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You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: La sposa di Mènecle - -Author: Felice Cavallotti - -Release Date: October 21, 2019 [EBook #60543] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SPOSA DI MÈNECLE *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - FELICE CAVALLOTTI - - - LA - SPOSA DI MÈNECLE - - - COMEDIA - IN UN PROLOGO E TRE ATTI - CON NOTE - - - - IN ROMA - _Presso Forzani e C., tipografi del Senato_ - EDITORI - 1882 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - DEGLI EDITORI-TIPOGRAFI FORZANI E C. - - - - -Una delle arringhe giudiziarie, a noi pervenute, di Iseo (l'oratore -ateniese che fiorì sui principî del IV secolo avanti l'era volgare e fu -maestro a Demostene), arringa intitolata: _Della eredità di Mènecle_, -tratta di un caso giuridico che suggerì in germe la idea della presente -commedia e il nome del suo protagonista. Ed è curioso che dei tanti -grecisti i quali si son degnati di farmi, nelle _appendici_ critiche, -la lezione sulla commedia mia, sentenziando non verosimile il caso, -nessuno abbia mostrato tampoco di conoscere il buon vecchio oratore -Iseo almeno di vista. Mi sbaglio: l'uno di essi, più grecista degli -altri, sentendo proferito nella commedia quel nome, mi rimproverò -di avere alluso al discorso di Iseo dell'onorevole Zanardelli, e mi -ammonì paternamente che queste allusioni non sono roba di sapor greco! -Passiamo oltre... e veniamo al piato giudiziario che dovette decidersi -a quei tempi davanti ai giudici cittadini ateniesi. - -Un giovine orfano adottato per figlio da certo Mènecle, al quale -avea dato la propria sorella in isposa, e divenuto, alla morte di -Mènecle, erede di lui, si vede contesa la eredità da un fratello del -defunto: il quale afferma in tribunale l'adozione non essere stata -legittima, ma carpita al vecchio, già imbecillito dall'età, per -mezzo di sua moglie, sorella all'adottato. Iseo scrive l'arringa in -favor di quest'ultimo e sostiene legittima la adozione e la eredità, -difendendo il giovine dall'accusa. Era questa poi falsa? Era vera? V'ha -chi inclina a quest'ultima ipotesi: e scorger vorrebbe nell'arringa -di Iseo la perizia di un avvocato abilissimo messa a servizio di due -giovani imbroglioni, sfruttanti la imbecillità senile di Mènecle. A -me la ipotesi pare molto avventata; dato che le cose stessero a quel -modo, bisognerebbe ammettere che causa cattiva di rado fu difesa con -migliori e più commoventi argomenti. Checchè ne sia, ecco i fatti, -quali l'accusato, nell'arringa che da Iseo per lui fu scritta, innanzi -ai giudici li espone: giusta la legge che agli accusati prescriveva di -perorare la propria causa in persona: - -Due vecchi ateniesi, Epònimo del borgo di Acarne e Mènecle, erano uniti -da intima amicizia. Il primo morì lasciando quattro figli, due maschi -(di cui l'uno è l'accusato) e due femmine. La maggiore fu maritata dai -fratelli a certo Leucolofo. Quattr'anni dopo, quando la minore era già -in età da marito, al vecchio e ricco Mènecle morì la prima moglie: ed -egli andò dai due figli di Epònimo a chiedere in seconde nozze la lor -sorella, in memoria dell'amicizia antica che lo legava al loro padre -defunto. I due fratelli, in reverenza della memoria del genitore e -pensando interpretarne il voto, di gran cuore gliel'accordarono. Ed ora -lasciamo all'accusato la parola: - -«Così collocate entrambe le sorelle, io e mio fratello, essendo -giovani, ci demmo alla milizia e partimmo per la Tracia sotto la -condotta di Ificrate. Quivi fattoci onore ed arricchitici, tornammo -qua e trovammo la sorella maggiore con due figliuoli, e la _minore -sposata a Mènecle, senza prole_. Questi, di lì a due o tre mesi, parlò -con noi, e _dettoci della sorella nostra un gran bene, si lamentò -della propria età e dell'essere senza prole. Disse non dovere essere -quello per lui il guiderdone della sua virtù, di invecchiare con lui -senza aver figli: era già abbastanza che fosse infelice lui._ Questo -parlare chiaramente mostrava che egli la _rimandava amichevolmente_: -perchè nessuno prega cui odia. Ei ci pregava di _rendergli un segnalato -servigio, dando la nostra sorella in moglie ad un altro col consenso di -lui_. E noi lo esortavamo a persuadere egli stesso la donna; e ove ella -avesse acconsentito, noi avremmo appagato il desiderio suo. _E quella, -sulle prime, non volle saperne; ma poi col tempo, benchè a malincuore, -acconsentì._ E così la maritammo a Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle -le restituì la dote... - -«Passato da questo fatto alcun tempo, Mènecle meditava pur sempre tra -sè come scongiurare la mancanza di prole, _e come avere qualcuno che, -lui vivo, avesse cura della sua vecchiaia, e morto gli celebrasse le -esequie e i sacrifici ereditarî_. Aveva bensì un nipote, il figlio -di costui (l'avversario attore): ma essendo figlio unico, riteneva -disdicevole, adottandolo in figlio proprio, privar di prole mascolina -il fratello. E così stando, non vide altri a lui più prossimi di noi. -Quindi ci parlò dicendoci parergli giusto, postochè la fortuna non gli -aveva dato procrear prole dalla sorella nostra, avere almeno un figlio -dalla stessa famiglia, onde avrebbe amato aver prole per via naturale. -Questo udito, mio fratello assai lo ringraziò e lo approvò, dicendo -che alla vecchiaia e alla solitudine di lui certo abbisognava qualcuno -che di lui avesse cura e con lui convivesse nel borgo: «Per mio conto, -egli disse, tu sai che mi tocca star fuori in viaggio; ma ecco qui mio -fratello (me additando) che curerà le tue cose e le mie, se tu vuoi -adottarlo». E Mènecle approvò le sue parole, e in questo modo mi ebbe -figlio ed erede suo». ISEO, _Ered. Mènecl._, § 6-12. - -È egli strano che, mentre sotto a questo racconto il Lallier non vede -altro che tutto un intrigo ordito dai figli di Epònimo, fratelli e -sorelle d'accordo, per impadronirsi dell'eredità di un vecchio ricco e -senza figli; mentre la stessa renitenza della fanciulla ad accettare -in sulle prime il divorzio gli pare aver l'aria di una commedia, e -gli strappa un sorriso d'incredulità (LALL., _La femme à Athènes_, -pag. 257 e seg.), al cuore di una donna invece abbia sorriso la poesia -dell'accettare questo racconto per vero e credere ad un esempio raro -e commovente di abnegazione, di generosità e di virtù? (CLARISSE -BADER, _La femme grecque_). Certo non è a dimenticarsi che questo è -il racconto di una sola delle due parti, l'accusato, e a noi manca, -per dar un giudizio, l'arringa dell'accusatore: e certo il figlio di -Epònimo, soccorso dalla consumata abilità di Iseo, non avrà trascurato -nel racconto, come qualunque accusato, di esporre i fatti sotto la luce -che più gli giovava per muovere i giudici in proprio favore. Ma ammesso -anche ciò, tutto il linguaggio dell'arringa ha pur sempre un accento -di verità che colpisce: e le poche parole che Iseo ha posto in bocca -al vecchio Mènecle sono tanto belle di semplicità, di naturalezza e di -commovente nobiltà d'animo, che l'arte, a cui nulla importa dell'esito, -qualunque fosse, di quel piato giudiziario di secoli fa, ancor meno -sente il bisogno di giudicarle _a priori_ una invenzione sfacciata, e -di credere gratuitamente che il grande oratore che preparava Demostene -ai magnanimi impeti e alle glorie della civile eloquenza fosse -l'ignobile patrocinatore di una ignobile mariuoleria. - -Ora, _mutatis mutandis_, e messi gli accessorî da parte, intorno -a quelle semplici parole di Iseo si svolgono e favola e intreccio -della commedia presente. La quale nel pensiero dell'autore mirava a -innocentissimo scopo: e non quello già — Dioneguardi! — di scrivere -intorno al divorzio una commedia a tesi; genere di roba a cui l'autore -professa insuperabile repugnanza e ch'egli volentieri abbandona ai -moderni riformatori della società; ma senza tante pretese, fra le -cento e cento soluzioni del problema, escogitate in cento e cento -drammi, una affacciarne, esempligrazia, già scritta nel diritto e -nel costume antico, adatta a moderni casi, e sul teatro moderno non -comparsa ancora: e questa, ad argomento non di tirate nè prediche -filosofico-sociali, ma di una azione comica che ritraesse al vero la -vita intima greca del secolo di Menandro e profili e idee e affetti e -tipi della _nova commedia_ menandréa. L'autore però non avea pensato -ad un guaio: che quella vita intima d'allora, così diversa per chi la -guardi alla superficie, studiata dappresso, e minutamente, somiglia -in moltissime cose, come due goccie d'acqua si somigliano, alla vita -intima d'oggidì: e che molti di que' tipi, di que' caratteri, di quegli -affetti della commedia greca del IV secolo, trovano ancora oggi negli -affetti e ne' tipi della società nostra riscontro meraviglioso: chè -appunto non per nulla fu gloria di Menandro lo avere studiato dentro di -sè e intorno a sè ed evocato sulla scena l'_eterno umano_, tutto ciò -che nelle passioni, e nei dolori e nei ridicoli ha di eterno la umana -natura: e per dirla con Manilio, «_data la vita umana in ispettacolo -ai viventi_» (MANILIUS, _Astronomicon_, lib. V. E già prima di lui, -Aristofane il critico esclamava: _O Menandro! O vita umana! chi di voi -due ha imitato l'altro?_). - -E così avvenne che la mia povera _Sposa_ trasse seco dalla nascita la -condanna sua, al cospetto dei critici... che la sanno lunga: i quali -senz'altro, lì sui due piedi, con grande sussiego sentenziarono lei -non essere che una moderna sposina sotto spoglie mentite; e non avere -altro di greco fuor che le vesti ed il nome. Anzi qualcuno dei meno -arcigni tra questi andò più in là, e si degnò con indulgenza domandarmi -perchè mai, _dal momento che la mia era una commedia affatto moderna_, -avessi ricorso al travestimento e non avessi dato addirittura ai miei -personaggi moderni nomi, e messa la scena a Milano od a Cuneo. Eh, Dio -buono! i perchè sono tanti: e tra i cento anche questo, che a Milano -od a Cuneo, la soluzione pensata dal vecchio Mènecle, e a noi da Iseo -testificata, se anche risponde al sentimento nostro, con i codici -nostri non sarebbe stata possibile; sebbene anche a Milano ed a Cuneo -essa forse sarebbe, pure ai dì nostri, in moltissimi casi desiderabile. -E il mio Mènecle non essendo un moralista delle commedie a tesi, non -declama su le leggi come sono da farsi, ma si serve delle leggi come -sono già. Il che, per questi tempi di _verismo_, m'è parso anche più -vero. - -Ma con quei critici sapienti, autorevoli, competenti e consumatori di -_enciclopedie_, dilungarmi in risposte non parmi del caso: e con le -loro nozioni profonde della vita greca e del mondo greco, di riuscire -ad intendermela dispero. Ai benevoli poi, i quali lessero nello -intendimento artistico dell'autore, e furono larghi alla _Sposa_ ne' -teatri d'Italia di accoglienze cortesi, a questi dedico il volume con -le note che l'accompagnano: soverchie certo a molti di loro per l'amore -che professano a questi studî: non soverchie all'autore per il rispetto -che deve all'arte sua. - - FELICE CAVALLOTTI. - - - - -PROLOGO - - [Illustrazione: Scena] - - -_PERSONAGGI DEL PROLOGO_ - - TESMOTETA (presidente del tribunale). - BEOTO, accusatore. - EUDEMONIPPO, autor comico, accusato - (Eudemonippo: εύδαιμων, felice; ἵππος, cavallo). - CANCELLIERE. - ARALDO. - 1º, 2º, 3º GIUDICE. - Altri GIUDICI (_eliasti_) che non parlano, e TESTIMONI. - CUSTODE della _clessidra_, e ARCIERO scita - in sentinella, che non parlano. - -_L'azione del prologo ha luogo in Atene l'anno 300 avanti l'E. V. -(1º della 120ª Olimpiade) ossia 80 anni dopo l'epoca in cui è posta -l'azione della commedia._ - - - - - PROLOGO - - _UN PROCESSO ATENIESE_[1] - - -DICASTERO ATENIESE.[2] - - Aula del _Tribunale verde_ (_Batràchio_).[3] Pareti colorite in - verde. Su alcune colonne sono scolpite in tavole le leggi penali. - - Verso il boccascena, a sinistra, è disposto il seggio elevato del - Tesmoteta, che vestito di bianco e coronato di mirto, presiede. - Accanto a lui, dai due lati, si stendono le gradinate o banchi di - legno, coperti di stuoie (πίαδια)[4] per i giudici (_eliasti_) - occupanti tutta la sinistra del palcoscenico, e supponentisi - continuare in platea. Il recinto dei giudici è circoscritto nello - sfondo da steccato o sbarre (δρυφάκτοις), di là dalle quali è - lo spazio riservato al publico dei cittadini che frequentan le - udienze: e più oltre in fondo, nel mezzo, l'ingresso, chiuso da - un cancello (κιγκλίς).[5] Presso l'ingresso, guardato da una - sentinella (_arciero scìta_),[6] sorge la statua o simulacro - di Lico[7] ed è issata una piccola bandiera. Di fronte al - Tesmoteta, nell'angolo tra lo sfondo e la destra della scena, due - tribune elevate (βήματα), quella dell'_accusatore_ (_ringhiera - dell'implacabilità_, ἀναίδεια) e quella dell'_accusato_ (_ringhiera - della protervia_, ὕβρις). Presso alla ringhiera dell'accusato - stanno i testimoni da lui citati. Dinanzi e vicino[8] alle due - ringhiere, due vasi od urne pei voti, l'una di rame, coperta - (urna del voto, κύριος κάδισκος), l'altra di legno, aperta (urna - di controllo, ἂκυρος κάδισκος). Più innanzi, ma vicino sempre - alle tribune, due tavoli, l'uno del _cancelliere_ o scrivano - (γραμματεύς) su cui è il vaso (ἐχιῖνος) contenente i documenti - e altri papiri distesi sul tavolo; sull'altro più piccolo la - _clessidra_ od orologio ad acqua, regolata da un servo, soprastante - alla stessa (ἐφ’ ὕδωρ).[9] Costui ha presso di sè due anfore, una - grande contenente l'acqua, e una più piccola per attingerne le - misure. - - - All'alzarsi della tela, i due litiganti son ritti in piedi nello - sfondo. Il Tesmoteta (in veste bianca e con la corona di mirto) è - già seduto: gli Eliasti entrano e vanno a prendere i posti. Essi - hanno tutti in mano un bastone (βακτηρία) verde anch'esso come il - color del Tribunale, e terminante in pomo. Man mano entrano, avanti - sedersi, ritirano dal Tesmoteta una tavoletta di cera (gettone - di presenza, ούμβολον). L'Araldo ch'è sul davanti della scena, - in veste bianca, sta bruciando nel tripode dei rami di mirto e - dell'incenso.[10] - - -1º EL. (_prendendo posto_). Neh, Simone, speriamo la tengan corta... - -2º EL. Spero bene. Un bel piatto di lenticchie[11] m'aspetta a cena. Se -l'accusato va per le lunghe, piangerà senza mangiar cipolle...[12] - -TESMOT. Araldo, recita la preghiera e le imprecazioni. - -AR. (_proseguendo ad ardere l'incenso_).[13] «O Giove e Febo Apollo, e -Pallade protettrice della rocca, e dèi Pizii, e dee Pizie, e Delìaci e -Delìache, assistete al giudizio, illuminate il voto. E se alcun giudice -abbia preso danari o doni dalle parti, o non le ascolti entrambe con -animo eguale, e non giudichi secondo le leggi e il giuramento,[14] -sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua.[15] E se alcuno dei -contendenti o testimoni inganni i giudici, e asserisca o giuri cose -false, sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua. Chi osserverà -il giuramento, gli sia ogni evento felice. Così piaccia a Giove, e a -Nettuno, e a Cerere». - -TESMOT. ed ELIASTI (_in coro_). _Così piaccia_... - -TESMOT. Araldo, vedi se vi son giudici ancora fuori. Appena si -incominci non entrerà più alcuno.[16] - -AR. (_guardando e verso i cancelli e verso la platea_). Pare ci sian -tutti... - -TESMOT. (_accennando verso l'ingresso_). Sian chiusi i cancelli. Chi -dei giudici fosse ancor fuori, perderà la paga... - -4º EL. e altri GIUDICI (_in ritardo, che vengon correndo mentre la -sentinella sta per chiudere i cancelli_). Aspetta! aspetta! - -1º EL. (_a quei che vengono di corsa_). Oh, oh, Carione! Zantia! -Presto, presto! se no, non bevi il latte del questore!...[17] - -4º EL. (_sedendosi cogli ultimi arrivati_). Auff!... maledetta la -furia!... Buon dì, Simone... - -TESMOT. Silenzio!... (_all'araldo_) È chiuso? Chiama i litiganti. - -AR. Causa di Beoto, figlio di Blèpiro, del borgo di Tòrico... - -BEOTO (_avanzandosi_). Presente! - -AR. Contro Eudemonippo, figlio di Evalce, del borgo di Cefiso... - -EUDEM. (_avanzandosi_). Presente! - -TESMOT. Cancelliere, recita l'accusa. - -CANCEL. (_leggendo_).[18] «Il giorno sei della luna crescente di -Munichione,[19] Beoto di Blepiro, Toricese, innanzi all'Arconte accusò -con giuramento Eudemonippo, autore comico, di leggi violate e corruzion -del costume, perchè nella commedia _La Sposa di Mènecle_, presentata -all'ultima gara delle feste Dionìsie,[20] mise in iscena cittadini col -loro nome, disse ingiuria a magistrati, e divulgò idee contrarie alle -leggi, alla famiglia, alle cose sante e stabilite della città. La pena -sia dieci talenti e il bando dalle gare teatrali.[21] Stia in carcere -fin che avrà pagato».[22] - -TESMOT. Giudici, udiste l'accusa. Fu affissa nel termine prescritto, -sotto le statue degli eroi.[23] Le parti hanno dato il giuramento.[24] -Accusatore Beoto, monta in ringhiera.[25] Silenzio!... - - (Beoto sale lento la ringhiera, dispone le carte a sè davanti, ne - passa alcune giù al cancelliere con cui scambia sottovoce brevi - parole, per mostrargli quelle da tener pronte, poi si mette la - corona in testa e si soffia il naso).[26] - -3º EL. (_durante la pausa preparatoria i giudici disattenti van -chiacchierando fra loro_).[27] Sai, chi ho visto ieri? Alce la -sonatrice... - -1º EL. Come? È qui? - -3º EL. È tornata da Mileto, dove ha fatto fortuna. E come s'è fatta -bella!... - -1º EL. Dove la sta?... - -3º EL. Ih, che fretta! Dietro il Pritanèo. Zitto... Sentiam questo -chiacchierone... - -TESMOT. Fate silenzio... attenti, giudici...[28] - -2º EL. To' che si soffia il naso per tirar giù le idee! Ah, sì, se -crede che per tre oboli io voglia star qui fino a domani... (_al -servo che sta versando in più riprese l'acqua dall'anfora grande nella -piccola che serve di misura, e da questa nella clessidra_) Ehi, ehi, -quell'anfore tienle scarse![29] - -BEOTO (_dopo messasi la corona, e aggiustate le carte, comincia a -parlare, appoggiandosi sul bastone[30] e rivolto al Tesmoteta_). O -giudici Ateniesi! La accusa testè letta mi dispensa... - -1º EL. Forte!... - -3º EL. Più forte!... - -2º EL. Che voce da chioccia!... - -BEOTO (_alzando la voce_) ... la accusa testè letta mi dispensa da -lunghe parole, e sarò brevissimo... - -1º EL. Bravo! - -2º EL. Bene!... - -BEOTO. ... brevissimo... e mite: e regalo all'accusato tutta l'acqua -che m'avanza...[31] - -EUDEM. Non so che farne... - -BEOTO. ... perchè la evidenza dei fatti val meglio di ogni arringa -eloquentissima. Nè alcuno di voi creda, per l'olimpico Giove, che -privata invidia o rancore m'abbiano mosso all'accusa:[32] chè l'animo -nel muoverla mi piange... - -3º EL. Poveretto!... - -BEOTO. ... e pagherei volentieri, perchè i fatti non fossero, la multa -dell'accusator soccombente.[33] - -2º EL. Eh, che generoso!... - -BEOTO (_con accento e gesto di declamatore_). Ma in vedere costui -farsi giuoco dei patrii magistrati, e sommuovere con funeste massime -la città,[34] chiamando complici della iniqua opera le Muse, santo e -puro zelo d'indignazione mi prese per la offesa fatta a quelle dee: le -quali invoco e gli altri numi ed eroi tutelari di questo suolo, perchè -vendichino sè stessi, e voi, e le leggi, e i patrii templi, e i boschi, -e i domestici sagrifici...[35] - -2º EL. (_interrompendolo_). Tira il fiato!... - -BEOTO. Che se, per far breve, a poche leggi sole nella accusa mi -restrinsi, ben potrei portar qui tutto intero l'archivio di quante -leggi e sentenze si conservano nel tempio della gran madre degli -dei,[36] perchè questo impudentissimo tutte in una le calpestò. E tu, -che tanto osasti, sei ancora vivo? sei qui? - -TESMOT. Neh, oratore, se è qui, mi par inutile domandarglielo. Bada -all'acqua... - - (Mentre Beoto parla, Eudemonippo è ritto in piedi a lato della - propria tribuna, e prende annotazioni.)[37] - -BEOTO. Ci bado!... non temere, sarò cortese con questo... -scelleratissimo. La commedia vi sta, o giudici, davanti: essa vi parli -per me. Vietano le leggi nostre, o Ateniesi, sian messe sulla scena -persone vere sotto il loro nome e dicasi ingiuria a magistrati: savio -divieto, perchè l'onore di questi è onor dei cittadini che li elessero, -e l'onor dei cittadini è patrimonio della Repubblica. E pur qui nella -commedia si nominano e Fania ed Elèo: e pur non ignorate che il vecchio -Mènecle fu eletto due volte tesmoteta, e andò ambasciatore ai Corintj -e governatore in Lesbo: giudicate voi, dopo tanta dignità di uffici, -qual parte nella commedia gli tocca di fare. Bellissima anzi, vi dirà -questo istrion da dozzina:[38] ma voi non sorprenderanno le sue parole, -perchè appunto la commedia è intesa a capovolgere ogni concetto e della -famiglia e della virtù. Vedo molti fra voi dalla testa calva o canuta, -i quali condussero in tarda età giovane sposa... - -2º EL. (_scherzoso al vicino_). Neh, senti Glaucone!... - -BEOTO. ... essi, essi diranno, per gli dei, se la condotta che a -Mènecle costui attribuisce, sia imitabile e seria, se degna di un -Arconte ella sia! Ad essi, ad essi, se a loro è pur caro sentirsi sui -freddi levigati avorî della testa la carezza di mano morbida e tepida, -e stringere la fresca dolce compagna fra le braccia antiche e dignitose -— ad essi, ad essi[39] io domando se meriti pena costui che dalla -scena osa propor simili esempî, e proporli in persona di un magistrato -che porta corona, affinchè l'esempio, reso più autorevole, porti più -presto, o vecchi giudici, nei talami vostri la solitudine... - - (Esclamazioni dei giudici). - -1º EL. Eh, eh! senti? - -2º EL. Come, come? La solitudine nei talami nostri? Questo osa quel -tristo?...[40] - -BEOTO (_rilevando, con voce vibratissima, la interruzione_). Sì... -questo osa!... e difendeteli, difendeteli, i vostri talami, per gli -dei!... - -2º EL. Ma anche per le dee, se occorre!... o sta a sentire!... - -BEOTO. Io non so se io deva... non vorrei... - -1º EL. Parla! parla! galantuomo!... - -2º e 3º EL. Sì, sì, segui!... segui!... - -BEOTO. Non vorrei eccedere nei diritti della accusa, fedele al mio -proposito di essere cortese con questo... solennissimo birbante... - -1º e 2º EL. No, no, non esser cortese!... - -BEOTO. Ma egli forse vi dirà che nei panni di Mènecle altro partito -non v'era da quello che egli inventò: e voi rispondetegli che miglior -partito era la morte... - -1º EL. Sicuro!... - -2º EL. Sicuro! - -BEOTO. ... e che in quei panni ognun di voi preferirebbe morire... - -1º e 2º EL. Cioè, cioè... - -3º EL. Adagio, un momento... - -BEOTO. Perchè la legge non vieta a chi versi in tristi impicci nel -mondo l'andarsene... (_passa un foglio al cancelliere_) dilla su, -cancelliere... tu (_al custode della clessidra_) ferma l'acqua...[41] - -CANCEL. (_leggendo_). «Chi non voglia più vivere, lo annunzi al Senato: -gli esponga le cause: ottenutone il permesso, vada pure...» - -3º EL. Ah, quando c'è il permesso, è un altro affare... ma io non lo -domando... - -BEOTO. Come vedete, o Ateniesi, la via d'uscita e magnanima vi era: -magnanima costui poteva rendere la condotta di Mènecle: ma a lui -premeva sovvertir la famiglia, e dare ai vecchi mariti detestabile -suggerimento... Or io mi volgo tra voi, giudici, anche a color che -son giovani; a voi, che appena in quest'anno avete avuto la tabella e -prestato in Ardetto il giuramento:[42] e a voi domando, se baldanza di -mogli sia lecita in Atene, quanta costui nelle donne di Cròbilo e di -Fània ne pensò... Ben più modesto ufficio, saviamente, o Ateniesi, fra -noi si assegna alla sposa del cittadino: poichè abbiam le cortigiane -pei piaceri dello spirito e per gli affetti della vita... e abbiam le -mogli per crear figli legittimi e per la custodia della casa e della -roba.[43] - -ELIASTI. Bravo! benissimo! - -BEOTO (_segue riscaldandosi e battendo del pugno sulla ringhiera_). -Questa la legge, questo il costume, questa la base della città: se v'ha -chi altra ne sappia, la indichi, salga qua, gli cedo l'acqua.[44] Ma -costume, e legge, e città, che diverranno se manderete assolto costui -che insegna alle mogli ad alzar la voce, quando parla il marito? -O terra, o sole, o dei![45] Così tu, celibe, insidii dei mariti -l'autorità, e nulla avendo da far nella tua casa, metti sossopra la -loro? - -1º e 2º EL. Ah, ma la vedremo!... - -3º EL. Basta, basta! non dir altro!... lo aggiusterem noi!... - -BEOTO (_rasciugandosi il sudore e ripigliando più calmo_). Ancora una -parola, e ho finito. Fu tempo, o Ateniesi, che le Muse tra voi furon -ministre di virtuosa e virile educazione: allora esse crebbero quegli -uomini che pugnarono a Maratona.[46] E vanno famosi quelli antichi -poeti, perchè insegnarono il vero, onorarono gli iddii, beneficarono -gli uomini: e trovarono molte leggiadre parole per dire molte utili -cose. Orfeo fondò i misteri, vietò le stragi; Museo insegnò i rimedi -delle malattie; Esiodo l'agricoltura e i tempi del seminare e del -raccogliere (_man mano che Beoto prosegue l'enumerazione degli esempi, -gli Eliasti danno in esclamazioni d'impazienza_). Omero perchè acquistò -gloria? perchè insegnò l'arte di schierar le truppe.[47] Tirteo? perchè -insegnò la politica. Così è del poeta ammaestrare gli adulti, come il -pedagogo i puttini:[48] per questo ordinammo che i poemi di Omero si -cantino nelle sante Panatenee:[49] per questo alzammo alle Muse, come -a benefattrici, gli altari. E voi tollerereste che questo sacrilego -ricorra ad esse per renderle seminatrici di guai? Ah, se da qui -tornando alle case vostre, le mogli o le sorelle vi domandassero:[50] -_Che cosa avete fatto quest'oggi?_ risponderete voi: abbiamo assolto -un poeta il quale pose in iscena mogli che si immischiano di quel -che non devono e che non fanno quello che devono? Ah no, per Giove -e per il trofeo e per i sepolcri della Tetràpoli![51] no, per gli -eroi che dormono sotto i pubblici monumenti! oggi... tornando a casa, -raccontereste la vostra sentenza: domani, tornando a casa... non -trovereste la minestra in tavola!... Pensateci! - - (Applausi degli eliasti. Beoto si leva la corona e scende - pettoruto, con aria trionfante, dalla ringhiera). - -2º EL. Ah, le mie lenticchie!... - -1º EL. Questo è parlare!... - -3º EL. Scusa... stavo scrivendo... che cosa ha detto?... - -1º EL. Che se diamo a costui fava bianca, domani le donne non ci fan da -pranzo... - -3º EL. Ma glie ne do cento di fave nere...[52] - -TESMOT. Accusato, monta in ringhiera: e sii calmo: non mi andare fuor -degli ulivi.[53] L'accusatore è stato moderato nei termini e cortese. -Vedi di esserlo anche tu. - - (Grandi e prolungati rumori e voci fra i giudici, intanto che - Eudemonippo monta in ringhiera e si mette la corona). - -EUDEM. Ateniesi! Giudici!... A Giove... - - (Parla fra i rumori ostili). - -ELIASTI (_in coro_). No, no!... Abbasso! - -EUDEM. (_tentando fra i rumori, inutilmente, di farsi ascoltare_). A -Giove che ascolta i giuramenti e le ragioni... io domando... - -2º EL. Ma che domande!... ma sentilo che parla di ragioni... - -TESMOT. Fate silenzio!... - -EUDEM. (_sforzandosi sempre tra i rumori di farsi udire_). Io domando -che se ingiusti... - -1º EL. Ingiusti noi?... Oh sfacciato!... - -3º EL. Noi ingiusti?... Prova mo' a ripeterlo!... - -ALTRI ELIASTI. Basta! abbasso! abbasso![54] - - (Rumori prolungati, conversazioni clamorose tolgono all'oratore la - parola). - -EUDEM. (_a voce fortissima_). Una volta due uomini e un asino... - - (Si fa silenzio improvviso). - -1º EL. Ohe, attenti!... una storiella!...[55] ssssss!... - -ELIASTI. Ssssss! ssssss! - - (Silenzio generale completo). - -EUDEM. (_ripiglia calmo_). Un asino e due uomini viaggiavano:[56] -l'uno, il padron della bestia, l'altro che l'aveva a nolo: e scottando -forte il sole, litigarono i due, a chi l'ombra dell'asino toccasse: -l'uno, il padrone, diceva aver noleggiato l'opera della bestia e non -l'ombra: l'altro replicava, l'ombra essere parte dell'opera... - - (Eudemonippo si arresta con lunga pausa). - -1º EL. To'! to'! un bel caso da decidere!... - -2º EL. E così?... (_a Eudemonippo che ha fatto pausa_) come è andata a -finire?... - -3º EL. (_ed altri_). Come è finita? come è finita?... - -EUDEM. È finita che i due han ricorso ai giudici in tribunale, e i -giudici li han sentiti imparzialmente tutti e due... quello che voi non -fate con me: e voi che state attenti, appena vi parlo di un asino... -potreste bene star attenti, or che vi parlo di... un altro!... - - (Indica l'accusatore: risate fra gli Eliasti). - -2º EL. Bravo, per Giove! Sicuro! Ha ragione!... - -1º e 3º ed altri EL. Sì, sì, parla!... - -EUDEM. (_con voce pacatissima e gesto parco e corretto_). Non dubitate, -sarò cortese: e se di quante leggi violate ei m'accusò, tante menzogne -e stolidaggini gli proverò, bene io confido ei non sia per portar -fuori, col quinto dei voti, salve le spalle da qui: perchè sul vostro -animo incorrotto non han presa nè i grossi paroloni,[57] nè la truce -minaccia onde egli, per ispaventarvi, concluse. Paroloni e minacce -a lui dettate, s'intende (_ironico_), non da odio nè invidia, ma da -purissimo zelo dei costumi e dell'arte: così almeno vi assicurò: tu -intanto (_al cancelliere_) chiamami i testimoni.[58] - -CANCELL. (_leggendo la lista testimoniale_). Callia di Stefano del -borgo di Alopéce, Pànfilo di Arìstide del borgo di Anagìro, Chèrea -di Lisìppo del borgo del Pireo... (_i testi citati si avanzano; il -cancelliere estrae dal vaso[59] la testimonianza e legge_) «Attestiamo -ch'eravamo in teatro alle feste Dionìsie quando Beoto, figlio di -Blepiro toricèse, oggi accusatore, presentò una sua commedia così -brutta che non giunse alla fine, perchè il popolo lo cacciò a fischi, e -per poco non lo lapidò...»[60] - -EUDEM. Basta. Giurate che è vero? - -I TRE TESTIMONI (_un dopo l'altro stendendo la mano sul tripode_).[61] -Giuro. Giuro. Giuro. - -EUDEM. Ebbene, o giudici, io non nego che scevro da invidia e purissimo -sia lo zelo di Beoto: perchè la memoria delle sventure purifica, e i -fischi a lui toccati nell'arte furon tanti, che nessuno zelo può essere -più puro del suo. Ad una sua accusa vo' intanto rispondere: ch'abbia -per me sofferto ingiuria il vero. Voi tutti ricordate di Frìnico, il -poeta tragico che dilettò i vostri avi: chi sulla scena finse il vero -più di lui? Tutta la città egli commosse rappresentando la presa e la -distruzion di Mileto:[62] quand'egli mostrò l'orde persiane irruenti -al baglior degli incendî per la città devastata, e lo strazio dei -feriti e moribondi, e le jonie vergini strappate per i capelli agli -altari, le donne trafitte, i poppanti scannati sul seno delle madri, -tutti vinse la pietà, e per tutto il teatro fu altissimo pianto: ma -gli avi vostri condannarono Frìnico a fortissima multa, per averli -fatti piangere,[63] rappresentando troppo al vero quella disgrazia. -Giusta e savia condanna! Perocchè a noi le Muse abbiano concesso i -celesti doni a disvago e conforto dell'anima, non già ad intristirla -nella contemplazione pura e semplice dei mali.[64] E chi non sa che -uccisioni, e atti di ferocia, e pietosi casi avvengono tutti i giorni -intorno a noi?... Incontrai e vidi, qua venendo, un padre piangere -dirotto sul cadavere dell'unico figlio: io vi giuro, o Ateniesi, -che egli superava nella verità del pianto ogni istrione, e che nè -Sofocle nè Euripide mai non dipinsero un dolor come il suo: ed io non -chiedo riveder finto ciò che i miei occhi han visto già così vero! Ma -vollero i Numi che, a sollievo de' mali, noi alle Muse sagrificando -ci levassimo sopra dei dolori umani: e da dolori e da colpe e da -miserie, brutta discordante miscea, fuor balzasse un mondo di forme -belle e nascose, parlasse una arcana divina armonia, che i cuori umani -intendessero... e pure non fosse di quaggiù!... Questo vollero i nostri -poeti: per questo ammirammo la legge di Tebe che punisce l'artista se -dalla natura e dal vero non evoca le linee del bello. E tu calunnî, -o Beoto, quegli altissimi poeti che nominasti: non da utili verità nè -insegnamenti venne a loro la gloria, ma perchè le menti umane, sull'ali -de' lor canti leggiadri, sorgendo a più vaste e più lucide sfere, -ne ridiscesero migliori[65] e più gagliarde allo studio delle utili -cose!... - -TESMOT. Accusato, tu divaghi, e l'acqua scorre!.. - -1º EL. Sì, sì, taglia corto!... - -EUDEM. Grazie, Arconte.... non esco dal tema. Perchè forse è poi vero -che io abbia detto cose false e messa a capriccio la mia fantasia -nel posto delle leggi e del costume? Vero forse che io insegni nuovi -riti coniugali, libertà e diritti di donna e di moglie, a donna e a -moglie negati?... Ma, o tristo che m'accusi, perchè non accusi anche -l'ombre del vecchio Cràtino e del divino Aristofane, e di Antìfane, -e di Alessi, e di Filemone, e di Menandro nostro dai dolcissimi -amori, a cui le grazie conservino lunghi anni i geniali estri e la -vita? Provami che le mogli delle lor commedie sbugiardino le mogli -della mia: o trascinali anch'essi a questa ringhiera, e trascinavi -Aristotile e Senofonte, che qui nel suolo dell'Attica il nome di -sposa resero augusto e bello di più alti uffici, di cari diritti, -di nova dignità.[66] A voi intanto, o giudici, basti la pazienza -di udir la commedia, e raffrontarla alle leggi, se alcuna d'esse -violai. Tu (_al cancelliere_) brevemente recita queste: voi appresso -giudicherete quella. (_Al custode della clessidra_) Ferma l'acqua. (_Al -cancelliere_) E di' su. - -CANC. (_legge_). «La donna è dal padre o dal fratel consanguineo o -dall'avo paterno data legittimamente in isposa a chi essi credono. -L'orfana erede è in balìa di chi n'ha il diritto o n'ebbe podestà dal -tutore».[67] - -EUDEM. Ora la terza di Solone sull'orfane. - -CANCEL. (_legge_). «L'orfana potrà reclamare che il parente più vicino -la sposi. Questi dovrà condur l'orfana in moglie o collocarla, dandole -cinquecento dramme di dote. Se nol fa, l'Arconte potrà obbligarvelo -sotto multa di mille dramme, sacre a Giunone».[68] - -EUDEM. Continua l'altra. - -CANCEL. (_legge_). «Anche se la donna fosse già maritata, e le muoia -il padre e non le restin fratelli, il prossimo parente la chiederà in -moglie, e il precedente matrimonio sarà sciolto».[69] - -EUDEM. Queste, o giudici, le leggi nuziali, conservatrici delle stirpi. -Passa a quelle dei divorzî. - -CANCEL. (_legge_). «Il divorzio ha luogo o per mutuo consenso de' -coniugi, o promosso dal marito o dalla moglie: se dal marito, è -ripudio: se dalla moglie, è abbandono. - -«Se il divorzio accade per consenso mutuo o volontà del marito, non -esige intervento del giudice. Se è chiesto dalla moglie per incuria o -maltrattamenti del marito, la moglie presenta in persona la richiesta -scritta all'Arconte».[70] - -EUDEM. Basta così. Queste savie leggi, o Ateniesi, a noi ha dato -Solone: voi direte se ad esse scrupolosamente conforme il tema della -commedia e la condotta di Mènecle non sia. Ben vero costui s'alza e vi -dice: A Mènecle, ne' panni suoi, per fargli onore, miglior partito era -scendere, volontaria ombra, fra i morti. E tu che lo affermi, l'avresti -fatto? Tu che adduci la legge, perchè non l'adduci intera?[71] Perchè -sapevi che, nel caso di Mènecle, il Senato di andar fra l'ombre -anzi il tempo non gli avrebbe data licenza. Leggila tutta... Occhio -all'acqua!... - -CANCEL. «Chiunque a cui siasi fatta grave la vita, lo annunzi al -Senato, esponendone le cagioni: privazione di figli, perdita di -sostanze, corpo mutilato, o morbo incurabile... - -EUDEM. Senti?... - -CANCEL. .... e impetrato dal Senato il permesso, beva la cicuta e vada -pure».[72] - -EUDEM. Hai udito le cagioni che la legge enumera? Mi dirai che l'avere -a sessantacinque anni una sposina di venti, sia compreso dalla legge -nella rubrica dei morbi incurabili? - -BEOTO. Certo. - -EUDEM. Ammettiamolo. Chi ti dice che lo ammetteranno, per proprio -conto, i senatori? E che a tutti poi accomodi di contar in piazza, -al Senato, malattie di forma così atroce? E se il permesso è negato, -perchè non parli della pena ai trasgressori?... Dilla tu. - -CANCEL. «Se uno si uccida da sè senza licenza, la mano che questo fece, -sia seppellita separata dal corpo».[73] - -EUDEM. E tu, difensor delle leggi, tu volevi da me sulla scena -l'esempio di un Arconte che le leggi offendesse, o scendesse col -moncherino alla barca di Caronte, senza la mano per pagar l'obolo e -ritirare il resto? Ma tagliati la tua che ha scritto più menzogne sulle -tabelle di quanti abbi capelli sulla testa!... - -Che resta adunque delle accuse di questo tristo? Una sola. Aver messo -in iscena, contro la legge, cittadini Ateniesi col loro nome. Io non -dirò che la legge, se tale fosse, fu posta da Làmaco, uno dei Trenta -tiranni, quando la tirannide infuriava tra noi, e che le leggi dei -Trenta sono a ritenersi abolite...[74] Non dirò che l'attica Musa, nei -tempi d'oro della libertà nostra, ripudiò i freni come sacrileghi, e -Pericle istesso, provatosi a porne, vi rinunziò.[75] Non dirò... - -TESMOT. Neh, accusato, quello che non dirai, lascialo da parte. - -EUDEM. Ebbene, dirò che la legge, se tale foss'anche, costui non l'ha -letta neppure. Dimmela su. - -CANCEL. (_legge_). «Làmaco disse e il Consiglio dei Trenta e il Senato -decretarono: non sia lecito porre in commedia fatti contemporanei, -o cittadini reali e viventi col loro nome. Il trasgressore qualunque -cittadino possa citarlo in giudizio, e scriva la pena». - -EUDEM. Dunque la legge parla di fatti contemporanei: ora invece la -commedia risale ai dì della 100ma Olimpiade, quando Atene raccolse i -fuorusciti di Tebe, e Pelopida ed Epaminonda prepararono la riscossa. -La legge parla di cittadini viventi: ora ecco ben sessant'anni che -il buon Mènecle riposa nel sepolcro degli avi; ecco dieci anni che -Aglae lo raggiunse, veneranda vecchierella, benedetta dai figli dei -figli suoi. E se la legge dà al cittadin nominato facoltà di trarre in -giudizio chi lo nomina, io sbaglierò, ma parmi, o giudici, che per far -questo egli debba prima di tutto esser vivo... ti pare, o Arconte?... - -TESMOT. Sì... mi pare... - -EUDEM. Perchè ai morti non è data facoltà di querela, e all'infuori -di Orfeo, di Teseo e di Ercole non so chi altri fin qui sia tornato -dalle porte dell'Erebo. Così Mènecle potesse tornarne!... egli, pel -primo, pregherebbe, o giudici, a me propizio il vostro voto! (_prende -in mano un ramuscello[76] e lo stende verso i giudici_) Egli ve ne -pregherebbe, o voi giovani, per la memoria dell'atto suo generoso, -a cui resero giustizia qui in quest'aula istessa, innanzi a questa -effigie istessa di Lico eroe, i padri vostri, quando ad essi la parola -eloquente di Iseo la raccontò. Egli ve ne pregherebbe, o vegliardi, non -per lo squallore che costui vi minaccia, dei talami solitari, ma per i -giorni sereni e consolati di affetti cari, che a lui furono compenso -e letizia della tardissima età. Ben vero, egli non morse, il vecchio -Mènecle, alla mela cotogna che la legge invita gli sposi a mangiar -insieme, la notte delle nozze:[77] ben vero, per lui i bianchissimi -graziosi dentini di giovinetta non furono costretti a cercar nella -scorza del frutto sacro alla gamèlia Giunone, i solchi di denti gialli -e tarlati... - -1º EL. al 2º. Come i tuoi... - -2º EL. Eh già... de' tuoi no certo... non ne hai più... - -EUDEM. Ma egli ebbe il conforto, raro concesso a mortali, nell'ora -suprema, di leggere in isplendide pupille il dolore di lagrime vere... -Ah no, o giudici, non voi irriderete alla preghiera che di sotterra il -buon vecchio vi manda per me: non voi raccoglierete la iniqua accusa di -questo furfante... - -BEOTO (_al Tesmoteta_). Arconte!... - -TESMOT. (_a Beoto_). Furfante... è un termine di giurisprudenza... - -EUDEM. (_insistendo_) ... di questo furfante, leggi invocando dai -tiranni bandite, o la mia Musa incolpando di corrompere il costume. Ah -non cambiano i carmi il midollo nelle ossa umane! Da ottanta e più anni -dorme la vecchia commedia politica, tace e dorme la satira sfrenata, -lussuriosa di Aristofane, e non perciò del suo silenzio la città e i -costumi s'avvantaggiarono; oggi sovr'essi il mio collega Filìppide mena -di nuovo la sferza,[78] e non perciò delle sue sferzate città e costumi -miglioreranno. Poveri costumi, se non bastarono a salvarvi nè la parola -di Demostene, nè il sangue dei morti a Cheronea!... Voi tutti le avete -vedute le patrie fortune cadute in basso coll'andarsene delle patrie -virtù; le avete vedute le apostasie dei caratteri, e le fedi instabili -voltarsi al voltarsi dei venti, e i tribuni mutati in cortigiani; e -le 360 statue inalzate a Demetrio Falerèo, rovesciate all'indomani per -ergere gli altari al Poliorcète; e le supine adulazioni di Stratocle, -le bassezze buffonesche di Dromòclide,[79] e la caccia febbrile agli -uffici, alle ricchezze, ai vili onori: e la viltà fatta abitudine, la -menzogna eretta in legge, la ciarlataneria surta a costume: _queste -son le cose_, dirò anch'io col poeta, _queste son le cose, e non già le -commedie, che mandano il popolo in rovina!_[80] Condannatelo il poeta, -se offende le leggi della eterna bellezza!... ma voi... voi pensateci -per vostro conto a quelle eterne della virtù!... - - (Durante l'ultima parte dell'arringa, il Tesmoteta e i giudici - danno segni visibili di stanchezza sonnolenta. Il Tesmoteta abbassa - più volte la testa sul petto, rialzandola tratto tratto come chi - combatte contro il sonno. Quando Eudemonippo ha finito e si leva la - corona, il Tesmoteta rialza, scotendosi, vivamente il capo). - -TESMOT. Finito?... (_vede Eudemonippo che si leva la corona_). Ah... -Passerem dunque, prima dei voti, alla recita della commedia in atti... -Or quindi, o giudici, l'arringa che udiste... - -CANCELL. (_udendo un certo rumore si è mosso dal suo stallo e -si è appressato ai giudici per vedere che cos'è... poi fa segno -maliziosamente all'arconte additandoli, e continuando la frase di lui_) -... li ha già persuasi... (_addita i giudici_) Dormono. - -TESMOT. Dormono? (_vivamente all'accusato_). Recita, ch'è il momento -buono!... - - - (CADE RAPIDAMENTE LA TELA). - - -NOTE - -[1] Per quanto riguarda i tribunali d'Atene, gli ordinamenti e riti -giudiziari, forme del processo, ecc., ecc., rimandasi alle fonti -precipue e alle sparse notizie in DEMOSTENE, ESCHINE, ISOCRATE, LISIA, -ISEO, LICURGO e tutti gli altri oratori attici; e in ARISTOFANE e negli -SCOLII _ad Aristof._, in ispecie alle _Vespe_, alle _Aringatrici_, -alle _Tesmoforìe_, al _Pluto_. Confr. SCHÖMANN, _Antich. greche_; -_Antiquitates jur. publ._; _De Areopago et Ephetis_; _De sortitione -judicum_; _De Dicasteriis_; MEIER e SCHÖMANN, _Der Attische Prozess_; -PERROT, _Droit public d'Athènes_; MATTHIAE, _De judic. athen._; -HUDTWALKER, _De arbitr._; MEURSIUS, _Themis attica_; PETIT, _Legg. -att._, ecc., ecc. - -[2] All'infuori dell'Areopago e degli altri quattro tribunali speciali -dei magistrati detti _Efeti_ (_Pritaneo_, _Delfinio_, _Palladio_ e -_Freatte_) giudicanti delle cause di omicidi volontari e involontari -in genere (δίκαι φονικαί) giudicavano di tutte l'altre cause civili -e penali i giudici popolari o cittadini giurati, 6000 di numero -(_dicasti_ od _eliasti_), scelti a sorte ogni anno fra tutti i -cittadini non minori dei trenta anni, e integri di fama e di diritti -politici e civili (ἐπίτιμοι). Cinque mila erano giudici effettivi; -mille supplenti. Distribuivansi i 6000 in 10 tribunali, ossia sezioni -o decurie (δικαστήρια), quant'era appunto il numero delle tribù (SCOL. -in ARISTOF., _Pluto_); e _dicastero_ diceasi non pur la sezione, -ma anche il luogo o tribunale a ciascuna assegnato per tenervi i -giudizi. Designavansi le 10 sezioni per una lettera dell'alfabeto, -dall'Α alla Κ, che veniva scritta in rosso sulla porta del tribunale -rispettivo: indi, _giudicare nella lettera tale_ (εν τινι γράμματι -δικάζειν) equivaleva essere assegnato a questo o quel tribunale (cfr. -ARISTOF., _Plut._, V. 277). Così ogni anno, insieme alla estrazione -dei giudici cittadini (fatta dai Tesmoteti, per tribù) estraevasi a -sorte anche la lettera indicante il dicastero a cui ciascun d'essi era -assegnato. Compiuta la sortizione, a ciascun giudice veniva data una -tabella di bronzo (πινάκιον) con su scrittovi il suo nome e la lettera -del dicastero assegnatogli, e impressovi il _gorgònio_, stemma della -città. Questa tabella era il distintivo della sua carica di quell'anno, -e il cittadino giurato la recava seco ogni giorno di giudizi, alle -estrazioni mattutine dei dicasteri di quel dì. Perocchè non sempre, -e ben rado, tutti e 10 i tribunali simultaneamente sedevano; ma -nei giorni che v'erano cause a trattare, tutti i giudici cittadini -convenivan la mattina nell'agora, dove l'arconte estraeva dall'urna -a sorte tante lettere o sezioni a seconda del numero de' processi di -quella giornata, e a sorte assegnava in quali tribunali le sezioni -estratte dovessero raccogliersi a giudicare. Poi, siccome ciascun -tribunale distinguevasi da un colore suo proprio, così ai giudici -delle sezioni estratte per quel dì veniva consegnato un bastone di -forma speciale (βακτηρία, σκίπων) terminante in una specie di globulo -(βάλανον); bastone dell'uguale colore del dicastero assegnato, e -colla lettera del medesimo pure scrittavi sopra (ARISTOF., _Vesp._, -v. 727; SCOL., V. 1105; SCOL., _Pluto_, 277). Oltre questo bastone -che serviva ai giudici per sapere a quale dicastero recarsi e per -farvisi riconoscere alla porta, il Tesmoteta, presidente del tribunale, -consegnava a ciascuno d'essi una _téssera_ (σύμβολον), che l'egregio -Mariotti a torto confonde col πινάκιον dinanzi accennato. Quello era il -distintivo della carica annua, e ognuno dei 6000 eliasti l'aveva con sè -(quel che sarebbe pei deputati nostri la medaglia); il σύμβολον invece -era un _gettone di presenza_ che al giudice veniva dato per andare a -ricevere la mercede del giudizio. - -Quanto al numero dei giudici popolari sedenti in ogni causa, i giudici -effettivi essendo 5000, risultava il numero ordinario per ciascun -tribunale di 500 giudici. Se però di cause gravi trattavasi, adunavansi -anche due, tre o più sezioni in un tribunale solo: e s'aveano così -tribunali sedenti di 1000 o 2000 giudici, o magari composto di tutte -e dieci le sezioni riunite. Viceversa, per le cause minori, talvolta -neppure raccoglievasi una sezione intera. Due o tre centinaia anche -bastavano: solo curando dispari il numero per evitare nei voti la -parità. E innanzi alle porte del tribunale destinato s'estraeva di -giudici o supplenti quanti per quella tal causa bisognavano (ISOCR., -_Areopag._, c. 20). Cfr. SCHÖMANN, MEIER, ecc. - -[3] Distinguevansi, come sopra fu detto, ciascuno da un proprio colore, -i tribunali ove recavasi volta per volta l'una o l'altra delle 10 -sezioni o _lettere_ a giudicare (SCOL. in ARISTOF., _Vespe_; POLLUCE, -VIII). E pare il lor numero fosse anche più dei 10 (senza contar -l'Areopago e i 4 altri degli _Efeti_); la maggior parte situati intorno -a l'Agora o Foro. Due di essi dal colore prendevano anche il nome, come -appunto il _Verde_ (Βατραχιοῦν) e il _Rosso_ (Φοινικιοῦν), nominati in -Pausania, I, 28. Oltre questi, ricordansi il _Trigono_ o _Triangolare_, -il _Metioco_ o _Callio_, il _Nuovo_, il _Maggiore_, il _Medio_ e il -_Liceo_, presso al tempio di Lico. Anche l'_Odeone_ serviva a giudizi -popolari (ARISTOF., _Vespe_). Ma il più noto di questi tribunali era -l'_Eliea_, che era un luogo spazioso a cielo aperto, come indica il -nome: probabilmente lo si sceglieva a preferenza quand'era il caso di -raccogliere più sezioni insieme per i giudizi più gravi; ond'è che il -nome di _eliasti_, particolare ai giudici che andavano a sedervi, passò -nell'uso come sinonimo di _dicasti_, ad indicare complessivamente tutti -i giudici cittadini, anche degli altri dicasteri. - -Il _Batrachio_ qui nominato fu da taluno per errore confuso col -_Parabisto_, ch'era un altro tribunale ove sedevano gli _Undici_, -magistrato esecutore delle sentenze di morte, e sovrastante al giudizio -dei furti. - -[4] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 90. POLLUCE, VIII, 133. - -[5] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 775, 830. «Vuoi tu citare senza che vi -siano gli steccati, che primi a noi sogliono apparire tra le cose sacre -del giudizio?» _ibid._ - -[6] A un picchetto di questi arcieri, per lo più traci o sciti, era -affidato, durante l'udienza, l'ordine nella sala, e il mantener la -quiete fra il publico numeroso dei curiosi. POLLUCE, VIII, 131. MEIER, -_Att. Pr._ - -[7] Lico, figlio di Pandione, antico re d'Atene, pare venisse -onorato di culto particolarmente come patrono dei giudizî. Sorgeva -il suo simulacro all'ingresso della maggior parte dei tribunali e -precisamente nel luogo dove i giudici uscendo riscotevano i tre oboli. -Cfr. in ARISTOF., _Vespe_, l'apostrofe dell'eliasta Filocleone: «O -Lico signore, eroe a me vicino, tu al pari di me sempre t'allegri -per le lagrime degli accusati e solo degli eroi volesti aver sede -appo chi piange», v. 389 seg. Cfr. v. 819. Presso alla statua di Lico -radunavansi anche, innanzi al giudizio, gli eliasti che si lasciavan -corrompere e che vendevano il voto alle parti, per contrattare colle -medesime il prezzo. - -[8] «Conviene che ognuno di voi, giudici, si faccia vicino alla -ringhiera (ἄχρι τοῦ βήματος) per dare un voto santo e giusto...» -DEMOST., _Falsa legaz._, 441. - -[9] POLLUCE, VIII, 113. ESICHIO, SUIDA. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 716. - -[10] Premettevasi alla udienza (che cominciava la mattina per tempo, -ogni processo dovendo finirsi nel dì) una purificazione religiosa e una -preghiera recitata dall'araldo. ARISTOF., _Vespe_. «Ora alcuno porti -subito il fuoco e rami di mirto ed incenso, per porgere innanzi tutto -le preghiere agli dei» v. 860 seg. - -[11] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 811 seg., v. 906. - -[12] ARISTOF., _Lisistr._, v. 798. - -[13] Per i criteri da me seguiti nel compilare il testo di questa -formula, cfr. ARISTOF., _Tesmof._, v. 331-371; _Vespe_, v. 863 segg. -DEMOST., _C. Aristocr._, 652-653; _C. Timocr._, 746-747; _Corona_, 319, -28. ANDOCIDE, _Misteri_, 13, 23. - -[14] V. la formula del giuramento annuo degli eliasti, in DEMOST., -_C. Timocr._, 746: «Darò il voto conforme alle leggi e ai decreti -del popolo ateniese e del Senato dei Cinquecento. Nè voterò per la -tirannide nè per l'oligarchia. Nè se alcuno opprimerà la libertà del -popolo o parlerà o voterà contro di essa, io lo consentirò, come -non consentirò la remissione dei debiti privati nè la spartizione -delle terre o delle case. Non richiamerò i fuorusciti o i condannati -a morte; nè scaccierò i cittadini residenti in città, contro le -disposizioni delle leggi, del popolo e del Senato. Non lo farò, nè -consentirò lo faccia altri. Non nominerò a magistrato chi non abbia -dato conto di altri uffici esercitati... Nè due volte nominerò pel -medesimo magistrato il medesimo cittadino, nè consentirò ch'egli -eserciti due ufficj nello stesso anno. Non accetterò doni per il -giudizio nè permetterò che altri, me consapevole, ne accetti, nè -consentirò artificj o frodi. Non ho meno di trent'anni di età. -Ascolterò l'accusatore e il difensore con animo eguale e sentenzierò -sulla questione. — Sarà giurato in nome di Giove, Nettuno e Cerere e -imprecato la ruina a sè e alla casa sua in caso che siano violate le -cose dette. Per contro a chi le osserverà, molte prosperità verranno». -Quanta sapienza civile di popolo libero in poche linee! Questo -giuramento era prestato al cominciar d'ogni anno, in luogo spazioso -detto Ardetto, in riva all'Ilisso, dai cittadini che vi si radunavano -per l'estrazione a sorte dei 6000 giudici dell'anno. Cfr. SCHÖM., -_Sort. jud._ - -[15] ἐπαρᾶσθαι ἐξώλειαν ἑαυτᾧ και οἰκήᾳ τῇ ἑαυτου, DEMOST., _C. -Timocr._, 746. ἐπιορκοῦντι δ’ἐξώλη αὐτὸν ειναι καὶ γένος. ANDOC., -_Mist._, κακῶς ἀπολέσθαι τοῦτον αὐτὸν κᾠκίαν, ARISTOF., _Tesmof._, v. -349. - -[16] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 891. Cominciato il giudizio, (la -mattina per tempo), i giudici arrivati in ritardo restavano esclusi, e -così perdevan la paga. Cfr. _Vespe_, v. 775: «E se anche t'alzerai da -letto a mezzogiorno, nessun Tesmoteta ti _farà più chiudere fuori dei -cancelli_». - -[17] Così era detta per celia la paga dei tre oboli, che i giudici -pigliavano. κωλακρέτου γάλα πίνειν, ARISTOF., _Vespe_, V. 724. - -[18] Sulle formule di accuse, cfr. gli esempi varî in DEMOSTENE e negli -altri oratori: e l'accusa contro Socrate in PLATONE, _Apologia_, e -quella contro Alcibiade, PLUT., _Alcib._ Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 894. - -[19] _Munichione_, il 10º mese attico (dal 15 aprile al 15 maggio). Sul -lunario ateniese, cfr. note all'_Alcibiade_. - -[20] Cfr. ESCHINE, _C. Ctesif._ DEMOST., _Corona_. - -[21] La pena ora era lasciata dalla legge al giudizio dell'Eliea -(cfr. DEMOST. _C. Mid._ PLAT. _Apol. Soc._), ora iscritta nella legge -stessa che contemplava il reato e nel testo dell'accusa proposta. Cfr. -DEMOST., _C. Timarc._ ARISTOF., _Vespe_, 897. - -[22] ἔως δέ τοῦ ἀποτῖσαι εὶρχθήτω. DEMOST. _C. Timarc._, 3, 17. - -[23] Si affiggevano in publico, tempo innanzi il dibattimento perchè -ognuno interessato potesse prenderne notizia: «affinchè ognuno -leggesse sotto le statue degli eroi: Eutemone Lusiese diè querela -di posto abbandonato a Demostene Peaniese». DEMOST., _C. Midia_. -Quest'affissione era prescritta anche per le leggi che i cittadini -proponevano, avanti sottoporle al Senato e all'assemblea: «Se -bisogneran nuove leggi, i Tesmoteti le scrivano nelle tavole e le -espongano innanzi alle statue degli eroi, all'esamina di ognuno». -ANDOC., _Misteri_. - -[24] Questo giuramento (ἀντομωσία) era dato dalle due parti innanzi al -Tesmoteta nell'istruttoria del processo precorrente il dibattimento, -l'accusatore giurando della verità dell'accusa, l'accusato della -propria innocenza. Cfr. PLAT., _Apol._ MEIER, _Att. Pr._, 624. - -[25] αίγα, κάθιξε. σὺ δ’ἀναβὰς κατηγόρει. ARISTOF., _Vespe_, 905. Era -prescritto per legge che ciascuna delle due parti perorasse da sè la -propria causa (QUINT., _Inst._, II): gl'incapaci a difendersi da sè, -si faceano scrivere da altri o da parenti o da avvocati di grido che ne -facean professione (_logògrafi_) le arringhe che poi per proprio conto -recitavano. Cfr. _Vite X Or._ DEMOST., _C. Leocar._ Tutt'al più, a -volte concedevasi che la parte limitasse il suo discorso a un semplice -esordio, dopo il quale cedeva la parola a un amico od orator di -mestiere che parlasse per lui (_sinègoro_). Così nella orazion contro -Neera Teomnesto accusatore, dopo un breve proemio, cede la parola al -proprio parente Apollodoro. Gli oratori parlavano dalla ringhiera, -in piedi e postasi in capo la corona; quando non era il loro turno di -parola, sedevano; e finito di parlare, deponevano la corona. ARISTOF., -_Eccles._, v. 163. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 707. - -[26] «Prima di parlare mettiti in capo questa corona. Fate silenzio, -state attenti. Ecco, _già si spurga il naso, come usano gli oratori_, -(χρέμπτεται γὰρ ἤδη, ὃπερ ποιοῦσ’. οἱ ῥήτορες) È probabile che farà un -lungo discorso». ARISTOF., _Tesmof._, 381, 382. _Ecclesiaz._, v. 131. - -[27] Cfr. BARTHEL., _Anac._, cap. 18. A dar meglio idea dell'attenzione -dei giudici nel corso del dibattimento, ARISTOFANE ti mette in iscena -per ischerzo anche il vecchio eliasta che durante le arringhe delle -parti sta mangiando la minestra (_Vespe_, v. 906). - -[28] Σίγα, σιώπα, πρόσεχε τὸν νοῦν. ARISTOF., _Tesmof._, 381. - -[29] Colla clessidra (che noi chiameremmo orologio ad acqua, benchè -non fosse precisamente la stessa cosa, cfr. MEIER, _Att. Pr._, 715) -misuravasi, com'è noto, il tempo concesso alle arringhe delle parti -nei processi d'importanza. Nei processi inconcludenti e in alcuni di -data specie, come la querela di maltrattamento, non s'usava clessidra -(cfr. _Harpocr._) e la misura del tempo lasciavasi probabilmente -al discreto giudizio del presidente. Questi eran detti _processi -senz'acqua_. Secondo la maggiore o minor gravità della causa variava -la quantità e misura dell'acqua accordata; tante anfore per la tal -causa, tante anfore per la tal'altra. Così per es. nella querela -di _falsa ambasceria_ (παραπρεσβείας γ.) eran concesse a ciascuna -parte undici anfore (ESCHIN., _Falsa amb._); nelle cause di eredità -concedeasi a ogni parte un anforeo, e nelle repliche la metà, ossia tre -coe (DEMOST., _C. Macart._) L'acqua veniva fatta misurar dall'arconte -all'udienza, come vedi nell'orazione contro Macartato. Nella misura -dell'acqua non era compreso il tempo impiegato alla lettura degli atti, -leggi, decreti o testimonianze: perciò l'oratore, quando stava per far -dare lettura di documenti, o chiamar testi, ordinava al custode della -clessidra di fermar l'acqua. (πίλαβε τὸ ὕδωρ, cfr. DEMOST., _C. Stef._, -1103; _C. Eubul._, 1305, ecc. ISEO, _Ered. Menec._, 221, ecc.) - -[30] «Procura di arringare in bel modo, appoggiandoti con decoro sul -bastone». ARISTOF., _Ecclesiaz._, v. 150. - -[31] «Se alcuno vuol contraddirmi, venga qua, gli cedo l'acqua». -DEMOST., _Falsa legaz._ «Quelli che mi affermano menzognero, vengano -qua, si servano dell'acqua mia (_parlino nella mia acqua_, ἐπὶ τοῦ ἐμοῦ -ὕδατος) per isbugiardarmi testimoniando». DEMOST., _C. Eubul._ «Indichi -Eschine le sue proposte in pro della patria; se ci sono, le palesi e io -gli cedo l'acqua». DEMOST., _Corona_. Cfr. ANDOC., _Mist._ - -Per esempio opposto, in altre arringhe demosteniche l'oratore lamentasi -spesso che a dir tutto non gli basti l'acqua. «A voler isbugiardare -i testimoni l'acqua non mi basterebbe». DEMOST. _C. Stef._; I. _C. -Neera_; _C. Macart._, ecc. - -[32] L'ipocrisia di questi esordî era in voga tra gli oratori, allora -come oggi: tanto più frequente e necessaria in città dove l'accusa -publica, fatta diritto di ciascun cittadino, allettava gl'ignobili -sicofanti a servirsene a lucri e a vendette personali. «Non per desio -di litigi, in nome degli dei, introdussi o giudici questa causa contro -Beoto». DEMOST., _C. Beot._ «Nessuno di voi, Ateniesi, si avvisi che -per privata inimicizia io venga qua accusator di Aristocrate». DEMOST., -_C. Aristocr._ «Non per ruggine nè voglia di litigar con Leocrate ho -dato questa accusa contro lui, ma perchè reputavo vergogna lasciar -libero nella piazza un tanto vitupero della patria». LICURGO, _C. -Leocr._ Cfr. LISIA, _C. Filone_, ecc. - -[33] L'accusatore che ritirava una publica accusa da lui promossa, -o che non otteneva nei processi il quinto dei suffragi pagava nelle -cause civili un obolo per ogni dramma, ossia la multa del sesto della -somma in litigio; nelle cause penali, come questa, era multato in 1000 -dramme, più la perdita del diritto di accusare e di star in giudizio. -(DEMOST., _C. Teocrine_; _Corona_). Nelle cause religiose era aggiunta -anche l'infamia. - -[34] Cfr. PLAT., _Apol. di Socr._ - -[35] Su queste invocazioni, cfr. LICURG., _C. Leocr._; DEMOST., -_Corona_; ARISTOF., _Ecclesiaz._, v. 171. - -[36] Il tempio di Cibele (_Metròo_), nell'agora presso il Senato, -era anche l'archivio ove custodivansi le leggi scolpite in pietra e i -decreti del popolo. «Ditemi, o cittadini, se un uomo entrato nel tempio -della gran madre vi raschiasse una sola legge, non lo uccidereste voi?» -LICURGO, _C. Leocr._ «La sua rinunzia si conserva fra le scritture -pubbliche nel Metroo, dove sono affidate alla custodia di un cittadino. -Ivi sta scritto il decreto col nome suo». DEMOST., _Falsa legaz._, 381. - -[37] «_Bdelic._ Ed io noterò semplicemente per memoria quanto egli -dirà». ARISTOF., _Vespe_, 540, 559. Così i giudici come gli oratori -eran forniti dell'occorrente per prender note. Cfr. _Vespe_, 529: -«tosto qui alcuno mi porti il mio cofanetto» (κθστη, ch'era la cartella -con l'occorrente per iscrivere, tavolette e stili, σανίδας καὶ γραφάς, -_Vespe_, 848). - -[38] τριταγωνιστής, _istrione da terze parti_, una delle garbatezze -più frequenti che gli avvocati tra loro si regalavano, dacchè era -venuto di moda, col moltiplicarsi dei giudizi e dei rétori, l'enfasi -del declamare e gesticolare. D'altronde (e ciò valga per questo ed -altri epiteti delle arringhe di Beoto ed Eudemonippo), gli oratori -attici in genere e Demostene in ispecie, non brillavano precisamente -per l'eccessiva urbanità. Merita conto di notarlo per coloro che usano -spesso a rovescio la parola _atticismo_ e si imaginano che l'atticismo -antico consistesse, anzichè nella purezza dell'idioma, nell'uso delle -frasi gentili. Basti un esempio per tutti, la graziosa raccolta di -paroline dolci che Demostene regala al suo avversario Eschine, tutte di -un fiato, in un solo discorso: «Che core, o istrion da dozzina, doveva -essere il mio, quando io consigliavo la città?» (_Corona_, 297); e -poi da capo: «Che gli Dei e gli uomini tutti ti annientino, scellerato -cittadino, istrione da terze parti!» (_Cor._, 335); e poi: «Ciarliero, -imbroglione, pestifero vasello di frodi, copista che va declamando -paroloni a somiglianza d'un tragico» (_Cor._, 269); e avanti ancora: -«Ma può mai darsi un più ribaldo ed esecrabile calunniatore di costui?» -(_Cor._, 298) e seguita: «se andava attorno cogli altri, solenne -birbante è costui...» (_Cor._, 300). E i complimenti non finiscono lì: -sebbene per un discorso solo potrebbe parere che bastino. - -[39] Superfluo avvertire che l'eloquenza dell'accusatore Beoto (per -contrapposto a quella di Eudemonippo) è qui presentata come quella -appunto d'un sicofante declamatore e tronfio, giusta la descrizione di -Demostene (_Cor._, 269). - -[40] Giudici che interrompono l'oratore o interloquiscono nell'arringa -— cfr. DEMOST., _C. Stef._, I, 1128; _C. Macart._, 1060; _C. Spudia_, -1033; _C. Beot._, 1022, 1024. - -[41] ἐπίλαβε τὸ ὕδωρ. DEMOST., _C. Stef._, I, 1103; _C. Eubul._, 1305, -7; e altrove. ISEO, _Ered. di Mènecle_, 221; _di Pirro_, 21, ecc. Cfr. -nota 30. - -[42] La lettura dei documenti e delle leggi citate in appoggio -era fatta all'udienza, non dall'oratore, ma dal cancelliere. V. in -DEMOSTENE e negli altri oratori. Della tavoletta o πινάκιον, distintivo -degli eliasti, V. sopra, n. 2: del _giuramento degli eliasti in -Ardetto_, n. 15. - -[43] τὰς μὲν γὰρ ἑταίρας ὴδονἦς ἕνεκ’ ἔχομεν.... τὰς δὲ γυναῖκας τοῦ -παιδοποιεῖσθαι γνησίως καὶ τῶν ἔνδον φύλακα πιστην ἔχειν. DEMOST., _C. -Neera_, 1386. - -[44] «Chi vuol contraddirmi, sorga e _parli nella mia acqua_» ἀναστὰς -ἐν τῷ ἐμῷ ὕδατι, εἰπάτω. DEMOST., _Falsa leg._, 359; _Cor._, 274. - -[45] DEMOST., _Cor._, 269, 273 e in cent'altri luoghi. - -[46] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 986. - -[47] Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. 1030-1036. - -[48] τοῖς μὲν γὰρ παδαρίοισιν — ἔστι διδάσκαλος ὅστις φράξει, τοῖς -ηβῶσιν δὲ ποιηταί. AR., _Rane_, 1054. - -[49] «Io voglio citarvi anche i versi di Omero, il qual poeta fu -tenuto così eccellente dai nostri padri, che per legge decretarono -recitarsi le poesie di lui solo e non d'altri, ogni cinque anni, nelle -Panatenee». LICURGO, _C. Leocr._ Eliano fa autore di questa legge -Ipparco, il figliuol di Pisistrato, il primo che portò i poemi omerici -nell'Attica. Cfr. PLAT., _Ipparco_. - -[50] Cfr. DEMOST., _C. Neera_, 1382: «τί δέ καὶ φήσειεν ἂν ὒμῶν ἕκαστος -εὶσιὼν πρὸς τὴν ὲαυτοῦ γυναῖκα ἢ θυγατέρα... ἐπειδὰν ἔρηται ὑμᾶς ποῦ -ἦτε, καὶ εἲπητε ὅτι ἐ δικάξομεν, ecc., ecc.» Cfr. ARISTOF., _Lisistr._, -V. 512 seg. - -[51] Cfr. DEMOST., _Corona_, 297: ’Αλλ’ ουκ ἔστιν, οὐκ ἔστιν... μὰ τοὐς -Μαραθῶνι, ecc., ecc. - -[52] Si davano i suffragi ne' giudizi in varie maniere, per via di -piccole conchiglie, o per lo più di fave o di pietruzze (ψ ῆφοι) -bianche per l'assoluzione, nere per la condanna: oppure per mezzo di -pallottoline (σπόνδυλοι), le une nere e forate, le altre bianche ed -intere; le forate per condannare, le intere per assolvere. ESCH., _C. -Timarc._; LUCIANO, _Apol. Paras._ - -[53] «Bada che l'ira nel rispondergli non ti porti di là dagli ulivi», -ἐκτὸς τῶν ἐλαῶν. ARISTOF., _Rane_, 995. - -[54] «Perchè egli era il primo a parlare, stravolse la lite, e col -leggere molte cose e col mentire commosse i giudici di guisa, che non -vollero neanche udire la mia voce. Così condannato all'ammenda della -sesta parte, senza aver ottenuto di far la mia difesa, me ne andai -triste e malcontento». DEMOST., _C. Stefano_, I. In simili casi i -giudici vociferavano in coro al malcapitato di scendere dalla tribuna, -gridandogli: _abbasso! abbasso!_ κατάβα, κατάβα, κατάβα ARISTOF., -_Vespe_, 979. E così nelle _Vespe_ è preso dal vero perfettamente il -bozzetto satirico del vecchio eliasta, impaziente di condannare dopo -udita una parte sola: «_Bdelic._ Per gli dei, o padre, non pronunziar -la sentenza prima di aver udite tutte e due le parti. _Filoc._ Mio -caro, la cosa e già chiara e parla da sè». _Vespe_, 920. - -[55] «Dimmi un po' quali lusinghe non può un giudice ascoltare?... -Chi piange la sua miseria; chi ci narra favole e qualche storiella -da ridere di quelle di Esopo; chi fa il buffone affinchè io rida e -deponga, nel giudicare, lo sdegno». ARISTOF., _Vespe_, v. 564. Cfr. v. -1259. - -[56] V. PLUTARCO, _Demostene_. Cfr. le note al mio _Alcibiade_, p. 215. - -[57] «Costui si vanta tanto della sua voce, che confida di far con -essa molta impressione su di voi. Ma sarebbe assurdo che, mentre lo -scacciaste a fischi dal teatro, qui gli faceste lieta accoglienza -soltanto per la sua voce sonora». DEMOST., _Falsa legaz._ Cfr. -_Corona_, 269. - -[58] Κάλει μοι τοὺς μάρτυρας. DEMOST., ecc. I testimoni non deponevano -all'udienza, ma vi confermavano con giuramento le testimonianze -scritte, date da essi nell'istruttoria o quelle loro deferite -dall'oratore anche avversario. «A conferma del mio dire addurrò -in testimonio Aristofane Olintio. Chiama Aristofane e _leggi_ la -testimonianza di lui». ESCHINE, _Apol._ «Chiama Egesandro per cui -scrissi la testimonianza più modesta che non chiedano i suoi costumi... -ma so bene che spergiurerà». ESCHINE, _C. Timarco_. - -[59] ἐχῖνος. (HARPOCR.; SCOL. in ARIST., _Vespe_, 1427). Era un vaso -di terra o di metallo nel quale si deponevano e custodivano i documenti -presentati nella istruttoria del processo. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 691. - -[60] Cfr. DEMOST., _Falsa legaz._ «Sarebbe assurdo che mentre voi, -giudici, udendo costui (Eschine) rappresentare Tieste e le sventure -di Troja, lo cacciaste di teatro a fischiate, e quasi lo lapidaste, -tanto ch'egli abbandonò l'arte dello istrione, ora ch'egli, non già -sulla scena, ma coi fatti danneggia la repubblica, gli faceste lieta -accoglienza» p. 449. - -[61] «I testimoni parlino senza paura e giurino _toccando le cose -sacre_». LIC., _C. Leocr._ Il giuramento veniva dato secondo i casi -espressamente a voce («_giuriamo: eravamo presenti_» DEMOST., _C. -Stef._, 1, 1109), oppure anche tacitamente, confermando col solo gesto -la testimonianza scritta o già giurata prima nell'istruttoria: come -nell'esempio in DEMOST., _C. Midia_, 560. - -[62] Anno 498 av. l'E. V. (_Olimp._, 70, 3). Nell'anno stesso dello -avvenimento rappresentò Frinico in Atene la sua tragedia: _La presa di -Mileto_. - -[63] ERODOTO. Cfr. MÜLLER, _Ist. Letterat. Gr._, II, 35; BECQ DE -FOUQUIÈRES, _Aspasie_. - -[64] Cfr. un passo del comico Similo, _ex inc. fab._, presso STOBEO, 60. - -Rispetto alle teorie estetiche qui svolte da Eudemonippo, giovi -confrontare anche tutta la scena della contesa fra Eschilo ed Euripide, -nelle _Rane_ di ARISTOFANE. Caratteristico e curioso in ispecie quel -passo: «_Eurip._ Forse che non esposi in iscena la storia di Fedra -esattamente vera come stava? _Eschil._ Sì, per Giove, l'hai esposta -come stava. Ma ciò che è turpe il poeta deve celarlo, non esporlo, -nè metterlo in iscena» v. 1052-3. Tanto è vero, che certe polemiche -di oggidì, e certe teorie veriste nelle quali taluni si credono avere -inventata la polvere da sparo, giravano già nel mondo dell'arte qualche -secolo prima che nascessero i veristi della giornata. - -[65] «_Esch._ Per che cosa si deve ammirare il poeta? _Eurip._ Perchè -prepara cittadini migliori alla città». ARISTOF., _Rane_, 1008-9. - -[66] Vedi in ARISTOTILE, _Morale a Nicomaco_, VIII. Cfr. _Polit._, I, -cap. 1, 5; II, cap. 2; e in SENOFONTE, _Economico_, VII, lo squisito -bozzetto della moglie d'Iscomaco. Cfr. fra le molte opere moderne, che -trattarono della posizione morale e giuridica della donna di famiglia -ateniese, l'eccellente studio di LALLIER, _La femme dans la famille -athénienne_. - -[67] DEMOST., II, _C. Stef._ Cfr. MEURSIUS, _Themis Attica_, 34. - -[68] MEURSIUS, _Them. Att._, 35. Cfr. TERENZIO, _Phormio_; DIOD. SIC., -XII. - -[69] ISEO, _Eredità di Pirro_, § 64. - -[70] PLUT., _Alcib._, VIII; CRATINO, _La bottiglia_, framm. PETIT, -_Leg. Att._; SCHÖM., _Antiq. Jur. Pub._, 343; MEIER, _Att. Pr._, 558; -MARIOTTI, _Demost._, III, 541. - -[71] Di oratori travisanti o mutilanti furbescamente il testo delle -leggi che citavano, vedi esempio: «Non ti vergogni di accusarmi per -invidia e scambiar leggi e smozzicarle, invece di allegarle intere a -chi ha giurato di sentenziare secondo le leggi?» DEMOST., _Corona_, -268. - -[72] LIBANIO, _Decl. X._ cfr. MEURSIUS, _Them. Att._, 52. - -[73] ἐὰν τις αὺτόν διαχρήσεται, τὴν χεῖρα, τὴν τοῦτο πράξασαν, χωρὶς -τοῦ σώματος θάπτομεν. ESCHINE, _C. Ctesif._ - -[74] «Le cose operate sotto i 30 e le sentenze date, private o -pubbliche, non siano valide». DEMOST., _C. Timocr._ Vedi nella stessa -arringa anche il testo del decreto di Diocle. - -[75] Al tempo di Pericle, e mentre più fioriva il poeta comico Cratino, -nell'anno 440 av. l'E. V. fu portato primamente un decreto, che frenava -la libertà degli scherzi nelle commedie. Questo decreto prese il nome -da Morichide, ch'era l'arconte di quell'anno. Ma questo decreto fu -abrogato di lì a soli 3 anni, nel 437, essendo arconte Eutimene. Venne -posteriormente, a regolare la licenza sfrenata degli attacchi, un -decreto così detto di Siracosio, che proibiva attaccare i cittadini -direttamente per nome (μὴ κωμῳδεῖν ὀνομαστὶ): ma il divieto proteggeva -gli uomini politici come tali, non come privati. E che il decreto, -nel fiorire della democrazia ateniese, subisse larghissimi strappi, -lo prova ampiamente la virulenza degli attacchi di Aristofane contro -il demagogo Cleone, nelle _Vespe_. Ma allorquando la libertà ateniese -cadde, per la disfatta di Egospotamo, e Sparta impose ad Atene la -oligarchia dei trenta tiranni, era evidente che la commedia, colla -libertà nata e cresciuta, dovesse seguirne per la prima le sorti. E -così Lamaco, forse più che altro richiamando in vigore e completando -con più rigorose sanzioni quel decreto caduto in dissuetudine, recò -alla commedia antica l'ultimo colpo con il decreto ch'ebbe nome da lui -e che vietava assolutamente porre in iscena i viventi. Cfr. CAPPELLINA, -_Pref. ad Aristof._; SCHLEG., _Letter. dram._; MÜLLER, _Istit. lett. -gr._; MEURSIUS, _Them. Att._ II, 20; PETIT, _Leg. Att._, 79. - -[76] «Vedo qualcuno sedente al tribunale e protendente il ramoscello -dei sùpplici». ARISTOF., _Pluto_, 382. Tutto era buono agli accusati -per cercar perorando d'impietosire i giudici: e se il ramoscello de' -supplicanti non bastava, si faceano venir intorno i vecchi parenti, -le mogli, i bambini, come vedi in ESCHIN., _Apol._ Tutta questa -perorazione o digressione supplichevole di Eudemonippo appartiene -appunto al genere di quelle di che gli oratori ne' giudizi popolari -dell'Eliea facean maggior uso, ma che erano rigorosamente vietate -davanti al tribunale dell'Areopago. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 719. - -[77] Prescrisse Solone, che «la sposa rinchiusa collo sposo in una -stanza, a mangiar abbia con lui una mela cotogna, e sia obbligato il -marito della ereditaria di giacere con essa almeno tre volte il mese». -PLUT., _Solone_. - -[78] Il processo, non bisogna dimenticarlo, ha luogo intorno ai tempi -di Demetrio Poliorcete nel breve intervallo di respiro lasciato alla -democrazia ateniese, fra il cader delle sorti di questo principe e -il ristabilirsi definitivo del giogo macedone. A quell'epoca fiorì -Filippide, poeta comico della commedia nuova, acerbo flagellatore nelle -sue commedie delle smaccate, vergognose adulazioni prodigate a Demetrio -dal popolo ateniese, e in ispecie dai demagoghi cortigiani Stratocle e -Dromoclide. Vedi i suoi versi riferiti in PLUTARCO, _Vita di Demetrio_, -c. 12. - -[79] PLUTARCO, _Vita di Demetrio_, c. 26. - -[80] Ταῦτ ακαταλύει δῆμον, οὐ κωμωδία. FILIPPIDE, presso PLUTARCO, -_Vita Demetrio_, 12. - - - - -ATTO PRIMO - - -PERSONAGGI DELLA COMMEDIA - - MÈNECLE, vecchio eupatrida ateniese (65 anni). - ÀGLAE, sua sposa, giovinetta (sui 19 o 20 anni). - ELÈO, giovine ateniese. - FÀNIA, fratello di Aglae. - CRÌSIDE, sposa di Fània. - CRÒBILO, marito di - MÌRTALA, ricca ereditiera (_epiclera_) (sui 45 anni). - BLÈPO, servo di Mènecle. - DÈLFIDE, ancella di Aglae. - TRATTA, vecchia fantesca. - DÀMOCLE, fuoruscito tebano. - -_L'azione ha luogo in Atene, in casa di Mènecle, nel 379 avanti l'E. -V. (2º della 100ª Olimpiade), l'anno che Pelòpida coi fuorusciti tebani -liberò Tebe._ - - - - -ATTO PRIMO - - Stanza interna, da lavoro, d'un gineceo ateniese, riccamente - decorata. Ingresso nel mezzo, dalla porta e corridoio (μέαυλος), - che mette dal gineceo all'appartamento del marito. Da un lato altra - porta, che mette alle altre stanze riposte del gineceo.[81] - - -SCENA I. - -AGLAE _e_ MÈNECLE. - - (Aglae sta seduta a un tavolino di lavoro, con un canestro di fiori - accanto, intrecciando una corona. Mènecle dall'altro lato della - stanza sta terminando di rotolare un papiro, poi cammina su e giù - pensoso e rannuvolato, tenendo il rotolo in mano). - - -AGL. (_dal suo tavolino di lavoro, parlando seduta e intenta al -lavoro_) Hai terminato? - -MÈN. (_passeggiando, e con voce secca_) Sì. - -AGL. (_sempre chini gli occhi sul lavoro_) Sei ben triste, Mènecle, -stamattina. Si direbbe ti sii imbattuto nell'ombra di qualche eroe -taciturno[82], o la Terra questa notte t'abbia mandato qualche infausto -sogno... - -MÈN. (_passeggiando su e giù, le mani di dietro, serio e brontolando -fra sè_) Sarà... - -AGL. Pure hai vegliato ad ora tarda. La vecchia Tratta m'assicurò che -alla terza vigilia della notte c'era ancora lume nella tua stanza. - -MÈN. (_c. s._) E Tratta farà meco i conti, se la colgo a spiare i fatti -miei... - -AGL. Vedi come sei! Una volta eri cortese. Da qualche tempo non ti -si può parlare. Fui io a dirle che scendesse a dare un'occhiata, -udendo rumor di passi nella stanza tua. Dubitavo stessi male... ti -abbisognasse qualcosa... - -MÈN. (_sempre passeggiando come assorto in pensieri, e brusco nel -parlare_) Grazie. E s'anco mi fosse bisognato, dei servigi delle -vecchie non so che farne... - -AGL. (_sempre cogli occhi al lavoro, e con voce calma, quasi -indifferente_) Ma la mi disse che stavi scrivendo... Se no mi sarei -alzata io... Forse quella lettera? (_additando il rotolo che Mènecle -ha in mano. Mènecle si stringe nelle spalle e non risponde_) Qualche -affare urgente? - -MÈN. (_c. s._) Può darsi. - -AGL. Del tuo dicastero? - -MÈN. Non so.[83] - -AGL. E avrai a far molto oggi? - -MÈN. Non saprei. - -AGL. Eccomi ben informata!... (_sollevando il capo dal lavoro_) Mi puoi -favorire quel libro lassù... - -MÈN. (_prende un rotolo nel luogo indicatole da Aglae e legge il -titolo esterno_) _Amori di Piramo e Tisbe_... (_fra sè_) (Non sono i -nostri...) - -AGL. No... l'altro... - -MÈN. (_c. s. leggendo il titolo esterne_) _Le Trachìnie_... e la -_Medea_. - -AGL. Quello. - -MÈN. Vuoi rileggere come Dejanira si disperò dell'abbandono di -Ercole, e Medea del divorzio di Giasone?... Erano due stupide... -(_nell'avviarsi verso Aglae col libro in mano, legge macchinalmente -quel che gli vien sott'occhio_): - - «Arse Achelòo per me: come potea - Donzelletta mirar l'orrido aspetto? - Ed io per me chiedea - Aspra ed acerba morte, - Piuttosto che a quel mostro esser consorte».[84] - -Un'altra stupidaggine!... (_consegna il libro ad Aglae_). - -AGL. (_prendendo il libro_) Tanto per ingannare il tempo!... Queste -giornate di ecatombèo[85] sono sì lunghe!... - -MÈN. (_si ferma un momento a guardarla, poi torna a camminare -concitato, come combattuto da qualche pensiero, poi le si fa appresso e -la chiama_) Aglae!... - -AGL. (_pacatissima, continuando a leggere_) Mènecle!... - -MÈN. Ti ricordi di quel che tuo padre al letto di morte ci raccomandò, -ad entrambi, quando a me ti affidava? - -AGL. (_senza distor gli occhi dalla lettura e dal lavoro della corona, -con voce pacatissima_) Me ne ricordo... - -MÈN. Che cosa ci disse?... - -AGL. A me disse: sii casta e virtuosa... deferente al marito... -pietosa agl'infelici... ossequente agli Dei...; a te... (_si arresta -d'improvviso_). - -MÈN. (_vivamente_) A me... Aglae?... - -AGL. A te... non ricordo. - -MÈN. Non importa. Me ne ricordo io. A me disse di farti felice. - -AGL. (_sempre leggendo, e come distratta_) Ah, sì!... - -MÈN. Aglae!... (_dopo una pausa di esitanza_) lo sei? - -AGL. (_alzando il capo_) E me lo chiedi? Nulla qui mi manca degli agi -della vita: ho servi, cagnolini, fantesche: specchi di Brindisi[86] -e tappeti di Babilonia,[87] ed ori e gemme, e vesti milesie e veli di -Còo: tu mi provvedi di tutto per le feste di Minerva[88] e per le sante -Tesmoforìe; vo per te rispettata fra le donne libere di Atene, ottengo -i primi onori nelle cerimonie della gran dea: per te posso adempiere -al voto di mio padre, beneficar gl'infelici e dar sagrificj alla sua -tomba... - -MÈN. (_sospirando_) E d'altro? - -AGL. E se... (_si arresta_). - -MÈN. (_insistendo_) E se?... - -AGL. E se qualcosa ancora mancasse alla felicità mia, non sarebbe un -tentare Adrastea chiedere felicità compiuta, cosa non concessa agli -umani? Sola io sarei nata sotto astro sì benigno, io sola avrei avuto -a condizioni diverse dagli altri quest'aria che respiro, da raggiungere -sulla terra ogni mèta dei desiderj?...[89] - -MÈN. (_crollando il capo_) Ahimè! tu parli come parlerebbe Socrate... -ma Socrate, oltre alla molta sapienza, aveva anche il naso rincagnato -e gli occhi loschi... e sessantacinqu'anni sulla gobba...: tu non hai -nessuno di questi privilegi. E se le donne ragionano colla testa così -bene alla tua età, che cosa faranno a sessanta? - -AGL. (_lavorando_) Ragioneranno anche meglio. - -MÈN. Eppure, se tuo padre, morendo, avesse portato sotterra il -desiderio di una felicità maggiore per te? Se a quella ch'ei per te -imaginava, di laggiù vedesse che una parte ne manca, credi che la sua -ombra non ne avrebbe dolore... rimorso forse?... - -AGL. Mènecle! che discorsi son questi?... Decisamente la veglia di -stanotte non t'ha messo l'umore allegro... - -MÈN. (_fra sè_) (Può essere!) (_secco_) Che ne sai tu!... - -AGL. Io so che mio padre, memore de' tuoi beneficj, mi ha a te -affidata, morendo, come a nuovo padre della famiglia:[90] tu hai -pensato ai funebri paterni, alla educazione mia: hai sposata l'orfana -secondo il rito: m'hai chiesto prima se ero contenta: ho detto sì: se -non avevo altre mire in cuore, ho detto no: di che vuoi l'ombra paterna -si dolga? chi vuoi m'abbia a compiangere... - -MÈN. Eh, a quindici anni se ne dicono tanti di sì e di no... (_fra sè, -indispettito, con un gesto vivo d'impazienza, picchiando sul tavolo col -rotolo che ha in mano e che gli cade per terra senza ch'ei vi badi nè -lo raccolga_) (Finge... e non c'è verso...) Pure, ieri, ti ho sorpresa -con una lagrima... - -AGL. Sì, piangevo pensando a quella povera Cesira, di cui è giunta -notizia che le è morto, lassù in Tracia, il figlio... - -MÈN. Ma ier l'altro la notizia non era giunta, e, quando rientrai, -stavi intrecciando, come oggi, delle rose,[91] e c'eran più nuvole -sulla tua faccia, che non sull'Egèo... quando fa nuvolo. - -AGL. Pensavo che quanto quelle rose tanto dura la bellezza della donna. -Ogni cosa il tempo si porta via presto quaggiù: e a noi non resta che -il ricordo delle gioie godute... - -MÈN. (_fra sè comicamente_) (Ne gode molte!) - -AGL. ... il resto è polvere: polvere di Pericle, di Codro e di -Cimone.[92] - -MÈN. Decisamente ti sei data alla filosofia. Io avrò l'umor nero: ma -Eràclito il lagrimoso, al tuo confronto, metteva in corpo l'allegria... - -AGL. Ma sei tu che vai a cercare certi discorsi... Bel modo di occupar -la mattina... E vai oggi al tribunale?... - -MÈN. Oggi al Metichèo non c'è seduta... (Finge... non c'è verso!) - -AGL. Resti?... - -MÈN. No... ho da uscir lo stesso. Addio... - -AGL. (_dal suo posto_) Addio... - -MÈN. (_s'avvia, poi torna indietro_) Se venisse Elèo, bisogna dirgli -che ho avuto lettere da Tebe, da Epaminonda... Poi già gli parlerò -io... (_ritorna ad avviarsi, poi si sofferma da capo, dinanzi a un -tavolo_) Ah, è questo lo specchio che t'ha regalato Crìside? (_prende -dal tavolo uno specchietto di bronzo, a fregi d'oro, e ne esamina il -manico intagliato_) Graziosa questa piccola Afrodite!... (_si specchia, -lisciandosi la barba_) Che bella luce!... Oh, Aglae!... vieni qua!... -(_Aglae si alza e va verso lui_) Più in qua!... così!... (_tenendo -dell'una mano lo specchio, dell'altra avvicinando Aglae a sè, e la -testa di Aglae a contatto della propria, così che i due volti, l'un -presso l'altro, nello specchio si riflettano entrambi_) Guarda!... -che quadretto!... (_porta colla mano lo specchio un po' a distanza, -per meglio contemplarvisi; e con l'altra mano libera si liscia la -barba bianca poi la ripassa dolcemente sulla chioma bionda di Aglae_) -Il vecchio Titone ha sposato l'Aurora e l'oro del Pattòlo si è fuso -con l'argento del Làurio!... (_con gesto ed accento comicamente -espressivi_) Che bel matrimonio!... (_s'avvia_) Addio Aglae... Che bel -matrimonio!... (_esce_). - - -SCENA II. - -AGLAE _sola, poi_ DELFIDE. - - (_Uscito Mènecle, Aglae rimane alquanto in piedi immobile dov'ei - l'ha lasciata, una mano nell'altra, gli occhi a terra, pensierosa - e triste; poi dato un lungo sospiro, a capo chino e passo lento - torna al suo posto a sedersi_) Eh!... (_siede, riprende il lavoro, - chiama_) Delfide!... (_Delfide, giovanetta, entra_) Leggimi - qualcosa... (_Delfide si siede su di uno sgabello a pie' di - Aglae_). - - -DELF. Qui al segno? - -AGL. Come credi... - -DELF. (_leggendo_) - - «Venere è nell'aria, - È nei flutti del mar. Ciò che respira - Tutto nasce da lei: semina e dona - Essa l'amor che a tutti noi diè vita...»[93] - -AGL. Lascia! lascia... mi annoia!... - -DELF. (Peccato!... è così bello!...) Qui, nella Medea ci è un altro -segno... (_leggendo_) - - «Di quanti esseri mai - Hanno una mente, e un'anima, noi donne, - Siam noi le più infelici...» - -Padrona, perchè?... - -AGL. Perchè lo dice il libro... - -DELF. (_scuote, in atto incredulo la testa e prosegue la lettura_) - - «... ad uom donate - Nel primo fior degli anni... ei, se s'annoia - In sua casa, esce fuori: e fra gli amici - E fra la gente le sue noie oblìa... - Ma noi...»[94] - - -SCENA III. - -_Dette, e_ TRATTA, _poi_ ELÈO - -(_il resto della scena_, AGLAE _ed_ ELÈO _soli_). - - -TR. (_affacciandosi sulla soglia_) Padrona... - -AGL. Che c'è? - -TR. Elèo ha domandato del padrone... Credevo fosse ancora qui... - -AGL. Non importa. Passi. - -TR. Allora lo richiamo. Partiva già... (_Tratta esce_). - -AGL. (_a Delf._) Va pure... (_Delfide esce_). (_Aglae si guarda nello -specchio, dandosi una rapida occhiata all'acconciatura, poi va incontro -ad Elèo che compare, fermo, serio, sulla soglia_) Salute, Elèo... -(_affabilissima_) Ci lasciavi senza pur farti vedere?... - -EL. (_cortese, ma molto serio_) Di Mènecle cercavo. - -AGL. È uscito or ora... - -EL. (_accennando a ritirarsi_) Perdona... Ritornerò. - -AGL. (_vivamente_) Ma se attendi per poco, credo potrai vederlo, perchè -oggi non è giorno di giudizî... Non sei più il pupillo di Mènecle, ma -la casa di Mènecle è ancora sempre casa di Elèo... Credo anche abbia a -parlarti, per lettere avute da Tebe... - -EL. (_inoltrandosi_) Da chi? - -AGL. Da Epaminonda, mi pare. - -EL. Ah!... - -AGL. (_tornando a sedersi al suo posto e ripigliando il lavoro della -ghirlanda_) È amico di Pelopida... il capo de' Tebani qui rifugiati, -questo Epaminonda, n'è vero?... - -EL. (_serio_) Credo. - -AGL. (_seguendo il lavoro_) Ne ho udito parlar tanto bene. E perchè -resta in Tebe, sotto i tiranni, invece di rifugiarsi qui, coi compagni, -a viver libero?...[95] - -EL. Lo ignoro. - -AGL. Vi è qualcosa, qualche impresa per aria? - -EL. Non so. - -AGL. (_sorridendo_) Ah! Si vede che sei già uomo serio. Anche Mènecle, -quando gli parlo, risponde come te. Infatti, noi donne maritate, più -in là del fuso e del telaio, e sorvegliar i lavori delle fantesche, per -che cos'altro mai saremmo al mondo?... - -EL. Oh, per molte altre cose!... E poi tu non sei come l'altre... - -AGL. (_scherzosa_) Già! dei complimenti! Mi sovviene Etèocle che -sgrida le Tebane: _Curi gli affari — l'uomo! E voi donne, bestie -insopportabili — state nei vostri lari!..._[96] - -EL. (_serio_) Sei ingiusta. Non avevo inteso d'offenderti. - -AGL. E nè io di rimproverarti. - -EL. (_imbarazzato, serio, sull'andar via_) Se permetti, ripasserò tra -breve a veder Mènecle... - -AGL. Come credi — già che brami di andartene. Vorresti essere così -gentile da passarmi quelle rose e quei mirti, là, in quel canestro... -(_Elèo_ _eseguisce_) Sto intrecciando, come vedi, una corona da -appendere ad una cara tomba... là, dove sai; là... fuori porta -Diomèa.[97] Lo rammenti che domani ricorre il dì della morte di mio -padre? - -EL. Lo rammento. - -AGL. Povero vecchio! Almeno questa l'avrà proprio dalle mie mani: e -non comperata là al mercato de' fiori, da quelle ragazze che fanno -ghirlande... e tant'altre cose. Oh i morti non san che farne di quelle -corone. Li ho colti io tutti questi... sai. Ti ricordi i dì delle -feste, quando m'aiutavi... - -EL. (_reprimendo un sospiro_) Sì... (_accennando novamente di prender -congedo_) Allora... - -AGL. (_continuando la sua frase senza dargli tempo a seguire_) Oh, -allora anche tu eri molto più allegro... e molto più gentile di -adesso... e non facevi quel muso lì, che pare stii consultando qualche -vecchia maga di Tessaglia, di quelle che fan di notte con le bacchette -gli incantesimi...[98] Rammenti quando si correva per gli orti di -Colòno e su per il poggio di Cerere, a cogliere i narcisi delle due -dee, da riempire i canestri per la festa? E quella volta che ti sei -nascosto, là dietro al monumento di Teseo,[99] e m'hai fatto paura -credendo veder l'ombra di Edìpo, aggirarsi nel sito dove la terra lo -ingoiò? Come eri allegro!... - -EL. (_serio, sospirando_) Allora era un tempo!... - -AGL. E adesso è un altro, lo so. Ma non è una ragione per far torto -a quelle memorie, (_sempre proseguendo il lavoro della ghirlanda_). -Ecco... a quest'ora m'avresti già dato la baia per la mia poca abilità -nell'intrecciar questa ghirlanda... tu che volevi dar sempre il tuo -parere e trovavi sempre da dir la tua... «_Ohibò, queste rose non son -messe bene! Ohibò, qui ci andrebbero viole... così... e qui mirti... -così..._» — e _ohibò! ohibò!_ e _così, così,_ tanto per insegnarmi a -farle, il sapientissimo incontentabile si divertiva a disfarmele... -È vero che oggi Elèo, figlio di Leòstene, di corone non insegna più a -farne... ma ne conquista... - -EL. Aglae!... - -AGL. Oh, so tutto... Sappiamo, sappiamo delle prove di valore là -sull'Ellesponto... Eppure forse in quei giuochi, in quelle corse, -quando a cogliermi fiori t'arrampicavi sospeso in aria sul burrone a -picco per farmi strillar dallo spavento, là hai fatto allora le prime -prove del coraggio che ti rende oggi invidiato fra i giovani d'Atene, e -per cui d'averti avuto a pupillo va orgoglioso Mènecle mio... - -EL. (_che ha seguìto con compiacenza mal repressa il discorso di Aglae, -all'ultime parole si lascia sfuggire un piccolo movimento di malumore e -dispetto_) Grazie. Dirai a Mènecle tuo... (_in atto di avviarsi_). - -AGL. Ma Mènecle sarà dolente, e mi sgriderà quando saprà che t'ho -lasciato partire come un forestiero dalla casa ov'egli ti crebbe -e ti amò come un figlio... Nè Giove Ctèsio,[100] nè gli altri Dei -famigliari, custodi della casa di Mènecle, non han molto a lodarsi -della memoria tua... - -EL. Aglae! che ne sai tu?... No, no, non temere, dillo pure a Mènecle -_tuo_ che il cuore di Elèo non dimentica... È ancora qui scritto il -giorno che Mènecle m'abbracciò e mi disse: Elèo, tu non hai più padre; -egli è morto da valoroso a Nemèa;[101] tuoi genitori da oggi avrai la -patria e l'arconte...[102] io li rappresenterò... - -AGL. Tristi cose richiami... Se non erro, quel giorno tu eri da mio -padre... fu là, in casa nostra, che Mènecle ti venne a prendere e -ti disse quelle parole... e tu piangevi... e _qualcun altro_ del tuo -dolore piangeva... Ma tu decisamente quest'oggi non sei cortese... - -EL. Aglae!... - -AGL. (_china sul suo lavoro, senza volgersi ad Elèo e senza guardarlo_) -Oh sì... se non erro... anch'io ero là... in quella triste sera... - -EL. (_con accento dolce, affettuoso_) E — non piangere, mi dicevi; papà -assicura che coloro che cadono in battaglia non muoiono, ma vanno nelle -isole dei beati. — Oh là certamente la sua ombra si sarà abbracciata -con quella del padre tuo... Aglae, ma tu... (_vedendo che Aglae ha -dismesso il lavoro ed è rimasta col capo appoggiato fra le mani, -pensierosa e triste_). - -AGL. Io... nulla. Quelle memorie... - -EL. Perdona... - -AGL. Oh anzi... la mia anima trova in quelle memorie una dolcezza -amara. Povero papà mio! Non credi che domani egli la udirà, come la -udiva or sono cinque anni, la voce della sua piccola Aglae? - -EL. Aglae... io pure ci sarò... - -AGL. ... della sua piccola Aglae (_come parlando con sè medesima e -seguitando il lavoro: con voce mestissima_) che gli verserà acqua -lustrale, e fresco latte sulla tomba,[103] e gli dirà: hai fatto male -ad andartene, e a lasciarmi qui piccina, sola, sola: tu m'indovinavi -fin l'ultimo de' pensieri; ed ora non c'è più nessuno, neppur di quelli -a cui volevi bene, che se ne occupi. Adesso sono tutti cittadini -illustri... persone serie... e la tua Aglae chi vuoi la prenda sul -serio?... - -EL. (_con voce di affettuoso rimprovero_) Neppure Elèo... - -AGL. Già. Neppure Elèo... (_proseguendo a discorrere con sè stessa, -e avendo quasi le lagrime nella voce_) e quindi non lamentarti, papà -mio, se questa corona non è bella come quelle di una volta; mi ci -sono ingegnata da sola... ora non abbiam più maestri sapienti... -non si corre più per gli orti di Colòno... Ma al cuore si guarda... -al cuore... e non al dono... n'è vero, Elèo?... (_mentre così parla -con voce quasi rotta dal pianto, Elèo ha messo mano ai fiori e ne va -scegliendo ed intrecciando alcuni_) Ah! non sciuparmeli!... - -EL. (_proseguendo la sua occupazione, senza guardar Aglae_) E che cosa -domanderai ai Màni di tuo padre? - -AGL. Gli domanderò che dia ad Atene, agli amici... propizj gli -eventi...[104] a Mènecle... (_con lungo sospiro di rassegnazione_) -lunghi anni di vita... a te... - -EL. (_c. s._) A me...? - -AGL. A te mandi una bella sposa che ti torni allegro... e ti -faccia perdere quel muso lungo, serio serio... da Anassàgora -inciprignito...[105] (_Elèo fa un gesto di dispetto e dà uno strappo -ai fiori_) Ahi! ahi... no, così, che me li rovini!... (_ripigliando la -frase di prima_) e tanti bei piccini che, quando fai quella faccia, si -mettano a strillare tutti insieme... A me poi... (_sospende il lavoro -e s'appoggia coi gomiti sul tavolo in atto di riflettere_) vediamo!... -A me... (_sospirando_) A me già... niente piccini... (_si arresta -improvvisamente per tornar a badare a quello che fa Elèo_) Ma hai -capito di lasciar stare!... di non buttarmeli sossopra!... Guarda che -sgarbato confusionario!... Cattivo!... - -EL. (_con voce insinuante_) Ma qui ci andrebbe dell'edera perchè -spicchino sul verde cupo le rose... - -AGL. Già... (_vivamente, prendendo dell'edera e raggiustando la -ghirlanda_) Così... ti pare?... - -EL. E non c'è neppure, tra le rose e l'edera, un corimbo di narcisi... -neppur uno dei fiori cari alle due dee sotterranee...[106] Ci -starebbero così bene!... - -AGL. Grazie della novità. Ma roba comperata non so che farne, e nel -giardino, giù, non ne abbiamo. Magari! mio padre li amava tanto... - -EL. Quei bei narcisi... là... della rupe di Colòno, dove tanti ce -n'era... - -AGL. E dove c'era, per coglierli, da scavezzarsi il collo. Sicuro che -a Colòno ce ne sono!... Anche in Macedonia, anche in Tracia, anche in -Persia ce ne saranno!... Però, se è vero che i morti ci leggono nel -cuore... (_nel volger lentamente l'occhio dal lavoro, verso Elèo, a -prima giunta non lo vede più_). Elèo!... (_Elèo che alle parole di -Aglae si è improvvisamente mosso per correr via di soppiatto, trovasi -già sulla porta. Aglae si alza vivissimamente_) Ah!... - -EL. (_scena muta fra Aglae ed Elèo. Elèo ad Aglae mostrandole la -ghirlanda, con voce commossa_) Neppure uno... di quelli là... Non -sarebbe bello... non sarebbe bello!... (_s'avvia ad uscire, poi -tornando sui suoi passi vivamente, prende per una mano Aglae, -e guardandola affettuoso, le soggiunge con voce lenta, rotta -dall'emozione_) Se è vero che i morti ci leggono nel cuore... essi lo -sanno... che non è un delitto... la memoria! (_fugge via_). - - (Aglae è rimasta un minuto presso la soglia, pensierosa, - tristissima; poi s'abbandona su di uno scanno, e cela il volto - nelle mani). - - -SCENA IV. - -AGLAE e CRÌSIDE. - - -CRÌS. (_entra vivissima e gaia, e corre ad abbracciare Aglae_) Buon dì, -cara Aglae! - -AGL. (_andandole incontro e baciandola_) O mia buona Crìside!... - -CRÌS. Sempre lavori?... - -AGL. Passo le ore. - -CRÌS. Ho incontrato il giovane Elèo che usciva correndo come un -disperato verso porta Ippade, sulla via di Colòno!... (_gesto vivo di -Aglae_) O aurea Venere! altro che quelli che corron lo stadio!... - -AGL. È stato qui dianzi a cercar di Mènecle... - -CRÌS. Che? è andato a Colòno il tuo Mènecle oggi? - -AGL. Oh no... ma... (_sviando il discorso_) ma che grazie dovrò dirti, -o mia Crìside, del tuo dono sì caro e gentile? (_va a prendere lo -specchio_) Ma sai che è bello! tanto bello! perfino adulatore!... - -CRÌS. Ah, nessuno ti adulerà più di quello che Venere ti ha adulato nel -nascere... Tranne il cinto d'oro, tutti i suoi doni t'ha dato...[107] -Così t'avesse dato... anche di meglio impiegarli... - -AGL. (_con affettuoso rimprovero_) Crìside!... - -CRÌS. (_maliziosa_) Ma sai che questo specchio ha anche una virtù tutta -sua? - -AGL. Davvero? - -CRÌS. (_scherzosa_) Esso riflette anche ciò che non si vede: ti svela i -più bei contrasti pittorici che mente d'artista possa immaginare... - -AGL. (_vivissima_) Ah! sì! me ne sono accorta! - -CRÌS. (_con aria di malizia affettuosa_) Allora, sai ciò che esso dice -in questo momento? Che il sorriso del tuo volto è come il rovescio -della tua anima: l'uno vorrebb'essere sereno, come lo sguardo della -dea, tua protettrice; l'altra è triste come l'occhio della Parca. È -un filo di luce che non sa rompere la nuvola. Questo dice lo specchio, -e... nevvero... Aglae, che lo specchio... indovina? - -AGL. (_dopo una pausa, voltando discorso_) E... come sta tuo marito? - -CRÌS. Tuo fratello... bene... grazie agli dei... ma non è la rispo... - -AGL. (_interrompendo_) E da un po' non si lascia vedere... perchè? - -CRÌS. Esce così di rado... È tanto occupato in casa... - -AGL. Molte aringhe per clienti da stendere?... Molti affari -dell'Eliea?... - -CRÌS. (_esitante_) Oh sì... molti affari! molti!... fin troppi... - -AGL. E ti vuol bene sempre? - -CRÌS. Sì... almeno... me lo dice... - -AGL. Ah...! quando te lo dice? - -CRÌS. (_con accento ingenuo_) Oh varie volte!... La mattina, per -esempio, quando apro gli occhi, e prima che mi alzi... poi... mentre -mi alzo e mentre le fantesche mi vestono... mentre mi pettinano... -e quando offro alla dea le divozioni del mattino... o quelle del -vespero... e poi... così... alla sera... quando mi corico... me lo -ripete fino a che mi sono addormentata... e poi... quando dormo... -nella notte... per isvegliarmi... - -AGL. (_con serietà scherzosa_) Infatti... son varie volte. E... ti -bastano? - -CRÌS. (_comicamente ingenua_) Sì... sì... - -AGL. Ah... proprio...? - -CRÌS. Ecco... dirò... alle volte... lì al momento... mi pare quasi... -sì... che siano come troppe!... Ma poi nel dirmelo (_abbassando gli -occhi con grazia sorridente ed ingenua_) siccome cambia tanto la -voce... me lo dice in tante maniere diverse... con negli occhi tante -espressioni diverse... così mi pare sempre una cosa diversa... che... -insomma... fa piacere...! - -AGL. (_scherzosamente seria_) Ah, già! sicuro!... i discorsi variati -piacciono sempre... - -CRÌS. Oh, sì... tanto! Perchè, sai, quando non sa più come dirmelo in -prosa, così per cambiare... anche in versi me lo dice... - -AGL. Ah!... - -CRÌS. L'altra sera aveva studiato tanto... e io, nella notte, tanto -di muso!... la mattina, nello svegliarmi, ho trovato questo sotto -all'origliere: - - Studiai del Meònio le pagine - Per dirti d'amor nova idea: - Quai dolci parole, nell'isola, - Ulisse a Calipso dicea: - - D'amore in che accenti Anadiòmene - Col frigio pastor favellò:... - Studiai del Meònio le pagine... - E... _t'amo!_ altro dirti non so. - - Frugato ho ne' canti d'Orfeo - Per dirti d'amor novo stile: - Com'egli, fra 'l pianto letèo, - Chiamasse la sposa gentile:... - - Qual voce a' suoi cantici amanti - La selva e 'l leon trascinò:... - Frugato ho d'Orfeo tutti i canti... - E... _t'amo!_ altro dirti non so. - - L'ho chiesto di Saffo al lamento - E al vecchio dai brindisi d'oro: - Ognun rispondeami: lo sento... - Ma come insegnartelo... ignoro. - - E frugo!... e altre immagini chiamo!... - Ah!... un lampo qui alfin balenò! - Ah!... eccola! eccola!... è: _t'amo!..._ - (_battendosi la fronte come chi trova un'idea_) - La nova parola ch'io so. - - (_Mentre Crìside va leggendo questi versi da un biglietto che - s'è tolto dallo stròfio, Aglae apre e sfoglia, come rileggendo - distratta, il libro che stava leggendo prima_). - -Ti piacciono? - -AGL. Sì... - -CRÌS. Che cos'hai lì? (_guardando_) Le _Trachinie_ di Sofocle! Dejanira -abbandonata!... Oh che brutti argomenti!... - -AGL. (_con serietà scherzosa_) Ah, sì!... c'è meno varietà che ne' -tuoi... E come dicevi... Fania dunque è tanto occupato... Sono queste -le molte occupazioni... - -CRÌS. Già!... anche queste! - -AGL. (_comicamente seria_) Tutto il tempo che avanza è per i clienti -dell'Eliea... - -CRÌS. (_comicamente ingenua_) Oh, tutto!... - -AGL. (_c. s._) I clienti sono ben serviti. Sicchè, di quelle preziose -notizie che ti dà tuo marito... tu non resti priva... se non quando -esci di casa... come oggi... - -CRÌS. Oh no... mi verrà certo a momenti qui a raggiungere...[108] - -AGL. Ah, bravo Fania!... e dimmi... (_sorridente con gesto espressivo_) -quando...?... - -CRÌS. Oh, quello... (_nasconde tra sorridente e vergognosa la faccia -sulle spalle di Aglae_) quello... vedi... c'è tempo... (_vivamente -ripigliando_) Ma tu che mi fai tutte queste domande, non hai però -ancora risposto alla mia. Cattiva! tu scherzi... ma a nasconderti alla -tua Crìside non ci riesci... - -AGL. Già... lo specchio... - -CRÌS. No, no, è inutile. Tu non sei allegra... non lo sei mai... - -AGL. Io qui in casa non ho per distrarmi tutte quelle tali novità della -giornata... - -CRÌS. E questo è il male! e qualcuno ne ha colpa; e un po' anche tu — -oh sì, per Cerere, anche tu — che per distrarti non fai nulla! Stai -sempre chiusa invisibile come la Pitonessa... L'altro mese nè alle -feste Scire nè alle Targelie non t'han veduta... all'ultima gara delle -tragedie neppure... in casa mia da un mese non metti piede... - -AGL. Dovrei venire a disturbare i profondi studî letterari di tuo -marito? - -CRÌS. (_affettuosamente corrucciata_) Aglae!... (_Si sente di dentro la -voce di Fania che domanda:_ È qui da Aglae?) (_con gioia_) Oh eccolo! -la sua voce! - -AGL. (_con serietà canzonatoria_) È un pezzo che non vi vedete? - -CRÌS. Oh, è già quasi da un quarto d'ora!... (_accorgendosi dal volto -di Aglae dell'intenzione motteggiatrice_) Cattiva!... - - -SCENA V. - -_Dette e_ FANIA. - - -FANIA (_entrando_) Oh sorellina!... Crìside!... - -AGL. (_cortesemente canzonatoria_) Oh fratellino!... Che miracolo!... -Dopo un mese! Qualche buon genio m'ha fatto uno sternuto!...[109] - -FAN. Cara Aglae... perdona... sai... tanti affari... - -AGL. (_guardando maliziosamente Crìside_) Sappiamo!... sappiamo!... - -CRÌS. Fania!... - -FAN. (_ad Aglae_) Come stai? Come sta Mènecle? - -AGL. Grazie. Benissimo. - -FAN. (_a Crìside_) E tu... così... sei scappata via... senza dirmi -niente... brava!... - -CRÌS. Non la finivi mai... - -AGL. Via... non rimproverarla... - -FAN. Oh no, ma... (_a Crìside, serio_) Ma ero ben buono io -d'accompagnarti... - -CRÌS. Già... per il gran viaggio da porta Ceràmica a venir qui... - -FAN. (_con paternale serio-amorevole_) Non è per questo... ma una -moglie giovane non istà bene uscir per Atene in visite senza il -marito...[110] n'è vero, Aglae? - -CRÌS. (_con civetteria, parlando ad Aglae_) E il marito correr dietro a -tutti i passi della moglie come un can segugio di Laconia dietro l'orma -della lepre... n'è vero, Aglae, che non istà bene neppur questo? - -AGL. (_con serietà comica_) A meno che la lepre sia contenta... - -CRÌS. (_brusca, con civetteria_) Oh questo poi!... - -FAN. Crìside!... - -CRÌS. Zitto là!... per Aglàuro! Siam le nipoti di Teseo...[111] e non -siam le schiave dei mariti... noi... - -FAN. (_sorridente_) Lo si vede! Però Solone, veramente ha disposto che -la brava moglie ateniese dovrebbe star sotto al marito... - -CRÌS. (_rifacendogli la voce_) E Temistocle, ateniese, stava sotto alla -moglie,[112] eppure sconfisse i Persiani... ed era quel Temistocle che -era... - -AGL. (_a parte, li guarda sospirando_) Eh! almeno loro si divertono!... - -CRÌS. ... e mio marito Fania, se fossero verità tutte quelle bugie che -mi dice, dovrebbe imparare dal vincitore di Salamina... - -AGL. Come si sconfiggono i Persiani? - -CRÌS. No... come si trattano le mogli. Essere forti contro gli -uomini... bel merito!... Essere deboli con noi... quello è il bello! - -AGL. (_a Crìside_) Veramente, sai, mi pare che un po' di Temistocle -abbia già imparato... - -CRÌS. (_con civetteria stizzosa_) Oh, non abbastanza!... E poi un -bravo marito dovrebbe essere anche un bravo fratello... (_abbraccia -affettuosamente Aglae_) e io non voglio, sai, che egli ti trascuri... -povera Aglae!... E s'egli ti trascura ancora, io trascurerò lui!... -Guardala, Fania, che ciera triste!... (_tenendola abbracciata_) Oh tuo -padre... vostro padre... sia pace alla sua ombra... ma ha avuto un gran -torto verso te... - -AGL. (_con voce di rimprovero_) Crìside! - - (Fania, alle parole di Crìside, si tira pensieroso e serio in - disparte). - -CRÌS. Oh, le due dee mi guardino dal dir ingiuria alla sua memoria... -Epònimo fu prode e virtuoso, ma sbaglia tante volte su nell'Olimpo -Giove, sbagliano anche sulla terra i virtuosi... ed Epònimo (_si guarda -intorno_) — Mènecle non c'è — non fu previdente pel tuo destino... Se -egli che ti amava tanto, tornasse dagli Elisi... - -AGL. Se tornasse dagli Elisi, vedrebbe che Aglae non chiede e non -ha alla sua memoria verun conto da chiedere. (_con voce incisiva, a -Fania_) N'è vero, Fania? (_Fania non risponde, e rimane in disparte, -pensieroso, a testa china_) Mio padre mi affidava, morendo, all'uomo -che gli salvò in campo la vita, lo riscattò dalla prigionia di -guerra, lo soccorse nella povertà, raccolse il suo ultimo sospiro. Se -affidandomi a Mènecle ha consultato il suo cuore, mio padre ha compiuto -il debito suo... - -CRÌS. (_seria, fissando Fania_) E allora gli altri non han compiuto il -loro... - -AGL. E perchè? Mènecle, oltre amico, era il solo lontano congiunto che -la legge chiamasse a sposar l'orfana... o farle la dote.[113] S'egli -non trovò altri degni di me, osservando la legge, Mènecle ha compiuto -l'ufficio suo... Non ho ragione, Fania? - -CRÌS. Già, la legge!... È bello osservar la legge, per iscaldarsi le -mani fredde al sole di sedici primavere!... - -FAN. No, no, Crìside, ha ragione Aglae. Sono io forse, che il mio -ufficio di fratello, nel dar l'assenso, non l'ho compiuto...[114] - -CRÌS. (_a Fan._) Già... lo sapevo... brutto egoista!... Per te però ci -hai ben pensato. - -FAN. Oh Crìside, ti giuro... - -CRÌS. (_dandogli sulla voce_) Zitto là! ne discorreremo. (_ad Aglae, -con voce affettuosa_) Ma dimmi un po'... almeno Mènecle... - -AGL. Oh... Mènecle... non ho niente a ridire. Fa quello che è in lui... - -CRÌS. Quello ch'è in lui!... Non è molto!... - -AGL. Ci vediamo del resto, da qualche tempo in qua, così poco... Adesso -poi, tra gli affari della Eliea e quei di Tebe, ancora meno... - -CRÌS. Per cui... sempre sola?... - -AGL. Sola. - -CRÌS. E il tuo cuore? - -AGL. È tranquillo. - -CRÌS. La tua mente? - -AGL. Riposa. - -CRÌS. I sensi? - -AGL. (_vivissima, nervosa_) Dormono. - -CRÌS. (_alzandosi_) Ebbene... alla tua età... con queste belle -giornate... con questo sole... io non dormirei... - -AGL. Perchè Fania ti sveglia... me l'hai detto. - -CRÌS. (_a Fania, sottovoce_) Meriteresti, per l'aurea Venere, che -invece di me, ti avessero dato in moglie la vecchia Mìrtala! Provar un -po' anche tu... che gusto!... - -FAN. Zitta!... (_si sente di dentro la voce di Cròbilo_) È qui suo -marito... - - -SCENA VI. - -_Detti_, CRÒBILO, _un momento_ BLÈPO. - - -BLÈPO. (_annunziando, dalla soglia_) Cròbilo di Stefano Colonèo. - -AGL. Oh, avanti!... - -FAN. (_mentre Blèpo esce per introdur Cròbilo, si appressa ad Aglae e -le parla in disparte_) Però Mènecle dovrebbe anche comprendere certe -cose... e trattarti un po' meglio... - -AGL. (_sorridente_) Farmi delle poesie amorose, e pormele, quando -dormo, sotto il cuscino? - -FAN. Crìside! - - (Apostrofa Crìside un po' brusco, e si bisticcia sottovoce con lei, - mentre entra Cròbilo). - -CRÒB. Salve, gentile Aglae!... La bella Venere ti guardi... - -AGL. Vicino Cròbilo, sii il benvenuto. - -CRÒB. Vezzosa Crìside, Fania, buon dì. (_vedendoli discorrere a parte_) -(Bella coppia di tortore di Sicilia!)[115] E il nostro caro Mènecle non -è in casa? - -AGL. È uscito da poco. Per lui venivi...? - -CRÒB. Oh... per lui... per te... e per lei... - -AGL. Tua moglie? - - (Durante questo dialogo con Cròbilo, Fania e Crìside si bisticciano - amorosamente in disparte). - -CRÒB. Già... la mia caaaaara moglie!... Mi disse che la ti veniva a far -visita e che passassi a prenderla, sull'ora sesta. A quel che pare è in -ritardo... - -AGL. Attendila dunque... - -CRÒB. Grazie. Avrà lavorato più del solito col minio e coi cosmetici... -o si sarà indugiata a fare la sua chiaccheratina solita con le -vicine... Ah, quando la comincia... l'è come il disco di bronzo -appeso agli alberi dell'oracolo di Dodòna! se appena lo tocchi del -dito, _diiiinnnnnn!!!_ ti suona per tutto un giorno: anzi il bronzo -finisce prima: ma lei, finito il giorno, la mi va avanti anche la -notte!...[116] O Giove miracoloso, che delizia! - -AGL. Eppure, bisogna dire che tu avessi gran bisogno di consultarli, -gli oracoli, poichè questo disco ci sei andato a picchiare.. - -CRÒB. Pur troppo. Si fossero i corvi portata via la prònuba che m'ha -sedotto a queste nozze!...[117] - -AGL. (_scherzosa_) Senti Fania... - -FAN. Che c'è? - -AGL. Cròbilo maledice alla prònuba del suo matrimonio... E tu alla tua? - -FAN. (_guardando Crìside amorosamente e abbracciandola_) Io prego i -Numi che le donino i beni della terra...[118] - -AGL. (_a Cròbilo, scherzosa_) Senti? questi son mariti! - -CRÒB. (_ad Aglae, scherzoso, additandole Crìside_) Vedi...? queste sono -mogli... - -CRÌS. (_va ad abbracciar Aglae_) Aglae! (_discorrono insieme_). - -FAN. (_a Cròbilo, mentre Aglae e Crìside conversano fra loro_) E la tua -che cos'è? - -CRÒB. La mia... la mia... come si chiamano quelle che rubarono le cene -di Fineo? - -FAN. Le arpìe... - -CRÒB. Bravo! Fa conto... con le ali di meno, e la dote di più.[119] - -FAN. È sempre qualcosa. (_batte sulla spalla a Cròbilo_) Cròbilo, -Cròbilo, anche il cavallo scita sprezza la biada che vuol -mangiare.[120] Mi dicono che la biada era discreta... Quattro -talenti... - -CRÒB. (_continuando annoiato_) ... e una possessione nell'isola di -Egìna... - -FAN. ... vigneti e terreni aratorî... - -CRÒB. ... che rendono all'anno centodue mine. La mi fa il conto tutti -i giorni sulle dita... e si lagna che suo padre li facea rendere di -più...[121] O Giove Olimpio!... Felice chi è ricco del suo![122] Per -noi altri mariti poveri, i tesori delle mogli son carboni!...[123] -Se sapevo di far questa vita, preferivo condur a pascere le capre sul -Fellèo!...[124] - -FAN. Sei sempre a tempo... corri... - -CRÒB. Non c'è premura. - -CRÌS. (_interrompendo il discorso con Aglae, e voltandosi a Cròbilo e -Fania_) E così, Fania, Cròbilo non ha ancor finito di contar tutti i -difetti di sua moglie?[125] - -FAN. Pare di no... - -CRÒB. Tutti!... Ci vorrebb'altro... È il catalogo di Esìodo!... - -CRÌS. E glie la fai, di', a tua moglie, l'enumerazione del catalogo? - -CRÒB. A mia moglie?... eh!... quello ci mancherebbe! - -CRÌS. E perchè? - -CRÒB. Perchè Giove ha dato agli uomini gli occhi per vederci, e non per -farseli cavare dalle mogli... - -CRÌS. Ma sai, o Cròbilo, che non è molto lusinghiero, a noi mogli tutte -quante in generale, saper che gl'incliti mariti ci fanno l'occhio del -pesce morto in casa, e fuori di casa se ne vanno... a recitarci que' -tuoi panegirici?!... Fania, spero bene... - -CRÒB. Bella Crìside! ma Venere mi guardi dallo sparlar delle mogli in -generale! qui, innanzi ad Aglae e innanzi a te!... ma ti pare?!... -Le mogli, eh si sa, ce n'ha di buone e di cattive... La va a chi -tocca... Anzi, di regola, le mogli sono una bellissima istituzione: -è appunto per confermare la regola che ci sono le eccezioni... e -queste non divertono... Del resto, vedi benissimo, non c'è moglie -cattiva a cui non si possa contrapporne una modello... Citami, nelle -tragedie, Clitennestra... uxoricida fin che vuoi... ma io ti rispondo -con Penelope. Fedra era incestuosa... ma Alceste era virtuosissima. -Su Medea, cuor di tigre, c'è molto da ridire: ma, dall'altra parte... -dall'altra parte... (_si interrompe con tutta naturalezza, come chi -finge cercar nella memoria e non trova_) ora non saprei. Elena! peggio -di una civetta!... ma invece... invece... (_c. s._) adesso mi verrà -in mente... Ermione! tracotante e sanguinaria; Creùsa, egoista e -vendicativa; Menalippe, adultera... ma all'opposto... all'opposto... -(_c. s._) che so io... insomma, se lo dicevo che le eccezioni fermano -la regola!...[126] - -CRÌS. (_ironicamente rispondendo all'ironia comica di Cròbilo_) E a -quel che pare... fermano anche di preferenza la tua memoria... - - (Durante questo dialogo, Aglae e Fania discorrono fra loro). - -CRÒB. Ah, sicuro!... (_sospirando comicamente_) perchè è su di esse che -faccio un corso di studî pratici... - -CRÌS. (_ironicamente suggestiva_) E quelle mogli delle tragedie ti -servono poi per i confronti teorici... - -CRÒB. Precisamente. Una consolazione... come un'altra. - -CRÌS. Perchè? - -CRÒB. Perchè di sì... Per esempio, tu, Fania... sei storpio... - -FAN. (_risentito_) Io?... Lo sarai tu. - -CRÒB. (_calmo_) Supponiamo che lo sii. Sei storpio... e te ne -affliggi... perchè non puoi correr dietro a Crìside... ma vai a teatro, -vedi in iscena Filottète, che è più storpio di te, e ti consoli.[127] -Tu, Crìside, sei tradita indegnamente da Fania... - -CRÌS. (_furiosa_) Eh? tradita? io?! bada a quel che dici... - -CRÒB. (_calmissimo_) È un'ipotesi... - -CRÌS. Ma io non so che farne delle tue ipotesi... intendi? - -CRÒB. Bene, bene. (_con flemma, correggendosi_) Tu, Aglae, sei tradita -indegnamente da Mènecle... è una ipotesi... - -AGL. (_pacatissima, con mesto sorriso_) Va pur là... non mi arrabbio... -io... - -CRÒB. (_a parte_) (Poveretta! si capisce!...) sei costernata, disperata -del tradimento... - -AGL. Oh, questo poi... - -CRÒB. È un'ipotesi... (_tra sè_) (sbagliata a quel che pare...) - -CRÒB. Ma vai a teatro e vedi Medea tradita da Giasone ancor più -indegnamente di te... e contemplando la di lei sventura, eccoti -confortata della tua. Ebbene anch'io... io... come mi vedi... sono un -marito disgraziato... e tutti i giorni mando alle stelle dei sospironi -grevi, che Giove, se non fosse sordo, sarebbe obbligato a sentirli: -ma vado alla tragedia, e sento Agamènnone, dentro le quinte, che -strilla _ahi! ahi!_[128] perchè sua moglie nel bagno gli sta facendo -la festa... allora mando un sospiro più leggiero, e dico: pazienza!... -fino a qui mia moglie non è venuta ancora... e speriamo non ci venga... - - -SCENA VII. - -_Detti e_ MÈNECLE _con_ MÌRTALA. - - -MÈN. (_entrando ha raccolto e frainteso le ultime parole di Cròbilo_) -Oh altro se ci viene... - -CRÒB. (_dà un balzo, spaventato_) Eh!... - -MÈN. È già qui. L'ho incontrata sulla porta... - -CRÒB. (_sospirando_) Ah!... Che maniera di spaventar la gente! - -MÈN. E te la conduco. Non temere... non temere! Oh, Fania! Crìside! che -buon vento! - -CRÌS. e FAN. (_rendendo il saluto_) Mènecle!... - -MÈN. (_verso la porta_) Avanti, Mìrtala!... - -MÌRT. (_entrando corre ad Aglae_) Oh cara Aglae!... - -AGL. (_restituendole l'abbraccio_) Mìrtala!... - -MÈN. (_a Mìrtala_) C'era qui tuo marito che già s'impazientava credendo -tu non venissi... - -CRÒB. (_confermando a denti stretti_) Già... - -MÈN. Questi son mariti... - -FAN. (_a Cròbilo sottovoce, canzonatorio, additandogli Mìrtala e -rifacendogli le parole di prima_) Queste sono mogli. Tienla da conto... - -MÌRT. (_a Mènecle, accennando Cròbilo_) Oh, non lo lodare tanto!... -Farebbe anche lui delle sue... se io non lo vegliassi un poco... il mio -caro marito... - -CRÒB. (_con compunzione comica_) Ma tu mi vegli sempre... un poco... -(_fra sè_) come Argo... - -MÌRT. (_squadrandolo con diffidenza_) Per fortuna... e forse non quanto -basta... - -CRÒB. (_vivissimamente_) Oh... ti giuro che basta... - -MÌRT. Vedremo! vedremo!... - - Mìrtala ripiglia il colloquio con Aglae. Cròbilo con Mènecle. - -CRÌS. (_a Fania sottovoce, accennandogli Mènecle ed Aglae_) Hai visto? -Rientrando... nemmeno l'ha salutata... Poveretta!... - -FAN. Oh, ma domani mi sentirà. - -CRÌS. Eh già... se non ti fai sentir tu... mi faccio sentir io. Non ho -peli sulla lingua... io![129] - -FAN. Lo so... - -CRÌS. È una vergogna!... Neppure la guarda!... O cosa crede di avere? -Una moglie o un pezzo di legno? Andiamo via. Mi fa male. M'accompagni? - -FAN. Certo. (_a Mèn._) Addio, Mènecle. - -MÈN. Come? arrivo ora, e te ne vai? - -FAN. Accompagno Crìside. (_fissa Mènecle con volto serio_) Ci vedrem -domani. - -CRÌS. (_ad Aglae_) Cara Aglae, addio... - -AGL. Di già? - -MÈN. (_guardando di sottecchi Fania dopo le parole, seco scambiate_) -Che cos'ha costui? Mi guarda scuro con certi occhiacci, come guardasse -l'erba origano...[130] Uhm!... (_va a discorrer con Cròbilo_) E -dunque... - -MÌRT. (_a Crìside che sta salutando Aglae_) Come, come?! Crisiduccia... -ci lasci? - -CRÌS. Dovrei lasciare andar Fania solo? - -MÌRT. Ah questo no... i mariti... brava gente... ma a tenerli d'occhio -non si sbaglia... lo so io. - -CRÌS. (_a Mìrtala, sorridendo_) Io non lo so... ma per non -isbagliare... me lo porto via... (_ad Aglae, sottovoce_) Dà retta a -me... di crucciarti non val la pena... ti verrò a trovare, e a farti -cambiar vita. - -AGL. (_abbraccia Crìside_) La cambierò. Sta tranquilla. - -CRÒB. (_salutando_) Vezzosa Crìside... - -CRÌS. Sta sano, Cròbilo. (_sottovoce, ironica_) E sii felice... con la -tua Mìrtala... - -CRÒB. Eh? - -CRÌS. (_scherzosa, interrompendolo, e rifacendogli la frase di prima_) -È un'ipotesi... - -FAN. (_salutando_) Aglae, ci rivedremo. - -MÌRT. (_sospettosa, a Cròbilo_) Che cosa ti diceva Crìside?... - -CRÒB. Che la felicità umana è un'ipotesi... - -MÌRT. L'hai chiamata vezzosa... va là che ho sentito... - -CRÒB. E non lo è?... - -MÌRT. A me però non l'hai mai detto... ch'io ti senta dirglielo ancora -una volta... - -CRÌS. (_che si è con Fania avviata ad uscire, torna verso Cròbilo, -e gli dice sottovoce, beffarda_) Completalo poi quel tuo catalogo... -Ermione era arrogante, ma Mìrtala è dolce. Elena era adultera... ma -Mìrtala è fedele... (_ridendo lo lascia_) Ah, ah!... - -MÈN. (_vedendo Crìside allontanarsi_) Crìside? - -CRÌS. (_a Mènecle_) Con te sono in collera, e non ti saluto. - -MÈN. (_cortesemente scherzoso_) La pace quando?... - -CRÌS. (_fissandolo_) Quando in Atene non ci saran più egoisti... - -MÈN. Ossia, siccome gli egoisti finiranno col mondo, quando per -indicarli avran trovata una parola nuova... - -CRÌS. (_a Fania ch'è già sull'uscio_) Fania!... (_dandogli il braccio, -e suggerendogli_) Ah, eccola, eccola! è... - -FAN. (_dandole un bacio e proseguendo subito_) «t'amo! — la nova parola -ch'io so!...» (_escono abbracciati_). - - -SCENA VIII. - -AGLAE, MÌRTALA, CRÒBILO, MÈNECLE. - - -MÈN. (_vedendo il bacio_) Eh...! non fan complimenti. Quelli son -felici... e sanno l'arte di star al mondo!... - -MÌRT. (_a Cròbilo, additandogli Fania e Crìside che s'allontanano_) Li -vedi?... impara!... Che nozze!...[131] Ah se tu fossi un marito come -Fania... - -CRÒB. (_a parte_) (Ah se tu fossi una moglie come Crìside!...) -Imparerò... (_va a discorrere con Mènecle che passeggia pensieroso su e -giù_). - -AGL. (_partiti gli sposi è rimasta cogitabonda e triste, poi s'è -rimessa lentamente al lavoro_) (Elèo fra breve ritornerà...) - -MÌRT. (_ritorna verso Aglae_) E così, t'abbiamo aspettata all'ultima -festa delle Scìre...[132] non ci mancavi che tu!... peccato!... c'erano -le più belle matrone d'Atene... c'ero io... - -AGL. Ah!... - -MÌRT. E se avessi visto, sulla strada da Atene a Sciro, che folla!... -mio marito, dalla gran gente, poveretto!... corse rischio di -perdermi... - -MÈN. (_a Cròbilo sottovoce, canzonandole_) Vai in cerca di rischi... - -MÌRT. Se non me l'attaccavo stretto stretto alle costole... - -AGL. (_velatamente ironica_) Si sarà divertito... - -MÌRT. Oh... mezzo mondo!... - -CRÒB. (_Sbadigliando_) Tanto! tanto!... - -MÌRT. Ma sai chi ci ho visto? (_Mìrtala parla colla rapidità delle -vecchie chiacchierone_) Cleonìce... quella magra, col naso lungo... -la moglie di Nìcida, da lui ripudiata tre mesi fa. Sai, dicevano la si -fosse ritirata alla campagna, per tôrsi alla vergogna del ripudio... - -AGL. Poveretta!... - -MÌRT. Ah sì, aspetta!... è ricomparsa alla festa, fresca, fresca, -come niente fosse... e si pavoneggiava in gran lusso... con tanto -di veste cimbèrica e di stivaletti persiani...[133] E poi i poeti -cantano che la moglie ripudiata porta il rossore in fronte!...[134] -Oh la sfacciata!... Oh, a proposito di vesti, un favore ti avrei a -chiedere... sei tanto buona. - -AGL. Ma parla... - -MÌRT. Quella tua tònaca bianca di bisso di Amòrgo,[135] con lo -strascico... Vorrei farmene una eguale anch'io, per la festa di Venere -Colìade...[136] - -AGL. (_a parte_) (O care Grazie!). - -MÌRT. Se non t'increscesse mostrarmela, per copiar le misure... - -AGL. Oh già... t'anderan bene... Ma subito!... Se vieni nella mia -stanza di là... - -MÌRT. Grazie!... Ora, ora, prima di andar via... (_con malizia, -abbassando la voce_) E così spierò anche i segreti del vostro nido... - -AGL. Nido?... che nido? - -MÌRT. (_maliziosamente sorridente_) Eh, già... il vostro... -(_accennandole Mènecle_). - -AGL. (_con indifferenza_) Ah! due nidi... - -MÌRT. Come?... - -AGL. Il mio qui sopra... e il suo... da basso. - -MÌRT. (_stupefatta_) Eh??... non istate insieme?... - -AGL. È tanto occupato... sai... - -MÌRT. Occupato il giorno... va bene;... ma... e la notte? - -AGL. La notte... lui scrive... lavora... - -MÌRT. E tu?... - -AGL. (_con accento vibrato_) Io... dormo. - -MÌRT. E la mattina?... - -AGL. Dorme lui... e lavoro io... - -MÌRT. O Dee santissime!... ma senti, Cròbilo?! - -CRÒB. Che cosa? - -MÌRT. Aglae qui mi conta che Mènecle di notte la lascia sola per -lavorare... - -CRÒB. (_fra sè_) (Oh, oh!) (_con segni adesivi del capo_) Benissimo!... - -MÌRT. (_scrutandolo con faccia scura_) Perchè benissimo? - -CRÒB. Perchè il pensiero di noi uomini, per levarsi su, su, su, nelle -alte sfere, ha bisogno del silenzio notturno e della solitudine... e -quindi... - -MÌRT. (_ironicamente suggestiva_) E quindi lasciando la moglie sola nel -vedovo talamo... - -CRÒB. ... la moglie se ha sonno, riposa più tranquilla... e il marito -ha le idee più lucide. - -MÌRT. (_con calma simulata_) E se sonno la moglie non avesse?... - -CRÒB. Accende il lume e conta i travicelli del soffitto... esercizio -che rinforza la memoria: o va alla finestra a veder il tesmotèta che -passa colla ronda...[137] e il golfo e l'Acròpoli illuminati dalla -luna... - -MÌRT. (_ironica, frenandosi a stento_) Infatti... l'altra notte... per -esempio... che sei rincasato alla terza vigilia... - -CRÒB. Non era ancora... - -MÌRT. (_rincalzando_)... alla terza vigilia, l'ho vista anch'io la -ronda e l'Acròpoli a chiaro di luna... - -CRÒB. N'è vero, com'è poetico? - -MÌRT. Già! (_prorompendo_) Provati un'altra volta a tornar a casa a -quell'ora, e poi... la ronda e la luna te la do io...[138] - -MÈN. Che cosa c'è? Che cosa c'è? Ulisse e Penelope che si bisticciano? - -CRÒB. Niente niente! si discorreva dell'ora che si alza la luna... - -MÌRT. (_a Mèn._) E Penelope dimostrava ad Ulisse che è un'ora in cui i -mariti potrebbero benissimo tralasciare di pensar tanto e far invece... -qualche cosa d'altro. Che già, per quel che fruttano i loro profondi -pensieri, la Repubblica non ci perderebbe gran che: anzi l'andava -meglio quando i mariti cecròpidi coltivavano le mogli un po' di più, e -di giudizî e di decreti ne impasticciavano un po' meno... Quelli eran -tempi!... quand'ero fanciulla io... - -CRÒB. (_a parte_) ... e i Greci assediavano Troja... - -MÌRT. ... e macinavo l'orzo di Minerva, e nelle feste Braurònie -rappresentavo l'orsa di Diana...[139] - -CRÒB. (... al naturale...) - -MÌRT. ... allora, ah sì, non c'era pericolo che mio padre tornasse a -casa dopo il tramonto e facesse a sua moglie il muso scuro con tanti -pretesti di tabelle e palle nere e leggi e processi per la testa... -Adesso, a furia di decreti e novità mandano la Repubblica a soqquadro; -e guardali lì, che par tornino dall'averla salvata a Maratona!... Ah se -governassimo noi donne... - -CRÒB. (Poveri noi...) - -MÈN. (_ironico_) ... gli uomini filerebbero la lana... - -MÌRT. ... e la lana ci scapiterebbe, ma le leggi ci guadagnerebbero. -Già anche oggi (_parla con Mènecle_), al solito, avrete tirato colle -vostre unghiaccie delle gran righe lunghe sulla cera[140] e data -qualcun'altra delle vostre sentenze storte... - -MÈN. Tranquìllati... oggi è vacanza... - -MÌRT. Se non è oggi, sarà stato ieri... - - Come s'è detto, durante questo dialogo, Aglae è seduta intenta al - suo lavoro. - -MÈN. Ah, ieri sì... - -MÌRT. Sentiamo!... - -MÈN. Oh, una causa molto semplice. A Fillide, la giovinetta moglie del -vecchio Fràstore Egilièo, è morto il padre due mesi fa. Malgrado tutto -l'amor figliale, gli occhi per troppo piangere la ragazza non se li è -sciupati, e questo è quel che capita ai padri, quando maritano, per -interesse, a controgenio le figliuole. È andata ai funerali col suo -vecchio marito, senza troppo graffiarsi il viso, con lui è intervenuta -al banchetto funebre dei novendiali,[141] quel tanto insomma che la -legge ordina ai figliuoli, e niente più. Che è, che non è, salta fuori -un bel pezzo di giovine, certo Màntia, ammogliato alla vecchia Pànfila: -e asserendosi solo superstite parente dell'orfana fanciulla, invoca il -diritto dalla legge, di pigliarsela in isposa...[142] - -CRÒB. To' che felice idea!... - -MÌRT. Oh, il birbante! già, sarà stato d'accordo con quella -civettuola... - -MÈN. Fosse d'accordo o di suo capo, vattelapesca. Il fatto è che la -ragazza, messi in un piatto di bilancia i sessant'anni del consorte -vecchio, nell'altro i ventitrè del cuginetto nuovo, trovò la domanda -di quest'ultimo immensamente ragionevole. Non così il venerando marito -di lei e la veneranda mogliera del nostro giovanotto: ai quali proprio -non entrava in testa che s'avessero a disfare due matrimonî per cavarne -fuori un terzo a loro spese... - -MÌRT. Per Venere! Se avean ragione!... - -MÈN. ... e per farla valere, appunto, si misero insieme, poichè il -giovine stette duro a far la lite... - -MÌRT. ... quella sfacciatella avrà soffiato sotto... - -MÈN. (_aderendo_) — ... la sfacciatella soffiava sotto — e chiesero -all'arconte che la domanda dell'improvvisato cuginetto fosse respinta, -contestandone la parentela. Ma sì! il cuginetto era assistito da un -avvocato coi fiocchi, il vecchio Isèo, il quale squadernò davanti -ai giudici un albero genealogico, in linee rette, oblique, laterali -e trasversali, che risaliva sino a Codro per via di femmine e per -via di maschi sino a Teseo: un albero rispettabile. Di più, esibì la -testimonianza dei servi, i quali, posti ai tormenti,[143] dichiararono -aver una volta udito il padre della fanciulla, nel contrattar la -compera di un asino, chiamar parente il padre del giovine. Di più, la -ragazza interrogata, abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia -pudica, confermò anch'ella questa circostanza... - -CRÒB. Dell'asino? - -MÈN. (_confermando e battendogli sulla spalla_) Dell'asino. - -MÌRT. (_impaziente_) Insomma... la conclusione... - -MÈN. La conclusione — ecco... l'albero, veramente, era un po' -imbrogliato... ma il vecchio Isèo ci mise tanta eloquenza — «_giudici, -guardate questo! considerate quest'altro!_»... - -MÌRT. Che i corvi se lo mangino!... - -MÈN. ... e quei due giovani, a vederli, lì insieme, tutti e due, -biondi, rosei, mandandosi certe occhiate — dritte, laterali e -trasversali — come quelle dell'albero, pareano così fatti l'una per -l'altro... - -MÌRT. (_furiosa_) E quindi... - -MÈN. E quindi Isèo, in uno slancio oratorio, imposte le mani sulle due -giovani teste, le avvicinò (_mentre sta dicendo questo con inflessione -espressiva di voce, getta occhiate verso Aglae, come volesse fermarne -l'attenzione. Aglae infatti, alta la testa, e sospeso il lavoro, pur -senza guardar Mènecle, mostra di essere molto attenta_)... e citò -il verso di Omero che _Giove vuol congiunti i simili coi simili_; -e il tribunale per non far torto nè ad Omero nè a Giove, giudicò -ch'eran proprio cugini autentici e che il giovine avea diritto di -divorziar dalla vecchia, e di portar via al vecchio la giovanetta. -I due vegliardi cascarono ululando nelle braccia uno dell'altro, la -giovanetta abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica -rivolse all'antico sposo un commovente sguardo d'addio, e sospirando... -si rassegnò. - -MÌRT. (_indignata_) E tu o Giove, che cosa fai là sopra, che non -punisci queste infamie commesse in tuo nome? - -MÈN. (_pacatissimo_) Vedi, hai torto d'invocar Giove. Forse in quel -momento era occupato anche lui colla piccola Ebe... a far dei torti -alla veneranda Giunone. Son cose che succedono in cielo e in terra.. - -MÌRT. Ma tu, tu, come hai votato? - -MÈN. Ecco... io ci vedo poco... ma mi hanno assicurato che proprio -le linee trasversali andavan bene,[144] e quindi per non guastarle — -mancando un voto alla maggioranza — ho dato il mio. - -AGL. (_con iscatto repentino, vibratissimo di voce_) Bravo Mènecle!... - -CRÒB. (_contemporaneamente, sottovoce per non farsi udir da Mìrtala_) -(Bravo Mènecle!) - -MÈN. (_udendo Aglae, con un sospiro_) (Volevo dire!...) - -MÌRT. (_ad Aglae_) E tu lo lodi, tu lo lodi! Mettiti nei panni di -quella povera moglie abbandonata... - -AGL. Mi metto nei panni di quell'altra. - -MÈN. Ma che abbandono! che abbandono! Cosa credi, che i giudici abbiano -cuor di macigno? Quando Isèo s'accorse che il suo albero sui giudici -faceva un effettone e che i due vecchi rischiavano restar soli, per -ultimo argomento, tirò fuori... (_pausa, segni di attenzione_) un altro -albero... - -CRÒB. Ma era una foresta questa arringa! - -MÈN. Proprio così... un altro albero, dal quale appariva come qualmente -il vecchio abbandonato fosse parente in quarto o quinto grado della -vecchiarella derelitta: onde Isèo concluse, e il Tribunale accolse, -i lor precedenti matrimonî doversi sciogliere anche per ciò: che -la settantenne Pànfila essendo... orfanella, la legge obbligava il -vecchietto a sposarla per la perpetuazione della stirpe. E stese le -mani sulle due teste venerande, ripetè il verso di Omero: che _Giove -ama congiunti i simili coi simili!_... Ah che oratore! che oratore! - -MÌRT. (_mal frenando la stizza_) Aglae, nei processi di tuo marito -ci son troppi alberi... e a viaggiar pei boschi si incontrano i -malandrini... Se credi, son da te... - -AGL. (_alzandosi_) Come vuoi... - -CRÒB. (_ad Aglae sottovoce, mentre questa, prima d'uscire, sta mettendo -a posto qualcosa sul suo tavolo_) Mi raccomando... non le mostrar -tutta la guardaroba... perchè poi a me tocca di portarla... e... vesti -chiuse... vesti chiuse... riparano dai freddi... - -AGL. (_a Mènecle, nell'andarsene con Mìrtala_) Tu sei a casa oggi? - -MÈN. (_asciutto_) No. - -AGL. Sei via a cena? - -MÈN. (_c. s._) Sì. - -AGL. Tornerai presto? - -MÈN. Forse. (_Aglae s'allontana senza dir parola. Quando ella è già -sull'uscio, Mènecle la richiama_) A proposito, è stato qui Elèo? - -AGL. (_ferma sull'uscio, dopo una pausa, come risovvenendosi_) Ah... sì! - -MÈN. Perchè non dirmelo...? - -AGL. (_fredda_) Non me l'hai chiesto. - -MÈN. Ha detto ove andava?... - -AGL. No. - -MÈN. Tornerà? - -AGL. (_imitando il forse precedente di Mènecle, con accento -espressivo_) Forse! (_esce con Mìrtala_). - - -SCENA IX. - -MÈNECLE _e_ CRÒBILO. - - -CRÒB. (_comicamente, a parte_) (Che tenerezze!) (A MÈNECLE) Non si può -dire che tra marito e moglie sprechiate eccessivamente il fiato... Vi -parlate sempre così? - -MÈN. Quasi sempre. - -CRÒB. Non vi anderà giù la voce. E, dimmi, il giorno che l'hai -sposata, l'hai almeno avvertita delle tue abitudini di... eloquenza -domestica?... - -MÈN. Non ci ho pensato. - -CRÒB. Eppure, scusa sai, ma mi sembra... era forse il caso di -pensarci... essendo tu quel galantuomo che sei... che tutta Atene -conosce... - -MÈN. (_vivissimo_) E chi, chi ti dice ch'io non lo sia?... - -CRÒB. Lo sei! lo sei! per Ercole! l'han fino scritto col carbone sui -pilastri del Ceràmico...[145] Appunto... - -MÈN. Appunto... se si è galantuomini e si è fatta una minchioneria, non -si seguita a sospirarne tutto l'anno e ingrassarci sopra... (_parlando, -fissa l'occhio su Cròbilo_)... Si fa di meglio... Ci si ripara... - -CRÒB. Eh? - -MÈN. (_energicamente incalzando_) Altrimenti sui pilastri del Ceràmico -potrebbero scrivere... di me... o di te... anche questo: Mènecle... -o Cròbilo, il tal giorno è stato un imbecille... e adesso ci trova il -_tornaconto_ a rimanerlo... E questo, per mio conto, non voglio che lo -si dica... _non voglio_... intendi... - -CRÒB. Intendo un bel niente. - -MÈN. Intenderai con comodo. - -CRÒB. Quando? - -MÈN. Prima della luna nuova. - - Dette queste parole appoggiandovi sopra con accento vibrato, - s'avvia ad uscire. - -CRÒB. (Che diamine sta mulinando?) Te ne vai?... - -MÈN. Ho da fare... alla cancelleria dell'Arconte. (_si fruga indosso -cercando qualcosa che non trova_) (Dove l'ho messa?) (_torna verso -Cròbilo_) Però ti avverto di una cosa. Sai che Aglae per via di -madre vien dalla famiglia dei Brìtidi;[146] io per via di padre dagli -Almeònidi... - -CRÒB. Lo so... - -MÈN. Il padre suo poi era cugino di Cimone, la madre mia cugina di -Pericle: il suo proavo paterno combattè insiem col mio a Salamìna... le -linee laterali si estinsero... - -CRÒB. (_lo guarda stupìto, senza comprendere_) Eh?... - -MÈN. Era solo per dirti che le nostre genealogie rispettive sono -perfettamente in chiaro: e non c'è pericolo che ci spuntino intorno -cugini nuovi, come i funghi sui fusti delle piante... - -CRÒB. E così? - -MÈN. E così... io non sono il vecchio Fràstore che fece giudizio senza -suo merito: io sono Mènecle, che so far giudizio da me — e il merito -sarà mio — _tutto mio:_ — e non occorreranno cugini in ritardo (_lo -fissa in volto_) che abbiano bisogno di sbarazzarsi di qualche moglie -avanzata dal diluvio di Deucalione. E se i vecchi stanno male con le -giovani, i giovani che han le vecchie... se le tengano!... (_lo saluta -e se ne va: durante l'ultima parlata, Mènecle ha continuato a frugarsi -in dosso: nell'andarsene, fruga sempre e borbotta fra sè_) (Dove l'ho -messa, per Ercole!... Ah... che l'abbia lasciata là...) (_s'avvia, poi -torna bruscamente verso Cròbilo e gli ripete battendogli sulla spalla_) -I giovani che han le vecchie... se le tengano!... (_borbottando sempre -esce_). - - -SCENA X. - -CRÒBILO _solo_. - - -(_Facendo gesti e segni d'uomo che è riuscito a comprendere_). La -morale della favola, si direbbe quasi che sia per me... Non importa!... -Ah, ah, ora comprendo!... Così... per modo di dire... l'amico Mènecle -prepara alla sordina un bel divorzio!... Peuh!... È una soluzione come -un'altra... Non è molto onorifica per Aglae, ma è abbastanza onesta -per lui... Meglio che farla vivere in quel modo!... E Aglae, si vede, -non ne sa ancora niente!... Per quanto sì... non le debba riuscire un -complimento, scommetto non le parrà vero di ricuperare la libertà!... -E con la dote di Mènecle,[147] e con quel visino, e quei due occhioni, -non le sarà difficile trovare chi la faccia discorrere un po' di più. -Perchè, infine, è una gran bella ragazza!... Che occhi! che linee! che -curve!... Pare la Venere degli Orti! To'! io non ci avevo mai fatto -attenzione, ma proprio... più la si guarda dappresso, più è bella!... -Mènecle, ad ogni modo, poi che s'è deciso a questo passo, dovrebbe -almeno prepararvela. Quasi, quasi, se non fosse... (_passeggiando, si -ferma, come venutagli un'idea_) Ma sì... per Bacco!... e perchè no? - - (Aglae e Mìrtala, in questo mentre, rientrano). - - -SCENA XI. - -AGLAE, MÌRTALA, CRÒBILO, _un momento_ TRATTA. - - -AGL. (_rientra discorrendo con Mìrtala_). Oh, trattienla quanto vuoi!... - -MÌRT. (_con un involto in mano_). Grazie!.. - -AGL. (_a Cròb._). È già uscito Mènecle? - -CRÒB. Or ora... (_senza por mente a Mìrtala che sta raggiustando il suo -involto, contempla di sottecchi Aglae e parla fra sè_). (Quel nasino -grazioso che guarda in su!). - -AGL. Niente lasciò detto? - -CRÒB. No... Parea cercar delle carte... (_continuando a sbirciar -Aglae_). Che bei capelli biondi!... Con quella acconciatura oggi par -fin più bella del solito!... Sicuro!... è più bella del solito!... Che -boccone per quello a cui tocca!... - - (Nel volgersi, mentre è immerso in queste riflessioni, si trova - faccia a faccia con Mìrtala, che gli pon su le braccia l'involto da - portare). - -MÌRT. Mi fai piacere di tenermelo... - -CRÒB. (_con una smorfia e un lungo sospiro_). E a me ecco che cosa -tocca!... - -MÌRT. Bada a non la sciupare... - -CRÒB. No, no... (_annasando l'involto_) Hu!hu! che profumo!... Ma di' -un po', Mìrtala, la ti andrà poi bene? - -MÌRT. (_accennandogli Aglae_). E non vedi, orbo, che abbiam la stessa -taglia? - -CRÒB. Ah sì!... (orbo, quando t'ho preso!) Hu! hu! che odor -d'ambrosia!... Che profanazione!... - -AGL. (_passata presso il tavolo a cui Mènecle era seduto sul -cominciar dell'atto, e visto un rotolo caduto per terra, lo raccoglie -sorridente_). To'!... nel grande accalorarsi per la mia felicità, ha -dimenticato fin le sue carte!... Che mi dicevi Cròbilo? che Mènecle -cercava delle carte?... - -CRÒB. Appunto... frugava... - -AGL. E allora saran queste che gli son cadute o ha dimenticato qui. Sai -dove andava?... - -CRÒB. Alla cancelleria dell'arconte. - -AGL. Le darò a Blèpo che glie le porti... - - (Fa per chiamare). - -MÌRT. È inutile. Dà qui. Passiamo ora di là noi. - -AGL. Grazie allora... - - (Le passa il rotolo con indifferenza). - -MÌRT. Così gli dirò anche, a quel rusticone, che non è questo il modo -di andarsene... - -AGL. Non gli dire nulla. È il suo carattere. - -MÌRT. Bel carattere!... Anche gli Sciti lo hanno così:[148] ma non -isposano donne d'Atene. Se fosse mio marito... vedrebbe! Già, tu -sei troppo buona... Vorrei veder io che Cròbilo stesse su la notte a -consumarmi l'olio della lucerna, senza neanche saper quel che scrive... -E tu ti fidi?... - -AGL. Completamente. - -MÌRT. (_scrollando il capo_). Basta!... contenta tu!... (_a Cròbilo, -maliziosa, mostrandogli il rotolo_). Neh, Cròbiluccio, che avessimo -senza saperlo, a far la parte... tu di Mercurio... e io di Iride?... - -CRÒB. (O Dei! che vaga Iride!) Peuh! Mercurio portator di fagotti... - -MÌRT. Vieni dunque. Addio Aglae. - -AGL. Addio. - -CRÒB. (_sbirciando sempre Aglae_). (Che cara creatura! Eh, se -sapesse!...) - -MÌRT. (_a Cròbilo_). Vieni?... (_nell'avviarsi ad uscire con -Cròbilo, va curiosando nell'interno del rotolo; d'un tratto si ferma -esclamando_) Oh, cara Venere!... (_si volta verso Aglae_) Ma voi altri -due fate all'amore di nascosto? e invece di parlarvi, vi scrivete?... - -AGL. (_non comprendendo_). Eh? - -MÌRT. Ma le carte degli affari non saran queste. Questa è per te. - -AGL. (_sorpresa_). Che cosa?... - -MÌRT. Ma sì!... qui nell'angolo dice: _Mia cara Aglae!_... guarda! -guarda!... (_Aglae osserva dove Mìrtala le indica_). Ma allora, poi -ch'è per te, puoi aprirla in coscienza: gli risparmi la fatica... - -CRÒB. (_a parte, avendo seguìto la scena_). Volevo ben dire! Capirai -prima della luna nuova! È la lettera di partecipazione. Ora ho -capito... - -AGL. (_indifferente, prende il rotolo, lo esamina un minuto -esternamente, poi senza aprire lo torna a deporre_). Leggerò poi... -(_fra sè_) (Sarà la ripetizione dei discorsi allegri di stamane!) - -CRÒB. (_inquieto, a parte_). Ma se non legge... bisognerebbe... - -MÌRT. (_ad Aglae maliziosamente_). Ho capito... segreti fra coniugi... -Rispettiamoli!... Vieni, Cròbilo?... - -CRÒB. Vengo!... (_segue lentamente Mìrtala; mentre ella esce, -s'appressa rapido ad Aglae e le dice affrettato, sottovoce, con accento -drammatico_). So tutto. Coraggio. Sei giovane, sei bella. Venere ti -proteggerà... (_allontanandosi, la torna a guardare_) (Che nasino! È -più bella del solito!) - -MÌRT. (_mentre Cròbilo, già avviato ad uscire, si indugia di -soppiatto nella contemplazione di Aglae, Mìrtala sulla soglia si volge -amorosamente al marito, e ad un tratto lo abbraccia scoccandogli un -sonoro bacio e ripetendo con caricatura amorosa il verso di Crìside_). -«_T'amo!..... È la nova parola ch'io so_». - - (Cròbilo, strappato improvvisamente alla sua contemplazione dal - bacio di Mìrtala, con una smorfia comica lo subisce, e mandando un - sospiro di rassegnazione disperata, si lascia da Mìrtala trascinar - via). - - -SCENA XII. - -AGLAE _sola_. - - -AGL. (_Ha accolto con un movimento di dispetto e di fierezza le -ultime parole di Cròbilo_). Che ha inteso dire?... Ah, già!... qui -tutti han preso il vezzo di compiangermi!... Perfin le vecchie! Una -vera gara di pietà! Grazie! non so che farne!... (_torna lentamente, -pensierosa, al suo lavoro e riprende in mano la corona_). Qui metteremo -i narcisi di Elèo... Povero Elèo!... Fino a Colòno... là sulla rupe... -me li è andati a prendere... Dunque la piccola Aglae non è del tutto -dimenticata... E voleva fingere! Serbarmi rancore!... Perchè fingere -con Aglae?... Che colpa ne ho io?... Ah Mènecle, Mènecle, co' tuoi -benefici ti sei preso tutto, è tua la mia vita... ma la memoria del -cuore... di questa neppur gli Dei mi possono chiedere conto. Quanto -alla mia felicità, di cui Mènecle si prende scrupolo e mi parla e mi -scrive... (_prende in mano il rotolo e lo svolge macchinalmente_) glie -ne domando conto forse io?... (_spiega e legge_) È diretta proprio a -me. (_la scorre dapprima sbadatamente e indifferente, poi si fa più -attenta_) Che cos'è questo?... (_legge:_) «Di casa, la notte al nove -della luna calante di Ecatombèo, anno IV della 99ª Olimpiade.» L'ha -proprio scritta stanotte! «Mia cara Aglae!... Il giorno che leggerai -questa mia, i tuoi rapporti meco saran mutati da quelli dell'ora in -cui la scrivo...» (_fra sè, interrompendosi_) Eh... peggio di quel -che sono!... «e forse in quel giorno non ti dorrà il poter dare della -condotta di Mènecle giudizio meno amaro di quello che oggi parla -segretamente in cuor tuo». Che ne sa? «Il cancelliere ti darà questo -scritto, dopo la sentenza dell'arconte che avrà disciolto le nostre -nozze... per domanda tua!...» (_esclamazion di stupore_) Che!... mia -domanda?... io domandarlo?... «Depositato da ora presso lui, ti sarà -allora documento della verità delle mie parole...» (_s'arresta sempre -più stupita_) Che vuol dir ciò?... (_scorre rapidissimamente il resto -della lettera, con segni di crescente sorpresa e commozione: terminato, -rimane assorta, la testa fra le mani, asciugandosi una lagrima_). -Povero vecchio!... povero vecchio!... (_si alza vivamente e passeggia -concitata_). Così... io avevo l'orgoglio di credermi generosa verso -Mènecle... ed è lui che mi soverchia in generosità!... Tutti, tutti, mi -umiliano! Soverchiare Aglae!... Ah! la vedremo!... - - (Rinchiude, e va per riporre al posto di prima il rotolo, ma in - quel punto si affaccia Tratta). - - -SCENA XIII. - -AGLAE, TRATTA _ed_ ELÈO. - - -TR. (dalla soglia) Elèo!... - -AGL. Ah!... (_momento di pausa, di perplessità e lotta interna -vivissima. Poi risolvendosi_) Passi. - -EL. (_entra vivacissimo e reca dei corimbi di narcisi_). Aglae!... -li ho colti là... dove tu sai... (_Aglae non risponde, è triste, -pensierosa — Elèo, interdetto, depone i fiori_) Che hai? - -AGL. (_mesta, chinando lo sguardo_). Nulla. Leggevo una lettera... di -Mènecle... per me. La puoi leggere anche tu... Leggi.... continua pur -forte!... - - (Elèo, guardandola tra sorpreso ed esitante, prende lentamente - la lettera, che ella gli stende, la legge e poi ripiglia a voce - forte la lettura al punto che Aglae gli ha segnato. Aglae segue la - lettura, profondamente commossa). - -EL. (_leggendo_). «Quando tuo padre morente affidavati a me, tu eri -fanciulla quattordicenne appena. Accorrevano, allettati dalla dote -ch'io t'avrei fatto, i concorrenti: ma pel tuo cuore di fanciulla l'ora -della scelta non era suonata: e libera e felice bramavo la tua. Ed io -dissi fra me: che tre o quattro anni a te restavano prima d'affacciarti -alle soglie vere della vita, e non più di tre o quattr'anni — ero -anche malfermo di salute a que' dì — mancavano a me per abbandonarle. -Pensai che sposandoti a un estraneo in quell'età, io rinunziavo in mani -ignote un incarico sacro; che la mia casa poteva offrirti, pei tuoi -anni verdissimi, asilo, fino al dì che la mia morte t'avrebbe trovata, -giovane e bella, erede delle mie fortune, padrona della scelta del cuor -tuo, e in grado di porne le condizioni...» - -AGL. (_ad Elèo_). Che ti sembra? - -EL. (_triste e serio_). È leale. (_prosegue la lettura_) «... Se in -quel mio desiderio sia entrato anche un desiderio egoistico: veder -consolata la mia vecchiaia dal tuo sorriso, lo squallore del mio -inverno da un ultimo raggio di sole, oh Aglae, io non oso domandarlo a -me stesso: non oso cercar tra le pieghe del mio cuore più nascose, in -quell'unico mesto desiderio, l'unico mio torto verso di te...» - -AGL. (_asciugando una lagrima_) Povero vecchio!... - -EL. (_prosegue a leggere_). «Ve lo hai letto tu forse? Non so. So che -in queste nozze il cuor tuo volle scorgere un debito verso l'ombra -paterna: le accettasti prima colla ingenuità della gratitudine; -le subisti poi colla abnegazione del sagrificio... Non volli -disingannarti. Per la educazione del tuo animo quella prova era troppo -bella. Nella Parca liberatrice confidavo perchè fosse breve. Ma ecco, -l'ora che io pensavo è suonata; e trova te fatta donna, nello splendore -dei doni di Venere; e trova me vecchio e vivo e senza il diritto -di prevenire la Parca.[149] Sciupar con un vecchio il tuo aprile, -invecchiar senza gioie nè di sposa, nè di madre, non era questo ch'io -promisi, non può essere questo il premio alla tua virtù.[150] Ma s'io -ti dicessi ora ciò, se pregandoti di recar teco delle mie fortune -quel che in mia mente è già tuo, io ti offrissi di sciogliere di mutuo -accordo le nozze, la tua fierezza, resa dall'idea del sacrifizio più -altera, rifiuterebbe sdegnosamente». - -AGL. (_a sè_). Certo!... - -EL. (_segue a leggere_). «... Valermi della legge, e liberar te -col ripudio? triste felicità la tua sarebbe, comperata a prezzo del -peggior degli affronti.[151] Sola una via mi restava. Scioglierti -dagli scrupoli verso di me: obbligarti a ricorrere all'arconte tu -medesima. Sei nervosa, impaziente, irascibile: pensai di stancare la -tua pazienza. Sei virtuosa e leale: il giorno che il tuo cuore sentirà -prepotente il bisogno di vivere, tra l'abbandonarmi lealmente a fronte -alta e l'ingannarmi, il tuo cuore, ne sono certo, nella scelta non -esiterà. Quando leggerai queste righe avrai scelto, e mi perdonerai -questi giorni di tedio e l'inganno dell'esserti parso egoista, -duro, scortese. Me lo perdonerai pensando alla triste solitudine che -m'attende[152], e in cui non avrò altro conforto che di saperti felice, -e aver sciolto la mia promessa alla cara ombra del padre tuo. - - «MÈNECLE». - -AGL. (_Elèo lascia cadere il foglio, mestissimo in volto. Aglae ha da -qualche minuto in mano e sta contemplando i fiori di Elèo: alle ultime -parole della lettera, se gli è già venuta accostando: nel punto in cui -egli termina, con atto dolce e amorevole gli ripresenta i ramoscelli -di narciso. Elèo vorrebbe rifiutare, ella insiste con gesto muto, -amorevole di preghiera; Elèo riprende i fiori ad occhi bassi, senza dir -parola. Aglae prosegue con voce lentissima e dolce_). Vedi bene che a -quell'ombra non potrei più offrirli... (_lunga scena muta fra i due_). -Non sarebbe bello!... Non sarebbe bello!... - - (Saluto lungo e silenzioso. Elèo si allontana lentamente ed esce. - Aglae ricade sulla sedia, celando il volto nelle mani). - - - CALA LA TELA. - - -NOTE - -[81] Per la topografia della casa ateniese, rimandasi alle descrizioni -di VITRUVIO (_Archit._, VI) e ai lavori archeologici moderni che -le illustrano. Chi non voglia sciupar tempo in minute ricerche, può -farsene un'idea abbastanza chiara ed esatta dai disegni topografici, -per es., dell'opera di GUHL e KÖRNER, _Leben der Griechen und -Römer_, fig. 90-91, o da quelli aggiunti all'_Anacarsi_. La stanza da -lavoro di questa scena è una, s'intende, dell'appartamento segregato -femminile, propriamente detto (γυναικωνῖτις); occupato dalla padrona -di casa e dalle sue donne, e generalmente posto nella parte posteriore -della casa; appartamento al quale non accedeano gli uomini tranne -i parenti, o gli estranei che ne aveano il permesso dal marito. Da -queste stanze riposte del gineceo (ove la moglie attendeva alla sua -toletta, o ai lavori delle fantesche, o alle occupazioni geniali del -ricamo, del tesser ghirlande, della musica ed altre, o riceveva le -amiche), da queste un corridoio (_metaulo_ o _mesaulo_) metteva appunto -direttamente alla sala aperta comune (πρόστας o παραστάς) che dava -sul cortile o peristilio (ἀυλή), e ch'era destinata ai ricevimenti di -famiglia, ai sagrifici domestici o ai pranzi quotidiani. In questa sala -comune nella quale era il domestico altare, e la quale segnava come il -confine tra il gineceo e gli appartamenti anteriori occupati dal marito -(ἀνδρωνῖτις), supporrassi la scena dei due atti successivi. - -[82] «_Tremo e mi mordo le labbra, per presentimento di disgrazia, -come quei che passano allato ad un qualche silenzioso eroe_». ALCIFR., -_Lett._, III, 58. La antichissima superstizione greca imaginava lo -spazio fra la terra e la luna abitato dagli _eroi_ o _genj_, esseri di -sostanza fra l'umana e la divina; i quali talora, siccome mediatori -tra gli dei e gli uomini, scendeano in terra a mescolarsi fra questi -ultimi, ma senza parlare. E infesti a coloro in cui imbattevansi, era -credenza che il loro incontro portasse disgrazia. - -[83] Cfr. ARISTOF., _Lisistrata_: «_Lis._ Nella guerra e nel tempo -passato, voi uomini non ci lasciavate a noi donne aprir bocca...: -e spesso in casa vi udivamo prendere cattivi partiti in affari -gravissimi. Quindi col dolore nell'anima, ma col sorriso sul labbro, -v'interrogavamo: Che avete determinato oggi nell'assemblea? E -il marito: Che fa a te questo? Non vuoi tacere? Ed io mi taceva. -_Provveditore._ Saresti stata battuta, se non tacevi. _Lis._ Ma poi, -udendo qualch'altra vostra decisione anche peggiore, domandavamo al -marito: Perchè far questo? E quegli, squadrandomi con occhio bieco, -dicevami: Se tu non tessi la tua tela, ti dorrà a lungo la testa. Sta -agli uomini aver cura della guerra». v. 507-520. - -[84] V. SOFOCLE, _Trachinie_, v. 9-17. - -[85] Luglio-agosto. V. il lunario attico nelle note all'_Alcibiade_. - -[86] «_Ut omnia de speculis peragantur, optima apud majores fiebant -Brundusina stanno et ære mixtis_». PLIN., XXXIII, 9. Questi specchi -di Brindisi, lodatissimi, fatti di bronzo e di stagno, finchè, come -dice lo stesso Plinio (XXXIV, 17) si usarono d'argento persin dalle -ancelle, sono verosimilmente la stessa cosa degli specchi chiamati, -forse per error di copista, d'_Abrotesio_, in ALCIFR., _Lett._, III, -66. Caratteristiche poi, nella toletta delle signore ateniesi, erano -di questi specchi certe forme piccole, rotonde, per lo più con manico -riccamente lavorato, e raffigurante, il più delle volte, l'effigie di -Venere Afrodite. Cfr. GUHL e KÖRNER, p. 217, fig. 227. Mènecle ne parla -più innanzi. - -[87] Calisseno rodio, pr. Aten. _Deipnos._ — v. TEOFR., _Caratt._, 5. - -[88] Su la parte grandissima che nella vita della donna di famiglia -ateniese aveano le divozioni, le feste e le pratiche religiose d'ogni -genere, e su quel che costavano, di occhi del capo, ai poveri mariti, -abbondano i tratti nei comici e altrove. «Ogni Iddia di cui si celebra -la festa è una maledizione pei mariti: i poveri uomini non ne conoscono -neppure i nomi: le Coliadi, per es., e le Genetillidi, e la dea Frigia, -e la processione d'infelice amore sul pastore (_Adonie_)». LUCIANO, -_Amori_. E in MENANDRO: «Ahimè — sclama un marito — la mia donna spende -dieci mine in profumerie: e le occorrono scatole d'oro per chiudervi -i sandali... In casa la mi faceva cinque sacrifici al giorno: e ad -ogni sacrificio, sette schiave in circolo, picchiavan ne' cimbali, -mentre altre mandavano gli urli rituali. Son soprattutto gli dei che -ci rovinano, noi altri mariti: sempre delle feste a cui far le spese!» -MEN., _Mysogin._, fr. 3. Cfr. i frammenti di un'altra commedia di -MENANDRO, _La sacerdotessa_ (‘Ιέρεια), ove un marito cerca distogliere -la moglie dalla manìa delle pratiche religiose per il culto di Cibele. - -[89] «Solo di tutti gli uomini, o Trofimo, tua madre t'ha posto -al mondo sotto astro sì propizio che tu possa conseguir co' tuoi -sforzi lo scopo di ogni tua brama, e condurre tutte le tue imprese -a buon fine? T'ha forse qualche Iddio assicurato con promesse questo -privilegio? S'è così hai ragione di indignarti: poichè questo Iddio -t'ha ingannato e t'ha usato una ingiustizia. Ma se tu hai ricevuto alle -stesse condizioni di noi quest'aria che respiri e che è a noi comune, -ti bisogna far uso della ragione e sopportare con più coraggio questa -sventura...» MENANDRO, _fram. inc._; MEINEKE, _fr. com. gr._, IV, 227. - -«Iscrizione: _Ai numi soli è dato — ogni successo aver felice appieno — -l'uomo quaggiù non ha contrasto al fato._ Non odi, o Eschine, che aver -prosperi successi è solo degli Dei?» DEMOST., _Corona_. - -[90] Nel diritto attico «la donna _è maritata legittimamente dal padre, -dal fratello consanguineo, dall'avo paterno_» (DEMOST., _C. Stef._, II, -1134) che, succedentisi in ordine di diritto, ponno dar la ragazza a -chi loro talenta (cfr. PETIT, _Leges att._, VI, 1). Il padre può dar -la figlia in isposa lui vivente (DEM., _C. Spud._, 1024; _C. Neera_, -1345) o legarla per testamento. «Demostene mio padre lasciò la sua -sostanza di 14 talenti, me di 7 anni, la sorella di cinque, e la madre -nostra. In punto di morte, tra sè consigliandosi sul come disporre di -noi, affidò _tutte queste cose_ a questo Afobo e a Demofonte nipoti -suoi.... _A Demofonte poi sposò la mia sorella_ e diede subito due -talenti». DEM., _C. Afob._, I, 814. Questo diritto del padre, o di -quelli che in sua mancanza lo rappresentavano, è subordinatamente -esercitato anche dal primo marito, il quale può pur esso morendo -designare per testamento il proprio successore nel talamo. Così, nel -passo testè citato, Demostene soggiunge che il padre suo legò sua mamma -in moglie ad Afobo (_C. Afob._, I, 814); e così Pasione lega morendo -la propria moglie a Formione (DEM., _per Form._, 946, 953; _C. Stef._, -I, 1110; _C. Stef._, II, 1133), sempre per disposizione testamentaria. -— Cfr. DESJARDINS, _Condition de la femme dans le droit civil athén._, -mémoires lus à la Sorbonne. — LALLIER, _La femme dans la famille -athénienne_. - -[91] «I nostri mariti tornando a casa ci guardan con l'occhio del -porco, tante malizie costui (_Euripide_) ha insegnato loro: sicchè -se una moglie sta intrecciando una corona, subito si crede che la -sia innamorata...» (ἐάν τις χαὶ πλέκῃ γννή στέφανον, ἐρᾶν δοχεῖ) — -ARISTOF., _Tesmofor._ V. 395-401. - -[92] σποδὸς δὲ τἄλλα, Περικλέης, Κόδρος, Κίμων — ALESSI (poeta comico -della commedia di mezzo) nel _Maestro di nequizie_ (’Ασωτσδιδάσκαλος). -MEIN., _fr. com. gr._, III, 395. - -[93] - - Φοιταᾴ δ’ἀν αὶθέρ’, ἔστι δ’εν θαλασσίφ - κλύδωνι Κύπρις, πάντα δ’εκ ταύτης ἔφυ. - ‘Ηδ’ ἐστιν ὴ σπείρουσα καὶ διδοῦσ’ ἔρον, - οὖ πάντες ἐσμὲν οὶ κατὰ χθόν’ ἒκγονοι. - EURIP., _Ippol._, v. 447-450. - -[94] EURIP., _Medea_, v. 230-247. - -[95] Fu nell'anno 379 av. l'E. V. (2º della 100ma Olimp.) che lo -spartano Febida, d'accordo cogli oligarchici tebani, si impadronì a -tradimento della rocca di Tebe (Cadméa) e della città, rovesciandone -il governo democratico e instaurandovi la tirannide spartana. I Tebani -di parte democratica che poteron salvarsi — circa 400 — rifugiaronsi -ad Atene: tra questi fuorusciti «Pelopida, e Ferenico, e Androclide, -i quali fuggiti essendo, furono unitamente agli altri condannati in -esilio. Ma Epaminonda sen restò nel paese, trascurato venendo come uomo -che applicandosi alla filosofia, non si ingeriva punto nelle faccende, -e ch'essendo povero non potea far cosa alcuna». (PLUTARCO, _Pelop._) -E di questa presunta innocuità avvantaggiandosi Epaminonda, da Tebe -mantenea le segrete comunicazioni co' fuorusciti e attendea per il -giorno della riscossa «a riempiere di sensi coraggiosi la gioventù -tebana e ad addestrarla a lottar coi Lacedemoni». (Ibid.) — Cfr. -SENOF., _Ellen._ - -[96] ESCHILO, _Sette a Tebe_, v. 181, 200-1. - -[97] «O Minerva Promacorma! Bramo ch'altri mi calpesti disteso morto -sotto un monticello, fuor della porta Diometide o dell'Ippade, anzichè -sopportar più a lungo le gran delizie del Peloponneso». ALCIFR., -_Lett._, III, 52. Gli Ateniesi non usavano seppellir alcuno dentro le -mura. La porta _Diometide_ o _Diomea_, nel quartiere di questo stesso -nome, conduceva al Cinosargo, a levante della città; la porta _Ippade_ -(nominata nella scena appresso) metteva a settentrione, sulla via di -Colono e di là a Tebe. - -[98] Cfr. ALCIFR., _Lett._, II, 4. - -[99] SOFOCLE, _Edipo a Colono_. - -[100] Giove _Ctesio_ (κτήσιος) ossia Giove _posseditore_ o _donatore_, -custode della domestica proprietà; del numero degli Dei penati, -principalissimo: aveva altare nelle case, o se ne teneva un idoletto -nelle dispense. «Il Dio di Dodona comanda che a Bacco popolare si -faccia un sagrificio perfetto; ad Apollo _scacciamali_ si immoli un -bue; liberi e servi s'inghirlandino e vachino dai lavori un giorno -intero; anche a Giove Ctesio sia sacrificato un bue bianco». DEMOST., -_C. Midia_. — E in una arringa di ISEO è descritto un vecchio che -celebra sacrificio, circondato dai figli di sua figlia. «Alle Dionisie -campestri egli ci conduceva con lui, e con lui celebravamo tutte -le feste. Quando sacrificava a Giove Ctesio, ed era per lui l'atto -religioso più importante, non ammetteva nessuno schiavo nè estraneo; -compiva da sè tutte le cerimonie; noi l'aiutavamo, maneggiando gli -oggetti sacri, ponendo sull'altare le viscere; ed egli, come a l'avo -conviensi, supplicava il Dio di accordarci la salute e un tranquillo -possesso della nostra fortuna». ISEO, _Ered. di Cirone_, § 15-16. - -[101] La battaglia sanguinosa di Nemea, dove gli Ateniesi, alleati -coi Tebani, Argivi e Corinzî furono sconfitti dagli Spartani, accadeva -nel 394 av. l'E. V., ossia 15 anni prima dell'epoca in cui è supposta -questa scena. Gli alleati vi erano forti di 24 mila opliti e 1550 -cavalli; i Lacedemoni vincitori avevano 13.500 uomini soli: ma la -mancanza d'accordo tra i capi portò la disfatta dei primi, che vi -perdettero 2500 uomini. I vincitori ebbero 1100 morti. - -[102] «Comandano le leggi che l'arconte abbia cura dei pupilli». -DEMOST., _C. Timarc._ — «Legge: l'arconte abbia cura degli orfani e -delle orfane ereditarie (_epiclére_); e delle case vuote; e delle mogli -che rimangono nelle case dei mariti defunti, e che dicono di essere -gravide». DEMOST., _C. Macart._, 1076. — Indi il tutore rappresentava -l'arconte, verso il quale rispondeva della tutela; e mancando -agli obblighi di questa, poteva esser tratto in giudicio o punito -dall'arconte d'ufficio. — Cfr. SCHÖM., _Ant. gr._; PETIT, _Leg. att._, -VI, 7; MEURS., _Them. att._, II, 10. - -[103] V. ESCHILO, _Coefore_; SOF., _Elettra_; EURIPIDE, _Ifig. in -Aul._, ecc. - -[104] «_Elettra._ I parentali — libamenti spargendo sulla tomba — qual -grata prece proferir degg'io? — Come il padre invocar?... Di' pur, come -t'ispira — la riverenza alla paterna tomba... _Coro._ Prega, il licor -versando, ai fidi amici — fausti tutti gli eventi... _Elettra._ Qual -altro aggiungerò? _Coro._ D'Oreste — ti risovvenga ancor che lunge ei -sia». — ESCHILO, _Coef._, v. 86-88, 108-115. - -[105] «Dicesi che Anassagora di Clazomene (il filosofo che fu -maestro di Socrate) non fu mai veduto ridere, e neppur fare il minimo -sogghigno: Aristosseno parimenti fu nemico del ridere, ed Eraclito -piagneva per ogni cosa della umana vita». ELIANO, _V. Stor._, VIII, 13. - -[106] «Carico di corimbi in questo loco — _il fiorente narciso — -ghirlanda delle due gran Dive antica_ — tuttodì si nutrica — di celeste -rugiada...» SOFOC., _Edipo a Colono_. — Su le due dee sotterranee, -Cerere e Proserpina, V. note all'_Alcibiade_. - -[107] τὴν μὲν ἅπασι τοῖς ἐαυτῆς φιλοτίμοις κεκόσμηκεν Αφροδίτη, μόνου -τοῦ κεστοῦ φεισαμενή. ARISTEN., _Lett._, I, 10. - -[108] «_Che cosa vi è di più dolce per un marito che una sposa secondo -il suo cuore, che cosa di più dolce, sopratutto nella gioventù?_» -ANTIFONTE, pr. STOB. _Flor._, LXVIII. Superfluo avvertire qui, una -volta per tutte, quello che Eudemonippo ha già accennato nel prologo: -che se la _Sposa di Mènecle_ è stata scritta da lui nella 120ª -Olimpiade, vale a dire quando Menandro fioriva, e Aristotile aveva -fatto scuola, egli è alla luce dei lavori della commedia nuova e delle -pagine più belle dello Stagirìta, che s'hanno a studiare, nei novi -costumi e sentimenti di quell'epoca, i novi ideali della famiglia, -dell'affetto coniugale e dell'amore; e i richiami alle caste dolcezze -amorose, e le scene di tenerezza fra giovani fidanzati e sposi, giunte -fino a noi negli sparsi frammenti greci, e nelle pitture più delicate -di Terenzio. _Fabula jucundi nulla est sine amore Menandri._ Nella -dignità cresciuta del matrimonio la moglie ritrova al 4º secolo un -posto quasi nuovo fino allora per lei: e nella femmina, presa per -confinarla nel gineceo a procrear figli, appare per la prima volta -la compagna amante dell'uomo. Ed ecco Aristotile dichiarare che «_la -tenerezza è naturale fra il marito e la moglie_, l'uomo essendo da -natura ancor più incline alla vita in due che non alla vita sociale; e -in questa tenerezza ritrovarsi molto profitto e molte dolcezze insieme -riunite». (AR. _Eth. Nicomac._, VIII, 14). Che più? Eccolo altrove -premunir i giovani sposi _contro l'eccesso della tenerezza_, contro -la intimità spinta al punto da divenire una abitudine tirannica e un -bisogno inquieto, sì che poi non diventi loro impossibile di staccarsi -un minuto l'un dall'altro; e insegnar loro a padroneggiarsi così da -bastare l'uno all'altro, anche colla sola memoria, quando l'un d'essi -è lontano! (ARISTOT., _Econom._, I, 4). — Però il mio Fània meritava -le attenuanti, se i moniti di Aristotile (ch'era in que' giorni un -bambino) non eran fatti per lui. - -[109] «’Ὀλβιε γαμβρ’ ἀγαθός τις ἐπέπταρεν ἐρχομένῳ τοι». _O felice -sposo, qualche buon genio a te veniente sternutò._ TEOCR., _Id._, 18. — -_Hoc ut dixit amor, sinistra ut ante — dextra sternuit adprobatione._ -CATULLO. — Sullo sternuto, or buono or cattivo augurio, cfr. note -_Alcibiade_, 157. - -[110] Cfr. SCHÖMANN. _Ant. greche_; LALLIER, _La femme dans la famille -athénienne_. — TEOFR., _Caratt._, 22. - -[111] _Siam le nipoti di Teseo e non siam le schiave dei mariti._ -Cfr. in SENOFONTE le ammirabili pagine (_Econom._, VII) dove Iscomaco -spiega alla sua sposa giovinetta i doveri e i diritti della moglie; e -com'ella non dee considerarsi la schiava, bensì la compagna del marito, -e avente ella stessa nel domestico governo la sua parte di sovranità. -(_Econ._, VII, 13 e seg.) E con che delicata e viva imagine, Iscomaco -paragona questa sovranità della moglie nella casa a quella della regina -delle api; e come insiste mostrando alla donna sua gli uffici del -marito e della moglie, essere diversi ma grandi del pari, «si da _non -potersi discernere chi vaglia più la donna o l'uomo!_» «E finalmente -— ei le soggiunge — cosa sopra tutte le altre dolcissima, quando nel -compimento degli uffici tuoi, ti farai conoscere di maggior valore che -non son io, tu ti valerai, o moglie mia, dell'opera di me, come di un -tuo ministro; nè dubiterai che nel tempo avvenire abbi ad essere meno -riverita». _Econ._, VII, 41-2. Siamo già evidentemente nelle idee ben -lontani dalla posizione umiliante e servile assegnata alla donna di -famiglia nella antica legislazione ateniese! È vero che al tempo di -Senofonte, tra questo ideale e la generalità del costume, del divario -ancora ne poteva e ne doveva correre: ma la parola dell'epoca è detta -e la nuova missione della donna della famiglia è cominciata. Verrà -tra breve Aristotile a paragonare i diritti della sposa coi diritti -sacri e augusti del supplice che ha deposto il ramo d'olivo sull'ara -domestica, e che acquista con ciò verso il marito i privilegi della -inviolabile ospitalità. (ARIST., _Econ._, I, 4). E verranno tra breve i -comici della commedia nuova a lamentarsi delle usurpazioni di autorità -commesse dalle mogli sui mariti, e a far ridere il pubblico alle spese -dei mariti tiranneggiati! - -[112] _E Temistocle ateniese stava sotto alla moglie._ «Diceva -Temistocle scherzando che suo figlio, ancora piccino, era il più -potente di tutti i Greci. Gli Ateniesi comandano ai Greci; io comando -agli Ateniesi; _sua madre comanda a me_, e lui comanda a sua madre». -PLUT., _Temist._, 18; cfr. PLUT., _Prec. matrim._ — E in una commedia -di Menandro: «Ecco un uomo di cui ognun vanta la felicità in piazza: -ma appena varcata la soglia di casa sua, è il più infelice di tutti._ -Sua moglie è la padrona di tutto:_ essa comanda e litiga senza posa». -MENANDRO, _Piloti_, fr. 2. - -[113] Vedi la legge citata nel _Prologo_, pag. 26. - -[114] Il fratello consanguineo succede in diritto al padre nel disporre -della sorte dell'orfana da maritare. V. sopra nota 10. — Cfr. DEMOST., -_C. Onetore_, 865, 866; _C. Eubulide_, 1311; _C. Beoto_, II, 1010. -ISEO, _Eredità di Mènecle_, § 5-9. - -[115] Colombi di Sicilia, allevati e tenuti in pregio nelle case -ateniesi. TEOFR., _CARATT._, 5. - -[116] - - ’Εὰν δὲ κινήσῃ μόνον τὴν Μυρτίλην - ταύτην τις, ἢ τιτθὴν καλᾖ, πέρας οὐ ποιει - λαλιᾶς. τὸ Δωδοναῖον ἄν χαλκίον, - ὃ λέγουσιν ἠχεῖν, ἀν παράψηθ’ ὁ παριών, - τὴν ὴμεραν ὅλην. καταπαύσαι θᾶττον ἢ - ταύτην λαλοῦαν˙ νύκτα γὰρ προσλαμβάνει. - -MENANDRO, _La suonatrice di flauto_. (’Αῤῤ ήφορος ἤ αὐλητρίς) pr. STEF. -BIZ. — MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 89. - -[117] Le arie di alterigia e le pretese che le ricche ereditiere -recavan seco insiem con la dote nella casa maritale doveano realmente -dar non poco fastidio ai signori mariti ateniesi, se fornirono così -larga materia agli scrittori comici della antica commedia e della nuova -(le imitazioni di Terenzio comprese): dove si incontrano ad ogni piè -sospinto le lamentazioni dei poveri mariti. - - Εἴθ’ ὤφελ’ ὴ προμνήστρι’ ἀπολέσθαι κακῶς - ἥτις με γῆμ’ ἐπῆρε τὴν σὴν μητέρα - -«_Ahi, fosse perita di mala morte la pronuba che m'indusse a sposar -la madre tua!_» ARISTOF., _Nubi_, v. 41. «Oh Dei! che sproposito ho -io mai fatto a sposar per i suoi sedici talenti questa Crobila, una -donnicciuola alta un cubito! È mai possibile di sopportare una tanta -arroganza? Per Giove Olimpo, e per Minerva, ohibò!» MENANDRO, _La -collana_ (πλόκιον), pr. AUL. GEL., II. — MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, -189. «Questa vita del matrimonio m'è odiosa! — Perchè l'hai presa -per il cattivo verso... Se passi il tempo a lagnarti de' suoi guai, -senza mettere in bilancia i compensi, ti desolerai eternamente». MEN., -_L'odiator delle donne_ (Μισογόνης) pr. STOB., LXIX. — MEIN., _Fr. -Com. gr._, IV, 164. «Han fatto bene a dipinger Prometeo inchiodato -allo scoglio... È lui che ha creato le donne... Una donna è migliore a -sotterrarsi che a sposarsi». MENANDRO, _fram. inc._ — MEIN., _Fr. Com. -gr._, IV, 228. «Maledetto il primo che inventò di prender moglie! E poi -il secondo, e il terzo, e il quarto e tutti quelli che l'imitarono!» -MENAND., _La ragazza bruciata_. (’Εμπιπραμένη) pr. ATEN., XIII. — -MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 114. - -E la litania dei lamenti non finisce qui: vedine qui sotto degli altri -(note 39, 41, 42): e potrei aggiungerne ancora: ma pare che bastino. - -[118] τὰ τῆς γῆς ἀγαθά. — ALCIFR., _Lett._, II, 3. - -[119] ’Ὲχν δ’ἐπίχληρον Αάμιαν «_Ho (sposato) una strega con la dote_ -(esclama lamentosamente in Menandro un vecchio marito): non te l'ho -già detto? Non te l'ho già detto? Casa e campi mi vengono da lei: e m'è -toccato per averli di prendere anche lei insieme: e questo, o Apollo, è -il peggior dei mali!» MEN., _La collana_ (Πλόκιον), pr. AUL. GEL., I. — -MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 191. - -[120] PLUTARCO. _Proverbii_ — E poco diverso dai Greci diciamo anche -noi: _chi sprezza vuol comprare_. - -[121] TERENZIO, _Formione_: «_Nausistrata._ In verità mio marito -amministra senza una cura al mondo i poderi bene acquistati dal padre -mio: chè egli ne ricavava, senza manco, due talenti l'anno d'argento: -vedete che differenza da uomo ad uomo! — _Demifone._ Due talenti! — -_Nausis._ Proprio! due talenti! e sì le derrate non valeano uno per -cento d'adesso». v. 788-790. — Cfr. sopra, nota 37, framm. del Πλόκιον. - -[122] Πατρῷ’ ἒχειν δεῖ τὸν χαλῶς εύδαιμονα «_Fortunato quegli che è -ricco dell'eredità del padre!_ poichè delle cose che entrano in casa -colla moglie il possesso non è nè sicuro nè allegro». MEN., _inc. -fab._, fr. 54. «Se siete povero e sposate una donna ricca, vi pigliate -una padrona e non una moglie: vi riducete alla condizione di essere a -un tempo e servo e povero». ANASSANDRIDE, _incert. fab._ «O tre volte -infelice chiunque essendo povero conduce moglie!» MEN., Πλόκιον, pr. -STOB., LXVIII. «Alla fronte superba e alle sue arie tutti si voltano -a guardar Crobila: poichè è ben nota mia moglie, dalla ricca dote, o -piuttosto la padrona che mi possiede!» MEN., Πλόκιον, pr. AUL. GEL., -II, 23. «La moglie di lui è la padrona di tutto: essa comanda e lo -strapazza senza posa». MEN., _Piloti_, (Κυβερνῆται). - -[123] «_Ma il nostro tesoro è stato carboni_ (ἄνθρακες ὸ θησαυρὸς -ἦσαν) come dice il proverbio». LUCIANO, _Zeusi_. «Se sapessi ch'ella -ha rivolto ad altri il suo amore, tutti i tesori mi diventerebbero -cenere». ALCIFR., _Lett._, II, 3. - -[124] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 71. - -[125] Disposizione degli attori in iscena: - -AGLAE, CRÌSIDE — CRÒBILO, FANIA. - -[126] V. un frammento dei tempi della commedia di mezzo in EUBULO, -Χρύσιλλα. — MEIN., _Frag. Com. græc._, III, 260. — Cfr. in ARISTOFANE, -_Tesmofor._, v. 545-550: ed EURIPIDE, _Androm._, _Jon_, _Ippolito_, -_Alceste_, ecc. - -[127] V. un frammento di un altro poeta della commedia di mezzo: -«L'uomo è animale infelice per natura, ma ha trovato a' suoi dolori -questo conforto (il teatro): poichè la mente, dimentica dei propri mali -nel compatire i mali altrui, vi si diletta e si istruisce insieme. -Vedi prima, se vuoi, i tragici come giovano a tutti! Imperocchè il -povero venendo a sapere che vi è stato Telefo più povero di lui, già -più facilmente sopporta la mendicità; l'infermo per qualche insania -considera Alcmeone; oppur soffre di oftalmia? I figli di Fineo sono -ciechi. Morì il figlio al padre? Niobe lo consola. O qualcuno e -zoppo? Si specchia in Filottete. O un altro è vecchio e sfortunato? Lo -ammaestra Eneo. Qualunque cosa infine uno soffra, maggiori stimando le -altrui calamità, meno delle proprie si lagna». TIMOCLE, _Le Baccanti_ -(Αιονυσιάξουσαι), pr. STOB., _Flor._, 124. — MEIN., _Frag. Com. græc._ -III. 592. Al quale frammento di Timocle, G. Guizot, nello studio -su Menandro (pag. 135), contrappone lo scherzo di Voltaire nella -novella _Les deux consoles_: «Songez à Hécube, songez à Niobé, dit le -philosophe — Ah, dit la dame, si j'avais vecu de leur temps, et si, -pour les consoler, vous leur aviez conté mes malheurs, pensez vous -qu'elles vous eussent ecouté?». - -[128] ὢμοι... ὢμοι, ESCHILO, _Agamenn._ v. 1343-5. - -[129] λίοπη γλῶσσα (ARISTOF., _Rane_, v. 826), _lingua scortecciata_ -ossia _senza pelo_ dicevano anche i Greci, allo stesso modo nostro, di -chi sa bene adoperarla. - -[130] «_Io mi mostrerò forte e coraggioso e guardante l'orìgano_» -βλέποντ’ ὀρίγανον, ARISTOF., _Rane_, v. 602: ossia _guarderò torvo -e brusco_. Modo proverbiale, derivato fra i Greci dall'odor acre di -quell'erba. - -[131] Su le pretese e il bisticciare e il rimbrottar continuo con che -le mogli dotate molestavano i mariti, vedemmo abbondare in Menandro e -ne' comici della commedia nuova gli esempi. — Cfr. LALLIER, _La femme -dans la famille athénienne_. — BENOIT, _Sur la Comédie de Ménandre_. - -[132] «A quella di noi donne che partorisse un uomo utile alla città, -legislatore o capitano, era giusto le si desse qualche premio, e il -primo seggio nelle feste Stenie e nelle _Scire_, e nelle altre che -noi donne sogliamo celebrare». ARISTOF. _Tesmof._, v. 834. «Tu lampada -sarai a parte dei presenti consigli, che furon presi dalle amiche mie -nelle feste Scire». ARISTOF. _Eccles._, v. 18. Si celebravano dalle -donne in onor di Minerva le Scire o _feste dell'ombrella_, ai dodici -del mese detto appunto _sciroforione_ (giugno-luglio), sulla via da -Atene a Sciro ov'era il tempio di Minerva Scirade. Il sacerdote portava -nella processione un ombrello bianco. - -[133] «Che mai di buono farem noi donne, noi che sediamo con chiome -tinte di biondo, portiam tuniche color di croco, e siam cariche di -ornamenti e vestiam cimberiche a strascico (κιμβερίκ’ ὸρθοστάδια) e -peribàridi ai piedi?» ARISTOF., _Lisistr._, 45. — τὼ Περσικά, ibid., -230. Eran calzari di gala, alla persiana. - -[134] EURIP., _Medea_, _Androm._ — ANASSANDRIDE, _Inc. fab._ Vedi -avanti la nota 69. - -[135] Simili al bisso (ch'era una specie di tessuto di lino) ma assai -più fini erano i tessuti rinomati che l'isola di Amorgo forniva -per certe tonache o camicie di donna, di straordinaria finezza -e trasparenza, e che dal luogo d'origine si chiamavano ἀμόργινα. -ARISTOF., _Lisistr._, v. 150; Scol. in ESCHINE, _C. Timarco_, 97. - -[136] Sotto il nome di _Colìade_ (dal borgo attico di Colias ov'era -il tempio) e di _Genetìllide_ (come preside agli atti sessuali) avea -Venere speciali onoranze di riti lascivi femminili. «Se alcuno le -avesse convocate (le donne) nel tempio di Pane, di Venere Colìade -o di Genetìllide, non si potrebbe più passare per la gran copia dei -timpani». ARISTOF., _Lisistr._, v. 1 seg. «Sposatala, giacevo con lei -che olezzava di unguento di croco, di baci con la lingua tra le labbra, -di ghiottornie, di Colìade e di Genetìllide». ARISTOF., _Nubi_, v. 41 -seg. - -[137] Era devoluta ai _tesmotéti_ (gli ultimi sei de' nove arconti) -oltre la presidenza de' giudizi, de' comizi elettorali, ecc., anche -la sorveglianza dell'ordine e della quiete pubblica. Per che di notte -l'uno di essi per turno andava in ronda per la città. Vedi ULPIANO, -nei _Commenti a Demostene_, orazione _Contro Midia_: e fu probabilmente -durante il suo giro di ispezione, che il tesmoteta di cui ivi si parla, -per essersi inframmesso in un parapiglia, a soccorso di un suonatore, -toccò la sua parte di bastonate. - -[138] Per brevità, nella recita, da questo punto si ometta il brano di -scena che segue, da qui saltando addirittura a pag. 123, alle parole di -Cròbilo: - -CRÒB. (_sotto voce ad Aglae che s'allontana con Mìrtala_) Mi raccomando -non le mostrar tutta la guardaroba, ecc. - -[139] «Fanciulla di sette anni, portai nella processione di Minerva i -sacri arnesi; di dieci, macinai l'orzo di Minerva nostra signora; poi, -vestita dell'abito color di croco, simboleggiai l'orsa di Diana nelle -feste Brauronie; quindi, fatta fanciulla leggiadra, portai il canestro -sacro con un monile di fichi secchi al collo». ARISTOF., _Lisistr._, -641 seg. In queste parole della _Lisistrata_ è brevemente riassunta la -prima educazione delle fanciulle ateniesi di distinta nascita. - -[140] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 103-4; 850. Rendevano i giudici, come -s'è detto, le sentenze ne' giudizi in varie forme, oltre quelle -dei ciottoli neri e bianchi, o delle palline forate ed intere (v. -_Prologo_, nota 52). Era anche uso segnar la condanna col tirar righe -lunghe sulla cera delle tavolette. Questo però non toglieva l'uso de' -ciottoli o delle pallottole, necessario a ogni modo, per lo scrutinio -de' voti: come vedi nel passo citato delle _Vespe_: «e per severità -tirando una lunga riga in segno di condanna, rientra in casa con le -unghie impiastricciate di cera: e temendo gli vengano meno i ciottoli, -per aver modo di dare il voto, mantiene in casa un litorale». v. 103 -seg. - -[141] Sul banchetto funebre che, in onor dell'estinto, al nono e al -trigesimo giorno dalla morte, celebravasi, in vesti bianche di lutto, -da' parenti suoi, cfr. ISEO, _Eredità di Cirone_; DEMOSTENE, _Corona_; -POLLUCE, I, 7, ecc. La trascuranza ne' figli, delle onoranze funebri -ai genitori era punita dalle leggi e portava seco interdizione civile. -SENOF., _Memorab._ - -[142] ISEO, _Ered. Pirro_, § 64. Cfr. _Prologo_, pag. 27. - -[143] Le deposizioni degli schiavi nei giudizi, non erano assunte e -tenute valide come prove, se non estorte coi tormenti (βασανίξειν) -dagli inquisitori a ciò destinati (βασανισταὶ), in presenza dei -rappresentanti delle parti che scrivevano il deposto per unirlo agli -atti. Ε βάσανος dicevasi, oltre il supplicio, anche la deposizione -de' servi col supplicio strappata: a differenza di μαρτυρία ch'era -la testimonianza de' liberi. (Potevano in casi eccezionali anche -i liberi cittadini esser posti a tortura, ma solo per espresso -decreto del popolo: così Mantiteo e Apsefione, senatori, a stento la -scansano, abbracciando supplici l'altare. ANDOC., _Misteri_). Quello -dei contendenti che vi aveva interesse _provocava_ a ciò l'avversario -(πρόκλησις εὶς βάσανον) esibendo di dare ai tormenti i proprî schiavi -o disfidando l'avversario a dare i proprî. Accettar la _provocazione_ -o _richiesta_ non era obbligo: ma ricusarla induceva presunzione -sfavorevole al ricusante. «Voi tutti sapete che le provocazioni furono -create per quelle cose che non si possono produrre innanzi a voi. -Quando non può farsi investigazione innanzi a voi, ha luogo per via -di tormenti la provocazione». DEMOST., I, _C. Stef._ «_Io gli chiesi -pei tormenti tre sue ancelle_ informate del fatto e dei danari che -Afobo e la donna possedevano: acciocchè a dimostrazione del vero, non -fossero i soli ragionamenti, ma le prove della tortura. La qual mia -proposta, approvata da tutti i presenti, fu ricusata da lui. Ora voi -per le pubbliche e le private cose reputate la tortura, fra tutte, la -più degna di fede: e ovunque siano servi e liberi e occorra raccogliere -indagini, non vi valete delle testimonianze dei liberi, ma tormentando -i servi cercate ritrovare la verità. E fate bene, o giudici: poichè -dei cittadini testimoni già parecchi furono colti in falso: _ma dei -tormentati nessuno fu mai convinto di non aver detto la verità durante -la tortura_». DEMOST., I, _C. Onetore_, dove il massimo oratore ripete -quasi alla lettera un passo di ISEO suo maestro (_Ered. di Cirone_). E -altrove: «Or come può non essere che questi testimoni abbian deposto il -falso? dacchè neanche ora _ardiscono concedere il corpo della schiava_, -che testificarono già offerto da Teofemo, e _così confermare col -fatto_ la verità della lor testimonianza. Consegnando della schiava il -corpo, non se ne trarrebbero co' tormenti le prove per le quali Teofemo -ingannò i giudici?... Sola la femmina trovatasi presente avrebbe detto -il vero, non già testificando con la tabella (in iscritto), ma con la -più salda e sicura delle testimonianze, coi tormenti cioè. I motivi -dunque coi quali (Teofemo) ingannò i giudici appariscono falsi, chè -non osa consegnare il corpo della schiava, e invece ama meglio mettere -al cimento il fratello e il cognato per falsa testimonianza, anzichè -mediante il corpo della schiava scagionarsi». DEM. _C. Everg._ 7-9. — -E Licurgo oratore: «Nell'atto di accusa io aveva citato i testimonî, -chiedendo si tormentassero gli schiavi di Leocrate. Ma Leocrate -respingendo la provocazione, si accusa traditor della patria. Sì: egli -_con lo scansare la prova degli schiavi_ consapevoli de' fatti suoi, -confessò la verità della querela. E ignora alcun di voi che nelle -controversie l'esame degli schiavi e delle schiave e il tormentarli -quando sanno la cosa è tenuto secondo giustizia ed è comune a tutti? -Or dunque io fui sì lungi dall'apporre a Leocrate falsa accusa, che a -mio carico volevo venire alla prova, tormentando gli schiavi di lui: -ma egli per sua mala coscienza nol sofferse. Eppure i suoi _schiavi -e le schiave avrebbero_ più facilmente negato che dato falsa accusa -al padrone». LICURGO, _C. Leocrate_. — Ecco invece un esempio di -provocazione all'opposto: «Pensai che innanzi tutto convenisse provocar -costui (l'avversario) per convincerlo. E in qual modo? Volli dargli -(all'avversario) un mio giovanetto, che sapeva di lettere, acciò fosse -posto ai tormenti. Or non poteva esso avversario tacciarci di falsatori -con l'investigare la verità, tormentando il giovinetto? Ma _egli -ricusò_». DEMOST., _C. Afobo, falsa testim._ Cfr. DEMOST., _C. Neera_ -e altrove. Ho citato questi passi, e tralascio citarne altri, degli -oratori, a dare un'idea caratteristica e precisa di quel che fosse la -tortura de' servi ne' giudizi ateniesi e il valore grande che vi si -attribuiva. Certo bisogna riportarsi all'idee antiche sugli schiavi, e -al diritto antico che li riguardava come cose e cadaveri, per concepire -come tanta crudeltà paresse la cosa più naturale del mondo anco agli -animi più miti, e in Atene stessa, ove la legge era ad essi più benigna -che altrove, fino a dar loro il diritto di richiamarsi degl'ingiusti -maltrattamenti. (Cfr. note all'_Alcib_.) Che però le deposizioni degli -schiavi tormentati meritassero tutta quella fede che ISEO e DEMOSTENE -sembrano attribuirvi a parole, e che facea dar ad esse maggior peso -delle testimonianze de' liberi, pareva già dubbio, nella sua profonda -intuizione dell'essere umano, ad ARISTOTILE, il quale nella _Retorica_ -discute di questo metodo di prova i vantaggi e i danni: e trova potersi -«ad ogni sorta di tormenti obiettar questo: che sforzano a dire tanto -il falso che il vero, e che i torturati o stanno forti e non dicono la -verità o per impazienza facilmente dicono il falso, affine di uscire -più presto dal martirio» (_Retor._, I, 13). Ancora è ad osservarsi che -nelle arringhe pervenuteci, quanto son frequenti le _provocazioni_ -a questa prova, altrettanto lo sono (come per esempio in _tutti_ i -passi sopracitati) le _ricusazioni_; e non sembrando verosimile che -debban tutte attribuirsi a paura della prova, e che i contendenti -potendo giovarsene se ne privassero così leggermente, è a credere che, -nel fatto e nella consuetudine, un sentimento più umano correggesse -in parte la ferocia della legge, e che la così detta _provocazione_, -così frequente nelle arringhe, fosse il più delle volte, e lo andasse -diventando sempre più ai tempi di ARISTOTILE e posteriori, una forma -retorica, dagli oratori usata più per ispauracchio e per crescere -efficacia alla argomentazione, che per seria intenzione di vederla in -atto. E giova il pensarlo, affinchè quel passo truce che DEMOSTENE, -nell'arringa contro Onetore, ripeteva con le parole stesse di ISEO -(quasi farlo interamente suo gli ripugnasse), ci trovi indulgenti verso -il sublime oratore: tanto più se si pensi che DEMOSTENE, così corrivo -a provocare a parole con questa prova gli altri, o per conto altrui, -quando vi fu provocato egli stesso nella gravissima lite con ESCHINE, e -accettarla probabilmente gli conveniva, con nobili parole a sua volta -la ricusò. «Venga qui il carnefice — grida ESCHINE — e dia i tormenti -innanzi a voi.... Se Demostene si chiarirà mentitore, condannatelo alla -pena di confessare innanzi a tutti che egli è maschio-femmina e non -libero. Conduci alla ringhiera gli schiavi.... (_provocazione_); ma -DEMOSTENE rifiuta l'uso dei tormenti, perchè _non vuol dipendere dai -tormenti de' servi_.» ESCHINE, _Ambasceria_. Caratteristiche parole -che, forse, già in DEMOSTENE adombrano il pensiero di ARISTOTILE, e, -molti secoli più tardi, di BECCARIA. - -[144] Per essere un pretesto umoristico, questo di Mènecle era -abbastanza legittimo. Cfr. DEMOSTENE, nell'arringa contro Macartato, -per l'eredità di Agnia: «Innanzi tutto avevo deliberato, o giudici, -di scrivere in una tavoletta i parenti di Agnia per modo che fossero -tutti notati ad uno ad uno: ma poi stimai che _quella tavoletta non si -potrebbe veder bene da tutti i giudici e massime da quelli che siedono -più lontani_». _C. Macart._, § 18. - -[145] Al Ceràmico era la passeggiata del bel mondo ateniese, e le -scritte sui pilastri e sui muri vi facevano l'ufficio della cronaca -cittadina delle nostre gazzette. Ivi i buontemponi e i maldicenti, -con epigrammi ed iscrizioni col carbone, si divertivano a mettere in -piazza i fatti del prossimo; e gli innamorati talora vi scrivevano -le loro dichiarazioni amorose alle belle, come ce ne restano esempi a -Pompei. «Leggi quel ch'è scritto sui muri del Ceràmico, dove i nostri -nomi stanno sui pilastri.... E trovai questa scritta là dove s'entra -a destra verso il Dìpilo». LUCIANO, _Dialoghi delle cortigiane_. «Ho -pensato scrivere sul muro del Ceràmico dove Architele suol passeggiare: -_Aristeneto contamina Clinia_». LUCIANO, _ibid._ - -[146] Famiglia dei _Britidi_, v. DEMOSTENE, _C. Neera_, 1365. Sugli -_Almeonidi_, l'illustre famiglia di Pericle e di Alcibiade. Vedi note -all'_Alcib._, atto I, n. 37. - -[147] «E così la maritammo ad Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le -restituì la dote». ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 9. Il divorzio infatti -portava seco la restituzione della sostanza dotale alla moglie o -alla famiglia di lei. «La legge vuole che se uno ripudia la moglie, -restituisca la dote ovvero paghi l'interesse di nove oboli; a chi -ha la donna in cura concede facoltà di muover lite nell'Odeone per -gli alimenti». DEMOST., _C. Neera_, 52. «È obbligato dalla legge a -restituir la dote con l'interesse a ragion di nove oboli». DEMOST., _C. -Afobo_, 17. Questa restituzione era però esclusa (e l'egregio MARIOTTI -omise nel suo Codice ateniese di notarlo) nel caso di colpa della -moglie, come si vede dalla stessa arringa contro Neera: «In vederla -Frastore nè costumata, nè a lui obbediente, e informato ch'ella non era -figlia di Stefano, ma di Neera, e perciò reputandosi ingannato, entrò -in ira contro tutti costoro, e mal soffrendo l'ingiuria e l'inganno, -scacciò di casa la donna sua gravida, che aveva tenuta circa un anno, -_e non le restituì la dote_». _C. Neera_, 1362, cfr. 1363. Ma questo di -Frastore con la cortigiana Neera non era evidentemente il caso del buon -Mènecle mio. - -Del resto quest'obbligo della restituzione della dote era in Atene -non disprezzabile freno alla estrema facilità e moltiplicazione de' -divorzi. Più di un marito bramoso di sbarazzarsi della moglie, e -al quale la legge ne apriva cento vie, s'arrestava solo dinanzi al -pensiero di ritornar povero o all'impossibilità di fare la restituzione -impostagli. Indi la prudente riflessione di un personaggio di EURIPIDE: -«Delle ricchezze che la moglie porta in casa non si gode: _non servono -che a rendere il divorzio più difficile_». EURIPIDE, _Melanippe_, fr. -31. - -[148] Cfr. LUCIANO, _Dialoghi delle etére_. — ARISTENETO, _Lettere_. - -[149] Sulle idee dei Greci intorno al suicidio, caratteristica ed -eloquente fra tutte la pagina di PLUTARCO nella vita di Cleomene, -ossia le parole ch'ei pone in bocca a questo re. Disfatto in battaglia, -perduto il trono, costretto a fuggire da Sparta sua, mentre Antigono -è già alle porte, l'eroico re, al suo compagno d'armi, il prode -Tericione, che consiglia il suicidio, risponde: «Vile che sei, credi -esser magnanimo e generoso _perchè insegui la morte che è la più -facile delle cose umane_ e che è sempre in poter nostro? Bisogna che -la morte che si elegge non sia la fuga da un'azione, ma un'azione essa -medesima: _nessuna maggior vergogna del non vivere e non morir che per -sè._ Quando la _speranza di esser utile ancora alla patria nostra ci -lascierà, allora soltanto ci sarà facile morire_». - -[150] Οὔκουν ἔφη δεῖν ἐκείνην τῆς χρηστότητος τῆς ἑαυτῆς τοῦτο -ἀπολαῦσαι, ἄπαιδα καταστῆναι συγκαταγηράσασαν αὑτῳ ISEO, _Ered. di -Mènecle_, § 7. - -[151] Per quanto il divorzio in Atene fosse reso dalle leggi e dall'uso -un caso affatto ordinario e frequente, esso non colpiva perciò meno -duramente l'onore e l'amor proprio della donna, per lo meno nei casi -in cui era il marito che di suo proprio impulso lo promoveva. Già -abbiam visto (_Prologo_, pag. 27) che in questi casi il divorzio era -nella legge stessa qualificato _ripudio_ (ἀπόπεμψις): e il sentimento -pubblico s'accordava colla legge, nella spiegazione umiliante di -quella parola. Ed EURIPIDE, ne' cui drammi, sotto la larva delle -favole antiche, le idee e i costumi dell'età sua si rispecchiano, per -questo fa dire a Medea: «_Non onorevoli_ (ossia _vituperosi_) _sono i -divorzj alle donne_» (οὐ γαρ εὐκλεεῖς ἀπαλλαγαι γυναιξὶν) _Med._, 236. -E altrove nella _Andromaca_, fa dire a Menelao, di sua figlia Ermione -parlando: «Io non voglio che mia figlia sia privata del talamo: poichè -_tutte le altre cose_, che la donna soffra, sono di minor conto: ma -_perdendo il marito, perde la vita_» (ἀνδρος δ’ἁμαρτάνουσ’ ἁμαρτάνει -βιου). EURIPIDE, _Androm._, 370-4. E il comico Anassandride, dei tempi -della commedia di mezzo, nel passo più sopra citato: «_Difficile_ -e _ripida_, aspra (χαλεπὴ καὶ προσάντης), è o figlia la via del -ritorno alla casa del padre dalla casa del marito, per qualunque donna -costumata: poichè ell'è una via che porta seco l'ignominia» (ὁ γἁρ -δίαυλός ἐστιν αισχύνην ἔχων). ANASS., _Inc. fab._, 5. - -[152] «Bastare, disse, _che fosse infelice lui solo_» ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, -αὐτὸς ἀτυχῶν εῖναι. ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 7. - - - - -ATTO SECONDO - - -ATTO SECONDO - - Casa di Mènecle. Sala aperta comune (προστάς o παστάσ) che dà sul - peristilio; riccamente dipinta e decorata con ricco mobilio. A - destra le colonne del peristilio che supponesi aprirsi da questo - lato, e immettere per le quinte di destra agli ingressi esterni; a - sinistra l'ingresso dal _metaulo_ che immette alle stanze interne - del gineceo. Nello sfondo altra porta che mette alla stanza da - letto θαλαμος. Nell'angolo a sinistra della sala, il piccolo altare - domestico. Una panòplia è appesa alla parete. - - -SCENA I. - -AGLAE _e_ TRATTA. - - (Aglae traversa rapidamente la scena, dalla porta laterale di - sinistra, quella del gineceo, alla porta di mezzo ch'è nello - sfondo: a mezza via si arresta, e chiama forte.) - - -AGL. Tratta! - -TR. (_affacciandosi dalla porta di sinistra_) Padrona! - -AGL. Appena vien Fània da mio marito, avvertimi. Va! (_Tratta -rientra_). E dunque... Fània, da fratello affettuoso, compiangendomi, -pensa a parlare per me; Mènecle, da marito magnanimo, compiangendomi, -pensa a liberar me; Cròbilo, da amico leale, compiangendomi, pensa a -consolar me. E se Aglae la compianta li burlasse tutt'e tre? (_esce per -la porta di mezzo_). - - -SCENA II. - -MÈNECLE _e_ BLÈPO. - - (Mènecle leggendo una carta, seguito da Blèpo, entra dal peristilio - a destra). - - -MÈN. (_leggendo_) «Scegliere fra essere o non essere. O si è marito o -non si è. Se essere non volevi, non dovevi diventarlo». Ma bravo, per -Giove, mio cognato Fània! Platone non avrebbe ragionato meglio! (_si -volge a Blèpo_) E che t'ha detto Fània nel darti questa? - -BL. Che ripassava. - -MÈN. Che ombra fa? - -BL. Un piede[153]. - -MÈN. Oh, oh! quasi mezzodì! Sarà qui a momenti. Va. (_lo richiama_) -Aspetta. Ed è tornato, n'è vero, in mia assenza, Elèo? - -BL. No. - -MÈN. Come no? e queste carte? chi te l'ha date? - - (Accennando altre carte che ha in mano). - -BL. Lui. - -MÈN. Quando? - -BL. Stamattina. - -MÈN. Dove? - -BL. Qui. - -MÈN. Dunque è venuto, imbecille!... - -BL. Grazie. - -MÈN. (_impazientito_) È venuto sì o no? - -BL. Venuto sì, tornato no. - -MÈN. (_lo guarda sorpreso_) Eh?... - -BL. (_con far grave e sentenzioso_) _Venire_ non è lo stesso di -_tornare_. E se uno viene, non torna. E se uno torna, non viene. Però -si può dire: _In questo suol vengo e ritorno_, come Eschilo fa dire ad -Oreste esule[154]. - -MÈN. (_guardatolo attonito, se gli appressa, tra serio e canzonatorio_) -Bravo!... E, dimmi in grazia... dove e quando hai imparato queste belle -cose?... - -BL. (_con gravità_) Ieri, passando dal Liceo, da uno di quei filosofi -che ci stanno. E delle altre cose ancora... - -MÈN. (_ironico_) Ah!... sei divenuto un savio... dunque? - -BL. (_sentenzioso_) No, padrone. Perchè ciò che diviene non è[155], -e non può essere nel momento che diviene: altrimenti, se fosse già, -non diverrebbe, o, se diviene, diviene un'altra cosa: e quello che -è, se potesse divenire, allora l'essere diventerebbe eguale al non -essere, mentre il non essere è diverso dall'essere, come dice Ercole in -Euripide[156]. E per scegliere quindi fra l'essere... - -MÈN. (_continuando ironico_) ... e il non essere... Ferma un momento. -E dimmi un po'... hai scopato le stanze stamane?... e la casa è -all'ordine?... è? - -BL. Sicuro che è. - -MÈN. (_fissandolo_) Ma potrebbe anche non essere, visto come impieghi -il tempo. Vedi questo? (_gli mostra un grosso bastone_) Cosa credi che -sia? essere o non essere? - -BL. (_tirandosi a rispettosa distanza_) Vedo. È un bastone... è... - -MÈN. Ne convieni? Ebbene, se ti sento fare ancora di queste scoperte, -e bazzicar quei galantuomini che mangiano fichi nel Liceo[157], questo, -che è un bastone, ti annunzio che può _divenire_ uno spianatoio per le -tue spalle, pur non cessando di _essere_ un bastone. M'hai inteso? - -BL. Perfettamente. - -MÈN. Vedi che lo sei, un savio!... Va. - - (Blèpo esce, facendo comiche smorfie). - - -SCENA III. - -MÈNECLE _solo_. - - -Per gli Dei e per i démoni!... L'amico Isocrate ha ben ragione di -pigliarsela con que' maledetti sofisti![158] Ancora un po' e questo -mariuolo mi rifaceva la lezion di Fània! (_passeggia su e giù_) Del -resto, mio cognato non potea venir in mezzo più a proposito. Tanta -fatica di meno. La cosa va più liscia che non avrei sperato... Oh -eccolo!... - - -SCENA IV. - -MÈNECLE _e_ FÀNIA. - - -FÀN. Buon dì, Mènecle... - -MÈN. Salute, cognato mio... (_disinvolto_) Sicchè tu vieni a dirmi che -hai scoperto che tua sorella non è felice con me, e a rimproverarmi... - -FÀN. (_impacciato_) Non a rimproverarti... Ma se felice ella sia, -domandalo a te stesso, alla tua coscienza... - -MÈN. (_disinvolto_) Ben detto!... E dimmi: perchè non l'hai domandato -tu prima... alla gran madre... alla natura? - -FÀN. Mènecle! - -MÈN. Ah tu credevi che il vecchio Mènecle, un cittadino pieno di -meriti... - -FÀN. Oh certamente... - -MÈN. Grazie. Vedi che andiam d'accordo... un cittadino pieno di grandi -meriti, noti a tutta Atene (_si interrompe sospirando comicamente_) — -da dieci olimpiadi! — avesse a dare, a una giovinetta di diciott'anni, -le emozioni che tu dài alla tua Crìside, ammannendo alla di lei -fantasia... i suoi grandi meriti per imbandigione!?... Bel pasto!... e -sostanzioso... per una mensa coniugale! - -FÀN. Questo io non dissi... ma... - -MÈN. Ah! c'è un ma... - -FÀN. Ma io sperai che non per nulla, sulla soglia della tua casa, -il giorno che Aglae vi entrò, stessero appese, in lieto augurio, le -ghirlande di antico alloro intrecciate alla giovane édera: e che in -quel dì non fossero indarno comparse le due cornacchie all'altare. -Vi hanno premure delicate, cure affettuose, conforti... che anche un -uomo... - - (Fa pausa come cerchi la parola). - -MÈN. Tira via... Di' pure... maturo. Sono stato in Sicilia con tuo -padre... - -FÀN. Ebbene sì... che anche un uomo... inoltrato sul cammino del -tempo... - -MEN. (Ama le perifrasi!)... Grazie... - -FÀN. ... al pari degli altri _può_, e più degli altri, _deve_ dare ad -una giovane compagna; e che potrebbero compensarla... - -MÈN. (_prosegue ironico la frase_) ... di quell'altre che le -mancassero. Benissimo. E insomma... - -FÀN. (_impazientito_) Oh insomma io dico che tu trascuri Aglae. Non hai -premure per lei. Aglae non è contenta. Aglae non è felice... - -MÈN. (_a parte sospirando_) (Pur troppo!) - -FÀN. E non è questo che sperava mio padre, non è questo che speravo -io... - -MÈN. Già, già! lo so, quello che tu credevi, che tu speravi. Tu -speravi che io rinnovassi il miracolo di Jolao, quando nel furor della -battaglia ricuperò le forze giovanili[159]. Speravi che Giunone Nuziale -non si pappasse i sagrifici a ufo, e bastassero i cestelli di fichi a -portar nella casa nostra le gioje, e bastasse la focaccia di sésamo a -portarvi la fecondità![160] Speravi che io ti facessi zio di una bella -corona di nipotini, di amorini vispi, ricciutelli, paffutelli, per -indennizzarti di quelli che ancora aspetti dalla tua Crìside... dopo -dieci mesi che l'hai sposata. Uh vergogna! vergogna!... - -FÀN. Ma io ti dirò... - -MÈN. (_interrompendolo_) Ma io ti dirò che il padre di Crìside, quando -te l'ha data, ha ben pronunciato le parole sacramentali: _Ti consegno -mia figlia, perchè ne nascano figli legittimi:_[161] e tu l'hai -promesso e giurato. Aglae, quando io la sposai, era orfana, e quindi -io... quella promessa non l'ho fatta a nessuno. - -FÀN. (_risentito, accorgendosi dell'intonazione comica di Mènecle_) -Mènecle! ti prego, per Giove! di cessare lo scherzo... - -MÈN. Sì, giusto, invoca Giove, ch'è il custode de' giuramenti. Te -la darà lui... Ma vedi, bizzarria de' giudizi!... Il buon Mènecle, -quell'asino di Mènecle, tra sè e sè, avea pensato: Che cosa mai di -bello può fare un marito vecchio in casa di moglie giovane?! Che cosa -di bello può mai, se non lasciarle mancare quel meno che è possibile, e -starle, quel più che è possibile, fuori dei piedi? O dovrà trastullarsi -a provarle indosso la veste color di croco e gli stivaletti regalatile -per la festa della Dea? Sarebbe, qui tra noi, amareggiarle il regalo. -O farle delle mani arcolaio e reggerle i fili di lana, intrattenendola -di quel che s'è discusso nell'assemblea e sotto i portici? Anche Ercole -filava per Onfale, ma era giovine, _ed era Ercole_: e pure Onfale ci -si annoiava. Non resterebbe che raccontarle ancora la mia campagna -di Sicilia di 36 anni fa, e la battaglia di Catania, e la strage al -passaggio del fiume Asinaro, e come innanzi di arrendermi ammazzai -quattro nemici, e come fummo rinchiusi nelle Latòmie e come scappai... -Ce n'è per tre sere... e poi? a furia di raccontargliela, mia moglie la -sa a memoria. Un giorno, per cambiare, mi provai a rifarle la storia, -e cominciai: _Appena fummo arrivati sulla riva del fiume_... lei non -mi lascia finire e impazientita tira via: «Appena foste arrivati sulla -riva del fiume, le retroguardie avvisarono la presenza di un nugolo -di nemici; Nicia passò a cavallo sulla fronte delle schiere, le trombe -risonarono...» e _patatì_... e _patatà_... la sapeva meglio di me. Ma -che stizza, che stizza, ci metteva!... Quando arrivò al punto della -fuga dalle Latòmie, ho avuto fin paura che pel dispetto vi appiccicasse -una variante e invece di farmi fuggire, la mi facesse prendere e -accalappiare!... (_pausa, indi sospirando_) Eh, forse per lei sarebbe -stato meglio! - -FÀN. Mènecle, tu sei proprio ingiusto verso Aglae. Io so che ella ti -stima... e... - -MÈN. (_rompendogli la parola in bocca_) E gli Dei glie ne daranno -merito. Alle corte. (_con accento reciso_) Tu non puoi dirmi nulla -ch'io già non sappia e non vi puoi aggiungere che delle sciocchezze. -Io ho fatta una corbelleria, e tu vieni a dirmene cento. Ma io posso -disfare la mia, e tu puoi risparmiare le tue. L'arconte pronuncierà il -divorzio... - -FÀN. (_vivissimo, stupefatto_) Che?!... - -MÈN. Ell'era, per legge, in tua balìa avanti le nozze. Tu sei il -guardiano della felicità sua. Aglae da te l'ebbi. Ridomandala tu[162]. - -FÀN. Io?... mai! - -MÈN. E allora... (_se gli appressa grave, severo_) con che cuore e -perchè me la accordasti? - -FÀN. (_imbarazzato_) Perchè tu lo sai... fu l'ultimo desiderio del -padre nostro... - -MÈN. E perchè Mènecle era ricco e liberava innanzi alla legge te dal -peso della custodia e della dote. (_moto di Fània che Mènecle calma -col gesto_) Non siam noi soli vecchi gli egoisti!... E non per nulla -i vegliardi ritornan qualche volta fanciulli[163]. Che meraviglia, -se anche al povero Mènecle, a cui, con tutta la sua sapienza, passano -ancora alle volte, di sotto ai capelli bianchi, certe ubbìe giovanili, -che meraviglia se al povero Mènecle un lampo di distrazione... di -reminiscenze... in ritardo, abbia offuscato un istante il cervello? Ma -tu che fanciullo non sei, tu nella età che sente la voce della natura e -i bisogni della gioventù — e ci hai pensato per tuo conto — potevi ben -pensarci anche per tua sorella! e difendere lei contro lo sbaglio di -tuo padre... e me contro me stesso. - -FÀN. Ma ti giuro per gli Dei che se... - -MÈN. Non incomodare gli Dei! Aspetta: tu mi giuri che gli Dei vogliono -l'obbedienza ai genitori. E per questo, ti sei sposata bravamente la -tua Crìside, di cui eri innamorato come un gatto, disobbedendo a tuo -padre che voleva accasarti colla figliuola di Eufrànore. Agli Dei -certamente ti sei riservato di chiedere della disobbedienza perdono. -Poichè, tanto, dovevi domandargliela per una, non disturbavi Giove di -più, a far la domanda per due. A questo, _allora_ non ci hai pensato: -_ora_, ti vengono gli scrupoli. E poichè la tua Aglae la vuoi felice, -trovi giusto che in premio della sua virtù, ella consumi il caro -fiore de' verdi anni con chi felice non la può rendere!...[164]. (_con -forza_) Questo tu trovi giusto... e vai nell'Elièa a far da giudice! Io -no! e s'ebbi un torto verso quella fanciulla, saprò ripararlo... per -tutti gli Dei! (_calmandosi e asciugandosi la fronte_) Fai tirar giù -dall'Olimpo gli Dei anche a me! - -FÀN. (_vedendo Mènecle riscaldarsi, impressionato dalle sue parole, -gli parla affettuoso e pacato_) Mènecle, io sarò stato ingiusto: tu -però ora lo sei con te stesso. Se torto vi fu nel passato, in faccia -a mia sorella, fu mio: ma tu che di Aglae e della sua felicità ti dai -pensiero, pensi tu che ella, così fiera, sarà più felice, il giorno -ch'ella vedrassi restituita la sua libertà a prezzo di un affronto al -suo amor proprio? e che il divorzio non chiesto da lei avrà dato il suo -nome in pasto alla maldicenza della città?... - -MÈN. Sì... se non chiesto da lei... Ma e chi... (_si appressa a Fània -e continua, dopo una pausa, a bassa voce_) chi impedisce a lei di -chiederlo?... E a te di suggerirglielo?... - -FÀN. (_esitante e sorpreso, quasi in nube indovinando il pensiero di -Mènecle_) Che?... e tu credi... - -MÈN. Io credo che Giove non m'abbia permesso di salvar Epònimo dal -carcere di Siracusa, per far della mia casa un carcere a vita alla sua -figliuola. Oh, Fània, la vecchiaia è incresciosa a sè stessa, ma lo è -ai giovani doppiamente. Capisco la legge di quei di Ceo[165] che davano -ai vecchi la cicuta per fare ai giovani un po' di posto. Io, della -cicuta, per ora... faccio anche senza: ma se ai canuti la solitudine è -triste, meglio per Mènecle il vivere infelice da solo, senza il rimorso -che per sua colpa si viva infelici in due...[166]. - - (Tanto Mènecle che Fània son commossi). - -FÀN. (_stringendogli la mano_) O Mènecle! Se Aglae sapesse... - -MÈN. Aglae non dee saper nulla. Sicchè le consiglierai di andar -dall'arconte?[167]. Parlerai ad Aglae?... - - -SCENA V. - -MÈNECLE, FÀNIA _e_ AGLAE. - - (Aglae si è già affacciata alla soglia verso la fine della scena - precedente ed udendo parlar di lei si è ritratta indietro. Si - avanza alle ultime parole di Mènecle). - - -AGL. Di che?... - -MÈN. e FÀN. Lei!... - -FÀN. Buon dì, Aglae. - -MÈN. (_imbarazzato, cercando darsi aria disinvolta_) Oh, la nostra -Aglae!... (_a Fània sottovoce_) (Zitto ora!) - -AGL. _La nostra Aglae_, a quanto sembra, vi dava materia a discorrere. -Cercavate la pesta del lupo...[168] ed è presente. - -MÈN. (_scherzoso, cercando sviare il discorso_) Eh, se tutti i lupi -fossero come te, Atene non li perseguiterebbe tanto...[169]. - -AGL. (_fra sè_) (Voltan discorso! Soverchiar Aglae! la vedremo!) Sei -gentile, Mènecle, stamattina... - -MÈN. Eh, ti pare? Sicchè... - -AGL. (_a Fània_) Sicchè di che cosa avevi a parlarmi?... - -FÀN. (_imbarazzato, mentre Mènecle gli fa gesto di tacere. Aglae finge -di non accorgersene_) Oh, cose da nulla... - -AGL. (_volgesi a Mènecle, con accento vibrato, insistente_) Di che -aveva egli a parlarmi?... - -FÀN. Oh nulla!... Avevo espresso qui a Mènecle il desiderio che tu -venissi a teatro nelle prossime feste Lenée. Sai, concorreranno, per le -tragedie, Sofocle il giovine e il nipote di Eschilo, Astidamante... - -AGL. (_ironica_) Ah... - -MÈN. (_confermando_) Già... - -FÀN. Tuo marito mi faceva delle obiezioni: e che forse per quel giorno -non avrebbe potuto... - -MÈN. Appunto... - -AGL. (_interrompendo, con accento vibrato_) Non è vero! - -MÈN. (_per cavar l'altro d'imbarazzo_) Ma lascia andare! non vedi che -scherza!... Se gli avevo già detto di sì! Lo pregavo a chiederti se -volevi andare con lui in compagnia di Crìside... - -AGL. (_con forza_) Non è vero! Ah, insomma volete finirla di infilzar -bugie? - -MÈN. (_fra sè_) (Non c'è verso! Saltiamo il fosso!) Ebbene, poichè vuoi -saperlo a tutti i costi, tuo fratello, qui presente, mi rimproverava -che io ti trascuro un po' troppo... - -AGL. Ah!... (_guardando alternativamente Fània e Mènecle a cui rivolge -la parola_) È qui tutto?... E... d'altro? - -MÈN. Che tu meni, per cagion mia, vita triste... che io non sono un -marito adatto per te... - -FÀN. Oh questo poi!... - -AGL. (_a Fània_) Questo gli hai detto? E fai di queste scoperte? E -il dì che seguisti il mio cocchio di nozze conducendomi qui, non -hai ordinato di dar di volta ai cavalli?[170] M'avevi allora in -tua autorità e non ci hai pensato: oggi più non mi hai... e te ne -occupi?... - -FÀN. (_sorpreso, fra sè_) (Così ora parla? Chi più la capisce?) - -AGL. (_a Mènecle_) E tu... che gli hai risposto? - -MÈN. Io... io... gli ho risposto che... veramente... come fratello, non -ha tutti i torti... che però... il torto mio... - -AGL. (_energicamente interrompendo_) E chi, per le Dee, e con che -diritto, ha pensato a fartene? Mio fratello forse?... (_a Fània_) E chi -t'ha incaricato? - -FÀN. (_impacciato_) Nessuno... ma il mio amor di fratello... - -MÈN. (_passando vicino a Fània, rapido e sottovoce_) Bravo! bravo! dài -sotto!... - -AGL. Amor di fratello?... Tardi lo senti... - -FÀN. Presto o tardi, — è un fatto che non vi vedete quasi mai, peggio -che foste due coniugi spartani; che tu stai chiusa, sola, tutto il -giorno, lui quasi tutto il giorno fuor di casa... - -AGL. E che? è forse mio marito un uomo infermo, un uomo invalido, un -uom decrepito... - -MÈN. (_dà un balzo per sorpresa_) (Eh!?... che cosa dice?) (_vorrebbe, -tra il serio e il comico, objettare qualcosa ad Aglae, che non gliene -dà il tempo_) Ecco... veramente... - -AGL. (_rompendogli la parola e proseguendo il parlar con Fània_) ... -sì... è forse un uom decrepito, che debba serrarsi in casa a far la -guardia alla moglie da mattina a sera, come quei mariti imbecilli -che rubano ad Argo il mestiere, e trovano così il modo più sicuro di -rendersi alle mogli odiosi e insopportabili?[171]. - -MÈN. (_a sè_) (Ah! volevo dire! ha gusto ch'io stia via!). - -AGL. E credi tu, figlio di Epònimo, che la figlia di Epònimo sarebbe -contenta, mentre Atene ha tanto bisogno di lui, di vederselo tutto il -dì ai fianchi... - -MÈN. (_fra sè ribadendo maliziosamente_) (Si tradisce!...) - -AGL. ... occupato nel gineceo a filar lana o a contar storielle milésie -alle fantesche? Credi ch'ella andrebbe superba, mentre i tempi per la -città si fan scuri, del vederlo sotto i propri occhi sciupar negli ozî -femminili il vigore del braccio e della mente, quel che gli resta del -fiore dell'età? - -MÈN. (_gesto comico di sorpresa_) (Eh!) (_ad Aglae_) Ecco... -veramente... puoi dire un fiore... stagionato... Proprio, precisamente, -un giovane di primo pelo non sono... - -AGL. (_interrompendolo_) E per questo mi sei caro... - -MÈN. (_la guarda trasecolato, poi scotendo il capo_) (Non capisco più!). - -AGL. (_rincalzando_) Bella cosa, al confronto di costoro, i giovani -della giornata! Bella gioventù da innamorar donne libere![172]. -Agatòne, Dìnia, Stefano, Dercillo! azzimati, unti, leccati, -dinoccolati, cascanti[173], non san far altro che studiar le pose -quando camminano e quando stan fermi, e andar in giro con cicale in -testa e specchietti indosso e boccettine di Tùrio, che puzzano di -profumerìa lontan due stadî; e prendono i bagni caldi e si coprono -di pelliccie di Sardi per ripararsi dai primi freddi, e passano -tutto il dì e la notte per le bische e nelle case delle danzatrici e -suonatrici di flauto; smorti per le lascivie e per le orgie, consunti, -fracidi a vent'anni; poi, a sentirli discorrere a teatro o per le vie, -impertinenti, presuntuosi, ignoranti come Libétrj, imbecilli più di -Margìte che aveva studiato tante cose e non ne sapeva nessuna...[174]. - -MÈN. (_fra sè_) (Qui ha ragion da vendere...) - -AGL. (_proseguendo senza interruzione e con energia_) ... E sono i -giovani eroi che gloriosamente poi scapparono a Neméa ed a Coronéa! Ma -quando Atene fu nel bisogno, e volle salvi i suoi Dei e le sue donne, -ci vollero _questi_ (_batte sulla spalla di Mènecle_) per cacciare i -trenta tiranni e gli Spartani, e per liberare la città![175]. - -MÈN. (_fra il comico, il modesto e il commosso_) Grazie, grazie! -(_a sè_) (Come parla! proprio figlia di suo padre!... Ed io avere il -coraggio di sacrificarla!... Ohibò!). - -AGL. (_si volge a Fània, parlandogli più calma_) Hai visto, o Fània, i -nuovi oboli di rame? Son nuovi di conio e biondi, lucidi che sembran -d'oro... pur guarda come han pessima la impronta! Osserva invece le -vecchie dramme di argento del Làurio: sono usate, ma non adulterate, -e serban la impronta stupenda e resistono al suono... La stessa -differenza, fa conto, è oggi, in Atene, fra le vostre zazzere bionde... -e queste barbe d'argento...[176]. - -MÈN. (_comico, guardando Fània con sussiego d'approvazione_) Già! - -FÀN. (_attonito fra sè_) (O sta a vedere che se n'è adesso innamorata!). - -AGL. O Mènecle, io ho visto sul tuo petto le tue superbe cicatrici: -esse valgono meglio delle bellezze di Antìnoo... - -MÈN. (_sorpreso, e pur con comica modestia compiacendosi_) Eh? questo -poi... - -AGL. (_proseguendo, a Mènecle_) Io ho letto il tuo ultimo discorso -all'assemblea: quanto cuore, quanto fuoco, quanto slancio giovanile! -Chi di quei giovani sarebbe stato capace di farlo? - -MÈN. Oh, Elèo, per esempio... - -AGL. (_nella foga del dire, resta al nome di Elèo improvvisamente -interdetta e lì per lì s'interrompe: poi, padroneggiandosi, ripiglia_) -Sì... forse Elèo... Intanto oggi tutta Atene, o Mènecle, è piena del -tuo nome, ed io ne vado superba, come se parte della tua gloria si -riflettesse sopra di me. Oh, grazie (_con effusione stringendogli la -mano che egli commosso si lascia prendere_) per questo conforto che mi -dai... - -MÈN. (_sospirando, e come meditando il senso dell'ultime parole di -Aglae_) (Conforto! Ah sì, ne ha bisogno! povera fanciulla!...). - -AGL. (_proseguendo affettuosa e tenendo nella sua la mano di Mènecle_) -Ti ricordi le parole che ti disse mio padre: «Tu sarai l'olmo che -proteggerà la giovane édera...» - -MÈN. (_comicamente sospirando e guardando in aria_) Un olmo antico!... - -AGL. (_ribattendo subito_) ... e perciò robusto. - -MÈN. (_sottovoce a Fània, dandogli di soppiatto un forte pizzicotto_) -Ma parla un po' anche tu... - -FÀN. (_strillando_) Ahi! ahi!... - -AGL. (_che s'è accorta, sorridendo a Fània_) E se robusto non fosse, ti -farebbe strillare in quel modo?... - -FÀN. (_irritato dal pizzicotto e prorompendo_) Sì, strillo, perchè -tu ti lamenti in cuor tuo e poi qui adesso, in sua presenza, per -generosità lo difendi... e al modo ond'ei ti tratta, non lo merita, non -lo merita, non lo merita!... E io sono una bestia a pigliarmela a petto -e a perdere il mio tempo per buscarmi in compenso delle ramanzine!... -Lamentati ancora! (_ad Aglae_) e aspetta ch'io me ne occupi un'altra -volta!... - -AGL. Oh, bravo, per Cerere! farai bene!... - -FÀN. (_ad Aglae stizzito_) Tientelo, godilo il tuo Mènecle!... e -amatevi sempre così, che gli Dei vi premieranno!... (_a Mènecle -passandogli vicino_) (Già che andate così bene intesi, sbrigatevela da -voi!...). - - (Esce concitato, liberandosi da Mènecle che vorrebbe trattenerlo). - - -SCENA VI. - -MÈNECLE _e_ AGLAE. - - -MÈN. (_a sè_) (Bravo!... e lascia me nelle peste!... Pure da qui -bisogna uscirne. Animo Mènecle, sii onesto! (_guardando Aglae, e -parlando sempre fra sè_) Dopo tutto quel bene che pensa di me, _doppio_ -obbligo di essere con lei galantuomo!). - -AGL. (_a sè_) (Ora a noi! soverchiar Aglae!) (_a Mènecle che passeggia -borbottando_) Mènecle! - -MÈN. Che c'è? - -AGL. Io ho preso le tue parti... - -MÈN. (_interrompendo, brusco_) Hai fatto male. - -AGL. Sarà. — ... e non ho voluto dirti nulla di sgradevole in presenza -di mio fratello: ma tu _sai_ che egli ha ragione... (_accentando anche -più_) lo _sai_. - -MÈN. (_a sè_) (Oh, ci mettiam bene!) Se lo dici, lo saprò... - -AGL. (_battendo sulle parole_) Non _saprò_: lo _sai_. Tu fai peggio che -trascurarmi... - -MÈN. Eh?... - -AGL. Tu fai peggio che lasciarmi sola: e il tuo tempo non lo dai tutto -alla città. - -MÈN. (O sta a sentire!) A chi? - -AGL. Ieri fosti con Lisia, l'oratore, e con Neèra, la di lui amica, in -casa di Filostrato Colonèo...[177]. - -MÈN. (È matta!... O sta a vedere, che per distrarsi, la si provasse a -far la gelosa!... (_fa un gesto vivo, come balenatagli improvvisamente -un'idea_) Buono!...) (_ad Aglae con voce ferma_) E che male ci -sarebbe!... Può darsi! Si aveva a parlare io e Lisia di affari di -Stato... - -AGL. Ma Filostrato è scapolo; e Neèra _non è_ uomo di Stato; e con -Neèra ci erano due altre di lei compagne... - -MÈN. Ah! - -AGL. ... venute da Corinto... - -MÈN. (_casca dalle nuvole, ma cerca far il disinvolto_) Può darsi. - -AGL. ... e in casa degli scapoli, e in certe compagnie, è difficile -trattar bene gli affari dello Stato; e alla sera ci fu banchetto; e -i banchetti dove ci son di quelle donne finiscon tardi... (_gesti di -Mènecle sorpreso_) ... e finiscon _male_... - -MÈN. (_disinvolto, c. s._) Può darsi... - -AGL. (_con forza_) Ah? Ma _può darsi_ che Aglae non ne sia contenta... - -MÈN. (_trasecolato, di sorpresa in sorpresa_) (O spiriti! che diamine -salta a costei?!) - -AGL. (_incalzando_) Può darsi che Aglae se n'abbia a male! (_con -accento drammatico_) Così impieghi, o Mènecle, i doni che gli Dei ti -hanno dato? - -MÈN. Eh? (Peccato che me li han dati da un pezzo!) - -AGL. (_proseguendo incalzante_) Ah, lo so che la gloria di un nome -ha sempre un fascino per le donne; lo so che le forestiere venute da -Corinto sono curiose di conoscere questo Mènecle di cui si parla per -Grecia; (_continui segni di stupor comico di Mènecle, Aglae prosegue -con simulata energia_) ma io so anche quale fu il giuramento delle -nostre nozze, e ti credevo, se non più fedele verso me che lo ebbi, più -religioso verso gli Dei che lo hanno ascoltato! - - (Va corrucciata a sedersi). - -MÈN. (_a parte_) (Decisamente, è matta. Elleboro ci vuole.[178] -(_guardandola di sottecchi_) Eppure... come è bella mia moglie quando è -in collera!) - -AGL. Tu non rispondi? Non rispondi? - -MÈN. (_a sè_) (Tanto fa. Le discolpe le farem poi. È la via che se -n'esce). - -AGL. Il tuo silenzio... è eloquente. Ah, non basta, o Mènecle, andar -illustre nella città, col nome scritto su la colonna![179]. Non bastano -i meriti in faccia alla patria, quando in faccia ai domestici lari, -oblii la santità delle sue leggi!... - -MÈN. (Anche questo!) (_si volta risentito, come risoluto a difendersi_) -Oh questo poi... (_si reprime_) (Se mi difendo, guasto). - -AGL. (_afferrando la sua interruzione_) Questo poi è grave — volevi -dire! E mentre io traggo sola le lunghe giornate nel ginecèo, pensando -a ciò che farà Mènecle per la Repubblica, — Mènecle divide il tempo fra -la Repubblica... e l'altre cure: e quando rientra ha sulla fronte le -rughe... - -MÈN. (_a parte, comicamente_) (Lo credo). - -AGL. (_completando la frase_) ... le rughe dei grandi pensieri... - -MÈN. (_a parte, comicamente_) (Un'attenuante...) - -AGL. ... per nascondere tra le lor pieghe i rimproveri della coscienza: -in casa degli altri, per le altre, i sorrisi, le carezze, i calici... - -MÈN. (Cosa mi tocca sentire! Pazienza! siamo alla fine!) - -AGL. ... le canzoni, le ghirlande convivali; per la povera Aglae non -sorrisi, non ghirlande, non carezze: ma la solitudine, l'abbandono, -la noia!... (_prorompendo_) Ah, no! per le due Dee! io non posso più -vivere così... - -MÈN. (Meno male. Al divorzio ci siamo). - -AGL. No!... (_proseguendo con più forza_) no... io non posso più -adattarmi a questa umiliazione... - -MÈN. (Ci siamo! Va dall'arconte!...) - -AGL. ... e io finirò con... - -MÈN. (_sospeso alle labbra di lei, aspettando la risposta ansioso_) ... -con...? - -AGL. ... finirò... con... l'ammalarmi!... (_Mènecle resta lì di botto, -sconcertato_) Oh, quanto sono infelice!... - - (Dà in pianto, abbandonandosi sopra una sedia). - -MÈN. (_sorpreso, comicamente imbarazzato_) Questa conclusion non -m'aspettavo... Ohimè, che imbroglio!... Aglae!... - -AGL. (_senza rispondere, continuando a singhiozzare_) Quanto sono -infelice!... - -MÈN. (Adesso fa piangere anche me!...) (_seguitando a guardarla e -parlando fra sè, le si appressa_) No... senti Aglae... - -AGL. (_seguendo a singhiozzare_) Lasciami... ho voglia di piangere... - -MÈN. (_osservandola_) (Eppure... com'è bella mia moglie quando -piange!...) (_dà un sospiro lungo_) (Eh! avessi cinque olimpiadi di -meno!) (_passeggia, poi si ferma, giungendo le mani al cielo_) (O -Nettuno marino!... Quale strega di Frigia o di Tessaglia mai, tirando -il mio oroscopo, m'avrebbe detto: Mènecle, tu passerai per molte prove; -scamperai dai campi di battaglia e dalle tempeste; dalle spade dei -nemici, dalle calunnie dei sicofanti e dal morso degli oratori[180]; -dai mostri del mare, dalle miniere e dalla schiavitù... e quando -avrai il crine inargentato e il corpo stanco... farai piangere una -donna... di gelosia!...) (_seguita a guardarla di sottecchi_) (Com'è -bella!... Dopotutto, già... lo ha detto lei: appetto ai giovani della -giornata...) (_si dà un'occhiata alla persona, una guardatina in uno -specchio, lisciandosi con compiacenza la barba_) (noi possiamo passare -per belli avanzi...) (_si appressa ad Aglae e le parla amorevole, -insinuante_) Eppure, Aglae, se tu leggessi qui dentro, vedresti... - -AGL. No... no... non voglio veder nulla... - -MÈN. (Ma fa sul serio!) (_guardandola affettuosissimo, le prende nelle -proprie una mano che essa non ritira_) Ma e dunque... sarebbe proprio -vero... che vorresti ancora un po' di bene al vecchio Mènecle? (_parla -esitando_) Oh se!... (_come via cacciasse un pensier lusinghiero_) no.. -no.. - -AGL. (_ritirando la mano e levando vivamente il capo_) Se... cosa? -Prosegui... confessa... - -MÈN. Ma che confessare!... Volevo dire che sono meno bugiardo, meno... -vizioso di quel che credi... (Stavolta dico la verità). Ma che vuoi, -la tua affezione, mi pare un sogno... di quei sogni cari e ingannevoli -della sera... Sai che essa sarebbe una troppo grande consolazione per -questo povero vecchio!... Che io non potrei augurarmi, in questo triste -tramonto, una più alta gioia sulla terra, del sapere, che quel giorno -che per me sarà l'ultimo... (_Mènecle qui parla lento, interrotto, -sinceramente commosso_) tu sarai là... al mio capezzale... a dirmi -l'ultimo addio: che dalle tue labbra, e non da prefiche bugiarde, -udrò la preghiera al conduttore dell'anime;[181] che le tue mani mi -comporranno nel domestico sepolcro e la mia povera ombra avrà qualcuno -sulla terra che si ricordi di lei!...[182] - -AGL. (_commossa dalla sincerità dell'accento di Mènecle, si abbandona -del capo e della persona sul petto di lui. Mènecle la sorregge -amorosamente delle braccia_) Oh, Mènecle! - -MÈN. (_pausa. Mènecle, sorreggendo Aglae, esclama tra 'l mesto e 'l -comico_) (Cose che capitano ai vecchi!... Qui ci vorrebbe Zeusi a -dipingere il quadro!...) E tu Aglae... a questo guerriero cadente... - -AGL. (_risollevando il capo_) Aglae non dimenticherà mai ciò che questo -guerriero cadente ha fatto per la sua famiglia, pel padre suo... - -MÈN. Ah! (_si distacca vivissimamente da Aglae, rabbuiandosi_) (L'avevo -detto che si sagrificava!... Ed io bestia... stavo per dimenticarlo... -Ah, per gli Dei, sarei indegno di aver fatto versare quelle lagrime! Il -dado è tratto!) - -AGL. Che hai?... - -MÈN. (_con accento di repentina risolutezza_) No, Aglae, la tua -gratitudine serbala ad altri. Tra me e tuo padre non ci fu che un -ricambio... e il debitore sono ancora io... Tu sei troppo buona e -virtuosa... e io... non ti merito... _Non ti merito._ Avevi ragione. -Sono indegno di te. (È fatta!). - -AGL. Che? Dunque confessi... - -MÈN. (_concitato_) Sì, sì... confesso... tutto quel che vuoi... - -AGL. Ci sei stato... - -MÈN. Ci sono stato... (Ora mi mangia...) - -AGL. E ci ritornerai... - -MÈN. Secondo i casi... - -AGL. E tu credi di far subire a me la sorte di Dejanira... la sorte -della moglie di Alcibiade... o di quella povera moglie del tuo amico -Lisia, con le cui amiche discuti gli affari... Ma io non sono Dejanira; -io non sono la moglie di Lisia, che vede, tace e sopporta; io non sono -la sposa di Alcibiade che torna indietro dall'arconte insiem con lui... - -MÈN. (L'ho detto! Stavolta ci viene!). - -AGL. (_incalzando_) ... io non son nata a tollerare affronti... e io... -intendi... (_fa una pausa_) io... - -MÈN. (È fatta!) (_vivissimamente, sospeso_) E tu... - -AGL. E io... farò come fai tu. - - (Sbalzo di sorpresa di Mènecle. Aglae è corsa verso l'uscio che - mette alle di lei stanze). - -MÈN. Eh?... (_correndole dietro per richiamarla_) Aglae! Aglae!... - -AGL. (_dall'uscio, ribattendo con forza sulle parole e sillabandole_) -Io farò come fai tu... e quello che fai tu! - - (Entra rapidamente nelle sue stanze e gli serra a chiave l'uscio in - faccia). - -MÈN. No... senti... - - (Aglae è già sparita. Mènecle resta lì trasecolato. Quadro). - - -SCENA VII. - -MÈNECLE _solo_. - - -MÈN. Oh santissimi Numi! (_passeggia, poi si ferma tentennando il -capo_) Destini umani! (_torna a passeggiare, di tratto in tratto -fermandosi_) Vi han mariti che si attaccano alle mogli come l'ostriche -allo scoglio e se le vedono guizzar via di mano come anguille di -Copàide. Provatevi invece a liberarle... ed ecco in che maniera vi -rispondono!... _Farò come fai tu!... e quello che fai tu!_... Peuh! se -facesse proprio come me... non sarebbe gran male. (_riflettendo torna -a passeggiare_) Ma pare che colei l'abbia intesa diverso... Pensa di -me certe cose!.. Chi diamine gliele ha messe in testa!.. _Quello che -fai tu!_ Adagio! e se a me, fin che son suo marito, non convenisse -un bel niente che ella faccia... quel ch'ella crede faccia io?... Se -non garbasse a Mènecle di diventar la favola d'Atene? Eppure già, se -le resto insieme... Non si manda a ritroso nè l'acqua dei fiumi[183], -nè l'istinto di donna di vent'anni!... (_torna a passeggiare, poi si -ferma_) Però, quel dirmelo sulla faccia... Generalmente, le donne, -quando lo fanno, hanno la delicatezza di non dirlo... E tutte le smanie -son venute adesso... perchè sì, fino a ieri, non glien'era importato -mai... E tutta quella foga d'accusarmi!... non potrebbe esser maggiore -se fosse una giustificazione ch'ella cercasse alla coscienza!... -E allora... la filosofia di prima... la sfuriata d'oggi... (_di -improvviso riscotendosi_) Ma qui, per Minerva, c'è sotto qualcosa! - - -SCENA VIII. - -MÈNECLE _ed_ ELÈO. - - -EL. (_entra affrettato_) Buon dì, Mènecle!... Arrivo tardi? - -MÈN. (_lo saluta distratto_) Oh no... anzi... - -EL. Ho fatto tutto. Sono stato da Pelopida, da Lisia e da Iseo... Iseo -e Lisia parleranno all'assemblea per appoggiarti, i fuorusciti di Tebe -confidano in te. Pur troppo la intimazione di Sparta, di espellere -i fuorusciti, incontra favore tra gli amici della pace... La lotta -nell'assemblea sarà viva...[184]. - -MÈN. (_distratto, seguita a borbottare fra sè_) (Farò come fai tu...). - -EL. ... e per battere gli avversarî non ci vorrà meno dell'autorità -della tua parola. Per Giove! da Teseo in poi i diritti della ospitalità -furon sempre sacri ad Atene; e questo ingrandirsi minaccioso di Sparta -alle nostre porte, e la sventura stessa de' fuorusciti reclama che -Atene dia lor soccorso... n'è vero? - -MÈN. (_distratto, soprapensiero_) E dunque bisogna darlo. - -EL. Pure son tanti che ti parlano dello stato misero della flotta, -delle perdite recenti, dell'imprudenza del tirarci addosso una guerra, -se diamo ai profughi aiuto... ti pare?... - -MÈN. (_distratto sempre e assorto ne' suoi pensieri_) Allora non -bisogna darlo. - -EL. (_risentito e sorpreso_) Mènecle! - -MÈN. (_riscotendosi all'apostrofe di Elèo_) Cioè... volevo dire... -perdona... non avevo sentito bene. (_borbotta fra i denti_) «Farò come -fai tu...» Dunque dicevi... - -EL. Dicevo che il soccorrere i fuorusciti, che vennero a noi col -ramoscello de' supplici e si sedettero presso le nostre are[185], mi -pare un dover sacro... - -MÈN. (_riscotendosi_) Sicuro, mio bravo Elèo!... (_gli stringe forte la -mano_) Per il trofeo di Maratona![186] sicuro ch'è dover sacrosanto... - -EL. Grazie! La tua parola nell'assemblea deciderà. Oh sì, dopo il voto -dell'integro, del virtuoso Mènecle, vedrai che la maggioranza verrà -dietro... e tutta Atene farà quel che fai tu... - -MÈN. Eh? (_con movimento vivissimo, fra comico e irritato_) (Non -bastava lei! anche quest'altro!... Anche tutta Atene vuol fare quel che -faccio io! È un contagio!) Ma dunque... - -EL. Dunque l'ora scorre e gli amici tebani m'aspettano. Corro a portar -loro le parole tue. - -MÈN. E non passi a salutare Aglae?... - -EL. (_si fa in volto serio e scuro_) No... sono atteso... è tardi... - -MÈN. È tanto di cattivo umore stamattina, che... - -EL. Ragione di più per lasciarla tranquilla. Falle tu i miei saluti. -(_tra serio e mesto_) Passando per la tua bocca, le giungeran meno -discari... - -MÈN. (Bravo! Se tu sapessi!...) Basta: come vuoi. Siamo intesi. -Salutami Pelopida. - -EL. Addio (_esce_). - - -SCENA IX. - -MÈNECLE _solo_. - - -MÈN. (_seguendo dell'occhio Elèo che allontanasi_) Bravo giovine!... -valoroso e leale! Contrasti bizzarri! Costui nell'età degli svaghi -pensa alle cose serie: e Mènecle nell'età... dei raffreddori, trascura -gli affari serî, per... per... (_non finisce la frase, tornando al -corso insistente dei suoi pensieri_) Ma colei m'ha messo una pulce qui -nell'orecchio... Per Ercole! ne va del mio onore!... Ah, se arrivo a -cogliere quel tale... oh, quello, parola di Mènecle, non mangia più -aglio nè fave nere...[187]. - - -SCENA X. - -MÈNECLE, MÌRTALA _e_ BLÈPO. - - -BL. Padrone. C'è qui Mìrtala, la moglie di Cròbilo Colonèo. - -MÈN. Uh, quella seccatura! Anche oggi! Di me o di Aglae cerca?... - -BLÈPO. Non so. - -MÈN. Bravo asino!... - -BL. (_dalla soglia, impassibile_) Padrone!... - -MÈN. Eh?... - -BL. Poco fa m'hai detto savio. - -MÈN. Ho sbagliato. Falla entrare. - -BL. (_nell'uscire per introdur Mìrtala, borbotta sentenziosamente fra -sè_) Essere l'uno... o essere l'altro!... - -MÈN. Cosa vuole questa vecchia chiacchierona! - -MÌRT. (_entra affannata, frettolosa_) Buon dì, Mènecle!... - -MÈN. (_andandole incontro_) Giove ti salvi! (_Mìrt. è imbarazzata: -getta attorno occhiate inquiete, sembra aver qualcosa sull'animo_) -Della mia Aglae cercavi? Neh, (_a Blèpo ch'è rimasto sulla soglia_) -Blèpo, conducila. (_a Mìrtala_) Ti vedrà tanto volentieri. È là nelle -sue stanze... - -MÌRT. Sola? - -MÈN. Soletta. - -MÌRT. E non l'hai ancora visto... stamattina...? - -MÈN. Chi?... - -MÌRT. Lui... mio marito... - -MÈN. Da ieri non l'ho visto... - -MÌRT. Credevo fosse qui... - -MÈN. T'aveva detto che veniva? - -MÌRT. No... ma... - - (Rimane colla parola sospesa: è visibilmente imbarazzata, - agitatissima). - -MÈN. Che c'è? - -MÌRT. Oh Mènecle! - - (Rompe in uno scoppio di pianto e gli casca abbandonata nelle - braccia). - -MÈN. (_trasecolato_) (Anche questa! Preferivo l'altra!... Però adesso -il quadro è... più intonato). - -BL. (_avanzandosi, serio, impassibile, a fianco di Mènecle che non -l'ha veduto, e che sostiene nelle braccia la vecchia piagnucolante_) -Padrone... consolala! - -MÈN. (_collerico, voltandosi, in vederlo_) Tu qui ancora?... - -BL. Vado, vado... (_avanti andarsene, gli ripete con accento comico di -preghiera_) Consolala! (_declamando_) «Soave è amor, ma troppo acerba -cosa!» lo dice Euripide nell'_Ippolito_[188]. - -MÈN. (_minaccioso, con la vecchia piangente sempre su le braccia_) Te -lo do io ora l'Euripide. - -BL. (_tranquillo, grave_) Vado, vado. - -MÌRT. (_singhiozzando_) Ah, Mènecle, quanto sono infelice!... - -MÈN. (Anche lei! Sono il consolatore universale!...) - -BL. (_dalla soglia, guardando i due, con far sentenzioso_) Ha ragione -Eschilo: - - Empie i letti di pianto amor di sposa - E fa che dolor aspro il cor le stringa, - Poichè il marito la moglie bramosa - Ahi, disertando, la lasciò solinga[189]. - -(_Mènecle voltandosi, lo vede lì ancora, gli getta un'occhiata -minacciosa. Blèpo dall'uscio, sempre tranquillo e grave_) Vado! vado! - - (Esce, seguitando a declamare, con aria drammatica «Ahi, - disertando, la lasciò solinga...»). - - -SCENA XI. - -MÈNECLE _e_ MÌRTALA. - - -MÈN. Via, Mìrtala, calmati... - -MÌRT. O Mènecle, io perderò la pazienza con colui... - -MÈN. Ed egli dice che tu metti alla prova la sua... - -MÌRT. (_levando il capo irritata_) Questo ha detto? Per Venere, la -pagherà!... - -MÈN. No, no, lascia star Venere! (Se ti sentisse!) Avrà commesso -qualche leggerezza, ma poi... (Via, si difende anche il lupo.)[190]. - -MÌRT. Leggerezza, dici? Se in due giorni non ha passato due ore nel -gineceo? - -MÈN. (_guardandola, fra sè_) (Veramente, basterebbero!) Via... - -MÌRT. Ma dove credi sarà andato?... - -MÈN. Mah!... al suo tribunale!... - -MÌRT. Ohibò! ci sono stata!... oggi è chiuso... - -MÈN. All'adunanza della _fratria_ per le iscrizioni delle -nascite...[191]. - -MÌRT. Ci sono stata!... Oggi adunanza non ce n'è.... - -MÈN. Alla banca di Pasione, là al Pireo... - -MÌRT. Ne vengo ora... - -MÈN. (_fra sè comicamente_) (Fa un giro di ispezione nella Grecia!) - -MÌRT. Pasione oggi celebra la festa dei Lari, e non tien banco. - -MÈN. E allora... _nessun può dir cosa ne fu di Edipo!_[192]. - -MÌRT. (_piagnucolosa_) Oh Mènecle! ho paura che Cròbilo mi tradisca... - -MÈN. Ma se è più casto di Melanione... e non può veder l'altre donne! - -MÌRT. Oh anche Timone odiava gli uomini, ma le donne di soppiatto le -cercava!...[193]. - -MÈN. (_di sottecchi squadrandola_) (Non tutte!) - -MÌRT. Ma qui proprio non è venuto...? - -MÈN. E dàlli!... Doveva venire?... - -MÌRT. No... ma... perchè... vedi... io parlo poco... - -MÈN. Sappiamo!... - -MÌRT. Ma sai... le donne, quando si fissano... (_Mìrtala parla -esitante; dopo una pausa prende Mènecle a parte e gli parla con far -misterioso_) Mènecle, Venere mi guardi del pensar male di nessuno. Tu -hai, grazie a Giove, una moglie virtuosa. Ma sai, anche a Penelope, -quando Ulisse non c'era, i Proci le andavan dietro. Tu non sei Ulisse, -ma tua moglie la trascuri... e hai torto...[194]. - -MÈN. (_si è fatto d'improvviso serio e scuro, attentissimo_) Va pure -avanti... - -MÌRT. E il pensarci, fin ch'è tempo, mi par meglio per te... per lei... -e per me... - -MÈN. (_di scatto_) Cròbilo?... - - -SCENA XII. - -_Detti e_ BLÈPO _sulla porta_. - - -BL. Cròbilo! - -MÌRT. Ah! - -MÈN. Furfante, mi fai l'eco? - -BL. No, padrone. - -MÈN. Lui qui?... - -BL. (_imitando l'eco_) Qui. - -MÌRT. (_smaniosa_) L'ho detto io! Oh il perfido! Non son Mìrtala se... - -MÈN. (_serio_) Calmati. E lascia fare a me. È meglio tu vada. - -BL. (_a parte, declamando sentenziosamente_) «Meglio è l'andar quando -il restar non giova!» - -MÌRT. Oh Mènecle, ma tu... - -MÈN. Fidati a me... Va, va presto... - -MÌRT. Oh, mi raccomando... il mio Cròbilo... - -MÈN. Sta sicura. Te lo renderò... Da questa parte... Addio. - - (Mìrtala esce dalla parte del gineceo, non dall'ingresso del - peristilio). - - -SCENA XIII. - -MÈNECLE, CRÒBILO. - - -MÈN. (_dopo accompagnata Mìrt. e messala fuori, risalendo la scena_). -Altro se te lo renderò, bella Elena, il tuo Paride... Lui!... Ma il -bel Paride stavolta discorrerà col re di Sparta... (_a Blèpo_) Fallo -entrare. - - (Blèpo esce ed entra Cròbilo dal peristilio). - -CRÒB. (_entra assai espansivo_) Oh Mènecle! salute!... - -MÈN. (_Mènecle lo riceve padroneggiandosi, con cortesia forzata, -velatamente ironica_) Buon dì, Cròbilo. - -CRÒB. Passavo di qua, venendo dai Portici, e ricordatomi che posdomani -c'è assemblea, ho detto: Oh, entriamo dal nostro Mènecle, che sa tutto, -a saper che c'è di nuovo... - -MÈN. (_lo scruta di soppiatto_) E a me, ora, il mio démone m'aveva -detto: Ecco Cròbilo che passa e che entra... - -CRÒB. Già, l'amico sente sempre l'odor della pesta dell'amico... - -MÈN. (_con intenzione ironica, scrutandolo_) E un amico come te... - -CRÒB. Per tutti e dodici gli Dei! Voglio credere!... - -MÈN. (_proseguendo, suggestivo, velatamente ironico_) ... val più d'un -tesoro. Grazie[195]. - -CRÒB. E non faccio per dire, sai, ma quando per via mi sento alle -spalle: To' quello che passa è Cròbilo Colonèo, l'amico di Mènecle... -dell'inclito Mènecle... mi pare di essere più alto un cubito. Cròbilo, -l'amico di quel Mènecle che operò tanti prodigi in campo, che fece -passar tante leggi nell'assemblea, che governò le isole... per Ercole, -sai che tutto ciò empie la bocca!... E dà una certa autorità... certi -vantaggi... - -MÈN. (_con intenzione, ironica_) Ah già! molti!... - -CRÒB. Vedi, iersera ho fin questionato per te. Tu sai che io ho molte -idee mie, ma infine, con le tue van d'accordo. È così bello aver sempre -coi grandi uomini qualche cosa in comune... - -MÈN. Già, già. (Bello e... comodo). - -CRÒB. Bene, si discorreva degli affari di Tebe e de' profughi. -Quell'asino di Eucare pretendeva che Atene faria bene a levarseli -da' piedi: e dalla sua eran parecchi. Io gli rispondo come va, e gli -espongo... così in breve... giusto le stesse riflessioni che tu mi -facevi l'altra sera... il pericolo di una guarnigione spartana qui a -due passi, nella Cadmea, l'urgenza di ristabilir in Grecia l'equilibrio -compromesso dalla pace di Antalcida, e far di Tebe un antemurale per -chiudere a Sparta gli sbocchi del settentrione... eccetera, eccetera... -insomma tutti quanti gli astanti si arresero alle riflessioni nostre... - -MÈN. (_correggendo_) Alle mie... - -CRÒB. Sì, le mie, le nostre!... Ma Eucare, quell'asino, duro: e io -«_Ti prego a credere che quando io e il mio amico Mènecle esponiamo un -parere, ci abbiamo prima studiato sopra_...» Ohibò! come soffiar in una -rete[196]. Allora mi scappa la pazienza: Senti, gli dico, ci vuole un -bel coraggio ad ostinarsi, quando io e il mio amico Mènecle dichiariamo -che è così e così: e per aver questo coraggio, bisogna prima aver -guadagnate due corone come noi... - -MÈN. (_correggendolo_) Come me... - -CRÒB. Sì... come te... come noi... - -MÈN. (_ironico_) Ah!... - -CRÒB. Aver fatto tante leggi come noi... - -MÈN. (_correggendo ancora_) ... Come me... - -CRÒB. (_senza più badargli_) ... presieduto giudizii come noi, -governate le isole come noi... (_Mènecle accompagna i noi, con gesti -del capo, di adesione ironica_) Ma se ti dicevo che quel poter parlare -dei grandi uomini come di noi stessi, aver con essi tutto in comune... - -MÈN. Sicuro... sicuro... (Ora capisco...) - -CRÒB. (_terminando la frase_) ... è una gran bella cosa!... - -MÈN. Fino a un certo punto. - -CRÒB. (_a mo' di conclusione del suo dire, abbraccia forte Mènecle_) -Qua un abbraccio. - -MÈN. (_liberandosi_) Più adagio. Le costole non sono in comune. Del -resto, dici bene, dal momento che l'amicizia è il mettere in comune -tutte le cose...[197] (_parla velatamente ironico_) come dice il -proverbio, comune la nave, comune il pericolo...[198]. - -CRÒB. Precisamente. - -MÈN. (_a parte_) (E perciò imbarca sulla nave anche le mogli). - -CRÒB. Oh, e Aglae come sta? la nostra cara Aglae... - -MÈN. (_a parte_) (L'ho detto!) La _mia_ cara Aglae sta bene... (Bisogna -insegnargli il singolare degli aggettivi possessivi!) Sicchè anche -tu sei del parere delle _Aringatrici_ di Aristofane! Sai, quella -scena dove Prassàgora inaugura il governo delle donne e fa il suo -discorso-programma: «Prima di tutto noi donne metteremo in comune -la terra, il danaro e ciò che ciascuno ha; tutti possiederanno pani, -pesci, focaccie, tonache, vino, corone e lenticchie...» - -CRÒB. (_facendo vivi segni di adesione e proseguendo la citazione -a memoria_) «se alcuno vede una fanciulla, e gli va a genio, può -pigliarsela dalla Comune, senza spesa... - -MÈN. (_proseguendo_) «le donne faran figli per chi ne vuole...»[199]. - -CRÒB. (_con ripetuti e vivi segni di adesione_) Benissimo! -Benissimo!... Oh per me, al sistema di Prassàgora ci sto subito... -(_maliziosamente a Mènecle_) Queste son massime da mettere nell'arche -insiem coi pomi!...[200]. E senti: se noi governassimo ancora le -isole... - -MÈN. (_suggestivo_) Tu cederesti la tua Mìrtala a chi la vuole... - -CRÒB. (_approvando sempre con calore_) Benissimo! - -MÈN. (_c. s._) Io cedo a chi la vuole la mia Aglae... - -CRÒB. Benissimo!... Per la compagnia che le fai... - -MÈN. (_frenandosi, e proseguendo l'ironia suggestiva_) Per Mìrtala mi -presento io... - -CRÒB. Benissimo! E io faccio come fai tu. - - (Gesto vivissimo di collera in Mènecle). - -MÈN. (Anche lui!) (_piantandosi in faccia a Cròbilo, — e fattosi -d'improvviso scuro in volto e minaccioso_) Ma... e se io... non -dividessi le teorie di Prassàgora? E se a noi che abbiamo governato le -isole, non piacessero queste teorie di governo? - -CRÒB. (_lo guarda tra attonito e spaventato_) Eh? (Che diamine gli è -saltato in mente?...) - -MÈN. (_rifacendosi calmo d'un tratto_) Vieni qua. - - (Lo conduce a uno scrittoio, tira fuori alcune carte, e le scorre - leggendole, con accento pacato e bonario, mentre Cròbilo lo guarda - trasecolato, senza comprendere). - -CRÒB. Che cosa sono? - -MÈN. (_ritornato calmissimo_) Sono carte firmate da me. Alcuni ricordi -del _nostro_ governo dell'isole, quand'ero in Lesbo e vi applicavo -le leggi di Atene. Guarda qui. (_piglia una carta e poi ne spiega, -discorrendo bonariamente, a Cròb. il contenuto_) Sentenza nella causa -di Lisicle. Un bel giovanotto — come te — certo Lisicle, che abitava -in Metinna, avea tresca con la moglie di Stefano. Stefano il marito -lo seppe e un bel giorno, sul fatto te li colse, là presso la marina, -in un bel luogo verde, ombroso, sacro alle ninfe e agli amori: il -quadretto era poetico molto, ma a Stefano pare piacesse poco: perchè -ricorse a te... cioè a me... cioè a noi. E _noi_ abbiamo condannato -Lisicle in via di clemenza alla pena esemplare del rafano[201]. -(_sbalzo di spavento di Cròbilo: Mènecle finge non accorgersene, e -prosegue tranquillissimo_) Stette a letto soltanto cinque mesi... - -CRÒB. (_spaventato_) Ohimè!... - -MÈN. Il medico Dionda, anima pia, lo curò: ed io ho curato il medico -con una multa di mille dramme[202]. (_Mènecle passa tranquillamente a -un'altra carta fingendo non accorgersi delle esclamazioni di spavento -di Cròbilo_) Altra come sopra. Sentenza per la morte di Eutemòne. Certo -vecchio, Nicarco, trascurava la moglie, e il leggiadro Eutemòne se ne -approfittava. La notte il marito dormiva al pian di sopra, la moglie -al pian terreno, col pretesto di far la pappa al bimbo: quando, una -notte, a cucinar la pappa del bimbo, il marito sorprese Eutemòne: e, -senza complimenti, te lo ammazzò. Fu processato per omicidio[203] — ed -ecco la sentenza di assoluzione, con parole di lode, da me firmata, a -incoraggiamento e sprone dei mariti futuri... - -CRÒB. (_spaventato giungendo le mani_) O santo Giove, rettor delle -stelle!... e _tu_ hai fatto... - -MÈN. (_correggendolo, ironico_)... non io... _noi, noi_. - -CRÒB. Che maniera di governare! - -MÈN. Questo abbiam fatto noi (_accenna sè e Cròbilo, beffardamente -appoggiando sul_ noi) quando governavamo le isole... (_battendogli -sulla spalla — e con accento minaccioso, vibratissimo_) Tieni il -ricordo in serbo... E metti anche questo nell'arca, insiem coi pomi! - - - CALA LA TELA. - - -NOTE - -[153] Vedi, sul gnomone, note all'_Alcibiade_, atto II. - -[154] ‘Ἠκω γὰρ ἐς γῆν τήνδε καὶ κατέρχομαι. — Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. -1128. - -[155] Cfr. PLATONE, dial. _Parmenide, Eutidemo, Sofista_. — Già -abbiamo visto i sofisti in Atene fatti segno alla satira della commedia -antica, nelle _Nubi_ di ARISTOFANE, che ebbe il torto di confondere -tra i sofisti Socrate, il loro grande derisore. Era però una satira -e una celia che volgeva al serio, perchè in fondo era una reazione -dello spirito conservatore contro le nuove idee filosofiche, e mirava -alla sostanza di queste, attaccandole come novatrici, pericolose -e sovvertitrici della religione e de' costumi; onde lasciava tale -solco dietro di sè, che a distanza di anni potea tradursi nella -accusa di Melito. Al tempo della commedia di mezzo, specialmente -rappresentata dal comico Antifane, (e che comincia a fiorire giusto -intorno all'epoca dei personaggi della mia _Sposa_) sofisti e filosofi -hanno nella vita e nella società ateniese un posto e un'importanza -anche maggiori; e la satira contro di essi sul teatro continua — e i -sofisti nella commedia ne fan larghe spese — è però divenuta una celia -innocua che si prende spasso delle loro arie d'importanza, delle lor -sottigliezze e distinzioni cavillose, come di un tema qualunque di -scherzo: e pur non senza riflettere la segreta lenta influenza che le -nuove dottrine filosofiche dagli orti di Academo vanno irradiando sui -costumi. Di queste satire sui sofisti hai esempio in un frammento del -_Pitagorico_ di ARISTOFANE (fr. 3. MEIN., _Frag. com. græc._, III, -362) e in un altro frammento di ANTIFANE, in un dialogo tra padre e -figlio — quegli non dotto e questi discorrente nel gergo sofistico -— dialogo che ricorda le scene comiche delle _Nubi_ tra Strepsìade e -Filippide tornato dalla scuola di Socrate; e col quale hanno riscontro -le goffaggini sofistiche di Blèpo in questa scena (cfr. ANTIFANE, -Κλεοφάνης; MEIN., _Fr. com. gr._, III, 64). Più acre giudizio de' -sofisti al tempo della mia commedia, e cioè non dei veri filosofi ma -dei rètori spacciatori di vuote e presuntuose ciancie filosofiche, hai -nell'arringa contro i medesimi, del contemporaneo oratore Isocrate. — -Vedi poi, circa i sofisti in Atene, anche le mie note all'_Alcibiade_, -att. II, n. 35, 36, 37. - -[156] EURIP., _Alceste_, v. 528. - -[157] «Che pazzie le son queste? E cosa mi conti, che l'uom savio -deva bazzicar nel Liceo co' sofisti, gente magra, che digiuna, vive di -fichi?» ANTIFANE, _Cleofane_. - -[158] Vedi le orazioni di ISOCRATE, _Contro i sofisti_ e l'_Elogio di -Elena_. - -[159] SOFOCLE, _Eraclidi_. — LUCIANO, _Dial. dei morti_, 5. - -[160] Qui e più sopra si accennano alcuni simboli e riti delle -cerimonie nuziali fra' Greci, e in particolare nell'Attica. Tali le -corone di lauro e d'edera conteste, appese alla porta della casa -nuziale, grazioso emblema dell'union coniugale, e della debolezza -femminile chiedente protezione alle virili virtù del marito, -simboleggiate nella fronda sacra al genio e al valore. Tali, nel -sagrificio a Giunone (‘Ἠρητέλεια) e agli altri Dei nuziali (sagrificio -che precedeva le nozze) il fausto apparir di due tortore o due -cornacchie all'altare; promettenti quest'ultime, come simbolo di -longevità e fedeltà, il prolungarsi dell'amore tra gli sposi fino -agli anni tardissimi. Tali ancora i cestelli di fichi e d'altre frutta -che venivano imposti un momento sul capo degli sposi, al toccar della -soglia maritale, in augurio di letizia e di prosperità: e altro augurio -di più intime gioie, le gioie della fecondità, era la focaccia di -sesamo spartita ai convitati, nella cena nuziale che in casa dello -sposo coronava fra canti e danze e suoni e fiaccole la festa. - -[161] Παίδων σπόρῳ τῶν γνησίων δίδωμὶ σοι τὴν ἐμαυτοῦ θυγατέρα — -Cfr. il passo di DEMOST., _C. Neera_, 1386, citato nella nota 48 al -_Prologo_: e ALCIFRONE, nelle _Lettere_: «Mio padre e mia madre teco, -ereditiera qual sono, in matrimonio mi strinsero, _per la seminagione -di figli legittimi_. ἐπὶ παίδων ἀρότῳ γνησίων — lib. I, 6. - -[162] Vedi nel _Prologo_ della commedia, pag. 26, il testo della legge, -ch'è menzionata da DEMOSTENE, nell'orazione seconda _Contro Stefano_, -1134. Il diritto ch'essa dava ai fratelli — venendo a mancare il padre -— di disporre della sorella e darla in moglie a chi volessero, non era -esaurito neppur da un primo matrimonio. ISEO, _Eredità di Mènecle_, § -5, 9 — cfr. DEM., _C. Onet._, I, 865-6. _C. Eubulide_, pag. 1131. - -[163] «_Il vecchio torna fanciullo un'altra volta_». PLATONE, _Leggi_, -I, 646, a. - -[164] Cfr. il passo già citato dell'orazione di ISEO, _Ered. di -Mènecle_, § 7. - -[165] «Ammiro, o Fània, la legge di quei di Ceo, la quale vuole, che -quando non si può più viver bene, non si continui a viver male». -MENANDRO, _Framm. inc._ Dove il comico ateniese allude alla legge -che, al dir di STRABONE, nell'isola di Ceo, prescriveva di dar a -bere la cicuta ai vecchi che avevano oltrepassato i sessanta, perchè -lasciassero agli altri il posto di cui essi non potevano più godere. -STRABONE, X, 486. - -[166] ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εἶ ναι. ISEO, _Ered. di Mènecle_, § -7. - -[167] Poteva la moglie, promovendo l'_azione per maltrattamento_ -(κακώσεως δίκη) innanzi l'arconte, chiedere essa il divorzio dal -marito; come vedi nella legge addotta da Eudemonippo nel _Prologo_, -pag. 27. E s'intende che in questo caso (il solo in cui pel divorzio -occorreva l'intervento dell'arconte che lo pronunziasse), esso lasciava -immune la riputazione e l'onor della donna. Si comprendevano poi sotto -quel titolo di _maltrattamento_ (κακώσεως) in genere le accuse di -infedeltà o trascuranza. Come vedi nello scoliaste di ARISTOFANE, al v. -399 dei _Cavalieri_: «Cratino si suppone maritato alla Commedia: questa -vuol divorziare di lui e promovergli un'_azione per maltrattamento_ -(κ. δ.). Gli amici di Cratino la supplicano di non agir alla leggiera e -le domandano la cagione della sua collera; essa si lamenta amaramente -di Cratino _perchè la trascurava_ e si dava all'ubbriachezza». — -E PLUTARCO nella _Vita d'Alcibiade_: «Ipparete essendo virtuosa e -amante del marito, contristata in vedere ch'egli usava con cittadine e -forestiere, partitasi da casa, andò dal fratello: di che non curandosi -Alcibiade, anzi seguendo il suo costume, bisognò si deponesse la -scrittura del divorzio presso l'arconte, non da altri ma da lei stessa. -Presentatasi pertanto ella stessa, secondo la legge, sopravvenne -Alcibiade, e presala la menò a casa, senza che alcuno osasse di -opporsi». _Alc._, 8. Cfr. ALCIFRONE, _Lett._, I, 6. - -[168] «_Vicina è la moglie_. Quando l'orsa è presente, non s'hanno a -cercar le pedate». ARISTEN., _Lett._, II, 12. - -[169] Per distruggere i lupi che infestavano l'Attica, Solone stabilì -un premio: «a chi portasse un lupo, diede cinque dramme, a chi -una lupa, una dramma». PLUT., _Solone_. — Cfr. Scol. in ARISTOF., -_Uccelli_. - -[170] Dopo il primo banchetto nuziale in casa della sposa, questa -veniva la sera condotta alla casa maritale in corteggio di gala tra -canti d'imeneo e suon di flauti, seduta in cocchio tra un parente suo -e un _paraninfo_ o padrino dello sposo, ch'era di solito qualche intimo -amico o parente dello stesso. Vedi la caratteristica descrizione di un -corteggio nuziale, in un frammento di arringa di Iperide, in difesa -di Licofrone, framm. 155, § 2-4. La sorella di Diossippo, il celebre -atleta, viene data dal fratello in moglie a Carippo; e lungo il corteo, -Licofrone, segreto amante, a quel che pare, della sposa, trova modo -di appressarlesi e raccomandarle _di non aver rapporti col marito e -di non lasciarsi da lui toccare_. Ma di ciò accusato, Licofrone nega, -per bocca di Iperide, il fatto, cercando dimostrarne l'impossibilità: -«E qual uomo saravvi in questa città così scempio da prestar fede a un -simile racconto? Giacchè era necessario, o giudici, che prima venissero -il mulattiere e il conduttor del corteggio innanzi al carro conducente -la sposa: poi dietro il carro seguissero i fanciulli che la scortavano -e Diossippo (fratello di lei): poichè anche costui (il fratello) la -accompagnava, per averla egli collocata in matrimonio... E io sarei -giunto a tale grado di pazzia, che in mezzo a tanti uomini che la -scortavano, e fra questi Diossippo e il suo compagno negli esercizi -di lotta Eufreo, uomini fortissimi, avrei osato far di tali discorsi -a donna di lignaggio, e farmi udire da tutti, senza tema di perir lì -subito strangolato?» - -[171] «Il marito che tien sua moglie sotto catenaccio si crede esser -prudente ed è matto: perchè se una di noi ha posto il suo cuore fuor -della casa coniugale, essa s'invola più ratta di freccia e di uccello: -e ingannerebbe i cento occhi di Argo». MENANDRO, _Framm. inc._ - -[172] L'appellativo di _libera_, ἐλευθέρα, corrispondente in questo -caso al latino _ingenua_, designava in genere, quasi titolo nobiliare, -la cittadina ateniese avente stato di famiglia, la donna onesta di -libera nascita, e come tale circondata di rispetto, e sola ammessa -alle sacre Tesmoforìe; per opposto alle cortigiane (ἑταίραι) e alle -_forestiere_ (ξέναι) che gli Ateniesi, scapoli e maritati, liberamente -e pubblicamente corteggiavano, ma alle quali era proibito, sotto -severissime pene, con cittadini ateniesi il matrimonio; ed erano -interdette le feste delle _Due Dee_. — Vedi, p. e., nel passo sopra -citato di Iperide: «Che folle temerità sarebbe stata la mia di -non vergognarmi di rivolgere di tali discorsi a donna libera?» οὐκ -ῂσχυνὀμῃν τοιούτους λόγους λέγων περὶ γυναικος ἐλεμθέρας; _Framm._, -155, 4. Cfr. per l'antitesi quel passo di Menandro: «È difficile, -o Panfila, a donna di famiglia (ἐλεμθέρᾳ γυναικὶ) lottar con una -meretrice (πόρνῃ)». MEN., _Framm. inc._, 36. — All'ἐλεμθέρα, passata -a nozze, corrisponde anche l'omerico e il tirtaico κουριδίη ἄλοχος -indicante la moglie legittima, nata libera da liberi genitori, per -contrapposto alle nate di condizione servile (παλλακαὶ). — Cfr. anche -le note all'_Alcibiade_. - -[173] In questo ritratto della effeminata gioventù ateniese, -troppo degenere dagli avi nei tempi che non per niente volgevano -rapidamente alla decadenza della libertà e della Repubblica, piacque -a parecchi ravvisare allusioni contemporanee. Naturalmente io non -sono padrone delle interpretazioni altrui: e se v'ha chi crede si -possano applicar le mie parole, si serva. Vuol dire che Clistene, -lo svenevole bellimbusto satireggiato da ARISTOFANE, in tutti i -tempi ha fatto scuola: e se v'hanno giovani in Italia a cui paia di -ravvisare nel ritratto sè medesimi, me ne rincresce e auguro alla -mia patria gioventù migliore. Ma che le parole di Aglae siano a ogni -modo un ritratto esattissimo di certa gioventù d'Atene de' tempi -suoi, su questo non cade dubbio; e rimando chi voglia accertarsene ad -ARISTOFANE, specialmente alle _Nubi_, v. 961 eseguenti; a ISOCRATE, -nell'_Areopagitica_, e a TEOFRASTO, _Caratteri_. — Cfr. DIONE CRISOST., -_Regno_, pag. 167. - -[174] πολλ’ ἠπίστατο ἔργα, κακῶς δ’ἠπίστατυ πάντα (PLATONE, I, -_Alcib._) _sapeva molte cose, ma le sapeva tutte male_ — così l'omerico -proverbio girava per Grecia intorno a _Margìte_, protagonista di un -poema antichissimo (forse il più antico esempio di poesia comica), -non pervenuto a noi, e che ARISTOTILE attribuisce ad OMERO. Era il -tipo comico di un solennissimo sciocco che presume di saperla lunga; e -commette, credendo dar prova di finissimi accorgimenti, stolidaggini -d'ogni genere; era forse o senza forse il lontanissimo arcavolo -di Bertoldino. — E il nome usavasi, tra' Greci, per antonomasia, a -sinonimo d'imbecillità. «Una tal cosa (una così enorme stoltezza) non -l'avrebbero commessa neppure Ercole impazzito, e neppure Margite il -più stolido di tutti gli uomini». IPERIDE, _Framm._, 155, 5. «Credi -di parlar con un Margite, per darmela a bere così grossa?» LUCIANO, -_Ermotimo_. - -[175] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 986. - -[176] Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. 718-726. - -[177] Vedi la orazione contro Neera, che, sia essa o non sia di -DEMOSTENE, rimarrà sempre uno dei quadri più interessanti e istruttivi -della vita privata ateniese nel secolo quarto av. l'E. V. «Prima -voglio narrarvi come Neera fosse in balìa di Nicarete (_una padrona -di postribolo_) e come facesse traffico del corpo suo per chi volesse -averne diletto. Or convien sapere che Lisia il sofista era amante di -Metanira (_altra delle ragazze alunne dello stabilimento d'_educazione -_di Nicarete_) e volle, oltre i dispendî che faceva per lei, iniziarla -nei misteri: pensando che tutte le altre spese andavano a guadagno -della padrona, ma i danari della festa avrebbero profittato alla -ragazza. A questo effetto pregò Nicarete di condurre seco alla festa -dei misteri Metanira, per esservi iniziata. E queste vennero: ma -Lisia non le introdusse nella propria casa, per vergogna della moglie -che aveva (_meno male! che marito prudente!_), e ch'era figliuola di -Brachillo e nipote sua, e della madre già vecchia che abitava con lui. -Condusse invece Metanira e Nicarete nella casa di Filostrato Colonete, -giovine scapolo e amico suo. E venne in compagnia di esse questa Neera -che già aveva messo la sua persona a guadagno». (DEMOST., _C. Neera_, -1351-1352). O non sembra una pagina di costumi odierni, dello Zola? - -[178] Πῖθ’ ἑλλέβορον, _bevi elleboro_, ARISTOF., _Vespe_, v. 1489. -Molto usavano gli antichi l'elleboro per medicina de' matti e de' -farneticanti: indi il modo proverbiale tra loro: «Tu sei matto, o -Tantalo, e par che davvero hai bisogno di bere una buona dose di -elleboro». LUCIANO, _Dial. dei morti_, 17. Cfr. ibid., 13. «Perchè -con l'elleboro non ti cavi la pazzia?» DEMOST., _Corona_. «Di elleboro -hai d'uopo, e non di quel vulgare, ma proprio di quello della focense -Anticira, tanto sei fuor di te stessa». ALCIFR., _Lett._, III, 2. -Anticira nella Focide era nota per la gran copia di elleboro. _Tribus -Antyciris caput insanabile_, ORAT., _ad Pison._ - -[179] Scriveansi su le colonne i nomi dei cittadini illustratisi -per alte gesta o eccezionali benemerenze, in pace o in guerra; come -si legge essersi fatto per Conone «al quale solo fu scolpita nella -colonna questa iscrizione: _Dopo che Conone ebbe liberato i collegati -dagli Ateniesi._» DEMOST., _Contro Leptine_. Ma nella stessa orazione -è accennata una iscrizione ricordante i beneficî resi alla città da -Leucone, governator del Bosforo, per aver soccorsa Atene di granaglie -nella carestia, e favoriti i mercanti ateniesi: «e affinchè durasse la -memoria in esempio scolpiste le iscrizioni su le colonne nel Pireo e -nel Tempio». E ancora iscrivevansi sulla colonna i nomi dei cittadini -che per chiari servigi resi alla città con l'armi o col consiglio -ottenevano, fra altre ricompense, anche la esenzione dai pubblici -incarichi (liturgìe) — come da un decreto di Alcibiade nella stessa -orazione ricordato. (Delle ricompense ai benemeriti, semplicissime e -rare nei migliori tempi della repubblica, moltiplicatesi e divenute -costose col decadere delle antiche virtù, ho parlato già altrove, nella -monografia _Alcibiade e il secolo di Pericle_). - -[180] «Giusto mi pare l'antico proverbio: _Se vedi un sasso guarda -ben sotto che forse non vi sia un oratore che ti morda_». ARISTOF., -_Tesmof._, v. 529. Il proverbio veramente non diceva _un oratore_, ma -_uno scorpione_: la sostituzione satirica di ARISTOFANE caratterizza -la manìa delle pubbliche e private accuse, che invadeva lo Pnice e i -tribunali. - -[181] πομπαῖος, _guidatore dell'anime dei morti_ (EURIP., _Ajace_, v. -832); altro dei molti appellativi di Mercurio, detto, come tale, anche -_sotterraneo_, κθονιος, AR., _Rane_, 1126, 1145. - -[182] ἐσκόπει ο Μενεκλῆς ὃπως... ἔσοιτο αὐτῷ ὃστις ξῶντά τε -γηροτροφήσοι καὶ τελευτήσαντα δάψοι αὐτὸν καὶ εἰς τὸν ἔπειτα χρόνον τὰ -νομιξόμενα αὐτῷ ποιήσοι... — ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 10. - -[183] «Io m'aspetto che i fiumi vadano all'insù, mentre tu alla tua -età e con una caterva di figli ti se'invaghito di una suonatrice...» -ALCIFR., _Lett._, III, 33. «Tornano all'insù de' sacri fiumi le -sorgenti». EURIP., _Medea_, 410. - -[184] La ospitalità data da Atene a Pelopida e agli altri profughi -tebani ivi postisi in salvo allorchè Tebe venne in mano ai Lacedemoni -(v. atto I, nota 15), doveva naturalmente riuscire — anche per la -vicinanza di Atene a Tebe — più che sospetta e molesta agli oligarchi -tebani ed a Sparta. «Inteso avendo Leontide (un degli oligarchi) che -gli esiliati se ne stavano in Atene, cari alla moltitudine e onorati da -tutti gli uomini onesti e dabbene, tese loro insidie nascostamente... I -Lacedemoni scrissero pur lettere agli Ateniesi, ingiungendo ad essi di -non accogliere nè incitar più oltre quegli esuli, ma scacciarli dalla -città, come dichiarati per nemici comuni dagli alleati. Gli Ateniesi, e -per indole umana e per antichi obblighi di gratitudine, punto a' Tebani -ingiuriosi non furono. Peraltro, Pelopida, incitava i profughi e dicea -loro come bella nè pia cosa non era che trascurassero la patria in -servitù, e paghi solo dell'esser salvi, pendessero dalle determinazioni -degli Ateniesi (di scacciarli sì o no), sempre alla mercè di que' -parlatori facondi che atti erano a persuadere il popolo...» PLUTARCO, -in _Pelopida_. - -[185] Cfr. TUCIDIDE, I, 26; ESCHILO, _Supplici_; EURIPIDE, _Supplici, -Eraclidi_, ecc. - -[186] Cfr. ARISTOF., _Lisistrata_, v. 285; DEMOST., _Corona_, 297. - -[187] Νῦν προς ἔμ’ ἴτω τις, ἵνα μή ποτε φάγη σκόροδα, μηδὲ κυάμους -μέλανας ARISTOF., _Lisistr._, 690. - -[188] «_Fedra_. Che cos'è questa cosa che dicono degli uomini, _amare?_ -— _Nutrice_. La più soave, o figlia, e la più acerba cosa insieme». -EURIP., _Ippol._, v. 347-8. - -[189] ESCHILO, _Persiani_, v. 133-139, v. la versione del Bellotti, -qui, in bocca di Cròbilo, raccorciata. - -[190] «_È giusto difendere anche la causa del lupo_», proverbio. -PLATONE, _Fedro_. - -[191] Tutti gli anni, nelle feste Apaturie, uno o più giorni eran -consacrati alla iscrizione delle nascite avvenute nel corso dell'anno. -I figli nati di giuste nozze (da padre e madre cittadini) venivano -introdotti nella _fratria_ o curia del padre, e previo rito sacro, e -dato dal padre giuramento della legittimità della nascita, venivano -dal capo della fratria iscritti nel registro della stessa; la quale -iscrizione era il documento della legittimità ed equivaleva alle nostre -dichiarazioni di nascita all'ufficio di stato civile. (SCHÖMANN, _Ant. -Jur. Pub._, 193). — Cfr. DEMOST., _C. Eubulide_, 1313, 1315. ISEO, -per _Eufileto_, § 3. Questa iscrizione usavasi anche a legittimare gli -adottati. (DEMOST., _C. Macartato_): e non è da confondere con l'altra -iscrizione, sui registri lessiarchici, dei giovani ateniesi pervenuti -all'età di 18 anni: che conferiva l'esercizio dei diritti civili e di -una parte dei politici. - -[192] SOFOCLE, _Edipo a Colono_, v. 1655-6. - -[193] Nella _Lisistrata_ di ARISTOFANE un coro di vecchi, per fare -istizzire le donne, racconta: «C'era una volta un giovine di nome -Melanione, il quale, fuggendo le nozze, andò nel deserto e sui monti: -ivi dava la caccia alle lepri, tendeva le reti e aveva un cane: e per -odio contro le donne non fece più ritorno alla sua casa. E noi non -siamo men casti di Melanione». LIS., 785 seg. E al coro dei vecchi, -nella stessa scena, il coro delle donne, di ripicco, risponde: «C'era -una volta un certo Timone, uomo implacabile, avvolto la faccia in -ispide spine, progenie delle Furie. Questo Timone se ne fuggì per odio, -imprecando molte cose alli uomini malvagi. Così egli odiava voi uomini -sempre malvagi... _ma delle donne era amantissimo_». _Lis._, v. 808 -seg. - -[194] Superfluo qui osservare, intanto che me ne ricordo, una volta per -tutte, con l'autore dell'_Anacarsi_ (v. 28) che la vita ritirata delle -donne ateniesi nel gineceo non deve poi intendersi per quella completa -clausura che hanno creduto taluni: e non impediva loro di ricevere in -casa i parenti e quegli amici del marito ed estranei che dal marito -ne aveano il consenso. — Nella _Lisistrata_ di ARISTOFANE c'è anche di -meglio: e il _provveditore_ si lamenta che sian gli stessi mariti che -procacciano alle mogli certe distrazioni: «Noi uomini abbiamo aiutato -le donne a diventar malvagie. Noi andiamo alle botteghe degli artieri -e diciamo: orefice, della collana che mi avevi fabbricata, ballando -ier sera la mia donna, cadde la ghianda del fermaglio. Io devo navigar -per Salamina. _Tu se hai tempo fa in ogni modo di recarti da lei verso -sera_, e riponle la ghianda al luogo suo. Un altro ad un calzolaio -giovine... così parla: o calzolaio, la correggia preme alla mia -donna il dito mignolo del piede che è tenero assai. _Tu va a lei sul -mezzogiorno_, e rilassala alquanto, sicchè si faccia più larga. E così, -da queste cose hanno origine quell'altre somiglianti...» _Lisistr._, v. -404-420. - -[195] «Meglio un amico sulla terra e innanzi ai nostri occhi che un -tesoro sotterra e lungi da noi». MENANDRO, _Citarista_, fr. 3. «Nulla -è più prezioso di un amico sicuro: nè ricchezza, nè regno». EURIP., -_Oreste_, v. 1155. - -[196] «Quando tu mi parli, tagli la fiamma, soffii nella rete, ficchi -un chiodo nella spugna». ARISTEN., _Lett._, II, 20. - -[197] κοινὰ γὰρ τὰ τῶν φιλων Così Pilade a Oreste, in EURIP., _Oreste_, -v. 735 — verso passato in uso proverbiale. Cfr. ALCIFR., _Lett._, I, 7. -ENEA SOFISTA, _Lett._, VI. PROCOP. SOF., CXIX. - -[198] ARISTEN., _Lett._, I, 17. - -[199] ARISTOF., _Ecclesiazuse_, v. 597 seg., 605 seg. Cfr. il _Pluto_. - -[200] Nei cassettoni e negli armadi delle vesti e biancherie usavano -metter pomi, per dar a quelle il buon odore. Indi il coro delle _Vespe_ -in ARISTOFANE: «Di que' poeti che studieranno dire e trovar cose nuove, -tenete in serbo le sentenze e riponetele nelle arche insiem coi pomi -(ἐσβαλλετε τ’ ἐς τὰς κιβωτοὺς μετὰ τῶν μήλων). Se farete ciò per l'anno -intero, le vostre vesti avranno odore di senno». _Vespe_, 1055-59. - -[201] «_E l'adultero perirà con un bel rafano nel di dietro_.» ALCIFR., -_Lett._, III, 62. - -Varie e severe _ab antico_ in Atene le pene che colpian l'adulterio -(μοιχεία) consumato e tentato, adultero e adultera in una. Mi limito -a qui raccogliere, coordinandole, le disposizioni principali del -diritto penale ateniese su la materia — i limiti di queste note non -assentendomi più lungo discorso. - -Tralascio parlar delle pene circa i mariti adulteri. Dacchè le leggi -permettevano ai mariti il commercio con le meretrici e il tener -concubine per averne prole, anco legittimabile (DEM., _C. Neera, C. -Aristocr._): e la domanda di divorzio, fatta dalla moglie in persona -davanti all'arconte promovendo azione per maltrattamenti (κακώσεως -δίκη), era la sola risorsa e sanzione penale che alle mogli restava -contro il marito infedele. - -Passo alle donne adultere e ai loro drudi. - - UOMINI ADULTERI. - -§ 1. Solone con legge «permise uccidere l'adultero a chi lo cogliesse -sul fatto» PLUT., _Sol._ - -«Fu colto (Agorato) in flagrante adulterio (ἐλήφθη μοιχός) pel qual -delitto la legge scrive la morte in pena». LISIA, _C. Agor._, 66. - -Eufileto all'adultero Eratostene da lui sorpreso nella stanza -conjugale: «Non io sto per ucciderti, ma la legge della città che tu -per lascivia dispregiasti». LISIA, _Uccis. Eratost._, 26. - -§ 2. Adulterio, e come tale punito, non era quello solo commesso colla -moglie. «Se alcuno ucciderà un altro cogliendolo presso la moglie, o -_la sorella_, o _la concubina mantenuta per averne figliuoli_, non sarà -reo d'omicidio». (DEM., _C. Aristocr._, 637). - -«All'Areopago è prescritto non condannar per uccisione chi colse -l'adultero presso la moglie sua. E questo il legislatore stimò giusto -_tanto per le mogli legittime quanto per le concubine_ (παλλακαῖς): -certo, se avesse avuto pene più gravi per la violazione delle mogli, -le avrebbe poste: maggiori dell'uccidere non avendone, irrogò la stessa -per adulterio con moglie o concubina del pari». LISIA, _Ucc. Eratost._, -30, 31. - -§ 3. Adulterio, e come tale passibile di morte, intendevasi quello -preceduto da seduzione. Stuprare una moglie, violentandola, era reato -minore e punito di sola multa. «La legge comanda che se uno avrà -stuprato a forza uom libero o fanciullo paghi multa doppia che se -stuprasse un servo: se poi avrà stuprato a forza una donna maritata, -sopra le quali è permesso uccidere l'adultero colto in fatto, incorra -la multa medesima. Tanto, o giudici, quei che aggrediscono colla forza, -il legislatore stimò degni di minor pena di quei che ricorrono alle -blandizie persuasive: poichè quelli dannò nel capo, questi con multa -sola». LISIA, _Uccis. Eratost._, 32. - -§ 4. Se non ucciso sul fatto, poteva l'adultero essere punito con altre -pene e tradotto in giudizio. Esigevasi però sempre per le stesse e per -la traduzione in giudizio _la flagranza_. «έλήφθη μοιχὸς», LISIA, _C. -Agor._, 26. «ἐφ ῇ ἂν μοιχὸς ἄλω». DEMOST., _C. Neera_, 1374. — «μοιχὸς -ἑάλω... ἄνθρα ἐν ἄνθροις (_membra in membris_) ἒχων» LUC., _Eunuc._ — -«_Et hoc est quod Solon et Draco dicunt:_ ἐν ἒργῳ». ULPIANO. - -§ 5. La flagranza riguardava l'adulterio non solo consumato, ma anche -tentato, e non compiuto per circostanza indipendente dalla volontà -dell'adultero. «Punisce la legge come adultero non solo chi commise in -fatto l'adulterio ma anche chi lo volle o tentò (βουληδέντα)» — MASSIMO -TIR., _Diss._ II. - -§ 6. Il marito che non uccide l'adultero, e intende punirlo d'altra -pena, si impossessa della persona dell'adultero legandolo: o -rilasciandolo libero, solo dietro malleveria. Su la legittimità -della cattura, e quindi sul merito dell'accusa d'adulterio, decide -il tribunale. «Se alcuno avrà messo ingiustamente i lacci ad un -altro come adultero, questi lo accusi ai Tesmoteti: e _se_ vincerà e -apparirà legato ingiustamente, sia libero, e sciolti i mallevadori da -obbligo; se invece è chiarito adultero, i mallevadori riconsegninlo -all'accusatore». — DEM., _C. Neera_, 1367. - -§ 7. Le pene sussidiarie, _in luogo e vece dell'uccisione_, sono -a piacer del marito o _pecuniarie_ o _corporali_. Può il marito -accontentarsi di una multa. «_È legge l'adultero multarsi in danaro_». -ERMOGEN., _De invent._, II, 1. — «_È legge l'adultero pagare o -morire_». — AUCT. _Probl. Rhet._ «E quegli (l'adultero Eratostene) -mi prega, mi supplica di non ucciderlo, _ma di ricever denaro_ in -componimento». LISIA, UCC. ERAT., 25. «Stefano sorprende Epeneto come -adultero e gli estorce trenta mine: delle quali avuti mallevadori, -lasciò andar libero Epeneto, tenendosi certo del danaro». DEM., _C. -Neera_, 1367. - -§ 8. Le pene corporali, in luogo dell'uccisione, potean essere di -vario genere a piacer del marito: e inflitte nello stesso recinto del -tribunale giudicante sulla legittimità della cattura. «Se è chiarito -adultero, i mallevadori riconsegninlo all'accusatore, il quale, lì -nello stesso tribunale _può far su di lui, purchè senza spada, ciò che -vuole, secondo conviensi ad adultero_». (ἄνευ ἐγχειριδιου χρῆσθαι ὄ τι -ἄν βουληθῆ ως μοιχῳ). DEMOST., _C. Neera_, 1367. - -§ 9. Nella antecedente designazione sono comprese le pene: - -α. _dell'accecamento._ «Stabiliva la legge potersi impunemente accecare -(τυφλοῦσθαι) l'adultero colto in fatto». AUCT., _Probl. Reth._, c. 58. -«_Adulteros deprehensos licet excœcare_». CUR. FORTUNATIANUS, _Rhet. -Scol._ - -β. del _marchio_ rovente. «ἔξεστι στιξειν τοὺς μοιχούς». HERMOG., -_Part. Stat._ — νόμος τὸν μοιχὸν στιξειν. MARCELLINUS. - -γ. del _rafano_ (ῥαφανιδωσις). Faceasi star carponi l'adultero e -pelategli le natiche con cenere calda, gli si ficcava nel podice un -rafano de' più grandi. SUIDA, alle voci ραφανιδωθὴναι e μοιχὸς. — -ALCIFR., _Lett._, III, 62. — In luogo di un rafano si usava anche un -pesce detto _mugile_. CATULLO, carm. XV. - -§ 10. Il marito che _uccide_ con pene corporali l'adultero non ucciso -sul fatto, risponde di omicidio. — ἄνευ ἐγχειριδίου, DEMOST., _C. -Neer._, loc. cit. «Chi bollando l'adultero, lo uccide, è reo di -omicidio». HERMOG. e MARCELL., loc. cit. - -§ 11. È condannato il medico che cura gli adulteri, castigati col -marchio o col rafano. «’Ιατρὸς, τὰ τῶν μοιχῶν ίώμενος στίγματα, -κρίνεται» SOPATER. - -§ 12. Vietato è all'adultero l'ingresso ne' templi. SOP., _in Hermog._ - - DONNE ADULTERE. - -§ 13. Lecito è uccidere l'adultero (colto sul fatto) e l'adultera -insieme. HERMOG., _Part. St._ — MARCELLINUS, in CICER., _Rhetor._, II. - -§ 14. Il marito che non uccide l'adultera (colta in fatto) è però -obbligato a ripudiarla. «Quando abbia sorpreso in fatto l'adultera, chi -la sorprende non potrà più dimorare con la moglie: e se dimorerà con -essa, sia punito d'infamia». DEMOST., _C. Neer._, 1374. - -§ 15. La donna adultera ripudiata non ha dritto alla restituzione della -dote. «_È legge che la dote dell'adultera_ resti al marito». SOPATER. -_Divis. Quæst_. Cfr. LIBANIUS, _Declam._, 35. — «Trovando la moglie non -costumata e reputandosi ingannato, la scacciò, gravida, di casa e non -le restituì la dote». DEMOST., _C. Neera_. - -§ 16. «_Legge dell'adulterio._ Nè alla moglie (per adulterio ripudiata) -sia lecito entrar nei pubblici templi, se è stata trovata col drudo: -e se vi entri, ognuno possa maltrattarla a piacere, tranne che -ucciderla». DEMOSTENE, _C. Neer._, 1374. «Perciocchè, se una donna è -stata colta con l'adultero, non può più entrare nei templi per vedere -e supplicare, come può fare una straniera e un'ancella, a cui lo -consentono le leggi. E se le adultere vi entrano in onta alle leggi, -ognuno può maltrattarle a suo talento, purchè non le uccida. E se la -legge eccettuò la morte, mentre volle impune ogni altro maltrattamento, -questo fece perchè non volle contaminati i templi». DEMOST., _C. -Neer._, ibid. «Solone, dei legislatori il più glorioso, scrisse all'uso -antico decreti solenni sul buon costume delle donne. Imperocchè alla -moglie presso la quale sia stato sorpreso l'adultero non consente -adornarsi, nè entrare nei pubblici templi, affinchè con la sua presenza -non corrompa le donne oneste. Che se vi entri e se si abbigli, ordina -al primo capitato di lacerarle le vesti e di strapparle gli ornamenti -e di batterla, purchè non la uccida nè la ferisca. Così il legislatore -vitupera questa donna e le crea una vita peggior della morte». ESCHINE, -_C. Timarco_, § 183. - -§ 17. La moglie accusata d'adulterio può discolparsi dando il -giuramento d'innocenza al pozzo di Callicoro. «A Mnesiloco Peanese -scopersi le impudicizie di sua moglie: ed egli che aveva ogni modo di -appurar la cosa (o uom proprio di zucchero!) ripose tutto nell'affar -del giuramento. Pertanto la donna condussero al pozzo di Eleusi detto -Callicoro: ivi spergiurò e del delitto purgossi». ALCIFR., _Lett._, -III, 69. - - SUI LENONI. - -§ 18. Ai lenoni era inflitta la morte. «Solone comanda accusarsi i -lenoni, e convinti dannarsi nel capo: perchè alle persone desiderose -di peccare ma vergognose e dubbiose di trovarsi insieme, danno -sfacciatamente e per prezzo occasione ed agio al delinquere». ESCHINE, -_C. Timarco_. - -[202] Vedi nota antecedente sotto il numero 11. - -[203] Cfr. l'orazione di Lisia, in difesa di Eufileto, sulla _Uccisione -di Eratostene._ - - - - -ATTO TERZO - - -ATTO TERZO - - Scena come nell'atto precedente - - -SCENA I. - -MÈNECLE _e_ DÀMOCLE _tebano_. - - -DÀM. Mènecle, i profughi lasciano questa notte Atene; ma le tue parole -di ieri all'assemblea rimarranno scritte nel cuore dei Tebani. - -MÈN. Tebe e i suoi profughi nulla mi devono. Tebe accolse me profugo al -tempo dei 30 tiranni; ho sciolto il debito della ospitalità. In quanti -partite? - -DÀM. Pelopida, io ed altri dieci. Il resto dei profughi attenderà, per -seguirci, nostre notizie al confine[204]. - -MÈN. Lo sapete che in Tebe i tiranni son sulle guardie, che la città è -ben munita, e che la impresa vostra è temeraria? - -DÀM. Le nostre braccia sono gagliarde, i nostri petti sono sicuri, le -armi imbrandite per i Lari sono sante. Giove le guiderà. - -MÈN. E Giove dunque vi protegga. Bravi figlioli! Vorrei aver vent'anni -di meno per essere con voi!... E avrò vostre nuove? - -DÀM. O da Tebe liberata... o dagli inferni. - -MÈN. (_lo abbraccia_) Addio. (_Dàmocle esce_) Moriranno tutti ma -moriranno bene. - - -SCENA II. - -MÈNECLE _solo._ - - -(_Passeggia meditabondo_) Ora a colei... Quel maledetto sospetto -non mi dà tregua. Poc'anzi la fantesca parea sulle mosse. Blèpo sarà -ancora alla guardia... Decisamente non mi riconosco più. È bastato -quel sospetto molesto per mandare i miei buoni propositi all'aria!... -E Giove scrutatore dell'anime m'è testimonio s'essi eran sinceri!... -Ci tenevo tanto alla soddisfazione di poter dire: ho schiuso io nuove -gioie, nuovi orizzonti al di lei cuore! Se ella invece ci ha già -pensato da sè, la mia diventa una generosità da far ridere Atene alle -mie spese... - - -SCENA III. - -MÈNECLE _e_ BLÈPO. - - -MÈN. (_ansioso_) E così?... - -BL. La vecchia è in trappola. - -MÈN. Da quando? - -BL. Ora, ora. Usciva di casa frettolosa: e io salto fuor dal vestibolo: -_Alto là, gentil comare, arresta il passo, e vieni un momento con me._ -E lei: _Impertinente! Sgombra dai piedi! Devo andar per la padrona!_ -Ed io, prendendola delicatamente: _Anderai dopo; intanto (comicamente -declamando) inoltra, inoltra Alceste nella reggia d'Admeto!_ E lei: -_Se non mi lasci la pagherai! — Io te lasciar? giammai!... Vieni, o -fanciulla, e al mio signor rispondi — e dammi il foglio che nel grembo -ascondi!_ - -MÈN. (_irritato_) Ah! la finisci?... - -BL. Ho finito. - -MÈN. E il foglio? - -BL. È qua (_Mènecle afferra ansioso il foglio_). - -MÈN. E la vecchia? - -BL. È là. - -MÈN. Entri! (_passeggia, concitato, stringendo il foglio con mano -convulsa_) Per i fulmini di Giove! non eran dunque sospetti... (_fa per -aprire il foglio, poi si arresta_) ho paura di aprirlo. Sentiam costei! - - -SCENA IV. - -MÈNECLE, TRATTA _e_ BLÈPO. - - -TR. (_ancora di dentro, piangente, trascinata da Blèpo_) Santissime -dee! Mi vuoi lasciare, furfante!... - -BL. (_di dentro, declamatorio_) Calma, calma, o fanciulla! Umana cosa -è il pianto! (_entra, tenendo per un braccio la vecchia_) Ecco, o -padrone, la vezzosa Tratta... - -TR. (_a Blèpo_) Scoppia!... - -BL. ... che da un'ora mi tormenta, perchè vuole parlare con te. (_a -Tratta, con far tragico_) Parla! favella! - -TR. (_piagnucolando_) O padrone! padrone! lo giuro a Venere che non -ho fatto nulla e costui mi ha indegnamente maltrattata! (_Blèpo fa -gesti comici negativi, come scandalizzandosi dell'asserzione_) Fammi -ragione... - -MÈN. Comincia a dar ragione di te mezzana indegna!... Scegli tra lo -staffile e il dire la verità...[205]. - -BL. (_ripetendo con far tragico_) Scegli! - -TR. O padrone, sì la dirò, la verità, ma ne attesto le Dee che -sono innocente! Io glie lo davo il foglio, e questo sfrontato senza -lasciarmi tempo, ha allungato apposta le mani sul mio seno... - -BL. Seno, lo chiama! Non le credere... - -MÈN. (_a Blèpo_) Taci, furfante. Esci. (_imperioso_) - -BL. Ecco la ricompensa!... (_va via declamando_) - - _E fuor di casa le fantesce indegne_ - _Van del marito a trafficar lo scorno!..._[206]. - -Seno, lo chiama!... - - -SCENA V. - -MÈNECLE _e_ TRATTA. - - -MÈN. Alle corte. E bada a non mentire. Da quanto tempo fai questo -ufficio di... Iride messaggiera? - -TR. Che le Furie mi portino via, se non è questa soltanto la seconda -volta. - -MÈN. Ah!... (_frenandosi_) E quando... la prima? - -TR. L'altro ieri. - -MÈN. (Il cuore me lo diceva!) E, n'è vero... da Cròbilo? - -TR. Sì, padrone. - -MÈN. E Aglae t'avrà detto di non dir nulla... - -TR. Oh no! niente la mi disse... - -MÈN. Ed ora da Cròbilo ci tornavi... - -TR. No, no, padrone... - -MÈN. Come no? Questo foglio non lo portavi a Cròbilo? - -TR. No. - -Mèn. Neghi ancora? A chi dunque, sfacciata? O confessa, o... - -TR. A Elèo. - -MÈN. (_balzando di sorpresa_) Elèo?!! Eh? O quanti ne ha? Elèo?... -(_lunga pausa. Mènecle si passa la mano sulla fronte, guarda la -vecchia, guarda il papiro, fa per isvolgerlo, trema di svolgerlo, -s'arresta ancora_) No... no... tu menti... non è possibile! - -TR. Buttami dalla torre del Ceràmico[207] se non è vero che ad Elèo lo -portavo... - -MÈN. (_con accento lungo, doloroso_) Anche Elèo!... (_si copre, -angosciato, delle mani il volto: poi, cupo, a Tratta_) Va. Più tardi -con te aggiusteremo i conti... Blèpo!... (_a Blèpo che si affaccia_) -Tieni costei sotto custodia!... - -TR. Venere santa! - -BL. Non temere... (_trascinandola via_) Venere ti ascolterà... Io -attentare al tuo onore!... (_escono continuando la vecchia a lamentarsi -e Blèpo a sermoneggiarla_). - - -SCENA VI. - -MÈNECLE _solo_. - - -(_Passeggia concitato, stringendo febbrilmente il papiro, e dando in -rotte esclamazioni_) Eppure l'accento di colei non mentiva... Elèo!... -Elèo ch'io credevo il più leale dei giovani!... Ch'io amavo, e da -cui mi credevo amato come da un figlio!... Ma a questa mia età, non -vi è dunque più un solo volto d'amico, un solo affetto sincero sulla -terra?... Povero imbecille!... i giovani hanno fretta e non aspettano -che la mano gelida di un vecchio rechi loro la felicità! se la pigliano -da sè... (_terge una lagrima_) Eppure costava loro sì poco l'attendere! -Glie l'avrei ritardata di sì poco!... Addio, mio bel sogno! -Coraggio!... (_apre la lettera_) È proprio lui!... (_Si butta a sedere -e riprende a leggere. Sul principio della lettura, legge forte il_ -GRAZIE DELLA TUA _con cui comincia e che gli strappa un'esclamazione -e un movimento d'ira: poi riprende convulso la lettura, ma subito alle -parole successive la sua fisonomia comincia a rasserenarsi e gli sfugge -qualche esclamazione rotta di commozione e di sollievo_). - - «Elèo!... - -«Grazie della tua. Se verrai oggi, sia dunque la tua venuta per dirmi -addio, in presenza dì Mènecle _nostro..._ (_a sè, commosso_) (Sono -ancora il loro Mènecle! Meno male!) Sì, io ti ringrazio di avere -sentito alla stessa ora, nel cuor tuo, la parola che a me veniva -sul labbro. Aglae ed Elèo non devono più incontrarsi sotto lo stesso -tetto, fino a che Mènecle vive (_fra sè, approvando, con inflessione -fra comico e intenerito_) (Ciò è onesto!) Ah sì, mio Elèo, noi non -possiamo obliarlo ciò che dobbiamo a quella testa canuta. (_Mènecle -si asciuga una lagrima_) Ed io più di te: tu lo sai, tu, testimone -della sua astuzia magnanima, per indurmi a riprendere una libertà, -che facesse lieti i miei giorni serbando illibato il mio nome... -(Come? come?) tu che meco leggesti il suo affettuoso addio... (Oh! i -mariuoli!) (_Mènecle sorride di gioia e commozione_) O Elèo! Vide la -Grecia eroi ed eroine, e sagrifici illustri: non mai ne vide di più -veri e più nobilmente modesti! È dolce la morte per la patria, sapendo -di dare ai secoli il nome: è dolce a vent'anni la morte per la donna -amata, sapendo di averne l'amore: nessun Greco dai capelli bianchi -affrontò per una fanciulla ciò che è ben peggio della morte: vivere -vecchio, solo e sconsolato. (_Mènecle vinto dall'emozione, s'asciuga -una lagrima e sorride_) (Ma come sa scrivere quella birichina!) Oh, -io rimarrò con Mènecle fino all'ultimo de' suoi giorni... (Se io lo -permetterò!) superba che tu mi approvi... (Ah lui approva! Bravo!) -Farò di tutto per consolare quell'anima generosa che ha amato troppo -in gioventù per non sentir bisogno di qualcosa che le rammenti il -passato. Vedi, ieri, col solo aver dato al suo cuore la occupazione -della gelosia... (La briccona!) il povero vecchio pareva tutto -cambiato: a quest'ora, scommetto, non pensa già più al suo triste -disegno, inseguendo questa piccola cura che lo molesta e lo alletta, -gli sveglia il ricordo di emozioni antiche. Forse già sospetta di -Cròbilo: e io tollero per ora le visite di quell'imbecille... (Cròbilo -fa progressi!...) che anch'oggi verrà... Ma non confondiam la commedia -con le cose serie. Addio, Elèo, addio, amico. Gli Dei ti proteggano... -e ti serbino un giorno... (Ti serbino...?) (_Mènecle che man mano verso -la fine è venuto leggendo sempre più rapido e sicuro, con volto ilare -e accento concitato per gioia ed emozione, giunto a questa parola, -improvvisamente si arresta, ritorna scurissimo in volto e depone il -foglio con espressione angosciosa. Una visibile lotta si combatte nel -suo animo. Parecchie volte fa atto di padroneggiarsi per continuar -a leggere il resto della frase, e altrettante esita. Infine con uno -sforzo penoso ma risoluto pone l'occhio sulla carta, e alle parole -che terminano la frase e la lettera balza in piedi con un urlo di -gioia_)... all'onor della Grecia!» Ah! Molto ben detto. - -(_Mènecle, rasserenato, contento, passeggia su e giù discorrendo seco -con vivacità febbrile_) Ma non si dirà mai che Mènecle a sessantacinque -anni si è lasciato sopraffare in generosità da due fanciulli! E quella -birichina che s'intende di burlarmi, la burlerò io!... Bravi figliuoli! -Che Giove vi benedica — per il bene che volete a questo povero -vecchio... (_dopo una pausa, intenerito_) e per quello che vi volete -tra di voi! Quanto a quella buona lana di Cròbilo — l'imbecille Cròbilo -— eh, se stesse a lui, non lo è poi tanto — farà i conti con Aglae... e -con sua moglie... (_va all'uscio e chiama_) Blèpo! - - -SCENA VII. - -MÈNECLE, BLÈPO _e_ TRATTA. - - -MÈN. (_a Blèpo_) Conduci qua la vecchia. (_Blèpo esce_) Questa lettera -a ogni modo è troppo bella e merita che Elèo la veda! Queste cose... a -quell'età... fanno bene!... educano il cuore dei giovani!... - -BL. (_di dentro_) Coraggio! che il padrone è allegro! Tergi l'amaro -pianto!... - -TR. (_ancora piagnucolosa_) Oh mio buon padrone... - -MÈN. Non tante smorfie... Riprendi questa lettera e riportala al suo -destino. E Aglae non sappia che m'hai parlato.[208] - -TR. Sì, sì, padrone! - -BL. (_a lei che se ne va, nell'uscire assieme_) Vedi? «_dopo le nubi — -nella reggia d'Admeto il sol risplende..._» - -TR. (_a Blèpo nell'andarsene_) Lo vedi se ero innocente, o birbante?... - -BL. (_fingendo indignarsi, con posa tragi-comica_) Fanciulla!... - -TR. Faccia da gufo!... - -BL. Vezzosa Venere!... io attentare al tuo seno!... (_vanno via -bisticciandosi, la vecchia collerica e Blèpo gravemente canzonatorio_). - - -SCENA VIII. - -MÈNECLE _solo_. - - -Ed ora... Oh! il gnomone segna la nona... Se Cròbilo ha da venire, a -momenti sarà qui. Adesso gli lascio più tranquillo il posto... e lo -servo io... Ah, eccolo... l'_imbecille Cròbilo_... (_s'avvia ad uscire -dalla porta interna, ch'è nel mezzo_) Non guastiamogli i progressi!... -Quanto ai due ragazzi poi... (_Nello andarsene, si arresta ad un -tratto, essendosi fermato il suo sguardo sopra una vecchia panòplia -appesa alla parete. La sua faccia, dianzi rasserenata, si è rifatta -seria, triste, pensosa. Sembra assorto in qualche improvvisa idea. -Distacca macchinalmente dalla panòplia una vecchia spada, la sfodera, -e l'esamina lungamente_) Quanta ruggine!... (_cogitabondo, brandisce -due o tre volte la spada, squassandola, come per provar la forza -del braccio. Poi, come soddisfatto della prova, con gesto rapido, la -rinfodera, la rimette a posto, va concitato ad un tavolo, scrive poche -righe, poi chiama_) Blèpo! (_Blèpo compare_) Questo a Pelopida!... -(_gli consegna una tavoletta quindi va via ripetendo con accento di -soddisfazione commossa_) Quanto ai due ragazzi poi... (_esce_). - - -SCENA IX. - -CRÒBILO _solo_. - - -(_Voce di fantesca di dentro_) Aspetta qui — verrà a momenti. - -CRÒB. (_si avanza guardingo, pauroso, dal peristilio a destra, in -punta di piedi, spiando intorno_) La piazza è deserta. (_rassicurato_) -Meno male!... (_tentennando il capo_) Curiosa! La mi fa venir qui — -evidentemente è un convegno — e invece di ricevermi nelle sue stanze, -la mi riceve nell'aula comune... Basta! speriamo avrà preso le sue -misure... Non ci avrei nessun gusto di incontrar Mènecle. Mi squadrava -ieri e mi contava quegli atti di ferocia, con una disinvoltura... -Brrrr!... Mènecle sarà un buon amico, ma non è uomo mite nell'arte di -governo... e non è quello il sistema di cattivarsi le popolazioni!... -Ma già, nelle sue cose è un po' strambo... non l'ho mai capito troppo -bene... Quello che capisco benissimo è che Aglae con lui non se la -intende... Ah, ella è qui... Numi! come è bella! par Venere che esce -dalle spume! - - -SCENA X. - -CRÒBILO _e_ AGLAE. - - -AGL. (_entrando con far cordialissimo, disinvolto_) Salute, buon -Cròbilo!... - -CRÒB. (_misterioso_) Ssssss!... - -AGL. (_forte, mostrando sorpresa_) Che è?... - -CRÒB. Ssssss! (_sottovoce, facendole segno di parlar più piano_) C'è -del nuovo. - -AGL. Nuovo di che?... - -CRÒB. (_con gesti_) Tu non sai... - -AGL. Che cosa? - -CRÒB. Mènecle... (_parla esitante, sconcertato dalla tranquillità con -cui Aglae lo guarda_) ha dei sospetti... - -AGL. (_disinvolta_) Fa benissimo. È il dovere di un marito di averne. - -CRÒB. (_sconcertato_) Eh? (Cosa dice?...) E... tu...? - -AGL. E il dovere di una moglie è di lasciarglieli. - -CRÒB. (_tentennando il capo, fra sè_) (Comincio... a non capire). (_ad -Aglae_) Ah... già... - -AGL. (_senza darsi per intesa della sua sorpresa_) Meglio in faccia -a Giove custode dei giuramenti essere moglie sospettata... (_moto -di compiacenza di Cròbilo_) ... anche ingiustamente... (_gesto di -disappunto di Cròbilo_) dal marito, che essere marito ingiusto colla -moglie... - -CRÒB. (_rasserenasi_) (Ora mi raccapezzo!) Ah sì! Mènecle è ingiusto, -più che ingiusto... con te... (E governava le isole in quel modo...! -Prudenza! Battiamo largo!...) Però, se egli pensasse a risarcire... - -AGL. Credi tu che gli anni di una fanciulla sciupati nella solitudine -si risarciscano?... Tu non sai... - -CRÒB. So, so!... (Povera ragazza!) Ma tu sola non sei... vi hanno cuori -che ti sanno compiangere... - -AGL. (_con accento vibratissimo, sdegnoso_) Compiangere?... Aglae non -ha bisogno di compianto. Alla mia età, si sente; alla mia età si _ama_, -intendi?... - -CRÒB. (_guardandola con compiacenza_) (Eh! come lo dice!...) - -AGL. (_incalzando_) Alla età mia, c'è qui dentro un cuore che batte, -c'è un'anima che ferve, che soffre, che s'irrita, che ha bisogno del -suo lembo di mondo e di cielo!... E quando la povera anima piange -trovandosi al buio, quando si lagna perchè trovasi al chiuso... la _si -compiange!_ Bel conforto! tenetevelo! - -CRÒB. (Ha ragione!) No... Aglae... senti... - -AGL. (_non dandogli retta, e in vista di sempre più accalorarsi_) No... -non è questo che essa chiedeva! Questa oscurità mi intristisce: datemi -la mia parte di luce! questo chiuso mi soffoca: datemi la mia parte -di aria!... _Aprite! aprite! Questo volevo!..._ (_si abbandona come -spossata dallo sforzo, su di una sedia: poi dopo una pausa, volgendosi -a Cròbilo_) Oh, Cròbilo... perdona... mi dimenticavo e ti ho annoiato -co' miei lamenti... - -CRÒB. Annoiarmi! ma va avanti!... ma va avanti! Parlano in tua bocca le -Sirene! - -AGL. E or che ci penso, ho avuto torto di rispondere alla tua... e di -farti venir qui... - -CRÒB. Perchè? - -AGL. Perchè il favore che avevo a chiederti... - -CRÒB. (_fra sè, malizioso_) (Pretesti!...). - -AGL. ... tu non puoi farmelo... - -CRÒB. (_concitato, insinuante, carezzevole_) Ecco... vedi... ciò si -chiama essere ingiusti... Aglae, non hai mai udito dire che le anime -colpite dalla stessa sventura tendono, per istinto, a ravvicinarsi? Io, -dianzi, ti ascoltavo commosso... - -AGL. (_a parte_) (Brutto ipocrita!) E tu... - -CRÒB. E chi ti dice che anch'io non sia uno spirito sofferente che -inseguiva uno splendido ideale, strappatogli dalla triste realtà? Il -mio ideale era un'anima che comprendesse la mia... si chiamava: la -bellezza, la felicità, l'amore...! la realtà si chiama... (_con voce -cupa_) Mìrtala!... - -AGL. (_a parte_) (Qui ci vorrebbe lei!) - -CRÒB. Io, vedi, m'ero detto: Ecco, o Cròbilo, gli Dei t'hanno dato la -generosità, la virtù... - -AGL. (la modestia...) - -CRÒB. ... tu hai da essi una bella missione nel mondo. Troverai sulla -tua strada la menzogna, e la smaschererai; troverai la sapienza, le -strapperai i segreti; troverai la gloria, le darai le corone; troverai -la virtù, la assisterai; la sventura, la consolerai... - -AGL. (... tua moglie, la tradirai...) - -CRÒB. ... Aglae, tu sei sventurata... e mi vuoi togliere il conforto di -esercitare sulla terra... la mia missione? - -AGL. Oh no... ma... - -CRÒB. Ne dubiti... - -AGL. No, ma, vedi, è una missione pericolosa la tua. L'ultima volta -che fui a Corinto, passando in lettiga dalla piazza del mercato, vidi -la casetta di Antifonte l'oratore, quello, sai, che Atene condannò -a morte poco tempo prima di Socrate... E mi fermò la scritta che era -ancora sulla porta: «_Ufficio di consolazioni. Qui dimora Antifonte, il -quale ha la virtù di guarire con parole gli addolorati_...»[209] La tua -missione medesima! e l'umanità glie n'è stata così riconoscente, che lo -ha condannato a bere la cicuta... - -CRÒB. Alla quale noi rinunziamo! L'umanità è stata sempre ingrata. Ma -Antifonte guariva con le parole... e non coi fatti... - -AGL. (_suggestiva, velatamente ironica_) E tu invece... _uomo di -fatti_, sei!... Ma da quando questa missione il tuo buon demone t'ha -suggerito di esercitarla?... Fino a ieri nulla ne seppi... e poi, -Aglae, supposto avesse bisogno di un consolatore, vorrebbe prima -accertarsi che sia quello veramente che ebbe quest'incarico dai Numi: -che sappia indovinar nella sua anima ogni fremito de' suoi desiderî, -ogni sussulto delle sue speranze, ogni lagrima dei suoi dolori... -(_dopo dette queste parole con voce insinuantissima, mutando a un -tratto bruscamente accento_) ... vedi bene che tu non puoi essere -quello... - -CRÒB. (_vivissimo_) E se lo fossi?... - -AGL. Se lo fosti anche... non ne troveresti il tempo... - -CRÒB. (_incalzante_) E se lo trovassi?... - -AGL. (_fingendosi perplessa_) Se lo trovasti... (_con pentimento -brusco_) E poi no... - -CRÒB. Mettimi alla prova... - -AGL. Davvero? E tu sai... - -CRÒB. So tutto. - -AGL. E acconsentiresti... - -CRÒB. Se acconsento!... (_fra sè, un po' sconcertato_) (Consentire??... -che diamine?...) - -AGL. Oh grazie!... Perchè capisci... dal momento che tu sai tutto... - - (Batte su queste parole con insistenza maliziosa). - -CRÒB. (_impaziente, incalzantissimo_) Tutto, tutto... - -AGL. Non ci sei che tu... E tu dunque gli parlerai?... quando?... - -CRÒB. (_sbalordito_) Parlare... a chi?... - -AGL. (_con tutta naturalezza_) Ma a lui... - -CRÒB. (_sempre più sbalordito_) Già... già!... Ma... lui... chi?... - -AGL. Ma a Mènecle... - -CRÒB. Eh?!... (_dà uno sbalzo di spavento_) (Quella ci mancherebbe!... -con quel po' po' di sentenze!...) (_sconcertatissimo, e pure -sforzandosi nasconder l'imbarazzo_) Ah... già, già... Ma... - -AGL. (_fingendo non accorgersi del suo turbamento_) Ma tu vedi che da -qui bisogna uscirne, per le Dee!... bisogna uscirne!... Esiti? Ah!... -lo sapevo... - -CRÒB. (_con uno sforzo_) Ma ti pare?!... Niente affatto!... -(_facendo la voce risoluta e cercando farsi coraggio_) Cròbilo non -indietreggia... e se tu lo vuoi... (_vorrebbe dir qualche cosa, ma gli -manca il coraggio_) Ma permetti una parola... - -AGL. (_impaziente_) Cosa?... - -CRÒB. ... nel tuo interesse... mi pare... non ti pare... parlargli -io... fare uno scandalo... - -AGL. Scandalo? (_fingendo sorpresa_) Scandalo il dirgli che fa male a -trattare così la sua compagna, sposata innanzi agli Dei patrî ed agli -Dei del focolare?... il dirgli, coll'autorità di un amico, che non son -questi i giuramenti innanzi all'arconte; scandalo il dirgli che sua -moglie soffre... - -CRÒB. (_balzando sbalordito_) Eh?! - -AGL. ... scandalo il ricondurmelo?... - -CRÒB. (_sbalordito più che mai_) (O Febo! o spiriti! lo ama!) E... e... -questo era... che volevi? - -AGL. (_mostrando a tutta prima sorpresa della sua sorpresa_) E -che altro... dunque... imaginavi?... Ah!... (_quasi un pensiero -le balenasse, si fa improvvisamente scura in viso, e s'appressa a -Cròbilo, figgendogli gli occhi in faccia, e parlandogli con voce lenta, -severissima_) Che altro imaginavi che il labbro di Cròbilo, marito di -Mìrtala, potesse osar di confessare all'orecchio di Aglae, la sposa di -Mènecle?... - -CRÒB. (_interdetto, confuso_) Io... nulla... nulla... Ma le tue -parole... questo invito... - - (Da qualche istante è entrata in iscena Mìrtala introdotta adagio - da Blèpo, che le fa dei gesti maliziosi, sulla soglia, additandole - Cròbilo; vedendo questi, Mìrtala si arresta, e ritraesi alquanto). - -AGL. (_seria e dignitosissima_) Il mio invito fu un torto... se ebbi -torto di crederti amico leale di Mènecle e mio... Ma se Mènecle... - -CRÒB. (_spaventato, supplichevole_) No!... no!... (_concentrandosi e -meditabondo, coll'indice sotto il naso_) (Ma dunque... avrebbe quasi -l'aria di essere una canzonatura?!...) - -AGL. (_proseguendo_) Ma se tua moglie... fosse qui... (_Aglae s'è -accorta della presenta di Mìrtala_) se ti sentisse... che cosa direbbe -di questa tua improvvisa meraviglia?... - -CRÒB. (_prorompendo, con voce risoluta, irritata_) O per gli Dei! se -mia moglie mi sentisse... le direi... - - -SCENA XI. - -_Detti e_ MÌRTALA (_già in iscena da qualche minuto_). - - -MÌRT. (_si è avanzata dalla soglia lentamente, e non vista da Cròbilo, -le si è posta a lato, senza guardarlo, ritta, la testa alta, le mani -sui fianchi_) Sentiamo! - -CRÒB. (_voltandosi con ispavento alla voce di Mìrtala_) (Mia moglie! -son morto!) (_cercando ricomporsi dalla paura, e uscirne, alla meglio, -con accento garbato_) Niente!... direi che la sposa di Mènecle ha dato -a Cròbilo una prova di stima e di fiducia che lo onora... (_a denti -stretti_) (Questa non me l'aspettavo!) Cara Mìrtala, sai... (_tenta -parlarle con fare sciolto e sorridente, ma lo sguardo minaccioso di -Mìrtala, fisso su di lui, lo sconcerta_) (Che occhiacci! Giove me la -mandi buona!) - -MÌRT. (_con voce lenta e severa, squadrandolo_) So... E spero che -l'incarico lo adempirai... (_abbraccia Aglae_) Grazie, buona Aglae! Non -dubitavo di te.[210] Eh, pur troppo noi donne siam sempre circondate -di insidie!... Quanto a questo Alcibiade sbagliato... (_squadrando -Cròbilo_) regoleremo i conti a casa... - -AGL. A tempo sei giunta, cara Mìrtala. Ma sii buona con Cròbilo. Io -gli chiesi un favore che egli meglio d'altri può rendermi... fui forse -indiscreta... ma la sua bontà fu maggiore della mia indiscrezione... -(_a Cròb. cordialissima_) Grazie, Cròbilo! (_velatamente ironica, -affabile_) Oh, sì, gli Dei ti hanno data una ben nobile missione! -Troverai la sventura, la soccorrerai;... le mogli abbandonate... ai lor -mariti le renderai... - -CRÒB. (_con ismorfie_) (Nella mia missione questo non c'era...) - -AGL. Sicuro, Mìrtala, ei m'ha promesso di rendermi il mio Mènecle... è -un'anima bella, il tuo Cròbilo... Sii buona con lui. - -MÌRT. Non dubitare, non dubitare. Se non fossi buona, gli avrei portato -quattro talenti di dote... - -CRÒB. (_premuroso, tentando ingraziarsela_) E la possessione di -Egìna... terreni aratorî di prima qualità... - -MÌRT. (_fissandolo severissima_) Precisamente. E che i colòni -trascurano e abbisognano molto di sorveglianza. Ci andremo insieme... - -CRÒB. (_con esclamazione comica di angoscia_) (Ohimè!... l'esilio!... -come Aristide... ma almeno Aristide era solo!...) - -MÌRT. Frattanto, in attesa di parlar con Mènecle, ti rincrescerebbe -accompagnarmi? - -CRÒB. Ma eccomi!... (_fra sè, ripetendo dolorosamente_) (L'esilio!... -come Temistocle!) - -MÌRT. Addio Aglae... - -AGL. Addio Mìrtala. Grazie, Cròbilo... - -CRÒB. (_con uno sforzo sopra di sè_) Nulla, nulla, mio dovere... -(Decisamente... era proprio una canzonatura!...) (_ad Aglae_) Nulla!... -(_a Mìrtala_) Eccomi... (_con comica angoscia_) (L'esilio!... come -Alcibiade!) - - (Si lascia macchinalmente condurre via da Mìrtala, con aria di - suprema dolorosa rassegnazione). - - -SCENA XII. - -AGLAE _sola_. - - -(_Seguendo Cròbilo dello sguardo_) Imparerai meglio un'altra volta la -missione del consolatore... (_pausa; poi fattasi triste, pensierosa, -sospirando_) Eppure, soltanto la povera Aglae lo sa, se il suo cuore -avrebbe oggi bisogno davvero di conforto!... Coraggio!... Fra breve -egli sarà qui a dirmi addio... Povero Elèo! (_leva dallo strofio un -piccolo papiro e legge_) - - Te fuggo com'esule che disse l'addio... - Ma volge la testa tornando a guardar!... - E fugge... ma il segue più lungo il desio... - E fugge... ma indietro vorrebbe tornar! - Mia triste, mia triste battaglia del core! - Scrutarla non cerchi pupilla di uman! - Lasciatemi questo mio povero amore! - Per viverne solo, lo porto lontan! - -Egli è qui!... Venere santa, dammi forza tu!.. - - -SCENA XIII. - -AGLAE _ed_ ELÈO. - - -AGL. (_con effusione triste_) Elèo!... - -EL. Aglae! Ebbi la tua. (_commosso, cercando padroneggiarsi e parer -calmo_) Grazie... Reco gli addii a Mènecle e a te. - -AGL. (_triste, commossa_) E tu parti... - -EL. Stanotte. - -AGL. (_vivamente inquieta_) Per dove? con chi? - -EL. Con Pelopida tebano e i compagni suoi. (_esclamazione di -Aglae_) Tebe accolse mio padre esule al tempo dei tiranni: è -giusto che nell'ora delle sue sventure, il figlio paghi il debito -dell'ospitalità...[211] - -AGL. (_vivissimamente_) E tu... - -EL. E io seguirò i fuorusciti nella più santa delle imprese. - -AGL. (_dolorosamente esclamando_) O Dee! - - (Si abbandona sur un sedile, sopraffatta dall'emozione e piange). - -EL. Avresti preferito sapermi vivere, da te lontano, una vita oscura, -ignava, ingloriosa? Ignavia per ignavia, tanto allora varrebbe la -colpa!... - -AGL. (_asciugandosi gli occhi e cercando padroneggiarsi_) No, no! -Perdona... hai ragione... Ma tu sei eroe, figlio di eroi, ed io, dopo -tutto, non sono che una fanciulla. Perdona. Vedi. Sono forte ora. -(_parla con voce rotta, reprimendo i singhiozzi_) Ti guardino i Numi! -Oh nessuna preghiera sarà mai loro salita più fervida delle mie! Ti -guardino i Numi! E ricordati di Aglae!.. - -EL. Ricordarmi?! La tua lettera verrà meco come la voce del buon -genio mio. Le tue parole mi han fatto triste insieme e superbo. Tutta -la mia esistenza, dissi a me stesso, mi parrà spesa bene, se sarà -spesa a meritarmele. Quando le ore mi passeranno più tristi, dirò: -Coraggio!... la stima di Aglae è con te. Quando la lontananza mi parrà -più incresciosa, penserò che è per Aglae che l'affrontai: e che, se al -mio nome, tra i Greci, verrà qualche gloria, Aglae lontana lo saprà. -Così avrò una ambizione nella mia vita, una luce sulla mia via. E se un -giorno sentissi le forze mancarmi, e farmisi uggiosa la luce cara del -dì... vorrà dire che Aglae m'avrà dimenticato... - -AGL. Oh Elèo! sei cattivo! e non dovresti esserlo con la povera -Aglae in quest'ora!... Ecco, io avevo preparato un bel ricordo che -avrebbe fatto qualche volta sovvenire ad Elèo la sua piccola sorella -d'infanzia: così Aglae, pensavo, fida restando al dover suo, potrà -viaggiar senza rossore in compagnia dell'amico de' suoi primissimi -dì... (_mentre Aglae parla, come fra sè, con voce carezzevole, -infantile, ha nelle mani un piccolo ritratto all'encausto, che si è -levato dallo strofio, e che va guardando_) vedrà con lui altro cielo -ed altre città della Grecia: e come egli la vedrà sempre sorridergli -così... dello stesso sorriso, fissarlo sempre con lo stesso sguardo, -come uguali rimarran sempre queste dipinte sembianze, così uguali per -Elèo rimarranno la memoria ed il cuore di Aglae... - -EL. (_vivissimamente, facendo atto di prenderle il ritratto dalle -mani_) Il tuo ritratto!... Oh grazie! - -AGL. (_con umore_) Grazie niente. Mi hai detto quelle brutte parole... - -EL. Aglae! - -AGL. Ho fatto male a dirti di venire. Era meglio non vederci... Va... -lasciami... - -EL. Ma non prima di aver meco questo pegno, che non darei (_glie lo -toglie con affettuosa violenza: Aglae se lo lascia togliere, senza -guardar Elèo_) pei tesori della terra! non prima di averti detto che -Elèo parte, ma la sua mente e la sua anima rimangono qui:... qui, -presso al piccolo domestico altare, dove orfano appresi ad amare i soli -esseri che mi amarono al mondo e ad accettare per essi il dolore... a -comprendere, per essi, il sacrificio!... (_con trasporto vivissimo_) Oh -andassi fino agli ultimi confini del mondo ed agli Espèridi... lascierà -prima Pallade la nostra rupe, che queste soglie, ove tu vivi, il mio -pensiero!... - -AGL. No, no, Elèo!... capisco di chiedere troppo... troppo più che -io non deva, al tuo cuore ed alla tua memoria... Tu sei bello, sei -giovane, e non potrai, non dovrai vivere sempre solo... - -EL. (_con rimprovero_) Aglae!... - - -SCENA XIV. - -_Detti e_ MÈNECLE. - - (Mènecle si è affacciato dalla porta nel fondo, mentre Elèo ed - Aglae proseguono il lor dialogo sul davanti della scena. Rimane - muto, le braccia conserte, il volto tra pensieroso e sorridente, - sulla soglia a guardarli). - - -AGL. No... lasciami dire... Non ti accuso... Il tempo non muterà la tua -tempra, ma muterà molte cose intorno a te... Mènecle vivrà, e glielo -auguro, buon vecchio! molti anni... - -EL. (_melanconico_) Oh... anch'io... - -AGL. ... e il giorno che io sarò libera di nozze, io non sarò più una -ragazza per te. Breve è la stagion della donna — e s'ella non la coglie -— passata quella, se ne sta seduta a consultar gli auguri[212]. Le rose -della giovinezza in quel dì saranno svanite, e a te, nel fior degli -anni, non resterebbe a sposar che la memoria e l'ombra di colei che fu -un tempo la bella Aglae... una brutta vecchia grinzosa... Oh, sarebbe -troppo pretendere... - -MÈN. (_di dietro, tentennando il capo_) (Infatti...) - -AGL. ... e faresti la figura di Cròbilo. Direbbero che m'hai sposata -per godere la mia dote, la eredità di Mènecle. No, no, promettimi -solo che il giorno in cui il tuo cuore sarà stanco di attendere... -rimanderai ad Aglae questo ricordo... - -EL. Fino a che tra i viventi mi rischiari il sole, questo ricordo starà -con me. Verrà con me nella pugna, poserà con me sotto la tenda. Oh -gli anni possono involarci la cara giovinezza, spegnere le febbri, i -delirî dei sensi, ma non ispegneranno un affetto reso puro e santo dal -sagrificio... - -MÈN. (È nato per far l'oratore!...) - -EL. (_con forza_) ... prima che io rinneghi la fede di questo affetto, -possa Nettuno farmi morire come Ippolito... e casto come lui!... - -MÈN. (Povero ragazzo! te ne accorgeresti!...) - -AGL. (_buttandosi al collo di Elèo_) Oh... lasciamo questi giuramenti... - -MÈN. (To'! ha più giudizio di lui!...) - -AGL. Sia dell'avvenire e del cuor tuo quello che gli Dei vorranno. -Io ti ringrazio del conforto che m'hanno dato le tue parole. Esse -mi renderanno più forte in questa prova... Che se vi avessi a -soccombere... (_con voce triste, infantile_) dirò a Mènecle che mi -faccia un bel sepolcro tutto bianco... bianco... e tu ci verrai... - -EL. Oh taci! Non parlar di morire; dimmi che in te la memoria di -quest'ora non morirà... Me lo prometti? - -AGL. (_volgendosi all'altare domestico_) Qui all'ara del Dio che ci -ascolta... - -EL. E mi giuri che se Mènecle... - -AGL. (_senza guardar Elèo, esitante, gli occhi a terra_) ... il buon -vecchio Mènecle... - -MÈN. (Poverina! ci ha aggiunto anche il buono!..) - -AGL. (_arrestandosi e riprendendo premurosa_) ... che noi dobbiamo -amare, finchè vive, come fosse nostro padre, n'è vero? - -EL. (_triste, a capo basso_) Oh, sì... come un padre... - -AGL. (_riprendendo esitante il filo della frase_) ... se il buon -vecchio Mènecle ci venisse un giorno rapito dalla Parca triste... - -EL. ... inesorabile!... - -AGL. ... scellerata!... - -MÈN. (_c. s._) (Si sfogano colla Parca... meno male...) - -EL. ... e che io fossi vivo... - -AGL. E io anche... - -EL. E tutti due... - -AGL. E tutti due quella perdita... amara... (_appoggia la voce -sull'amara, quasi volesse correggere un pensiero colpevole: Elèo -assente col gesto_) ci trovasse ancor giovani... in età da marito... - - (Sempre esitante, a occhi bassi, come avesse paura o rimorso di - compier la frase) - -MÈN. (Giustissimo!... a maritarsi vecchi, ecco ciò che succede...) - -EL. Quel giorno dunque... - -AGL. Che il buon Mènecle... - - (Mènecle si avanza fra i due giovani). - -MÈN. (_proseguendo la frase, a voce alta_) ... andrà all'altro mondo... - -EL., AGL. (_sgomentatissimi entrambi al vederlo_) Ah!... - -MÈN. ... speriamo, neh, figlioli, che sia lontano — quel giorno -piangeremo prima amaramente la sua partenza e poi potremo sposarci -senza scrupolo. Ma sentite, neh! (_picchiandosi lo stomaco_) che -polmoni e che cassa di stomaco! Ce n'è ancora per trent'anni!... Se -aspettate me state freschi! - -AGL. (_buttandosi alle sue ginocchia_) Oh perdono, Mènecle!... - -EL. (_idem_) Perdono... padre mio... - -AGL. Ti giuro, per le Dee, che... - -MÈN. (_rialzandoli entrambi con affabilità affettuosa_) Su, su, -ragazzi!... ma che giuramenti e che perdoni! So tutto... Grazie a te, -Elèo, della tua lealtà; grazie, Aglae, della tua fedeltà al tuo dovere. -Soltanto, speriamo (_con bonarietà comica_) non mi farai più dell'altre -scene di gelosia... - -AGL. (_mortificata chinando gli occhi_) Mènecle!... - -MÈN. No, no — non ti rimprovero... benchè, per Giove, lo meriteresti, -per insegnarti a frugare nelle carte del marito e a leggerne le -lettere... - -AGL. (_sorpresa, mortificata_) Ah!... - -MÈN. ... e a scriverne dell'altre ai giovinotti, a sua insaputa... - -AGL. (_mortificata_) Come... tu...? - -MÈN. (_con bonarietà comica e imperiosa_) Silenzio!... Sappiamo tutto. -Se la moglie fa la curiosa, il marito ha diritto di fare il curioso... -(_a Elèo_) Neh, ricordalo bene anche tu, una volta che sii suo -marito... - -AGL. (_supplichevole_) Oh... Mènecle!... - -MÈN. Silenzio!... - -EL. (_interpretando anch'egli come ironia le parole di Mènecle_) -Mènecle, punisci me... ma risparmia a me ed a lei le tue ironie... - -MÈN. Ma che ironie?!! Le _tue_ vuoi dire. È una moglie divisa in due -— a me in corpo, a te in effigie — non è un'ironia? E cosa credi, -che Mènecle sia feroce come Teseo, da lasciar morir casto il povero -Ippolito? Cosa credete (_ad entrambi_) che Mènecle sia così egoista, -così disonesto, così imbecille da accettar la elemosina del vostro -sagrificio? (_Mènecle, stando in mezzo ai due giovani, ha proferito -queste parole con impeto e voce brusca; i due giovani, sotto la -sfuriata del vecchio, tengono mortificati la testa e gli occhi bassi; -quando al finir delle sue parole s'attentano a levarli furtivamente -verso di lui credendolo in collera, s'accorgono che Mènecle sorride -del loro inganno, e li guarda affettuoso facendo lor cenno, delle -due braccia, di appressarglisi_) Voi altri siete così matti che -lo avreste anche mantenuto... ma poi... poi, neh? (_si volge ad -Aglae affettuosamente canzonandola e rifacendole la voce_) le forze -mancavano... e ci voleva il sepolcro bianco... tutto bianco... (_con -rimprovero comicamente brusco_) farmi far di queste spese!... Ohibò!... -Tu... (_sempre ad Aglae_) in castigo della burla che m'hai fatto, — e -tu in castigo (_ad Elèo_) del non avermi mai detto niente — quando si -ama la moglie si avvisa il marito — vi mariterete... E così imparerete. - -AGL., EL. (_gettandosi entrambi commossi al collo di Mènecle_) Ah -Mènecle, mai! - -MÈN. (_con voce grave, liberandosi dall'abbraccio dei due, piangenti -di commozione_) Preferireste vivere, aspettando senza volerlo, -senza saperlo, la morte mia?... (_ad Aglae_) Oggi tu ed io andremo -dall'arconte, a deporre la scritta del divorzio insieme: e ci verrai -a fronte alta, perchè tu rimani nella mia famiglia... (_movimento -di Aglae e di Elèo_) già, nella mia famiglia... tu sposi mio figlio -adottivo...[213]. - -AGL., EL. Ah!... - -MÈN. (_proseguendo, ad Elèo_) ... se non ti rincresce passare dalla tua -nella mia tribù,[214] verrai meco dai fràtori del borgo di Alopéce, -e sarai iscritto nel registro della fràtria mia, come mio figlio, — -erede con lei (_accennando Aglae_) delle mie fortune, partecipe delle -cose sante e sacre[215]. Porterai in nome Làmaco: il nome di mio padre -caduto da valoroso a Samo... e nella famiglia di Mènecle al nome non si -mente... - -EL. (_abbracciandolo commosso_) Padre! padre mio!... - - (Aglae piange col volto nelle mani. Elèo vorrebbe dir qualcosa. - Mènecle indovina il suo pensiero e lo previene). - -MÈN. Quanto al tuo partire... c'è tempo... - -EL. (_sorpreso_) Che? - -MÈN. Pelopida... gli ho parlato io. Non ne vuol seco più di undici. -(_con inflessione grave e seria_) Li ha scelti già... (_gesto vivo di -protesta di Elèo_) Non temere! Verrà il tuo giorno... - -AGL. Oh Mènecle, la tua generosità... - -MÈN. No, no, adagio, a parlare di generosità. In questo mondo la si -scambia con la imbecillità; ed io invece, andate là, che i miei conti -li ho fatti bene. Povero vecchio abbisognante, per i miei tardi giorni, -di un affetto che li consoli, dovrei amareggiarmelo col pensiero che -il mio vivere impedisce la vostra felicità? E che questa idea vostro -malgrado si inframmetterà tra me e voi, vi renderà a vostra insaputa -l'affezione a Mènecle un peso? Scambierei questo affetto vostro, così -sincero e così puro, col bel conforto di sapere che il dì quando la -Parca (_sorridendo ad Aglae_) — _la scellerata Parca!_ — mi farà quel -tal servizio, un sospiro non confessato di sollievo sfuggirà dai petti -delle due sole persone che mi voglion bene? E mentre è sì dolce il nome -di padre, dovrei vivere tutti i dì fra il dolor di non esserlo... e la -tema di divenirlo!... scambiar la paura di avere un figlio con la gioia -tranquilla di lasciarne, partendo, qui... due? - -EL., AGL. (_vivissimamente_) Partendo? - -MÈN. (_ad Aglae con voce affettuosa_) Non sei più sola... Che resto -a far qui? Ricordi le tue parole? «Quando fu il dì del bisogno, ci -vollero questi vecchioni per liberare la città e le sue donne!» Laggiù -a Tebe ci è bisogno. (_con inflessione mesta, solenne, ai due giovani -che fan per trattenerlo e lo guardano attoniti, commossi_) Ci vogliono -questi!... Vivere liberando donne, morire liberando città! - - (Quadro). - - - CALA LA TELA. - - -NOTE - -[204] Dopo che il tebano Pelopida ebbe persuasi i suoi compagni di -esilio all'impresa di partirsi da Atene per muovere alla liberazione di -Tebe «mandaron essi nascostamente a Tebe ad avvertire dei loro disegni -gli amici ch'eran ivi rimasti: tra questi Carone ed Epaminonda..... -Stabilitosi quindi il giorno dell'impresa, parve bene ai profughi -che l'un d'essi, Ferenico, raccogliendo gli altri, facesse sosta in -Triasio, e che pochi de' più giovani arditamente si arrischiassero di -entrare in città: e se a questi incogliesse mai qualche sinistro dalla -parte de' nemici, gli altri tutti aver cura dovessero de' figliuoli -e de' padri loro. Il primo che si esibì ad andarci fu Pelopida, e poi -Melone e Dàmocle e Teopompo, stretti fra loro co' vincoli d'amicizia e -di fede, ed emuli sempre della gloria e del valore. Essendo _dodici_ in -tutto, dopo aver abbracciato quelli che restavano addietro, e mandato -innanzi un messo a Carone, si incamminarono succintamente vestiti... -_ecc. ecc._» PLUTARCO, in _Pelopida_. - -[205] Cfr. nell'arringa di Lisia per _la uccision di Eratostene_, il -racconto del marito Eufileto: «Tornato a casa, ordinai alla fantesca -di seguirmi in piazza; e condottala ad uno de' miei famigliari, le -dissi che sapevo tutto quel che succedeva in casa mia. A te, quindi, -soggiungevo, sta lo sceglier fra i due: o passata per le verghe esser -condannata a rigirar la mola, tra patimenti senza fine, o confessando -la verità andar illesa, e aver da me il perdono de' tuoi delitti. E -quella sulle prime negava fermamente e diceva facessi pure di lei quel -che volevo; lei non saper nulla: ma quando nominai Eratostene, e dissi -che costui era il frequentatore di mia moglie, allora si sbigottì, -giudicando che io sapessi tutto. E cadendo alle mie ginocchia, e -fattasi da me promettere che non le avrei fatto del male, confessò...» -— _Uccis. Erat.,_ 18-20. - -[206] Cfr. EURIPIDE, _Ippolito_, 645-650. - -[207] Cfr. ARISTOF. _Rane_, 130 seg. — Dalla torre alta del Ceràmico -buttavano la face per dare il segnale della _corsa delle lampade_: di -che nelle note all'_Alcibiade_. - -[208] Cfr. LISIA, _Uccis. di Eratost._, 21. - -[209] PLUTARCO, _Vite dei X Oratori_, in _Antifonte_. - -[210] Cfr. ALCIFR., _Lett._ 1, 29. Glicera, di Menandro gelosa, scrive -a Bacchide: «Conosco, o Bacchide, la reciproca amicizia che passa tra -di noi due: ma d'altra parte, o carissima, temo non tanto di te, che -ti so di costumi onesti, quanto di lui stesso: chè egli è donnajuolo -al sommo. Ma tu mi taccierai di ombrosa... Deh, scusa, diletta amica, -simili gelosie da amanti...». - -[211] Furono gli Ateniesi benevoli ai profughi Tebani, «ricompensar -volendo i Tebani: perocchè questi principalmente contribuito aveano -a ristabilirsi in Atene il governo popolare e avean decretato che se -alcuno portando l'armi contro i tiranni passasse per la Beozia, nessuno -di quelli che ivi abitavano mostrar dovesse di sentire o veder cosa -alcuna». PLUT., in _Pelopida_. Cfr. SENOF. _Elleniche_, lib. II. - -[212] - - τῆς δέ γυναικὸς ὁ καιρός, κἂν τούτου μὴ ’πιλάβηται - οὐδείς ἐθέλει γῆμαι ταύτην, ὀττευομένη δὲ κάθηται. - ARISTOF., _Lisistrata_, 596-7. - -[213] Frequenti e legittime erano nel dritto attico le adozioni — -permesse però solo a quelli che non avean figli propri (ISEO, _Ered. -d'Aristarco_, 9) — a fine di preservare da estinzione il casato. -«Dopo ciò (cioè dopo collocata in matrimonio ad altri la moglie) -pensava Mènecle al come evitare la mancanza di figli e aver chi lo -curasse nella vecchiaja, e morto gli rendesse le esequie e i sagrifici -dovuti in avvenire. Aveva bensì un nipote, il figlio di costui: ma -essendo figlio unico, ritenea disdicevole privar di prole mascolina -il fratello. E così essendo non vide altri più prossimi di noi... -E in questo modo Mènecle mi ebbe figlio ed erede suo». ISEO, _Ered. -Mènecle_, § 10-12. «Tutti quelli che son per morire si preoccupano di -ciò, che le loro case non restino solitarie, ma vi sia chi renda ai -loro Mani i sacrifici funebri, e le altre giuste cose: per il che se si -trovino senza figli, procurandosene per adozione, ne lasciano. Nè già -privatamente così stabiliscono, ma la stessa repubblica questo sanci: -mandando all'arconte di _aver cura che le case non restino solitarie_». -ISEO, _Eredità di Apollodoro_, § 30. Lo che voleva dire che se uno -moriva senza figli nè proprî nè adottivi, e senza testamento, pensava -l'arconte a istituirgli tra i prossimi congiunti, un figlio adottivo ed -erede. - -Pel rimanente, le adozioni si facevano o appunto per testamento, o -_inter vivos_. In questo secondo caso (ch'è quel del nostro Mènecle e -di Elèo) l'adottante procedeva, così come usavasi pei neonati, alla -presentazione del figlio nella propria confraternita (_fratria_) e -all'iscrizione sul registro della stessa, formante il documento di -legittimità. - -«Venuta la festa Targelia, mi introdusse innanzi all'altare tra i -fratori. A questi è legge che chiunque introduce un figliuolo o proprio -o adottivo, fa fede, in nome delle cose sacre, ch'egli introduce un -figlio d'una cittadina, legittimamente nato ed adottato. Compiuto ciò, -nullameno i fratori fan lo squittinio: e se essi giudicano alla stessa -maniera, allora solamente lo iscrivono nel registro pubblico». ISEO, -_Ered. di Apollodoro_, § 15-16. - -[214] Il figlio adottato non poteva più tornar nella sua famiglia -paterna (così Mènecle nell'arriga d'ISEO, ha scrupolo adottando il -nipote di privar del figlio il fratello, IS., _Ered. Mèn._, 10), ed -entrava a far parte della tribù dell'adottante, che gli imponeva a -suo piacimento nuovo nome. (Ordinariamente, poi, i figli portavano il -nome dell'avo paterno: lo stesso avveniva per gli adottati). «Se uno -t'interrogasse: Dimmi, Beoto, come sei venuto nella tribù Acamantide -e diventato del demo di Torisio e figliuolo di Mantia ed erede delle -sostanze da lui lasciate? Non altro potresti dire, fuorchè: _Mi adottò -Mantia_. E se soggiungesse: dov'è la prova o la testimonianza? — Mi -menò tra i fratori — risponderesti. — Con qual nome? — Con quello di -Beoto. — Chè con questo fosti introdotto. Ora se il padre tornando a -vita ti mettesse al partito o di conservare il nome che ti diè o di non -ritener lui per padre, non sarebbe discreto?» DEMOST., _C. Beoto_, per -il nome, § 30, 31. - -[215] Τῶν πατρώων ἒχεις τὸ μέρος. ἱερῶν, ὁσίων μετέχεις DEM., _C. -Beoto_, per il nome, § 35. - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - DEGLI EDITORI-TIPOGRAFI FORZANI E C. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, in -particolare per quanto riguarda gli accenti, alquanto variabili -nell'originale. Sono stati corretti senza annotazione minimi errori -tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's La sposa di Mènecle, by Felice Cavallotti - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SPOSA DI MÈNECLE *** - -***** This file should be named 60543-0.txt or 60543-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/5/4/60543/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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Information about the Project Gutenberg Literary Archive -Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent -permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. -Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at -809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official -page at http://pglaf.org - -For additional contact information: - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To -SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any -particular state visit http://pglaf.org - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. 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