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-The Project Gutenberg EBook of La sposa di Mènecle, by Felice Cavallotti
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
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-
-Title: La sposa di Mènecle
-
-Author: Felice Cavallotti
-
-Release Date: October 21, 2019 [EBook #60543]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA SPOSA DI MÈNECLE ***
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-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
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- FELICE CAVALLOTTI
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- LA
- SPOSA DI MÈNECLE
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- COMEDIA
- IN UN PROLOGO E TRE ATTI
- CON NOTE
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- IN ROMA
- _Presso Forzani e C., tipografi del Senato_
- EDITORI
- 1882
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- PROPRIETÀ LETTERARIA
- DEGLI EDITORI-TIPOGRAFI FORZANI E C.
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-
-Una delle arringhe giudiziarie, a noi pervenute, di Iseo (l'oratore
-ateniese che fiorì sui principî del IV secolo avanti l'era volgare e fu
-maestro a Demostene), arringa intitolata: _Della eredità di Mènecle_,
-tratta di un caso giuridico che suggerì in germe la idea della presente
-commedia e il nome del suo protagonista. Ed è curioso che dei tanti
-grecisti i quali si son degnati di farmi, nelle _appendici_ critiche,
-la lezione sulla commedia mia, sentenziando non verosimile il caso,
-nessuno abbia mostrato tampoco di conoscere il buon vecchio oratore
-Iseo almeno di vista. Mi sbaglio: l'uno di essi, più grecista degli
-altri, sentendo proferito nella commedia quel nome, mi rimproverò
-di avere alluso al discorso di Iseo dell'onorevole Zanardelli, e mi
-ammonì paternamente che queste allusioni non sono roba di sapor greco!
-Passiamo oltre... e veniamo al piato giudiziario che dovette decidersi
-a quei tempi davanti ai giudici cittadini ateniesi.
-
-Un giovine orfano adottato per figlio da certo Mènecle, al quale
-avea dato la propria sorella in isposa, e divenuto, alla morte di
-Mènecle, erede di lui, si vede contesa la eredità da un fratello del
-defunto: il quale afferma in tribunale l'adozione non essere stata
-legittima, ma carpita al vecchio, già imbecillito dall'età, per
-mezzo di sua moglie, sorella all'adottato. Iseo scrive l'arringa in
-favor di quest'ultimo e sostiene legittima la adozione e la eredità,
-difendendo il giovine dall'accusa. Era questa poi falsa? Era vera? V'ha
-chi inclina a quest'ultima ipotesi: e scorger vorrebbe nell'arringa
-di Iseo la perizia di un avvocato abilissimo messa a servizio di due
-giovani imbroglioni, sfruttanti la imbecillità senile di Mènecle. A
-me la ipotesi pare molto avventata; dato che le cose stessero a quel
-modo, bisognerebbe ammettere che causa cattiva di rado fu difesa con
-migliori e più commoventi argomenti. Checchè ne sia, ecco i fatti,
-quali l'accusato, nell'arringa che da Iseo per lui fu scritta, innanzi
-ai giudici li espone: giusta la legge che agli accusati prescriveva di
-perorare la propria causa in persona:
-
-Due vecchi ateniesi, Epònimo del borgo di Acarne e Mènecle, erano uniti
-da intima amicizia. Il primo morì lasciando quattro figli, due maschi
-(di cui l'uno è l'accusato) e due femmine. La maggiore fu maritata dai
-fratelli a certo Leucolofo. Quattr'anni dopo, quando la minore era già
-in età da marito, al vecchio e ricco Mènecle morì la prima moglie: ed
-egli andò dai due figli di Epònimo a chiedere in seconde nozze la lor
-sorella, in memoria dell'amicizia antica che lo legava al loro padre
-defunto. I due fratelli, in reverenza della memoria del genitore e
-pensando interpretarne il voto, di gran cuore gliel'accordarono. Ed ora
-lasciamo all'accusato la parola:
-
-«Così collocate entrambe le sorelle, io e mio fratello, essendo
-giovani, ci demmo alla milizia e partimmo per la Tracia sotto la
-condotta di Ificrate. Quivi fattoci onore ed arricchitici, tornammo
-qua e trovammo la sorella maggiore con due figliuoli, e la _minore
-sposata a Mènecle, senza prole_. Questi, di lì a due o tre mesi, parlò
-con noi, e _dettoci della sorella nostra un gran bene, si lamentò
-della propria età e dell'essere senza prole. Disse non dovere essere
-quello per lui il guiderdone della sua virtù, di invecchiare con lui
-senza aver figli: era già abbastanza che fosse infelice lui._ Questo
-parlare chiaramente mostrava che egli la _rimandava amichevolmente_:
-perchè nessuno prega cui odia. Ei ci pregava di _rendergli un segnalato
-servigio, dando la nostra sorella in moglie ad un altro col consenso di
-lui_. E noi lo esortavamo a persuadere egli stesso la donna; e ove ella
-avesse acconsentito, noi avremmo appagato il desiderio suo. _E quella,
-sulle prime, non volle saperne; ma poi col tempo, benchè a malincuore,
-acconsentì._ E così la maritammo a Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle
-le restituì la dote...
-
-«Passato da questo fatto alcun tempo, Mènecle meditava pur sempre tra
-sè come scongiurare la mancanza di prole, _e come avere qualcuno che,
-lui vivo, avesse cura della sua vecchiaia, e morto gli celebrasse le
-esequie e i sacrifici ereditarî_. Aveva bensì un nipote, il figlio
-di costui (l'avversario attore): ma essendo figlio unico, riteneva
-disdicevole, adottandolo in figlio proprio, privar di prole mascolina
-il fratello. E così stando, non vide altri a lui più prossimi di noi.
-Quindi ci parlò dicendoci parergli giusto, postochè la fortuna non gli
-aveva dato procrear prole dalla sorella nostra, avere almeno un figlio
-dalla stessa famiglia, onde avrebbe amato aver prole per via naturale.
-Questo udito, mio fratello assai lo ringraziò e lo approvò, dicendo
-che alla vecchiaia e alla solitudine di lui certo abbisognava qualcuno
-che di lui avesse cura e con lui convivesse nel borgo: «Per mio conto,
-egli disse, tu sai che mi tocca star fuori in viaggio; ma ecco qui mio
-fratello (me additando) che curerà le tue cose e le mie, se tu vuoi
-adottarlo». E Mènecle approvò le sue parole, e in questo modo mi ebbe
-figlio ed erede suo». ISEO, _Ered. Mènecl._, § 6-12.
-
-È egli strano che, mentre sotto a questo racconto il Lallier non vede
-altro che tutto un intrigo ordito dai figli di Epònimo, fratelli e
-sorelle d'accordo, per impadronirsi dell'eredità di un vecchio ricco e
-senza figli; mentre la stessa renitenza della fanciulla ad accettare
-in sulle prime il divorzio gli pare aver l'aria di una commedia, e
-gli strappa un sorriso d'incredulità (LALL., _La femme à Athènes_,
-pag. 257 e seg.), al cuore di una donna invece abbia sorriso la poesia
-dell'accettare questo racconto per vero e credere ad un esempio raro
-e commovente di abnegazione, di generosità e di virtù? (CLARISSE
-BADER, _La femme grecque_). Certo non è a dimenticarsi che questo è
-il racconto di una sola delle due parti, l'accusato, e a noi manca,
-per dar un giudizio, l'arringa dell'accusatore: e certo il figlio di
-Epònimo, soccorso dalla consumata abilità di Iseo, non avrà trascurato
-nel racconto, come qualunque accusato, di esporre i fatti sotto la luce
-che più gli giovava per muovere i giudici in proprio favore. Ma ammesso
-anche ciò, tutto il linguaggio dell'arringa ha pur sempre un accento
-di verità che colpisce: e le poche parole che Iseo ha posto in bocca
-al vecchio Mènecle sono tanto belle di semplicità, di naturalezza e di
-commovente nobiltà d'animo, che l'arte, a cui nulla importa dell'esito,
-qualunque fosse, di quel piato giudiziario di secoli fa, ancor meno
-sente il bisogno di giudicarle _a priori_ una invenzione sfacciata, e
-di credere gratuitamente che il grande oratore che preparava Demostene
-ai magnanimi impeti e alle glorie della civile eloquenza fosse
-l'ignobile patrocinatore di una ignobile mariuoleria.
-
-Ora, _mutatis mutandis_, e messi gli accessorî da parte, intorno
-a quelle semplici parole di Iseo si svolgono e favola e intreccio
-della commedia presente. La quale nel pensiero dell'autore mirava a
-innocentissimo scopo: e non quello già — Dioneguardi! — di scrivere
-intorno al divorzio una commedia a tesi; genere di roba a cui l'autore
-professa insuperabile repugnanza e ch'egli volentieri abbandona ai
-moderni riformatori della società; ma senza tante pretese, fra le
-cento e cento soluzioni del problema, escogitate in cento e cento
-drammi, una affacciarne, esempligrazia, già scritta nel diritto e
-nel costume antico, adatta a moderni casi, e sul teatro moderno non
-comparsa ancora: e questa, ad argomento non di tirate nè prediche
-filosofico-sociali, ma di una azione comica che ritraesse al vero la
-vita intima greca del secolo di Menandro e profili e idee e affetti e
-tipi della _nova commedia_ menandréa. L'autore però non avea pensato
-ad un guaio: che quella vita intima d'allora, così diversa per chi la
-guardi alla superficie, studiata dappresso, e minutamente, somiglia
-in moltissime cose, come due goccie d'acqua si somigliano, alla vita
-intima d'oggidì: e che molti di que' tipi, di que' caratteri, di quegli
-affetti della commedia greca del IV secolo, trovano ancora oggi negli
-affetti e ne' tipi della società nostra riscontro meraviglioso: chè
-appunto non per nulla fu gloria di Menandro lo avere studiato dentro di
-sè e intorno a sè ed evocato sulla scena l'_eterno umano_, tutto ciò
-che nelle passioni, e nei dolori e nei ridicoli ha di eterno la umana
-natura: e per dirla con Manilio, «_data la vita umana in ispettacolo
-ai viventi_» (MANILIUS, _Astronomicon_, lib. V. E già prima di lui,
-Aristofane il critico esclamava: _O Menandro! O vita umana! chi di voi
-due ha imitato l'altro?_).
-
-E così avvenne che la mia povera _Sposa_ trasse seco dalla nascita la
-condanna sua, al cospetto dei critici... che la sanno lunga: i quali
-senz'altro, lì sui due piedi, con grande sussiego sentenziarono lei
-non essere che una moderna sposina sotto spoglie mentite; e non avere
-altro di greco fuor che le vesti ed il nome. Anzi qualcuno dei meno
-arcigni tra questi andò più in là, e si degnò con indulgenza domandarmi
-perchè mai, _dal momento che la mia era una commedia affatto moderna_,
-avessi ricorso al travestimento e non avessi dato addirittura ai miei
-personaggi moderni nomi, e messa la scena a Milano od a Cuneo. Eh, Dio
-buono! i perchè sono tanti: e tra i cento anche questo, che a Milano
-od a Cuneo, la soluzione pensata dal vecchio Mènecle, e a noi da Iseo
-testificata, se anche risponde al sentimento nostro, con i codici
-nostri non sarebbe stata possibile; sebbene anche a Milano ed a Cuneo
-essa forse sarebbe, pure ai dì nostri, in moltissimi casi desiderabile.
-E il mio Mènecle non essendo un moralista delle commedie a tesi, non
-declama su le leggi come sono da farsi, ma si serve delle leggi come
-sono già. Il che, per questi tempi di _verismo_, m'è parso anche più
-vero.
-
-Ma con quei critici sapienti, autorevoli, competenti e consumatori di
-_enciclopedie_, dilungarmi in risposte non parmi del caso: e con le
-loro nozioni profonde della vita greca e del mondo greco, di riuscire
-ad intendermela dispero. Ai benevoli poi, i quali lessero nello
-intendimento artistico dell'autore, e furono larghi alla _Sposa_ ne'
-teatri d'Italia di accoglienze cortesi, a questi dedico il volume con
-le note che l'accompagnano: soverchie certo a molti di loro per l'amore
-che professano a questi studî: non soverchie all'autore per il rispetto
-che deve all'arte sua.
-
- FELICE CAVALLOTTI.
-
-
-
-
-PROLOGO
-
- [Illustrazione: Scena]
-
-
-_PERSONAGGI DEL PROLOGO_
-
- TESMOTETA (presidente del tribunale).
- BEOTO, accusatore.
- EUDEMONIPPO, autor comico, accusato
- (Eudemonippo: εύδαιμων, felice; ἵππος, cavallo).
- CANCELLIERE.
- ARALDO.
- 1º, 2º, 3º GIUDICE.
- Altri GIUDICI (_eliasti_) che non parlano, e TESTIMONI.
- CUSTODE della _clessidra_, e ARCIERO scita
- in sentinella, che non parlano.
-
-_L'azione del prologo ha luogo in Atene l'anno 300 avanti l'E. V.
-(1º della 120ª Olimpiade) ossia 80 anni dopo l'epoca in cui è posta
-l'azione della commedia._
-
-
-
-
- PROLOGO
-
- _UN PROCESSO ATENIESE_[1]
-
-
-DICASTERO ATENIESE.[2]
-
- Aula del _Tribunale verde_ (_Batràchio_).[3] Pareti colorite in
- verde. Su alcune colonne sono scolpite in tavole le leggi penali.
-
- Verso il boccascena, a sinistra, è disposto il seggio elevato del
- Tesmoteta, che vestito di bianco e coronato di mirto, presiede.
- Accanto a lui, dai due lati, si stendono le gradinate o banchi di
- legno, coperti di stuoie (πίαδια)[4] per i giudici (_eliasti_)
- occupanti tutta la sinistra del palcoscenico, e supponentisi
- continuare in platea. Il recinto dei giudici è circoscritto nello
- sfondo da steccato o sbarre (δρυφάκτοις), di là dalle quali è
- lo spazio riservato al publico dei cittadini che frequentan le
- udienze: e più oltre in fondo, nel mezzo, l'ingresso, chiuso da
- un cancello (κιγκλίς).[5] Presso l'ingresso, guardato da una
- sentinella (_arciero scìta_),[6] sorge la statua o simulacro
- di Lico[7] ed è issata una piccola bandiera. Di fronte al
- Tesmoteta, nell'angolo tra lo sfondo e la destra della scena, due
- tribune elevate (βήματα), quella dell'_accusatore_ (_ringhiera
- dell'implacabilità_, ἀναίδεια) e quella dell'_accusato_ (_ringhiera
- della protervia_, ὕβρις). Presso alla ringhiera dell'accusato
- stanno i testimoni da lui citati. Dinanzi e vicino[8] alle due
- ringhiere, due vasi od urne pei voti, l'una di rame, coperta
- (urna del voto, κύριος κάδισκος), l'altra di legno, aperta (urna
- di controllo, ἂκυρος κάδισκος). Più innanzi, ma vicino sempre
- alle tribune, due tavoli, l'uno del _cancelliere_ o scrivano
- (γραμματεύς) su cui è il vaso (ἐχιῖνος) contenente i documenti
- e altri papiri distesi sul tavolo; sull'altro più piccolo la
- _clessidra_ od orologio ad acqua, regolata da un servo, soprastante
- alla stessa (ἐφ’ ὕδωρ).[9] Costui ha presso di sè due anfore, una
- grande contenente l'acqua, e una più piccola per attingerne le
- misure.
-
-
- All'alzarsi della tela, i due litiganti son ritti in piedi nello
- sfondo. Il Tesmoteta (in veste bianca e con la corona di mirto) è
- già seduto: gli Eliasti entrano e vanno a prendere i posti. Essi
- hanno tutti in mano un bastone (βακτηρία) verde anch'esso come il
- color del Tribunale, e terminante in pomo. Man mano entrano, avanti
- sedersi, ritirano dal Tesmoteta una tavoletta di cera (gettone
- di presenza, ούμβολον). L'Araldo ch'è sul davanti della scena,
- in veste bianca, sta bruciando nel tripode dei rami di mirto e
- dell'incenso.[10]
-
-
-1º EL. (_prendendo posto_). Neh, Simone, speriamo la tengan corta...
-
-2º EL. Spero bene. Un bel piatto di lenticchie[11] m'aspetta a cena. Se
-l'accusato va per le lunghe, piangerà senza mangiar cipolle...[12]
-
-TESMOT. Araldo, recita la preghiera e le imprecazioni.
-
-AR. (_proseguendo ad ardere l'incenso_).[13] «O Giove e Febo Apollo, e
-Pallade protettrice della rocca, e dèi Pizii, e dee Pizie, e Delìaci e
-Delìache, assistete al giudizio, illuminate il voto. E se alcun giudice
-abbia preso danari o doni dalle parti, o non le ascolti entrambe con
-animo eguale, e non giudichi secondo le leggi e il giuramento,[14]
-sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua.[15] E se alcuno dei
-contendenti o testimoni inganni i giudici, e asserisca o giuri cose
-false, sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua. Chi osserverà
-il giuramento, gli sia ogni evento felice. Così piaccia a Giove, e a
-Nettuno, e a Cerere».
-
-TESMOT. ed ELIASTI (_in coro_). _Così piaccia_...
-
-TESMOT. Araldo, vedi se vi son giudici ancora fuori. Appena si
-incominci non entrerà più alcuno.[16]
-
-AR. (_guardando e verso i cancelli e verso la platea_). Pare ci sian
-tutti...
-
-TESMOT. (_accennando verso l'ingresso_). Sian chiusi i cancelli. Chi
-dei giudici fosse ancor fuori, perderà la paga...
-
-4º EL. e altri GIUDICI (_in ritardo, che vengon correndo mentre la
-sentinella sta per chiudere i cancelli_). Aspetta! aspetta!
-
-1º EL. (_a quei che vengono di corsa_). Oh, oh, Carione! Zantia!
-Presto, presto! se no, non bevi il latte del questore!...[17]
-
-4º EL. (_sedendosi cogli ultimi arrivati_). Auff!... maledetta la
-furia!... Buon dì, Simone...
-
-TESMOT. Silenzio!... (_all'araldo_) È chiuso? Chiama i litiganti.
-
-AR. Causa di Beoto, figlio di Blèpiro, del borgo di Tòrico...
-
-BEOTO (_avanzandosi_). Presente!
-
-AR. Contro Eudemonippo, figlio di Evalce, del borgo di Cefiso...
-
-EUDEM. (_avanzandosi_). Presente!
-
-TESMOT. Cancelliere, recita l'accusa.
-
-CANCEL. (_leggendo_).[18] «Il giorno sei della luna crescente di
-Munichione,[19] Beoto di Blepiro, Toricese, innanzi all'Arconte accusò
-con giuramento Eudemonippo, autore comico, di leggi violate e corruzion
-del costume, perchè nella commedia _La Sposa di Mènecle_, presentata
-all'ultima gara delle feste Dionìsie,[20] mise in iscena cittadini col
-loro nome, disse ingiuria a magistrati, e divulgò idee contrarie alle
-leggi, alla famiglia, alle cose sante e stabilite della città. La pena
-sia dieci talenti e il bando dalle gare teatrali.[21] Stia in carcere
-fin che avrà pagato».[22]
-
-TESMOT. Giudici, udiste l'accusa. Fu affissa nel termine prescritto,
-sotto le statue degli eroi.[23] Le parti hanno dato il giuramento.[24]
-Accusatore Beoto, monta in ringhiera.[25] Silenzio!...
-
- (Beoto sale lento la ringhiera, dispone le carte a sè davanti, ne
- passa alcune giù al cancelliere con cui scambia sottovoce brevi
- parole, per mostrargli quelle da tener pronte, poi si mette la
- corona in testa e si soffia il naso).[26]
-
-3º EL. (_durante la pausa preparatoria i giudici disattenti van
-chiacchierando fra loro_).[27] Sai, chi ho visto ieri? Alce la
-sonatrice...
-
-1º EL. Come? È qui?
-
-3º EL. È tornata da Mileto, dove ha fatto fortuna. E come s'è fatta
-bella!...
-
-1º EL. Dove la sta?...
-
-3º EL. Ih, che fretta! Dietro il Pritanèo. Zitto... Sentiam questo
-chiacchierone...
-
-TESMOT. Fate silenzio... attenti, giudici...[28]
-
-2º EL. To' che si soffia il naso per tirar giù le idee! Ah, sì, se
-crede che per tre oboli io voglia star qui fino a domani... (_al
-servo che sta versando in più riprese l'acqua dall'anfora grande nella
-piccola che serve di misura, e da questa nella clessidra_) Ehi, ehi,
-quell'anfore tienle scarse![29]
-
-BEOTO (_dopo messasi la corona, e aggiustate le carte, comincia a
-parlare, appoggiandosi sul bastone[30] e rivolto al Tesmoteta_). O
-giudici Ateniesi! La accusa testè letta mi dispensa...
-
-1º EL. Forte!...
-
-3º EL. Più forte!...
-
-2º EL. Che voce da chioccia!...
-
-BEOTO (_alzando la voce_) ... la accusa testè letta mi dispensa da
-lunghe parole, e sarò brevissimo...
-
-1º EL. Bravo!
-
-2º EL. Bene!...
-
-BEOTO. ... brevissimo... e mite: e regalo all'accusato tutta l'acqua
-che m'avanza...[31]
-
-EUDEM. Non so che farne...
-
-BEOTO. ... perchè la evidenza dei fatti val meglio di ogni arringa
-eloquentissima. Nè alcuno di voi creda, per l'olimpico Giove, che
-privata invidia o rancore m'abbiano mosso all'accusa:[32] chè l'animo
-nel muoverla mi piange...
-
-3º EL. Poveretto!...
-
-BEOTO. ... e pagherei volentieri, perchè i fatti non fossero, la multa
-dell'accusator soccombente.[33]
-
-2º EL. Eh, che generoso!...
-
-BEOTO (_con accento e gesto di declamatore_). Ma in vedere costui
-farsi giuoco dei patrii magistrati, e sommuovere con funeste massime
-la città,[34] chiamando complici della iniqua opera le Muse, santo e
-puro zelo d'indignazione mi prese per la offesa fatta a quelle dee: le
-quali invoco e gli altri numi ed eroi tutelari di questo suolo, perchè
-vendichino sè stessi, e voi, e le leggi, e i patrii templi, e i boschi,
-e i domestici sagrifici...[35]
-
-2º EL. (_interrompendolo_). Tira il fiato!...
-
-BEOTO. Che se, per far breve, a poche leggi sole nella accusa mi
-restrinsi, ben potrei portar qui tutto intero l'archivio di quante
-leggi e sentenze si conservano nel tempio della gran madre degli
-dei,[36] perchè questo impudentissimo tutte in una le calpestò. E tu,
-che tanto osasti, sei ancora vivo? sei qui?
-
-TESMOT. Neh, oratore, se è qui, mi par inutile domandarglielo. Bada
-all'acqua...
-
- (Mentre Beoto parla, Eudemonippo è ritto in piedi a lato della
- propria tribuna, e prende annotazioni.)[37]
-
-BEOTO. Ci bado!... non temere, sarò cortese con questo...
-scelleratissimo. La commedia vi sta, o giudici, davanti: essa vi parli
-per me. Vietano le leggi nostre, o Ateniesi, sian messe sulla scena
-persone vere sotto il loro nome e dicasi ingiuria a magistrati: savio
-divieto, perchè l'onore di questi è onor dei cittadini che li elessero,
-e l'onor dei cittadini è patrimonio della Repubblica. E pur qui nella
-commedia si nominano e Fania ed Elèo: e pur non ignorate che il vecchio
-Mènecle fu eletto due volte tesmoteta, e andò ambasciatore ai Corintj
-e governatore in Lesbo: giudicate voi, dopo tanta dignità di uffici,
-qual parte nella commedia gli tocca di fare. Bellissima anzi, vi dirà
-questo istrion da dozzina:[38] ma voi non sorprenderanno le sue parole,
-perchè appunto la commedia è intesa a capovolgere ogni concetto e della
-famiglia e della virtù. Vedo molti fra voi dalla testa calva o canuta,
-i quali condussero in tarda età giovane sposa...
-
-2º EL. (_scherzoso al vicino_). Neh, senti Glaucone!...
-
-BEOTO. ... essi, essi diranno, per gli dei, se la condotta che a
-Mènecle costui attribuisce, sia imitabile e seria, se degna di un
-Arconte ella sia! Ad essi, ad essi, se a loro è pur caro sentirsi sui
-freddi levigati avorî della testa la carezza di mano morbida e tepida,
-e stringere la fresca dolce compagna fra le braccia antiche e dignitose
-— ad essi, ad essi[39] io domando se meriti pena costui che dalla
-scena osa propor simili esempî, e proporli in persona di un magistrato
-che porta corona, affinchè l'esempio, reso più autorevole, porti più
-presto, o vecchi giudici, nei talami vostri la solitudine...
-
- (Esclamazioni dei giudici).
-
-1º EL. Eh, eh! senti?
-
-2º EL. Come, come? La solitudine nei talami nostri? Questo osa quel
-tristo?...[40]
-
-BEOTO (_rilevando, con voce vibratissima, la interruzione_). Sì...
-questo osa!... e difendeteli, difendeteli, i vostri talami, per gli
-dei!...
-
-2º EL. Ma anche per le dee, se occorre!... o sta a sentire!...
-
-BEOTO. Io non so se io deva... non vorrei...
-
-1º EL. Parla! parla! galantuomo!...
-
-2º e 3º EL. Sì, sì, segui!... segui!...
-
-BEOTO. Non vorrei eccedere nei diritti della accusa, fedele al mio
-proposito di essere cortese con questo... solennissimo birbante...
-
-1º e 2º EL. No, no, non esser cortese!...
-
-BEOTO. Ma egli forse vi dirà che nei panni di Mènecle altro partito
-non v'era da quello che egli inventò: e voi rispondetegli che miglior
-partito era la morte...
-
-1º EL. Sicuro!...
-
-2º EL. Sicuro!
-
-BEOTO. ... e che in quei panni ognun di voi preferirebbe morire...
-
-1º e 2º EL. Cioè, cioè...
-
-3º EL. Adagio, un momento...
-
-BEOTO. Perchè la legge non vieta a chi versi in tristi impicci nel
-mondo l'andarsene... (_passa un foglio al cancelliere_) dilla su,
-cancelliere... tu (_al custode della clessidra_) ferma l'acqua...[41]
-
-CANCEL. (_leggendo_). «Chi non voglia più vivere, lo annunzi al Senato:
-gli esponga le cause: ottenutone il permesso, vada pure...»
-
-3º EL. Ah, quando c'è il permesso, è un altro affare... ma io non lo
-domando...
-
-BEOTO. Come vedete, o Ateniesi, la via d'uscita e magnanima vi era:
-magnanima costui poteva rendere la condotta di Mènecle: ma a lui
-premeva sovvertir la famiglia, e dare ai vecchi mariti detestabile
-suggerimento... Or io mi volgo tra voi, giudici, anche a color che
-son giovani; a voi, che appena in quest'anno avete avuto la tabella e
-prestato in Ardetto il giuramento:[42] e a voi domando, se baldanza di
-mogli sia lecita in Atene, quanta costui nelle donne di Cròbilo e di
-Fània ne pensò... Ben più modesto ufficio, saviamente, o Ateniesi, fra
-noi si assegna alla sposa del cittadino: poichè abbiam le cortigiane
-pei piaceri dello spirito e per gli affetti della vita... e abbiam le
-mogli per crear figli legittimi e per la custodia della casa e della
-roba.[43]
-
-ELIASTI. Bravo! benissimo!
-
-BEOTO (_segue riscaldandosi e battendo del pugno sulla ringhiera_).
-Questa la legge, questo il costume, questa la base della città: se v'ha
-chi altra ne sappia, la indichi, salga qua, gli cedo l'acqua.[44] Ma
-costume, e legge, e città, che diverranno se manderete assolto costui
-che insegna alle mogli ad alzar la voce, quando parla il marito?
-O terra, o sole, o dei![45] Così tu, celibe, insidii dei mariti
-l'autorità, e nulla avendo da far nella tua casa, metti sossopra la
-loro?
-
-1º e 2º EL. Ah, ma la vedremo!...
-
-3º EL. Basta, basta! non dir altro!... lo aggiusterem noi!...
-
-BEOTO (_rasciugandosi il sudore e ripigliando più calmo_). Ancora una
-parola, e ho finito. Fu tempo, o Ateniesi, che le Muse tra voi furon
-ministre di virtuosa e virile educazione: allora esse crebbero quegli
-uomini che pugnarono a Maratona.[46] E vanno famosi quelli antichi
-poeti, perchè insegnarono il vero, onorarono gli iddii, beneficarono
-gli uomini: e trovarono molte leggiadre parole per dire molte utili
-cose. Orfeo fondò i misteri, vietò le stragi; Museo insegnò i rimedi
-delle malattie; Esiodo l'agricoltura e i tempi del seminare e del
-raccogliere (_man mano che Beoto prosegue l'enumerazione degli esempi,
-gli Eliasti danno in esclamazioni d'impazienza_). Omero perchè acquistò
-gloria? perchè insegnò l'arte di schierar le truppe.[47] Tirteo? perchè
-insegnò la politica. Così è del poeta ammaestrare gli adulti, come il
-pedagogo i puttini:[48] per questo ordinammo che i poemi di Omero si
-cantino nelle sante Panatenee:[49] per questo alzammo alle Muse, come
-a benefattrici, gli altari. E voi tollerereste che questo sacrilego
-ricorra ad esse per renderle seminatrici di guai? Ah, se da qui
-tornando alle case vostre, le mogli o le sorelle vi domandassero:[50]
-_Che cosa avete fatto quest'oggi?_ risponderete voi: abbiamo assolto
-un poeta il quale pose in iscena mogli che si immischiano di quel
-che non devono e che non fanno quello che devono? Ah no, per Giove
-e per il trofeo e per i sepolcri della Tetràpoli![51] no, per gli
-eroi che dormono sotto i pubblici monumenti! oggi... tornando a casa,
-raccontereste la vostra sentenza: domani, tornando a casa... non
-trovereste la minestra in tavola!... Pensateci!
-
- (Applausi degli eliasti. Beoto si leva la corona e scende
- pettoruto, con aria trionfante, dalla ringhiera).
-
-2º EL. Ah, le mie lenticchie!...
-
-1º EL. Questo è parlare!...
-
-3º EL. Scusa... stavo scrivendo... che cosa ha detto?...
-
-1º EL. Che se diamo a costui fava bianca, domani le donne non ci fan da
-pranzo...
-
-3º EL. Ma glie ne do cento di fave nere...[52]
-
-TESMOT. Accusato, monta in ringhiera: e sii calmo: non mi andare fuor
-degli ulivi.[53] L'accusatore è stato moderato nei termini e cortese.
-Vedi di esserlo anche tu.
-
- (Grandi e prolungati rumori e voci fra i giudici, intanto che
- Eudemonippo monta in ringhiera e si mette la corona).
-
-EUDEM. Ateniesi! Giudici!... A Giove...
-
- (Parla fra i rumori ostili).
-
-ELIASTI (_in coro_). No, no!... Abbasso!
-
-EUDEM. (_tentando fra i rumori, inutilmente, di farsi ascoltare_). A
-Giove che ascolta i giuramenti e le ragioni... io domando...
-
-2º EL. Ma che domande!... ma sentilo che parla di ragioni...
-
-TESMOT. Fate silenzio!...
-
-EUDEM. (_sforzandosi sempre tra i rumori di farsi udire_). Io domando
-che se ingiusti...
-
-1º EL. Ingiusti noi?... Oh sfacciato!...
-
-3º EL. Noi ingiusti?... Prova mo' a ripeterlo!...
-
-ALTRI ELIASTI. Basta! abbasso! abbasso![54]
-
- (Rumori prolungati, conversazioni clamorose tolgono all'oratore la
- parola).
-
-EUDEM. (_a voce fortissima_). Una volta due uomini e un asino...
-
- (Si fa silenzio improvviso).
-
-1º EL. Ohe, attenti!... una storiella!...[55] ssssss!...
-
-ELIASTI. Ssssss! ssssss!
-
- (Silenzio generale completo).
-
-EUDEM. (_ripiglia calmo_). Un asino e due uomini viaggiavano:[56]
-l'uno, il padron della bestia, l'altro che l'aveva a nolo: e scottando
-forte il sole, litigarono i due, a chi l'ombra dell'asino toccasse:
-l'uno, il padrone, diceva aver noleggiato l'opera della bestia e non
-l'ombra: l'altro replicava, l'ombra essere parte dell'opera...
-
- (Eudemonippo si arresta con lunga pausa).
-
-1º EL. To'! to'! un bel caso da decidere!...
-
-2º EL. E così?... (_a Eudemonippo che ha fatto pausa_) come è andata a
-finire?...
-
-3º EL. (_ed altri_). Come è finita? come è finita?...
-
-EUDEM. È finita che i due han ricorso ai giudici in tribunale, e i
-giudici li han sentiti imparzialmente tutti e due... quello che voi non
-fate con me: e voi che state attenti, appena vi parlo di un asino...
-potreste bene star attenti, or che vi parlo di... un altro!...
-
- (Indica l'accusatore: risate fra gli Eliasti).
-
-2º EL. Bravo, per Giove! Sicuro! Ha ragione!...
-
-1º e 3º ed altri EL. Sì, sì, parla!...
-
-EUDEM. (_con voce pacatissima e gesto parco e corretto_). Non dubitate,
-sarò cortese: e se di quante leggi violate ei m'accusò, tante menzogne
-e stolidaggini gli proverò, bene io confido ei non sia per portar
-fuori, col quinto dei voti, salve le spalle da qui: perchè sul vostro
-animo incorrotto non han presa nè i grossi paroloni,[57] nè la truce
-minaccia onde egli, per ispaventarvi, concluse. Paroloni e minacce
-a lui dettate, s'intende (_ironico_), non da odio nè invidia, ma da
-purissimo zelo dei costumi e dell'arte: così almeno vi assicurò: tu
-intanto (_al cancelliere_) chiamami i testimoni.[58]
-
-CANCELL. (_leggendo la lista testimoniale_). Callia di Stefano del
-borgo di Alopéce, Pànfilo di Arìstide del borgo di Anagìro, Chèrea
-di Lisìppo del borgo del Pireo... (_i testi citati si avanzano; il
-cancelliere estrae dal vaso[59] la testimonianza e legge_) «Attestiamo
-ch'eravamo in teatro alle feste Dionìsie quando Beoto, figlio di
-Blepiro toricèse, oggi accusatore, presentò una sua commedia così
-brutta che non giunse alla fine, perchè il popolo lo cacciò a fischi, e
-per poco non lo lapidò...»[60]
-
-EUDEM. Basta. Giurate che è vero?
-
-I TRE TESTIMONI (_un dopo l'altro stendendo la mano sul tripode_).[61]
-Giuro. Giuro. Giuro.
-
-EUDEM. Ebbene, o giudici, io non nego che scevro da invidia e purissimo
-sia lo zelo di Beoto: perchè la memoria delle sventure purifica, e i
-fischi a lui toccati nell'arte furon tanti, che nessuno zelo può essere
-più puro del suo. Ad una sua accusa vo' intanto rispondere: ch'abbia
-per me sofferto ingiuria il vero. Voi tutti ricordate di Frìnico, il
-poeta tragico che dilettò i vostri avi: chi sulla scena finse il vero
-più di lui? Tutta la città egli commosse rappresentando la presa e la
-distruzion di Mileto:[62] quand'egli mostrò l'orde persiane irruenti
-al baglior degli incendî per la città devastata, e lo strazio dei
-feriti e moribondi, e le jonie vergini strappate per i capelli agli
-altari, le donne trafitte, i poppanti scannati sul seno delle madri,
-tutti vinse la pietà, e per tutto il teatro fu altissimo pianto: ma
-gli avi vostri condannarono Frìnico a fortissima multa, per averli
-fatti piangere,[63] rappresentando troppo al vero quella disgrazia.
-Giusta e savia condanna! Perocchè a noi le Muse abbiano concesso i
-celesti doni a disvago e conforto dell'anima, non già ad intristirla
-nella contemplazione pura e semplice dei mali.[64] E chi non sa che
-uccisioni, e atti di ferocia, e pietosi casi avvengono tutti i giorni
-intorno a noi?... Incontrai e vidi, qua venendo, un padre piangere
-dirotto sul cadavere dell'unico figlio: io vi giuro, o Ateniesi,
-che egli superava nella verità del pianto ogni istrione, e che nè
-Sofocle nè Euripide mai non dipinsero un dolor come il suo: ed io non
-chiedo riveder finto ciò che i miei occhi han visto già così vero! Ma
-vollero i Numi che, a sollievo de' mali, noi alle Muse sagrificando
-ci levassimo sopra dei dolori umani: e da dolori e da colpe e da
-miserie, brutta discordante miscea, fuor balzasse un mondo di forme
-belle e nascose, parlasse una arcana divina armonia, che i cuori umani
-intendessero... e pure non fosse di quaggiù!... Questo vollero i nostri
-poeti: per questo ammirammo la legge di Tebe che punisce l'artista se
-dalla natura e dal vero non evoca le linee del bello. E tu calunnî,
-o Beoto, quegli altissimi poeti che nominasti: non da utili verità nè
-insegnamenti venne a loro la gloria, ma perchè le menti umane, sull'ali
-de' lor canti leggiadri, sorgendo a più vaste e più lucide sfere,
-ne ridiscesero migliori[65] e più gagliarde allo studio delle utili
-cose!...
-
-TESMOT. Accusato, tu divaghi, e l'acqua scorre!..
-
-1º EL. Sì, sì, taglia corto!...
-
-EUDEM. Grazie, Arconte.... non esco dal tema. Perchè forse è poi vero
-che io abbia detto cose false e messa a capriccio la mia fantasia
-nel posto delle leggi e del costume? Vero forse che io insegni nuovi
-riti coniugali, libertà e diritti di donna e di moglie, a donna e a
-moglie negati?... Ma, o tristo che m'accusi, perchè non accusi anche
-l'ombre del vecchio Cràtino e del divino Aristofane, e di Antìfane,
-e di Alessi, e di Filemone, e di Menandro nostro dai dolcissimi
-amori, a cui le grazie conservino lunghi anni i geniali estri e la
-vita? Provami che le mogli delle lor commedie sbugiardino le mogli
-della mia: o trascinali anch'essi a questa ringhiera, e trascinavi
-Aristotile e Senofonte, che qui nel suolo dell'Attica il nome di
-sposa resero augusto e bello di più alti uffici, di cari diritti,
-di nova dignità.[66] A voi intanto, o giudici, basti la pazienza
-di udir la commedia, e raffrontarla alle leggi, se alcuna d'esse
-violai. Tu (_al cancelliere_) brevemente recita queste: voi appresso
-giudicherete quella. (_Al custode della clessidra_) Ferma l'acqua. (_Al
-cancelliere_) E di' su.
-
-CANC. (_legge_). «La donna è dal padre o dal fratel consanguineo o
-dall'avo paterno data legittimamente in isposa a chi essi credono.
-L'orfana erede è in balìa di chi n'ha il diritto o n'ebbe podestà dal
-tutore».[67]
-
-EUDEM. Ora la terza di Solone sull'orfane.
-
-CANCEL. (_legge_). «L'orfana potrà reclamare che il parente più vicino
-la sposi. Questi dovrà condur l'orfana in moglie o collocarla, dandole
-cinquecento dramme di dote. Se nol fa, l'Arconte potrà obbligarvelo
-sotto multa di mille dramme, sacre a Giunone».[68]
-
-EUDEM. Continua l'altra.
-
-CANCEL. (_legge_). «Anche se la donna fosse già maritata, e le muoia
-il padre e non le restin fratelli, il prossimo parente la chiederà in
-moglie, e il precedente matrimonio sarà sciolto».[69]
-
-EUDEM. Queste, o giudici, le leggi nuziali, conservatrici delle stirpi.
-Passa a quelle dei divorzî.
-
-CANCEL. (_legge_). «Il divorzio ha luogo o per mutuo consenso de'
-coniugi, o promosso dal marito o dalla moglie: se dal marito, è
-ripudio: se dalla moglie, è abbandono.
-
-«Se il divorzio accade per consenso mutuo o volontà del marito, non
-esige intervento del giudice. Se è chiesto dalla moglie per incuria o
-maltrattamenti del marito, la moglie presenta in persona la richiesta
-scritta all'Arconte».[70]
-
-EUDEM. Basta così. Queste savie leggi, o Ateniesi, a noi ha dato
-Solone: voi direte se ad esse scrupolosamente conforme il tema della
-commedia e la condotta di Mènecle non sia. Ben vero costui s'alza e vi
-dice: A Mènecle, ne' panni suoi, per fargli onore, miglior partito era
-scendere, volontaria ombra, fra i morti. E tu che lo affermi, l'avresti
-fatto? Tu che adduci la legge, perchè non l'adduci intera?[71] Perchè
-sapevi che, nel caso di Mènecle, il Senato di andar fra l'ombre
-anzi il tempo non gli avrebbe data licenza. Leggila tutta... Occhio
-all'acqua!...
-
-CANCEL. «Chiunque a cui siasi fatta grave la vita, lo annunzi al
-Senato, esponendone le cagioni: privazione di figli, perdita di
-sostanze, corpo mutilato, o morbo incurabile...
-
-EUDEM. Senti?...
-
-CANCEL. .... e impetrato dal Senato il permesso, beva la cicuta e vada
-pure».[72]
-
-EUDEM. Hai udito le cagioni che la legge enumera? Mi dirai che l'avere
-a sessantacinque anni una sposina di venti, sia compreso dalla legge
-nella rubrica dei morbi incurabili?
-
-BEOTO. Certo.
-
-EUDEM. Ammettiamolo. Chi ti dice che lo ammetteranno, per proprio
-conto, i senatori? E che a tutti poi accomodi di contar in piazza,
-al Senato, malattie di forma così atroce? E se il permesso è negato,
-perchè non parli della pena ai trasgressori?... Dilla tu.
-
-CANCEL. «Se uno si uccida da sè senza licenza, la mano che questo fece,
-sia seppellita separata dal corpo».[73]
-
-EUDEM. E tu, difensor delle leggi, tu volevi da me sulla scena
-l'esempio di un Arconte che le leggi offendesse, o scendesse col
-moncherino alla barca di Caronte, senza la mano per pagar l'obolo e
-ritirare il resto? Ma tagliati la tua che ha scritto più menzogne sulle
-tabelle di quanti abbi capelli sulla testa!...
-
-Che resta adunque delle accuse di questo tristo? Una sola. Aver messo
-in iscena, contro la legge, cittadini Ateniesi col loro nome. Io non
-dirò che la legge, se tale fosse, fu posta da Làmaco, uno dei Trenta
-tiranni, quando la tirannide infuriava tra noi, e che le leggi dei
-Trenta sono a ritenersi abolite...[74] Non dirò che l'attica Musa, nei
-tempi d'oro della libertà nostra, ripudiò i freni come sacrileghi, e
-Pericle istesso, provatosi a porne, vi rinunziò.[75] Non dirò...
-
-TESMOT. Neh, accusato, quello che non dirai, lascialo da parte.
-
-EUDEM. Ebbene, dirò che la legge, se tale foss'anche, costui non l'ha
-letta neppure. Dimmela su.
-
-CANCEL. (_legge_). «Làmaco disse e il Consiglio dei Trenta e il Senato
-decretarono: non sia lecito porre in commedia fatti contemporanei,
-o cittadini reali e viventi col loro nome. Il trasgressore qualunque
-cittadino possa citarlo in giudizio, e scriva la pena».
-
-EUDEM. Dunque la legge parla di fatti contemporanei: ora invece la
-commedia risale ai dì della 100ma Olimpiade, quando Atene raccolse i
-fuorusciti di Tebe, e Pelopida ed Epaminonda prepararono la riscossa.
-La legge parla di cittadini viventi: ora ecco ben sessant'anni che
-il buon Mènecle riposa nel sepolcro degli avi; ecco dieci anni che
-Aglae lo raggiunse, veneranda vecchierella, benedetta dai figli dei
-figli suoi. E se la legge dà al cittadin nominato facoltà di trarre in
-giudizio chi lo nomina, io sbaglierò, ma parmi, o giudici, che per far
-questo egli debba prima di tutto esser vivo... ti pare, o Arconte?...
-
-TESMOT. Sì... mi pare...
-
-EUDEM. Perchè ai morti non è data facoltà di querela, e all'infuori
-di Orfeo, di Teseo e di Ercole non so chi altri fin qui sia tornato
-dalle porte dell'Erebo. Così Mènecle potesse tornarne!... egli, pel
-primo, pregherebbe, o giudici, a me propizio il vostro voto! (_prende
-in mano un ramuscello[76] e lo stende verso i giudici_) Egli ve ne
-pregherebbe, o voi giovani, per la memoria dell'atto suo generoso,
-a cui resero giustizia qui in quest'aula istessa, innanzi a questa
-effigie istessa di Lico eroe, i padri vostri, quando ad essi la parola
-eloquente di Iseo la raccontò. Egli ve ne pregherebbe, o vegliardi, non
-per lo squallore che costui vi minaccia, dei talami solitari, ma per i
-giorni sereni e consolati di affetti cari, che a lui furono compenso
-e letizia della tardissima età. Ben vero, egli non morse, il vecchio
-Mènecle, alla mela cotogna che la legge invita gli sposi a mangiar
-insieme, la notte delle nozze:[77] ben vero, per lui i bianchissimi
-graziosi dentini di giovinetta non furono costretti a cercar nella
-scorza del frutto sacro alla gamèlia Giunone, i solchi di denti gialli
-e tarlati...
-
-1º EL. al 2º. Come i tuoi...
-
-2º EL. Eh già... de' tuoi no certo... non ne hai più...
-
-EUDEM. Ma egli ebbe il conforto, raro concesso a mortali, nell'ora
-suprema, di leggere in isplendide pupille il dolore di lagrime vere...
-Ah no, o giudici, non voi irriderete alla preghiera che di sotterra il
-buon vecchio vi manda per me: non voi raccoglierete la iniqua accusa di
-questo furfante...
-
-BEOTO (_al Tesmoteta_). Arconte!...
-
-TESMOT. (_a Beoto_). Furfante... è un termine di giurisprudenza...
-
-EUDEM. (_insistendo_) ... di questo furfante, leggi invocando dai
-tiranni bandite, o la mia Musa incolpando di corrompere il costume. Ah
-non cambiano i carmi il midollo nelle ossa umane! Da ottanta e più anni
-dorme la vecchia commedia politica, tace e dorme la satira sfrenata,
-lussuriosa di Aristofane, e non perciò del suo silenzio la città e i
-costumi s'avvantaggiarono; oggi sovr'essi il mio collega Filìppide mena
-di nuovo la sferza,[78] e non perciò delle sue sferzate città e costumi
-miglioreranno. Poveri costumi, se non bastarono a salvarvi nè la parola
-di Demostene, nè il sangue dei morti a Cheronea!... Voi tutti le avete
-vedute le patrie fortune cadute in basso coll'andarsene delle patrie
-virtù; le avete vedute le apostasie dei caratteri, e le fedi instabili
-voltarsi al voltarsi dei venti, e i tribuni mutati in cortigiani; e
-le 360 statue inalzate a Demetrio Falerèo, rovesciate all'indomani per
-ergere gli altari al Poliorcète; e le supine adulazioni di Stratocle,
-le bassezze buffonesche di Dromòclide,[79] e la caccia febbrile agli
-uffici, alle ricchezze, ai vili onori: e la viltà fatta abitudine, la
-menzogna eretta in legge, la ciarlataneria surta a costume: _queste
-son le cose_, dirò anch'io col poeta, _queste son le cose, e non già le
-commedie, che mandano il popolo in rovina!_[80] Condannatelo il poeta,
-se offende le leggi della eterna bellezza!... ma voi... voi pensateci
-per vostro conto a quelle eterne della virtù!...
-
- (Durante l'ultima parte dell'arringa, il Tesmoteta e i giudici
- danno segni visibili di stanchezza sonnolenta. Il Tesmoteta abbassa
- più volte la testa sul petto, rialzandola tratto tratto come chi
- combatte contro il sonno. Quando Eudemonippo ha finito e si leva la
- corona, il Tesmoteta rialza, scotendosi, vivamente il capo).
-
-TESMOT. Finito?... (_vede Eudemonippo che si leva la corona_). Ah...
-Passerem dunque, prima dei voti, alla recita della commedia in atti...
-Or quindi, o giudici, l'arringa che udiste...
-
-CANCELL. (_udendo un certo rumore si è mosso dal suo stallo e
-si è appressato ai giudici per vedere che cos'è... poi fa segno
-maliziosamente all'arconte additandoli, e continuando la frase di lui_)
-... li ha già persuasi... (_addita i giudici_) Dormono.
-
-TESMOT. Dormono? (_vivamente all'accusato_). Recita, ch'è il momento
-buono!...
-
-
- (CADE RAPIDAMENTE LA TELA).
-
-
-NOTE
-
-[1] Per quanto riguarda i tribunali d'Atene, gli ordinamenti e riti
-giudiziari, forme del processo, ecc., ecc., rimandasi alle fonti
-precipue e alle sparse notizie in DEMOSTENE, ESCHINE, ISOCRATE, LISIA,
-ISEO, LICURGO e tutti gli altri oratori attici; e in ARISTOFANE e negli
-SCOLII _ad Aristof._, in ispecie alle _Vespe_, alle _Aringatrici_,
-alle _Tesmoforìe_, al _Pluto_. Confr. SCHÖMANN, _Antich. greche_;
-_Antiquitates jur. publ._; _De Areopago et Ephetis_; _De sortitione
-judicum_; _De Dicasteriis_; MEIER e SCHÖMANN, _Der Attische Prozess_;
-PERROT, _Droit public d'Athènes_; MATTHIAE, _De judic. athen._;
-HUDTWALKER, _De arbitr._; MEURSIUS, _Themis attica_; PETIT, _Legg.
-att._, ecc., ecc.
-
-[2] All'infuori dell'Areopago e degli altri quattro tribunali speciali
-dei magistrati detti _Efeti_ (_Pritaneo_, _Delfinio_, _Palladio_ e
-_Freatte_) giudicanti delle cause di omicidi volontari e involontari
-in genere (δίκαι φονικαί) giudicavano di tutte l'altre cause civili
-e penali i giudici popolari o cittadini giurati, 6000 di numero
-(_dicasti_ od _eliasti_), scelti a sorte ogni anno fra tutti i
-cittadini non minori dei trenta anni, e integri di fama e di diritti
-politici e civili (ἐπίτιμοι). Cinque mila erano giudici effettivi;
-mille supplenti. Distribuivansi i 6000 in 10 tribunali, ossia sezioni
-o decurie (δικαστήρια), quant'era appunto il numero delle tribù (SCOL.
-in ARISTOF., _Pluto_); e _dicastero_ diceasi non pur la sezione,
-ma anche il luogo o tribunale a ciascuna assegnato per tenervi i
-giudizi. Designavansi le 10 sezioni per una lettera dell'alfabeto,
-dall'Α alla Κ, che veniva scritta in rosso sulla porta del tribunale
-rispettivo: indi, _giudicare nella lettera tale_ (εν τινι γράμματι
-δικάζειν) equivaleva essere assegnato a questo o quel tribunale (cfr.
-ARISTOF., _Plut._, V. 277). Così ogni anno, insieme alla estrazione
-dei giudici cittadini (fatta dai Tesmoteti, per tribù) estraevasi a
-sorte anche la lettera indicante il dicastero a cui ciascun d'essi era
-assegnato. Compiuta la sortizione, a ciascun giudice veniva data una
-tabella di bronzo (πινάκιον) con su scrittovi il suo nome e la lettera
-del dicastero assegnatogli, e impressovi il _gorgònio_, stemma della
-città. Questa tabella era il distintivo della sua carica di quell'anno,
-e il cittadino giurato la recava seco ogni giorno di giudizi, alle
-estrazioni mattutine dei dicasteri di quel dì. Perocchè non sempre,
-e ben rado, tutti e 10 i tribunali simultaneamente sedevano; ma
-nei giorni che v'erano cause a trattare, tutti i giudici cittadini
-convenivan la mattina nell'agora, dove l'arconte estraeva dall'urna
-a sorte tante lettere o sezioni a seconda del numero de' processi di
-quella giornata, e a sorte assegnava in quali tribunali le sezioni
-estratte dovessero raccogliersi a giudicare. Poi, siccome ciascun
-tribunale distinguevasi da un colore suo proprio, così ai giudici
-delle sezioni estratte per quel dì veniva consegnato un bastone di
-forma speciale (βακτηρία, σκίπων) terminante in una specie di globulo
-(βάλανον); bastone dell'uguale colore del dicastero assegnato, e
-colla lettera del medesimo pure scrittavi sopra (ARISTOF., _Vesp._,
-v. 727; SCOL., V. 1105; SCOL., _Pluto_, 277). Oltre questo bastone
-che serviva ai giudici per sapere a quale dicastero recarsi e per
-farvisi riconoscere alla porta, il Tesmoteta, presidente del tribunale,
-consegnava a ciascuno d'essi una _téssera_ (σύμβολον), che l'egregio
-Mariotti a torto confonde col πινάκιον dinanzi accennato. Quello era il
-distintivo della carica annua, e ognuno dei 6000 eliasti l'aveva con sè
-(quel che sarebbe pei deputati nostri la medaglia); il σύμβολον invece
-era un _gettone di presenza_ che al giudice veniva dato per andare a
-ricevere la mercede del giudizio.
-
-Quanto al numero dei giudici popolari sedenti in ogni causa, i giudici
-effettivi essendo 5000, risultava il numero ordinario per ciascun
-tribunale di 500 giudici. Se però di cause gravi trattavasi, adunavansi
-anche due, tre o più sezioni in un tribunale solo: e s'aveano così
-tribunali sedenti di 1000 o 2000 giudici, o magari composto di tutte
-e dieci le sezioni riunite. Viceversa, per le cause minori, talvolta
-neppure raccoglievasi una sezione intera. Due o tre centinaia anche
-bastavano: solo curando dispari il numero per evitare nei voti la
-parità. E innanzi alle porte del tribunale destinato s'estraeva di
-giudici o supplenti quanti per quella tal causa bisognavano (ISOCR.,
-_Areopag._, c. 20). Cfr. SCHÖMANN, MEIER, ecc.
-
-[3] Distinguevansi, come sopra fu detto, ciascuno da un proprio colore,
-i tribunali ove recavasi volta per volta l'una o l'altra delle 10
-sezioni o _lettere_ a giudicare (SCOL. in ARISTOF., _Vespe_; POLLUCE,
-VIII). E pare il lor numero fosse anche più dei 10 (senza contar
-l'Areopago e i 4 altri degli _Efeti_); la maggior parte situati intorno
-a l'Agora o Foro. Due di essi dal colore prendevano anche il nome, come
-appunto il _Verde_ (Βατραχιοῦν) e il _Rosso_ (Φοινικιοῦν), nominati in
-Pausania, I, 28. Oltre questi, ricordansi il _Trigono_ o _Triangolare_,
-il _Metioco_ o _Callio_, il _Nuovo_, il _Maggiore_, il _Medio_ e il
-_Liceo_, presso al tempio di Lico. Anche l'_Odeone_ serviva a giudizi
-popolari (ARISTOF., _Vespe_). Ma il più noto di questi tribunali era
-l'_Eliea_, che era un luogo spazioso a cielo aperto, come indica il
-nome: probabilmente lo si sceglieva a preferenza quand'era il caso di
-raccogliere più sezioni insieme per i giudizi più gravi; ond'è che il
-nome di _eliasti_, particolare ai giudici che andavano a sedervi, passò
-nell'uso come sinonimo di _dicasti_, ad indicare complessivamente tutti
-i giudici cittadini, anche degli altri dicasteri.
-
-Il _Batrachio_ qui nominato fu da taluno per errore confuso col
-_Parabisto_, ch'era un altro tribunale ove sedevano gli _Undici_,
-magistrato esecutore delle sentenze di morte, e sovrastante al giudizio
-dei furti.
-
-[4] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 90. POLLUCE, VIII, 133.
-
-[5] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 775, 830. «Vuoi tu citare senza che vi
-siano gli steccati, che primi a noi sogliono apparire tra le cose sacre
-del giudizio?» _ibid._
-
-[6] A un picchetto di questi arcieri, per lo più traci o sciti, era
-affidato, durante l'udienza, l'ordine nella sala, e il mantener la
-quiete fra il publico numeroso dei curiosi. POLLUCE, VIII, 131. MEIER,
-_Att. Pr._
-
-[7] Lico, figlio di Pandione, antico re d'Atene, pare venisse
-onorato di culto particolarmente come patrono dei giudizî. Sorgeva
-il suo simulacro all'ingresso della maggior parte dei tribunali e
-precisamente nel luogo dove i giudici uscendo riscotevano i tre oboli.
-Cfr. in ARISTOF., _Vespe_, l'apostrofe dell'eliasta Filocleone: «O
-Lico signore, eroe a me vicino, tu al pari di me sempre t'allegri
-per le lagrime degli accusati e solo degli eroi volesti aver sede
-appo chi piange», v. 389 seg. Cfr. v. 819. Presso alla statua di Lico
-radunavansi anche, innanzi al giudizio, gli eliasti che si lasciavan
-corrompere e che vendevano il voto alle parti, per contrattare colle
-medesime il prezzo.
-
-[8] «Conviene che ognuno di voi, giudici, si faccia vicino alla
-ringhiera (ἄχρι τοῦ βήματος) per dare un voto santo e giusto...»
-DEMOST., _Falsa legaz._, 441.
-
-[9] POLLUCE, VIII, 113. ESICHIO, SUIDA. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 716.
-
-[10] Premettevasi alla udienza (che cominciava la mattina per tempo,
-ogni processo dovendo finirsi nel dì) una purificazione religiosa e una
-preghiera recitata dall'araldo. ARISTOF., _Vespe_. «Ora alcuno porti
-subito il fuoco e rami di mirto ed incenso, per porgere innanzi tutto
-le preghiere agli dei» v. 860 seg.
-
-[11] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 811 seg., v. 906.
-
-[12] ARISTOF., _Lisistr._, v. 798.
-
-[13] Per i criteri da me seguiti nel compilare il testo di questa
-formula, cfr. ARISTOF., _Tesmof._, v. 331-371; _Vespe_, v. 863 segg.
-DEMOST., _C. Aristocr._, 652-653; _C. Timocr._, 746-747; _Corona_, 319,
-28. ANDOCIDE, _Misteri_, 13, 23.
-
-[14] V. la formula del giuramento annuo degli eliasti, in DEMOST.,
-_C. Timocr._, 746: «Darò il voto conforme alle leggi e ai decreti
-del popolo ateniese e del Senato dei Cinquecento. Nè voterò per la
-tirannide nè per l'oligarchia. Nè se alcuno opprimerà la libertà del
-popolo o parlerà o voterà contro di essa, io lo consentirò, come
-non consentirò la remissione dei debiti privati nè la spartizione
-delle terre o delle case. Non richiamerò i fuorusciti o i condannati
-a morte; nè scaccierò i cittadini residenti in città, contro le
-disposizioni delle leggi, del popolo e del Senato. Non lo farò, nè
-consentirò lo faccia altri. Non nominerò a magistrato chi non abbia
-dato conto di altri uffici esercitati... Nè due volte nominerò pel
-medesimo magistrato il medesimo cittadino, nè consentirò ch'egli
-eserciti due ufficj nello stesso anno. Non accetterò doni per il
-giudizio nè permetterò che altri, me consapevole, ne accetti, nè
-consentirò artificj o frodi. Non ho meno di trent'anni di età.
-Ascolterò l'accusatore e il difensore con animo eguale e sentenzierò
-sulla questione. — Sarà giurato in nome di Giove, Nettuno e Cerere e
-imprecato la ruina a sè e alla casa sua in caso che siano violate le
-cose dette. Per contro a chi le osserverà, molte prosperità verranno».
-Quanta sapienza civile di popolo libero in poche linee! Questo
-giuramento era prestato al cominciar d'ogni anno, in luogo spazioso
-detto Ardetto, in riva all'Ilisso, dai cittadini che vi si radunavano
-per l'estrazione a sorte dei 6000 giudici dell'anno. Cfr. SCHÖM.,
-_Sort. jud._
-
-[15] ἐπαρᾶσθαι ἐξώλειαν ἑαυτᾧ και οἰκήᾳ τῇ ἑαυτου, DEMOST., _C.
-Timocr._, 746. ἐπιορκοῦντι δ’ἐξώλη αὐτὸν ειναι καὶ γένος. ANDOC.,
-_Mist._, κακῶς ἀπολέσθαι τοῦτον αὐτὸν κᾠκίαν, ARISTOF., _Tesmof._, v.
-349.
-
-[16] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, v. 891. Cominciato il giudizio, (la
-mattina per tempo), i giudici arrivati in ritardo restavano esclusi, e
-così perdevan la paga. Cfr. _Vespe_, v. 775: «E se anche t'alzerai da
-letto a mezzogiorno, nessun Tesmoteta ti _farà più chiudere fuori dei
-cancelli_».
-
-[17] Così era detta per celia la paga dei tre oboli, che i giudici
-pigliavano. κωλακρέτου γάλα πίνειν, ARISTOF., _Vespe_, V. 724.
-
-[18] Sulle formule di accuse, cfr. gli esempi varî in DEMOSTENE e negli
-altri oratori: e l'accusa contro Socrate in PLATONE, _Apologia_, e
-quella contro Alcibiade, PLUT., _Alcib._ Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 894.
-
-[19] _Munichione_, il 10º mese attico (dal 15 aprile al 15 maggio). Sul
-lunario ateniese, cfr. note all'_Alcibiade_.
-
-[20] Cfr. ESCHINE, _C. Ctesif._ DEMOST., _Corona_.
-
-[21] La pena ora era lasciata dalla legge al giudizio dell'Eliea
-(cfr. DEMOST. _C. Mid._ PLAT. _Apol. Soc._), ora iscritta nella legge
-stessa che contemplava il reato e nel testo dell'accusa proposta. Cfr.
-DEMOST., _C. Timarc._ ARISTOF., _Vespe_, 897.
-
-[22] ἔως δέ τοῦ ἀποτῖσαι εὶρχθήτω. DEMOST. _C. Timarc._, 3, 17.
-
-[23] Si affiggevano in publico, tempo innanzi il dibattimento perchè
-ognuno interessato potesse prenderne notizia: «affinchè ognuno
-leggesse sotto le statue degli eroi: Eutemone Lusiese diè querela
-di posto abbandonato a Demostene Peaniese». DEMOST., _C. Midia_.
-Quest'affissione era prescritta anche per le leggi che i cittadini
-proponevano, avanti sottoporle al Senato e all'assemblea: «Se
-bisogneran nuove leggi, i Tesmoteti le scrivano nelle tavole e le
-espongano innanzi alle statue degli eroi, all'esamina di ognuno».
-ANDOC., _Misteri_.
-
-[24] Questo giuramento (ἀντομωσία) era dato dalle due parti innanzi al
-Tesmoteta nell'istruttoria del processo precorrente il dibattimento,
-l'accusatore giurando della verità dell'accusa, l'accusato della
-propria innocenza. Cfr. PLAT., _Apol._ MEIER, _Att. Pr._, 624.
-
-[25] αίγα, κάθιξε. σὺ δ’ἀναβὰς κατηγόρει. ARISTOF., _Vespe_, 905. Era
-prescritto per legge che ciascuna delle due parti perorasse da sè la
-propria causa (QUINT., _Inst._, II): gl'incapaci a difendersi da sè,
-si faceano scrivere da altri o da parenti o da avvocati di grido che ne
-facean professione (_logògrafi_) le arringhe che poi per proprio conto
-recitavano. Cfr. _Vite X Or._ DEMOST., _C. Leocar._ Tutt'al più, a
-volte concedevasi che la parte limitasse il suo discorso a un semplice
-esordio, dopo il quale cedeva la parola a un amico od orator di
-mestiere che parlasse per lui (_sinègoro_). Così nella orazion contro
-Neera Teomnesto accusatore, dopo un breve proemio, cede la parola al
-proprio parente Apollodoro. Gli oratori parlavano dalla ringhiera,
-in piedi e postasi in capo la corona; quando non era il loro turno di
-parola, sedevano; e finito di parlare, deponevano la corona. ARISTOF.,
-_Eccles._, v. 163. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 707.
-
-[26] «Prima di parlare mettiti in capo questa corona. Fate silenzio,
-state attenti. Ecco, _già si spurga il naso, come usano gli oratori_,
-(χρέμπτεται γὰρ ἤδη, ὃπερ ποιοῦσ’. οἱ ῥήτορες) È probabile che farà un
-lungo discorso». ARISTOF., _Tesmof._, 381, 382. _Ecclesiaz._, v. 131.
-
-[27] Cfr. BARTHEL., _Anac._, cap. 18. A dar meglio idea dell'attenzione
-dei giudici nel corso del dibattimento, ARISTOFANE ti mette in iscena
-per ischerzo anche il vecchio eliasta che durante le arringhe delle
-parti sta mangiando la minestra (_Vespe_, v. 906).
-
-[28] Σίγα, σιώπα, πρόσεχε τὸν νοῦν. ARISTOF., _Tesmof._, 381.
-
-[29] Colla clessidra (che noi chiameremmo orologio ad acqua, benchè
-non fosse precisamente la stessa cosa, cfr. MEIER, _Att. Pr._, 715)
-misuravasi, com'è noto, il tempo concesso alle arringhe delle parti
-nei processi d'importanza. Nei processi inconcludenti e in alcuni di
-data specie, come la querela di maltrattamento, non s'usava clessidra
-(cfr. _Harpocr._) e la misura del tempo lasciavasi probabilmente
-al discreto giudizio del presidente. Questi eran detti _processi
-senz'acqua_. Secondo la maggiore o minor gravità della causa variava
-la quantità e misura dell'acqua accordata; tante anfore per la tal
-causa, tante anfore per la tal'altra. Così per es. nella querela
-di _falsa ambasceria_ (παραπρεσβείας γ.) eran concesse a ciascuna
-parte undici anfore (ESCHIN., _Falsa amb._); nelle cause di eredità
-concedeasi a ogni parte un anforeo, e nelle repliche la metà, ossia tre
-coe (DEMOST., _C. Macart._) L'acqua veniva fatta misurar dall'arconte
-all'udienza, come vedi nell'orazione contro Macartato. Nella misura
-dell'acqua non era compreso il tempo impiegato alla lettura degli atti,
-leggi, decreti o testimonianze: perciò l'oratore, quando stava per far
-dare lettura di documenti, o chiamar testi, ordinava al custode della
-clessidra di fermar l'acqua. (πίλαβε τὸ ὕδωρ, cfr. DEMOST., _C. Stef._,
-1103; _C. Eubul._, 1305, ecc. ISEO, _Ered. Menec._, 221, ecc.)
-
-[30] «Procura di arringare in bel modo, appoggiandoti con decoro sul
-bastone». ARISTOF., _Ecclesiaz._, v. 150.
-
-[31] «Se alcuno vuol contraddirmi, venga qua, gli cedo l'acqua».
-DEMOST., _Falsa legaz._ «Quelli che mi affermano menzognero, vengano
-qua, si servano dell'acqua mia (_parlino nella mia acqua_, ἐπὶ τοῦ ἐμοῦ
-ὕδατος) per isbugiardarmi testimoniando». DEMOST., _C. Eubul._ «Indichi
-Eschine le sue proposte in pro della patria; se ci sono, le palesi e io
-gli cedo l'acqua». DEMOST., _Corona_. Cfr. ANDOC., _Mist._
-
-Per esempio opposto, in altre arringhe demosteniche l'oratore lamentasi
-spesso che a dir tutto non gli basti l'acqua. «A voler isbugiardare
-i testimoni l'acqua non mi basterebbe». DEMOST. _C. Stef._; I. _C.
-Neera_; _C. Macart._, ecc.
-
-[32] L'ipocrisia di questi esordî era in voga tra gli oratori, allora
-come oggi: tanto più frequente e necessaria in città dove l'accusa
-publica, fatta diritto di ciascun cittadino, allettava gl'ignobili
-sicofanti a servirsene a lucri e a vendette personali. «Non per desio
-di litigi, in nome degli dei, introdussi o giudici questa causa contro
-Beoto». DEMOST., _C. Beot._ «Nessuno di voi, Ateniesi, si avvisi che
-per privata inimicizia io venga qua accusator di Aristocrate». DEMOST.,
-_C. Aristocr._ «Non per ruggine nè voglia di litigar con Leocrate ho
-dato questa accusa contro lui, ma perchè reputavo vergogna lasciar
-libero nella piazza un tanto vitupero della patria». LICURGO, _C.
-Leocr._ Cfr. LISIA, _C. Filone_, ecc.
-
-[33] L'accusatore che ritirava una publica accusa da lui promossa,
-o che non otteneva nei processi il quinto dei suffragi pagava nelle
-cause civili un obolo per ogni dramma, ossia la multa del sesto della
-somma in litigio; nelle cause penali, come questa, era multato in 1000
-dramme, più la perdita del diritto di accusare e di star in giudizio.
-(DEMOST., _C. Teocrine_; _Corona_). Nelle cause religiose era aggiunta
-anche l'infamia.
-
-[34] Cfr. PLAT., _Apol. di Socr._
-
-[35] Su queste invocazioni, cfr. LICURG., _C. Leocr._; DEMOST.,
-_Corona_; ARISTOF., _Ecclesiaz._, v. 171.
-
-[36] Il tempio di Cibele (_Metròo_), nell'agora presso il Senato,
-era anche l'archivio ove custodivansi le leggi scolpite in pietra e i
-decreti del popolo. «Ditemi, o cittadini, se un uomo entrato nel tempio
-della gran madre vi raschiasse una sola legge, non lo uccidereste voi?»
-LICURGO, _C. Leocr._ «La sua rinunzia si conserva fra le scritture
-pubbliche nel Metroo, dove sono affidate alla custodia di un cittadino.
-Ivi sta scritto il decreto col nome suo». DEMOST., _Falsa legaz._, 381.
-
-[37] «_Bdelic._ Ed io noterò semplicemente per memoria quanto egli
-dirà». ARISTOF., _Vespe_, 540, 559. Così i giudici come gli oratori
-eran forniti dell'occorrente per prender note. Cfr. _Vespe_, 529:
-«tosto qui alcuno mi porti il mio cofanetto» (κθστη, ch'era la cartella
-con l'occorrente per iscrivere, tavolette e stili, σανίδας καὶ γραφάς,
-_Vespe_, 848).
-
-[38] τριταγωνιστής, _istrione da terze parti_, una delle garbatezze
-più frequenti che gli avvocati tra loro si regalavano, dacchè era
-venuto di moda, col moltiplicarsi dei giudizi e dei rétori, l'enfasi
-del declamare e gesticolare. D'altronde (e ciò valga per questo ed
-altri epiteti delle arringhe di Beoto ed Eudemonippo), gli oratori
-attici in genere e Demostene in ispecie, non brillavano precisamente
-per l'eccessiva urbanità. Merita conto di notarlo per coloro che usano
-spesso a rovescio la parola _atticismo_ e si imaginano che l'atticismo
-antico consistesse, anzichè nella purezza dell'idioma, nell'uso delle
-frasi gentili. Basti un esempio per tutti, la graziosa raccolta di
-paroline dolci che Demostene regala al suo avversario Eschine, tutte di
-un fiato, in un solo discorso: «Che core, o istrion da dozzina, doveva
-essere il mio, quando io consigliavo la città?» (_Corona_, 297); e
-poi da capo: «Che gli Dei e gli uomini tutti ti annientino, scellerato
-cittadino, istrione da terze parti!» (_Cor._, 335); e poi: «Ciarliero,
-imbroglione, pestifero vasello di frodi, copista che va declamando
-paroloni a somiglianza d'un tragico» (_Cor._, 269); e avanti ancora:
-«Ma può mai darsi un più ribaldo ed esecrabile calunniatore di costui?»
-(_Cor._, 298) e seguita: «se andava attorno cogli altri, solenne
-birbante è costui...» (_Cor._, 300). E i complimenti non finiscono lì:
-sebbene per un discorso solo potrebbe parere che bastino.
-
-[39] Superfluo avvertire che l'eloquenza dell'accusatore Beoto (per
-contrapposto a quella di Eudemonippo) è qui presentata come quella
-appunto d'un sicofante declamatore e tronfio, giusta la descrizione di
-Demostene (_Cor._, 269).
-
-[40] Giudici che interrompono l'oratore o interloquiscono nell'arringa
-— cfr. DEMOST., _C. Stef._, I, 1128; _C. Macart._, 1060; _C. Spudia_,
-1033; _C. Beot._, 1022, 1024.
-
-[41] ἐπίλαβε τὸ ὕδωρ. DEMOST., _C. Stef._, I, 1103; _C. Eubul._, 1305,
-7; e altrove. ISEO, _Ered. di Mènecle_, 221; _di Pirro_, 21, ecc. Cfr.
-nota 30.
-
-[42] La lettura dei documenti e delle leggi citate in appoggio
-era fatta all'udienza, non dall'oratore, ma dal cancelliere. V. in
-DEMOSTENE e negli altri oratori. Della tavoletta o πινάκιον, distintivo
-degli eliasti, V. sopra, n. 2: del _giuramento degli eliasti in
-Ardetto_, n. 15.
-
-[43] τὰς μὲν γὰρ ἑταίρας ὴδονἦς ἕνεκ’ ἔχομεν.... τὰς δὲ γυναῖκας τοῦ
-παιδοποιεῖσθαι γνησίως καὶ τῶν ἔνδον φύλακα πιστην ἔχειν. DEMOST., _C.
-Neera_, 1386.
-
-[44] «Chi vuol contraddirmi, sorga e _parli nella mia acqua_» ἀναστὰς
-ἐν τῷ ἐμῷ ὕδατι, εἰπάτω. DEMOST., _Falsa leg._, 359; _Cor._, 274.
-
-[45] DEMOST., _Cor._, 269, 273 e in cent'altri luoghi.
-
-[46] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 986.
-
-[47] Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. 1030-1036.
-
-[48] τοῖς μὲν γὰρ παδαρίοισιν — ἔστι διδάσκαλος ὅστις φράξει, τοῖς
-ηβῶσιν δὲ ποιηταί. AR., _Rane_, 1054.
-
-[49] «Io voglio citarvi anche i versi di Omero, il qual poeta fu
-tenuto così eccellente dai nostri padri, che per legge decretarono
-recitarsi le poesie di lui solo e non d'altri, ogni cinque anni, nelle
-Panatenee». LICURGO, _C. Leocr._ Eliano fa autore di questa legge
-Ipparco, il figliuol di Pisistrato, il primo che portò i poemi omerici
-nell'Attica. Cfr. PLAT., _Ipparco_.
-
-[50] Cfr. DEMOST., _C. Neera_, 1382: «τί δέ καὶ φήσειεν ἂν ὒμῶν ἕκαστος
-εὶσιὼν πρὸς τὴν ὲαυτοῦ γυναῖκα ἢ θυγατέρα... ἐπειδὰν ἔρηται ὑμᾶς ποῦ
-ἦτε, καὶ εἲπητε ὅτι ἐ δικάξομεν, ecc., ecc.» Cfr. ARISTOF., _Lisistr._,
-V. 512 seg.
-
-[51] Cfr. DEMOST., _Corona_, 297: ’Αλλ’ ουκ ἔστιν, οὐκ ἔστιν... μὰ τοὐς
-Μαραθῶνι, ecc., ecc.
-
-[52] Si davano i suffragi ne' giudizi in varie maniere, per via di
-piccole conchiglie, o per lo più di fave o di pietruzze (ψ ῆφοι)
-bianche per l'assoluzione, nere per la condanna: oppure per mezzo di
-pallottoline (σπόνδυλοι), le une nere e forate, le altre bianche ed
-intere; le forate per condannare, le intere per assolvere. ESCH., _C.
-Timarc._; LUCIANO, _Apol. Paras._
-
-[53] «Bada che l'ira nel rispondergli non ti porti di là dagli ulivi»,
-ἐκτὸς τῶν ἐλαῶν. ARISTOF., _Rane_, 995.
-
-[54] «Perchè egli era il primo a parlare, stravolse la lite, e col
-leggere molte cose e col mentire commosse i giudici di guisa, che non
-vollero neanche udire la mia voce. Così condannato all'ammenda della
-sesta parte, senza aver ottenuto di far la mia difesa, me ne andai
-triste e malcontento». DEMOST., _C. Stefano_, I. In simili casi i
-giudici vociferavano in coro al malcapitato di scendere dalla tribuna,
-gridandogli: _abbasso! abbasso!_ κατάβα, κατάβα, κατάβα ARISTOF.,
-_Vespe_, 979. E così nelle _Vespe_ è preso dal vero perfettamente il
-bozzetto satirico del vecchio eliasta, impaziente di condannare dopo
-udita una parte sola: «_Bdelic._ Per gli dei, o padre, non pronunziar
-la sentenza prima di aver udite tutte e due le parti. _Filoc._ Mio
-caro, la cosa e già chiara e parla da sè». _Vespe_, 920.
-
-[55] «Dimmi un po' quali lusinghe non può un giudice ascoltare?...
-Chi piange la sua miseria; chi ci narra favole e qualche storiella
-da ridere di quelle di Esopo; chi fa il buffone affinchè io rida e
-deponga, nel giudicare, lo sdegno». ARISTOF., _Vespe_, v. 564. Cfr. v.
-1259.
-
-[56] V. PLUTARCO, _Demostene_. Cfr. le note al mio _Alcibiade_, p. 215.
-
-[57] «Costui si vanta tanto della sua voce, che confida di far con
-essa molta impressione su di voi. Ma sarebbe assurdo che, mentre lo
-scacciaste a fischi dal teatro, qui gli faceste lieta accoglienza
-soltanto per la sua voce sonora». DEMOST., _Falsa legaz._ Cfr.
-_Corona_, 269.
-
-[58] Κάλει μοι τοὺς μάρτυρας. DEMOST., ecc. I testimoni non deponevano
-all'udienza, ma vi confermavano con giuramento le testimonianze
-scritte, date da essi nell'istruttoria o quelle loro deferite
-dall'oratore anche avversario. «A conferma del mio dire addurrò
-in testimonio Aristofane Olintio. Chiama Aristofane e _leggi_ la
-testimonianza di lui». ESCHINE, _Apol._ «Chiama Egesandro per cui
-scrissi la testimonianza più modesta che non chiedano i suoi costumi...
-ma so bene che spergiurerà». ESCHINE, _C. Timarco_.
-
-[59] ἐχῖνος. (HARPOCR.; SCOL. in ARIST., _Vespe_, 1427). Era un vaso
-di terra o di metallo nel quale si deponevano e custodivano i documenti
-presentati nella istruttoria del processo. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 691.
-
-[60] Cfr. DEMOST., _Falsa legaz._ «Sarebbe assurdo che mentre voi,
-giudici, udendo costui (Eschine) rappresentare Tieste e le sventure
-di Troja, lo cacciaste di teatro a fischiate, e quasi lo lapidaste,
-tanto ch'egli abbandonò l'arte dello istrione, ora ch'egli, non già
-sulla scena, ma coi fatti danneggia la repubblica, gli faceste lieta
-accoglienza» p. 449.
-
-[61] «I testimoni parlino senza paura e giurino _toccando le cose
-sacre_». LIC., _C. Leocr._ Il giuramento veniva dato secondo i casi
-espressamente a voce («_giuriamo: eravamo presenti_» DEMOST., _C.
-Stef._, 1, 1109), oppure anche tacitamente, confermando col solo gesto
-la testimonianza scritta o già giurata prima nell'istruttoria: come
-nell'esempio in DEMOST., _C. Midia_, 560.
-
-[62] Anno 498 av. l'E. V. (_Olimp._, 70, 3). Nell'anno stesso dello
-avvenimento rappresentò Frinico in Atene la sua tragedia: _La presa di
-Mileto_.
-
-[63] ERODOTO. Cfr. MÜLLER, _Ist. Letterat. Gr._, II, 35; BECQ DE
-FOUQUIÈRES, _Aspasie_.
-
-[64] Cfr. un passo del comico Similo, _ex inc. fab._, presso STOBEO, 60.
-
-Rispetto alle teorie estetiche qui svolte da Eudemonippo, giovi
-confrontare anche tutta la scena della contesa fra Eschilo ed Euripide,
-nelle _Rane_ di ARISTOFANE. Caratteristico e curioso in ispecie quel
-passo: «_Eurip._ Forse che non esposi in iscena la storia di Fedra
-esattamente vera come stava? _Eschil._ Sì, per Giove, l'hai esposta
-come stava. Ma ciò che è turpe il poeta deve celarlo, non esporlo,
-nè metterlo in iscena» v. 1052-3. Tanto è vero, che certe polemiche
-di oggidì, e certe teorie veriste nelle quali taluni si credono avere
-inventata la polvere da sparo, giravano già nel mondo dell'arte qualche
-secolo prima che nascessero i veristi della giornata.
-
-[65] «_Esch._ Per che cosa si deve ammirare il poeta? _Eurip._ Perchè
-prepara cittadini migliori alla città». ARISTOF., _Rane_, 1008-9.
-
-[66] Vedi in ARISTOTILE, _Morale a Nicomaco_, VIII. Cfr. _Polit._, I,
-cap. 1, 5; II, cap. 2; e in SENOFONTE, _Economico_, VII, lo squisito
-bozzetto della moglie d'Iscomaco. Cfr. fra le molte opere moderne, che
-trattarono della posizione morale e giuridica della donna di famiglia
-ateniese, l'eccellente studio di LALLIER, _La femme dans la famille
-athénienne_.
-
-[67] DEMOST., II, _C. Stef._ Cfr. MEURSIUS, _Themis Attica_, 34.
-
-[68] MEURSIUS, _Them. Att._, 35. Cfr. TERENZIO, _Phormio_; DIOD. SIC.,
-XII.
-
-[69] ISEO, _Eredità di Pirro_, § 64.
-
-[70] PLUT., _Alcib._, VIII; CRATINO, _La bottiglia_, framm. PETIT,
-_Leg. Att._; SCHÖM., _Antiq. Jur. Pub._, 343; MEIER, _Att. Pr._, 558;
-MARIOTTI, _Demost._, III, 541.
-
-[71] Di oratori travisanti o mutilanti furbescamente il testo delle
-leggi che citavano, vedi esempio: «Non ti vergogni di accusarmi per
-invidia e scambiar leggi e smozzicarle, invece di allegarle intere a
-chi ha giurato di sentenziare secondo le leggi?» DEMOST., _Corona_,
-268.
-
-[72] LIBANIO, _Decl. X._ cfr. MEURSIUS, _Them. Att._, 52.
-
-[73] ἐὰν τις αὺτόν διαχρήσεται, τὴν χεῖρα, τὴν τοῦτο πράξασαν, χωρὶς
-τοῦ σώματος θάπτομεν. ESCHINE, _C. Ctesif._
-
-[74] «Le cose operate sotto i 30 e le sentenze date, private o
-pubbliche, non siano valide». DEMOST., _C. Timocr._ Vedi nella stessa
-arringa anche il testo del decreto di Diocle.
-
-[75] Al tempo di Pericle, e mentre più fioriva il poeta comico Cratino,
-nell'anno 440 av. l'E. V. fu portato primamente un decreto, che frenava
-la libertà degli scherzi nelle commedie. Questo decreto prese il nome
-da Morichide, ch'era l'arconte di quell'anno. Ma questo decreto fu
-abrogato di lì a soli 3 anni, nel 437, essendo arconte Eutimene. Venne
-posteriormente, a regolare la licenza sfrenata degli attacchi, un
-decreto così detto di Siracosio, che proibiva attaccare i cittadini
-direttamente per nome (μὴ κωμῳδεῖν ὀνομαστὶ): ma il divieto proteggeva
-gli uomini politici come tali, non come privati. E che il decreto,
-nel fiorire della democrazia ateniese, subisse larghissimi strappi,
-lo prova ampiamente la virulenza degli attacchi di Aristofane contro
-il demagogo Cleone, nelle _Vespe_. Ma allorquando la libertà ateniese
-cadde, per la disfatta di Egospotamo, e Sparta impose ad Atene la
-oligarchia dei trenta tiranni, era evidente che la commedia, colla
-libertà nata e cresciuta, dovesse seguirne per la prima le sorti. E
-così Lamaco, forse più che altro richiamando in vigore e completando
-con più rigorose sanzioni quel decreto caduto in dissuetudine, recò
-alla commedia antica l'ultimo colpo con il decreto ch'ebbe nome da lui
-e che vietava assolutamente porre in iscena i viventi. Cfr. CAPPELLINA,
-_Pref. ad Aristof._; SCHLEG., _Letter. dram._; MÜLLER, _Istit. lett.
-gr._; MEURSIUS, _Them. Att._ II, 20; PETIT, _Leg. Att._, 79.
-
-[76] «Vedo qualcuno sedente al tribunale e protendente il ramoscello
-dei sùpplici». ARISTOF., _Pluto_, 382. Tutto era buono agli accusati
-per cercar perorando d'impietosire i giudici: e se il ramoscello de'
-supplicanti non bastava, si faceano venir intorno i vecchi parenti,
-le mogli, i bambini, come vedi in ESCHIN., _Apol._ Tutta questa
-perorazione o digressione supplichevole di Eudemonippo appartiene
-appunto al genere di quelle di che gli oratori ne' giudizi popolari
-dell'Eliea facean maggior uso, ma che erano rigorosamente vietate
-davanti al tribunale dell'Areopago. Cfr. MEIER, _Att. Pr._, 719.
-
-[77] Prescrisse Solone, che «la sposa rinchiusa collo sposo in una
-stanza, a mangiar abbia con lui una mela cotogna, e sia obbligato il
-marito della ereditaria di giacere con essa almeno tre volte il mese».
-PLUT., _Solone_.
-
-[78] Il processo, non bisogna dimenticarlo, ha luogo intorno ai tempi
-di Demetrio Poliorcete nel breve intervallo di respiro lasciato alla
-democrazia ateniese, fra il cader delle sorti di questo principe e
-il ristabilirsi definitivo del giogo macedone. A quell'epoca fiorì
-Filippide, poeta comico della commedia nuova, acerbo flagellatore nelle
-sue commedie delle smaccate, vergognose adulazioni prodigate a Demetrio
-dal popolo ateniese, e in ispecie dai demagoghi cortigiani Stratocle e
-Dromoclide. Vedi i suoi versi riferiti in PLUTARCO, _Vita di Demetrio_,
-c. 12.
-
-[79] PLUTARCO, _Vita di Demetrio_, c. 26.
-
-[80] Ταῦτ ακαταλύει δῆμον, οὐ κωμωδία. FILIPPIDE, presso PLUTARCO,
-_Vita Demetrio_, 12.
-
-
-
-
-ATTO PRIMO
-
-
-PERSONAGGI DELLA COMMEDIA
-
- MÈNECLE, vecchio eupatrida ateniese (65 anni).
- ÀGLAE, sua sposa, giovinetta (sui 19 o 20 anni).
- ELÈO, giovine ateniese.
- FÀNIA, fratello di Aglae.
- CRÌSIDE, sposa di Fània.
- CRÒBILO, marito di
- MÌRTALA, ricca ereditiera (_epiclera_) (sui 45 anni).
- BLÈPO, servo di Mènecle.
- DÈLFIDE, ancella di Aglae.
- TRATTA, vecchia fantesca.
- DÀMOCLE, fuoruscito tebano.
-
-_L'azione ha luogo in Atene, in casa di Mènecle, nel 379 avanti l'E.
-V. (2º della 100ª Olimpiade), l'anno che Pelòpida coi fuorusciti tebani
-liberò Tebe._
-
-
-
-
-ATTO PRIMO
-
- Stanza interna, da lavoro, d'un gineceo ateniese, riccamente
- decorata. Ingresso nel mezzo, dalla porta e corridoio (μέαυλος),
- che mette dal gineceo all'appartamento del marito. Da un lato altra
- porta, che mette alle altre stanze riposte del gineceo.[81]
-
-
-SCENA I.
-
-AGLAE _e_ MÈNECLE.
-
- (Aglae sta seduta a un tavolino di lavoro, con un canestro di fiori
- accanto, intrecciando una corona. Mènecle dall'altro lato della
- stanza sta terminando di rotolare un papiro, poi cammina su e giù
- pensoso e rannuvolato, tenendo il rotolo in mano).
-
-
-AGL. (_dal suo tavolino di lavoro, parlando seduta e intenta al
-lavoro_) Hai terminato?
-
-MÈN. (_passeggiando, e con voce secca_) Sì.
-
-AGL. (_sempre chini gli occhi sul lavoro_) Sei ben triste, Mènecle,
-stamattina. Si direbbe ti sii imbattuto nell'ombra di qualche eroe
-taciturno[82], o la Terra questa notte t'abbia mandato qualche infausto
-sogno...
-
-MÈN. (_passeggiando su e giù, le mani di dietro, serio e brontolando
-fra sè_) Sarà...
-
-AGL. Pure hai vegliato ad ora tarda. La vecchia Tratta m'assicurò che
-alla terza vigilia della notte c'era ancora lume nella tua stanza.
-
-MÈN. (_c. s._) E Tratta farà meco i conti, se la colgo a spiare i fatti
-miei...
-
-AGL. Vedi come sei! Una volta eri cortese. Da qualche tempo non ti
-si può parlare. Fui io a dirle che scendesse a dare un'occhiata,
-udendo rumor di passi nella stanza tua. Dubitavo stessi male... ti
-abbisognasse qualcosa...
-
-MÈN. (_sempre passeggiando come assorto in pensieri, e brusco nel
-parlare_) Grazie. E s'anco mi fosse bisognato, dei servigi delle
-vecchie non so che farne...
-
-AGL. (_sempre cogli occhi al lavoro, e con voce calma, quasi
-indifferente_) Ma la mi disse che stavi scrivendo... Se no mi sarei
-alzata io... Forse quella lettera? (_additando il rotolo che Mènecle
-ha in mano. Mènecle si stringe nelle spalle e non risponde_) Qualche
-affare urgente?
-
-MÈN. (_c. s._) Può darsi.
-
-AGL. Del tuo dicastero?
-
-MÈN. Non so.[83]
-
-AGL. E avrai a far molto oggi?
-
-MÈN. Non saprei.
-
-AGL. Eccomi ben informata!... (_sollevando il capo dal lavoro_) Mi puoi
-favorire quel libro lassù...
-
-MÈN. (_prende un rotolo nel luogo indicatole da Aglae e legge il
-titolo esterno_) _Amori di Piramo e Tisbe_... (_fra sè_) (Non sono i
-nostri...)
-
-AGL. No... l'altro...
-
-MÈN. (_c. s. leggendo il titolo esterne_) _Le Trachìnie_... e la
-_Medea_.
-
-AGL. Quello.
-
-MÈN. Vuoi rileggere come Dejanira si disperò dell'abbandono di
-Ercole, e Medea del divorzio di Giasone?... Erano due stupide...
-(_nell'avviarsi verso Aglae col libro in mano, legge macchinalmente
-quel che gli vien sott'occhio_):
-
- «Arse Achelòo per me: come potea
- Donzelletta mirar l'orrido aspetto?
- Ed io per me chiedea
- Aspra ed acerba morte,
- Piuttosto che a quel mostro esser consorte».[84]
-
-Un'altra stupidaggine!... (_consegna il libro ad Aglae_).
-
-AGL. (_prendendo il libro_) Tanto per ingannare il tempo!... Queste
-giornate di ecatombèo[85] sono sì lunghe!...
-
-MÈN. (_si ferma un momento a guardarla, poi torna a camminare
-concitato, come combattuto da qualche pensiero, poi le si fa appresso e
-la chiama_) Aglae!...
-
-AGL. (_pacatissima, continuando a leggere_) Mènecle!...
-
-MÈN. Ti ricordi di quel che tuo padre al letto di morte ci raccomandò,
-ad entrambi, quando a me ti affidava?
-
-AGL. (_senza distor gli occhi dalla lettura e dal lavoro della corona,
-con voce pacatissima_) Me ne ricordo...
-
-MÈN. Che cosa ci disse?...
-
-AGL. A me disse: sii casta e virtuosa... deferente al marito...
-pietosa agl'infelici... ossequente agli Dei...; a te... (_si arresta
-d'improvviso_).
-
-MÈN. (_vivamente_) A me... Aglae?...
-
-AGL. A te... non ricordo.
-
-MÈN. Non importa. Me ne ricordo io. A me disse di farti felice.
-
-AGL. (_sempre leggendo, e come distratta_) Ah, sì!...
-
-MÈN. Aglae!... (_dopo una pausa di esitanza_) lo sei?
-
-AGL. (_alzando il capo_) E me lo chiedi? Nulla qui mi manca degli agi
-della vita: ho servi, cagnolini, fantesche: specchi di Brindisi[86]
-e tappeti di Babilonia,[87] ed ori e gemme, e vesti milesie e veli di
-Còo: tu mi provvedi di tutto per le feste di Minerva[88] e per le sante
-Tesmoforìe; vo per te rispettata fra le donne libere di Atene, ottengo
-i primi onori nelle cerimonie della gran dea: per te posso adempiere
-al voto di mio padre, beneficar gl'infelici e dar sagrificj alla sua
-tomba...
-
-MÈN. (_sospirando_) E d'altro?
-
-AGL. E se... (_si arresta_).
-
-MÈN. (_insistendo_) E se?...
-
-AGL. E se qualcosa ancora mancasse alla felicità mia, non sarebbe un
-tentare Adrastea chiedere felicità compiuta, cosa non concessa agli
-umani? Sola io sarei nata sotto astro sì benigno, io sola avrei avuto
-a condizioni diverse dagli altri quest'aria che respiro, da raggiungere
-sulla terra ogni mèta dei desiderj?...[89]
-
-MÈN. (_crollando il capo_) Ahimè! tu parli come parlerebbe Socrate...
-ma Socrate, oltre alla molta sapienza, aveva anche il naso rincagnato
-e gli occhi loschi... e sessantacinqu'anni sulla gobba...: tu non hai
-nessuno di questi privilegi. E se le donne ragionano colla testa così
-bene alla tua età, che cosa faranno a sessanta?
-
-AGL. (_lavorando_) Ragioneranno anche meglio.
-
-MÈN. Eppure, se tuo padre, morendo, avesse portato sotterra il
-desiderio di una felicità maggiore per te? Se a quella ch'ei per te
-imaginava, di laggiù vedesse che una parte ne manca, credi che la sua
-ombra non ne avrebbe dolore... rimorso forse?...
-
-AGL. Mènecle! che discorsi son questi?... Decisamente la veglia di
-stanotte non t'ha messo l'umore allegro...
-
-MÈN. (_fra sè_) (Può essere!) (_secco_) Che ne sai tu!...
-
-AGL. Io so che mio padre, memore de' tuoi beneficj, mi ha a te
-affidata, morendo, come a nuovo padre della famiglia:[90] tu hai
-pensato ai funebri paterni, alla educazione mia: hai sposata l'orfana
-secondo il rito: m'hai chiesto prima se ero contenta: ho detto sì: se
-non avevo altre mire in cuore, ho detto no: di che vuoi l'ombra paterna
-si dolga? chi vuoi m'abbia a compiangere...
-
-MÈN. Eh, a quindici anni se ne dicono tanti di sì e di no... (_fra sè,
-indispettito, con un gesto vivo d'impazienza, picchiando sul tavolo col
-rotolo che ha in mano e che gli cade per terra senza ch'ei vi badi nè
-lo raccolga_) (Finge... e non c'è verso...) Pure, ieri, ti ho sorpresa
-con una lagrima...
-
-AGL. Sì, piangevo pensando a quella povera Cesira, di cui è giunta
-notizia che le è morto, lassù in Tracia, il figlio...
-
-MÈN. Ma ier l'altro la notizia non era giunta, e, quando rientrai,
-stavi intrecciando, come oggi, delle rose,[91] e c'eran più nuvole
-sulla tua faccia, che non sull'Egèo... quando fa nuvolo.
-
-AGL. Pensavo che quanto quelle rose tanto dura la bellezza della donna.
-Ogni cosa il tempo si porta via presto quaggiù: e a noi non resta che
-il ricordo delle gioie godute...
-
-MÈN. (_fra sè comicamente_) (Ne gode molte!)
-
-AGL. ... il resto è polvere: polvere di Pericle, di Codro e di
-Cimone.[92]
-
-MÈN. Decisamente ti sei data alla filosofia. Io avrò l'umor nero: ma
-Eràclito il lagrimoso, al tuo confronto, metteva in corpo l'allegria...
-
-AGL. Ma sei tu che vai a cercare certi discorsi... Bel modo di occupar
-la mattina... E vai oggi al tribunale?...
-
-MÈN. Oggi al Metichèo non c'è seduta... (Finge... non c'è verso!)
-
-AGL. Resti?...
-
-MÈN. No... ho da uscir lo stesso. Addio...
-
-AGL. (_dal suo posto_) Addio...
-
-MÈN. (_s'avvia, poi torna indietro_) Se venisse Elèo, bisogna dirgli
-che ho avuto lettere da Tebe, da Epaminonda... Poi già gli parlerò
-io... (_ritorna ad avviarsi, poi si sofferma da capo, dinanzi a un
-tavolo_) Ah, è questo lo specchio che t'ha regalato Crìside? (_prende
-dal tavolo uno specchietto di bronzo, a fregi d'oro, e ne esamina il
-manico intagliato_) Graziosa questa piccola Afrodite!... (_si specchia,
-lisciandosi la barba_) Che bella luce!... Oh, Aglae!... vieni qua!...
-(_Aglae si alza e va verso lui_) Più in qua!... così!... (_tenendo
-dell'una mano lo specchio, dell'altra avvicinando Aglae a sè, e la
-testa di Aglae a contatto della propria, così che i due volti, l'un
-presso l'altro, nello specchio si riflettano entrambi_) Guarda!...
-che quadretto!... (_porta colla mano lo specchio un po' a distanza,
-per meglio contemplarvisi; e con l'altra mano libera si liscia la
-barba bianca poi la ripassa dolcemente sulla chioma bionda di Aglae_)
-Il vecchio Titone ha sposato l'Aurora e l'oro del Pattòlo si è fuso
-con l'argento del Làurio!... (_con gesto ed accento comicamente
-espressivi_) Che bel matrimonio!... (_s'avvia_) Addio Aglae... Che bel
-matrimonio!... (_esce_).
-
-
-SCENA II.
-
-AGLAE _sola, poi_ DELFIDE.
-
- (_Uscito Mènecle, Aglae rimane alquanto in piedi immobile dov'ei
- l'ha lasciata, una mano nell'altra, gli occhi a terra, pensierosa
- e triste; poi dato un lungo sospiro, a capo chino e passo lento
- torna al suo posto a sedersi_) Eh!... (_siede, riprende il lavoro,
- chiama_) Delfide!... (_Delfide, giovanetta, entra_) Leggimi
- qualcosa... (_Delfide si siede su di uno sgabello a pie' di
- Aglae_).
-
-
-DELF. Qui al segno?
-
-AGL. Come credi...
-
-DELF. (_leggendo_)
-
- «Venere è nell'aria,
- È nei flutti del mar. Ciò che respira
- Tutto nasce da lei: semina e dona
- Essa l'amor che a tutti noi diè vita...»[93]
-
-AGL. Lascia! lascia... mi annoia!...
-
-DELF. (Peccato!... è così bello!...) Qui, nella Medea ci è un altro
-segno... (_leggendo_)
-
- «Di quanti esseri mai
- Hanno una mente, e un'anima, noi donne,
- Siam noi le più infelici...»
-
-Padrona, perchè?...
-
-AGL. Perchè lo dice il libro...
-
-DELF. (_scuote, in atto incredulo la testa e prosegue la lettura_)
-
- «... ad uom donate
- Nel primo fior degli anni... ei, se s'annoia
- In sua casa, esce fuori: e fra gli amici
- E fra la gente le sue noie oblìa...
- Ma noi...»[94]
-
-
-SCENA III.
-
-_Dette, e_ TRATTA, _poi_ ELÈO
-
-(_il resto della scena_, AGLAE _ed_ ELÈO _soli_).
-
-
-TR. (_affacciandosi sulla soglia_) Padrona...
-
-AGL. Che c'è?
-
-TR. Elèo ha domandato del padrone... Credevo fosse ancora qui...
-
-AGL. Non importa. Passi.
-
-TR. Allora lo richiamo. Partiva già... (_Tratta esce_).
-
-AGL. (_a Delf._) Va pure... (_Delfide esce_). (_Aglae si guarda nello
-specchio, dandosi una rapida occhiata all'acconciatura, poi va incontro
-ad Elèo che compare, fermo, serio, sulla soglia_) Salute, Elèo...
-(_affabilissima_) Ci lasciavi senza pur farti vedere?...
-
-EL. (_cortese, ma molto serio_) Di Mènecle cercavo.
-
-AGL. È uscito or ora...
-
-EL. (_accennando a ritirarsi_) Perdona... Ritornerò.
-
-AGL. (_vivamente_) Ma se attendi per poco, credo potrai vederlo, perchè
-oggi non è giorno di giudizî... Non sei più il pupillo di Mènecle, ma
-la casa di Mènecle è ancora sempre casa di Elèo... Credo anche abbia a
-parlarti, per lettere avute da Tebe...
-
-EL. (_inoltrandosi_) Da chi?
-
-AGL. Da Epaminonda, mi pare.
-
-EL. Ah!...
-
-AGL. (_tornando a sedersi al suo posto e ripigliando il lavoro della
-ghirlanda_) È amico di Pelopida... il capo de' Tebani qui rifugiati,
-questo Epaminonda, n'è vero?...
-
-EL. (_serio_) Credo.
-
-AGL. (_seguendo il lavoro_) Ne ho udito parlar tanto bene. E perchè
-resta in Tebe, sotto i tiranni, invece di rifugiarsi qui, coi compagni,
-a viver libero?...[95]
-
-EL. Lo ignoro.
-
-AGL. Vi è qualcosa, qualche impresa per aria?
-
-EL. Non so.
-
-AGL. (_sorridendo_) Ah! Si vede che sei già uomo serio. Anche Mènecle,
-quando gli parlo, risponde come te. Infatti, noi donne maritate, più
-in là del fuso e del telaio, e sorvegliar i lavori delle fantesche, per
-che cos'altro mai saremmo al mondo?...
-
-EL. Oh, per molte altre cose!... E poi tu non sei come l'altre...
-
-AGL. (_scherzosa_) Già! dei complimenti! Mi sovviene Etèocle che
-sgrida le Tebane: _Curi gli affari — l'uomo! E voi donne, bestie
-insopportabili — state nei vostri lari!..._[96]
-
-EL. (_serio_) Sei ingiusta. Non avevo inteso d'offenderti.
-
-AGL. E nè io di rimproverarti.
-
-EL. (_imbarazzato, serio, sull'andar via_) Se permetti, ripasserò tra
-breve a veder Mènecle...
-
-AGL. Come credi — già che brami di andartene. Vorresti essere così
-gentile da passarmi quelle rose e quei mirti, là, in quel canestro...
-(_Elèo_ _eseguisce_) Sto intrecciando, come vedi, una corona da
-appendere ad una cara tomba... là, dove sai; là... fuori porta
-Diomèa.[97] Lo rammenti che domani ricorre il dì della morte di mio
-padre?
-
-EL. Lo rammento.
-
-AGL. Povero vecchio! Almeno questa l'avrà proprio dalle mie mani: e
-non comperata là al mercato de' fiori, da quelle ragazze che fanno
-ghirlande... e tant'altre cose. Oh i morti non san che farne di quelle
-corone. Li ho colti io tutti questi... sai. Ti ricordi i dì delle
-feste, quando m'aiutavi...
-
-EL. (_reprimendo un sospiro_) Sì... (_accennando novamente di prender
-congedo_) Allora...
-
-AGL. (_continuando la sua frase senza dargli tempo a seguire_) Oh,
-allora anche tu eri molto più allegro... e molto più gentile di
-adesso... e non facevi quel muso lì, che pare stii consultando qualche
-vecchia maga di Tessaglia, di quelle che fan di notte con le bacchette
-gli incantesimi...[98] Rammenti quando si correva per gli orti di
-Colòno e su per il poggio di Cerere, a cogliere i narcisi delle due
-dee, da riempire i canestri per la festa? E quella volta che ti sei
-nascosto, là dietro al monumento di Teseo,[99] e m'hai fatto paura
-credendo veder l'ombra di Edìpo, aggirarsi nel sito dove la terra lo
-ingoiò? Come eri allegro!...
-
-EL. (_serio, sospirando_) Allora era un tempo!...
-
-AGL. E adesso è un altro, lo so. Ma non è una ragione per far torto
-a quelle memorie, (_sempre proseguendo il lavoro della ghirlanda_).
-Ecco... a quest'ora m'avresti già dato la baia per la mia poca abilità
-nell'intrecciar questa ghirlanda... tu che volevi dar sempre il tuo
-parere e trovavi sempre da dir la tua... «_Ohibò, queste rose non son
-messe bene! Ohibò, qui ci andrebbero viole... così... e qui mirti...
-così..._» — e _ohibò! ohibò!_ e _così, così,_ tanto per insegnarmi a
-farle, il sapientissimo incontentabile si divertiva a disfarmele...
-È vero che oggi Elèo, figlio di Leòstene, di corone non insegna più a
-farne... ma ne conquista...
-
-EL. Aglae!...
-
-AGL. Oh, so tutto... Sappiamo, sappiamo delle prove di valore là
-sull'Ellesponto... Eppure forse in quei giuochi, in quelle corse,
-quando a cogliermi fiori t'arrampicavi sospeso in aria sul burrone a
-picco per farmi strillar dallo spavento, là hai fatto allora le prime
-prove del coraggio che ti rende oggi invidiato fra i giovani d'Atene, e
-per cui d'averti avuto a pupillo va orgoglioso Mènecle mio...
-
-EL. (_che ha seguìto con compiacenza mal repressa il discorso di Aglae,
-all'ultime parole si lascia sfuggire un piccolo movimento di malumore e
-dispetto_) Grazie. Dirai a Mènecle tuo... (_in atto di avviarsi_).
-
-AGL. Ma Mènecle sarà dolente, e mi sgriderà quando saprà che t'ho
-lasciato partire come un forestiero dalla casa ov'egli ti crebbe
-e ti amò come un figlio... Nè Giove Ctèsio,[100] nè gli altri Dei
-famigliari, custodi della casa di Mènecle, non han molto a lodarsi
-della memoria tua...
-
-EL. Aglae! che ne sai tu?... No, no, non temere, dillo pure a Mènecle
-_tuo_ che il cuore di Elèo non dimentica... È ancora qui scritto il
-giorno che Mènecle m'abbracciò e mi disse: Elèo, tu non hai più padre;
-egli è morto da valoroso a Nemèa;[101] tuoi genitori da oggi avrai la
-patria e l'arconte...[102] io li rappresenterò...
-
-AGL. Tristi cose richiami... Se non erro, quel giorno tu eri da mio
-padre... fu là, in casa nostra, che Mènecle ti venne a prendere e
-ti disse quelle parole... e tu piangevi... e _qualcun altro_ del tuo
-dolore piangeva... Ma tu decisamente quest'oggi non sei cortese...
-
-EL. Aglae!...
-
-AGL. (_china sul suo lavoro, senza volgersi ad Elèo e senza guardarlo_)
-Oh sì... se non erro... anch'io ero là... in quella triste sera...
-
-EL. (_con accento dolce, affettuoso_) E — non piangere, mi dicevi; papà
-assicura che coloro che cadono in battaglia non muoiono, ma vanno nelle
-isole dei beati. — Oh là certamente la sua ombra si sarà abbracciata
-con quella del padre tuo... Aglae, ma tu... (_vedendo che Aglae ha
-dismesso il lavoro ed è rimasta col capo appoggiato fra le mani,
-pensierosa e triste_).
-
-AGL. Io... nulla. Quelle memorie...
-
-EL. Perdona...
-
-AGL. Oh anzi... la mia anima trova in quelle memorie una dolcezza
-amara. Povero papà mio! Non credi che domani egli la udirà, come la
-udiva or sono cinque anni, la voce della sua piccola Aglae?
-
-EL. Aglae... io pure ci sarò...
-
-AGL. ... della sua piccola Aglae (_come parlando con sè medesima e
-seguitando il lavoro: con voce mestissima_) che gli verserà acqua
-lustrale, e fresco latte sulla tomba,[103] e gli dirà: hai fatto male
-ad andartene, e a lasciarmi qui piccina, sola, sola: tu m'indovinavi
-fin l'ultimo de' pensieri; ed ora non c'è più nessuno, neppur di quelli
-a cui volevi bene, che se ne occupi. Adesso sono tutti cittadini
-illustri... persone serie... e la tua Aglae chi vuoi la prenda sul
-serio?...
-
-EL. (_con voce di affettuoso rimprovero_) Neppure Elèo...
-
-AGL. Già. Neppure Elèo... (_proseguendo a discorrere con sè stessa,
-e avendo quasi le lagrime nella voce_) e quindi non lamentarti, papà
-mio, se questa corona non è bella come quelle di una volta; mi ci
-sono ingegnata da sola... ora non abbiam più maestri sapienti...
-non si corre più per gli orti di Colòno... Ma al cuore si guarda...
-al cuore... e non al dono... n'è vero, Elèo?... (_mentre così parla
-con voce quasi rotta dal pianto, Elèo ha messo mano ai fiori e ne va
-scegliendo ed intrecciando alcuni_) Ah! non sciuparmeli!...
-
-EL. (_proseguendo la sua occupazione, senza guardar Aglae_) E che cosa
-domanderai ai Màni di tuo padre?
-
-AGL. Gli domanderò che dia ad Atene, agli amici... propizj gli
-eventi...[104] a Mènecle... (_con lungo sospiro di rassegnazione_)
-lunghi anni di vita... a te...
-
-EL. (_c. s._) A me...?
-
-AGL. A te mandi una bella sposa che ti torni allegro... e ti
-faccia perdere quel muso lungo, serio serio... da Anassàgora
-inciprignito...[105] (_Elèo fa un gesto di dispetto e dà uno strappo
-ai fiori_) Ahi! ahi... no, così, che me li rovini!... (_ripigliando la
-frase di prima_) e tanti bei piccini che, quando fai quella faccia, si
-mettano a strillare tutti insieme... A me poi... (_sospende il lavoro
-e s'appoggia coi gomiti sul tavolo in atto di riflettere_) vediamo!...
-A me... (_sospirando_) A me già... niente piccini... (_si arresta
-improvvisamente per tornar a badare a quello che fa Elèo_) Ma hai
-capito di lasciar stare!... di non buttarmeli sossopra!... Guarda che
-sgarbato confusionario!... Cattivo!...
-
-EL. (_con voce insinuante_) Ma qui ci andrebbe dell'edera perchè
-spicchino sul verde cupo le rose...
-
-AGL. Già... (_vivamente, prendendo dell'edera e raggiustando la
-ghirlanda_) Così... ti pare?...
-
-EL. E non c'è neppure, tra le rose e l'edera, un corimbo di narcisi...
-neppur uno dei fiori cari alle due dee sotterranee...[106] Ci
-starebbero così bene!...
-
-AGL. Grazie della novità. Ma roba comperata non so che farne, e nel
-giardino, giù, non ne abbiamo. Magari! mio padre li amava tanto...
-
-EL. Quei bei narcisi... là... della rupe di Colòno, dove tanti ce
-n'era...
-
-AGL. E dove c'era, per coglierli, da scavezzarsi il collo. Sicuro che
-a Colòno ce ne sono!... Anche in Macedonia, anche in Tracia, anche in
-Persia ce ne saranno!... Però, se è vero che i morti ci leggono nel
-cuore... (_nel volger lentamente l'occhio dal lavoro, verso Elèo, a
-prima giunta non lo vede più_). Elèo!... (_Elèo che alle parole di
-Aglae si è improvvisamente mosso per correr via di soppiatto, trovasi
-già sulla porta. Aglae si alza vivissimamente_) Ah!...
-
-EL. (_scena muta fra Aglae ed Elèo. Elèo ad Aglae mostrandole la
-ghirlanda, con voce commossa_) Neppure uno... di quelli là... Non
-sarebbe bello... non sarebbe bello!... (_s'avvia ad uscire, poi
-tornando sui suoi passi vivamente, prende per una mano Aglae,
-e guardandola affettuoso, le soggiunge con voce lenta, rotta
-dall'emozione_) Se è vero che i morti ci leggono nel cuore... essi lo
-sanno... che non è un delitto... la memoria! (_fugge via_).
-
- (Aglae è rimasta un minuto presso la soglia, pensierosa,
- tristissima; poi s'abbandona su di uno scanno, e cela il volto
- nelle mani).
-
-
-SCENA IV.
-
-AGLAE e CRÌSIDE.
-
-
-CRÌS. (_entra vivissima e gaia, e corre ad abbracciare Aglae_) Buon dì,
-cara Aglae!
-
-AGL. (_andandole incontro e baciandola_) O mia buona Crìside!...
-
-CRÌS. Sempre lavori?...
-
-AGL. Passo le ore.
-
-CRÌS. Ho incontrato il giovane Elèo che usciva correndo come un
-disperato verso porta Ippade, sulla via di Colòno!... (_gesto vivo di
-Aglae_) O aurea Venere! altro che quelli che corron lo stadio!...
-
-AGL. È stato qui dianzi a cercar di Mènecle...
-
-CRÌS. Che? è andato a Colòno il tuo Mènecle oggi?
-
-AGL. Oh no... ma... (_sviando il discorso_) ma che grazie dovrò dirti,
-o mia Crìside, del tuo dono sì caro e gentile? (_va a prendere lo
-specchio_) Ma sai che è bello! tanto bello! perfino adulatore!...
-
-CRÌS. Ah, nessuno ti adulerà più di quello che Venere ti ha adulato nel
-nascere... Tranne il cinto d'oro, tutti i suoi doni t'ha dato...[107]
-Così t'avesse dato... anche di meglio impiegarli...
-
-AGL. (_con affettuoso rimprovero_) Crìside!...
-
-CRÌS. (_maliziosa_) Ma sai che questo specchio ha anche una virtù tutta
-sua?
-
-AGL. Davvero?
-
-CRÌS. (_scherzosa_) Esso riflette anche ciò che non si vede: ti svela i
-più bei contrasti pittorici che mente d'artista possa immaginare...
-
-AGL. (_vivissima_) Ah! sì! me ne sono accorta!
-
-CRÌS. (_con aria di malizia affettuosa_) Allora, sai ciò che esso dice
-in questo momento? Che il sorriso del tuo volto è come il rovescio
-della tua anima: l'uno vorrebb'essere sereno, come lo sguardo della
-dea, tua protettrice; l'altra è triste come l'occhio della Parca. È
-un filo di luce che non sa rompere la nuvola. Questo dice lo specchio,
-e... nevvero... Aglae, che lo specchio... indovina?
-
-AGL. (_dopo una pausa, voltando discorso_) E... come sta tuo marito?
-
-CRÌS. Tuo fratello... bene... grazie agli dei... ma non è la rispo...
-
-AGL. (_interrompendo_) E da un po' non si lascia vedere... perchè?
-
-CRÌS. Esce così di rado... È tanto occupato in casa...
-
-AGL. Molte aringhe per clienti da stendere?... Molti affari
-dell'Eliea?...
-
-CRÌS. (_esitante_) Oh sì... molti affari! molti!... fin troppi...
-
-AGL. E ti vuol bene sempre?
-
-CRÌS. Sì... almeno... me lo dice...
-
-AGL. Ah...! quando te lo dice?
-
-CRÌS. (_con accento ingenuo_) Oh varie volte!... La mattina, per
-esempio, quando apro gli occhi, e prima che mi alzi... poi... mentre
-mi alzo e mentre le fantesche mi vestono... mentre mi pettinano...
-e quando offro alla dea le divozioni del mattino... o quelle del
-vespero... e poi... così... alla sera... quando mi corico... me lo
-ripete fino a che mi sono addormentata... e poi... quando dormo...
-nella notte... per isvegliarmi...
-
-AGL. (_con serietà scherzosa_) Infatti... son varie volte. E... ti
-bastano?
-
-CRÌS. (_comicamente ingenua_) Sì... sì...
-
-AGL. Ah... proprio...?
-
-CRÌS. Ecco... dirò... alle volte... lì al momento... mi pare quasi...
-sì... che siano come troppe!... Ma poi nel dirmelo (_abbassando gli
-occhi con grazia sorridente ed ingenua_) siccome cambia tanto la
-voce... me lo dice in tante maniere diverse... con negli occhi tante
-espressioni diverse... così mi pare sempre una cosa diversa... che...
-insomma... fa piacere...!
-
-AGL. (_scherzosamente seria_) Ah, già! sicuro!... i discorsi variati
-piacciono sempre...
-
-CRÌS. Oh, sì... tanto! Perchè, sai, quando non sa più come dirmelo in
-prosa, così per cambiare... anche in versi me lo dice...
-
-AGL. Ah!...
-
-CRÌS. L'altra sera aveva studiato tanto... e io, nella notte, tanto
-di muso!... la mattina, nello svegliarmi, ho trovato questo sotto
-all'origliere:
-
- Studiai del Meònio le pagine
- Per dirti d'amor nova idea:
- Quai dolci parole, nell'isola,
- Ulisse a Calipso dicea:
-
- D'amore in che accenti Anadiòmene
- Col frigio pastor favellò:...
- Studiai del Meònio le pagine...
- E... _t'amo!_ altro dirti non so.
-
- Frugato ho ne' canti d'Orfeo
- Per dirti d'amor novo stile:
- Com'egli, fra 'l pianto letèo,
- Chiamasse la sposa gentile:...
-
- Qual voce a' suoi cantici amanti
- La selva e 'l leon trascinò:...
- Frugato ho d'Orfeo tutti i canti...
- E... _t'amo!_ altro dirti non so.
-
- L'ho chiesto di Saffo al lamento
- E al vecchio dai brindisi d'oro:
- Ognun rispondeami: lo sento...
- Ma come insegnartelo... ignoro.
-
- E frugo!... e altre immagini chiamo!...
- Ah!... un lampo qui alfin balenò!
- Ah!... eccola! eccola!... è: _t'amo!..._
- (_battendosi la fronte come chi trova un'idea_)
- La nova parola ch'io so.
-
- (_Mentre Crìside va leggendo questi versi da un biglietto che
- s'è tolto dallo stròfio, Aglae apre e sfoglia, come rileggendo
- distratta, il libro che stava leggendo prima_).
-
-Ti piacciono?
-
-AGL. Sì...
-
-CRÌS. Che cos'hai lì? (_guardando_) Le _Trachinie_ di Sofocle! Dejanira
-abbandonata!... Oh che brutti argomenti!...
-
-AGL. (_con serietà scherzosa_) Ah, sì!... c'è meno varietà che ne'
-tuoi... E come dicevi... Fania dunque è tanto occupato... Sono queste
-le molte occupazioni...
-
-CRÌS. Già!... anche queste!
-
-AGL. (_comicamente seria_) Tutto il tempo che avanza è per i clienti
-dell'Eliea...
-
-CRÌS. (_comicamente ingenua_) Oh, tutto!...
-
-AGL. (_c. s._) I clienti sono ben serviti. Sicchè, di quelle preziose
-notizie che ti dà tuo marito... tu non resti priva... se non quando
-esci di casa... come oggi...
-
-CRÌS. Oh no... mi verrà certo a momenti qui a raggiungere...[108]
-
-AGL. Ah, bravo Fania!... e dimmi... (_sorridente con gesto espressivo_)
-quando...?...
-
-CRÌS. Oh, quello... (_nasconde tra sorridente e vergognosa la faccia
-sulle spalle di Aglae_) quello... vedi... c'è tempo... (_vivamente
-ripigliando_) Ma tu che mi fai tutte queste domande, non hai però
-ancora risposto alla mia. Cattiva! tu scherzi... ma a nasconderti alla
-tua Crìside non ci riesci...
-
-AGL. Già... lo specchio...
-
-CRÌS. No, no, è inutile. Tu non sei allegra... non lo sei mai...
-
-AGL. Io qui in casa non ho per distrarmi tutte quelle tali novità della
-giornata...
-
-CRÌS. E questo è il male! e qualcuno ne ha colpa; e un po' anche tu —
-oh sì, per Cerere, anche tu — che per distrarti non fai nulla! Stai
-sempre chiusa invisibile come la Pitonessa... L'altro mese nè alle
-feste Scire nè alle Targelie non t'han veduta... all'ultima gara delle
-tragedie neppure... in casa mia da un mese non metti piede...
-
-AGL. Dovrei venire a disturbare i profondi studî letterari di tuo
-marito?
-
-CRÌS. (_affettuosamente corrucciata_) Aglae!... (_Si sente di dentro la
-voce di Fania che domanda:_ È qui da Aglae?) (_con gioia_) Oh eccolo!
-la sua voce!
-
-AGL. (_con serietà canzonatoria_) È un pezzo che non vi vedete?
-
-CRÌS. Oh, è già quasi da un quarto d'ora!... (_accorgendosi dal volto
-di Aglae dell'intenzione motteggiatrice_) Cattiva!...
-
-
-SCENA V.
-
-_Dette e_ FANIA.
-
-
-FANIA (_entrando_) Oh sorellina!... Crìside!...
-
-AGL. (_cortesemente canzonatoria_) Oh fratellino!... Che miracolo!...
-Dopo un mese! Qualche buon genio m'ha fatto uno sternuto!...[109]
-
-FAN. Cara Aglae... perdona... sai... tanti affari...
-
-AGL. (_guardando maliziosamente Crìside_) Sappiamo!... sappiamo!...
-
-CRÌS. Fania!...
-
-FAN. (_ad Aglae_) Come stai? Come sta Mènecle?
-
-AGL. Grazie. Benissimo.
-
-FAN. (_a Crìside_) E tu... così... sei scappata via... senza dirmi
-niente... brava!...
-
-CRÌS. Non la finivi mai...
-
-AGL. Via... non rimproverarla...
-
-FAN. Oh no, ma... (_a Crìside, serio_) Ma ero ben buono io
-d'accompagnarti...
-
-CRÌS. Già... per il gran viaggio da porta Ceràmica a venir qui...
-
-FAN. (_con paternale serio-amorevole_) Non è per questo... ma una
-moglie giovane non istà bene uscir per Atene in visite senza il
-marito...[110] n'è vero, Aglae?
-
-CRÌS. (_con civetteria, parlando ad Aglae_) E il marito correr dietro a
-tutti i passi della moglie come un can segugio di Laconia dietro l'orma
-della lepre... n'è vero, Aglae, che non istà bene neppur questo?
-
-AGL. (_con serietà comica_) A meno che la lepre sia contenta...
-
-CRÌS. (_brusca, con civetteria_) Oh questo poi!...
-
-FAN. Crìside!...
-
-CRÌS. Zitto là!... per Aglàuro! Siam le nipoti di Teseo...[111] e non
-siam le schiave dei mariti... noi...
-
-FAN. (_sorridente_) Lo si vede! Però Solone, veramente ha disposto che
-la brava moglie ateniese dovrebbe star sotto al marito...
-
-CRÌS. (_rifacendogli la voce_) E Temistocle, ateniese, stava sotto alla
-moglie,[112] eppure sconfisse i Persiani... ed era quel Temistocle che
-era...
-
-AGL. (_a parte, li guarda sospirando_) Eh! almeno loro si divertono!...
-
-CRÌS. ... e mio marito Fania, se fossero verità tutte quelle bugie che
-mi dice, dovrebbe imparare dal vincitore di Salamina...
-
-AGL. Come si sconfiggono i Persiani?
-
-CRÌS. No... come si trattano le mogli. Essere forti contro gli
-uomini... bel merito!... Essere deboli con noi... quello è il bello!
-
-AGL. (_a Crìside_) Veramente, sai, mi pare che un po' di Temistocle
-abbia già imparato...
-
-CRÌS. (_con civetteria stizzosa_) Oh, non abbastanza!... E poi un
-bravo marito dovrebbe essere anche un bravo fratello... (_abbraccia
-affettuosamente Aglae_) e io non voglio, sai, che egli ti trascuri...
-povera Aglae!... E s'egli ti trascura ancora, io trascurerò lui!...
-Guardala, Fania, che ciera triste!... (_tenendola abbracciata_) Oh tuo
-padre... vostro padre... sia pace alla sua ombra... ma ha avuto un gran
-torto verso te...
-
-AGL. (_con voce di rimprovero_) Crìside!
-
- (Fania, alle parole di Crìside, si tira pensieroso e serio in
- disparte).
-
-CRÌS. Oh, le due dee mi guardino dal dir ingiuria alla sua memoria...
-Epònimo fu prode e virtuoso, ma sbaglia tante volte su nell'Olimpo
-Giove, sbagliano anche sulla terra i virtuosi... ed Epònimo (_si guarda
-intorno_) — Mènecle non c'è — non fu previdente pel tuo destino... Se
-egli che ti amava tanto, tornasse dagli Elisi...
-
-AGL. Se tornasse dagli Elisi, vedrebbe che Aglae non chiede e non
-ha alla sua memoria verun conto da chiedere. (_con voce incisiva, a
-Fania_) N'è vero, Fania? (_Fania non risponde, e rimane in disparte,
-pensieroso, a testa china_) Mio padre mi affidava, morendo, all'uomo
-che gli salvò in campo la vita, lo riscattò dalla prigionia di
-guerra, lo soccorse nella povertà, raccolse il suo ultimo sospiro. Se
-affidandomi a Mènecle ha consultato il suo cuore, mio padre ha compiuto
-il debito suo...
-
-CRÌS. (_seria, fissando Fania_) E allora gli altri non han compiuto il
-loro...
-
-AGL. E perchè? Mènecle, oltre amico, era il solo lontano congiunto che
-la legge chiamasse a sposar l'orfana... o farle la dote.[113] S'egli
-non trovò altri degni di me, osservando la legge, Mènecle ha compiuto
-l'ufficio suo... Non ho ragione, Fania?
-
-CRÌS. Già, la legge!... È bello osservar la legge, per iscaldarsi le
-mani fredde al sole di sedici primavere!...
-
-FAN. No, no, Crìside, ha ragione Aglae. Sono io forse, che il mio
-ufficio di fratello, nel dar l'assenso, non l'ho compiuto...[114]
-
-CRÌS. (_a Fan._) Già... lo sapevo... brutto egoista!... Per te però ci
-hai ben pensato.
-
-FAN. Oh Crìside, ti giuro...
-
-CRÌS. (_dandogli sulla voce_) Zitto là! ne discorreremo. (_ad Aglae,
-con voce affettuosa_) Ma dimmi un po'... almeno Mènecle...
-
-AGL. Oh... Mènecle... non ho niente a ridire. Fa quello che è in lui...
-
-CRÌS. Quello ch'è in lui!... Non è molto!...
-
-AGL. Ci vediamo del resto, da qualche tempo in qua, così poco... Adesso
-poi, tra gli affari della Eliea e quei di Tebe, ancora meno...
-
-CRÌS. Per cui... sempre sola?...
-
-AGL. Sola.
-
-CRÌS. E il tuo cuore?
-
-AGL. È tranquillo.
-
-CRÌS. La tua mente?
-
-AGL. Riposa.
-
-CRÌS. I sensi?
-
-AGL. (_vivissima, nervosa_) Dormono.
-
-CRÌS. (_alzandosi_) Ebbene... alla tua età... con queste belle
-giornate... con questo sole... io non dormirei...
-
-AGL. Perchè Fania ti sveglia... me l'hai detto.
-
-CRÌS. (_a Fania, sottovoce_) Meriteresti, per l'aurea Venere, che
-invece di me, ti avessero dato in moglie la vecchia Mìrtala! Provar un
-po' anche tu... che gusto!...
-
-FAN. Zitta!... (_si sente di dentro la voce di Cròbilo_) È qui suo
-marito...
-
-
-SCENA VI.
-
-_Detti_, CRÒBILO, _un momento_ BLÈPO.
-
-
-BLÈPO. (_annunziando, dalla soglia_) Cròbilo di Stefano Colonèo.
-
-AGL. Oh, avanti!...
-
-FAN. (_mentre Blèpo esce per introdur Cròbilo, si appressa ad Aglae e
-le parla in disparte_) Però Mènecle dovrebbe anche comprendere certe
-cose... e trattarti un po' meglio...
-
-AGL. (_sorridente_) Farmi delle poesie amorose, e pormele, quando
-dormo, sotto il cuscino?
-
-FAN. Crìside!
-
- (Apostrofa Crìside un po' brusco, e si bisticcia sottovoce con lei,
- mentre entra Cròbilo).
-
-CRÒB. Salve, gentile Aglae!... La bella Venere ti guardi...
-
-AGL. Vicino Cròbilo, sii il benvenuto.
-
-CRÒB. Vezzosa Crìside, Fania, buon dì. (_vedendoli discorrere a parte_)
-(Bella coppia di tortore di Sicilia!)[115] E il nostro caro Mènecle non
-è in casa?
-
-AGL. È uscito da poco. Per lui venivi...?
-
-CRÒB. Oh... per lui... per te... e per lei...
-
-AGL. Tua moglie?
-
- (Durante questo dialogo con Cròbilo, Fania e Crìside si bisticciano
- amorosamente in disparte).
-
-CRÒB. Già... la mia caaaaara moglie!... Mi disse che la ti veniva a far
-visita e che passassi a prenderla, sull'ora sesta. A quel che pare è in
-ritardo...
-
-AGL. Attendila dunque...
-
-CRÒB. Grazie. Avrà lavorato più del solito col minio e coi cosmetici...
-o si sarà indugiata a fare la sua chiaccheratina solita con le
-vicine... Ah, quando la comincia... l'è come il disco di bronzo
-appeso agli alberi dell'oracolo di Dodòna! se appena lo tocchi del
-dito, _diiiinnnnnn!!!_ ti suona per tutto un giorno: anzi il bronzo
-finisce prima: ma lei, finito il giorno, la mi va avanti anche la
-notte!...[116] O Giove miracoloso, che delizia!
-
-AGL. Eppure, bisogna dire che tu avessi gran bisogno di consultarli,
-gli oracoli, poichè questo disco ci sei andato a picchiare..
-
-CRÒB. Pur troppo. Si fossero i corvi portata via la prònuba che m'ha
-sedotto a queste nozze!...[117]
-
-AGL. (_scherzosa_) Senti Fania...
-
-FAN. Che c'è?
-
-AGL. Cròbilo maledice alla prònuba del suo matrimonio... E tu alla tua?
-
-FAN. (_guardando Crìside amorosamente e abbracciandola_) Io prego i
-Numi che le donino i beni della terra...[118]
-
-AGL. (_a Cròbilo, scherzosa_) Senti? questi son mariti!
-
-CRÒB. (_ad Aglae, scherzoso, additandole Crìside_) Vedi...? queste sono
-mogli...
-
-CRÌS. (_va ad abbracciar Aglae_) Aglae! (_discorrono insieme_).
-
-FAN. (_a Cròbilo, mentre Aglae e Crìside conversano fra loro_) E la tua
-che cos'è?
-
-CRÒB. La mia... la mia... come si chiamano quelle che rubarono le cene
-di Fineo?
-
-FAN. Le arpìe...
-
-CRÒB. Bravo! Fa conto... con le ali di meno, e la dote di più.[119]
-
-FAN. È sempre qualcosa. (_batte sulla spalla a Cròbilo_) Cròbilo,
-Cròbilo, anche il cavallo scita sprezza la biada che vuol
-mangiare.[120] Mi dicono che la biada era discreta... Quattro
-talenti...
-
-CRÒB. (_continuando annoiato_) ... e una possessione nell'isola di
-Egìna...
-
-FAN. ... vigneti e terreni aratorî...
-
-CRÒB. ... che rendono all'anno centodue mine. La mi fa il conto tutti
-i giorni sulle dita... e si lagna che suo padre li facea rendere di
-più...[121] O Giove Olimpio!... Felice chi è ricco del suo![122] Per
-noi altri mariti poveri, i tesori delle mogli son carboni!...[123]
-Se sapevo di far questa vita, preferivo condur a pascere le capre sul
-Fellèo!...[124]
-
-FAN. Sei sempre a tempo... corri...
-
-CRÒB. Non c'è premura.
-
-CRÌS. (_interrompendo il discorso con Aglae, e voltandosi a Cròbilo e
-Fania_) E così, Fania, Cròbilo non ha ancor finito di contar tutti i
-difetti di sua moglie?[125]
-
-FAN. Pare di no...
-
-CRÒB. Tutti!... Ci vorrebb'altro... È il catalogo di Esìodo!...
-
-CRÌS. E glie la fai, di', a tua moglie, l'enumerazione del catalogo?
-
-CRÒB. A mia moglie?... eh!... quello ci mancherebbe!
-
-CRÌS. E perchè?
-
-CRÒB. Perchè Giove ha dato agli uomini gli occhi per vederci, e non per
-farseli cavare dalle mogli...
-
-CRÌS. Ma sai, o Cròbilo, che non è molto lusinghiero, a noi mogli tutte
-quante in generale, saper che gl'incliti mariti ci fanno l'occhio del
-pesce morto in casa, e fuori di casa se ne vanno... a recitarci que'
-tuoi panegirici?!... Fania, spero bene...
-
-CRÒB. Bella Crìside! ma Venere mi guardi dallo sparlar delle mogli in
-generale! qui, innanzi ad Aglae e innanzi a te!... ma ti pare?!...
-Le mogli, eh si sa, ce n'ha di buone e di cattive... La va a chi
-tocca... Anzi, di regola, le mogli sono una bellissima istituzione:
-è appunto per confermare la regola che ci sono le eccezioni... e
-queste non divertono... Del resto, vedi benissimo, non c'è moglie
-cattiva a cui non si possa contrapporne una modello... Citami, nelle
-tragedie, Clitennestra... uxoricida fin che vuoi... ma io ti rispondo
-con Penelope. Fedra era incestuosa... ma Alceste era virtuosissima.
-Su Medea, cuor di tigre, c'è molto da ridire: ma, dall'altra parte...
-dall'altra parte... (_si interrompe con tutta naturalezza, come chi
-finge cercar nella memoria e non trova_) ora non saprei. Elena! peggio
-di una civetta!... ma invece... invece... (_c. s._) adesso mi verrà
-in mente... Ermione! tracotante e sanguinaria; Creùsa, egoista e
-vendicativa; Menalippe, adultera... ma all'opposto... all'opposto...
-(_c. s._) che so io... insomma, se lo dicevo che le eccezioni fermano
-la regola!...[126]
-
-CRÌS. (_ironicamente rispondendo all'ironia comica di Cròbilo_) E a
-quel che pare... fermano anche di preferenza la tua memoria...
-
- (Durante questo dialogo, Aglae e Fania discorrono fra loro).
-
-CRÒB. Ah, sicuro!... (_sospirando comicamente_) perchè è su di esse che
-faccio un corso di studî pratici...
-
-CRÌS. (_ironicamente suggestiva_) E quelle mogli delle tragedie ti
-servono poi per i confronti teorici...
-
-CRÒB. Precisamente. Una consolazione... come un'altra.
-
-CRÌS. Perchè?
-
-CRÒB. Perchè di sì... Per esempio, tu, Fania... sei storpio...
-
-FAN. (_risentito_) Io?... Lo sarai tu.
-
-CRÒB. (_calmo_) Supponiamo che lo sii. Sei storpio... e te ne
-affliggi... perchè non puoi correr dietro a Crìside... ma vai a teatro,
-vedi in iscena Filottète, che è più storpio di te, e ti consoli.[127]
-Tu, Crìside, sei tradita indegnamente da Fania...
-
-CRÌS. (_furiosa_) Eh? tradita? io?! bada a quel che dici...
-
-CRÒB. (_calmissimo_) È un'ipotesi...
-
-CRÌS. Ma io non so che farne delle tue ipotesi... intendi?
-
-CRÒB. Bene, bene. (_con flemma, correggendosi_) Tu, Aglae, sei tradita
-indegnamente da Mènecle... è una ipotesi...
-
-AGL. (_pacatissima, con mesto sorriso_) Va pur là... non mi arrabbio...
-io...
-
-CRÒB. (_a parte_) (Poveretta! si capisce!...) sei costernata, disperata
-del tradimento...
-
-AGL. Oh, questo poi...
-
-CRÒB. È un'ipotesi... (_tra sè_) (sbagliata a quel che pare...)
-
-CRÒB. Ma vai a teatro e vedi Medea tradita da Giasone ancor più
-indegnamente di te... e contemplando la di lei sventura, eccoti
-confortata della tua. Ebbene anch'io... io... come mi vedi... sono un
-marito disgraziato... e tutti i giorni mando alle stelle dei sospironi
-grevi, che Giove, se non fosse sordo, sarebbe obbligato a sentirli:
-ma vado alla tragedia, e sento Agamènnone, dentro le quinte, che
-strilla _ahi! ahi!_[128] perchè sua moglie nel bagno gli sta facendo
-la festa... allora mando un sospiro più leggiero, e dico: pazienza!...
-fino a qui mia moglie non è venuta ancora... e speriamo non ci venga...
-
-
-SCENA VII.
-
-_Detti e_ MÈNECLE _con_ MÌRTALA.
-
-
-MÈN. (_entrando ha raccolto e frainteso le ultime parole di Cròbilo_)
-Oh altro se ci viene...
-
-CRÒB. (_dà un balzo, spaventato_) Eh!...
-
-MÈN. È già qui. L'ho incontrata sulla porta...
-
-CRÒB. (_sospirando_) Ah!... Che maniera di spaventar la gente!
-
-MÈN. E te la conduco. Non temere... non temere! Oh, Fania! Crìside! che
-buon vento!
-
-CRÌS. e FAN. (_rendendo il saluto_) Mènecle!...
-
-MÈN. (_verso la porta_) Avanti, Mìrtala!...
-
-MÌRT. (_entrando corre ad Aglae_) Oh cara Aglae!...
-
-AGL. (_restituendole l'abbraccio_) Mìrtala!...
-
-MÈN. (_a Mìrtala_) C'era qui tuo marito che già s'impazientava credendo
-tu non venissi...
-
-CRÒB. (_confermando a denti stretti_) Già...
-
-MÈN. Questi son mariti...
-
-FAN. (_a Cròbilo sottovoce, canzonatorio, additandogli Mìrtala e
-rifacendogli le parole di prima_) Queste sono mogli. Tienla da conto...
-
-MÌRT. (_a Mènecle, accennando Cròbilo_) Oh, non lo lodare tanto!...
-Farebbe anche lui delle sue... se io non lo vegliassi un poco... il mio
-caro marito...
-
-CRÒB. (_con compunzione comica_) Ma tu mi vegli sempre... un poco...
-(_fra sè_) come Argo...
-
-MÌRT. (_squadrandolo con diffidenza_) Per fortuna... e forse non quanto
-basta...
-
-CRÒB. (_vivissimamente_) Oh... ti giuro che basta...
-
-MÌRT. Vedremo! vedremo!...
-
- Mìrtala ripiglia il colloquio con Aglae. Cròbilo con Mènecle.
-
-CRÌS. (_a Fania sottovoce, accennandogli Mènecle ed Aglae_) Hai visto?
-Rientrando... nemmeno l'ha salutata... Poveretta!...
-
-FAN. Oh, ma domani mi sentirà.
-
-CRÌS. Eh già... se non ti fai sentir tu... mi faccio sentir io. Non ho
-peli sulla lingua... io![129]
-
-FAN. Lo so...
-
-CRÌS. È una vergogna!... Neppure la guarda!... O cosa crede di avere?
-Una moglie o un pezzo di legno? Andiamo via. Mi fa male. M'accompagni?
-
-FAN. Certo. (_a Mèn._) Addio, Mènecle.
-
-MÈN. Come? arrivo ora, e te ne vai?
-
-FAN. Accompagno Crìside. (_fissa Mènecle con volto serio_) Ci vedrem
-domani.
-
-CRÌS. (_ad Aglae_) Cara Aglae, addio...
-
-AGL. Di già?
-
-MÈN. (_guardando di sottecchi Fania dopo le parole, seco scambiate_)
-Che cos'ha costui? Mi guarda scuro con certi occhiacci, come guardasse
-l'erba origano...[130] Uhm!... (_va a discorrer con Cròbilo_) E
-dunque...
-
-MÌRT. (_a Crìside che sta salutando Aglae_) Come, come?! Crisiduccia...
-ci lasci?
-
-CRÌS. Dovrei lasciare andar Fania solo?
-
-MÌRT. Ah questo no... i mariti... brava gente... ma a tenerli d'occhio
-non si sbaglia... lo so io.
-
-CRÌS. (_a Mìrtala, sorridendo_) Io non lo so... ma per non
-isbagliare... me lo porto via... (_ad Aglae, sottovoce_) Dà retta a
-me... di crucciarti non val la pena... ti verrò a trovare, e a farti
-cambiar vita.
-
-AGL. (_abbraccia Crìside_) La cambierò. Sta tranquilla.
-
-CRÒB. (_salutando_) Vezzosa Crìside...
-
-CRÌS. Sta sano, Cròbilo. (_sottovoce, ironica_) E sii felice... con la
-tua Mìrtala...
-
-CRÒB. Eh?
-
-CRÌS. (_scherzosa, interrompendolo, e rifacendogli la frase di prima_)
-È un'ipotesi...
-
-FAN. (_salutando_) Aglae, ci rivedremo.
-
-MÌRT. (_sospettosa, a Cròbilo_) Che cosa ti diceva Crìside?...
-
-CRÒB. Che la felicità umana è un'ipotesi...
-
-MÌRT. L'hai chiamata vezzosa... va là che ho sentito...
-
-CRÒB. E non lo è?...
-
-MÌRT. A me però non l'hai mai detto... ch'io ti senta dirglielo ancora
-una volta...
-
-CRÌS. (_che si è con Fania avviata ad uscire, torna verso Cròbilo,
-e gli dice sottovoce, beffarda_) Completalo poi quel tuo catalogo...
-Ermione era arrogante, ma Mìrtala è dolce. Elena era adultera... ma
-Mìrtala è fedele... (_ridendo lo lascia_) Ah, ah!...
-
-MÈN. (_vedendo Crìside allontanarsi_) Crìside?
-
-CRÌS. (_a Mènecle_) Con te sono in collera, e non ti saluto.
-
-MÈN. (_cortesemente scherzoso_) La pace quando?...
-
-CRÌS. (_fissandolo_) Quando in Atene non ci saran più egoisti...
-
-MÈN. Ossia, siccome gli egoisti finiranno col mondo, quando per
-indicarli avran trovata una parola nuova...
-
-CRÌS. (_a Fania ch'è già sull'uscio_) Fania!... (_dandogli il braccio,
-e suggerendogli_) Ah, eccola, eccola! è...
-
-FAN. (_dandole un bacio e proseguendo subito_) «t'amo! — la nova parola
-ch'io so!...» (_escono abbracciati_).
-
-
-SCENA VIII.
-
-AGLAE, MÌRTALA, CRÒBILO, MÈNECLE.
-
-
-MÈN. (_vedendo il bacio_) Eh...! non fan complimenti. Quelli son
-felici... e sanno l'arte di star al mondo!...
-
-MÌRT. (_a Cròbilo, additandogli Fania e Crìside che s'allontanano_) Li
-vedi?... impara!... Che nozze!...[131] Ah se tu fossi un marito come
-Fania...
-
-CRÒB. (_a parte_) (Ah se tu fossi una moglie come Crìside!...)
-Imparerò... (_va a discorrere con Mènecle che passeggia pensieroso su e
-giù_).
-
-AGL. (_partiti gli sposi è rimasta cogitabonda e triste, poi s'è
-rimessa lentamente al lavoro_) (Elèo fra breve ritornerà...)
-
-MÌRT. (_ritorna verso Aglae_) E così, t'abbiamo aspettata all'ultima
-festa delle Scìre...[132] non ci mancavi che tu!... peccato!... c'erano
-le più belle matrone d'Atene... c'ero io...
-
-AGL. Ah!...
-
-MÌRT. E se avessi visto, sulla strada da Atene a Sciro, che folla!...
-mio marito, dalla gran gente, poveretto!... corse rischio di
-perdermi...
-
-MÈN. (_a Cròbilo sottovoce, canzonandole_) Vai in cerca di rischi...
-
-MÌRT. Se non me l'attaccavo stretto stretto alle costole...
-
-AGL. (_velatamente ironica_) Si sarà divertito...
-
-MÌRT. Oh... mezzo mondo!...
-
-CRÒB. (_Sbadigliando_) Tanto! tanto!...
-
-MÌRT. Ma sai chi ci ho visto? (_Mìrtala parla colla rapidità delle
-vecchie chiacchierone_) Cleonìce... quella magra, col naso lungo...
-la moglie di Nìcida, da lui ripudiata tre mesi fa. Sai, dicevano la si
-fosse ritirata alla campagna, per tôrsi alla vergogna del ripudio...
-
-AGL. Poveretta!...
-
-MÌRT. Ah sì, aspetta!... è ricomparsa alla festa, fresca, fresca,
-come niente fosse... e si pavoneggiava in gran lusso... con tanto
-di veste cimbèrica e di stivaletti persiani...[133] E poi i poeti
-cantano che la moglie ripudiata porta il rossore in fronte!...[134]
-Oh la sfacciata!... Oh, a proposito di vesti, un favore ti avrei a
-chiedere... sei tanto buona.
-
-AGL. Ma parla...
-
-MÌRT. Quella tua tònaca bianca di bisso di Amòrgo,[135] con lo
-strascico... Vorrei farmene una eguale anch'io, per la festa di Venere
-Colìade...[136]
-
-AGL. (_a parte_) (O care Grazie!).
-
-MÌRT. Se non t'increscesse mostrarmela, per copiar le misure...
-
-AGL. Oh già... t'anderan bene... Ma subito!... Se vieni nella mia
-stanza di là...
-
-MÌRT. Grazie!... Ora, ora, prima di andar via... (_con malizia,
-abbassando la voce_) E così spierò anche i segreti del vostro nido...
-
-AGL. Nido?... che nido?
-
-MÌRT. (_maliziosamente sorridente_) Eh, già... il vostro...
-(_accennandole Mènecle_).
-
-AGL. (_con indifferenza_) Ah! due nidi...
-
-MÌRT. Come?...
-
-AGL. Il mio qui sopra... e il suo... da basso.
-
-MÌRT. (_stupefatta_) Eh??... non istate insieme?...
-
-AGL. È tanto occupato... sai...
-
-MÌRT. Occupato il giorno... va bene;... ma... e la notte?
-
-AGL. La notte... lui scrive... lavora...
-
-MÌRT. E tu?...
-
-AGL. (_con accento vibrato_) Io... dormo.
-
-MÌRT. E la mattina?...
-
-AGL. Dorme lui... e lavoro io...
-
-MÌRT. O Dee santissime!... ma senti, Cròbilo?!
-
-CRÒB. Che cosa?
-
-MÌRT. Aglae qui mi conta che Mènecle di notte la lascia sola per
-lavorare...
-
-CRÒB. (_fra sè_) (Oh, oh!) (_con segni adesivi del capo_) Benissimo!...
-
-MÌRT. (_scrutandolo con faccia scura_) Perchè benissimo?
-
-CRÒB. Perchè il pensiero di noi uomini, per levarsi su, su, su, nelle
-alte sfere, ha bisogno del silenzio notturno e della solitudine... e
-quindi...
-
-MÌRT. (_ironicamente suggestiva_) E quindi lasciando la moglie sola nel
-vedovo talamo...
-
-CRÒB. ... la moglie se ha sonno, riposa più tranquilla... e il marito
-ha le idee più lucide.
-
-MÌRT. (_con calma simulata_) E se sonno la moglie non avesse?...
-
-CRÒB. Accende il lume e conta i travicelli del soffitto... esercizio
-che rinforza la memoria: o va alla finestra a veder il tesmotèta che
-passa colla ronda...[137] e il golfo e l'Acròpoli illuminati dalla
-luna...
-
-MÌRT. (_ironica, frenandosi a stento_) Infatti... l'altra notte... per
-esempio... che sei rincasato alla terza vigilia...
-
-CRÒB. Non era ancora...
-
-MÌRT. (_rincalzando_)... alla terza vigilia, l'ho vista anch'io la
-ronda e l'Acròpoli a chiaro di luna...
-
-CRÒB. N'è vero, com'è poetico?
-
-MÌRT. Già! (_prorompendo_) Provati un'altra volta a tornar a casa a
-quell'ora, e poi... la ronda e la luna te la do io...[138]
-
-MÈN. Che cosa c'è? Che cosa c'è? Ulisse e Penelope che si bisticciano?
-
-CRÒB. Niente niente! si discorreva dell'ora che si alza la luna...
-
-MÌRT. (_a Mèn._) E Penelope dimostrava ad Ulisse che è un'ora in cui i
-mariti potrebbero benissimo tralasciare di pensar tanto e far invece...
-qualche cosa d'altro. Che già, per quel che fruttano i loro profondi
-pensieri, la Repubblica non ci perderebbe gran che: anzi l'andava
-meglio quando i mariti cecròpidi coltivavano le mogli un po' di più, e
-di giudizî e di decreti ne impasticciavano un po' meno... Quelli eran
-tempi!... quand'ero fanciulla io...
-
-CRÒB. (_a parte_) ... e i Greci assediavano Troja...
-
-MÌRT. ... e macinavo l'orzo di Minerva, e nelle feste Braurònie
-rappresentavo l'orsa di Diana...[139]
-
-CRÒB. (... al naturale...)
-
-MÌRT. ... allora, ah sì, non c'era pericolo che mio padre tornasse a
-casa dopo il tramonto e facesse a sua moglie il muso scuro con tanti
-pretesti di tabelle e palle nere e leggi e processi per la testa...
-Adesso, a furia di decreti e novità mandano la Repubblica a soqquadro;
-e guardali lì, che par tornino dall'averla salvata a Maratona!... Ah se
-governassimo noi donne...
-
-CRÒB. (Poveri noi...)
-
-MÈN. (_ironico_) ... gli uomini filerebbero la lana...
-
-MÌRT. ... e la lana ci scapiterebbe, ma le leggi ci guadagnerebbero.
-Già anche oggi (_parla con Mènecle_), al solito, avrete tirato colle
-vostre unghiaccie delle gran righe lunghe sulla cera[140] e data
-qualcun'altra delle vostre sentenze storte...
-
-MÈN. Tranquìllati... oggi è vacanza...
-
-MÌRT. Se non è oggi, sarà stato ieri...
-
- Come s'è detto, durante questo dialogo, Aglae è seduta intenta al
- suo lavoro.
-
-MÈN. Ah, ieri sì...
-
-MÌRT. Sentiamo!...
-
-MÈN. Oh, una causa molto semplice. A Fillide, la giovinetta moglie del
-vecchio Fràstore Egilièo, è morto il padre due mesi fa. Malgrado tutto
-l'amor figliale, gli occhi per troppo piangere la ragazza non se li è
-sciupati, e questo è quel che capita ai padri, quando maritano, per
-interesse, a controgenio le figliuole. È andata ai funerali col suo
-vecchio marito, senza troppo graffiarsi il viso, con lui è intervenuta
-al banchetto funebre dei novendiali,[141] quel tanto insomma che la
-legge ordina ai figliuoli, e niente più. Che è, che non è, salta fuori
-un bel pezzo di giovine, certo Màntia, ammogliato alla vecchia Pànfila:
-e asserendosi solo superstite parente dell'orfana fanciulla, invoca il
-diritto dalla legge, di pigliarsela in isposa...[142]
-
-CRÒB. To' che felice idea!...
-
-MÌRT. Oh, il birbante! già, sarà stato d'accordo con quella
-civettuola...
-
-MÈN. Fosse d'accordo o di suo capo, vattelapesca. Il fatto è che la
-ragazza, messi in un piatto di bilancia i sessant'anni del consorte
-vecchio, nell'altro i ventitrè del cuginetto nuovo, trovò la domanda
-di quest'ultimo immensamente ragionevole. Non così il venerando marito
-di lei e la veneranda mogliera del nostro giovanotto: ai quali proprio
-non entrava in testa che s'avessero a disfare due matrimonî per cavarne
-fuori un terzo a loro spese...
-
-MÌRT. Per Venere! Se avean ragione!...
-
-MÈN. ... e per farla valere, appunto, si misero insieme, poichè il
-giovine stette duro a far la lite...
-
-MÌRT. ... quella sfacciatella avrà soffiato sotto...
-
-MÈN. (_aderendo_) — ... la sfacciatella soffiava sotto — e chiesero
-all'arconte che la domanda dell'improvvisato cuginetto fosse respinta,
-contestandone la parentela. Ma sì! il cuginetto era assistito da un
-avvocato coi fiocchi, il vecchio Isèo, il quale squadernò davanti
-ai giudici un albero genealogico, in linee rette, oblique, laterali
-e trasversali, che risaliva sino a Codro per via di femmine e per
-via di maschi sino a Teseo: un albero rispettabile. Di più, esibì la
-testimonianza dei servi, i quali, posti ai tormenti,[143] dichiararono
-aver una volta udito il padre della fanciulla, nel contrattar la
-compera di un asino, chiamar parente il padre del giovine. Di più, la
-ragazza interrogata, abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia
-pudica, confermò anch'ella questa circostanza...
-
-CRÒB. Dell'asino?
-
-MÈN. (_confermando e battendogli sulla spalla_) Dell'asino.
-
-MÌRT. (_impaziente_) Insomma... la conclusione...
-
-MÈN. La conclusione — ecco... l'albero, veramente, era un po'
-imbrogliato... ma il vecchio Isèo ci mise tanta eloquenza — «_giudici,
-guardate questo! considerate quest'altro!_»...
-
-MÌRT. Che i corvi se lo mangino!...
-
-MÈN. ... e quei due giovani, a vederli, lì insieme, tutti e due,
-biondi, rosei, mandandosi certe occhiate — dritte, laterali e
-trasversali — come quelle dell'albero, pareano così fatti l'una per
-l'altro...
-
-MÌRT. (_furiosa_) E quindi...
-
-MÈN. E quindi Isèo, in uno slancio oratorio, imposte le mani sulle due
-giovani teste, le avvicinò (_mentre sta dicendo questo con inflessione
-espressiva di voce, getta occhiate verso Aglae, come volesse fermarne
-l'attenzione. Aglae infatti, alta la testa, e sospeso il lavoro, pur
-senza guardar Mènecle, mostra di essere molto attenta_)... e citò
-il verso di Omero che _Giove vuol congiunti i simili coi simili_;
-e il tribunale per non far torto nè ad Omero nè a Giove, giudicò
-ch'eran proprio cugini autentici e che il giovine avea diritto di
-divorziar dalla vecchia, e di portar via al vecchio la giovanetta.
-I due vegliardi cascarono ululando nelle braccia uno dell'altro, la
-giovanetta abbassando gli occhi con molta ingenuità e grazia pudica
-rivolse all'antico sposo un commovente sguardo d'addio, e sospirando...
-si rassegnò.
-
-MÌRT. (_indignata_) E tu o Giove, che cosa fai là sopra, che non
-punisci queste infamie commesse in tuo nome?
-
-MÈN. (_pacatissimo_) Vedi, hai torto d'invocar Giove. Forse in quel
-momento era occupato anche lui colla piccola Ebe... a far dei torti
-alla veneranda Giunone. Son cose che succedono in cielo e in terra..
-
-MÌRT. Ma tu, tu, come hai votato?
-
-MÈN. Ecco... io ci vedo poco... ma mi hanno assicurato che proprio
-le linee trasversali andavan bene,[144] e quindi per non guastarle —
-mancando un voto alla maggioranza — ho dato il mio.
-
-AGL. (_con iscatto repentino, vibratissimo di voce_) Bravo Mènecle!...
-
-CRÒB. (_contemporaneamente, sottovoce per non farsi udir da Mìrtala_)
-(Bravo Mènecle!)
-
-MÈN. (_udendo Aglae, con un sospiro_) (Volevo dire!...)
-
-MÌRT. (_ad Aglae_) E tu lo lodi, tu lo lodi! Mettiti nei panni di
-quella povera moglie abbandonata...
-
-AGL. Mi metto nei panni di quell'altra.
-
-MÈN. Ma che abbandono! che abbandono! Cosa credi, che i giudici abbiano
-cuor di macigno? Quando Isèo s'accorse che il suo albero sui giudici
-faceva un effettone e che i due vecchi rischiavano restar soli, per
-ultimo argomento, tirò fuori... (_pausa, segni di attenzione_) un altro
-albero...
-
-CRÒB. Ma era una foresta questa arringa!
-
-MÈN. Proprio così... un altro albero, dal quale appariva come qualmente
-il vecchio abbandonato fosse parente in quarto o quinto grado della
-vecchiarella derelitta: onde Isèo concluse, e il Tribunale accolse,
-i lor precedenti matrimonî doversi sciogliere anche per ciò: che
-la settantenne Pànfila essendo... orfanella, la legge obbligava il
-vecchietto a sposarla per la perpetuazione della stirpe. E stese le
-mani sulle due teste venerande, ripetè il verso di Omero: che _Giove
-ama congiunti i simili coi simili!_... Ah che oratore! che oratore!
-
-MÌRT. (_mal frenando la stizza_) Aglae, nei processi di tuo marito
-ci son troppi alberi... e a viaggiar pei boschi si incontrano i
-malandrini... Se credi, son da te...
-
-AGL. (_alzandosi_) Come vuoi...
-
-CRÒB. (_ad Aglae sottovoce, mentre questa, prima d'uscire, sta mettendo
-a posto qualcosa sul suo tavolo_) Mi raccomando... non le mostrar
-tutta la guardaroba... perchè poi a me tocca di portarla... e... vesti
-chiuse... vesti chiuse... riparano dai freddi...
-
-AGL. (_a Mènecle, nell'andarsene con Mìrtala_) Tu sei a casa oggi?
-
-MÈN. (_asciutto_) No.
-
-AGL. Sei via a cena?
-
-MÈN. (_c. s._) Sì.
-
-AGL. Tornerai presto?
-
-MÈN. Forse. (_Aglae s'allontana senza dir parola. Quando ella è già
-sull'uscio, Mènecle la richiama_) A proposito, è stato qui Elèo?
-
-AGL. (_ferma sull'uscio, dopo una pausa, come risovvenendosi_) Ah... sì!
-
-MÈN. Perchè non dirmelo...?
-
-AGL. (_fredda_) Non me l'hai chiesto.
-
-MÈN. Ha detto ove andava?...
-
-AGL. No.
-
-MÈN. Tornerà?
-
-AGL. (_imitando il forse precedente di Mènecle, con accento
-espressivo_) Forse! (_esce con Mìrtala_).
-
-
-SCENA IX.
-
-MÈNECLE _e_ CRÒBILO.
-
-
-CRÒB. (_comicamente, a parte_) (Che tenerezze!) (A MÈNECLE) Non si può
-dire che tra marito e moglie sprechiate eccessivamente il fiato... Vi
-parlate sempre così?
-
-MÈN. Quasi sempre.
-
-CRÒB. Non vi anderà giù la voce. E, dimmi, il giorno che l'hai
-sposata, l'hai almeno avvertita delle tue abitudini di... eloquenza
-domestica?...
-
-MÈN. Non ci ho pensato.
-
-CRÒB. Eppure, scusa sai, ma mi sembra... era forse il caso di
-pensarci... essendo tu quel galantuomo che sei... che tutta Atene
-conosce...
-
-MÈN. (_vivissimo_) E chi, chi ti dice ch'io non lo sia?...
-
-CRÒB. Lo sei! lo sei! per Ercole! l'han fino scritto col carbone sui
-pilastri del Ceràmico...[145] Appunto...
-
-MÈN. Appunto... se si è galantuomini e si è fatta una minchioneria, non
-si seguita a sospirarne tutto l'anno e ingrassarci sopra... (_parlando,
-fissa l'occhio su Cròbilo_)... Si fa di meglio... Ci si ripara...
-
-CRÒB. Eh?
-
-MÈN. (_energicamente incalzando_) Altrimenti sui pilastri del Ceràmico
-potrebbero scrivere... di me... o di te... anche questo: Mènecle...
-o Cròbilo, il tal giorno è stato un imbecille... e adesso ci trova il
-_tornaconto_ a rimanerlo... E questo, per mio conto, non voglio che lo
-si dica... _non voglio_... intendi...
-
-CRÒB. Intendo un bel niente.
-
-MÈN. Intenderai con comodo.
-
-CRÒB. Quando?
-
-MÈN. Prima della luna nuova.
-
- Dette queste parole appoggiandovi sopra con accento vibrato,
- s'avvia ad uscire.
-
-CRÒB. (Che diamine sta mulinando?) Te ne vai?...
-
-MÈN. Ho da fare... alla cancelleria dell'Arconte. (_si fruga indosso
-cercando qualcosa che non trova_) (Dove l'ho messa?) (_torna verso
-Cròbilo_) Però ti avverto di una cosa. Sai che Aglae per via di
-madre vien dalla famiglia dei Brìtidi;[146] io per via di padre dagli
-Almeònidi...
-
-CRÒB. Lo so...
-
-MÈN. Il padre suo poi era cugino di Cimone, la madre mia cugina di
-Pericle: il suo proavo paterno combattè insiem col mio a Salamìna... le
-linee laterali si estinsero...
-
-CRÒB. (_lo guarda stupìto, senza comprendere_) Eh?...
-
-MÈN. Era solo per dirti che le nostre genealogie rispettive sono
-perfettamente in chiaro: e non c'è pericolo che ci spuntino intorno
-cugini nuovi, come i funghi sui fusti delle piante...
-
-CRÒB. E così?
-
-MÈN. E così... io non sono il vecchio Fràstore che fece giudizio senza
-suo merito: io sono Mènecle, che so far giudizio da me — e il merito
-sarà mio — _tutto mio:_ — e non occorreranno cugini in ritardo (_lo
-fissa in volto_) che abbiano bisogno di sbarazzarsi di qualche moglie
-avanzata dal diluvio di Deucalione. E se i vecchi stanno male con le
-giovani, i giovani che han le vecchie... se le tengano!... (_lo saluta
-e se ne va: durante l'ultima parlata, Mènecle ha continuato a frugarsi
-in dosso: nell'andarsene, fruga sempre e borbotta fra sè_) (Dove l'ho
-messa, per Ercole!... Ah... che l'abbia lasciata là...) (_s'avvia, poi
-torna bruscamente verso Cròbilo e gli ripete battendogli sulla spalla_)
-I giovani che han le vecchie... se le tengano!... (_borbottando sempre
-esce_).
-
-
-SCENA X.
-
-CRÒBILO _solo_.
-
-
-(_Facendo gesti e segni d'uomo che è riuscito a comprendere_). La
-morale della favola, si direbbe quasi che sia per me... Non importa!...
-Ah, ah, ora comprendo!... Così... per modo di dire... l'amico Mènecle
-prepara alla sordina un bel divorzio!... Peuh!... È una soluzione come
-un'altra... Non è molto onorifica per Aglae, ma è abbastanza onesta
-per lui... Meglio che farla vivere in quel modo!... E Aglae, si vede,
-non ne sa ancora niente!... Per quanto sì... non le debba riuscire un
-complimento, scommetto non le parrà vero di ricuperare la libertà!...
-E con la dote di Mènecle,[147] e con quel visino, e quei due occhioni,
-non le sarà difficile trovare chi la faccia discorrere un po' di più.
-Perchè, infine, è una gran bella ragazza!... Che occhi! che linee! che
-curve!... Pare la Venere degli Orti! To'! io non ci avevo mai fatto
-attenzione, ma proprio... più la si guarda dappresso, più è bella!...
-Mènecle, ad ogni modo, poi che s'è deciso a questo passo, dovrebbe
-almeno prepararvela. Quasi, quasi, se non fosse... (_passeggiando, si
-ferma, come venutagli un'idea_) Ma sì... per Bacco!... e perchè no?
-
- (Aglae e Mìrtala, in questo mentre, rientrano).
-
-
-SCENA XI.
-
-AGLAE, MÌRTALA, CRÒBILO, _un momento_ TRATTA.
-
-
-AGL. (_rientra discorrendo con Mìrtala_). Oh, trattienla quanto vuoi!...
-
-MÌRT. (_con un involto in mano_). Grazie!..
-
-AGL. (_a Cròb._). È già uscito Mènecle?
-
-CRÒB. Or ora... (_senza por mente a Mìrtala che sta raggiustando il suo
-involto, contempla di sottecchi Aglae e parla fra sè_). (Quel nasino
-grazioso che guarda in su!).
-
-AGL. Niente lasciò detto?
-
-CRÒB. No... Parea cercar delle carte... (_continuando a sbirciar
-Aglae_). Che bei capelli biondi!... Con quella acconciatura oggi par
-fin più bella del solito!... Sicuro!... è più bella del solito!... Che
-boccone per quello a cui tocca!...
-
- (Nel volgersi, mentre è immerso in queste riflessioni, si trova
- faccia a faccia con Mìrtala, che gli pon su le braccia l'involto da
- portare).
-
-MÌRT. Mi fai piacere di tenermelo...
-
-CRÒB. (_con una smorfia e un lungo sospiro_). E a me ecco che cosa
-tocca!...
-
-MÌRT. Bada a non la sciupare...
-
-CRÒB. No, no... (_annasando l'involto_) Hu!hu! che profumo!... Ma di'
-un po', Mìrtala, la ti andrà poi bene?
-
-MÌRT. (_accennandogli Aglae_). E non vedi, orbo, che abbiam la stessa
-taglia?
-
-CRÒB. Ah sì!... (orbo, quando t'ho preso!) Hu! hu! che odor
-d'ambrosia!... Che profanazione!...
-
-AGL. (_passata presso il tavolo a cui Mènecle era seduto sul
-cominciar dell'atto, e visto un rotolo caduto per terra, lo raccoglie
-sorridente_). To'!... nel grande accalorarsi per la mia felicità, ha
-dimenticato fin le sue carte!... Che mi dicevi Cròbilo? che Mènecle
-cercava delle carte?...
-
-CRÒB. Appunto... frugava...
-
-AGL. E allora saran queste che gli son cadute o ha dimenticato qui. Sai
-dove andava?...
-
-CRÒB. Alla cancelleria dell'arconte.
-
-AGL. Le darò a Blèpo che glie le porti...
-
- (Fa per chiamare).
-
-MÌRT. È inutile. Dà qui. Passiamo ora di là noi.
-
-AGL. Grazie allora...
-
- (Le passa il rotolo con indifferenza).
-
-MÌRT. Così gli dirò anche, a quel rusticone, che non è questo il modo
-di andarsene...
-
-AGL. Non gli dire nulla. È il suo carattere.
-
-MÌRT. Bel carattere!... Anche gli Sciti lo hanno così:[148] ma non
-isposano donne d'Atene. Se fosse mio marito... vedrebbe! Già, tu
-sei troppo buona... Vorrei veder io che Cròbilo stesse su la notte a
-consumarmi l'olio della lucerna, senza neanche saper quel che scrive...
-E tu ti fidi?...
-
-AGL. Completamente.
-
-MÌRT. (_scrollando il capo_). Basta!... contenta tu!... (_a Cròbilo,
-maliziosa, mostrandogli il rotolo_). Neh, Cròbiluccio, che avessimo
-senza saperlo, a far la parte... tu di Mercurio... e io di Iride?...
-
-CRÒB. (O Dei! che vaga Iride!) Peuh! Mercurio portator di fagotti...
-
-MÌRT. Vieni dunque. Addio Aglae.
-
-AGL. Addio.
-
-CRÒB. (_sbirciando sempre Aglae_). (Che cara creatura! Eh, se
-sapesse!...)
-
-MÌRT. (_a Cròbilo_). Vieni?... (_nell'avviarsi ad uscire con
-Cròbilo, va curiosando nell'interno del rotolo; d'un tratto si ferma
-esclamando_) Oh, cara Venere!... (_si volta verso Aglae_) Ma voi altri
-due fate all'amore di nascosto? e invece di parlarvi, vi scrivete?...
-
-AGL. (_non comprendendo_). Eh?
-
-MÌRT. Ma le carte degli affari non saran queste. Questa è per te.
-
-AGL. (_sorpresa_). Che cosa?...
-
-MÌRT. Ma sì!... qui nell'angolo dice: _Mia cara Aglae!_... guarda!
-guarda!... (_Aglae osserva dove Mìrtala le indica_). Ma allora, poi
-ch'è per te, puoi aprirla in coscienza: gli risparmi la fatica...
-
-CRÒB. (_a parte, avendo seguìto la scena_). Volevo ben dire! Capirai
-prima della luna nuova! È la lettera di partecipazione. Ora ho
-capito...
-
-AGL. (_indifferente, prende il rotolo, lo esamina un minuto
-esternamente, poi senza aprire lo torna a deporre_). Leggerò poi...
-(_fra sè_) (Sarà la ripetizione dei discorsi allegri di stamane!)
-
-CRÒB. (_inquieto, a parte_). Ma se non legge... bisognerebbe...
-
-MÌRT. (_ad Aglae maliziosamente_). Ho capito... segreti fra coniugi...
-Rispettiamoli!... Vieni, Cròbilo?...
-
-CRÒB. Vengo!... (_segue lentamente Mìrtala; mentre ella esce,
-s'appressa rapido ad Aglae e le dice affrettato, sottovoce, con accento
-drammatico_). So tutto. Coraggio. Sei giovane, sei bella. Venere ti
-proteggerà... (_allontanandosi, la torna a guardare_) (Che nasino! È
-più bella del solito!)
-
-MÌRT. (_mentre Cròbilo, già avviato ad uscire, si indugia di
-soppiatto nella contemplazione di Aglae, Mìrtala sulla soglia si volge
-amorosamente al marito, e ad un tratto lo abbraccia scoccandogli un
-sonoro bacio e ripetendo con caricatura amorosa il verso di Crìside_).
-«_T'amo!..... È la nova parola ch'io so_».
-
- (Cròbilo, strappato improvvisamente alla sua contemplazione dal
- bacio di Mìrtala, con una smorfia comica lo subisce, e mandando un
- sospiro di rassegnazione disperata, si lascia da Mìrtala trascinar
- via).
-
-
-SCENA XII.
-
-AGLAE _sola_.
-
-
-AGL. (_Ha accolto con un movimento di dispetto e di fierezza le
-ultime parole di Cròbilo_). Che ha inteso dire?... Ah, già!... qui
-tutti han preso il vezzo di compiangermi!... Perfin le vecchie! Una
-vera gara di pietà! Grazie! non so che farne!... (_torna lentamente,
-pensierosa, al suo lavoro e riprende in mano la corona_). Qui metteremo
-i narcisi di Elèo... Povero Elèo!... Fino a Colòno... là sulla rupe...
-me li è andati a prendere... Dunque la piccola Aglae non è del tutto
-dimenticata... E voleva fingere! Serbarmi rancore!... Perchè fingere
-con Aglae?... Che colpa ne ho io?... Ah Mènecle, Mènecle, co' tuoi
-benefici ti sei preso tutto, è tua la mia vita... ma la memoria del
-cuore... di questa neppur gli Dei mi possono chiedere conto. Quanto
-alla mia felicità, di cui Mènecle si prende scrupolo e mi parla e mi
-scrive... (_prende in mano il rotolo e lo svolge macchinalmente_) glie
-ne domando conto forse io?... (_spiega e legge_) È diretta proprio a
-me. (_la scorre dapprima sbadatamente e indifferente, poi si fa più
-attenta_) Che cos'è questo?... (_legge:_) «Di casa, la notte al nove
-della luna calante di Ecatombèo, anno IV della 99ª Olimpiade.» L'ha
-proprio scritta stanotte! «Mia cara Aglae!... Il giorno che leggerai
-questa mia, i tuoi rapporti meco saran mutati da quelli dell'ora in
-cui la scrivo...» (_fra sè, interrompendosi_) Eh... peggio di quel
-che sono!... «e forse in quel giorno non ti dorrà il poter dare della
-condotta di Mènecle giudizio meno amaro di quello che oggi parla
-segretamente in cuor tuo». Che ne sa? «Il cancelliere ti darà questo
-scritto, dopo la sentenza dell'arconte che avrà disciolto le nostre
-nozze... per domanda tua!...» (_esclamazion di stupore_) Che!... mia
-domanda?... io domandarlo?... «Depositato da ora presso lui, ti sarà
-allora documento della verità delle mie parole...» (_s'arresta sempre
-più stupita_) Che vuol dir ciò?... (_scorre rapidissimamente il resto
-della lettera, con segni di crescente sorpresa e commozione: terminato,
-rimane assorta, la testa fra le mani, asciugandosi una lagrima_).
-Povero vecchio!... povero vecchio!... (_si alza vivamente e passeggia
-concitata_). Così... io avevo l'orgoglio di credermi generosa verso
-Mènecle... ed è lui che mi soverchia in generosità!... Tutti, tutti, mi
-umiliano! Soverchiare Aglae!... Ah! la vedremo!...
-
- (Rinchiude, e va per riporre al posto di prima il rotolo, ma in
- quel punto si affaccia Tratta).
-
-
-SCENA XIII.
-
-AGLAE, TRATTA _ed_ ELÈO.
-
-
-TR. (dalla soglia) Elèo!...
-
-AGL. Ah!... (_momento di pausa, di perplessità e lotta interna
-vivissima. Poi risolvendosi_) Passi.
-
-EL. (_entra vivacissimo e reca dei corimbi di narcisi_). Aglae!...
-li ho colti là... dove tu sai... (_Aglae non risponde, è triste,
-pensierosa — Elèo, interdetto, depone i fiori_) Che hai?
-
-AGL. (_mesta, chinando lo sguardo_). Nulla. Leggevo una lettera... di
-Mènecle... per me. La puoi leggere anche tu... Leggi.... continua pur
-forte!...
-
- (Elèo, guardandola tra sorpreso ed esitante, prende lentamente
- la lettera, che ella gli stende, la legge e poi ripiglia a voce
- forte la lettura al punto che Aglae gli ha segnato. Aglae segue la
- lettura, profondamente commossa).
-
-EL. (_leggendo_). «Quando tuo padre morente affidavati a me, tu eri
-fanciulla quattordicenne appena. Accorrevano, allettati dalla dote
-ch'io t'avrei fatto, i concorrenti: ma pel tuo cuore di fanciulla l'ora
-della scelta non era suonata: e libera e felice bramavo la tua. Ed io
-dissi fra me: che tre o quattro anni a te restavano prima d'affacciarti
-alle soglie vere della vita, e non più di tre o quattr'anni — ero
-anche malfermo di salute a que' dì — mancavano a me per abbandonarle.
-Pensai che sposandoti a un estraneo in quell'età, io rinunziavo in mani
-ignote un incarico sacro; che la mia casa poteva offrirti, pei tuoi
-anni verdissimi, asilo, fino al dì che la mia morte t'avrebbe trovata,
-giovane e bella, erede delle mie fortune, padrona della scelta del cuor
-tuo, e in grado di porne le condizioni...»
-
-AGL. (_ad Elèo_). Che ti sembra?
-
-EL. (_triste e serio_). È leale. (_prosegue la lettura_) «... Se in
-quel mio desiderio sia entrato anche un desiderio egoistico: veder
-consolata la mia vecchiaia dal tuo sorriso, lo squallore del mio
-inverno da un ultimo raggio di sole, oh Aglae, io non oso domandarlo a
-me stesso: non oso cercar tra le pieghe del mio cuore più nascose, in
-quell'unico mesto desiderio, l'unico mio torto verso di te...»
-
-AGL. (_asciugando una lagrima_) Povero vecchio!...
-
-EL. (_prosegue a leggere_). «Ve lo hai letto tu forse? Non so. So che
-in queste nozze il cuor tuo volle scorgere un debito verso l'ombra
-paterna: le accettasti prima colla ingenuità della gratitudine;
-le subisti poi colla abnegazione del sagrificio... Non volli
-disingannarti. Per la educazione del tuo animo quella prova era troppo
-bella. Nella Parca liberatrice confidavo perchè fosse breve. Ma ecco,
-l'ora che io pensavo è suonata; e trova te fatta donna, nello splendore
-dei doni di Venere; e trova me vecchio e vivo e senza il diritto
-di prevenire la Parca.[149] Sciupar con un vecchio il tuo aprile,
-invecchiar senza gioie nè di sposa, nè di madre, non era questo ch'io
-promisi, non può essere questo il premio alla tua virtù.[150] Ma s'io
-ti dicessi ora ciò, se pregandoti di recar teco delle mie fortune
-quel che in mia mente è già tuo, io ti offrissi di sciogliere di mutuo
-accordo le nozze, la tua fierezza, resa dall'idea del sacrifizio più
-altera, rifiuterebbe sdegnosamente».
-
-AGL. (_a sè_). Certo!...
-
-EL. (_segue a leggere_). «... Valermi della legge, e liberar te
-col ripudio? triste felicità la tua sarebbe, comperata a prezzo del
-peggior degli affronti.[151] Sola una via mi restava. Scioglierti
-dagli scrupoli verso di me: obbligarti a ricorrere all'arconte tu
-medesima. Sei nervosa, impaziente, irascibile: pensai di stancare la
-tua pazienza. Sei virtuosa e leale: il giorno che il tuo cuore sentirà
-prepotente il bisogno di vivere, tra l'abbandonarmi lealmente a fronte
-alta e l'ingannarmi, il tuo cuore, ne sono certo, nella scelta non
-esiterà. Quando leggerai queste righe avrai scelto, e mi perdonerai
-questi giorni di tedio e l'inganno dell'esserti parso egoista,
-duro, scortese. Me lo perdonerai pensando alla triste solitudine che
-m'attende[152], e in cui non avrò altro conforto che di saperti felice,
-e aver sciolto la mia promessa alla cara ombra del padre tuo.
-
- «MÈNECLE».
-
-AGL. (_Elèo lascia cadere il foglio, mestissimo in volto. Aglae ha da
-qualche minuto in mano e sta contemplando i fiori di Elèo: alle ultime
-parole della lettera, se gli è già venuta accostando: nel punto in cui
-egli termina, con atto dolce e amorevole gli ripresenta i ramoscelli
-di narciso. Elèo vorrebbe rifiutare, ella insiste con gesto muto,
-amorevole di preghiera; Elèo riprende i fiori ad occhi bassi, senza dir
-parola. Aglae prosegue con voce lentissima e dolce_). Vedi bene che a
-quell'ombra non potrei più offrirli... (_lunga scena muta fra i due_).
-Non sarebbe bello!... Non sarebbe bello!...
-
- (Saluto lungo e silenzioso. Elèo si allontana lentamente ed esce.
- Aglae ricade sulla sedia, celando il volto nelle mani).
-
-
- CALA LA TELA.
-
-
-NOTE
-
-[81] Per la topografia della casa ateniese, rimandasi alle descrizioni
-di VITRUVIO (_Archit._, VI) e ai lavori archeologici moderni che
-le illustrano. Chi non voglia sciupar tempo in minute ricerche, può
-farsene un'idea abbastanza chiara ed esatta dai disegni topografici,
-per es., dell'opera di GUHL e KÖRNER, _Leben der Griechen und
-Römer_, fig. 90-91, o da quelli aggiunti all'_Anacarsi_. La stanza da
-lavoro di questa scena è una, s'intende, dell'appartamento segregato
-femminile, propriamente detto (γυναικωνῖτις); occupato dalla padrona
-di casa e dalle sue donne, e generalmente posto nella parte posteriore
-della casa; appartamento al quale non accedeano gli uomini tranne
-i parenti, o gli estranei che ne aveano il permesso dal marito. Da
-queste stanze riposte del gineceo (ove la moglie attendeva alla sua
-toletta, o ai lavori delle fantesche, o alle occupazioni geniali del
-ricamo, del tesser ghirlande, della musica ed altre, o riceveva le
-amiche), da queste un corridoio (_metaulo_ o _mesaulo_) metteva appunto
-direttamente alla sala aperta comune (πρόστας o παραστάς) che dava
-sul cortile o peristilio (ἀυλή), e ch'era destinata ai ricevimenti di
-famiglia, ai sagrifici domestici o ai pranzi quotidiani. In questa sala
-comune nella quale era il domestico altare, e la quale segnava come il
-confine tra il gineceo e gli appartamenti anteriori occupati dal marito
-(ἀνδρωνῖτις), supporrassi la scena dei due atti successivi.
-
-[82] «_Tremo e mi mordo le labbra, per presentimento di disgrazia,
-come quei che passano allato ad un qualche silenzioso eroe_». ALCIFR.,
-_Lett._, III, 58. La antichissima superstizione greca imaginava lo
-spazio fra la terra e la luna abitato dagli _eroi_ o _genj_, esseri di
-sostanza fra l'umana e la divina; i quali talora, siccome mediatori
-tra gli dei e gli uomini, scendeano in terra a mescolarsi fra questi
-ultimi, ma senza parlare. E infesti a coloro in cui imbattevansi, era
-credenza che il loro incontro portasse disgrazia.
-
-[83] Cfr. ARISTOF., _Lisistrata_: «_Lis._ Nella guerra e nel tempo
-passato, voi uomini non ci lasciavate a noi donne aprir bocca...:
-e spesso in casa vi udivamo prendere cattivi partiti in affari
-gravissimi. Quindi col dolore nell'anima, ma col sorriso sul labbro,
-v'interrogavamo: Che avete determinato oggi nell'assemblea? E
-il marito: Che fa a te questo? Non vuoi tacere? Ed io mi taceva.
-_Provveditore._ Saresti stata battuta, se non tacevi. _Lis._ Ma poi,
-udendo qualch'altra vostra decisione anche peggiore, domandavamo al
-marito: Perchè far questo? E quegli, squadrandomi con occhio bieco,
-dicevami: Se tu non tessi la tua tela, ti dorrà a lungo la testa. Sta
-agli uomini aver cura della guerra». v. 507-520.
-
-[84] V. SOFOCLE, _Trachinie_, v. 9-17.
-
-[85] Luglio-agosto. V. il lunario attico nelle note all'_Alcibiade_.
-
-[86] «_Ut omnia de speculis peragantur, optima apud majores fiebant
-Brundusina stanno et ære mixtis_». PLIN., XXXIII, 9. Questi specchi
-di Brindisi, lodatissimi, fatti di bronzo e di stagno, finchè, come
-dice lo stesso Plinio (XXXIV, 17) si usarono d'argento persin dalle
-ancelle, sono verosimilmente la stessa cosa degli specchi chiamati,
-forse per error di copista, d'_Abrotesio_, in ALCIFR., _Lett._, III,
-66. Caratteristiche poi, nella toletta delle signore ateniesi, erano
-di questi specchi certe forme piccole, rotonde, per lo più con manico
-riccamente lavorato, e raffigurante, il più delle volte, l'effigie di
-Venere Afrodite. Cfr. GUHL e KÖRNER, p. 217, fig. 227. Mènecle ne parla
-più innanzi.
-
-[87] Calisseno rodio, pr. Aten. _Deipnos._ — v. TEOFR., _Caratt._, 5.
-
-[88] Su la parte grandissima che nella vita della donna di famiglia
-ateniese aveano le divozioni, le feste e le pratiche religiose d'ogni
-genere, e su quel che costavano, di occhi del capo, ai poveri mariti,
-abbondano i tratti nei comici e altrove. «Ogni Iddia di cui si celebra
-la festa è una maledizione pei mariti: i poveri uomini non ne conoscono
-neppure i nomi: le Coliadi, per es., e le Genetillidi, e la dea Frigia,
-e la processione d'infelice amore sul pastore (_Adonie_)». LUCIANO,
-_Amori_. E in MENANDRO: «Ahimè — sclama un marito — la mia donna spende
-dieci mine in profumerie: e le occorrono scatole d'oro per chiudervi
-i sandali... In casa la mi faceva cinque sacrifici al giorno: e ad
-ogni sacrificio, sette schiave in circolo, picchiavan ne' cimbali,
-mentre altre mandavano gli urli rituali. Son soprattutto gli dei che
-ci rovinano, noi altri mariti: sempre delle feste a cui far le spese!»
-MEN., _Mysogin._, fr. 3. Cfr. i frammenti di un'altra commedia di
-MENANDRO, _La sacerdotessa_ (‘Ιέρεια), ove un marito cerca distogliere
-la moglie dalla manìa delle pratiche religiose per il culto di Cibele.
-
-[89] «Solo di tutti gli uomini, o Trofimo, tua madre t'ha posto
-al mondo sotto astro sì propizio che tu possa conseguir co' tuoi
-sforzi lo scopo di ogni tua brama, e condurre tutte le tue imprese
-a buon fine? T'ha forse qualche Iddio assicurato con promesse questo
-privilegio? S'è così hai ragione di indignarti: poichè questo Iddio
-t'ha ingannato e t'ha usato una ingiustizia. Ma se tu hai ricevuto alle
-stesse condizioni di noi quest'aria che respiri e che è a noi comune,
-ti bisogna far uso della ragione e sopportare con più coraggio questa
-sventura...» MENANDRO, _fram. inc._; MEINEKE, _fr. com. gr._, IV, 227.
-
-«Iscrizione: _Ai numi soli è dato — ogni successo aver felice appieno —
-l'uomo quaggiù non ha contrasto al fato._ Non odi, o Eschine, che aver
-prosperi successi è solo degli Dei?» DEMOST., _Corona_.
-
-[90] Nel diritto attico «la donna _è maritata legittimamente dal padre,
-dal fratello consanguineo, dall'avo paterno_» (DEMOST., _C. Stef._, II,
-1134) che, succedentisi in ordine di diritto, ponno dar la ragazza a
-chi loro talenta (cfr. PETIT, _Leges att._, VI, 1). Il padre può dar
-la figlia in isposa lui vivente (DEM., _C. Spud._, 1024; _C. Neera_,
-1345) o legarla per testamento. «Demostene mio padre lasciò la sua
-sostanza di 14 talenti, me di 7 anni, la sorella di cinque, e la madre
-nostra. In punto di morte, tra sè consigliandosi sul come disporre di
-noi, affidò _tutte queste cose_ a questo Afobo e a Demofonte nipoti
-suoi.... _A Demofonte poi sposò la mia sorella_ e diede subito due
-talenti». DEM., _C. Afob._, I, 814. Questo diritto del padre, o di
-quelli che in sua mancanza lo rappresentavano, è subordinatamente
-esercitato anche dal primo marito, il quale può pur esso morendo
-designare per testamento il proprio successore nel talamo. Così, nel
-passo testè citato, Demostene soggiunge che il padre suo legò sua mamma
-in moglie ad Afobo (_C. Afob._, I, 814); e così Pasione lega morendo
-la propria moglie a Formione (DEM., _per Form._, 946, 953; _C. Stef._,
-I, 1110; _C. Stef._, II, 1133), sempre per disposizione testamentaria.
-— Cfr. DESJARDINS, _Condition de la femme dans le droit civil athén._,
-mémoires lus à la Sorbonne. — LALLIER, _La femme dans la famille
-athénienne_.
-
-[91] «I nostri mariti tornando a casa ci guardan con l'occhio del
-porco, tante malizie costui (_Euripide_) ha insegnato loro: sicchè
-se una moglie sta intrecciando una corona, subito si crede che la
-sia innamorata...» (ἐάν τις χαὶ πλέκῃ γννή στέφανον, ἐρᾶν δοχεῖ) —
-ARISTOF., _Tesmofor._ V. 395-401.
-
-[92] σποδὸς δὲ τἄλλα, Περικλέης, Κόδρος, Κίμων — ALESSI (poeta comico
-della commedia di mezzo) nel _Maestro di nequizie_ (’Ασωτσδιδάσκαλος).
-MEIN., _fr. com. gr._, III, 395.
-
-[93]
-
- Φοιταᾴ δ’ἀν αὶθέρ’, ἔστι δ’εν θαλασσίφ
- κλύδωνι Κύπρις, πάντα δ’εκ ταύτης ἔφυ.
- ‘Ηδ’ ἐστιν ὴ σπείρουσα καὶ διδοῦσ’ ἔρον,
- οὖ πάντες ἐσμὲν οὶ κατὰ χθόν’ ἒκγονοι.
- EURIP., _Ippol._, v. 447-450.
-
-[94] EURIP., _Medea_, v. 230-247.
-
-[95] Fu nell'anno 379 av. l'E. V. (2º della 100ma Olimp.) che lo
-spartano Febida, d'accordo cogli oligarchici tebani, si impadronì a
-tradimento della rocca di Tebe (Cadméa) e della città, rovesciandone
-il governo democratico e instaurandovi la tirannide spartana. I Tebani
-di parte democratica che poteron salvarsi — circa 400 — rifugiaronsi
-ad Atene: tra questi fuorusciti «Pelopida, e Ferenico, e Androclide,
-i quali fuggiti essendo, furono unitamente agli altri condannati in
-esilio. Ma Epaminonda sen restò nel paese, trascurato venendo come uomo
-che applicandosi alla filosofia, non si ingeriva punto nelle faccende,
-e ch'essendo povero non potea far cosa alcuna». (PLUTARCO, _Pelop._)
-E di questa presunta innocuità avvantaggiandosi Epaminonda, da Tebe
-mantenea le segrete comunicazioni co' fuorusciti e attendea per il
-giorno della riscossa «a riempiere di sensi coraggiosi la gioventù
-tebana e ad addestrarla a lottar coi Lacedemoni». (Ibid.) — Cfr.
-SENOF., _Ellen._
-
-[96] ESCHILO, _Sette a Tebe_, v. 181, 200-1.
-
-[97] «O Minerva Promacorma! Bramo ch'altri mi calpesti disteso morto
-sotto un monticello, fuor della porta Diometide o dell'Ippade, anzichè
-sopportar più a lungo le gran delizie del Peloponneso». ALCIFR.,
-_Lett._, III, 52. Gli Ateniesi non usavano seppellir alcuno dentro le
-mura. La porta _Diometide_ o _Diomea_, nel quartiere di questo stesso
-nome, conduceva al Cinosargo, a levante della città; la porta _Ippade_
-(nominata nella scena appresso) metteva a settentrione, sulla via di
-Colono e di là a Tebe.
-
-[98] Cfr. ALCIFR., _Lett._, II, 4.
-
-[99] SOFOCLE, _Edipo a Colono_.
-
-[100] Giove _Ctesio_ (κτήσιος) ossia Giove _posseditore_ o _donatore_,
-custode della domestica proprietà; del numero degli Dei penati,
-principalissimo: aveva altare nelle case, o se ne teneva un idoletto
-nelle dispense. «Il Dio di Dodona comanda che a Bacco popolare si
-faccia un sagrificio perfetto; ad Apollo _scacciamali_ si immoli un
-bue; liberi e servi s'inghirlandino e vachino dai lavori un giorno
-intero; anche a Giove Ctesio sia sacrificato un bue bianco». DEMOST.,
-_C. Midia_. — E in una arringa di ISEO è descritto un vecchio che
-celebra sacrificio, circondato dai figli di sua figlia. «Alle Dionisie
-campestri egli ci conduceva con lui, e con lui celebravamo tutte
-le feste. Quando sacrificava a Giove Ctesio, ed era per lui l'atto
-religioso più importante, non ammetteva nessuno schiavo nè estraneo;
-compiva da sè tutte le cerimonie; noi l'aiutavamo, maneggiando gli
-oggetti sacri, ponendo sull'altare le viscere; ed egli, come a l'avo
-conviensi, supplicava il Dio di accordarci la salute e un tranquillo
-possesso della nostra fortuna». ISEO, _Ered. di Cirone_, § 15-16.
-
-[101] La battaglia sanguinosa di Nemea, dove gli Ateniesi, alleati
-coi Tebani, Argivi e Corinzî furono sconfitti dagli Spartani, accadeva
-nel 394 av. l'E. V., ossia 15 anni prima dell'epoca in cui è supposta
-questa scena. Gli alleati vi erano forti di 24 mila opliti e 1550
-cavalli; i Lacedemoni vincitori avevano 13.500 uomini soli: ma la
-mancanza d'accordo tra i capi portò la disfatta dei primi, che vi
-perdettero 2500 uomini. I vincitori ebbero 1100 morti.
-
-[102] «Comandano le leggi che l'arconte abbia cura dei pupilli».
-DEMOST., _C. Timarc._ — «Legge: l'arconte abbia cura degli orfani e
-delle orfane ereditarie (_epiclére_); e delle case vuote; e delle mogli
-che rimangono nelle case dei mariti defunti, e che dicono di essere
-gravide». DEMOST., _C. Macart._, 1076. — Indi il tutore rappresentava
-l'arconte, verso il quale rispondeva della tutela; e mancando
-agli obblighi di questa, poteva esser tratto in giudicio o punito
-dall'arconte d'ufficio. — Cfr. SCHÖM., _Ant. gr._; PETIT, _Leg. att._,
-VI, 7; MEURS., _Them. att._, II, 10.
-
-[103] V. ESCHILO, _Coefore_; SOF., _Elettra_; EURIPIDE, _Ifig. in
-Aul._, ecc.
-
-[104] «_Elettra._ I parentali — libamenti spargendo sulla tomba — qual
-grata prece proferir degg'io? — Come il padre invocar?... Di' pur, come
-t'ispira — la riverenza alla paterna tomba... _Coro._ Prega, il licor
-versando, ai fidi amici — fausti tutti gli eventi... _Elettra._ Qual
-altro aggiungerò? _Coro._ D'Oreste — ti risovvenga ancor che lunge ei
-sia». — ESCHILO, _Coef._, v. 86-88, 108-115.
-
-[105] «Dicesi che Anassagora di Clazomene (il filosofo che fu
-maestro di Socrate) non fu mai veduto ridere, e neppur fare il minimo
-sogghigno: Aristosseno parimenti fu nemico del ridere, ed Eraclito
-piagneva per ogni cosa della umana vita». ELIANO, _V. Stor._, VIII, 13.
-
-[106] «Carico di corimbi in questo loco — _il fiorente narciso —
-ghirlanda delle due gran Dive antica_ — tuttodì si nutrica — di celeste
-rugiada...» SOFOC., _Edipo a Colono_. — Su le due dee sotterranee,
-Cerere e Proserpina, V. note all'_Alcibiade_.
-
-[107] τὴν μὲν ἅπασι τοῖς ἐαυτῆς φιλοτίμοις κεκόσμηκεν Αφροδίτη, μόνου
-τοῦ κεστοῦ φεισαμενή. ARISTEN., _Lett._, I, 10.
-
-[108] «_Che cosa vi è di più dolce per un marito che una sposa secondo
-il suo cuore, che cosa di più dolce, sopratutto nella gioventù?_»
-ANTIFONTE, pr. STOB. _Flor._, LXVIII. Superfluo avvertire qui, una
-volta per tutte, quello che Eudemonippo ha già accennato nel prologo:
-che se la _Sposa di Mènecle_ è stata scritta da lui nella 120ª
-Olimpiade, vale a dire quando Menandro fioriva, e Aristotile aveva
-fatto scuola, egli è alla luce dei lavori della commedia nuova e delle
-pagine più belle dello Stagirìta, che s'hanno a studiare, nei novi
-costumi e sentimenti di quell'epoca, i novi ideali della famiglia,
-dell'affetto coniugale e dell'amore; e i richiami alle caste dolcezze
-amorose, e le scene di tenerezza fra giovani fidanzati e sposi, giunte
-fino a noi negli sparsi frammenti greci, e nelle pitture più delicate
-di Terenzio. _Fabula jucundi nulla est sine amore Menandri._ Nella
-dignità cresciuta del matrimonio la moglie ritrova al 4º secolo un
-posto quasi nuovo fino allora per lei: e nella femmina, presa per
-confinarla nel gineceo a procrear figli, appare per la prima volta
-la compagna amante dell'uomo. Ed ecco Aristotile dichiarare che «_la
-tenerezza è naturale fra il marito e la moglie_, l'uomo essendo da
-natura ancor più incline alla vita in due che non alla vita sociale; e
-in questa tenerezza ritrovarsi molto profitto e molte dolcezze insieme
-riunite». (AR. _Eth. Nicomac._, VIII, 14). Che più? Eccolo altrove
-premunir i giovani sposi _contro l'eccesso della tenerezza_, contro
-la intimità spinta al punto da divenire una abitudine tirannica e un
-bisogno inquieto, sì che poi non diventi loro impossibile di staccarsi
-un minuto l'un dall'altro; e insegnar loro a padroneggiarsi così da
-bastare l'uno all'altro, anche colla sola memoria, quando l'un d'essi
-è lontano! (ARISTOT., _Econom._, I, 4). — Però il mio Fània meritava
-le attenuanti, se i moniti di Aristotile (ch'era in que' giorni un
-bambino) non eran fatti per lui.
-
-[109] «’Ὀλβιε γαμβρ’ ἀγαθός τις ἐπέπταρεν ἐρχομένῳ τοι». _O felice
-sposo, qualche buon genio a te veniente sternutò._ TEOCR., _Id._, 18. —
-_Hoc ut dixit amor, sinistra ut ante — dextra sternuit adprobatione._
-CATULLO. — Sullo sternuto, or buono or cattivo augurio, cfr. note
-_Alcibiade_, 157.
-
-[110] Cfr. SCHÖMANN. _Ant. greche_; LALLIER, _La femme dans la famille
-athénienne_. — TEOFR., _Caratt._, 22.
-
-[111] _Siam le nipoti di Teseo e non siam le schiave dei mariti._
-Cfr. in SENOFONTE le ammirabili pagine (_Econom._, VII) dove Iscomaco
-spiega alla sua sposa giovinetta i doveri e i diritti della moglie; e
-com'ella non dee considerarsi la schiava, bensì la compagna del marito,
-e avente ella stessa nel domestico governo la sua parte di sovranità.
-(_Econ._, VII, 13 e seg.) E con che delicata e viva imagine, Iscomaco
-paragona questa sovranità della moglie nella casa a quella della regina
-delle api; e come insiste mostrando alla donna sua gli uffici del
-marito e della moglie, essere diversi ma grandi del pari, «si da _non
-potersi discernere chi vaglia più la donna o l'uomo!_» «E finalmente
-— ei le soggiunge — cosa sopra tutte le altre dolcissima, quando nel
-compimento degli uffici tuoi, ti farai conoscere di maggior valore che
-non son io, tu ti valerai, o moglie mia, dell'opera di me, come di un
-tuo ministro; nè dubiterai che nel tempo avvenire abbi ad essere meno
-riverita». _Econ._, VII, 41-2. Siamo già evidentemente nelle idee ben
-lontani dalla posizione umiliante e servile assegnata alla donna di
-famiglia nella antica legislazione ateniese! È vero che al tempo di
-Senofonte, tra questo ideale e la generalità del costume, del divario
-ancora ne poteva e ne doveva correre: ma la parola dell'epoca è detta
-e la nuova missione della donna della famiglia è cominciata. Verrà
-tra breve Aristotile a paragonare i diritti della sposa coi diritti
-sacri e augusti del supplice che ha deposto il ramo d'olivo sull'ara
-domestica, e che acquista con ciò verso il marito i privilegi della
-inviolabile ospitalità. (ARIST., _Econ._, I, 4). E verranno tra breve i
-comici della commedia nuova a lamentarsi delle usurpazioni di autorità
-commesse dalle mogli sui mariti, e a far ridere il pubblico alle spese
-dei mariti tiranneggiati!
-
-[112] _E Temistocle ateniese stava sotto alla moglie._ «Diceva
-Temistocle scherzando che suo figlio, ancora piccino, era il più
-potente di tutti i Greci. Gli Ateniesi comandano ai Greci; io comando
-agli Ateniesi; _sua madre comanda a me_, e lui comanda a sua madre».
-PLUT., _Temist._, 18; cfr. PLUT., _Prec. matrim._ — E in una commedia
-di Menandro: «Ecco un uomo di cui ognun vanta la felicità in piazza:
-ma appena varcata la soglia di casa sua, è il più infelice di tutti._
-Sua moglie è la padrona di tutto:_ essa comanda e litiga senza posa».
-MENANDRO, _Piloti_, fr. 2.
-
-[113] Vedi la legge citata nel _Prologo_, pag. 26.
-
-[114] Il fratello consanguineo succede in diritto al padre nel disporre
-della sorte dell'orfana da maritare. V. sopra nota 10. — Cfr. DEMOST.,
-_C. Onetore_, 865, 866; _C. Eubulide_, 1311; _C. Beoto_, II, 1010.
-ISEO, _Eredità di Mènecle_, § 5-9.
-
-[115] Colombi di Sicilia, allevati e tenuti in pregio nelle case
-ateniesi. TEOFR., _CARATT._, 5.
-
-[116]
-
- ’Εὰν δὲ κινήσῃ μόνον τὴν Μυρτίλην
- ταύτην τις, ἢ τιτθὴν καλᾖ, πέρας οὐ ποιει
- λαλιᾶς. τὸ Δωδοναῖον ἄν χαλκίον,
- ὃ λέγουσιν ἠχεῖν, ἀν παράψηθ’ ὁ παριών,
- τὴν ὴμεραν ὅλην. καταπαύσαι θᾶττον ἢ
- ταύτην λαλοῦαν˙ νύκτα γὰρ προσλαμβάνει.
-
-MENANDRO, _La suonatrice di flauto_. (’Αῤῤ ήφορος ἤ αὐλητρίς) pr. STEF.
-BIZ. — MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 89.
-
-[117] Le arie di alterigia e le pretese che le ricche ereditiere
-recavan seco insiem con la dote nella casa maritale doveano realmente
-dar non poco fastidio ai signori mariti ateniesi, se fornirono così
-larga materia agli scrittori comici della antica commedia e della nuova
-(le imitazioni di Terenzio comprese): dove si incontrano ad ogni piè
-sospinto le lamentazioni dei poveri mariti.
-
- Εἴθ’ ὤφελ’ ὴ προμνήστρι’ ἀπολέσθαι κακῶς
- ἥτις με γῆμ’ ἐπῆρε τὴν σὴν μητέρα
-
-«_Ahi, fosse perita di mala morte la pronuba che m'indusse a sposar
-la madre tua!_» ARISTOF., _Nubi_, v. 41. «Oh Dei! che sproposito ho
-io mai fatto a sposar per i suoi sedici talenti questa Crobila, una
-donnicciuola alta un cubito! È mai possibile di sopportare una tanta
-arroganza? Per Giove Olimpo, e per Minerva, ohibò!» MENANDRO, _La
-collana_ (πλόκιον), pr. AUL. GEL., II. — MEIN., _Fr. Com. gr._, IV,
-189. «Questa vita del matrimonio m'è odiosa! — Perchè l'hai presa
-per il cattivo verso... Se passi il tempo a lagnarti de' suoi guai,
-senza mettere in bilancia i compensi, ti desolerai eternamente». MEN.,
-_L'odiator delle donne_ (Μισογόνης) pr. STOB., LXIX. — MEIN., _Fr.
-Com. gr._, IV, 164. «Han fatto bene a dipinger Prometeo inchiodato
-allo scoglio... È lui che ha creato le donne... Una donna è migliore a
-sotterrarsi che a sposarsi». MENANDRO, _fram. inc._ — MEIN., _Fr. Com.
-gr._, IV, 228. «Maledetto il primo che inventò di prender moglie! E poi
-il secondo, e il terzo, e il quarto e tutti quelli che l'imitarono!»
-MENAND., _La ragazza bruciata_. (’Εμπιπραμένη) pr. ATEN., XIII. —
-MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 114.
-
-E la litania dei lamenti non finisce qui: vedine qui sotto degli altri
-(note 39, 41, 42): e potrei aggiungerne ancora: ma pare che bastino.
-
-[118] τὰ τῆς γῆς ἀγαθά. — ALCIFR., _Lett._, II, 3.
-
-[119] ’Ὲχν δ’ἐπίχληρον Αάμιαν «_Ho (sposato) una strega con la dote_
-(esclama lamentosamente in Menandro un vecchio marito): non te l'ho
-già detto? Non te l'ho già detto? Casa e campi mi vengono da lei: e m'è
-toccato per averli di prendere anche lei insieme: e questo, o Apollo, è
-il peggior dei mali!» MEN., _La collana_ (Πλόκιον), pr. AUL. GEL., I. —
-MEIN., _Fr. Com. gr._, IV, 191.
-
-[120] PLUTARCO. _Proverbii_ — E poco diverso dai Greci diciamo anche
-noi: _chi sprezza vuol comprare_.
-
-[121] TERENZIO, _Formione_: «_Nausistrata._ In verità mio marito
-amministra senza una cura al mondo i poderi bene acquistati dal padre
-mio: chè egli ne ricavava, senza manco, due talenti l'anno d'argento:
-vedete che differenza da uomo ad uomo! — _Demifone._ Due talenti! —
-_Nausis._ Proprio! due talenti! e sì le derrate non valeano uno per
-cento d'adesso». v. 788-790. — Cfr. sopra, nota 37, framm. del Πλόκιον.
-
-[122] Πατρῷ’ ἒχειν δεῖ τὸν χαλῶς εύδαιμονα «_Fortunato quegli che è
-ricco dell'eredità del padre!_ poichè delle cose che entrano in casa
-colla moglie il possesso non è nè sicuro nè allegro». MEN., _inc.
-fab._, fr. 54. «Se siete povero e sposate una donna ricca, vi pigliate
-una padrona e non una moglie: vi riducete alla condizione di essere a
-un tempo e servo e povero». ANASSANDRIDE, _incert. fab._ «O tre volte
-infelice chiunque essendo povero conduce moglie!» MEN., Πλόκιον, pr.
-STOB., LXVIII. «Alla fronte superba e alle sue arie tutti si voltano
-a guardar Crobila: poichè è ben nota mia moglie, dalla ricca dote, o
-piuttosto la padrona che mi possiede!» MEN., Πλόκιον, pr. AUL. GEL.,
-II, 23. «La moglie di lui è la padrona di tutto: essa comanda e lo
-strapazza senza posa». MEN., _Piloti_, (Κυβερνῆται).
-
-[123] «_Ma il nostro tesoro è stato carboni_ (ἄνθρακες ὸ θησαυρὸς
-ἦσαν) come dice il proverbio». LUCIANO, _Zeusi_. «Se sapessi ch'ella
-ha rivolto ad altri il suo amore, tutti i tesori mi diventerebbero
-cenere». ALCIFR., _Lett._, II, 3.
-
-[124] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 71.
-
-[125] Disposizione degli attori in iscena:
-
-AGLAE, CRÌSIDE — CRÒBILO, FANIA.
-
-[126] V. un frammento dei tempi della commedia di mezzo in EUBULO,
-Χρύσιλλα. — MEIN., _Frag. Com. græc._, III, 260. — Cfr. in ARISTOFANE,
-_Tesmofor._, v. 545-550: ed EURIPIDE, _Androm._, _Jon_, _Ippolito_,
-_Alceste_, ecc.
-
-[127] V. un frammento di un altro poeta della commedia di mezzo:
-«L'uomo è animale infelice per natura, ma ha trovato a' suoi dolori
-questo conforto (il teatro): poichè la mente, dimentica dei propri mali
-nel compatire i mali altrui, vi si diletta e si istruisce insieme.
-Vedi prima, se vuoi, i tragici come giovano a tutti! Imperocchè il
-povero venendo a sapere che vi è stato Telefo più povero di lui, già
-più facilmente sopporta la mendicità; l'infermo per qualche insania
-considera Alcmeone; oppur soffre di oftalmia? I figli di Fineo sono
-ciechi. Morì il figlio al padre? Niobe lo consola. O qualcuno e
-zoppo? Si specchia in Filottete. O un altro è vecchio e sfortunato? Lo
-ammaestra Eneo. Qualunque cosa infine uno soffra, maggiori stimando le
-altrui calamità, meno delle proprie si lagna». TIMOCLE, _Le Baccanti_
-(Αιονυσιάξουσαι), pr. STOB., _Flor._, 124. — MEIN., _Frag. Com. græc._
-III. 592. Al quale frammento di Timocle, G. Guizot, nello studio
-su Menandro (pag. 135), contrappone lo scherzo di Voltaire nella
-novella _Les deux consoles_: «Songez à Hécube, songez à Niobé, dit le
-philosophe — Ah, dit la dame, si j'avais vecu de leur temps, et si,
-pour les consoler, vous leur aviez conté mes malheurs, pensez vous
-qu'elles vous eussent ecouté?».
-
-[128] ὢμοι... ὢμοι, ESCHILO, _Agamenn._ v. 1343-5.
-
-[129] λίοπη γλῶσσα (ARISTOF., _Rane_, v. 826), _lingua scortecciata_
-ossia _senza pelo_ dicevano anche i Greci, allo stesso modo nostro, di
-chi sa bene adoperarla.
-
-[130] «_Io mi mostrerò forte e coraggioso e guardante l'orìgano_»
-βλέποντ’ ὀρίγανον, ARISTOF., _Rane_, v. 602: ossia _guarderò torvo
-e brusco_. Modo proverbiale, derivato fra i Greci dall'odor acre di
-quell'erba.
-
-[131] Su le pretese e il bisticciare e il rimbrottar continuo con che
-le mogli dotate molestavano i mariti, vedemmo abbondare in Menandro e
-ne' comici della commedia nuova gli esempi. — Cfr. LALLIER, _La femme
-dans la famille athénienne_. — BENOIT, _Sur la Comédie de Ménandre_.
-
-[132] «A quella di noi donne che partorisse un uomo utile alla città,
-legislatore o capitano, era giusto le si desse qualche premio, e il
-primo seggio nelle feste Stenie e nelle _Scire_, e nelle altre che
-noi donne sogliamo celebrare». ARISTOF. _Tesmof._, v. 834. «Tu lampada
-sarai a parte dei presenti consigli, che furon presi dalle amiche mie
-nelle feste Scire». ARISTOF. _Eccles._, v. 18. Si celebravano dalle
-donne in onor di Minerva le Scire o _feste dell'ombrella_, ai dodici
-del mese detto appunto _sciroforione_ (giugno-luglio), sulla via da
-Atene a Sciro ov'era il tempio di Minerva Scirade. Il sacerdote portava
-nella processione un ombrello bianco.
-
-[133] «Che mai di buono farem noi donne, noi che sediamo con chiome
-tinte di biondo, portiam tuniche color di croco, e siam cariche di
-ornamenti e vestiam cimberiche a strascico (κιμβερίκ’ ὸρθοστάδια) e
-peribàridi ai piedi?» ARISTOF., _Lisistr._, 45. — τὼ Περσικά, ibid.,
-230. Eran calzari di gala, alla persiana.
-
-[134] EURIP., _Medea_, _Androm._ — ANASSANDRIDE, _Inc. fab._ Vedi
-avanti la nota 69.
-
-[135] Simili al bisso (ch'era una specie di tessuto di lino) ma assai
-più fini erano i tessuti rinomati che l'isola di Amorgo forniva
-per certe tonache o camicie di donna, di straordinaria finezza
-e trasparenza, e che dal luogo d'origine si chiamavano ἀμόργινα.
-ARISTOF., _Lisistr._, v. 150; Scol. in ESCHINE, _C. Timarco_, 97.
-
-[136] Sotto il nome di _Colìade_ (dal borgo attico di Colias ov'era
-il tempio) e di _Genetìllide_ (come preside agli atti sessuali) avea
-Venere speciali onoranze di riti lascivi femminili. «Se alcuno le
-avesse convocate (le donne) nel tempio di Pane, di Venere Colìade
-o di Genetìllide, non si potrebbe più passare per la gran copia dei
-timpani». ARISTOF., _Lisistr._, v. 1 seg. «Sposatala, giacevo con lei
-che olezzava di unguento di croco, di baci con la lingua tra le labbra,
-di ghiottornie, di Colìade e di Genetìllide». ARISTOF., _Nubi_, v. 41
-seg.
-
-[137] Era devoluta ai _tesmotéti_ (gli ultimi sei de' nove arconti)
-oltre la presidenza de' giudizi, de' comizi elettorali, ecc., anche
-la sorveglianza dell'ordine e della quiete pubblica. Per che di notte
-l'uno di essi per turno andava in ronda per la città. Vedi ULPIANO,
-nei _Commenti a Demostene_, orazione _Contro Midia_: e fu probabilmente
-durante il suo giro di ispezione, che il tesmoteta di cui ivi si parla,
-per essersi inframmesso in un parapiglia, a soccorso di un suonatore,
-toccò la sua parte di bastonate.
-
-[138] Per brevità, nella recita, da questo punto si ometta il brano di
-scena che segue, da qui saltando addirittura a pag. 123, alle parole di
-Cròbilo:
-
-CRÒB. (_sotto voce ad Aglae che s'allontana con Mìrtala_) Mi raccomando
-non le mostrar tutta la guardaroba, ecc.
-
-[139] «Fanciulla di sette anni, portai nella processione di Minerva i
-sacri arnesi; di dieci, macinai l'orzo di Minerva nostra signora; poi,
-vestita dell'abito color di croco, simboleggiai l'orsa di Diana nelle
-feste Brauronie; quindi, fatta fanciulla leggiadra, portai il canestro
-sacro con un monile di fichi secchi al collo». ARISTOF., _Lisistr._,
-641 seg. In queste parole della _Lisistrata_ è brevemente riassunta la
-prima educazione delle fanciulle ateniesi di distinta nascita.
-
-[140] Cfr. ARISTOF., _Vespe_, 103-4; 850. Rendevano i giudici, come
-s'è detto, le sentenze ne' giudizi in varie forme, oltre quelle
-dei ciottoli neri e bianchi, o delle palline forate ed intere (v.
-_Prologo_, nota 52). Era anche uso segnar la condanna col tirar righe
-lunghe sulla cera delle tavolette. Questo però non toglieva l'uso de'
-ciottoli o delle pallottole, necessario a ogni modo, per lo scrutinio
-de' voti: come vedi nel passo citato delle _Vespe_: «e per severità
-tirando una lunga riga in segno di condanna, rientra in casa con le
-unghie impiastricciate di cera: e temendo gli vengano meno i ciottoli,
-per aver modo di dare il voto, mantiene in casa un litorale». v. 103
-seg.
-
-[141] Sul banchetto funebre che, in onor dell'estinto, al nono e al
-trigesimo giorno dalla morte, celebravasi, in vesti bianche di lutto,
-da' parenti suoi, cfr. ISEO, _Eredità di Cirone_; DEMOSTENE, _Corona_;
-POLLUCE, I, 7, ecc. La trascuranza ne' figli, delle onoranze funebri
-ai genitori era punita dalle leggi e portava seco interdizione civile.
-SENOF., _Memorab._
-
-[142] ISEO, _Ered. Pirro_, § 64. Cfr. _Prologo_, pag. 27.
-
-[143] Le deposizioni degli schiavi nei giudizi, non erano assunte e
-tenute valide come prove, se non estorte coi tormenti (βασανίξειν)
-dagli inquisitori a ciò destinati (βασανισταὶ), in presenza dei
-rappresentanti delle parti che scrivevano il deposto per unirlo agli
-atti. Ε βάσανος dicevasi, oltre il supplicio, anche la deposizione
-de' servi col supplicio strappata: a differenza di μαρτυρία ch'era
-la testimonianza de' liberi. (Potevano in casi eccezionali anche
-i liberi cittadini esser posti a tortura, ma solo per espresso
-decreto del popolo: così Mantiteo e Apsefione, senatori, a stento la
-scansano, abbracciando supplici l'altare. ANDOC., _Misteri_). Quello
-dei contendenti che vi aveva interesse _provocava_ a ciò l'avversario
-(πρόκλησις εὶς βάσανον) esibendo di dare ai tormenti i proprî schiavi
-o disfidando l'avversario a dare i proprî. Accettar la _provocazione_
-o _richiesta_ non era obbligo: ma ricusarla induceva presunzione
-sfavorevole al ricusante. «Voi tutti sapete che le provocazioni furono
-create per quelle cose che non si possono produrre innanzi a voi.
-Quando non può farsi investigazione innanzi a voi, ha luogo per via
-di tormenti la provocazione». DEMOST., I, _C. Stef._ «_Io gli chiesi
-pei tormenti tre sue ancelle_ informate del fatto e dei danari che
-Afobo e la donna possedevano: acciocchè a dimostrazione del vero, non
-fossero i soli ragionamenti, ma le prove della tortura. La qual mia
-proposta, approvata da tutti i presenti, fu ricusata da lui. Ora voi
-per le pubbliche e le private cose reputate la tortura, fra tutte, la
-più degna di fede: e ovunque siano servi e liberi e occorra raccogliere
-indagini, non vi valete delle testimonianze dei liberi, ma tormentando
-i servi cercate ritrovare la verità. E fate bene, o giudici: poichè
-dei cittadini testimoni già parecchi furono colti in falso: _ma dei
-tormentati nessuno fu mai convinto di non aver detto la verità durante
-la tortura_». DEMOST., I, _C. Onetore_, dove il massimo oratore ripete
-quasi alla lettera un passo di ISEO suo maestro (_Ered. di Cirone_). E
-altrove: «Or come può non essere che questi testimoni abbian deposto il
-falso? dacchè neanche ora _ardiscono concedere il corpo della schiava_,
-che testificarono già offerto da Teofemo, e _così confermare col
-fatto_ la verità della lor testimonianza. Consegnando della schiava il
-corpo, non se ne trarrebbero co' tormenti le prove per le quali Teofemo
-ingannò i giudici?... Sola la femmina trovatasi presente avrebbe detto
-il vero, non già testificando con la tabella (in iscritto), ma con la
-più salda e sicura delle testimonianze, coi tormenti cioè. I motivi
-dunque coi quali (Teofemo) ingannò i giudici appariscono falsi, chè
-non osa consegnare il corpo della schiava, e invece ama meglio mettere
-al cimento il fratello e il cognato per falsa testimonianza, anzichè
-mediante il corpo della schiava scagionarsi». DEM. _C. Everg._ 7-9. —
-E Licurgo oratore: «Nell'atto di accusa io aveva citato i testimonî,
-chiedendo si tormentassero gli schiavi di Leocrate. Ma Leocrate
-respingendo la provocazione, si accusa traditor della patria. Sì: egli
-_con lo scansare la prova degli schiavi_ consapevoli de' fatti suoi,
-confessò la verità della querela. E ignora alcun di voi che nelle
-controversie l'esame degli schiavi e delle schiave e il tormentarli
-quando sanno la cosa è tenuto secondo giustizia ed è comune a tutti?
-Or dunque io fui sì lungi dall'apporre a Leocrate falsa accusa, che a
-mio carico volevo venire alla prova, tormentando gli schiavi di lui:
-ma egli per sua mala coscienza nol sofferse. Eppure i suoi _schiavi
-e le schiave avrebbero_ più facilmente negato che dato falsa accusa
-al padrone». LICURGO, _C. Leocrate_. — Ecco invece un esempio di
-provocazione all'opposto: «Pensai che innanzi tutto convenisse provocar
-costui (l'avversario) per convincerlo. E in qual modo? Volli dargli
-(all'avversario) un mio giovanetto, che sapeva di lettere, acciò fosse
-posto ai tormenti. Or non poteva esso avversario tacciarci di falsatori
-con l'investigare la verità, tormentando il giovinetto? Ma _egli
-ricusò_». DEMOST., _C. Afobo, falsa testim._ Cfr. DEMOST., _C. Neera_
-e altrove. Ho citato questi passi, e tralascio citarne altri, degli
-oratori, a dare un'idea caratteristica e precisa di quel che fosse la
-tortura de' servi ne' giudizi ateniesi e il valore grande che vi si
-attribuiva. Certo bisogna riportarsi all'idee antiche sugli schiavi, e
-al diritto antico che li riguardava come cose e cadaveri, per concepire
-come tanta crudeltà paresse la cosa più naturale del mondo anco agli
-animi più miti, e in Atene stessa, ove la legge era ad essi più benigna
-che altrove, fino a dar loro il diritto di richiamarsi degl'ingiusti
-maltrattamenti. (Cfr. note all'_Alcib_.) Che però le deposizioni degli
-schiavi tormentati meritassero tutta quella fede che ISEO e DEMOSTENE
-sembrano attribuirvi a parole, e che facea dar ad esse maggior peso
-delle testimonianze de' liberi, pareva già dubbio, nella sua profonda
-intuizione dell'essere umano, ad ARISTOTILE, il quale nella _Retorica_
-discute di questo metodo di prova i vantaggi e i danni: e trova potersi
-«ad ogni sorta di tormenti obiettar questo: che sforzano a dire tanto
-il falso che il vero, e che i torturati o stanno forti e non dicono la
-verità o per impazienza facilmente dicono il falso, affine di uscire
-più presto dal martirio» (_Retor._, I, 13). Ancora è ad osservarsi che
-nelle arringhe pervenuteci, quanto son frequenti le _provocazioni_
-a questa prova, altrettanto lo sono (come per esempio in _tutti_ i
-passi sopracitati) le _ricusazioni_; e non sembrando verosimile che
-debban tutte attribuirsi a paura della prova, e che i contendenti
-potendo giovarsene se ne privassero così leggermente, è a credere che,
-nel fatto e nella consuetudine, un sentimento più umano correggesse
-in parte la ferocia della legge, e che la così detta _provocazione_,
-così frequente nelle arringhe, fosse il più delle volte, e lo andasse
-diventando sempre più ai tempi di ARISTOTILE e posteriori, una forma
-retorica, dagli oratori usata più per ispauracchio e per crescere
-efficacia alla argomentazione, che per seria intenzione di vederla in
-atto. E giova il pensarlo, affinchè quel passo truce che DEMOSTENE,
-nell'arringa contro Onetore, ripeteva con le parole stesse di ISEO
-(quasi farlo interamente suo gli ripugnasse), ci trovi indulgenti verso
-il sublime oratore: tanto più se si pensi che DEMOSTENE, così corrivo
-a provocare a parole con questa prova gli altri, o per conto altrui,
-quando vi fu provocato egli stesso nella gravissima lite con ESCHINE, e
-accettarla probabilmente gli conveniva, con nobili parole a sua volta
-la ricusò. «Venga qui il carnefice — grida ESCHINE — e dia i tormenti
-innanzi a voi.... Se Demostene si chiarirà mentitore, condannatelo alla
-pena di confessare innanzi a tutti che egli è maschio-femmina e non
-libero. Conduci alla ringhiera gli schiavi.... (_provocazione_); ma
-DEMOSTENE rifiuta l'uso dei tormenti, perchè _non vuol dipendere dai
-tormenti de' servi_.» ESCHINE, _Ambasceria_. Caratteristiche parole
-che, forse, già in DEMOSTENE adombrano il pensiero di ARISTOTILE, e,
-molti secoli più tardi, di BECCARIA.
-
-[144] Per essere un pretesto umoristico, questo di Mènecle era
-abbastanza legittimo. Cfr. DEMOSTENE, nell'arringa contro Macartato,
-per l'eredità di Agnia: «Innanzi tutto avevo deliberato, o giudici,
-di scrivere in una tavoletta i parenti di Agnia per modo che fossero
-tutti notati ad uno ad uno: ma poi stimai che _quella tavoletta non si
-potrebbe veder bene da tutti i giudici e massime da quelli che siedono
-più lontani_». _C. Macart._, § 18.
-
-[145] Al Ceràmico era la passeggiata del bel mondo ateniese, e le
-scritte sui pilastri e sui muri vi facevano l'ufficio della cronaca
-cittadina delle nostre gazzette. Ivi i buontemponi e i maldicenti,
-con epigrammi ed iscrizioni col carbone, si divertivano a mettere in
-piazza i fatti del prossimo; e gli innamorati talora vi scrivevano
-le loro dichiarazioni amorose alle belle, come ce ne restano esempi a
-Pompei. «Leggi quel ch'è scritto sui muri del Ceràmico, dove i nostri
-nomi stanno sui pilastri.... E trovai questa scritta là dove s'entra
-a destra verso il Dìpilo». LUCIANO, _Dialoghi delle cortigiane_. «Ho
-pensato scrivere sul muro del Ceràmico dove Architele suol passeggiare:
-_Aristeneto contamina Clinia_». LUCIANO, _ibid._
-
-[146] Famiglia dei _Britidi_, v. DEMOSTENE, _C. Neera_, 1365. Sugli
-_Almeonidi_, l'illustre famiglia di Pericle e di Alcibiade. Vedi note
-all'_Alcib._, atto I, n. 37.
-
-[147] «E così la maritammo ad Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le
-restituì la dote». ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 9. Il divorzio infatti
-portava seco la restituzione della sostanza dotale alla moglie o
-alla famiglia di lei. «La legge vuole che se uno ripudia la moglie,
-restituisca la dote ovvero paghi l'interesse di nove oboli; a chi
-ha la donna in cura concede facoltà di muover lite nell'Odeone per
-gli alimenti». DEMOST., _C. Neera_, 52. «È obbligato dalla legge a
-restituir la dote con l'interesse a ragion di nove oboli». DEMOST., _C.
-Afobo_, 17. Questa restituzione era però esclusa (e l'egregio MARIOTTI
-omise nel suo Codice ateniese di notarlo) nel caso di colpa della
-moglie, come si vede dalla stessa arringa contro Neera: «In vederla
-Frastore nè costumata, nè a lui obbediente, e informato ch'ella non era
-figlia di Stefano, ma di Neera, e perciò reputandosi ingannato, entrò
-in ira contro tutti costoro, e mal soffrendo l'ingiuria e l'inganno,
-scacciò di casa la donna sua gravida, che aveva tenuta circa un anno,
-_e non le restituì la dote_». _C. Neera_, 1362, cfr. 1363. Ma questo di
-Frastore con la cortigiana Neera non era evidentemente il caso del buon
-Mènecle mio.
-
-Del resto quest'obbligo della restituzione della dote era in Atene
-non disprezzabile freno alla estrema facilità e moltiplicazione de'
-divorzi. Più di un marito bramoso di sbarazzarsi della moglie, e
-al quale la legge ne apriva cento vie, s'arrestava solo dinanzi al
-pensiero di ritornar povero o all'impossibilità di fare la restituzione
-impostagli. Indi la prudente riflessione di un personaggio di EURIPIDE:
-«Delle ricchezze che la moglie porta in casa non si gode: _non servono
-che a rendere il divorzio più difficile_». EURIPIDE, _Melanippe_, fr.
-31.
-
-[148] Cfr. LUCIANO, _Dialoghi delle etére_. — ARISTENETO, _Lettere_.
-
-[149] Sulle idee dei Greci intorno al suicidio, caratteristica ed
-eloquente fra tutte la pagina di PLUTARCO nella vita di Cleomene,
-ossia le parole ch'ei pone in bocca a questo re. Disfatto in battaglia,
-perduto il trono, costretto a fuggire da Sparta sua, mentre Antigono
-è già alle porte, l'eroico re, al suo compagno d'armi, il prode
-Tericione, che consiglia il suicidio, risponde: «Vile che sei, credi
-esser magnanimo e generoso _perchè insegui la morte che è la più
-facile delle cose umane_ e che è sempre in poter nostro? Bisogna che
-la morte che si elegge non sia la fuga da un'azione, ma un'azione essa
-medesima: _nessuna maggior vergogna del non vivere e non morir che per
-sè._ Quando la _speranza di esser utile ancora alla patria nostra ci
-lascierà, allora soltanto ci sarà facile morire_».
-
-[150] Οὔκουν ἔφη δεῖν ἐκείνην τῆς χρηστότητος τῆς ἑαυτῆς τοῦτο
-ἀπολαῦσαι, ἄπαιδα καταστῆναι συγκαταγηράσασαν αὑτῳ ISEO, _Ered. di
-Mènecle_, § 7.
-
-[151] Per quanto il divorzio in Atene fosse reso dalle leggi e dall'uso
-un caso affatto ordinario e frequente, esso non colpiva perciò meno
-duramente l'onore e l'amor proprio della donna, per lo meno nei casi
-in cui era il marito che di suo proprio impulso lo promoveva. Già
-abbiam visto (_Prologo_, pag. 27) che in questi casi il divorzio era
-nella legge stessa qualificato _ripudio_ (ἀπόπεμψις): e il sentimento
-pubblico s'accordava colla legge, nella spiegazione umiliante di
-quella parola. Ed EURIPIDE, ne' cui drammi, sotto la larva delle
-favole antiche, le idee e i costumi dell'età sua si rispecchiano, per
-questo fa dire a Medea: «_Non onorevoli_ (ossia _vituperosi_) _sono i
-divorzj alle donne_» (οὐ γαρ εὐκλεεῖς ἀπαλλαγαι γυναιξὶν) _Med._, 236.
-E altrove nella _Andromaca_, fa dire a Menelao, di sua figlia Ermione
-parlando: «Io non voglio che mia figlia sia privata del talamo: poichè
-_tutte le altre cose_, che la donna soffra, sono di minor conto: ma
-_perdendo il marito, perde la vita_» (ἀνδρος δ’ἁμαρτάνουσ’ ἁμαρτάνει
-βιου). EURIPIDE, _Androm._, 370-4. E il comico Anassandride, dei tempi
-della commedia di mezzo, nel passo più sopra citato: «_Difficile_
-e _ripida_, aspra (χαλεπὴ καὶ προσάντης), è o figlia la via del
-ritorno alla casa del padre dalla casa del marito, per qualunque donna
-costumata: poichè ell'è una via che porta seco l'ignominia» (ὁ γἁρ
-δίαυλός ἐστιν αισχύνην ἔχων). ANASS., _Inc. fab._, 5.
-
-[152] «Bastare, disse, _che fosse infelice lui solo_» ἱκανὸς γὰρ, ἔφη,
-αὐτὸς ἀτυχῶν εῖναι. ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 7.
-
-
-
-
-ATTO SECONDO
-
-
-ATTO SECONDO
-
- Casa di Mènecle. Sala aperta comune (προστάς o παστάσ) che dà sul
- peristilio; riccamente dipinta e decorata con ricco mobilio. A
- destra le colonne del peristilio che supponesi aprirsi da questo
- lato, e immettere per le quinte di destra agli ingressi esterni; a
- sinistra l'ingresso dal _metaulo_ che immette alle stanze interne
- del gineceo. Nello sfondo altra porta che mette alla stanza da
- letto θαλαμος. Nell'angolo a sinistra della sala, il piccolo altare
- domestico. Una panòplia è appesa alla parete.
-
-
-SCENA I.
-
-AGLAE _e_ TRATTA.
-
- (Aglae traversa rapidamente la scena, dalla porta laterale di
- sinistra, quella del gineceo, alla porta di mezzo ch'è nello
- sfondo: a mezza via si arresta, e chiama forte.)
-
-
-AGL. Tratta!
-
-TR. (_affacciandosi dalla porta di sinistra_) Padrona!
-
-AGL. Appena vien Fània da mio marito, avvertimi. Va! (_Tratta
-rientra_). E dunque... Fània, da fratello affettuoso, compiangendomi,
-pensa a parlare per me; Mènecle, da marito magnanimo, compiangendomi,
-pensa a liberar me; Cròbilo, da amico leale, compiangendomi, pensa a
-consolar me. E se Aglae la compianta li burlasse tutt'e tre? (_esce per
-la porta di mezzo_).
-
-
-SCENA II.
-
-MÈNECLE _e_ BLÈPO.
-
- (Mènecle leggendo una carta, seguito da Blèpo, entra dal peristilio
- a destra).
-
-
-MÈN. (_leggendo_) «Scegliere fra essere o non essere. O si è marito o
-non si è. Se essere non volevi, non dovevi diventarlo». Ma bravo, per
-Giove, mio cognato Fània! Platone non avrebbe ragionato meglio! (_si
-volge a Blèpo_) E che t'ha detto Fània nel darti questa?
-
-BL. Che ripassava.
-
-MÈN. Che ombra fa?
-
-BL. Un piede[153].
-
-MÈN. Oh, oh! quasi mezzodì! Sarà qui a momenti. Va. (_lo richiama_)
-Aspetta. Ed è tornato, n'è vero, in mia assenza, Elèo?
-
-BL. No.
-
-MÈN. Come no? e queste carte? chi te l'ha date?
-
- (Accennando altre carte che ha in mano).
-
-BL. Lui.
-
-MÈN. Quando?
-
-BL. Stamattina.
-
-MÈN. Dove?
-
-BL. Qui.
-
-MÈN. Dunque è venuto, imbecille!...
-
-BL. Grazie.
-
-MÈN. (_impazientito_) È venuto sì o no?
-
-BL. Venuto sì, tornato no.
-
-MÈN. (_lo guarda sorpreso_) Eh?...
-
-BL. (_con far grave e sentenzioso_) _Venire_ non è lo stesso di
-_tornare_. E se uno viene, non torna. E se uno torna, non viene. Però
-si può dire: _In questo suol vengo e ritorno_, come Eschilo fa dire ad
-Oreste esule[154].
-
-MÈN. (_guardatolo attonito, se gli appressa, tra serio e canzonatorio_)
-Bravo!... E, dimmi in grazia... dove e quando hai imparato queste belle
-cose?...
-
-BL. (_con gravità_) Ieri, passando dal Liceo, da uno di quei filosofi
-che ci stanno. E delle altre cose ancora...
-
-MÈN. (_ironico_) Ah!... sei divenuto un savio... dunque?
-
-BL. (_sentenzioso_) No, padrone. Perchè ciò che diviene non è[155],
-e non può essere nel momento che diviene: altrimenti, se fosse già,
-non diverrebbe, o, se diviene, diviene un'altra cosa: e quello che
-è, se potesse divenire, allora l'essere diventerebbe eguale al non
-essere, mentre il non essere è diverso dall'essere, come dice Ercole in
-Euripide[156]. E per scegliere quindi fra l'essere...
-
-MÈN. (_continuando ironico_) ... e il non essere... Ferma un momento.
-E dimmi un po'... hai scopato le stanze stamane?... e la casa è
-all'ordine?... è?
-
-BL. Sicuro che è.
-
-MÈN. (_fissandolo_) Ma potrebbe anche non essere, visto come impieghi
-il tempo. Vedi questo? (_gli mostra un grosso bastone_) Cosa credi che
-sia? essere o non essere?
-
-BL. (_tirandosi a rispettosa distanza_) Vedo. È un bastone... è...
-
-MÈN. Ne convieni? Ebbene, se ti sento fare ancora di queste scoperte,
-e bazzicar quei galantuomini che mangiano fichi nel Liceo[157], questo,
-che è un bastone, ti annunzio che può _divenire_ uno spianatoio per le
-tue spalle, pur non cessando di _essere_ un bastone. M'hai inteso?
-
-BL. Perfettamente.
-
-MÈN. Vedi che lo sei, un savio!... Va.
-
- (Blèpo esce, facendo comiche smorfie).
-
-
-SCENA III.
-
-MÈNECLE _solo_.
-
-
-Per gli Dei e per i démoni!... L'amico Isocrate ha ben ragione di
-pigliarsela con que' maledetti sofisti![158] Ancora un po' e questo
-mariuolo mi rifaceva la lezion di Fània! (_passeggia su e giù_) Del
-resto, mio cognato non potea venir in mezzo più a proposito. Tanta
-fatica di meno. La cosa va più liscia che non avrei sperato... Oh
-eccolo!...
-
-
-SCENA IV.
-
-MÈNECLE _e_ FÀNIA.
-
-
-FÀN. Buon dì, Mènecle...
-
-MÈN. Salute, cognato mio... (_disinvolto_) Sicchè tu vieni a dirmi che
-hai scoperto che tua sorella non è felice con me, e a rimproverarmi...
-
-FÀN. (_impacciato_) Non a rimproverarti... Ma se felice ella sia,
-domandalo a te stesso, alla tua coscienza...
-
-MÈN. (_disinvolto_) Ben detto!... E dimmi: perchè non l'hai domandato
-tu prima... alla gran madre... alla natura?
-
-FÀN. Mènecle!
-
-MÈN. Ah tu credevi che il vecchio Mènecle, un cittadino pieno di
-meriti...
-
-FÀN. Oh certamente...
-
-MÈN. Grazie. Vedi che andiam d'accordo... un cittadino pieno di grandi
-meriti, noti a tutta Atene (_si interrompe sospirando comicamente_) —
-da dieci olimpiadi! — avesse a dare, a una giovinetta di diciott'anni,
-le emozioni che tu dài alla tua Crìside, ammannendo alla di lei
-fantasia... i suoi grandi meriti per imbandigione!?... Bel pasto!... e
-sostanzioso... per una mensa coniugale!
-
-FÀN. Questo io non dissi... ma...
-
-MÈN. Ah! c'è un ma...
-
-FÀN. Ma io sperai che non per nulla, sulla soglia della tua casa,
-il giorno che Aglae vi entrò, stessero appese, in lieto augurio, le
-ghirlande di antico alloro intrecciate alla giovane édera: e che in
-quel dì non fossero indarno comparse le due cornacchie all'altare.
-Vi hanno premure delicate, cure affettuose, conforti... che anche un
-uomo...
-
- (Fa pausa come cerchi la parola).
-
-MÈN. Tira via... Di' pure... maturo. Sono stato in Sicilia con tuo
-padre...
-
-FÀN. Ebbene sì... che anche un uomo... inoltrato sul cammino del
-tempo...
-
-MEN. (Ama le perifrasi!)... Grazie...
-
-FÀN. ... al pari degli altri _può_, e più degli altri, _deve_ dare ad
-una giovane compagna; e che potrebbero compensarla...
-
-MÈN. (_prosegue ironico la frase_) ... di quell'altre che le
-mancassero. Benissimo. E insomma...
-
-FÀN. (_impazientito_) Oh insomma io dico che tu trascuri Aglae. Non hai
-premure per lei. Aglae non è contenta. Aglae non è felice...
-
-MÈN. (_a parte sospirando_) (Pur troppo!)
-
-FÀN. E non è questo che sperava mio padre, non è questo che speravo
-io...
-
-MÈN. Già, già! lo so, quello che tu credevi, che tu speravi. Tu
-speravi che io rinnovassi il miracolo di Jolao, quando nel furor della
-battaglia ricuperò le forze giovanili[159]. Speravi che Giunone Nuziale
-non si pappasse i sagrifici a ufo, e bastassero i cestelli di fichi a
-portar nella casa nostra le gioje, e bastasse la focaccia di sésamo a
-portarvi la fecondità![160] Speravi che io ti facessi zio di una bella
-corona di nipotini, di amorini vispi, ricciutelli, paffutelli, per
-indennizzarti di quelli che ancora aspetti dalla tua Crìside... dopo
-dieci mesi che l'hai sposata. Uh vergogna! vergogna!...
-
-FÀN. Ma io ti dirò...
-
-MÈN. (_interrompendolo_) Ma io ti dirò che il padre di Crìside, quando
-te l'ha data, ha ben pronunciato le parole sacramentali: _Ti consegno
-mia figlia, perchè ne nascano figli legittimi:_[161] e tu l'hai
-promesso e giurato. Aglae, quando io la sposai, era orfana, e quindi
-io... quella promessa non l'ho fatta a nessuno.
-
-FÀN. (_risentito, accorgendosi dell'intonazione comica di Mènecle_)
-Mènecle! ti prego, per Giove! di cessare lo scherzo...
-
-MÈN. Sì, giusto, invoca Giove, ch'è il custode de' giuramenti. Te
-la darà lui... Ma vedi, bizzarria de' giudizi!... Il buon Mènecle,
-quell'asino di Mènecle, tra sè e sè, avea pensato: Che cosa mai di
-bello può fare un marito vecchio in casa di moglie giovane?! Che cosa
-di bello può mai, se non lasciarle mancare quel meno che è possibile, e
-starle, quel più che è possibile, fuori dei piedi? O dovrà trastullarsi
-a provarle indosso la veste color di croco e gli stivaletti regalatile
-per la festa della Dea? Sarebbe, qui tra noi, amareggiarle il regalo.
-O farle delle mani arcolaio e reggerle i fili di lana, intrattenendola
-di quel che s'è discusso nell'assemblea e sotto i portici? Anche Ercole
-filava per Onfale, ma era giovine, _ed era Ercole_: e pure Onfale ci
-si annoiava. Non resterebbe che raccontarle ancora la mia campagna
-di Sicilia di 36 anni fa, e la battaglia di Catania, e la strage al
-passaggio del fiume Asinaro, e come innanzi di arrendermi ammazzai
-quattro nemici, e come fummo rinchiusi nelle Latòmie e come scappai...
-Ce n'è per tre sere... e poi? a furia di raccontargliela, mia moglie la
-sa a memoria. Un giorno, per cambiare, mi provai a rifarle la storia,
-e cominciai: _Appena fummo arrivati sulla riva del fiume_... lei non
-mi lascia finire e impazientita tira via: «Appena foste arrivati sulla
-riva del fiume, le retroguardie avvisarono la presenza di un nugolo
-di nemici; Nicia passò a cavallo sulla fronte delle schiere, le trombe
-risonarono...» e _patatì_... e _patatà_... la sapeva meglio di me. Ma
-che stizza, che stizza, ci metteva!... Quando arrivò al punto della
-fuga dalle Latòmie, ho avuto fin paura che pel dispetto vi appiccicasse
-una variante e invece di farmi fuggire, la mi facesse prendere e
-accalappiare!... (_pausa, indi sospirando_) Eh, forse per lei sarebbe
-stato meglio!
-
-FÀN. Mènecle, tu sei proprio ingiusto verso Aglae. Io so che ella ti
-stima... e...
-
-MÈN. (_rompendogli la parola in bocca_) E gli Dei glie ne daranno
-merito. Alle corte. (_con accento reciso_) Tu non puoi dirmi nulla
-ch'io già non sappia e non vi puoi aggiungere che delle sciocchezze.
-Io ho fatta una corbelleria, e tu vieni a dirmene cento. Ma io posso
-disfare la mia, e tu puoi risparmiare le tue. L'arconte pronuncierà il
-divorzio...
-
-FÀN. (_vivissimo, stupefatto_) Che?!...
-
-MÈN. Ell'era, per legge, in tua balìa avanti le nozze. Tu sei il
-guardiano della felicità sua. Aglae da te l'ebbi. Ridomandala tu[162].
-
-FÀN. Io?... mai!
-
-MÈN. E allora... (_se gli appressa grave, severo_) con che cuore e
-perchè me la accordasti?
-
-FÀN. (_imbarazzato_) Perchè tu lo sai... fu l'ultimo desiderio del
-padre nostro...
-
-MÈN. E perchè Mènecle era ricco e liberava innanzi alla legge te dal
-peso della custodia e della dote. (_moto di Fània che Mènecle calma
-col gesto_) Non siam noi soli vecchi gli egoisti!... E non per nulla
-i vegliardi ritornan qualche volta fanciulli[163]. Che meraviglia,
-se anche al povero Mènecle, a cui, con tutta la sua sapienza, passano
-ancora alle volte, di sotto ai capelli bianchi, certe ubbìe giovanili,
-che meraviglia se al povero Mènecle un lampo di distrazione... di
-reminiscenze... in ritardo, abbia offuscato un istante il cervello? Ma
-tu che fanciullo non sei, tu nella età che sente la voce della natura e
-i bisogni della gioventù — e ci hai pensato per tuo conto — potevi ben
-pensarci anche per tua sorella! e difendere lei contro lo sbaglio di
-tuo padre... e me contro me stesso.
-
-FÀN. Ma ti giuro per gli Dei che se...
-
-MÈN. Non incomodare gli Dei! Aspetta: tu mi giuri che gli Dei vogliono
-l'obbedienza ai genitori. E per questo, ti sei sposata bravamente la
-tua Crìside, di cui eri innamorato come un gatto, disobbedendo a tuo
-padre che voleva accasarti colla figliuola di Eufrànore. Agli Dei
-certamente ti sei riservato di chiedere della disobbedienza perdono.
-Poichè, tanto, dovevi domandargliela per una, non disturbavi Giove di
-più, a far la domanda per due. A questo, _allora_ non ci hai pensato:
-_ora_, ti vengono gli scrupoli. E poichè la tua Aglae la vuoi felice,
-trovi giusto che in premio della sua virtù, ella consumi il caro
-fiore de' verdi anni con chi felice non la può rendere!...[164]. (_con
-forza_) Questo tu trovi giusto... e vai nell'Elièa a far da giudice! Io
-no! e s'ebbi un torto verso quella fanciulla, saprò ripararlo... per
-tutti gli Dei! (_calmandosi e asciugandosi la fronte_) Fai tirar giù
-dall'Olimpo gli Dei anche a me!
-
-FÀN. (_vedendo Mènecle riscaldarsi, impressionato dalle sue parole,
-gli parla affettuoso e pacato_) Mènecle, io sarò stato ingiusto: tu
-però ora lo sei con te stesso. Se torto vi fu nel passato, in faccia
-a mia sorella, fu mio: ma tu che di Aglae e della sua felicità ti dai
-pensiero, pensi tu che ella, così fiera, sarà più felice, il giorno
-ch'ella vedrassi restituita la sua libertà a prezzo di un affronto al
-suo amor proprio? e che il divorzio non chiesto da lei avrà dato il suo
-nome in pasto alla maldicenza della città?...
-
-MÈN. Sì... se non chiesto da lei... Ma e chi... (_si appressa a Fània
-e continua, dopo una pausa, a bassa voce_) chi impedisce a lei di
-chiederlo?... E a te di suggerirglielo?...
-
-FÀN. (_esitante e sorpreso, quasi in nube indovinando il pensiero di
-Mènecle_) Che?... e tu credi...
-
-MÈN. Io credo che Giove non m'abbia permesso di salvar Epònimo dal
-carcere di Siracusa, per far della mia casa un carcere a vita alla sua
-figliuola. Oh, Fània, la vecchiaia è incresciosa a sè stessa, ma lo è
-ai giovani doppiamente. Capisco la legge di quei di Ceo[165] che davano
-ai vecchi la cicuta per fare ai giovani un po' di posto. Io, della
-cicuta, per ora... faccio anche senza: ma se ai canuti la solitudine è
-triste, meglio per Mènecle il vivere infelice da solo, senza il rimorso
-che per sua colpa si viva infelici in due...[166].
-
- (Tanto Mènecle che Fània son commossi).
-
-FÀN. (_stringendogli la mano_) O Mènecle! Se Aglae sapesse...
-
-MÈN. Aglae non dee saper nulla. Sicchè le consiglierai di andar
-dall'arconte?[167]. Parlerai ad Aglae?...
-
-
-SCENA V.
-
-MÈNECLE, FÀNIA _e_ AGLAE.
-
- (Aglae si è già affacciata alla soglia verso la fine della scena
- precedente ed udendo parlar di lei si è ritratta indietro. Si
- avanza alle ultime parole di Mènecle).
-
-
-AGL. Di che?...
-
-MÈN. e FÀN. Lei!...
-
-FÀN. Buon dì, Aglae.
-
-MÈN. (_imbarazzato, cercando darsi aria disinvolta_) Oh, la nostra
-Aglae!... (_a Fània sottovoce_) (Zitto ora!)
-
-AGL. _La nostra Aglae_, a quanto sembra, vi dava materia a discorrere.
-Cercavate la pesta del lupo...[168] ed è presente.
-
-MÈN. (_scherzoso, cercando sviare il discorso_) Eh, se tutti i lupi
-fossero come te, Atene non li perseguiterebbe tanto...[169].
-
-AGL. (_fra sè_) (Voltan discorso! Soverchiar Aglae! la vedremo!) Sei
-gentile, Mènecle, stamattina...
-
-MÈN. Eh, ti pare? Sicchè...
-
-AGL. (_a Fània_) Sicchè di che cosa avevi a parlarmi?...
-
-FÀN. (_imbarazzato, mentre Mènecle gli fa gesto di tacere. Aglae finge
-di non accorgersene_) Oh, cose da nulla...
-
-AGL. (_volgesi a Mènecle, con accento vibrato, insistente_) Di che
-aveva egli a parlarmi?...
-
-FÀN. Oh nulla!... Avevo espresso qui a Mènecle il desiderio che tu
-venissi a teatro nelle prossime feste Lenée. Sai, concorreranno, per le
-tragedie, Sofocle il giovine e il nipote di Eschilo, Astidamante...
-
-AGL. (_ironica_) Ah...
-
-MÈN. (_confermando_) Già...
-
-FÀN. Tuo marito mi faceva delle obiezioni: e che forse per quel giorno
-non avrebbe potuto...
-
-MÈN. Appunto...
-
-AGL. (_interrompendo, con accento vibrato_) Non è vero!
-
-MÈN. (_per cavar l'altro d'imbarazzo_) Ma lascia andare! non vedi che
-scherza!... Se gli avevo già detto di sì! Lo pregavo a chiederti se
-volevi andare con lui in compagnia di Crìside...
-
-AGL. (_con forza_) Non è vero! Ah, insomma volete finirla di infilzar
-bugie?
-
-MÈN. (_fra sè_) (Non c'è verso! Saltiamo il fosso!) Ebbene, poichè vuoi
-saperlo a tutti i costi, tuo fratello, qui presente, mi rimproverava
-che io ti trascuro un po' troppo...
-
-AGL. Ah!... (_guardando alternativamente Fània e Mènecle a cui rivolge
-la parola_) È qui tutto?... E... d'altro?
-
-MÈN. Che tu meni, per cagion mia, vita triste... che io non sono un
-marito adatto per te...
-
-FÀN. Oh questo poi!...
-
-AGL. (_a Fània_) Questo gli hai detto? E fai di queste scoperte? E
-il dì che seguisti il mio cocchio di nozze conducendomi qui, non
-hai ordinato di dar di volta ai cavalli?[170] M'avevi allora in
-tua autorità e non ci hai pensato: oggi più non mi hai... e te ne
-occupi?...
-
-FÀN. (_sorpreso, fra sè_) (Così ora parla? Chi più la capisce?)
-
-AGL. (_a Mènecle_) E tu... che gli hai risposto?
-
-MÈN. Io... io... gli ho risposto che... veramente... come fratello, non
-ha tutti i torti... che però... il torto mio...
-
-AGL. (_energicamente interrompendo_) E chi, per le Dee, e con che
-diritto, ha pensato a fartene? Mio fratello forse?... (_a Fània_) E chi
-t'ha incaricato?
-
-FÀN. (_impacciato_) Nessuno... ma il mio amor di fratello...
-
-MÈN. (_passando vicino a Fània, rapido e sottovoce_) Bravo! bravo! dài
-sotto!...
-
-AGL. Amor di fratello?... Tardi lo senti...
-
-FÀN. Presto o tardi, — è un fatto che non vi vedete quasi mai, peggio
-che foste due coniugi spartani; che tu stai chiusa, sola, tutto il
-giorno, lui quasi tutto il giorno fuor di casa...
-
-AGL. E che? è forse mio marito un uomo infermo, un uomo invalido, un
-uom decrepito...
-
-MÈN. (_dà un balzo per sorpresa_) (Eh!?... che cosa dice?) (_vorrebbe,
-tra il serio e il comico, objettare qualcosa ad Aglae, che non gliene
-dà il tempo_) Ecco... veramente...
-
-AGL. (_rompendogli la parola e proseguendo il parlar con Fània_) ...
-sì... è forse un uom decrepito, che debba serrarsi in casa a far la
-guardia alla moglie da mattina a sera, come quei mariti imbecilli
-che rubano ad Argo il mestiere, e trovano così il modo più sicuro di
-rendersi alle mogli odiosi e insopportabili?[171].
-
-MÈN. (_a sè_) (Ah! volevo dire! ha gusto ch'io stia via!).
-
-AGL. E credi tu, figlio di Epònimo, che la figlia di Epònimo sarebbe
-contenta, mentre Atene ha tanto bisogno di lui, di vederselo tutto il
-dì ai fianchi...
-
-MÈN. (_fra sè ribadendo maliziosamente_) (Si tradisce!...)
-
-AGL. ... occupato nel gineceo a filar lana o a contar storielle milésie
-alle fantesche? Credi ch'ella andrebbe superba, mentre i tempi per la
-città si fan scuri, del vederlo sotto i propri occhi sciupar negli ozî
-femminili il vigore del braccio e della mente, quel che gli resta del
-fiore dell'età?
-
-MÈN. (_gesto comico di sorpresa_) (Eh!) (_ad Aglae_) Ecco...
-veramente... puoi dire un fiore... stagionato... Proprio, precisamente,
-un giovane di primo pelo non sono...
-
-AGL. (_interrompendolo_) E per questo mi sei caro...
-
-MÈN. (_la guarda trasecolato, poi scotendo il capo_) (Non capisco più!).
-
-AGL. (_rincalzando_) Bella cosa, al confronto di costoro, i giovani
-della giornata! Bella gioventù da innamorar donne libere![172].
-Agatòne, Dìnia, Stefano, Dercillo! azzimati, unti, leccati,
-dinoccolati, cascanti[173], non san far altro che studiar le pose
-quando camminano e quando stan fermi, e andar in giro con cicale in
-testa e specchietti indosso e boccettine di Tùrio, che puzzano di
-profumerìa lontan due stadî; e prendono i bagni caldi e si coprono
-di pelliccie di Sardi per ripararsi dai primi freddi, e passano
-tutto il dì e la notte per le bische e nelle case delle danzatrici e
-suonatrici di flauto; smorti per le lascivie e per le orgie, consunti,
-fracidi a vent'anni; poi, a sentirli discorrere a teatro o per le vie,
-impertinenti, presuntuosi, ignoranti come Libétrj, imbecilli più di
-Margìte che aveva studiato tante cose e non ne sapeva nessuna...[174].
-
-MÈN. (_fra sè_) (Qui ha ragion da vendere...)
-
-AGL. (_proseguendo senza interruzione e con energia_) ... E sono i
-giovani eroi che gloriosamente poi scapparono a Neméa ed a Coronéa! Ma
-quando Atene fu nel bisogno, e volle salvi i suoi Dei e le sue donne,
-ci vollero _questi_ (_batte sulla spalla di Mènecle_) per cacciare i
-trenta tiranni e gli Spartani, e per liberare la città![175].
-
-MÈN. (_fra il comico, il modesto e il commosso_) Grazie, grazie!
-(_a sè_) (Come parla! proprio figlia di suo padre!... Ed io avere il
-coraggio di sacrificarla!... Ohibò!).
-
-AGL. (_si volge a Fània, parlandogli più calma_) Hai visto, o Fània, i
-nuovi oboli di rame? Son nuovi di conio e biondi, lucidi che sembran
-d'oro... pur guarda come han pessima la impronta! Osserva invece le
-vecchie dramme di argento del Làurio: sono usate, ma non adulterate,
-e serban la impronta stupenda e resistono al suono... La stessa
-differenza, fa conto, è oggi, in Atene, fra le vostre zazzere bionde...
-e queste barbe d'argento...[176].
-
-MÈN. (_comico, guardando Fània con sussiego d'approvazione_) Già!
-
-FÀN. (_attonito fra sè_) (O sta a vedere che se n'è adesso innamorata!).
-
-AGL. O Mènecle, io ho visto sul tuo petto le tue superbe cicatrici:
-esse valgono meglio delle bellezze di Antìnoo...
-
-MÈN. (_sorpreso, e pur con comica modestia compiacendosi_) Eh? questo
-poi...
-
-AGL. (_proseguendo, a Mènecle_) Io ho letto il tuo ultimo discorso
-all'assemblea: quanto cuore, quanto fuoco, quanto slancio giovanile!
-Chi di quei giovani sarebbe stato capace di farlo?
-
-MÈN. Oh, Elèo, per esempio...
-
-AGL. (_nella foga del dire, resta al nome di Elèo improvvisamente
-interdetta e lì per lì s'interrompe: poi, padroneggiandosi, ripiglia_)
-Sì... forse Elèo... Intanto oggi tutta Atene, o Mènecle, è piena del
-tuo nome, ed io ne vado superba, come se parte della tua gloria si
-riflettesse sopra di me. Oh, grazie (_con effusione stringendogli la
-mano che egli commosso si lascia prendere_) per questo conforto che mi
-dai...
-
-MÈN. (_sospirando, e come meditando il senso dell'ultime parole di
-Aglae_) (Conforto! Ah sì, ne ha bisogno! povera fanciulla!...).
-
-AGL. (_proseguendo affettuosa e tenendo nella sua la mano di Mènecle_)
-Ti ricordi le parole che ti disse mio padre: «Tu sarai l'olmo che
-proteggerà la giovane édera...»
-
-MÈN. (_comicamente sospirando e guardando in aria_) Un olmo antico!...
-
-AGL. (_ribattendo subito_) ... e perciò robusto.
-
-MÈN. (_sottovoce a Fània, dandogli di soppiatto un forte pizzicotto_)
-Ma parla un po' anche tu...
-
-FÀN. (_strillando_) Ahi! ahi!...
-
-AGL. (_che s'è accorta, sorridendo a Fània_) E se robusto non fosse, ti
-farebbe strillare in quel modo?...
-
-FÀN. (_irritato dal pizzicotto e prorompendo_) Sì, strillo, perchè
-tu ti lamenti in cuor tuo e poi qui adesso, in sua presenza, per
-generosità lo difendi... e al modo ond'ei ti tratta, non lo merita, non
-lo merita, non lo merita!... E io sono una bestia a pigliarmela a petto
-e a perdere il mio tempo per buscarmi in compenso delle ramanzine!...
-Lamentati ancora! (_ad Aglae_) e aspetta ch'io me ne occupi un'altra
-volta!...
-
-AGL. Oh, bravo, per Cerere! farai bene!...
-
-FÀN. (_ad Aglae stizzito_) Tientelo, godilo il tuo Mènecle!... e
-amatevi sempre così, che gli Dei vi premieranno!... (_a Mènecle
-passandogli vicino_) (Già che andate così bene intesi, sbrigatevela da
-voi!...).
-
- (Esce concitato, liberandosi da Mènecle che vorrebbe trattenerlo).
-
-
-SCENA VI.
-
-MÈNECLE _e_ AGLAE.
-
-
-MÈN. (_a sè_) (Bravo!... e lascia me nelle peste!... Pure da qui
-bisogna uscirne. Animo Mènecle, sii onesto! (_guardando Aglae, e
-parlando sempre fra sè_) Dopo tutto quel bene che pensa di me, _doppio_
-obbligo di essere con lei galantuomo!).
-
-AGL. (_a sè_) (Ora a noi! soverchiar Aglae!) (_a Mènecle che passeggia
-borbottando_) Mènecle!
-
-MÈN. Che c'è?
-
-AGL. Io ho preso le tue parti...
-
-MÈN. (_interrompendo, brusco_) Hai fatto male.
-
-AGL. Sarà. — ... e non ho voluto dirti nulla di sgradevole in presenza
-di mio fratello: ma tu _sai_ che egli ha ragione... (_accentando anche
-più_) lo _sai_.
-
-MÈN. (_a sè_) (Oh, ci mettiam bene!) Se lo dici, lo saprò...
-
-AGL. (_battendo sulle parole_) Non _saprò_: lo _sai_. Tu fai peggio che
-trascurarmi...
-
-MÈN. Eh?...
-
-AGL. Tu fai peggio che lasciarmi sola: e il tuo tempo non lo dai tutto
-alla città.
-
-MÈN. (O sta a sentire!) A chi?
-
-AGL. Ieri fosti con Lisia, l'oratore, e con Neèra, la di lui amica, in
-casa di Filostrato Colonèo...[177].
-
-MÈN. (È matta!... O sta a vedere, che per distrarsi, la si provasse a
-far la gelosa!... (_fa un gesto vivo, come balenatagli improvvisamente
-un'idea_) Buono!...) (_ad Aglae con voce ferma_) E che male ci
-sarebbe!... Può darsi! Si aveva a parlare io e Lisia di affari di
-Stato...
-
-AGL. Ma Filostrato è scapolo; e Neèra _non è_ uomo di Stato; e con
-Neèra ci erano due altre di lei compagne...
-
-MÈN. Ah!
-
-AGL. ... venute da Corinto...
-
-MÈN. (_casca dalle nuvole, ma cerca far il disinvolto_) Può darsi.
-
-AGL. ... e in casa degli scapoli, e in certe compagnie, è difficile
-trattar bene gli affari dello Stato; e alla sera ci fu banchetto; e
-i banchetti dove ci son di quelle donne finiscon tardi... (_gesti di
-Mènecle sorpreso_) ... e finiscon _male_...
-
-MÈN. (_disinvolto, c. s._) Può darsi...
-
-AGL. (_con forza_) Ah? Ma _può darsi_ che Aglae non ne sia contenta...
-
-MÈN. (_trasecolato, di sorpresa in sorpresa_) (O spiriti! che diamine
-salta a costei?!)
-
-AGL. (_incalzando_) Può darsi che Aglae se n'abbia a male! (_con
-accento drammatico_) Così impieghi, o Mènecle, i doni che gli Dei ti
-hanno dato?
-
-MÈN. Eh? (Peccato che me li han dati da un pezzo!)
-
-AGL. (_proseguendo incalzante_) Ah, lo so che la gloria di un nome
-ha sempre un fascino per le donne; lo so che le forestiere venute da
-Corinto sono curiose di conoscere questo Mènecle di cui si parla per
-Grecia; (_continui segni di stupor comico di Mènecle, Aglae prosegue
-con simulata energia_) ma io so anche quale fu il giuramento delle
-nostre nozze, e ti credevo, se non più fedele verso me che lo ebbi, più
-religioso verso gli Dei che lo hanno ascoltato!
-
- (Va corrucciata a sedersi).
-
-MÈN. (_a parte_) (Decisamente, è matta. Elleboro ci vuole.[178]
-(_guardandola di sottecchi_) Eppure... come è bella mia moglie quando è
-in collera!)
-
-AGL. Tu non rispondi? Non rispondi?
-
-MÈN. (_a sè_) (Tanto fa. Le discolpe le farem poi. È la via che se
-n'esce).
-
-AGL. Il tuo silenzio... è eloquente. Ah, non basta, o Mènecle, andar
-illustre nella città, col nome scritto su la colonna![179]. Non bastano
-i meriti in faccia alla patria, quando in faccia ai domestici lari,
-oblii la santità delle sue leggi!...
-
-MÈN. (Anche questo!) (_si volta risentito, come risoluto a difendersi_)
-Oh questo poi... (_si reprime_) (Se mi difendo, guasto).
-
-AGL. (_afferrando la sua interruzione_) Questo poi è grave — volevi
-dire! E mentre io traggo sola le lunghe giornate nel ginecèo, pensando
-a ciò che farà Mènecle per la Repubblica, — Mènecle divide il tempo fra
-la Repubblica... e l'altre cure: e quando rientra ha sulla fronte le
-rughe...
-
-MÈN. (_a parte, comicamente_) (Lo credo).
-
-AGL. (_completando la frase_) ... le rughe dei grandi pensieri...
-
-MÈN. (_a parte, comicamente_) (Un'attenuante...)
-
-AGL. ... per nascondere tra le lor pieghe i rimproveri della coscienza:
-in casa degli altri, per le altre, i sorrisi, le carezze, i calici...
-
-MÈN. (Cosa mi tocca sentire! Pazienza! siamo alla fine!)
-
-AGL. ... le canzoni, le ghirlande convivali; per la povera Aglae non
-sorrisi, non ghirlande, non carezze: ma la solitudine, l'abbandono,
-la noia!... (_prorompendo_) Ah, no! per le due Dee! io non posso più
-vivere così...
-
-MÈN. (Meno male. Al divorzio ci siamo).
-
-AGL. No!... (_proseguendo con più forza_) no... io non posso più
-adattarmi a questa umiliazione...
-
-MÈN. (Ci siamo! Va dall'arconte!...)
-
-AGL. ... e io finirò con...
-
-MÈN. (_sospeso alle labbra di lei, aspettando la risposta ansioso_) ...
-con...?
-
-AGL. ... finirò... con... l'ammalarmi!... (_Mènecle resta lì di botto,
-sconcertato_) Oh, quanto sono infelice!...
-
- (Dà in pianto, abbandonandosi sopra una sedia).
-
-MÈN. (_sorpreso, comicamente imbarazzato_) Questa conclusion non
-m'aspettavo... Ohimè, che imbroglio!... Aglae!...
-
-AGL. (_senza rispondere, continuando a singhiozzare_) Quanto sono
-infelice!...
-
-MÈN. (Adesso fa piangere anche me!...) (_seguitando a guardarla e
-parlando fra sè, le si appressa_) No... senti Aglae...
-
-AGL. (_seguendo a singhiozzare_) Lasciami... ho voglia di piangere...
-
-MÈN. (_osservandola_) (Eppure... com'è bella mia moglie quando
-piange!...) (_dà un sospiro lungo_) (Eh! avessi cinque olimpiadi di
-meno!) (_passeggia, poi si ferma, giungendo le mani al cielo_) (O
-Nettuno marino!... Quale strega di Frigia o di Tessaglia mai, tirando
-il mio oroscopo, m'avrebbe detto: Mènecle, tu passerai per molte prove;
-scamperai dai campi di battaglia e dalle tempeste; dalle spade dei
-nemici, dalle calunnie dei sicofanti e dal morso degli oratori[180];
-dai mostri del mare, dalle miniere e dalla schiavitù... e quando
-avrai il crine inargentato e il corpo stanco... farai piangere una
-donna... di gelosia!...) (_seguita a guardarla di sottecchi_) (Com'è
-bella!... Dopotutto, già... lo ha detto lei: appetto ai giovani della
-giornata...) (_si dà un'occhiata alla persona, una guardatina in uno
-specchio, lisciandosi con compiacenza la barba_) (noi possiamo passare
-per belli avanzi...) (_si appressa ad Aglae e le parla amorevole,
-insinuante_) Eppure, Aglae, se tu leggessi qui dentro, vedresti...
-
-AGL. No... no... non voglio veder nulla...
-
-MÈN. (Ma fa sul serio!) (_guardandola affettuosissimo, le prende nelle
-proprie una mano che essa non ritira_) Ma e dunque... sarebbe proprio
-vero... che vorresti ancora un po' di bene al vecchio Mènecle? (_parla
-esitando_) Oh se!... (_come via cacciasse un pensier lusinghiero_) no..
-no..
-
-AGL. (_ritirando la mano e levando vivamente il capo_) Se... cosa?
-Prosegui... confessa...
-
-MÈN. Ma che confessare!... Volevo dire che sono meno bugiardo, meno...
-vizioso di quel che credi... (Stavolta dico la verità). Ma che vuoi,
-la tua affezione, mi pare un sogno... di quei sogni cari e ingannevoli
-della sera... Sai che essa sarebbe una troppo grande consolazione per
-questo povero vecchio!... Che io non potrei augurarmi, in questo triste
-tramonto, una più alta gioia sulla terra, del sapere, che quel giorno
-che per me sarà l'ultimo... (_Mènecle qui parla lento, interrotto,
-sinceramente commosso_) tu sarai là... al mio capezzale... a dirmi
-l'ultimo addio: che dalle tue labbra, e non da prefiche bugiarde,
-udrò la preghiera al conduttore dell'anime;[181] che le tue mani mi
-comporranno nel domestico sepolcro e la mia povera ombra avrà qualcuno
-sulla terra che si ricordi di lei!...[182]
-
-AGL. (_commossa dalla sincerità dell'accento di Mènecle, si abbandona
-del capo e della persona sul petto di lui. Mènecle la sorregge
-amorosamente delle braccia_) Oh, Mènecle!
-
-MÈN. (_pausa. Mènecle, sorreggendo Aglae, esclama tra 'l mesto e 'l
-comico_) (Cose che capitano ai vecchi!... Qui ci vorrebbe Zeusi a
-dipingere il quadro!...) E tu Aglae... a questo guerriero cadente...
-
-AGL. (_risollevando il capo_) Aglae non dimenticherà mai ciò che questo
-guerriero cadente ha fatto per la sua famiglia, pel padre suo...
-
-MÈN. Ah! (_si distacca vivissimamente da Aglae, rabbuiandosi_) (L'avevo
-detto che si sagrificava!... Ed io bestia... stavo per dimenticarlo...
-Ah, per gli Dei, sarei indegno di aver fatto versare quelle lagrime! Il
-dado è tratto!)
-
-AGL. Che hai?...
-
-MÈN. (_con accento di repentina risolutezza_) No, Aglae, la tua
-gratitudine serbala ad altri. Tra me e tuo padre non ci fu che un
-ricambio... e il debitore sono ancora io... Tu sei troppo buona e
-virtuosa... e io... non ti merito... _Non ti merito._ Avevi ragione.
-Sono indegno di te. (È fatta!).
-
-AGL. Che? Dunque confessi...
-
-MÈN. (_concitato_) Sì, sì... confesso... tutto quel che vuoi...
-
-AGL. Ci sei stato...
-
-MÈN. Ci sono stato... (Ora mi mangia...)
-
-AGL. E ci ritornerai...
-
-MÈN. Secondo i casi...
-
-AGL. E tu credi di far subire a me la sorte di Dejanira... la sorte
-della moglie di Alcibiade... o di quella povera moglie del tuo amico
-Lisia, con le cui amiche discuti gli affari... Ma io non sono Dejanira;
-io non sono la moglie di Lisia, che vede, tace e sopporta; io non sono
-la sposa di Alcibiade che torna indietro dall'arconte insiem con lui...
-
-MÈN. (L'ho detto! Stavolta ci viene!).
-
-AGL. (_incalzando_) ... io non son nata a tollerare affronti... e io...
-intendi... (_fa una pausa_) io...
-
-MÈN. (È fatta!) (_vivissimamente, sospeso_) E tu...
-
-AGL. E io... farò come fai tu.
-
- (Sbalzo di sorpresa di Mènecle. Aglae è corsa verso l'uscio che
- mette alle di lei stanze).
-
-MÈN. Eh?... (_correndole dietro per richiamarla_) Aglae! Aglae!...
-
-AGL. (_dall'uscio, ribattendo con forza sulle parole e sillabandole_)
-Io farò come fai tu... e quello che fai tu!
-
- (Entra rapidamente nelle sue stanze e gli serra a chiave l'uscio in
- faccia).
-
-MÈN. No... senti...
-
- (Aglae è già sparita. Mènecle resta lì trasecolato. Quadro).
-
-
-SCENA VII.
-
-MÈNECLE _solo_.
-
-
-MÈN. Oh santissimi Numi! (_passeggia, poi si ferma tentennando il
-capo_) Destini umani! (_torna a passeggiare, di tratto in tratto
-fermandosi_) Vi han mariti che si attaccano alle mogli come l'ostriche
-allo scoglio e se le vedono guizzar via di mano come anguille di
-Copàide. Provatevi invece a liberarle... ed ecco in che maniera vi
-rispondono!... _Farò come fai tu!... e quello che fai tu!_... Peuh! se
-facesse proprio come me... non sarebbe gran male. (_riflettendo torna
-a passeggiare_) Ma pare che colei l'abbia intesa diverso... Pensa di
-me certe cose!.. Chi diamine gliele ha messe in testa!.. _Quello che
-fai tu!_ Adagio! e se a me, fin che son suo marito, non convenisse
-un bel niente che ella faccia... quel ch'ella crede faccia io?... Se
-non garbasse a Mènecle di diventar la favola d'Atene? Eppure già, se
-le resto insieme... Non si manda a ritroso nè l'acqua dei fiumi[183],
-nè l'istinto di donna di vent'anni!... (_torna a passeggiare, poi si
-ferma_) Però, quel dirmelo sulla faccia... Generalmente, le donne,
-quando lo fanno, hanno la delicatezza di non dirlo... E tutte le smanie
-son venute adesso... perchè sì, fino a ieri, non glien'era importato
-mai... E tutta quella foga d'accusarmi!... non potrebbe esser maggiore
-se fosse una giustificazione ch'ella cercasse alla coscienza!...
-E allora... la filosofia di prima... la sfuriata d'oggi... (_di
-improvviso riscotendosi_) Ma qui, per Minerva, c'è sotto qualcosa!
-
-
-SCENA VIII.
-
-MÈNECLE _ed_ ELÈO.
-
-
-EL. (_entra affrettato_) Buon dì, Mènecle!... Arrivo tardi?
-
-MÈN. (_lo saluta distratto_) Oh no... anzi...
-
-EL. Ho fatto tutto. Sono stato da Pelopida, da Lisia e da Iseo... Iseo
-e Lisia parleranno all'assemblea per appoggiarti, i fuorusciti di Tebe
-confidano in te. Pur troppo la intimazione di Sparta, di espellere
-i fuorusciti, incontra favore tra gli amici della pace... La lotta
-nell'assemblea sarà viva...[184].
-
-MÈN. (_distratto, seguita a borbottare fra sè_) (Farò come fai tu...).
-
-EL. ... e per battere gli avversarî non ci vorrà meno dell'autorità
-della tua parola. Per Giove! da Teseo in poi i diritti della ospitalità
-furon sempre sacri ad Atene; e questo ingrandirsi minaccioso di Sparta
-alle nostre porte, e la sventura stessa de' fuorusciti reclama che
-Atene dia lor soccorso... n'è vero?
-
-MÈN. (_distratto, soprapensiero_) E dunque bisogna darlo.
-
-EL. Pure son tanti che ti parlano dello stato misero della flotta,
-delle perdite recenti, dell'imprudenza del tirarci addosso una guerra,
-se diamo ai profughi aiuto... ti pare?...
-
-MÈN. (_distratto sempre e assorto ne' suoi pensieri_) Allora non
-bisogna darlo.
-
-EL. (_risentito e sorpreso_) Mènecle!
-
-MÈN. (_riscotendosi all'apostrofe di Elèo_) Cioè... volevo dire...
-perdona... non avevo sentito bene. (_borbotta fra i denti_) «Farò come
-fai tu...» Dunque dicevi...
-
-EL. Dicevo che il soccorrere i fuorusciti, che vennero a noi col
-ramoscello de' supplici e si sedettero presso le nostre are[185], mi
-pare un dover sacro...
-
-MÈN. (_riscotendosi_) Sicuro, mio bravo Elèo!... (_gli stringe forte la
-mano_) Per il trofeo di Maratona![186] sicuro ch'è dover sacrosanto...
-
-EL. Grazie! La tua parola nell'assemblea deciderà. Oh sì, dopo il voto
-dell'integro, del virtuoso Mènecle, vedrai che la maggioranza verrà
-dietro... e tutta Atene farà quel che fai tu...
-
-MÈN. Eh? (_con movimento vivissimo, fra comico e irritato_) (Non
-bastava lei! anche quest'altro!... Anche tutta Atene vuol fare quel che
-faccio io! È un contagio!) Ma dunque...
-
-EL. Dunque l'ora scorre e gli amici tebani m'aspettano. Corro a portar
-loro le parole tue.
-
-MÈN. E non passi a salutare Aglae?...
-
-EL. (_si fa in volto serio e scuro_) No... sono atteso... è tardi...
-
-MÈN. È tanto di cattivo umore stamattina, che...
-
-EL. Ragione di più per lasciarla tranquilla. Falle tu i miei saluti.
-(_tra serio e mesto_) Passando per la tua bocca, le giungeran meno
-discari...
-
-MÈN. (Bravo! Se tu sapessi!...) Basta: come vuoi. Siamo intesi.
-Salutami Pelopida.
-
-EL. Addio (_esce_).
-
-
-SCENA IX.
-
-MÈNECLE _solo_.
-
-
-MÈN. (_seguendo dell'occhio Elèo che allontanasi_) Bravo giovine!...
-valoroso e leale! Contrasti bizzarri! Costui nell'età degli svaghi
-pensa alle cose serie: e Mènecle nell'età... dei raffreddori, trascura
-gli affari serî, per... per... (_non finisce la frase, tornando al
-corso insistente dei suoi pensieri_) Ma colei m'ha messo una pulce qui
-nell'orecchio... Per Ercole! ne va del mio onore!... Ah, se arrivo a
-cogliere quel tale... oh, quello, parola di Mènecle, non mangia più
-aglio nè fave nere...[187].
-
-
-SCENA X.
-
-MÈNECLE, MÌRTALA _e_ BLÈPO.
-
-
-BL. Padrone. C'è qui Mìrtala, la moglie di Cròbilo Colonèo.
-
-MÈN. Uh, quella seccatura! Anche oggi! Di me o di Aglae cerca?...
-
-BLÈPO. Non so.
-
-MÈN. Bravo asino!...
-
-BL. (_dalla soglia, impassibile_) Padrone!...
-
-MÈN. Eh?...
-
-BL. Poco fa m'hai detto savio.
-
-MÈN. Ho sbagliato. Falla entrare.
-
-BL. (_nell'uscire per introdur Mìrtala, borbotta sentenziosamente fra
-sè_) Essere l'uno... o essere l'altro!...
-
-MÈN. Cosa vuole questa vecchia chiacchierona!
-
-MÌRT. (_entra affannata, frettolosa_) Buon dì, Mènecle!...
-
-MÈN. (_andandole incontro_) Giove ti salvi! (_Mìrt. è imbarazzata:
-getta attorno occhiate inquiete, sembra aver qualcosa sull'animo_)
-Della mia Aglae cercavi? Neh, (_a Blèpo ch'è rimasto sulla soglia_)
-Blèpo, conducila. (_a Mìrtala_) Ti vedrà tanto volentieri. È là nelle
-sue stanze...
-
-MÌRT. Sola?
-
-MÈN. Soletta.
-
-MÌRT. E non l'hai ancora visto... stamattina...?
-
-MÈN. Chi?...
-
-MÌRT. Lui... mio marito...
-
-MÈN. Da ieri non l'ho visto...
-
-MÌRT. Credevo fosse qui...
-
-MÈN. T'aveva detto che veniva?
-
-MÌRT. No... ma...
-
- (Rimane colla parola sospesa: è visibilmente imbarazzata,
- agitatissima).
-
-MÈN. Che c'è?
-
-MÌRT. Oh Mènecle!
-
- (Rompe in uno scoppio di pianto e gli casca abbandonata nelle
- braccia).
-
-MÈN. (_trasecolato_) (Anche questa! Preferivo l'altra!... Però adesso
-il quadro è... più intonato).
-
-BL. (_avanzandosi, serio, impassibile, a fianco di Mènecle che non
-l'ha veduto, e che sostiene nelle braccia la vecchia piagnucolante_)
-Padrone... consolala!
-
-MÈN. (_collerico, voltandosi, in vederlo_) Tu qui ancora?...
-
-BL. Vado, vado... (_avanti andarsene, gli ripete con accento comico di
-preghiera_) Consolala! (_declamando_) «Soave è amor, ma troppo acerba
-cosa!» lo dice Euripide nell'_Ippolito_[188].
-
-MÈN. (_minaccioso, con la vecchia piangente sempre su le braccia_) Te
-lo do io ora l'Euripide.
-
-BL. (_tranquillo, grave_) Vado, vado.
-
-MÌRT. (_singhiozzando_) Ah, Mènecle, quanto sono infelice!...
-
-MÈN. (Anche lei! Sono il consolatore universale!...)
-
-BL. (_dalla soglia, guardando i due, con far sentenzioso_) Ha ragione
-Eschilo:
-
- Empie i letti di pianto amor di sposa
- E fa che dolor aspro il cor le stringa,
- Poichè il marito la moglie bramosa
- Ahi, disertando, la lasciò solinga[189].
-
-(_Mènecle voltandosi, lo vede lì ancora, gli getta un'occhiata
-minacciosa. Blèpo dall'uscio, sempre tranquillo e grave_) Vado! vado!
-
- (Esce, seguitando a declamare, con aria drammatica «Ahi,
- disertando, la lasciò solinga...»).
-
-
-SCENA XI.
-
-MÈNECLE _e_ MÌRTALA.
-
-
-MÈN. Via, Mìrtala, calmati...
-
-MÌRT. O Mènecle, io perderò la pazienza con colui...
-
-MÈN. Ed egli dice che tu metti alla prova la sua...
-
-MÌRT. (_levando il capo irritata_) Questo ha detto? Per Venere, la
-pagherà!...
-
-MÈN. No, no, lascia star Venere! (Se ti sentisse!) Avrà commesso
-qualche leggerezza, ma poi... (Via, si difende anche il lupo.)[190].
-
-MÌRT. Leggerezza, dici? Se in due giorni non ha passato due ore nel
-gineceo?
-
-MÈN. (_guardandola, fra sè_) (Veramente, basterebbero!) Via...
-
-MÌRT. Ma dove credi sarà andato?...
-
-MÈN. Mah!... al suo tribunale!...
-
-MÌRT. Ohibò! ci sono stata!... oggi è chiuso...
-
-MÈN. All'adunanza della _fratria_ per le iscrizioni delle
-nascite...[191].
-
-MÌRT. Ci sono stata!... Oggi adunanza non ce n'è....
-
-MÈN. Alla banca di Pasione, là al Pireo...
-
-MÌRT. Ne vengo ora...
-
-MÈN. (_fra sè comicamente_) (Fa un giro di ispezione nella Grecia!)
-
-MÌRT. Pasione oggi celebra la festa dei Lari, e non tien banco.
-
-MÈN. E allora... _nessun può dir cosa ne fu di Edipo!_[192].
-
-MÌRT. (_piagnucolosa_) Oh Mènecle! ho paura che Cròbilo mi tradisca...
-
-MÈN. Ma se è più casto di Melanione... e non può veder l'altre donne!
-
-MÌRT. Oh anche Timone odiava gli uomini, ma le donne di soppiatto le
-cercava!...[193].
-
-MÈN. (_di sottecchi squadrandola_) (Non tutte!)
-
-MÌRT. Ma qui proprio non è venuto...?
-
-MÈN. E dàlli!... Doveva venire?...
-
-MÌRT. No... ma... perchè... vedi... io parlo poco...
-
-MÈN. Sappiamo!...
-
-MÌRT. Ma sai... le donne, quando si fissano... (_Mìrtala parla
-esitante; dopo una pausa prende Mènecle a parte e gli parla con far
-misterioso_) Mènecle, Venere mi guardi del pensar male di nessuno. Tu
-hai, grazie a Giove, una moglie virtuosa. Ma sai, anche a Penelope,
-quando Ulisse non c'era, i Proci le andavan dietro. Tu non sei Ulisse,
-ma tua moglie la trascuri... e hai torto...[194].
-
-MÈN. (_si è fatto d'improvviso serio e scuro, attentissimo_) Va pure
-avanti...
-
-MÌRT. E il pensarci, fin ch'è tempo, mi par meglio per te... per lei...
-e per me...
-
-MÈN. (_di scatto_) Cròbilo?...
-
-
-SCENA XII.
-
-_Detti e_ BLÈPO _sulla porta_.
-
-
-BL. Cròbilo!
-
-MÌRT. Ah!
-
-MÈN. Furfante, mi fai l'eco?
-
-BL. No, padrone.
-
-MÈN. Lui qui?...
-
-BL. (_imitando l'eco_) Qui.
-
-MÌRT. (_smaniosa_) L'ho detto io! Oh il perfido! Non son Mìrtala se...
-
-MÈN. (_serio_) Calmati. E lascia fare a me. È meglio tu vada.
-
-BL. (_a parte, declamando sentenziosamente_) «Meglio è l'andar quando
-il restar non giova!»
-
-MÌRT. Oh Mènecle, ma tu...
-
-MÈN. Fidati a me... Va, va presto...
-
-MÌRT. Oh, mi raccomando... il mio Cròbilo...
-
-MÈN. Sta sicura. Te lo renderò... Da questa parte... Addio.
-
- (Mìrtala esce dalla parte del gineceo, non dall'ingresso del
- peristilio).
-
-
-SCENA XIII.
-
-MÈNECLE, CRÒBILO.
-
-
-MÈN. (_dopo accompagnata Mìrt. e messala fuori, risalendo la scena_).
-Altro se te lo renderò, bella Elena, il tuo Paride... Lui!... Ma il
-bel Paride stavolta discorrerà col re di Sparta... (_a Blèpo_) Fallo
-entrare.
-
- (Blèpo esce ed entra Cròbilo dal peristilio).
-
-CRÒB. (_entra assai espansivo_) Oh Mènecle! salute!...
-
-MÈN. (_Mènecle lo riceve padroneggiandosi, con cortesia forzata,
-velatamente ironica_) Buon dì, Cròbilo.
-
-CRÒB. Passavo di qua, venendo dai Portici, e ricordatomi che posdomani
-c'è assemblea, ho detto: Oh, entriamo dal nostro Mènecle, che sa tutto,
-a saper che c'è di nuovo...
-
-MÈN. (_lo scruta di soppiatto_) E a me, ora, il mio démone m'aveva
-detto: Ecco Cròbilo che passa e che entra...
-
-CRÒB. Già, l'amico sente sempre l'odor della pesta dell'amico...
-
-MÈN. (_con intenzione ironica, scrutandolo_) E un amico come te...
-
-CRÒB. Per tutti e dodici gli Dei! Voglio credere!...
-
-MÈN. (_proseguendo, suggestivo, velatamente ironico_) ... val più d'un
-tesoro. Grazie[195].
-
-CRÒB. E non faccio per dire, sai, ma quando per via mi sento alle
-spalle: To' quello che passa è Cròbilo Colonèo, l'amico di Mènecle...
-dell'inclito Mènecle... mi pare di essere più alto un cubito. Cròbilo,
-l'amico di quel Mènecle che operò tanti prodigi in campo, che fece
-passar tante leggi nell'assemblea, che governò le isole... per Ercole,
-sai che tutto ciò empie la bocca!... E dà una certa autorità... certi
-vantaggi...
-
-MÈN. (_con intenzione, ironica_) Ah già! molti!...
-
-CRÒB. Vedi, iersera ho fin questionato per te. Tu sai che io ho molte
-idee mie, ma infine, con le tue van d'accordo. È così bello aver sempre
-coi grandi uomini qualche cosa in comune...
-
-MÈN. Già, già. (Bello e... comodo).
-
-CRÒB. Bene, si discorreva degli affari di Tebe e de' profughi.
-Quell'asino di Eucare pretendeva che Atene faria bene a levarseli
-da' piedi: e dalla sua eran parecchi. Io gli rispondo come va, e gli
-espongo... così in breve... giusto le stesse riflessioni che tu mi
-facevi l'altra sera... il pericolo di una guarnigione spartana qui a
-due passi, nella Cadmea, l'urgenza di ristabilir in Grecia l'equilibrio
-compromesso dalla pace di Antalcida, e far di Tebe un antemurale per
-chiudere a Sparta gli sbocchi del settentrione... eccetera, eccetera...
-insomma tutti quanti gli astanti si arresero alle riflessioni nostre...
-
-MÈN. (_correggendo_) Alle mie...
-
-CRÒB. Sì, le mie, le nostre!... Ma Eucare, quell'asino, duro: e io
-«_Ti prego a credere che quando io e il mio amico Mènecle esponiamo un
-parere, ci abbiamo prima studiato sopra_...» Ohibò! come soffiar in una
-rete[196]. Allora mi scappa la pazienza: Senti, gli dico, ci vuole un
-bel coraggio ad ostinarsi, quando io e il mio amico Mènecle dichiariamo
-che è così e così: e per aver questo coraggio, bisogna prima aver
-guadagnate due corone come noi...
-
-MÈN. (_correggendolo_) Come me...
-
-CRÒB. Sì... come te... come noi...
-
-MÈN. (_ironico_) Ah!...
-
-CRÒB. Aver fatto tante leggi come noi...
-
-MÈN. (_correggendo ancora_) ... Come me...
-
-CRÒB. (_senza più badargli_) ... presieduto giudizii come noi,
-governate le isole come noi... (_Mènecle accompagna i noi, con gesti
-del capo, di adesione ironica_) Ma se ti dicevo che quel poter parlare
-dei grandi uomini come di noi stessi, aver con essi tutto in comune...
-
-MÈN. Sicuro... sicuro... (Ora capisco...)
-
-CRÒB. (_terminando la frase_) ... è una gran bella cosa!...
-
-MÈN. Fino a un certo punto.
-
-CRÒB. (_a mo' di conclusione del suo dire, abbraccia forte Mènecle_)
-Qua un abbraccio.
-
-MÈN. (_liberandosi_) Più adagio. Le costole non sono in comune. Del
-resto, dici bene, dal momento che l'amicizia è il mettere in comune
-tutte le cose...[197] (_parla velatamente ironico_) come dice il
-proverbio, comune la nave, comune il pericolo...[198].
-
-CRÒB. Precisamente.
-
-MÈN. (_a parte_) (E perciò imbarca sulla nave anche le mogli).
-
-CRÒB. Oh, e Aglae come sta? la nostra cara Aglae...
-
-MÈN. (_a parte_) (L'ho detto!) La _mia_ cara Aglae sta bene... (Bisogna
-insegnargli il singolare degli aggettivi possessivi!) Sicchè anche
-tu sei del parere delle _Aringatrici_ di Aristofane! Sai, quella
-scena dove Prassàgora inaugura il governo delle donne e fa il suo
-discorso-programma: «Prima di tutto noi donne metteremo in comune
-la terra, il danaro e ciò che ciascuno ha; tutti possiederanno pani,
-pesci, focaccie, tonache, vino, corone e lenticchie...»
-
-CRÒB. (_facendo vivi segni di adesione e proseguendo la citazione
-a memoria_) «se alcuno vede una fanciulla, e gli va a genio, può
-pigliarsela dalla Comune, senza spesa...
-
-MÈN. (_proseguendo_) «le donne faran figli per chi ne vuole...»[199].
-
-CRÒB. (_con ripetuti e vivi segni di adesione_) Benissimo!
-Benissimo!... Oh per me, al sistema di Prassàgora ci sto subito...
-(_maliziosamente a Mènecle_) Queste son massime da mettere nell'arche
-insiem coi pomi!...[200]. E senti: se noi governassimo ancora le
-isole...
-
-MÈN. (_suggestivo_) Tu cederesti la tua Mìrtala a chi la vuole...
-
-CRÒB. (_approvando sempre con calore_) Benissimo!
-
-MÈN. (_c. s._) Io cedo a chi la vuole la mia Aglae...
-
-CRÒB. Benissimo!... Per la compagnia che le fai...
-
-MÈN. (_frenandosi, e proseguendo l'ironia suggestiva_) Per Mìrtala mi
-presento io...
-
-CRÒB. Benissimo! E io faccio come fai tu.
-
- (Gesto vivissimo di collera in Mènecle).
-
-MÈN. (Anche lui!) (_piantandosi in faccia a Cròbilo, — e fattosi
-d'improvviso scuro in volto e minaccioso_) Ma... e se io... non
-dividessi le teorie di Prassàgora? E se a noi che abbiamo governato le
-isole, non piacessero queste teorie di governo?
-
-CRÒB. (_lo guarda tra attonito e spaventato_) Eh? (Che diamine gli è
-saltato in mente?...)
-
-MÈN. (_rifacendosi calmo d'un tratto_) Vieni qua.
-
- (Lo conduce a uno scrittoio, tira fuori alcune carte, e le scorre
- leggendole, con accento pacato e bonario, mentre Cròbilo lo guarda
- trasecolato, senza comprendere).
-
-CRÒB. Che cosa sono?
-
-MÈN. (_ritornato calmissimo_) Sono carte firmate da me. Alcuni ricordi
-del _nostro_ governo dell'isole, quand'ero in Lesbo e vi applicavo
-le leggi di Atene. Guarda qui. (_piglia una carta e poi ne spiega,
-discorrendo bonariamente, a Cròb. il contenuto_) Sentenza nella causa
-di Lisicle. Un bel giovanotto — come te — certo Lisicle, che abitava
-in Metinna, avea tresca con la moglie di Stefano. Stefano il marito
-lo seppe e un bel giorno, sul fatto te li colse, là presso la marina,
-in un bel luogo verde, ombroso, sacro alle ninfe e agli amori: il
-quadretto era poetico molto, ma a Stefano pare piacesse poco: perchè
-ricorse a te... cioè a me... cioè a noi. E _noi_ abbiamo condannato
-Lisicle in via di clemenza alla pena esemplare del rafano[201].
-(_sbalzo di spavento di Cròbilo: Mènecle finge non accorgersene, e
-prosegue tranquillissimo_) Stette a letto soltanto cinque mesi...
-
-CRÒB. (_spaventato_) Ohimè!...
-
-MÈN. Il medico Dionda, anima pia, lo curò: ed io ho curato il medico
-con una multa di mille dramme[202]. (_Mènecle passa tranquillamente a
-un'altra carta fingendo non accorgersi delle esclamazioni di spavento
-di Cròbilo_) Altra come sopra. Sentenza per la morte di Eutemòne. Certo
-vecchio, Nicarco, trascurava la moglie, e il leggiadro Eutemòne se ne
-approfittava. La notte il marito dormiva al pian di sopra, la moglie
-al pian terreno, col pretesto di far la pappa al bimbo: quando, una
-notte, a cucinar la pappa del bimbo, il marito sorprese Eutemòne: e,
-senza complimenti, te lo ammazzò. Fu processato per omicidio[203] — ed
-ecco la sentenza di assoluzione, con parole di lode, da me firmata, a
-incoraggiamento e sprone dei mariti futuri...
-
-CRÒB. (_spaventato giungendo le mani_) O santo Giove, rettor delle
-stelle!... e _tu_ hai fatto...
-
-MÈN. (_correggendolo, ironico_)... non io... _noi, noi_.
-
-CRÒB. Che maniera di governare!
-
-MÈN. Questo abbiam fatto noi (_accenna sè e Cròbilo, beffardamente
-appoggiando sul_ noi) quando governavamo le isole... (_battendogli
-sulla spalla — e con accento minaccioso, vibratissimo_) Tieni il
-ricordo in serbo... E metti anche questo nell'arca, insiem coi pomi!
-
-
- CALA LA TELA.
-
-
-NOTE
-
-[153] Vedi, sul gnomone, note all'_Alcibiade_, atto II.
-
-[154] ‘Ἠκω γὰρ ἐς γῆν τήνδε καὶ κατέρχομαι. — Cfr. ARISTOF., _Rane_, v.
-1128.
-
-[155] Cfr. PLATONE, dial. _Parmenide, Eutidemo, Sofista_. — Già
-abbiamo visto i sofisti in Atene fatti segno alla satira della commedia
-antica, nelle _Nubi_ di ARISTOFANE, che ebbe il torto di confondere
-tra i sofisti Socrate, il loro grande derisore. Era però una satira
-e una celia che volgeva al serio, perchè in fondo era una reazione
-dello spirito conservatore contro le nuove idee filosofiche, e mirava
-alla sostanza di queste, attaccandole come novatrici, pericolose
-e sovvertitrici della religione e de' costumi; onde lasciava tale
-solco dietro di sè, che a distanza di anni potea tradursi nella
-accusa di Melito. Al tempo della commedia di mezzo, specialmente
-rappresentata dal comico Antifane, (e che comincia a fiorire giusto
-intorno all'epoca dei personaggi della mia _Sposa_) sofisti e filosofi
-hanno nella vita e nella società ateniese un posto e un'importanza
-anche maggiori; e la satira contro di essi sul teatro continua — e i
-sofisti nella commedia ne fan larghe spese — è però divenuta una celia
-innocua che si prende spasso delle loro arie d'importanza, delle lor
-sottigliezze e distinzioni cavillose, come di un tema qualunque di
-scherzo: e pur non senza riflettere la segreta lenta influenza che le
-nuove dottrine filosofiche dagli orti di Academo vanno irradiando sui
-costumi. Di queste satire sui sofisti hai esempio in un frammento del
-_Pitagorico_ di ARISTOFANE (fr. 3. MEIN., _Frag. com. græc._, III,
-362) e in un altro frammento di ANTIFANE, in un dialogo tra padre e
-figlio — quegli non dotto e questi discorrente nel gergo sofistico
-— dialogo che ricorda le scene comiche delle _Nubi_ tra Strepsìade e
-Filippide tornato dalla scuola di Socrate; e col quale hanno riscontro
-le goffaggini sofistiche di Blèpo in questa scena (cfr. ANTIFANE,
-Κλεοφάνης; MEIN., _Fr. com. gr._, III, 64). Più acre giudizio de'
-sofisti al tempo della mia commedia, e cioè non dei veri filosofi ma
-dei rètori spacciatori di vuote e presuntuose ciancie filosofiche, hai
-nell'arringa contro i medesimi, del contemporaneo oratore Isocrate. —
-Vedi poi, circa i sofisti in Atene, anche le mie note all'_Alcibiade_,
-att. II, n. 35, 36, 37.
-
-[156] EURIP., _Alceste_, v. 528.
-
-[157] «Che pazzie le son queste? E cosa mi conti, che l'uom savio
-deva bazzicar nel Liceo co' sofisti, gente magra, che digiuna, vive di
-fichi?» ANTIFANE, _Cleofane_.
-
-[158] Vedi le orazioni di ISOCRATE, _Contro i sofisti_ e l'_Elogio di
-Elena_.
-
-[159] SOFOCLE, _Eraclidi_. — LUCIANO, _Dial. dei morti_, 5.
-
-[160] Qui e più sopra si accennano alcuni simboli e riti delle
-cerimonie nuziali fra' Greci, e in particolare nell'Attica. Tali le
-corone di lauro e d'edera conteste, appese alla porta della casa
-nuziale, grazioso emblema dell'union coniugale, e della debolezza
-femminile chiedente protezione alle virili virtù del marito,
-simboleggiate nella fronda sacra al genio e al valore. Tali, nel
-sagrificio a Giunone (‘Ἠρητέλεια) e agli altri Dei nuziali (sagrificio
-che precedeva le nozze) il fausto apparir di due tortore o due
-cornacchie all'altare; promettenti quest'ultime, come simbolo di
-longevità e fedeltà, il prolungarsi dell'amore tra gli sposi fino
-agli anni tardissimi. Tali ancora i cestelli di fichi e d'altre frutta
-che venivano imposti un momento sul capo degli sposi, al toccar della
-soglia maritale, in augurio di letizia e di prosperità: e altro augurio
-di più intime gioie, le gioie della fecondità, era la focaccia di
-sesamo spartita ai convitati, nella cena nuziale che in casa dello
-sposo coronava fra canti e danze e suoni e fiaccole la festa.
-
-[161] Παίδων σπόρῳ τῶν γνησίων δίδωμὶ σοι τὴν ἐμαυτοῦ θυγατέρα —
-Cfr. il passo di DEMOST., _C. Neera_, 1386, citato nella nota 48 al
-_Prologo_: e ALCIFRONE, nelle _Lettere_: «Mio padre e mia madre teco,
-ereditiera qual sono, in matrimonio mi strinsero, _per la seminagione
-di figli legittimi_. ἐπὶ παίδων ἀρότῳ γνησίων — lib. I, 6.
-
-[162] Vedi nel _Prologo_ della commedia, pag. 26, il testo della legge,
-ch'è menzionata da DEMOSTENE, nell'orazione seconda _Contro Stefano_,
-1134. Il diritto ch'essa dava ai fratelli — venendo a mancare il padre
-— di disporre della sorella e darla in moglie a chi volessero, non era
-esaurito neppur da un primo matrimonio. ISEO, _Eredità di Mènecle_, §
-5, 9 — cfr. DEM., _C. Onet._, I, 865-6. _C. Eubulide_, pag. 1131.
-
-[163] «_Il vecchio torna fanciullo un'altra volta_». PLATONE, _Leggi_,
-I, 646, a.
-
-[164] Cfr. il passo già citato dell'orazione di ISEO, _Ered. di
-Mènecle_, § 7.
-
-[165] «Ammiro, o Fània, la legge di quei di Ceo, la quale vuole, che
-quando non si può più viver bene, non si continui a viver male».
-MENANDRO, _Framm. inc._ Dove il comico ateniese allude alla legge
-che, al dir di STRABONE, nell'isola di Ceo, prescriveva di dar a
-bere la cicuta ai vecchi che avevano oltrepassato i sessanta, perchè
-lasciassero agli altri il posto di cui essi non potevano più godere.
-STRABONE, X, 486.
-
-[166] ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εἶ ναι. ISEO, _Ered. di Mènecle_, §
-7.
-
-[167] Poteva la moglie, promovendo l'_azione per maltrattamento_
-(κακώσεως δίκη) innanzi l'arconte, chiedere essa il divorzio dal
-marito; come vedi nella legge addotta da Eudemonippo nel _Prologo_,
-pag. 27. E s'intende che in questo caso (il solo in cui pel divorzio
-occorreva l'intervento dell'arconte che lo pronunziasse), esso lasciava
-immune la riputazione e l'onor della donna. Si comprendevano poi sotto
-quel titolo di _maltrattamento_ (κακώσεως) in genere le accuse di
-infedeltà o trascuranza. Come vedi nello scoliaste di ARISTOFANE, al v.
-399 dei _Cavalieri_: «Cratino si suppone maritato alla Commedia: questa
-vuol divorziare di lui e promovergli un'_azione per maltrattamento_
-(κ. δ.). Gli amici di Cratino la supplicano di non agir alla leggiera e
-le domandano la cagione della sua collera; essa si lamenta amaramente
-di Cratino _perchè la trascurava_ e si dava all'ubbriachezza». —
-E PLUTARCO nella _Vita d'Alcibiade_: «Ipparete essendo virtuosa e
-amante del marito, contristata in vedere ch'egli usava con cittadine e
-forestiere, partitasi da casa, andò dal fratello: di che non curandosi
-Alcibiade, anzi seguendo il suo costume, bisognò si deponesse la
-scrittura del divorzio presso l'arconte, non da altri ma da lei stessa.
-Presentatasi pertanto ella stessa, secondo la legge, sopravvenne
-Alcibiade, e presala la menò a casa, senza che alcuno osasse di
-opporsi». _Alc._, 8. Cfr. ALCIFRONE, _Lett._, I, 6.
-
-[168] «_Vicina è la moglie_. Quando l'orsa è presente, non s'hanno a
-cercar le pedate». ARISTEN., _Lett._, II, 12.
-
-[169] Per distruggere i lupi che infestavano l'Attica, Solone stabilì
-un premio: «a chi portasse un lupo, diede cinque dramme, a chi
-una lupa, una dramma». PLUT., _Solone_. — Cfr. Scol. in ARISTOF.,
-_Uccelli_.
-
-[170] Dopo il primo banchetto nuziale in casa della sposa, questa
-veniva la sera condotta alla casa maritale in corteggio di gala tra
-canti d'imeneo e suon di flauti, seduta in cocchio tra un parente suo
-e un _paraninfo_ o padrino dello sposo, ch'era di solito qualche intimo
-amico o parente dello stesso. Vedi la caratteristica descrizione di un
-corteggio nuziale, in un frammento di arringa di Iperide, in difesa
-di Licofrone, framm. 155, § 2-4. La sorella di Diossippo, il celebre
-atleta, viene data dal fratello in moglie a Carippo; e lungo il corteo,
-Licofrone, segreto amante, a quel che pare, della sposa, trova modo
-di appressarlesi e raccomandarle _di non aver rapporti col marito e
-di non lasciarsi da lui toccare_. Ma di ciò accusato, Licofrone nega,
-per bocca di Iperide, il fatto, cercando dimostrarne l'impossibilità:
-«E qual uomo saravvi in questa città così scempio da prestar fede a un
-simile racconto? Giacchè era necessario, o giudici, che prima venissero
-il mulattiere e il conduttor del corteggio innanzi al carro conducente
-la sposa: poi dietro il carro seguissero i fanciulli che la scortavano
-e Diossippo (fratello di lei): poichè anche costui (il fratello) la
-accompagnava, per averla egli collocata in matrimonio... E io sarei
-giunto a tale grado di pazzia, che in mezzo a tanti uomini che la
-scortavano, e fra questi Diossippo e il suo compagno negli esercizi
-di lotta Eufreo, uomini fortissimi, avrei osato far di tali discorsi
-a donna di lignaggio, e farmi udire da tutti, senza tema di perir lì
-subito strangolato?»
-
-[171] «Il marito che tien sua moglie sotto catenaccio si crede esser
-prudente ed è matto: perchè se una di noi ha posto il suo cuore fuor
-della casa coniugale, essa s'invola più ratta di freccia e di uccello:
-e ingannerebbe i cento occhi di Argo». MENANDRO, _Framm. inc._
-
-[172] L'appellativo di _libera_, ἐλευθέρα, corrispondente in questo
-caso al latino _ingenua_, designava in genere, quasi titolo nobiliare,
-la cittadina ateniese avente stato di famiglia, la donna onesta di
-libera nascita, e come tale circondata di rispetto, e sola ammessa
-alle sacre Tesmoforìe; per opposto alle cortigiane (ἑταίραι) e alle
-_forestiere_ (ξέναι) che gli Ateniesi, scapoli e maritati, liberamente
-e pubblicamente corteggiavano, ma alle quali era proibito, sotto
-severissime pene, con cittadini ateniesi il matrimonio; ed erano
-interdette le feste delle _Due Dee_. — Vedi, p. e., nel passo sopra
-citato di Iperide: «Che folle temerità sarebbe stata la mia di
-non vergognarmi di rivolgere di tali discorsi a donna libera?» οὐκ
-ῂσχυνὀμῃν τοιούτους λόγους λέγων περὶ γυναικος ἐλεμθέρας; _Framm._,
-155, 4. Cfr. per l'antitesi quel passo di Menandro: «È difficile,
-o Panfila, a donna di famiglia (ἐλεμθέρᾳ γυναικὶ) lottar con una
-meretrice (πόρνῃ)». MEN., _Framm. inc._, 36. — All'ἐλεμθέρα, passata
-a nozze, corrisponde anche l'omerico e il tirtaico κουριδίη ἄλοχος
-indicante la moglie legittima, nata libera da liberi genitori, per
-contrapposto alle nate di condizione servile (παλλακαὶ). — Cfr. anche
-le note all'_Alcibiade_.
-
-[173] In questo ritratto della effeminata gioventù ateniese,
-troppo degenere dagli avi nei tempi che non per niente volgevano
-rapidamente alla decadenza della libertà e della Repubblica, piacque
-a parecchi ravvisare allusioni contemporanee. Naturalmente io non
-sono padrone delle interpretazioni altrui: e se v'ha chi crede si
-possano applicar le mie parole, si serva. Vuol dire che Clistene,
-lo svenevole bellimbusto satireggiato da ARISTOFANE, in tutti i
-tempi ha fatto scuola: e se v'hanno giovani in Italia a cui paia di
-ravvisare nel ritratto sè medesimi, me ne rincresce e auguro alla
-mia patria gioventù migliore. Ma che le parole di Aglae siano a ogni
-modo un ritratto esattissimo di certa gioventù d'Atene de' tempi
-suoi, su questo non cade dubbio; e rimando chi voglia accertarsene ad
-ARISTOFANE, specialmente alle _Nubi_, v. 961 eseguenti; a ISOCRATE,
-nell'_Areopagitica_, e a TEOFRASTO, _Caratteri_. — Cfr. DIONE CRISOST.,
-_Regno_, pag. 167.
-
-[174] πολλ’ ἠπίστατο ἔργα, κακῶς δ’ἠπίστατυ πάντα (PLATONE, I,
-_Alcib._) _sapeva molte cose, ma le sapeva tutte male_ — così l'omerico
-proverbio girava per Grecia intorno a _Margìte_, protagonista di un
-poema antichissimo (forse il più antico esempio di poesia comica),
-non pervenuto a noi, e che ARISTOTILE attribuisce ad OMERO. Era il
-tipo comico di un solennissimo sciocco che presume di saperla lunga; e
-commette, credendo dar prova di finissimi accorgimenti, stolidaggini
-d'ogni genere; era forse o senza forse il lontanissimo arcavolo
-di Bertoldino. — E il nome usavasi, tra' Greci, per antonomasia, a
-sinonimo d'imbecillità. «Una tal cosa (una così enorme stoltezza) non
-l'avrebbero commessa neppure Ercole impazzito, e neppure Margite il
-più stolido di tutti gli uomini». IPERIDE, _Framm._, 155, 5. «Credi
-di parlar con un Margite, per darmela a bere così grossa?» LUCIANO,
-_Ermotimo_.
-
-[175] Cfr. ARISTOF., _Nubi_, v. 986.
-
-[176] Cfr. ARISTOF., _Rane_, v. 718-726.
-
-[177] Vedi la orazione contro Neera, che, sia essa o non sia di
-DEMOSTENE, rimarrà sempre uno dei quadri più interessanti e istruttivi
-della vita privata ateniese nel secolo quarto av. l'E. V. «Prima
-voglio narrarvi come Neera fosse in balìa di Nicarete (_una padrona
-di postribolo_) e come facesse traffico del corpo suo per chi volesse
-averne diletto. Or convien sapere che Lisia il sofista era amante di
-Metanira (_altra delle ragazze alunne dello stabilimento d'_educazione
-_di Nicarete_) e volle, oltre i dispendî che faceva per lei, iniziarla
-nei misteri: pensando che tutte le altre spese andavano a guadagno
-della padrona, ma i danari della festa avrebbero profittato alla
-ragazza. A questo effetto pregò Nicarete di condurre seco alla festa
-dei misteri Metanira, per esservi iniziata. E queste vennero: ma
-Lisia non le introdusse nella propria casa, per vergogna della moglie
-che aveva (_meno male! che marito prudente!_), e ch'era figliuola di
-Brachillo e nipote sua, e della madre già vecchia che abitava con lui.
-Condusse invece Metanira e Nicarete nella casa di Filostrato Colonete,
-giovine scapolo e amico suo. E venne in compagnia di esse questa Neera
-che già aveva messo la sua persona a guadagno». (DEMOST., _C. Neera_,
-1351-1352). O non sembra una pagina di costumi odierni, dello Zola?
-
-[178] Πῖθ’ ἑλλέβορον, _bevi elleboro_, ARISTOF., _Vespe_, v. 1489.
-Molto usavano gli antichi l'elleboro per medicina de' matti e de'
-farneticanti: indi il modo proverbiale tra loro: «Tu sei matto, o
-Tantalo, e par che davvero hai bisogno di bere una buona dose di
-elleboro». LUCIANO, _Dial. dei morti_, 17. Cfr. ibid., 13. «Perchè
-con l'elleboro non ti cavi la pazzia?» DEMOST., _Corona_. «Di elleboro
-hai d'uopo, e non di quel vulgare, ma proprio di quello della focense
-Anticira, tanto sei fuor di te stessa». ALCIFR., _Lett._, III, 2.
-Anticira nella Focide era nota per la gran copia di elleboro. _Tribus
-Antyciris caput insanabile_, ORAT., _ad Pison._
-
-[179] Scriveansi su le colonne i nomi dei cittadini illustratisi
-per alte gesta o eccezionali benemerenze, in pace o in guerra; come
-si legge essersi fatto per Conone «al quale solo fu scolpita nella
-colonna questa iscrizione: _Dopo che Conone ebbe liberato i collegati
-dagli Ateniesi._» DEMOST., _Contro Leptine_. Ma nella stessa orazione
-è accennata una iscrizione ricordante i beneficî resi alla città da
-Leucone, governator del Bosforo, per aver soccorsa Atene di granaglie
-nella carestia, e favoriti i mercanti ateniesi: «e affinchè durasse la
-memoria in esempio scolpiste le iscrizioni su le colonne nel Pireo e
-nel Tempio». E ancora iscrivevansi sulla colonna i nomi dei cittadini
-che per chiari servigi resi alla città con l'armi o col consiglio
-ottenevano, fra altre ricompense, anche la esenzione dai pubblici
-incarichi (liturgìe) — come da un decreto di Alcibiade nella stessa
-orazione ricordato. (Delle ricompense ai benemeriti, semplicissime e
-rare nei migliori tempi della repubblica, moltiplicatesi e divenute
-costose col decadere delle antiche virtù, ho parlato già altrove, nella
-monografia _Alcibiade e il secolo di Pericle_).
-
-[180] «Giusto mi pare l'antico proverbio: _Se vedi un sasso guarda
-ben sotto che forse non vi sia un oratore che ti morda_». ARISTOF.,
-_Tesmof._, v. 529. Il proverbio veramente non diceva _un oratore_, ma
-_uno scorpione_: la sostituzione satirica di ARISTOFANE caratterizza
-la manìa delle pubbliche e private accuse, che invadeva lo Pnice e i
-tribunali.
-
-[181] πομπαῖος, _guidatore dell'anime dei morti_ (EURIP., _Ajace_, v.
-832); altro dei molti appellativi di Mercurio, detto, come tale, anche
-_sotterraneo_, κθονιος, AR., _Rane_, 1126, 1145.
-
-[182] ἐσκόπει ο Μενεκλῆς ὃπως... ἔσοιτο αὐτῷ ὃστις ξῶντά τε
-γηροτροφήσοι καὶ τελευτήσαντα δάψοι αὐτὸν καὶ εἰς τὸν ἔπειτα χρόνον τὰ
-νομιξόμενα αὐτῷ ποιήσοι... — ISEO, _Ered. di Mènecle_, § 10.
-
-[183] «Io m'aspetto che i fiumi vadano all'insù, mentre tu alla tua
-età e con una caterva di figli ti se'invaghito di una suonatrice...»
-ALCIFR., _Lett._, III, 33. «Tornano all'insù de' sacri fiumi le
-sorgenti». EURIP., _Medea_, 410.
-
-[184] La ospitalità data da Atene a Pelopida e agli altri profughi
-tebani ivi postisi in salvo allorchè Tebe venne in mano ai Lacedemoni
-(v. atto I, nota 15), doveva naturalmente riuscire — anche per la
-vicinanza di Atene a Tebe — più che sospetta e molesta agli oligarchi
-tebani ed a Sparta. «Inteso avendo Leontide (un degli oligarchi) che
-gli esiliati se ne stavano in Atene, cari alla moltitudine e onorati da
-tutti gli uomini onesti e dabbene, tese loro insidie nascostamente... I
-Lacedemoni scrissero pur lettere agli Ateniesi, ingiungendo ad essi di
-non accogliere nè incitar più oltre quegli esuli, ma scacciarli dalla
-città, come dichiarati per nemici comuni dagli alleati. Gli Ateniesi, e
-per indole umana e per antichi obblighi di gratitudine, punto a' Tebani
-ingiuriosi non furono. Peraltro, Pelopida, incitava i profughi e dicea
-loro come bella nè pia cosa non era che trascurassero la patria in
-servitù, e paghi solo dell'esser salvi, pendessero dalle determinazioni
-degli Ateniesi (di scacciarli sì o no), sempre alla mercè di que'
-parlatori facondi che atti erano a persuadere il popolo...» PLUTARCO,
-in _Pelopida_.
-
-[185] Cfr. TUCIDIDE, I, 26; ESCHILO, _Supplici_; EURIPIDE, _Supplici,
-Eraclidi_, ecc.
-
-[186] Cfr. ARISTOF., _Lisistrata_, v. 285; DEMOST., _Corona_, 297.
-
-[187] Νῦν προς ἔμ’ ἴτω τις, ἵνα μή ποτε φάγη σκόροδα, μηδὲ κυάμους
-μέλανας ARISTOF., _Lisistr._, 690.
-
-[188] «_Fedra_. Che cos'è questa cosa che dicono degli uomini, _amare?_
-— _Nutrice_. La più soave, o figlia, e la più acerba cosa insieme».
-EURIP., _Ippol._, v. 347-8.
-
-[189] ESCHILO, _Persiani_, v. 133-139, v. la versione del Bellotti,
-qui, in bocca di Cròbilo, raccorciata.
-
-[190] «_È giusto difendere anche la causa del lupo_», proverbio.
-PLATONE, _Fedro_.
-
-[191] Tutti gli anni, nelle feste Apaturie, uno o più giorni eran
-consacrati alla iscrizione delle nascite avvenute nel corso dell'anno.
-I figli nati di giuste nozze (da padre e madre cittadini) venivano
-introdotti nella _fratria_ o curia del padre, e previo rito sacro, e
-dato dal padre giuramento della legittimità della nascita, venivano
-dal capo della fratria iscritti nel registro della stessa; la quale
-iscrizione era il documento della legittimità ed equivaleva alle nostre
-dichiarazioni di nascita all'ufficio di stato civile. (SCHÖMANN, _Ant.
-Jur. Pub._, 193). — Cfr. DEMOST., _C. Eubulide_, 1313, 1315. ISEO,
-per _Eufileto_, § 3. Questa iscrizione usavasi anche a legittimare gli
-adottati. (DEMOST., _C. Macartato_): e non è da confondere con l'altra
-iscrizione, sui registri lessiarchici, dei giovani ateniesi pervenuti
-all'età di 18 anni: che conferiva l'esercizio dei diritti civili e di
-una parte dei politici.
-
-[192] SOFOCLE, _Edipo a Colono_, v. 1655-6.
-
-[193] Nella _Lisistrata_ di ARISTOFANE un coro di vecchi, per fare
-istizzire le donne, racconta: «C'era una volta un giovine di nome
-Melanione, il quale, fuggendo le nozze, andò nel deserto e sui monti:
-ivi dava la caccia alle lepri, tendeva le reti e aveva un cane: e per
-odio contro le donne non fece più ritorno alla sua casa. E noi non
-siamo men casti di Melanione». LIS., 785 seg. E al coro dei vecchi,
-nella stessa scena, il coro delle donne, di ripicco, risponde: «C'era
-una volta un certo Timone, uomo implacabile, avvolto la faccia in
-ispide spine, progenie delle Furie. Questo Timone se ne fuggì per odio,
-imprecando molte cose alli uomini malvagi. Così egli odiava voi uomini
-sempre malvagi... _ma delle donne era amantissimo_». _Lis._, v. 808
-seg.
-
-[194] Superfluo qui osservare, intanto che me ne ricordo, una volta per
-tutte, con l'autore dell'_Anacarsi_ (v. 28) che la vita ritirata delle
-donne ateniesi nel gineceo non deve poi intendersi per quella completa
-clausura che hanno creduto taluni: e non impediva loro di ricevere in
-casa i parenti e quegli amici del marito ed estranei che dal marito
-ne aveano il consenso. — Nella _Lisistrata_ di ARISTOFANE c'è anche di
-meglio: e il _provveditore_ si lamenta che sian gli stessi mariti che
-procacciano alle mogli certe distrazioni: «Noi uomini abbiamo aiutato
-le donne a diventar malvagie. Noi andiamo alle botteghe degli artieri
-e diciamo: orefice, della collana che mi avevi fabbricata, ballando
-ier sera la mia donna, cadde la ghianda del fermaglio. Io devo navigar
-per Salamina. _Tu se hai tempo fa in ogni modo di recarti da lei verso
-sera_, e riponle la ghianda al luogo suo. Un altro ad un calzolaio
-giovine... così parla: o calzolaio, la correggia preme alla mia
-donna il dito mignolo del piede che è tenero assai. _Tu va a lei sul
-mezzogiorno_, e rilassala alquanto, sicchè si faccia più larga. E così,
-da queste cose hanno origine quell'altre somiglianti...» _Lisistr._, v.
-404-420.
-
-[195] «Meglio un amico sulla terra e innanzi ai nostri occhi che un
-tesoro sotterra e lungi da noi». MENANDRO, _Citarista_, fr. 3. «Nulla
-è più prezioso di un amico sicuro: nè ricchezza, nè regno». EURIP.,
-_Oreste_, v. 1155.
-
-[196] «Quando tu mi parli, tagli la fiamma, soffii nella rete, ficchi
-un chiodo nella spugna». ARISTEN., _Lett._, II, 20.
-
-[197] κοινὰ γὰρ τὰ τῶν φιλων Così Pilade a Oreste, in EURIP., _Oreste_,
-v. 735 — verso passato in uso proverbiale. Cfr. ALCIFR., _Lett._, I, 7.
-ENEA SOFISTA, _Lett._, VI. PROCOP. SOF., CXIX.
-
-[198] ARISTEN., _Lett._, I, 17.
-
-[199] ARISTOF., _Ecclesiazuse_, v. 597 seg., 605 seg. Cfr. il _Pluto_.
-
-[200] Nei cassettoni e negli armadi delle vesti e biancherie usavano
-metter pomi, per dar a quelle il buon odore. Indi il coro delle _Vespe_
-in ARISTOFANE: «Di que' poeti che studieranno dire e trovar cose nuove,
-tenete in serbo le sentenze e riponetele nelle arche insiem coi pomi
-(ἐσβαλλετε τ’ ἐς τὰς κιβωτοὺς μετὰ τῶν μήλων). Se farete ciò per l'anno
-intero, le vostre vesti avranno odore di senno». _Vespe_, 1055-59.
-
-[201] «_E l'adultero perirà con un bel rafano nel di dietro_.» ALCIFR.,
-_Lett._, III, 62.
-
-Varie e severe _ab antico_ in Atene le pene che colpian l'adulterio
-(μοιχεία) consumato e tentato, adultero e adultera in una. Mi limito
-a qui raccogliere, coordinandole, le disposizioni principali del
-diritto penale ateniese su la materia — i limiti di queste note non
-assentendomi più lungo discorso.
-
-Tralascio parlar delle pene circa i mariti adulteri. Dacchè le leggi
-permettevano ai mariti il commercio con le meretrici e il tener
-concubine per averne prole, anco legittimabile (DEM., _C. Neera, C.
-Aristocr._): e la domanda di divorzio, fatta dalla moglie in persona
-davanti all'arconte promovendo azione per maltrattamenti (κακώσεως
-δίκη), era la sola risorsa e sanzione penale che alle mogli restava
-contro il marito infedele.
-
-Passo alle donne adultere e ai loro drudi.
-
- UOMINI ADULTERI.
-
-§ 1. Solone con legge «permise uccidere l'adultero a chi lo cogliesse
-sul fatto» PLUT., _Sol._
-
-«Fu colto (Agorato) in flagrante adulterio (ἐλήφθη μοιχός) pel qual
-delitto la legge scrive la morte in pena». LISIA, _C. Agor._, 66.
-
-Eufileto all'adultero Eratostene da lui sorpreso nella stanza
-conjugale: «Non io sto per ucciderti, ma la legge della città che tu
-per lascivia dispregiasti». LISIA, _Uccis. Eratost._, 26.
-
-§ 2. Adulterio, e come tale punito, non era quello solo commesso colla
-moglie. «Se alcuno ucciderà un altro cogliendolo presso la moglie, o
-_la sorella_, o _la concubina mantenuta per averne figliuoli_, non sarà
-reo d'omicidio». (DEM., _C. Aristocr._, 637).
-
-«All'Areopago è prescritto non condannar per uccisione chi colse
-l'adultero presso la moglie sua. E questo il legislatore stimò giusto
-_tanto per le mogli legittime quanto per le concubine_ (παλλακαῖς):
-certo, se avesse avuto pene più gravi per la violazione delle mogli,
-le avrebbe poste: maggiori dell'uccidere non avendone, irrogò la stessa
-per adulterio con moglie o concubina del pari». LISIA, _Ucc. Eratost._,
-30, 31.
-
-§ 3. Adulterio, e come tale passibile di morte, intendevasi quello
-preceduto da seduzione. Stuprare una moglie, violentandola, era reato
-minore e punito di sola multa. «La legge comanda che se uno avrà
-stuprato a forza uom libero o fanciullo paghi multa doppia che se
-stuprasse un servo: se poi avrà stuprato a forza una donna maritata,
-sopra le quali è permesso uccidere l'adultero colto in fatto, incorra
-la multa medesima. Tanto, o giudici, quei che aggrediscono colla forza,
-il legislatore stimò degni di minor pena di quei che ricorrono alle
-blandizie persuasive: poichè quelli dannò nel capo, questi con multa
-sola». LISIA, _Uccis. Eratost._, 32.
-
-§ 4. Se non ucciso sul fatto, poteva l'adultero essere punito con altre
-pene e tradotto in giudizio. Esigevasi però sempre per le stesse e per
-la traduzione in giudizio _la flagranza_. «έλήφθη μοιχὸς», LISIA, _C.
-Agor._, 26. «ἐφ ῇ ἂν μοιχὸς ἄλω». DEMOST., _C. Neera_, 1374. — «μοιχὸς
-ἑάλω... ἄνθρα ἐν ἄνθροις (_membra in membris_) ἒχων» LUC., _Eunuc._ —
-«_Et hoc est quod Solon et Draco dicunt:_ ἐν ἒργῳ». ULPIANO.
-
-§ 5. La flagranza riguardava l'adulterio non solo consumato, ma anche
-tentato, e non compiuto per circostanza indipendente dalla volontà
-dell'adultero. «Punisce la legge come adultero non solo chi commise in
-fatto l'adulterio ma anche chi lo volle o tentò (βουληδέντα)» — MASSIMO
-TIR., _Diss._ II.
-
-§ 6. Il marito che non uccide l'adultero, e intende punirlo d'altra
-pena, si impossessa della persona dell'adultero legandolo: o
-rilasciandolo libero, solo dietro malleveria. Su la legittimità
-della cattura, e quindi sul merito dell'accusa d'adulterio, decide
-il tribunale. «Se alcuno avrà messo ingiustamente i lacci ad un
-altro come adultero, questi lo accusi ai Tesmoteti: e _se_ vincerà e
-apparirà legato ingiustamente, sia libero, e sciolti i mallevadori da
-obbligo; se invece è chiarito adultero, i mallevadori riconsegninlo
-all'accusatore». — DEM., _C. Neera_, 1367.
-
-§ 7. Le pene sussidiarie, _in luogo e vece dell'uccisione_, sono
-a piacer del marito o _pecuniarie_ o _corporali_. Può il marito
-accontentarsi di una multa. «_È legge l'adultero multarsi in danaro_».
-ERMOGEN., _De invent._, II, 1. — «_È legge l'adultero pagare o
-morire_». — AUCT. _Probl. Rhet._ «E quegli (l'adultero Eratostene)
-mi prega, mi supplica di non ucciderlo, _ma di ricever denaro_ in
-componimento». LISIA, UCC. ERAT., 25. «Stefano sorprende Epeneto come
-adultero e gli estorce trenta mine: delle quali avuti mallevadori,
-lasciò andar libero Epeneto, tenendosi certo del danaro». DEM., _C.
-Neera_, 1367.
-
-§ 8. Le pene corporali, in luogo dell'uccisione, potean essere di
-vario genere a piacer del marito: e inflitte nello stesso recinto del
-tribunale giudicante sulla legittimità della cattura. «Se è chiarito
-adultero, i mallevadori riconsegninlo all'accusatore, il quale, lì
-nello stesso tribunale _può far su di lui, purchè senza spada, ciò che
-vuole, secondo conviensi ad adultero_». (ἄνευ ἐγχειριδιου χρῆσθαι ὄ τι
-ἄν βουληθῆ ως μοιχῳ). DEMOST., _C. Neera_, 1367.
-
-§ 9. Nella antecedente designazione sono comprese le pene:
-
-α. _dell'accecamento._ «Stabiliva la legge potersi impunemente accecare
-(τυφλοῦσθαι) l'adultero colto in fatto». AUCT., _Probl. Reth._, c. 58.
-«_Adulteros deprehensos licet excœcare_». CUR. FORTUNATIANUS, _Rhet.
-Scol._
-
-β. del _marchio_ rovente. «ἔξεστι στιξειν τοὺς μοιχούς». HERMOG.,
-_Part. Stat._ — νόμος τὸν μοιχὸν στιξειν. MARCELLINUS.
-
-γ. del _rafano_ (ῥαφανιδωσις). Faceasi star carponi l'adultero e
-pelategli le natiche con cenere calda, gli si ficcava nel podice un
-rafano de' più grandi. SUIDA, alle voci ραφανιδωθὴναι e μοιχὸς. —
-ALCIFR., _Lett._, III, 62. — In luogo di un rafano si usava anche un
-pesce detto _mugile_. CATULLO, carm. XV.
-
-§ 10. Il marito che _uccide_ con pene corporali l'adultero non ucciso
-sul fatto, risponde di omicidio. — ἄνευ ἐγχειριδίου, DEMOST., _C.
-Neer._, loc. cit. «Chi bollando l'adultero, lo uccide, è reo di
-omicidio». HERMOG. e MARCELL., loc. cit.
-
-§ 11. È condannato il medico che cura gli adulteri, castigati col
-marchio o col rafano. «’Ιατρὸς, τὰ τῶν μοιχῶν ίώμενος στίγματα,
-κρίνεται» SOPATER.
-
-§ 12. Vietato è all'adultero l'ingresso ne' templi. SOP., _in Hermog._
-
- DONNE ADULTERE.
-
-§ 13. Lecito è uccidere l'adultero (colto sul fatto) e l'adultera
-insieme. HERMOG., _Part. St._ — MARCELLINUS, in CICER., _Rhetor._, II.
-
-§ 14. Il marito che non uccide l'adultera (colta in fatto) è però
-obbligato a ripudiarla. «Quando abbia sorpreso in fatto l'adultera, chi
-la sorprende non potrà più dimorare con la moglie: e se dimorerà con
-essa, sia punito d'infamia». DEMOST., _C. Neer._, 1374.
-
-§ 15. La donna adultera ripudiata non ha dritto alla restituzione della
-dote. «_È legge che la dote dell'adultera_ resti al marito». SOPATER.
-_Divis. Quæst_. Cfr. LIBANIUS, _Declam._, 35. — «Trovando la moglie non
-costumata e reputandosi ingannato, la scacciò, gravida, di casa e non
-le restituì la dote». DEMOST., _C. Neera_.
-
-§ 16. «_Legge dell'adulterio._ Nè alla moglie (per adulterio ripudiata)
-sia lecito entrar nei pubblici templi, se è stata trovata col drudo:
-e se vi entri, ognuno possa maltrattarla a piacere, tranne che
-ucciderla». DEMOSTENE, _C. Neer._, 1374. «Perciocchè, se una donna è
-stata colta con l'adultero, non può più entrare nei templi per vedere
-e supplicare, come può fare una straniera e un'ancella, a cui lo
-consentono le leggi. E se le adultere vi entrano in onta alle leggi,
-ognuno può maltrattarle a suo talento, purchè non le uccida. E se la
-legge eccettuò la morte, mentre volle impune ogni altro maltrattamento,
-questo fece perchè non volle contaminati i templi». DEMOST., _C.
-Neer._, ibid. «Solone, dei legislatori il più glorioso, scrisse all'uso
-antico decreti solenni sul buon costume delle donne. Imperocchè alla
-moglie presso la quale sia stato sorpreso l'adultero non consente
-adornarsi, nè entrare nei pubblici templi, affinchè con la sua presenza
-non corrompa le donne oneste. Che se vi entri e se si abbigli, ordina
-al primo capitato di lacerarle le vesti e di strapparle gli ornamenti
-e di batterla, purchè non la uccida nè la ferisca. Così il legislatore
-vitupera questa donna e le crea una vita peggior della morte». ESCHINE,
-_C. Timarco_, § 183.
-
-§ 17. La moglie accusata d'adulterio può discolparsi dando il
-giuramento d'innocenza al pozzo di Callicoro. «A Mnesiloco Peanese
-scopersi le impudicizie di sua moglie: ed egli che aveva ogni modo di
-appurar la cosa (o uom proprio di zucchero!) ripose tutto nell'affar
-del giuramento. Pertanto la donna condussero al pozzo di Eleusi detto
-Callicoro: ivi spergiurò e del delitto purgossi». ALCIFR., _Lett._,
-III, 69.
-
- SUI LENONI.
-
-§ 18. Ai lenoni era inflitta la morte. «Solone comanda accusarsi i
-lenoni, e convinti dannarsi nel capo: perchè alle persone desiderose
-di peccare ma vergognose e dubbiose di trovarsi insieme, danno
-sfacciatamente e per prezzo occasione ed agio al delinquere». ESCHINE,
-_C. Timarco_.
-
-[202] Vedi nota antecedente sotto il numero 11.
-
-[203] Cfr. l'orazione di Lisia, in difesa di Eufileto, sulla _Uccisione
-di Eratostene._
-
-
-
-
-ATTO TERZO
-
-
-ATTO TERZO
-
- Scena come nell'atto precedente
-
-
-SCENA I.
-
-MÈNECLE _e_ DÀMOCLE _tebano_.
-
-
-DÀM. Mènecle, i profughi lasciano questa notte Atene; ma le tue parole
-di ieri all'assemblea rimarranno scritte nel cuore dei Tebani.
-
-MÈN. Tebe e i suoi profughi nulla mi devono. Tebe accolse me profugo al
-tempo dei 30 tiranni; ho sciolto il debito della ospitalità. In quanti
-partite?
-
-DÀM. Pelopida, io ed altri dieci. Il resto dei profughi attenderà, per
-seguirci, nostre notizie al confine[204].
-
-MÈN. Lo sapete che in Tebe i tiranni son sulle guardie, che la città è
-ben munita, e che la impresa vostra è temeraria?
-
-DÀM. Le nostre braccia sono gagliarde, i nostri petti sono sicuri, le
-armi imbrandite per i Lari sono sante. Giove le guiderà.
-
-MÈN. E Giove dunque vi protegga. Bravi figlioli! Vorrei aver vent'anni
-di meno per essere con voi!... E avrò vostre nuove?
-
-DÀM. O da Tebe liberata... o dagli inferni.
-
-MÈN. (_lo abbraccia_) Addio. (_Dàmocle esce_) Moriranno tutti ma
-moriranno bene.
-
-
-SCENA II.
-
-MÈNECLE _solo._
-
-
-(_Passeggia meditabondo_) Ora a colei... Quel maledetto sospetto
-non mi dà tregua. Poc'anzi la fantesca parea sulle mosse. Blèpo sarà
-ancora alla guardia... Decisamente non mi riconosco più. È bastato
-quel sospetto molesto per mandare i miei buoni propositi all'aria!...
-E Giove scrutatore dell'anime m'è testimonio s'essi eran sinceri!...
-Ci tenevo tanto alla soddisfazione di poter dire: ho schiuso io nuove
-gioie, nuovi orizzonti al di lei cuore! Se ella invece ci ha già
-pensato da sè, la mia diventa una generosità da far ridere Atene alle
-mie spese...
-
-
-SCENA III.
-
-MÈNECLE _e_ BLÈPO.
-
-
-MÈN. (_ansioso_) E così?...
-
-BL. La vecchia è in trappola.
-
-MÈN. Da quando?
-
-BL. Ora, ora. Usciva di casa frettolosa: e io salto fuor dal vestibolo:
-_Alto là, gentil comare, arresta il passo, e vieni un momento con me._
-E lei: _Impertinente! Sgombra dai piedi! Devo andar per la padrona!_
-Ed io, prendendola delicatamente: _Anderai dopo; intanto (comicamente
-declamando) inoltra, inoltra Alceste nella reggia d'Admeto!_ E lei:
-_Se non mi lasci la pagherai! — Io te lasciar? giammai!... Vieni, o
-fanciulla, e al mio signor rispondi — e dammi il foglio che nel grembo
-ascondi!_
-
-MÈN. (_irritato_) Ah! la finisci?...
-
-BL. Ho finito.
-
-MÈN. E il foglio?
-
-BL. È qua (_Mènecle afferra ansioso il foglio_).
-
-MÈN. E la vecchia?
-
-BL. È là.
-
-MÈN. Entri! (_passeggia, concitato, stringendo il foglio con mano
-convulsa_) Per i fulmini di Giove! non eran dunque sospetti... (_fa per
-aprire il foglio, poi si arresta_) ho paura di aprirlo. Sentiam costei!
-
-
-SCENA IV.
-
-MÈNECLE, TRATTA _e_ BLÈPO.
-
-
-TR. (_ancora di dentro, piangente, trascinata da Blèpo_) Santissime
-dee! Mi vuoi lasciare, furfante!...
-
-BL. (_di dentro, declamatorio_) Calma, calma, o fanciulla! Umana cosa
-è il pianto! (_entra, tenendo per un braccio la vecchia_) Ecco, o
-padrone, la vezzosa Tratta...
-
-TR. (_a Blèpo_) Scoppia!...
-
-BL. ... che da un'ora mi tormenta, perchè vuole parlare con te. (_a
-Tratta, con far tragico_) Parla! favella!
-
-TR. (_piagnucolando_) O padrone! padrone! lo giuro a Venere che non
-ho fatto nulla e costui mi ha indegnamente maltrattata! (_Blèpo fa
-gesti comici negativi, come scandalizzandosi dell'asserzione_) Fammi
-ragione...
-
-MÈN. Comincia a dar ragione di te mezzana indegna!... Scegli tra lo
-staffile e il dire la verità...[205].
-
-BL. (_ripetendo con far tragico_) Scegli!
-
-TR. O padrone, sì la dirò, la verità, ma ne attesto le Dee che
-sono innocente! Io glie lo davo il foglio, e questo sfrontato senza
-lasciarmi tempo, ha allungato apposta le mani sul mio seno...
-
-BL. Seno, lo chiama! Non le credere...
-
-MÈN. (_a Blèpo_) Taci, furfante. Esci. (_imperioso_)
-
-BL. Ecco la ricompensa!... (_va via declamando_)
-
- _E fuor di casa le fantesce indegne_
- _Van del marito a trafficar lo scorno!..._[206].
-
-Seno, lo chiama!...
-
-
-SCENA V.
-
-MÈNECLE _e_ TRATTA.
-
-
-MÈN. Alle corte. E bada a non mentire. Da quanto tempo fai questo
-ufficio di... Iride messaggiera?
-
-TR. Che le Furie mi portino via, se non è questa soltanto la seconda
-volta.
-
-MÈN. Ah!... (_frenandosi_) E quando... la prima?
-
-TR. L'altro ieri.
-
-MÈN. (Il cuore me lo diceva!) E, n'è vero... da Cròbilo?
-
-TR. Sì, padrone.
-
-MÈN. E Aglae t'avrà detto di non dir nulla...
-
-TR. Oh no! niente la mi disse...
-
-MÈN. Ed ora da Cròbilo ci tornavi...
-
-TR. No, no, padrone...
-
-MÈN. Come no? Questo foglio non lo portavi a Cròbilo?
-
-TR. No.
-
-Mèn. Neghi ancora? A chi dunque, sfacciata? O confessa, o...
-
-TR. A Elèo.
-
-MÈN. (_balzando di sorpresa_) Elèo?!! Eh? O quanti ne ha? Elèo?...
-(_lunga pausa. Mènecle si passa la mano sulla fronte, guarda la
-vecchia, guarda il papiro, fa per isvolgerlo, trema di svolgerlo,
-s'arresta ancora_) No... no... tu menti... non è possibile!
-
-TR. Buttami dalla torre del Ceràmico[207] se non è vero che ad Elèo lo
-portavo...
-
-MÈN. (_con accento lungo, doloroso_) Anche Elèo!... (_si copre,
-angosciato, delle mani il volto: poi, cupo, a Tratta_) Va. Più tardi
-con te aggiusteremo i conti... Blèpo!... (_a Blèpo che si affaccia_)
-Tieni costei sotto custodia!...
-
-TR. Venere santa!
-
-BL. Non temere... (_trascinandola via_) Venere ti ascolterà... Io
-attentare al tuo onore!... (_escono continuando la vecchia a lamentarsi
-e Blèpo a sermoneggiarla_).
-
-
-SCENA VI.
-
-MÈNECLE _solo_.
-
-
-(_Passeggia concitato, stringendo febbrilmente il papiro, e dando in
-rotte esclamazioni_) Eppure l'accento di colei non mentiva... Elèo!...
-Elèo ch'io credevo il più leale dei giovani!... Ch'io amavo, e da
-cui mi credevo amato come da un figlio!... Ma a questa mia età, non
-vi è dunque più un solo volto d'amico, un solo affetto sincero sulla
-terra?... Povero imbecille!... i giovani hanno fretta e non aspettano
-che la mano gelida di un vecchio rechi loro la felicità! se la pigliano
-da sè... (_terge una lagrima_) Eppure costava loro sì poco l'attendere!
-Glie l'avrei ritardata di sì poco!... Addio, mio bel sogno!
-Coraggio!... (_apre la lettera_) È proprio lui!... (_Si butta a sedere
-e riprende a leggere. Sul principio della lettura, legge forte il_
-GRAZIE DELLA TUA _con cui comincia e che gli strappa un'esclamazione
-e un movimento d'ira: poi riprende convulso la lettura, ma subito alle
-parole successive la sua fisonomia comincia a rasserenarsi e gli sfugge
-qualche esclamazione rotta di commozione e di sollievo_).
-
- «Elèo!...
-
-«Grazie della tua. Se verrai oggi, sia dunque la tua venuta per dirmi
-addio, in presenza dì Mènecle _nostro..._ (_a sè, commosso_) (Sono
-ancora il loro Mènecle! Meno male!) Sì, io ti ringrazio di avere
-sentito alla stessa ora, nel cuor tuo, la parola che a me veniva
-sul labbro. Aglae ed Elèo non devono più incontrarsi sotto lo stesso
-tetto, fino a che Mènecle vive (_fra sè, approvando, con inflessione
-fra comico e intenerito_) (Ciò è onesto!) Ah sì, mio Elèo, noi non
-possiamo obliarlo ciò che dobbiamo a quella testa canuta. (_Mènecle
-si asciuga una lagrima_) Ed io più di te: tu lo sai, tu, testimone
-della sua astuzia magnanima, per indurmi a riprendere una libertà,
-che facesse lieti i miei giorni serbando illibato il mio nome...
-(Come? come?) tu che meco leggesti il suo affettuoso addio... (Oh! i
-mariuoli!) (_Mènecle sorride di gioia e commozione_) O Elèo! Vide la
-Grecia eroi ed eroine, e sagrifici illustri: non mai ne vide di più
-veri e più nobilmente modesti! È dolce la morte per la patria, sapendo
-di dare ai secoli il nome: è dolce a vent'anni la morte per la donna
-amata, sapendo di averne l'amore: nessun Greco dai capelli bianchi
-affrontò per una fanciulla ciò che è ben peggio della morte: vivere
-vecchio, solo e sconsolato. (_Mènecle vinto dall'emozione, s'asciuga
-una lagrima e sorride_) (Ma come sa scrivere quella birichina!) Oh,
-io rimarrò con Mènecle fino all'ultimo de' suoi giorni... (Se io lo
-permetterò!) superba che tu mi approvi... (Ah lui approva! Bravo!)
-Farò di tutto per consolare quell'anima generosa che ha amato troppo
-in gioventù per non sentir bisogno di qualcosa che le rammenti il
-passato. Vedi, ieri, col solo aver dato al suo cuore la occupazione
-della gelosia... (La briccona!) il povero vecchio pareva tutto
-cambiato: a quest'ora, scommetto, non pensa già più al suo triste
-disegno, inseguendo questa piccola cura che lo molesta e lo alletta,
-gli sveglia il ricordo di emozioni antiche. Forse già sospetta di
-Cròbilo: e io tollero per ora le visite di quell'imbecille... (Cròbilo
-fa progressi!...) che anch'oggi verrà... Ma non confondiam la commedia
-con le cose serie. Addio, Elèo, addio, amico. Gli Dei ti proteggano...
-e ti serbino un giorno... (Ti serbino...?) (_Mènecle che man mano verso
-la fine è venuto leggendo sempre più rapido e sicuro, con volto ilare
-e accento concitato per gioia ed emozione, giunto a questa parola,
-improvvisamente si arresta, ritorna scurissimo in volto e depone il
-foglio con espressione angosciosa. Una visibile lotta si combatte nel
-suo animo. Parecchie volte fa atto di padroneggiarsi per continuar
-a leggere il resto della frase, e altrettante esita. Infine con uno
-sforzo penoso ma risoluto pone l'occhio sulla carta, e alle parole
-che terminano la frase e la lettera balza in piedi con un urlo di
-gioia_)... all'onor della Grecia!» Ah! Molto ben detto.
-
-(_Mènecle, rasserenato, contento, passeggia su e giù discorrendo seco
-con vivacità febbrile_) Ma non si dirà mai che Mènecle a sessantacinque
-anni si è lasciato sopraffare in generosità da due fanciulli! E quella
-birichina che s'intende di burlarmi, la burlerò io!... Bravi figliuoli!
-Che Giove vi benedica — per il bene che volete a questo povero
-vecchio... (_dopo una pausa, intenerito_) e per quello che vi volete
-tra di voi! Quanto a quella buona lana di Cròbilo — l'imbecille Cròbilo
-— eh, se stesse a lui, non lo è poi tanto — farà i conti con Aglae... e
-con sua moglie... (_va all'uscio e chiama_) Blèpo!
-
-
-SCENA VII.
-
-MÈNECLE, BLÈPO _e_ TRATTA.
-
-
-MÈN. (_a Blèpo_) Conduci qua la vecchia. (_Blèpo esce_) Questa lettera
-a ogni modo è troppo bella e merita che Elèo la veda! Queste cose... a
-quell'età... fanno bene!... educano il cuore dei giovani!...
-
-BL. (_di dentro_) Coraggio! che il padrone è allegro! Tergi l'amaro
-pianto!...
-
-TR. (_ancora piagnucolosa_) Oh mio buon padrone...
-
-MÈN. Non tante smorfie... Riprendi questa lettera e riportala al suo
-destino. E Aglae non sappia che m'hai parlato.[208]
-
-TR. Sì, sì, padrone!
-
-BL. (_a lei che se ne va, nell'uscire assieme_) Vedi? «_dopo le nubi —
-nella reggia d'Admeto il sol risplende..._»
-
-TR. (_a Blèpo nell'andarsene_) Lo vedi se ero innocente, o birbante?...
-
-BL. (_fingendo indignarsi, con posa tragi-comica_) Fanciulla!...
-
-TR. Faccia da gufo!...
-
-BL. Vezzosa Venere!... io attentare al tuo seno!... (_vanno via
-bisticciandosi, la vecchia collerica e Blèpo gravemente canzonatorio_).
-
-
-SCENA VIII.
-
-MÈNECLE _solo_.
-
-
-Ed ora... Oh! il gnomone segna la nona... Se Cròbilo ha da venire, a
-momenti sarà qui. Adesso gli lascio più tranquillo il posto... e lo
-servo io... Ah, eccolo... l'_imbecille Cròbilo_... (_s'avvia ad uscire
-dalla porta interna, ch'è nel mezzo_) Non guastiamogli i progressi!...
-Quanto ai due ragazzi poi... (_Nello andarsene, si arresta ad un
-tratto, essendosi fermato il suo sguardo sopra una vecchia panòplia
-appesa alla parete. La sua faccia, dianzi rasserenata, si è rifatta
-seria, triste, pensosa. Sembra assorto in qualche improvvisa idea.
-Distacca macchinalmente dalla panòplia una vecchia spada, la sfodera,
-e l'esamina lungamente_) Quanta ruggine!... (_cogitabondo, brandisce
-due o tre volte la spada, squassandola, come per provar la forza
-del braccio. Poi, come soddisfatto della prova, con gesto rapido, la
-rinfodera, la rimette a posto, va concitato ad un tavolo, scrive poche
-righe, poi chiama_) Blèpo! (_Blèpo compare_) Questo a Pelopida!...
-(_gli consegna una tavoletta quindi va via ripetendo con accento di
-soddisfazione commossa_) Quanto ai due ragazzi poi... (_esce_).
-
-
-SCENA IX.
-
-CRÒBILO _solo_.
-
-
-(_Voce di fantesca di dentro_) Aspetta qui — verrà a momenti.
-
-CRÒB. (_si avanza guardingo, pauroso, dal peristilio a destra, in
-punta di piedi, spiando intorno_) La piazza è deserta. (_rassicurato_)
-Meno male!... (_tentennando il capo_) Curiosa! La mi fa venir qui —
-evidentemente è un convegno — e invece di ricevermi nelle sue stanze,
-la mi riceve nell'aula comune... Basta! speriamo avrà preso le sue
-misure... Non ci avrei nessun gusto di incontrar Mènecle. Mi squadrava
-ieri e mi contava quegli atti di ferocia, con una disinvoltura...
-Brrrr!... Mènecle sarà un buon amico, ma non è uomo mite nell'arte di
-governo... e non è quello il sistema di cattivarsi le popolazioni!...
-Ma già, nelle sue cose è un po' strambo... non l'ho mai capito troppo
-bene... Quello che capisco benissimo è che Aglae con lui non se la
-intende... Ah, ella è qui... Numi! come è bella! par Venere che esce
-dalle spume!
-
-
-SCENA X.
-
-CRÒBILO _e_ AGLAE.
-
-
-AGL. (_entrando con far cordialissimo, disinvolto_) Salute, buon
-Cròbilo!...
-
-CRÒB. (_misterioso_) Ssssss!...
-
-AGL. (_forte, mostrando sorpresa_) Che è?...
-
-CRÒB. Ssssss! (_sottovoce, facendole segno di parlar più piano_) C'è
-del nuovo.
-
-AGL. Nuovo di che?...
-
-CRÒB. (_con gesti_) Tu non sai...
-
-AGL. Che cosa?
-
-CRÒB. Mènecle... (_parla esitante, sconcertato dalla tranquillità con
-cui Aglae lo guarda_) ha dei sospetti...
-
-AGL. (_disinvolta_) Fa benissimo. È il dovere di un marito di averne.
-
-CRÒB. (_sconcertato_) Eh? (Cosa dice?...) E... tu...?
-
-AGL. E il dovere di una moglie è di lasciarglieli.
-
-CRÒB. (_tentennando il capo, fra sè_) (Comincio... a non capire). (_ad
-Aglae_) Ah... già...
-
-AGL. (_senza darsi per intesa della sua sorpresa_) Meglio in faccia
-a Giove custode dei giuramenti essere moglie sospettata... (_moto
-di compiacenza di Cròbilo_) ... anche ingiustamente... (_gesto di
-disappunto di Cròbilo_) dal marito, che essere marito ingiusto colla
-moglie...
-
-CRÒB. (_rasserenasi_) (Ora mi raccapezzo!) Ah sì! Mènecle è ingiusto,
-più che ingiusto... con te... (E governava le isole in quel modo...!
-Prudenza! Battiamo largo!...) Però, se egli pensasse a risarcire...
-
-AGL. Credi tu che gli anni di una fanciulla sciupati nella solitudine
-si risarciscano?... Tu non sai...
-
-CRÒB. So, so!... (Povera ragazza!) Ma tu sola non sei... vi hanno cuori
-che ti sanno compiangere...
-
-AGL. (_con accento vibratissimo, sdegnoso_) Compiangere?... Aglae non
-ha bisogno di compianto. Alla mia età, si sente; alla mia età si _ama_,
-intendi?...
-
-CRÒB. (_guardandola con compiacenza_) (Eh! come lo dice!...)
-
-AGL. (_incalzando_) Alla età mia, c'è qui dentro un cuore che batte,
-c'è un'anima che ferve, che soffre, che s'irrita, che ha bisogno del
-suo lembo di mondo e di cielo!... E quando la povera anima piange
-trovandosi al buio, quando si lagna perchè trovasi al chiuso... la _si
-compiange!_ Bel conforto! tenetevelo!
-
-CRÒB. (Ha ragione!) No... Aglae... senti...
-
-AGL. (_non dandogli retta, e in vista di sempre più accalorarsi_) No...
-non è questo che essa chiedeva! Questa oscurità mi intristisce: datemi
-la mia parte di luce! questo chiuso mi soffoca: datemi la mia parte
-di aria!... _Aprite! aprite! Questo volevo!..._ (_si abbandona come
-spossata dallo sforzo, su di una sedia: poi dopo una pausa, volgendosi
-a Cròbilo_) Oh, Cròbilo... perdona... mi dimenticavo e ti ho annoiato
-co' miei lamenti...
-
-CRÒB. Annoiarmi! ma va avanti!... ma va avanti! Parlano in tua bocca le
-Sirene!
-
-AGL. E or che ci penso, ho avuto torto di rispondere alla tua... e di
-farti venir qui...
-
-CRÒB. Perchè?
-
-AGL. Perchè il favore che avevo a chiederti...
-
-CRÒB. (_fra sè, malizioso_) (Pretesti!...).
-
-AGL. ... tu non puoi farmelo...
-
-CRÒB. (_concitato, insinuante, carezzevole_) Ecco... vedi... ciò si
-chiama essere ingiusti... Aglae, non hai mai udito dire che le anime
-colpite dalla stessa sventura tendono, per istinto, a ravvicinarsi? Io,
-dianzi, ti ascoltavo commosso...
-
-AGL. (_a parte_) (Brutto ipocrita!) E tu...
-
-CRÒB. E chi ti dice che anch'io non sia uno spirito sofferente che
-inseguiva uno splendido ideale, strappatogli dalla triste realtà? Il
-mio ideale era un'anima che comprendesse la mia... si chiamava: la
-bellezza, la felicità, l'amore...! la realtà si chiama... (_con voce
-cupa_) Mìrtala!...
-
-AGL. (_a parte_) (Qui ci vorrebbe lei!)
-
-CRÒB. Io, vedi, m'ero detto: Ecco, o Cròbilo, gli Dei t'hanno dato la
-generosità, la virtù...
-
-AGL. (la modestia...)
-
-CRÒB. ... tu hai da essi una bella missione nel mondo. Troverai sulla
-tua strada la menzogna, e la smaschererai; troverai la sapienza, le
-strapperai i segreti; troverai la gloria, le darai le corone; troverai
-la virtù, la assisterai; la sventura, la consolerai...
-
-AGL. (... tua moglie, la tradirai...)
-
-CRÒB. ... Aglae, tu sei sventurata... e mi vuoi togliere il conforto di
-esercitare sulla terra... la mia missione?
-
-AGL. Oh no... ma...
-
-CRÒB. Ne dubiti...
-
-AGL. No, ma, vedi, è una missione pericolosa la tua. L'ultima volta
-che fui a Corinto, passando in lettiga dalla piazza del mercato, vidi
-la casetta di Antifonte l'oratore, quello, sai, che Atene condannò
-a morte poco tempo prima di Socrate... E mi fermò la scritta che era
-ancora sulla porta: «_Ufficio di consolazioni. Qui dimora Antifonte, il
-quale ha la virtù di guarire con parole gli addolorati_...»[209] La tua
-missione medesima! e l'umanità glie n'è stata così riconoscente, che lo
-ha condannato a bere la cicuta...
-
-CRÒB. Alla quale noi rinunziamo! L'umanità è stata sempre ingrata. Ma
-Antifonte guariva con le parole... e non coi fatti...
-
-AGL. (_suggestiva, velatamente ironica_) E tu invece... _uomo di
-fatti_, sei!... Ma da quando questa missione il tuo buon demone t'ha
-suggerito di esercitarla?... Fino a ieri nulla ne seppi... e poi,
-Aglae, supposto avesse bisogno di un consolatore, vorrebbe prima
-accertarsi che sia quello veramente che ebbe quest'incarico dai Numi:
-che sappia indovinar nella sua anima ogni fremito de' suoi desiderî,
-ogni sussulto delle sue speranze, ogni lagrima dei suoi dolori...
-(_dopo dette queste parole con voce insinuantissima, mutando a un
-tratto bruscamente accento_) ... vedi bene che tu non puoi essere
-quello...
-
-CRÒB. (_vivissimo_) E se lo fossi?...
-
-AGL. Se lo fosti anche... non ne troveresti il tempo...
-
-CRÒB. (_incalzante_) E se lo trovassi?...
-
-AGL. (_fingendosi perplessa_) Se lo trovasti... (_con pentimento
-brusco_) E poi no...
-
-CRÒB. Mettimi alla prova...
-
-AGL. Davvero? E tu sai...
-
-CRÒB. So tutto.
-
-AGL. E acconsentiresti...
-
-CRÒB. Se acconsento!... (_fra sè, un po' sconcertato_) (Consentire??...
-che diamine?...)
-
-AGL. Oh grazie!... Perchè capisci... dal momento che tu sai tutto...
-
- (Batte su queste parole con insistenza maliziosa).
-
-CRÒB. (_impaziente, incalzantissimo_) Tutto, tutto...
-
-AGL. Non ci sei che tu... E tu dunque gli parlerai?... quando?...
-
-CRÒB. (_sbalordito_) Parlare... a chi?...
-
-AGL. (_con tutta naturalezza_) Ma a lui...
-
-CRÒB. (_sempre più sbalordito_) Già... già!... Ma... lui... chi?...
-
-AGL. Ma a Mènecle...
-
-CRÒB. Eh?!... (_dà uno sbalzo di spavento_) (Quella ci mancherebbe!...
-con quel po' po' di sentenze!...) (_sconcertatissimo, e pure
-sforzandosi nasconder l'imbarazzo_) Ah... già, già... Ma...
-
-AGL. (_fingendo non accorgersi del suo turbamento_) Ma tu vedi che da
-qui bisogna uscirne, per le Dee!... bisogna uscirne!... Esiti? Ah!...
-lo sapevo...
-
-CRÒB. (_con uno sforzo_) Ma ti pare?!... Niente affatto!...
-(_facendo la voce risoluta e cercando farsi coraggio_) Cròbilo non
-indietreggia... e se tu lo vuoi... (_vorrebbe dir qualche cosa, ma gli
-manca il coraggio_) Ma permetti una parola...
-
-AGL. (_impaziente_) Cosa?...
-
-CRÒB. ... nel tuo interesse... mi pare... non ti pare... parlargli
-io... fare uno scandalo...
-
-AGL. Scandalo? (_fingendo sorpresa_) Scandalo il dirgli che fa male a
-trattare così la sua compagna, sposata innanzi agli Dei patrî ed agli
-Dei del focolare?... il dirgli, coll'autorità di un amico, che non son
-questi i giuramenti innanzi all'arconte; scandalo il dirgli che sua
-moglie soffre...
-
-CRÒB. (_balzando sbalordito_) Eh?!
-
-AGL. ... scandalo il ricondurmelo?...
-
-CRÒB. (_sbalordito più che mai_) (O Febo! o spiriti! lo ama!) E... e...
-questo era... che volevi?
-
-AGL. (_mostrando a tutta prima sorpresa della sua sorpresa_) E
-che altro... dunque... imaginavi?... Ah!... (_quasi un pensiero
-le balenasse, si fa improvvisamente scura in viso, e s'appressa a
-Cròbilo, figgendogli gli occhi in faccia, e parlandogli con voce lenta,
-severissima_) Che altro imaginavi che il labbro di Cròbilo, marito di
-Mìrtala, potesse osar di confessare all'orecchio di Aglae, la sposa di
-Mènecle?...
-
-CRÒB. (_interdetto, confuso_) Io... nulla... nulla... Ma le tue
-parole... questo invito...
-
- (Da qualche istante è entrata in iscena Mìrtala introdotta adagio
- da Blèpo, che le fa dei gesti maliziosi, sulla soglia, additandole
- Cròbilo; vedendo questi, Mìrtala si arresta, e ritraesi alquanto).
-
-AGL. (_seria e dignitosissima_) Il mio invito fu un torto... se ebbi
-torto di crederti amico leale di Mènecle e mio... Ma se Mènecle...
-
-CRÒB. (_spaventato, supplichevole_) No!... no!... (_concentrandosi e
-meditabondo, coll'indice sotto il naso_) (Ma dunque... avrebbe quasi
-l'aria di essere una canzonatura?!...)
-
-AGL. (_proseguendo_) Ma se tua moglie... fosse qui... (_Aglae s'è
-accorta della presenta di Mìrtala_) se ti sentisse... che cosa direbbe
-di questa tua improvvisa meraviglia?...
-
-CRÒB. (_prorompendo, con voce risoluta, irritata_) O per gli Dei! se
-mia moglie mi sentisse... le direi...
-
-
-SCENA XI.
-
-_Detti e_ MÌRTALA (_già in iscena da qualche minuto_).
-
-
-MÌRT. (_si è avanzata dalla soglia lentamente, e non vista da Cròbilo,
-le si è posta a lato, senza guardarlo, ritta, la testa alta, le mani
-sui fianchi_) Sentiamo!
-
-CRÒB. (_voltandosi con ispavento alla voce di Mìrtala_) (Mia moglie!
-son morto!) (_cercando ricomporsi dalla paura, e uscirne, alla meglio,
-con accento garbato_) Niente!... direi che la sposa di Mènecle ha dato
-a Cròbilo una prova di stima e di fiducia che lo onora... (_a denti
-stretti_) (Questa non me l'aspettavo!) Cara Mìrtala, sai... (_tenta
-parlarle con fare sciolto e sorridente, ma lo sguardo minaccioso di
-Mìrtala, fisso su di lui, lo sconcerta_) (Che occhiacci! Giove me la
-mandi buona!)
-
-MÌRT. (_con voce lenta e severa, squadrandolo_) So... E spero che
-l'incarico lo adempirai... (_abbraccia Aglae_) Grazie, buona Aglae! Non
-dubitavo di te.[210] Eh, pur troppo noi donne siam sempre circondate
-di insidie!... Quanto a questo Alcibiade sbagliato... (_squadrando
-Cròbilo_) regoleremo i conti a casa...
-
-AGL. A tempo sei giunta, cara Mìrtala. Ma sii buona con Cròbilo. Io
-gli chiesi un favore che egli meglio d'altri può rendermi... fui forse
-indiscreta... ma la sua bontà fu maggiore della mia indiscrezione...
-(_a Cròb. cordialissima_) Grazie, Cròbilo! (_velatamente ironica,
-affabile_) Oh, sì, gli Dei ti hanno data una ben nobile missione!
-Troverai la sventura, la soccorrerai;... le mogli abbandonate... ai lor
-mariti le renderai...
-
-CRÒB. (_con ismorfie_) (Nella mia missione questo non c'era...)
-
-AGL. Sicuro, Mìrtala, ei m'ha promesso di rendermi il mio Mènecle... è
-un'anima bella, il tuo Cròbilo... Sii buona con lui.
-
-MÌRT. Non dubitare, non dubitare. Se non fossi buona, gli avrei portato
-quattro talenti di dote...
-
-CRÒB. (_premuroso, tentando ingraziarsela_) E la possessione di
-Egìna... terreni aratorî di prima qualità...
-
-MÌRT. (_fissandolo severissima_) Precisamente. E che i colòni
-trascurano e abbisognano molto di sorveglianza. Ci andremo insieme...
-
-CRÒB. (_con esclamazione comica di angoscia_) (Ohimè!... l'esilio!...
-come Aristide... ma almeno Aristide era solo!...)
-
-MÌRT. Frattanto, in attesa di parlar con Mènecle, ti rincrescerebbe
-accompagnarmi?
-
-CRÒB. Ma eccomi!... (_fra sè, ripetendo dolorosamente_) (L'esilio!...
-come Temistocle!)
-
-MÌRT. Addio Aglae...
-
-AGL. Addio Mìrtala. Grazie, Cròbilo...
-
-CRÒB. (_con uno sforzo sopra di sè_) Nulla, nulla, mio dovere...
-(Decisamente... era proprio una canzonatura!...) (_ad Aglae_) Nulla!...
-(_a Mìrtala_) Eccomi... (_con comica angoscia_) (L'esilio!... come
-Alcibiade!)
-
- (Si lascia macchinalmente condurre via da Mìrtala, con aria di
- suprema dolorosa rassegnazione).
-
-
-SCENA XII.
-
-AGLAE _sola_.
-
-
-(_Seguendo Cròbilo dello sguardo_) Imparerai meglio un'altra volta la
-missione del consolatore... (_pausa; poi fattasi triste, pensierosa,
-sospirando_) Eppure, soltanto la povera Aglae lo sa, se il suo cuore
-avrebbe oggi bisogno davvero di conforto!... Coraggio!... Fra breve
-egli sarà qui a dirmi addio... Povero Elèo! (_leva dallo strofio un
-piccolo papiro e legge_)
-
- Te fuggo com'esule che disse l'addio...
- Ma volge la testa tornando a guardar!...
- E fugge... ma il segue più lungo il desio...
- E fugge... ma indietro vorrebbe tornar!
- Mia triste, mia triste battaglia del core!
- Scrutarla non cerchi pupilla di uman!
- Lasciatemi questo mio povero amore!
- Per viverne solo, lo porto lontan!
-
-Egli è qui!... Venere santa, dammi forza tu!..
-
-
-SCENA XIII.
-
-AGLAE _ed_ ELÈO.
-
-
-AGL. (_con effusione triste_) Elèo!...
-
-EL. Aglae! Ebbi la tua. (_commosso, cercando padroneggiarsi e parer
-calmo_) Grazie... Reco gli addii a Mènecle e a te.
-
-AGL. (_triste, commossa_) E tu parti...
-
-EL. Stanotte.
-
-AGL. (_vivamente inquieta_) Per dove? con chi?
-
-EL. Con Pelopida tebano e i compagni suoi. (_esclamazione di
-Aglae_) Tebe accolse mio padre esule al tempo dei tiranni: è
-giusto che nell'ora delle sue sventure, il figlio paghi il debito
-dell'ospitalità...[211]
-
-AGL. (_vivissimamente_) E tu...
-
-EL. E io seguirò i fuorusciti nella più santa delle imprese.
-
-AGL. (_dolorosamente esclamando_) O Dee!
-
- (Si abbandona sur un sedile, sopraffatta dall'emozione e piange).
-
-EL. Avresti preferito sapermi vivere, da te lontano, una vita oscura,
-ignava, ingloriosa? Ignavia per ignavia, tanto allora varrebbe la
-colpa!...
-
-AGL. (_asciugandosi gli occhi e cercando padroneggiarsi_) No, no!
-Perdona... hai ragione... Ma tu sei eroe, figlio di eroi, ed io, dopo
-tutto, non sono che una fanciulla. Perdona. Vedi. Sono forte ora.
-(_parla con voce rotta, reprimendo i singhiozzi_) Ti guardino i Numi!
-Oh nessuna preghiera sarà mai loro salita più fervida delle mie! Ti
-guardino i Numi! E ricordati di Aglae!..
-
-EL. Ricordarmi?! La tua lettera verrà meco come la voce del buon
-genio mio. Le tue parole mi han fatto triste insieme e superbo. Tutta
-la mia esistenza, dissi a me stesso, mi parrà spesa bene, se sarà
-spesa a meritarmele. Quando le ore mi passeranno più tristi, dirò:
-Coraggio!... la stima di Aglae è con te. Quando la lontananza mi parrà
-più incresciosa, penserò che è per Aglae che l'affrontai: e che, se al
-mio nome, tra i Greci, verrà qualche gloria, Aglae lontana lo saprà.
-Così avrò una ambizione nella mia vita, una luce sulla mia via. E se un
-giorno sentissi le forze mancarmi, e farmisi uggiosa la luce cara del
-dì... vorrà dire che Aglae m'avrà dimenticato...
-
-AGL. Oh Elèo! sei cattivo! e non dovresti esserlo con la povera
-Aglae in quest'ora!... Ecco, io avevo preparato un bel ricordo che
-avrebbe fatto qualche volta sovvenire ad Elèo la sua piccola sorella
-d'infanzia: così Aglae, pensavo, fida restando al dover suo, potrà
-viaggiar senza rossore in compagnia dell'amico de' suoi primissimi
-dì... (_mentre Aglae parla, come fra sè, con voce carezzevole,
-infantile, ha nelle mani un piccolo ritratto all'encausto, che si è
-levato dallo strofio, e che va guardando_) vedrà con lui altro cielo
-ed altre città della Grecia: e come egli la vedrà sempre sorridergli
-così... dello stesso sorriso, fissarlo sempre con lo stesso sguardo,
-come uguali rimarran sempre queste dipinte sembianze, così uguali per
-Elèo rimarranno la memoria ed il cuore di Aglae...
-
-EL. (_vivissimamente, facendo atto di prenderle il ritratto dalle
-mani_) Il tuo ritratto!... Oh grazie!
-
-AGL. (_con umore_) Grazie niente. Mi hai detto quelle brutte parole...
-
-EL. Aglae!
-
-AGL. Ho fatto male a dirti di venire. Era meglio non vederci... Va...
-lasciami...
-
-EL. Ma non prima di aver meco questo pegno, che non darei (_glie lo
-toglie con affettuosa violenza: Aglae se lo lascia togliere, senza
-guardar Elèo_) pei tesori della terra! non prima di averti detto che
-Elèo parte, ma la sua mente e la sua anima rimangono qui:... qui,
-presso al piccolo domestico altare, dove orfano appresi ad amare i soli
-esseri che mi amarono al mondo e ad accettare per essi il dolore... a
-comprendere, per essi, il sacrificio!... (_con trasporto vivissimo_) Oh
-andassi fino agli ultimi confini del mondo ed agli Espèridi... lascierà
-prima Pallade la nostra rupe, che queste soglie, ove tu vivi, il mio
-pensiero!...
-
-AGL. No, no, Elèo!... capisco di chiedere troppo... troppo più che
-io non deva, al tuo cuore ed alla tua memoria... Tu sei bello, sei
-giovane, e non potrai, non dovrai vivere sempre solo...
-
-EL. (_con rimprovero_) Aglae!...
-
-
-SCENA XIV.
-
-_Detti e_ MÈNECLE.
-
- (Mènecle si è affacciato dalla porta nel fondo, mentre Elèo ed
- Aglae proseguono il lor dialogo sul davanti della scena. Rimane
- muto, le braccia conserte, il volto tra pensieroso e sorridente,
- sulla soglia a guardarli).
-
-
-AGL. No... lasciami dire... Non ti accuso... Il tempo non muterà la tua
-tempra, ma muterà molte cose intorno a te... Mènecle vivrà, e glielo
-auguro, buon vecchio! molti anni...
-
-EL. (_melanconico_) Oh... anch'io...
-
-AGL. ... e il giorno che io sarò libera di nozze, io non sarò più una
-ragazza per te. Breve è la stagion della donna — e s'ella non la coglie
-— passata quella, se ne sta seduta a consultar gli auguri[212]. Le rose
-della giovinezza in quel dì saranno svanite, e a te, nel fior degli
-anni, non resterebbe a sposar che la memoria e l'ombra di colei che fu
-un tempo la bella Aglae... una brutta vecchia grinzosa... Oh, sarebbe
-troppo pretendere...
-
-MÈN. (_di dietro, tentennando il capo_) (Infatti...)
-
-AGL. ... e faresti la figura di Cròbilo. Direbbero che m'hai sposata
-per godere la mia dote, la eredità di Mènecle. No, no, promettimi
-solo che il giorno in cui il tuo cuore sarà stanco di attendere...
-rimanderai ad Aglae questo ricordo...
-
-EL. Fino a che tra i viventi mi rischiari il sole, questo ricordo starà
-con me. Verrà con me nella pugna, poserà con me sotto la tenda. Oh
-gli anni possono involarci la cara giovinezza, spegnere le febbri, i
-delirî dei sensi, ma non ispegneranno un affetto reso puro e santo dal
-sagrificio...
-
-MÈN. (È nato per far l'oratore!...)
-
-EL. (_con forza_) ... prima che io rinneghi la fede di questo affetto,
-possa Nettuno farmi morire come Ippolito... e casto come lui!...
-
-MÈN. (Povero ragazzo! te ne accorgeresti!...)
-
-AGL. (_buttandosi al collo di Elèo_) Oh... lasciamo questi giuramenti...
-
-MÈN. (To'! ha più giudizio di lui!...)
-
-AGL. Sia dell'avvenire e del cuor tuo quello che gli Dei vorranno.
-Io ti ringrazio del conforto che m'hanno dato le tue parole. Esse
-mi renderanno più forte in questa prova... Che se vi avessi a
-soccombere... (_con voce triste, infantile_) dirò a Mènecle che mi
-faccia un bel sepolcro tutto bianco... bianco... e tu ci verrai...
-
-EL. Oh taci! Non parlar di morire; dimmi che in te la memoria di
-quest'ora non morirà... Me lo prometti?
-
-AGL. (_volgendosi all'altare domestico_) Qui all'ara del Dio che ci
-ascolta...
-
-EL. E mi giuri che se Mènecle...
-
-AGL. (_senza guardar Elèo, esitante, gli occhi a terra_) ... il buon
-vecchio Mènecle...
-
-MÈN. (Poverina! ci ha aggiunto anche il buono!..)
-
-AGL. (_arrestandosi e riprendendo premurosa_) ... che noi dobbiamo
-amare, finchè vive, come fosse nostro padre, n'è vero?
-
-EL. (_triste, a capo basso_) Oh, sì... come un padre...
-
-AGL. (_riprendendo esitante il filo della frase_) ... se il buon
-vecchio Mènecle ci venisse un giorno rapito dalla Parca triste...
-
-EL. ... inesorabile!...
-
-AGL. ... scellerata!...
-
-MÈN. (_c. s._) (Si sfogano colla Parca... meno male...)
-
-EL. ... e che io fossi vivo...
-
-AGL. E io anche...
-
-EL. E tutti due...
-
-AGL. E tutti due quella perdita... amara... (_appoggia la voce
-sull'amara, quasi volesse correggere un pensiero colpevole: Elèo
-assente col gesto_) ci trovasse ancor giovani... in età da marito...
-
- (Sempre esitante, a occhi bassi, come avesse paura o rimorso di
- compier la frase)
-
-MÈN. (Giustissimo!... a maritarsi vecchi, ecco ciò che succede...)
-
-EL. Quel giorno dunque...
-
-AGL. Che il buon Mènecle...
-
- (Mènecle si avanza fra i due giovani).
-
-MÈN. (_proseguendo la frase, a voce alta_) ... andrà all'altro mondo...
-
-EL., AGL. (_sgomentatissimi entrambi al vederlo_) Ah!...
-
-MÈN. ... speriamo, neh, figlioli, che sia lontano — quel giorno
-piangeremo prima amaramente la sua partenza e poi potremo sposarci
-senza scrupolo. Ma sentite, neh! (_picchiandosi lo stomaco_) che
-polmoni e che cassa di stomaco! Ce n'è ancora per trent'anni!... Se
-aspettate me state freschi!
-
-AGL. (_buttandosi alle sue ginocchia_) Oh perdono, Mènecle!...
-
-EL. (_idem_) Perdono... padre mio...
-
-AGL. Ti giuro, per le Dee, che...
-
-MÈN. (_rialzandoli entrambi con affabilità affettuosa_) Su, su,
-ragazzi!... ma che giuramenti e che perdoni! So tutto... Grazie a te,
-Elèo, della tua lealtà; grazie, Aglae, della tua fedeltà al tuo dovere.
-Soltanto, speriamo (_con bonarietà comica_) non mi farai più dell'altre
-scene di gelosia...
-
-AGL. (_mortificata chinando gli occhi_) Mènecle!...
-
-MÈN. No, no — non ti rimprovero... benchè, per Giove, lo meriteresti,
-per insegnarti a frugare nelle carte del marito e a leggerne le
-lettere...
-
-AGL. (_sorpresa, mortificata_) Ah!...
-
-MÈN. ... e a scriverne dell'altre ai giovinotti, a sua insaputa...
-
-AGL. (_mortificata_) Come... tu...?
-
-MÈN. (_con bonarietà comica e imperiosa_) Silenzio!... Sappiamo tutto.
-Se la moglie fa la curiosa, il marito ha diritto di fare il curioso...
-(_a Elèo_) Neh, ricordalo bene anche tu, una volta che sii suo
-marito...
-
-AGL. (_supplichevole_) Oh... Mènecle!...
-
-MÈN. Silenzio!...
-
-EL. (_interpretando anch'egli come ironia le parole di Mènecle_)
-Mènecle, punisci me... ma risparmia a me ed a lei le tue ironie...
-
-MÈN. Ma che ironie?!! Le _tue_ vuoi dire. È una moglie divisa in due
-— a me in corpo, a te in effigie — non è un'ironia? E cosa credi,
-che Mènecle sia feroce come Teseo, da lasciar morir casto il povero
-Ippolito? Cosa credete (_ad entrambi_) che Mènecle sia così egoista,
-così disonesto, così imbecille da accettar la elemosina del vostro
-sagrificio? (_Mènecle, stando in mezzo ai due giovani, ha proferito
-queste parole con impeto e voce brusca; i due giovani, sotto la
-sfuriata del vecchio, tengono mortificati la testa e gli occhi bassi;
-quando al finir delle sue parole s'attentano a levarli furtivamente
-verso di lui credendolo in collera, s'accorgono che Mènecle sorride
-del loro inganno, e li guarda affettuoso facendo lor cenno, delle
-due braccia, di appressarglisi_) Voi altri siete così matti che
-lo avreste anche mantenuto... ma poi... poi, neh? (_si volge ad
-Aglae affettuosamente canzonandola e rifacendole la voce_) le forze
-mancavano... e ci voleva il sepolcro bianco... tutto bianco... (_con
-rimprovero comicamente brusco_) farmi far di queste spese!... Ohibò!...
-Tu... (_sempre ad Aglae_) in castigo della burla che m'hai fatto, — e
-tu in castigo (_ad Elèo_) del non avermi mai detto niente — quando si
-ama la moglie si avvisa il marito — vi mariterete... E così imparerete.
-
-AGL., EL. (_gettandosi entrambi commossi al collo di Mènecle_) Ah
-Mènecle, mai!
-
-MÈN. (_con voce grave, liberandosi dall'abbraccio dei due, piangenti
-di commozione_) Preferireste vivere, aspettando senza volerlo,
-senza saperlo, la morte mia?... (_ad Aglae_) Oggi tu ed io andremo
-dall'arconte, a deporre la scritta del divorzio insieme: e ci verrai
-a fronte alta, perchè tu rimani nella mia famiglia... (_movimento
-di Aglae e di Elèo_) già, nella mia famiglia... tu sposi mio figlio
-adottivo...[213].
-
-AGL., EL. Ah!...
-
-MÈN. (_proseguendo, ad Elèo_) ... se non ti rincresce passare dalla tua
-nella mia tribù,[214] verrai meco dai fràtori del borgo di Alopéce,
-e sarai iscritto nel registro della fràtria mia, come mio figlio, —
-erede con lei (_accennando Aglae_) delle mie fortune, partecipe delle
-cose sante e sacre[215]. Porterai in nome Làmaco: il nome di mio padre
-caduto da valoroso a Samo... e nella famiglia di Mènecle al nome non si
-mente...
-
-EL. (_abbracciandolo commosso_) Padre! padre mio!...
-
- (Aglae piange col volto nelle mani. Elèo vorrebbe dir qualcosa.
- Mènecle indovina il suo pensiero e lo previene).
-
-MÈN. Quanto al tuo partire... c'è tempo...
-
-EL. (_sorpreso_) Che?
-
-MÈN. Pelopida... gli ho parlato io. Non ne vuol seco più di undici.
-(_con inflessione grave e seria_) Li ha scelti già... (_gesto vivo di
-protesta di Elèo_) Non temere! Verrà il tuo giorno...
-
-AGL. Oh Mènecle, la tua generosità...
-
-MÈN. No, no, adagio, a parlare di generosità. In questo mondo la si
-scambia con la imbecillità; ed io invece, andate là, che i miei conti
-li ho fatti bene. Povero vecchio abbisognante, per i miei tardi giorni,
-di un affetto che li consoli, dovrei amareggiarmelo col pensiero che
-il mio vivere impedisce la vostra felicità? E che questa idea vostro
-malgrado si inframmetterà tra me e voi, vi renderà a vostra insaputa
-l'affezione a Mènecle un peso? Scambierei questo affetto vostro, così
-sincero e così puro, col bel conforto di sapere che il dì quando la
-Parca (_sorridendo ad Aglae_) — _la scellerata Parca!_ — mi farà quel
-tal servizio, un sospiro non confessato di sollievo sfuggirà dai petti
-delle due sole persone che mi voglion bene? E mentre è sì dolce il nome
-di padre, dovrei vivere tutti i dì fra il dolor di non esserlo... e la
-tema di divenirlo!... scambiar la paura di avere un figlio con la gioia
-tranquilla di lasciarne, partendo, qui... due?
-
-EL., AGL. (_vivissimamente_) Partendo?
-
-MÈN. (_ad Aglae con voce affettuosa_) Non sei più sola... Che resto
-a far qui? Ricordi le tue parole? «Quando fu il dì del bisogno, ci
-vollero questi vecchioni per liberare la città e le sue donne!» Laggiù
-a Tebe ci è bisogno. (_con inflessione mesta, solenne, ai due giovani
-che fan per trattenerlo e lo guardano attoniti, commossi_) Ci vogliono
-questi!... Vivere liberando donne, morire liberando città!
-
- (Quadro).
-
-
- CALA LA TELA.
-
-
-NOTE
-
-[204] Dopo che il tebano Pelopida ebbe persuasi i suoi compagni di
-esilio all'impresa di partirsi da Atene per muovere alla liberazione di
-Tebe «mandaron essi nascostamente a Tebe ad avvertire dei loro disegni
-gli amici ch'eran ivi rimasti: tra questi Carone ed Epaminonda.....
-Stabilitosi quindi il giorno dell'impresa, parve bene ai profughi
-che l'un d'essi, Ferenico, raccogliendo gli altri, facesse sosta in
-Triasio, e che pochi de' più giovani arditamente si arrischiassero di
-entrare in città: e se a questi incogliesse mai qualche sinistro dalla
-parte de' nemici, gli altri tutti aver cura dovessero de' figliuoli
-e de' padri loro. Il primo che si esibì ad andarci fu Pelopida, e poi
-Melone e Dàmocle e Teopompo, stretti fra loro co' vincoli d'amicizia e
-di fede, ed emuli sempre della gloria e del valore. Essendo _dodici_ in
-tutto, dopo aver abbracciato quelli che restavano addietro, e mandato
-innanzi un messo a Carone, si incamminarono succintamente vestiti...
-_ecc. ecc._» PLUTARCO, in _Pelopida_.
-
-[205] Cfr. nell'arringa di Lisia per _la uccision di Eratostene_, il
-racconto del marito Eufileto: «Tornato a casa, ordinai alla fantesca
-di seguirmi in piazza; e condottala ad uno de' miei famigliari, le
-dissi che sapevo tutto quel che succedeva in casa mia. A te, quindi,
-soggiungevo, sta lo sceglier fra i due: o passata per le verghe esser
-condannata a rigirar la mola, tra patimenti senza fine, o confessando
-la verità andar illesa, e aver da me il perdono de' tuoi delitti. E
-quella sulle prime negava fermamente e diceva facessi pure di lei quel
-che volevo; lei non saper nulla: ma quando nominai Eratostene, e dissi
-che costui era il frequentatore di mia moglie, allora si sbigottì,
-giudicando che io sapessi tutto. E cadendo alle mie ginocchia, e
-fattasi da me promettere che non le avrei fatto del male, confessò...»
-— _Uccis. Erat.,_ 18-20.
-
-[206] Cfr. EURIPIDE, _Ippolito_, 645-650.
-
-[207] Cfr. ARISTOF. _Rane_, 130 seg. — Dalla torre alta del Ceràmico
-buttavano la face per dare il segnale della _corsa delle lampade_: di
-che nelle note all'_Alcibiade_.
-
-[208] Cfr. LISIA, _Uccis. di Eratost._, 21.
-
-[209] PLUTARCO, _Vite dei X Oratori_, in _Antifonte_.
-
-[210] Cfr. ALCIFR., _Lett._ 1, 29. Glicera, di Menandro gelosa, scrive
-a Bacchide: «Conosco, o Bacchide, la reciproca amicizia che passa tra
-di noi due: ma d'altra parte, o carissima, temo non tanto di te, che
-ti so di costumi onesti, quanto di lui stesso: chè egli è donnajuolo
-al sommo. Ma tu mi taccierai di ombrosa... Deh, scusa, diletta amica,
-simili gelosie da amanti...».
-
-[211] Furono gli Ateniesi benevoli ai profughi Tebani, «ricompensar
-volendo i Tebani: perocchè questi principalmente contribuito aveano
-a ristabilirsi in Atene il governo popolare e avean decretato che se
-alcuno portando l'armi contro i tiranni passasse per la Beozia, nessuno
-di quelli che ivi abitavano mostrar dovesse di sentire o veder cosa
-alcuna». PLUT., in _Pelopida_. Cfr. SENOF. _Elleniche_, lib. II.
-
-[212]
-
- τῆς δέ γυναικὸς ὁ καιρός, κἂν τούτου μὴ ’πιλάβηται
- οὐδείς ἐθέλει γῆμαι ταύτην, ὀττευομένη δὲ κάθηται.
- ARISTOF., _Lisistrata_, 596-7.
-
-[213] Frequenti e legittime erano nel dritto attico le adozioni —
-permesse però solo a quelli che non avean figli propri (ISEO, _Ered.
-d'Aristarco_, 9) — a fine di preservare da estinzione il casato.
-«Dopo ciò (cioè dopo collocata in matrimonio ad altri la moglie)
-pensava Mènecle al come evitare la mancanza di figli e aver chi lo
-curasse nella vecchiaja, e morto gli rendesse le esequie e i sagrifici
-dovuti in avvenire. Aveva bensì un nipote, il figlio di costui: ma
-essendo figlio unico, ritenea disdicevole privar di prole mascolina
-il fratello. E così essendo non vide altri più prossimi di noi...
-E in questo modo Mènecle mi ebbe figlio ed erede suo». ISEO, _Ered.
-Mènecle_, § 10-12. «Tutti quelli che son per morire si preoccupano di
-ciò, che le loro case non restino solitarie, ma vi sia chi renda ai
-loro Mani i sacrifici funebri, e le altre giuste cose: per il che se si
-trovino senza figli, procurandosene per adozione, ne lasciano. Nè già
-privatamente così stabiliscono, ma la stessa repubblica questo sanci:
-mandando all'arconte di _aver cura che le case non restino solitarie_».
-ISEO, _Eredità di Apollodoro_, § 30. Lo che voleva dire che se uno
-moriva senza figli nè proprî nè adottivi, e senza testamento, pensava
-l'arconte a istituirgli tra i prossimi congiunti, un figlio adottivo ed
-erede.
-
-Pel rimanente, le adozioni si facevano o appunto per testamento, o
-_inter vivos_. In questo secondo caso (ch'è quel del nostro Mènecle e
-di Elèo) l'adottante procedeva, così come usavasi pei neonati, alla
-presentazione del figlio nella propria confraternita (_fratria_) e
-all'iscrizione sul registro della stessa, formante il documento di
-legittimità.
-
-«Venuta la festa Targelia, mi introdusse innanzi all'altare tra i
-fratori. A questi è legge che chiunque introduce un figliuolo o proprio
-o adottivo, fa fede, in nome delle cose sacre, ch'egli introduce un
-figlio d'una cittadina, legittimamente nato ed adottato. Compiuto ciò,
-nullameno i fratori fan lo squittinio: e se essi giudicano alla stessa
-maniera, allora solamente lo iscrivono nel registro pubblico». ISEO,
-_Ered. di Apollodoro_, § 15-16.
-
-[214] Il figlio adottato non poteva più tornar nella sua famiglia
-paterna (così Mènecle nell'arriga d'ISEO, ha scrupolo adottando il
-nipote di privar del figlio il fratello, IS., _Ered. Mèn._, 10), ed
-entrava a far parte della tribù dell'adottante, che gli imponeva a
-suo piacimento nuovo nome. (Ordinariamente, poi, i figli portavano il
-nome dell'avo paterno: lo stesso avveniva per gli adottati). «Se uno
-t'interrogasse: Dimmi, Beoto, come sei venuto nella tribù Acamantide
-e diventato del demo di Torisio e figliuolo di Mantia ed erede delle
-sostanze da lui lasciate? Non altro potresti dire, fuorchè: _Mi adottò
-Mantia_. E se soggiungesse: dov'è la prova o la testimonianza? — Mi
-menò tra i fratori — risponderesti. — Con qual nome? — Con quello di
-Beoto. — Chè con questo fosti introdotto. Ora se il padre tornando a
-vita ti mettesse al partito o di conservare il nome che ti diè o di non
-ritener lui per padre, non sarebbe discreto?» DEMOST., _C. Beoto_, per
-il nome, § 30, 31.
-
-[215] Τῶν πατρώων ἒχεις τὸ μέρος. ἱερῶν, ὁσίων μετέχεις DEM., _C.
-Beoto_, per il nome, § 35.
-
-
- PROPRIETÀ LETTERARIA
-
- DEGLI EDITORI-TIPOGRAFI FORZANI E C.
-
-
-
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-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, in
-particolare per quanto riguarda gli accenti, alquanto variabili
-nell'originale. Sono stati corretti senza annotazione minimi errori
-tipografici.
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