta,
+E con man gionte al celo adriccia il volto;
+Ingenocchiato, con molta umiltate
+Prega Dio per mercede e per pietate,
+
+Che Lui renda a Prasildo guiderdone
+Di quella cortesia dismisurata.
+Ma, mentre che lui fa la orazïone,
+Cade Tisbina, e pare adormentata;
+E fece il succo la operazïone
+Più presto ne la dama delicata;
+Ché un debil cor più presto sente morte
+Ed ogni passïon, che un duro e forte.
+
+Iroldo nel suo viso viene un gelo,
+Come vede la dama a terra andare,
+Che avea davanti a gli occhi fatto un velo:
+Dormir soave, e non già morte appare.
+Crudel chiama lui Dio, crudel il celo,
+Che tanto l'hanno preso ad oltraggiare;
+Chiama dura Fortuna, e duro Amore,
+Che non lo occida, ed ha tanto dolore.
+
+Lasciàn dolersi questo disperato:
+Stimar puoi, cavallier, come egli stava.
+Prasildo nella ciambra se è serrato,
+E così lacrimando ragionava:
+"Fu mai in terra un altro inamorato
+Percosso da fortuna tanto prava?
+Ché, se io voglio la dama mia seguire,
+In piccol tempo mi convien morire.
+
+Così quel dispietato avria solaccio,
+Che è tant'amaro e noi chiamiamo Amore.
+Prèndeti oggi piacer del mio gran straccio,
+Vien, sàziati, crudel, del mio dolore!
+Ma al tuo mal grato io ne uscirò d'impaccio
+Ché aver non posso un partito peggiore,
+E minor pene assai son nello inferno
+Che nel tuo falso regno e mal governo."
+
+Mentre che se lamenta quel barone,
+Eccoti quivi un medico arivare.
+Dimanda di Prasildo quel vecchione,
+Ma non ardisce alcuno ad esso entrare.
+Diceva il vecchio: "Io, stretto da cagione,
+Ad ogni modo li voglio parlare;
+Ed altramente, io vi ragiono scorto,
+Il segnor vostro questa sera è morto."
+
+Il camarier, che intese il caso grave,
+Di entrar dentro alla zambra prese ardire,
+(Questo teneva sempre un'altra chiave,
+Ed a sua posta puotea entrare e uscire);
+E da Prasildo con parlar soave
+Impetra che quel vecchio voglia odire.
+Benché ne fece molta resistenza,
+Pur lo condusse nella sua presenza.
+
+Disse il medico a lui: "Caro segnore,
+Sempremai te aggio amato e reverito;
+Ora ho molto sospetto, anzi timore
+Che tu non sia crudelmente tradito;
+Però che zelosia, sdegno ed amore,
+E de una dama il mobile appetito,
+Ché è raro a tutte il senno naturale,
+Possono indurre ad ogni estremo male.
+
+E ciò te dico, perché stamatina
+Me fo veneno occulto dimandato
+Per una cameriera de Tisbina.
+Or poco avanti me fu racontato
+Che qua ne venne a te la mala spina.
+Io tutto il fatto ho bene indivinato;
+Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda:
+Lasciale tutte, che il mal fuoco l'arda.
+
+Ma non sospicar già per questa volta,
+Ché in veritade io non gli diè veneno:
+E se quella bevanda forse hai tolta,
+Dormirai da cinque ore, o poco meno.
+Così quella malvaggia sia sepolta,
+Con tutte l'altre de che il mondo è pieno!
+Dico le triste, ché in questa citate
+Una vi è bona, e cento scelerate."
+
+Quando Prasildo intende le parole,
+Par che se avivi il tramortito cuore.
+Come dopo la pioggia le vïole
+Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore;
+Poi, quando al cel sereno appare il sole,
+Apron le foglie, e torna il bel colore:
+Così Prasildo alla lieta novella
+Dentro se allegra e nel viso se abella.
+
+Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato,
+A casa de Tisbina se ne andava;
+E, ritrovando Iroldo disperato,
+Sì come stava il fatto li contava.
+Ora pensati se costui fu grato!
+Colei che più che la sua vita amava,
+Vuol che nel tutto de Prasildo sia,
+Per render merto a sua gran cortesia.
+
+Prasildo ne fie' molta resistenza,
+Ma mal se può disdir quel che se vôle;
+E benché ciascun stesse in continenza,
+Come tra duo cortesi usar se suole,
+Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza
+Sino alla fine, ed in poche parole
+Lascia a Prasildo la dama piacente;
+Lui de quindi se parte incontinente.
+
+Di Babilonia se volse partire,
+Per non tornarvi mai nella sua vita.
+Da poi Tisbina se ebbe a resentire,
+La cosa seppe, sì come era gita;
+E benché ne sentisse gran martìre,
+E fosse alcuna volta tramortita,
+Pur cognoscendo che quello era gito
+Né vi è remedio, prese altro partito.
+
+Ciascuna dama è molle e tenerina
+Così del corpo come della mente,
+E simigliante della fresca brina,
+Che non aspetta il caldo al sol lucente.
+Tutte siàn fatte come fu Tisbina,
+Che non volse battaglia per nïente,
+Ma al primo assalto subito se rese,
+E per marito il bel Prasildo prese. -
+
+Parlava la donzella tutta fiata,
+Quando davanti a lor nel bosco folto
+Odirno una alta voce e smisurata.
+La damigella sbigotita è in volto,
+Benché Ranaldo l'abbia confortata.
+Or questo canto è stato lungo molto;
+Ma a cui dispiace la sua quantitate,
+Lasci una parte, e legga la mitate.
+
+Canto decimoterzo
+
+Io vi dissi di sopra come odito
+Fu quel gran crido di spavento pieno.
+Di nulla se è Ranaldo sbigotito;
+Smonta alla terra, e lascia il palafreno
+A quella dama dal viso fiorito,
+Che per gran tema tutta venìa meno;
+Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante.
+La cagion di quella era un gran gigante,
+
+Che stava fermo sopra ad un sentiero,
+Dietro a una tomba cavernosa e oscura,
+Orribil di persona e viso fiero,
+Per spaventare ogni anima sicura.
+Ma non smarrite già quel cavalliero,
+Che mai non ebbe in sua vita paura,
+Anci contra gli va col brando in mano;
+Nulla si move quel gigante altano.
+
+Di ferro aveva in pugno un gran bastone,
+De fina maglia è tutto quanto armato;
+Da ciascun lato li stava un grifone,
+Alla bocca del sasso incatenato.
+Or, se volete saper la cagione
+Che tenea quivi quel dismisurato,
+Dico che quel gigante in guardia avia
+Quel bon destrier che fu de l'Argalia.
+
+Fu il caval fatto per incantamento,
+Perché di foco e di favilla pura
+Fu finta una cavalla a compimento,
+Benché sia cosa fuora de natura.
+Questa dapoi se fie' pregna di vento:
+Nacque il destrier veloce a dismisura,
+Che erba di prato né biada rodea,
+Ma solamente de aria se pascea.
+
+Dentro a quella spelonca era tornato,
+Sì come lo disciolse Ferraguto:
+Però che in quella prima fu creato,
+E chiuso in essa sempre era cresciuto.
+Dapoi, per forza de libro incantato,
+L'Argalia un tempo l'avea posseduto
+Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno
+Fece il cavallo al suo loco ritorno.
+
+E quel gigante in sua guardia si stava,
+Con fronte altiera, crudo e pertinace;
+E seco due grifoni incatenava,
+Ciascun più ongiuto, orribile e rapace.
+Quella catena a modo se ordinava,
+Che solver li può ben quando a lui piace;
+Ogni grifon di quelli è tanto fiero,
+Che via per l'aria porta un cavalliero.
+
+Ranaldo alla battaglia se appresenta
+Con grande aviso e con molto riguardo;
+Né crediati però che il se spaventa,
+Perché vada sospeso, a passo tardo.
+L'alto gigante nel core argumenta
+Che questo sia un baron molto gagliardo;
+Lui scorgìa ben ciascun, se è vile o forte,
+Ché a più de mille avea data la morte;
+
+E tutto il campo intorno biancheggiava
+De ossi de morti dal gigante occisi.
+Or la battaglia dura incominciava:
+Preso è il vantaggio e li apensati avisi.
+Ma colpi roïnosi se menava:
+Non avea alcun di lor festa né risi;
+Anci cognoscon ben, senza fallire,
+Che l'uno o l'altro qui convien morire.
+
+Il primo feritor fo il bon Ranaldo,
+E gionse a quel gigante in su la testa.
+Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo,
+Che nulla quel gran colpo lo molesta.
+Ora esso di superbia e de ira caldo
+Mena il bastone in furia con tempesta;
+Ranaldo al colpo riparò col scuto:
+Tutto il fraccassa quel gigante arguto.
+
+Ma non li fece per questo altro male;
+Ranaldo colpì lui con gran valore
+De una ferita ben cruda e mortale,
+Che fo nel fianco, assai vicina al core.
+Subitamente par che metti l'ale,
+Rimena l'altra con più gran furore,
+Rompe di ponta quella forte maglia,
+Sino alle rene passa la anguinaglia.
+
+Per questo fo il gigante sbigotito,
+E vede ben che li convien morire;
+De le due piaghe ha un dolore infinito,
+Né quasi in piedi se può sostenire;
+Onde turbato prese il mal partito
+Di far con seco Ranaldo perire:
+Corre alla tana, e con molto fraccasso
+Dislega i duo grifon dal forte sasso.
+
+Il primo tolse quel gigante in piede,
+E via per l'aria con esso ne andava;
+Tanto è salito, che più non se vede.
+L'altro verso Ranaldo se aventava,
+Ché di portarsi il baron forse crede;
+Con le penne aruffate zuffellava,
+L'ale ha distese ed ogni branca aperta;
+Ranaldo mena un colpo di Fusberta.
+
+E già non prese in quel ferire errore:
+Ambe le branche ad un tratto tagliava.
+Sentì quello uccellaccio un gran dolore;
+Via va cridando, e mai più non tornava.
+Ecco di verso il celo un gran romore:
+L'altro grifone il gigante lasciava.
+Non so se camparà di quel gran salto:
+Più de tre mila braccia era ito ad alto.
+
+Roïnando venìa con gran tempesta:
+Ranaldo il vede giù del cel cadere;
+Pargli che al dritto venghi di sua testa,
+E quasi in capo già sel crede avere.
+Lui vede la sua morte manifesta,
+Né sa come a quel caso provedere;
+Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare,
+Sembra il gigante in quella parte andare.
+
+E già vicino a terra è gionto al basso:
+Poco è Ranaldo da lui dilungato,
+Che li cade vicino a men d'un passo.
+Percosse al capo quel dismisurato,
+E mena nel cader sì gran fraccasso,
+Che tremar fece intorno tutto il prato.
+Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno;
+Ora aiutilo Dio, ché egli è bisogno.
+
+Però che quel grifone in giù venìa
+Ad ale chiuse, con tanto romore,
+Che il celo e tutta l'aria ne fremia,
+Ed oscurava il sole il suo splendore,
+Così grande ombra quel campo copria:
+Mai non fo vista una bestia maggiore.
+Turpin lo scrive lui per cosa certa,
+Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta.
+
+Ranaldo fermo il grande uccello aspetta,
+Ma poco tempo bisogna aspettare,
+Perché, quale è di foco una saetta,
+Cotal vide il grifon sopra arivare.
+Lui si stava ben scorto alla vedetta;
+Nella sua gionta un colpo ebbe a menare:
+Sotto la gorga, a ponto al canaletto
+Gionse un traverso, e fese assai nel petto.
+
+Non fu quel colpo troppo aspro e mortale,
+Però che al suo voler non l'ebbe còlto;
+Quel torna al cel battendo le grande ale,
+E furïoso ancor giù se è rivolto.
+Gionse ne l'elmo quel fiero animale,
+E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto,
+Né 'l rompe, né lo intacca, tanto è fino!
+Lo elmo è fatato, e già fo di Mambrino.
+
+Su vola spesso, e giù torna a ferire;
+Ranaldo non la puote indovinare,
+Che una sol volta lo possa colpire.
+Stava la donna la pugna a guardare,
+E di paura se credea morire,
+Non già di sé, che non gli avia a pensare,
+Né de esser quivi lei se ricordava:
+Del baron teme, e sol per lui pregava.
+
+Per la notte vicina il giorno oscura,
+E la battaglia ancora pur durava.
+Di questo sol Ranaldo avea paura,
+De non veder la bestia che volava;
+Onde per trarne fin pone ogni cura,
+Ogni partito in l'animo pensava;
+Al fin non trova quel che debba fare,
+Poi che per l'aria lui non puote andare.
+
+Alfin su il prato tutto se distende
+Giù riversato, come fusse morto;
+Quello uccellaccio subito discende,
+Ché non si fu di tale inganno accorto,
+Ed a traverso con le branche il prende.
+Stava Ranaldo in su lo aviso scorto;
+Non fu sì presto da l'uccel gremito,
+Che menò il brando il cavalliero ardito.
+
+Proprio sopra alla spalla il colpo serra,
+E nervi e l'osso Fusberta fraccassa;
+Di netto una ala li mandò per terra,
+Ma per questo la fiera già nol lassa.
+Con ambedue le grife il petto afferra,
+E sbergo e maglia e piastra tutte passa
+E l'uno e l'altro ungion strenge sì forte,
+Che pare a quel baron sentir la morte.
+
+Ma non per tanto lascia de ferire;
+Or nella pancia il passa or nel gallone,
+Di tante ponte, che il fece morire;
+Poi si levava in piede quel barone.
+Gran periglio ha portato, a non mentire;
+Lui Dio ringrazia con devozïone;
+E già la dama al palafren lo invita,
+Parendo a lei la cosa esser finita.
+
+Ma Ranaldo quel loco avia veduto,
+Dove stava il destrier meraviglioso;
+Se non avesse il fatto a pien saputo,
+Serìa stato in sua vita doloroso.
+Era quel sasso orribile ed arguto:
+Dentro vi passa il principe animoso;
+Da cento passi vicino alla intrata
+Era di marmo una porta intagliata.
+
+Di smalto era adornata quella porta,
+Di perle e di smiraldi, in tal lavoro
+Che non fu mai da uno occhio d'omo scorta
+Cosa de un pregio di tanto tesoro.
+Stava nel mezo una donzella morta,
+Ed avea scritto sopra in lettre d'oro:
+'Chi passa quivi, arà di morte stretta,
+Se non giura di far la mia vendetta;
+
+Ma se giura lo oltraggio vendicare,
+Che mi fu fatto con gran tradimento,
+Avrà quel bon destriero a cavalcare,
+Che di veloce corso passa il vento.'
+Or non stette Ranaldo più a pensare,
+Ma a Dio promette, e fanne giuramento,
+Che quanta vita e forza l'avrà scorto,
+Vendicherà la dama occisa a torto.
+
+Poi passa dentro, e vede quel destriero,
+Che de catena d'oro era legato,
+Guarnito aponto a ciò che fa mestiero,
+Di bianca seta tutto copertato.
+Egli come un carbone è tutto nero,
+Sopra la coda ha pel bianco meschiato;
+Così la fronte ha partita de bianco,
+La ungia di dietro ancora al pede manco.
+
+Destrier del mondo con questo si vanta
+Correre al paro, e non ne tro Baiardo,
+Del qual per tutto il mondo oggi si canta.
+Quello è più forte, destro e più gagliardo;
+Ma questo aveva leggierezza tanta,
+Che dietro a sé lasciava un sasso, un dardo,
+Uno uccel che volasse, una saetta,
+O se altra cosa va con maggior fretta.
+
+Ranaldo fuor di modo se allegrava
+Di aver trovato tanto alta ventura;
+Ma la catena a un libro se chiavava,
+Che avea di sangue tutta la scrittura.
+Quel libro, a chi lo legge, dichiarava
+Tutta la istoria e la novella oscura
+Di quella dama occisa su la porta,
+Ed in che forma, e chi l'avesse morta.
+
+Narrava il libro come Trufaldino,
+Re di Baldaco, falso e maledetto,
+Aveva un conte al suo regno vicino,
+Ardito e franco, e de virtù perfetto;
+Ed era tanto de ogni lodo fino,
+Che il re malvaggio n'avea gran dispetto.
+Fo quel baron nominato Orrisello;
+Montefalcone ha nome il suo castello.
+
+Avea il conte Orrisello una sorella,
+Che de tutt'altre dame era l'onore,
+Perché è di viso e di persona bella;
+Di leggiadria, di grazia e di valore
+Se alcuna fo compita, lei fu quella.
+Essa portava a un cavalliero amore,
+Nobil di schiatta e famoso de ardire,
+Leggiadro e bello a più non poter dire.
+
+Il sol, che tutto 'l mondo volta intorno,
+Non vedea un altro par de amanti in terra
+Sì de beltade e de ogni lode adorno.
+Una voglia, uno amor questi duo serra,
+E cresce ogniora più di giorno in giorno.
+Or Trufaldino a possanza di guerra
+Mai non puotria pigliar Montefalcone,
+Ché sua fortezza è fuor de ogni ragione.
+
+Sopra de un sasso terribile e duro,
+Un miglio ad alto, per stretto sentiero,
+Se perveniva al smisurato muro;
+Né a questo s'apressava di leggiero,
+Perché un profondo fosso e largo e scuro
+Volge il castello intorno tutto intiero;
+Ciascuna porta ove dentro si vane,
+Ha di tre torre fuora un barbacane.
+
+Con incredibil cura si guardava
+Questa fortezza de il franco Orrisello;
+Lui temea Trufaldin che lo odïava,
+E fatto ha già più assalti a quel castello,
+E con vergogna sempre ritornava.
+Or sapeva quel re de ogni altro fello
+Che la sorella del conte, Albarosa,
+Polindo amava sopra ogni altra cosa.
+
+Polindo il cavallier è nominato,
+Albarosa la dama delicata,
+Quella de che aggio sopra ragionato
+Che amava tanto, ed era tanto amata.
+Ora quel cavalliero inamorato
+Andava alla ventura alcuna fiata,
+Cercando e regni per ogni confino:
+In corte si trovò di Trufaldino.
+
+Era quel re malvaggio e traditore,
+Ciascuna cosa sapea simulare:
+A Polindo faceva molto onore,
+Con gran proferte e cortese parlare;
+E prometteli aiuto e gran favore,
+Quando Albarosa voglia conquistare.
+Diversa cosa è lo amor veramente!
+Teme ciascuno, e crede ad ogni gente.
+
+Chi altri mai che Polindo avria creduto
+A quel malvaggio mancator di fede,
+Che così da ciascuno era tenuto?
+Il cavallier nol stima e ciò non crede;
+Anci di avere il proferito aiuto
+Sempre procaccia, e mai l'ora non vede
+Che Albarosa la bella tenga in braccio;
+E de altra cosa non se dona impaccio.
+
+Poi che la dama fu tentata in vano
+Che dentro dalla rocca toglia gente,
+A Polindo promette e giura in mano
+Una notte partirse quietamente,
+Al piè del sasso scender gioso al piano,
+Ed esserli in sua vita obedïente,
+Andar con lui, e far tutte sue voglie:
+Esso promette a lei tuorla per moglie.
+
+L'ordine dato se pone ad effetto.
+Avea già Trufaldin prima donata
+A Polindo una rocca da diletto,
+Longe a Montefalcone una giornata.
+Qui dentro intrarno senza altro rispetto
+Quel cavalliero e la giovene amata.
+Cenando insieme con gran festa e riso,
+Eccoti Trufaldin quivi improviso.
+
+Vaga fortuna, mobile ed incerta,
+Che alcun diletto non lascia durare!
+Sotto la terra è una strata coperta,
+Per quella nella rocca se può andare.
+Avea il malvaggio questa cosa esperta,
+Perciò li volse la rocca donare.
+Così cenando, e doi de amore accesi
+Fuor de improvviso crudelmente presi.
+
+Polindo di parlar già non ardiva,
+Per non far seco la dama perire;
+Ma di grande ira e rabbia se moriva,
+Ché non può a Trufaldin sua voglia dire.
+Quel re comanda alla dama che scriva
+Al suo german che a lei debba venire,
+Fingendo che Polindo l'ha menata
+Dentro a una selva grande e smisurata;
+
+E quivi a forza rinchiusa la tene,
+Sotto la guarda di tre suoi famigli;
+Ma se lui quivi secreto ne viene,
+Vôl che Polindo e quelli insieme pigli;
+Che le cagion diragli intiere e piene
+Di sua partita, e non se meravigli;
+Che poi lo chiarirà che il suo camino
+Campato ha lui di man di Trufaldino.
+
+La dama dice de voler morire
+Più presto che tradire il suo germano;
+Né per minaccie o per piacevol dire
+Può far che prenda pur la penna in mano.
+Il re fa incontinente qui venire
+Un tormento aspro, crudo ed inumano,
+Che con ferro affocato e membri straccia:
+Quella fanciulla prende nella faccia.
+
+Nella faccia pigliò col ferro ardente:
+Non se lamenta lei, né getta voce;
+Alla richiesta risponde nïente.
+Quel focoso tormento assai più coce
+Polindo, che vi stava di presente;
+E benché fosse de animo feroce,
+E de uno alto ardir pieno in veritate,
+Pur cade in terra per molta pietate.
+
+Narrava il libro tutte queste cose,
+Ma più destinto, e con altre parole;
+Ché vi erano atti con voci pietose,
+E quel dolce parlar che usar se suole
+Tra l'anime congionte ed amorose.
+Eravi che Polindo assai se dole
+Più de Albarosa che del proprio male;
+E lei fa del suo amante un altro tale.
+
+Legge Ranaldo quella istoria dura,
+E molto pianto da gli occhi li cade;
+Nel viso se conturba sua figura
+Per quell'estremo caso de pietade.
+Una altra fiata sopra al libro giura
+Di vendicar quella aspra crudeltade;
+E torna fuora il cavallier soprano
+Con quel destrier che ha nome Rabicano.
+
+Sopra di quello è il cavallier salito,
+E via cavalca con la damisella,
+Ma poco andâr, e il giorno fo sparito:
+Ciascun di lor dismonta dalla sella.
+Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito,
+Dorme vicino a lui la dama bella;
+Lo incanto della Fonte de Merlino
+Ha tolto suo costume al paladino.
+
+Ora li dorme la dama vicina:
+Non ne piglia il barone alcuna cura.
+Già fo tempo che un fiume e una marina
+Non avrian posto al suo desio misura;
+A un muro, a un monte avria data roina
+Per star congionto a quella creatura;
+Or li dorme vicina e non gli cale:
+A lei, credo io, ne parve molto male.
+
+Già l'aria se schiariva tutta intorno
+Abenché il sole ancor non se mostrava;
+Di alcune stelle è il cel sereno adorno,
+Ogni uccelletto agli arbori cantava;
+Notte non era, e non era ancor giorno.
+La damisella Ranaldo guardava,
+Però che essa al mattino era svegliata;
+Dormia il barone a l'erba tutta fiata.
+
+Egli era bello ed allor giovenetto,
+Nerboso e asciutto, e de una vista viva,
+Stretto ne' fianchi e membruto nel petto:
+Pur mo la barba nel viso scopriva.
+La damisella il guarda con diletto,
+Quasi, guardando, di piacer moriva;
+E di mirarlo tal dolcezza prende,
+Che altro non vede ed altro non attende.
+
+Sta quella dama di sua mente tratta,
+Guardandosi davanti il cavalliero.
+Or dentro quella selva aspra e disfatta
+Stava un centauro terribile e fiero;
+Forma non fo giamai più contrafatta,
+Però che aveva forma di destriero
+Sino alle spalle, e dove il collo uscia
+E corpo e braccie e membra d'omo avia.
+
+De altro non vive che di cacciasone,
+Per quel deserto che è sì grande e strano;
+Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone,
+Sempre cacciando andava per quel piano;
+Alora alora avea preso un leone,
+E così vivo sel portava in mano.
+Rugge il leone e fa gran dimenare;
+Per questo se ebbe la dama a voltare,
+
+Ed altramenti sopra li giongìa
+Tutto improviso il diverso animale.
+E forse che Ranaldo occiso avria:
+Molto comodo avia di farli male.
+La damisella un gran crido mettia:
+- Donaci aiuto, o Re celestïale! -
+A quel crido se desta il baron pronto,
+E già il centauro è sopra di lor gionto.
+
+Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia,
+Benché il gigante l'avea fraccassato;
+E quel centauro di spietata faccia
+Getta il leon, che già l'ha strangolato.
+Ranaldo adosso a lui tutto se caccia:
+Quel fugge un poco, e poi se è rivoltato,
+E con molta roina lancia un dardo;
+Stava Ranaldo con molto riguardo,
+
+Sì che nol puote a quel colpo ferire.
+Or lancia l'altro con molta tempesta;
+L'elmo scampò Ranaldo dal morire,
+Ché proprio il gionse a mezo della testa;
+L'altro ancor getta, e nol puote colpire.
+Ma già per questo la pugna non resta,
+Perché il centauro ha preso il suo bastone,
+E va saltando intorno al campïone.
+
+Tanto era destro, veloce e leggiero,
+Che Ranaldo se vede a mal partito;
+Lo esser gagliardo ben li fa mestiero.
+Quello animal il tien tanto assalito,
+Che apressar non se puote al suo destriero;
+Girato ha tanto, che quasi è stordito.
+A un grosso pin se accosta, che non tarda:
+Questo col tronco a lui le spalle guarda.
+
+Quello omo contrafatto e tanto strano
+Saltando va de intorno tuttavia;
+Ma il principe, che avia Fusberta in mano,
+Discosto a sua persona lo tenìa.
+Vede il centauro afaticarsi in vano,
+Per la diffesa che il baron facìa;
+Guarda alla dama dal viso sereno,
+Che di paura tutta venìa meno.
+
+Subitamente Ranaldo abandona,
+E leva dello arcion quella donzella;
+Fredda nel viso e in tutta la persona
+Alor divenne quella meschinella.
+Ma questo canto più non ne ragiona;
+Ne l'altro contarò la istoria bella
+Di questa dama, e quel ch'io dissi avante,
+Tornando ad Agricane e Sacripante.
+
+Canto decimoquarto
+
+Aveti inteso la battaglia dura
+Che fa Ranaldo, la persona accorta,
+E come la diversa creatura
+Prese la dama, e in groppa se la porta.
+Non domandati se ella avea paura:
+Tutta tremava, e in viso parea morta;
+Ma pur, quanto la voce li bastava,
+Al cavalliero aiuto dimandava.
+
+Via va correndo lo animal legiero
+Con quella dama in groppa scapigliata;
+A lei sempre ha rivolto il viso fiero,
+Ed a sé stretta la tiene abracciata.
+Or Ranaldo se accosta al suo destriero;
+Ben se âgura Baiardo in quella fiata,
+Ché quel centauro è tanto longe assai,
+Che averlo gionto non se crede mai.
+
+Ma poi che ha preso in man la ricca briglia
+Di quel destrier che al corso non ha pare,
+De esser portato da il vento asimiglia:
+A lui par proprio di dover volare.
+Mai non fu vista una tal meraviglia;
+Tanto con l'occhio non se può guardare
+Per la pianura, per monte e per valle,
+Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.
+
+E non rompeva l'erba tenerina,
+Tanto ne andava la bestia legiera;
+E sopra alla rugiada matutina
+Veder non puossi se passato vi era.
+Così, correndo con quella roina,
+Gionse Ranaldo sopra una rivera,
+Ed allo entrar de l'acqua, a ponto a ponto,
+Vede il centauro sopra al fiume gionto.
+
+Quel maledetto già non l'aspettava,
+Ma, via fuggendo, nequitosamente
+La bella dama nel fiume gettava:
+Giù ne la porta il fiumicel corrente.
+Che di lei fosse, e dove ella arivava,
+Poi lo odirete nel canto presente;
+Ora il centauro a quel baron se volta,
+Poi che di groppa se ha la dama tolta;
+
+E cominciorno a l'acqua la battaglia,
+Con fiero assalto, dispietato e crudo;
+Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia,
+E quel centauro è tutto quanto nudo:
+Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia,
+Che coperto se tien tutto col scudo;
+E il destrier del segnor de Montealbano
+Corrente è assai, ma mal presto alla mano.
+
+Grosso era il fiume al mezo dello arcione,
+De sassi pieno, oscuro e roïnoso.
+Mena il centauro spesso del bastone,
+Ma poco nôce al baron valoroso,
+Che gioca di Fusberta a tal ragione
+Che tutto quello ha fatto sanguinoso;
+Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito,
+E già da trenta parte l'ha ferito.
+
+Esce del fiume quello insanguinato,
+Ranaldo insieme con Fusberta in mano,
+Né se fu da lui molto dilungato,
+Che gionto l'ebbe quel destrier soprano;
+Quivi lo occise sopra al verde prato.
+Or sta pensoso il sir de Montealbano,
+Non sa che far, né in qual parte se vada:
+Persa ha la dama, guida de sua strada.
+
+A sé d'intorno la selva guardava,
+E sua grandezza non puotea stimare;
+La speranza de uscirne gli mancava,
+E quasi adrieto volea ritornare,
+Ma tanto ne la mente desïava
+Da quello incanto il conte Orlando trare,
+Che sua ventura destina finire,
+O, questa impresa seguendo, morire.
+
+Ver Tramontana prende la sua via,
+Dove il guidava prima la donzella;
+Ed ecco ad una fonte li apparia
+Un cavalliero armato in su la sella.
+Or Turpin lascia questa diceria,
+E torna a raccontar l'alta novella
+Del re Agricane, quel tartaro forte,
+Che è chiuso in Albracà dentro alle porte.
+
+Dentro a quella citade era rinchiuso,
+E fa soletto quella ardita guerra:
+Il popol tutto quanto ha lui confuso.
+Sappiati che Albracà, la forte terra,
+Da uno alto sasso calla al fiume giuso,
+E da ogni lato un mur la cinge e serra,
+Che se dispicca da il castello altano,
+Volgendo il sasso insino al monte piano.
+
+Sopra del fiume ariva la murata,
+Con grosse torre e belle a riguardare.
+Quella fiumana Drada è nominata,
+Né estate o verno mai se può vargare.
+Una parte del muro è qui cascata:
+Quei della terra non hanno a curare,
+Ché il fiume è tanto grosso e sì corrente,
+Che di battaglia non temon nïente.
+
+Ora io vi dissi sì come Agricane
+Fa la battaglia dentro alla citate;
+Re Sacripante è con seco alle mane,
+Con gente della terra in quantitate.
+Prove se fier' dignissime e soprane
+Per l'uno e l'altro, e sopra l'ho narrate;
+E lasciai proprio che una schiera nova
+Dietro alle spalle de Agrican se trova.
+
+Nulla ne cura quel re valoroso,
+Ma con molta roina è rivoltato;
+Mena a due mane il brando sanguinoso.
+Questo novo trapel che ora è arivato,
+Era un forte barone ed animoso,
+Torindo il Turco, che era ritornato
+Con molta di sua gente in compagnia;
+Per altre parte gionse a questa via.
+
+Quel tartaro ne' Turchi urta Baiardo,
+Getta per terra tutta quella gente;
+Ora ecco Sacripante, il re gagliardo,
+Che l'ha seguito continüamente.
+Tanto non è legier cervo ni pardo,
+Quanto è quel re circasso veramente;
+Non vale ad Agrican sua forza viva,
+Tanta è la gente che adosso gli ariva.
+
+Già son le bocche delle strate prese,
+Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia;
+Le schiere dalle mure son discese,
+E corre ciascaduno alla battaglia:
+Non vi rimase alcuno alle diffese.
+Or quei del campo, quella gran canaglia,
+Chi per le mure intrò, chi per le porte,
+Tutti cridando: - Alla morte! alla morte! -
+
+Onde fu forza a l'aspro Sacripante
+Ed a Torindo alla rocca venire;
+Angelica già dentro era davante,
+E Trufaldin, che fo il primo a fuggire.
+Morte son le sue gente tutte quante;
+La grande occisïon non se può dire:
+Morto è Varano, e prima Savarone,
+Re della Media, franco campione.
+
+Morirno questi fora delle porte,
+Dove la gran battaglia fo nel piano.
+Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte:
+Radamanto lo occise de sua mano.
+Quel Radamanto ancor diede la morte
+Dentro alle mura al valoroso Ungiano;
+Tutta la gente di sua compagnia
+Fo il giorno occisa alla battaglia ria.
+
+E tutta la citate hanno già presa:
+Mai non fu vista tal compassïone.
+La bella terra da ogni parte è incesa,
+E sono occise tutte le persone;
+Sol la rocca di sopra se è diffesa
+Ne l'alto sasso, dentro dal zirone:
+Tutte le case in ciascuno altro loco
+Vanno a roina, e son piene di foco.
+
+La damisella non sa che si fare,
+Poi che è condotta a così fatto scorno;
+In quella rocca non è che mangiare,
+Apena evi vivande per un giorno.
+Chi l'avesse veduta lamentare
+E battersi con man lo viso adorno,
+Uno aspro cor di fiera o di dragone
+Seco avria pianto di compassïone.
+
+Dentro alla rocca son tre re salvati
+Con la donzella, e trenta altre persone,
+Per la più parte a morte vulnerati.
+La rocca è forte fora di ragione,
+Onde tra lor se son deliberati
+Che ciascuno occidesse il suo ronzone,
+E far contra de' Tartari contesa,
+Sin che Dio li mandasse altra diffesa.
+
+Angelica dapoi prese partito
+Di ricercare in questo tempo aiuto;
+Lo annel meraviglioso aveva in dito,
+Che chi l'ha in bocca, mai non è veduto.
+Il sol sotto la terra ne era gito,
+E il bel lume del giorno era perduto:
+Torindo e Trufaldino e Sacripante
+La damisella a sé chiama davante.
+
+A lor promette sopra alla sua fede
+In vinti giorni dentro ritornare,
+E tutti insieme e ciascadun richiede
+Che sua fortezza vogliano guardare;
+Che forse avrà Macon di lor mercede,
+Perché essa andava aiuto a ricercare
+Ad ogni re del mondo, a ogni possanza,
+Ed ottenerlo avia molta speranza.
+
+E così detto, per la notte bruna
+La damisella monta al palafreno,
+Via camminando al lume della luna,
+Tutta soletta, sotto al cel sereno.
+Mai non fo vista da persona alcuna,
+Benché di gente fosse intorno pieno;
+Ma a questi la fatica e la vittoria
+Li avea col sonno tolto ogni memoria.
+
+Né bisogno ebbe di adoprar lo annello,
+Ché, quando il sol lucente fo levato,
+Ben cinque leghe è longe dal castello,
+Che era da' suoi nemici intornïato.
+Lei sospirando riguardava quello,
+Che con tanto periglio avea lasciato;
+E così caminando tutta via,
+Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.
+
+Gionse alla ripa di quella rivera,
+Dove il franco Ranaldo occiso avia
+Lo aspro centauro, maledetta fiera.
+Come la dama nel prato giongia,
+Un vecchio assai dolente nella ciera
+Piangendo forte contro a lei venìa,
+E con man gionte ingenocchion la chiede
+Che del suo gran dolore abbia mercede.
+
+Diceva quel vecchione: - Un giovenetto,
+Conforto solo a mia vita tapina,
+Mio unico figliolo e mio diletto,
+Ad una casa che è quindi vicina,
+Con febre ardente se iace nel letto,
+Né per camparlo trovo medicina;
+E se da te non prende adesso aiuto,
+Ogni speranza e mia vita rifiuto. -
+
+La damigella, che è tanto pietosa,
+Comincia il vecchio molto a confortare:
+Che lei cognosce l'erbe ed ogni cosa
+Qual se apertenga a febre medicare.
+Ahi sventurata, trista e dolorosa!
+Gran meraviglia la farà campare.
+La semplicetta volge il palafreno
+Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno.
+
+Ora sappiati che il vecchio canuto,
+Che in quella selva stava alla campagna,
+Per prender qualche dama era venuto,
+Come se prende lo uccelletto a ragna;
+Per ciò che ogni anno dava di tributo
+Cento donzelle al forte re de Orgagna.
+Tutte le prende con inganno e scherno,
+E prese poi le manda a Poliferno.
+
+Però che ivi lontano a cinque miglia
+Sopra de un ponte una torre è fondata:
+Mai non fo vista tanta meraviglia,
+Ché ogni persona che è quivi arivata,
+Dentro a quella pregion se stesso piglia.
+Quivi n'avea il vecchio gran brigata,
+Che tutte l'avea prese con tale arte,
+Fuor quella sol che fu di Brandimarte.
+
+Però che quella, come io vi contai,
+Fo dal centauro gettata nel fiume.
+Essa nel fondo non andò giamai,
+Però che de natare avea costume.
+Quella onda, che è corrente pur assai,
+Giù ne la mena, come avesse piume;
+Al ponte la portò, che mai non tarda,
+Dove la torre è de quel vecchio in guarda.
+
+Lui dal fiume la trasse meza morta,
+E fecela curar con gran ragione
+Da quella gente che avea seco in scorta,
+Ché medici lì aveva, e più persone;
+Poi la condusse dentro a quella porta,
+Dove con l'altre stava alla pregione.
+De Angelica diciamo, che venìa
+Con quel falso vecchione in compagnia.
+
+Come alla torre fo dentro passata,
+Quel vecchio fora nel ponte restava.
+Incontinente la porta ferrata,
+Senza che altri la tocchi, se serrava.
+Alor se avide quella sventurata
+Del falso inganno, e forte lamentava;
+Forte piangia, battendo il viso adorno:
+L'altre donzelle a lei son tutte intorno.
+
+Cercano tutte con dolce parole
+La dolorosa dama confortare;
+E, come in cotal caso far si sôle,
+Ciascuna ha sua fortuna a racontare;
+Ma sopra a l'altre piangendo si dole,
+Né quasi può per gran doglia parlare,
+De Brandimarte la saggia donzella,
+Che Fiordelisa per nome se appella.
+
+Lei sospirando conta la sciagura
+Di Brandimarte da lei tanto amato:
+Come, andando con essa alla ventura,
+Fo con Astolfo al giardino arrivato,
+Dove tra fiori, a la fresca verdura,
+L'ha Dragontina ad arte smemorato;
+E, in compagnia de Orlando paladino,
+Sta con molti altri presi nel giardino.
+
+E come essa dapoi, cercando aiuto,
+Se gionse con Ranaldo in compagnia;
+E tutto quel che gli era intravenuto,
+Senza mentire, a ponto lo dicia;
+E del gigante, e del grifone ungiuto,
+E de Albarosa la gran villania,
+E del centauro al fin, bestia diversa,
+Che l'avia dentro a quel fiume sumersa.
+
+Piangeva Fiordelisa a cotal dire,
+Membrando l'alto amor de che era priva.
+Eccoti odirno quella porta aprire,
+Che un'altra dama sopra al ponte ariva.
+Angelica destina di fuggire;
+Già non la può veder persona viva:
+Lo incanto dello annel sì la coperse,
+Che fuora uscì, come il ponte se aperse.
+
+Non fo vista da alcuno in quella fiata,
+Tanta è la forza dello incantamento;
+E fra se stessa, andando, èssi apensata
+E fatto ha nel suo cor proponimento
+Di voler gire a quella acqua fatata
+Che tira l'omo fuor de sentimento,
+Là dove Orlando ed ogni altro barone
+Tien Dragontina alla dolce prigione.
+
+E caminando senza alcun riposo,
+Al bel verzier fo gionta una matina.
+In bocca avia lo annel meraviglioso:
+Per questo non la vede Dragontina.
+Di fora aveva il palafreno ascoso,
+Ed essa a piede fra l'erbe camina,
+E caminando, a lato ad una fonte,
+Vede iacerse armato il franco conte.
+
+Perché la guarda faceva quel giorno,
+Stavasi armato a lato alla fontana.
+Il scudo a un pino avea sospeso e il corno;
+E Brigliadoro, la bestia soprana,
+Pascendo l'erbe gli girava intorno.
+Sotto una palma, a l'ombra prossimana,
+Un altro cavallier stava in arcione:
+Questo era il franco Oberto dal Leone.
+
+Non so, segnor, se odisti più contare
+L'alta prodezza de quel forte Oberto;
+Ma fu nel vero un baron de alto affare,
+Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto.
+Tutta la terra intorno ebbe a cercare,
+Come se vede nel suo libro aperto.
+Costui facea la guarda alora quando
+Gionse la dama a lato al conte Orlando.
+
+Il re Adrïano e lo ardito Grifone
+Stan ne la loggia a ragionar de amore;
+Aquilante cantava e Chiarïone,
+L'un dice sopra, e l'altro di tenore;
+Brandimarte fa contra alla canzone.
+Ma il re Ballano, ch'è pien di valore,
+Stassi con Antifor de Albarosia:
+De arme e di guerra dicon tutta via.
+
+La damisella prende il conte a mano,
+Ed a lui pose quello annello in dito,
+Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano.
+Or se è in se stesso il conte risentito,
+E scorgendosi presso il viso umano
+Che gli ha de amor sì forte il cor ferito,
+Non sa come esser possa, e apena crede
+Angelica esser quivi, e pur la vede.
+
+La damisella tutto il fatto intese:
+Sì come nel giardino era venuto,
+E come Dragontina a inganno il prese,
+Alor che ogni ricordo avia perduto.
+Poi con altre parole se distese,
+Con umil prieghi richiedendo aiuto
+Contra Agricane, il qual con cruda guerra
+Avea spianata ed arsa la sua terra.
+
+Ma Dragontina, che al palagio stava,
+Angelica ebbe vista giù nel prato.
+Tutti e suoi cavallier presto chiamava,
+Ma ciascun se ritrova disarmato.
+Il conte Orlando su l'arcion montava,
+Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato,
+Avengaché da lui quel non se guarda;
+Lo annel li pose in dito, che non tarda.
+
+E già son accordati i duo guerrieri
+Trar tutti gli altri de incantazïone.
+Or quivi racontar non è mestieri
+Come fosse nel prato la tenzone.
+Prima fôr presi i figli de Olivieri,
+L'uno Aquilante, e l'altro fo Grifone;
+Il conte avante non li cognoscia:
+Non dimandati se allegrezza avia.
+
+Grande allegrezza ferno i duo germani,
+Poi che se fo l'un l'altro cognosciuto.
+Or Dragontina fa lamenti insani,
+Ché vede il suo giardino esser perduto.
+Lo annel tutti e suoi incanti facea vani:
+Sparve il palagio, e mai non fo veduto;
+Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta:
+Tutti e baron restarno alla foresta.
+
+Ciascun pien di stupor la mente avia,
+E l'uno e l'altro in viso si guardava;
+Chi sì, chi non, di lor se cognoscia.
+Primo di tutti il gran conte di Brava
+Fece parlare a quella compagnia,
+E ciascadun, pregando, confortava
+A dare aiuto a quella dama pura,
+Che li avea tratti di tanta sciagura.
+
+Raconta de Agricane il grande attedio,
+Che avea disfatta sua bella citade,
+Ed intorno alla rocca avia lo assedio.
+Già son quei cavallier mossi a pietade,
+E giurâr tutti di porvi rimedio,
+In sin che in man potran tenir le spade,
+E di fare Agricane indi partire,
+O tutti insieme in Albraca morire.
+
+Già tutti insieme son posti a camino,
+Via cavalcando per le strate scorte.
+Ora torniamo al falso Trufaldino,
+Che dimorava a quella rocca forte.
+Lui fu malvagio ancor da piccolino,
+E sempre peggiorò sino alla morte;
+Non avendo i compagni alcun suspetto,
+Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto.
+
+Non valse al bon Torindo esser ardito,
+Né sua franchezza a l'alto Sacripante,
+Ché ciascadun de loro era ferito
+Per la battaglia de il giorno davante,
+E per sangue perduto indebilito;
+E fur presi improvisi in quello istante.
+Legolli Trufaldino e piedi e braccia,
+E de una torre al fondo ambi li caccia.
+
+Poi manda un messagiero ad Agricane,
+Dicendo che a sua posta ed a suo nome
+Avia la rocca e il forte barbacane,
+E che due re tenìa legati; e come
+Volea donarli presi in le sue mane.
+Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome;
+Con gli occhi accesi e con superba faccia,
+Così parlando, a quel messo minaccia:
+
+- Non piaccia a Trivigante, mio segnore,
+Né per lo mondo mai se possa dire
+Che allo esser mio sia mezo un traditore:
+Vincer voglio per forza e per ardire,
+Ed a fronte scoperta farmi onore.
+Ma te con il segnor farò pentire,
+Come ribaldi, che aviti ardimento
+Pur far parole a me di tradimento.
+
+Bene aggio avuto avviso, e certo sollo,
+Che non se può tenir lunga stagione;
+A quella rocca impender poi farollo,
+Per un de' piedi, fuora de un balcone,
+E te col laccio ataccarò al suo collo;
+E ciascadun li è stato compagnone
+A far quel tradimento tanto scuro,
+Serà de intorno impeso sopra al muro. -
+
+Il messagier, che lo vedea nel volto
+Or bianco tutto, or rosso come un foco,
+Ben se serebbe volentier via tolto,
+Ché gionto si vedeva a strano gioco;
+Ma, sendosi Agricane in là rivolto
+Partisse de nascoso di quel loco.
+Par che il nabisso via fuggendo il mene;
+De altro che rose avea le brache piene.
+
+Dentro alla rocca ritorna tremando,
+E fece a Trufaldin quella ambasciata.
+Ora torniamo al valoroso Orlando,
+Che se ne vien con l'ardita brigata,
+E giorno e notte forte cavalcando,
+Sopra de un monte ariva una giornata:
+Dal monte se vedea, senza altro inciampo,
+La terra tutta e de' nimici il campo.
+
+Tanta era quivi la gente infinita,
+E tanti pavaglion, tante bandiere,
+Che Angelica rimase sbigotita,
+Poi che passar convien cotante schiere
+Prima che nel castel faccia salita.
+Ma quei baron dricciâr le mente altiere,
+E destinarno che la dama vada
+Dentro alla rocca per forza di spada.
+
+E nulla sapean lor del tradimento,
+Che il falso Trufaldin fatto li avia;
+Ma sopra al monte, con molto ardimento,
+Dànno ordine in qual modo ed in qual via
+La dama se conduca a salvamento
+A mal dispetto di quella zinia.
+Guarniti de tutte arme e suo' destrieri,
+Fan lo consiglio li arditi guerreri.
+
+Ed ordinâr la forma e la maniera
+Di passar tutta quella gran canaglia.
+Il conte Orlando è il primo alla frontera
+Con Brandimarte a intrare alla battaglia:
+Poi son quattro baroni in una schiera,
+Che de intorno alla dama fan serraglia:
+Oberto ed Aquilante e Chiarïone,
+E il re Adrïano è il quarto compagnone.
+
+Quelli hanno ad ogni forza e vigoria
+Tenir la dama coperta e diffesa.
+Poi son tre, gionti insieme in compagnia,
+Che della drietoguarda hanno la impresa:
+Grifone ed Antifor de Albarosia,
+E il re Ballano, quella anima accesa.
+Or questa schiera è sì de ardire in cima,
+Che tutto il resto del mondo non stima.
+
+Calla de il monte la gente sicura,
+Con Angelica in mezo di sua scorta,
+La qual tutta tremava de paura,
+E la sua bella faccia parìa morta;
+E già son giunti sopra alla pianura,
+Né si è di loro ancor la gente accorta.
+Ma il conte Orlando, cavalliero adorno,
+Alcia la vista, e pone a bocca il corno.
+
+A tutti quanti li altri era davante,
+E suonava il gran corno con tempesta:
+Quello era un dente integro di elefante.
+Lo ardito conte de suonar non resta;
+Disfida quelle gente tutte quante,
+Agrican, Poliferno e ogni sue gesta:
+E tutti insieme quei re di corona
+Isfida a la battaglia, e forte suona.
+
+Quando fu il corno nel campo sentito,
+Che in ciel feriva con tanto rumore,
+Non vi fu re, né cavalliero ardito
+Che non avesse di quel suon terrore;
+Solo Agricane non fu sbigotito,
+Che fu corona e pregio di valore;
+Ma con gran fretta l'arme sue dimanda,
+E fa sue schiere armar per ogni banda.
+
+Fu in gran fretta il re Agricane armato:
+Di grosse piastre il sbergo se vestia,
+Tranchera la sua spada cense al lato,
+E uno elmo fatto per nigromanzia
+Al petto ed a le spalle ebbe alacciato.
+Cosa più forte al mondo non avia:
+Salomone il fie' far col suo quaderno,
+E fu collato al foco dello inferno.
+
+E veramente crede il campïone
+Che una gran gente mo li viene adosso,
+Però ch'inteso avia che Galafrone
+Esercito adunava a più non posso,
+Perché era quel castel di sua ragione,
+E destinava di averlo riscosso.
+Costui stimava scontrare Agricane,
+Non con Orlando venire alle mane.
+
+Già son spiegate tutte le bandiere,
+E suonan li instromenti da battaglia;
+Il re Agricane ha Baiardo il destriere
+Da le ungie al crine coperto di maglia,
+E vien davanti a tutte le sue schiere.
+Ne l'altro canto dirò la travaglia,
+E de nove baroni un tale ardire,
+Che mai nel mondo più se odette dire.
+
+Canto decimoquinto
+
+Stati ad odir, segnor, se vi è diletto,
+La gran battaglia ch'io vi vo' contare.
+Ne l'altro canto di sopra ve ho detto
+De nove cavallier, che hanno a scontrare
+Due millïon de popol maledetto;
+E come e corni se odivan suonare,
+Trombe, tamburi e voce senza fine,
+Che par che il mondo se apra e 'l cel roine.
+
+Quando nel mar tempesta con romore
+Da tramontana il vento furïoso,
+Grandine e pioggia mena e gran terrore,
+L'onda se oscura dal cel nubiloso.
+Con tal roina e con tanto furore
+Levasi il crido nel cel polveroso;
+Prima de tutti Orlando l'asta aresta,
+Verso Agrican viene a testa per testa.
+
+E se incontrarno insieme e due baroni,
+Che avean possanza e forza smisurata,
+E nulla se piegarno de li arcioni,
+Né vi fo alcun vantaggio quella fiata.
+Poi se voltarno a guisa de leoni;
+Ciascun con furia trasse for la spata,
+E cominciâr tra lor la acerba zuffa.
+Or l'altra gente gionge alla baruffa;
+
+Sì che fu forza a quei duo cavallieri
+Lasciar tra lor lo assalto cominciato,
+Benché se dipartîr mal volontieri,
+Ché ciascun se tenea più avantaggiato.
+Il conte se retira ai suoi guerreri,
+Brandimarte li è sempre a lato a lato;
+Oberto, Chiarïone ed Aquilante
+Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.
+
+Ed è con loro il franco re Adrïano,
+Segue Antifor e lo ardito Grifone,
+Ed in mezo di questi il re Ballano.
+Or la gran gente fora di ragione
+Per monte e valle, per coste e per piano,
+Seguendo ogni bandiera, ogni pennone,
+A gran roina ne vien loro adosso,
+E con tal crido, che contar nol posso.
+
+Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia,
+E vostri cridi non varran nïente;
+Vostro furor serà foco di paglia,
+Tutti sereti occisi incontinente. -
+Or se incomincia la crudel battaglia
+Tra quei nove campioni e quella gente;
+Ben se puotea veder il conte Orlando
+Spezzar le schiere e disturbar col brando.
+
+Il re Agricane a lui solo attendia,
+E certamente assai li dà che fare;
+Ma Brandimarte e l'altra compagnia
+Fan con le spade diverso tagliare,
+E tanto uccidon di quella zinia,
+Che altro che morti al campo non appare.
+Verso la rocca vanno tutta fiata,
+E già presso li sono ad una arcata.
+
+Nel campo de Agricane era un gigante,
+Re di Comano, valoroso e franco,
+Ed era lungo dal capo alle piante
+Ben vinti piedi, e non è un dito manco:
+Di lui ve ho racontato ancor davante
+Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto.
+Costui se mosse con la lancia in mano,
+E riscontrò su il campo il re Ballano.
+
+Ferì quel re di drieto nelle spalle
+Il malvaggio gigante e traditore,
+Che del destrier il fie' cadere a valle,
+Né valse al re Ballan suo gran valore.
+Allo ardito Grifon forte ne calle,
+E volta a Radamanto con furore;
+E comenciâr battaglia aspra e crudele,
+Con animo adirato e con mal fiele.
+
+Levato è il re Ballan con molto ardire,
+E francamente al campo si mantiene;
+Ma già non puote al suo destrier salire,
+Tanto è la gente che adosso li viene.
+Esso non resta intorno de ferire,
+La spada sanguinosa a due man tiene;
+Lui nulla teme e i compagni conforta:
+Fatto se ha un cerchio della gente morta.
+
+Il re de Sueza, forte campïone,
+Che per nome è chiamato Santaria,
+Con una lancia d'un grosso troncone
+Scontrò con Antifor di Albarossia;
+Già non lo mosse ponto dello arcione,
+Ché il cavalliero ha molta vigoria,
+E se diffende con molta possanza;
+A prima giunta li tagliò la lanza.
+
+Argante di Rossia stava da parte,
+Guardando la battaglia tenebrosa;
+Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte,
+Che facea prova sì meravigliosa,
+Che contar non lo può libro né carte.
+Tutta la sua persona è sanguinosa;
+Mena a due mane quel brando tagliente,
+Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.
+
+A lui se driccia il smisurato Argante
+Sopra a un destrier terribile e grandissimo,
+E ferì il scudo a Brandimarte avante.
+Ma lui tanto era ardito e potentissimo,
+Che nulla cura de l'alto gigante,
+Benché sia nominato per fortissimo,
+Ma con la spada in mano a lui s'affronta;
+Ogni lor colpo ben Turpin raconta.
+
+Ma io lascio de dirli nel presente:
+Pensati che ciascun forte se adopra.
+Ora tornamo a dir de l'altra gente;
+Benché la terra de morti se copra,
+Quelle gran schiere non sceman nïente.
+Par che lo inferno li mandi di sopra,
+Da poi che sono occisi, un'altra volta,
+Tanto nel campo vien la gente folta.
+
+Fermi non stanno e nove cavallieri,
+Ma ver la rocca vanno a più non posso;
+La strata fanno aprir coi brandi fieri,
+Ducento millia n'ha ciascuno adosso.
+Lasciar Ballano a forza li è mestieri,
+Ché fo impossibil de averlo riscosso;
+Li altri otto ancora son tornati insieme,
+Tutta la gente adosso di lor preme.
+
+E detti re son con loro alle mane,
+Ciascun di pregio e gran condizïone.
+Lurcone e Radamanto ed Agricane
+E Santaria e Brontino e Pandragone,
+Argante, che fo lungo trenta spane,
+Uldano e Poliferno e Saritrone;
+Tutti eno insieme, e con gran vigoria
+Atterrâr Antifor de Albarossia.
+
+La schiera de quei quattro, che io contai
+Che copriva la dama, in sua diffesa
+Facea prodezze e meraviglie assai,
+Ma troppo è disegual la lor contesa.
+Agrican di ferir non resta mai,
+Ché vôl la dama ad ogni modo presa,
+E gente ha seco di cotanto affare
+Che a lor convien la dama abandonare.
+
+Ed essa, che se vede a tal partito,
+Di gran paura non sa che si fare,
+Scordase dello annel che aveva in dito,
+Col qual potea nascondersi e campare.
+Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito,
+Che de altra cosa non può racordare;
+Ma solo Orlando per nome dimanda,
+A lui piangendo sol se racomanda.
+
+Il conte, che alla dama è longi poco,
+Ode la voce che cotanto amava;
+Nel core e nella faccia viene un foco,
+Fuor de l'elmo la vampa sfavillava;
+Batteva e denti e non trovava loco,
+E le genocchie sì forte serrava,
+Che Brigliadoro, quel forte corsiero,
+Della gran stretta cade nel sentiero;
+
+A benché incontinente fo levato.
+Ora ascoltati fuora di misura
+Colpi diversi de Orlando adirato,
+Che pure a racontarli è una paura.
+Il scudo con roina avia gettato,
+Ché tutto il mondo una paglia non cura;
+Scrolla la testa quella anima insana,
+Ad ambe man tiene alta Durindana;
+
+Spezza la gente per tutte le bande.
+Or fuor delli altri ha scorto Radamanto
+(Prima lo vide, perché era il più grande):
+Tutto il tagliò da l'uno a l'altro fianco,
+In duo cavezzi per terra lo spande;
+Né di quel colpo non parve già stanco,
+Ché sopra a l'elmo gionse a Saritrone,
+E tutto il fese insino in su l'arcione.
+
+Non prende alcun riposo il paladino,
+Ma fulminando mena Durindana,
+E non risguarda grande o piccolino,
+Li altri re taglia e la gente mezzana.
+Mala ventura lì mostrò Brontino,
+Che dominava la terra Normana:
+Dalla spalla del scudo e piastre e maglia
+Sino alla coscia destra tutto il taglia.
+
+Ora ecco il re de' Goti, Pandragone,
+Che viene a Orlando crucïoso avante;
+Questo se fida nel suo compagnone,
+Perché alle spalle ha il fortissimo Argante.
+Orlando verso lor va di rondone,
+Che già bene adocchiato avia il gigante;
+Ma perché a Pandragone agionse in prima,
+Per il traverso delle spalle il cima.
+
+A traverso del scudo il gionse a ponto,
+E l'una e l'altra spalla ebbe troncata.
+Argante era con lui tanto congionto,
+Che non puotè schiffarsi in questa fiata,
+Ma proprio di quel colpo, come io conto,
+Li fo a traverso la panza tagliata;
+Però ch'Argante fu di tanta altura,
+Che Pandragon li dava alla cintura.
+
+Quel gran gigante volta il suo ronzone
+E per le schiere se pone a fuggire,
+Portando le budelle su lo arcione.
+Mai non se arestò il conte di ferire;
+Non ha, come suolea, compassïone,
+Tutta la gente intorno fa morire;
+Pietà non vale, o dimandar mercede:
+Tanto è turbato, che lume non vede.
+
+Non ebbe il mondo mai cosa più scura
+Che fo a mirare il disperato conte;
+Contra sua spada non vale armatura;
+Di gente occisa ha già fatto un gran monte,
+Ed ha posto a ciascun tanta paura,
+Che non ardiscon di mirarlo in fronte.
+Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda:
+Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -
+
+Agrican combattea con Aquilante
+Alor che Orlando mena tal roina;
+Angelica ben presso gli è davante,
+Che trema come foglia la meschina.
+Eccoti gionto quel conte de Anglante;
+Con Durindana mai non se raffina:
+Or taglia omini armati, ora destrieri,
+Urta pedoni, atterra cavallieri.
+
+Ed ebbe visto il Tartaro da canto,
+Che facea de Aquilante un mal governo,
+Ed ode della dama il tristo pianto:
+Quanta ira allora accolse, io nol discerno.
+Su le staffe se riccia, e dassi vanto
+Mandar quel re de un colpo nello inferno;
+Mena a traverso il brando con tempesta,
+E proprio il gionse a mezo della testa.
+
+Fu quel colpo feroce e smisurato,
+Quanto alcuno altro dispietato e fiero;
+E se non fosse per lo elmo incantato,
+Tutto quanto il tagliava de legiero.
+Sbalordisce Agricane, e smemorato
+Per la campagna il porta il suo destriero;
+Lui or da un canto, or dall'altro si piega,
+Fuor di se stesso andò ben meza lega.
+
+Orlando per lo campo lo seguia
+Con Brigliadoro a redina bandita;
+In questo il re Lurcone e Santaria
+Con gran furor la dama hanno assalita.
+Ciascun de' quattro ben la diffendia,
+Ma non vi fu rimedio alla finita:
+Tanto la gente adosso li abondaro,
+Che al mal suo grado Angelica lasciaro.
+
+Re Santaria davante in su l'arcione
+Dal manco braccio la dama portava,
+E stava a lui davanti il re Lurcone;
+Poliferno ed Uldano il seguitava.
+Era a vedere una compassïone
+La damigella come lacrimava;
+Iscapigliata crida lamentando,
+Ad ogni crido chiama il conte Orlando.
+
+Oberto, Clarïone ed Aquilante
+Erano entrati nella schiera grossa,
+E di persona fan prodezze tante,
+Quante puon farsi ad aver la riscossa;
+Ma le lor forze non eran bastante,
+Tutta è la gente contra de lor mossa.
+Ora Agricane in questo se risente:
+Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.
+
+Verso de Orlando nequitoso torna
+Per vendicare il colpo ricevuto;
+Ma il conte vede quella dama adorna,
+Che ad alta voce li domanda aiuto.
+Là se rivolta, che già non soggiorna,
+Ché tutto il mondo non l'avria tenuto;
+Più de una arcata se puotea sentire
+L'un dente contra a l'altro screcienire.
+
+Il primo che trovò, fo il re Lurcone,
+Che avanti a tutti venìa per lo piano.
+Il conte il gionse in capo di piatone,
+Però che 'l brando se rivolse in mano;
+Ma pur lo gettò morto dello arcione,
+Tanto fo il colpo dispietato e strano.
+L'elmo andò fraccassato in sul terreno,
+Tutto di sangue e di cervello pieno.
+
+Or ascoltati cosa istrana e nova,
+Che il capo a quel re manca tutto quanto,
+Né dentro a l'elmo o altrove se ritrova,
+Così l'aveva Durindana infranto.
+Ma Santaria, che vede quella prova,
+Di gran paura trema tutto quanto,
+Né riparar se sa da il colpo crudo,
+Se non se fa de quella dama scudo.
+
+Però che Orlando già gli è gionto adosso,
+Né diffender se può, né può fuggire;
+Temeva il conte di averlo percosso,
+Per non far seco Angelica perire.
+Essa cridava forte a più non posso:
+- Se tu me ami, baron, famel sentire!
+Occidi me, io te prego, con tue mane;
+Non mi lasciar portare a questo cane. -
+
+Era in quel ponto Orlando sì confuso,
+Che non sapeva apena che se fare.
+Ripone il brando il conte di guerra uso,
+E sopra a Santaria se lascia andare,
+Né con altra arma che col pugno chiuso
+Se destina la dama conquistare;
+Re Santaria, che senza brando il vede,
+Di averlo morto o preso ben se crede.
+
+La dama sostenia da il manco lato,
+E nella destra mano avea la spada.
+Con essa un aspro colpo ebbe menato;
+Ma benché il brando sia tagliente e rada,
+Già non se attacca a quel conte affatato.
+Esso non stette più nïente a bada:
+Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra,
+E morto il gettò sopra della terra.
+
+Per bocca e naso uscia fuora il cervello,
+Ed ha la faccia di sangue vermiglia.
+Or se comincia un altro gran zambello,
+Però che Orlando quella dama piglia,
+E via ne va con Brigliadoro isnello,
+Tanto veloce, che è gran meraviglia.
+Angelica è sicura di tal scorta,
+E del castello è già gionta alla porta.
+
+Ma Trufaldino alla torre se affaccia,
+Né già dimostra di volere aprire;
+A tutti e cavallier crida e minaccia
+Di farli a doglia ed onta ripartire;
+Con dardi e sassi a giù forte li caccia.
+La dama di dolor volea morire;
+Tutta tremava smorta e sbigotita,
+Poi che se vede, misera! tradita.
+
+La grossa schiera de' nemici ariva:
+Agricane è davante e il fiero Uldano;
+Quella gran gente la terra copriva
+Per la costa del monte e tutto il piano.
+Chi fia colui che Orlando ben descriva,
+Che tien la dama e Durindana in mano?
+Soffia per ira e per paura geme;
+Nulla di sé, ma de la dama teme.
+
+Egli avea della dama gran paura,
+Ma di se stesso temeva nïente.
+Trufaldin li cacciava dalle mura,
+Ed alla rocca il stringe l'altra gente.
+Cresce d'ogni ora la battaglia dura,
+Perché da il campo continüamente
+Tanta copia di frezze e dardi abonda,
+Che par che il sole e il giorno se nasconda.
+
+Adrïano, Aquilante e Chiarïone
+Fanno contra Agrican molta diffesa;
+E Brandimarte, che ha cor di leone,
+Par tra' nemici una facella accesa.
+Il franco Oberto e l'ardito Grifone
+Molte prodezze ferno in quella impresa.
+Sotto la rocca stava il paladino,
+Ed umilmente prega Trufaldino,
+
+Che aggia pietade di quella donzella
+Condotta a caso di tanta fortuna;
+Ma Trufaldino per dolce favella
+Non piega l'alma di pietà digiuna,
+Ché un'altra non fu mai cotanto fella
+Né traditrice sotto della luna.
+Il conte priega indarno: a poco a poco
+L'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.
+
+Sotto la rocca più se fu appressato,
+E tien la dama coperta col scudo;
+E verso Trufaldin fu rivoltato
+Con volto acceso e con sembiante crudo.
+Ben che non fusse a minacciare usato,
+Ma più presto a ferire, il baron drudo
+Or lo scridava con tanta bravura,
+Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura.
+
+Stringeva e denti e dicea: - Traditore!
+Ad ogni modo non puotrai campare,
+Ché questo sasso in meno de quattro ore
+Voglio col brando de intorno tagliare,
+E pigliarò la rocca a gran furore,
+E giù nel piano la vo' trabuccare;
+E struggerò quel campo tutto quanto,
+E tu serai con loro insieme afranto. -
+
+Cridava il conte in voce sì orgogliosa,
+Che non sembrava de parlare umano.
+Trufaldino avia l'alma timorosa,
+Come ogni traditore ha per certano;
+E vista avia la forza valorosa,
+Che mostrata avea il conte sopra al piano;
+Ché sette re mandati avia dispersi,
+Rotti e spezzati con colpi diversi.
+
+E già pareva a quel falso ribaldo
+Veder la rocca de intorno tagliata,
+E roinar il sasso a giù di saldo
+Adosso ad Agricane e sua brigata,
+Perché vedeva il conte de ira caldo,
+Con gli occhi ardenti e con vista avampata.
+Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire,
+Piacciati un poco mia ragione odire.
+
+Io non lo niego, e negar non sapria,
+Ch'io non abbia ad Angelica fallito;
+Ma testimonio il celo e Dio me sia
+Che mi fu forza a prender tal partito
+Per li duo miei compagni e sua folìa,
+Benché ciascun da me si tien tradito;
+Ché vennerno con meco a questïone,
+Ed io li presi, e posti li ho in pregione.
+
+E benché meco essi abbiano gran torto,
+Da loro io non avria perdon giamai;
+E come fosser fuora, io serìa morto,
+Perché di me son più potenti assai;
+Onde per questo io te ragiono scorto,
+Che mai qua dentro tu non intrarai,
+Se tua persona non promette e giura
+Far con sua forza mia vita sicura.
+
+E simil dico de ogni altro barone,
+Che voglia teco nella rocca entrare:
+Giurarà prima de esser campïone
+Per mia persona, e la battaglia fare
+Contra a ciascuno, e per ogni cagione
+Che alcun dimanda o possa dimandare;
+Poi tutti insieme giurareti a tondo
+Far mia diffesa contra tutto il mondo. -
+
+Orlando tal promessa ben li niega,
+Anci il minaccia con viso turbato;
+Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega,
+E stretto al collo lo tiene abracciato;
+Onde quel cor feroce al fin se piega.
+Come volse la dama, ebbe giurato;
+E similmente ogni altro cavalliero
+Giura quel patto a pieno e tutto intiero.
+
+Sì come dimandar si seppe a bocca,
+Fu fatto Trufaldin da lor sicuro.
+Lui poi apre la porta e il ponte scocca,
+Ed intrò ciascun dentro al forte muro.
+Or più vivande non è nella rocca,
+Fuor che mezo destrier salato e duro.
+Orlando, che di fame venìa meno,
+Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno.
+
+Li altri mangiorno il resto tutto quanto,
+Sì che bisogna de altro procacciare.
+Brandimarte e Adrïan se tran da canto;
+Chiarïone ed Oberto de alto affare
+Col conte Orlando insieme se dan vanto
+Gran vittualia alla rocca portare:
+Ad Aquilante e il suo fratel Grifone
+Restò la guarda de il forte girone.
+
+Perché alcun cavallier non se fidava
+Di Trufaldin, malvaggia creatura,
+Però la guardia nova se ordinava
+E la diffesa intorno a l'alte mura.
+E già l'alba serena se levava,
+Poi che passata fo la notte oscura,
+Né ancora era chiarito in tutto il giorno,
+Che Orlando è armato, e forte sona il corno.
+
+Ode il gran suono la gente nel piano,
+Che a tutti quanti morte li minaccia.
+Ben se spaventa quel popol villano;
+Non rimase ad alcun colore in faccia.
+Ciascun piangendo batte mano a mano;
+Chi fugge, e chi nasconder se procaccia,
+Però che il giorno avanti avian provato
+Il furor crudo de Orlando adirato.
+
+Per questo il campo, la parte maggiore,
+Per macchie e fossi ascosi se apiatava;
+Ma il re Agricane e ciascun gran segnore
+Minacciando sua gente radunava.
+Non fu sentito mai tanto rumore
+Per la gran gente che a furor se armava;
+Non ha bastone il re Agrican quel crudo,
+Ma le sue schiere fa col brando nudo;
+
+E come vede alcun che non è armato,
+O che se alonghi alquanto della schiera,
+Subitamente il manda morto al prato.
+Guarda de intorno la persona altiera,
+E vede il grande esercito adunato,
+Che tien da il monte insino alla riviera.
+Quattro leghe è quel piano in ogni verso:
+Tutto lo copre quel popol diverso.
+
+Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero
+Che quella gente, grande oltra misura,
+Sia spaventata da un sol cavalliero;
+Perché ciascun tremava di paura,
+Ed esso per se solo in sul destriero
+Di contrastare a tutti si assecura;
+Quei cavallieri e Orlando paladino
+Manco li stima che un sol fanciullino.
+
+E sol se avanta il campo mantenire
+A quanti ne uscirà di quella rocca;
+Tutti li sfida e mostra molto ardire,
+Forte suonando col corno alla bocca.
+Ne l'altro canto potereti odire
+Come l'un l'altro col brando se tocca,
+Che mai più non sentisti un tal ferire:
+Poi di Ranaldo tornarovi a dire.
+
+Canto decimosesto
+
+Tutte le cose sotto della luna,
+L'alta ricchezza, e' regni della terra,
+Son sottoposti a voglia di Fortuna:
+Lei la porta apre de improviso e serra,
+E quando più par bianca, divien bruna;
+Ma più se mostra a caso della guerra
+Instabile, voltante e roïnosa,
+E più fallace che alcuna altra cosa;
+
+Come se puote in Agrican vedere,
+Quale era imperator de Tartaria,
+Che avia nel mondo cotanto potere,
+E tanti regni al suo stato obedia.
+Per una dama al suo talento avere,
+Sconfitta e morta fu sua compagnia;
+E sette re che aveva al suo comando
+Perse in un giorno sol per man di Orlando.
+
+Onde esso al campo, come disperato
+Suonando il corno, pugna dimandava,
+Ed avea il conte Orlando disfidato,
+Con ogni cavallier che il seguitava;
+E lui soletto, sì come era, al prato
+Tutti quanti aspettarli se vantava.
+Ma della rocca già se calla il ponte,
+Ed esce fuora armato il franco conte.
+
+Alle sue spalle è Oberto da il Leone,
+E Brandimarte, che è fior di prodezza,
+Il re Adrïano e il franco Chiarïone:
+Ciascun quella gran gente più disprezza.
+Angelica se pose ad un balcone,
+Perché Orlando vedesse sua bellezza;
+E cinque cavallier con l'asta in mano
+Già son dal monte giù callati al piano.
+
+Quel re feroce a traverso li guarda:
+Quasi contra a sì pochi andar se sdegna;
+Par che tutta la faccia a foco li arda,
+Tanto ha l'anima altiera de ira pregna.
+Voltasi alquanto a sua gente codarda,
+In cui bontade né virtù non regna,
+Né a lor se digna de piegar la faccia,
+Ma con gran voce comanda e minaccia:
+
+- Non fusse alcun de voi, zentaglia ville,
+Che si movesse già per darmi aiuto!
+Se ben venisser mille volte mille
+Quanti n'ha 'l mondo, e quanti n'ha già auto,
+Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille,
+Ciascun fia da me preso ed abattuto;
+E come occisi ho quei cinque gagliardi,
+Ogni om di voi da me poi ben si guardi.
+
+Ché tutti quanti, gente maledetta,
+Prima che il sole a sera gionto sia,
+Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta,
+E spargerove per la prataria;
+Perché in eterno mai non se rasetta
+A nascer de voi stirpe in Tartaria
+Che faccia tal vergogna al suo paese,
+Come voi fate nel campo palese. -
+
+Quel populaccio tremando se crola
+Come una legier foglia al fresco vento,
+Né se avrebbe sentito una parola,
+Tanto ciascuno avea de il re spavento.
+Trasse Agricane sua persona sola
+Fuor della schiera, e con molto ardimento
+Pone alla bocca il corno e suona forte:
+Ribomba il suono e carne e sangue e morte.
+
+Orlando, che ben scorge in ogni banda
+Del re Agricane il smisurato ardire,
+A Iesù Cristo per grazia dimanda
+Che lo possa a sua fede convertire.
+Fassi la croce e a Dio si racomanda,
+E poi che vede il Tartaro venire,
+Ver lui se mosse con molto ardimento:
+Il corso de il destrier par foco e vento.
+
+Se forse insieme mai scontrâr due troni,
+Da levante a ponente, al cel diverso,
+Così proprio se urtarno quei baroni;
+L'uno e l'altro a le croppe andò riverso.
+Poi che ebber fraccassato e lor tronconi
+Con tal ruina ed impeto perverso,
+Che qualunque era d'intorno a vedere,
+Pensò che il cel dovesse giù cadere.
+
+Del suo Dio se ricorda ogni om di loro,
+Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede.
+Fu per cadere a terra Brigliadoro:
+A gran fatica il conte il tiene in piede.
+Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro,
+Che la polver de lui sola se vede;
+Nel fin del corso se voltò de un salto,
+Verso de Orlando, sette piedi ad alto.
+
+Era ancor già rivolto il franco conte
+Contra al nemico, con la mente altiera;
+La spada ha in mano che fu del re Almonte.
+Così tratto Agricane avea Tranchera;
+E se trovarno due guerreri a fronte,
+E di cotali al mondo pochi ne era;
+E ben mostrarno il giorno, alla gran prova,
+Che raro in terra un par de lor se trova.
+
+Non è chi de essi pieghi o mai se torza,
+Ma colpi adoppia sempre, che non resta;
+E come lo arboscel se sfronde e scorza
+Per la grandine spessa che il tempesta,
+Così quei duo baron con viva forza
+L'arme han tagliate, fuor che della testa;
+Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri,
+Né l'un né l'altro ha in capo più cimieri.
+
+Pensò finir la guerra a un colpo Orlando,
+Perché ormai gli incresceva il lungo gioco,
+Ed a due man su l'elmo menò il brando;
+Quel tornò verso il cel gettando foco.
+Il re Agrican fra' denti ragionando,
+A lui diceva: "Se me aspetti un poco,
+Io ti farò la prova manifesta
+Chi de noi porta megliore elmo in testa."
+
+Così dicendo un gran colpo disserra
+Ad ambe mano, ed ebbe opinïone
+Mandare Orlando in due parte per terra,
+Ché fender se 'l credea fin su lo arcione.
+Ma il brando a quel duro elmo non s'afferra,
+Ché anco egli era opra de incantazïone.
+Fiello Albrizac, il falso negromante,
+E diello in dono al figlio de Agolante;
+
+Questo lo perse, quando a quella fonte
+Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano.
+Or non più zanze: ritornamo al conte,
+Che ricevuto ha quel colpo villano.
+Da le piante sudava insin la fronte,
+E di far sua vendetta è ben certano;
+A poco a poco l'ira più se ingrossa,
+A due man mena con tutta sua possa.
+
+Da lato a l'elmo gionse il brando crudo,
+E giù discese della spalla stanca;
+Più de un gran terzo li tagliò del scudo,
+E l'arme e' panni, insin la carne bianca,
+Sì che mostrar li fece 'l fianco nudo;
+Calla giù il colpo, e discese ne l'anca,
+E carne e pelle aponto li risparma,
+Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.
+
+Quando quel colpo sente il re Agricane,
+Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare.
+S'io non me affretto di menar le mane,
+A questa sera non credo arivare;
+Ma sue prodezze tutte seran vane,
+Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare;
+E non è maglia e piastra tanto grossa,
+Che a questo colpo contrastar mi possa."
+
+Con tal parole a la sinestra spalla
+Mena Tranchera, il suo brando affilato;
+La gran percossa al forte scudo calla,
+E più de mezo lo gettò su il prato.
+Gionse nel fianco il brando che non falla,
+E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato;
+Manda per terra a un tratto piastre e maglia,
+Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.
+
+Stanno a veder quei quattro cavallieri
+Che venner con Orlando in compagnia,
+E mirando la zuffa e i colpi fieri,
+E tutti insieme e ciascadun dicia
+Che il mondo non avia duo tal guerreri
+Di cotal forza e tanta vigoria.
+Gli altri pagan, che guardan la tenzone,
+Dicean: - Non ce è vantaggio, per Macone! -
+
+Ciascun le botte de' baron misura,
+Ché ben iudica e colpi a cui non dole;
+Ma quei duo cavallier senza paura
+Facean de' fatti, e non dicean parole.
+E già durata è la battaglia dura
+A l'ora sesta da il levar del sole,
+Né alcun di loro ancor si mostra stanco,
+Ma ciascun di loro è più che pria franco.
+
+Sì come alla fucina in Mongibello
+Fabrica troni il demonio Vulcano,
+Folgore e foco batte col martello,
+L'un colpo segue a l'altro a mano a mano;
+Cotal se odiva l'infernal flagello
+Di quei duo brandi con romore altano,
+Che sempre han seco fiamme con tempesta;
+L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta.
+
+Orlando gli menò d'un gran riverso
+Ad ambe man, di sotto alla corona,
+E fu il colpo tanto aspro e sì diverso,
+Che tutto il capo ne l'elmo gli intona.
+Avea Agricane ogni suo senso perso;
+Sopra il col di Baiardo se abandona,
+E sbigotito se attaccò allo arcione:
+L'elmo il campò, che fece Salamone.
+
+Via ne lo porta il destrier valoroso;
+Ma in poco de ora quel re se risente,
+E torna verso Orlando, furïoso
+Per vendicarse a guisa di serpente.
+Mena a traverso il brando roïnoso,
+E gionse il colpo ne l'elmo lucente:
+Quanto puote ferire ad ambe braccia,
+Proprio il percosse a mezo della faccia.
+
+Il conte riversato adietro inchina,
+Ché dileguate son tutte sue posse;
+Tanto fo il colpo pien di gran roina,
+Che su la groppa la testa percosse;
+Non sa se egli è da sera, o da matina,
+E benché alora il sole e il giorno fosse,
+Pur a lui parve di veder le stelle,
+E il mondo lucigar tutto a fiammelle.
+
+Or ben li monta lo estremo furore:
+Gli occhi riversa e strenge Durindana.
+Ma nel campo se leva un gran romore,
+E suona nella rocca la campana.
+Il crido è grande, e mai non fo maggiore:
+Gente infinita ariva in su la piana
+Con bandiere alte e con pennoni adorni,
+Suonando trombe e gran tamburi e corni.
+
+Questa è la gente de il re Galafrone,
+Che son tre schiere, ciascuna più grossa.
+Per quella rocca, che è di sua ragione,
+Vien con gran furia ad averla riscossa;
+Ed ha mandato in ogni regïone,
+E meza la India ha ne l'arme commossa;
+E chi vien per tesor, chi per paura,
+Perché è potente e ricco oltra a misura.
+
+Dal mar de l'oro, ove l'India confina,
+Vengon le gente armate tutte quante.
+La prima schiera con molta roina
+Mena Archiloro il Negro, che è gigante;
+La seconda conduce una regina,
+Che non ha cavallier tutto il levante
+Che la contrasti sopra della sella,
+Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.
+
+Marfisa la donzella è nominata,
+Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera,
+Che ben cinque anni sempre stette armata
+Da il sol nascente al tramontar di sera,
+Perché al suo dio Macon se era avotata
+Con sacramento, la persona altiera,
+Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia,
+Sin che tre re non prenda per battaglia.
+
+Ed eran questi il re de Sericana,
+Dico Gradasso, che ha tanta possanza,
+Ed Agricane, il sir de Tramontana,
+E Carlo Mano, imperator di Franza.
+La istoria nostra poco adietro spiana
+Di lei la forza estrema e la arroganza,
+Sì che al presente più non ne ragiono,
+E torno a quei che gionti al campo sono.
+
+Con romor sì diverso e tante crida
+Passato han Drada, la grossa riviera,
+Che par che il cel profondi e se divida.
+Dietro alle due venìa l'ultima schiera;
+Re Galifrone la governa e guida
+Sotto alle insegne di real bandiera,
+Che tutta è nera, e dentro ha un drago d'oro.
+Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,
+
+Che fo gigante di molta grandezza,
+Né alcuna cosa mai volse adorare,
+Ma biastema Macone e Dio disprezza,
+E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare.
+Questo Archiloro con molta fierezza
+Primeramente il campo ebbe assaltare;
+Come un demonio uscito dello inferno
+Fa de' nemici strazio e mal governo.
+
+Portava il Negro un gran martello in mano,
+(Ancude non fu mai di tanto peso),
+Spesso lo mena, e non percote in vano:
+Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso.
+Contra di lui è mosso il franco Uldano
+E Poliferno, di furore acceso,
+Con due tal schiere, che il campo ne è pieno;
+Ciascuna è cento millia, o poco meno.
+
+E quei duo re, non già per un camino,
+Ché l'un de l'altro alora non se accorse,
+Ferirno al Negro nel sbergo acciarino,
+E quel si stette di cadere in forse,
+E fu per traboccar disteso e chino;
+Ma quel ferir contrario lo soccorse,
+Ché Poliferno già l'avea piegato,
+Quando il percosse Uldano a l'altro lato.
+
+Sopra alle lancie il Negro se suspese,
+Ma già per questo di colpir non resta;
+Però che il gran martello a due man prese,
+E ferì il Poliferno nella testa,
+E tramortito per terra il distese.
+Poi volta l'altro colpo con tempesta,
+E nel guanciale agionse il forte Uldano,
+Sì che de arcione il fie' cadere al piano.
+
+Quei re distesi rimasero al campo.
+Passa Archiloro e mostra gran prodezza;
+Come un drago infiammato adduce vampo,
+Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza,
+Né a lui si trova alcun riparo o scampo:
+Tutta la gente occide con fierezza;
+Fugge ciascuno e non lo può soffrire.
+Vede Agricane sua gente fuggire,
+
+E volto a Orlando con dolce favella
+Disse: - Deh! cavalliero, in cortesia,
+Se mai nel mondo amasti damisella,
+O se alcuna forse ami tuttavia,
+Io te scongiuro per sua faccia bella,
+(Così la ponga amore in tua balìa!):
+Nostra battaglia lascia nel presente,
+Perch'io doni soccorso alla mia gente.
+
+E benché te più oltra non cognosca
+Se non per cavallier alto e soprano,
+Da or ti dono il gran regno di Mosca,
+Sino al mar di Rossia, che è l'Oceano.
+Il suo re è nello inferno a l'aria fosca:
+Tu ve il mandasti iersira con tua mano;
+Radamanto fo quel, di tanta altura,
+Che col brando partisti alla cintura.
+
+Liberamente il suo regno ti dono,
+Né credo meglio poterlo alogare,
+Ché non ha il mondo cavallier sì bono,
+Qual di bontate ti possa avanzare:
+Ed io prometto e giuro in abandono
+Che un'altra volta me voglio provare
+Teco nel campo, per far certo e chiaro
+Qual cavalliero al mondo non ha paro.
+
+Più che omo me stimava alora quando
+Provata non avea la tua possanza;
+Né mi credetti aver diffesa al brando,
+Né altro contrasto al colpo de mia lanza;
+Ed odendo talor parlar de Orlando,
+Che sta in Ponente nel regno di Franza,
+Ogni sue forze curavo io nïente,
+Me sopra ogni altro stimando potente.
+
+Questa battaglia e lo assalto sì fiero
+Che è tra noi stato, e l'aspere percosse
+Me hanno cangiato alquanto nel pensiero,
+E vedo ch'io sono om di carne e d'osse.
+Ma domatina sopra de il sentiero
+Farem la ultima prova a nostre posse;
+E tu in quel ponto o ver la mia persona
+Serà del mondo il fiore e la corona.
+
+Ma or ti prego che per questa fiata
+Andar me lascia, cavallier, sicuro;
+Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata,
+Per quella sol te prego e te scongiuro.
+Vedi mia gente tutta sbaratata
+Da quel gigante smisurato e scuro,
+E s'io li dono, per tuo merto, aiuto,
+Serò in eterno a te sempre tenuto. -
+
+A benché il conte assai fosse adirato
+Pel colpo recevuto a gran martìre,
+E volentier se avesse vendicato,
+Alla dimanda non seppe disdire,
+Perché uno omo gentil e inamorato
+Non puote a cortesia giamai fallire.
+Così lo lasciò Orlando alla bona ora,
+Ed aiutarlo se proferse ancora.
+
+Esso, che aiuto non cura nïente,
+Come colui che avea molta arroganza,
+Volta Baiardo ch'è tanto potente,
+Ed a un suo cavallier tolse una lanza.
+Quando tornare il vide la sua gente,
+Ciascun riprese core e gran baldanza;
+Levasi il crido e risuona la riva:
+Tutta la gente torna, che fuggiva.
+
+Il re Agricane alla corona d'oro
+Ogni sua schiera di novo rasetta;
+Lui davanti se pone a tutti loro
+Sopra a Baiardo, che sembra saetta,
+E forïoso vòlto ad Archiloro;
+Fermo il gigante in su duo piè lo aspetta
+Col scudo in braccio e col martello in mano,
+Carco a cervelle e rosso a sangue umano.
+
+Il scudo di quel negro un palmo è grosso,
+Tutto di nerbo è di elefante ordito.
+Sopra di quello Agrican l'ha percosso,
+Ed oltra il passa col ferro polito;
+Per questo non è lui de loco mosso.
+Per quel gran colpo non se piega un dito,
+E mena del martello a l'asta bassa:
+Giongela a mezo e tutta la fraccassa.
+
+Quel re gagliardo poco o nulla il stima,
+Benché veggia sua forza smisurata,
+Né fo sua lancia fraccassata in prima,
+Che egli ebbe in mano la spada affilata,
+E col destrier che di bontade è cima,
+Intorno lo combatte tutta fiata;
+Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda,
+Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.
+
+Sopra a duo piedi sta fermo il gigante,
+Come una torre a cima de castello;
+Mai non ha mosso ove pose le piante,
+E solo adopra il braccio da il martello.
+Or gli è lo re di drieto, ora davante,
+Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello;
+Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo,
+Tanto è legiero e destro quel cavallo.
+
+Stava a vedere e l'una e l'altra gente,
+Dico quei de India e quei di Tartaria,
+Sì come a lor non toccasse nïente,
+Ma sol fosse da duo la pugna ria.
+Così sta ciascadun queto e pon mente,
+Lodando ogniuno il suo di vigoria:
+Mentre che ciascun guarda e parla e cianza,
+Mena Archiloro un colpo di possanza.
+
+Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena,
+Ma non gionse Agrican, ché l'avria morto;
+Tutto il martello ascose ne l'arena.
+Ora il gigante è ben gionto a mal porto:
+Callate non avea le braccie apena,
+Che il re, qual stava in su lo aviso scorto,
+Con tal roina il brando su vi mise,
+Che ambe le mane a quel colpo divise.
+
+Restâr le mane al gran martello agionte,
+Sì come prima a quello eran gremite;
+Fu po' lui morto di taglio e di ponte,
+Ché ben date li fôr mille ferite;
+E parve a ciascun vendicar sue onte,
+Perché egli uccise il dì gente infinite.
+Agricane il lasciò, quel segnor forte,
+Non se dignando lui darli la morte.
+
+Sì che fo occiso da gente villane,
+Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso.
+Poi che l'ebbe lasciato, il re Agricane
+Urta Baiardo tra quel popol grosso,
+E pone in rotta le gente indïane,
+Con tal ruina che contar nol posso.
+Quel re li taglia e sprezali con scherno,
+E già son gionti Uldano e Poliferno.
+
+Questi duo re gran pezzo sterno al prato
+Sì come morti e fuor di sentimento,
+Ché ciascuno il martello avea provato,
+Come io ve dissi, con grave tormento.
+Or era l'uno e l'altro ritornato,
+E sopra all'Indïan, con ardimento,
+De il colpo ricevuto fan vendetta,
+E chi più può, col brando e Nigri affetta.
+
+Non fanno essi riparo, ad altra guisa
+Che se diffenda da il fuoco la paglia;
+Agrican lor guardava con gran risa,
+Ché non degna seguir quella canaglia.
+Or sappiati che la dama Marfisa
+Ben da due leghe è longi alla battaglia;
+Alla ripa del fiume sopra a l'erba
+Dormia ne l'ombra la dama superba.
+
+Tanto il core arrogante ha quell'altiera,
+Che non volse adoprar la sua persona
+Contra ad alcuno, per nulla mainera,
+Se quel non porta in capo la corona;
+E per questo ne è gita alla rivera,
+E sotto un pin dormendo se abandona;
+Ma prima, nel smontar che fie' di sella,
+Queste parole disse a una donzella,
+
+(Era questa di lei sua cameriera):
+Disse Marfisa: - Intendi il mio sermone:
+Quando vedrai fuggir la nostra schiera,
+E morto o preso lo re Galafrone,
+E che atterrata fia la sua bandiera,
+Alor me desta e mename il ronzone;
+Nanzi a quel ponto non mi far parola,
+Ché a vincer basta mia persona sola. -
+
+Dopo questo parlare il viso bello
+Colcasi al prato, e indosso ha l'armatura;
+E come fosse dentro ad un castello,
+Così dormiva alla ripa sicura.
+Ora torniamo a dire il gran zambello
+De li Indïani, che di alta paura
+Vanno a roina, senza alcun riguardo,
+Sino alla schiera de il real stendardo.
+
+Re Galafrone ha la schiuma alla bocca,
+Poi che sua gente sì vede fuggire;
+Ben come disperato il caval tocca,
+E vôl quel giorno vincere, o perire.
+La figlia sua, che stava nella rocca,
+Lo vide a quel gran rischio di morire,
+E temendo de ciò, come è dovuto,
+Al conte Orlando manda per aiuto.
+
+Manda a pregarlo che senza tardanza
+Gli piaccia aiuto al suo patre donare;
+E se mai de lui debbe aver speranza,
+Voglia quel giorno sua virtù mostrare;
+E che debbia tenire in ricordanza
+Che dalla rocca lo puotria guardare;
+Sì che se adopri, se de amore ha brama,
+Poiché al iudicio sta della sua dama.
+
+Lo inamorato conte non si posa,
+E trasse Durindana con furore,
+E fie' battaglia dura e tenebrosa,
+Come io vi conterò tutto il tenore.
+Ma al presente io lascio qui la cosa,
+Per tornare a Ranaldo di valore,
+Qual, come io dissi, dentro un bel verziero
+Vide giacersi al fonte un cavalliero.
+
+Piangea quel cavallier sì duramente,
+Che avria fatto un dragon di sé pietoso;
+Né di Ranaldo si accorgea nïente,
+Perché avea basso il viso lacrimoso.
+Stava il principe quieto, e ponea mente
+Ciò che facesse il baron doloroso;
+E ben che intenda che colui se dole,
+Scorger non puote sue basse parole.
+
+Unde esso dismontava dello arcione,
+E con parlar cortese il salutava;
+E poi li adimandava la cagione
+Perché così piangendo lamentava.
+Alciò la faccia il misero barone:
+Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava,
+Poi disse: - Cavallier, mia trista sorte
+Me induce a prender voluntaria morte.
+
+Ma per Dio vero e per mia fè ti giuro,
+Che non è ciò quel che mi fa dolere;
+Anzi alla morte ne vado sicuro,
+Come io gissi a pigliare un gran piacere;
+Ma solo ene al mio cor doglioso e duro
+Quel che morendo mi convien vedere;
+Però che un cavallier prodo e cortese
+Morirà meco, e non vi avrà diffese. -
+
+Dicea Ranaldo: - Io te prego, per Dio,
+Che me raconti il fatto come è andato,
+Poi de saperlo m'hai posto in disio,
+Veggendo il tuo languir sì sterminato. -
+Alciò la fronte con sembiante pio
+Quel cavallier che giacea sopra il prato,
+E poi rispose con doglioso pianto,
+Come io vi conterò ne l'altro canto.
+
+Canto decimosettimo
+
+Io vi promisi contar la risposta,
+Ne l'altro canto, di quel cavalliero
+Che avea l'alma a sospirar disposta,
+Quando Ranaldo lo trovò al verziero,
+Presso alla fonte di fronde nascosta;
+Ora ascoltati il fatto bene intiero.
+Quel cavallier in voce lacrimose
+Con tal parole a Ranaldo rispose:
+
+- Vinte giornate de quindi vicina
+Sta una gran terra de alta nobiltade,
+Che già de l'Orïente fo regina;
+Babilonia se appella la citade.
+Avia una dama nomata Tisbina,
+Che in lo universo, in tutte le contrade,
+Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare,
+Cosa più bella non se può mirare.
+
+Nel dolce tempo di mia età fiorita
+Fu'io di quella dama possessore,
+E fu la voglia mia sì seco unita,
+Che nel suo petto ascoso era il mio core.
+Ad altri la concessi alla finita:
+Pensa se a questo fare ebbi dolore!
+Lasciar tal cosa è dôl maggiore assai
+Che desïarla e non averla mai.
+
+Come una parte de l'anima mia
+Da il cor mi fosse per forza divisa,
+Fuor di me stesso vivendo moria,
+Pensa tu con qual modo ed a qual guisa!
+Due volte tornò il sole alla sua via
+Per vinte e quattro lune, alla recisa,
+Ed io, sempre piangendo, andai mischino
+Cercando il mondo come peregrino.
+
+Il lungo tempo e le fatiche assai
+Ch'io sosteneva al diverso paese,
+Pur me alentarno gli amorosi guai
+De che ebbi l'osse e le medolle accese;
+E poi Prasildo, a cui quella lasciai,
+Fo un cavallier sì prodo e sì cortese,
+Che ancor me giova avermi per lui privo,
+E sempre giovarà, se sempre vivo.
+
+Or, seguendo la istoria, io me ne andava
+Cercando il mondo, come disperato,
+E, come volse la fortuna prava,
+Nel paese de Orgagna io fu' arivato.
+Una dama quel regno governava,
+Ché il suo re Poliferno era asembrato
+Con Agricane insieme, a far tenzone
+Per una figlia de il re Galafrone.
+
+La dama che quel regno aveva in mano,
+Sapea de inganni e frode ogni mistiero;
+Con falsa vista e con parlare umano
+Dava recetto ad ogni forastiero.
+Poi che era gionto, se adoprava in vano
+Indi partirse, e non vi era pensiero
+Che mai bastasse di poter fuggire,
+Ma crudelmente convenia morire.
+
+Però che la malvaggia Falerina
+(Ché cotal nome ha quella incantatrice
+Che ora de Orgagna se appella regina)
+Avea un giardino nobile e felice;
+Fossa nol cinge, né sepe di spina,
+Ma un sasso vivo intorno fa pendice,
+E sì lo chiude de una centa sola,
+Che entro passar non puote chi non vola.
+
+Aperto è il sasso verso il sol nascente,
+Dove è una porta troppo alta e soprana;
+Sopra alla soglia sta sempre un serpente,
+Che di sangue se pasce e carne umana.
+A questo date son tutte le gente
+Che sono prese in quella terra strana:
+Quanti ne gionge, prende ciascuna ora,
+E là li manda; e il drago li divora.
+
+Or, come io dissi, in quella regïone
+Fui preso a inganno, e posto a la catena;
+Ben quattro mesi stetti in la pregione,
+Che era de cavallieri e dame piena.
+Io non ti dico la compassïone
+Che era a vederci tutti in tanta pena;
+Duo ne eran dati al drago in ogni giorno,
+Come la sorte se voltava intorno.
+
+Il nome de ciascuno era signato
+Insieme de una dama e cavalliero;
+E così ne era a divorar mandato
+Quel par che alla pregione era primiero.
+Or, stando in questa forma impregionato,
+Né avendo de campare alcun pensiero,
+La ria fortuna che me avia battuto,
+Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.
+
+Perché Prasildo, quel baron cortese
+Per cui dolente abandonai Tisbina
+E Babilonia, il mio dolce paese,
+Ebbe a sentir de mia sorte meschina.
+Io non sapria già dir come lo intese;
+Ma giorno e notte lui sempre camina,
+E, con molto tesoro, iscognosciuto
+Fu ne' confini de Orgagna venuto.
+
+Ivi se pose quel baron soprano
+Per il mio scampo molto a praticare,
+E proferse grande oro al guardïano,
+Se di nascosto me lasciava andare;
+Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano,
+Né a prieghi o prezo lo pote piegare,
+Ottenne per danari o per bel dire
+Che, per camparmi, lui possa morire.
+
+Così fui tratto della pregion forte,
+E lui fo incatenato al loco mio.
+Per darmi vita, lui vôl prender morte:
+Vedi quanto è il baron cortese e pio!
+Ed oggi è il giorno della trista sorte,
+Che lui serà condotto al loco rio
+Dove il serpente e miseri divora;
+Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.
+
+E bench'io sappia e cognosca per certo
+Che bastante non sono a darli aiuto,
+Voglio mostrare a tutto il mondo aperto
+Quanto a quel cor gentile io sia tenuto
+A render guidardon di cotal merto;
+Però che, come quivi fia venuto,
+Con quei che il menan prenderò battaglia,
+Benché sian mille e più quella canaglia.
+
+E quando io sia da quella gente occiso,
+Serami quel morir tanto iocondo
+Ch'io ne andarò di volo in paradiso,
+Per starmi con Prasildo a l'altro mondo.
+Ma quando io penso che serà diviso
+Lui da quel drago, tutto mi confondo,
+Poi ch'io non posso, ancor col mio morire,
+Tuorli la pena di tanto martìre. -
+
+Così dicendo, il viso lacrimoso
+Quel cavalliero alla terra abassava.
+Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso,
+Con lui teneramente lacrimava,
+E con parlar cortese ed animoso,
+Proferendo se stesso, il confortava,
+Dicendo a lui: - Baron, non dubitare,
+Che il tuo compagno ancor puotrà campare.
+
+Se dua cotanta fosse la sbiraglia
+Che qua lo conduranno, io non ne curo;
+Manco gli stimo che un fascio di paglia,
+E per la fè di cavallier te giuro
+Ch'io te li scoterò con tal travaglia,
+Che alcun di lor non si terrà securo
+De aver fuggita da mia man la morte,
+Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. -
+
+Guardando il cavalliero e sospirando,
+Disse: - Deh vanne a la tua via, barone!
+Ché qua non se ritrova il conte Orlando,
+Né il suo cognato, che è figlio de Amone.
+Noi altri facciamo assai alora quando
+Tenemo campo ad un sol campïone;
+Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole:
+Lascia pur dir, ché tutte son parole.
+
+Pàrtite in cortesia, ché già non voglio
+Che tu per mia cagion sia quivi gionto;
+Parte non hai di quel grave cordoglio
+Che me induce a morir, come io t'ho conto;
+Ed io non posso mo, sì come io soglio,
+Renderti grazia, a questo estremo ponto,
+Del tuo bon core e de la tua proferta:
+Dio te la renda, ed a chiunque il merta. -
+
+Disse Ranaldo: - Orlando non son io,
+Ma pure io farò quel che aggio proferto;
+Né per gloria lo faccio o per desio
+D'aver da te né guidardon né merto;
+Ma sol perché io cognosco, al parer mio,
+Che un par de amici al mondo tanto certo
+Né ora se trova, né mai se è trovato:
+S'io fossi il terzo, io me terria beato.
+
+Tu concedesti a lui la donna amata,
+E sei del tuo diletto al tutto privo;
+Egli ha per te sua vita impregionata,
+Or tu sei senza lui di viver schivo.
+Vostra amistate non fia mai lasciata,
+Ma sempre serò vosco, e morto e vivo;
+E se pur oggi aveti ambo a morire,
+Voglio esser morto per vosco venire. -
+
+Mentre che ragionarno in tal maniera,
+Una gran gente viddero apparire,
+Che portano davanti una bandiera,
+E due persone menano a morire.
+Chi senza usbergo, chi senza gambiera,
+Chi senza maglia si vedea venire,
+Tutti ribaldi e gente da taverna;
+E peggio in ponto è quel che li governa.
+
+Era colui chiamato Rubicone,
+Che avia ogni gamba più d'un trave grossa;
+Seicento libre pesa quel poltrone,
+Superbo, bestïale e di gran possa;
+Nera la barba avea come un carbone
+Ed a traverso al naso una percossa;
+Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno:
+Mai sol nascente nol trovò digiuno.
+
+Costui menava una donzella avante,
+Incatenata sopra un palafreno,
+E un cavallier cortese nel sembiante,
+Legato come lei, né più né meno.
+Guarda Ranaldo al palafreno amblante,
+E ben cognobbe quel baron sereno
+Che la meschina è quella damisella
+Che gli contò de Iroldo la novella;
+
+Poi li fo tolta ne la selva ombrosa
+Da quel centauro contrafatto e strano.
+Lui più non guarda, e senza alcuna posa
+De un salto si gettò su Rabicano.
+Diciamo della gente dolorosa,
+Che erano più de mille in su quel piano:
+Come Ranaldo viddero apparire,
+Per la più parte se derno al fuggire.
+
+Già l'altro cavalliero era in arcione,
+Ed avia tratta la spada forbita;
+Ma il principe se driccia a Rubicone,
+Ché tutta l'altra gente era smarita
+E lui faceva sol deffensïone.
+Questa battaglia fo presto finita,
+Perché Ranaldo de un colpo diverso
+Tutto il tagliò per mezo del traverso.
+
+E dà tra li altri con molta tempesta,
+Benché de occider la gente non cura,
+E spesso spesso de ferir se arresta,
+Ed ha diletto de la lor paura;
+Ma pur a quattro gettò via la testa,
+Duo ne partite insino alla cintura;
+Lui ridendo e da scherzo combattia,
+Tagliando gambe e braccie tuttavia.
+
+Così restarno al campo e due pregioni,
+Ciascun legato sopra il suo destriero,
+Poi che fuggiti fôrno quei bricconi,
+Che de condurli a morte avian pensiero.
+Su il prato, tra bandiere e gonfaloni
+E targhe e lancie, è Rubicone altiero,
+Feso per mezo e tagliato le braccia:
+Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.
+
+Ma Iroldo, il cavallier ch'io vi contai
+Che stava alla fontana a lamentare,
+Poi che anco egli ebbe de lor morti assai,
+Corse quei duo pregioni a dislegare.
+Più non fu lieto alla sua vita mai;
+Prasildo abraccia, e non puotea parlare,
+Ma, come in gran letizia far si suole,
+Lacrime dava in cambio di parole.
+
+Il principe era longe da due miglia,
+Sempre cacciando il popol spaventato,
+Quando quei duo baron con meraviglia
+Guardano a Rubicon, che era tagliato
+Per il traverso, alla terra vermiglia.
+Essi mirando il colpo smisurato,
+Dicean che non era omo, anzi era Dio,
+Che sì gran busto col brando partio.
+
+Callava già Ranaldo giù del monte,
+Avendo fatta gran destruzïone;
+Ciascun de' due baron con le man gionte
+Come idio l'adorarno ingenocchione,
+E a lui devotamente, in voce pronte,
+Diceano: - O re del celo, o Dio Macone,
+Che per pietate in terra sei venuto
+In tanta nostra pena a darci aiuto!
+
+Per cagion nostra giù del cel lucente
+Or sei disceso a mostrarci la faccia;
+Tu sei lo aiuto de l'umana gente
+Né mai salvarli il tuo volto si saccia;
+Fa ciascadun di noi recognoscente,
+Dapoi che ce hai donata cotal graccia,
+Sì che per merto al fin se troviam degni
+Di star con teco nelli eterni regni. -
+
+Ranaldo se turbò nel primo aspetto,
+Veggendosi adorare in veritate;
+Ma, ascoltandoli poi, prese diletto
+Del paccio aviso e gran simplicitate
+De questi, che il chiamavan Macometto,
+E a lor rispose con umilitate:
+- Questa falsa credenza via togliete,
+Ch'io son di terra, sì come voi sete.
+
+Tutto è di fango il corpo e questa scorza:
+L'anima non, che fo da Cristo espressa;
+Né ve maravigliati di mia forza,
+Ché esso per sua pietà me l'ha concessa.
+Lui la virtute accende, e lui la smorza,
+E quella fede, che il mio cor confessa,
+Quando si crede drittamente e pura,
+De ogni spavento l'animo assicura. -
+
+Con più parole poi li racontava
+Sì come egli era il sir de Montealbano;
+E tutta nostra fede predicava,
+E perché Cristo prese corpo umano;
+Ed in conclusïon tanto operava,
+Che l'uno e l'altro se fie' cristïano,
+Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore,
+Macon lasciando ed ogni falso errore.
+
+Poi tutti tre parlarno alla donzella,
+A lei mostrando diverse ragione
+Che pigliar debba la fede novella,
+La falsità mostrando di Macone.
+Essa era saggia sì come era bella,
+Però, contrita e con devozïone,
+Coi cavallieri insieme, a la fontana
+Fo per Ranaldo fatta cristïana.
+
+Esso da poi con bel parlare espose
+Che egli intendeva de andare al giardino,
+Qual fatto ha tante gente dolorose,
+E con lor se consiglia del camino.
+Ma la donzella subito rispose:
+- Da tal pensier te guarda Dio divino!
+Non potresti acquistare altro che morte,
+Tanto è lo incanto a meraviglia forte.
+
+Io aggio un libro, dove sta depinto
+Tutto il giardino a ponto, con misura;
+Ma nel presente solo avrò distinto
+Della sua entrata la strana ventura;
+Però che quello è de ogni parte cinto
+De un'alta pietra, tanto forte e dura,
+Che mille mastri a botta de picone
+Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.
+
+Dove il sol nasce, a mezo un torrïone
+Evi una porta de marmo polito;
+Sopra alla soglia sta sempre il dragone,
+Qual, da che nacque, mai non ha dormito,
+Ma fa la guarda per ogni stagione;
+E quando fosse alcun d'entrare ardito,
+Convien con esso prima battagliare:
+Ma poi che è vinto, assai li è più che fare;
+
+Ché incontinente la porta se serra,
+Né mai per quella si può far ritorno,
+E cominciar conviensi un'altra guerra,
+Perché una porta se apre a mezo giorno;
+Ad essa in guardia n'esce della terra
+Un bove ardito, ed ha di ferro un corno,
+L'altro di foco: e ciascun tanto acuto,
+Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.
+
+Quando pur fosse questa fiera morta,
+Che serìa gran ventura veramente,
+Come la prima, è chiusa quella porta,
+E l'altra se apre verso lo occidente,
+Ed ha diffesa niente a la sua scorta:
+Uno asinel, che ha la coda tagliente
+Come una spada, e poi l'orecchie piega
+Come li piace, e ciascuno omo lega.
+
+E la sua pelle è di piastre coperta,
+E sembra d'oro, e non si può tagliare;
+Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta:
+Come egli è morto, mai più non appare.
+Ma poi la quarta, come il libro acerta,
+Subito s'apre, e là conviensi andare;
+Questa risponde proprio a tramontana,
+Dove non giova ardire o forza umana.
+
+Ché sopra a quella sta un gigante fiero,
+Qual la difende con la spada in mano;
+E se egli è occiso de alcun cavalliero,
+Della sua morte duo ne nasce al piano.
+Duo ne nasce alla morte del primiero,
+Ma quattro del secondo a mano a mano,
+Otto del terzo, e sedici del quarto
+Nascono armati del lor sangue sparto.
+
+E così crescerebbe in infinito
+Il numero di lor, senza menzogna;
+Sì che lascia, per Dio! questo partito,
+Che è pien d'oltraggio, danno e di vergogna.
+Il fatto proprio sta come hai sentito,
+Sì che farli pensier non ti bisogna.
+Molti altri cavallier lì sono andati:
+Tutti son morti, e mai non son tornati.
+
+Se pur hai voglia di mostrare ardire,
+E di provare un'altra novitate,
+Assai fia meglio con meco venire
+A fare una opra di molta pietate,
+Come altra fiata io t'ebbi ancora a dire;
+E tu mi promettesti in veritate
+Venir con meco, ed esser mio campione,
+Per trare Orlando e li altri di pregione. -
+
+Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso,
+E nulla alla donzella respondia,
+Perché entrare al giardin meraviglioso
+Sopra ogni cosa del mondo desia,
+E non è fatto il baron paüroso
+Del gran periglio che sentito avia;
+Ma la difficultà quanto è maggiore,
+Più li par grata e più degna d'onore.
+
+Da l'altra parte, la promessa fede
+Alla donzella, che la ricordava,
+Forte lo strenge; e quella ora non vede
+Ch'el trovi Orlando, che cotanto amava.
+Oltra di questo, ben certo si crede
+Un'altra volta, come desïava,
+A quel giardino soletto venire,
+Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.
+
+Sì che nel fin pur se pose a camino
+Con la donzella e con quei cavallieri.
+Sempre ne vanno, da sira al matino,
+Per piano e monte e per strani sentieri;
+E della selva già sono al confino,
+Dove suolea vedersi il bel verzieri
+Di Dragontina, sopra alla fiumana,
+Che ora è disfatto, e tutto è terra piana.
+
+Come io vi dissi, il giardin fu disfatto,
+E il bel palagio, e il ponte, e la riviera,
+Quando fo Orlando con quelli altri tratto;
+Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era,
+E però non sapea di questo fatto,
+E trovar Brandimarte ella se spera,
+E con lo aiuto del figliuol de Amone
+Trarlo con li altri fuor della pregione.
+
+E cavalcando per la selva scura,
+Essendo mezo il giorno già passato,
+Viddon venir correndo alla pianura
+Sopra un cavallo uno omo tutt'armato,
+Che mostrava alla vista gran paura;
+Ed era il suo caval molto affannato,
+Forte battendo l'uno e l'altro fianco;
+Ma l'omo trema, ed è nel viso bianco.
+
+Ciascadun di novelle il dimandava,
+Ma lui non respondeva alcuna cosa,
+E pure adietro spesso risguardava.
+Dopo, alla fine, in voce paürosa,
+Perché la lingua col cor li tremava,
+Disse: - Male aggia la voglia amorosa
+Del re Agricane, ché per quello amore
+Cotanta gente è morta a gran dolore!
+
+Io fui, segnor, con molti altri attendato
+Intorno ad Albracà con Agricane;
+Fo Sacripante de il campo cacciato,
+Ed avemmo la terra nelle mane;
+Solo il girone ad alto fo servato.
+Ed ecco ritornare una dimane
+La dama, che la rocca diffendia,
+Con nove cavallieri in compagnia:
+
+Tra i quali io vi conobbi il re Ballano
+E Brandimarte e Oberto da il Leone;
+Ma non cognosco un cavallier soprano,
+Che non ha di prodezza parangone.
+Tutti soletto ce cacciò del piano;
+Occise Radamanto e Saritrone
+Con altri cinque re, che in quella guerra
+Tutti in duo pezi fece andar per terra.
+
+Io vidi (e ancor mi par ch'io l'aggia in faccia)
+Giongere a Pandragone in sul traverso;
+Tagliolli il petto e nette ambe le braccia.
+Da poi ch'io vidi quel colpo diverso,
+Dugento miglia son fuggito in caccia,
+E volentier me avria nel mar sumerso,
+Perché averlo alle spalle ognior mi pare.
+A Dio sïàti; io non voglio aspettare,
+
+Ch'io non mi credo mai esser sicuro,
+Sin ch'io non sono a Roccabruna ascoso;
+Levarò il ponte, e starò sopra al muro. -
+Queste parole disse il paüroso,
+E fuggendo nel bosco folto e scuro
+Uscì de vista nel camino umbroso.
+La damisella e ciascun cavalliero
+Rimase del suo dire in gran pensiero.
+
+E l'un con l'altro insieme ragionando
+Compreser che e baroni eran campati,
+E che quel cavalliero è il conte Orlando,
+Che facea colpi sì disterminati;
+Ma non sanno stimare o come o quando,
+E con qual modo e' siano liberati;
+Ma tutti insieme sono de un volere:
+Indi partirsi ed andarli a vedere.
+
+Fuor del deserto, per la dritta strada,
+Sopra il mar del Bacù van tuttavia.
+Essendo gionti al gran fiume di Drada,
+Videro un cavallier, che in dosso avia
+Tutte arme a ponto, ed al fianco la spada:
+Una donzella il suo destrier tenìa;
+Però che alor montava in arcïone,
+Quella teniva il freno al suo ronzone.
+
+Ai compagni se volse Fiordelisa
+Dicendo: - S'io non fallo al mio pensiero,
+E se io ramento ben questa divisa,
+Quel che vedeti, non è un cavalliero,
+Anci una dama, nomata Marfisa,
+Che in ogni parte, per ogni sentiero,
+Quanto la terra può cercarsi a tondo,
+Cosa più fera non si trova al mondo.
+
+Unde a voi tutti so ben racordare
+Che non entrati di giostra al periglio:
+Spacciànci pur de adrieto ritornare.
+Credeti a me, che bene io vi consiglio:
+Se non ci ha visto, potremo campare,
+Ma se adosso vi pone il fiero artiglio,
+Morir conviensi con dolore amaro,
+Ché non si trova a sua possa riparo. -
+
+Ride Ranaldo di quelle parole,
+E del consiglio la dama ringraccia,
+Ma veder quella prova al tutto vôle;
+Prende la lancia, il forte scudo imbraccia.
+Era salito a mezo il celo il sole,
+Quando quei duo fôr gionti a faccia a faccia,
+Ciascun tanto animoso e sì potente
+Che non stimava l'un l'altro nïente.
+
+Marfisa riguardava il fio de Amone,
+Che li sembrava ardito cavalliero;
+Già tien per guadagnato il suo ronzone,
+Ma sudar prima li farà mestiero.
+Fermosse l'uno e l'altro in su lo arcione
+Per trovarse assettato al scontro fiero;
+E già ciascuno il suo destrier voltava,
+Quando un messaggio in su il fiume arivava.
+
+Era quel messagiero vecchio antico,
+E seco avea da vinti omini armati.
+Gionto a Marfisa, disse: - Il tuo nemico
+Ce ha tutti al campo rotti e dissipati.
+Morto è Archiloro, e non vi valse un fico
+Il suo martello e i colpi smisurati;
+E fo Agricane che occise il gigante:
+Tutta la gente a lui fugge davante.
+
+Re Galafrone a te se racomanda,
+Ed in te sola ha posta sua speranza,
+L'ultimo aiuto a te sola dimanda.
+Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza
+In questo giorno per nome si spanda;
+E il re Agricane, che ha tanta arroganza
+Che crede contrastare a tutto il mondo,
+Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. -
+
+Disse Marfisa: - Un poco ivi rimane,
+Ch'io vengo al campo senza far dimora;
+Ora che questi tre mi sono in mane,
+Darotegli prigioni in poco de ora;
+Poi prenderaggio presto il re Agricane,
+Che bene aggia Macone e chi lo adora!
+Vivo lo prenderò, non dubitare,
+Ed alla rocca lo farò filare. -
+
+E più non disse la persona altiera,
+Ma verso il cavallier se ebbe a voltare;
+E poi con voce minacciante e fiera
+Tutti tre insieme li ebbe a disfidare.
+Fo la battaglia sopra alla rivera
+Terribile e crudele a riguardare,
+Ché ciascun oltra modo era possente,
+Come odirete nel canto seguente.
+
+Canto decimottavo
+
+Nel canto qua di sopra aveti odito
+Quando Marfisa, quella dama acerba,
+Tre cavallier in su il prato fiorito
+Avea sfidati con voce superba.
+Prasildo era omo presto e molto ardito,
+Subitamente se mise per l'erba:
+Benché Ranaldo fosse il più onorato,
+Lui prima mosse, senza altro combiato.
+
+Quello scontrar che fie' con la donzella
+Roppe sua lancia, e lei già non ha mossa;
+Ma lui de netto uscì fuor della sella,
+E cadde al prato con grave percossa.
+Alor parlava quella dama bella:
+- Su, presto, a li altri! che partir me possa.
+Vedete qua il messaggio che me affretta,
+Ché il re Agricane a battaglia me aspetta. -
+
+Iroldo, come vide il compagnone
+Al crudo scontro in su la terra andare,
+E tra li armati menarlo pregione,
+Corse alla giostra senza dimorare;
+E così cadde anco esso dello arcione.
+Ora nel terzo più serà che fare;
+Se vi piace, segnor, state ad odire
+La fiera mossa e l'aspero colpire.
+
+Una grossa asta portava Marfisa
+De osso e de nerbo, troppo smisurata;
+Nel scudo azuro aveva per divisa
+Una corona in tre parte spezzata;
+La cotta d'arme pure a quella guisa,
+E la coperta tutta lavorata;
+E per cimer ne l'elmo, al sommo loco,
+Un drago verde, che gettava foco.
+
+Era il foco ordinato in tal maniera
+Che ardeva con romore e con gran vento;
+Quando essa entrava alla battaglia fiera,
+Più gran furor menava e più spavento;
+Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera
+Tutti eran fatti per incantamento;
+Da capo a piedi per questa armatura
+Era diffesa la dama e sicura.
+
+Fu il suo ronzone il più dismisurato
+Che giamai producesse la natura:
+Era tutto rosigno e saginato,
+Con testa e coda ed ogni gamba scura;
+Benché non fosse per arte affatato,
+Fu di gran possa e fiero oltra a misura.
+Sopra di questo la forte regina
+Con impeto se mosse e gran roina.
+
+Da l'altra parte il franco fio de Amone
+Con una lancia a meraviglia grossa
+Vien furïoso, quel cor di leone,
+E proprio nella vista l'ha percossa;
+Ma, come avesse gionto a un torrïone,
+Non ha piegata Marfisa, né mossa.
+A tronchi ne andò l'asta con romore,
+Né restò pezzo de un palmo maggiore.
+
+Gionse Ranaldo la dama diversa
+In fronte a l'elmo, con molta tempesta;
+Sopra alle groppe adietro lo riversa,
+Tutta ne l'elmo gli intona la testa.
+Ora ha Marfisa pur sua lancia persa,
+Perché se fraccassò sino alla resta;
+In cento e sei battaglie era lei stata
+Con quella lancia, e sempre era durata.
+
+Ora se roppe al scontro furïoso:
+Ben se ne meraviglia la donzella,
+Ma più la ponge il crucio disdegnoso,
+Perché Ranaldo ancora è in su la sella.
+Chiama iniquo Macone e doloroso,
+Cornuto e becco Trivigante appella:
+- Ribaldi, - a lor dicea - per qual cagione
+Tenete il cavalliero in su lo arcione?
+
+Venga un di voi, e lasciasi vedere,
+E pigli a suo piacer questa diffesa,
+Ch'io farò sua persona rimanere
+Qua giù riversa e nel prato distesa.
+Voi non voliti mia forza temere,
+Perché là su non posso esser ascesa;
+Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso,
+Tutti vi occido, ed ardo il paradiso. -
+
+Mentre che la orgogliosa sì minaccia,
+E vuol disfare il celo e il suo Macone,
+Ranaldo ad essa rivolta la faccia,
+Che era stato buon pezzo in stordigione,
+E de gire a trovarla se procaccia;
+Ma lei, che non stimava quel barone,
+Quando contra di sé tornare il vide,
+Altieramente disdignando ride.
+
+- Ora ché non fuggivi, sciagurato,
+Mentre che ad altro il mio pensiero attese?
+Forse hai diletto indi esser pigliato,
+Perché altrimente non trovi le spese?
+Ma, per mia fede! sei male incapato,
+Ed al presente te dico palese,
+Come io te avrò tutt'arme dispogliate,
+Via cacciarotte a suon di bastonate. -
+
+Cotal parole usava quella altera;
+Il pro' Ranaldo risponde nïente.
+Esso zanzar non vôl con quella fera,
+Ma fa risposta col brando tagliente;
+E, come fu con seco alla frontera,
+Non pose indugia al suo ferir nïente,
+Ma sopra a l'elmo de Fusberta mena:
+Marfisa non sentì quel colpo apena.
+
+Lei per quel colpo nïente se muta,
+Ma un tal ne dette al cavalliero ardito,
+Che batter li fie' il mento alla barbuta:
+Calla nel scudo, e tutto l'ha partito.
+Maglia, né piastra, né sbergo lo aiuta,
+Ma crudelmente al fianco lo ha ferito.
+Quando Ranaldo sente il sangue ch'esce,
+L'ira, l'orgoglio e l'animo gli cresce.
+
+Mai non fo gionto a così fatto caso,
+Come or se trova, il sir de Montealbano.
+Getta via il scudo che li era rimaso,
+E furïoso mena ad ambe mano:
+Benché il partito vide aspro e malvaso,
+Non ha paura quel baron soprano;
+Ma con tal furia un colpo a due man serra,
+Che tutto il scudo li gettò per terra,
+
+E sopra al braccio manco la percosse,
+Sì che li fece abandonar la briglia.
+Molto de ciò la dama se commosse,
+E prese del gran colpo meraviglia;
+Sopra alle staffe presto redricciosse
+Tutta nel viso per furor vermiglia,
+Ed un gran colpo a quel tempo menava,
+Quando Ranaldo l'altro radoppiava.
+
+Perché ancora esso già non stava a bada,
+Anci li rispondeva di bon gioco;
+Ora se incontra l'una a l'altra spada,
+E quelle, gionte, se avamparno a foco.
+Tagliente è ben ciascuna, e par che rada,
+Ma fie' l'ultima prova questo loco;
+Fusberta come un legno l'altra afferra,
+Più de un gran palmo ne gettò per terra.
+
+Quando Marfisa vide che troncata
+Era la ponta di sua spada fina,
+Che prima fu da lei tanto stimata,
+Rimena colpi de molta ruina
+Sopra Ranaldo, come disperata;
+Ma lui, che del scrimire ha la dottrina,
+Con l'occhio aperto al suo ferire attende,
+E ben se guarda e da lei se diffende.
+
+Menò Marfisa un colpo con tempesta,
+Credendo averlo còlto alla scoperta;
+Se lo giongeva la botta rubesta,
+Era sua vita nel tutto deserta.
+Lui, che ha la vista a meraviglia presta,
+Da basso se ricolse con Fusberta,
+E gionse il colpo nella destra mano,
+Sì che cader li fece il brando al piano.
+
+Quando essa vide la sua spada in terra,
+Non fu ruina al mondo mai cotale;
+Il suo destrier con ambi sproni afferra,
+Urta Ranaldo a furia di cingiale,
+E col viso avampato un pugno serra:
+Dal lato manco il gionse nel guanziale,
+E lo percosse con tanta possanza,
+Che assai minor fu il scontro de la lanza.
+
+Io di tal botta assai me maraviglio,
+Ma come io dico, lo scrive Turpino;
+Fuor delle orecchie uscia il sangue vermiglio,
+Per naso e bocca a quel baron tapino.
+Campar lo fece dal mortal periglio
+Lo elmo afatato che fo de Mambrino;
+Ché se un altro elmo in testa se trovava,
+Longe dal busto il capo li gettava.
+
+Perse ogni sentimento il cavalliero,
+Benché restasse fermo in su la sella.
+Or lo portò correndo il suo destriero,
+Né mai gionger lo puote la donzella,
+Ché quel ne andava via tanto legiero,
+Che per li fiori e per l'erba novella
+Nulla ne rompe il delicato pede;
+Non che si senta, ma apena si vede.
+
+Marfisa de stupore alciò le ciglia,
+Quando vide il destrier sì presto gire;
+Ritorna adrieto e il suo brando repiglia,
+E poi di novo se il pose a seguire;
+Ma già longe è Ranaldo a meraviglia,
+E come prima venne a resentire,
+Verso Marfisa volta con gran fretta,
+Voluntaroso a far la sua vendetta.
+
+E' se sentia di sangue pien la faccia,
+Ed a se stesso se lo improperava,
+Dicendo: "Ove vorrai che mai se saccia
+La tua codarda prova, anima prava?
+Ecco una feminella che te caccia!
+Or che direbbe il gran conte di Brava,
+Se me vedesse qua nel campo stare
+Contro una dama e non poter durare?"
+
+Così dicendo il principe animoso
+Stringe Fusberta, il suo tagliente brando,
+E vien contra a Marfisa forïoso.
+Ora voglio tornar al conte Orlando,
+Qual, come io dissi, sì come amoroso
+De Angelica, se mosse al suo comando
+Per dare al prodo Galafrone aiuto,
+Che alla battaglia avea il campo perduto.
+
+Chi lo vedesse entrare alla baruffa,
+Ben lo iudicarebbe quel che egli era;
+Lui questo abatte e quell'altro ribuffa,
+Atterra ogni pennone, ogni bandiera.
+Or se incomincia la terribil zuffa;
+Fuggia degl'Indïan rotta la schiera,
+E va per la campagna in abandono:
+Sempre alle spalle i Tartari li sono.
+
+Rotta e sconfitta la brutta canaglia
+A tutta briglia fuggendo ne andava;
+E Galafrone per quella prataglia
+Via più che li altri e sproni adoperava.
+Ora cangiosse tutta la battaglia,
+E fugge ciascadun che mo cacciava,
+Ché Orlando è gionto, e seco in compagnia
+Il re Adrïano, fior de vigoria,
+
+E Brandimarte e il forte Chiarïone,
+Ciascun di guerra più voluntaroso,
+E seco in frotta Oberto da il Leone.
+Ferno assalto crudel e furïoso,
+E de' nemici tanta occisïone,
+Che tornò il verde prato sanguinoso:
+Già prima Poliferno e poscia Uldano
+Da Brandimarte fur gettati al piano.
+
+Orlando ed Agricane un'altra fiata
+Ripreso insiem avean crudel battaglia;
+La più terribil mai non fo mirata:
+L'arme l'un l'altro a pezo a pezo taglia.
+Vede Agrican sua gente sbaratata,
+Né li pô dare aiuto che li vaglia,
+Però che Orlando tanto stretto il tene,
+Che star con seco a fronte li conviene.
+
+Nel suo secreto fie' questo pensiero:
+Trar fuor di schiera quel conte gagliardo,
+E poi che occiso l'abbia in su il sentiero
+Tornar alla battaglia senza tardo;
+Però che a lui par facile e legiero
+Cacciar soletto quel popol codardo;
+Ché tutti insieme, e il suo re Galafrone,
+Non li stimava quanto un vil bottone.
+
+Con tal proposto se pone a fuggire,
+Forte correndo sopra alla pianura;
+Il conte nulla pensa a quel fallire,
+Anci crede che il faccia per paura;
+Senza altro dubbio se il pone a seguire.
+E già son gionti ad una selva oscura;
+Aponto in mezo a quella selva piana
+Era un bel prato intorno a una fontana.
+
+Fermosse ivi Agricane a quella fonte,
+E smontò dello arcion per riposare,
+Ma non se tolse l'elmo della fronte,
+Né piastra o scudo se volse levare;
+E poco dimorò che gionse il conte,
+E come il vide alla fonte aspettare,
+Dissegli: - Cavallier, tu sei fuggito,
+E sì forte mostravi e tanto ardito!
+
+Come tanta vergogna pôi soffrire
+A dar le spalle ad un sol cavalliero?
+Forse credesti la morte fuggire:
+Or vedi che fallito hai il pensiero.
+Chi morir può onorato, die' morire;
+Ché spesse volte aviene e de legiero
+Che, per durare in questa vita trista,
+Morte e vergogna ad un tratto s'acquista. -
+
+Agrican prima rimontò in arcione,
+Poi con voce suave rispondia:
+- Tu sei per certo il più franco barone
+Ch'io mai trovassi nella vita mia;
+E però del tuo scampo fia cagione
+La tua prodezza e quella cortesia
+Che oggi sì grande al campo usato m'hai,
+Quando soccorso a mia gente donai.
+
+Però te voglio la vita lasciare,
+Ma non tornasti più per darmi inciampo!
+Questo la fuga mi fe' simulare,
+Né vi ebbi altro partito a darti scampo.
+Se pur te piace meco battagliare,
+Morto ne rimarrai su questo campo;
+Ma siami testimonio il celo e il sole
+Che darti morte me dispiace e duole. -
+
+Il conte li rispose molto umano,
+Perché avea preso già de lui pietate:
+- Quanto sei - disse - più franco e soprano,
+Più di te me rincresce in veritate,
+Che serai morto, e non sei cristïano,
+Ed andarai tra l'anime dannate;
+Ma se vôi il corpo e l'anima salvare,
+Piglia battesmo, e lasciarotte andare. -
+
+Disse Agricane, e riguardollo in viso:
+- Se tu sei cristïano, Orlando sei.
+Chi me facesse re del paradiso,
+Con tal ventura non lo cangiarei;
+Ma sino or te ricordo e dòtti aviso
+Che non me parli de' fatti de' Dei,
+Perché potresti predicare in vano:
+Diffenda il suo ciascun col brando in mano. -
+
+Né più parole: ma trasse Tranchera,
+E verso Orlando con ardir se affronta.
+Or se comincia la battaglia fiera,
+Con aspri colpi di taglio e di ponta;
+Ciascuno è di prodezza una lumera,
+E sterno insieme, come il libro conta,
+Da mezo giorno insino a notte scura,
+Sempre più franchi alla battaglia dura.
+
+Ma poi che il sole avea passato il monte,
+E cominciosse a fare il cel stellato,
+Prima verso il re parlava il conte:
+- Che farem, - disse - che il giorno ne è andato? -
+Disse Agricane con parole pronte:
+- Ambo se poseremo in questo prato;
+E domatina, come il giorno pare,
+Ritornaremo insieme a battagliare. -
+
+Così de acordo il partito se prese.
+Lega il destrier ciascun come li piace,
+Poi sopra a l'erba verde se distese;
+Come fosse tra loro antica pace,
+L'uno a l'altro vicino era e palese.
+Orlando presso al fonte isteso giace,
+Ed Agricane al bosco più vicino
+Stassi colcato, a l'ombra de un gran pino.
+
+E ragionando insieme tuttavia
+Di cose degne e condecente a loro,
+Guardava il conte il celo e poi dicia:
+- Questo che or vediamo, è un bel lavoro,
+Che fece la divina monarchia;
+E la luna de argento, e stelle d'oro,
+E la luce del giorno, e il sol lucente,
+Dio tutto ha fatto per la umana gente. -
+
+Disse Agricane: - Io comprendo per certo
+Che tu vôi de la fede ragionare;
+Io de nulla scïenzia sono esperto,
+Né mai, sendo fanciul, volsi imparare,
+E roppi il capo al mastro mio per merto;
+Poi non si puotè un altro ritrovare
+Che mi mostrasse libro né scrittura,
+Tanto ciascun avea di me paura.
+
+E così spesi la mia fanciulezza
+In caccie, in giochi de arme e in cavalcare;
+Né mi par che convenga a gentilezza
+Star tutto il giorno ne' libri a pensare;
+Ma la forza del corpo e la destrezza
+Conviense al cavalliero esercitare.
+Dottrina al prete ed al dottore sta bene:
+Io tanto saccio quanto mi conviene. -
+
+Rispose Orlando: - Io tiro teco a un segno,
+Che l'arme son de l'omo il primo onore;
+Ma non già che il saper faccia men degno,
+Anci lo adorna come un prato il fiore;
+Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno,
+Chi non pensa allo eterno Creatore;
+Né ben se può pensar senza dottrina
+La summa maiestate alta e divina. -
+
+Disse Agricane: - Egli è gran scortesia
+A voler contrastar con avantaggio.
+Io te ho scoperto la natura mia,
+E te cognosco che sei dotto e saggio.
+Se più parlassi, io non risponderia;
+Piacendoti dormir, dòrmite ad aggio,
+E se meco parlare hai pur diletto,
+De arme, o de amore a ragionar t'aspetto.
+
+Ora te prego che a quel ch'io dimando
+Rispondi il vero, a fè de omo pregiato:
+Se tu sei veramente quello Orlando
+Che vien tanto nel mondo nominato;
+E perché qua sei gionto, e come, e quando,
+E se mai fosti ancora inamorato;
+Perché ogni cavallier che è senza amore,
+Se in vista è vivo, vivo è senza core. -
+
+Rispose il conte: - Quello Orlando sono
+Che occise Almonte e il suo fratel Troiano;
+Amor m'ha posto tutto in abandono,
+E venir fammi in questo loco strano.
+E perché teco più largo ragiono,
+Voglio che sappi che 'l mio core è in mano
+De la figliola del re Galafrone
+Che ad Albraca dimora nel girone.
+
+Tu fai col patre guerra a gran furore
+Per prender suo paese e sua castella,
+Ed io qua son condotto per amore
+E per piacere a quella damisella.
+Molte fiate son stato per onore
+E per la fede mia sopra alla sella;
+Or sol per acquistar la bella dama
+Faccio battaglia, ed altro non ho brama. -
+
+Quando Agricane ha nel parlare accolto
+Che questo è Orlando, ed Angelica amava,
+Fuor di misura se turbò nel volto,
+Ma per la notte non lo dimostrava;
+Piangeva sospirando come un stolto,
+L'anima, il petto e il spirto li avampava;
+E tanta zelosia gli batte il core,
+Che non è vivo, e di doglia non muore.
+
+Poi disse a Orlando: - Tu debbi pensare
+Che, come il giorno serà dimostrato,
+Debbiamo insieme la battaglia fare,
+E l'uno o l'altro rimarrà sul prato.
+Or de una cosa te voglio pregare,
+Che, prima che veniamo a cotal piato,
+Quella donzella che il tuo cor disia,
+Tu la abandoni, e lascila per mia.
+
+Io non puotria patire, essendo vivo,
+Che altri con meco amasse il viso adorno;
+O l'uno o l'altro al tutto serà privo
+Del spirto e della dama al novo giorno.
+Altri mai non saprà, che questo rivo
+E questo bosco che è quivi d'intorno,
+Che l'abbi riffiutata in cotal loco
+E in cotal tempo, che serà sì poco. -
+
+Diceva Orlando al re: - Le mie promesse
+Tutte ho servate, quante mai ne fei;
+Ma se quel che or me chiedi io promettesse,
+E se io il giurassi, io non lo attenderei;
+Così potria spiccar mie membra istesse,
+E levarmi di fronte gli occhi miei,
+E viver senza spirto e senza core,
+Come lasciar de Angelica lo amore. -
+
+Il re Agrican, che ardea oltra misura,
+Non puote tal risposta comportare;
+Benché sia al mezo della notte scura,
+Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare;
+Ed orgoglioso, con vista sicura,
+Iscrida al conte ed ebbelo a sfidare,
+Dicendo: - Cavallier, la dama gaglia
+Lasciar convienti, o far meco battaglia. -
+
+Era già il conte in su l'arcion salito,
+Perché, come se mosse il re possente,
+Temendo dal pagano esser tradito,
+Saltò sopra al destrier subitamente;
+Unde rispose con l'animo ardito:
+- Lasciar colei non posso per nïente,
+E, se io potessi ancora, io non vorria;
+Avertila convien per altra via. -
+
+Sì come il mar tempesta a gran fortuna,
+Cominciarno lo assalto i cavallieri;
+Nel verde prato, per la notte bruna,
+Con sproni urtarno adosso e buon destrieri;
+E se scorgiano a lume della luna
+Dandosi colpi dispietati e fieri,
+Ch'era ciascun di lor forte ed ardito.
+Ma più non dico: il canto è qui finito.
+
+Canto decimonono
+
+Segnori e cavallieri inamorati,
+Cortese damiselle e grazïose,
+Venitene davanti ed ascoltati
+L'alte venture e le guerre amorose
+Che fer' li antiqui cavallier pregiati,
+E fôrno al mondo degne e glorïose;
+Ma sopra tutti Orlando ed Agricane
+Fier' opre, per amore, alte e soprane.
+
+Sì come io dissi nel canto di sopra,
+Con fiero assalto dispietato e duro
+Per una dama ciascadun se adopra;
+E benché sia la notte e il celo oscuro,
+Già non vi fa mestier che alcun si scopra,
+Ma conviensi guardare e star sicuro,
+E ben diffeso di sopra e de intorno,
+Come il sol fosse in celo al mezo giorno.
+
+Agrican combattea con più furore,
+Il conte con più senno si servava;
+Già contrastato avean più de cinque ore,
+E l'alba in orïente se schiarava:
+Or se incomincia la zuffa maggiore.
+Il superbo Agrican se disperava
+Che tanto contra esso Orlando dura,
+E mena un colpo fiero oltra a misura.
+
+Giunse a traverso il colpo disperato,
+E il scudo come un latte al mezzo taglia;
+Piagar non puote Orlando, che è affatato,
+Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia.
+Non puotea il franco conte avere il fiato,
+Benché Tranchera sua carne non taglia;
+Fu con tanta ruina la percossa,
+Che avea fiaccati i nervi e peste l'ossa.
+
+Ma non fo già per questo sbigotito,
+Anci colpisce con maggior fierezza.
+Gionse nel scudo, e tutto l'ha partito,
+Ogni piastra del sbergo e maglia spezza,
+E nel sinistro fianco l'ha ferito;
+E fo quel colpo di cotanta asprezza,
+Che il scudo mezo al prato andò di netto,
+E ben tre coste li tagliò nel petto.
+
+Come rugge il leon per la foresta,
+Allor che l'ha ferito il cacciatore,
+Così il fiero Agrican con più tempesta
+Rimena un colpo di troppo furore.
+Gionse ne l'elmo, al mezo della testa;
+Non ebbe il conte mai botta maggiore,
+E tanto uscito è fuor di cognoscenza
+Che non sa se egli ha il capo, o se egli è senza.
+
+Non vedea lume per gli occhi nïente,
+E l'una e l'altra orecchia tintinava;
+Sì spaventato è il suo destrier corrente,
+Che intorno al prato fuggendo il portava;
+E serebbe caduto veramente,
+Se in quella stordigion ponto durava;
+Ma, sendo nel cader, per tal cagione
+Tornolli il spirto, e tennese allo arcione.
+
+E venne di se stesso vergognoso,
+Poi che cotanto se vede avanzato.
+"Come andarai - diceva doloroso
+- Ad Angelica mai vituperato?
+Non te ricordi quel viso amoroso,
+Che a far questa battaglia t'ha mandato?
+Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire,
+Servendo poi, fa il guidardon perire.
+
+Presso a duo giorni ho già fatto dimora
+Per il conquisto de un sol cavalliero,
+E seco a fronte me ritrovo ancora,
+Né gli ho vantaggio più che il dì primiero.
+Ma se più indugio la battaglia un'ora,
+L'arme abandono ed entro al monastero:
+Frate mi faccio, e chiamomi dannato,
+Se mai più brando mi fia visto al lato."
+
+Il fin del suo parlar già non è inteso,
+Ché batte e denti e le parole incocca;
+Foco rasembra di furore acceso
+Il fiato che esce fuor di naso e bocca.
+Verso Agricane se ne va disteso,
+Con Durindana ad ambe mano il tocca
+Sopra alla spalla destra de riverso;
+Tutto la taglia quel colpo diverso.
+
+Il crudel brando nel petto dichina,
+E rompe il sbergo e taglia il pancirone;
+Benché sia grosso e de una maglia fina,
+Tutto lo fende in fin sotto il gallone:
+Non fo veduta mai tanta roina.
+Scende la spada e gionse nello arcione:
+De osso era questo ed intorno ferrato,
+Ma Durindana lo mandò su il prato.
+
+Da il destro lato a l'anguinaglia stanca
+Era tagliato il re cotanto forte;
+Perse la vista ed ha la faccia bianca,
+Come colui ch'è già gionto alla morte;
+E benché il spirto e l'anima li manca,
+Chiamava Orlando, e con parole scorte
+Sospirando diceva in bassa voce:
+- Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.
+
+Batteggiame, barone, alla fontana
+Prima ch'io perda in tutto la favella;
+E se mia vita è stata iniqua e strana,
+Non sia la morte almen de Dio ribella.
+Lui, che venne a salvar la gente umana,
+L'anima mia ricoglia tapinella!
+Ben me confesso che molto peccai,
+Ma sua misericordia è grande assai. -
+
+Piangea quel re, che fo cotanto fiero,
+E tenìa il viso al cel sempre voltato;
+Poi ad Orlando disse: - Cavalliero,
+In questo giorno de oggi hai guadagnato,
+Al mio parere, il più franco destriero
+Che mai fosse nel mondo cavalcato;
+Questo fo tolto ad un forte barone,
+Che del mio campo dimora pregione.
+
+Io non me posso ormai più sostenire:
+Levame tu de arcion, baron accorto.
+Deh non lasciar questa anima perire!
+Batteggiami oramai, ché già son morto.
+Se tu me lasci a tal guisa morire,
+Ancor n'avrai gran pena e disconforto. -
+Questo diceva e molte altre parole:
+Oh quanto al conte ne rincresce e dole!
+
+Egli avea pien de lacrime la faccia,
+E fo smontato in su la terra piana;
+Ricolse il re ferito nelle braccia,
+E sopra al marmo il pose alla fontana;
+E de pianger con seco non si saccia,
+Chiedendoli perdon con voce umana.
+Poi battizollo a l'acqua della fonte,
+Pregando Dio per lui con le man gionte.
+
+Poco poi stette che l'ebbe trovato
+Freddo nel viso e tutta la persona,
+Onde se avide che egli era passato.
+Sopra al marmo alla fonte lo abandona,
+Così come era tutto quanto armato,
+Col brando in mano e con la sua corona;
+E poi verso il destrier fece riguardo,
+E pargli di veder che sia Baiardo.
+
+Ma creder non può mai per cosa certa
+Che qua sia capitato quel ronzone;
+Ed anco nascondeva la coperta,
+Che tutto lo guarnia sino al talone.
+"Io vo' saper la cosa in tutto aperta, -
+Disse a se stesso il figliol di Milone
+- Se questo è pur Baiardo, o se il somiglia;
+Ma se egli è desso, io n'ho gran meraviglia."
+
+Per saper tutto il fatto il conte è caldo,
+E verso del caval se pone a gire;
+Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo,
+Gli viene incontra e comincia a nitrire.
+- Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo?
+Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! -
+Così diceva Orlando, ma il ronzone
+Non puotea dar risposta al suo sermone.
+
+Non avea quel destrier parlare umano,
+Benché fosse per arte fabricato.
+Sopra vi monta il senator romano,
+Che già l'avea più fiate cavalcato.
+Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano,
+Subitamente uscì fuora del prato,
+Ed entrò dentro de la selva folta;
+Ma così andando un gran romore ascolta.
+
+Senza dimora atacca Brigliadoro
+A un tronco de una quercia ivi vicina.
+Ma voglio che sappiate che coloro
+Che entro a quel bosco fan tanta roina,
+Son tre giganti; ed han molto tesoro,
+E sopra de un gambelo una fantina
+Tolta per forza a l'Isole Lontane:
+Un cavallier con loro era alle mane.
+
+Quel cavalliero è di soperchia lena,
+E per scoder la dama se travaglia.
+Un de' giganti la donzella mena,
+E li altri duo con esso fan battaglia.
+Poi vi dirò la cosa integra e piena,
+Ma di saperla adesso non ve incaglia;
+Presto ritornarò dove io ve lasso:
+Or vo' contar del campo il gran fraccasso.
+
+Del campo, dico, che, come io contai,
+Andava a schiere in mille pezzi sparte;
+Più scura cosa non se vidde mai:
+Occisa è la gran gente in ogni parte,
+Con più roina ch'io non conto assai.
+Il re Adrïan li segue e Brandimarte;
+Risuona il celo e del fiume la foce
+Di cridi, de lamenti e de alte voce.
+
+La gente de Agrican, senza governo,
+Poi che perduto è il suo forte segnore,
+Che mai nol vederanno in sempiterno,
+Fugge dal campo rotta con romore.
+Tutti son morti e callano allo inferno;
+Il vecchio Galafron, pien de furore,
+Di quella gente già non ha pietade,
+Anci li pone al taglio delle spade.
+
+Non vôl che campi alcun di quella gente;
+Tutti li occide il superbo vecchione.
+E già son gionti ove primeramente
+Stava il re Agricane; il paviglione
+Gettato fo per terra incontinente,
+Dove trovarno Astolfo, che è prigione,
+E il re Ballano, pien de vigoria;
+Con seco è Antifor de Albarossia.
+
+Tutti tre insieme, come eran legati,
+Fôrno condutti ad Angelica avanti;
+Ma la donzella li ha molto onorati,
+Ché ben li cognosceva tutti quanti.
+E poi che fôr disciolti e scatenati,
+Con bel parlare e con dolci sembianti,
+Mostrandoli carezze e bella faccia,
+Di ciò che han per lei fatto li ringraccia.
+
+Diceva Astolfo: - Star quivi non posso,
+Ch'io me vo' vendicar con ardimento
+De quella gente, che mi venne addosso
+E mi gettarno in terra a tradimento.
+Io non serìa per tutto il mondo mosso,
+E più de un millïon n'avrebbi spento,
+Ma fui tradito da il falso Agricane:
+Oggi l'occiderò con le mie mane.
+
+Fa che aggia l'arme e prestami un destriero,
+Ché incontinente giù voglio callare;
+E ben ti giuro che al colpo primiero
+Quindeci pezzi de uno uomo vo' fare.
+Prenderò vivo l'altro cavalliero,
+Intorno al capo me il voglio aggirare,
+Poi verso il cel tanto alto il lascio gire,
+Che penarà tre giorni a giù venire. -
+
+Ballano ed Antifor, che eran presenti
+Quando in tal modo Astolfo braveggiava,
+Nol cognoscendo per fama altrimenti
+Ciascun fuor de intelletto il iudicava.
+Ambi eran poderosi, ambi valenti,
+E perciò ciascun l'arme adimandava.
+Nel castello era molta guarnigione;
+Presto se armorno e montarno in arcione.
+
+Astolfo prima gionse alla pianura,
+Sempre suonando con tempesta il corno;
+Ben mostra cavallier senza paura,
+Sì zoioso veniva e tanto adorno.
+Ora ascoltati che bella ventura
+Li mandò avanti Dio del cel quel giorno,
+Ché proprio nella strata se incontrava
+In un che l'arme e sua lancia portava.
+
+Quelle arme che valeano un gran tesoro
+Un Tartaro le tiene in sua balìa,
+E il suo bel scudo, e quella lancia d'oro
+Che primamente fu dello Argalia.
+Il duca Astolfo, senza altro dimoro,
+Per terra a gran furor quello abattia,
+Fuor delle spalle sei palmi passato;
+Smontò alla terra ed ebbel disarmato.
+
+Esso fu armato ed ha sua lancia presa,
+E fatta prova grande oltra misura,
+Benché e nemici non faccian diffesa,
+Ché de aspettarlo alcun non se assicura.
+Tutti ne vanno in rotta alla distesa
+Quella gente del campo con paura;
+Ma presso al fiume è guerra de altra guisa
+Tra il pro' Ranaldo e la forte Marfisa.
+
+Già combattuto avian tutto quel giorno,
+Né l'un, né l'altro n'ha ponto avanzato.
+Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno,
+Che non sia rotto e in più parte fiaccato.
+Mor di vergogna e pargli aver gran scorno,
+E sé del tutto tien vituperato,
+Poi che una dama lo conduce a danza,
+E più li perde assai che non avanza.
+
+Da l'altra parte è Marfisa turbata
+Assai più de Ranaldo nella vista,
+E non vorrebbe al mondo esser mai nata,
+Poi che in tant'ore il baron non acquista.
+Spezzato ha il scudo e la spata troncata,
+Tutta ha dolente la persona e pista,
+Benché le membre non abbia tagliate;
+Non gettan sangue per l'arme affatate.
+
+Mentre che l'uno e l'altro combattia,
+Né tra lor se cognosce alcun vantaggio,
+La dolorosa gente che fuggia,
+Gionge sopra di loro in quel rivaggio.
+Re Galafron, che sempre li seguia
+Con animo adirato e cor malvaggio,
+Fermosse riguardando il crudo fatto:
+Marfisa ben cognobbe al primo tratto.
+
+Ma non cognosce il sir de Montealbano,
+Che seco combattea con arroganza;
+Iudica ben che egli è un omo soprano,
+Di summo ardire e di molta possanza.
+Guardando iscorse il destrier Rabicano,
+Che fu del suo figliolo occiso in Franza;
+Feraguto lo occise con gran pena,
+Come sapeti, alla selva de Ardena.
+
+Il vecchio patre assai si lamentava,
+Come ebbe Rabicano il destrier scorto.
+Per nome l'Argalia forte chiamava:
+- O stella de virtute, o ziglio de orto,
+Che più che la mia vita assai te amava:
+È questo il traditor che ti m'ha morto?
+Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento,
+Che ti tolse la vita a tradimento.
+
+Ma sia squartata e sia pasto di cane
+La mia persona, e sia polver di saldo,
+Se de tua morte per le terre istrane
+Vantando se andarà questo ribaldo! -
+Così dicendo col brando a due mane
+Va furïoso adosso di Ranaldo,
+E lo ferisce con tanta ruina,
+Che sopra al collo a quel destrier l'inchina.
+
+Quando Marfisa vede quel vecchione
+Che sua battaglia viene a disturbare,
+Forte se adira, e pargli che a ragione
+Se debba de tal onta vendicare;
+Vanne turbata verso a Galafrone.
+Or Brandimarte quivi ebbe arivare,
+E con esso Antifor de Albarossia;
+Nïun di lor la dama cognoscia.
+
+Stimâr che quella fosse un cavalliero
+Del campo de Agrican, senza contesa,
+E veggendo lo assalto tanto fiero,
+Del vecchio re se posero in diffesa,
+Ché già l'avea battuto de il destriero
+Quella superba di furore accesa;
+E se sua spada se trovava ponta,
+Morto era Galafrone a prima gionta.
+
+Morto era Galafron, come io vi naro,
+Che già fuor de lo arcione era caduto;
+Ma Brandimarte vi pose riparo
+Ed Antifor, che gionse a darli aiuto,
+Benché costasse a l'uno e a l'altro caro.
+Gionse Antifor in prima, e fo abattuto;
+Marfisa d'un tal colpo l'ha ferito,
+Che il fece andare a terra tramortito.
+
+Assai fu più che far con Brandimarte,
+Ché non era tra lor gran differenza;
+Ben meglio ha il cavallier di guerra l'arte,
+Ma questa dama ha grande soa potenza.
+Ranaldo alora se trava da parte,
+Pensando che la eterna Providenza
+Voglia che l'uno e l'altro insieme mora,
+Ché son pagani e di sua legge fuora.
+
+E la battaglia fiera riguardava,
+E chi meglio de il brando se martella;
+E l'uno e l'altro prodo iudicava,
+Ma più forte stimava la donzella.
+Ecco Antifor de terra se levava
+E saliva ben presto in su la sella,
+E seco è Galafron col brando in mano:
+Verso Marfisa ratti se ne vano.
+
+Ecco venire Oberto da il Leone
+E il forte re Ballan, che alora è gionto,
+E il re Adrïano e il franco Chiarïone,
+Che tutti quanti arivano ad un ponto:
+Ciascadun segue lo re Galafrone.
+Tre re, tre cavallier, come io vi conto,
+Ne vanno adosso alla dama pregiata,
+Che già con Brandimarte era attaccata.
+
+Essa, come un cingial tra can mastini,
+Che intorno se ragira furïoso,
+E nel fronte superbo adriccia e crini,
+E fa la schiuma al dente sanguinoso;
+Sembrano un foco gli occhi piccolini,
+Alcia le sete e senza alcun riposo
+La fiera testa fulminando mena;
+Chi più se gli avicina, ha magior pena:
+
+Non altramente quella dama altiera
+De dritti e de riversi oltra misura
+Facea battaglia sì crudele e fiera,
+Che a più de un par de lor pose paura.
+Già più de trenta sono in una schiera,
+Lei contra a tutti combattendo dura;
+Crescono ogniora e già son più de cento:
+Contra a questi altri va con ardimento.
+
+Al pro' Ranaldo, che stava a guardare,
+Par che la dama riceva gran torto,
+Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare,
+Se ben dovessi teco esserne morto. -
+Quando Marfisa lo sente arivare,
+Ne prese alta baldanza e gran conforto,
+Ed a lui disse: - Cavallier iocondo,
+Poi che sei meco, più non stimo il mondo. -
+
+Così dicendo la crudel donzella
+Dà tra coloro e tocca il franco Oberto,
+E tutto l'elmo in capo li flagella;
+Gionse nel scudo, e in tal modo l'ha aperto,
+Che da due bande il fe' cader di sella.
+Non valse al re Ballano essere esperto:
+Marfisa con la man l'elmo gli afferra,
+Leval di arcione e tral contra alla terra.
+
+Fie' maggior prova ancora il fio de Amone,
+Ma non se ponno in tal modo contare,
+Ché con lui se afrontarno altre persone,
+Che Turpin non le seppe nominare.
+Cinque ne fese insin sopra al gallone,
+Ed a sette la testa ebbe a tagliare;
+Dodeci colpi fe' fuor di misura,
+Onde ciascun di lui prese paura.
+
+Ma crescìa ognora più la gente nova,
+E sopra de lor duo sempre abondava,
+Ché quei di drieto non sapean la prova
+Qual sopra a' primi Ranaldo mostrava.
+- Voi non potreti far che indi mi mova! -
+Ad alta voce Marfisa cridava
+- Il mio tesoro e il mio regno vi lasso,
+Se me forzati a ritornare un passo. -
+
+Or vien distesa sopra alla riviera
+Una gran gente con molta roina,
+Che han la corona rotta alla bandiera,
+Com'è la insegna di quella regina;
+Ed era di Marfisa questa schiera,
+Che vien correndo e mai non se raffina,
+E voglion sua madama aver diffesa,
+Temendo di trovarla o morta o presa.
+
+Qui cominciosse la fiera battaglia,
+Né stata vi era più crudel quel giorno.
+Intrò Marfisa tra questa canaglia,
+E furïosa se voltava intorno;
+Spezza la gente in ogni banda e taglia;
+Né men Ranaldo, il cavalliero adorno,
+Braccie con teste e gambe a terra manda;
+Ciascun che 'l vede, a Dio se racomanda.
+
+Iroldo con Prasildo e Fiordelisa
+Stavan discosti, con quella donzella
+Qual era cameriera de Marfisa,
+Longe due miglie alla battaglia fella.
+La cameriera alli altri tre divisa
+Quanto sua dama è forte in su la sella;
+E quanti cavallieri ha messo al fondo
+Ed in qual modo, gli raconta a tondo.
+
+Per questo Fiordelisa fu smarita,
+Temendo che non tocca a Brandimarte
+Provar la forza de Marfisa ardita.
+Subitamente da gli altri se parte;
+Dove è la gran battaglia se ne è gita;
+Vede le schiere dissipate e sparte,
+Che ver la rocca in sconfitta ne vano;
+Dentro li caccia il sir de Montealbano.
+
+Ma lei sol Brandimarte va cercando,
+Ché già de tutti gli altri non ha cura;
+E mentre che va intorno remirando,
+Vedel soletto sopra alla pianura.
+Tratto se era da parte alora quando
+Fu cominciata la battaglia dura;
+Ché a lui parria vergogna e cosa fella
+Cotanta gente offender la donzella.
+
+Però stava da largo a riguardare,
+E di vergogna avea rossa la faccia.
+De' compagni se aveva a vergognare,
+Non già di sé, che di nulla se impaccia;
+Ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
+Corsegli incontra e ben stretta l'abbraccia;
+Già molto tempo non l'avea veduta:
+Credia nel tutto di averla perduta.
+
+Egli ha sì grande e subita allegrezza,
+Che ogni altra cosa alor dimenticava;
+Né più Marfisa, né Ranaldo aprezza.
+Né di lor guerra più si racordava.
+Il scudo e l'elmo via gettò con frezza,
+E mille volte la dama baciava;
+Stretta l'abbraccia in su quella campagna:
+De ciò la dama se lamenta e lagna.
+
+Molto era Fiordelisa vergognosa,
+Ed esser vista in tal modo gli duole.
+Impetra adunque questa grazïosa
+Da Brandimarte, con dolce parole,
+De gir con esso ad una selva ombrosa,
+Dove eran l'erbe fresche e le vïole:
+Staran con zoia insieme e con diletto,
+Senza aver tema, o di guerra sospetto.
+
+Prese ben presto il cavallier lo invito,
+E, forte caminando, fôrno agionti
+Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
+Che d'ogni lato è chiuso da duo monti,
+De fior diversi pinto e colorito,
+Fresco de ombre vicine e de bei fonti.
+Lo ardito cavalliero e la donzella
+Presto smontarno in su l'erba novella.
+
+E la donzella con dolce sembiante
+Comincia il cavalliero a disarmare.
+Lui mille volte la baciò, davante
+Che se potesse un pezzo d'arme trare;
+Né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
+Che quella abraccia, e non puote aspettare;
+Ma ancor di maglia e de le gambe armato
+Con essa in braccio si colcò su il prato.
+
+Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
+Che l'aria non potrebbe tra lor gire;
+E l'uno e l'altro sì forte se preme,
+Che non vi serìa forza a dipartire.
+Come ciascun sospira e ciascun geme
+De alta dolcezza, non saprebbi io dire;
+Lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
+Che ciascaduno avea due lingue in bocca.
+
+Parve nïente a lor il primo gioco,
+Tanto per la gran fretta era passato;
+E, nel secondo assalto, intrarno al loco
+Che al primo ascontro apena fu toccato.
+Sospirando de amore, a poco a poco
+Se fu ciascun di loro abandonato,
+Con la faccia suave insieme stretta,
+Tanto il fiato de l'un l'altro diletta.
+
+Sei volte ritornarno a quel danzare,
+Prima che il lor desir ben fosse spento;
+Poi cominciarno dolce ragionare
+De' loro affanni e passato tormento;
+Il fresco loco gli invita a posare,
+Perché in quel prato sospirava un vento,
+Che sibillava tra le verde fronde
+Del bel boschetto che li amanti asconde,
+
+E un ruscelletto di fontana viva
+Mormorando passava per quel prato.
+Brandimarte, che stava in quella riva,
+Per molto affanno in quel giorno durato,
+Nel bel pensar de amor qui se adormiva;
+E Fiordelisa che gli era da lato,
+Che di guardarlo uno attimo non perde,
+Se dormentò con lui su l'erba verde.
+
+Sopra de l'un de' monti ch'io contai
+Che al verde praticello eran d'intorno,
+Stava un palmier, che Dio gli doni guai!
+Che dette a Brandimarte un grave scorno.
+Ma questo canto è stato lungo assai,
+Ed io vi contarò questo altro giorno,
+Se tornati ad odir, la bella istoria:
+Tutti vi guardi il re de l'alta gloria.
+
+Canto ventesimo
+
+Credo, segnor, che ben vi racordati
+Che a l'altro canto io dissi del diletto
+Ch'ebbero insieme quegli inamorati,
+E come al prato, senza altro sospetto,
+Presso alla fonte giacquero abracciati.
+Stava a lor sopra un vecchio maledetto,
+Ad una tana nel monte nascoso,
+Che scopria tutto quel boschetto ombroso.
+
+Era quel vecchio di mala semenza,
+Incantatore e di malizia pieno;
+Per Macometto facea penitenza,
+Credendo gir con lui nel ciel sereno.
+Sapea de tutte l'erbe la potenza,
+Qual pietra ha più virtute e qual n'ha meno;
+Per arte move un monte de legiero
+E ferma un fiume quel falso palmiero.
+
+Standosi questo ad adorar Macone
+Vide li amanti solacciar nel piano,
+E prese a quel mirar tentazïone,
+Tal che li cadde il libracciol di mano;
+E seco pensa il modo e la ragione
+Di tuor la dama al cavallier soprano.
+Poi che fatto ha il pensier, questo infelice
+Smonta la costa e porta una radice:
+
+Una radice de natura cruda,
+Che fa l'omo per forza adormentare;
+Ma conviensi toccar la carne nuda,
+Quella che al sol scoperta non appare,
+Chi vôl che la persona gli occhi chiuda:
+Né si puote altramente adoperare,
+Perché toccando il collo, o testa, o mano,
+Adoprarebbe sua virtute in vano.
+
+Poi che fu al prato quel vecchio canuto,
+E vide Brandimarte nella faccia,
+Ch'era un cavallier grande e ben membruto,
+Tirossi adietro quel vecchio tre braccia,
+E già se pente de esser giù venuto,
+Né per gran tema sa quel che si faccia;
+Pur prese ardire, e vanne alla donzella,
+E pianamente gli alcia la gonella.
+
+Né si attentava de spirare il fiato,
+Perché non aggia il cavallier sentito.
+Parea la dama avorio lavorato
+In ogni membro, o bel marmo polito,
+Quando scoperta d'intorno e da lato
+Fu da quel vecchio, come aveti odito.
+Lui se chinava piano a terra, e poscia
+Con la radice li tocca una coscia.
+
+Così legata al sonno per una ora
+Fu la donzella da quel rio vecchiaccio;
+E, per non fare al suo desio dimora,
+Subitamente se la prese in braccio.
+Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora
+Se il cavallier se leva a darli impaccio;
+Con la radice non l'avea tocco esso,
+Né pur li basta il cor de girli apresso.
+
+Ora il vecchio la dama ne portava,
+Ed era entrato in un bosco maggiore.
+Tanto andò, che la dama se svegliava,
+E per gran novità tremava il core.
+Poi vi dirò la cosa come andava,
+E come tratta fu de tanto errore,
+Ch'io vo' tornare a Brandimarte ardito,
+Che un gran romor dormendo ebbe sentito.
+
+A quel romore è il cavallier svegliato,
+E pauroso se ebbe a risentire;
+Come la dama non se vide a lato,
+Della gran doglia credette morire.
+Piglia il destriero e fu subito armato,
+E verso quel romor ne prese a gire,
+Ché proprio odir la voce gli assembrava
+De una donzella che se lamentava.
+
+Come fo gionto, vide tre giganti
+Che avean molti gambeli in su la strata:
+Duo venian drietro, ed un giva davanti,
+Menando una donzella scapigliata;
+E parve a Brandimarte ne' sembianti
+Che Fiordelisa sia la sciagurata,
+Che sopra a quel gambel cridava forte
+Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.
+
+Più Brandimarte sua vita non cura,
+Poi che crede la dama aver perduta;
+Di scoterla o morire a Macon giura,
+Ma certo è morto, se altri non lo aiuta.
+Ciascun gigante è grande oltra misura
+Ed ha la faccia orribile e barbuta;
+Duo di lor se voltarno al cavalliero
+Con aspra voce e con parlare altiero.
+
+- Dove ne vai, - dicean - dove, briccone?
+Getta la spada, ché sei morto o preso. -
+Nulla risponde quel franco barone,
+Ma vagli adosso di furore acceso.
+Un de' giganti alciava un gran bastone,
+Che era ferrato e de incredibil peso;
+Mena a due mani adosso a Brandimarte,
+Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l'arte.
+
+Da canto se gettò come uno uccello,
+Sì che gionger nol puote per quel tratto;
+L'altro gigante, con maggior flagello,
+Crede al suo colpo de averlo disfatto.
+Ma il cavallier, che tien l'occhio al pennello,
+Fanne al secondo come al primo ha fatto,
+Salta da questo e da quell'altro canto:
+Se l'ale avesse, non farebbe tanto.
+
+Ma lui ferì di spada quel gigante,
+Che li avea data la prima percossa,
+Che li spezzò le piastre tutte quante,
+E feceli gran piaga entro una cossa.
+Questo superbo avea nome Oridante,
+Terribile e crudel e di gran possa;
+L'altro compagno avea nome Ranchiera:
+Del primo avea più forza e peggior ciera.
+
+Questo Ranchiera col bastone in mano
+Menò un traverso a Brandimarte al basso
+Con gran ruina, e gionse al campo piano,
+Ché il cavallier saltò davante un passo.
+Oridante il crudel non menò in vano,
+Anci gionse il destriero, e con fraccasso
+Dietro alla sella su le groppe il prese,
+Sì che sfilato in terra lo distese.
+
+Subito è in piede lo ardito guerrero,
+Né de esser vinto per questo se crede.
+A terra morto rimase il destriero,
+Lui con la spada se diffende a piede,
+Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero,
+Se Dio de darli aiuto non provede,
+Perché i giganti l'hanno in mezo tolto:
+È morto al primo colpo che egli è còlto.
+
+Ma gionse Orlando al ponto bisognoso,
+Come io contai (non so se il ricordati),
+Quando tornava dal bosco frondoso,
+Dove Agricane e lui se eran sfidati.
+Or quivi gionse quel conte animoso,
+E vide e duo giganti inanimati
+Intorno a Brandimarte a darli morte,
+E del suo affanno gli rencrebbe forte;
+
+Ché incontinente l'ebbe cognosciuto
+A l'arme ed alla insegna che avea indosso,
+Onde destina de donarli aiuto:
+Sopra a Baiardo subito fu mosso.
+Ranchiera vide Orlando che è venuto,
+Venneli incontra quel gigante grosso;
+Con Brandimarte Oridante se aresta:
+Or cresce la battaglia, e più tempesta.
+
+La battaglia comincia più orgogliosa
+Che non fu prima, e de un'altra maniera.
+Oridante ha la coscia sanguinosa,
+E di far la vendetta al tutto spera;
+Orlando de altra parte non se posa,
+Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera;
+Par che l'aria se accende e il celo introna,
+De sì gran colpi quel bosco risuona.
+
+L'altro gigante se fermò da parte,
+Ed alla dama attende ed al tesoro,
+Che tolto avean per forza e con grand'arte
+De le Isole Lontane a un barbasoro.
+Ora ascoltati come Brandimarte
+Con Oridante fa crudel lavoro:
+Più non li appreza un dinarel minuto,
+Poi che de Orlando se vede lo aiuto.
+
+Menò un gran colpo quel cavallier franco
+E gionse ad Oridante in su il gallone,
+E tagliò tutto il sbergo al lato manco
+E le piastre de acciaro e il pancirone,
+E gran ferita gli fece nel fianco.
+Il gigante gridando alciò il bastone,
+E mena ad ambe mani a Brandimarte;
+Ma lui di salto se gettò da parte.
+
+Così li va de intorno tutta via,
+E sempre la battaglia prolungava;
+Ad Oridante, che il sangue perdia,
+A poco a poco la lena mancava.
+Lui furïoso non se ne avedia,
+E sempre maggior colpi radoppiava;
+Il cavallier, di lui molto più esperto,
+Li andava intorno e tenìa l'occhio aperto.
+
+Da l'altra parte è la pugna maggiore
+Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando.
+Quel mena del bastone a gran furore,
+E questo li risponde ben col brando.
+Già combattuto avean più de quattro ore,
+L'un sempre e l'altro gran colpi menando,
+Quando Ranchera gettò il scudo in terra
+E ad ambe mano il gran bastone afferra.
+
+E menò un colpo sì dismisurato
+Che, se dritto giongeva quel gigante,
+Non si serìa giamai raffigurato
+Per omo vivo quel segnor de Anglante;
+Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato,
+E tutto lo spezzò sino alle piante,
+Le rame e il tronco, dalla cima al basso;
+Odito non fu mai tanto fraccasso.
+
+Vide la forza quel conte gagliardo
+Che avea il gigante fuor d'ogni misura;
+Subitamente smontò di Baiardo,
+Ché sol di quel destriero avea paura.
+Quando Ranchera li fece riguardo,
+Veggendolo pedone alla verdura:
+- Ben aggia Trivigante! - prese a dire
+- Ché oramai questo non puotrà fuggire.
+
+Prima che rimontar possi in arcione,
+Te augurerai sei leghe esser lontano.
+Or chi t'ha consigliato, vil stirpone,
+Smontar a piede e combatter al piano?
+E non mi giongi col capo al gallone,
+Stroppiato bozzarello e tristo nano!
+Che se io te giongo un calcio ne la faccia,
+De là del mondo andrai ducento braccia. -
+
+Così parlava quel superbo al conte:
+Lui non rispose a quella bestia vana;
+Menò del brando, e quante arme ebbe gionte,
+Mandò tagliate in su la terra piana.
+Or se strengono insieme a fronte a fronte:
+Questo mena il baston, quel Durindana;
+Sta l'uno e l'altro insieme tanto stretto,
+Che colpir non se puon più con effetto.
+
+Tanto è il gigante de Orlando maggiore,
+Che non li gionge al petto con la faccia;
+Ma il conte avea più ardire e più gran core,
+Ché gagliardezza non se vende a braccia.
+Pigliârsi insieme con molto furore,
+Ciascun de atterrar l'altro se procaccia;
+Stretto ne l'anche Orlando l'ebbe preso,
+Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.
+
+Sopra del petto il tien sempre levato,
+E sì forte il stringea dove lo prese,
+Che il sbergo in molte parte fu crepato.
+Sembravan gli occhi al conte bragie accese;
+E poi che intorno assai fu regirato,
+Quel gran gigante alla terra distese,
+Con più ruina assai ch'io non descrivo;
+Non sa Ranchera se egli è morto o vivo.
+
+Avea il gigante in capo un gran capello,
+Ma nol diffese dal colpir del conte,
+Che col pomo del brando a gran flagello
+Roppe il capello e l'osso de la fronte;
+Per naso e bocca uscir fece il cervello.
+Due anime a l'inferno andâr congionte,
+Perché Oridante allor, né più né meno,
+Pel sangue perso cadde nel terreno.
+
+E Brandimarte li tagliò la testa,
+Lasciando in terra il smisurato busto;
+Poi corse al conte e fecegli gran festa
+E grande onor, come è dovuto e iusto.
+L'altro gigante è mosso con tempesta,
+Più fier de' primi, ed ha nome Marfusto:
+Brandimarte dal conte ottenne graccia
+Far con costui battaglia a faccia a faccia.
+
+Crida Marfusto: - Se proprio Macone
+Te con quello altro volesse campare,
+Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone;
+Quel de mia mano voglio scorticare,
+E te squartarò a guisa de castrone.
+Rendi la spada senza dimorare,
+Perché se te diffendi, io te avrò preso,
+E vivo arrostirotti al foco acceso. -
+
+Brandimarte non fece altra risposta
+Alle parole del gigante arguto,
+Ma con molto ardimento a lui se accosta
+Col brando in mano, e coperto del scuto.
+Marfusto un colpo solamente aposta,
+E gionsel proprio dove avria voluto;
+Col bastone a due man il colse in testa,
+E spezzò il scudo e l'elmo con tempesta.
+
+Esso tremando alla terra cascava,
+Usciva il sangue fuor de l'elmo aperto.
+Piangeva il conte forte, ché pensava
+Che Brandimarte sia morto di certo.
+A quel gigante crudo minacciava:
+- Ladron, - diceva - io ti darò, per merto
+De l'onta che m'hai fatto in questo loco,
+Morte nel mondo e nello inferno il foco. -
+
+Così cridando salta alla pianura,
+Tra' Durindana e il forte scudo imbraccia.
+Quando il gigante vide sua figura,
+Che parea vampa viva ne la faccia,
+Prese a mirarlo con tanta paura,
+Che le spalle voltò fuggendo in caccia;
+Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando:
+Ambe le coscie li tagliò col brando.
+
+Poi morite il gigante in poco d'ora,
+Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato.
+Lasciamo lui, che in sul prato adolora:
+Diciam del conte, che avia ritrovato
+Che il franco Brandimarte è vivo ancora.
+Molto fu lieto ed ebbel rilevato;
+Dando acqua fresca al viso sbigotito,
+Torna il colore e il spirto che è fuggito.
+
+Poi vi dirò come quella donzella
+Medicò Brandimarte, e con qual guisa;
+Come lui di dolor la morte appella,
+Credendo aver perduta Fiordelisa:
+Ma nel presente io torno alla novella
+Che davanti lasciai, quando Marfisa
+Col pro' Ranaldo insieme e con sua schiera
+Mena fraccasso per quella rivera.
+
+Correva grossa e tutta sanguinosa
+La rivera de Drada per quel giorno,
+E piena è della gente dolorosa,
+Cavalli e cavallier, con tanto scorno,
+Che fuggian da Marfisa furïosa.
+Lei con la spada fulminava intorno;
+Come il foco la stoppia secca spazza,
+Così col brando se fa far lei piazza.
+
+Da l'altra parte il franco fio de Amone
+Avea smariti sì quei sciagurati,
+Che, come storni a vista de falcone,
+Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati.
+Davanti a tutti fuggia Galafrone
+E il re Adrïano; e tra li spaventati
+Antifor ed Oberto se ne vano;
+A spron battuti fugge il re Ballano.
+
+Io non vi sapria dir per qual sciagura
+Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire;
+Ché Astolfo, che non suole aver paura,
+Fu a questo tratto de' primi a fuggire.
+Chiarïon scapinava oltra misura,
+E molti altri baron che non so dire;
+Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca,
+Sin che son gionti al ponte della rocca.
+
+Intrò ciascun barone e gran signore,
+Levando il ponte con molto sconforto;
+Ma chi non ebbe destrier corridore,
+Fu sopra al fosso da Marfisa morto;
+La quale era montata in gran furore,
+Perché essa aveva chiaramente scorto
+Che il falso Galafrone era campato
+Dentro alla rocca, e il ponte era levato.
+
+Onde essa andava intorno, minacciando
+Con calci quella rocca dissipare,
+Ché avea vergogna di adoprarvi il brando.
+L'altro bravare io non puotria contare,
+Che eran assai maggior di questo; e quando
+Più gente viva intorno non appare,
+Ché ogni om per tema fugge dalle mura,
+Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.
+
+E giù tornando, a Ranaldo parlava
+Dicendo: - Cavalliero, in quel girone
+Stavvi una meretrice iniqua e prava,
+Piena di frode e de incantazïone;
+Ma quel che è peggio ed ancor più m'agrava,
+Un re vi sta, che non ha paragone
+De tradimenti, inganni e di mal fele:
+Trufaldino è nomato quel crudele.
+
+E quella dama Angelica se appella,
+Che ha ben contrario il nome a sua natura,
+Perché è di fede e di pietà ribella.
+Onde io destino mettere ogni cura
+Che non campi né 'l re né la donzella,
+Che pur son chiusi dentro a quelle mura;
+Poi che disfatto avrò la rocca a tondo,
+Vo' pigliar guerra contra a tutto il mondo.
+
+Primo Gradasso voglio disertare,
+Che è re del gran paese Siricano;
+Poi Agricane vado a ritrovare,
+Che tutta Tartaria porta per mano.
+Sin in Ponente mi conviene andare,
+E disfarò la Franza e Carlo Mano;
+Nanti a quel tempo levarmi di dosso
+Maglia né usbergo né piastra non posso.
+
+Ché fatto ho sacramento a Trivigante
+Non dispogliarme mai di questo arnese
+Insin che le provincie tutte quante,
+E castelle e citade non ho prese;
+Sì che, barone, tuoteme davante,
+O prometti esser meco a queste offese,
+Ché chiaramente e palese te dico:
+Chi non è meco, quello è mio nemico. -
+
+Per tal parole intese il fio de Amone
+Che Angelica è la dentro e Trufaldino;
+E in vero al mondo non ha due persone
+Ché più presto volesse a suo domìno.
+Al re ben portava odio per ragione,
+Alla dama non già, per Dio divino!
+Perché essa amava lui più che 'l suo core;
+Ma incanto era cagion di tanto errore.
+
+Voi la maniera sapeti e la guisa,
+Però qua non la voglio replicare.
+Ora rispose il principe a Marfisa:
+- Con teco son contento dimorare
+E star sotto tua insegna e tua divisa,
+Sin che abbi Trufaldino a conquistare;
+Ma già più oltra il partito non piglio,
+Ché il loco e il tempo mi darà consiglio. -
+
+Così acordati, se accamparno intorno
+L'alta Marfisa e tutta la sua gente.
+Senza far guerra via passò quel giorno,
+Ma come a l'altro uscitte il sol lucente,
+Ranaldo armosse e pose a bocca il corno,
+Chiamando Trufaldino il fraudolente;
+Crida nel suono, e con molto rumore
+Renegato lo appella e traditore.
+
+Quando il malvaggio da la rocca intese
+Che giù nel campo a battaglia è appellato,
+De l'alte mura subito discese
+Pallido in viso e tutto tramutato,
+Chiamando e' cavallieri in sue diffese,
+Racordando a ciascun quel che ha giurato,
+Di combatter per lui sino alla morte,
+Alor che prima intrarno a quelle porte.
+
+Angelica la dama in questo istante
+Era in consiglio col re Galafrone,
+Tratando di trar fuora Sacripante
+E Torindo il gran Turco di pregione;
+Fur le ragione audite tutte quante,
+E ciascun disse la sua opinïone;
+De trarli di pregione a tutti piace,
+Purché al re Trufaldin faccian la pace.
+
+E così fu concluso e statuito:
+La dama fu mezana al praticare.
+Sacripante de amore era ferito,
+Quel che piace ad Angelica vôl fare.
+Ma il re Torindo non volse il partito,
+Pur parve a tutti di lasciarlo andare,
+Con questo: che egli uscisse fuor del muro,
+Perché ciascun là dentro sia securo;
+
+E che tra lor non nasca più rumore,
+E solo a quei di for guerra si faccia.
+Uscì Torindo adunque a gran furore,
+Ed aspramente a Trufaldin minaccia,
+Chiamandolo per nome traditore.
+Presto del poggio scender se procaccia;
+Ed a Macon giura, mordendo il dito,
+Che punirà colui che l'ha tradito.
+
+Venne nel campo, e disse la cagione
+Che l'avea fatto de là su partire;
+E giura a Trivigante ed a Macone
+Che ne farebbe Angelica pentire;
+Perché a sua posta fu messo in pregione,
+Ed era stato al rischio de morire;
+Ora tal guidardon glie n'avia reso,
+Che tenìa il traditor là sù diffeso.
+
+Queste parole a Marfisa dicia,
+Perché al suo pavaglion fu apresentato.
+Ranaldo suona il corno tuttavia,
+Chiamando Trufaldin can renegato.
+Or se apresenta la battaglia ria,
+Tal che Ranaldo, il sire aprezïato,
+Non ebbe in altra mai più affanno tanto;
+Ma questo narrarò ne l'altro canto.
+
+Canto ventesimoprimo
+
+Cantando qui di sopra, io vi lasciai
+Come Ranaldo è sopra allo afferrante,
+E con vergogna e vituperio assai
+Disfida Trufaldino a sé davante;
+E nella fin del canto io vi contai
+Come fu spregionato Sacripante,
+E fece pace col re Trufaldino;
+Ma il re Torindo tenne altro camino.
+
+Ora pone Ranaldo il corno a bocca,
+E tal parole al tintinar risuona:
+- O campioni, che seti nella rocca
+In compagnia della mala persona,
+Oditi quel che a tutti quanti tocca,
+Sia cavalliero, o sia re de corona:
+Chi non punisce oltraggio e tradigione,
+Potendo farlo, lui ne è la cagione.
+
+Ciascun che puote e non diveta il male,
+In parte del deffetto par che sia;
+Ed ogni gentilomo naturale
+Viene obligato per cavalleria
+Di esser nemico ad ogni disleale
+E far vendetta de ogni villania;
+Ma ciascuno de voi questo dispreza,
+Ché pietà non aveti o gentileza.
+
+Anci teneti vosco uno assassino,
+Quel falso cane de Dio maledetto,
+Dico il re di Baldaca, Trufaldino,
+Malvaggio, traditor, pien de diffetto.
+Ora me intenda il grande e il piccolino:
+Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto;
+E vo' provarvi, con la spada in mano,
+Che ognom de voi è perfido e villano. -
+
+Con tal parole e con altre minaccia
+Tutti quei cavallieri il fio de Amone;
+Lor se guardavan l'uno e l'altro in faccia,
+Ché chiaro aveano inteso quel sermone;
+De loro alcun non è che ben non saccia
+Che a torto prenderà la questïone;
+Ché Trufaldin da tutti era stimato
+Iniquo, traditore e scelerato.
+
+Ma la promessa fede e il giuramento
+Li fece uscire armati de le porte;
+E benché avessen tutti alto ardimento,
+E non stimassen, per onor, la morte,
+Andarno alla battaglia con spavento;
+E non vi fu baron cotanto forte
+Che, vedendo Ranaldo a sé davante,
+Non se stordisse insin sotto le piante.
+
+Sei cavallieri uscîr di quel girone,
+E calarno de il sasso alla pianura:
+Primo Aquilante e il suo fratel Grifone,
+Che hanno e destrier fatati e l'armatura,
+Oberto e il re Adrïano e Chiarïone;
+In mezo è Trufaldin con gran paura.
+Come nel campo fôr gionti di saldo,
+Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo.
+
+Verso Aquilante disse: - Odi, germano:
+Se io vedo drittamente, ora mi pare
+Che questo sia il segnor di Montealbano;
+E ben serebbe de girlo a trovare,
+E con carezze e con parlare umano
+Veder se pace se puote trattare;
+Però che, a dirti il vero, io me sconforto
+Per la battaglia che prendiamo a torto. -
+
+Disse Aquilante: - A me pare ancora esso,
+E più proprio me par quanto più guardo;
+Ma non ardisco a dirlo per espresso,
+Ché non ha sotto il suo destrier Baiardo.
+Or cavalchiam pur, ché gionti da presso
+Ben lo cognosceremo senza tardo:
+E parla poi con lui, come te piace,
+De accordo o di battaglia, o guerra o pace. -
+
+Così van verso lui, sempre parlando,
+E già l'un l'altro se recognoscia;
+Unde andarno da parte, e ragionando
+La sua sorte avenire, ogni om dicia
+Perché qua fosse gionto, e come, e quando;
+Ma ciascadun de' tre gran pena avia,
+Poi che trovar non san ragion che vaglia,
+Che tra lor cessi la mortal battaglia.
+
+Di Chiaramonte sono e di Mongrana,
+Gentile ischiatte e de un sangue discese;
+Or per altrui e per cagione istrana
+Vengono insieme alle mortale offese.
+Dicea il franco Grifon con voce umana
+Verso Ranaldo: - Deh baron cortese!
+Mal aggia la fortuna e trista sorte
+Che per altrui te adduce a prender morte.
+
+Perché sette baroni hanno giurato
+Diffender Trufaldin da tutto il mondo,
+Ciascuno d'alto pregio e nominato.
+Caro fratello, io non te me nascondo:
+Morto ti veggio e disteso nel prato,
+Ché dopo il primo venirà il secondo,
+E il terzo e il quarto senza dimorare:
+Contra de tanti non puotrai durare. -
+
+Disse Ranaldo: - A fede di leanza,
+Aver guerra con voi molto me pesa;
+E ciò non dico già per dubitanza,
+Ché tutti andreti in terra alla distesa;
+Ed è la vostra sì grande arroganza,
+Poi contra a tutto il mondo aveti impresa,
+Che non doveti già meravigliare
+Se io solo a sette voglio contrastare.
+
+Ma noi facciamo ormai troppo parole,
+Ed io non voglio star tutto oggi armato;
+Qualunche Trufaldin diffender vôle,
+Prenda del campo, ché io l'ho desfidato.
+Certo non passarà quel monte il sole,
+Che ad uno ad un vi stenderò sul prato,
+E mostrarovi chiaro il parangone
+Che ve moveti contra alla ragione. -
+
+Poi che ebbe così detto, il cavalliero
+Più non aspetta e volta Rabicano:
+E dilungato con sembiante altiero
+Fermossi al campo con la lancia in mano.
+Or vedon li altri al tutto esser mestiero
+De insanguinar le spade in su quel piano,
+Perché Ranaldo ha qui fermato il chiodo;
+Alla battaglia dànno ordine e modo.
+
+E, vergognando andarli tutti adosso,
+Ordinorno che Oberto dal Leone
+Fosse contra de lui soletto mosso;
+E quando avesse il peggio alla tenzone,
+Il re Adrïano l'avesse riscosso;
+E, bisognando, movesse Grifone,
+Al qual donasse aiuto il suo germano;
+E Chiarïone a lui, de mano in mano.
+
+Aveva Oberto una estrema possanza,
+E fu de' digni cavallier del mondo;
+Sprona il destriero ed impugna la lanza.
+Non fu mai corso tanto foribondo
+Quanto hanno e duo baron pien de arroganza
+Credendo metter l'uno l'altro al fondo;
+Poco vantaggio fu nel gionger saldo,
+Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo.
+
+E ritornarno con brandi taglienti
+Alla terribil zuffa, inanimati
+Per darsi morte, a guisa de serpenti,
+Sempre menando colpi disperati.
+Avean tagliati tutti e guarnimenti,
+E rotti e scudi e li usberghi spezzati;
+Ma Ranaldo con lui de maestria
+E ancor di forza vantaggio avia.
+
+Menando le botte aspere e diverse,
+Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto;
+Però che, come Oberto se scoperse,
+Gionse Fusberta, e l'elmo ebbe disciolto.
+La barbuta e il guancial tutto li aperse,
+E crudelmente lo ferì nel volto;
+E fu il colpo sì fiero e smisurato,
+Che come morto lo distese al prato.
+
+Questo veggendo il franco re Adrïano,
+Che stava apparecchiato alla riscossa,
+Mosse a gran furia, correndo nel piano
+Con una lanza smisurata e grossa.
+Era senza asta il sir de Montealbano,
+Ché l'avea rotta alla prima percossa,
+Ma correndo ne vien col brando nudo;
+Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo.
+
+La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi,
+Né se mosse Ranaldo più che un sasso.
+Or ben vi sazo dir che e due ronzoni
+Non venian di galoppo né di passo,
+Anci se urtarno insieme come troni,
+Petto per petto, con molto fraccasso;
+Ma quel del re Adrïano andò per terra:
+Grifone incontinente il brando afferra.
+
+Non volse lancia il cavallier pregiato,
+E quasi ancor de andar se vergognava,
+Parendoli Ranaldo affaticato.
+Or, come io dissi, la spada pigliava;
+L'arme avea tutte e il destriero affatato,
+Né d'altra cosa lui se dubitava,
+Salvo de non potersi indi partire
+Che non facesse Ranaldo morire.
+
+E dolcemente lo volea pregare
+Che li piacesse de lasciar la impresa.
+Disse Ranaldo a lui: - Non predicare;
+Fuggi in mal'ora, o prendi tua diffesa. -
+Quando Grifone intese quel parlare,
+La faccia li vampò di foco accesa,
+Ed a lui disse: - Io non soglio fuggire,
+Ma tua superbia ti farà morire. -
+
+Compìto non avea queste parole,
+Che il principe il ferì con tal roina,
+Che veder non sapea se è luna o sole,
+Né se gli era da sera o da matina.
+Ranaldo a lui diceva: - Altro ce vôle
+Che il destrier bianco e l'armatura fina
+A voler esser bon combattitore!
+Lena bisogna ed animoso core. -
+
+Quando Grifone intese con oltraggio
+Dal sir de Montealbano esser schernito,
+Turbato oltra misura nel coraggio
+Ferilli ad ambe man l'elmo forbito;
+E benché a quel non facesse dannaggio,
+Ché era incantato, come avete odito,
+Fu il colpo di tal furia e tal tempesta
+Che tutta quanta gli stordì la testa.
+
+Non pone indugia, che un altro li mena,
+Con più roina assai de quel primiero;
+Non sentì mai Ranaldo maggior pena,
+E tutto fraccassato avea il cimiero.
+- Io ti farò sentir se ho core e lena,
+E se altro vôlsi che un bianco destriero,
+Vil ribaldo, di strata rio ladrone! -
+Queste parole diceva Grifone.
+
+E menò il terzo colpo assai maggiore,
+Così come era tutto invelenito,
+E tanta fretta mena e tal furore,
+Che Ranaldo non può prender partito.
+Ma come piacque a l'alto Creatore,
+Sempre ne l'elmo l'aveva ferito,
+Ché, se l'avesse gionto in altro loco,
+Serìa durata la battaglia poco;
+
+Però che avria spezzata ogni armatura:
+Ma l'elmo stette alle percosse saldo.
+Turbato era Grifone oltra misura,
+Né mai fu de grande ira tanto caldo;
+Ma d'altra parte a voi lascio la cura
+Di pensar come stesse il pro' Ranaldo;
+Ché Mongibel non arde né Vulcano,
+Più che facesse il sir de Montealbano.
+
+Sembrava gli occhi suoi faville accese,
+E parea nel soffiar tempesta e vento;
+Cridando ad ambe man Fusberta prese,
+E ferisce a Grifon con ardimento.
+Sette armature non serian diffese,
+Se non vi fosse stato incantamento;
+Ma quella fatasone era sì forte
+Che campò il giovanetto dalla morte.
+
+Abenché se stordì della percossa,
+Ed alle crine del destrier s'inchina;
+E non avendo ancor l'alma riscossa,
+Ranaldo lo ferì con gran ruina.
+Ma il giovanetto, che avea tanta possa,
+Ed è guarnito di armatura fina,
+Come risente, di nulla si cura,
+E mena colpi grandi oltra misura.
+
+E sì crudel battaglia han cominciata,
+Che un'altra non fu mai cotanto dura;
+Né mai chiesen ripossa alcuna fiata,
+Né di doglia o de affanno alcun si cura.
+La faccia avea ciascun tanto infiammata,
+Che solo a riguardarli era paura;
+E, chi mirava da lontano un poco,
+Parea che fuor de l'elmi uscisse foco.
+
+Né si scorgìa vantaggio di nïente,
+Benché meglio Grifone fosse armato.
+Cresce d'ognor lo assalto più fervente,
+Qual già presso a cinque ore avea durato.
+Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente,
+Se bene in altra cosa aggio peccato,
+Non ne volere in questo far amendo,
+Ché adesso il dritto e la ragion diffendo!
+
+Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa,
+Ché a te menzogna se direbbe in vano;
+Grifon de un Saracino ha la diffesa
+Contra di me, che pur son cristïano.
+Per un can Saracin lui fa contesa,
+Crudele, iniquo, perfido e inumano:
+Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda
+Che la iustizia per te se diffenda. -
+
+Così parlava; ed ancora Grifone,
+Tuttavia combattendo a gran ruina,
+Mirava al celo con devozïone.
+- Vergine, - dicea lui - del cel regina,
+Abbi del mio fallir compassïone,
+Né abandonar questa anima tapina!
+Che, benché in altre cose aggia peccato,
+In questo è pur il dritto dal mio lato.
+
+Sempre parlai con Ranaldo de pace,
+E lui me oltraggia con tal villania,
+Che adoprar mi convien quel che me spiace
+E far battaglia contra a voglia mia.
+Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace
+Me hanno condutto a questa pugna ria;
+E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto,
+Ché sempre a' bisognosi doni aiuto. -
+
+In tal forma pregavan con pietate,
+Tuttavia combattendo, quei guerreri;
+Né mai se vedean ferme le sue spate,
+Ma colpi sopra colpi ognor più fieri;
+Né se temean l'un l'altro in veritate,
+Tanto eran prodi e de virtute altieri,
+Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione,
+Potean con ciascun stare al paragone.
+
+Ma nel presente io voglio differire
+Il fin di questa pugna sì rubesta;
+De Orlando e Brandimarte vi vo' dire,
+Che son con quella dama alla foresta,
+Quale han campata da crudel martìre,
+E tre giganti occisi con tempesta,
+Come doveti aver nella memoria;
+Or de quel fatto io vo' seguir la istoria.
+
+Brandimarte giacea sopra a quel prato,
+Come io vi dissi, tutto sanguinoso,
+Con l'elmo rotto e scudo fraccassato
+Pel colpo di Marfusto furïoso.
+Orlando in braccio se l'avea recato,
+E piangea forte quel conte pietoso.
+Ma quella damisella a mano a mano
+Giù del gambelo discese nel piano,
+
+Ed andò prestamente ivi alla fonte,
+Ch'era nel mezo del prato fiorito,
+E gettando acqua a Brandimarte in fronte
+Ritornar fece il spirto sbigotito:
+E dolcemente ragionando al conte
+Dicea voler pigliare altro partito,
+Ché poco longe una erba avea veduta,
+Qual racquista la vita ancor perduta.
+
+Dentro alla selva che girava intorno
+La damisella se pone a cercare,
+Né stette molto, che fece ritorno
+Con l'erba che a virtute non ha pare.
+Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno,
+La notte poi se vede lampeggiare;
+Il fior vermiglio ha la pianta felice,
+E come argento è bianca sua radice.
+
+Avea il baron la testa dissipata
+Per il gran colpo, come aveti odito;
+Posevi dentro quella erba fatata
+La damisella, e chiusela col dito.
+Fu incontinente la piaga saldata,
+Né pur se vede dove era ferito;
+Ma, come il spirto li fu ritornato,
+Di Fiordelisa il conte ha dimandato.
+
+- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando
+- Lei sola ti campò veracemente. -
+Così rispose il conte al suo dimando,
+Perché de l'altra non sapea nïente.
+Brandimarte mirò la dama, e quando
+Vide che non è quella, un dolor sente
+Sì smisurato e sì nocivo al core,
+Che quel del trapassar serìa minore.
+
+Volgendo al cel le luce lacrimose:
+- Chi mi campò, - dicea - da mortal sorte
+Per darmi pene tanto dolorose?
+Or non me era assai meglio aver la morte?
+Spirti dolenti ed anime piatose
+Che stati del morir sopra le porte,
+Pietà vi prenda della pena mia,
+Ch'io vo' venir con vosco in compagnia!
+
+Non voglio viver, non, senza colei,
+Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto;
+Vivendo, mille volte io morirei.
+Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto
+Presa hai la guerra contro a' fatti miei!
+Or che te giovarà poi che sia morto?
+Che farai poi, crudel, senza lïanza?
+Ché morte finirà la tua possanza.
+
+Tolto m'hai del paese ove fui nato,
+Ché ancor me odiasti essendo fanciullino;
+Di mia casa reale io fui robato,
+E venduto per schiavo piccolino;
+Il nome de mio patre aggio scordato
+E il mio paese, misero! tapino!
+Ma solo il nome de mia matre ancora
+Fermo nella memoria mi dimora.
+
+Fortuna dispietata, iniqua e strana,
+Tu me facesti servo ad un barone,
+Quale era conte di Rocca Silvana;
+E poi, per darmi più destruzïone,
+Con falso viso ti mostrasti umana:
+E il conte, che mi desti per padrone,
+Franco mi fece; e, non avendo erede,
+Ogni sua robba e il suo castel mi dede.
+
+E per fingerti a me più grata e sciolta,
+Dama me desti de tanta beltate:
+Quella me desti che adesso m'hai tolta,
+Per farmi ora morir con crudeltate.
+Odi, fallace, e il mio parlare ascolta:
+Nocer non posso alla tua vanitate,
+Ma sempre biasmarotti ed in eterno
+Di te me andrò dolendo nello inferno. -
+
+Così parlando sì forte piangia,
+Che avria spezzato un sasso di pietate.
+Il conte Orlando gran dolor n'avia,
+E quella dama con umanitate
+Dolcemente parlando gli dicia:
+- Molto me incresce di tua aversitate,
+E debbo avere assai compassïone,
+Perché a dolermi teco aggio cagione.
+
+E vo' che intendi se le cose istrane
+Son date ad altri ancor dalla Fortuna.
+Mio padre è re delle Isole Lontane,
+Dove il tesor del mondo se raduna;
+E tanto argento ed oro ha in le sue mane,
+Che altro tanto non è sotto la luna,
+Né ricchezza maggior al sol si vede;
+Ed io restavo a tanto bene erede.
+
+Ma non se puote indivinar giammai
+Quel che sia meglio a desïare al mondo.
+Di re figliola e bella mi trovai,
+Ricca de avere e de stato iocondo;
+E ciò mi fu cagion de molti guai,
+Come te contaraggio il tutto a tondo,
+Perché cognosci a quel che èmmi incontrato,
+Che anzi alla morte alcun non è beato.
+
+Era la fama già sparta de intorno
+Della ricchezza del mio patre antico;
+E nominanza del mio viso adorno,
+O vera o falsa, pur come io te dico,
+Menò duo amanti a chiedermi in un giorno,
+Ordauro il biondo e il vecchio Folderico;
+Bello era il primo dal zuffo alla pianta,
+L'altro de li anni avea più de sessanta.
+
+Ricco ciascuno e de schiatta gentile;
+Ma Folderico sagio era tenuto
+E de uno antiveder tanto sotile,
+Che come a Dio del cel gli era creduto.
+Ordauro era di forza più virile,
+E grande di persona e ben membruto;
+Io, che a quel tempo non chiedea consiglio,
+Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.
+
+Non era tutta mia la libertate,
+Però che il patre mio vi tenea parte;
+Vergogna rafrenò la voluntate,
+Che presto in nave avria tratto le sarte.
+Ed anco mi stimava in veritate
+Poter mandar mia voglia al fin con arte,
+Ed ottenire Ordauro di leggiero;
+Ma fallito me andò questo pensiero.
+
+Nelli antichi proverbii dir se suole
+Che malizia non è che donna avanze;
+Salamon disse già queste parole,
+Ma al nostro tempo se ritrovan cianze.
+Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole,
+Ch'aggio perduto l'ultime speranze,
+Per confidarme alla malizia mia;
+Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia.
+
+Perché, fingendo la faccia vermiglia
+E gli occhi quanto io pote vergognosi,
+Con quel parlar che a pianto se assomiglia,
+Nanti al mio patre ingenocchion mi posi,
+E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia,
+Se sempre il tuo volere al mio preposi,
+Come fatto ho di certo in abandono,
+Non mi negare a l'ultimo un sol dono.
+
+Questo serà che non me dia marito
+Che prima meco al corso non contenda;
+E sia per legge fermo e stabilito
+Che il vincitor per sua moglie mi prenda;
+Ma fa che 'l vinto sappia che il partito
+Sia di lasciar la vita per amenda,
+E sia palese per tutte le bande:
+Chi non è corridor, non me domande."
+
+Questa richiesta fu crudele e dura,
+Ma non la seppe il mio patre negare,
+E fecela per voce e per scrittura
+Quasi per l'universo divulgare.
+Ora me tenni lieta e ben secura
+Poter marito a mia voglia pigliare,
+Perché io son tanto nel corso legiera,
+Che apena è più veloce alcuna fiera.
+
+E mi ricordo che nel prato piano
+Che è presso alla città di Damosire,
+Presi una cerva, correndo, con mano,
+Ed altre cose assai che non vo' dire.
+Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano,
+Con Folderico insieme ebbe a venire.
+L'uno è canuto e di molti anni pieno,
+L'altro nel viso angelico e sereno.
+
+Pensa tu, cavalliero, a qual s'accosta
+Lo amoroso voler de una fanciulla.
+Io tutta al giovanetto ero disposta,
+E di quel vecchio mi curavo nulla.
+Più non se dette al fatto indugia o sosta;
+Venne il vecchiardo sopra ad una mulla,
+E de alto carco se mostrava stanco;
+Una gran tasca avea dal lato manco.
+
+Il giovanetto viene con gran festa
+Sopra un corsier, che de oro era guarnito;
+Salta su il campo ed al corso s'apresta.
+Ciascun mostrava Folderico al dito,
+Dicendo: "Il saggio perderà la testa,
+Ché qua non gioverà esser scaltrito;
+Di tanta astuzia al mondo era tenuto,
+Or per amore egli ha il senno perduto."
+
+Fuor della terra smontamo ad un prato
+Per far di nostro corso ultima prova:
+Folderico la tasca avea da lato.
+E prima che dal segno alcun se mova,
+Fu il patto nostro ancora ricontato,
+E la condizïon qui se rinova;
+La turba sta d'intorno alla vedetta,
+E sol la mossa al terzo suono aspetta.
+
+Ciascun di noi dal segno fo partito.
+Folderico davanti via passava:
+Io il comportai, per averlo schernito.
+Come lui vide che a passarlo andava,
+Un pomo d'oro lucido e polito
+Fuor della tasca subito cavava;
+Io, che invaghita fui di quel lavoro,
+Lasciai la corsa e venni al pomo d'oro.
+
+Ché quel metallo in vista è sì iocondo,
+Che la più parte del mondo disvia;
+Ed era sì volubile e ritondo,
+Che de pigliarlo gran fatica avia.
+Io presi il primo, e lui gettò il secondo,
+Fuggendomi davanti tuttavia,
+Dove ebbi assai fatica, e ad un ponto
+Questo pigliai ed ebbilo ancor gionto.
+
+Io l'ebbi gionto, ed eravamo al fine
+Della affannata corsa e faticosa;
+E già le tende bianche eran vicine,
+Dove, compìto il corso, se riposa.
+Fra me dicea: "Convien che io me destine
+A dietro non tornar per altra cosa;
+Non tornaria per tutto il mondo un dito,
+Ché un vecchio non voglio io per mio marito.
+
+Passar me lassaraggio al giovanetto,
+E lui davante vo' lasciare andare;
+E questo brutto vecchio e maledetto,
+Che è sì canuto e vôlsi maritare,
+La forma lasciarà del bacinetto;
+E già questa ora mille anni a me pare
+Che Ordauro meco nel corso contenda,
+Ed io lo baci e per vinta mi renda."
+
+Così parlava meco nel mio core,
+Alegra, già vicina alla speranza,
+Quando il vecchio malvaggio e traditore
+Il terzo pomo della tasca lanza;
+E tanto me abagliò col suo splendore,
+Che, benché tempo al corso non me avanza,
+Pur venni adietro e quel pomo pigliai,
+Né Folderico più gionsi giamai.
+
+Lui forte ansando alle tende arivava;
+E soi gli sono intorno con letizia.
+Tutta la gente di fuora cridava:
+"Adoprata ha il volpone alta malizia."
+Or tu pôi mo pensar se io biastemava,
+Ch'io piansi il sangue vivo per gran stizia;
+E nel mio cor dicea: "Se egli è volpone,
+Farollo essere un becco, per Macone.
+
+Ché mai non intrò a giostra cavalliero,
+Né a torniamento per farsi vedere,
+Che avesse in capo tanto alto il cimiero,
+Come io farò di corne al mio potere.
+Ponga a guardarme tutto il suo pensiero,
+Che non gli giovarà lo antivedere;
+E s'egli avesse uno occhio in ciascun dito,
+Ad ogni modo rimarrà schernito."
+
+Feci il pensiero e missilo ad effetto.
+Ma voi aveti forse altro che fare,
+Perché io vedo entrambi nello aspetto
+Esser sospesi e de intorno guardare;
+Sì che io verrò con voi, e con diletto
+La mia novella voglio seguitare,
+Qual or vi piace. Prendite la via,
+Ch'io serò presta a farvi compagnia. -
+
+Rispose Brandimarte: - Il danno mio
+M'ha tratto della mente al tutto fuore,
+E de mia dama tanto mi sa rio,
+Come perduto avessi proprio il core;
+Sì che a cercarla è tutto il mio desio,
+E sento per la indugia tal dolore
+E tanta pena e tanta angoscia e guai,
+Ch'io non ho inteso ciò che detto m'hai. -
+
+E così tutti tre fôrno accordati
+Di cercar Fiordelisa in quel deserto,
+E non posar giamai son destinati,
+Sin che di lei non sanno al tutto il certo;
+E cavalcando se fôrno invïati
+Nel bosco ombroso e di rame coperto.
+Ma il lor camino e i fatti e il ragionare
+Dirovi a ponto in questo altro cantare.
+
+Canto ventesimosecondo
+
+Erano entrati alla gran selva folta
+Quei tre, come di sopra io vi contai:
+Ciascun, dintorno remirando, ascolta
+Se Fiordelisa sentisse giamai,
+Che fo dal rio palmier dormendo tolta;
+E di lei ragionando io ve lasciai,
+Che essendo in braccio a quel palmier villano
+Cridava aiuto adimandando in vano.
+
+Brandimarte il suo drudo allor non vi era,
+Che gli potesse soccorso donare;
+Anci era travagliato in tal maniera,
+Che per se stesso avea troppo che fare;
+Perché in quel tempo alla battaglia fera
+Con quei giganti prese a contrastare,
+Con Ranchera e Marfusto ed Oridante,
+Come io ve dissi nel cantar davante.
+
+Senza soccorso, adunque, la meschina
+Empìa de pianti la selva dintorno,
+Né mai de aiuto chieder se rafina,
+Battendosi con mano il viso adorno.
+Via la portava il vecchio a gran ruina
+Sempre temendo averne onta e gran scorno,
+Né mai sua mente al tutto ebbe sicura
+Sin che fu gionto ad una tomba scura.
+
+Nel sasso entrava quel falso vecchione,
+Cridando la donzella ad alta voce.
+Lui ha ben ferma e certa opinïone
+Di sfocar quel disio che il cor gli coce;
+Ma ne la tomba alor stava un leone
+Ismisurato, orribile e feroce;
+Il quale, odendo il crido e gran rumore,
+Uscì fremendo con molto furore.
+
+Come lo vide il vecchio fuora uscire,
+Non domandati se egli ebbe paura;
+Pallido in faccia se pose a fuggire,
+Lasciando quella bella creatura,
+Che di spavento credette morire;
+Ma, come volse sua bona ventura,
+Lasciolla quel leone, e via passava,
+Seguendo il vecchio che fuggendo andava.
+
+Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva,
+E tutto quanto l'ebbe a dissipare.
+La dama non restò morta né viva,
+Né di paura sa quel che si fare;
+Pur così quatta per la verde riva
+Nascosamente prese a caminare,
+E già callato avendo il monte al piano
+Ritrovò uno omo contrafatto e strano.
+
+Questo era grande e quasi era gigante,
+Con lunga barba e gran capigliatura,
+Tutto peloso dal capo alle piante:
+Non fu mai visto più sozza figura.
+Per scudo una gran scorza avia davante,
+E una mazza ponderosa e dura;
+Non avea voce de omo né intelletto:
+Salvatico era tutto il maladetto.
+
+Come la dama riscontrò nel prato,
+Presela in braccio; e, caminando forte,
+Ad una quercia che era lì da lato,
+La legò stretta con rame ritorte.
+Poi là vicino a l'erba fu colcato,
+Mirando lei, che ognior chiedea la morte;
+Lei chiedendo morir sempre piangea,
+Ma questo omo bestial non la intendea.
+
+Lasciamo il dir di quella sventurata,
+Che de l'un male in l'altro era caduta;
+Ella di stroppe alla quercia è legata,
+E sol piangendo il suo dolore aiuta.
+Ora ascoltati de l'altra brigata,
+Che per cercarla al bosco era venuta:
+Orlando e Brandimarte e la donzella
+Per lor campata da fortuna fella.
+
+In croppa la portava il conte Orlando,
+E dolcemente la prese a pregare
+Che gli contasse, così caminando,
+Quel che promesso avea di ragionare.
+Lei, prima leggermente sospirando,
+Disse: - D'ognor che senti racontare
+De alcun vecchio marito beffa nova,
+Tientela certa, e non chieder più prova.
+
+Perché tante ne son fatte nel mondo,
+Strane e diverse, come aggio sentito,
+Che per vergogna già non me nascondo
+Se anch'io ne feci un'altra al mio marito;
+Anci mi torna l'animo iocondo
+D'ognor ch'io mi ramento a qual partito
+Fo da me scorto quel vecchio canuto,
+Che sì scaltrito al mondo era tenuto.
+
+Sì come alla fontana io te contai,
+Quel vecchio di me fece il male acquisto;
+Il celo e la fortuna biastemai,
+Ma ad esso assai toccava esser più tristo,
+Ché ne dovea sentire eterni guai,
+Né fu dal suo gran senno assai provvisto
+A prender me fanciulla, essendo veglio;
+Che tuorla antica o star senza era meglio.
+
+Lui me condusse con solenne cura,
+Con pompa e con trionfo glorïoso,
+Ad una rocca che ha nome Altamura,
+Dove il suo gran tesor stava nascoso.
+Di quel che gli intravenne ebbe paura,
+Né ancor vista m'avea, che era zeloso;
+Però me pose dentro a quel girone,
+Intro una ciambra, peggio che pregione.
+
+Là mi stavo io, de ogni diletto priva,
+E campi e la marina a riguardare,
+Perché la torre è posta in su la riva
+D'una spiaggia deserta, a lato al mare:
+Non vi puotria salir persona viva
+Che non avesse l'ale da volare,
+E sol da un lato a quel castello altiero
+Salir se puote per stretto sentiero.
+
+Ha sette cinte e sempre nova intrata
+Per sette torrïoni e sette porte,
+Ciascuna piccoletta e ben ferrata.
+Dentro a questo giron cotanto forte
+Fo' io piacevolmente impregionata,
+Sempre chiamando, e notte e giorno, morte;
+Né altro speravo che desse mai fine
+Al mio dolore e a mie pene meschine.
+
+Di zoie e de oro e de ogni altro diletto
+Ero io fornita troppo a dismisura,
+Fuor de il piacer che si prende nel letto,
+Del quale avea più brama e maggior cura;
+E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto,
+Sempre tenea le chiave alla cintura,
+Ed era sì zeloso divenuto,
+Che avendol visto non serìa creduto.
+
+Perciò che sempre che alla torre entrava,
+Le pulice scotea del vestimento,
+E tutte fuor de l'uscio le cacciava;
+Né stava per quel dì più mai contento,
+Se una mosca con meco ritrovava;
+Anzi diceva con molto tormento:
+È femina, over maschio questa mosca?
+Non la tenire, o fa ch'io la cognosca.
+
+Mentre ch'io stavo da tanto sospetto
+Sempre guardata e non sperando aiuto,
+Ordauro, quel legiadro giovanetto,
+Più volte a quella rocca era venuto,
+E fatto ogni arte e prova; ed in effetto
+Altro mai che il castel non ha veduto;
+Ma Amor, che mai non è senza speranza,
+Con novo antiveder li die' baldanza.
+
+Egli era ricco di molto tesoro,
+Ché senza quel non val senno un lupino;
+Onde con molto argento e con molto oro
+Fe' comprare un palagio in quel confino
+Dove me tenìa chiusa il barbasoro,
+E manco de due miglia era vicino.
+Non dimandati mo se al mio marito
+Crebbe sospetto, e se fu sbigotito.
+
+Esso temea del vento che soffiava,
+E del sol che lucea da quella parte,
+Dove Ordauro al presente dimorava;
+E con gran cura, diligenzia ed arte
+Ogni picciol pertugio vi serrava,
+Né mai d'intorno dal giron se parte;
+E se un occello o nebbia nel ciel vede,
+Che quel sia Ordauro fermamente crede.
+
+Ogni volta salia con molto affanno
+Sopra alla torre, e trovandomi sola
+Diceva: "Io temo che me facci inganno,
+Ché non so che qua su de intorno vola.
+Io ben comprendo la vergogna e il danno,
+E non ardisco a dirne una parola:
+Ché oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto,
+Nome ha zeloso, ed è stimato un matto."
+
+Così diceva; e poi che era partito,
+Rodendo andava intorno a quel rivaggio;
+E per spiare ancor tal volta è gito
+Dove abitava Ordauro al bel palaggio;
+E a lui diceva: "Quel riman schernito,
+Che più stima sapere ed esser saggio.
+Se una vien còlta, non te ne fidare,
+Ché l'ultima per tutte può pagare."
+
+Queste parole e molte altre dicia
+Sempre fra denti, con voce orgogliosa.
+Ordauro al suo parlar non attendia,
+Ma con mente scaltrita ed amorosa
+Sotto la terra avea fatto una via,
+A ciascuno altro incognita e nascosa.
+Per una tomba chiusa intorno e scura
+Gionse una notte dentro ad Altamura.
+
+E benché egli arivasse d'improviso,
+Ch'io non stimavo quella cosa mai,
+Io il ricevetti ben con meglior viso
+Ch'io non facevo Folderico assai.
+Ancora esser mi par nel paradiso,
+Quando ramento come io lo baciai,
+E come lui baciomme nella bocca;
+Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.
+
+Questo ti giuro e dico per certanza,
+Ch'io ero ancora vergine e polzella;
+Ché Folderico non avea possanza,
+Ed essendo io fanciulla e tenerella,
+Me avea gabata con menzogna e zanza,
+Dandomi intender con festa novella,
+Che sol baciando e sol toccando il petto
+De amor si dava l'ultimo diletto.
+
+Alora il suo parlar vidi esser vano,
+Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
+Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
+Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
+Sì che al principio pur mi parve strano,
+Come io avessi morduto un pomo acerbo;
+Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
+Ch'io me disfeci e credetti morire.
+
+Io credetti morir per gran dolcezza,
+Né altra cosa da poi stimai nel mondo.
+Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
+Altri esser nominato per il mondo.
+Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
+E il viver dilettoso e star iocondo;
+Chi vôle onore o robba con affanno,
+Me non ascolti, ed abbiasene il danno.
+
+Più fiate poi tornammo a questo gioco,
+E ciascun giorno più crescia il diletto;
+Ma pur il star rinchiusa in questo loco
+Mi dava estrema noia e gran dispetto;
+E il tempo del piacer sempre era poco,
+Però che quel zeloso maladetto
+Me ritornava sì ratto a vedere,
+Che spesso me sturbò di gran piacere.
+
+Unde facemmo l'ultimo pensiero
+Ad ogni modo de quindi fuggire;
+Ma ciò non puotea farsi de legiero,
+Ché avea quel vecchio sì spesso a salire
+Là dove io stava nel castello altiero,
+Che non ci dava tempo di partire.
+Al fin consiglio ce donò lo amore,
+Che dona ingegno e sotigliezza al core.
+
+Ordauro Folderico ebbe invitato
+Al suo palagio assai piacevolmente,
+Mostrandoli che se era maritato,
+Per trarli ogni sospeto della mente.
+Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato,
+Ch'io non potessi uscirne per niente,
+Né sapendo di che, pur sbigotito,
+Ne andò dove era fatto il gran convito.
+
+Io già prima de lui ne era venuta
+Per quella tomba sotterra nascosa,
+E d'altri panni ornata e proveduta
+Sì come io fossi la novella sposa;
+Ma come il vecchio m'ebbe qui veduta,
+Morir credette in pena dolorosa;
+E vòlto a Ordauro disse: "Ahimè tapino!
+Ché ben ciò mi stimai, per Dio divino!
+
+Io non occisi già il tuo patre antico,
+Né abruciai la tua terra con roina,
+Che esser dovessi a me crudel nemico
+E far la vita mia tanto meschina.
+Ahi tristo e sventurato Folderico,
+Che sei gabato al fin da una fantina!
+Ora a mio costo vadase a impiccare
+Vecchio che ha moglie, e credela guardare."
+
+Mentre che lui dicea queste parole
+De ira e de sdegno tutto quanto acceso,
+Ordauro assai de ciò con lui se dole,
+Mostrando in vista non averlo inteso;
+E giura per la luna e per il sole,
+Che egli è contra ragion da lui ripreso;
+E che per il passato e tutta via
+Gli ha fatto e falli onore e cortesia.
+
+Cridava il vecchio ognior più disperato:
+"Questa è la cortesia! questo è l'onore!
+Tu m'hai mia moglie, mio tesor robbato,
+E poi, per darmi tormento maggiore,
+M'hai ad inganno in tua casa menato,
+Ladro, ribaldo, falso, traditore,
+Perch'io veda il mio danno a compimento
+E la mia onta, e mora di tormento."
+
+Ordauro se mostrava stupefatto,
+Dicendo: "O Dio, che reggi il cel sereno,
+Come hai costui de l'intelletto tratto,
+Che fu de tal prudenza e senno pieno?
+Or de ogni sentimento è sì disfatto,
+Come occhi non avesse, più né meno.
+Odi (diceva), Folderico, e vedi:
+Questa è mia moglie, e che sia tua credi.
+
+Essa è figliola del re Manodante,
+Che signoreggia le Isole Lontane;
+Forse che in vista te inganna il sembiante,
+Perché aggio inteso che fôr due germane
+Tanto di faccia e membre simigliante,
+Che, veggendole 'l patre la dimane
+E la sua matre, che fatte le avia,
+L'una da l'altra non ricognoscia.
+
+Sì che ben guarda e iudica con teco,
+Prima che a torto cotanto ti doglie,
+Perché contra al dover turbato èi meco."
+Diceva il vecchio: "Non mi vender foglie,
+Ch'io vedo pur di certo, e non son ceco,
+Che questa è veramente la mia moglie:
+Ma pur, per non parer paccio ostinato,
+Vado alla torre, e mo serò tornato.
+
+E se non la riveggio in quel girone,
+Non te stimar di aver meco mai pace:
+In ogni terra, in ogni regïone
+Te perseguitarò, per Dio verace;
+Ma se io la ritrovo, per Macone
+De averti detto oltraggio mi dispiace;
+Ma fa che questa quindi non si mova
+Insin ch'io torni e vedane la prova."
+
+Così dicendo, con molta tempesta,
+Trottando forte, alla torre tornava;
+Ma io, che era de lui assai più presta,
+Già dentro dalla rocca lo aspettava;
+E sopra il braccio tenendo la testa,
+Malanconosa in vista me mostrava.
+Come fu dentro ed ebbemi veduta,
+Meravigliosse e disse: "Iddio me aiuta!
+
+Chi avria creduto mai tal meraviglia,
+Né che tanto potesse la natura,
+Che una germana sì l'altra somiglia
+De viso, de fazione e di statura?
+Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia,
+Ed ho, senza cagione, alta paura,
+Però che io credo, e certo giurarei,
+Che quella che è là giù, fosse costei."
+
+Poi verso me diceva: "Io te scongiuro,
+Se mai speri aver ben che te conforte:
+Fosti oggi ancor di for da questo muro?
+Chi te condusse, e chi aperse le porte?
+Dimmi la verità, ch'io te assicuro
+Che danno non avrai, pena, né morte;
+Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai,
+Da me non aspettare altro che guai."
+
+Ora non dimandar come io giurava
+Il celo e' soi pianeti tutti quanti:
+Quel che si fa per ben, Dio non aggrava,
+Anci ride il spergiuro degli amanti.
+Così te dico ch'io non dubitava
+Giurare e l'Alcorano e' libri santi,
+Che dapoi ch'era intrata in quel girone
+Non era uscita per nulla stagione.
+
+Lui, che più non sapea quel che se dire,
+Torna di fora, e le porte serrava.
+Io d'altra parte non stavo a dormire,
+Ma per la tomba ascosa me ne andava,
+E a nova guisa m'ebbi a rivestire.
+Quando esso gionse, e quivi mi trovava:
+"Il cel - diceva - e Dio non faria mai
+Che questa è quella che là su lasciai."
+
+Così più volte in diversa maniera
+Al modo sopradetto foi mostrata,
+E sì for di sospetto il zeloso era,
+Che spesso me appellava per cognata.
+Fo dapoi cosa facile e legiera
+Indi partirsi; perché una giornata
+Ordauro a Folderico disse in breve
+Che quella aria marina è troppo greve;
+
+E che non era stato una ora sano,
+Dapoi che venne quivi ad abitare;
+Sì che al giorno sequente e prossimano
+Nel suo paese volea ritornare,
+Ch'era da tre giornate indi lontano.
+Or Folderico non se fie' pregare,
+Ma per se stesso se fo proferito
+A farce compagnia for de quel sito.
+
+E con noi venne forse da sei miglia,
+E poi con fretta adietro ritornava.
+Ora io non so s'egli ebbe meraviglia,
+Quando alla rocca non me ritrovava.
+La lunga barba e le canute ciglia,
+Maledicendo il cel, tutte pelava;
+E destinato de averme o morire,
+Nostro camino se pose a seguire.
+
+E non avendo possa, né ardimento
+Di levarme per forza al giovanetto,
+Veniaci dietro con gran sentimento,
+Del qual troppo era pieno il maledetto.
+Ora ciascun di noi era contento,
+Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto,
+Che senza altro pensier ne andamo via;
+Forse da trenta eramo in compagnia.
+
+Scudieri e damiselle eran costoro,
+Tutti senza arme caminando adaggio;
+Emo la vittualia e argento ed oro
+Posto sopra gambeli al carrïaggio;
+Perché tutta la robba e il gran tesoro
+Che possedeva quel vecchio malvaggio,
+Avevamo noi tolta alla sicura,
+Là dove io venni per la tomba oscura.
+
+Già la prima giornata caminando
+Aveàn passata senza impedimento;
+Ordauro meco ne venìa cantando,
+Ed avea indosso tutto il guarnimento
+Di piastre e maglia, e cento al fianco il brando;
+Ma la sua lancia e il bel scudo d'argento
+E l'elmo adorno di ricco cimero
+Gli eran portati apresso da un scudero:
+
+Quando davanti, in mezo del camino,
+Scontramo un damigello in su l'arcione.
+Quel veniva cridando: "Ahimè tapino!
+Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone";
+Ed era alle sue spalle uno assassino
+(Così sembrava in vista quel fellone);
+Correndo a tutta briglia per il piano
+Seguiva il primo con la lancia in mano.
+
+Per il traverso di quel bosco ombroso
+Passarno e duo, correndo a gran flagello.
+Ordauro de natura era pietoso,
+Onde gli increbbe di quel damigello,
+E posesi a seguir senza riposo;
+Ma ciascun di color parea uno uccello,
+Ch'eran senza arme e scarchi e lor destrieri,
+Però veloci andavano e legieri.
+
+Ordauro il suo ronzone avea coperto
+Di piastra e maglia, onde ebbe molto affanno:
+E per esser lui di malizia experto,
+Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno;
+Perché, come io conobbi poi di certo,
+Sol Folderico avea fatto ad inganno
+Quel giovanetto e quel ladron venire,
+Acciò che Ordauro gli avesse a seguire.
+
+E come fu da noi sì dilungato,
+Che di gran lunga più non si vedia,
+Il falso vecchio se fu dimostrato,
+Con circa a vinti armati in compagnia.
+Ciascun de' nostri se fu spaventato,
+Chi qua chi là per lo bosco fuggia,
+Né fu chi se ponesse alle diffese,
+Onde il vecchiardo subito me prese.
+
+Se io ero in quel ponto dolorosa,
+Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare.
+Per una strata de bronchi spinosa,
+Dove altri non suolea mai caminare,
+Me conducea quel vecchio alla nascosa,
+E cento macchie ce fe' traversare,
+Perché de Ordauro avea molta paura;
+Or noi giongemo ad una valle oscura.
+
+Stata ero io presa duo giorni davanti,
+Quando giongemmo a l'ombroso vallone;
+Io non avea giamai lasciato e pianti,
+Benché me confortasse quel vechione.
+Eccote uscir del bosco tre giganti,
+Ciascuno armato e con grosso bastone;
+Un d'essi venne avanti e cridò forte:
+"Getti giù l'arme chi non vôl la morte." -
+
+Stava la dama in questo ragionare
+Col conte Orlando, ed ancora seguia,
+Però che li voleva racontare,
+Come e giganti l'ebbero in balìa,
+E come il vecchio la volse aiutare;
+E lui fu morto e la sua compagnia,
+E sua ventura poi de parte in parte,
+Sin che soccorsa fu da Brandimarte;
+
+Ma nova cosa che ebbe ad apparire,
+Qual sturbò il ragionar della donzella;
+Ché un cervo al verde prato vedean gire
+Pascendo intorno per l'erba novella.
+Come era vago non potrebbi io dire,
+Ché fiera non fu mai cotanto bella;
+Quel cervo è della Fata del Tesoro,
+Ambe le corne ha grande e de fino oro.
+
+Lui come neve è bianco tutto quanto,
+Sei volte il giorno di corno se muta;
+Ma de pigliarlo alcun non se dà vanto,
+Se forse quella fata non lo aiuta;
+Ed essa è bella ed è ricca cotanto,
+Che omo non ama e ciascadun riffiuta;
+Ché beltate e ricchezza a ogni maniera
+Per sé ciascuna fa la donna altiera.
+
+Or questo cervo pascendo ne andava,
+Quando fo visto dai duo cavallieri
+E dalla dama, che ancor ragionava.
+Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri,
+Ma non già il conte, perché egli estimava
+Quelle ricchezze per cose legieri;
+E però apena li fece riguardo,
+Abenché avesse il bon destrier Baiardo.
+
+Ma sopra a Brigliadoro è Brandimarte,
+Qual, come il cervo vide, in su quel ponto
+Dal conte Orlando subito se parte,
+Ché de acquistarlo avea l'animo pronto;
+Ma quello era fatato con tal arte,
+Che non l'arìa volando alcuno agionto
+Però il seguiva Brandimarte in vano
+Quel giorno tutto quanto per il piano.
+
+Poiché venuta fu la notte oscura,
+Lui perse il cervo per le fronde ombrose,
+E veggendosi al fin de sua ventura,
+Poscia che 'l giorno la luce nascose,
+Vestito sì come era de armatura
+Nel verde prato a riposar se pose;
+E poi nel tempo fresco, al matutino,
+Monta il destriero e torna al suo camino.
+
+Quel che poi fece con l'omo selvaggio
+Che la sua Fiordelisa avea legata,
+Nel canto che vien drieto conteraggio,
+E dirò la battaglia cominciata
+Tra Ranaldo e Grifon senza vantaggio.
+Per Dio, tornate a me, bella brigata,
+Ché volentieri ad ascoltar vi aspetto,
+Per darvi al mio cantar zoia e diletto.
+
+Canto ventesimoterzo
+
+Seguendo, bei segnori, il nostro dire,
+Brandimarte dal conte era partito,
+E perse il cervo e posese a dormire;
+Ma poi, al novo giorno resentito,
+Al suo compagno volea rivenire;
+E già sopra il destrier sendo salito,
+Ascoltando li parve voce umana
+Che si dolesse, e non molto lontana.
+
+E poi che un pezzo per odir fu stato,
+Verso quel loco se pose ad andare;
+E come aveva alquanto cavalcato,
+Stavasi fermo e quieto ad ascoltare;
+E così andando gionse ad un bel prato,
+E colei vide, che odìa lamentare,
+Legata ad una quercia per le braccia;
+Come la vide, la cognobbe in faccia.
+
+Perché quella era la sua Fiordelisa,
+Tutto il suo bene e vita del suo core;
+Sì che pensati voi or con qual guisa
+Se cangiò Brandimarte de colore.
+Era l'anima sua tutta divisa:
+Parte allegrezza e parte era dolore,
+Ché d'averla trovata era zoioso,
+Ma del suo mal turbato e doloroso.
+
+Più non indugia, che salta nel piano,
+E lega Brigliadoro ad una rama;
+Va con gran fretta il cavallier soprano
+Per discioglier colei che cotanto ama;
+Ma quello omo bestiale ed inumano
+Ch'era nascoso in guardia de la dama,
+Come lo vide, uscì de quel macchione,
+E imbraccia il scudo ed impugna il bastone.
+
+Era quel scudo tutto de una scorza
+Ben atto a sostenire ogni percossa,
+Né dubbio è che se piega o che se torza,
+Perché de un gran palmo egli era grossa.
+Omo non ave mai cotanta forza,
+Cavalliero, o gigante di gran possa,
+Quanto ha quello omo rigido e selvaggio:
+Ma non cognosce a zuffa alcun vantaggio.
+
+Abita in bosco sempre, alla verdura,
+Vive de frutti e beve al fiume pieno;
+E dicesi ch'egli ha cotal natura,
+Che sempre piange, quando è il cel sereno,
+Perché egli ha del mal tempo alor paura,
+E che 'l caldo del sol li venga meno;
+Ma quando pioggia e vento il cel saetta,
+Alor sta lieto, ché 'l bon tempo aspetta.
+
+Vene questo omo adosso a Brandimarte,
+Col scudo in braccio e la maza impugnata;
+Non ha di guerra lui senno né arte,
+Ma legerezza e forza smisurata.
+Non era il baron vòlto in quella parte,
+Ma là dove la dama era legata;
+E se lei forse non se ne avedia,
+Quello improviso adosso li giongia.
+
+De ciò non se era Brandimarte accorto,
+Ma quella dama, che 'l vide venire,
+Cridò: - Guârti, baron, che tu sei morto! -
+Non se ebbe il cavalliero a sbigotire;
+E più d'esso la dama ebbe sconforto
+Che di se stessa, né del suo morire,
+Perché con tutto il cor tanto lo amava
+Che, sé scordando, sol di lui pensava.
+
+Presto voltosse il barone animoso
+E se ricolse ad ottimo governo;
+E quando vide quel brutto peloso,
+Beffandolo fra sé, ne fie' gran scherno;
+E stette assai sospeso e dubbïoso
+Se questo era omo o spirto dello inferno;
+Ma sia quel che esser voglia, e' non ne cura,
+E vallo a ritrovar senza paura.
+
+A prima gionta il salvatico fiero
+Menò sua mazza, che cotanto pesa,
+E gionse sopra il scudo al cavalliero,
+Che ben stava coperto in sua diffesa;
+E come quel che è scorto a tal mestiero,
+Taglia quella col brando alla distesa.
+Come lui vide rotta la sua mazza,
+Saltagli adosso e per forza l'abbrazza.
+
+E lo tenìa sì stretto e sì serrato,
+Che non puoteva se stesso aiutare.
+Più volte il cavallier se fo provato
+Con ogni forza de sua man campare;
+Ma quanto un fanciulletto adesso nato
+Potrebbe a petto a uno omo contrastare,
+Tanto il selvaggio di estrema possanza
+E di gran forza Brandimarte avanza.
+
+Via ne 'l portava e stimavalo tanto
+Quanto fa il lupo la vil pecorella.
+Ora chi odisse il smisurato pianto
+Che facea lamentando la donzella,
+A Dio chiamando aiuto, ad ogni Santo
+In cui sperava, alla Fede novella:
+Chi odisse il pianto e 'l piatoso sermone,
+Ciascuno avria di lei compassïone.
+
+Tuttavia quel selvaggio omo il portava;
+Per le braccia a traverso l'avia preso;
+Lui quanto più puotea si dimenava,
+D'ira, de orgoglio e di vergogna acceso;
+Ma quel suo dimenar poco giovava,
+Perché il selvaggio lo tenìa sospeso
+Alto da terra, perché era maggiore,
+Correndo tuttavia con gran furore.
+
+Gionse correndo, col barone in braccio,
+Dove era un'alta pietra smisurata;
+Correa nella radice un gran rivaccio,
+Che l'avea da quel canto dirupata,
+Sì che da cima al fondo avea di spaccio
+Seicento braccia la ripa tagliata.
+Quivi il selvaggio ne portò il barone
+Per trabuccarlo giuso a quel vallone.
+
+Come fo gionto a l'orlo del gran sasso,
+Via lo lancia da sé senza riguardo;
+Poco mancò che non gionse al fraccasso
+Del dirupo alto il cavallier gagliardo,
+E ben gli fo vicino a men d'un passo.
+Ma presto saltò in piede e non fo tardo;
+Perché egli aveva ancora in mano il brando,
+Verso il selvaggio se ne andò cridando.
+
+Quel non aveva scudo né bastone,
+L'uno era rotto, l'altro avea lasciato;
+Corse ad uno olmo e prese un gran troncone,
+E non l'avendo ancor tutto spiccato,
+Brandimarte il ferì sopra al gallone,
+E di gran piaga l'ebbe vulnerato.
+Lui, ch'è orgoglioso ed ha superbia molta,
+Quel troncon lascia ed al baron si volta.
+
+Voltasi quel selvaggio furïoso
+A Brandimarte per saltargli adosso;
+Il cavallier col brando sanguinoso,
+Nel voltar che se fie', l'ebbe percosso;
+Via tagliò un braccio, che è tutto peloso,
+E gionse al busto smisurato e grosso;
+Giù per le coste insieme alla ventraglia
+Tutte col brando ad un colpo gli taglia.
+
+Quel non se puote alor più sostenire,
+Cade cridando in su la terra dura;
+E' non sapea parole proferire,
+Ma facea voce terribile e oscura.
+Quando il barone lo vide morire,
+Quivi lo lascia e più non ne dà cura,
+Anci correndo a quel prato ne andava,
+Dove il destriero e la sua dama stava.
+
+Come fu gionto ove era la donzella,
+Di gran letizia non sa che si fare;
+Tienla abbracciata e già non li favella,
+Ché de allegrezza non puotea parlare.
+Or per non far de ciò longa novella,
+Quella disciolse ed ebbe a cavalcare,
+E posesela in groppa, e a lei rivolto
+Parlando andava per quel bosco folto.
+
+E l'uno e l'altro insieme racontava,
+Questa come fu tolta dal vecchione
+Che per la selva oscura la portava,
+E come fu poi morto dal leone;
+E così a lei Brandimarte narrava
+De' tre giganti quella questïone
+Che fatta aveano al prato della fonte,
+E de la dama che portava il conte.
+
+E così l'uno e l'altro ragionando
+De lor travaglio e de la lor paura,
+Veniano a ritrovare il conte Orlando.
+Ma ad esso era incontrata altra ventura,
+Qual poi a tempo vi verrò contando;
+Ora al presente poneti la cura
+Ad ascoltar la zuffa e la tenzone
+Che ebbe Ranaldo col franco Grifone.
+
+Né so se vi ricorda nel presente,
+Segnor, come io lasciassi quella cosa
+De' due baron, che nequitosamente
+Facean cruda battaglia e tenebrosa,
+E stimavan la vita per nïente,
+E quello e questo mai non se riposa,
+Né sparma colpi alcun, né si nasconde,
+Ma l'uno l'altro a bon gioco risponde.
+
+Tutta la gente quivi se adunava,
+Pedoni e cavallieri a poco a poco;
+Sì ciascun de veder desiderava,
+Che strettamente li bastava il loco.
+Marfisa avanti agli altri riguardava,
+Tutta nel viso rossa come un foco;
+Ma, mentre che mirava, ecco Ranaldo
+Mena un gran colpo furïoso e saldo;
+
+E sopra l'elmo gionse de Grifone,
+Ch'era affatato, come aveti odito;
+Se alora avesse gionto un torrïone,
+Sin gioso al fondo l'arebbe partito;
+Ma quello incanto e quella fatasone
+Campò da morte il giovanetto ardito,
+Benché a tal guisa fu del spirto privo,
+Che non moritte e non rimase vivo.
+
+Però che, briglia e staffe abandonando,
+Pendea de il suo destriero al destro lato,
+E per il prato strasinava il brando,
+Perché l'aveva al braccio incatenato.
+Quando Aquilante il venne remirando,
+Ben lo credette di vita passato,
+E sospirando di dolore e d'ira
+Verso Ranaldo furïoso tira.
+
+Questo era anch'esso figlio de Olivero,
+Come Grifone, e di quel ventre nato,
+Né di lui manco forte né men fiero,
+E come l'altro aponto era fatato:
+L'arme sue, dico, il brando e il bon destriero,
+Benché a contrario fosse divisato,
+Ché questo tutto è nero, e quello è bianco,
+Ma l'un e l'altro a meraviglia è franco.
+
+Sì che non fo questo assalto minore,
+Ma più crudele assai ed inumano,
+Perché Aquilante avea molto dolore,
+Credendo essere occiso il suo germano;
+E come disperato a gran furore
+Combattea contra il sir de Montealbano,
+Ferendo ad ambe man con molta fretta,
+Per morir presto o far presto vendetta.
+
+Da l'altra parte a Ranaldo parea
+Ricever da costoro a torto ingiuria,
+Però più dello usato combattea
+Terribilmente, acceso in maggior furia;
+Contra sé tutti quanti li vedea,
+E lui soletto non ha chi lo alturia
+Se non Fusberta e il suo core animoso,
+Però combatte irato e furïoso.
+
+- Or via, - diceva lui - brutta canaglia!
+Mandati ancor de li altri a ricercare,
+Che vengano a fornir vostra battaglia;
+O venitene insieme, se vi pare,
+Che tutti non vi stimo un fil de paglia.
+Come poteti gli occhi al celo alciare
+De vergogna, o vedere vi lasciati,
+Sendo tra gli altri sì vituperati? -
+
+Non respondeva Aquilante nïente,
+Benché egli odisse quel parlar superbo,
+Ma, stringendo de orgoglio dente a dente,
+Con quanta possa aveva e quanto nerbo
+Ferì Ranaldo ne l'elmo lucente
+De un colpo furïoso e tanto acerbo,
+Che Ranaldo le braccia al celo aperse
+Per la gran pena che al colpo sofferse.
+
+E se il suo brando non fosse legato
+Al destro braccio, come lui portava,
+Ben li serìa caduto al verde prato.
+Or Rabicano a gran furia ne andava,
+Perché Ranaldo il freno avea lasciato,
+Né dove fosse alor se ricordava;
+Ma di profondo spasmo e di dolore
+Ave perduto lo intelletto e il core.
+
+Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno,
+Per tutto intorno al campo lo seguìa;
+Ed avea preso al cor tanto veleno,
+Che così volontier morto l'avria,
+Come fosse un pagan, né più né meno.
+Ma ritornò Ranaldo in sua balìa;
+Proprio alor che Aquilante l'avea gionto,
+In sé rivenne vigoroso e pronto.
+
+E, ritrovato il brando che avea perso,
+Voltò contra Aquilante il corridore,
+Acceso di furor troppo diverso;
+Con quanta forza mai puote maggiore,
+Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso.
+Non valse ad Aquilante il suo valore,
+Né l'arme fatte per incantamento,
+Ché stramortito perse il sentimento.
+
+Ranaldo già nïente indugiava,
+Perché era d'ira pieno a quella fiata,
+E l'elmo prestamente li slaciava,
+E ben gli avrebbe la testa tagliata:
+Ma Chiarïone la lancia arrestava,
+Così come era la cosa ordinata;
+Né de lui se accorgendo il fio d'Amone,
+Di traverso il ferì sopra il gallone.
+
+Piastra non lo diffese o maglia grossa,
+Ma crudelmente al fianco l'ha ferito.
+Alor che ebbe Ranaldo la percossa,
+Grifone aponto se fo risentito,
+Ch'era stato gran pezzo in molta angossa
+E fuora de intelletto sbalordito;
+Via passò Chiarïon, rotta ha la lancia,
+Ché tenire il destrier non ha possancia.
+
+Or, come io dissi, Grifon se risente,
+Alor che via ne andava Chiarïone,
+E non sapea de Aquilante nïente,
+Né de questo altro ancor la questïone,
+Ché mosso non serebbe certamente;
+Ma così come uscì de stordigione,
+Per vendicarse il colpo che avea còlto
+Verso a Ranaldo furïoso è vòlto.
+
+Non era ancora il sir de Montealbano
+Aconcio ne l'arcione e rassettato,
+Per quello incontro sì crudo e villano
+Che quasi fuor di sella andò nel prato,
+Quando gionse Grifon col brando in mano;
+Trovandolo improviso e sbarattato,
+Gli donò un colpo orribile e possente:
+Voltosse il fio de Amon come un serpente.
+
+Come un serpente per la coda preso,
+Che gonfia il collo e il busto velenoso,
+Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso,
+A Grifon se rivolse nequitoso;
+E ben l'avrebbe per terra disteso,
+Tanto menava un colpo furïoso;
+Se non che Chiarïon, ch'era voltato,
+Giongendo sturbò il gioco cominciato.
+
+E sopra il braccio destro lo percosse,
+Come ebbe de improviso ad arivare,
+E con tanta ruina lo commosse,
+Che quasi il fece il brando abandonare.
+Pensati se Ranaldo ora adirosse,
+Che perder non vo' tempo al racontare;
+Forte cridando, giura a Dio divino
+Che tutti non gli stima un vil lupino.
+
+E se rivolta contra a Chiarïone,
+E darli morte al tutto è delibrato;
+Ma già per questo non resta Grifone,
+Né il lascia prender lena e trare il fiato.
+Ecco Aquilante ariva alla tenzone,
+Che era de stordigion già ritornato,
+Ma non già al tutto, perché veramente
+Non s'accorgea de gli altri duo nïente:
+
+De gli altri duo che, ciascadun più fiero,
+Stanno d'intorno Ranaldo a ferire;
+Ciò non pensa Aquilante, quello altiero,
+Ma sua battaglia destina finire.
+Spronando a gran ruina il suo destriero
+Lascia sopra a Ranaldo un colpo gire
+Tanto feroce, dispietato e crudo,
+Che tagliò tutto per traverso il scudo.
+
+Sotto il scudo la piastra del bracciale
+Sopra un cor' buffalino era guarnita;
+La manica de maglie nulla vale,
+Ché gli fece nel braccio aspra ferita.
+A' circonstanti ciò parea gran male;
+Sopra a gli altri Marfisa, quella ardita,
+Va correndo, ché apena ritenuto
+Se era sin ora di donargli aiuto.
+
+Onde se mosse lui con la regina
+Che di prodezza al mondo non ha pare.
+Qual vento, qual tempesta di marina
+Se puote al gran furore equiperare?
+Quando Marfisa mosse con ruina,
+Parea che e monti avessero a cascare,
+E' fiumi andasser nello inferno al basso,
+Ardendo l'aria e il celo a gran fraccasso.
+
+A quel furor terribil e diverso
+Serebbe tutto il mondo sbigotito;
+Per ciò non ha Grifon l'animo perso,
+Né il suo german, che fo cotanto ardito;
+Ma ciascun de gli altri ha il cor summerso
+Quando vider colei sopra a quel sito,
+Qual con tal furia nel giorno davanti
+Gli avea cacciati e rotti tutti quanti.
+
+Venner contra Marfisa e duo germani,
+Ciascun di lor se stringe, il scudo imbraccia;
+E il pro' Ranaldo, solo in su quei piani,
+Al re Adrïano e a Chiarïon minaccia;
+E fôr Torindo ed Oberto alle mani,
+Ben che ferito è Oberto nella faccia.
+Trufaldin sta da parte e pone mente,
+Come avesse de questo a far nïente.
+
+L'una e poi l'altra zuffa voglio dire,
+Perché in tre lochi a un tempo se travaglia,
+E il rumore è sì grande ed il ferire
+E il spezzar delle piastre e della maglia,
+Che apena se potrebbe il trono odire.
+Or, cominciando alla prima battaglia,
+Grifone ed Aquilante alla frontera
+Tolsero in mezo la regina fiera.
+
+Lei, come una leonza che di pare
+Se veggia in mezo a duo cervi arivata,
+Che ad ambo ha il core e non sa che si fare,
+Ma batte i denti, e quello e questo guata;
+Cotal Marfisa se vedea mirare,
+Adosso l'uno e l'altro inanimata,
+Sol dubitando la regina forte
+A cui prima donar debba la morte.
+
+Ma star sospesa non li fa mestiero,
+Ché ben gli diè Grifone altro pensare;
+Ad ambe mani il giovanetto fiero
+Un colpo smisurato lasciò andare.
+Il drago, che ha la dama per cimiero,
+Fece in due parte alla terra callare;
+Non fo Marfisa per quel colpo mossa,
+Benché sentisse al capo gran percossa.
+
+Verso Grifon turbata un colpo mena,
+Con quel gran brando che ha tronca la ponta;
+Ma non è verso lui voltata apena,
+Che nel collo Aquilante l'ebbe gionta.
+Pensati or se ella rode la catena,
+E se a tal cosa prese sdegno ed onta,
+Perché quel colpo orribile e improviso
+Batter li fece contra a l'elmo il viso.
+
+E gli uscì il sangue da' denti e dal naso,
+Che non gli avvenne in battaglia più mai.
+Dricciandosi cridò: - Giotton malvaso,
+Se tu sapesti quel che tu non sai,
+Voresti nel girone esser rimaso:
+Or vo' che sappi che tu morirai
+Per le mie mane, e non è in celo Iddio
+Che te possa campar dal furor mio. -
+
+Mentre che ella braveggia a suo volere,
+Non ha il franco Grifone il tempo perso,
+Ma con ogni sua forza e suo potere
+In fronte la ferì de un gran riverso.
+Io non sapria cantando far vedere
+Di lei lo assalto orribile e diverso,
+Ché, non curando più la sua persona,
+Verso Aquilante tutta se abandona.
+
+Ferì con tal superbia la adirata,
+Con tal ruina e con furor cotanto,
+Che, se non fosse la piastra incantata,
+Fesso l'avria per mezzo tutto quanto.
+Dicea il franco Grifon: - Cagna rabbiata,
+Tu non te donarai al mondo il vanto
+Che promisso hai, de occider mio germano:
+Ma serà tuo zanzar bugiardo e vano. -
+
+Così dicendo la ferì del brando
+Con gran tempesta ne l'elmo lucente.
+Or, bei segnori, a Dio ve racomando,
+Perché finito è il mio dire al presente;
+E, se tornati, verrovi contando
+Questa battaglia nel canto sequente,
+Qual fo tra gente di cotanto ardire,
+Che ve fia gran diletto odendol dire.
+
+Canto ventesimoquarto
+
+Se non me inganna, segnor, la memoria,
+Seguir convene una zuffa grandissima,
+Ché a l'altro canto abandonai la istoria
+Della dama terribile e fortissima,
+Quale ha tanta arroganza e sì gran boria,
+Che vergognata se stima e vilissima
+E che beffando ogni om dietro gli rida,
+Se tutto il mondo a morte non disfida.
+
+Da l'altra parte Aquilante e Grifone
+Eran duo cavallier di tanto ardire,
+Che lo universo non avea barone
+Qual gli potesse entrambi sostenire:
+Dico né Orlando, né il figlio de Amone,
+O di qual altro più se possa dire,
+Perché ciascun di lor, fronte per fronte,
+Tiene battaglia al pro' Ranaldo e al conte.
+
+Onde una zuffa sì pericolosa
+Non fo nel mondo più fatta giamai,
+Come fu tra Marfisa valorosa
+E i duo guerrer, che avean prodezza assai.
+Per ordine vi voglio or dir la cosa,
+Ché, se ben mi ramento, io ve lasciai
+Come la dama ne l'elmo forbito
+Era percossa da Grifone ardito.
+
+A lui se volta con tanta ruina,
+Che lo credette al tutto dissipare;
+Gionse nel scudo la forte regina,
+E quel spezzato fa per terra andare;
+E se non era l'armatura fina
+Che quella fata bianca ebbe a incantare,
+Tagliava lui con tutto il suo destriero,
+Tanto fu il colpo dispietato e fiero.
+
+Ben gli rispuose il franco giovanetto
+Ed a due man ne l'elmo la percosse,
+E callò il brando ne lo armato petto.
+Aquilante a quel tempo ancor se mosse;
+Ma la regina con molto dispetto
+Contra di lui turbata rivoltosse,
+E nel viso il ferì con tal tempesta,
+Che su le groppe il fie' piegar la testa.
+
+Né pone indugia, che a Grifon se volta,
+E mena un colpo tanto disperato,
+Che al giovanetto avria la vita tolta,
+Se quel non fusse per incanto armato.
+Mentre a quel colpo è la dama disciolta,
+Aquilante arivò da l'altro lato,
+E con gran furia ne l'elmo la afferra,
+Credendo a forza metterla per terra.
+
+Forte tira Aquilante ad ambe braccia;
+Marfisa abranca lui di sopra al scudo,
+E via dal petto con la mano il straccia.
+Allor Grifone, il giovanetto drudo,
+De aiutare Aquilante se procaccia,
+E menò un colpo dispietato e crudo,
+Tal che col brando il scudo gli fracassa;
+Lei se rivolta ed Aquilante lassa.
+
+Lascia Aquilante e voltasi al germano,
+E lo ferì de un colpo furïoso;
+Or chi più presto può, gioca de mano,
+Né indugia vi si pone, o alcun riposo.
+Come in un tempo oscuro e subitano,
+Che vien con troni e vento ruïnoso,
+Grandine e pioggia batte in ogni sponda,
+Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda;
+
+Così son essi, ed era il suo colpire:
+Nïun de' duo quella dama abandona,
+Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire.
+Lei da altra parte è sì franca persona,
+Che il lor vantaggio poco viene a dire.
+Alle spesse percosse il cel risuona;
+Né vinti fabri a botta di martello
+Farian tanto rumore e tal flagello.
+
+Vicino a questi, proprio in su quel piano,
+Era un'altra terribil questïone,
+Però che 'l franco sir de Montealbano
+Ha il re Adrïano adosso e Chiarïone.
+Benché ferito è quel baron soprano
+Forte nel braccio manco e nel gallone,
+Pure è sì fiero e sì di guerra saggio,
+Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio.
+
+Tra il forte Oberto e quel re de Turchia
+La zuffa cominciata ancor durava;
+Torindo la battaglia mantenia,
+Abenché Oberto forte lo avanzava.
+Più fier cresce lo assalto tutta via,
+In quei tre lochi ogni om se adoperava;
+Vero è che con più ardore ed altra guisa
+Se combattea là dove era Marfisa.
+
+Ma poi de tutte tre queste battaglie
+Vi contaraggio il fin, ciò vi prometto;
+Or convengo narrarvi altre travaglie
+De il conte Orlando, che giva soletto
+Tra l'aspre spine e le sassose scaglie,
+Dove il lasciai, in quel folto boschetto;
+Sol di trovare il suo compagno ha cura,
+Sempre cercando insino a notte scura.
+
+Da poi che 'l giorno al tutto fu passato,
+E già splendia nel cel ciascuna stella,
+E non trova colui che egli ha cercato,
+Né scontra che de quel sappia novella,
+Smonta Baiardo e discese nel prato,
+Ed avea seco quella damigella
+Di cui longo parlare aveti odito,
+Qual fie' la beffa al suo vecchio marito.
+
+Lei de essere assalita dubitava,
+E forse non gli avria fatto contrasto;
+Ma questo dubbio non gli bisognava,
+Ché Orlando non era uso a cotal pasto.
+Turpino affirma che il conte de Brava
+Fo ne la vita sua vergine e casto.
+Credete voi quel che vi piace ormai;
+Turpin de l'altre cose dice assai.
+
+Colcossi a l'erba verde il conte Orlando,
+Né mai se mosse insino al dì nascente.
+Lui dormia forte, sempre sornachiando;
+Ma la donzella non dormì nïente,
+Perché stava sospesa, imaginando
+Che questo cavallier tanto valente
+Non fosse al tutto sì crudo de core,
+Che non pigliasse alcun piacer de amore.
+
+Ma poi che la chiara alba era levata,
+E vide del baron le triste prove,
+In groppa gli montò disconsolata,
+E se saputo avesse andare altrove,
+Via volentieri ne serebbe andata;
+Ma, come io dico, non sapeva il dove.
+Malinconiosa e tacita si stava:
+Il conte la cagion gli domandava.
+
+Ella rispose: - Il vostro sornacchiare
+Non mi lasciò questa notte dormire,
+Et, oltra a ciò, me sentia piziccare. -
+Dicendo questo e volendo altro dire,
+Avanti a loro una donzella appare,
+Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire,
+Sopra de un palafren di seta adorno;
+Un libro ha in mano ed alle spalle un corno.
+
+Bianco era il corno e d'un ricco lavoro,
+Troppo mirabilmente fabricato;
+Di smalto colorito e splendido oro
+Da ciascun capo e in mezo era legato;
+E ben valeva infinito tesoro,
+De tante ricche pietre era adornato:
+E, come io dissi, il porta una donzella
+Sopra de l'altre grazïosa e bella.
+
+Come fu giunta, ad Orlando se inchina,
+E con parlar cortese e voce pura
+Gli disse: - Cavallier, questa matina
+Trovato aveti la maggior ventura
+Che abbia la terra e tutta la marina;
+Ma a ciò bisogna un cor senza paura,
+Quale aver debbe un cavallier perfetto,
+Sì come voi mostrati nello aspetto.
+
+Questo libro la insegna ad acquistare,
+Ma il modo e la maniera convien dire.
+Prima il bel corno vi convien suonare,
+Poi de improviso questo libro aprire,
+E leggeriti quel che avriti a fare
+Di quella cosa che abbia ad apparire;
+Perché, suonando il corno, a prima voce
+Verrà qualcosa orribile e feroce.
+
+Ma il libro chiarirà, quale io ve ho detto,
+Come vi abbiate in quella a governare;
+E non crediati già di aver diletto,
+Ma converravi il brando adoperare.
+Come sereti fuor di quel sospetto,
+Non vi bisogna ponto indugïare,
+Ché vostra libertà vi serìa tolta;
+Ma il corno suonareti un'altra volta.
+
+Ed a quel suono ancor qualche altra cosa
+Vedreti uscire e qualche gran periglio;
+E voi, come persona valorosa,
+Aprite il libro e prendite consiglio;
+Ma se teneti l'alma paurosa,
+A tal ventura non dati de piglio;
+Perché ardito principio e mala fine
+Fatto ha più volte assai gente tapine.
+
+E ciò ve dico per questa ragione:
+Il corno per incanto è fabricato,
+E se alcun cavalliero è sì fellone,
+Che dopo il primo suon sia spaventato,
+Sempre seranne in sua vita pregione,
+Ché a la Isola del Lago fia menato;
+Né a cui spiace il finir, die' cominciare:
+Tre volte il corno se convien sonare.
+
+Alle due prime incontra gran travaglia,
+Pena e fatica troppo smisurata,
+Ed a ciascuna convien far battaglia;
+Ma, suonando da poi la terza fiata,
+Non bisogna adoprar brando né maglia,
+Che uscirà cosa tanto aventurata,
+Qual, se campasti ancor de li anni cento
+In vostra vita, vi farà contento. -
+
+Da poi che il conte dalla dama intese
+L'alta ventura e la gran meraviglia,
+De trarla al fine entro al suo cor se accese,
+Né fra sé pensa o con altrui consiglia,
+Ma con gran voluntà la man distese,
+E prestamente il libro e il corno piglia;
+E per meglio acconciarse a quella guerra,
+La dama che avea in groppa pose a terra.
+
+Poi messe a bocca il corno in abandono,
+Come colui che ciò ben far sapiva.
+Sembrava quasi quella voce un trono,
+E ben da longe de intorno se odiva;
+Ed ecco nella fin del primo suono
+Una gran pietra in due parte se apriva;
+La pietra a cento braccia era vicina:
+Tutta se aperse con molta ruina.
+
+Rotta che fo la pietra per traverso,
+Duo tori uscirno con molto rumore,
+Ciascun più fiero orribile e diverso,
+Con vista cruda e piena di terrore.
+Le corne avian di ferro, e il pel riverso
+Tutto alla testa, e di strano colore,
+Però che or verde, or negro se mostrava,
+Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.
+
+Aperse Orlando il libro incontinente;
+Così diceva a ponto la scrittura:
+'Cavallier, sappi che serai perdente,
+Se ad occider quei duo tu poni cura,
+Ché con la spada faresti nïente;
+Ma se vôi trare a fin questa ventura,
+Pigliarli te convien con molta pena
+E legarli ambi insieme a una catena.
+
+Poi che sian gionti, ti conviene andare
+Là dove vedi la pietra intagliata,
+E il campo ivi de intorno tutto arare;
+E questo è quanto alla prima sonata.
+Nella seconda torna a riguardare,
+Perché il modo e la via te fia mostrata
+De aver de questa impresa onore o morte.
+Via! via! barone; e fa che te conforte.'
+
+Non fece Orlando al libro più riguardo,
+Ma se rivolse al fraccassato sasso;
+Né certo bisognava esser più tardo,
+Però che e tori uscirno a gran fracasso.
+Esso era già smontato di Baiardo,
+E lor contra ne andava a fermo passo.
+Or gionse il primo ed abassa la testa
+E ferì in fianco il conte a gran tempesta.
+
+Più de otto braccia ad alto l'ha gettato,
+E cade in terra con grave percossa.
+Gionse il secondo, e col corno ferrato
+Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa,
+E un'altra fiata al cel lo ebbe levato,
+E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa;
+Vero è che alcun di lor non l'ha ferito,
+Perché è fatato il cavalliero ardito.
+
+Or se lui se turbò, non dimandate,
+Ché contar non puotria la voce umana;
+Come ebbe in terra le piante fermate,
+Ben dimostrava sua forza soprana,
+Botte menando tanto desperate
+Che sibillar faceva Durindana;
+E per le corne e pel dosso peloso
+Mena a traverso il conte furïoso.
+
+Ma, come il brando suo fosse de un fusto,
+Non li puotea tagliar la pelle adosso;
+Così fatato avean quei tori il busto,
+Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso;
+E benché 'l conte fosse aspro e robusto,
+L'avean di qua, di là tanto percosso,
+Con le corne di ferro sì pistato,
+Che a gran fatica puotea trar il fiato.
+
+Pur, come quel che è fiero oltra a misura,
+Facea del suo dolore aspra vendetta;
+Sempre combatte con vista secura,
+E de ferire a l'uno e a l'altro afretta;
+E benché abbian la pelle e grossa e dura,
+Muggiavan molte fiate per gran stretta,
+Ché lui feriva con tanta roina,
+Che spesso a terra or questo or quello inchina.
+
+E cominciavan già de rinculare,
+A testa bassa facendo diffesa;
+Ma, come il conte gli andava a trovare,
+Era di novo sua superbia accesa.
+Così tre volte se ebbero a fermare,
+E tre volte tornarno alla contesa:
+Al fine Orlando, per finir la guerra,
+Un d'essi in fronte per un corno afferra.
+
+Con la sinistra man nel corno il piglia,
+E quel, forte mugiando, furïava
+Facendo salti grandi a meraviglia,
+E già per questo Orlando nol lasciava.
+Esso avea tratto a Baiardo la briglia
+E sotto la cintura la portava.
+Questa era aredinata di catena:
+Prendela il conte e il toro intorno mena.
+
+E mentre che così questo ragira,
+Tenendol tuttavia preso nel corno,
+Quell'altro toro, acceso de molta ira,
+Sempre ferendo a lui giva d'intorno.
+Il conte con gran forza il primo tira
+Dove è un pilastro de marmore adorno,
+Che fu del re Bavardo sepultura,
+Come mostrava intorno la scrittura.
+
+Con questa briglia il primo ebbe legato,
+E similmente ancor prese il secondo;
+E poi che l'ebbe a quel sasso menato,
+Tanto gli batte al colpo furibondo,
+Che a l'uno e l'altro è l'orgoglio mancato.
+Non se indugia il guerrer, che è fior del mondo,
+Ma sì fra e tori attacca la sua spada,
+Che 'l stocco avanti e l'elzo adrieto vada.
+
+Poi se fece d'un tronco una gran mazza,
+E come biolco se pone ad arare;
+Quei duo feroci tori avanti cazza
+E dritto il solco li fa caminare.
+Sempre col tronco li batte e minazza:
+Mai non fu visto il più bel lavorare.
+Per terra è Durindana e par che rada,
+Radice e pietre taglia quella spada.
+
+Poi che fu il campo nelle sue confine
+Arato tutto, Orlando fie' gran festa,
+Dio ringraziando e sue virtù divine,
+Che gli avea dato onor de tanta inchiesta.
+Poi lasciò e tori, e non se vidde il fine
+De lor, che se ne andarno con tempesta;
+Muggiando forte via passarno un monte,
+E uscîr de vista alle donzelle e al conte.
+
+Benché sofferto avesse molto affanno
+Il franco conte alla battaglia dura,
+A lui pareva ciascuna ora uno anno
+De poter trare a fin tanta ventura;
+Né stima che per forza o per inganno
+Possa esser vinta sua mente sicura.
+Senza altramente adunque riposare,
+Prende il bel corno e comincia a suonare.
+
+Era smontata giù del palafreno
+Quella donzella che portava il corno,
+E nel bel prato de fioretti pieno
+Se avea d'una ghirlanda il capo adorno;
+Ma, come il suon del conte venne meno,
+Tremò quella campagna tutta intorno,
+E un piccol monticel ch'era in quel loco,
+Se aperse in cima e fuor gettò gran foco.
+
+Stavasi queto il figlio di Melone,
+Per veder ciò che al fine avesse a uscire.
+Ecco fuor di quel monte esce un dragone,
+Terribil tanto, ch'io nol posso dire.
+La dama, che sapea la fatasone,
+Tenne quell'altra, che volea fuggire,
+Dicendo: - Sopra me stati sicura,
+Ché solo al cavallier tocca paura.
+
+Questa facenda a noi non apartiene,
+Ma quel barone al tutto fia deserto. -
+Rispose l'altra: - Ben se gli conviene,
+Ché un più malvaggio al mondo non è certo. -
+Adunque ciascadun m'intenda bene,
+Perché il caso de Orlando mostra aperto
+Che ogni servigio di dama si perde
+Chi non adacqua il suo fioretto verde.
+
+Or torno a ragionar di quel serpente
+Che un altro non fu mai visto maggiore.
+Di scaglie verde e d'oro era lucente,
+L'ale ha depinte in diverso colore.
+Tre lingue avea ed acuto ogni dente,
+Battea la coda con molto rumore,
+Sempre gettava foco e fiamma viva,
+Che da l'orecchie e di bocca li usciva.
+
+Come il serpente in tutto si scoperse,
+Il conte, che teniva il libro in mano,
+Gli vide scritto ove prima lo aperse:
+' Nel mondo tutto, per monte e per piano,
+Tanta fatica mai altrui sofferse
+Come tu soffrirai, baron soprano;
+Ma forse ancora potresti campare,
+Se quel ch'io dico, te amenti di fare.
+
+Questa battaglia conviene esser presta,
+Perché il serpente è di tossico pieno,
+E getta fumo e fiamma sì molesta,
+Che ti farebbe tosto venir meno;
+Ma stu potesti tagliarli la testa,
+Non dubitar di foco o di veleno,
+E piglia pur quel capo arditamente:
+Rompilo sì, che ne traggi ogni dente.
+
+E questi denti tu seminerai
+In questa terra per te lavorata,
+E poi mirabil cosa vederai:
+Di tal semente nascer gente armata,
+Forte ed ardita, e tu lo provarai.
+Or va, che se tu campi a questa fiata
+E se tu porti di tal guerra onore,
+Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.'
+
+Non par che in quel libro altro più se scriva:
+Il conte prestamente lo serrava,
+Perché il serpente già sopra gli ariva
+Con l'ale aperte, e gran furia menava,
+Gettando sempre foco e fiama viva.
+Con alto ardire Orlando l'aspettava;
+La bocca aperse il diverso dragone,
+Credendosi ingiottirlo in un boccone.
+
+Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese,
+E tutto quanto l'ebbe dissipato.
+Era di legno, e sì forte se accese,
+Che presto e incontinente fu bruciato;
+E così il sbergo e l'elmo e ogni altro arnese
+Venne quasi rovente ed affocato:
+Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero
+Ardea tuttora in capo al cavalliero.
+
+Non ebbe il conte mai cotal battaglia,
+Poi che a quel foco contrastar conviene;
+Forza non giova o arte di scrimaglia,
+Perché gran fumo, che con fiamma viene,
+Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia,
+Né apena vede il brando che in man tiene;
+Ma, ben che abbia il veder quasi già perso,
+Pur mena il brando a dritto ed a roverso.
+
+Così di qua di là sempre menando
+In quella zuffa oscura e tenebrosa,
+Nel collo il gionse pure al fin col brando,
+E via tagliò la testa sanguinosa;
+Quella poi prese il conte e, remirando,
+Ben gli parve quel capo orribil cosa,
+Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno;
+Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno.
+
+L'elmo se trasse poi quel conte ardito
+E dentro i denti di quel drago pose;
+Dapoi nel campo arato se ne è gito,
+Sì come il libro nel suo canto espose.
+Dove Bavardo il re fu sepellito,
+Seminò lui le seme venenose;
+Turpin, che mai non mente in alcun loco,
+Dice che penne uscirno a poco a poco.
+
+Penne depinte, dico, de cimieri
+Uscirno a poco a poco de la terra,
+E dapoi gli elmi e' petti de' guerreri
+E tutto il busto integro si disserra.
+Prima pedoni, e poscia cavallieri
+Uscîr, tutti cridando: - Guerra, guerra! -
+Con trombe e con bandiere, a gran tempesta:
+Ciascun la lancia verso Orlando arresta.
+
+Veggendo il conte la cosa sì strana,
+Disse fra sé: "Questa semenza ria
+Mieter mi converrà con Durindana,
+Ma s'io n'ho mal, la colpa è tutta mia,
+Perché diletto ha pur la gente umana
+Lamentarsi d'altrui per sua follia:
+Ma colui pianger debbe a doppie doglie
+Che per mal seminar peggio raccoglie."
+
+Così dicendo il conte non fu tardo,
+Perché a guarnirsi tempo non gli avanza;
+L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo,
+E non aveva più scudo né lanza.
+Di piana terra salta su Baiardo
+E quel percote con molta arroganza
+Contra alla gente che gli ariva intorno,
+Che, pur mo nata, die' morir quel giorno.
+
+Or che bisogna ch'io vada contando
+E colpi ad un ad uno e il lor ferire,
+Dapoi che contra a Durindana il brando
+Non val coperta, né arme, né scrimire?
+Però concludo in fin che il conte Orlando
+Tutti li fece in quel giorno morire;
+Come nel campo fur morti e dispersi,
+L'arme e i cavalli e i corpi fôr somersi.
+
+Da poi che il conte per tutto ivi intorno
+Vide la gente morta e dissipata,
+Che in vita fatto avea poco soggiorno,
+E dove nacque se era sotterrata,
+Lui non indugia e pone a bocca il corno,
+Per donar fine alla terza suonata,
+E darsi a tal ventura ultimo vanto,
+Come io vi contarò ne l'altro canto.
+
+Canto ventesimoquinto
+
+Il conte Orlando il corno a bocca pose,
+Sì come a l'altro canto io vi lasciai,
+Ché trare al fine in tutto se dispose
+L'alte aventure, e non posarsi mai
+Sin che quelle opre sì meravigliose
+Che apparevano al suon, come contai,
+Non fussero apparite tutte quante;
+Però suonava quel segnor de Anglante.
+
+Tanto suonava, che al suonar si stanca
+Quel vago corno il cavallier ardito.
+Nulla d'intorno appare e il giorno manca,
+E già temeva lui d'esser schernito,
+Quando una cucciarella tutta bianca
+Gionse latrando nel prato fiorito;
+Il conte alla cuccietta pone cura,
+Dicendo: "Dio me doni alta ventura!
+
+Tanta fatica adunque e tanto stento
+Aver durato me incresce per certo;
+Ma tardo ormai ed indarno mi pento,
+Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto.
+È questo ciò che me die' far contento?
+È questo il guidardone? È questo il merto,
+Qual promise la dama in abandono,
+Che doveva apparire al terzo suono?"
+
+Così dicendo ratto si voltava
+Per girne altrove, tutto disdegnoso;
+Il conte il corno per terra gettava
+E via fugiva a corso roïnoso.
+Ma la donzella a gran voce il chiamava:
+- Aspetta, aspetta, baron valoroso!
+Ché non è al mondo re né imperatore,
+Che abbia ventura di questa maggiore.
+
+Ascolta adunque il mio parlar, che spiana
+Di questa cucciarella il bel lavoro.
+Una isoletta non molto lontana
+Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro;
+Ivi è una fata, nomata Morgana,
+Che alle gente diverse dona l'oro;
+Quanto per tutto il mondo or se ne spande,
+Convien che ad essa prima se dimande.
+
+Lei sotto terra il manda a l'alti monti,
+Dove se cava poi con gran fatica;
+E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti,
+E in India, dove il coglie la formica.
+Abada e guarda ben che sian disgionti,
+Ché ciascaduno un pesce ne nutrica;
+E vo' che sappi il nome per ragione:
+Timavo è l'uno, e l'altro è il carpïone.
+
+Questi due pesci viveno d'ôr fino.
+Ora, per seguitar la mia novella,
+Dico che ogni metallo ha in suo domìno
+De oro e de argento Morgana la bella;
+Ed è venuto per questo confino
+Da lei mandata quella cucciarella
+Per farte sempre in tua vita beato,
+Poiché tre volte il suo corno hai suonato.
+
+Ché non fo al mondo mai più cavalliero,
+Qual lo suonasse la seconda volta,
+Benché molti provarno tal mestiero,
+Ma sempre a tutti fu la vita tolta.
+Or lascia adunque ogni tristo pensiero,
+Franco barone, e il mio parlare ascolta,
+Accioché sappi la cosa compiuta,
+Perché la cuccia al corno sia venuta.
+
+Morgana, della quale io t'ho parlato,
+Quale è regina delle cose adorne,
+Ha per il mondo un suo cervo mandato,
+Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne.
+Quel per incanto a modo è fabricato,
+Che in alcun loco mai non si soggiorne,
+Ma sempre, via fuggendo a meraviglia,
+Cerca la terra e non trova chi 'l piglia.
+
+Né se potrebbe per forza pigliare,
+Senza l'aiuto di quella cuccietta;
+Lei primamente lo sa ritrovare,
+Poi lo caccia cridando con gran fretta.
+Conviensi quella voce seguitare,
+Perché lor van legier come saetta;
+La cuccia il caccia in pista con tempesta
+Sei giorni integri, e al settimo s'arresta.
+
+Perché quel giorno, giongendo alla fonte
+Dove se tuffa il cervo pauroso,
+Quivi si prende senza oltraggio ed onte,
+E fa il suo cacciatore aventuroso,
+Però che muta e corni dalla fronte
+Sei volte il giorno, e ciascuno è ramoso
+Di trenta bronchi; e la rama distesa
+Con bronchi insieme cento libre pesa.
+
+Sì che tanto tesoro adunarai,
+Come abbi preso quel cervo afatato,
+Che ne serai contento sempre mai,
+Se la ricchezza fa l'omo beato.
+Forse che ancor l'amore acquisterai
+Di quella fata che t'aggio contato:
+Dico Morgana da quel viso adorno,
+Più bella assai che 'l sole in mezo il giorno. -
+
+Orlando sorridendo l'ascoltava
+Ed a gran pena la lasciò finire,
+Perché esso le ricchezze non curava,
+Qual gli ebbe la donzella a proferire,
+Sì che rispose: - Dama, non mi grava
+Avermi posto a rischio de morire,
+Però che di periglio e di fatica
+L'onor de cavallier sol se nutrica.
+
+Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento
+Non m'avria fatto mai il brando cavare;
+Però chi pone ad acquistar talento,
+Lui se vôl senza fine affaticare;
+E come acquista più, manco è contento,
+Né si può lo appetito sazïare;
+Ché qualunche n'ha più, più ne desia:
+Adunque senza capo è questa via.
+
+Senza capo è la strata ed infinita,
+De onore e de diletto al tutto priva.
+Chi va per essa, a caminar s'aita,
+Ma dove gionger vôl, mai non ariva;
+Sì che la voglio al tutto aver smarita,
+Né gli vo' caminar per sin ch'io viva;
+E accioché meglio intendi il mio parlare,
+Dico che 'l cervo non voglio cacciare.
+
+Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altrui
+Questa ventura di tanta ricchezza,
+Perch'io ora non sono e mai non fui
+Da cortesia partito e gentilezza;
+E vile e discortese è ben colui
+Qual la sua dama più che 'l cor non prezza;
+Ed io so che m'aspetta or la mia dama,
+E parmi odir la voce che mi chiama.
+
+(Ben me ricorda come io la lasciai
+Con guerra nella rocca assedïata:
+Ora che indovinar me sapria mai
+Come sia quella zuffa aterminata?
+Il campo e la battaglia abandonai
+Per seguire Agrican quella giornata;
+E combatteva l'una e l'altra gente,
+Sì che non so di lor chi sia perdente.) -
+
+Così con seco istesso ragionava
+Il conte, assai pensoso ne la ciera,
+E la donzella alla croppa invitava,
+La qual pur vi salì mal volentiera.
+Lasciò quell'altra, e già via caminava;
+Ecco ad un ponte, sopra una rivera,
+Passava un cavalliero in vista arguta:
+Cortesemente Orlando lo saluta.
+
+Ma il cavallier, che vide la donzella,
+Ben presto la cognobbe nel sembiante,
+Che questa è Leodilla, quella bella,
+Quale è figliola del re Manodante;
+Onde ad Orlando subito favella
+Con minaccevol voce ed arrogante:
+- Questa è mia dama, che robbata m'hai!
+Presto la lascia, o presto morirai. -
+
+- Se l'è tua, - disse il conte - e tua si sia,
+Ché già per lei non voglio prender brica;
+Totila, per Macone! e vanne via,
+Che me pare alle spalle aver l'ortica;
+E te ringrazio di tal cortesia,
+Poi che me assolvi di tanta fatica.
+Con essa ove te piace ne puoi gire,
+Pur che con meco non voglia venire. -
+
+Il cavalliero, odendo il ragionare
+Che facea Orlando, di tanta viltade,
+Qual ne la vista sì feroce appare,
+Gran meraviglia ne ebbe in veritade.
+Prese la dama, e senza altro parlare
+Via caminarno per diverse strade;
+L'uno a levante ad Albraca ne gia,
+L'altro a ponente verso Circasia.
+
+Ordauro era nomato il cavalliero,
+Questo che al conte la donzella tolse,
+Né tolta già l'avria per esser fiero,
+Ma perché Orlando contrastar non volse,
+Quale avea ad Angelica il pensiero;
+Però dalla battaglia se disciolse,
+E parli più d'uno anno ciascuna ora,
+Che arivi dove Angelica dimora.
+
+Lasciamo lui che ben forte camina,
+Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa,
+Qual più sempre s'accende a gran ruina,
+Né mai se vide più terribil cosa.
+Vedevasi Marfisa la regina
+Di qua di là voltar sì furïosa,
+Perché Aquilante e 'l suo fratel pregiato
+La combatteano atorno in ciascun lato.
+
+E vedeasi il feroce fio de Amone,
+Ferito crudelmente e sanguinoso,
+Cacciare il re Adrïano e Chiarïone;
+Vedevasi Torindo valoroso
+Combatter contra Oberto dal Leone:
+Stavasi Trufaldin solo in riposo.
+Questo ne l'altro canto io vi contai:
+Ora voglio finir quel ch'io lasciai.
+
+Come andasse la cosa in su quel piano
+De le tre zuffe, vi voglio contare.
+Sì come io dissi, Trufaldin villano
+Stava da parte la guerra a guardare;
+E quando Chiarïone ed Adrïano
+Cominciâr per Ranaldo a rinculare,
+Come colui che avea molta paura
+Ne la rocca fuggì dentro alle mura.
+
+Ranaldo non lo vide in su quel ponto,
+Ché certamente non serìa campato,
+Ben presto Rabican l'avrebbe gionto;
+Ma tanto era alla zuffa riscaldato,
+Che nol vide partir, come io vi conto;
+Ma solo il vide alla porta arivato,
+E, vòlto ai duo baron, con gran furore
+Disse: - Fuggito è pur quel traditore.
+
+Sì che ascoltati quel che vi vo' dire,
+E procurati metterlo ad effetto,
+Se non voleti al presente morire,
+Ché ben ve occiderò senza rispetto;
+Ma se me prometteti far venire
+Con voi doman nel campo il maledetto,
+Voglio che questa guerra cominciata
+Or sia fornita per questa giornata.
+
+E tutti voi, che aveti la difesa
+Del vostro glorïoso Trufaldino,
+Come serà del sol la luce accesa,
+Verriti giù nel campo al bel matino
+E quivi finirà nostra contesa,
+E morirà quel perfido assassino;
+O veramente ch'io vi serò morto,
+Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -
+
+Queste parole diceva Ranaldo,
+Ed altro ch'io non curo arricontare;
+Onde l'accordo fo fatto di saldo,
+A benché con Marfisa fo da fare,
+Perché essa aveva il core acceso e caldo,
+Né la battaglia mai volse lasciare,
+Sin che Aquilante non giura e Grifone
+Tornar per l'altro giorno alla tenzone,
+
+E mantener battaglia per un giorno,
+Sin che serà nel mare il sole ascoso.
+Così dentro alla rocca fier' ritorno
+Ciascun barone afflitto e doloroso,
+E non avevan pezzo d'arme intorno
+Che non fosse percosso e sanguinoso;
+Né stavan quei di fuori ad altra guisa,
+Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.
+
+Ciascuno attese con solenne cura
+A sua persona ed a sua guarnisone.
+Quei della rocca tutti avean paura,
+Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone;
+E ragionavan della guerra dura,
+Come era stato ciascun compagnone.
+Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito;
+In tal forma ha ogniom de voi schernito. -
+
+- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai
+Che 'l cavalliero è il sir de Montealbano.
+Noi lo pregammo con parole assai
+Che non venisse con noi alle mano;
+Ma lui non se lasciò parlar giamai,
+Tanto è feroce e di cor subitano;
+E così domattina a l'altra guerra
+O noi, on esso andrà morto alla terra. -
+
+Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato,
+Ché ad ogni modo rimarrai perdente,
+Perché io me trovarò da l'altro lato,
+E vado da Ranaldo incontinente.
+Quando nel campo me vedriti armato,
+So ben che non voriti per nïente,
+Né serà alcun di voi tanto sicuro,
+Che esca tre passi fuor longe dal muro. -
+
+Rise Aquilante che lo cognoscia,
+Ed al duca rispose: - Alla bon'ora,
+Dapoi che esser convene, e così sia! -
+Astolfo non fie' già lunga dimora,
+Ché della rocca fuora se ne uscia;
+Né oscurato era in tutto il giorno ancora,
+Quando e cugini insieme se trovaro,
+E con gran festa insieme se abracciaro.
+
+Lasciamo questi insieme al pavaglione,
+Che se posarno insino alla matina,
+E ritornamo al fïo di Melone,
+Qual con gran voluntà sempre camina,
+Tanto che ad Albracà gionse al girone;
+E già il sole alla sera se dichina,
+Quando quel cavallier cotanto forte
+Gionse alla rocca dentro dalle porte.
+
+E già non par che venga dalla danza;
+L'arme ha spezzato ed è senza cimiero,
+Arsa è la sopravesta, e non ha lanza
+E non ha scudo l'ardito guerrero;
+Ma pur mostrava ancor grande arroganza,
+Tanto superbo avea lo aspetto fiero,
+E qualunche il mirasse in su Baiardo
+Direbbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo.
+
+Come fo gionto dentro a l'alta rocca,
+Angelica la bella l'incontrava.
+Lui salta de l'arcion, che nulla tocca;
+La dama di sua mano il disarmava,
+E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca:
+Non dimandati come Orlando stava;
+Ché, quando presso si sentì quel viso,
+Credette esser di certo in paradiso.
+
+Avea la dama un bagno apparecchiato,
+Troppo gentile e di suave odore,
+E di sua mano il conte ebbe spogliato,
+Baciandol spesse fiate con amore.
+Poi l'ungiva d'uno olio delicato,
+Che caccia de la carne ogni livore;
+E quando la persona è afflitta e stanca,
+Per quel ritorna vigorosa e franca.
+
+Stavasi 'l conte quieto e vergognoso,
+Mentre la dama intorno il maneggiava;
+E benché fosse di questo gioioso,
+Crescere in alcun loco non mostrava.
+Intra nel fine in quel bagno odoroso,
+E sé dal collo in giù tutto lavava,
+E poi che asciutto fu, con gran diletto
+Per poco spazio se colca nel letto.
+
+E dopo questo la donzella il mena
+Intro una ricca zambra ed apparata,
+Dove posarno con piacere a cena,
+Ché vi era ogni vivanda delicata.
+Nel fin la dama con faccia serena,
+Standosi al collo a quel conte abracciata,
+Lo prega e lo scongiura con bel dire
+Che d'una cosa la voglia servire.
+
+- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia
+- Fammi promessa, e non me la negare,
+Se vôi che più sia tua ch'io non son mia,
+Ché a tal servigio me puoi comparare;
+Né creder che aggia tanta scortesia,
+Che da te voglia quel che non puoi fare;
+Ma sol cheggio da te che per mio amore
+Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.
+
+E che non abbi al mondo alcun riguardo,
+Ma ch'io veda di te l'ultima prova,
+Perch'io starò a veder se sei gagliardo,
+Né creder che d'adosso occhio te mova,
+Sin che a terra non vada ogni stendardo
+De la gente che in campo se ritrova;
+E ben so che farai ciò, se tu vôi,
+Perché io conosco quel che vali e pôi.
+
+Una dama feroce, arabïata,
+Qual venne col mio patre in mia diffesa,
+Senza cagione alcuna è ribellata,
+Di mal talento e di furore accesa;
+Come vedi, m'ha quivi assedïata,
+E, se tu non me aiuti, io serò presa
+Da la crudel, che tanto odio mi porta
+Che con tormento e strazio serò morta. -
+
+Così disse la dama, e lacrimando
+Il viso al cavallier tutto bagnava.
+Apena se ritenne il conte Orlando
+Che alor alora tutto se armava;
+E rispondea nïente, e fulminando
+Gli occhi abragiati d'intorno voltava.
+Poi che la furia fu passata un poco
+Il volto a lei rivolse, e parea foco:
+
+Né già puote la dama sofferire
+Di riguardare alla terribil faccia.
+Dissegli il conte: - Dama, a te servire
+Mi reputo dal cel a tanta graccia;
+E quella dama che me avesti a dire,
+Fia da me morta, o presa, o messa a caccia;
+E quando fosse il mondo tutto quanto
+Con seco armato, ancor de ciò me vanto. -
+
+Rimase assai contenta la donzella
+Veggendo il proferir di quel barone,
+Ché ben sapea quel che lui vale in sella.
+Frutti e confetti di molta ragione
+Furno portati a quella zambra bella;
+Gionsero in questa Aquilante e Grifone,
+E ciascun con Orlando fo abracciato;
+Angelica di poi tolse combiato.
+
+Ella se parte zoiosa e festante
+Per la promessa di quel cavalliero,
+Tanto superba di cotale amante,
+Che di Marfisa più non ha pensiero.
+Come partita fu, disse Aquilante
+Al conte Orlando: - Il ti farà mestiero
+Domane esser gagliardo sopra il piano,
+Perché avrai contra il sir de Montealbano.
+
+Egli è venuto e non so la cagione,
+Ma fuor de l'intelletto al tutto pare,
+Ché tutti quanti qua dentro al girone
+Ci ha preso con vergogna a disfidare.
+Io lo pregai, ed ancora Grifone,
+Ma lui non si lasciò giamai parlare,
+Né dir se li può mai ragion che vaglia,
+Onde c'è forza far seco battaglia. -
+
+- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando
+- E che per lui non abbi altro avisato? -
+Disse Aquilante: - A Dio mi racomando,
+Stato son seco a fronte e gli ho parlato,
+E combattei con lui brando per brando;
+E tu me stimi tanto smemorato,
+E sì fuor d'intelletto e di ragione,
+Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -
+
+Grifone quel medesimo dicia,
+Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto;
+E quando il conte tal cosa intendia,
+Tutto cambiosse nel sembiante arguto,
+E prese nel pensier gran zelosia,
+Che qua non fusse Ranaldo venuto
+Sol per amor de Angelica la bella;
+Onde gran doglia dentro il cor martella.
+
+Presto dette combiato ai duo germani,
+E ne la zambra se chiuse soletto,
+E giva intorno stringendo le mani,
+Ardendo di gran sdegno e di dispetto;
+E con lamenti e con sospiri insani
+Senza spogliarse se gettò sul letto,
+Ove con pianti e dolente parole
+In cotal forma si lamenta e dole:
+
+"Ahi vita umana, trista e dolorosa,
+Nella qual mai diletto alcun non dura!
+Sì come a la giornata luminosa
+Vien drieto incontinente notte oscura;
+Così non fu giamai cosa gioiosa,
+Che non fusse meschiata di sventura;
+Ma ogni diletto è breve e via trapassa,
+La doglia sempre dura e mai non lassa.
+
+E questo si può dir per me, tapino,
+Qual con tanto piacere e tanto onore
+Accolto fui da quel viso divino,
+Ch'io non credetti aver più mai dolore;
+Ma poi fu ciò per farme più meschino,
+E che la pena mia fusse maggiore;
+Ché perder l'acquistato è maggior doglia,
+Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.
+
+Io son venuto nella fin del mondo
+Per l'amor d'una dama conquistare,
+Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo,
+Quanto m'avria saputo imaginare:
+Non vôl Fortuna ch'io gionga al secondo,
+Perché Ranaldo me viene a sturbare.
+E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto:
+Ma certo l'un de noi rimarrà morto.
+
+Sempre a mia possa l'aggio favorito
+Nella gran corte de lo imperatore;
+E mille volte che è stato bandito,
+L'ho ritornato in grazia al mio segnore.
+Lui amato non m'ha né reverito;
+Pur, a sua onta, io son di lui maggiore,
+Ché egli è di piccol terra castellano,
+Ed io son conte e senator romano.
+
+Lui non mi porta amore o riverenza,
+Bench'io m'abbia de ciò poco a curare,
+E sempre io volsi che la mia prudenza
+La sua pacìa dovesse temperare;
+Or romper mi convien la pacïenza,
+Ché a tal taglier non puon duo giotti stare,
+Sì che finirla io son deliberato,
+Ché compagnia non vôle amor né stato.
+
+Se lui campasse, egli ha tanta malizia,
+Ch'io resterebbi di mia vita privo;
+Lui sa del lusingare ogni tristizia,
+E più che alcun demonio egli è cattivo;
+E se io volessi alciare una pelizia
+Di donna, io non serìa morto né vivo:
+Se lei non m'insegnasse o desse ardire,
+Cominciar non saprebbi io né finire.
+
+Ché! dico io, adunque fia abattuta
+La lunga parentezza ed amistade,
+Che fu da' nostri antiqui mantenuta?
+Mal faccio, e lo cognosco in veritade;
+Ma da dritta ragione amor mi muta,
+E fia partita al tutto con le spade
+Nostra amistade antiqua e parentella,
+E l'amor nostro di questa donzella."
+
+Così col cor di doglia tutto ardente
+Il conte seco stesso ragionava,
+E quella notte non dormì nïente,
+Ma spesso a ciascun lato si voltava.
+Il tempo via trapassa e lui non sente,
+Ma la luna e le stelle biasimava,
+Che al suo occidente non faccian ritorno
+Per donar loco al luminoso giorno.
+
+Più de tre ore avanti al matutino
+Il conte a gran ruina fu levato;
+Una tempesta sembra il paladino,
+Passeggiando d'intorno tutto armato.
+L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino,
+E Durindana il suo buon brando a lato;
+Giù nella stalla va il conte gagliardo,
+E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.
+
+E su ritorna nella rocca ancora,
+Guardando se il giorno esce a l'orïente,
+E non può comportar nulla dimora,
+Ma rodendo si va l'ongie col dente.
+Ora andati, segnori, alla bona ora,
+Perché io riservo nel canto sequente
+Un smisurato assalto ed inumano,
+Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.
+
+Canto ventesimosesto
+
+Sin qui battaglie e colpi smisurati,
+Che fôr tra l'uno e l'altro cavalliero,
+E terribili assalti aggio contati;
+Or salir sopra 'l cel mi fa mestiero,
+Ché duo baroni a fronte sono armati,
+Che me fanno tremar tutto il pensiero.
+Se vi piace, segnori, oditi un poco
+De' duo guerreri uno animo di foco.
+
+Di sopra vi contai sì come Orlando
+Solo aspettando il giorno si dispera;
+Di qua di là va sempre fulminando,
+E batte e denti quella anima fiera;
+Trasse con ira Durindana il brando,
+Come davante a lui fosse la ciera
+Del re Agolante e del figliol Troiano,
+Sì furïoso mena ad ambe mano.
+
+Dice la istoria che a lui era davante
+Un gran Macon di pietra marmorina:
+Era intagliato a guisa d'un gigante.
+In questo gionse il conte a gran ruina,
+Sì che dal capo insin sotto le piante
+Tutto il fraccassa Durindana fina;
+Tanti colpi li dà dritto e a roverso,
+Che a terra in pezzi lo mandò disperso.
+
+Con questa furia il senator romano
+Stava aspettando il giorno luminoso;
+Ma giù nel campo il sir de Montealbano
+Non prende già di lui maggior riposo,
+Ché è tutto armato ed ha Fusberta in mano,
+E tempestando va quel furïoso:
+Arbori e piante con la spada taglia,
+Tanto desire avea di far battaglia.
+
+Era ancora la notte molto oscura,
+Né in alcun lato si mostrava il giorno,
+Quando Ranaldo, ch'è senza paura,
+Monta a destriero e pone a bocca il corno.
+Ben par che 'l monte tremi e la pianura,
+Sì forte suona quel barone adorno;
+E 'l conte Orlando cognobbe di saldo
+A quel suonare il corno di Ranaldo.
+
+E tanta fiamma li soggionse al core,
+Che più non pose a l'ira indugio o sosta,
+E prese il corno; e con molto romore
+Gli fece minacciando aspra risposta,
+Dicendo nel suonar: - Can traditore,
+Come te piace ormai vieni a tua posta,
+Ch'io smonto al piano, e ben te sazio dire
+Che di tua gionta ti farò pentire. -
+
+Già l'aria se rischiara a poco a poco,
+E vien l'alba vermiglia al bel sereno;
+Le stelle al sol nascente donan loco,
+De le quali era il ciel prima ripieno.
+Alora il conte, come avesse il foco
+Veduto intorno a sé, né più né meno,
+Battendo e denti e crollando la testa
+L'elmo s'allaccia con molta tempesta.
+
+Prese Baiardo alla sella ferrata,
+Sopra gli salta con molta arroganza;
+E tanta fretta avea quella giornata,
+Che seco non portò scudo né lanza.
+Venne alla porta, e quella era serrata,
+Perché la rocca avea cotale usanza,
+Che ponte non callava o porta apriva,
+Sin che il sol chiaro il giorno non usciva.
+
+Avrebbe il conte quel ponte reciso
+E spezzata la porta e misso al piano,
+Se non che la sua dama n'ebbe aviso,
+E venne ad esso con sembiante umano.
+Quando lui vide l'angelico viso,
+Quasi li cadde il bon brando di mano,
+E poi che fu saltato della sella
+Ingenocchiosse avanti alla donzella.
+
+Lei abbracciava quel franco guerriero,
+Dicendoli: - Baron, dove ne vai?
+Tu m'hai promesso, e sei mio cavalliero;
+Questo giorno per me combattarai,
+E per l'amor di me questo cimiero
+E questo ricco scudo portarai.
+Abbi sempre il pensiero a cui te 'l dona,
+Ed opra ben per lei la tua persona. -
+
+Così dicendo gli donava un scudo,
+Che 'l campo è d'oro e l'armelino è bianco,
+E un bel cimier, che è un fanciulletto nudo
+Con l'arco e l'ale, e le saette al fianco.
+Quel conte, che pur mo fu tanto crudo,
+Mirando la donzella venìa manco,
+E tanta zoia sentì e tal disire,
+Che d'allegrezza si sente morire.
+
+In questo ragionar gionse Grifone
+Per gire alla battaglia, tutto armato;
+Ed Aquilante è seco e Chiarïone,
+Il re Adrïano a l'elmo incoronato.
+Venir non puote Oberto dal Leone,
+Perché la piaga il viso avea gonfiato,
+E per non la curare e farne stima
+Più noia n'ebbe ne la fin che prima.
+
+Or lui restava. E venne Trufaldino,
+Per cui far si dicea la gran battaglia.
+Smarito era nel volto il malandrino,
+Ma non sa ritrovar scusa che vaglia,
+Ché pur gli convien fare il mal camino
+Là giù nel piano, alla aperta prataglia;
+E pensando di sé l'oltraggio e il torto,
+Parea nel volto sfigurato e morto.
+
+Lasciàn costor, che del forte girone
+Aprian la porta, e il ponte fan callare;
+E ritornamo a Ranaldo de Amone,
+Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare;
+E, benché egli abbia il dritto e la ragione,
+Già non voria con lui battaglia fare,
+Perché lo amava di coraggio fino,
+Come germano e suo carnal cugino.
+
+E nel suo cor pensoso era turbato
+Come dovesse terminar la impresa,
+Ché occider Trufaldino avea giurato,
+E il conte l'avea tolto in sua diffesa.
+Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivato
+E la regina di valore accesa;
+Seco Prasildo ed Iroldo venìa,
+Con lor Torindo, re della Turchia.
+
+Come fôr giunti dove era Ranaldo,
+- Su, - disse Astolfo - non prendiam dimora!
+Batter si vôle il ferro, mentre è caldo. -
+Disse il principe: - Pian ben se lavora.
+Stati, cugin mio bello, un poco saldo,
+Che voi non seti ove credeti ancora;
+Perch'io ve aviso che a noi qui davante
+Vedreti armato il fier conte de Anglante. -
+
+Marfisa a quel parlare alciò la fronte,
+Quasi ridendo, con vista sicura,
+E disse al fio d'Amon: - Chi è questo conte,
+Qual non è gionto e già ti fa paura?
+Se proprio fosse quel che occise Almonte
+Con tutti e paladin, non ne do cura;
+Ma quel conte d'Angante che detto hai,
+Io non lo oditi nominar più mai. -
+
+Non rispose Ranaldo al suo parlare,
+Che ad altra cosa avea maggior pensiero,
+Perché vedea del monte giù callare
+Que' sei baroni: Orlando era il primero,
+Che terribil parea solo a guardare,
+Aspro ne gli atti e ne l'aspetto fiero.
+Quando Marfisa a lui fece riguardo,
+Disse: - Quel primo ha vista di gagliardo. -
+
+Rispose Astolfo a lei: - Non fare estima,
+Che ogni zuffa che hai fatta, è stata un scherzo.
+Benché èi d'ardire e di prodezza in cima,
+Io ti saggio acertar ch'egli è un mal guerzo.
+Tu, se te piace, andrai contra a lui prima,
+Questo serà il secondo, io serò il terzo.
+So che seriti a terra riversati,
+Ma ben vi scoderò, non dubitati. -
+
+Disse Marfisa: - Certo assai mi pesa
+Ch'io non possa provarme a quel valetto,
+Perché mi convien fare altra contesa.
+Ma sopra la mia fede io ti prometto,
+Se io non son da quei duo morta ni presa,
+Ch'io vederò de lui l'ultimo effetto. -
+Così stan questi ragionando in vano,
+Ma il conte Orlando è già gionto nel piano.
+
+Come fu gionto alla ripa del prato,
+Sua lancia arresta, che è grosso troncone.
+Stava Aquilante da lui al destro lato,
+Ed al sinistro veniva Grifone.
+Trufaldin che color avea mutato
+Per la paura, e possa Chiarïone,
+Tutti di para insieme, e il re Adrïano
+Vengon spronando con le lance in mano.
+
+Da l'altra parte Marfisa se mosse:
+Seco Ranaldo, ed un gran fuste arresta;
+Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse,
+Torindo e il duca Astolfo con tempesta.
+Tutti han le lancie smisurate e grosse:
+La giostra se incomincia, aspra e robesta.
+Ad uno ad uno e scontri vi vo' dire,
+E tutto il fatto, come ebbe a seguire.
+
+Marfisa se scontrò con Aquilante,
+Ciascun parve di pietra una colona;
+Né a drieto se riversa o piega avante,
+Tanto avevan quei duo franca persona:
+Le lancie fraccassarno tutte quante.
+Il duca Astolfo ratto se abandona,
+E quella lancia che è tutta d'ôr fino,
+Spronando abassa contra a Trufaldino.
+
+Ma lui, che d'ogni inganno sapea l'arte,
+Come l'un l'altro al scontro se avicina,
+Malvagiamente se piegò da parte;
+Poi da traverso, quella mala spina
+(Come scrive Turpino alle sue carte)
+Feritte Astolfo con tanta roina,
+Che suo ardir non gli valse né sua possa,
+Ma cadde al prato con grave percossa.
+
+Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra,
+Ch'io voglio adesso agli altri seguitare,
+Poi che contar convien tutta la guerra.
+Prasildo al re Adrïan s'ebbe a incontrare;
+Contra de Iroldo Chiarïon si serra,
+Né bon iudicio si potrebbe dare
+Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno,
+Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno.
+
+Torindo fo colpito da Grifone,
+E netto se n'andò fuor della sella;
+Il franco Orlando e il forte fio d'Amone
+Se vanno addosso con tanta flagella,
+Che profondar l'un l'altro ha opinïone.
+Ora ascoltate che strana novella:
+Il bon Baiardo cognobbe di saldo,
+Come fu gionto, il suo patron Ranaldo.
+
+Orlando il guadagnò, come io ve ho detto,
+Allor che il re Agrican fece morire;
+E quel destrier, come avesse intelletto,
+Contra Ranaldo non volse venire;
+Ma voltasi a traverso a mal dispetto
+De Orlando, proprio al contro del ferire.
+Sua lancia cadde al conte in su l'arcione,
+Ranaldo lo colpì sopra al gallone;
+
+E fu per roversarlo a l'altro lato.
+Or chi saprebbe a ponto ricontare
+L'alto furor di quel conte adirato?
+Ché, quando a più tempesta mugia il mare,
+E quando a maggior foco è divampato,
+E quando se ode la terra tremare,
+Nulla serebbe a l'ira smisurata
+Che in sé raccolse Orlando in quella fiata.
+
+Non vedea lume per li occhi nïente,
+Benché gli avesse come fiamma viva;
+E sì forte battea dente con dente,
+Che di lontan il gran romor se odiva.
+Del naso gli uscia fiato sì rovente,
+Che proprio il riguardar foco appariva.
+Or più di ciò contar non è mestiero:
+Con ambi sproni afferra il bon destriero.
+
+Ed a quel tempo ben ricolse il freno,
+Credendolo a tal guisa rivoltare;
+Non si muove Baiardo più ni meno,
+Come fosse nel prato a pascolare.
+Poi che Ranaldo vidde il fatto a pieno,
+Comincia al conte in tal modo a parlare:
+- Gentil cugin, tu sai che a Dio verace
+Ogni iniustizia e mal fatto dispiace.
+
+Ove hai lasciata quella mente pura
+E l'animo gentil che avevi in Franza,
+Diffensor di bontade e di drittura,
+E di fraude nemico e dislïanza?
+Caro mio conte, io ho molta paura
+Che cambiato non sii per mala usanza,
+E che questa malvaggia meretrice
+T'aggia stirpato il cor de la radice.
+
+Voresti mai che si sapesse in corte
+Che hai la diffesa per un traditore?
+Or non te serìa meglio aver la morte,
+Che avere in fronte tanto disonore?
+Deh lascia Trufaldino, o baron forte,
+E di quella ribalda il falso amore!
+Che in veritate, a non dirti menzogna,
+Non so de qual acquisti più vergogna. -
+
+Orlando gli dicea: - Ecco un ladrone,
+Che è divenuto bon predicatore.
+Or può ben star sicuro ogni montone,
+Da poi che il lupo si è fatto pastore.
+Tu mi conforti con bella ragione
+Abandonar de Angelica lo amore;
+Ma guardar die' ciascun d'esser ben netto,
+Prima che altrui riprenda de diffetto.
+
+Io non venni già qui per dir parole,
+A ben ch'io non mi possa adoperare,
+E sopra ogni sventura ciò mi dole;
+Ma fami al peggio ormai che tu pôi fare,
+Ché non serà nascoso il giorno il sole,
+Che molta pena ti farò portare
+Di quel villan parlare e discortese,
+Qual de mia dama avesti ora palese. -
+
+Così parlando ogniun sta dal suo lato.
+Non era il conte a dismontare ardito:
+Ché, prima a terra fosse dismontato,
+Via ne serebbe Baiardo fuggito.
+Sendo bon pezzo ciascun dimorato,
+Che l'uno a l'altro non avea ferito,
+Ranaldo, riguardando in quel confino,
+Ebbe veduto il falso Trufaldino,
+
+Che aveva Astolfo abattuto nel piano.
+Esso a destriero d'intorno il feriva:
+Quel se deffende con la spada in mano;
+Ecco Ranaldo che sopra gli ariva.
+Quando venire il vidde quel villano,
+Che avea d'ogni virtù l'anima priva,
+Come fugge il colombo dal falcone
+Così prese a fuggir dal fio d'Amone.
+
+Esso fuggendo a gran voce cridava:
+- Aiuto! aiuto! o franchi cavallieri -
+E la promessa fede adimandava;
+E ben soccorso gli facea mestieri,
+Ché già quasi Ranaldo lo arivava.
+Ma tutti quanti quelli altri guerreri
+Abandonarno sua prima tenzone,
+Tirando tutti adosso al fio d'Amone.
+
+Orlando nol seguia, come io vi conto,
+Perché Baiardo non puotea guidare;
+Ma ben gionse Grifone a ponto a ponto
+Che apena Trufaldin dovea campare.
+Come Ranaldo lo vidde esser gionto,
+Subitamente se ebbe a rivoltare,
+E ferisce a Grifon sì gran riverso,
+Che quello ha il spirto e l'intelletto perso.
+
+Qua non se indugia, e segue Trufaldino,
+Che tuttavia fuggiva per quel piano;
+Ma fece in quel fuggir poco camino,
+Ché ebbe a le spalle il destrier Rabicano,
+E venuto era di morte al confino:
+Ma soccorso gli dava il re Adrïano.
+Ranaldo lo ferì con tanta possa,
+Che a terra lo fe' andar quella percossa.
+
+Trufaldin se ne andava tuttavia
+Ben mezo miglio a Ranaldo davante;
+Ma Rabicano a tal modo seguia,
+Come avesse ale in loco delle piante.
+Ranaldo gionto il traditore avia,
+Ma di traverso ancor gionse Aquilante,
+E l'un ferisce l'altro con tempesta.
+Ranaldo colse lui sopra la testa,
+
+Sì che alle croppe lo mandò roverso,
+Fuor di se stesso e pien di stordigione;
+Né ancora ha Trufaldin di vista perso,
+Quando alla zuffa è gionto Chiarïone.
+Menò Ranaldo un colpo sì diverso,
+Che gettò quel ferito de l'arcione;
+E segue Trufaldin con tanta fretta,
+Che apena è più veloce una saetta.
+
+Mentre che così caccia quel ribaldo,
+Il conte con Marfisa s'azuffava,
+Però che, mentre che non vi è Ranaldo,
+A suo piacer Baiardo governava.
+Ciascuno alle percosse era più saldo,
+Né alcun vantaggio vi se iudicava;
+Vero è che 'l conte avea suspizïone,
+Non se fidando al tutto del ronzone.
+
+E però combattea pensoso e tardo,
+Usando a suo vantaggio ciascuna arte:
+E benché se sentisse ancor gagliardo,
+Chiese riposo e trassese da parte.
+Mentre che intorno faceva riguardo,
+Vidde nel campo gionto Brandimarte,
+E ben se rallegrò nel suo pensiero,
+Ché Brigliadoro ha questo, il suo destriero.
+
+Subitamente a lui se ne fu andato;
+Ciascun raconta la sua disventura,
+E fu tra loro alfin deliberato
+(Ché Brandimarte ha rotto l'armatura)
+Che nella rocca lui sia ritornato,
+E là meni Baiardo a bona cura.
+Su Brigliadoro il conte valoroso
+È già montato, e non vôl più riposo.
+
+Non vôl riposo più quel sir d'Anglante,
+Anci si mosse con molta roina;
+E con parlar superbo e minacciante
+Isfida a morte la forte regina.
+L'un mosse verso l'altro lo afferrante,
+Ciascun morire o vincer se destina:
+Questa zuffa dirò poi tutta aponto,
+Ma torno a Trufaldin, ch'era già gionto.
+
+Ranaldo il gionse a la rocca vicino,
+E non crediati che 'l voglia pregione,
+Benché vivo pigliò quel malandrino,
+E legòl stretto con bona ragione;
+Indi con le gambe alto e il capo chino
+Alla coda lo attacca del ronzone;
+Poi per il campo corre a gran furore
+Cridando: - Or chi diffende il traditore? -
+
+Era il franco Grifon già risentito,
+E Chiarïon montato e il re Adrïano,
+Quando Ranaldo fu da loro odito,
+E posensi a seguirlo per quel piano.
+Ma sì presto ne andava ed espedito,
+Ch'era seguìto da costoro in vano;
+Così ne andava Rabicano isteso,
+Come alla coda non avesse il peso.
+
+Sempre Ranaldo a gran voce cridava:
+- Ove son quei che avean cotanto ardire,
+Che de un sol cavallier non li bastava,
+Ma volean tutto il mondo sostenire?
+Or vedon Trufaldino, e non li grava
+Che in sua presenzia lo faccio morire?
+Se alcun v'è ancora a cui piaccia l'impresa,
+Venga a staccarlo e prenda sua diffesa. -
+
+Così diceva il barone animoso,
+Via strasinando Trufaldino al basso,
+Che era già mezo morto il doloroso,
+Percotendo la testa ad ogni sasso;
+Ed era tutto il campo sanguinoso,
+Dove correa Ranaldo a gran fraccasso;
+Ed ogni pietra acuta e ciascun spino
+Un pezzo ritenia de Trufaldino.
+
+Moritte quel malvaggio a cotal guisa,
+E ben lo meritava in veritate,
+Come la istoria sopra vi divisa,
+Ch'era d'inganni pieno e falsitate.
+Or torno al conte Orlando ed a Marfisa,
+Che nel secondo assalto a nude spate
+Fan sì crudel battaglia e sì diversa,
+Che par che 'l celo e il mondo se sumersa.
+
+A disusato modo e troppo orribile
+Tra loro era inasprita la battaglia;
+Ed al contar serìa cosa incredibile
+Quelle arme che Marfisa al conte taglia.
+Lui d'altra parte ognior vien più terribile,
+Benché romper non può piastra, né maglia;
+Pur mena colpi di tanta roina,
+Che a forza fa piegar quella regina.
+
+Cresce ogni ora lo assalto più diverso,
+E' crudel colpi fuor d'ogni misura.
+Ecco passar Ranaldo in sul traverso,
+Proprio davanti alla battaglia scura;
+E Trufaldino avea tutto disperso
+La testa e il busto insino alla cintura;
+Ché per le spine e' sassi in quel distretto
+Rimase eran le braccia, il capo e il petto.
+
+A gran furor Ranaldo trapassava,
+Cridando sì che intorno è bene inteso;
+E dicea: - Cavallieri, or non vi grava
+Che non abbiati questo re diffeso,
+Qual di bontate vi rasomigliava?
+Ove è lo ardire e quello animo acceso
+Che dimostraste ne l'estremo vanto,
+Quando sfidasti il mondo tutto quanto? -
+
+Orlando intese quel parlare altiero,
+Che lo spronava in tanta villania,
+Onde a Marfisa disse: - Cavalliero
+(Perché altramente non la cognoscia),
+Io me sfidai con quello altro primiero,
+Compir voglio con lui l'impresa mia;
+Come io lo occido, se 'l mio Dio mi vaglia,
+Con teco fornirò l'altra battaglia. -
+
+Disse Marfisa a lui: - Tu sei errato,
+Se presto credi occider quel barone,
+Perché io, che l'uno e l'altro aggio provato,
+Di te nol tengo in manco opinïone.
+Tu de la vita altrui hai bon mercato,
+E senza l'oste fai questa ragione;
+Ma tu pôi ben vantarti ed aver caro
+Se questa sera vi trovati al paro.
+
+Or vanne, ch'io mi fermo a riguardare
+Qual abbia di voi duo maggior possanza;
+Ma se i compagni tuoi per aiutare
+Vengano a te, come è la lor usanza,
+Quell'alta rocca vi farò trovare,
+Né so se avreti ben tempo a bastanza:
+Se tu combatti come il dritto chiede,
+Offeso non serai su la mia fede. -
+
+Non so se Orlando il tutto puote odire,
+Che già dietro a Ranaldo è posto in caccia;
+Sempre cridando l'aveva a seguire:
+- Aspetta, ché chi fugge mal minaccia;
+E chi desidra gli altri sbigotire,
+Non die' voltar le spalle, ma la faccia;
+Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto,
+Ché hai bon destriero e non credi esser gionto. -
+
+A quel cridar del conte il fio d'Amone
+Iratamente se ebbe a rivoltare,
+Dicendo: - Io non vo' teco questïone,
+E tu per ogni modo la vôi fare;
+Unde te dico che, avendo ragione,
+Omo del mondo non voglio schiffare;
+Ma siami testimonio Dio verace
+Che aver guerra con te m'incresce e spiace. -
+
+- Ben ne son certo, - disse il sir d'Anglante
+- Che te rincresce di tal guerra assai,
+Ché non avrai a far con mercadante,
+Né un pover forastier dispogliarai.
+Or non usiamo parole cotante:
+Mostra pur tuo valor, se ponto n'hai;
+Perché io te acerto e sazote ben dire
+Che a te bisogna vincere o morire. -
+
+Dicea Ranaldo a lui: - Guerra non aggio,
+Né voglio aver con teco, il mio cugino;
+Perdon ti cheggio, s'io t'ho fatto oltraggio,
+Ben ch'io nol feci mai, per Dio divino!
+E se onta ti repùti o ver dannaggio
+Ch'io abbia preso e morto Trufaldino,
+A ciascun tuo piacer farò palese
+Che non te ritrovasti in sue diffese. -
+
+Rispose il conte ad esso: - Animo vile,
+Che ben de chi sei nato hai dimostranza,
+Mai non fusti figliol d'Amon gentile,
+Ma del falso Genamo di Maganza.
+Pur mo te dimostravi sì virile
+E ragionavi con tanta arroganza:
+Or che condutto al paragon ti vedi,
+Mercé piangendo e perdonanza chiedi. -
+
+Perse la pazïenza a quel parlare
+Il fio de Amone, e con terribil guardo
+Verso de Orlando gli occhi ebbe a voltare,
+Ed a lui disse: - Tanto sei gagliardo,
+Che ogni om ti teme e convienti onorare;
+Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo,
+Presto potrai veder, come io ti dico,
+Ch'io non ti temo e non te stimo un fico.
+
+Come l'abbi robbato io non ho cura:
+Rendime il mio destriero, e sìate onore.
+Tu ne l'hai via mandato per paura,
+Ché di tenerlo non ti dava il core;
+Ma, se egli avesse de intorno le mura
+Tutte de acciaro, lo trarò di fore;
+Ed odi come io parlo chiaro e sodo:
+Io lo voglio per forza ad ogni modo. -
+
+- La prova vederemo incontinente -
+Rispose Orlando, sorridendo un poco:
+E non avea già faccia de ridente,
+Ma battea labre e gli occhi come foco.
+Or, bei Segnori, io vi lascio al presente,
+E se voi tornareti in questo loco,
+Dirò questa battaglia dove io lasso,
+Che un'altra non fu mai di tal fraccasso.
+
+Canto ventesimosettimo
+
+Chi mi darà la voce e le parole,
+E un proferir magnanimo e profondo?
+Ché mai cosa più fiera sotto il sole
+Non fu mirata a lo universo mondo.
+L'altre battaglie fôr rose e vïole:
+A ricontar di questa io mi confondo,
+Perché il valor e il pregio della terra
+A fronte son condutti in questa guerra.
+
+Era ciascun di lor tanto adirato,
+Che facean sbigotir chi gli guardava;
+E molti se partîr senza comiato,
+E poca gente se gli avicinava;
+Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato,
+E nel suo ragionar l'aria tremava;
+E chiunque stava di lontano un poco,
+Giurava che lor volti eran di foco.
+
+E si facean l'un l'altro orribil guardi,
+Parlando con voce aspra e minacciante;
+E benché al cominciar paresser tardi,
+Come io ve dimostrai nel dir davante,
+Ciò fu che di persona sì gagliardi
+E di cor fu ciascun tanto arrogante,
+Che ragionando si stavano adaggio,
+Mostrando non curar alcun vantaggio.
+
+Ma poi che Orlando trasse Durindana
+Forte cridando: - Or se vedrà la prova,
+Se a tua prodezza, che è tanto soprana,
+Un altro pare in terra se ritrova! -
+La cosa più non va suave e piana;
+Ponto è Ranaldo: convien che si mova.
+Però prende Fusberta ad ambe mano,
+E verso il conte sprona Rabicano.
+
+E menò un colpo terribile e fiero,
+Come colui che ha forza oltra misura;
+Il dio d'amor, che ha il conte per cimiero,
+Volò con l'ale rotte alla pianura.
+L'elmo d'Almonte ben gli fie' mestiero,
+Ché qua la affatason non lo assicura,
+Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca,
+Che gli avria posto le cervelle in bocca.
+
+Ma il conte, che d'orgoglio è troppo caldo,
+Quella percossa non cura un lupino;
+E, stretto come un scoglio a l'onde saldo,
+Che non se crolla dal vento marino,
+Lui con gran forza percosse Ranaldo
+Sopra de l'elmo, che fu de Mambrino;
+Ma lui, che è tanto fiero e sì possente,
+Per quel gran colpo se mosse nïente.
+
+E risposene un altro con roina,
+Dov'è il scudo e la lancia discoperta,
+E piastra non vi valse, o maglia fina,
+Ché via la tagliò tutta con Fusberta;
+Seco la giuppa alla terra dechina,
+Sì che fece mostrar la carne aperta.
+Per questo d'ira il conte più s'accese,
+Ed a Ranaldo un gran colpo distese.
+
+Gionse a traverso del manco gallone,
+E misse a terra gran parte del scudo,
+E usbergo e piastra e grosso pancirone
+Fraccassa con roina il brando crudo;
+Portò seco la giuppa e il camisone,
+Sì che mostrar li fece il fianco nudo.
+Ciascun de ira se accende e di mal fele,
+E la battaglia ognior vien più crudele.
+
+Ranaldo prese un cruccio sì diverso,
+Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto;
+E menò ad ambe mano un gran roverso,
+Tal che, se l'elmo non fosse de incanto,
+Tutto l'avrebbe spezzato e disperso;
+E per quel colpo orribile e tamanto
+Orlando se stordì per tal maniera,
+Che non sapea quel loco dove egli era.
+
+Il suo destrier correndo andava intorno,
+Portandol stramortito in su la sella.
+Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno
+Non durarà fra noi questa novella. -
+E per darli di morte ultimo scorno
+Un altro colpo adosso li martella;
+Io non saprebbi ben dir la cagione,
+Ma il conte alora uscì de stordigione.
+
+E risentito, cognobbe Ranaldo,
+Qual gli era sopra per farlo morire.
+Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo,
+Mala ventura te ha fatto venire,
+Però che morto sei se tu stai saldo,
+E vergognato se prendi a fuggire.
+Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio,
+Ché averti alcun riguardo più non voglio. -
+
+Così dicendo il conte a due man prese,
+Forte turbato, Durindana dura,
+E percosse ne l'elmo, e quel se accese
+A foco e fiamma con molta paura.
+Ranaldo su le croppe se distese
+Per quel gran colpo fuor d'ogni misura:
+Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano;
+Via ne l'arcione il porta Rabicano.
+
+Ma non fu giamai drago ni serpente,
+Che racogliesse in sé tanto veleno,
+Quanto Ranaldo alor che si risente:
+Il cor avea di foco e il viso pieno.
+Verso de Orlando iniquitosamente
+Prende a due mano il brando e lascia il freno;
+E similmente il senator romano
+Contra lui vene, e mena ad ambe mano.
+
+Ferîr l'un l'altro con alto romore,
+Ciascun più furïoso e disperato;
+E sempre cresce la zuffa maggiore,
+E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato;
+Né scorger ben se può chi aggia il megliore,
+Ché in poco tempo cangiasi il mercato;
+Or se veggion ferir de animo accesi,
+Or su le croppe andar morti e distesi.
+
+E si feriano con tanta nequizia
+Che a vendetta crudel serìa bastante,
+E con aspro parlar l'un l'altro astizia.
+Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante:
+- Oggi hai trovato il brando di iustizia!
+Confessa le tue amende tutte quante;
+Che sei per fama publico ladrone,
+Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. -
+
+- Tu te credi tuttora essere in Franza, -
+Disse Ranaldo - e gli altri minacciare.
+Chi cambia terra, die' cambiare usanza;
+Re Carlo quivi non può comandare.
+Tu me di' villania con arroganza,
+E credi ch'io te 'l voglia comportare?
+Ed a farne la prova in ogni loco,
+Io son meglior di te molto, e non poco.
+
+Di che hai superbia, dimme, bastardone?
+Perché occidesti Almonte alla fontana,
+Che era legato in braccio al re Carlone,
+Ora te vanti, e porti Durindana
+Come acquistata per dritta ragione.
+Ben sei proprio figliol d'una puttana,
+Qual, perso che ha l'onor, più non lo stima
+E più sfacciata è dopo il fal che in prima.
+
+Datte forse arroganza il re Troiano?
+Né ti vergogni di quella novella,
+Che, ancor ferito a morte e senza mano,
+Te trasse a tuo dispetto de la sella?
+Tu insieme lo occidesti in su quel piano:
+Va, ti nascondi, va, vil feminella!
+Tra gli omini apparere hai ardimento,
+E sei condutto a tanto tradimento? -
+
+Diceva Orlando a lui: - Non fa mestiero
+De la nostra bontade disputare;
+Ché tu sei ladro, ed io son cavalliero,
+E tutto il mondo lo sa iudicare;
+E bene aggio ragion s'io sono altiero
+De Almonte e de Troian, che hai a contare,
+Che fur di tanto pregio e di tal raccia,
+Che non gli avresti tu guardati in faccia.
+
+Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro
+Che era corona d'ogni paladino,
+Quai stati non serian con un tuo paro,
+Ché alcun di lor non era malandrino.
+Or tu te vanti, e pôi bene aver caro,
+De avere occiso il forte re Mambrino;
+Ma non sa dir alcun come andò il fatto,
+Perché tu pur fuggisti al primo tratto.
+
+Quella battaglia fu molto nascosa
+Là dopo il monte, e senza testimonio;
+Chi giurarà come andasse la cosa,
+E se il tuo Malagise col demonio
+Te dette la vittoria sì pomposa?
+Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio,
+Che il fratel Constantin pur fu ferito
+Dopo le spalle, e fu da te tradito. -
+
+Così l'un l'altro con grave rampogna
+Se oltraggiavano insieme e cavallieri;
+Ora altro che parole ivi bisogna,
+Perché dal ragionare a i colpi fieri
+Eran venuti, e l'ira e la vergogna
+Gli avea spronati e fatti tropp'altieri;
+E se ferian con tanta crudeltade,
+Che ad ogni colpo fan foco le spade.
+
+Ferì con ira Orlando ad ambe mano,
+Sopra Ranaldo gran colpo martella;
+Poco mancò che non andasse al piano
+E stramortito uscisse de la sella.
+Come rivenne il sir de Montealbano,
+Non se accese mai lampa né facella,
+Che non sembrasse del suo lume priva,
+Tant'ha di foco lui la faccia viva.
+
+Ad Orlando ferì con gran furore
+Sopra di l'elmo, a forza sì diversa,
+Che 'l paladin, che avea tanto vigore,
+Ha il sentimento e la memoria persa;
+E per la passïone e gran dolore
+Sopra le croppe tutto si riversa;
+E for de l'arcion tanto se disserra,
+Che ogniom credette che l'andasse a terra.
+
+E non fu più giamai leon ferito,
+Né drago acceso tanto velenoso
+Come divenne Orlando risentito;
+E ben mostrava in viso furïoso,
+Ché non era a quel colpo sbigotito,
+Ma più fier divenuto ed animoso;
+Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo,
+E più del terzo gli tagliò del scudo.
+
+Rotto a traverso il scudo andò nel prato,
+Né in questo resta la tagliente spada,
+Ma la maglia gli strazia dal costato,
+E convien che ogni piastra a terra vada.
+La zuppa e il camison tutto è straziato,
+Par che ogni cosa Durindana rada,
+Sì spezza usbergo ed ogni guarnisone;
+E feritte nel fianco il fio de Amone.
+
+Ma non se avide alor de la ferita,
+Tanto era riscaldato alla battaglia;
+Ferisce al conte quella anima ardita,
+De cima al fondo il scudo gli sbaraglia.
+Ogni piastra de usbergo ebbe partita,
+E tutto il panciron fraccassa e smaglia;
+E se non fusse che il conte è fatato,
+Gran piaga gli avria fatto nel costato.
+
+S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno,
+Che facean sempre foco e le faville,
+Verrà la sera e il cel si farà bruno,
+Perché furon i colpi più di mille;
+Sì ch'io nol dico, e può pensar ciascuno
+Che non Ettor di Troia e non Achille,
+Né Ercole il grande, né il forte Sansone
+Potrian con questi star al parangone.
+
+E qual misèr Tristano e qual Gallasso,
+Qual altro cavallier de la ventura
+D'un tanto travagliar non serìa lasso,
+Per l'estrema battaglia orrenda e dura?
+Ché sempre combattero a gran fraccasso
+Da sol nascente insino a notte oscura,
+Né mai chiesen riposo a quel furore,
+Ché l'un de l'altro crede esser megliore.
+
+Ed era il ciel de stelle tutto pieno
+Prima che alcun parlasse del partire,
+Però che aveano al cor tanto veleno,
+Che se credean l'un l'altro far morire.
+Poi che la luce venne al tutto meno,
+Restarno, per vergogna, di ferire,
+Perché in quel tempo combattere al scuro
+Opra non era di baron sicuro.
+
+Diceva Orlando: - Pôi ringrazïare
+Il giorno che è partito, e il vivo sole,
+Che alquanto t'ha la morte a indugïare,
+E certamente me ne incresce e dole. -
+Dice Ranaldo: - Ciò lasciamo andare:
+Io vo' che meco vinci di parole;
+Ma già di fatto vantaggio non hai,
+Né creder, fin ch'io viva, averlo mai.
+
+E fino ad ora io sono apparecchiato
+(Per mostrar ch'io non ho di te paura)
+Di trare al fin lo assalto cominciato,
+Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. -
+Rispose il conte: - Ladro, scelerato,
+Che pur convien mostrar la tua natura,
+Come sei uso, tristo, doloroso,
+Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.
+
+Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro,
+Perché tu vedi il tuo dolor palese,
+E che prender non possi alcun riparo,
+Né fuggirti da me, né far diffese. -
+Disse Ranaldo: - Adunque e' m'è ben caro
+Esser tanto lontano al mio paese,
+Per non dar quel dolore al duca Amone,
+Poi che morir convengo a ogni rasone.
+
+Io so combatter nel bosco nascoso,
+E nel monte alto e all'aperta pianura,
+E fo battaglia al giorno luminoso,
+Matina e sera e ne la notte scura.
+Or tu sei solo al mondo glorïoso,
+Ed hai de l'onor tuo cotanta cura,
+Che non combatti se no' al sole altiero,
+Credendo altrui smarir col tuo quartiero. -
+
+Stavan gli altri baroni a lor d'intorno,
+Quei de la rocca e quei de la regina,
+Che avean lasciata sua battaglia il giorno
+Per mirar de costor l'alta ruina.
+Tra questi fo ordinato far ritorno
+Sopra quel campo ne l'altra matina,
+E diffinir la ultima battaglia,
+Chi più de ardire e di possanza vaglia.
+
+Così tornorno questi nel girone,
+Orlando, dico, e la sua compagnia;
+E gli altri ciascadun al pavaglione.
+Or suonar trombe e gran corni se odìa,
+Diversi cridi de istrane persone;
+Ed alti fuochi al campo se vedia,
+E per le mura d'intorno alla rocca
+Spesse lumere; e la campana ciocca.
+
+Angelica, di dame accompagnata,
+Venne a trovare Orlando paladino
+Dentro alla zambra ricca ed apparata:
+Quivi ha frutti, confetti e bon vino.
+La sopravesta il conte avea stracciata,
+E rotto il scudo d'ôr da l'armelino,
+E perduto il cimier del dio d'amore,
+Unde di doglia gli crepava il core.
+
+Ed aveva tal doglia nel pensiero,
+Che non sa dir se egli è morto né vivo,
+Se quella dama chiedesse il cimiero,
+O domandasse come ne fo privo.
+Ma de ciò dubitar non fo mestiero,
+Ché lei, ad antiveder troppo cativo,
+Ciò che vedeva che al conte gradava,
+Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava.
+
+Ma, così ragionando con diletto
+De la battaglia che era stata al piano,
+Non so come, ad Orlando venne detto,
+Che là giuso era il sir de Montealbano.
+La dama se commosse nello aspetto,
+Odendol nominare a mano a mano;
+Ma come quella che era saggia e trista,
+Coperse il suo pensier con falsa vista.
+
+E disse al conte: - Io ho malenconia,
+Ché oggi stetti a le mura tutto 'l giorno,
+E mai tra gli altri io non te cognoscia,
+Cotanta gente ti stava d'intorno.
+Ma se volesse la ventura mia
+Che una sol fiata, de tutte arme adorno,
+Io te vedessi bene adoperare,
+Dio d'altra cosa non voria pregare.
+
+Benché spietata sia Marfisa e dura,
+Io certamente pur voglio provare
+Se per un giorno mi farà sicura,
+Tanto ch'io possa una zuffa mirare;
+E solo or penso a cui doni la cura
+Che vada la salvezza ad impetrare.
+Qual serà quel che a lei ne vada avante?
+Io mandarò lo ardito Sacripante. -
+
+Così fu dimandato incontinente
+Re Sacripante ad Angelica bella.
+Questo avea il core e le medolle ardente
+D'amor soperchio per quella donzella,
+Come odireti nel libro sequente.
+Or, seguitando la nostra novella,
+La dama, ragionando a lui, divisa
+Quel che impetrar desidri da Marfisa.
+
+E lui se parte, ed al campo se accosta,
+Benché sia oscuro il cel, come io vi conto;
+E fece alla regina la proposta,
+Come davante a lei fo prima gionto.
+Ebbe subito grata e tal risposta,
+Qual seppe dimandare a ponto a ponto;
+La littra è suggillata, e con bel dire
+Fu ogniom securo al ritornare e al gire.
+
+Ogni stella del celo era partita,
+Fuor quella che va sempre al sol davante;
+E la rugiada per l'aria fiorita
+Se vedea cristallina e lustrigiante;
+Il celo, a la bell'alba ora apparita,
+D'oro e di rose avea preso sembiante;
+E, per dir questo in simplice parole,
+La notte è gita e non è gionto il sole,
+
+Quando la dama, mossa di quel caldo
+Che agiaccia l'intelletto ed arde il core,
+De Angelica dico io, che per Ranaldo
+Se consumava nel foco d'amore,
+Fuora del letto se levò di saldo;
+E non aspetta il giorno o il suo splendore,
+Ché ogni altro tempo li par speso invano
+Fuor che a vedere il sir de Montealbano.
+
+E poi che seppe, come io ve contai,
+Che esso nel campo al basso dimorava,
+Tutta la notte non dormì giamai,
+Né prese possa, e sol di lui pensava.
+Sperando in zoia e sospirando in guai
+L'alba serena e il bel giorno aspettava,
+Però che ogni sua voglia e suo desire
+È di veder Ranaldo, e poi morire.
+
+Ma il conte Orlando, senza altro pensiero,
+Era dormendo nel letto colcato,
+E sempre, in sogno, quello animo fiero
+Stava alla zuffa del giorno passato;
+Né credo che sia al mondo cavalliero
+Che non si fosse alquanto spaventato
+Mirando il conte in quel sonno dissolto,
+Tanto feroce e orribile è nel volto.
+
+La damigella venne a lui soletta,
+E ponto non l'ardiva risvegliare;
+Ma come fa qualunche il tempo aspetta,
+Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare,
+Così la dama, che avea maggior fretta
+Che 'l conte Orlando assai de cavalcare,
+Or col viso suave, or con la mano,
+Svegliò, toccando, il cavallier soprano.
+
+- Su, - disse ella - baron! Non più dormire,
+Ché da ogni parte già se scopre il giorno;
+Io me levai, ché me parve de odire
+Là giù nel campo al basso uno alto corno;
+E perché io voglio con teco venire
+E, se a Dio piace, far teco ritorno,
+Son venuta a svegliarti per me stessa;
+E da te voglio un dono in tua promessa. -
+
+Il conte al suo bel viso remirando
+Tutto se accese de amoroso foco,
+E la dama abracciò tutto tremando,
+Benché soletti fussero in quel loco.
+Dicea la dama: - Io son al tuo comando;
+Ma se me ami, barone, aspetta un poco,
+Ché quel ch'io dico per farti sicuro,
+Su la mia fede ti prometto e giuro.
+
+Io ti prometto che a ogni tuo volere
+Soletta in questo loco, come io sono,
+Ti lasciarò di me prender piacere,
+Se me prometti ed attendi un sol dono,
+Perch'io voglio comprendere e vedere
+Stu me ami come mostri in abandono;
+E quel ch'io voglio e quel ch'io ti dimando,
+È una battaglia sola al mio comando.
+
+Ma se tu forse sei tanto inumano,
+Che prenda il tuo piacere al mio dispetto,
+Tenuto ne sarai sempre villano,
+E tornarate in pianto quel diletto,
+Perch'io me occiderò con la mia mano,
+E passaromme in tua presenza il petto;
+Sì ch'in te solo e in tuo arbitrio dimora
+Se vôi ch'io mora, o vôi che viva ancora. -
+
+Al fin delle parole lacrimando
+Abassò il viso con molta pietate;
+Non puotè più soffrire il conte Orlando,
+Ma più di lei piangeva in veritate;
+E con somessa voce ragionando,
+Sempre chiedea perdon con umiltate,
+Dando la colpa del passato errore
+Al core ardente ed al superchio amore.
+
+Poi l'un promesse a l'altro in sacramento
+Di servar le dimande tutte a pieno.
+Il lume della luna era già spento,
+E il sole uscia del mare al ciel sereno,
+Quando quel cavallier pien de ardimento,
+Che mai di sua bontà non venne meno,
+Per provvederse alla cruda battaglia
+Tutto di piastra si copre e di maglia.
+
+E benché fusse d'animo virile
+E non temesse il mondo tutto quanto,
+Pur tutte l'arme guarda per sotile,
+Ambedue le scarpette e ciascun guanto,
+Ché ben cognosce il cavallier gentile
+Che 'l suo inimico si donava il vanto
+D'alta prodezza in ogni baronaggio;
+Però non vôl ch'egli abbia alcun vantaggio.
+
+Poi che di piastra fu tutto coperto
+Ed ebbe il suo bon brando al fianco cinto,
+Angelica la bella gli ebbe offerto
+Un cimiero alto e un scudo d'ôr destinto.
+Era il cimiero uno arboscello inserto,
+E il scudo a tale insegna ancor dipinto.
+L'elmo s'allaccia quel baron soprano,
+Monta a destriero e prende l'asta in mano.
+
+Li altri, per fare ad esso compagnia,
+Senza arme in dosso giù calarno al piano;
+Quivi Aquilante e Grifon se vedìa,
+Brandimarte vien presso e il re Ballano;
+Il conte dopo questi ne venìa,
+Ed Angelica seco a mano a mano
+Sopra d'un palafren bianco ed amblante;
+Il re Adrïan vien dietro e Sacripante.
+
+Rimase nella rocca Galafrone,
+E seco Chiarïon, che era ferito.
+Or diciamo de Orlando campïone:
+Come fo gionto nel prato fiorito,
+Sonando il corno sfida il fio d'Amone,
+Qual già nella campagna era apparito
+Tutto coperto a piastra e maglia fina;
+E seco al par Marfisa la regina.
+
+Lei senza l'elmo el viso non nasconde:
+Non fu veduta mai cosa più bella.
+Rivolto al capo avea le chiome bionde,
+E gli occhi vivi assai più ch'una stella;
+A sua beltate ogni cosa risponde:
+Destra ne gli atti, ed ardita favella,
+Brunetta alquanto e grande di persona:
+Turpin la vide, e ciò di lei ragiona.
+
+Angelica a costei già non somiglia,
+Che era assai più gentile e delicata:
+Candido ha il viso e la bocca vermiglia,
+Suave guardatura ed affatata,
+Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia:
+La chioma bionda al capo rivoltata,
+Un parlar tanto dolce e mansueto,
+Ch'ogni tristo pensier tornava lieto.
+
+Questa ne andava con Orlando a mano,
+Come poco di sopra io ve ho contato;
+E quella col segnor de Montealbano,
+Che incontra gli venìa da l'altro lato,
+Con l'arme in dosso sopra Rabicano.
+Torindo e il duca Astolfo disarmato,
+Prasildo e Iroldo pien di vigoria,
+Fanno a Ranaldo onore e compagnia.
+
+Ma poi che fôrno gionti a i verdi prati,
+Ciascun si stette dal suo lato alquanto;
+Suonando il corno si fôrno sfidati
+Quei duo che han di prodezza al mondo il vanto.
+Pregovi, bei segnor, che ritornati
+Ad ascoltarme nel seguente canto,
+Perché de l'altre zuffe ch'io contai
+Questa è più fiera ed è maggior assai.
+
+Canto ventesimottavo
+
+Chi provato non ha che cosa è amore,
+Biasmar potrebbe e due baron pregiati,
+Che insieme a guerra con tanto furore
+E con tanta ira se erano afrontati,
+Dovendosi portar l'un l'altro onore,
+Ch'eran d'un sangue e d'una gesta nati:
+Massimamente il figlio di Melone,
+Che più della battaglia era cagione.
+
+Ma chi cognosce amore e sua possanza,
+Farà la scusa di quel cavalliero;
+Ché amore il senno e lo intelletto avanza,
+Né giova al provedere arte o pensiero.
+Giovani e vecchi vanno alla sua danza,
+La bassa plebe col segnore altiero;
+Non ha remedio amore, e non la morte;
+Ciascun prende, ogni gente ed ogni sorte.
+
+E ciò se vide alora manifesto,
+Ché Orlando, qual di senno era compito,
+Di sua natura si cangiò sì presto,
+E venne impazïente allo appetito;
+Ed a Ranaldo se fece molesto,
+Col qual fu de amistà già tanto unito.
+Ora nel campo a morte lo desfida,
+Suonando il corno ad alta voce crida:
+
+- Non hai vicino il forte Montealbano,
+Che possa con sue mure ora camparte;
+Non è teco il fratel de Vivïano,
+Qual ti possa giovar con sua mala arte.
+Chi te potrà levar dalla mia mano?
+Come andarai fuggendo ed in qual parte?
+Non è citade al mondo o tenimento,
+Ove non abbi fatto un tradimento.
+
+Belisandra robbasti in Barbaria,
+Quando gli andasti come mercadante.
+Vôi tu forse tornar per quella via,
+O fuggir per il regno de Levante
+Dove sette fratei per tua folìa
+E per le fraude tue, che son cotante,
+A tradimento son condutti a morte?
+Forse in Tesaglia andar te riconforte?
+
+Re Pantasilicor da te fo preso,
+Né usata fu più mai tanta viltate,
+Perché, essendo pregion, da te fu impeso,
+Sì che non passarai per sue contrate.
+E già non posso a pieno aver inteso
+Tutte le tue magagne e crudeltate;
+Ma so che a Montalbano a notte scura
+Né al chiaro giorno è la strata sicura.
+
+So che robbasti il tesoro indïano,
+Che a me toccava per dritta ragione,
+Perché il re de India, Durastante, al piano
+Fu da me morto, e non da te, ladrone.
+Sotto la tregua del re Carlo Mano
+Robbasti al re Marsilio il suo Macone.
+Ora te penti, e fa che ben m'intenda:
+Oggi di tanto mal farai l'amenda. -
+
+Ranaldo fece al conte aspra risposta,
+Forte suonando il suo corno bondino,
+Dicendo dopo il suon: - Vieni a tua posta,
+Ché or sei vasso ed eri paladino,
+E poi che la tua mente è pur disposta
+Far la vendetta d'ogni Saracino,
+Di qualunque sia morto in ogni lato,
+Preso o disfatto, o sia da me robbato.
+
+Ma a te ramento che aggio a vendicare
+La morte iniqua d'ogni cristïano.
+Don Chiaro il paladin vo' ricordare,
+Che l'occidesti in campo di tua mano;
+Perciò se ebbe Girardo a disperare,
+E per tua colpa divenne pagano.
+Ascolta, renegato e maledetto:
+Chi dà cagione al mal, lui n'ha il diffetto.
+
+Il padre de Olivier, malvaggio cane,
+Venne per tua cagion da Carlo occiso;
+Ranaldo di Bilanda per tue mane
+Avanti al vecchio patre fo diviso.
+E tu quando ti levi la dimane,
+Credi acquistar zanzando il paradiso
+Con croce e patrinostri? Altro ci vôle
+Che per rei fatti dar bone parole.
+
+Ricordate, crudel, che a Monteforte,
+Per prender quel castello a tradimento,
+Il franco re Balante ebbe la morte,
+E ciò fu ben di tuo consentimento,
+Ché stavi apresso a Carlo Magno in corte;
+Né ti bastando il core o l'ardimento
+Di scontrarti con lui sopra al sentiero,
+Altrui mandasti, e fu morto Rugiero. -
+
+Queste parole ed altre più diverse
+Dicea Ranaldo con voce rubesta.
+Ora più oltra il conte non sofferse,
+Ma contra lui se mosse a gran tempesta;
+Ciascadun sotto il scudo si coperse,
+E con alto furor la lancia arresta,
+E vengonsi a ferir con ardimento:
+Sembrâr quei duo destrier folgor e vento.
+
+Come nel celo o sopra la marina
+Duo venti fieri, orribili e diversi
+Scontrano insieme con molta roina,
+E fan conche e navigli andar roversi;
+E come un rivo dal monte declina,
+Con sassi rotti ed arbori dispersi;
+Così quei duo baron pien di valore
+Se urtarno con altissimo rumore.
+
+Non fu piegato alcun di loro un dito,
+A benché delle lancie smisurate
+Ciascun troncone insino al celo è gito.
+Già son rivolti ed han tratto le spate;
+Né intorno fu pagan cotanto ardito
+Che non se sbigotisse in veritate,
+Quando l'un l'altro rivoltò la faccia
+Piena de orrore e de ira e de minaccia.
+
+Non vide il mondo mai cosa più cruda
+Che il fiero assalto di questa battaglia,
+E ciascun sol mirando trema e suda:
+Pensati che fa quel che se travaglia!
+In più parte avean lor la carne nuda,
+Ché mandate han per terra piastra e maglia.
+Ranaldo sopra al conte se abandona,
+Nel forte scudo il gran colpo risuona.
+
+Il scudo aperse e il brando dentro passa:
+Sopra la spalla gionse al guarnimento,
+La piastra del braccial tutta fraccassa.
+Sente a quel colpo il conte un gran tormento;
+Adosso de Ranaldo andar se lassa,
+E ben sembra al soffiar tempesta e vento;
+A man sinestra gionge il brando crudo,
+Sino alla spalla rompe e parte il scudo.
+
+A poco a poco più l'ira s'accende:
+Ranaldo sopra l'elmo gionse il conte;
+Taglio del brando a questo non offende,
+Però che era incantato e fu de Almonte,
+Ma il cavallier stordito se distende
+Per quel colpo superbo che ebbe in fronte,
+E rivenne in se stesso in poco d'ora;
+Ira e vergogna al petto lo divora.
+
+Stringendo e denti, il forte paladino
+Mena a Ranaldo un colpo nella testa:
+Gionse ne l'elmo che fu de Mambrino;
+Non fu veduta mai tanta tempesta.
+Quel baron tramortito andava e chino,
+Via fugge Rabicano, e non s'arresta,
+Intorno al campo, e par che metta l'ale;
+Al conte Orlando il suo spronar non vale.
+
+Non fu veduto mai tanto peccato,
+Quanto era di Ranaldo valoroso,
+Ch'era sopra l'arcione abandonato,
+E strasinava il brando al prato erboso;
+Fuor de l'elmo uscia il sangue da ogni lato,
+Però che a quel gran colpo furïoso
+Tanta angoscia sofferse e tanta pena,
+Che 'l sangue gli crepò fuor d'ogni vena.
+
+Fuor della bocca usciva e fuor del naso,
+Già ne era l'elmo tutto quanto pieno;
+Spirto nel petto non gli era rimaso,
+Correndo il suo destriero a voto freno.
+E così stette in quel dolente caso
+Quasi una ora compita, o poco meno;
+Ma non fu giamai drago ni serpente
+Quale è Ranaldo, allor che se risente.
+
+Non fu ruina al mondo mai maggiore,
+Ché l'altre tutte quante questa passa;
+Strazia dal petto il scudo, e con rumore
+Contro alla terra tutto lo fraccassa.
+Fusberta, il crudo brando, a gran furore
+Stringe a due mane e le redine lassa,
+E ferisce cridando al forte conte:
+Proprio lo gionse al mezo della fronte.
+
+Non puotè il colpo sostenire Orlando,
+Ma su le croppe la testa percosse;
+Le braze a ciascun lato abandonando,
+Già non mostra d'aver l'usate posse.
+Di qua di là se andava dimenando,
+Ed ambe l'anche di sella rimosse;
+Poco mancò che 'l stordito barone
+Fuor non uscisse al tutto de l'arzone.
+
+Ma come quel che avea forza soprana,
+Ben prestamente uscì di quello affanno,
+E, riguardando la sua Durindana,
+Dicea: "Questo è il mio brando, o ch'io m'inganno;
+Questo è pur quel ch'io ebbi alla fontana,
+Che ha fatto a' Saracin già tanto danno.
+Io me destino veder per espresso
+S'io son mutato o pur se 'l brando è desso."
+
+Così diceva: ed intorno guardando,
+Vidde un petron di marmore in quel loco;
+Quasi per mezo lo partì col brando
+Persino al fondo, e mancòvi ben poco.
+Poi se volta a Ranaldo fulminando;
+Torceva gli occhi, che parean di foco,
+D'ira soffiando sì come un serpente;
+Mena a due mani e batte dente a dente.
+
+O Dio del celo, o Vergine regina,
+Diffendete Ranaldo a questo tratto,
+Ché 'l colpo è fiero e di tanta ruina,
+Che un monte de diamanti avria disfatto.
+Taglia ogni cosa Durindana fina,
+Né seco ha l'armatura tregua o patto;
+Ma Dio, che campar volse il fio d'Amone,
+Fece che 'l brando colse di piatone.
+
+Se gionto avesse la spada di taglio,
+Tutto il fendeva insino in su l'arcione;
+Sbergo ni maglia non giovava uno aglio,
+Ed era occiso al tutto quel barone.
+Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio,
+Ché il colpo gli donò tal stordigione,
+Che da l'orecchie uscia il sangue e di bocca;
+Con tanta furia sopra l'elmo il tocca.
+
+Tutta la gente che intorno guardava
+Levò gran crido a quel colpo diverso;
+E Marfisa tacendo lacrimava,
+Perché pose Ranaldo al tutto perso.
+Il conte ad ambe mano anco menava
+Per tagliar quel baron tutto a traverso;
+E ben puoteva usar di cotal prove:
+Ranaldo è come morto e non se move.
+
+Quel colpo sopra lui già non discese,
+Ché Angelica alla zuffa era presente.
+Lei tenne il conte, e per il braccio il prese,
+Ed a lui volta con faccia ridente,
+Disse: - Barone, egli è chiaro e palese
+Che tra gentile e generosa gente
+Solo a parole se osserva la fede:
+Senza giurare l'uno a l'altro crede.
+
+Questa matina promisi e giurai
+Per una volta di farti contento,
+E come e quando tu comandarai;
+Ma prima tu dèi trare a compimento
+Una impresa per me, come tu sai,
+La qual comandar posso a mio talento;
+Sì che io te dico, franco paladino,
+Incontinente pòneti a camino.
+
+Prendi la strata per questa campagna,
+Né te curar de indugia né de posa,
+Sin che sei gionto nel regno de Orgagna,
+Là dove trovarai mirabil cosa;
+Ché una regina piena di magagna
+(Così Dio ne la faccia dolorosa!)
+Ha fabricato un giardin per incanto,
+Per cui destrutto è il regno tutto quanto.
+
+Perché alla guarda del falso giardino
+Dimora un gran dragone in su la porta,
+Qual ha deserto intorno a quel confino
+Tutta la gente del paese, e morta;
+Né passa per quel regno peregino,
+Né dama o cavalliero alla sua scorta,
+Che non sian presi per quelle contrate,
+E dati al drago con gran crudeltate.
+
+Onde te prego, se me porti amore,
+Come ho veduto per esperïenza,
+Che questa doglia me levi del core,
+De la qual più non posso aver soffrenza;
+E so ben che cotanto è il tuo valore
+E 'l grande ardire e l'alta tua potenza,
+Che, abenché il fatto sia pericoloso,
+Pur nella fin serai vittorïoso. -
+
+Orlando alla donzella presto inchina,
+Né se fece pregar più per nïente,
+E con tanto furor ratto camina,
+Che uscito è già di vista a quella gente.
+Or, menando fraccasso e gran roina,
+Il fio d'Amon turbato se risente;
+Strenge a due mano il furïoso brando
+Credendo vendicarse al conte Orlando.
+
+Ma quello è già lontan più de una lega:
+Ranaldo se 'l destina di seguire,
+Ché mai non vôl con lui pace né trega,
+Sin che l'un l'altro non farà morire.
+Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega,
+E tanto ogniom di lor seppe ben dire,
+Che Ranaldo, che avea la mente accesa,
+Pur fu acquetato e lasciò quella impresa.
+
+Questo fin ebbe la battaglia fella.
+Tornò Ranaldo a farse medicare;
+Parlar li volse Angelica la bella,
+Lui per nïente la volse ascoltare,
+Ché tanto odio portava a la donzella,
+Che apena la puoteva riguardare.
+Or lei si parte e vien sopra al girone;
+Ranaldo in campo torna al paviglione.
+
+Su nella rocca ritornò la dama,
+E de amor si lamenta e di fortuna;
+Piange dirottamente e morte chiama,
+Dicendo: "Or fo giamai sotto la luna
+Per l'universo una donzella grama,
+O nello inferno passò anima alcuna,
+Che avesse tanta pena e tale ardore,
+Quale io sostengo a l'affannato core?
+
+Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta,
+Né vôl ch'io campa, e non mi fa morire,
+Ed è tanto crudel, che non m'ascolta.
+Che al manco gli potessi io fare odire
+Li affanni che sostengo, una sol volta,
+E di poi presto mia vita finire!
+Ché dopo morte ancor sarei contenta,
+Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta.
+
+Ma ciascuna alma disdegnosa e dura
+Amando e lacrimando al fin se piega,
+Sì che speranza ancor pur mi assicura
+Che a un tempo mi darà quel che or mi niega;
+E sol di quello è la bona ventura,
+Che pacïenzia segue e piange e priega;
+E, s'io son fuor di tal condizïone,
+Pur stato non serà per mia cagione.
+
+Io vincerò la sua discortesia;
+Ancor se placherà, se ben fia tardo,
+Faràgli ancor pietà la pena mia,
+E 'l fuoco smisurato ove io dentro ardo.
+Poi che seguir conviensi questa via,
+Io vo' mandarli adesso il suo Baiardo,
+Ché, come intendo e per ciascun se nara,
+Cosa del mondo a lui non è più cara.
+
+Orlando più non tornarà giamai,
+Ché non giovarà forza né sapere,
+Allo estremo periglio ove il mandai:
+Far posso del destriero il mio parere.
+Ahi re del cel! come forte fallai
+A far perir colui che ha tal potere!
+Ma Dio lo sa ch'io non puote' soffrire
+Quel che tanto amo vederlo morire.
+
+Ora fia morto il bon conte di Brava,
+Sol per campar la vita al fio d'Amone.
+Quel molto più che sua vita me amava,
+Questo non ha di me compassïone;
+E certo conscïenza assai me grava,
+E vedo ch'io fo pur contra ragione:
+Ma la colpa è d'Amor, che senza legge
+E soi subietti a suo modo corregge."
+
+Così dicendo chiede una donzella,
+Che fu con lei creata piccolina,
+Di aria gentile e di dolce favella;
+Alla sua dama davanti se inchina.
+Disse Angelica a lei: - Va, monta in sella
+Calla nel campo di quella regina,
+Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione,
+Sta nello assedio di questo girone.
+
+Tu montarai sopra il tuo palafreno:
+Baiardo, quel destrier, menalo a mano.
+Di tende e paviglioni il campo è pieno:
+Cerca tu quel del sir de Montealbano.
+A lui del bon destrier dà in mano il freno,
+E digli, poi ch'egli è tanto inumano
+Che comporta ch'io pèra in tante brame,
+Non vo' che il suo ronzon mora di fame.
+
+Io non potrebbi mai già comportare,
+Che 'l suo destrier patisse alcun disaggio,
+A benché lui mi venne assedïare,
+E femmi oltra al dover cotanto oltraggio.
+Sol d'una cosa me può biasimare:
+Ch'io l'amo oltra misura; ed ameraggio
+Sin che avrò spirto in core e sangue adosso,
+O voglio o non, però che altro non posso.
+
+A lui ragionarai in cotal guisa,
+Ed a trarne risposta abbi lo ingegno;
+Ché tanto è la pietà da quel divisa,
+Che forse di parlarti avria disdegno.
+Partendoti da lui, vanne a Marfisa,
+Né far de onore o reverenzia un segno;
+Senza smontar d'arcione a lei te accosta,
+E da mia parte fa questa proposta.
+
+Diragli ch'io credetti che Agricane
+Dovesse per suo esempio spaventare
+E le genti vicine e le lontane
+Dal non dover con me guerra pigliare;
+Ma da poi ch'essa ancor non se rimane,
+Che gli altri se potranno ammaestrare
+Per lo esempio di lei, che tanto è paccia,
+Che bisogno ha d'aiuto e pur minaccia. -
+
+La damisella uscì di quel girone,
+E giù nel campo subito discese;
+La sua ambasciata fece al fio d'Amone
+Con bassa voce e ragionar cortese:
+Sempre parlando stette ingenocchione.
+Io non so dir se ben Ranaldo intese,
+Ché, come prima odì chi la mandava,
+Voltò le spalle e più non l'ascoltava.
+
+Era con lui Astolfo al paviglione,
+Il qual, veggendo la dama partire,
+Che seco ne menava il bon ronzone,
+Subitamente la prese a seguire,
+Dicendo a lei che per dritta ragione
+Questo destrier potrebbe ritenire
+Come sua cosa, poi che era palese
+Che esso l'avea condutto in quel paese.
+
+A concluder, la dama puotea meno,
+E il modo non avea da contrastare,
+Onde se lasciò tuor di mano il freno:
+Adietro l'ebbe Astolfo a remenare.
+Or per quel campo d'arme tutto pieno
+La messagiera se pone a cercare:
+Cerca per tutto, e mai non se rafina,
+Sin che fu gionta avanti alla regina.
+
+E non se sbigotì di sua presenzia,
+Ma fece sua proposta alteramente,
+Con ardire mestiato di prudenzia.
+Quella regina, che ha l'animo ardente,
+La odìa parlar con poca pacïenzia,
+E sol rispose: - Bene è tostamente
+Il minacciar d'altrui; ma il fin del gioco
+È di cui fa de' fatti e parla poco. -
+
+Lasciamo il ragionar della donzella,
+La qual, nel modo che aviti sentito,
+Tornò davanti ad Angelica bella;
+E ragionamo di quel conte ardito,
+Che per li fiori e per l'erba novella
+Via caminando è de una selva uscito;
+Fuor della selva, a ponto in su quel piano,
+Armato è un cavallier con l'asta in mano.
+
+Sopra d'una acqua un ponte marmorino
+Tenìa quel cavallier in sua diffesa;
+Alla ripa del fiume, ad un bel pino
+Stava una dama per le chiome impesa,
+La qual facea lamento sì tapino,
+Che avrebbe di dolor quella acqua accesa;
+Sempre soccorso e mercede domanda,
+Di pianto empiendo intorno in ogni banda.
+
+Di lei molta pietà si venne al conte,
+E per ella sligare al pino andava.
+Ma il campïon, che armato era sul ponte,
+- Non andar, cavallier! - forte cridava
+- Ché fai a tutto il mondo oltraggio ed onte,
+Dando soccorso a quella anima prava;
+Perché l'antiqua etade e la novella
+Non ebbe mai più falsa damigella.
+
+Per sua malizia sette cavallieri
+Sono perduti e per sua fellonia.
+Ma ciò contarti non mi fa mestieri,
+Che troppo è lungo: vanne alla tua via;
+Lasciala stare e prendi altri pensieri. -
+Cari segnori e bella baronia,
+Stati contenti a quel che aveti odito:
+Per questa fiata il canto è qui finito.
+
+Canto ventesimonono
+
+Ne l'altro canto io ve contai che Orlando
+Vide il bel pino a lato alla riviera,
+Dove la dama impesa lacrimando
+Avria mosso a pietate un cor di fiera;
+E mentre che lui stava riguardando,
+Quello altro campïon con voce altiera
+Gli disse: - Cavallier, va alla tua via,
+Né dare aiuto a quella dama ria.
+
+La quale adesso ha ben tutta sua voglia,
+Poi che sta impesa con le chiome al vento,
+E voltasi leggier come una foglia;
+E ben fo questo sempre il suo talento:
+Or con vana speranza, or certa doglia
+Tenir li amanti in estremo tormento.
+Come al vento si volge per se stessa,
+Così sempre rivolse ogni promessa. -
+
+Rispose il franco conte: - In veritate,
+Nella mia mente non posso pensare,
+Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate;
+In ogni modo la voglio campare,
+Né credo che abbi in te tanta viltate,
+Che a questa cosa debbi contrastare.
+Se offeso sei e di vendetta hai brama,
+Ciò non conviene oprar sopra a una dama. -
+
+- Questa donzella - disse il cavalliero
+- Fo sempre sì crudele e dispietata,
+E tanto vana e d'animo leggiero,
+Che drittamente è quivi condennata.
+Ma tu forse, baron, tu forastiero
+Non sai la istoria di questa contrata,
+Però pietà te muove a dar soccorso
+A quella che è crudel più che alcuno orso.
+
+Ascolta, ch'io te prego, in qual mainera
+Ben iustamente e per dritta ragione
+Fosse nel pino impesa quella fiera.
+Lei nacque meco in una regïone,
+E fo per sua beltade tanto altiera,
+Che mai non fo mirato alcun pavone
+Che avesse più superbia nella coda,
+Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda.
+
+Origille è il suo nome, e la citade
+Dove nascemmo Batria è nominata.
+Io l'amai sempre dalla prima etade,
+Come piacque a mia sorte isventurata;
+Lei or con sdegni, or con finta pietade,
+Promettendo e negando alcuna fiata,
+Me incese di tal fiamma a poco a poco,
+Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.
+
+Un altro giovanetto ancor l'amava;
+Non più di me, ché più non se può dire,
+Ma giorni e notti sempre lacrimava,
+Quasi condutto a l'ultimo morire.
+Locrino il cavallier si nominava,
+Qual soffrea per amor tanto martìre,
+Che giorno e notte, lacrimando forte,
+Chiedea per suo ristor sempre la morte.
+
+Lei l'uno e l'altro con bone parole
+E tristi fatti al laccio tenìa preso,
+Mostrandoci nel verno le vïole,
+E il giaccio nella state al sole acceso;
+E benché spesso, come far si suole,
+Fosse l'inganno suo da noi compreso,
+Non fo l'amor d'alcuno abandonato,
+Credendo più ciascuno essere amato.
+
+Più volte avante a lei mi presentai,
+Formando le parole nel mio petto,
+Ma poi redirle non puote' giamai,
+Ché, come io fu' condutto al suo cospetto,
+Quel che pensato avea, domenticai,
+E sì perdei la voce e l'intelletto
+E tutti e sentimenti per vergogna,
+Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna.
+
+Pur mi diè amore al fin tanta baldanza,
+Che un tal parlare a lei da me fu mosso:
+"Se voi credesti, dolce mia speranza,
+Ch'io potessi soffrir quel che io non posso,
+E che la vita mia fosse a bastanza
+Del foco che m'ha roso insino a l'osso,
+Lasciati tal pensiero in abandono,
+Ché se aiuto non ho, morto già sono.
+
+Ciò vi giuro, ed è vero, e non ve inganno;
+E pensar ben doveti in vostro core
+Che l'uom die' sostener l'estremo danno
+Prima che 'l provi il suo amico maggiore;
+Perché essendo ingannato, ogni altro affanno,
+Anci la morte, è ben pena minore,
+Perché alla fine ogni martìre avanza
+Trovarsi vana l'ultima speranza.
+
+Ben lo sa Dio che in altri non ho spene,
+E che voi seti quella che più amo;
+Soffrir non posso ormai cotante pene:
+A l'estremo dolor mercè vi chiamo.
+Camparme al vostro onor ben si conviene,
+Ché sol per voi servir la vita bramo,
+E, se aiuto non dati al mio gran male,
+Io moro, e voi perdeti un cor leale."
+
+Non fuor queste parole simulate,
+Anci tratte al mio cor della radice;
+Lei, che femina è ben in veritate,
+(Che tutte son peggior che non se dice),
+Fece risposta con gran falsitate,
+Per farme più dolente ed infelice,
+Dicendo: "Uldarno - (ché così mi chiamo)
+- Più che 'l mio spirto e più che gli occhi v'amo.
+
+E se io potessi mostrarne la prova,
+Come io posso in voce proferire,
+Cosa non ho nel cor che sì me mova,
+Quanto al vostro desio poter servire;
+E se alcun modo o forma se ritrova,
+Ch'io possa contentar questo disire,
+Io sono apparecchiata a tutte l'ore,
+Pur che si servi insieme il nostro onore.
+
+Ma certamente io vedo una sol via
+(Volendo, come io dico, riservare
+Nel vostro onor la nominanza mia)
+Che ce possiamo insieme ritrovare.
+Come sapete, la fortuna ria
+Fece a la morte insieme disfidare
+Oringo, il cavallier tanto inumano,
+Contra a Corbino, mio franco germano.
+
+E fo quel damigello al campo morto,
+Dico Corbino, e contra alla ragione,
+Ché ancor non era ben ne l'arme scorto,
+E l'altro fo più volte al parangone.
+Ora per vendicar cotanto torto
+Mio patre va cercando un campïone,
+Proferendo a ciascuno estremo merto,
+Ed hal trovato, o trovaral di certo.
+
+Voi, che portate adunque l'arme indosso
+D'Oringo e la sua insegna e il suo cimero,
+Fuor de la terra vi serete mosso,
+Là dove scontrarete un cavalliero.
+Poi che l'un l'altro ve areti percosso,
+Pigliar vi lasciareti di legiero,
+E questo è solo il modo e la maniera
+A far contenta vostra voglia intiera.
+
+Però che quivi sereti menato
+Da l'altro cavallier, che ve avrà preso;
+Sotto mia guarda stareti legato,
+E non temeti già de essere offeso,
+Ché a vostra posta vi darò combiato.
+E benché 'l patre mio sia d'ira acceso,
+Ed abbia molta voluntate e fretta
+Di far del suo figliolo aspra vendetta,
+
+Nulla di manco ho già preso il partito
+Di poter vosco alquanto dimorare,
+Poi mostrarò che via siati fuggito."
+Così la falsa m'ebbe a ragionare,
+Ed io ben presto presi questo invito,
+Né a periglio o fatica ebbi a pensare,
+Ché, per trovarme seco ad un sol loco,
+Passato avria per mezo un mar di foco.
+
+Addobbato mi fu' subitamente
+L'arme de Oringo ed ogni sua divisa;
+Ma, come io fu' partito, incontinente
+Costei, che del mio mal facea gran risa,
+Come quella che è troppo fraudolente
+E perfida e crudel for d'ogni guisa,
+Partito, come io dico, a lei davante,
+Fece chiamare a sé quell'altro amante.
+
+Ciò fu Locrino, de chi ragionai,
+Che a un tempo meco questa falsa amava,
+E con promesse e con parole assai,
+Come sapea ben far, lo alosingava,
+Dicendo, se sperar dovea giamai
+Guidardon de l'amor che gli mostrava,
+Che per un giorno sia suo campïone:
+Dïagli Oringo morto, o ver pregione.
+
+Il loco li raconta, ove mandato
+M'avea lei stessa fuor de la citate,
+E tanto fece al fin, che l'ebbe armato
+De insegne contrafatte e divisate,
+E fuora venne per trovarmi al prato.
+Nel scudo verde ha due corne dorate
+E nella sopravesta e nel cimiero,
+Come portava un altro cavalliero.
+
+Quel cavallier avea nome Arïante,
+Che per insegna le corne portava,
+Tanto animoso e di membre aiutante
+Che forse un altro par non attrovava.
+Questo era d'Origille anco esso amante,
+Ed averla per moglie procacciava;
+E già col patre de essa stabilito
+Avea per patto d'esser suo marito.
+
+Ma prima Oringo dovea conquistare,
+Ed a lui presentarlo, o morto o preso.
+Or, per far breve il nostro ragionare,
+Questo ne venne a quel prato, disteso,
+Là dove io stava armato ad aspettare:
+Dopo lieve battaglia io mi fui reso.
+Credendo a questa falsa esser menato,
+Feci poca diffesa e fui pigliato.
+
+Locrino, in questo tempo, il giovanetto,
+Nel vero Oringo a caso fu inscontrato,
+Né menarno la zuffa da diletto,
+Questo d'amore e quel ch'era infiammato.
+Fu ferito Locrino a mezo il petto,
+Oringo nella testa e nel costato;
+E fu l'assalto lor sì crudo e forte,
+Che ciascun d'essi quasi ebbe la morte;
+
+Abench'al fine Oringo fu pregione,
+Ché uno amoroso cor vince ogni cosa.
+Ora intervenne che 'l crudo vecchione,
+Il quale è patre a questa dolorosa,
+Avea di far vendetta il cor fellone,
+E notte e giorno mai non stava in posa.
+Sempre guardando, cerca con gran pena
+Se 'l suo campione Oringo ancor li mena.
+
+Ed ecco avanti lo vide venire,
+Con la man disarmata e senza brando,
+Come colui ch'è preso, a non mentire.
+Andogli incontra pallido e tremando,
+E apena se ritenne de ferire;
+Ma poi, dapresso con lor ragionando,
+Cognobbe nella voce e nel sembiante
+Che Locrino era quel, non Arïante.
+
+Ben sapea il vecchio che quel giovanetto
+La sua figliola avea molto ad amare,
+E però gli diceva: "Io ti prometto,
+Se questo tuo pregion me vôi donare,
+Contento ti farò di quel diletto
+Qual più nel mondo mostri desïare.
+Se vero è che mia figlia cotanto ami,
+Io te contentarò di quel che brami."
+
+Locrino paccio fu presto accordato,
+Benché darli il pregion non gli era onore;
+Tanto già lui d'amore era spronato,
+Che gli avria dato parte del suo core.
+Essendo già tra lor fatto il mercato,
+La nostra gionta gli pose in errore,
+Perché Arïante ed io, che ero pregione,
+Giongemmo avanti a quel crudo vecchione.
+
+Quivi la cosa fu tutta palese
+E la cagion de l'arme tramutate.
+Alora Oringo molto me riprese,
+Che in dosso le sue insegne avea portate;
+E tra noi quattro fur molte contese,
+E quasi ne venemmo a trar le spate,
+Perché Arïante ancor se lamentava
+Pur de Locrin, che sua insegna portava.
+
+Nel regno nostro è legge manifesta
+Che chiunque porta scudo o ver cimero
+D'un altro campïone o d'altra gesta,
+È disfamato con gran vitupero,
+E se non ha perdon, perde la testa.
+Benché 'l statuto sia crudele e fero,
+Ché la pena è maggior che la fallanza,
+Pur è servata per antiqua usanza.
+
+Avanti al re fu tratta la querella;
+Il qual, veggendo tutta la cagione
+Essere uscita da questa donzella,
+Qual li avea indotto a quella guarnisone,
+E con le insegne altrui montare in sella,
+Prese consiglio, con molta ragione,
+Che, avendo ogniom di noi fatto gran male,
+Tutti dian voce a pena capitale:
+
+Oringo, perché morto avea Corbino,
+Ch'era garzone, e lui già di gran fama;
+Ed Arïante, sì come assassino,
+Qual per avere il prezo d'una dama
+Avea promesso a quel vecchio mastino
+La morte di colui che tanto brama.
+Così meco Locrino ad una guisa,
+Ché avevamo portata altrui divisa.
+
+Sì iudicati tutti quattro a morte,
+Fummo obligati sotto a sacramento
+Non uscir for de Batria delle porte,
+Sin che non è il iudicio a compimento;
+E fece il re da poi ponere a sorte
+Chi menar debba la dama al tormento,
+Perché lei, che è cagion di tanto errore,
+Non aggia morte, ma pena maggiore.
+
+Come tu vedi, per le chiome impesa
+Sopra a quel pino al vento se trastulla,
+E per farla campare è bene attesa
+D'ogni vivanda, e non gli manca nulla.
+La prima sorte a me dette la impresa
+De stare in guardia alla falsa fanciulla,
+E così già tre giorni ho combattuto
+Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto.
+
+E sette cavallieri ho tratto a fine:
+E nomi tutti non te vo' contare;
+Mira quei scudi e l'armi peregrine,
+Qual ciascadun di lor suolea portare.
+Tutti han perduto l'anime tapine
+Per voler questa dama liberare;
+Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l corno
+Sono attaccati a quel troncon d'intorno.
+
+E se caso averrà ch'io pur sia morto,
+Oringo e poi Locrino ed Arïante
+Verran l'un dopo l'altro a questo porto,
+Ciascun di me più fiero ed aiutante;
+E però, cavalliero, io te conforto
+Che non te curi di passare avante,
+Perché qualunche al ponte non se attiene,
+Aver battaglia meco li conviene. -
+
+Orlando stava attento al cavalliero
+Che avea contata lunga diceria;
+Ma la donzella da quel pino altiero
+Forte piangendo il cavallier mentia,
+Dicendo che malvaggio era e sì fiero,
+Che la tormenta sol per fellonia,
+E perché è dama e non può far diffesa,
+La tien per crudeltate al pino appesa.
+
+E che sette baroni a tradimento
+Aveva occiso, e non per sua virtute,
+E per dar tema agli altri e gran spavento
+Tenea quei scudi in mostra e le barbute.
+Così dicea la dama, e con lamento
+Parlava al conte per la sua salute,
+Per Dio pregando e sempre per pietate,
+Che non la lasci in tanta crudeltate.
+
+Non stette Orlando già molto a pensare,
+Perché pietà lo mosse incontinente,
+Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare,
+O che prenda battaglia di presente.
+Così l'un l'altro s'ebbe a disfidare;
+Ciascadun volta il suo destrier corrente,
+E vengonsi a ferir con cruda guerra:
+Al primo incontro Orlando il pose in terra.
+
+Poi che fu il cavallier caduto al piano,
+Il conte prestamente al pino andava.
+Sopra una torre a quel ponte era un nano,
+Che incontinente un gran corno suonava;
+Dopo quel suono apparve a mano a mano
+Un cavalliero armato, che cridava,
+E morte al conte e gran pena minaccia,
+Se s'avicina al pino a vinte braccia.
+
+Il conte aveva integra ancor sua lanza;
+Presto se volta, e quella al fianco arresta,
+E ferisce al baron con tal possanza,
+Che sopra al prato il fie' batter la testa.
+Ma far nova battaglia ancor gli avanza,
+Ché 'l nano suona il corno a gran tempesta,
+E gionge il terzo cavalliero armato:
+Sì come gli altri andò disteso al prato.
+
+Sopra la torre il nano il corno suona:
+Il quarto cavallier ne vien palese.
+Orlando contra lui forte sperona,
+E con fraccasso a terra lo distese.
+Poi tutti come morti li abandona,
+E passa il ponte senza altre contese,
+E gionge al pino e smonta della sella:
+Salisce al tronco e spicca la donzella.
+
+Giù per le rame la portava in braccio,
+E quella dama lo prese a pregare,
+Poiché tratta l'avea di tale impaccio,
+Che via con seco la voglia portare,
+Perché di lei serìa fatto gran straccio,
+Se quivi se lasciasse ritrovare.
+Orlando la assicura e la conforta,
+In croppa se la pone, e via la porta.
+
+Era la dama di estrema beltate,
+Malicïosa e di losinghe piena;
+Le lacrime teneva apparecchiate
+Sempre a sua posta, com'acqua di vena.
+Promessa non fie' mai con veritate,
+Mostrando a ciascadun faccia serena;
+E se in un giorno avesse mille amanti,
+Tutti li beffa con dolci sembianti.
+
+Come io dissi, la porta il conte Orlando;
+E già partito essendo di quel loco,
+Lei con dolci parole ragionando
+Lo incese del suo amore a poco a poco.
+Esso non se ne avide e, rivoltando
+Pur spesso il viso a lei, prende più foco,
+E sì novo piacer gli entra nel core,
+Che non ramenta più l'antiquo amore.
+
+La dama ben s'accorse incontinente,
+Come colei che è scorta oltra misura,
+Che quel baron d'amore è tutto ardente,
+Onde a infiamarlo più pone ogni cura;
+E con bei motti e con faccia ridente
+A ragionar con seco lo assicura;
+Però che 'l conte, ch'era mal usato,
+D'amor parlava come insonnïato.
+
+Mille anni pare a lui che asconda il sole,
+Per non avere al scur tanta vergogna;
+Perché, benché non sappia dir parole,
+Pur spera de far fatti alla bisogna;
+Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole,
+E fra se stesso quel giorno rampogna,
+Qual più de gli altri gli par longo assai,
+Né a quella sera crede gionger mai.
+
+E così cavalcando a passo a passo,
+Ragionando più cose intra di loro,
+A mezo il prato ritrovarno un sasso,
+Che è scritto tutto intorno a littre d'oro,
+E trenta gradi, dalla cima al basso,
+Avea tagliato con netto lavoro;
+Per questi gradi in cima se saliva
+A quel petron, che asembra fiamma viva.
+
+Disse la dama al conte: - Or te assicura,
+Se hai, come io credo, la virtù soprana,
+Che in questo sasso è la maggior ventura
+Che sia nel mondo tutto, e la più strana.
+Monta quei gradi e sopra quella altura:
+La pietra è aperta a guisa di fontana;
+Ivi te appoggia, e giù callando il viso
+Vedrai l'inferno e tutto il paradiso. -
+
+Il conte non vi fece altro pensiero:
+Certo il demonio e Dio veder si crede,
+Ed alla dama lascia il suo destriero.
+Lei, come gionto sopra il sasso il vede,
+Forte ridendo disse: - Cavalliero,
+Non so se seti usato a gire a piede,
+Ma so ben dir che usar ve gli conviene:
+Io vado in qua; Dio ve conduca bene. -
+
+Così dicendo volta per quel prato,
+E via fuggendo va la falsa dama.
+Rimase il conte tutto smemorato,
+E sé fuor d'intelletto e paccio chiama,
+Benché serìa ciascun stato ingannato,
+Ché di legier si crede a quel che s'ama;
+Ma lui la colpa dà pure a se stesso,
+Locchio e balordo nomandosi spesso.
+
+Non sa più che se fare il paladino,
+Poi che perduto è il suo bon Brigliadoro.
+Torna a guardare il sasso marmorino,
+E va leggendo quelle littre d'oro.
+Quivi ritrova che sepolto è Nino,
+Qual fu già re di questo tenitoro,
+E fece Ninivè, l'alta citate,
+Che in ogni verso è lunga tre giornate.
+
+Ma lui, che de guardare ha poca cura,
+Poi che ha perduto il suo destrier soprano,
+Smonta dolente della sepoltura;
+E, caminando a piede per il piano,
+La notte gionge e tutto il cel se oscura.
+Vede una gente, e non molto lontano;
+E così andando ognior più s'avicina,
+Perché la gente verso lui camina.
+
+Dirovi tutta quanta poi la cosa,
+Qual gli incontrò, quando fu gionto al gioco,
+E serà di piacere e dilettosa;
+Ma poi la contaremo in altro loco,
+Perché il cantar della storia amorosa
+È necessario abandonare un poco,
+Per ritornare a Carlo imperatore,
+E ricontarvi cosa assai maggiore.
+
+Cosa maggior, né di gloria cotanta
+Fu giamai scritta, né di più diletto,
+Ché del novo Rugier quivi si canta,
+Qual fu d'ogni virtute il più perfetto
+Di qualunche altro che al mondo si vanta.
+Sì che, segnori, ad ascoltar vi aspetto,
+Per farvi di piacer la mente sazia,
+Se Dio mi serva al fin la usata grazia.
+
+Libro secondo
+
+Canto primo
+
+Nel grazïoso tempo onde natura
+Fa più lucente la stella d'amore,
+Quando la terra copre di verdura,
+E li arboscelli adorna di bel fiore,
+Giovani e dame ed ogni creatura
+Fanno allegrezza con zoioso core;
+Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa,
+Fugge il diletto e quel piacer si lassa.
+
+Così nel tempo che virtù fioria
+Ne li antiqui segnori e cavallieri,
+Con noi stava allegrezza e cortesia,
+E poi fuggirno per strani sentieri,
+Sì che un gran tempo smarirno la via,
+Né del più ritornar ferno pensieri;
+Ora è il mal vento e quel verno compito,
+E torna il mondo di virtù fiorito.
+
+Ed io cantando torno alla memoria
+Delle prodezze de' tempi passati,
+E contarovi la più bella istoria
+(Se con quïete attenti me ascoltati)
+Che fusse mai nel mondo, e di più gloria,
+Dove odireti e degni atti e pregiati
+De' cavallier antiqui, e le contese
+Che fece Orlando alor che amore il prese.
+
+Voi odireti la inclita prodezza
+E le virtuti de un cor pellegrino,
+L'infinita possanza e la bellezza
+Che ebbe Rugiero, il terzo paladino;
+E benché la sua fama e grande altezza
+Fu divulgata per ogni confino,
+Pur gli fece fortuna estremo torto,
+Ché fu ad inganno il giovanetto morto.
+
+Nel libro de Turpino io trovo scritto
+Come Alessandro, il re di gran possanza,
+Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflitto
+E visto il mare e il cel per sua arroganza,
+Fu d'amor preso nel regno de Egitto
+De una donzella, ed ebbela per manza;
+E per amor che egli ebbe a sua beltade,
+Sopra il mar fece una ricca citade.
+
+E dal suo nome la fece chiamare,
+Dico Alessandria, ed ancor si ritrova;
+Dapoi lui volse in Babilonia andare,
+Dove fu fatta la dolente prova,
+Che un suo fidato l'ebbe a velenare,
+Onde convien che 'l mondo si commova,
+E questo un pezzo e quello un altro piglia;
+Il mondo tutto a guerra se ascombiglia.
+
+Stava in Egitto alora la fantina,
+Che fu nomata Elidonia la bella,
+Gravida de sei mesi la meschina.
+Quando sentitte la trista novella,
+Veggendo il mondo che è tutto in ruina,
+Intrò soletta in una navicella,
+Che non avea governo di persona,
+Ed a fortuna le vele abandona.
+
+Lo vento in poppa via per mar la caccia,
+In Africa quel vento la portava.
+Sereno è il celo e il mar tutto in bonaccia,
+La barca a poco a poco in terra andava.
+Quella donzella, levando la faccia,
+Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava:
+A questo aiuto piangendo dimanda,
+E per mercede se gli racomanda.
+
+Quel la ricolse con umanitate,
+E poi che 'l terzo mese fu compito,
+Ne la capanna di sua povertate
+La dama tre figlioli ha parturito.
+Quivi fu fatta poi quella citate
+Che Tripoli è nomata, in su quel lito,
+Per gli tre figli che ebbe quella dama;
+Tripoli ancora la cità se chiama.
+
+E come il cel dispone gioso in terra,
+Fôrno quei figli di tanto valore,
+Che il re Gorgone vinsero per guerra,
+Qual de l'Africa prima era segnore.
+L'un d'essi fu nomato Sonniberra,
+Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore;
+Il secondo Attamandro, e il terzo figlio
+Nome ebbe Argante, e fu bel come un giglio.
+
+E tre germani preser segnoria
+De Africa tutta, come io ho contato,
+E la rivera della Barberia
+E la terra de' Negri in ogni lato.
+Non per prodezza né per vigoria,
+Non per gran senno acquistâr tutto il stato,
+Ma la natura sua, ch'è tanto bona,
+Tirava ad obedirli ogni persona.
+
+Perché l'un più che l'altro fu cortese,
+E sempre l'acquistato hanno a donare;
+Onde ogni terra e ciascadun paese
+Di grazia gli veniva a dimandare.
+E così subiugâr senza contese
+Dallo Egitto al Morocco tutto il mare,
+Ed infra terra quanto andar si puote
+Verso il deserto, alle gente remote.
+
+Morirno senza eredi e duo maggiori,
+E solo Argante il regno tutto prese,
+Che ebbe nel mondo trïonfali onori;
+E di lui l'alta gesta poi discese,
+Della casa Africana e gran segnori,
+Che ferno a' Cristïan cotante offese,
+E preser Spagna con grande arroganza,
+Parte de Italia, e tempestarno in Franza.
+
+Nacque di questo il possente Barbante,
+Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano;
+E fu di questa gente re Agolante,
+Di cui nacque il feroce re Troiano,
+Qual in Bergogna col conte d'Anglante
+Combattè e con duo altri sopra il piano,
+Ciò fu don Chiaro e 'l bon Rugier vassallo:
+Da lor fu morto, e certo con gran fallo.
+
+Del re Troiano rimase un citello,
+Sette anni avea quando fu il patre occiso:
+Di persona fu grande e molto bello,
+Ma di terribil guardo e crudel viso.
+Costui fu de' Cristian proprio un flagello,
+Sì come in questo libro io ve diviso.
+State, segnori, ad ascoltarme un poco,
+E vederiti il mondo in fiamma e in foco.
+
+Vinti duo anni il giovanetto altiero
+Ha già passati, ed ha nome Agramante,
+Né in Africa si trova cavalliero
+Che ardisca di guardarlo nel sembiante,
+Fuor che un altro garzone, ancor più fiero,
+Che vinti piedi è dal capo alle piante,
+Di summo ardire e di possanza pieno;
+Questo fu figlio del forte Ulïeno.
+
+Ulïeno di Sarza, il fier gigante,
+Fu patre a quel guerrier di cui ragiono,
+Qual fu tanto feroce ed arrogante,
+Che pose tutta Francia in abandono;
+E dove il sol si pone e da levante
+De l'alto suo valor odise il suono.
+Or vo' contarvi, gente pellegrine,
+Tutta la cosa dal principio al fine.
+
+Fece Agramante a consiglio chiamare
+Trentaduo re, che egli ha in obidïenzia;
+In quattro mesi gli fie' radunare,
+E fuor tutti davanti a sua presenzia.
+Chi vi gionse per terra e chi per mare.
+Non fu veduta mai tanta potenzia;
+Trentadue teste, tutte coronate,
+Biserta entrarno, in quella gran citate.
+
+Era in quel tempo gran terra Biserta,
+Che oggi è disfatta al litto alla marina,
+Però che in questa guerra fu deserta:
+Orlando la spianò con gran roina.
+Or, come io dissi, alla campagna aperta
+Fuor se accampò la gente saracina;
+Dentro a la terra entrarno con gran festa
+Trentaduo re con le corone in testa.
+
+Eravi un gran castello imperïale,
+Dove Agramante avea sua residenzia:
+Il sol mai non ne vide uno altro tale,
+Di più ricchezza e più magnificenzia.
+A duo a duo montarno i re le scale,
+Coperti a drappi d'ôr per eccellenzia;
+Intrarno in sala, e ben fu loro aviso
+Veder il celo aperto e il paradiso.
+
+Lunga è la sala cinquecento passi,
+E larga cento aponto per misura:
+Il cel tutto avea d'oro a gran compassi,
+Con smalti rossi e bianchi e di verdura.
+Giù per le sponde zaffiri e ballassi
+Adornavan nel muro ogni figura,
+Però che ivi intagliata, con gran gloria,
+Del re Alessandro vi è tutta la istoria.
+
+Lì si vedea lo astrologo prudente,
+Qual del suo regno se ne era fuggito,
+Che una regina in forma de serpente
+Avea gabbata, e preso il suo appetito.
+Poi se vedeva apresso incontinente
+Nato Alessandro, quel fanciullo ardito,
+E come dentro ad una gran foresta
+Prese un destrier che avea le corna in testa.
+
+Buzifal avea nome quel ronzone:
+Così scritto era in quella depintura;
+Sopra vi era Alessandro in su l'arcione,
+E già passato ha il mar senza paura.
+Qui son battaglie e gran destruzïone:
+Quel re di tutto il mondo non ha cura;
+Dario gli venne incontra in quella guerra,
+Con tanta gente che coprì ogni terra.
+
+Alessandro il superbo l'asta abassa,
+Pone a sconfitta tutta quella gente,
+E più Dario non stima ed oltra passa;
+Ma quel ritorna ancora più possente,
+E di novo Alessandro lo fraccassa.
+Poi se vedeva Basso il fraudolente,
+Che a tradimento occide il suo segnore,
+Ma ben lo paga il re di tanto errore.
+
+E poi si vede in India travargato,
+Natando il Gange, che è sì gran fiumana;
+Dentro a una terra soletto è serrato,
+Ed ha d'intorno la gente villana.
+Ma lui ruina il muro in ogni lato
+Sopra a' nemici e quella terra spiana;
+Passa più oltra e qui non se ritiene;
+Ecco il re d'India, che adosso gli viene.
+
+Porone ha nome, ed è sì gran gigante:
+Non ritrova nel mondo alcun destriero,
+Ma sempre lui cavalca uno elefante.
+Or sua prodezza non gli fa mestiero,
+Né le sue gente, che n'avea cotante,
+Perché Alessandro, quel segnore altiero,
+Vivo lo prende; e, com'om di valore,
+Poi che l'ha preso, il lascia a grande onore.
+
+Eravi ancora come il basilisco
+Stava nel passo sopra una montagna,
+E spaventa ciascun sol col suo fisco,
+E con la vista la gente magagna;
+Come Alessandro lui se pose a risco
+Per quella gente ch'era alla campagna,
+E, per consiglio di quel sapïente,
+Col specchio al scudo occise quel serpente.
+
+In somma ogni sua guerra ivi è depinta
+Con gran ricchezza e bella a riguardare.
+Possa che fu la terra da lui vinta,
+A duo grifon nel cel si fa portare
+Col scudo in braccio e con la spada cinta;
+Poi dentro a un vetro se calla nel mare,
+E vede le balene e ogni gran pesce,
+E campa, e ancor quivi di fuora n'esce.
+
+Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa,
+Vedesi lui che è vinto da l'amore;
+Perché Elidonia, quella grazïosa,
+Con soi begli occhi gli ha passato il core.
+Evi da poi sua morte dolorosa,
+Come Antipatro, il falso traditore,
+L'ha avelenato con la coppa d'oro;
+Poi tutto 'l mondo è in guerra e gran martoro.
+
+Fugge la dama misera tapina,
+Ed è ricolta dal vecchio cortese,
+E parturisce in ripa alla marina
+Tre fanciulletti alle rete distese;
+Ed evi ancor la guerra e la roina
+Che fanno e tre germani in quel paese,
+Sonniberra, Attamandro e il bello Argante:
+L'opre di lor sono ivi tutte quante.
+
+Intrarno e re la gran sala mirando,
+Ciascun per meraviglia venìa meno;
+Genti legiadre e donzelle danzando
+Aveano il catafalco tutto pieno.
+Trombe, tamburi e piffari sonando,
+Di romor dolce empian l'aer sereno.
+Sopra costoro ad alto tribunale
+Stava Agramante in abito reale.
+
+Ad esso fier' quei re gran riverenzia,
+Tutti chinando alla terra la faccia;
+Lui gli racolse con lieta presenzia,
+E ciascadun di lor baciando abraccia.
+Poi fece a l'altra gente dar licenzia.
+Incontinente la sala se spaccia:
+Restarno i re con tutti e consiglieri,
+Duci e marchesi e conti e cavallieri.
+
+Di qua di là da l'alto tribunale
+Trentadue sedie d'ôr sono ordinate;
+Poi l'altre son più basse e diseguale,
+Pur vi sta gente di gran dignitate.
+Là più si parla, chi bene e chi male,
+Secondo che ciascuno ha qualitate;
+Ma, come odirno il suo segnor audace,
+Subitamente per tutto si tace.
+
+Lui cominciò: - Segnor, che ivi adunati
+Seti venuti al mio comandamento,
+Quanto cognosco più che voi me amati,
+Come io comprendo per esperimento,
+Più debbo amarvi ed avervi onorati;
+E certamente tutto il mio talento
+È sempre mai d'amarvi, e il mio disio
+Che 'l vostro onor se esalti insieme e il mio.
+
+Ma non già per cacciare, o stare a danza,
+Né per festeggiar dame nei giardini,
+Starà nel mondo nostra nominanza,
+Ma cognosciuta fia da tamburini.
+Dopo la morte sol fama ne avanza,
+E veramente son color tapini
+Che d'agrandirla sempre non han cura,
+Perché sua vita poco tempo dura.
+
+Né vi crediate che Alessandro il grande,
+Qual fu principio della nostra gesta,
+Per far conviti de ottime vivande
+Vincesse il mondo, né per stare in festa.
+Ora per tutto il suo nome si spande,
+E la sua istoria, che è qui manifesta,
+Mostra che al guadagnar d'onor si suda,
+E sol s'acquista con la spada nuda.
+
+Onde io vi prego, gente di valore,
+Se di voi stessi aveti rimembranza,
+E se cura vi tien del vostro onore,
+S'io debbo aver di voi giamai speranza,
+Se amati ponto me, vostro segnore,
+Meco vi piaccia di passare in Franza,
+E far la guerra contra al re Carlone
+Per agrandir la legge di Macone. -
+
+Più oltra non parlava il re nïente,
+E la risposta tacito attendia.
+Fu diverso parlar giù tra la gente,
+Secondo che 'l parer ciascuno avia.
+Tenuto era fra tutti il più prudente
+Branzardo, quel vecchion, re di Bugia,
+E, veggendo che ogni om solo a lui guarda,
+Levasi al parlamento e più non tarda.
+
+- Magnanimo segnor, - disse il vecchione,
+- Tutte le cose de che se ha scïenzia,
+O ver che son provate per ragione,
+O per esempio, o per esperïenzia;
+E così, rispondendo al tuo sermone,
+Dapoi ch'io debbo dir la mia sentenzia,
+Dirò che contra del re Carlo Mano
+Il tuo passaggio fia dannoso e vano.
+
+Ed evi a questo ragion manifesta.
+Carlo potente al suo regno si serra,
+Ed ha la gente antiqua di sua gesta,
+Che sempre sono usati insieme a guerra;
+Né, quando la battaglia è in più tempesta,
+Lasciaria l'un compagno l'altro in terra;
+Ma a te bisogna far tua gente nova,
+Qual con l'usata perderà la prova.
+
+Esempio ben di questo ci può dare
+Il re Alessandro, tuo predecessore,
+Che con gente canuta passò il mare,
+Ma insieme usata con tanto valore.
+Dario di Persia il venne a ritrovare,
+E messe molta gente a gran romore:
+Perché l'un l'altro non recognoscia,
+Morta e sconfitta fu quella zinia.
+
+La esperïenzia voria volentieri
+Poterla dimostrare in altra gente
+Che nella nostra, perché Caroggieri,
+Qual del bisavol tuo fu discendente,
+Passò in Italia con molti guerreri.
+Tutti fôr morti con pena dolente:
+Fu morto Almonte e Agolante il soprano,
+E dopo tutti il tuo patre Troiano.
+
+Sì che lascia per Dio! la mala impresa,
+E frena l'ardir tuo con tempo e spaccio.
+Dolce segnor, s'io te faccio contesa,
+Sicuramente più de gli altri il faccio,
+E d'ogni danno tuo troppo mi pesa,
+Ché piccoletto t'ho portato in braccio;
+E tanto più me stringe il tuo periglio,
+Ch'io te ho come segnore e come figlio. -
+
+Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato,
+Poi nel suo loco ritorna a sedere.
+In piedi un altro vecchio fu levato,
+Ch'è 'l re d'Algoco, ed ha molto sapere:
+Nostro paese avea tutto cercato,
+Però che fu mandato a provedere
+Dal re Agolante ogni nostro confino,
+Ed è costui nomato il re Sobrino.
+
+- Segnor, - disse costui - la barba bianca,
+Qual porto al viso, dà forse credenza
+Che per vecchiezza l'animo mi manca;
+Ma per Macon ti giuro e sua potenza,
+Che, a bench'io senta la persona stanca,
+De l'animo non sento differenza
+Da quel ch'egli era nel tempo primiero,
+Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero.
+
+Sì che non creder che per codardia
+Il tuo passaggio voglio sconfortare,
+Né per la tema della vita mia,
+Che in ogni modo poco può durare.
+Benché di piccol tempo e breve sia,
+Spender la voglio sì come ti pare;
+Ma, come quel che son tuo servo antico,
+Quel che meglio mi par, conseglio e dico.
+
+Sol per duo modi in Franza pôi passare:
+Quei lochi ho tutti quanti già cercati.
+L'uno è verso Acquamorta il dritto mare:
+Partito serìa quel da disperati,
+Ché, come in terra vogli dismontare,
+Staranno al litto e Cristïani armati,
+Tutti ordinati nel suo guarnimento:
+Dece di lor varran de' nostri cento.
+
+Par l'altro modo più convenïente,
+Passando giù nel stretto al Zibeltaro:
+Marsilio re di Spagna, il tuo parente,
+Avrà questa tua impresa molto a caro,
+E teco ne verrà con la sua gente,
+Né avrà Cristianitate alcun riparo.
+Così se dice, ma il mio core estima
+Che più serà che fare al fin, che prima.
+
+Nella Guascogna scenderemo al piano,
+E quella gente poneremo al basso;
+Ma qui ritrovaremo a Montealbano
+Ranaldo il crudo, che diffende il passo.
+Dio guardi ciascadun dalla sua mano!
+Non si può contrastare a quel fraccasso;
+Poi che l'avrai sconfitto e discacciato,
+Ancor te assalirà da un altro lato.
+
+Carlo verrà con tutta la sua corte:
+Non è nel mondo gente più soprana.
+Né stimar che sian dentro da le porte,
+Ma sotto alle bandiere, in terra piana.
+Verrà quel maladetto che è sì forte,
+Che ha il bel corno d'Almonte e Durindana:
+Non è riparo alcuno a sua battaglia,
+Ché ciò che trova, con la spada taglia.
+
+Cognosco Gano e cognosco il Danese,
+Che fu pagano, e par proprio un gigante,
+Re Salamone e Oliviero il marchese,
+Ad uno ad un lor gente tutte quante.
+Nui se trovamo seco alle contese,
+Quando passò tuo avo, il re Agolante;
+Io gli ho provati: possote acertare
+Che 'l bon partito è de lasciargli stare. -
+
+Parlò in tal forma quel vecchio canuto,
+Quale io ve ho racontata, più né meno.
+Il re de Sarza fu un giovane arguto:
+Questo era il figlio del forte Ulïeno,
+Maggiore assai del patre e più membruto.
+Nullo altro fu d'ardir più colmo e pieno,
+Ma fu superbo ed orgoglioso tanto,
+Che disprezava il mondo tutto quanto.
+
+Levossi in piede e disse: - In ciascun loco
+Ove fiamma s'accende, un tempo dura
+Piccola prima, e poi si fa gran foco;
+Ma come viene al fin, sempre se oscura,
+Mancando del suo lume a poco a poco.
+E così fa l'umana creatura,
+Che, poi che ha di sua età passato il verde,
+La vista, il senno e l'animo si perde.
+
+Questo ben chiar si vede nel presente
+Per questi duo che adesso hanno parlato,
+Perché ciascun di lor già for prudente,
+Ora è di senno tutto abandonato,
+Tanto che niega al nostro re potente
+Quel che, pregando ancor, gli ha dimandato;
+Così dà sempre ogni capo canuto
+Più volentier consiglio che lo aiuto.
+
+Non vi domanda consiglio il segnore,
+Se ben la sua proposta aveti intesa,
+Ma per sua riverenza e vostro onore
+Seco il passaggio alla reale impresa.
+Qualunque il niega, al tutto è traditore,
+Sì che ciascun da me faccia diffesa,
+Qual contradice al mandato reale,
+Ch'io lo disfido a guerra capitale. -
+
+Così parlava il giovanetto acerbo,
+Che è re di Sarza, come io vi contai.
+Rodamonte si chiama quel superbo,
+Più fier garzon di lui non fu giamai;
+Persona ha de gigante e forte nerbo:
+Di sue prodezze ancor diremo assai.
+Or guarda intorno con la vista scura,
+Ma ciascun tace ed ha di lui paura.
+
+Era in consiglio il re di Garamanta,
+Quale era sacerdote de Apollino,
+Saggio, e de gli anni avea più de nonanta,
+Incantatore, astrologo e indovino.
+Nella sua terra mai non nacque pianta,
+Però ben vede il celo a ogni confino:
+Aperto è il suo paese a gran pianura;
+Lui numera le stelle e il cel misura.
+
+Non fu smarito il barbuto vecchione,
+A benché Rodamonte ancor minaccia,
+Ma disse: - Bei segnor, questo garzone
+Vôl parlar solo e vôl che ogni altro taccia.
+Pur che esso non ascolti il mio sermone,
+Il mal che mi può far, tutto mi faccia;
+Ascoltati de Dio voi le parole,
+Ché non di lui, ma de gli altri mi dole.
+
+Gente devota, odeti ed ascoltati
+Ciò che vi dice il dio grande Apollino:
+Tutti color che in Francia fian portati,
+Dopo la pena del lungo camino
+Morti seranno e per pezzi tagliati,
+Non ne camparà grande o picciolino:
+E Rodamonte con sua gran possanza
+Diverrà pasto de' corbi de Franza. -
+
+Poi che ebbe detto, se pose a sedere
+Quel re, che ha molta tela al capo involta.
+Ridendo Rodamonte a più potere
+La profezia di quel vecchione ascolta.
+Ma quando quieto lo vide e tacere,
+Con parlare alto e con voce disciolta
+- Mentre che siam qua, - disse - io son contento
+Che quivi profetezi a tuo talento;
+
+Ma quando tutti avrem passato il mare,
+E Franza struggeremo a ferro e a foco,
+Non me venistù intorno a indovinare,
+Perch'io serò il profeta di quel loco.
+Male a quest'altri pôi ben minacciare,
+A me non già, che ti credo assai poco,
+Perché scemo cervello e molto vino
+Parlar te fa da parte de Apollino. -
+
+Alla risposta di quello arrogante
+Riseno molti e odirla volentieri.
+Giovani assai della gente africante
+A quell'impresa avean gli animi fieri;
+Ma e vecchi, che passâr con Agolante
+E che provarno e nostri cavallieri,
+Mostravan che questo era per ragione
+De Africa tutta la destruzïone.
+
+Grande era giù tra quelli il ragionare,
+Ma il re Agramante, stendendo la mano,
+Pose silenzio a questo contrastare;
+Poi con parlar non basso e non altano
+Disse: - Segnor, io pur voglio passare
+In ogni modo contra a Carlo Mano,
+E voglio che ciascun debbia venire,
+Ch'io soglio comandar, non obedire.
+
+Né vi crediate, poi che la corona
+Serà di Carlo rotta e dissipata,
+Aver riposo sotto a mia persona.
+Vinta che sia la gente battizata,
+Adosso a li altri il mio cor se abandona,
+Fin che la terra ho tutta subiugata;
+Poi che battuta avrò tutta la terra,
+Ancor nel paradiso io vo' far guerra. -
+
+Or chi vedesse Rodamonte il grande
+Levarsi allegro con la faccia balda,
+- Segnor, - dicendo - il tuo nome si spande
+In ogni loco dove il giorno scalda;
+Ed io te giuro per tutte le bande
+Tenir con teco la mia mente salda;
+In celo e ne l'inferno il re Agramante
+Seguirò sempre, o passarogli avante. -
+
+Questo affirmava il re di Tremisona,
+Sempre seguirlo per monte e per piano:
+Alzirdo ha nome, ed ha franca persona.
+Questo affirmava il forte re de Orano,
+Che pur quello anno avea preso corona;
+E 'l re de Arzila, levando la mano,
+Promette a Macometto e giura forte
+Seguire il suo segnor sino alla morte.
+
+Che bisogna più dir? ché ciascun giura:
+Beato chi mostrar si può più fiero!
+Non vi si vede faccia di paura,
+Ciascun minaccia con sembiante altiero.
+Benché a quei vecchi par la cosa dura,
+Pur ciascadun promette di legiero;
+Ma il re di Garamanta, quel vecchione,
+Comincia un'altra volta il suo sermone
+
+- Segnor, - dicendo - io voglio anch'io morire
+Poi che al tutto è disfatta nostra gente;
+Teco in Europa ne voglio venire.
+Saturno, che è segnor dello ascendente,
+Ad ogni modo ci farà perire;
+Sia quel che vôle, io non ne do nïente,
+Ché in ogni modo ho tanti anni al gallone,
+Che campar non puotria lunga stagione.
+
+Ma ben ti prego per lo Dio divino,
+Che al manco in questo me vogli ascoltare.
+Ciò te dico da parte de Apollino,
+Da poi che hai destinato di passare.
+Nel regno tuo dimora un paladino,
+Che di prodezza in terra non ha pare;
+Come ho veduto per astrologia,
+Il megliore omo è lui che al mondo sia.
+
+Or te dice Apollino, alto segnore,
+Che se con teco avrai questo barone,
+In Francia acquistarai pregio ed onore,
+E cacciarai più volte il re Carlone.
+Se vuoi sapere il nome e il gran valore
+Del cavalliero e la sua nazïone,
+Sua matre del tuo patre fu sorella,
+E fu nomata la Galacïella.
+
+Questo barone è tuo fratel cugino,
+Che ben provisto t'ha Macon soprano
+De far che quel guerrier sia saracino,
+Ché, quando fusse stato cristïano,
+La nostra gente per ogni confino
+Tutta a fraccasso avria mandato al piano.
+Il patre di costui fu il bon Rugiero,
+Fiore e corona de ogni cavalliero.
+
+E la sua matre misera, dolente,
+Da poi che fu tradito quel segnore,
+E la città de Rissa in foco ardente
+Fu ruïnata con molto furore,
+Tornò la tapinella a nostra gente,
+E parturì duo figli a gran dolore;
+E l'un fu questo di cui t'ho parlato:
+Rugier, sì come il patre, è nominato.
+
+Nacque con esso ancora una citella,
+Ch'io non l'ho vista, ma ha simiglianza
+Al suo germano, e fior d'ogni altra bella,
+Perché esso di beltate il sole avanza.
+Morì nel parto alor Galacïella,
+E' duo fanciulli vennero in possanza
+D'un barbasore, il quale è nigromante,
+Che è del tuo regno, ed ha nome Atalante.
+
+Questo si sta nel monte di Carena,
+E per incanto vi ha fatto un giardino,
+Dove io non credo che mai se entri apena.
+Colui, che è grande astrologo e indovino,
+Cognobbe l'alta forza e la gran lena
+Che dovea aver nel mondo quel fantino,
+Però nutrito l'ha, con gran ragione,
+Sol di medolle e nerbi di leone;
+
+Ed hallo usato ad ogni maestria
+Che aver se puote in arte d'armeggiare;
+Sì che provedi d'averlo in balìa,
+A bench'io creda che vi avrai che fare.
+Ma questo è solo il modo e sola via
+A voler Carlo Mano disertare;
+Ed altramente, io te ragiono scorto,
+Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto. -
+
+Così parlava quel vecchio barbuto:
+Ben crede a sue parole il re Agramante,
+Perché tra lor profeta era tenuto
+E grande incantatore e nigromante,
+E sempre nel passato avea veduto
+Il corso delle stelle tutte quante,
+E sempre avanti il tempo predicia
+Divizia, guerra, pace, caristia.
+
+Incontinente fu preso il partito
+Quel monte tutto quanto ricercare,
+Sin che si trovi quel giovane ardito,
+Che deggia seco il gran passaggio fare.
+Questo canto al presente è qui finito;
+Segnor, che seti stati ad ascoltare,
+Tornati a l'altro canto, ch'io prometto
+Contarvi cosa ancor d'alto diletto.
+
+Canto secondo
+
+Se quella gente, quale io v'ho contata
+Ne l'altro canto, che è dentro a Biserta,
+Fusse senza indugiar di qua passata,
+Era Cristianità tutta deserta,
+Però che era in quel tempo abandonata
+Senza diffesa: questa è cosa certa,
+Ché Orlando alora e il sir de Montealbano
+Sono in levante al paese lontano.
+
+De Orlando io vi contai pur poco avante,
+Che Brigliadoro avea perso, il ronzone,
+Quando la dama con falso sembiante
+L'avea fatto salire a quel petrone.
+Ora lasciamo quel conte d'Anglante,
+Ch'io vo' contar de l'altro campïone,
+Dico Ranaldo, il cavalliero adorno,
+Qual con Marfisa a quel girone è intorno.
+
+E mentre che Agramante e sua brigata
+Va cercando Rugier, qual non se trova,
+Ranaldo, che ha la mente anco adirata,
+Poi che visto non ha l'ultima prova
+Della battaglia ch'io ve ho racontata,
+Sempre il sdegno crudel più si rinova:
+Dico della battaglia ch'io contai,
+Ch'ebbe col conte con tormento assai.
+
+Né sa pensar per qual cagion partito
+Sia il conte Orlando da quella frontera,
+Perché né l'un né l'altro era ferito,
+Poco o nïente d'avantaggio vi era.
+Ben stima lui che non serìa fuggito
+Mai con vergogna per nulla maniera:
+Ma, sia quel che si voglia, è destinato
+Sempre seguirlo insin che l'ha trovato.
+
+Poi che venuta fu la notte bruna,
+Armase tutto e prende il suo Baiardo,
+E via camina al lume della luna.
+Astolfo a seguitarlo non fu tardo,
+Ché vôl con lui patire ogni fortuna.
+Iroldo è seco e Prasildo gagliardo;
+E già non seppe la forte regina
+De lor partita insino alla mattina.
+
+E mostrò poi d'averne poca cura,
+O sì o no che ne fusse contenta.
+Cavalcano e baroni alla pianura
+D'un chiuso trotto, che giamai non lenta.
+Ora passata è via la notte scura,
+E l'aria de vermiglio era dipenta,
+Perché l'alba serena, al sol davante,
+Facea il ciel colorito e lustrigiante.
+
+Davanti a gli altri il figlio del re Otone,
+Astolfo dico, sopra a Rabicano,
+Dicendo sue devote orazïone,
+Come era usato il cavallier soprano.
+Ecco davanti sede in su un petrone
+Una donzella e batte mano a mano;
+Battese 'l petto e battese la faccia
+Forte piangendo, e le sue treccie straccia.
+
+- Misera me! - diceva la donzella
+- Misera me! tapina! isventurata!
+O parte del mio cor, dolce sorella,
+Così non fosti mai nel mondo nata,
+Poi che quel traditor sì te flagella!
+Meschina me! meschina! abandonata!
+Poi che fortuna mi è tanto villana,
+Ch'io non ritrovo aiuto a mia germana. -
+
+- Qual cagione hai, - Astolfo gli diciva
+- Che ti fa lamentar sì duramente? -
+In questo ragionar Ranaldo ariva,
+Gionge Prasildo e Iroldo di presente.
+La dama tutta via forte piangiva,
+Sempre dicendo: - Misera! dolente!
+Con le mie mane io mi darò la morte,
+S'io non ritrovo alcun che mi conforte. -
+
+Poi, vòlta a quei baron, dicea: - Guerrieri,
+Se aveti a' vostri cor qualche pietate,
+Soccorso a me per Dio! che n'ho mestieri
+Più che altra che abbia al mondo aversitate.
+Se drittamente seti cavallieri,
+Mostratimi per Dio! vostra bontate
+Contra a un ribaldo, falso, traditore,
+Pien di oltraggio villano e di furore.
+
+Ad una torre non quindi lontana
+Dimora quel malvaso furibondo,
+Di là da un ponte, sopra a una fiumana
+Che poi fa un lago orribile e profondo.
+Io là passava ed una mia germana,
+La più cortese dama che aggia il mondo;
+E quel ribaldo del ponte discese,
+La mia germana per le chiome prese,
+
+Villanamente quella strascinando,
+Sin che di là dal ponte fu venuto.
+Io sol cridavo e piangia lamentando,
+Né gli puotea donare alcuno aiuto.
+Lui per le braccia la venne legando
+Al tronco de un cipresso alto e fronduto,
+E poi spogliata l'ebbe tutta nuda,
+Quella battendo con sembianza cruda. -
+
+Abondava alla dama sì gran pianto,
+Che non puotea più oltra ragionare.
+A tutti quei baron ne incresce tanto
+Quanto mai si potrebbe imaginare;
+E ciascadun di lor si dona vanto,
+Sapendo il loco, de ella liberare,
+Ed in conclusïone il duca anglese
+A Rabicano in croppa quella prese.
+
+E forse da due miglia han cavalcato,
+Quando son gionti al ponte di quel fello.
+Quel ponte per traverso era chiavato
+De una ferrata, a guisa di castello,
+Che arivava nel fiume a ciascun lato;
+Nel mezo a ponto a ponto era un portello.
+A piedi ivi si passa de legieri,
+Ma per strettezza non vi va destrieri.
+
+Di là dal ponte è la torre fondata
+In mezo a un prato de cipresso pieno;
+Il fiume oltra quel campo se dilata
+Nel lago largo un miglio, o poco meno.
+Quivi era presa quella sventurata,
+Ch'empiva di lamenti il cel sereno;
+Tutta era sangue quella meschinella,
+E quel crudele ognior più la flagella.
+
+A piede stassi armato il furïoso:
+Dalla sinistra ha di ferro un bastone,
+Il flagello alla destra sanguinoso;
+Batte la dama fuor de ogni ragione.
+Iroldo di natura era pietoso:
+Ebbe di quella tal compassïone,
+Che licenzia a Ranaldo non richiede,
+Ma presto smonta ed entra il ponte a piede,
+
+Perché a destrier non se puote passare,
+Come io ve ho detto, per quella ferrata.
+Quando il crudele al ponte il vide entrare,
+Lascia la dama al cipresso legata.
+Il suo baston di ferro ebbe a impugnare,
+E qui fo la battaglia incominciata;
+Ma durò poco, perché quel fellone
+Percosse Iroldo in testa del bastone;
+
+E come morto in terra se distese,
+Sì grande fu la botta maledetta.
+Quello aspro saracino in braccio il prese,
+E via correndo va come saetta,
+Ed in presenzia a gli altri lì palese
+Come era armato dentro il lago il getta.
+Col capo gioso andò il barone adorno:
+Pensati che già su non fie' ritorno.
+
+Ranaldo de l'arcione era smontato
+Per gire alla battaglia del gigante,
+Ma Prasildo cotanto l'ha pregato,
+Che fu bisogno che gli andasse avante.
+Quel maledetto l'aspetta nel prato,
+E tien alciato il suo baston pesante;
+Questa battaglia fu come la prima:
+Gionse il bastone a l'elmo nella cima.
+
+Quel cade in terra tutto sbalordito;
+Via ne 'l porta il Pagano furibondo,
+E, proprio come l'altro a quel partito,
+Gettalo armato nel lago profondo.
+Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito,
+Poiché quel par d'amici sì iocondo
+Tanto miseramente ha già perduto,
+E presto sì, che a pena l'ha veduto.
+
+Turbato oltra misura, il ponte passa
+Con la vista alta e sotto l'arme chiuso;
+Va su l'aviso e tien la spada bassa,
+Come colui che è di battaglia aduso.
+Quell'altro del bastone un colpo lassa,
+Credendol come e primi aver confuso;
+Ma lui, che del scrimire ha tutta l'arte,
+Leva un gran salto e gettasi da parte.
+
+Lui d'un gran colpo tocca quel fellone,
+Ferendo a quel con animo adirato;
+Ma l'arme di colui son tanto bone,
+Che non han tema di brando arrodato.
+Durò gran pezzo quella questïone:
+Ranaldo mai da lui non fu toccato,
+Cognoscendo colui che è tanto forte,
+Che gli avria dato a un sol colpo la morte.
+
+Esso ferisce di ponta e di taglio,
+Ma questo è nulla, ché ogni colpo è perso,
+E tal ferire a quel non nôce uno aglio.
+Mosse alto crido quello omo diverso,
+E via tra' il suo bastone a gran sbaraglio
+Contra a Ranaldo, e gionselo a traverso,
+E tutto gli fraccassa in braccio il scudo:
+Cade Ranaldo per quel colpo crudo.
+
+A benché in terra fo caduto apena,
+Che salta in piedi e già non se sconforta;
+Ma quel feroce, che ha cotanta lena,
+Prendelo in braccio e verso il lago il porta.
+Ranaldo quanto può ben se dimena,
+Ma nel presente sua virtute è morta:
+Tanto di forza quel crudel l'avanza,
+Che de spiccarsi mai non ha possanza.
+
+Correndo quel superbo al lago viene,
+E come gli altri il vol gioso buttare;
+A lui Ranaldo ben stretto si tiene,
+Né quel si può da sé ponto spiccare.
+Cridò il crudel: - Così far si conviene! -
+Con esso in braccio giù se lascia andare;
+Con Ranaldo abracciato il furïoso
+Cadde nel lago al fondo tenebroso.
+
+Né vi crediati che faccian ritorno,
+Ché quivi non vale arte di notare,
+Perché ciascuno avea tante arme intorno,
+Che avrian fatto mille altri profondare.
+Astolfo ciò vedendo ebbe tal scorno,
+Che è come morto e non sa che si fare.
+Perso Ranaldo ed affocato il vede,
+Né, ancor vedendo, in tutto bene il crede.
+
+Presto dismonta e passa la ferrata,
+In ripa al lago corse incontinente.
+Una ora ben compita era passata,
+Dentro a quell'acqua non vede nïente.
+Or s'egli aveva l'alma adolorata
+Dovetelo stimar certanamente;
+Poi che perduto ha il suo caro cugino,
+Più che si far non sa quel paladino.
+
+Passava il ponte ancor quella donzella
+Ed a l'alto cipresso se ne è gita;
+Dal troncon desligò la sua sorella,
+E de' soi panni l'ebbe rivestita.
+Astolfo non attende a tal novella,
+Preso di doglia cruda ed infinita:
+Crida piangendo e battese la faccia,
+Chiedendo morte a Dio per sola graccia.
+
+E tanto l'avea vento il gran dolore,
+Che se volea nel lago trabuccare,
+Se non che le due dame con amore
+L'andarno dolcemente a confortare.
+- Che? - dician lor - Baron d'alto valore,
+Adunque ve voleti disperare?
+Non se cognosce la virtute intera
+Se non al tempo che fortuna è fiera. -
+
+Molti saggi conforti gli san dare,
+Or l'una or l'altra con suave dire,
+E tanto seppen bene adoperare,
+Che da quel lago lo ferno partire.
+Ma come venne Baiardo a montare,
+Credette un'altra volta di morire,
+Dicendo: - O bon ronzone! egli è perduto
+Il tuo segnore, e non gli hai dato aiuto? -
+
+Molte altre cose a quel destrier dicia
+Piangendo sempre il duca amaramente;
+In mezo de due dame ne va via,
+Baiardo ha sotto il cavallier valente.
+Sopra de Rabican l'una venìa,
+L'altra de Iroldo avea il destrier corrente;
+Quel de Prasildo, tutto desligato
+E senza briglia, rimase nel prato.
+
+E caminando insino a mezo il giorno,
+Ad un bel fiume vennero arivare,
+Dove odirno suonare uno alto corno.
+Ora de Astolfo vi voglio lasciare,
+Perché agli altri baron faccio ritorno,
+Che ad Albraca la rocca hanno a guardare,
+E sempre fan battaglia a gran diffesa
+Contra a Marfisa di furore accesa.
+
+Torindo era di fuor con la regina,
+Ed ha un messaggio a Sebasti mandato,
+Alla terra di Bursa, che confina
+A Smirne, a Scandeloro in ogni lato:
+Per tutta la Turchia con gran roina
+Ciascun che può venir ne venga armato.
+Questi conduce il forte Caramano,
+Che de Torindo è suo carnal germano.
+
+Egli ha giurato mai non si partire
+D'intorno a quella rocca al suo vivente,
+Sin che non vede Angelica perire
+Di fame o foco, e tutta la sua gente;
+Però sì gran brigata fie' venire,
+Per esser fuor nel campo sì potente,
+Che non possan gir quei de dentro intorno,
+Che or mille volte n'escon fuora il giorno.
+
+Perché il fiero Antifor e il re Ballano
+Stan sempre armati sopra dello arcione;
+Oberto dal Leone e re Adrïano,
+Re Sacripante e il forte Chiarïone
+Sopra la gente di Marfisa al piano
+Callano spesso a gran destruzïone;
+La dama esser non puote in ogni loco,
+Ché ben fuggian da lei come dal foco.
+
+Acciò che 'l fatto ben vi sia palese,
+Aquilante non vi era, né Grifone,
+Né Brandimarte, il cavallier cortese.
+Questo fo il primo che lasciò il girone,
+Perché l'amor de Orlando tanto il prese,
+Nel tempo che con lui fu compagnone,
+Che, come sua partenza oditte dire,
+Subitamente se 'l pose a seguire.
+
+E figli de Olivieri il simigliante
+Ferno ancor lor la seguente matina,
+Dico Grifone e 'l fratello Aquilante:
+E tanto ogni om de' duo forte camina,
+Che al conte Orlando trapassarno avante.
+Essendo gionti sopra a una marina,
+In mezo ad un giardin tutto fiorito
+Trovarno un bel palagio su quel lito.
+
+Una logia ha il palagio verso il mare,
+Davanti vi passarno e duo guerreri;
+Quivi donzelle stavano a danzare,
+Ché vi avean suon diversi e ministeri.
+Grifon passando prese a dimandare
+A duo, che tenian cani e sparavieri,
+Di cui fosse il palagio; e l'un rispose:
+- Questo si chiama il Ponte dalle Rose.
+
+Questo è il mar del Baccù, se nol sapeti.
+Dove è il palagio adesso e 'l bel giardino,
+Era un gran bosco, ben folto de abeti,
+Dove un gigante, che era malandrino,
+Stava nel ponte che là giù vedeti;
+Né mai passava per questo confino
+Una donzella o cavalliero errante,
+Che lor non fusse occisi dal gigante.
+
+Ma Poliferno fu bon cavalliero,
+E da poi fatto re per suo valore,
+Occise quel gigante tanto fiero;
+Tagliò poi tutto il bosco a gran furore,
+Dove fece piantar questo verziero,
+Per fare a ciascadun che passi, onore.
+Ciò vedreti esser ver, come io vi dico;
+Al ponte anco ha mutato il nome antico.
+
+Ché 'l Ponte Periglioso era chiamato,
+Or dalle Rose al presente si chiama:
+Ed è così provisto ed ordinato,
+Che ciascun cavalliero ed ogni dama,
+Quivi passando, sia molto onorato,
+Acciò che se oda nel mondo la fama
+Di quel bon cavallier, che è sì cortese
+Che merta lodo in ciascadun paese.
+
+Là non potreti adunque voi passare,
+Se non giurati, a la vostra leanza,
+Per una notte quivi riposare;
+Sì ch'io ve invito a prender qui la stanza,
+Prima che indrieto abbiati a ritornare. -
+Disse Grifon: - Questa cortese usanza
+Da me, per la mia fè, non serà guasta,
+Se 'l mio germano a questo non contrasta. -
+
+Disse Aquilante: - Sia quel che ti piace. -
+E così dismontarno alla marina.
+Verso il palagio va Grifone audace,
+Ed Aquilante apresso li camina.
+Gionti a la logia, non se pôn dar pace,
+Tanta era quella adorna e peregrina.
+Dame con gioco e festa, ministreri
+Vennero incontra a quei duo cavallieri.
+
+Incontinenti fôrno disarmati,
+E con frutti e confetti e coppe d'oro
+Se rinfrescarno e cavallier pregiati,
+Poi nella danza entrarno anche con loro.
+Ecco a traverso de' fioriti prati
+Venne una dama sopra Brigliadoro;
+Istupefatto divenne Grifone,
+Come alla dama vide quel ronzone.
+
+Similmente Aquilante fu smarito,
+E l'uno e l'altro la danza abandona,
+E verso quella dama se ne è gito,
+E ciascadun di lor seco ragiona,
+Dimandando a qual modo e a qual partito
+Abbia il destriero, e che è della persona
+Che suolea cavalcar quel bon ronzone.
+Lei d'ogni cosa li rende ragione,
+
+Come colei che è falsa oltra misura,
+E del favolegiare avea il mestiero.
+Dicea che sopra un ponte alla pianura
+Avea trovato morto un cavalliero,
+Con una sopravesta di verdura
+E uno arboscello inserto per cimiero;
+E che un gigante apresso morto gli era,
+Feso d'un colpo insino alla gorgiera;
+
+Che già non era il cavallier ferito,
+Ma pista d'un gran colpo avea la testa.
+Quando Aquilante questo ebbe sentito,
+Ben gli fuggì la voglia di far festa,
+Dicendo: - Ahimè! baron, chi t'ha tradito?
+Ch'io so ben che a battaglia manifesta
+Non è gigante al mondo tanto forte,
+Qual condutto se avesse a darti morte. -
+
+Grifon piangendo ancor se lamentava,
+E di gran doglia tutto se confonde;
+E quanto più la dama dimandava,
+Più de Orlando la morte gli risponde.
+La notte oscura già s'avicinava,
+Il sol di drieto a un monte se nasconde;
+E duo baron, ch'avean molto dolore,
+Nel palagio alogiarno a grande onore.
+
+La notte poi nel letto fuor' pigliati,
+E via condutti ad una selva oscura,
+Dove fôrno a un castello impregionati,
+Al fondo d'un torrion con gran paura,
+Dove più tempo sterno incatenati,
+Menando vita dispietata e dura.
+Un giorno il guardïan fuora li mena,
+Legati ambe le braccia di catena.
+
+Seco legata mena la donzella
+Che sopra Brigliadoro era venuta;
+Un capitano con più gente in sella
+In questa forma quei baron saluta:
+- Oggi aveti a soffrir la morte fella,
+Se Dio per sua pietate non ve aiuta. -
+La dama se cambiò nel viso forte,
+Come sentì che condutta era a morte.
+
+Ma già non se cambiarno e duo germani,
+Ciascuno è bene a Dio racomandato.
+Avanti a sé scontrarno in su quei piani
+Un cavalliero a piedi e tutto armato.
+Eran da lui ancor tanto lontani,
+Che non l'avrebbon mai rafigurato;
+Ma poi dirovi a ponto questo fatto,
+Che nel presente più di lor non tratto;
+
+E tornovi a contar di quel castello
+Qual era assedïato da Marfisa.
+Chiarïone ogni giorno era al zambello
+Con gli altri che la istoria vi divisa;
+La regina cacciava or questo or quello,
+Ma non la aspetta alcun per nulla guisa;
+Già tutti quanti, eccetto Sacripante,
+L'avian provata nel tempo davante.
+
+Esso non era della rocca uscito,
+Però che nella prima questïone
+De una saetta fu alquanto ferito,
+Sì che non può vestir sua guarnisone.
+Già tutto un mese integro era compito
+Poi che qua gionto fu il re Galafrone,
+Quando tutti e baroni una matina
+Saltâr nel campo di quella regina.
+
+Cridan le gente: - Ad arme! - tutte quante;
+Ciascun di quei baron sembra leone.
+Il re Ballano a tutti vien davante,
+Poi Antifor e Oberto e Chiarïone,
+Il re Adrïano è drieto e Sacripante:
+Di quella gente fan destruzïone.
+Ben ha cagion ciascun de aver paura,
+Tutta è coperta a morti la pianura.
+
+L'un doppo l'altro de quei baron fieri
+Venian di qua di là, gente tagliando;
+I scudi hanno alle spalle e bon guerrieri,
+E ciascuno a due man mena del brando.
+Vanno a terra pedoni e cavallieri,
+Ogniom davanti a lor fugge tremando;
+Rotti e spezzati vanno a gran furore:
+Ecco Marfisa gionta a quel rumore.
+
+Giunse alla zuffa la dama adirata:
+Già non bisogna tempo a lei guarnire,
+Però che sempre se trovava armata.
+Quando Ballano la vide venire,
+Che ben sapea sua forza smisurata,
+In altra parte mostra di ferire,
+E più li piace ciascuno altro loco
+Che la presenza di quel cor di foco.
+
+Già tutti insieme avean prima ordinato
+Che l'un con l'altro se debba aiutare,
+Perché la dama ha l'animo adirato
+E contra a tutti vôlse vendicare.
+Come Ballano adunque fu voltato,
+Lei prende dietro a quello a speronare,
+Cridando: - Volta! volta! can fellone,
+Ché oggi non giongi tu dentro al girone. -
+
+Così cridando il segue per il piano;
+Ma il forte Antifor de Albarossia
+Di drieto la ferisce ad ambe mano;
+Lei non mostra curare e tira via.
+Disposta è di pigliare il re Ballano,
+Che a spron battuti innanzi le fuggia;
+Vien di traverso Oberto a gran tempesta,
+E lei ferisce al mezo della testa.
+
+Non se ne cura la dama nïente,
+Ché dietro al re Ballano in tutto è volta.
+Or Chiarïone a guisa di serpente
+Mena a due mani e ne l'elmo l'ha còlta,
+Ma lei non cura il colpo e non lo sente;
+Tutta a seguir Ballano è lei disciolta.
+Lui, che a le spalle sente la regina,
+Voltasi e mena un colpo a gran ruina.
+
+Mena a due mano e le redine lassa,
+Gionse nel scudo alla dama rubesta;
+Come una pasta per traverso il passa,
+E mezo il tira a terra a gran tempesta.
+Lei gionse lui ne l'elmo e lo fraccassa,
+E ferillo aspramente nella testa;
+Sì come morto l'abatte disteso,
+Dalle sue gente incontinente è preso.
+
+Ma non vi pone indugio la donzella,
+Per la campagna caccia Chiarïone;
+Ciascun de gli altri adosso a lei martella;
+Non gli stima lei tutti un vil bottone.
+Già tolto Chiarïone ha fuor di sella,
+E via lo manda preso al paviglione;
+Questo veggendo quel de Albarossia,
+A più poter davanti li fuggia.
+
+Ma lei lo gionse e ne l'elmo l'afferra;
+Al suo dispetto lo trasse de arcione,
+E poi tra le sue gente il getta a terra
+Come fusse una palla di cottone.
+Or comincia a finirse la gran guerra,
+Però che 'l re Adrïano è già pregione;
+Re Sacripante qui non se ritrova,
+Altrove abatte e fa mirabil prova.
+
+Oberto dal Leon, quel sire arguto,
+Mette a sconfitta sol tutta una schiera.
+Marfisa da lontan l'ebbe veduto,
+Spronagli adosso la donzella fiera;
+Da cima al fondo gli divise il scuto,
+E fende sotto il sbergo ogni lamiera,
+E maglia e zuppa tutta disarmando
+Sino alla carne fie' toccare il brando.
+
+Quel cavallier, turbato oltra misura,
+Lascia a due mano un gran colpo di spata.
+Di cotal cosa la dama non cura,
+Né parve aponto che fosse toccata:
+Ché l'elmo che avea in capo e l'armatura
+Tutta era per incanto fabricata;
+Ma lei contra de Oberto s'abandona,
+Sopra de l'elmo un gran colpo gli dona.
+
+Con tal roina quel colpo discende,
+Che l'elmo non l'arresta de nïente;
+La fronte a mezo il naso tutta fende,
+Il brando calla giù tra dente e dente,
+E l'arme e busto taglia, e ciò che prende.
+Mena a fraccasso la spada tagliente,
+Né mai si ferma insino in su l'arcione:
+Cadde in due parte Oberto dal Leone.
+
+Re Sacripante col brando a due mano
+Fende e nemici e taglia per traverso;
+Tuttavia combattendo, di lontano
+Ebbe veduto quel colpo diverso,
+Quando Oberto in due parte cadde al piano.
+Non ha l'animo lui per questo perso,
+Ma, speronando con molta roina,
+Col brando in mano afronta la regina;
+
+E nella gionta un gran colpo li mena:
+Non ebbe mai la dama uno altro tale,
+Che quasi se stordì con grave pena.
+Par che il re Sacripante metta l'ale,
+Né l'estrema possanza e l'alta lena
+Della regina a questo ponto vale;
+Tanto è veloce quel baron soprano,
+Che ciascun colpo della dama è vano.
+
+Egli era tanto presto quel guerrero,
+Che a lei girava intorno come occello,
+E schiffava e soi colpi de legiero,
+Ferendo spesso a lei con gran flagello.
+Frontalate avea nome quel destriero,
+Qual fu cotanto destro e tanto isnello,
+Che quando Sacripante a quello è in cima,
+Gli omini tutti e il mondo non istima.
+
+Quel bon destrier, che fu senza magagna,
+E sì compito che nulla gli manca,
+Baglio era tutto a scorza di castagna,
+Ma sino al naso avea la fronte bianca.
+Nacque a Granata, nel regno di Spagna:
+La testa ha schietta e grossa ciascuna anca;
+La coda e côme bionde a terra vano,
+E da tre piedi è quel destrier balzano.
+
+Quando gli è sopra Sacripante armato,
+De aspettar tutto il mondo si dà vanto;
+Ben ha di lui bisogno in questo lato,
+Né mai ne la sua vita ne ebbe tanto,
+Dapoi che con Marfisa èssi afrontato.
+La zuffa vi dirò ne l'altro canto,
+Che per l'uno e per l'altro, a non mentire,
+Assai fu più che far ch'io non so dire.
+
+Canto terzo
+
+Marfisa vi lasciai, ch'era affrontata
+Ne l'altro canto al re de Circasia.
+Benché sia forte la dama pregiata,
+Quel re circasso un tal destriero avia,
+Che non vi era vantaggio quella fiata.
+De ira Marfisa tutta se rodia,
+E mena colpi fieri ad ambe mano;
+Ma nulla tocca e ciascaduno è vano.
+
+Ecco il re che ne vien come un falcone,
+Gionge a traverso quella nel guanzale;
+Essa risponde a lui d'un riversone
+Quanto puote più presto, ma non vale,
+Ché via passa de un salto quel ronzone
+Da l'altro lato, come avesse l'ale.
+Mena a quel canto ancor la dama adorna:
+De un altro salto lui di qua ritorna.
+
+Il re percosse lei sopra una spalla,
+Ma non se attacca a quella piastra il brando,
+E giù nel scudo con fraccasso calla,
+Quanto ne prende a terra roïnando.
+Or se Marfisa un sol colpo non falla,
+Per sempre il pone della vita in bando;
+Se una sol volta a suo modo l'afferra,
+Feso in due pezzi lo distende a terra.
+
+Come un castello in cima d'un gran sasso
+Intorno è d'ogni parte combattuto,
+Giù manda pietre e travi a gran fraccasso,
+Chiunche è di sotto sta ben proveduto;
+Mentre che la roina calla al basso,
+Ciascun cerca schiffando darsi aiuto:
+Questa battaglia avea cotal sembiante,
+Che è tra Marfisa e il forte Sacripante.
+
+Lei sembrava dal celo una saetta,
+Quando menava sua spada tagliente,
+E mettia nel ferir cotanta fretta,
+Che l'aria sibillava veramente.
+Ma giamai Sacripante non l'aspetta,
+Mai non è in terra quel destrier corrente;
+Di qua, di là, da fronte e da le spalle,
+Quasi in un tempo col brando l'assalle.
+
+Tutto il cimier gli avea tagliato in testa
+E rotto il scudo a quella zuffa dura;
+Stracciata tutta avea la sopravesta,
+Ma non puotea falsar quella armatura.
+Intorno da ogni canto li tempesta:
+Lei di suo tempestar nulla si cura;
+Aspetta il tempo, e nel suo cor si spera
+Finire a un colpo quella guerra fiera.
+
+Tra loro il primo assalto era finito,
+Ed era l'uno e l'altro retirato;
+Un messagier nel viso sbigotito
+Nel campo ariva ed è molto affannato.
+Dove era Sacripante esso ne è gito,
+E stando a lui davanti ingenocchiato,
+Piangendo disse con grave sconforto:
+- Male novelle del tuo regno porto.
+
+Re Mandricardo, che fu de Agricane
+Primo figliol e del suo regno erede,
+Ha radunato le gente lontane
+E nella Circassia già posto ha il piede,
+E morto ha il tuo fratel con le sue mane.
+Te solamente el tuo regno richiede;
+Come ti veda nel campo scoperto
+Re Mandricardo, fuggirà di certo.
+
+Perché venne novella in quel paese
+Della tua morte, e gran malenconia.
+Quel re malvaso, come questo intese,
+Passò nel regno con molta zenia;
+Al fiume di Lovasi il ponte prese,
+Ed arse la cità di Samachia;
+Quivi Olibandro, il tuo franco germano,
+Come io t'ho detto, occise di sua mano.
+
+Poi tutto il regno come una facella
+Mena a roina e mette a foco ardente;
+E tu combatti per una donzella,
+Né te muove pietà della tua gente,
+Che sol te aspetta e sol di te favella,
+E de altro aiuto non spera nïente.
+La tua patria gentil per tutto fuma,
+Il fer la strazia e il foco la consuma. -
+
+Cangiosse il re gagliardo al viso altiero,
+E lacrimava di dolore e de ira,
+E rivoltava in più parte il pensiero;
+Sdegno ed amore il petto gli martira.
+L'uno a vendetta il muove de legiero,
+L'altro a diffesa di sua dama il tira;
+Al fin, voltando il core ad ogni guisa,
+Ripone il brando e va nanti a Marfisa.
+
+A lei raconta la cosa dolente
+Che questo messagier gli ha riportata,
+E la destruzïon della sua gente,
+Contra a ragione a tal modo menata;
+Onde la prega ben piatosamente,
+Quanto giamai potesse esser pregata,
+Con dolce parolette e bel sermone,
+Che indi se parta e lasci quel girone.
+
+Marfisa li comincia a proferire
+Tutta sua gente e la propria persona;
+Ma de volerse quindi dipartire
+Non vôl ch'altri, né lui mai ne ragiona:
+Sin che non veda Angelica perire,
+Quella impresa giamai non abandona.
+Adunque mal d'acordo più che prima,
+Ciascun de l'ira più salisce in cima.
+
+E cominciarno assalto orrendo e fiero
+Più che mai fosse stato ancor quel giorno.
+Re Sacripante ha quel presto destriero,
+A modo usato le volava intorno,
+E ben comprende lui che di legiero
+Potrebbe aver di tal zuffa gran scorno;
+Ché, se molta ventura non l'aita,
+Ad un sol colpo è sua guerra finita.
+
+Ma de straccarla al tutto se destina
+O ver morir per sua mala ventura,
+E ferisce la dama a gran roina;
+Ma non se attacca il brando a l'armatura,
+E non se move la forte regina,
+Come colei che tal cosa non cura.
+E' mena colpi orrendi ad ambe mano,
+Ma sempre falla e se affatica in vano.
+
+Tanto lunga tra lor fu la battaglia,
+Che altro tempo bisogna al ricontare.
+Adesso di saperla non ve incaglia,
+Ché a loco e a tempo ve saprò tornare;
+Ma nel presente io torno alla travaglia
+Del re Agramante, che ha fatto cercare
+Il monte di Carena a ogni sentiero,
+E non si trova il paladin Rugiero.
+
+Mulabuferso, che è re di Fizano,
+Fier di persona e d'ogni cosa esperto,
+Cercato ha tutto quel gran monte invano,
+Qua verso il mare e là verso il deserto,
+Sì che nel fuoco poneria la mano,
+Che in cotal loco non è lui di certo;
+Onde a Biserta torna ad Agramante,
+E con tal dire a lui si pone avante:
+
+- Segnor, per fare il tuo comandamento
+Cercato ho di Carena il monte altiero;
+Dopo lunga fatica e grave stento
+Visto ho l'ultimo dì quel che il primiero.
+Onde io te acerto e affermo in iuramento,
+Che là non se ritrova alcun Rugiero;
+Quel già fu morto a Rissa con gran guai,
+Né altro credo io che sia più nato mai.
+
+Sì che, piacendo al re di Garamanta,
+Dove il dimori puote indovinare,
+Poi che quella arte di saper si vanta;
+Ma noi ben siam più pacci ad aspettare
+Questo vecchiardo, che le serpe incanta,
+Ché già dovremmo aver passato il mare.
+Lui va cercando quel che non se trova,
+Perché tua gente a guerra non se mova. -
+
+Re Rodamonte, come l'ebbe odito,
+A gran fatica lo lasciò finire.
+Forte ridendo, con sembiante ardito
+Disse: - Ciò prima ben sapevo io dire,
+Che quello aveva il nostro re schernito,
+Volendo questa guerra differire.
+Mal aggia l'omo che dà tanta fede
+Al ditto di altri e a quel che non si vede!
+
+Nova maniera al mondo è di mentire,
+E tanto è già di ciò poca vergogna,
+Che a misurare il celo han preso ardire
+Per far più colorita sua menzogna,
+Annunzïando quel che die' venire.
+E' conta a ciascadun quel che si sogna,
+Dicendo che Mercurio e Iove e Marte
+Qua faran pace, e guerra in quelle parte.
+
+Se egli è alcun dio nel cel, ch'io nol so certo,
+Là stassi ad alto, e di qua giù non cura:
+Omo non è che l'abbia visto esperto,
+Ma la vil gente crede per paura.
+Io de mia fede vi ragiono aperto
+Che solo il mio bon brando e l'armatura
+E la maza ch'io porto, e 'l destrier mio
+E l'animo ch'io ho, sono il mio dio.
+
+Ma il re di Garamanta, nella cenere
+Segnando cerchi con verga d'olivo,
+Dice che quando il sol fia gionto a Venere,
+Sarà d'ogni malizia il mondo privo;
+E quando a primavera l'erbe tenere
+Seran fiorite nel tempo giolivo,
+Alor non debba il re passare in Franza,
+Ma stiasi queto e grattasi la panza.
+
+Del mio ardito segnor mi meraviglio,
+Che queste zanze possa supportare;
+Ma se questo vecchion nel zuffo piglio,
+Che qua ce tiene e non ce lascia andare,
+In Franza il ponerò senza naviglio.
+Per l'aria lo trarò di là dal mare;
+Non so che me ritenga, e manca poco
+Ch'io non vi mostri adesso questo ioco. -
+
+Sorrise alquanto quel vecchio canuto,
+Poi disse: - Le parole e il viso fiero
+Che mi dimostra quel giovane arguto,
+Non mi pôn spaventare a dirvi il vero.
+Come vedeti, egli ha il viso perduto,
+Benché mai tutto non l'avesse intiero,
+Né se cura di Dio, né Dio de lui;
+Lasciànlo stare e ragionam d'altrui.
+
+Io ve dissi, segnore, e dico ancora,
+Che sopra la montagna di Carena
+Quel giovane fatato fa dimora,
+Che al mondo non ha par di forza e lena;
+Né so se ve ricorda, io dissi alora
+Che se avrebbe a trovarlo molta pena,
+Però che 'l suo maestro è negromante,
+E ben lo guarda, ed ha nome Atalante.
+
+Questo ha un giardino al monte edificato,
+Quale ha di vetro tutto intorno il muro,
+Sopra un sasso tanto alto e rilevato
+Che senza tema vi può star sicuro.
+Tutto d'incerco è quel sasso tagliato;
+Benché sia grande a maraviglia e duro,
+Da gli spirti de inferno tutto quanto
+Fu in un sol giorno fatto per incanto.
+
+Né vi si può salir, se nol concede
+Quel vecchio che là sopra è guardïano.
+Omo questo giardin giamai non vede,
+O stiali apresso o passi di lontano.
+Io so che Rodamonte ciò non crede:
+Mirati come ride quell'insano!
+Ma se uno annel ch'io sazo, pôi avere,
+Questo giardino ancor potrai vedere.
+
+L'annello è fabricato a tal ragione
+(Come più volte è già fatto la prova)
+Che ogni opra finta de incantazïone
+Convien che a sua presenzia se rimova.
+Questo ha la figlia del re Galafrone,
+Qual nel presente in India se ritrova,
+Presso al Cataio, intra un girone adorno,
+Ed ha l'assedio di Marfisa intorno.
+
+Se questo annello in possanza non hai,
+Indarno quel giardin se può cercare,
+Ma sii ben certo non trovarlo mai.
+Dunque senza Rugier convien passare,
+E tutti sosterriti estremi guai,
+Né alcun ritornarà di qua dal mare;
+Ed io ben vedo come vôl fortuna
+Che Africa tutta sia coperta a bruna. -
+
+Poi che ebbe il vecchio re così parlato
+Chinò la faccia lacrimando forte.
+- Più son - dicea - de gli altri sventurato,
+Ché cognosco anzi il tempo la mia sorte;
+Per vera prova di quel che ho contato,
+Dico che gionta adesso è la mia morte:
+Come il sol entra in cancro a ponto a ponto,
+Al fine è il tempo di mia vita gionto.
+
+Prima fia ciò che una ora sia passata;
+Se comandar volete altro a Macone,
+A lui riportarò vostra ambasciata.
+Tenete bene a mente il mio sermone,
+Ch'io l'aggio detto e dico un'altra fiata:
+Se andati in Franza senza quel barone
+Qual ve ho mostrato che è la nostra scorta,
+Tutta la gente fia sconfitta e morta. -
+
+Non fu più lungo il termine o più corto,
+Come avea detto quel vecchio scaltrito:
+Nel tempo che avea detto cadde morto.
+Il re Agramante ne fu sbigotito,
+E preseno ciascun molto sconforto;
+E qualunche di prima era più ardito,
+Veggendo morto il re nanti al suo piede,
+Ciò che quel disse, veramente crede.
+
+Ma sol de tutti Rodamonte il fiero
+Non se ebbe di tal cosa a spaventare,
+Dicendo: - Anco io, segnor, ben che legiero,
+Avria saputo questo indovinare;
+Ché quel vecchio malvaggio e trecolero
+Più lungamente non puotea campare.
+Lui, che era de anni e de magagne pieno,
+Sentia la vita sua che venìa meno.
+
+Or par che egli abbi fatto una gran prova,
+Poi che egli ha detto che 'l debbe morire.
+È forse cosa istrana o tanto nova
+Vedere un vecchio la vita finire?
+Stative adunque, e non sia chi si mova;
+Di là dal mare io vo' soletto gire,
+E provarò se 'l celo ha tal possanza,
+Che me diveti incoronare in Franza. -
+
+E più parole non disse nïente,
+Ma quindi se partì senza combiato.
+In Sarza ne va il re che ha il core ardente,
+E poco tempo vi fu dimorato,
+Che alla città de Algier è con sua gente,
+Per travargare il mar da l'altro lato.
+Dipoi vi contarò del suo passaggio,
+E la guerra che 'l fece e il gran dannaggio.
+
+Li altri a Biserta sono al parlamento:
+Diverse cose se hanno a ragionare.
+Il re Agramante ha ripreso ardimento,
+E vole ad ogni modo trapassare.
+Ciascuno andar con esso è ben contento,
+Purché Rugier si possi ritrovare;
+Non si trovando, ogniom vi va dolente:
+Il re Agramante anco esso a questo assente.
+
+E nel consiglio fa promissïone,
+Se alcun si trova che sia tanto ardito
+Che a quella figlia del re Galafrone
+Vada a levar l'annel che porta in dito,
+Re lo farà di molte regïone,
+E ricco di tesor troppo infinito.
+Tutti han la cosa molto bene intesa,
+Ma non se vanta alcun di tale impresa.
+
+Il re de Fiessa, che è tutto canuto,
+Disse: - Segnor, io voglio un poco uscire,
+E spero che Macon mi doni aiuto:
+Un mio servente ti vuo' fare odire. -
+Già lungo tempo non fu ritenuto,
+E fece un ribaldello entro venire,
+Che altri sì presto non fu mai di mano;
+Brunello ha nome quel ladro soprano.
+
+Egli è ben piccioletto di persona,
+Ma di malicia a meraviglia pieno,
+E sempre in calmo e per zergo ragiona:
+Lungo è da cinque palmi, o poco meno,
+E la sua voce par corno che suona;
+Nel dire e nel robbare è senza freno.
+Va sol di notte, e il dì non è veduto,
+Curti ha i capelli, ed è negro e ricciuto.
+
+Come fu dentro, vidde zoie tante
+E tante lame d'ôr, come io contai;
+Ben se augura in suo core esser gigante
+Per poter via di quel portare assai.
+Poi che fu gionto al tribunale avante,
+Disse: - Segnore, io non posserò mai,
+Sin che con l'arte, inganni, o con ingegno
+Io non acquisti il promettuto regno.
+
+Lo annello io l'averò ben senza errore,
+E presto il portaraggio in tua masone;
+Ma ben ti prego che in cosa maggiore
+Ti piaccia poi di me far parangone.
+Tuor la luna dal cel giù mi dà il core,
+E robbare al demonio il suo forcone,
+E per sprezar la gente cristïana
+Robberò il Papa e 'l suon de la campana. -
+
+Il re se meraviglia ne la mente
+Veggendo un piccolin tanto sicuro;
+Lui ne va per dormire incontinente,
+Che poi gli piace de vegiare al scuro.
+Non se ne avide alcun di quella gente
+Che molte zoie dispiccò del muro.
+Ben se lamenta di sua poca lena;
+Tante ne ha adosso, che le porta apena.
+
+Tutto il consiglio fu da poi lasciato,
+E fu finito il lungo parlamento;
+Ciascun nella sua terra è ritornato
+Per adoprarsi a l'alto guarnimento.
+Quel re cortese avea tanto donato,
+Che ciascadun de lui ne va contento;
+E zoie e vasi d'oro, arme e destrieri
+Donava, e a tutti cani e sparavieri.
+
+Ogni om zoioso se parte cantando,
+Coperti a veste de arïento e d'oro.
+Lasciogli gire e torno al conte Orlando,
+Lo qual lasciai con pena e con martoro
+Per la campagna ai piedi caminando,
+Poiché ha perduto il destrier Brigliadoro.
+Lamentase di sé quel sire ardito,
+Poi che si trova a tal modo schernito,
+
+Dicendo: "Quella dama io dispiccai
+Di tanta pena e della morte ria,
+E lei poi m'ha condutto in questi guai
+Ed hamme usato tanta scortesia.
+Sia maledetto chi se fida mai
+Per tutto il mondo in femina che sia!
+Tutte son false a sostenir la prova:
+Una è leale, e mai non se ritrova."
+
+La bocca se percosse con la mano,
+Poi che ebbe detto questo, il sire ardito,
+A sé dicendo: "Cavallier villano,
+Chi te fa ragionare a tal partito?
+Eti scordato adunque il viso umano
+Di quella che d'amor te ha il cor ferito?
+Ché per lei sola e per la sua bontate
+L'altre son degne d'esser tutte amate."
+
+Così dicendo vede di lontano
+Bandiere e lancie dritte con pennoni;
+Ver lui van quella gente per il piano,
+Parte sono a destrier, parte pedoni.
+Davanti a gli altri mena il capitano
+Duo cavallieri a guisa de prigioni,
+Di ferro catenati ambe le braccia.
+Ben presto il conte li cognobbe in faccia;
+
+Perché l'uno è Grifon, l'altro Aquilante,
+Che son condotti a morte da costoro.
+Una donzella, poco a quei davante,
+Era legata sopra a Brigliadoro.
+Pallida in viso e trista nel sembiante,
+Condutta è con questi altri al rio martoro:
+Orrigille è la dama, quella trista.
+Ben lei cognobbe il conte in prima vista;
+
+Ma nol dimostra, e va tra quella gente,
+E chiede di tal cosa la cagione.
+Un che avea la barbuta ruginente
+E cinto bene al dosso un pancirone,
+Disse: - Condutti son questi al serpente
+Il qual divora tutte le persone
+Che arrivan forastiere in quel paese,
+Dove fôr questi ed altre gente prese.
+
+Questo è il regno de Orgagna, se nol sai,
+E sei presso al giardin de Fallerina.
+Cosa più strana al mondo non fu mai:
+Fatto l'ha per incanto la regina;
+E tu securo in queste parte vai?
+Ma serai preso con molta roina
+E dato al drago, come gli altri sono,
+Se presto non te fuggi in abandono. -
+
+Molto fu alegro alora il paladino,
+Poi che cognobbe in questo ragionare
+Che egli era pervenuto a quel giardino,
+Qual convenia per forza conquistare.
+Ma quel bravel, che ha viso di mastino,
+Disse: - Ancor, paccio, stai ad aspettare?
+Come qui t'abbia il capitano scorto,
+Incontinente serai preso e morto. -
+
+Finito non avea questo sermone,
+Che 'l capitano, che l'ebbe veduto,
+Gridò: - Pigliàti presto quel bricone,
+Che in soa mala ventura è qui venuto.
+Adrieto il menarete alla pregione,
+Poi che 'l drago per oggi fia pasciuto
+De questi tre che or ne vanno alla morte:
+Domane ad esso toccarà la sorte. -
+
+Ciascun presto pigliarlo se procura:
+Tutta se mosse la gente villana.
+Il conte, che de lor poco se cura,
+Imbracciò il scudo e trasse Durindana.
+Adosso li venian senza paura,
+Ché non sapean sua forza sì soprana;
+Ciascun s'affretta ben d'esservi in prima,
+Perché aver l'arme del guerrier se stima.
+
+Ma presto fe' cognoscer quel ch'egli era,
+Come fo gionto con seco alla prova,
+Tagliando questo e quello in tal maniera,
+Che dove è un pezzo, l'altro non si trova.
+Un grande, che portava la bandiera:
+- Saldo! - diceva - e non sia che si mova.
+Saldo, brigata! - a gran voce cridava;
+Ma lui di dietro e ben largo si stava.
+
+Per questo suo cridare alcun non resta,
+A furia tutti quanti se ne vano;
+Orlando è sempre in mezo a gran tempesta,
+E gambe, e teste, e braccie manda al piano.
+Gionse a quel grande, e dàgli in su la testa
+Un grave colpo col brando a due mano.
+Tutto lo fende insino alla cintura:
+Non domandar se gli altri avean paura.
+
+Il capitano fo il primo a fuggire,
+Perché degli altri avea meglior ronzone,
+E fuggendo al compagno prese a dire:
+- Questo è colui che occise Rubicone,
+E tutti quanti ce farà morire,
+Se Dio non ce dà aiuto ed il sperone.
+Tristo colui che in quel brando s'abatte!
+Gli omini e l'arme taglia come un latte. -
+
+Fu Rubicone da Ranaldo occiso;
+Non so, segnor, se più vi ricordati,
+Che fu a traverso de un colpo diviso,
+Quando Iroldo e Prasildo fôr campati.
+Or questo capitano ha preso aviso,
+Mirando quei gran colpi smisurati,
+Che quello una altra volta sia tornato;
+Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato.
+
+Ma il conte Orlando non lo seguitava,
+Poi che sconfitta quella gente vede.
+- Via! Via, canaglia! - dietro li cridava;
+E poi tornava, sì come era, a piede
+Verso e pregioni. Ciascun lacrimava,
+Né apena esser campato alcun se crede.
+Ma la donzella, che cognobbe il conte,
+Morta divenne ed abassò la fronte.
+
+Bella era, come io dissi, oltre misura,
+Ed a beltate ogni cosa risponde,
+Sì che ancor la vergogna e la paura
+La grazia del suo viso non asconde.
+Veggendo il conte sua bella figura,
+Dentro nel spirto tutto se confonde;
+Né iniuria se ramenta né l'inganno,
+Ma sol gli dôl che lei ne prende affanno.
+
+Or che bisogna dir? Tanto gli piace,
+Che prima che i nepoti la disciolse;
+Ma lei, ch'è tutta perfida e fallace,
+Come sapea ben fare, il tempo colse;
+Piangendo ingenocchion chiedea la pace.
+Il conte sostenir questo non volse
+Che ella più stesse in quel dolente caso,
+Ma rilevolla e fie' pace de un baso.
+
+In questa forma repacificati,
+Il conte rimontò nel suo ronzone,
+Da poi quei duo guerreri ha desligati.
+La dama sol tenìa gli occhi a Grifone,
+Ché già se erano insieme inamorati
+Nel tempo che fôr messi alla prigione;
+Né mancato era a l'uno o l'altro il foco,
+Ben che sian stati in separato loco.
+
+E non doveti avere a meraviglia
+Se, più che 'l conte lei Grifone amava;
+Però che Orlando avea folte le ciglia,
+E d'un de gli occhi alquanto stralunava.
+Grifon la faccia avea bianca e vermiglia,
+Né pel di barba, o poco ne mostrava;
+Maggiore è bene Orlando e più robusto,
+Ma a quella dama non andava al gusto.
+
+Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene,
+E lui guardava lei con molto affetto,
+Con sembianze piatose e d'amor piene;
+Con sospir caldi da lei fende il petto;
+E sì scoperta questa cosa viene,
+Che Orlando incontinente ebbe sospetto;
+E, per non vi tenire in più sermoni,
+Il conte diè licenzia a quei baroni,
+
+Dicendo che quel giorno convenia
+Condurre a fine un fatto smisurato,
+Dove non ha bisogno compagnia,
+Perché fornirlo solo avea giurato.
+Che bisogna più dir? Lor ne van via;
+E già non si partîr senza combiato,
+E da tre volte in sù, senza fallire,
+Il conte li ricorda il dipartire.
+
+Orlando giù dismonta della sella,
+Poi che è Grifon partito ed Aquilante,
+E con la dama sol d'amor favella,
+Benché fosse mal scorto e sozzo amante.
+Eccoti alora ariva una donzella
+Sopra d'un palafren bianco ed amblante.
+Poi che ebbe l'uno e l'altro salutato,
+Verso del conte disse: - Ahi sventurato!
+
+Disventurato! - disse - qual destino
+Te ha mai condutto a sì malvaggia sorte?
+Non sai tu che de Orgagna è qui il giardino,
+Né sei due miglia longe dalle porte?
+Fugge presto, per Dio! fugge, meschino,
+Ché tu sei tanto presso dalla morte,
+Quanto sei presso a l'incantato muro;
+E tu qua zanzi e stai come sicuro! -
+
+Il conte a lei rispose sorridendo:
+- Voglioti sempre assai ringrazïare,
+Perché, al dir che me fai, chiaro comprendo
+Che a te dispiace il mio pericolare;
+Ma sappi che fuggirme io non intendo,
+Ché dentro a quel giardino io voglio intrare.
+Amor, che ivi mi manda, me assicura
+Di trare al fine tanta alta aventura.
+
+Se mi puoi dar consiglio, o vero aiuto,
+Come aggia in cotal cosa fare, o dire,
+Estremamente ti serò tenuto.
+Quel che abbia a fare, io non posso sentire,
+Ché omo non trovo che l'abbia veduto,
+Né che me dica dove io debba gire;
+Sì che per cortesia ti vo' pregare
+Che me consigli quel ch'io debba fare. -
+
+La damigella, ch'era grazïosa,
+Smontò nel prato il bianco palafreno,
+Ed a lui ricontò tutta la cosa,
+Ciò che dovea trovar, né più, né meno.
+Questa aventura fu maravigliosa,
+Come io vi contarò ben tutto apieno
+Nel canto che vien dietro, se a Dio piace;
+Bella brigata, rimanete in pace.
+
+Canto quarto
+
+Luce de gli occhi miei, spirto del core,
+Per cui cantar suolea sì dolcemente
+Rime legiadre e bei versi d'amore,
+Spirami aiuto alla istoria presente.
+Tu sola al canto mio facesti onore,
+Quando di te parlai primeramente,
+Perché a qualunche che di te ragiona,
+Amor la voce e l'intelletto dona.
+
+Amor primo trovò le rime e' versi,
+I suoni, i canti ed ogni melodia;
+E genti istrane e populi dispersi
+Congionse Amore in dolce compagnia.
+Il diletto e il piacer serian sumersi,
+Dove Amor non avesse signoria;
+Odio crudele e dispietata guerra,
+Se Amor non fusse, avrian tutta la terra.
+
+Lui pone l'avarizia e l'ira in bando,
+E il core accresce alle animose imprese,
+Né tante prove più mai fece Orlando,
+Quante nel tempo che de amor se accese.
+Di lui vi ragionava alora quando
+Con quella dama nel prato discese;
+Or questa cosa vi voglio seguire,
+Per dar diletto a cui piace de odire.
+
+La dama, che col conte era smontata,
+Gli dicea: - Cavalliero, in fede mia,
+Se non che messagiera io son mandata,
+Dentro a questo giardin teco verria;
+Ma non posso indugiare una giornata
+Del mio camino, ed è lunga la via.
+Or quel ch'io te vo' dire, intendi bene:
+Esser gagliardo e saggio ti conviene.
+
+Se non vôi esser di quel drago pasto,
+Che d'altra gente ha consumata assai,
+Convienti di tre giorni esser ben casto,
+Né camparesti in altro modo mai.
+Questo dragone fia il primo contrasto
+Che alla primiera entrata trovarai:
+Un libro ti darò, dove è depinto
+Tutto 'l giardino e ciò ch'è dentro al cinto. -
+
+Il dragone che gli omini divora,
+E l'altre cose tutte quante dice,
+E descrive il palagio ove dimora
+Quella regina, brutta incantatrice.
+Ier entrò dentro e dimoravi ancora,
+Perché con succo de erbe e de radice
+E con incanti fabrica una spata
+Che tagliar possa ogni cosa affatata.
+
+In questo non lavora se non quando
+Volta la luna e che tutto se oscura.
+- Or te vo' dir perché ha fatto quel brando
+E pone al temperarlo tanta cura.
+In Ponente è un baron, che ha nome Orlando,
+Che per sua forza al mondo fa paura:
+La incantatrice trova per destino
+Che costui desertar debbe il giardino.
+
+Come se dice, egli è tutto fatato
+In ogni canto, e non si può ferire,
+E con molti guerreri è già provato,
+E tutti quanti gli ha fatto morire;
+Perciò la dama il brando ha fabricato,
+Perché il baron che io ho detto, abbia a perire,
+Benché lei dica che pur sa di certo
+Che il suo giardin da lui serà deserto.
+
+Ma quel che più bisogna avea scordato,
+E speso ho il tempo con tante parole.
+Non se può entrare in quel loco incantato
+Se non aponto quando leva il sole.
+Poi ch'io son quivi, è bon tempo passato:
+Più teco star non posso, e me ne dole.
+Or piglia il libro e ponevi ben cura:
+Iddio te aiuti e doneti ventura. -
+
+Così dicendo gli dà il libro in mano,
+E da lui tol combiato la fantina;
+Ben la ringrazia il cavallier soprano:
+Lei monta il palafreno e via camina.
+Va passeggiando il conte per il piano,
+Poi che indugiar conviene alla mattina;
+Ben gli rincresce il gioco che gli è guasto
+Ch'esser conviene a quella impresa casto:
+
+Perché Origille, quella damigella
+Che avea campata, seco dimorava.
+Amore e gran desio dentro il martella,
+Ma pur indugïar deliberava.
+La luna era nel celo ed ogni stella,
+Il conte sopra a l'erba si posava,
+Col scudo sotto il capo e tutto armato;
+La damigella a lui stava da lato.
+
+Dormiva Orlando, e sornacchiava forte
+Senz'altra cura il franco cavalliero;
+Ma quella dama, che è di mala sorte
+Ed a seguir Grifone avea il pensiero,
+Fra sé deliberò dargli la morte;
+E, rivolgendo ciò l'animo fiero,
+Vien pianamente a lui se approssimando,
+E via dal fianco gli distacca il brando.
+
+Tutto è coperto il conte d'armatura:
+Non sa la dama il partito pigliare,
+Né de ferirlo ponto se assicura,
+Onde destina di lasciarlo stare.
+Lei prende Brigliadoro alla pastura,
+E prestamente su vi ebbe a montare,
+E via camina e quindi s'alontana,
+E porta seco il brando Durindana.
+
+Orlando fu svegliato al matutino,
+E del brando s'accorse e del ronzone.
+Pensati se de questo fu tapino,
+Che 'l credette morir di passïone;
+Ma in ogni modo entrar vôle al giardino:
+E bench'egli abbia perduto il ronzone
+E il brando di valor tanto infinito,
+Non se spaventa il cavalliero ardito.
+
+Via caminando come disperato,
+Verso il giardino andava quel barone;
+Un ramo d'uno alto olmo avea sfrondato,
+E seco nel portava per bastone.
+Il sole aponto alora era levato,
+Quando lui gionse al passo del dragone;
+Fermossi alquanto il cavallier sicuro,
+Guardando intorno del giardino al muro.
+
+Quello era un sasso de una pietra viva,
+Che tutta integra atorno l'agirava;
+Da mille braccie verso il ciel saliva,
+E trenta miglia quel cerchio voltava.
+Ecco una porta a levante s'apriva:
+Il drago smisurato zuffellava,
+Battendo l'ale e menando la coda;
+Altro che lui non par che al mondo s'oda.
+
+Fuor della porta non esce nïente,
+Ma stavi sopra come guardïano;
+Il conte se avicina arditamente
+Col scudo in braccio e col bastone in mano.
+La bocca tutta aperse il gran serpente,
+Per ingiottire quel baron soprano;
+Lui, che di tal battaglia era ben uso,
+Mena il bastone e colse a mezo 'l muso.
+
+Per questo fu il serpente più commosso,
+E verso Orlando furïoso viene;
+Lui con quel ramo de olmo verde e grosso
+Menando gran percosse gli dà pene.
+Al fin con molto ardir gli salta adosso,
+E cavalcando tra le coscie il tiene;
+Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta
+Colpi radoppia a colpi in su la testa.
+
+Rotto avea l'osso, e il suo cervello appare,
+Quella bestia diversa, e cadde morta.
+Il sasso, che era aperto a questo intrare,
+S'accolse insieme, e chiuse questa porta.
+Or non sa il conte ciò che debba fare,
+E nella mente alquanto se sconforta;
+Guardasi intorno e non sa dove gire,
+Ché chiuso è dentro e non potrebbe uscire.
+
+Era alla sua man destra una fontana,
+Spargendo intorno a sé molta acqua viva;
+Una figura di pietra soprana,
+A cui del petto fuor quella acqua usciva,
+Scritto avea in fronte: 'Per questa fiumana
+Al bel palagio del giardin se ariva.'
+Per infrescarse se ne andava il conte
+Le man e 'l viso a quella chiara fonte.
+
+Avea da ciascun lato uno arboscello
+Quel fonte che era in mezo alla verdura,
+E facea da se stesso un fiumicello
+De una acqua troppo cristallina e pura;
+Tra' fiori andava il fiume, e proprio è quello
+Di cui contava aponto la scrittura,
+Che la imagine al capo avea d'intorno;
+Tutta la lesse il cavalliero adorno.
+
+Onde si mosse a gire a quel palaggio,
+Per pigliare in quel loco altro partito;
+E caminando sopra del rivaggio
+Mirava il bel paese sbigotito.
+Egli era aponto del mese di maggio,
+Sì che per tutto intorno era fiorito,
+E rendeva quel loco un tanto odore,
+Che sol di questo se allegrava il core.
+
+Dolce pianure e lieti monticelli
+Con bei boschetti de pini e d'abeti,
+E sopr'a verdi rami erano occelli,
+Cantando in voce viva e versi queti.
+Conigli e caprioli e cervi isnelli,
+Piacevoli a guardare e mansueti,
+Lepore e daini correndo d'intorno,
+Pieno avean tutto quel giardino adorno.
+
+Orlando pur va drieto alla rivera,
+Ed avendo gran pezzo caminato,
+A piè d'un monticello alla costera
+Vide un palagio a marmori intagliato;
+Ma non puotea veder ben quel che gli era,
+Perché de arbori intorno è circondato.
+Ma poi, quando li fu gionto dapresso,
+Per meraviglia uscì for di se stesso.
+
+Perché non era marmoro il lavoro
+Ch'egli avea visto tra quella verdura,
+Ma smalti coloriti in lame d'oro
+Che coprian del palagio l'alte mura.
+Quivi è una porta di tanto tesoro,
+Quanto non vede al mondo creatura,
+Alta da diece e larga cinque passi,
+Coperta de smiraldi e de balassi.
+
+Non se trovava in quel ponto serrata,
+Però vi passò dentro il conte Orlando.
+Come fu gionto nella prima entrata,
+Vide una dama che avea in mano un brando,
+Vestita a bianco e d'oro incoronata,
+In quella spada se stessa mirando.
+Come lei vide il cavallier venire,
+Tutta turbosse e posesi a fuggire.
+
+Fuor della porta fuggì per il piano;
+Sempre la segue Orlando tutto armato,
+Né fu ducento passi ito lontano,
+Che l'ebbe gionta in mezo di quel prato.
+Presto quel brando gli tolse di mano,
+Che fu per dargli morte fabricato,
+Perché era fatto con tanta ragione,
+Che taglia incanto ed ogni fatagione.
+
+Poi per le chiome la dama pigliava,
+Che le avea sparse per le spalle al vento,
+E di dargli la morte minacciava
+E grave pena con molto tormento,
+Se del giardino uscir non gl'insegnava.
+Lei, ben che tremi tutta di spavento,
+Per quella tema già non se confonde,
+Anci sta queta e nulla vi risponde;
+
+Né per minaccie che gli avesse a fare
+Il conte Orlando, né per la paura
+Mai gli rispose, né volse parlare,
+Né pur di lui mostrava tenir cura.
+Lui le lusenghe ancor volse provare,
+Essa ostinata fo sempre e più dura;
+Né per piacevol dir né per minaccia
+Puote impetrar che lei sempre non taccia.
+
+Turbossi il cavallier nel suo coraggio,
+Dicendo: - Ora me è forza esser fellone;
+Mia serà la vergogna e tuo il dannaggio,
+Benché di farlo io ho molta ragione. -
+Così dicendo la mena ad un faggio,
+E ben stretta la lega a quel troncone
+Con rame lunghe, tenere e ritorte,
+Dicendo a lei: - Or dove son le porte? -
+
+Lei non risponde al suo parlar nïente,
+E mostra del suo crucio aver diletto.
+- Ahi, - disse il conte - falsa e fraudolente!
+Ch'io lo posso sapere al tuo dispetto.
+Or mo di novo mi è tornato a mente
+Che in un libretto l'aggio scritto al petto,
+Qual mi mostrarà il fatto tutto a pieno. -
+Così dicendo sel trasse di seno.
+
+Guardando nel libretto ove è depento
+Tutto il giardino e di fuore e d'intorno,
+Vede nel sasso, ch'è d'incerco acento,
+Una porta che n'esce a mezogiorno;
+Ma bisogna a l'uscir aver convento
+Un toro avanti, che ha di foco un corno,
+L'altro di ferro, ed è tanto pongente,
+Che piastra o maglia non vi val nïente.
+
+Ma prima che vi ariva, un lago trova,
+Dove è molta fatica a trapassare,
+Per una cosa troppo strana e nova,
+Sì come apresso vi vorò contare;
+Ma il libro insegna vincer quella prova.
+Non avea il conte a ponto a indugïare,
+Ma via camina per l'erba novella,
+Lasciando al faggio presa la donzella.
+
+Via ne va lui per quelle erbe odorose,
+E poi che alquanto via fu caminato,
+L'elmo a l'orecchie empì dentro di rose,
+Delle qual tutto adorno era quel prato.
+Chiuse l'orecchie, ad ascoltar si pose
+Gli occei, ch'erano intorno ad ogni lato:
+Mover li vede il collo e 'l becco aprire,
+Voce non ode e non potrebbe odire,
+
+Perché chiuso se aveva in tal maniera
+L'orecchie entrambe a quelle rose folte,
+Che non odiva, al loco dove egli era,
+Cosa del mondo, ben che attento ascolte;
+E caminando gionse alla rivera,
+Che ha molte gente al suo fondo sepolte.
+Questo era un lago piccolo e iocondo
+D'acque tranquille e chiare insino al fondo.
+
+Non gionse il conte in su la ripa apena,
+Che cominciò quell'acqua a gorgoliare;
+Cantando venne a sommo la Sirena.
+Una donzella è quel che sopra appare,
+Ma quel che sotto l'acqua se dimena
+Tutto è di pesce e non si può mirare,
+Ché sta nel lago da la furca in gioso;
+E mostra il vago, e il brutto tiene ascoso.
+
+Lei comincia a cantar sì dolcemente,
+Che uccelli e fiere vennero ad odire:
+Ma, come erano gionti, incontinente
+Per la dolcezza convenian dormire.
+Il conte non odìa de ciò nïente,
+Ma, stando attento, mostra di sentire.
+Come era dal libretto amaestrato,
+Sopra la riva se colcò nel prato.
+
+E' mostrava dormir ronfando forte:
+La mala bestia il tratto non intese,
+E venne a terra per donarli morte;
+Ma il conte per le chiome ne la prese.
+Lei, quanto più puotea, cantava forte,
+Ché non sapeva fare altre diffese,
+Ma la sua voce al conte non attiene,
+Che ambe l'orecchie avea di rose piene.
+
+Per le chiome la prese il conte Orlando,
+Fuor di quel lago la trasse nel prato,
+E via la testa gli tagliò col brando,
+Come gli aveva il libro dimostrato,
+Sé tutto di quel sangue rossegiando,
+E l'arme e sopraveste in ogni lato.
+L'elmo se trasse e dislegò le rose;
+Tinto di sangue poi tutto se 'l pose.
+
+Di quel sangue avea tocco in ogni loco,
+Perché altramente tutta l'armatura
+Avrebbe consumata a poco a poco
+Quel toro orrendo e fora di natura,
+Che avea un corno di ferro ed un di foco.
+Al suo contrasto nulla cosa dura,
+Arde e consuma ciò che tocca apena:
+Sol se diffende il sangue di sirena.
+
+Di questo toro sopra vi ho contato,
+Che verso mezogiorno è guardïano.
+Il conte a quella porta fu arivato,
+Poi che ebbe errato molto per il piano.
+Il sasso che 'l giardino ha circondato,
+S'aperse alla sua gionta a mano a mano,
+E una porta di bronzo si disserra:
+Fuora uscì il toro a mezo della terra.
+
+Muggiando uscitte il toro alla battaglia,
+E ferro e foco nella fronte squassa,
+Né contrastar vi può piastra né maglia,
+Ogni armatura con le corne passa.
+Il conte con quel brando che ben taglia,
+A lui ferisce ne la testa bassa,
+E proprio il gionse nel corno ferrato:
+Tutto di netto lo mandò nel prato.
+
+Per questo la battaglia non s'arresta;
+Con l'altro corno, ch'è di foco, mena
+Con tanta furia e con tanta tempesta,
+Che il conte in piede si mantiene apena.
+Arso l'avria da le piante alla testa,
+Se non che il sangue di quella sirena
+Da questa fiamma lo tenìa diffeso,
+Che avrebbe l'arme e il busto insieme acceso.
+
+Combatte arditamente il conte Orlando,
+Come colui che fu senza paura;
+Mena a due mano irato e fulminando
+Dritti e roversi fuor d'ogni misura.
+Egli ha gran forza ed incantato ha il brando,
+Onde a' suoi colpi nulla cosa dura;
+Ferendo e spalle e testa ed ogni fianco,
+Fece che 'l toro al fin pur venne manco.
+
+Le gambe tagliò a quello e il collo ancora,
+Con gran fatica se finì la guerra.
+Il toro occiso senza altra dimora
+Tutto se ascose sotto della terra;
+La porta, che era aperta alora alora,
+A l'asconder di quel presto si serra;
+La pietra tutta insieme è ritornata,
+Porta non vi è, né segno ove sia stata.
+
+Il conte più non sa quel che si fare.
+Ché de l'uscita non vede nïente;
+Prende il libretto e comincia a guardare,
+D'intorno al cerchio va ponendo mente;
+Vede il vïaggio che debbe pigliare
+Dietro ad un rivo che corre a ponente,
+Ove di zoie aperta è una gran porta;
+Uno asinello armato è la sua scorta.
+
+Ma presto narrarò com'era fatto
+Questo asinello, e fu gran meraviglia.
+Dio guardi il conte Orlando a questo tratto,
+Che alla riva del fiume il camin piglia.
+Via ne va sempre caminando ratto,
+E seco nella mente se assotiglia,
+Perché 'l libro altro ancor gli avea mostrato,
+Prima che gionga a l'asinello armato.
+
+Così pensando, a mezo del camino
+Uno arbore atrovò fuor di misura:
+Tanto alto non fo mai faggio né pino,
+Tutto fronzuto di bella verdura.
+Come da longe il vide il paladino,
+Ben si ricorda di quella scrittura
+Che gli mostrava il suo libretto aponto,
+Però provede prima che sia gionto.
+
+Fermosse sopra il fiume il cavalliero,
+E 'l scudo prestamente desimbraccia,
+Da l'elmo tolse via tutto il cimiero,
+Alla fronte di quello il scudo allaccia,
+Sì che 'l copria davanti tutto intiero,
+Verso la vista e sopra della faccia.
+Dinanti ai piedi aponto in terra guarda:
+Altro non vede e il suo camin non tarda.
+
+E come il loco avea prima avisato,
+Al tronco drittamente via camina.
+Un grande occello ai rami fu levato,
+Che avea la testa e faccia di regina,
+Coi capei biondi e il capo incoronato;
+La piuma al collo ha d'oro e purpurina,
+Ma il petto, il busto e le penne maggiore
+Vaghe e dipente son d'ogni colore.
+
+La coda ha verde e d'oro e di vermiglio,
+Ed ambe l'ale ad occhi di pavone;
+Grande ha le branche e smisurato artiglio,
+Proprio assembra di ferro il forte ungione.
+Tristo quello omo a chi dona di piglio,
+Ché lo divora con destruzïone.
+Smaltisce questo occello una acqua molle,
+Qual, come tocca gli occhi, il veder tolle.
+
+Levosse dalle rame con fraccasso
+Quel grande occello, e verso il conte andava,
+Il qual veniva al tronco passo passo
+Col scudo in capo, e gli occhi non alciava,
+Ma sempre a terra aveva il viso basso;
+E l'occellaccio d'intorno agirava,
+E tal rumor faceva e tal cridare,
+Che quasi Orlando fie' pericolare.
+
+Ché fu più volte per guardare in suso;
+Ma pur se ricordava del libretto,
+E sotto il scudo se ne stava chiuso.
+Alciò la coda il mostro maledetto,
+E l'acqua avelenata smaltì giuso.
+Quella cade nel scudo, e per il petto
+Calla stridendo, come uno oglio ardente;
+Ma nella vista non toccò nïente.
+
+Orlando se lasciò cadere in terra,
+Tra l'erbe, come ceco, brancolando.
+Calla l'occello e nel sbergo l'afferra,
+E verso il tronco il tira strasinando.
+Il conte a man riversa un colpo serra;
+Proprio a traverso lo gionse del brando,
+E da l'un lato a l'altro lo divise,
+Sì che, a dir breve, quel colpo l'occise.
+
+Poi che mirato ha il conte quello occello,
+Sotto il suo tronco a l'ombra morto il lassa,
+E raconcia il cimiero alto a pennello,
+E 'l scudo al braccio nel suo loco abassa.
+Verso la porta dove è l'asinello,
+Drieto a ponente, in ripa al fiume passa,
+E poco caminò che ivi fu gionto,
+E vide aprir la porta in su quel ponto.
+
+Mai non fo visto sì ricco lavoro
+Come è la porta nella prima faccia.
+Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro;
+Non la diffende né spata né maccia
+Ma uno asino coperto a scaglie d'oro,
+Ed ha l'orecchie lunghe da due braccia:
+Come coda di serpe quelle piega,
+E piglia e strenge a suo piacere e lega.
+
+Tutto è coperto di scaglia dorata,
+Come io vi ho detto, e non si può passare;
+Ma la sua coda taglia come spata,
+Né vi può piastra né maglia durare;
+Grande ha la voce e troppo smisurata,
+Sì che la terra intorno fa tremare.
+Ora alla porta il conte s'avicina:
+La bestia venne a lui con gran roina.
+
+Orlando lo ferì de un colpo crudo,
+Né lo diffende l'incantata scaglia;
+Tutto il scoperse insino al fianco nudo,
+Perché ogni fatason quel brando taglia.
+L'asino prese con l'orecchie il scudo,
+E tanto dimenando lo travaglia,
+Di qua di là battendo in poco spaccio,
+Che al suo dispetto lo levò dal braccio.
+
+Turbosse oltra misura il conte Orlando,
+E mena un colpo furïosamente;
+Ambe l'orecchie gli tagliò col brando,
+Ché quella scaglia vi giovò nïente.
+Esso le croppe rivoltò cridando,
+E mena la sua coda, che è tagliente,
+E spezza al franco conte ogni armatura:
+Lui è fatato, e poco se ne cura;
+
+E de un gran colpo a quel colse ne l'anca
+Dal lato destro, e tutta l'ha tagliata,
+E dentro agionse nella coscia stanca.
+Non è riparo alcuno a quella spata;
+Quasi la tagliò tutta, e poco manca.
+Cadde alla terra la bestia incantata,
+Cridando in voce di spavento piena,
+Ma il conte ciò non cura e il brando mena.
+
+Mena a due mano il conte e non s'arresta,
+Benché cridi la bestia a gran terrore.
+Via de un sol colpo gli gettò la testa
+Con tutto il collo, o la parte maggiore.
+Alor tutta tremò quella foresta,
+E la terra s'aperse con rumore,
+Dentro vi cadde quella mala fiera;
+Poi se ragionse, e ritornò com'era.
+
+Or fora il conte se ne vuole andare,
+Ed alla ricca porta èsse invïato,
+Ma dove quella fosse non appare:
+Il sasso tutto integro è riserrato.
+Lui prende il libro e comincia a mirare;
+Poi che ogni volta rimane ingannato
+E dura indarno cotanta fatica,
+Non sa più che se facci o che se dica.
+
+Ciascuna uscita sempre è stata vana
+E con arisco grande di morire;
+Pur la scrittura del libretto spiana
+Che ad ogni modo non se puote uscire
+Per una porta volta a tramontana,
+Ma là non vi val forza, e non ardire,
+Né 'l proprio senno né l'altrui consiglio,
+Ché troppo è quello estremo e gran periglio.
+
+Perché un gigante smisurato e forte
+Guarda la uscita con la spata in mano,
+E se egli avvien che dato li sia morte,
+Duo nascon del suo sangue sopra il piano,
+E questi sono ancor de simil sorte:
+Ciascun quattro produce a mano a mano,
+Così multiplicando in infinito
+Il numero di lor forte ed ardito.
+
+Ma prima ancor che se possa arivare
+A quella porta, che è tutta d'argento,
+Per quella serrata, vi è molto che fare,
+E bisognavi astuzia e sentimento.
+Ma il conte a questo non stette a pensare,
+Come colui che avea molto ardimento,
+Seco dicendo a sua mente animosa:
+"Chi può durare, al fin vince ogni cosa."
+
+Così fra sé parlando il camin prese
+Giù per la costa verso tramontana,
+E vide, come al campo giù discese,
+Una valle fiorita e tutta piana,
+Ove tavole bianche eran distese,
+Tutte apparate intorno alla fontana;
+Con ricche coppe d'oro in ogni banda
+Eran coperti de ottima vivanda.
+
+Né quanto intorno se puote mirare,
+Disotto al piano e di sopra nel monte,
+Non vi è persona che possi guardare
+Quella ricchezza che è intorno alla fonte;
+E le vivande se vedean fumare.
+Gran voglia di mangiare aveva il conte;
+Ma prima il libracciol trasse del petto,
+E, quel leggendo, prese alto sospetto.
+
+Guardando quel libretto, il paladino
+Vide la cosa sì pericolosa.
+Di là dal fonte è un boschetto di spino,
+Tutto fiorito di vermiglia rosa,
+Verde e fronzuto; e dentro al suo confino
+Una Fauna crudel vi sta nascosa:
+Viso di dama e petto e braccia avia,
+Ma tutto il resto d'una serpe ria.
+
+Questa teneva una catena al braccio,
+Che nascosa venìa tra l'erba e' fiori,
+E facea intorno a quella fonte un laccio,
+Acciò, se alcun, tirato da li odori,
+Intrasse alla fontana dentro al spaccio,
+Fosse pigliato con gravi dolori;
+Essa, tirando poi quella catena,
+A suo mal grado nel boschetto il mena.
+
+Orlando dalla fonte si guardava,
+E verso il verde bosco prese a gire.
+Come la Fauna di questo si addava,
+Uscì cridando e posesi a fuggire;
+Per l'erba, come biscia, sdrucellava,
+Ma presto il conte la fece morire
+De un colpo solo e senza altra contesa,
+Ché quella bestia non facea diffesa.
+
+Poi che la Fauna fu nel prato morta,
+Ver tramontana via camina il conte,
+E poco longi vide la gran porta,
+Che avea davanti sopra un fiume un ponte.
+Su vi sta quel che ha tanta gente morta,
+Col scudo in braccio e con l'elmo alla fronte;
+Par che minacci con sembianza cruda,
+Armato è tutto ed ha la spada nuda.
+
+Orlando se avicina a quel gigante,
+Né de cotal battaglia dubitava,
+Perché in sua vita ne avea fatto tante,
+Che poca cura di questa si dava.
+Quello omo smisurato venne avante,
+Ed un gran colpo de spata menava.
+Schifollo il conte e trassese da lato,
+E quel ferisce col brando affatato.
+
+Gionse al gigante sopra del gallone,
+Non lo diffese né piastra né maglia,
+Ma, fraccassando sbergo e pancirone,
+Insino a l'altra coscia tutto il taglia.
+Ora se allegra il figlio di Melone,
+Credendo aver finita ogni battaglia,
+E prese de l'uscir molto conforto,
+Poi che vide il gigante a terra morto.
+
+Quello era morto, e 'l sangue fuora usciva,
+Tanto che ne era pien tutto quel loco;
+Ma, come fuor del ponte in terra ariva,
+Intorno ad esso s'accendeva un foco.
+Crescendo ad alto quella fiamma viva
+Formava un gran gigante a poco a poco;
+Questo era armato e in vista furibondo,
+E dopo il primo ancor nascìa il secondo.
+
+Figli parean di 'l foco veramente,
+Tanto era ciascun presto e furïoso,
+Con vista accesa e con la faccia ardente.
+Ora ben stette il conte dubbïoso;
+Non sa quel che far debba nella mente:
+Perder non vôle, e 'l vincere è dannoso,
+Però, ben che li faccia a terra andare,
+Rinasceranno, e più vi avrà che fare.
+
+Ma de vincere al fin pur se conforta,
+Se ne nascesser ben mille migliara,
+Ed animoso se driccia alla porta.
+Quei duo giganti avean presa la sbara;
+Ciascuno aveva una gran spada torta,
+Perché eran nati con la simitara.
+Ma il conte a suo mal grado dentro passa,
+Prende la sbarra e tutta la fraccassa.
+
+Unde ciascun di lor più fulminando
+Percote adosso del barone ardito;
+Ma poca stima ne faceva Orlando,
+Ché non puotea da loro esser ferito.
+Lui riposto teneva al fianco il brando,
+Perché avea preso in mente altro partito;
+Adosso ad un di lor ratto se caccia,
+E sotto l'anche ben stretto l'abbraccia.
+
+Aveano entrambi smisurata lena,
+Ma pur l'aveva il conte assai maggiore.
+Leval il conte ad alto e intorno il mena,
+Né vi valse sua forza, o suo vigore,
+Ché lo pose riverso in su l'arena.
+L'altro gigante con molto furore
+Di tempestare Orlando mai non resta
+Da ciascun lato e basso e nella testa.
+
+Lui lascia il primo, com'era disteso,
+E contra a questo tutto se disserra;
+Sì come l'altro a ponto l'ebbe preso,
+E con fraccasso lo messe alla terra.
+L'altro è levato de grande ira acceso:
+Orlando lascia questo e quello afferra;
+E mentre che con esso fa battaglia,
+Levasi il primo e intorno lo travaglia.
+
+Andò gran tempo a quel modo la cosa,
+Né se potea sperare il fin giamai;
+Non può prendere il conte indugia o posa,
+Ché sempre or l'uno or l'altro gli dà guai.
+Durata è già la zuffa dolorosa
+Più che quattro ore, con tormento assai
+Per l'uno e l'altro; a benché 'l conte Orlando
+A duo combatte e non adopra il brando.
+
+Per non multiplicarli, il cavalliero
+Batteli a terra e non gli fa morire,
+Ma per questo non esce del verziero,
+Ch'e duo giganti il vetano a partire.
+Lui prese combattendo altro pensiero
+Subitamente, e mostra di fuggire;
+Per la campagna va correndo il conte,
+Ma quei due grandi ritornarno al ponte.
+
+Ciascun sopra del ponte ritornava,
+Come de Orlando non avesse cura;
+E lui, che spesso in dietro si voltava,
+Credette che restasser per paura;
+Ma quella fatason che li creava
+Quivi li tenea fermi per natura.
+Sol per diffesa stan di quella porta,
+E fanno al fiume ed al suo ponte scorta.
+
+Il conte questo non aveva inteso,
+Ma via da lor correndo se alontana;
+Alla valletta se ne va disteso,
+Che ha 'l bel boschetto a lato alla fontana,
+Dove la Fauna avea quel laccio teso
+Per pascerse de sangue e carne umana.
+Tavole quivi son da tutte bande;
+Il laccio è teso intorno alle vivande.
+
+Era quel laccio tutto di catena
+Come di sopra ancora io v'ho contato.
+Orlando lo distacca e dietro il mena,
+Strasinando alle spalle, per il prato:
+Tanto era grosso, che lo tira appena.
+Con esso al ponte ne fu ritornato,
+E pose un de' giganti a forza a terra,
+E braccie e gambe a quel laccio gl'inferra.
+
+Benché a ciò fare vi stesse buon spaccio,
+Perché l'altro gigante lo anoiava;
+Ma a suo mal grado uscì di quello impaccio,
+Ed ancora esso per forza atterrava;
+Come l'altro il legò proprio a quel laccio.
+Ora la porta più non se serrava,
+E puote Orlando a suo diletto uscire;
+Quel che poi fece, tornati ad odire.
+
+Perché se dice che ogni bel cantare
+Sempre rincresce quando troppo dura,
+Ed io diletto a tutti vi vo' dare
+Tanto che basta, e non fuor di misura;
+Ma se verreti ancora ad ascoltare,
+Racontarovi di questa ventura
+Che aveti odita, tutto quanto il fine,
+Ed altre istorie belle e pellegrine.
+
+Canto quinto
+
+Vita zoiosa, e non finisca mai,
+A voi che con diletto me ascoltati.
+Segnori, io contarò dove io lasciai,
+Poi che ad odire sete ritornati,
+Sì come Orlando con fatica assai
+Quei duo giganti al ponte avea legati.
+Vinto ha ogni cosa il franco paladino,
+Ed a sua posta uscir può del giardino.
+
+Ma lui tra sé pensava nel suo core
+Che se a quel modo fuora se n'andava,
+Non era ben compito de l'onore,
+Né satisfatto a quella che 'l mandava;
+Ed era ancora al mondo un grande errore,
+Se quel giardino in tal forma durava,
+Ché dame e cavallier d'ogni contrate
+Vi erano occisi con gran crudeltate.
+
+Però si pose il barone a pensare
+Se in alcun modo, o per qualche maniera
+QuesQo verzier potesse disertare;
+Così la lode e la vittoria intiera
+Ben drittamente acquistata gli pare,
+Poi che l'usanza dispietata e fiera
+Che struggea tante gente pellegrine,
+Per sua virtute sia condutta a fine.
+
+Legge il libretto, e vede che una pianta
+Ha quel giardino in mezzo al tenimento,
+A cui se un ramo de cima se schianta,
+Sparisce quel verziero in un momento;
+Ma di salirvi alcun mai non si vanta,
+Che non guadagni morte o rio tormento.
+Orlando, che non sa che sia paura,
+Destina de compir questa ventura.
+
+Ritorna adietro per una vallata,
+Che proprio ariva sopra al bel palaggio
+Ove la dama prima avea trovata,
+Che mirandosi al brando stava ad aggio;
+E lui lì presso la lasciò legata,
+Come sentesti, a quel tronco di faggiog
+Così la ritrovò legata ancora:
+Ivi la lascia e non vi fa dimora.
+
+De gionger alla pianta avea gran fretta;
+Ed ecco in mezo di quella pianura
+Ebbe veduta quella rama eletta,
+Bella da riguardare oltra misura.
+D'arco de Turco non esce saetta
+Che potesse salire a quella altura;
+Salendo e rami ad alto e' fa gran spaccio,
+Né volta il tronco alla radice un braccio.
+
+Non è più grosso, ed ha li rami intorno
+Lunghi e sotili, ed ha verde le fronde;
+Quelle getta e rinova in ciascun giorno,
+E dentro spine acute vi nasconde.
+Di vaghe pome d'oro è tutto adorno;
+Queste son grave e lucide e rotonde,
+E son sospese a un ramo piccolino:
+Grande è il periglio ad esser lì vicino.
+
+Grosse son quanto uno omo abbia la testa,
+E come alcuno al tronco s'avicina,
+Pur sol battendo i piedi alla foresta,
+Trema la pianta lunga e tenerina;
+E cadendo le pome a gran tempesta,
+Qualunche è gionto da quella roina
+Morto alla terra se ne va disteso,
+Perché non è riparo a tanto peso.
+
+Alti li rami son quasi un'arcata;
+Il tronco da lì in gioso è sì polito,
+Che non vi salirebbe anima nata,
+E se alcun fosse di salire ardito,
+Non serìa sostenuto alcuna fiata,
+Perché alla cima non è grosso un dito.
+Ogni cosa sapeva Orlando a ponto:
+Letto nel libro aveva ciò che io conto.
+
+E lui prende nel cor tanto più sticcia
+Quanto le cose son più faticose,
+E per trar questo al fin la mente adriccia.
+Taglia de un faggio le rame frondose
+Subitamente, e fece una gradiccia;
+Crosta di prato e terra su vi pose,
+Poi sopra alle sue spalle e alla testa
+Stretta la lega, e va che non s'arresta.
+
+Aveva il conte una forza tamanta,
+Che già portava, come Turpin dice,
+Una colonna integra tutta quanta
+D'Anglante a Brava per le sue pendice.
+Or, come gionto fu sotto la pianta,
+Tutta tremò per sino alla radice.
+Le sue gran pome, ciascuna più greve,
+Vennero a terra e spesse come neve.
+
+Il conte va correndo tutta fiata,
+E de gionger al tronco ben s'appresta,
+Ché già tutta la terra è dissipata,
+Né manca di cader l'aspra tempesta.
+Ora era carca tanto quella grata,
+Che sol di quel gran peso lo molesta,
+E se ben presto al tronco non ariva,
+Quella roina della vita il priva.
+
+Come fu gionto a quella pianta gaglia,
+Non vi crediati che voglia montare;
+Tutta a traverso de un colpo la taglia:
+La cima per quel modo ebbe a schiantare.
+Come fu in terra, tutta la prataglia
+D'intorno intorno cominciò a tremare;
+Il sol tutto se asconde e il celo oscura,
+Coperse un fumo il monte e la pianura.
+
+Ove sia il conte non vede nïente,
+Trema la terra con molto romore.
+Eravi per quel fumo un fuoco ardente,
+Grande quanto una torre, ancor maggiore;
+Questo è un spirto d'abisso veramente,
+Che strugge quel giardino a gran furore,
+E, come al tutto fu venuto meno,
+Ritornò il giorno e fiesse il cel sereno.
+
+La pietra che 'l verzier suolea voltare,
+Tutta è sparita e più non se vedia;
+Ora per tutto si può caminare.
+Largo è il paese, aperto a prateria,
+Né fonte né palagio non appare;
+De ciò che vi era, sol la dama ria,
+Io dico Falerina, ivi è restata,
+Sì come prima a quel tronco legata.
+
+La qual piangendo forte lamentava,
+Poi che disfatto vidde il suo giardino.
+Né come prima tacita si stava
+Negando dar risposta al paladino;
+Ma con voce pietosa lo pregava
+Che aggia mercè del suo caso tapino,
+Dicendogli: - Baron, fior de ogni forte,
+Ben ti confesso ch'io merto la morte.
+
+Ma se al presente me farai morire,
+Sì come io ne son degna in veritade,
+E dame e cavallier farai perire,
+Che son pregioni, e fia gran crudeltade.
+Acciò che intendi quel che ti vo' dire,
+Sappi che io feci con gran falsitade
+Questo verziero e ciò che gli era intorno,
+In sette mesi; ora è sfatto in un giorno.
+
+Per vendicarme sol de un cavallero
+E de una dama sua, falsa, putana,
+Io feci il bel giardin, che, a dirti il vero,
+Ha consumata molta gente umana;
+Né ancora mi bastò questo verzero:
+Io feci un ponte sopra a una fiumana,
+Dove son prese e dame e cavallieri,
+Quanti ne arivan per tutti e sentieri.
+
+Quel cavalliero è nomato Arïante,
+Origilla è la falsa che io contai.
+Or de costoro io non dico più avante,
+A benché vi serìa da dire assai.
+Per mia sventura tra gente cotante
+Alcun de questi duo non gionse mai,
+E già più gente è morta a tal dannaggio
+Che non ha rami o fronde questo faggio.
+
+Perché al giardin, che fu meraviglioso,
+Tutti eran morti quanti ne arivava;
+Ma il numero più grande e copïoso,
+Il ponte ch'io t'ho detto mi mandava,
+Perché avea in guardia un vecchio doloroso,
+Che molta gente sopra vi guidava.
+Il ponte non bisogna che io descriva,
+Ma per se stesso chiude chi ve ariva.
+
+Né è molto tempo che una incantatrice,
+Quale è figliola del re Galafrone,
+Che ora col patre, sì come se dice,
+Assedïata è dentro ad un girone,
+Passando alor di qua, quell'infelice,
+Al ponte fo condutta dal vecchione,
+E poi, con modo che io non sazo dire,
+Partisse, e tutti gli altri fie' fuggire.
+
+Ma molti vi ne sono ora al presente,
+Perché ne prende sempre il vecchio assai,
+E come io serò occisa, incontinente
+Il ponte e lor non si vedran più mai,
+E meco perirà cotanta gente:
+E tu cagion di tutto il mal serai.
+Ma se mi campi, io ti prometto e giuro
+Che lasciarò ciascun franco e sicuro.
+
+E se non dài al mio parlar credenza,
+Menami teco, come io son, legata,
+(Presa o disciolta, io non fo differenza,
+Ché ad ogni modo io son vituperata),
+E disfarò la torre in tua presenza,
+E tutta salvarò quella brigata.
+Piglia il partito, adunque, che ti pare,
+O fa l'altri morire, o mi campare. -
+
+Presto questo partito prese il conte,
+Ché morta non l'avrebbe ad ogni guisa;
+Ni per grave dispetto ni per onte
+Avrebbe Orlando una donzella occisa.
+D'acordo adunque se ne vanno al ponte,
+Ma più di lor la istoria non divisa,
+E torna ove lasciò, poco davante,
+Marfisa alla battaglia e Sacripante.
+
+La zuffa per quel modo era durata,
+Che io vi contai ne l'assalto primiero;
+Marfisa di tal arme era adobbata,
+Che di ferirla non facea mistiero
+Ponta di lancia ni taglio di spata;
+E Sacripante aveva il suo destriero
+Che è sì veloce che si vede apena,
+Onde la dama indarno e colpi mena.
+
+Ma mentre che tra lor sopra quel piano
+È la battaglia de più colpi spessa,
+A benché ciascadun al tutto è vano,
+Ché essa non nôce a lui né lui ad essa,
+Brunello il ladro, il quale era Africano,
+E fo servente del gran re de Fiessa,
+Avea passate molte regïone,
+E de improviso è già gionto al girone.
+
+Agramante mandò questo Brunello,
+Perché davanti a lui se era avantato
+Venire ad Albracà dentro al castello,
+Ove è la dama dal viso rosato,
+E tuore a lei di dito quello annello,
+Quale era per tale arte fabricato,
+Che ciascaduno incanto a sua presenza
+Perdea la possa con la appariscenza.
+
+Fatto era questo per trovar Rugiero,
+Che era nascoso al monte di Carena,
+E però questo ladro tanto fiero
+Vien con tal fretta e tal tempesta mena.
+Sopra a quel sasso n'andava legiero,
+Che non vi avria salito un ragno a pena,
+Però che quel castello in ogni lato
+A piombo, come muro, era tagliato.
+
+E sol da un canto vi era la salita,
+Tutta tagliata a botta di piccone,
+E sol da questa è la intrata e la uscita,
+Dove alla guarda stan molte persone;
+Ma verso il fiume è la pietra polita,
+Né di guardarvi fasse menzïone,
+Però che con ingegno né con scale,
+Né se vi può salir, se non con l'ale.
+
+Brunello è d'araparsi sì maestro,
+Che su ne andava come per un laccio;
+Tutta quella alta ripa destro destro
+Montava, e gionse al muro in poco spaccio.
+A quello ancor se attacca il mal cavestro,
+Menando ambi dui piedi e ciascun braccio
+Come egli andasse per una acqua a nôto,
+Né fu bisogno al suo periglio un voto;
+
+Perché montava cotanto sicuro,
+Come egli andasse per un prato erboso.
+Poi che passato fu sopra del muro,
+A guisa de una volpe andava ascoso;
+E non credati che ciò fosse al scuro,
+Anci era il giorno chiaro e luminoso;
+Ma lui di qua e di là tanto si cella,
+Che gionto fu dove era la donzella.
+
+Sopra la porta quella dama gaglia
+Si stava ascesa riguardando il piano,
+E remirava attenta la battaglia
+Che avea Marfisa con quel re soprano.
+Gran gente intorno a lei facea serraglia:
+Chi parla, e chi fa cenno con la mano,
+Dicendo: - Ecco Marfisa il brando mena,
+Re Sacripante la camparà apena. -
+
+Altri diceva: - E' farà gran diffese
+Contra quella crudele il buon guerrero,
+Pur che non venga con seco alle prese,
+E guardi che non pèra il suo destriero. -
+A questo dire il ladro era palese,
+Che alla notte aspettar non fa pensiero;
+Tra quella gente se ne va Brunello
+Tutto improviso, e prese quello annello.
+
+E non l'arebbe la dama sentito,
+Se non che sbigotì della sua faccia.
+Lui con l'anel che gli ha tolto de dito,
+Di fuggir prestamente si procaccia,
+Correndo al sasso dove era salito.
+Dietro tutta la gente è posta in caccia;
+Ché Angelica piangendo se scapiglia
+Cridando: - Ahimè tapina! piglia! piglia!
+
+Piglia! piglia! - cridava - ahimè tapina!
+Ché consumata son, s'el non è preso. -
+Ciascun per agradire alla regina
+A suo poter avrebbe il ladro offeso.
+Lui passa il muro e salta la roina,
+Per quella pietra se ne va sospeso,
+E per la ripa va mutando il passo
+Come per gradi, e gionge al fiume basso.
+
+Né vi crediati che fusse confuso,
+Benché quella acqua sia grossa e corrente:
+Come un pesce a natare egli era aduso;
+Entra nel fiume, e di lui par nïente.
+Fuor de l'acqua teniva aponto il muso,
+E pareva una rana veramente;
+Quei del castel, guardando in ogni lato
+E nol veggendo, il credeno affocato.
+
+Angelica per questo se dispera,
+E ben se batte il viso la meschina.
+Brunello uscì dapoi della rivera,
+Per la campagna via forte camina;
+Gionse dove era la battaglia fiera
+Tra il re circasso e la forte regina.
+Ivi firmosse alquanto per mirare,
+Ma l'uno e l'altro alor se vôl posare;
+
+Perché il secondo assalto era bastato,
+E ciascadun di lor vôl prender posa.
+Dicea Brunello: "Io non serò firmato,
+Che io non guadagni vosco alcuna cosa.
+Se non vi spoglio, aveti bon mercato;
+Ma poi che seti gente valorosa,
+Io voglio usarvi alquanta cortesia:
+Ciò che io vi lascio, è della robba mia."
+
+Così dicea Brunello in la sua mente,
+E vede a Sacripante quel destriero,
+Il qual da parte si stava dolente
+Avendo del suo regno gran pensiero,
+Che gli parea vedere in foco ardente,
+Come contato avea quel messaggiero;
+E tal doglia di questo ha Sacripante,
+Che non se avede quel che abbi davante.
+
+Diceva lo Africano: "Or che omo è questo
+Che dorme in piede, ed ha sì bon ronzone?
+Per altra volta io lo farò più desto."
+E prese in questo dire un gran troncone,
+E la cingia disciolse presto presto,
+E pose il legno sotto dello arcione;
+Né prima Sacripante se ne avede,
+Che quel se parte, e lui rimane a piede.
+
+A questa cosa mirava Marfisa,
+Ed avea preso tanta meraviglia,
+Che, come fosse dal spirto divisa,
+Stringea la bocca ed alciava le ciglia.
+Il ladro la trovò tutta improvisa
+In tal pensiero, e la spata li piglia;
+Quella attamente li trasse di mano,
+E via spronando fugge per il piano.
+
+Marfisa il segue e cridando il minaccia,
+- Giotton, - dicendo - e' ti costarà cara! -
+Ma lui si volta e fagli un fico in faccia;
+E fuggendo dicea: - Così se impara! -
+Il campo è tutto in arme e costui caccia,
+Cridando: - Piglia! piglia! para! para! -
+Ma lui, che si trovava un tal destriero,
+De lo esser preso avea poco pensiero.
+
+Or Sacripante rimase stordito
+Per meraviglia, e non avria saputo
+Dire a qual modo sia quel fatto gito,
+Se non che esso il destriero avea perduto.
+"Dove è colui, - dicea - che m'ha schernito?
+Or come fece, ch'io non l'ho veduto?
+Esser non puote che uno inganno tanto
+Non sia da spirti fatto per incanto.
+
+E se gli è ciò, mia dama con l'annello
+Ancor farami avere il bon destriero.
+Ben mi è vergogna: ma quale omo è quello
+Che possa riparare a tal mestiero?"
+Così dicendo tornasi al castello
+Pensoso, anzi turbato nel pensiero;
+Ma, come gionto fu dentro alla porta,
+Angelica trovò che è quasi morta:
+
+Quasi morta di doglia la donzella,
+Pensando che riceve un tal dannaggio.
+Re Sacripante per nome l'appella,
+Dicendo: - Anima mia, chi te fa oltraggio? -
+Lei sospirando, piangendo favella,
+Dicendo: - Ormai diffesa più non aggio.
+Presto nelle sue man me avrà Marfisa,
+E serò in pena e con tormento occisa.
+
+Aggio perduta tutta la diffesa
+Che aver suoleva a l'ultima speranza,
+E so che prestamente serò presa,
+E poco tempo de viver me avanza.
+E tanto questo danno più mi pesa,
+Quanto io l'ho recevuto come a cianza,
+E più non sazo, trista, dolorosa,
+Chi m'abbia tolta così cara cosa. -
+
+Non sapea il re di quel fatto nïente,
+Ché era nel campo, come aveti odito;
+Ma detto gli fu poi da quella gente
+Come il ladro l'annel tolse de dito
+E fuggitte alla ripa prestamente,
+E fu impossibil de averlo seguito,
+Perché se era gettato giù del sasso,
+Sì che egli era affocato al fiume basso.
+
+Il re diceva: - Se Macon mi vaglia,
+Che costui non deve esser affocato
+(Così foss'egli!), perché alla battaglia
+Il mio destrier di sotto m'ha robbato,
+E fuggito ne è via per la prataglia.
+Benché Marfisa l'abbia seguitato,
+Non serà preso, e ben lo so di certo,
+Ché del destrier ch'egli ha ne sono esperto. -
+
+Mentre che tra costor se ragionava,
+E 'l dir de l'una cosa l'altra spiana,
+Colui che in guarda a l'alta rocca stava,
+- A l'arme! - crida, e suona la campana;
+E dà risposta a chi lo dimandava,
+Che una gran gente ariva in su la piana,
+Con tante insegne grande e piccoline,
+Che ne stupisce e non ne vede il fine.
+
+Or questa gente che là giù venìa,
+Perché sappiati il fatto ben certano,
+Venuta è tutta quanta de Turchia
+(Qua la conduce il forte Caramano):
+Ducento millia e più quella zinia,
+Che con gran cridi se accampa nel piano.
+Torindo questa gente fa venire,
+Ché vôl vedere Angelica perire.
+
+Sono accampati sopra alla pianura,
+E ciascadun giurando se destina
+Mai non partirse, che di quella altura
+Verà la rocca al basso con roina.
+Angelica tremava di paura
+Veggendosi diserta la meschina,
+Ché il campo de' nemici è sì cresciuto;
+Lei de alcuno altro non aspetta aiuto.
+
+Or si va di quel tempo racordando
+Che la soccorse il franco paladino
+Con tanti bon guerreri, io dico Orlando,
+Che avea mandato a quel falso giardino;
+La fortuna e se stessa biastemando,
+E l'amor de Ranaldo e il rio destino,
+Qual l'ha tanto infiammata e tanto accesa,
+Che gli ha tolto ogni aiuto e ogni diffesa.
+
+Sol seco è Sacripante, il bon guerriero,
+Ma questo alla battaglia non uscia,
+Poi che perduto aveva quel destriero
+Che contra di Marfisa il mantenia,
+E stava del suo regno in gran pensiero,
+Che avea perduto, e in gran malenconia;
+Ma più pena sentiva e più dolore
+Veggendo quella dama in tanto errore.
+
+Del destriero e del regno che è perduto
+Non avrebbe quel re doglia né cura,
+Pur che potesse dare alcuno aiuto
+A quella dama che è in tanta paura.
+Il castel per tre mesi è proveduto
+Di vittualia dentro a l'alte mura;
+Prima adunque che 'l tempo sia finito,
+Bisogno è di pigliare altro partito.
+
+Venne in consiglio lo re Galafrone
+Col re circasso e sua figlia soprana.
+Disse quel vecchio: - Oditi una ragione,
+Ché ogni altra di soccorso mi par vana.
+Un mio parente tiene la regione
+Di là da l'India, detta Sericana,
+E lui Gradasso si fa nominare,
+Qual di prodezza al mondo non ha pare.
+
+Settanta dui reami in sua possanza
+Ha conquistato con la sua persona,
+E vinto ha tutto il mare e Spagna e Franza;
+Per lo universo il suo nome risuona.
+Ora di novo per molta arroganza
+Ha tolto dal suo capo la corona,
+Ed ha giurato mai non la portare
+Se non compisce quel ch'egli ha da fare.
+
+Perché al tempo passato, alora quando
+Vinse la Franza e prese Carlo Mano,
+Quel gli promise de mandare un brando
+Che al mondo non è un altro più soprano,
+Qual era de un baron che ha nome Orlando.
+Ora ha aspettato molto tempo in vano,
+Onde destina tornare in Ponente,
+E prender Carlo e tutta la sua gente.
+
+E dentro alla città di Druantuna,
+Che è la sua sedia antiqua e stabilita,
+Per far passaggio gran gente raduna;
+E, secondo che intendo per odita,
+Tanta non ne fui mai sotto la luna
+Un'altra fiata ad arme insieme unita;
+Benché reputo quella gente a cianza,
+Dico a rispetto de la sua possanza.
+
+Sì che a camparci de man di Marfisa,
+Questo serebbe lo ottimo rimedio;
+Ma non ritrovo il modo né la guisa
+A far sapere a lui di questo assedio;
+Ch'io so che lui verrebbe alla recisa,
+Né mai mi lasciarebbe in tanto attedio:
+Ma non so trovar modo né vedere
+Che questa cosa gli faccia asapere. -
+
+Seguiva Galafron con questo dire
+A Sacripante voltando le ciglia:
+- Tu sei, figliolo, uno omo di alto ardire,
+E tanto amor mi porti ed a mia figlia,
+Che tu sei posto più volte a morire,
+Né Mandricardo, che 'l tuo regno piglia,
+Né il tuo caro Olibandro, che hai perduto,
+Mai ti puote distor dal nostro aiuto.
+
+Dio faccia che una volta meritare
+Possiamo te con degno guidardone,
+Ben ch'io non credo mai poterlo fare;
+Ma ciò che abbiamo e le proprie persone
+Seran disposte nel tuo comandare.
+Ciò te giuro a la fede di Macone,
+Che la mia figlia e tutto il regno mio
+Seran disposti sempre al tuo desio.
+
+Ma questo proferirti fia perduto,
+Ché serà il regno e noi seco diserti,
+Se non trovamo a qualche modo aiuto;
+Ed io che tutti quanti li aggio esperti
+E lungamente ho il fatto proveduto
+E i soccorsi palesi e li coperti,
+Dico che siamo a l'ultimo perire,
+Se 'l re Gradasso non se fa venire.
+
+Sì che, figlio mio caro, io te scongiuro
+Per nostro amore e tua virtù soprana,
+Che non ti para questo fatto duro
+Di ritrovar Gradasso in Sericana;
+E questa sera, come il cel sia scuro,
+Potrai callar nell'oste in su la piana,
+Ché quella gente ne stima sì poco,
+Che non fa guarda al campo in verun loco. -
+
+Sacripante non fie' molte parole,
+Come colui che ha voglia de servire,
+E de altro nella mente non si dole,
+Se non che presto non si può partire;
+Ma come a ponto fu nascoso il sole,
+E cominciosse il celo ad oscurire,
+Iscognosciuto, come peregrino,
+Per mezo l'oste prese il suo camino.
+
+Né mai sopra di lui fu riguardato;
+Va di gran passo e porta il suo bordone,
+Ma sotto la schiavina è bene armato
+Di bona piastra, ed ha il brando al gallone.
+Rimase Galafrone assedïato
+Con la sua figlia nel forte girone;
+E Sacripante, che de andare ha cura,
+Trovò nel suo vïaggio alta ventura.
+
+Questa odirete, come l'altre cose
+Che insieme tutte quante sono agionte.
+E seran ben delle meravigliose,
+Perché fu in India al Sasso della Fonte;
+Ma primamente, gente dilettose,
+Io ve vorò contar di Rodamonte:
+Di Rodamonte vo' contarvi in prima,
+Che una vil foglia il suo Macon non stima,
+
+E meno ancor s'accosta ad altra fede:
+Tien per suo Dio l'ardire e la possanza,
+E non vôle adorar quel che non vede.
+Questo superbo, che ha tanta arroganza,
+Pigliar soletto tutto il mondo crede,
+Ed al presente vôl passar in Franza,
+E prenderla in tre giorni si dà vanto,
+Come odirete dir ne l'altro canto.
+
+Canto sesto
+
+Convienmi alciare al mio canto la voce,
+E versi più superbi ritrovare;
+Convien ch'io meni l'arco più veloce
+Sopra alla lira, perch'io vo' contare
+De un giovane tanto aspro e sì feroce,
+Che quasi prese il mondo a disertare:
+Rodamonte fu questo, lo arrogante,
+Di cui parlato ve ho più volte avante.
+
+Alla cità d'Algeri io lo lasciai,
+Che di passare in Franza se destina,
+E seco del suo regno ha gente assai:
+Tutta è alloggiata a canto alla marina.
+A lui non par quella ora veder mai
+Che pona il mondo a foco ed a roina,
+E biastema chi fece il mare e il vento,
+Poi che passar non puote al suo talento.
+
+Più de un mese di tempo avea già perso
+De quindi in Sarza, che è terra lontana,
+E poi che è gionto, egli ha vento diverso,
+Sempre Greco o Maestro o Tramontana;
+Ma lui destina o ver di esser sumerso,
+O ver passare in terra cristïana,
+Dicendo a' marinari ed al patrone
+Che vôl passare, o voglia il vento, o none.
+
+- Soffia, vento, - dicea - se sai soffiare,
+Ché questa notte pure ne vo' gire;
+Io non son tuo vassallo e non del mare,
+Che me possiati a forza retenire;
+Solo Agramante mi può comandare,
+Ed io contento son de l'obidire:
+Sol de obedire a lui sempre mi piace,
+Perché è guerrero, e mai non amò pace. -
+
+Così dicendo chiamò un suo parone
+Che è di Moroco ed è tutto canuto;
+Scombrano chiamato era quel vecchione,
+Esperto di quella arte e proveduto.
+Rodamonte dicea: - Per qual cagione
+M'hai tu qua tanto tempo ritenuto?
+Già son sei giorni, a te forse par poco,
+Ma sei Provenze avria già posto in foco.
+
+Sì che provedi alla sera presente
+Che queste nave sian poste a passaggio,
+Né volere esser più di me prudente,
+Ché, s'io me anego, mio serà il dannaggio;
+E se perisce tutta l'altra gente,
+Questo è il minor pensier che nel core aggio,
+Perché, quando io serò del mare in fondo,
+Voria tirarmi adosso tutto il mondo. -
+
+Rispose a lui Scombrano: - Alto segnore,
+Alla partita abbiam contrario vento;
+Il mare è grosso e vien sempre maggiore.
+Ma io prendo de altri segni più spavento,
+Ché il sol callando perse il suo vigore,
+E dentro a i novaloni ha il lume spento;
+Or si fa rossa or pallida la luna,
+Che senza dubbio è segno di fortuna.
+
+La fulicetta, che nel mar non resta,
+Ma sopra al sciutto gioca ne l'arena,
+E le gavine che ho sopra alla testa,
+E quello alto aeron che io vedo apena,
+Mi dànno annunzio certo di tempesta;
+Ma più il delfin, che tanto se dimena,
+Di qua di là saltando in ogni lato,
+Dice che il mare al fondo è conturbato.
+
+E noi se partiremo al celo oscuro,
+Poi che ti piace; ed io ben vedo aperto
+Che siamo morti, e de ciò te assicuro;
+E tanto di questa arte io sono esperto,
+Che alla mia fede te prometto e giuro,
+Quando proprio Macon mi fésse certo
+Ch'io non restassi in cotal modo morto,
+"Va tu, - direbbi - ch'io mi resto in porto."-
+
+Diceva Rodamonte: - O morto o vivo,
+Ad ogni modo io voglio oltra passare,
+E se con questo spirto in Franza arivo,
+Tutta in tre giorni la voglio pigliare;
+E se io vi giongo ancor di vita privo,
+Io credo per tal modo spaventare,
+Morto come io serò, tutta la gente,
+Che fuggiranno, ed io serò vincente. -
+
+Così de Algeri uscì del porto fuore
+Il gran naviglio con le vele a l'orza;
+Maestro alor del mare era segnore,
+Ma Greco a poco a poco se rinforza;
+In ciascaduna nave è gran romore,
+Ché in un momento convien che si torza:
+Ma Tramontana e Libezzo ad un tratto
+Urtarno il mare insieme a rio baratto.
+
+Allor se cominciarno e cridi a odire,
+E l'orribil stridor delle ritorte;
+Il mar cominciò negro ad apparire,
+E lui e il celo avean color di morte;
+Grandine e pioggia comincia a venire,
+Or questo vento or quel si fa più forte;
+Qua par che l'unda al cel vada di sopra,
+Là che la terra al fondo se discopra.
+
+Eran quei legni di gran gente pieni,
+De vittuaglia, de arme e de destrieri,
+Sì che al tranquillo e ne' tempi sereni
+Di bon governo avean molto mestieri;
+Or non vi è luce fuor che di baleni,
+Né se ode altro che troni e venti fieri,
+E la nave è percossa in ogni banda:
+Nullo è obedito, e ciascadun comanda.
+
+Sol Rodamonte non è sbigotito,
+Ma sempre de aiutarse si procaccia;
+Ad ogni estremo caso egli è più ardito,
+Ora tira le corde, or le dislaccia;
+A gran voce comanda ed è obedito,
+Perché getta nel mare e non minaccia;
+Il cel profonda in acqua a gran tempesta,
+Lui sta di sopra e cosa non ha in testa.
+
+Le chiome intorno se gli odìan suonare,
+Che erano apprese de l'acqua gelata;
+Lui non mostrava de ciò più curare,
+Come fusse alla ciambra ben serrata.
+Il suo naviglio è sparso per il mare,
+Che insieme era venuto di brigata,
+Ma non puote durare a quella prova:
+Dov'è una nave, l'altra non si trova.
+
+Lasciamo Rodamonte in questo mare,
+Che dentro vi è condutto a tal partito:
+Ben presto il tutto vi vorò contare;
+Ma perché abbiati il fatto ben compito,
+Di Carlo Mano mi convien narrare,
+Che avea questo passaggio presentito,
+E benché poco ne tema o nïente,
+Avea chiamata in corte la sua gente.
+
+E disse a lor: - Segnori, io aggio nova
+Che guerra ci vuol fare il re Agramante.
+Né lo spaventa la dolente prova,
+Ove fur morte de sue gente tante;
+Né par che dalla impresa lo rimova
+L'esempio de suo patre e de Agolante,
+Che morti fur da noi con vigoria:
+Or ne viene esso a fargli compagnia.
+
+Ma pure in ogni forma ce bisogna
+Guarnir per tutto il regno a bona scorta,
+Perché, oltra al vituperio e alla vergogna,
+La trista guarda spesso danno porta.
+Costor verranno o per terra in Guascogna,
+O per mare in Provenza, o ad Acquamorta,
+E però voglio che con gente armata
+Ogni frontiera sia chiusa e guardata. -
+
+Poi che ebbe detto, chiama il duca Amone,
+Ed a lui disse: - Poi che se ne è andato
+Quel tuo figliol, che fu sempre un giottone,
+Farai che Montealban sia ben guardato.
+Manda tua gente fore a ogni cantone,
+E fa che incontinente io sia avisato
+Ciò che se faccia in terra ed in marina
+Per tutta Spagna, dove te confina.
+
+Là son toi figli; ogniuno è bon guerrero,
+Sì che non te bisogna una gran gente;
+Se pure aiuto te farà mestiero,
+Io commetto ad Ivone, il tuo parente,
+E qui presente impono ad Angelero
+Che ciascadun te sia tanto obediente
+Come proprio serìano a mia persona,
+Sotto a l'oltraggio di questa corona.
+
+Così Guielmo, il sir de Rosiglione,
+Ed Ariccardo, quel di Perpignano,
+Con tutte le sue gente e sue persone
+Vengano ad aloggiare a Montealbano. -
+Di questo non si fece più sermone;
+Lo imperator, rivolto a l'altra mano,
+Disse: - Segnori, or con più providenza
+Convien guardarsi il mar verso Provenza.
+
+Però voglio che il duca de Bavera
+Di quella regïone abbia la impresa:
+In mare, in terra tutta la rivera
+Contra questi Africani abbia diffesa.
+Benché sia cosa facile e leggiera
+Vetare a' Saracin la prima scesa,
+La gran fatica fia de indovinare
+Il loco a ponto ove abbino a smontare.
+
+Per questo voglio che con seco mena
+Tutti quattro i suoi figli a quel riparo,
+Ed oltra a questi il conte de Lorena,
+Dico Ansuardo, il mio paladin caro,
+E Bradiamante, la dama serena,
+Ché di Ranaldo vi è poco divaro
+Di ardire e forza a questa sua germana;
+Così Dio sempre me la guardi sana!
+
+Ed Amerigo, duca di Savoglia,
+E Guido il Borgognon vada in persona,
+E la sua gesta seco si raccoglia
+Roberto de Asti e Bovo de Dozona.
+Chi non obedirà, sia chi si voglia,
+Serà posto ribello alla corona.
+Ora, Naimo mio caro, intendi bene:
+Tenire aperti gli occhi ti conviene.
+
+In molte parte te convien guardare
+Per non essere accolto allo improviso,
+Ché, stu li lasci a terra dismontare,
+Non andarà la cosa più da riso.
+Tien la vedetta per terra e per mare,
+E fa che de ogni cosa io n'abbia aviso,
+Ch'io starò sempre in campo proveduto
+A dare, ove bisogni, presto aiuto. -
+
+Fu in cotal forma il consiglio fermato,
+Sì come avea disposto Carlo Mano,
+E ciascadun da lui tolse combiato,
+Ed andò il duca Amone a Montealbano,
+Da molti bon guerreri accompagnato;
+E il duca Naimo per monte e per piano,
+Con pedoni e cavalli in quantitade,
+Gionse in Marsiglia dentro alla citade.
+
+Trenta migliara avea de cavallieri,
+Ed ha vinti migliara de pedoni;
+E tra lor cominciarno a far pensieri
+Qual terra ciascadun de quei baroni
+Tenesse al suo governo volentieri;
+Né già vi fôr tra lor contenzïoni,
+Ma ciascun, come a Naimo fu in talento,
+Prese la guarda e rimase contento.
+
+Torniamo a Rodamonte, che nel mare
+Ha gran travaglia contra alla fortuna;
+La notte è scura e lume non appare
+De alcuna stella, e manco della luna.
+Altro non se ode che legni spezzare
+L'un contra a l'altro per quella onda bruna,
+Con gran spaventi e con alto romore:
+Grandine e pioggia cade con furore.
+
+Il mar se rompe insieme a gran ruina,
+E 'l vento più terribile e diverso
+Cresce d'ognor e mai non se raffina,
+Come volesse il mondo aver somerso.
+Non sa che farsi la gente tapina,
+Ogni parone e marinaro è perso;
+Ciascuno è morto e non sa che si faccia:
+Sol Rodamonte è quel che al cel minaccia.
+
+Gli altri fan voti con molte preghiere,
+Ma lui minaccia al mondo e la natura,
+E dice contra Dio parole altiere
+Da spaventare ogni anima sicura.
+Tre giorni con le notte tutte intiere
+Sterno abattuti in tal disaventura,
+Che non videro al cielo aria serena,
+Ma instabil vento e pioggia con gran pena.
+
+Al quarto giorno fu maggior periglio,
+Ché stato tal fortuna ancor non era,
+Perché una parte di quel gran naviglio
+Condotta è sotto Monaco in rivera.
+Quivi non vale aiuto né consiglio;
+Il vento e la tempesta ognior più fiera
+Ne l'aspra rocca e nel cavato sasso
+Batte a traverso e legni a gran fracasso.
+
+Oltra di questo tutti e paesani,
+Che cognobber l'armata saracina,
+Cridando: - Adosso! adosso a questi cani! -
+Callarno tutti quanti alla marina,
+E ne' navigli non molto lontani
+Foco e gran pietre gettan con roina,
+Dardi e sagette con pegola accesa;
+Ma Rodamonte fa molta diffesa.
+
+Nella sua nave alla prora davante
+Sta quel superbo, e indosso ha l'armatura,
+E sopra a lui piovean saette tante
+E dardi e pietre grosse oltra a misura,
+Che sol dal peso avrian morto un gigante;
+Ma quel feroce, che è senza paura,
+Vôl che 'l naviglio vada, o male o bene,
+A dare in terra con le vele piene.
+
+Aveano e suoi di lui tanto spavento,
+Che ciascaduno a gran furia se mosse,
+Ed ogni nave al suo comandamento
+Sopra alla spiagia alla prora percosse.
+Traeva Mezodì terribil vento
+Con spessa pioggia e con grandine grosse;
+Altro non se ode che nave strusire
+Ed alti cridi e pianti da morire.
+
+Di qua di là per l'acqua quei pagani
+Con l'arme indosso son per anegare,
+E gettan frezze e dardi in colpi vani;
+Mai non li lascia quella unda fermare.
+In terra stanno armati e paesani,
+Né li concedon ponto a vicinare,
+E di Monico uscì, che più non tarda,
+Conte Arcimbaldo e la gente lombarda.
+
+Questo Arcimbaldo è conte di Cremona,
+E del re Desiderio egli era figlio;
+Gagliardo a meraviglia di persona,
+Scaltrito, e della guerra ha bon consiglio.
+Costui la rocca a Monico abandona
+Sopra un destrier coperto di vermiglio,
+E con gran gente calla alla riviera,
+Ove apizzata è la battaglia fiera.
+
+A Monico il suo patre l'ha mandato,
+Ch'è sopra alle confine di Provenza,
+Perché intenda le cose in ogni lato,
+E dàlli avviso in ciascuna occorrenza.
+Il re dentro a Savona era fermato,
+Dov'ha condutta tutta sua potenza
+Con bella gente per terra e per mare,
+Ché ad Agramante il passo vôl vetare.
+
+Ora Arcimbaldo con molti guerrieri,
+Come io vi dico, sopra al mar discese,
+E fie' tre schiere de' suoi cavallieri,
+E sopra al litto aperto le distese.
+Esso con soi pedoni e ballestrieri
+Andò in soccorso a questi del paese,
+Dove è battaglia orribile e diversa,
+Benché l'armata sia rotta e somersa.
+
+Ché Rodamonte, orrenda creatura,
+Fa più lui sol che tutta l'altra gente;
+Egli è ne l'acqua fino alla centura,
+Adosso ha dardi e sassi e foco ardente.
+Ciascaduno ha di lui tanta paura,
+Che non se gli avicina per nïente,
+Ma da largo cridando con gran voce
+Con lancie e frizze quanto può li nôce.
+
+Esso rassembra in mezo al mar un scoglio,
+E con gran passo alla terra ne viene,
+E per molta superbia e per orgoglio
+Dove è più dirupato il camin tiene.
+Or, bei Segnori, io già non vi distoglio
+Ch'e Cristïan non se adoprassen bene;
+Ma non vi fo remedio a quella guerra:
+Al lor dispetto lui discese in terra.
+
+Dietro vi viene di sua gente molta,
+Che da le nave e da i legni spezzati
+Mezo somersa insieme era ricolta,
+A benché molti ne erano affondati,
+Ché non ne campò il terzo a questa volta;
+E questi che alla terra eno arivati,
+Son sbalorditi sì dalla fortuna,
+Che non san s'egli è giorno o notte bruna.
+
+Ma tanto è forte il figlio de Ulïeno,
+Che tutta la sua gente tien diffesa,
+Come fu gionto asciutto nel terreno,
+E comincia dapresso la contesa;
+Tra' Cristïan facea né più né meno
+Che faccia il foco nella paglia accesa,
+Con colpi sì terribili e diversi
+Che in poco d'ora quei pedon dispersi.
+
+In quel tempo Arcimbaldo era tornato,
+Per condur sopra al litto e cavallieri,
+E giù callava in ordine avisato,
+Come colui che sa questi mestieri.
+Ogni penone al vento è dispiegato,
+Di qua di là se alciarno e cridi fieri;
+Il conte di Cremona avanti passa,
+Ver Rodamonte la sua lancia abassa.
+
+Fermo in due piedi aspetta lo Africante;
+Arcimbaldo lo giunse a mezo il scudo,
+E non lo mosse ove tenìa le piante,
+Benché fu il colpo smisurato e crudo;
+Ma il Saracin, che ha forza de gigante,
+E teneva a due mane il brando nudo,
+Ferisce lui d'un colpo sì diverso,
+Che tagliò tutto il scudo per traverso.
+
+Né ancor per questo il brando se arrestava,
+Benché abbia quel gran scudo dissipato,
+Ma piastra e maglia alla terra menava,
+E fecegli gran piaga nel costato.
+Certo Arcimbaldo alla terra n'andava,
+Se non che da sua gente fu aiutato,
+E fu portato a Monico alla rocca,
+Come se dice con la morte in bocca.
+
+Tutti quei paesani e ogni pedone
+Fôr da' barbari occisi in su l'arena,
+Che eran sei miglia e seicento persone:
+Non ne campâr quarantacinque apena.
+Li cavallier fuggîr tutti al girone:
+Non dimandar s'ogniom le gambe mena;
+Ma se quei saracini avean destrieri,
+Perian con gli altri insieme e cavallieri.
+
+Sino al castel fu a lor data la caccia,
+Poi giù callarno quei pagani al mare,
+Il quale era tornato ora a bonaccia:
+Qua Rodamonte li fece aloggiare.
+Ciascun de aver la robba se procaccia
+Che somersa da l'onde al litto appare;
+Tavole e casse ed ogni guarnimento
+Sopra a quella acqua va gettando il vento.
+
+Fôr le sue nave intra grosse e minute
+Che se partîr de Algier cento novanta;
+Meglio guarnite mai non fôr vedute
+Di bella gente e vittuaglia tanta;
+Ma più che le due parte eran perdute,
+Né se atrovarno a Monico sessanta;
+E queste più non son da pace o guerra,
+Ché 'l più de loro avean percosso in terra.
+
+Morti eran tutti quanti e lor destrieri,
+E perduta ogni robba e vittuaglia;
+Rodamonte al tornar non fa pensieri,
+Né stima tutto il danno una vil paglia.
+Va confortando intorno e suoi guerreri
+Dicendo: - Compagnoni, or non vi incaglia
+Di quel che tolto ce ha fortuna o mare,
+Ché per un perso, mille io vi vuo' dare.
+
+E quivi non farem lungo dimoro,
+Ché povra gente son questi villani.
+Io vo' condurvi dove è il gran tesoro,
+Giù nella ricca Francia a i grassi piani.
+Tutti portano al collo un cerchio d'oro,
+Come vedreti, questi fraudi cani,
+Sì che del perso non vi dati lagno,
+Ché noi siam gionti al loco del guadagno. -
+
+Così la gente sua va confortando
+Re Rodamonte con parlare ardito;
+Questo e quello altro per nome chiamando,
+Gli invita a riposar sopra a quel lito.
+Or de Arcimbaldo vi verrò contando,
+Che nel castel di Monico è fuggito,
+Rotto e sconfitto ed a morte piagato,
+Come di sopra a ponto io ve ho contato.
+
+Come alla rocca fu dentro alle mura,
+Al patre un messaggiero ebbe mandato,
+Che gli contasse di questa sciagura
+El fatto tutto, come era passato.
+De avvisar Naimo ancora ha preso cura,
+Qual già dentro a Marsilia era arivato,
+E mandò ad esso un altro messaggiero,
+Che gli raconta il fatto tutto intero.
+
+Re Desiderio fu molto dolente,
+Quando egli intese la novella fiera;
+Uscitte de Savona incontinente,
+Spiegando al vento sua real bandiera;
+A Monico ne vien con la sua gente.
+Da l'altra parte il duca di Bavera
+Si mosse di Marsilia con gran fretta,
+Per far de' Saracini aspra vendetta.
+
+Ciascuna schiera a gran furia camina,
+Dico Francesi e gente italïana,
+E l'una vidde l'altra una matina
+Da due vallette non molto lontana.
+In mezo è Rodamonte alla marina,
+Dove accampata ha sua gente africana.
+Quel forte saracin dal crudo guardo
+Vidde nel monte gionto il re lombardo,
+
+Con tante lancie e con tante bandiere
+Che una selva de abeti se mostrava;
+Tutta coperta di piastre e lamiere
+La bella gente il poggio alluminava.
+Cridando Rodamonte in voce altiere
+Chiama sua gente e l'armi dimandava,
+E in un momento fu tutto guarnito
+Di piastra e maglia il giovanetto ardito.
+
+Fuor salta a piedi, e non avea destriero,
+Ché per fortuna l'ha perso nel mare.
+Or se leva a sue spalle il crido fiero
+Per l'altra gente che nel poggio appare,
+Io dico Naimo, Ottone e Belengiero,
+Che d'altra parte vengono arivare,
+Roberto de Asti e 'l conte di Lorena
+Con Bradamante, che la schiera mena.
+
+Avanti a gli altri vien quella donzella,
+E bene al suo german tutta assomiglia;
+Proprio assembra Ranaldo in su la sella,
+E di bellezza è piena a meraviglia.
+Costei mena la schiera a gran flagella;
+Ma Rodamonte, levando le ciglia,
+Gionta la gente vede in ogni lato,
+Che quasi intorno l'ha chiuso e serrato.
+
+A' suoi rivolto con la faccia oscura,
+Disse: - Prendeti qual schiera vi piace,
+O questa o quella, ch'io non ne do cura;
+L'altra soletto, per lo Dio verace,
+Voglio mandare in pezzi alla pianura. -
+Così parlava quel giovane audace,
+Ma la sua gente, che ha per lui gran core,
+Verso e Lombardi è mossa con furore.
+
+Trombe e tamburi a un tratto e cridi altieri
+Oditi fôrno intorno ad ogni lato;
+Re Desiderio e' soi bon cavallieri
+Mena a roina il popol rinegato;
+A benché e Saracin eran sì fieri
+Per la prodezza del suo re appregiato,
+Che, ancor che fusser de' Lombardi meno,
+Perdiano a palmo a palmo il suo terreno.
+
+Ma in questo loco è la battaglia zanza,
+Dico a rispetto de l'altra vicina,
+Dove contra ai baron che eran di Franza
+Combatte Rodamonte a gran roina.
+Costui ben certo di prodezza avanza
+Quanta fôr mai di gente saracina;
+In guerra non fu mai tanto fraccasso,
+Però contar lo voglio a passo a passo.
+
+Il duca Naimo, che è saggio e prudente,
+Come vede e nemici alla pianura,
+Fermò sopra del monte la sua gente,
+E divisela in terzo per misura.
+La schiera che venìa primeramente,
+Fu Bradiamante, ch'è senza paura;
+La figliola de Amon, quella rubesta,
+Venìa spronando con la lancia a resta.
+
+E seco al paro il conte de Lorena,
+Ciò fu Ansuardo, de battaglia esperto,
+Che giù callando gran tempesta mena,
+E 'l conte de Asti, quel franco Roberto.
+Questa è la prima schiera, che è ben piena:
+Sedeci millia e più son per il certo.
+Poi mosse la seconda con gran crido,
+Sotto il duca Americo e il duca Guido.
+
+L'un di Savoia e l'altro è di Bergogna,
+Ciascadun d'essi ha più franca persona.
+Contarvi e capitani mi bisogna:
+Con loro è gionto Bovo di Dozona;
+Per fare a' Saracini onta e vergogna,
+Questa schiera seconda s'abandona;
+La terza guida Naimo il bon vecchione,
+E Avorio e Avino e Belengiero e Ottone.
+
+Il padre e' quatro figli a questa schiera
+Son posti di quel campo al retroguardo,
+Con tutta la sua gente di Baviera.
+Ora tornamo al saracin gagliardo,
+Che non avea stendardo né bandiera,
+Ma tutto solo a mover non fu tardo
+Contra alla gente che il monte discende;
+Solo ed a piede la battaglia prende.
+
+Piacciavi, bei segnor, di ritornare
+Ad ascoltar la zuffa che io vo' dire,
+Ché se mai prove odesti racontare
+E colpi orrendi e diverso ferire,
+E gente rotte a terra trabuccare,
+Tutto è nïente a quel ch'io vo' seguire.
+Nel fin del canto tornerò ad Orlando:
+Adio, segnori; a voi mi racomando.
+
+Canto settimo
+
+Non fu, signor, contato più giamai
+Battaglia sì diversa e tanto orribile,
+Perché, come di sopra io vi contai,
+Rodamonte di Sarza, quel terribile,
+Contra de Naimo, che avea gente assai,
+Solo è afrontato, che è cosa incredibile;
+Ma Turpin, che dal ver non se diparte,
+Per fatto certo il scrisse alle sue carte.
+
+Né so se 'l fu piacer del celo eterno
+Donar tanta prodezza ad un Pagano,
+O se 'l demonio, uscito dell'inferno,
+Combattesse per lui quel giorno al piano;
+E' pose nostra gente in tal squaderno,
+Che non fu data, al ricordare umano,
+Cotal sconfitta a nostra gente santa,
+Quale in quel giorno che il mio dir vi canta.
+
+Tutte le schiere, come io ve ho contato,
+Giù della costa son callate al basso;
+Da l'altra parte Rodamonte armato
+Ha fesa la battaglia a gran fraccasso.
+La nostra gente come erba di prato
+Taglia a traverso e manda morta al basso;
+Pedoni e cavallier, debili e forti
+L'un sopra a l'altro van spezzati e morti.
+
+Sempre ferendo va quello africante
+Dritti e roversi, e cridando minaccia;
+Egli ha i nemici di dietro e davante,
+Ma lui col brando se fa ben far piaccia.
+Ecco gionta alla zuffa Bradamante,
+Quella donzella ch'è di bona raccia;
+Come fùlgor del cielo, o ver saetta,
+Ver Rodamonte la sua lancia assetta.
+
+Dal lato manco il gionse nel traverso
+E passò il scudo questa dama ardita,
+E quasi a terra lo mandò riverso,
+Benché non fece a quel colpo ferita;
+Ché 'l saracin, che fu tanto diverso,
+Ed avea forza incredibile e infinita,
+Portava sempre alla battaglia indosso
+Un cor di serpe, mezo palmo grosso.
+
+Ma non di manco pur fo per cadere,
+Come io ve dissi, per quella incontrata,
+Quando la dama che ha tanto potere
+Lo ferì al fianco con lancia arrestata;
+Tutta la gente che l'ebbe a vedere,
+Levò gran crido e voce smisurata;
+Né già per questo al pagan se avicina,
+Ma sol cridando aiuta la fantina.
+
+Lei già rivolto ha il suo destrier coperto,
+E torna adosso a quel saracin crudo.
+Or fuor de schiera uscì il conte Roberto
+E ferì Rodamonte sopra il scudo,
+Ed Ansuardo de battaglia esperto,
+Egli sprona anco adosso a brando nudo;
+Onde la gente, che ha ripreso core,
+Tutta se mosse insieme a gran furore,
+
+- Adosso! adosso! - ciascadun cridando,
+Con sassi e lancie e dardi oltra misura.
+Rideva il saracin questo mirando,
+Come colui che fu senza paura;
+Mena a traverso il furïoso brando,
+E gionse proprio a loco di cintura
+Quello Ansuardo, conte di Lorena,
+E morto a terra il pose con gran pena.
+
+Mezo alla terra e mezo nell'arcione
+Rimase il busto di quel paladino:
+Non fu mai vista tal destruzïone.
+A Brandimante mena il saracino;
+Lei non accolse, ma gionse il ronzone,
+Che era coperto de usbergo acciarino;
+Non giova usbergo né piastra né maglia,
+Ché col e spalle a quel colpo li taglia.
+
+Onde rimase a terra la donzella,
+Ché 'l suo destriero è in duo pezi partito.
+Adosso a gli altri il saracin martella;
+Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito:
+De un colpo il fende insino in su la sella.
+Alor fu ciascaduno sbigotito,
+Mirando il colpo di tanta tempesta:
+Chi può fuggire, in quel campo non resta.
+
+Rimase, com'io dico, Brandimante
+Col destrier morto adosso in su l'arena
+Tra quelle genti occise, che eran tante,
+Che più morta che viva era con pena.
+E Rodamonte, busto de gigante,
+Col brando tutto il resto a morte mena;
+Sempre alla folta in mezzo è il gran pagano,
+E manda pezzi da ogni banda al piano.
+
+Pezzi de omini armati e de destrieri
+Da ciascun canto in su la terra manda:
+Contarvi e colpi non vi fa mestieri,
+Né quanto sangue per terra si spanda.
+Vanno a fraccasso e nostri cavallieri,
+Ciascun fuggendo a Dio si racomanda;
+Ed a dir presto e ben la cosa intera,
+Tutta a roina è già la prima schiera.
+
+E gionto è quel pagano alla seconda,
+E rinovata è qui l'aspra battaglia,
+Ché gente sopra a gente più ve abonda,
+E fatto ha intorno al saracin serraglia;
+Ma lui col brando tutti li profonda,
+E men gli stima che un covon de paglia.
+Il duca Naimo, che ogni cosa vede,
+Per la gran doglia di morir se crede.
+
+- Segnor del cel, - dicea - se alcun peccato
+Contra de noi la tua iustizia inchina,
+Non dar l'onore a questo rinegato,
+Che così strazia tua gente meschina! -
+Questo dicendo, un messo ebbe mandato,
+Che racontasse a Carlo la roina
+Che era incontrata, e dimandasse aiuto,
+Benché se tenga ormai morto e perduto,
+
+Poi che 'l pagano ha sì franca persona,
+Che non trova riparo a sua possanza.
+Ecco scontrato ha Bovo de Dozona,
+E tutto feso l'ha fin nella panza.
+Sua gente morto in terra lo abandona,
+E ciascadun che avea prima baldanza,
+Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere,
+Volta le spalle e fugge a più potere.
+
+Ma sempre a loro è in mezo il pagan fiero:
+Tutti li occide senza alcun riguardo.
+Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero,
+Ma nanti al saracin ciascuno è tardo,
+Ché Rodamonte è sì presto e legiero,
+Che al corso avea più volte gionto un pardo.
+Non vi giova fuggire e non diffesa:
+Tutti li manda morti alla distesa.
+
+Come al decembre il vento che s'invoglia,
+Quando comincia prima la freddura:
+L'arbor se sfronda e non vi riman foglia;
+Così van spessi e morti a la pianura.
+Ecco Americo, il duca di Savoglia,
+Ch'è rivoltato in sua mala ventura,
+E gionse a mezo il petto lo Africano,
+Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano;
+
+Ché a lui ferì il pagan sopra la testa,
+E tutto il parte insin sotto al gallone.
+Or fugge ciascaduno e non se arresta;
+Mai non se vidde tal confusïone.
+Il duca Naimo una grossa asta arresta,
+E move la sua schiera il bon vecchione,
+E seco ha quattro figli, ogniom più fiero,
+Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.
+
+Cresce la zuffa e il crido se rinova,
+E levasi il rumore e 'l gran polvino.
+Primeramente Avorio il pagan trova,
+E ben rompe sua lancia il paladino;
+Ma Rodamonte sta fermo alla prova,
+E non se piega il forte saracino;
+E similmente nel colpir de Ottone
+Stette in duo piedi saldo al parangone.
+
+L'un dopo l'altro Avino e Belengero
+A lui feriano adosso arditamente,
+E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero;
+Ma, come gli altri, pur fece nïente.
+Al quinto colpo quel saracin fiero
+Alciò la faccia a guisa de serpente;
+Crollando il capo disse: - Via, canaglia!
+Ché tutti non valeti un fil di paglia. -
+
+Né più parole; ma del brando mena,
+E gionse nella testa al franco Ottone.
+Come a Dio piacque e sua Matre serena,
+Voltosse il brando e colse de piattone,
+E fo quel colpo di cotanta pena,
+Che tramortito lo trasse d'arzone;
+Né sopra a questo il saracin se arresta,
+Ma dà tra gli altri e mena gran tempesta.
+
+E misse a terra duo de quei gagliardi,
+Avorio e Belengier, feriti a morte;
+E gli altri tutti, e nobili e codardi,
+Seriano occisi da quel pagan forte,
+Se Desiderio e' suoi franchi Lombardi
+Non avesser turbata quella sorte,
+Perché a quel tempo con sua gente scorta
+La ria canaglia avea sconfitta e morta;
+
+E gionto era alle spalle al saracino,
+Che roïnando gli altri avanti caccia
+E già per terra avea disteso Avino,
+Ferito crudelmente nella faccia.
+Come un gran vento nel litto marino
+Leva l'arena e il campo avanti spaccia,
+Così quel crudo con la spada in mano
+Tutta la gente manda morta al piano.
+
+Per l'aria van balzando maglie e scudi,
+Ed elmi pien di teste, e braccie armate,
+Ma benché taglia come corpi nudi
+Sbergi e lameri e le piastre ferrate,
+Pur rivoltava spesso gli occhi crudi
+Alle sue gente rotte e dissipate,
+E tutta via mirando alla sua schiera,
+Facea battaglia avanti orrenda e fiera.
+
+Quale il forte leone alla foresta,
+Che sente alle sue spalle il cacciatore,
+Squassando e crini e torzendo la testa
+Mostra le zanne e rugge con terrore;
+Tal Rodamonte, odendo la tempesta
+Che faceano e Lombardi, e 'l gran furore
+Della sua gente rotta e posta in caccia,
+Rivolta a dietro la superba faccia.
+
+Sua gente fugge, e chi più può sperona:
+Beato se tenìa chi era il primiero.
+Re Desiderio mai non li abandona,
+Anci li caccia per stretto sentiero.
+A lui davanti è il conte di Cremona,
+Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero,
+Dico Arcimbaldo, e seco a mano a mano
+Vien Rigonzone, il forte parmesano.
+
+Era costui feroce oltra a misura,
+Ma legier di cervel come una paglia;
+O ver guarnito, o senza l'armatura,
+Battendo gli occhi intrava alla battaglia;
+Né della vita né de onor si cura,
+Ché sua ballestra non avea serraglia,
+Dico, perché scoccava al primo tratto:
+A dire in summa, el fu gagliardo e matto.
+
+Or questi duo la gente saracina,
+Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone,
+Cacciano in rotta con molta roina.
+Del re di Sarza in terra è 'l confalone,
+Ch'era vermiglio, e dentro una regina,
+Quale avea posto il freno ad un leone:
+Questa era Doralice de Granata,
+Da Rodamonte più che il core amata.
+
+Però ritratta nella sua bandiera
+La portava quel re cotanto atroce,
+Sì naturale e proprio come ella era,
+Che altro non li manca che la voce.
+E lei mirando, alla battaglia fiera
+Più ritornava ardito e più feroce,
+Ché per tal guardo sua virtù fioriva,
+Come l'avesse avante a gli occhi viva.
+
+Quando la vidde alla terra caduta,
+Mai fu nella sua vita più dolente;
+La fiera faccia di color si muta,
+Or bianca ne vien tutta, or foco ardente.
+Se Dio per sua pietate non ce aiuta,
+Perduto è Desiderio e la sua gente,
+Perché il pagano ha furia sì diversa,
+Che nostra gente fia sconfitta e persa.
+
+Questa battaglia tanto sterminata
+Tutta per ponto vi verrò contando,
+Ma più non ne vo' dire in questa fiata,
+Perché tornar conviene al conte Orlando,
+Quale era gionto al fiume della fata,
+Sì come io vi lasciai alora quando
+Con Falerina se pose a camino,
+Poi che disfatto fu quel bel giardino:
+
+Quel bel giardino ove era guardïano
+Il drago, il toro e l'asinello armato,
+E quel gigante, che era ucciso in vano
+Come di sopra vi fu racontato.
+Tutto il disfece il senator romano,
+Benché per arte fosse fabricato,
+Ed alla dama poi dette perdono,
+Per trar dal ponte quei che presi sono:
+
+Quei cavallier, che presi erano al ponte
+Dal vecchio ingannator, come io contai.
+Quivi n'andava drittamente il conte,
+Per trar cotanta gente di tal guai,
+Via caminando per piani e per monte;
+Con seco è Falerina sempre mai,
+A piede, come lui, né più né meno,
+Ché non avean destrier né palafreno.
+
+Perduto aveva il conte Brigliadoro,
+Come sapiti, e insieme Durindana;
+Or, così andando a piè ciascun de loro,
+Gionsero un giorno sopra alla fiumana,
+Ove la falsa Fata del Tesoro
+Avea ordinata quella cosa strana,
+Più strana e più crudel che avesse il mondo,
+Perché il fior de' baroni andasse al fondo.
+
+Fu profondato quivi il fio de Amone,
+Come di sopra odesti raccontare,
+E seco Iroldo e l'altro compagnone,
+Che ancor mi fa pietate a ricordare;
+Né dopo molto vi gionse Dudone,
+Il qual venìa questi altri a ricercare,
+Ché comandato li avea Carlo Mano
+Che trovi Orlando e il sir de Montealbano.
+
+Caminando il baron senza paura,
+Cercato ha quasi il mondo tutto quanto;
+E, come volse la mala ventura,
+Gionse a quel lago fatto per incanto,
+Ove Aridano, orrenda creatura,
+Cotanta gente avea condutta in pianto,
+Perché ogni cavalliero e damigella
+Getta nel lago la persona fella.
+
+Così fu preso e nel lago gettato
+Dudone il franco, e non vi ebbe diffesa,
+Perché Aridano in tal modo è fatato,
+Che ciascadun che avea seco contesa,
+Sei volte era di forza superchiato,
+Onde veniva ogni persona presa;
+Perché, se alcun baron ha ben possanza,
+E lui sei tanta di poter lo avanza.
+
+Tanta fortezza avea quel disperato
+Che, come spesso se potea vedere,
+Natava per quel lago tutto armato,
+E tornava dal fondo a suo piacere;
+E quando alcuno avesse profondato,
+Giù se callava senz'altro temere,
+E poi, notando per quella acqua scura,
+Di lor portava a soma l'armatura.
+
+E tanto era superbo ed arrogante,
+Che delle gente occise e da lui prese
+L'arme che avea spogliate tutte quante
+A sé d'intorno le tenea suspese;
+Ma a tutte l'altre se vedea davante,
+Sopra a un cipresso bene alto e palese,
+La sopravesta e l'arme de Ranaldo,
+Che avea spogliato il saracin ribaldo.
+
+Or, come io dissi, in su questa riviera
+Ne gionge il conte caminando a piede,
+E Falerina sempre a canto gli era;
+Ma quando quella dama il ponte vede,
+Tutta se turba e cangia ne la ciera,
+Biastemando Macone e chi li crede;
+Poi dice: - Cavallier, con duol amaro
+Tutti siam morti, e più non c'è riparo.
+
+Questo voluto ha il perfido Apollino
+(Così poss'el cader dal celo al basso!)
+Che ce ha guidato per questo camino,
+Per roïnarce a quel dolente passo.
+Or, perché intendi, quivi è un malandrino
+Che già robbava ogniomo a gran fraccasso,
+Crudele, omicidiale ed inumano,
+E fu il suo nome, ed è ancora, Aridano.
+
+Ma non avea possanza e non ardire,
+Ché è de rio sangue e de gesta villana;
+Or tanto è forte, e il perché ti vo' dire,
+Ché cosa non fu mai cotanto strana.
+Dentro a quel lago che vedi apparire,
+Stavi una fata, che ha nome Morgana,
+Qual per mala arte fabricò già un corno,
+Che avria disfatto il mondo tutto intorno.
+
+Perché qualunche il bel corno suonava,
+Era condutto alla morte palese.
+Sì lunga istoria dirti ora mi grava,
+Come le gente fusser morte, o prese.
+In poco tempo un barone arivava
+(Il nome suo non so, né il suo paese):
+Lui vinse e tori, il drago e la gran guerra
+Di quella gente uscita della terra.
+
+Quel cavallier, persona valorosa,
+Così disfece il tenebroso incanto,
+Onde la fata vien sì desdignosa
+Che mai potesse alcun darsi tal vanto;
+E fie' questa opra sì meravigliosa,
+Che, ricercando il mondo tutto quanto,
+Non serà cavallier di tanto ardire,
+Qual non convenga a quel ponte perire.
+
+Ella si pensa che quel campïone
+Che suonò il corno, quindi abbia a passare,
+O ver che per ardir, come è ragione,
+Venga questa aventura a ritrovare;
+Così l'averà morto, o ver pregione,
+Ché omo del mondo non potria durare.
+Per far perir quel cavallier Morgana
+Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana.
+
+E ricercando tutte le contrate
+De uno om crudel, malvaggio e traditore,
+Trovò Arridano senza pïetate
+Che già la terra non avea peggiore,
+E ben guarnito l'ha de arme affatate
+E d'una maraviglia ancor maggiore,
+Che qualunche baron seco s'affronta,
+Sei tanta forza a lui vien sempre agionta.
+
+Onde io mi stimo il vero, anci son certa
+Che a tale impresa non potria durare;
+Ed io con teco, misera, diserta
+Dentro a quella acqua me vedo affogare,
+Ché noi siam gionti troppo a la scoperta,
+E non c'è tempo o modo di campare.
+Non è rimedio ormai: noi siam perduti,
+Come Aridano il fier ce abbia veduti. -
+
+Il conte, sorridendo a tal parole,
+Disse alla dama ragionando basso:
+- Tutta la gente dove scalda il sole,
+Non mi faria tornare adietro un passo.
+Sasselo Idio di te quanto mi dole,
+Poi che soletta in tal loco te lasso;
+Ma sta pur salda e non aver temanza:
+Il ferro è il mezo a l'om che ha gran possanza. -
+
+La dama ancor piangendo pur dicia:
+- Fuggi per Dio, baron, campa la morte!
+Ché il conte Orlando qua non valeria,
+Né Carlo Mano e tutta la sua corte.
+Lasciar m'incresce assai la vita mia,
+Ma de la morte tua mi dôl più forte,
+Ché io son da poco e son femmina vile,
+Tu prodo, ardito e cavallier gentile. -
+
+Il franco conte a quel dolce parlare
+A poco a poco si venìa piegando,
+E destinava dietro ritornare.
+Oltra quel ponte d'intorno guardando
+L'arme cognobbe che suolea portare
+Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando:
+- Chi mi ha fatto - dicea - cotanto torto?
+O fior d'ogni baron, chi te me ha morto?
+
+A tradimento qua sei stato occiso
+Dal falso malandrin sopra quel ponte,
+Ché tutto il mondo non te avria conquiso,
+Se teco avesse combattuto a fronte.
+Ascoltami, baron; dal paradiso,
+Ove or tu dimori, odi il tuo conte,
+Qual tanto amavi già, benché uno errore
+Commesse a torto per soperchio amore.
+
+Io te chiedo mercè, damme perdono,
+Se io te offesi mai, dolce germano,
+Ch'io fui pur sempre tuo, come ora sono,
+Benché falso suspetto ed amor vano
+A battaglia ce trasse in abandono,
+E l'arme zelosia ce pose in mano.
+Ma sempre io te amai ed ancor amo;
+Torto ebbi io teco, ed or tutto me 'l chiamo.
+
+Che fu quel traditor, lupo rapace,
+Qual ce ha vetato insieme a ritornare
+Alla dolce concordia e dolce pace,
+A i dolci baci, al dolce lacrimare?
+Questo è l'aspro dolor che mi disface,
+Ch'io non posso con teco ragionare
+E chiederti perdon prima ch'io mora;
+Questo è l'affanno e doglia che me accora. -
+
+Così dicendo Orlando con gran pianto
+Tra' for la spada, e il forte scudo imbraccia:
+La spada a cui non vale arme né incanto,
+Ma sempre dove gionge il camin spaccia.
+Il fatto già vi contai tutto quanto,
+Sì che non credo che mistier vi faccia
+Tornarvi a mente con quale arte e quando
+Da Falerina fusse fatto il brando.
+
+Il conte, de ira e de doglia avampato,
+Salta nel ponte con quel brando in mano;
+Spezza il serraglio e via passa nel prato,
+Ove iaceva il perfido Aridano.
+Sotto al cipresso stava il renegato,
+Quelle arme del segnor de Montealbano,
+Che erano al tronco de intorno, mirando,
+Quando li gionse sopra 'l conte Orlando.
+
+Smarrisse alquanto il malandrino in viso,
+Quando a sé vide sopra quel barone,
+Però che adosso gli gionse improviso;
+Pur saltò in piede e prese il suo bastone,
+E poi dicea: - Se tutto il paradiso
+Te volesse aiutare e idio Macone,
+E' non avrian possanza e non ardire,
+Ché in ogni modo ti convien morire. -
+
+Al fin delle parole un colpo lassa
+Con quel baston di ferro il can fellone;
+Gionse nel scudo e tutto lo fraccassa,
+E cadde Orlando in terra ingenocchione.
+A braccia aperte il saracin se abassa,
+Credendolo portar sotto al gallone,
+Come portar quelli altri era sempre uso
+E poi nel lago profondarli giuso.
+
+Ma il conte così presto non si rese,
+Benché cadesse, e non fu spaventato;
+Per il traverso un gran colpo distese,
+E gionse a mezo del scudo afatato.
+A terra ne menò quanto ne prese,
+E cadde il brando nel gallone armato,
+Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto,
+Ché a quella spada non vi vale incanto.
+
+E se non era il saracin chinato,
+Ché ben non gionse quella spata a pieno,
+Tutto l'avrebbe per mezo tagliato,
+Come un pezzo di latte, più né meno;
+Pur fu Aridano alquanto vulnerato,
+Onde li crebbe al cor alto veleno,
+E mena del bastone in molta fretta;
+Ma il conte l'ha assaggiato, e non l'aspetta.
+
+Gettosse Orlando in salto de traverso
+E menò il brando per le gambe al basso,
+Ed a quel tempo il saracin perverso
+Callava il suo bastone a gran fraccasso.
+Tirando l'uno e l'altro di roverso
+Ben se gionsero insieme al contrapasso,
+Ma il brando, che non cura fatasone,
+Duo palmi e più tagliò di quel bastone.
+
+Mosse Aridano un crido bestïale,
+E salta adosso al conte, d'ira acceso.
+Nulla diffesa al franco Orlando vale,
+Con tanta furia l'ha quel pagan preso,
+E vien correndo, come avesse l'ale.
+Alla riviera nel portò di peso,
+E così seco, come era abracciato,
+Giù nel gran lago se profonda armato.
+
+Da l'alta ripa con molta roina
+Caderno insieme per quella acqua scura.
+Quivi più non aspetta Falerina,
+Ma via fuggendo su per la pianura
+Giva tremando come una tapina,
+Guardando spesso adietro con paura,
+E ciò che sente e vede di lontano,
+Sempre alle spalle aver crede Aridano.
+
+Ma lui bon tempo stette a ritornare,
+Ché gionse con Orlando insino al fondo.
+Più nel presente non voglio cantare,
+Ché al tanto dir parole me confondo:
+Piacciavi a l'altro canto ritornare,
+Che la più strana cosa che abbia il mondo
+E la più dilettosa e più verace
+Vi contarò, se Dio ce dona pace.
+
+Canto ottavo
+
+Quando la terra più verde è fiorita,
+E più sereno il cielo e grazïoso,
+Alor cantando il rosignol se aita
+La notte e il giorno a l'arboscello ombroso;
+Così lieta stagione ora me invita
+A seguitare il canto dilettoso,
+E racontare il pregio e 'l grand'onore
+Che donan l'arme gionte con amore.
+
+Dame legiadre e cavallier pregiati,
+Che onorati la corte e gentilezza,
+Tiratevi davanti ed ascoltati
+Delli antiqui baron l'alta prodezza,
+Che seran sempre in terra nominati:
+Tristano e Isotta dalla bionda trezza,
+Genevra e Lancilotto del re Bando;
+Ma sopra tutti il franco conte Orlando,
+
+Qual per amor de Angelica la bella
+Fece prodezze e meraviglie tante,
+Che 'l mondo sol di lui canta e favella.
+E pur mo vi narrai poco davante
+Come abracciato alla battaglia fella
+Con Aridano, il perfido gigante,
+Cadde in quel lago nel profondo seno;
+Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.
+
+Cadendo della ripa a gran fraccasso
+Callarno entrambi per quella acqua scura,
+Dico Aridano e lui tutti in un fasso.
+Già giuso erano un miglio per misura,
+E, roïnando tutta fiata a basso,
+Cominciò l'acqua a farsi chiara e pura,
+E cominciarno di vedersi intorno:
+Un altro sol trovarno e un altro giorno.
+
+Come nasciuto fosse un novo mondo,
+Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato,
+E sopra sé vedean del lago il fondo,
+Il qual, dal sol di suso aluminato,
+Facea parere il luogo più iocondo;
+Ed era poi d'intorno circondato
+Quel loco d'una grotta marmorina
+Tutta di pietra relucente e fina.
+
+Era la bella grotta a piede al monte:
+Tre miglia circondava questo spaccio.
+Ora torniamo a ragionar del conte,
+Ch'è qui caduto col gigante in braccio,
+Seco sempre ristretto a fronte a fronte,
+E ben se aiuta per uscir de impaccio,
+Ma pur se sbatte e se dimena invano:
+Sei tanto è più de lui forte Aridano.
+
+Né l'un da l'altro si potean spiccare,
+Sin che fur gionti in sul campo fiorito.
+Quivi Aridano il volse disarmare,
+Credendo averlo tanto sbigotito,
+Che più diffesa non dovesse fare;
+A benché tal pensier li andò fallito,
+Però che non l'avea lasciato a pena,
+Che 'l conte imbraccia il scudo e il brando mena.
+
+Alor se incominciò l'aspra tencione
+E l'assalto crudele e dispietato.
+Il saracino adopra quel bastone
+Che avrebbe a un colpo un monte dissipato.
+Da l'altra parte il fio di Melone
+Avea quel brando ad arte fabricato,
+Che cosa non fu mai cotanto fina,
+E ciò che trova taglia con roina.
+
+Orlando a lui ferì primeramente,
+Come li uscitte a ponto delle braccia,
+E roppe avanti l'elmo relucente,
+Benché non gionse il colpo nella faccia.
+Diceva il saracin tra dente e dente:
+- A questo modo la mosca se caccia,
+A questo modo al naso si fa vento;
+Ma ben ti pagarò, s'io non mi pento. -
+
+Tra le parole un gran colpo disserra,
+Ma già non gionse il conte a suo talento,
+Ché ben lo avria disteso morto a terra,
+E tutto rotto con grave tormento.
+Or se rinforza la stupenda guerra:
+Quello ha possa maggior, questo ardimento,
+E ciascadun de vincer se procura:
+Battaglia non fu mai più orrenda e scura.
+
+Benché gran colpi menasse Aridano,
+Non avea ponto Orlando danneggiato,
+E giva sempre il suo bastone invano.
+Ma il conte, che è di guerra amaestrato,
+Menava bene il gioco d'altra mano,
+E già l'aveva in tre parte impiagato,
+Nel ventre, nella testa, nel gallone:
+Fuora uscia il sangue a grande effusïone.
+
+E, per non vi tenire a notte scura,
+L'ultimo colpo che Orlando li dona,
+Tutto lo parte, insino alla centura,
+Onde la vita e il spirto lo abandona,
+E cadde morto sopra a la pianura.
+Quivi d'intorno non era persona;
+Altro che il monte e il sasso non appare,
+Pur guarda il conte e non sa che si fare.
+
+La bianca ripa che girava intorno,
+Non lasciava salire al monticello,
+Quale era verde e de arboscelli adorno,
+Tutto fiorito a meraviglia e bello.
+E dalla parte ove apparisce il giorno,
+Era tagliata a punta di scarpello
+Una porta patente, alta e reale:
+Più mai ne vidde il mondo un'altra tale.
+
+Guardando, come ho detto, intorno Orlando
+Scorse nel sasso la porta tagliata,
+E verso quella a piede caminando
+Vien prestamente e gionse su l'intrata;
+E de ogni lato quella remirando,
+Vide una istoria in quella lavorata
+Tutta di pietre precïose e d'oro,
+Con perle e smalti di sotil lavoro.
+
+Vedeasi un loco cento volte cinto
+De una muraglia smisurata e forte;
+Chiamavasi quel cerchio il Labirinto,
+Che avea cento serraglie e cento porte;
+Così scritto era in quel smalto e depinto.
+E tutto parea pieno a gente morte,
+Ché ogni persona che è d'intrare ardita,
+Vi more errando e non trova la uscita.
+
+Mai non tornava alcuno ove era entrato,
+E, come è detto, errando si moria;
+O ver, dalla fortuna al fin guidato,
+Dopo l'affanno della mala via,
+Era nel fondo occiso e divorato
+Dal Minotauro, bestia orrenda e ria,
+Che avea sembianza d'un bove cornuto:
+Più crudel mostro mai non fu veduto.
+
+Ritratta era in disparte una donzella,
+Che era ferita nel petto de amore
+De un giovanetto, e l'arte gli rivella
+Come potesse uscir di tanto errore.
+Tutta depinta vi è questa novella,
+Ma il conte, che a tal cosa non ha il core,
+Alle sue spalle quella porta lassa,
+E per la tomba caminando passa.
+
+Via per la grotta va senza paura,
+Ed era gito avante da tre miglia
+Senza alcun lume per la strata oscura,
+Alor che gl'incontrò gran meraviglia;
+Perché una pietra relucente e pura,
+Che drittamente a foco se assimiglia,
+Gli fece luce mostrandoli intorno,
+Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.
+
+Questa davanti gli scoperse un fiume
+Largo da vinte braccia, o poco meno;
+Di là da lui rendea la pietra il lume,
+In mezo a un campo sì de zoie pieno,
+Che solo a dir di lor serìa un volume;
+E non ha tante stelle il cel sereno,
+Né primavera tanti fiori e rose,
+Quante ivi ha perle e pietre precïose.
+
+Avea quel fiume ch'è sopra contato,
+Di sopra un ponte di poca largura,
+Che non è mezo palmo misurato.
+Da ciascun lato stava una figura
+Tutta di ferro, a guisa d'omo armato.
+Di là dal fiume aponto è la pianura,
+Ove posto il tesoro è di Morgana;
+Ora ascoltati questa cosa strana.
+
+Non avea posto il piede su la intrata
+Del ponticello il figlio di Melone,
+Che la figura ad arte fabricata
+Levò da l'alto capo un gran bastone.
+Bene avea il conte sua spata fatata
+Per incontrare il colpo di ragione;
+Ma non bisogna che a questo risponda,
+Che dà nel ponte e tutto lo profonda.
+
+A questa cosa riguardava il conte
+Meravigliando assai nel suo pensiero,
+Ed ecco a poco a poco uno altro ponte
+Nasce nel loco dove era il primiero.
+Su vi entra Orlando con ardita fronte,
+Ma de quindi varcar non è mistiero,
+Ché la figura mai passar non lassa
+Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.
+
+Il conte avea de ciò gran meraviglia,
+Fra sé dicendo: "Or che voglio aspettare?
+Se il fiume fusse largo diece miglia,
+In ogni modo voglio oltra passare."
+Al fin delle parole un salto piglia:
+Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare
+A prender corso; e, come avesse piume,
+D'un salto armato andò di là dal fiume.
+
+Come fu gionto alla ripa nel prato
+Ove Morgana ha posto il gran tesoro,
+A sé davante vidde edificato
+Un re con molta gente a concistoro.
+Ciascun sta in piede, ed esso era assettato;
+Tutte le membre avean formato d'oro,
+Ma sopra eran coperti tutti quanti
+Di perle, de robini e de diamanti.
+
+Parea quel re da tutti riverito;
+Avanti avea la mensa apparecchiata
+Con più vivande, a mostra di convito,
+Ma ciascadun di smalto è fabricata.
+Sopra al suo capo avea un brando forbito,
+Che morte li minaccia tutta fiata;
+Ed al sinistro fianco, a men d'un varco,
+Un che avea posto la saetta a l'arco.
+
+Avea da lato un altro suo germano,
+Che lo rasomigliava di figura,
+E tenea un breve scritto nella mano.
+Così diceva a ponto la scrittura:
+' Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano
+Qual se possede con tanta paura;
+Né la possanza giova, né il diletto,
+Quando se tiene o prende con sospetto.'
+
+Però stava quel re con trista ciera,
+Guardando intorno per suspizïone.
+A lui davanti, ne la mensa altiera,
+Sopra de un ziglio d'oro era il carbone,
+Che dava luce a guisa de lumiera,
+Facendo lume per ogni cantone;
+Ed era il quadro di quella gran piaccia
+Per ciascun lato cinquecento braccia.
+
+Tutta coperta de una pietra viva
+Era la piazza e d'intorno serrata;
+Per quattro porte di quella se usciva,
+Ciascuna riccamente lavorata.
+Non vi ha fenestra e d'ogni luce è priva,
+Se non che è dal carbone aluminata,
+Qual rendeva là giù tanto splendore,
+Che a pena il sole al giorno l'ha maggiore.
+
+Il conte, che di questo non ha cura,
+Verso una porta prese il suo camino,
+Ma quella nella entrata è tanto scura,
+Che non sa dove andare il paladino.
+Ritorna adietro e d'intorno procura
+De l'altre uscite per ogni confino;
+Tutte le cerca senza alcuna posa:
+Ciascuna è più dolente e tenebrosa.
+
+Mentre che pensa e sta tutto suspeso,
+Andogli il core a quella pietra eletta,
+Che nella mente parea foco acceso,
+Onde a pigliarla corse con gran fretta;
+Ma la figura che avea l'arco teso,
+Subitamente scocca la saetta,
+E gionse drittamente nel carbone,
+Spargendo il lume a gran confusïone.
+
+Cominciò incontinente un terremoto,
+Scotendo intorno con molto rumore.
+Mugiava in ogni lato il sasso voto:
+Odita non fu mai voce maggiore.
+Fermosse il conte stabile ed immoto,
+Come colui che fu senza terrore:
+Ecco il carbone al ziglio torna in cima,
+E rende il lume adorno come in prima.
+
+Orlando per pigliarlo torna ancora,
+Ma, come a ponto con la mano il tocca,
+Lo arcier che è a lato al re, senza dimora
+Una saetta d'oro a l'arco scocca;
+E durò il terremoto più d'un'ora,
+Squassando con rumor tutta la rocca;
+Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio
+Tornò come era avanti in cima al ziglio.
+
+Or fa pensiero il bon conte de Anglante
+Avere al tutto quella pietra fina.
+Trasse a sé il scudo e quel pose davante
+Ove l'arciero il suo colpo destina;
+Poi prese il bel carbone, e 'n quello istante
+Gionse la frizza al scudo con roina,
+Ma non puote passarlo il colpo vano:
+Via ne va Orlando col carbone in mano.
+
+E come lo guidava la fortuna,
+Non prese a destra mano il suo vïaggio,
+Che serìa uscito de la grotta bruna
+Salendo sempre suso, il baron saggio.
+Là gioso ove non splende sol né luna,
+Né se può ritornar senza dannaggio,
+Callava il conte, verso la pregione
+Ove Ranaldo stava con Dudone.
+
+Fôr questi presi sopra la rivera,
+Sì come già davanti io vi contai,
+E Brandimarte ancora con questi era,
+Ed altri cavallieri e dame assai,
+Ch'eran più de settanta in una schiera,
+Che non avean speranza uscir giamai
+Di quello incanto orribile e diverso,
+Ma ciascadun si tiene al tutto perso.
+
+E sappiati che il franco Brandimarte
+Non fu per forza, come gli altri, preso;
+Ma Morgana la fata con mala arte
+L'avea d'amor con falsa vista acceso;
+E seguendola lui per molte parte,
+Non fu da alcun giamai con arme offeso,
+Ma con carezze e con viso iocondo
+Fu trabuccato a quel dolente fondo.
+
+Or, come io dissi, il bon conte di Brava
+Giù nella tomba alla sinistra mano
+Per una scala di marmo callava
+Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano;
+E col carbone avanti alluminava,
+Perché altramente serìa gito invano,
+Ché quel camino è sì malvaggio e torto,
+Che mille fiate errando serìa morto.
+
+Poi che fu gionto in su la terra piana
+Il conte, che a quel lume si governa,
+Parbe vedere a lui molto lontana
+Una fissura in capo alla caverna;
+E, caminando per la strata strana,
+A poco a poco pur par che discerna,
+Che quella era una porta al fin del sasso,
+Qual dava uscita al tenebroso passo.
+
+L'aspra cornice di quel sasso altiero
+Con tal parole a lettre era tagliata:
+' Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero,
+Sappi che quivi facile è la entrata,
+Ma il risalir da poi non è legiero
+A cui non prende quella bona fata,
+Qual sempre fugge intorno e mai non resta,
+E dietro ha il calvo alla crinuta testa.'
+
+Il conte le parole non intese,
+Ma passa dentro quella anima ardita,
+E, come a ponto nel prato discese,
+Voltando gli occhi per l'erba fiorita
+Alto diletto riguardando prese;
+Perché mai non se intese per odita,
+Né pNr veduta in tutto quanto il mondo
+Più vago loco, nobile e iocondo.
+
+Splendeva quivi il ciel tanto sereno,
+Che nul zaffiro a quel termino ariva,
+Ed era d'arboscelli il prato pieno,
+Che ciascun avea frutti e ancor fioriva.
+Longe alla porta un miglio, o poco meno,
+Uno alto muro il campo dipartiva,
+De pietre trasparente e tanto chiare,
+Che oltra di quello il bel giardino appare.
+
+Orlando dalla porta se alontana,
+E mentre che per l'erba via camina,
+Vidde da lato adorna una fontana
+D'oro e di perle e de ogni pietra fina.
+Quivi distesa stavasi Morgana
+Col viso al cielo e dormiva supina,
+Tanto suave e con sì bella vista
+Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.
+
+Le sue fattezze riguardava il conte
+Per non svegliarla, e sta tacitamente.
+Lei tutti etcrini avea sopra la fronte,
+E faccia lieta, mobile e ridente;
+Atte a fuggire avea le membre pronte,
+Poca trezza di dietro, anzi nïente;
+Il vestimento candido e vermiglio,
+Che sempre scappa a cui li dà de piglio.
+
+- Se tu non prendi chi te giace avante,
+Prima che la se sveglia, o paladino,
+Frustarai a' tuoi piedi ambe le piante
+Seguendola da poi per mal camino;
+E portarai fatiche e pene tante,
+Prima che tu la tenghi per il crino,
+Che serai reputato un santo in terra
+Se in pace soffrirai cotanta guerra. -
+
+Queste parole fur dette ad Orlando,
+Mentre che attento alla fata mirava,
+Onde se volse adietro, ed ascoltando
+Verso la voce tacito ne andava;
+E forse trenta passi caminando
+A piè de l'alto mur presto arivava,
+Qual tutto di cristallo è tanto chiaro,
+Che oltra si vede senza alcun divaro.
+
+Così cognobbe lo ardito barone
+Come colui che avanti avea parlato,
+Di là da quel cristallo era pregione,
+E prestamente l'ha rafigurato,
+Perché quello era il suo franco Dudone;
+Ed ora l'un da l'altro è separato
+Forse tre piedi, o poco meno, o tanto:
+Pensati che ciascun facea gran pianto.
+
+Ben distendevan l'una e l'altra mano
+Per abracciarse insieme ad ogni parte.
+Dice a Dudone: - Io me affatico invano,
+Ché in nulla forma mai potria toccarte. -
+In quello giunse il sir de Montealbano,
+Che a braccio ne venìa con Brandimarte,
+E non sapevan del conte nïente;
+Ciascun di lor piangendo fu dolente.
+
+Disse Ranaldo: - Egli ha pur l'armi in dosso,
+E tiene al fianco ancor la spata cinta:
+Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso,
+Ché sua prodezza non serà mai vinta;
+Abenché rallegrar pur non mi posso,
+Perché io non so se l'ira ancora è estinta,
+Quando per colpa mia quasi fui morto,
+Alor che seco combatteva a torto.
+
+Ch'io non doveva per nulla cagione
+Prender con seco alcuna differenza;
+Egli è di me maggiore, e di ragione
+Lo debbo sempre avere in riverenza. -
+Diceva Brandimarte al fio d'Amone:
+- Di questo ditto non aver temenza;
+Così quindi te tragga Dio verace,
+Come tra voi farò presto la pace. -
+
+E così l'un con l'altro ragionando,
+Come vi dico, assai pietosamente,
+Per caso allor se volse il conte Orlando,
+Ed ambi li cognobbe incontinente;
+E piangendo di doglia e sospirando,
+Con parlar basso e con voce dolente
+Li adimandava con qual modo e quanto
+Fusser già stati presi a quello incanto.
+
+E poi che intese la fortuna loro,
+Che ciascadun piangendo la dicia,
+Prese dentro dal core alto martoro,
+Perché forza né ingegno non valìa
+A romper quel castello e il gran lavoro,
+Qual chiudea intorno quella pregionia;
+E tanto più se turba il conte arguto,
+Che gli ha davanti e non può darli aiuto.
+
+Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo
+E gli altri tutti che cotanto amava,
+Onde di doglia e di grande ira caldo
+Per dar nel mur col brando il braccio alzava;
+Ma cridarno e prigion tutti: - Sta saldo!
+Sta, per Dio! queto, - ciascadun cridava,
+- Ché, come ponto si spezzasse il muro,
+Giù nella grotta caderemo al scuro. -
+
+Seguiva poi parlando una donzella,
+La qual di doglia in viso parea morta,
+E così scolorita era ancor bella;
+Costei parlava al conte in voce scorta:
+- Se trar ce vuoi di questa pregion fella,
+Conviente gir, baron, a quella porta
+Che de smiraldi e de diamanti pare;
+Per altro loco non potresti entrare.
+
+Ma non per senno, forza, o per ardire,
+Non per minaccie, o per parlar soave
+Potresti quella pietra fare aprire,
+Se non te dona Morgana la chiave;
+Ma prima se farà tanto seguire,
+Che ti parrebbe ogni pena men grave
+Che seguir quella fata nel deserto
+Con speranza fallace e dolor certo.
+
+Ogni cosa virtute vince al fine:
+Chi segue vince, pur che abbia virtute;
+Vedi qua tante gente peregrine,
+Che speran per te solo aver salute.
+Tutte noi altre misere, tapine,
+Prese per forza al fondo siàn cadute:
+Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato,
+In questo loco sei venuto armato.
+
+Sì che bona speranza ce conforta
+Che avrai di questa impresa ancor l'onore,
+Ed aprirai quella dolente porta,
+Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore.
+Or più non indugiar, ché forse accorta
+Non se è di te la fata, bel segnore;
+Volgite presto e torna alla fontana,
+Ché forse ancor vi trovarai Morgana. -
+
+Il conte, che d'entrare avea gran voglia,
+Subitamente al fonte ritornava;
+Quivi trovò Morgana, che con zoglia
+Danzava intorno e danzando cantava.
+Né più legier se move al vento foglia,
+Come ella senza sosta si voltava,
+Mirando ora alla terra ed ora al sole,
+Ed al suo canto usava tal parole:
+
+- Qualunche cerca al mondo aver tesoro,
+O ver diletto, o segue onore e stato,
+Ponga la mano a questa chioma d'oro
+Ch'io porto in fronte, e quel farò beato;
+Ma quando ha il destro a far cotal lavoro,
+Non prenda indugia, ché il tempo passato
+Più non ritorna e non se ariva mai,
+Ed io mi volto, e lui lascio con guai. -
+
+Così cantava de intorno girando
+La bella fata a quella fresca fonte,
+Ma come gionto vidde il conte Orlando,
+Subitamente rivoltò la fronte.
+Il prato e la fontana abandonando,
+Prese il vïaggio suo verso de un monte,
+Qual chiudea la valletta piccolina;
+Quivi fuggendo Morgana camina.
+
+Oltra quel monte Orlando la seguia,
+Ché al tutto di pigliarla è destinato,
+Ed essendoli dietro tutta via,
+Se avidde in un deserto essere entrato,
+Che strata non fu mai cotanto ria,
+Però che era sassosa in ogni lato;
+Ora alta, or bassa è nelle sue confine,
+Piena de bronchi e de malvaggie spine.
+
+Del rio vïaggio Orlando non se cura,
+Ché la fatica è pasto a l'animoso.
+Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura,
+E levasi un gran vento furïoso;
+Pioggia mischiata di grandine dura
+Batte per tutto il campo doloroso;
+Perito è il sole e non si vede il giorno,
+Se il ciel non s'apre fulgorando intorno.
+
+Tuoni e saette e fùlgori e baleni
+E nebbia e pioggia e vento con tempesta
+Aveano il cielo e i piani e i monti pieni:
+Sempre cresce il furore e mai non resta.
+Quivi la serpe e tutti i suoi veleni
+Son dal mal tempo occisi alla foresta,
+Volpe e colombi ed ogni altro animale:
+Contra a fortuna alcun schermo non vale.
+
+Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio,
+Né ve impacciati de sua mala sorte,
+Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio:
+Fuggir se vôle il mal sino alla morte;
+Abenché lui tornasse in bon vïaggio,
+Perché ogni cosa vince l'omo forte;
+Ma chi può, scampar debbe al tempo rio.
+Bella brigata, io ve acomando a Dio.
+
+Canto nono
+
+Odeti ed ascoltati il mio consiglio,
+Voi che di corte seguite la traccia:
+Se alla Ventura non dati de piglio,
+Ella si turba e voltavi la faccia;
+Alor convien tenire alciato il ciglio,
+Né se smarir per fronte che minaccia,
+E chiudersi le orecchie al dir de altrui,
+Servendo sempre, e non guardare a cui.
+
+A che da voi Fortuna è biastemata,
+Ché la colpa è di lei, ma il danno è vostro?
+Il tempo viene a noi solo una fiata,
+Come al presente nel mio dir vi mostro;
+Perché, essendo Morgana adormentata
+Presso alla fonte nel fiorito chiostro,
+Non seppe Orlando al zuffo dar di mano,
+Ed or la segue nel diserto in vano,
+
+Con tanta pena e con fatiche tante,
+Che ad ogni passo convien che si torza.
+La fata sempre fugge a lui davante;
+Alle sue spalle il vento se rinforza
+E la tempesta, che sfronda le piante
+Giù diramando fin sotto la scorza.
+Fuggon le fiere e il mal tempo li caccia,
+E par che il celo in pioggia si disfaccia.
+
+Ne l'aspro monte e ne' valloni ombrosi
+Condutto è il conte a perigliosi passi.
+Callano rivi grossi e roïnosi,
+Tirando giù le ripe, arbori e sassi,
+E per quei boschi oscuri e tenebrosi
+S'odon alti rumori e gran fraccassi,
+Però che 'l vento, il trono e la tempesta
+Dalle radici schianta la foresta.
+
+Pur segue Orlando e fortuna non cura,
+E prender vôl Morgana a la finita,
+Ma sempre cresce sua disaventura,
+Perché una dama de una grotta uscita,
+Pallida in faccia e magra di figura,
+Che di color di terra era vestita,
+Prese un flagello in mano aspero e grosso,
+Battendo a sé le spalle e tutto il dosso.
+
+Piangendo se battea quella tapina,
+Sì come fosse astretta per sentenzia
+A flagellarsi da sera e matina.
+Turbosse il conte a tal appariscenzia,
+E dimandò chi fosse la meschina.
+Ella rispose: - Io son la Penitenzia,
+De ogni diletto e de allegrezza cassa,
+E sempre seguo chi ventura lassa.
+
+E però vengo a farte compagnia,
+Poi che lasciasti Morgana nel prato,
+E quanto durarà la mala via,
+Da me serai battuto e flagellato,
+Né ti varrà lo ardire o vigoria,
+Se non serai di pacïenza armato. -
+Presto rispose il figlio di Melone:
+- La pacïenza è pasto da poltrone.
+
+Né te venga talento a farmi oltraggio,
+Ché pacïente non serò di certo.
+Se a me fai onta, a te farò dannaggio,
+E se mi servi ancor, ne avrai buon merto:
+Dico de accompagnarme nel vïaggio
+Dove io camino per questo diserto. -
+Così parlava Orlando, e pur Morgana
+Tuttavia fugge ed a lui se alontana.
+
+Onde, lasciando mezo il ragionare,
+Dietro alla fata se pose a seguire,
+E nel suo cor se afferma a non mancare
+Sin che vinca la prova, o de morire.
+Ma l'altra, di cui mo vi ebbi a contare,
+Qual per compagna se ebbe a proferire,
+Se accosta a lui con atti sì villani,
+Che de cucina avria cacciati i cani.
+
+Perché, giongendo col flagello in mano,
+Disconciamente dietro lo battia.
+Forte turbosse il senator romano,
+E con mal viso verso lei dicia:
+- Già non farai ch'io sia tanto villano,
+Ch'io traga contra a te la spata mia;
+Ma se a la trezza ti dono di piglio,
+Io te trarò di sopra al celo un miglio. -
+
+La dama, come fuor di sentimento,
+Nulla risponde, ed anco non lo ascolta;
+Il conte, a lei voltato in mal talento,
+Gli mena un pugno alla sinestra golta.
+Ma, come gionto avesse a mezo il vento,
+O ver nel fumo, o nella nebbia folta,
+Via passò il pugno per mezo la testa
+De un lato ad altro, e cosa non l'arresta.
+
+Ed a lei nôce quel colpo nïente,
+E sempre intorno il suo flagello mena.
+Ben se stupisce il conte nella mente,
+E ciò veggendo non lo crede apena.
+Ma pur, sendo battuto e de ira ardente,
+Radoppia pugni e calci con più lena;
+Qua sua possanza e forza nulla vale,
+Come pistasse l'acqua nel mortale.
+
+Poi che bon pezzo ha combattuto in vano
+Con quella dama che una ombra sembrava,
+Lasciolla al fine il cavallier soprano,
+Ché tuttavia Morgana se ne andava,
+Onde prese a seguirla a mano a mano.
+Ora quest'altra già non dimorava,
+Ma col flagello intorno lo ribuffa,
+E lui se volta, e pur a lei s'azuffa.
+
+Ma, come l'altra volta, il franco conte
+Toccar non puote quella cosa vana,
+Onde lasciolla ancora, e per il monte
+Se puose al tutto a seguitar Morgana;
+Ma sempre dietro con oltraggio ed onte
+Forte lo batte la dama villana.
+Il conte, che ha provato il fatto a pieno,
+Più non se volta e va rodendo il freno.
+
+"Se a Dio piace, - diceva - on al demonio
+Ch'io abbi pacïenza, ed io me l'abbia:
+Ma siame il mondo tutto testimonio
+Ch'io la tragualcio con sapor di rabbia.
+Qual frenesia di mente o quale insonio
+Me ha qua giuso condutto in questa gabbia?
+Dove entrai io qua dentro, o come e quando?
+Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?"
+
+Così diceva, e con molta roina
+Sempre seguia Morgana il cavalliero.
+Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina,
+Lasciando dietro a sé largo il sentiero;
+Ed alla fata molto se avicina,
+E già de averla presa è il suo pensiero;
+Ma quel pensiero è ben fallace e vano,
+Però che presa ancor scappa di mano.
+
+Oh quante volte gli dette di piglio
+Ora ne' panni ed or nella persona!
+Ma il vestimento, ch'è bianco e vermiglio,
+Ne la speranza presto l'abandona.
+Pure una fiata rivoltando il ciglio,
+Come Dio volse e la ventura buona,
+Volgendo il viso quella fata al conte,
+Lui ben la prese al zuffo ne la fronte.
+
+Alor cangiosse il tempo, e l'aria scura
+Divenne chiara e il cel tutto sereno;
+E l'aspro monte si fece pianura,
+E dove prima fo di spine pieno,
+Se coperse de fiore e de verdura;
+E 'l flagellar de l'altra venne meno,
+La qual, con meglior viso che non suole,
+Verso del conte usava tal parole:
+
+- Attienti, cavalliero, a quella chioma,
+Che nella mano hai volta, de Ventura,
+E guarda de iustar sì ben la soma,
+Che la non caggia per mala misura.
+Quando costei par più quïeta e doma,
+Alor del suo fuggire abbi paura,
+Ché ben resta gabbato chi li crede,
+Perché fermezza in lei non è, né fede. -
+
+Così parlò la dama scolorita,
+E dipartisse al fin del ragionare;
+A ritrovar sua grotta se n'è gita,
+Ove se batte e stasse a lamentare.
+Ma il conte Orlando l'altra avea gremita,
+Come io vi dissi, e, senza dimorare,
+Or con minaccie or con parlar suave
+De la pregion domanda a lei la chiave.
+
+Ella con riso e con falso sembiante
+Diceva: - Cavalliero, al tuo piacere
+Son quelle gente prese tutte quante,
+E me con seco ancor potrai avere;
+Ma sol de un figlio del re Manodante
+Te prego che me vogli compiacere;
+O mename con seco, o quel mi lassa,
+Ché senza lui serìa de vita cassa.
+
+Quel giovanetto m'ha ferito il core,
+Ed è tutto il mio bene e 'l mio disio,
+Sì che io te prego per lo tuo valore
+Che hai tanto al mondo, e per lo vero Dio,
+Se a dama alcuna mai portasti amore,
+Non trar di quel giardin l'amante mio.
+Mena con teco gli altri, quanti sono,
+Ché a te tutti li lascio in abandono. -
+
+Rispose il conte ad essa: - Io te prometto,
+Se mi doni la chiave in mia balìa,
+Qua teco restarà quel giovanetto,
+Poi che averlo il tuo cor tanto desia;
+Ma non te vo' lasciar, ché aggio sospetto
+De ritornare a quella mala via
+Ove io son stato; e però, se 'l te piace,
+Dammi la chiave, e lasciarotti in pace. -
+
+Avea Morgana aperto il vestimento
+Dal destro lato e dal sinistro ancora,
+Onde la chiave, che è tutta d'argento,
+Trasse di sotto a quel senza dimora,
+E disse: - Cavallier de alto ardimento,
+Vanne alla porta e sì aconcio lavora,
+Che non se rompa quella serratura,
+Ché caderesti nella tomba oscura,
+
+E teco insieme tutti e cavallieri,
+Sì che seresti in eterno perduto,
+Ché trarti quindi non serìa mestieri,
+Né l'arte mia varrebbe, on altro aiuto. -
+Per questo intrato è il conte in gran pensieri,
+Da poi che per ragione avea veduto,
+Che mal se trova alcun sotto la luna
+Che adopri ben la chiave di Fortuna.
+
+Tenendo al zuffo tuttavia Morgana,
+Verso al giardino al fin se fu invïato,
+E traversando la campagna piana
+A quella porta fu presto arivato.
+Con poco impaccio la serraglia strana
+Aperse, come piacque a Dio beato,
+Perché qualunche ha seco la Ventura,
+Volta la chiave a ponto per misura.
+
+Già Brandimarte e il sir de Montealbano
+E tutti gli altri che fôr presi al ponte,
+Avean veduto Orlando di lontano,
+Che tenea presa quella fata in fronte;
+Onde ogni saracino e cristïano
+Ringraziava il suo dio con le man gionte.
+Or ciascadun de uscir ben si conforta,
+Sentendo già la chiave nella porta.
+
+Da poi che aperto fu il ricco portello,
+Tutta la gente uscitte al verde prato.
+Il conte adimandò del damigello
+Quale era tanto da Morgana amato,
+E vide il giovanetto bianco e bello,
+Nel viso colorito e delicato,
+Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo,
+E fo il suo nome Zilïante il biondo.
+
+Costui rimase dentro lagrimando,
+Veggendo tutti gli altri indi partire,
+E ben che ne dolesse al conte Orlando,
+Pur sua promessa volse mantenire;
+Ma ancor tempo sarà che sospirando
+Se converrà di tal cosa pentire,
+E forza li serà tornare ancora,
+Per trar del loco il giovanetto fuora.
+
+Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quanti
+Uscirno del giardino alla ventura;
+Facea quel bel garzone estremi pianti,
+E biastemava sua disaventura.
+Ora alla porta che io dissi davanti,
+Che ritornava nella tomba scura,
+Intrarno tutti, e 'l conte andava prima;
+Montâr la scala e presto fôrno in cima.
+
+E dentro a l'altra porta eran passati,
+Ove sta ne la piazza il gran tesoro:
+Quel re che siede e gli altri fabricati
+De robini e diamanti e perle ed oro.
+Tutti color che furno impregionati
+Miravan con stupore il gran lavoro;
+Ma non ardisce alcun porve la mano
+Temendo incanto o qualche caso istrano.
+
+Ranaldo, che non sa che sia dotanza,
+Prese una sedia, che è tutta d'ôr fino,
+Dicendo: - Questa io vo' portare in Franza,
+Ché io non feci giamai più bel bottino.
+A' miei soldati io donarò prestanza,
+Poi non affido amico, né vicino,
+O prete, o mercatante, o messaggero;
+Qualunche io trova, io manderò legiero. -
+
+Il conte li dicea che era viltate
+A girne carco a guisa de somiero.
+Disse Ranaldo: - E' mi ricordo un frate
+Che predicava, ed era suo mestiero
+Contar della astinenza la bontate,
+Mostrandola a parole de legiero;
+Ma egli era sì panzuto e tanto grasso,
+Che a gran fatica potea trare il passo.
+
+E tu fai nel presente più né meno,
+E drittamente sei quel fratacchione,
+Che lodava il degiuno a corpo pieno,
+E sol ne l'oche avea devozïone.
+Carlo ti donò sempre senza freno,
+E datti il Papa gran provisïone,
+Ed hai tante castelle e ville tante,
+E sei conte di Brava e sir de Anglante.
+
+Io tengo, poverello! un monte apena,
+Ché altro al mondo non ho che Montealbano,
+Onde ben spesso non trovo che cena,
+S'io non descendo a guadagnarlo al piano;
+Quando ventura o qual cosa mi mena,
+Ed io me aiuto con ciascuna mano,
+Perch'io mi stimo che 'l non sia vergogna
+Pigliar la robba, quando la bisogna. -
+
+Così parlando gionsero al portone,
+Che era la uscita fuor di quella piaccia;
+Quivi un gran vento dette al fio de Amone
+Dritto nel petto e per mezo la faccia,
+E dietro il pinse a gran confusïone,
+Longi alla porta più de vinte braccia.
+Quel vento agli altri non tocca nïente,
+E sol Ranaldo è quel che il fiato sente.
+
+Lui salta in piede e pur torna a la porta,
+Ma come gionto fu sopra alla soglia,
+Di novo il vento adietro lo riporta,
+Soffiandolo da sé come una foglia.
+Ciascun de gli altri assai si disconforta,
+E sopra a tutti Orlando avea gran doglia,
+Però che de Ranaldo temea forte
+Che ivi non resti, o riceva la morte.
+
+Il fio de Amone senza altro spavento
+Pone giù l'oro e ritorna alla uscita;
+Passa per mezo, e più non soffia il vento,
+E via poteva andare alla polita.
+Ma lui portar quello oro avea talento,
+Per dar le paghe a sua brigata ardita;
+Benché più volte sia provato in vano,
+Pur vôl portarlo in tutto a Montealbano.
+
+Ma poi che indarno assai fu riprovato,
+Né carco puote uscir di quella tomba,
+Trasse la sedia contra di quel fiato
+Che dalla porta a gran furia rimbomba.
+La sedia d'ôr, di cui sopra ho parlato,
+Sembrava un sasso uscito de una fromba,
+Benché è seicento libbre, o poco manco:
+Cotanta forza avea quel baron franco.
+
+Trasse la sedia, come io ve ragiono,
+Credendola gettar del porton fore,
+Ma il vento furïoso in abandono
+La spense adietro con molto rumore.
+Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono,
+E ciascadun lo prega per suo amore
+Ch'egli esca for con essi di pregione,
+Lasciando l'oro e quella fatasone.
+
+Sì che alla fine abandonò la impresa,
+E con questi altri de la porta usciva.
+Era la strata un gran miglio distesa,
+Sin che alla scala del petron se ariva,
+Ed è trea miglia la malvaggia ascesa.
+Sempre montando per la pietra viva,
+E con gran pena, uscirno al cel sereno,
+In mezo a un prato de cipressi pieno.
+
+Ciascun cognobbe incontinente il prato
+E gli cipressi e 'l ponte e la riviera
+Ove stava Aridano il disperato;
+Ma quivi nel presente più non era,
+Anzi è nel fondo, de un colpo tagliato
+Da cima al capo insino alla ventrera,
+E più non tornarà suso in eterno:
+Là giuso è il corpo, e l'anima allo inferno.
+
+Quivi eran l'armi de ciascun barone
+Ne' verdi rami d'intorno distese.
+Roverse le avea poste quel fellone,
+Per far la lor vergogna più palese;
+Ranaldo incontinente e poi Dudone
+E insieme ogniom de gli altri le sue prese,
+E tutti quanti se furno guarniti
+De' loro arnesi e cavallieri arditi.
+
+Tutti quei gran baroni e re pagani,
+Che fôrno presi all'incantato ponte,
+Ne andarno chi vicini e chi lontani,
+Ma prima molto ringraziarno il conte;
+E sol restarno quivi e Cristïani,
+Ove Dudone con parole pronte
+Espose che Agramante e sua possanza
+Eran guarniti per passare in Franza.
+
+E come lui, mandato da Carlone,
+Avea cercate diverse contrate
+Per ritrovar lor duo franche persone,
+Che eran il fior de corte e la bontate,
+E per condurle, come era ragione,
+Alla diffesa de Cristianitate.
+Ciò de Ranaldo diceva e de Orlando,
+Ed a lor proprio lo venìa contando.
+
+Ranaldo incontinente se dispose
+Senza altra indugia in Francia ritornare.
+Il conte a quel parlar nulla rispose,
+Stando sospeso e tacito a pensare,
+Ché il core ardente e le voglie amorose
+Nol lasciavan se stesso governare;
+L'amor, l'onore, il debito e 'l diletto
+Facean battaglia dentro dal suo petto.
+
+Ben lo stringeva il debito e l'onore
+De ritrovarse alla reale impresa;
+E tanto più ch'egli era senatore
+E campïon della Romana Chiesa.
+Ma quel che vince ogni omo, io dico Amore,
+Gli avea di tal furor l'anima accesa,
+Che stimava ogni cosa una vil fronda,
+Fuor che vedere Angelica la bionda.
+
+Né dir sapria che scusa ritrovasse,
+Ma da' compagni si fu dispartito;
+E non stimar che Brandimarte il lasse,
+Tanto l'amava quel barone ardito.
+Or di lor duo convien che oltra mi passe,
+Perch'io vo' ricontare a qual partito
+Ranaldo ritornasse a Montealbano:
+Lunga è la istoria, ed il camin lontano.
+
+E prima cercarà molte contrate,
+Strane aventure e diversi paesi;
+Ma il tutto contaremo in brevitate
+E con tal modo che seremo intesi;
+E mostraremo il pregio e la bontate
+De Iroldo e de Prasildo, e duo cortesi,
+La possa de Dudone, il baron saldo,
+Che tutti son compagni di Ranaldo.
+
+Erano a piedi quei quattro baroni,
+De piastre e maglia tutti quanti armati,
+(Perduti aveano al ponte e lor ronzoni,
+Quando nel lago fôrno trabuccati),
+Onde ridendo e con dolci sermoni
+Tra lor scherzando se fôrno invïati,
+E la fatica de la lunga via
+Minor li pare essendo in compagnia.
+
+Ed era già passato il quinto giorno
+Poi che lasciarno quel loco incantato,
+Quando da lunge odîr suonare un corno
+Sopra ad un castello alto e ben murato.
+Nel monte era il castello, e poi d'intorno
+Avea gran piano, e tutto era de un prato;
+Intorno al prato un bel fiume circonda:
+Mai non se vidde cosa più ioconda.
+
+L'acqua era chiara a meraviglia e bella,
+Ma non si può vargar, tanto è corrente.
+A l'altra ripa stava una donzella
+Vestita a bianco e con faccia ridente;
+Sopra a la poppa d'una navicella
+Diceva: - O cavallieri, o bella gente,
+Se vi piace passare, entrati in barca,
+Però che altrove il fiume non si varca. -
+
+E cavallier, che avean molto desire
+Di passare oltra e prender suo vïaggio,
+La ringraziarno di tal proferire,
+E travargarno il fiume a quel passaggio.
+Disse la dama nel lor dipartire:
+- Da l'altro lato si paga il pedaggio,
+Né mai de quindi uscir se può, se prima
+A quella rocca non saliti in cima.
+
+Perché questa acqua che qua giù discende
+Vien da due fonte da quel poggio altano,
+E da l'un lato a l'altro se distende,
+Tanto che cinge intorno questo piano;
+Sì che uscir non si può chi non ascende
+A far prima ragion col castellano,
+Ove bisogna avere ardita fronte:
+Eccovi lui, che fuora esce del ponte. -
+
+Così dicendo li mostrava a dito
+Una gran gente che del ponte usciva.
+Alcun de' nostri non fo sbigotito;
+La gente armata sopra al piano ariva.
+Ranaldo è avanti, il cavalliero ardito,
+E ben ciascun de gli altri lo seguiva;
+Con le spade impugnate e' scudi in braccio
+Ben se apprestarno uscir de tal impaccio.
+
+Era tra quella gente un bel vecchione,
+Che a tutti gli altri ne venìa davante,
+Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone.
+Costui con voce queta e bon sembiante
+Disse: - Sappiati voi, gentil persone,
+Che questa è terra del re Manodante,
+Ove ora entrasti, e non potresti uscire
+Se non volesti un giorno a lui servire.
+
+E quel servigio è di cotal manera
+Quale io vi contarò, se me ascoltati.
+Ove discende al mar questa rivera
+Son duo castelli a un ponte edificati;
+Ivi dimora una persona fiera,
+Che molti cavallieri ha dissipati:
+Balisardo se appella quel gigante,
+Malvaggio, incantatore e negromante.
+
+Re Manodante lo voria pregione,
+Perché al suo regno ha fatto assai dannaggio,
+Ed ha ordinato che ciascun barone
+Che varca al passo di quel bel rivaggio,
+Promette stare un giorno al parangone,
+Sin che sia preso o prenda quel malvaggio;
+Onde anco a voi là giuso convien gire,
+O in questo prato di fame morire. -
+
+Disse Ranaldo: - Là vogliamo andare,
+Né andiamo cercando altro che battaglia;
+Ed io questo gigante vo' pigliare,
+E manco il stimo che un fascio de paglia;
+E incanti incanta pur, se sa incantare,
+Ché non trovarà verso che li vaglia.
+Or facce pur guidar via senza tardo,
+Sì che io me azuffi a questo Balisardo. -
+
+Il castellano senza altra risposta
+Chiamò la dama de bianco vestita,
+Ed a lei disse: - Fa che senza sosta
+Tu porti al ponte questa gente ardita. -
+Ella ben presto alla ripa s'accosta,
+E sorridendo quei baroni invita
+Ad entrar ne la nave picciolina:
+Lor saltâr dentro, e lei gioso camina.
+
+Giù per quella acqua come una saetta
+Fo giù la barca dal fiume portata,
+Di qua di là girando la isoletta;
+Pur se piegarno al mar l'ultima fiata,
+Là dove del gran ponte ebber vedetta,
+Che avea tra due castelle alta murata,
+E sopra a l'arco di quella gran foce
+Sta Balisardo, saracin feroce.
+
+Proprio un fuste de torre a mezo il ponte
+Sembrava quel pagan di cui ragiono,
+Barbuto in faccia e crudo nella fronte;
+Il crido de sua voce parea un trono.
+Convien che altrove il tutto ve raconte,
+Ché al presente al fin del canto sono;
+Ne l'altro contarò tal meraviglia,
+Che altra nel mondo a quella non somiglia.
+
+Canto decimo
+
+Se onor di corte e di cavalleria
+Può dar diletto a l'animo virile,
+A voi dilettarà l'istoria mia,
+Gente legiadra, nobile e gentile,
+Che seguite ardimento e cortesia,
+La qual mai non dimora in petto vile.
+Venite ed ascoltati lo mio canto,
+De li antiqui baroni il pregio e il vanto.
+
+Tirative davanti ed ascoltate
+Le eccelse prove de' bon cavallieri,
+Che avean cotanto ardire e tal bontate
+Che ne' perigli devenian più fieri.
+Vince ogni cosa la animositate,
+E la fortuna aiuta volentieri
+Qualunche cerca de aiutar se stesso,
+Come veduto abbiam lo esempio spesso.
+
+E nel presente dico de Ranaldo,
+Che, essendo apena de un periglio uscito,
+A sotto entrare a l'altro era più caldo,
+Né se fu per incanto sbigotito.
+Benché Aridano, il saracin ribaldo,
+Lo avesse già per tale arte schernito,
+Con Balisardo or torna al parangone,
+Spezzando incanto ed ogni fatasone.
+
+Come io ve dissi nel canto passato,
+Là giù per l'acqua il paladin sicuro
+Alla foce del fiume fu portato,
+Ove tra due castella è lo gran muro;
+E come vidde quel dismisurato,
+Qual sopra 'l ponte con sembiante scuro
+Strideva in voce di tanta roina,
+Che ne tremava il fiume e la marina.
+
+Ciascun de quei baron che lo han veduto,
+De azuffarse con lui prese disio,
+Benché fusse tanto alto e sì membruto,
+E nel sembiante sì superbo e rio.
+Sopra l'arco del ponte era venuto
+Quel maledetto e sprezzator di Dio,
+Sol per veder chi fusse questa gente
+Che giù callava per l'acqua corrente.
+
+Quando la dama il vide da lontano,
+Pallida in viso venne come terra,
+E dal timone abandonò la mano,
+Tanta paura l'animo li afferra;
+Ma Dudon franco e il sir di Montealbano
+E gli altri dui, che han voglia di far guerra,
+Lasciâr la dama né morta né viva,
+E for di barca uscirno in su la riva.
+
+Longi al primo castel forse una arcata
+Smontarno a terra e franchi campïoni,
+E caminando gionsero all'entrata,
+Che avea a tre porte grossi torrïoni:
+Ma dentro non appare anima nata,
+Giù ne la strata, o sopra nei balconi;
+Senza trovar persone andarno avante
+Sino al gran ponte; e quivi era il gigante.
+
+Entro le due castelle il fiume corre,
+L'arco del ponte sopra a lui voltava,
+Ed avea ad ogni lato una alta torre;
+In mezzo Balisardo aponto stava,
+Né se potrebbe a sua persona apporre,
+Né a l'armatura che in dosso portava.
+Gigante non fu mai di meglior taglia,
+Coperto è a piastre ed a minuta maglia.
+
+Forbite eran le piastre e luminose,
+E questa maglia relucente e d'oro,
+Con tante perle e pietre prezïose,
+Che 'l mondo non avea più bel tesoro.
+Ora torniamo alle gente animose,
+Dico a' nostri baron, che ogniom di loro,
+Volontaroso e di animo più fiero,
+Vôle azuffarse ed esser il primiero.
+
+Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco,
+E fo percosso dal gigante e preso,
+E Prasildo ancor lui pur durò poco,
+E fu nel fine a Balisardo reso.
+Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco,
+D'ira nel core e di furore acceso;
+Ma quel gigante ne menò prigioni
+Di là dal ponte e duo franchi baroni.
+
+Poi tornò fuora squassando il bastone,
+E minacciando pugna adimandava.
+Allor se mosse il franco fio de Amone,
+E con roina adosso a lui ne andava;
+Ma avanti ingenocchiato avea Dudone,
+Che per mercede e grazia dimandava
+De gir primo de lui nel ponte avante
+A far battaglia contra a quel gigante.
+
+Ranaldo consentì mal volentiera,
+Ma pur non seppe a' soi colpi disdire.
+Questa baruffa fia d'altra maniera
+Che le passate, e de un altro ferire,
+Né passarà la cosa sì legiera
+Come le due davante, vi so dire;
+Però che 'l giovanetto de cui parlo,
+È di gran pregio nei baron di Carlo.
+
+Turpin loda Dudone in sua scrittura
+Tra' primi cavallier di quella corte;
+E quasi era gigante di statura,
+Destro e legiero, a meraviglia forte,
+E con sua mazza ponderosa e dura
+A molti saracin dette la morte:
+Ma poi di tal bontà si dava il vanto,
+Che era appellato in sopranome il Santo.
+
+Or sopra il ponte il campïon se caccia,
+Di piastra e maglia armato e ben coperto;
+E Balisardo il forte scudo imbraccia,
+Come colui che è di battaglia esperto.
+L'uno e l'altro di loro avea la maccia,
+Sì che un bel gioco cominciâr di certo,
+Menando botte de sì gran fraccasso
+Che 'l fiume risuonava al fondo basso.
+
+Feritte a lui Dudon sopra la testa,
+E ruppe il cerchio a quello elmo forbito,
+E fu il gran colpo di tanta tempesta,
+Che Balisardo cadde sbalordito.
+Dudon mena a due mane, e non s'arresta
+Sopra il pagano il giovanetto ardito;
+Gionse nel scudo, che è d'argento fino,
+Tutto lo aperse il franco paladino.
+
+Ma, come fusse dal sonno svegliato
+Per l'altro colpo, il saracino altiero
+Salta di terra, e subito è dricciato
+Ed alla zuffa ritornò primiero.
+Mena a Dudone, e gionselo al costato
+Col suo baston, che già non è ligiero,
+Anci è ben cento libre e più de peso:
+Cadde alla terra il giovane disteso.
+
+Per quel gran colpo andò Dudone a terra,
+E non poteva trare il fiato apena,
+Ma non per questo abandonò la guerra,
+Come colui che avea soperchia lena;
+Presto se riccia e la sua mazza afferra,
+Sopra de l'elmo a Balisardo mena,
+E la farsata al capo ben gli accosta,
+Poi che adocchiato ha sempre quella posta.
+
+Sempre alla testa toccava Dudone,
+Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia;
+E quel menava ancora il suo bastone,
+Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia.
+Risuona il celo alla cruda tenzone,
+E par che 'l mondo a foco se disfaccia:
+Quando l'un l'altro ben fermo se ariva,
+Tra ferro e ferro accende fiama viva.
+
+Tira Dudone adosso a quel malvaso,
+Sopra il frontale ad ambe mani il tocca;
+Roppe ad un colpo tutto quanto il naso,
+E ben tre denti li cacciò di bocca.
+Senza sapone il mento gli ebbe raso,
+Perché la barba al petto gli dirocca,
+E menò il tratto sì dolce e ligiero,
+Che seco trasse il zuffo tutto intiero.
+
+Quando se vidde il falso Balisardo
+De una percossa tanto danneggiare,
+Poi che il franco Dudone è sì gagliardo
+Che a sua prodezza non puotea durare,
+Verso l'alto castel fece riguardo,
+E prestamente se ebbe a rivoltare;
+Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa,
+E per il ponte via fuggendo passa.
+
+Segue Dudone e nel castel se caccia,
+Ché non temeva il giovane altro scorno.
+Come fu dentro, gionse entro una piaccia
+Edificata di colonne intorno,
+Con volte alte e dorate in ogni faccia.
+Il sôl di sotto è di marmoro adorno,
+Né persona si vede in verun lato
+Fuor che 'l gigante, che è già disarmato.
+
+Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente,
+E tutto quanto ignudo se mostrava,
+Ed avea il collo e il capo di serpente,
+E 'l resto a poco a poco tramutava.
+Ambe le braccia fece ale patente,
+E l'una gamba e l'altra se avingiava,
+E fiersi coda; e poi d'ogni gallone
+Uscirno branche armate e grande ongione.
+
+Mutato, come io dico, a poco a poco,
+Tutto era drago il perfido gigante,
+Gettando per l'orecchie e bocca foco,
+Con tal romore e con fiaccole tante,
+Che le muraglie intorno di quel loco
+Pareano incese a fiamma tutte quante.
+Ben puotea fare a ciascadun paura,
+Perché era grande e sozzo oltra misura.
+
+Ma non smarritte la persona franca
+Del giovanetto, degno d'ogni loda.
+Viensene il drago e nel scudo lo branca,
+E per le gambe volta la gran coda,
+Sì che, prendendo intorno ciascuna anca,
+Giù per le coscie insino ai piè l'annoda;
+Non se spaventa per questo Dudone,
+Getta la mazza e prende quel dragone.
+
+Nel collo il prese, a presso de la testa,
+Ad ambe mani, e sì forte l'afferra,
+Che a quella bestia, che è tanto robesta,
+Il fiato quasi e l'anima gli serra.
+Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta
+Lo gira ad alto e trallo in su la terra,
+Che era la strata a pietra marmorina;
+Sopra vi batte il drago a gran roina.
+
+Là dove gionse, se aperse la piaccia,
+Tutto si fese il marmo da quel lato;
+Sotto la terra il serpente se caccia,
+Benché di fora è subito tornato.
+Ma già cangiata avea persona e faccia,
+Ed era istranamente trasformato,
+Ché il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale:
+Mai non se vidde il più crudo animale.
+
+Fatto avea il capo de porco salvatico
+Costui, che in ogni forma sapea vivere,
+E non serìa poeta, né grammatico
+Che lo sapesse a ponto ben descrivere.
+Ora, ben che de ciò poco sia pratico,
+Dal muso al piè convien che tutto il livere:
+Poi che io cominciai sua forma a dire,
+Come era fatto vi voglio seguire.
+
+Lunghi duo palmi avea ciascadun dente
+E gli occhi accesi de una luce rossa,
+Piloso il busto e d'orso veramente,
+Con le zampe adongiate e di gran possa;
+La coda ritenuta ha di serpente,
+Sei braccia lunga ed a bastanza grossa;
+L'ale avea grande e la testa cornuta:
+Più strana bestia mai non fu veduta.
+
+Venne mugiando adosso al giovanetto,
+Né lui per tema le spalle rivolse,
+Ma ben coperse sotto il scudo il petto,
+E prestamente in man sua mazza tolse.
+Or gionse il negromante maledetto,
+E con le corne a mezo il scudo acolse;
+Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre,
+E lui disteso abatte in su le lastre.
+
+Subitamente si fu rilevato,
+Sì come cadde il giovanetto franco;
+Ma quel malvagio che era tramutato,
+Per lo traverso lo ferì nel fianco.
+Con uno dente il gionse nel costato,
+Sì che gli fece il fiato venir manco;
+Il fiato venne manco e crebbe l'ira:
+Alcia la mazza ad ambe mane e tira.
+
+Sopra del capo a l'animal diverso
+Tira sua mazza il paladino adorno;
+Dal destro lato il gionse de roverso,
+E con fraccasso manda a terra un corno.
+Or ben si tiene Balisardo perso,
+E per la loggia va fuggendo intorno;
+Per le colonne d'intorno alla piazza
+Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.
+
+Battendo l'ale basso basso giva,
+Né mai spiccava da terra le piante;
+Così fuggendo, a la marina usciva
+Fuor del castello; ed ecco in quello istante
+Una alta nave dentro al porto ariva.
+Sopra di quella il falso negromante
+Fu prestamente de un salto passato;
+E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato.
+
+Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato,
+Proprio alla prora stava un laccio teso,
+Ove Dudone intrando fu incappato,
+Né so a qual modo subito fu preso;
+E per ambe le braccia incatenato,
+Sotto la poppa fu posto di peso
+Da molti marinari e dal parone;
+Or più di lui non dico, che è pregione.
+
+De Balisardo voglio racontare,
+Che nella forma sua presto tornò,
+E fece il giovanetto disarmare,
+Poi di quelle arme tutto se adobbò.
+Proprio Dudone alla sembianza pare;
+Prese la mazza e il suo baston lasciò,
+E se cambiò la voce e la fazione,
+Che ogniom direbbe: "Egli è proprio Dudone."
+
+Con tal fazione il perfido ribaldo
+Passò il primo castello, e nel secondo
+Vicino al ponte ritrovò Ranaldo,
+Che lo aspettava irato e furibondo.
+Ma, come il vidde, il dimandò di saldo
+Se Balisardo avea tratto del mondo,
+Perché lui crede senza altra mancanza
+Ch'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza.
+
+E quel rispose: - Il gigante è fuggito,
+Ed io gli ho dato tre miglia la caccia.
+Prima l'aveva nel capo ferito,
+E rotto il muso e 'l mento con la faccia:
+Fuor della rocca l'ho sempre seguito,
+Sino ad un fiume largo cento braccia.
+Dentro a quella acqua se gettò il malvaso,
+Ove ogni altro che lui serìa rimaso.
+
+Ma non te sapria dir per qual ragione
+A l'altra ripa lo viddi passato,
+Là dove stava Iroldo, che è pregione,
+E Prasildo, che apresso era legato.
+Ambo gli viddi sotto al pavaglione,
+Là dove Balisardo era fermato,
+Ma non mi dette il core a trapassare
+L'acqua, che al corso una roina pare. -
+
+Ranaldo non lasciò più oltra dire,
+Ma sopra il ponte subito è passato,
+A lui dicendo: - Io voglio anzi morire,
+Che vivo rimaner vituperato;
+Né mai nel mondo se puotrà sentire
+Ch'io abbi un mio compagno abandonato,
+Sì come tu facesti, omo da poco,
+Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? -
+
+Mostrò il gigante in forma de Dudone
+Forte adirarse per queste parole,
+Onde rispose: - Paccio da bastone!
+Ché sempre alla tua vita fusti un fole,
+E stimi esser tenuto un campïone
+Con questo tuo zanzare; altro ci vôle
+Che per se stesso tenersi valente
+Stimando gli altri poco e da nïente.
+
+Or vanne tu, ch'io non voglio venire,
+E varca il fiume, poi che sai natare. -
+Ranaldo, non curando del suo dire,
+Subitamente il ponte ebbe a passare.
+Lasciollo Balisardo alquanto gire,
+Mostrando a quella porta riposare;
+Poi di nascoso il falso malandrino
+Per darli morte prese il mal camino.
+
+Per l'altra strata lui gionse improviso,
+E ferì del bastone ad ambe mano;
+Né già se gli mostrò davanti al viso,
+Anci alle spalle il perfido pagano,
+E ben credette de averlo conquiso,
+E roïnarlo a quel sol colpo al piano;
+Ma lui, che avea possanza smisurata,
+Non andò a terra per quella mazzata.
+
+Anci se volse, e con voce cortese
+Dicea: - Fanciullo, ora che credi fare?
+Se io non guardassi al tuo padre Danese,
+Sotto la terra ti farebbi entrare.
+Vanne in malora e cerca altro paese! -
+Così dicendo s'ebbe a rivoltare,
+Ma nel voltarsi il saracin fellone
+Sopra la coppa il gionse del bastone.
+
+Ranaldo se avampò nel viso de ira,
+E disse: - Testimonio il ciel mi sia,
+Che contra al mio voler costui mi tira
+A darli morte sol per sua folìa. -
+Così parlando di pietà sospira,
+Tanto lo stringe amore e cortesia;
+Benché dritta ragione e sua diffesa
+Lo riscaldasse alla mortal impresa.
+
+Trasse Fusberta e cominciò la zuffa,
+Com' quel che crede che lui sia Dudone.
+Or s'io vi conto come se ribuffa
+L'un colla spata e l'altro col bastone,
+E tutti e colpi di quella baruffa,
+Che ben durò cinque ore alla tenzone,
+A ricontarvi tutto io staria tanto,
+Che avria finito questo e un altro canto.
+
+Ma per conclusïon vi dico in breve:
+Benché il gigante sia de ardire acceso,
+E l'abbi quel baston cotanto greve,
+Che un altro non fu mai de cotal peso,
+Pure alla fine, come un om di neve,
+Serebbe da Ranaldo morto o preso,
+Se per incanto o per negromanzia
+Non ritrovasse al suo scampo altra via.
+
+Perché in cento maniere Balisardo
+Se tramutava per incantamento;
+Fiesse pantera con terribil guardo,
+Ed altre bestie assai di gran spavento.
+Tramutosse in ïena, in camelpardo,
+E in tigro, ch'è sì fiero e sì depento,
+E fie' battaglia in forma de griffone,
+De cocodrillo e in mille altre fazone.
+
+E dimostrosse ancor tutto de foco,
+Qual sfavillava come de fornace.
+Ranaldo, in cui dotanza non ha loco,
+Saltò nel mezo, il paladino audace,
+E la rovente fiamma estima poco,
+Ma con Fusberta tutta la disface;
+E già trenta ferite ha quel pagano,
+Benché più volte è tramutato invano.
+
+Al fin tutto deserto e sanguinoso
+Fuor della porta se pose a fuggire;
+Or sendo occello, ora animal peloso,
+E in tante forme ch'io non saprei dire.
+Ranaldo sempre il segue furïoso,
+Che destinato è di farlo morire.
+Già sono alla marina; senza tardo
+Sopra alla nave salta Balisardo.
+
+Dalla ripa alla nave è poco spaccio,
+De un salto Balisardo fu passato;
+E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio,
+Dietro gli salta tutto quanto armato;
+E nella intrata se incappò nel laccio,
+Ove Dudone prima fu pigliato.
+Sue braccie e gambe avengia una catena;
+Ben se dibatte invano e si dimena.
+
+Non valse il dimenar, ché preso fu
+Da duo poltron coperti de pedocchi,
+E sotto poppa lo menarno giù,
+Là dove il sole gli abagliava gli occhi.
+Tre onze avrà Ranaldo e non già più
+De biscotella, che è senza fenocchi,
+Vivendo a pasto come un Fiorentino,
+Né brïaco serà per troppo vino.
+
+In cotal modo stette un mezo mese,
+Incatenato per piedi e per mane,
+Con altre gente che seco eran prese,
+Dico e compagni e più persone istrane;
+Sin che arivarno a l'ultimo paese
+De Manodante, a l'Isole Lontane,
+Ove furno alloggiati a una pregione
+Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.
+
+Ben forte il guardïan dentro gli serra,
+Ma ciascuno avea prima dislegato.
+Molta altra gente quivi eran per terra
+Giacendo e in piede, d'intorno e da lato;
+Tra questi stava Astolfo de Anghilterra,
+Che pur da Balisardo fu pigliato;
+El modo a dir serìa lunga novella,
+Perché lo prese in forma de donzella.
+
+Quando partisse là dove Aridano
+Cadette con Ranaldo a quel profondo,
+Lui con Baiardo e il destrier Rabicano
+E con due dame andò cercando il mondo,
+Sempre piangendo e sospirando invano,
+Poi che ha perduto il suo cugin iocondo;
+E così caminando gionse un giorno
+Ove al castello odì suonare il corno:
+
+A quel castello ove era la riviera
+Che al verde piano intorno lo girava;
+E quella dama, che era passaggiera,
+Da Balisardo al ponte lo guidava.
+Quivi fu preso per strana maniera,
+Ché in forma de donzella lo gabbava:
+Or non vi è tempo racontarvi il tutto
+Come in la nave al laccio fu condutto.
+
+Però che mi conviene ora tornare
+Al conte Orlando, qual, come io contai,
+Volse questi compagni abandonare,
+Sol per colei che gli dona tal guai,
+Che giorni e notte nol lascia posare;
+E quel pensier non l'abandona mai,
+Ma sempre a rivederla lo retira:
+Sol di lei pensa e sol per lei sospira.
+
+Con Brandimarte il franco paladino
+A rivedere Angelica tornava,
+E per contar che strutto avea il giardino,
+Ed esser presto se altro comandava.
+Al terzo giorno di questo camino,
+Che 'l sole a ponto alora si levava,
+Trovarno a lato un fiume una pianura
+Tutta di prato e di bella verdura.
+
+Stative queti, se voleti odire
+De' duo che ritrovarno in questo loco,
+Che l'un sapea cacciar, l'altro fuggire:
+A riguardarli mai non fu tal gioco.
+Or chi fosser costoro io vo' dire,
+Se ve amentati della istoria un poco,
+Quando a Marfisa quel ladro africano
+Tolse, Brunello, il bon brando di mano.
+
+E lei seguìto l'ha sino a quel giorno,
+E de impiccarlo sempre lo minaccia.
+Lui la beffava ogniora con gran scorno,
+E cento fiche gli avea fatto in faccia.
+A suo diletto la menava intorno,
+Già sei giornate gli ha dato la caccia;
+Esso, per darle più battaglia e pena,
+Sol per gabbarla dietro se la mena.
+
+Lui ben serìa scampato de legiero,
+Che a gran fatica pur l'avria veduto,
+Però che egli era sopra quel destriero
+Che un altro non fu mai cotanto arguto;
+Né credo che a contarvi sia mestiero,
+Come l'avesse l'Africano avuto:
+Alor che ad Albracà se fu condotto,
+A Sacripante lo involò di sotto.
+
+Or, come io dico, sempre intorno giva,
+Beffando con più scherni la regina;
+E lei di mal talento lo seguiva,
+Perché pigliarlo al tutto se destina.
+Trista sua vita se adosso gli ariva!
+Ché lo fraccasserà con tal ruina,
+Che il capo, il collo, il petto e la corata
+Tutte fian peste sol de una guanzata.
+
+A questa cosa sopragionse Orlando,
+Come io vi dissi, insieme e Brandimarte,
+E l'uno e l'altro alquanto remirando,
+Senza fare altro, se tirarno in parte.
+Or, bei segnori, a voi mi racomando,
+Compìto ha questo canto le sue carte,
+Ed io per veritate aggio compreso
+Che il troppo lungo dir sempre è ripreso.
+
+Canto decimoprimo
+
+Gente cortese, che quivi de intorno
+Seti adunati sol per ascoltare,
+Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno
+Vostra ventura venga a megliorare;
+Ed io cantando a ricontar ritorno
+La bella istoria, e voglio seguitare
+Ove io lasciai Marfisa sopra al piano,
+Che è posta in caccia dietro allo Africano:
+
+Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello,
+Che già dal re Agramante fu mandato
+Per involar de Angelica lo annello;
+Ma lui più fie' che non fu comandato,
+Perché un destriero il falso ribaldello
+De sotto a Sacripante avea levato,
+Ed a Marfisa di man tolse il brando;
+So che sapeti il tutto, e come, e quando.
+
+E lei, che a meraviglia era superba,
+Sì come già più volte aveti inteso,
+L'avea seguito in quel gran prato de erba
+Già da sei giorni, ed anco non l'ha preso;
+Onde di sdegno la donzella acerba
+Se consumava ne l'animo acceso,
+Poi che con tante beffe e tanto scorno
+Li agira il capo quel giottone intorno.
+
+Perché, fuggendo e mostrando paura,
+Gli stava avanti e non si dilungava;
+Ed or, voltando per quella pianura,
+Spesso alle spalle ancor se gli trovava;
+E per mostrar di lei più poca cura,
+La giuppa sopra al capo rivoltava,
+E poi se alciava (intenditime bene)
+Mostrando il nudo sotto dalle rene.
+
+Il conte Orlando, che stava da parte
+E cognosciuta avea prima Marfisa,
+Mirando l'atto, ed esso e Brandimarte
+Di quel giottone insieme fier' gran risa;
+Ma la regina per forza o per arte
+Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa,
+Per far de tanti oltraggi alfin vendetta:
+E lui fuggendo sembra una saetta.
+
+Fuggeva, spesso il capo rivoltando,
+E truffava di lengua e delle ciglia.
+Nel passar di traverso vidde Orlando,
+E di torli qualcosa se assotiglia.
+L'occhio gli corse incontinenti al brando,
+Che fu già fatto con tal meraviglia
+Da Falerina de Orgagna al giardino:
+Brando nel mondo mai fu tanto fino.
+
+Egli era bello e tutto lavorato
+D'oro e de perle e de diamanti intorno:
+Ben si serebbe il ladro disperato,
+Se avuto non avesse il brando adorno.
+Subitamente lo trasse da lato;
+Mai non se vidde al mondo maggior scorno,
+Ché 'l ladro passa e crida al conte: - Ascolta,
+Io torno per il corno a l'altra volta. -
+
+Del brando non se avidde alora il conte,
+Ma alla minaccia sol del corno attese.
+Quel corno de cui parlo, fu de Almonte,
+Che il trasse a uno elefante in suo paese,
+Poi lo perse morendo in Aspramonte
+(Sì come io credo che vi sia palese),
+Allor che Brigliadoro e Durindana
+Acquistò Orlando sopra alla fontana.
+
+Come la vita il conte l'avea caro,
+Però lo prese prestamente in mano;
+Ma non valse a tenerlo alcun riparo,
+Tanto è malvaggio quel ladro Africano.
+E ben che aponto io non sappia dir chiaro
+Come passasse il fatto in su quel piano,
+Pur vi concludo senza diceria
+Che 'l ladro tolse il corno e fuggì via.
+
+Benché Marfisa l'ha sempre seguito,
+Lui ne va via col corno e con la spata.
+Quivi rimase il conte sbigotito,
+Né sa come la cosa sia passata.
+Già de sua vista è quel ladro partito,
+Con Marfisa alle spalle tutta fiata;
+Né lui, né Brandimarte ormai lo vede,
+Né lo posson seguir, ché sono a piede.
+
+Onde, biasmando tal disaventura,
+Via se ne vanno, e non san che se fare.
+Ciascuno aveva indosso l'armatura,
+Che a piede è mala cosa da portare.
+Or, caminando per quella pianura,
+Sopra de un fiume vennero arivare.
+Oltre a quella acqua, in un bel prato piano,
+Stava una dama col destriero a mano.
+
+Da l'altra ripa, aponto ove si varca,
+Era la dama del destrier discesa;
+In mezo il fiume, sopra de una barca,
+Un'altra dama avea seco contesa.
+Quella di là quest'altra molto incarca
+De biasmi, e de ogni inganno l'ha ripresa,
+- Perfida, - a lei dicendo - a che cagione
+M'hai qua passata a ponermi in pregione? -
+
+Altre parole usarno ancor tra loro,
+Sì come l'una dama a l'altra dice.
+Mentre che contendeano a tal lavoro,
+Orlando gionse in su quella pendice,
+Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro,
+Che già gli tolse quella traditrice;
+Non so se aveti alla istoria il pensiero,
+Quando Origilla a lui tolse il destriero.
+
+Quella Origilla che già sopra al pino
+Si stava impesa per le chiome al vento,
+E poi, campata dal bon paladino,
+Gli tolse Brigliadoro a tradimento;
+Né molto dopo in Orgagna al giardino,
+Ove fu l'opra dello incantamento,
+Di novo ancor la perfida villana
+Li tolse il bon destriero e Durindana.
+
+Orlando quivi la trovò contendere
+Con l'altra, come io ho detto pur mo.
+Or, bei segnor, voi doveti comprendere
+Che la fiumana di cui parlato ho,
+È quella ove Ranaldo volse scendere
+Con tre compagni, e mai non ritornò,
+Ma fu ad inganno ne la nave preso
+Da Balisardo, come aveti inteso.
+
+Sì come il conte vidde la donzella
+Che col destriero a l'altra ripa stava,
+Amor di novo ancora lo martella,
+Né il doppio inganno più si ramentava,
+Che gli avea fatto quella anima fella;
+Lui fuor di modo più che inanzi amava.
+Chiese di grazia a quella passaggiera
+Che per mercè lo varca la riviera.
+
+Ed Origilla, che cognobbe il conte,
+Ben se credette alora de morire;
+Pallida viene ed abassa la fronte,
+E per vergogna non sa che se dire.
+Intorno ha il fiume senza varco o ponte,
+E gionta è in loco che non può fuggire;
+Ma non bisogna a lei questa paura,
+Ché Orlando l'ama fuor d'ogni misura.
+
+E ben ne fece presto dimostranza,
+Come a lei gionse, con dolci parole.
+Essa piangendo, o facendo sembianza,
+Sì come far ciascuna donna suole,
+Al conte dimandava perdonanza,
+E tanto invilupò frasche e vïole,
+Come colei che a frascheggiare era usa,
+Che al suo fallire aritrovò la scusa.
+
+Mentre che fu tra loro il ragionare
+Alla riviera sopra al verde piano,
+Odirno ad alto un corno risuonare
+Del castelletto sopra al poggio altano;
+E poi vidderno al ponte giù callare
+E scendere alla costa il castellano.
+Senz'arme quel vecchione in arcion era,
+Ma seco avea d'armati una gran schiera.
+
+Come fu gionto, al conte fie' riguardo,
+E salutollo assai cortesemente;
+Poi, sì come era usato, quel vecchiardo
+Narrò la loro usanza e conveniente
+Del ponte ove dimora Balisardo,
+Qual consumata avea cotanta gente;
+Come era incantator, falso e ribaldo,
+E ciò che prima avea detto a Ranaldo.
+
+Senza longare in più parole il fatto,
+Giù per quel fiume Orlando fu portato,
+E seco in nave Brandimarte adatto,
+Ed Origilla gli sedea da lato;
+E volse il conte sopra ad ogni patto
+Che Brigliador ben fusse governato.
+Il castellano il tolse, a giuramento
+Ciò promettendo; e 'l conte fu contento.
+
+Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare
+E sotto il ponte roïnoso corre,
+Già sotto a l'arco Balisardo appare,
+Che quasi pareggiava quella torre.
+A questo ponto vi serà che fare,
+Perché tutto l'inferno all'un soccorre,
+E l'altro è sì gagliardo di natura,
+Che omo del mondo contra a lui non dura.
+
+Voi doveti, segnori, avere a mente
+Come era fabricata la muraglia
+Ove se varca quella acqua corrente:
+Quivi discese Orlando alla battaglia.
+Sopra alla entrata non era altra gente,
+Né porta chiusa avanti, né serraglia.
+Poi che fu tutto quel castel passato,
+Trovarno al ponte Balisardo armato.
+
+Benché pregasse Brandimarte assai
+Di poter gire alla battaglia avante,
+Non volse Orlando aconsentir giamai,
+Ma trasse il brando ed isfidò il gigante.
+Sua Durindana, come io vi contai,
+Ha racquistata il bon conte d'Anglante,
+E comencion battaglia aspra e feroce
+A mezo il ponte sopra quella foce.
+
+Or chi sentesse la destruzione
+De l'arme rotte, e l'elmi risuonare,
+E vedesse il gigante col bastone,
+Con Durindana il conte martellare,
+E piastre e maglia a gran confusïone
+Tirare a terra e per l'aria volare,
+Il mondo non ha cor cotanto ardito,
+Che a tal furor non fusse sbigotito.
+
+Ambi gli scudi a quello assalto fiero
+Per la più parte a terra erano andati,
+Né l'un né l'altro avea in capo cimiero,
+Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati;
+Né contar ve potrebbi de legiero
+Tutti per ponto e colpi smisurati,
+Ma sempre al conte cresce ardire e possa,
+A l'altro ormai la lena e il fiato ingrossa;
+
+Ed è ferito ancora in molte parte,
+Ma più disconciamente nel costato,
+Onde malvaggio torna alle sue arte
+Per tramutarse, come era adusato;
+L'arme, che intorno avea tagliate e sparte,
+Gettarno foco e fiamma in ogni lato,
+Facendo sopra loro un fumo scuro;
+Tremò la terra in cerco e tutto il muro.
+
+Lui si fece demonio a poco a poco:
+Come un biscione avea la pelle atorno,
+Da nove parte fuor gettava il foco,
+E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno;
+Tutte le membre avea nel primo loco,
+Ma sfigurato dalla notte al giorno,
+Perché ha la faccia orrenda e tanto scura,
+Che puotea porre a ciascadun paura.
+
+E l'ale grande avea di pipastrello,
+E le mane agriffate come uncino,
+Li piedi d'oca e le gambe de ocello,
+La coda lunga come un babuïno.
+Un gran forcato prese in mano il fello,
+Con esso vien adosso al paladino,
+Soffiando il foco e degrignando e denti,
+Con cridi ed urli pien d'alti spaventi.
+
+Fecesi il conte il segno della croce,
+Poi sorridendo disse: - Io me credetti
+Già più brutto il demonio e più feroce.
+Via nell'inferno va, tra' maledetti,
+Là dove è il fuoco eterno che vi coce;
+E certo io provarò, se tu me aspetti
+Alla battaglia, come sei gagliardo,
+O vogli esser demonio, o Balisardo. -
+
+Così ricominciò nuova tenzone,
+Né l'un da l'altro poco s'allontana.
+Orlando gionse un colpo nel forcone,
+E tutto lo tagliò con Durindana.
+Or ben se avidde il perfido giottone
+Che non gli può giovar quella arte vana,
+Onde si volta e fugge verso il mare;
+Battendo l'ale par che aggia a volare.
+
+Orlando il segue, ed ègli ancor ben presso,
+Perché a seguirlo ogni sua forza aguzza;
+E Balisardo se afrettava anco esso:
+Trista sua vita se ponto scapuzza!
+La coda alciava per la strata spesso,
+Lasciando vento e foco con gran puzza;
+Soffia per tutto, tal spavento il tocca,
+La lingua più d'un palmo ha fuor di bocca.
+
+Brandimarte ancor lui dietro si andava,
+Sol per veder di questa cosa il fine.
+L'un dopo l'altro correndo arivava
+Sopra al bel porto; e tra l'onde marine
+Presso la ripa la nave si stava,
+Che l'altre gente avea fatte tapine.
+Sopra di quella Balisardo passa,
+E il conte apresso, che giammai nol lassa.
+
+Il negromante, che è di mala mena,
+D'un salto sopra il laccio fu passato,
+Ma il conte trabuccò ne la catena,
+E tutto intorno fu presto legato;
+Né fu disteso in su la prora apena,
+Che e marinari uscirno ad ogni lato.
+Tutti cridano insieme col parone:
+- Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. -
+
+Lui se scotteva e già non stava in posa,
+Perché esser preso da tal gente agogna,
+Morta di fame, nuda e pedocchiosa;
+Ma quel che vôl Fortuna, esser bisogna.
+Vermiglia avea la faccia come rosa
+Il conte Orlando per cotal vergogna;
+Due galiofardi grandi l'ebber preso
+Sopra alle spalle, e lo portâr di peso.
+
+Ma Brandimarte gionse in su la riva,
+Che, come io dissi, avea questi seguiti;
+Quando la voce del suo conte odiva,
+Non fôr bisogno a quel soccorso inviti;
+Sopra alla nave de un salto saliva,
+E quei ribaldi, tutti sbigotiti,
+Lasciano Orlando e non san che si fare:
+Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.
+
+E certo di ragione avean paura,
+Ché come al libro de Turpino io lezo,
+Duo pezzi fece de uno alla centura,
+E partì uno altro nel petto per mezo,
+Sì come avesse a ponto la misura.
+Lor, ciò mirando e temendo di pezo,
+Fuggian ciascun tremando e sbigotito;
+Or fuor di novo è Balisardo uscito.
+
+Fuor della poppa uscì l'alto gigante,
+Che in la sua propria forma era tornato;
+Le gente della zurma, che eran tante,
+Chi se pose a sue spalle, e chi da lato.
+L'arme avean ruginente tutte quante,
+Quale è discalcio, e quale era strazato,
+Ben che sian gente al navicar maestre;
+E tutti han tarche e dardi e gran balestre.
+
+Per Balisardo avean ripreso core,
+Cridando tutti insieme la canaglia,
+Che non se odì giamai tanto romore.
+Nel mezo della nave è la battaglia;
+Tra lor dà Brandimarte a gran furore,
+Ché tutti non li stima una vil paglia;
+Man roverso e man dritto il brando mena:
+Tutta la nave è già di sangue piena.
+
+Così menava Brandimarte ardito,
+Fendendo a chi la testa a chi la panza.
+Ora ecco Balisardo ebbe cernito,
+Che de una torre armata avea sembianza.
+Già non bisogna che si mostri a dito,
+Ché undeci palmi sopra gli altri avanza;
+E Brandimarte verso lui s'accosta,
+E dietro a meza coscia il colpo aposta.
+
+Più basso alquanto il brando fu disceso,
+Ché e colpi non si ponno indovinare;
+Tagliò le gambe, e cadde. Di quel peso
+La nave se piegò per affondare.
+Il busto sopra il legno andò disteso,
+Ed ambe due le gambe andarno in mare;
+Qua non vale arte de negromanzia,
+Ché Brandimarte il tocca tuttavia.
+
+Lui chiamava il demonio con tempesta,
+Alïel, Libicocco e Calcabrina;
+Ma Brandimarte gli tagliò la testa,
+E via nel mar la trasse con roina.
+Or se incomincia de' morti la festa
+Tra la zurmaglia misera e tapina:
+Chi salta in mare, e chi nella carena,
+Chi per le corde scappa in su l'antena.
+
+Tutta la gente misera e diserta
+Fu dissipata, come io vi ho contato,
+E non rimase sopra la coperta
+Se non il conte, che era incatenato,
+E Balisardo, concio come il merta,
+E Brandimarte, che era già montato
+Sopra la poppa, e là trovò il parone,
+Che avante a lui se pose ingenocchione,
+
+Misericordia sempre dimandando,
+Ed acquistò perdono umanamente;
+E tornò Brandimarte al conte Orlando
+E tutto il dislegò subitamente.
+Poi col parone entrambi ragionando,
+E fatta ritornar quella altra gente,
+De ciò che è fatto, non se dànno affanno:
+Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.
+
+E poi che insieme fôr pacificati,
+Come io ho detto, incominciò il parone:
+- Segnori, io so che ve meravigliati,
+Ché da meravigliare è ben ragione,
+De questo loco ove seti arivati,
+Quando per forza de incantazïone
+Se facea Balisardo trasformare,
+Ch'è quivi occiso, e gettarenlo in mare.
+
+Perché intendiati il fatto meglio avante,
+Il tutto vi farò palese e piano.
+Un vecchio re, nomato Manodante,
+A Damogir se sta, ne l'occeàno,
+Ove adunate ha già ricchezze tante,
+Che stimar nol potria lo ingegno umano;
+Ma la Fortuna in tutto a compimento
+Né lui né altrui giamai fece contento.
+
+Però che per duo figli il re meschino
+È stato e stanne ancora in gran dolore;
+Il primo fu involato piccolino
+Da un suo schiavo malvaggio e traditore.
+Io viddi il schiavo, e nomase Bardino,
+Picchiato in faccia e rosso di colore,
+Coi denti radi e col naso schiazato:
+Portò il fanciullo, e mai non è tornato.
+
+A l'altro giovanetto ène incontrata,
+Come odireti, una sventura strana,
+Perché pregione è fatto de una fata.
+Non so se odesti mai nomar Morgana;
+Quella del giovanetto è inamorata,
+Quale ha beltate angelica e soprana,
+Per ciò l'ha chiuso in un loco profondo:
+Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.
+
+Ma lei fatto have al re promissïone
+Lasciare il giovanetto salvo e sano,
+Se un cavallier gli può donar pregione,
+Che Orlando è nominato, il Cristïano;
+Però che un'opra de incantazione,
+Fabricata in un corno troppo istrano,
+Che serebbe a contar molta lunghezza,
+Disfece il cavallier per sua prodezza.
+
+Onde lo vôl pregione a ogni partito
+La fata, e ben lo avrà, s'io non me inganno;
+Ma, perché egli è feroce e tanto ardito,
+Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno;
+Per ciò quel Balisardo che è perito
+(Così se n'abbi in sua malora il danno),
+Presente il nostro re se dette il vanto
+De dargli Orlando preso per incanto.
+
+Ma sino ad or non gli è venuto fatto,
+Benché ha pigliate già gente cotante,
+Che io non potrei contarle a verun patto.
+Fovi preso un Grifone e uno Aquilante,
+Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto,
+E fu preso un Ranaldo poco avante,
+E seco un altro giovane garzone;
+Se ben ramento, egli ha nome Dudone.
+
+L'altra gente ch'è presa, è molta troppa,
+Né mi basta a contarli lo argumento;
+Tutti son scritti là sotto la poppa,
+E legger vi si pôn, chi n'ha talento.
+Ma tante foglie non lascia una pioppa
+Là nel novembre, quando soffia il vento,
+Quanti ènno e cavallier che quel gigante
+Fatto ha condur pregioni a Manodante. -
+
+Mentre che quel paron così parlava,
+Orlando dentro se turbò nel core,
+Perché color che costui nominava
+Della Cristianitate erano il fiore,
+Ed egli ad uno ad un tutti gli amava,
+Ed avea di sua presa gran dolore;
+E destinò tra sé quel franco sire
+De trargli di prigione, o de morire.
+
+E poi che quel paron si stette queto,
+Che alcun di lor più non stava ascoltare,
+Parlò con Brandimarte di secreto,
+A lui dicendo ciò che voglia fare;
+Poi mostrandosi il conte in volto lieto
+Prega il paron che lo voglia portare
+Avanti al re, però che al suo comando
+Gli dava il cor de appresentargli Orlando.
+
+E così, navicando con bon vento,
+Fôrno condutti a l'Isole Lontane;
+E quei duo cavallier pien de ardimento
+Al re s'appresentarno una dimane
+Sopra una sala, che d'oro e d'argento
+Era coperta de figure strane;
+Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto,
+Là dentro era intagliato e posto a smalto.
+
+Lor fierno la proposta a Manodante,
+Contando che per sua deffensïone
+Balisardo avean morto, il fier gigante,
+Promettendoli Orlando dar pregione.
+Per questo gli fu fatto bon sembiante
+Ed alloggiati fôrno a una maggione
+Ricca, adobbata, lì presso al palagio,
+Ove si sterno con diletto ad agio.
+
+Era con seco la falsa donzella,
+Ché 'l conte non la volse mai lasciare,
+Qual è tanto fallace e tanto bella,
+Quanto di sopra odesti racontare.
+Or questa intese tutta la novella
+Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare,
+Perché qualunche a cui se porta amore
+Tra' gli secreti insin de mezo il core.
+
+Or questa dama assai Grifone amava
+(So che il sapeti, ché già lo contai),
+E di vederlo tutta sfavillava,
+Né d'altro pensa giorno e notte mai;
+E ben sa che in pregione ora si stava.
+Ma questo canto è stato lungo assai:
+Posati alquanto e non fati contese,
+Che a dir nell'altro io vi serò cortese.
+
+Canto decimosecondo
+
+Stella de amor, che 'l terzo cel governi,
+E tu, quinto splendor sì rubicondo,
+Che, girando in duo anni e cerchi eterni,
+De ogni pigrizia fai digiuno il mondo,
+Venga da' corpi vostri alti e superni
+Grazia e virtute al mio cantar iocondo,
+Sì che lo influsso vostro ora mi vaglia,
+Poi ch'io canto de amor e di battaglia.
+
+L'uno e l'altro esercizio è giovenile,
+Nemico di riposo, atto allo affanno;
+L'un e l'altro è mestier de omo gentile,
+Qual non rifuti la fatica, o il danno;
+E questo e quel fa l'animo virile,
+A benché al dì de ancòi, se io non m'inganno,
+Per verità de l'arme dir vi posso
+Che meglio è il ragionar che averle in dosso,
+
+Poi che quella arte degna ed onorata
+Al nostro tempo è gionta tra villani;
+Né l'opra più de amore anco è lodata,
+Poscia che in tanti affanni e pensier vani,
+Senza aver de diletto una giornata,
+Si pasce di bel viso e guardi umani;
+Come sa dir chi n'ha fatto la prova,
+Poca fermezza in donna se ritrova.
+
+Deh! non guardate, damigelle, al sdegno
+Che altrui fa ragionar come gli piace;
+Non son tutte le dame poste a un segno,
+Però che una è leal, l'altra fallace;
+Ed io, per quella che ha il mio core in pegno,
+Cheggio mercede a tutte l'altre e pace;
+E ciò che sopra ne' miei versi dico,
+Per quelle intendo sol dal tempo antico:
+
+Come Origilla, quella traditrice,
+Qual per aver Grifone in sua balìa
+(Ché il cor gli ardea d'amor ne la radice)
+A Manodante andò, la dama ria;
+E ciò che Orlando a lei secreto dice
+Per trar fuor quei baron de pregionia,
+E le cose ordinate tutte quante,
+Lei le rivela e dice a Manodante.
+
+Quando il re intese che quivi era Orlando,
+Nella sua vita mai fu più contento.
+Se stesso per letizia dimenando,
+Già parli avere il figlio a suo talento;
+Ma poi nella sua mente anco pensando
+Del cavallier la forza e lo ardimento,
+Comprende bene e già veder gli pare
+Che nel pigliarlo assai serà che fare.
+
+Alla donzella fece dar Grifone,
+Sì come a lei promesso avea davante,
+Ma lui non volse uscir mai de prigione,
+Se seco non lasciava anco Aquilante;
+E fu lasciato a tal condizïone,
+Che loro ed Origilla in quello istante
+Si dipartin dal regno alora alora,
+Senza più fare in quel loco dimora.
+
+Così lor se partirno a notte oscura:
+Ancor vi contarò del suo vïaggio.
+Or torno a Manodante, che ha gran cura
+D'aver quel cavallier senza dannaggio,
+Perché di sua prodezza avea paura;
+Onde fece ordinare un beveraggio,
+Che dato a l'omo subito adormenta
+Sì come morto, e par che nulla senta.
+
+A quei baron, che non avean sospetto,
+Fu meschiato nel vino a bere a cena,
+E poi la notte fôr presi nel letto
+E via condotti, né il sentirno a pena;
+Però che 'l beveraggio che io vi ho detto,
+Sì gli avea tolto del sentir la lena,
+Che fôr portati per piedi e per mane,
+Né mai svegliarno insino alla dimane.
+
+Quando se avidder poi quella matina
+In un fondo di torre esser legati,
+Ben se avisarno che quella fantina
+Li avea traditi, essendosi fidati.
+- O re del celo, o Vergine regina, -
+Diceva il conte - non me abandonati! -
+Chiamando tutti e Santi ch'egli adora,
+Quanti n'ha il celo e poi degli altri ancora.
+
+E come se amentava de pittura
+A Roma, in Francia, o per altra provenzia,
+A quella facea voto, per paura,
+De digiunare, o de altra penitenzia.
+Esso avea a mente tutta la Scrittura,
+De orazïon e salmi ogni scïenzia;
+Ciò che sapea, diceva a quella volta,
+E Brandimarte sempre mai l'ascolta.
+
+Era quel Brandimarte saracino,
+Ma de ogni legge male instrutto e grosso,
+Però che fu adusato piccolino
+A cavalcare e portar l'arme in dosso;
+Onde, ascoltando adesso il paladino
+Che a Dio se aricomanda a più non posso,
+Chiamando ciascun Santo benedetto,
+Li adimandava quel che avesse detto.
+
+E benché il conte fosse in tal tormento,
+Pur, per salvar quella anima perduta,
+Prima narrògli il vecchio Testamento,
+E poi perché Dio vôl che quel se muta;
+Gli narrò tutto il novo a compimento,
+E tanto a quel parlare Idio l'aiuta,
+Che tornò Brandimarte alla sua Fede,
+E come Orlando drittamente crede.
+
+Benché lì non se possa battizare,
+Pur la credenza avea perfetta e bona,
+E poi che alquanto fu stato a pensare,
+Verso del conte in tal modo ragiona:
+- Tu m'hai voluto l'anima salvare,
+Ed io vorei salvar la tua persona,
+S'io ne dovessi ancor quivi morire;
+Or se 'l te piace, il modo pôi odire.
+
+Tu dèi comprender così ben come io,
+Che per te solo è fatta questa presa,
+Perché tra Saracini èi tanto rio,
+E de Cristianità sola diffesa.
+Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio,
+Non avendo altri questa cosa intesa,
+Né essendo alcun di noi qua cognosciuto,
+Forse serai lasciato, io ritenuto.
+
+Io dirò sempre mai ch'io sono Orlando,
+Tu de esser Brandimarte abbi la mente;
+Guârti che non errasti ragionando,
+Ché guastaresti il fatto incontinente.
+Ma, se esci fuore, a te mi racomando:
+Cerca di trarme del loco presente;
+E se io morissi al fondo dove io sono,
+Prega per l'alma mia tu che sei bono. -
+
+Quasi piangendo quel baron soprano
+In cotal modo il suo parlar finia.
+Allora il conte, che era tanto umano:
+- Non piaccia a Dio, - dicea - che questo sia!
+Speranza ha ciascadun ch'è Cristïano,
+Nel re del celo e nella Matre pia;
+Lui ce trarà per sua mercè de guai,
+Ma senza te non uscirò giamai.
+
+Ma se tu uscissi, io restaria contento,
+Pur che tu me prometta tutta fiata,
+Per preghi, né minacce, né spavento
+De non lasciar la fede che hai pigliata.
+La nostra vita è una polvere al vento,
+Né se debbe stimar né aver sì grata,
+Che per salvarla, on allungarla un poco,
+Si danni l'alma nello eterno foco. -
+
+Diceva Brandimarte: - Alto barone,
+Già molte volte odito ho racontare
+Che del servigio perde il guiderdone
+Colui che for de modo fa pregare;
+Io ti cheggio, per Dio di passïone,
+Che quel che ho detto, tu lo vogli fare;
+E quando far nol vogli, io te prometto
+Ch'io tornarò di novo a Macometto. -
+
+Orlando non rispose a quei sermoni,
+Né acconsentitte e non volse desdire.
+Eccoti gente armate de ronconi
+Che alla pregion la porta fanno aprire.
+Diceva il caporale: - O campïoni,
+Quale è Orlando di voi, debba venire;
+Quel che è desso, lo dica e venga avante,
+Ché appresentar conviense a Manodante. -
+
+Brandimarte rispose incontinente,
+Che apena non avea colui parlato;
+Il conte Orlando diceva nïente,
+Ma sospirando si stava da lato.
+Or tolse Brandimarte quella gente,
+E così proprio come era legato
+(Che far non può diffesa né battaglia)
+Al re lo presentò quella sbiraglia.
+
+Manodante era di natura umano,
+Però piacevolmente a parlar prese,
+Dicendo: - Ria fortuna e caso istrano
+A mio dispetto mi fa discortese;
+E ben ch'io sappia che sei cristïano,
+Nemico a nostra legge di palese,
+Sapendo tua virtute e il tuo valore,
+Assai me incresce a non te fare onore.
+
+Ma la natura mi strenge sì forte
+E la compassïon de un mio figliolo,
+Che, a dirti presto con parole corte,
+A te per lui convien portar il dôlo.
+Crudel destino e la malvaggia sorte
+De duo mi avea lasciato questo solo;
+Dece ed otto anni ha di ponto il garzone:
+Morgana entro ad un lago l'ha pregione.
+
+Questa Morgana è fata del Tesoro;
+E perché par che già tu dispregiasti
+Non so che cervo che ha le corne d'oro,
+E sue aventure e soi incanti li hai guasti,
+(Ti debbi ramentar questo lavoro,
+Onde ogni breve dir credo che basti),
+Per questo te persegue in ogni banda,
+E sol de averti a ciascadun dimanda.
+
+Onde per fare il cambio di mio figlio
+In questa notte ti feci pigliare,
+E per trare esso di cotal periglio
+A quella fata ti voglio mandare;
+A benché di vergogna io sia vermiglio,
+Pensando ch'io te fo mal capitare,
+Sapendo che tu merti onore e pregio;
+Ma altro rimedio al suo scampo non vegio. -
+
+Tenendo il re chinato a terra il viso
+Fece fine al suo dir, quasi piangendo.
+Rispose Brandimarte: - Ogni tuo aviso
+Sempre servire ed obedire intendo,
+Se mille miglia ancor fossi diviso
+Da questo regno; or tuo pregione essendo,
+Disponi a tuo volere ed a tuo modo,
+Ch'io vo' di te lodarme ed or mi lodo.
+
+Ma ben ti prego per summa mercede
+Che, potendo campare il tuo figliolo
+Per altra forma, come il mio cor crede,
+Che tu non me conduchi in tanto dôlo.
+Or, se te piace, alquanto ascolta e vede:
+Termine da te voglio un mese solo,
+E che tu lasci l'altro compagnone,
+Ed io starò tra tanto alla pregione,
+
+Pur che il compagno che meco fo preso,
+Subitamente sia da te lasciato.
+Sopra alle forche voglio essere impeso,
+Se in questo tempo ch'io ho da te pigliato
+Non ti è il tuo figliol sano e salvo reso,
+Perché in quel loco il cavalliero è stato.
+Sopra alla Fede mia questo ti giuro,
+Ed andarane e tornarà securo. -
+
+Queste parole Brandimarte usava
+Ed altre molte più che qui non scrivo,
+Come colui che molto ben parlava
+Ed era in ogni cosa troppo attivo.
+Al fin quel vecchio re pur se piegava;
+A benché fosse di quel figlio privo,
+E lo aspettare a rivederlo un mese
+Paresse uno anno, e' pur l'accordio prese.
+
+Brandimarte si pose ingenocchione,
+Il re di questo assai ringrazïando,
+E poi fu rimenato alla prigione,
+E tratto fuor di quella il conte Orlando.
+Or chi direbbe le dolci ragione
+Che ferno e due compagni lacrimando,
+Allor che il conte convenne partire?
+Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire.
+
+Sapean già il patto com'era fermato,
+Che al termine de un mese die' tornare;
+Onde, avendo da lui preso combiato,
+Con una nave si pose per mare.
+In pochi giorni a terra fu portato,
+Poi per la ripa prese a caminare,
+Dietro a l'arena, per la strata piana,
+Tanto che gionse al loco di Morgana.
+
+Quel che là fece, contarò da poi,
+Se la istoria ascoltati tutta quanta:
+Ora ritorno a Manodante e' soi.
+Chi mena zoia, chi suona e chi canta;
+Chi promette a Macon pecore e boi.
+Chi darli incenso e chi argento si vanta,
+Se gli concede di veder quel giorno
+Che Zilïante a lor faccia ritorno.
+
+Nome avea il giovanetto Zilïante,
+Come di sopra in molti lochi ho detto.
+A quelle feste che io dico cotante,
+Ne la cità per zoia e per diletto
+Accese eran le torre tutte quante
+De luminari; e su per ciascun tetto
+Suonavan trombe e corni e tamburini,
+Come il mondo arda e tutto il cel ruini.
+
+Era là preso Astolfo del re Otone
+Con altri assai, sì come aveti odito,
+E benché fosse al fondo de un torione,
+Pur quello alto rumore avea sentito,
+E de ciò dimandando la cagione
+A quel che per guardarli è stabilito,
+Colui rispose: - Io vi so dir palese
+Che indi uscirete in termine de un mese.
+
+E voglio dirvi il fatto tutto intiero,
+Perché più non andati dimandando.
+Al nostro re non fa più de mistiero
+La presa de' baroni andar cercando,
+Però che in corte è preso un cavalliero,
+Qual per il mondo è nominato Orlando;
+Or potrà aver per contracambio il figlio,
+Che è ben di nome e di bellezza un ziglio.
+
+Ma bene è ver che un cavallier pagano,
+Qual mostra esser di lui perfetto amico,
+Lasciato fu dal nostro re soprano,
+E tornar debbe al termine ch'io dico,
+E menar Zilïante a mano a mano,
+Benché io non stimo tal promessa un fico;
+Ma il re certo avrà il figlio a suo comando,
+Se in contraccambio là vi pone Orlando. -
+
+Astolfo se mutò tutto di faccia
+E più di core, odendo racontare
+Che il conte era pur gionto a quella traccia,
+E il guardïano alor prese a pregare,
+- German, - dicendo - per Macon ti piaccia
+Una ambasciata a l'alto re portare,
+Che sua corona in ciò mi sia cortese,
+Ch'io veda Orlando, che è di mio paese. -
+
+Sempre era Astolfo da ciascuno amato,
+Or non bisogna ch'io dica per che;
+Onde il messaggio subito fu andato,
+E l'ambasciata fece ben al re.
+Già Brandimarte prima era lasciato,
+Entro una zambra sopra a la sua fè,
+Ma disarmato; e sempre mai de intorno
+Stava gran guarda tutta notte e 'l giorno.
+
+Il re ne viene a lui piacevolmente,
+E dimandò chi fosse Astolfo e donde;
+Turbosse Brandimarte ne la mente,
+E, pur pensando, al re nulla risponde,
+Perché cognosce ben palesemente
+Che, come è giorno, indarno se nasconde,
+Onde sua vita tien strutta e diserta,
+Poi che la cosa al tutto è discoperta.
+
+Al fin, per più non far di sé sospetto,
+Disse: - Io pensava e penso tuttavia
+S'io cognosco l'Astolfo de che hai detto,
+Né me ritorna a mente, in fede mia,
+Se non ch'io vidi già in Francia un valletto,
+Qual pur mi par che cotal nome avia;
+Stavasi in corte per paccio palese,
+E nomato era il gioculare Anglese.
+
+Grande era e biondo e di gentile aspetto,
+Con bianca faccia e guardatura bruna;
+Ma egli avea nel cervello un gran diffetto,
+Perché d'ognior che scemava la luna,
+Divenia rabbïoso e maledetto,
+E più non cognoscea persona alcuna,
+Né alor sapea festar, né menar gioco:
+Ciascun fuggia da lui come dal foco. -
+
+- Lui proprio è questo, - disse Manodante
+- De sue piacevolezze io voglio odire. -
+Così dicendo via mandava un fante,
+Che lo facesse alor quindi venire.
+Questo, giognendo ad Astolfo davante,
+Incontinenti gli cominciò a dire
+Sì come il re l'avrebbe molto caro,
+Poi che egli era buffone e giocularo,
+
+E come il cavallier del suo paese,
+Quale era Orlando, al re l'have contato.
+Astolfo de ira subito s'accese,
+E così come egli era infurïato,
+Col fante ver la corte il camin prese.
+Benché da molti dreto era guardato,
+Lui non restava de venir cridando
+Per tutto sempre: - Ove è il poltron de Orlando?
+
+Ov'è, - diceva - ove è questo poltrone,
+Che de mi zanza, quella bestia vana?
+Mille onze d'oro avria caro un bastone
+Per castigar quel figlio de putana. -
+Il re con Brandimarte ad un balcone
+Odîr la voce ancora assai lontana,
+Tanto cridava il duca Astolfo forte
+Di dare a Orlando col baston la morte.
+
+E Brandimarte alor molto contento
+Dicea al re: - Per Dio, lasciànlo stare,
+Perché ponerà tutti a rio tormento:
+Poco de un paccio si può guadagnare.
+Adesso in tutto è fuor di sentimento:
+Questo è la luna, che debbe scemare;
+Io so com'egli è fatto, io l'ho provato:
+Tristo colui che se gli trova a lato! -
+
+- Adunque sia legato molto bene, -
+Diceva il re - dapoi qua venga in corte;
+Di sua pacìa non voglio portar pene. -
+Eccoti Astolfo è già gionto alle porte,
+E per la scala su ratto ne viene.
+Ma nella sala ogniom cridava forte,
+Sergenti e cavallieri in ogni banda:
+- Legate il paccio! Il re così comanda. -
+
+Ma quando Astolfo se vidde legare,
+Ed esser reputato per lunatico,
+Cominciò l'ira alquanto a rafrenare,
+Come colui che pure avea del pratico.
+Quando fu gionto, il re prese a parlare
+A lui, dicendo: - Molto sei selvatico
+Con questo cavallier de tuo paese,
+Benché lui sia di Brava, e tu sia Anglese. -
+
+Astolfo alor, guardando ogni cantone,
+- Ma dove è lui - diceva - quel fel guerzo,
+Il qual ardisce a dir ch'io son buffone,
+Ed egual del mio stato non ha il terzo?
+Né lo torria per fante al mio ronzone,
+Abench'io creda ch'el dica da scherzo,
+Sapendo esso di certo e senza fallo
+Che di lui faccio come di vassallo.
+
+Ove sei tu, bastardo stralunato,
+Ch'io te vo' castigar, non so se il credi? -
+Il re diceva a lui: - Che sventurato!
+Tu l'hai avante, e par che tu nol vedi. -
+Alora Astolfo, guardando da lato
+E dietro e innanci ogniom da capo a piedi,
+Dicea da poi: - Se alcun non l'ha coperto
+Di sotto al manto, e' non è qua di certo.
+
+E tra coteste gente, che son tante,
+Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. -
+Meravigliando dicea Manodante:
+- Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto!
+Or non è questo Orlando, che hai davante?
+Io credo che sei paccio divenuto. -
+E Brandimarte alquanto sbigotito
+Pur fa bon volto con parlare ardito,
+
+Al re dicendo: - Or non sai che al scemare
+Che fa la luna, il perde lo intelletto?
+Io credea che 'l dovesti ramentare,
+Perché poco davante io l'avea detto. -
+Alora Astolfo cominciò a cridare:
+- Ahi renegato cane e maledetto!
+Un calcio ti darò di tal possanza,
+Che restarà la scarpa ne la panza. -
+
+Diceva il re: - Tenitelo ben stretto,
+Però che 'l mal li cresce tutta via. -
+Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto,
+E fu salito in tanta bizaria,
+Che minacciava a roïnar il tetto,
+E tutta disertar la Pagania,
+E cinquecento miglia intorno intorno
+Menare a foco e a fiamma in un sol giorno.
+
+Comandò il re che via fosse condutto;
+Ma quando lui se vidde indi menare
+Ed esser reputato paccio al tutto,
+Cominciò pianamente a ragionare.
+Dapoi che non aveva altro redutto,
+Con voce bassa il re prese a pregare
+Che ancor non fusse de quindi menato,
+E mostrarebbe a lui che era ingannato;
+
+Però che, se mandava alla pregione,
+E facesse Ranaldo qua venire,
+O veramente il giovane Dudone,
+Da lor la verità potrebbe odire;
+E che lui volea stare al parangone,
+E se mentisse, voleva morire,
+Ed esser strascinato a suo comando,
+Ché questo è Brandimarte e non Orlando.
+
+Il re, pur dubitando esser schernito,
+Cominciò Brandimarte a riguardare,
+Il quale, in viso tutto sbigotito,
+Lo fece maggiormente dubitare.
+Il cavallier, condutto a tal partito
+Che non potea la cosa più negare,
+Confessa per se stesso aver ciò fatto,
+Acciò che Orlando sia da morte tratto.
+
+Il re di doglia si straziava il manto
+E via pelava sua barba canuta,
+Per il suo figlio ch'egli amava tanto;
+De averlo è la speranza ormai perduta.
+Ne la cità non se ode altro che pianto,
+E la allegrezza in gran dolor se muta;
+Crida ciascun, come di senno privo,
+Che Brandimarte sia squartato vivo.
+
+Fu preso a furia e posto entro una torre,
+Da piedi al capo tutto incatenato;
+In quella non se suole alcun mai porre
+Che sia per vivo al mondo reputato.
+Se Dio per sua pietate non soccorre,
+A morir Brandimarte è iudicato.
+Astolfo, quando intese il conveniente
+Come era stato, assai ne fu dolente.
+
+E volentier gli avria donato aiuto
+De fatti e de parole a suo potere,
+Ma quel soccorso tardo era venuto,
+Sì come fa chi zanza oltra al dovere.
+Quel gentil cavalliero ora è perduto
+Per sue parole e suo poco sapere;
+Or qui la istoria de costor vi lasso,
+E torno al conte, ch'è gionto a quel passo:
+
+Al passo di Morgana, ove era il lago
+E il ponte che vargava la rivera.
+Il conte riguardando assai fu vago,
+Ché più Aridano il perfido non vi era.
+Così mirando vidde morto un drago,
+Ed una dama con piatosa ciera
+Piangea quel drago morto in su la riva,
+Come ella fusse del suo amante priva.
+
+Orlando se fermò per meraviglia,
+Mirando il drago morto e la donzella,
+Che era nel viso candida e vermiglia.
+Ora ascoltati che strana novella:
+La dama il drago morto in braccio piglia,
+E con quello entra in una navicella,
+Correndo giù per l'acqua alla seconda,
+E in mezo il lago aponto se profonda.
+
+Non dimandati se il conte avea brama
+Di saper tutta questa alta aventura.
+Ora ecco di traverso una altra dama
+Sopra de un palafreno alla pianura.
+Come ella vidde il conte, a nome il chiama
+Dicendo: - Orlando mio senza paura,
+Iddio del paradiso ha ben voluto
+Che qua vi trovi per donarmi aiuto. -
+
+Questa donzella che è quivi arrivata,
+Come io vi dico, sopra il palafreno,
+Era da un sol sergente accompagnata.
+Di lei vi contarò la istoria apieno,
+Se tornarete a questa altra giornata,
+E di quella del drago più né meno,
+Qual profondò nel fiume; or faccio ponto,
+Però che al fin del mio cantar son gionto.
+
+Canto decimoterzo
+
+Il voler de ciascun molto è diverso:
+Chi piace esser soldato, e cui pastore,
+Chi dietro a robba, a lo acquistar è perso,
+Chi ha diletto di caccia e chi d'amore,
+Chi navica per mare e da traverso,
+E quale è prete e quale è pescatore;
+Questo in palazo vende ogni sua zanza,
+Quello è zoioso, e canta e suona e danza.
+
+A voi piace de odir l'alta prodezza
+De' cavalieri antiqui ed onorati,
+E 'l piacer vostro vien da gentilezza,
+Però che a quel valor ve assimigliati.
+Chi virtute non ha, quella non prezza;
+Ma voi, che qua de intorno me ascoltati,
+Seti de onore e de virtù la gloria,
+Però vi piace odir la bella istoria.
+
+Ed io seguir la voglio ove io lasciai,
+Anci tornare a dietro, per chiarire
+De le due dame, quale io vi contai;
+L'una era al lago, l'altra ebbe a venire.
+Or per voi stessi non sapresti mai
+Chi fosser queste, non lo odendo dire;
+Ma io vi narrerò la cosa piana:
+Quella dal drago morto era Morgana,
+
+E l'altra è Fiordelisa, quella bella
+Che fu da Brandimarte tanto amata.
+Di questa vi dirò poi la novella,
+Ma torno prima a quella della fata;
+La qual, perché era de natura fella,
+Sopra del lago a quella acqua incantata,
+Ove nel fondo fu Aridano occiso,
+Aveva poi pigliato uno altro aviso.
+
+Perché con succi de erbe e de radice
+Còlte ne' monti a lume della luna,
+E pietre svolte de strana pendice,
+Cantando versi per la notte bruna,
+Cangiato avea la falsa incantatrice
+Quel giovanetto in sua mala fortuna,
+Io dico Zilïante, e fatto drago,
+Per porlo in guardia al ponte sopra al lago.
+
+Ed avea tramutata sua figura,
+Acciò che quella orribile apparenzia
+Sopra del ponte altrui ponga paura;
+Ma, fusse o per l'error de sua scienzia,
+O per strenger lo incanto oltra misura,
+Ebbe il garzone estrema penitenzia,
+Perché, come tal forma a ponto prese,
+Gettò un gran crido, e morto se distese.
+
+Onde la fata, che tanto lo amava,
+Seco di doglia credette morire;
+Però piatosamente lacrimava,
+Come ne l'altro canto io vi ebbi a dire,
+E con la barca al fondo lo portava,
+Per farlo sotto il lago sepelire.
+Or più di lei la istoria non divisa,
+Ma torna a ricontar de Fiordelisa.
+
+La qual, sì come Orlando ebbe veduto,
+Gli disse: - Idio del cel per sua pietate
+Qua te ha mandato per donarmi aiuto,
+Sì come avea speranza in veritate.
+Or bisognarà ben, baron compiuto,
+Che a un tratto mostri tutta tua bontate;
+Ma, perché sappi che far ti conviene,
+Io narrarò la cosa: intendi bene.
+
+Dapoi ch'io mi parti' da quello assedio,
+Che ancora ad Albracà dimora intorno,
+Con superchia fatica e maggior tedio
+Cercato ho Brandimarte notte e giorno,
+Né a ritrovarlo è mai stato rimedio;
+Ed io faceva ad Albracà ritorno,
+Per saper se più là sia ricovrato,
+Ma nel vïaggio ho poi costui trovato.
+
+Costui che meco vedi per sargente,
+Io l'ho trovato a mezo del camino,
+Ed è venuto a dir per accidente
+Che portò Brandimarte piccolino,
+Qual fu figlio de un re magno e potente;
+Ma, come piacque a suo forte destino,
+Costui lo tolse a l'Isola Lontana,
+E diello al conte de Rocca Silvana.
+
+Da poi che l'ebbe a quel conte venduto,
+Lui pur rimase in casa per servire;
+Ma poscia il fanciulletto fu cresciuto,
+Venne in gran forza e di soperchio ardire,
+E per tutto d'intorno era temuto.
+Per questo il conte avanti al suo morire,
+Non avendo né moglie né altro erede,
+Figlio se il fece e quel castel gli diede.
+
+Brandimarte da poi per suo valore
+Cercato ha il mondo per monte e per piano,
+E nella terra per governatore
+Lasciò costui che vedi e castellano.
+Ora un altro baron pien di furore,
+Qual sempre fu crudele ed inumano,
+Scoperto a Brandimarte è per nimico:
+Rupardo ha nome il cavallier ch'io dico.
+
+Costui con più sergenti e soi vassalli
+Lo assedio ha intorno de Rocca Silvana.
+E de assalirla par che mai non calli,
+Per ruïnarla tutta in terra piana.
+E' crida: "Brandimarte per soi falli
+Adesso è preso al lago de Morgana.
+Io son per questo a prendervi venuto;
+Da lui non aspettati alcuno aiuto."
+
+Onde costui, che temea de aver morte,
+Quando non fosse a quel Rupardo reso
+(E d'altra parte ancor gl'incresce forte
+Che 'l suo segnor da lui mai fusse offeso),
+Con molti incanti fie' gettar le sorte,
+Ed ha con quelle ultimamente inteso
+Che vero è ciò che dice quel fellone,
+E Brandimarte è nel lago in pregione.
+
+Ora ti prego, conte, se mai grazia
+Aver debbe da te nulla donzella,
+Che ciò che si può far, per te si fazia,
+Tanto che egli esca di questa acqua fella.
+Così ti renda ogni tua voglia sazia
+Quanto desidri, Angelica la bella;
+Così d'amor s'adempia ogni tua brama,
+Vivendo al mondo in glorïosa fama. -
+
+Il conte narrò a lei con brevitate
+Di Brandimarte ciò che ne sapea,
+E tutte aponto le cose passate,
+E come al lago ritornar volea
+Per Zilïante trar de aversitate,
+Qual l'altra fiata giù lasciato avea,
+E poi, per cambio di quel bel garzone,
+Trar Brandimarte fuor de la pregione.
+
+De ciò la dama assai se contentava,
+E smontò il palafreno alla rivera;
+Standosi ingenocchione il cel guardava,
+Divotamente a Dio facea preghiera
+Che la ventura che il conte pigliava
+Se ritrâsse in bon fine e tutta intiera;
+E già alla porta Orlando era arivato:
+Ben la sapea, ché prima anco vi è stato.
+
+Nascosa era la porta dentro a un sasso,
+Di fuor tutta coperta a verde spine;
+Discese Orlando giù, callando al basso,
+Sin che fu gionto della scala al fine;
+Poi caminò da un miglio passo passo
+Sopra del suol de pietre marmorine,
+E gionse nella piazza del tesoro,
+Ove è il re fabricato a zoie ed oro.
+
+Quivi trovò la sedia che Ranaldo
+Avea portata già sino alla uscita;
+Ora a contarvi più non mi riscaldo
+Di questa cosa, ché l'avete odita.
+Il conte uscì della piazza di saldo
+E gionse nel giardino alla finita,
+Ove abita Morgana e fa suo stallo,
+Ed è partito al mezo de un cristallo.
+
+Apresso a quel cristallo è la fontana
+(Quel loco un'altra fiata ho ricontato);
+A questa fonte ancor stava Morgana,
+E Zilïante avea resucitato,
+E tratto fuor di quella forma strana.
+Più non è drago, ed omo è ritornato;
+Ma pur per tema ancora il giovanetto
+Parea smarito alquanto nello aspetto.
+
+La fata pettinava il damigello,
+E spesso lo baciava con dolcezza;
+Non fu mai depintura di pennello
+Qual dimostrasse in sé tanta vaghezza.
+Troppo era Zilïante accorto e bello,
+Ed esso è in volto pien di gentilezza,
+Ligiadro nel vestire e dilicato,
+E nel parlar cortese e costumato.
+
+Però prendea la fata alto solaccio
+Mirando come un specchio nel bel viso,
+E così avendo il giovanetto in braccio
+Gli sembra dimorar nel paradiso.
+Standosi lieta e non temendo impaccio,
+Orlando gli arivò sopra improviso,
+E come quello che l'avea provata,
+Non perse il tempo, come a l'altra fiata;
+
+Ma nella gionta diè de mano al crino,
+Che sventillava biondo nella fronte.
+Alor la falsa con viso volpino,
+Con dolci guardi e con parole pronte
+Dimanda perdonanza al paladino
+Se mai dispetto gli avea fatto on onte,
+E per ogni fatica in suo ristoro
+Promette alte ricchezze e gran tesoro.
+
+Pur che gli lascia il giovanetto amante,
+Promette ogni altra cosa alla sua voglia;
+Ma il conte sol dimanda Zilïante
+E stima tutto il resto una vil foglia.
+Or chi direbbe le parole tante,
+Il lamentare e i pianti pien di doglia,
+Che faceva Morgana in questa volta?
+Ma nulla giova: il conte non l'ascolta.
+
+Ed ha già preso Zilïante a mano,
+E fora del giardin con esso viene,
+Né della fata teme incanto istrano,
+Poi che nel zuffo ben presa la tiene.
+Lei pur se dole e se lamenta invano,
+E non trova soccorso alle sue pene;
+Ora lusinga, or prega ed or minazza,
+Ma il conte tace e vien dritto alla piazza.
+
+Quella passarno, e cominciarno a gire
+Su per la scala e tra que' sassi duri,
+E quando furno a ponto per uscire
+Fuor della porta e de quei lochi oscuri,
+Allora il conte a lei cominciò a dire:
+- Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri
+Per lo Demogorgone a compimento
+Mai non mi fare oltraggio o impedimento. -
+
+Sopra ogni fata è quel Demogorgone
+(Non so se mai lo odisti racontare),
+E iudica tra loro e fa ragione,
+E quello piace a lui, può di lor fare.
+La notte se cavalca ad un montone,
+Travarca le montagne e passa il mare,
+E strigie e fate e fantasime vane
+Batte con serpi vive ogni dimane.
+
+Se le ritrova la dimane al mondo,
+Perché non ponno al giorno comparire,
+Tanto le batte a colpo furibondo,
+Che volentier vorian poter morire.
+Or le incatena giù nel mar profondo,
+Or sopra al vento scalcie le fa gire,
+Or per il foco dietro a sé le mena,
+A cui dà questa, a cui quella altra pena.
+
+E però il conte scongiurò la fata
+Per quel Demogorgon che è suo segnore,
+La qual rimase tutta spaventata,
+E fece il giuramento in gran timore.
+Fuggì nel fondo, poi che fu lasciata;
+Orlando e Zilïante uscirno fuore,
+E trovâr Fiordelisa ingenocchione,
+Che ancor pregava con divozïone.
+
+Lei, poi che entrambi fuor li vide usciti,
+Molto ringrazïava Iddio divino;
+E caminando insieme, ne fôr giti
+Insino al mar che quindi era vicino.
+Poscia che nella nave fôr saliti,
+Con vento fresco entrarno al lor camino,
+Fendendo intra levante e tramontana
+Sin che son gionti a l'Isola Lontana.
+
+Smontarno a Damogir, l'alta citate,
+Quale avea tra due torre un nobil porto.
+Quando le gente nel molo adunate
+Ebbero in nave il giovanetto scorto,
+Alciarno un crido allegro di pietate,
+Perché prima ciascun lo tenea morto:
+Crida ciascuno, e piccolino e grande;
+Ognior di voce in voce più se spande.
+
+A Manodante gionse la novella,
+Qual già per tutta la cità risuona.
+Lui corse là vestito di gonnella,
+E non aspetta manto ni corona.
+Non vi rimase vecchia, ni donzella:
+Ogni mestiero ed arte se abandona;
+Giovani, antiqui ed ogni fanciullina,
+Per veder Zilïante ogni om camina.
+
+Tanta adunata quivi era la gente,
+Che avea coperto il porto marmorino;
+E Zilïante uscì primeramente,
+Poi Fiordelisa e Orlando paladino;
+Il quarto ne lo uscir fu quel sergente.
+Come fu visto, ogni om crida: - Bardino!
+Bardino! ecco Bardino! - ogni om favella
+- De l'altro figlio il re saprà novella. -
+
+Quando la calca fu tratta da banda,
+De gire avante Orlando se argumenta;
+Umanamente al re se racomanda,
+Il suo figliol avante gli appresenta.
+Di Brandimarte poi presto dimanda;
+Ma il re di dar risposta non se attenta,
+Parendo a tal servigio essere ingrato,
+Poi che il compagno avea sì mal trattato.
+
+Pur gli rispose che era salvo e sano:
+Ma per vergogna è nel viso vermiglio.
+Così tornando, con Orlando a mano,
+Venne per caso a rivoltare il ciglio,
+E veggendo Bardin disse: - Ahi villano!
+Or che facesti, ladro, del mio figlio?
+Pigliàti presto presto il traditore,
+Qual già mi tolse il mio figliol maggiore. -
+
+A quella voce fu il sargente preso,
+E lui dimanda sol de essere odito,
+Onde di novo avanti al re fu reso,
+E contò a ponto come era fuggito
+Per mare in barca; ed in terra disceso,
+Il figlio entro una rocca avea nutrito,
+Né si sapendo il nome in quella parte
+De Bramadoro il fece Brandimarte.
+
+Nome avea Bramadoro, essendo infante,
+Quel Brandimarte che or era pregione.
+El fu figliolo a questo Manodante;
+E quel Bardino per desperazione
+Ché 'l re il battette dal capo alle piante,
+Fosse per ira, o per sua fallisone,
+Ciò non so dir, ma via fuggì Bardino
+E Bramador portò, quel fanciullino.
+
+Da poi che l'ebbe a quel conte venduto,
+Dico a Rocca Silvana, come ho detto,
+E' fu del male alquanto repentuto,
+E là rimase sol per suo rispetto;
+E, sin che 'l giovanetto fu cresciuto,
+Non se partitte mai de quel distretto,
+E Brandimarte a lui sempre ebbe amore,
+Onde il lasciò per suo governatore.
+
+E tutto ciò contò Bardino a ponto,
+Narrando a lui la istoria del figliolo:
+Ma quando a dir che egli era al fin fo gionto,
+Il re sentì nel cor superchio dôlo,
+Perché posto l'avea, come vi conto,
+Al fondo de un torrion, su tristo sôlo.
+Là giù posto l'avea discalzo e nudo:
+Or se lamenta de esser stato crudo.
+
+E benché prima avesse ancor mandato,
+Per rispetto de Orlando, a trarlo fuore,
+Ora a mandarvi è ben più riscaldato,
+Sempre piangendo de piatoso amore;
+Per allegrezza il crido è dupplicato,
+Non se sentì giamai tanto rumore:
+Per tetti, per li balchi e per le torre,
+Ciascun con lumi accesi intorno corre.
+
+De cimbaletti e d'arpe e di leuti
+E de ogni altra armonia fan mescolanza.
+Il re, che duo figlioli avea perduti,
+Or gli ha trovati, e non avea speranza;
+E citadini insieme son venuti
+Tutti alla piazza, e chi suona e chi danza;
+E le fanciulle e le dame amorose
+Gettano ad alto gigli fiori e rose.
+
+Fra tanta gioia e tra tanta allegrezza
+Condotto è Brandimarte avante al padre,
+Che fu nudo in pregione, ora è in altezza:
+Era coperto di veste legiadre.
+Piangeva ciascadun di tenerezza.
+Il re lo dimandò chi fu sua madre.
+- Albina, - disse a lui - ciò mi ramenta,
+Ma del mio padre ho la memoria spenta. -
+
+Non puote il re più oltra sostenire,
+Ma piangendo dicea: - Figliol mio caro,
+Caro mio figlio, or che debbo mai dire,
+Ch'io te ho tenuto in tanto dôlo amaro?
+Ciò che a Dio piace se convien seguire;
+A quel che è fatto, più non è riparo. -
+Così dicendo ben stretto l'abbraccia,
+Avendo pien de lacrime la faccia.
+
+Poi s'abbracciarno ed esso a Zilïante,
+E ben che sian germani ogni om avisa,
+Però che l'uno a l'altro è simigliante,
+Benché la etate alquanto li divisa.
+Or chi direbbe le carezze tante
+Che Brandimarte fece a Fiordelisa?
+E poi che tutti in festa e zoia sono,
+Bardino ebbe ancor lui dal re perdono.
+
+Gionti dapoi nel suo real palagio,
+Che al mondo de ricchezza non ha pare,
+A festeggiar se attese e stare ad agio;
+E 'l conte in summa fece battizare
+Il re coi figli e tutto il baronagio,
+A benché alquanto pur vi fu che fare;
+Ma Brandimarte seppe sì ben dire,
+Che 'l patre e gli altri fece seco unire.
+
+Fôrno anche tratti della prigion fuore
+Ranaldo, Astolfo e gli altri tutti quanti,
+E fu lor fatto imperïale onore,
+E tutti rivestiti a ricchi manti.
+Una donzella con occhi d'amore,
+Leggiadra e ben accorta nei sembianti,
+Ne vene in sala; e tante zoie ha in testa,
+Che sol da lei splendea tutta la festa.
+
+Ciascun guardava il viso colorito,
+Ma non la cognosceano assai né poco,
+Eccetto Orlando e Brandimarte ardito:
+Lor duo l'avean veduta in altro loco.
+Questa gabbò già il suo vecchio marito
+(Non so se ve amentati più quel gioco),
+Quando fu presa con le palle d'oro;
+E lei ne fece poi doppio ristoro,
+
+Facendo Ordauro sotterra venire,
+Che istoria non fu mai cotanto bella.
+Voi la sapeti e più non la vo' dire,
+Se non contarvi che questa donzella
+Brandimarte la trasse di martìre,
+Né alor sapea che fusse sua sorella,
+Quando da lui e dal conte de Anglante
+Occisi fôr Ranchera ed Oridante.
+
+E quivi la cognobbe per germana,
+Abbracciandosi insieme con gran festa,
+E ramentando a lei l'erba soprana
+Che già l'avea guarito della testa,
+Quando Marfusto a lato alla fontana
+L'avea ferito con tanta tempesta;
+Ed altre cose assai che io non diviso
+Dicean tra lor con festa e zoia e riso.
+
+Dapoi che molti giorni fôr passati,
+Che tutti consumarno in suono e in danza,
+Dudone una matina ebbe chiamati
+Tutti quei cavallieri in una stanza,
+Narrando a loro e populi adunati
+Con Agramante per passare in Franza,
+E come era già armato mezo il mondo
+Per por re Carlo e i Cristïani al fondo.
+
+Ranaldo e Astolfo s'ebbe a proferire
+Alla difesa de Cristianitate,
+Per la sua fede e legge mantenire,
+Insin che in man potran tenir le spate.
+Seco non volse Orlando allora gire,
+Né so dir la cagione in veritate,
+Se non ch'io stimo che superchio amore
+Li desviasse da ragione il core.
+
+Il dipartir di lor non fu più tardo;
+Passarno insieme il mare a mano a mano.
+Ranaldo salì poi sopra a Baiardo,
+E 'l duca Astolfo sopra Rabicano.
+Orlando a Brandimarte fie' riguardo,
+E molto il prega con parlare umano
+Che ritornasser Zilïante ed esso
+A star col patre, che ha la morte apresso.
+
+Ma non si trova modo né ragione
+Che Brandimarte voglia ritornare;
+Pur Zilïante se piegò; il garzone
+Di novo a Damogir tornò per mare.
+E Brandimarte è salito in arcione,
+Ché Orlando mai non vôle abandonare;
+Ambi passarno via quel tenitoro
+Sino al castello ove era Brigliadoro.
+
+Al conte fu il destrier restituito,
+E fatto molto onor dal castellano.
+Il duca Astolfo prima era partito,
+E Dudon seco e il sir de Montealbano.
+Quel figlio del re Otone era guarnito
+De l'arme d'oro, e la sua lancia ha in mano,
+E cavalcando gionse una matina
+Al castel falso de la fata Alcina.
+
+Alcina fu sorella di Morgana,
+E dimorava al regno de gli Atàrberi,
+Che stanno al mare verso tramontana,
+Senza ragione immansueti e barberi.
+Lei fabricato ha lì con arte vana
+Un bel giardin de fiori e de verdi arberi,
+E un castelletto nobile e iocondo,
+Tutto di marmo da la cima al fondo.
+
+E tre baroni, come aveti odito,
+Passarno quindi acanto una matina,
+E mirando il giardin vago e fiorito,
+Che a riguardar parea cosa divina,
+Voltarno gli occhi a caso in su quel lito
+Ove la fata sopra alla marina
+Facea venir con arte e con incanti
+Sin fuor de l'acqua e pesci tutti quanti.
+
+Quivi eran tonni e quivi eran delfini,
+Lombrine e pesci spade una gran schiera;
+E tanti ve eran, grandi e piccolini,
+Ch'io non so dire il nome o la manera.
+Diverse forme de mostri marini,
+Rotoni e cavodogli assai vi ne era;
+E fisistreri e pistrice e balene
+Le ripe aveano a lei d'intorno piene.
+
+Tra le balene vi era una maggiore,
+Che apena ardisco a dir la sua grandeza,
+Ma Turpin me assicura, che è lo autore,
+Che la pone due miglia di lungheza.
+Il dosso sol de l'acqua tenea fuore,
+Che undici passi o più salia d'alteza,
+E veramente a' riguardanti pare
+Un'isoletta posta a mezo il mare.
+
+Or, come io dico, la fata pescava,
+E non avea né rete né altro ordegno:
+Sol le parole che all'acqua gettava
+Facea tutti quei pesci stare al segno;
+Ma quando adietro il viso rivoltava,
+Veggendo quei baron prese gran sdegno
+Che l'avesser trovata in quel mestiero,
+E de affocarli tutti ebbe in pensiero.
+
+Mandato avria ad effetto il pensier fello,
+Ché una radice avea seco recata,
+Ed una pietra chiusa entro uno annello,
+Quale averia la terra profondata;
+Solo il viso de Astolfo tanto bello
+Dal rio voler ritrasse quella fata,
+Perché mirando il suo vago colore
+Pietà gli venne e fu presa d'amore.
+
+E cominciò con seco a ragionare
+Dicendo: - Bei baroni, or che chiedete?
+Se qua con meco vi piace pescare,
+Bench'io non abbia né laccio né rete,
+Gran meraviglia vi potrò mostrare
+E pesci assai che visti non avete,
+Di forme grande e piccole e mezane,
+Quante ne ha il mare, e tutte le più strane.
+
+Oltra a quella isoletta è una sirena:
+Passi là sopra chi la vôl mirare.
+Molto è bel pesce, né credo che apena
+Dece sian visti in tutto quanto il mare. -
+Così Alcina la falsa alla balena
+Il duca Astolfo fece trapassare,
+Quale era tanto alla ripa vicina,
+Che in su il destrier varcò quella marina.
+
+Non vi passò Ranaldo, né Dudone,
+Ché ognom di loro avea de ciò sospetto,
+E ben chiamarno il figlio del re Otone,
+Ma lui pur passò oltra a lor dispetto.
+Ben se 'l tenne la fata aver pregione
+E poterlo godere a suo diletto:
+Come salito sopra al pesce il vide,
+Dietro li salta e de allegrezza ride.
+
+E la balena se mosse de fatto,
+Sì come Alcina per arte comanda.
+Non sa che farsi Astolfo a questo tratto,
+Quando scostar se vidde in quella banda;
+Lui ben se pone al tutto per disfatto,
+E sol con preghi a Dio si racomanda,
+E non vede la fata né altra cosa,
+Benché li presso a lui si era nascosa.
+
+Ranaldo, poi che il vidde via portare
+In quella forma, fu bene adirato;
+Pur se destina in tutto de aiutare,
+Benché contra sua voglia ivi era andato:
+Sopra Baiardo se caccia nel mare
+Dietro al gran pesce, come disperato.
+Quando Dudone il vidde in quella traccia,
+Urta il destriero, e dietro a lui se caccia.
+
+Quella balena andava lenta lenta,
+Ché molto è grande e de natura grave;
+De giongerla Ranaldo se argumenta,
+Natando il suo destrier come una nave.
+Ma io già, bei segnor, la voce ho spenta,
+Né ormai risponde al mio canto suave,
+Onde convien far ponto in questo loco.
+Poi cantarò, ch'io sia posato un poco.
+
+Canto decimoquarto
+
+Già molto tempo m'han tenuto a bada
+Morgana, Alcina e le incantazïoni,
+Né ve ho mostrato un bel colpo di spada,
+E pieno il cel de lancie e de tronconi;
+Or conviene che il mondo a terra vada,
+E 'l sangue cresca insin sopra a l'arcioni,
+Ché il fin di questo canto, s'io non erro,
+Seran ferite e fiamme e foco e ferro.
+
+Ranaldo e Rodamonte alla frontiera
+Se vederanno insieme appresentati,
+E la battaglia andar schiera per schiera;
+Ma stati un poco quieti, ed aspettati,
+Ché io vo' prima tornar là dove io era,
+De' duo baron che al mare erano intrati.
+S'io non me inganno, doveti amentare
+Che Ranaldo e Dudone entrarno in mare,
+
+Dietro ad Astolfo che su la balena
+Avanti era portato per incanto.
+Dudon le gambe per quelle onde mena,
+E già per l'acque avea seguìto tanto,
+Che ormai più non vedea Ranaldo apena,
+E fu per ruïnare in tristo pianto,
+Però che il suo destrier per più non posso
+Trabuccò al fondo e portòl seco adosso.
+
+E nel cader che fie'il giovane arguto
+Fece a sé sopra il segno de la croce,
+E cridò: - Matre pia, donami aiuto! -
+Ranaldo se rivolse a quella voce,
+E quasi il pose al tutto per perduto.
+Ora diversa doglia al cor gli coce:
+Astolfo avante a lui via ne è portato,
+Alle sue spalle è questo altro affondato.
+
+Pure il periglio grande de Dudone
+Il fece adietro rivoltar Baiardo;
+Come pesce natava quel ronzone
+Per la marina, tanto era gagliardo.
+Quando fu gionto dove era il garzone,
+Non bisognava che fusse più tardo,
+Ché ormai più non puoteva trare il fiato;
+Ben sapea dir se il mare era salato.
+
+Ranaldo fuor d'arcione il tolse in braccio,
+E portòl sopra 'l litto alla sicura,
+E poi che questo ha tratto fuor de impaccio,
+Di seguitare Astolfo prese cura.
+Ma la balena era ita un tanto spaccio,
+Che a riguardar sì longe era paura,
+E l'aria cominciò di farsi bruna,
+Soffiando il vento e gelo e gran fortuna.
+
+Con tutto ciò Ranaldo vôle entrare,
+Ma Prasildo facea molta contesa;
+Dudone, Iroldo sì seppon pregare,
+Che al fin piangendo abandona la impresa.
+Stasse nel litto e non sa che si fare,
+Poi che non trova al suo cugin diffesa;
+Il mar più leva l'onde, e giù dal cielo
+Cade tempesta ed acqua con gran gelo.
+
+Ora sappiati che questa roina,
+Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire,
+Era ad incanto fatta per Alcina,
+Perché alcun altro non possa seguire.
+Or vo' lasciare Astolfo alla marina,
+Di lui poi molte cose avremo a dire;
+Torno a Ranaldo, che in su la riviera
+Sol se lamenta e piange e se dispera.
+
+Da poi che molto in quel litto diserto
+Fu stato a lamentar, come io ve ho detto,
+Con quella pioggia adosso, al discoperto,
+Ché ivi non era né loggia, né tetto,
+E lui non era del paese esperto,
+Però che mai non fu per quel distretto,
+Pur, seguitando a lato alla marina,
+Verso ponente più giorni camina.
+
+Li Atàrberi passò, gente inumana,
+Di qua da loro il monte de Corubio,
+E per la Tartaria venne alla Tana.
+Quel che là fiesse, Turpin pone in dubio,
+Se non che gionse nella Transilvana,
+E passò ad Orsua il fiume del Danubio,
+Giongendo in Ongheria quella giornata,
+Ove trovò gran gente insieme armata.
+
+Era adunata quella guarnisone
+Di gente ardita e forte alla sembianza,
+Perché Otachier, figliol de Filippone,
+Era assembrato per passare in Franza,
+Ché l'avea già richiesto il re Carlone,
+Sentendo d'Agramante la possanza.
+Quel re mandava il figlio, com'io dico,
+Perch'era infermo ed anco molto antico.
+
+Nella terra di Buda entrò Ranaldo,
+Ove il re lo ricolse a grande onore,
+Però che cognosciuto fu di saldo,
+Sapendosi per tutto il suo valore;
+Ed Otachier assai divenne baldo,
+Parendo alla sua andata un gran favore
+Ed un gran nome trïonfale e magno
+Lo aver Ranaldo seco per compagno.
+
+Fu fatto capitano in quel consiglio
+Il pro' Ranaldo, e fu ciascun contento;
+E già le liste a candido e vermiglio
+Ne' lor stendardi se spiegarno al vento.
+Ben racomanda Filippone il figlio
+Molto a Ranaldo, e tutto il guarnimento,
+E dopo, dietro alle real bandiere,
+Verso Ostreliche se dricciâr le schiere.
+
+Passâr Bïena, e per la Carentana
+Vargano le Alpi fredde in quel confino,
+E giù scendendo nella Italia piana,
+Andarno avanti e gionsero a Tesino.
+Tre giorni manco de una settimana
+Re Desiderio avea preso il camino;
+E, come là per tutto se ragiona,
+Con la sua gente è dentro de Savona.
+
+Onde Ranaldo insieme ed Otachieri
+Seguir deliberarno il re lombardo.
+Essi avean trenta miglia cavallieri,
+L'un più che l'altro nobile e gagliardo,
+Che a quella impresa venian volentieri,
+Né avean de' Saracini alcun riguardo.
+Passarno e monti, e giù nel Genoese
+Sopra del mar la gente se distese.
+
+Là dietro caminando molti giorni,
+Già di Provenza sono alle confine,
+E, vagheggiando quei colletti adorni,
+Tra cedri, aranci e palme pellegrine,
+Odirno risuonare e trombe e corni
+Oltra a quel monte, e par che il cel roine:
+Di tal strida e furore è l'aria pieno,
+Che par che il mondo abissi e venga meno.
+
+Ranaldo presto se trasse davante
+Ed Otachiero, e seco il bon Dudone,
+E lor gente lasciarno tutte quante,
+Tanto che gionti son sopra al vallone,
+Là dove Rodamonte lo africante
+Mena e Lombardi a gran destruzïone.
+Prima sconfitti alla battaglia fiera
+Avea i Francesi e il duca di Baviera.
+
+E quattro figli soi feriti a morte
+Eran distesi al campo sanguinoso;
+Né avendo esso riparo a quella sorte,
+Era fuggito tristo e doloroso.
+E sempre il saracin torna più forte,
+Dissipando ogni cosa il forïoso.
+Già il duca di Savoglia e di Lorena
+Avea spezzati e morti con gran pena.
+
+A Bradamante, che è figlia de Amone,
+Occiso avea il destriero e posto a terra,
+E più gente tagliata in quel sabbione
+Che giamai fosse morta in altra guerra.
+Tutta la cosa a ponto e per ragione
+Già vi contai, se il mio pensier non erra,
+Insin che sua bandiera cadde al campo,
+Onde lui prese il disdegnoso vampo.
+
+Quella bandiera, che è vermiglia e d'oro,
+Nel mezo a sopraposte è ricamata;
+Una dama e un leone ha quel lavoro:
+La dama è Doralice di Granata.
+Questo è di Rodamonte il suo tesoro;
+Né cosa al mondo avea più cara o grata,
+Perché colei che ha quella somiglianza,
+Era suo amore e tutta sua speranza.
+
+Quando la vide a terra Rodamonte,
+Della gran doglia non trovava loco,
+Ed arrufârsi e crini alla sua fronte,
+Mostrando gli occhi rossi come il foco.
+Quale un cingial che a furia esce del monte,
+Che cani e cacciatori estima poco,
+Fiacca le broche e batte ambe le zane:
+Tristo colui che a canto gli rimane!
+
+Cotal se mosse allora quel pagano,
+Sopra a' Lombardi tutto se abandona,
+E ben si sbarattò presto quel piano,
+Né vi rimase de intorno persona.
+Gli omini e l'arme taglia ad ogni mano,
+Della ruina il ciel tutto risuona,
+Perché scudi ferrati e piastre e maglia
+Spezza e fracassa a quella aspra battaglia.
+
+De la sua gente ognior cresce la folta,
+Che venne prima in fuga e sbigotita.
+Ora torna cridando: - Volta! Volta! -
+E sopra a' Cristïan se mostra ardita.
+Intorno al franco re tutta è ricolta;
+Ma nostra gente quasi era stordita,
+Mirando il saracin cotanto audace;
+De' suoi gran colpi non si puon dar pace.
+
+Nel campo de' Lombardi è un cavalliero
+Nato di Parma, e nome ha Rigonzone,
+Forte oltra modo e di natura fiero,
+Ma non avea né senno né ragione.
+Da morte a vita avea poco pensiero;
+Ov'è il periglio e la destruzïone,
+E dove il scampo apena se ritrova,
+Più volentier si pone a far sua prova.
+
+Costui, veggendo il forte saracino
+Che sopra al campo mena tal tempesta,
+Non lo stimando più che un fanciullino,
+Gli sprona adosso con la lancia a resta.
+Cridando: - A terra! a terra! - in sul camino
+A ritrovar l'andò testa per testa;
+Ruppe sua lancia, che è grosso troncone,
+Ed urta via nel corso del ronzone.
+
+Col petto del ronzone urta il pagano
+A briglia abandonata l'animoso,
+E ben credette trabuccarlo al piano,
+Ma troppo è Rodamonte ponderoso.
+Nel freno al gran destrier dette di mano,
+E quel ritenne al corso furïoso;
+Perciò non stette Rigonzone a bada:
+Rotta la lancia, ha già tratta la spada.
+
+Lasciata avea la briglia, e ad ambe mano
+Feritte il saracin di tutta possa,
+Ma ciascun colpo adosso a quello è vano;
+Quella pelle del drago è tanto grossa,
+Che da possanza o da valore umano
+Non teme taglio, o ponta, né percossa.
+Mentre ch'a lo Africano il colpo tira,
+Lui prende il suo destriero e intorno il gira.
+
+E poi che l'ebbe alquanto regirato,
+Con furia via lo trasse di traverso,
+E quello andò per caso in un fossato,
+E sopra Rigonzon cadde riverso.
+Lasciamo lui, che vivo è sotterrato,
+E ritorniamo al saracin diverso,
+Che abatte sopra al campo ogni persona.
+Ecco afrontato ha il conte di Cremona,
+
+Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio,
+Che vien col brando in mano alla distesa,
+Giovane ardito e degno de uno imperio,
+Ed atto a trare a fine ogni alta impresa;
+Né già gli attribuisco a vituperio
+Se fu perdente di questa contesa,
+Perché quel saracino ha tal possanza,
+Che tutti gli altri di prodezza avanza.
+
+Egli abatte Arcimbaldo de l'arcione,
+Ferito crudelmente nella testa.
+Or se incomincia la destruzïone
+Di nostra gente e l'ultima tempesta;
+E destrier morti insieme e le persone
+Cadeno al campo, e quel pagan non resta
+Menare il brando da la cima al basso:
+Battaglia non fu mai di tal fracasso.
+
+Ranaldo che nel monte era venuto,
+E Dudon seco e 'l giovene Otachieri,
+Quasi per maraviglia era perduto,
+Mirando del pagano e colpi fieri,
+E ben s'avede che bisogna aiuto;
+Né porre indugia vi facea mestieri,
+Ché de ogni parte è persa la speranza,
+Rotti e Lombardi, e fuggian quei di Franza.
+
+Le lor bandiere al campo sanguinoso
+Squarzate a pezzi se vedeano andare;
+Nel mezo è Rodamonte il furïoso,
+Che sembra un vento di fortuna in mare,
+Ed ha quel brando sì meraviglioso,
+Qual già Nembroto fece fabricare,
+Nembroto il fier gigante, che in Tesaglia
+Sfidò già Dio con seco a la battaglia.
+
+Poi quel superbo per la sua arroganza
+Fece in Babel la torre edificare,
+Ché de giongere in celo avea speranza,
+E quello a terra tutto ruïnare.
+Costui, fidando nella sua possanza,
+Il brando de cui parlo, fece fare,
+Di tal metallo e tal temperatura
+Che arme del mondo contra a lui non dura.
+
+Re Rodamonte nacque di sua gesta,
+E dopo lui portò quel brando al fianco,
+Qual mai non fu portato in altra inchiesta,
+Perché ogni altro portarlo venìa stanco,
+Né di brandirlo alcuno avia podesta;
+E 'l suo patre Ulïeno, ardito e franco,
+Benché di sua bontade avesse inteso,
+L'avea lasciato per superchio peso.
+
+Or, come io dico, Rodamonte il porta,
+E sopra al campo mena tal ruina,
+Che avea più gente dissipata e morta,
+Che non han pesci e fiume e la marina;
+E gli altri tutti, senza guida e scorta,
+Per monti e per valloni ogniom camina;
+Pur che si toglia a lui davanti un poco,
+Non guarda ove se vada, o per qual loco.
+
+Ranaldo che era gionto alla montagna,
+Mirando giuso la sconfitta al basso,
+Ché già de morti è piena la campagna
+E gli altri vòlti in fuga a gran fraccasso,
+Forte piangendo quel baron se lagna,
+- Ahimè, - dicendo sconsolato e lasso,
+- Che io non spero più mai de aver conforto!
+Tra quella gente il mio segnore è morto!
+
+Or che debbo più far, tristo, diserto,
+Che certamente morto è il re Carlone?
+Già pur in qualche guerra io sono esperto,
+E mai non vidi tal destruzïone.
+Re Carlo è là giù morto, io so di certo,
+E debbe avere apresso il duca Amone,
+Che gli portava sì fidele amore;
+Io so che occiso è apresso al suo segnore.
+
+Ove è il franco Oliviero, ove è il Danese,
+Re di Bertagna, il duca di Baviera?
+Ove la falsa gesta maganzese,
+Che si mostrava sì superba e altiera?
+Alcun non vedo che faccia diffese,
+Né sola al campo ritta una bandiera.
+Tutti son morti, e non potria fallire;
+Ed io con seco al campo vo' morire.
+
+Né so stimar chi sia quello Africano,
+Che occiso ha nostre gente tutte quante,
+Se forse non è il figlio di Troiano,
+Re di Biserta, che ha nome Agramante.
+Sia chi esser vôle, io vado a mano a mano
+Ad affrontarme con quello arrogante;
+Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro,
+Prendèti a nostra gente alcun riparo;
+
+Ché io callo al campo come disperato,
+E son senza intelletto e coscïenza.
+O tu, mio Dio, che stai nel cel beato,
+Donami grazia nella tua presenza;
+Ché io te confesso che molto ho fallato,
+Ed or ritorno a vera penitenza.
+La fede che io ti porto, ormai mi vaglia,
+Ch'io son senza il tuo aiuto una vil paglia. -
+
+Così parlava quel baron gagliardo,
+Piangendo tutta volta amaramente;
+Giù della costa sprona il suo Baiardo,
+E batte per furor dente con dente.
+Tornarno e due compagni senza tardo,
+Per condur sopra al poggio l'altra gente;
+Ma il pro' Ranaldo menando tempesta
+Gionse nel campo e pose l'asta a resta.
+
+Ver Rodamonte abassa la sua lanza,
+E ben l'avea nel campo cognosciuto,
+Ché tutto il petto sopra agli altri avanza,
+Ne la sua faccia orribile ed arguto,
+E gli occhi avea di drago alla sembianza.
+Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scuto
+Con quella lancia sì nerbuta e grossa
+Che avria gettato un muro alla percossa.
+
+Un muro avria gettato il fio de Amone,
+Con tal furore è dal destrier portato,
+E gionse Rodamonte nel gallone,
+E roverso il mandò per terra al prato.
+Come caduto fosse un torrïone,
+O il iugo de un gran monte roïnato,
+Cotal parve ad odir quel gran fraccasso,
+Quando giù cadde l'Africano al basso.
+
+Non si puotria contar l'alta roina,
+Ché suonâr l'arme che ha il pagano in dosso,
+E tremò il campo insino alla marina
+Di quel gran busto quando fu percosso.
+Or se mosse la gente saracina,
+Tutti a Ranaldo s'aventarno addosso;
+Per aiutare il suo segnor ch'è a terra,
+Adosso de Ranaldo ogniom si serra.
+
+Lui già del fodro avea tratto Fusberta,
+E dà tra lor, ché non gli stima un fico;
+De prima urtata ha quella schiera aperta,
+Né discerne il parente da lo amico,
+Perché la gente misera e diserta
+Taglia senza rispetto, come io dico;
+A chi la testa, a chi rompe le braccia:
+Non dimandar se intorno al campo spaccia.
+
+Ma Rodamonte, la anima di foco,
+Di novo si era in piedi redricciato,
+E per grande ira non trovava loco,
+Chiamandosi abattuto e vergognato.
+Già tutta la sua gente a poco a poco,
+Rotta per forza, abandonava il prato,
+Quando vi gionse il superbo Africante,
+Ed a Ranaldo se oppose davante.
+
+A prima gionta de la spada mena
+Giù per le gambe del destrier Baiardo,
+E quel ronzon scappò de un salto a pena,
+Né bisognava che fusse più tardo;
+E Rodamonte il suo brando rimena
+A gran roina, e non pone riguardo
+De giongere a cavallo o cavalliero;
+Tanto è turbato e disdegnoso il fiero.
+
+- Ahi falso saracin, - disse Ranaldo
+- Che mai non fusti di gesta reale!
+Non ti vergogni, perfido, ribaldo,
+Ferir del brando a sì digno animale?
+Forse nel tuo paese ardente e caldo,
+Ove virtute e prodezza non vale,
+De ferire il destriero è per usanza;
+Ma non se adopra tal costume in Franza. -
+
+Parlò Ranaldo in lenguaggio africano,
+Onde ben presto il saracin lo intese,
+E disse: - Per ribaldo e per villano
+Non ero io cognosciuto al mio paese;
+Ed oggi dimostrai col brando in mano
+A queste genti che ho intorno distese,
+Che de vil sangue non nacqui giammai;
+Ma, a quel che io vedo, non è fatto assai.
+
+Se io non te pongo con seco a giacere
+Sopra a quel campo, in duo pezzi tagliato,
+Più mai al mondo non voglio apparere,
+E tengome a ciascun vituperato;
+Ma sino ad ora te faccio sapere
+Che il tuo destrier da me non fia servato;
+La usanza vostra non estimo un fico,
+Il peggio che io so far, faccio al nimico. -
+
+Questo che io dico tuttavia parlava,
+E cominciò a ferir con tanta fretta
+Che, se Ranaldo ponto l'aspettava,
+Era ad un colpo fatta la vendetta.
+Ma lui verso del poggio rivoltava,
+E corse forse un tratto di saetta;
+E smontò quivi e lasciovvi Baiardo,
+Tornando a piedi il principe gagliardo.
+
+Quando il pagano il vidde ritornare
+Soletto, a piede, senza quel ronzone
+Che via correndo lo puotea campare,
+Ben se lo tenne aver morto o pregione.
+Ma già le gente sopra al poggio appare,
+Qual conduce Otachieri e il bon Dudone,
+Li Ungari, dico, armati a belle schiere,
+Con targhe ed archi e lancie e con bandiere
+
+Venian cridando quei guerreri arditi
+Giù della costa, e menando tempesta.
+Quando li vidde il re sì ben guarniti
+De arme lucente e con le penne in testa,
+Come gli avesse già presi e gremiti
+Saltava ad alto e faceva gran festa:
+Menando il brando intorno ad ogni mano
+Ferìa gran colpi sopra al vento in vano.
+
+Poi se mosse qual movese il leone
+Che vede e cervi longi alla pastura,
+E già venendo fa tra sé ragione
+Cacciar da sé la fame alla sicura.
+Cotal quel saracin, cor di dragone,
+Che spreza tutto il mondo e non ha cura,
+Lasciò Ranaldo che già presso gli era,
+E rivoltosse incontra a quella schiera.
+
+Tutta sua gente dietro a lui se mosse,
+Ed è per suo valor ciascuno ardito,
+E l'una schiera a l'altra se percosse
+A tutta briglia, nel campo fiorito.
+Del fraccasso de' scudi e lancie grosse
+Non fu giamai cotal rumore odito.
+A cui stava a mirare era gran festa
+Petto per petto urtar, testa per testa.
+
+E corni e trombe e tamburi e gran voce
+Facean la terra e il cel tutto stremire,
+E li Africani e' nostri da la Croce
+Né l'un né l'altro avante puotea gire.
+Sol Rodamonte, il saracin feroce,
+Facea d'intorno a sé la folta aprire,
+Tagliando braccie e busti ad ogni lato
+Come una falce taglia erba di prato.
+
+Non se vide giamai cotal spavento
+Che 'l ferir del pagano in quella guerra.
+Come ne l'Alpe la ruina e il vento
+Abatte e faggi con furore a terra:
+Cotale il saracin pien d'ardimento
+Tra' cavallieri a piedi se disferra,
+Non li stimando più che l'orso e bracchi:
+Già sono in rotta Ungari e Valacchi.
+
+Benché Otachier se adoperasse assai
+Per farli rivoltare alla battaglia,
+Non fu rimedio a voltarli giamai,
+Ma van fuggendo avanti alla canaglia;
+E Rodamonte, come io vi contai,
+Di qua di là nel campo li sbaraglia,
+Né vi è chi contra lui volti la fronte;
+Già gli ha cacciati insino a mezo il monte.
+
+Il giovanetto fio de Filippone
+Per la vergogna se credea morire,
+E già di vista avea perso Dudone,
+Che in altra parte avea preso a ferire.
+Ranaldo era smontato de l'arcione,
+Sì come poco avante io vi ebbi a dire,
+Ed a quel loco non era presente,
+Ove egli è in volta tutta la sua gente.
+
+Però si volse come disperato
+Verso il pagano e la sua lancia arresta,
+E gionse il saracin sopra al costato,
+E fiaccò tutta l'asta con tempesta.
+Ma lui conviene andar disteso al prato,
+Ferito sconciamente nella testa:
+Nel capo Rodamonte l'ha ferito,
+E fuor d'arcion lo trasse tramortito.
+
+Non era indi Dudone assai lontano,
+E prestamente fu del fatto accorto.
+Quando vidde Otachier andare al piano,
+Senza alcun dubbio lo pose per morto;
+E già lo amava lui come germano,
+Onde ne prese molto disconforto,
+E destinò nel cor senza fallire
+Di vendicarlo, o con seco morire.
+
+E' non portò mai lancia il giovanetto,
+Per quanto da Turpino io abbia inteso,
+Ma piastra e maglia e scudo e bacinetto
+E la mazza ferrata di gran peso.
+Con quella viene adosso al maledetto,
+E sì come era di furore acceso
+Tutto se abandonò sopra al pagano
+Con ogni forza, e tocca de ambe mano.
+
+Ad ambe mano il tocca il damisello
+Sopra de l'elmo che è cotanto fino,
+E roppe la corona e 'l suo cerchiello,
+Né vi rimase perle né rubino.
+Tutto il frontale aperse a quel flagello,
+E cadde ingenocchione il saracino.
+Ma la sua gente che intorno li stava,
+Li dette aiuto; e ben gli bisognava.
+
+Tutti cridando avanti al suo segnore,
+Coperto lo tenian co e scudi in braccio.
+E Dudon la sua mazza a gran furore
+Mena a due mano adosso al populaccio;
+E non curando grande né minore,
+Fiacca e profonda chi gli dona impaccio;
+Abatte e spezza, e de altro già non bada
+Se non di farsi a Rodamonte strada.
+
+Ma lui già se era in piedi redricciato,
+E mena il brando a cui non val diffesa;
+Il scudo de Dudone ebbe spezzato,
+E strazia piastra e maglia alla distesa,
+E tutto il disarmò dal manco lato,
+Benché non fosse a quel colpo altra offesa:
+Ma non avea callato il brando apena,
+Che l'altro colpo a gran fretta rimena.
+
+Dudon, che vede non poter parare,
+Però che troppo gli è il pagano adosso,
+Subitamente il corse ad abracciare.
+Or era l'uno e l'altro grande e grosso,
+Sì che un bon pezzo assai vi fo che fare,
+Ma Dudon alla fin per più non posso
+Fu posto a terra da quel saracino,
+Preso e legato come un fanciullino.
+
+Come volse Fortuna o Dio Beato,
+Ranaldo se trovò presente al fatto,
+E veggendo Dudone incatenato,
+Quasi per gran dolor divenne matto.
+Strenge Fusberta come disperato,
+Né prende alcun riguardo a questo tratto,
+Né stima più la vita o la persona;
+Ver Rodamonte tutto se abandona.
+
+Egli era a piedi, come aveti odito,
+Ché al poggio avea lasciato il suo Baiardo;
+L'uno e l'altro de questi è tanto ardito,
+Che dir non vi saprei chi è più gagliardo.
+Ora il canto al presente è qui finito,
+Ed è gionto Ranaldo tanto tardo,
+Che non può far battaglia questo giorno;
+Doman la contarò: fati ritorno.
+
+Canto decimoquinto
+
+A cui piace de odire aspra battaglia,
+Crudeli assalti e colpi smisurati,
+Tirase avante ed oda in che travaglia
+Son due guerreri arditi e disperati,
+Che non stiman la vita un fil de paglia,
+A vincere o morire inanimati.
+Ranaldo è l'uno, e l'altro è Rodamonte,
+Che a questa guerra son condutti a fronte.
+
+Avea ciascun di lor tanta ira accolta,
+Che in faccia avean cangiata ogni figura,
+E la luce de gli occhi in fiamma volta
+Gli sfavillava in vista orrenda e scura.
+La gente, che era in prima intorno folta,
+Da lor se discostava per paura;
+Cristiani e Saracin fuggian smariti,
+Come fosser quei duo de inferno usciti.
+
+Siccome duo demonii dello inferno
+Fossero usciti sopra della terra,
+Fuggia la gente, volta in tal squaderno,
+Che alcun non guarda se il destrier si sferra;
+E poi da largo, sì come io discerno,
+Se rivoltarno a remirar la guerra
+Che fanno e due baroni a brandi nudi,
+Spezzando usbergi, maglie, piastre e scudi.
+
+Ciascun più furïoso se procaccia
+De trare al fine il dispietato gioco;
+Al primo colpo se gionsero in faccia
+Ambi ad un tempo istesso e ad un loco.
+Or par che 'l celo a fiamma se disfaccia,
+E che quegli elmi sian tutti di foco;
+Le barbute spezzâr, come di vetro:
+Ben diece passi andò ciascuno adietro.
+
+Ma l'uno e l'altro degli elmi è sì fino,
+Che non gli nôce taglio né percossa;
+Quel de Ranaldo già fo de Mambrino,
+Che avea due dita e più la piastra grossa;
+E questo che portava il Saracino,
+Fo fatto per incanto in quella fossa
+Ove nascon le pietre del diamante;
+Nembroto il fece fare, il fier gigante.
+
+Sopra a questi elmi spezzâr le barbute
+Al primo colpo, come io vi ho contato;
+Mai non son ferme quelle spade argute,
+Disarmando e baron; da ogni lato
+Le grosse piastre e le maglie minute
+Vanno a gran squarci con roina al prato;
+Ogni armatura va de mal in pezo,
+Del scudo suo non ha più alcun lì mezo.
+
+Ranaldo, a cui non piace il stare a bada,
+Mena a duo mano al dritto della testa,
+E Rodamonte, che il ferire agrada,
+Mena anch'esso a quel tempo, e non s'arresta;
+Ed incontrosse l'una a l'altra spada,
+Né se odette giamai tanta tempesta;
+E ben de intorno per quelle confine
+Par che il mondo arda e tutto il cel ruine.
+
+Re Rodamonte, che sempre era usato
+Mandare al primo colpo ogniomo ad erba,
+Essendo con Ranaldo ora affrontato,
+Che rende agresto a lui per prugna acerba,
+Crucciosse fuor di modo, e desdignato
+Sprezava il cel quella anima superba,
+- Dio non ti puotria dar - dicendo - iscampo,
+Che io non ti ponga in quattro pezzi al campo. -
+
+Così dicendo quel saracin crudo
+Mena a due mani un colpo di traverso;
+Ranaldo mena anch'esso il brando nudo,
+E non crediati che abbia tempo perso,
+Onde l'un gionse l'altro a mezo il scudo.
+Fu ciascun colpo orribile e diverso,
+Fiaccando tutti e scudi a gran ruina,
+Né il lor ferir per questo se raffina.
+
+Ché l'un non vôl che l'altro se diparta
+Con avantaggio sol de un vil lupino;
+E come l'arme fossero de carta,
+Mandano a squarci sopra del camino.
+La maglia si vedea per l'aria sparta
+Volar de intorno sì come polvino,
+E le piastre lucente alla foresta
+Cadean sonando a guisa de tempesta.
+
+Stava gran gente intorno a remirare,
+Come io vi dissi, la battaglia oscura,
+Né alcun vantaggio vi san iudicare,
+Pensando e colpi a ponto e per misura.
+Ecco una schiera sopra al poggio appare,
+Che scende con gran cridi alla pianura,
+Con tanti corni e tamburini e trombe,
+Che par che 'l mare e il cel tutto rimbombe.
+
+Mai non se vidde la più bella gente
+Di questa nova che discende al piano,
+Di sopraveste ed arme relucente,
+Con cimeri alti e con le lancie in mano.
+Perché sappiati il fatto intieramente,
+Vi fo palese che il re Carlo Mano
+È quel che viene, il magno imperatore,
+Ed ha con seco de' Cristiani il fiore;
+
+Più de settanta millia cavallieri
+(Ché còlto è, dico, il fior d'ogni paese),
+Sì ben guarniti, e sì gagliardi e fieri,
+Che tutto il mondo non ve avria diffese:
+Avanti a tutti il marchese Olivieri,
+E seco a paro a paro il bon Danese,
+E della corte tutto il concistoro,
+Con le bandiere azurre a zigli d'oro.
+
+Quello African, che ha tutto il mondo a zanza,
+Ranaldo dimandò di quella gente,
+E quando intese ch'egli è il re di Franza,
+Divenne allegro in faccia e nella mente,
+Come colui che avea tanta arroganza,
+Che tutti gli stimava per nïente;
+E senz'altro parlar né altro combiato,
+Verso questi altri subito è dricciato.
+
+Di corso andava il saracin gagliardo,
+E già Ranaldo non puotea seguire,
+Ché facea salti assai maggior de un pardo.
+Gionto è tra nostri, e comincia a ferire;
+E se non era il giorno tanto tardo,
+Facea de' fatti suoi molto più dire;
+Ma la luce, che sparve a notte scura,
+Impose fine alla battaglia dura.
+
+Pur vi rimase ferito il Danese
+Nel braccio manco e sopra del gallone;
+Ed Olivieri assai ben se diffese,
+Benché perdesse il scudo dal grifone
+E fossegli spezzato ogni suo arnese.
+Grande tra gli altri fu la occisïone:
+Coperti erano a morti tutti e piani
+De nostra gente ed anco de pagani.
+
+La oscura notte, come io vi contai,
+Partitte al fin la zuffa cominciata.
+Or ben mi fa meravigliare assai;
+Quel fier pagan, che tutta la giornata
+Ha combattuto e non se posò mai,
+E, poi che la battaglia è raquietata,
+Va roïnando tutto il monte e 'l piano
+Per ritrovar il sir de Montealbano.
+
+Avanti fa condurse ogni pregione,
+Ché molti ne avea presi alla catena,
+E lor dimanda del figliol de Amone,
+E qual spaventa, e qual forte dimena;
+Un per paura, o per altra cagione,
+Disse che era ito nel bosco de Ardena,
+E già non eran sue parole vere:
+Né lo sapea, né lo potea sapere.
+
+Però che il bon Ranaldo era tornato
+A rimontar Baiardo, il suo destriero.
+Ma poi che al saracin fu ciò contato,
+Lascia sua gente e più non gli ha pensiero.
+Il caval de Dudone ebbe pigliato,
+Quale era grande a maraviglia e fiero;
+Sopra vi salta il forte saracino,
+E verso Ardena prende il suo camino.
+
+Una grossa asta e troppo sterminata
+Fuor de la nave sua fece arrecare,
+E non aspetta luce né giornata,
+Ma quella notte prese a caminare;
+Onde sua gente, che era abandonata,
+Senza il suo aiuto non sa che si fare;
+Tutti smariti e pien de alto spavento
+Entrarno in nave e dier le vele al vento.
+
+Ogni pregione e tutto il loro arnese
+Portavan alle nave con gran fretta;
+Dudon tra' primi, il giovane cortese,
+Menava via la gente maledetta.
+Ma chi fu tardo a distaccar le prese,
+Sopra di lor discese la vendetta,
+Perché Ranaldo, a destrier risalito,
+Con gran ruina gionse in su quel lito.
+
+De Rodamonte va il baron cercando
+Per ogni loco a lume della luna;
+A nome lo dimanda e va cridando
+Ad alta voce per la notte bruna;
+E sopra alla marina riguardando
+Vede la gente che l'arnese aduna:
+A più poter ciascun forte se tràffica
+Per porlo in nave e via passare in Africa.
+
+Ranaldo dà tra lor senza pensare,
+Ché ben cognobbe che eran Saracini;
+Quivi de intorno fo il bel sbarattare,
+Fuggendo tutti in rotta quei meschini.
+Chi ne la nave, e chi saltava in mare,
+L'un non aspetta che l'altro se chini
+A prender cosa che gli sia caduta;
+Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.
+
+Gli altri che a terra avean volto il timone,
+Via se ne andarno, abandonando il lito,
+E seco ne menâr preso Dudone,
+Che, se Ranaldo l'avesse sentito,
+Avria menata gran destruzïone,
+E forse entro a quel mar l'avria seguito;
+Ma lui non si pensava di tale onte,
+Sol dimandando ove era Rodamonte.
+
+Un saracin ben forte spaventato,
+Che anti a Ranaldo inginocchion si pose,
+Di Rodamonte essendo dimandato,
+La pura verità presto rispose:
+Come al bosco de Ardena era invïato,
+Tutto soletto per le piaggie ombrose,
+Essendo detto a lui che a quel camino
+Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino.
+
+Il Fonte de Merlino era in quel bosco,
+Sì come un'altra volta vi contai,
+Che era a gli amanti un velenoso tosco,
+Ché, ivi bevendo, non amavan mai;
+Benché lì presso a quel loco fosco
+Passava una acqua che è megliore assai:
+Meglior de vista e de effetto peggiore;
+Chiunche ne gusta, in tutto arde d'amore.
+
+Quando Ranaldo intese che a quel loco
+Andava Rodamonte a ricercarlo,
+Di questa gente si curava poco,
+E più presto partì che io non vi parlo.
+Il cuor gli fiammeggiava come un foco
+Del gran desio che avea di ritrovarlo,
+E via trottando a gran fretta camina
+Verso ponente, a canto alla marina.
+
+E Rodamonte simigliantemente
+De giongere ad Ardena ben se spaccia;
+E parlava tra sé nella sua mente,
+Dicendo: "Questo dono il ciel mi faccia,
+Pur che ritrovi quel baron valente,
+O ch'io l'occida, o torni seco in graccia;
+Ché, essendo morto, in terra non ho pare,
+E se egli è meco, il cel voglio acquistare.
+
+Né creder potrò mai che 'l conte Orlando
+Abbia di questo la mera bontate.
+Io l'ho provato, e di lancia e di brando
+Non è il più forte al mondo in veritate.
+O re Agramante, a Dio ti racomando,
+Se tu discendi per queste contrate!
+Essendote io, come serò, lontano,
+Tutta tua gente fia sconfitta al piano.
+
+Come diceva il vero il re Sobrino!
+Sempre creder si debbe a chi ha provato.
+Or, s'egli è tale Orlando paladino
+Come costui che meco a fronte è stato,
+Tristo Agramante ed ogni saracino
+Che fia di qua dal mar con lui portato!
+Io, che tutti pigliarli avea arroganza,
+Assai ne ho de uno, e più che di bastanza."
+
+Così parlando andava il re pagano,
+E non sapendo a ponto quel vïaggio,
+Nel far del giorno gionse in un bel piano
+Là dove un cavallier veniva adaggio;
+E Rodamonte con parlare umano
+Dimandò al cavalliero in suo lenguaggio
+Quanto indi fusse alla selva de Ardena,
+Se lo sapesse, e qual strata vi mena.
+
+Rispose prestamente il cavalliero:
+- Nulla te so contar di quel camino,
+Perché io, sì come tu, son forastiero,
+E vo piangendo, misero e tapino,
+Non riguardando strata né sentiero,
+Ma dove mi conduce il mio destino,
+A strugimento, a morte, a ogni dolore,
+Poi che se piace al deslïale amore. -
+
+Perché sappiati il fatto ben compiuto,
+Quel cavallier che fa tal lamentanza
+Dolendosi de amore, è Feraguto,
+Che fu al suo tempo un raggio di possanza;
+Ed ora travestito era venuto
+Nascosamente nel regno di Franza,
+Sol per saper, quella anima affocata,
+Se giamai fusse Angelica tornata.
+
+Egli anco amava quella damigella,
+Come potesti odir primeramente,
+E non potendo aver di lei novella,
+Benché ne dimandasse ad ogni gente,
+Or per questa ventura ed or per quella
+Se consumava dolorosamente,
+E giorno e notte non avia mai bene,
+Sempre languendo e sospirando in pene.
+
+Or, come aveti inteso, il giovanetto
+Trovò quel re pagano alla campagna,
+E sterno insieme alquanto a lor diletto,
+E ciascadun de Amor si dole e lagna.
+Pur, così ragionando, venne detto
+A Feraguto come era di Spagna,
+E che pur mo tornava di Granata,
+Ove una dama avea gran tempo amata;
+
+E come era chiamata Doralice
+Quella, figliola del re Stordilano.
+- Non più parole, - Rodamonte dice
+- Ma prendi la battaglia a mano a mano.
+Chi te ha condotto, misero, infelice,
+A morire oggi sopra a questo piano?
+Ché comportar non voglio e non potrei
+Che altri che me nel mondo ami colei. -
+
+Rispose Feraguto: - Essendo grande,
+Lo esser cucioso assai ti disconviene;
+Ma poi che la battaglia me domande,
+Tra noi la partiremo, o male o bene,
+E l'alterezza tua che sì se spande,
+Potria tornarti in dolorose pene.
+Amai colei; lo amore ebbe a passare:
+Per tuo dispetto voglio ancora amare. -
+
+Con tal parole e con de l'altre assai
+Se furno insieme e duo baron sfidati.
+Ambi avean lancie, come io vi contai:
+Con esse a resta se fôr rivoltati.
+Più crudel scontro non se udì giamai;
+E due destrier, di petto insieme urtati,
+Andarno a terra, e i cavallieri adosso,
+Con tal fraccasso che contar non posso.
+
+E le lor lancie grosse oltra a misura
+Se fragellarno insin presso alla resta;
+Ciascun de svilupparsi se procura
+Per rimenar col brando un'altra festa.
+Or si comincia la battaglia dura
+De' colpi sterminati e la tempesta
+De l'arme rotte e piastre con ruina,
+Come battesse un fabro alla fucina.
+
+Non avea indugia o sosta il lor ferire,
+Ma quando l'un promette, e l'altro dona;
+E ben da longe se potrebbe odire,
+Perché ogni colpo de intorno risuona.
+E certamente io non saprei ben dire
+Qual sia più ardita e più franca persona;
+Tanto son de alto core e di gran lena,
+Che un altro par non trovo al mondo apena.
+
+Ciascuno è de ira e di superbia caldo,
+E però combattean con molto orgoglio,
+L'un più che l'altro alla battaglia saldo.
+Ma quella nel presente dir non voglio,
+Perché convien contarvi di Ranaldo;
+Dapoi ritornarò, sì come io soglio,
+A dirvi questa zuffa alla distesa,
+Sì che vi fia diletto averla intesa.
+
+Giva Ranaldo, come aveti odito,
+In verso Ardenna, alla ripa del mare,
+Credendo Rodamonte aver seguito,
+Ma lui giamai non puote ritrovare,
+Perché il dritto vïaggio avea smarito,
+E poi con Feraguto ebbe che fare;
+Onde lui caminando avanti passa,
+Ed a sé drieto Rodamonte lassa.
+
+Quando fu gionto alla selva fronzuta,
+Dritto ne andava al Fonte di Merlino:
+Al Fonte che de amore il petto muta,
+Là dritto se n'andava il paladino.
+Ma nova cosa che egli ebbe veduta,
+Lo fece dimorare in quel camino:
+Nel bosco un praticello è pien de fiori
+Vermigli e bianchi e de mille colori.
+
+In mezo il prato un giovanetto ignudo
+Cantando sollacciava con gran festa.
+Tre dame intorno a lui, come a suo drudo,
+Danzavan, nude anch'esse e senza vesta.
+Lui sembianza non ha da spada o scudo,
+Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa;
+Le piume della barba a ponto ha messe:
+Chi sì, chi no direbbe che le avesse.
+
+Di rose e de vïole e de ogni fiore
+Costor che io dico, avean canestri in mano,
+E standosi con zoia e con amore,
+Gionse tra loro il sir de Montealbano.
+Tutti cridarno: - Ora ecco il traditore, -
+Come l'ebber veduto - ecco il villano!
+Ecco il disprezator de ogni diletto,
+Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto! -
+
+Con quei canestri al fin de le parole
+Tutti a Ranaldo se aventarno adosso:
+Chi getta rose, chi getta vïole,
+Chi zigli e chi iacinti a più non posso.
+Ogni percossa insino al cor li duole
+E trova le medolle in ciascuno osso,
+Accendendo uno ardore in ogni loco
+Come le foglie e i fior fosser di foco.
+
+Quel giovanetto che nudo è venuto,
+Poi che ebbe vòto tutto il canestrino,
+Con un fusto di ziglio alto e fronzuto
+Ferì Ranaldo a l'elmo de Mambrino.
+Non ebbe quel barone alcuno aiuto,
+Ma cadde a terra come un fanciullino;
+E non era caduto al prato a pena,
+Che ai piedi il prende e strasinando il mena.
+
+De le tre dame ogniuna avea ghirlanda
+Chi de rosa vermiglia e chi de bianca;
+Ciascuna se la trasse in quella banda,
+Poi che altra cosa da ferir li manca;
+E benché il cavallier mercè dimanda,
+Tanto il batterno, che ciascuna è stanca,
+Però che al prato lo girarno intorno,
+Sempre battendo, insino a mezo giorno.
+
+Né il grosso usbergo né piastra ferrata
+Poteano a tal ferire aver diffesa;
+Ma la persona avea tutta piagata
+Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa,
+Che ne lo inferno ogni anima dannata
+Ha ben doglia minor senza contesa,
+Là dove quel baron de disconforto,
+Di tema e di martìr quasi era morto.
+
+Né sa se omini o dei fosser costoro:
+Nulla diffesa o preghera vi vale;
+E, standosi così, senza dimoro
+Crescerno in su le spalle a tutti l'ale,
+Quale erano vermiglie e bianche e d'oro,
+E in ogni penna è un occhio naturale,
+Non come di pavone, o de altro occello,
+Ma di una dama grazïosa, e bello.
+
+E, poco stando, se levarno a volo,
+L'un dopo l'altro verso il cel saliva.
+Ranaldo a l'erba si rimase solo;
+Amaramente quel baron piangiva,
+Perché sentia nel cor sì grande il dôlo,
+Che a poco a poco l'anima gli usciva,
+E tanta angoscia nella fine il prese,
+Che come morto al prato se distese.
+
+Mentre che tra quei fior così iacea,
+E de morire al tutto quivi estima,
+Gionse una dama in forma de una dea,
+Sì bella che contar nol posso in rima,
+E disse: - Io son nomata Pasitea,
+De le tre l'una che te offese in prima:
+Compagna dello Amore e sua servente,
+Come vedesti e provi di presente.
+
+E fu quel giovanetto il dio d'Amore,
+Qual te gettò de arcion come nemico;
+Se contrastar ti credi, hai preso errore,
+Ché nel tempo moderno o ne l'antico
+Non si trova contrasto a quel segnore.
+Ora attendi al consiglio che io te dico,
+Se vôi fuggir la dolorosa morte;
+Né sperar vita o pace in altra sorte.
+
+Amore ha questa legge e tal statuto,
+Che ciascun che non ama, essendo amato,
+Ama po' lui, né gli è l'amor creduto,
+Acciò che 'l provi il mal ch'egli ha donato.
+Né questo oltraggio che te è intravenuto,
+Né tutto il mal che puote esser pensato,
+Se può pesar con questo alla bilancia,
+Ché quel cordoglio ogni martìre avancia.
+
+Il non essere amato ed altri amare
+Avanza ogni martìr, come io te ho detto,
+E questa legge converrai provare,
+Se vôi fuggir de Amore ogni dispetto.
+Or, perché intenda, a te conviene andare
+Per questo bosco ombroso a tuo diletto,
+Sin che ritrovarai sopra a una riva
+Uno alto pino ed una verde oliva.
+
+La rivera zoiosa indi dechina
+Per li fioretti e per l'erba novella;
+Ne l'acqua trovarai la medicina
+A quel dolor che al petto ti martella. -
+Così parlò la dama peregrina,
+Poi ne l'aria volò come una occella;
+Salendo sempre in su, del celo acquista,
+Onde a Ranaldo uscì presto di vista.
+
+Lui doloroso non sa che si fare,
+Poi che incontrata ha sì forte ventura,
+Né tra se stesso puote imaginare
+Come tal cosa sia fuor de natura,
+Che veda gente per l'aria volare,
+Né contra a lor val forza né armatura.
+Da gente ignuda è vento il suo valore
+Con zigli e rose e con foglie di fiore.
+
+A gran fatica il suo corpo tapino
+Levò dove languendo l'avea messo,
+E con più pena si puose in camino,
+Cercando intorno il bosco ombroso e spesso;
+E trovò verso il fiume l'alto pino
+E l'arbor de l'oliva a quello apresso.
+Da le radice stilla una acqua chiara,
+Dolce nel gusto e dentro al core amara;
+
+Perché de amore amaro il core accende
+A chi la gusta l'acqua delicata;
+E però già Merlin per fare amende
+La fonte avea qua presso edificata,
+Che fa lasciar ciò che a questa se prende,
+Come io vi racontai quella giornata
+Quando Ranaldo bevette alla fonte,
+Ove Angelica poi n'ebbe tante onte.
+
+Or nel presente non se racordava
+Più il cavallier di quel tempo passato,
+Ma come aponto in su 'l fiume arivava,
+Essendo doloroso ed affannato,
+Ché ogni percossa gran pena li dava,
+Sopra alla ripa fu presto chinato,
+E per gran sete il principe gagliardo
+Assai bevette e non vi ebbe riguardo.
+
+Bevuto avendo ed alciando la facia,
+Da lui se parte ogni passata doglia,
+Benché la sete perciò non se sacia,
+Ma, più bevendo, più di bere ha voglia.
+Lui di questa ventura Idio ringracia,
+E standosi contento e con gran zoglia
+Li torna nella mente a poco a poco
+Che un'altra fiata è stato in questo loco;
+
+Quando, dormendo ne l'erba fiorita,
+Con zigli e rose Angelica il svegliò,
+E ricordosse che l'avea fuggita,
+Dil che acramente se ripente mo.
+De amor avendo l'anima ferita,
+Vorebbe adesso quel che aver non pô,
+La bella dama, dico, in quel verziero,
+Ché nel presente non serìa sì fiero.
+
+E biasmando la sua crudelitate
+E le grande onte fatte a quella dama,
+Tutte le amenta quante ne ha già usate,
+E sé crudele e dispietato chiama.
+Già la odïava poche ore passate,
+Più che se stesso nel presente l'ama;
+E tanta voglia ha dentro al core accolta,
+Che vôl tornare in India un'altra volta.
+
+Sol per vedere Angelica la bella
+Un'altra volta in India vôl tornare.
+Venne a Baiardo per salire in sella,
+Che poco longi il stava ad aspettare:
+E così andando vidde una donzella,
+Ma non la potea ben rafigurare,
+Perché era dentro al bosco ancor lontana,
+Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.
+
+Le chiome avea rivolte al lato manco,
+E la cima increspata e sparta al vento;
+Sopra de un palafren crinuto e bianco,
+Che ha tutto ad ôr brunito il guarnimento,
+Un cavallier gli stava armato al fianco,
+Ne la sembianza pien de alto ardimento,
+Che ha per cimero un Mongibello in testa,
+Ritratto al scudo e nella sopravesta.
+
+Dico che quel barone ha per cimero
+Una montagna che gettava foco;
+E 'l scudo e la coperta del destriero
+Avean pur quella insegna nel suo loco.
+Ora, cari segnori, egli è mestiero
+Questa ragione abbandonare un poco,
+Per accordar la istoria ch'è divisa:
+Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.
+
+Non lo abandona la donzella altiera,
+Ma giorno e notte senza fine il caccia,
+Né monte alpestro, né grossa riviera,
+Né selva, né palude mai lo impaccia.
+Ma Frontalate, la bestia legiera,
+Li facea indarno seguitar tal traccia:
+Quel bon destrier, che fu di Sacripante,
+Come un uccello a lei fugge davante.
+
+Quindeci giorni già l'avea seguito,
+Né d'altro che di fronde era pasciuta.
+Il falso ladro, che è forte scaltrito,
+Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta;
+Perché era tanto presto e tanto ardito,
+Che ogni taverna che avesse veduta,
+Dentro ve intrava e mangiava di botto,
+Poi via fuggiva e non pagava il scotto.
+
+E benché i teverneri e' lor sergenti
+Dietro li sian con orci e con pignate,
+Lui se ne andava stropezando e denti,
+E faceva a ciascun mille ghignate.
+A le qual fare avea tanti argomenti,
+Che donne spoletane o folignate,
+Qual porton l'ovo da matina a cena,
+Se avrian guardate da' suoi tratti apena.
+
+E pur Marfisa sempre il seguitava,
+Quando più longi, e quando più dapresso.
+- Al ladro! al ladro! - sempre mai cridava,
+E ciascun rispondeva: - Egli è ben desso. -
+Ogniom di quel giotton se lamentava,
+Perché e miglior boccon pigliava spesso,
+E loro il menacciavan pur col dito.
+Ora non più, ché il canto è qui finito.
+
+Canto decimosesto
+
+La bella istoria che cantando io conto,
+Serà più dilettosa ad ascoltare,
+Come sia il conte Orlando in Franza gionto
+Ed Agramante, che è di là dal mare;
+Ma non posso contarla in questo ponto,
+Perché Brunello assai me dà che fare;
+Brunello, il piccolin di mala raccia,
+Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.
+
+Ed avea tolto il corno al conte Orlando,
+Sì come io vi contai, quella matina,
+E Balisarda, lo incantato brando
+Che fabricato fu da Falerina;
+E nel canto passato io dicea quando
+Intrava quel giottone a ogni cucina,
+Non aspettando a' figatelli inviti,
+Pigliando e grossi sempre e rivestiti.
+
+Come ha bevuto, sen porta la taccia,
+E parli a ponto aver pagato l'oste
+Con dir, quando sen va: - Bon pro vi faccia! -
+Ma pur Marfisa gli è sempre alle coste,
+E de impiccarlo ogniora lo minaccia.
+Quel mal strepon le fa ben mille poste:
+Lasciandola appressar va lento lento,
+Da poi la lascia e fugge come un vento.
+
+Quindeci giorni sempre era seguita,
+Com'io vi dissi, la donzella acerba;
+Ed era estremamente indebilita,
+Perché de fronde si pasceva e de erba,
+Ma pur volea pigliarlo alla finita.
+Tanto ha sdegnoso il cor quella superba,
+Che il segue in vano, e pur non se ne avede,
+Essendo egli a destriero ed essa a piede,
+
+Perché al ronzon di lei mancò la lena,
+E cadde morto alla sesta giornata.
+Dapoi le gambe per tal modo mena
+Così come era del suo sbergo armata,
+Che mai non uscì veltra di catena,
+Né mai saetta de arco fu mandata,
+Né falcon mai dal cel discese a valle,
+Che non restasse a lei dietro alle spalle.
+
+Ma per lunga fatica e debilezza
+L'armatura che ha in dosso, assai gli pesa,
+Onde se la spogliò con molta frezza,
+Né teme che Brunel faccia diffesa.
+Poi che ebbe posto giù quella gravezza,
+Sì ratta se ne andava e sì distesa,
+Che più volte a Brunel fece spavento,
+Benché ha il destrier che fugge come vento.
+
+Perché assai volte fo tanto vicina,
+Che la credette in su la croppa avere;
+Alor ne andava lui con gran roina,
+Spronando il buon destriero a più potere.
+Dietro lo segue la forte regina;
+Ma nova cosa che ebbe ad apparere,
+Sturbò Marfisa, che lo seguia forte,
+E seguìto l'avria sino alla morte.
+
+Però che riscontrarno una donzella,
+Che adagio ne venìa sopra a quel piano,
+Vestita a bianco e a meraviglia bella,
+E seco un cavalliero a mano a mano.
+Di lor vi contarò poi la novella,
+Ché io vo' seguire adesso l'Affricano,
+Qual via fuggendo per monte e per valle
+Sempre Marfisa aver crede alle spalle.
+
+Essa rimase ed ebbe gran travaglia,
+Come a bell'agio vi vorò contare,
+Benché tal briga fo senza battaglia.
+Ma già Brunel non ebbe ad aspettare,
+E sopra al bon destrier coperto a maglia
+In pochi giorni fu gionto in su il mare;
+E, trovato un naviglio a suo convegno,
+In Africa passò senza ritegno.
+
+Dentro a Biserta gionse ad Agramante,
+Quale adirato stava in gran pensiero,
+Ché de le gente che ha adunate tante
+Non vôl passare alcun senza Rugiero;
+E lui guardato è da quel negromante,
+Che mai de averlo non serìa mestiero,
+Né pur se può vedere il damigello,
+Chi non ha pria de Angelica lo annello.
+
+Or gionse il ladro e menando gran festa
+Avanti al re zoioso se appresenta;
+E poi la bretta si trasse di testa,
+E di contare il fatto se argumenta.
+Ogni re grande e principe di gesta
+Per ascoltare intorno se appresenta,
+E lui dice ridendo a qual partito
+Tolse a la dama quello annel di dito;
+
+Come di sotto al re de Circasia,
+Non se accorgendo lui, tolse il destriero;
+E di Marfisa, che fu tanto ria
+Che il fece uscir più fiate del sentiero;
+E de quel brando e del corno che avia
+Tolto con tal prestezza a un cavalliero;
+E l'altre cose ancor di ponto in ponto
+Sin che davanti al re quivi era gionto.
+
+Avendo il suo parlar poscia compiuto,
+Ad Agramante il bel corno donava,
+Il qual fu incontinente cognosciuto,
+Però che Almonte in Africa il portava;
+Poi se sapea che Orlando l'avea avuto,
+Onde forte ciascun meravigliava,
+E l'un con l'altro assai di ciò contende.
+Perciò Brunello a questo non attende,
+
+Ma pose al re quello annelletto in mano,
+Qual fo con tal virtute fabricato,
+Che a sua presenzia ogn'incanto era vano.
+Il re Agramante in piede fo levato,
+E in presenzia di tutti a mano a mano
+Ebbe Brunello il ladro incoronato,
+Donando a lui de Tingitana il regno,
+Populi e terre ed ogni suo contegno.
+
+Questo reame allo estremo ponente
+Da gente negra se vede abitare.
+Or non se pose indugio di nïente,
+Ma de Rugiero ogni om prese a cercare,
+Il re Agramante e tutte le sue gente,
+Né il re Brunello il volse abandonare;
+E passando il deserto de l'arena
+Gionsero un giorno al monte di Carena.
+
+Quella montagna è grande oltra misura
+E quasi con la cima al celo ascende,
+Al summo de essa ha una bella pianura,
+Che cento miglia o quasi se distende,
+De arbori ombrosa e di bella verdura;
+Per mezo a quella un gran fiume discende,
+Qual giù di monte in monte cade al piano,
+E fa un bel porto al mar de l'oceano.
+
+A lato di quel fiume era un gran sasso,
+Nel mezo di quel pian ch'io vi ho contato
+Quasi alto un miglio dalla cima al basso,
+De un mur di vetro intorno circondato;
+Né da salirvi su si vedde il passo,
+Perché tutto de intorno è dirupato,
+Ma, per quel vetro riguardando un poco,
+Vedeasi un bel giardino entro a quel loco.
+
+Era il vago giardino in su la cima
+De verdi cedri e di palme fronzuto.
+Mulabuferso, ch'ivi è stato in prima
+E non aveva il gran sasso veduto,
+Incontinente prese per estima
+Che per incanto ciò fosse avenuto,
+E che lo incantator detto Atalante
+L'avesse ascoso a gli occhi suoi davante.
+
+Ora per lo annelletto era scoperto,
+Che a sua presenzia ogni incanto guastava,
+Onde ciascun di lor tenne per certo
+Che là Rugier di sopra dimorava.
+Quando Atalante, quel vecchione esperto,
+Vidde la gente che là su mirava,
+Dolente for di modo entra in pensiero
+De aver già perso il paladin Rugiero.
+
+E va de intorno e non sa che si fare
+A ritenere il giovene soprano;
+Sempre piangendo lo attende a pregare
+Che non discenda in modo alcuno al piano.
+Ma il re Agramante pur stava a mirare,
+E tutti gli altri, quel gran sasso in vano;
+Non sa che fare alcun, né che se dire:
+Lì su senza ale non si può salire.
+
+Brunello, il novo re de Tingitana,
+Poi che salire assai se fo provato,
+E che sua forza e sua destrezza è vana,
+Tanto era lisso quel vetro incantato,
+Posesi alquanto in su la terra piana,
+Ed avendo fra sé molto pensato,
+Levossi in piedi e disse: - Iddio ne lodo,
+Ché aver Rugiero ho pur trovato il modo.
+
+Ma bisogna che tutti me aiutati,
+E che il mio dir sia fatto a compimento.
+Cento di voi, sì come seti armati,
+Cominciareti insieme un torniamento,
+E quanto più potete, vi provati
+Mostrar alto valore ed ardimento,
+Urtandovi l'un l'altro alla travaglia
+Con trombe e corni, a guisa di battaglia. -
+
+Dicea ciascun: - Questa è cosa legiera! -
+Ma non sapean comprender la cagione,
+Onde, partiti a canto alla rivera,
+Ciascun sotto sua insegna e suo penone,
+Prima Agramante fece la sua schiera,
+Che ciascuno era re, duca, o barone:
+Cinquanta campïoni usati a guerra
+Sopra a destrier coperti insino a terra.
+
+Ma il re del Garbo e di Bellamarina,
+E il franco re de Arzila e quel de Orano,
+E il giovanetto re de Constantina,
+Il re di Bolga con quel di Fizano,
+Urtarno e lor destrieri a gran ruina
+Contra Agramante con le spade in mano.
+Cinquanta eran costor, né più né meno,
+Ciascun de ardire e di prodezza pieno.
+
+E l'una e l'altra schiera a gran furore
+Scontrarno insieme con molto fracasso,
+Con cridi e trombe, e con tanto romore
+Quanto caduto fosse il celo al basso.
+La schiera de Agramante ebbe il peggiore,
+Perché atterrati furno al primo passo
+Da venti cavallier de la sua gente,
+E de questi altri sette solamente.
+
+E quasi fu pigliata la bandiera,
+Ch'era portata avanti al re di poco,
+E sì stretta era la sembraglia e fiera,
+Che non mostrava, sì come era, un gioco.
+Sobrin di Garbo, la persona altiera,
+Che ha per insegna e per cimero un foco,
+Benché canuto sia forte il vecchione,
+In quel tornero assembra un fier leone.
+
+Ma il re Agramante, che porta il quartero
+Nel scudo e sopravesta azuro e d'oro,
+Sopra di Sisifalto, il gran destriero,
+Se muove furïoso e dà tra loro.
+Mulabuferso, quel forte guerrero,
+Che regge de Fizano il tenitoro,
+Fu da Agramante de uno urto percosso,
+E cadde a terra col destrier adosso.
+
+Ed Agramante per questo non resta,
+Ma per la schiera volta il gran ronzone,
+E gionse Mirabaldo in su la testa,
+E tramortito lo trasse de arcione.
+Questo era re di Borga e di gran gesta:
+La insegna di sua casa era un montone
+Ritratto in campo bianco a bel lavoro;
+Negro è il montone ed ha le corne d'oro.
+
+Lui cadde a terra, e il re non si rafina
+Ferendo intorno e di furore acceso;
+Il re Gualcioto di Bellamarina
+De un colpo abatte alla terra disteso.
+Questo nel scudo avea la colombina,
+Con un ramo de oliva in bocca preso;
+Bianca è la colombina e il scudo nero,
+Ed a tal guisa ancor fatto il cimero.
+
+Facea Agramante prove a meraviglia,
+E benché sia da molti accompagnato,
+Alcun già di prodezza nol simiglia.
+Il re di Tremison gli era da lato,
+Che al scudo d'oro ha la rosa vermiglia:
+Alzirdo il campïone è nominato;
+E Folvo era con seco, il re di Fersa,
+Che ha il scudo azuro e de oro una traversa;
+
+Molti altri ancora che io non vo' contare,
+Che aspetto a dirli poi più per bell'agio:
+E nomi e l'arme lor vo' divisare,
+Quando faranno in Francia il gran passagio.
+Ma voglio nel presente seguitare
+Del torniamento fatto al bel rivagio
+Tra que' re saracini a gran furore,
+Ove mostra Agramante il suo valore.
+
+Alla sinistra e alla destra si volta,
+E questo abatte e quello urta per terra,
+Facendo col destriero aprir la folta,
+E l'uno al braccio e l'altro a l'elmo afferra.
+Tutta sua compagnia stava ricolta,
+E lui soletto fa cotanta guerra:
+Per dimostrar la sua fortezza ed arte
+Gli altri suoi tutti avea tratti da parte.
+
+E prese il re de Arzila nel cimiero,
+Al suo dispetto lo trasse d'arcione;
+E non ritrova re né cavalliero
+Qual seco durar possa al parangone.
+Stava nel sasso a riguardar Rugiero
+Questa sembraglia, a lato a quel vecchione;
+A lato a quel vecchion che l'ha nutrito,
+Stava mirando il giovanetto ardito.
+
+Ma per l'altezza lontano era un poco
+Ove quelle arme son meschiate al piano,
+E per gran doglia non trovava loco,
+Battendo e piedi e stringendo ogni mano;
+Ed avea il viso rosso come un foco,
+Pregando pure il negromante in vano
+Che giù lo ponga, e ripregando spesso,
+Sì che quel gioco più vegga di presso.
+
+- Deh, - diceva Atalante - filiol mio,
+Egli è un mal gioco quel che vôi vedere!
+Stati pur queto e non aver disio
+Tra quella gente armata de apparere;
+Però che il tuo ascendente è troppo rio,
+E, se de astrologia l'arte son vere,
+Tutto il cel te minaccia, ed io l'assento,
+Che in guerra serai morto a tradimento. -
+
+Rispose il giovanetto: - Io credo bene
+Che 'l celo abbia gran forza alle persone;
+Ma se per ogni modo esser conviene,
+Ad aiutarlo non trovo ragione.
+E se al presente qua forza mi tiene,
+Per altro tempo o per altra stagione
+Io converrò fornire il mio ascendente,
+Se tue parole e l'arte tua non mente.
+
+Onde io ti prego che calar mi lassi,
+Sì ch'io veda la zuffa più vicina,
+O che io mi gettarò de questi sassi,
+Trabuccandomi giù con gran roina;
+Ché ognior ch'io vedo per que' lochi bassi
+Sì ben ferir la gente peregrina,
+Serebbe la mia gioia e il mio conforto
+Star seco un'ora, ed esser dapoi morto. -
+
+Veggendo il vecchio quella opinïone,
+Che gire ad ogni modo è destinato,
+Andò di quel giardino ad un cantone,
+Ove un picciol uscietto ha disserrato;
+E menando per mano il bel garzone
+Per una tomba discese nel prato,
+A piè del sasso, a lato alla fiumana,
+Ove si stava il re de Tingitana.
+
+Dico che il re Brunello alla riviera
+Stava soletto ove il vecchio discese,
+E come vidde il giovanetto in ciera,
+Che sia Rugiero subito comprese.
+Mirando il suo bel viso e la maniera,
+La atta persona e l'abito cortese,
+Cognobbe il re Brunel, che è tanto esperto,
+Che era Rugiero il giovane di certo.
+
+E, preso Frontalate, il suo destriero,
+Accorda il speronar bene alla briglia;
+Onde quel, ch'era sì destro e legiero,
+Facea bei salti e grandi a meraviglia.
+A ciò mirando il giovane Rugiero,
+Tanto piacere e tanta voglia il piglia
+De aver quel bel destrier incopertato,
+Che del suo sangue avria fatto mercato.
+
+E pregava Atalante, il suo maestro,
+Che gli facesse aver quel bon ronzone;
+Or, per non vi tener troppo a sinestro,
+E racontarvi la conclusïone,
+Benché Atalante avesse il core alpestro,
+E dimostrasse con molta ragione
+La sua misera sorte al giovanetto,
+Perché e destrieri e l'arme abbia in dispetto,
+
+Lui tal parole più non ascoltava
+Che ascolti il prato che ha sotto le piante,
+Anci di doglia ognior si consumava,
+Mostrando di morirse nel sembiante.
+Onde a sua voglia il vecchio se piegava,
+E come il re Brunel fu loro avante,
+Dimandarno il destriero e guarnimento,
+Per cambio di tesoro a suo talento.
+
+Il re, che fuor di modo era scaltrito,
+Veggendo andare il fatto a suo disegno,
+- Se l'ôr - dicea - del mondo fosse unito,
+Non vi darebbi il mio destrier per pegno,
+Però che un gran passaggio è stabilito,
+Ove ogni cavallier d'animo degno,
+Che desidri acquistar fama ed onore,
+Potrà mostrare aperto il suo valore.
+
+Ora è venuta pur quella stagione
+Che desidrava ciascun valoroso;
+Or vederasse a ponto il parangone
+Di chi vôl loda, e chi vôl stare ascoso.
+Or si vedranno e cor de le persone,
+Qual serà vile, e qual sia glorïoso;
+Chi restarà di qua, come schernito
+Da' fanciulletti fia mostrato a dito;
+
+Però che 'l re Agramante vôl passare
+Contra al re Carlo ed alla sua corona,
+Tutto di velle è già coperto il mare,
+La Africa tutta a furia se abandona.
+Gionto è quel tempo che può dimostrare
+Ciascun suo ardire e sua franca persona;
+Ogni bon cavalliero a tondo a tondo
+Farà di sé parlar per tutto il mondo. -
+
+Mentre che sì parlava il re Brunello,
+Rugier, che attentamente l'ascoltava,
+Più volte avea cangiato il viso bello,
+E tutto come un foco lampeggiava,
+Battendo dentro al cor come un martello:
+E 'l re pur ragionando seguitava:
+- Non se vidde giamai, né in mar né in terra,
+Cotanta gente andare insieme a guerra.
+
+E già trentaduo re sono adunati:
+Ciascun gran gente di sua terra mena;
+Già sono e vecchi e' fanciulletti armati,
+Retien vergogna le femine apena.
+Però, segnor, non vi meravigliati
+Se il mio ronzon, che è di cotanta lena,
+Non voglio darvi a cambio di tesoro,
+Perché io nol venderebbi a peso d'oro.
+
+Ma se io stimassi che tu, giovanetto,
+Restassi per destrier di non venire,
+Insino adesso ti giuro e prometto
+Che de queste armi ti voglio guarnire,
+E donerotti il mio destriero eletto;
+E so che certamente potrai dire,
+Che 'l principe Ranaldo o il conte Orlando
+Non ha meglior ronzon né meglior brando. -
+
+Non stette il giovanetto ad aspettare
+Che Atalante facesse la risposta,
+Come colui che mille anni gli pare
+Di esser sopra lo arcion senz'altra sosta,
+E disse: - Se il destrier mi vôi donare,
+Nel foco voglio intrare a ogni tua posta;
+Ma sopra a tutto te adimando in graccia
+Che quel che far si die', presto si faccia;
+
+Ché là giù vedo quella gente armata,
+Qual tanto ben si prova in su quel piano,
+Che ogni atimo mi pare una giornata
+Di trovarmi tra lor col brando in mano;
+Onde io ti prego, se hai mia vita grata,
+Damme l'armi e il destriero a mano a mano
+Ché, se io vi giongo presto, e' mi dà il core
+O di morire, o de acquistare onore. -
+
+Il re rispose sorridendo un poco:
+- Non si vôl far là giù destruzïone,
+Perché la gente che vedi in quel loco,
+De Africa è tutta ed adora Macone.
+Quello armeggiare è fatto per un gioco,
+E sol si mena il brando di piattone;
+Di taglio, né di ponta non si mena:
+Ciò comandato è sotto grave pena. -
+
+- Damme pur il destriero e l'armatura, -
+Dicea Rugiero - ed altro non curare,
+Però che io ti prometto alla sicura
+Che io saprò come loro il gioco fare.
+Ma tu me indugiarai a notte oscura,
+Prima che io possa a quel campo arivare.
+Male intende colui che in tempo tiene,
+Ché mezo è perso il don che tardi viene. -
+
+Odendo questo il vecchione Atalante,
+Però che era presente a le parole,
+Biastemava le stelle tutte quante,
+Dicendo: - Il celo e la fortuna vôle
+Che la fè di Macone e Trivigante
+Perda costui, che è tra' baroni un sole,
+Che a tradimento fia occiso con pene;
+Or sia così, dapoi che esser conviene. -
+
+Così parlava forte lacrimando
+Quel negromante, e con voce meschine
+Dicea: - Filiolo, a Dio ti racomando! -
+Poi se ascose lì presso tra le spine.
+Ma il giovanetto avea già cento il brando,
+E guarnito era a maglie e piastre fine,
+E preso al ciuffo il bon destriero ardito
+Sopra lo arcion de un salto era salito.
+
+Il mondo non avea più bel destriero,
+Sì come in altro loco io vi contai.
+Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero,
+Più vaga cosa non se vidde mai.
+E, mirando il cavallo e il cavalliero,
+Se penarebbe a iudicare assai
+Se fosser vivi, o tratti dal pennello,
+Tanto ciascuno è grazïoso e bello.
+
+Era il destrier ch'io dico, granatino:
+Altra volta descrissi sua fazone.
+Frontalate il nomava il saracino,
+Qual lo perdette ad Albraca al girone;
+Ma Rugier possa l'appellò Frontino,
+Sin che seco fu morto il bon ronzone;
+Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome,
+Avendo altro segnore ebbe altro nome.
+
+Quel che facesse il giovanetto fiero
+Sopra questo ronzon di che vi conto,
+E come sparpagliasse il gran torniero,
+Quando nel prato subito fu gionto,
+Più largo tempo vi farà mestiero,
+Onde al canto presente faccio ponto;
+E nel seguente conterovi a pieno
+Come il fatto passò, né più né meno.
+
+Canto decimosettimo
+
+Come colui che con la prima nave
+Trovò del navicar l'arte e l'ingegno,
+Prima alla ripa e ne l'onda suave
+Andò spengendo senza vella il legno;
+A poco a poco temenza non have
+De intrare a l'alto, e poi, senza ritegno
+Seguendo al corso il lume de le stelle,
+Vidde gran cose e glorïose e belle;
+
+Così ancora io fin qui nel mio cantare
+Non ho la ripa troppo abandonata;
+Or mi conviene al gran pelago intrare,
+Volendo aprir la guerra sterminata.
+Africa tutta vien di qua dal mare,
+Sfavilla tutto il mondo a gente armata;
+Per ogni loco, in ogni regïone
+È ferro e foco e gran destruzïone.
+
+Assembrava in Levante il re Gradasso,
+In Ponente Marsilio, il re di Spagna,
+Che ad Agramante ha conceduto il passo,
+Ed esso è in mezo giorno alla campagna.
+Tutta Cristianitate anco è in fraccasso,
+La Francia, l'Inghilterra e la Allemagna;
+Né Tramontana in pace se rimane:
+Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.
+
+Tutti vengono adosso a Carlo Mano
+Da ogni parte del mondo, a gran furore;
+Allor fia pien di sangue il monte e il piano,
+E se odirà nel cel l'alto romore;
+Ma nel presente io me affatico in vano,
+Ché a questo fatto io non son gionto ancore,
+E, volendol chiarire, egli è mestiero
+Prima che io conti il tutto di Rugiero.
+
+Il qual lasciai in su il destriero armato,
+Con Balisarda il bon brando al gallone,
+Qua già fu con tale arte fabricato,
+Che taglia incanto ed ogni fatasone;
+Or, perché il fatto ben vi sia contato,
+Che l'intendiati a ponto per ragione,
+Quel torniamento de che vi contai,
+Era nel prato più caldo che mai.
+
+Ché Pinadoro, il re de Constantina,
+E il re di Nasamona, Pulïano,
+Veggendo de Agramante la ruina,
+Qual solo abatte la sua schiera al piano
+(Ché il re di Bolga e di Bellamarina,
+E quel d'Arzila con quel di Fizano,
+Qual d'urto avea atterrato e qual di spada,
+E ben tra gli altri se facea far strada;
+
+E la schiera di lui stava da lato,
+Come tal fatto non toccasse a loro):
+Onde e due franchi re ch'io v'ho contato,
+Io dico Pulïano e Pinadoro,
+Avendo il campo alquanto circondato,
+Ferirno a tutta briglia tra costoro,
+E ferno aprir per forza quella schiera,
+Gettando a terra la real bandiera.
+
+Alla guardia di quella era Grifaldo
+Re di Getula, e 'l re de la Alganzera:
+Bardulasto avea nome quel ribaldo,
+Di cor malvaggio e di persona fiera.
+Né l'un né l'altro al gioco stette saldo:
+Fo lor squarciata in braccio la bandiera,
+E fo Grifaldo tratto de l'arcione
+Da Pulïano a gran confusïone.
+
+E Bardulasto quasi tramortito
+Fu per cadere anch'esso alla foresta;
+Ché Pinadoro, il giovanetto ardito,
+A gran roina il gionse in su la testa;
+Onde, al colpo diverso imbalordito,
+Via ne 'l porta il destriero a gran tempesta;
+E Pinadoro a gli altri se disserra,
+E questo abatte e quello urta per terra.
+
+Gionse alla fronte il forte re di Fersa,
+Fiaccando sopra a l'elmo la corona,
+Che ne andò a terra in più parte dispersa;
+Poi verso Alzirdo tutto se abandona,
+E tramortito al campo lo riversa.
+Questo Alzirdo era re di Tremisona;
+Gettollo a terra il re di Constantina,
+Che sopra al campo mena tal roina.
+
+Fo costui figlio a l'alto re Balante,
+Che da Rugier Vassallo ebbe la morte,
+Vago di faccia e di core arrogante,
+Maggior del patre e più destro e più forte.
+Ora la gente a lui fugge davante,
+Né se ritrova alcun che se conforte
+Di star con seco voluntieri a faccia,
+Ma come capre avante ogniom se caccia.
+
+Il re Agramante non era vicino,
+Ed intendea di tal fatto nïente,
+Però che avea afrontato il re Sobrino,
+E quel se diffendeva arditamente;
+Ma vidde di lontano il gran polvino
+Che menava fuggendo la sua gente.
+Fuggia sua gente a Pinadoro avante:
+Forte turbosse in faccia il re Agramante,
+
+E rivoltato con la spada in mano
+Ne l'elmo a Pinadoro un colpo lassa,
+E tramortito lo distese al piano;
+Ma, mentre che turbato avanti passa,
+Gionse a lui nella coppa Pulïano,
+E la coperta a l'elmo li fraccassa,
+Scendendo sì gran colpo in su le spalle,
+Che quasi il pose del destriero a valle.
+
+Pur, come quel che avea soperchia lena,
+Se tenne per sua forza nello arcione,
+E verso Pulïano il brando mena,
+E qui se cominciò l'aspra tenzone.
+Or, mentre che ciascun più se dimena,
+Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione,
+El re de Arzila, ch'era rimontato,
+Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.
+
+Adosso ad Agramante ogniom si serra,
+E quando l'un promette, e l'altro dona,
+Come fosse mortal l'odio e la guerra;
+Pur che si possa, alcun non se perdona.
+Tutto il cimiero avean gettato a terra
+Ad Agramante e rotta la corona
+Quei cinque re ch'io dissi; ogniom martella,
+Cercando trarlo al fin for della sella.
+
+E certo l'avrian preso al suo dispetto,
+A benché fosse sì franco guerrero,
+Ché avere a far con uno egli è un diletto,
+Ma cinque son pur troppo, a dire il vero.
+Ora vi gionse il forte giovanetto,
+Qual giù callava, io dico il bon Rugiero,
+Che l'arme avea del re de Tingitana;
+Callò la costa e gionse in su la piana.
+
+Come fo gionto, tutto se abandona
+Ove stava Agramante a mal partito;
+Frontino, il bon destrier, forte sperona
+E dà tra loro il giovanetto ardito;
+Gionse alla testa il re di Nasamona,
+E fuor d'arcione il trasse tramortito,
+E toccò dopo lui quel re Fizano;
+Sì come al primo, lo distese al piano.
+
+Alto da terra volta il suo Frontino,
+Che proprio un cervo a' gran salti somiglia;
+Alcun già non cognosce il paladino:
+Che sia Brunello ogniom si meraviglia.
+Ora ecco gionto ha d'urto il re Sobrino,
+Correndo l'uno e l'altro a tutta briglia;
+Ed andò il re Sobrino, a gran fraccasso,
+Il suo destriero e lui tutto in un fasso.
+
+Dopo lui pose a terra Prusïone,
+Quale era re de l'Isole Alvaracchie.
+Come da l'aria giù scende il falcone,
+E dà nel mezo a un groppo di cornacchie:
+Lor, sparpagnate a gran confusïone,
+Cridando van per arbori e per macchie;
+Così tutta la gente in quel torniero
+Fuggia davanti al paladin Rugiero.
+
+Il re de Arzila, io dico Bambirago,
+Fu da Rugier colpito in su la testa;
+Costui portava per cimiero un drago:
+Con quel percosse il capo alla foresta.
+Sempre più viene il giovanetto vago
+Di ben ferire, e menando tempesta
+Pose Tardoco e Marbalusto al piano,
+L'un re de Alzerbe e l'altro re d'Orano.
+
+E Baliverzo, il re di Normandia,
+Fo tratto dello arcione al suo dispetto.
+Quando Agramante e gran colpi vedia,
+Per meraviglia usciva de intelletto,
+Ché 'l re de Tingitana esser credia,
+Per l'arme che avea indosso il giovanetto;
+Ma prima nol tenea gagliardo tanto,
+Or ben li dava di prodezza il vanto.
+
+Perché sappiati il fatto ben compito,
+Ordinato è il torniero a tal ragione,
+Che non poteva alcuno esser ferito,
+Menando tutti e brandi de piatone,
+Ed altrimente a morte era punito
+Chiunque facesse al gioco fallisone.
+Di taglio né di ponta alcun non mena:
+Sapea Rugiero e l'ordine e la pena.
+
+Però menava sol di piatto il brando,
+E gionse il fio d'Almonte, Dardinello,
+Che portava il quarter sì come Orlando,
+E for de arcion lo trasse a gran flagello.
+Dicea Agamante: - A Dio mi racomando,
+Ch'io non credetti mai che quel Brunello
+Un regno meritasse per valore:
+Ma ben serebbe degno imperatore. -
+
+Queste parole diceva Agramante,
+E stavasi da parte a riguardare
+E colpi orrendi e le prodezze tante,
+Quanto potesse alcuno imaginare.
+Ecco Rugiero abatte a lui davante
+Argosto, che armiraglio era del mare,
+Argosto de Marmonda, il pagan fiero,
+Che avea il timone a l'elmo per cimiero.
+
+Gionse Arigalte, il re de l'Amonia,
+E 'l re de Libicana, Dudrinasso,
+E seco Manilardo in compagnia,
+Re di Norizia, e mena gran fraccasso.
+Eran costoro il fior de Pagania,
+Che non curavan tutto il mondo uno asso;
+Veggendo che colui fa tanta guerra,
+Se destinâr di porlo al tutto in terra.
+
+Ciascun percosse il giovanetto franco,
+Ma lui trasse Arigalte de la sella,
+Qual porta senza insegna il scudo bianco,
+E per cimero un capo di donzella.
+Al primo colpo non parbe già stanco,
+Ché Dudrinasso sì forte martella,
+Che gli roppe 'l cimero e la corona,
+E tramortito a terra lo abandona;
+
+Ed avantosse contra a Manilardo,
+Né più de' primi fu questo diffeso;
+Benché tra gli altri assai fusse gagliardo,
+Rimase allora in su il prato disteso.
+Quando Agramante a ciò fece riguardo,
+Fu ben de invidia grande al core acceso,
+Che un altro avesse più di lui valore,
+Stimando assai per questo esser minore.
+
+E destinato veder se Brunello
+Potesse il campo contra a lui durare,
+Mossese ratto, che parbe uno uccello.
+Sopra a Rugiero un colpo lascia andare,
+E gionse di traverso il damigello,
+E quasi il fece a terra trabuccare;
+Ma pur se tenne nello arcion apena,
+Presto se volta ad Agramante e mena.
+
+Era il cimero e la insegna reale
+Tre fusi da filare e una gran rocca;
+Rugier, che gionse il re sopra al frontale,
+Roppe le fuse e a terra lo trabocca.
+A' soi sequaci ciò parbe gran male,
+Onde ciascuno il giovanetto tocca:
+Alzirdo, Bardulasto e Sorridano,
+Ciascun quanto più pô, mena a due mano.
+
+Quel Sorridano è re della Esperia,
+Ove il gran fiume Balcana discende,
+Qual crede alcun che il Nil d'Egitto sia,
+Ma chi ciò crede, poco se n'intende.
+Or questi tre che io dissi, tuttavia
+Ciascun quanto più pô Rugiero offende;
+Chi di qua chi di là mena tempesta,
+L'un per le braccie e l'altro per la testa.
+
+Voltosse verso Alzirdo il pro' Rugiero,
+E quel ferì de un colpo sì diverso,
+Che a gambe aperte il trasse del destriero;
+Poi mena a Sorridano un gran roverso,
+E lui distese sì come il primiero.
+Allor fu Bardulasto tutto perso,
+Né gli bastando d'affrontarsi il core
+Venne alle spalle il falso traditore;
+
+E ferì de una ponta nel costato
+Quel franco giovanetto a tradimento.
+Quando Rugier si sente innaverato,
+Forte adirosse e non prese spavento;
+E verso Bardulasto rivoltato,
+Lo vidde ritornar di mal talento
+Per donarli la morte a l'altro tratto;
+Ma non andò come credette il fatto.
+
+Ché, rivoltato essendo a lui Rugiero,
+Non lo sofferse di guardare in faccia,
+Che era in sembianza sì turbato e fiero,
+Che par che al mondo e 'l cel tutto minaccia;
+Onde esso, rivoltato il suo destriero,
+Fuggendo avante a lui si pose in caccia.
+Rugiero il segue, e sembra una saetta,
+Cridando: - Volta! volta! Aspetta! aspetta! -
+
+Ma quel, che non volea ponto aspettare,
+Giva ad un bosco assai quindi vicino,
+Credendo di nascondersi e campare;
+Ma troppo corridore era Frontino.
+Non valse a Bardulasto il speronare,
+Ché presso al bosco il gionse il paladino,
+Là dove al suo dispetto essendo gionto,
+Venne animoso a quello estremo ponto;
+
+E rivoltato con molto furore
+Menò più colpi in vano al giovanetto,
+Ma durò la battaglia poco d'ore,
+Ché presto fu partito insino al petto.
+Così il re de Algazera traditore
+Rimase morto a canto a quel boschetto;
+Rugier, spargendo il sangue for del fianco,
+A poco a poco quasi venìa manco.
+
+Ma per pigliare a ciò rimedio e cura
+Tornava al sasso dove era Atalante,
+Il qual sapea de l'erbe la natura
+E le virtute e l'opre tutte quante;
+Onde di cavalcar ben se procura
+Per ritrovarsi presto a lui davante,
+Ché tanto la ferita lo adolora,
+Che non bisogna far lunga dimora.
+
+Così ne andò Rugier, che era ferito;
+E gli altri che restarno al torniamento,
+Non se accorgevan che fosse partito,
+Tanto gli avea percossi alto spavento.
+Ma il re Agramante tutto sbigotito
+A destrier rimontò con gran tormento,
+Perché avea di vergogna un tal sconforto,
+Che avria pena minore ad esser morto.
+
+Or lasciamo costor tutti da parte,
+Ché nel presente ne è detto a bastanza,
+Però che il conte Orlando e Brandimarte
+Mi fa bisogno di condurli in Franza,
+Accioché queste istorie che son sparte,
+Siano raccolte insieme a una sustanza;
+Poi seguiremo un fatto tanto degno
+Quanto abbia libro alcuno in suo contegno.
+
+Andava Brandimarte e il conte Orlando
+Per ritrovare Angelica al girone,
+Sì come io vi contava alora quando
+Lasciò Ranaldo Astolfo con Dudone;
+Or là ritorno e dico, seguitando,
+Che in diversi paesi e regïone
+Per aventure strane ebber che fare,
+Come io vi voglio a ponto racontare.
+
+Insieme cavalcando una matina;
+In India, se trovarno ad un gran sasso,
+Ove presso a una fonte una regina
+Tenea piangendo forte il viso basso;
+Sopra ad un ponte che quivi confina,
+Guardava un cavalliero armato il passo.
+Fermârsi e duo baron, pur con pensiero
+Di aver battaglia con quel cavalliero.
+
+Ma ciascun d'essi, io dico il paladino
+E Brandimarte, in prima volea gire;
+E, standosi in contesa, un peregrino
+Col suo bordone in man vedon venire.
+Quel mostrava aver fatto un gran camino,
+E passandosi via senz'altro dire,
+Più non pensando, al ponte se ne entrava,
+Ma il cavallier di là forte cridava:
+
+- Tòrnati adietro, se non vôi morire,
+Tòrnati adietro, - cridava - poltrone,
+Ché non è cavallier di tanto ardire,
+Qual commettesse questa fallisone!
+Se tu non torni, io te farò partire
+Con sì fatto combiato, vil giottone,
+Che mai non vederai ponte né sasso
+Qual non te torni a mente questo passo. -
+
+Il peregrin, mostrandosi tapino,
+Dicea: - Baron, per Dio! lasciami andare,
+Ch'io aggio un voto al tempio de Apollino,
+Il quale è in Sericana a lato al mare.
+Se un altro ponte qua fosse vicino,
+Ove questa acqua si possa vargare,
+E me lo mostri, io te ringrazio e lodo;
+Se non, qua passar voglio ad ogni modo. -
+
+- Come "a ogni modo", schiuma di cucina! -
+Rispose il cavallier forte adirato,
+E verso lui se mosse con ruina,
+Per averlo del ponte trabuccato;
+Ma il peregrin, gettando la schiavina,
+Di sotto si scoperse tutto armato;
+Lasciando andare a terra il suo bordone,
+Trasse con furia un brando dal gallone.
+
+E' non se vidde mai livrer né pardo,
+Il qual levasse sì legiero il salto,
+Come faceva il peregrin gagliardo,
+E quanto il cavallier sempre è tanto alto.
+Né questo a quello avea ponto riguardo,
+Ma con feroce e dispietato assalto
+L'un l'altro avea ferito in parte assai,
+E pur van drieto e non s'arrestan mai.
+
+Il cavallier smontato era de arcione,
+Temendo che il destrier gli fosse occiso,
+E, se non fosse sì forte barone,
+Dal peregrin serìa stato conquiso.
+Ciò riguardando il figlio di Melone
+E Brandimarte, fo ben loro aviso
+Non aver visti al mondo duo guerrieri
+Che sian de questi più gagliardi e fieri.
+
+E benché a ciascun d'essi un'altra volta
+Sembri aver visto il peregrino altronde,
+Lo abito strano e la gran barba e folta
+Non gli lascia amentare il come o il donde.
+Or la battaglia è ben stretta e ricolta,
+Né abatte il vento sì spesso le fronde,
+Né si spessa la neve o pioggia cade,
+Come son spessi e colpi de le spade.
+
+Il peregino ognior del ponte avanza,
+Come colui che a meraviglia è fiero,
+Ed era de alto ardire e gran possanza,
+Onde avea già ferito il cavalliero
+Nel braccio, nella testa e nella panza,
+Sì che ritrarsi gli facea mestiero;
+E benché ancor mostrasse ardita fronte,
+Pur se ritrava abandonando il ponte.
+
+Era di là dal ponte una pianura
+Intorno al sasso di quella fontana;
+Quivi era un marmo de una sepoltura,
+Non fabricata già per arte umana,
+E sopra, a lettre d'oro, una scrittura,
+La qual dicea: ' Bene è quella alma vana,
+Qual s'invaghise mai del suo bel viso;
+Quivi è sepolto il giovane Narciso.'
+
+Narciso fu in quel tempo un damigello
+Tanto ligiadro e di tanta bellezza,
+Che mai non fu ritratta con pennello
+Cosa che avesse in sé cotal vaghezza;
+Ma disdegnoso fu come fu bello,
+Però che la beltate e l'alterezza
+Per le più volte non se lascian mai,
+Dil che perita è gran gente con guai:
+
+Sì come la regina de Orïente
+Amando il bel Narciso oltra misura,
+E trovandol crudel sì de la mente,
+Che di sua pieta o di suo amor non cura,
+Se consumava misera, dolente,
+Piangendo dal matino a notte oscura,
+Porgendo preghi a lui con tal parole,
+Che arian possanza a tramutare il sole.
+
+Ma tutte quante le gettava al vento,
+Perché il superbo più non l'ascoltava
+Che aspido il verso de lo incantamento,
+Onde ella a poco a poco a morte andava,
+E gionta infin allo ultimo tormento
+Il dio d'Amore e tutto il cel pregava,
+Ne gli estremi sospir piangendo forte,
+Iusta vendetta a la sua iniusta morte.
+
+E ciò gli avenne, però che Narciso
+Alla fontana, de che io ve contai,
+Cacciando un giorno fo gionto improviso,
+E corso avendo dietro a un cervo assai,
+Chinosse a bere, e vide il suo bel viso,
+Il qual veduto non avea più mai;
+E cadde, riguardando, in tanto errore,
+Che de se stesso fu preso d'amore.
+
+Chi odì giamai contar cosa sì strana?
+O iustizia de Amor, come percote!
+Or si sta sospirando alla fontana,
+E brama quel che avendo aver non pote.
+Quell'anima che fu tanto inumana,
+A cui le dame ingenocchion devote
+Si stavano adorar come uno Dio,
+Or mor de amore in suo stesso desio.
+
+Esso, mirando il suo gentile aspetto,
+Che di beltate non avea pariglio,
+Se consumava di estremo diletto,
+Mancando a poco a poco, come il ziglio
+O come incisa rosa, il giovanetto,
+Sin che il bel viso candido e vermiglio
+E gli occhi neri e 'l bel guardo iocondo
+Morte distrusse, che destrugge il mondo.
+
+Quindi passava per disaventura
+La fata Silvanella a suo diporto,
+E dove adesso è quella sepoltura
+Iacea tra' fiori il giovanetto morto.
+Essa, mirando sua bella figura,
+Prese piangendo molto disconforto,
+Né se sapea partire; e a poco a poco
+Di lui s'accese in amoroso foco.
+
+Benché sia morto, pur di lui s'accese,
+Avendo di pietate il cor conquiso,
+E lì vicino a l'erba se distese,
+Baciando a lui la bocca e il freddo viso,
+Ma pur sua vanitate al fin comprese,
+Amando un corpo dal spirto diviso,
+E la meschina non sa che si fare:
+Amar non vôle, e pur conviene amare.
+
+Poi che la notte e tutto l'altro giorno
+Ebbe la fata consumato in pianto,
+Un bel sepolcro di marmoro adorno
+In mezo il prato fece per incanto;
+Né mai poi se partitte ivi de intorno,
+Piangendo e lamentando, infino a tanto
+Che a lato alla fontana in tempo breve
+Tutta se sfece, come al sol la neve.
+
+Ma per aver ristoro o compagnia
+A quel dolor che a morte la tirava,
+Struggendosi de amor, fu tanto ria,
+Che la fontana in tal modo affatava,
+Che ciascun, qual passasse in quella via,
+Se sopra a l'acqua ponto rimirava,
+Scorgea là dentro faccie di donzelle,
+Dolce ne gli atti e grazïose e belle.
+
+Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia,
+Che chi le vede, mai non può partire,
+Ma in fin convien che amando se disfazia,
+Ed in quel prato è forza de morire.
+Ora ivi arivò già per sua disgrazia
+Un re gentile, accorto e pien d'ardire,
+Quale era in compagnia de una sua dama:
+Lei Calidora e lui Larbin si chiama.
+
+Essendo questo alla fonte arivato,
+E dello incanto non essendo accorto,
+Per la falsa sembianza fu ingannato,
+E sopra l'erbe ivi rimase morto.
+La dama, che l'avea cotanto amato,
+Abandonata de ogni suo conforto,
+Si pose a lacrimare in quella riva,
+E star si vôle insin che serà viva.
+
+Questa è la dama che piangeva al sasso,
+E il ponte al cavallier facea guardare,
+Accioché ogni altro che arivava al passo
+Non se potesse a quel fonte mirare.
+Da poi che il suo Larbin dolente e lasso
+Per quello incanto vidde consumare,
+Pietà gli prese de ogni altra persona,
+E stassi al fonte, e mai non l'abandona.
+
+E questa istoria, quale io v'ho contata,
+Del bel Narciso e di sua morte strana,
+Lei tutta la narrò, come era stata,
+Al conte Orlando presso alla fontana,
+Poscia che vidde la disconsolata
+Alla battaglia orribile e inumana
+Quel franco peregrino esser sì forte,
+Che al suo barone avria dato la morte.
+
+Temendo che sia morto il suo barone,
+Aiuto o pace dimandava al conte,
+Mostrando a lui che per compassïone
+De ogni altra gente fa guardare il ponte;
+Onde a bona drittura di ragione
+Non debbe il cavallier ricevere onte,
+Qual non dimora là per fellonia,
+Ma per campare altrui da morte ria.
+
+Cognosce il conte che ella dice il vero,
+Però ben presto se trasse davante,
+E tra quel peregrino e il cavalliero
+Spartì la fiera zuffa in uno istante;
+Poi, riguardando a lor con più pensiero,
+Cognobbe che l'uno era Sacripante
+E l'altro, che in più parte fu ferito,
+Era Isolieri, il giovanetto ardito;
+
+Qual, per guardare a Calidora il passo,
+Insin di Spagna a l'India era venuto,
+Che pur pensando al gran camin son lasso;
+Amor l'avea condutto e ritenuto.
+Ma Sacripante andava al re Gradasso,
+Da Angelica mandato per aiuto,
+Come io vi dissi alora che Brunello
+A lui tolse il destriero, a lei lo anello.
+
+Alor contai come prese il camino:
+Non so se a ponto ben lo ricordati,
+Che l'abito pigliò di peregrino.
+Avendo già più regni oltra passati,
+Gionse alla fonte in su questo confino.
+Segnor, che intorno e mei versi ascoltati,
+Se alcun de voi de odire ha pur talento,
+Ne l'altro canto io lo farò contento.
+
+Canto decimottavo
+
+Fo glorïosa Bertagna la grande
+Una stagion per l'arme e per l'amore,
+Onde ancora oggi il nome suo si spande,
+Sì che al re Artuse fa portare onore,
+Quando e bon cavallieri a quelle bande
+Mostrarno in più battaglie il suo valore,
+Andando con lor dame in aventura;
+Ed or sua fama al nostro tempo dura.
+
+Re Carlo in Franza poi tenne gran corte,
+Ma a quella prima non fo sembïante,
+Benché assai fosse ancor robusto e forte,
+Ed avesse Ranaldo e 'l sir d'Anglante.
+Perché tenne ad Amor chiuse le porte
+E sol se dette alle battaglie sante,
+Non fo di quel valore e quella estima
+Qual fo quell'altra che io contava in prima;
+
+Però che Amore è quel che dà la gloria,
+E che fa l'omo degno ed onorato,
+Amore è quel che dona la vittoria,
+E dona ardire al cavalliero armato;
+Onde mi piace di seguir l'istoria,
+Qual cominciai, de Orlando inamorato,
+Tornando ove io il lasciai con Sacripante,
+Come io vi dissi nel cantare avante.
+
+Dapoi che il conte intese dove andava
+Re Sacripante, ed ove era venuto,
+E come in tema Angelica si stava
+Non aspettando d'altra parte aiuto,
+Il franco cavallier ben sospirava,
+E tutto se cambiò nel viso arguto;
+E senza fare al ponte altro pensiero,
+Calidora lasciò con Isoliero.
+
+E Sacripante prese la schiavina
+E la tasca e il cappello e il suo bordone;
+Al re Gradasso via dritto camina.
+Ma torno adesso al figlio di Melone,
+Che cavalcando gionse una matina
+Con Brandimarte ad Albraca il girone;
+Ma non san come far quivi l'intrata,
+Cotanta gente intorno era acampata.
+
+Torindo, il re de' Turchi, e 'l Caramano
+Quivi era in campo, e 'l re di Santaria
+E Menadarbo, il quale era Soldano,
+Che tenne Egitto e tutta la Soria;
+Coperto era a trabacche e tende il piano:
+Non se vidde giamai tanta genia;
+Solo adunata è quella gente fella
+Per donar pena e morte a una donzella.
+
+Ma chi per una e chi per altra iniuria
+Intorno a quella dama era attendato;
+Torindo il Turco menava tal furia
+Per Trufaldino, il qual fo spregionato;
+E Menadarbo, quel Soldan, lo alturia,
+Però che fo gran tempo inamorato
+De Angelica la bella; e sempre mai
+Ebbe repulsa e beffe e scorni assai.
+
+Onde l'amore avea in odio rivolto,
+E sol per disertarla venuto era.
+Veggendo Orlando il gran popolo accolto,
+Che avea coperto il piano e la costiera,
+Benché egli ardisse e disïasse molto
+Di far battaglia più che voluntiera,
+Tanto vedere Angelica li piace
+Che provar volse di passare in pace.
+
+Però se ascose in un bosco vicino,
+E là si stette insino a notte oscura,
+Poi, come quel che ben sapea il camino,
+Intrò dentro alla rocca alla sicura.
+Quando la dama vidde il paladino,
+Di tutto il mondo ormai non ha più cura;
+Non dimandati se ella ebbe conforto,
+Perché certo credea che 'l fusse morto.
+
+Molte fôr le carezze e l'accoglienza
+Che Angelica li fece a quel ritorno.
+Il conte di narrarle indi comenza
+Poscia che se partitte il primo giorno,
+Insin che è gionto nella sua presenza;
+Come trovò Marfisa e perse il corno,
+E de Origille quelle beffe tante,
+Sin che in prigion lo pose Manodante;
+
+Come Ranaldo quindi era partito
+Per gire in Franza, ed Astolfo e Dudone;
+E ciò che prima e poscia era seguito
+Li disse Orlando a ponto per ragione.
+La dama, benché il tutto avesse odito,
+Pure ascoltando che il figlio d'Amone
+Era tornato in Franza al suo paese,
+De rivederlo ancor tutta se accese.
+
+Onde cominciò il conte a confortare,
+Mostrando a lui per diverse cagione
+Come doveva in Francia ritornare;
+E che ormai più dentro a quel girone
+Non è vivanda che possa durare,
+Sì che star non vi può lunga stagione,
+Ed è bisogno aritrovar rimedio
+Onde si campi for di quello assedio.
+
+E che ella seco ne volea venire,
+Ove ad esso piacesse, in ogni loco.
+Or quivi non fu già molto che dire,
+Né il conte vi pensò troppo né poco;
+Ma quella notte se ebbero a partire,
+E nella rocca in molte parte il foco
+Lasciarno, che alle torre e nei merli arda,
+Per dimostrar che ancor vi sia la guarda.
+
+E poi per l'aria scura e tenebrosa
+Tutto passarno senza impaccio il campo;
+Ma possa che ogni stella fu nascosa,
+E del giorno vermiglio apparbe il lampo,
+Non gli coprendo ormai la notte ombrosa,
+Pigliâr rimedio ed ordine al suo scampo:
+Tutta lor compagnia forse è da venti,
+Tra dame e cavallieri e lor sargenti.
+
+E questa alora tutta se disparte,
+Chi qua, chi là, ciascuno a suo comando;
+Rimase Fiordelisa e Brandimarte
+Ed Angelica bella e il conte Orlando.
+Or questi quattro se trasse da parte,
+E tutto il giorno appresso cavalcando
+Ne andarno insino a l'ora della nona
+Senza trovare impaccio de persona.
+
+Essendo alora il giorno riscaldato,
+Ciascadun de essi del destrier discese
+Sotto l'ombra de un pin, ad un bel prato,
+Ma non che se spogliasse alcun l'arnese;
+E, stando il conte e Brandimarte armato,
+Né temendo ormai più de altre offese,
+Stavano ad agio parlando d'amore,
+Quando a sue spalle odirno un gran rumore.
+
+Onde levati, un poco di lontano
+Videro una gran gente a belle schiere,
+Che via ne vien distesa per il piano,
+Ed ha spiegato al vento le bandiere.
+Questo era Menadarbo, il gran Soldano,
+E 'l re de' Turchi e l'altre gente fiere,
+Che avean l'assedio a quella rocca intorno,
+Anci l'han presa ed arsa pur quel giorno.
+
+Perché, essendo aveduti la mattina
+Che più persona non era in quel loco,
+Intrarno tutti dentro con roina,
+La bella rocca abandonarno in foco;
+Poi Menadarbo al tutto se destina
+Aver la dama e di farli un mal gioco,
+E Torindo gli è dietro e 'l Caramano,
+E tutti gli altri poi di mano in mano.
+
+Quando se accorse Orlando de la gente
+Che ratta ne venìa per la pianura,
+Turbosse for di modo nella mente,
+Però che de le dame avea paura;
+Ma Brandimarte se cura nïente,
+Anci diceva al conte: - Or te assicura
+Che, piacendoti far quel che io te dico,
+Quella canaglia non estimo un fico.
+
+Io ho, come tu vedi, un bon destriero,
+Quanto alcun altro che n'abbia il Levante,
+E non è tra costor già cavalliero,
+Che ad un per uno io non li sia bastante.
+Quivi voglio arrestarmi in su il sentiero;
+Tu con le dame passarai avante,
+Io con parole e fatti sì faraggio
+Che prenderai andando alcun vantaggio. -
+
+A benché il conte cognoscesse a pieno
+Che quello è vero e bon provedimento
+Qual dice Brandimarte, nondimeno
+Lo abandonarlo parria mancamento;
+Ma pur rivolse ne la fine il freno,
+Per far di questo quel baron contento;
+In mezo a le due dame avanti passa,
+E Brandimarte in su quel prato lassa.
+
+La gente sterminata ne venìa
+Per la campagna senza alcun riguardo;
+Secondo che il destrier ciascun avia,
+Chi giongeva più presto, e chi più tardo;
+Ma avanti a gli altri il re di Satalia
+Venìa, broccando un gran ronzon leardo;
+Sopra la briglia già non se ritiene,
+Più de una arcata avanti a gli altri viene.
+
+Sembrava proprio al corso una saetta
+Quel re, che era appellato Marigotto;
+E Brandimarte stava alla vedetta.
+Come lo scorse ben, disse di botto:
+"Costui ha di morire una gran fretta,
+Ché avanti a gli altri vôl pagare il scotto."
+Così dicendo e crollando la testa
+Sprona il destriero e la sua lancia arresta.
+
+E Marigotto fece il simigliante:
+Verso di questo venne, e l'asta abassa;
+Ma Brandimarte, che 'l gionse davante,
+Dopo alle spalle con la lancia il passa;
+E d'urto dapoi gionse lo afferante,
+E con ruina a terra lo fraccassa,
+Là dove Marigotto e 'l suo ronzone
+Ne andarno in fascio, a gran destruzïone.
+
+Già Brandimarte avea sua spata tratta,
+E dà tra gli altri senza alcun riparo.
+Oh come bene intorno se sbaratta,
+Facendo de lor pezzi da beccaro!
+Onde alla gente che venìa sì ratta,
+Cominciava il terreno a parer caro,
+E non mostrano ormai cotanta fretta,
+Ché più che voluntier l'un l'altro aspetta.
+
+Ma Menadarbo vi gionse, adirato
+Che un sol barone arresti tanta gente,
+E stringendo la lancia al destro lato
+Ne vien spronando il suo destrier corrente;
+E colse Brandimarte nel costato,
+Ma de arcione il piegò poco o nïente:
+La lancia rotta in pezzi cade a terra,
+E Brandimarte adosso a lui si serra.
+
+Levando alto a due mano il brando nudo,
+Mena con furia al mezo della testa.
+Or lui coperto avea l'elmo col scudo:
+Né l'un né l'altro quel gran colpo arresta,
+Ché il scudo e l'elmo ruppe il brando crudo,
+E cadde Menadarbo alla foresta,
+Partito dalla fronte insino ai denti;
+Or vi so dir che gli altri avean spaventi.
+
+Ma non di manco gli stavano intorno,
+E chi lancia da longi e chi minaccia.
+Poco gli stima il cavalliero adorno,
+Ed ora questi ed or quelli altri caccia;
+Così gran parte è passata del giorno,
+Perché la gente che seguia la traccia
+Crescendo ne venìa di mano in mano:
+Ecco gionto è Torindo e il Caramano.
+
+Prima gionse Torindo a gran baldanza:
+Con l'asta bassa Brandimarte imbrocca,
+E spezzò sopra al scudo la sua lanza;
+Ma Brandimarte ad una spalla il tocca,
+E quasi lo partì insino alla panza,
+E dello arcione a terra lo trabocca.
+Vedendo quel gran colpo il Caramano
+Volta il destriero e fugge per il piano.
+
+Ma quel fuggire avria poco giovato,
+Se non avesse avuto a volar piume.
+Venne la notte, e il giorno era passato,
+Né per quel loco si vedea più lume;
+E 'l Caramano avanti era campato,
+Natando per paura un grosso fiume;
+Poi molte miglia per le selve ombrose
+Andò fuggendo ed al fin se nascose.
+
+E Brandimarte, che l'avea seguito
+Cacciando a tutta briglia il suo destriero,
+Dapoi che vide ch'egli era fuggito
+E che a pigliarlo non era mestiero,
+Guardando al prato dove era partito
+Non vi sa più tornare il cavalliero,
+Perché la notte che ha scacciato il giorno
+Avea oscurato per tutto d'intorno.
+
+Intrato adunque per la selva alquanto,
+E non sapendo mai di quella uscire,
+Smontò di sella e trassese da un canto,
+Sopra alle fronde se pose a dormire;
+Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto,
+Qual quindi presso li parve de odire,
+E sembrava la voce de una dama,
+Che a Dio mercede lacrimando chiama.
+
+Chi sia la dama qual mena tal guai,
+Poi oderiti stando ad ascoltare.
+Ma sia de Brandimarte detto assai,
+Ché al conte Orlando mi convien tornare,
+Il qual, partito come io vi contai,
+Verso Ponente prese a caminare,
+Né passato era avanti oltre a sei miglia,
+Che ebbe travaglia e pena a meraviglia.
+
+Però che, intrato essendo in duo valloni,
+Chinandosi già il sole in ver la sera,
+Trovò sopra a que' sassi e Lestrigioni,
+Gente crudele e dispietata e fiera.
+Costoro han denti ed ungie de leoni,
+Poi son come gli altri omini alla ciera,
+Grandi e barbuti e con naso di spana:
+Bevono il sangue e mangian carne umana.
+
+Il conte entrato gli vede a sedere
+Ad una mensa che è posta tra loro,
+E sopra quella da mangiare e bere,
+Con gran piatti d'argento e coppe d'oro.
+Come ciò scorse Orlando, a più potere
+Sprona il ronzon per giongere a costoro,
+E ben seguìto lo tenean le dame,
+Ché l'una più che l'altra ha sete e fame.
+
+Via van trottando per giongere a cena,
+Ma prestamente fia ciascuna sacia.
+Or vanne il conte, e con faccia serena
+A que' ribaldi disse: - Pro vi facia.
+Poi che fortuna a tale ora mi mena
+In questo loco, prego che vi piacia
+Per li nostri dinari, o in cortesia,
+Che siamo a cena vosco in compagnia. -
+
+Il re de' Lestrigoni, Antropofàgo,
+Odendo le parole levò il muso.
+Questo avea gli occhi rossi come un drago,
+E tutto di gran barba il viso chiuso;
+De veder gente occisa è troppo vago,
+Come colui che tutto il tempo era uso
+Matina e sera di farne morire,
+Per divorarli e il suo sangue sorbire.
+
+Quando costui odì il conte parlare,
+Veggendolo a destriero e bene armato,
+Dubitò forse nol poter pigliare,
+Onde li fece loco a sé da lato,
+Pregando che volesse dismontare;
+Ma il conte aveva già deliberato,
+Se lo invitasse, de accettar lo invito,
+Se non, pigliar da cena a ogni partito.
+
+Onde discese de il destriero al basso,
+Ma non se assetta, le dame aspettando,
+Le qual venian però più che di passo.
+Ora odì il conte lor, che mormorando
+Dicevan l'uno a l'altro: - Egli è ben grasso. -
+E quel rispose: - Io nol so, se non quando
+Io il vedo a rosto, o ver quand'io l'attasto;
+E sapròl meglio se io ne piglio un pasto. -
+
+Non attendeva Orlando a tal sermone,
+Come colui che alle dame guardava,
+Ma in questo Antropofàgo il Lestrigone
+Da mensa pianamente se levava,
+E, preso avendo in mano un gran bastone,
+Venne alle spalle del conte di Brava,
+E sopra l'elmo ad ambe mano il tocca,
+Sì che disteso a terra lo trabocca.
+
+Molti altri se aventarno anco di fatto
+Verso le dame dai visi sereni,
+Perché volevan tutti ad ogni patto
+Aver di quella carne e corpi pieni;
+Ma lor, che se smarirno di quello atto,
+Voltarno incontinente i palafreni,
+E l'una in qua e l'altra in là fuggiva;
+La mala gente apresso le seguiva.
+
+Givan piangendo e lamentando forte
+Le damigelle con molta paura,
+E, non essendo nel paese scorte,
+Andarno errando per la selva oscura.
+Tornamo al conte, che è presso alla morte:
+Già tratta gli han di dosso l'armatura,
+E non è ancora in sé ben rinvenuto
+Per il gran colpo che ha nel capo avuto.
+
+Antropofàgo, il re crudo e superbo,
+Gli pose adosso il dispietato ungione,
+Dicendo a gli altri: - Questo è tutto nerbo:
+Da gli occhi in fora non c'è un buon boccone. -
+Sentendo Orlando lo attastare acerbo,
+Per quella doglia uscì de stordigione,
+E saltò in piede il cavallier soprano;
+Come a Dio piacque, a lor scappò di mano.
+
+Dietro gli è il re con molti Lestrigoni,
+Cridando a ciascadun ch'e passi chiuda;
+Chi gli tra' sassi, e chi mena bastoni:
+Tutta gli è adosso quella gente cruda,
+Né lo lascia partir de que' cantoni.
+Ora ecco ha vista Durindana nuda,
+Che avean lasciata quei ribaldi a terra;
+Ben prestamente il conte in man l'afferra.
+
+Quando se vidde la sua spada in mano,
+Pensati pur tra voi se il fo contento.
+Ove se imbocca quel vallone a piano,
+Eran firmati di costor da cento,
+Tutti di viso ed abito villano;
+Né scudo o brando o altro guarnimento,
+Ma pelle d'orsi e di cingiali in dosso
+Avea ciascun, e in mano un baston grosso.
+
+Il conte Orlando tra costor se caccia,
+Menando il brando a dritto ed a roverso,
+E l'un getta per terra, e l'altro amaccia,
+Questo per lungo e quel taglia a traverso;
+Spezza e bastoni e seco ambe le braccia,
+Ma quel rio populaccio è sì perverso
+Che, avendo rotto e perso e piedi e mane,
+Morde co' denti, come fa lo cane.
+
+Convien che spesso il conte se ritorza,
+Perché ciascun de intorno l'aggraffava.
+Ora il suo re, sì come avea più forza,
+Maggior baston de gli altri assai portava,
+Ed era tutto armato de una scorza;
+Giù per la barba gli cadea la bava,
+Che colava di bocca e del gran naso,
+Come un cane arabito, a quel malvaso.
+
+Più di tre palmi sopra gli altri avanza
+Questo re maledetto che io vi conto;
+Orlando lo assalì con gran possanza,
+E dritto a mezo il capo l'ebbe gionto;
+Callò il brando nel petto e nella panza,
+Sì che in due parte lo divise a ponto,
+E cadde da due bande alla foresta;
+Il conte dà tra gli altri e non s'arresta.
+
+E fece un tal dalmaggio in poco de ora,
+Che di quella canaglia maledetta
+Non vi è persona che faccia dimora
+Avanti al conte: tristo chi lo aspetta!
+Perché col brando in tal modo lavora,
+Che non si trova né pezzo né fetta
+De alcun, che morto al campo sia rimaso,
+Qual sia maggior che prima fosse il naso.
+
+Onde lui restò solo in quel vallone,
+Ed era il giorno quasi tutto spento,
+Quando esso se adobbò sue guarnisone;
+E di mangiare avendo un gran talento,
+Venne alla mensa, a quelle imbandisone,
+Le qual mirando quasi ebbe spavento,
+Però che quelle gente disoneste
+Cotte avean bracie umane e piedi e teste.
+
+Ben vi so dir che gli fuggì la fame
+A quel convito dispietato e fiero,
+Se ben ne avesse avuto maggior brame.
+Ma torna adietro e prende il suo destriero,
+Deliberato di cercar le dame,
+Ché ritrovarle avea tutto il pensiero.
+E diceva piangendo: "Or chi me aiuta
+Forza né ardir, se mia dama è perduta?
+
+Se mia dama è perduta, or che mi vale
+Aver morto costor dal brutto viso?
+Che se io non la ritrovo, era men male
+Esser da lor con quei bastoni occiso.
+O Patre eterno! o Re celestïale!
+O Matre del Segnor del paradiso!
+Datime presto l'ultimo conforto,
+Ch'io la ritrovi, o che io presto sia morto."
+
+Piangendo il conte parlava così,
+Come io vi ho detto, e nella selva intrò;
+Errando andò per quella in sino al dì,
+Ma ciò ch'el va cercando non trovò.
+Essendo l'alba chiara, ed ello odì
+Cridar: - Va là! va là! ché ella non può
+Scappare ormai più fuora di quel passo,
+Ché là davanti è ruïnato il sasso. -
+
+Dricciosse Orlando ove colui favella,
+E presto del cridar vidde lo effetto,
+Perché cognobbe quella gente fella
+De' Lestrigoni, il popol maledetto,
+Che avean cacciata Angelica la bella
+Ove se era condutta al passo stretto,
+Che arendersi bisogna a chi la caccia,
+O roïnarsi da ducento braccia.
+
+Quando la vidde il conte a tal periglio,
+Non dimandati se fretta menava.
+Era per ira in faccia sì vermiglio,
+Che poco longi un foco dimostrava.
+Urtò il destriero e al brando diè di piglio,
+E quel de intorno a gran furia menava,
+Lasciando ove giongeva un tal segnale,
+Che per guarirlo medico non vale.
+
+Eran costor che io dico, da quaranta,
+Che avean stretta la dama in su quel sito,
+Né già de tutti quanti un sol si vanta
+Che senza la sua parte sia partito.
+Se la canaglia fosse due cotanta,
+Ciascuno a bon mercato era fornito
+Di squarci per la testa e per la faccia:
+A chi troncò le gambe, a chi le braccia.
+
+Angelica fu scossa in questa via,
+La quale era fuggita in ver ponente;
+Ma Fiordelisa, che a levante gìa,
+Pur fu seguita ancor da questa gente.
+Tutta la notte la brigata ria
+L'avea cacciata, sino al sol nascente,
+E proprio l'ha condutta in quella parte
+Ove dormiva il franco Brandimarte.
+
+Ella piangendo a Dio se accomandava,
+Ed era già sì stracco il palafreno,
+Che, pur fuggendo, indarno il speronava.
+De Lestrigoni intorno il bosco è pieno,
+Ché ciascun de pigliarla procacciava,
+Onde essa di paura venìa meno,
+E già, ponendo il corpo per perduto,
+A Dio per l'alma adimandava aiuto.
+
+Già riluceva alquanto pure il giorno,
+Come io vi dissi, e l'alba era schiarita,
+E Brandimarte, il cavalliero adorno,
+Dormia lì presso in su l'erba fiorita,
+Onde svegliosse; e guardando de intorno
+Vidde la dama trista e sbigotita,
+Che da que' Lestrigoni avia la caccia;
+Ben la cognobbe incontinenti in faccia.
+
+Onde fo presto al suo destrier salito,
+E con roina verso lei si mosse;
+Avendo tratto il suo brando forbito,
+Incontrò un Lestrigone e quel percosse.
+Non vi restava apena integro un dito,
+Ché tagliate gli avrebbe ambe le cosse,
+Né a quel ch'è in terra il cavalliero attende,
+Ma tocca un altro e insino al petto il fende.
+
+Erano allora trenta Lestrigoni,
+O forse qualcun manco, a dire il vero,
+E qual tutti con sassi e con bastoni
+Chi dava a Brandimarte e chi al destriero,
+Ma lui facea de lor tanti squarcioni,
+Che pieno avea de intorno a quel sentiero
+Di teste e braccia; e tuttavia tagliando,
+Carco avea tutto di cervelle il brando.
+
+Ivi de intorno alcun più non appare
+Di quella gente brutta e maledetta;
+Lui Fiordelisa corse ad abracciare,
+E ben mez'ora a sé la tenne stretta,
+Prima che insieme potesse parlare;
+Ma poi piangendo quella tapinetta
+Contava al cavallier con disconforto
+Come alla terra Orlando ha visto morto.
+
+Così dicea perché l'avea veduto
+Tra i Lestrigoni alla terra disteso;
+Or Brandimarte per donarli aiuto
+A quella parte se ne va disteso.
+Ma io sono al fin del canto già venuto:
+Segnori e dame, che l'avete inteso,
+Dio vi faccia contenti e di tal voglia,
+Che ritornati a l'altro con più zoglia.
+
+Canto decimonono
+
+Già me trovai di maggio una matina
+Intro un bel prato adorno de fiore,
+Sopra ad un colle, a lato alla marina
+Che tutta tremolava de splendore;
+E tra le rose de una verde spina
+Una donzella cantava de amore,
+Movendo sì soave la sua bocca
+Che tal dolcezza ancor nel cor mi tocca.
+
+Toccami il core e fammi sovenire
+Dal gran piacer che io presi ad ascoltare;
+E se io sapessi così farme odire
+Come ella seppe al suo dolce cantare,
+Io stesso mi verrebbi a proferire,
+Ove tal volta me faccio pregare;
+Ché, cognoscendo quel ch'io vaglio e quanto,
+Mal volentieri alcuna fiata io canto.
+
+Ma tutto quel che io vaglio, o poco o assai,
+Come vedeti, è nel vostro comando,
+E con più voglia e più piacer che mai
+La bella istoria vi verrò contando;
+Ove, se me ramenta, vi lasciai
+Nel ragionar di Brandimarte, quando
+Con Fiordelisa, di bellezza fonte,
+Tornava adietro a ritrovare il conte.
+
+Tornando adietro il franco cavalliero
+Con Fiordelisa, a mezo la giornata
+Trovarno un varletino in su un destriero,
+Che avea dietro una dama iscapigliata.
+Lui via ne andava sì presto e legiero,
+Che mai saetta de arco fu mandata
+Con tanta fretta, o da ballestra il strale,
+Qual non restasse a lui dietro a le spale.
+
+La dama, che era a piedi, pur seguia,
+A benché fosse a lui molto lontana.
+Il cavalliero incontra gli venìa
+Con Fiordelisa per la terra piana;
+E l'altra dama, che questa vedia,
+Cridando incominciò: - Falsa puttana!
+Non ti varrà costui ch'è la tua scorta,
+Ché in ogni modo a sto ponto sei morta. -
+
+Lasciò la briglia, battendo ogni mano,
+E ben se tenne morta Fiordelisa,
+Perché cognobbe presto aperto e piano
+Che quella dispietata era Marfisa,
+La qual seguito avea Brunello invano
+(Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa);
+Avendo quel giottone assai seguito,
+Trovò la dama e il cavalliero ardito.
+
+Era Brunello adunque il varletino
+Ch'è sopra a quel destrier di tanta lena;
+Lui via passò, fuggendo al suo camino,
+Né con la vista lo seguirno apena.
+Quando Marfisa l'occhio serpentino
+Voltò, di doglia e di grande ira piena,
+Mirando Brandimarte e la sua dama
+Far la vendetta sopra a questi ha brama.
+
+E le parole che ho sopra contate
+A Fiordelisa disse minacciando;
+E benché l'arme avesse dispogliate,
+E senza destrier fusse e senza brando,
+Di sommo ardire avea tanta bontate
+Che, Brandimarte armato riguardando,
+Volea seco battaglia a ogni partito;
+Ma a lui non piacque de accettar lo invito.
+
+Ché a ferire una dama disarmata
+A lui parea vergogna e grande iscorno.
+Era una pietra in quel campo piantata,
+Ove seguito avea Brunello il giorno,
+Da trenta passi, o quasi, diruppata,
+E cento ne voltava, o più, de intorno;
+Per un scaglione alla cima se sale:
+Altronde non, chi non avesse l'ale.
+
+Questa adocchiata avea l'aspra donzella,
+Né pose alcuna indugia al pensamento,
+Ma trasse Fiordelisa de la sella
+E, via fuggendo ratta come un vento,
+Montò la pietra, che parbe una occella;
+A benché Brandimarte non fu lento
+A seguitarla, come vidde il fatto,
+Ma pur rimase in asso a questo tratto.
+
+Perché il scaglione è tanto diruppato,
+Che non che alcun destrier possa salire,
+Ma non vi puote lui montare armato,
+Onde si cominciava a disguarnire.
+Marfisa dal più sconcio ed alto lato
+Portò la dama per farla morire:
+In braccio la portò sopra a quel sasso
+Per trabuccarla dalla cima al basso.
+
+E Fiordelisa menava gran pianto,
+Come colei che morta se vedia,
+E 'l cavallier ne faceva altro tanto,
+E de ira e de dolor quasi moria.
+Egli è coperto de arme tutto quanto,
+E di camparla non vede la via;
+Se ben salisse, salirebbe invano,
+Ché a suo mal grato fia gettata al piano.
+
+Onde con pianto e con dolce preghiera
+Incominciò Marfisa a supplicare
+Che non voglia esser sì spietata e fiera,
+Sé proferendo e ciò che potea fare.
+Sorrise alquanto la donzella altiera,
+Poi disse: - Queste zanze lascia andare:
+Se costei vôi campare, egli è mestiero
+Che l'arme tu me doni e il tuo destriero. -
+
+Or non fu molta indugia a questo fatto,
+Ché ciascaduno il prese per megliore.
+A Brandimarte parve un bon baratto
+Se ben cambiasse per sua dama il core;
+Così Marfisa ancora attese il patto,
+E, preso che ebbe l'armi e il corridore,
+Lasciò la dama che avea giù portata,
+E salta in sella e via cavalca armata;
+
+E via passando con molta baldanza,
+Come colei che fu senza paura,
+Trovò duo che èno armati a scudo e lanza
+Sopra duo gran ronzoni alla pianura.
+Costor fôr quei che la menarno in Franza.
+Ma poi vi conterò questa aventura,
+E torno a Brandimarte e Fiordelisa,
+Come Turpin la istoria a me divisa.
+
+Brandimarte montò nel palafreno
+Della sua dama, e quella tolse in groppa,
+E cavalcando assai per quel terreno
+Trovarno a lato a un fiume una alta pioppa,
+E nella cima, o ver nel mezo almeno,
+Stava un ribaldo e cridava: - Galoppa,
+Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno,
+Ché qua di sotto è robba da guadagno. -
+
+Il cavallier, che intese tal latino,
+Fermosse a quello, e non sa che si fare,
+Perché cognobbe che egli è un malandrino,
+Qual chiamava e compagni per robbare;
+E lui se trova sopra a quel ronzino,
+Né vede modo a poterse aiutare,
+Ché non ha spata né scudo né maglia;
+Trovar non sa diffesa che li vaglia.
+
+E già scoperti son forse da sette,
+Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente.
+"Or non bisogna che quivi gli aspette!"
+Diceva Brandimarte in la sua mente;
+E per la selva correndo se mette,
+E lor non lo abandonan per nïente,
+Ma chi dice: - Sta forte! - e chi minaccia:
+Già più di trenta sono a dargli caccia.
+
+Oh quanto se vergogna il cavalliero
+Fuggir davante a gente sì villana!
+Che se egli avesse l'arme e il suo destriero,
+Non se trarebbe adietro a meza spana.
+Or via fuggendo per stretto sentiero
+Gionse intra un prato, ove era una fontana:
+Cinto d'intorno è da la selva il prato,
+E uno altissimo pino a quello a lato.
+
+Fuggendo il cavallier con disconforto,
+Come io vi dico, e molto mal contento,
+Un re vidde alla fonte, che era morto,
+Ed avea in dosso tutto il guarnimento;
+E Brandimarte come ne fo accorto,
+Ad accostarsi ponto non fu lento,
+E prese il brando, che avea nudo in mano,
+E giù del palafren saltò nel piano.
+
+Il manto se rivolse al braccio manco,
+E con la spada e malandrini affronta.
+Mai non fu campïon cotanto franco:
+Questo tocca di taglio, e quel di ponta,
+A l'uno il petto, a l'altro passa il fianco.
+Or che bisogna che più ve raconta?
+Tutti e ladroni occise in poco de ora,
+Sì ben col brando intorno egli lavora.
+
+Camponne solamente un sciagurato
+(Già non campò, ma poco uscì de impaccio),
+Il qual fuggì ferito nel costato,
+E via di netto avea tagliato un braccio.
+Alla capanna subito fo andato,
+Ove si stava il crudo Barigaccio,
+Barigaccio, il figliol di Taridone:
+Corsar fo il patre, ed esso era ladrone.
+
+Ma Barigaccio grande di statura
+Fo più del patre, e forte di persona.
+Ora a lui gionse con molta paura
+Lo inaverato, e il tutto gli ragiona
+Come passata è la battaglia scura,
+Poi morto a lui davante se abandona;
+Essendo uscito il sangue de ogni vena,
+Cadegli avante e più non se dimena.
+
+Onde turbato Barigaccio il fiero
+Fo a maraviglia, e prese un gran bastone;
+De arme adobato, come era mestiero,
+Salta sopra Batoldo, il suo ronzone.
+Troppo era smesurato quel destriero:
+La pelle nera avea come un carbone,
+E rossi gli occhi, che parean di foco;
+Sol nella fronte avea di bianco un poco.
+
+E Barigaccio, poi che fu montato,
+Di speronarlo mai non se rimane.
+Or Brandimarte, che rimase al prato
+Poi che spezzato ha quelle gente istrane,
+Guardando il re che stava al fonte armato,
+Cognobbe al scudo ch'egli era Agricane,
+Qual fo occiso da Orlando alla fontana:
+Già vi contai l'istoria tutta piana.
+
+Egli avea ancor la sua corona in testa,
+D'oro e di pietre de molto valore,
+Ma Brandimarte nulla li molesta,
+Ché ancor portava al corpo morto onore.
+De arme il spogliò, ma non di sopravesta,
+E baciandoli il viso con amore:
+- Perdonami, - dicea - ché altro non posso,
+Se ora queste arme ti toglio di dosso.
+
+Né la temenza di dover morire
+Mi pone di spogliarti in questa brama,
+Ma nella mente non posso soffrire
+Veder poner a morte la mia dama;
+E ben son certo, se potessi odire,
+Se sì fosti cortese, come hai fama,
+Odendo la cagion perché io ti prego,
+Non mi faresti a tal dimanda niego. -
+
+Parlava in questo modo il cavalliero
+A quel re morto con piatoso core,
+Il quale era ancor bello e tutto intiero,
+Sì come occiso fosse di tre ore;
+E stando Brandimarte in quel pensiero,
+Sentì davanti al bosco un gran romore,
+Qual facea Barigaccio per le fronde,
+Che rami e bronchi e ogni cosa confonde.
+
+Presto adobosse il cavalliero ardito
+Di piastra e maglia e de ogni guarnisone,
+Prese Tranchera, il bel brando forbito,
+E lo elmo che far fece Salamone.
+De tutte l'armi a ponto era guarnito,
+Quando sopra gli gionse quel ladrone,
+Il qual, mirando de intorno e da lato,
+E suoi compagni vidde in pezzi al prato.
+
+Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti,
+Disse: - In malora, gente da bigonci!
+Ché non me incresce de avervi perduti,
+Poi che un sol cavallier così vi ha conci;
+Ché io voria prima, se Macon me aiuti,
+Ne la mia compagnia cotanti stronci.
+Colui voglio impicar senza dimora,
+E voi con seco, così morti, ancora. -
+
+Così parlando, verso del gran pino,
+Ove era Brandimarte, se voltava.
+Come lo vidde a piede in sul cammino,
+Subito a terra anch'esso dismontava;
+Né per virtù ciò fece il malandrino,
+Ma perché forte il suo ronzone amava:
+Dubitò forse che quel campïone
+Non lo occidesse, essendo esso pedone.
+
+Senza altramente adunque disfidare,
+Adosso a Brandimarte fu invïato:
+Proprio un gigante alla sembianza pare,
+Tutto di coio e di scagliette armato.
+Col scudo de osso che suolea portare
+E il suo baston di ferro e il brando a lato
+Venne alla zuffa, e senza troppo dire
+Se cominciarno l'un l'altro a ferire.
+
+Sopra del scudo a Brandimarte colse
+Menando ad ambe mano il rio ladrone;
+E quanto ne toccò tanto via tolse,
+Come spezzasse un pezzo di popone.
+Il cavalliero ad esso si rivolse
+Col brando, e gionse a mezo del bastone,
+E come un gionco lo tagliò di netto:
+Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto.
+
+E saltò adietro forse da sei braccia,
+E trasse il brando senza dimorare,
+E biastemando il cavallier minaccia
+Di farli quel baston caro costare.
+Ma Brandimarte adosso a lui se caccia;
+Or se comincia l'un l'altro a menare
+Ponte, tagli, mandritti e manroversi:
+Mai non fu visto colpi sì diversi.
+
+Il cavallier se maraviglia assai
+Come abbia un malandrin tanta bontade,
+Perché in sua vita non vidde più mai
+Tanta fierezza ad altri in veritade.
+Ambi avean l'arme, quale io vi contai;
+Già tutte l'han falsate con le spade,
+Né di ferire alcun di lor se arresta,
+Ma la battaglia cresce a più tempesta.
+
+Cresce più forte la battaglia fiera,
+Per colpi sterminati orrenda e scura,
+E Barigaccio il crudo se dispera,
+Che tanto il cavallier contra li dura.
+Or Brandimarte il tocca di Tranchera,
+E portò seco un squarcio de armatura;
+Lui fu gionto anco dal forte ladrone,
+Che l'arme gli tagliò insino al giuppone.
+
+A tal percossa piastra non vi vale,
+Né grossa maglia, né sbergo acciarino,
+Né cor de adante, il quale è uno animale,
+Di che armato era il forte saracino.
+Ora pareva a Brandimarte male
+Che sì prodo uomo fusse malandrino;
+Onde, essendo uno assalto assai durato,
+Così parlando se trasse da lato:
+
+- Io non so chi tu sia, né per qual modo
+T'abbia condutto a tal mestier fortuna,
+Ma per più prodo campïon te lodo
+Ch'io sappia al mondo, sotto della luna;
+E ben me avedo che fermato è il chiodo,
+Che prima che sia sera o notte bruna,
+O l'uno o l'altro fia nel campo morto;
+E spero che serà colui che ha il torto.
+
+Ma stu volessi lasciar quel mestiero,
+Qual nel presente fai, di robbatore,
+Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero:
+In ogni parte vo' portarti onore.
+Or che farai? Hai tu forse pensiero
+Che manchi giamai robba al tuo valore?
+Lascia questo mestier: non dubitare,
+Ché a tal come sei tu, non può mancare. -
+
+Rispose il malandrin: - Questo che io faccio,
+Fallo anco al mondo ciascun gran signore;
+E' de' nemici fanno in guerra istraccio
+Per agrandire e far stato maggiore.
+Io solo a sette o dece dono impaccio,
+E loro a dieci millia con furore;
+Tanto ancora di me peggio essi fanno,
+Togliendo quel del che mestier non hanno. -
+
+Diceva Brandimarte: - Egli è peccato
+A tuor l'altrui, sì come al mondo se usa;
+Ma pur quando se fa sol per il stato,
+Non è quel male, ed è degno di scusa. -
+Rispose il ladro: - Meglio è perdonato
+Quel fallo onde se stesso l'omo accusa;
+Ed io te dico e confessoti a pieno
+Che ciò che io posso, toglio a chi può meno.
+
+Ma a te, qual tanto sai ben predicare,
+Non voglio far di danno quanto io posso
+Se quella dama che là vedo stare
+Mi vôi donare e l'arme che hai indosso.
+E ne la borsa te voglio cercare,
+Ché io non me trovo di moneta un grosso;
+Poi te lasciarò andar legiero e netto.
+Ma voglio baratare anche il farsetto,
+
+Però che questo è rotto e discucito;
+Tu te 'l farai conciar poi per bell'agio. -
+E Brandimarte, quando l'ebbe odito,
+Disse nel suo pensier: "L'omo malvagio
+Non se può stor al male onde è nutrito;
+Né di settembre, né il mese di magio,
+Né a l'aria fredda, né per la caldana
+Se può dal fango mai distor la rana."
+
+E senza altra risposta disdegnoso
+Imbracciò il scudo ed isfidò il ladrone;
+E fu questo altro assalto furïoso,
+Spezzando e scudi ed ogni guarnisone,
+Ed era l'uno e l'altro sanguinoso,
+Crescendo ogniora più la questïone;
+Né più vi è di concordia parlamento,
+Ma trarse a fine è tutto il lor talento.
+
+Or Brandimarte afferra il brando nudo,
+Ché destinato è di donarli il spaccio,
+E disserra a due mano un colpo crudo
+Per il traverso adosso a Barigaccio,
+E tagliò tutto con fraccasso il scudo,
+Quale era de osso, e sotto a quello il braccio.
+A quel gran colpo ogni arma venne manco,
+E sino a mezo lo tagliò nel fianco.
+
+Lui cadde a terra biastemando forte,
+Ed al demonio se racomandava,
+E benché Brandimarte lo conforte,
+Con più nequizia ognior se disperava;
+Ma il cavallier non volse darli morte,
+E così strangosciato lo lasciava,
+Partendosi di qua senza dimora;
+Ma lui moritte appresso in poco d'ora.
+
+Il cavallier, lasciando il ladro fello,
+Con la sua dama si volea partire,
+Quando Batoldo, il suo destrier morello,
+Ch'era nel prato, cominciò a nitrire;
+Veggendol Brandimarte tanto bello,
+Con la sua Fiordelisa prese a dire:
+- Il palafren serìa troppo gravato
+Se te portasse e me, che sono armato,
+
+Sì che io me pigliarò quel bon destriero,
+Come pigliato ho il brando e l'armatura,
+Perché serebbe pazzo e mal pensiero
+Lasciar quel che appresenta la ventura.
+Quei morti più de ciò non han mestiero,
+Ché sono usciti fuor de ogni paura. -
+Così dicendo se accosta al ronzone,
+Prende la briglia e salta in su lo arcione.
+
+E via con Fiordelisa cavalcando
+Trovò due cose spaventose e nove,
+Tal che gli fie' mistiero avere il brando.
+Ma questo fatto contaremo altrove
+Ché or mi convien tornare al conte Orlando,
+Quale avea fatto le diverse prove
+Contra de Antropofàgo e' Lestrigoni,
+Come contarno avanti e miei sermoni.
+
+Campata avendo Angelica la bella,
+Troppo era lieto di quella aventura.
+Via caminando assai con lei favella,
+Ma di toccarla mai non se assicura.
+Cotanto amava lui quella donzella,
+Che di farla turbare avea paura;
+Turpin, che mai non mente, de ragione
+In cotale atto il chiama un babïone.
+
+Essendo in questo modo costumato,
+L'un giorno apresso a l'altro via camina.
+Già il paese de' Persi avea passato,
+E la Mesopotamia che confina;
+Poi, lasciando li Armeni al destro lato,
+Soria vargò giongendo alla marina;
+E tutto questo ricco e bel paese
+Passò senza trovar guerre o contese.
+
+Essendo gionto, come io dico, al mare,
+Nel porto di Baruti ebbe trovato
+Un bel naviglio, che volea passare;
+Ma troppo estremamente era ingombrato,
+Però che in Cipri convenea portare
+Un giovanetto re, che era assembrato
+A dimostrar ne l'arme il suo valore,
+Per una dama a cui portava amore.
+
+Era re di Damasco il giovanetto
+Quale io ve dico, e nome ha Norandino,
+Ardito e forte e di nobile aspetto,
+Quanto alcun altro fosse in quel confino.
+Regnava, in questo tempo che io vi ho detto,
+Ne la isola de Cipri un Saracino,
+Che avea una figlia di tanta beltate,
+Quanta alcuna altra di quella citate.
+
+Lucina fu nomata la donzella
+De cui io parlo, e il patre Tibïano.
+Sendo la dama a meraviglia bella,
+Era da molti adimandata in vano;
+E sol di sua beltate si favella
+Ivi de intorno per monte e per piano,
+Onde l'ama chi è longi e chi è vicino,
+Ma sopra a tutti la ama Norandino.
+
+Re Tibïano avea preso pensiero
+Di voler la sua figlia maritare,
+Ed avea ordinato un bel torniero,
+Come in quel tempo se usava di fare,
+Ove ogni re, barone e cavalliero
+Potesse sua prodezza dimostrare,
+Ed ha invitate e dame e le regine
+Tutte de intorno per quelle confine.
+
+Ciascun voluntaroso in Cipri andava,
+Come fu il bando per de intorno inteso.
+Chi de provarsi a l'arme procacciava,
+Chi per mirare avea quel camin preso;
+Ma più de gli altri gran fretta menava
+Re Norandino, avendo il core acceso,
+Fornito ben de ciò che fa mestieri,
+De paramenti e de arme e de destrieri.
+
+E seco ne menava in compagnia
+Da vinti cavallier, ciascuno eletto.
+Or quando il conte in su il ponto giongia,
+Il re si stava a nave per diletto;
+Onde rivolto a' suoi baron dicia:
+- Se costui non me inganna ne lo aspetto,
+Debbe esser cima e fior de ogni valente,
+Se la apparenza e lo animo non mente. -
+
+E poi lo fece al paron dimandare,
+Se volea seco andare al torniamento.
+Esso rispose senza dimorare
+Che egli era per servirlo a suo talento
+O ver per giostra, o sia per tornïare,
+O sia per guerra ed ogni struggimento:
+Pur che lo possa a suo modo servire,
+In ogni cosa è presto ad obedire.
+
+Il re lo adimandò che nome avia,
+De sua condizïone e del paese.
+E lui rispose: - Io son de Circassia,
+Ove perdei per guerra ogni mio arnese,
+Eccetto l'arme e quella dama mia
+Di che fortuna me è stata cortese.
+Mio nome è Rotolante; e quel che io posso,
+È a tuo comando insin che ho sangue adosso. -
+
+Il giovanetto re molto ebbe grato
+Il cortese parlar che fece Orlando,
+Ed in sua compagnia l'ebbe accettato,
+Poi di più cose li andò dimandando,
+Sin che il vento da terra fu levato.
+Segnori e donne, a voi mi raccomando;
+Finito è un canto, e l'altro io vo' seguire,
+Cose più belle e vaghe per odire.
+
+Canto ventesimo
+
+Quella stagion che in cel più raserena,
+E veste di verdura gli arborscelli,
+Ed ha l'aria e la terra d'amor piena
+E de bei fiori e de canti de occelli,
+Gli amorosi versi anco mi mena,
+E vôl che a voi de intorno io rinovelli
+L'alta prodezza e lo inclito valore
+Qual mostrò un tempo Orlando per amore.
+
+Di lui lasciai sì come Norandino
+Lo prese per compagno al torniamento;
+Ben vi andò volentieri il paladino,
+Ché di passare avea molto talento.
+Ora s'aconciò il tempo al lor camino
+Intra Levante e Greco, ottimo vento,
+Qual via gli portò in Cipri alla spiegata,
+Ove gran gente in prima era assembrata.
+
+Però che e Greci insieme con Pagani
+Alla gran festa se erano adunati,
+E degli circonstanti e de' lontani;
+Baroni e cavallieri erano armati,
+Ma pur fra tutti quanti e più soprani
+E de maggiore estima e più onorati
+Eran Basaldo e Costanzo e Morbeco:
+Li duo fôr turchi e quel di mezo greco.
+
+Costanzo fu filiol di Vatarone,
+Che alor de' Greci lo imperio tenìa,
+E quei duo turchi avean due regïone,
+Di che erano amiragli, in Natolia.
+Ora Costanzo avea seco Grifone
+Ed Aquilante pien di vigoria;
+Ben me stimo io che abbiati già sentito
+Come Aquilante fu seco nutrito,
+
+Quando la Fata Nera il damigello
+Mandò primeramente in quella corte,
+Poi che 'l levò di branche al fiero occello,
+Ché condotto l'avrebbe in trista sorte.
+Di questa cosa più non vi favello,
+Ché so che avete queste istorie scorte;
+Grifone in Spagna ed in Grecia Aquilante
+Furno nutriti, e più non dico avante.
+
+Se non che, essendo poscia spregionati,
+Come io contai, da le Isole Lontane,
+Ed avendo più giorni caminati
+Per diversi paesi e gente istrane,
+Nel porto di Blancherna erano intrati,
+Ove con festa e con carezze umane
+Fôr recevuti da lo imperatore
+E da Costanzo, e fatto molto onore.
+
+E volendo esso andare a quel torniero,
+Ebbe la lor venuta molto grata,
+Cognoscendo ciascun bon cavalliero
+Per farli un grande onore a quella fiata;
+Avengaché Grifone è in gran pensiero,
+Perché Origilla, sua dama, infirmata
+Era di febre tanto acuta e forte,
+Che quasi è stata al ponte de la morte.
+
+Ma pure, essendo migliorata alquanto,
+Partì da lei, benché gli fusse grave,
+Né se puotè spiccar già senza pianto,
+Ed intrò con Costanzo alla sua nave.
+Indi passarno ove il fiume di Xanto
+Ha foce in mare, e con vento soave
+Gionsero in Cipri, come io vi ho contato,
+Ciascun bene a destriero e ben armato.
+
+Molti altri ancora che io non vi racconto,
+Baroni e cavallieri e damigelle,
+Eran venuti, e tutti bene in ponto
+De arme e destrieri e de robbe novelle.
+Quando fu Norandino in Cipri gionto,
+Le cose de ciascun parvon men belle,
+Perché è sì ben guarnito e adorno tanto,
+Che sopra gli altri ogni om gli dava vanto.
+
+Nel porto a Famagosta poser scale,
+E via ne andâr di lungo a Nicosia,
+Quale è fra terra la cità reale,
+E Tibïano il seggio vi tenìa.
+Quivi con festa e pompa trïonfale,
+Con duci e conti e molta baronia
+Intrò il re di Damasco tutto armato,
+Con trombe avanti e bene accompagnato.
+
+Un monte acceso portava nel scuto
+E similmente nel cimero in testa;
+E ciascun che con esso era venuto
+Avea pur tale insegna e sopravesta.
+Così fu degnamente recevuto
+Con molto onor da tutti e con gran festa;
+Ma sopra gli altri lo onorò Lucina,
+Ché più che sé lo amava la tapina.
+
+E già, passando il tempo, è gionto il giorno
+Che 'l tornier dovea farsi in su la nona,
+Ed ogni cavaliero andava intorno
+Facendo mostra della sua persona,
+L'un più che l'altro a meraviglia adorno.
+De trombe e de tamburi il cel risuona;
+Per ben vedere avante ogniom si caccia:
+Preso è ogni loco intorno della piaccia.
+
+Ma da l'un capo uno alto tribunale
+Per le dame e regine era ordinato,
+Ove Lucina in abito reale
+E l'altre vi sedean da ciascun lato.
+Mostravan poco il viso naturale,
+Le più l'avean depinto e colorato:
+Turpino il dice, io nol so per espresso,
+Benché sian molte che ciò fanno adesso.
+
+Angelica là sopra era tra loro,
+Qual se mostrava un sole infra le stelle;
+Con una vesta bianca, adorna d'oro,
+Senza alcun dubbio è il fior de l'altre belle.
+Re Tibïano e il suo gran concistoro
+Da l'altro lato incontra alle donzelle
+Se stava al tribunal, che era adornato
+Di seta e drappi d'oro in ogni lato.
+
+Or cominciano a entrare e cavallieri:
+Ben vi so dir che ciascuno è forbito,
+Con ricche sopraveste e con cimieri;
+Ogniom se mostra nel sembiante ardito,
+Di qua de là spronando e gran destrieri,
+Perché il torniero in due schiere è partito:
+Costanzo de una parte è capitano,
+De l'altra Norandino il Sorïano.
+
+Gnacare e corni e tamburini e trombe
+Suonorno a un tratto intorno della piaccia;
+Trema la terra e par che il cel rimbombe,
+E che lo abisso e il mondo se disfaccia.
+Tutte, le dame, a guisa de colombe,
+Per l'alto crido se smarirno in faccia;
+Ma i cavallier con furia e con tempesta
+A tutta briglia urtâr testa per testa.
+
+Né si vedean l'un l'altro e campïoni,
+Benché ciascuno avesse a l'urto accolto;
+Ma il fremir delle nare de' ronzoni
+Avea sì grande il fumo a l'aria involto,
+E sì la polve alciata in que' sabbioni,
+Che avea il vedere a tutti avanti tolto,
+Né se guardava l'ordine o la schiera,
+Ciascun menando a chi più presso gli era.
+
+Ma poi che il fatto fu atutato un poco
+E cominciò l'un l'altro a discernire,
+Apparve in quella piazza il crudo gioco,
+E colpi dispietati, il gran ferire;
+Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco,
+Si vedea gente de gli arcioni uscire;
+Per tutto è gran travaglia e grave affanno,
+Ma chi è di sotto è quel che porta il danno.
+
+Orlando per vedere il fatto aperto
+Non volse ne la folta troppo intrare;
+Ma quel Morbeco turco, che era esperto
+In tal mestiero e ben lo sapea fare,
+Se trasse avante in su un destrier coperto,
+E sopra gli altri si facea mirare;
+Qualunche giongie o de urto, o de la spada,
+Sempre è mestier che al tutto a terra vada.
+
+E già da sei de quei di Norandino
+Avea posti roverso in su il sabbione,
+Né ancor s'arresta, ma per quel confino
+Più furia mena e più destruzïone;
+Onde turbato quel re saracino
+A tutta briglia sprona il suo ronzone,
+E sopra di Morbeco andar si lassa,
+E di quello urto a terra lo fraccassa.
+
+Dapoi Basaldo, che più presso gli era,
+Percosse ad ambe mano in su la testa;
+Né lo diffese piastra ni lamiera,
+Ché a terra lo mandò con gran tempesta.
+Tutta a roina pone quella schiera,
+A lui davante alcun più non s'arresta.
+Oh quanto è lieta Lucina la dama
+Vedendo far sì bene a chi tanto ama!
+
+Costanzo il greco, che vede sua gente
+Sì mal condutta da quel Sorïano,
+Turbato for di modo nella mente,
+Gli sprona adosso con la spada in mano.
+L'uno e l'altro di loro era valente,
+Onde alcun tratto non andava in vano;
+Al fin menò Costanzo un colpo fiero
+E ruppe il monte e il foco del cimiero.
+
+Sino alla croppa lo fece piegare
+Al colpo smisurato che io vi conto,
+Ni stette già per questo a indugïare,
+Ma mena l'altro e in fronte l'ebbe gionto;
+Ed era Norandin per trabuccare,
+Se non che Orlando allor se mosse a ponto,
+E tanto fece, che il trasse de impaccio
+Sin che il rivenne, e lo sostenne in braccio.
+
+Onde Costanzo per questo adirato
+Adosso al conte gran colpi menava;
+Ma lui, come in arcion fosse murato,
+Di cotal cosa poco se curava.
+Ma sendo Norandino in sé tornato,
+Che a sostenirlo più non lo impacciava,
+Verso Costanzo se rivolse il conte,
+E lui percosse in mezo della fronte.
+
+Qualunche ha un cotal colpo, non vôl più,
+Ché bene è paccio chi il secondo aspetta.
+Ora Costanzo al primo andò pur giù,
+Di lui rimase la sua sella netta.
+Diceva ad esso il conte: - Or va là tu,
+Che menavi a ferirme tanta fretta,
+Quando io stavo occupato ad altra posta;
+Or vien adesso e con meco te accosta. -
+
+Lui già non se accostò, ma cadde a terra,
+Come io vi dico, col capo davante;
+Ma 'l conte adosso a un altro se disserra,
+Sì che lo fece al cel voltar le piante.
+Grifone in altra parte facea guerra
+Da l'un de' lati, e da l'altro Aquilante;
+Né se avedean de tal destruzïone,
+Né de Costanzo che ha tratto de arzone.
+
+Ma il crido della gente che era intorno
+Voltar fece Grifone in primamente,
+E combattendo là fece ritorno,
+Benché sapesse del fatto nïente;
+E quando lui fu gionto, ebbe gran scorno,
+Poi che abattuto è il capo di sua gente,
+Onde adirato il suo destrier sperona;
+A Norandino adosso se abandona.
+
+Da l'altra parte ancor gionse Aquilante,
+E quando il suo Costanzo vidde a terra,
+Turbato fieramente nel sembiante
+Con ambi e sproni il suo destriero afferra,
+E riscontrosse col conte de Anglante;
+E qui se cominciò la orrenda guerra,
+Benché lui non cognosce il paladino,
+Perché la insegna avea di Norandino.
+
+Né lui fu cognosciuto anco da Orlando,
+Ché di Costanzo la insegna portava.
+Ora, segnori, a voi non ve domando
+Se ciascun de essi ben se adoperava,
+Cotal ruina e tal colpi menando
+Che l'aria per de intorno sibillava,
+Come la cosa andasse a tutto oltraggio,
+Né se vi scorge ponto di vantaggio.
+
+Vero è, perché Aquilante era turbato,
+Mostrò maggior prodezza allo affrontare;
+Ma poi che l'uno e l'altro è riscaldato,
+Ben vi so dir che assai vi fu che fare,
+Di qua di là menando ad ogni lato,
+Che par che il mondo debba ruïnare,
+Con dritti e con roversi aspri e robesti;
+E pur gli ultimi colpi alfin fur questi.
+
+Gionse Aquilante a Orlando nella fronte,
+Sopra la croppa lo mandò roverso;
+Ma ben rispose a quella posta il conte,
+E lui ferì de un colpo sì diverso,
+Che sua baldanza e quelle forze pronte
+E l'animo e l'ardir tutto ebbe perso;
+Di qua di là piegando ad ogni mano,
+Le gambe aperse per cadere al piano.
+
+E certamente ben serìa caduto,
+Ché più non se reggea che un fanciullino,
+Se non che Grifon gionse a darli aiuto,
+Il quale avea lasciato Norandino.
+Lasciato l'avea quasi per perduto,
+Ché ormai non potea più quel saracino;
+Ma per donare aiuto al suo germano
+Lasciò Grifone andar quel sorïano.
+
+E de giongere al conte se procura
+Spronando a tutta briglia il suo ronzone.
+Or qui si fece la battaglia dura
+Più ch'altra mai de Orlando e de Grifone,
+Qual durò sempre insino a notte oscura,
+Né se potea partir la questïone,
+Sin che gli araldi con trombe d'intorno
+Bandirno il campo insino a l'altro giorno.
+
+Ciascun tornò la sera a sua masone,
+E de' fatti del giorno si favella.
+Ora a Costanzo parlava Grifone
+Dicendo: - Io so contarti una novella,
+Che là su tra le dame, a quel verone,
+Veder mi parve Angelica la bella;
+E se ella è quella, io te dico di certo
+Che Orlando è quel che quasi te ha deserto.
+
+Ed anco io l'ho compreso a quel ferire,
+Che cresce nella fine a maggior lena,
+E però ti consiglio a dipartire,
+Prima che ne abbi più tormento e pena;
+Omo non è che possa sostenire
+A la battaglia e colpi che lui mena;
+Onde lasciar la impresa ce bisogna,
+Non ne volendo il danno e la vergogna. -
+
+Diceva a lui Costanzo: - Or datti il core,
+S'io faccio che colui ne vada via,
+Poi de acquistare a nostra parte onore
+E in campo mantenir l'insegna mia? -
+Grifon rispose a lui, che per suo amore
+Quel che potesse far, tutto faria;
+E che egli aveva fermamente ardire
+Contra ad ogni altro il campo mantenire.
+
+Il Greco, che era di malizia pieno
+(Come son tutti de arte e di natura),
+Quando la luce al giorno venne meno,
+Uscì de casa per la notte scura,
+E via soletto sopra a un palafreno
+Ove era Orlando di trovar procura,
+E trovato che l'ebbe, queto queto
+Lo trasse in parte e a lui parlò secreto;
+
+E dimostrògli che il re Tibïano
+Secretamente facea gente armare,
+Perché era gionto un messaggio di Gano,
+Il qual cercava Orlando far pigliare;
+Però, se egli era desso, a mano a mano
+Vedesse quel paese disgombrare;
+E perciò a ritrovarlo era venuto,
+Per palesarli questo e dargli aiuto;
+
+E ch'egli aveva una sua fusta armata
+Nascosta ad una spiaggia indi vicina,
+Qual via lo portarebbe alla spiegata
+In Franza a qualche terra di marina.
+Fu questa cosa sì ben colorata
+Dal Greco, che sapea cotal dottrina,
+Che il conte a ponto ogni cosa li crede,
+Ringraziandolo assai con pura fede.
+
+E, fatta presto Angelica svegliare,
+Con essa alla marina se ne gìa,
+Ove Costanzo il volse accompagnare,
+E là il condusse ove la fusta avia.
+Facendosi il parone a dimandare,
+Gli impose che il baron portasse via
+Ove più gli piacesse al suo talento;
+E lor ne andarno avendo in poppa il vento.
+
+Quel che si fusse poi di Norandino
+Né di Costanzo, non saprebbi io dire,
+Perché di lor non parla più Turpino;
+Ma ben del conte vi saprò seguire,
+Il qual sopra alla fusta al suo camino,
+Fu per fortuna a risco di morire,
+E stette sette giorni a l'aria bruna,
+Che mai non vidde il sole, e men la luna.
+
+E questo sopportò con pazïenza,
+Poscia che altra diffesa non può fare;
+Ma poi che ebbe di terra cognoscenza,
+Ed avendo in fastidio tutto il mare,
+Posar se fece al lito de Provenza,
+Ché de esser fuora mille anni gli pare,
+Per trovarsi a Parigi a mano a mano,
+E dar di sua amistate al conte Gano.
+
+Ché ben l'avria trattato, vi prometto,
+Come dovea trattarlo il can fellone,
+Ma non piacque al demonio maledetto,
+Che lo avea tolto in sua protezïone;
+Al manco male il facea stare in letto
+Cinque o sei mesi rotto dal bastone;
+Ma Lucifer che lo ha preso a guardare,
+Al conte Orlando dette altro che fare.
+
+Però che cavalcando il paladino,
+Come fortuna o sua ventura il mena,
+Arivò un giorno al Fonte di Merlino,
+Che è posto in mezo del bosco di Ardena.
+Del Fonte vi ho già detto il suo destino,
+Sì che a ridirlo non torrò più pena,
+Se non che quel Merlin, qual fu lo autore,
+Lo fece al tutto per cacciar l'amore.
+
+Essendo gionti qua quella giornata,
+Come io vi dico, Orlando e la donzella,
+Essa, che più del conte era affannata,
+Smontò il suo palafren giù della sella;
+E poi, bevendo quell'acqua fatata,
+Sua mente in altra voglia rinovella,
+E, dove prima ardea tutta de amore,
+Ora ad amar non può dricciare il core.
+
+Or se amenta lo orgoglio e la durezza,
+Qual gli ha Ranaldo sì gran tempo usata,
+Né gli par tanta più quella bellezza
+Che soprana da lei fu già stimata;
+Ed ove il suo valore e gentilezza
+Lodar suoleva essendo inamorata,
+Ora al presente il sir de Montealbano
+Fellone estima sopra a ogni villano.
+
+Ma, parendo già tempo de partire,
+Però che era passato alquanto il caldo,
+Volendo aponto della selva uscire,
+Viddero un cavalliero ardito e baldo.
+Or tutto il fatto me vi convien dire:
+Quel cavalliero armato era Ranaldo,
+Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte
+Era venuto presso a questa fonte.
+
+Ma non vi gionse, perché il fiume in prima
+Che raccende lo amore, avea trovato.
+Ora io non vi saprei contare in rima
+Come se tenne alora aventurato,
+Quando vidde la dama, perché estima
+Sì come egli ama lei, de essere amato.
+Visto ha per prova ed inteso per fama
+Ciò che per esso ha già fatto la dama.
+
+Non cognosceva il conte, che era armato
+Con quella insegna dal monte di foco;
+Ché sì palese non se avria mostrato,
+Serbando il suo parlare in altro loco.
+Perché, essendo ad Angelica accostato,
+Cortesemente e sorridendo un poco
+Disse: - Madama, io non posso soffrire
+Che io non vi parli, s'io non vo' morire,
+
+Abench'io sappia a qual modo e partito
+Mi sia portato e con tal villania,
+Ch'io non meritarei de essere odito.
+Ma so che seti sì benigna e pia,
+Che, a benché estremamente aggia fallito,
+Perdonarete a quel che per folìa
+Contro de lo amor vostro adoperai,
+Del che contento non credo esser mai.
+
+Or non se può distor quel che è già fatto,
+Come sapeti, dolce anima bella,
+Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto;
+E ben cognosce l'alma meschinella
+Che io non serebbi degno in alcun atto
+Di essere amato da cotal donzella,
+Ma de esser dal mio lato vostro amante
+Sol vi dimando, e più non cheggio avante. -
+
+Orlando stava attento alle parole,
+Le quale odì con poca pazïenza,
+Né più soffrendo disse: - Assai mi dole
+Che a questo modo ne la mia presenza
+Abbi mostrato il tuo pensier sì fole,
+Ché ad altri non avria dato credenza,
+Però che volentier stimar voria
+Che ciò non fosse vero, in fede mia!
+
+Io voria amarti e poterti onorare,
+Sì come di ragione ora non posso;
+Tu per sturbarme già passasti il mare,
+E per altra cagion non fusti mosso,
+Benché a me zanze volesti mostrare,
+Stimandomi in amor semplice e grosso.
+Or che animo me porti io vedo aperto,
+Ma sallo Iddio che già teco nol merto. -
+
+Quando Ranaldo vidde che costui,
+Qual seco ragionava, è il conte Orlando,
+De uno ed altro pensier stette entra dui,
+O de partirse o de seguir parlando.
+Ma pur rispose al fine: - Io mai non fui
+Se non quel che ora sono, al tuo comando;
+Né credo de aver teco minor pace
+Se ciò che piace a te non mi dispiace.
+
+Non creder che più vaga a gli occhi tuoi
+Paia che a gli altri questa bella dama;
+Ed estimar ne la tua mente puoi
+Che ogni om, sì come tu, de amarla brama.
+Quanto sei paccio adunque, se tu vuoi
+Aver battaglia con ciascun che l'ama,
+Perché con tutto 'l mondo farai guerra;
+Chi non la amasse, ben serìa di terra.
+
+Ma se tu mostri che sia tua per carta,
+O per ragion che non gli abbia altri a fare,
+Comandar mi potrai poi che io mi parta
+E che io non debba seco ragionare;
+Ma prima soffrirei de avere isparta
+L'anima al foco e il corpo per il mare,
+Che io mi restassi mai de amar costei,
+E se restar volessi io non potrei. -
+
+Rispose alora il conte: - E' non è mia.
+Così fosse ella, come io son de lei!
+Ma non voglio adamarla in compagnia
+E in ciò disfido il mondo, e boni e rei.
+Stata è la tua ben gran discortesia
+Che, avendoti scoperti e pensier mei,
+Fidandomi di te come parente,
+Poi me hai tradito sì villanamente. -
+
+Disse Ranaldo: - Questo è pur assai,
+Che sempre vogli altrui villaneggiare;
+Da me non fu tradito alcun giamai,
+E ciascun mente che il vôle affirmare.
+Sì che comincia pur, se voglia ne hai,
+E pigliati a quel capo che ti pare:
+Se ben se' tra baron tenuto il primo,
+Più d'uno altro uomo non ti temo o stimo. -
+
+Orlando per costume e per natura
+Molte parole non sapeva usare,
+Onde, turbato ne la ciera oscura,
+Trasse la spada senza dimorare,
+E sospirando disse: - La sciagura
+Pur ce ha saputi in tal loco menare,
+Che l'un per man de l'altro serà morto;
+Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! -
+
+Come Ranaldo vidde il conte Orlando
+Mostrarsi alla battaglia discoperta,
+Poi che avea tratto Durindana il brando,
+Lui prestamente ancor trasse Fusberta.
+Ne l'altro canto vi verrò contando
+Questa battaglia orribile e diserta,
+Ed altre cose degne e belle assai;
+Dio vi conservi in gioia sempre mai.
+
+Canto ventesimoprimo
+
+O soprana Virtù, che e' sotto al sole,
+Movendo il terzo celo a gire intorno,
+Dammi il canto soave e le parole
+Dolci e ligiadre e un proferire adorno,
+Sì che la gente che ascoltar mi vôle,
+Prenda diletto odendo di quel giorno
+Nel qual duo cavallier con tanto ardore
+Fierno battaglia insieme per amore.
+
+Tra gli arbori fronzuti alla fontana
+Insieme gli afrontai nel dir davanti;
+L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana:
+Chi sian costor, sapeti tutti quanti.
+Per tutto il mondo ne la gente umana
+Al par di lor non trovo che se vanti
+De ardire e di possanza e di valore,
+Ché veramente son de gli altri il fiore.
+
+Lor comenciarno la battaglia scura
+Con tal destruzïone e tanto foco,
+Che ardisco a dir che l'aria avea paura,
+E tremava la terra di quel loco.
+Ogni piastra ferrata, ogni armatura
+Va con roina al campo a poco a poco,
+E nel ferir l'un l'altro con tempesta
+Par che profondi il celo e la foresta.
+
+Ranaldo lasciò un colpo in abandono
+E gionse a mezo il scudo con Fusberta:
+Parve che a quello avesse accolto un trono,
+Con tal fraccasso lo spezza e diserta.
+Tutti gli uccelli a quello orribil suono
+Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta;
+E le fiere del bosco, come io sento,
+Fuggian cridando e piene di spavento.
+
+Orlando tocca lui con Durindana
+Spezzando usbergo e piastre tutte quante,
+E la selva vicina e la lontana
+Per quel furor crollò tutte le piante;
+E tremò il marmo intorno alla fontana
+E l'acqua, che sì chiara era davante,
+Se fece a quel ferir torbida e scura,
+Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura;
+
+Anci più grandi gli ha sempre a menare.
+Cotal ruina mai non fu sentita;
+Onde la dama, che stava a mirare,
+Pallida in faccia venne e sbigotita,
+Né gli soffrendo lo animo di stare
+In tanta tema, se ne era fuggita;
+Né de ciò sono accorti e cavallieri,
+Sì son turbati alla battaglia e fieri.
+
+Ma la donzella, che indi era partita,
+Toccava a più potere il palafreno,
+E de alongarsi presto ben se aita,
+Come avesse la caccia, più né meno.
+Essendo alquanto de la selva uscita,
+Vidde là presso un prato, che era pieno
+De una gran gente a piede e con ronzoni,
+Che ponean tende al campo e paviglioni.
+
+La dama di sapere entrò in pensiero
+Perché qua stesse e chi sia quella gente,
+E trovando in discosto un cavalliero,
+Del tutto il dimandò cortesemente.
+Esso rispose: - Il mio nome è Oliviero,
+E sono agionto pur mo di presente
+Con Carlo imperatore e re di Franza,
+Che ivi adunata ha tutta sua possanza.
+
+Però che un saracin passato ha il mare
+E rotto in campo il duca di Bavera;
+Ora è sparuto, e non si può trovare,
+Né comparisce uno omo di sua schiera;
+Ma quel che ancor ci fa maravigliare,
+Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera,
+Venendo de Ongheria con gente nuova,
+Morto né vivo in terra se ritrova.
+
+Tutta la corte ne è disconsolata,
+Perché ci manca il conte Orlando ancora,
+Qual la tenea gradita e nominata
+Con sua virtù che tutto il mondo onora;
+E giuro a Dio, se solo una fiata
+Vedessi Orlando, e poi senza dimora
+Io fossi morto, e' non me incresceria,
+Ché io l'amo assai più che la vita mia. -
+
+Quando la dama a tal parlare intese
+De il cavallier la voglia e il gran talento,
+A lui rispose: - Tanto sei cortese,
+Che il mio tacer serebbe un mancamento;
+Onde io destino de aprirte palese
+Quel che tu brami, e di farti contento:
+Ranaldo e Orlando insieme con gran pena
+Sono in battaglia alla selva de Ardena. -
+
+Quando Oliviero intese quel parlare
+Ne la sua vita mai fu così lieto,
+E presto il corse in campo a divulgare.
+Or vi so dir che alcun non stava queto.
+Re Carlo in fretta prese a cavalcare;
+Chi gli passa davante e chi vien drieto.
+Ma lui tien seco la dama soprana,
+Che lo conduca a ponto alla fontana.
+
+E così andando intese la cagione
+Che avea condutti entrambi a tal furore.
+Molto se meraviglia il re Carlone,
+Che il conte Orlando sia preso de amore,
+Perché il teneva in altra opinïone;
+Ma ben Ranaldo stima anco peggiore
+Che non dice la dama, in ciascuno atto,
+Perché più volte l'ha provato in fatto.
+
+Così parlando intrarno alla foresta,
+Dico de Ardena, che è d'arbori ombrosa;
+Chi cerca quella parte e chi per questa
+De la fontana che è al bosco nascosa.
+Ma così andando odirno la tempesta
+De la crudel battaglia e furïosa;
+Suonano intorno i colpi e l'arme isparte,
+Come profondi il celo in quella parte.
+
+Ciascun verso il romore a correr prese,
+Chi qua chi là, non già per un camino;
+Primo che ogni altro vi gionse il Danese,
+Dopo lui Salamone, e poi Turpino;
+Ma non però spartirno le contese,
+Ché non ardisce il grande o il piccolino
+De entrar tra i duo baroni alla sicura:
+Di que' gran colpi ha ciascadun paura.
+
+Ma come gionse Carlo imperatore,
+Ciascun se trasse adietro di presente;
+E benché egli abbian sì focoso il core,
+Che de altrui poco curano o nïente,
+Pur portavano a lui cotanto onore,
+Che se trassero adietro incontinente.
+Il bon re Carlo con benigna faccia,
+Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.
+
+Intorno a loro in cerchio è ogni barone,
+E tutti gli confortano a far pace,
+Trovando a ciò diverse e più ragione,
+Secondo che a ciascuno a parlar piace.
+E similmente ancora il re Carlone
+Or con losinghe or con parole audace
+Tal volta prega e tal volta comanda,
+Che quella pace sia fatta di banda.
+
+La pace serìa fatta incontinente,
+Ma ciascadun vôl la dama per sé,
+E senza questo vi giova nïente
+Pregar de amici e comandar del re.
+Or de qua si partia nascosamente
+La damisella, e non so dir perché,
+Se forse l'odio che a Ranaldo porta
+A star presente a lui la disconforta.
+
+Il conte Orlando la prese a seguire,
+Come la vidde quindi dipartita;
+Né il pro' Ranaldo si stette a dormire,
+Ma tenne dietro ad essa alla polita.
+Gli altri, temendo quel che può avenire,
+Con Carlo insieme ogniom l'ebbe seguita
+Per trovarsi mezani alla baruffa,
+Se ancor la questïon tra lor se azuffa.
+
+E poco apresso li ebber ritrovati
+Con brandi nudi a fronte in una valle,
+A benché ancor non fussero attaccati,
+Ché troppo presto gli fôrno alle spalle;
+Ed altri che più avanti erano andati,
+Trovâr la dama, che per stretto calle
+Fuggia per aguatarsi in un vallone,
+E lei menarno avanti al re Carlone.
+
+Il re da poscia la fece guardare
+Al duca Namo con molto rispetto,
+Deliberando pur de raconciare
+Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto,
+Promettendo a ciascun di terminare
+La cosa con tal fine e tal effetto,
+Che ogniom iudicherebbe per certanza
+Lui esser iusto e dritto a la bilanza.
+
+Poi, ritornati in campo quella sera,
+Fece gran festa tutto il baronaggio,
+Però che prima Orlando perduto era,
+Né avean di lui novella né messaggio.
+Or la matina la real bandera
+Verso Parigi prese il bon vïaggio.
+Io più con questi non voglio ire avante,
+Perché oltra al mare io passo ad Agramante.
+
+Il qual lasciai nel monte di Carena
+Con tanti re meschiati a quel torniero,
+E forte sospirando se dimena,
+Perché abattuto al campo l'ha Rugiero;
+Ed esso ancora stava in maggior pena,
+Ché era ferito il giovanetto fiero:
+La cosa già narrai tutta per ponto,
+Sì che ora taccio e più non la riconto.
+
+E sol ritorno che, essendo ferito,
+Come io vi dissi, il giovenetto a torto
+Da Bardulasto, qual l'avea tradito,
+Benché da lui fu poi nel bosco morto,
+Nascosamente si fu dipartito,
+Né alcun vi fu di quel torniero accorto,
+E gionse al sasso, sopra alla gran tana,
+Ove è Atalante e 'l re de Tingitana.
+
+Quando Atalante vidde il damigello
+Sì crudelmente al fianco innaverato,
+Parve esso al cor passato di coltello,
+Cridando: - Ahimè! che nulla me è giovato
+Lo antivedere il tuo caso sì fello,
+Benché sì presto non l'avea stimato. -
+Ma il pro' Rugier facendo lieto viso
+Quasi il rivolse da quel pianto in riso.
+
+- Non pianger, non, - dicea - né dubitare,
+Che, essendo medicato con ragione,
+Sì come io so che tu saprai ben fare,
+Non avrò morte, e poca passïone;
+E peggio assai mi parve alor di stare
+Quando occise nel monte quel leone,
+E quando prese ancora l'elefante
+Che tutto il petto mi squarciò davante. -
+
+Il vecchio poi, veggendo la ferita,
+Che non era mortal, per quel che io sento,
+Poi che la pelle insieme ebbe cusita,
+La medica con erbe e con unguento.
+Ora Brunello avea la cosa udita,
+Sì come era passato il torniamento,
+E prestamente immaginò nel core
+De aver di quello il trïonfale onore.
+
+Subitamente prese la armatura
+Che avea portata il giovane Rugiero.
+Benché sia sanguinosa, non se cura,
+Salta sopra Frontino, il bon destriero,
+E via correndo giù per la pianura
+Gionse che ancor ogniom era al torniero;
+Ma, come gli altri il viddero arivare,
+Fugge ciascuno e nol vôle aspettare.
+
+Ed Agramante, il quale era turbato
+Per la caduta, come io vi contai,
+Avendo il brando suo riposto a lato,
+Dicea: - Per questo giorno è fatto assai,
+Se pur Rugier se fosse ritrovato;
+Ma ben credo io che non si trovi mai. -
+E fatto ritrovare il re Brunello,
+A sé lo dimandò con tale appello:
+
+- Io credo per mostrar tua vigoria
+Che oggi dicesti colui ritrovare,
+Il qual non credo ormai che al mondo sia,
+Se non è sopra al celo o sotto al mare;
+E ben te giuro per la fede mia,
+Che io te ho veduto in tal modo provare
+Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero,
+Non se andrebbe cercando altro Rugiero. -
+
+Rispose a lui Brunello: - Al vostro onore
+Sia fatto quel ch'io feci o bene o male;
+E tutta mia prodezza o mio valore
+Tanto me è grata, quanto per voi vale;
+Ma più voglio alegrarvi, alto segnore,
+Perché trovato è il giovane reale,
+Dico Rugiero. È disceso dal sasso;
+Prima lo avriti che sia il sole al basso. -
+
+Quando Agramante intese così dire,
+Nella sua vita mai fu più contento;
+Con gli altri verso il sasso prese a gire,
+Né se ricorda più de torniamento;
+A benché molti non potean soffrire,
+Mirando il piccolin che pare un stento,
+Aver contra di lui quel campo perso,
+Onde ciascun lo guarda de traverso.
+
+Or, così andando, gionsero al boschetto,
+Ove era Bardulasto de Alganzera,
+Partito da la fronte insino al petto.
+Sopra al suo corpo se fermò la schiera,
+Però che il re, turbato ne lo aspetto,
+A' circonstanti dimandò chi egli era;
+E benché avesse il viso fesso e guasto,
+Pur cognosciuto fu per Bardulasto.
+
+Non se mostrò già il re di questo lieto,
+Anzi turbato cominciava a dire:
+- Chi fu colui che contra al mio deveto
+Villanamente ardito ha di ferire? -
+A tal parlar ciascun si stava queto,
+Né alcuno ardiva ponto de cetire;
+Veggendo il re che in tal modo minaccia,
+Tutti guardavan l'uno l'altro in faccia.
+
+E come far se suole in cotal caso,
+Mirando ognuno or quella cosa or questa,
+Fu visto il sangue il quale era rimaso
+Ne l'arme de Brunello e sopravesta.
+Per questo fu cridato: - Ecco il malvaso
+Che occise Bardulasto alla foresta! -
+Né avendo ciò Brunello apena inteso,
+Da quei de intorno subito fu preso.
+
+Esso cianzava, e ben gli fa mestiero,
+E sol la lingua gli può dare aiuto,
+Dicendo a ponto sì come Rugiero
+Con quelle arme nel campo era venuto;
+Ma sì rado era usato a dire il vero,
+Che nel presente non gli era creduto.
+Ciascun cridando intorno a quella banda,
+Sopra alle forche al re l'aricomanda.
+
+Onde esso, che se trova in mal pensero,
+Del re e de gli altri se doleva forte,
+Narrando come era ito messaggero
+Per quello annello a risco de la morte.
+Gli altri ridendo il chiamano grossero,
+Poi che servigi ramentava in corte;
+Però che ogni servire in cortesano
+La sera è grato e la matina è vano.
+
+Proprio è bene un om dal tempo antico
+Chi racordando va quel ch'è passato;
+Ché sempre la risposta è: "Bello amico,
+Stu m'hai servito, ed io te ho ben trattato";
+E per questo Brunel, come io vi dico,
+Era da tutti intorno caleffato,
+E ciascadun di lui dice più male,
+Come intraviene a l'om che troppo sale.
+
+Ora fu comandato al re Grifaldo
+Ch'incontinente lo faccia impiccare;
+Onde esso, che a tal cosa era ben caldo,
+Diceva: - S'altri non potrò trovare,
+Con le mie mani lo farò di saldo. -
+E prestamente lo fece menare
+Di là dal bosco, a quel sasso davante
+Ove Rugier si stava ed Atalante.
+
+Il giovanetto, che il vide venire,
+Ben prestamente l'ebbe cognosciuto;
+Lui non era di quelli, a non mentire,
+Che scordasse il servigio recevuto,
+Dicendo: - Ancor ch'io dovessi morire,
+In ogni modo io gli vo' dare aiuto.
+Costui mi prestò l'arme e il bon ronzone:
+Non lo aiutando, ben serìa fellone. -
+
+Ed Atalante ben cridava assai
+Per distorlo da ciò che avea pensato,
+Dicendo: - Ahimè, filiol, dove ne vai?
+Or non cognosci che sei disarmato?
+Se ben giongi tra loro, e che farai?
+Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato.
+Tu non hai lancia né brando né scudo:
+Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? -
+
+Il giovanetto a ciò non attendia,
+Ma via correndo fu gionto nel piano,
+E, perché alcun sospetto non avia,
+Tolse una lancia a un cavallier di mano.
+Avea Grifaldo molti in compagnia,
+Ma non gli stima il giovane soprano,
+L'uno occidendo e l'altro trabuccando;
+E da quei morti tolse un scudo e un brando.
+
+Come ebbe il brando in mano, ora pensati
+Se egli mena da ballo il giovanetto;
+Non fôrno altri giamai sì dissipati:
+Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto.
+Grifaldo e' duo compagni eran campati,
+Ma treman come foglia, vi prometto,
+Veggendo far tal colpi al damigello,
+Il qual ben presto desligò Brunello.
+
+Ora Grifaldo ritornò piangendo
+Al re Agramante e non sapea che dire,
+Ma per vergogna, sì come io comprendo,
+Non se curava ponto de morire.
+Ma maravigliosse il re questo intendendo
+Ed in persona volse al campo gire,
+Ché a lui par cosa troppo istrana e nova
+Avendo fatto un giovane tal prova.
+
+Ma quando vidde e colpi smisurati,
+Per meraviglia se sbigotì quasi,
+Perché tutti in duo pezzi eran tagliati
+Quei cavallier che al campo eran rimasi;
+Poi sorridendo disse: - Ora restati
+Ne la malora qua, giotton malvasi,
+Ché, se Macon me aiuti, io do nïente
+De aver perduta così fatta gente. -
+
+Come Brunello ha visto il re Agramante,
+In ogni modo via volea scampare;
+Ma Rugier l'avea preso in quello istante,
+Dicendo: - Converrai mia voglia fare,
+Ch'io vo' condurti a quel segnore avante.
+E ad esso e agli altri aperto dimostrare,
+Che fan contra a ragione e loro avisi,
+Perché io fui quel che Bardulasto occisi. -
+
+E, questo ditto, se ne venne al re
+Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato
+- Segnor, - dicendo - io non so già perché
+Fosse costui alla forca mandato;
+Ma ben vi dico che sopra di me
+La colpa toglio e tutto quel peccato,
+Se peccato se appella alla contesa
+Occidere il nemico in sua diffesa.
+
+Da Bardulasto fui prima ferito
+A tradimento, ché io non mi guardava,
+Ed essendo da poscia lui fuggito,
+Io qua lo occisi, e ben lo meritava;
+E se egli è quivi alcun cotanto ardito
+(Eccetto il re, o se altri lui ne cava)
+Qual voglia ciò con l'arme sostenere,
+Io vo' provar ch'io feci il mio dovere. -
+
+Parlando in tal maniera il damigello,
+Ciascun lo riguardava con stupore,
+Dicendo l'uno a l'altro: - È costui quello,
+Che acquistar debbe al mondo tale onore?
+E veramente ad un cotanto bello
+Convien meritamente alto valore,
+Perché lo ardir, la forza e gentilezza
+Più grata è assai ne l'om che ha tal bellezza. -
+
+Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero
+Di riguardarlo in viso non se sacia,
+Fra sé dicendo: "Questo è pur Rugiero!"
+E di ciò tutto il celo assai ringracia.
+Or più parole qua non è mestiero;
+Subitamente lo bacia ed abracia.
+Di Bardulasto non se prende affanno:
+Se quello è morto, lui se n'abbi il danno.
+
+Il giovanetto, di valore acceso,
+Di novo incominciò con voce pia
+- Parmi - dicendo - aver più volte inteso
+Che il primo officio di cavalleria
+Sia la ragione e il dritto aver diffeso:
+Onde, avendo io ciò fatto tuttavia,
+Ché di campar costui presi pensiero,
+Famme, segnor, ti prego, cavalliero.
+
+E l'arme e il suo destrier me sian donate,
+Ché altra volta da lui me fu promesso,
+Ed anco l'ho dapoi ben meritate,
+Ché per camparlo a risco mi son messo. -
+Disse Agramante: - Egli è la veritate,
+E così sarà fatto adesso adesso. -
+Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero,
+Con molta festa il fece cavalliero.
+
+Era Atalante a quel fatto presente,
+E ciò veggendo prese a lacrimare,
+Dicendo: - O re Agramante, poni mente,
+E de ascoltarmi non te desdignare;
+Perché di certo al tempo che è presente
+Quel che esser debbe voglio indovinare;
+Non mente il celo, e mai non ha mentito,
+Né mancarà di quanto io dico, un dito.
+
+Tu vôi condurre il giovane soprano
+Di là dal mare ad ogni modo in Francia;
+Per lui serà sconfitto Carlo Mano,
+E cresceratti orgoglio e gran baldancia;
+Ma il giovanetto fia poi cristïano.
+Ahi traditrice casa di Magancia!
+Ben te sostiene il celo in terra a torto;
+Al fin serà Rugier poi per te morto.
+
+Or fusse questo lo ultimo dolore!
+Ma restarà la sua genologia
+Tra Cristïani, e fia de tanto onore,
+Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia.
+Da quella fia servato ogni valore,
+Ogni bontate ed ogni cortesia,
+Amore e legiadria e stato giocondo,
+Tra quella gente fiorita nel mondo.
+
+Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto,
+Che giù discende al campo paduano,
+De arme e di senno e de ogni gloria esperto,
+Largo, gentile e sopramodo umano.
+Odeti, Italïani, io ve ne acerto:
+Costui, che vien con quel stendardo in mano,
+Porta con seco ogni vostra salute;
+Per lui fia piena Italia di virtute.
+
+Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino,
+Né vi so iudicar qual sia maggiore,
+Ché l'uno ha morto il perfido Anzolino,
+E l'altro ha rotto Enrico imperatore.
+Ecco uno altro Ranaldo paladino:
+Non dico quel di mo, dico il segnore
+Di Vicenzia e Trivisi e di Verona,
+Che a Federico abatte la corona.
+
+Natura mostra fuor il suo tesoro:
+Ecco il marchese a cui virtù non manca.
+Mondo beato e felici coloro
+Che seran vivi a quella età sì franca!
+Al tempo di costui gli zigli d'oro
+Seran congionti a quella acquila bianca
+Che sta nel celo, e seran sue confine
+Il fior de Italia a due belle marine.
+
+E se l'altro filiol de Amfitrïone,
+Qual là si mostra in abito ducale,
+Avesse a prender stato opinïone,
+Come egli ha a seguir bene e fuggir male,
+Tutti li occei, non dico le persone,
+Per obedirlo avriano aperte l'ale.
+Ma che voglio io guardar più oltra avante?
+Tu la Africa destruggi, o re Agramante,
+
+Poi che oltra mar tu porti la semente
+De ogni virtù che nosco dimorava;
+De qui nascerà il fior de l'altra gente,
+E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava,
+Che esser conviene, e non serà altramente! -
+Così piangendo il vecchio ragionava;
+Il re Agramante al suo dir bene attende,
+Ma di tal cosa poco o nulla intende.
+
+Anci rispose, come ebbe finito,
+Quasi ridendo: - Io credo che lo amore,
+Il qual tu porti a quel viso fiorito,
+Te faccia indovinar sol per dolore.
+Ma a questa cosa pigliarem partito,
+Ché tu potrai venir con seco ancore,
+Anci verrai: or lascia questo pianto. -
+Addio, segnor, ché qua finito è il canto.
+
+Canto ventesimosecondo
+
+Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria,
+Come Alessandro e Cesare romano,
+Che l'uno e l'altro corse con vittoria
+Dal mar di mezo a l'ultimo oceàno,
+Non avesse soccorso la memoria,
+Serìa fiorito il suo valore invano;
+Lo ardire e senno e le inclite virtute
+Serian tolte dal tempo e al fin venute.
+
+Fama, seguace de gli imperatori,
+Ninfa, che e gesti e' dolci versi canti,
+Che dopo morte ancor gli uomini onori
+E fai coloro eterni che tu vanti,
+Ove sei giunta? A dir gli antichi amori
+Ed a narrar battaglie de' giganti,
+Mercè del mondo che al tuo tempo è tale,
+Che più di fama o di virtù non cale.
+
+Lascia a Parnaso quella verde pianta,
+Ché de salirvi ormai perso è il camino,
+E meco al basso questa istoria canta
+Del re Agramante, il forte saracino,
+Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta
+Pigliar re Carlo ed ogni paladino.
+D'arme ha già il mare e la terra coperta:
+Trentaduo re son dentro da Biserta.
+
+E poi che ritrovato è quel Rugiero,
+Qual di franchezza e di beltate è il fiore,
+L'un più che l'altro a quel passaggio è fiero:
+Non fu veduto mai tanto furore.
+Or ben se guardi Carlo lo imperiero,
+Ché adosso se gli scarca un gran romore;
+Contar vi voglio il nome e la possanza
+Di ciascadun che vôl passar in Franza.
+
+Venuto è il primo insin de Libicana,
+Re Dudrinaso, che è quasi un gigante:
+Tutta senz'arme è sua gente villana,
+Ricciuta e negra dal capo alle piante;
+Ma lui cavalca sopra ad una alfana,
+Armato bene è di dietro e davante,
+E porta al paramento e sopra al scudo
+In campo rosso un fanciulletto nudo.
+
+E Sorridano è gionto per secondo,
+Qual signoreggia tutta la Esperia;
+Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo,
+Ed è pur negra ancor la sua zinia.
+Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo
+Costui che io dico e i labri grossi avia;
+Sotto ha una alfana, sì come il primiero.
+Or viene il terzo, che è spietato e fiero:
+
+Tanfirïone, il re de l'Almasilla,
+Anci nomar si può re del diserto,
+Ché non ha quel paese o casa o villa,
+Ma tutta sta la gente al discoperto.
+Chi me donasse l'arte de Sibilla,
+Indovinando io non sarrìa di certo
+Della sua gente scegliere il megliore,
+Ché senza ardir son tutti e senza core.
+
+Non vi meravigliati poi se Orlando
+Caccia costor tal fiata alla disciolta,
+E se cotanti ne taglia col brando,
+Ché nuda è quasi questa gente istolta;
+E sempre è bon cacciare alora quando
+Fugge la torma e mai non se rivolta.
+Ma dal proposto mio troppo mi parto:
+Dett'ho del terzo, odeti per il quarto,
+
+Ch'è Manilardo, il re de la Norizia,
+La qual di là da Setta è mille miglia;
+De pecore e di capre ha gran divizia,
+E la sua gente a ciò se rassomiglia.
+Non han moneta e non hanno avarizia
+De oro e de argento; e non è maraviglia,
+Che tra noi anco il bove né il montone
+Ciò non desia, perché è senza ragione.
+
+Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo,
+Che è longi al mare ed abita fra terra.
+Grande è il paese, tutto ardente e caldo,
+Sempre sua gente con le serpe han guerra.
+Il giorno va ciascun sicuro e baldo,
+La notte ne le tane poi si serra;
+D'erba se pasce, e non so che altro guste:
+Scrive Turpin che vive de locuste.
+
+Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa:
+Non trovo gente di questa peggiore;
+Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa,
+Biastemando chi 'l fece e 'l suo splendore.
+La feccia qua del mondo se roversa,
+Per dar travaglia a Carlo imperadore.
+Or vengano pur via, gente balorda,
+Che ogni cristian ne avrà cento per corda.
+
+E se nulla vi manca, per aiuto
+Già Pulïano, il re di Nasamona,
+Con gente di sua terra è qua venuto.
+Non trovaresti armata una persona;
+Chi porta mazza e chi bastone acuto,
+Trombe ni corni a sua guerra si suona;
+Avengaché il suo re sia bene armato,
+Di molto ardire e gran forza dotato.
+
+Il re de le Alvaracchie è Prusïone,
+Che le Isole Felice son chiamate,
+E tra gli antiqui ne è larga tenzone,
+E ne le istorie molto nominate.
+Ma lui condusse alla terra persone
+Ignude quasi, non che disarmate;
+Ciascun portava in mano un tronco grosso,
+E sol di pelle avean coperto il dosso.
+
+Venne Agrigalte, il re de la Amonia,
+Qual ha il suo regno in mezo de la arena.
+Una gran gente detro a lui seguia,
+Ma tutta quanta de pedocchi è piena.
+Apresso di questo altro ne vien via
+Re Martasino, e la sua gente mena,
+Qual più de altre de arme non se vanta:
+Il giovanetto è re di Garamanta.
+
+Perché, dopo che morto fu il vecchione,
+Quale era negromante e incantatore,
+Il re concesse questa regïone
+A Martasino, a cui portava amore.
+Apresso a questo venne Dorilone;
+Aveva pur costui gente megliore,
+Ché è re di Septa ed ha porto su il mare;
+La gente sua selvatica non pare.
+
+Vennevi ancora Argosto di Marmonda,
+Che stimato è guerrer molto soprano.
+Il suo paese di gran pesci abonda,
+Perché è disteso sopra allo oceàno,
+Tornando dietro al mare, alla seconda.
+Bambirago d'Arzila, a destra mano.
+La gente di costor è de una scorza
+Nera, come è il carbon quando se smorza.
+
+Ma tra' Getuli avea perso Grifaldo,
+Che, via passando, non me venne a mente.
+Lontano è al mare il suo paese caldo,
+Populo ignudo, tristo e da nïente.
+Bardulasto era morto, quel ribaldo,
+Ma novo re fu posto alla sua gente,
+La qual condotta venne da Alghezera;
+Questa tra l'altre è ben gagliarda e fiera.
+
+Vero è che non han ferro in sua provenza,
+Ma tutti portano ossa de dragoni
+Tagliente e acute, e non vedresti un senza;
+Per elmi in capo han teste de leoni,
+Sì che a mirarli è strana appariscenza.
+In Francia periran questi poltroni;
+Tutti han scoperte le gambe e le braccia;
+Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia.
+
+Bucifaro il suo re fu nominato,
+Qual di prodezza è tra' baroni il terzo.
+Il re di Normandia gli viene a lato,
+Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo;
+Ma il popol che ha condotto è sciagurato,
+Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo:
+Gente non fu giamai cotanto istrana;
+Poi vien Brunello, il re de Tingitana.
+
+Più sozza fronte mai non fie' natura,
+E ben li ha posti del mondo in confino,
+Ché a l'altra gente potria far paura,
+Che se scontrasse avante al matutino.
+Né già il suo re gli avanza di figura,
+Negretto come loro e piccolino;
+Più volte vi narrai come era fatto,
+Però lo lascio e più de lui non tratto.
+
+E torno ver ponente alla marina,
+Ove è il paese più domesticato,
+Benché la gente è negra e piccolina,
+Né trovaresti tra mille uno armato.
+Di là vien Farurante di Maurina;
+Feroce è lui, ma male accompagnato.
+Ora nel nostro mar mi volto adesso:
+Il re di Tremison gli viene apresso
+
+(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armata
+Di lancie e scudi, e de archi e de saette),
+E Marbalusto, la anima dannata,
+Che seco ha tante gente maledette,
+E per menarle meglio alla spiegata
+La Francia tutta in preda gli promette,
+Onde quei pacci volentier vi vano;
+Costui de cui ragiono, è re d'Orano.
+
+Un altro, che al suo regno gli confina,
+Venne con gente armata con vantaggio:
+Ciò fu Gualciotto di Bellamarina,
+Forte ne l'armi e di consiglio saggio.
+Poi Pinadoro, il re di Costantina;
+Questo dal mare è longi in quel vïaggio:
+Quando già fece con gli Arabi guerra,
+Fie' Costantino al monte quella terra.
+
+Non par, segnor, che io ne abbia detto assai
+Che lasso son cercando ogni confino?
+E parmi ben ch'io non finirò mai;
+Pur mo se me apresenta il re Sobrino,
+Che è re di Garbo, come io vi contai.
+Non è di lui più savio saracino;
+Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso.
+Tre vi ne sono ancora, io ve 'l confesso.
+
+Quel Rodamonte che è passato in Francia,
+È re di Sarza, ed è tanto gagliardo,
+Che non è pare al mondo di possancia.
+Ora vi venne ancora il re Branzardo
+Con belle gente armate a scudo e lancia;
+Re di Bugia se appella quel vecchiardo.
+Lo ultimo venne, perch'è più lontano,
+Mulabuferso, che è re di Fizano.
+
+Era già prima in corte Dardinello,
+Nato di sangue e di casa reale,
+Che fu figlio de Almonte il damigello,
+Destro ne l'arme, come avesse l'ale,
+Molto cortese, costumato e bello,
+Né se potrebbe apponervi alcun male.
+Il re Agramante, che gli porta amore,
+Re de Azumara l'ha fatto e segnore.
+
+Io credo ben che serà notte bruna
+Prima che tutti possa nominare,
+Perché giamai non fu sotto la luna
+Tal gente insieme, per terra o per mare.
+Re Cardorano a gli altri anco se aduna:
+Chi gli potrebbe tutti ramentare?
+E vien con seco il nero Balifronte:
+Quasi il lor regno è fuor de l'orizonte.
+
+Il primo ha in Cosca la sua regïone,
+Mulga se appella poi l'altro paese.
+Africa tutta e le sue nazïone
+Intorno de Biserta son distese,
+Varii di lingue e strani di fazone,
+Diversi de le veste e de lo arnese;
+Né se numerarebbe a minor pena
+Le stelle in celo o nel litto l'arena.
+
+Fece Agramante e re tutti alloggiare
+Dentro a Biserta, che è di zoie piena;
+Là con baldanza stanno ad armeggiare
+Con balli e canti e con festa serena;
+Altro che trombe non se ode suonare,
+L'un più che l'altro gran tempesta mena;
+Chi a destrier corre, e chi l'arme si prova,
+Cresce nel campo ognior più gente nova.
+
+Da Tripoli e Bernica e Tolometta
+Vien copia de pedoni e cavallieri;
+Questa è ben tutta quanta gente eletta
+Con arme luminose e bon destrieri.
+Quivi il re di Canara anco se aspetta,
+Ma già non son cotali e suoi guerrieri,
+Ché alle lor lancie non bisogna lima;
+Corne di capre gli han per ferri in cima.
+
+Era il suo re nomato Bardarico,
+Terribil di persona e bene armato;
+Or quando fu giamai nel tempo antico
+Per tale impresa un popolo adunato,
+Tanto diverso quanto è quel che io dico,
+La terra e il mar coperto in ogni lato?
+Oh quanto era superbo il re Agramante,
+Che a suo comando avea gente cotante!
+
+Benché gli Arabi e il suo re Gordanetto
+Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi;
+Questi non hanno né casa né tetto,
+Ma ne le selve stan come selvatichi;
+Ragione e legge fanno a suo diletto,
+Né son tra loro astrologi o gramatichi.
+Non è de questi alcun paese certo,
+Robbano ogniuno e fuggono al diserto.
+
+E chi volesse dietro a lor seguire,
+Serìa perdere il tempo con affanno;
+Essi de frutti se sanno nutrire
+E vivere al scoperto senza panno;
+Però fan gli altri di fame morire,
+Né se acquista a seguirli se non danno;
+Onde Agramante per questa paura
+De subiugarli mai non prese cura.
+
+E standosi in Biserta a sollacciare,
+Come io vi dissi, con molto conforto,
+Un messo li aportò come nel mare
+Son più nave apparite sopra al porto,
+Le qual già Rodamonte ebbe a menare,
+Ma de lui non se sa se è vivo o morto;
+E che seco avean loro un gran pregione,
+Che è cristiano ed ha nome Dudone.
+
+Il re turbato incominciò gran pianto,
+Stimando che sia morto Rodamonte;
+Ma io il vo' piangendo abandonare alquanto,
+Per tornare a que' duo che a fronte a fronte
+De ardire e de fortezza se dàn vanto.
+Forse stimati che io parli del conte,
+Qual con Ranaldo a guerra era venuto;
+Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,
+
+Che non ha tutto il mondo duo pagani
+Di cotal forza e tanta vigoria.
+Crudel battaglia quei baron soprani
+Menata han sempre e menan tuttavia.
+De arme spezzate avean coperti i piani,
+Né alcun de lor sa già chi l'altro sia;
+Ma ciascun giuraria senza riguardo
+Non aver mai trovato un più gagliardo.
+
+De l'altro è Feraguto assai minore,
+Ma non gli lasciaria del campo un dito,
+Ché a lui non cede ponto di valore,
+Perché ogni piccoletto è sempre ardito;
+Ed èvi la ragion, però che il core
+Più presso a l'altre membra è meglio unito;
+Ma ben vorebbe aver la pelle grossa
+Il cane ardito, quando non ha possa.
+
+Durando anco tra lor lo assalto fiero,
+Per l'aspri colpi orribile a guardare,
+Passava per quel campo un messaggiero,
+Qual, fermo un poco, gli prese a parlare:
+- Se alcun di voi de corte è cavalliero,
+Male novelle vi sazo contare,
+Ché 'l re Marsilio, il perfido pagano,
+Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.
+
+E dissipato in campo ha il duca Amone,
+E con soi figli l'ha dentro cacciato,
+Seco Anzoliero e il suo parente Ivone:
+Alardo è preso, e non so se è campato;
+E quel paese è in gran destruzïone,
+Ché tutto intorno l'hanno arso e robbato.
+Questo vidi io, che son de là venuto
+Per dimandare a Carlo Mano aiuto. -
+
+Non fece alcuna indugia quel corriero,
+Che dopo le parole è caminato.
+Assai turbosse Feraguto il fiero,
+Poi che a quel fatto non se era trovato;
+E stato essendo alquanto in tal pensiero
+Da Rodamonte al fin fu domandato
+Se di tal guerra avea ponto che fare,
+Ché non vi avendo, è da lasciarla andare.
+
+E Feraguto a ponto gli contava
+Come era il re Marsilio suo cïano,
+E poi cortesemente lo pregava
+Che seco voglia pace a mano a mano;
+Né mai più de impicciarsi gli giurava
+Per la figliola del re Stordilano.
+Non lasciò già per tema cotal prova,
+Ma sol per gire a quella guerra nova.
+
+Re Rodamonte, che l'avea provato
+Di tal franchezza e di tanto ardimento,
+Assai nel suo parlar l'ebbe onorato,
+Facendo il suo volere a compimento;
+E poi se furno l'un l'altro abracciato,
+E fratellanza ferno in giuramento,
+Con sì grande amistate e tanto amore
+Che tra duo altri mai non fu maggiore.
+
+E destinati non se abandonare
+L'un l'altro mai sin che in vita serano,
+Insieme cominciarno a caminare,
+Per ritrovarse entrambi a Montealbano;
+E, via passando senza altro pensare,
+Scontrarno Malagise e Vivïano:
+Venian que' duo fratei, de' qual vi parlo,
+Per impetrar soccorso dal re Carlo
+
+Per Montealbano, il quale è assedïato,
+Come di sopra potesti sentire.
+Or Malagise se trasse da lato,
+Come e due cavallier vidde venire,
+Dicendo a Vivïan: - Per Dio beato!
+Chi sian costoro io vo' saperti dire -;
+Ed intrato lì presso in un boschetto,
+Fece il suo cerchio ed aperse il libretto.
+
+Come il libro fu aperto, più né meno,
+Ben fu servito di quel che avea voglia,
+Ché fu a demonii il bosco tutto pieno:
+Più de ducento ne è per ogni foglia.
+E Malagise, che gli tiene a freno,
+Comanda a ciascadun che via se toglia,
+Largo aspettando insin che altro comanda;
+Poi di costoro a Scarapin dimanda.
+
+Era un demonio questo Scarapino,
+Che dello inferno è proprio la tristizia:
+Minuto il giottarello e piccolino,
+Ma bene è grosso e grande di malizia;
+Alla taverna, dove è miglior vino,
+O del gioco e bagascie la divizia,
+Nel fumo dello arosto fa dimora,
+E qua tentando ciascadun lavora.
+
+Costui, da Malagise adimandato,
+Gli disse il nome e lo esser de' baroni;
+Là dove il negromante ebbe pensato
+Pigliarli entrambi ed averli pregioni.
+Tutti e demonii richiamò nel prato
+In forma de guerreri e de ronzoni,
+Mostrando in vista più de mille schiere,
+Con cimeri alti e lancie e con bandiere.
+
+Lui da una parte, da l'altra Viviano
+Uscirno di quel bosco a gran furore.
+Diceva Feraguto: - Odi, germano,
+Ch'io non sentitte mai tanto rumore!
+Questo è veramente Carlo Mano.
+Or bisogna mostrar nostro valore;
+Abench'io voglia te sempre obedire,
+Per tutto il mondo non voria fuggire. -
+
+- Come fuggir? - rispose Rodamonte
+- Hai tu di me cotale opinïone?
+Senza te solo io vo' bastare a fronte
+A tutti e cristïani e al re Carlone,
+E alle gente di Spagna seco aggionte.
+Se sopra il campo vi fosse Macone
+E tutto il paradiso con lo inferno,
+Non me farian fuggire in sempiterno. -
+
+Mentre che e duo baron stavano in questa,
+Ragionando tra lor con cotal detti,
+E Malagise uscì de la foresta,
+Già non stimando mai che alcun lo aspetti,
+Però che seco avea cotal tempesta
+De urli e de cridi da quei maledetti,
+Che sotto gli tremava il campo duro:
+Dal lor fiatare è fatto il celo oscuro.
+
+Venìa davanti agli altri Draginazza,
+Che avea le corne a l'elmo per insegna;
+Questo di rado a vil gente se abbrazza:
+Tra gli superbi alle gran corte regna.
+La lancia ha col pennone e spada e mazza,
+Ma di portare il scudo se disdegna.
+Questo si serra adosso a Rodamonte,
+E con la lancia il gionse ne la fronte.
+
+Avea la lancia il fer tutto di foco,
+Che entrò alla vista ed arse ambe le ciglia:
+E questo mosse Rodamonte un poco,
+Perché ebbe di tal fatto meraviglia;
+Ma urtò il ronzon cridando: - Aspetta un poco,
+Giotton, giotton, ché tua faccia somiglia
+Proprio al demonio mirandoti apresso,
+E certamente io credo che sei desso. -
+
+Al fin de le parole il brando mena,
+Come colui che avea forza soprana,
+E fu il gran colpo de cotanta lena,
+Che dentro lo passò più d'una spana,
+E dette a Draginazza una gran pena,
+Benché il passasse come cosa vana;
+Ma gli altri maledetti gli èno adosso
+Con tanta furia, che contar nol posso.
+
+E lui per questo non è meno ardito,
+Non ve pensati che 'l dimandi aiuto;
+Or questo or quel demonio avea colpito:
+Già se pente ciascun d'esser venuto,
+E Draginazza via ne era fuggito:
+Ma molti sono adosso a Feraguto,
+E sopra a tutti un gran dïavolone,
+E questo è Malagriffa dal rampone.
+
+Con quel rampone agriffa gli usurari,
+Conducendoli a ponto ove li piace,
+Perché ha possanza sopra de li avari,
+E giù gli coce in quel fuoco penace,
+E piglia preti e frati e i scapulari,
+Perché ciascun di loro è suo seguace.
+Ora al presente a Feraguto è intorno;
+Ben se diffende il cavalliero adorno.
+
+E quel ferì de un colpo sì diverso,
+Che io vi so dir che l'altro non aspetta,
+E a tutti gli altri mena anco a traverso;
+Ma tanta era la folta maledetta,
+Che sol cridando quasi l'han somerso.
+Ora ecco un altro, che ha nome Falsetta,
+Ingannatore e de ogni vizio pieno:
+A fraude e trufferia mai non vien meno.
+
+Costui con Feraguto fie' battaglia,
+Non gli stando però molto dapresso,
+Ma errando intorno gli dava travaglia,
+Fuggendo e ritornando a gioco spesso.
+Mal fa chi sì gran pezzo al panno taglia,
+Che non sa de cusirlo per espresso;
+Credea Falsetta ad arte e con inganni
+Tenire il cavallier sempre in affanni.
+
+Ma Rodamonte, che venìa da lato,
+A caso riscontrò quel maledetto;
+Intra le corne il brando ebbe callato,
+E divise la testa e tutto il petto.
+Via va cridando quel spirto dannato,
+Ma dove andasse, io non so per effetto,
+E Rodamonte dà tra quei malvasi,
+Benché ormai pochi al campo sian rimasi.
+
+Fuggiano urlando e stridendo con pianti,
+Ché eran spezzati e non potean morire;
+E dove prima al bosco eran cotanti,
+Ora son pochi, e ciascun vôl fuggire.
+A benché Malagise con incanti
+Facesse alquanto il campo mantenire,
+Pur non gli puote ritenere al fine,
+Che irno in profondo alle anime tapine.
+
+Esso, veggendo il fatto andar sì male,
+A fuggir cominciò con Vivïano;
+Ma tal fuggire ad essi poco vale:
+Feraguto gli segue per il piano
+Sopra a un destrier che par che metta l'ale,
+E in somma ambi li prese a mano a mano,
+Benché pur ferno alquanto de diffesa;
+Ma Rodamonte gionse alla contesa.
+
+Ed ambi gli legarno in su un ronzone,
+E verso Montealbano andarno via,
+Per presentarli al re Marsilïone.
+Segnori e grazïosa compagnia,
+Io voglio mo finire il mio sermone,
+Seguendo poi con bella diceria
+La istoria cominciata e la gran guerra:
+Dio vi contenti in celo e prima in terra.
+
+Canto ventesimoterzo
+
+Quella battaglia orribile e infernale
+Che io ve ho contata, e piena di spavento,
+Me piacque sì che, s'io non dico male,
+Mirarla in fatto avria molto talento,
+Sol per veder se il demonio è cotale
+E tanto sozzo come egli è dipento,
+Ché non è sempre a un modo in ogni loco:
+Qua maggior corne, e là più coda un poco.
+
+Sia come vôle, io ne ho poca paura,
+Ché solo a' tristi e a' desperati nôce,
+E men fatica ancor più me assicura,
+Ché io so ben fare il segno de la croce.
+Or via lasciamolo in la mala ventura
+Nel fuoco eterno che il tormenta e coce,
+Ed io ritorno a dilettarvi alquanto
+Ove io lasciai l'istoria a l'altro canto.
+
+Andando Feraguto a Montealbano
+E Rodamonte, come io ve contai,
+Che preso ha Malagise e Vivïano,
+Via caminando non restarno mai,
+Sin che trovâr lo esercito pagano,
+Che avea gran nobiltate e gente assai;
+Re, duci, cavallier, marchesi e conti
+Coperti di trabacche han piani e monti.
+
+Feraguto andò avanti al re Marsilio,
+E conta in breve, stando ingenocchiato,
+Sì come a Malagise diè di piglio,
+E Rodamonte assai gli ebbe lodato.
+Il re, che più l'amava assai che figlio,
+Oltra meza ora lo tenne abracciato,
+Baciandolo più volte, e per suo amore
+A Rodamonte fece un grande onore.
+
+Balugante era in campo e Falcirone,
+Fratei del re, con molta baronia,
+L'un de Castiglia e l'altro di Leone,
+E Maradasso, il re de Andologia,
+E il re di Calatrava, Sinagone,
+Grandonio di Volterna in compagnia,
+Qual dapoi mise e Cristïani al fondo
+(Sopra a Moroco regna il furibondo);
+
+Re de' Galegi, il quale era pedone,
+Ché destriero al portar non ha balìa,
+Vi venne Maricoldo col bastone;
+Ma di Biscaglia alcun non vi venìa,
+Perché il re Alfonso tien la regïone,
+Bon cristïano e de alta gagliardia,
+Di cui la stirpe e 'l bel seme iocondo
+Non Spagna sol, ma illuminato ha il mondo.
+
+Né trovo per scrittura, o per ragione
+Più real sangue, e non credo che sia;
+Fanne Sardegna dimostrazïone,
+Le due Cecilie e in parte Barbaria:
+Ed è verace quella opinïone
+Che fu da' Goti sua genologia.
+Chi fosser questi, già non vi respondo:
+La terra il seppe e il mar che gira in tondo.
+
+Or veritate ed anco affezïone
+Me ha tratto alquanto de la strata mia;
+Ma torno adesso e dico le persone
+Sopra a le qual Marsilio ha signoria.
+Larbin di Portugallo era in arcione,
+E Stordilano ancor, che possedia
+Tutta Granata; e già non vi nascondo
+Il Maiorchin, che nome ha Baricondo;
+
+Ma poi la corte di Marsilïone,
+Di tanto pregio e tal cavalleria.
+Serpentin de la Stella, il fier garzone,
+Ed Isolier s'aspetta tuttavia,
+Che è sir de Pampaluna, e Folicone,
+Del re bastardo e conte de Almeria;
+Non par di Spagna il terzo, né il secondo,
+Quel colorito, e questo bianco e biondo.
+
+Ma perché vi faccio io tanta dimora
+Il nome e le provenze a racontare,
+Che poi ne le battaglie in poco de ora
+Gli sentireti a ponto divisare?
+Re Carlo giongerà senza dimora,
+Poscia per tutti vi serà che fare,
+A benché alcun pagan qua non l'aspetti,
+Che tutti in zoia stanno e gran diletti.
+
+Aveano usanza tutti i re pagani,
+La quale in questo tempo anco è rimasa,
+Che, campeggiando, o vicini o lontani,
+Ma' le lor dame lasciavano a casa;
+Né so se lor pensier sian fermi o vani,
+Ché pur sta mal la paglia con la brasa;
+Ma, da altra parte ancora, per amore
+Lo animo cresce e più se fa de core.
+
+Per questo erano in campo le regine
+Quasi di tutta Spagna, e pur le belle;
+Ma sopra a tutte l'altre peregrine
+Era stimata il fior de le donzelle
+La Doralice; come tra le spine
+Splende la rosa e tra foglie novelle,
+Così lei di persona e di bel viso
+Sembra tra l'altre dea del paradiso.
+
+Re Rodamonte, che tanto l'amava,
+Ogni giorno per lei facea gran prove;
+Or combatte a ristretto ed or giostrava,
+Sempre con paramenti e foggie nove,
+E Feraguto a ciò l'accompagnava;
+Onde per questo par che non se trove
+Altro baron che a lui tenga la fronte,
+Tanto era forte e destro Rodamonte.
+
+Il re Marsilio per più fargli onore
+Facea gran feste e trïonfal conviti,
+E sempre Rodamonte ha più favore
+Tra quelle dame dai visi fioriti.
+Or così stando un giorno, alto rumore
+E trombe con gran cridi fôrno oditi,
+E la novella vien de mano in mano
+Come assalito è il campo giù nel piano.
+
+Re Carlo ne venìa per la campagna,
+Ed avea seco il fior de' Cristïani
+De l'Ongheria, di Franza e de la Magna,
+E la sua corte, quei baron soprani;
+Ma quando vidde la gente di Spagna
+Tutta assembrata per callare a i piani,
+Chiamò Ranaldo ed ebbe a lui promesso
+Non dar la dama a Orlando per espresso,
+
+Pur che facesse quel giorno col brando
+Sì fatta prova e dimostrazïone,
+Che più di lui non meritasse Orlando.
+Poi d'altra parte il figlio de Milone
+Fece chiamar da parte, e ragionando
+Con lui gli diè segreta intenzïone
+Che mai la dama non avrà Ranaldo,
+Pur che combatta il giorno al campo saldo.
+
+Ciascun di lor quel giorno se destina
+Di non parer de l'altro mai peggiore.
+Ahi sventurata gente saracina,
+Che adosso ben ti viene un gran romore!
+Quei duo baron faran tanta ruina,
+Che mai fu fatta al mondo la maggiore.
+Or tacete, segnori, e non v'incaglia,
+Ch'io vo' contare un'aspra e gran battaglia.
+
+Re Carlo Mano avea fatte le schiere
+Molto ordinate e con gran sentimento;
+Il nome de ciascuno e le bandiere
+Poi sentirete e l'altro guarnimento,
+Secondo che usciran le gente fiere
+Che contra lor ne van con ardimento.
+Ma la prima che è gionta alla campagna
+È Salamone, il bon re de Bertagna.
+
+Con la bandiera a scacchi neri e bianchi
+Ricardo e' soi Normandi è seco in schiera;
+Guido e Iachetto, che èn duo baron franchi,
+L'un de Monforte e l'altro de Riviera.
+Sei de sei millia non credo che manchi
+Di questa gente, che è animosa e fiera;
+Ne vien correndo e mena gran pulvino,
+Per assalire il campo saracino.
+
+Marsilio avea mandato Balugante,
+Che refrenasse quello assalto un poco,
+Acciò che le sue gente, che son tante,
+Potesse trare alquanto di quel loco.
+Serpentino era seco e lo Amirante
+E il re Grandonio, l'anima di foco;
+Con più de trenta millia de Pagani
+Callarno il monte e gionsero in que' piani.
+
+Suonâr le trombe, e con molta tempesta
+L'un verso l'altro a gran crido se mosse
+A tutta briglia, con le lancie a resta,
+E con fraccasso l'un l'altro percosse.
+Aspra battaglia non fu più di questa:
+Volarno i tronchi al cel de l'aste grosse
+E l'arme resuonarno insieme e' scudi,
+Quando scontrarno insieme a li urti crudi.
+
+Era al principio questo un bel riguardo
+Per l'arme relucente e per cimieri;
+Ciascun destriero ancora era gagliardo,
+Coperte e paramenti erano intieri;
+Ma, poi che Salamone e il bon Ricardo
+E Iachetto con Guido, e baron fieri,
+Intrarno furïosi alla gran folta,
+La bella vista in brutta fu rivolta.
+
+Roncioni e cavallier morti e tagliati
+Tutto infiammarno il campo sanguinoso,
+E l'arme rotte e gli elmi spenacchiati
+Facean riguardo tristo e doloroso.
+E paramenti e' squarci dissipati,
+E ciascun pien di sangue e polveroso;
+Il ruïnare a terra e il gran fraccasso
+Avrian smariti gli occhi a un satanasso.
+
+Ricardo entrò primiero alla battaglia,
+Il qual portava per cimiero un nido,
+E Salamone adosso alla canaglia,
+E Iachetto con seco e 'l franco Guido.
+Ciascun sì crudamente i Pagan taglia,
+Che sino al cel se odiva andare il crido;
+Ma alor se mosse incontra Balugante,
+Grandonio e Serpentino e lo Amirante.
+
+E per la lor prodezza e suo valore,
+E per sua gente ancor, che gli abondava,
+La nostra certo arìa avuto il peggiore,
+Che indietro a poco a poco rinculava;
+Ma, ciò veggendo Carlo imperatore,
+Che a lato alla baruffa sempre istava,
+Mandò in soccorso Olivieri il marchese,
+E Naimo e il conte Gano e il bon Danese;
+
+E seco Avino e Ottone e Berlengiero
+E Avorio, che anco lui fu paladino;
+Avenga che io nol ponga per primiero,
+Pur va con gli altri, e dietro a lui Turpino.
+Alor se radoppiò lo assalto fiero
+E levossi di novo alto polvino;
+Altro che trombe non se ode nïente,
+E lancie rotte de una e de altra gente.
+
+Carlo chiamò da parte Bradamante,
+Ch'è fior de gagliardia, quella donzella,
+E 'l bon Gualtiero, il cavalliero aitante,
+Ed alla dama in tal modo favella:
+- Tu vedi il monte il quale è qua davante.
+Là con Gualtiero a quel bosco ti cella,
+Con questi cavallier che teco mando,
+Né te partir di là, se io nol comando. -
+
+Ella ne andò; ma sopra di quel piano
+Era battaglia sì crudele e stretta,
+Che nol potria contare ingegno umano.
+A furia vien la gente maledetta;
+Benché il franco Olivier col brando in mano
+Di qua di là gli taglia a pezzi e fetta,
+Pur si diffende assai la gente fiera:
+Ecco de il monte scende un'altra schiera.
+
+Questo è il re Stordilano, e Malgarino
+E Baricondo è seco e Sinagone,
+E Maradasso più gli era vicino:
+La schiera guida al campo Falcirone.
+Costui portava al suo stendardo un pino
+Col foco ne le rame e nel troncone,
+Ed ha la gente spessa come piova:
+Ben vi so dir che il gioco se rinova.
+
+Alor Grandonio, quella anima accesa,
+Qual mai non se ha potuto adoperare,
+Sol per tenir la sua gente diffesa
+(Ché a ricoprirla troppo avea che fare),
+Ora una lancia in su la coscia ha presa,
+E sopra Salamon se lascia andare.
+Avendo posta già quella asta a resta,
+Roverso al campo il getta con tempesta.
+
+Guido abattuto fu da Serpentino,
+Io dico Guido il conte de Monforte,
+E non il Borgognon, che è paladino,
+Il qual si stava con re Carlo in corte.
+Or Balugante, il forte saracino,
+Al conte de Rivera diè la morte,
+Dico a Iachetto; gionselo al costato,
+E via passando lo distese al prato.
+
+Quando il Danese vidde Balugante,
+Che avea in tal modo morto il giovanetto,
+Turbato acerbamente nel sembiante
+Sprona il ronzone adosso al maledetto.
+Gionse al cimier, che è un corno de elefante,
+E specciòl tutto e roppe il bacinetto,
+E se dritto il colpiva a compimento,
+Tutto il fendeva di sotto dal mento.
+
+Ma il brando per traverso un poco calla,
+Sì che una guanza con la barba prese,
+E venne gioso e colse nella spalla,
+Né piastra grossa o maglia la diffese.
+Nel scudo de osso il bon brando non falla,
+Ma seco ne menò quanto ne prese,
+E fo sì gran ferita e sì diversa,
+Che quasi ha lui da poi la vita persa.
+
+Ma Balugante volta il suo ronzone
+Menando le calcagne forte e spesso,
+Sin che fo avante al re Marsilïone,
+Come io vi contarò qua poco apresso.
+Ora Oliviero abatte Sinagone,
+Ed hagli il capo insino ai denti fesso:
+Barbuta non gli valse o l'elmo fino;
+E poi se volta e segue Malgarino.
+
+Ma non lo aspetta lui, che è impaurito;
+Mostrògli Sinagon ciò che 'l die' fare,
+Ed ebbe senno a pigliar bon partito.
+Ecco Grandonio, che un serpente pare:
+E gionse Avino, il giovanetto ardito,
+E sottosopra il fece trabuccare;
+Poi Belengero abatte in sul sabbione,
+E seco Avorio e il suo fratello Ottone.
+
+Gionse anche Serpentino a un'altra banda
+E scontrò il bon Ricardo paladino:
+For dello arcione alla campagna il manda;
+Né qui se arresta e scontrase a Turpino,
+E benché 'l prete a Dio se ricomanda,
+Pur fu abattuto da quel saracino.
+Rimescolata è tutta quella traccia,
+Qua fugge questo, e là quell'altro caccia.
+
+Vidde Olivier Grandonio di Volterna,
+Che abatte sopra al campo gente tanta
+Che altri che lui non par che se discerna,
+E tutto è sangue dal capo alla pianta.
+Dicea Oliviero: - O Maiestate Eterna,
+Io pur diffendo la tua Fede santa,
+Come far deggio, e il tuo culto divino;
+Dammi possanza contra al Saracino! -
+
+Egli avea già racolta un'altra lanza
+Così dicendo, e con animo ardito
+Spronava il suo destrier con gran baldanza.
+Or non so dir se ben fusse seguito,
+Però che gionse il conte di Maganza,
+E per traverso ha il Saracin colpito;
+Non se guardando forse da quel lato,
+Tutto el distese fuor de arcione al prato.
+
+Quando Grandonio se vidde abattuto,
+Non dimandati se rodea la brena;
+Presto ricciato rembracciava il scuto,
+E mena il brando, e non è dritto apena;
+Ma il conte Gano, che stava aveduto,
+Volta il destriero e le calcagna mena;
+Ma il re Grandonio afferra il suo ronzone,
+Rimette il brando e salta nello arcione.
+
+Poi che salito fu sopra al destriero,
+Tra la gran folta col brando se caccia;
+Mai non fu Saracin cotanto fiero:
+Questo abatte per terra e quello amaccia.
+Ecco raggionto il marchese Oliviero,
+Che avea ferito Falcirone in faccia,
+E spezzato gli ha l'elmo e rotto il scuto,
+Quando gionse Grandonio a darli aiuto.
+
+Gionse Grandonio, e ben gli bisognava,
+Ché non potea durar lunga stagione;
+Presto Oliviero a questo se voltava,
+Lasciando mezo morto Falcirone.
+Or l'uno e l'altro gran colpi menava;
+Benché più forte sia quel can fellone,
+Era Olivier di lui poi più maestro,
+Ma molto accorto e più legiero e destro.
+
+Menò Grandonio un colpo a quel marchese,
+E nel fondo del scudo agionse al basso,
+Qual ponto nol coperse né diffese,
+Ma tutto se fiaccò con gran fraccasso,
+E passò il brando ed arivò allo arnese:
+Se egli avea forza, a voi pensar vi lasso.
+Poco prese la coscia, e nello arcione
+Via passò il brando e gionse 'l bon ronzone.
+
+Colse il ronzone a quella spalla stanca,
+E sconciamente l'ebbe innaverato;
+Per questo ad Oliviero il cor non manca,
+Mena a due mano il suo brando affilato;
+Gionse a Grandonio quella anima franca
+Sopra del scudo, e tutto l'ha spezzato,
+Né piastra integra al forte usbergo lassa:
+Tutte le speza e dentro al petto passa.
+
+Come io ve dico, ove gionse Altachiera
+Non lascia a quello usbergo piastra sana;
+Spezza ogni cosa quella spada fiera,
+E 'l fianco aperse più de una gran spana.
+Ciascadun de essi a tristo partito era,
+Spargendo il sangue in su la terra piana,
+Né per ciò l'uno a l'altro dava loco,
+Ed ogni colpo accresce legne al foco.
+
+Cresce lo assalto dispietato e fiero,
+E ben de l'arme sentirno il polvino;
+Ma da altra parte il bon danese Ogiero
+Per tutto il campo caccia Malgarino,
+E di suo scampo non ve era mestiero,
+Se non vi fosse agionto Serpentino,
+Quel dalla Stella, il giovanetto adorno,
+Che avea fatate l'arme tutte intorno.
+
+Come fu gionto, e vidde che il Danese
+Condotto ha Malgarino a mal partito,
+Sopra de Ogiero un gran colpo distese
+Dal lato manco in su l'elmo forbito,
+Quale era grosso e ponto nol diffese,
+Perché aspramente al capo l'ha ferito.
+Volta il Danese a lui, forte adirato:
+Bene ha di che, sì come io vi ho contato.
+
+Cominciarno battaglia aspra e feroce
+Que' duo guerrer mostrandosi la fronte,
+Benché Curtana a quelle arme non nôce,
+Ché eran fatate per tagli e per ponte.
+Or cresce un novo crido ed alte voce,
+Ché un'altra schiera giù calla del monte,
+Maggiore assai de l'altre due davante:
+Non fur vedute mai gente cotante.
+
+Colui che vien davanti è Folicone,
+Il figlio de Marsilio, che è bastardo,
+Che ha de Almeria la terra e il bel girone:
+Ben vi posso acertar che egli è gagliardo.
+Larbin de Portugallo, il fier garzone,
+Gli viene apresso in su un corsier leardo;
+Maricoldo il Galego, che è gigante,
+Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante;
+
+Ed Alanardo, conte in Barzelona,
+Vi venne, e Dorifebo, il fier pagano,
+Qual porta di Valenza la corona,
+E il conte de Girona, Marigano,
+E il franco Calabrun, re de Aragona.
+Par che quel monte giù roini al piano;
+A sì gran folta ne vien via la gente,
+Che par che il cel profondi veramente.
+
+Quando re Carlo vidde gente tante,
+Ben se crede quel dì de aver gran scorno;
+Chiamando a sé Ranaldo e il sir de Anglante,
+- Filioli, - dicea - questo è il vostro giorno! -
+E poi mandava un messo a Bradamante
+Che, giù voltando quella costa intorno,
+Quanto nascosta può, per quella valle
+Ferisca a i Saracin dietro alle spalle.
+
+E dapoi che ebbe la dama avisata,
+Ranaldo e Orlando chiamò, con amore
+Dicendo a lor: - Questa è quella giornata
+Che sempre al mondo vi può fare onore:
+Or questa è quella che ho sempre espettata
+Per discerner qual sia di voi megliore;
+Per mia man seti entrambi cavallieri,
+Né so di qual di voi meglio mi speri.
+
+Or via, miei paladini, alla battaglia!
+Ecco e nimici! Io non vi gli nascondo;
+Fatime un squarcio entro a quella canaglia,
+Che sempre mai di voi se dica al mondo.
+Io non li stimo tutti un fil di paglia,
+Quando io vi guardo il viso furibondo;
+Nel vostro viso ben mi sono accorto
+Che il mio nemico è già sconfitto e morto. -
+
+Non aspettâr più oltra e duo baroni
+Il ragionar che fece Carlo Mano.
+Come dal cel turbato escon duo troni,
+E duo venti diversi allo oceàno,
+Così van loro a furia di ronzoni.
+Ahi sventurato e tristo quel pagano,
+Qual sia scontrato da Ranaldo ardito!
+Né quel de Orlando avrà meglior partito.
+
+Ranaldo avanti il conte un poco avancia,
+Perché aveva il destrier più corridore;
+A mezo il corso aresta la sua lancia,
+Spronando tutta fiata a gran furore.
+Il re Larbino avea molta arrogancia,
+Come hanno tutt'e Portugesi il core;
+E veggendo venire il fio de Amone,
+- Chi è costui, - disse - che ha sì bel ronzone?
+
+Come ne vene! E' par che metta l'ale!
+E pure ha un gran poltrone armato adosso;
+Per manco nol darebbe come il vale,
+Né lasciarebbe del suo pregio un grosso.
+E veramente che io faccio ben male
+Ferire a quel meschin, ma più non posso;
+Qua fusse Orlando con Ranaldo a un fasso,
+Ché io so che a un colpo l'uno e l'altro passo. -
+
+Così dicendo il re, che è bravo tanto,
+Un tronco for di modo ebbe arestato.
+Ranaldo ne venìa da l'altro canto,
+E l'uno a l'altro a gran corso è scontrato;
+Quel roppe il tronco grosso tutto quanto,
+E questo lui passò da l'altro lato,
+Dico Ranaldo il passa, e la sua lancia
+Dietro alle spalle un gran braccio gli avancia.
+
+Poi lo urta a terra e quella asta abandona,
+E dà tra gli altri con Fusberta in mano.
+Forte era Calabron, re de Aragona,
+Quanto fosse nel campo altro pagano,
+Ad ogni prova de la sua persona.
+Costui, veggendo il senator romano
+Che vien spronando con la lancia a resta,
+Verso di lui se mosse a gran tempesta.
+
+Chi li avesse cernuti ad uno ad uno,
+Duo più superbi non avea quel campo,
+Come era quel Larbino e Calabruno,
+Che contra al conte vien con tanto vampo;
+Benché gli serìa meglio esser digiuno
+Di cotal prova e di cotale inciampo,
+Ché il conte lo passò da banda a banda,
+E morto for de arcione a terra il manda.
+
+Poi dà tra gli altri e trasse Durindana,
+Perché allo incontro avea rotta la lanza.
+Come apre il mare intrando una fiumana,
+Così quel paladin, che è il fior di Franza,
+Nel mezo a quella gente ch'è pagana,
+Dimostra molto ardire e gran possanza,
+Tagliando e dissipando ad ogni mano;
+L'arme spezzate insino al cel ne vano.
+
+Ecco nel campo ha visto un gran pedone:
+Questo era Maricoldo di Galizia,
+Che fa de' nostri tal destruzïone
+Che a riguardare egli era una tristizia.
+Il conte lo mirava di storzone,
+Ché de sì fatti avea morti a dovizia,
+Fra sé dicendo: "Sì grandon ti veggio,
+Ch'io te voglio ascurtar un piede e meggio."
+
+E parlando così come io ve conto,
+Con lui se azuffa e fu corto quel gioco,
+Ché dove avea segnato, lo ebbe agionto;
+Nïente vi lasciò del collo, o poco,
+Ed ascurtollo un piede e mezo aponto.
+Poi dà tra gli altri; come fusse un foco
+Posto di zugno in un campo de biada,
+Così destrugge e taglia con la spada.
+
+Re Stordilano abatte e Baricondo,
+E' soi destrier e lor getta in un fasso.
+Colpito ha in fronte il primo, e quel secondo
+Avea ferito nel gallone al basso;
+La gente saracina va in profondo.
+Ecco scontrato al campo ha Maradasso,
+Maradasso da Argina, lo Andaluccio,
+Che ha per insegna e per cimero un struccio.
+
+Sì come io dico, è re de Andologia
+Quel Maradasso che il struccio portava.
+Per tutto il campo Orlando lo seguia,
+Ma per nïente lui non lo aspettava;
+Onde cacciosse tra l'altra genia.
+Chi contarebbe e colpi che menava?
+Questo ha per largo e quel per lungo aperto:
+Dal capo al piè di sangue era coperto.
+
+Né già Ranaldo fa minor roina
+Ove si trova con Fusberta in mano,
+Ché intrato è tra la gente saracina,
+E tutta in pezzi la distende al piano;
+Menar Fusberta mai non se raffina.
+Ora ecco ha visto il forte Marigano,
+Qual, come io dissi, è conte de Girona;
+Sopra di lui Ranaldo se abandona.
+
+Ed ebbel gionto in testa con Fusberta,
+E fraccassò il cimiero e il bacinetto;
+La fronte e la gran barba gli ebbe aperta,
+E callò il brando insino a mezo il petto.
+Fugge allo inferno la anima diserta,
+Rimase in terra il corpo maledetto.
+Quivi lo lascia il paladin gagliardo
+E dietro in caccia è posto ad Alanardo:
+
+Conte Alanardo, quel barcelonese.
+Ranaldo non gli pone differenza;
+O sia de l'uno o de l'altro paese,
+Tutti gli mena al pare a una semenza.
+Questo stordito per terra distese;
+Poi Dorifebo, che era di Valenza,
+Abatte al campo sì de un colpo crudo:
+Rotto avia l'elmo e fraccassato il scudo.
+
+Come alla verde selva del ginepre
+Se 'l foco dentro vi è posto talora
+Per cacciar fora caprioli e lepre,
+La fiama intorno e in mezo se avalora;
+Tal da Ranaldo convien che si sepre
+Quella canaglia, e non prende dimora,
+Ché gli spaventa e caccia in ogni loco,
+Come la lepre e il capriolo il foco.
+
+Lui lo Argaliffa abatte e Folicone,
+E il re Morgante for di sella caccia:
+Il primo avea ferito nel gallone,
+El secondo nel petto, e 'l terzo in faccia.
+Chi contaria la gran destruzïone?
+A questo taglia il collo, a quel le braccia;
+Non se vidde giamai tanta tempesta:
+Sin da le piante è sangue in su la testa.
+
+Dico, segnor, che il bon Ranaldo ardito
+Tutto era sangue dal capo alle piante:
+Non dico già che lui fosse ferito,
+Ma per le gente che ha occise cotante.
+Ora di lui vi lascio a tal partito,
+Però che io vo' tornare a Balugante,
+Qual, dissipato a gran confusïone,
+Gionse davante al re Marsilïone.
+
+Rotto avea il capo e aperta una masella,
+Fessa una spalla, e il scudo avea perduto,
+E dimenando se crollava in sella,
+Come morendo al fin fosse venuto.
+E benché apena con dolor favella,
+Pur quanto più potea, cridava: - Aiuto!
+Aiuto! aiuto! ché il re Carlo Mano
+Tutta tua gente ha dissipata al piano. -
+
+Quando ciò vidde il re Marsilïone,
+Ambe le man se batte in su la fronte,
+E forte biastemando il suo Macone
+Facea le ficche al celo a pugne gionte;
+Poi comanda a ciascun che sia in arcione.
+Feraguto fu il primo e Rodamonte,
+Re Malzarise apresso e Folvirante;
+Questo non è spagnol, ma di Levante,
+
+Benché al presente sia re di Navara,
+Ché il re Marsilio a lui l'avea donata;
+Ma questo giorno li costarà cara.
+Or viene a furia giù la gran brigata,
+Che a riguardar parìa mille migliara.
+Non dico che sian tanti tutta fiata;
+Ma chi all'incontro e suoi nemici vede,
+Più del dovere assai gli estima e crede.
+
+Come io ve dico, giù callano al piano:
+Par che profondi il mondo da quel lato;
+Tutti meschiati e senza ordine vano,
+Sì come vôl Marsilio disperato.
+Bavarte era davanti e Languirano
+(Ciascuno era de un regno incoronato),
+E Doriconte apresso e Baliverno
+E il vecchio Urgin, che è schiavo de l'inferno.
+
+Par che la terra e il mare e il cel ruine;
+Ciascun di essere il primo a denti freme.
+Ma quelle dame misere e tapine
+Li guardan drieto, e chi piange e chi geme;
+E tutte le donzelle e le regine
+Battean le palme lacrimando insieme,
+Dicendo ai cavallier: - Per nostro amore
+Oggi mostràti se aveti valore!
+
+Voi ben vedeti che alle vostre mani
+Macone ha posta nostra libertate;
+Via nel bon ponto, o cavallier soprani,
+Contra a' nemici! e sì ve diportate,
+Che non giongiamo in forza di que' cani,
+Sendo in eterno poi vituperate.
+Nostra persona e l'anima col core
+Vi acquistareti e insieme il vostro onore. -
+
+Non fu nel campo re né cavalliero,
+Qual non se commovesse a cotal dire;
+Ma sopra a gli altri Rodamonte il fiero
+Di starsi in loco non potea soffrire;
+Ma già partirse gli facea mestiero,
+Perché Marsilio gli mandava a dire
+Ad esso e a Feraguto alora alora
+Che sian con seco senza altra dimora.
+
+Onde callarno quei duo saracini,
+Che erano al mondo fior di gagliardia.
+Oh quanti cristïan faran tapini!
+Donaci aiuto, o Santa Matre pia!
+Non menaran la cosa in quei confini
+Che se è menata e mena tuttavia;
+Ranaldo e Orlando, che or paion di foco,
+Avran suo carco e soprasoma un poco.
+
+Callarno quei baron, che aveano il vanto,
+Come io vi dico, di forza e di ardire;
+Parve che il mondo ardesse de quel canto
+E che la terra se volesse aprire.
+Questo cantare è stato lungo tanto,
+Che ormai ve increscerebbe il troppo dire,
+Onde io prenderò possa e voi diletto;
+Ne l'altro canto ad ascoltar vi espetto.
+
+Canto ventesimoquarto
+
+Quando la tromba alla battaglia infesta
+Suonando a l'arme sveglia il crudo gioco,
+Il bon destrier superbo alcia la testa,
+Battendo e piedi, e par tutto di foco;
+Squassa le crine e menando tempesta
+Borfa le nare e non ritrova loco,
+Ferendo a calci chi se gli avicina;
+Sempre anitrisce e mena alta ruina.
+
+Così ad ogni atto degno e signorile,
+Qual se raconti, di cavalleria,
+Sempre se allegra lo animo gentile,
+Come nel fatto fusse tuttavia,
+Manifestando fuore il cor virile
+Quel che gli piace e quel ch'egli disia;
+Onde io di voi comprendo il spirto audace,
+Poi che de odirme vi diletta e piace.
+
+Non debbo adunque a gente sì cortese
+Donar diletto a tutta mia possanza?
+Io debbo e voglio, e non faccio contese,
+E torno ove io lasciai ne l'altra stanza
+Di Feraguto, che il monte discese,
+E Rodamonte con tanta arroganza
+Che de i lor guardi e de la orribil faccia
+Par che il cel tremi e il mondo se disfaccia.
+
+Venian davanti a gli altri e duo baroni
+Più de una arcata per quella pianura.
+Sì come fuor del bosco duo leoni
+Che abbian scorto lo armento e la pastura,
+Così venian spronando e lor ronzoni
+Sopra la gente che de ciò non cura;
+Io dico e Cristïani e Carlo Mano,
+Che ben veduti gli han callare al piano.
+
+Lo imperator gli vidde alla costiera,
+Dico e Pagani e il re Marsilïone,
+A benché allora non sapea chi egli era;
+Pur fece presto a ciò provisïone.
+Subitamente fece una gran schiera
+De cavallieri arditi e gente bone;
+Ove gli trova, senza altro riguardo
+Tutti gli aduna intorno al suo stendardo.
+
+Poi mosse Carlo questa compagnia,
+Sopra a un destriero a terra copertato;
+Per quel furor la terra sbigotia,
+Tamburi e trombe suonan da ogni lato.
+Marsilio d'altra parte anco vien via,
+Ma son davanti, come io ve ho contato,
+Il franco Feraguto e Rodamonte;
+E duo de' nostri a lor scontrarno a fronte,
+
+Il conte Gano e lo ongaro Otachiero,
+Contra di lor spronando a gran baldanza;
+E Rodamonte, che gionse primero,
+Scontrò nel scudo al conte di Maganza.
+Tutto il fraccassa il saracino altiero,
+E usbergo e 'l fianco passa con la lanza.
+Turpino il dice, ed io da lui lo scrivo,
+Che Satanasso alor lo tenne vivo.
+
+Questo servizio allor gli fie' di certo,
+Per far dapoi dell'anima più straccio.
+Or Feraguto, il cavalliero esperto,
+Ben dette ad Otachier più presto spaccio;
+Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto,
+Dietro a le spalle andò di lancia un braccio.
+Caderno entrambi a grave disconforto:
+L'un mezo è vivo, e l'altro al tutto morto.
+
+E dui pagan lasciâr costoro in terra,
+E dan tra' nostri a briglia abandonata;
+Il conte Gano ben presto si sferra,
+E se nascose, l'anima dannata.
+Or chi me aiuta a ricontar la guerra
+Che fan color, crudele e disperata?
+Io non mi credo mai di poter dire
+L'aspre percosse e il lor crudo ferire.
+
+Lingua di ferro e voce di bombarda
+Bisognarebbe a questo racontare,
+Che par che 'l cel de lampi e di foco arda,
+Veggendo e brandi intorno fulminare;
+E benché nostra gente sia gagliarda,
+Contra a' duo saracin non può durare,
+Come iudichi il cel quel giorno a morte
+Lo imperatore e la sua real corte.
+
+Questo da quella e quel da questa banda
+Armi e persone tagliano a traverso;
+Il re Carlone a Dio si racomanda,
+Ché, come gli altri, di stupore è perso,
+Benché per tutto provede e comanda;
+Ma tanto è il crido orribile e diverso
+Di gente occisa e de arme il gran rumore,
+Che non intende alcun lo imperatore.
+
+Ma ciascaduno, ove meglio far crede,
+Corre alla zuffa come disperato;
+Ben vi so dir, se Dio non gli provede,
+Che Carlo questo giorno è disertato,
+E rimarrà la Francia senza erede,
+Ché ogni barone a quel campo è tagliato,
+Ed è occiso anco il popol più minuto
+Da Rodamonte insieme e Feraguto.
+
+Dal destro lato intrò re Rodamonte
+Col brando di Nembrot ad ambe mano,
+E partì Ranibaldo per la fronte,
+Duca de Anversa, che è bon cristïano.
+Da poi Salardo, che de Alverna è conte,
+Taglia a traverso e lascia morto al piano;
+Ugo e Raimondo trova il maledetto,
+L'un sino al collo e l'altro fende al petto.
+
+Quel di Cologna, e questo era Picardo:
+Il Saracino a terra gli abandona,
+E gli altri occide senza alcun riguardo
+Quel re che di prodezza è la corona;
+Né di lui Feraguto è men gagliardo,
+Ché meraviglia fan de la persona:
+Ranier di Rana, il patre de Oliviero,
+Ferito a morte abatte del destriero;
+
+E il conte Ansaldo, il quale era alemano,
+Ed è segnor de la città de Nura,
+Percote sopra a l'elmo ad ambe mano,
+E tutto il parte insino alla cintura.
+Tutta la gente fugge per il piano:
+Chi non avria di que' colpi paura?
+Duca di Clevi, il duca di Sansogna,
+Ciascuno ha un colpo, e più non vi bisogna;
+
+Però che il collo a l'un tagliò di netto,
+Volò via il capo e l'elmo col cimiero;
+L'altro divise da la fronte al petto,
+Poi dà tra gli altri quel saracin fiero.
+Re Carlo avea di ciò tanto dispetto,
+Che non capìa di doglia nel pensiero.
+Ecco Marsilio ariva e la gran gente:
+Non sa re Carlo che farsi nïente.
+
+Nïun Ranaldo vi è, nïuno Orlando,
+Nïun Danese e nïuno Oliviero;
+Chi qua, chi là nel campo combattando,
+Ciascun di adoperarse avea mestiero;
+Onde il bon re, de intorno riguardando,
+Poi che non vede conte o cavalliero
+Che a' soi nemici più volti la faccia,
+Fasse la croce e il forte scudo imbraccia,
+
+Dicendo: - O Dio, che mai non abandoni
+Chiunque in te spera con perfetto core,
+Sì come fanno adesso e miei baroni,
+Che abandonano al campo il suo segnore:
+Meglio è morire e poter star tra' boni,
+Che più campare al mondo in disonore;
+Aiutame, mio Dio, dammi baldanza:
+In te sol fido ed ho la mia speranza. -
+
+Tra le parole una grossa asta aresta,
+Sempre chiamando a Dio del celo aiuto,
+E dove è la battaglia e più tempesta,
+Sprona il destriero e scontra Feraguto.
+Proprio alla vista il gionse nella testa,
+Poco mancò che non fosse caduto;
+Ma tal possanza avea il crudo barone,
+Che se mantiene a forza ne l'arcione.
+
+La lancia volò in pezzi con romore,
+E Feraguto, che il colpo avea preso,
+Qual mai pigliato non avea il maggiore,
+Se rivoltò, de furia e de ira acceso;
+Gionse ne l'elmo al franco imperatore,
+E sopra al prato lo mandò disteso.
+Ciascun che 'l vidde, crede che 'l sia morto:
+Bene hanno e nostri e cruccio e disconforto.
+
+Ma sopra agli altri il franco Balduino,
+Benché sia nato de la falsa gesta,
+Forte piangendo se chiama tapino,
+E via correndo di cercar non resta
+Per ritrovare Orlando paladino.
+Ugetto di Dardona ancora in questa
+Veggendo il fatto se partì di saldo,
+E va correndo per trovar Ranaldo.
+
+Ma il re Marsilio intrò nella battaglia,
+Suonando trombe e corni e tamburini,
+E tanto è il crido de la gran canaglia,
+Che par che ne lo abisso il cel ruini.
+La nostra gente tutta se sbaraglia,
+Perché adosso gli sono i Saracini,
+Che gli tagliano tutti a pezzi e a fetta:
+Chi può fuggir, nel campo non aspetta.
+
+Ma Balduin cercando atrovò il conte,
+Che pure alora occise Balgurano;
+Come di sangue là fusse una fonte,
+Fatto avea rosso tutto intorno il piano;
+E Balduin, battendosi la fronte,
+Conta piangendo come Carlo Mano
+È morto al campo, o sta con tal martìre
+Che in poco de ora converrà morire.
+
+Orlando alle parole stette un poco,
+Per la gran doglia che gli gionse il core,
+Ma poi divenne rosso come un foco,
+Battendo i denti insieme a gran furore.
+Da Balduino avendo inteso il loco
+Ove abattuto è Carlo imperatore,
+Là se abandona quella anima fiera:
+Ciascun fa loco più che volentiera.
+
+Chi non il fa ben presto, se ne pente,
+Ché lui non cegna, ma del brando mena,
+Ed è tanto turbato e tanto ardente,
+Che non discerne e soi da gli altri apena.
+Per quel camino occise una gran gente;
+Ma ritorno ad Ugiero di Dardona,
+Qual mai non posa cercando a ogni mano,
+Sin che ha trovato il sir di Montealbano.
+
+Né il cognoscea, tanto era sanguinoso,
+Ché il scudo avea coperto e l'armatura;
+Poi che il cognobbe, tutto lacrimoso
+Gli racontò la gran disaventura,
+Come era andato il fatto doloroso,
+E che il re Carlo sopra alla pianura
+Era abattuto, de la vita in bando,
+Se non lo ha già soccorso il conte Orlando;
+
+Perché venendo lo vidde passare,
+Ed era seco a lato Balduvino,
+Qual forse questo gli debbe contare,
+Però che anch'esso a Carlo era vicino.
+Quando Ranaldo odìa ciò racontare,
+Forte piangendo disse: - Ahimè tapino!
+Che se egli è ver ciò che costui favella,
+Perduta ho in tutto Angelica la bella.
+
+Se di me prima là vi gionge Orlando,
+Io so che Carlo aiutarà di certo,
+Ed io serò, come fui sempre, in bando,
+Disgrazïato, misero e diserto.
+Almen potevi tu venir trottando!
+Venuto sei di passo, io il vedo aperto,
+Né me il faria discreder tutto il celo,
+Ché il tuo destrier non ha sudato un pelo. -
+
+- A tutta briglia venni speronando, -
+Rispose Ugetto - e tu pur fai dimora;
+Or che sai tu se qualche impaccio Orlando
+Ha retenuto, e non sia gionto ancora?
+Tu provar debbi la ventura, e quando
+Venga fallita, lamentarti alora;
+Sì presto è il tuo destrier, che a questo ponto
+Prima de ogni altro ti vedo esser gionto. -
+
+Parve a Ranaldo che il dicesse il vero,
+Però ben presto se pose a camino.
+Spronando a tutta briglia il suo destriero,
+A gran fraccasso va quel paladino;
+Qualunque trova sopra del sentiero,
+O voglia esser cristiano o saracino,
+Con lo urto getta a terra e con la spada,
+Né vi ha riguardo, pur che avanti vada.
+
+Marcolfo il grande, che fu un pagano
+Che servia in corte il re Marsilïone,
+Il qual, seguendo e nostri in su quel piano,
+Scontrossi a caso nel figlio de Amone,
+Che de Fusberta lo gionse a due mano
+E tutto lo partì sino al gallone;
+E poco apresso truova Folvirante,
+Re di Navarra, di cui dissi avante.
+
+Ranaldo de una ponta l'ha percosso,
+Dietro alle spalle ben tre palmi il passa,
+E de urto gli cacciò Baiardo adosso
+Percotendolo a terra, e quivi il lassa;
+E Balivorne, quel saracin grosso,
+Che avea rivolto al capo una gran fassa,
+De cotal colpo tocca con Fusberta,
+Che gli ha la faccia insino al collo aperta.
+
+Ranaldo non gli stima tutti uno asso,
+Pur che se spacci a trovar Carlo Mano.
+Ecco uno abbate ch'è davanti al passo,
+Limosinier di Carlo e capellano:
+Grassa era la sua mula, e lui più grasso,
+Né sa che farsi, a benché sia nel piano:
+Questo avea tanta tema de morire,
+Che stava fermo e non sapea fuggire.
+
+Ranaldo l'urta a mezo del camino,
+Lui cadde sotto, sopra è la sua mulla;
+Quel che ne fosse, non scrive Turpino,
+Ed io più oltra ve ne so dir nulla.
+Sopra a lui salta il franco paladino,
+E ben col brando intorno se trastulla,
+Facendo braccie e teste al cel volare:
+Ben vi so dir che largo se fa fare.
+
+Ecco davanti vidde una gran folta,
+Ma che sia in mezzo non pô discernire.
+Questa è gente pagana, che era involta
+De incerco a Carlo per farlo morire;
+E dietro tanta vi ne era aricolta,
+Che ad alcun modo non ne potea gire;
+Ben che lui mostri arditamente il viso
+E si diffenda, pur l'avriano occiso.
+
+Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo,
+Avenga che non sappia di quello atto,
+Ma, come dentro al cerchio fie' riguardo,
+Subitamente se accorse del fatto.
+Qui vi so dir che se mostra gagliardo,
+Onde il re Carlo il cognobbe di tratto,
+- Aiutami, - dicendo, - filiol mio,
+Ché al mio soccorso te ha mandato Iddio! -
+
+Parlava Carlo, e tuttavia col scuto
+Stava coperto e la spada menava,
+E veramente gli bisogna aiuto,
+Tanta la gente adosso gli abondava.
+Di Corduba era il conte qua venuto
+(Partano il saracin se nominava),
+Qual mai non lascia che Carlo se mova;
+Per dargli morte pone ogni gran prova.
+
+Ma gionto da Ranaldo all'improviso
+Non se diffese, tanto impaurì;
+A benché in ogni modo io faccia avviso
+Che il fatto serìa pur gito così.
+Ranaldo dà ne l'elmo, e fesse il viso,
+E 'l mento e il collo, e il petto gli partì.
+Lascialo andare, e mena a più non posso
+A un altro, che al re Carlo è pure adosso.
+
+Questo era il conte de Alva, Paricone:
+Ranaldo lo tagliò tutto a traverso
+E prestamente prese il suo ronzone.
+Però che quel de Carlo era già perso;
+E tanto se sostenne il fio de Amone,
+Dando e togliendo in quel stormo diverso,
+Che a mal dispetto de ciascun pagano
+Sopra al destrier salì re Carlo Mano.
+
+Né bisognava che fosse più tardo,
+Perché non era apena in su la sella,
+Che Feraguto, il saracin gagliardo,
+E 'l re Marsilio gionse proprio in quella.
+Venian quei duo pagan senza riguardo,
+Ciascaduno a due man tocca e martella;
+Come tra gente rotta e dissipata,
+Venian ferendo a briglia abandonata.
+
+La nostra gente avante a lor non resta,
+Ma fugge in rotta, piena di spavento;
+Chi avia frappato il viso e chi la testa:
+Non fu veduto mai tanto lamento.
+Ma quando Carlo e i baron di sua gesta
+Al campo se voltâr con ardimento,
+Ed apparbe Ranaldo in su Baiardo,
+Chi più fuggiva, più tornò gagliardo.
+
+Suonâr le trombe e il crido se rinova,
+E la battaglia più s'accende e aviva.
+Ciascuno intorno a Carlo se ritrova,
+Né mostra de esser quel che mo fuggiva,
+Anci per amendar pone ogni prova.
+Marsilio, che sì ratto ne veniva,
+E Feraguto ancor da l'altro canto,
+A ciò mirando, se affermarno alquanto.
+
+Ciascun di loro in su la briglia sta,
+Già non temendo che altri se gli appressi;
+Or l'uno e l'altro a furia se ne va
+Ove e nimici son più folti e spessi.
+E' si suol dir che Dio gli uomini fa,
+Poi se trovano insieme per se stessi,
+Sì come Carlo al re Marsilïone
+Trovosse, e Feraguto al fio de Amone.
+
+Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita!
+Che chi l'avesse con gli occhi veduta,
+Credo che l'alma tutta sbigotita
+Per tema avria cridato: "Aiuta! aiuta!'
+E, poi che fosse for del corpo uscita,
+Mai non serebbe in quel loco venuta,
+Per non vedere in viso e due guerrieri
+De ira infiamati e de arroganza fieri.
+
+Or de Marsilio e de lo imperatore
+Vi lasciarò, ch'io non ne fo gran stima,
+E contarò la forza e il gran valore
+De gli altri duo, che son de ardire in cima.
+A cominciarla mi spaventa il core:
+Che debbo io dire al fin? che dirò in prima?
+Duo fior di gagliardia, duo cor di foco
+Sono a battaglia insieme a questo loco.
+
+E cominciarno con tanta ruina
+L'aspra baruffa e con tanto fraccasso,
+Che già non sembra che da la mattina
+Sian stati in arme al sol che era già basso.
+Ciascun stare al suo loco se destina,
+Né se tirâr dal campo a dietro un passo,
+Menando colpi di tanto furore
+Che a' riguardanti fa tremare il core.
+
+Ranaldo gionse in fronte a Feraguto,
+E se non era quello elmo affatato,
+Lo avria fiaccato in pezzi sì minuto,
+Che ne l'arena non se avria trovato.
+Callò Fusberta e giù colse nel scuto,
+Che era di nerbo e di piastra ferrato;
+Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione:
+Mai non se vidde tal destruzïone.
+
+E ben responde il saracino al gioco,
+Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino,
+E quel se divampava a fiamma e foco,
+Ma nol puote attaccar, cotanto è fino.
+Il scudo fraccassò proprio a quel loco
+Che a lui avea fiaccato il paladino,
+E gionse ne lo arcione a gran tempesta:
+Più de tre quarti en porta a la foresta.
+
+Né pone indugia, ché un altro ne mena,
+E gionse pur ne lo elmo di traverso.
+Pensàti se egli avea soperchia lena:
+Quasi Ranaldo a terra andò roverso,
+E se sostenne con fatica e pena;
+La vista aveva e lo intelletto perso.
+Baiardo il porta e nel corso se serra,
+Ciascun che 'l guarda, dice: - Eccolo in terra! -
+
+Ma pur rivenne, e veggendo il periglio
+A che era stato e la vergogna tanta,
+Tutto nel viso divenne vermiglio
+Dicendo: - Un Saracin di me si vanta?
+Ma se mo mo vendetta non ne piglio,
+La vita vo' lasciarvi tutta quanta,
+E l'anima allo inferno e il corpo a' cani,
+Se mai de ciò se vanta tra' Pagani. -
+
+Mentre che parla, ponto non se aresta,
+Ma mena a Feraguto invelenito,
+E gionse il colpo orribile alla testa,
+Tal che alle croppe il pose tramortito.
+Ferir non fu giamai di tal tempesta:
+Ben stava il saracino a mal partito,
+Per uscir da ogni lato dello arcione;
+Quasi mezza ora stette in stordigione.
+
+Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso,
+Già ne avea lo elmo tutto quanto pieno.
+Or lasciar me il conviene in questo caso,
+Ché la istoria ad Orlando volge il freno.
+Dietro a Ranaldo è il paladin rimaso,
+Però che 'l suo destrier corre assai meno,
+Io dico Brigliador, che non Baiardo;
+Però qua gionse il conte un poco tardo.
+
+Quando fu gionto e vidde il re Carlone
+Fuor di periglio in su lo arcion salito,
+Che avea afrontato il re Marsilïone,
+Anci in tre parte già l'avea ferito;
+E d'altra parte il franco fio de Amone
+Conduce Feraguto a mal partito:
+Quando ciò prese il conte a rimirare,
+- Ahimè! - diceva, - qua non ho che fare!
+
+A quel che io vedo, le poste son prese;
+Male aggia Balduino il traditore!
+Qual bene è de la gesta maganzese,
+Che in tutto il mondo non è la peggiore.
+Per lui son consumato alla palese,
+Perduta è la speranza del mio amore;
+Persa è mia gioia e il mio bel paradiso
+Per lui che tardo gionse a darmi avviso.
+
+Ben dirà Carlo ch'io venni in gran fretta
+Per dargli aiuto, come io debbo fare!
+Ma tu, gente pagana maledetta,
+Tutta la pena converrai portare;
+Sopra di voi serà la mia vendetta,
+E, se io dovessi il mondo ruïnare,
+Farò quanto Ranaldo questo giorno,
+O che davanti a Carlo mai non torno. -
+
+Così dicendo in dietro si rivolta,
+Torcendo gli occhi de disdegno e de ira.
+Sì come un tempo oscuro alcuna volta,
+Che brontolando intorno al cel se gira,
+E il tristo villanel che quello ascolta,
+Guarda piangendo e forte se martira;
+E quel pur viene ed ha il vento davante,
+Poi con tempesta abatte arbori e piante:
+
+Cotal veniva col brando a due mano
+Il conte Orlando, orribile a guardare.
+Non ebbe tanto ardire alcun pagano
+Che sopra al campo osasse de aspettare;
+Tutti a ruina e in folta se ne vano,
+Ma il conte altro non fa che speronare,
+Dicendo a Brigliador gran villania,
+Dandoli gran cagion del mal che avia.
+
+Il primo che egli agionse in suo mal ponto,
+Fu Valibruno, il conte de Medina,
+E tutto lo partì, come io vi conto,
+Dal capo in su lo arcion con gran ruina.
+Poscia Alibante di Toledo ha gionto,
+Che non avea la gente saracina
+Di lui maggior ladrone e più scaltrito;
+Orlando per traverso l'ha partito.
+
+Poi dà tra gli altri e trova Baricheo,
+Che ha il tesor di Marsilio in suo domino;
+Costui primeramente fu giudeo,
+E da poi cristïan, poi saracino,
+Ed in ciascuna legge fu più reo,
+Né credeva in Macon né in Dio divino.
+Orlando lo partì dal zuffo al petto:
+Non so chi se ebbe il spirto maledetto;
+
+Non so se tra' Giudei o tra' Pagani
+Giù ne lo inferno prese la sua stanza.
+Il conte il lascia, e tra' Saracin cani
+Ferisce ad ogni banda con baldanza.
+Sì come in Puglia ne gli aperti piani
+Ponesse il foco alcun per mala usanza,
+Quando tra' il vento e la biada è matura,
+Ben faria largo e netto alla pianura;
+
+Cotal tra' Saracini il sir de Anglante
+Tagliando e dissipando ne veniva.
+Ecco longi cernito ebbe Origante,
+Ma nol volse ferir quando fuggiva;
+Anci correndo gli passò davante,
+E poi se volta e nel scudo lo ariva,
+E taglia il scudo e lui con Durindana,
+Sì che in duo pezzi il manda a terra piana.
+
+Di Malica segnore era il pagano
+Qual v'ho contato che è in duo pezzi in terra;
+Orlando tocca Urgino ad ambe mano,
+E in due bande aponto lo disserra.
+A Rodamonte, il quale era lontano
+E facea in altro loco estrema guerra,
+Fu aportato il furore e 'l gran periglio
+Nel quale è Feraguto e il re Marsilio.
+
+Incontinente lascia Salamone,
+Quel di Bertagna, che era rimontato;
+E mal per lui, però che nel gallone
+E in faccia Rodamonte l'ha piagato;
+E già lo trabuccava de lo arcione,
+Che tutto il mondo non lo avria campato,
+Quando quel messo ch'io dissi, giongia;
+Lui lascia Salamone e tira via.
+
+Ne lo andar trovò il duca Guielmino,
+Sir de Orlïense, de gesta reale;
+Insino ai denti il parte il saracino,
+Ché la barbuta, o l'elmo non vi vale.
+Quanto più andando avanza del camino,
+Più gente urta per terra e fa più male;
+Ovunque passa quel pagano ardito,
+Qual morto abatte e qual forte ferito.
+
+Missère Ottino, il conte di Tolosa,
+E il bon Tebaldo, duca di Borbone,
+Per terra abatte in pena dolorosa,
+E via passando con destruzïone
+Trovò la terra tutta sanguinosa,
+E un monte de destrieri e di persone,
+L'un sopra a l'altro morti e dissipati:
+Il conte è quel che gli ha sì mal menati.
+
+Quivi le strida e il gran lamento e il pianto
+Sono a quel loco ove se trova Orlando,
+Quale era sanguinoso tutto quanto,
+E mena intorno con ruina il brando.
+Ma già finito nel presente è il canto,
+Che non me ne ero accorto ragionando;
+Segue lo assalto di spavento pieno,
+Qual fo tra il conte e il figlio de Ulïeno.
+
+Canto ventesimoquinto
+
+Se mai rime orgogliose e versi fieri
+Cercai per racontare orribil fatto,
+Ora trovarle mi farà mestieri,
+Però che io me conduco a questo tratto
+Alla battaglia con duo cavallieri,
+Che questo mondo e l'altro avrian disfatto;
+Tra ferro e foco inviluppato sono,
+Ché l'altre guerre ancor non abandono.
+
+Perché dove è il Danese e Serpentino,
+Ov'è Olivieri e Grandonio si geme;
+E il re Marsilio e il figlio di Pipino,
+Quanto se può, ciascun sopra se preme;
+Ranaldo e Feraguto il saracino
+Fan più lor duo che tutti gli altri insieme;
+Ed or di novo Orlando e Rodamonte
+Per più ruina son condutti a fronte.
+
+Sì come a l'altro canto io vi ebbi a dire,
+Ciascun di loro avanti avea gran cazza;
+Cristian né Saracin potean soffrire,
+Perché l'un più che l'altro assai ne amazza.
+Quando la gente gli vide venire,
+Ognun a più poter fa larga piazza;
+Come avante al falcone e storni a spargo,
+Fugge ciascun cridando: - Largo! largo! -
+
+E quei duo cavallier con gran baldanza
+Se urtarno adosso, senza più pensare.
+Avea prima ciascun rotta sua lanza,
+Ma con le spade ben vi fo che fare,
+Menando i colpi con tanta possanza,
+Che ciascadun che sta intorno a mirare
+Di trare il fiato apena non se attenta,
+Tanto al ferire estremo se spaventa.
+
+Barbute e scudi e usberghi e maglie fine
+Ne porta seco a ogni colpo di spada,
+Come lo inferno e il cel tutto ruine,
+E mare e terra con fraccasso cada;
+E la piastra percossa a polverine
+Vola de intorno e non so dove vada,
+Ché ogni pezzo è sì minuto e poco
+Che non se trovarebbe in alcun loco.
+
+E se non fosse per gli elmi affatati
+Che aveano in capo, e la bona armatura,
+Non vi seriano a quest'ora durati,
+Per la battaglia tenebrosa e scura;
+Ché tanto sono e colpi smisurati,
+Che pure a racontarli è una paura;
+Quando giongon e brandi in abandono,
+Par che 'l cel s'apre e gionga trono a trono.
+
+Re Rodamonte, il quale ardea de andare
+Ove era il re Marsilio e Feraguto,
+Temendo forse che per dimorare
+Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto,
+Ad ambe mano un colpo lascia andare,
+E tocca nel cantone in cima al scuto;
+Per lungo il fende a l'altra ponta bassa,
+Gionge a l'arcion e tutto lo fraccassa.
+
+Quando se avidde di quel colpo Orlando,
+Turbato d'altro, forte disdegnoso,
+Ira sopra ira più multiplicando,
+Lascia a due mano un colpo tenebroso;
+Gionse nel scudo il furïoso brando,
+E più di mezo il manda al prato erboso,
+Né pone indugia e tira un gran roverso,
+E nel guanciale il gionse di traverso.
+
+Fo il colpo orrendo tanto e smisurato,
+Che trasse di se stesso quel pagano,
+E fo per trabuccar da l'altro lato,
+E da la briglia abandona la mano.
+Il brando che nel braccio avea legato,
+Tirando drieto trasinava al piano,
+E sì gli avea ogni lena il colpo tolta,
+Che per cader fo assai più che una volta.
+
+Poi che fu il spirto e l'anima venuta,
+Ne la sua vita mai fu tanto orribile;
+Di presto vendicarse ben se aiuta:
+Mena ad Orlando un gran colpo e terribile,
+Qual dileguò in tal modo la barbuta,
+Che via per l'aria ne volò invisibile,
+Più trita e più minuta che l'arena;
+Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.
+
+Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino,
+Ben campò alora Orlando dalla morte,
+Avenga che a quel colpo il paladino
+Del morir corse fino in su le porte;
+Di man gli cadde il bon brando acciarino,
+Ma la catena al braccio il tiene forte:
+Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano
+Spesso se piega per cadere al piano.
+
+La gente che de intorno era a guardare,
+Ed avea de tal colpi assai che dire,
+Subitamente cominciò a cridare:
+- Aiuto! aiuto! - e poi prese a fuggire;
+Perché, avendosi indietro a riguardare,
+Gran schiere sopra a lor vidder venire,
+E questo era Gualtier da Monlïone
+E Bradamante, la figlia de Amone.
+
+Eran costor fuor dello aguaito usciti,
+Sì come avea commesso Carlo Mano:
+Ben diece millia cavallieri arditi,
+Che avuto impaccio quel giorno non hano.
+Per questo i Saracin son sbigotiti,
+Ciascuno a più poter spazza quel piano;
+E ben presto spaciarsi gli bisogna,
+Sì Bradamante a lor gratta la rogna.
+
+Avanti a gli altri la donzella fiera
+Più de un'arcata va per la pianura,
+Tanto robesta e sì superba in ciera
+Che solo a riguardarla era paura;
+Là quel stendardo e qua questa bandiera
+Getta per terra, e de altro non ha cura
+Che di trovare al campo Rodamonte,
+Ché del passato se ramenta l'onte,
+
+Quando in Provencia gli occise il destriero
+E fece di sua gente tal ruina.
+Ora di vendicarse ha nel pensiero,
+E di cercarlo mai non se rafina.
+Sprezando sempre ogni altro cavalliero,
+Via passa per la gente saracina,
+Né par pur che di lor se accorga apena,
+Benché de intorno sempre il brando mena.
+
+Pur Archidante, il conte de Sanguinto,
+Ed Olivalto, il sir de Cartagena,
+L'un pose morto a terra, e l'altro vinto,
+Perché de intorno gli donavan pena;
+Ad Olivalto nel scudo depinto
+Una aspra ponta la donzella mena,
+E spezzò quello usbergo come un vetro;
+Ben più de un palmo gli passò di dietro.
+
+Questo abandona e mena ad Archidante
+Ad ambe man, sì come era adirata,
+E ne la fronte li gionse davante:
+Per sua ventura se voltò la spata;
+E lui cadendo a su voltò le piante
+E rimase stordito ne la strata.
+La dama non ne cura e in terra il lassa,
+E ruïnando via tra gli altri passa.
+
+E mena in volta le schiere pagane,
+Facendo deleguare or quelle or queste;
+Ove ella corre, il segno vi rimane
+E fa le strate a tutti manifeste,
+Che restan piene di piedi e di mane,
+Di gambe e busti e di braccie e di teste;
+E la sua gente, che alle spalle mena,
+È di gran sangue caricata e piena.
+
+Veggendo tal ruina Narbinale,
+Conte de Algira, quel saracin fiero
+(Ben che abbia altro mestier, ché fu corsale,
+Era ancor destro e forte in su il destriero):
+Costui veggendo il gran dalmaggio e il male
+Che fea la dama per ogni sentiero,
+Con una lancia noderuta e grossa
+A lei se afronta e dàgli alta percossa.
+
+Ma lei de arcion non se crolla nïente,
+E mena sopra a l'elmo a quel pagano,
+E calla il brando giù tra dente e dente;
+Quel cadde morto del destriero al piano.
+Quando ciò vidde la pagana gente,
+Ben vi so dir che a folta se ne vano,
+Chi qua chi là fuggendo a più non posso;
+Ma sempre e Cristïan lor sono adosso.
+
+Tenne la dama diverso camino,
+Lasciando a man sinestra gli altri andare,
+E gionse dove Orlando il paladino
+Stava for dello arcion per trabuccare.
+Vero è che Rodamonte il saracino
+Non lo toccava e stavalo a mirare;
+La dama ben cognobbe il pagan crudo
+Al suo cimiero e alle insegne del scudo.
+
+Onde se mosse, e verso lui se afronta.
+Or se rinova qui l'aspra battaglia
+E' crudel colpi de taglio e di ponta,
+Spezzando al guarnimento piastra e maglia;
+Ma nel presente qua non se raconta,
+Perché Turpin ritorna alla travaglia
+Di Brandimarte e sua forte aventura,
+Sin che il conduca in Francia alla sicura.
+
+Avendo occiso al campo Barigaccio,
+Come io contai, quel perfido ladrone,
+Con la sua dama in zoia ed in sollaccio
+Venìa sopra a Batoldo, il bon ronzone;
+E caminando gionse ad un palaccio,
+Che avea verso a un giardino un bel verone,
+E sopra a quel verone una donzella
+Vestita de oro, e a maraviglia bella.
+
+Quando ella vidde il cavallier venire,
+Cignava a lui col viso e con la mano
+Che in altra parte ne dovesse gire,
+E che al palazzo passasse lontano;
+Ora, Segnori, io non vi saprei dire
+Se Brandimarte intese, o non, certano;
+Ma cavalcando mai non se ritiene
+Sin che a la porta del palazzo viene.
+
+Come fu gionto alla porta davante,
+Dentro mirando vidde una gran piazza
+Con loggie istorïate tutte quante:
+Di quadro avea la corte cento brazza.
+Quasi a mezo di questa era un gigante,
+Qual non avea né spada né mazza,
+Né piastra o maglia, od altre arme nïente,
+Ma per la coda avea preso un serpente.
+
+Il cavallier de ciò ben si conforta,
+Poi che ha trovata sì strana aventura;
+Ma in su quel dritto aperta è un'altra porta,
+Che del giardin mostrava la verdura,
+E un cavallier, sì come alla sua scorta,
+Si stava armato ad una sepoltura;
+La sepoltura è in su la soglia aponto
+Di questa porta, sì come io vi conto.
+
+Ora il gigante stava in gran travaglia
+Con quel serpente, come io vi contai,
+Ma sempre a un modo dura la battaglia:
+Quel per la coda nol lascia giamai.
+Benché il serpente, che de oro ha la scaglia,
+Piegasse a lui la testa volte assai,
+Mai nol puote azaffare o darli pena,
+Ché per la coda sempre intorno il mena.
+
+Mentre il gigante quel serpente agira
+Brandimarte alla porta ebbe veduto,
+Onde, soffiando di disdegno e de ira,
+Correndo verso lui ne fo venuto,
+E detro a sé il dragon per terra tira.
+Or doni il celo a Brandimarte aiuto,
+Ché questo è il più stupendo e grande incanto
+Che abbia la terra e il mondo tutto quanto.
+
+Come è gionto, il gigante alcia il serpente,
+Con quello a Brandimarte mena adosso.
+Non ebbe mai tal doglia al suo vivente,
+Perché quel drago è lunghissimo e grosso;
+Pur non se sbigotisce de nïente,
+Ma quel gigante ha del brando percosso
+Sopra a una spalla, e giù calla nel fianco:
+Lunga è la piaga un braccio, o poco manco.
+
+Crida il gigante e pur alcia il dragone,
+E gionse Brandimarte ne la testa,
+E tramortito lo trasse de arcione,
+E, il serpente menando, non se arresta;
+Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone,
+E disteselo a terra con tempesta.
+Rivene il cavalliero, e in molta fretta
+È destinato a far la sua vendetta.
+
+Col brando in mano il gran gigante affronta,
+E se accomanda alla virtù soprana;
+Ma quel mena del drago a prima gionta,
+E di novo il distese a terra piana.
+Già Brandimarte avea tratto una ponta,
+E passato l'avea più de una spana;
+Avendo l'uno e l'altro il colpo fatto,
+Quasi alla terra se ne andarno a un tratto.
+
+Ma quel serpente fece capo umano,
+Sì come proprio avea prima il gigante,
+E collo e petto e busto e braccie e mano
+E insieme l'altre membre tutte quante;
+E quel gigante venne un drago istrano,
+Proprio come questo altro era davante,
+E, sì come era per terra disteso,
+Fo dal gigante per la coda preso.
+
+E verso Brandimarte torna ancora
+Menando, come il primo fatto avia;
+Lui, che levato fu senza dimora,
+Già di tal cosa non se sbigotia,
+Anci menando del brando lavora,
+Dando e cogliendo colpi tuttavia;
+Tanto animoso e fiero è Brandimarte!
+Ferito ha già il gigante in quattro parte.
+
+A benché anco esso pisto e percosso era,
+Tanto il feriva spesso il maledetto;
+E la battaglia assai fo lunga e fiera;
+Ma, per venire in ultimo allo effetto,
+Brandimarte lo agionse de Tranchera,
+E tutto lo divise insino al petto,
+Onde se fece drago incontinente,
+E fo gigante quel che era serpente.
+
+Sì come in prima, per la coda il prese,
+E verso il cavalliero anco se calla,
+Tornando pur di novo alle contese;
+Ma Brandimarte il gionse in una spalla
+Ed a terra mandò quanto ne prese,
+Né già per questo il brando se aristalla,
+Ma giù callando a gran destruzïone
+Tutto lo fende insin sotto al gallone.
+
+Come davanti se fôr tramutati,
+Questo è gigante e quello era dragone,
+E ben sei volte a ciò fôrno incontrati,
+Crescendo sempre più la questïone.
+Sei volte Brandimarte gli ha atterrati,
+Né trova più rimedio quel barone,
+Onde dolente e con gran disconforto
+Senza alcun dubbio estima de esser morto.
+
+Pur, come quel che molto era valente,
+Non avea al tutto ancor l'animo perso,
+Anci con gran ruina arditamente
+Mena un gran colpo orribile e diverso,
+E gionse a mezo il busto del serpente
+Dietro da l'ale, e tagliollo a traverso.
+Quando il gigante vide quel ferire,
+Trasse via il resto e posese a fuggire.
+
+Verso la porta, ove è la sepoltura,
+Fugge il gigante forte lamentando,
+Ché di quel che gli avenne avea paura.
+Il cavallier gli pose in testa il brando,
+E partil tutto insino alla cintura,
+Onde lui cadde alla terra tremando;
+Poi che in tal forma del compagno è privo,
+Moritte al tutto e non tornò più vivo.
+
+Non era a terra quel gigante apena,
+Che il campïon che a l'altra porta stava,
+Ver Brandimarte venne di gran lena,
+Onde la zuffa qua se cominciava,
+E de gran colpi l'uno a l'altro mena,
+Ma sempre Brandimarte lo avanzava;
+E per conclusïone in uno istante
+Morto il distese apresso a quel gigante.
+
+E Fiordelisa, quale era seguita
+Dentro alla loggia il cavallier soprano,
+Veggendo la battaglia esser finita
+Dio ne ringrazïava a gionte mano.
+Or la porta ove entrarno, era sparita,
+E per vederla se riguarda in vano;
+Ben per trovarla se affannarno assai,
+Ma non se vede ove fusse pur mai.
+
+Onde si stanno, e non san che si fare,
+E solo una speranza li assicura:
+Che quella dama che gli ebbe a cennare,
+Gli mostri a trarre a fin questa ventura.
+Ma, stando quivi in ocio ad aspettare,
+Cominciarno a mirar la depintura
+Che avea la loggia istorïata intorno
+Vaga per oro e per color adorno.
+
+La loggia istorïata è in quattro canti,
+Ed ha per tutto intorno cavallieri
+Grandi e robusti a guisa de giganti,
+E con lor soprainsegne e lor cimieri.
+Sopra allo arcione e armati tutti quanti
+Sì nella vista se mostravan fieri,
+Che ciascadun che intrava de improviso,
+Facean cambiar per meraviglia il viso.
+
+Chi fu il maestro, non saprebbi io dire,
+Il quale avea quel muro istorïato
+De le gran cose che dovean venire,
+Né so chi a lui l'avesse dimostrato.
+Il primo era un segnor di molto ardire,
+Benché ha lo aspetto umano e delicato,
+Qual per la Santa Chiesa e per suo onore
+Avea sconfitto Rigo imperatore.
+
+Apresso alla Ada ne' prati Bressani
+Se vedea la battaglia a gran ruina,
+E sopra al campo morti li Alemani,
+E dissipata parte gibillina.
+L'acquila nera per monti e per piani
+Era cacciata misera tapina
+Dal volo e da gli artigli de la bianca,
+A cui ventura né virtù non manca.
+
+Era il suo nome sopra alla sua testa,
+Descritto in campo azurro a lettre d'oro;
+Benché la istoria assai la manifesta,
+Nomar se debbe di virtù tesoro.
+Molti altri ivi eran poi de la sua gesta;
+E de' gran fatti e de le guerre loro
+Tutta era istorïata quella faccia,
+Che è da man destra a lato alla gran piaccia.
+
+Ne la seconda vi era un giovanetto,
+Che natura mostrò ma presto il tolse;
+Per non lasciar qua giù tanto diletto,
+Il cel, che ne ebbe invidia, a sé lo volse;
+Ma ciò che puote avere un om perfetto
+De ogni bontate, in lui tutto se accolse:
+Valor, beltate e forza e cortesia,
+Ardire e senno in sé coniunti avia.
+
+Contra di lui, di là dal Po nel piano,
+Eran Boemi ed ogni gibillino,
+Con quel crudel che il nome ha di Romano,
+Ma da Trivisi il perfido Azolino,
+Che non se crede che de patre umano,
+Ma de lo inferno sia quello assassino;
+Ben chiariva la istoria il suo gran storno,
+Ché ha dame occise e fanciullini intorno.
+
+Undeci millia Padovani al foco
+Posti avea insieme il maledetto cane,
+Che non se odì più dire in alcun loco
+Tra barbariche gente o italïane;
+Poi se vedeva là nel muro un poco
+Con le sue insegne e con bandiere istrane
+Di Federico imperator secondo,
+Che la Chiesa de Dio vôl tor del mondo.
+
+Di là le sante chiave, e in sue diffese
+L'acquila bianca nel campo cilestro,
+E quivi eran depente le contese
+E la battaglia di quel passo alpestro;
+Ed Azolin se vedia là palese,
+Passato di saetta il piè sinestro
+E ferito di mazza nella testa,
+E' soi sconfitti e rotti alla foresta.
+
+E la faccia seconda era finita
+De la gran loggia con lavor cotale.
+Ma ne la terza è lunga istoria ordita
+De una persona sopranaturale,
+Sì vaga nello aspetto e sì polita,
+Che non ebbe quel tempo un'altra tale;
+Tra zigli e rose e fioretti d'aprile
+Stava coperta la anima gentile.
+
+Essendo in prima etate piccolino,
+In mezo a fiere istrane era abattuto,
+E non avea parente né vicino
+Qual gli porgesse per pietate aiuto.
+Duo leoni avea in cerco il fanciullino,
+E un drago, che di novo era venuto;
+E l'acquila sua stessa e la pantera
+Travaglia gli donâr più d'altra fiera.
+
+Il drago occise ed acquetò e leoni,
+E l'acquila cacciò con ardimento;
+A la pantera sì scurtò li ungioni,
+Che se ne avede ancor, per quel ch'io sento.
+Poi se vedea, da conti e da baroni
+Accompagnato, con le velle al vento
+Andar cercando con devozïone
+La Santa Terra ed altre regïone.
+
+Indi se volse e, come avesse l'ale,
+Tutta la Spagna vidde e lo occeàno;
+È recevuto in Francia alla reale,
+Forse come parente e prossimano.
+Error prese il maestro, e fece male,
+Ché non dipense come egli era umano,
+Come era liberale e d'amor pieno;
+Non vi capia, ché 'l campo venne meno.
+
+La terza istoria in quel modo se spaccia;
+La quarta somigliava a questo figlio,
+Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia,
+Vago e dipento e bianco come un ziglio,
+Di pel rossetto ed acquillino in faccia;
+Ma lui sol a virtute diè di piglio,
+E quella ne portò fuor di sua casa;
+Ogni altra cosa in preda era rimasa.
+
+Là se vedea, cresciuto a poco a poco
+Di nome, de sapere e di valore,
+Or con arme turbate ed or da gioco
+Mostrar palese il generoso core;
+E quindi apresso poi parea di foco
+In gran battaglia e trïonfale onore.
+In diverse regioni e terre tante
+Sempre e nemici a lui fuggon davante.
+
+Sopra del capo aveva una scrittura
+Che tutta è de oro, e tale era il tenore:
+' Se io vi potessi in questa dipentura
+Mostrare espressa la virtù del core,
+Non avria il mondo più bella figura,
+Né più reale e più degna de onore;
+A dessignarla non posi io la mano,
+Però che avanza lo intelletto umano.'
+
+Or Brandimarte ciò stava a mirare,
+Tanto che quella dama venne giù,
+La dama che al veron gli ebbe a cennare.
+Come fo gionta, disse: - Che fai tu,
+Perdendo il tempo a tal cosa guardare,
+E non attende a quel che monta più?
+A te bisogna quel sepolcro aprire,
+O qua rinchiuso di fame morire.
+
+Ma, poi che quel sepolcro serà aperto,
+Ben ti bisogna avere il core ardito,
+Perché altrimenti seresti deserto,
+E te con noi porresti a mal partito. -
+Or, bei segnori, io mi credo di certo
+Che abbiate a male il canto che è finito,
+Ché non aveti al fine il tutto inteso;
+Ma a l'altra stanza lo dirò disteso.
+
+Canto ventesimosesto
+
+Il vago amor che a sue dame soprane
+Portarno al tempo antico e cavallieri,
+E le battaglie e le venture istrane,
+E l'armeggiar per giostre e per tornieri,
+Fa che il suo nome al mondo anco rimane,
+E ciascadun lo ascolti volentieri;
+E chi più l'uno, e chi più l'altro onora,
+Come vivi tra noi fossero ancora.
+
+E qual fia quel che, odendo de Tristano
+E de sua dama ciò che se ne dice,
+Che non mova ad amarli il cor umano,
+Reputando il suo fin dolce e felice,
+Che, viso a viso essendo e mano a mano
+E il cor col cor più stretto alla radice,
+Ne le braccia l'un l'altro a tal conforto
+Ciascun di lor rimase a un ponto morto?
+
+E Lancilotto e sua regina bella
+Mostrarno l'un per l'altro un tal valore,
+Che dove de' soi gesti se favella,
+Par che de intorno il celo arda de amore.
+Traggase avanti adunque ogni donzella,
+Ogni baron che vôl portare onore,
+Ed oda nel mio canto quel ch'io dico
+De dame e cavallier del tempo antico.
+
+Ma dove io vi lasciai, voglio seguire,
+Di Brandimarte e sua forte aventura,
+Qual quella dama di cui vi ebbi a dire,
+Avea condotto a quella sepoltura,
+Dicendo: - Questa converrai aprire,
+Ma poi non ti bisogna aver paura.
+Conviente essere ardito in questo caso:
+A ciò che indi uscirà, darai un baso. -
+
+- Come! Un baso? - rispose il cavalliero.
+- È questo il tutto? Ora èvvi altro che fare?
+Non ha lo inferno un demonio sì fiero,
+Che io non gli ardisca il viso de accostare.
+Di queste cose non aver pensiero,
+Che dece volte lo averò a basare,
+Non che una sola, e sia quello che voglia;
+Orsù! Che quella pietra indi si toglia. -
+
+Così dicendo prende uno annel d'oro,
+Che avea il coperchio de la sepoltura,
+E, riguardando quel gentil lavoro,
+Vide intagliata al marmo una scrittura,
+La qual dicea: ' Fortezza, né tesoro,
+Né la beltate, che sì poco dura,
+Né senno, né lo ardir può far riparo,
+Ch'io non sia gionta a questo caso amaro.'
+
+Poi che ebbe Brandimarte questo letto,
+La sepoltura a forza disserrava,
+Ed uscinne una serpe insino al petto,
+La qual forte stridendo zuffelava;
+Ne gli occhi accesa e d'orribil aspetto,
+Aprendo il muso gran denti mostrava.
+Il cavalliero, a tal cosa mirando,
+Se trasse adietro e pose mano al brando.
+
+Ma quella dama cridava: - Non fare!
+Non facesti, per Dio, baron giocondo!
+Ché tutti ci farai pericolare,
+E caderemo a un tratto in quel profondo.
+Or quella serpe ti convien baciare,
+O far pensier de non essere al mondo:
+Accostar la tua bocca a quella un poco,
+O morir ti conviene in questo loco. -
+
+- Come? Non vedi che e denti digrigna? -
+Disse il barone - e tu vôi che io la basi?
+Ed ha una guardatura sì maligna,
+Che de la vista io mi spavento quasi. -
+- Anci - disse la dama - ella t'insigna
+Come dèi fare; e molti altri rimasi
+Son per viltate in quella sepoltura:
+Or via te accosta e non aver paura. -
+
+Il cavallier se accosta, e pur di passo,
+Ché molto non gli andava volentiera;
+Chinandosi alla serpe tutto basso,
+Gli parve tanto terribile e fiera,
+Che venne in viso morto come un sasso,
+E disse: - Se fortuna vôl ch'io pèra,
+Tanto fia un'altra fiata come adesso,
+Ma dar cagion non voglio per me stesso.
+
+Così certo fossi io del paradiso,
+Come io son certo, chinandomi un poco,
+Che quella serpe me trarà nel viso,
+O pigliarami a' denti in altro loco.
+Egli è proprio così come io diviso!
+Altri che me fia gionto a questo gioco,
+E dàmmi quella falsa tal conforto
+Per vendicare il suo baron che è morto. -
+
+Dicendo questo indietro se retira,
+E destinato è più non se accostare.
+Or ben forte la dama se martira,
+E dice: - Ahi vil baron! che credi fare?
+Tanta tristezza entro il tuo cor se agira,
+Che in grave stento te farà mancare.
+Del suo scampo lo aviso, e non mi crede!
+Così fa ciascadun che ha poca fede. -
+
+Or Brandimarte per queste parole
+Pur tornò ancora a quella sepoltura,
+Benché è pallido in faccia, come suole,
+E vergognosse de la sua paura.
+L'un pensier gli disdice, e l'altro vôle,
+Quello il spaventa, e questo lo assicura;
+Infin tra l'animoso e il disperato
+A lei se accosta, e un baso gli ebbe dato.
+
+Sì come l'ebbe alla bocca baciata,
+Proprio gli parve de toccare un giaccio;
+La serpe, a poco a poco tramutata,
+Divenne una donzella in breve spaccio.
+Questa era Febosilla, quella fata
+Che edificato avea l'alto palaccio
+E il bel giardino e quella sepoltura
+Ove un gran tempo è stata in pena dura.
+
+Perché una fata non può morir mai,
+Sin che non gionge il giorno del iudicio,
+Ma ben nella sua forma dura assai,
+Mille anni, o più, sì come io aggio indicio
+Poi (sì come di questa io ve contai,
+Qual fabricata avea il bello edificio)
+In serpe si tramuta e stavi tanto
+Che di basarla alcun se doni il vanto.
+
+Questa, tornata in forma de donzella,
+Tutta de bianco se mostra vestita,
+Coi capei d'oro, a meraviglia bella:
+Gli occhi avea neri e faccia colorita.
+Con Brandimarte più cose favella,
+E proferendo a dimandar lo invita
+Quel che ella possa de incantazïone,
+De affatar l'arme o vero il suo ronzone.
+
+E molto il prega che quell'altra dama
+Che quivi era presente tuttavia,
+Qual Doristella per nome se chiama,
+Voglia condur su il mar de la Soria,
+Perché il suo vecchio patre altro non brama,
+Che più filiol né figlia non avia.
+Re de la Liza è quel gran barbasoro,
+Ricco de stato e de arme e de tesoro.
+
+Brandimarte accettò la prima offerta
+De aver l'arme e il destrier con fatasone,
+Poi Doristella, sì come ella merta,
+Condurre al patre con salvazïone.
+La porta del palagio ora era aperta,
+Batoldo avanti a quello era, il ronzone:
+Quando del drago il gigante il percosse,
+Cadde alla terra, e più mai non se mosse.
+
+E morto là serìa veracemente,
+Se Febosilla, quella bella fata,
+Soccorso non l'avesse incontinente
+Con succi de erbe ed acqua lavorata.
+Poscia l'usbergo e la maglia lucente
+Ed ogni piastra ancora ebbe incantata.
+Da poi ch'ebbe fornita ogni dimanda,
+Da lei se parte e a Dio la ricomanda.
+
+In mezo alle due dame il cavalliero
+Via tacito cavalca e non favella,
+Però che forse aveva altro pensiero;
+Onde, ridendo alquanto, Doristella
+Disse: - Io me avedo ben che egli è mestiero
+Che io sia colei che con qualche novella
+Faccia trovar lo albergo più vicino,
+Perché parlando se ascurta il camino.
+
+E più ancor tanto volentier lo faccio,
+Che io vi dimostrarò per qual maniera
+Fosse condotta dentro a quel palaccio,
+Ove son stata un tempo pregioniera;
+Ed a voi credo che serà solaccio,
+Ed odireti molto volentiera
+Come a un zeloso mai scrimir non vale,
+E ben gli sta, ché è degno d'ogni male.
+
+Due figlie ebbe mio patre Dolistone.
+La prima, essendo ancora fanciullina,
+Fu rapita per forza da un ladrone,
+Nel litto de la Liza alla marina.
+Per sposa era promessa ad un barone,
+Filiol del re d'Armenia, la tapina,
+Né novella di lei se seppe mai,
+Benché cercata sia nel mondo assai. -
+
+Or Fiordelisa, interrompendo il dire,
+Il nome de la matre adimandava:
+Ma Brandimarte, che ha voglia de odire,
+Un poco sorridendo se voltava,
+- Per Dio! - dicendo - lasciala seguire,
+Ché voglia ho de ascoltar, se non ti grava. -
+E Fiordelisa, che lo amava assai,
+Queta si stette e non parlò più mai.
+
+E Doristella segue: - Il damigello
+Nel quale era promessa mia germana,
+Dapoi crescette, fatto molto bello;
+Né sendo una sua terra assai lontana
+Ove stava il mio patre ad un castello,
+Spesso veniva la persona umana
+A visitarlo, sì come parente,
+Ben che non sia per quello inconveniente.
+
+Andando e ritornando a tutte l'ore
+Di quanto dimorammo in quel paese,
+Mi piacque sì, ch'io fui presa d'amore,
+Veggendol sì ligiadro e sì cortese.
+Lui de altra parte ancor me avea nel core;
+Forse perché io l'amava se raccese,
+Ché quello è ben di ferro ed ostinato
+Il qual non ama essendo ponto amato.
+
+Lui pur spesso ritorna a quel girone,
+E sempre il patre mio molto lo onora;
+In fin gli aperse la sua intenzïone,
+Credendo che io non sia promessa ancora;
+Ma quel malvaggio, perfido, bricone,
+Che occidesti al palazo in sua malora,
+Me avea richiesta proprio il giorno istesso,
+E 'l vecchio patre me gli avea promesso.
+
+Quando ciò seppi, tu debbi pensare
+S'io biastemavo il celo e la natura;
+E diceva: "Macon non potria fare
+Che mai segua sua legge e sua misura,
+Poi che mi volse femina creare,
+Ché nasciemo nel mondo a tal sciagura,
+Che occelli e fiere ed ogni altro animale
+Vive più franco ed ha di noi men male.
+
+E ben ne vedo lo esempio verace:
+La cerva e la colomba tuttavia
+Ama a diletto e segue chi gli piace,
+Ed io son data a non so chi se sia.
+Crudel Fortuna, perfida e fallace!
+Goderà adunque la persona mia
+Questo barbuto, e terrammi suggetta,
+Né vedrò mai colui che mi diletta?
+
+Ma non serà così, sazo di certo,
+Ché ben vi saprò io prender riparo.
+Se ogni proverbio è veramente esperto,
+L'un pensa il giotto e l'altro il tavernaro.
+Se lo amor mio potrò tenir coperto
+Che non lo intenda alcuno, io lo avrò caro,
+E non potendo, io lo farò palese;
+Per un bon giorno io non stimo un mal mese."
+
+Io faceva tra me questo pensiero
+Che io te ragiono; ma il termine ariva
+Che andarne sposa mi facea mestiero.
+Io non rimasi né morta né viva,
+Ché Teodoro, il mio bel cavalliero,
+Si resta a casa, ed io di lui son priva.
+A Bursa andar convengo, in Natollia,
+Ove mi mena la fortuna ria.
+
+Sobasso era di Bursa il mio marito,
+E turcomano fo de nazïone;
+Gagliardo era tenuto e molto ardito,
+Ma certo che nel letto era un poltrone,
+Abenché a questo avria preso partito,
+Pur che io gli avessi avuto occasïone;
+Ma tanto sospettoso era quel fello,
+Che me guardava a guisa de un castello.
+
+E giorno e notte mai non me abandona,
+Ma sol de basi me tenea pasciuta,
+Né il matino, o la sera, ni di nona
+Concede che dal sole io sia veduta,
+Perché non se fidava di persona.
+Ma sempre a' bisognosi il celo aiuta,
+Ché al mio marito fo forza di andare
+Con gli altri Turchi che han passato il mare.
+
+Passarno i Turchi contra Avatarone,
+Che avea de' Greci il dominio e l'imperio,
+E mio marito con molte persone
+Convenne andar, non già per disiderio.
+Avea egli un schiavo chiamato Gambone,
+Che a riguardar proprio era un vituperio;
+L'uno occhio ha guerzo e l'altro lacrimoso,
+Troncato ha il naso, ed è tutto rognoso.
+
+A questo schiavo me ricomandava,
+Che de la mia persona avesse cura,
+E con aspre parole il minacciava
+De ogni tormento e de ogni pena dura,
+Se dal mio lato mai se discostava
+Né tutto il giorno, né la notte oscura.
+Or pensa, cavallier, come io rimase;
+De la padella io caddi nelle brase.
+
+Venne de Armenia in Bursa Teodoro,
+Quale io te dissi che cotanto amava,
+Per dare a l'amor nostro alcun ristoro;
+Ed alla via più presto se attaccava,
+Ché portato avea seco assai tesoro,
+Onde Gambone in tal modo acquetava,
+Che ciascaduna notte a suo diletto
+L'uscio gli aperse e meco il pose in letto.
+
+Ora intervenne fuor di nostra stima
+Che 'l mio marito gionse avanti al giorno,
+Ed alla nostra porta picchiò, prima
+Che in Bursa se sapesse il suo ritorno.
+Or per te stesso, cavalliero, estima
+Se ciascadun de noi ebbe gran scorno,
+Io, dico, e Teodoro, il caro amante,
+Quale era gionto forse una ora avante.
+
+Incontinente il cognobbe Gambone
+Alla sua voce, ché l'aveva in uso,
+E disse: "Noi siam morti! Ecco il patrone!'
+E Teodoro ancor esso era confuso.
+Ma io mostrai del scampo la ragione,
+E pianamente lo condussi giuso,
+Dicendo a lui: "Come entra il mio marito,
+Così di botto fuor serai uscito.
+
+Come sei fuora e ch'èn calati i panni,
+Chi avria giamai di questo fatto prova?
+Se mio marito ben crida mille anni,
+A confessar non creder che io me muova.
+Lui dirà brontolando: ' Tu me inganni '.
+Trista la musa che scusa non trova!
+Se giuramento ce può dare aiuto,
+Alla barba l'avrai, becco cornuto!"
+
+Or mio marito alla porta cridava,
+Di tanta indugia avendo già sospetto;
+E Gambone adirato biastemava
+E diceva: "Macon sia maledetto!
+Ché de la chiave in mal ponto cercava,
+Quale ho smarito alla paglia del letto.
+Ecco, pur l'ho trovata in sua malora;
+A voi ne vengo senza altra dimora."
+
+Così dicendo alla porta callava,
+E quella con romore in fretta apriva;
+E, come Usbego, il mio marito, entrava,
+Alle sue spalle Teodoro usciva.
+Or, mentre che la porta si serrava,
+Il mio marito in camera saliva,
+Ed io queta mi stava come sposa,
+Mostrandomi adormita e sonocchiosa.
+
+E mio marito prese un lume in mano,
+Cercando sotto al letto in ogni canto;
+Ed io tra me dicea: "Tu cerchi invano,
+Ché pur le corne a mio piacer ti pianto."
+Di qua di là cercando quel villano
+Ebbe veduto ai piè del letto un manto;
+Da Teodoro il manto era portato:
+Per fretta poi l'avea dimenticato.
+
+Ma come Usbego il manto ebbe veduto,
+Grandi oltraggi me disse e diverse onte;
+Per ciò non ebbi io l'animo perduto,
+Ma sempre li negai con bona fronte.
+Ora a Gambone bisognava aiuto,
+Il qual mercè chiedea con le man gionte,
+E credo che la cosa volea dire;
+Ma lui turbato mai nol volse odire.
+
+E già per tutto essendo chiaro il giorno,
+Agli altri schiavi lo fece legare,
+E a lor commesse che, suonando il corno,
+Sì come alla iustizia si suol fare,
+Poi che lo avean condotto alquanto intorno
+Sopra alla forche il debbano impiccare;
+E tutti quei sergenti a mano a mano,
+Per far ciò che è comesso, se ne vano.
+
+Ma quel zeloso accolta avia tant'ira,
+Che desïava de vederlo impeso;
+Tanto l'orgoglio e 'l sdegno lo martira,
+Che nol vedendo mai non avria creso,
+E ratto a quei sergenti dietro tira;
+Ma prima in dosso un tabarone ha preso
+E un capellaccio de un feltron crinuto,
+Perché dagli altri non sia cognosciuto.
+
+Ora Teodoro, essendo già scappato
+E per questo cessata la paura,
+Del manto se amentò che avia lasciato,
+E cominciò di questo ad aver cura.
+Cercando de Gambone in ogni lato,
+Lo ritrovò con tal disaventura
+Che pegio non può star, se non è morto;
+Ma de Usbego ancor fu presto accorto,
+
+Qual dietro gli veniva a passo lento,
+Nascoso e inviluppato al tabarone.
+Il giovanetto fu de ciò contento,
+E con gran furia va verso Gambone;
+Un pugno dette al naso e un altro al mento,
+E mena gli altri, e diceva: "Giottone!
+Ladro! ribaldo! Or va, ché a questo ponto,
+Come tu mtrti, alla forca sei gionto.
+
+Ove è il mio manto, di', falso strepone,
+Qual me involasti iersera a l'osteria?
+Or fusse qua vicino il tuo patrone,
+Che ben de l'altre cose gli diria,
+E pur voria saper se di ragione
+Tu debbi satisfar la roba mia;
+E quando io non ne possa aver più merto,
+De pugni vo' pagarmi, io te fo certo."
+
+Né avea compite le parole apena,
+Che un altro pugno gli pose su il viso,
+Sempre dicendo: "Ladro da catena!
+Ben ti smacarò gli occhi, io te ne aviso";
+E tutta fiata pugni e calci mena,
+Sì che la cosa non andò da riso
+Per questa fiata al tristo de Gambone,
+Benché ciò fusse sua salvazïone.
+
+Perché Usbego, mirando alla apparenza
+Del giovinetto che mostrava fero,
+Alle parole sue dette credenza,
+Come avrian fatto molti de ligiero;
+Però che non avea sua cognoscenza,
+Né avria stimato mai che un forestiero
+Fusse venuto tanto di lontano
+Per quello amor che lui stimava vano.
+
+Senza altramente palesarse ad esso,
+Fece Gambone adietro ritornare,
+E poi secreto il dimandò lui stesso
+Ciò che con quel garzone avesse a fare.
+Il schiavo, che era un giotto molto espresso,
+Seppe la cosa in tal modo narrare,
+Che per un dito fo creduto un braccio,
+E campò lui, e me trasse de impaccio.
+
+Non creder già che per questa paura
+Che era incontrata, io me fossi smarita,
+Ma più volte me posi alla ventura
+Dicendo: "Agli animosi il celo aita."
+E benché sempre uscisse alla sicura,
+Non fu la zelosia giamai partita
+Dal mio marito, e crebber sempre sdegni,
+E pur comprese al fin de' brutti segni.
+
+E di guardarme quasi disperato,
+Se consumava misero e dolente,
+Sempre cercando un loco sì serrato
+Che non se apresse ad anima vivente;
+E trovò al fine il palazo incantato,
+Ma non vi era il gigante, né il serpente,
+Qual ritrovasti alla porta davante:
+Questo a sua posta fece un negromante. -
+
+Ragionava in tal modo Doristella
+Ed altre cose assai volea seguire,
+Ché non era compita sua novella,
+Quando vide de un bosco gente uscire,
+Ch'è parte a piedi e parte in su la sella:
+Tutti erano ladroni, a non mentire.
+Ciascaduno di lor crida più forte:
+- Colui s'affermi, che non vôl la morte! -
+
+- Stative adunque fermi in su quel prato, -
+Rispose a quei ladroni il cavalliero
+- Ché, se alcun passa qua dal nostro lato,
+De aver bone arme gli farà mestiero! -
+Un che tra lor Barbotta è nominato,
+Senza ragione e dispietato e fiero,
+Gli vien cridando adosso con orgoglio:
+- Se Dio te vôl campare, ed io non voglio. -
+
+Quel vien correndo e ponto non se arresta,
+Ma verso lui se affronta Brandimarte,
+E tocca de Tranchera in su la testa,
+E sino al petto tutto quanto il parte.
+Ma gli altri a lui ferirno con tempesta,
+E se quelle arme non fosser per arte
+Tutte affatate, quanto ne avea intorno,
+Campato non serìa giamai quel giorno;
+
+Ché tutti quei ladroni aveva adosso.
+Non fo mai gente tanto maledetta;
+Chi lo ha davante e chi dietro percosso,
+E più de colpeggiar ciascuno affretta;
+Ma sopra a tutti gli altri un grande e grosso:
+Questo era Fugiforca dalla cetta,
+Qual, da che nacque, è degno di capestro,
+Ma non se può toccar, tanto era adestro.
+
+Costui girando intorno al cavalliero
+Con quella cetta spesso lo molesta;
+E poi se volta e via va sì legiero,
+Che cosa non fo mai cotanto presta.
+Salta più volte in groppa del destriero,
+E prese Brandimarte nella testa;
+Ma come vede che gli volta il brando,
+Salta alla terra e via fugge cridando.
+
+Già il cavalliero a lui più non attende,
+E sopra a gli altri fa la sua vendetta,
+E chi per lungo e chi per largo fende:
+Ormai non vi è di lor pezzo né fetta.
+Poi dietro a Fugiforca se distende;
+Ma quel ribaldo ponto non aspetta,
+E de quel corso ben serìa scampato;
+Ma fortuna lo gionse e il suo peccato.
+
+Perché, saltando sopra ad una macchia,
+Lo prese ad ambo e piedi una berbena,
+Come se prende al laccio una cornacchia,
+E lei battendo l'ale se dimena,
+E tra' del becco e se dispera e gracchia.
+Ma Fugiforca non è preso a pena,
+Che Brandimarte, qual correndo il caccia,
+Gli gionse adosso e ben stretto lo abraccia.
+
+E non lo volse de brando ferire,
+Parendo a lui che fosse una viltate,
+Ma ben diceva: - Io te farò morire,
+Sì come tu sei degno in veritate.
+Meco legato converrai venire,
+Tanto che io trovi o castello o citate;
+E là per la iustizia del segnore
+Serai posto alle forche a grande onore. -
+
+E Fugiforca piangendo dicia:
+- Quel che ti piace ormai pôi di me fare;
+Ma ben ti prego per tua cortesia,
+Che non mi mena alla Liza in sul mare. -
+Ora, segnori e bella compagnia,
+Finito è nel presente il mio cantare.
+A l'altro racontar non serò lento;
+Dio faccia ciascadun lieto e contento.
+
+Canto ventesimosettimo
+
+Un dicitor che avea nome Arïone,
+Nel mar Cicilïano, o in quei confini,
+Ebbe voce sì dolce al suo sermone,
+Che allo ascoltar venian tóni e delfini.
+Cosa è ben degna de amirazïone
+Che 'l pesce in mar ad ascoltar se inchini;
+Ma molto ha più di grazia la mia lira,
+Che voi, segnori, ad ascoltar retira.
+
+Così dal cel lo stimo in summa graccia,
+E la mente vi pongo e lo intelletto
+Nel dire a modo che vi satisfaccia,
+E che vi doni allo ascoltar diletto.
+Pur ho speranza che io non vi dispiaccia,
+Come mi par comprender ne lo aspetto,
+Se ne la istoria ancora io me ritorni
+Di cui gran parte ho detto in molti giorni.
+
+Nel canto qui di sopra io vi lasciai
+Di Fugiforca, il quale, essendo preso
+Per Brandimarte, menava gran guai,
+Ed essendosi a lui per morto reso,
+Con molto pianto e con lacrime assai,
+Standoli avante alla terra disteso,
+Per pietate e mercè l'avea a pregare
+Che non lo voglia alla Liza menare.
+
+- Se tu mi meni alla Liza, barone,
+Di me fia fatta tanta crudeltate,
+Che, ancor che ben la merti di ragione,
+Insino a' sassi ne verrà pietate.
+Deh prendate di me compassïone!
+Non che io voglia campare in veritate,
+Ch'io merto che la vita mi sia tolta,
+Ma non voria morir più de una volta.
+
+E là di me fia fatto tanto strazio
+Quanto mai se facesse di persona;
+Quel re del mio morir non serà sazio,
+Ché troppo ingiurïai la sua corona;
+E forse questo me ha condotto al lazio,
+Sì come ne' proverbi se ragiona
+E come esperienzia fa la prova:
+Peccato antiquo e penitenzia nova.
+
+Perché, essendo una volta alla marina,
+Qual da la Liza poco se alontana,
+Perodia vi era in festa, la regina,
+Con Dolistone, intorno a la fontana;
+Io, là correndo, presi una fantina,
+Qual poi col conte di Rocca Silvana
+Cambiai ad aspri, e fôrno da due miglia:
+Questa di Dolistone era la figlia.
+
+Né puotè il re, né altrui donarli aiuto,
+Sì che a Rocca Silvana la portai,
+A benché da ciascun fui cognosciuto,
+Però che in quella casa me allevai;
+Né cotal tema poi me ha ritenuto,
+Ma robbato ho il suo regno sempre mai,
+Dispogliando ciascun sino alla braga;
+Ma questo è quello che per tutto paga. -
+
+Pensando Brandimarte a cotal dire,
+Ne fu contento assai per più cagione;
+Pur disse al ladro: - Il te convien venire
+In ogni modo a quel re Dolistone,
+Qual, come merti, ti farà punire. -
+Così dicendo il lega in su un ronzone,
+Con gran minaccie se ponto favella,
+Poi la sua briglia dette a Doristella.
+
+E non parlava quel ladron nïente,
+Perché di Brandimarte avia paura.
+Or, giongendo alla Liza, una gran gente
+Trovarno armata sopra alla pianura;
+E Doristella fu molto dolente,
+- Lassa! - dicendo - in che disaventura
+Ritrovo il patre a questo mio ritorno,
+Che è posto in guerra ed ha l'assedio intorno! -
+
+E facendo di ciò molti pensieri,
+Scoprisse avanti da cento pedoni
+E circa da altretanti cavallieri,
+I qual cridarno: - Voi sete pregioni! -
+- Altro che zanze vi sarà mestieri, -
+Rispose Brandimarte - o compagnoni,
+A volerci pigliar così di fatto! -
+Tra le parole il brando avia già tratto.
+
+E gionse per traverso un contestabile,
+Quale era grande e portava la ronca,
+Armato a maglia e piastre innumerabile;
+Ma tutto a un tratto Tranchera lo tronca.
+Né mai se vidde un colpo più mirabile,
+Ché la persona sua rimase monca
+De un braccio e de la testa a un tratto solo,
+E l'uno e l'altro in pezzi andò di volo.
+
+Ben ne fece de gli altri simiglianti,
+E de' maggior, se Turpin dice il vero,
+Onde gli pose in rotta tutti quanti:
+Beato se tenìa chi era il primiero,
+Quel dico che a fuggire era davanti;
+E non tenean né strata né sentiero,
+Né in dietro a riguardar se voltan ponto;
+Fugge ciascuno insin che al ponto è gionto.
+
+Ora nel campo si leva il romore.
+- A l'arme! a l'arme! - ciascadun cridava.
+Adosso a Brandimarte a gran furore
+Chi di qua chi di là ciascun toccava;
+E lui ben dimostrava un gran valore,
+Ma contra tanti poco gli giovava:
+A suo mal grado quella gente fella
+Pigliarno Fiordelisa e Doristella;
+
+E seco Fugiforca, quel ladrone:
+Via ne 'l menarno, come era legato;
+Ma non cessa però la questïone,
+Ché Brandimarte al tutto è disperato,
+E fa col brando tal destruzïone,
+Che sino alla cintura è insanguinato,
+Né puote il suo destrier levare il passo
+Per la gran gente morta in quel fraccasso.
+
+Ma per le dame è ciò poco ristoro,
+Quale ha perdute quel baron gagliardo.
+Lasciamo lui, e torniamo a coloro
+Che via ne le menarno senza tardo;
+E come avanti fôrno a Teodoro,
+Lui cognobbe Doristella al primo guardo,
+E lei cognobbe anch'esso al primo tratto,
+Come lo vidde, e ciò non fu gran fatto;
+
+Però che ciascadun tanto se amava,
+Che altra sembianza non avea nel core.
+Or quando l'un quell'altro ritrovava,
+Non fu allegrezza al mondo mai maggiore;
+E ciascadun più stretto se abracciava,
+Dandosi basi sì caldi de amore,
+Che ciascadun che intorno era in quel loco,
+Morian de invidia, sì parea bel gioco.
+
+Poi lui conta alla dama la ragione
+Perché alla Liza era intorno acampato,
+E facea guerra al patre Dolistone,
+Dicendo: - Io venni come disperato,
+A lui dando la colpa e la cagione
+Che via te conducesse il renegato,
+Dico Usbego, che Dio gli doni guai!
+Ove ne andasti, non seppi più mai. -
+
+La dama ad ogni parte gli respose,
+E dègli alla risposta gran conforto,
+E la ventura sua tutta gli espose,
+E come Usbego a quel palagio è morto;
+Poi lo pregava con voce piatose
+Che divetasse ad ogni modo il torto
+Quale era fatto a quel baron valente,
+Che fo assalito da cotanta gente.
+
+Per il dover fo lui mosso di saldo,
+E più dai preghi della giovanetta,
+Onde da lui mandò presto uno araldo,
+Ove era la battaglia, e un suo trombetta;
+E là trovarno Brandimarte caldo,
+Più che ancor fosse, a far la sua vendetta.
+Ma come il real bando a ponto intese,
+Lasciò la zuffa, tanto fu cortese.
+
+E venne con gli araldi in compagnia
+De Teodoro al pavaglion reale
+(Costui già il regno de gli Armeni avia;
+Morto era il patre a corso naturale),
+E lo trovarno a mezo de la via,
+Con molta gente e pompa trïonfale,
+Intra quelle due dame, ogniuna bella:
+Qua Fiordelisa e là sta Doristella.
+
+Ricevutolo in campo a grande onore,
+Re Teodoro il tutto gli contò,
+Cominciando al principio del suo amore,
+Insino al giorno ove gionti son mo;
+E poi elesse un degno ambasciatore,
+Che a Dolistone e Perodia mandò,
+Per voler pace e amendar quel che è fatto,
+Pur che abbia Doristella ad ogni patto.
+
+La cosa era passata in tal travaso
+Quale io ve ho detto, e tal confusïone,
+E Fugiforca e' pur preso è rimaso,
+Ché un tristo mai non trova bon gallone.
+Legato ancor si stava quel malvaso
+Con le mano alle rene in sul ronzone,
+E Brandimarte, che l'ebbe trovato,
+Dimandò al re che fusse ben guardato.
+
+Onde per questo con gran diligenza
+Era guardato e con molta custodia,
+Co' e ferri a' piedi, e non stava mai senza,
+E per il suo mal far ciascadun lo odia.
+Ora lo ambasciador con riverenza
+A Dolistone e a sua dama Perodia
+Parlò sì bene, e fu tanto ascoltato,
+Che quel concluse per che egli era andato.
+
+E tornò fora con lo olivo in testa,
+Che era un signale a quel tempo di pace,
+E poi la somma espose de sua inchiesta,
+Qual sopra a gli altri a Doristella piace.
+Tutti alla Liza intrarno con gran festa;
+Ma Fugiforca, quel ladro fallace,
+Via era condutto lui con mal pensiero
+Tra' carrïaggi, sopra ad un somiero.
+
+Ne la Liza per tutto è cognosciuto:
+Chi gli cridava dietro e chi da lato,
+E lui dicea: - Macon mi doni aiuto,
+Ché un altro non fu mai peggio trattato! -
+E Brandimarte, poiché fu venuto
+Avanti al re, quel ladro ha presentato.
+Il re mirando lui se meraviglia:
+Ben sa che è quel qual già tolse la figlia.
+
+Ma che sia preso si meravigliava,
+Cognoscendol sì presto e tanto astuto.
+De la filiola poi lo adimandava,
+Se sapea lui quel che fosse avenuto;
+Ed esso a pieno il tutto racontava,
+Insin che il prezio ne avea recevuto:
+Ma che poi se partitte incontinente,
+Sì che di lei più non sapea nïente.
+
+- Per prezzo al conte di Rocca Silvana
+Io la vendetti; - diceva il ladrone
+- Da mille miglia è forse di lontana
+Di sopra a Samadrìa la regïone. -
+E Brandimarte alor con voce umana
+Adimandava quel re Dolistone
+Se ebbe segnal la figlia, che abbia a mente;
+Ma Perodia rispose incontinente.
+
+Come Perodia ha Brandimarte odito,
+Rispose al dimandar senza dimora;
+Né aspetta che parlasse il suo marito,
+Ma disse: - Se mia figlia vive ancora,
+Sotto alla poppa destra forse un dito
+Ha per segnale una voglia di mora;
+De una mora di celso, ora me amento,
+Essendo di lei pregna ebbi talento.
+
+Là mi toccai; ed ella, come nacque,
+Sotto la poppa avea quel segno nero;
+Né mai per medicine o forza de acque
+Se puotè via levare, a dire il vero. -
+Or Brandimarte, sì come ella tacque,
+Cominciò poi la istoria, il cavalliero;
+A parte a parte il fatto gli divisa,
+Sì come sua filiola è Fiordelisa.
+
+E fatto gli altri tuor di quel cospetto,
+Però che Fiordelisa avia vergogna,
+La fece avanti a loro aprire il petto,
+Onde più prova ormai non vi bisogna.
+Perodia e Dolistone han tal diletto
+Qual have il pregionier, quando si sogna
+La notte esser impeso e la dimane
+Poi viene assolto e in libertà rimane.
+
+Ciascuno ha pien di lacrime la faccia.
+Piangendo gli altri ancor di tenerezza,
+La matre lei e lei la matre abraccia:
+Ogniuna di basarse ha maggior frezza.
+A Fugiforca fu fatta la graccia,
+Pregando ogniom per lui nella allegrezza;
+Cridi e lieti romori a gran divizia,
+Campane e trombe suonan di letizia.
+
+Poi furno queste cose divulgate
+Fuor nella terra e per tutto il paese,
+E con trïonfo le noce ordinate
+Con real festa a ciascadun palese,
+E le due damigelle fôr sposate,
+Ché Fiordelisa Brandimarte prese,
+E Teodor si prese Doristella;
+Non so se alcun trovò la sua polcella.
+
+Ché tanto poche ne vanno a marito,
+Che meglio un corvo bianco se dimostra;
+Ma queste due, sì come aveti odito,
+Eran pur state avanti a questo in giostra.
+Usavasi a quel tempo a tal partito,
+Ora altrimente nella etade nostra,
+Ché ciascuna perfetta si ritrova;
+E chi nol crede, lui cerchi la prova.
+
+Ora queste due dame che io ve dico
+Catolice ènno entrambe e cristïane,
+E Macone avean tolto per nimico
+E le sue legge scelerate e vane;
+Onde ne andarno dal suo patre antico,
+E sì con prieghi e con parole umane
+Se adoperarno, per la Dio mercede,
+Che lo tornarno alla perfetta fede.
+
+Dapoi la matre con minor fatica
+Ridussero anco a sua credenza santa;
+E la corte da poscia a tal rubrica
+Se attenne e la citate tutta quanta;
+E, senza che di questo più vi dica,
+La grazia de le dame fu cotanta,
+Che de i monti d'Armenia alla marina
+Corse ciascuno alla legge divina.
+
+Ora de ricontar non è mestiero
+La festa, che ogni dì cresce maggiore;
+Qua se fa giostra, e là fassi torniero,
+Altrove è suono e danza con amore;
+Ma pur sta Brandimarte in gran pensiero,
+Né se può il conte Orlando trar del core.
+In fine un giorno la sua opinïone
+Fie' manifesta in tutto a Dolistone,
+
+Mostrando quasi aver fermato il chiodo
+Che in ogni forma Orlando vôl seguire.
+Diceva Dolistone: - Io non te lodo
+Per questo tempo adesso il dipartire;
+Ma, se pur de lo andare ad ogni modo
+Sei destinato, non so più che dire,
+Né di ciò la cagion più te dimando,
+Il gire e il star serà nel tuo comando. -
+
+Una galea dapoi fu apparecchiata
+Di molte che ne avea quel barbasoro;
+Questa era la reale e meglio armata,
+Che avea la poppa tutta missa ad oro.
+Brandimarte e sua dama e più brigata
+Là se allogarno, con molto tesoro
+Qual Perodia ha donato alla sua figlia,
+Rubin, smeraldi e perle a meraviglia;
+
+Tra l'altre cose il più bel pavaglione
+Che se trovasse in tutta la Soria.
+Ora spira levante, e il suo patrone
+Gli acerta che ogni indugia è troppo ria;
+Onde se accomandarno a Dolistone
+E a tutti gli altri, e vanno alla sua via,
+Passando Rodi e la isola di Creti;
+Col vento in poppa van zoiosi e lieti.
+
+Ma il navicare e nostra vita umana
+De una fermezza mai non se assicura,
+Però che la speranza al mondo è vana,
+Né mai bon vento lungamente dura;
+Qual ora si levò da tramontana,
+Chiamando il Greco, che è mala mistura
+A cui di Creti vôl gire in Cicilia;
+L'aria se anera e l'acqua si scombilia.
+
+Dicea il parone: - Il cel turbato è meco,
+E non me inganno già, ma ben me sforza,
+Perché io vorebbi ne la taza il Greco,
+E lui me 'l dona ne la vela a l'orza.
+Io non posso alla zuffa durar seco:
+Ove gli piace, convien che io mi torza. -
+Poi dice a Brandimarte: - A dir il vero,
+Con questo vento in Franza andar non spero.
+
+Africa è quivi dal lato marino,
+Se drittamente ho ben la carta vista,
+E noi volteggiaremo nel camino,
+Ché, quando non se perde, assai s'acquista.
+Forse mutarà il vento, Dio divino!
+E cessarà questa fortuna trista;
+Pregar si puote che un siroco vegna,
+Qual ci conduca al litto de Sardegna. -
+
+Parlava quel parone in cotal sorte,
+Chiedendo quel che egli avrebbe voluto,
+Ma tramontana ognior cresce più forte,
+E 'l mar già molto grosso è divenuto;
+Onde ciascun per tema de la morte
+Facendo voti a Dio dimanda aiuto;
+Ma lui non li essaudisce e non li ascolta,
+E sottosopra il mar tutto rivolta.
+
+Pioggia e tempesta giù l'aria riversa,
+E par che 'l celo in acqua se converta,
+E spesso alla galea l'onda atraversa,
+Battendo ciò che trova alla coperta.
+Vien la fortuna ogniora più diversa,
+E spaventosa, orribile ed incerta,
+Pur col vento che io dissi, tuttavia,
+Sin che condotti gli ebbe in Barbaria.
+
+Presso Biserta, al capo di Cartagine,
+Son gionti, ove già fu la gran citade
+Che ebbe di Roma simigliante imagine,
+E quasi partì seco per mitade;
+Di lei non se vede or se non secagine,
+Persa è la pompa e la civilitade;
+E gran trïomfi e la superba altura
+Tolti ha fortuna, e il nome apena dura.
+
+Or, come io dissi, il franco Brandimarte
+Fu gionto per fortuna in questo porto.
+Ma un fie' comandamento in quelle parte
+Che ogni cristian che ariva ivi, sia morto;
+Perché una profecia trovarno in carte,
+Che in fine, al lungo andare o in tempo corto,
+Da un re de Italia fia la terra presa,
+Per cui da poi serà la Africa incesa.
+
+E Brandimarte, che il tutto sapea,
+Non volse palesarse per nïente,
+Avengaché di sé poco temea,
+Ma sì de la sua dama e d'altra gente.
+A tutti disse ciò che far volea,
+Ma poi discese in terra incontinente,
+E presentossi allo amiraglio avante,
+Dicendo come è figlio a Manodante;
+
+E come vien da le Isole Lontane,
+Per vedere Agramante e la sua corte,
+Ed a provarse a sue gente soprane,
+Qual son laudate al mondo tanto forte;
+Onde lo prega che quella dimane
+Lo faccia accompagnar con bone scorte,
+Sin che a Biserta sia salvo guidato,
+Proferendosi a ciò de esser ben grato.
+
+E lo amiraglio, che era assai cortese,
+Lo fece accompagnar di bona voglia;
+E Fiordelisa di nave discese
+E molta altra brigata con gran zoglia.
+Verso Biserta la strada si prese,
+Ed arivarno senza alcuna noglia
+Vicino alla citate una matina,
+E là fermârsi a canto alla marina.
+
+Dapoi che ebbe donato molto argento
+A questi che gli han fatto compagnia,
+Coi suoi se ragunò baldo e contento
+Sopra una larga e verde prataria,
+Ove dal mar venìa suave vento,
+Tra molte palme che quel prato avia.
+Sotto di queste senza altra tenzone
+Fece adricciare il suo bel pavaglione.
+
+Questo era sì legiadro e sì polito,
+Che un altro non fu mai tanto soprano.
+Una Sibilla, come aggio sentito,
+Già stette a Cuma, al mar napolitano,
+E questa aveva il pavaglione ordito
+E tutto lavorato di sua mano;
+Poi fo portato in strane regïone,
+E venne al fine in man de Dolistone.
+
+Io credo ben, Segnor, che voi sappiati
+Che le Sibille fôr tutte divine,
+E questa al pavaglione avea signati
+Gran fatti e degne istorie pellegrine
+E presenti e futuri e di passati;
+Ma sopra a tutti, dentro alle cortine,
+Dodeci Alfonsi avea posti de intorno,
+L'un più che l'altro nel sembiante adorno.
+
+Nove di questi ne la fin del mondo
+Natura invidïosa ne produce,
+Ma di tal fiamma e lume sì iocondo,
+Che insino a l'orïente facean luce;
+Chi avea iustizia e chi senno profondo,
+Quale è di pace, e qual di guerra duce;
+Ma il decimo di questi dieci volte
+Le lor virtute in sé tenea raccolte.
+
+Pacifico guerrero e trïomfante,
+Iusto, benigno, liberale e pio,
+E l'altre degne lode tutte quante
+Che può contribuir natura e Dio.
+La Africa vinta a lui stava davante
+Ingenocchiata col suo popol rio;
+Ma lui de Italia avea preso un gran lembo,
+Standosi a quella con amore in grembo.
+
+E come Ercole già sol per amore
+Fo vinto da una dama lidïana,
+Così a lui prese Italia vinta il core,
+Onde scordosse la sua terra Ispana,
+E seminò tra noi tanto valore,
+Che in ogni terra prossima e lontana
+Ciascaduna virtù che sia lodata
+O da lui nacque, o fo da lui creata.
+
+Ma l'undecimo Alfonso giovanetto,
+Con l'ale è armato, a guisa de Vittoria,
+Sì come la natura avesse eletto
+Uno omo a possidere ogni sua gloria;
+Ché, volendo di lui con dir perfetto
+Di ciascuna cosa seguir la istoria,
+Avria coperto, non che il pavaglione,
+Ma il mondo tutto in ogni regïone.
+
+Pur vi era ordita alcuna eletta impresa
+De arme, o di senno, o di guerra, o de amore:
+Sì come è Italia da' Turchi diffesa
+Per sua prodezza sola e suo valore;
+E la battaglia tutta era distesa
+Di Monte Imperïale a grande onore,
+E le fortezze ruïnate al fondo,
+Sì belle che eran di trïomfi al mondo.
+
+Il duodecimo a questo era vicino,
+Di etate puerile e in faccia quale
+Serìa depinto un Febo piccolino,
+Coi raggi d'oro in atto trïomfale.
+Ne l'abito sì vago e pellegrino,
+Giongendovi gli strali e l'arco e l'ale,
+Tanta beltate avea, tanto splendore,
+Che ogniom direbbe: "Questo è il dio d'Amore."
+
+Avanti a lui si stava ingenocchiata
+Bona Ventura, lieta ne' sembianti,
+E parea dire: "O dolce figliol, guata
+Alle prodezze de gli avoli tanti,
+E alla tua stirpe al mondo nominata;
+Onde fra tutti fa che tu ti vanti
+Di cortesia, di senno e di valore,
+Sì che tu facci al tuo bel nome onore."
+
+Molte altre cose a quel gentil lavoro
+Vi fôr ritratte, e non erano intese,
+Con pietre prezïose e con tanto oro,
+Che tutto alluminava quel paese.
+Di sotto al pavaglione un gran tesoro
+In vasi lavorati se distese,
+De smeraldo e zaffiro e di cristallo,
+Che valeano un gran regno senza fallo.
+
+Non vi potrei contare in veritate
+Il bel lavoro fatto a gentilezza;
+Ninfe se gli vedeano lavorate,
+Che eran tanto legiadre a gran vaghezza,
+Che meritan da tutti essere amate;
+Vedeansi cavallier di tal prodezza:
+Quivi erano ritratti a non mentire;
+Ma a qual fine, alcun non sapria dire.
+
+Or Brandimarte presto lo abandona,
+Come lo vidde a quel campo dricciato;
+Sopra a Batoldo la franca persona
+Presso a Biserta se appresenta armato,
+E con molta baldanza il corno suona.
+Ne l'altro canto ve sarà contato
+Come il fatto passasse e la gran giostra;
+Dio vi conservi e la Regina nostra.
+
+Canto ventesimottavo
+
+Segnori e dame, Dio vi dia bon giorno
+E sempre vi mantenga in zoia e in festa!
+Come io promissi, a ricontar ritorno
+De Brandimarte, che con tal tempesta
+Presso a Biserta va suonando il corno
+Ed isfida Agramante e la sua gesta,
+Dicendo nel suonare: - O re soprano,
+Odi mio suono, e nol tenire a vano.
+
+Se non è falsa al mondo quella fama
+La qual per tutto tua virtù risuona,
+E per valore un altro Ettor ti chiama,
+Perché hai de ogni prodeza la corona,
+Onde per questo ti verisce ed ama
+Tal che giamai non vidde tua persona,
+Ed io tra gli altri certamente sono,
+Che non te ho visto, ed amo in abandono:
+
+Fa che risponda a ciò che se ne dice,
+O valoroso ed inclito segnore,
+Della tua corte, che è tanto felice
+Che de ogni vigoria mantiene il fiore.
+A me soletto in su quella pendice
+Provarli ad un ad un ben basta il core;
+Ma non so se al pensier cotanto ardito
+Mancarà lena, e vengami fallito. -
+
+Stava Agramante in quel tempo a danzare
+Tra belle dame sopra ad un verone
+Che drittamente riguardava al mare,
+Ove era posto il ricco pavaglione.
+Odendo il corno tanto ben sonare,
+Lasciò la danza e venne ad un balcone,
+Apoggiandosi al collo al bel Rugiero,
+E giù nel prato vidde il cavalliero.
+
+E stando alquanto a quel sonare attento,
+La voce e le parole ben comprese,
+E vòlto alli altri disse: - A quel ch'io sento,
+Questo di noi ragiona assai cortese;
+E certo che me ha posto in gran talento
+De essere il primo che faccia palese
+Se ponto ha di prodezza o di valore;
+Siano qua l'arme e il mio bon corridore. -
+
+Benché dicesse alcun che facea male,
+E mormorasse assai la baronia
+Che sua persona nobile e reale
+Aponga ad un che non sa chi se sia:
+Lui di natura e de animo è cotale
+Che mena a fretta ciò che far desia;
+Onde lascia da parte l'altrui dire,
+E prestamente se fece guarnire.
+
+De azuro e de ôr vestito era a quartiero,
+E a tale insegne è il destrier copertato;
+La rocca e' fusi porta per cimiero.
+Ver Brandimarte se ne vien al prato;
+E solo è seco il giovane Rugiero,
+Senza alcuna arma, for che 'l brando a lato,
+E dopo alcun parlar tutto cortese,
+Voltò ciascuno e ben del campo prese.
+
+Poi ritornarno con le lancie a resta
+Quei dui baron, che avean cotanta possa,
+Drizzando i lor ronzon testa per testa.
+Ciascuna lancia a meraviglia è grossa,
+Ma entrambe se fiaccarno con tempesta,
+E l'uno a l'altro urtò con tal percossa,
+Ch'e lor destrier posâr le groppe al prato,
+Benché ciascun di subito è levato.
+
+E via correndo come imbalorditi
+Ne andarno a gran ruina quasi un miglio,
+E credo che più avanti serian giti,
+Ma fu dato a ciascun nel fren di piglio.
+E duo baroni al tutto eran storditi,
+E a l'uno e a l'altro uscia il sangue vermiglio
+Di bocca e da l'orecchie e per il naso,
+Tanto fu il scontro orribile e malvaso!
+
+Or se vengono a dietro a passo a passo,
+Ciascun di vendicar voluntaroso;
+Poi spronarno e destrieri a gran fraccasso,
+L'un più che l'altro a corso ruïnoso.
+Alcun di lor non segna al scudo basso,
+Ma dritto in fronte a l'elmo luminoso;
+Le lancie de le prime eran più grosse,
+Ma non restarno integre alle percosse.
+
+Però che nel scontrar di quei baroni
+Sino alla resta se fiaccarno, in tanto
+Che non eran tre palmi e lor tronconi,
+Né più che prima se donarno il vanto
+De alcun vantaggio e forti campïoni,
+E l'uno e l'altro è sangue tutto quanto;
+E, come e lor destrier sian senza freno,
+Ne andâr correndo un miglio, o poco meno.
+
+Due lancie fece il re portare al prato,
+Che avea il tempio de Amone, antiquo deo,
+E, sì come da vecchi era contato,
+Di Ercole l'uno, e l'altra fo de Anteo.
+Bene era ciascun tronco smisurato:
+Ognuna a sei bastasi portar feo;
+Vedise adunque aperto in questo loco
+Che la natura manca a poco a poco,
+
+Se questi antiqui fôr tanto robusti,
+Che avean forza per sei de quei moderni;
+Ma non so se gli autor fosser ben giusti,
+E scrivesseno il vero a' lor quaderni.
+Or son portati al campo e duo gran fusti;
+E guarda pur, se vôi: tu non discerni
+Qual sia più forte, ché senza divaro
+Di vena e di grossezza son al paro.
+
+A Brandimarte fu dato la eletta:
+Ciò volse il re Agramante per suo onore.
+Ben vi so dir che ogniomo intorno aspetta
+Veder che abbia più lena e più vigore.
+Ma, mentre che ciascun di lor se assetta,
+Di verso al fiume se ode un gran romore.
+Fugge la gente trista e sbigottita:
+Tutti venian cridando: - Aita! aita! -
+
+Il re Agramante sì come era armato
+Ver là se tira e lascia il gran troncone;
+E Brandimarte a lui se pose a lato,
+Per aiutarlo in ogni questïone.
+Via vien fuggendo il popol sterminato;
+Ed Agramante prese un ragazone,
+Qual sopra ad un ronzone era a bisdosso
+E senza briglia corre al più non posso.
+
+- Ove ne andati? - diceva Agamante
+- Ove ne andati, pezzi de bricconi? -
+E quel rispose con voce tonante:
+- Per beverare andavamo e ronzoni
+Dietro a quel fiume che è quivi davante,
+E là fummo assaliti da leoni,
+Qual posti ce hanno in tal disaventura,
+Che bene è paccio chi non ha paura.
+
+Da trenta insieme sono, al mio parere,
+Che ce assalirno con tanta tempesta,
+Che de scampare apena ebbi il potere,
+Ben che io gli vidi uscir de la foresta.
+Che sia de gli altri, non potea vedere,
+Perché giamai non ho volta la testa
+A remirar quel che de lor se sia;
+Or fa al mio senno, e tuotti anco te via. -
+
+Il re sorrise e a Brandimarte volto
+Gli disse: - Certo alquanto ho di dispetto
+Che il piacer della giostra ce sia tolto,
+Benché alla caccia avrem molto diletto. -
+E Brandimarte, il qual non era stolto,
+Rispose: - Il tuo comando sempre aspetto;
+Sì che adoprame pure in giostra o in caccia,
+Ch'io son disposto a far quel che ti piaccia. -
+
+Il re dapoi mandò nella citate
+Che a lui ne vengan cacciatori e cani,
+De' qual sempre tenìa gran quantitate,
+Segusi e presti veltri e fieri alani,
+Ed altre schiatte ancora intrameschiate.
+Or via ne vanno e tre baron soprani,
+Brandimarte, Agramante e il bon Rugiero,
+Per dare aiuto ove facea mestiero.
+
+Ma ne la corte se lasciâr le danze,
+Come il messo del re là su se intese,
+E fuor portarno rete e speti e lanze,
+E furvi alcun che se guarnîr de arnese,
+Ché a cotal caccia vôle altro che cianze;
+Né lepri o capre trova quel paese,
+Ma pien son e lor monti tutti quanti
+Di leoni e pantere ed elefanti.
+
+E molte dame montarno e destrieri,
+Con gli archi in mano ed abiti sì adorni,
+Che ogniom le accompagnava volentieri,
+E spesso avanti a lor facean ritorni.
+E tutti e gran segnori e cavallieri
+Uscîr sonando ad alta voce e corni:
+Da lo abaglio de' cani e dal fremire
+Par che 'l cel cada e 'l mondo abbia a finire.
+
+Ma già Agramante e il giovane Rugiero
+E Brandimarte, che non gli abandona,
+Sopra a quel fiume ove è l'assalto fiero,
+Ciascuno a più poter forte sperona;
+E ben de esser gagliardi fa mestiero,
+Ché ogni leone ha sotto una persona;
+Alcuna è viva e soccorso dimanda,
+E qual morendo a Dio se aricomanda.
+
+A ciascadun di lor venne pietate,
+E destinarno di donarli aiuto,
+Avendo prima già tratte le spate:
+Non vôle indarno alcun esser venuto.
+Ecco un leon con le chiome arrizzate,
+Maggior de gli altri, orribile ed arguto,
+Che in su la ripa avea morto un destrero:
+Quello abandona e vien verso Rugiero.
+
+Rugier lo aspetta e mena un manroverso,
+E sopra della testa l'ebbe aggionto,
+E quella via tagliò per il traverso,
+Ché tra gli occhi e l'orecchie il colse a ponto.
+Ora ecco l'altro, ancora più diverso
+E più feroce di quel che io vi conto,
+Al re se aventa da la banda manca,
+E l'elmo azaffa e nel scudo lo abranca.
+
+E certamente il tirava de arcione,
+Se non ne fosse il bon Rugiero accorto,
+Qual là vi corse e gionselo al gallone,
+Sì che de l'anche a ponto il fece corto.
+Brandimarte ancor lui con un leone
+Fatto ha battaglia, e quasi l'avea morto,
+Quando se odirno e corni e' gran rumori
+Di quella gente, e' cani e' cacciatori.
+
+Ora cantando a ricontar non basto
+Di loro e cridi grandi e la tempesta;
+Tutte le fiere abandonarno il pasto,
+Squassando e crini ed alciando la testa.
+Quale avean morto, e qual è mezo guasto;
+Pur li lasciarno, e verso la foresta,
+Voltando il capo e mormorando d'ira,
+A poco a poco ciascadun se tira.
+
+Ma la gente che segue, è troppo molta,
+E fa stornir del crido e il monte e il piano;
+Dardi e saette cadeno a gran folta,
+A benché la più parte ariva invano.
+De quei leoni or questo or quel se volta,
+Ma pur tutti alla selva se ne vano;
+E il re cinger la fa da tutte bande:
+Allor se incominciò la caccia grande.
+
+La selva tutto intorno è circondata,
+Che non potrebbe uscire una lirompa;
+Più dame e cavallieri ha ogni brigata,
+Che mostrava alla vista una gran pompa.
+Il re dato avia loco ad ogni strata,
+Né bisogna che alcun l'ordine rompa;
+Alani e veltri a copia sono intorno,
+Né se ode alcuna voce, o suon di corno.
+
+Poi son poste le rete a cotal festa
+Che spezzar non le può dente né graffa,
+Indi e sagusi intrarno alla foresta:
+Altro non si sentia che biffi e baffa.
+Or se ode un gran fraccasso e gran tempesta,
+Ché per le rame viene una ziraffa;
+Turpino il scrive, e poca gente il crede,
+Che undeci braccia avia dal muso al piede.
+
+Fuor ne venìa la bestia contrafatta,
+Bassa alle groppe e molto alta davante,
+E di tal forza andava e tanto ratta,
+Che al corso fraccassava arbori e piante.
+Come fu al campo, intorno ha la baratta
+De molti cavallieri e de Agramante
+E molte dame che erano in sua schiera,
+Onde fu alfine occisa la gran fiera.
+
+Leoni e pardi uscirno alla pianura,
+Tigri e pantere io non sapria dir quante;
+Qual se arresta a le rete e qual non cura.
+Ma pur fôr quasi morti in uno istante.
+Or ben fece alle dame alta paura,
+Uscendo for del bosco, uno elefante:
+Lo autore il dice, ed io creder nol posso
+Che trenta palmi era alto e vinti grosso.
+
+Se il ver non scrisse a ponto, ed io lo scuso,
+Ché se ne stette per relazïone.
+Ora uscì quella bestia e col gran muso
+Un forte cavallier trasse de arcione,
+E più di vinti braccia gettò in suso,
+Poi giù cadette a gran destruzïone,
+E morì dissipato in tempo poco;
+Ben vi so dir che gli altri gli dàn loco.
+
+Via se ne va la bestia smisurata,
+Né de arestarla alcun par che abbia possa;
+La schiera ha tutta aperta ove è passata,
+A benché de più dardi fu percossa,
+Ma non fu da alcun ponto innaverata;
+Tanto la pelle avea callosa e grossa
+E sì nerbosa e forte di natura,
+Che tiene il colpo come una armatura.
+
+Ma già non tenne al taglio di Tranchera,
+Né al braccio di Rugiero in questo caso;
+A piedi ha lui seguita la gran fiera,
+Ché il destrier spaventato era rimaso.
+Tanto ha quello animale orribil ciera
+Per grande orecchia e pel stupendo naso
+E per li denti lunghi oltra misura,
+Che ogni destriero avia di lui paura.
+
+Ma, come vidde solo il giovanetto,
+Che lo seguiva a piedi per lo piano,
+Voltando quel mostazzo maledetto,
+Qual gira e piega a guisa de una mano,
+Corsegli adosso, per darli di petto;
+Ma quel furore e lo impeto fu vano,
+Perché Rugier saltò da canto un passo,
+Tirando il brando per le zampe al basso.
+
+Dice Turpin che ciascuna era grossa,
+Come ène un busto d'omo a la centura.
+Io non ho prova che chiarir vi possa,
+Perché io non presi alora la misura;
+Ma ben vi dico che de una percossa
+Quella gran bestia cadde alla pianura:
+Come il colpo avisò, gli venne fatto,
+Ché ambe le zampe via tagliò ad un tratto.
+
+Come la fiera a terra fu caduta,
+Tutta la gente se gli aduna intorno,
+E ciascun de ferirla ben se aiuta:
+Ma il re Agramante già suonava il corno,
+Perché oramai la sera era venuta,
+E ver la notte se ne andava il giorno.
+Or, come il re nel corno fu sentito,
+Ogniomo intese il gioco esser finito.
+
+Onde tornando tutte le brigate
+Se radunarno ove il re se ritrova;
+Tutti avean le sue lancie insanguinate,
+Per dimostrar ciascun che fatto ha prova.
+Le fiere occise non furno lasciate,
+Benché a fatica ciascuna se mova;
+Pur con ingegno e forza tutti quanti
+Furno portati a' cacciatori avanti.
+
+Da poi de cani un numero infinito
+Era menato in quella cacciasone:
+Qual da tigre o pantere era ferito,
+E quale era straziato da leone.
+Come io vi dissi, il giorno era partito,
+Che fo diletto di molte persone,
+Però che ciascadun, come più brama,
+Chi va con questa, e chi con quella dama.
+
+Qual de la caccia conta meraviglia,
+E ciascadun fa la sua prova certa;
+E qual de amor con le dame bisbiglia,
+Narrando sua ragion bassa e coperta.
+E così, caminando da sei miglia
+Con gran diletto, gionsero a Biserta,
+Ove parea che 'l celo ardesse a foco,
+Tante lumiere e torze avea quel loco.
+
+E dentro entrarno a gran magnificenzia,
+Quasi alla guisa de processïone;
+Omini e donne a tal appariscenzia
+Per la citade stavano al balcone.
+Brandimarte al castel prese licenzia
+Per ritornar di fora al paviglione,
+E benché il re il volesse retenire,
+Per compiacerlo al fine il lasciò gire;
+
+E dal nepote il fece accompagnare,
+E da cinque altri. Lì con grande onore
+La sera istessa il fece appresentare
+De più vivande, ciascuna megliore;
+E una sua veste gli fece arrecare,
+Con pietre e perle di molto valore:
+La veste è parte azurra e parte de oro,
+Come il re porta, senza altro lavoro.
+
+Poi l'altro giorno, come è loro usanza,
+Una gran festa se ebbe ad ordinare,
+E venne Fiordelisa in quella danza,
+Ché Brandimarte e lei fece invitare.
+Tre son vestiti ad una somiglianza,
+Ché tal divisa altrui non può portare;
+Brandimarte, Agramante con Rugiero
+D'azurro e d'or indosso hanno il quartiero.
+
+Standosi in festa ed ecco un tamburino
+Vien giù del catafalco a gran stramaccio.
+Per tutto traboccava quel meschino,
+Ché ogni festuca gli donava impaccio,
+O che la colpa fosse il troppo vino,
+O che di sua natura fosse paccio;
+Ma sopra al tribunal ove è Agramante,
+Pur se conduce e a lui se pone avante.
+
+Il re credendo de esso aver diletto,
+Lo recevette con faccia ridente;
+Ma, come quello è gionto al suo cospetto,
+Batte la mano e mostrase dolente,
+E diceva: - Macon sia maledetto,
+E la Fortuna trista e miscredente,
+Qual non riguarda cui faccia segnore,
+Ed obedir conviensi a chi è peggiore!
+
+Costui de Africa tutta è incoronato,
+La terza parte del mondo possiede,
+Ed ha cotanto popolo adunato
+Che spaventar la terra e il cel si crede.
+Or ne lo odor de algalia e di moscato
+Tra belle dame il delicato siede,
+Né se cura de guerra, o de altro inciampo,
+Pur che se dica che sua gente è in campo.
+
+Non si dièno le imprese avere a ciancia:
+Seguir conviensi, o non le cominciare,
+E fornir con la borsa e con la lancia,
+Ma l'una e l'altra prima mesurare.
+Così faccia Macon che il re de Francia
+Te venga a ritrovar di qua dal mare,
+Ché alor comprenderai poi se la guerra
+Fia meglio in casa, o ver ne l'altrui terra. -
+
+Parlando il tamburin, fo presto preso
+Da la guarda del re che intorno stava,
+Né fu però battuto, né ripreso,
+Perché ebriaco ogniomo il iudicava.
+Ma il re Agramante che lo ha ben inteso,
+Gli occhi dolenti alla terra bassava;
+Mormorando tra sé movia la testa,
+E poi crucioso uscì fuor de la festa.
+
+Onde la corte fo tutta turbata:
+Langue ogni membro quando il capo dole;
+La real sala in tutto è abandonata,
+Né più se danza, come far se suole.
+Il re la zambra avea dentro serrata:
+Alcun compagno seco non vi vôle;
+Pensando il grande oltraggio che gli è detto,
+Se consumava de ira e de dispetto.
+
+Poi, come l'altro giorno fo apparito,
+Fece il consiglio ed adunò suo stato,
+Dicendo come ha fermo e stabilito
+Di fornire il passaggio che è ordinato;
+E poi fa noto a tutti a qual partito
+E da cui serà il regno governato,
+Perché il vecchio Branzardo di Bugea
+Vôl che a Biserta in suo loco si stea,
+
+A lui dicendo: - Attendi alla iustizia,
+E ben ti guarda da procuratori
+E iudici e notai, ché han gran tristizia
+E pongono la gente in molti errori.
+Stimato assai è quel che ha più malizia,
+E gli avocati sono anco peggiori,
+Ché voltano le legge a lor parere;
+Da lor ti guarda, e farai tuo dovere.
+
+Il re di Fersa, Folvo, anche rimane,
+E Bucifar, il re de la Algazera;
+L'uno al diserto alle terre lontane,
+E l'altro guarda verso la rivera.
+Se forse qualche gente cristïane
+Con caravella, o con fusta ligiera,
+Over gli Aràbi te donino affanno,
+Sia chi soccorra e chi proveda al danno. -
+
+Dapoi gli fece consegnar Dudone,
+Che era condotto de Cristianitate,
+Dicendo a lui che lo tenga pregione,
+Sì che tornar non possa in sue contrate;
+Ma poi nel resto il tratti da barone,
+Né altro gli manchi che la libertate.
+Da poscia a Folvo e a Bucifar comanda
+Che a Branzardo obedisca in ogni banda.
+
+E perché ciò non sia tenuto vano,
+Per la citate il fece publicare,
+Ed a lui la bacchetta pose in mano,
+La quale è d'oro, e suole esso portare.
+Or se aduna lo esercito inumano:
+Chi potrebbe il tumulto racontare
+De la gente sì strana e sì diversa,
+Che par che 'l celo e il mondo se sumersa?
+
+Quando sentirno il passaggio ordinare,
+Chi ne ha diletto, e chi n'avea spavento.
+La gran canaglia se adunava al mare,
+Per aspettar sopra le nave il vento.
+Chi vôle odir l'istoria seguitare,
+Ne l'altro canto lo farò contento,
+E se gran cose ho contato giamai,
+Seguendo le dirò maggiore assai.
+
+Canto ventesimonono
+
+La più stupenda guerra e la maggiore
+Che racontasse mai prosa né verso,
+Vengo a contarvi, con tanto terrore
+Che quasi al cominciare io me son perso;
+Né sotto re, né sotto imperatore
+Fu mai raccolto esercito diverso,
+O nel moderno tempo, o ne lo antico,
+Che aguagliar si potesse a quel che io dico.
+
+Né quando prima il barbaro Anniballe,
+Rotto avendo ad Ibero il gran diveto,
+Con tutta Spagna ed Africa alle spalle
+Spezzò col foco l'Alpe e con lo aceto;
+Né il gran re persïano in quella valle
+Ove Leonida fe' l'aspro decreto,
+Con le gente di Scizia e de Etïopia
+Ebbe de armati in campo maggior copia,
+
+Come Agramante, che sua gente anombra
+Solo a la vista, senza ordine alcuno.
+De le sue velle è tanto spessa l'ombra,
+Che il mar di sotto a loro è scuro e bruno;
+E sì l'un l'altro il gran naviglio ingombra,
+Che fu mestier partirse ad uno ad uno,
+Avendo il vento in poppa alla seconda.
+Avanti a gli altri è Argosto di Marmonda:
+
+Ne la sua nave è la real bandiera,
+Che tutta è verde e dentro ha una Sirena.
+Il re Gualciotto apresso di questo era,
+Quale era ardito, e bella gente mena,
+Ed era la sua insegna tutta nera,
+Di bianche columbine al campo piena;
+E Mirabaldo viene apresso a loro,
+Che porta il monton nero a corne d'oro:
+
+Il campo ove è il montone, è tutto bianco.
+E da questi altri venìa longi un poco
+Sobrin, che è re di Garbo, il vecchio franco,
+Il qual portava in campo bruno il foco;
+E dietro mezo miglio, o poco manco,
+Il re de Arzila seguitava il gioco:
+Il nome di costui fu Brandirago,
+Che avea nel campo rosso un verde drago.
+
+Dapoi Brunello, il re de Tingitana,
+Avea la insegna di novo ritratta,
+Più vaga assai de l'altre e più soprana,
+Perché lui stesso a suo modo l'ha fatta;
+Come oggi al mondo fa la gente vana,
+Stimando generosa far sua schiatta
+E le casate sue nobile e degne
+Con far de zigli e de leoni insegne.
+
+Così Brunel, la cui fama era poca,
+Come intendesti, ché era re di novo,
+Nel campo rosso avea depinta una oca,
+Che avea la coda e l'ale sopra a l'ovo.
+De ciò parlando lui con gli altri, gioca
+- Ben - dicendo - fo antico, e ciò ti provo:
+Ché lo evangelio, che è dritto iudicio,
+Afferma che la oca era nel principio. -
+
+Il re Grifaldo apresso a lui ne viene,
+Che porta una donzella scapigliata,
+E quella un drago per l'orecchie tiene:
+Cotal divisa avea tutta la armata,
+Benché sua insegna a questa non conviene,
+Ché solo è nera e di bianco fasciata.
+Il re di Garamanta era vicino,
+Giovane ardito, e nome ha Martasino.
+
+Costui portava nel campo vermiglio
+Le branche e il collo e il capo de un griffone;
+E dietro alla sua nave forse un miglio
+Veniva il re di Septa, Dorilone,
+Qual porta al campo azurro un bianco ziglio;
+Poi Soridano, che porta il leone.
+Il leon bianco in campo verde avia:
+Costui ch'io dico, è re de la Esperia.
+
+E re di Constantina, Pinadoro,
+Venne, che al rosso la acquila portava,
+Ch'è gialla, con due teste, in quel lavoro;
+E poco apresso Alzirdo il seguitava,
+Che ha la rosa vermiglia in campo d'oro;
+E Pulïano alla bandiera blava
+Segnata avea de argento una corona;
+Franco è costui, che è re de Nasamona.
+
+Né 'l re de la Amonìa ponto vi manca,
+Benché sua gente è tutta pedochiosa,
+Dico Arigalte da la insegna bianca,
+Né dentro vi ha dipenta alcuna cosa.
+Poi Manilardo, che porta la branca
+Qual tutta è d'oro a l'arma sanguinosa:
+La branca di cui parlo, è di leone.
+La armata apresso vien di Prusïone.
+
+De la Norizia è re quel Manilardo,
+Questo altro de Alvarachie, ch'io vi conto.
+Saper volete qual sia più gagliardo?
+Né l'un né l'altro, a dirvelo ad un ponto.
+Re di Canara, il qual venne ben tardo,
+Ma pure apresso di questi altri è gionto,
+Portava, se Turpin me dice il vero,
+Nel campo verde un corvo tutto nero.
+
+Era costui nomato Bardarico,
+Che in occidente ha sua terra lontana.
+Poi venne Balifronte, il vecchio antico,
+E Dudrinasso, il re de Libicana;
+Fo re di Mulga quel vecchio ch'io dico,
+E porta in campo azurro una fontana;
+E Dudrinasso alla bandiera e al scudo
+Porta nel rosso un fanciulletto nudo.
+
+E Dardinello, il giovanetto franco,
+Ha le sue nave a queste altre congionte.
+Il quartiero ha costui vermiglio e bianco,
+Come suolea portare il padre Almonte;
+E pur cotale insegna, più né manco,
+Portava indosso ancora Orlando il conte.
+Ma ad un di lor portarla costò cara;
+Questo garzone è re de la Zumara.
+
+Presso vi viene il forte Cardorano,
+Il re di Cosca; e porta per insegna
+Un drago verde, il quale ha il capo umano.
+Da poi Tardoco, che in Alzerbe regna,
+E seco Marbalusto, il re de Orano;
+Quello avia al scudo una serpe malegna,
+Che intorno avolto ha il busto tutto quanto,
+Per non odire il verso de lo incanto.
+
+E Marbalusto un capo de regina
+Portava, intorno a quello una ghirlanda.
+Poi Farurante, che è re di Maurina,
+Che al scudo verde ha una vermiglia banda.
+Alzirdo ha la sua armata a lui vicina
+(In campo azurro avea d'oro una gianda);
+E de Almasilla il re Tanfirïone,
+Qual porta in bianco un capo di leone.
+
+Or già vien de la corte il concistoro,
+Che a quella impresa è tutta gente eletta;
+Mordante avea il governo di costoro.
+La prima armata vien di Tolometta,
+Con due lune vermiglie in campo d'oro,
+Che portava Mordante e la sua setta;
+Costui fo grande e di persona fiero,
+Filiol bastardo fo di Carogiero.
+
+Da Tripoli seguia la gente franca:
+Non fo di questa la più bella armata,
+Né più fiorita; e, se nulla vi manca,
+Da Rugier paladino era guidata.
+Lui ne lo azurro avea l'acquila bianca,
+Qual sempre da' suoi antiqui fu portata.
+Da poi venìa la armata de Biserta,
+Ove Agramante ha la sua insegna aperta.
+
+Di Tunici ivi apresso era il naviglio,
+E quel governa il vecchio Daniforte,
+Omo saputo e di molto consiglio,
+Gran siniscalco de la real corte.
+Portava in campo verde un rosso ziglio
+Costui, che viene in Franza a tuor la morte;
+E poscia da Bernica e da la Rassa
+L'una armata con l'altra insieme passa.
+
+Di queste avea il governo Barigano,
+Quale ha nutrito il re da piccolino,
+E porta per insegna quel pagano
+In campo rosso un candido mastino.
+Dietro da tutti il gran re di Fizano,
+Mulabuferso, ha preso il suo camino;
+Lui porta divisato nel stendardo,
+Come nel scudo, in campo azurro un pardo.
+
+In cotal modo, come io vi discerno,
+La grande armata in Spagna se disserra;
+Il re Agramante ha de tutti il governo:
+Non fu tal furia mai sopra la terra.
+Come se aprisse il colmo de lo inferno,
+Se far volesse al paradiso guerra,
+E la sua gente uscisse tutta integra,
+Qual con pallida faccia e qual con negra:
+
+Morti e demonii, dico, tutti quanti,
+Del fuoco uscendo e d'ogni sepultura,
+Sarebbono a questi altri simiglianti,
+Per contrafatte membra e faccia oscura.
+Il stil diverso e i navigli son tanti,
+Che cento miglia e più la folta dura,
+Qual nel litto di Spagna se abandona,
+E da Maliga tiene a Taracona.
+
+Il re Agramante lui sotto Tortosa
+Discese, ove il fiume Ebro ha foce in mare;
+Là se adunò la gente copïosa,
+E verso Franza prese a caminare
+A gran giornate, senza alcuna posa.
+Già la Guascogna sotto a loro appare,
+Callando l'Alpe, e giù scendono al piano,
+Sin che fôr gionti sopra a Montealbano.
+
+Di sotto a quel castello, alla campagna,
+Era battaglia più cruda che mai,
+Però che il re di Franza e il re di Spagna,
+Come di sopra già vi racontai,
+Con lor persone e con sua corte magna,
+E gente de' suoi regni pure assai,
+Sono azuffati, e sopra di quel dosso
+Corre per tutto il sangue un palmo grosso.
+
+Là se vedea Ranaldo e Feraguto,
+L'un più che l'altro alla battaglia fiero;
+E il re Grandonio orribile e membruto
+Avea afrontato il marchese Oliviero;
+Ad alcun de essi non bisogna aiuto.
+E Serpentino e il bon danese Ogiero
+Se facean guerra sopra di quel piano;
+E il re Marsilio contra a Carlo Mano.
+
+Ma Rodamonte il crudo e Bradamante
+Avean tra lor la zuffa più diversa;
+Ché, come io dissi, il bon conte de Anglante
+Avea de un colpo la memoria persa,
+Quando il percosse il perfido africante,
+Che tramortito a dietro lo riversa.
+Tutta la cosa vi narrai a ponto,
+Però trapasso e più non la riconto.
+
+Se non che, essendo quella dama altiera
+Ora affrontata al saracino ardito,
+E durando la zuffa orrenda e fiera,
+Il conte Orlando se fu risentito;
+E ben serìa tornato volentiera
+A vendicarse, come aveti odito:
+Essendo dal pagan sì forte offeso,
+Gli avria pan cotto per tal pasto reso.
+
+Ma pur, temendo a farli villania,
+Poi che era de altra mischia intravagliato,
+Sua Durindana al fodro rimettia,
+E, lor mirando, stavasi da lato.
+Quel loco ove era la battaglia ria,
+Posto è tra duo colletti in un bel prato,
+Lontano a l'altra gente per bon spaccio,
+Sì che persona non gli dava impaccio.
+
+Tre ore, o poco più, stettero a fronte
+La dama ardita e quel forte pagano;
+E stando quivi a rimirare il conte,
+Alciando gli occhi vidde di lontano
+Quella gran gente che callava il monte,
+E le bandiere poi di mano in mano,
+Con tal romor che par che 'l cel ruine,
+Tanta è la folta; e non se vede il fine.
+
+Diceva Orlando: - O re del celo eterno,
+Dove è questo mal tempo ora nasciuto?
+Ché il re Marsilio e tutto suo governo
+Di tanta gente non avrebbe aiuto.
+Credo io che sono usciti dello inferno,
+Benché serà ciascuno il mal venuto
+E il mal trovato, sia chi esser si vôle,
+Se Durindana taglia come suole. -
+
+Così parlava con molta arroganza;
+Verso quel monte ratto se distende.
+Sopra del prato integra era una lanza:
+Chinosse il conte e quella in terra prende,
+Ché cotal cosa avea spesso in usanza.
+Non so se lo atto a ponto ben s'intende;
+Dico, stando in arcione, essendo armato,
+Quella grossa asta su tolse del prato.
+
+Con essa in su la coscia passa avante
+Sopra de Brigliador, che sembra occello.
+Ma ritornamo a dir del re Agramante,
+Che, veggendo nel piano il gran zambello,
+Forte allegrosse di cotal sembiante,
+E fie' chiamarsi avante un damigello,
+Qual fu di Constantina incoronato,
+E Pinadoro il re fu nominato.
+
+A lui comanda che vada soletto
+Tra quelle gente e, senza altra paura,
+Là dove il grande assalto era più stretto
+E la battaglia più crudiele e dura,
+Piglia qualche barone al suo dispetto,
+Vivo lo porti a lui con bona cura;
+O quattro o sei ne prenda ad un sol tratto,
+Accioché meglio intenda tutto il fatto.
+
+Re Pinadoro parte cavalcando,
+E prestamente scese la gran costa;
+Da poi, per la campagna caminando,
+Non pone a speronare alcuna sosta,
+Ma poco cavalcò che trovò Orlando,
+Come venisse per scontrarlo a posta,
+E disfidandol con molta tempesta
+Se urtarno adosso con le lancie a resta.
+
+Quivi de intorno non era persona,
+Benché fosse la zuffa assai vicina;
+L'un verso l'altro a più poter sperona
+A tutta briglia, con molta ruina.
+Ciascadun scudo al gran colpo risuona,
+Ma cade a terra il re di Constantina;
+Sua lancia andò volando in più tronconi,
+E lui di netto uscì fuor de l'arcioni.
+
+Orlando lo pigliò senza contese,
+Poi che caduto fu de lo afferante,
+Però che lui non fece altre diffese,
+Né puote farle contra al sir de Anglante;
+E seco ragionando il conte intese
+Come quel ch'è nel monte è il re Agramante,
+Che per re Carlo e Francia disertare
+Con tanta gente avia passato 'l mare.
+
+De ciò fu lieto il franco cavalliero:
+Guardando verso il cel col viso baldo
+Diceva: "O summo Dio, dove è mestiero,
+Pur mandi aiuto e soccorso di saldo!
+Ché, se non vien fallito il mio pensiero,
+Serà sconfitto Carlo con Ranaldo,
+Ed ogni paladin serà abattuto,
+Onde io serò richiesto a darli aiuto.
+
+Così lo amor di quella che amo tanto
+Serà per mia prodezza racquistato,
+E per la sua beltate oggi mi vanto
+Che, se de incontro a me fosse adunato
+Con l'arme indosso il mondo tutto quanto,
+In questo giorno averòl disertato."
+Ciò ragionava il conte in la sua mente,
+E Pinadoro odìa de ciò nïente.
+
+Ma il conte, vòlto a lui, disse: - Barone,
+Ritorna prestamente al tuo segnore,
+Se ti ha mandato per questa cagione
+Che tu rapporti a lui tutto il tenore.
+Dirai che il re Marsilio e il re Carlone
+Fan per battaglia insieme quel furore,
+E s'egli ha core ed animo reale,
+Venga alla zuffa e mostri ciò che vale. -
+
+Re Pinador lo ringraziava assai,
+Come colui che molto fo cortese;
+E torna adietro e non se arresta mai,
+Sin che il destriero avanti il re discese,
+Dicendo: - Alto segnore, io me ne andai
+Ove volesti, e dicoti palese
+Che la battaglia ch'è sopra a quel piano,
+È tra Marsilio e il franco Carlo Mano.
+
+Né so circa a tal fatto il tuo pensiero,
+Ma giù non callerai per mio consiglio,
+Perché io trovai nel piano un cavalliero
+De la cui forza ancor mi meraviglio,
+Che il scudo e sopraveste de quartiero
+Ha divisato bianco e di vermiglio;
+E se ciascun de gli altri serà tale,
+Il fatto nostro andrà peggio che male. -
+
+E disse sorridendo il re Sobrino,
+Che a questo ragionare era presente:
+- Quel dal quartiero è Orlando paladino:
+Or scemarà il superchio a nostra gente;
+Ben lo cognosco insin da piccolino.
+Così Macon lo faccia ricredente,
+Come di spada e lancia ad ogni prova
+Il più fiero omo al mondo non se trova.
+
+Or saperà se io ragionava invano
+Dentro a Biserta, allor che io fui schernito,
+Perché io lodai da possa Carlo Mano
+E lo esercito suo tanto fiorito.
+Traggasi avanti Alzirdo e Pulïano
+E Martasino, il quale è tanto ardito,
+Ché Rodamonte, alor cotanto acceso,
+Per la mia stima adesso è morto o preso.
+
+Tragansi avanti questi giovanetti,
+Che mostravano aver tanta baldanza,
+E sono usati a giostra, per diletti,
+Andar forbiti e ben portar sua lanza.
+Ed acciò che altri forse non suspetti
+Ch'io dica tal parole per temanza,
+Gir vo' con essi, e l'anima vi lasso,
+Se alcun di lor mi varca avanti un passo. -
+
+Re Martasino a questo ragionare
+De ira e de orgoglio tutto se commosse,
+E disse: - Certamente io vo' provare,
+Se questo Orlando è un om di carne e de osse,
+Poi che Sobrin non lo osa ad affrontare,
+Che sin da piccoletto lo cognosse.
+Chi vôl callar, se calla alla pianura:
+Nel monte aresti chi de onor non cura. -
+
+Così parlava il franco Martasino:
+Non avea il mondo un altro più orgoglioso.
+Grossetto fu costui, ma piccolino
+De la persona, e destro e ponderoso,
+Rosso de faccia e di naso acquilino,
+Oltra a misura altiero e furïoso;
+Onde, cridando e crollando la testa,
+Giù de la costa sprona a gran tempesta.
+
+Re Marbalusto il segue e Farurante;
+Alzirdo e Mirabaldo viene apresso,
+E Bambirago e il re Grifaldo avante.
+Né il re Sobrin, de cui parlava adesso,
+Mostra aver tema del segnor de Anglante,
+Ma più de gli altri tocca il destrier spesso,
+E con tanto furore andar se lassa,
+Che a Martasino avanti e a gli altri passa.
+
+Né valse de Agramante il richiamare,
+Ché ciascaduno a più furia ne viene;
+Di esser là giù mille anni a tutti pare,
+Come livreri usciti di catene.
+Quando Agramante vede ogniomo andare,
+Movese anch'esso, e già non se ritiene,
+Né pone ordine alcuno alla battaglia,
+Ma fa seguire in frotta la canaglia.
+
+Lui più de gli altri furïoso e fiero,
+Sopra de Sisifalto avanti passa,
+E seco a lato a lato il bon Rugiero,
+Ed Atalante, che giamai non lassa.
+Contar l'alto romor non fa mestiero;
+Ciascun direbbe: "Il mondo se fraccassa."
+Trema la terra e il cel tutto risuona,
+Cotanta gente al crido se abandona.
+
+Suonando trombe e gran tamburi e corni
+La diversa canaglia scende al piano.
+Pochi di lor ne avea di ferro adorni,
+Chi porta mazze e chi bastoni in mano.
+Non se numerariano in cento giorni,
+Sì sterminatamente se ne vano.
+Ma tutti eran di lor con l'arme indosso
+Avanti van correndo a più non posso.
+
+In questo tempo il re Marsilïone
+Gionto era quasi al ponto di morire,
+Né più se sosteniva ne lo arcione,
+Ma già da banda se lasciava gire,
+Però che adosso ha il franco re Carlone,
+Che ad ambe man non resta di ferire,
+E, come io dico, lo travaglia forte,
+Che quasi l'ha condutto in su la morte.
+
+Ma, alciando gli occhi, vidde il re Agramante,
+Qual giù callando al piano era vicino,
+Con tante insegne e con bandiere avante,
+Che empìano intorno per ogni confino.
+Quando vidde callar gente cotante,
+Fasse la croce il figlio di Pepino;
+Per meraviglia è quasi sbigotito,
+Veggendo il gran trapel di novo uscito.
+
+Il re Marsilio abandonò di saldo,
+Per porre altrove l'ordine ed aiuto.
+Poco lontano ad esso era Ranaldo,
+Che male avea condotto Feraguto.
+Benché ancor fosse alla battaglia caldo,
+Il brando pur di man gli era caduto;
+Or con la mazza ben gran colpi mena,
+Ma de la morte se diffende appena.
+
+Ranaldo l'avria morto in veritate,
+Come io vi dico, e sempre il soperchiava,
+Perché poco estimava sue mazzate,
+E de Fusberta a lui spesso toccava.
+Tra le percosse orrende e sterminate
+Odì re Carlo, che a voce chiamava:
+Sì forte lo chiamò lo imperatore,
+Che pur intese intra tanto romore.
+
+- Figlio, - cridava il re - figlio mio caro,
+Oggi d'esser gagliardo ce bisogna;
+Se tosto non se prende un bon riparo,
+Noi siam condotti alla ultima vergogna.
+Se mai fu giorno doloroso e amaro
+Per Montealbano e per tutta Guascogna,
+Se la Cristianità debbe perire,
+Oggi è quel giorno, o mai non de' venire. -
+
+A questo crido de lo imperatore
+Il franco fio de Amon fu rivoltato,
+A benché combattesse a gran furore
+Con Feraguto, come io vi ho contato,
+Il qual de la battaglia avia il peggiore;
+E poco gli giovava esser fatato:
+Tanto l'avea Ranaldo urtato e pisto,
+Che un sì malconzo più non fu mai visto.
+
+E sì fu per affanno indebilito,
+Ed avea l'armi sì fiaccate intorno,
+Che intrare a nova zuffa non fu ardito,
+Ma prese posa insino a l'altro giorno.
+Ranaldo al campo lo lasciò stordito,
+Tornando a Carlo, il cavalliero adorno,
+Che ordinava le schiere a fronte a fronte
+Verso Agramante, che discende il monte.
+
+De le schiere ordinate la primiera
+Dette il re Carlo a lui, come fu gionto,
+Dicendo: - Va via ratto alla costiera,
+Ove e nemici giù callano a ponto.
+Fa che seco te azuffi a ogni maniera
+Nel piè del monte, sì come io ti conto;
+Apizza la battaglia al stretto loco,
+Ove è quel re che ha in campo nero il foco.
+
+Ora certanamente me divino
+Che il re Agramante avrà passato il mare,
+Ché quel da tale insegna è re Sobrino:
+Ben lo cognosco e so ciò che può fare.
+Di certo egli è gagliardo saracino.
+Or via, filiolo, e non te indugïare! -
+Poi la seconda schiera Carlo dona
+Al duca de Arli e al duca di Baiona.
+
+Entrambi son del sangue di Mongrana:
+Sigieri il primo, e l'altro ha nome Uberto.
+Poscia il re Otone e sua gente soprana
+L'altra schiera ebbe sopra al campo aperto.
+La quarta, ch'era a questa prossimana,
+Governa il re di Frisa, Daniberto;
+La quinta poi il re Carlo arriccomanda
+A Manibruno, il quale era de Irlanda.
+
+El re di Scozia giù mena la sesta;
+La settima governa Carlo Mano.
+Or se incomincia il crido e la tempesta.
+Gionto alla zuffa è il sir de Montealbano,
+Sopra Baiardo, con la lancia a resta:
+Tristo qualunche iscontra sopra il piano!
+Qual mezo morto de lo arcion trabocca,
+Qual come rana per le spalle insprocca.
+
+Rotta la lancia, fuor trasse Fusberta:
+Ben vi so dir che spaccia quel cammino.
+- Or chi è costui che mia gente diserta, -
+Diceva, a lui guardando, il re Sobrino
+- Ed ha il leon sbarato alla coperta?
+Io non cognosco questo paladino.
+Nel gran paese dove Carlo regna,
+Mai non viddi colui, né questa insegna.
+
+Ma debbe esser Ranaldo veramente,
+Di cui nel mondo se ragiona tanto.
+Or provarò se egli è così valente,
+Come de lui se dice in ogni canto. -
+Nel dir sperona il suo destrier corrente
+Quel re che di prodezza ha sì gran vanto;
+La lancia rotta avia prima nel piano,
+Ma ver Ranaldo vien col brando in mano.
+
+Ranaldo il vidde e, stimandol assai
+Per le belle arme e per la appariscenza,
+Fra sé diceva: "Odito ho sempre mai
+Che il bon vantaggio è di quel che incomenza;
+Al mio poter tu non cominciarai,
+Ché chi coglie de prima, non va senza."
+Così dicendo sopra de la testa
+Ad ambe man lo tocca a gran tempesta.
+
+Ma l'elmo che avea in capo era sì fino
+Che ponto non fu rotto né diviso,
+E nïente se mosse il re Sobrino,
+Benché non parve a lui colpo da riso.
+Ma già son gionto a l'ultimo confino
+Del canto consueto; onde io me aviso
+Che alquanto riposar vi fia diletto:
+Poi serà il fatto a l'altro canto detto.
+
+Canto trentesimo
+
+Baroni e dame, che ascoltati intorno
+Quella prodezza tanto nominata,
+Che fa de fama il cavallier adorno
+Alla presente etade e alla passata,
+Io vengo a ricontarvi in questo giorno
+La più fiera battaglia e sterminata,
+E la più orrenda e più pericolosa
+Che racontasse mai verso né prosa.
+
+Se vi amentati bene, aveti odito
+Ove sia questa guerra e tra qual gente,
+E come il re Sobrin fosse ferito
+Dal pro' Ranaldo in su l'elmo lucente;
+Ma tanto era feroce il vecchio ardito,
+Che mostrava di ciò curar nïente;
+E vòlto contra il sir de Montealbano
+Sopra la fronte il colse ad ambe mano.
+
+Ranaldo a lui rispose con ruina,
+E tra lor duo se cominciò gran zuffa;
+Ma l'una schiera e l'altra se avicina,
+E tutti se meschiarno alla baruffa.
+Benché sia più la gente saracina,
+Ciascun cristian dua tanta ne ribuffa:
+Grande è il romor, orribile e feroce
+Di trombe, di tamburi e de alte voce.
+
+Di qua di là le lancie e le bandiere
+L'una ver l'altra a furia se ne vano,
+E quando insieme se incontrâr le schiere
+Testa per testa a mezo di quel piano,
+Mal va per quei che sono alle frontiere,
+Perché alcun scontro non ariva in vano;
+Qual con la lancia usbergo e scudo passa,
+Qual col destriero a terra se fraccassa.
+
+E tuttavia Ranaldo e il re Sobrino
+L'un sopra a l'altro gran colpi rimena,
+Benché ha disavantaggio il saracino,
+E dalla morte se diffende apena.
+Ecco gionto alla zuffa Martasino,
+Quello orgoglioso che ha cotanta lena;
+E Bambirago è seco, e Farurante,
+E Marbalusto, il quale era gigante.
+
+Alzirdo e il re Grifaldo viene apresso,
+Argosto di Marmonda e Pulïano;
+Tardoco e Mirabaldo era con esso,
+Barolango, Arugalte e Cardorano,
+Gualciotto, che ogni male avria commesso,
+E Dudrinasso, il perfido pagano.
+De quindeci ch'io conto, vi prometto,
+Stasera non andrà ben cinque a letto.
+
+Se non vien men Fusberta e Durindana,
+Non vi andranno, se non vi son portati,
+Ma restaranno in su la terra piana,
+Morti e destrutti e per pezzi tagliati.
+Ora torniamo alla gente africana
+E a questi re, che al campo sono entrati
+Con tal romore e crido sì diverso,
+Che par che il celo e il mondo sia sumerso.
+
+La prima schiera, qual menò Ranaldo,
+Che avea settanta miglia di Guasconi,
+Fu consumata da costor di saldo,
+E cavallier sconfitti con pedoni.
+Così come le mosche al tempo caldo,
+O ne l'antiqua quercia e formigoni,
+Tal era a remirar quella canaglia
+Senza numero alcuno alla battaglia.
+
+Ma de quei re ciascun somiglia un drago
+Adosso a' nostri; ogniom taglia e percote,
+E sopra a tutti Martasino è vago
+De abatter gente e far le selle vote;
+E così Marbalusto e Bambirago
+Al campo di costui seguon le note,
+E gli altri tutti ancor senza pietate
+Pongono i nostri al taglio de le spate.
+
+Il crido è grande, i pianti e la ruina
+Di nostra gente morta con fraccasso,
+Crescendo ognior la folta saracina,
+Che giù del monte vien correndo al basso.
+Re Farurante mai non se raffina;
+Grifaldo, Alzirdo, Argosto e Dudrinasso,
+Tardoco, Bardarico e Pulïano
+Senza rispetto tagliano a due mano.
+
+Ranaldo, combattendo tutta fiata
+Contra a Sobrino, il quale avea il peggiore,
+Veduta ebbe sua gente sbaratata,
+Onde ne prese gran disdegno al core,
+E lascia la battaglia cominciata,
+Battendo e denti de ira e de furore.
+Stati per Dio, segnori, attenti un poco,
+Ché or da dovere si comincia il gioco.
+
+Battendo e denti se ne va Ranaldo,
+Gli omini e l'arme taglia d'ogni banda;
+Ove è il zambello più fervente e caldo
+Urta Baiardo e a Dio si racomanda.
+Il primo che trovò fu Mirabaldo,
+In duo cavezzi fuor d'arcione il manda;
+Tanto fu il colpo grande oltra misura,
+Che per traverso il fesse alla centura.
+
+Questo veggendo Argosto di Marmonda
+Divenne in faccia freddo come un gelo,
+Mirando quel per forza sì profonda
+Tagliar quest'altri come fosse un pelo.
+Ranaldo ce gli mena alla seconda,
+Facendo squarzi andare insino al celo;
+Cimieri e sopraveste e gran pennoni
+Volan per l'aria a guisa de falconi.
+
+Di teste fesse e di busti tagliati,
+Di gambe e braccie è la terra coperta,
+E' Saracini in rotta rivoltati
+Fuggendo e ansando con la bocca aperta;
+Né puon cridar, tanto erano affrezzati.
+Sempre Ranaldo tocca di Fusberta,
+Facendo di costor pezzi da cane:
+Tristo colui che là oltra rimane!
+
+Sì come Argosto, che in dietro rimase,
+E Ranaldo il ferì con gran possanza,
+E sino in su l'arcione il partì quase:
+Tre dita non se tenìa della panza.
+E quelle genti perfide e malvase
+Chi getta l'arco e chi getta la lanza,
+E chi lascia la tarca e chi il bastone,
+Tutti fuggendo a gran confusïone.
+
+Combatte in altra parte Martasino,
+Che ha per cimiero un capo de grifone,
+E sotto a quello uno elmo tanto fino,
+Che non teme di brando offensïone.
+Costui, veggendo per quel gran polvino
+Sua gente persa e la destruzïone
+Che fa tra loro il sir di Montealbano,
+Là s'abandona con la spada in mano.
+
+Gionse a Ranaldo dal sinistro lato
+E ne l'elmo il ferì de un manriverso;
+Quasi stordito lo mandò nel prato,
+Tanto fu il colpo orribile e diverso.
+Tardoco ancor di novo era arivato,
+E Bardarico gionse di traverso
+Con Marbalusto, che è sì grande e grosso;
+Ciascun tocca Ranaldo a più non posso.
+
+Lui da cotanti se diffende apena,
+Sì spesso del colpire è la tempesta;
+Ciascun de questi quattro è di gran lena,
+Né l'un per l'altro di ferir se arresta.
+Ranaldo irato a Bardarico mena,
+E colse de Fusberta ne la testa,
+E fesse l'elmo e la barbuta e 'l scudo:
+A mezo il petto andò quel colpo crudo.
+
+Ma lui gionse ne l'elmo Marbalusto,
+Il qual portava in mano un gran bastone,
+Che avea ferrato tutto intorno il fusto;
+Lui gionse ne la testa il fio de Amone.
+Cotanta forza ha quel pagan robusto,
+Che quasi lo gettò fuor de lo arcione;
+Già tutto da quel canto era piegato,
+Ma Tardoco il ferì da l'altro lato.
+
+Tardoco, il re de Alzerbe, il tiene in sella,
+Ferendo, come io dico, a l'altro canto,
+E Martasino adosso gli martella,
+Ed il cimier gli ruppe tutto quanto.
+E mentre che Ranaldo stava in quella,
+Il popol de' Pagan, che era cotanto,
+Da Grifaldo guidato e Dudrinasso,
+Di novo i nostri posero in fraccasso.
+
+Tanta la gente sopra a' nostri abonda,
+Che non vi val diffesa a ogni maniera,
+A benché alcun però non se nasconda.
+Ma tutta consumata è quella schiera,
+Onde al soccorso mosse la seconda,
+Che alle baruffe entrò ben volentiera;
+Né soi megliori aveva il re de Francia
+Di questi dui, de ardire e di possancia:
+
+Del duca d'Arli, dico, il bon Sigieri,
+E 'l bono Uberto, duca di Baiona,
+Usi in battaglia e franchi cavallieri;
+E l'uno e l'altro avea forte persona.
+Via se ne vanno al par de bon guerrieri,
+De arme e de cridi il cel tutto risuona.
+E par che 'l mondo seco se comova;
+Or la battaglia al campo se rinova.
+
+Uberto se incontrò col re Grifaldo,
+Sigiero e Dudrinasso l'africante;
+Uscîr d'arcione e duo pagan di saldo,
+Voltando verso il celo ambe le piante.
+Vicino a questo loco era Ranaldo,
+Qual combattendo, come io dissi avante,
+Con quei pagan, condutto era a mal porto,
+Benché de' quattro Bardarico ha morto.
+
+Pur sempre il re Tardoco e Martasino
+E quel gigante il quale è re de Orano
+Toccano adosso al nostro paladino,
+L'un col bastone e' duo col brando in mano.
+Ora Sigieri, essendo là vicino,
+Presto cognobbe il sir de Montealbano,
+E là per dargli aiuto se abandona:
+A tutta briglia il suo destrier sperona.
+
+E mena al re Tardoco in prima gionta,
+E tra lor duo se cominciò la danza,
+Con gran percosse di taglio e di ponta.
+Ma pur Sigieri il saracino avanza,
+Come Turpino al libro ce raconta;
+Al fin gli messe il brando per la panza,
+E le rene forò sotto al gallone,
+Via più de un palmo passò ancor l'arcione.
+
+Né avendo ancora il brando rïavuto,
+Ché forte ne l'arcione era inclinato,
+Per voler dare al re Tardoco aiuto
+Aponto Martasino era voltato;
+Ma, poi che il vidde a quel caso venuto,
+Che il freno aveva e il brando abandonato,
+Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa,
+E la barbuta e l'elmo gli fraccassa.
+
+Tanta possanza avea quel maledetto,
+Che per la fronte gli partì la faccia,
+E 'l collo aperse e giù divise il petto,
+Ché non vi valse usbergo né coraccia.
+Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto,
+E con Fusberta adosso a lui se caccia:
+Dico Ranaldo adosso a Martasino
+Lascia un gran colpo in su l'elmo acciarino.
+
+Forte era l'elmo, come aveti odito,
+E per quel colpo ponto non se mosse,
+Ma rimase il pagano imbalordito,
+Ché la barbuta al mento se percosse,
+E stette un quarto de ora a quel partito,
+Che non sapeva in qual mondo se fosse;
+E, mentre che in tal caso fa dimora,
+Re Marbalusto col baston lavora.
+
+Ad ambe mano alzò la grossa maccia,
+E sopra al fio de Amon con furia calla;
+Ranaldo a lui rimena, non minaccia,
+Con sua Fusberta che giamai non falla.
+Meza la barba gli tolse di faccia,
+Ché la masella pose in su la spalla,
+Né elmo o barbuta lo diffese ponto,
+Ché 'l viso gli tagliò, come io vi conto.
+
+Smarito di quel colpo il saracino
+Subitamente se pose a fuggire,
+E ritrovò nel campo il re Sobrino,
+Qual, veggendo costui in tal martìre,
+- Ove è, - cridava - dove è Martasino,
+E Bardarico, che ebbe tanto ardire?
+Ov'è Tardoco, il giovane mal scorto?
+So che Ranaldo ogniun di loro ha morto.
+
+Non fu dato credenza al mio parlare;
+Da Rodamonte apena me diffese,
+Quando a Biserta io presi a racontare
+La possanza di Carlo in suo paese.
+Se io dissi veritate ora si pare,
+Ché faciamo la prova a nostre spese;
+Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna,
+Ché qua voglio io morir senza vergogna. -
+
+Così dicendo quel crudo vecchiardo
+Via va correndo e Marbalusto lassa;
+Tagliando e nostri senza alcun riguardo
+E sempre dissipando avanti passa.
+Da ciascun canto quel pagan gagliardo
+Destrieri insieme ed omini fraccassa.
+E ne lo andare il forte saracino
+Trovò Ranaldo a fronte e Martasino.
+
+Perché, dapoi che in sé fu rivenuto,
+Fu con Ranaldo di novo alle mano,
+Ma certamente gli bisogna aiuto,
+Ché male il tratta il sir de Montealbano.
+Come Sobrino il fatto ebbe veduto,
+Cridava, essendo alquanto anco lontano:
+- Ove son le prodezze e l'arroganze
+Che dimostravi in Africa di zanze?
+
+Ove lo ardir che avesti, e quella fronte
+Che dimostravi in quello giorno, quando
+Con tal ruina giù callavi il monte
+E che stimavi tanto poco Orlando?
+Or questo che ti caccia non è il conte,
+Che avevi morto e preso al tuo comando;
+Questo non è colui che ha Durindana,
+E pur ti caccia a guisa de puttana. -
+
+Non guarda Martasino a tal parlare,
+E ponto non l'intende e non l'ascolta,
+Ché certamente aveva altro che fare,
+Tanto Ranaldo lo menava in volta.
+Ma il re Sobrin non stette ad aspettare:
+Avendo ad ambe man sua spada còlta,
+Percosse di gran forza il fio d'Amone
+Sopra al cimier, che è un capo di leone.
+
+Un capo di leone e il collo e il petto
+Portava il pro' Ranaldo per cimiero,
+Ma il re Sobrino il tolse via di netto,
+Ché tutto il fraccassò quel colpo fiero;
+Onde prese de ciò molto dispetto,
+E volta a quel pagano il cavalliero;
+Ma, mentre che si volta, Martasino
+Percosse lui ne l'elmo de Mambrino.
+
+Come ne l'alpe, alla selva men folta,
+Da' cacciatori è l'orso circondato,
+Quando l'armata è d'intorno aricolta,
+Chi tra' davanti e chi mena da lato;
+Lui lascia questo, e a quello altro si volta,
+Ché de ciascun vôle esser vendicato,
+E mentre che a girarse più se affretta,
+Più tempo perde e mai non fa vendetta:
+
+Cotale era Ranaldo in quel zambello,
+Sendo condutto a quei pagani in mezo;
+A lui sempre feriva or questo or quello,
+Ed esso a tutti attende e fa 'l suo pezo.
+Ciascuno de quei re sembrava ocello,
+Come scrive Turpino, il quale io lezo;
+Tanto eran presti e scorti nel ferire,
+Ch'io nol posso mostrar, né in rima dire.
+
+Come io vi dico, senza alcun riguardo
+Qual dietro mena e qual tocca davante;
+Ma quel bon cavallier sopra a Baiardo
+Pur fa gran prove, e non potria dir quante.
+Mentre ha tal zuffa il principe gagliardo,
+Del monte era disceso il re Agramante,
+E di tanta canaglia il piano è pieno,
+Che par che al crido il mondo venga meno.
+
+Poco davanti è Rugier paladino,
+Daniforte vien dietro e Barigano,
+Ed Atalante, quel vecchio indivino,
+Mulabuferso, che è re di Fizano,
+El re Brunello, il falso piccolino,
+Mordante, Dardinello e Sorridano,
+E seco Prusïone e Manilardo
+E Balifronte, il perfido vecchiardo.
+
+Re de Almasilla vien Tanfirïone:
+Chi potria racordar tutti costoro?
+Mancavi il re di Septa, Dorilone,
+Che dietro ne venìa con Pinadoro.
+Provato ha l'uno il figlio di Melone,
+E l'altro è copïoso di tesoro:
+Perché e ricchi ebban seguir tutti quanti,
+Mandan gli arditi e' disperati avanti.
+
+Per tal cagione indetro era rimaso
+Il re di Constantina e quel di Cetta,
+E ben confortan gli altri in questo caso
+A gire avanti, ove è la folta stretta.
+Ora me aiuta, ninfa di Parnaso,
+Suona la tromba e meco versi detta;
+Sì gran baruffa me apparecchio a dire,
+Che senza aiuto io non potrò seguire.
+
+Re Carlo tutto il fatto avea veduto,
+E a' soi rivolto il franco imperatore
+Dicea: - Filioli, il giorno oggi è venuto,
+Che sempre al mondo ce può fare onore.
+Da Dio dovemo pur sperare aiuto,
+Ponendo nostra vita per suo amore,
+Né perder se può quivi, al parer mio:
+Chi starà contra noi, se nosco è Iddio?
+
+Né vi spaventi quella gran canaglia,
+Benché abbia intorno la pianura piena;
+Ché poco foco incende molta paglia,
+E piccol vento grande acqua rimena.
+Se forïosi entramo alla battaglia,
+Non sosterranno il primo assalto apena.
+Via! Loro adosso a briglie abandonate!
+Già sono in rotta; io il vedo in veritate. -
+
+Nel fin de le parole Carlo Mano
+La lancia arresta e sprona il corridore.
+Or chi serìa quel traditor villano
+Che, veggendo alla zuffa il suo segnore,
+Non se movesse seco a mano a mano?
+Qua se levò l'altissimo romore;
+Chi suona trombe e chi corni, e chi crida:
+Par che il cel cada e il mondo se divida.
+
+Da l'altra parte ancora e Saracini
+Facean tremar de stridi tutto il loco.
+Correndo l'un ver l'altro son vicini:
+Discresce il campo in mezo a poco a poco,
+Fosso non vi è né fiume che confini,
+Ma urtarno insieme gli animi di foco,
+Spronando per quel piano a gran tempesta;
+Ruina non fu mai simile a questa.
+
+Le lancie andarno in pezzi al cel volando,
+Cadendo con romore al campo basso,
+Scudo per scudo urtò, brando per brando,
+Piastra per piastra insieme, a gran fraccasso.
+Questa mistura a Dio la racomando:
+Re, caval, cavallier sono in un fasso,
+Cristiani e Saracini, e non discerno
+Qual sia del celo, qual sia de l'inferno.
+
+Chi rimase abattuto a quella volta,
+Non vi crediati che ritrovi iscampo,
+Ché adosso gli passò quella gran folta,
+Né se sviluppâr mai di quello inciampo;
+Ma la schiera pagana in fuga è volta,
+E già de' nostri è più de mezo il campo;
+Ferendo e trabuccando a gran ruina,
+Via se ne va la gente saracina.
+
+Essendo da due arcate già fuggiti,
+Pur li fece Agramante rivoltare;
+Allora e nostri, in volta e sbigotiti,
+Incominciarno il campo abandonare,
+Fuggendo avanti a quei che avean seguiti:
+Come intraviene al tempestoso mare,
+Che il maestrale il caccia di riviera,
+Poi vien sirocco, e torna dove egli era.
+
+Così tra Saracini e Cristïani
+Spesso nel campo se mutava il gioco,
+Or fuggendo or cacciando per quei piani,
+Cambiando spesso ciascaduno il loco,
+Benché e signori e' cavallier soprani
+Se traesseno a dietro a poco a poco.
+Pur la gente minuta e la gran folta
+Com'una foglia ad ogni vento volta.
+
+Tre fiate fu ciascun del campo mosso,
+Non potendo l'un l'altro sostenire.
+La quarta volta se tornarno adosso,
+E destinati son de non fuggire.
+Petto con petto insieme fu percosso;
+L'aspra battaglia e l'orrendo ferire
+Or se incomincia e la crudel baruffa:
+Questo con quello e quel con questo ha zuffa.
+
+Re Pulicano e Ottone, il bono anglese,
+Se urtarno insieme con la spada in mano;
+Rugiero al campo de' Cristian distese,
+Ciò fu Grifon, cugin del conte Gano.
+Ricardo ed Agramante alle contese
+Stettero alquanto sopra di quel piano,
+Ma al fin lo trasse il saracin de arcione,
+Poi rafrontò Gualtier da Monlïone,
+
+E Barigano, el duca de Baiona,
+E Gulielmier di Scoccia, Daniforte.
+De Carlo Mano la real corona
+Feritte in testa Balifronte a morte.
+Re Moridano avea franca persona,
+Né de lui Sinibaldo era men forte,
+Sinibaldo de Olanda, il conte ardito:
+Costor toccâr l'un l'altro a bon partito.
+
+Apresso Daniberto, il re frisone,
+Col re de la Norizia, Manilardo;
+Brunello il piccolin, che è un gran giottone,
+Stava da canto con molto riguardo.
+Ma poco apresso il re Tanfirïone
+S'affrontò con Sansone, il bon picardo;
+E gli altri tutti, senza più contare,
+Chi qua chi là se avean preso che fare.
+
+È la battaglia in sé ramescolata,
+Come io ve dico, a questo assalto fiero;
+De crido in crido al fin fu riportata
+Sin là dove era il marchese Oliviero,
+Che combattuto ha tutta la giornata
+Contra a Grandonio, il saracino altiero,
+E fatto ha l'un a l'altro un gran dannaggio,
+Benché vi è poco o nulla d'avantaggio.
+
+Ma, sì come Olivier per voce intese
+L'alta travaglia ove Carlo è condotto,
+Forte ne dolse a quel baron cortese:
+Lasciò Grandonio e là corse di botto.
+Così fu reportato anche al Danese,
+Qual combatteva, e non era al desotto,
+Anci ben stava a Serpentino al paro;
+De la lor zuffa vi è poco divaro.
+
+Ma, come oditte che 'l re Carlo Mano
+Entrato era a battaglia sì diversa,
+Subitamente abandonò il pagano,
+Io dico Serpentin, l'anima persa,
+E via correndo il cavallier soprano
+Poggetti e valli e gran macchie atraversa,
+Sin che fu gionto sotto a l'alto monte
+Ove azuffato è Carlo e Balifronte.
+
+Così a ciascun che al campo combattia,
+Fu l'aspra zuffa subito palese,
+Ove il re Carlo e la sua baronia
+Contra Agramante stava alle contese.
+L'un più che l'altro a gran fretta venìa
+A spron battuti e redine distese,
+E sì ve se adunarno a poco a poco,
+Che ormai non è battaglia in altro loco.
+
+Però che 'l re Marsilio e Balugante,
+Grandonio di Volterna e Serpentino
+E l'altre gente sue, ch'eran cotante,
+Mirando per quel monte il gran polvino,
+Ben se stimarno che gli era Agramante,
+Ed ormai gionger dovea per confino,
+Onde tornarno adietro a dargli aiuto;
+Ma già con lor non viene Feraguto.
+
+Però che era fiaccato in tal maniera
+Dal pro' Ranaldo, come io vi contai,
+Che, stando a rinfrescarsi alla riviera,
+Più per quel giorno non tornò giamai.
+Vago fu molto il loco dove egli era,
+De fiori adorno e de occelletti gai,
+Che empìan di zoia il boschetto cantando,
+E là in nascosto stava ancora Orlando;
+
+Perché, poi che esso lasciò Pinadoro
+(Non so se ricordate il convenente),
+Venne in quel bosco e scese Brigliadoro,
+E là pregava Iddio devotamente
+Che le sante bandiere a zigli d'oro
+Siano abattute e Carlo e la sua gente;
+E pregando così come io ve ho detto,
+Lo trovò Feraguto in quel boschetto.
+
+Né l'un de l'altro già prese sospetto
+Come se fôrno insieme ravisati;
+Ma qual fosse tra lor l'ultimo effetto,
+Da poi vi narrarò, se me ascoltati.
+Or l'aspro assalto che di sopra ho detto,
+Quale ha tanti baron ramescolati,
+Si rinovò sì crudo e sì feroce,
+Che io temo che al contar manchi la voce.
+
+Onde io riprenderò di posa alquanto,
+Poi tornarò con rime più forbite,
+Seguendo la battaglia de che io canto,
+Ove l'alte prodezze fiano odite
+Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto.
+Baron cortesi, ad ascoltar venite,
+Perché al principio mio io me dispose
+Cantarvi cose nove e dilettose.
+
+Canto trentesimoprimo
+
+Il sol girando in su quel celo adorno
+Passa volando e nostra vita lassa,
+La qual non sembra pur durar un giorno
+A cui senza diletto la trapassa;
+Ond'io pur chieggio a voi che sete intorno,
+Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa,
+Ed ogni affanno ed ogni pensier grave
+Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave.
+
+Ed io, quivi a voi tuttavia cantando,
+Perso ho ogni noia ed ogni mal pensiero,
+E la istoria passata seguitando,
+Narrar vi voglio il fatto tutto intiero,
+Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando
+Con Feraguto, quel saracin fiero,
+Qual, come gionse in su l'acqua corrente,
+Orlando il ricognobbe amantinente.
+
+Era in quel bosco una acqua di fontana;
+Sopra alla ripa il conte era smontato,
+Ed avea cinta al fianco Durindana,
+E de ogni arnese tutto quanto armato.
+Or così stando in su quella fiumana,
+Gionse anche Feragù molto affannato,
+Di sete ardendo e d'uno estremo caldo
+Per la battaglia che avea con Ranaldo.
+
+Come fu gionto, senza altro pensare
+Discese de lo arcione incontinente;
+Trasse a sé l'elmo e, volendo pigliare
+De l'onda fresca al bel fiume lucente,
+O per la fretta o per poco pensare
+L'elmo gli cadde in quella acqua corrente,
+Ed andò al fondo sin sotto l'arena:
+Di questo Feraguto ebbe gran pena.
+
+L'elmo nel fondo basso era caduto,
+Né sa quel saracin ciò che si fare,
+Se non in vano adimandare aiuto
+E al suo Macone starsi a lamentare.
+In questo Orlando l'ebbe cognosciuto
+Al scudo e a l'arme che suolea portare;
+Ed appressato a lui in su la riviera,
+Lo salutò parlando in tal maniera:
+
+- Chi te puote aiutare, ora te aiute,
+Ed usi verso te tanta pietate,
+Che non te mandi a l'anime perdute,
+Essendo cavallier di tal bontate.
+Così te dricci alla eterna salute
+Cognoscimento de la veritate;
+Nel ciel gioia te doni e in terra onore,
+Come tu sei de' cavallieri il fiore. -
+
+Alciando Feraguto il guardo altiero
+A quel parlar cortese che ho contato,
+Incontinente scorto ebbe il quartiero,
+E ben se tenne alora aventurato,
+Poi che la cima de ogni cavalliero
+Aveva in quel boschetto ritrovato,
+Parendo a lui de averlo a sua balìa
+O de pigliarlo o farli cortesia.
+
+E fatto lieto, dove era dolente
+Per quel bello elmo che è caduto al fondo,
+- Non vo' - disse - dolermi per nïente
+Più mai di caso che mi venga al mondo;
+Perché, dove io stimai de esser perdente,
+Più contento mi trovo e più iocondo
+Che esser potesse mai de alcuno acquisto,
+Dapoi che 'l fior d'ogni barone ho visto.
+
+Ma dimmi, se gli è licito a sapere:
+Perché nel campo, ove è battaglia tanta,
+Non te ritrovi a mostrar tuo potere,
+Dove Ranaldo sol de onor si vanta?
+Sopra di me ben l'ha fatto vedere,
+Che son fatato dal capo alla pianta
+Per tutti e membri, fora che un sol loco;
+Ma ciò giovato me è nïente, o poco.
+
+Né credo che abbia il mondo altro barone
+Qual superchi Ranaldo di valore,
+Benché per tutto sia la opinïone
+La qual ti tien di lui superïore;
+Ma se veder potessi il parangone
+E provar qual di voi fosse il minore
+Di fortezza, destrezza e de ardimento,
+E poi morissi, io moriria contento.
+
+E certo che io te volsi disfidare
+Come io te viddi ed ebboti compreso,
+Ché ogn'altra cosa fabula mi pare,
+Poiché dal fio de Amon me son diffeso. -
+Odendo Orlando questo ragionare,
+De ira e de sdegno fu nel core acceso,
+Onde rispose: - E' si può dir con vero
+Ch'el fio de Amone è prodo cavalliero.
+
+Ma quel parlare e lunga cortesia
+Qual tanto loda alcun fuor di misura,
+Ne offende l'onor de altri in villania.
+Se tu tenessi in capo l'armatura,
+In poco d'ora si dimostraria
+Quel parangon de che hai cotanta cura;
+Se il valor di Ranaldo ti è palese,
+Me provaresti, e forse alle tue spese.
+
+Poscia che stracco sei di gran travaglia,
+Non ti farebbe adesso adispiacere,
+Ché tornar voglio in campo alla battaglia,
+E, mal per qual che sia, farò vedere
+Se la mia spada al par d'una altra taglia. -
+Così parlando il conte, al mio parere,
+Con molta fretta ed animo adirato
+Sopra al destrier salì de un salto armato.
+
+Rimase Feraguto alla foresta,
+Che era affannato, come io ve contai,
+Ed era disarmato de la testa,
+E penò poi ad aver l'elmo assai.
+Ma il conte Orlando menando tempesta
+Via va correndo, e non se posa mai
+Sin che fu gionto a ponto in quelle bande
+Ove è la zuffa e la battaglia grande.
+
+Come io ve dissi nel passato giorno,
+Re Carlo ed Agramante alla frontiera
+Avea ciascuno e suoi baroni intorno:
+Battaglia non fu mai più orrenda e fiera.
+Non vi è chi voglia di vergogna scorno,
+Ma ciascun vôl morir più volentiera
+E che sia il spirto e l'animo finito,
+Che abandonar del campo preso un dito.
+
+Le lancie rotte e' scudi fraccassati,
+Le insegne polverose e le bandiere,
+E' destrier morti e' corpi riversati
+Facean quel campo orribile a vedere;
+E' combattenti insieme amescolati,
+Senza governo on ordine de schiere,
+Facean romore e crido sì profondo,
+Come cadesse con ruina il mondo.
+
+Lo imperator per tutto con gran cura
+Governa, combattendo arditamente,
+Ma non vi giova regula o misura:
+Suo comandar stimato è per nïente;
+E benché egli abbia un cor senza paura,
+Pur mirando Agramante e sua gran gente,
+De retirarse stava in gran pensiero,
+Quando cognobbe Orlando al bel quartiero.
+
+Correndo venìa il conte di traverso,
+Superbo in vista, in atto minacciante.
+Levosse il crido orribile e diverso,
+Come fu visto quel segnor de Anglante;
+E se alcun forse avea l'animo perso,
+Mirando il paladin se trasse avante;
+E 'l re Carlon, che 'l vidde di lontano,
+Lodava Idio levando al cel le mano.
+
+Or chi contarà ben l'assalto fiero?
+Chi potrà mai quei colpi dessignare?
+Da Dio l'aiuto mi farà mestiero,
+Volendo il fatto aponto racontare;
+Perché ne l'aria mai fu trono altiero,
+Né groppo di tempesta in mezo al mare,
+Né impeto d'acque, né furia di foco,
+Qual l'assalir de Orlando in questo loco.
+
+Grandonio di Volterna, il fier gigante,
+Gionto era alora alla battaglia scura;
+Con un baston di ferro aspro e pesante
+Copria de morti tutta la pianura.
+Questo trovosse al conte Orlando avante,
+E ben gli bisognava altra ventura,
+Ché tal scontro di lancia ebbe il fellone,
+Che mezo morto uscì fuor de l'arcione.
+
+Quel cadde tramortito alla foresta;
+Il conte sopra lui non stette a bada,
+Ma trasse il brando e mena tal tempesta
+Come a ruina lo universo cada,
+Fiaccando a cui le braccia, a cui la testa.
+Non si trova riparo a quella spada,
+Né vi ha diffesa usbergo, piastra, o maglia,
+Ché omini e l'arme a gran fraccasso taglia.
+
+Cavalli e cavallieri a terra vano
+Ovunque ariva il conte furïoso.
+Ecco tra gli altri ha visto Cardorano,
+Quel re di Mulga, che è tutto peloso.
+Il paladin il gionse ad ambe mano,
+E parte il mento e 'l collo e 'l petto gioso;
+Lui cade de l'arcion morto di botto,
+Il conte il lascia e segue il re Gualciotto:
+
+Il re Gualciotto di Bellamarina,
+Qual ben fuggia da lui più che di passo;
+E 'l conte fra la gente saracina
+Segue lui solo e mena gran fraccasso,
+Ché porlo in terra al tutto se destina;
+Ma avanti se gli oppose Dudrinasso,
+A benché dir non sappia in veritate
+Se sua sciagura fosse o voluntate.
+
+Costui ch'io dico, è re de Libicana.
+Un volto non fu mai cotanto fiero,
+Larga la bocca avea più de una spana;
+Grosso e membruto e come un corbo nero.
+Orlando lo assalì con Durindana
+Ed ispiccolli il capo tutto intiero;
+Via volò l'elmo, e dentro avia la testa:
+Già per quel colpo il conte non s'arresta,
+
+Perché adocchiato avea Tanfirïone,
+Re de Almasilla, orrenda creatura,
+Che esce otto palmi e più sopra a l'arcione,
+Ed ha la barba insino alla cintura.
+A questo gionse il figlio de Melone,
+E ben gli fece peggio che paura,
+Perché ambedue le guanze a mezo 'l naso
+Partì a traverso il viso a quel malvaso.
+
+Né a sì gran colpi in questo assalto fiero
+Giamai se allenta il valoroso conte.
+Più non se trova re né cavalliero
+Qual pur ardisca di guardarlo in fronte,
+Quando vi gionse il giovane Rugiero,
+E vidde fatto di sua gente un monte:
+Un monte rasembrava più né meno,
+Tutto di sangue e corpi morti pieno.
+
+Cognobbe Orlando a l'insegna del dosso,
+A benché a poco se ne discernia,
+Ché il quarto bianco quasi è tutto rosso,
+Pel sangue de' Pagan che morti avia.
+Verso del conte il giovane fu mosso:
+Ben vi so dir che ormai de vigoria,
+De ardire e forza e di valore acceso,
+Una sol dramma non vi manca a peso.
+
+E se incontrarno insieme a gran ruina:
+Tempesta non fu mai cotanto istrana
+Quando duo venti in mezo la marina
+Se incontran da libezio a tramontana.
+De le due spade ogniuna era più fina:
+Sapeti ben qual era Durindana,
+E qual tagliare avesse Balisarda,
+Che fatasone e l'arme non riguarda.
+
+Per far perire il conte questo brando
+Fu nel giardin de Orgagna fabricato:
+Come Brunello il ladro il tolse a Orlando,
+E come Rugier l'ebbe, è già contato,
+Più non bisogna andarlo ramentando;
+Ma seguendo l'assalto incominciato,
+Dico che un sì crudele e sì perverso
+Non fu veduto mai ne l'universo.
+
+Come loro arme sian tela di ragna,
+Tagliano squarci e fanno andare al prato.
+Di piastre era coperta la campagna,
+Ciascadun de essi è quasi disarmato,
+E l'un da l'altro poco vi guadagna:
+Sol di colpi crudeli han bon mercato;
+E tanto nel ferir ciascun s'affretta,
+Che l'una botta l'altra non aspetta.
+
+Sopra de Orlando il giovane reale
+Ad ambe mano un gran colpo distese,
+E spezzò l'elmo dal cerchio al guanzale,
+Ché fatason né piastra lo diffese.
+Vero che al conte non tocca altro male,
+Come a Dio piacque; ché il colpo discese
+Tra la farsata aponto e le mascelle,
+Sì che lo rase e non toccò la pelle.
+
+Orlando ferì lui con tanta possa,
+Che spezzò il scudo a gran destruzïone,
+Né lo ritenne nerbo o piastra grossa,
+Ma tutto lo partì sino a lo arcione;
+E fuor discese il colpo ne la cossa,
+Tagliando arnese ed ogni guarnisone:
+La carne non tagliò, ma poco manca,
+Ché il celo aiuta ogni persona franca.
+
+Fermate eran le gente tutte quante
+A veder questi duo sì ben ferire;
+Ed in quel tempo vi gionse Atalante,
+Qual cercava Rugiero, il suo disire;
+E come visto l'ebbe a sé davante
+Per quel gran colpo a risco de morire,
+Subito prese tanto disconforto,
+Che quasi dal destrier cadde giù morto.
+
+Incontinente il falso incantatore
+Formò per sua mala arte un grande inganno
+E molta gente finse, con romore,
+Che fanno a Cristïan soperchio danno.
+Nel mezo sembra Carlo imperatore
+Chiamando: - Aiuto! aiuto! - con affanno:
+Ed Olivier legato alla catena,
+Un gran gigante trasinando il mena.
+
+Ranaldo a morte là parea ferito,
+Passato de un troncone a mezo il petto,
+E cridava: - Cugino, a tal partito
+Me lasci trasinar con tal dispetto? -
+Rimase Orlando tutto sbigotito,
+Mirando tanto oltraggio al suo cospetto,
+Poi tutto il viso tinse come un foco
+Per la grande ira, e non trovava loco.
+
+A gran roina volta Brigliadoro,
+E Rugiero abandona e la battaglia,
+Né prende al speronare alcun ristoro.
+Avanti ad esso fugge la canaglia,
+Menando li pregioni in mezo a loro,
+Che gli ha de intorno fatto una serraglia;
+E proprio sembra che li porti il vento,
+Tanta è la forza de lo incantamento!
+
+Rugier, poiché partito è il paladino,
+Rimase assai turbato ne la mente;
+Prese una lancia e, rivolto Frontino,
+Con molta furia dà tra nostra gente,
+E sopra al campo ritrovò Turpino.
+Né vespro o messa a lui valse nïente,
+Né paternostri on altre orazïone,
+Ché a gambe aperte uscì fuor de l'arcione.
+
+Rugier lo lascia e a gli altri se abandona,
+Come dal monte corre il fiume al basso;
+Colse nel petto al duca di Baiona,
+E tutto lo passò con gran fraccasso.
+Re Salamon, che in capo ha la corona,
+Andò col suo destrier tutto in un fasso;
+Dà a Belenzero, Avorio, Ottone e Avino:
+Tra lor non fu vantaggio de un lupino;
+
+Ché tutti quattro insieme nel sabbione
+Se ritrovarno a dar de' calci al vento.
+Rugier tutti gli abatte, el fier garzone,
+E sempre cresce in forza ed ardimento;
+Poi riscontrò Gualtier da Monlïone,
+E fuor di sella il caccia con tormento.
+Non fu veduto mai cotanta lena:
+Quanti ne trova, al par tutti li mena.
+
+Già gli altri saracin, che prima ascosi
+Per la tema de Orlando eran fuggiti,
+Or più che mai ritornano animosi,
+E sopra al campo se mostrano arditi.
+Rugier fa colpi sì meravigliosi,
+Che quasi sono e nostri sbigotiti,
+Né posson contrastare a tanta possa;
+La gente a le sue spalle ognior se ingrossa.
+
+Però che 'l re Agramante e Martasino
+Dopo Rugiero entrarno al gran zambello,
+Mordante e Barigano e 'l re Sobrino,
+Atalante il mal vecchio e Dardinello,
+Mulabuferso, il franco saracino;
+E dietro a tutti stava il re Brunello,
+Benché conforta ogniom che avanti vada,
+Per governar qualcosa che gli cada.
+
+Rugier davanti fa sì larga straza
+Che non bisogna a lor troppa possancia,
+Né fuor del fodro ancor la spada caza,
+Però che resta integra la sua lancia.
+Ben vi so dir che Carlo oggi tramaza,
+E fia sconfitta la corte di Francia.
+Ma non posso al presente tanto peso:
+Nel terzo libro lo porrò disteso.
+
+Prima vi vo' contar quel che avenisse
+Del conte Orlando, il quale avea seguito
+Quel falso incanto, sì come io vi disse,
+Ove sembrava Carlo a mal partito.
+Parea che avanti a lui ciascun fuggisse
+Tremando di paura e sbigotito,
+Sin che fôr gionti al mare in su l'arena,
+Poco lontani alla selva de Ardena.
+
+Di verde lauro quivi era un boschetto
+Cinto d'intorno de acqua di fontana,
+Ove disparve il popol maledetto:
+Tutto andò in fumo, come cosa vana.
+Ben se stupitte il conte, vi prometto,
+Per quella meraviglia tanto istrana,
+E sete avendo per la gran calura,
+Entrò nel bosco in sua mala ventura.
+
+Come fu dentro, scese Brigliadoro
+Per bere al fonte che davanti appare;
+Poi che legato l'ebbe ad uno alloro,
+Chinosse in su la ripa a l'onde chiare.
+Dentro a quell'acqua vidde un bel lavoro,
+Che tutto intento lo trasse a mirare:
+Là dentro de cristallo era una stanza
+Piena di dame: e chi suona, e chi danza.
+
+Le vaghe dame danzavano intorno,
+Cantando insieme con voce amorose,
+Nel bel palagio de cristallo adorno,
+Scolpito ad oro e pietre prezïose.
+Già se chinava a l'occidente il giorno,
+Alor che Orlando al tutto se dispose
+Vedere il fin di tanta meraviglia,
+Né più vi pensa e più non se consiglia;
+
+Ma dentro a l'acqua sì come era armato
+Gettossi e presto gionse insino al fondo,
+E là trovosse in piede, ad un bel prato:
+Il più fiorito mai non vidde il mondo.
+Verso il palagio il conte fu invïato,
+Ed era già nel cor tanto giocondo,
+Che per letizia s'amentava poco
+Perché fosse qua gionto e di qual loco.
+
+A lui davante è una porta patente,
+Qual d'oro è fabricata e di zafiro,
+Ove entrò il conte con faccia ridente,
+Danzando a lui le dame atorno in giro.
+Mentre che io canto, non posa la mente,
+Ché gionto sono al fine, e non vi miro;
+A questo libro è già la lena tolta:
+Il terzo ascoltareti un'altra volta.
+
+Alor con rime elette e miglior versi
+Farò battaglie e amor tutto di foco;
+Non seran sempre e tempi sì diversi
+Che mi tragan la mente di suo loco;
+Ma nel presente e canti miei son persi,
+E porvi ogni pensier mi giova poco:
+Sentendo Italia de lamenti piena,
+Non che or canti, ma sospiro apena.
+
+A voi, legiadri amanti e damigelle,
+Che dentro ai cor gentili aveti amore,
+Son scritte queste istorie tanto belle
+Di cortesia fiorite e di valore;
+Ciò non ascoltan queste anime felle,
+Che fan guerra per sdegno e per furore.
+Adio, amanti e dame pellegrine:
+A vostro onor di questo libro è il fine.
+
+Libro terzo
+
+Canto primo
+
+Come più dolce a' naviganti pare,
+Poi che fortuna li ha battuti intorno,
+Veder l'onda tranquilla e queto il mare,
+L'aria serena e il cel di stelle adorno;
+E come il peregrin nel caminare
+Se allegra al vago piano al novo giorno,
+Essendo fuori uscito alla sicura
+De l'aspro monte per la notte oscura;
+
+Così, dapoi che la infernal tempesta
+De la guerra spietata è dipartita,
+Poi che tornato è il mondo in zoia e in festa
+E questa corte più che mai fiorita,
+Farò con più diletto manifesta
+La bella istoria che ho gran tempo ordita:
+Venite ad ascoltare in cortesia,
+Segnori e dame e bella baronia.
+
+Le gran battaglie e il trïomfale onore
+Vi contarò di Carlo, re di Franza,
+E le prodezze fatte per amore
+Dal conte Orlando, e sua strema possanza;
+Come Rugier, che fu nel mondo un fiore,
+Fosse tradito; e Gano di Maganza,
+Pien de ogni fellonia, pien de ogni fele,
+Lo uccise a torto, il perfido crudele.
+
+E seguirovi, sì come io suoliva,
+Strane aventure e battaglie amorose,
+Quando virtute al bon tempo fioriva
+Tra cavallieri e dame grazïose,
+Facendo prove in boschi ed ogni riva,
+Come Turpino al suo libro ce espose.
+Ciò vo' seguire, e sol chiedo di graccia
+Che con diletto lo ascoltar vi piaccia.
+
+Nel tempo che il re Carlo de Pipino
+Mantenne in Franza stato alto e giocondo,
+Uscì di Tramontana un Saracino,
+Che pose quasi lo universo al fondo;
+Né dove il sol se leva a matutino,
+Né dove calla, né per tutto il mondo,
+Fo mai trovato in terra un cavalliero
+Di lui più franco e più gagliardo e fiero.
+
+Mandricardo appellato era il Pagano,
+Qual tanta forza e tale ardire avia,
+Che mai non vestì l'arme il più soprano,
+Ed era imperator di Tartaria;
+Ma fo tanto superbo ed inumano
+Che sopra alcun non volse segnoria,
+Che non fosse in battaglia esperto e forte:
+A tutti gli altri facea dar la morte.
+
+Onde fo il regno tutto disertato,
+Abandonò ciascuno il suo paese.
+Ora trovosse un vecchio disperato,
+Qual, non sapendo fare altre diffese,
+Passando avanti al re preso e legato
+Con alti cridi a terra se distese,
+Facendo sì diverso lamentare
+Che ogni om trasse intorno ad ascoltare.
+
+- Mentre ch'io parlo, - disse il vecchio - aspetta,
+E poi farai di me quel che ti pare.
+L'anima del tuo patre maledetta
+Non può il mal fiume allo inferno passare,
+Perché scordata se è la sua vendetta.
+Sopra alla ripa stassi a lamentare:
+Stassi piangendo e tien la testa bassa,
+Ché ogni altro morto sopra li trapassa.
+
+Il tuo patre Agrican, non so se 'l sai,
+O nol saper te infingi per paura,
+Dal conte Orlando occiso fo con guai:
+A te del vendicar tocca la cura.
+Tu fai morir chi non te offese mai,
+E meni per orgoglio tanta altura;
+Non è stimato, datelo ad intendere,
+Chi offende quel che non si può deffendere.
+
+Va, trova lui, che ti potrà respondere,
+E mostra contra a Orlando il tuo furore.
+La tua vergogna non si può nascondere:
+Troppo è palese ogni atto de segnore.
+Codardo e vile, or non ti dèi confondere
+Pensando alla onta grande e il disonore
+Qual ti fu fatto? E sei tanto da poco
+Che hai faccia de apparire in alcun loco? -
+
+Così cridava il vecchio ad alta voce,
+Come io vi conto, e più volea seguire;
+Se non che Mandricardo, il re feroce,
+A lo ascoltar non puote sofferire.
+Una ira sì rovente il cor li coce,
+Che se convenne subito partire,
+E ne la zambra se serrò soletto,
+Di sdegno ardendo tutto e de dispetto.
+
+Dopo molto pensar prese partito
+Suo stato e tutto il regno abandonare.
+Per non esser da altrui mostrato a dito
+Giurò nella sua corte mai tornare,
+Ma reputar se stesso per bandito
+Sin che il suo patre possa vendicare;
+Né a sé ritenne tal pensiero in petto,
+Ma palesollo e poselo ad effetto.
+
+Avendo a tutto il regno proveduto
+Di bon governo de ottima persona,
+Nel tempio de' suoi dei ne fo venuto,
+E sopra al foco offerse la corona;
+Poi se partì la notte scognosciuto,
+Ed a fortuna tutto se abandona:
+Senza arme, a piede, come peregrino
+Verso ponente prese il suo camino.
+
+Arme non tolse e non mena destriero,
+Per non voler che al mondo fosse detto
+Che alcuno aiuto a lui facea mestiero
+Per vendicar sua onta e suo dispetto.
+E lui prosume molto de legiero
+De acquistarse arme e un bon destrier eletto,
+Sì che ponga ad effetto el suo disegno
+Sol sua prodezza, e non forza di regno.
+
+Così, soletto sempre caminando,
+Passò gli Armeni ed altra regïone,
+E da un colletto un giorno remirando
+Presso a una fonte vidde un paviglione.
+Là giù se calla, nel suo cor pensando,
+Se vi trova arme dentro né ronzone,
+Per forza o bona voglia a ogni partito
+Non se levar de là se non fornito.
+
+Poiché fu gionto in su la terra piana,
+Ne la cortina entrò senza paura.
+Non vi è persona prossima o lontana,
+Che abbia del pavaglion guarda né cura;
+Solo una voce uscì de la fontana,
+Qual gorgogliava per quella acqua pura,
+Dicendo: - Cavallier, per troppo ardire
+Fatto èi pregione, e non te poi partire. -
+
+O che lui non odette, o non intese,
+Alle parole non pose pensiero,
+Ma per il pavaglione a cercar prese,
+Se ivi trovasse né arme né destriero.
+L'arme a un tapete tutte eran distese,
+Ciò che bisogna aponto a un cavalliero;
+E lì fuori ad un pino in su quel sito
+Legato era un ronzon tutto guarnito.
+
+Quello ardito baron senza pensare
+L'arme se pose adosso tutte quante.
+Preso è il destriero e, via volendo andare,
+Subito un foco a lui sorse davante.
+Nel pino prima si ebbe a divampare,
+E, quello acceso sin sotto le piante,
+Per ogni lato il foco se trabocca,
+Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca.
+
+Gli arbori e l'erbe e pietre di quel loco
+Tutte avamparno a gran confusïone;
+La fiamma cresce intorno a poco a poco,
+Tanto che dentro chiuse quel barone.
+A lui se aventa lo incantato foco
+Ne l'elmo, el scudo, ed ogni guarnisone,
+E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia
+Gli ardeano a cerco, come arida paglia.
+
+El cavallier per cosa tanto istrana
+Lo usato orgoglio ponto non abassa;
+Smonta de arcion quella anima soprana,
+Per mezo il foco via correndo passa.
+Come fu gionto sopra alla fontana,
+Dentro vi salta e al fondo andar si lassa;
+Né più potea campare ad altra guisa:
+Arso era tutto insino alla camisa.
+
+Ché, come io dissi, e piastre e maglia e scudo
+Gli ardeano atorno come foco di esca;
+Arse la giuppa, e lui rimase ignudo
+Sì come nacque, in mezo a l'onda fresca;
+E mentre che a diletto il baron drudo
+Per la bella acqua se solaccia e pesca,
+Parendo ad esso uscito esser de impaccio,
+Ad una dama se ritrova in braccio.
+
+Era la fonte tutta lavorata
+Di marmo verde, rosso, azurro e giallo
+E l'acqua tanto chiara e riposata,
+Che traspareva a guisa de cristallo;
+Onde la dama che entro era spogliata,
+Così mostrava aperto senza fallo
+Le poppe e il petto e ogni minimo pelo,
+Come de intorno avesse un sotil velo.
+
+Questa ricolse in braccio quel barone,
+Basandoli la bocca alcuna fiata,
+E disse ad esso: - Voi seti pregione,
+Come molti altri, al Fonte de la Fata;
+Ma, se sereti prodo campïone,
+Cotanta gente fia per voi campata,
+Tanti altri cavallieri e damigelle,
+Che vostra fama passarà le stelle.
+
+Perché intendiati il fatto a passo a passo,
+Fece una fata ad arte la fontana,
+Che tanti cavallieri ha posti al basso,
+Che nol potria contar la gente umana.
+Quivi pregione è il forte re Gradasso,
+Quale è segnor di tutta Sericana;
+Di là da la India grande è il suo paese:
+Tanto è potente, e pur non se diffese!
+
+Seco pregione è il nobile Aquilante
+E lo ardito Grifon, che è suo germano,
+Ed altri cavallieri e dame tante,
+Che a numerarli me affatico invano.
+Oltre a quel poggio che vedeti avante,
+Edificato è un bel castello al piano,
+Ove rinchiuse dentro ha quella fata
+L'arme di Ettorre, e mancavi la spata.
+
+Ettor di Troia, il tanto nominato,
+Fu la eccellenzia di cavalleria,
+Né mai si trovarà né fu trovato
+Chi il pareggiasse in arme o in cortesia.
+Ne la sua terra essendo assedïato
+Da re settanta ed altra baronia,
+Dece anni a gran battaglie e più contese:
+Per sua prodezza sol se la difese.
+
+Mentre ch'egli ebbe il grande assedio intorno,
+Se può donar tra gli altri unico vanto
+Che trenta ne sconfisse in un sol giorno,
+Che de battaglia avea mandato il guanto;
+Poi d'ogni altra virtù fu tanto adorno,
+Che il par non ebbe il mondo tutto quanto,
+Né il più bel cavallier, né il più gentile;
+A tradimento poi lo occise Achile.
+
+Come fu morto, andò tutta a roina
+Troia la grande e consumosse in foco.
+Or dir vi vo' di sua armatura fina
+Come se trovi adesso in questo loco.
+Prima la spata prese una regina
+Pantasilea nomata; e in tempo poco,
+Essendo occisa in guerra, perse il brando;
+Poi l'ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando.
+
+Tal spata Durindana è nominata
+(Non so se mai la odesti racordare),
+Che sopra a tutti e brandi vien lodata.
+Or de l'altre arme vi voglio contare.
+Poi che fu Troia tutta dissipata,
+Gente da quella se partì per mare
+Sotto un lor duca nominato Enea;
+Lui tutte l'arme eccetto il brando avea.
+
+De Ettorre era parente prossimano
+El duca Enea, che avea quella armatura;
+E questa fata, per un caso istrano,
+Trasse tal duca de disaventura,
+Che era condotto a un re malvaggio in mano,
+Che 'l tenea chiuso in una sepoltura:
+Stimando trar da lui tesoro assai,
+Lo tenea chiuso e preso in tanti guai.
+
+La fata con incanto lo disciolse,
+Per arte il trasse fuor del monumento,
+E per suo premio le belle arme volse,
+E il duca de donarle fu contento.
+Lei poscia a questo loco se racolse
+E fece l'opra de lo incantamento
+Onde io vi menarò, quando vi piacia,
+E provarò se in core aveti audacia.
+
+Ma quando non ve piaccia de venire
+E vinto vi trovati da viltate,
+Contro a mia voglia me vi convien dire
+Quel che serà di voi la veritate:
+In questa fonte vi convien perire,
+Come perita vi è gran quantitate;
+De quai memoria non serà in eterno,
+Ché il corpo è al fondo e l'anima a lo inferno. -
+
+A Mandricardo tal ventura pare
+Vera e non vera, sì come si sogna;
+Pur rispose alla dama: - Io voglio andare
+Ove ti piace e dove mi bisogna;
+Ma così ignudo non so che mi fare,
+Ché me ritiene alquanto la vergogna. -
+Disse la dama: - Non aver pavento,
+Ché a questo è fatto bon provedimento. -
+
+E soi capegli a sé sciolse di testa,
+Ché ne avea molti la dama ioconda,
+Ed abracciato il cavallier con festa
+Tutto il coperse de la treccia bionda;
+Così, nascosi entrambi di tal vesta,
+Uscîr di quella fonte la bella onda,
+Né ferno al dipartir lunga tenzone,
+Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione.
+
+Non lo avea tocco, come io disse, il foco,
+Pieno è di fiori e rose damaschine.
+Loro a diletto se posarno un poco
+Entro un bel letto adorno de cortine.
+Già non so dir se fecero altro gioco,
+Ché testimonio non ne vide el fine;
+Ma pur scrive Turpin verace e giusto
+Che il pavaglion crollava intorno al fusto.
+
+Poi che fôr stati un pezo a cotal guisa
+Tra fresche rose e fior che mena aprile,
+La damigella prese una camisa
+Ben perfumata, candida e sotile;
+Poi de una giuppa a più color divisa
+Di sua man vestì il cavallier gentile;
+Calcie gli diè vermiglie e speron d'oro,
+Poi lo armò a maglia de sotil lavoro.
+
+Dopo lo arnese lo usbergo brunito
+Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco,
+E uno elmo a ricche zoie ben guarnito
+Li porse e cotta d'arme e scudo bianco;
+Indi condusse un gran destriero ardito,
+E Mandricardo non parve già stanco,
+Né che lo impacci l'arme o guarnisone:
+D'un salto armato entrò sopra allo arcione.
+
+La damigella prese un palafreno
+Che ad un verde genevre era legato,
+E caminando un miglio o poco meno
+Passarno il colle e gionsero al bel prato,
+Dicendo a lui la dama: - Intendi appieno,
+Ché tutto il fatto ancor non te ho contato:
+Acciò che intenda ben quel che hai a fare,
+Col re Gradasso converrai giostrare.
+
+Adesso del castello è campïone
+E diffensore il re tanto membruto;
+Cotale impresa prima ebbe Grifone,
+Qual da lui poco avanti fu abattuto.
+Se quel te vince, restarai pregione
+Sin che altro cavallier ti doni aiuto;
+Ma se lui getti sopra alla pianura,
+Te provarai a l'ultima ventura.
+
+Provar convienti al glorïoso acquisto
+Di prender l'arme che fôrno di Ettòre;
+Più forte incanto il mondo non ha visto,
+E sino a qui ciascun combattitore
+Ce è reuscito a tale impresa tristo,
+Né par che gionga alcuno a tanto onore;
+E tu la proverai, poiché èi venuto:
+Fortuna o tua virtù ti darà aiuto. -
+
+Così parlando gionsero al castello.
+Mai non se vidde il più ricco lavoro:
+Le mura ha de alabastro, e il capitello
+De ogni torre è coperto a piastre d'oro.
+Verdeggiava davanti un praticello
+Chiuso de mirto e de rami de aloro
+Piegati insieme a guisa di steccato,
+E stavi dentro un cavalliero armato.
+
+- El re Gradasso è quel che avanti appare -
+Disse la dama - dentro a quel ridotto.
+Ora con me non averai a fare,
+Che sempre teco mi trovai di sotto. -
+E Mandricardo, odendo tal parlare,
+La vista a l'elmo se chiuse di botto;
+Spronando a tutta briglia e gran tempesta,
+A mezo il corso l'asta pose a resta.
+
+Da l'altra parte il forte re Gradasso
+Contra di lui se mosse con gran fretta.
+Alcun de' duo corsier non mostra lasso,
+Anci sembravan folgore e saetta,
+E se incontrarno insieme a tal fraccasso,
+Che par che nello inferno il cel si metta
+E la terra profondi e la marina:
+Odita non fu mai tanta ruina.
+
+Ni quel ni questo se mosse de arcione,
+E sì fiaccarno l'una e l'altra lanza,
+Che sino a l'aria andava ogni troncone:
+Un palmo integro d'esse non avanza.
+Or veder se conviene il parangone
+De' cavallieri e l'ultima possanza,
+Perché, voltati con le spade in mano,
+Se razuffarno insieme in su quel piano.
+
+Cominciâr la battaglia orrenda e scura:
+Già non mostrava un scherzo il crudo gioco,
+Ché pure a riguardarlo era paura,
+Perché a ogni colpo se avampava el foco.
+A pezzi si ne andava ogni armatura,
+Già ne era pieno il prato in ogni loco;
+E lor pur drieto, e non guardano a quella:
+Ciascuno a più furor tocca e martella.
+
+Duo guerrier son costor di bona raccia,
+E ben lo dimostravan ne lo aspetto:
+Cinque ore e più durò tra lor la traccia;
+Pervennero alla fine in questo effetto,
+Che Mandricardo il re Gradasso abraccia
+Per trarlo de lo arcione al suo dispetto,
+E il re Gradasso a lui se era afferrato,
+Sì che ne andarno insieme in su quel prato.
+
+Non so se fu fortuna o fusse caso,
+Quando caderno entrambi de lo arcione
+Di sopra Mandricardo era rimaso,
+E convenne a Gradasso esser pregione.
+Già se ne andava il sol verso l'occaso
+Allor che se finì la questïone,
+E la donzella di cui vi ho parlato,
+Con piacevol sembiante entrò nel prato;
+
+Ed a Gradasso disse: - O cavalliero,
+Vetar non pôsse quel che vôl fortuna;
+Lasciar questa battaglia è di mestiero,
+Perché la notte vene e il cel se imbruna.
+Ma a te che hai vinto, tocca altro pensiero;
+E dir ti so che mai sotto la luna
+Fo sì strana ventura in terra o in mare,
+Come al presente converrai provare.
+
+Come di novo il giorno sia apparito,
+Vedrai l'arme di Ettorre e chi le guarda;
+Ora che il sole all'occidente è gito,
+Entrar non pôi, ché l'ora è troppo tarda.
+In questo tempo pigliaren partito
+Che tua persona nobile e gagliarda
+Qua sopra a l'erba prenda alcun riposo,
+Sin che il sol se alci al giorno luminoso.
+
+Dentro alla rocca non potresti entrare
+(Di notte mai non se apre quella porta);
+Tra fiori e rose qua pôi riposare,
+Ed io vegliando a te farò la scorta.
+Ben, se ti piace, te posso menare
+Ove una dama grazïosa e accorta
+Onora ciascaduno a un suo palagio,
+Ma temo che ivi avresti onta e dannagio.
+
+Perché un ladron, che Dio lo maledica!
+Quale è gigante e nome ha Malapresa,
+Alla donzella, come sua nemica,
+Fa gran danno ed oltraggio ed ogni offesa;
+Onde non pigliarai questa fatica,
+Ché converresti seco aver contesa,
+Né a te bisogna più briga cercare,
+Perché domane avrai troppo che fare. -
+
+Rispose Mandricardo: - In fede mia,
+Tutto è perduto il tempo che ne avanza,
+Se in amor non si spende o in cortesia,
+O nel mostrare in arme sua possanza;
+Onde io ti prego per cavalleria
+Che me conduci dentro a quella stanza
+Qual m'hai contata; e farem male, o bene,
+Se Malapresa ad oltraggiar ce viene. -
+
+Per compiacere adunque al cavalliero
+La damigella se pose a camino.
+Lei era a palafreno, esso a destriero,
+Sì che in poca ora gionsero al giardino
+Ove è posto il palagio del verziero,
+Qual lustreggiava tutto quel confino;
+Cotanti lumi accesi avea de intorno,
+Che si cerniva come fusse il giorno.
+
+Sopra alla porta del palagio altano
+Era un verone adorno a meraviglia,
+Ove si stava giorno e notte un nano,
+Che di far guarda molto se assotiglia.
+Come suonato ha il corno, a mano a mano
+Corre de intorno tutta la famiglia;
+E se egli è Malapresa, il rio ladrone,
+Saette e sassi tran da ogni balcone.
+
+Se egli è barone, o cavalliero errante,
+Dece donzelle, ad onorare avezze,
+Apron la porta e con lieto sembiante
+Al cavallier fan festa e gran carezze;
+E notte e giorno il servon tutte quante,
+Con sì bon viso e tal piacevolezze
+E con tanto piacere e tanta zoglia,
+Che indi a partirse mai non li vien voglia.
+
+Dunque a tal modo tra le dame accolto
+Fu Mandricardo con faccia serena.
+La dama del verzier con lieto volto
+A braccio seco festeggiando il mena;
+Né passeggiarno per la loggia molto,
+Che con diletto se assettarno a cena,
+Serviti alla real di banda in banda
+De ogni maniera de ottima vivanda.
+
+A lor davanti cantava una dama,
+E con la lira a sé facea tenore,
+Narrando e gesti antichi e di gran fama,
+Strane aventure e bei moti d'amore;
+E mentre che de odire avean più brama,
+Odirno per la corte un gran romore.
+- Ahimè! ahimè! - dicean - che cosa è questa,
+Che 'l nano suona il corno a tal tempesta? -
+
+Così dicean le dame tutte quante,
+E ciascuna nel viso parea morta.
+Già Mandricardo non mutò sembiante,
+Ché era venuto a posta per tal scorta.
+Perché intendiati il tutto, quel gigante
+De cui vi dissi, avea rotta la porta,
+E del romore e gran confusïone
+Che ora vi conto, lui ne era cagione.
+
+Entrò cridando quel dismisurato:
+Parean tremar le mura alla sua voce;
+De una spoglia di serpe ha il busto armato,
+Che spata o lancia ponto non vi nôce.
+Portava in mano un gran baston ferrato
+Con la catena il malandrin feroce;
+In capo avea di ferro un bacinetto,
+Nera la barba e grande a mezo il petto.
+
+Quando egli entrava ne la loggia aponto,
+Tratto avea Mandricardo il brando apena;
+Né stette a calcular la posta o il conto,
+Ma nel primo arivare assalta e mena,
+Ed ebbe nella cima il baston gionto,
+E via tagliò di netto la catena.
+Ricopra il colpo e tira un manroverso,
+E tagliò tutto il scudo per traverso.
+
+Per questo colpo il gigante adirato
+Menò del suo baston, che a due man prese;
+E il cavallier de un salto andò da lato,
+E ben de gioco a quella posta rese;
+A ponto gionse dove avea segnato,
+Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese,
+E spezzò quello e le calcie di maglia,
+Sì che le gambe ad un colpo gli taglia.
+
+Quel cade a terra. A voi lascio pensare
+Se le donzelle ne menavon festa.
+Più Mandricardo nol volse toccare,
+Onde un sergente li partì la testa.
+Fuor del palagio il fecer trasinare,
+E longi il sepellirno alla foresta;
+Le gambe gettâr seco in quella fossa:
+Di lui più mai non si parlò da possa.
+
+Come se stato mai non fosse al mondo,
+Di lui più non si fa ragionamento.
+Le dame cominciarno un ballo in tondo,
+Suonando a fiato, a corde ogni instromento,
+Con voci vive e canto sì iocondo,
+Che ciascun qual ne avesse intendimento,
+Essendo poco a quel giardin diviso,
+Giurato avria là dentro il paradiso.
+
+Così durando il festeggiar tra loro,
+Bona parte di notte era passata,
+E stando incerco come a consistoro,
+Venne di dame una nova brigata:
+Chi ha frutti, chi confetti e coppe d'oro,
+E ciascuna fu presto ingenocchiata,
+E la dama cortese e il cavalliero
+Se renfrescarno senza altro pensiero.
+
+De bianche torze vi è molto splendore,
+E girno a riposar senza sospetti.
+Parate eran le zambre a grande onore
+De fina seta e bianchissimi letti;
+Rame de aranci intorno a molto odore,
+E per quei rami stavano ocelletti,
+Che a' lumi accesi se levarno a volo.
+Ma qua non stette il cavallier lui solo,
+
+Perché una dama il rimase a servire
+De ciò che chieder seppe, più ni meno.
+La notte ivi ebbe assai che fare e dire,
+Ma più ne avrà nel bel giorno sereno,
+Come tornando potereti odire
+Lo orrendo canto e di spavento pieno,
+Che il maggior fatto mai non fo sentito.
+Addio, segnori: il canto è qui finito.
+
+Canto secondo
+
+Il sol, de raggi d'oro incoronato,
+Trasse il bel viso fuor de la marina,
+E il cel depinto di color rosato
+Già nascondea la stella matutina;
+Sentiasi entro il palagio in ogni lato
+Cantar la rondinella peregrina,
+E li augelletti nel giardino intorno
+Facean bei versi a lo apparir del giorno;
+
+Quando dal sonno Mandricardo sciolto
+Uscì di zambra e nel prato discese;
+Ad una fonte renfrescosse il volto,
+E prestamente se vestì lo arnese.
+Combiato avendo da le dame tolto,
+Là dove era venuto, il camin prese,
+E quella dama che l'avea guidato,
+Non l'abandona e sempre gli è da lato.
+
+Ragionando con seco tuttavia
+De arme e de amore e cose dilettose,
+Lo ricondusse in quella prataria
+Ove eran l'opre sì maravigliose.
+Lo alto edificio avanti se vedia,
+Candido tutto a pietre luminose,
+Con torre e merli, a guisa di castello:
+Mai vide al mondo un altro tanto bello.
+
+Un quarto avea de miglio ad ogni fronte,
+Ed era quadro aponto di misura;
+Dritto a levante avea la porta e il ponte,
+Ove se puote entrar senza paura:
+Ma come ariva cavalliero o conte
+Sopra alla soglia dell'entrata, giura
+Con perfetta leanza e dritta fede
+Toccar quel scudo che davante vede.
+
+Posto è il bel scudo in mezo a la gran piaza,
+A ricontarvi el come non dimoro;
+Avea la corte intorno ad ogni faza
+Logie dipinte con sotil lavoro;
+Gran gente era ritratta ad una caza,
+E un gentil damigello era tra loro:
+Più bel di lui tra tutti non si vede,
+Ed avea scritto al capo: 'Ganimede.'
+
+Tutta la istoria sua vi era ritratta
+Di ponto in ponto, che nulla vi manca:
+Come, cacciando alla selva disfatta,
+Lo portò sino al cel l'acquila bianca,
+Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta,
+Sino al giorno che Ettòr, l'anima franca,
+Occiso fu nel campo a tradimento;
+Cangiò Priamo e l'arme e il vestimento.
+
+L'acquila prima avea bianche le piume,
+Ché candida dal celo era mandata;
+Ma poi che Troia fie' de pianti un fiume,
+Ne la crudele e misera giornata
+Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume,
+La lieta insegna allor fu tramutata:
+Per somigliarse a sua scura fortuna,
+L'acquila bianca travestirno a bruna.
+
+Benché el scudo d'Ettòr, che io vi ho contato,
+Quale era posto in mezo alla gran corte,
+Non era in parte alcuna tramutato;
+Ma tal quale il portava il baron forte,
+Ad un pilastro d'oro era chiavato,
+Ed avea scritto sopra in lettre scorte:
+' Se un altro Ettòr non sei, non mi toccare:
+Chi me portò, non ebbe al mondo pare.'
+
+Di quel color che mostra il cel sereno
+Avea il scudo, ch'io dico, appariscenzia.
+La dama dismontò del palafreno
+E fece in su la terra riverenzia,
+E Mandricardo fece più né meno;
+Poi passò dentro senza resistenzia.
+Essendo gionto in mezo a quel bel loco,
+Trasse la spada e toccò el scudo un poco.
+
+Come fu tocco il scudo con la spada,
+Tremò de intorno tutto il territoro,
+Con tal romor che par che il mondo cada;
+Indi se aperse il campo del tesoro.
+Questo era un campo folto de una biada
+Che avea tutte le paglie e spiche de oro:
+Quel campo se mostrò senza dimora
+Per una porta che se aperse alora.
+
+Ma l'altra da levante, ove era entrato
+Il cavallier, se chiuse tutta quanta.
+La dama disse a lui: - Baron pregiato,
+Uscir de quindi alcun mai non se vanta,
+Se la biada che vedi in ogni lato,
+Prima non tagli, e se la verde pianta
+Qual vedi in mezo a quel campo felice,
+Prima non schianti in fin dalla radice. -
+
+E Mandricardo senza altro pensare
+Entrò nel campo con la spada in mano,
+E, cominciando la biada a tagliare,
+Lo incanto apparve ben palese e piano;
+Ché ogni granetto se ebbe a tramutare
+In diverso animale orrendo e strano,
+Or leonza, or pantera, ora alicorno:
+Al baron tutti se aventarno intorno.
+
+Come cadeva il grano in su la terra,
+In diverso animal se tramutava;
+Per tutto intorno Mandricardo serra,
+E sua prodezza poco gli giovava,
+Ché non se vidde mai sì strana guerra.
+La folta sempre più multiplicava
+De lupi, de leoni e porci ed orsi:
+Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi.
+
+Durando aspra e crudel quella contesa
+Quasi era posto il cavalliero al basso,
+E restava perdente de la impresa,
+Tanto era de le fiere il gran fracasso;
+Né potendo più quasi aver diffesa,
+Chinosse a terra e prese in mano un sasso.
+Quel sasso era fatato; e non sapea
+Già Mandricardo la virtù che avea.
+
+Questa pietra ch'io dico, avea segnali
+Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro,
+E, come tratta fu tra gli animali,
+Tra quelli apportò zuffa e gran martoro;
+Perché e tauri selvatici e' cingiali
+E l'altre bestie cominciâr tra loro
+Sì gran battaglia e morsi aspri e diversi,
+Che in poco d'ora fôr tutti dispersi.
+
+Le bestie fôr disperse in poco de ora,
+Ché l'una occise l'altra incontinente;
+E Mandricardo non fece dimora,
+Ché a ciò che far conviene, avia la mente.
+L'altra aventura vi restava ancora,
+Dico la pianta lunga ed eminente,
+Che ha mille rami, e ogni ramo è fiorito;
+A quella presto il cavalliero è gito.
+
+Di tutta forza al tronco s'abbracciava,
+E pone a radicarla ogni vigore,
+Ma dibattendo forte la crollava,
+Onde a ogni foglia si spiccava il fiore,
+E giù cadendo per l'aria volava.
+Odeti se mai fu cosa maggiore:
+Cadendo foglie e fiori a gran fusone,
+Qual corbo diveniva, e qual falcone.
+
+Astori, aquile e guffi e barbagianni
+Con seco cominciarno a far battaglia;
+A benché non potean stracciarli e panni,
+Ché armato è il cavalliero a piastre e maglia,
+Pur eran tanti, che davano affanni
+D'intorno a gli occhi e sì fatta travaglia,
+Che non potea fornire il suo lavoro
+De trare il tronco alle radice d'oro.
+
+Ma come quel che avea molto ardimento,
+Non teme impaccio e la forza radoppia,
+Sì che in fin la divelse a grave istento,
+E nel stirparla parbe tuon che scoppia.
+Con orribil romore uscitte un vento,
+E tutti quelli ocelli a l'aria soffia:
+Il vento uscitte, come Turpin dice,
+Dal buco proprio ove era la radice.
+
+For di quel buco il gran vento rimbomba
+Gettando con romor le pietre in sue
+Come fossero uscite de una fromba;
+E riguardando il cavallier là giue,
+Vide una serpe uscir di quella tomba;
+Indi li parbe non una, ma due,
+Poi più de sei e più de otto le crede,
+Cotante code invilupate vede.
+
+Or, perché sia la cosa manifesta,
+Era la serpe di quel buco uscita,
+Quale avea solo un busto ed una testa,
+Ma dietro in dece code era partita;
+E Mandricardo ponto non se arresta,
+Ché volea sua ventura aver finita;
+Col brando in mano alla serpe se accosta,
+E il primo colpo a mezo il collo aposta.
+
+Ben gionse il tratto dove era apostato,
+Dietro alla testa, a ponto nella coppa;
+Ma quel serpente aveva il coio fatato.
+Sì come un scoglio al legno che se intoppa,
+Adosso al cavallier se fu lanciato;
+E con due code alle gambe lo agroppa,
+Con altre il busto e con altre le braccia,
+Sì che legato a forza in terra il caccia.
+
+Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco,
+E l'occhio par un foco che riluca;
+Con quello azaffa il cavalliero al fianco,
+La piastra come pasta se manduca.
+Lui se rivolge assai, ben che sia stanco,
+E rivolgendo cade in quella buca
+Ove uscia quel gran vento oltre misura:
+Non è da dimandar s'egli ha paura.
+
+Ma sua ventura nel cader fu questa,
+Ché in altro modo da la morte è preso:
+Cadendo nel profondo con tempesta,
+Fiaccò il capo al serpente col suo peso,
+Sì che schiantar gli fie' gli occhi di testa,
+Onde se sciolse e tutto s'è disteso;
+Dibattendo le code tutte quante,
+Rimase a terra morto in uno istante.
+
+Morto il serpente, or guarda il cavalliero
+La scura grotta de sopra e de intorno
+(Lucea un carbonchio a guisa de doppiero,
+Qual rendea lume come il sole al giorno):
+La tomba era de un sasso tutto intiero,
+Ma quello era coperto e tanto adorno
+De ambra e corallo e de argento brunito,
+Che non si vede di quel sasso un dito.
+
+Avea nel mezo un palco edificato,
+De uno avorio bianchissimo e perfetto,
+E sopra un drapo azuro ad ôr stellato,
+Posto come dossiero o capoletto.
+Parea là sopra un cavalliero armato,
+Che se posasse senza altro sospetto:
+Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note:
+Sol vi eran l'arme, e dentro eran poi vote.
+
+Queste arme fôr de la franca persona
+Che viene al mondo tanto racordata,
+De Ettor, dico io, che ben fu la corona
+De ogni virtute al mondo apregïata.
+Sua guarnison, di cui mo se ragiona,
+Priva è del scuto e priva de la spata.
+Ove stia il scuto, poco su se spiana;
+La spata ha Orlando, e quella è Durindana.
+
+Forbite eran le piastre e luminose,
+Che apena soffre l'occhio di vederle,
+Frissate ad oro e pietre prezïose,
+Con rubini e smiraldi e grosse perle.
+Mandricardo ha le voglie disïose,
+Mille anni a lui pare de indosso averle;
+Guarda ogni arnese e lo usbergo d'intorno,
+Ma sopra a tutto l'elmo tanto adorno.
+
+Questo avea de oro alla cima un leone,
+Con un breve d'argento entro una zampa;
+Di sotto a quel pur d'oro era il torchione,
+Con vinti sei fermagli de una stampa;
+Ma dritto nella fronte avea il carbone,
+Qual reluceva a guisa de una lampa.
+E facea lume, com'è sua natura,
+Per ogni canto de la grotta oscura.
+
+Mentre che il cavallier stava a mirare
+L'arme, che eran mirande senza fallo,
+Sentì dietro alle spalle risuonare
+Ne lo aprir de una porta di metallo.
+Voltosse, e vidde a sé più dame intrare,
+Che a copia ne venian menando un ballo,
+Vestite a nova gala e strane zacare,
+Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare.
+
+Lor, scambiettando ad ogni lato, sguinceno,
+Con salti dritti se innalciano a l'aria;
+Così danzando, una canzon comincieno
+Di nota arguta, consonante e varia;
+E con le voci, ch'e stormenti vinceno,
+Fan rintonar la tomba solitaria;
+Poi ne la fin, tacendo tutte quante,
+Se ingienocchiarno al cavalliero avante.
+
+Quindi se fu levata una di quelle,
+E Mandricardo comincia a lodare,
+Ponendo sua virtù sopra alle stelle
+Per questa impresa tanto singulare.
+Come ella tacque, e due altre donzelle
+Apresero il barone a disarmare,
+E disarmato sotto alla sua scorta
+Fuor de la tomba il misero alla porta.
+
+Adosso poi gli posero un bel manto
+De fina seta, ricamato a ziffere,
+E perfumârlo apresso tutto quanto
+De odor suavi e con acque odorifere;
+E con festa ioconda e dolce canto,
+Suonando tamburini e trombe e piffere,
+Per una scala di marmoro ad aggio
+Con lui se ritornarno entro al palaggio:
+
+Nel bel palaggio, quale io ve contai,
+Che avea il scudo di Ettorre alla gran piaza.
+Quivi eran cavallieri e dame assai,
+Chi canta e danza, e chi ride e sollaza:
+Più regal corte non se vidde mai;
+Ma, come apparve Mandricardo in faza,
+Gli andarno contra, e a sumissimo onore
+Lo riceverno a guisa de segnore.
+
+Nel mezo a ricco seggio era la fata,
+Che a sé davante Mandricardo chiede,
+E disse: - Cavallier, questa giornata
+Tal tesoro hai, che il simil non si vede.
+Or se conviene agiongervi la spata,
+E ciò mi giurarai su la tua fede:
+Che Durindana, lo incantato brando,
+Torai per forza de arme al conte Orlando.
+
+E sin che tale impresa non sia vinta,
+Giamai non posarà la tua persona,
+Nulla altra spada portarai più cinta,
+Né adornarai tua testa di corona;
+L'aquila bianca a quel scudo dipinta,
+Nulla alta enchiesta mai non la abandona,
+Ché quella arma gentile e quella insegna
+Sopra ad ogni altra de trïomfi è degna. -
+
+Re Mandricardo allor con riverenzia,
+Sì come piace a quella fata, giura;
+E l'altre dame ne la sua presenzia
+Tutte il guarnirno a ponto de armatura.
+Come fu armato, allor prese licenzia,
+Avendo tratta a fin l'alta aventura,
+Per la qual più baron de summo ardire
+Eron là presi, e non potean partire.
+
+Ora uscirno le gente tutte quante,
+Che gran cavalleria vi era pregione:
+Isolieri il spagnolo e Sacripante,
+Il re Gradasso e il giovane Grifone,
+E sieco uscitte il fratello Acquilante.
+Gente di pregio e di condizïone
+Vi erano assai, e nomi de alta gloria,
+Che non accade a dire in questa istoria.
+
+Però che il re Gradasso e Mandricardo
+Insieme se partirno in compagnia,
+Né a ricontarvi molto serò tardo
+Ciò che intravenne a loro in questa via.
+Ben vi so dir che un par tanto gagliardo
+Non fu in quel tempo in tutta Pagania;
+Però faran gran cose e peregrine,
+Prima che in Francia sian condotti a fine.
+
+Ma Grifone e Aquilante altro camino
+Presero insieme, perché eran germani,
+E sapendo il lenguaggio saracino
+Securi andarno un tempo tra' Pagani.
+Or, cavalcando un giorno a matutino,
+Due dame ritrovarno con duo nani;
+L'una di quelle a bruno era vestita,
+L'altra di bianco, candida e polita.
+
+E similmente e nani e' palafreni
+Di neve e di carbone avean colore;
+Ma le donzelle avean gli occhi sereni,
+Da trar col guardo altrui di petto il core,
+Accoglimenti di carezze pieni,
+Parlar suave e bei gesti d'amore;
+Ed è tra queste tanta somiglianza,
+Che l'una l'altra de nïente avanza.
+
+E cavallier le dame salutaro
+Chinando il capo con atto cortese:
+Ma quelle l'una a l'altra se guardaro,
+E la vestita a nero a parlar prese,
+Dicendo alla compagna: - Altro riparo
+Far non si può, ni fare altre diffese
+Contra di quel che il cel destina e il mondo,
+Come infinito è il suo girare a tondo.
+
+Ma pur se puote il tempo prolungare
+E far col senno forza a la fortuna:
+Chi fece il mondo, lo potrà mutare,
+E porre il sole in loco de la luna. -
+- Prendiam dunque partito, se ti pare, -
+Disse la bianca alla donzella bruna
+- De ritener costor, poi che la sorte
+Or gli conduce in Francia a prender morte. -
+
+Queste parole insieme ragionando
+Avean le dame, e non erono intese
+Da quei duo cavallieri, insino a quando
+La bianca verso de essi a parlar prese,
+Dicendo loro: - Io me vi racomando:
+Se la ragion per voi mai se diffese,
+Se amate onore e la cavalleria,
+Esser vi piaccia alla diffesa mia. -
+
+Ciascun de' duo baron quasi ad un tratto
+Proferse a quelle aiuto a suo potere.
+Disse la bruna: - Ora intenditi il fatto,
+Poi che inteso abbiam noi vostro volere.
+Fermar vogliamo a fede questo patto,
+Che una battaglia avrete a mantenere,
+Insin che un cavallier sia al tutto morto
+Il qual ce offende e villaneggia a torto.
+
+Quel disleale è nominato Orilo,
+E non è in tutto il mondo il più fellone;
+Tiene una torre in su il fiume del Nilo,
+Ove una bestia a guisa de dragone,
+Che là viene appellata il cocodrilo,
+Pasce di sangue umano e di persone.
+Per strano incanto è fatto il maledetto,
+Che de una fata nacque e de un folletto.
+
+Com'io vi dico, nacque per incanto
+Quella persona di mercè ribella,
+Che questo regno ha strutto tutto quanto,
+Perché ogni cavalliero o damigella,
+Qual quivi gionga o passi in ogni canto,
+Fa divorare a quella bestia fella.
+Cercato abbiamo de un barone assai,
+Che tragga il regno e noi de tanti guai.
+
+Ma sino a qui rimedio non si trova
+Né alcun riparo a tal destruzïone,
+Ché quel da morte a vita se rinova
+Per alta forza d'incantazïone.
+Ora de voi se vederà la prova,
+Ché ciascun mostra d'essere campïone
+Per trare a fine ogn'impresa eminente,
+Se a vostra vista lo animo non mente. -
+
+A quei duo cavallier gran voglia preme
+De provar questa cosa tanto istrana;
+E, caminando con le dame insieme,
+Girno alla torre, e poco era lontana.
+Già se ode il maledetto che là freme
+Come fa il mar quando esce tramontana;
+Fremendo batte Orilo in forma e denti,
+Che sembra un mar turbato a suon de venti.
+
+Avea ne l'elmo per cimero un guffo
+Cornuto, a penne e con gli occhi di foco,
+E lui soffiava con orribil buffo;
+Ma quei duo cavallieri il stimon poco,
+Perché altre volte han visto il lupo in zuffo,
+E stati sono a danza in altro loco,
+Né stimono il periglio una vil paglia;
+Onde il sfidarno presto alla battaglia.
+
+Ma quel superbo non fece risposta,
+Mosse con furia e la sua mazza afferra;
+Né più fece Aquilante indugia o sosta,
+Ma la sua lancia lascia andare a terra,
+E poi col brando in mano a lui se accosta;
+E tra lor cominciarno una aspra guerra,
+Dando e togliendo e di sotto e di sopra,
+E quel la maccia e questo il brando adopra.
+
+Di quel ferir Grifone ha poca cura,
+Ché era guarnito a piastre fatte ad arte,
+Ma lui taglia al pagano ogni armatura,
+Come squarciasse tegole di carte.
+Gionselo un tratto a mezo la cintura,
+E in duo cavezzi aponto lo diparte;
+Così andò mezo a terra quel fellone,
+Dal busto in giù rimase ne lo arcione.
+
+Quel che è caduto, già non vi è chi lo alci,
+Ma brancolando stava ne l'arena;
+E il suo destrier traea terribil calci,
+Facea gran salti e giocava di schiena,
+Onde convien che il resto al prato balci.
+Ma non fu gionto in su la terra apena,
+Che un pezo e l'altro insieme se sugella,
+E tutto integro salta ne la sella.
+
+Se a quei baron parea la cosa nova,
+Quale è incontrata, a dir non è bisogno,
+Ché, avengaché Turpino a ciò me mova,
+Io stesso a racontarla mi vergogno.
+Disse Aquilante: - Io vo' veder la prova,
+Se io faccio dadovero o pur insogno. -
+Così dicendo adosso a quel si caccia,
+E Orilo adosso a lui con la sua maccia.
+
+E l'uno e l'altro a bon gioco lavora,
+Benché disavantagio ha quel pagano,
+Ché il gagliardo Aquilante in poco de ora
+L'arme gli ha rotte e poste tutte al piano;
+Essendo destinato pur che ei mora,
+Abandona un gran colpo ad ambe mano
+Sopra le spalle, alla cima del petto,
+E il collo e il capo via tagliò di netto.
+
+Ora ascoltati che stupendo caso:
+La persona incantata e maledetta,
+Colui, dico, che in sella era rimaso,
+Par che la mazza a lato se rimetta,
+E prende la sua testa per il naso,
+E nel suo loco quella se rassetta;
+Indi sua mazza ha presto in man ritolta,
+E torna alla battaglia un'altra volta.
+
+La bianca dama cominciava a ridere,
+E disse ad Aquilante: - Bello amico,
+Lascia costui, ché non lo puoi conquidere,
+E credi a me che vero è quel ch'io dico:
+Se in mille parte l'avesti a dividere,
+E più minuto il tagli che il panìco,
+Non lo potrai veder del spirto privo:
+Spezato tutto, sempre sarà vivo. -
+
+Disse Aquilante: - E' non fia mai sentito
+Questo nel mondo o tal vergogna intesa,
+Che ogni mio assalto non abbi finito,
+Se ben me consumassi in fiama accesa;
+E benché a questo non veda partito,
+Sino alla morte seguirò la impresa.
+Fia de mia vita poi quel che a Dio piace,
+Ma con costui non vo' tregua ni pace. -
+
+Così dicendo e turbato nel volto
+Voltò ad Orril, ed hallo in terra a porre;
+Ma quel ribaldo è già del campo tolto,
+E rifuggito dentro da la torre.
+Lo orrendo cocodrilo avea disciolto:
+Fuor della porta quella bestia corre,
+E dietro Orilo in sul cavallo armato:
+Ben par che il campo tremi in ogni lato.
+
+Come vide Grifon quello animale,
+Qual vien correndo a quel fellone avante,
+Mossesi ratto, come avesse l'ale,
+Per dare aiuto al germano Aquilante.
+Altra battaglia non fu mai cotale
+Di tanto affanno e di fatiche tante
+Quanto se puote in zuffa sostenire;
+Ma ciò riserbo in l'altro canto a dire.
+
+Canto terzo
+
+Tra bianche rose e tra vermiglie, e fiori
+Diversamente in terra coloriti,
+Tra fresche erbette e tra soavi odori
+De gli arboscelli a verde rivestiti,
+Cantando componea gli antichi onori
+De' cavallier sì prodi e tanto arditi,
+Che ogni tremenda cosa in tutto il mondo
+Fu da lor vinta a forza e posta al fondo;
+
+Quando mi venne a mente che il diletto
+Che l'om se prende solo, è mal compiuto.
+Però, baroni e dame, a tal cospetto
+Per dilettarvi alquanto io son venuto;
+E con gran zoia ad ascoltar vi aspetto
+L'aspra battaglia de Grifone arguto
+E de Aquilante, il tanto apregïato,
+La qual lasciai nel canto che è passato.
+
+Contai del cocodrilo in che maniera
+Da la torre de Orrilo a furia n'esce.
+A meraviglia grande è questa fiera,
+Che molto vive e sempre in vita cresce;
+Ora sta in terra ed or nella riviera,
+Le bestie al campo, a l'acqua prende il pesce;
+Fatto è come lacerta, over ramaro,
+Ma di grandezza già non sono al paro;
+
+Ché questo è lungo trenta braccia, o piue,
+Il dosso ha giallo e maculoso e vario;
+La mascella di sopra egli apre in sue,
+Ed ogni altro animal fa pel contrario.
+Tutta una vacca se ingiottisce, o due,
+Ché ha il ventre assai maggior de un grande armario,
+E denti ha spessi e lunghi de una spana:
+Mai fu nel mondo bestia tanto istrana.
+
+Ora Grifon, che lo vidde venire,
+Come detto è di sopra, a tal tempesta,
+Mosse con gran possanza e molto ardire
+Verso di quello e la sua lancia arresta.
+Più bello incontro non se potria dire:
+Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa.
+Grossa era l'asta, e il ferro era pongente,
+Ma l'uno e l'altro vi giovò nïente.
+
+Fiaccosse l'asta come una cannuza
+E poco fece il ferro alla percossa,
+Ché a quella bestia non passò la buza,
+Tanto era aspra e callosa e dura e grossa.
+Ora apizata è ben la scaramuza,
+E la fiera orgogliosa, ad ira mossa,
+Aperse la gran bocca; e senza fallo
+Integro se il sorbiva esso e 'l cavallo.
+
+Se non che a tempo vi gionse Aquilante,
+Che avea già Orilo in due parte tagliato,
+E veggendo il germano a sé davante
+A tal periglio e quasi devorato,
+Mena un gran colpo del brando trinciante
+Sopra al mostaccio, che era rilevato.
+Fatato è il brando, ed esso avea gran forza,
+Ma a quella bestia non taccò la scorza.
+
+Il cocodrilo ad Aquilante volta,
+Ma tanto spaventato è il suo destriero
+Che già non lo aspettò per quella volta,
+Né di aspettarlo gli facea mestiero,
+Ché in bocca non gli avria dato una volta,
+Ma travalciato in un boccone intiero:
+L'omo, il cavallo, l'arme e' paramenti
+Giù serian giti e non toccati e denti.
+
+Ma, come io dico, il destriero è smarito,
+Fugge correndo e ponto non galoppa;
+Quello orrendo animal l'avea seguito,
+E quasi il tocca spesso ne la groppa.
+Essendogli vicino a men de un dito,
+Altro che fare ad Aquilante intoppa,
+Ché Orrilo è suscitato e non soggiorna,
+Ma con la mazza alla battaglia torna.
+
+Ora Grifone a terra era smontato,
+E salta al cocodrilo in su le rene,
+E sì pel dosso è via correndo andato,
+Che per la coppa al capo se ne viene.
+Saltava il cocodrilo infurïato,
+Ma Grifone attaccato a lui se tiene,
+Ché ad ambe man l'ha preso per il naso:
+Mai non fu visto il più stupendo caso.
+
+Da l'altra parte Orrilo ed Aquilante
+Ripresa insieme avean cruda battaglia,
+Quale era pur come l'altre davante.
+Non giovano al pagan piastre né maglia,
+Ché in pezzi vanno a terra tutte quante.
+Ecco il gionge alla spalla e quella taglia,
+Credendo darli a quella volta il spaccio;
+La spalla via tagliò con tutto il braccio.
+
+Va il braccio dritto a terra col bastone:
+Non sta queto Aquilante, il sire arguto,
+Ché ben sapea di sua condizïone;
+Veggendol morto, non l'avria creduto.
+Da l'altro lato mena un roversone,
+E monca il manco braccio e tutto 'l scuto;
+Poi salta dell'arcione in molta fretta,
+Prende le braccia e quelle al fiume getta.
+
+Nel fiume le scagliò da mezo miglio:
+Grande in quel loco è il Nilo, e sembra un mare.
+Disse Aquilante: - Or va, ch'io non te piglio,
+E fami el peggio ormai che mi pôi fare.
+La mosca mal te cacciarai dal ciglio,
+E potrai peggio e gambari mondare,
+Malvaggio truffator, che con tuo incanto
+M'hai retenuto in tal travaglia tanto. -
+
+Voltosse Orilo e parve una saetta,
+Tanto correndo va veloce e chiuso,
+E da la ripa nel fiume se getta:
+Col capo innanti se ne andò là giuso.
+Corse Aquilante a Grifon che lo aspetta,
+Che il cocodrilo avea preso nel muso;
+Non bisognava che indugiasse un anno,
+Ché là stava il germano in grande affanno.
+
+Come io vi dissi su poco davante,
+Grifon quello animale al naso ha preso,
+E sopra al capo vi tenea le piante,
+Facendo a forza il muso star disteso;
+E così stando, vi gionse Aquilante,
+Qual prestamente fu de arcion disceso,
+E prese la sua lancia, che era in terra,
+Ché non l'aveva oprata in questa guerra.
+
+Con quella in mano allo animal s'accosta,
+Ponendo a tal ferire ogni possanza,
+E tra la aperta bocca il colpo aposta,
+E dentro tutta vi cacciò la lanza.
+Via per il petto e per la prima costa
+Fece apparir la ponta per la panza,
+Però che sotto al corpo e ne le aselle
+Il cocodrilo ha tenera la pelle.
+
+Ben vi so dir che il tratto a Grifon piacque,
+Perché già più non lo potea tenire;
+Mai lieto fu cotanto poi che nacque.
+Ora comincia Orilo ad apparire,
+Che su venìa natando per quelle acque.
+Quando Aquilante lo vidde venire,
+- Può far - diceva - il celo e tutto il mondo
+Che abbi pescati e monchi in su quel fondo? -
+
+Lui l'uno e l'altro de' bracci menava
+E l'onda con le mano avanti apriva;
+Come una rana quel fiume notava,
+Tanto che gionse armato in su la riva.
+Grifon verso Aquilante ragionava:
+- Se questa bestia fosse ancora viva,
+Quale abbiam morta con affanno tanto,
+Di tale impresa non avremo il vanto. -
+
+Disse Aquilante: - Io non so certo ancora
+Che onor ce seguirà questa aventura;
+Far non so io tal prova che mai mora
+Quella incantata e falsa creatura.
+Del giorno avanza poco più de un'ora:
+Che faren ne la notte a l'aria scura?
+A me par di vedere, e già il discerno:
+Quel ce trarà con seco nello inferno. -
+
+Grifon diceva: - Adunque ora si vôle,
+Mentre che è il giorno, la spada menare,
+Prima che al monte sia nascoso il sole:
+Per me la notte non sapria che fare. -
+E quasi al mezo di queste parole
+Volta ad Orilo e vallo ad afrontare;
+Ciascun da dover tocca e non minaccia,
+L'un con la spada e l'altro con la maccia.
+
+Molto vi era da far da ciascun lato,
+Ché quello a questo e questo a quel menava,
+Avenga che Grifone è bene armato,
+E di mazzate poco se curava.
+Durando la contesa in su quel prato,
+Un cavalliero armato vi arivava,
+Che avea preso in catena un gran gigante.
+Ma di tal cosa più non dico avante.
+
+Ben poi ritornarò, come far soglio,
+E questa impresa chiara conterò,
+Ché, quando de una cosa è pieno il foglio,
+Convien dar loco a l'altra; ed imperò
+De Mandricardo racontar vi voglio,
+Qual con Gradasso in Franza menerò.
+Ma, prima che sian gionti, assai che fare
+Avranno entrambi e per terra e per mare.
+
+Partiti da la fata del castello,
+Ove l'arme di Ettòr già star suoleano,
+Sorìa, Damasco e quel paese bello
+Senza travaglia già passato aveano.
+Sendo gionti sul mare ad uno ostello,
+Perché era tardi aloggiar vi voleano,
+Ma quello è aperto ed è disabitato,
+Né appar persona intorno in verun lato.
+
+Guardando giuso al lito il re Gradasso,
+Verso una ripa a pietre dirocata,
+Ove la batte l'onde e il mare al basso
+Stava una dama ignuda e scapigliata,
+Che era legata con catene al sasso,
+Chiedendo morte la disconsolata.
+- Morte, - diceva - o tu, morte, me aiuta,
+Ché ogn'altra spene è ben per me perduta! -
+
+E cavallier callarno incontinente
+Giuso nel fondo di quel gran petrone
+Per saper meglio l'aspro conveniente
+Di quella dama, e chi fosse cagione;
+Ma lei piangeva sì dirottamente,
+Ch'e sassi mossi avria a compassïone,
+Dicendo a quei baron: - Deh! per pietate
+Tagliatime qua tutta con le spate.
+
+E se il celo o fortuna vôl che io pèra,
+Per le man de omo almen possa perire,
+Né divorata sia da quella fiera,
+Ché peggio assai è il strazio che il morire. -
+Volean saper la cosa tutta intiera
+E duo baron, ma lei non potea dire,
+Sì forte in voce singiociva, e tanto
+Tra le parole gli abondava il pianto.
+
+E pur dicea piangendo: - Se io mi doglio
+Più che io non mostro, n'ho cagione assai.
+Se il tempo bastarà, dir la vi voglio:
+Odeti se una al mondo è in tanti guai.
+Dimora uno orco là sotto a quel scoglio:
+Non so se altro orco voi vedesti mai,
+Ma questo è sì terribile alla faccia,
+Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia.
+
+Apena apena che parlar vi posso,
+Ché il cor mi trema in petto di paura.
+Grande non è, ma per sei altri è grosso,
+Riccia ha la barba e gran capigliatura;
+In loco de occhi ha due cocole de osso,
+E bene a ciò providde la natura,
+Ché, se lume vedesse, a tondo a tondo
+Avria disfatto in poco tempo il mondo.
+
+Né vi è diffesa, a benché non gli veda,
+Ché, come io dissi, il perfido è senza occhi.
+Io già lo vidi (or chi fia che lo creda?)
+Stirpar le quercie a guisa de finocchi;
+E tre giganti che avea presi in preda,
+Percosse a terra qua come ranocchi;
+Le cosse dispiccò dal busto tosto,
+E pose il casso a lesso e il resto a rosto.
+
+Però che sol se pasce a carne umana,
+E tien de sangue de omo a bere un vaso.
+Ma gite voi in parte più lontana,
+Che quel malvagio non vi senta a naso;
+A benché giace adesso nella tana,
+Che per dormir là dentro si è rimaso;
+Ma come se resvegli, incontinente
+Al naso sentirà che quivi è gente.
+
+E come un bracco seguirà la traccia;
+Non valerà diffesa, né fuggire,
+Ché cento miglia vi darà la caccia,
+E converravi in tutto al fin perire.
+Onde vi prego che partir vi piaccia,
+E me lasciati misera morire,
+Ma sol chiedo di grazia e sol vi prego
+Che a una dimanda non facciati nego;
+
+E questa fia: se forse tra camino
+Avesti un giovinetto a riscontrare,
+Re di Damasco (e nome ha Norandino;
+Non so se mai lo odesti racordare),
+A lui contati il mio caso tapino
+(So ben che lo fareti lacrimare),
+Dicendo: "La tua dama te conforta,
+Che te amò viva ed ama ancora morta."
+
+Ma ben guardàti, e non prendesti errore,
+De dir ch'io viva più tra tante pene,
+Però che lui mi porta tale amore,
+Che nol potrian tener mille catene;
+E la mia doglia poi saria maggiore,
+Veggendo perir meco ogni mio bene;
+E più mi doleria che la mia morte,
+Che se a lui fosser sol due dita torte.
+
+Direti adunque come sotterrata
+M'avete istessi a canto alla marina;
+Ma lui dimandarà de la contrata
+Per trovar morta almen la sua Lucina.
+Direti che l'aveti smenticata
+Come se chiami, e il loco che confina;
+Poi confortati lui con tal parole
+Che stia contento a quel che 'l mondo vôle. -
+
+Così ragiona, e la faccia serena
+Piangendo bagna quella sventurata.
+Tenea Gradasso le lacrime apena,
+E già dal fianco avea tratta la spata
+Per rompere e tagliar quella catena,
+Con la qual quivi al sasso era legata;
+Ma la dama cridò: - Per Dio, non fare!
+Morto serai, né me potrai campare.
+
+Questa catena, misera! dolente!
+Per entro al sasso passa nella tana;
+Come toccata fosse, incontinente
+Scocca uno ordegno e suona una campana;
+E se quel maledetto se risente,
+Ogni speranza del fuggire è vana.
+Per piani e monti e ripe e lochi forti
+Mai non vi lasciarà, sin che vi ha morti. -
+
+A Mandricardo molta voglia tocca
+De odir se la campana avea bon suono.
+La dama non avea chiusa la bocca,
+Che è scosso la catena in abandono.
+Ben vi so dir che dentro là si chiocca:
+Sembra nel sasso risuonare un tuono;
+E la donzella pallida e smarita
+- Ahimè! - cridava - ahimè! mia vita è gita!
+
+Sol de la tema tutta me distorco:
+Adesso qua serà quel maledetto. -
+Eccoti uscir de la spelonca lo orco,
+Che ha la gozaglia grande a mezo il petto;
+E denti ha for di bocca, come il porco,
+Né vi crediati che abbi il muso netto,
+Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio;
+Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio.
+
+Quanto una gamba ha grosso ciascun dito
+E negre l'ungie e piene di sozzura.
+Ora Gradasso già non è smarito
+Per tanto istrana ed orrida figura.
+Col brando in mano adosso a quello è gito,
+Ma l'orco del suo brando ha poca cura,
+Nel scudo il prende e via strappò del braccio,
+E quel stringendo franse come un giaccio.
+
+Se così preso avesse nella testa,
+L'elmo avria rotto e trito come cenere,
+Serìa compita ad un tratto la festa.
+Come se schiazzan le nociole tenere,
+Come se fiacca un ziglio alla tempesta,
+O vero un fongo che al fango se genere,
+Sì sciolto il capo avria, senza dissolvere
+Le fibbie a l'elmo, e fatto tutto in polvere.
+
+Ma lui non vede ove ponga la mano,
+Per questo a caso l'ha nel scudo preso;
+E dette un scosso sì crudo e villano,
+Che a terra il re Gradasso andò disteso.
+L'orco il prese a traverso a mano a mano,
+Alla spelonca lo portò di peso;
+Ben se dibatte invano e se dimena,
+Pur l'orco il lega e pone alla catena.
+
+Come legato l'ebbe, incontinente
+Fuor de la tana di novo è venuto;
+E Mandricardo si stava dolente,
+Ché il suo caro compagno avia perduto.
+Non avea brando il cavallier valente,
+Però che aveva in sacramento avuto
+Mai non portare alla sua vita brando,
+Se non acquista quel del conte Orlando.
+
+Chinosse e prese una gran pietra e grossa:
+Bene è cinquanta libre, vi prometto;
+E trasse quella di tutta sua possa,
+E gionse lo orco proprio a mezo il petto.
+Ma quel non teme ponto la percossa,
+Anci l'ira gli crebbe e il gran dispetto;
+Ove ebbe il colpo, con la man se tocca,
+E, come un verro, ha la schiuma alla bocca.
+
+E dietro al cavallier par che se metta,
+Come un seguso a l'orme de una fiera.
+Già Mandricardo ponto non lo aspetta,
+Ché avea persona destra, atta e legiera.
+Su corre al poggio, e sembra una saetta;
+Quindi, fermato a megio la costiera,
+Tra' un gran sasso tratto fuor del monte,
+E quel percosse dritto nella fronte.
+
+Quel sasso in mille parte se spezzò,
+Ma fece poco male a quel perverso,
+E già per questo non lo abandonò,
+Ché non l'aveva mai di naso perso.
+Mandricardo ne va quanto più può,
+Cercando il monte a dritto ed a traverso,
+Tanto che gionse a quello in su la cima,
+E lo orco apresso; e quasi ancora in prima.
+
+Non sa più che si fare il cavalliero,
+Né a questa cosa sa prender partito;
+Per ogni balza e per ogni sentiero
+Questa malvagità l'avea seguito,
+Né far bisogna ponto di pensiero
+Aver con esso de diffesa un dito;
+Ben gli tra' sassi e tronchi aspri e robesti,
+Ma non ritrova cosa che lo aresti.
+
+Torna correndo in giù, verso il vallone,
+A benché indietro se voltava spesso,
+Ed ecco avanti trova un gran burone:
+Da cima al fondo tutto il monte è fesso.
+Alor se tenne morto quel barone,
+E per spazzato al tutto se è già messo;
+Sopra alla balza a corso pieno è mosso,
+Di là de un salto andò con l'arme in dosso.
+
+Ed era larga più de vinti braccia,
+Sì come altri estimar puote alla grossa;
+Ma quel brutto orco che seguia la traccia,
+Perch'era cieco non vidde la fossa,
+Onde per quella a piombo giù tramaccia.
+De intorno ben se odette la percossa,
+Ché, quando gionse in su le lastre al fondo,
+Parve che il cel cadesse e tutto il mondo.
+
+Non dette la percossa sopra al letto,
+Perché quella aspra ripa era molto alta,
+E ben tre coste se fiaccò nel petto,
+E quelle pietre del suo sangue smalta.
+Diceva Mandricardo con diletto:
+- Chi ponto stecca al segno mal si salta.
+Or là giù ti riman in tua malora! -
+Così dicendo più non se dimora.
+
+E giù callando lieto e con gran festa,
+Al mar discese e venne alla spelonca.
+Qua vede un braccio, e là meza una testa,
+Colà vede una man co' denti monca.
+Per tutto intorno è piena la foresta
+Di qualche gamba o qualche spalla tronca
+E membri lacerati e pezzi strani,
+Come di bocca tolti a lupi e a cani.
+
+Ciò riguardando varca di bon passo;
+E gionse a quella tana in su la intrata,
+Qual molto è grande dentro da quel sasso,
+E riccamente d'oro è lavorata.
+Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso,
+E la dama che al scoglio era legata,
+Tutti se revestirno a nove spoglie,
+Ché veste ivi trovarno e ricche zoglie.
+
+Montarno, e ciascadun forte camina;
+Seco è la dama dal viso soprano:
+E via passando a canto alla marina
+Iscorsero una nave di lontano.
+Viddero in quella, quando se avicina,
+L'alta bandiera del re Tibïano:
+Qual era parte di questa donzella,
+Tolta da loro alla fortuna fella.
+
+Re de Cipri in quel tempo e de Rodi era
+Quel Tibïano ed altre terre assai,
+E va cercando per ogni rivera
+De la filiola, e non la trova mai;
+Onde di doglia in pianto se dispera,
+E mena la sua vita in tristi guai.
+Come la dama la bandiera vide,
+Per allegrezza a un tratto piange e ride.
+
+Già meglio se comincia a discernire
+La nave e la sua gente tutta quanta;
+E la donzella non può sofferire,
+Ma con la veste a quella nave amanta;
+E, senza più tenirvi in lungo dire,
+Salirno al legno; e la zoia fo tanta
+Quanto a sì fatto caso esser credia,
+Trovando lei che morta esser tenìa.
+
+E già le poppe voglion rivoltare,
+Tirando con le corde alte le antene.
+Eccoti lo orco che nel poggio appare,
+E verso il mare a corso se ne viene;
+Ben vi so dir che ogniom si dà che fare,
+Ché la più parte alor morta se tiene;
+Ciascun de' marinari era parone
+A tirar presto e volgere il temone.
+
+Pur giù vien lo orco e verso il mar se calla.
+La barba a sangue se gli vedea piovere,
+Un gran pezzo de monte ha in su la spalla,
+Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere;
+Legier lo porta lui come una galla,
+Né cento boi l'avrian potuto movere.
+Correndo vien la orrenda creatura:
+Già dentro al mare è sino alla cintura.
+
+E tanto passa, che va come il buffolo,
+Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia;
+Movere odendo e remi al suon del zuffolo,
+Trasse là verso il monte con gran rabbia.
+Gionsine presso; e l'onda diè dal tuffolo,
+Che saltar fece l'acqua in su la gabbia;
+Ma se più avanti un poco avesse agionto,
+Sfondava il legno e li omini ad un ponto.
+
+Se e marinari alora ebber spavento,
+Non credo che bisogni racontare,
+Ché qual di loro avea più de ardimento
+Nascoso è alla carena e non appare.
+Ora levosse da levante il vento,
+L'onda risuona e grosso viene il mare;
+Già rotto il celo e l'acqua insieme han guerra:
+Più non se vede lo orco né la terra.
+
+De l'orco, dico, ormai non han paura,
+Ma morte han più che prima in su la testa,
+Però che orribilmente il celo oscura,
+Il vento cresce ogniora e gran tempesta.
+Pioggia meschiata de grandine dura
+Giù versa con furore, e mai non resta:
+Ora fùlgore, or trono ed or saetta,
+Che l'una l'altra apena non aspetta.
+
+Per tutto intorno bursano e delfini,
+Donando di fortuna il tristo annoncio;
+Non sta contento il mare a' suoi confini,
+Che in nave ne entra assai più d'un bigoncio:
+Da far vi fia per grandi e piccolini.
+Ma non vi vo' tenir tanto a disconcio,
+E nel presente canto io ve abandono,
+Ché ogni diletto a tramutare è bono.
+
+Canto quarto
+
+Segnor, se voi potesti ritrovare
+Un che non sappia quel che sia paura,
+O se volesti alcun modo pensare
+Per sbigottire una anima sicura,
+Quando è fortuna quel poneti in mare,
+E si non se spaventa o non se cura,
+Toglietelo per paccio, e non ardito,
+Perché ha con morte il termine de un dito.
+
+Orribil cosa è certo il mar turbato,
+E meglio è odirlo dir che farne prova,
+Però creda ciascuno a chi gli è stato,
+E per provar di terra non si mova,
+Come io contava al canto che è passato,
+Di quella nave che entro al mar se trova,
+Sì combattuta da prora e da poppa,
+Che l'acqua ve entra ed escine la stoppa.
+
+Mandricardo era in quella e il re Gradasso,
+Re Tibïano e sua figlia Lucina.
+Ora se rompe l'onda a gran fraccasso,
+E mostra un gregge tutta la marina:
+Un gregge bianco, che si pasca al basso,
+Ma sempre mugge e sembra una ruina;
+Stridon le corde e il legno se lamenta:
+Gemendo al fondo, par che 'l suo mal senta.
+
+Or questo vento ed or quell'altro salta,
+Non san che farsi e marinari apena;
+Tra' nivoli talor è la nave alta,
+E talor frega a terra la carrena.
+Sopra a ogni male e sopra a ogni difalta
+Fu quando gionse un colpo ne la antena;
+Piegosse il legno e giù dette alla banda:
+Ciascun cridando a Dio si racomanda.
+
+Più de due miglia andò la nave inversa,
+Che a ponto in ponto sta per affondare,
+La gente che vi è dentro è tutta persa:
+Se fa de' voti, non lo adimandare.
+Ecco da canto gionse una traversa,
+Che a l'altra banda fece traboccare;
+Ciascadun crida e non se ode persona,
+Sì muggia il mare e il vento sì risona.
+
+Questo se cangia e muta in uno istante,
+Ora batte davanti, or ne le sponde;
+Spiccosse al fine un groppo da levante
+Con furia tal, che il mar tutto confonde.
+Gionse alla poppa e pinse il legno avante,
+E fece entrar la prora sotto l'onde;
+Sotto acqua via ne andò più d'una arcata,
+Come va il mergo e l'oca alcuna fiata.
+
+Pur fuore uscitte, e va con tal ruina
+Qual fuor de la balestra esce la vera.
+Da quella sera insino alla matina
+E da quella matina a l'altra sera,
+Via giorno e notte mai non se raffina,
+Sin che condotta è sopra alla riviera,
+Ove quel monte in Acquamorta bagna
+Il qual divide Francia dalla Spagna.
+
+Quivi ad un capo che ha nome la Oruna,
+Smontarno con gran voglia in su la arena,
+E sì sbattuti son dalla fortuna,
+Che sendo in terra nol credono apena.
+Passò il mal tempo e quella notte bruna,
+Con l'alba insieme il cel se raserena,
+E già per tutto essendo chiaro il giorno,
+Deliberarno andar cercando intorno.
+
+Cercar deliberarno in che paese
+Sian capitati e chi ne sia segnore,
+E tratto fuor di nave ogni suo arnese,
+Ciascadun se arma e monta il corridore.
+Ma lor vïaggio poco se distese,
+Ché oltra ad un colle odirno un gran rumore,
+Corni, tamburi ed altre voce e trombe,
+Che par che 'l suono insino al cel rimbombe.
+
+Il franco re Gradasso e Mandricardo
+Fecer restar la dama e Tibïano.
+Possa alcun de essi a mover non fu tardo,
+Sin che fôr sopra al colle a mano a mano;
+E giù facendo a quel campo riguardo
+Vider coperto a genta armata il piano,
+Che era afrontata insieme a belle schiere
+Sotto a stendardi e segni di bandiere.
+
+Perché sappiati il tutto, il re Agramante
+Contro al re Carlo avea questa battaglia,
+Come io contai nel libro che è davante:
+Un'altra non fu mai di tal travaglia.
+Quivi era il re Marsilio e Balugante,
+Tanti altri duci e tanta altra canaglia,
+Che in alcun tempo mai né alcuna guerra
+Maggior battaglia non se vidde in terra.
+
+Orlando qua non è, ni Feraguto:
+Stava il pagano ad un fiume a cercare
+De l'elmo, qual là giù gli era caduto,
+Sì come io vi ebbi avanti a ricontare.
+Al conte era altro caso intravenuto
+Troppo stupendo e da meravigliare:
+Ché lui, qual vincer suole ogni altra prova,
+Tra dame vinto e preso se ritrova.
+
+Di lui poi dirò il fatto tutto intiero,
+Ma non se trova adesso in queste imprese;
+Ben vi è Ranaldo e il marchese Oliviero,
+Èvi Ricardo e Guido e 'l bon Danese,
+Come io contava alor, quando Rugiero
+Tanti baroni alla terra distese
+Di nostra gente, e tal tempesta mena
+Come fa il vento al campo de l'arena.
+
+Come si frange il tenero lupino
+O il fusto de' papaveri ne l'orto,
+Cotal fraccasso mena il paladino;
+Condotta è nostra gente a tristo porto.
+Roverso a terra se trova Turpino,
+Uberto, el duca di Baiona, è morto;
+Avino e Belengiero e Avorio e Ottone
+Sono abattuti, e seco Salamone.
+
+Gualtieri ebbe uno incontro ne la testa,
+Che il sangue gli schiattò per naso e bocca,
+E cade trangosciato alla foresta.
+Il giovane Rugiero a gli altri tocca,
+Né se potria contar tanta tempesta:
+Qual tramortito e qual morto trabocca.
+Via va correndo e scontrasi a Ricardo
+Quel duca altiero, nobile e gagliardo.
+
+Ispezza il scudo e per la spalla passa,
+Di dietro fore andò il pennon di netto;
+La lancia a mezo l'asta se fraccassa,
+Urtarno e duo corsier petto per petto.
+Rugier quivi Ricardo a terra lassa
+E tra' la spada, il franco giovanetto,
+La spada qual già fece Falerina,
+Che altra nel mondo mai fu tanto fina.
+
+Comincia la battaglia orrenda e fiera,
+Che quasi è stata insino adesso un gioco;
+Sembra Rugier tra gli altri una lumiera,
+Trono e baleno e folgore di foco.
+Or questa abatte ed or quell'altra schiera,
+Par che si trovi a un tratto in ogni loco;
+Volta e rivolta e, come avesse l'ale,
+Per tutto agiongie il giovane reale.
+
+La nostra gente fugge in ogni banda:
+Non è da dimandar se avean paura,
+Ché a ciascun colpo un morto a terra manda:
+Sembraglia non fu mai cotanto oscura.
+Già Sinibaldo, il bon conte de Olanda,
+Partito avea dal petto alla cintura,
+E Daniberto, il franco re frisone,
+Avea tagliato insino in su l'arcione.
+
+E il duca Aigualdo, il grande e sì diverso,
+Qual fu Ibernese e nacque de gigante,
+Fo da Rugiero agionto in su il traverso,
+E tutto lo tagliò dietro e davante.
+Non è il marchese de Vïena perso,
+Se l'altre gente fuggon tutte quante;
+Se ben gli altri ne vanno, ed Oliviero
+Sol lui se affronta e voltase a Rugiero.
+
+Alor se incominciò l'alta travaglia,
+Né questa zuffa come l'altre passa;
+La spada de ciascun così ben taglia,
+Che io so che dove giongie, il segno lassa.
+Ecco il Danese ariva alla battaglia,
+Ecco Ranaldo ariva, che fraccassa
+Tutta la gente e mena tal polvino
+Come il mondo arda e fumi in quel confino.
+
+Quando Rugier, che stava alla vedetta,
+Se accorse che sua gente in volta andava,
+Come dal cel scendesse una saetta,
+Con tal furore ad Olivier menava.
+Menava ad ambe mano, e per la fretta,
+Come a Dio piacque, il brando se voltava;
+Colse di piatto, e fo la botta tanta,
+Che l'elmo come un vetro a pezzi schianta.
+
+Ed Olivier rimase tramortito
+Per il gran colpo avuto a tal tempesta;
+Senza elmo apparve il suo viso fiorito,
+E cadde de lo arcione alla foresta.
+Quando il vidde Rugiero a tal partito,
+Che tutta a sangue gli piovea la testa,
+Molto ne dolse al giovane cortese,
+Onde nel prato subito discese.
+
+Essendo sopra al campo dismontato
+Raccolse nelle braccia quel barone
+Per ordinar che fusse medicato,
+Sempre piangendo a gran compassïone.
+In questo fatto standosi occupato,
+Ecco alle spalle a lui gionse Grifone:
+Grifone, il falso conte di Maganza,
+Vien speronando e aresta la sua lanza.
+
+Di tutta possa il conte maledetto
+Entro alle spalle un gran colpo gli diede,
+Sì che tomar lo fece a suo dispetto:
+Tomò Rugiero e pur rimase in piede;
+Mai non fu visto un salto così netto.
+Ora presto si volta e Grifon vede,
+Che per farlo morir non stava a bada:
+Rotta la lancia, avea tratta la spada.
+
+Ma Rugier se voltò con molta fretta,
+Cridando: - Tu sei morto, traditore! -
+Grifone il falso ponto non lo aspetta,
+Come colui che vile era di core.
+Ove è più folta la battaglia e stretta,
+In quella parte volta il corridore;
+Tra gente e gente e tra l'arme se caccia,
+Né può soffrir veder Rugiero in faccia.
+
+Questo altro il segue a piede, minacciando
+Che lo farà morir come ribaldo;
+E quel fuggendo, e questo seguitando,
+Gionsero al loco dove era Ranaldo,
+Quale avea fatto tal menar del brando,
+Che 'l campo correa tutto a sangue caldo.
+Parea di sangue il campo una marina:
+Veduta non fu mai tanta ruina.
+
+Grifon cridava: - Aiutame per Dio!
+Aiutame per Dio! ché più non posso;
+Ché questo saracin malvaggio e rio
+Per tradimento a morte me ha percosso. -
+Quando Ranaldo quella voce odìo,
+Voltò Baiardo e subito fu mosso
+Per urtarsi a Rugiero a corso pieno;
+Ma, veggendolo a piè, ritenne il freno.
+
+Sappiati che il destrier del paladino
+Era rimaso là dove discese.
+Là presso sopra il campo era Turpino
+Che da' Pagani un pezzo se diffese;
+Essendo a quel destrier dunque vicino,
+A lui se accosta e per la briglia il prese;
+E destramente ne lo arcion salito
+Ritorna alla battaglia il prete ardito.
+
+Rugiero adunque, come ebbi a contare,
+Se ritrovava a piedi in su quel piano.
+Fuggito è via Grifone e non appare,
+E lui affronta il sir di Montealbano;
+Il qual nol volse con Baiardo urtare,
+Però che ad esso parve atto villano,
+Ma de arcion salta alla campagna aperta
+Col scudo in braccio e con la sua Fusberta.
+
+Tra lor se cominciò zuffa sì brava,
+Che ogni om per meraviglia stava muto;
+Né già Ranaldo stracco si mostrava,
+Benché abbia combattuto il giorno tuto;
+E l'uno e l'altro a tal furia menava,
+Che meraviglia è che non sia destruto.
+Non che il scudo a ciascuno e l'elmo grosso,
+Ma un monte a quei gran colpi serìa mosso.
+
+Durando aspra e crudel quella contesa,
+Ecco Agramante ariva a la battaglia,
+Che caccia e Cristïani alla distesa,
+Come fa il foco posto ne la paglia.
+Re Carlo e' nostri non pôn far diffesa,
+Tanta è la folta di quella canaglia,
+Che sembra un fiume grosso che trabocca:
+Per un de' nostri, cento e più ne tocca.
+
+Avanti a gli altri el re di Garamanta,
+Io dico il dispietato Martasino,
+Qual vien cridando, a gran voce se vanta
+Di prender vivo il figlio de Pipino.
+Tanto è il romore e la gente cotanta,
+Che il campo trema per ogni confino,
+E tale è il saettar fuor di misura,
+Che al nivolo de' dardi il cel se oscura.
+
+La gente nostra fugge in ogni lato,
+E quella che se arresta riman morta.
+Quivi è Sobrino, il vecchio disperato,
+Che per insegna il foco a l'elmo porta;
+E Balifronte, in su un gambelo armato,
+Taglia a due mano ed ha la spada torta;
+E Barigano e Alzirdo e Dardinello
+Ciascun de' Cristïan fa più macello.
+
+Oh! chi vedesse in faccia il re Carlone
+Guardare il cielo e non parlar nïente:
+E sassi mossi avria a compassïone,
+Veggendol lacrimar sì rottamente.
+- Campati voi, - diceva al duca Amone
+- Campati, Naimo e Gano, il mio parente,
+Campati tutti quanti, e me lassati,
+Ché qua voglio io purgare e mei peccati.
+
+Se a Dio, che è mio segnor, piace ch'io mora,
+Fia il suo volere, io sono apparecchiato;
+Ma questa è sol la doglia che mi accora,
+Che perir veggio il popul battezato
+Per man di gente che Macone adora.
+O re del celo, mio segnor beato,
+Se il fallir nostro a vendicar ti mena,
+Fa che io sol pèra e sol porti la pena. -
+
+Ciascun di quei baron che Carlo ascolta,
+Piangono anco essi e risponder non sano.
+Già la schiera reale in fuga è volta,
+E boni e tristi in frotta se ne vano.
+La folta grande è già tutta ricolta
+Ove Rugiero e 'l sir de Montealbano
+Facean battaglia sì feroce e dura,
+Che de questi altri alcun de lor non cura.
+
+Ma tanto è la ruina e il gran disvario
+Di quella gente, e chi fugge e chi caccia,
+Chi cade avanti, e chi per il contrario,
+E chi da un lato e chi d'altro tramaccia;
+Onde a que' dui baron fu necessario
+Spartir la zuffa, e sì grande la traccia
+Gli urtava adosso e tanta la zinia,
+Che alcun di lor non sa dove si sia.
+
+Partito l'un da l'altro e a forza ispento,
+Ché una gran frotta a lor percosse in mezo,
+Rimase ciascun de essi mal contento,
+Che non si discernia chi avesse el pezo;
+Ma pur Ranaldo è quel dal gran lamento,
+Dicendo: - O Dio del cel, ch'è quel ch'io vezo?
+La nostra gente fugge in abandono,
+Ed io che posso far che a piedi sono? -
+
+Così dicendo se pone a cercare,
+E vede il suo Baiardo avanti poco.
+A lui se accosta, e, volendo montare,
+Il destrier volta e fugge di quel loco.
+Ranaldo si voleva disperare
+Dicendo: - Adesso è ben tempo da gioco!
+Deh sta, ti dico, bestia maledetta! -
+Baiardo pur va inanti e non lo aspetta.
+
+E lui, pur seguitando il suo destriero,
+Se fu condutto entro una selva scura,
+Onde lasciarlo un pezo è di mestiero,
+Ch'egli incontrò in quel loco alta ventura.
+Ora torno a contarvi di Rugiero,
+Qual pure è a piedi in su quella pianura,
+E ben se augura indarno il suo Frontino:
+Eccoti avanti a lui passa Turpino.
+
+Turpino era montato a quel ronzone,
+Ché il suo tra' Saracini avea smarito,
+Come io contai alor quando Grifone
+Ne le spalle a Rugiero avea ferito;
+Or correndo venìa per un vallone.
+Quando lo vidde il giovanetto ardito,
+Dico Rugiero avanti a sé lo vide,
+Non dimandar se de allegrezza ride.
+
+E così a piede se il pone a seguire
+Cridando: - Aspetta, ché il cavallo è mio! -
+E il bon Turpin, che vede ogni om fuggire,
+Non avea de aspettarlo alcun desio;
+Ma per la pressa avanti non può gire,
+Tanta è la folta di quel popul rio;
+Sì sono e nostri stretti e inviluppati,
+Che forza fo a fuggir da l'un de' lati.
+
+Fugge Turpino, e Rugiero a le spalle,
+Sin che condotti fôrno a un stretto passo,
+Ove tra duo colletti era una valle;
+La giù cade Turpino a gran fraccasso.
+Rugiero a meza costa per un calle
+Vide il prete caduto al fondo basso,
+Ove l'acqua e il pantano a ponto chiude;
+Embragato era quello alla palude.
+
+Rugier ridendo del poggio discese
+E il vescovo aiutò, che se anegava.
+Poi che for l'ebbe tratto, il caval prese;
+A lui davante quello appresentava,
+E proferiva con parlar cortese,
+Che lo prendesse, se gli bisognava.
+- Se Dio me aiuti, - disse a lui Turpino
+- Tu non nascesti mai di Saracino.
+
+Né credo mai che tanta cortesia
+Potesse dar natura ad un Pagano:
+Prendi il destriero e vanne alla tua via:
+Se lo togliessi, ben serìa villano! -
+Così gli disse, e poi si dispartia
+Correndo a piedi, e ritornò nel piano,
+E trovò un Saracin fuor di sentiero:
+Tagliolli il capo e prese il suo destriero.
+
+E tanto corse, che gionse la traccia
+De' Cristiani che ogniom fuggia più forte;
+Non ve si vede chi diffesa faccia:
+Chi non puotè fuggire, ebbe la morte.
+Sei giorni e notti sempre ebber la caccia
+Sino a Parigi, e sino in su le porte
+Occisa fo la gente sbigotita:
+Maggior sconfitta mai non fu sentita.
+
+Tra' Cristïani sol Danese Ogiero
+Fe' gran prodezze, la persona degna,
+Ché di quel stormo periglioso e fiero
+Riportò salva la reale insegna.
+Preso rimase il marchese Oliviero,
+Ottone ancor, che tra gli Anglesi regna,
+Re Desiderio e lo re Salamone,
+Duca Ricardo fo seco pregione.
+
+De gli altri che fôr presi e che fôr morti
+Non se potria contar la quantitate,
+Cotanti campïon valenti e forti
+Fôr presi, o posti al taglio de le spate.
+Chi contarebbe e pianti e' disconforti,
+Che a Parigi eran dentro alla cittate?
+Ciascadun crede e dice lacrimando
+Che gli è morto Ranaldo e il conte Orlando.
+
+Fanciulli e vecchi e dame tutte quante
+La notte fier' la guardia a' muri intorno;
+Ma de Parigi più non dico avante.
+Torno a Rugiero, il giovanetto adorno,
+Qual gionse al loco dove Bradamante
+La gran battaglia avea fatta quel giorno
+Con Rodamonte, come io vi contai;
+Non so se vi ricorda ove io lasciai.
+
+Nel libro che più giorni è già compito,
+Narrai questa gran zuffa, e come il conte
+Rimaso era de un colpo tramortito,
+Quando percosso fo da Rodamonte;
+E come stando ad estremo partito,
+Quella donzella, fior di Chiaramonte,
+Io dico Bradamante la signora,
+Fece la zuffa che io contava alora.
+
+Da poi se dipartitte il paladino,
+Ed incontrolli ciò che io vi ebbi a dire;
+Tra Bradamante adunque e il Saracino
+Rimase la battaglia a diffinire.
+Non stava alcuno a quel loco vicino,
+Né vi era chi potesse dipartire
+L'aspra contesa e il grande assalto e fiero,
+Sin che vi gionse il giovane Rugiero.
+
+Gionto sopra a quel colle il giovanetto
+Vista ebbe la battaglia giù nel fondo,
+E fermosse a mirarla per diletto,
+Ché assalto non fu mai sì furibondo;
+Perocché chi in quel tempo avesse eletto
+Un par de bon guerreri in tutto il mondo,
+Non l'avria avuto più compiuto a pieno
+Che Bradamante e il figliol de Ulïeno.
+
+E ben ne dimostrarno esperïenza
+A quel che han fatto e quel che fanno ancora;
+Par che la zuffa pur mo si comenza,
+Sì frescamente ciascadun lavora,
+E se quel coglie, questo non va senza.
+Da un colpo a l'altro mai non è dimora,
+E nel colpir fan foco e tal fiammelle,
+Che par che il lampo gionga nelle stelle.
+
+Rugiero alcun de' duo non cognoscia,
+Ché mai non gli avea visti in altro loco,
+Ma entrambi li lodava, e discernia
+Che tra lor di vantaggio era assai poco.
+Mirando l'aspre offese ben vedia
+Cotal battaglia non esser da gioco,
+Ma che è tra Saracino e Cristïano,
+Onde discese subito nel piano.
+
+- Se alcun de voi - disse egli - adora Cristo,
+Fermesi un poco e intenda quel ch'io parlo,
+Ché annunzio gli darò dolente e tristo:
+Sconfitto al tutto è il campo del re Carlo,
+Ciò ch'io vi dico, con questi occhi ho visto.
+Onde, se alcun volesse seguitarlo,
+A far lunga dimora non bisogna,
+Ché alle confine è forse di Guascogna. -
+
+Quando la dama intese così dire,
+Dal fren per doglia abandonò la mano,
+E tutta in faccia se ebbe a scolorire,
+Dicendo a Rodamonte: - Bel germano,
+Questo che io chiedo, non me lo disdire:
+Lascia che io segua il mio segnor soprano,
+Tanto che a quello io me ritrovi apresso,
+Ché il mio volere è di morir con esso. -
+
+Diceva Rodamonte borbottando:
+- A risponderti presto, io nol vo' fare.
+Io stava alla battaglia con Orlando:
+Tu te togliesti tal rogna a grattare.
+Di qua non andarai mai, se non quando
+Io stia così che io nol possa vetare:
+Onde, se vôi che 'l tuo partir sia corto,
+Fa che me getti in questo prato morto. -
+
+Quando Rugier cotal parlare intese,
+Di prender questa zuffa ebbe gran voglia,
+E Rodamonte in tal modo riprese
+Dicendo: - Esser non può ch'io non me doglia,
+Se io trovo gentil omo discortese,
+Però che bene è un ramo senza foglia,
+Fiume senza onda e casa senza via
+La gentilezza senza cortesia. -
+
+A Bradamante poi disse: - Barone,
+Ove ti piace ormai rivolgi il freno,
+E se costui vorà pur questïone,
+De la battaglia non gli verrò meno. -
+La dama se partì senza tenzone,
+E Rodamonte disse: - Io vedo a pieno
+Che medico debbi esser naturale,
+Da poi che a posta vai cercando il male.
+
+Or te diffendi, paccio da catena,
+Da poi che per altrui morir te piace. -
+Non minaccia Rugier, ma crida e mena,
+E l'altro a lui ritocca e già non tace.
+Ciascun di questi è fiero e di gran lena,
+Onde battaglia orrenda e pertinace
+Ed altre belle cose dir vi voglio,
+Se piace a Dio ch'io segua come io soglio.
+
+Canto quinto
+
+Còlti ho diversi fiori alla verdura,
+Azuri, gialli, candidi e vermigli;
+Fatto ho di vaghe erbette una mistura,
+Garofili e vïole e rose e zigli:
+Traggasi avanti chi de odore ha cura,
+E ciò che più gli piace, quel se pigli;
+A cui diletta il ziglio, a cui la rosa,
+Ed a cui questa, a cui quella altra cosa.
+
+Però diversamente il mio verziero
+De amore e de battaglia ho già piantato:
+Piace la guerra a l'animo più fiero,
+Lo amore al cor gentile e delicato.
+Or vo' seguir dove io lasciai Rugiero
+Con Rodamonte alla zuffa nel prato,
+Con sì crudeli assalti e tal tempesta,
+Che impresa non fu mai simile a questa.
+
+E' se tornarno con le spade adosso
+Gli animosi baroni a darsi morte.
+Rugier primeramente fu percosso
+Sopra del scudo a meraviglia forte,
+Che tre lame ha di ferro e quattro d'osso;
+Ma non è resistenzia che comporte:
+Di Rodamonte la stupenda forza
+Tagliò quel scudo a guisa de una scorza.
+
+Su da la testa alla ponta discende,
+Più de un terzo ne cade alla campagna;
+Rugier per prugna acerba agresto rende,
+Ne la piastra ferrata lo sparagna.
+Il scudo da la cima al fondo fende,
+Come squarciasse tela d'una aragna;
+Né a quel ni a questo l'armatura vale:
+Un'altra zuffa mai non fu cotale.
+
+E veramente morte se avrian data
+E l'uno e l'altro a sì crudo ferire,
+Ma non essendo l'ora terminata
+Né 'l tempo gionto ancora al suo morire,
+Tra lor fu la battaglia disturbata,
+Ché Bradamante gli venne a partire,
+Bradamante, la dama di valore,
+Qual dissi che seguia l'imperatore.
+
+E già bon pezzo essendo caminata,
+Né potendo sua gente ritrovare,
+La qual fuggiva a briglia abandonata,
+Ne la sua mente se pose a pensare,
+Tra sé dicendo: "O Bradamante ingrata,
+Ben discortese te puote appellare
+Quel cavallier che non sai chi se sia,
+Ed ha' gli usata tanta villania.
+
+La zuffa prese lui per mia cagione,
+E le mie spalle il suo petto diffese.
+Ma, se io vedesse quivi il re Carlone
+E le sue gente morte tutte e prese,
+Tornar mi converrebbe a quel vallone,
+Sol per vedere il cavallier cortese.
+Sono obligata a l'alto imperatore,
+Ma più sono a me stessa ed al mio onore."
+
+Così dicendo rivoltava il freno,
+E passò prestamente il monticello,
+Ove Rugiero e il figlio de Ulïeno
+Faceano alla battaglia il gran flagello.
+Come ella ariva a ponto, più né meno,
+Gionse Rugiero, il franco damigello,
+Un colpo a Rodamonte a tal tempesta,
+Che tutta quanta gli stordì la testa.
+
+Fuor di se stesso in su lo arcion si stava
+E caddeli di mano il brando al prato;
+Rugier alora adietro se tirava,
+Ché a cotale atto non l'avria toccato;
+E Bradamante, che questo mirava,
+Dicea: - Ben drittamente aggio io lodato
+Di cortesia costui nel mio pensiero;
+Ma che io il cognosca, al tutto è di mestiero. -
+
+E come gionta fo gioso nel piano,
+Alta da l'elmo si levò la vista,
+E voltata a Rugier con atto umano
+Disse: - Accetta una escusa, a benché trista,
+De lo atto ch'io te usai tanto villano;
+Ma spesso per error biasmo se acquista:
+E certo che io commessi questo errore
+Per voglia di seguire il mio segnore.
+
+Non me ne avidi alora se non quando
+Fu la doglia e il furor de me partito;
+Ora in gran dono e grazia te adimando
+Che questo assalto sia per me finito. -
+Mentre che così stava ragionando,
+E Rodamonte si fo risentito,
+Qual, veggendosi gionto a cotale atto,
+Quasi per gran dolor divenne matto.
+
+Non se trovando ne la mano il brando,
+Che, com'io dissi, al prato era caduto,
+Il celo e la fortuna biastemando
+Là dove era Rugier ne fu venuto.
+Con gli occhi bassi a la terra mirando,
+Disse: - Ben chiaramente aggio veduto
+Che cavallier non è di te migliore,
+Né teco aver potrebbi alcun onore.
+
+Se tal ventura ben fosse la mia,
+Ch'io te vincessi il campo alla battaglia,
+Non sono io vinto già di cortesia?
+Né mia prodezza più vale una paglia.
+Rimanti adunque, ch'io me ne vo via,
+E sempre, quanto io possa e quanto io vaglia,
+Di me fa il tuo parere in ogni banda,
+Come il maggiore al suo minor comanda. -
+
+Senza aspettar risposta via fu tolto,
+In men che non se coce a magro il cavolo;
+Il brando su dal prato avea racolto,
+Il brando qual già fo de suo bisavolo.
+In poco de ora longi era già molto,
+Ché sì camina che sembra un dïavolo;
+Né mai se riposò quel disperato
+Sin che la notte al campo fu arivato.
+
+Rimase Bradamante con Rugiero,
+Dapoi che il re di Sarza fie' partenza,
+E la donzella avea tutto il pensiero
+A prender di costui la cognoscenza.
+Ma non trovando ben dritto sentiero
+Né via di ragionar di tale essenza,
+Temendo che non fosse a lui disgrato,
+Senza più dimandar prese combiato.
+
+Disse Rugiero, il giovane cortese:
+- Che vadi solo, io nol comportaria.
+Di Barbari è già pien tutto il paese,
+Che assaliranno in più lochi la via.
+Da tanti non potresti aver diffese:
+Ma sempre serò teco in compagnia;
+Via passaren, quand'io sia cognosciuto,
+Se non, coi brandi ce daremo aiuto. -
+
+Piacque alla dama il proferire umano,
+E così insieme presero il camino,
+Ed essa cominciò ben da lontano
+Più cose a ragionar col paladino;
+E tanto lo menò di colle in piano,
+Che gionse ultimamente al suo destino,
+Chiedendo dolcemente e in cortesia
+Che dir gli piaccia de che gente sia.
+
+Rugiero incominciò, dal primo sdegno
+Che ebbero e Greci, la prima cagione
+Che adusse in guerra l'uno e l'altro regno,
+Quel de Priamo e quel di Agamenòne;
+E 'l tradimento del caval di legno,
+Come il condusse il perfido Sinone,
+E dopo molte angoscie e molti affanni
+Fo Troia presa ed arsa con inganni.
+
+E come e Greci poi sol per sua boria
+Fierno un pensier spietato ed inumano,
+Tra lor deliberando che memoria
+Non se trovasse del sangue troiano.
+Usando crudelmente la vittoria,
+Tutti e pregion scanarno a mano a mano,
+Ed avanti a la matre per più pena
+Ferno svenar la bella Polissena.
+
+E cercando Astianatte in ogni parte,
+Che era di Ettorre un figlio piccolino,
+La matre lo scampò con cotale arte:
+Che in braccio prese un altro fanciullino,
+E fuggette con esso a la disparte.
+Cercando i Greci per ogni confino,
+La ritrovarno col fanciullo in braccio,
+E a l'uno e a l'altro dier di morte spaccio.
+
+Ma il vero figlio, Astïanatte dico,
+Era nascoso in una sepoltura,
+Sotto ad un sasso grande e molto antico,
+Posto nel mezo de una selva oscura.
+Seco era un cavallier del patre amico,
+Che se pose con esso in aventura,
+Passando il mare; e de uno in altro loco
+Pervenne in fine alla Isola del Foco.
+
+Così Sicilia se appellava avante,
+Per la fiamma che getta Mongibello.
+Or crebbe il giovanetto, ed aiutante
+Fu di persona a meraviglia e bello;
+E in poco tempo fie' prodezze tante,
+Che Argo e Corinto pose in gran flagello;
+Ma fu nel fine occiso a modo tristo
+Da un falso Greco, nominato Egisto.
+
+Ma prima che morisse, ebbe a Misina
+(De la qual terra lui n'era segnore)
+Una dama gentile e pellegrina,
+Che la vinse in battaglia per amore.
+Costei de Saragosa era regina,
+Ed un gigante chiamato Agranore,
+Re de Agrigento, la oltraggiava a torto;
+Ma da Astianatte fu nel campo morto.
+
+Prese per moglie poscia la donzella,
+E fece contra e Greci il suo passaggio,
+Insin che Egisto, la persona fella,
+Lo occise a tradimento in quel rivaggio.
+Non era gionta ancora la novella
+De la sconfitta e di tanto dannaggio,
+Che e Greci con potente e grande armata
+Ebber Misina intorno assedïata.
+
+Gravida era la dama de sei mesi,
+Quando alla terra fu posto lo assedio,
+Ma a patti se renderno e Misinesi,
+Per non soffrir di guerra tanto tedio.
+Poco o nïente valse essersi resi,
+Ché tutti morti fôr senza rimedio,
+Poi che promesso a' Greci avean per patto
+Dar loro la dama, e non l'aveano fatto.
+
+Ma essa, quella notte, sola sola
+Sopra ad una barchetta piccolina
+Passò nel stretto, ove è l'onda che vola
+E fa tremare e monti alla ruina;
+Né si potrebbe odire una parola,
+Tant'alto è quel furor de la marina;
+Ma la dama, vargando come un vento,
+A Regio se ricolse a salvamento.
+
+E Greci la seguirno, e a lor non valse
+Pigliar la volta che è senza periglio,
+Perché un'aspra fortuna a l'onde salse
+Sumerse ed ispezzò tutto il naviglio,
+E fôr punite le sue voglie false.
+Ora la dama a tempo ebbe un bel figlio,
+Che rilucente e bionde avia le chiome,
+Chiamato Polidoro a dritto nome.
+
+Di questo Polidoro un Polidante
+Nacque da poi, e Flovïan di quello.
+Questo di Roma si fece abitante
+Ed ebbe duo filioli, ogniun più bello,
+L'un Clodovaco, l'altro fu Constante,
+E fu diviso quel sangue gemello;
+Due geste illustre da questo discesero,
+Che poi con tempo molta fama apresero.
+
+Da Constante discese Costantino,
+Poi Fiovo e 'l re Fiorello, il campïone,
+E Fioravante e giù sino a Pipino,
+Regal stirpe di Francia, e il re Carlone.
+E fu l'altro lignaggio anco più fino:
+Di Clodovaco scese Gianbarone,
+E di questo Rugier, paladin novo,
+E sua gentil ischiatta insino a Bovo.
+
+Poi se partitte di questa colona
+La nobil gesta, in due parte divisa;
+Ed una di esse rimase in Antona,
+E l'altra a Regio, che se noma Risa.
+Questa citade, come se ragiona,
+Se resse a bon governo e bona guisa,
+Sin che il duca Rampaldo e' soi figlioli
+A tradimento fôr morti con dôli.
+
+La voglia di Beltramo traditore
+Contra del patre se fece rubella;
+E questo fu per scelerato amore
+Che egli avea posto alla Galacïella;
+Quando Agolante con tanto furore,
+Con tanti armati in nave e ne la sella,
+Coperse sì di gente insino in Puglia,
+Che al vòto non capea ponto de aguglia.
+
+Così parlava verso Bradamante
+Rugier, narrando ben tutta la istoria,
+Ed oltra a questo ancor seguiva avante,
+Dicendo: - Ciò non toglio a vanagloria,
+Ma de altra stirpe di prodezze tante,
+Che sia nel mondo, non se ne ha memoria;
+E, come se ragiona per il vero,
+Sono io di questi e nacqui di Rugiero.
+
+Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio
+Che avesse cotal nome fu secondo;
+Ma fu tra gli altri di virtute un raggio,
+De ogni prodezza più compiuto a tondo.
+Morto fu poscia con estremo oltraggio,
+Né maggior tradimento vidde il mondo,
+Perché Beltramo, il perfido inumano,
+Traditte il patre e il suo franco germano.
+
+Risa la terra andò tutta a ruina,
+Arse le case, e fu morta la gente;
+La moglie di Rugier, trista, tapina,
+Galacïella, dico, la valente,
+Se pose disperata alla marina,
+E gionta sendo al termine dolente
+Che più il fanciullo in corpo non si porta,
+Me parturitte, e lei rimase morta.
+
+Quindi mi prese un negromante antico,
+Qual di medolle de leoni e nerbi
+Sol me nutritte, e vero è quel ch'io dico.
+Lui con incanti orribili ed acerbi
+Andava intorno a quel diserto ostìco,
+Pigliando serpe e draghi più superbi,
+E tutti gli inchiudeva a una serraglia;
+Poi me ponea con quelli alla battaglia.
+
+Vero è che prima ei gli cacciava il foco
+E tutti e denti fuor de la mascella:
+Questo fo il mio diletto e il primo gioco
+Che io presi in quell'etate tenerella;
+Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco,
+Non me volse tenir più chiuso in cella,
+E per l'aspre foreste e solitarie
+Me conducea, tra bestie orrende e varie.
+
+Là me facea seguir sempre la traccia
+Di fiere istrane e diversi animali;
+E mi ricorda già che io presi in caccia
+Grifoni e pegasei, benché abbiano ali.
+Ma temo ormai che a te forse non spiaccia
+Sì lunga diceria de tanti mali:
+E, per satisfar tosto a tua richiesta,
+Rugier sono io; da Troia è la mia gesta. -
+
+Non avea tratto Bradamante un fiato,
+Mentre che ragionava a lei Rugiero,
+E mille volte lo avea riguardato
+Giù dalle staffe fin suso al cimero;
+E tanto gli parea bene intagliato,
+Che ad altra cosa non avea il pensiero:
+Ma disiava più vederli il viso
+Che di vedere aperto il paradiso.
+
+E stando così tacita e sospesa,
+Rugier sogionse a lei: - Franco barone,
+Volentier saprebbi io, se non ti pesa,
+Il nome tuo e la tua nazïone. -
+E la donzella, che è d'amore accesa,
+Rispose ad esso con questo sermone:
+- Così vedestù il cor, che tu non vedi,
+Come io ti mostrarò quel che mi chiedi.
+
+Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana.
+Non so se sai di tal gesta nïente,
+Ma di Ranaldo la fama soprana
+Potrebbe essere agionta a vostra gente.
+A quel Ranaldo son sôra germana;
+E perché tu mi creda veramente,
+Mostrarotti la faccia manifesta -;
+E così lo elmo a sé trasse di testa.
+
+Nel trar de l'elmo si sciolse la treccia,
+Che era de color d'oro allo splendore.
+Avea il suo viso una delicateccia
+Mescolata di ardire e de vigore;
+E' labri, il naso, e' cigli e ogni fateccia
+Parean depenti per la man de Amore,
+Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo,
+Che dir non pôssi, ed io non lo descrivo.
+
+Ne lo apparir dello angelico aspetto
+Rugier rimase vinto e sbigotito,
+E sentissi tremare il core in petto,
+Parendo a lui di foco esser ferito.
+Non sa pur che si fare il giovanetto:
+Non era apena di parlare ardito.
+Con l'elmo in testa non l'avea temuta,
+Smarito è mo che in faccia l'ha veduta.
+
+Essa poi cominciò: - Deh bel segnore!
+Piacciavi compiacermi solo in questo,
+Se a dama alcuna mai portasti amore,
+Ch'io veda il vostro viso manifesto. -
+Così parlando odirno un gran rumore;
+Disse Rugiero: - Ah Dio! Che serà questo? -
+Presto se volta e vede gente armata,
+Che vien correndo a lor per quella strata.
+
+Questi era Pinadoro e Martasino,
+Daniforte e Mordante e Barigano,
+Che avean posto uno aguato in quel confino
+Per pigliar quei che in rotta se ne vano.
+Come gli vidde il franco paladino,
+Verso di lor parlando alciò la mano,
+E disse: - Stati saldi in su il sentiero!
+Non passati più avanti! Io son Rugiero. -
+
+In ver da la più parte e' non fu inteso,
+Perché cridando uscia de la foresta.
+E Martasin, che sempre è de ira acceso,
+Subito gionse e parve una tempesta.
+A Bradamante se ne va disteso,
+E ferilla aspramente nella testa;
+Non avea elmo la meschina dama,
+Ma sol guardando al celo aiuto chiama.
+
+Alciando il scudo il capo se coperse,
+Ché non volse fuggir la dama vaga.
+Re Martasino a quel colpo lo aperse,
+E fece in cima al capo una gran piaga.
+Già Bradamante lo animo non perse,
+E riscaldata a guisa d'una draga
+Ferisce a Martasin di tutta possa;
+Ma Rugier gionse anch'esso alla riscossa.
+
+E Daniforte cridava: - Non fare!
+Non far, Rugier, ché quello è Martasino! -
+Già Barigano non stette a cridare,
+Ché odio portava occulto al paladino,
+Ed avea voglia di se vendicare,
+Però che un Bardulasto, suo cugino,
+Fo per man di Rugier di vita spento;
+Ma lui lo avea ferito a tradimento.
+
+Se vi racorda, e' fu quando il torniero
+Se fece sotto al monte di Carena.
+Scordato a voi debbe esser de legiero,
+Ché io che lo scrissi, lo ramento apena.
+Ora, tornando Barigano il fiero,
+Sopra a Rugiero un colpo a due man mena;
+Sopra la testa a lui mena a due mano,
+E ben credette di mandarlo al piano.
+
+Ma il giovanetto, che ha soperchia possa,
+Non se mosse per questo dello arcione;
+Anci, adirato per quella percossa,
+Tornò più fiero, a guisa di leone.
+Già Bradamante alquanto era rimossa
+Larga da loro; e, stracciato un pennone
+Di certa lancia rotta alla foresta,
+Con fretta avea legata a sé la testa.
+
+L'elmo alacciato e posta la barbuta,
+Tornò alla zuffa con la spada in mano.
+La ardita dama aponto era venuta
+Quando a Rugier percosse Barigano.
+Lei speronando de arivar se aiuta,
+E gionse un colpo a quel falso pagano;
+Non par che piastra, o scudo, o maglia vaglia:
+A un tratto tutte le sbaraglia e taglia.
+
+Rugiero aponto si era rivoltato
+Per vendicar lo oltraggio ricevuto,
+E vidde il colpo tanto smisurato,
+Che de una dama non l'avria creduto.
+Barigano in duo pezzi era nel prato,
+Né a tempo furno gli altri a darli aiuto,
+A benché incontinente e destrier ponsero;
+Ma, come io dico, a tempo non vi gionsero.
+
+Onde adirati, per farne vendetta
+Contra alla dama tutti se adricciarno.
+Rugier de un salto in mezo a lor se getta
+Per dipartir la zuffa, a benché indarno;
+Non val che parli, o che in mezo se metta,
+E Martasino e Pinador cridarno:
+- Tu te farai, Rugier, qua poco onore:
+Contra Agramante èi fatto traditore. -
+
+Come quella parola e oltraggio intese
+Il giovanetto, non trovava loco,
+E sì nel core e nel viso se accese,
+Che sfavillava gli occhi come un foco;
+E messe un crido: - Gente discortese,
+Lo esser cotanti vi giovarà poco.
+Traditor sete voi; io non sono esso,
+E mostrarò la prova adesso adesso. -
+
+Tra le parole il giovane adirato
+Urta il destriero adosso a Pinadoro.
+Or vedereti il campo insanguinato,
+E de duo cori arditi il bel lavoro.
+Chi gli assalta davanti e chi da lato,
+Ché molta gente avean seco coloro;
+Dico gli cinque re, de che io contai,
+Avean con seco gente armata assai.
+
+De' suoi scuderi in tutto da cinquanta
+Avean seco costoro in compagnia.
+El resto di sua gente, ch'è cotanta,
+Era rimaso adietro per la via;
+Ma se qui ancora fosse tutta quanta,
+Già Bradamante non ne temeria;
+Mostrar vôle a Rugier che cotanto ama,
+Che sua prodezza è assai più che la fama.
+
+Né già Rugiero avia voglia minore
+Di far vedere a quella damigella
+Se ponto avea di possa o di valore,
+E lampeggiava al cor come una stella.
+Ragione, animo ardito e insieme amore
+L'un più che l'altro dentro lo martella;
+E la dama, ferita a tanto torto,
+L'avrebbe ad ira mosso essendo morto.
+
+Dunque adirato, come io dissi avante,
+Se adriccia a Pinadoro il paladino;
+Né più lenta se mosse Bradamante,
+Che fuor de gli altri ha scorto Martasino.
+Ma questo canto non serìa bastante
+Per dir ciò che fu fatto in quel confino,
+Onde io riservo al resto il fatto tutto,
+Se Dio ce dona, come suole, aiutto.
+
+Canto sesto
+
+Segnor, se alcun di voi sente de amore,
+Pensati che battaglia avranno a fare
+Que' duo, che insieme agionto aveano il core,
+Né volevan l'un l'altro abandonare.
+La fulmina del cel con suo furore
+Non gli potrebbe a forza separare;
+Né spietata fortuna e non la morte
+Può disgiongere amor cotanto forte.
+
+Come io contava, il nobile Rugiero
+Sopra de Pinador forte martella;
+L'elmo gli ruppe e spennacchiò il cimiero:
+Quasi a quel colpo lo trasse di sella.
+Da l'altra parte Martasino il fiero
+Non avantaggia ponto la donzella,
+La qual sempre cridava: - Ascolta! ascolta!
+Non me trovi senza elmo a questa volta. -
+
+Così dicendo a duo man l'ha ferito
+De un colpo tanto orrendo e smisurato,
+Che sopra de lo arcion è tramortito:
+E veramente lo mandava al prato,
+Ma in quel Mordante, il saracino ardito,
+Correndo alla donzella urtò da lato,
+Ferendola a duo man de un roversone
+Che fu per trarla fuora de lo arcione.
+
+Ma Rugier presto venne ad aiutare,
+Lasciando Pinador che aveva avante;
+Però che, benché assai abbia da fare,
+Sempre voltava gli occhi a Bradamante.
+Or sembra il giovanetto un vento in mare:
+Spezza in due parte il scudo di Mordante,
+Taglia le piastre e usbergo tutto netto,
+Ed anco alquanto lo ferì nel petto.
+
+Ma Pinadoro, che lo avea seguito,
+Percosse a mezo il collo il paladino,
+E tagliò la gorziera più de un dito:
+Tenne il camaglio el brando, ché era fino.
+Non si spaventa il giovanetto ardito:
+Tondo de un salto rivoltò Frontino,
+E mena a Pinadoro in su la testa;
+E Martasino a lui, che già non resta.
+
+Mentre che questa zuffa se scompiglia,
+Daniforte se afronta e viene in tresca
+Con circa a trenta della sua famiglia,
+Con targhe e lancie armati alla moresca.
+Bradamante ver loro alciò le ciglia:
+Come starà cotal canaglia fresca,
+Che armati son di sàmito e di tela!
+Oh che squarcioni andran per l'aria a vela!
+
+Urta tra lor la dama e il brando mena,
+E gionse un moro in su un gianetto bianco,
+Che coda e chioma avia tinto de alchena;
+Lei tagliò il nero dalla spalla al fianco.
+Non era a terra quel caduto apena,
+Che afronta uno Arbo, e fece più ni manco;
+La spada adosso in quel modo gli calla,
+Sì che il partì dal fianco in su la spalla.
+
+Quasi che insieme tutti ebber la morte;
+Chi qua chi là per el campo cascava,
+E quando il primo bussava alle porte
+Giù dello inferno, lo ultimo arivava.
+Più fiate la assalitte Daniforte;
+Ma, come Bradamante a lui voltava,
+Quel fugge e sguincia, e ponto non aspetta,
+E torna e volta, e sembra una saetta.
+
+Egli avea sotto una iumenta mora,
+Di pel di ratta, con la testa nera,
+Che in su la terra mai non se dimora
+Con tutti e piedi, tanto era legiera.
+Vero è che in dosso avia poche arme ancora,
+Ché non portava usbergo né lamiera:
+La tòcca ha in testa, e la lancia e la targa,
+E cinta al petto una spadazza larga.
+
+Armato come io dico, il saracino
+Tenea sovente la dama aticciata;
+Or corre, e volta poi che gli è vicino,
+Or da traverso mena una lanciata.
+Ecco la dama ha visto Martasino,
+Che al suo Rugier ferisce della spata:
+Di dietro il tocca, sopra delle spalle,
+E ben si crede di mandarlo a valle.
+
+Ma Bradamante vi gionse a quel ponto
+Che Rugiero ebbe il colpo smisurato;
+Balordito era e sì come defonto
+Al col del suo destrier stava abracciato.
+Or bene a tempo è quel soccorso agionto,
+Perché certo altrimente era spacciato;
+Ma come gionse, la dama felice
+Parve un falcone entrato a le pernice.
+
+Insieme Martasino e Pinadoro
+A lei voltarno, e gionsevi Mordante
+E Daniforte, e molti altri con loro:
+Chi la tocca di dietro, e chi davante.
+Ma lei, che di prodezza era un tesoro,
+Dispreza l'altre gente tutte quante;
+Tocca sol Martasino e quel travaglia,
+Né cura il resto che de intorno abaglia.
+
+Tanto adirata è la dama valente,
+Che Martasin conduce a rio partito;
+La sua prodezza a lui giova nïente,
+Spezzato ha l'elmo e nel petto è ferito.
+Né vi giova il soccorso de altra gente;
+La dama nel suo core ha statuito
+Che ad ogni modo in questa zuffa e' mora,
+E ben col brando a cerco gli lavora.
+
+Al fin turbata e con molta tempesta
+De coprirse col scudo non ha cura,
+E ferillo a due man sopra alla testa:
+Divide il capo e parte ogni armatura.
+Quella tagliente spada non se arresta,
+Ché tutto il fende insino alla centura;
+Nel tempo che a quel modo lo divide,
+Rugier rivenne e quel bel colpo vide.
+
+Torna alla zuffa il giovanetto forte,
+Sì rosso in vista che sembrava un foco:
+Guardative, Pagan, ché el vien la morte!
+A zaro il resto, ormai non vi è più gioco.
+E ben se avide il falso Daniforte
+Che il contrastar più qua non avea loco:
+Già morto è Martasino e Barigano,
+Quaranta e più de gli altri sono al piano.
+
+Esso è rimaso e seco Pinadoro,
+Circa ad otto altri ancora, con Mordante.
+Tagliava allora il capo a un barbasoro
+La dama, e gli altri avea morti davante.
+Intanto insieme consigliâr costoro
+Che Daniforte attenda a Bradamante
+E conducala via, mostrando fuggere,
+Gli altri Rugiero attendano a destruggere.
+
+Era già gionto il giovanetto al ballo,
+E stranamente incominciò la danza,
+Ché incontrò un rebatin sopra al cavallo,
+E tutto lo partì sino alla panza.
+Non avea intorno pezzo di metallo,
+Perché era armato pure a quella usanza,
+Moresca, dico, essendo Genoese:
+Ma con la fede avea cambiato arnese.
+
+Rugier lo occise, e un altro a canto ad esso.
+Né Bradamante ancora se posava;
+Ma Daniforte occultamente apresso
+Di lei se fece e sua lancia menava.
+Là dove il sbergo alla giontura è fesso,
+Colse, ma poco dentro ve ne entrava,
+Ché forte mai non mena quel che dubita:
+La dama se voltò turbata e subita.
+
+Già Daniforte ponto non la aspetta,
+Né star con seco a fronte gli bisogna;
+Lei con li sproni il suo destriero afretta,
+Ché voglia ha di grattare a quel la rogna.
+Serìa scappato come una saetta,
+Ma non volea, quel pezzo di carogna,
+Che va trottone e lamentase ed urla,
+Mostrando stracco sol per via condurla.
+
+Gli altri a Rugiero intorno combattevano,
+Io dico Pinadoro e il re Mordante,
+Che circa a sei de' suoi ancor vi avevano,
+E di dietro il toccavano e davante,
+Usando ogni vantaggio che sapevano.
+Ma lascio loro e torno a Bradamante,
+Che dietro a Daniforte invelenita
+Lo vôl seguire a sua vita finita.
+
+E quel malvaggio spesso se rivolta,
+Aspettala vicino, e poi calcagna,
+E per un pezzo fugge alla disciolta,
+Poi va galoppo e il corso risparagna,
+Tanto che di quel loco l'ebbe tolta,
+E furno usciti fuor de la campagna,
+Che tutta è chiusa de monti de intorno,
+Ove era stata la battaglia il giorno.
+
+Il falso saracin monta a la costa
+E scende ad un bel pian da l'altro lato.
+Bradamante lo segue, ché è disposta
+Non lo lasciar se non morto o pigliato;
+E non prendendo al lungo corso sosta,
+Il suo destriero afflitto ed affannato,
+Sendo già in piano, al transito d'un fosso,
+Non potendo più andar gli cade adosso.
+
+E Daniforte, che sentì il stramaccio,
+Presto se volta, e stracco non par più,
+Dicendo: - Cristïan, di questo laccio
+Ove èi caduto, non uscirai tu. -
+Or Bradamante col sinistro braccio
+Pinse il ronzon da lato, e levò su,
+E forte crida: - Falso saracino,
+Ancor non m'hai legata al tuo domìno. -
+
+Pur Daniforte de intorno la agira,
+E de improviso spesso la assalisse;
+Or mostra de assalirla, e se ritira,
+Ed a tal modo il falso la ferisse.
+La dama gionta a l'ultimo se mira,
+E tacita parlando fra sé disse:
+"Io spargo il sangue e l'anima se parte,
+Se io non colgo costui con la sua arte."
+
+Così con seco tacita parlava,
+Mostrandosi ne gli atti sbigotita,
+Né molta finzïon gli bisognava,
+Però che in molte parte era ferita,
+E il sangue sopra l'arme rosseggiava.
+Or, mostrando cadere alla finita,
+Andar se lascia e in tal modo se porta,
+Che giuraria ciascun che fusse morta.
+
+E quel malicïoso ben se mosse,
+Ma de smontare a terra non se attenta,
+E prima con la lancia la percosse
+Per veder se de vita fusse ispenta;
+La dama lo sofferse e non se mosse,
+E quello smonta e lega la iumenta;
+Ma come Bradamante in terra il vede,
+Non par più morta e fu subito in piede.
+
+Ora non puote il pagan maledetto,
+Come suoleva, correre e fuggire;
+La dama il capo gli tagliò di netto
+E lasciòl possa a suo diletto gire.
+La ombra era grande già per quel distretto,
+E cominciava il celo ad oscurire:
+Non sa quella donzella ove se sia,
+Ché condotta era qua per strana via.
+
+Per boschi e valle, e per sassi e per spine
+Avea correndo il pagan seguitato,
+E non vedeva per quelle confine
+Abitacolo o villa in verun lato.
+Salitte sopra la iumenta in fine,
+E caminando uscitte di quel prato;
+Ferita e sola, a lume de la luna
+Abandonò la briglia alla fortuna.
+
+Lasciamo andare alquanto Bradamante,
+Poi di lei seguiremo e soa ventura,
+E ritorniamo ove io lasciai davante
+Rugier lo ardito alla battaglia dura.
+Il re di Constantina con Mordante,
+Che non han di vergogna alcuna cura,
+Gli sono intorno per farlo cadere,
+E ciascun de essi tocca a più potere.
+
+Oh chi vedesse il giovanetto ardito,
+Come a ponto divide il tempo a sesto,
+Che non ne perde nel ferire un dito!
+Or quinci or quindi tocca, or quello or questo;
+Apena par che l'uno abbia ferito,
+Che volta a l'altro, e mena così presto
+Che con minor distanzia e tempo meno
+Fulmina a un tratto e seguita il baleno.
+
+E per non vi seguir sì lunga traccia,
+La cosa presto presto vi disgroppo.
+Mordante, che assalirlo se procaccia,
+Ebbe tra questo assalto un strano intoppo:
+Fu ferito a traverso nella faccia,
+E via volò de l'elmo tutto il coppo;
+Meza la testa è ne lo elmo che vola,
+Rimase il resto al busto con la gola.
+
+Non avea fatto questo colpo apena,
+Che a Pinador voltò, che era da lato,
+E nel voltarse lo assalisce e mena;
+Ma quello era già tanto spaventato,
+Che parea un veltro uscito di catena,
+Fuggendo a tutta briglia per il prato.
+Fuggito essendo per sassi e per valle,
+Rugier gli tolse il capo dalle spalle.
+
+Era già il sole allo occidente ascoso,
+Quando finita è la battaglia dura;
+Allor guardando il giovane amoroso
+Di Bradamante cerca e di lei cura,
+Né trova nel pensiero alcun riposo.
+Per tutto a cerco è già la notte oscura:
+Veder non può colei che cotanto ama,
+Ma guarda intorno e ad alta voce chiama.
+
+Passando per costiere e per valloni,
+Trovò duo cavallieri ad un poggetto,
+E sentendo il scalpizzo de' ronzoni
+Prese alcuna speranza il giovanetto;
+Ma come a lui parlarno que' baroni,
+Che il salutarno de animo perfetto,
+Tanto cordoglio l'animo gli assale,
+Che non rispose a lor ni ben ni male.
+
+- Costui certo debbe esser un villano,
+Che avrà spogliato l'arme a qualche morto! -
+Disser que' duo; ma il giovanetto umano
+Rispose: - Veramente io ebbi il torto.
+Amor, che ha del mio cor la briglia in mano,
+Me ha da lo intendimento sì distorto,
+Che quel che esser soleva, or più non sono,
+E del mio fallo a voi chiedo perdono. -
+
+Disse un de' duo baroni: - O cavalliero,
+Se inamorato sei, non far più scusa:
+Tua gentilezza provi de legiero,
+Perché in petto villano amor non usa;
+E se di nostro aiuto hai de mestiero,
+Alcun di noi servirti non recusa. -
+Rispose a lui Rugiero: - Ora mi lagno,
+Perché ho perduto un mio caro compagno.
+
+Se lo avesti sentito indi passare,
+Mostratimi il camin per cortesia;
+Per tutto il mondo lo voglio cercare:
+Senza esso certo mai non viveria. -
+Così dicea Rugiero, e palesare
+Altro non volse, sol per zelosia;
+Però che il dolce amore in gentil petto
+Amareggiato è sempre di sospetto.
+
+Negarno e duo baroni aver sentito
+Passare alcuno intorno a quel distretto,
+E ciascadun di lor si è proferito
+De accompagnar cercando il giovanetto;
+Ed esso volentier prese lo invito,
+Ché se trovava in quel loco soletto,
+Dico in quel monte diserto e salvatico,
+Ed esso del paese era mal pratico.
+
+Tutti e tre insieme adunque cavalcando,
+Avosavano intorno spessamente,
+Per ogni loco del monte cercando
+Tutta la notte, e trovarno nïente.
+E già veniva l'alba reschiarando,
+La luce rosseggiava in orïente,
+Quando un de quei baron tutto se affisse
+Mirando il scudo de Rugiero, e disse:
+
+- Chi vi ha concessa, cavallier, licenzia
+Portar depenta al scudo quella insegna?
+Il suo principio è di tanta eccellenzia,
+Che ogni persona de essa non è degna.
+Ciò vi comportarò con pacïenzia,
+Se tal virtù nel corpo vostro regna,
+Che alla battaglia riportati lodo
+Contro di me, che l'ho acquistata e godo. -
+
+Disse Rugiero: - Ancor non mi ero accorto
+Che quella insegna è fatta come questa;
+E veramente la portati a torto,
+Se non siamo discesi de una gesta;
+Onde vi prego molto e vi conforto
+Che tal cosa facciati manifesta:
+Ove acquistasti tale insegna e come,
+E quale è vostra stirpe e vostro nome. -
+
+Disse colui: - Da parte assai lontane
+A vostra stirpe credo esser venuto;
+Tartaro sono e nacqui de Agricane,
+Mio nome ancora è poco cognosciuto.
+Per forza de arme ed aventure istrane
+In Asia conquistai questo bel scuto;
+Ma a che bisogna dare incenso a' morti?
+Chi ha più prodezza, quello scudo porti. -
+
+Rugier, poi che lo invito ebbe accettato,
+Giva il nimico a cerco rimirando:
+Vide che spata non avea a lato,
+E disse a lui: - Voi sete senza brando:
+Come faremo, ché io non sono usato
+Giocare a pugni? E però vi adimando
+Quale esser debba la contesa nostra:
+Brando non vi è né lancia per far giostra. -
+
+Rispose il cavallier: - Mai non vien manco
+Fortuna de arme a franco campïone;
+Le vostre acquistarò, se io non mi stanco:
+Acquistar le voglio io con un bastone.
+Portar non posso brando alcuno al fianco,
+Se io non abatto il figlio di Melone,
+Però che Orlando, la anima soprana,
+Tien la mia spata, detta Durindana. -
+
+L'altro compagno di quel cavalliero
+(Che era Gradasso, ed esso è Mandricardo)
+Presto rispose: - E' vi falla il pensiero,
+Perché quel brando del conte gagliardo
+Sì non acquistareti de legiero,
+Ché gionto seti a tale impresa tardo,
+E serìa vostra causa disonesta:
+Prima di voi io venni a questa inchiesta.
+
+Cento cinquanta millia combattanti
+Condussi in Francia fin de Sericana;
+Tante pene soffersi, affanni tanti,
+Per acquistare il brando Durindana!
+Par che il mercato sii fatto a contanti,
+Così faceti voi la cosa piana;
+Ma prima che il pensier vostro se adempia,
+Farò scadervi l'una e l'altra tempia.
+
+Né vi crediati senza mia contesa
+Aver per zanze quel brando onorato. -
+E Mandricardo di collera accesa
+Disse: - Io so che di zanze è bon mercato:
+Or vi aconciati e prendeti diffesa. -
+Così dicendo ad uno olmo in quel prato
+Un grosso tronco tra le rame scaglia,
+E quel sfrondando viene alla battaglia.
+
+Gradasso il brando pose anco esso in terra,
+E spiccò presto un bel fusto di pino;
+L'un più che l'altro gran colpi disserra
+E fuor de l'arme scuoteno il polvino.
+Stava Rugiero a remirar tal guerra
+E scoppiava de riso il paladino,
+Dicendo: - A benché io non veda chi màsini,
+Quel gioco è pur de molinari e de asini. -
+
+Più fiate volse la zuffa partire:
+Come più dice, ogniom più se martella.
+Eccoti un cavalliero ivi apparire
+Accompagnato da una damigella.
+Rugier da longi lo vidde venire;
+Fassegli incontro e con dolce favella
+Espose a lui ridendo la cagione
+Perché faceano e duo quella tenzone.
+
+Dicea Rugiero: - Io gli ho pregati in vano,
+Ma di partirli ancor non ho potere.
+Per la spata de Orlando, che non hano,
+E forse non sono anco per avere,
+Tal bastonate da ciechi se dano,
+Che pietà me ne vien pur a vedere:
+E certo di prodezza e di possanza
+Son due lumiere agli atti e alla sembianza.
+
+Ma voi diceti: onde seti venuto?
+Perché, se io non me inganno nel sembiante,
+Mi pare altrove avervi cognosciuto:
+Se bene amento, in corte de Agramante. -
+Rispose il cavalliero: - Io ve ho veduto
+Di certo quando io venni di Levante.
+Io ve vidi a Biserta, questo è il vero;
+Son Brandimarte, e voi seti Rugiero. -
+
+Incontinente insieme se abbracciarno,
+Come se ricognobbero e baroni,
+E parlando tra lor deliberarno
+De ispartir quella zuffa de bastoni.
+Ebbero un pezzo tal fatica indarno,
+Ché sì turbati sono e campïoni,
+Che per ragione o preghi non se voltano:
+L'un l'altro tocca, e ponto non ascoltano.
+
+Pur Brandimarte, a cenni supplicando,
+Fece che sue parole furno odite,
+Dicendo a lor: - Se desïati il brando
+Per il quale è tra voi cotanta lite,
+Condur vi posso ov'è al presente Orlando:
+Là fìen vostre contese diffinite.
+Or sì ve ha tolto l'ira il fren di mano,
+Che per nïente combattete in vano.
+
+Ma se traeti il campïon sereno
+Di certa incantason dolente e trista,
+Lui di battaglia a voi non verrà meno;
+Sia Durindana poi di chi l'acquista.
+Se il mondo è ben di meraviglia pieno,
+Una più strana mai non ne fu vista
+Di questa ove ora vado, per provare
+Se indi potessi Orlando liberare. -
+
+Gradasso e Mandricardo, odendo questo,
+Lasciâr la pugna più che volentiera,
+Pregando Brandimarte che pur presto
+Gli volesse condurre ove il conte era.
+Esso rispose: - Ora io vi manifesto
+Che vicino a due leghe è una riviera,
+Qual nome ha Riso, e veramente è un pianto;
+Dentro vi è chiuso Orlando per incanto.
+
+Uno indovino, a cui molto è creduto,
+In Africa m'ha questo apalesato;
+E perciò in questo loco ero venuto
+A liberarlo, come disperato.
+Bastante non ero io; ma il vostro aiuto,
+Come io comprendo, il cel me ha destinato,
+E so che ogniom di voi passaria il mare
+Per tuore impresa tanto singulare. -
+
+Ciascun de' duo baroni ha più desio
+Di ritrovarsi presto alla fiumana.
+Dicea Rugiero: - E dove rimango io,
+Se ben non cheggio Orlando o Durindana? -
+Più non dico ora. Il grave incanto e rio
+Farò palese e la aventura istrana,
+E come tratto for ne fosse Orlando;
+Cari segnori, a voi me racomando.
+
+Canto settimo
+
+Più che il tesoro e più che forza vale,
+Più che il diletto assai, più che l'onore,
+Il bono amico e compagnia leale;
+E a duo, che insieme se portano amore,
+Maggior li pare il ben, minore il male,
+Potendo apalesar l'un l'altro il core;
+E ogni dubbio che accada, o raro, o spesso,
+Poterlo ad altrui dir come a se stesso.
+
+Che giova aver de perle e d'ôr divizia,
+Avere alta possanza e grande istato,
+Quando si gode sol, senza amicizia?
+Colui che altri non ama, e non è amato,
+Non puote aver compita una letizia;
+E ciò dico per quel che io vi ho contato
+Di Brandimarte, che ha passato il mare
+Sol per venire Orlando ad aiutare.
+
+Di Biserta è venuto il cavalliero
+Per trare il conte fuor de la fiumana;
+Il re Gradasso e Mandricardo altiero
+Avea richiesti a quella impresa strana.
+- Ma dove rimango io? - dicea Rugiero
+- Se ben non chieggio a Orlando Durindana,
+Se ben seco non voglio aver contesa,
+Venir non debbo a sì stupenda impresa? -
+
+- Esser conviene il numero disparo, -
+Rispose Brandimarte - a quel che io sento;
+Condurvi tutti quanti avrebbi a caro,
+Ma nol concede questo incantamento;
+Ed io non vedo a ciò meglior riparo
+Che per la sorte fare esperimento.
+Ecco una pietra bianca ed una oscura:
+Chi avrà la nera, cerchi altra ventura. -
+
+Ciascun de stare a questo fo contento,
+Così gettarno la ventura a sorte,
+E Mandricardo fuor rimase ispento,
+E quindi se partì dolente a morte.
+Turbato se ne va, che sembra un vento,
+Per piano e monte caminando forte.
+Tanto andò, che a Parigi gionse un giorno,
+Ove Agramante ha già lo assedio intorno.
+
+Di fuor ne l'oste, io dico de Agramante,
+Fu ricevuto a grandissimo onore.
+Ma di lui non ragiono ora più avante,
+Perché io ritorno nel primo tenore
+A ricontarvi del conte de Anglante,
+Che se ritrova preso in tanto errore
+Tra le Naiàde al bel fiume del Riso;
+Or odeti la istoria che io diviso.
+
+Queste Naiàde ne l'acqua dimorano
+Per quella solacciando, come il pesce,
+E per incanto gran cose lavorano,
+Ché ogni disegno a lor voglia rïesce.
+De' cavallier sovente se inamorano,
+Ché star senza uomo a ogni dama rencresce,
+E di tal fatte assai ne sono al mondo;
+Ma non si veggion tutti e fiumi al fondo.
+
+Queste ne l'acque che il Riso se appella,
+Avean composto de oro e di cristallo
+Una mason, che mai fu la più bella,
+E là si stavon festeggiando al ballo.
+Già vi contai di sopra la novella,
+Quando discese Orlando del cavallo
+Per rinfrescarse a l'onde pellegrine;
+Ciò vi contai de l'altro libro al fine.
+
+E come tra le dame fu raccolto
+Con molta zoia e grande adobamento;
+Quivi poi stette libero e disciolto,
+Preso de amore al dolce incantamento,
+A l'onde chiare specchiandosi il volto,
+Fuor di se stesso e fuor di sentimento;
+E le Naiàde, allegre oltra misura,
+Solo a guardarlo aveano ogni lor cura.
+
+Però di fuora, in cerco alla rivera,
+Per arte avean formato un bosco grande,
+Ove stava di pianta ogni mainera,
+Ilice e quercie e soveri con giande:
+L'arice e teda e l'abete legera
+Di grado in grado al ciel le fronde spande,
+Che sotto a sé facean l'aere oscuro;
+Poi for del bosco se agirava un muro.
+
+Questa cinta era fabricata intorno
+Di marmi bianchi, rossi, azurri e gialli,
+Ed avea in cima un veroncello adorno
+Con colonnette di ambre e de cristalli.
+Ora a quei cavallier faccio ritorno,
+Che vengon senza suoni a questi balli,
+Né san de le Naiàde la mala arte:
+Dico Rugier, Gradasso e Brandimarte,
+
+E Fiordelisa, che seco favella
+Di questa impresa e molto li conforta.
+Gionsero in fine a la muraglia bella,
+Qual di metallo avea tutta la porta.
+Sopra alla soglia stava una donzella,
+Come a guardarla posta per iscorta,
+E tenea un breve, scritto da due bande,
+Con tal parole e con lettere grande:
+
+' Desio di chiara fama, isdegno e amore
+Trovano aperta a sua voglia la via.'
+Questi duo versi avea scritti di fuore,
+Poi dentro in cotal modo se leggia:
+'Amore, isdegno e il desïare onore
+Quando hanno preso l'animo in balìa,
+Lo sospingon avanti a tal fraccasso,
+Che poi non trova a ritornare il passo.'
+
+Gionti quivi e baron, come io vi ho detto,
+La dama con la mano il breve alciava,
+E fo da tutti lor veduto e letto
+Da quella banda che se dimostrava.
+Adunque e cavallier senza sospetto
+Passâr, ché alcun la strata non vetava;
+Con Fiordelisa entrarno tutti quanti,
+Ma per la selva andar non ponno avanti.
+
+Però che quella molto era confusa
+De arbori spessi ed alti oltra misura;
+La porta alle sue spalle era già chiusa,
+Che più facea parer la cosa scura;
+Ma Fiordelisa, tra gli incanti adusa,
+- Non abbiati - dicia - de ciò paura;
+A ogni periglio e loco ove si vada,
+Il brando e la virtù fa far la strada.
+
+Smontati de li arcioni, e con le spate
+Tagliando e tronchi, fative sentiero;
+E se ben sorge alcuna novitate,
+Non vi turbati ponto nel pensiero.
+Vince ogni cosa la animositate,
+Ma condurla con senno è di mestiero. -
+Così dicea la dama; onde e baroni
+Smontano al piano e lasciano e ronzoni.
+
+Smontati tutti e tre, come io vi disse,
+Rugier nel bosco fo il primo ad entrare,
+Ma un lauro il suo camin sempre impedisse,
+Né a' folti rami lo lascia passare;
+Onde la mano al brando il baron misse
+E quella pianta se pose a tagliare,
+Dico del lauro, che foglia non perde
+Per freddo e caldo, e sempre se rinverde.
+
+Poi che soccisa fu la pianta bella
+E cadde a terra il trïomfale aloro,
+Fuor del suo tronco sorse una donzella,
+Che sopra al capo avia le chiome d'oro,
+E gli occhi vivi a guisa de una stella;
+Ma piangendo mostrava un gran martoro,
+Con parole suave e con tal voce,
+Che avria placato ogni animo feroce.
+
+- Serai tanto crudel, - dicea - barone,
+Che il mio mal te diletti e trista sorte?
+Se qua me lasci in tal condizïone,
+Le gambe mie seran radice intorte,
+El busto tramutato in un troncone,
+Le braccie istese in rami seran porte;
+Questo viso fia scorza, e queste bionde
+Chiome se tornaranno in foglie e in fronde.
+
+Perché cotale è nostra fatasone,
+Che trasformate a forza in verde pianta
+Stiamo rinchiuse, insin che alcun barone
+Per sua virtute a trarcene se avanta.
+Tu m'hai or liberata de pregione,
+Se la pietate tua serà cotanta,
+Che me accompagni quivi alla rivera;
+Se non, mia forma tornarà qual era. -
+
+Il giovanetto pien di cortesia
+Promesse a quella non la abandonare,
+Sin che condotta in loco salvo sia.
+La falsa dama con dolce parlare
+Alla riviera del Riso se invia;
+Né vi doveti già meravigliare
+Se còlto fu Rugiero a questo ponto,
+Ché il saggio e il paccio è da le dame gionto.
+
+Come condotto fu sopra a la riva,
+La vaga ninfa per la mano il prese,
+E de lo animo usato al tutto il priva,
+Sì che una voglia nel suo cuor se accese
+De gettarsi nel fiume a l'acqua viva.
+Né la donzella questo gli contese;
+Ma seco, così a braccio, come istava,
+Ne la chiara onda al fiume se gettava.
+
+Là giù nel bel palazo de cristallo
+Fôrno raccolti con molta letizia.
+Orlando e Sacripante era in quel stallo
+E molti altri baroni e gran milizia.
+Le Naiàde con questi erano in ballo;
+Ciuffali e tamburelli a gran divizia
+Sonavano ivi, e in danze e giochi e canto
+Se consumava il giorno tutto quanto.
+
+Gradasso era rimaso alla boscaglia,
+Né trova al suo passar strata o sentiero,
+E sempre avanti il varco gli travaglia
+Tra l'altre piante un frassino legiero.
+Lui questo con la spata intorno taglia,
+Subito uscitte al tronco un gran destriero;
+Leardo ed arodato era il mantello:
+Natura mai ne fece un così bello.
+
+La briglia che egli ha in bocca è tutta d'oro,
+E così adorno è 'l ricco guarnimento
+Di pietre e perle, e vale un gran tesoro.
+Gradasso non vi pone intendimento
+Che per inganno è fatto quel lavoro;
+Anci se accosta con molto ardimento
+E dà di mano a quella briglia bella
+Senza contrasto, e salta ne la sella.
+
+Subito prese quel destriero un salto,
+Né poscia in terra più se ebbe a callare;
+Per l'aria via camina e monta ad alto,
+Come tal volta un sogna di volare.
+Battaglia non fu mai né alcuno assalto,
+Qual potesse Gradasso ispaventare;
+Ma in questo, vi confesso, ebbe paura,
+Veggendose levato in tanta altura;
+
+Perché ne l'aria cento passi o piue
+L'avia portato quella bestia vana.
+Il baron spesso riguardava in giue,
+Ma a scender gli parea la scala strana.
+Quando così bon pezzo andato fue
+E ritrovosse sopra alla fiumana,
+Cader si lascia la incantata bestia;
+Nel fiume se atuffò senza molestia.
+
+Così Gradasso al fondo se atuffoe,
+E 'l gran caval natando a sommo venne,
+Poi per la selva via si deleguoe
+Sì ratto come avesse a' piè le penne.
+Ma il cavallier, che a l'acqua si trovoe,
+Subito un altro nel suo cor divenne;
+Scordando tutte le passate cose,
+Con le Naiàde a festeggiar se pose.
+
+A suon de trombe quivi se trescava
+Zoiosa danza, che di qua non se usa:
+Nel contrapasso l'un l'altro baciava,
+Né se potea tener la bocca chiusa.
+A cotale atto se dimenticava
+Ciascun se stesso; ed io faccio la scusa,
+E credo che un bel baso a bocca aperta
+Per la dolcezza ogni anima converta.
+
+In cotal festa facevan dimora
+Tutti e baroni in suoni e balli e canti;
+Sol Brandimarte se affatica ancora,
+Né per la selva può passare avanti,
+Benché col brando de intorno lavora
+Tagliando il bosco; e da diversi incanti
+Era assalito, ed esso alcun non piglia,
+Ché Fiordelisa sempre lo consiglia.
+
+Lui tagliò de le piante più che vinte,
+E de ciascuna uscia novo lavoro,
+Or grandi occelli con penne depinte,
+Or bei palagi, or monti de tesoro;
+Ma queste cose rimasero estinte,
+Ché Brandimarte ad alcuna di loro
+Mai non se apiglia e dietro a sé le lassa,
+E per la selva sino al fiume passa.
+
+Come alla riva fu gionto il barone,
+Divenne in faccia di color di rosa
+E tutto se cangiò de opinïone
+Per trabuccarse ne l'acqua amorosa;
+E per gran forza de incantazïone
+Non se amentava Orlando né altra cosa,
+E gioso se gettava ad ogni guisa,
+Se a ciò non reparava Fiordelisa.
+
+Perché essa già composti avea per arte
+Quattro cerchielli in forma di corona
+Con fiori ed erbe acolte in strane parte,
+Per liberar de incanti ogni persona;
+E pose un de essi in capo a Brandimarte,
+Quindi de ponto in ponto li ragiona
+Lo ordine e il modo e il fatto tutto quanto
+Per trare Orlando fuor di quello incanto.
+
+Il franco cavalliero incontinente
+Fa tutto ciò che la dama comanda;
+Nel fiume se gettò tra quella gente,
+Che danza e suona e canta in ogni banda.
+Ma lui non era uscito di sua mente,
+Come eron gli altri, per quella ghirlanda
+Che Fiordelisa nel capo gli pose,
+Fatta per arte de incantate rose.
+
+Come fo gionto giù tra quella festa
+Nel bel palagio de cristallo e de oro,
+Un de' cerchielli al conte pose in testa,
+E li altri a li altri duo senza dimoro.
+Così la fatason fu manifesta
+Subitamente a tutti quattro loro;
+E le dame lasciarno e ogni diletto,
+Uscendo fuor del fiume a lor dispetto.
+
+Sì come zucche in su vennero a galla;
+Prima de l'acqua sorsero e cimieri,
+Poi l'elmo apparve e l'una e l'altra spalla,
+Ed alla riva gionsero legieri.
+Quindi, levati a guisa di farfalla
+Che intorno al foco agira volentieri,
+Sospesi fuôr da un vento in poco de ora,
+Qual li soffiò di quella selva fuora.
+
+Chi avesse chiesto a lor come andò il fatto,
+Non l'avrebbon saputo racontare,
+Come om che sogna e se sveglia di tratto,
+Né può quel che sognava ramentare.
+Eccoti avanti a lor ariva ratto
+Un nano, e solo attende a speronare;
+E, come presso e cavallier si vede,
+- Segnor, - cridava - odeti per mercede!
+
+Segnor, se amati la cavalleria,
+Se adiffendeti il dritto e la iustizia,
+Fati vendetta de una fellonia
+Maggior del mondo e più strana nequizia. -
+Disse Gradasso: - Per la fede mia!
+Se io non temessi di qualche malizia
+E de esser per incanto ritenuto,
+Io te darebbi volentieri aiuto. -
+
+Il nano allora sacramenta e giura
+Che non è a questa impresa incantamento.
+- Oh! - disse il conte, - e chi me ne assicura?
+Tanto credetti già, che io me ne pento.
+Lo augel ch'esce dal laccio, ha poi paura
+De ogni fraschetta che se move al vento;
+Ed io gabbato fui cotanto spesso,
+Che, non che altrui, ma non credo a me stesso. -
+
+Disse Rugier: - Non è solo un parere,
+E ciascun loda la sua opinïone.
+Direbbe altrui che fosser da temere
+L'opre de' spirti e queste fatagione;
+Ma se il bon cavallier fa el suo dovere
+Non dee ritrarse per condizïone
+Di cosa alcuna; ogni strana ventura
+Provar se deve, e non aver paura.
+
+Menami, o nano, e nel mare e nel foco,
+E se per l'aria me mostri a volare,
+Verrò teco a ogni impresa, in ogni loco:
+Che io mi spaventi mai, non dubitare. -
+Gradasso e 'l conte se arrossirno un poco
+Odendo in cotal modo ragionare;
+E Brandimarte al nano prese a dire:
+- Camina avanti, ogniom ti vôl seguire. -
+
+Il nano aveva un palafreno amblante:
+Via se ne va per la campagna piana.
+Dicea Gradasso verso il sir de Anglante:
+- Se questa impresa fia sublime e strana,
+E per sorte mi tocca il gire avante,
+Io voglio adoperar tua Durindana,
+Anci pur mia, però che il re Carlone
+Me la promisse, essendo mio pregione. -
+
+- Se lui te la promisse, e lui te attenda! -
+Rispose il conte, in collera salito
+- Ben parlo chiaro, e vo' che tu me intenda,
+Che non è cavallier cotanto ardito,
+Dal qual mia spata ben non mi diffenda;
+E se a te piace mo questo partito
+Di guadagnarla in battaglia per forza,
+Eccola qua: ma guàrdati la scorza. -
+
+Così dicendo avea già tratto il brando,
+A cui piastra né usbergo non ripara;
+Gradasso d'altra parte fulminando
+Trasse del fodro la sua simitara.
+Araldo non vi è qua che faccia il bando,
+Né re che doni il campo chiuso a sbara;
+Ma senza cerimonie e tante ciacare
+Ben se azufarno, e senza trombe e gnacare.
+
+E cominciano il gioco con tal fretta,
+Con tanta furia e con tanta ruina,
+Che l'una botta l'altra non aspetta;
+De intorno al capo l'elmo gli tintina,
+E ciascun colpo fuoco e fiama getta.
+Come sfavilla un ferro alla fucina,
+Come chiocca le fronde alla tempesta,
+Cotal l'un l'altro mena e mai non resta.
+
+Menò a due mano il conte un colpo crudo,
+Con tal furor che par che il mondo cada;
+Gradasso il vidde e riparò col scudo,
+Ma non giova riparo a quella spada:
+La targa e usbergo in fino al petto nudo
+Convien che 'n pezzi a la campagna vada,
+E la gorzera e parte del camaglio
+Ne portò seco a terra de un sol taglio.
+
+Quando il re franco del colpo se avvide,
+Mena a due mano e il fren frangendo rode;
+Sino alla carne ogni arma li divide,
+E 'l gran rimbombo assai de intorno se ode.
+Dice Gradasso, e tutta fiata ride:
+- Se ben ti rado, fàcciati bon prode!
+In questa volta più non te ne toglio,
+Perché a mio senno il pel non è ancor moglio. -
+
+Diceva il conte: - Che bufonchie, che?
+Prima che quindi te possi dividere,
+Tante te ne darò che guai a te,
+E insegnarotti in altro modo a ridere. -
+Rispose a lui Gradasso: - Per mia fè!
+Se omo del mondo me avesse a conquidere,
+Esser potrebbe che fusti colui;
+Ma in verità né te stimo né altrui.
+
+Quando un tuo pare avessi alla centura,
+Non restarei di correre a mia posta.
+Se pur te piace, prova tua ventura:
+Vieni oltra, vieni, e a tuo piacer te accosta. -
+Orlando se avampò fuor di misura,
+Dicendo: - Poco lo avantar ti costa;
+Ma tra fatti e parole è differenzia,
+Del che vedremo presto esperïenzia. -
+
+Tuttavia parla e mena Durindana,
+Ad ambe mano un gran colpo gli lassa;
+Manda il cimiero a pezzi in terra piana,
+E 'l copo col torchion tutto fraccassa.
+Risuonò l'elmo come una campana,
+E il re chinò giù il viso a terra bassa;
+Di sangue ha il naso e la bocca vermiglia,
+Perse una staffa e abandonò la briglia.
+
+Ma non perciò perdette la baldanza
+Quel re superbo, e divenne più fiero;
+Parea di foco in faccia alla sembianza.
+Mena a duo mani e gionse nel cimiero
+Con tanto orgoglio e con tanta possanza,
+Che il coppo e il torchio manda nel sentiero.
+Risuonò l'elmo, ed accerta Turpino
+Che un miglio o più se odette in quel confino.
+
+E fu per trabuccar de lo arcion fuore
+Il franco conte a quel colpo diverso;
+La sembianza proprio ha d'un om che more,
+E piedi ha fuor di staffe e 'l freno ha perso.
+Fuggendo via ne 'l porta il corridore
+Per la campagna, a dritto ed a traverso,
+E 'l re Gradasso il segue con la alfana,
+Per darli morte e tuorli Durindana.
+
+Pur ne la istoria il ver se convien dire:
+A suo dispetto li dava de piglio;
+Ma Brandimarte non puote soffrire
+Vedere Orlando posto in tal periglio,
+Onde correndo se 'l pose a seguire.
+Voltò Gradasso il viso, alciando il ciglio,
+E disse: - Anco tu vai cercando noglia?
+Io ne ho per tutti; venga chi ne ha voglia. -
+
+Ma in questo Orlando se fu risentito,
+E ver Gradasso vien col brando in mano.
+Rugiero allora, el giovane fiorito,
+Fra lor se pose con parlare umano,
+Cercando de accordargli ogni partito;
+E similmente ancor faceva il nano
+Pregando per pietate e per mercede
+Che vadano alla impresa che lui chiede.
+
+E tanto seppon confortare e dire,
+Che tra lor fu la zuffa raquetata;
+Ma ben la compagnia voglion partire,
+E ciascadun ha sua strata pigliata.
+Gradasso con Rugier presero a gire
+Ove il nano una torre ha dimostrata;
+E Brandimarte e il conte paladino
+Verso Parigi presero il camino.
+
+Quel che Rugier facesse e il re Gradasso,
+Vi fia poi racontato in altra parte,
+Perché al presente a dir di lor vi lasso,
+E seguo come il conte e Brandimarte
+Vennero in Francia caminando a passo,
+Con Fiordelisa, maestra in tutte l'arte;
+E una mattina, al cominciar del giorno,
+Vidder Parigi, che ha lo assedio intorno.
+
+Perché Agramante, come io vi contai,
+Sconfitto avendo in campo Carlo Mano
+E morta e presa di sua gente assai,
+Se era atendato a cerco per quel piano.
+Tanta ciurmaglia non se vidde mai
+Quanta adunata avea quello africano;
+Ben sette leghe il campo intorno tiene,
+Che valle e monti e le campagne ha piene.
+
+Quei de la terra stavano in diffese,
+E notte e giorno attendono alle mura,
+Ché sol de' paladin vi era il Danese,
+Che a far beltresche e riparar procura.
+Ma quando il conte mirando comprese
+Cotal sconfita e tal disaventura
+Sì gran cordoglio prese e dolor tanto,
+Che for de gli occhi li scoppiava il pianto.
+
+- Chi se confida in questa vita frale -
+Diceva lui - e in questo mondo vano,
+Lasci gli alti pensieri e chiuda l'ale,
+Prendendo esempio dal re Carlo Mano,
+Che sì vittorïoso e trïonfale
+Facea tremar ciascun presso e lontano;
+Or l'ha del tutto la fortuna privo
+In un momento, e forse non è vivo. -
+
+Ma, mentre che dicea queste parole,
+Nel campo si levò sì gran romore,
+Che par che il cel risuoni insino al sole,
+E sempre il crido cresce e vien maggiore.
+Or, bella gente, certo assai mi dole
+Non poter mo chiarir tutto il tenore;
+Ma apresso il contarò ne l'altra stanza,
+Ché in questo canto abbiam detto a bastanza.
+
+Canto ottavo
+
+Dio doni zoia ad ogni inamorato,
+Ad ogni cavallier doni vittoria,
+A' principi e baroni onore e stato,
+E chiunque ama virtù, cresca di gloria:
+Sia pace ed abundanzia in ogni lato!
+Ma a voi, che intorno odeti questa istoria,
+Conceda il re del cel senza tardare
+Ciò che sapriti a bocca dimandare.
+
+Donevi la ventura per il freno,
+E da voi scacci ogni fortuna ria;
+Ogni vostro desio conceda a pieno,
+Senno, beltade, robba e gagliardia,
+Quanto è vostro voler, né più né meno,
+Sì come per bontate e cortesia
+Ciascun di voi ad ascoltare è pronto
+La bella istoria che cantando io conto.
+
+La qual lasciai, se vi racorda, quando
+Sorse il gran crido al campo de' Pagani,
+Talabalachi e timpani suonando,
+Corni di brongio ed instrumenti istrani,
+Alor che Brandimarte e il conte Orlando,
+Gionti ne' poggi e riguardando e piani,
+Vider cotanta gente e tante schiere
+Che un bosco par di lancie e di bandiere.
+
+Perché sappiati il fatto tutto quanto,
+L'ordine è dato a ponto per quel giorno
+Di combatter Parigi in ogni canto,
+E lo assalto ordinato intorno intorno.
+De li Africani ogni om se dà più vanto,
+L'un più che l'altro se dimostra adorno;
+Chi promette a Macone, e chi lo giura,
+Passar de un salto sopra a quella mura.
+
+Scale con rote e torre aveano assai,
+Che se movean tirate per ingegno.
+Più nove cose non se vidder mai:
+Gatti tessuti a vimine e di legno,
+Baltresche di cor' cotto ed arcolai,
+Ch'erano a rimirare un strano ordegno,
+Qual con romor se chiude e se disserra,
+E pietre e foco tra' dentro alla terra.
+
+Da l'altra parte il nobile Danese,
+Che fatto è capitan per lo imperiere,
+Fa gran ripari ed ordina in diffese
+Saettamenti e mangani e petriere.
+Con gli occhi suoi veder vôl lui palese,
+Ché con li altrui non guarda volentiere,
+E sassi e travi e solfo e piombo e foco
+Per torre e merli assetta in ciascun loco.
+
+Sopra a ogni cosa egli ordina e procura
+La gente armata a piede ed a cavallo;
+Mo qua mo là scorrendo per le mura,
+Non pone a l'ordinar tempo o intervallo.
+Già se odeno e Pagani alla pianura
+Con tamburacci e corni di metallo,
+Sonando sifonie, gnacare e trombe,
+Che l'aria trema e par che 'l cel rimbombe.
+
+O re del celo! O Vergine serena!
+Che era a veder la misera citate!
+Già non mi credo che il demonio apena
+Se rallegrasse a tanta crudeltate.
+De strida e pianti è quella terra piena:
+Piccoli infanti e dame scapigliate
+E vecchi e infermi e gente di tal sorte
+Battonsi il viso, a Dio chiedendo morte.
+
+Di qua di là correa ciascuno a guaccio,
+Pallidi e rossi, e timidi è li arditi;
+Triste le moglie con figlioli in braccio,
+Sempre piangendo, pregano e mariti
+Che le diffendan da cotanto impaccio;
+E disperate a li ultimi partiti,
+Caccian da sé la feminil paura,
+Ed acqua e pietre portano alle mura.
+
+Suonano a l'arme tutte le campane;
+De cridi e trombe è sì grande il rumore,
+Che nol potrian contar le voce umane.
+Va per la terra Carlo imperatore:
+Ogni omo il segue, alcun non vi rimane,
+Che non voglia morir col suo segnore;
+E lui qua questo e là quell'altro manda,
+Provede intorno ed ordina ogni banda.
+
+Lo esercito pagano è già vicino,
+Che intorno se distende a schiera a schiera:
+Alla porta San Celso è il re Sobrino
+Con Bucifar, il re de la Algazera;
+E Baliverzo, il falso saracino,
+Là dove entra di Senna la riviera
+Se sforza entrar con sua gente perversa;
+E seco è il re de Arzila e quel de Fersa.
+
+A San Dionigi il re di Nasamona
+Col re de la Zumara era accostato:
+E il re di Cetta e quel di Tremisona
+Combatteno alla porta del mercato;
+L'aria fremisce e la terra risona,
+Ché la battaglia è intorno ad ogni lato,
+E foco e ferri e pietre con gran fretta
+Da l'una parte a l'altra se saetta.
+
+Non sorse più giamai furor cotale
+Tra Cristïani e gente saracina:
+Ciascun tanto più fa quanto più vale.
+Giù vengon travi e solforo e calcina,
+E se sentiva un fraccassar di scale,
+Un suon de arme spezzate, una roina,
+E fumo e polve, e tenebroso velo,
+Come caduto il sol fosse dal celo.
+
+Ma non per tanto par che satisfaccia
+La gran diffesa contra a quei felloni.
+Come la mosca torna a chi la scaccia,
+O la vespe aticciata, o i calavroni:
+Cotal parea la maledetta raccia,
+Da' merli trabuccata e da' torroni,
+Che dirupando al fondo giù ne viene;
+Già son de morti quelle fosse piene.
+
+Onde era fatto su per l'acqua un ponte,
+Orribile a vedere e sanguinoso.
+Quivi era Mandricardo e Rodamonte,
+Ciascun più di salir voluntaroso;
+Ni Feraguto, quella ardita fronte,
+Né il re Agramante si stava ocïoso:
+L'un più che l'altro di montar se afreza
+Tra frizze e dardi, e sua vita non preza.
+
+Orlando, che attendeva il caso rio,
+Quasi era nella mente sbigotito;
+Forte piangendo se acomanda a Dio,
+Né sa pigliare apena alcun partito.
+- Che deggio fare, o Brandimarte mio, -
+Diceva lui - che il re Carlo è perito?
+Perso è Parigi ormai! Che più far deggio,
+Che ruïnato in foco e fiama il veggio?
+
+Ogni soccorso, al mio parer, si è tardo:
+Su per le mura già sono e Pagani. -
+Brandimarte dicea: - Se ben vi guardo,
+Là se combatte, e sono anco alle mani.
+Deh lasciami callar, ché nel core ardo
+Di fare un tal fraccasso in questi cani,
+Che, se Parigi aiuto non aspetta,
+Non fia disfatta almen senza vendetta! -
+
+Orlando alle parole non rispose,
+Ma con gran fretta chiuse la visiera,
+E Brandimarte a seguitar se pose,
+Che vien correndo giù per la costiera.
+Fiordelisa la dama se nascose
+In un boschetto a canto alla riviera,
+E quei duo cavallier menando vampo
+Passarno il fiume e gionsero nel campo.
+
+Ciascun di lor fu presto cognosciuto:
+Sua insegna avea scoperta e suo penone.
+- Arme! arme! - se cridava - aiuto! aiuto! -
+Ma già son gionti al mastro pavaglione,
+Che era di scorta assai ben proveduto.
+Il re Marsilio vi era e Falsirone,
+Molta sua gente e re de altri paesi,
+Per far la guardia a' nostri che son presi.
+
+Come sapeti, il nobile Olivieri
+Quivi è legato e il bon re di Bertagna,
+Ricardo e 'l conte Gano da Pontieri,
+E 'l re lombardo e molti de Alemagna.
+Or qua son gionti e franchi cavallieri:
+Ben dir vi so che alcun non se sparagna.
+Chi se diffende, e chi fugge, e chi resta:
+Tutti li mena al paro una tempesta.
+
+Al pavaglione, ove era la battaglia,
+Non puote il re Marsilio aver diffese;
+Gran parte è morta de la sua canaglia,
+Lui bon partito via fuggendo prese.
+Orlando il pavaglion tutto sbaraglia,
+Squarzato in pezi a terra lo distese;
+Ma quando quei pregion viddero il conte,
+Per meraviglia se signâr la fronte.
+
+Oh che spezzar de corde e di catene
+Faceva Brandimarte in questo stallo!
+De arme e ronzoni ivi eron tende piene,
+Onde èno armati e montano a cavallo.
+L'un più che l'altro a gran voglia ne viene
+Per seguitare Orlando in questo ballo,
+Qual ver Parigi a corso se distese,
+E seco è Gano e Oliviero el marchese;
+
+Re Desiderio e lo re Salamone
+E Brandimarte (che era dimorato
+Alquanto per disciorre ogni pregione),
+Ricardo e Belengieri apresïato.
+Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone,
+Il duca Namo e il duca Amone a lato,
+Ed altri, tutti gente da gorzera,
+Che più di cento sono in una schiera.
+
+E' già son gionti presso a quelle mura,
+Ove la zuffa è più cruda che mai,
+Che era cosa a vedere orrenda e scura,
+Come di sopra poco io ve contai.
+Grande era quel rumor fuor di misura
+De cridi estremi e de istrumenti assai,
+E facevan tremar de intorno il loco,
+Né altro se odìa che morte e sangue e foco.
+
+Già Mandricardo avea pigliato un ponte,
+Rotte le sbarre e spezzata la porta,
+Ed avea gente a seguitar sì pronte,
+Che ciascun dentro molto se sconforta.
+Da un'altra parte il crudo Rodamonte
+Su per le mura ha tanta gente morta
+Con dardi e sassi, e tanta n'ha percossa,
+Che vien da' merli il sangue nella fossa.
+
+Guarda le torre e spreza quella altezza,
+Battendo e denti a schiuma come un verro.
+Non fu veduta mai tanta fierezza:
+Il scudo ha in collo e una scala di ferro
+E pali e graffie e corde fatte in trezza,
+E il foco acceso al tronco de un gran cerro;
+Vien biastemando e sotto ben se acosta,
+La scala apoggia e monta senza sosta.
+
+Come egli andasse per la strata a passo,
+Cotal saliva quel pagano arguto.
+Quivi era il ruïnare e il gran fraccasso:
+Adosso a lui ciascun cridava aiuto.
+Se Lucifero uscito o Satanasso
+Fosse giù da lo abisso e qua venuto
+Per disertar Parigi e ogni sua altura,
+Non avria posto a lor tanta paura.
+
+E nondimanco in tanti disconforti
+Se adiffendiano per disperazione,
+Ché ad ogni modo se reputan morti,
+Né stiman più la vita o le persone.
+Poi che, condotti a dolorosi porti,
+Veggion palese sua destruzïone,
+E pali e dardi tranno a più non posso
+Con sassi e travi a quel gigante adosso.
+
+Lui pur salisce e più de ciò non cura,
+Come di penne o paglia mosse al vento;
+Già sopra a' merli è sino alla cintura,
+Né 'l contrastar val, forza né ardimento.
+Come egli agionse in cima a quelle mura,
+E nella terra apparve il gran spavento,
+Levossi un pianto e un strido sì feroce,
+Sino al cel, credo io, gionse quella voce.
+
+Ma quel superbo una gran torre afferra,
+E tanta ne spiccò quanta ne prese;
+Quei pezzi lancia dentro dalla terra,
+Dissipa case e campanili e chiese.
+Orlando non sapea di tanta guerra,
+Ché in altra parte stava alle contese;
+Ma la gran voce che di là si spande
+Venir lo fece a quel periglio grande.
+
+Gionse correndo ove è l'aspra battaglia:
+Non fo giamai da l'ira sì commosso.
+La gran scala di ferro a un colpo taglia,
+E Rodamonte roinò nel fosso,
+E dietro a lui gran pezzi de muraglia,
+Ché gli è caduta meza torre adosso;
+E un merlo gionse Orlando nella testa,
+Qual lo distese a terra con tempesta.
+
+Fo Rodamonte sviluppato e presto.
+Tanta fierezza avea il forte pagano,
+Che non mostrava più curar di questo,
+Come se stato fosse un sogno vano.
+Ma il franco conte non era ancor desto,
+Qual tramortito se trovava al piano;
+Or Rodamonte già non se ritiene,
+Esce dal fosso e contro a i nostri viene.
+
+De esser gagliardo ben li fa mestiero,
+Ché a lui de intorno sta la nostra gente:
+Su l'orlo aponto è Gano da Pontiero.
+Benché sia falso e tristo della mente,
+Purché esser voglia è prodo e bon guerrero;
+Ma la sua forza alor giovò nïente,
+Ché Rodamonte, che de l'acqua usciva,
+De un colpo a terra il pose in su la riva.
+
+Questo abandona e ponto non se arresta.
+Ché sopra 'l campo afronta Rodolfone;
+Parente era di Namo e di sua gesta:
+Tutto il fende il pagan sino allo arcione.
+Poi mena al re lombardo ne la testa:
+Come a Dio piacque, colse di piatone,
+Ma pur cadde di sella Desiderio
+A gambe aperte e con gran vituperio.
+
+La gente saracina, che è fuggita
+Per la gionta de Orlando, ora tornava,
+Più assai che prima mostrandosi ardita;
+Ché Rodamonte sì se adoperava,
+Che ciascuno altro volentier lo aita.
+Di qua di là gran gente se adunava:
+Balifronte di Mulga e il re Grifaldo
+E Baliverzo, il perfido ribaldo.
+
+Quivi era Farurante di Maurina
+E il franco Alzirdo, re di Tremisona,
+Il re Gualciotto di Bellamarina
+Ed altri assai che 'l canto non ragiona;
+Tutti non giongeranno a domatina,
+Ché Brandimarte, la franca persona,
+Ne mandarà qualcun pur allo inferno,
+E qualcuno Olivier, se ben discerno.
+
+Stati ad odire il fatto tutto a pieno,
+Ché or se incomincia da dover la danza.
+Salamon vide il figlio de Ulïeno,
+Qual più de un braccio sopra alli altri avanza:
+Ove il colpo segnò, né più né meno,
+A mezo il petto il colse con la lanza;
+Quella se ruppe, e 'l Pagan non se mosse,
+Ma con la spada il Cristïan percosse.
+
+Il scuto gli spezzò quel maledetto,
+Le piastre aperse, come fosser carte,
+E crudelmente lo piagò nel petto;
+Gionse allo arcione e tutto lo disparte,
+Il collo al suo ronzon tagliò via netto.
+Ora a quel colpo gionse Brandimarte,
+E, destinato di farne vendetta,
+Sprona il destriero e la sua lancia assetta.
+
+A tutta briglia il cavallier valente
+Percosse Rodamonte nel costato,
+Che era guarnito a scaglie di serpente;
+Quel lo diffese, e pur giù cade al prato.
+Come il romor d'uno arboro si sente,
+Quando è dal vento rotto e dibarbato,
+Sotto a sé frange sterpi e minor piante:
+Tal nel cader suonò quello africante.
+
+Or Brandimarte volta al re Gualciotto,
+Poi che caduto è il franco re di Sarza;
+Ad ambe man lo percosse di botto,
+Per mezo il scudo lo divide e squarza.
+Lo usbergo e panciron che egli avea sotto
+Partitte a guisa de una tela marza;
+Per il traverso il petto li disserra,
+E in duo cavezzi il fece andare a terra.
+
+Ed Olivieri, il franco combattente,
+Mostra ben quel che egli era per espresso;
+Alla sua gesta il cavallier non mente,
+Ché il re Grifaldo insino al petto ha fesso.
+In questo tempo Orlando se risente;
+Stato gli è sempre Brigliadoro apresso,
+Tanto era savio, quella bestia bona!
+Sta col suo conte e mai non lo abandona.
+
+Onde salito è subito a destriero,
+Esce del fosso la anima sicura.
+Quando quei dentro videro il quartiero,
+Levase il crido intorno a quelle mura.
+Fu reportato insino allo imperiero
+Come apparito è Orlando alla pianura,
+E che scampati sono e Cristïani
+Da' Saracini, e son seco alle mani.
+
+Non domandati se lo imperatore
+Di tal novella zoia e festa prese;
+A tutti quanti sfavillava il core,
+Brama ciascun de uscire alle contese.
+Aperta fu la porta a gran furore,
+E salta fuori armato il bon Danese,
+E Guido de Borgogna è seco in sella,
+Duodo de Antona e Ivone de Bordella.
+
+Avanti a tutti è il figlio de Pipino,
+Ché non vôl restar dentro il re gagliardo;
+Solo in Parigi rimase Turpino,
+Per aver della terra bon riguardo.
+Or torniamo al Danese paladino,
+Che sopra al ponte scontra Mandricardo,
+Qual, come io dissi su, poco davante,
+Là combatteva, e seco era Agramante.
+
+Correndo viene Ogier con l'asta grossa,
+E gionse Mandricardo, che era a piede;
+Gettar se 'l crede de urto nella fossa,
+Ma quello è ben altro om che lui non crede.
+Fermosse il saracin con tanta possa,
+Che al scontro della lancia già non cede;
+Via passava Rondello a corso pieno,
+Ma quel pagan gli dà di man a freno.
+
+Ed Agramante, che era lì da lato,
+Se sforza scavalcarlo a sua possancia;
+Ma Carlo Mano, che ivi era arivato,
+Percosse il re Agramante con la lancia
+Trabuccandolo a terra riversato,
+E passolli il destrier sopra la pancia.
+Or qua la zuffa grossa se rinova,
+Ché ogniom se affronta e vôl vincer la prova.
+
+Raportato era già di voce in voce
+Come abattuto se trova Agramante,
+Onde ciascun se aduna in quella foce:
+Lo un più che l'altro vôl ficcarse avante.
+Quivi è Grandonio, il saracin feroce,
+E seco è Feraguto e Balugante;
+Ma sopra tutti Mandricardo è quello
+Che fa diffesa e mena gran flagello.
+
+Sol fu quel lui che Agramante riscosse
+Per sua prodezza e 'l trasse di travaglia.
+Oh quanti morti andarno in quelle fosse,
+Perché era sopra al ponte la battaglia,
+E l'acque dentro diventorno rosse
+Per tanto sangue che la vista abaglia;
+Re Carlo, Ogieri e li altri tutti insieme
+Adosso a quei pagan con furia preme.
+
+E già cacciati for gli avea del ponte:
+Pur tra le sbarre ancor se contrastava;
+Ecco alle spalle de' Pagani il conte
+E Brandimarte, che lo seguitava,
+Con l'altre gente vigorose e pronte.
+Or la baruffa terribile e brava
+Qua se radoppia, e tanto dispietata
+Che simigliante mai non fu contata.
+
+Però che Rodamonte, quello altiero,
+Sempre ha seguìto Orlando alla spiegata;
+Più non si tien né strata né sentiero,
+Tutta la zuffa è in sé ramescolata;
+Né adoperarse ormai facea mestiero:
+Tanto è la gente stretta ed adunata,
+Che Rodamonte solo e solo Orlando
+Fan piazza larga quanto è lungo il brando.
+
+Ma fusse o per quel populo devoto
+Che in Parigi pregava con lamento,
+O per altro destino al mondo ignoto,
+Ne l'aria se levò tempesta e vento,
+E sopra al campo sorse un terremoto,
+Dal qual tremava tutto il tenimento;
+Terribil pioggia e nebbia orrenda e scura
+Ripieno aveano il mondo di paura.
+
+E già chinava il giorno ver la sera,
+Che più facea la cosa paventosa;
+Di qua, di là se ritrasse ogni schiera,
+E mancò la battaglia tenebrosa.
+Ma Turpin lascia qua la istoria vera,
+Che in questi versi ho tratto di sua prosa,
+E torna a ragionar di Bradamante,
+De la qual vi lasciai poco davante,
+
+Quando ella occise al campo Daniforte,
+Quello avisato e falso saracino
+Che a tradimento la feritte a morte:
+Ma lui perse la vita, essa il camino,
+Ché era la notte ombrosa e scura forte.
+Lei sempre via passò sera e matino
+Per quel deserto inospite e selvaggio,
+Ove atrovò nel mezo un romitaggio.
+
+E gran bisogno avendo di riposo,
+Per molto sangue che perduto avia,
+E per il camin lungo e faticoso,
+Smontava a terra e alla porta battia;
+E quel romito, che stava nascoso,
+Signosse il viso e disse: - Ave Maria!
+Chi condotto ha costui? O che miracolo
+Fa che omo arivi al povero abitacolo? -
+
+- Io sono un cavallier, - disse la dama -
+Ch'ier me smaritti in questa selva oscura,
+Ed ho de riposar bisogno e brama,
+Ché son ferito e stracco oltra misura. -
+Rispose quel romito: - In questa lama
+Mai non discese umana creatura;
+Da sessanta anni in qua che vi son stato,
+Non vidi una sol volta uno omo nato.
+
+Ma spesse fiate il demonio me appare,
+In tante forme ch'io non saprei dirti,
+E poco avante io presi a dubitare
+Che fosti quello, e stei per non aprirti.
+Questa matina qua viddi passare
+Una barchetta carica de spirti,
+Che ne andava per l'aria alla seconda
+Battendo e remi come fusse in onda.
+
+Colui che stava in poppa per nocchiero,
+Mi disse: "Fratacchione, al tuo dispetto
+Partito è già di Francia il bon Rugiero,
+Qual serìa stato un cristïan perfetto.
+Tolto lo abbiamo dal dritto sentiero,
+Ché vòlto avria le spalle a Macometto;
+Ma di sua legge ormai non credo che esca,
+Ed hollo detto acciò che ti rincresca."
+
+Passò la barca, poi che ebbe parlato
+Quel tristo spirto, e più non fu veduta;
+Ed io rimasi assai disconsolato,
+Pensando che era l'anima perduta
+Di quel baron, che morirà dannato,
+Se Dio per sua pietate non lo aiuta,
+O se persona non li mette in core
+Di batezarse e uscir di tanto errore. -
+
+Quando queste parole udì la dama,
+Tutta se accese in viso come un foco;
+Pensando al cavallier che cotanto ama,
+Nella sua mente non ritrova loco;
+E sì desia di rivederlo e brama,
+Che cura di riposo o nulla, o poco,
+A benché quel romito assai la invita
+A medicarse, perché era ferita.
+
+E tanto ben la seppe confortare,
+Che pur al fine ella pigliò lo invito;
+Ma, volendoli il capo medicare,
+Vide la trezza e fo tutto smarito.
+Battese il petto e non sa che si fare,
+- Tapino me, - dicendo - io son perito!
+Questo è il demonio, certo (il vedo a l'orma),
+Che per tentarmi ha preso questa forma. -
+
+Pur cognoscendo poi per il toccare
+Ch'ella avea corpo e non era ombra vana,
+Con erbe assai la prese a medicare,
+Sì che la fece in poco de ora sana;
+Benché convenne le chiome tagliare
+Per la ferita, che era grande e strana:
+Le chiome li tagliò come a garzone,
+Poi li donò la sua benedizione,
+
+Dicendo: - Vanne altrove a ogni maniera,
+Ché donna non può star con omo onesta. -
+Lei se partitte e gionse a una riviera,
+Qual traversava per quella foresta.
+Il sole a mezo giorno salito era:
+E fame e sete e 'l caldo la molesta,
+Onde alla ripa discese per bere;
+Bevuto avendo, posese a giacere.
+
+Lo elmo si trasse e il scudo se dislaccia,
+Ché qua persona non vede vicina;
+Prese a posar col capo in su le braccia.
+Così dormendo quella peregrina,
+Era venuta in questo bosco a caccia
+Una dama, nomata Fiordespina,
+Figliola di Marsilio, re di Spagna,
+Con cani e occelli e con molta compagna.
+
+Questa cacciando gionse in su la riva
+De la fiumana che io dissi primiero,
+E vide Bradamante che dormiva:
+Pensò che fosse un qualche cavalliero.
+Mirando il viso e sua forma giuliva,
+De amor se accese forte nel pensiero,
+"Macon - fra sé dicendo - né natura
+Potria formar più bella creatura.
+
+Oh che non fosse alcun meco rimaso!
+Fosse nel bosco tutta la mia gente,
+O partita da me per qualche caso,
+O morta ancora, io ne daria nïente,
+Pur che io potessi dare a questo un baso,
+Mentre che el dorme sì suavemente
+Ora aver pazïenza mi bisogna,
+Ché gran piacer se perde per vergogna."
+
+Parlava Fiordespina in cotal forma,
+Né se puotea mirando sazïare.
+Sì dolcemente par che colui dorma,
+Che non se atenta ponto a disvegliare.
+Ma già vargata abbiam la usata norma
+Del canto nostro, e convien riposare;
+Apresso narrarò la bella istoria:
+Dio ce conservi con piacere e gloria.
+
+Canto nono
+
+Poi che il mio canto tanto a voi diletta,
+Ché ben ne vedo nella faccia il signo,
+Io vo' trar for la citera più eletta
+E le più argute corde che abbia in scrigno.
+Or vieni, Amore, e qua meco te assetta,
+E se io ben son di tal richiesta indigno,
+Perché e mirti al mio capo non se avoltano,
+Degni ne son costor che intorno ascoltano.
+
+Come nanti l'aurora, al primo albore,
+Splendono stelle chiare e matutine,
+Tal questa corte luce in tant'onore
+De cavallieri e dame peregrine,
+Che tu pôi ben dal cel scendere, Amore,
+Tra queste genti angelice e divine;
+Se tu vien' tra costoro, io te so dire
+Che starai nosco e non vorai partire.
+
+Qui trovarai un altro paradiso;
+Or vieni adunque e spirami, di graccia,
+Il tuo dolce diletto e 'l dolce riso,
+Sì che cantando a questi satisfaccia
+De Fiordespina, che mirando in viso
+A Bradamante par che se disfaccia
+E del disio se strugga a poco a poco,
+Come rugiada al sole o cera al foco.
+
+E non potea da tal vista levarsi:
+Quanto più mira, de mirar più brama,
+Sì come e farfallin, sin che sono arsi,
+Non se sanno spiccar mai dalla fiama.
+Erano e cacciatori intorno sparsi,
+E qual suo cane e qual suo falcon chiama,
+Con corni e cridi menando tempesta;
+Onde al romor la fia de Amon se desta.
+
+Sì come gli occhi aperse, incontinente
+Una luce ne uscitte, uno splendore,
+Che abbagliò Fiordespina primamente,
+Poi per la vista li passò nel core;
+E ben ne dimostrò segno evidente,
+Tingendo la sua faccia in quel colore
+Che fa la rosa, alorché aprir se vôle
+Nella bella alba, allo aparir del sole.
+
+Già Bradamante se era rilevata,
+E perché a gli atti e allo abito comprese
+Quest'altra esser gran dama e pregïata,
+La salutò con modo assai cortese;
+E dove la iumenta avia legata,
+Quando da prima in su il fiume discese,
+Ne venne, ché trovarvela vi crede;
+Ma non la trova ed ove sia non vede,
+
+Perché a se stessa avia tratta la briglia,
+E nel bosco più folto errando andava.
+Or tal sconforto la dama se piglia,
+Che quasi gli occhi a lacrime bagnava;
+Ma amor, che ogni intelletto resviglia,
+A Fiordespina subito mostrava
+Con qual facilitate de legiero
+Se trovi sola con quel cavalliero.
+
+Essa aveva un destrier de Andologia,
+Che non trovava parangone al corso;
+Forte e legiero, un sol diffetto avia,
+Che, potendo pigliar co' denti il morso,
+Al suo dispetto l'om portava via,
+Né si trovava a sua furia soccorso.
+Sol con parole si puotea tenire:
+Ciò sa la dama e ad altri nol vôl dire.
+
+Per questo crede lei di fare acquisto
+Di Bradamante, che stima un barone,
+E dice: - Cavallier, tanto stai tristo
+Forse per aver perso il tuo ronzone.
+Se ben non te abbia cognosciuto o visto,
+La ciera tua mi mostra per ragione
+Che non pôi esser di natura fello:
+Alle più volte bono è quel che è bello.
+
+Onde non credo poter collocare
+In altrui meglio una mia cosa eletta;
+Però questo destrier ti vo' donare,
+Che non ha il mondo bestia più perfetta.
+Sol colui dà, qual dà le cose care;
+Ciascun privar se sa de cosa abietta:
+E, per stimarme di poco valore,
+Io non ardisco di donarti il core. -
+
+Così dicendo salta della sella
+E il corsier per la briglia li presenta.
+Bradamante, che vide la donzella
+Nel viso di color de amor dipenta,
+E gli occhi tremolare e la favella,
+Dicea tra sé: "Qualche una mal contenta
+Serà de noi e ingannata alla vista,
+Ché gratugia a gratugia poco acquista."
+
+Così tra sé pensando, Bradamante
+Disse alla dama: - Questo dono è tale
+Che a meritarlo io non serìa bastante:
+Se ben tutto mi dono, poco vale.
+Ma il dar per merto è cosa di mercante,
+E voi, che aveti lo animo regale,
+Degnareti accettarmi quale io sono,
+Che il corpo insieme e l'anima vi dono. -
+
+- Ciò non rifiuto, - disse Fiordespina -
+Né di cosa ch'io tengo, più me esalto;
+Non fece mai, che io creda, un don regina,
+Che ne pigliasse guidardon tanto alto. -
+Bradamante tacendo a lei se inclina,
+E sì come era armata prese un salto,
+Che avria passato sopra una ziraffa;
+Salì a destriero, e non toccò la staffa.
+
+La Saracina a quello atto se affisse,
+Con gli occhi fermi e di mirar non saccia,
+Poi chiamando e compagni intorno, disse:
+- Per me, non per voi fatta è questa caccia.
+Se al mio comando alcun disobidisse,
+Serà caduto nella mia disgraccia,
+Che meglio vi serà cader nel foco:
+Vo' che ciascun stia fermo nel suo loco.
+
+Stativi quieti e come gente mute,
+E lasciate venir le bestie fuora,
+Però che io sola le vo' seguir tute;
+E tu, barone, apresso a me dimora.
+Piacer non ho maggior, se Dio m'aiute,
+Che quando un forastier per me se onora,
+E non è cosa, a mia fè te prometto,
+Che io non facessi per darti diletto. -
+
+Acquetossi ciascun per obedire:
+Chi stende lo arco, e chi suo cane agroppa;
+Già tutto il bosco si sentia stromire
+De corni e abagli, e 'l gran romor se incoppa.
+Eccoti un cervo de la selva uscire,
+Che avea le corne insino in su la groppa,
+Un cervo per molti anni cognosciuto,
+Perché il maggior giamai non fu veduto.
+
+Questo uscì al prato de un corso sì subito,
+Che non par che lo aresti pruno o lapola,
+E venne presso a Fiordespina un cubito,
+Sì che aponto alla coda e can li scapola;
+E fra se stessa diceva: "Io me dubito
+Che costui resti e non senti la trapola,
+Se, pregando che segua, non impetro";
+E poi se volse e disse: - Vienmi dietro. -
+
+Nel fin de le parole volta il freno,
+Seguendo il cervo, e pur costui dimanda.
+Benché avesse uno amblante palafreno
+(Quale era nato nel regno de Irlanda,
+E correa come un veltro, o poco meno,
+Come tutti i roncin di quella banda;
+Non già che fosse in corso simigliante
+A l'altro, che avea dato a Bradamante),
+
+Quello andaluzo correva assai più
+Che non volea il patrone alcuna fiata.
+Ora apena nel corso posto fu,
+Che varcò Fiordespina de una arcata.
+Già se pente la dama esservi su,
+E vede ben che la bocca ha sfrenata;
+Ora tira di possa, or tira piano,
+Ma a retenerlo ogni remedio è vano.
+
+Era davanti un monte rilevato,
+Pien di cespugli e de arboscelli istrani,
+Ma non ritenne il cavallo affogato:
+Questo passò, come ha passato e piani.
+Il cervo alle sue spalle avia lasciato;
+Ben lo ha vicino, e presso a questo e cani,
+E poco longe a' cani è Fior de spina,
+Che studia il corso e quanto può camina.
+
+Nella scesa del monte a ponto a ponto
+Fo preso il cervo da un can corridore;
+E come fu da questo primo agionto,
+Li altri poi lo aterrarno a gran furore.
+Ora faceva Fiordespina conto
+De non lasciar più gire il suo amatore,
+E scridando al destrier, come far suole,
+Fermar lo fa ben presto come vôle.
+
+Non dimandar se Bradamante alora,
+Vedendo il destrier fermo, se conforta,
+E smontò de lo arcion senza dimora,
+Che quasi già se avea posta per morta,
+Tanto che li batteva il core ancora.
+E Fiordespina, che è di questo accorta,
+Gli disse: - O cavallier, vo' che tu imagine
+Che un fal commesso ho sol per smenticagine.
+
+Ben si suol dir: non falla chi non fa.
+Non so come mi sia di mente uscito
+Di farti noto che il destrier, che te ha
+Quasi condutto di morte al partito,
+Qualunche volta se gli dice: "Sta!"
+Non passarebbe più nel corso un dito;
+Ma, come io dissi, me dimenticai
+Farlo a te noto, e ciò mi dole assai. -
+
+Rimase Bradamante satisfatta
+Per le parole ed anco per le prove,
+Ché, correndo il cavallo a briglia tratta,
+Come odiva dir: "Sta!" più non se move.
+La esperïenza fo più volte fatta;
+Al fin smontarno in su l'erbette nove,
+Sottesso l'ombra del fronzuto monte,
+Ove era un rivo e sopra a quello un ponte.
+
+Quivi smontarno le due damigelle.
+Bradamante avia l'arme ancora intorno,
+L'altra uno abito biavo, fatto a stelle
+Quale eran d'oro, e l'arco e i strali e 'l corno;
+Ambe tanto legiadre, ambe sì belle,
+Che avrian di sue bellezze il mondo adorno.
+L'una de l'altra accesa è nel disio,
+Quel che li manca ben sapre' dir io.
+
+Mentre che io canto, o Iddio redentore,
+Vedo la Italia tutta a fiama e a foco
+Per questi Galli, che con gran valore
+Vengon per disertar non so che loco;
+Però vi lascio in questo vano amore
+De Fiordespina ardente a poco a poco;
+Un'altra fiata, se mi fia concesso,
+Racontarovi il tutto per espresso.
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+ - FINE -
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+End of Project Gutenberg's Orlando innamorato, by Matteo Maria Boiardo
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+*** END OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK 57787 ***