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-The Project Gutenberg EBook of Foscolo, Manzoni, Leopardi, by Arturo Graf
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll
-have to check the laws of the country where you are located before using
-this ebook.
-
-
-
-Title: Foscolo, Manzoni, Leopardi
-
-Author: Arturo Graf
-
-Release Date: August 1, 2020 [EBook #62813]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI ***
-
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-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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- FOSCOLO
- MANZONI, LEOPARDI
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- SAGGI
- DI
- ARTURO GRAF
-
- AGGIUNTOVI
-
- PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI
- E
- LETTERATURA DELL'AVVENIRE
-
- (Ristampa)
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- TORINO
- Casa Editrice
- GIOVANNI CHIANTORE
- Successore ERMANNO LOESCHER
- —
- 1920
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- Proprietà Letteraria
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- Torino — Tipografia VINCENZO BONA (13500).
-
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- ALLA MEMORIA
- DELL'UNICO MIO FRATELLO
- OTTONE
- CHE A ME IN OGNI COSA PREVALSE
- FUORCHÈ NEL FAVORE
- DELLA FORTUNA
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-RILEGGENDO LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS[1]
-
-
-I.
-
-Molto fu scritto intorno alle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_, e da
-molti, che con varii intendimenti, con criterii di giudizio o dissimili
-solo o a dirittura contrarii, con disposizione d'animo quando avversa
-e quando benevola, ne indagarono la origine e la storia, ne scrutarono
-la intenzione e lo spirito, ne notarono le qualità buone e cattive.
-Ne scrisse a più riprese il Foscolo stesso, il quale pochissimo amico
-del criticismo in teoria, da lui, come da altri, giudicato un vero e
-pessimo flagello delle lettere, fu più volte, in pratica, forzato a
-fare il critico di sè stesso, e ad esporre pubblicamente le ragioni
-e i propositi dell'arte sua; e se è provato oramai ch'egli affermò
-circa il suo romanzo assai cose non vere, è fuor di dubbio altresì
-che dell'indole de' personaggi, del procedimento dell'azione, della
-moralità della favola recò alcuni giudizii che per aggiustatezza ed
-acume non furono sorpassati da chi ne prese a ragionar dopo lui. Su
-taluno de' suoi giudizii tuttavia ci sarebbe molto a ridire, e più ci
-sarebbe a ridire su certi giudizii di critici posteriori, anche sommi.
-Io non intendo già di riprendere e gli uni e gli altri ordinatamente in
-esame, e confrontarli e discuterli, chè sarebbe lavoro lungo, minuto
-e fastidioso; ma avendo riletto di questi giorni il romanzo, e ancora
-molte altre cose foscoliane, e il _Werther_ per giunta, ho pensato di
-gittar sulla carta alcune considerazioni suggeritemi da quella lettura,
-dalle quali può darsi che o l'uno o l'altro di quei giudizii riceva o
-correzione o compimento.
-
-Fra i molti dubbii che le _Ultime lettere_ possono sollevare nell'animo
-di un lettore non più giovane, non appassionato, non disattento, è
-questo forse uno dei principali: Com'è che Jacopo s'innamora? Data la
-condizione dell'animo suo, quale egli stesso la viene manifestando, è
-cosa naturale, è cosa conforme alle leggi da cui è governata la nostra
-vita morale, che l'amore s'insinui in quell'animo? e che s'insinui in
-esso con tanta prontezza e senza contrasto? e che se ne insignorisca
-a quel modo? L'innamoramento di Werther, il quale per tanti rispetti
-si riscontra con l'innamoramento di Jacopo, ci appare cosa in tutto
-verisimile e naturale; ma Jacopo non è Werther; e che anzi sia
-profondamente diverso da quello ognuno può conoscere da sè, anche se
-ignori le giustissime osservazioni che il Foscolo stesso ebbe a fare
-sulla grande disparità loro; e anche se sappia ciò che inutilmente esso
-Foscolo da prima tentò di occultare, avere cioè Jacopo, sino dal tempo
-della prima orditura del romanzo, avuto il suo prototipo in Werther[2].
-
-Jacopo non ha se non ventitrè anni quando scrive la lettera con cui
-principia il romanzo. Egli è assai giovane d'anni, ma da questa in
-fuori non si direbbe esservi in lui altra giovinezza. Dell'antecedente
-sua vita poco accenna egli stesso, e noi non intendiamo bene perchè
-sia così invecchiato innanzi tempo; ma ben ci avvediamo che molto
-visse con la mente e col cuore, e che giunto all'età in cui gli altri
-giovani si affacciano alla vita, egli, per contro, è oramai maturo alla
-morte. Vedete l'anima sua da quali pensieri, da quali affetti è presa
-e soggiogata. Egli odia quel mondo in cui appena si può dire che abbia
-mutati i primi passi; insorge contro la società de' suoi simili, che
-tutta gli par fondata sull'ingiustizia e retta dalla menzogna; dispera
-di tutta la razza umana, irreparabilmente malvagia, codarda, infelice;
-non crede alla scienza, indagatrice oziosa d'inutili veri. Ha un senso
-doloroso, profondo, perpetuo della propria e della universale miseria,
-della disperata vanità di tutte le cose. Nell'ardente e commossa
-fantasia gli si colora il sogno d'una felicità ch'egli nè cerca, nè
-spera, fatto conscio ormai dell'universa illusione, e che patria,
-gloria, amore, virtù non sono se non fantasmi. A sorreggerlo, quasi
-con la lusinga di non so quale orgogliosa e solitaria grandezza, gli
-entra nell'animo una opinione, per cui egli si stima un tratto in tutto
-diverso dagli altri uomini, e diviso da essi e da ogni loro opera e
-cura; ma anche di questa illusione si ravvede, e conosce, e confessa di
-non essere altro che _uno dei tanti figliuoli della terra_, ingombro
-di _tutte le passioni e le miserie_ della sua specie. Non nega Dio;
-ma lo teme più che non l'adori; e non sa se il cielo badi alla terra,
-e non sa se qualche cosa dell'uomo sopravvive alla morte. E la morte
-egli aspetta _tranquillamente_ quando la stima vicina; ma se gli appaja
-ancora lontana, eccolo che smania di cacciarsi un _coltello nel cuore_,
-o che solo s'acqueta _dimenticandosi_ d'esser vivo.
-
-Ora, così fatto giovane vede Teresa, _la divina fanciulla_, della
-quale forse nemmeno il nome gli era noto innanzi, e il vederla e il
-sentirsene preso gli è un punto solo, e frutto dell'averla veduta
-il tornarsene _a casa col cuore in festa_. Io non domando già se
-sia possibile ciò, perchè i limiti del possibile, quando si tratta
-della natura dell'uomo, sono troppo incerti e mal noti; ma domando
-se l'autore abbia ciò giustificato abbastanza, e se abbia condotto
-l'avvenimento in guisa da lasciare appagato l'animo di chi legge, senza
-suscitarvi dentro alquanta di quella perplessità e di quella ritrosia
-che, secondo i casi, o si risolvono in un vago e quasi inconsapevole
-scontentamento, o provocano la critica precisa e consapevole. E a me,
-se ho a dire il vero, pare che non abbia.
-
-Intendo, se non tutte, parecchie delle ragioni che mi si possono
-opporre. L'anima di Jacopo non è così distrutta come può sembrare a
-primo aspetto. Il processo della dissoluzione è bensì cominciato in
-lei, è anche andato molt'oltre, ma non ha però compiuto il suo corso,
-non è nemmeno giunto a quel segno di là dal quale nessuna ripresa di
-vita o di speranza è più possibile. Molte energie durano in Jacopo,
-le quali, pur essendo dannate a morire tra breve, non vogliono ancora
-morire. Considerate che il suo intelletto e il suo cuore sono in pieno
-dissidio fra loro; considerate ch'egli è un vortice di contraddizioni.
-Se lo guardate da un lato, egli vi appare quale un pessimista disperato
-e incurabile; se lo guardate da un altro, egli si dà a conoscere
-per un entusiasta focoso e indomabile. Ha in conto di fantasmi, gli
-è vero, la patria, la gloria, l'amore, la virtù; ma la illusione
-non è ancor tanto lontana da lui che una qualche riverberazione non
-gliene rimanga nell'animo; e quei fantasmi egli adora, e per quei
-fantasmi egli spasima. S'infiamma di generoso entusiasmo leggendo
-Plutarco; si scioglie in dolcissime lagrime leggendo il Petrarca;
-e mette la compassione sopra tutte le altre virtù; e lo rapisce lo
-spettacolo della viva natura; e lo empie quasi di un senso di religiosa
-venerazione lo spettacolo della bellezza e della grazia muliebre. Egli
-è così lontano ancora da quell'atonia in cui si sommerge lo spirito
-caduto d'ogni speranza e orbato d'ogni fede, che sente sempre dentro di
-sè _un demone che l'arde, lo agita, lo divora_. E il suo cuore non è un
-cuor morto; anzi è un cuore che _non può soffrire un momento, un solo
-momento di calma_, e che, _ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al
-dolore_. Chi dirà che un sì fatto uomo, il quale, per giunta, fa assai
-più stima della passione che non della ragione, non sia più in grado
-d'innamorarsi? Chi dirà che un animo aperto a tanti altri affetti debba
-esser chiuso all'amore? Forse domani, o doman l'altro, egli non si
-potrà più innamorare; ma oggi egli può innamorarsi ancora.
-
-Queste ragioni hanno la loro forza, e non possono essere negate.
-Gli è certo che Jacopo si trova in una condizione d'animo duplice e
-ambigua; ch'egli passa alternatamente da uno stato a un altro stato
-contrario; e che se nell'uno sembra impenetrabile all'amore, nell'altro
-sembra tutto aperto all'amore. Nè questa è maniera di contraddizione
-che ripugni alla umana natura, la quale può ricevere, e riceve
-tuttodì, infinite altre contraddizioni, onde molto di romanzesco e
-di drammatico si deriva nella vita di ciascun uomo. Dirò di più, che
-quando incomincia il romanzo di Jacopo, c'è una ragione particolare
-dispositiva perchè Jacopo s'innamori. Jacopo ha perduto la patria e con
-essa la occasion principale e il principal fine di ogni sua operosità.
-Egli ha come un vacuo nell'anima, e la naturale tendenza ch'è in
-ciascuno di noi a ristorare in qualche modo il perduto, promuove ed
-agevola quanto può colmare quel vacuo. Perduta una ragione di vivere,
-l'istinto ne sollecita un'altra, che la possa supplire. Con la patria
-ancora incolume, forse Jacopo non si sarebbe innamorato, o il suo
-amore sarebbe stato d'indole più temperata, e circoscritto entro più
-angusti confini: con la patria disfatta, Jacopo s'innamora a guisa
-d'uomo perduto, perchè innamorarsi è vivere; e l'amore cresce in lui
-prepotente e smodato.
-
-Non perchè dunque Jacopo s'innamori potrà essere rimproverato al
-Foscolo di non avere osservato la verisimiglianza e d'esser venuto
-meno alle naturali convenienze del suo soggetto; anzi al Foscolo stesso
-noi potremo credere quando afferma che esso Jacopo _è presentato tale
-qual era, ne' casi della sua vita, nell'età ch'egli aveva, nelle sue
-opinioni e passioni, e in tutti i moti tempestosi dell'anima sua_; e
-gli potremo credere senza andare troppo minutamente a cercare se diceva
-in tutto in tutto il vero quando scriveva ad Antonietta Fagnani: _Mi
-sono fedelmente dipinto con tutte le mie follie nell'Ortis_; e quando
-scriveva a madama Bagien che i Francesi, leggendo tradotte le _Ultime
-lettere_, avrebbero potuto conoscere tutti i sentimenti e tutte le idee
-di lui. Non di avere immaginato un personaggio e un'azione inverisimile
-accuseremo il Foscolo, ma bensì di non aver saputo scorgere tutte le
-molte difficoltà del suo soggetto; di non avere avuto sempre a mano
-l'arte che si richiedeva a fare della pittura di quel personaggio e
-del racconto di quell'azione un tutto sempre coerente e intelligibile,
-tale da ottenere senza fatica il pieno assentimento dei leggitori.
-Il romanzo ci presenta certi effetti e certe conclusioni, ma delle
-cause di quelli e delle premesse di queste non porge idea abbastanza
-chiara. La passione e l'azione si svolgono presso a poco alla maniera
-di un ragionamento a cui sieno state tolte più e più proposizioni
-intermedie, necessarie a legare e compiere il senso. Il racconto rimane
-come ingombro di nodi insoluti: la _motivazione_ è insufficiente; e
-tropp'altre cose mancano in esso, le quali non tutte si può pretendere
-che sieno supplite dalla fantasia del lettore, per quanto si voglia
-fare del lettore intelligente un collaboratore dell'autore. Appunto
-perchè Jacopo ci appare duplice, avremmo voluto che la storia dell'amor
-suo ritraesse un po' più particolarmente e un po' più fedelmente
-il contrastare di quei due uomini che si affrontano in lui, e il
-soverchiare e il ritrarsi quando dell'uno e quando dell'altro. Tale
-quale si legge, la storia sembra esser quasi di un solo dei due anzichè
-d'entrambi; il che parrebbe giustificato qualora, in virtù appunto
-dell'amore, l'uno riuscisse a sloggiar l'altro; ma giustificato non
-può parere quando si vede che i due seguitano a contrapporsi ed a
-contrastare sino alla fine. Insomma, essendo questo dell'_Ortis_ un
-romanzo psicologico, mi sembra che lasci desiderare una più diligente,
-più sottile e più ricca psicologia. Il Foscolo avrebbe forse potuto
-supplire, almeno in parte, al difetto con porre a fronte di Jacopo una
-Teresa meno eterea, meno astratta, meno incomunicabile; una Teresa
-che non fosse una immagine dipinta, buona solo ad essere adorata in
-silenzio, ma donna viva e parlante; una Teresa che, pur rimanendo
-fermissima nel suo proposito di virtù, avesse saputo in qualche modo
-farsi incontro al povero Jacopo, e mutare di tanto in tanto in un
-dialogo l'eterno e disperato soliloquio di lui. Parlando con Teresa,
-Jacopo avrebbe potuto dire a schiarimento dell'esser proprio assai
-cose le quali non riesce a scrivere all'amico Lorenzo. Ma il Foscolo
-cadde ancor egli in questo errore di credere che per fare di una donna
-un oggetto in tutto degno di ammirazione convenga farne una essenza
-angelica, una idea, un'astrazione; per figurare la donna perfetta
-cancellare la donna. Questo errore gli può essere perdonato facilmente;
-ma non così facilmente gli può essere perdonata la opinione, da lui
-mantenuta negli anni provetti, che questa impalpabile Teresa sia
-creatura superiore alla Carlotta del _Werther_, per quanto alcune
-osservazioni ch'egli viene facendo intorno a quella Carlotta possano
-parere giuste e ingegnose[3]. E la astrattezza essendo carattere, non
-della sola Teresa, ma di tutti più o meno, i personaggi del romanzo,
-i quali (notava il De Sanctis) _appariscono sulla scena come i primi
-schizzi su di un cartone, disegni appena sbozzati e rimasti in idea_,
-si vede come sempre più venisse tolto a Jacopo il modo e l'opportunità
-di esplicare e chiarire tutta quella parte di sua vita interiore che
-noi a fatica possiamo andar congetturando e indovinando.
-
-Certo, fare che egli stesso la venisse esplicando e chiarendo, o altri
-per lui, era cosa di somma difficoltà; e non è da meravigliare che il
-Foscolo, giovanissimo quando compose il romanzo, o non l'avvertisse
-tutta, o non riuscisse a vincerla; e, del resto, non so veramente
-s'egli ebbe mai, nemmeno negli anni maturi, le particolarissime qualità
-d'ingegno che ci sarebbero volute al bisogno, e che mai non mancarono
-al Goethe. Ma gli è certo altresì che se il Foscolo fosse riuscito a
-mettere, per questa parte, nel suo romanzo, ciò che vi manca, il suo
-romanzo non avrebbe dato argomento a un altro sfavorevole giudizio, il
-quale non può essere notato d'ingiusto, sebbene non mi paja scevro di
-qualche esagerazione.
-
-Il De Sanctis, parlando del romanzo da par suo, scriveva: «Siamo alla
-fine del quinto atto; la catastrofe è succeduta, pubblica e privata;
-al protagonista non resta che puntarsi la spada nel petto come Catone,
-o, come un personaggio di Alfieri, _cacciarsi un coltello nel cuore
-per versare il sangue fra le ultime strida della patria_. Qui comincia
-il libro: qui, dove cala il sipario, comincia la rappresentazione». E
-soggiungeva che «il suicidio era già compiuto nell'anima»; e che «la
-tragedia non ci è più: ci è una situazione lirica nata dalla tragedia»;
-e che «una situazione così esaltata nel suo lirismo, non può troppo
-protrarsi senza che la diventi monotona e sazievole»; e che «una
-situazione così tesa fin dal principio potea dar materia ad un canto,
-com'è la Saffo; non se ne potea cavare un romanzo, se non stirandola
-e riempiendola di accessori fortuiti, non generati intrinsecamente
-dal fatto»[4]. Chiunque abbia letto il romanzo senz'essere trascinato
-egli stesso da un po' di quella passione che trascina il protagonista,
-conoscerà che c'è molto del vero in queste parole, ma forse non
-tutto il vero. Che da quella situazione, benchè tanto tesa sin da
-principio, si potesse pur ricavar un romanzo, anche senza inzepparlo
-di accessorii fortuiti, a me sembra certissimo. Che nel _Werther_
-ci sia, come nota lo stesso De Sanctis, una _storia psicologica_
-molto più abilmente svolta che non nell'_Ortis_, io concedo assai di
-buon grado, nè parmi si possa negare; ma che nell'_Ortis_ non ci sia
-punto storia psicologica, e che per contro vi stagni _la palude e
-l'acqua morta_, non mi pare si possa asserir con ragione. Proponete
-quella stessa stessissima situazione ad uno dei sottilissimi nostri,
-e talvolta troppo sottili romanzieri psicologi, e vedrete s'e' saprà
-cavarne una storia psicologica, e se anzi non c'è pericolo che ne
-cavi troppa. Anche nell'_Amleto_ la situazione è tesissima sin da
-principio, ed è sempre sostanzialmente la stessa dal primo all'ultimo
-atto; eppure guardate che macchina di dramma seppe formarci sopra lo
-Shakespeare. E quanti altri esempii a questo proposito si potrebbero
-ricordare opportunatamente! La colpa dunque fu assai più del Foscolo
-che della situazione; e del resto nell'opera stessa del Foscolo c'è più
-romanzo e più storia psicologica che a primo aspetto non paja. Appunto
-quando il racconto incomincia, incomincia pel protagonista un ordine
-nuovo di casi, che susciteranno nell'anima sua nuove passioni, e lui
-trarranno a nuovi cimenti. Egli era dannato, perduto, finito; ma ecco
-che in quella vita già prossima a spegnersi irrompe una subitanea,
-non preveduta energia; e questa energia è l'amore, la più rigogliosa
-e trasformatrice di quante mai ne può ricevere l'anima umana. Che
-avverrà di Jacopo? Il poeta ci dice che Jacopo era «suicida per indole
-d'anima e per sistema di mente»; ma anche ci dice che l'amore cominciò
-a «ristorar dolcemente» quell'anima, e ad adescarla «in segreto di
-care speranze», e a spargervi dentro alcun poco di refrigerio; e
-che le due passioni, la politica e l'amorosa, sostennero «d'alcuna
-speranza per diciotto mesi quel giovine disperato». Dunque, sia pure
-per poco, la situazione è mutata. Dunque c'è materia a romanzo. Jacopo
-stesso consiglia il suicidio all'uomo cui più non rimanga ragione di
-vivere; ma come si potrà dire che manchi ragion di vivere all'uomo
-innamorato, tanto che duri in lui qualche speranza dell'amor suo? «La
-catastrofe», ci dice ancora il poeta, «non che volerla occultare, è
-manifestata sin dalle prime pagine e dal titolo del volume», e ciò
-è vero; ma non tanto vero che molti dubbi non possano nascere in noi
-intorno a ciò che Jacopo sarà per fare: e ogni nuovo dubbio è come una
-nuova via aperta all'azion del romanzo. Però mi pare che avesse qualche
-ragione il Carrer quando diceva che nel _Werther_ «il caso è regolare»,
-mentre «nell'_Ortis_ ha una grande individualità, ed ora si arresta e
-fa mostra di dare addietro, ora va a balzi impetuosi e divora in un
-attimo lunghissima via». Che farà Jacopo? Amando con tanta passione
-Teresa, permetterà egli che altri gliela tolga? E sapendosi riamato
-da Teresa permetterà ch'ella viva infelicissima tutto il tempo della
-vita sua a fianco di un uomo aborrito? E se Jacopo, a furia di pensarci
-su, riuscisse a persuadersi che il signor T. e il signor Odoardo e
-gl'interessi e la quiete di quella famiglia non meritano ch'egli faccia
-il sacrificio del proprio amore e della vita? E se scrutando un po' a
-fondo certe sue riluttanze morali, e discutendo certi suoi scrupoli,
-riuscisse a scoprire non essere cosa gran fatto morale che una
-fanciulla dia la mano di sposa ad un uomo quando ha già dato il cuore
-ad un altro, e che la osservanza di una promessa già fatta non è in tal
-caso tanto morale quanto potrebbe sembrare a chi confonde la morale
-col formalismo farisaico? E se in un momento di ebbrezza, trovandosi
-_soli e senza alcun sospetto_, Jacopo e Teresa imitassero senza alcuna
-meraviglia da parte del lettore, il presumibile esempio di Paolo e
-di Francesca? E se dopo di ciò Jacopo portasse via Teresa per andar
-a morire insieme con lei in qualche luogo ignoto e lontano? Oppure
-se Jacopo ammazzasse Odoardo, come gliene viene la tentazione? O se,
-colto da un furor pazzo e bestiale, ammazzasse, oltre al rivale, anche
-l'amata e il padre di lei e poi sè stesso?
-
-Come si vede, non sono poche le congetture che il lettore, anche
-sapendo che Jacopo finirà con l'ammazzarsi, potrebbe formare; nè io
-ho preteso di numerarle tutte. E se mi si concede che almeno alcune di
-esse sono tali che il lettore non ha ragione di ricusarle prima d'esser
-giunto alla conclusione, mi si dovrà ancora concedere che il cammino
-dell'azione non sia poi così rigorosamente e immutabilmente prescritto
-come parve al De Sanctis, e che, almeno in potenza, sia nel romanzo
-alquanta più storia psicologica ch'ei non disse.
-
-
-II.
-
-Un altro non lieve difetto fu rimproverato al romanzo del Foscolo:
-quello di menare ostentatamente di fronte due grandi e ben diverse
-passioni, le quali sembrano doversi intralciare e impedire a vicenda:
-la politica e l'amore; e di chiudere in sè quasi due anime, delle quali
-l'una non troppo sappia dell'altra. E anche qui bisogna riconoscere
-che il rimprovero non manca d'esser giusto. Non so se mai vi sia
-stato lettore delle lettere dell'Ortis, il quale non abbia ricevuto
-un pochin di noja da quell'alternarsi di sfoghi politici e di sfoghi
-amorosi, da quella, non so se dire crudezza o improntitudine, con cui
-l'una passione s'intraversa nell'altra; e che non abbia desiderato, o
-che il patriota fosse meno acceso di Teresa, o che l'innamorato fosse
-meno caldo della patria. Dicono che quella duplicità di passione scema
-l'interesse invece di accrescerlo, disperde l'attenzione, raffredda il
-sentimento; e certo non dicono male. Dicono ancora che nel _Werther_ è
-assai più interezza ed unità; e credo dican benissimo. Già il Foscolo
-sentì la forza della censura, e nella _Notizia bibliografica_ cercò di
-rispondervi. «Che poi due passioni così diverse», egli scriveva, «quali
-pur sono il furore di patria e l'amore, possano ardere simultaneamente
-nell'anima d'un solo individuo, e tutte due si manifestino spesso in
-uno stesso periodo e, talvolta, in una sola frase, è fenomeno naturale
-e può ammettere spiegazione; ma sì strano a ogni modo, che se fu
-alcuna rara volta mostrato in una o due scene di qualche tragedia non
-deve essere ripetuto per duecento e più facciate in un libro: e chi
-disse che quelle lettere _hanno due anime_, le censurò con argutissima
-verità». Ciò nondimeno, alquanto più oltre reca parecchi argomenti co'
-quali s'ingegna di far vedere, non solo che le due passioni possono, a
-un tempo stesso, capire nella stessa anima umana; ma, ancora, che nel
-caso particolare dell'Ortis deriva dal concorso loro più d'un effetto
-per cui l'azione rimane, in alcune sue parti, meglio giustificata e
-chiarita. Della possibilità del concorso egli poteva recare in prova,
-oltre che l'esempio di Giulio Cesare e l'autorità del Montaigne,
-come fa, anche l'esempio suo proprio, dacchè nel tempo appunto in
-cui attendeva a dar l'ultima forma al romanzo, egli, perduto dietro
-alla Fagnani, scriveva l'_Orazione a Bonaparte pel Congresso di
-Lione_[5]. Quanto poi al giovamento che l'azione del romanzo trae da
-quel concorso, io veramente credo che avrebbe potuto essere di molto
-maggiore se maggiore fosse stata, anche in questo caso, l'arte del
-poeta; o che, almeno, avrebbe potuto essere molto minore il danno, se,
-per esempio, il poeta avesse scritto il romanzo quando invece scriveva,
-molto più maturo di anni e di animo, la _Notizia bibliografica_.
-
-Se non che si può forse dire a difesa di quel concorso una cosa che
-non cadde in mente al Foscolo. Le due passioni sono veramente legate
-nell'idea del romanzo assai più di quanto appajano legate nella
-narrazione. Infatti, se Jacopo non avesse perduta la patria; se la
-condizione dell'Italia non fosse quale egli la vien descrivendo nelle
-sue lettere, i casi della vita di lui potrebbero prendere tutt'altra
-piega, riuscire a tutt'altro fine. Profugo, sprovveduto, insidiato,
-egli non può sperare, e non può quasi desiderare, di ottenere Teresa
-in isposa; ma perchè non avrebbe potuto e desiderare e sperare di
-ottenerla se non fosse stato nè profugo, nè sprovveduto, nè insidiato?
-L'esser ella di famiglia nobile, ed egli di plebea, poteva dar luogo a
-difficoltà, ma forse non invincibili, malgrado delle idee del padre.
-Dunque una ragione politica è quella, se ben si guarda, che prima
-condanna l'amore di Jacopo a una fine infelice. Da altra banda, se
-diversa fosse stata la condizione dell'Italia, il padre di Teresa
-non avrebbe avuto bisogno di schermirsi da pericolosi sospetti, e di
-assicurare la sorte propria e di tutta la famiglia imparentandosi col
-marchese Odoardo. Dunque una ragione politica è quella che condanna
-Teresa al sacrificio. Come scindere in tale condizione di cose la
-politica dall'amore? Come non confondere in una sola sventura le
-due sventure che fanno sanguinare il cuore del giovane? Questi non
-può pensare alla fanciulla amata senza che la sua mente subito corra
-alle più forti ragioni che gliene contrastano il possesso, e perciò
-alla patria; e non può pensare alla patria senza che la sua mente
-subito corra all'ultimo danno che gli viene dalla rovina di quella,
-l'impossibilità, cioè, di ottenere la fanciulla amata. Così l'anima sua
-rimbalza perpetuamente da Teresa alla patria, e dalla patria a Teresa.
-
-Se il lettore non s'avvede della necessità di questo giuoco doloroso,
-e s'impazienta, e grida che propriamente Jacopo non sa quel che si
-voglia, la colpa non è già tanto della situazione, quanto dell'autore,
-che non seppe adoperarvi attorno gli avvedimenti opportuni.
-
-
-III.
-
-Che il Foscolo sia stato un campione ardentissimo e indomabile del
-classicismo quando già il classicismo piegava alla fine, è cosa così
-universalmente risaputa, e tante volte ripetuta, che il ricordarla e
-il ripeterla ancora potrebbe parere peggio che ozioso. Anche lasciando
-di considerare quelli tra' suoi migliori componimenti poetici ov'egli
-trasfuse veramente un'anima greca; anche mettendo da banda quelle
-innumerevoli lettere sue, e quelle tante altre sue prose, dove i
-ricordi classici d'ogni maniera ricorrono con così fitta e spesso
-così importuna frequenza da stancar ogni lettor più longanime; basta
-ricordare la sua dottrina intorno alla lirica, e la sua dottrina
-intorno alla tragedia, per dover subito riconoscere che l'Italia non
-ebbe altro classico più classico di lui, e che il Monti, nonostante
-il sermone sulla mitologia, deve contentarsi di venirgli secondo.
-Perciò non è a meravigliare s'egli ebbe in odio il romanticismo; se nel
-_Gazzettino del Bel Mondo_ diede addosso a quei giovani che «cavalcando
-i destrieri nuvolosi di Odino... rompono lance in onore della _poésie
-romantique_»; e se prendendo occasione dal _Carmagnola_ del Manzoni,
-di quel Manzoni a cui non aveva altra volta risparmiata la lode, fece
-fronte alla nuova scuola in modo non meno risoluto che disdegnoso.
-
-Ma un dubbio nasce in chi legge le opere ed esamina la vita di
-questo singolare poeta e singolarissimo uomo. Fu proprio il Foscolo
-così interamente e sostanzialmente classico quale ce lo vengono
-predicando? Non ebbe lacune il suo classicismo, non ebbe inquinamenti?
-E per ispiegarci meglio: se alcuno venisse a dirci che per entro al
-classicismo del Foscolo serpeggia più di una vena di romanticismo,
-direbb'egli cosa da doverglisi rinfacciare come un'eresia? Non credo.
-E primamente, per parlare in generale, nessun classicista mai fu
-tutto classico, perchè non è possibile ad un uomo moderno farsi greco,
-latino, pagano, checchè la credula e sciocca albagia si possa andar
-persuadendo in proposito. I classicisti non furono classici che per
-approssimazione e in variabile misura, secondo che riuscirono, più
-o meno, a conformare al modo antico il modo loro di pensare e di
-sentire, e la loro arte all'arte antica. Nè vi fu classicista mai per
-quanto classico, che non desse luogo dentro di sè a molte, benchè non
-confessate, o non sapute, modalità mentali del suo tempo, tutt'altro
-che classiche. Poi, quanto al Foscolo in particolare, mi sembra si
-possa dire che l'indole sua e la vita gli dovevan permettere anche
-meno che ad altri di esemplare in sè pienamente l'antico. Ora io credo
-che il Foscolo ebbe parecchio del romantico, non solo negli anni suoi
-giovanili, ma anche dopo, e per tutto il tempo della non lunga sua
-vita; e credo che certi atteggiamenti romantici fossero congeniti in
-lui, e, più dei classici, connaturali all'indole sua. E anche questo è
-argomento che si collega con le _Ultime lettere_.
-
-Per ciò che spetta agli anni giovanili non vi può essere incertezza.
-Sappiamo che dal Cesarotti egli imparò ad ammirare i poemi di Ossian,
-e che ebbe care le lugubri fantasie di Edoardo Young, le quali
-rivivono in alcuni dei primi suoi versi, come la elegia _In morte
-di Amaritte_, e quella intitolata _Le rimembranze_. Altre sue brevi
-poesie di quel tempo (1796-1797), quali il sonetto che incomincia:
-«Quando la terra d'ombre è ricoverta», e gli sciolti _Al Sole_,
-hanno un colorito romantico che non può sfuggire a nessuno. Veniamo
-alle _Ultime lettere_. Sono esse o non sono romantiche? Facendo tale
-domanda si fa quasi implicitamente quest'altra: È, o non è romantico
-il _Werther_? Per rispondere basterà ricordare che il giovane Werther,
-il quale antepone Ossian a Omero, è non solo un personaggio romantico,
-ma a dirittura come il capostipite di tutta una famiglia romantica;
-che aveva ragione il Lessing quando diceva che nessun giovane greco
-o romano si sarebbe innamorato e poi ucciso al modo di Werther;
-che l'aveva quasi madama di Staël, quando a proposito della forma
-epistolare data dal Goethe al suo romanzo, diceva che gli antichi non
-pensarono mai a dare così fatta forma alle loro finzioni (e scordava
-le _Eroidi_ di Ovidio, il quale fu considerato come un precursor dei
-romantici); e finalmente che il romanzo del Goethe fu uno dei libri che
-più accesero la fantasia a Giovanni Ludovico Tieck, romanticissimo fra
-i romantici. Perciò, con esso, il Goethe ajutò senza dubbio alcuno e
-promosse quella scuola romantica di fronte alla quale mutò poi e rimutò
-atteggiamento.
-
-È a lamentare che sieno andati perduti certi _pensieri_ del Monti
-intorno all'_Ortis_, perchè forse si sarebbe potuto rilevare da essi
-che certe vestigia dell'_audace scuola boreal_ egli le aveva sapute
-scorgere nel romanzo, e perchè forse ci sfogava attorno un qualche
-poetico e classico risentimento. Ma anche senza il suo ajuto, ognuno
-può vedere per questa parte più che non bisogni. Indubitatamente
-le _Ultime lettere_ sono scrittura d'inspirazione e d'intonazione
-romantica, sebbene non vi si riscontri questo aggettivo fatale, che per
-ben due volte compare nel _Werther_. Romantico è in esse il carattere e
-il tono della passione; romantico quel considerar la ragione come cosa
-men alta e men degna del sentimento; romantico il modo di vedere, di
-sentire, di ritrar la natura; romantica tutta la storia di Lauretta;
-romantica l'enfasi e l'esagerazione del linguaggio, che sempre trasmoda
-nel lirico; romantica la fusion dell'autore col personaggio di cui
-narra la storia. E se qua e là ci si abbatte in quelle lettere a
-qualche frasca o zerbineria mitologica; e se in un luogo sbucan fuori
-non so che najadi o ninfe; e se Jacopo si scalmana dietro agli eroi di
-Plutarco; ciò non basta a togliere al libro il carattere romantico che
-per tanti rispetti gli si appartiene. E se quell'inframmettente del
-Sassoli si deve biasimare per avere voluto finir di suo, e malamente,
-quel primo saggio dell'_Ortis_ che fu la _Vera istoria di due amanti
-infelici_, lasciato a mezzo dal Foscolo, non potrà già, a parer mio,
-biasimarsi d'averne franteso e alterato il carattere, quando nella
-seconda parte dà luogo a quell'Ossian che non l'aveva potuto trovar
-nella prima e ci stiva tanto del Young quanto ce n'entra. Aggiungasi
-che le _Ultime lettere_ furono in Italia, come il _Werther_ in
-Germania, uno dei libri più cari alla gioventù romantica, quello,
-fra tutti, che aperse (è il Foscolo stesso che rammaricandosene ce ne
-assicura) più profonde ferite nel petto delle fanciulle patetiche[6].
-
-Ora, il romanticismo delle _Ultime lettere_ è un indice del
-romanticismo del Foscolo. Intendo che sì fatta asserzione può suscitare
-molte e non lievi obbiezioni, ma non tali, credo, che la buttino a
-terra. Di che romanticismo del Foscolo, si dirà, andate voi ragionando,
-se del 1800 è l'ode per la Pallavicini, e del 1802 quella per l'_Amica
-risanata_, pregne l'una e l'altra di mitologia e di spirito greco?
-E non è del 1803 la versione di Callimaco? E non è del luglio del
-medesimo anno la lettera a Giambattista Niccolini giovinetto, nella
-quale il Foscolo dice, tra l'altro, che i classici sono _le sole fonti
-di scritti immortali_? Ora son quelli per l'appunto gli anni in cui
-il Foscolo rivede il suo romanzo, lo conforma meglio col _Werther_, lo
-riduce a lezione definitiva, lo stampa intero.
-
-Il tema è delicato, e se ne vuol discorrere con circospezione, e
-intendersi bene. Io non dico già che il Foscolo fosse un romantico:
-dico ch'egli ebbe del romantico nel modo di sentire, di pensare, di
-atteggiarsi, di vivere; e che l'anima sua, capace, come egli stesso
-ne avverte, di molte contraddizioni, somiglia a un fiume formato dal
-concorrere di più acque, varie d'origine, di temperatura e di colore e
-non anche fuse insieme. E molto più romantico certamente sarebb'egli
-riuscito se non fosse stata tutta classica la sua educazione; e se
-dalla qualità di greco non avess'egli creduto di ricevere come una
-particolarissima obbligazione e consacrazione di classicità; e se dai
-casi e dalle tristi esperienze della vita, e dal disgusto di quanto
-si vedeva d'attorno egli non fosse stato, dirò così, quotidianamente
-risospinto verso l'antico. Le quali ragioni tutte, del resto,
-non valsero ad impedire che qualche sottil vena di romanticismo
-s'infiltrasse nei _Sepolcri_, e che la _Ricciarda_ riuscisse una
-tragedia riboccante di romantici orrori[7]; e non tolsero al poeta,
-la cui fede classica appar molto scossa negli ultimi anni, di dire,
-parlando delle _Grazie_, che forse un giorno in altri suoi versi non si
-sarebbero più vedute le deità dei Gentili.
-
-Chi voglia farsi un'idea del romanticismo giovanile del Foscolo, basta
-ponga mente a due cose: l'una, che la prima materia del romanzo la
-porsero le lettere a quella Laura intorno a cui si fecero già tante
-congetture e tante dispute; l'altra, che le lettere ad Antonietta
-Fagnani si riscontrano in moltissimi luoghi, come fu notato, con
-le lettere del romanzo. Quante movenze, quante espressioni, quanti
-riscaldamenti romantici in quelle lettere alla Fagnani, la quale
-era, lei, tutt'altro che romantica! Prima di tutto, la passione,
-stimolata dì e notte dalla fantasia, esacerbata dalla riflessione,
-artificiosamente incalzata di là da' suoi termini naturali, intricata
-nelle peripezie di romanzesche avventure, con ostentazione di mistero,
-sospetto d'inimicizie coperte, ansietà di tradimenti, repentagli
-di duelli, ruggiti di rabbia e dì dolore, aspettazione di morte,
-minacce di suicidio. Chè il Foscolo ebbe tutto il tempo di vita sua il
-desiderio, e dirò pur l'ambizione, di uno di quegli amori smisurati,
-fatali, mortali, che tutti i romantici sognarono; e fra tanti ch'ei
-n'ebbe, non n'ebbe uno solo mai che veramente fosse di quel carattere,
-checchè ne possa egli dire e voler far credere nelle sue lettere
-amorose, e sebbene parecchi degli amori suoi, anche prima di quello
-colla Fagnani, fossero stati romanzeschi a segno da meritargli da
-colei il soprannome di _romanzo_ e _romanzetto ambulante_. Poi quella
-mostra vanagloriosa e quel come culto di una infelicità maggiore di
-ogni altra infelicità, e nel tempo stesso più nobile di ogni altra,
-e più recondita, e più fatale, disperata di soccorso, perpetua,
-inintelligibile ai profani, ajutata da un'arte crudele e squisita
-di _esulcerare le proprie piaghe_, chè l'arte di Jacopo, mentre le
-_Lettere_ di Jacopo sono, a detta dello stesso Foscolo, il libro
-del cuore del Foscolo. Onde quel parlar sempre, e sino alla sazietà,
-di delusioni irreparabili, e di contraddizioni fra il sentimento e
-l'esperienza, e di un sentir troppo intenso e profondo, e di _anima che
-divora il corpo_, e di cuore che è _eterna causa di pianto_, e di un
-_tempo presente divorato col timor del futuro_; e quelle notti insonni,
-popolate di fantasmi, e quell'orror pei viventi, e quello stemperarsi
-continuamente in lacrime, e il _piacere dell'infortunio_, fratel
-carnale della pindemontiana e anglogermanica _gioja del dolore_ (_joy
-of grief; Wonne der Thränen_), e l'oppio e il digiuno, e il pugnale
-liberatore. Poi anche la incurabile melanconia che lo possedette fin
-da fanciullo; quella stessa pensosa e poetica melanconia, che più
-antica assai dello Chateaubriand, dal quale Teofilo Gautier la voleva
-scoperta o inventata[8], giudicata dal Cesarotti uno dei caratteri del
-genio, celebrata in Italia dal Bertola e dal Pindemonte, derisa dal
-Parini, fu, vera o finta, uno dei contrassegni particolari d'infiniti
-romantici, molti dei quali dovettero invidiare al Foscolo la _magra
-e melanconica persona_, di cui sembra che questi inorgoglisse, pure
-conoscendosi brutto. «Le melanconie», egli diceva, «non mi lasciano che
-di rado, ed io ne godo ch'esse alberghino meco»[9]. E alla melanconia
-s'accoppiava una vaghezza di sentimenti _patetici_ e di _patetiche_
-viste, onde il poeta si congratulava con l'amica, perchè un ritratto di
-lei, sebbene poco somigliante, pure serbava _tutto tutto il suo caro e
-patetico atteggiamento_. Aggiungete poi un grande disprezzo per quella
-_stupidità che si chiama saviezza_, un odio orgoglioso per ogni maniera
-di volgo, un gesto da fulminato impenitente, una ostentazione di animo
-imperterrito, e per soprammercato, i rimorsi di Didimo Chierico, e
-poi ditemi, se in mezzo alle molte contraddizioni, e ai non pochi
-vacillamenti, non vi pare di riconoscere nel Foscolo uno di quei _bei
-tenebrosi_ di cui andò tanto superba l'arte romantica, e se non vi
-fa pensare a qualcuno di quei personaggi misteriosi e fatali in cui
-s'incarnò Giorgio Byron.
-
-
-IV.
-
-Quanto sono venuto dicendo riguarda in più particolar modo il Foscolo
-giovanissimo, ma si può seguitare a dire, almeno in parte, anche del
-Foscolo meno giovane, e del Foscolo non più giovane.
-
-Mettiamo in sodo un primo fatto importante, ed è che, comunque il poeta
-possa giudicare, negli anni maturi, il romanzo della sua giovinezza, e
-dolersi del malo esempio che molti potevano averne ricevuto, e dire che
-gli rincresceva d'averlo scritto, quel romanzo non gli esce più dalla
-mente e dal cuore, e sempre egli lo viene ricordando, l'un anno dopo
-l'altro, nelle sue lettere e sempre egli si riconosce, e si compiange,
-e si ammira nel _povero_ Jacopo. Nel 1806, scrivendo all'Albrizzi, si
-firmava _il tuo Ortis_. Nel gennajo del 1806, scriveva alla Marzia:
-«Mi sento l'animo come nel tempo ch'io scriveva l'_Ortis_»; e un'altra
-volta le diceva che se avesse potuto scrivere un altro _Ortis_ gli
-sarebbe parso di star meglio, e sarebbe forse guarito. Nel 1812
-ricordava al Pellico il _nostro povero Ortis_. Nel 1813, trovandosi in
-uno dei suoi tanti travagli amorosi, scriveva al Trechi: «Sigismondo
-mio, il povero Ortis è morto»; e morto non era se riviveva in lui.
-Essendo in Isvizzera nel 1815 e nel 1816, si faceva scrivere al nome di
-Lorenzo Alderani, il supposto amico e quasi fratello di Jacopo, e con
-quel nome si sottoscriveva, e di quel nome si serviva anche in istampa.
-Curava nuove edizioni del _melanconico libricciuolo_, dolendosi degli
-errori e di altri guasti che ne avevan deturpate parecchie, lamentando
-le traduzioni cattive, compiacendosi delle buone; e ad alcune copie
-della stampa di Londra, del 1817, poneva in fronte una lettera a
-Samuele Rogers, ove dice tra l'altro: «Io in questa operetta cerco alle
-volte e riveggo il mio cuore quale era uscito di mano della natura». E
-quale in sostanza egli conservò sempre, come par quasi che presentisse
-Melchiorre Cesarotti, quando, nel 1802, gli scriveva a proposito di
-essa: «Veggo purtroppo ch'è l'opera del tuo cuore; e ciò appunto mi
-duol di più, perchè temo che tu ci abbia dentro un mal cancrenoso e
-incurabile». Altri, come l'abate Luigi di Breme e madama Bagien, lo
-chiamano Ortis, _ce pauvre Ortis_, e pare a me dicessero più giusto che
-non facesse egli stesso, quando in una lettera del 1820 alla Russel,
-e in uno dei frammenti del romanzo autobiografico, chiamava l'Ortis
-suo amico e suo sfortunato amico. Perciò non ha torto il Chiarini
-quando dice che un fondo di Jacopo Ortis rimase nel Foscolo per tutta
-la vita, e che il Foscolo «fu molto più Jacopo Ortis del suo eroe»;
-e aveva torto la contessa d'Albany quando negava così senz'altro che
-il suicidio di Jacopo Ortis fosse una ragione per credere al suicidio
-del Foscolo. Si può qui considerare un bel caso dell'influsso che alle
-volte un libro esercita sulla persona e su tutta la vita del proprio
-autore.
-
-Nel 1795, il poeta giovinetto, _avvolto di un'elegante melanconia_,
-si deliziava spesso _mormorando i patetici versi di Ossian_: il poeta
-maturo si burlò degli _ossianeschi_, e sentenziò che «la materia
-dell'_Ossian_ dissente tanto da' nostri costumi e dalle nostre idee
-poetiche, che l'imitarlo riescirebbe ridicola affettazione»; ma non per
-ciò se ne scordava, e in una lettera del 1814, alla contessa d'Albany,
-trascriveva alcuni versi della traduzione cesarottiana, serbati nella
-memoria, e ripetuti a lenimento del dolore che gli divorava l'anima, e
-a schermirsi dagl'_irritamenti della fortuna_.
-
-La melanconia séguita a essere compagna inseparabile del poeta maturo
-com'era stata del giovane; anzi prende nome e qualità di _melanconico
-genio_, e il poeta, che ammira la _melanconia_ della Bibbia, gode in
-pari tempo di poter dire: _il mio amico Amleto_. Quella certa smania
-di singolarità che la contessa d'Albany gli rimproverava nelle sue
-lettere, e ch'egli un po' stizzosamente negava, era male congenito in
-lui, del quale, o non seppe, o non volle guarire mai, e che appare
-per più rispetti somigliantissimo a quella teatralità di cui tanti
-romantici, anche non zazzeruti, ebbero a far pompa[10]: onde forse
-l'ammirazione sua per il Byron, levatosi come un «Achille giovinetto
-tra uno stuolo di eroi più provetti»: pel nuovo Euforione cui anche
-il Goethe applaudiva, e che le opposte tendenze dei classicisti e
-dei romantici pareva dover conciliare in un'arte più comprensiva
-e più alta. E sempre l'uomo provato da tanti disinganni e da tanti
-dolori mostrò di porre, come avrebbe potuto fare il più romantico
-dei romantici, la passione al disopra della ragione; e sempre l'anima
-sua, benchè _inaridita_ (come a lui piaceva di dirla), fu straziata da
-_fatali_ ricordi, e si dibattè nel tumulto dei sensi e degli affetti,
-nella febbre e nel delirio di una passione _forsennata_; e sempre le
-sue lettere d'amore, specie se scritte a donne _pallide, patetiche,
-sibilline, fatali_, donne _funestamente a lui care_, sono come pezzate
-di colori romantici, tassellate di espressioni romantiche, riboccanti
-di romantica mestizia. Leggete ciò che delle notturne angosce,
-cagionategli da un nuovo rimorso, egli scriveva alla _Donna gentile_
-nel marzo del 1816, e leggete il _Manfredo_ del Byron, e poi dite se
-l'uomo reale non sembra appartenere con l'immaginario a una stessa
-famiglia.
-
-Il De Sanctis avvertì, e con ragione, un elemento romantico in quei
-_Sepolcri_ in cui Ippolito Pindemonte trovava, anch'egli con ragione,
-troppe antiche memorie; ma l'elemento romantico è nell'anima stessa
-del Foscolo. Che importa che il poeta non se ne avveda, o nol voglia
-confessare? Che importa ch'egli stia nel 1814 più mesi senza leggere
-altro che Omero? Che importa che nel 1823 scriva: «I moderni sono
-troppo ciarlieri per me», e sempre torni agli antichi? Egli ha in
-fronte uno stigma romantico che non può cancellarsi. Come i romantici,
-egli è un rivoluzionario che grida tutto essere da rifare in arte.
-Come i romantici, o almeno come i più dei romantici, egli non riesce
-a fermare in sè quel perfetto equilibrio della ragione e del cuore,
-ch'è una condizione principale dell'arte classica, e che egli in
-arte vagheggia, non senza contraddire a sè stesso. Come i romantici,
-egli s'intrude sempre nell'opera propria, nè saprebbe intendere il
-Goethe quando sentenzia che una cosa deve essere l'opera, e un'altra
-cosa, affatto distinta, il poeta. Aggiungasi che egli, se avversò
-Chateaubriand, col quale ebbe pure più di una somiglianza, se derise
-la Staël, fu amico e lodatore sincero di parecchi romantici, fra'
-quali tutti basterà ricordare il Pellico; e che quando fu fondato il
-_Conciliatore_, il giornale della nuova scuola, egli promise, sia pur
-freddamente, di scriverci, mentre il Monti al giornale moveva guerra
-prima ancor che nascesse. Chi ponga mente a tutto ciò, non potrà poi
-troppo meravigliarsi di quella esagerazione del Lampredi, che, nel
-_Poligrafo_, chiamò Ugo Foscolo il _corifeo dei romanticismo_; anzi lo
-accusò d'aver preso del romanticismo la parte men sana e d'averla resa
-_perniciosissima, generalizzandola_.
-
-Il Foscolo è molto difficile da conoscere e da giudicare, e tale
-difficoltà fu da lui stesso avvertita; ma non tanto difficile tuttavia
-che non si possa attraverso alle sue molte contraddizioni, per entro
-a quel misto di _dandy_ e di _bohème_ che si nota in lui, scoprire i
-caratteri principali e i principali stati dell'agitatissima anima sua.
-Il Byron lo definiva _uomo antico_. A me il Foscolo sembra uomo assai
-moderno sotto l'antica vernice. Tra l'altro, egli mostra apertamente
-in fronte l'incancellabile suggello che Gian Giacomo Rousseau impresse
-in tante altre fronti[11]; e credo che se invece di nascere nel 1778
-fosse nato vent'anni più tardi e avesse avuto intorno meno impacci di
-tradizioni e di scuola, egli avrebbe avuto il suo posto non più tra'
-classici, ma tra' romantici. Peccato che non abbia scritti i parecchi
-altri romanzi ch'ebbe in mente, da' quali forse altri e maggiori
-indizi si sarebbero potuti ricavare! Che se il romanticismo avesse
-a definirsi, come piacerebbe a qualcuno, prevalenza di soggettismo e
-trionfo di lirismo, chi più romantico del Foscolo?
-
-
-
-
-IL ROMANTICISMO DEL MANZONI[12]
-
-
-Alessandro Manzoni passò sempre, in Italia e fuori d'Italia, per
-caposcuola del romanticismo italiano. E non senza ragione, di sicuro,
-chi consideri che nella lettera allo Chauvet sulle unità drammatiche
-noi abbiamo il documento più cospicuo di quella letteratura polemica;
-nella lettera a Cesare D'Azeglio il catechismo, per così dire, di
-quella dottrina; nei _Promessi Sposi_, nelle tragedie, negl'inni sacri,
-quanto di meglio quella letteratura produsse in Italia. Se non che,
-dal tenere, così senz'altro, e in modo, direi, assoluto, il Manzoni
-capo di quella scuola, possono nascere, e nacquero infatti, e nascono
-tuttavia, alcune pregiudicate opinioni che, specie se spalleggiate
-da un po' di avversione o di predilezione istintiva, non lasciano
-rettamente intendere l'uomo, nè l'opera sua, nè quella scuola stessa di
-cui si vorrebbe vedere in lui l'espressione più sicura e più piena. Il
-Manzoni fu romantico, senza dubbio; ma non quel romantico che molti si
-dànno ad intendere; e capo del romanticismo italiano egli non può esser
-detto senza accompagnare quel titolo periglioso di molte avvertenze,
-distinzioni e restrizioni, che ne scemano d'assai la portata, o ne
-mutano non poco il carattere. I giudizii sommarii non valgono nulla,
-neanche in letteratura. Del resto il Manzoni, come il Lamartine,
-ricusò sempre il nome, l'ufficio e le brighe del caposcuola; e se il
-Pieri, una volta, lo chiamò dispettosamente _corifeo del romanticismo
-italiano_; e se altri dopo il Pieri, gli diedero quello stesso, o
-altro simile titolo; ebbe pur sempre ragione il Mamiani di dire che il
-presunto e acclamato _capitano procedette sempre solo_[13]. E di ciò si
-ha, fra tant'altre, una prova nel fatto che il Manzoni favorì bensì il
-_Conciliatore_, ma non vi scrisse; astensione che per un caposcuola del
-romanticismo non lascia d'essere un po' curiosa.
-
-
-I.
-
-Parlare del romanticismo è, anche ora, cosa molto difficile, per
-quanto appajano sedate, se non ispente affatto, le passioni che già
-resero un tempo difficilissimo il parlarne. Perchè la difficoltà non
-nasceva tutta dall'impeto e dal contrasto di quelle passioni, le quali
-non lasciavano veder chiaro nella questione; ma nasceva, e in certa
-misura nasce ancora, dall'oscurità, dall'estensione, dal viluppo della
-questione stessa. Più forse di ogni altra dottrina letteraria, in
-dottrina romantica, presa nel tutto insieme, appare a primo aspetto
-una agglomerazione di parti malamente coordinate, e talvolta anche
-repugnanti fra loro; sparsa di certe larve d'idee che, speciose in
-vista, non si possono poi ridurre a forma definitiva e pensabile;
-intralciata di troppi di quei giudizii che il Manzoni, parlando
-d'altro, dice nati «prima sul labbro che nella mente, e che svaniscono
-a misura che uno li contempla con attenzione». Se n'ha una prova in
-quelle tante, troppe, definizioni che del romanticismo si diedero e si
-dànno, e che tutte, qual più, qual meno, tornano inadeguate e vaghe,
-specie se pretendano di far colpo con certa stringatezza e recisione
-aforistica che il soggetto non comporta (_il romanticismo è il
-liberalismo nell'arte, lo spiritualismo nell'arte, il vero nell'arte,
-il trionfo del lirismo, il soperchiare del soggettivismo, il disordine
-della fantasia, il senso del mistero, la forza dell'aspirazione_,
-ecc.)[14] e se n'ha una prova anche maggiore nel vedere parecchie di
-quelle definizioni contraddirsi e negarsi a vicenda.
-
-Ad ogni modo, sono lontani i tempi in cui Vittore Hugo, non convertito
-per anche alla nuova fede, poteva dire che _classico_ e _romantico_
-sono parole senza senso, e il Guerrazzi ripetere in Italia: «Io non
-vorrei profferire nemmen i nomi di classici e di romantici, dacchè
-per sè stessi non significano nulla». Veramente quei nomi qualche cosa
-significano, e noi, ora, sempre più li veniamo intendendo, sempre più
-discerniamo le cose e le idee significate per essi, e le attinenze,
-conseguenze e ragioni loro. Contraddizioni e incertezze nella dottrina
-ce ne furono anche troppe, ma dovute, la più parte, alla natura stessa
-delle cose, le quali vanno per la lor china, come la necessità ne le
-porta, nè si curano di accondiscendere alle dottrine perchè le riescano
-più facilmente, di primo tratto, chiare, intere, bene spartite e
-coerenti.
-
-Risalendo ai principii e guardando un po' dall'alto, si vede ciò che
-non si può vedere dal basso. I nuovi indirizzi dell'arte e le dottrine
-che li accompagnano, e alle volte li precedono, sono determinati più
-e meno (non mai del tutto) da moti molto più vasti e più profondi,
-effettuatisi già, o che si vanno effettuando, negli ordini della vita
-e del pensiero. Il romanticismo non fa eccezione a questa che è legge
-costante e generale; ma esce in qualche modo dall'ordinario, e si
-stringe a certo gruppo di casi particolari, ove quel nuovo indirizzo
-si vede essere (sempre più e meno) l'effetto, non di moti concordi e
-cooperanti, ma di moti discordi e contrastanti, e come la _risultante_
-di più forze divergenti. Si vedono comunemente nel romanticismo gli
-effetti della reazione politica e religiosa; ma non ci si vedono,
-o ci si vedono molto meno, gli effetti di quello spirito contro cui
-s'armò la reazione, di quello spirito che concepì e operò i grandi
-rivolgimenti del secolo scorso[15]. La inclinazione religiosa e
-mistica che l'arte romantica manifesta sin dal suo nascere; quella
-infatuazione pel medio evo; quel sentimento di patria e di nazione
-fatto più permaloso e più acuto, sono frutto di reazione senza dubbio;
-ma quel vago, inquieto e talvolta protervo desiderio del nuovo;
-quell'avversione acre all'autorità ed alle regole; quella baldanza
-critica e battagliera; quel proposito democratico; quel confondere i
-generi come si eran confuse le classi, son frutti dello spirito stesso
-del secolo XVIII. Qual meraviglia se il romanticismo, formato, dirò
-così, di un intreccio di forze contrarie, mostra in sè più di una
-contraddizione? Se mentre esalta il sentimento sopra la ragione, si
-serve della ragione per buttar giù il classicismo, con procedimenti
-non troppo dissimili da quelli che i filosofi avevano usato contro la
-fede? Se mentre riconsacra le patrie, scioglie inni all'umanità? Se
-mentre ripone Dio sugli altari, prepara le vie all'incredulità e al
-_satanismo_, correggendo esso stesso il detto di Enrico Heine, che il
-romanticismo sia un fior di passione nato dal sangue di Cristo? Vedere
-in queste incoerenze e in questi dissidii non altro che sintomi di
-debolezza e d'inettitudine non è ragionevole. Essi, piuttosto, sono
-sintomi di vita operosa, combattuta e profonda. Giudicar l'arte e la
-dottrina che li accolsero in sè fatti di scadimento e di esaurimento,
-senz'altro, è erroneo. Il romanticismo ebbe molte parti vive e vitali;
-alcune vitali tanto che vivono ancora, anzi, pajono, mutati i nomi,
-prender nuovo vigore. Il romanticismo fece ciò che non poteva più,
-per nessun modo, il classicismo: rappresentò la coscienza dei tempi
-nuovi nella molteplicità mutabile de' suoi aspetti, nel tumulto e nel
-contrasto delle sue numerose tendenze, nel lutto insieme dell'agitata
-e tormentosa sua vita. Fu qualche cosa più che la _epizoozia_ schernita
-dal Monti.
-
-Del resto quando nella dottrina del romanticismo si sia fatta la
-cernitura degli elementi avventizii, scioperati, caduchi, e siasi
-cercato alquanto sotto la superficie, non si stenta molto a trovare
-un nucleo saldo e incorruttibile, formato dal concetto di un'arte
-che, non più dell'antica, ma più di quella che s'affanna a rifare
-l'antica, scaturisca dall'intimo della psiche, e viva del vivo,
-traendo spirito e norma dal veramente sentito e dal veramente pensato,
-anzi che dagli esempii e dai precetti; sia, per così dire, immanente
-e non derivata. Questo concetto, dal quale vennero al rivolgimento
-letterario della fine del secolo scorso e di parte del presente alcuni
-caratteri non troppo dissimili da quelli che contraddistinguono il
-rivolgimento religioso del secolo XVI; questo concetto, che formò pure
-il nucleo del realismo, è di tutta giustezza e inoppugnabile. E se il
-romanticismo traviò poi in tanti errori e in tanti eccessi, traviò,
-non già per averlo troppo osservato, ma bensì per non averlo osservato
-abbastanza. E se, notando l'atteggiamento diverso che il romanticismo
-ebbe a prendere tra le varie genti d'Europa, e come quella diversità
-diventi alle volte contrasto e contraddizione, si volesse inferirne che
-quel principio non è nè immutabile nè unico, s'inferirebbe il falso,
-quando la diversità, il contrasto e la contraddizione nascono appunto
-dall'essere quell'unico e costante principio applicato a condizioni
-di vita e di coltura profondamente diverse, e da quella mescolanza di
-elementi e di tendenze a cui ho accennato poc'anzi. Un solo e supremo
-principio estetico e letterario, e molte e varie contingenze e tendenze
-particolari, ecco perchè ci fu un romanticismo comune e generico, e ci
-furono tante specie di romanticismo quanti i paesi in cui allignò.
-
-Sebbene Hermes Visconti abbia definito _crocchio sopraromantico_ il
-crocchio che intorno al 1820 si adunava in casa del Manzoni, pure
-gli è indubitato che il romanticismo italiano, specie quello che in
-Milano ebbe espressione più ragionevole e vita più rigogliosa, fu
-di sua natura molto temperato, molto conciliativo: tanto temperato
-e tanto conciliativo che, appunto in quell'anno, nella lettera
-allo Chauvet, pubblicata poi il 1822, il Manzoni stesso era tratto
-ad esprimere il dubbio non avessero i romantici italiani a udirsi
-rimproverare di non essere abbastanza romantici. Egli per primo non
-dovette sembrare a molti abbastanza romantico. A ragione, o a torto?
-Ecco appunto la questione che io vorrei esaminare e discutere. Che
-è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo generale europeo?
-Che è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo particolare
-italiano? Quanto al romanticismo italiano, leggonsi parole del Manzoni
-che proverebbero pieno e perfetto in quegli anni medesimi l'accordo
-suo con gli scrittori del _Conciliatore_, di cui erano stati soppressi
-i fogli ma non le idee. In principio del 1821, scrivendo al Fauriel,
-egli li chiamava suoi amici e compagni di patimenti letterarii, _amis
-et compagnons de souffrance littéraire_[16], e certamente li aveva per
-tali. Ma era poi l'accordo così pieno e così perfetto come si parrebbe
-da quelle parole? Ci sono molte ragioni per credere che no. E il
-disaccordo, forse assai leggiero in principio, non s'andò aggravando
-col tempo? Ci sono molte ragioni per credere che sì.
-
-
-II.
-
-Prima di tutto, il Manzoni ebb'egli da natura un temperamento che
-possa dirsi di romantico, di romantico schietto, di romantico risoluto?
-Tale domanda non è senza importanza. Per aderire _scientemente_ a una
-dottrina o religiosa, o politica, o filosofica, o letteraria, e più
-per farsene banditore e campione, è necessaria una certa costituzione
-psichica, una certa complessione morale, varia secondo la varia indole
-della dottrina stessa e simile (sino a certo segno) in tutti coloro
-che quella dottrina professano. Ciò va inteso con molta discrezione,
-con molta larghezza, ed è vero solamente di coloro che abbracciano
-le dottrine a ragion veduta, con intendimento, con sincerità, con
-deliberato proposito. Quanto ai molti più che si caccian lor dietro,
-o perchè allettati da una qualsiasi lusinga di un qualsiasi guadagno,
-o perchè trascinati dall'andazzo e dalla voga, o perchè usi di porsi
-alle calcagna del primo che passi e faccia loro cenno, essi non han
-bisogno d'avere per quelle nessuna inclinazione vera e naturale, e
-possono, anzi, averci ripugnanza. La fazione, la confessione, la scuola
-sono formate da quei primi e guaste da quei secondi. Vengono i primi
-e iniziano, poniamo, un'arte per quanto è possibile nuova: vengono i
-secondi, e frantendendo, esagerando, adulterando, corrompono e disfanno
-l'opera di quelli, pur dandosi aria di ajutarla e di compierla.
-Tutte le scuole letterarie, per non parlar d'altre, conobbero questo
-flagello; ma nessuna forse più della romantica.
-
-Ora, venendo al Manzoni, io credo si possa dire che la sua costituzione
-psichica, la sua complessione morale, furono appunto quali si
-richiedevano a intendere appieno e abbracciare risolutamente il
-principio primo e sostanziale del romanticismo secondo ho cercato di
-adombrarlo; furono solo in parte quali occorrevano per accondiscendere
-ad alcuni altri principii, importanti ancor essi, ma subordinati;
-non furono in nessun modo quali ci sarebbero volute per acconciarsi
-a tutto quel guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni, di sentimenti, che
-pajono formar parte integrante della dottrina, ma che della dottrina
-propriamente sono o negazione, o caricatura.
-
-Spero, nelle pagine che seguono, di riuscire a chiarir tutto ciò;
-ma si può far sin da ora, agevolmente, una osservazione abbastanza
-significativa. Se si raccolgono come in un gruppo i maggiori poeti
-romantici francesi, inglesi, tedeschi, si nota fra loro, a dispetto
-delle dissomiglianze a volte molto notevoli, come un'aria comune di
-famiglia: se s'introduce in quel gruppo il Manzoni, il Manzoni sembra
-un estraneo.
-
-La ricerca di quella che il Taine chiamava facoltà maestra o cardinale
-può essere in taluni casi molto difficile, e anche molto delusiva, ma
-non mi par tale nel caso del Manzoni. Chi disse primo (poi fu ripetuto
-da molti) che il Manzoni è lo stesso buon senso fatto persona, disse
-bene, ma non disse abbastanza; e chi quel buon senso ragguagliò al
-senso comune errò grossamente. Gli è vero che il Manzoni stesso parla a
-più riprese, con molto rispetto, del senso comune, e lo invoca; ma non
-è da dimenticare ciò che in un luogo dei _Promessi Sposi_ egli scrive a
-proposito dell'opinione generale circa il malefizio degli untori: che
-il buon senso «se ne stava nascosto per paura del senso comune»[17].
-Tra senso comune e buon senso è poca amicizia; e il buon senso è come
-una virtù domestica dello spirito, la quale fa gran servizio nelle
-occorrenze ordinarie della vita, ma fuor di lì, o ne fa poco, o non
-ne fa punto. Col buon senso si evitano molti errori, e si ripara a
-molti mali spiccioli; ma per volere le cose grandi, e più per farle,
-il buon senso non basta: ci vuole un senso più alto, più ardito, più
-avventuroso, che non si adombri così facilmente d'un paradosso, che
-non ricalcitri quasi istintivamente ad ogni _ver che ha faccia di
-menzogna_, e non tema ogni momento di perder piede. Povero il novatore
-che avendo buon senso non abbia altro. E il Manzoni fu novatore quieto,
-ma novatore grande.
-
-Il buon senso occupa i gradi mezzani della ragione, e il Manzoni sale
-dai mezzani ai più alti. Egli è uom di ragione per eccellenza. Con ciò
-non voglio già dire che la ragione in lui sia perfetta (e in chi mai
-fu perfetta?): voglio dire che è mirabile per acutezza e per vigoria,
-che sta in cima del suo spirito, che sopraintende a tutta la sua vita
-intellettuale e morale, e la promuove e la regola. La mente del Manzoni
-è delle meglio ordinate, proporzionate, equilibrate che io conosca;
-perspicace quanto prudente, agile quanto salda; metodica ma non
-sistematica; vaga del rigore logico, ma schiva d'ogni logica rigidezza.
-Il Manzoni sa che il vero sapere non si acquista se non procedendo dal
-noto all'ignoto; che il metodo _è uno_ per ogni cosa; che _gli errori
-di metodo sono sempre gravi_; che la _curiosità sincera_ dev'essere
-accompagnata dal _dubbio ponderatore_ e dar agio all'_esame accurato_,
-perchè _l'osservar poco è appunto il mezzo più sicuro per concluder
-molto_; che non bisogna lasciarsi affascinare dalle ipotesi, ma
-procedere sempre con _utile e ragionata diffidenza_[18]. C'è forse
-bisogno di dire che questa così affinata e cauta ragione non ha troppa
-somiglianza con quella che il secolo XVIII alzò sugli altari? e che
-abbiam qui una forma di ragione più alta e più sincera? Ma poi, c'è
-forse bisogno di soggiungere che anche questa ragione più alta e più
-sincera ha le sue debolezze e le sue esagerazioni? Notato il buono,
-notiamo anche il men buono.
-
-Il Manzoni è di sua natura, sopra ogni altra cosa, un ragionatore, e
-sebbene muova consuetamente dal fatto e dalla osservazione, pure, come
-quei filosofi di cui serbò un qualche poco gli andamenti, anche dopo
-averne rinnegate le dottrine, non lascia di cader qualche volta nello
-abuso del ragionar troppo. Egli è un ragionatore molto ingegnoso e
-molto sottile, ma, qua e là, un pochin troppo ingegnoso e un pochin
-troppo sottile. Conosce assai bene i sotterfugi e i tranelli del
-pensiero e della parola, e sa guardarsene, ma non sempre, ma non in
-tutto. Per dire un esempio, nel discorso sopra il romanzo storico, il
-ragionamento pende talvolta nel sofistico, l'argomento diventa cavillo;
-e chi legge non può schermirsi interamente dal dubbio che l'autore
-abbia scritto, più che per altro, per fare una sua esercitazione
-dialettica, e per misurare le proprie forze di atleta logico[19].
-Così ancora, nel _Dialogo della invenzione_ non mancano alcune di
-quelle trappole di parole cui accenna uno degli interlocutori; e non
-mancano neanche altrove, sebbene nessuno meglio del Manzoni sappia che
-i traslati _sono traditori_, e che le parole, se non ci si bada bene,
-_menano fuori di strada_[20]. Non sempre chi ragiona bene ha ragione,
-e più d'una volta il Manzoni, per volere ragionare troppo, finisce ad
-aver torto; e allora non gli giova d'andare in collera contro coloro
-che negano _l'applicabilità de' principii a tutte le loro conseguenze_,
-e dicono _espressamente pericolosa la logica_[21]. Che l'accusa di
-troppa sottigliezza potesse, una volta o l'altra, venirgli da qualche
-banda, pare l'abbia sospettato egli stesso, perchè, quasi a pararsene,
-lasciò scritto: «j'ai remarqué que l'on appelle assez souvent
-subtiliser, ce qui pourrait s'appeler en d'autres termes: toucher le
-point de la question»[22]. E sta bene; ma un pochino di don Ferrante
-c'è in don Alessandro, sia detto con la discrezione dovuta: e c'è anche
-un poco di quel soverchio rampollar di pensieri sopra pensieri che,
-se non dilunga a dirittura il segno, fa talora perplesso e lento chi
-ci tende. Abbiamo in ciò la confessione dello stesso Manzoni: _habemus
-confitentem reum_.
-
-Ma il difetto è pur sempre lieve; e, tutto sommato, s'ha a riconoscere
-che il Bonghi giudicò rettamente quando disse che «nella mente del
-Manzoni la facoltà del ragionare esatto era delle maggiori»[23]. Chi
-ben guardi troverà la manifestazione di quella facoltà non meno nei
-_Promessi Sposi_ che negli scritti d'indole critica e dissertativa.
-Il Manzoni non si contentò mai di cosa che, oltre al desiderio, non
-appagasse in pari tempo la ragione[24]; e credo che il Bonghi cogliesse
-anche una volta nel segno quando il cattolicismo di lui faceva
-dipendere, almeno in parte, da un vivo bisogno di logica e serrata
-coordinazione.
-
-Ora dunque, se il Manzoni è, essenzialmente, un uomo razionale e
-ragionante; e se la ragione innalza sopra tutte le facoltà umane; e se
-della ragione usa continuamente, e qualche volta abusa; si vede come
-sin dal bel principio egli venga a contraddire, non solo a uno dei
-progenitori massimi del romanticismo, quale fu il Rousseau, che mise
-il sentimento sopra la ragione, ma ancora a tutti quei veri e proprii
-romantici della fine del secolo scorso e del primo ventennio di questo
-che, con a capo Guglielmo Schlegel, per amor di misticità, mossero,
-larvata o palese, guerra alla ragione.
-
-Il Manzoni è un osservatore, un pensatore, e diciam pure un filosofo:
-quanto diverso in ciò (e non in ciò solo) da quello Chateaubriand che
-si vantava di essere antifilosofico sino alla superstizione! Egli, il
-Manzoni, si duole invece di esser capitato a vivere in una età _forse
-la più antifilosofica, che ci sia mai stata_. E il più curioso si è
-che la sua filosofia, appoggiata com'è alla fede, e informata al più
-puro idealismo rosminiano, alle volte lascia scorgere un'aria di viso
-come di positivismo, e par che si scordi del rispetto dovuto alla
-metafisica, da lui stesso celebrata del resto in più occasioni quale
-il supremo sapere da cui ogni altro dipende. La parola _positivo_
-sdrucciola con molta frequenza dalla penna che scrisse la _Morale
-cattolica_ e gl'_Inni sacri_.
-
-Il Manzoni fu un filosofo, ma non un sognatore; e, pur troppo, non
-di tutti i filosofi si può dire altrettanto. La sua psicologia, la
-sua estetica, la sua morale recan sempre l'impronta di un pensiero
-vigoroso non meno che ponderato, il quale agevolmente si allarga dal
-particolare all'universale, assorge dalle contingenze ai principii. E
-così la sua critica, secondata da una forza di analisi che giustamente
-il De Sanctis giudicò _potentissima e straordinaria_[25]. E notisi
-che della critica, e non solo di quella corrente, egli non era già
-troppo tenero; anzi ne diffidava, conscio dei pericoli che fa correre
-all'arte e ad altro. I suoi giudizii sono sempre acuti, sempre lucidi,
-quasi sempre giusti: giustissimi, per ricordar qualche esempio, quelli
-sulla _Eneide_, sull'_Italia liberata_ del Trissino, sull'_Henriade_
-del Voltaire: assai meno giusti, ma non ingiusti del tutto, quelli sul
-Tasso, sull'Alfieri, sul Leopardi. Quando ha da giudicare, egli sa, il
-più delle volte, sgombrar l'animo d'ogni passione, scordarsi d'ogni
-altro interesse che non sia quello del vero, levarsi a un'assoluta
-imparzialità. Possono farne fede i giudizii da lui pronunziati su
-Giuliano l'Apostata e sul Robespierre, dov'eran tante e così forti
-ragioni che potevan sedurlo ad esser men giusto. Le osservazioni
-ond'egli usava postillare i margini dei libri che leggeva sono come un
-commento perpetuo fatto da uno spirito che non è possibile soggiogare
-nè con la forza, nè con l'inganno.
-
-La ragione del Manzoni si compone e si adagia nelle forme più geniali
-del senno, onde nascono a un tempo la moderazione e la modestia: la
-moderazione, che è il frutto del veder largamente e sotto ogni aspetto
-le cose; la modestia, che è il frutto del veder chiaramente e molto
-addentro in sè stesso. Piacque a taluno mettere in dubbio, se non
-la moderazione, che non si poteva, la modestia del Manzoni: a torto;
-perchè, com'ebbe a dire il Pope, _want of modesty is want of sense_; e
-l'uomo può serbarsi modestissimo anche se si conosca di molto superiore
-a molti. Si può dubitare piuttosto se egli non abbia ecceduto un
-pochino e nell'una e nell'altra virtù, e se conoscendo, come certamente
-lo conosceva, il Molière, non avrebbe dovuto ricordare un po' più quei
-due versi del _Misanthrope_:
-
- La parfaite raison fuit toute extrémité
- Et veut que l'on soit sage avec sobriété.
-
-La saggezza fu forse la sola cosa in cui il Manzoni non seppe esser
-sobrio abbastanza.
-
-Chi, seguitando questo discorso, credesse di poter andar oltre
-sicuramente, e sentenziare che nel Manzoni la ragione non lascia luogo
-al sentimento e alla fantasia, s'ingannerebbe a partito. Nel Manzoni
-il sentimento è vivo, vario, delicato, eccitabile, ma vigilato molto
-da presso, e tenuto in soggezione. Parla con misura e di rado, non
-perchè sia tardo di lingua, o abbia poco da dire, ma perchè non gli è
-permesso di parlare se non a tempo e luogo. Cresca sino a certo segno,
-ma non isperi uscir mai di pupillo, e, sopratutto, non isperi far del
-grande, e arieggiare alla passione. Se Gian Giacomo fece della passione
-una delle virtù cardinali, anzi la virtù suprema, buon pro gli faccia,
-e all'autrice di _Lélia_ similmente, e a quanti vanno lor dietro.
-Al Manzoni, il fare della passione virtù, dando nome di forza alla
-debolezza, sembra, fra tante altre miserie umane, miseria grandissima.
-Certo, si farebbe presto a provare che il Manzoni inclina un po' troppo
-all'error contrario, e non s'avvede abbastanza che se le passioni non
-sono virtù, le virtù, senza l'ajuto di un po' di passione, rischiano
-facilmente di dar in secco, e l'arte, senza un po' di quell'ajuto,
-rischia di morir di languore; ma ciò, ora come ora, importa poco,
-mentre importa assai di notare che anche per questo rispetto il Manzoni
-s'accorda assai male con que' tanti romantici vecchi, nuovi, novissimi,
-che posero la passione in cielo, e fecero dell'arte la forma eletta
-della sua manifestazione sopra la terra. Il Manzoni, non solo non vuole
-ciò, ma non vuole nemmeno che il sentimento si stemperi e snaturi in
-quella uniforme, fluida, oziosa sentimentalità che par fatta apposta
-per accogliere i germi della passione, fomentarli, farli germogliare e
-fruttificare. Ciò che lo Chateaubriand chiamò _le vague de la passion_
-ripugna non meno a quel suo bisogno imperioso di precisione e di
-chiarezza che al suo criterio morale: onde ben disse il Goethe quando
-disse che il Manzoni ha sentimento, ma non sentimentalità. I romantici
-parlano sempre di cuore che intende, di cuore che sa, di cuore che
-presente, di cuore che insegna: il Manzoni scrive: «Certo, il cuore,
-chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà.
-Ma che sa il cuore? Appena un po' di quello che è già accaduto»[26].
-Se, prima di comporre, a vent'anni, la delicata elegia che comincia col
-notissimo verso:
-
- J'ai dit à mon cœur, à mon faible cœur.
-
-Alfredo De Musset fosse ricorso per consiglio al Manzoni, gli è molto
-probabile che il Manzoni paternamente gli avrebbe detto: Comandate
-un po' a cotesto chiacchierino di cuore di tacere, e interrogate la
-ragione. Gli è vero che per l'arte sarebbe stata una disgrazia se il
-giovane poeta avesse ascoltato il consiglio.
-
-Chi per fantasia intende l'attitudine a saltare di palo in frasca e
-la inettitudine a tessere logicamente e serratamente la tela delle
-idee; certa vaghezza del sogno accompagnata a certa intolleranza della
-realtà; un amore istintivo alla dissipazione e un orrore non meno
-istintivo dell'ordine; quegli potrà dire con asseveranza che il Manzoni
-ha poca fantasia, o non ne ha punta. Ma chi crede che la fantasia, o
-se la vogliamo chiamare con nome più acconcio, la immaginativa sia la
-facoltà inventrice e divinatrice per eccellenza; la facoltà che colma
-le lacune del reale, o quelle che a noi pajon tali; la facoltà che
-ajuta potentemente a conoscere e interpretare il reale, e opera la
-esaltazione del reale nell'ideale; quegli dirà, con sicurezza di dir
-giusto, che il Manzoni ebbe molta immaginativa, e di primissimo ordine.
-Nei _Promessi Sposi_ di quella fantasia non v'è ombra, o quasi; ma di
-questa immaginativa n'è assai, e non so in quante altre opere dette
-d'immaginazione se ne trovi altrettanta[27]. Anche per questo rispetto,
-tra i romantici in genere e il Manzoni il consenso è scarso. Quelli si
-vantano di lasciar le briglie sul collo alla fantasia; questi non cessa
-mai di farle sentire il morso. E così, veramente, chiede la ragione.
-
-
-III.
-
-Sanno tutti che il Manzoni fu, non solo un curioso di storia, come ce
-ne sono tanti, ma ancora un indagatore, e un indagatore quanto più si
-possa desiderare paziente, diligente, perspicace. Egli ebbe in grado
-eminente quello che si potrebbe addimandare il senso della storia;
-senso delicatissimo, complicatissimo, che suppone tutto un complesso
-di virtù intellettuali ed affettive, ma vuole poi, di soprappiù, quel
-sentimento di larga, anzi di universale simpatia, che abbracciando
-tutti i tempi, e tutte le lunghe sequele dei casi, e le forme e le
-mutazioni della vita, ci pone in grado di coesistere in certo qual modo
-con la umanità tutta quanta e di rivivere la intera sua vita. Chi abbia
-vigor di pensiero, copia di dottrina, felicità d'indagine, potenza di
-parola a tutto narrare e tutto descrivere, e non allarghi l'animo in
-quel sentimento, potrà scrivere libri mirabili di materia storica, ma
-non iscriverà la storia. Per dire le sciagure degli uomini, non basta
-conoscerle, bisogna sentirle.
-
-Perchè ebbe assai vivo e sicuro il senso della storia, il Manzoni
-intese sempre ottimamente che non è storia quella che non muove dai
-fatti. Il Rousseau scrisse in principio del suo _Discours sur l'origine
-et les fondements de l'inégalité parmi les hommes_: «Commençons par
-écarter tous les faits»; e il Fichte soggiunse: «Nulla al mondo
-è più stupido di un fatto»; e il Royer-Collard mise in rilievo
-la conseguenza: «Il fatto è ciò che v'è di più spregevole». Tutto
-l'opposto pel Manzoni. Egli ha pei fatti il più grande, il più sincero,
-il più costante rispetto; dico rispetto e non idolatria, perchè nessuno
-sa meglio di lui che «una serie di fatti materiali ed esteriori,
-per dir così, foss'anche netta d'errori e di dubbi, non è ancora la
-storia», e che i fatti bisogna interpretarli e giudicarli con qualche
-cosa ch'è superiore ai fatti[28]. Perciò avrebbe voluto accoppiati
-insieme il Muratori e il Vico, _gl'intenti generali nella moltitudine
-delle notizie positive_[29]. Anche il Michelet voleva il Vico, ma si
-scordava poi di accompagnarlo col Muratori.
-
-Se avesse voluto, il Manzoni poteva riuscire uno storico di primissimo
-ordine, e forse era questa la vocazione sua più vera e più forte.
-Nessuno vede ed intende meglio di lui i moti delle cose e degli
-uomini; il contrasto, il cozzo, l'intreccio degli avvenimenti, degli
-interessi, delle idee; le lontane derivazioni; i lontani influssi e
-come nascan gli errori; e come muojano le verità; e perchè l'una gente
-trionfi e l'altra rovini. Nessuno meglio di lui sa la vita e l'anima
-delle moltitudini, e le forze che le governano. La psicologia delle
-folle non ha interprete più ingegnoso e più sicuro di lui; ed è perciò
-che la descrizione della carestia e la descrizione della peste nel
-romanzo sono pagine di storia incomparabili. Nessuno, finalmente, è
-nei giudizii più acuto e più equo; lode grande se si pensa quant'è
-difficile mettere insieme l'equità e l'acutezza per modo che, non solo
-l'una non noccia all'altra, ma l'una all'altra soccorra.
-
-Tutto questo discorso non è, come potrebbe sembrare, una digressione.
-Un certo amore alla storia direi che fa parte integrante della fede
-romantica. Quel desiderio di verità che, si voglia o non si voglia, è
-uno dei principii motori del romanticismo, e quello appunto per cui il
-romanticismo più strettamente si lega a tutto il pensiero del secolo
-XVIII, non poteva, mentre volgevasi a tutte le altre specie della
-realtà, non volgersi anche alla realtà storica. A ciò poderosamente
-ajutavano i nuovi studii: il concetto fecondo di una storia che non
-fosse più semplice biografia di principi e nudo racconto di battaglie:
-la paziente ricerca e l'attento esame dei documenti; l'antichità scórta
-in più vera luce; il medio evo quasi scoperto. È noto che entrambi gli
-Schlegel furono appassionatissimi di storia, e non meno appassionati di
-loro furono molti altri romantici: ma se la passione durò lungamente,
-non durò lungamente, pur troppo, quello spirito di vigilanza, quella
-probità di ricerca, quel bisogno di esattezza, senza di cui la
-passione, abbandonata a sè stessa, può far poco bene, anzi suol far
-molto male. Sanno tutti che cosa sia diventato il medio evo nelle
-ricostruzioni poetiche de' più dei romantici; e giacchè m'è venuto
-ricordato il medio evo, sarà questo il luogo di notare che il Manzoni
-non partecipò punto di quella infatuazione per esso che fu tanto
-comune ai romantici d'ogni paese, e divenne uno dei contrassegni più
-caratteristici di tutta la scuola. Veramente nei principii fondamentali
-della scuola non v'è nulla che giustifichi il detto di Madama di Staël:
-«Le nom de _romantique_ a été introduit nouvellement en Allemagne, pour
-désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l'origine,
-celle qui est née de la chevalerie et du Christianisme»[30]. Che
-_romantico_ rimandi a _romanzo_, e però a quella che nel medio evo
-fu detta _Romania_, e però al medio evo stesso, e ai trovatori, e ai
-cavalieri, erranti e non erranti, è verissimo; ma è altrettanto vero
-che quel nome fu assai malamente scelto, e peggio imposto alla scuola,
-perchè non esprime punto ciò che avevano in mente gl'iniziatori di
-essa, consapevoli e inconsapevoli, o lo esprime in modo parziale ed
-erroneo, escludendo dalla denotazione il mondo germanico, che non
-fu mai romanzo, e il mondo moderno, che non è quello dei cavalieri e
-dei trovatori. Comunque sia, o perchè così suggeriva quella credenza
-cristiana ch'ebbe nel medio evo il suo massimo rigoglio, o perchè così
-persuadeva l'avversione a quella paganità classica che nel medio evo
-fu più risolutamente negata, o più universalmente ignorata, fatto sta
-che il medio evo (quale medio evo!) diventò il caval di battaglia,
-per non dire il ponte dell'asino, del romanticismo europeo, e che
-cavalieri, castellane, paggi, menestrelli, giullari, torri merlate,
-palafreni bardati, cimieri impennacchiati, furono il sogno e l'incubo,
-la delizia e l'affanno di quanti ebbe poeti (voglio dire bardi, scaldi
-e trovatori) il romantico regno.
-
-Ma non del Manzoni. Il Manzoni mise sì in tragedia la storia di
-Desiderio e di Adelchi, ma dopo aver fatto sulla età cui quella storia
-appartiene gli studii raccolti e condensati nel _Discorso sopra alcuni
-punti della storia longobardica in Italia_. Niente dunque di quel
-medio evo posticcio, lezioso, ridicolo, e niente di quella infatuazione
-puerile e fantastica. Se gli Schlegel, se Giuseppe De Maistre, se tanti
-altri esalteranno il medio evo sopra ogni altra età della storia, e
-sogneranno di potervi tornare, egli, che le conosce tutte, e conosce
-l'umana natura, lascerà che si sfoghino, e, senza far chiasso, riderà
-delle _pazze paladinerie_, e chiamerà _cronicaccia_ la cronica del
-monaco di San Gallo, e scriverà nel romanzo, a proposito dei cavalieri
-erranti: «Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la
-prima figura in un trattato d'economia politica»[31]. Egli loda molto e
-il Berchet e il Grossi; ma chi vorrà credere che il trovatore errante
-per la selva bruna del primo e il Folchetto del secondo avessero a
-dare un gran gusto al creatore di don Abbondio e di Perpetua? e chi,
-piuttosto, non vorrà credere che la _trobadoric'arpa_ gli riuscisse
-altrettanto nojosa quanto la cetra classica, ed anzi più? Quell'_oh
-gioja_! che il buon Pellico profferì il giorno in cui gli toccò la
-ventura (durante un poetico rapimento, s'intende) di leggere sopra un
-macigno, nella _sacra valle_ del Chiusone, i nomi d'Eudo e di Tancreda,
-quell'ingenuo _oh gioja_! vi pare che avrebbe mai potuto uscire dalle
-argute labbra del Manzoni? E vi pare che il Manzoni avrebbe mai voluto
-far molti vezzi a quella buona comare che, a detta del Carrer,
-
- Vien d'un albero all'ombria
- A colloquio colle fate;
- Col giullare sulla via,
- Nei castelli col magnate,
-
-e dovrebb'essere, salvo errore, la Poesia? Vedremo, tra poco, che
-sentimenti nutrisse il Manzoni verso la poesia in genere; ma a buon
-conto s'ha da notare che tra' suoi versi non è neppur una di quelle
-romanze che così poco hanno in sè di romanzo, e neppur una di quelle
-ballate che della ballata non ebbero altro mai se non il nome.
-
-Il Manzoni ebbe dunque assai più senso storico che non la più gran
-parte dei romantici, assai più di Gualtiero Scott, che, di solito, non
-va oltre le apparenze; e parlando segnatamente del romanziere e del
-poeta si può forse dire che n'abbia avuto sin troppo. Il _Carmagnola_
-fu più che mediocremente guasto dalla troppo fida e severa ossequenza
-alla storia, e di questa troppo fida e severa ossequenza è documento
-memorabile il Discorso intorno al romanzo storico. Si sa a quali
-conclusioni venga in esso l'autore, e non è ora il caso di ripeterle:
-bensì è da avvertire ch'egli è di tanti romantici il solo che combatta,
-proprio di proposito, e con assai vigorosa argomentazione, una specie
-di componimento che a' romantici fu sempre carissimo, e al quale egli
-stesso legò indissolubilmente il proprio nome e la propria gloria; e
-che se le ragioni del Guerrazzi, del Tenca e del De Sanctis valsero
-a rompere quell'argomentazione, non però valsero a distruggerla
-affatto[32]. Notisi che qualche dubbio circa la legittimità del
-connubio della poesia con la storia egli deve averlo avuto assai per
-tempo. In fatti, nella Lettera sulle unità drammatiche, egli considera
-la poesia come un'avvivatrice della storia; concede che si possa nel
-dramma, sino ad un certo segno, «compléter l'histoire.... imaginer même
-des faits là où l'histoire ne donne que des indications»; ma, quanto al
-romanzo, nota già che esso è per natura inclinato al falso, e ne parla
-con leggiera, ma non però dubbia, intonazione di sprezzo[33]. I dubbii
-non dovevano essere cessati nel gennajo del 1821, quando, pur lodando
-al Fauriel «ce système d'invention des faits, pour développer des mœurs
-historiques», lo pregava di dirgliene il suo parere[34]. Probabilmente
-quei dubbii tacquero, o furono fatti tacere, durante la composizione
-del romanzo; ma dovettero ricominciare a farsi sentire assai presto,
-e un bel pezzo prima che il Manzoni scrivesse il Discorso, lo che fu
-nel 1845. Nel 1847 il Lamartine pubblicava l'_Histoire des Girondins_,
-e l'autore dei _Trois Mousquetaires_, rapito dall'entusiasmo, gridava:
-«Lamartine a élevé l'histoire à la dignité du roman!»
-
-Quella vivezza e acutezza di senso storico che abbiamo notata, la
-disposizione che lo spirito ne riceve a soffermarsi più particolarmente
-e con predilezione sulle cose e sui fatti umani, e una certa
-consuetudine che nasce da quella disposizione, dànno ragione, in parte
-almeno, della qualità ch'ebbe il sentimento della natura nell'autore
-dei _Promessi Sposi_. Il Manzoni fu tutt'altro che chiuso alle
-impressioni della natura; ma sempre ebbe più l'occhio alle anime che
-alle cose. Nel romanzo la scena dei luoghi, o è accennata soltanto,
-o è dipinta con tale rapidità di tocco e sobrietà di colori che a
-molti può non in tutto piacere. La descrizione del lago e delle sue
-rive, quali li poteva contemplare don Abbondio quella tal sera di
-novembre, è tutta raccolta in una pagina e mezzo; il bosco, ove Renzo
-fuggiasco passò quella mala notte, voi ve lo vedete d'intorno, pauroso,
-folto, attraversato qua e là da un raggio di luna, ma non sapete come
-succeda il miracolo, tanto è poco il numero delle parole adoperate a
-farvelo vedere. E non solo il Manzoni sorpassa volentieri alle cose,
-ma le lascia anche nel proprio esser loro, ben distinte da ciò che è
-umano. In altri termini, egli ignora, o non cura, l'arte di cui non
-s'avvisarono gli antichi (qualche eccezione non conta) e della quale
-troppo usarono e si gloriarono i romantici, di dare anima e sentimento
-alle cose, e di chiamarle a intimo colloquio con le anime umane. La
-natura è dal Manzoni trattata classicamente, e non è questo, come
-vedremo, il solo caso in cui s'abbia a notare nel Manzoni una tendenza
-classica, o un classico procedimento.
-
-
-IV.
-
-Il romanticismo fu, tra l'altro, un ritorno alla fede; uno studio di
-mostrar falsa e di scalzare la inveterata opinione, espressa in modo
-più particolarmente reciso dal Boileau, che i fatti e i dogmi del
-cristianesimo ripugnino alle forme e alle trasposizioni dell'arte; un
-desiderio e una sollecitudine di conciliare appunto quello con questa.
-Perciò lo Chateaubriand scrive il _Genio del cristianesimo_. Degli
-eccessi di reazion clericale che accompagnarono quel ritorno: gli
-Stati cristiani riassoggettati tutti dal Lamennais alla indiscutibile
-sovranità del Pontefice; il Pontefice proclamato da Giuseppe De Maistre
-dogma capitale della fede cattolica (_le dogme capital du catholicisme
-est le souverain Pontife_), ecc., ecc.; non è qui da discorrere.
-Molti romantici furono cristiani; molti furono cattolici; qualcuno
-dal cristianesimo o dal cattolicismo si condusse a grado a grado,
-come l'Hugo, a un vago deismo o panteismo; parecchi, per altre vie,
-riuscirono da ultimo all'ateismo. Il Manzoni fu cattolico, ma dopo
-essere stato razionalista. In ciò egli somiglia, per tacer d'altri,
-allo Chateaubriand; ma quanto diverso dallo Chateaubriand sott'altri
-aspetti! Quanto l'autore dei _Promessi Sposi_ è più veramente,
-intimamente, sostanzialmente cristiano che non l'autore dei _Martiri_!
-Questi orgoglioso ed acre; quegli modesto e mite. Questi stuzzica e
-accende la passione; quegli la attutisce e la spegne. Da taluno fu
-messa in dubbio la sincerità del sentimento cristiano nel Manzoni; ma
-debbo confessare che non ne intendo troppo il perchè. Può darsi (io per
-altro nol direi) che il cristianesimo degl'_Inni sacri_ riesca un po'
-scolorito, un po' freddo; ma quello dei _Promessi Sposi_? I _Promessi
-Sposi_ sono opera e testimonio di una coscienza tutta cristiana,
-profondamente cristiana, penetrata dello spirito dell'evangelo sino
-negli ultimi suoi recessi; e però non si trova in essi nessuna di
-quelle tante piccole contraddizioni, piccole defezioni, piccole
-sconvenienze che si posson notare, e furon notate, nelle opere dello
-Chateaubriand. Certo il Manzoni non pensò mai a fare del Papa il dogma
-capitale del cattolicismo; ma ciò attesta, oltrechè la rettitudine
-della sua mente, anche la rettitudine della sua fede. E da questa fede
-vengono principii e norme non meno alla politica che all'arte di lui.
-
-Fate che lo spirito evangelico si accompagni con quel vivo e giusto
-sentimento della realtà storica di cui s'è parlato testè, e avrete
-l'idea democratica e il sentimento democratico del Manzoni, quali
-prorompono negl'_Inni sacri_, nel celebre coro dell'_Adelchi_, nei
-_Promessi Sposi_. È un'idea molto larga, ma, nel tempo stesso, molto
-rigorosa; è un sentimento molto caritatevole, ma, nel tempo stesso,
-molto cauto. Certi spiriti di democrazia il romanticismo doveva (con
-molte eccezioni, restrizioni e contraddizioni, gli è vero) manifestarli
-sino da' suoi principii, e ciò per parecchi motivi. Prima di tutto essi
-erano, in parte, retaggio non alienabile di quel secolo xviii al quale,
-come s'è visto, il romanticismo è congiunto assai più strettamente
-che non paja; poi il sentimento cristiano, in quel suo rinnovarsi,
-s'aveva di necessità a penetrare alquanto di quella evangelica pietà e
-di quell'evangelico rispetto verso gli umili che il sentimento stesso,
-quando divenga consuetudine e tradizione, lascia troppo facilmente e
-troppo volentieri in disparte; poi, ancora, la semplicità e naturalezza
-di quegli umili aveva a piacere a chi era sazio dell'artifiziato,
-dell'aulico, dell'accademico; poi, finalmente, l'amore alla realtà,
-e, in ispecie, alla realtà storica, non poteva non fare che gli occhi
-e le menti si raccogliessero sopra quella che è la più vasta e viva
-delle realtà umane, il popolo co' suoi bisogni, le sue passioni, i
-suoi patimenti, le sue fedi. Molti romantici dunque (sarebbe un grande
-errore dir tutti) furono, se non democratici, nel proprio senso della
-parola, demofili, o popolari; e lasciato da banda l'uomo alterato e
-travisato dalle raffinatezze cortigiane e non cortigiane, cercarono,
-nè più nè meno di quanto abbiano poi fatto i realisti, l'uomo schietto
-e comune. Lodevole sentimento e lodevol proposito, ma che in pratica
-riesce assai difficile contenere entro gli angusti termini del giusto e
-del ragionevole. Il Manzoni, anche in questo diverso da troppi, seppe
-contenerveli con sapiente risolutezza. Egli ama il popolo, ma non
-l'adula; ne sostiene le ragioni, ma non ne stuzzica le passioni: lo
-vuol felice, ma non superbo. Diffida in sommo grado di certe formole,
-di certi aforismi. Dice, per bocca d'Agnese, che tutti i signori hanno
-del pazzesco: ma si burla dell'apotegma; _Voce di popolo, voce di Dio_;
-e le giustizie delle moltitudini stima le peggiori che si facciano al
-mondo[35].
-
-I romantici vollero letteratura popolare, e il Bürger giunse a dire
-che la poesia popolare è la sola vera poesia, e l'Hugo, in quel suo
-linguaggio immaginoso, che ufficio del poeta è trasformare la folla in
-popolo. Per questo rispetto si può dire che il Manzoni fu più romantico
-di tutti i romantici, e coerente più di tutti; perchè fu popolare non
-solo nella invenzione e nel fine, ma nello stile, nella lingua, e nella
-dottrina stessa della lingua, facendo alleanza col Porta, rifiutando
-la prosa poetica, e sino a un certo segno, ma non quanto si crede, la
-lingua poetica.
-
-Il romanticismo favorì e promosse per un verso l'individualismo, e
-anzi da taluno il romanticismo fu definito, se definizione può dirsi,
-una esplosione d'individualismo. Come definizione regge benissimo.
-Non so come un tal fatto possa conciliarsi con quella innovata
-idea della storia cui accennavo di sopra, con la sollecitudine per
-le tradizioni e le usanze comuni, col concetto di una letteratura
-popolare, e, sopratutto, con l'umiltà cristiana. Mi par di vederci
-una grande contraddizione; ma non può esser còmpito mio (nè so di
-chi potrebbe esser còmpito) lo scegliere tutte le contraddizioni
-del romanticismo, piccole, grandi e mezzane. Fatto sta che una certa
-continuata e impertinente ostentazione di sè, quello che un Francese
-direbbe l'_étalage de la personnalité_, quello che uno psichiatra
-potrebbe chiamare l'_esibizionismo_ letterario, è male cui van soggetti
-moltissimi romantici, male che nei più si mantiene abbastanza remissivo
-e tollerabile, ma che in alcuni diventa a dirittura smodato ed odioso.
-Non serve far nomi che tosto corrono alla mente di ognuno. Ora, anche
-di questo male andò immune il Manzoni. Non credo ch'egli giungesse
-a dire col Pascal: _le moi est haïssable_; ma gli è certo che di sè
-non parla se non il meno possibile: e se lascia intendere sùbito,
-molto chiaramente, di volere esser lui, di non essere punto disposto
-a lasciarsi stordire dai chiassi e trascinare dalla corrente, leva
-anche sùbito altrui il sospetto ch'egli voglia drizzarsi sopra un
-piedestallo, atteggiarsi a nume od a mostro.
-
-L'esagerato e permaloso individualismo fu una tra le molte cause di
-quello che dissero male del secolo; male pressochè del tutto ignoto,
-sott'altro nome e altre sembianze, agli uomini delle età che furono
-dopo l'antica e innanzi alla presente, e serbato forse agli avvenire
-assai più di quanto altri sperino o dicano. In mezzo alla dilagante
-giocondità del secolo scorso, esso si manifestò da prima con le forme
-tenui e coi miti caratteri della melanconia, nata dalla sensitività
-tormentata e alterata, e a poco a poco crebbe e si esacerbò, riuscendo
-da ultimo nei parossismi di Renato, di Manfredo, di Rolla, di
-tant'altri. Questo male diventò un tempo mal comune, o, a dir meglio,
-comune ostentazione, perchè son sempre pochi quelli che lo possono
-provar davvero e grandemente; e anche in Italia s'ebbe il flagello
-degl'imberbi fatali, _pallidi, capelluti_, e delle _geroglifiche
-donne_, scherniti sulle scene, inchiodati alla gogna dal Giusti.
-
-Il Manzoni non fu ammalato di questo male, sebbene egli fosse, in un
-certo senso, un gran pessimista. Quel male non può andar disgiunto
-dal pessimismo; ma il pessimismo, o, almeno, un certo pessimismo può
-aversi senza quel male, o, almeno, senza talune forme di quel male. Il
-Manzoni non conobbe, o non patì a lungo la melanconia; non già perchè
-la vita riposata e normale ne l'abbia preservato, ma perchè l'animo suo
-non la riceveva. Egli non condusse nè la vita dolorosamente inquieta
-dello Chateaubriand, nè la vita dolorosamente quieta del Leopardi; ma
-nè i grandi dolori si richiedono a far l'uomo triste quand'egli sia da
-natura inclinato alla tristezza, nè la vita del Manzoni fu così scevra
-di grandi dolori da torgli occasione e modo di diventar triste. Anzi a
-renderlo tale avrebbero potuto bastare e parer troppi, quand'egli fosse
-stato di altro temperamento, gl'incomodi della salute, e gl'impedimenti
-al lavoro che troppo spesso gliene venivano. Giovinetto, ritraendo sè
-stesso, aveva scritto:
-
- m'attristo spesso;
- Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio;
-
-ma forse scrisse a quel modo per ossequio all'usanza; forse fu stato
-d'animo superficiale e passeggero. Certo si è, non solo che egli
-non languì mai sotto il peso di quella formidabile noja di cui lo
-Chateaubriand era gravato e gravava le spalle de' suoi personaggi come
-d'un manto di non so quale regalità decaduta; nè conobbe i laceramenti,
-l'amara sazietà, i torbidi spiriti di ribellione dei personaggi del
-Byron e del Byron stesso; ma che fu, tutta la vita, se non lieto,
-sereno, e di una compostezza d'animo veramente assai più classica
-che romantica. Egli fu grande ammiratore del Goethe, di cui doveva
-molto piacergli, tra l'altro, la equanimità gagliarda, la tranquillità
-luminosa; ma non so davvero come e quanto gustasse il _Werther_.
-
-E pure, dicevo, il Manzoni fu pessimista in un certo senso, e non
-deve far meraviglia che fosse. San Francesco di Sales, che fu buon
-cristiano, scrisse una volta che la tentazione di attristarsi d'essere
-al mondo è una tentazione assai forte. Io non so se questa tentazione
-egli sia riuscito a vincerla sempre; ma so che l'ebbero molti altri
-buoni e santi cristiani, e debbo pur credere che tutti quelli che non
-vedevano l'ora di volare in cielo, o poco o molto dovessero attristarsi
-d'essere quaggiù, perchè l'uomo naturalmente s'attrista d'essere in un
-luogo quando gli piacerebbe molto d'essere in un altro.
-
-Considerate, di grazia, che una certa forma di pessimismo scaturisce
-spontaneamente, e non può non iscaturire, dal proprio centro della
-dottrina cristiana, da quell'idea d'un mondo corrotto e maledetto
-sin dalle origini, caduto in balìa di malvage potenze, redento sì, ma
-redento da tale che dice il suo regno non essere di quel mondo, e solo
-fuor di quel mondo, in un lontano avvenire, in una incognita patria,
-promette la restaurazione degli umani destini e il finale trionfo del
-bene. Quale gloriosa e salutare speranza, ma quanto combattuta, e da
-quanti pericoli circondata! Non udite voi il lungo gemito di tutte le
-creature sonar cupamente nelle parole di san Paolo? E il grido di tutti
-i santi che, come san Paolo, chiedono in grazia la morte per esser con
-Cristo? E gl'incalzanti epifonemi di un Pascal, descrivente l'eccesso
-delle umane miserie e il terrore dell'infinito? Capisco: non è il
-pessimismo buddistico, nè quello dello Schopenhauer o del Leopardi,
-poichè mette capo in una grande speranza; ma è o non è, almeno
-per quanto concerne il mondo di qua, una maniera di pessimismo, e
-sommamente dolorosa, e sommamente terribile? E non è dottrina cristiana
-la formidabile dottrina della predestinazione?
-
-Il Manzoni è cristiano, e come cristiano è pessimista in questo senso:
-e forse quella indolenza sua, rimproveratagli le tante volte da tanti,
-nasce in parte, senza ch'ei se ne avvegga, dal sentimento profondo
-della disperata vanità di tutte le cose, di una comune sciagura sempre
-rinascente e sempre irreparabile: sentimento che si risolve in questa
-invariabile domanda: a che pro? Ma più ancora che alla meditazione
-dell'idea cristiana pare a me che il suo pessimismo derivi da quella
-sua così vasta e chiara e continuata visione della vicenda storica
-nel tempo e nello spazio. Egli sa che non vi può essere se non poca
-giustizia nel mondo, perchè glielo dicono le Scritture; ma sopratutto
-il sa perchè _vede_ ciò che Renzo non vede, la giustizia offesa e
-conculcata in mille modi, continuamente, sfacciatamente, violentemente,
-in alto e in basso, nelle cose grandi e nelle cose piccole, per
-interesse, per furore, o per semplice gusto. Egli sa che la virtù è
-soggetta a mille prove, a mille pericoli, perchè così vuole la legge
-del riscatto e della giustificazione; ma sopratutto il sa perchè
-_vede_ che scopertamente, o di soppiatto, la virtù è sempre schernita,
-insidiata, perseguitata. Egli sa che non vi può essere felicità nel
-mondo, perchè il mondo è valle di lacrime, nel bujo della quale splende
-solo, come s'esprimono le Sacre Carte ed egli ripete, una speranza
-piena d'immortalità; ma sopratutto il sa perchè _vede_ gli angosciosi
-rivolgimenti, le formidabili sciagure, le immani rovine della storia,
-e le orde umane rovesciarsi le une addosso alle altre, furenti di
-cupidigia, sitibonde di sangue, e alla guerra tener dietro le carestie,
-e alle carestie tener dietro le pesti, e le tenebre dell'errore e della
-paura avviluppare ogni cosa. I _Promessi Sposi_ si chiudono, se non
-colle parole, col concetto di questa sentenza: Non isperate d'essere
-contenti davvero.
-
-Non so se il Manzoni avesse meditate ed intese le non troppo chiare
-disquisizioni di Federico Schlegel intorno all'ironia ed al suo
-officio nell'arte: so che quella sua ironia, così sottile e pur così
-indulgente, è un modo d'espressione di quel suo pessimismo.
-
-
-V.
-
-La vivezza del sentimento religioso condiziona nel Manzoni taluni
-principii d'estetica romantica che, per nascere e prender forza,
-non abbisognavano dell'ajuto di quel sentimento, ma ravvolti, per
-così dire, in esso, ne ricevevano nuovo vigore, e raffermavansi con
-risolutezza più intollerante e più battagliera e recisione anche
-troppa.
-
-Il principio che voleva il vero e il reale nell'arte non poteva,
-negli animi che l'accoglievano, scompagnarsi da un senso più o meno
-vivo d'avversione per la mitologia pagana, e, se non per l'arte
-classica, per la imitazione dell'arte classica. Il Manzoni cominciò
-classicheggiante, come tanti altri, e invocò Apollo e le Muse e le
-Grazie, e salì con la fantasia gli ardui gioghi di Pindo e di Parnaso,
-bevve al pegaseo fonte, e vagheggiò la Gloria, figlia del Tempo e di
-Minerva, _sospir di mille amanti_; ma rinnegò ben presto e, sembra,
-senza stringimento di cuore, quei _numi d'Atene_, da' quali Carlo
-Tedaldi Fores, venuto al punto della conversione, non sapeva staccarsi
-senza tristezza e senza lacrime; e mai non conobbe quel sentimento di
-dolce rammarico che allo Schiller inspirava il canto degli _Dei della
-Grecia_, e al Leopardi quello delle _Favole antiche_, e al De Musset
-quei teneri versi dei _Vœux stériles_:
-
- Grèce, ò mère des arts, terre d'idolâtrie,
- De mes vœux insensés éternelle patrie,
- J'étais né pour ces temps où les fleurs de ton front
- Couronnaient dans les mers l'azur de l'Hellespont.
-
-Il Manzoni appunto di quella idolatria si sente offeso, appunto quella,
-come cristiano, detesta, e ne vorrebbe spenta sin la memoria. L'_Ira
-d'Apollo_, scherzo composto in sul primo accendersi della guerra
-fra classici e romantici, ha carattere essenzialmente letterario,
-esprime un concetto in tutto conforme al comune; ma più tardi, e non
-molto più tardi, l'avversione del Manzoni crebbe a segno da diventare
-odio, e pareggiare quello degli antichi cristiani, e vincere lo
-stesso aborrimento espresso dallo Chateaubriand con tanto ardore e
-tanta impetuosità di parole. In fatti, nella famosa lettera a Cesare
-D'Azeglio (22 settembre 1823), egli, dette le ragioni per le quali a
-lui, come agli altri romantici, sembra assurdo, nojoso, ridicolo l'uso
-della mitologia, soggiunge: «Ma la ragione, per la quale principalmente
-io ritengo detestabile l'uso della mitologia, e utile quel sistema
-che tende ad escluderla, non la direi certamente a chicchessia, per
-non provocare delle risa, che precederebbero e impedirebbero ogni
-spiegazione; ma non lascierò di sottoporla a lei, che se la trovasse
-insussistente, saprebbe addirizzarmi, senza ridere. Tale ragione per me
-è, che l'uso della favola è vera idolatria»[36]. E séguita, recando le
-ragioni che lo fan pensare a quel modo.
-
-Per ciò che spetta alla imitazione dei classici, dichiara egli stesso
-di nutrir «sentimenti molto più arditi, molto più irriverenti» che
-non la più parte dei romantici, e di nutrirli, principalmente, perchè
-«la parte morale dei classici è essenzialmente falsa»; perchè negli
-scritti loro manca di necessità «quella prima ed ultima ragione, che
-è stata una grande sciagura il non aver conosciuta, ma dalla quale è
-stoltezza il prescindere scientemente e volontariamente»; perchè egli
-non può nè vuole chiamar suoi maestri «quelli che si sono ingannati»,
-e ingannerebbero lui pure[37]. Che cosa avrebbe mai detto il Tasso
-se avesse potuto udire, il Tasso di cui il Manzoni reca altrove gli
-argomenti contro l'uso della mitologia?
-
-Dichiarazioni di questa sorte ci mettono un po' d'inquietudine
-addosso. A che dovrebbero poi riuscire? Esse ci fanno ricordare di quel
-sant'Andoeno che nel secolo VII chiamava scellerati Omero e Virgilio;
-di Leone, abate di san Bonifacio e legato apostolico, scrivente, nel
-X, ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli di san
-Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio, e gli
-altri del filosofico bestiame, _neque ceteros pecudes philosophorum_;
-e non voglio dire ci facciano ricordar di Teofilo, vescovo di
-Alessandria, che buttava nel fuoco quanti libri _d'idolatria_ gli
-capitavano nelle mani. Tutti i romantici schietti detestarono più o
-meno il Rinascimento, e si capisce che non lo potevano amare; ma non
-c'è egli ragion di credere che il Manzoni lo detestasse più degli
-altri, e troppo più del bisogno? Abbiam trovato già tante volte, in
-cose meno importanti, un Manzoni meno romantico dei romantici, che ci
-dispiace trovarlo in questa romantico _ultra_, e da mandare a braccetto
-nientemeno che con Giuseppe De Maistre; ma che s'ha a fare? diremo di
-lui ciò ch'egli ebbe a dire del suo Bortolo: quel Manzoni era fatto
-così; se ne volete un altro, fabbricatevelo.
-
-Cioè, no: era e non era fatto così; era insomma di una cotal fattura
-intricata e complessa, da non poterci veder chiaro sempre. Questo
-nemico dei classici ha del classico qualche volta (ne abbiamo avuto già
-qualche indizio), e più di quanto altri possa credere, e dove altri
-non immagina. Il Carducci notò con ragione, e negl'_Inni sacri_ e in
-altre liriche, movenze classiche del verso e della strofe, e _purissima
-delineazion virgiliana_ nelle immagini, e altro ancora[38]; e gli è
-un fatto che il Manzoni non dimenticò mai (e forse se ne confessava
-come di un peccato) quelli cui egli stesso aveva dato nome di _prischi
-sommi_. Da giovane celebrò Omero in versi divenuti immortali; da
-vecchio, in prosa, disse di Virgilio cose mirabili. Guardate il Manzoni
-sotto certo aspetto, considerate per bene certi caratteri dell'arte
-sua, ed egli vi parrà il più classico dei romantici.
-
-Ne volete un'altra prova, un po' leggiera, a dir vero, ma che pure ha
-il suo peso? Cercate un po' quale
-
- Corrispondenza d'amorosi sensi
-
-passi tra il Manzoni e la luna. Tale invito pare una celia e non è.
-Quando il Carducci fece del sole un simbolo del classicismo, e della
-luna un simbolo del romanticismo, accennò poeticamente una relazione
-vera, per quanto ideale[39]. Che i romantici, dopo aver rinunziato,
-e per sempre, al culto di Artemisia e di Diana, per poco non ne
-instaurarono un nuovo, è noto anche troppo. Il sole cominciò a venir
-loro in uggia, a parer loro un pochino _volgare_: la luna invece,
-specie se velata da un lembo di nuvola discreta, come accortamente
-insinuava uno dei loro, molto più amabile, più spirituale e più
-_interessante_. Perciò la presero a confidente, inspiratrice e
-consolatrice loro, la celebrarono in tutte le lingue e su tutti i toni,
-la mescolarono a tutte le umane faccende, la consacrarono regina della
-poesia non meno che della notte, e inventarono la _sinfonia della luna_
-un bel pezzo prima che lo Zola inventasse la _sinfonia dei formaggi_.
-Sinfonia per sinfonia, mi par meglio la loro, benchè meno gustosa.
-Quella che un secentista malcreato aveva ardito chiamare _frittata
-del cielo_, diventò il _volto pensoso che dall'alto dei cieli scruta
-il mistero dell'ombre e degli oceani_. Gli _amica silentia lunae_ di
-Virgilio si mutarono in intimi ed arcani colloquii; e già il Meli, ch'è
-tutt'altro che un romantico, poneva sulle labbra del suo Dafni questo
-saluto:
-
- Li placidi silenzii,
- All'umidu to raggiu
- Di la natura parranu
- L'amabili linguaggiu.
- A tia l'amanti teneru
- Cu palpiti segreti
- La dulurusa storia
- Mestissimu ripeti;
-
-e già Ippolito Pindemonte confessava:
-
- Oh quante volte il giorno
- Insultai col desio del tuo ritorno!
-e soggiungeva:
-
- Perchè sola ti vede,
- Sola l'ignaro vulgo in ciel ti crede:
- Ma il Riposo, la Calma,
- Del meditar Vaghezza,
- Ogni Piacer dell'alma,
- La gioconda Tristezza,
- E la Pietà con dolce stilla all'occhio,
- Ti stanno taciturne intorno al cocchio.
-
-Non so se dal giorno in cui il Goethe disse alla luna: _Tu sciogli
-da ogni laccio l'anima mia!_ sino a quello in cui il Longfellow la
-rassomigliò a uno _spirito glorificato_, ci sia stato poeta, o poco
-o molto romantico, o grande o piccino, che per la luna non abbia
-spasimato, o finto di spasimare. E tante ne dissero tutti costoro, e
-così stucchevolmente si ripeterono, che non è da stupire se da ultimo
-venne chi per beffa la paragonò a un punto sopra una i, e chi le diede
-della celeste paolotta.
-
-Parecchie saranno state, cred'io, le ragioni di quel romantico
-invasamento; ma, forse, la più generale fu questa. Nella psiche
-romantica domina il sentimento, e il sentimento è, di sua natura,
-come già da gran tempo notarono gli psicologi, vago, fluttuante,
-indefinito, specie poi se si dissolve in sentimentalità. Nella psiche
-romantica domina ancora la fantasia, che similmente è vaga, fluttuante,
-indefinita. Sotto il pallido raggio lunare gli aspetti delle cose si
-scolorano, si stemperano, si smarriscono, e si prestano meglio alle
-interpretazioni del sentimento e alle trasformazioni della fantasia.
-
-Sia come si voglia, fatto sta che il Manzoni non amoreggia con la
-luna nè punto nè poco. Abbiamo qua e là, nel romanzo, un villaggio
-rischiarato dalla luna, un lago terso e tranquillo in cui la luna
-si specchia, un bosco attraversato dai raggi della luna; ma sono
-tocchi rapidi e sobrii anche troppo, e che non importano sentimento,
-nè espresso, nè sottinteso. Non sono questi, davvero, i chiari di
-luna dello Chateaubriand o di Vittore Hugo. Quella rapidità, quella
-sobrietà, potrebbe essere indizio di amore tepido; ma il guajo è che
-vi sono indizii d'irriverenza. La faccia badiale di don Abbondio, nella
-quale spiccano, al lume d'una lucerna, due folti baffi, un folto pizzo,
-tutti canuti, il Manzoni la rassomiglia a un dirupo sparso di cespugli
-coperti di neve e illuminati dalla luna. All'osteria, dove il povero
-Renzo piglia quella memorabile bertuccia, il Manzoni dà per insegna
-la _Luna piena_. Il Pindemonte le avrebbe dato per insegna il _Sole
-raggiante_.
-
-
-VI.
-
-Ora gli è tempo di dire più in particolare qualche cosa dell'arte del
-Manzoni.
-
-Il fondamento di essa arte è il vero, e segnatamente il vero morale.
-«Allora le belle lettere saranno trattate a proposito quando le si
-riguarderanno come un ramo delle scienze morali», scriss'egli in certe
-sue _Note estetiche_[40]. Il vero morale primeggia; ma egli vuole pure
-ogni altra maniera di vero, e non si tiene punto sicuro che ve ne sia
-qualcuna cui l'arte non possa o non debba accostarsi. Nella lettera
-sulle unità drammatiche leggiamo: «On peut bien, sans péril, condamner
-_a priori_ tout sujet qui n'aurait pas la vérité pour base, mais il
-me semble trop hardi de décider, pour tous les cas possibles, que tel
-ou tel genre de vérité est à jamais interdit à l'imitation poétique;
-car il y a dans la vérité un intérêt qui peut nous attacher à la
-considérer malgré une douleur véritable, malgré une certaine horreur
-voisine du dégoût»[41]. Il Manzoni sembra aver fatta sua la massima
-del Boileau: _rien n'est beau que le vrai_; ma allargandola tanto da
-farci capire anche il brutto, di cui legittima l'acconcia e sensata
-rappresentazione.
-
-Ma chi dicesse che il vero, oltre ad essere il fondamento dell'arte
-manzoniana, ne è anche la norma suprema ed unica, rischierebbe molto,
-parmi, di dire il falso. Esaminiamo un po' la famosa formola: _l'utile
-per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo_, che
-il Manzoni introdusse nella lettera al D'Azeglio, e che molti anni
-dopo cancellò, senza dircene le ragioni, e senza nemmeno darci modo
-d'indovinarle. In questa formola abbiamo tre termini, e finchè v'è
-accordo fra essi, tutto va bene; ma se l'accordo manca, non si sa più
-come la vada. Mettiamo da banda l'_interessante_, che, come è l'ultimo
-dei tre termini, così ancora è il meno importante, e badiamo agli altri
-due. Sarebbe molto desiderabile che l'utile e il vero andassero, in
-questo povero mondo, sempre d'accordo; ma è altrettanto notorio che non
-sempre vanno. Che cosa succederà dunque quando l'utile vorrà a un modo
-e il vero dirà a un altro? A quale dei due bisognerà darla vinta? Un
-realista sincero e zelante risponderà senza esitare: il vero è sempre
-utile, anche se non paja; ma il Manzoni che in parecchie altre cose
-è, come vedremo, più realista di molti realisti, in questa non può
-essere, e non concederà mai e poi mai che certe turpitudini si possano
-dire o descrivere per la sola ragione che le son vere. Diremo dunque
-che il supremo principio dell'arte manzoniana sia l'utile, inteso,
-non occorre avvertirlo, com'egli lo poteva e doveva intendere? Nemmeno
-questo, se ci pensiamo bene, potremo dire. V'è qui, parmi, un nodo un
-po' difficile da sciogliere, e forse fu questa difficoltà la ragione
-che persuase il Manzoni, divenuto sempre meno affermativo, e sempre più
-circospetto, a cancellar le parole che lo formavano. Quanto a noi, per
-trarci d'impaccio, potremo forse dire che il Manzoni intese il vero
-a un dipresso come lo intese Alfredo de Vigny nelle sue _Réflexions
-sur la vérité dans l'art_, e che formatasi nella mente una specie di
-gerarchia di veri, prescrisse che quelli di sotto avessero sempre a
-cedere a quelli di sopra.
-
-Senza andare a cercar altro, riconosciamo che fondamento dell'arte
-manzoniana è il vero, e che questo medesimo vero,
-
- L'arido vero che de' vati è tomba,
-
-è pure fondamento dell'arte romantica in genere. Cioè, diciamo
-meglio: avrebbe dovuto essere; perchè i primi e i secondi romantici
-lo gridarono a' quattro venti; ma poi e quelli e questi, veduto come
-a voler fondare sul vero bisogni star sodo, e durar fatica molta,
-ebbero per più comodo e più spediente di fabbricare sul falso, e di
-quell'_interessante_, che avrebbe dovuto essere soltanto il mezzo,
-fecero, senz'altro, bravamente il fine. Il Manzoni stesso, nella
-lettera al D'Azeglio, accenna a questo che si contenta di chiamare
-errore; ma non insiste, e non s'indugia a chiarire la contrarietà di
-opinioni che anche per questo rispetto doveva essere fra lui e alcuni
-suoi _compagni di patimenti letterarii_, e più particolarmente forse
-fra lui e il Berchet[42].
-
-Chi dell'utile fa lo scopo e del vero la materia dell'arte, va da sè
-che ricuserà e condannerà il concetto espresso con la famosa formola:
-_l'arte per l'arte_; concetto che da Platone agli estetici di jeri e di
-oggi ebbe tanti amici quanti nemici, e tanti, senza dubbio, seguiterà
-ad averne in appresso. A quella formola il Goethe s'accostò da vecchio;
-ma il Foscolo la negò implicitamente ed esplicitamente. Per bocca
-del Lenau la Poesia risponde fiere parole a chi la invita a uscir di
-solitudine, a rinunciare al sogno, a por sè stessa al servigio di una
-causa; e si dice ben risoluta a fare il piacer proprio. L'Hugo, dopo
-aver detto che nel giardino della poesia non v'è frutto vietato, si
-ravvide, e disse che il poeta è un _servitore del vero_ e dev'essere
-utile, e scrisse:
-
- Honte au penseur qui se mutile;
- Et s'en va, chanteur inutile,
- Par la porte de la cité!
-
-Ma lo stesso suo portabandiera, il Gautier, non era più di questa
-opinione quando esclamava: «La muse est jalouse; elle a la fierté d'une
-déesse et ne reconnaît que son autonomie». A che moltiplicare nomi ed
-esempii? Il Manzoni considerò sempre l'arte come dipendente da qualche
-cosa che è superiore all'arte.
-
-E sta bene; ma a essere considerata in tal modo l'arte corre pure
-qualche pericolo. Può avvenire che l'artista, guardando un po' troppo
-fisso in quella cosa superiore, si disgusti del reale e del vero, se
-ne diparta, ne perda il senso, e insieme con l'arte sua si smarrisca
-dietro idealità esagerate, che, per poco che si lascino in balìa di
-sè stesse, diventano vacue e puerili. Che molti romantici finiron con
-perdere affatto il senso del reale e del vero, e annegaron nel sogno,
-è cosa tanto universalmente nota che basta un cenno a ricordarla.
-Il realismo fu appunto una reazione a quel male; ma di quel male il
-Manzoni rimase immune; e poichè il realismo non tardò poi molto a
-traviare ancor esso, a cadere in un romanzesco diverso dal precedente,
-ma non migliore di quello, a promuovere una specie d'idealismo a
-rovescio, si può davvero dire che il Manzoni fu più realista di molti
-realisti. E ciò non deve sembrare punto strano, se si pensa che i
-principii fondamentali del romanticismo non ripugnano ai principii
-veramente fondamentali del realismo, e che il Manzoni osserva molto
-fedelmente quelli, e molto rigorosamente gli applica. Egli scrive:
-«je crois ne dire qu'une vérité très simple, en avançant que la poésie
-ne doit pas inventer des faits». E ancora: «cette nécessité de créer,
-imposée arbitrairement à l'art, l'écarte de la vérité et le détériore à
-la fois dans ses résultats et dans ses moyens»[43]. Si può contraddire
-in modo più chiaro e più risoluto ad Aristotele e a Platone? E che
-cosa potrebbe dir di meglio, o di peggio, un realista di professione?
-E quando dice che l'inventar fatti è «ce qu'il y a de plus facile et
-de plus vulgaire dans le travail de l'esprit, ce qui exige le moins
-de réflexion, et même le moins d'imagination»[44], non anticipa il
-Manzoni concetti e giudizii espressi poi con molta più burbanza,
-con molta più saccenteria, dai maestri e dai curatori del realismo
-contemporaneo?[45]. Checchè altri possa credere o dire, il Manzoni ha
-pochi pari nel senso del reale, e giustamente il De Sanctis ne fece
-la osservazione. I _Promessi Sposi_ sono, tutto sommato, un romanzo
-realistico nel miglior senso della parola, e più di certi romanzi
-del Balzac, il quale tutti sanno come troppe volte siasi tuffato nel
-romanzesco, e in un romanzesco di pessima lega. Sul finire del maggio
-1822, il Manzoni scriveva, parlando del suo libro al Fauriel: «Quant
-à la marche des événements, et à l'intrigue, je crois que le meilleur
-moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher à considérer
-dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer
-surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque»[46]. Non so
-davvero quanto quel modo di non far come gli altri potesse piacere ai
-romantici.
-
-Il Manzoni detesta il romanzesco, detesta cioè una cosa di cui i
-romantici erano divenuti molto teneri. Sino dal 1804, il Senancour,
-che fu uno dei primi romantici francesi, avvertiva, in un luogo del suo
-_Obermann_, che _romantico_ e _romanzesco_, non solo non vogliono dire
-lo stesso, ma anzi vogliono dire il contrario; e aveva ragione, o, per
-lo meno, avrebbe dovuto aver ragione. Se non che i romantici fecero poi
-quanto bisognava, e più di quanto bisognava, per giustificare il detto
-del Pagani Cesa, il quale sentenziò che romantico e romanzesco sono
-in sostanza tutt'uno[47]. I romantici furono, generalmente parlando,
-grandi ammiratori del Tasso, e cooperarono la parte loro a raffermare
-ed esagerare la leggenda di lui: il Manzoni, per contro, ne faceva
-poca stima, e si meravigliava che il Goethe avesse potuto sceglierlo
-a protagonista di un dramma. Le ragioni di quella grande ammirazione e
-di quel quasi disprezzo furono senza dubbio parecchie; ma il carattere
-romanzesco e del poema e del poeta ebbe ad essere, credo, una delle
-principali.
-
-Il Manzoni ha vivo ed acuto il senso del reale perchè ha sana la mente,
-e non soggiace a quelle perturbazioni affettive che non lasciano
-vedere nè uomini nè cose quali son veramente. La consueta sua calma
-gli permette di considerare attentamente gli uni e le altre quanto
-è necessario per vederli sotto ogni aspetto e conoscerli bene: la
-consueta sua rettitudine lo pone in grado di giudicarli con equità; e
-il gusto che gli procurano la chiara visione e la sicura conoscenza
-della realtà non lascia ch'egli s'invaghisca di chimere e di sogni.
-Senza quella calma, senza quella rettitudine, senza quel gusto, non vi
-può essere vero realismo.
-
-Nei _Promessi Sposi_ è realistica quella che chiameremo la favola;
-sono realistici i personaggi, o perchè presi in quella mezzanità che
-per essere più comune sembra anche essere più reale, o perchè, se pure
-escono da quella mezzanità, nulla mostrano di più o di meno che umano;
-sono realistiche, e meravigliosamente realistiche, le narrazioni e
-le descrizioni della carestia, della sommossa, del passaggio delle
-soldatesche, della pestilenza, della casa di don Abbondio, della casa e
-della vigna di Renzo, e tante e tant'altre. Di un po' romanzesco, nel
-vero senso della parola, parmi nei _Promessi Sposi_ non ci sia altro,
-o quasi altro, che la misteriosa e criminosa tresca della monaca e di
-Egidio.
-
-Se poi si viene a discorrere di quello che dicesi _ambiente_, ed è uno
-degli elementi della realtà sulla importanza del quale ha più battuto
-la scuola realistica, non fa quasi bisogno di ricordare quanto nei
-_Promessi Sposi_ ne sia accurato lo studio e fedele la riproduzione,
-almeno per quanto spetta all'ambiente morale e sociale. Che vuol dire
-tener conto dell'ambiente? Non altro, se non riconoscere e porre in
-rilievo la connessione che i fatti particolari hanno coi generali,
-i fuggevoli coi duraturi o costanti, la dipendenza dei primi dai
-secondi, la ragione e il modo di prodursi di quelli. Ora, io non
-so se in nessuno dei romanzi realistici più decantati si vegga con
-tanta consequenza e tanta costanza quanta nei _Promessi Sposi_ il
-fatto particolare provocato, condizionato, generato in certo modo
-dal fatto generale; la storia di pochi uomini offerta come un caso
-della storia di tutto un popolo. «Les mémoires qui nous restent de
-cette époque présentent, et font supposer une situation de la société
-fort extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec
-l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante
-par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle
-raconte; une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes
-ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu
-connues, mais consignées dans des récits très dignes de foi, et qui
-montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui a
-donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus
-déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus
-touchantes, etc. etc... voilà de quoi remplir un canevas; ou plutôt
-voilà des matériaux qui ne feront peut-être pas déceler la malhabileté
-de celui qui va les mettre en œuvre... A cet effet, je fais ce que je
-puis pour me pénétrer de l'esprit du temps que j'ai à décrire, pour y
-vivre; il était si original que ce sera bien ma faute, si cette qualité
-ne se communique pas à la description». Così scriveva il Manzoni al
-Fauriel nella importantissima lettera testè citata; ma quando pure non
-ci fosse stata questa dichiarazione dell'autore, e il Cantù non avesse
-scritto quel suo noto commento storico al romanzo, ogni colto lettore
-potrebbe riconoscere agevolmente da sè nel romanzo stesso, non solo lo
-studio perseverante, coscienzioso, minuto di una età che non è certo
-tra le più conosciute, ma ancora la evocazione meravigliosa e potente;
-e non so davvero se altro ve n'abbia in cui la storia riviva con pari
-illusione di realtà e di presenza, e in cui, a dispetto pure di qualche
-sproporzione od eccesso, realtà e finzione sieno più intimamente, più
-organicamente fuse. Parve anzi a taluno che di storia ce ne sia persin
-troppa, non solamente in quelle parti del racconto, ov'essa appare,
-dirò così, in forma propria ed esplicita, come nelle descrizioni,
-dal Goethe giudicate troppo lunghe, della sommossa e della peste; ma
-in quelle ancora ov'essa è implicita, e fittamente intessuta con la
-propria azione del romanzo; e che questa propria azione del romanzo sia
-governata un po' troppo insistentemente da quella che chiameremo azione
-generale della storia. Ma, di grazia, può essere questo veramente
-un difetto? e se difetto, può essere difetto da rimproverare a un
-romanzo storico? e a un romanzo storico di carattere così spiccatamente
-realistico?
-
-Intendo come a più d'uno la qualificazione di realista data al Manzoni
-possa sembrare inopportuna, data con un po' d'arbitrio, e quasi per un
-impegno. Come? diranno: realista il Manzoni, che ogni po' si caccia
-tra' suoi personaggi e interrompe il racconto con le osservazioni e
-con l'ironia? realista il Manzoni, inventore di Lucia e di Federigo
-Borromeo? Eh sì, realista: non mica, intendiamoci, nel pieno, o
-comune significato della parola, ma pure realista, e in molte cose più
-realista di molti realisti. Del resto, vediamo un po'. Questo dovere
-imposto allo scrittore di non frammischiarsi ai proprii personaggi,
-di non lasciarsi scorgere nell'opera propria, da quale principio
-d'arte supremo, perpetuo, incontrovertibile, si fa scaturire? L'avete
-proprio questa opinione che l'opera d'arte possa essere, o almeno
-parere, un'opera della natura, fatta non si sa come, non si sa da chi,
-anzi nata e non fatta, e contraddistinta, tutto il più, da un nome
-vano senza soggetto? E quando l'autore di un libro, il voglia egli o
-nol voglia, sel creda o non sel creda, si svela e si dà a conoscere
-in tante altre maniere: e quando in ogni carattere che dipinge, in
-ogni avvenimento che narra, in ogni frase che scrive, vi grida, come
-Emilio Zola vi grida: io son io, in carne e in ispirito, con queste
-facoltà, con queste tendenze, con questo concetto della vita e questo
-sentimento delle cose; e si mescola in mille modi con quella realtà
-ch'egli pretende rappresentarvi nell'inafferrabile vero e proprio
-suo essere, e in mille modi la altera (_il mondo veduto attraverso a
-un temperamento_), non v'accorgete voi che ha del pedantesco, che ha
-dell'ingenuo, che ha del puerile il dirgli: tu non t'hai da far vedere
-qui dentro; tu non userai mai in prima persona il pronome ed il verbo?
-Voi affermate che quando l'autore si lascia vedere a quel modo e parla
-a quel modo, nasce spontaneamente in chi legge il sospetto ch'egli non
-sia in tutto sereno ed imparziale, ma acconci, muti, travisi variamente
-il vero per amore a un qualche suo preconcetto, per indulgenza a una
-qualche sua passione, o per altra ragion così fatta. E sta bene: ma
-se l'autore non si fa vedere, sarà poi tolto a quel sospetto ogni modo
-di nascere? e non ci sono cento altre maniere di sincerarsi quando il
-sospetto sia nato? Il parlare in prima persona non trae mica con sè
-la necessità di mentire; e il parlare in terza non è mica guarentigia
-di verità. Non vi accorgete anzi che per isballarle grosse, senza che
-altri vi possa dare sulla voce, il modo più sicuro, il più comodo è
-appunto quella ostentazione di oggettività assoluta ed invariabile? Del
-resto, come un romanzo non diventa realistico per ciò solo che l'autore
-si tien nascosto dietro a' suoi personaggi, così un romanzo non cessa
-di essere realistico per ciò solo che l'autore si lascia a quando a
-quando vedere tra essi. Provatevi a leggere un romanzo del Balzac, e
-vedete se vi riesce di scorrerne dieci pagine senza dar di petto nel
-Balzac. E si tratta di un pontefice massimo del realismo!
-
-Che il Manzoni non s'indugia molto a ritrarre gli aspetti delle cose
-esteriori; che parlando di quei paesi del lago non si cura di attenersi
-strettamente e minutamente al vero; che non approfitta della sommossa,
-e della peste per descriverci dieci volte Milano, di giorno, di notte,
-e quando fa sole e quando piove; che non ispende molte parole per
-informarci del caldo e del freddo, del secco e dell'umido, della calma
-e del vento, tutto ciò è verissimo; ma resta a sapersi se sia questo
-un difetto, e quanto abbia guadagnato la letteratura realistica dalla
-bella qualità opposta a questo difetto. Può darsi che il Manzoni si
-mostri in tutto ciò un po' troppo scarso, un po' troppo restio, e
-dico _può darsi_ perchè non ne sono propriamente sicuro; ma gli è per
-altro certo ch'egli fa benissimo, e opera da realista sensato, a non
-lasciarsi sopraffare e soffocare dalle cose, come la più parte dei
-romanzieri russi, e parecchi non russi, e che da questo suo modo di
-operare viene al romanzo e ai lettori di esso vantaggio non piccolo.
-
-Il Manzoni inventò Lucia e Federigo Borromeo; anzi inventò quella
-e non inventò questo; perchè se il Federigo da lui ritratto non è
-tutto il Federigo storico, è parte rilevante e vera di quello. Chi
-ha qualche pratica con la storia dei santi vede che Federigo è un
-santo, come, grazie al cielo, ce ne furon degli altri, e parecchi,
-se non moltissimi. Chi è incapace di virtù nega la santità, come chi
-è incapace di coraggio nega l'eroismo. Lucia è un po' raggentilita,
-un poco stinta, se così posso esprimermi, ma molto più vera che non
-si creda, e, ad ogni modo, tirata in su non più di quanto infiniti
-personaggi di romanzi realistici sieno tirati in giù. Oltre di che
-è da dire che il Manzoni, nel formare i caratteri, riesce alquanto
-più realista (nientemeno!) del Balzac, il quale, di solito, forma i
-personaggi suoi tutti di un pezzo, e rimettendo in opera il vieto
-procedimento classico, segno di tante censure, li accende di una
-passione unica, che è il principio unico e la ragione unica di tutto
-quanto essi dicono e fanno; mentre il Manzoni forma complicatamente i
-suoi, e li mostra, il più delle volte, quali sogliono essere in natura,
-composti di elementi discordi, combattuti da contrarie tendenze. Fra
-Cristoforo e l'Innominato manifestano questa lor condizione nel fatto
-stesso della conversione, così com'è motivata, predisposta, condotta.
-Federigo è un santo che ha molte parti, molti aspetti, e che il povero
-don Abbondio non riuscirà mai nè a indovinare, nè a intendere. L'Agnese
-è di certa natura tutt'altro che semplice. Renzo avrebbe molte buone
-ragioni per essere preso tutto di una passione unica e fisso in un
-solo pensiero, e per non volere pensare ad altro; e pure, sebbene
-l'amore, anzi l'amore contrastato, sia sempre (e dev'essere) presente
-in tutto ciò ch'egli pensa, dice ed opera; sebbene si vegga ch'esso è
-come la molla secreta che lo fa muovere, e lo spinge, senza ch'egli
-possa darsene conto, a farsi predicatore di riforme e seguitator di
-sommosse; pure, dico, egli conserva, da povero contadino, la facoltà di
-prendere parte a una quantità di cose che non sono il suo amore, e non
-hanno troppa attinenza col suo amore. Don Abbondio pare che sia nato al
-mondo per aver paura, e non conosce altra consigliera che la paura, e
-c'è da stupire che la paura non l'abbia ammazzato in qualche incontro,
-un bel pezzo prima dell'incontro coi bravi. La paura si può dire che
-sia la sua coscienza. Ciò nondimeno se voi riuscite a togliergli un
-tratto quella paura di dosso, anzi di dentro, come, per una volta
-tanto, ci riescono gli avvenimenti, voi vedete fiorir d'improvviso un
-don Abbondio non più veduto, ma non impreveduto, e che, sebbene tanto
-diverso dal solito, non contraddice a quello, anzi è un nuovo aspetto
-di quello. Ora aggiungete a tutto ciò che i personaggi dei _Promessi
-Sposi_ mostrano d'avere fra loro quel collegamento, e gli uni sugli
-altri quel reciproco influsso, che lasciano pur vedere i personaggi del
-Balzac, nei migliori suoi romanzi.
-
-Con questo non voglio già dire che l'arte del Manzoni non discordi
-assai volte da quella dei realisti ordinarii, ma credo che dovrebbe
-rincrescere se non discordasse. I realisti ordinarii, quelli
-sopratutto dell'ultima maniera, si sa che hanno soppressa nell'opere
-loro la composizione, sotto pretesto che la natura non ce la dà. Ci
-sono dell'altre cose parecchie che la natura non ci dà, e che noi,
-appunto per questo, andiam procacciando con istudio, con fatica, con
-pericolo. Veramente la natura s'è sempre ostinata a non volerci dare
-nè fabbriche, nè statue, nè quadri, nè spartiti, nè romanzi. A taluno
-potrebbe forse venire il sospetto che a decretare quella soppressione
-i realisti sieno stati ajutati, non diremo spinti, da quel naturale
-desiderio ch'è il desiderio di scampar fatica; ma poichè tale sospetto
-potrebb'essere temerario ed ingiusto, basterà notare che in nessuno
-degl'intenti loro, qual che si fosse la ragione che li moveva, i
-realisti riuscirono così bene come riuscirono in questo. Molti dei
-loro romanzi pajono un effetto del caso, e si potrebbero applicar ad
-essi le parole con cui certo personaggio di una commedia francese senza
-scioglimento accomiatava gli spettatori: _il n'y a pas de raison pour
-que cela finisse_....; e ci si potrebbero aggiungere queste altre: _il
-n'y avait pas de raison pour que cela commençât_. Non così il romanzo
-del Manzoni. La composizione di esso potrà esser guasta in certe parti
-da digressioni un po' troppo lunghe; l'equilibrio ne potrà rimanere
-turbato; ma, tirate le somme, bisogna pur riconoscere che il romanzo,
-com'è fortemente immaginato, così è anche fortemente composto; che esso
-è dotato, a dispetto delle digressioni, di coerenza e di compattezza
-mirabili; che è un'opera, non del caso, ma dell'arte, nel più alto e
-schietto significato della parola. Parve a taluno che nei _Promessi
-Sposi_ non ci sia altra unità che la unità morale: io credo ci sia
-pure la unità logica, e anche (ma qui bisognerebbe discutere) la unità
-estetica.
-
-Per questi, e per alcuni altri rispetti, il Manzoni è romantico e non
-realista. Di fronte alla realtà, il romanticismo fu più attivo che non
-il realismo. Esso concedeva all'arte molto che il realismo le nega:
-esso voleva la composizione, la concentrazione, la scelta, e quella
-che il Taine chiamò convergenza delle impressioni. Mi sembra che molti
-comincino ora ad avvedersi che il realismo fece male a disvoler tutto
-questo.
-
-
-VII.
-
-Non abbiamo ancora finito di discorrere degli effetti che vengono
-all'arte manzoniana dall'avere il Manzoni tolto a fondamento di quella
-il vero.
-
-Va da sè ch'essa aborrirà quasi istintivamente tutte quelle forme del
-fantastico, del lugubre, del mostruoso, del terribile, che gl'Inglesi
-designarono con la denominazione espressiva di _german horrors_, e che
-non sono poi cosa talmente germanica che non si trovi anche, in qualche
-misura, fuor di Germania, o natavi spontaneamente, o trattavi dalla
-curiosità o dalla moda[48]. In Italia se n'ebbe un andazzo, a dispetto
-del clima, delle consuetudini, degli umori; venutovi primamente (se
-non vogliamo tener conto di alcune più remote e più comuni origini
-medievali e cristiane) coi poemi di Ossian, con le _Notti_ del Young,
-con la poesia sepolcrale. Nei _Sepolcri_ del Foscolo se ne vede qualche
-traccia, e anche nelle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_; e sino dal
-1805, Luigi Cerretti, vecchio ormai, si scagliava contro il depravato
-gusto di coloro che esultavano «in dipingere gli abbracciamenti
-del delitto colla morte, e il fragor con cui piombano nel baratro
-tenebroso»[49]. Non so se queste parole alludano, come parrebbero,
-a una qualche traduzione o imitazione, che già corresse l'Italia,
-della famosa _Leonora_ del Bürger; ma so che il Cerretti avrebbe
-potuto ripeterle, e allungarle, e inasprirle qualche anno più tardi,
-quando saltò su il Berchet, nella _Lettera semiseria di Grisostomo_,
-a proporre alla imitazione degl'Italiani appunto quella _Leonora_ e,
-di giunta, il _Cacciator feroce_ dello stesso poeta. A dir vero, lo
-stesso Berchet, in quella che faceva la proposta, esprimeva pure il
-dubbio che le due poesie, fondate, come sono, sul meraviglioso e sul
-terribile, non avessero a incontrare gran fatto il gusto degl'Italiani;
-e già il Londonio aveva sentenziato disdegnosamente che le _romantiche
-melanconie_ del settentrione non potevano allignare in Italia, e ne
-dava grazie al cielo, alla ridente natura, all'indole del popolo[50].
-Ma che non possono, anche contro il cielo e la natura e l'indole, la
-sazietà del consueto, il desiderio del nuovo, la voga? I germanici,
-e, per amor di giustizia, soggiungeremo, gli anglici orrori trovarono
-favore anche in Italia, e persino quelli di cui Anna Radcliffe
-rimpolpettava romanzi vi ebbero cure di traduttori e plauso di lettori
-e più di lettrici. Onde il povero Monti, già presentendo la fine di
-ogni cosa, piangeva le Grazie fugate dai lemuri e dalle streghe, e
-le ombre d'Ettore e di Patroclo soppiantate dai romantici spettri, e
-che il solo tetro si chiamasse bello: e alzando il dito verso quella
-malaugurata e scelerata Leonora, gridava:
-
- Di fe' quindi più degna
- Cosa vi torna il comparir d'orrendo
- Spettro sul dorso di corsier morello
- Venuto a via portar nel pianto eterno
- Disperata d'amor cieca donzella,
- Che, abbracciar si credendo il suo diletto,
- Stringe uno scheletro spaventoso, armato
- D'un oriuolo a polve e d'una ronca:
- Mentre a raggio di luna oscene larve
- Danzano a tondo, e orribilmente urlando
- Gridano: _pazïenza, pazïenza_[51].
-
-Scrivendo al D'Azeglio nel 1823, il Manzoni diceva che per romanticismo
-in Italia s'intendeva comunemente «un non so qual guazzabuglio di
-streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca dello
-stravagante, una abiura in termini del senso comune»; e soggiungeva:
-«un romanticismo insomma, che si è avuto molta ragione di rifiutare, e
-di dimenticare, se è stato proposto da alcuno; il che io non so»[52].
-Quell'_io non so_ è di troppo, e per caso noi cogliamo il nostro Don
-Alessandro in una delle sue non rarissime bugiole o dissimulazioni
-innocenti. Don Alessandro sapeva benissimo che, in una certa misura,
-quel romanticismo era stato proposto, e che, in misura alquanto
-maggiore, era anche stato attuato; ma sapeva pure, e voleva si sapesse,
-che da lui quel romanticismo non doveva aspettarsi nè ajuto, nè
-incoraggiamento, nè indulgenza[53]. Avviso ai _compagni di patimenti
-letterarii_ e a quanti altri potessero averci interesse. Quelle
-particolari mostruosità poi che furono le _mostruosità della scuola
-satanica_, il Manzoni detestò da quanto il Niccolini, che le detestò
-con tutta l'anima.
-
-Badate che nelle parole riferite pur ora il Manzoni accenna anche al
-_disordine sistematico_ e alla _ricerca dello stravagante_, due cose
-ancor esse molto contrarie alla conoscenza e alla rappresentazione
-del vero; l'una, perchè mette tutto sossopra, l'altra, perchè tutto
-travisa. Nella Lettera sulle unità drammatiche il Manzoni scrisse: «Il
-est hors de doute que la sagesse vaut mieux que l'extravagance; et même
-que celle-ci ne vaut rien du tout»[54]. Avrebbe potuto dir meglio il
-Boileau? E non vi pare anzi che tra il Boileau ed il Manzoni ci sia
-alle volte sin troppo accordo? Non so perchè mi ricorra nella mente la
-sentenza di Edgardo Poe: non esservi bellezza senza stranezza.
-
-Per essere giusti bisogna dire che quei due malanni, se c'erano (e
-c'erano) anche in Italia, non però vi mostravano quel carattere maligno
-che altrove, nè come altrove ci si eran diffusi. Le stravaganze
-del romanticismo tedesco, derise dal Goethe, l'Italia, o non le
-conobbe, o se ne liberò molto presto. Ciò che nel 1829 il Thiers
-diceva del romanticismo francese: «Ses goûts fantasques et puérils
-font le ridicule de notre temps», non si sarebbe potuto dire del
-romanticismo italiano, forzato a stare in cervello e a rigar dritto
-(e fu ventura nella disgrazia) dai molti guai a cui bisognava pensare
-e, possibilmente, rimediare. L'aver dovuto in Italia far arme delle
-lettere nocque in più modi all'arte, ma all'arte stessa anche in più
-modi giovò, poichè non le lasciò nè agio nè possibilità di buttarsi
-al singolare e all'inaudito, e di ammattire dietro all'esempio del
-romanticismo francese, del quale ebbe a dire il Gautier, narratore
-e giudice benevolo: «Développer librement tous les caprices de la
-pensée, dussent-ils choquer le goût, les convenances et les règles;
-haïr et repousser autant que possible ce qu'Horace appelait le profane
-vulgaire, et ce que les rapins moustachus et chevelus nomment épiciers,
-philistins ou bourgeois; célébrer l'amour avec une ardeur à brûler le
-papier, le poser comme seul but et seul moyen de bonheur; sanctifier et
-déifier l'Art regardé comme second créateur: telles sont les données
-du programme que chacun essaye de réaliser selon ses forces, l'idéal
-et les postulations secrètes de la jeunesse romantique»[55]. Cogliamo
-anche questa occasione di notare che il romanticismo italiano, se
-fu molto meno rigoglioso, fu anche molto più savio del forestiero;
-che perciò in Italia la reazione realistica non irruppe con l'odio,
-col furore, con la violenza onde fu accompagnata altrove; e che il
-Manzoni poteva dissentire dal romanticismo italiano assai meno di
-quello dovesse dissentire dal romanticismo forestiero, pur dissentendo
-parecchio anche da quello.
-
-Chi ama da senno il vero, aborre da tutto quanto possa, in uno o in
-un altro modo, o poco o molto, alterarne la schiettezza, falsarne la
-espressione. L'arte che voglia proprio esser vera dev'esser sincera
-e dev'esser semplice; deve cioè ricusare tutti quegli artifizii e
-lenocinii del linguaggio, dello stile, della trattazione, che se
-anche non alterano, dirò così, sostanzialmente il vero, lo alterano
-formalmente; se non nel principio suo, nei suoi effetti. _Veritatis
-simplex est oratio_, lasciò scritto Seneca. Essa diffida in sommo
-grado di quelli che diconsi ornamenti, e fra' suoi precetti, anzi
-fra' principali, scrive anche questo: _il puro necessario: tutto
-ciò che non è necessario è nocivo. Quod ultra est, a malo est._ Ecco
-perchè il Manzoni è così schietto e così semplice e così naturale,
-pur riuscendo così fine e così efficace. Il Manzoni non abusa mai
-del pittoresco, tanto abusato da' romantici d'ogni risma; anzi nel
-colore, come nel disegno, è tanto sobrio da potere, alle volte, parer
-troppo. Il Manzoni, l'abbiam già notato, gusta poco la prosa poetica.
-Il Manzoni gusta anche poco la lingua poetica, che non è da confondere
-col linguaggio poetico, e il Sainte-Beuve gliene fa rimprovero; ma qui
-è da notare ch'egli l'avversò meno di quanto si creda, come provano
-certe sue lettere al Borghi. In una, scritta nel giugno del 1828,
-egli osserva che _orde_ è forse _voce troppo nuova per la poesia_; in
-un'altra, del febbrajo dell'anno seguente, che _trionfata_ è triviale;
-in una terza, dell'aprile dell'anno medesimo, che _banchettare_ non fa
-_buon suono_.
-
-Ma checchè il Manzoni pensasse della prosa poetica e della lingua
-poetica, gli è certo ch'egli preferiva la prosa alla poesia, e che la
-ragione principale del suo preferir quella a questa era, a un dipresso,
-la seguente: la prosa è, in tesi generale, il linguaggio del vero; la
-poesia è, in tesi generale, il linguaggio della finzione. I romantici,
-per contro, mostrano sempre una spiccata tendenza a mettere la poesia
-sopra la prosa.
-
-Questo punto è degno di attenzione particolare.
-
-
-VIII.
-
-Qualcuno che non conoscesse nè le tragedie, nè gli inni, nè le poesie
-giovanili del Manzoni, potrebbe dire: il Manzoni preferiva la prosa
-alla poesia perchè non si sentiva, e non era poeta: chi si sente ed è
-veramente poeta, preferisce la poesia alla prosa. Chi conosca quelle
-composizioni, o ne conosca almeno una parte, non dirà più così di
-sicuro.
-
-Riconosciamo pure (e dopo quanto s'è detto innanzi non ci costerà
-troppa fatica) che le potenze dello spirito più particolarmente
-richieste al poetico officio non sono quelle che primeggiano nel
-Manzoni; riconosciamo ch'esse sono in qualche modo soggiogate da altre;
-ma riconosciamo, in pari tempo, che quelle potenze ci sono, e han molto
-vigore, ed operano molto speditamente. L'anima del Manzoni fu certo
-più aperta alla luce del vero che alla luce del bello, sebbene anche a
-questa sia stata aperta assai bene; e la condizione di poeta pare che
-voglia piuttosto il contrario, o almeno, che l'anima le riceva entrambe
-egualmente: e dico entrambe, perchè le son due propriamente, e non una,
-come s'è voluto far credere.
-
-Da giovane il Manzoni sentì ancor egli la vocazione poetica (dico
-vocazione e non fregola) e rifuggendo dalle tetre scuole mortificatrici
-dell'ingegno e corruttrici del gusto, e da maestri che più tardi
-sarebbesi vergognato d'avere a discepoli, s'addusse franco al _sorso de
-l'Ascrea fontana_, e cercò dei _prischi sommi_, e ne fu preso di tanto
-amore che gli pareva di vederli e conversare con loro. Lo rodeva il
-dubbio che Carlo Imbonati, la cui memoria egli onorava allora di quasi
-religioso ossequio, come un esempio impareggiabile di umanità virtuosa
-e gentile, avesse curata poco da vivo la _divina de le Muse armonia_, e
-da lui si faceva rispondere in sogno:
-
- Qualunque
- Di chiaro esemplo, o di veraci carte
- Giovasse altrui, fu da me sempre avuto
- In onor sommo;
-
-e nella sua bocca poneva le lodi dell'Alfieri e del Parini, e di quel
-sovrano
-
- D'occhi cieco, e divin raggio di mente,
- Che per la Grecia mendicò cantando[56].
-
-Dell'anno 1809 è l'_Urania_, ch'è tutto un inno alla poesia, e dove
-il poeta si consacra tutto alle muse, le quali, _fuggitive dai laureti
-achei_, presero stanza in Italia:
-
- A queste alme d'Italia abitatrici
- Di lodi un serto in pria non colte or tesso;
- Chè vil fra 'l volgo odo vagar parola
- Che le Dive sorelle osa insultando
- Interrogar che valga a l'infelice
- Mortal del canto il dono. Onde una brama
- In cor mi sorge di cantar gli antichi
- Beneficj che prodighe a l'ingrato
- Recâr le Muse[57].
-
-Allora il suo desiderio più vivo e la più cara speranza erano di
-vedersi aggiunto un giorno _al drappel sacro_ dei poeti d'Italia[58],
-al quale fu poi aggiunto veramente, ma senza che il suo desiderio ci
-entrasse per molto; anzi un pochino contro sua voglia, s'è vero che
-a farvelo aggiungere ajutarono per la parte loro anche quelle poesie
-giovanili ch'egli rifiutò più per le cose che dicevano che pel modo,
-meno perfetto, con cui le dicevano.
-
-Quand'è che l'animo di questo innamorato cominciò a raffreddarsi?
-Sarebbe difficile il dirlo. Da giovanissimo, e poi per certo tempo più
-tardi, egli vagheggiò una specie di poesia realistica, molto diversa
-da quella di cui il Cerretti seguitava a predicare essere il furore la
-suprema ragione. Nel sermone a Giovanni Battista Pagani, ch'è del 1804,
-il poeta così si confessa all'amico:
-
- Or ti dirò perchè piuttosto io scelga,
- Notar la plebe con sermon pedestre,
- Che far soggetto ai numeri sonanti
- Opre antiche d'eroi. Fatti e costumi
- Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa
- Nega esprimer Talia[59].
-
-Queste ultime parole in ispecie son degne di qualsiasi più risoluto
-e più rigoroso realista. Diciasette anni più tardi, nel gennajo del
-1821, e in una lettera al Fauriel, il Manzoni esprime la opinione che
-la poesia debba dire ciò che si pensa e ciò che si sente nella vita
-reale[60]; e in altra lettera, senza data, al medesimo amico, parla
-ironicamente del _bel principio_ «que tout ce qui est vague, fabuleux,
-confus est poétique de sa nature, et que lorsqu'on ne sait rien sur
-un sujet, il faut en parler en vers»[61]. O prima o poi egli dovette
-vagheggiare una poesia ragionevole, come la voleva il Johnson. Leggasi
-questa sua riflessione: «A chi dicesse che la poesia è fondata sulla
-immaginazione e sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si
-può rispondere, che più si va addentro a scoprire il vero nel cuore
-dell'uomo, più si trova poesia vera»[62]. Se non che, molto per tempo
-egli dovette cominciare a negar credenza a quel detto dello Shelley,
-che i poeti possono significare il vero al pari e meglio di coloro che
-scrivono in prosa; e al giudizio di Aristotele, quando sentenziò essere
-la poesia più filosofica e, in un certo senso ideale, più vera della
-storia[63]. Onde, sino dal 1829, nella _Storia della Colonna Infame_,
-si burlava del privilegio arrogatosi dai signori poeti di dire ogni
-cosa che loro salti in capo, o vera o falsa che sia[64]; e nel giugno
-del 1832 scriveva ad un Coen, il quale s'era fissato di lasciare i
-negozii per darsi alle lettere: «E, come le storture trovan meglio da
-appigliarsi e da spiegarsi in un linguaggio straordinario, fantastico e
-di convenzione, così i poeti hanno in questa miseria (_del fare d'una
-passione una virtù_) la maggior parte e il più cospicuo luogo»[65].
-Vero è che poi, nel 1845, dirà la poesia usare un linguaggio insolito
-perchè ha cose insolite da dire[66].
-
-Come intendesse il Manzoni la unione, o l'alleanza della poesia con la
-storia, abbiamo già in parte veduto. Quella deve conformarsi e obbedire
-a questa. Se nel Michelet il poeta nuoce allo storico, nel Manzoni lo
-storico nuoce al poeta.
-
-A poco a poco l'antico amore, non solo s'intepidiva, ma diventava,
-prima indifferenza, poi avversione. Ecco il Manzoni trovar gusto
-in notare i difetti, i peccati, gli svantaggi della poesia, e
-l'irreparabile e non lacrimabile suo decadimento. «La poesia ha anche
-questo bel vantaggio, d'essere come forzata a prendersi delle licenze»,
-dirà egli in una delle citate lettere al Borghi[67]. E in quella
-lettera al Coen: «Badi che i poeti vanno scemando d'autorità come di
-numero (_di numero poi!_); e l'essere con tutto ciò cresciuto quello
-de' lettori fa sì che alla venerazione sottentri il giudizio; e son
-giudicati ogni dì più con questa ragione, che, se le cose dette da
-loro fanno per loro soli e non importano all'umanità, son cose da non
-curarsene; se importano, bisogna veder come sien vere»[68]. Altro che
-la _divina armonia_ del carme in morte dell'Imbonati, e gli entusiasmi
-e gli ardori dell'_Urania_! Altro che la _divina concitazione del
-genio_ e la _sapienza ispirata_ decantata dal Foscolo! Ed era il
-tempo felice e memorabile in cui i romantici francesi andavano in
-gloria perchè dicevano di aver ritrovate le fonti vive della poesia,
-e sgombratene le scaturigini dagli sterpi e dai sassi, ne lasciavano
-correre in copia, fra le turbe assetate, le onde vivificatrici e
-sonore. Nel novembre del 1845 il Manzoni, in una lettera al Giusti, del
-quale pure ammirava l'arte e l'ingegno, par che si spassi a fare il
-novero di tutti gli scapiti a cui la poesia, la _signorona vecchia_,
-andò soggetta nel corso dei tempi, e fattolo, soggiunge, burlandosi:
-«Dunque lavora, _chè fai sul tuo_; e accresci l'entrata della padrona,
-agl'interessi della quale prendo una gran parte, anche per il gran bene
-che le ho voluto in gioventù»[69]. In gioventù, avete inteso?
-
-Quando, nei _Promessi Sposi_. detto che cosa s'intenda per poeta dal
-volgo di Milano e del contado (e, si poteva aggiungere, d'altri siti:
-_populus sanos negat esse poetas_, scriveva melanconicamente Ovidio dal
-Ponto): quando, dico, il Manzoni butta lì quella sua interrogazione
-biricchina: «Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con
-cervello balzano?»[70] ognuno capisce che nella opinione del Manzoni
-ci ha che fare non poco; e più lo capisce, quando in un altro luogo del
-romanzo legge, in coda a un ricordo del famoso sonetto dell'Achillini:
-_Sudate o fuochi_, ecc., queste parole: «Ma è un destino che i pareri
-dei poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti
-conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran
-cose risolute prima»[71]. Altro che i veggenti, e i precursori, e gli
-apostoli! Altro che i convertitori delle folle in popolo! Altro che il
-_drappel sacro_!
-
-Ma, quando scriveva il romanzo, il Manzoni era ancora in vena di
-scherzo: più tardi non credo che in sì fatto argomento avrebbe
-scherzato a quel modo. Più tardi egli nutrì per la poesia un po' (non
-saprei dir quanta) di quell'avversione sospetta e stizzosa che brontola
-nelle parole del Bossuet e del Pascal, e la nutrì, in parte almeno,
-per le ragioni medesime. Orazio disse la poesia _amabilis insania_:
-venne tempo in cui quell'_amabilis_ dovette parer di troppo all'autore
-della _Morale cattolica_. Perciò io penso che sieno del Manzoni assai
-giovane questi pensieri, tolti di tra i suoi _Pensieri varii_: «La
-poesia, stromento di criterio della bontà delle azioni. Alcuni fatti
-giustificati in prosa, non potrebbero mai divenir soggetto di encomio
-poetico. Fate un po' dei versi in lode della tratta dei negri, della
-St-Barthélemy, degli _auto da fé_, del tribunal rivoluzionario del '93,
-ecc., cose in favor delle quali si è pur ragionato in prosa. La poesia
-sembra allontanarsi dalla vita reale più della prosa, e all'opposto,
-rigettando le formule generali, convenute di quella, essa sovente si
-move, e si addirizza insieme alle più intime, primitive sensazioni, ai
-particolari in cui quelle si risolvono, che quelle non rappresentano.
-E appunto nei casi del genere suddetto, la prosa giustificatrice si
-serve di quelle formole, ecc.»[72]. La _prosa giustificatrice_! quale
-attributo! dunque la poesia direbbe il vero meglio della prosa?
-
-Se al detto sin qui voi aggiungete che il Manzoni, non solo ebbe in
-uggia il romanzesco, lo stravagante, il mostruoso, ma ancora ogni
-meraviglioso soprannaturale, da quello della fede in fuori; ch'egli
-non sentì punto il bisogno, tanto sentito dai romantici, di sostituire
-all'antica una nuova mitologia; che si mostrò sempre molto severo
-per tutte le credenze superstiziose, poetiche o non poetiche; se
-osservate ch'egli non si diletta punto di portenti e di miracoli; che
-nei _Promessi Sposi_ non v'è altro meraviglioso, se non quello di un
-ordine divino che si lascia scorgere dietro al disordine umano; che il
-miracolo vi è sempre interno, occulto, immanente, e si compie nelle
-anime o pervade la storia; che però quello delle noci narrato da fra
-Galdino si risolve in ironia manifesta; voi avete sott'occhio tutti
-gli elementi, le movenze e i caratteri dell'arte manzoniana, quali sono
-prodotti, determinati, condizionati da quel vero che il Manzoni aveva
-preso a fondamento dell'arte sua, e che fedele al monito dell'Imbonati:
-
- Il santo vero
- Mai non tradir,
-
-egli osservò sempre nei pensieri, nelle parole, nelle opere.
-
-
-IX.
-
-Nella dottrina romantica il Manzoni distinse molto opportunamente due
-parti, l'una negativa, positiva l'altra; quella assai più larga, più
-consistente e più precisa; questa assai più ristretta, più sconnessa
-e più indeterminata[73]. Per la parte negativa, si può dire ch'egli
-s'accordi in tutto con la scuola; per la parte positiva, si accorda
-molto meno, e qualche volta non si accorda punto. Del resto, in questa
-seconda parte, anche gli altri romantici discordavano spesso fra loro.
-Avveniva della dottrina romantica ciò che di tutte le dottrine, dove la
-parte critica è sempre più valida e più coerente della dogmatica.
-
-Come ogni altro romantico vero, il Manzoni detesta, ricusa e schernisce
-tutte quelle regole d'arte che non sono «fondate sulla natura,
-necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de' critici,
-trovate, non fatte»[74]. Con l'acume suo consueto egli scopriva nelle
-regole arbitrarie un trovato della pigrizia e della inettitudine:
-«C'est une singulière disposition que celle que nous avons à nous
-forger des règles abstraites applicables à tous les cas, pour nous
-dispenser de chercher dans chaque cas particulier sa raison propre, sa
-convenance particulière»[75]. «Il n'y a ni règles, ni modèles», dirà
-più tardi l'Hugo, «ou plutôt il n'y a d'autres règles que les lois
-générales qui planent sur l'art tout entier, et les lois spéciales qui
-pour chaque composition résultent des conditions d'existence propres
-à chaque sujet». Il Manzoni aggiungeva: «in fatto d'arte, un precetto
-non può essere altro che l'indicazione d'un mezzo»[76]; e con tutti
-i romantici credeva che le regole non fondate in natura (alle fondate
-in natura chi ha fior di senno non sogna di ribellarsi) fossero state
-«un inciampo a quelli che tutto il mondo chiama scrittori di genio;
-e un'arme in mano di quelli che tutto il mondo chiama pedanti»[77].
-Documento insigne dell'avversione sua a quelle, e, in pari tempo,
-dell'acutezza e potenza della sua critica estetica, rimane la lettera
-sulle famose unità drammatiche[78].
-
-Il Manzoni è ancora schiettamente e deliberatamente romantico nella
-dottrina drammatica, e specialmente quando sostiene che tutta la
-struttura del dramma, e il moversi de' personaggi in esso, e la vicenda
-degli avvenimenti, devono dipendere dalla natura dell'azione; e quando
-ammira ed esalta lo Shakespeare sopra tutti i drammaturghi antichi e
-moderni. La sua dottrina drammatica, in sostanza, non è diversa, o è
-poco diversa da quella di Guglielmo Schlegel, del De Vigny, dell'Hugo.
-
-Il Manzoni è inoltre romantico risoluto quando vuole si sostituisca
-il concreto all'astratto, il particolare al generale, l'uomo vero al
-fittizio, ecc.; ma non è più romantico, o è un romantico irresoluto,
-e che fa molte riserve, rispetto ad altri postulati, ad altre tendenze
-dell'arte nuova.
-
-Così rispetto a quella mescolanza del tragico e del comico, dello
-scherzevole e del serio, che preconizzata nel secolo XVII da Lope de
-Vega, nel secolo XVIII dal Diderot, dal Voltaire e dal Lessing, de'
-quali tre, il secondo la biasimò dopo averla lodata e il terzo la lodò
-dopo averla biasimata; effettuata nel dramma lacrimoso, o commedia
-patetica, o tragedia borghese che voglia dirsi, era divenuta un canone
-principale dell'estetica romantica, un pezzo prima che l'Hugo scoprisse
-nel cristianesimo la fusione armonica del grottesco e del sublime. Il
-Manzoni, prudente sempre, non la condanna; ma esprime un dubbio: «je
-pense», scrive egli nella già tante volte citata lettera sulle unità,
-«comme un bon et loyal partisan du classique, que le mélange de deux
-effets contraires détruit l'unité d'impression nécessaire pour produire
-l'émotion et la sympathie; ou, pour parler plus raisonnablement, il
-me semble que ce mélange, tel qu'il a été employé par Shakespeare, a
-tout-à-fait cet inconvénient. Car qu'il soit réellement et à jamais
-impossible de produire une impression harmonique et agréable par le
-rapprochement de ces deux moyens, c'est ce que je n'ai ni le courage
-d'affirmer, ni la docilité de répéter... Mais, pour rester plus
-strictement dans la question, le mélange du plaisant et du sérieux
-pourra-t-il être transporté heureusement dans le genre dramatique d'une
-manière stable, et dans des ouvrages qui ne soient pas une exception?
-C'est, encore une fois, ce que je n'ose pas savoir»[79]. Nei _Promessi
-Sposi_, per altro, la mescolanza c'è, ed è anzi carattere notabile di
-quel libro, che ne ha tanti altri notabili; e se ne potrebbe discorrere
-a lungo, se il tempo lo concedesse.
-
-Si sa che i romantici furono più che mediocremente presi da quella
-dolce mania descrittiva che il Mérimée pose così argutamente in
-canzone, e che i realisti ebbero dai romantici in fedecommesso. Al
-Manzoni quella mania non s'attaccò. Si sa pure che i romantici, stanchi
-di quello che chiamavano vaniloquio classico, formarono il proposito
-di dire, non più parole, ma cose, e fermi in esso cominciarono alcuni,
-anzi molti, a curar le parole un po' meno di quanto si richieda alla
-giusta ed efficace significazion delle cose. Il Manzoni, che anche in
-ciò la sa lunga, cura moltissimo le cose, e per curarle a dovere, cura
-anche moltissimo le parole.
-
-Chi legge le opere del Manzoni con l'attenzione dovuta, ogni po'
-incontra pensieri che un romantico dei soliti non vorrebbe far suoi,
-parole che un romantico dei soliti non direbbe. E così dev'essere;
-perchè, come s'è veduto, il Manzoni ha una costituzione di mente molto
-diversa da quella dei romantici presi in generale e il Manzoni si tiene
-stretto e fedele ai soli principii fondamentali del romanticismo; e il
-Manzoni riman fuori affatto dei traviamenti della dottrina romantica e
-dell'arte romantica. Perciò s'indovina che moltissimi romantici, dei
-maggiori e dei minori, non gli dovevano andar troppo a sangue[80].
-Riservato e benevolo come egli è, non lo dice; ma si capisce che
-avrebbe avuto da dir per un pezzo, se avesse voluto incominciare e non
-fermarsi. Solo una volta, scrivendo al Cantù, che nel 1833 aveva dato
-fuori il saggio intorno a _Victor Hugo e il romanticismo in Francia_,
-uscì sul conto del grande poeta francese in queste moderate parole: «I
-giudizii vostri sono benevoli, ma non adulatorii, come troppi altri.
-È un ingegno forte, ma disordinato. Le situazioni, le sa trovare; e,
-trovate, le sa usare (come dite voi _exploiter_?), ma non guarda se
-siano ragionevoli.... Voi dite all'autore delle parole savie: facciano
-almeno frutto su certi giovani di qui, e principalmente di oltre
-Enza»[81]. Queste sono parole piene di temperanza e modestia mirabile,
-perchè non si può immaginare diversità, anzi contrarietà di natura
-maggior di quella che passa tra colui che le pronunziava e colui per
-cui erano pronunziate; e si sa che i diversi, e più i contrarii sono da
-natura pochissimo disposti a giudicarsi vicendevolmente con temperanza
-e con modestia, anzi pur con giustizia. L'Hugo è capo incontestato del
-romanticismo francese; il Manzoni è considerato capo del romanticismo
-italiano: ora, chi leggesse le opere dell'uno e dell'altro, e non
-sapesse più là, non immaginerebbe mai e poi mai che le due scuole che
-li acclamano capi possano denominarsi col medesimo nome.
-
-Per definire vie meglio l'indole del Manzoni e dell'arte sua, non
-sarà male che ci soffermiamo alcuni istanti a fare tra l'Italiano e il
-Francese un po' di raffronto.
-
-
-X.
-
-Ma prima di tutto una dichiarazione e una protesta, come usavano farne
-que' buoni autori del tempo andato che, non dalle parole dei censori
-soltanto, ma anche dalle lor proprie, volevano assicurati i leggenti
-non esservi nelle opere loro nulla _contro la santa fede cattolica, nè
-contro prencipi, nè contro buoni costumi_.
-
-Io ammiro profondamente il Manzoni, e ammiro, non meno profondamente,
-l'Hugo; e fo così poco conto dei detrattori morti del primo come dei
-detrattori vivi del secondo. Entrambi mi pajono grandi; e se talvolta
-l'uno mi par più grande dell'altro, ciò avviene solo perchè fissando
-io un po' troppo intentamente lo sguardo nell'uno dei due, l'altro
-lo perdo un pochino di vista. Facciamo una supposizione. Supponiamo
-che per decreto di un nuovo fato il Manzoni e l'Hugo non fossero più
-entrambi concessi alla gloria di questa povera umanità, ma l'uno di
-essi soltanto, e che quest'uno dovess'essere da noi prescelto: io, per
-la mia parte, come cittadino di questa patria italiana, non potrei
-non dire: _Ebbene, ci sia lasciato il Manzoni_; ma, come cittadino
-del mondo, non saprei che risolvere. E dopo ciò, veniamo al proposito
-nostro.
-
-L'Hugo è di temperamento sanguigno; il Manzoni è di temperamento
-nervoso. Quegli serba e mostra in tutto il poderoso suo essere come
-un resto di esuberanza e d'impetuosità primitiva, certe come vestigia
-di una umanità non ancora attenuata e ammansita dal lento lavoro
-dei secoli; questi dà a conoscere in tutto il delicato suo essere
-l'ostinato lavoro della disciplina, gli effetti dell'adattamento
-e dell'assuefazione; e si può quasi dire che ogni antico istinto
-è perduto in lui. L'Hugo fu rassomigliato a un titano, e non
-infelicemente; se non che, qualche volta par che si sformi e degradi
-nel ciclope: il Manzoni par quasi un santo, ma un santo che, qualche
-volta, pende verso l'asceta.
-
-L'Hugo ebbe uno spirito audace, turbolento e superbo; il Manzoni, come
-fu osservato argutamente dal Tenca, «un'intelligenza che si schermisce
-quasi paurosa di sè medesima». Quegli fu sempre sicuro di sè, ed ebbe
-per incontrastabile e per sacra ogni sua opinione, ogni parola; questi
-sempre dubbioso, e sempre restio a profferir giudizii e sentenze; _di
-maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti_, il
-costrutto del suo ragionare era questo: nego tutto, e non propongo
-nulla[82]. Quegli fu (chi nol sa?) vanissimo, e nella ostentazion di
-sè stesso attinse almeno i primi gradi del ridicolo: pensò d'essere, e
-così si denominò, una fiaccola accesa dinanzi alla umanità brancolante
-nel bujo, un preparatore di nuovi destini, un redentore di mondi; ed
-accettò, anzi chiese l'adorazione: questi spinse la modestia inaudita e
-favolosa sino a dirsi inetto a cosa alla quale tutti si stimano idonei,
-a fare, cioè, il deputato, e da sè si chiamò _uomo inconcludente_,
-e ricusò gli omaggi, e fu, nel ricusarli, più d'una volta sgarbato.
-L'uno fu l'uomo di tutte le pubblicità, di tutti gli ardimenti, e
-mescolò la fragorosa voce tra di profeta e di tribuno a tutte le voci
-e a tutte le bufere del secolo, e più d'una volta le dominò tutte
-dall'alto; e apparve bello e splendente d'antico eroismo quando dalla
-sommità di uno scoglio, di mezzo al tumulto di un oceano perpetuamente
-sconvolto, osò sfidare, maledire, deridere l'avversario coronato e
-onnipotente; l'altro fu uomo di solitudine e di silenzio, e solo con
-mano circospetta e parco gesto sparse negli animi alcuni semi che poi
-germogliarono. Ebbero entrambi alto senso di pietà per tutte le umane
-miserie; ma la pietà del poeta che gridava ai quattro venti:
-
- Je hais l'oppression d'une haine profonde,
-
-e che scrisse questo mirabile verso:
-
- Fais en priant le tour des misères du monde,
-
-fu più operosa: quella dell'altro fu forse più caritatevole, perchè
-abbracciava oppressi ed oppressori ad un tempo.
-
-L'Hugo fu così cattivo ragionatore come fu buon poeta, e volle far del
-filosofo a dispetto della natura, che avevagli dato il pensar vasto e
-magnifico, non il pensar chiaro e preciso; e però la sua metafisica
-rimase sempre, come fu detto, _une métaphysique rudimentaire_. Come
-il Manzoni avesse per questo rispetto, e mirabili, le qualità che
-mancarono all'Hugo, abbiam veduto a suo luogo. Ciò nondimeno bisogna
-pur riconoscere che l'Hugo, non solo comprese molte cose, ma molte
-ancora ne presentì; che egli riuscì a tradurre meravigliosamente in
-fantasmi parecchi concetti filosofici; e che il suo pensiero si muove
-attraverso la intera creazione con una forza e un'agilità di cui sono
-pochissimi esempii. Chi vuol vedere la differenza che passa tra la
-virtù critica dell'Hugo e la virtù critica del Manzoni, confronti il
-Saggio del primo sopra Shakespeare con la Lettera del secondo sopra le
-unità drammatiche, o col Discorso intorno al romanzo storico.
-
-In arte l'Hugo tende al romanzesco, al paradossale, al mostruoso;
-trionfa nell'antitesi; dice che la vera poesia consiste nell'armonia
-dei contrarii; fa cominciare dall'apparizion del grottesco una nuova
-èra del mondo; detesta la sobrietà, che gli pare virtù da servitore
-e non da poeta; produce, fin che vive, con abbondanza miracolosa, e
-lascia, morendo, tanto d'inedito quanto potrebbe bastare a più d'un
-vivo; il Manzoni detesta il romanzesco, il paradossale, il mostruoso;
-fugge l'antitesi; dice che la poesia dev'essere tratta dal cuore,
-deve esprimersi non solo con sincerità, ma, ancora, con semplicità,
-e che una delle più belle facoltà sue si esercita nell'attirar
-l'attenzione sopra fatti morali che non si potrebbero osservare senza
-ripugnanza[83]; non s'impaccia col grottesco, bastandogli il brutto;
-ha la sobrietà, anche letteraria, in conto di assai buona virtù;
-produce poco, e cessa quasi di produrre essendo ancor giovane, e quando
-molt'altro si aspettava ancora da lui.
-
-I _Promessi Sposi_ vincono, a mio parere, e di molto, _Notre Dame de
-Paris_, i _Misérables_, i _Travailleurs de la mer_ e tutti gli altri
-romanzi dell'Hugo; ma l'Hugo è, sempre a parer mio, e sebbene ci sia in
-lui non poco del Cavalier Marino, assai maggior poeta del Manzoni; ed
-è tale perchè la sua coscienza è una coscienza essenzialmente poetica,
-perchè egli pensa consuetamente per via d'immagini e di fantasmi,
-perchè sente e giudica poeticamente la vita ed il mondo. L'anima del
-poeta, quale egli l'ha e la vuole, partecipa della natura del dio
-panteistico, penetra e si spande in tutte le cose, attraverso ai tempi
-e agli spazii.
-
- O poëtes sacrés, échevelés, sublimes,
- Allez et répandez vos âmes sur les cimes,
- Sur les sommets de neige en butte aux aquilons,
- Sur les déserts pieux où l'esprit se recueille,
- Sur les bois que l'automne emporte feuille à feuille,
- Sur les lacs endormis dans l'ombre des vallons!
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Si vous avez en vous, vivantes et pressées,
- Un monde intérieur d'images, et de pensées.
- De sentiments, d'amour, d'ardente passion,
- Pour féconder ce monde échangez-le sans cesse
- Avec l'autre univers visible qui vous presse!
- Mêlez toute votre âme à la création.
-
-Perciò egli non ha nè ripugnanze nè ritrosie che gli facciano escludere
-cosa alcuna dagli sterminati dominii della poesia. Adora la natura
-con quello stesso fervor religioso con cui adora l'umanità, e spazia
-attraverso a tutti i secoli, a tutti i climi, a tutte le storie,
-raccogliendo con egual reverenza e con egual compiacimento, nello
-instancabile verso, le voci e gli echi della Giudea e dell'ultimo
-Oriente, di Grecia e di Roma, dei castelli e delle corti medievali,
-della odierna piazza tumultuante, accoppiando miti classici a leggende
-cristiane, spingendo dietro ai passi degli antichi Re e degli antichi
-profeti i cavalieri erranti e le lacere plebi.
-
-E quanto al romanticismo più propriamente, l'Hugo voleva che l'arte
-romantica fosse una specie di foresta vergine, quanto più si possa dire
-diversa da quel bene spartito e ben pettinato giardino di Versailles, a
-cui paragonava l'arte classica: il Manzoni non voleva foresta vergine
-e non voleva nemmeno il giardino di Versailles; voleva, direi, un
-giardino inglese.
-
-Giunti a questo punto possiam fare, in due parole, un po' d'epilogo,
-e dire, o piuttosto ripetere, che il romanticismo del Manzoni non è
-quello che d'ordinario si crede; che esso è più e meno del comune,
-secondo che si guardi ai principii o alle deviazioni; che far del
-Manzoni il capo del romanticismo italiano è, per molti rispetti,
-giusto, ma non così giusto come lasciarlo solo nel luogo ov'egli stesso
-s'è posto, e dove, pur troppo, sembra che abbia a rimaner solo un bel
-pezzo.
-
-
-XI.
-
-Questo _pur troppo_, che m'è sdrucciolato dalla penna, si trascina
-dietro un po' di coda.
-
-Col vento che tira non ci sarebbe da meravigliare se qualcheduno
-saltasse su un dì o l'altro a gridare di punto in bianco: Già che
-si torna a tante cose, torniamo anche al Manzoni, cioè al suo modo
-d'intender l'arte e di praticarla. Un tal grido potrebbe trovare molte
-orecchie aperte, ed echeggiare in molti spiriti, per più ragioni, e tra
-l'altre per questa, che in fatto di letteratura, e non di letteratura
-soltanto, noi (dico noi, così di qua come di là dall'Alpi) siamo
-finalmente riusciti alla confusione babelica. Il realismo, con le sue
-due varietà del verismo e del naturalismo, dopo aver tutto occupato
-il traffico nazionale ed internazionale, s'è ammazzato da sè, a furia
-d'intemperanza e d'insensatezza. Il plasticismo dei Parnassiani fu
-rovinato il giorno in cui si fece, o, per dir meglio, si rifece la non
-difficile scoperta che le arti di cui esso aveva voluto appropriarsi
-il magistero e l'officio, fanno molto meglio ciò ch'esso fa molto
-peggio. Lo psicologismo dei così detti anatomisti d'anime è venuto
-terribilmente a noja a furia di analisi infinitesimali, di rilievi
-micrometrici, di arzigogoli e di sofismi. I decadenti sono forse
-decaduti un po' troppo. Gl'impressionisti non impressionano abbastanza.
-Il preraffaellismo pittorico e letterario è, più che altro, un
-capriccio e un giuoco di artisti a spasso. Il simbolismo, fra tanti
-simboli, non lascia bene intendere che si voglia. Si sente picchiare
-agli usci un idealismo nuovo; ma non ci ha detto ancora quale sia il
-suo ideale.
-
-Così che confusione grandissima, d'onde stanchezza, malumore,
-inquietezza, e, se non volontà, voglia di un qualche avviamento
-ragionevole e di un qualche rinnovamento: condizione di spiriti e di
-cose molto favorevole a chi con avvedutezza, con coraggio, con forza si
-mettesse alla testa delle turbe esitanti, e, senza voltarsi indietro,
-gridasse con aria inspirata: Seguitemi; o a chi, voltandosi indietro,
-con aria compunta suggerisse: Torniamo al Manzoni.
-
-Ora, che cosa significherebbe un ritorno sì fatto? Sarebb'esso un bene?
-sarebb'esso un male? e come s'avrebbe a fare?
-
-Il ritorno al Manzoni dovrebbe significare primamente detestazione
-e rifiuto di tutte quelle forme e tendenze d'arte che il Nordau, nel
-suo notabile libro sulla degenerazione presente, ha con esagerazione
-manifesta, ma non senza giusto motivo, considerate e condannate come
-immorali, insensate e perniciose; corrompitrici, nonchè delle anime,
-dell'arte stessa; nate esse stesse dalla degenerazione, e sollecitanti
-e aggravanti la degenerazione. Dovrebbe poi significare ritorno alla
-ragione, alla sincerità, all'onestà; restaurato il senso della realtà,
-della convenienza, della misura; l'arte rimessa in armonia coi grandi
-interessi umani; la semplicità, la naturalezza, sostituite alla
-_preziosità_ e alla stravaganza; un linguaggio piano, terso, dritto,
-efficace, sostituito agli avviluppamenti, agl'imbellettamenti, agli
-sdilinquimenti della locuzione e dello stile.
-
-Ciò posto, qual è quel uomo di sano intelletto che, per tutti questi
-rispetti, non giudicasse un bene, e un gran bene, il ritorno al
-Manzoni? Ma qual è, d'altra banda, quell'uomo di sano intelletto, il
-quale non volesse avvertire, in pari tempo, che il ritorno pieno,
-cieco, incondizionato, sarebbe sicurissimamente un male, e un gran
-male?
-
-Abbiam veduto che il Manzoni si accosta in più occasioni, e in più
-modi, alle scuole fiorite dopo il romanticismo. Egli è realista
-quanto si può, ragionevolmente, desiderare che sia. Egli è molto
-migliore psicologo di molti psicologisti che forse lo sdegnano. Egli
-usa nel descrivere quella proprietà e precision di linguaggio che
-mostran la via al plasticismo. Egli da molte bande rompe i confini
-del romanticismo comune. Perciò facilmente, e da molte bande, si può
-tornare a lui, e ci si può trovar d'accordo con lui; ma questa stessa
-facilità può riuscire pericolosa, se altri dimentichi che il Manzoni
-non risponde, non può rispondere, in fatto d'arte, a tutti i nostri
-giusti desiderii, a tutti i nostri legittimi bisogni.
-
-Certo, il Manzoni è un artista vero, un artista grande; e sono ben
-poco accorti coloro che, sotto quegli andamenti suoi, così semplici
-e bonarii, non iscorgono l'arte meravigliosa e squisita, che sempre
-illuse e sempre disperò gl'imitatori; ma bisogna pur dirlo, la sua
-natural timidezza gli nocque, gli nocquero i troppi rispetti, e i
-troppi scrupoli, e le troppe esitazioni. Non tutta l'arte fu in lui;
-e quella che fu, egli intese a restringere entro confini un po' troppo
-angusti, a farla men padrona di sè e de' suoi movimenti di quanto possa
-piacere a chi ha dell'arte il culto libero e vivo. Quella tendenza
-si fece in lui sempre più imperiosa e più forte con gli anni; e
-forse, insieme con la cresciuta incontentabilità, fu tutto un nodo di
-renitenze e di ripugnanze religiose e morali quello che gli strinse
-l'animo, e lo ridusse, tanto innanzi tempo, alla inoperosità ed al
-silenzio. L'arte ha bisogno di libertà; il che non vuol già dire,
-come pur giova credere a tanti, che le si debbano concedere tutte le
-licenze. La sobrietà le giova; ma non l'astinenza; e il cilizio la
-uccide. Non è necessario che l'arte sia presuntuosa, impertinente,
-sfacciata; ma non è bene che sia tutta e sempre troppo modesta,
-docile, casalinga. Può impersonarsi in Beatrice; non deve impersonarsi
-in Lucia; e Lucia non deve vietare a Saffo di lasciarsi vedere e di
-parlare. Tutto ciò che nell'anima umana, e nella vita umana, è passione
-impetuosa, disordinata e traboccante energia, ribellione santa e
-superba, splendore e pompa di bellezza e di fortuna, sogno, stranezza,
-mistero, l'arte del Manzoni non l'espresse, e, veramente, non lo poteva
-esprimere; ma non c'è ragione perchè l'arte non lo esprima; anzi lo
-deve esprimere. Se si va dietro al Manzoni di dopo i _Promessi Sposi_,
-si rischia molto di riuscire alla negazione dell'arte.
-
-Il Manzoni mise fuori dell'arte, e volle quasi sbandita dalla
-coscienza, tutta una parte di umanità, tutta una età della storia,
-il mondo antico e pagano: ma l'arte si muove liberamente nel tempo e
-nello spazio, e una delle virtù sue più mirabili consiste nel potere
-rifar vivo ciò ch'è morto, presente ciò ch'è remoto, e deve sdegnare
-ripugnanze che, comunque nate e cresciute, offendono lei e offendono
-l'umanità tutta quanta. Invano romanticismo e realismo, concordi in
-questo, ci contendono l'antico. Noi ripenseremo e ravviveremo nell'arte
-anche l'antico, e la stessa mitologia; non più al modo puerile dei
-classicisti, fingendo presente un passato irrevocabile; ma facendo
-scaturire una vena di alta e d'inesauribile poesia dallo scontro di
-un passato che l'anima sente passato con un presente che l'anima sente
-presente. Nulla v'è più poetico delle memorie: nulla più poetico di un
-mito ellenico ripensato da una coscienza del secolo XIX, e più, credo,
-del XX.
-
-Torniamo al Manzoni per la lingua; ma non lo seguitiamo in ogni suo
-passo, e non ci fermiamo ad ogni sua fermata. Facciamo pur getto
-della _langue marbrée_ dei decadenti; invochiamo un nuovo Molière
-che volga in burla il nuovo _langage précieux_ e ne faccia perdere il
-gusto; accettiamo di buon grado la lingua piana, schietta, comunemente
-intesa, che il Manzoni adopera e raccomanda; ma non assoggettiamo
-troppo duramente l'artista letterario al giogo pesante dell'uso; ma
-non dimentichiamo che la lingua atta ad esprimere il pensiero e il
-sentimento di tutti può non essere interamente atta ad esprimere il
-pensiero e il sentimento di alcuni; ma lasciamo che lo scrittore possa
-talvolta forzar l'uso della lingua, come il pensatore forza l'uso del
-pensiero; e lasciamo ch'egli cerchi, disotterri ed inventi per produr
-nuove impressioni, per ispianar la via a nuove idee.
-
-Torniamo alla prosa del Manzoni, e imitiamola, se siamo da tanto;
-ma non crediamo però che sia tutta perfetta, e conveniente a tutte
-le materie. Prosa mirabile, senza dubbio, e rara troppo nella nostra
-letteratura, anzi unica, ma un pochino povera di colore e di suono, e
-che si risente un po' troppo della riservatezza e della timidità del
-suo autore.
-
-Torniamo al concetto che il Manzoni ebbe di una letteratura popolare,
-che tragga vivezza, forza, fecondità dall'essere in istretta comunione
-col sentimento e con la vita del popolo: sarà questo il modo migliore
-di combattere il nuovo bizantinismo; ma riconosciamo che, come non
-tutta la musica può essere popolare, così non tutta la letteratura può
-essere popolare; e che quando vengano a mancare certe forme dell'arte
-più squisite e più peregrine, tutta l'arte pericola, tutta l'arte
-decade.
-
-Torniamo ai _Promessi Sposi_, perchè la sazietà e il disgusto di tanta
-letteratura pazza, sconcia, brutale, quanta ne dilagò per l'Europa in
-questi ultimi anni, ci rende forse più che mai disposti a gustarne le
-immortali bellezze. Torniamo ai _Promessi Sposi_, e ridiventiamo magari
-manzoniani, ma con discernimento e con misura, senza preoccupazioni
-estranee e dannose all'arte, senza ricadere in quella cieca e stupida
-idolatria contro cui, sono più che vent'anni, si levò giustamente il
-Carducci. Torniamo ai _Promessi Sposi_; ma badiamo che se essi sono,
-com'ebbe a dire il De Sanctis, una «pietra miliare della nostra nuova
-storia», la nostra storia ha pure altre pietre miliari, e che questa
-non deve esser l'ultima, non deve segnar fine alla via. Torniamo ad
-essa, non per fermarci, ma per ritrovare la strada smarrita.
-
-
-
-
-PERCHÈ SI RAVVEDE L'INNOMINATO?[84]
-
-
-I.
-
-Lessi già in più di un libro, e udii dire da molte persone, fra le
-quali non mancavano critici patentati, che il carattere dell'Innominato
-pecca d'inverisimiglianza e d'inconsistenza; che il Manzoni, nel
-colorirlo e nell'atteggiarlo, non addimostrò quel conoscimento
-sottile e profondo della umana natura, del quale porgono così larga
-testimonianza molti altri caratteri del suo immortale romanzo; che
-in ispazio di una notte, o poco più, un uomo non può rinnegare tutto
-sè stesso, non muta essere, non si trasforma di scelerato in santo;
-che il ravvedimento dell'Innominato somiglia troppo ad uno di quegli
-espedienti sbrigativi di scena mercè dei quali si spinge al fine
-desiderato un'azione che di per sè non potrebbe arrivarci[85].
-
-Tali, o poco dissimili affermazioni, specie se accompagnate da quel
-tono di saccenteria imperativa con cui, molte volte, la critica
-supplisce alla ragion che non ha, possono far colpo sull'animo di
-chi si lascia impressionare facilmente, o non è preparato abbastanza
-a discuterle; ma non credo, davvero, che sieno responsi d'oracoli,
-e non vi si possa contrastare. E poichè esse s'appuntano contro un
-libro il quale (checchè siasi detto e fatto) non è men vivo oggi di
-quello fosse mezzo secolo fa, e domani potrebbe essere anche più vivo
-di oggi; contro un romanzo il quale, dileguata oramai, o stando per
-dileguare, l'affannosa tregenda di tanti romanzi veristici, realistici,
-naturalistici, nati, intristiti, morti nel corso di pochi mesi, o di
-qualche anno, appare agli occhi degli spassionati, comunque credenti
-o miscredenti, più vero, più reale, più naturale di tutti essi; io non
-credo possa parere fatica sprecata quella di discuterle un tantino, e
-di cercare quale sia la loro sostanza e quanta la ragionevolezza.
-
-Un primo dubbio da chiarire è questo: possono o non possono accader
-nell'uomo mutamenti interiori e repentini tali, che il pensare, il
-volere e l'operare di lui prendano, a muover da certo punto, in modo
-risoluto e durevole, un indirizzo in tutto diverso da quello seguito
-prima, e, talora, a quello di prima contrario? I fatti rispondono
-anticipando le dottrine, e rispondon che sì. Innumerevoli sono, a
-cominciar da San Paolo, i casi di subitanea conversione e di subitaneo
-ravvedimento; e se di molti si può dubitare che seguissero proprio
-così come la tradizione li narra, non è possibile dubitare di tutti.
-Chi prima avversava una fede, se ne fa, inaspettatamente, seguace;
-chi si ravvoltolava nelle sozzurre, si leva ed è mondo: i persecutori
-si trasformano in patroni; i carnefici invocano il martirio. Quanti
-furono che, come l'apologista Arnobio nel III secolo, e Santa Chiara
-da Rimini nel XIII, si convertirono per aver creduto d'udire una voce
-dal cielo che li ammoniva! Quanti che da un umile atto, da un'unica
-parola di carità, furono richiamati indietro, tolti da quella via
-di perdizione su cui stavano per muovere gli ultimi passi! Giovanni
-Colombini, che prima fu tristo uomo e mondano, e poi istitutore
-dei gesuati e santo, si ravvide un giorno leggendo per caso, mentre
-gli allestivano il desinare, la Vita di Santa Maria Egiziaca, gran
-peccatrice e grandissima penitente. Jacopone da Todi, veduto il cilicio
-che, sotto le ricche vesti, copriva il corpo della moglie morta, nauseò
-le vanità tutte ond'erasi compiaciuto, disse addio al mondo, diventò
-il _giullare di Dio_. Di Corrado, fratello del duca Lodovico d'Assia,
-e cognato di Santa Elisabetta d'Ungheria, si narra che fosse uomo oltre
-ogni dire superbo e violento. Nel 1232 poco mancò che non ammazzasse di
-propria mano, in pieno capitolo, l'arcivescovo di Magonza. Un giorno,
-trovandosi egli nel suo castello di Tenneberg, in compagnia di molti
-seguaci, i quali tutti, dal più al meno, eran con lui di un animo e
-di un procedere, una donna di mala vita osò chiedergli l'elemosina; e
-avendola egli trattata assai duramente, con rinfacciarle la sozzura
-ond'era lorda, quella non rispose se non dipingendo la miseria e
-l'orrore della propria vita. Scosso dalle parole della peccatrice,
-il superbo riprenditore passò la notte in angosciosa vigilia, fatto
-subitamente conscio di sè, ripensando il passato e l'avvenire,
-considerando quant'egli fosse più malvagio e più vile di lei, e più di
-lei immeritevole di perdono. La mattina di poi seppe che molti de' suoi
-seguaci e ajutatori avevano pur passata la notte a quel modo; e allora,
-fatto proponimento di mutar vita, si recarono da prima, tutti insieme,
-al santuario di Gladenbach, poi a Roma, a ottenervi la remissione dei
-loro peccati. Ho riferito un po' per disteso questo esempio, perchè
-si può notare in esso qualche conformità col caso dell'Innominato; ma
-tralascio di recarne altri, parendomi che non bisognino[86].
-
-Del suo personaggio dice il Manzoni, che un nuovo _lui_, cresciuto a
-un tratto terribilmente, era sorto a giudicare l'antico. Come poteva
-sorgere questo nuovo _lui_? Come può dentro ad un uomo nascerne, per
-così dire, un altro, che si sovrappone e talvolta si sostituisce al
-primo? Così al cardinal Federigo, come alla buona donna che va a tôrre
-Lucia in castello, il Manzoni fa dire che Dio ha toccato il cuore
-all'Innominato; e fa dire al popolo che la conversione dell'Innominato
-è un miracolo. E questa a dir vero è la spiegazione più ovvia e più
-semplice che ne possa dar quella fede che immagina un intervento della
-Provvidenza divina in tutti i fatti, sien essi naturali o umani, di
-cui non si scorga palese a primo aspetto la cagione, il principio,
-lo svolgimento. Ed è questa la spiegazione che meglio appaga la
-mente degli uomini dal Manzoni rappresentati nel suo romanzo, e, con
-certe modalità, la mente ancora dello stesso Manzoni; ma non è, di
-certo, la sola che se ne possa dare; e non è a creder che, rifiutata
-questa, il fatto della subita conversione appaja, o inaccettabile,
-o inesplicabile, mentre può escogitarsene un'altra, che il Manzoni
-stesso deve avere, per lo meno, intravveduta, e che forse avrebbe
-potuto parergli, esaminandola alquanto, non dirò sufficiente, ma quasi
-sufficiente. Il mio assunto è questo: che il Manzoni delineò e colorì
-il carattere, narrò la storia del suo personaggio per modo, che il
-fatto del costui ravvedimento si può intendere come l'esito naturale
-di tutto un processo psichico naturale; come una peripezia che non
-contraddice, ma si conforma alle leggi psicologiche, ed in ispecie a
-quelle che governano la formazione, la consistenza, le variazioni del
-carattere; come un fenomeno insomma che può avere del mirabile, ma che
-ad esser chiarito non abbisogna punto della ipotesi del miracolo[87].
-
-Studii oramai non più nuovi hanno dissipati molti errori e molte
-illusioni circa la presunta identità e la presunta immutabilità della
-persona morale umana. L'_Io_, quell'_Io_ che fu creduto un tempo
-indivisibile e invulnerabile, fisso in mezzo al perpetuo rigirarsi
-delle immagini, delle idee, degli affetti, come il punto matematico
-nel centro della ruota, fu veduto spostarsi e scorrere, e sdoppiarsi,
-e sfaldarsi in mille guise. Furon vedute nella stessa persona fisica,
-più persone morali, quando solo diverse, quando affatto contrarie,
-incalzarsi a vicenda, e l'una sopraffare e soppiantar l'altra con
-certa regola di ritorno e d'alternazione, e l'una non serbar ricordo
-dell'altra, e un uomo stesso esser più uomini in uno. Fu veduto
-sotto l'influenza della suggestione, o sotto quella del magnete,
-l'uomo trasmutarsi d'indole; perdere in certa qual maniera sè stesso;
-detestare quanto aveva prediletto, prediligere quanto aveva detestato;
-pensare, volere, operare ciò che in condizione propria e normale non
-avrebbe mai pensato, voluto, operato. L'anima apparve, come il corpo,
-un organismo delicato e complesso e mobile, perpetuamente in corso
-di farsi, disfarsi, rifarsi; e il carattere non sembrò più quella
-congegnatura rigida e stabile ch'era stato tenuto in passato.
-
-Che una di quelle che si dicono, e non a torto, crisi morali possa,
-se profonda e gagliarda abbastanza, mutare intimamente un carattere, è
-cosa riconosciuta dai più, e non difficile da spiegare, quando si pensi
-che così fatte crisi turbano, più o meno, l'equilibrio delle forze
-interiori, ne alterano l'aggiustamento e la coordinazione, sprigionano
-occulte energie, dànno moto e vigore a tendenze rimaste insino allora
-sequestrate e dormenti. Ma può anche darsi che la crisi produca un
-mutamento grande nel modo di pensare, di volere e di operare di un uomo
-senza troppo mutarne il carattere; senza provocarvi, cioè, una vera
-sostituzione di elementi fondamentali nuovi a elementi fondamentali
-vecchi; senza scomporre quell'assodata compagine di facoltà maestre,
-di passioni maestre, di tendenze maestre entro cui, per così dire, la
-vita dello spirito si scomparte e s'inquadra. L'uomo si torrà dalla via
-insino allora battuta, e, risolutamente, prenderà a batterne un'altra,
-o divergente da quella, o anche opposita a quella; ma procederà per la
-via nuova mosso in somma, nel fondo, da quelle stesse energie che già
-lo fecero camminar nell'antica, e serbando fors'anche l'andatura di
-prima. Si vedrà, poniamo, il soldato impaziente e impetuoso, mutato in
-santo, portare la tonaca, a un dipresso, come un tempo la cotta d'armi;
-serbare sotto il cappuccio un cipiglio non molto dissimile da quello
-ch'era solito lasciar vedere sotto la celata, e muovere alla conquista
-del cielo con, in parte almeno, i procedimenti usati nella espugnazione
-delle città. Fanfulla frate e Fanfulla guerriero sono sempre in
-sostanza lo stesso Fanfulla[88].
-
-Non tutti i tempi sono egualmente favorevoli al prodursi delle grandi
-crisi morali, sia della prima, sia della seconda maniera che ho
-ricordata; ma favorevolissimi tra tutti son quelli ne' quali segua
-alcun generale e profondo rivolgimento delle cose umane e degli umani
-pensieri, con sostituzione di nuovi ad antichi ordini, instaurazione
-di nuove credenze o restaurazione d'antiche, innovamento grande d'arti
-o di scienze. Onde il vero, se bene inteso, delle parole di Origene,
-quando afferma che Dio nella prima età della Chiesa soleva, con segni
-e con visioni, produrre negli animi umani súbite commozioni e repentini
-travolgimenti.
-
-A chi tanto conosca di storia quanto si richiede a mezzana cultura io
-non ho bisogno di dire come e per qual cagione i tempi dell'Innominato
-fossero favorevoli a sì fatte crisi, specie se d'indole religiosa.
-Ch'egli passi per una crisi per cui molti altri passarono, e prima e
-dopo di lui, non è da meravigliare; ma bisogna vedere com'ei ci passi,
-e notare, innanzi tutto, che la crisi sua è, non della prima, ma della
-seconda maniera. In fatto, dopo il ravvedimento, egli appare sì un
-uomo nuovo, ma non già così nuovo come sembra a primo aspetto; anzi,
-nel nocciolo, rimane, direi, l'uom di prima; e non può non rimanere,
-perchè il ravvedimento suo (così mi sforzerò di provare) nasce, per
-molta parte, da quelle stesse qualità e forme del suo carattere che in
-passato fecero di lui un superbo, un prepotente, un malvagio.
-
-
-II.
-
-Vediamo, in prima, quale sia il carattere del nostro personaggio.
-
-«Fare», narra il Manzoni, «ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito
-da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui,
-senz'altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti,
-aver la mano da coloro ch'eran soliti averla da altri; tali erano state
-in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza,
-allo spettacolo ed al rumore di tante prepotenze, di tante gare,
-alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno
-e d'invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava
-occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più famosi di
-quella professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, e farli
-stare a dovere, o tirarli alla sua amicizia. Superiore di ricchezze e
-di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza, ne
-ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti
-n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere
-a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli
-stessero alla sinistra».
-
-Già da queste parole si possono rilevare gli elementi essenziali e
-le fattezze più spiccate del carattere dell'Innominato. La facoltà
-maestra di quest'uomo è la volontà, una volontà potentemente organata e
-indomabile, che coordina, disciplina, unifica tutta la vita interiore;
-una volontà secondata dall'_ardire_ e dalla _costanza_. Egli è uno di
-quei forti perseveranti il cui esempio acquistò fede al detto _volere
-è potere_, e certo non uno dei minori. Egli è uno di quegli atleti
-pugnaci che soggiogano e foggiano a lor talento gli uomini e le cose
-in mezzo a cui vivono, ma che sono anche atti, a un buon bisogno, a
-soggiogare e rifar sè medesimi. Quest'uomo nutre in sè due passioni
-principali che fanno muovere la sua volontà, e dànno indirizzo e
-norma alle azioni: un orgoglio irrepugnabile e uno sfrenato amore
-d'indipendenza.
-
-Certo, prima del ravvedimento, egli è un malvagio; ma la malvagità di
-lui non è, direi, originaria, costituzionale, immediata. È piuttosto
-una malvagità avventizia, accidentale, secondaria; promossa bensì dalla
-tracotanza e dall'orgoglio; ma nata, più che da altro, da un senso di
-disagio e di disgusto, dallo spettacolo di quelle tante prepotenze,
-di quelle tante gare, di que' tanti tiranni, che gli aveva acceso
-dentro un sentimento misto di sdegno e d'invidia. Ora lo sdegno, quello
-sdegno, in altra condizione di tempi e di luoghi, e quando non gli
-fosse mancato alcun ajuto opportuno, avrebbe potuto divenir principio
-di tutt'altro volere e di tutt'altra vita.
-
-Egli fece il male; ma non si vede propriamente in lui quella
-dilettazione istintiva e continuata e coerente del male che suole
-esser propria de' veri e grandi scelerati. La forza sua, di solito,
-«era stata ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci,
-di capricci superbi»; ma non sempre era od era stata tale. «Accadde
-qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente,
-si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il
-prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o,
-se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai
-luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto
-e terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e aborrito
-era stato benedetto un momento: perchè, non dirò quella giustizia, ma
-quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que'
-tempi, aspettarlo da nessun'altra forza, nè privata, nè pubblica».
-Quando una società non dia luogo se non a due condizioni d'uomini,
-soverchiatori in alto, soverchiati in basso, gli è quasi impossibile
-che gli orgogliosi, i forti, i violenti non si sforzino di essere
-piuttosto tra' primi che tra' secondi, e non riescano, anche se non
-isprovveduti di qualche virtù, malvagi affatto. L'Innominato diventò
-tiranno; un pochino, e forse molto, per gusto proprio; ma più per non
-essere tiranneggiato da altri: e seguì a lui ciò che di solito segue
-a chi si pone sullo sdrucciolo del mal fare, dove un passo ne tira
-un altro, e bisogna andar sino in fondo.[89] Il male è un terribile
-_consequenziario_, e le colpe hanno come una tendenza a innanellarsi
-l'una nell'altra e formare una strana catena, che più s'allunga e più
-si fa tenace. La sterminata catena delle colpe sue l'Innominato può
-scorrere con lo sguardo tutta intera, anello per anello, «indietro
-indietro, d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di
-scelleratezza in scelleratezza»: la peccaminosa sua vita si svolge come
-un sorite insino al giorno in cui egli s'avvede che le premesse son
-false. In quel giorno il ravvedimento si compie.
-
-
-III.
-
-Questo ravvedimento ha una occasione immediata e una preparazione
-remota.
-
-L'occasione immediata la porge la vista di Lucia, _rannicchiata in
-terra... raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e
-non movendosi, se non che tremava tutta_; la porgono quel suo rizzarsi
-inginocchioni, e quel giunger le mani, e quelle semplici parole: _son
-qui: m'ammazzi_; lo spettacolo doloroso della debolezza innocente, che,
-sopraffatta ed offesa dalla violenza, non insorge, non impreca, ma si
-umilia, e chiedendo misericordia, perdona. A quella vista, a quelle
-parole, il fiero uomo non può non avvedersi di una come sproporzione
-mostruosa, ch'è tra la forza adoperata da lui, e la condizione di
-colei contro cui l'ha adoperata. E quella sproporzione deve apparirgli
-come una viltà, tanto più spiacente al suo orgoglio, quanto il suo
-orgoglio è più rigido e il suo coraggio più schietto; quel coraggio,
-che per addimostrarsi nella forma sua più risoluta e più piena aveva
-bisogno del _pericolo vicino_ e del _nemico a fronte_. Forse per
-la prima volta in sua vita egli sente in confuso che la violenza
-rimpicciolisce l'uomo, sebbene, a primo sguardo, paja ingrandirlo;
-sente che la generosità è ancor essa una forma della forza, anzi è la
-forma più magnifica; sente come una mal definita vergogna, naturale in
-uomo nobile e d'alti spiriti, d'inferocire contro chi non è in grado
-nè di offendere, nè di difendersi, simile a quella da cui avrebbe
-potuto esser colto un cavaliere antico in sull'atto d'assaltare con
-l'armi un inerme. E di quella vergogna nasce una certa esitazione,
-come un leggiero smarrimento, che gli traspare dal volto, che gli
-stempera il suono della voce, e di cui Lucia ben s'avvede. In cospetto
-di un nemico forte e superbo egli sarebbe rimasto l'uomo di prima e
-di sempre; al che accenna egli stesso, quando di Lucia va dicendo tra
-sè: «Oh perchè non è figlia d'uno di que' cani che m'hanno bandito!
-d'uno di que' vili che mi vorrebbero morto! che ora godrei di questo
-suo strillare; e in vece...» In vece, in cospetto di quella povera
-creatura che mai non l'offese, e contro cui non ha, egli, nè può avere,
-ragione d'odio o di sdegno alcuna, l'uomo violento si sente disarmato,
-perplesso, e come involto in un viluppo mal cognito di pensieri e di
-sentimenti, nel quale più non sa rinvenirsi. E più debbono crescere la
-irresolutezza e la vergogna di lui l'angosciosa instanza e la sommessa
-fiducia con cui la poveretta gli si raccomanda, ricordandogli ch'e'
-può ordinar ciò che vuole e dispor come vuole, e che tutto dipende da
-un suo cenno; scongiurandolo di non soffocare una buona ispirazione;
-mostrandosi persuasa ch'egli ha buon cuore, che sentirà compassione
-di lei, che non vorrà farla morire. Qui segue un fatto psichico
-delicatissimo, ma pressochè necessario, data la natura dell'uomo,
-nobile intimamente, e non intimamente ribalda. Egli è uso a concedere
-ajuto a chi ne lo chiede. Un segno della sua potenza, di quella
-potenza ch'è manifestazione ed esplicazione della volontà sua e del suo
-orgoglio, fu sempre la prontezza con cui concesse altrui la protezione
-invocata. Ne soccorse tanti, a ragione o a torto, in sua vita! perchè
-proprio a Lucia dovrebbe ora ricusar la sua grazia? Forse per rispetto
-all'impegno preso con Don Rodrigo? Ma, dirà egli stesso, chi è Don
-Rodrigo? E l'uomo forte e superbo si sentirà naturalmente inclinato
-ad imporre la volontà propria piuttosto al potente che al debole. Fare
-stare a segno i potenti e i prepotenti era una sua passione antica.
-
-Lucia ha prodotto nell'animo dell'Innominato una impressione profonda
-e nuova. L'immagine di lei lo persegue, non lo lascia prender sonno:
-a un certo punto egli grida: «Non son più uomo, non son più uomo!»
-Ma s'inganna così pensando e dicendo. Egli è uomo ancora, e, nella
-sostanza, è lo stesso uomo di prima. Lucia non ha fatto se non
-isconnettere e dissestare alquanto la compagine dello spirito di lui,
-in guisa che vi si possa inserire alcun che di nuovo, e gli elementi
-del carattere possano stringersi in nuova coordinazione[90].
-
-Ma il ravvedimento, cui porge immediata occasione Lucia, ha pure una
-qualche preparazione remota. Per essere esatti, bisogna dire che da
-Lucia la compagine psichica dell'Innominato riceve un colpo sodo e
-repentino; ma che, già da più tempo, quella compagine aveva cominciato
-ad allentarsi leggermente, in virtù di un lavorio sordo e profondo,
-non avvertito per altro segno che per un po' di stanchezza e un po'
-d'inquietudine. Se ne ha la prova nella precipitazione con cui egli
-aveva accettato di far rapire Lucia per conto di Don Rodrigo, e in
-quel porsi subito nella condizione di non potere più dare addietro,
-di dover mantenere a ogni costo l'impegno, come usa far l'uomo che
-cominci a dubitare di sè, e a sè stesso non voglia mancare. Già
-aveva cominciato «a provare, se non rimorso, una cert'uggia delle sue
-scelleratezze»; già queste opprimevano d'un peso incomodo, se non la
-sua coscienza, almeno la sua memoria. Data a Don Rodrigo la parola che
-lo legava, aveva provato, non pentimento, chè ancora questo non gli
-poteva entrare nell'animo, ma dispetto. «Una certa ripugnanza provata
-ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava
-ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi, l'immagine d'un avvenire
-lungo, indeterminato, il sentimento d'una vitalità vigorosa, riempivano
-l'animo d'una fiducia spensierata: ora all'opposto, i pensieri
-dell'avvenire erano quelli che rendevano più noioso il passato. —
-Invecchiare! morire! e poi?» — Cominciava ad avere _certi momenti
-d'abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo_, nei quali
-quel Dio che egli non s'era mai curato nè di riconoscere nè di negare,
-gli gridava dentro: _Io sono_. Cominciava a sentirsi come perduto in
-una gran solitudine muta ed oscura, senza famiglia, senza amici veri,
-senz'alcuna dolcezza, con troppo passato dietro di sè, con troppo poco
-avvenire dinanzi. La fibra corporea è salda ancora e vigorosa; ma la
-fibra morale è spossata un tantino; ed egli se ne potrebbe avvedere
-dallo sforzo che gli costa il volersi in tutto serbar quel di prima e
-dal non potervi riuscire.
-
-Questa poca spossatezza (chè molta ancora non è) ci lascia
-intendere come quell'animo, già così saldo e quadrato, possa
-aprirsi a impressioni e ad influssi che appena appena, in altri
-tempi, l'avrebbero tocco e sfiorato. Le nature forti, ch'è quanto
-dire le nature autonome, non cedono alla suggestione, la quale,
-considerata sotto certo aspetto, è, come fu notato acconciamente,
-una trasmutazione, mercè la quale un organismo meno attivo tende ad
-armonizzarsi con un organismo più attivo. Or ecco che noi vediamo
-l'animo dell'Innominato lasciarsi penetrare alquanto dalla suggestione,
-a far manifesto che la sostanza sua non è più così intera e compatta
-come fu innanzi. Quel duro metallo è come serpeggiato di screpolature
-sottili. Il Nibbio ha confessato al padrone d'aver sentita pietà di
-Lucia, quella pietà che, _se uno la lascia prender possesso, non è
-più uomo_. E la pietà di quel _bestione_ del Nibbio divien suggestiva
-pel padrone, che vi ripensa vegliando, e ripensandovi, ripete le
-parole di quello: _uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!_ Così
-quelle parole della povera Lucia: _Dio perdona tante cose per un'opera
-di misericordia!_ tornano, nel silenzio della notte, a sonargli
-all'orecchio, non _con quell'accento d'umile preghiera, con cui erano
-state proferite, ma con un suono pieno d'autorità, e che insieme
-induceva una lontana speranza_.
-
-Sciocchezze come quelle che allora gli tolgono il sonno, già altre
-volte, egli dice, gli erano passate pel capo, e s'erano poi dileguate,
-senza lasciar segno del loro passaggio; ma quelle di ora non si
-dileguano, perchè Lucia ha dato loro occasione di ficcarsi più
-addentro nell'anima turbata, e di far quasi un nodo da non potersi più
-sciogliere. Una nuova coscienza era già spuntata in quell'anima, e già
-due volte aveva fatto udir la sua voce, quando, alla risoluzione che
-l'Innominato stava per prendere, di porre senz'altro Lucia nelle mani
-di Don Rodrigo, aveva opposto un no preciso e imperioso. Con rapido,
-irresistibile processo, quella coscienza si slarga, si rafforza,
-s'illumina; nello spazio di una notte essa appare organata e compiuta,
-perchè gli elementi tutti onde doveva formarsi preesistevano già,
-sebbene oppressi e dispersi, nello spirito entro a cui si produce.
-Allora essa si fa incalzante e leva alta e paurosa la voce. Che ne può,
-che ne deve seguire?
-
-
-IV.
-
-Da prima un formidabile combattimento interiore, un cozzo di pensieri
-e di sentimenti contrarii, uno spingersi innanzi e un subito dare
-addietro, un volere e un disvolere, uno sperare e un disperare, un
-essere e un non essere. L'Innominato non è già più quel di prima;
-ma non è, nè può essere ancora, quello di poi. «Tutto gli appariva
-cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desideri,
-ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo
-divenuto tutt'a un tratto restio per un'ombra, non voleva più andare
-avanti. Pensando alle imprese avviate e non finite, in vece d'animarsi
-al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira in quel
-momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno
-spavento dei passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti vôto
-d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di
-memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava
-così lenta, così pesante sul capo». E l'ossessione cresce, cresce
-l'angoscia: tutto l'irreparabile e mostruoso passato gli si risolleva
-dinanzi, lo preme, lo avvolge, lo affoga. Finalmente il rimorso addenta
-con zanne di belva quel cuore che fu sì gran tempo invulnerato e
-invulnerabile. Vinto dalla disperazione, l'uomo che non temè mai di
-nessuno e di nulla ha terror della vita, terror di sè stesso, impugna
-un'arme, cerca, rimedio estremo, la morte; ma in quella appunto un
-nuovo pensiero, un nuovo e più orribile dubbio, il gran dubbio di ciò
-che possa esser di là, gli guizza nell'anima, gli ferma la mano, gli
-mostra chiuso fors'anche quell'unico scampo, lo piomba in un'angoscia
-più disperata e più nera. «Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne'
-capelli, battendo i denti, tremando».
-
-Crisi violenta in uomo violento, ma che appunto perchè violenta, non
-può troppo durare; e non può troppo durare contro una volontà che se
-ha mutato, per dir così, di quadrante, è rimasta tuttavia diritta e
-inflessibile come prima.
-
-Fu detto la volontà essere il germe della morale, e fu detto il
-vero. Non si dà forte morale senza forte volere; nè il rimorso e il
-pentimento possono essere molto gagliardi in animo non gagliardo. Le
-nature salde ed intere, gli uomini che si dicono tutti d'un pezzo non
-s'adattano ai lunghi tergiversamenti, non s'appagano de' ripieghi,
-detestano l'indeterminato e l'ambiguo. L'Innominato non è di razza di
-simulatori; non armeggia di sofismi, non cerca scuse e accomodamenti,
-non inganna sè stesso. A sè stesso egli fu consentaneo sempre: non
-può patire di sentirsi scisso interiormente, fatto miserabil teatro di
-una oscura anarchia che pare una sfida al suo talento di dominazione,
-alla sua forza, al suo orgoglio. Egli soffre; ma non è di tal tempra
-che possa e voglia aspettare a lungo, passivamente, la cessazione
-della sofferenza. Di quello stato vergognoso, non men che crudele,
-gli bisogna uscire risolutamente e presto; e se ad uscirne non gli
-offre via sicura la morte, bisognerà che gli offra via sicura la vita.
-Trovata la via, egli ci si metterà con la risolutezza ordinaria, col
-consueto ardimento, senza più fermarsi, senza più voltarsi indietro.
-
-Accade spesso ai violenti, in cui sia pari all'orgoglio il bisogno
-e il sentimento della indipendenza, di ribellarsi a quegli stessi
-principii a cui conformarono lungamente la vita, quasi riconoscendo in
-quelli una forza tirannica che li soggioghi. Ripensando alla sua vita
-passata, alla lunga sequela di colpe che s'intreccia ai suoi giorni,
-l'Innominato può pensare a una quasi necessità e fatalità di delitto,
-natagli dentro senza che egli stesso ne possa intendere la ragione;
-ma un sì fatto pensiero deve, di per sè solo, bastare a ferire il suo
-orgoglio, a sferzare la sua volontà. Come? egli che tutto potè ciò che
-volle, non potrà dare alla propria vita un nuovo indirizzo, una regola
-nuova? non potrà trionfare di sè stesso dopo aver trionfato di tutti
-e di tutto? non potrà riscattarsi da quella malvagia potenza che già
-sì gran tempo lo tenne soggetto, e che minaccia di farlo suo schiavo
-in eterno? Come? egli che si ribellò a Dio per impazienza di servitù e
-per impeto di tracotanza, dovrà servire al diavolo senza fine? dovrà,
-egli insofferente d'ogni ritegno, patire un perpetuo castigo in un
-carcere disperato? E di tutto il suo volere e operare dovrà esser
-questo il fine ed il frutto, durar ne' secoli de' secoli suddito vinto
-e impotente di vinto e impotente signore?
-
-Oh, no! La fede, che appena rinasce, può essere ancora nell'Innominato
-assai fievole e incerta; può essere ancora in lui poco acceso lo zelo
-del bene, poco vivo e risoluto il desiderio della espiazione; ma già
-tutta la sua persona morale, sollecitata dalle antiche energie, dagli
-stimoli antichi, insorge contro quella oscura e maligna tirannide, si
-accampa in un atteggiamento di sforzo supremo e magnifico; non ancor
-preparata alla preghiera e all'umiliazione, pronta già, come sempre,
-alla sfida e al combattimento. In questo nuovo Capaneo la superbia
-non è per anche ammorzata; ma, dopo essersi volta a sfidare i numi, si
-volge ora a sfidare gli avversarii dei numi. Questo nuovo Farinata _ha
-lo inferno in gran dispitto_ già prima d'entrarvi.
-
-L'indole dell'Innominato non è di quelle che diconsi impulsive, la
-cui nota più spiccata sembra essere la instabilità; e l'anima di lui
-non può durare a lungo in una condizione d'atonia morale. Egli non è
-uomo in cui possa il capriccio, che presto vanisce senza lasciar segno
-di sè: in lui non si vedono se non impulsioni durevoli, coerenti,
-coordinate; volizioni che muovono da uno stabile principio, e tutte
-vanno diritte e spedite al segno. Egli sente per maniera d'istinto
-ciò che Plutarco espresse con belle parole: potere la volontà fare un
-eroe o un dio d'un uomo simile ad una belva. Avvertita la necessità
-del ravvedimento, l'Innominato senz'altro si ravvede; e comincia
-il ravvedersi come si conviene alla natura sua passionata, focosa e
-violenta. I desiderii di lui sono intensi e indomabili, e vogliono
-essere appagati presto e per intero. Presa la risoluzione di liberar
-Lucia, egli par che frema dell'indugio, e che voglia acchetar sè stesso
-col dire: «La libererò sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e
-le dirò: andate, andate». La sua diventa _una rabbia di pentimento_:
-l'impulsione degenera in ossessione, sforza alle opere, non soffre
-ritardo.
-
-
-V.
-
-Col sorgere del nuovo giorno, l'anima già in parte mutata s'apre a
-nuovo mutamento, e ciò in grazia di una seconda occasione, diversa
-molto dalla prima, che ho accennata, ma non meno acconcia e propizia di
-quella.
-
-Che l'uomo antico perduri, per molta parte, nel nuovo, anche dopo la
-battaglia di quella notte, ci è mostrato da un fatto. Uno scampanio
-festoso risuona e si propaga nell'aria. L'Innominato salta fuori del
-letto, corre a una finestra, guarda giù nella valle, e vede di molta
-gente che s'accoglie e s'avvia, «tutti dalla stessa parte, verso lo
-sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con
-un'alacrità straordinaria». E le sue prime parole son degne del bandito
-superbo: «Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo
-maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?» Ma saputo che cagione
-di quello scampanare e di quello andare, e di tutta quella festa è il
-cardinale Federigo Borromeo, altre ne pronunzia, delle quali, parte
-esprime un senso di dispetto nato dal contrasto fra l'allegrezza di
-_quella canaglia_ e il rodimento proprio, e, più confusamente, dal
-contrasto fra la condizion di _quell'uomo_, verso cui tutti corrono, e
-la condizion di lui Innominato, da cui tutti rifuggono; parte esprime
-la speranza che _quell'uomo_ possa dire anche a lui una di quelle
-parole che consolano, dànno la pace e l'allegrezza. L'angosciosa notte
-che ha passata vegliando deve avergli cresciuto nell'anima il terror
-della solitudine, deve averlo fatto più accessibile a quell'influsso
-di suggestione che sempre muove potente dall'operare delle moltitudini.
-Vanno tutti a vedere il cardinal Federigo; ebbene, ancor egli ci andrà,
-dopo aver lasciate per Lucia parole amorevoli che la rassicureranno.
-Il proposito di liberare Lucia, e il proposito di visitare il cardinale
-s'integran l'un l'altro.
-
-E a visitare il cardinale egli va com'uno che sia _portato per forza
-da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato
-disegno_. Al primo incontrarsi con quello, egli non potrà reprimere
-in cuor suo un sentimento di stizza e di vergogna superba; ma sarà
-come l'ultimo ribollimento delle antiche passioni, come l'ultima
-ribellione dell'uomo antico al nuovo. L'uomo nuovo ha ereditata la
-volontà dell'antico, e se ne giova per combattere questa suprema
-battaglia, riportare questa suprema vittoria. Il cardinal Borromeo,
-il quale mostra di sapere assai bene che le testimonianze di stima
-sono tra le forme più efficaci di suggestione, quando si tratti di
-educare o di convertire, il cardinal Borromeo di quel fatto s'avvede,
-e parla della _sicurezza d'animo_, della _volontà impetuosa_, della
-_imperturbata costanza_ dell'Innominato come di qualità e d'energie, da
-cui può venir tanto bene in avvenire quanto male già venne in passato,
-e fa vedere Dio glorificato da un nuovo uso di quelle, e l'Innominato
-stesso più grande assai nella virtù di quanto sia stato mai nella
-colpa. Il cardinal Borromeo non tenta di spezzare quella volontà che
-già da sè stessa si volge al bene, e non tenta nemmen di deprimere
-quell'orgoglio, cui le grandi imprese debbon piacere naturalmente.
-La conversione dell'Innominato s'ha da compiere in grazia di quella
-volontà e di quell'orgoglio: il pianto dirotto che manifesta la
-conversione compiuta, scioglie in lui ogni avanzo di malvagia passione;
-non iscioglie quella volontà rettificata, quell'orgoglio purificato.
-
-L'Innominato può farsi _cortese ed umile_ con Don Abbondio, prima
-quando gli cede il passo, poi quando gli tiene la staffa; può chinare
-la fronte fin sulla criniera della mula quando passa davanti alla
-porta spalancata della chiesa; può con lo sguardo atterrato e confuso
-chieder perdono a Lucia, e ajutarla, _con una gentilezza quasi timida_,
-a entrare in lettiga; ma non si creda che quell'animo sia svigorito,
-che il leone sia diventato un agnello. Già nello andar su al castello,
-egli aveva, solo con le occhiate, fatto intendere a' suoi bravi di non
-muoversi; il che vuol dire che quelle occhiate serbavano l'espressione
-e la forza di prima. Ajutato Don Abbondio a rimontar sulla mula,
-risalito egli stesso a cavallo per accompagnare i suoi protetti e
-tornare a Federigo, egli riappare quello di un tempo: il suo sguardo ha
-ripreso _la solita espressione d'impero_, e Don Abbondio avverte tra
-sè che a tenere a segno i bravi non ci vuol meno di quella faccia lì.
-Al cardinale e ai commensali egli si mostra _ammansato senza debolezza,
-umiliato senza abbassamento_.
-
-Il discorsetto che la sera stessa fa ai bravi, e il tono con cui lo fa,
-mostrano quanta parte dell'uomo antico persista nel nuovo. Ai bravi
-non doveva parere ammansato e umiliato gran che. «Per quanto vari e
-tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que' cervellacci,
-non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce
-del loro signore come la manifestazione d'una volontà con la quale
-non c'era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era
-mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro
-passò neppur per la mente, che per esser lui convertito si potesse
-prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr'uomo. Vedevano
-in lui un santo, ma un di que' santi che si dipingono con la testa alta
-e con la spada in pugno». E che della spada avrebbe ancora, a un buon
-bisogno, saputo servirsi, e' lo mostra al calar delle bande alemanne,
-quando s'appressa pericolo di invasione e di guerra.
-
-Se si potesse fare, senza andar troppo per le lunghe, sarebbe forse
-opportuno ora mostrare come la conversione di fra Cristoforo, mentre
-somiglia per certi rispetti alla conversione dell'Innominato, sia, per
-altri, molto diversa da quella[91]; e perchè Don Abbondio, ch'è, per
-così dire, il rovescio dell'Innominato, rimanga, anche dopo la solenne
-predica del cardinal Federigo, quello di prima, quello di sempre.
-
-Per concludere: l'Innominato diventa un santo in virtù di quelle stesse
-energie che già fecero di lui un demonio. Dopo la conversione gli
-elementi essenziali del suo carattere non si può dire che sieno mutati:
-la forza non è più violenza, ma rimane pur sempre forza. Volendo
-parlare per metafora, e sorpassando alquanto il giusto segno del vero,
-si potrebbe dire che l'antico tempio rimane, quanto a struttura e a
-proporzioni, immutato; che solo vi si adora un nuovo Iddio. In altri
-casi, profondamente diversi da quello che abbiamo sin qui esaminato,
-com'è nuovo il Dio, così è nuovo il tempio.
-
-
-
-
-DON ABBONDIO
-
-
-Il Manzoni fu, tra l'altro, un grande umorista; il più grande ch'abbia
-prodotto l'Italia; uno dei più grandi che sien nati al mondo. Tutto
-in lui cooperava a renderlo tale: la bontà dell'animo e l'acume della
-mente; la vivezza del sentimento e la mancanza di sentimentalismo; la
-chiara visione delle cose del mondo e la inoperosità; lo scetticismo
-che non esclude la fede e la fede che non diventa credulità. Il
-Manzoni è un grande umorista perchè è un realista e un idealista
-al tempo stesso; ha, cioè, vivo il senso del reale e chiara la
-nozione dell'ideale. L'umore scaturisce appunto dal cozzo del reale
-e dell'ideale, quando avvenga in una mente equilibrata e serena:
-perciò, nè il realista puro, nè il puro idealista lo possono avere.
-Fu detto da taluno che l'umorismo è inconciliabile col sentimento
-cristiano; ma se l'umorismo nasce da contrasto fra l'ideale e il reale,
-e se richiede certo sentimento della necessaria imperfezione della
-umana natura, e ancora della universa vanità delle cose finite, non
-si vede dove possa stare la ragione della inconciliabilità; e se si
-considera che l'umorismo suppone la simpatia e la pietà, sembra che
-il sentimento cristiano debba piuttosto favorirlo che contrariarlo.
-E di vero, l'umore è assai più dei moderni che degli antichi; e il
-Cervantes, il Swift e lo Sterne furono buoni cristiani (anzi parroci
-gli ultimi due); e Gian Paolo, il quale espressamente definì l'umore
-un _comico romantico_, disse non potersi dare umore senza l'idea
-dell'infinito. L'umore è affatto opposto all'ironia, alla parodia, al
-sarcasmo, come già ebbe a notare lo Schopenhauer: perciò il Swift non
-è sempre umorista; il Voltaire è di rado; e bisogna andar cauti nel
-dire che Arrigo Heine sia. L'umore non esclude punto in chi l'accoglie
-il sentimento della superiorità propria, anzi lo richiede; ma questo
-sentimento dev'essere senza burbanza e senza asprezza, quale si
-conviene a uno spirito che, tutto intendendo, tutto perdona. Pardon's
-the word to all, dice un personaggio dello Shakespeare, e perdonare
-sempre, sempre, tutto, tutto, sono le ultime parole di Fra Cristoforo.
-Il Manzoni non pretende di dominare i proprii personaggi con lo scherno
-e col disprezzo, come usa il Flaubert. Egli si studia di tenersi allo
-stesso loro livello, si contempla in essi, e sempre, quando ride di
-quelli, ride anche un pochino di sè. L'umore non nasce se non negli
-spiriti più possenti, più aperti, più generosi; esso è forse la
-forma più alta di cui si possano velare l'umana sensitività e l'umano
-giudizio.
-
-Dei personaggi dei Promessi Sposi parecchi sono abitualmente e
-sostanzialmente umoristici; altri diventano in certe occasioni[92].
-Renzo riesce umoristico durante quel suo primo soggiorno a Milano.
-Così gli uni come gli altri, mentre dànno esempio di debolezze più
-propriamente e più strettamente individuali, dànno anche esempio di
-umana debolezza in genere; onde il lettore che li guarda e gli ascolta
-e tien loro dietro, nel punto stesso che si abbandona lietamente al
-riso, non può tenersi dall'esclamare o dal sospirare, con un leggiero
-spunto di melanconia: umana fragilità! umana miseria!
-
-Ma di tutti que' personaggi il più umoristico è sicuramente Don
-Abbondio. Anzi, dopo l'inarrivabile ed unico Don Chisciotte, divenuto
-oramai una specie di entità morale necessaria allo spirito umano
-e all'umano discorso, credo sia Don Abbondio il personaggio più
-profondamente umoristico della universa letteratura. E questo, perchè?
-
-Cominciamo dal dire che noi, a ragione o a torto, vogliamo bene a
-Don Abbondio. Non si dà forse lettore dell'immortale romanzo che al
-primo accenno che il povero curato sta per rientrare in iscena non si
-senta tutto esilarare di dentro e non affretti con benevola e giuliva
-impazienza il momento di rivederne l'aspetto e di riudirne la voce. Gli
-vogliam bene istintivamente, perchè ci diverte e ci rallegra; ma non
-gli vogliamo bene per questa ragione soltanto. Le sue disgrazie, che
-sono in parte immaginarie, non ci rattristano, perchè prevediamo che
-non gli faranno gran male, e che un uomo come quello non può essere
-serbato a nulla di tragico e nemmeno di epico; ma ci rincrescerebbe
-se lo dovessimo vedere in un pericolo grande davvero, maltrattato sul
-serio, schernito più del ragionevole: e quando pure siam forzati a
-dirgli che ha torto, che si conduce male, sentiamo di doverglielo dire
-con moderazione, con bonarietà, senza contristar troppo quella sua
-canizie, e facendoci forza perchè il rimprovero non vada a finire in
-una risata. Noi vogliamo anche bene a Don Abbondio per sè stesso, quale
-la natura e i casi l'han fatto: e com'è, a parer mio, di tutta evidenza
-che gli voleva bene il Manzoni, il quale sembra che non si sapesse
-risolvere a lasciarlo in disparte; e come (questo conta ancor più) gli
-volevano bene coloro stessi a cui aveva con la sua condotta procurato
-tanti dispiaceri. Renzo e Lucia non son contenti se non sono maritati
-da lui.
-
-E perchè siamo in tanti a volergli bene? Perchè sentiamo che Don
-Abbondio non è cattivo, e che a riuscire a dirittura un bravo uomo
-forse non altro gli manca che un po' di coraggio, e che il coraggio,
-chi nol sa? _uno non se lo può dare_. Gli è chiaro che se dipendesse
-da lui solo Don Abbondio non farebbe male a una mosca. Se dipendesse
-da lui, e se bastasse il desiderio, Don Abbondio vorrebbe tutti
-tranquilli, tutti contenti, ed essere l'amico di tutto il genere umano,
-e che la terra non fosse una valle di lacrime, ma come un'anticipazione
-del paradiso; dove si potrebbe poi andare con comodo, il più tardi
-possibile. A desiderar tutto questo ci vuol poco, ma a volerlo e a
-procacciarlo gli è un altro pajo di maniche. Ad ogni modo, un tal
-desiderio è già per sè stesso una bella cosa; e il povero Don Abbondio
-che l'ha, e vede intorno a sè tanti che non l'hanno; tanti che, senza
-necessità, mettono il mondo a soqquadro; che hanno a noja il _bene
-stare_; che potrebbero _andare in paradiso in carrozza_ e preferiscono
-_andare a casa del diavolo a pie' zoppo_, Don Abbondio può, con qualche
-ragione, stimarsi migliore di molti altri, vantarsi del suo buon cuore,
-e credere sinceramente con Perpetua (le illusioni sono facili in queste
-materie, e le esagerazioni ancor più) credere che _se pecca è per
-troppa bontà_. Gli è certo che Don Abbondio odia tutti i birboni, non
-solo perchè son diavoli, che non lasciano in pace nessuno, capaci di
-mandare di quelle imbasciate ai poveri curati, ma perchè sono birboni,
-nemici di Dio, e andranno tutti all'inferno. Il cardinale gli rinfaccia
-di avere ubbidito all'iniquità, ed è vero, pur troppo. Ma intendete
-bene, _ubbidito_. Dall'ubbidire al far di suo ci corre. Allorchè,
-avendo ancora nelle orecchie le minacce dei bravi, gli balena l'idea
-che avrebbe potuto suggerire a quei signori di portare ad altri la
-loro imbasciata, e cioè a Renzo, o ad Agnese, o a Lucia, che fa Don
-Abbondio? caccia via quell'idea, perchè s'accorge _che il pentirsi di
-non essere stato consigliere e cooperatore dell'iniquità è cosa troppo
-iniqua_. E quando pensa che ad altri potrebbe parere ch'egli volesse
-tenere dalla parte dell'iniquità, che dice il malcapitato? _Oh santo
-cielo! Dalla parte dell'iniquità io! Per gli spassi che la mi dà!_
-
-Di gran bugie dice Don Abbondio a quel povero Renzo; ma perchè le
-dice? forse per gusto? le dice per salvar la pelle; e se gli uomini
-si contentassero di mentire solo quando corrono pericolo della vita,
-la verità non avrebbe bisogno di star di casa in un pozzo. Del resto,
-tenete per certo ch'egli sarebbe contentissimo se potesse veder
-contenti Renzo e Lucia. Di Lucia, quando sa del tiro che le han fatto,
-e va (sia pure di mala voglia, _a cavallo_) a torla di prigione,
-egli sente pietà, e pensa a tutto ciò che _quella povera creatura_
-deve aver patito, e le viene innanzi _con un viso, anche lui, tutto
-compassionevole_, sebbene sia _nata per la sua rovina_. Di Renzo dà
-buone informazioni al cardinale, e, più tardi, si raccomanda, a chi
-può, perchè gli sia tolta anche quella cattura di dosso. Morto Don
-Rodrigo, cessato ogni pericolo, ecco saltar fuori, non un Don Abbondio
-nuovo, ma un Don Abbondio che prima non si poteva vedere, nascosto come
-era nel vecchio; un Don Abbondio garbato, bonario, amorevole, di una
-piacevolezza e di una festività da non credere; che vuole a ogni costo
-maritar lui i due giovani, a cui, _in fondo, aveva sempre voluto bene_,
-e ne cura paternamente gl'interessi, sebbene gliene avessero fatti
-dei tiri... Pur troppo! pur troppo! _son que' benedetti affari che
-imbroglian gli affetti_. Ma, direte, si rallegra che Don Rodrigo sia
-morto. Eh, chi non se ne rallegrerebbe? Se ne rallegra, ma, certamente,
-gli perdona, e loda Renzo d'avergli perdonato. Loda anche la peste e
-dice che _quasi quasi ce ne vorrebbe una ogni generazione_; e perchè?
-perchè è quella che spazza via tanti birboni. Spazza via anche molti
-galantuomini; ma s'intende che Don Abbondio non parla per loro. Don
-Abbondio celebra con tutta sincerità le glorie dei galantuomini, e il
-successore di Don Rodrigo, tanto diverso da questo, gli sembra, non più
-soltanto un galantuomo, ma a dirittura un grand'uomo. Don Abbondio non
-è un malvagio, e se _un po' di fiele in corpo_ lo ha anche lui, quel
-_po'_ esclude l'assai, e chi non ne ha punto getti la prima pietra. Se
-lo conoscesse malvagio davvero, il cardinale non gli parlerebbe come
-gli parla; non si contenterebbe, sembra, di accennar solamente a una
-possibile remozione da quell'ufficio di cui Don Abbondio ha tradito i
-doveri.
-
-Ma Don Abbondio è un egoista. Sicuro, ch'è un egoista; ma bisogna
-distinguere. L'egoismo è di molte maniere: da quello umile e accidioso
-di chi lascia sistematicamente andare l'acqua alla china, a quello
-tronfio e furioso di chi mette il mondo sossopra. Da Taddeo e Veneranda
-si va su su, per gradi, sino a Marozia e a Napoleone. L'egoismo di
-Don Abbondio è un egoismo povero, timido, mingherlino, casalingo,
-pedestre. Considerate, di grazia, il concetto ch'egli s'è formato della
-felicità, i suoi bisogni, i suoi desiderii. Si può essere più modesto
-e più discreto? Don Abbondio non vuol ricchezze, non sogna onori, non
-si cura di vantaggi. Curato di campagna è, curato di campagna morrà;
-contento dell'oscuro suo stato, sebbene i curati sieno servitori del
-comune, condannati _a tirar la carretta_. Che ai cardinali si dia
-della signoria illustrissima o dell'eminenza, a lui che può importare?
-Che può importare a lui che vescovi, abati, proposti, canonici
-s'arrabattino e s'azzuffino per un titolo, e che il papa li contenti
-o non li contenti? _Gli uomini son fatti così; sempre voglion salire,
-sempre salire_.... Ma Don Abbondio non vuole nè salire nè scendere;
-Don Abbondio vuol rimanere dov'è, senza cercar nessuno, senza chiedere
-_altro che d'esser lasciato vivere_, felice di sgattajolare, di
-rimpiattarsi, d'essere piccolo, oscuro, negletto, di non essere veduto
-e neanche saputo. _Oh se fossi a casa mia!_ ecco il grido che gli
-prorompe dal fondo dell'anima e che veramente compendia tutte le sue
-aspirazioni.
-
-I grandi egoisti vorrebbero tutto per loro, e, o con l'astuzia, o
-con la forza, pigliano dell'altrui quanto più possono, e giungono
-persino a dolersi che non ci sia che un mondo solo da conquistare.
-Don Abbondio non vuole conquistar nulla; nemmeno il paradiso, perchè
-spera che il buon Dio glielo darà senza farlo troppo stentare. Don
-Abbondio non solo non prende e non desidera la roba altrui, ma a chi
-la tiene ingiustamente non domanda nemmeno la roba propria; e perda
-il fiato Perpetua a dargli del baggeo. Che questa non sia generosità
-pura, d'accordo; ma che non abbia altra ragione se non il desiderio di
-scansare le brighe e le dispute, non pare. Se Don Abbondio ci tenesse
-tanto alla roba, se ci tenesse come ci tengono gli avidi, qualche sfogo
-con Perpetua lo dovrebbe pur fare (e già ben altri ne aveva fatti!),
-e non contentarsi di dire che que' ch'è andato è andato. Lo vogliono
-avaro, e tirano fuori la storia delle venticinque lire dovute da
-Tonio, e della collana d'oro data in pegno, e quelle sollecitazioni e
-quegli ammonimenti: _Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo per
-quel negozio?_ e quel modo di contar le berlinghe nuove, voltandole
-e rivoltandole, e quella maniera di aprir l'armadio, riempiendo
-l'apertura con la persona. Ma tutto ciò prova che questa volta almeno
-Don Abbondio vuol avere il suo, e che Don Abbondio è sospettoso: che
-sia poi anche avaro, quel che si dice avaro, non prova. Le venticinque
-lire Tonio le doveva per fitto di un campo, diciamo meglio, del
-campo, probabilmente unico, di Don Abbondio, e pare le dovesse da un
-po' di tempo. Ora, notate che Don Abbondio non si fa dare un soldo
-d'interesse: è così che fanno gli avari? E vi pare che se fosse uno di
-quegli avari bollati ed autentici, Don Abbondio potrebbe consegnare
-tutto il suo _tesoretto_ a Perpetua, e lasciare che la lo vada a
-sotterrar da sola (perchè gli è chiaro che ci va sola) appiè del fico?
-Non dunque avarizia propriamente, ma apprensione parsimoniosa e gretta
-d'uomo che non sa procacciare, non sa ajutarsi, e perciò tien di conto
-quel poco che ha, e quando la soldatesca gli ha disfatta la casa, pena
-un pezzo a rifar usci, mobili, utensili con denari presi in prestito.
-
-Quali sono per Don Abbondio i piaceri della vita? un desinaretto
-gustoso, ma senza pretese; un fiaschetto di vino sincero (più di una
-botticina già non ne aveva); una passeggiata per quei viottoli, da'
-quali si vede il lago; un po' di lettura, quando le _circostanze_ non
-sieno tali da lasciargli _appena testa d'occuparsi di quel ch'è di
-precetto_; un buon chilo, un buon sonno; e basta. Questi piaceri non si
-possono godere senza quiete, e perciò la quiete è per Don Abbondio la
-condizione prima e _sine qua non_ della felicità, quella che dev'esser
-mantenuta e tutelata con ogni studio contro i nemici così interni come
-esterni. Nemici interni Don Abbondio non ne dovrebbe avere, e non ne
-avrebbe, se dipendesse dalla sua sola natura. Egli è nato per essere
-l'amico di sè medesimo, sempre in pace con sè stesso; ambizioni,
-gelosie, dubbii tormentatori, rimpianti amari, rodimenti secreti,
-son tutte diavolerie ch'egli non conosce, o non dovrebbe conoscere,
-nemmeno di nome. Se ne ha, gli son venute di fuori. Il mondo, ecco
-il grande nemico; anzi ecco l'accolta e la confederazione di tutti i
-nemici. Come si fa a conservare la propria quiete in un mondo pien di
-furore e di trambusto, che di quiete non ne vuol sapere? Si ha un bel
-tirarsene fuori, mettersi da banda, lasciare che ci pensi chi ci ha da
-pensare, dire che gli ecclesiastici non devono _mischiarsi nelle cose
-profane_, sentenziare che _la patria è dove si sta bene_. Trovarla,
-quella patria! Il mondo non vi lascia tranquilli; se voi lo fuggite,
-ecco che vi viene a cercare e vi tira in ballo. Per quanto s'ingegni,
-Don Abbondio non può fare che, per un verso o per un altro, qualcuna di
-quelle innumerevoli punte di cui il mondo è armato come un istrice, non
-lo frughi e non lo punzecchi. Ed ecco perchè Don Abbondio _si rode_,
-e ha, di solito, quella faccia _tra l'attonito e il disgustato_. Ma
-quella faccia non l'ha sempre, e anzi non è la faccia sua naturale.
-Come appena la burrasca è passata, Don Abbondio si rasserena, prende
-un'aria gioviale, ride, scherza, dice che s'ha a stare allegri il
-più che si può; e a questo fine si capisce che una delle sue grandi
-regole dev'essere di non _rimestare_ le cose vecchie, che non han
-rimedio. Perpetua è morta di peste. Povera Perpetua! Credete voi che
-Don Abbondio n'abbia a fare il panegirico, intenerirsi, amareggiarsi?
-Se viveva, questa è la volta che si maritava. È morta. Non ci pensiamo
-più. Dio l'abbia in gloria.
-
-La più gran virtù che secondo Don Abbondio gli uomini possano avere
-è, in comune con le mule, d'essere quieti. E per questo, se i birboni
-gli danno molto travaglio, i santi gliene dan poco meno, e si vede
-che Don Abbondio non vorrebbe avere da fare nè con gli uni, nè con
-gli altri. La santità è rinunziamento di sè medesimo, zelo operoso del
-bene, spirito di sacrifizio; in una parola, eroismo. I santi come Fra
-Cristoforo e Federigo Borromeo meritano d'essere chiamati campioni e
-atleti di Dio. Ma appunto questi atleti e campioni hanno coi facinorosi
-una somiglianza molto sgradevole. Non possono star tranquilli essi,
-e non vogliono lasciar tranquilli gli altri. Sempre sono in orgasmo
-e in faccenda, tira di qua, premi di là, vogliono rifare il mondo;
-_e lascian poi alle volte le cose più imbrogliate di prima_. E il
-bello, anzi il brutto, si è che non fanno nessun conto della propria
-vita, e pochissimo dell'altrui, quando si tratta di far trionfare
-il bene. Sono un gran tormento! Ma poi sono anche curiosi: purchè
-frughino, rimestino, critichino, inquisiscano; anche sopra di sè. E
-come si scaldano la fantasia! Un malandrinaccio viene a dire che s'è
-convertito, e loro gli buttano le braccia al collo: quella, a casa
-degli uomini di giudizio, _si chiama precipitazione_. E le conversioni?
-Sono una gran bella cosa. Nessun dubbio: Don Abbondio vorrebbe che
-tutto il mondo si convertisse (nè per questo è poi necessario di
-diventar santi); ma uno non si può convertire quietamente? senza far
-tanto chiasso? senza scomodar tanta gente?
-
-Agnese, stizzita, pensa che Don Abbondio ha _sempre sacrificati gli
-altri_; questo è un po' troppo. Bisognerebbe dire che sempre, quando
-s'è trattato di _scegliere_ tra il sacrificio proprio e l'altrui, Don
-Abbondio ha scelto l'altrui. Brutto egoismo, ma non del più brutto. E a
-renderlo men brutto sta il fatto ch'egli non se ne conosce colpevole; e
-non conoscendosene colpevole, può con tutta sincerità, se non con buona
-ragione, meravigliarsi della durezza degli altri, e che ognuno pensi
-solamente a sè, e che tutti abbiano così poco cuore; e stimarsi in
-credito verso Renzo e Lucia; e dire con un'aria compunta di tribolato
-ch'è il suo pianeta che tutti gli abbiano a dare addosso. L'egoismo
-di Don Abbondio è assai più un egoismo passivo che un egoismo attivo.
-Considerate che quasi tutti i suoi peccati sono peccati di omissione.
-
-Ed ora veniamo a quella che non è la sola, ma certamente è la cagione
-massima e incessante d'ogni suo procedere.
-
-Don Abbondio è egoista per paura. Don Abbondio nacque (su di questo
-non può cader dubbio) con la paura in corpo, e la paura gli s'accrebbe
-via via, per lo spettacolo delle cose del mondo, per la praticaccia
-(non oso dire esperienza) della vita, pel sentimento acuto, insistente,
-angoscioso, d'essere _come un vaso di terra cotta, costretto a
-viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro_; ed egli (anche su
-di questo non può cader dubbio) non fece mai il menomo sforzo per
-vincerla, o, almeno, per non lasciarla crescere. La paura è la parte
-meglio organata, più viva e più stabile della sua coscienza; tanto che,
-quand'egli non abbia proprio altro da fare, come durante quei giorni
-passati nel castello dell'Innominato, essa, insiem col breviario, gli
-tiene _compagnia_ e gl'impedisce di annojarsi.
-
-La paura riesce sempre comica quando si lasci scorgere dove non è
-pericolo, o quando al pericolo non paja proporzionata, o comechessia
-si comporti in modo disdicevole al tempo, al luogo, alle persone,
-all'occasione. La paura di Don Abbondio è comica perchè è esagerata,
-permanente, intrattabile, spesso spesso allucinata e chimerica. Direi
-ch'è la paura integra e totale, perchè non si vede come Don Abbondio
-possa essere mai affatto sgombro di paura, e qual cosa al mondo sia
-così piccola e innocua che non possa in un qualche momento far paura
-a Don Abbondio. Perpetua trova le parole giuste quando scappa a dire:
-_Se ha poi paura anche d'esser difeso e aiutato_... L'esempio di Don
-Abbondio conferma in parte l'opinione del filosofo scozzese Dugald
-Stewart, il quale disse la paura un male della fantasia. La fantasia
-di Don Abbondio non s'impressiona dei soli pericoli presenti e reali,
-ma ne immagina molti di possibili e di remoti, e in ogni cosa fiuta il
-malanno, sospetta l'insidia. Ricevuto quel terribile avvertimento dei
-bravi, Don Abbondio, dopo lungo travaglio e laceramento di spirito,
-riesce a prender sonno; _ma che sonno! che sogni! Bravi, Don Rodrigo,
-Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate_. Sin
-qui nulla di strano. In questo caso quella povera fantasia edifica, per
-così dire, sul sodo; ma molte altre volte, anzi il più delle volte,
-fabbrica in aria. L'Innominato s'è convertito: ha fatto benissimo;
-ma sarà poi convertito davvero? e, dico, si mantiene? L'Innominato
-si mette la carabina ad armacollo: _Ohi! ohi! ohi! cosa vuol farne
-di quell'ordigno costui?_ L'Innominato ha dato le prove della sua
-conversione: sia ringraziato il cielo! ma se quella marmaglia di
-bravacci venisse a sapere?..... se s'immaginassero che fosse stato
-lui, Don Abbondio, a convertirlo?... se presi da un furore bestiale,
-per vendicarsi, lo martirizzassero?...[93] E Don Rodrigo? che dirà
-mai di tutta quella faccenda Don Rodrigo?... E se monsignore venisse
-a sapere tutto l'imbroglio del matrimonio?... _Ah! vedo che i miei
-ultimi anni ho da passarli male!_ Risoluto, prima di tutti e più di
-tutti, di fuggire davanti all'esercito invasore, vede, _in ogni strada
-da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili e
-pericoli spaventosi_. E gli si riaffaccia l'idea del martirio. E gli
-rispunta dentro il dubbio circa la conversione dell'Innominato. E
-gli viene il sospetto che l'Innominato voglia fare il re e scendere
-in campo a far la guerra anche lui, col duca di Savoja, col duca
-di Mantova, con la Spagna e con l'imperatore. E sogna assalti e
-battaglie, per quanto giuri a sè stesso che in una battaglia non ce lo
-coglieranno; e si vede preso tra due fuochi. In mezzo alla desolazione
-e al lutto della peste gli dà ancor noja la cattura di Renzo, e pensa
-che questi potrebbe fare qualche sproposito da rovinar lui e sè stesso
-insieme.
-
-La paura di Don Abbondio è sempre composta di più paure diverse, le
-quali, quando non sieno manifestate, son sottintese, appunto come
-possono essere sottintese molte idee _in un periodo steso da un uomo di
-garbo_. Queste molte paure non riescono mai a comporsi in una maniera
-stabile di equilibrio o di dipendenza. Sono in un rimescolamento
-continuo, si rincorrono, si urtano, si dànno il gambetto. Quella che
-un momento fa era la prima, adesso è l'ultima; quella ch'era in coda
-appare in testa. Talvolta entrano l'una nell'altra, come le favole
-indiane e le scatole giapponesi. Mentre ha indosso quella paura così
-grande per dover andare in compagnia dell'Innominato, ecco che dentro
-a quella paura grande se ne caccia una piccola (dato che di piccole
-per Don Abbondio ce ne possano essere), la paura che la mula abbia dei
-vizii.
-
-La paura di Don Abbondio diventa anche più comica quando si vede
-che quelle tante cautele e quelle tante furberiole ch'essa gli vien
-persuadendo, non solo non bastano a preservarlo da' guai, ma anzi
-lo fanno incappare in qualche guajo più grosso di quelli che avrebbe
-voluto fuggire. Facendo di tutto per non avere impicci, egli è sempre
-negl'impicci. Don Abbondio non s'era fatto prete per vocazione;
-s'era fatto prete con la speranza di _vivere con qualche agio_ e
-quietamente, mettendosi _in una classe riverita e forte_, e non gli
-era mai passato per il capo che a fare quel mestiere pacifico ci fosse
-bisogno di coraggio. Quando, udita quell'umile confessione: «Torno a
-dire, monsignore, che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può
-dare», il cardinale chiede a Don Abbondio: «E perchè dunque, potrei
-dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v'impone di stare in
-guerra con le passioni del secolo?», Don Abbondio non può non pensare
-tra sè che, appunto, quel ministero egli lo aveva scelto per non avere
-a far guerra a nessuno, e con la speranza che nessuno volesse farla
-a lui. E quando il cardinale, insistendo, gli domanda: Perchè questo
-coraggio, che vi mancava, non l'avete chiesto a Dio, che certamente ve
-l'avrebbe dato?, Don Abbondio potrebbe rispondere con tutta sincerità
-che non pensò a chiedere a Dio una cosa di cui credeva di non avere
-affatto bisogno. Ora, Don Abbondio, fattosi prete per amor della pace e
-per evitare i pericoli, viene a trovarsi, appunto perchè è prete, nel
-più gran travaglio, e nel più gran pericolo di tutta la sua vita. Per
-fuggire a questo pericolo, Don Abbondio tradisce il proprio officio,
-inventa pretesti per non maritare i due giovani, si rassicura alquanto
-sentendosi più esperto delle cose del mondo, _più accorto_ che non
-un ragazzone che pensa alla morosa; ma poi tanto male gli viene del
-suo stesso rimedio, ch'egli si pente d'averlo adoperato, ed esclama:
-_gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio_. Quando coloro
-ch'eran fuggiti all'appressarsi dei lanzichenecchi tornano alle loro
-case, Don Abbondio è l'ultimo a seguirli, l'ultimo ad abbandonare
-l'asilo che così liberalmente a tutti aveva offerto l'Innominato, e
-questo per la speranza di assicurarsi meglio da' mali incontri: la
-conseguenza si è che i primi tornati in paese gli portan via anche
-quel poco che i lanzichenecchi gli avevan lasciato. Ha dunque ragione
-Perpetua di dire che s'egli avesse un po' di coraggio avrebbe assai
-meno guai; ma che ci fan le parole? il coraggio uno non se lo può dare.
-
-La paura di Don Abbondio non è solamente comica, com'è quella di Sancio
-Panza; è anche umoristica, e in grado superlativo. Don Abbondio e
-Sancio son tutt'e due paurosi, ma la paura si atteggia in ciascun di
-essi diversamente e in diverso modo si appalesa. Sancio non pensa a
-nascondere la propria, ad accattarle scuse, ad ammantarla di decoro.
-Egli la lascia vedere qual è, indipendente affatto dalla ragione,
-subitanea ne' suoi investimenti, vile troppo nelle dimostrazioni e
-negli effetti. Sancio parla molto e volentieri, e con certa sensatezza
-grossolana, di solito; ma non gli viene in fantasia di fare il
-chiosatore e l'interprete della propria paura e di raziocinarvi
-attorno. Egli se la lascia venire addosso come un accesso di terzana,
-e quando gli è passata, dà una scrollatina e non ci pensa più. Don
-Abbondio che, o poco o molto, sa di latino, e deve, se non altro per
-l'uso della confessione, avere qualche famigliarità con le sottigliezze
-della casistica, e vorrebbe pur sapere chi fu Carneade, Don Abbondio
-tiene un altro procedere. Egli converte la paura in prudenza, anzi in
-sapienza; riesce a farsi di una debolezza una virtù, di una vergogna
-un onore. _Initium sapientiae timor Domini:_ non si può, slargando
-un poco il concetto, pensare che la sapienza consiste appunto nella
-paura? Altri l'ha fatta ben consistere nell'inerzia, e altri ancora
-nell'ignoranza. Gran giudizio bisogna avere, e gran pazienza, chi vuol
-vivere in questo mondo e tirare innanzi! Credere di potergli tener
-testa, di vincerlo, di mutarlo, è idea da matti. Non sapete quanto
-il mondo è più forte di voi? Non sapete che ha il diavolo dalla sua?
-Dunque? Dunque per non uscire con l'ossa rotte bisogna tenersi in una
-specie di _neutralità disarmata_, tergiversare, dissimulare, scansare,
-inchinarsi, cedere, nascondersi, e, in caso di necessità estrema,
-mettersi col più forte[94]. Ricordate che tornando bel bello dalla
-passeggiata, per quella stradicciuola di montagna, Don Abbondio, prima
-d'incontrarsi coi bravi, buttava con un piede verso il muro i ciottoli
-che gli facevano inciampo al cammino? si può credere che sieno stati
-quelli i soli ostacoli che in sessant'anni di vita egli abbia rimosso
-da sè con animo deliberato, con fare risoluto.
-
-Don Abbondio finisce che forse non sa più nemmeno d'essere quel pauroso
-che tutti vedono in lui. Oltre di ciò, dato alla paura il titolo di
-prudenza e di sapienza, egli non ha più nessuna ragion di nasconderla;
-anzi ne ha parecchie di lasciarla vedere, come una virtù da farsene
-bello, e acquista il diritto di censurare chi non si regola come lui,
-chi manca di giudizio, chi compera _gl'impicci a contanti_. La propria
-paura, o prudenza che s'abbia a dire, Don Abbondio l'ha in conto di
-cosa, non solo ragionevole e confacente, ma legittima e giusta; e
-perciò strasecola quando il cardinale gli dice sul viso che anche a
-costo della vita avrebbe dovuto fare il proprio dovere: «Monsignore
-illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non
-so cosa mi dire». Quanto questa paura è diversa da quella che così
-poveramente (bisogna proprio dir così) fu descritta da Teofrasto!
-quanto è diversa da quella che porse inesauribile materia di riso sulle
-scene antiche e moderne!
-
-Ma la paura di Don Abbondio tocca il più alto grado dell'umore quando
-noi consideriamo com'essa contrasta con quel carattere sacerdotale che
-dovrebbe essere il proprio carattere di lui, con quell'officio che egli
-tiene assai più che non l'eserciti. Qui abbiam risoluto, anzi violento,
-il contrasto fra il reale e l'ideale; e per questo rispetto il
-colloquio fra Don Abbondio e il cardinale, colloquio che parve alquanto
-lunghetto, alquanto fuor di proposito, a più d'uno, è di capitale
-importanza, e serve mirabilmente a dare spicco ai due personaggi, a
-compierne l'immagine morale. Meno ancora che al soldato, è lecito al
-prete d'aver paura. Il prete parla (o dovrebbe parlare) in nome di
-una potestà talmente superiore ad ogni potestà terrena; ha (o dovrebbe
-avere) un'idea così sicura e così efficace della santità del dovere;
-stima (o dovrebbe stimare) così poco ogni bene e vantaggio mondano e la
-vita medesima; spera (o dovrebbe sperare) un premio talmente superiore
-a tutto quanto può perder quaggiù; che qualsiasi atto o pensiero di
-viltà in lui appare una contraddizione irriducibile, un controsenso, un
-assurdo. Ora, Don Abbondio è la negazione vivente, parlante, operante
-dello spirito sacerdotale, quale appunto il cardinale l'intende, e
-quale dev'essere inteso. Don Abbondio dovrebbe somigliare in qualche
-modo, sia pur lontano, al cardinale; e non solo non gli somiglia, ma ne
-dissomiglia tanto che non arriva mai nè a capirlo, nè a indovinarlo.
-
-Così stando le cose, com'è che Don Abbondio non ci diventa odioso?
-Com'è che quelle stesse mancanze che, commesse da un altro,
-provocherebbero il nostro biasimo, e non altro che il nostro biasimo,
-commesse da lui provocano il nostro riso, e quasi non altro che il
-nostro riso? Perchè saremmo così poco indulgenti con altri e siamo così
-indulgenti con lui? La ragione è facile a dire. Don Abbondio è uno di
-coloro a cui si perdona volentieri perchè veramente non sanno quello
-che fanno. Se egli mancasse al proprio dovere avendo di quel dovere
-un'idea chiara e precisa; se facesse il male sapendo con certezza di
-fare il male; noi non avremmo più qui nè un personaggio umoristico, nè
-un personaggio comico, avremmo un personaggio tragico, o semitragico.
-Don Abbondio rimane comico ed umoristico a dispetto di tutto, perchè se
-ha degli scrupoli, se ha qualche piccolo rimorso, crede in bonissima
-fede di farli tacere con quel suo argomento che _quando si tratta
-della vita_...; argomento che a suo modo di vedere (e presumibilmente
-anche di altri) non ammette replica. Don Abbondio riman comico ed
-umoristico perchè voi vedete ch'egli è un fanciullon tanto fatto, a
-cui qualcuno, non si sa chi, insegnò a dir messa, e che a sessant'anni
-sonati, nonostante i suoi vanti di accortezza, egli è quasi quel
-medesimo fanciullone che potev'essere a venti. Come vorreste fare a
-prendervela con uno cui Perpetua fa lezione tutto il santo giorno,
-ammonendo e rimbeccando, rinfacciandogli d'essersi ridotto _a segno che
-tutti vengono, con licenza, a..._, risolvendo, nell'ora del pericolo,
-_di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di trascinarlo su per
-una montagna_? con uno che s'accorge, tra meravigliato e stizzito, che
-le ragioni del cardinale sono le ragioni stesse di Perpetua? con uno
-che, starei per dire, ha fatto il prete senza saperlo? _Le parole che
-sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d'una
-dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata._
-
-Don Abbondio è in qualche modo il rovescio di Don Chisciotte. Don
-Chisciotte è sempre pronto ad adempiere i proprii doveri chimerici,
-checchè gliene avvenga: Don Abbondio cessa di adempiere i proprii
-doveri reali alla prima minaccia di un pericolo. Don Chisciotte, per
-troppo animo, passa oltre il segno: Don Abbondio, per manco d'animo,
-non ci arriva. Don Chisciotte si trincera nell'ideale e non vede più il
-reale: Don Abbondio si trincera nel reale e non vede più l'ideale. Ma
-Don Chisciotte e Don Abbondio hanno anche una parte in comune. Entrambi
-vivono in un mondo pel quale non son fatti e che si burla di loro. Ad
-entrambi le cose riescono al contrario dell'intenzione.
-
-A finire di rendere umoristica la figura di Don Abbondio abbiamo il
-fatto che colui che la formò e le diè vita v'infuse dentro qualche
-parte di sè. Non paja questa una proposizione temeraria, e tanto meno
-irriverente. Gli umoristi non sarebbero più umoristi se volessero
-esclusi sè stessi da quel riso ch'e' suscitano e comunicano altrui. Il
-Manzoni mise di sè più e meno in parecchi de' suoi personaggi: in Don
-Abbondio mise della propria inoperosità, della propria esitazione, del
-proprio amor della quiete, del proprio orror degl'impicci; e basta. Ci
-mise delle sue debolezze; non ci mise nessuna delle sue virtù[95],
-
-Quello di Don Abbondio è uno dei caratteri più meravigliosi che l'arte
-abbia mai creati; di una coerenza e consistenza rara; di una vivezza,
-di una sincerità, di un'evidenza impareggiabile; senza rabberciature,
-senza rinfianchi posticci. L'animo del lettore vi penetra e vi si
-assesta come una mano in un guanto. Ognuno sente che Don Abbondio
-dev'essere stato sempre lo stesso; ognuno è persuaso che egli rimarrà
-sempre lo stesso. «No signore, no signore», dice quella furbacchiona
-dell'Agnese al cardinale, «non lo gridi, perchè già quel ch'è stato
-è stato; e poi non serve a nulla; è un uomo fatto così: tornando il
-caso, farebbe lo stesso». E noi ne siam più che sicuri, nonostante la
-compunzione di cui lo vediamo penetrato dopo la predica del cardinale,
-e nonostante quella sua promessa, fatta proprio con animo sincero in
-quel momento: «Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero».
-
-I casi, gl'incontri e le situazioni in cui viene a trovarsi Don
-Abbondio sono i più felici che si possano immaginare, non per lui
-poveraccio, ma per mettere in mostra e sviscerare il suo carattere. I
-bravi, Renzo, Perpetua, l'Innominato, il cardinale, Agnese, lo forzano
-a scoprirsi da tutte le parti, a diventar trasparente come un vetro; e
-non v'è godimento che superi questo di poter guardare un'anima per di
-fuori e per di dentro, senza che pure una menoma particella ne rimanga
-occulta od oscura. La struttura della persona morale è in Don Abbondio
-così perfetta che finisce a suggerire la struttura della persona fisica
-e a mettervela davanti agli occhi. La figura di Don Abbondio non è
-descritta, e nemmeno, a dir proprio, abbozzata: appena un cenno qua e
-là come per caso: due folte ciocche di capelli, due folti sopraccigli,
-due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, sparsi su una faccia
-bruna e rugosa. Riavutosi dalla peste, Don Abbondio appare come _una
-cosa nera_, pallido e smunto, con due povere braccia che ballan nelle
-maniche, _dove altre volte stavano appena per l'appunto_. E questo
-è il tutto. Quanti altri romanzieri avrebbero impiegate le due e le
-tre pagine per ritrarcelo intero quel prete, dalla testa ai piedi,
-senza lasciarne una sola fattezza! Ma col Manzoni non c'è bisogno.
-Qui l'anima crea il suo corpo; e noi vediamo, proprio vediamo, un Don
-Abbondio tozzo e corpulento, che suda e sbuffa a montare sopra una
-mula, con una facciola tonda, con una espressione bonaria, quando non
-gliela rannuvoli la stizza o la paura, con un portamento sommesso, con
-un'andatura stracca e impacciata: così come, dal più al meno, lo videro
-tutti coloro che lo ritrassero col pennello o col bulino[96].
-
-Don Abbondio è riuscito uno di quei tipi estetici di cui si dice con
-ragione che hanno in sè molta più verità che non l'essere vivo e reale,
-fatto d'ossa e di polpe. E Don Abbondio è diventato uno di quei simboli
-di cui noi ci gioviamo, parlando, per significare una condizione di
-umanità che non si potrebbe significare altrimenti senza molte parole.
-Perciò Don Abbondio è immortale.
-
-
-
-
-ESTETICA E ARTE DI GIACOMO LEOPARDI
-
-
-CAPITOLO I.
-
-DELLA PSICHE DI GIACOMO LEOPARDI.
-
-Le idee estetiche del Leopardi non sono sistematicamente ordinate, non
-formano un corpo di dottrina compiuto e coerente; ma sono, nulladimeno,
-in armonia fra di loro; governano, entro certi limiti, il sentimento e
-il pensiero di lui, e, sino ad un certo segno, ne spiegano l'arte. Il
-poeta nè si arroga di risolvere, nè a dir vero si propone il problema
-estetico; non istituisce indagini particolari; non tenta analisi
-sottili; ma pone alcuni principii, enunzia alcune opinioni, ch'egli non
-troppo si cura di conciliare con la rimanente sua credenza filosofica,
-e non sono forse con essa troppo conciliabili. Il poeta, ch'è sensista
-e materialista in tutto il rimanente di quella sua credenza, ci
-si scopre idealista in estetica. Il poeta che in tutt'altro è un
-pessimista, riesce quasi in estetica un ottimista.
-
-Prima di esporre le idee estetiche del Leopardi, prima di ricercare
-la qualità e la estensione del suo sentimento estetico, sarà opportuno
-che noi ci formiamo un concetto sommario della costituzione psichica di
-lui, senza rinunziare però a far di essa quel più particolare e minuto
-studio che a volta a volta potrà essere richiesto dall'argomento.
-Ricordo, sebbene possa parere superfluo, che le credenze e le
-dottrine di ciascun uomo, e le stesse mutazioni di quelle, sono sempre
-determinate e condizionate dalla struttura e dall'atteggiamento della
-psiche, e che la psiche, di cui ci è ignoto il principio e l'essenza,
-opera, per dirla col linguaggio dei matematici, _in funzione_
-dell'organismo corporeo, dell'_ambiente_ fisico e morale, dei casi e
-delle esperienze della vita.
-
-Non si dà tipo psichico puro, coeguale in tutto all'uno o
-all'altro di quegli schemi che la psicologia immagina per comodità
-di classificazione e di studio. Il Leopardi è manifestamente
-un _intellettuale_; ma non un intellettuale schietto: bensì un
-intellettuale appassionato. Intellettuale egli è perchè vive moltissimo
-nel pensiero e poco o punto nell'azione, e il pensiero esercita per
-sè stesso, senza assoggettarlo a un fine pratico qualsiasi; ma poichè
-soffre, si lamenta, si ribella troppo più di quanto s'addica a un
-intellettuale risoluto, egli, sott'altro aspetto, si dà a conoscere
-quale un _sensitivo_. E sensitivo è; di quella delicatissima,
-esagerata, morbosa sensitività che di ogni più lieve tocco si offende,
-e d'onde si genera nella psiche uno stato di _sentimentalità_ abituale,
-intendendo con tal nome certa mescolanza e fluidità di sentimenti
-vaghi, teneri, dolorosi, immaginosi, che non si appuntano in nessun
-oggetto particolarmente determinato e chiaramente percepito, ma si
-rigirano in sè medesimi e in sè medesimi si consumano.
-
-Lo spirito del Leopardi non si può veramente dire uno spirito
-unificato. Le tendenze divergenti e contrastanti sono in esso assai
-numerose, e se l'arte ci guadagna, la ragione ci perde. L'intelletto
-è nel poeta, sino ad un certo segno, sistematizzato ed autonomo;
-ma sistematizzato ed autonomo è pure in lui il sentimento; e i due
-sistemi e le due autonomie non troppo si accordano fra di loro. Così,
-mentre l'intelletto si chiude affatto e per sempre al sogno della
-felicità, il cuore, a più riprese, si riapre a quel medesimo sogno;
-mentre l'intelletto appetisce il vero, il cuore lo rifiuta; mentire
-l'intelletto predica la rassegnazione, il cuore la sdegna. Senza quella
-troppa e troppo indocile sensitività, il Leopardi sarebbe stato uno
-spirito essenzialmente logico: così come la natura e la vita l'han
-fatto, egli è uno spirito in cui la contraddizione abbonda, anzi è
-abituale ed organica. Di ciò ognuno si può persuadere agevolmente
-considerando quanto diversi, anzi contrarii, sieno certi giudizii suoi
-concernenti gli uomini in genere, le donne in ispecie, le cause della
-umana infelicità, la natura, ecc., nei molti casi in cui, per ragion
-di tempo, quella diversità e quella contrarietà non possono imputarsi
-a un moto generale dello spirito, a un rivolgimento profondo delle
-dottrine. Ma la contraddizione per noi più notabile è quella in cui
-egli si viene ripetutamente avviluppando nel far giudizio del vero e
-della scienza: giacchè, ora detesta il vero, come quello che distrugge
-con la _face consumatrice_ i _sogni leggiadri_; e dice la notizia di
-esso _contrarissima alla felicità_; e lo chiama _fonte o di noncuranza
-e infingardaggine, o di bassezza d'animo, iniquità e disonestà di
-azioni, e perversità di costumi_; e biasima gli uomini d'averlo voluto,
-_colla curiosità incessabile e smisurata_, penetrare e conoscere; e
-vitupera la ragione, dicendola _carnefice del genere umano_; mentre per
-contro celebra ed esalta l'_ameno errore_, i _fantasmi consolatori_,
-gl'_inganni fortunatissimi_, gli _errori antichi necessari al buono
-stato delle nazioni civili_: ora, invece, riconosce che il vero _ha
-suoi diletti, ancor che triste_; e compiange l'uomo dei campi, perchè
-_ignaro d'ogni virtù che da saper deriva_; e dice che, dopo il bello,
-il vero _è da preferire ad ogni altra cosa_; e afferma di non cercare
-_altro più fuorchè il vero_; e deride i sogni vani e le antiche fole
-insieme con le speranze di futura felicità e le _magnifiche sorti
-e progressive_, che pur dovrebbero essere, anche per lui, anzi più
-per lui che per altri, ameni errori, fantasmi consolatori, inganni
-fortunatissimi; e rinfaccia al secolo d'avere sentito dispiacere del
-vero, e d'avere abbandonato vilmente il _risorto pensiero_, solo per
-cui fu vinta in parte la barbarie,
-
- e per cui solo
- Si cresce in civiltà, che sola in meglio
- Guida i pubblici fati.
-
-E questa civiltà era stata da lui maledetta con i sentimenti stessi
-del Rousseau, come un tradimento fatto alla Natura, come un errore
-che non può andare _senza infinito accrescimento d'infelicità_ e senza
-vergogna. E ad essa accennando aveva esclamato: _Che cosa è barbarie se
-non quella condizione, dove la natura non ha più forza negli uomini?_
-
-Noi qui vediamo l'intelletto e il sentimento alle prese fra di loro
-a volta a volta, e quando l'uno quando l'altro, incalzare o recedere,
-stringersi e sopraffarsi a vicenda. Il Pascal era riuscito a fermare
-assai più e legare in unità il proprio spirito quando scriveva quelle
-memorabili parole: «L'homme n'est qu'un roseau, le plus foible de la
-nature, mais c'est un roseau pensant. Il ne faut pas que l'univers
-entier s'arme pour l'écraser. Une vapeur, une goutte d'eau, suffit pour
-le tuer. Mais quand l'univers l'écraiseroit, l'homme seroit encore plus
-noble que ce qui le tue, parce qu'il sait qu'il meurt; et l'avantage
-que l'univers a sur lui, l'univers n'en sait rien»[97].
-
-Sappiamo dallo stesso Leopardi che in certi tempi, crescendogli
-il male, anzi i mali ond'era travagliato, egli diveniva pressochè
-incapace di attenzione, tanto da non poter tener dietro a chi leggesse,
-nè scrivere cosa alcuna, nè _fissar la mente in nessun pensiero di
-molto o poco rilievo_[98]. Ciò nondimeno, d'ordinario, egli dovette
-essere in sommo grado capace, così di attenzione spontanea, come di
-attenzion volontaria[99]; d'onde poi deriva attitudine spiccatissima ed
-inclinazione allo astrarre. Dell'attenzione spontanea parmi facciano
-testimonianza le ingegnose ed acute osservazioni e la molta maturità
-di senno onde son piene le prime sue lettere, scritte quand'egli
-non era per anche uscito di Recanati. Della volontaria fanno prova
-irrefragabile la qualità e la estension degli studii, la perseveranza
-e il discernimento adoperatovi, e più che tutto l'arte sua, dove non
-è cosa mai che appaja abbandonata al solo istinto o alla fortuna. Se
-son veri certi racconti, il Leopardi da giovane s'immergeva alle volte
-sì fattamente ne' proprii pensieri da perdere affatto il sentimento
-di quanto gli stava e gli avveniva dattorno[100]. Qualcuno, badando
-alle più consuete preoccupazioni del poeta, e come il pensiero che
-inspira e sorregge la sua poesia tenda quasi a ridursi in un _motivo_
-unico, potrebbe facilmente congetturare in lui certa inclinazione
-malsana al monoideismo, e cioè a fermar stabilmente l'attenzione
-sopra un'unica idea; ma se non si può negare che quella inclinazione
-ci sia stata, specie in certi tempi, non si può da altra banda non
-riconoscere, considerando i moltissimi abbozzi ed accenni di opere dal
-poeta divisate o ideate, che quella mente era usa di vagare per una
-copiosissima varietà di obbietti e di temi, per tutto il creato e per
-tutto lo scibile.
-
-Non dovrebbe, parmi, negarsi che l'attenzione di lui non si fissi
-talvolta in modo da arieggiare le forme morbose della fissità;
-la qual cosa del resto facilmente interviene ai melanconici e più
-agl'ipocondriaci; ma non si dovrebbe però dimenticare che in ciò, come
-in altro, molti sono i gradi intermedii tra il normale e l'anormale,
-e che una certa ossession dell'idea e del fantasma è abituale, anzi
-necessaria, non meno allo scienziato che all'artista, e che senz'essa
-non si darebbe nè scienza nè arte. La poesia intitolata _Il pensiero
-dominante_ parrebbe a prima giunta rivelar nel Leopardi una vera e
-propria idea fissa, da cui quella togliesse il nome e la contenenza.
-Alcuni versi di essa descrivono veramente la condizione dell'uomo
-di cui una sola idea imperiosa abbia occupata e soggiogata tutta la
-psiche, votandola quasi d'ogni altro elemento, spogliandola d'ogni
-altra forma:
-
- Come solinga è fatta
- La mente mia d'allora
- Che tu quivi prendesti a far dimora!
- Ratto d'intorno intorno al par del lampo
- Gli altri pensieri miei
- Tutti si dileguâr. Siccome torre
- In solitario campo
- Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.
-
-Ma questo pensiero dominante non è altro che il pensiero d'amore, il
-quale, dove raggiunga un certo grado di vivezza e di forza, opera quasi
-sempre a questo medesimo modo nell'animo degl'innamorati. Cercando nei
-versi e nelle prose del Leopardi, e più specialmente nelle lettere, non
-è difficile trovar segni e indizii di una qualche soverchia fissazion
-della mente, più o meno durevole. Il 23 giugno 1823 egli scriveva da
-Recanati al Jacopssen: «Pendant un certain temps j'ai senti le vide de
-l'existence comme si ç'avait été une chose réelle qui pesât rudement
-sur mon âme. Il m'était, toujours présent comme un fantôme affreux; je
-ne voyais qu'un désert autour de moi, je ne concevais comment on peut
-s'assujettir aux soins journaliers que la vie exige, en étant bien
-sûr que ces soins n'aboutiront jamais à rien. Cette pensée m'occupait
-tellement, que je croyais presque en perdre la raison»[101].
-
-Dall'attenzione dipende per molta parte la memoria. Il Leopardi
-ebbe (la storia de' suoi studii e gli scritti ne fanno fede) memoria
-potente, sicura, tenace, e da giovane parve anche per questo rispetto
-sì fattamente meraviglioso, che l'abate Cancellieri ne fece espresso
-ricordo nella _Dissertazione intorno agli uomini dotati di gran
-memoria_. Si sa con quanta agevolezza egli imparasse le lingue; e se
-errò il Puccinotti dicendolo versato anche nella tedesca[102] gli
-è pur certo che tra antiche e moderne ne conobbe un buon numero,
-e di parecchie fu mirabilmente padrone. Non però è da credere che
-il Leopardi possedesse la memoria totale e universale, che non fu
-posseduta mai da nessuno, e non è ente psichico, ma entità psicologica;
-nè si dà propriamente la memoria in genere, ma bensì tante memorie
-specificate e diverse quante sono le categorie del sensibile e del
-pensabile. Il Leopardi ebbe vivissima memoria delle idee, e forse non
-vi fu idea, da quella del numero a quella del fatto sociale e storico,
-che mai la trovasse indocile o lenta. Ebbe vivissima pure la memoria
-dei sentimenti; e volentieri inclinerei a credere che intervenisse a
-lui, in maniera anche più risoluta, ciò che interviene a taluni, ne'
-quali il sentimento ravvivato per virtù di memoria riesce più intenso
-di quello spontaneo provato in origine. Sempre che il poeta ripensa
-alla sua Silvia, morta nel fior degli anni, e si sovviene delle tradite
-speranze, un affetto lo preme _acerbo e sconsolato_, ed egli si torna
-a dolere di sua sventura[103]. Il più del tempo egli vive nel _dolce
-rimembrare_, e soggiornando in Pisa, dà a certa via il nome di _Via
-della rimembranza_. Un solo dolce ricordo sarebbe bastato a rendere
-felice tutta la vita dell'infelicissimo Consalvo, e le _Ricordanze_
-sono un canto e un pianto dell'anima che tutta si raccoglie
-nell'appassionata contemplazione di un passato irrevocabile. Queste due
-forme della memoria ben si convengono al nostro poeta, il quale abbiamo
-riconosciuto essere un intellettuale e un sensitivo al tempo stesso.
-La memoria delle sensazioni fu certamente in lui meno valida e meno
-pronta; ma di ciò sarà a dire più innanzi. Qui resta a notarsi che la
-memoria del poeta fu (nè potev'essere altro) scarsamente popolata di
-quelle multiformi immagini cui solo può fornire la lunga, continuata e
-varia esperienza di una vita operosa e il libero e vigoroso esercizio
-di tutte le facoltà e potenze ond'è costituita la umana persona.
-
-Come la memoria dipende dall'attenzione, così la fantasia dipende dalla
-memoria; onde, quali le forme e i temperamenti della memoria, tali
-pure le forme e i temperamenti della fantasia. Il Leopardi ebbe da
-natura fantasia agile e viva; nè gliela poterono mortificare i lunghi e
-pazienti studii di erudizione e il meditare ostinato; nè molto gliela
-estenuarono i mali. Fanciullo ancora, sappiamo com'egli immaginasse
-intricate favole di cavalieri, di battaglie e d'incantamenti e
-intrattenesse per lunghi giorni i compagni de' suoi sollazzi. Tornato
-la terza volta, nel novembre del 1828, al detestato soggiorno di
-Recanati, egli risalutava quelle _vaghe stelle dell'Orsa_ che tante
-immagini un tempo e tante fole gli avevano suscitate nella mente,
-e accennando altri oggetti delle antiche sue contemplazioni, _che
-pensieri immensi_, esclamava,
-
- Che dolci sogni mi spirò la vista
- Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
- Che di qua scopro e che varcare un giorno
- Io mi pensava, arcani mondi, arcana
- Felicità fingendo al viver mio![104]
-
-Chi non sia dotato di viva e fervida fantasia, malamente può vivere
-solitario; e il Leopardi, sebbene conoscesse la solitudine esser
-dannosissima agli uomini del suo temperamento, che sempre «si bruciano
-e si consumano da loro stessi»[105], della solitudine si piacque oltre
-modo, facendone argomento di alcuni tra' suoi canti migliori; e sebbene
-sin dal luglio del 1819, nella famosa lettera scritta al padre in
-occasione della tentata fuga, parlasse dei _tormenti di nuovo genere_
-che gli procacciava la _strana immaginazione_[106], pur nondimeno
-sempre del _caro immaginare_ si dilettò grandemente, trovando in esso
-una delle maggiori e più fide consolazioni della sua vita. Certo,
-la fantasia non fu nel Leopardi così ricca, varia, lussureggiante,
-colorita, come fu nel Byron, o nello Shelley, o nell'Hugo, o in altri
-poeti molti che si potrebbero ricordare; ma una ragione di ciò fu
-accennata parlando della memoria di lui, e richiamerà novamente la
-nostra attenzione in luogo più acconcio.
-
-Che il Leopardi non sia ciò che gli psicologi più recenti dicono un
-_volitivo_, è manifesto ad ognuno; ma altro è riconoscere questo, altro
-è asserire che il Leopardi patì di abulia dichiarata e congenita.
-Innanzi tutto, a riguardo di questa, come di ogni altra qualità del
-nostro poeta, è sommamente necessario distinguere nella storia di
-lui un prima e un dopo, senza di che si risica troppo di scambiare
-l'avventizio per l'iniziale, e di confondere col principio la fine.
-Se non v'è forse vita d'uomo esente da peripezia, non v'è forse
-altra vita in cui la peripezia sia stata così profonda e molteplice
-come fu nel Leopardi. Da fanciullo questi non difettò certamente di
-volontà, chè anzi le memorie di quel primo tempo ce lo fanno conoscere
-protervo, prepotente, soverchiatore. Molti versi della sua giovinezza
-sono versi di eccitamento e di ribellione, e tra le opinioni da lui
-più costantemente osservate, in verso e in prosa, in pubblico ed in
-privato, è pur questa, che l'operare vince di gran lunga in nobiltà il
-meditare e lo scrivere; onde in uno de' più tardi componimenti suoi,
-quello che prende titolo dall'amore e dalla morte, celebrava l'amore,
-che suscita o ridesta ne' petti il coraggio, e per la cui virtù
-
- sapïente in opre,
- Non in pensiero invan, siccome suole,
- Divien l'umana prole.
-
-Non nego che questa opinione gli possa essere stata suggerita in
-parte dagli ammaestramenti e dagli esempii di quell'antichità in cui
-gli era tanto dolce rivivere; ma è da credere che il suggerimento non
-avrebbe operato nell'animo di lui, se l'animo, per certa sua propria
-e naturale disposizione, non fosse stato inclinato a riceverlo. Il
-fermato, e per poco non effettuato proposito della fuga, difficilmente
-si potrà conciliare con una volontà debole e incerta, specie se si
-considera che il giovane che vi si accinse non era uno sventato, anzi
-conosceva benissimo e la forza, ancora assai grande, di quella paterna
-autorità contro la quale insorgeva, e i pericoli d'ogni maniera e
-le traversie che certamente avrebbe dovuto affrontare. E gioverà
-ricordare che mentre i giovani di poco animo e d'indole remissiva sono
-lieti d'aver nel padre chi spiani loro la via della vita e risparmii
-le fatiche maggiori e i maggiori ardimenti, il Leopardi, stimando la
-tutela paterna oppressiva di que' liberi spiriti che fanno atti gli
-uomini alle cose nobili e grandi, ebbe in conto di fortunati (e osò
-scriverlo) quei figliuoli che, perduto per tempo il padre, dovettero
-fare, senz'altro ajuto, da sè. Quanto alla tentazion di suicidio, a
-cui il poeta andò così lungamente soggetto, noi non siamo in grado
-di dire con sicurezza se l'averla sempre patita senza mai soggiacervi
-sia indizio di una volontà troppo debole che non riesce ad attuarsi,
-o di una volontà ancor tanto forte da poter frenare l'impulso[107];
-ma indipendentemente dalla maggiore o minore forza della volontà, gli
-animi molto delicati, e di un sentire molto squisito, non possono non
-rimanere turbati ed offesi dalla idea di quella violenza che sempre
-e di necessità accompagna la volontaria soppression della vita, sia
-quella d'altri o la propria: e chi può dire quanta forza l'orrore di
-così fatta violenza possa avere avuto nell'animo del poeta che non
-volle contemplare la morte se non sotto le sembianze della bellezza e
-della pietà? Riconosciuto nel Leopardi un intellettuale, e ricordato
-una volta per tutte che gl'intellettuali non sogliono essere uomini
-d'azione, e, per ciò stesso, non uomini di volontà gagliarda, spiegata,
-molteplice (sebbene la volontà non si eserciti nell'azione soltanto),
-parmi si debba pur riconoscere che la volontà di lui fu in origine più
-che mediocremente valida, ancorchè, secondo ebbe a confessare egli
-stesso, mutabilissima[108]. Dopo di che s'ha da riconoscere ancora
-che s'andò a poco a poco affievolendo e stemprando, sia pel crescere
-lento e profondo di una pecca ereditaria, sia pel consecutivo insulto
-di mali sopravvenuti, sia pel graduale consolidarsi e prevalere della
-idea pessimistica. So che quest'ultima cagione non sarà accettata da
-coloro che giudicano il pessimismo stesso essere tutto e sempre effetto
-di depressione psichica e di detrimento organico, e quasi una denunzia,
-comunque espressa, del mancamento della vita. Non è qui il luogo
-d'entrare in una controversia assai disputata e sulla quale pende, e
-penderà per lungo tempo ancora, il giudizio. Io mi contento di dire
-che se quella che chiamano miseria o paupertà fisiologica predispone
-naturalmente[109] l'animo a formarsi un concetto pessimistico della
-vita, nol predispongono di certo a formarsene un concetto ottimistico
-quelle dottrine della scienza che, sfatando l'antico errore, mostrano
-l'uomo perduto in mezzo alle forze della natura, soggetto a quelle
-stesse leggi a cui son soggette le creature inferiori e le infime,
-spogliato infine d'ogni ragione di arroganza e di orgoglio; che c'è
-una corrente di pessimismo la quale ha nella scienza le prime sue
-scaturigini[110]; che si dànno esempii di pessimismo baldanzoso e
-giocondo alla maniera del Nietzsche; che il pessimismo buddistico è
-sereno, anzi giulivo; e che accanto al pessimismo dell'inerzia appare
-il pessimismo dell'azione. Ciò avvertito a mo' di parentesi, non si può
-non concedere che Giacomo Leopardi fu negli anni maturi uno di quegli
-irresoluti e di quei timidi ond'è parola nei _Detti memorabili di
-Filippo Ottonieri_[111]; sia pure che a produrre quella irresolutezza e
-timidità concorressero efficacemente, com'egli stesso afferma, l'abito
-dialettico e la riflession prolungata.
-
-Il Leopardi ebbe alto e forte il sentimento di sè, quello che
-gl'Inglesi chiamano _self-feeling_. Fanciullo ancora, presentendo
-la futura grandezza, l'annunziava nell'_Appressamento della morte_;
-e molti sono i luoghi degli scritti suoi, e più specialmente delle
-lettere, ove egli quel sentimento fa manifesto; sia con l'esprimere
-orrore della mediocrità; sia col far conoscere un desiderio _forse
-smoderato e insolente_ di gloria e il proposito di farsi _grande ed
-eterno coll'ingegno e collo studio_; sia, infine, col risolvere _di non
-inchinarsi mai a persona del mondo_, e di non curare il giudizio nè il
-disprezzo altrui. La già citata lettera al padre, e l'altra al Broglio,
-scritta in quella occasione medesima, sono per questo rispetto un
-documento notabilissimo, anzi forse un documento unico, se si pensa che
-colui che le scriveva era un giovane di poco più che vent'anni. A quel
-medesimo sentimento è da ridur la baldanza (ove a torto taluno non vide
-se non un espediente retorico) con cui il giovane poeta chiede l'armi
-per combattere egli solo i nemici della patria; e l'orgoglio ancora
-con cui si atteggia ad avversario indomabile di quel destino che in
-modo affatto insolito (tale è la sua credenza) lo persegue e percuote:
-e quello ancora che gli fa desiderare, dovendo essere infelice,
-infelicità piena ed intera. Egli volle ritrar sè medesimo in quel prode
-che la mano vincitrice del fato
-
- Indomito scrollando si pompeggia,
- Quando nell'alto lato
- L'amaro ferro intride,
- E maligno alle nere ombre sorride[112].
-
-Nè contraddicono punto a quel sentimento, anzi per diverso modo ne
-dànno a conoscere la persistente e tormentosa acutezza, le parole
-ch'ogni tanto egli si lascia uscire di bocca, quando dice di cominciare
-a disprezzare la gloria, di aver perduta ogni illusione sul proprio
-valore, di accordarsi oramai con l'universale che lo disprezza. Parole
-appunto di chi in troppo alto e geloso modo sente di sè! Angoscioso
-sentimento di una psiche sempre presente a sè stessa e ammalata di
-consapevolezza eccessiva! Certe forme di pessimismo non ne vanno mai
-scompagnate.
-
-Fu un genio il Leopardi? Molti lo affermano, qualcuno lo nega; e
-non è questo uno di quei dissensi che si possano comporre recando in
-mezzo prove ben definite e irrefragabili. Dalla intelligenza mezzana
-e comune all'ingegno ed al genio si sale per gradi, starei per dire
-infinitesimali, e non v'è strumento che segni il punto del preciso
-trapasso dal primo al secondo, dal secondo al terzo. Quegli stessi
-che per lunga tradizione e quasi universale sono giudicati genii
-massimi, e di cui si suol dire che recano in fronte il marchio divino
-ed indelebile, non poterono soggiogare in tutto la instabile fortuna
-dei giudizii umani; e le vicende cui andò soggetta, col mutare dei
-tempi e degli umori, la fama di un Omero e di un Aristotele, di un
-Dante e di uno Shakespeare, lo provano, parmi, abbastanza. Non è
-possibile dare del genio una definizione che non si smarrisca più o
-meno in formole monche od incerte, e non si raccomandi, da ultimo,
-assai più all'intuito che alla ragione. Abbiam dismesso il concetto
-mitico o metafisico del genio; ma non gli abbiamo per anche sostituito
-il naturalistico e positivo. Errore grave mi sembra esser quello di
-taluni che solo criterio e sola misura del genio vogliono la utilità,
-e sentenziano non meritare nome e fama di genii, se non coloro che
-recarono agli uomini alcun insolito beneficio, strepitoso e grande:
-e sembrami errore, non tanto perchè il giudizio della utilità è
-incertissimo, e soggetto, nel corso della storia, a moltissime
-mutazioni, quanto perchè il beneficio può assai volte, come c'insegna
-la storia di molte invenzioni e scoperte, essere opera più del caso
-che dell'intendimento. Le ragioni del genio vogliono esser cercate nel
-soggetto da prima, nell'oggetto di poi; ma nel far giudizio e dell'uno
-e dell'altro, è da guardare soltanto alla singolarità e alla grandezza,
-e non alla utilità; dacchè ci sono genii benefici e genii malefici, e
-tutte quasi le religioni credettero a un genio del male. Che il primo
-Napoleone sia stato un genio benefico par difficile a dimostrare; ma
-più difficile ancora che non fosse un genio. Io vorrei contentarmi di
-dire: Genio è colui che addimostra una straordinaria potenza interiore,
-operando cose che non erano preparate, o erano solo scarsamente
-preparate dal precedente lavoro delle generazioni; che corona il
-faticoso e lento edifizio della tradizione o lo abbatte; che in far
-ciò dà a divedere un massimo di autonomia e un minimo di dipendenza;
-che si trascina dietro un numero grande di spiriti comuni, i quali
-lo acclamano maestro e rivelatore, e che riesce a far da solo, per
-intrinseca e necessaria virtù di natura, ciò che i molti e gl'infiniti
-insieme associati non potrebbero fare[113]. Vedo bene le deficienze e
-le incertezze di questa che non oso chiamare una definizione; ma non
-me ne soccorre altra che meglio mi appaghi, e questa, qual ch'essa sia,
-può bastare al bisogno presente.
-
-Stimo doversi dire un genio il Leopardi perchè la precocità e la
-estensione de' suoi studii fanno manifesto uno straordinario vigor
-d'intelletto; perchè il singolare _autodidascalismo_ rivela uno spirito
-singolarmente autonomo; perchè la dottrina filosofica di lui, o buona
-o cattiva ch'ella sia, è, per la più parte, frutto della sua mente,
-senza veri precedenti in Italia, e con poche, e dal poeta ignorate,
-attinenze fuori d'Italia[114]; perchè la poesia creata da lui è, a
-dispetto d'ogni influsso e riverbero greco, latino, petrarchesco,
-o d'altra maniera, che vi si scorga per entro, poesia nuova in
-Italia e nel mondo, per quanto può esser nuova una poesia che vien
-dopo altra poesia e insieme con altra poesia. Come nei cieli della
-poesia inglese il Byron, così nei cieli della poesia italiana appare
-subitaneo e inopinato il Leopardi, simile ad una di quelle comete
-che scaturiscono improvvise dalla profondità dello spazio, e luminose
-solcano il firmamento, fuori d'ogni tracciato e cognito cammino. Se
-mai può dirsi d'uomo nato da altro uomo, e vivente nella società de'
-suoi simili, ch'egli sia originale, del Leopardi si dovrà dire che fu
-originalissimo. Egli rinunziò la fede in che era nato e cresciuto, e
-nella quale perseverarono tutti, o quasi tutti, i suoi; e la rinunziò
-giovanissimo; e non già, come fu sospettato dal padre e da altri, ad
-istigazion del Giordani, ma per atto spontaneo e spontanea risoluzione
-di ragione in cimento. Quella che fu detta sua conversione letteraria
-avvenne, non per ammaestramento o consiglio altrui, ma per virtù di
-meditazione e di esame e di una tutta propria resipiscenza[115]. Se
-tanto non basta a far riconoscere il genio, non so che altro possa
-bastare.
-
-Per mia ventura io non ho da impelagarmi in una delle più vessate
-questioni dei nostri giorni, quella delle relazioni e colleganze che
-passano fra il genio, la degenerazione e la pazzia. Io non ho bisogno
-di schierarmi (e in coscienza non potrei) nè con coloro che affermano
-essere il genio una vera e propria psicosi, anzi una forma larvata
-di epilessia, nè con coloro che di sì fatta affermazione molto si
-stupiscono e più si adontano. A dir vero, le conclusioni mi pajono
-tratte un po' a precipizio, così dall'una parte come dall'altra,
-scambiate spesso le prime parvenze per prove, con definizioni
-improprie, con criteri incerti, con metodo arrischiato, e spesso più
-con desiderio di vincere l'avversario, che di accertare il vero. Il
-problema è oscurissimo tra quanti se ne possono proporre alla umana
-ragione. Veggo bene come assai volte il genio sia accompagnato dalle
-stimate della degenerazione, dai turbamenti di una mutevole psicosi;
-ma la ragione ultima e certa e la regola di quell'accompagnamento mi
-rimangono occulte, e diffido non men di me che d'altrui, sapendo quanto
-è difficile, e come spesso fallace, la investigazione delle cause, e
-come pieno d'insidie il ragionamento. E forse noi non intendiamo ancora
-i fatti della vita e della psiche in genere tanto che basti a lasciarci
-penetrare la natura del genio.
-
-Ma non occorre che il problema sia risoluto ne' suoi termini generali
-per iscorgere nei singoli casi il certo e il vero dei fatti e delle
-concomitanze e conseguenze loro. Il caso particolare del Leopardi
-fu recentemente studiato con diligenza d'indagine, con acume di
-raziocinio, e con circospezione, non dirò intera, ma rara nella più
-parte dei cultori di questi studii, in un libro ch'ebbe biasimi e
-lodi, e che io, sinceramente, credo più meritevole d'essere lodato
-che biasimato[116]. Non tutte certo le opinioni e le prove e i
-ragionamenti e i giudizii che vi sono prodotti mi pajono tali da
-doversi accettare[117], chè a molti anzi credo si debba contraddire
-risolutamente; e nelle pagine che precedono, fu già implicitamente
-contraddetto a qualcuno, e in quelle che seguono sarà, implicitamente
-o esplicitamente, contraddetto a qualche altro; ma la conclusione
-generale cui da ultimo perviene l'autore, quando afferma di riconoscere
-nel grande Recanatese le stimate della degenerazione e della
-psicopatia, e i sintomi gravi di una nevrastenia cerebro-spinale, mi
-sembra tratta legittimamente, necessaria, inoppugnabile.
-
-E non intendo davvero perchè tanti se ne sieno risentiti come di una
-ingiuria fatta al poeta, e abbiano gridato alla profanazione e al
-sacrilegio. Similmente si gridò contro ai presunti profanatori della
-memoria del Tasso, e i gridatori non ebber ragione, nè può essere
-profanazione nel ricercare e dire la verità. Non è punto dimostrato che
-la malattia sia condizione necessaria del genio; ma che il genio possa
-meravigliosamente vivere e operare accanto e dentro alla malattia, e di
-essa giovarsi, è provato da esempii senza numero. Lo stesso Leopardi,
-se tornasse al mondo, non contrasterebbe troppo a certi giudizii
-che di lui ora si fanno. Parlando della terribile melanconia che lo
-perseguitava in Roma, come già lo aveva perseguitato in Recanati, e
-doveva perseguitarlo anche altrove, egli scriveva, nel dicembre del
-1822, al fratello Carlo: «Non nego però che questo non venga in gran
-parte dalla mia particolare costituzione morale e fisica»[118]. Già sin
-dall'aprile del 1817, se non prima, egli aveva imparato a conoscere la
-melanconia _ostinata, nera, orrenda, barbara_, che lima e divora, _e
-collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce_, tanto diversa da
-quella _che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria_[119],
-melanconia da lui in altri tempi provata. Passati molti anni,
-nell'aprile del 1829, egli si lagnava che la melanconia sua fosse
-divenuta _oramai poco men che pazzia_[120]. Nel _Dialogo di Tristano e
-di un amico_, Tristano, ch'è, come ben s'intende, lo stesso Leopardi,
-dice di non sapere se i sentimenti suoi nascano, o meno, da malattia,
-ma soggiunge che _il corpo è l'uomo_[121]; e già molt'anni innanzi, ne'
-versi alla sorella, il poeta aveva esclamato che in gracile petto non
-si chiude anima pura. Contro l'opinion di coloro che stimano il genio
-consistere in un temperamento e in un equilibrio di tutte le potenze
-interiori, egli stimava difficilmente potersi far cose grandi dall'uomo
-«in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra
-loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi oltre modo»[122]; e
-però sembra credesse essere certa sproporzione, o eccesso, o deformità
-che si voglia dire, se non la condizione essenziale del genio, una
-delle condizioni sue più principali e necessarie.
-
-Degno di lode mi sembra ancora il libro del Patrizi in quanto obbedisce
-a _intendimenti naturalistici_, e oppone una critica informata a soli
-principii scientifici (comunque erronea talvolta nella pratica) alla
-critica sentimentale, ch'è la peggiore delle critiche, anzi la negazion
-d'ogni critica; e non esito a dire che un utile avvertimento viene
-da esso ai letterati di professione, i quali s'avrebbero a persuadere
-oramai che la storia, la biografia e la critica letteraria non possono
-d'ora in avanti far di meno dei lumi e degli ajuti della psicologia
-normale e patologica, e, più in generale ancora, della biologia.
-
-Dal Patrizi dissento in parte nella questione, ancor essa tanto
-controversa, del pessimismo leopardiano. Ho detto già di non credere
-che il pessimismo sia, tutto e sempre, una _suggestion metafisica
-della impotenza fisica_, un puro fenomeno _psicastenico_; sebbene
-riconosca assai volentieri _l'inevitabile riverbero delle condizioni
-organiche sul colore della filosofia_[123]. Che tale sia stato in
-parte e, se si vuole, in molta parte, il pessimismo del Leopardi,
-consento, e in qualche modo fu consentito anche da lui; perchè non fu
-egli così saldo in ribattere la opinion di coloro che prima cagione
-d'ogni sua filosofia dicevano essere i proprii suoi mali, che una
-consimile opinione non portasse alcuna volta egli stesso. Nel _Dialogo
-di Plotino e di Porfirio_, questi, ch'è pur sempre, sott'altro nome,
-il poeta, parla della propria _disposizione_, cioè dell'avere in
-fastidio la vita, e del conoscere che tutto è menzogna, illusione e
-vanità, come di cosa che a lui proviene, _in buona parte, da qualche
-mal essere corporale_[124]. E al Giordani aveva scritto sino dal
-giugno del 1820, durante un breve tempo, in cui gli era sembrato di
-potersi pur riavere: «Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come
-uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io
-giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva
-più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza
-dell'infelicità universale e necessaria»[125].
-
-Ma il pessimismo non è di una sola maniera, nè ha, checchè possa
-dirsi in contrario, una origine sola: e se quello del Leopardi è
-prodotto, per una parte assai rilevante, dalla stessa sua complessione
-fisica e psichica, e per un'altra parte, certo non piccola, dai casi
-della vita, è pur prodotto in qualche misura dall'intelletto e dalla
-ragione. Ciò non dovrebbe, parmi, essere così recisamente negato da
-quegli scienziati, che avendo fatto il possibile per provare che non
-v'è intelligenza nelle origini e nella universa vita del mondo, hanno
-per ciò stesso contribuito a far sì che il mondo appaja spregevole e
-divenga intollerabile all'intelletto. Dall'affrontarsi del razionale e
-dell'irrazionale nasce una forma di pessimismo immediata e necessaria,
-perchè la ragione, che non può negare sè stessa, non può, nell'atto
-in cui si afferma, non negare il suo contrario. Un mondo irrazionale,
-o tale presunto, deve di necessità apparir cattivo alla ragione; come
-deve apparir cattivo al sentimento un mondo spoglio di sensitività;
-e cattivo, se non pessimo, a tutto l'uomo un mondo che contrasta
-agl'istinti e alle aspirazioni proprie della umana natura. Questo
-pessimismo prorompe immediatamente dalla coscienza, e non v'è mente
-che, pervenuta a certo grado di elevatezza e di amplitudine, non ne
-sia capace, e può accompagnarsi con un'indole naturalmente gioconda, e
-durare in mezzo a condizioni di vita, per quanto è possibile, riposate
-e felici. Quando lo Shakespeare definisce la vita un'ombra che cammina;
-e l'assomiglia a un povero commediante, che si pavoneggia e struscia
-sulla scena un momento, e poi più non s'ode; e la dice una favola
-recitata da un idiota, tutta piena di frastuono e di furore, vuota di
-senso e di ragione; e quando afferma che noi siam fatti di quello onde
-son fatti i sogni, e che la nostra picciola vita è tutta fasciata di
-sonno[126]; è egli proprio necessario ch'altri sia un paranoico, un
-lipemaniaco, un ipocondriaco, un degenerato per intendere le parole di
-lui e assentire al giudizio? Un certo pessimismo nasce spontaneamente
-dall'intelletto fatto autonomo[127]; e se a questo pessimismo non
-diamo, per distinguerlo da ogni altro, lirico, religioso, politico,
-il nome di filosofico, che molti in fatti gli ricusano, non so davvero
-con qual altro nome e' si possa ragionevolmente chiamare. Che si possa
-anche questo ridurre, così senz'altro, alla malattia e all'impotenza,
-non vedo e non credo[128].
-
-Il pessimismo del Leopardi fu, in parte, pessimismo filosofico. La
-contraddizione fra l'idea e la realtà, fra la ragione e la natura fu
-da lui chiaramente espressa in una lettera al Giordani, con queste
-notabili e testuali parole: «.... questa è la miserabile condizione
-dell'uomo e il barbaro insegnamento della ragione, che, i piaceri e
-i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla
-certezza della nullità delle cose sia sempre solamente giusto e vero.
-E se bene, regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento
-di questa nullità, finirebbe il mondo, e giustamente saremmo chiamati
-pazzi, in ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe una pazzia
-ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo tutte le saviezze
-sarebbero pazzie, giacchè tutto a questo mondo si fa per la semplice e
-continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla.
-Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire quei poveri
-filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento della
-ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta nella cognizione
-del vero, quando non c'è altro vero che il nulla; e questo pensiero,
-ed averlo continuamente nell'animo, come la ragione vorrebbe, ci dee
-condurre «necessariamente e direttamente a questa disposizione che ho
-detto; la quale sarebbe pazzia secondo la natura, e saviezza assoluta e
-perfetta secondo la ragione»[129].
-
-Perciò non mi pajono aver ragione nemmanco coloro i quali asseriscono
-il pessimismo del Leopardi essere pessimismo lirico puro e semplice,
-tutto formato cioè di quel sentimento, o di quella mescolanza di
-sentimenti, che i Tedeschi dicono _Weltschmerz_, e da taluno in Italia
-fu chiamato dolore universale. Il pessimismo del Leopardi è moltiforme:
-lirico, empirico, civile, filosofico; e negli schemi d'inni cristiani
-che il poeta tracciava negli anni dell'adolescenza sono segni patenti
-di pessimismo religioso. Lirico è il pessimismo che il poeta esprime
-in tanti suoi versi, e quando per bocca di un pastore errante dell'Asia
-esclama:
-
- Questo io conosco e sento,
- Che degli eterni giri,
- Che dell'esser mio frale,
- Qualche bene o contento
- Avrà fors'altri; a me la vita è male.
-
-Ma civile era apparso il pessimismo dei primi canti; e il pessimismo
-che si serba empirico finchè si contenta di affermare l'eccesso e
-la universalità del male, diventa filosofico allorquando passa ad
-affermare la necessità ineluttabile di esso e la impossibilità del
-rimedio. Perciò mi pare avesse ragione il Caro quando diceva che il
-Leopardi dà del problema della vita una soluzione da cui è cancellato,
-per quanto è possibile, il sentimento prettamente individuale, e che
-quella soluzione egli innalza ed allarga sin là dove incomincia la
-filosofia; e conclude con questo giudizio: «Par ce trait, que nous
-voulions mettre en lumière, il se distingue nettement de l'école
-des lyriques et des désespérés, où l'on a prétendu le confondre; il
-n'a qu'une parenté lointaine avec les Rolla qui l'ont réclamé pour
-leur frère: il les dépasse par la hauteur du point de vue cosmique
-auquel il s'élève; il a voulu être philosophe, il a mérité de l'être,
-il l'est»[130]. Di questa stessa opinione doveva essere ancora lo
-Schopenhauer, quando giudicava nessuno mai aver trattato il tema del
-dolore e della nullità della vita così profondamente ed interamente
-come fece il Leopardi[131]. Resterebbe a vedersi se il Leopardi,
-il quale notò «che molte conclusioni cavate da ottimi discorsi
-non reggono all'esperienza»[132]; e si fece beffe della filosofia
-aprioristica[133]; e disse di non ignorare «che l'ultima conclusione
-che si ricava dalla filosofia vera e perfetta si è, che non bisogna
-filosofare»[134]; e non immaginò nessuna metafisica; e non iscrisse
-nè il romanzo dell'io, nè quello dell'idea, nè quello della volontà; e
-disse tutto essere arcano fuor che il nostro dolore; non sia più vero
-e maggior filosofo di molti che tengono largo, e forse troppo largo,
-posto nella storia della filosofia antica e moderna.
-
-Se, togliendoci fuori dalle angustie e dalle intolleranze delle
-scuole, noi teniamo essere filosofo colui che si affatica a formarsi un
-concetto generale della vita e del mondo; colui che, avido di verità,
-si sforza di conoscerla, senza riguardo alcuno al vantaggio proprio o
-d'altrui, e che, conosciutala, ancorchè se ne senta offeso, ancorchè
-se ne lagni, la manifesta e mantiene, sfidando biasimi, dileggi e
-pericoli; se, dico, tale sia il nostro giudizio, dovremo dire che
-il Leopardi, a dispetto di ogni mancamento o incertezza della sua
-dottrina, fu un filosofo, e che non si può, senza ingiustizia, negargli
-di filosofo il nome[135].
-
-
-CAPITOLO II.
-
-ESTETICA GENERALE DEL LEOPARDI.
-
-L'uomo non ha veramente altro desiderio che della felicità, e non
-desidera e non ama la vita se non quanto la reputa strumento o
-subbietto di quella. Scopo, non pur principale, ma unico della vita è
-il piacere; e il vivere, per sè stesso, non è bisogno, perchè disgiunto
-dalla felicità non è bene. Tale in sostanza il pensiero del Leopardi,
-quale si trova chiaramente espresso in molti luoghi delle poesie e
-delle prose[136]: e questo pensiero bisogna aver presente per ben
-intendere la estetica di lui.
-
-Quanto è naturale nell'uomo il desiderio della felicità, altrettanto
-la infelicità è necessaria. «Certo l'ultima causa dell'essere non è
-la felicità; perocchè niuna cosa è felice»[137]. «Nessuna cosa credo
-sia più manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i
-viventi. Se questa infelicità non è vera, tutto è falso, e lasciamo pur
-questo e qualunque altro discorso»[138]. Il poeta credette alcun tempo
-che della infelicità propria fossero in tutto o in parte colpevoli gli
-uomini stessi[139]; ma la opinione in cui da ultimo si fermò fu che
-la infelicità nasce, non già da umano pervertimento, ma da necessità
-di natura[140]. La sciagura umana è irreparabile, e non ha conforto
-altro che il riso[141]. La felicità è impossibile anche per un momento
-solo; tale il concetto del _Dialogo di Malambruno e di Farfarello_.
-Non è possibile non patir sempre, sia per fatto degli uomini, o per
-fatto della natura; tale il concetto del _Dialogo della natura e di un
-Islandese_. La infelicità è maggiore negli animi più eccellenti; tale
-il concetto del _Dialogo della natura e di un'anima_. E la vita è così
-fatta che non si potrebbe per nessun modo sopportare, se non fosse
-ogni poco interrotta dal sonno: «Tal cosa è la vita, che a portarla,
-fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena,
-e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte»[142]. Ciò
-nondimeno, dicendo che tutti gl'intervalli della vita umana frapposti
-ai piaceri e ai dispiaceri sono occupati dalla noja[143]; e che la vita
-allora riesce veramente cara, quando, scampatala da un pericolo, ci par
-quasi di ricuperarla[144]; e che il solo modo che gli uomini abbiano
-di gustare quella tanta felicità che può loro toccare in sorte si è di
-rinunziare alla felicità[145]; il poeta viene a riconoscere che sono
-nella vita alcuni piaceri (sebbene affermi il piacere esser figlio
-d'affanno e il diletto non altro che un uscire di pena[146]), e che la
-vita può essere, sia pure in qualche menoma parte, goduta, e che una
-qualche felicità, sia pure scarsa, stentata, fuggevole, vi può trovar
-luogo.
-
-E in fatti il poeta, ancorchè dica la vita _inutile miseria_ e spoglia
-di qualsiasi frutto[147], pure enumera alcuni beni ond'essa vita è
-consolata: primo fra tutti la giovinezza, poi l'amore, poi ancora le
-dolci illusioni, i felicissimi inganni, i fantasmi consolatori. Qui ci
-s'apre naturalmente il passo a discorrere delle idee estetiche di lui.
-
-L'amore fu pel Leopardi, più che altro, una fervente, ossequiosa ed
-estatica ammirazione della bellezza sensibile; e in ciò si differenzia
-notabilmente da altre forme dell'amore ideale, o, come suol dirsi,
-platonico, ove si ostenta di non curare e di non istimare la veste
-corporea e caduca dell'anima. Tale ammirazione può raccogliersi da
-molti luoghi degli scritti del poeta, cui l'amore della bellezza già
-faceva scordare negli anni giovanili l'amor della gloria[148]. _Beltade
-onnipossente è maestra d'alto affetto_[149]; sembra rivelare _alto
-mistero d'ignorati Elisi_[150]; però che un _caro sguardo_ è tra le
-cose mortali la più degna del cielo[151], e la bellezza è, fra noi,
-come una _viva immagine_ del cielo, e una fonte inenarrabile d'eccelsi,
-immensi pensieri e sensi.
-
- Beltà grandeggia, e pare,
- Quale splendor vibrato
- Da natura immortal su queste arene,
- Di sovrumani fati,
- Di fortunati regni e d'aurei mondi
- Segno e sicura spene
- Dare al mortale stato[152].
-
-E' pare dunque che il Leopardi, il quale sino dall'aprile del 1819
-scriveva al Giordani non trovare altra cosa desiderabile nella vita
-_se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza_[153],
-giudicasse spettare alla bellezza la dignità suprema, sopra quanto può
-essere dall'uomo sentito, compreso, immaginato, ammirato. In ciò egli
-si rivela indubitabilmente poeta, e molti furono in ogni tempo i poeti,
-e generalmente parlando, gli artisti, che giudicarono nel medesimo
-modo. Udiamo Alfredo De Musset:
-
- Or la beauté, c'est tout. Platon l'a dit lui-même:
- La beauté sur la terre, est la chose suprême.
- C'est pour nous la montrer qu'est faite la clarté.
- Rien n'est beau que le vrai, dit un vers respecté;
- Et moi, je lui réponds, sans crainte d'un blasphème:
- Rien n'est vrai que le beau, rien n'est vrai sans beauté[154].
-
-E udiamo il Baudelaire: «C'est cet admirable, et immortel instinct
-du beau, qui nous fait considérer la terre et ses spectacles comme un
-aperçu, comme une _correspondance_ du ciel... Ainsi le principe de la
-poésie est, strictement et simplement, l'aspiration humaine vers une
-beauté supérieure...»[155]. Un filosofo pessimista, il Hartmann, dice
-la bellezza essere come l'aureola della vita, e non potere avere altro
-scopo se non di consolare della sventura necessaria e irreparabile.
-Qual altro scopo è più grande e più _utile_?
-
-Emanuele Kant scopriva maggior bellezza in un semplice ornato che nella
-bellissima fra le donne, perchè la bellezza di costei è perturbata
-da un elemento di finalità. Oh aberrazioni del preconcetto e del
-sistema! Certamente il Leopardi non vide a quel modo. Per lui la più
-alta forma della bellezza è per l'appunto la bellezza muliebre. Ma qui
-è subito necessaria un'avvertenza, molto importante a ciò che dovrà
-esser detto più innanzi. La bellezza che il Leopardi vagheggia nella
-donna non è cosa esistente per sè ed in sè; è anzi il riflesso, e come
-la individuazione, di una bellezza più alta, che il poeta ateo chiama
-divina; di una vera e propria idea di bellezza, che sarebbe senz'altro
-una delle idee di Platone, se il poeta non la dicesse talora figlia
-della propria mente. Se come Dante fosse stato credente, il Leopardi,
-come Dante, avrebbe detto essere la donna adorata
-
- una cosa venuta
- Dal cielo in terra a miracol mostrare.
-
-Rileggansi quei noti versi dell'_Aspasia_:
-
- Raggio divino al mio pensiero apparve,
- Donna, la tua beltà!
-
- Vagheggia
- Il piagato mortal quindi la figlia
- Della sua mente, l'amorosa idea.
- Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,
- Tutta al volto, ai costumi, alla favella
- Pari alla donna che il rapito amante
- Vagheggiare ed amar confuso estima.
- Or questa egli non già, ma quella, ancora
- Nei corporali amplessi inchina ed ama.
-
-Da questi versi già si rileva che il Leopardi, in estetica, fu un
-idealista, a quello stesso modo (conformità notevole) che fu un
-idealista Alfredo De Vigny.
-
-E non poteva esser altro. Il giovinetto che, ignaro ancora dell'_acerbo
-indegno mistero delle cose_,
-
- La sua vita ingannevole vagheggia,
- E celeste beltà fingendo ammira[156].
-
-s'avvede ben presto che la vita è vedova di bellezza, che il vero è
-brutto; e quello stesso bello ch'egli aveva pur tanto ammirato nella
-natura, gli si sforma ed offusca allo sguardo. Alfredo De Musset, nella
-poesia testè citata, loda il Leopardi di _casto amore per l'aspra
-verità_, e di questo amore dice ispirato il poeta; ma noi abbiam
-veduto come fluttui l'animo del Leopardi nel far giudizio del vero;
-e qui è pur forza riconoscere che, più particolarmente come poeta,
-egli pone in diretto contrasto il vero col bello, e questo esalta,
-quello deprime[157]. Il vero distrugge i sogni leggiadri, spoglia il
-verde alle cose, dic'egli nella canzone al Mai; il vero è il maggior
-contrario del bello, soggiunge nella _Comparazione delle sentenze di
-Bruto minore e di Teofrasto_[158]. Altrove, alquanto più remissivo,
-scriveva: «Certamente il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può
-spesse volte porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello
-è da preporre al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad
-ogni altra cosa»[159].
-
-Ma che è insomma il bello? Il Leopardi non s'arrischiò mai di darne
-una definizione, e certo vide essere impossibile di trovarne una
-che appaghi così il sentimento come la ragione. Non tentò nemmeno di
-scoprire o d'inventare un canone di bellezza, e non indagò a quali
-condizioni dell'organismo fisico per un verso, dell'organismo psichico
-per un altro, risponda la impressione che produce in noi la bellezza
-e il godimento che ne deriva. L'estetica non aveva ancora cercato
-nella fisiologia e nella psicologia le nuove sue basi; e quella che,
-fondata tutta nella metafisica, era sorta e fioriva in Germania, si
-può dire che nemmen di nome fosse nota in Italia; dove opera capitale
-in sì fatta materia erano pur sempre i ragionamenti _Del bello_, di
-Leopoldo Cicognara, stampati la prima volta in Firenze l'anno 1808. In
-questo libro si dà qualche contezza delle dottrine del Kant, ma così
-scarsa e superficiale come poteva darla un uomo che diceva desiderabile
-_un'esatta versione dal tedesco delle opere metafisiche del sig.
-Kant per poter bene conoscere le sue idee su questo argomento_: e
-il Lessing, il Winckelmann, lo Schiller vi sono nominati appena. La
-estetica tedesca cominciò a penetrare in Italia soltanto verso il 1820,
-per opera dei romantici[160].
-
-Il Leopardi non dice che cosa sia il bello: egli si contenta di dire
-che cosa il bello non è. Il bello non è il vero. Ma poichè il vero
-è _ben altra cosa che la natura_[161], potrebbe darsi che il bello
-fosse la natura. Questo credette il Leopardi nel tempo in cui scriveva
-al Giordani: «Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo»[162];
-e questo ancora seguitò a credere per un pezzo; ma come più ebbe a
-riconoscere nel mondo la scena ove si esercita
-
- il brutto
- Poter che ascoso a comun danno impera,
-
-e nella natura una nemica; più si tolse da quella credenza, e finì
-che disse poco essere il bello che la natura ci offre[163]. E il
-bello non è l'utile, anzi è il suo contrario; almeno finchè per utile
-s'intende ciò che dagli uomini comunemente s'intende: e qui è curioso
-notare come il Leopardi venga a trovarsi d'accordo col Kant, con lo
-Schiller, con lo Spencer, per non nominarne altri. Quello _Spettatore
-Fiorentino_ che il poeta ebbe un tratto in animo di pubblicare, doveva
-esser formato tutto d'idee negative e riuscire un giornale affatto
-inutile[164]. Ma qui, per una inversione di ragionamento che trova la
-sua piena giustificazione nella dottrina pessimistica del poeta (in
-altre dottrine pessimistiche non la troverebbe, o la troverebbe più
-difficilmente), l'utile diventa inutile e l'inutile utile. La vita
-tutta quanta essendo, insieme col mondo in cui si produce e si agita,
-una grandissima e disperatissima inutilità, ne viene di conseguenza
-che inutilissime sono le operazioni e preoccupazioni tutte in cui gli
-uomini si vengono tuttodì travagliando, con isperanza di far guadagno
-e di fruire da ultimo della felicità faticosamente acquistata; e che
-solamente utili sono quelle cose e fatiche, le quali arrecando qualche
-diletto, fanno sì che gli uomini scordino i mali loro e quasi non
-sappian di vivere. Non avendo la vita, per sè medesima, pregio alcuno,
-è stolta affatto l'opera di coloro che, senza giovarla altrimenti, si
-studiano di farla più lunga[165]; e solo meritano gratitudine coloro
-che riescono ad alleviarne in qualche misura il peso e il fastidio. I
-travagli hanno questo di buono, che non lasciano luogo alla noja, e non
-dan tempo all'uomo di considerare la nullità della vita; ma poi hanno
-questo di reo, che a prezzo di dolore ricomperano il benefizio; la qual
-cosa non fanno i diletti che diconsi inutili. Sì fatti pensieri sono
-dal poeta espressi con molta frequenza, con parole pronte e incisive.
-Rileggansi tra l'altro, a questo proposito, i primi venticinque o
-trenta versi della poesia _A Carlo Pepoli_, e un passo di lettera al
-Giordani, ov'è affermato che il dilettevole è _utile sopra tutti gli
-utili_[166], e il già citato preambolo allo _Spettatore Fiorentino_,
-ove occorrono queste parole: «Lasciamo stare che, lo scopo finale di
-ogni cosa utile essendo il piacere, il quale poi all'ultimo si ottiene
-rarissime volte, la nostra privata opinione è che il dilettevole sia
-più utile che l'utile»[167].
-
-Ammesso ciò, non solo la letteratura sarà da stimare più utile che
-tutte, quante sono, le scienze politiche e sociali, dette dal poeta
-_discipline secchissime_[168]; ma le arti in genere saranno da avere
-in assai maggior conto che le scienze in genere, e che l'altre forme
-tutte, comunque preconizzate, dell'umano lavoro, e dovrannosi riverire
-ed amare come sole alleviatrici e consolatrici della nostra sciagura.
-Ed ecco che con ciò riman fermato e definito così l'oggetto, come il
-fine e l'officio di quelle che il poeta, giovanissimo ancora, aveva
-chiamate _care arti divine_[169].
-
-Oggetto principalissimo, per non dire unico, delle arti sarà il
-bello; e poichè il bello è il contrario del vero, saranno le vaghe e
-dolci immaginazioni che velano il vero, e parano all'uomo, se non la
-conoscenza, la _vista impura_[170] di esso. L'artista vive per rivelar
-la bellezza. «Lieto, lietissimo vi voglio sempre, o mio Giordani, chè a
-questo ci hanno a servire gli studi e la considerazione del Bello che
-tutto giorno ci sforziamo d'imitare»[171]. Non è però che il Leopardi
-voglia affatto escluso il brutto dall'arte, chè anzi, su questo punto,
-egli aveva già contraddetto al Giordani, affermando che l'arte lo deve
-pur conoscere e ritrarre, e ricordando che Omero, e Virgilio, ma sopra
-tutti Dante, non l'avevano sempre schifato, e che il brutto, _imitato
-dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare_[172]. Ma
-insomma, egli mostra di dilettarsene poco, e non ci fissa su l'occhio,
-e non ne ragiona volentieri, inconsapevole della nuova importanza
-ch'esso stava assumendo nella dialettica di Giorgio Hegel e nella
-fantasia e nell'arte dei romantici.
-
-Non è sempre vero quanto affermano alcuni, che i pessimisti sono poco
-disposti a veder bellezza nelle cose reali, e inclinati a cercarla
-nelle sole finzioni[173]. Ciò non si potrebbe dire, nè di un filosofo
-pessimista quale lo Schopenhauer, nè di un poeta pessimista quale
-il Leconte de Lisle; ma si può ben dire con la dovuta misura e
-circospezione, di molti; ed è consentaneo alla loro natura e alla loro
-credenza. Da giovane il Leopardi pensò (probabilmente senza troppo
-discutere con sè stesso e ripetendo opinione divulgatissima) che
-_ufficio delle belle arti sia d'imitare la natura nel verisimile_[174];
-e vedremo ch'egli a così fatta imitazione non rinunziò mai, e che anzi
-ebbe sempre l'occhio alla realtà, per modo da dare ai critici occasione
-e motivo di parlare del verismo e del realismo di lui; ma, considerata
-debitamente ogni cosa, non si può negare che il Leopardi si compiaccia
-più della finzione che della realtà, com'è in più particolar modo
-provato dalle _Operette morali_, dove le _posizioni_ e i temi sono,
-pressochè sempre, non pure ideali, ma fantastici ed impossibili; e come
-è ancora provato dalle parole di quella curiosa confessione che una
-volta il poeta fece al Jacopssen, di fuggire, cioè, durante la veglia,
-le donne che aveva vagheggiate nel sogno[175].
-
-Studii del bello, affetti, immaginazioni, illusioni, il Leopardi vuole
-che tutti insieme si adoperino a conforto della infelicità nostra[176].
-Egli vive in un perpetuo desiderio di dilettose immagini, rimpiange
-i dolci sogni della fanciullezza, non sa darsi pace della giovinezza
-perduta e delle care illusioni perdute con quella. Non v'è poeta che
-non abbia pianta la giovinezza; ma le ragioni del pianto non sono
-le stesse per tutti: e certo i più lamentarono perduta con essa la
-facoltà di godere, anzichè la facoltà d'ingannarsi; e qualcuno, come
-lo Chateaubriand, non tanto dilesse la giovinezza, quanto detestò
-la vecchiaja, vedendo in essa quasi una ingiuria e uno sfregio alla
-dignità ed al decoro della persona. Il Leopardi non altra felicità
-propriamente persegue con l'inutile desiderio se non quell'una, in
-cui l'anima, soggiogata dal _possente errore_ e dagli ameni inganni,
-deliziosamente si abbandona, ignara dell'_acerbo indegno mistero delle
-cose_, inconscia quasi di sè.
-
- Era quel dolce
- E irrevocabil tempo, allor che s'apre
- Al guardo giovanil questa infelice
- Scena del mondo e gli sorride in vista
- Di paradiso[177].
-
- O speranze, speranze; ameni inganni
- Della mia prima età! sempre, parlando,
- Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
- Per variar d'affetti e di pensieri,
- Obbliarvi non so[178].
-
-Senza affetti e senza errori gentili la vita è notte a mezzo il
-verno[179]; e dileguata la giovinezza, la vita appare abbandonata e
-scura, e non si colora più mai d'altra luce, e l'uomo è fatto estraneo
-alla terra[180]. Sopra tutte le cose è da aborrir la vecchiezza,
-perchè chiusa alle care illusioni; e da aborrir sono i vecchi,
-che la giovinezza già per sè fuggitiva si studiano di spegner nei
-giovani[181]. Però Consalvo è lieto di morire in sul fior dell'età.
-
-«Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle
-_care illusioni_», scriveva in età di ventidue anni il Leopardi al
-Brighenti[182]. E non molti giorni innanzi aveva scritto al Giordani:
-«Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo
-modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo o
-di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e
-compongono tutta la nostra vita»[183]. In questa opinione durò egli
-poi lungamente, salvo qualche contraddizion passeggiera di tanto in
-tanto, e salvo ancora che in certi tempi verità e menzogna egli involse
-nello stesso disdegno. Non sarà fuor di luogo notare che il fratello
-Carlo fu in ciò dello stesso sentire di Giacomo. In una lettera che
-il primo scriveva al secondo ai 16 di dicembre del 1822, si legge:
-«In conclusione si è sempre detto, che le città grandi non sono fatte
-per l'uomo di sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il
-mondo: _le pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être
-habité_»[184].
-
-Ma qui nasce un dubbio che, date certe contraddizioni del pensiero
-leopardiano, non è agevol cosa risolvere. D'onde provengono nell'animo
-umano queste benedette illusioni, che sole dànno pregio alla vita,
-e sole ne temperano la infelicità? Nella lettera al Giordani testè
-ricordata il poeta scriveva: «Io credo che nessun uomo al mondo in
-nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni,
-perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma della
-natura; la quale _expellas furca, tamen usque recurret, Et Mala
-perrumpet furtim_ FASTIDIA _victrix_»[185]. E così in molte altre
-occasioni lodò la natura quale soccorritrice di lieti inganni e di
-felici ombre, e perchè, con benefica impostura, si studiò di occultare
-e di trasfigurare agli uomini la parte maggiore della infelicità
-loro[186]; ma una lode di tal maniera, se suona bene sulle labbra di
-un discepolo del Rousseau, non può non disdire sulle labbra di tale a
-cui giudizio essa natura fu _madre in parto ed in voler matrigna_, e di
-tutt'altro curante che del male nostro o del bene, e tale insomma che,
-discordando affatto dalle nostre _vaghe immagini_, e chiusa ad ogni
-pietà, ci danna irreparabilmente al dolore[187].
-
-Essendo che la natura, secondo si ragiona nel _Dialogo della natura
-e di un'anima_, è una specie di essere medio, intermediario fra il
-destino e le creature, potrebbe darsi che le illusioni ci scaturissero
-da una qualche fonte soprammondana e soprannaturale; fossero alcun
-che di simile alle idee tipiche di Platone. E a sì fatto concetto
-sembra che si conduca alcuna volta il poeta; sebbene non sia possibile
-intendere come dal _brutto_
-
- Poter che ascoso a comun danno impera
-
-emani il bello, fluiscano le sole consolazioni che all'uomo sia
-dato sperare. Ma noi contentiamoci di venir notando le varie
-conformazioni del pensier del poeta, e non pretendiamo, chè sarebbe
-impresa disperata, sciogliere le contraddizioni in cui esso si viene
-avvolgendo. Pongasi mente a que' versi della canzone _Alla sua donna_
-ove il poeta invoca ed esalta, non una donna reale, non una donna
-idealizzata, ma propriamente l'idea della donna[188]: che dice il
-poeta?
-
- Già sul novello
- Aprir di mia giornata incerta e bruna,
- Te viatrice in questo arido suolo
- Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
- Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
- Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
- Saria, così conforme, assai men bella.
-
-Abbiamo qui, al modo stesso che nell'_Aspasia_, l'archetipo, da cui
-riceve, o potrebbe ricevere, forma e vita e movimento la cosa reale e
-sensibile: e il poeta medesimo avverte, fra il serio e lo scherzoso,
-che forse è quella una delle idee di Platone[189], e da ultimo esce in
-questo saluto:
-
- Se dell'eterne idee
- L'una sei tu, cui di sensibil forma
- Sdegni l'eterno senno esser vestita,
- E fra caduche spoglie
- Provar gli affanni di funerea vita;
- O s'altra terra ne' superni giri
- Fra' mondi innumerabili t'accoglie,
- E più vaga del Sol prossima stella
- T'irraggia, e più benigno etere spiri;
- Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
- Questo d'ignoto amante inno ricevi.
-
-Da questa poesia all'_Aspasia_ corsero all'incirca dieci anni[190]:
-onde si vede che l'accostamento del Leopardi a Platone non fu nè
-accidentale, nè passeggiero.
-
-Ed ecco ora il Leopardi e lo Schopenhauer, senza sapere l'uno
-dell'altro, giungere per diverse vie a un punto medesimo, accordarsi
-nel medesimo pensamento. Com'è noto, lo Schopenhauer immagina che la
-volontà crei primamente i tipi ideali, i quali calandosi poi nelle
-cose acquistano esistenza individuata e concreta. Il bello non è nella
-cosa, ma nella idea, che si apprende per la contemplazione estetica;
-e oggetto proprio ed essenziale dell'arte è l'idea, e vero suo officio
-manifestare l'idea; la quale, secondo che lo Schopenhauer si piace di
-affermare e di ripetere, va intesa appunto come la intendeva Platone:
-onde la scienza è il modo aristotelico di guardare le cose, l'arte
-il modo platonico[191]. E il Leopardi e lo Schopenhauer vengono a
-trovarsi d'accordo (cosa da quest'ultimo non desiderata di certo) con
-Giorgio Hegel, il quale afferma non altro essere il bello se non la
-manifestazione dell'idea nell'opera d'arte. Le illusioni e i fantasmi
-accarezzati e glorificati dal Leopardi si possono considerare come
-disegni e archetipi di cose che l'uomo vorrebbe che fossero e non sono.
-
-Ma vengano in origine dalla natura, o vengano d'altronde, le illusioni
-allignano nell'animo umano, e ricevono conformazione e colore dal
-sentimento e dalla fantasia. Di qui il grande valore che il Leopardi
-riconosce a entrambe queste potenze, di cui non si stanca di dire
-le lodi. Al Giordani scriveva nel marzo del 1820 di non arrivare «a
-comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti
-vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo»[192]. E al Jacopssen nel
-giugno del 1823: «En effet, il n'appartient qu'à l'imagination de
-procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit
-capable. C'est la véritable sagesse que de chercher ce bonheur dans
-l'idéal, comme vous faites. Pour moi je regrette le temps où il m'était
-permis de l'y chercher, et je vois avec une sorte d'effroi que mon
-imagination devient stérile, et me refuse tous les secours qu'elle
-me prêtait autrefois»[193]. Il che non era poi tanto vero, se nel
-febbrajo del 1828 poteva scrivere da Pisa alla sorella: «Vi assicuro
-che in materia d'immaginazioni mi pare di esser tornato al mio buon
-tempo antico»[194]; al tempo cioè in cui altamente si scandolezzava dei
-poeti e delle poetesse di Roma che persino i nomi ignoravano di genio,
-d'immaginazione, di sentimento, e di ciò al fratello Carlo scriveva
-indignate parole[195]. Dal _caro immaginare_ derivava egli l'una
-parte (derivando l'altra dal _dolce rimembrare_) delle maggiori e più
-schiette sue gioje; e se pure gli avvenne di dire una volta:
-
- dell'imago,
- Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago[196],
-
-egli è nondimeno da credere, dopo quanto siamo venuti notando, che di
-nessun vero si appagasse mai tanto quanto delle immagini che gli creava
-la fantasia. Di qui una conseguenza importante: facoltà creatrice
-dell'arte sarà, a giudizio del nostro poeta, per eccellenza la
-fantasia.
-
- Te punge e move
- Studio de' carmi e di ritrar parlando
- Il bel che raro e scarso e fuggitivo
- Appar nel mondo, e quel che, più benigna
- Di natura e del ciel, fecondamente
- A noi la vaga fantasia produce,
- E il nostro proprio error. Ben mille volte
- Fortunato colui che la caduca
- Virtù del caro immaginar non perde
- Per volger d'anni; a cui serbare eterna
- La gioventù del cor diedero i fati;
- Che nella ferma e nella stanca etade,
- Così come solea nell'età verde,
- In suo chiuso pensier natura abbella,
- Morte, deserto avviva[197].
-
-In questi notabilissimi versi sono indicati l'oggetto, o vogliam dire
-la materia, e il fine e l'officio dell'arte. L'arte ritrae il bello,
-e più propriamente il bello creato dalla fantasia; l'arte abbella la
-natura e la vita. Per il Leopardi, come per lo Schopenhauer, essa è
-una consolatrice, una emancipatrice, sia pur momentanea. I pessimisti
-essendo, se non per sentimento, per logica necessità, nemici della
-natura, non possono non essere grandi amici di quell'arte che li trae
-fuori del _peggiore dei mondi possibili_, e li trasporta in ispirito
-nel migliore dei mondi immaginabili. Però l'arte, agli occhi dei
-pessimisti, non può essere quel giuoco che parve allo Schiller e allo
-Spencer: anzi, sebbene sia un inganno, o appunto perchè un inganno[198]
-è la cosa più seria, diciam pure la sola seria, che la vita ci offra.
-L'arte non fa, come comunemente si predica, della realtà una finzione;
-ma fa, per contrario, della finzione una realtà. Il Baumgarten,
-discepolo del Leibniz, e inventore di questo nome di estetica da
-lui dato alla scienza del bello, tenendosi stretto all'ottimismo
-dommaticamente rigido del suo grande maestro, giudicava superba,
-perversa, ingiuriosa alla divinità l'arte eterocosmica, l'arte, cioè,
-che presume, fingendo, di creare un mondo migliore di quello esistente;
-e il Kant fu dello stesso sentire; e dello stesso sentire doveva essere
-Dante, quando formava il concetto di un'arte che, essendo a Dio quasi
-nipote, e però figlia della natura, questa
-
- quanto puote
- Segue, come il maestro fa il discente[199].
-
-Per contro l'arte eterocosmica dev'essere quella a cui i pessimisti
-si sentono maggiormente inclinati; i quali difficilmente potranno
-consentire a Platone che l'arte sia di gran lunga inferiore alla
-natura, e più volentieri staranno con quei filosofi che la prima,
-considerata quale opera dello spirito, pongono risolutamente sopra la
-seconda, considerata quale opera di cieche energie; e, generalmente
-parlando, la forma d'arte verso cui inclineranno, sarà tanto più
-eterocosmica, quanto maggiore disgusto essi proveranno della vita e
-del mondo; salvo che per deliberato proposito non vogliano giovarsi
-dei sussidii dell'arte per far vedere e sentire vie meglio la disperata
-miseria dell'una e dell'altro[200].
-
-Il Byron, sul punto di partir per la Grecia, d'onde non doveva più
-fare ritorno, diceva d'avere abbracciata la poesia per non sapere che
-altro fare di meglio, e in ogni tempo fece più stima assai dell'azione
-che dell'arte. L'animo del Leopardi dovette ondeggiar lungamente fra
-contrarii giudizii, e non quietarsi mai del tutto in nessuno. Quando
-scriveva da Roma nel novembre del 1822 al fratello Carlo: «Ho bisogno
-d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita»[201], gli è probabile
-ch'egli ponesse l'azione, il moto e il fervor della vita, sopra l'arte;
-ma quando, dimenticate oramai le Termopile, e dimenticato Simonide,
-nel luglio del 1828, alludendo al conte Andrea Broglio, morto ancor
-egli in Grecia, scriveva al padre: «Io non sapeva che il suo fanatismo
-l'avesse portato ad andare ad esporre la vita per causa e patria non
-sua»[202] gli è probabile ch'ei portasse tutt'altro giudizio; sebbene
-fosse l'anno appunto in cui si rallegrava d'esser tornato, in materia
-d'immaginazioni, al suo buon tempo antico.
-
-Qui pare ci si discopra un'altra contraddizione del Leopardi. Se
-officio dell'arte, anzi sua propria ragione, si è di mitigare la
-nostra sciagura, di farcela in qualche parte scordare, sostituendo
-un mondo di dilettose finzioni a questo mondo di tormentosa realtà, e
-restaurando nella fantasia le care illusioni che la vita viene tuttodì
-disfacendo; perchè non si conforma a questo fine l'arte di lui? perchè
-la sua poesia si ostina a farci vie più consci del mal che ci strugge,
-e sempre ci ripone sott'occhi l'aborrito vero, e invece di ricrear le
-illusioni si appaga di piangerle? Non dovrebbe appunto la sua poesia
-essere come quella divina arte della musica, di cui dice egli stesso
-che sembra rivelare _alto mistero d'ignorati Elisi_? La domanda par
-ragionevole, e che non lasci luogo a risposta; ma ci si può rispondere;
-e la contraddizione non è così acuta come può a prima giunta sembrare.
-
-Premettiamo una osservazione d'indole generale. Un poeta pessimista
-può certo, facendo tacere la voce del proprio dolore, appartandosi
-in qualche modo e per qualche tempo dalla propria dottrina, produrre
-una poesia dove non appajano se non immagini dilettose e serene, non
-respirino se non sentimenti dolci o vivificanti, e la stessa natura sia
-ritratta con lieti e chiari colori, fuori, per così dire, dell'ombre
-consuete del suo proprio pensiero: nè si può asserire che una poesia
-così fatta manchi in tutto al Leopardi. Ma bisogna pur riconoscere che
-le altre arti, e in più special modo la musica, possono servire a cotal
-dissimulazione del vero assai meglio e assai più che non l'arte della
-parola. La parola ha significazione troppo determinata e precisa, e più
-che ogni altro segno di cui possa giovarsi lo spirito umano a palesare
-sè stesso è legata al vero; onde torna difficile al pessimista, sia pur
-egli poeta, mentire un mondo tutto ideale con quelle stesse parole con
-cui, da altra banda, viene descrivendo e giudicando il mondo reale.
-Non v'è frase musicale che propriamente affermi o impugni alcun che;
-non v'è per contro proposizione che non asserisca il vero (accertato
-o presunto), o nol contraddica; e però gli è quasi impossibile che il
-poeta pessimista non iscopra nella propria poesia la propria credenza,
-non vi lasci scorgere la preoccupazion sua consueta, non vi porga
-testimonianza di sè. Si sforzi egli pure, come il Leconte de Lisle, di
-riuscire oggettivo, sereno, impassibile; la sua poesia ritrarrà sempre
-del colore della sua anima, sarà sempre, in un modo o in un altro, un
-documento di pensier pessimistico.
-
-Ciò premesso in generale, vi sono, per quanto spetta al Leopardi in
-particolare, altre osservazioni da soggiungere. Può dirsi, non senza
-ragione, che la sua poesia ritrae troppo del colore della sua anima,
-ripete, troppo insistentemente, la dottrina pessimistica di lui; e
-qualcuno potrebbe prenderne argomento a giudicare che più conferisca
-all'arte l'ottimismo, quando si sforza di attirar l'attenzione sul
-bello delle cose, che non il pessimismo, quando d'altro non si cura
-che di metterne in mostra il brutto. Ma primamente è da considerare
-che l'arte, quando troppo si diletti delle belle finzioni, e solo in
-formar quelle si eserciti, corre pericolo di mancare al proprio suo
-fine, e di riuscire, non alleviatrice, ma aggravatrice dell'umano
-dolore, facendo che l'uomo, per ragion del contrasto, sempre più si
-disgusti e s'infastidisca di quella realtà in cui è pur forza che
-viva, e che il pessimista, rifugiandosi tutto nel sogno inattuabile,
-divenga sempre più pessimista. Per contro, la poesia che esprime
-dolore universale tende, favorendo la simpatia, a consolare tutti i
-sofferenti, conformemente all'antico adagio _solamen miseris socios
-habuisse malorum_[203]. Avvertì Seneca nulla farci tanto sentire che
-noi siam membri di un solo corpo quanto la comunanza e universalità
-del dolore; e veramente la morale non può trovare altra base che sia
-più vera e più salda di questa. Così appunto la intese il Leopardi,
-quando nella _Ginestra_ prese a esortar gli uomini a stringersi in
-lega contro l'avversa natura; dove inaspettatamente vediamo scaturire
-dal pessimismo un principio d'azione. Ma c'è altro a dire. Quando per
-condizioni di tempi e di coltura il vero non si può più oltre celare,
-non tanto giova che l'arte lo contraddica, quanto che lo rattemperi.
-Se il vero è amaro per sè, _condito in molli versi_ tornerà meno
-amaro. Se non restaura illusioni, che la conoscenza del vero ha
-irreparabilmente disfatte, il nostro poeta una almeno ne tiene viva,
-e non la men nobile, e non la meno benefica: quella della bellezza. I
-suoi versi sono, chi può negarlo? i più disperati che mai si scrissero;
-ma poche volte al mondo se ne scrissero di più belli. Il dolore che
-così intensamente li affanna, è mitigato e come incantato dal fascino
-onnipossente della bellezza; e non v'è pessimismo che tenga; dov'è
-tanta bellezza, non può non essere godimento. Anche una volta l'arte
-trionfa della natura; l'uomo, del suo destino. Che importa se i
-pensieri son tristi, se il vero piange e sospira?
-
- Our sweetest songs are those that tell of sadest thougt.
-
-Non isfuggì alla perspicacia del Goethe che l'artista si libera
-di molta parte della sua pena quando riesce ad estrinsecarla, a
-realizzarla nell'opera d'arte. Scrivendo il _Werther_ egli guarì del
-male onde Werther perisce. I poeti consolano e deprecano col canto
-i proprii dolori. Il Leopardi, esprimendo in versi immortali la
-disperazione della vita, si consolò alcuna volta di vivere; e tutti
-coloro, che, soffrendo dello stesso suo male, leggeranno con puro
-animo que' versi, ne riceveranno il medesimo beneficio. La bellezza
-li avvolgerà del suo lume, li penetrerà del suo calore, medicherà le
-loro ferite, trasmuterà per un giorno, o per un'ora, il loro dolore in
-dolce, tenera, appassionata letizia.
-
-L'arte è opera del genio, il quale nel fervore dell'entusiasmo la
-concepisce e la crea. Dove non è entusiasmo, arte non nasce. Disse
-una volta il Beethoven a Bettina Brentano: l'artista vero non piange,
-ma è pieno di entusiasmo. No; l'artista vero può piangere e ridere;
-ma se, piangendo o ridendo, non fosse pien d'entusiasmo, non sarebbe
-vero artista. L'entusiasmo è un'accensione di animo innamorato
-e una esaltazion di potenza. Non si ama a freddo nè la donna, nè
-l'arte: i frigidi sono esclusi in perpetuo dal regno dell'amore. Sia
-che si voglia della frigidità fisiologica del Leopardi in materia
-d'amore[204], in materia d'arte egli frigido non fu davvero. Ho già
-recato alcuni luoghi di lettere, ov'egli parla dell'entusiasmo come di
-cosa affatto necessaria alla vita: se ne potrebbero recare degli altri.
-Il Leopardi non avrebbe mai consentito a quella opinione del Baudelaire
-che disse: «L'inspiration c'est une longue et incessante gymnastique».
-Egli sa, per propria esperienza, quanto il genio debba allo studio
-perseverante, alla meditazione, all'esercizio; ma non può però credere
-che il genio altro non sia se non una _lunga pazienza_. Il genio è per
-sè stesso, o non è. Se è, la lunga pazienza lo può fecondare, nutrire,
-corroborare, correggere; se non è, la pazienza, per quanto lunga, non
-può farlo nascere. Il Leopardi parla del genio come di cosa stupenda,
-incomprensibile e che trascenda la umana natura; e ciò ch'ei ne dice,
-ricorda più d'una volta ciò che ne dice lo Schopenhauer, il quale lo
-ammira e lo celebra senza fine, sebbene lo giudichi anch'egli quasi
-prossimo alla pazzia[205]. Il genio consiste, secondo il Leopardi,
-in una maggiore _intensione di vita_, ed è contraddistinto da una
-particolare _finezza d'intelletto_ e _vivacità d'immaginazione_, le
-quali fan sì ch'esso abbia poca signoria di sè stesso, e, sopraffatto
-_dalla grandezza delle proprie facoltà_, incontri continuamente _mille
-dubbietà nel deliberare, e mille ritegni nell'eseguire_; sia poco
-atto a provvedere alle minute necessità della vita, e necessariamente
-infelice[206]. Lo Schopenhauer mostra di essere sostanzialmente
-della stessa opinione quando dice che il genio, il quale consiste in
-un eccesso d'intelletto, è di sua natura irrequieto e insaziabile,
-nemico della ragionevolezza pedestre e del senso comune, soggetto alla
-passione, _emancipato_ (?) dalla volontà. Pel Leopardi, come per lo
-Schopenhauer, la fantasia è strumento meraviglioso e necessario del
-genio. Per entrambi, ciò che più particolarmente contraddistingue
-il genio si è la intuizione, la divinazione. Il genio poetico sembra
-fosse giudicato dal Leopardi il più alto e mirabile. I poeti lirici,
-in uno istante, «scuoprono tanto paese, quanto ne sanno scoprire i
-filosofi nel tratto di molti secoli», dic'egli nella _Comparazione
-delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto_[207]. Il Carlyle,
-rifacendo uno del poeta e del profeta, esclama: «Entrambi penetrano
-il sacro mistero dell'universo, quello che il Goethe chiama secreto
-aperto»[208].
-
-Vediamo ora quale sia, se così è lecito esprimersi, il campo estetico
-del nostro poeta, o, per usare altri termini, quanto giri e che
-chiuda il cerchio delle sue impressioni estetiche e dell'estetico
-suo godimento. Tutti sanno che anche in ciò passano tra gli uomini
-differenze grandissime; e che, mentre per i più quel cerchio si volge
-breve in sè stesso, e per molti tanto si rinserra che quasi si riduce
-in un punto, per alcuni pochissimi tanto quasi si allarga quanto
-il cerchio del sensibile e dell'intelligibile. Per non citare altri
-esempii che di poeti, il cerchio estetico di un Dante sta al cerchio
-estetico di un Savioli, o di un Vittorelli, come, nel nostro sistema
-solare, l'orbita di Nettuno all'orbita di Mercurio.
-
-Prima di tutto è da riconoscere un fatto. La estensione del campo
-estetico è determinata quanto allo insieme, in ciascuno di noi, dal
-grado della recettività, dalle attitudini, dalla complessione fisica
-e psichica: e il godimento estetico è più o meno variato, largo ed
-intenso, secondo ch'è maggiore o minore la generale capacità nostra
-rispetto al piacere. Complessioni diverse, capacità diverse, dànno
-luogo a inclinazioni e dottrine diverse[209]. Suppongansi due uomini,
-di cui l'uno abbia i sensi corporei, e specialmente i superiori, assai
-validi, pronti ed acuti, e l'altro gli abbia, per contro, deboli,
-tardi ed ottusi; l'uno, vigoroso e vigile senso morale; l'altro,
-rilassato e neghittoso; l'uno sia più ricco di fantasia che di ragione;
-l'altro, più di ragione che di fantasia: i loro campi estetici saranno
-necessariamente diversi, diversa in ciascuno la natura e la misura del
-godimento, diverse, in ultimo, le dottrine ch'essi potranno venire
-ideando. Fra la estensione del campo estetico e la estensione del
-godimento estetico passa (è quasi superfluo il notarlo) strettissima
-relazione; ma a un campo d'impressioni assai esteso può corrispondere
-un debole grado di godimento, e, per contro, a un campo d'impressioni
-più ristretto può corrispondere un grado di godimento molto più
-intenso. Estensione ed intensione non sono sempre in ragione diretta
-fra di loro; ma non sono nemmeno necessariamente in ragione inversa,
-sebbene in molti casi possano essere. Un dilettante può gustare
-tutte le arti, e di ciascun'arte tutte le forme, e godere di tutte
-moderatamente: un artista di professione può non gustare che l'arte
-propria, ma di quella godere intensissimamente. Da altra banda può
-avvenire che l'una forma di godimento promuova l'altra, e l'azione e
-reazione dell'una sull'altra produca come una generale elevazione di
-potenza. In un Goethe la estensione del godimento sembra accrescere
-la intensione; e il Rinascimento nostro ci offre esempii mirabili
-di corrispondenza diretta fra la estensione del campo estetico e la
-intensione del godimento estetico, e di feconda fusione del dilettante
-e dell'artista in uno.
-
-Qual è il campo estetico del Leopardi, e come circoscritto? Dovrò
-più innanzi, parlare di proposito dei sensi corporei di lui; ma qui
-è da notare che, fatta eccezion dell'udito, egli non ebbe sensi molto
-validi, e che scarse furono in lui l'energie della vita di relazione.
-Nel campo estetico del Leopardi terranno minor luogo le impressioni
-derivate immediatamente dai sensi, dal movimento, dallo sforzo, ecc., e
-di ciò si vedranno, sino ad un certo segno, gli effetti nell'arte sua.
-
-Il Leopardi sentì molto, come vedremo, la musica, ma non molto le
-arti figurative e l'architettura. Nella canzone _Sopra il monumento
-di Dante_ egli parla con calore delle _care arti divine_, ricorda con
-isdegno l'_opre divine_ degl'italici ingegni tratte a misera schiavitù
-oltre l'Alpi, invita il _guasto legnaggio_ a mirare, insieme con le
-ruine che fan testimonio dell'antica grandezza,
-
- E le carte e le tele e i marmi e i templi;
-
-ma non si vede che tele e marmi e templi, in Roma, in Firenze, in
-Pisa, o in qual si voglia altra città, abbiano mai prodotto nell'animo
-suo una grande impressione; e il silenzio delle sue lettere a
-questo riguardo è veramente curioso e significativo. La grandezza
-e la magnificenza di Roma destarono in lui assai più sgomento che
-ammirazione. «Il materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini
-di qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la popolazione
-di Roma non basta a riempire la piazza di San Pietro. La cupola l'ho
-veduta io, colla mia corta vista, a 5 miglia di distanza, mentre io
-era in viaggio, e l'ho veduta distintamente colla sua palla e colla
-sua croce, come voi vedete di costà gli Apennini. Tutta la grandezza
-di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero
-dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste
-fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili,
-sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d'essere spazi che
-contengano uomini»[210]. «Credi, Carlo mio caro, che io son fuori di
-me; non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il demonio
-non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo non provo il menomo
-piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non lo sento, e
-t'accerto che la moltitudine e grandezza loro m'è venuta a noia dopo il
-primo giorno»[211]. Bada a dire un gran male dei Romani, così maschi
-come femmine, e in ispecie dei letterati, che pur gli avevano fatto
-accoglienze onorevoli; ma di quelle ruine, il cui spettacolo sembra
-che tanto avrebbe dovuto affarsi alla disposizione dell'animo suo e
-all'indole della sua coltura; di quelle ruine che inspirarono tanti
-grandi poeti, il Leopardi non fiata[212]. E similmente non fiata nè
-di tele, nè di marmi, nè di templi. Solo una volta scrive celiando al
-fratello Carlo: «certo che il parlare a una bella ragazza vale dieci
-volte più che girare, come fo io, attorno all'Apollo di Belvedere o
-alla Venere capitolina»[213].
-
-Ma riconosciuta questa tepidezza nel Leopardi, non vorrei che altri
-la dicesse a dirittura freddezza, e credesse il poeta chiuso affatto
-a ogni impression di quell'arti che per gli occhi parlano al cuore e
-alla mente. Sin dalle prime lettere scritte al Giordani il Leopardi
-mostrava curiosità grande di vedere ciò che quegli veniva scrivendo
-intorno ad opere di scultura e di pittura, e una volta chiedeva
-all'amico se un'opera del Cicognara (e senza dubbio alludeva alla
-_Storia della scultura_) poteva tornargli utile[214]. Quelle parole
-al fratello Carlo non s'hanno a prendere troppo sul serio. Esse non
-possono significare in bocca di un giovane di ventiquattr'anni ciò che
-forse significherebbero in bocca d'uom più maturo; e del resto provano
-che il poeta non aveva omesso d'andare a _girare_ intorno ai capilavori
-dell'arte antica. E qui è a notare che il Leopardi sembra abbia gustata
-più la scultura che la pittura, più la forma che il colore. Uno de'
-suoi più vivi desiderii, andando a Roma, era di conoscervi il Canova,
-e uno de' suoi dispiaceri più grandi fu di saperlo già morto da un
-mese quand'egli vi giunse: onde al Giordani scriveva: «Che ti dirò
-di Canova? Vedi ch'io son pure sfortunato, come soglio, poichè quando
-aveva pure ottenuto, dopo tanti anni e tanta disperazione, d'uscire dal
-mio povero nido e veder Roma, il gran Canova, al quale principalmente
-era volto il mio desiderio, col quale sperava di conversare intimamente
-e di stringere vera e durevole amicizia col mezzo tuo, appena un mese
-avanti il mio arrivo in questa città piena di lui, se n'è morto»[215].
-Chi pensi il carattere e i temi dell'arte canoviana, potrà facilmente
-supporre che a far nascere e crescere nell'animo del Leopardi
-l'ammirazione pel grande scultore, erede e rinnovatore dell'arte greca,
-valsero non poco gli studii e il grande amore dell'antichità; ma valse
-di certo, per la sua parte, il senso delle belle forme.
-
-Comunque sia, di nessun pittore parlò il Leopardi come parlò del
-Canova; e mentre, ne' suoi versi, di pitture non è quasi parola, se
-non in quel fuggevole accenno delle _Ricordanze_ alle _dipinte mura_,
-ai _figurati armenti_ e al _sol che nasce su romita campagna_; alcune
-delle migliori poesie traggono la inspirazione e l'argomento da opere
-di scultura, sia immaginate, sia vere; e così, oltre alla canzone
-_Sopra il monumento di Dante_[216] abbiamo le due: _Sopra un basso
-rilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in
-atto di partire, accomiatandosi dai suoi_; e _Sopra il ritratto di
-una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_.
-Notisi che in queste due ultime poesie il poeta associa alla bellezza
-femminile, ch'è per lui la più alta forma della bellezza, quella tra le
-arti che, dopo la musica, è da lui più gustata; ma abbiam già veduto,
-e in seguito vedremo anche meglio, che la musica similmente egli trova
-modo di associare a quella bellezza, attribuendo ad entrambe la stessa
-virtù rivelatrice di arcane beatitudini. Una osservazione ancora a
-questo proposito. Altra è la bellezza della donna, altra la bellezza
-dell'opera d'arte; altre le ragioni della commozione che produce in
-noi la prima, altre le ragioni della commozione che produce in noi
-la seconda; ma non è possibile avere così vivo senso della bellezza
-della persona umana, com'ebbe il Leopardi, senz'avere in pari tempo
-un qualche senso delle arti figurative. Al Leopardi, più che il senso
-interno, fece difetto l'esterno. Gli occhi vulnerati e stanchi non
-concedevano al poeta tutto il godimento di cui l'animo sarebbe stato
-capace; e più di una volta, per certo, egli si tenne dallo andar
-ricercando ciò che non avrebbe potuto contemplare senza preoccupazione
-e tormento. Però scriveva da Firenze a Pietro Brighenti: «Firenze non
-sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita.
-Ma durando ancora la mia debolezza degli occhi, e però non avendo io
-ancora potuto vedere le tante cose rare e notabili di questa città,
-mi fermo tuttavia qui, perchè, se partissi, il viaggio sarebbe stato
-_quasi inutile_»[217]. Lo Schopenhauer che questa miseria non conobbe,
-nè la più parte dell'altre che afflissero il cantore della _Ginestra_,
-fu, in Germania e in Italia, e pertutto ov'ebbe a trovarsi, un
-appassionato e diligente visitatore di chiese, di gallerie, di musei:
-e da quadri e da statue, che più d'una volta gl'inspirarono versi,
-trasse argomenti a conferma delle proprie dottrine. Alcune arti il
-Leopardi amò presso a poco a quel modo che amò le donne, platonicamente
-vagheggiandole nella fantasia; ma questo amor gli fu caro, ed egli
-pensava con angoscia al tempo in cui
-
- Ogni beltate di natura o d'arte
-
-diverrebbe inanime e muta al suo spirito[218].
-
-Se ricordiamo che l'arte del ballo fu definita una scultura mobile e
-vivente; se consideriamo che quest'arte sembra inventata a bella posta
-per accrescere seduzione e dare ogni maggiore spicco alla bellezza e
-alla grazia muliebre; intenderemo perchè tanto piacesse al Leopardi
-lo spettacolo coreografico: nè ci meraviglieremo che al fratello
-Carlo scrivesse: «Ti dico in genere che una donna nè col canto nè con
-altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo;
-il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino,
-ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana... Insomma,
-credimi, che se tu vedessi una di queste ballerine in azione, ho tanto
-concetto dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto al primo
-momento...»[219].
-
-Del sentimento che della natura ebbe il nostro poeta intendo parlar
-più oltre di proposito, e vedremo allora quanto esteso e di che natura
-fosse il godimento estetico di lui rispetto a quella. Vediamo per ora
-altre parti del nostro argomento.
-
-Nel campo estetico del Leopardi il passato ha, senz'alcun dubbio,
-più parte che il presente; più il pensiero e il sentimento che la
-sensazione. Le dolcezze maggiori egli le deriva dai ricordi e dalle
-immaginazioni; ma per quanto si sdegni contro il vero, ha pur vivo il
-senso di quella che dicesi bellezza intellettuale e non men vivo il
-senso della bellezza morale. Nessun poeta mai parlò della virtù con
-accento più appassionato e più sincero, pur giudicandola con Bruto una
-vana larva, cui si volge a tergo il pentimento. Alla sorella Paolina
-scriveva nel gennajo del 1823: «la virtù, la sensibilità, la grandezza
-d'animo sono non solamente le uniche consolazioni de' nostri mali, ma
-anche i soli beni possibili in questa vita»[220]. Era opinione sua «che
-la condizione dei buoni sia migliore di quella de' cattivi, perchè le
-grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente»[221]. Ed
-è notissima quella stanza dei _Paralipomeni della Batracomiomachia_, i
-quali son pure composizione degli ultimi anni del poeta, morto oramai a
-ogni altra fede, a ogni altro amore:
-
- Bella virtù, qualor di te s'avvede,
- Come per lieto avvenimento esulta
- Lo spirto mio: nè da sprezzar ti crede
- Se in topi anche sii tu nutrita e culta.
- Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,
- O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,
- Sempre si prostra: e non pur vera e salda,
- Ma imaginata ancor, di te si scalda[222].
-
-Ecco la virtù intesa come una forma della bellezza, anzi come quella
-bellezza che vince ogni altra; ed ecco la morale che il Leopardi
-talvolta confuse con la sensitività e la pietà[223], identificata,
-quasi alla maniera del Fichte e del Herbart, con la estetica.
-
-Del gusto del Leopardi per la poesia fanno dimostrazion sufficiente
-la vita e le opere, e non mancherà altra occasion di discorrerne:
-basti qui fare un cenno del piacere vivissimo che quella gli dava, e
-sempre gli diede, sino quasi all'estremo suo giorno. Il 30 d'aprile
-del 1817 scriveva al Giordani: «Non mi concede ella di leggere
-ora Omero, Virgilio, Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei
-astenermene, perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con
-parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo, e, pensando
-a tutt'altro, sentire qualche verso di autor Classico che qualcuno
-della mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi
-forzato di tener dietro a quella poesia»[224]. Passati da quel tempo
-quasi vent'anni, il poeta augurava, come la più grande delle venture,
-al Pepoli di poter diventare _canuto amante_ della poesia, cioè di
-seguitare ad amarla da vecchio come l'amava da giovane.
-
-Il Leopardi ebbe vivo e profondo il sentimento del sublime. Il _Bruto
-Minore_, l'_Infinito_, il _Canto notturno di un pastore errante
-dell'Asia_, la _Ginestra_, lasciano nell'anima una impression di
-sublime che più non si cancella; e così pure qualcuna delle prose,
-come il _Cantico del gallo silvestre_. Sublime il concetto che il
-poeta ha del perpetuo flusso delle cose, e il suo rappresentarsi la
-vita come un conflitto tragico fra il destino e l'uomo. Fu da qualcuno
-asserito che chi ha il senso del sublime non può avere il senso del
-ridicolo. Lo Shakespeare li ebbe entrambi in grado eminente. Non dirò
-che il Leopardi, attissimo a sentire il tragico, sentisse egualmente
-il ridicolo e il comico: le satire sue sono a volte acute e mordaci,
-ma non fanno ridere. Tuttavia un certo senso del comico non gli si può
-negare, il quale più specialmente si lascia scorgere in taluna delle
-sue operette morali, come la _Scommessa di Prometeo_ e il _Copernico_.
-Certo, per questo rispetto, ei non si potrebbe paragonare ad Arrigo
-Heine. Può essergli in qualche modo paragonato per l'ironia; ma non
-conobbe, come il tedesco, sebbene affermi di conoscerla, quella che
-si rivolge contro il proprio suo autore. E non si può dire che molto
-conoscesse l'umore, il quale potrebb'anche essere definito un senso del
-comico nel tragico, e che a giudizio del Bahnsen, il più intero forse e
-conseguente dei pessimisti, è la sola forma di pensiero e di sentimento
-che convenga all'uomo superiore[225].
-
-Il campo estetico di ciascun di noi varia continuamente, si allarga, si
-restringe, si offusca, si rischiara, è in istrettissima relazione con
-l'età, le occupazioni, lo stato d'animo, la salute, l'ambiente fisico e
-morale. Quello del Leopardi variò molto e spesso, e s'andò restringendo
-e offuscando più presto di quanto suole avvenire nel corso normale
-della vita. E con esso variò la natura e la misura del godimento
-estetico.
-
-Il Leopardi, sebbene fu infelicissimo, non fu però di quegli estremi
-infelici che non pajono aver senso se non del dolore, e tanto solamente
-vivono quanto soffrono. Il Leopardi fu, per non breve numero d'anni,
-e anche sotto l'aggravarsi del male, largamente capace di quelli che
-si addimandano piaceri superiori; e giustamente così si addimandano,
-perchè, come già osservava il Maupertuis, durano più degli altri,
-e perchè (come nota uno scrittore contemporaneo) si possono più
-agevolmente e più a lungo far rivivere nella memoria[226]. Dalla stessa
-sua complessione il Leopardi, a cui gli stoici del resto insegnavano
-a disprezzare i piaceri volgari, era inclinato a cercare soltanto i
-piaceri superiori: e qui si vede come certo stato abituale di debolezza
-organica, e certo grado di malattia, possano, dando certo necessario
-indirizzo alle occupazioni e alla vita, favorire il genio e le sue
-manifestazioni.
-
-Senza voler punto escludere i piaceri inferiori, gli è tuttavia fuor
-di dubbio che i piaceri superiori sono in estetica i più importanti,
-sono i piaceri estetici per eccellenza. Il Leopardi non gustò tutto il
-possibile piacere estetico, nè v'è uomo atto a tutto gustarlo; ma quel
-tanto, e fu pur molto, ch'egli gustò, gustò lungamente, profondamente.
-E da ciò ebbe a venire non poco sollievo a' suoi mali; e fors'egli,
-che ogni altro piacere ebbe in conto di negativo, non fu lontano dalla
-opinione del Hartmann che, contraddicendo allo Schopenhauer, assevera
-l'indole positiva del piacere estetico. Non m'indugerò a noverare gli
-elementi di sì fatto piacere nel Leopardi, bastandomi di avvertire
-che il fantastico, il sentimentale, l'associativo, prevalgono, a mio
-credere, su tutti gli altri.
-
-Nel terzo e quarto capitolo del _Parini_ il Leopardi considera ed
-enumera le condizioni che si richiedono a poter gustare il piacere
-estetico. Ci vuole innanzi tutto quella interezza d'animo e quella
-sensitività, che, non solamente vengono a mancare con gli anni in
-ciascun uomo, ma sono ancora scemate, secondo l'opinion del poeta,
-dalla scienza, dalla esperienza, dalle infermità e dalle altre
-traversie della vita. Gli antichi gustarono quel piacere assai meglio
-di noi, perchè «ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande
-immaginato, fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun
-che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia
-tutto favola»[227]. Chi vive in città grande difficilmente potrà
-ricevere dalla natura o dalle arti «alcun sentimento tenero o generoso,
-alcun'immagine sublime o leggiadra. Perciocchè poche cose sono tanto
-contrarie a quello stato dell'animo che ci fa capaci di tali diletti,
-quanto la conversazione di questi uomini, lo strepito di questi luoghi,
-lo spettacolo della magnificenza vana, della leggerezza delle menti,
-della falsità perpetua, delle cure misere, e dell'ozio più misero,
-che vi regnano»[228]. Ancora, per essere capace di quel godimento,
-l'animo dev'essere riposato, sgombro di male passioni e di basse
-preoccupazioni, e sopra tutto aperto e penetrabile. Il poeta ebbe ad
-osservare più di una volta che anche agli animi meglio disposti da
-natura a ricevere que' sentimenti teneri e generosi, quelle immagini
-sublimi e leggiadre, «intervengono moltissimi tempi di freddezza,
-noncuranza, languidezza d'animo, impenetrabilità, e disposizione tale,
-che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi,
-e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche, appartenenti
-allo spirito o al corpo, transitorie o durevoli»[229]. Di ciò ebbe
-a fare esperienza lo stesso poeta, e ne lasciò documento così nelle
-lettere come nei versi, e più di proposito nel _Risorgimento_.
-
-A chiudere questo capitolo possono venire opportune alcune brevissime
-considerazioni generali suggerite dal detto sin qui. Il Leopardi è
-in estetica un intellettualista. La dottrina del puro bello formale,
-quale comunemente s'intende, non può essere dottrina sua. Per lui, ciò
-che dicesi contenenza, non solo non può essere, com'è per la scuola
-realistica in genere, e per la herbartiana in ispecie, indifferente;
-ma è anzi la cosa capitale, il proprio subbietto dell'arte; sebbene
-poi egli curi tanto la forma e la tecnica quanto la neglesse la scuola
-hegeliana. Per questo rispetto egli si accorda con lo Schopenhauer
-e col Hartmann. Agli hegeliani si accosta quando pone il bello della
-fantasia, o vogliam dire dell'arte, sopra il bello della natura; ma
-se ne allontana di molto quando al bello astratto e generale prepone
-l'individuato e concreto. Egli è anche da dire un ottimista estetico
-tutte le volte che giudica bello il mondo considerato in se stesso;
-tale cioè, secondo il concetto dello Schopenhauer e del Hartmann, che,
-preso quale oggetto di pura e disinteressata contemplazione, produce
-in noi più impressioni piacevoli che dispiacevoli. Il Bahnsen è un
-pessimista anche in estetica. Da ultimo è da notare che pel Leopardi
-l'estetica e l'edonistica sono strettamente congiunte: le care
-illusioni hanno un doppio valore, eudemonistico ed estetico; le arti
-non hanno altro fine che di mitigare l'umana infelicità.
-
-
-CAPITOLO III.
-
-IL LEOPARDI E LA MUSICA.
-
-Di tutte le arti, la musica forse è quella che più vale a temperare
-ed assopire il dolore, a rasserenar l'animo, e a trarlo in certa
-quale maniera fuori del mondo e fuor di sè stesso. Gli antichi
-simboleggiarono la sua virtù di penetrazione e la quasi onnipotenza del
-fascino nel mito di Orfeo, che si trae dietro, al suono della lira, le
-fiere e le piante e i sassi; e nei miti affini di Amfione e di Arione.
-Pitagora conobbe in lei una possente medicina, non meno del corpo che
-dell'anima; e molti riscontri ha nelle storie il caso di Saulle, di
-cui Davide calmava le furie con le note dell'arpa. Platone e Aristotele
-la giudicarono parte nobile ed importante della educazione; e tutte le
-religioni se ne giovarono più e meno; e più che tutte il cristianesimo,
-in quell'arduo e delicato suo magistero di allacciare, penetrare,
-conquidere gli animi. Gli antichi Egizii posero la musica tra le
-divinità. Apollo inventò la lira, Minerva il flauto, Pane la siringa;
-Santa Cecilia divenne l'avvocata e la protettrice dei musici. Le sfere
-si girano al suono di una armonia ineffabile: il paradiso cristiano
-echeggia di perpetui e dolcissimi canti; e dalla terra talvolta i puri
-e gli eletti gli ascoltano in un rapimento, e nell'ora della morte ne
-ricevono consolazione e letizia suprema.
-
-Il Leopardi sentì vivamente, squisitamente la musica; ma poichè non
-tutti coloro che la sentono molto la sentono a un modo, bisogna vedere
-in che modo il Leopardi l'abbia sentita. Nessun'altr'arte sembra gli
-procurasse mai emozioni così profonde, godimento così pieno ed intenso.
-«La musica, se non è la mia prima, è certo una mia gran passione, e
-dev'esserlo di tutte le anime capaci di entusiasmo», scriveva egli
-nell'aprile del 1820 al Brighenti[230]. Tale passione non fu conosciuta
-dal padre, il quale anzi ostentava un certo disprezzo pei _trilli e
-le cavatine_; nè si sa che l'abbia conosciuta la madre, la quale, del
-resto, dovendo attendere al governo non meno del patrimonio che della
-famiglia, non avrebbe di certo potuto secondarla, quando pure l'avesse
-avuta; ma fu passione comune alla più parte dei figliuoli. Di Carlo
-sappiamo che una volta corse a piedi (e c'è un bel tratto) da Recanati
-ad Ancona pel solo gusto di udirvi la Malibran; e in una sua lettera
-al fratello leggiamo: «A Sinigaglia io bolliva d'idee e di sensazioni,
-e il canto della Lorenzani m'insegnava nuovi segreti del cuore»[231].
-E di questa o di altra cantante pare s'innamorasse[232]. La Paolina
-si dilettò molto di musica e ne fu anche molto intendente. Luigi, il
-quartogenito, che non ebbe mai il capo allo studio, e morì giovane di
-ventun anno, accoppiava il gusto della musica a quello del tornio, e
-sonava, dicono, molto bene un flauto di bossolo che s'era fabbricato da
-sè.
-
-Della virtù pressochè soprannaturale della musica parla più
-distintamente il Leopardi in due delle sue poesie; cioè nell'_Aspasia_,
-e in quella intitolata _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito
-nel monumento sepolcrale della medesima_. Nella prima leggiamo:
-
- Raggio divino al mio pensiero apparve,
- Donna, la tua beltà. Simile effetto
- Fan la bellezza e i musicali accordi,
- Ch'alto mistero d'ignorati Elisi
- Paion sovente rivelar.
-
-Nella seconda:
-
- Desiderii infiniti
- E visïoni altere
- Crea nel vago pensiere,
- Per natural virtù, dotto concento;
- Onde per mar delizioso, arcano
- Erra lo spirto umano,
- Quasi come a diporto
- Ardito notator per l'Oceàno:
- Ma se un discorde accento
- Fere l'orecchio, in nulla
- Torna quel paradiso in un momento.
-
-In entrambi i componimenti il poeta accosta la musica alla bellezza,
-e all'una e all'altra attribuisce la stessa virtù. Nel primo
-l'accostamento è immediato: nel secondo il poeta accenna agli effetti
-della musica dopo aver detto di quelli della bellezza che pajon _segno
-e sicura spene_
-
- Di sovrumani fati,
- Di fortunati regni e d'aurei mondi.
-
-Disse il Leibniz la musica essere un secreto esercizio aritmetico
-dell'anima, la quale conta senza saper di contare[233]; e il Kant
-poneva fra le arti belle la musica solo in grazia dei rapporti
-matematici che passan fra i suoni, e dall'occulto apprendimento di tali
-rapporti credeva nascesse il piacere. Lo Stendhal affermò quello della
-musica essere piacere puramente fisiologico. Uno scrittore musicale
-di molto grido, Edoardo Hanslick, ebbe a sostenere, ora è quasi mezzo
-secolo, in un libro che fece molto romore, e suscitò molte dispute, non
-ancora finite, la musica non avere altra sostanza e altro contenuto che
-di suoni, e non doversi proporre, nè di esprimere, nè di far nascere
-sentimenti[234]. Senza voler punto entrare nella difficilissima e forse
-mal posta questione[235], gli è certo che il Leopardi non si accorda
-con nessuno di costoro, mentre s'accorda con altri, ch'ebbero della
-musica altro sentimento ed altro concetto. Lo Schiller disse la musica
-esprimere l'anima; lo Schelling, contener essa le forme delle idee
-eterne; Giorgio Hegel, essere il suo dominio superiore a quello della
-vita reale; il Lamennais, significare la musica i tipi eterni delle
-cose; il Vischer, esser essa lo stesso ideale. Il Beethoven giudicava
-le rivelazioni della musica superiori a quelle della filosofia; e il
-Gounod, ricordando una rappresentazione dell'_Otello_ del Rossini, alla
-quale aveva assistito nella sua fanciullezza, scriveva: «Il me sembla
-que je me trouvais dans un temple, et que quelque chose de divin allait
-m'être révélé». Il Carlyle definì la musica una specie di linguaggio
-inarticolato e imperscrutabile, il quale ci guida sino all'orlo
-dell'infinito, e ci lascia, per un istante, spingere nell'abisso lo
-sguardo; e il Poe disse che nella musica vien fatto all'animo umano di
-creare bellezza soprannaturale.
-
-Con tutti costoro ben s'accorda il Leopardi; e più ancora s'accorda
-forse con lo Schumann e col Berlioz, nella fantasia dei quali
-l'immagine della donna amata si compenetrava e fondeva con la immagine
-musicale. Ma più che con essi tutti consente (ed è cosa che vuol
-essere da noi particolarmente notata) con lo Schopenhauer, col quale
-in tante altre cose, senza saperlo, consente. Lo Schopenhauer fu
-appassionatissimo di musica, e ne scrisse con mente di filosofo e
-cuore di artista. La disse arte meravigliosa; la più possente delle
-arti; quella che immediatamente esprime il volere, cioè il principio
-essenziale ed universale che si appalesa nelle singole e individuate
-esistenze; quella che ci fa penetrare sino al cuore delle cose; occulta
-filosofia. Egli disse ancora il mondo potersi chiamare una musica
-corporata; e la musica _parlare a noi di altri mondi e migliori;
-rivelarci da lungi un paradiso inaccessibile; essere la panacea di
-tutti i mali_[236]. Poeta e filosofo esprimon quasi le stesse idee,
-parlan quasi lo stesso linguaggio.
-
-Notiam di passata che di tutte le arti la musica è quella che deve
-meglio confarsi allo spirito e al sentimento dei pessimisti, se pure
-la inclinazione dell'animo non è scemata in essi dalla imperfezione
-degli organi. Le altre arti, senza poterne escludere nemmen la poesia,
-troppo ritengono dell'aborrita realtà, e, per quanto facciano, non
-è possibile mai che se ne emancipino in tutto. La musica si scioglie
-da ogni servaggio d'imitazione, e crea un mondo libero e nuovo ch'è
-tutto in lei, e realizza ed esprime, con magistero miracoloso, tutto
-ciò che negli animi nostri è più vago, più lieve, più occulto. Sembra
-davvero talvolta che essa si redima, se non dal tempo, dallo spazio,
-dalla ferrea legge di causalità, dalle condizioni tutte dell'essere
-transitorio e finito. Alcune vecchie leggende, ove si narra di rapiti
-e di estatici che, ascoltando una musica arcana, vissero secoli,
-stimandoli ore, esprimono immaginosamente questa cara illusione.
-
-Abbiamo veduto come il Leopardi accompagni insieme la bellezza muliebre
-e la musica, e ne faccia quasi una coppia estetica. Se la donna appare
-agli occhi suoi più seducente nella danza che nel canto, non è già che
-anche nel canto non gli appaja seducentissima. Egli non può ripensare
-alla Silvia senza riudire quel dolce canto di lei, onde
-
- Sonavan le quïete
- Stanze e le vie dintorno;
-
-e se ricorda come la Nerina (non importa ora cercare se la Nerina e la
-Silvia sieno due persone diverse o una sola) iva _danzando_, splendente
-di gioja e del caro lume di giovinezza, si duole di non più udir quella
-voce, di cui bastava un lontano accento a scolorargli il viso. Vagando
-per la campagna la notte, il giovane poeta aveva sussultato, udendo
-improvvisamente l'arguto canto d'ignota fanciulla:
-
- qualor nella placida quïete
- D'estiva notte, il vagabondo passo
- Di rincontro alle ville soffermando,
- L'erma terra contemplo, e di fanciulla
- Che all'opre di sua man la notte aggiunge
- Odo sonar nelle romite stanze
- L'arguto canto, a palpitar si move
- Questo mio cor di sasso[237].
-
-E se più tardi il poeta ebbe ad innamorarsi di Marianna Brighenti,
-valentissima cantatrice che lasciò le scene quando appunto la
-fama di lei più veniva crescendo, chi vorrà non credere che in
-quell'innamoramento avesse parte la musica, che fu _galeotta_ di tanti
-altri amori?
-
-Il Leopardi non ebbe voce da spendere nel canto, non sonò nessuno
-strumento, non conobbe punto la tecnica musicale; e non tanto godette
-di ciò onde assai volte più sogliono godere i musicisti di professione,
-cioè a dire dei suoni per sè e della composizione e degli accenti loro,
-quanto delle idee e dei sentimenti che quelli possono mettere in moto.
-Il piacer suo nasceva, la più gran parte, dal complicato e secreto
-lavoro delle associazioni psichiche, e la musica egli giudicava con i
-soli criterii del sentimento e della fantasia: ciò che spiega alcune
-particolarità del suo gusto.
-
-Certo, un'anima dotata d'intenso e profondo sentimento musicale non può
-non rimanere offesa da tutto che offende l'arte diletta; onde,
-
- se un discorde accento
- Fere l'orecchio, in nulla
- Torna quel paradiso in un momento;
-
-ma quell'anima può anche, in determinate condizioni, compiacersi
-di una musica rudimentale e difettosa, purchè gliene vengano le
-suggestioni opportune, purchè si lasci tradurre in linguaggio di
-associazioni. Secondo congiunture di tempi, di luoghi, di sentimenti
-e d'immaginazioni, uno di questi organetti che vanno scerpando per
-le vie le composizioni dei grandi e piccoli maestri, può straziare
-o accarezzare un orecchio delicato; può strappare altrui un grido
-d'indegnazione, o spremere dagli occhi le lacrime. Il Leopardi fu,
-sembra, prontissimo a ricevere la suggestion musicale, anche quando
-provenisse da povera fonte, e tenace poi nel serbarne il ricordo. Ne
-abbiamo un bello e curioso esempio in questi versi della _Sera del dì
-di festa_:
-
- Ahi per la via
- Odo non lunge il solitario canto
- Dell'artigian che riede a tarda notte,
- Dopo i sollazzi, al suo povero ostello:
- E fieramente mi si stringe il core,
- Al pensar come tutto al mondo passa,
- E quasi orma non lascia.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Nella mia prima età, quando s'aspetta
- Bramosamente il dì festivo, or poscia
- Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
- Premea le piume; ed alla tarda notte
- Un canto che s'udia per li sentieri
- Lontanando morire a poco a poco,
- Già similmente mi stringeva il core.
-
-Notisi come quel rozzo canto che passa nella via, e lontanando muore,
-súbito sollevi la mente del poeta alla considerazione di tutto ciò che
-passa e muore nel mondo; ond'egli ricorda gli avi famosi e il grande
-impero di Roma, e finalmente conclude:
-
- Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
- Il mondo, e più di lor non si ragiona.
-
-Errerebbe a mio giudizio di grosso chi in tutto questo, invece di un
-procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi è spontaneo e
-naturalissimo, non vedesse altro che una volata lirica e un artifizio
-retorico. Qui l'impression musicale deriva la massima parte del suo
-valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza[238].
-
-E così in molti altri casi. Nelle _Ricordanze_, udendo il suon dell'ora
-che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta rammenta:
-
- Era conforto
- Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
- Quando fanciullo, nella buia stanza,
- Per assidui terrori io vigilava,
- Sospirando il mattin.
-
-Nella canzone _Alla sua donna_ sono ricordate
-
- le valli ove suona
- Del faticoso agricoltore il canto;
-
-e nel _Tramonto della luna_ il canto del carrettiere che saluta
-
- con mesta melodia
- L'estremo albor della fuggente luce
- Che dianzi gli fu duce.
-
-Egli è certo dunque che nella musica il Leopardi dovette pregiare,
-non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazion di
-una virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le
-complicazioni e le pompe teatrali; quanto l'arcano e dolce linguaggio
-che parla alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti
-ineffabili e di estatici sogni: non tanto un'arte governata da
-principii e da regole, quanto una magia atta a celare o trasfigurare
-l'aborrito vero. In Roma, in Firenze, altrove, egli ebbe molte
-occasioni di assistere allo spettacolo dell'opera, e ne fa ricordo
-in taluna delle sue lettere; ma non ne parla con quell'ammirazione
-con cui parla del ballo. Da Roma scrisse una volta al fratello Carlo:
-«Abbiamo in Argentina la _Donna del Lago_, la qual musica eseguita da
-voci sorprendenti è una cosa stupenda, e potrei piangere ancor io, se
-il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso»; ma si lagnava della
-_intollerabile e mortale_ lunghezza dello spettacolo, che durava sei
-ore[239]. A Bologna, dagli amici si lasciava _tirare_ all'opera[240];
-ma a Firenze non andò ad ascoltare il _Danao_ del suo concittadino
-Persiani, perchè i suoi occhi in teatro pativano troppo[241]. Ma oltre
-il disagio degli occhi, c'erano probabilmente altre ragioni. L'animo
-del poeta doveva sentirsi meno aperto alle impressioni dell'arte divina
-in un pubblico teatro, in mezzo al barbaglio dei lumi, al cinguettio
-di un uditorio frivolo e distratto, alle indecorose pompe della vanità;
-in luogo insomma dove non è possibile vero raccoglimento: e più di una
-volta forse gli parve quella una profanazione. A creder questo m'induce
-un luogo del _Parini_, notabile, non solo rispetto al sentimento
-che il poeta ebbe della musica in particolare, ma ancora rispetto
-al sentimento ch'ebbe dell'arte in generale. Quivi egli comincia
-dicendo: «Io penso che le opere ragguardevoli di pittura, scultura ed
-architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero distribuite per
-le province, nelle città mediocri e piccole; che accumulate, come sono,
-nelle metropoli: dove gli uomini, parte pieni d'infiniti pensieri,
-parte occupati in mille spassi, e coll'animo connaturato, o costretto,
-anche mal suo grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità,
-rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello spirito». Poi,
-dopo un'altra giusta osservazione circa la sazietà che producono troppe
-bellezze adunate insieme[242], soggiunge: «Il simile dico della musica:
-la quale nelle altre città non si trova esercitata così perfettamente,
-e con tale apparato come nelle grandi; dove gli animi sono meno
-disposti alle commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per dir così,
-musicali, che in ogni altro luogo»[243].
-
-Ippocrate serbò ricordo di un certo Nicanore, che cadeva in deliquio
-alle note di un flauto. Una sensitività musicale così esagerata è assai
-rara, sebbene se ne conosca qualch'altro esempio; ma dovrebbe, sembra,
-trovarsi più facilmente fra coloro in cui suol essere più eccitabile
-il sentimento e più viva e pronta la fantasia; cioè fra gli artisti in
-generale. Ora, è frequentissimo il caso che gli artisti appunto (fatta
-eccezione, s'intende, dei musicisti) siano poco aperti alla impressione
-musicale, e poco se ne dilettino: il che potrebbe essere effetto di
-una specificazione soverchia delle facoltà estetiche e di una troppo
-esclusiva applicazione di esse a una data forma di arte e a quella
-soltanto. Fu notato che i pittori sogliono avere più senso musicale,
-e più inclinano alla musica che gli scultori e gli architetti; ma fu
-sempre notato che molti letterati e poeti non hanno punto nè quella
-inclinazione, nè quel senso. Il Balzac detestava la musica; il Gautier
-preferiva il silenzio; i De Goncourt e il Maupassant si confessavano
-sordi, ecc. ecc.[244].
-
-Ma sono molti anche gli esempii contrarii; e lasciamo stare che
-nell'antichità, e poi ancora nel medio evo, finchè musica e poesia
-durarono congiunte, e formarono quasi un'arte sola e una sola
-professione, difficilmente i poeti avrebbero potuto essere nemici o
-noncuranti della musica. Numerosissimi luoghi della _Commedia_ mostrano
-che Dante ebbe della musica un senso squisito; e ben se ne avvide
-il Giordani, il quale meditò (quante mai cose meditò e non fece il
-Giordani!) di scrivere un saggio sopra Dante e la musica. Ogni qual
-volta parla di canto, di dolci note, di armonie d'organi, il poeta ne
-parla a guisa d'uomo cui l'arte dei suoni inebbria e rapisce l'anima.
-_L'amoroso canto_ di Casella, che _solea quietar tutte sue voglie_,
-consola ancora, là, sulla prima sponda del purgatorio, l'anima tanto
-_affannata_ dal terribile viaggio[245]. Il Petrarca, che compose
-le dolci sue rime ajutandosi col suono e col canto, scriveva dalla
-solitudine di Valchiusa all'amico Francesco de' SS. Apostoli: «Che dir
-degli orecchi? Canti, suoni, armonie di corde o di liuti, ond'io già
-provai tanta dolcezza, che si parea rapirmi fuor di me stesso, qui non
-avvien che si sentano»[246]: e nel _De remediis utriusque fortunae_ fa
-che il Gaudio ostinatamente enumeri in contradditorio con la Ragione
-tutte le dolcezze che derivano dalla musica[247].
-
-Che lo Shakespeare fosse un appassionato di musica tutti quasi i
-suoi drammi ne fanno fede; e un appassionato fu, come di ragione, il
-Metastasio, che se ne intendeva assai, e cantava, e componeva, e i suoi
-versi lo dicono anche troppo. Un appassionato il Goethe non fu, ma pure
-gustò l'arte del Mendelssohn, che, fanciullo, era andato a trovarlo, e
-ammirò il Beethoven. Il Klopstock ebbe orecchio finissimo e la musica
-lo faceva andare in estasi. Il Byron non poteva udire musica tenera
-o dolorosa senza sciogliersi in lacrime. Il Moore e lo Shelley hanno
-ciascuno una poesia intitolata _Music_; e il primo, che per ridurre i
-proprii versi a maggior perfezione usava cantarli, dice il linguaggio
-parlato esser languido e povero a paragon della musica[248]; e il
-secondo rassomiglia il proprio cuore, assetato di musica, a un fiore
-morente, assetato di rugiada[249]. Nella _Lucie_ di Alfredo De Musset
-leggiamo:
-
- Fille de la douleur, Harmonie! Harmonie!
- Langue que pour l'amour inventa le génie!
- Qui nous vins d'Italie, et qui lui vins des cieux!
- Douce langue du cœur, la seule où la pensée,
- Cette vierge craintive et d'une ombre offensée,
- Passe en gardant son voile et sans craindre les yeux!
- Qui sait ce qu'un enfant peut entendre et peut dire
- Dans tes soupirs divins, nés de l'air qu'il respire,
- Tristes comme son cœur et doux comme sa voix?
- On surprend un regard, une larme qui coule;
- Le reste est un mystère ignoré de la foule,
- Comme celui des flots, de la nuit et des bois!
-
-Il Manzoni, quando compose il _Cinque Maggio_, costrinse la moglie a
-sonargli il pianoforte, quasi per due giorni di séguito.
-
-Dell'Hugo fu detto che detestasse la musica; ma prima di dar fede a chi
-lo disse, conviene leggere con qualche attenzione una poesia intitolata
-_Que la musique date du XVI siècle_, la quale è nella notissima
-raccolta dei _Rayons et ombres_, e conta non meno di 222 alessandrini.
-Comincia il poeta chiedendo agli amici: Qual è di voi che, sentendosi
-oppresso dalla tristezza, non abbia trovato nella musica consolazione
-e conforto? Poi, in versi meravigliosi, che non hanno riscontro in
-nessun'altra letteratura, descrive, rifà il vasto, vario, ponderoso
-canto dell'orchestra, il moltiforme miracolo della sinfonia.
-
- Écoutez, écoutez! du maître qui palpite,
- Sur tous les violons l'archet se précipite.
- L'orchestre tressaillant rit dans son antre noir.
- Tout parle. C'est ainsi qu'on entend sans les voir,
- Le soir, quand la campagne élève un sourd murmure,
- Rire les vendangeurs dans une vigne mûre.
- Comme sur la colonne un frêle chapiteau,
- La flûte épanouie a monté sur l'alto.
- Les gammes, chastes sœurs dans la vapeur cachées,
- Vidant et remplissant leurs amphores penchées,
- Se tiennent par la main et chantent tour à tour,
- Tandis qu'un vent léger fait flotter alentour,
- Comme un voile folâtre autour d'un divin groupe,
- Ces dentelles du son que le fifre découpe.
- Ciel! voilà le clairon qui sonne. A cette voix
- Tout s'éveille en sursaut, tout bondit à la fois.
- La caisse aux mille échos, battant ses flancs énormes,
- Fait hurler le troupeau des instruments difformes,
- Et l'air s'emplit d'accords furieux et sifflants
- Que les serpents de cuivre ont tordus dans leurs flancs.
-
-E bisognerebbe citar tutto, sino alla fine. Cosa davvero curiosa! il
-Leopardi, appassionatissimo di musica, di strumenti musicali non parla;
-non mostra di prediligerne alcuno; non nota affinità particolari fra
-certi sentimenti e il suono dell'uno o dell'altro di essi. La voce
-umana dovette parergli di molto superiore ad ogni istrumento.
-
-Se a non pochi poeti fece difetto il sentimento musicale; se altri
-l'ebbero, come il Leopardi, assai vivo e profondo; che cosa dobbiam noi
-pensare delle relazioni che passano tra la poesia e la musica, e della
-somiglianza, o dissomiglianza loro? Dobbiam noi seguitare a ripetere
-col Marini, che ridiceva quanto cent'altri avevano detto,
-
- Musica e poesia son due sorelle[250];
-
-o dobbiam finalmente risolverci a dire che tra le due ci può essere
-conoscenza, ed anche amicizia, ma non consanguineità? Un critico
-francese contemporaneo si sforzò di provare che quelle relazioni non
-sono già così strette come comunemente si crede, e che la somiglianza
-è pochissima, o nulla. Egli esce a dire assai risolutamente: «autant
-la musique moderne ressemble, _au point de vue du rythme_, à la
-poésie-musicale des Grecs, autant elle diffère, _à tous les points de
-vue_, de la poésie moderne». E soggiunge: «Toute assimilation de la
-musique à la poésie est aujourd'hui une simple figure de rhétorique,
-une chimère ou une idée dangereuse»[251]. Parmi che l'autore dica cosa
-per molti rispetti giusta, ma che ecceda alquanto nel suo giudizio. La
-somiglianza che fu in antico, quando le due arti vivevano strettamente
-congiunte, non mancò mai del tutto dopo che quelle si furono separate,
-e dura, in una certa forma, tuttavia, come ne fanno fede il comun
-sentimento e il comune linguaggio. Le due arti hanno, e il critico lo
-riconosce: «un instrument commun, la voix humaine (dont l'orchestre
-n'est qu'une extension), et un point de recontre d'ailleurs un peu
-indécis: le rythme»[252]. Nei versi una musica c'è, e quanta sia, e
-come efficace, si vede allora che si scompongono i versi e si riducono
-in prosa. Il buon Baretti consigliava appunto di far così a chi li
-volesse giudicar rettamente; ma un procedimento sì fatto, se agevola il
-giudizio del valore logico di una poesia, rende impossibile il giudizio
-del valore poetico. Aggiungasi che la poesia, perchè se ne senta tutto
-l'effetto, non bisogna contentarsi di leggerla mentalmente, ma ad alta
-voce, e, se occorre, declamarla; e la declamazione è già un mezzo
-canto, cioè una mezza musica, perchè importa continua variazione di
-tono, di movimento, di colorito, e trae valor dal metallo, dall'impasto
-e dalla estensione della voce[253]. Un maestro della difficilissima
-arte del leggere, Ernesto Legouvé, biasimando severamente la stolta
-usanza di coloro, che, quando leggono versi, fanno il possibile perchè
-non pajano versi, ma prosa, scrisse: «Puisqu'il y a un rythme, faites
-sentir le rythme! Quand les vers sont peinture et musique, soyez,
-en les lisant, peintre et musicien! Que de passages où le pathétique
-lui-même naît de l'harmonie![254]». Si può dire che la declamazione
-è un'arte diversa dalla poesia, pur diventando, in certe occasioni,
-sussidiaria di quella; ma mentre non intendo che razza d'arte possa
-essere la declamazione presa in sè stessa, separatamente cioè dal
-discorso poetico (versi o prosa), non intendo nemmeno come si possa
-fare arte diversa e sussidiaria di quello speciale procedimento o
-metodo da cui un'altr'arte viene a ricevere il suo maggior possibile
-valore e la maggior possibile significazione. La poesia non è un'arte
-muta come la pittura, la scultura, l'architettura; la poesia è un'arte
-parlata, un'arte sonora, come la musica. E se è assurda la pretensione
-di coloro che vogliono fare della poesia una musica, e non altro che
-una musica; non è già assurdo che, come il musicista si giova di certi
-strumenti per produrre certe impressioni, così il poeta si giovi di
-certi suoni per produrre certi effetti. E poichè non tutte le lingue
-sono musicali egualmente, riman confermato, anche per questo capo, che
-non tutte le lingue sono egualmente poetiche.
-
-Fu asserito già da più d'uno che gli oratori possono trarre dallo
-studio della musica beneficio non piccolo: ma se è vero ciò; se è
-vero quanto più in generale afferma lo Spencer, che, cioè, la musica
-reagisce sulla parola parlata; non si capisce perchè dallo studio,
-o almeno dal natural sentimento della musica, non avessero ad avere
-qualche beneficio anche i poeti. A riuscire poeta non è necessario
-gustare la musica; troppi esempii lo provano. Ma non credo sia del
-tutto indifferente che il poeta la gusti o non la gusti; nè credo
-possibile che dall'amore o dall'avversione un qualche effetto non
-derivi all'arte sua. Non so sino a qual segno il poeta che gusta la
-musica possa avere miglior senso del ritmo poetico, e formar versi
-di miglior suono, a paragone del poeta che non la gusta; ma credo
-che quello che la gusta sia tratto, se non altro, a esprimere con
-la propria poesia piuttosto certi sentimenti che certi altri, e quei
-sentimenti in ispecie che meglio si affanno alla musica, e furon perciò
-detti musicali.
-
-Un'ultima osservazione. Avvertì Salomone nei _Proverbii_: «Simile a
-colui che tolga ad uno la veste in una fredda giornata, o versi l'aceto
-nelle ferite, è colui che ad uomo triste canta allegre canzoni». Nulla
-è più vero. I melanconici non amano se non la musica melanconica, e
-detestan la gaja. Ma è pur da ricordare che l'intelletto, l'eterno
-curioso, può far vincere all'uomo moltissime ripugnanze. Il Leopardi
-preferì, senza dubbio alcuno, la musica triste, anzi si deve tenere
-per fermo che non amò se non quella; ma ciò non gli tolse già d'andare
-ad ascoltare in Roma un'opera buffa, che non gli piacque punto[255],
-e in Napoli il _Socrate immaginario_, musicato dal Paisiello, che gli
-piacque moltissimo[256]. Se si pensa alla diversa impressione che la
-melodia e l'armonia producon nell'animo, è da credere che il Leopardi
-inclinasse più alla prima che alla seconda.
-
-
-CAPITOLO IV.
-
-IL SENTIMENTO DELLA NATURA NEL LEOPARDI.
-
-Qui, forse più che altrove, bisogna distinguere nella vita di Giacomo
-Leopardi un prima e un dopo, essendo questo della natura un sentimento
-che varia moltissimo, con la età, le occupazioni, le esperienze, le
-vicende, la salute dell'uomo.
-
-Se dovessimo credere alla tarda testimonianza di Antonio Ranieri,
-il poeta avrebbe nutrito per la campagna un «odio ingenito»; nessun
-altr'uomo avrebbe «tanto odiato la campagna quanto Leopardi la
-odiava»[257]. Un tempo fu creduto al Ranieri ogni cosa sul conto del
-Leopardi; ora non gli si vorrebbe creder più nulla. Anche in ciò,
-probabilmente, la via giusta sarà la via di mezzo tra l'uno e l'altro
-eccesso. Può essere che negli ultimi anni della sua travagliatissima
-vita il Leopardi prendesse in avversione la campagna, come tante altre
-cose aveva già prese in avversione; ma ciò non prova punto ch'egli
-l'avesse odiata sempre; e il Ranieri ebbe sicuramente torto di parlare
-di _odio ingenito_; e anche più torto hanno coloro che tiran fuori la
-testimonianza del Ranieri per asserire che il Leopardi non ebbe vero
-sentimento della natura.
-
-Da giovane anzi, quando, innamorato di solitudine, fuggiva coloro da
-cui era fuggito, e accusava la luna se lui scopriva all'altrui sguardo,
-o altri al suo; quando si doleva d'aver conosciuto _le cittadine
-infauste mura_ e l'umano consorzio; quando scriveva la _Vita solitaria_
-e il _Passero solitario_; il Leopardi amò la campagna e amò la natura.
-Della patria sua non altro gli piaceva che lo spettacolo dei colli
-e dei campi, con gli Apennini da una banda e il mare dall'altra; ma
-quello piacevagli soprammodo e lo consolava di tanti disgusti. «Quando
-io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica
-cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi spezialmente,
-mi sento così trasportare fuori di me stesso che mi parrebbe di far
-peccato mortale a non curarmene.....»[258]. Di sì fatto amore non è
-capace chi non sappia vivere in solitudine; e chi della solitudine
-si piace non è quasi possibile che non inclini a quell'amore. Ho già
-ricordato un luogo del _Parini_ ove il poeta dice di non intendere
-come chiunque vive in città grande, eccetto se non trapassi il più
-del tempo in solitudine, possa mai ricevere dalle bellezze della
-natura «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine. sublime
-o leggiadra»[259]. Chi legge con qualche attenzione alcune poesie del
-Leopardi non può non sentirvi quel particolar tuono di famigliarità e
-di tenerezza che solo può nascere dalla convivenza stretta, dalla lunga
-consuetudine.
-
-Ora si noti che la età in cui gli uomini più si sentono attratti
-dalla natura non suol essere l'età della giovinezza. I giovani, troppo
-curiosi di conoscere il mondo umano e la vita, troppo desiderosi di
-accaparrar l'avvenire, tendono spontaneamente colà dov'è maggiore
-frequenza e varietà di uomini, ove la vita è più intensa e molteplice;
-alle grandi città. Essi sono di loro natura così inquieti e mutabili,
-che malamente si possono accordare con la quieta e non mutabil natura;
-e il muto linguaggio di questa è così disforme dal loro, che essi, o
-non lo intendono, o poco l'ascoltano. Lo stesso Leopardi quante volte
-non lamentò di dover consumare l'_età verde_, l'_unico fior della
-vita_, nel _natio borgo selvaggio_,
-
- intra una gente
- Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
- Argomento di riso e di trastullo,
- Son dottrina e saper![260]
-
-quante volte, conscio di sè, appassionato di gloria, non desiderò la
-città grande, il vasto e popoloso teatro, dove l'uomo può farsi vedere
-e conoscere, raccogliere il plauso ed il premio che gli è dovuto!
-L'età migliore per amar la natura, e per fruire del suo consorzio, è
-quella prima e ancor verde stagione della vecchiezza, quando l'uomo,
-conosciuti gl'inganni e le vanità del mondo, sciolto dalle passioni,
-ma non esausto di sentimento, sereno, ma non anneghittito, desidera
-la pace, ed è tuttora in grado di abbellirla con l'affetto e la
-fantasia[261].
-
-Il Leopardi da giovane amò la natura, e l'amò come Werther, in
-solitudine, senza amici, con un senso di dolce melanconia, con un
-intero e tenero abbandono, e in una maniera di vaga ed estatica
-contemplazione, che non esclude la visione degli aspetti parziali e
-particolari, ma non lascia che alcuno di essi spicchi troppo fra gli
-altri[262]. C'è in una lettera ormai famosa, scritta dal nostro poeta
-al Giordani ai 6 di marzo del 1820, da Recanati, un passo che nessuno
-si meraviglierebbe di leggere in una lettera del giovine Werther. «Sto
-anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza
-di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e poche sere
-addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza,
-e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria
-tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune
-immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi
-a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura,
-la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento
-dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale ero certo di
-ritornare subito dopo, com'è seguìto, m'agghiacciai dallo spavento, non
-arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni
-e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo; delle quali cose
-un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi facevano così
-beato, non ostante i miei travagli»[263].
-
-La riflessione può venir distinguendo nel sentimento e nel godimento
-della natura tre modi, i quali difficilmente nella pratica possono
-rimanere dissociati del tutto; anzi, con varia proporzione, si
-associano fra di loro, e mutuamente si condizionano. La natura può
-essere goduta: sensualmente, da chi ne guardi sopratutto gli aspetti;
-sentimentalmente, da chi si finga con essa certa comunione di affetti e
-di vita; intellettualmente, da chi ne indaghi e ne ravvisi l'ordinanza
-e l'essere. I poeti e gli artisti, in genere, sono quelli che ne
-godono sensualmente e sentimentalmente; gli scienziati e i filosofi, in
-genere, sono quelli che ne godono intellettualmente.
-
-Io non ho a tesser qui una storia del sentimento della natura,
-mostrando quale e quanto sia stato nell'antichità, poi nei tempi
-di mezzo, poi nei tempi moderni; e perchè si abbia in conto di
-sentimento assai più moderno che antico; e come le vicende della
-civiltà l'abbiano condotto a quella condizione e a quel grado in cui
-lo vediamo al presente. Così fatte storie non mancano, e di molti de'
-maggiori poeti s'andò ricercando, da trent'anni a questa banda, qual
-fosse propriamente il sentimento della natura. Perciò, tralasciando
-ogni altra considerazione generale, vengo a dire del sentimento del
-Leopardi in particolare, e, prima di tutto, cercherò di definirne il
-temperamento e il carattere.
-
-Il Leopardi, secondo porta l'indole sua, non contempla la natura quale
-semplice soggetto conoscente, ma bensì quale soggetto conoscente e
-appassionato. Egli non gusta, direbbe lo Schiller, la natura nel modo
-ingenuo, ma nel modo sentimentale, in quanto che viene associando le
-impressioni di quella coi sentimenti, le preoccupazioni e i ricordi
-proprii, o interpretando la natura secondo sè stesso. Il modo del
-suo sentimento si scosta affatto dal classico, e si assimila molto al
-romantico, quale fu descritto da madama di Staël: «Un nouveau genre
-de poésie existe dans les ouvrages en prose de J.-J. Rousseau et de
-Bernardin de Saint-Pierre; c'est l'observation de la nature dans ses
-rapports avec les sentiments qu'elle fait éprouver à l'homme. Les
-anciens, en personnifiant chaque fleur, chaque rivière, chaque arbre,
-avaient écarté les sensations simples et directes, pour y substituer
-des chimères brillantes; mais la Providence a mis une telle relation
-entre les objets physiques et l'être moral de l'homme, qu'on ne
-peut rien ajouter à l'étude des uns qui ne serve en même temps à la
-connaissance de l'autre»[264]. Questo giudizio è giusto. L'uomo non
-potè sentir sè nella natura, trasfondersi in lei, se non dopo averne
-espulse le anime divine che tutta la occupavano. Ciò appunto ebbe a
-notare lo Chateaubriand, quando disse la mitologia essere stata quella
-che tolse agli antichi di vedere e dipingere la natura come i moderni
-la vedono e la dipingono. Riman da avvertire che l'uomo il quale solo
-vede la natura attraverso i proprii affetti, non la conosce gran che
-meglio dell'uomo che solo la vede attraverso le proprie immaginazioni;
-e che la natura non è meno alterata dall'antropomorfismo del sentimento
-che dall'antropomorfismo del mito. Il sentimento che abbiam detto
-romantico, allora tocca l'estremo suo grado quando l'uomo si sente
-quasi confuso con la natura, non sa più da essa discernersi. Chiedeva
-il Byron: Non sono le montagne e l'onde e i cieli una parte di me e
-dell'anima mia, com'io di loro?
-
- Are not the mountains, waves and skies, a part
- Of me and of my soul, as I of them?
-
-Al Leopardi parve talvolta di sentirsi confuso co' silenzii del
-solitario luogo, dove, sedendo immoto, consumava l'ore obblioso del
-mondo, inconscio quasi di sè[265].
-
-Il Leopardi amò da giovane la natura di un amore che molto s'assomiglia
-all'amore ch'ei nutrì per la donna. Il Leopardi ebbe da natura un'anima
-amante, guastatagli poi dalla esperienza, e più dal male. Parlando di
-sè sotto nome di Eleandro, egli dice: «Sono nato ad amare, ho amato,
-e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva»[266].
-Leggansi quei primi, indimenticabili versi delle _Ricordanze_, e si
-vegga quanto affettuosa e dolce e piena fosse stata la comunione e la
-confidenza di lui con la natura, quando, fanciullo ancora, passava le
-sere contemplando le _vaghe stelle dell'Orsa_,
-
- ed ascoltando il canto
- Della rana rimota alla campagna;
-
-e distraeva l'occhio dalle _luci_ del cielo, che tante _fole_ gli
-creavano nel pensiero, per vagheggiare la lucciola errante _appo le
-siepi e in sull'aiuole_, e porgeva l'orecchio al sussurro che levavano
-al vento
-
- I viali odorati ed i cipressi
- Là nella selva.
-
-Quelle prime impressioni non gli si dileguarono dalla memoria mai
-più. Desto assai per tempo all'amor della donna, egli aveva, a
-diciannov'anni, dimenticato, insieme con l'amor della gloria e degli
-studii, anche quello della natura:
-
- Quando in dispregio ogni piacer, nè grato
- M'era degli astri il riso, o dell'aurora
- Queta il silenzio o il verdeggiar del prato[267];
-
-ma poi aveva, come il Goethe, amato in cospetto della natura, chiamando
-lei testimone di quella vita nuova e di quella nuova letizia, a cui
-si sentiva nascere; versando nel materno seno di lei quell'onda di
-felicità che gli traboccava dall'anima; confondendo insieme i due
-amori:
-
- Mirava il ciel sereno,
- Le vie dorate e gli orti
- E quinci il mar da lunge, e quindi il monte.
- Lingua mortal non dice
- Ciò ch'io sentiva in seno[268].
-
-Il _Passero solitario_, l'_Infinito_, la _Vita solitaria_, composizioni
-tutte della prima giovinezza del poeta, nate, la prima, nell'aprile
-del 1818, l'altre due l'anno successivo, esprimono in vario modo un
-sentimento medesimo. Nella prima è la tenerezza che mette ne' cuori la
-primavera, la quale
-
- Brilla nell'aria e per li campi esulta;
-
-è l'allegrezza delle creature festeggianti il _lor tempo migliore_.
-Nell'altre due la contemplazione della natura suscita un pensier
-panteistico, provoca lo smarrimento dell'anima nell'infinito mare
-dell'essere:
-
- Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
- E questa siepe, che da tanta parte
- Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
- Ma sedendo e mirando, interminati
- Spazi di là da quella, e sovrumani
- Silenzi, e profondissima quiete
- Io nel pensier mi fingo, ove per poco
- Il cor non si spaura[269].
-
-E il pensier suo s'annega in quella immensità, e gli è dolce naufragare
-in quel mare. Svegliato dal sole nascente, che
-
- I suoi tremuli rai fra le cadenti
- Stille saetta,
-
-egli sorge, e benedicendo s'affaccia allo spettacolo delle cose:
-
- E sorgo, e i lievi nugoletti e il primo
- Degli augelli sussurro, e l'aura fresca,
- E le ridenti piagge benedico.
-
-La natura gli addimostra ancora alcuna pietà, sebbene gli sovvenga di
-giorni in cui ell'era verso lui assai _più cortese_; e a quella pietà
-egli si fa incontro, e, come pellegrino stanco, posa il capo in grembo
-all'antica madre e in lei s'addormenta.
-
- Talor m'assido in solitaria parte,
- Sovra un rialto, al margine d'un lago
- Di taciturne piante incoronato.
- Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
- La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
- Ed erba o foglia non si crolla al vento,
- E non onda incresparsi, e non cicala
- Strider, nè batter penna augello in ramo,
- Nè farfalla ronzar, nè voce o moto
- Da presso nè da lunge odi nè vedi.
- Tien quelle rive altissima quiete;
- Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
- Sedendo immoto, e già mi par che sciolte
- Giaccian le membra mie, nè spirto o senso
- Più le commova, e lor quiete antica
- Co' silenzi del loco si confonda[270].
-
-Qui la natura è ancora la madre antica e benefica. Qual de' suoi figli
-può non amarla, se essa tutti gli ama? Udite Vittore Hugo:
-
- Ainsi, nature! abri de toute créature!
- O mère universelle! indulgente nature!
- Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels,
- Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels,
- Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle,
- Pendus de toutes parts à ta forte mamelle![271]
-
-La natura che il Leopardi ritrae ne' suoi versi non è nè molto
-spettacolosa, nè molto variata. Egli non potè _approvvigionarsi_
-d'immagini vivendo, come il Rousseau, in mezzo alle austere bellezze
-dell'Alpi e sulle rive di un lago meraviglioso, o correndo, come lo
-Chateaubriand, il Byron e lo Shelley, le terre ed i mari. Il grande
-paesaggio romantico, quale lo amava l'autore della _Nuova Eloisa_,
-il paesaggio formato di monti scoscesi, di tenebrose foreste, di
-torrenti, di cascate, di abissi, non è dipinto, nè abbozzato da lui;
-e del resto il gusto di esso, che da non molto era sorto in altre
-regioni d'Europa, non era per anche penetrato in Italia, dove troppo
-gli contrastavano un senso educato ad altre bellezze e la tradizione
-classica[272]. I monti e il mare appajono appena, alla sfuggita, in
-qualche verso. Le _sibilanti selve_, l'_atro bosco_, sono indicati con
-un'unica pennellata. Vere e proprie descrizioni, particolareggiate,
-colorite, minute, simili a quelle che così frequenti s'incontrano in
-tanti poeti moderni, e più che negli altri forse, negli Scozzesi, non
-s'incontrano in lui; ma io non posso credere ch'esse sole rivelino un
-forte e puro sentimento della natura[273]. Il Leopardi non va erborando
-come il Rousseau, non osserva la natura delle rocce come il Goethe, non
-è curioso di pompe e di contrasti di colore come il Leconte de Lisle.
-Il sentimento ch'egli ha della natura è, starei per dire, un sentimento
-diffuso, rispondente a una visione di aspetti generici, non di aspetti
-specifici[274]. Se si tolgono que' pochi versi della _Vita solitaria_,
-ov'è tratteggiato il lago cinto di piante taciturne, i tre dell'_Inno
-ai Patriarchi_, ov'è dipinto il sole che, dopo il diluvio, emerge dalle
-nuvole, e alcuni della _Ginestra_, ove il poeta fa apparire un istante
-l'_arida schiena_ dello _sterminator Vesevo_ e i campi _dell'impietrata
-lava_, non si trova nelle poesie di lui altra descrizione di cui un
-pittore possa far quadro. Non una volta il Leopardi descrive una scena
-di paese per sè stessa. Egli, o non ha la percezione completa dello
-spettacolo naturale, o, avendola, subito comincia a lavorarvi attorno,
-astraendo e associando; e gli è solo in grazia di questo processo
-doppio di astrazione e di associazione che un paesaggio può ridursi
-a non sembrar altro che uno stato d'animo, come disse l'Amiel (_un
-paysage quelconque est un état de l'âme_)[275].
-
-Piante e animali il Leopardi guarda fugacemente, senza curarsi di
-ritrarne in modo distinto e particolare gli aspetti e la vita, come
-uomo che l'occhio e l'animo abbia rivolto ad altro. Nella _Vita
-solitaria_ e nell'_Infinito_ fa cenno di piante, ma non dice che
-piante sieno; e se nell'_Ultimo canto di Saffo_ ricorda il murmure
-de' _faggi_, e nelle _Ricordanze_ i _cipressi_, e nella _Ginestra_
-l'arbusto da cui il componimento s'intitola, sono, questi, esempii
-assai rari di designazione specificata e concreta. Certo, il Leopardi
-non ebbe col mondo vegetale la dimestichezza grande ch'ebbe, per citare
-un esempio, il Lenau. Non so se in tutti i versi di lui s'incontrino
-più di due o tre nomi di fiori. Quanto diverso, per citare un altro
-esempio, dal Keats, il quale diceva che il diletto più intenso della
-vita egli aveva provato osservando crescere i fiori!
-
-Gli animali tengono nella poesia del Leopardi un po' più di luogo. Le
-lepri danzanti al raggio della luna, ricordate nella _Vita solitaria_;
-la gallina della _Quiete dopo la tempesta_, che, cessata la pioggia,
-torna sulla via e ripete il suo verso; la cauta volpe della canzone
-_A un vincitor nel pallone_; la rondinella vigile del _Risorgimento_;
-la serpe che si contorce al sole, e il coniglio che torna al covil
-cavernoso, e la capra pascente sulle città sepolte, della _Ginestra_;
-mostrano una osservazione alquanto più attenta, un animo più impegnato.
-Degli uccelli, in più particolar modo, parla il Leopardi con manifesto
-compiacimento, e uno de' suoi scritti di prosa s'intitola appunto
-_Elogio degli uccelli_. Di questo maggiore interessamento del Leopardi
-per gli animali parmi vedere una ragione nel fatto che egli, mentre
-riconosceva fra l'uomo e il bruto una certa comunanza, espressa negli
-ultimi versi del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_,
-stimava il bruto molto più felice dell'uomo. Non è per questo da
-credere ch'egli ricevesse nell'animo quel sentimento di universa
-fratellanza a cui giunsero per diversissime vie San Francesco d'Assisi,
-lo Schopenhauer, lo Shelley (_cor cordium!_). Nè quello interessamento
-giunse mai a inspirargli un canto da poter mettere in qualche modo a
-riscontro del bellissimo che lo Swinburne intitolò alla rondine, della
-_Mort du loup_ del De Vigny, della _Mort du lion_ e di tant'altri del
-Leconte de Lisle. Il Leopardi non manifesta mai in modo esplicito quel
-fanatico desiderio, comune a molti poeti, di potersi trasformare in
-uccello, in fiore, in nuvola, ecc.[276].
-
-Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che non
-ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che
-egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutte
-assai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di
-poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi
-soleggiati; un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare
-all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante
-in fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò
-nominato, ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle mai
-portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si trasformano
-in sentimenti. La mite scena idilliaca di _ridenti piagge_, che il
-poeta benedice nella _Vita solitaria_, era già apparsa nel _Passero
-solitario_:
-
- e intanto il guardo
- Steso nell'aria aprica
- Mi fere il sol che tra lontani monti
- Dopo il giorno sereno
- Cadendo si dilegua, e par che dica
- Che la beata gioventù vien meno.
-
-Sotto il sole
-
- Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277].
-
- Ecco il sereno
- Rompe là da ponente, alla montagna,
- Sgombrasi la campagna,
- E chiaro nella valle il fiume appare.
- . . . . . . . . . . . . . . . . .
- Ecco il sol che ritorna, ecco sorride
- Per li poggi e le ville[278].
-
-La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento:
-
- E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
- Posa la luna, e di lontan rivela
- Serena ogni montagna[279].
-
-C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà
-nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice
-il sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento
-è vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti
-delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso,
-ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misura quella
-preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi de' suoi
-scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci
-alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno a mente quei
-pochi versi dell'_Infinito_, composti dal poeta nell'anno ventunesimo
-di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella siepe, porto
-l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero si leva
-a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua mente si riempie,
-spaurita, di quello che il Pascal diceva _silence éternel des espaces
-infinis_. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la nozione astratta del
-tempo e dello spazio. In una nota giovanile del poeta trovasi questo
-curioso cenno, che si riferisce agl'_Idillii_: «Galline che tornano
-spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario.
-Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani
-che scendono per essa si perdono tosto di vista; altra immagine dell
-infinito»[280]; ove merita considerazione quella idea d'infinito così
-accostata a immagini concrete e minute. Un canto che si allontani per
-la via richiama alla mente del poeta la forza eterna del tempo e il
-dileguare di tutte le cose[281]; e il _tacito infinito andar del tempo_
-è tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità del
-tutto è infinita.
-
-L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore parte
-idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso e
-tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante e
-ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente all'anima un
-arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia; ed egli nelle
-cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima propria.
-E in natura non era altro oggetto che così traesse a sè gli occhi e
-l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i canti di lui per
-entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e mesto chiarore
-e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente, o per
-forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di corrispondenze
-secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano rispondenza
-meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati che meglio
-adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Il sole, scoprendo
-troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate, e i sensi tutti
-quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita ch'ei suscita,
-nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce, sino ad un certo
-segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario modo
-opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra diafana,
-che, con renderle meno vistose, di quanto attenua l'azione loro sul
-senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna, parte scoprendo,
-parte velando, non solo favorisce il moto di quegli affetti, e suscita,
-insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni, e inclina a
-quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual volta l'anima
-nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta dal mondo; ma
-ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze semispente e
-confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi e lo
-spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità
-vittoriosa e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna
-si lascia guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale
-e più pubblica (_immensi lux publica mundi_, disse Ovidio), e sembra
-aver troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator
-delle opere (_vivo cuncta calore fovens_), dar retta a noi. Quand'egli
-appare sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna
-regna sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che
-di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio
-di lei (_amica silentia lunae_), atta ad intenderci, disposta ad
-ascoltarci. Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica,
-la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò
-sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici di
-tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo candido
-volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha un volto che
-il sole non ha[282].
-
-Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione d'animo
-che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare amore la
-luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro oggetto
-della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione
-d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose del
-nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose,
-affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali sono
-indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre e dello
-Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più invaghito di
-lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta e dolce
-bellezza. _Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa,
-intatta, vereconda_, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed invoca.
-Lo _spectral moon_ dei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto;
-sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del Lenau, e
-la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi suoi, come
-agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna è eternamente
-bella, _for ever beautiful_. Non mai stanco di contemplarla, egli la
-vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi, guardar giù dai cieli
-sereni,
-
- Dominatrice dell'etereo campo[283],
-
-questa _flebile umana sede_; vede il bianco suo raggio (_Il
-biancheggiar della recente luna_), al cui mite splendore _danzan le
-lepri nelle selve_, posar queto, per entro la notte _chiara e senza
-vento_, sui _tetti e in mezzo agli orti_, e scoprire alla vista _lieti
-colli e spaziosi campi_. Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena
-l'anima d'angoscia, e velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con
-lei:
-
- O graziosa luna, io mi rammento
- Che or volge l'anno, sovra questo colle
- Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
- . . . . . . . . . . . . . . . . .
- . . . . . . . . chè travagliosa
- Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
- O mia diletta luna[284].
-
-Loderà egli sempre il _vezzoso_ suo raggio, e lunge dagli _abitati
-lochi_ e dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica:
-
- Me spesso rivedrai solingo e muto
- Errar pe' boschi e per le verdi rive,
- O seder sovra l'erbe, assai contento
- Se core e lena a sospirar m'avanza[285].
-
-Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di
-Labindo, che non molt'anni innanzi aveva esclamato:
-
- L'amica luna con l'argenteo raggio
- Placidamente mi percuote il ciglio,
- E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]!
-
-Quanta più che nei versi del Pindemonte:
-
- Steso sul verde margo
- D'obblio soave ogn'altro loco io spargo.
- Quai care ivi memorie
- Trovo de' miei prim'anni,
- Quai trovo antiche storie
- De' miei giocondi affanni![287]
-
-Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcune
-stanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza
-con lo sguardo amico[288].
-
-E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene
-avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte,
-apostrofa la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue[289];
-e Saffo saluta, per l'ultima volta, il
-
- verecondo raggio
- Della cadente luna[290].
-
-Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor egli
-alla _eterna peregrina_, alla _giovinetta immortale_, alla _vergine
-luna_ (_fanciulla_, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina
-ch'ella possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a
-che, vita, morte, dolore, vicenda, e quale il frutto
-
- Del mattin, della sera,
- Del tacito infinito andar del tempo[291].
-
-Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta,
-riandando col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del
-come la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la
-vita, prese argomento dalla _giovinetta immortale_, dalla compagna
-e consolatrice antica, e il _Tramonto della luna_ fu il penultimo, e
-forse l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato.
-
-V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto
-dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma
-chiaramente; ed è quella che s'intitola _Il risorgimento_. Il giovane,
-non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che
-facevalo, non _turbato_, ma _tristo_, e _vedovo d'ogni dolcezza_, morto
-al dolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile,
-nell'april degli anni, a chi trascini
-
- dell'età decrepita
- L'avanzo ignudo e vile.
-
-La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita,
-chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e
-solitaria la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non
-gli toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine,
-il canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo
-raggio del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due
-pupille tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto
-ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla
-vita: fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella
-solitudine e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure
-si scosse e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente
-raccesa la _luce de' giorni e degli affetti giovanili_, incontanente
-corse a riabbracciar la natura e a bearsi degli antichi amori.
-
- Siete pur voi quell'unica
- Luce de' giorni miei?
- Gli affetti ch'io perdei
- Nella novella età?
-
- Se al ciel, s'ai verdi margini,
- Ovunque il guardo mira,
- Tutto un dolor mi spira,
- Tutto un piacer mi dà.
-
- Meco ritorna a vivere
- La piaggia, il bosco, il monte,
- Parla al mio core il fonte,
- Meco favella il mar.
-
-Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore doveva
-diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine.
-Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione. Non
-era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi nella credenza
-che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza creata dalla
-fantasia sopra
-
- Il bel che raro e scarso e fuggitivo
- Appar nel mondo[292]:
-
-anzi poteva con Saffo esclamare:
-
- Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella
- Sei tu, rorida terra;
-
-e giudicar _vezzose_ le forme, anzi _infinita_ la beltà della sempre
-verde natura[293]. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu
-un ardentissimo ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu
-un ardentissimo ammiratore della bellezza della natura[294]; e che
-di questa seconda bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e
-serenatrice, come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde
-parole[295]. Un tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico.
-
-Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e ci
-sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza
-quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di
-simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora
-all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi, sembra
-che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa
-simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure
-insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è poeta
-che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè poteva
-mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del solitario
-poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il piacere
-è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la vana
-gioja è frutto del passato timore,
-
- onde si scosse
- E paventò la morte
- Chi la vita aborria.
-
-Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza,
-dopo la quale
-
- Abbandonata, oscura
- Resta la vita;
-
-e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole,
-il quale tra lontani monti
-
- Cadendo si dilegua, e par che dica
- Che la beata gioventù vien meno.
-
-La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non
-mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente
-insuperbisce; non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser
-suo, alle sue deboli forze.
-
-Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza il
-Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva nemmeno
-durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e premendo,
-dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il tempo
-lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni in cui
-serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso,
-per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth, e da
-quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po' melodrammatico,
-del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi meditava troppo,
-scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente. Per godere della
-natura in modo schietto e pieno, non bisogna interrogarla con soverchia
-insistenza, non bisogna volerle strappare a forza il suo secreto. Il
-pastore errante dell'Asia manifesta, fra il 1829 e il 1830, uno stato
-d'animo che doveva già essere antico nel nostro poeta:
-
- E quando miro in ciel arder le stelle,
- Dico fra me pensando:
- A che tante facelle?
- Che fa l'aria infinita, e quel profondo
- Infinito seren? che vuol dir questa
- Solitudine immensa? ed io che sono?
-
-L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo,
-provata:
-
- Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra,
- E un fastidio m'ingombra
- La mente; ed uno spron quasi mi punge
- Sì che, sedendo, più che mai son lunge
- Da trovar pace o loco.
- . . . . . . . . . . . . . . . . .
- Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.
-
-Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto
-possa dire: _Indugiati, o istante: tu sei così bello!_
-
-Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben presto
-la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e che quel
-seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La natura,
-già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatrice di
-libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli[296]; la natura, salutata
-da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di
-tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è
-malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per mezzo
-i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo una
-selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele.
-
- Nè scolorò le stelle umana cura[297].
-
- Ma da natura
- Altro negli atti suoi
- Che nostro male o nostro ben si cura[298].
-
- Dalle mie vaghe immagini
- So ben ch'ella discorda:
- So che natura è sorda,
- Che miserar non sa.
- Che non del ben sollecita
- Fu, ma dell'esser solo;
- Purchè ci serbi al duolo,
- Or d'altro a lei non cal[299].
-
- Non ha natura al seme
- Dell'uom più stima o cura
- Ch'alla formica.
-
- Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
- Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
- Dopo gli avi i nepoti,
- Sta natura ognor verde, anzi procede
- Per sì lungo cammino
- Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
- Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300].
-
-La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosa
-della natura è in tutto simile a quella del _rapito amante_, il
-quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno una
-scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora, non
-è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno
-fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli errori
-gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima. Egli
-è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero
-dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni
-soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un grido
-straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal pianto:
-
- O natura, o natura,
- Perchè non rendi poi
- Quel che prometti allor? perchè di tanto
- Inganni i figli tuoi?[301]
-
-Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata e
-delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente ne'
-versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo col
-volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre tutto
-all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè piacque alla
-_madre temuta e pianta_
-
- che delusa
- Fosse ancor della vita
- La speme giovanil; piena d'affanni
- L'onda degli anni: ai mali unico schermo
- La morte[302].
-
-La natura è chiusa all'amore e alla pietà, e
-
- In cielo,
- In terra amico agl'infelici alcuno
- E rifugio non resta altro che il ferro[303].
-
-Ben presto l'offeso amatore si conferma nella opinione che la natura
-sia, non solo indifferente, ma a dirittura malvagia. E anche questo
-è un effetto dell'amore deluso. Il poeta, quando si contenta di
-filosofare, sa che la natura, negli atti suoi, a tutt'altro attende
-che a procacciare il bene o il male degli uomini; ma quando porge
-l'orecchio al sentimento che gli si rammarica dentro, non regge
-più in quel disinteressato giudizio, e immagina un'_antica natura
-onnipossente_ che lo fece all'affanno[304] e un cielo che si diletta
-delle umane sciagure[305], e un
-
- brutto
- Poter che ascoso a comun danno impera[306].
-
-Chiama la natura crudele, _empia madre_[307], _dura matrice_, colei
-
- che de' mortali
- È madre in parto ed in voler matrigna[308],
-
-e solo per ironia la dice _cortese_[309] ed _amante_[310]. Lei sola
-accusa operatrice e rea d'ogni male, e contro di lei, che _pene_ sparge
-_a larga mano_, e che, simile a _fanciullo invitto_,
-
- Il suo capriccio adempie, e senza posa
- Distruggendo e formando si trastulla[311],
-
-vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando,
-invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono
-gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi
-a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau. Egli
-non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il grande errore
-d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere trasgredite
-le sue santissime leggi.
-
-La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il
-bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando
-nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio
-non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più
-trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle quali
-ciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto da
-un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama:
-
- contento abbraccio
- Senno con libertà;
-
-e
-
- Qui neghittoso immobile giacendo,
- Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312];
-
-ma egli mente a sè stesso. I _dilettosi inganni_, partitisi dalla
-mente, gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li
-deride in altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li
-richiami nella memoria, e' gli torna a doler di sua sventura.
-
- O speranze, speranze, ameni inganni,
- Della mia prima età! sempre, parlando,
- Ritorno a voi; chè per andar di tempo,
- Per variar d'affetti e di pensieri,
- Obbliarvi non so;
-
-e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza
-se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo
-destino[313]. Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio
-cuore:
-
- Posa per sempre. Assai
- Palpitasti. Non val cosa nessuna
- I moti tuoi, nè di sospiri è degna
- La terra[314];
-
-ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in
-passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla è di
-arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il sermone
-_Su la mitologia_, egli aveva rimpianto il sogno antico di una natura
-viva e animata, passionata e pensosa, allora quando
-
- Vissero i fiori e l'erbe,
- Vissero i boschi,
-
-e
-
- Conscie le molli
- Aure, le nubi e la titania lampa
- Fur della umana gente, allor che ignuda
- Te per le piagge e i colli,
- Ciprigna luce, alla deserta notte
- Con gli occhi intenti il viator seguendo,
- Te compagna alla via, te de' mortali
- Pensosa immaginò[315].
-
-Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva:
-
- Vivi tu, vivi, o santa
- Natura? vivi e il dissueto orecchio
- Della materna voce il suono accoglie?
-
-e a lei raccomandò, _poscia che vote erano le stanze d'Olimpo_, questa
-dolorosa famiglia umana:
-
- Tu le cure infelici e i fati indegni
- Tu de' mortali ascolta,
- Vaga natura, e la favilla antica
- Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi.
- E se de' nostri affanni
- Cosa veruna in ciel, se nell'aprica
- Terra s'alberga o nell'equoreo seno,
- Pietosa no, ma spettatrice almeno[316].
-
-Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una
-creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda:
-
- Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime?
- . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
- Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure,
- Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.
-
-Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo
-dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie,
-morendo, un inno alla vita immortale e universa.
-
- Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature,
- Tandis que devant toi ta frêle créature,
- Élevant ses regards de ta beauté ravis,
- Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis!
- Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde,
- L'être succède à l'être, et la mort est féconde!
-
-Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno
-spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei.
-
- Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée!
- Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée,
- Plus dans la solitude, asile du malheur,
- Ta voix consolatrice enchanta ma douleur.
-
-Ma egli non si duole di avere a dissolversi in quella che lo produsse
-alla vita, alla luce; anzi quasi voluttuosamente abbraccia la morte
-che all'onde, all'aria, alla terra, agli elementi tutti, restituirà il
-corpo e l'anima insieme. Il poeta non pensava come la creatura della
-sua fantasia. Per lui non erano _vote le stanze d'Olimpo_. Egli si
-chiamava Alfonso De Lamartine[317].
-
-Tuttochè conscio della indifferenza della natura, il Leopardi non mai
-cessò in tutto d'amarla. Ben sa il poeta ch'ella discorda dal pensier
-suo, che è sorda e vota d'affetto; ma pur da lei ebb'egli il vago
-immaginare e la virtù de' beati errori: e il dono di lei nè dal tempo,
-nè dal fato, nè dalla stessa verità gli può più esser rapito.
-
- Proprii mi diede i palpiti
- Natura, e i dolci inganni.
- Sopiro in me gli affanni
- L'ingenita virtù;
-
- Non l'annullâr: non vinsela
- Il fato e la sventura;
- Non con la vista impura
- L'infausta verità[318].
-
-E ancora di tanto in tanto, dopo così lunga esperienza e convinzion del
-contrario, ripullula in lui l'antica immaginazione di una natura dotata
-_di mente e di cuore_, e se non pietosa, conscia almeno di sè e di noi.
-
- Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre
- Di strappar dalle braccia
- All'amico l'amico,
- Al fratello il fratello,
- La prole al genitore,
- All'amante l'amore: e l'uno estinto,
- L'altro in vita serbar?[319]
-
-Nella stessa _Ginestra_, in quel supremo e terribil canto, dove, quasi
-insiem con la vita, il poeta esala il suo finale pensiero, e grida il
-verbo funereo in che tutta s'assomma e si ristringe la sua filosofia,
-tra le invettive e le imprecazioni da lui scagliate alla natura,
-rispunta, come un raggio nel bujo, l'antico amor giovanile, e ancora
-lampeggia nelle dolci parole, penetrate di tenerezza e di mestizia, con
-cui egli saluta l'odorata pianta
-
- di tristi
- Lochi e dal mondo abbandonati amante,
- E d'afflitte fortune ognor compagna;
-
-e il _fior gentile_, che quasi
-
- I danni altrui commiserando, al cielo
- Di dolcissimo odor manda un profumo
- Che il deserto consola.
-
-E questo è forse più proprio e più degno d'innamorato vero, che non può
-giungere a odiare del tutto mai l'oggetto dell'antico amor suo. Ond'è
-da notare, per questo rispetto, una diversità grande fra l'autore della
-_Ginestra_ e un altro, non tanto grande, ma pure assai ragguardevole,
-poeta pessimista, Alfredo De Vigny. Veramente Alfredo De Vigny teme e
-odia la natura, e l'animo proprio manifesta con dure parole. La natura
-così vanta sè stessa:
-
- Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre,
- A côté des fourmis les populations[320];
- Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre,
- J'ignore en les portant les noms des nations.
-
-A tale vanto il poeta sente riempiersi il cuore di amarezza e di
-aborrimento, e distogliendo lo sguardo dalle crudeli bellezze che lo
-avevano abbagliato un istante, esclama:
-
- C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe,
- Et dans mon cœur alors je la hais et je vois
- Notre sang dans son onde et nos morts sous son herbe,
- Nourrissant de leurs sucs la racine des bois.
- Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes:
- «Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes,
- Aimez ce que jamais on ne verra deux fois».
- Vivez, froide Nature, et revivez sans cesse
- Sous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi;
- Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse,
- L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi;
- Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines,
- J'aime la majestè des souffrances humaines;
- Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi[321].
-
-In questi versi è accennato un fatto la cui conoscenza pare che
-necessariamente debba avvelenare il sentimento della natura, e menomar
-d'assai, se non togliere a dirittura, il godimento che a noi può
-venire dalla contemplazione delle sue bellezze. L'occhio che passa
-oltre a quella prima parvenza, subito scopre nell'ombra un aspetto
-mostruoso e cruento, che non può non agghiacciar l'anima di terrore.
-Quella compostezza, quella serenità, quel riso che c'incantano e
-c'innamorano a prima faccia, sono una maschera, una menzogna, una
-frode. Sotto la vaga superficie luminosa e dipinta è uno strazio eterno
-ed oscuro, un orror senza nome di creature angosciate, che per vivere
-un'ora s'insidiano a vicenda, si azzuffano, si dilaniano, dànno la
-vita in perpetuo olocasto alla morte, spremono dalla morte la vita.
-La natura ci si discopre allora quale un Moloch immane, inesorabile,
-inappagabile, che crea a sè medesimo, senza fine e senza riposo, le
-ostie dolenti di un sacrificio infinito. Come serbar vivi nell'animo
-allora i sensi di fiducia e di amore? come più vagheggiare quelle
-bugiarde bellezze? come impedire che il sentimento della natura si
-rabbui, e tutto, per così dire, si rapprenda in un orrore della natura?
-Perdette per sempre il gusto della primavera quel poeta ch'errando pei
-campi in un mattino di maggio, imprevedutamente pensò che ad ogni passo
-ch'ei mutava fra l'erbe, centinaja di creature, nate appena, perivano
-sotto il suo piede, senza ch'ei le vedesse nemmeno.
-
-Eppure, tanto può in noi la bellezza, che la conoscenza non basta
-a sottrarci al suo fascino. Essa ci scende per gli occhi al cuore,
-ci soggioga e ci conquide. Essa fa divampare l'amore; e l'amore,
-notò il Leopardi, è la più vivace e possente delle illusioni, dacchè
-resiste alla stessa forza dissolvente del vero. Lo Schopenhauer scorge
-benissimo quell'aspetto cruento e mostruoso della natura, e s'indugia
-a descriverlo; ma, nondimeno, come appena torna a pascere lo sguardo
-delle care sembianze, egli esclama: Quanto è bella la natura! E così,
-o in poco diverso modo, credo, il Leopardi. Egli scopre nella natura, o
-dietro a lei, il _brutto potere ascoso_, e lo spettacolo delle cose non
-può non rimanere alquanto aduggiato da quella grande e impenetrabile
-ombra. Agli uomini del medio evo la natura apparve talvolta come una
-grande ossessa, violata e posseduta dallo spirito delle tenebre: al
-Leopardi la natura appare da ultimo come posseduta e contaminata dal
-_brutto potere_; ma questo brutto potere non è un demone capriccioso e
-fantastico; è un fato costante e indefettibile; e all'anima dell'uomo
-moderno non può non venire un senso di sicurezza, di rassegnazione
-e di quiete, dal sapere che la natura è retta da leggi, dure sì, ma
-inflessibili e certe. A ogni modo il Leopardi non molto si sofferma
-a contemplare l'aspetto mostruoso e cruento della natura; e se il
-godimento che da quella egli riceve va scemando col tempo, va scemando
-men per questa che per altre ragioni.
-
-A poco a poco il suo sguardo si distoglie dalle sembianze più
-graziose e si fissa sulle più austere. Il sentimento, d'idilliaco
-ed elegiaco ch'era in principio, tende a diventar tragico, e alle
-serene e leggiadre immagini delle prime poesie succedono, da ultimo,
-le tetre e terribili della _Ginestra_. L'anima del poeta s'è venuta
-infoscando sempre più, e spontaneamente cerca gli aspetti che meglio si
-armonizzano col suo stato.
-
- Placida notte, e verecondo raggio
- Della cadente luna; e tu che spunti
- Fra la tacita selva in su la rupe,
- Nunzio del giorno; oh dilettose e care,
- Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
- Sembianze agli occhi miei; già non arride
- Spettacol molle ai disperati affetti.
-
-Tali parole, molt'anni innanzi, il poeta aveva fatto sonar sulle labbra
-di Saffo disperata e già vicina a cessar nella morte il suo tormento;
-ma con parole in tutto simili avrebbe potuto, più d'una volta, il poeta
-esprimere il sentimento suo proprio, e allora in ispecie che volgeva
-nell'anima il tema e i versi della _Ginestra_[322]. Nella _Ginestra_
-non più verdi rive, non più campi e colli irradiati dal sole; ma
-l'arida schiena del formidabil monte, e campi cosparsi di cenere
-e coperti di lava impietrata, e il mare fatto specchio al bagliore
-dell'igneo torrente, e il bipartito giogo e la cresta fumante nel
-cielo, in fondo al deserto foro della dissepolta Pompei, infra le file
-de' mozzi colonnati, e un ricordo dell'
-
- erme contrade
- Che cingon la cittade
- La qual fu donna de' mortali un tempo,
- E del perduto impero
- Par che col grave e taciturno aspetto
- Faccian fede e ricordo al passeggero.
-
-E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma
-quanto diversa da quella delle _Ricordanze_, quanto anche diversa da
-quella del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_! Nelle
-_Ricordanze_ il poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti
-colloquii e le dolci effusioni di un tempo. Nel _Canto notturno_
-l'inquieto pastore, vedendole ardere nel cielo, chiede a che sieno, che
-operino. Nella _Ginestra_ il poeta, sedendo la notte sulle desolate
-piagge, mira in purissimo azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e
-specchiarsi nel mare,
-
- e tutto scintille in giro
- Per lo voto seren brillare il mondo;
-
-mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni
-superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un
-pensiero lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione.
-Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili
-della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e come
-l'ultima forma di esso.
-
-Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi
-spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau.
-La storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della
-solitudine che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando
-ne' tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse
-gli uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non
-sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo,
-e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non
-morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della
-montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è
-più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della
-solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e,
-nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben
-sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu dal
-Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra,
-bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta
-salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude e
-selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann
-poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di guide,
-cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte, smarrirsi
-nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di morte, e,
-nulladimeno, provare al vivo _la grande jouissance toute particulière
-que suscitait la grandeur du péril_[323]. Egli era robusto del corpo,
-per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare
-la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto,
-o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile
-poteva il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine
-d'impressioni, gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo.
-
-Le variazioni cui nel Leopardi andò soggetto il sentimento della natura
-non furono già così regolarmente consecutive nel tempo come forse
-appajono in queste pagine. La vita di uno spirito non soffre mai quelle
-partizioni certe e recise che nella storia di esso possono tornare o
-necessarie o opportune. Il Leopardi non mutò in un dì, e nessuno muta
-in un dì. La storia di lui fu veramente piena di corsi e di ricorsi;
-e molte volte egli ebbe a tornare a quel sentimento o a quel pensiero
-da cui s'era creduto allontanato per sempre. Come tornò ad amare
-ripetutamente la donna, dopo essersi creduto morto all'amore, così
-tornò a vagheggiar la natura, dopo averla accusata e maledetta. L'anima
-umana è come il mare. Ogni giorno, nel doppio suo moto di flusso e di
-riflusso, il mare scopre e ricopre quelle medesime sponde, che solo
-nel giro di lunghi secoli s'alzan del tutto fuor del suo grembo, o del
-tutto si sommergono in esso. Un poeta tedesco, che ebbe col Leopardi
-più di una somiglianza, e fu un grande adoratore della natura, Giovanni
-Hölderlin (1770-1843), scrisse una volta: «Morti gli aurei sogni della
-giovinezza, fu morta per me la natura»[324]: per Giacomo Leopardi la
-natura non morì in tutto mai.
-
-
-CAPITOLO V.
-
-ESTETICA DELLA MORTE.
-
-Il Leopardi strinse in intima unione l'amore, la bellezza, la morte: è
-questa una delle singolarità più caratteristiche del poeta cui Alfredo
-De Musset salutò col nome di _sombre amant de la Mort_.
-
- Due cose belle ha il mondo:
- Amore e morte.
-
-dice Consalvo: e
-
- Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
- Ingenerò la sorte.
- Cose quaggiù sì belle
- Altre il mondo non ha, non han le stelle,
-
-dice il poeta nella canzone che appunto s'intitola _Amore e Morte_.
-Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa
-personificazione e figurazione della morte; un'associazion della morte
-con l'amore; un intenso desiderio di morte.
-
-La morte è
-
- Bellissima fanciulla,
- Dolce a veder, non quale
- La si dipinge la codarda gente;
-
-ed è genio divino e benefico che
-
- ogni gran dolore.
- Ogni gran male annulla,
-
-e sol esso pietoso _dei terreni affanni_. Onde il morire non è dolore,
-ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle _Ricordanze_[325], e
-come più espressamente dirà nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle
-sue mummie_[326]. E l'uomo di alto animo, che sente la _gentilezza del
-morire_, al morir non ripugna, ma piega _addormentato il volto_ nel
-_virgineo seno_ della fanciulla bellissima[327]. E la morte è l'unico
-fine dell'essere[328].
-
-Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono
-una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come la lingua
-loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta in grembo
-alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di figurare
-somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio alato, con
-nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una corona di fiori.
-Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, le rappresentazioni
-più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero assai volte
-alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'_Alceste_ di Euripide essa
-appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste negra, con
-un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro all'avvenente
-sorella del Sonno quando scriveva il verso:
-
- Omnibus obscuras injicit illa manus;
-
-nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca,
-quando l'armava di avidi denti.
-
-Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia
-concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. Armata
-o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la sentenza,
-assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, e
-la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale allora una
-figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di credenze e di
-sentimenti la spiega?
-
-Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine primo
-e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; gli
-uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, non ricevono
-la immortalità in dono dai numi.
-
- Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,
-
-dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto il
-contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non all'ordine,
-ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; e l'uomo
-si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte è il
-frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, e
-conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte unica
-d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura del diavolo,
-poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo e ne la fece
-signora[329]. I sette peccati capitali sono i sette peccati mortali,
-e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così concepita
-ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di sembianze nè
-belle, nè decorose.
-
-A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse
-rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il
-sentimento che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce
-e sereno, tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la
-redenzione degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva
-purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo,
-come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal
-sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala
-in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani
-non lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di
-pace: l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le
-iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi
-di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche _concilia
-martyrum_. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus
-appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La tomba
-è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il nome di
-_dies natalis_. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un trattatello
-_De bono mortis_?
-
-Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e sulla
-speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, le
-figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente la morte
-apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, a
-piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o di spiedo;
-munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da sola, o a
-capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, oppure,
-con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo paltoniere,
-li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte è un vero
-e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido alleato e
-ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma desideroso di
-nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri diavoli e beffardo
-com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in conto di un diavolo,
-che nel tedesco _Heldenbuch_ si vede il pagano Belligan (e secondo la
-comune credenza del medio evo, i pagani adoravano i diavoli) adorare un
-idolo della morte. Ciò nondimeno, un ricordo delle serene immaginazioni
-antiche rimane in quelle gentili leggende ascetiche della età di mezzo,
-ove si vede la morte dei fratelli di un chiostro essere prenunziata
-dal fiorire di un giglio, dallo spegnersi di una lampada, dal suono
-spontaneo delle campane.
-
-La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è tuttavia
-la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. Prima
-che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, la Colpa, figlia
-e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, sedevano
-insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, insieme esse
-muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una non può andar senza
-l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa:
-
- Thou my shade
- Inseparable, must with me along;
- For Death from Sin no power can separate[330].
-
-La morte è un'ombra sparuta (_meagre shadow_; non già _scarnata forma_,
-come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato, cavernoso
-carcame (_this mau, this wast unhide-bound corps_, che il Maffei molto
-liberamente tradusse: _Quest'arido carcame e il ventre vuoto_). Ella è
-armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e cavalca, quando
-le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha la stessa virtù
-ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua sono due _cani
-infernali_.
-
-A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro
-argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre a
-quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma di
-quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che, come
-ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato e
-deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa. E la
-ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma credenza
-del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici di Dio, non
-hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e saranno da ultimo,
-checchè facciano o tentino, i soli veri burlati. Ond'è comune a tutti i
-popoli cristiani la novella dell'accorto prete, o dell'accorto villano,
-che con certa astuzia relega la morte sopra un albero, o in granajo, e
-per più anni non la lascia esercitare il suo officio nel mondo[331].
-
-Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla prim'alba
-del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata in parlar
-della morte.
-
- Morte villana, di pietà nemica,
- Di dolor madre antica,
-
-esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto quel
-titolo di villana[332]. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della
-dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a far
-palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio. E prima
-lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata e
-raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzone _Morte, poich'io
-non truovo a cui mi doglia_, Dante aveva scongiurata la morte di non
-uccidere la donna che _con seco ne portava il suo cuore_, e l'ammoniva
-che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a leggiadria il
-suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna[333]. Il Petrarca, detto
-come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva:
-
- Partissi quella dispietata e rea,
- Pallida in vista, orribile e superba,
- Chè 'l lume di beltate spento avea[334].
-
-Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare
-nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro;
-e già Guido Cavalcanti l'aveva detta _gentile_. Dante, immaginando
-morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non m'essere
-villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' stata! or
-vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto già lo tuo
-colore». E in verso
-
- Morte, assai dolce ti tegno:
- Tu dei omai esser cosa gentile,
- Poi che tu se' ne la mia donna stata,
- E dei aver pietate e non disdegno.
- Vedi che sì desideroso vegno
- D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.
- Vieni, chè 'l cor te chiede[335].
-
-Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; ma il
-dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar bella,
-e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce[336].
-
-Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne fu
-anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco chiamò la
-morte _sora corporale_. In certe novelline popolari sparse su tutta
-la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare, se così
-chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di un pover uomo,
-e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di doni. La ragione
-del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni appar
-manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai fratelli Grimm[337].
-Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo, va in cerca di un
-compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce; ma egli
-lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai ricchi e lascia
-morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol vuole, perchè
-ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente la Morte, e
-questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini, tratta
-tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo ingiusto:
-_aequo pulsat pede_. Questo concetto è espresso in un gran numero di
-proverbii.
-
-Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e da altri
-che si potrebbero venir ricordando[338], non è ancora la morte bella e
-gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una specie di
-grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa è di sua
-natura, _ab origine_, bella e gentile, assai più di quanto la potessero
-immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede Cristo e i
-martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e amorose
-donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi immagina
-una morte al cui _divino stato_ non bisogna nè illeggiadrimento,
-nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta _regina degli
-spaventi_; e il La Rochefoucauld avvertì: _Le soleil ni la mort ne
-peuvent se regarder fixement_; e nel mistero del Byron, Caino non osa
-mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa ed
-atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata
-dal Leopardi.
-
-Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è brutta,
-bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita è dolore,
-bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja pietosa e
-benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero comune
-tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali[339]; come potrebbe
-non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, creduto
-piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza il
-Leopardi?[340] Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la malattia
-e la morte _piaceri della vita_ (_gioia di morte_, disse una volta
-Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non
-avrebbe il Leopardi esclamato:
-
- Bella Morte, pietosa
- Tu sola al mondo dei terreni affanni[341]?
-
-Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non uccide
-l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura morte sono,
-pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La morte ha loro
-largita una seconda vita, assai più alta e migliore della prima, le
-ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato e sentito dal
-terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle son morte,
-tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano in
-loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare le
-donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al cielo. A più
-che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa esperienza.
-Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, si
-strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi sempre più al mondo
-di là, invoca la morte quasi con formole di scongiuro magico, vuol
-morir giovane per appresentarsi all'amata florido di salute, circonfuso
-di letizia. Manfredo scende nel regno di Arimane per rivedere Astarte.
-
-Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca e
-di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono essere
-nel cuor del Leopardi. Pel poeta della _Ginestra_ la morte non è un
-intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, con cui il
-dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere ciò, faccia un
-confronto fra la poesia del Leopardi intitolata _Il sogno_ e il canto o
-capitolo secondo del _Trionfo della Morte_, da cui quella è inspirata.
-In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse Laura in
-immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo aspetta in
-cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e gli rasciuga
-gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota la lunga
-storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza gli apporta
-quanta uomo mortale non sentì mai[342]. Ma in nessun altro luogo si
-trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel secondo
-del _Trionfo della Morte_. La notte stessa che seguì al suo salire in
-cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata di gemme
-orientali, gli porge la _già tanto desiata mano_, se lo fa sedere
-a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso
-colloquio incomincia[343]. Viv'ella, o è morta?
-
- Viva son io, e tu se' morto ancora,
- Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga
- Per levarti di terra l'ultim'ora.
-
-Ed egli: È sì gran pena il morire?
-
- Rispose: Mentre al vulgo dietro vai
- Ed a l'opinion sua cieca e dura,
- Esser felice non pô' tu già mai.
- La morte è fin d'una pregion oscura
- Agli animi gentili; agli altri è noja
- Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura.
-
-Duole, sì, l'_affanno_ della morte, _ma più la tema de l'eterno danno_;
-chè la morte non è se non un _sospir breve_; e a lei fu mansueta la
-morte; ed ella, a quel passo più lieta
-
- Che qual d'esilio al dolce albergo riede.
-
-Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna
-pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo
-amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di
-togliersi a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella
-eternità.
-
-Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi
-nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella che
-prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare,
-
- e quale
- Degl'infelici è la sembianza.
-
-Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede se
-viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si avvede
-alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà ella
-un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? Ma
-súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero:
-
- Son morta, e mi vedesti
- L'ultima volta, or son più lune.
-
-E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o
-di pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la
-rimembranza ora che loro è _tolto il futuro_, quella non cela il
-sentimento antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando
-d'affannosa dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli
-ricorda ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo
-all'amore:
-
- E tu d'amore, o sfortunato, indarno
- Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
- Nostre misere menti e nostre salme
- Son disgiunte in eterno. A me non vivi.
- E mai più non vivrai: già ruppe il fato
- La fè che mi giurasti.
-
-E pronunziate queste estreme parole, si dilegua.
-
-Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di partirsi
-da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla morte, la
-quale _ruppe il nodo antico alla sua lingua_, e gli ottiene da Elvira
-la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a lui finalmente
-fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico giorno felice
-della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione esclama:
-
- Due cose belle ha il mondo:
- Amore e morte.
-
-Nel _Sogno_ la morte pon fine all'amore: nel _Consalvo_ la morte fa
-manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi
-
- Palpiti della morte e dell'amore
-
-si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann si
-vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente ne scioglie
-l'amplesso: nel _Consalvo_ la morte stringe il nodo che sciorrà subito
-dopo.
-
-Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba
-inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi,
-affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore
-
- Nasce il piacer maggiore
- Che per lo mar dell'essere si trova;
-
-la morte
-
- Ogni gran male annulla.
-
-Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non
-può essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano
-conformemente. Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la
-vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di
-morire:
-
- Tanto alla morte inclina
- D'amor la disciplina.
-
-Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe
-coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno,
-e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor
-loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita[344]. Il
-Leopardi pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo
-che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la
-terra
-
- senza quella
- Nova, sola, infinita
- Felicità che il suo pensier figura;
-
-e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella
-desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a
-tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose
-tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa
-dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di
-asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua
-adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo
-(per quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i
-fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire
-un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora
-dell'amore e l'ora della morte fann'uno.
-
-Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne
-fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi,
-e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio.
-Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone
-scrisse: _Tota philosophorum vita commentatio mortis est_. Seneca,
-in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte: _Nihil
-mihi videtur turpius quam optare mortem_; ma in altra scrittura
-persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi: _Felicissimis
-mors optanda est_. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo
-pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta
-ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che
-nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il
-fardello della vita[345].
-
-Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente
-e più intenso. _Infelix ego homo_, esclama San Paolo, _quis me
-liberabit de corpore mortis hujus?_ e in altra occasione: _Mihi enim
-vivere Christum est, et mori lucrum_: parole ripetute poi da infiniti.
-E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del
-martirio?
-
-Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non
-dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli
-dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso.
-
-Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci
-quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei
-moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente
-parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale
-avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però
-i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla
-morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come
-dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile
-da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi
-desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua
-più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile
-nullità della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente
-considerata, non meriti d'esser vissuta.
-
- Or poserai per sempre,
- Stanco mio cor. . . . . . . .
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Posa per sempre. Assai
- Palpitasti. Non val cosa nessuna
- I moti tuoi, nè di sospiri è degna
- La terra. Amaro e noia
- La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
- . . . . . . . . . . . . . . .
- Al gener nostro il fato
- Non donò che il morire[346].
-
-Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la
-finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo
-medesimo sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio
-della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817
-egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel
-luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in
-breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi
-morto in questo deserto del mondo[347]; e qualche settimana più tardi,
-ne' versi _Ad Angelo Mai_ scriveva:
-
- Morte domanda
- Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda.
-
-Nella _Vita solitaria_ il poeta si augura pronta morte, e accenna al
-ferro liberatore. Nelle _Ricordanze_ parla e riparla della _invocata
-morte_:
-
- E già nel primo giovanil tumulto
- Di contenti, d'angosce e di desio,
- Morte chiamai più volte, e lungamente
- Mi sedetti colà su la fontana
- Pensoso di cessar dentro quell'acque
- La speme e il dolor mio.
-
-Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la
-legittimità[348]; Saffo emenda in sè stessa il _fallo del cieco
-dispensator de' casi_. Se
-
- È funesto a chi nasce il dì natale[349],
-
-ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo
-sani di ogni dolore[350].
-
-Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire
-scrisse:
-
- J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,
- Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;
- Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351].....
-
-Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto:
-
- Giammai d'allor che in pria
- Questa vita che sia per prova intesi,
- Timor di morte non mi stringe il petto.
- Oggi mi pare un gioco
- Quella che il mondo inetto,
- Talor lodando, ognora abborre e trema,
- Necessitade estrema;
- E se periglio appar, con un sorriso
- Le sue minacce a contemplar m'affiso[352].
-
-Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e
-così fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo
-alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse
-un'altra quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno:
-immaginazione di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme
-realmente, e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto
-parole, non in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti
-di Epicuro, l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno,
-può giudicarla un bene e come un bene desiderarla.
-
-Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino il
-desiderio della morte[353]; ma fu errore, simile a quello che gli fece
-credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. Egli
-non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel petto; e
-però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero in sì
-fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni più tardi:
-
- E tu cui già dal cominciar degli anni
- Sempre onorata invoco,
- Bella Morte, pietosa
- Tu sola al mondo dei terreni affanni
- Se celebrata mai
- Fosti da me, s'al tuo divino stato
- L'onte del volgo ingrato
- Ricompensar tentai,
- Non tardar più, t'inchina
- A' disusati preghi,
- Chiudi alla luce omai
- Questi occhi tristi, o dell'età reina[354].
-
-Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta
-pessimista, il Leconte de Lisle:
-
- . . . Divine mort, où tout rentre et s'efface,
- Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,
- Et rends-nous le repos que la vie a troublé.
-
-Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e di
-amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo qua
-e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà
-di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli
-innamorati. Nella canzone _All'Italia_ la morte è detta _passo
-lacrimoso e duro_; e _abisso orrido immenso_ la dice l'errante pastore
-dell'Asia. Nella _Palinodia_ vecchiezza e morte son giudicate _miserie
-estreme_. Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli
-uomini dal sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella
-morte in cui sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre
-canta essere la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della
-natura[355].
-
-Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la morte:
-il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò prova in
-lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. Egli par
-che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare di amabili
-sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno non sia stata
-generosa ai mortali:
-
- Ahi perchè dopo
- Le travagliose strade almen la meta
- Non ci prescriver lieta? anzi colei
- Che per certo futura
- Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,
- Colei che i nostri danni
- Ebber solo conforto,
- Velar di neri panni,
- Cinger d'ombra sì trista,
- E spaventoso in vista
- Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356]
-
-Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per
-opera sua
-
- Bellissima fanciulla
- Dolce a veder.
-
-Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da queste
-immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci strappa
-dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in giovinezza e
-in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta apostrofa la
-natura:
-
- Come potesti
- Far necessario in noi
- Tanto dolor, che sopravviva amando
- Al mortale il mortal?
-
-A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari non
-già, la cui dipartita fa l'uomo _scemo di sè stesso_[357]. Il poeta
-sente nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei _sudori
-estremi_ che travagliarono la _cara e tenerella salma_ della donna
-adorata[358], spasima pel _chiuso morbo_ che uccise la Silvia[359].
-
-La canzone _Per una donna malata di malattia lunga e mortale_
-incomincia:
-
- Io so ben che non vale
- Beltà nè giovanezza incontro a morte,
- E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.
-
-La morte è per sè stessa benefica;
-
- ma sconsolata arriva
- La morte ai giovanetti, e duro è il fato
- Di quella speme che sotterra è spenta[360].
-
-Ad _Amore e Morte_ il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro:
-
- Muor giovane colui che al cielo è caro;
-
-ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non
-può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante.
-
- Mai non veder la luce
- Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo
- Che reina bellezza si dispiega
- Nelle membra e nel volto,
- Ed incomincia il mondo
- Verso lei di lontano ad atterrarsi;
- In sul fiorir d'ogni speranza, e molto
- Prima che incontro alla festosa fronte
- I lugubri suoi lampi il ver baleni;
- Come vapore in nuvoletta accolto
- Sotto forme fugaci all'orizzonte,
- Dileguarsi così quasi non sorta,
- E cangiar con gli oscuri
- Silenzi della tomba i dì futuri.
- Questo se all'intelletto
- Appar felice, invade
- D'alta pietade ai più costanti il petto[361].
-
-Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il
-miracolo della bellezza[362], e non sa darsi pace delle speranze
-innanzi tempo recise:
-
- Quando sovvienmi di cotanta speme,
- Un affetto mi preme
- Acerbo e sconsolato,
- E tornami a doler di mia sventura[363].
-
-Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa,
-similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di
-morte. In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte
-e l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati la
-Morte e l'Amore[364], degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle
-due belle cose del mondo.
-
-
-CAPITOLO VI.
-
-CLASSICISMO E ROMANTICISMO DEL LEOPARDI.
-
-Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano
-classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie da
-non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra; e
-a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di un
-purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che
-di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così
-esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è
-propriamente quale da molti s'immagina.
-
-Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà far
-giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute
-assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta
-ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani
-solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione
-letteraria di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo
-alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di
-quegli scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo
-in Italia e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e
-dal latino, e di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che,
-contraffatti da lui, furono scambiati per sinceri dagl'intendenti.
-Critici diligenti e minuti notarono nei versi e nelle prose di lui
-i moltissimi luoghi che a ragione o a torto (non sempre a ragione di
-sicuro) si possono credere suggeriti o inspirati dalle due letterature
-di Grecia e di Roma; e fu ne' suoi versi distinta una prima maniera,
-che sarebbe latina, da una seconda, che sarebbe greca; e tutta greca
-fu detta la prosa; e come il Manzoni fu salutato capo della scuola
-romantica in Italia, così della classica fu salutato capo il Leopardi,
-fatto dell'uno il contrapposto e la negazione dell'altro. Egli stesso,
-il poeta, ebbe a dire, non una, ma più e più volte, che, a paragon
-degli antichi, i moderni scrittori gli parevano o piccoli, o poveri, o
-falsi.
-
-Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età nuova,
-esprimeva nel verso
-
- Lo secol primo quant'oro fu bello,
-
-il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e
-fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella.
-Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli
-antichi avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto
-giudizio. Innamoratissimo di virtù, credette gli antichi fossero stati
-più virtuosi, e per questo, e per altro ancora, assai più felici;
-onde all'età presente, pessima sott'ogni aspetto, non altro può
-rimanere che il desiderio[365]. Nascevagli talvolta un dubbio, che
-questo esaltare il passato a paragon del presente possa essere effetto
-di mera illusione[366]; ma la illusione tenevasi cara e non sapeva
-spogliarsene. Ricordando i _vetusti divini, a cui natura parlò senza
-svelarsi_, egli prorompe in un grido di desiderio e di rimpianto:
-
- Oh tempi, oh tempi avvolti
- In sonno eterno![367]
-
-e sciogliendo un inno ai patriarchi,
-
- molto
- Di noi men lacrimabili nell'alma
- Luce prodotti,
-
-egli, salutata in passando l'_erma terrena sede_ ove fu commessa
-la prima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno
-d'antichi poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai
-mortali[368]. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza
-la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della
-bellezza!
-
-E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii
-classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava
-un po' più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi
-sconosciuto, «e la filologia quasi interamente abbandonata in grazia
-dell'archeologia»[369]. Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio
-delle lingue e delle lettere classiche vedeva così negletto come in
-Milano, dove difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta
-trovare «una edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5
-o al 6 cento»[370]: e della causa dell'antichità facendo in certo qual
-modo la propria, diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino,
-in Bologna, in Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta
-e grassa Lombardia»[371]. V'è qualche esagerazione in questi giudizii;
-ma è da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come
-la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse
-allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non si
-parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva
-tutta la letteratura milanese[372], e che in Lombardia non era quasi
-altro studio che di pedanterie[373]. Egli aveva gli occhi e l'animo
-così fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva
-giudicare ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva
-disegno di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiava _sul gusto
-della Ciropedia_; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti
-capitani e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e
-Plutarco[374]. Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi
-in libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì
-in petto ai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si
-scaldasse molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio,
-in una lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere
-che si scaldasse pochissimo[375].
-
-Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando
-Grillenzoni: «Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e
-le meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane
-son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»[376].
-Passi per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a
-ridire. Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal
-Carducci che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza
-classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso
-e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per
-così dire, la purità del sentimento greco»[377]. Certo il Leopardi si
-sarebbe sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo un
-romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico alcune
-parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare quel
-nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella la prima parte
-di un _Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, ovvero
-intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme sulla poesia
-moderna_[378]; ma quella prima parte non fu mai stampata, e la seconda
-non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava
-l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli non la
-pensava come l'autore delle _Osservazioni_[379]. In sul principio del
-1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allora
-presente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il
-fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di comporre
-in séguito[380]; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno,
-lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere, come di
-cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più in là che il
-disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento preso dalia
-letteratura _verso il classico e l'antico_, giudicandolo buono, anzi
-necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso
-senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione
-della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali e del
-tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle parole...». Ci
-si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne, per sapere
-dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva ancora dimostrare «la
-necessità di adattarsi al gusto corrente», «la falsità di ciò che forse
-si giudica, che il buon gusto non si possa trovare in libri nazionali
-e da contemporanei, l'uso costante di tutti i grandi scrittori di
-scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o greca, o latina ecc....
-la discordia tra le nostre opere e quelle degli antichi, che vogliono
-imitare, quando queste erano pel tempo loro, e le nostre per il tempo
-degli antenati, quando a volerli imitare doveano effettivamente essere
-per il presente ecc.»[381]. Questi pensieri, maturati e messi in carta,
-secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823, sono probabilmente
-alquanto disformi da quelli espressi nella prima parte del Discorso
-testè citato; ma quanto disformi, non siamo in grado ora di dire.
-Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a quell'andamento della
-letteratura _verso il classico e l'antico_, io quasi non iscorgo in
-essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora non potessero e
-non dovessero consentire: e quando il poeta ricorda in più particolar
-modo che gli antichi scrissero pei tempi loro, e che i moderni,
-volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere pei proprii, sembra
-d'udire il discorso di quegli apostoli della nuova scuola i quali
-dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici dell'antichità.
-Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste classica esagererebbe
-di certo; ma chi dicesse che il classicismo di lui fu più di forma che
-di sostanza, e che egli non fu quell'antico che a primo aspetto può
-parere altrui, direbbe cosa, a mio credere, che ha molte parti di vero.
-Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe in sè del romantico assai più
-di quanto potesse egli immaginare, assai più di quanto fu giudicato da
-altri.
-
-A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro fece
-della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui; 3º,
-certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi
-elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro,
-la gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo, le
-quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan fatti
-per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione, e
-direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti. Al qual
-proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina e una
-pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi, e, ancora,
-che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di parecchie.
-
-Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia
-(classica, s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio
-distinguersi e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più
-importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono
-conservata all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono
-l'arte non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita,
-magari per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio
-alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che
-la mitologia e l'_antimitologia_ diventano per le due contrarie fazioni
-quasi segnacolo in vessillo.
-
-Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto diverso
-da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non immuni,
-del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la mitologia
-come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria e, tutto il
-più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi invocano gli dei
-dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla lor religione, e ne
-narrano i casi come se fossero avvenuti davvero. Il Leopardi considera
-il mito come cosa irreparabilmente passata e perduta, e appunto
-perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle e dolci fantasie per
-la cui virtù parve vivere la natura e conversare con l'uomo. Il canto
-_Alla primavera o delle favole antiche_ è documento mirabile di quel
-giudizio e di quel sentimento, a cui nessun romantico, che abbia fior
-di ragione, può voler contrastare. Tale rimpianto ricorre con molta
-frequenza nei poeti moderni; ma troppo avrebbe disdetto a classicisti
-puri, i quali non potevano, senza strana contraddizione, deplorare la
-morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano di tener vivo[382]. Ora
-tra alcuni di quei moderni e il Leopardi è, per tale rispetto, questa
-diversità, che essi, nel mito, lamentano piuttosto la perduta bellezza,
-il Leopardi piuttosto la perduta illusione. Non volendo moltiplicare i
-raffronti, mi contenterò di un pajo. Il Keats incomincia il suo poema
-_Endymion_ con un saluto alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già
-Alfredo De Musset, si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo
-antico.
-
- Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée!
- Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel
- Aux siècles glorieux où la Terre inspirée
- Voyait le ciel descendre à son premier appel![383]
-
-Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo della
-_vittoriosa Bellezza_, innanzi al cui altare avrebbe voluto
-prosternarsi adorando. Nel carme intitolato _Hypathie_, il poeta,
-esaltando la paganità a fronte del cristianesimo, esclama:
-
- l'impure laideur est la reine du monde,
- Et nous avons perdu le chemin de Paros.
-
- Les Dieux sont en poussière et la terre est muette:
- Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté.
- Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète
- L'hymne mélodieux de la sainte Beauté.
-
-Un'altra poesia, intitolata _La source_[384], finisce con questi versi:
-
- Telle que la Naïade en ce bois écarté
- Dormant sous l'onde diaphane,
- Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,
- Lumière de l'âme, o Beauté!
-
-Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza;
-ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, nel quale
-infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo Schelling,
-della universa significazione e del perpetuo valore di esso; conscio
-ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere,
-mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con ciò il
-Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti poeti di
-questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti ricordare
-per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che del
-mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella _Légende des
-siècles_ e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si
-giova ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la _Storia del
-genere umano_, il _Dialogo di Ercole e di Atlante_, la _Scommessa di
-Prometeo_; e non è possibile non avvertire la diversità grande che
-per questo rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie
-inglesi, ne' cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto
-alla leggenda arturiana o alla saga settentrionale.
-
-Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune
-tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione e di
-consuetudine. _Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo,
-Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio di
-numi_, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono _rari nantes_, formule
-puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e quasi,
-passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono.
-Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio nella sua brutta
-_Anti-mitologia_, ricordava con lode il nome del Leopardi, come di uno
-che avesse intese le buone ragioni dei romantici, e s'opponesse alle
-usanze assurde dei classicisti:
-
- Leopardi,
- Forte in alti pensieri, inni già intuona,
- Che se fien gravi all'ammollito orecchio
- Della plebe vivente, saran fiamma
- Alla età che succede; e cammin nuovo
- Segna a chiunque la virtude ha cara[385].
-
-E non dimentichiamo che nella _Ginestra_ il poeta si ride della
-illusione degli uomini che _favoleggiarono_ gli autori delle universe
-cose discesi in terra per cagion loro, e schernisce i _rinovellati
-sogni_; dove, se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca
-una nemmeno alla mitologia. E ricordiam di passata che nella _Scommessa
-di Prometeo_ si parla con assai poca reverenza delle muse e degli altri
-dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica che
-mitica.
-
-Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi,
-parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha
-del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di
-distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della
-natura. Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una
-variante del _délire champêtre_ del Rousseau; romantica, più tardi,
-quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte
-della natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi,
-sebbene per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller.
-I classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel
-loro canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente
-parlando, la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra
-osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un
-germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera.
-Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi
-in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura
-è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, una
-festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede di
-più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più
-settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per
-ciò appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in
-quelle terzine dell'_Appressamento della morte_, che sono del 1816,
-tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna
-ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa
-quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di
-quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young e di
-Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni
-che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa che già
-aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, ecc., e
-cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto della civiltà.
-
-Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia
-non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere antica
-nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio rimasto
-memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono modo di
-conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei chiostri se
-ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani hanno tutti
-uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta conoscerne le
-variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento della
-misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse nascere di regola
-da esperienza di nocumento sofferto nella persona o negli averi,
-o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci rappresentano
-Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine e malvagità degli
-amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore di seduzione e di
-contaminazione. _Quoties inter homines fui, minor homo redii_, lasciò
-scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare un amico di San
-Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. Il cristiano,
-certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, come quello che
-poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla creatura per
-meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli asceti che
-abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere più sicuri
-di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, divenuto
-troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, pare
-che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole
-contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca da quella
-conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare tutto
-quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e squisita
-cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora egli
-s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà e a
-quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto nascere,
-e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non essere fatto,
-immaginandone un altro più amabile e degno.
-
-Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè
-anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta.
-Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così
-scellerati come sono»[386]. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava
-gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»[387]: e,
-rinnovando la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta
-di ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno[388]; e che la
-natura ha inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che
-naturalmente l'animale odia il suo simile[389]. Il _Dialogo di Ercole
-e di Atlante_ è tutto in disprezzo delle cose umane; la _Scommessa di
-Prometeo_ vuol fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio
-e spregevole degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo
-il secolo della morte[390], deride i trovati e le macchine[391], dice
-il mondo presente essere nelle mani dei mediocri[392], anzi tenere
-il campo la nullità[393], si burla della sapienza dei giornali, delle
-masse, della perfettibilità infinita, delle scienze economiche, morali
-e politiche e di tutte le altre belle creazioni di questo _secolo di
-ragazzi_[394]. Definito «il mondo una lega di birbanti contro gli
-uomini da bene e di vili contro i generosi[395],» voleva guerra ad
-oltranza; e già sino dal giugno del 1821 aveva scritto al Brighenti:
-«Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla sua parte non ha altri che
-sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi
-mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi
-ceda anche per un momento... Il mondo è fatto al rovescio, come quei
-dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare,
-che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo»[396]. E chi
-sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si conoscessero quelle
-parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora inedite e occulte.
-
-Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre
-di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al
-Giordani: «Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della
-virtù mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione
-della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de'
-tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi;
-e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi
-par più degna di esser contesa»[397]. Negli sciolti al Pepoli biasima
-l'egoismo. Nel _Dialogo di Timandro e di Eleandro_ dice di non poter
-odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto
-inabile e impenetrabile all'odio»[398]. In una lettera al Brighenti
-si legge: «Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci
-scambievolmente, e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna
-di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione,
-l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco
-_un animale senza cuore_, sono cose che mi spaventano»[399]. E nel
-XXXII dei _Pensieri_ si dice che chi ha più intelletto ed esperienza
-meno disprezza; che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima
-di sè disprezzano gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a
-pregiare che a dispregiare». Quale luogo l'idea umanitaria tenga
-nella _Ginestra_ non è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere
-ricordato che pel Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della
-morale è la simpatia, che nasce dalla sensitività.
-
-Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei
-romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del
-romanticismo dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo
-sono da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e
-in direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono
-insieme; una corrente che diremo filantropica, e una corrente che
-diremo misantropica. Il _bel tenebroso_ fugge la compagnia de' proprii
-simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come
-molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire
-se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo.
-René disse: _La foule, ce vaste désert d'hommes_. Saint-Preux aveva
-detto: _J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du
-monde_. E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à
-mon aise que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette
-disposition d'âme, que dans les circonstances les moins importantes,
-quand je dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble,
-et mon mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»[400].
-Il Leopardi chiama il mondo _formidabile deserto_[401]. Il nano
-misterioso di Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii
-simili: il Leopardi accusa la luna se umani aspetti scopre al suo
-sguardo[402].
-
-Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare
-alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai «la
-generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo»,
-quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona indole, e
-d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli antichi
-era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata
-e solitaria[403]; e ancora quando disse essersi la stirpe umana,
-per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti
-uomini[404]; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo.
-Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo
-fu propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto
-della _Edinburg Review_ dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano
-comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité
-maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique
-contre les institutions présentes de la société»[405].
-
-Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha con
-Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino con Rolla,
-e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima
-disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo fu detta
-appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha comuni con
-essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè essi sono,
-con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, vere e
-predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza che anche
-il Leopardi, se fosse personaggio immaginario anzichè reale, potrebbe
-essere una creatura del romanticismo. Facciamo una rapida enumerazione
-di questi altri comuni stati di animo. Trattandosi di cose che ogni
-colto lettore ha presenti allo spirito, e che nulla hanno d'astruso e
-di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi troppo per via, nè di
-far molti raffronti.
-
-Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo la
-distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale,
-quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che può
-dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè vana;
-non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene
-piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo che
-la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate
-qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere che
-il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga del
-sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che una
-certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano a
-dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto
-voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la
-filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo,
-un pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo
-tedesco o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove,
-non fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu
-un gran ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno
-degl'institutori massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che
-fu uno dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un
-grandissimo ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo
-dei filosofi francesi.
-
-Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti
-specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che certo
-non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento può
-tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma sono,
-specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più proprii
-dei romantici che dei classici.
-
-Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto a
-sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la _melanconia dolce_;
-quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo
-con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (_Wonne
-der Wehmuth; Trost in Thränen_), fu detta dal Leopardi più _dolce
-dell'allegria_[406].
-
-Il rimpianto, quello che i francesi dicono _regret_, non fu molto
-famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia
-nel futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie
-in lacrime udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia;
-e così Enea, ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e
-passeggiera, che non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio
-vano dell'irrevocabile. Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo
-di Roma e de' suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo
-d'Augusto. L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi
-ebbero in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la
-virilità gagliarda e operosa: i romantici per contro, e con essi
-il Leopardi, predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la
-illusione, e l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può
-abbandonarsi liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand
-adorò la propria giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita.
-Il Leopardi pianse la propria quando, _amara e deserta_, era ancora
-presente; la pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse
-la fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti
-quelli che pensano e sentono»[407].
-
-Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa essere
-della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di quelli in
-cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche modo il più
-sublime dei sentimenti umani»[408]. Opinione che avrebbe scandalizzato
-un antico, ma non il Pascal[409], non i romantici. Non ci fu quasi
-romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. «Je
-crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», gemeva, non
-senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je ne m'apercevais de
-mon existence que par un profond sentiment d'ennui». Del tedio della
-vita, che comincia, si può dire, a prender forma moderna nell'anima
-di messer Francesco Petrarca, non accade discorrere. Il Leopardi
-l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima di romantici; e
-questo sentimento, quanto lo avvicina senza ch'egli se ne avvegga,
-ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. Il Leopardi non espresse
-per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di cui lo stimò degno lo
-Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode i pensieri e le sentenze di
-Cristo intorno al mondo, e in più particolar modo avvertì: «Il mondo
-nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli
-scrittori moderni, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi»[410]. E
-all'ascetismo cristiano lo raccostano ancora l'avversione alla scienza,
-ch'egli ha comune col Werther, e l'opinione che sia vana, e oziosa
-veramente, ogni umana operazione.
-
-Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della
-natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso ed
-acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più
-parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la
-terra, si vede che il Leopardi dà al _cuore_ una preminenza che gli
-antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente
-conceduta dai romantici. Dai _tristi e cari moti del core_ riconosce il
-poeta ogni dolcezza di vita;
-
- Da te, mio cor, quest'ultimo
- Spirto, e l'ardor natio,
- Ogni conforto mio
- Solo da te mi vien[411];
-
-e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra,
-dice al proprio cuore:
-
- Posa per sempre. Assai
- Palpitasti. Non val cosa nessuna
- I moti tuoi, nè di sospiri è degna
- La terra[412].
-
-Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è tutto? E
-come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come il Rousseau
-celebra il Leopardi la sensitività. Nel suo _cormentalismo_ il
-Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un certo
-equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento.
-
-Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel
-Leopardi, com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora è
-cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia del
-Leopardi intitolata appunto _L'Infinito_, e confrontisi con questo
-passo di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la
-terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système
-universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout.
-Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je
-ne raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une
-sorte de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais
-avec ravissement à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me
-perdre en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes
-des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers;
-j'aurais voulu m'élancer dans l'infini»[413]. A queste parole, e a
-quelle del poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per
-una parte nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi
-romantici d'ogni lingua.
-
-Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza e dignità
-che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia,
-giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico
-ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu, nel
-romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente.
-Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito da alcuni
-un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che maniera,
-la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella conclusione
-che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men classico che
-romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a conoscere, se
-non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella di poeta e
-di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che la ragion
-prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute; ma ce
-ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare la
-professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una menomazione
-dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a un officio stabile.
-Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi. René, Obermann, non
-si sa che cosa facciano. Rolla non ha imparato a far nulla:
-
- Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible:
- Un gagne-pain quelconque, un métier de valet,
- Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414].
-
-Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero[415]. Il suo
-esagerato soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di
-occupazione, e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono
-romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma
-di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio
-di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal Ranieri si
-trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane che comincia con
-le parole: _Re delle cose, autor del mondo_, e dove il poeta si vanta
-d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e l'apostolo della sua
-religione[416].
-
-Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali del
-Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni e opinioni,
-in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono la
-letteratura e l'arte.
-
-Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso
-alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora,
-che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli
-antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa
-che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici
-se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è vera
-poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione
-propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva al
-Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema dell'Arici
-se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni
-versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella opinione ch'io
-n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto
-poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si metta alla
-stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre un altro
-sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche
-nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso,
-non bastava quello che avevamo?.... In Italia è morta anche la facoltà
-d'inventare e d'immaginare, che pareva e pare tuttavia così propria
-della nostra nazione»[417]. Ricordiamoci a questo proposito che il
-Keats diceva essere l'invenzione la stella polare della poesia, e che
-lo Shelley definiva la poesia la espressione della immaginativa[418].
-
-Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto era
-da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale gli
-pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri aveva
-insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e politica;
-«la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere
-accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo
-classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole
-così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto _il di fuori e il
-di dentro della prosa_, e si doleva che la fortuna gli avesse tolto
-ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella
-presentemente non si sappia neanche sognare»[419]. Se ne togliamo
-quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno[420],
-che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano essi per
-l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E bene o male, che
-non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, non tentarono di
-rifare ogni cosa?
-
-L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli
-romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire che sia
-tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. Il
-Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, e
-credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura[421], volle
-letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie parole
-tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue lettere
-al Giordani egli accennava ad una letteratura _non segregata dal
-popolo_, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona de'
-nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati
-ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso
-le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo
-vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti
-gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni,
-i desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de'
-loro compatriotti e contemporanei»[422]. Il poeta deve scrivere per
-il volgo, e la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di
-poi[423]; e nel già ricordato disegno di uno scritto sulla condizione
-delle lettere italiane affermava novamente esser necessario «di render
-qui, com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera
-italiana, adatta e cara alle donne e alle persone non letterate»,
-e batteva sulla «necessità di libri italiani dilettevoli e utili
-per tutta la nazione»[424]. Perciò parlava con disprezzo di quella
-letteratura che tutta consisteva in far sonetti e versi latini[425]; e
-vagheggiava di scrivere libri atti a muovere gl'italiani e rigenerare
-la patria, vite del Kosciuszko e del Paoli, ecc. Forma molto acconcia
-a tal fine parevagli quella del romanzo storico e della biografia;
-e pensava l'autore di sì fatti libri dovere avere tutte le virtù
-dello storico, senza però volere far opera storica propriamente,
-ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile piacevolezza dei
-racconti»[426]. Voleva letteratura dilettevole, parendogli che
-«il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse «un vero
-malefizio al genere umano»[427]. Giunse persino a dissuadere dal far
-versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni[428]. Veggasi
-ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre
-formola: _l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per
-mezzo_[429].
-
-Fu notato da un pezzo che il _Consalvo_, a cominciare dai nomi dei
-personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e dove), è
-cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di romanticismo
-persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo di quella _Storia
-di un'anima_ che il Leopardi avrebbe voluto comporre? Sotto questo
-titolo di sapore prettamente romantico, doveva venir fuori un «Romanzo
-che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più
-ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile
-e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte»[430].
-Una specie di _Werther_, come si vede.
-
-Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi
-consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che
-dissentisse in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata
-la lingua italiana _sovrana, immensa, onnipotente_, di gran lunga
-superiore alla francese; ma già sentiva, contro la opinion del
-Giordani, di dovere attingere alle fonti popolari[431]. Più tardi
-gli entrava qualche dubbio circa l'assoluta superiorità della lingua
-italiana; e contro la comune opinione dei puristi e dei classicisti,
-s'avvedeva «che anche la notizia di più linghe conferisce mirabilmente
-alla facilità, chiarezza e precisione del concepire»[432]; e pensava di
-scrivere un libro intorno alle lingue meridionali, cioè greca, latina,
-italiana, francese e spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo
-e non di cruscante. Gli era venuto a grandissima noja quell'eterno
-battagliare che si faceva in Italia intorno alla lingua senza risolver
-mai nulla, e si raccomandava allo Stella perchè non lasciasse sapere a
-nessuno che gli compendiava il Cinonio, temendone infamia di pedante,
-e d'esser posto dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella
-classe, dalla quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto
-cercato di separarsi»[433]. Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno
-che l'Italia avesse una lingua adatta ai tempi e alle necessità
-della nazione; onde, mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero
-italiani e non barbari, voleva pure si sciogliessero una buona volta
-dai lacci di quel purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal
-mondo, e il Vocabolario avessero in conto di consigliere e d'ajutatore,
-non di tiranno[434]. Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva,
-come avrebbe potuto dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi
-_oramai cadevano, non sulle parole, ma sulle cose_[435].
-
-I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il
-Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del
-poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia in
-prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa fosse
-adoperata in luogo del verso[436].
-
-Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene scrivesse
-alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa la
-letteratura per un buon secolo»[437], non fosse poi tanto avverso ai
-romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora dalle sue
-relazioni con l'_Antologia_, e da certi giudizii suoi sopra alcuni dei
-più grandi scrittori del tempo.
-
-L'_Antologia_, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole
-contrarie, fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica,
-e fece, con più temperanza, in Italia quello che il _Globe_ in Francia.
-Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura
-questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma
-nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni
-della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille
-e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di
-fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del
-classicismo, davano assai volentieri addosso all'_Antologia_, non
-sempre per ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per
-quelle. Sollecitato infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e
-di che più gli piacesse, il Leopardi nell'_Antologia_ non istampò se
-non un saggio delle _Operette morali_[438]; ma non è quasi lettera
-sua al Vieusseux stesso ove non si leggano grandissime lodi di quello
-ch'egli apertamente chiamava il miglior giornale d'Italia[439], mentre
-non celava punto il proprio disprezzo per la _Biblioteca Italiana_,
-con la quale ben presto si ruppe, e pel _Giornale arcadico_, entrambi
-avversarii fierissimi del romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al
-Tommaseo, prima che si guastassero[440], e al Montani, senza aspettare
-che questi abjurasse: e il Montani, levando a cielo i versi del
-Leopardi, malmenati dagli arcadi[441], affermava di udire in essi «la
-voce di un fratello di Werther»[442]. Il precetto che nell'_Antologia_
-dava il Tommaseo, combattendo la mitologia: «scrivere come il cuore
-li detta; e scrivere a giovamento dei più», non poteva non avere
-l'assentimento di quel Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole
-in tutto consone a queste.
-
-Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori
-contemporanei. Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani,
-gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826,
-leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie,
-come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture
-tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione,
-e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, mistici
-e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono
-veramente molto»[443]. Il Goethe un mistico e un visionario! Strano
-troppo che al possibile autore della _Storia di un'anima_ non avesse
-almeno a piacere il _Werther_; ma è da ricordare che il Leopardi non
-seppe di tedesco.
-
-Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè male[444],
-parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, com'è noto,
-lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, classica
-e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il Leopardi
-scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e
-delle anime sensitive e calde come la tua»[445]. Dell'Hugo, il quale,
-dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne anche in
-Italia, non una parola[446].
-
-Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi
-rintracciando le infiltrazioni romantiche[447], il Leopardi ebbe,
-in tempi diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818,
-stampate in Roma le due canzoni _All'Italia e Sul monumento di Dante_,
-il giovane poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a
-colui che, con pochissimi altri, sosteneva l'_ultima gloria_ della
-patria. Più tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede
-del Monti un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto
-ammirativo dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa
-e del verseggiare, ma soggiungendo poi subito che gli mancava
-«tutto quello che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e
-profondo, sia sublime, sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta
-dell'orecchio e non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante
-freddezza e aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici
-greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici,
-per esprimerli elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro
-che tradurre i classici[448]. Che cosa avrebbe potuto dire di più un
-romantico?
-
-La _divinizzazione_ che del Manzoni fece il Tommaseo nell'_Antologia_,
-e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva al
-Leopardi[449]; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri gli
-davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto del
-1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei _Promessi Sposi_,
-scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano
-il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo
-lodavano[450]; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso
-Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente
-il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di
-amabilità e degno della sua fama»[451]. Il Mamiani riferì un giudizio
-del Leopardi sui _Promessi Sposi_, sfavorevole nei rispetti civili, ma
-non in quelli dell'arte[452]; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso
-poeta scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il
-quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera
-di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi
-colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e
-rispettabile»[453]. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco,
-ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di
-portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo,
-meno il romanzo che quei di casa già possedevano[454]; e in quello
-stesso mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e
-gustato il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e
-Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»[455].
-
-Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una città, il
-quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente. Pisa
-piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di città grande
-e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così
-romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale[456]. Non sappiamo
-quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico ciò
-che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo che il
-poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che fu comune
-ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario i pochi versi
-della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con desiderio:
-
- O torri, o celle,
- O donne, o cavalieri,
- O giardini, o palagi! a voi pensando,
- In mille vane amenità si perde
- La mente mia.
-
-Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era
-divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsi
-che in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è da
-notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici, la
-poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate,
-non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamarono
-_esotismo_[457]. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il
-Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento,
-il cuore.
-
-Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte
-l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi,
-di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori,
-il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche
-e metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo
-sciolto: come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto,
-che in Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel
-capo di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè
-ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque
-del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione;
-e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose
-discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò
-le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè
-stesse, attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo
-qual modo, oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto;
-non corse dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare
-i periodi; non credette che la virtù somma dello stile stesse nel
-pittoresco[458]. Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici
-nostri; e se desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata,
-fluida, armoniosa, propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava
-fosse «da cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da'
-greci quanto a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così
-forme come parole»[459]; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente,
-perspicuo, ma un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto
-avrebbe voluto, e senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti,
-di quegli ardori di cui più si compiacevano i romantici. Ancora il
-Leopardi cura la composizione quanto i romantici la trascurano, e
-se quelli molte volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno
-nei versi che nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della
-inspirazione, il personale e l'impersonale, con senso della proporzione
-e con aggiustatezza che da quelli non si conobbe.
-
-Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che
-il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a
-trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può, come
-il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici;
-sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è assai più
-romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a paragone
-della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza, di
-euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che il Leopardi,
-guardato nell'arte, è assai più classico che romantico.
-
-Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito e più
-distesamente.
-
-
-CAPITOLO VII.
-
-L'ARTE DEL LEOPARDI.
-
-Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento
-da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale
-è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte;
-direbbe cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta
-la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o
-architetto, o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii
-pensieri e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co'
-proprii nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte
-sua varia, talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia
-la composizione e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde
-la instabile sua persona continuamente si forma e si sforma. Natura
-povera, arte povera; natura esuberante, arte esuberante. Studiando le
-tele di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino
-ad un certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di
-Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta
-sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo
-la _Commedia_, potremmo intendere che maniera d'uomo egli fosse; anzi
-il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa la biografia
-più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi versi. Se un
-uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere a un'arte,
-l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori,
-che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, mentre i
-genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, anche
-quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo,
-premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare l'arte; ciò
-nondimeno esso propriamente non preme e non opera se non mediatamente,
-attraverso l'organismo mentale e corporeo dell'artista. Ma non per
-questo si può dire che conosciuto quel doppio organismo, sia pur
-conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne proviene; dacchè,
-per una parte, è impossibile in pratica, e nelle presenti condizioni
-del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli eccitamenti e
-delle innumerevoli inibizioni che di continuo si producono nell'anima
-dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che l'uomo riceve per virtù
-di ragione, essendo indipendenti, almeno entro certi limiti, dalla
-complessione e dall'indole, possono operare sull'arte in modo disforme
-dall'indole e dalla complessione, o anche in contrasto con esse. Che la
-terra gira intorno al sole e non il sole intorno alla terra, è verità
-che può piacere agli uni e dispiacere agli altri, ma che, dimostrata,
-entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno come del linfatico, così
-del robusto come del gracile, e che entratavi, opera sì in conformità
-di quelle nature che l'hanno ricevuta, ma opera ancora in conformità di
-sè stessa. Persuasosi, per via di ragionamento, della verità di certe
-dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò i proprii gusti, e deliberatamente
-esercitò l'arte in contraddizione co' proprii istinti e con le proprie
-inclinazioni.
-
-Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora d'instituire
-una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato organismo
-fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse per le
-vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda tempra di
-un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza del sistema
-nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si può dire che
-la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto, non senza
-ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò tutte
-l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, come abbiamo
-notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera di poeti
-che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente la scienza;
-sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar perniciosa.
-
-L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino appena
-a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere indietro
-la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende più a
-raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, dacchè
-ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli
-di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato,
-avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove non è
-veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia in misero
-corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di pensiero
-dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè rifarà
-la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai gradi di un
-lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, non di una
-vera e propria epopea, ma di una comprensione epica delle cose; e
-se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità di creature
-drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà ad
-intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma della
-vita.
-
-La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed
-elegiaca, onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono,
-fuor d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non
-ebbe mai, nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si
-potrebbe chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità
-la quale permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente
-dalla considerazione del bene e del male che a lui in particolare
-può derivarne. Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi
-ebbe quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo
-sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto
-di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli
-abbraccia nella connessione e universalità loro. La opinione espressa
-da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato
-meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta,
-è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella
-infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po'
-attento che si faccia della sua posteriore poesia[460]. Bensì quella
-infelicità avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri
-particolari, e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico
-quanto gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare
-un Leopardi autore di una vera e propria epopea (i _Paralipomeni
-della Batracomiomachia_ non sono se non satira), come non si riesce ad
-immaginarlo autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè
-di un romanzo (salvo che fosse il _romanzo di un'anima_).
-
-Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta,
-determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica,
-dall'ambiente, dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita.
-Si deve credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe
-riuscito o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il
-Leopardi avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il
-Leopardi non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima
-metà del presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato
-altrimenti; se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più
-dilettosamente che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato
-suo più multiforme e più largo, quella che produce l'arte; e bene
-il seppe lo Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria
-inspirazione poetica alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de'
-sentimenti provati, de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante
-l'amor per Beatrice, l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa,
-e torrete di mezzo al tempo stesso la _Divina Commedia_. Il tema e
-l'indole delle grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono.
-
-Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto,
-dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno
-con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni
-preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto
-variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamente
-l'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere
-fortune, o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo
-poetico di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale
-per ineluttabile influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo
-domina, e pel fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra.
-Poeta pessimista e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che
-l'uno supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato
-in modo immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può
-essere significato per via di persone, di azioni e di simboli, come
-altri poeti pur fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista
-in veste cristiana; ma fu un pessimista che visse assai, amò assai,
-godette assai, militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi
-d'America, errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia
-le vestigia delle divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e
-però non è meraviglia se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben
-s'intende, la facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far
-rivivere tante cose, sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al
-quale proposito osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait
-faire sa palette et amasser ses couleurs»[461]. Altrettanto si deve
-dire del Byron. Anche l'autore del _Don Giovanni_ giudicò la vita uno
-stolto ed inutile sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo
-tutto, con quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior
-possibile intensità; e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema,
-nel dramma, le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo
-dà vita a un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di
-tenebre cupe e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla
-subitanea creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de
-Lisle non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui,
-pur concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore della
-_Ginestra_, si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno
-rende immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia,
-l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente, che,
-sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di metalli
-preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e del cielo,
-la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia, può il
-pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e voce: tragico,
-romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro, petulante, beffardo
-nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico nel De Musset; deforme e
-delirante nel Baudelaire.
-
-Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai
-più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza,
-la chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men
-virtù che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella
-poesia è il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta
-ponderazione di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di
-parole, o stratagemmi d'immagini, intesi a far colpo e stordire il
-lettore, che sono così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia
-dell'Hugo. Sempre, per contro, idee facilmente intelligibili, e
-sentimenti facilmente comunicabili; onde avviene che anche chi non
-consenta col poeta nei principii e nelle illazioni, intende senza
-sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte. La poesia del Leopardi è
-intellettiva e sentimentale; e come intellettiva, rifugge forse un
-po' troppo dalle immagini, che son quasi il tutto di altri poeti;
-e come sentimentale, si restringe forse a troppo picciola parte di
-sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima qualità è da dire
-che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto che l'immagine, non
-si muta se non di rado in argomentatore; che il primo germe delle sue
-poesie non è mai un'idea astratta; o, se è, il poeta sa per tal modo
-fonderla col fatto concreto, col sentimento e la immagine, da far
-del tutto, almeno nei componimenti migliori, una unità indivisibile;
-e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite, nè ostenta
-formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta alla seconda, è da
-dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio, non si studia
-di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga in quella troppo
-fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per citare un
-esempio, il Lamartine[462]. Ed è l'intima fusione del sentimento con
-l'idea, e di entrambi con le immagini[463], quella che conferisce tanta
-e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale, pure
-esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare, ed
-essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesce un
-tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar
-modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga, velata,
-fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la poesia
-del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi,
-che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja;
-abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei
-sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione
-e senza lasciare quella impressione di _grigio su grigio_ di cui un
-critico si lamenta[464]. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli
-arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò
-che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che
-se in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un
-sentire che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in
-più particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si
-sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con la
-_Wehmuth_ e la _Sehnsucht_ dei Tedeschi, e poco allignano in Italia;
-ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina, ma
-quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e storia
-di popolo richiedano.
-
-Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici
-costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di
-doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e
-forse s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto
-cominciano le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed
-elastico nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba
-propriamente intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino
-nello stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile
-fare l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni
-e reazioni, e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e
-psichico, per cui molte cause rimangono continuamente frustrate de'
-loro effetti, e l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da
-un'altra. Onde, salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna
-assai malsicuro, e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio.
-
-Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una
-distinzione. Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole
-riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondo i
-tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo
-onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile.
-La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una persona
-che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del volto e la
-forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti, che il poeta
-vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma vere e proprie
-idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta noi conosciamo un
-uomo che ordina, collega e governa le proprie idee, e riesce a vedere
-anche attraverso al proprio sentimento. Nè vi si nota quell'eccesso,
-sicuramente morboso, dell'_egotismo_, per cui l'uomo fatto estraneo
-a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità sua propria,
-e tanto nel modo di concepire, di sentire e di esprimersi studia e
-si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo inintelligibile,
-nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi a certi
-esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva e morale
-ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe in sommo
-grado erroneo ed ingiusto.
-
-Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun che
-dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi,
-poi in attinenza col pensiero e col sentimento.
-
-Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono
-superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza,
-è consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano
-il tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il
-tutto; e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza
-loro crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura
-vogliono l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o
-si pervertono, quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero
-primamente e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire
-in mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e
-i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è
-più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie
-tanto da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche
-da chi abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto
-si scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di
-quelli; e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non
-faccia palese e certa testimonianza.
-
-Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua?
-
-Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam già notato)
-non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso. Luce
-e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante, che
-anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello
-Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi
-che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione
-assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di un
-dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si
-può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista.
-Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine
-manuale non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè
-alla pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia
-sottrasse di pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore[465].
-È da avvertire, per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non
-soltanto la condizione particolare e propria del poeta, ma ancora
-l'influsso che può avere esercitato sopra di lui una scuola, certa
-tradizione d'arte o certa qualità di studii. Che la tavolozza del
-Leopardi è povera, gli è un fatto[466]; ma non bisogna dimenticare che
-per lo spazio di un secolo l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il
-gusto, aveva fatto il possibile per togliere dalla tavolozza poetica
-qualsiasi colore.
-
-Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e sino
-dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, che
-quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione,
-a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò che per
-gli altri è una _festa degli occhi_, doveva essere per lui un tormento;
-e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte gli spettacoli
-teatrali[467], de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure talora a
-compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, non
-la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. I sensi
-possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria delle
-percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione loro;
-e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale non ostante
-la imperfezion della vista; un uditivo non ostante la imperfezion
-dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai migliore vista e
-miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, dirsi nè visuali
-nè uditivi.
-
-Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia punto
-un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non
-vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente
-le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante
-ancor essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con
-le parole la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così
-detti impressionisti del tempo nostro non veggono più la linea, il
-contorno, ma soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il
-Leopardi avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo
-da fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta
-ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, come
-s'è già notato, da opere di scultura[468].
-
-Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une
-douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera
-critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati,
-e spande intorno la _divina luce_, l'_alma luce_, l'_etereo lume_,
-e colora il cielo delle rose della _tacita aurora_ e delle porpore
-del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettando _i tremoli rai_,
-brilla sui campi, e fa rosseggiare il _tetto del villanello industre_,
-e _naufrago uscendo_ dalle nuvole antiche l'_atro polo di vaga iri_
-dipinge, e
-
- folgorando intorno
- Con sue fiamme possenti
- Di lucidi torrenti
-
-innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna
-l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le _purpuree faci delle
-rotanti sfere_, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi
-occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la _notturna lampa_
-tralucente dai balconi, e le _ardenti lucerne_, e contemplavano da
-lunge
-
- il baglior della funerea lava
- Che di lontan per l'ombre
- Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
-
-Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto allo
-spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso
-di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi
-in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata
-del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non
-gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni
-in Firenze[470]. E non fu così povero visuale che non riuscisse a
-far vedere a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di
-salire il colle e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa
-spartana che sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe
-vinto dal fato, ma non domo,
-
- Quando nell'alto lato
- L'amaro ferro intride
- E maligno alle nere ombre sorride;
-
-e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba;
-e la vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli
-che ruzzano sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa
-bottega, al lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in
-tutt'altr'ordine d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio
-e le rovine della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e
-ricordate non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto
-spiccati, ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e
-contemplatore di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse
-dentro abbastanza intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto
-di parlar di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti
-moti dell'animo, che importavano altri modi di manifestazione e di
-espressione. Non bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto
-un intellettuale e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la
-vivezza delle idee e dei sentimenti superi quella delle sensazioni
-e delle percezioni; e che queste, senza perciò essere di necessità
-deboli, servano, più che ad altro, a suggerire e muovere quelli.
-La immagine della Silvia è appena accennata: negre chiome, occhi
-ridenti e fuggitivi, sguardi innamorati e schivi, un atteggiamento
-di persona gentile, che lenta e pensosa ponga il piede sopra una
-soglia. Ma notisi, per altro, come in quei pochi versi le immagini non
-ottiche propriamente riescano, per via di associazione, a suscitare
-immagini ottiche; sicchè da ultimo, la Silvia noi crediam di vederla.
-La immagine della Nerina si può dire che non sia nemmeno accennata.
-Quella dell'Aspasia si delinea e si colora un po' più: alle denotazioni
-vaghe e generiche si aggiungono, in una certa misura, le precise e
-specifiche. La _superba visione_, l'_angelica forma_, è vestita del
-_colore della bruna viola_, offre all'altrui sguardo _niveo collo, man
-leggiadrissima_, lascia indovinare il _seno ascoso e desiato_, e appar
-da ultimo viva e salda,
-
- inchino il fianco
- Sovra nitide pelli, e circonfusa
- D'arcana voluttà,
-
-in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel
-pittore, o per lo scultore.
-
-Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il
-sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi
-a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose,
-si piace di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli;
-e a quelli il lettore può poi risalire per la via dell'associazione
-e dell'induzione. Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi
-desterebbe la vista della realtà, se l'avessimo presente, ci dà
-modo, con isquisito magistero d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di
-ricreare quella realtà. Sì fatto procedimento appar manifesto, più che
-altrove, nella canzone _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito
-nel monumento sepolcrale della medesima_. Un altro poeta avrebbe forse
-tentato di far rivivere la bella donna morta e di farcela apparire
-davanti, descrivendola minutamente: il Leopardi non descrive; ma
-ricorda quel _dolce sguardo_, che fece tremare ognuno in cui s'affisò;
-quel labbro, da cui, come da _urna piena_, traboccava il piacere;
-
- quel collo cinto
- Già di desio; quell'amorosa mano
- Che spesso, ove fu pôrta,
- Sentì gelida far la man che strinse;
- E il seno, onde la gente
- Visibilmente di pallor si tinse.
-
-Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle
-sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di
-sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente, la
-fanciulla del _basso rilievo antico sepolcrale_[471].
-
-Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato
-proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia ritrarre
-singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli non
-descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire
-al descrivere. Così, per esempio, nella _Vita solitaria_, la scena del
-lago
-
- Di taciturne piante incoronato,
-
-si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela
-veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne'
-versi del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel
-riconoscere che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed
-accenni negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che
-s'increspi, non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo,
-non farfalla che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto
-negativo del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo
-obblia; e nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non
-sono immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il
-poeta al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il
-poeta ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie
-dorate, agli orti, al mare, al monte, soggiunge:
-
- Lingua mortal non dice
- Ciò ch'io provava in seno.
-
-Così, finalmente, l'_erme contrade_ che si stendono intorno a Roma
-non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella _Ginestra_,
-quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al
-passeggiero. In quella stessa _Ginestra_ sono, del resto, le più
-compiute descrizioni che il Leopardi abbia fatte[472].
-
-Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà
-parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma
-tale manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto
-della deficienza del senso, quanto della subordinazione del senso
-al sentimento e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion
-necessaria di alcune, a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua.
-Ad ogni modo gli è cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando
-traduce, per così dire, i termini del mondo esteriore in termini del
-mondo interiore, riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e
-di sodezza che molte volte si desidera invano in poeti che descrivono
-a lungo e minutamente. Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio
-sentimento le cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii
-sentimenti facendo attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con
-l'ajuto de' sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto
-quando traduce, perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici
-di una poesia tutta giovanile quale il _Primo amore_ (lo scalpitar
-dei cavalli nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della _Quiete
-dopo la tempesta_ e del _Sabato del villaggio_; e qua e là certe
-descrizioni vere e proprie, come quella della procella notturna nel
-frammento, giovanile ancor esso, che comincia _Spento il diurno raggio
-in occidente_, e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella
-_Ginestra_; mostrano che non si può accogliere senza qualche riserbo
-la opinione espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al
-Leopardi mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore[473]; e
-mostrano essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non
-potersi ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e
-come la natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise.
-
-Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè che
-il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli,
-come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire che
-il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi fu
-quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo
-suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare
-un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma
-o di colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e
-inconsapevolmente inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è
-tolta negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo
-dalle cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che
-acustiche. Così è che il poeta dirà volentieri _sibilanti selve, etra
-sonante, echeggiante arena, ululati spechi, tacita aurora_, ecc. ecc.;
-e volentieri si servirà di termini di suono per far sorgere in noi le
-immagini delle cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel
-suono; e facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai
-pensieri stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che
-per la via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia
-che si tacciano sonnolente (_tacita selva, taciturne piante_), sin che
-susurrino al vento (_l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De'
-faggi Il murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; —
-susurrando al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva_).
-Dell'onda alpina il poeta noterà l'_inudito fragore_, e della lava, il
-suono che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano
-e nella quiete dei campi sonerà _arguto carme d'agresti Pani_. La
-fanciulla della _Vita solitaria_,
-
- Che all'opre di sua man la notte aggiunge,
-
-è quasi tutta nell'_arguto suo canto_; e nel suo _perpetuo canto_
-è quasi il più della Silvia, e nella _gioconda voce_ il più della
-gloria. L'artigiano che _a tarda notte_ riede _al suo povero ostello_;
-l'altro che, cessata la pioggia viene a guardare l'_umido cielo_; il
-carrettiere, sotto _l'estremo albor della fuggente luce_; il _faticoso
-agricoltore_ smarrito in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun
-col canto; lo zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I _nuovi
-nati_ miagolano. E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che
-non gli aspetti degli animali: il _canto de' colorati augelli_, e
-in ispecie quello del passero solitario, ond'_erra l'armonia_ per
-la valle; l'usato _verso_ della gallina: lo scalpitar dei cavalli
-impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar degli armenti; il canto
-
- Della rana rimota alla campagna.
-
-Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e
-discernere i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un
-sospirar di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli;
-un stridere del carro che riprende il cammino; il _lieto rumore_, che
-fanno i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle _tranquille
-opre de' servi_: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo;
-la voce delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che
-viene; un _tonar di ferree canne_
-
- Che rimbomba lontan di villa in villa;
-
-il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e non
-ascolta il Leopardi, se nemmeno il _romorio De' crepitanti pasticcini_
-lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli
-s'industria di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore
-di suono; onde il _calpestio de' barbari cavalli_ sta a significare
-le invasioni barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè
-nell'armi, in un _fragorio_
-
- Che n'andò per la terra e l'Oceáno;
-
-la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime
-in uno _sconsolato grido_; e al _grido_ degli avi, e al _suono_ dei
-popoli antichi, si contrappone il _suono_ dell'età presente. Il poeta
-dirà _sera delle umane cose_ e _infelice scena del mondo_, metafore
-suggerite da immagini visive; ma dirà pure _suono della vita_, e
-_ascoltare il flutto dell'ore putri e lente_. Affacciandoglisi al
-pensiero la morte, egli súbito corre con la fantasia
-
- al suon della funebre squilla.
- Al canto che conduce
- La gente morta al sempiterno obblio.
-
-Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un visuale
-del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale.
-
-Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono
-rintracciar ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto
-vi si accusa appena in pochi epiteti, di cui _molle_ è uno de' più
-frequenti[474]. Il gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto
-_amaro_. L'olfato vi tiene un po' più di luogo con molta uniformità
-di epiteti generici: _primavera odorata, odorate piagge, odorati
-colli, Eden odorato, selve odorate della ginestra, dolcissimo odore
-della ginestra, profumo di fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti
-di fiori, fumo de' sigari odorato_. La immagine di Aspasia è nella
-fantasia del poeta associata col ricordo del profumo _de' novelli
-fiori_ onde erano, certo giorno, _tutti odorati_ gli appartamenti
-della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare qualcosa, e trarci
-magari a discorrere di certe peculiari forme di erotismo, se la
-povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in modo, a mio
-credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel Leopardi.
-Leggiamo, gli è vero, nei _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_:
-«E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori: perchè
-giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di sè, che
-qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto;
-e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser fatto
-pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»[475]; ma tutto
-ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma
-popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare
-l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che quelle
-parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento della
-iperosmia del poeta[476]. Siamo qui ben lungi da quella iperestesia
-olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire; ma siamo
-anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni sensorie.
-I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse, ma non
-pervertite.
-
-Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi;
-ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e di torpore
-di cui fanno ricordo la _Vita solitaria_ e il _Risorgimento_; e se il
-muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno,
-ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti
-di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra
-certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie
-volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di
-moto. Egli dirà che la primavera _esulta per li campi_ e il nembo _per
-l'aere_; che il tuono erra _per l'atre nubi e le montagne_; che l'aura,
-e il canto del passero solitario, errano per i prati e la valle.
-L'amore è una _formidabil possa_ che tutto avvolge. Lo spirito erra pel
-delizioso mare della musica come
-
- Ardito notator per l'Oceáno.
-
-Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di
-moto:
-
- Noi l'insueto allor gaudio ravviva
- Quando per l'etra liquido si volve
- E per li campi trepidanti il flutto
- Polveroso de' Noti, e quando il carro,
- Grave carro di Giove, a noi sul capo
- Tonando il tenebroso aere divide.
- Noi per le balze e le profonde valli
- Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
- Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
- Fiume alla dubbia sponda
- Il suono e la vittrice ira dell'onda.
-
-Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne
-tessè l'_Elogio_, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille
-giri, e cangiar luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non
-istare mai fermi, e, insomma, esercitare continuamente il corpo. Al
-tranquillo raggio della luna egli vede danzare le lepri nelle selve;
-e, al sopravvenire del giorno, la fiera agitar per le balze la _plebe
-delle minori belve_. Vede, sui campi di battaglia, _fluttuar_ fanti e
-cavalli[477]: vede
-
- intralciare ai vinti
- La fuga i carri e le tende cadute.
-
-Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale
-_sterminatore_. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a
-significare e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà _l'onda
-e il turbo degli affetti_; dirà che, _violento irrompe nel Tartaro_ chi
-si dà volontario la morte. L'italica virtù giace _divelta nella tracia
-polve_;
-
- dalle somme vette
- Roma antica ruina.
-
-Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e
-vivissime:
-
- Prima divelte in mar precipitando,
- Spente nell'imo strideran le stelle;
-
- Ma se spezzar la fronte
- Ne' rudi tronchi, o da montano sasso
- Dare al vento precipiti le membra.....
-
-Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato _A un vincitore nel
-pallone_. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto[478].
-
-Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire che
-nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente come
-taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento operino
-assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare davvero
-assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con altri
-poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo bisognasse
-altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue poesie dove
-si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra mai atta a
-suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi paralleli
-di altri poeti. Leggasi il canto che appunto _Alla primavera_ s
-intitola; leggasi il _Passero solitario_: ben si sente in que' versi la
-primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle
-sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si
-muovono dentro.
-
- Primavera dintorno
- Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
- Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
-
-E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della
-dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e
-di tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe)
-esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della
-diversità grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de
-Lisle, come _La Bernica_ e _L'aurore_. Più che un visuale, il Leopardi
-fu un uditivo.
-
-Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte
-leopardiana, e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza
-con l'intelletto e col sentimento.
-
-Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta: «Io
-non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello
-scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia),
-sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e
-la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio
-sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che
-ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo
-allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile
-terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre
-settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da
-sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal
-mio cervello»[479]. Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione,
-dacchè ci fa instruiti di cose che importano; non meno alla storia
-psicologica che all'arte del nostro poeta.
-
-Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel
-Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come
-istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e
-consapevole, sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti
-interviene il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della
-inspirazione si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un
-fiato; come faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle
-cose sue; e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il
-salto, se non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata
-si rinselva[480]. Altri compongono alla ventura, senza sapere dove
-vanno a parare, e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da
-fare. Quelli tutto aspettano dalla inspirazione; questi negano che
-inspirazione ci sia, oppure la fanno consistere in un lungo e paziente
-esercizio. Ma la inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una
-finzione poetica; e se Platone e Aristotele nel volerla definire si
-contraddicono, ciò prova che la definizione è pericolosa e difficile.
-È dessa un moto che si produce nella parte più occulta e più recondita
-della psiche, e propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito
-di togliere in prestito alla scuola herbartiana questa espression
-metaforica) del pensiero cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga
-e si irradia; e, data certa condizione statica e dinamica della psiche,
-si può credere che nasca ogni qual volta una particolare impressione
-repentinamente sommuova le energie elementari di quella, e provochi
-un irresistibile concorso e una spontanea coordinazione di svariati
-elementi e fattori, formando fuori della coscienza un aggregato, che
-nella coscienza poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione
-di un picciol mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro,
-e ch'egli scorge come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che
-gli sia dato d'intenderne la ragione e la genesi. Intorno a questo
-picciol mondo si viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle
-coerenti forme dell'arte.
-
-Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione
-divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con sola
-una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo studio
-e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto comincia a
-pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un concetto repentino e
-spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come in potenza, l'organismo
-del componimento futuro; poi, _formato in due minuti il disegno e la
-distribuzione_ di esso, se ne rimane ed aspetta. Ma non aspetta in
-ozio, come altri potrebbe credere; che anzi que' lunghi intervalli
-cui egli accenna, frapposti fra la prima inspirazione e il _momento_
-favorevole al comporre, sono tempi di preparazione feconda. Non v'è
-rimprovero molte volte più ingiusto di quello che da molti suol farsi
-ad artisti veri e probi, quando, non vedendo opera delle lor mani,
-gli accusano e biasimano di perdere il tempo nell'ozio. L'artista
-vero e probo lavora intensamente anche se paja non far nulla; o, a
-dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini lavorano dentro
-di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia), e lentamente maturano
-l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più particolar modo poeta,
-che in una od in altra occasione non abbia dovuto meravigliare di sè,
-vedendosi inopinatamente tanto cresciuta dentro una sembianza, una
-idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe, non sa d'avere altrimenti
-pensato. Il germe divenne pianta fiorita, senza suo studio o cura. Così
-è da credere lavorasse di dentro il Leopardi, quando sedeva immobile
-sotto una pianta, neghittoso in vista, immerso, in apparenza, in una
-specie di melanconia attonita. Un cervello meccanico non lavora se
-non col cómpito innanzi, a tavolino; un cervello organico lavora in
-ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia e nel sonno. Teofilo Gautier
-diceva di non cominciare a pensare se non quando cominciava a scrivere;
-ma calunniava sè stesso, non intendendo che, mentre non iscriveva,
-la sua mente era occupata, sia pure senza addarsene, in raccogliere,
-elaborare, accrescere, coordinare quelle infinite immagini che formano
-la sostanza dell'arte sua[481].
-
-Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi quando
-dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e fiacco
-da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere che
-nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non poter
-fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e d'essere
-forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte, come
-afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma fatica,
-o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera fede ai
-suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta a
-schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra
-di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa
-faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa
-io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè
-leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi
-e della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere
-ch'io vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la
-facoltà dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se
-non che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di
-cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e
-per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella
-seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»[482]. Di
-tali miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da
-Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito, e
-si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella;
-il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le _Ricordanze_, la
-_Quiete dopo la tempesta_, il _Sabato del villaggio_, e, in parte, il
-_Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_.
-
-Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo
-meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati
-o menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso
-che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e fo
-tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, non
-solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero
-quattro vite»[483]. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano
-tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali
-io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano
-un'ora di bene»[484]. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono
-tanto più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad
-esecuzione; perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I
-titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e
-per tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati
-in carta così alla peggio»[485]. E di nuovo al Colletta, dopo un
-elenco non breve di alcuni de' suoi _castelli in aria_: «Voi riderete
-di tanta quantità di titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite
-non basterebbero a colorire tanti disegni. E questi non sono anche una
-quinta parte degli altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più,
-e perchè in quelli non potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza
-molte parole»[486].
-
-Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu rien
-faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier; c'est
-à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit dans
-mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon cerveau»[487].
-Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere composto
-il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in cui,
-aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole
-e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo nel
-comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite più
-sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna
-alla _sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere_, di cui era
-sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava[488].
-Ma mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale
-tardità di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu
-piuttosto effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non
-lascia che il poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i
-racconci; ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare
-ogni via di ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si
-ristringa alla parte più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che
-altro, di ripulitura. Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva
-con diligentissima cura i proprii manoscritti, e quand'erano troppo
-infrascati di correzioni, li faceva copiare o li copiava egli stesso.
-
-Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente,
-senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti
-poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della
-inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè
-il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e
-che l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si
-conosce che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure
-si pensava»[489].
-
-La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già nel senso
-che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva dal Goethe,
-il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e lo commovesse
-dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi a richiesta
-altrui[490]; ma certamente ancora non _si propose_ mai di far versi,
-nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam veduto, se
-l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente si sarebbe
-tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello. È questo
-uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione poetica; mentre
-è segno sicurissimo del contrario l'andare a caccia di temi poetici,
-e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene troppo con altrui, e
-chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici nostri, che da prima
-deliberarono di comporre epopea oppure tragedia; poi, fermato così
-in generale il proposito, cominciarono a disputare seco stessi o con
-altri, se dovesse essere epopea eroica o cavalleresca, se tragedia di
-soggetto greco o latino o moderno, e quanto potessero emanciparsi dalle
-regole, quanto ad esse dovessero sottostare! La vera e grande poesia
-nasce dalla plenitudine della mente e del cuore, e come vena d'acqua
-che venga su dal profondo, scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò
-diceva il Leopardi che la _smania violentissima di comporre_ non gliela
-davano altri che la natura e le passioni[491].
-
-Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo
-del nostro poeta l'organismo poetico.
-
-Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle
-proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe
-indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più il
-poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello
-che il lettore si sarebbe aspettato»[492]. Non è questo, come altri
-potrebbe credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo
-schietto riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia
-di esso Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che
-assai volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da
-fatti particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si
-allarga a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del
-lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere.
-Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi giunga;
-nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono ad altri
-poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade di leggere
-versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di stile, o per
-inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola, che ha tanta
-presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo considerava come
-una creatura vivente:
-
- Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant;
-
-sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo
-conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in
-movimento l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza
-immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare
-ricordo. Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che
-ne consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla
-ordinaria sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità
-affatto insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine
-di sentimenti e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così
-tosto si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si
-propaga per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori
-e le idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e
-provocando di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e
-complesse: onde avviene che il verso di un passero solitario svegli nel
-poeta il sentimento angoscioso della solitudine propria, il rimpianto
-della giovinezza senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro
-e doloroso avvenire; e la vista di una siepe e lo stormire di poche
-piante siengli eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii
-e sovrumani silenzii, e a meditare insieme il passato e il presente,
-l'infinito e l'eterno; e il tramonto della luna lo faccia pensoso del
-dileguare della giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto
-e d'ogni inganno
-
- Ove s'appoggia la mortal natura.
-
-Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto per
-isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi
-una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un
-tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta
-fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie
-leopardiane divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò
-appunto risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di
-una parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in
-quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno
-come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione
-del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può
-vedersi in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare
-dimostrazione, se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso;
-ma in nessuna si vede così spiccatamente come nella _Ginestra_; la
-qual poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse
-per questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la
-suggestion operi con più forza, e in cui da così modesto principio si
-svolgano conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà
-il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del
-poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla
-contemplazione universa delle storie e dei destini umani e della natura
-indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse
-la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole[493],
-bisognerà riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi,
-e bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la
-cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della _Ginestra_
-non la cede a nessuno.
-
-Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo
-fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo premeva il
-sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si sentiva
-meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore che
-ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando
-cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non
-però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta cessi di
-soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva cessato di
-piangere sopra sè stesso quando scriveva i _Tristi_; nè Dante aspettò
-nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; nè quando
-s'accinse a scrivere il _Paradiso perduto_, aveva il Milton racquistata
-la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore di desiderio,
-con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del terzo
-suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte;
-e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli
-vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un
-amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben disse
-lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con un secreto
-intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi lenì
-l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età del suo
-dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate cose,
-
- Ancor che triste, e che l'affanno duri![494]
-
-Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo
-lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto
-riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee
-analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo
-aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera
-più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi;
-ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre
-lontana dal trito e dal triviale. Il _Tramonto della luna_ poggia tutto
-sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il
-poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese
-ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel _Passero solitario_,
-nella _Quiete dopo la tempesta_, in _Amore e morte_, nella _Ginestra_;
-per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene
-più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo
-del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza;
-la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente
-notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore,
-delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate
-che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto,
-senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune
-delle più notabili: _Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la
-fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è
-dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni;
-unico fiore dell'arida vita_. Più scarse ancora le comparazioni. Nella
-canzone _All'Italia_ quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta.
-Un'altra ne abbiamo nel _Pensiero dominante_:
-
- Come da nudi sassi
- Dello scabro Apennino
- A un campo verde che lontan sorrida
- Volge gli occhi bramosi il pellegrino.
-
-Una terza nella poesia _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_:
-
- Come vapore in nuvoletta accolto
- Sotto forme fugaci all'orizzonte.
-
-Dopo la canzone _All'Italia_, dove la patria depressa ed afflitta
-è personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone
-_Sopra il monumento di Dante_, dove, insieme con la patria, sono,
-tanto o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi
-non troviamo, da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre
-personificazioni[495]. Il simbolo è frequente nella poesia del
-Leopardi, e basterà ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria
-distesa, vera e propria, non vi si trova.
-
-L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa
-di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco
-poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a
-sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, a
-mio giudizio, increscevole, nella _Vita solitaria_, là dove il poeta a
-quella bellissima immagine:
-
- O cara luna, al cui tranquillo raggio
- Danzan le lepri nelle selve,
-
-appicca questo strascico inopportuno:
-
- e duolsi
- Alla mattina il cacciator, che trova
- L'orme intricate e false, e dai covili
- Error vario lo svia.
-
-Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene,
-l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso
-dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri
-più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo
-il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni
-frequenti; e molte delle sue poesie traggono da un contrasto
-inspirazione e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile,
-contrasto fra la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia,
-tra la fortuna e la virtù, ecc.; nel canto _Alla primavera_, e in
-altri, contrasto fra la felicità degli antichi e la infelicità dei
-moderni; nell'_Ultimo canto di Saffo_, nel _Consalvo_, nell'_Aspasia_,
-contrasto fra l'amore e la sorte o la malignità; nella _Sera del
-dì di festa_, contrasto fra il desiderio e la speranza del piacere
-e il disinganno; nella _Ginestra_, contrasto fra la superbia e la
-miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre contrasto fra la
-natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la illusione e
-il vero[496]. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la luna,
-mentre Roma precipita:
-
- Cognati petti il vincitor calpesta,
- Fremono i poggi, dalle somme vette
- Roma antica ruina;
- Tu sì placida sei?
-
-Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte
-dell'orizzonte, il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a
-un susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone
-al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo
-dissidio, vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio.
-
-E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così
-volentieri, si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e
-dello spazio, risalendo alle prime storie del genere umano e agli
-antichissimi miti, smarrendosi nella vastità de' cieli stellati;
-dacchè il remoto, per una facile illusione del sentimento e della
-immaginativa, ci appare, non solo diverso dal prossimo, ma pure in
-contrasto con esso, e quasi una negazione di esso. Nessuno meglio del
-Leopardi conobbe l'affascinante poesia di quel lontano in cui l'anima,
-prosciogliendosi dalle cure angustiose, sottraendosi alla tirannide
-delle cose presenti e prementi, ritrova e sente tutta sè stessa, e
-rinnovata e libera si muove e si espande. E qui ancora è una delle
-ragioni di quel suo quasi culto delle rimembranze, dacchè ciò che
-l'uomo ricorda con più tenerezza e di desiderio, sempre contrasta, in
-una certa misura, con ciò che l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se
-non che s'è dovuto notar da altra banda quanto alle volte il Leopardi
-si tenga stretto alla realtà immediata e presente. Questa facoltà
-ch'egli ha di accostarsele e di scostarsene a suo talento acuisce
-mirabilmente in lui il senso dei contrasti; e dal contemperamento e
-dalla fusione di qualità che a primo aspetto non sembra si possono
-insieme accordare, viene alla sua poesia un'attrattiva assai nuova e
-rara.
-
-L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli
-epiteti. Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici,
-che servono sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta
-più particolarmente sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici
-e musicali che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione
-rigogliosa e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono
-elementi determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta
-misura e giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di
-semplice ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente
-nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e
-per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale gli
-epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza che gli
-psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, sono
-appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore frequenza,
-come _ermo_, _solitario_, _deserto_, _romito_, _quieto_, _ignudo_,
-_eterno_, _infinito_, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo
-suo, e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico,
-della vita fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente
-alla caccia di quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte,
-l'_épithète rare_; nè mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed
-usurpatori che violentano o contraffanno le cose. Quello che Teofilo
-Gautier disse trasposizione delle sensazioni è artifizio presso che
-ignoto al nostro poeta.
-
-Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del
-Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica,
-anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri
-principali.
-
-Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e
-di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del
-Leopardi. Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni
-distinzione fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo
-stile», sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un
-deserto inamabile, dove invano cerchi un fiore»[497]. Ma chi mai
-vorrà acquetarsi a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in
-quello stile (e qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e
-poesia) è verissimo; ma non altrettanto vero che sia quello stile un
-deserto inamabile. Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un
-perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose
-del Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino
-più visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»[498].
-Il Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa.
-Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo
-punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana
-quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le
-diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura solida
-e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse insomma
-eccellente prosa di tipo intellettuale[499]. Ma ancora parmi si scosti
-dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a uno
-scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se non
-vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non solamente
-nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente
-dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento
-che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione di frasi e di
-periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello stile sono
-la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la chiarezza;
-doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello che dicesi
-stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi stile
-organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire ciò
-che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore veramente
-buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel medesimo
-ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il Leopardi
-considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» come «quella
-cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», e della
-chiarezza disse esser essa il primo _debito dello scrittore_[500].
-Ma di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi
-voleva rifatto _il di fuori e il di dentro della prosa_.
-
-Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai Greci,
-dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni,
-egli ebbe in conto di _miserabili_)[501]; ma si tace del nuovo ch'egli
-introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui
-seppe, più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie
-forme tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al
-Giordani: «L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come
-fanno i Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma
-i Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser
-letti, bisognasse adoperarla»[502].
-
-Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica[503]:
-notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la prosa
-«geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così
-somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte in
-fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità
-morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in tutte
-quelle prose che sanno d'antico»[504]. Che se per entro alle prose di
-lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova
-la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che
-contraddistinguono alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza
-che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di
-chi favelli di sè.
-
-Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il maggior
-luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che delle altre
-due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca (e
-più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e
-ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro
-la opinione dello stesso Giordani[505], il poeta sostenne essere la
-poesia alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere
-prima prosatori per poi riuscire poeti[506]: verità incontrastabile,
-avvertita da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia
-intendere quanto sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in
-prosa ciò che intendon poi di mettere in verso, e perchè un poeta
-eccellente possa essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore,
-poeta pessimo[507].
-
-Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito,
-parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba
-senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia
-una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il
-Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa
-vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera così
-piacevole all'occhio come la _y_; che al poeta occorre, non solamente
-di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe ha un
-suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, l'occhio
-è allettato. Se la _visualità_ può menare così lontano, noi non ci
-dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I versi
-del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo
-per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, contano
-fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma ogni
-altra letteratura[508].
-
-I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una
-seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni,
-ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente
-senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il
-Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente
-come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte immediato e
-diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia la perifrasi,
-e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che riconosciuta
-da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando a' dì nostri
-chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e squisito. E,
-per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa armonia
-generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo poetico,
-e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario colore de'
-suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o ben di rado
-dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un medesimo
-tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere di
-farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar questo
-trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, difficilissimo
-magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe la sentenza del
-Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien est supérieur à
-un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, sdegnando il verso
-che suona e che non crea, egli non gradirebbe già il verso che creando
-non suoni, troppo bene sapendo come il suono in questa arte sia forza
-creativa, il verbo divino che trae dal nulla le cose.
-
-Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So che a
-taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce scarsa per
-questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile intender poco
-le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? tanto possibile,
-credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. Questa non è
-virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre vengano
-insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non d'altro nasce
-che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo intendere
-ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica
-comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza nel
-comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) che il
-Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, vogliamo
-intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della parola,
-della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, alla
-natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come ognun vede,
-dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità della
-elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di ritmi il Leopardi
-è maestro grandissimo[509]. L'arte ritmica di lui si dà a conoscere
-nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella studiata
-alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime delle
-sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte
-parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso,
-magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo
-e motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo
-sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre
-impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' versi
-dell'_Ultimo canto di Saffo_, ov'è descritto il volgersi per l'aria del
-polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto vasto e
-il tumulto della bufera.
-
-Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito
-dell'armonia, la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile,
-soccorsi dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo
-gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata[510], da
-quella perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i
-grandi maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale
-in nessuna sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile,
-senza l'opera di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e
-nella manifestazione de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere
-rivali: la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il
-vano desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e
-l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto,
-l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella
-disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano
-quel senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono
-di strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone
-equilibrio, compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi,
-ora si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben
-guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e più
-copiosa fonte della sua poesia.
-
-Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' versi
-di lui, per esempio nella _Vita solitaria_ e nelle _Ricordanze_, un
-po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto)
-come uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire
-che la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli
-stessi criterii con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora,
-che quella tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella
-poesia del Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in
-grado di penetrare sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di
-sentimento. E ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai
-l'arte di produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle
-impressioni molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così
-è più sempre da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro
-le conseguenze e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente
-era in lui, riparato il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi
-dell'organismo, di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per
-non dire impossibile, scrutare il modo e la ragione.
-
-Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte
-emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti
-retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente
-dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione propria e
-spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte i tesori
-dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia alla
-imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso,
-altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte
-l'opera del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e
-più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane
-uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni
-letteratura; e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come di
-straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli è
-poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori di
-lui: poeti eguali a lui non ci sono.
-
- AVVERTENZA. — Erano già stampati i fogli che precedono quando
- giunse notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le
- carte leopardiane lasciate dal Ranieri, delle quali è ripetuto
- ricordo in questo Saggio, le aveva affidate alle cure di appositi
- commissarii, che debbono prenderle in esame e fare le opportune
- proposte per la pubblicazione delle inedite.
-
-
-
-
-PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI[511]
-
-
-Che c'è ora in letteratura, anzi in tutta quanta l'arte, una vera
-e propria reazione, la quale si va più sempre allargando, ognuno lo
-può vedere, solo che giri intorno lo sguardo; che tale reazione si
-esercita, con più deliberato proposito, contro il realismo e le sue
-varietà, ognuno può facilmente conoscere, solo che ne consideri gli
-andamenti e i caratteri generali; che essa finalmente, sia effetto
-e parte di un'assai più generale reazione che si viene compiendo nel
-pensiero e nella coscienza del tempo presente è cosa che si potrebbe
-arguire a priori, e che l'osservazione, anche più superficiale e
-affrettata, fa manifesto.
-
-Per discorrere della reazione particolare, che diremo letteraria, in
-modo adeguato del tutto, bisognerebbe prima, senza dubbio, discorrere
-della reazion generale; cercarne le cagioni e le origini; determinarne
-la estensione e il carattere; delinearne i procedimenti e le forme: ma
-sarebbe lavoro assai lungo, da non potersi costringere in poco tempo e
-poco spazio: e, da altra banda, di tal lavoro alcune parti furono già
-fatte; altre non si potranno fare se non da chi, dopo noi, guarderà
-questi moti essendone fuori, da lungi. Basterà qui pertanto accennare,
-o rammentare, le cose e i fatti più appariscenti.
-
-Guardata nel tutto insieme, la reazion generale appare quale un moto
-avverso alla scienza positiva e al positivismo filosofico. Il secolo,
-giunto al suo stremo, si riconverte, sembra, a quell'idealismo che,
-accompagnando, e in parte promovendo, un'altra reazione, ne diresse
-gl'inizii. Rinasce, se non propriamente la credenza, il sentimento
-religioso, o almeno quell'inquieto e pungente senso del mistero che
-ne fa avvertire il bisogno e lamentare la mancanza. Il misticismo
-s'intrude anco una volta in quella scienza che l'aveva inesorabilmente
-sbandito; tenta di adulterarne i principii; si sforza di snaturarne
-i metodi e di offuscarne i fini: e molti, sdegnando gl'incerti
-compromessi e i connubii illegittimi, gridano che la scienza è venuta
-meno alle sue promesse, che il suo regno è finito, che la scienza è
-fallita.
-
-Non sono certo da disconoscere le molte cagioni di indole sociale e
-politica, e le intricate, e spesso non belle, ragioni di opportunità e
-d'interesse che concorrono a produrre quell'effetto; ma sarebbe errore
-il credere ch'esse sieno sole a produrlo. Che altre pur ve ne sieno,
-più recondite e men facili a scoprire e ad intendere, scaturienti dal
-proprio fondo della nostra natura e, forse, della universa natura,
-è fatto palese, parmi, dalla generalità stessa del moto, dalla
-molteplicità, varietà e rispondenza delle singole manifestazioni sue,
-e ancor più, se non erro, dal carattere stravagante e dall'insania
-più che probabile di alcune di tali manifestazioni. Il teosofismo e
-il magismo acquistano ogni giorno nuovi seguaci. L'alchimia ha i suoi
-iniziati e promette di nuovo, con la trasmutazione dei metalli, anche
-la pietra filosofale. L'astrologia torna in onore, e nella stessa
-Inghilterra, patria di Bacone da Verulamio e d'Isacco Newton, dello
-Stuart Mill e dello Spencer, anzi colà più che altrove, si rallegra
-di numerosi cultori, porge copiosa materia a giornali ed a libri.
-Credo abbia torto il Nordau, o abbia solo in parte ragione, quando nel
-nuovo misticismo altro non vede se non l'effetto della degenerazione
-crescente, o un avvedimento e un ripiego politico[512]. Non sono tutti
-degenerati per certo i seguaci e i fautori delle nuove, o rinnovate
-dottrine, e basta ricordare a questo proposito come, tra quelli che lo
-spiritismo conta in grandissimo numero, ve ne sieno notoriamente alcuni
-a cui la scienza va debitrice di grandi incrementi, e i nomi dei quali
-godono di celebrità meritata. Quanto alle ragioni politiche, se quelle
-che il Nordau viene additando possono, sino ad un certo segno, spiegare
-il misticismo francese, non potrebbero spiegare egualmente l'inglese, o
-l'americano.
-
-Giova dire che la scienza stessa riaperse al misticismo la porta
-il giorno in cui, acquistata più sicura coscienza di sè, veduti
-meglio i proprii confini, confessò la impotenza propria in cospetto
-dell'_inconoscibile_, e ridestò negli animi il senso sopito del mistero
-avvolgente; il giorno ancora in cui ruppe la lega malamente stretta
-col materialismo, e rivendicò la piena libertà dell'indagine, fuori
-delle angustie di qualsiasi preconcetto dottrinario o settario. Giova
-dire che già da parecchio tempo, in presenza di tendenze avverse,
-sempre più minacciose e incalzanti, l'individualismo s'è risentito,
-s'è accampato con nuovo orgoglio e con nuova arditezza, ha spinto sino
-al paradosso e all'iperbole certe sue pretensioni, le quali, quanto
-sono repugnanti alla scienza, che abbattendo o livellando gli orgogli
-umani, disciplina, consocia ed agguaglia, sotto il giogo di una legge
-ineluttabile e imprescrittibile, potenze, atti e fortune, altrettanto
-sono inchinevoli a quel misticismo docile e vago che permette, anzi
-favorisce, ogni intemperanza di sentimento e di fantasia, e ad ogni più
-oscuro moto dell'animo dà significato come di rivelazione, e concede
-ad ogni uomo di foggiarsi il mondo a sua posta; quanto contrarie al
-positivismo, che ci comprime dentro e sotto la natura, altrettanto
-confacevoli all'idealismo, che ci leva fuori della natura e sopra di
-essa.
-
-Di quello che negli ultimi tempi fu detto, un po' troppo
-arrischiatamente e pomposamente, _spirito nuovo_, una buona parte si
-può esprimere con le tre sacramentali parole: _rinascenza dell'anima_,
-le quali, significando al tempo stesso un desiderio e un proposito, un
-presente e un avvenire son diventate, esplicitamente o implicitamente,
-la formola dell'arte nuova.
-
-
-I.
-
-Delle reazioni in genere, e delle reazioni letterarie in ispecie, non
-bisogna sgomentarsi troppo, nè troppo dolersi. Tutta la storia umana,
-dalle origini più remote sino al giorno presente, è fatta di azioni
-che sono al tempo stesso reazioni, e di reazioni che sono al tempo
-stesso azioni. Certo, sarebbe molto più profittevole, o, per lo meno,
-più speditivo, al genere umano procedere per via diritta verso quella
-qualunque meta che può essere segnata al suo corso; ma vuole la nostra
-natura, o vuole la natura a noi circostante, che quel corso sia un
-andare a gangheri, lungo una linea spezzata, o un andare in volta,
-lungo una spirale, con inenarrabile tedio di quanti s'avvedono (e son
-pochi) della maniera e qualità del cammino, e con inenarrabil fatica di
-quanti (e sono tutti) vanno camminando a quel modo, e con incresciosa
-apparenza, se non con evento vero, di vani, anzi nocivi ritorni. Data
-la necessità di così fatto andamento, si comprende come la ininterrotta
-sequela delle azioni e delle reazioni appaja, guardata sotto certo
-aspetto, non in tutto, ma in parte, quasi una sequela ininterrotta
-di errori e di correzioni, di colpe e di castighi, di eccessi e di
-repressioni, e quasi uno sforzo continuo ed alterno e mal proporzionato
-inteso a stabilir l'equilibrio; per tal forma che ogni errore, ogni
-colpa, ogni eccesso sia come il termine estremo e fatale di un moto
-che fu, ne' suoi principii, ragionevole e buono; ed ogni correzione,
-ogni castigo, ogni repressione porti fatalmente con sè il germe di un
-male futuro. Come e perchè una reazione possa molto più giovare che
-nuocere, e un'altra molto più nuocere che giovare; come e perchè l'una
-appaja atta a venire a capo di tutti i proprii intendimenti e l'altra
-di alcuni pochi soltanto, o di nessuno, è cosa che dipende da infinite
-ragioni, da intricatissime contingenze, e che vuol essere indagata
-volta per volta e caso per caso.
-
-La storia delle lettere, come parte della storia generale umana, è
-anch'essa tutta quanta tessuta di azioni e di reazioni, nei tempi
-antichi, in quelli di mezzo, nei moderni, con questo solo divario,
-che azioni e reazioni appajono tanto più rade e più lente quanto più
-si risale verso gli antichi, tanto più frequenti e veloci quanto più
-si scende ai moderni. Se ben ci si guarda, di sotto alla molteplicità
-degli aspetti e delle movenze particolari, si scorgono alcuni
-principii generali, i quali non mutano, o mutan ben poco, quanto alla
-sostanza, e con perpetua vicenda si contrappongono, si combattono,
-si soppiantano. Come più la civiltà differenzia e si complica; come
-più si moltiplicano, si compongono insieme e s'intrecciano le forme
-e le funzioni della vita, più la vicenda spesseggia: ond'è che
-nell'antichità, e poi nel medio evo, vediamo aver durata di secoli moti
-che in questa nostra età si misurano a lustri.
-
-La reazione letteraria presente si esercita in più special modo contro
-il realismo, e più propriamente ancora contro il naturalismo, che fu
-come la caricatura di quello e l'errore e la colpa e l'eccesso cui
-quello doveva pervenir fatalmente. Essa si esercita con la scorta di
-due concetti principali (non oserei dir dottrine) e sotto due nomi
-principalmente: preraffaellismo e simbolismo; de' quali, il secondo
-designa un moto di recentissima origine, e il primo un moto di origine
-notabilmente più antica, ma di novissima voga. E quello e questo hanno,
-insieme con qualità e tendenze proprie e diverse, qualità e tendenze
-somiglianti e comuni. Entrambi si oppongono al naturalismo, di cui
-l'uno schifa più la volgarità e la crudezza, l'altro più l'abuso del
-particolare e del concreto: entrambi ricusano il così detto plasticismo
-e l'arte marmorea dei parnassiani: entrambi menan vampo di uno sdegnoso
-e nobile individualismo: entrambi si dicono e sono idealisti, si
-separano dalla vita reale, vagheggiano, rimpiangono, risuscitano come
-possono il medio evo, e più alta e perfetta stiman quell'arte che
-chiusa ai più, schiva d'ogni contatto, più partecipa della visione
-e del sogno. La reazione contro il realismo non potrebb'essere più
-risoluta di così; ma non è poi altrettanto nuova quant'è risoluta,
-sebbene coloro che in vario modo la menano, o ne sono menati, la
-stimino cosa novissima e senza esempio. Per non dilungarci troppo
-nella ricerca dei casi consimili, e guardando a una sola delle molte
-specie letterarie, basterà ricordare come in questa nostra Europa
-moderna, nello spazio di pochi secoli, la novella italiana, insieme con
-le imitazioni che se n'ebbero fuori d'Italia, sia stata soppiantata
-dal romanzo eroico e pastorellesco dei Francesi; questo dal romanzo
-picaresco degli Spagnuoli e dal realistico degl'Inglesi; entrambi
-questi due dal romanzo avventuroso e sentimentale dei romantici, a cui
-sottentrò il romanzo naturalistico, che incalzato e sopraffatto a sua
-volta, cedè il campo a un nuovo vincitore. Onesta lotta è, in fondo,
-la lotta di due principii nemici che si sopraffanno a vicenda, il
-principio realistico e il principio idealistico.
-
-Della presente reazione letteraria molti si rallegrano e molti si
-rattristano; e di quelli che si rallegrano non pochi sono uomini usi
-d'applaudire ad ogni novità, qual ch'essa sia; e di quelli che si
-rattristano non pochi sono uomini usi di vituperarle tutte, senza
-curarsi di sapere che sieno. Il critico, avendo finalmente imparato che
-anche in letteratura la mutazione è necessaria e inevitabile; che il
-buono, in pratica, non si può sceverare dal reo con quella facilità che
-nei trattatisti si vede; e che il più delle volte, se non sempre, certa
-misura di male è condizione a certa misura di bene; il critico, dico,
-non s'ha da rallegrare nè da rattristare se non a ragion veduta, e
-questo ancora con certa temperanza onesta e prudente, quale può essere
-consigliata dal convincimento che il mondo non va già in perdizione
-per ciò solo che in qualche modo è fatta offesa ai nostri gusti o alle
-nostre opinioni; e ch'esso cammina per le sue vie, le quali non sempre
-sono le nostre; e che, ad ogni modo, quando pur sieno, non si sa dove
-menino. E il critico potrà ragionevolmente rallegrarsi che questa
-reazione ponga fine al regno, anzi alla tirannide del naturalismo,
-il quale, da un pezzo già, era troppo trascorso oltre i termini del
-sensato e del tollerabile. E se gli sarà detto essere le idee e le
-intenzioni dei novatori molto confuse ed oscure, egli non negherà
-questo, ma avvertirà che sì fatti rivolgimenti sono mossi assai volte,
-nei loro principii, da impulsi profondi dell'animo, de' quali l'uomo
-non ha troppo chiara coscienza, oppure da eventi esteriori, de' quali
-l'uomo non ha sufficiente contezza; e che però le dottrine intese a
-spiegarli e giustificarli non mutarono se non tardi, e con fatica,
-come da innumerevoli esempii è mostrato; e che per questo ancora non
-si può, in modo sicuro, dalla insufficienza della dottrina far giudizio
-dell'irragionevolezza del moto. E se da alcun altro gli sarà detto che
-l'arte dei novatori non produsse insino ad ora nessun'opera eccellente
-fra le poche mediocri e le molte pessime, egli consentirà pienamente,
-ma ricorderà in pari tempo che molt'altre volte avvenne il medesimo
-alle nuove scuole in sul primo loro formarsi; e che il tempo dei primi
-conati e delle prove avventurose non può essere quello dei capilavori;
-e che quanto si dice dei novatori di adesso fu pur detto, per citare
-un esempio, di quei romantici che lasciarono sì più di un'opera grande,
-ma lasciaronla solo dopo aver fatto credere per un pezzo di non sapere
-nè che si facessero nè che si volessero. Da altra banda il critico
-esaminerà con libero intelletto il moto presente, distinguendo ciò che
-in esso ha sembianza di sano da ciò che non l'ha; cercando se abbia
-veramente tanto di forza quanto d'irrequietezza; e se dia segno di
-voler vincere durevolmente (non già pei secoli, si intende), o cedere
-in brev'ora a contrasti solo momentaneamente rimossi: nè dimenticherà
-che la ciarlataneria, la scimunitaggine, la pazzia sono cose umane e
-comuni; che la passione è un fuoco inestinguibile; che la moda è un
-vento mutevole; che l'esempio trascina e che l'illusione è regina del
-mondo: nè dimenticherà che la critica è fatta più per interpretare che
-per guidar l'arte; che il suo compito è il più delicato dei compiti; e
-che i giudizii suoi sono soggetti a rivedimento in perpetuo.
-
-Con queste norme e con queste cautele vediamo di intendere la natura
-del preraffaellismo e del simbolismo e di abbozzare un giudizio sul
-valore della reazione esercitata in lor nome.
-
-
-II.
-
-Com'è noto, il preraffaellismo nacque in Inghilterra, ma per opera,
-principalmente, di un Italiano, cioè di Gabriele Dante Rossetti,
-pittore e poeta, e figliuolo di quel Rossetti che fu, prima e dopo del
-'30, uno dei principali poeti e promotori della rivoluzione italiana,
-e lo studio stesso dell'Alighieri volse in servigio della libertà e
-della patria. Ostentando di anteporre a Raffaello, considerato quale
-un pervertitore dell'arte, i predecessori suoi, e, di questi, più
-stimando i più antichi, il preraffaellismo si manifestò da prima e
-si affermò nella pittura, ma non tardò molto a invadere la poesia,
-che meglio forse della pittura poteva piegarsi a' suoi intendimenti
-senza offender troppo il gusto corrente e la tradizione; e definito,
-nella stessa Inghilterra, una _rinascenza dello spirito_, o, almeno,
-_del sentimento medievale_, fu in tal qualità contrapposto a quella
-rinascenza dello spirito e del sentimento antico che noi denominiamo,
-senz'altro, la Rinascenza. Ognuno vede quale affinità venga perciò
-a palesarsi tra il preraffaellismo e il romanticismo, e, non fossero
-certe differenze di cui ora dirò, altri potrebbe scambiarlo, senza più,
-per un rimessiticcio del romanticismo stesso. È noto di che fervido
-culto i più dei romantici onorassero il medio evo, e come parecchi
-di essi sognassero di farlo rinascere. Nei primi anni del presente
-secolo si videro non pochi giovani pittori, scaldata la fantasia
-dagli entusiasmi romantici, rinnegare come corrotta tutta l'arte della
-Rinascenza, e rimettersi, in buona fede, alla scuola di Giotto. Tra
-il fatto di allora e il fatto di ora c'è dunque molta somiglianza,
-e il preraffaellismo bisogna si contenti di non essere tanto nuovo
-quanto s'immaginava; ma se i fatti si somigliano, la ragion dei fatti è
-diversa. Per votarsi al santo medio evo il romanticismo aveva tutta una
-sequela di ragioni che il preraffaellismo non ha, nè può avere: guerra
-a quel classicismo di cui il medio evo era stato appunto come una gran
-negazione, secolare e concreta; ritorno a quella fede di cui il medio
-evo era tutto impregnato, e di cui aveva per tanti secoli vissuto;
-desiderio, in Germania, di una grandezza politica di cui porgeva
-indimenticabile esempio l'Impero; desiderio, in Italia, di una libertà
-che, dopo i Comuni, non s'era più conosciuta. Il preraffaellismo di
-queste ragioni salde e positive non ne ha neppur una. Esso nega, ma non
-si può dir che combatta; vorrebbe gustare le consolazioni e le estasi
-della fede, ma sente che questa fede gli manca, e non sa come fare a
-procacciarsela; detesta tutti gli ordinamenti e reggimenti sociali e
-politici che ci stringono intorno e ci pesano addosso, ma non ne addita
-di migliori, e, in realtà, non si propone di mutarne alcuno. Esso è
-l'infingardaggine nell'arte.
-
-Se ben si guarda, si vede che il preraffaellismo nasce in gran parte da
-una ragione puramente negativa, dal disgusto, cioè, della vita presente
-e della presente civiltà quale in grado massimo lo sente e l'ostenta
-il Ruskin[513]. Io sono ben lungi dal credere che tale disgusto sia
-per sè stesso irrazionale e illegittimo, e che nasca, tutto e sempre,
-come vorrebbero certi biologi e sociologi, d'insufficienza o di
-perversione organica, e non altro significhi in fondo se non penuria
-di quella sovrana virtù, conservatrice d'ogni vita, ch'è la virtù
-dell'adattamento, ma ad ogni modo un principio puramente negativo
-qual'è questo non può, quando manchino altre forze e altri ajuti,
-essere un principio d'arte sicuro e fecondo; e l'arte si condanna da sè
-stessa all'esaurimento e alla morte quando si diparte in tutto dalla
-vita reale, dove sono, non tutte, ma le prime e le più copiose sue
-fonti, e si ritrae e si sequestra nella memoria, nel desiderio, nel
-sogno d'una vita che fu. Volere che l'arte non rispecchi se non ciò
-ch'è presente e comune, come fu canone del naturalismo, è grave errore;
-ma error non men grave è volere che l'arte rispecchi soltanto ciò che è
-peregrino e remoto: ed entrambi gli errori conducono, per opposte vie,
-alla menomazione dell'arte. Non nego che la distanza, sia di tempo,
-sia di spazio, non accresca poesia alle cose, perchè sarebbe negare
-un fatto reale, conosciuto universalmente, e più che sufficientemente
-spiegato dalla natura dello spirito e dalle leggi che lo governano;
-ma dico che la opinione comune di coloro i quali negano esser poesia
-nelle cose famigliari e vicine, e che s'hanno tuttodì davanti agli
-occhi e, per dir così, sotto mano, nasce, più che da un giusto vedere,
-e dal non saper vedere e dal non saper collegare con la vita passata
-la vita presente e la vita futura: nel che parmi appunto che stia
-uno degli offici più alti che possano all'arte assegnarsi. Credo che
-un animo forte e operoso tenda di sua natura, quando abbia troppo in
-dispetto il presente, piuttosto verso il futuro che verso il passato,
-e se verso il passato, verso quello soltanto ch'egli immagini potere e
-dovere rioperar sul presente, e sia davvero, o almeno appaja, maggior
-del presente. Quando i primi umanisti cominciarono a volger gli occhi
-all'antichità, e ad accendersi tutti dell'amore di quella, cominciò un
-grande rivolgimento nel mondo; perchè essi non si lasciarono sopraffare
-dal disgusto della conosciuta barbarie, nè anneghittirono nello sterile
-rimpianto della civiltà perduta; anzi con indimenticabile entusiasmo,
-vogliosi, non già di disertare la vita, ma sì bene di più altamente
-vivere, diedero opera a ricondurre quella civiltà per entro a quella
-barbarie, e a rifar col passato il presente: e tale fu l'impeto e
-la forza e l'intima virtù del moto, che travolse persino que' Papi e
-quella Chiesa che più avrebbero dovuto avversarlo.
-
-I preraffaelliti non pongono così alta la mira. Essi hanno grande
-avversione al rinascimento classico, ma non isperano un vero
-rinascimento medievale, contro cui troppe forze, e irresistibili, si
-troverebbero collegate. L'esempio dei romantici deve averli ammoniti;
-e ciò che non potè avvenire dopo il 1815, quando si trovava un Giuseppe
-De Maistre per iscrivere il famoso libro _Du Pape_, molto meno potrebbe
-avvenire ora. I preraffaelliti, del resto, non cercano nel medio
-evo, mal conosciuto e peggio rassettato, se non un rifugio che li
-ripari dalla ingiuria de' tempi; una specie di cenobio intellettuale
-e sentimentale, ove a bell'agio possano, se non appagare, accarezzare
-quel vago e tenero bisogno d'idealità e di fede che gli affanna e
-gl'inquieta, e sognare in pace i loro sogni. Il caso loro somiglia
-per più rispetti al caso di quei raffinati del XVI e XVII secolo,
-che sazii e fastiditi di cortigianeria e d'artificio, cercarono nuovo
-sentimento di schiettezza e illusione d'ingenuità nelle pastorellerie.
-Se non che la semplicità mal riesce ai raffinati. I preraffaelliti,
-checchè possan credere o dire, sono di animo affatto diversi da quei
-modelli a cui vorrebbero rassomigliarsi. L'ingenuità, perduta che sia,
-più non si racquista; e chi, a bello studio, manometta in un quadro
-le regole della prospettiva, o introduca in un componimento poetico
-immagini e locuzioni troppo disformi dal sentire e dal favellar nostro,
-con l'opinione di riuscir semplice e schietto, non riesce in fatto nè
-schietto nè semplice, ma solamente ridicolo. E poi, messo una volta
-il piede su questo sdrucciolo, non è quasi più possibile fermarsi:
-giacchè se a Raffaello sono da anteporre frate Angelico, Taddeo Gaddi
-e Giotto, perchè a questi non sarà da anteporre Cimabue, e a tutti,
-come più schietti ancora, e più veramente primitivi, i bizantini?
-Quando per arte semplice s'intende arte insufficiente, ciò non è punto
-difficile; ed è perciò che noi vediamo ora, dietro i passi dei pittori
-preraffaelliti, muovere una schiera di pittori che si potrebbero dir
-pregiottiani, i quali, intenti a rinnovare in tutto il suo rigore la
-tradizion bizantina, offrono agli attoniti sguardi de' contemplanti,
-stecchite figure di vergini, di asceti e di martiri, senza espressione,
-senza sangue, senza carni, con tale una ostentata (ma non in tutto
-ostentata) ignoranza dell'anatomia, del drappeggiamento, del colore e
-di ogni cosa, da fare o strabiliare, o sorridere.
-
-Non perciò vorrò dire che il preraffallismo non abbia prodotto qua
-e là un qualche effetto buono. In pittura esso ha indubitabilmente
-contribuito ad affinare novamente il gusto, che s'era un po' troppo
-ingrossato alla scuola del naturalismo; a risollevare e riconfortare la
-fantasia che da quella scuola era stata depressa e mortificato un po'
-più del dovere; a ridare il luogo che gli si compete a quell'elemento
-ideale senza di cui l'arte a breve andare s'intorbida e s'invilisce. Nè
-ciò soltanto; chè trasfondendo, senza quasi avvedersene, un sentimento
-moderno nelle forme e nelle immaginazioni del medio evo, esso ha
-talvolta prodotto _motivi_ di una venustà rara ed arcana, di una
-insuperabile acuità d'impressione, e ottenuto trasfigurazioni veramente
-singolari e potentemente emblematiche della persona umana, e raggiunto
-in certe composizioni di bizzarra, florida, taumaturgica fantasia tale
-una fusione della realtà e del sogno quale non credo siasi mai veduta
-innanzi, nè possa ottenersi maggiore.
-
-In letteratura i suoi meriti mi pajon minori, ma non minori i demeriti.
-Sembra ch'e' non osi staccarsi dalla poesia e avventurarsi nella prosa,
-nè che della poesia osi trattar tutti i temi e le forme; e Gabriele
-Dante Rossetti, del cui valore noi non abbiamo ora a discutere,
-rimane pur sempre il maggiore de' suoi poeti. Ciò nondimeno, a chi
-ami l'arte non parrà picciol merito la sollecitudine viva e devota
-adoperata in restituire l'antico grado e gli antichi onori a quella
-poesia che dai naturalisti fu tanto sdegnata, e di cui lo Zola osava
-scrivere: «J'assigne simplement à la poésie un rôle d'orchestre; les
-poètes peuvent continuer à nous faire de la musique pendant que nous
-travaillerons»[514]. Anzi i preraffaelliti passarono il segno quando
-pretesero racquistare alla poesia quel primato che le condizioni
-presenti della cultura e della vita più non le consentono. Ma di questo
-più oltre.
-
-Che il preraffaellismo dovesse trovare anche in Italia ammiratori e
-seguaci, come da molto tempo ve li trovano tutte le novità forestiere,
-è cosa che non si poteva, sembra, evitare. A tacer dell'effetto che
-se ne vide in pittura, basterà ricordar quello che se ne vide in
-poesia, quando su pei giornali letterarii cominciarono a comparire
-sonetti e canzoni e ballatette e sestine e none rime, rifatte sugli
-esemplari del Dugento e del Trecento, con atteggiamenti di stile, con
-impostature e cadenze di versi, con suoni di rime, tratti a grande
-studio da quell'arte; e insiem con le forme si riaffacciaron que' temi;
-e la donna angelicata rifece capolino, tutta soave e leggiadra, fra
-il corriere delle mode e l'articoletto di cronaca; e gli spiritelli
-d'amore diguazzaron le alucce tra i ghirigori e i cincigli della stampa
-cortesemente provveduti dal proto; e parve quasi di riudire la voce di
-Guido Orlandi chiedere con devozione:
-
- Onde si move ed onde nasce Amore?
- Qual è 'l su' proprio loco ov'e' dimora?
-
-e Guido Cavalcanti, un po' accigliato, rispondere:
-
- In quella parte dove sta memora, ecc.:
-
-cosa da ricevere con sollazzo e con riso, se, più che da una
-perversione del gusto, non nascesse da scioperataggine di mente e da
-grande impoverimento delle facoltà creative. Ma il preraffaellismo,
-benchè iniziato, si può dire, da un Italiano, e dietro esempii
-italiani, non sembra che possa avere fortuna in Italia, dove, se alcuna
-tendenza è che più direttamente derivi dall'indole della nazione, e
-si confaccia al costume, e li significhi entrambi, quella è dessa per
-certo che, contrastando allo spirito de' tempi di mezzo, sortì nel
-Rinascimento il proprio fine e il proprio trionfo: e già per le usanze
-e gl'ideali di questo vediam rinnovarsi in Italia un'ammirazione e un
-amore contro cui la dolce mania medievale del preraffaellismo non è
-possibile che prevalga.
-
-Nè v'è ragione di credere che fuori d'Italia esso abbia a vivere
-rigoglioso e durare a lungo. Troppe forze lo premono, delle quali è
-grande errore l'immaginare che sien vicine a dissolversi e a perdersi.
-Esse anzi acquistano, d'ora in ora, maggior gagliardia, e tutte
-congiunte ci trascinano sempre più lungi dagli esempii e dai termini di
-una età alla quale un repentino ripiegar della via può solo per picciol
-tratto far credere che noi ci andiam raccostando. Nella grande, torbida
-e impetuosa corrente del pensiero moderno, il preraffaellismo (e altro
-con esso) non segnerà se non un breve e passeggiero ringorgo. Se non
-ingannano i segni che del futuro si vedono, esso si dileguerà tra non
-molto, e il suo nome sarà il nome di una piccola increspatura, non
-quello di un grande rivolgimento dell'arte.
-
-
-III.
-
-Il preraffaellismo ha formola chiara e precisa, ma angusta; il
-simbolismo formola molto più larga, ma anche più incerta ed oscura.
-
-Come nascesse il simbolismo in Francia in questi anni passati, e per
-opera di chi; e quanta parte s'avessero nel suo nascimento e nelle sue
-prime imprese un ragionevole bisogno dello spirito e un giusto senso
-dell'arte; quanta la ignoranza, la sciocchezza, la ciarlataneria,
-e persino il gusto di burlarsi del prossimo: e come fosse operato,
-anche in questo caso, l'ordinario miracolo del proselitismo, noi non
-andrem ricercando. Che cosa esso sia propriamente, e che si voglia,
-non è facile dire, nè pare che lo sappian gran fatto coloro stessi
-che lo professano e ne annunziano il verbo. Qualcuno, ripetendo, senza
-addarsene, vecchie e incompiute definizioni del romanticismo, lo definì
-l'individualismo nell'arte, oppure la libertà nell'arte; e, veramente,
-considerato sotto certo aspetto, il simbolismo non parrebbe esser
-altro che un ricorso di romanticismo attenuato, rimpicciolito, e come
-dissanguato. Al qual proposito gioverà notare una volta per tutte che
-il decadere del realismo doveva di necessità dar luogo ad un qualche
-ravvivamento e risentimento di quel romanticismo che esso da prima
-aveva combattuto e vinto.
-
-Se l'intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il
-simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che
-considera e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna
-per sè e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni
-le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le
-materiali delle spirituali[515]. Sì fatto intento non è già nuovo;
-anzi è vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso
-della parola, ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto
-istintiva e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi
-volesse andare in traccia del simbolo per entro nell'arte realistica,
-e agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a
-trovarlo. Son due anni, o poco più, nella _rassegna indipendente_ che
-s'intitola _L'Ermitage_, il Saint-Antoine parlò, volendo far servigio
-alla scuola, del simbolo e dell'allegoria, della leggenda e del mito,
-distinguendo di ciascuno la significazione e il carattere; ma non
-si vede ch'egli abbia aggiunto gran che a quanto in proposito era
-stato detto da un pezzo; e alla nuova scuola avrebbe dovuto premere,
-non tanto la definizione puramente teoretica del simbolo, quanto una
-dottrina, o una norma, per la scelta e per l'uso di esso, e alcuna
-opportuna avvertenza circa il modo migliore di far che agli intenti
-rispondano i mezzi dell'arte.
-
-Ad ogni modo, appar chiaro che i simbolisti, come già i romantici,
-non vogliono poesia senza simbolo; e chi desiderasse sapere come la
-pensassero i romantici a questo riguardo, almeno i francesi, frughi
-nel parigino _Globe_ del 1829, e troverà uno scritto che gliene darà
-contezza: e se ode questo o quel simbolista sentenziare che ogni
-bellezza è, di sua natura, simbolica, si ricordi che Guglielmo Schlegel
-e Giovanni Herder dissero per l'appunto il medesimo. Nessuno, se non
-è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà biasimare i simbolisti
-perchè vogliono poesia simbolica: ma chi poi, se similmente non è
-vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà approvarneli, quando
-pretendono che fuori di quella non abbia ad essere altra poesia?
-Non è forse poesia quella che, senza cercare e pensare più là, si
-contenta di ritrarre poeticamente le cose e di esprimere poeticamente
-l'anima umana? E son forse pochi, e sono di picciol merito i poeti che
-coltivarono e accrebbero sì fatta poesia?
-
-Ma non tanto errano i simbolisti in questa loro opinione che non sia
-poesia senza simbolo, quanto erran nel modo onde fan uso del simbolo,
-e ne curan l'effetto. Il simbolo non si propone altro fine se non di
-presentare un termine materiale e particolare in tal forma, e con tale
-avvedimento, che da esso si possa, anzi quasi si debba, ascendere a un
-termine o ideale o generale; e perchè tale passaggio avvenga, non in
-qualsiasi modo, ma in quel determinato modo che il poeta ebbe in mente,
-e non iscambii, mi si lasci dir così, un recapito per un altro, e non
-riesca, forse, appunto dove il poeta non volea che riuscisse, bisogna
-che il primo termine sia presentato in forma determinata, consistente,
-evidente, perchè, se presentato in forma perplessa, liquescente,
-nebulosa, potrà dar passo a più termini superiori, tutti diversi forse
-da quello che il poeta s'era prefisso, e potrà anche non dar passo a
-nessuno. Se i simboli riescono assai volte affatto vaghi e ambigui,
-anche quando il primo termine sia chiaro e preciso, figuriamoci quali
-han da riuscire quando quel termine è incerto ed oscuro. La lonza, il
-leone, la lupa di Dante son tali che ognuno li raffigura, e pure san
-tutti quanto varia e discorde sia stata la interpretazione del simbolo
-di cui essi sono parte: che sarebbe se il lettore non riuscisse a
-raffigurarli, e dovesse, prima d'ogni altra cosa, trovar gli argomenti
-per dimostrare che la lonza è una lonza, il leone è un leone, e la lupa
-una lupa? Ora essendo canone fondamentale della estetica e dell'arte
-dei simbolisti che le cose non debbono già esser ritratte nitidamente,
-ma solo adombrate, si vede che ha da seguire de' lor simboli, e
-s'intende perchè il simbolo appunto è ciò che meno si riesce a scovare
-nella loro poesia. Nè accade avvertire che qui non si tratta di quella
-studiata occultazione e di quella voluta ambiguità del simbolo che
-possono essere consigliate al poeta dalla condizione dei tempi, e dalla
-considerazione del pericolo a cui egli potrebbe esporsi usando simboli
-troppo ovvii ed aperti. Dei simboli dei simbolisti nessuna potestà, nè
-ecclesiastica, nè laica, s'è mai impermalita.
-
-Oltre che per l'uso, o meglio, per la immaginazione dell'uso del
-simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente
-al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per la
-inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l'onore che,
-rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia.
-
-Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza.
-Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine vero
-dell'arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire le
-détail technique, le renseignement local, enfin le côté historique
-et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté, dont
-mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo innanzi
-il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (_Béatrix_) queste
-testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non si può
-però negare che il realismo intendendo, com'è proprio suo cómpito, alla
-rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch'è più ovvio e comune,
-e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia nel mondo,
-non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi a mano a mano, come
-avviene, ad averla in dispetto. Son note le detrazioni che ne fece la
-Eliot, e le colpe e i danni che le imputò; ed è noto che il naturalismo
-la fuggì con altrettanta diligenza con quanta, per un altro verso,
-cercò la bruttezza. Onde il Mallarmé espresse il desiderio di tutti i
-simbolisti quando agognò di levarsi a volo
-
- Au ciel antérieur où fleurit la beauté:
-
-ma bisogna pur riconoscere che l'oggetto di quel desiderio è esso
-stesso un po' troppo _anteriore_, e si riman troppo nel vago, e che
-aborrendo i simbolisti da ogni rigorosa e perspicua delineazione di
-forme, la loro bellezza, quasi, è senza forma, e tanto vana rispetto
-a quella vagheggiata e ritratta dai Greci quanto è l'ombra rispetto al
-corpo. Ad ogni modo, per questo amor di bellezza, di cui vanno lodati,
-i simbolisti contraddicono, non soltanto ai realisti e ai naturalisti,
-ma ancora ai romantici, i quali un tratto, s'innamorarono anch'essi del
-brutto, e trovarono in Carlo Rosenkranz chi ne scrisse l'estetica.
-
-Verso il medio evo il simbolismo tende, in parte almeno, per quelle
-stesse ragioni per cui abbiamo veduto tendervi il preraffaellismo:
-certa sentimentalità religiosa inappagata e inappagabile, e il bisogno
-di quella piena libertà della immaginazione e del sogno a cui ogni
-realtà viva e presente riesce, o poco o molto, d'ostacolo, e che le
-usanze del viver nostro, e tutta quanta l'affacendata e aspra civiltà
-di questi tempi, insidiano e premono da ogni banda. E qui è da notare
-come i simbolisti, sebbene, per vie meglio opporsi ai realisti,
-ostentino grande amore all'antichità, e s'ingegnino di ritentare qua
-e là alcuni temi dell'arte antica, pure, dato quel loro immaginare in
-confuso e dire a mezzo, che non si confà punto col genio classico,
-e data quella vaga e fluida misticità, che del genio classico è per
-l'appunto il contrapposto, si trovino assai più a loro agio nel mondo
-medievale che non nell'antico, in una chiesa gotica che non in un
-tempio greco, in compagnia di claustrali che non di eroi. Ond'è che
-noi vediamo riapparire per opera loro, nell'incerta luce del secolo
-moribondo, tutta la vecchia fantasmagoria romantica di castelli
-merlati, di chiostri silenziosi, di cavalieri armati cavalcanti per
-cupe foreste, di re barbuti, di bionde donzelle, di sante e di santi
-rapiti in estasi. Uno di essi, Ferdinando Herold, intitola certo suo
-libricciuolo di versi _Chevaleries sentimentales_, titolo da fare
-invidia a ogni più zazzeruto e smunto romantico; e il Durtal, uno
-dei personaggi dell'_En route_ dell'Huysmans, non sogna se non medio
-evo[516]; e Paolo Verlaine, di cui son noti anche troppo i parossismi
-alternanti di religiosità e di lascivia, farneticava del medio evo
-_enorme et délicat_,
-
- Loin de nos jours d'esprit charnel et de chair triste.
-
-Non già che il medio evo non possa esser fatto rivivere dall'arte, come
-può esser fatta rivivere l'antichità, chè uno degli offici dell'arte
-è per l'appunto di prolungar la vita delle cose, e di ridarla, in
-qualche modo, a quelle che l'hanno perduta; ma il ravvivamento, per
-non riuscire un giuoco vano e puerile, deve innanzi tutto operarsi in
-una coscienza che sappia essa stessa serbarsi viva rimanendo moderna, e
-nelle forme proprie, non dell'attualità, ma del ricordo.
-
-Della devozione grande che i simbolisti hanno alla poesia si può
-dire ch'è troppa, ma s'ha pure a darne loro, come s'è data ai
-preraffaelliti, la debita lode. Quanto è dell'utilità, a coloro che,
-seguitando una opinione dello Schiller, rinnovata dallo Spencer,
-dicono l'arte non essere se non un giuoco, tanto più sincero quanto
-più è inutile, si può rispondere che tutte le arti cui si dà nome di
-belle son utili, in quanto che, variamente appagando un bisogno della
-spirituale natura dell'uomo, cooperano a che essa natura si conservi
-integra e sana nel pieno svolgimento e nell'esercizio armonico di tutte
-le sue facoltà. Ma v'è a dire anche altro. Lo stesso Spencer mostrò
-come la musica, suscitando agevolmente negli animi sentimenti a tutti
-comuni, e armonizzandoli, per così dire, insieme, a quel modo che fa
-de' suoni, e tutti i sentimenti purgando e affinando che le è dato di
-esprimere, e ancora adoperandosi a far nascere negli animi men delicati
-i sentimenti più delicati, sia un istrumento di simpatia efficacissimo
-e impareggiabile, e però di felicità individuale e sociale; e non
-si perita di asserire che, per questo rispetto, la musica non riesce
-meno benefica della scienza[517]. Ma perchè della poesia non si dovrà
-dire altrettanto? Anch'essa è in grado di accomunar sentimenti, e anzi
-di accomunarli in quella più determinata forma che alla musica non è
-consentita: anch'essa è atta a purgarli ed affinarli, e a far sì che
-i più delicati penetrino a mano a mano negli animi men delicati: e se
-alla musica, per esser buona a far tutto ciò, lo Spencer pronostica
-crescente fortuna e sempre più glorioso avvenire, non so perchè non
-si possa pronosticare altrettanto alla poesia, la quale fa tutto ciò
-diversamente dalla musica, ma, per certo, non meno bene della musica.
-Da parecchi già furono notate le benemerenze della scienza in quanto
-tende ad assicurare, creando una coscienza comune, e assottigliando
-più sempre il numero delle opinioni discordi e inconciliabili, la pace
-e la stabilità sociale[518]; ma se la scienza tende in più particolar
-modo a unificar l'intelletto, la poesia tende in più particolar modo
-a unificar l'animo, e ciò facendo esercita una azione sociale non meno
-benefica di quella possa esercitare la scienza[519]. Se così è, perchè
-mai la poesia dovrebb'essa morire? S'ode dir tuttodì che la scienza ha
-da uccidere la poesia; ma perchè dovrebbe uccidere la poesia e lasciar
-vivere la musica? E se l'avvenire preparasse agli uomini condizioni di
-vita più riposata e più degna della presente, e più libero e nobile uso
-di quelle potenze dell'anima ch'essi ora, per tanta parte, e in tanti
-pessimi modi, corrompono, deprimono, logorano, non si può credere che
-le arti fiorirebbero con nuovo rigoglio, e la poesia non meno, se non
-più, di ogni altra? Siam grati dunque ai simbolisti, non propriamente
-della poesia, e scusiamoli alquanto, se, scaldati e trasportati da
-quell'amore, vedendo nemici dove non sono, inveiscono contro una
-scienza che non conoscono, e che non ode le loro invettive. Se la
-poesia non ha a temere del proprio avvenire, la scienza, del proprio,
-può essere più che sicura.
-
-Quando avremo soggiunto che i simbolisti considerano il sognare ad
-occhi aperti come la più alta e nobile operazione dello spirito, anzi
-come la sola in cui esso, ignorando o negando la spiacente realtà, fa
-manifesta la propria eccellenza, e che non vogliono essere turbati
-nei loro sogni, avremo sommariamente indicati gl'intendimenti e i
-confini dell'arte loro. I pittori simbolisti dicono di voler fare, non
-pitture, ma iconostasi; e i poeti vorrebbero si potesse dir sempre
-delle loro poesie ciò che di alcune di Efraimo Mikhaël ebbe a dire
-Edmondo Pilon: «... je les ai dites comme on dit, dévotement, des
-litanies. Car elles contiennent, en elles, l'essence de la mélancolie
-inexprimable et de la constante obsession d'un exil loin d'une île
-heureuse; elles sont le mirage des déceptions constantes d'ici-bas,
-et elles sont les patènes divinement ciselées où sont enfermés les
-parfums des sacrifices expiatoires»[520]. Suscitare negli animi un moto
-e un contrasto di desiderii confusi che non si inaspriscano troppo nel
-volere il conseguimento del fine loro, di rimpianti che non passino il
-giusto segno di una mestizia tenera e sconsolata, d'immagini che si
-dissolvano prima d'essersi in tutto formate, di pensieri indefiniti
-che passino in una specie di luce crepuscolare e sottentrino l'uno
-all'altro senza mai collegarsi o coordinarsi fra loro; e con tutto ciò,
-e con richiami ed accenni impensati, dare agli animi il sentimento e
-quasi l'allucinazione di un mondo remoto, misterioso, trascendente,
-irrivelabile, ecco il fine che la poesia simbolista si propone. Vediamo
-ora quali mezzi essa adoperi per raggiungerlo.
-
-
-IV.
-
-Questi mezzi sono tre principalmente: l'oscurità, la suggestione, e, mi
-si passi il vocabolo, la musicalità.
-
-Che dell'oscurità si faccia senz'altro un canone, e un canone
-principalissimo d'arte, può, a prima giunta, far meravigliare chi
-non ricordi la innata tendenza che gli uomini hanno a confondere
-l'inintelligibile con l'eccellente, e a vedere nella insufficienza
-e perplessità del segno la prova della grandezza e profondità del
-significato. Di solito, chi parla oscuro, parla così perchè non ha
-chiare le idee; ma può, senza troppa fatica, far credere di averle
-talmente poderose e vaste che le parole non le possano esprimere se non
-a mezzo, e forse neanche tanto. È questa una ragion capitale per cui
-ci fu sempre poesia oscura nel mondo, più assai di quanta n'avrebbero
-potuta far nascere il bisogno di non farsi intendere troppo, o
-d'intendersi fra pochi soltanto, e il desiderio d'esser lasciati in
-pace; ma non è però la sola.
-
-I simbolisti sono di questo avviso, che tutto quanto produce in noi un
-pensiero distinto, un'immagine circoscritta, un sentimento specificato,
-nuoce alla poesia, la quale tanto più risponde al fin suo, e tanto
-arreca maggior diletto, quanto più rimane nel vago e nell'ombra[521].
-Perciò essi detestano la sodezza e la precisione dei parnassiani, e
-la pienezza e il rilievo de' così detti plastici, e sono, molti di
-loro, riusciti così tenebrosi e _deliquescenti_ che non v'è uomo che
-li possa intendere. Provatevi a cavare un costrutto da questi versi del
-Mallarmé:
-
- Et tu fis la blancheur sanglotante des lys,
- Qui, glissant sur la mer des soupirs qu'elle effleure,
- A travers l'encens bleu des horizons pâlis,
- Monte rêveusement vers la lune qui pleure;
-o da questo periodetto di prosa dei Saint-Pol Roux: «Mon être,
-agglomération de résistance opposée par mon toucher servi de ses
-frères, s'initie, aveugle du vide, art hiéroglyphe de l'assaut;
-initiation de la figure par successivement le point, la ligne, l'angle,
-la courbe». O, ancora, da questi due terzetti di un sonetto in cui pare
-che Renato Ghil abbia voluto, non so se occultare o dare a conoscere
-gl'intendimenti dell'arte nuova, e le spirituali sorgenti da cui essa
-attinge la inspirazione:
-
- Une moire de vains soupirs pleure sous les
- Trop seuls saluts riants dans la nuit exhalés,
- Aussi haut qu'un néant de plumes vers les gnoses.
-
- Advenu rêve par vitraux pleins de demains,
- Doux et nuls à pleurer et d'un midi de roses,
- Nous venons l'un à l'autre en élevant les mains.
-
-Se l'arte letteraria dev'essere, d'ora innanzi, l'arte di parlare
-senza dir nulla, non v'è dubbio che costoro, e con essi altri molti,
-hanno tócco il sommo dell'arte. Che alcune di tali _elevazioni_ e
-_trasfigurazioni d'anime_ sieno celie di capi scarichi, può darsi,
-anzi, pel caso di Arturo Rimbaud, è dimostrato; ma, pur troppo, non
-tutte sono; e se il Mallarmé si contentò una volta di dire che la
-chiarezza non è se non una grazia secondaria, i suoi discepoli non
-furono più così timidi e sentenziarono che la chiarezza è difetto
-grosso, difetto triviale, e capital nemico della poesia. Parlando di
-Ernesto Jaubert, autore di una raccolta di versi intitolata _Poèmes
-stellaires_, Carlo Maurice, espositore dei principii e banditore delle
-glorie dell'arte nuova, ebbe a scrivere, sono già alcuni anni: «Et
-maintenant, comme tous les artistes significatifs de cette heure,
-le désir de tout dire l'a dissuadé de rien préciser, de rien trop
-détailler pour la gloire de l'effet total à suggérer, de laisser les
-choses s'envaguer doucement, d'indiquer l'idée par l'émotion picturale
-et musicale des sentiments et des sensations»[522]. Proprio il
-contrario di quanto insegnarono e praticarono i parnassiani, l'un de'
-quali, il Coppée, espresse uno dei principii fondamentali di tutta la
-scuola quando disse che la poesia richiede
-
- Un style clair comme l'aurore.
-
-I simbolisti tutti considerano la suggestione come cosa di capitale
-importanza in arte, e per essa quasi si gloriano d'avere introdotto
-nell'arte un principio nuovo; ma nuovo è il nome, non il principio,
-il quale è quel medesimo che sempre fu scritto nelle _Arti poetiche_;
-non dovere il poeta dir tutto, ma qualche cosa lasciar indovinare,
-e più e meno, secondo i casi e le convenienze. _Le secret d'être
-ennuyeux_, lasciò scritto il Voltaire, _c'est de tout dire_. Lo
-Spencer, che certo non è un simbolista, nota a questo proposito:
-«Scegliere, descrivendo una scena, o narrando un fatto, quegli elementi
-che ne traggono più altri con sè; e, per tal modo, dicendo poco e
-suggerendo molto, abbreviare la descrizione e la narrazione; tale è il
-secreto per impressionar vivamente... Bisogna scegliere le idee e le
-espressioni per tal maniera, che il maggior possibile numero di idee
-sia espresso col minor possibile numero di parole»[523]. Questa potenza
-di suggestione le parole non sono sole ad averla: il volto umano è
-sommamente suggestivo; suggestive sono le stesse cose inanimate; e
-la musica opera sugli animi nostri, non in grazia della suggestione
-soltanto, ma in grazia della suggestione principalmente. E delle
-parole si può notare ch'esse esercitano la suggestiva lor facoltà, non
-solo come segni, ma anche, in una certa misura, come suoni; d'onde la
-conseguenza che lo studio de' suoni è parte, non principale, come fu
-opinione di vuoti retori, ma pure importante dell'arte dello scrivere,
-specialmente nel verso. Che poi la estensione e la intensità della
-suggestione dipenda, in parte dalla qualità dello stimolo che la
-provoca, in parte dalla qualità e dal peculiare stato dell'animo che
-quella provocazione riceve, è cosa che s'intende da sè e su cui non
-accade di soffermarsi. I grandi poeti sono soggettivi tutti, e quanto
-più son grandi, tanto più sono, come Dante, suggestivi. Ma Dante è,
-nello stesso tempo, il più preciso dei poeti.
-
-I simbolisti hanno dunque ragione quando celebrano le glorie del
-_verso evocatore_; ma hanno torto quando dicono che a suggerire più e
-meglio il poeta deve evitare i concetti precisi, le immagini precise,
-le parole precise. La precisione dei concetti, delle immagini, delle
-parole non fa ostacolo alla suggestione, come per innumerevoli esempii
-si può dimostrare. Valga per tutti quello che ne porge _L'Infinito_ del
-Leopardi. Abbiamo qui un _ermo colle_, una _siepe_ che cela all'occhio
-molta parte dell'orizzonte, un _vento_ che fa stormire, in passando,
-alcune _piante_; termini definiti, concreti, che si apprendono senza la
-menoma esitazione, e sulla cui natura non può nascere il menomo dubbio.
-La designazione è, certo, sobria e fugace, e il poeta accenna più che
-non descriva; ma il _colle_ è un colle, la _siepe_ è una siepe, il
-_vento_ è un vento, le _piante_ son piante; e questi nomi suscitano nei
-lettori immagini varie sì, secondo i ricordi e le fantasie di ciascuno,
-e secondo il vario operar delle associazioni, ma definite e chiare e
-riconoscibili a primo aspetto. Da questi termini concreti il poeta si
-leva, per virtù di suggestione, agli astratti, e il lettore con esso
-lui, e ad entrambi s'apre la visione dell'infinito spazio e del tempo
-infinito, e il pensiero d'entrambi si annega in quella immensità. Nulla
-si può immaginare più determinato e più chiaro, e come pensiero, e
-come espressione; e, ciò nondimeno, tale è la potenza di suggestione
-di quei pochi versi che il core se ne spaura a chi li legge. La poesia
-che il Longfellow intitolò _Il vecchio oriuolo sulla scala_, dove la
-descrizione è, quanto più si possa dire, icastica, suscita nell'animo
-un vero turbine d'immaginazioni e di affetti; e altrettanto fanno
-certe poesie del Leconte de Lisle, sebbene lo studio della precisione e
-della perspicuità vi sia a volte a dirittura soverchio. Certi oggetti e
-certi aspetti della natura, molto bene determinati e molto chiaramente
-veduti, un gruppo di stelle scintillanti nel cielo profondo, un
-accavallamento di nubi accese dai sanguigni bagliori del tramonto, una
-scena di monti vigorosamente delineata e come scolpita sull'orizzonte,
-possono rapir l'animo del contemplante in un mondo meraviglioso e
-infinito di sogni e di fantasie. E non a una nebulosa di cui l'occhio
-mal discerna i contorni, ma alle _vaghe stelle dell'Orsa_, e alle
-_luci_ che sono ad esse _compagne_, volgeva Giacomo Leopardi il famoso
-saluto delle _Ricordanze_, rammentando le tante fole ch'esse gli avevan
-suscitate nell'animo[524].
-
-Il terzo mezzo usato e preconizzato dai simbolisti consiste nel
-raccostare quanto più è possibile la poesia alla musica. Che la poesia
-debba, in parte, quella sua virtù di penetrare, scuotere, appassionare,
-affascinare gli animi agli elementi musicali che sempre, finchè non
-perda il proprio suo nome, contiene in maggior o minor copia, è fatto
-di comune esperienza, avvertito in ogni tempo, e da cui si derivano
-le regole fondamentali della versificazione. Non pochi dei precetti e
-degli avvertimenti che si trovano nei trattatisti concernono appunto
-l'arte di rendere musicale il verso e la strofe; ma i simbolisti
-non si contentano più di quella tanta musica che insino ad ora era
-stata introdotta nella poesia, e vogliono fare della poesia quasi una
-seconda musica, come altri aveva voluto farne una seconda pittura, o
-una seconda scultura. Paolo Verlaine comincia quel suo breve e curioso
-componimento cui pose titolo _Art poétique_, col precetto seguente:
-
- De la musique avant toute chose,
- Et pour cela préfère l'impair,
- Plus vague et plus soluble dans l'air,
- Sans rien en lui qui pèse ou qui pose;
-
-e raccomandata agli artisti di gusto fine quella cara incertezza da cui
-viene tanta attrattiva alla _chanson grise_, e raccomandato di preferir
-sempre le mezze tinte e le sfumature alle tinte risolute schiette,
-soggiunge:
-
- De la musique encore et toujours!
- Que ton vers soit la chose envolée
- Qu'on sent qui fuit d'une âme en allée
- Vers d'autres cieux à d'autres amours.
-
-I discepoli andarono, come sempre avviene, assai più in là del maestro,
-e affermarono che la poesia è tutta nel suono, e cominciarono a
-considerar le parole, non più come segni d'idee, ma come gruppi di
-suoni, da dover essere scelti, ordinati, composti insieme, non già
-con un criterio logico qualsiasi, ma con un criterio essenzialmente
-musicale. E ne nacquero le meraviglie di cui abbiam veduto pur ora
-qualche debole saggio. E dopo che Arturo Rimbaud ebbe rivelato il gran
-segreto del colore delle vocali, saltò su Renato Ghil a rivelare, nel
-suo _Traité du verbe_, il proprio colore degli strumenti musicali,
-così di quelli a fiato, come di quelli a tasti e a corda; onde:
-«Constatant les souverainetés les Harpes sont blanches; et bleus sont
-les Violons mollis souvent d'une phosphorescence pour surmener les
-paroxysmes; sur la plénitude des ovations les Cuivres sont rouges;
-le Flûtes, jaunes, qui modulent l'ingénu s'étonnant de la lueur des
-lèvres;...» ecc., ecc. Se le vocali hanno ciascuna il suo colore, e se
-ha il suo colore ciascun istrumento musicale, voi potete, scegliendo
-e disponendo accortamente le parole, introdurre nel verso tutta una
-orchestra, e fare di una poesia una sinfonia poetica da mettere accosto
-al poema sinfonico dei musicisti. Non ci sarebbe che una difficoltà
-sola. La scienza ha bensì riconosciuto come reale il fenomeno della
-così detta udizione colorata, ma ha pure riconosciuto ch'esso presenta
-tante varietà e dissomiglianze quanti sono gl'individui in cui si
-produce; che la vocale che all'uno dà l'impressione del bianco, dà,
-all'altro, la impressione del rosso, o del giallo, o del nero; e che
-per conseguenza non è possibile di fondare sopra di ciò nè un principio
-nè un espediente dell'arte[525].
-
-Lasciando stare queste pazzie, si può ammettere che la maggior
-musicalità che i simbolisti s'industriano d'introdurre nella poesia
-risponda a un bisogno vagamente sentito da molti. Più di un critico
-accennò alla musica e alla fama del Wagner come a cause determinanti
-dell'indirizzo preso dai simbolisti; ma, senza voler negare l'efficacia
-che, anche per questo rispetto, quella musica e quella fama possono
-avere avuta, è forse da risalire a causa più generale e più remota,
-anzi a quello stesso complesso di cause a cui è dovuto il novissimo
-rigoglio dell'arte musicale, e il carattere stesso che la musica,
-più specialmente nell'opera del Wagner, è venuta prendendo. Se è vero
-ciò che si dice, e par confermato dall'esperienza, che la musica più
-fiorisca ne' tempi in cui abbondano sentimenti nuovi, non bene definiti
-ancora nè sceverati, i quali in essa appunto trovano la espressione
-loro più adeguata e felice, s'intende come, ricorrendo tempi sì fatti,
-la poesia possa sentirsi, più del consueto, attratta verso la musica, e
-chiedere a questa insoliti ajuti. Tale, forse, è il caso della poesia
-dei simbolisti; nè si può dire che alle tendenze e ai propositi di
-costoro contraddica, sebbene a primo aspetto possa parere, lo studio
-con cui essi per l'appunto hanno sovvertito e sovvertono in Francia
-tutta la metrica. Già il Verlaine aveva imprecato a quella rima che,
-magnificata dall'Hugo quale vera generatrice del verso, era divenuta
-pei parnassiani la chiave di volta della poesia tutta quanta:
-
- Oh! qui dira les torts de la Rime?
- Quel enfant sourd ou quel nègre fou
- Nous a forgé ce bijou d'un sou
- Qui sonne creux et faux sous la lime?
-
-I simbolisti venuti dopo, non solo rinunziarono alla _rime opulente et
-pittoresque_, rinnovando e superando le licenze e le trascurataggini
-di Alfredo De Musset; ma alcuni di essi rimisero in onore l'assonanza,
-che, dopo il medio evo, era sparita dalla poesia francese; e altri
-bandirono la rima affatto, creando finalmente quel _vers blanc_, da
-noi detto sciolto, di cui la poesia francese era sempre stata creduta
-insofferente. Inoltre, continuando, per questa parte, l'opera dei
-romantici e dei parnassiani, essi finirono di sconnettere il vecchio
-verso architettato e tradizionale, e mandarono sossopra la strofe,
-accozzando persino versi di due con versi (dobbiamo proprio chiamarli
-così?) di diciasette sillabe, inventando i _versi senza misura_,
-mescolando col verso la prosa, e magari la _prosa libera_; e quando non
-trovarono altro da trasformare o da abolire, trasformarono o abolirono
-la interpunzione. Tutto ciò pare faccia contro alla intenzione stessa
-dei simbolisti, ma serve, nella opinione loro, a sostituire alle
-armonie ovvie e volgari armonie recondite e peregrine.
-
-Siami lecito di far qui, di passata, una considerazione circa l'uso
-della rima. Le avversioni che essa inspira sono vecchie, come sono
-vecchi gli amori, e, se ne avessi agio, potrei sciorinare un elenco non
-breve di quanto in varii tempi fu scritto in sua lode o in suo biasimo.
-Nel secolo scorso i _versiscioltai_ più arrabbiati la vollero morta,
-ma non riuscirono ad ammazzarla. Non accade rammentare la legittimità
-delle sue origini storiche e psichiche, e com'essa nasca spontanea
-e non mica per artifizio. Ridotta in termini pratici, la questione
-sonerebbe così: Giova o nuoce la rima alla poesia? A tale domanda non
-si può rispondere in modo generale ed assoluto. Ognuno vede che la
-rima conviene più a certi temi e meno a certi altri, e che non tutte le
-forme sono egualmente adatte a riceverla. Che l'uso della rima induca
-assai volte a falsare o diluire il concetto, e a dire più o meno di
-quanto s'aveva nell'animo, è vero pur troppo; ma è altrettanto vero
-che la rima, adoperata con delicatezza ed accorgimento, può dare ai
-concètti e alle immagini un vigore, una perspicuità, un rilievo, che
-nessun altro mezzo potrebbe dar loro in egual misura. La parola che
-cade in rima raddoppia, in certo modo, la propria virtù impressiva;
-e tocca al poeta sapersi giovare di tal guadagno. Ci sarebbe anche
-parecchio da dire del beneficio che può arrecare la rima concatenando
-in più sensibil modo le proposizioni e i concetti, e formando della
-strofe un tutto indivisibile, le cui parti si richiamano a vicenda e
-armonicamente si compiono. E molto più ci sarebbe da dire dell'officio
-ch'essa esercita come elemento musicale, se a far ciò non si dovesse
-entrare in troppi e troppo sottili discorsi. Certo si è che infinite
-poesie, di questo e di altri tempi, perderebbero il meglio dell'esser
-loro, se privati della rima e rifatte in isciolti. Provatevi a
-togliere al _Dies irae_ il formidabile rinterzo delle sue rime o cupe
-o squillanti, e mi direte poi che cosa rimane di quella sua misteriosa
-e sopraffattrice potenza. Così fatti esempii potrebbero essere
-moltiplicati a migliaia. Ma di un servizio, tutto pratico, che la rima
-può, in molti casi, rendere al poeta, parmi sia pure da far qualche
-conto. Ponendo, per una parte, ostacolo alla libera formulazione
-ed espression del pensiero, e stimolando, per un'altra, la memoria,
-l'intelletto e la fantasia a vincer l'ostacolo, la rima forza il poeta
-a soprassedere, e porre un freno alla troppo facile vena e lo forza
-ad approfondire il proprio soggetto, a voltare e rivoltare, per così
-dire, il proprio pensiero, guardandone ad una ad una tutte le facce.
-Che molte volte, durando in questa fatica, si riesca a trovati nuovi,
-altrettanto felici, quanto impensati, è noto a chiunque abbia composto
-versi con qualche amore e qualche studio. Non nego che quello stento
-del cercar la rima non possa alle volte sfreddar l'animo e stancare la
-inspirazione; ma, se si pensa che il lavoro del concepire, il quale più
-propriamente richiede l'opera della inspirazione, precede di solito,
-almeno per la parte più rilevante, il lavoro dell'esprimere; e che il
-concetto che primo si affaccia alla mente, e la espressione che prima
-vien sulle labbra non sono, di solito, i più acconci possibili; e
-che, finalmente, la poesia, come ogni altra arte, deve esser capital
-nemica della fretta; se, dico, si pensa a tutto ciò, si vede che questa
-_remora_ della rima non può, anche per questo rispetto, fare tutto il
-male di cui l'accagionano. Per concludere, parmi si possa dire che,
-almeno alla poesia lirica, la rima, adoperata a dovere, riesce più di
-giovamento che di danno, e che il poeta vero, ricco d'inspirazione e
-d'immaginativa, e padrone di tutti gli espedienti dell'arte sua, saprà
-far sì che il danno non si avverta, e si avverta molto bene per contro
-il giovamento.
-
-Fu tempo in cui le singole arti si considerarono come chiuse ciascuna
-entro confini precisi e inviolabili, con divieto a ciascuna di uscirne
-e d'invadere in qualsiasi modo il dominio altrui. Di ciò si doleva
-nei primi anni del secolo il Giordani, scrivendo: «Il nostro secolo
-si è troppo avanzato in un vizio pessimo di separare le arti, che
-colla compagnia si ajutano e si avvalorano»; ma poi sopravvennero
-i romantici, i quali, mescolati i generi, cominciarono a mescolare
-le arti; e poi sopravvennero altri, che pretesero con la parola far
-l'opera del pennello e dello scalpello. Quella separazione, troppo
-rigorosa, noceva; questa confusione, troppo arbitraria, nuoce ancor
-più. I simbolisti potrebbero aver ragione se si contentassero di
-cercar nella musica qualche nuovo sussidio alla poesia: hanno torto
-quando della poesia pretendono di fare una seconda musica, che operi
-sull'anima allo stesso modo che fa la vera. Checchè si faccia e si
-dica, ogni singola arte ha un suo proprio modo di rappresentazione e
-di espressione, nel quale riesce altrettanto perfetta quanto riescono
-imperfette le altre. La poesia non può fare sugli animi nostri quella
-stessa impressione che fa la musica, perchè non è la musica e non può
-essere la musica.
-
-
-V.
-
-Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto può
-bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti.
-
-Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati
-e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo
-assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che i
-sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte
-loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande),
-e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro
-del simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò
-un degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo
-larga e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo
-poco scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò
-vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò la
-prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia che
-denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influsso di
-Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto
-intellettuale e morale, ebbe a dire:
-
- L'imagination inquiète et débile
- Vient rendre nul en eux l'effet de la raison.
-
-I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome di _intellettuali_,
-nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero;
-ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero,
-debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di questo
-si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichè _intellettuali,
-sognativi_. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni e
-parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e sono,
-di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte le
-impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci
-di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano
-idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee,
-detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza.
-Incapaci di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti
-e da tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio
-continuo di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà,
-e diventano pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la
-vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente
-non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi e delusi
-d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga. Quando v'è
-in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente
-consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri ben definiti,
-con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente
-possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è, quegli animi,
-respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono attratti
-dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta
-mille care illusioni.
-
-Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali:
-credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò
-ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta nè
-immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor novità,
-si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine dei loro
-libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei
-titoli che vi stampan su: _Moralités légendaires, Neurotica, Les palais
-nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires,
-Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel_, ecc., ecc.; nel
-sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi
-aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o
-intraducibile significazione; nello scrivere _Avant-dire_ o _Racontars
-préatables_ in luogo di _Avant-propos_ o di _Préface_, e in altre
-invenzioncelle di questo taglio. Si gloriano di _autonomia estetica_
-(così la chiamano); ma è curioso vedere come, avendo pochissima
-conoscenza delle cose del mondo, e anche minori dei grandi travagli
-dello spirito, questi originalissimi secondino, senz'avvedersene,
-molte, o sciocche o morbose tendenze di quella stracca ed esausta
-classe delle società nostre, che essendosi fatta legge suprema della
-eleganza, ha in dote inalienabile la miseria intellettuale e la noja.
-Si stimano incommensurabilmente profondi; ma a formar giudizio della
-profondità loro e di ciò che in essa si cela, non si può far meglio
-che trascrivere, tradotte, le parole con cui Alessandro Pope, sin dal
-1727, cominciava il quinto capitolo della sua _Arte di sprofondarsi in
-poesia_: «Ora io mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da
-tenere per prima massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che
-chiunque voglia riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire,
-detestare e rinnegare tutte le idee, usanze ed operazioni di quel
-pestilenziale nemico del genio, e distruggitore di belle figure, che
-da tutti è conosciuto sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo
-Stephan Mallarmé fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio
-smisurato, incomprensibile ed ineffabile, la cui troppa profondità di
-pensiero e singolarità di sentimento, non potendo accomodarsi della
-parola, erano sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla.
-Finalmente, cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò
-uno smilzo libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo
-modesto, e non novissimo, di _Florilège_. Ahimè! da quel giorno il
-grande maestro cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il
-più grande dei poeti viventi e possibili.
-
-Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano,
-riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze
-ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di loro, e
-che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno di avere.
-Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere che ne
-ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori tra
-quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione, sarà
-bene di recare qualche altra prova, in aggiunta a quelle che già si
-son potute rilevare in passando. Un poco innanzi al 1830, data famosa,
-come tutti sanno, nei fasti del romanticismo francese, Paolo Dubois
-scriveva nel _Globe_: «Aussi, remarquez que dans les écrivains qui se
-produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni d'inspiration; tout
-vient de calcul: l'originalité est un système comme l'imitation; si les
-uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent l'extraordinaire;
-ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre à un effet
-qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même,
-ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des
-croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles
-aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin
-confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur,
-prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais
-qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi
-romantici; ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè
-l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai
-procedimenti loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che
-Prospero Duvergier scriveva contro il jargon _mystique et vaporeux_, e
-Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura,
-se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di credere
-che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti di
-ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i romantici
-da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune
-somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi
-poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze
-essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna, cogli
-eufuisti d'Inghilterra, coi _preziosi_ di Francia e con quelli di
-Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux, e
-ci trovo, fra molt'altre, queste metafore: _péché-qui-tête_, che vuol
-dire bambino nato d'illegittimi amori; _cimitière qui a des ailes_, che
-vuol dire uno stormo di corvi; _psalmodier l'alexandrin de bronze_,
-che vuol dire sonar le campane; _sage-femme de la lumière_, che vuol
-dire il gallo; _quenouille vivante_, che vuol dire non so bene se il
-montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar di
-meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso
-suo libro: _Agudeza y Arte de ingenio_, o quel buon uomo del Tesauro,
-quando andava speculando le antiche e le nuove lettere col _Canocchiale
-aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione che
-serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica_? E veduta la
-qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno
-l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in
-cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima
-comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò nondimeno,
-originalissimi?
-
-La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata; ma
-la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria
-quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando abbia
-il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino a questo
-giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma la opinione
-ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore se ne
-avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano volentieri
-a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare agli
-uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli altari, e un
-po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza o tardità
-che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il Maeterlick, paragonato
-da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non s'impermalisca del paragone.
-Ancora si vantano di non formare una scuola; e credono che ciò provi la
-potenza e l'autonomia degl'ingegni loro; e non s'avveggono che scuola,
-nel vero senso della parola, non può formarsi dove non sieno esempii
-che comandino la imitazione o principii chiari e sicuri in cui possano
-consentire gli spiriti.
-
-I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare alla
-_rinascenza dell'anima_, approfondendo i sentimenti, slargandoli,
-accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente
-che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero
-impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia
-insociale, sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero
-a giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano
-consorzio, e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il
-comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere
-sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e le
-comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti,
-e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile,
-si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi
-sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono
-individualisti nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo
-che, per usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a
-magnificarlo Ola Hansson, _gonfia a sè stesso incommensurabilmente il
-proprio mondo e la propria misura_: l'individualismo del Nietzsche, il
-quale non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche.
-
-Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della
-poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da
-molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La
-considerazione puramente storica dei fatti umani, e il criterio così
-detto storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e
-comincia un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva
-e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non
-esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito
-dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità
-di cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha:
-il desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente
-e severo dei fatti.
-
-
-VI.
-
-Se riandiamo nel pensiero le cose dette, il simbolismo ci parrà,
-credo, cosa di piccol pregio, quanto al presente, e di scarsa promessa
-quanto all'avvenire. Esso non mostra nessuna delle qualità che
-contraddistinguono in arte i rivolgimenti grandi, duraturi e veramente
-fecondi. Di quante dottrine letterarie apparvero al mondo nessuna forse
-fu più povera d'idee, più inconsistente, più incerta. I simbolisti si
-propongono alcuni fini lodevoli, ma non li raggiungono, o perchè non
-riescono a scorgerli chiaramente, o perchè errano circa ai mezzi che
-si dovrebbero adoperare a raggiungerli. Vorrebbero restaurato il regno
-della bellezza; ma si contentano di dire che la bellezza deve anteporsi
-alla verità, e non si curano di sapere che sia l'una e che l'altra,
-e se veramente contrastino insieme, e in qual modo e perchè. La loro
-estetica è la più elementare che possa immaginarsi, e il loro idealismo
-il più povero e scolorito di quanti mai se ne videro. Vorrebbero
-restituire alla poesia l'antico lustro e l'antico primato, e la poesia
-nelle loro mani si attenua e si estenua, si riduce dalle piene armonie
-di una orchestra al poco e nudo suono di un flauto, diventa una specie
-d'arte occulta, ieratica o sonnambulica, nota solo a pochi iniziati
-e praticata in secreto. Vorrebbero ripristinare il concetto stesso
-dell'arte offeso e menomato dal naturalismo che, consapevole o non,
-ebbe l'arte in avversione, e tentò porla in discredito, come quella che
-vuol essere un'azione dell'uomo sopra le cose, e una traduzione della
-natura secondo lo spirito; ma non riescono se non ad instaurare un
-artifizio nuovo, peggiore, sembra, di quanti mai ne furono nel passato.
-Riescono a immaginare alcune (chiamiamole anche noi così) notazioni
-nuove di sentimenti reconditi o strani; a suscitare talvolta negli
-animi altrui una inquietudine d'impressioni indeterminate e fugaci;
-a dare, di rado, della natura un senso più acuto, più doloroso, più
-intimo che forse non siasi fatto sin qui; ma a fronte di questi scarsi
-ed incerti guadagni, quante e quanto grandi perdite!
-
-E già forse il moto simbolistico accenna a stremarsi, e fermarsi. Fuori
-di Francia esso non si allargò molto; e se in Italia bastò a suscitare
-qualcuno di quei giornaletti che nascono e muojono tutti gli anni a
-dozzine; a variare un altro po' il gusto delle copertine molticolori; a
-spremere da magre fantasie alcuni titoli di laboriosa invenzione; a far
-nascere una piccola messe di versi giovanili che, in un paese dove così
-pochi versi si leggono, non sono letti a dirittura da nessuno[526]; e
-a far sì che qualche dabben credenzone accozzasse parole senza senso,
-o ritentasse l'alchimia del colore delle vocali; bastò a tanto, ma
-non a più, e non fece altro bene nè altro male[527]. E già in Francia
-stessa nuove tendenze sorgono contrarie all'arte dei simbolisti; ed
-Emanuele Signoret, nella rassegna _La Plume_, parla di una novissima
-e baldanzosa generazione di poeti, i quali mettono tutti in un fascio
-i miti, le tradizioni ed i simboli, e buttano ogni cosa nelle gemonie
-della repubblica letteraria.
-
-Tutto considerato e tutto sommato, si può, credo, concludere che il
-simbolismo non durerà più di quanto sia durato il decadentismo, dal
-quale uscì, o il romanismo, con cui è imparentato. Manca ad esso la
-interna forza che sollevò, impose, diffuse il romanticismo prima, il
-realismo poi. Esso dileguerà lasciando appena un residuo, simile a
-liquidi volatili, che svaporando lasciano appena in fondo al vaso, che
-li contenne, un po' di sostanza colorata; e il merito suo maggiore sarà
-stato, come giustamente nota il Brunetière, quello di essersi ribellato
-alla tirannide naturalistica[528]; e l'opera sua andrà a beneficio di
-qualche nuova tendenza più sensata, più vigorosa e meglio equilibrata.
-
-
-VII.
-
-Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi
-esteti, non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o
-simbolisti. Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono?
-
-Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del genere
-umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra sia la
-contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per quanto è
-possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita estetica,
-una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il
-sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza
-e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del
-bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino a
-lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a questo
-non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della triade ne
-tengono un solo, il bello.
-
- Rien n'est beau que le vrai,
-
-lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola e
-disse:
-
- Rien n'est vrai que le beau;
-
-e il Verlaine soggiunge:
-
- Le rare est le bon;
-
-finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a
-proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: _Qu'importe,
-si le geste est beau?_ Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto
-più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, è
-il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova
-religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade
-ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine[529], assoggettando
-ad essa religione la politica, l'economia, la questione sociale.
-
-Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che non
-sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente
-svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino ad un
-certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella realtà in
-modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. Perchè, chi
-avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, sempre sino
-ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del disonesto,
-che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; e il simile
-si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta idea e
-perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero.
-
-Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, a
-paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea
-perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende
-solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non
-riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine;
-e perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli
-uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre.
-E ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non
-parlare se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di
-eleganza dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro
-Rinascimento; e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini
-riprovevolissimi, com'è di Benvenuto Cellini.
-
-Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son due
-meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza
-pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè l'uno
-nè l'altro.
-
-Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda
-d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano:
-quella che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto
-di sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si
-dà bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento
-il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non
-s'infiltri, per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel
-generalissimo sentimento che noi diciamo della propria conservazione,
-e che si specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di
-avversioni, di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova
-psicologia e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando
-alla psicologia, tendano risolutamente a negarlo.
-
-Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica
-dell'estetica tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in
-noi dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono,
-ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e
-simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto più
-dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva vedere
-come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, il
-quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente
-geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità delle
-linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento
-di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti,
-e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura di quei
-moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano un senso
-vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici si sale alle
-composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede che ogni
-qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, in questa
-emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile della vita,
-della conservazione e di un benessere o malessere nostro[530]. Ma si
-può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento istintivo della
-vita, anche un concetto della vita, e un riflesso più o meno largo
-della coscienza morale. Una fiamma viva che guizzi libera e splendente
-nell'aria, desta di solito in noi un estetico compiacimento. E perchè?
-Forse solo per quello splendore che affascina l'occhio? Questo è
-senza dubbio un fattore di quel compiacimento; ma ce ne sono più
-altri, e tanti più, quanto più l'anima del riguardante è essa stessa
-più viva, e, mi si lasci dire così, più flammea. C'è quella nobiltà
-pronta e continua che ci par segno di libera e incoercibile vita; c'è
-quel tendere in alto ch'è come un simbolo di elevatezza morale; c'è
-una immagine di purezza o di purgazione, congiunta a una immagine di
-potenza. Nella fiamma noi sentiamo in certo modo noi stessi, con molta
-parte degli affetti, dei ricordi e degl'ideali nostri. Che se, nel
-punto in cui la guardiamo, ci si affacciasse alla mente il ricordo
-di un incendio, e dei danni o dei terrori ond'esso ci fu cagione,
-in quel punto il compiacimento estetico o cesserebbe o scemerebbe di
-molto. In una parola, il bello e l'utile non possono essere separati in
-tutto[531].
-
-Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per
-quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo
-spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni
-altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe
-tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse
-ragione, purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto
-lontano, avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo
-della evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da
-ogni altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra
-banda, è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi
-e variandosi senza fine gli elementi e i moti della vita interiore,
-la psiche divenga sempre più _suggestionabile_, e più _suggestivo_
-l'oggetto delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle
-associazioni più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in
-determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con esso;
-così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea ne
-suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono
-insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non essere;
-ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam già tali
-che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga in
-noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per
-quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo
-con tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee,
-d'immagini, di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione
-riesce infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime
-che si aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o
-da più oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che
-diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una
-collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto
-che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o almeno
-si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto
-l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più
-irriducibile a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja
-più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo
-alle tarde.
-
-Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque la
-legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri
-dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con gli
-altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se non
-così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono
-a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così
-posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior virtù
-di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta parte,
-confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per gl'individui
-componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità
-primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano, tanto
-più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman l'un
-l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce e la distingue
-dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa e vede i colori;
-ma, in certe determinate condizioni, non può veder l'uno senza vedere
-immediatamente il suo complementare. Rechiamo un esempio. In origine
-il sentimento religioso, formato di paura, di desiderio, di speranza,
-e, in qualche misura, da prima assai scarsa, di amore, è un sentimento
-promiscuo, il quale si lega e si confonde in mille guise cogl'interessi
-e le passioni della vita pratica, sia individuale, sia sociale. Il
-credente invoca il suo dio in tutte le proprie occorrenze, in tutti gli
-atti proprii, così buoni come cattivi, e, non esaudito, lo vitupera, o
-gli ricusa l'offerta. La religione è religione di Stato[532]. A poco a
-poco il sentimento religioso si disviluppa, si determina, si chiarisce,
-e diventa il puro, o quasi puro sentimento del divino, il quale,
-essendo molto più semplice dell'antico, è, nondimeno, atto ad impegnare
-tutta intera l'anima del credente, e a muoverne tutta la vita, così
-l'interna come la esterna. Il medesimo deve avvenire del sentimento
-estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti hanno torto quando, ora come
-ora, parlano di bellezza pura, di pura emozione estetica, di puro
-giudizio estetico: nè la prima si conosce, nè la seconda si dà, nè il
-terzo è possibile. E Giovanni Herder era insomma nel vero quando diceva
-belle essere solamente quelle cose che esprimono in qualche modo l'idea
-della felicità.
-
-Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il
-supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono
-l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe
-diventare, non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei
-supremi interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni,
-da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati; il
-che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero
-di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se non per
-altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto in tanto
-lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare più lontano
-e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio e la
-preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre la parte dello
-spirito più torbida e vile ha virtù educativa a nessun'altra seconda.
-È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte; ma non è bene che
-se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro che dal gusto o
-dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati, disprezzano
-ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri uomini non hanno
-nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali, danno a conoscere,
-malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza, una singolare
-angustia di mente, e di non intendere nemmeno che ciò che essi
-disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla esistenza di ciò
-che adorano.
-
-Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto
-dell'assoluta indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e
-tanto abusata formola: _l'arte per l'arte_. Ora, questa formola, intesa
-in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol
-dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale,
-non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa
-vera a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte
-quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco a
-poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna
-a volere, in avvenire, districarsene sempre più, _per quanto l'unità
-della psiche e della vita gliel potranno concedere_. La funzione
-artistica diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e
-lo Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di
-evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della
-scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi
-della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per quella
-formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla a
-spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni
-umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere
-gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro non
-sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato
-di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli animi un
-semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo proposto, più
-o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di produr negli animi
-anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai grandi esempii, non ci
-parrà che essi dieno troppa ragione agli esteti. Che diremo di alcuni
-dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori, dell'_Iliade_ pare abbiano
-inteso, innanzi tutto, di glorificare il loro popolo. Virgilio volle,
-sì, nell'_Eneide_, far opera d'arte, ma volle, anche più, celebrar
-la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto. E Dante? che avrebbe
-risposto Dante a chi gli avesse detto che la Commedia non è se non
-un'opera d'arte? E lo stesso Orazio, il molle e frivolo Orazio, non
-ha egli una filosofia, e non si studia d'inculcarla a chi l'ascolta?
-Le statue greche sono forse pure opere d'arte per noi, ma non furono
-nel tempo in cui offrivano agli occhi bramosi degli uomini le immagini
-sacre dei numi e degli eroi. E qui una osservazione non sarà fuor di
-proposito. Si può dire che le opere d'arte tanto più assumono carattere
-di pure opere d'arte quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono
-cancellate, o dimenticate, le attinenze loro coi bisogni e con le
-operazioni della vita pratica, ed è, per questo rispetto, attenuata la
-significazione loro.
-
-La scienza può _disinteressarsi_ da tutte l'altre cose umane assai più
-che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu detto
-del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi
-sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre più, da
-tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni
-dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto l'uomo e
-tutta la vita.
-
-Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organi
-indipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti:
-anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona,
-tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle
-singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge
-l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi e
-funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove, quella
-qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune, ch'è la
-integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio e fomite di
-turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni dell'organismo
-sociale debbono essere tutte coordinate fra loro, e tutte subordinate
-ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè ciò fa che sieno
-meno legittime e meno opportune, nei singoli casi, quelle disarmonie e
-quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre sembrano contrastare al
-fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano il conseguimento.
-
-L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca
-solitario in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può
-ignorare la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli
-esteti le vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace,
-e come le piace, non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere
-conferito; giacchè se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello
-spirito, non è però, nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi
-con l'altre; e quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a
-tutte, ma nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o
-schifano la scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito;
-ma, nulladimeno, è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine
-e quel nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa, e
-se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia rapire
-dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende sè stessa
-e cade nella impotenza e nel ridicolo.
-
-La formola _l'arte per l'arte_ ha dunque una parte di vero e una parte
-di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa: _l'arte
-per l'uomo_.
-
-Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato
-della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo;
-un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della
-purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a furia
-di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar la vita
-in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosa memoria.
-Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio contemplar
-la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite ond'è
-pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio, e
-fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro di umanità,
-d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes del romanzo
-dell'Huysmans.
-
-
-VIII.
-
-E ora veniamo alla conclusione.
-
-La reazione letteraria presente, parte di reazione più generale e
-più vasta, è, come tutte le azioni e reazioni della storia, utile
-per un verso, dannosa per un altro. Essa ha prodotto sin qui, sarebbe
-ingiusto il negarlo, più di un buon effetto. Son pochi anni, Emilio
-Zola scriveva: «J'ai montré que la force d'impulsion du siècle
-était le naturalisme. Aujourd'hui, cette force s'accentue de plus
-en plus, se précipite et tout doit lui obéir». «Il est bien évident,
-en effet, que l'évolution naturaliste va s'élargir de plus en plus,
-car elle est l'intelligence même du siècle»[533]. La reazione ha
-sfatate queste speranze di vittorioso e indefinito progresso[534].
-Il naturalismo pretese di annichilare la persona dell'artista nella
-immensità della vita e della natura; la reazione asserì che in arte
-l'anima dell'artista deve contare, non pur qualche cosa, ma assai, e
-inclinò, passando il termine del giusto, a considerar l'opera d'arte
-solo come un segno rivelatore, o un simbolo, dello spirito che la
-crea. La reazione s'adoperò inoltre a restaurare il senso e il culto
-della bellezza e dell'arte, e a distogliere lo spirito da quella pura
-contemplazione storica delle cose umane che potrebbe, a lungo andare,
-stupefarne la spontaneità e la energia.
-
-Ma la reazione ha prodotto pure, e l'abbiam veduto, più di un effetto
-cattivo. Essa ha segregato l'arte dalla realtà e dalla vita, le ha
-scemato moto e vigore, l'ha rituffata in un nuovo bizantinismo, e
-l'ha distolta dal più vero suo fine, ch'è di far vivere all'uomo, in
-ispirito, quella più alta, piena ed intensa vita che la realtà da sè
-sola non può consentirgli. Disse lo Shelley che officio della poesia
-è ricrear l'universo. Ancora la reazione volle negar la ragione e
-la scienza; e se l'arte non è un puro esercizio di ragione, come fu
-creduto un tempo; e se non è quel medesimo che la scienza, come testè
-si volle far credere, è tuttavia tale che senza l'appoggio e dell'una e
-dell'altra non si può reggere.
-
-Accennati questi errori suoi e ricordato quanto scarsa ed incerta
-sia la dottrina con cui s'industriò di fare che paressero verità, si
-vede subito dove stia la debolezza della reazione presente, e quali
-probabilità essa si abbia di duraturo successo. Due forze veramente
-vive e poderose operano ora nel mondo, lo agitano e lo trasformano: la
-scienza e l'idea sociale. La scienza di cui ingenui avversarii e pii
-detrattori annunziano il discredito, la bancarotta, la fine, comincia
-appena, si può dire, l'opera sua moltiforme, e risponde alle accuse
-e agli scherni disciplinando, beneficando, creando. La idea sociale
-trascina irresistibilmente a un nuovo assetto le società civili, a un
-nuovo uso delle umane energie, a una vita nuova. Non faccio pronostici
-nè congetture circa l'avvenire di quella poesia che s'inspira dell'idea
-sociale, la riscalda col sentimento, la propugna e la diffonde.
-Essa è oramai copiosa; ma, bisogna pur confessarlo, di scarso valore
-artistico[535]. Può darsi ch'essa duri quanto il bisogno che l'ha fatta
-nascere, e cessi col cessare del turbamento che esprime. Comunque
-sia, se un'arte ha da vivere nel futuro, non quella certo vivrà che
-contrasta alle forze massime del mondo moderno, ma quella che saprà
-armonizzarsi con esse; non quella che si apparta nel sogno, ma quella
-che si mescolerà con la vita; non quella che rimpiange il passato, ma
-quella che anticipa l'avvenire. La reazion presente, malgrado suo, non
-avrà fatto se non ispianare a quell'arte nuova la via.
-
-
-
-
-LETTERATURA DELL'AVVENIRE[536]
-
-
-I.
-
-I pontefici del realismo sentenziarono: Fuori del nostro canone e della
-nostra Chiesa non v'è salute per l'arte: la letteratura dell'avvenire,
-se vorrà vivere, dovrà farsi realista. Il domma, bandito con
-impareggiabile sicuranza, con provocante scalpore, e con quell'enfasi
-di linguaggio che sembra volere caparrar la vittoria, s'impose a molti,
-i quali s'immaginarono essere finalmente entrati in possessione del
-verbo sacro e indefettibile; ma è, come gli altri dommi tutti, soggetto
-all'esame e aperto alla critica.
-
-Il realismo di questi ultimi tempi arrecò, senza dubbio, più di un
-beneficio all'arte in genere e alla letteratura in ispecie, e ha gran
-torto chi lo nega: l'error suo, spiacente e non perdonabile, fu di
-volersi accampare, in modo troppo risoluto e troppo impetuoso, come
-dottrina, armandosi di una intolleranza eccessiva ed astiosa, quale
-forse non ostentò in egual grado nessuna dottrina passata; vantando
-una saldezza di fondamenti scientifici, affettando un rigor logico
-di argomentazione, i quali son cosa assai più di apparenza che di
-sostanza. Già da molti furono denunciate, insieme con gli eccessi suoi,
-l'intime e distruttive sue contraddizioni, la inconsistenza di quella
-che si può chiamare la sua filosofia: prendendo occasione da alcune
-delle affermazioni più recise e più categoriche de' suoi campioni,
-io vorrei discutere brevemente, e senza troppo arruffio di ragioni,
-in queste pagine, i seguenti quesiti: Qual'è la relazione che la
-letteratura può avere con la scienza? Che sicurezza, o probabilità, c'è
-che venga a mancare la letteratura detta d'immaginazione? Qual sorte
-è, presumibilmente, serbata all'idealismo in arte? Quale si può credere
-che abbia ad essere, in genere, la letteratura dell'avvenire?
-
-Tali quesiti io intendo discutere, non con criterii derivati, come
-troppo comunemente suol farsi, dal preconcetto, o dal sentimento: ma
-con criterii di quella luminosa e trionfal dottrina della evoluzione,
-ch'è la sintesi scientifica e filosofica più compiuta e più alta a
-cui abbia poggiato insino ad ora lo spirito umano. Se non altro,
-gli avversarii non potranno rimproverarmi di andare a raccattar
-gli argomenti in dottrine troppo viete, o non larghe abbastanza.
-Discorrendo, io mi volgerò, quando all'arte in generale, quando alla
-letteratura in particolare, secondo dal bisogno o dall'opportunità mi
-sarà consigliato, e com'anche richiede quell'indissolubile nodo che
-stringe tutte insieme le arti; ma s'abbia presente che la letteratura,
-e le varie sue forme, saranno sempre, espresso o sottinteso, il tema
-mio principale.
-
-
-II.
-
-E comincio con una negazione.
-
-Io nego che il realismo in arte sia, _essenzialmente_, come troppo
-volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario
-del crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così
-fosse, il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra,
-in tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà,
-e contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe
-letteratura realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai
-cruda, il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel
-medio evo non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così
-l'affermazione che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo
-appunto al soverchiar della scienza, è una affermazione illegittima,
-non provata e non probabile. Io non dico già che la scienza non
-abbia potuto cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo
-contemporaneo, e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più
-lo distinguono da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del
-suo nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni,
-parecchie delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza
-dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a
-dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una
-particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma
-di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica,
-rintracciare, fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per
-un letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son
-nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe volte
-poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se non la
-incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare, la quale
-incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza. Quell'arte
-che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari, di
-descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli elementi
-derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata, cercando
-in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo da ogni
-generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza della sua
-produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e sazio ogni
-più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza, la quale,
-come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione sua, si
-costituisce astraendo, e generalizzando si compie.
-
-Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che la
-pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di
-legare insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la
-letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa,
-è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad ogni
-giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia. Dei
-due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza,
-i realisti vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo
-una sola persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere
-più facilmente lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono
-la poesia ed i poeti. _Nous autres hommes de science_, dice, senza
-ridere, Emilio Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina;
-e si sa che per lui e per loro, la letteratura è un'indagine, _une
-enquête_, la quale vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini
-scientifiche, osservando, comparando, sperimentando, e deve proporsi il
-medesimo scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero.
-Non ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso _documento
-umano_: la stupefacente denominazione di _romanzo sperimentale_,
-data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa
-sorridere chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza
-lo sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la
-misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima parte
-di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera, per i
-procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si differenzia
-gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo
-pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione stessa,
-e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è provato, cioè, che
-con le formole non si fanno le letterature, e non si fa nessun'arte.
-
-Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che fa la
-scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per sè stessa,
-a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno può essa avere
-dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi pensate di poterla
-ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e de' proprii suoi
-metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi e di lavoro, perchè
-quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel modo più risentito,
-a quella legge della specificazione delle funzioni e della divisione
-del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in pari tempo, uno dei
-massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo a tal legge, vassi
-egli innanzi davvero, come pare che i realisti credano, o non piuttosto
-si torna addietro? In origine scienza, poesia, religione, politica,
-sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito e nella vita. A
-poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro di distribuzione,
-che associa gli elementi omogenei e dissocia gli eterogenei, esse si
-distinguono e si sceverano, e acquistano, per modo di dire, la nozione,
-così dei termini entro cui s'hanno a contenere, come delle vie per
-cui si possono muovere, e delle forme concedute al loro crescere. Gli
-uffici si separano, e dal patriarca primitivo, che tutti in sè gli
-accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi atti di generazione,
-il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato. A lungo andare la
-scienza si specifica, e la letteratura si specifica: quella rinunzia
-agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento; questa rinunzia
-al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente è, il moto normale
-delle cose, con qual mai ragione si arroga il realismo di contrariarlo,
-e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi, se così posso esprimermi,
-nella scienza, mentre la scienza vuole, e più sempre vorrà, serbare
-intero il suo essere e disimpacciati i suoi moti? Immagino bene la
-risposta: la letteratura, mi si dirà, deve congiungersi con la scienza,
-e magari perdersi in lei, perchè la scienza è il vero, e tutto deve
-ridursi al vero. Ma perchè deve tutto ridursi al vero? Sopra il vero,
-ch'è una semplice relazione tra l'oggetto e il soggetto, c'è appunto
-l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita, c'è l'essere, ch'è quanto
-dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento, ch'è sì gran parte di
-noi, non possiamo già spogliarci come di un abito logoro. La conoscenza
-del vero è uno dei bisogni dell'umana natura; ma non è l'unico, ma non
-è nemmeno il massimo: il massimo è il bisogno della felicità. Anzi può
-dirsi che sia questo il suo solo bisogno, perchè comprende dentro di
-sè tutti gli altri. Chi dunque afferma che la letteratura dev'essere
-ridotta alla scienza, cioè al vero, disconosce la umana natura qual'è,
-e quale tuttavia sarà, per quanto si muti, in un avvenire ancor molto
-lontano da noi; e pretende di condurre la letteratura al vero, al solo
-vero, in virtù di un principio falso. Il verismo, tanto orgoglioso del
-proprio nome, ha per radice un sofisma.
-
-La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi
-della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve
-dissimularsi interamente dietro le cose che narra o descrive, non
-attraversarsi a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi
-quanto più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in
-sè le immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà
-gli è possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la
-voce o l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi
-trascrittore. Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più
-faticherà il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno
-spirito che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e
-urgentissimo studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare
-e cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di
-disindividuarsi. Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire
-a questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a
-disfare sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita,
-l'ingegno e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era
-nato.
-
-Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione
-necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in
-piena contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione
-del soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato
-dalla dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo
-spirito, non ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i
-proprii confini, non si scevera se non con fatica e parzialmente
-dell'oggetto, cioè dal mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo
-primitivo la contrapposizione de' due termini, soggetto ed oggetto, è
-incerta e intermittente, e però egli trascorre del continuo con l'animo
-nelle cose, e immagina il mondo simile a sè. Non altra è la ragione
-dell'antropomorfismo, nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco
-a poco, in virtù di un processo che qui non accade di descrivere, il
-soggetto si scevera dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini
-si fa più costante e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza
-quello sceveramento non è possibile; e nata cresce, mentre il processo
-continua. Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto,
-come già questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di
-voler conoscere uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che
-alla cognizione dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di
-scienze, le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive.
-E se il soggetto non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella
-letteratura, e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da
-esplicare e da esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di
-esprimersi, ed è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere
-quella nozion di sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è
-venuto acquistando? Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a
-ogni modo che s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo
-anche la nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia
-combattete. Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a
-quelle leggi della evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe
-lasciare alla scienza lo _studio puramente oggettivo_ delle cose; alla
-letteratura, e all'arte in genere, la manifestazione dello spirito e la
-libera riproduzione delle cose nello spirito; inteso il tutto con la
-debita discrezione, senza innaturale rigor di termini, senza angustia
-di preconcetti.
-
-
-III.
-
-Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a
-mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare in
-più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella che con
-predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico e
-i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar
-sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione
-e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo,
-è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata in
-virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a poco svigorendo
-negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo dominio di quanto
-quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto, su cui tutta
-l'argomentazione si fonda, non solo non è vero, ma è, adirittura,
-contrario al vero.
-
-In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo
-nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente)
-si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al
-par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi
-_Principii di psicologia_[537]. L'uomo inferiore ha, checchè si creda
-in contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso
-è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto
-più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente
-coscienza dei bruti.
-
-La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion
-diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito,
-della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza
-di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in
-ragione col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non
-c'è quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è
-vero, com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso
-processo armonico di evoluzione.
-
-La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni
-più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi
-esperimenta, concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di
-relazioni, di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti,
-ma solamente immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia;
-e certe ipotesi, come quella del Laplace intorno alla formazione
-del sistema solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle
-specie, se sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure
-miracoli di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa,
-una virtuosità nel collegare i concetti più disparati, quali molti
-poeti di sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che,
-mentre osserva o sperimenta, immagina un certo risultamento delle
-osservazioni e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina
-uno o più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato
-della parola, un uomo di altissima fantasia.
-
-So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono di
-poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato,
-confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente,
-un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento
-è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità,
-nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di
-meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso,
-per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso che nasce
-essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, prova una
-certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di fantasia.
-Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. Il meraviglioso
-mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, assai più che
-da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine da una virtù
-fantastica insufficiente, o per parlare in forma più concreta, da
-una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva dello
-spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, e sempre più
-diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando essa il
-moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti e le relazioni
-loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, quelle tenaci
-associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. Il che non
-vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica della finzione.
-
-Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il venir
-meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da errore,
-il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I poeti e
-i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia dei poeti
-dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di leggende
-del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle _Mille e una
-notte_ passano per miracoli di potenza fantastica, e pure la fantasia
-che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella che opera
-nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro Dumas padre,
-di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo di personaggi
-immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo officio, compiere
-una quantità di azioni similmente immaginate, e il tutto muoversi con
-certo ordine, con certa conseguenza, e piegare a certi fini contemplati
-ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, per via di relazioni
-immaginarie, con personaggi, con fatti, con azioni reali, e tutto ciò
-senza che il romanziere ricorra, per isciogliere il nodo dell'azione,
-all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. La forza di fantasia,
-reminiscitiva e costruttiva, che si richiede a così fatto lavoro è, a
-dirittura, portentosa, e ve n'ha più in un solo di quei romanzi che non
-in tutta, quanta è, la letteratura novelliera dell'Oriente.
-
-Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che ha
-raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, se
-tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non esclude
-già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole
-e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente a nessuna
-esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo allora non
-soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento
-che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso ch'egli
-ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso
-così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa
-e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è
-doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati nella
-libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica
-sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi
-stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma vivi
-della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo.
-
-Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso
-allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi
-disinteressato da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato
-ogni vincolo suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose
-immaginazioni onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo
-destano negli animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano
-destare negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori
-angosciosi. L'episodio di Francesca da Rimini, nell'_Inferno_ di Dante,
-è certo assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e
-ciò non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè
-gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini
-di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne
-serenamente la sovrana bellezza.
-
-Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e si
-afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito,
-e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento
-delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire
-a comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare
-gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini
-privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione,
-o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della
-mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di lor
-natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo il
-dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i sensi,
-gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario
-cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò ch'esso è
-veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà mai, così lieto,
-che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi talvolta, almeno con
-la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo di libertà che loro
-rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia delle universe
-leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto nella fantasia, parmi
-assai dubbio, e molto improbabile, che se ne vogliano, per amor del
-realismo, spogliare.
-
-Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire vie
-più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà nell'arte?
-E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini e il
-modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in quest'altra?
-Non v'è realista così intollerante e caparbio che non ammetta il libero
-esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato essa fa il piacer
-suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma in altre arti
-non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono essere,
-dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura,
-morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se io ho un
-fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza che mi sia
-lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, nel marmo,
-nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, in una
-melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, in una statua,
-in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti è cotesta?
-E parlando della letteratura in più particolar modo, perchè dovrà
-vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure è l'organo di
-ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai di quanto
-possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione loro
-che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, sempre e in
-tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione
-che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto,
-a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che ci
-fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo men
-legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana natura.
-
-
-IV.
-
-E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo
-nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano
-che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, nè la
-storia, nè un'ipotesi probabile.
-
-Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale,
-perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso immaginarmi
-e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una cosa, e più poi
-quando esprimo quel mio pensiero con parole, io necessariamente
-idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i quali sono o poco o
-molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. Non v'è realista,
-per quanto convinto delle sue dottrine egli sia, e per quanto maestro
-nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; e s'egli crede pur
-di potere, e se ne vanta, non fa se non mostrare l'ingenuità propria, e
-quel difetto di perspicacità e di penetrazione filosofica ch'è difetto
-di tutta la scuola. Il salto fuor di sè stesso nella realtà assoluta
-è un sogno. A persuadersene basta, del resto, aprire qualsivoglia
-romanzo di qualsivoglia grande realista moderno: per esempio, dello
-Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in azione, le cose che descrive,
-i fatti che narra, sono tutti idealizzati, in un certo senso e in una
-certa misura; sono assoggettati, in altri termini, a varii e complicati
-processi di semplificazione, di condensazione, di avvaloramento, dei
-quali l'autore può non essere consapevole, ma che son pur quelli in
-virtù di cui i personaggi rappresentati, le cose descritte, i fatti
-narrati, producono e lasciano negli animi nostri più forte e duratura
-impressione che non farebbero i veri e reali. Quand'egli descrive un
-tramonto di sole, descrive, non già il semplice fenomeno fisico, ma
-bensì l'impressione che quel fenomeno farebbe in uno o più spettatori
-possibili, e lo descrive con parole che di necessità traggono dietro
-una lunga sequela di elementi ideali. E la tendenza all'idealizzare
-dev'essere ben imperiosa in noi, se può tor la mano agli stessi
-realisti più ostinati e valenti, e trascinarli ad eccessi cui forse non
-giungerebbero gl'idealisti più audaci. Chi abbia letto _Le ventre de
-Paris_ del medesimo Zola ricorda quella famosa _sinfonia de' formaggi_
-divenuta oramai proverbiale, dove c'è più idealismo (sia pure di
-cattiva lega) che non in un racconto di fate; e chi abbia letto _La
-bête humaine_ sa che cosa diventi una vaporiera tra le mani del gran
-maestro del realismo contemporanei. In molti degli eccessi suoi più
-noti e più notabili il realismo non è se non un idealismo capovolto.
-
-Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza?
-sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza
-continuamente, e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza
-quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto
-se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per
-la specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi
-dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione,
-immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali
-e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione dei pianeti
-intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza tener conto
-degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, assai più
-idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui animo
-non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, ma solo
-ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo empia di sè,
-lo guidi, lo faccia vivere e muovere.
-
-La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la
-tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo;
-anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone
-un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza,
-scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il
-corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la
-conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente
-che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente,
-ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e di
-giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso
-i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge
-al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come
-la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo.
-Si crede da' più che nelle letterature antiche _in genere_ sia più
-idealità che nelle letterature moderne _in genere_; ma tale credenza
-è un errore. Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno
-principalmente non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù
-idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi
-la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non
-riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità.
-Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi
-all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è
-veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, non
-da ignoranza, ma da scienza.
-
-La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita
-tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette
-e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte,
-nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se
-l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa
-direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare,
-senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E
-ciò che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi
-dell'umanità tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur
-consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale
-ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in
-virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi.
-
-Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto da
-potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, perchè
-dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura
-ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il passo,
-e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente,
-governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano a ritroso
-della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di proposito
-deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne oggetto
-di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni
-più brutali, tutti i _residui atavistici_ dell'umanità, tutto ciò che
-l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà la
-letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di
-veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e
-s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a
-un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti
-indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può condurli
-a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più sensitiva
-diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; e non
-si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare
-a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e più
-oscuri conforti.
-
-
-V.
-
-E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare
-circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? La
-predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le loro
-dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità d'arte,
-a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, non
-mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; e già nel
-presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano che il moto suo
-d'espansione sta per esser frenato, che altre tendenze il contrastano.
-A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il recentissimo simbolismo
-francese. Il realismo potrà essere una delle forme dell'arte nuova; ma,
-certamente, non sarà tutta l'arte.
-
-Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura
-più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta
-dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente
-tirannia delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il
-pretesto di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia
-di monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere,
-e il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento
-che ne deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve
-oltrepassare i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua;
-e mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare
-l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da
-lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti
-e postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar
-da sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei,
-indipendentemente da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa
-critica, e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa
-e perplessa, ne dissecca le fonti.
-
-Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano
-quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire
-una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione
-mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una ragion che
-non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e nocciono, quando
-divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato dominio.
-La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce per giunta l'umana
-natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra e regnar sola, nel
-presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, una unica formola
-d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo intero (come vediamo
-essere avvenuto un tempo, e in certa misura, nell'antico Egitto), tale
-possibilità viene ben presto a mancare col procedere e col variarsi
-della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta ad un canone solo (come
-per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe prima la uniformità
-degli spiriti, ridotti a un unico tipo. Ora, tale uniformità, che non
-si riscontra intera mai, nemmeno tra quelle razze infime dell'umanità
-le quali men si discostano dalla condizione dei bruti, lascia il luogo,
-tra le razze più nobili e culte, a una disformità pressochè infinita,
-la quale va aumentando e facendosi sempre più distinta, come più la
-civiltà s'innalza e si complica. Ci troviam qui di fronte a un'altra
-delle massime leggi della evoluzione, ch'è il passaggio graduato e
-irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; e se questa è legge che
-governa, non pure la natura umana, ma tutta l'universalità delle
-cose, come sarà mai possibile che l'arte le contraddica, riducendosi
-essa sola all'omogeneo? E come potrà, ad esempio, effettuarsi quella
-fantasia dei realisti, i quali vorrebbero che tutti i generi letterarii
-fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati dal romanzo, se
-il processo naturale e storico è, anche in letteratura, appunto il
-contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva separazione e di
-continuato differenziamento? Anche in questo caso, come in più altri
-notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso della evoluzione, cosa
-che non fa troppo onore a chi mena tanto vampo di scienza.
-
-Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e
-somiglianze per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a
-formare come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e
-condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri
-psichici, legate in una specie di psichica comunanza, non certo
-intera ed assoluta, ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un
-suo special modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo
-concetto e bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre
-famiglie, sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano
-anche per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle
-tutte. Le grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte
-hanno origine dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere
-l'uniformità dell'arte mentre aumenta la disformità degli spiriti,
-è cosa non meno vana che assurda. Si è questa crescente disformità
-per lo appunto che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando
-di ciò s'avrà chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la
-critica partigiana, dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più
-se non famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio
-d'egemonia; e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità
-nuova d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e
-questo non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello.
-
-La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà
-tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza
-dannose limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come
-più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario che
-la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi
-e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale
-divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di
-letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto
-concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel
-tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti
-in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere
-se non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò
-che la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò
-solo che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte;
-e s'intenderà che un compito massimo dell'arte possa esser quello
-di significare appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito
-universalmente, ma segregato e recondito e non comunicabile in altro
-modo.
-
-La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare
-tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in vario
-modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare tutta
-la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è forse della
-vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter prendere la sua
-materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente e nel passato,
-nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere personale e
-impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo non potrà essa
-sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale non mancherà
-chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse, non mancheranno
-spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè la vita è fatta
-di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura più comprensiva
-e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle entrambe
-congiuntamente.
-
-
- FINE.
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-INDICE
-
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- Rileggendo le Ultime Lettere di Jacopo Ortis _Pag._ 3
- Il Romanticismo del Manzoni » 25
- Perchè si ravvede l'Innominato? » 87
- Don Abbondio » 107
- Estetica e Arte di Giacomo Leopardi:
- CAP. I. Della psiche di Giacomo Leopardi » 125
- CAP. II. Estetica generale del Leopardi » 146
- CAP. III. Il Leopardi e la musica » 176
- CAP. IV. Il sentimento della natura nel Leopardi » 189
- CAP. V. Estetica della morte » 219
- CAP. VI. Classicismo e Romanticismo del Leopardi » 236
- CAP. VII. L'arte del Leopardi » 263
- Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti » 303
- Letteratura dell'avvenire » 349
-
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-DELLO STESSO AUTORE
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-
- =Poesie e novelle=, 1 vol. in-8º, di pag. 859. L. 3 —
-
- =Studi drammatici=, 1 vol. in-8º, di pag. 327. L. 4 —
-
- =Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo=, ristampa
- in-8º gr. di pag. XVI-808. L. 15 —
-
- =Attraverso il Cinquecento=, 1 vol. in-8º, di pag. IV-391. L.
- 8 —
-
- =Miti, leggende e superstizioni del medio evo=, 2 vol. in-8º, di
- pag. XXIII-310, 398. L. 5 — ciascuno.
-
- =Anglomania=, 1 vol. in-8º, di pag. XXXIV-431. L. 12 —
-
- =Medusa=, 3ª edizione, adorna di 100 disegni di C. Chessa, 1 vol.
- in-8º, di pag. VIII-292, L. 10 —; legato elegantemente L. 12 —;
- legato in pergamena e oro L. 15 —
-
- =Le Danaidi=, 2ª edizione, 1 vol. in-8º gr., di pag. VIII-183. L.
- 5 —
-
- =Poesie (1893-1906)= in-12º di pag. IV-487 con ritratto e
- fac-simile L. 10 —; legato L. 12 —
-
- =Prometeo nelle poesie= (_è in preparazione la ristampa_).
-
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-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Questo breve saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, serie III, vol. LVII (1895). Riappare qui accresciuto di
-alcune brevi note e con qualche leggiero ritocco.
-
-[2] Per quanto concerne le relazioni delle _Ultime Lettere_ col
-_Werther_, e con taluna delle troppe imitazioni di questo, rimando
-il lettore ai noti scritti dello ZSCHECH: _Ugo Foscolo und sein
-Roman «die letzten Briefe des Jacopo Ortis»_ (pubblicato nei
-_Preussische Jahrbücher_ del 1879 e 1880, e, tradotto, nella _Nuova
-Rivista internazionale_, febbrajo e settembre 1880); Ugo _Foscolos
-Ortis und Goethes Werther_ (nella _Zeitschrift für vergleichende
-Litteraturgeschichte und Renaissance-Litteratur_ del 1890); _Ugo
-Foscolos Brief an Goethe, Mailand, den 15 Januar 1802_ (nel _Bericht
-der Realschule am Eilbeckerwege zu Hamburg_ 1894). Per le prime
-traduzioni italiane del _Werther_, fatte nel secolo scorso, l'una o
-l'altra delle quali non potè rimanere ignota al Foscolo, vedi APPELL,
-_Werther und seine Zeit_, 4ª ediz., Oldenburgo, 1896; ov'è da notare
-per altro che la prima stampa della traduzione del D. M. S. non è del
-1796, ma del 1788. Per la storia delle varie redazioni del romanzo
-foscoliano vedi: MARTINETTI, _Dell'origine delle Ultime lettere di
-Jacopo Ortis_, Napoli, 1883; DEL CERRO, _Indagini foscoliane_ (nella
-_Vita italiana_, fasc. 16 gennajo 1897); CHIARINI, _L'edizione
-dell'«Jacopo Ortis»_ del 1798 (nello stesso giornale, fasc. 16 marzo
-1897).
-
-[3] È pur da ricordare a questo proposito che alcuni (a dir vero
-pochissimi) critici tedeschi non si peritarono di mettere l'_Ortis_
-sopra il _Werther_; tra gli altri O. L. B. WOLF, nella sua _Allgemeine
-Geschichte des Romans_.
-
-[4] _Nuovi saggi critici_, 2ª ediz., Napoli, 1879, pp. 142, 143, 147.
-
-[5] Werther non può ammettere che uomo fortemente innamorato pensi ad
-altro che all'amor suo; ma gli è un fatto che uomini anche perdutamente
-innamorati possono pensare a molte altre cose collegandole in qualche
-modo all'amor loro. In quella povera imitazione del romanzo del Goethe
-che Carlo Nodier compose da giovane, _Le peintre de Saltzbourg_, il
-protagonista, Carlo Munster, si lagna di essere proscritto e fuggitivo,
-d'aver perduto la patria e l'amata. L'Everardo del Lanfrey fu detto
-dall'autore stesso un Werther della libertà.
-
-[6] Il Cesarotti scorse il pericolo e giudicò le _Ultime lettere_ libro
-immorale. In un breve, ma acuto scritto, intitolalo _Werther, René,
-Jacopo Ortis_, CARLO DE RÉMUSAT cercò di mostrare che il romanzo del
-Foscolo è meno immorale di quello dello Chateaubriand e di quello del
-Goethe (_Critiques et études littéraires_, nuova edizione, Parigi,
-1857, vol. II, p. 125).
-
-[7] Nel 1820 l'autore di un articolo pubblicato nella _Biblioteca
-italiana_ poneva in un fascio l'_Ortis_, i _Sepolcri_, la _Ricciarda_.
-e scriveva: «Le _Lettere di Jacopo Ortis_, i _Sepolcri_, la nuova
-tragedia presenteranno il tuo nome alla posterità entro una luce
-funerea».
-
-[8] Chi crederebbe di dover trovare le lodi della melanconia nel buon
-La Fontaine?
-
- Il n'est rien
- Qui ne me soit souverain bien,
- Jusqu'aux sombres plaisirs d'un cœur mélancolique.
-
-Ma dei piaceri e della dignità della melanconia s'era già fatto beffe
-da un pezzo il Montaigne.
-
-[9] Il CANTÙ disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia»
-(_Ugo Foscolo_, in _Arch. storico lombardo_, anno III (1876), fasc. 1º,
-p. 17), ma andò troppo di là dal vero. Scrisse il PECCHIO (_Vita di Ugo
-Foscolo_, 3ª edizione, Lugano, 1841, pp. 259-60): «Invece di procurare
-di vincere questo umor melanconico, sembrava ch'ei lo nutrisse, e se
-ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso sentenziò: «La malinconia,
-dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali, perchè è infermità
-inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica in
-tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza».
-
-[10] GIOVITA SCALVINI scrisse a questo proposito (_Scritti ordinati
-per cura di_ N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi
-movimenti, il suo sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua
-testa, calcolatrice degli effetti di tutte queste ciarlatanerie».
-Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra abitato da uno di que'
-Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo per me è un
-mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale fu non poca di
-quella _egolatria_ che contraddistinse infiniti romantici.
-
-[11] Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e
-di carattere tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle
-che si potrebbero pur notare, sebbene non sieno tanto appariscenti,
-tra il Foscolo e lo Sterne. Sia ricordato di passata che il _Viaggio
-sentimentale_ fu scrittura assai cara ai romantici.
-
-[12] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e
-qualche emendazione, esso rimane immutato.
-
-Con questo medesimo titolo: _Le romantisme de Manzoni_, il signor
-Vittorio Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato
-in deposito al librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo,
-dopo non molto, all'autore, fu certo veduto da pochi, e non è più
-in commercio. Nelle 195 pagine di cui si compone il volume sono
-molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci si discorre con
-una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti nei
-libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla
-degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul
-pensiero e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura,
-un discepolo del Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3,
-190); e che cada in tale esagerazione, e in alcun altro errore, per non
-conoscere abbastanza le origini del romanticismo nostro, del quale per
-altro ritrae molto bene l'indole e gli intendimenti. Che io, salvo la
-inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato in modo affatto
-diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente avvertito
-da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con l'altro
-i due scritti. Si può anche vedere nei _Preussische Jahrbücher_ del
-1874 uno studio di W. LANG, _Alessandro Manzoni und die italienische
-Romantik_.
-
-[13] Perciò assai malamente scrisse il PRINA (_Alessandro Manzoni_,
-Milano, 1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento
-romantico».
-
-[14] L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse
-poi a dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa.
-
-[15] Leggo in un opuscolo tedesco (_Die romantische Schule in
-Deutschland und in Frankreich, von_ STEPHAN BORN, Heidelberg, 1879,
-pag. 5): Il romanticismo francese «è scaturito direttamente dalla
-opposizione alla rivoluzione». Errore. Vedi LARROUMET, _Les origines
-françaises du romantisme_, in _Études de littérature et d'art_, Parigi,
-1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo periodo violento,
-la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento normale
-del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto del
-Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi
-FINZI, _Lezioni di storia della letteratura italiana_, vol. IV, parte
-I: _Il romanticismo e Alessandro Manzoni_, Torino, 1891; MAZZONI,
-_Le origini del romanticismo_, in _Nuova Antologia_, serie III, vol.
-XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893; BERTANA, _Un precursore del
-romanticismo_, nel _Giornale storico della letteratura italiana_,
-volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo
-inglese vedi W. LION PHELPS, _The Beginnings of the English romantic
-Movement_, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del MENÉNDEZ Y
-PELAYO (_Historia de las ideas estéticas en España_, t. V. Madrid,
-1891, p. 233) che non fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio.
-
-[16] _Epistolario di_ ALESSANDRO MANZONI, _raccolto ed annotato da_
-Giovanni Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera
-del 17 ottobre 1820 allo stesso Fauriel.
-
-[17] Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole,
-scriveva al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto
-alla teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci
-stia». E si capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa.
-
-[18] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo
-e capitolo IV.
-
-[19] Vedi in proposito le giuste osservazioni del TENCA, _Prose e
-poesie scelte_, Milano, 1888, vol. I, pp. 331, 335, 350.
-
-[20] _Lettera intorno al Vocabolario_, in _Opere varie_, Milano, 1870,
-pp. 829, 830. Delle _Opere varie_ citerò sempre in seguito questa
-stessa edizione.
-
-[21] Lettera al Laderchi, 23 giugno 1843. _Epistolario_, vol. II, p.
-105.
-
-[22] _Dialogue entre un homme du monde et un poëte. Opere inedite o
-rare_, pubblicate da R. Bonghi, Milano, 1883 segg., vol. II, p. 431.
-
-[23] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. XI. La morte del Bonghi come
-fu grave danno per gli studii in genere, così fu grave danno per gli
-studii manzoniani in ispecie. Colui che curò la stampa delle _Opere
-inedite o rare_ senza poterne vedere il compimento, aveva da lunghi
-anni promesso sul Manzoni un libro che per certo sarebbe riuscito
-capitale, e di cui sarebbe pur prezioso ogni abbozzo o frammento
-ch'egli avesse potuto lasciarne.
-
-[24] Cel dice egli stesso nel _Dialogo della invenzione. Opere varie_,
-p. 539.
-
-[25] Studio critico che accompagna i _Promessi Sposi_ nella edizione
-del Barbèra (Collezione Diamante), Firenze, 1888, vol. II, pp. 678,
-679.
-
-[26] _I Promessi Sposi_, cap. VIII, p. 156, ediz. di Milano, 1875.
-
-[27] Veggasi intorno a ciò il bello scritto del D'OVIDIO, _Potenza
-fantastica del Manzoni e sua originalità_, in _Discussioni manzoniane_,
-Città di Castello, 1886, pp. 37 e segg.
-
-[28] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo.
-
-[29] _Ibid._, cap. II. _Opere varie_, p. 173.
-
-[30] _De l'Allemagne_, parte II, cap. XI.
-
-[31] Cap. XXXIII. p. 607, ediz. cit.
-
-[32] Vedi più particolarmente le delicate ed acute osservazioni del
-DE SANCTIS nel saggio intitolato: _La materia dei «Promessi Sposi»_.
-La questione del romanzo storico fu discussa in passato anche dallo
-Zajotti, dal Bianchetti e da altri. Ultimamente la riprese in esame il
-CESTARO in uno scritto intitolato _La storia nei «Promessi Sposi»_,
-pubblicato prima nella _Nuova Antologia_, fasc. del 1º maggio 1892,
-poi nel volume _Studi storici e letterari_, Torino-Roma, 1894. Gli
-argomenti da lui addotti contro le conclusioni del Manzoni sono assai
-vigorosi.
-
-[33] _Opere varie_, pp. 426, 428, 431.
-
-[34] _Epistolario_, vol. I, p. 202.
-
-[35] _I Promessi Sposi_, cap. XII, p. 231; cap. XXXI, p. 564.
-
-[36] _Epistolario_, vol. I, p. 283.
-
-[37] _Epistolario_, vol. I, p. 291.
-
-[38] _Bozzetti critici e discorsi letterari_, Livorno, 1876, pp. 310-11.
-
-[39] _Classicismo e romanticismo_, nei _Giambi ed epodi e rime nuove.
-Opere_, vol. IX, Bologna, 1894, p. 298.
-
-[40] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 168.
-
-[41] _Opere varie_, p. 409.
-
-[42] _Epistolario_, vol. I, p. 307.
-
-[43] _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. Opere varie, p. 425.
-
-[44] _Ibid._
-
-[45] Parmi curioso e non inutile recar qui a riscontro alcune opinioni
-dello ZOLA, le quali certamente avrebbero ottenuto il plauso del
-Manzoni: «Le plus bel éloge que l'on pouvait faire autrefois d'un
-romancier était de dire: Il a de l'imagination. Aujourd'hui cet
-éloge serait presque regardé comme une critique. C'est que toutes les
-conditions du roman ont changé. L'imagination n'est plus la qualité
-maîtresse du romancier» (_Du roman. Le sens du réel_). Flaubert «est
-sobre, qualité rare; il donne le trait saillant, la grande ligne,
-la particularité qui peint, et cela suffit pour que le tableau soit
-inoubliable» (_Du roman. De la description_). «Et je finirai par une
-déclaration: dans un roman, dans une étude humaine, je blâme absolument
-toute description qui n'est pas, selon la définition donnée plus haut,
-un état du milieu qui détermine et complète l'homme. J'ai assez péché
-pour avoir le droit de reconnaître la vérité» (_Ibid._).
-
-[46] _Epistolario_, vol. I, p. 242.
-
-[47] _Sovra il teatro tragico italiano_, Venezia, 1826, p. 91.
-È tuttavia da notare che sin dai primi anni del secolo XVIII in
-Inghilterra, gli scrittori che dicono della scuola augustea usarono dar
-nome di romantica ad ogni narrazione o poesia che paresse loro o troppo
-stravagante, o troppo sentimentale (LYON PHELPS, _Op. cit._, pp. 18-9).
-L'Addison, ne' suoi ricordi di viaggio, chiamava romantica una scena
-di paese che aveva del selvaggio e dello strano (FRIEDLAENDER, _Ueber
-die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der
-Natur_, Lipsia, 1873, p. 43).
-
-[48] Forse il primo esempio di tali orrori lo diede il _Castle of
-Otranto_, romanzo del celebre ORAZIO WALPOLE, pubblicato nel 1764. Ebbe
-grandissima voga, e fu tradotto in italiano, dalla qual lingua l'autore
-fingeva d'averlo tradotto egli stesso. I primi racconti fantastici
-di Teodoro Hoffmann sono posteriori ad esso di mezzo secolo, come
-son posteriori di una ventina d'anni ai più celebri romanzi di Anna
-Radcliffe.
-
-[49] _Delle vicende del buon gusto in Italia_, orazione recitata nella
-grande aula dell'Università di Pavia il giorno 3 maggio 1805.
-
-[50] _Cenni critici sulla poesia romantica_, Milano, 1817, pp. 45-47.
-
-[51] _Sermone sulla mitologia._
-
-[52] _Epistolario_, vol. I, p. 312.
-
-[53] Ma vedi forza dell'esempio e dell'andazzo! Lo STAMPA, figliastro
-del Manzoni, afferma che l'autore dei _Promessi Sposi_ fu tentato una
-volta di scrivere un romanzo fantastico, del quale, per altro, non sa
-dir nulla (_Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, Milano,
-1885-9, vol. II, p. 183).
-
-[54] _Opere varie_, p. 410.
-
-[55] _Histoire du romantisme_, nuova edizione, s. a., Parigi,
-Charpentier, p. 64.
-
-[56] _Versi in morte di Carlo Imbonati_, vv. 147 e segg.
-
-[57] Versi 36-44.
-
-[58] _Urania_, vv. 9-14.
-
-[59] _Opere inedite o rare_, vol. I, p. 95.
-
-[60] _Epistolario_, vol. I, p. 201.
-
-[61] _Ibid._, pp. 206, 207.
-
-[62] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 197.
-
-[63] Aristotele non dice propriamente così; ma tale credo fosse, in
-sostanza, il suo concetto. Anche lo Schopenhauer giudica la poesia più
-vera della storia.
-
-[64] _Opere varie_, p. 835.
-
-[65] _Epistolario_, vol. I, p. 448.
-
-[66] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 481.
-
-[67] _Epistolario_, vol. I, p. 393.
-
-[68] _Epistolario_, vol. I, pp. 448, 449.
-
-[69] _Epistolario_, vol. II, p. 144.
-
-[70] Cap. XIV. p. 273.
-
-[71] Cap. XXVIII, p. 520.
-
-[72] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. 480.
-
-[73] Lettera a Cesare D'Azeglio. _Epistolario_, vol. I, pp. 280 segg.
-
-[74] Prefazione al _Conte di Carmagnola. Opere varie_, p. 278.
-
-[75] _Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie_, p. 405.
-
-[76] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 494.
-
-[77] Lettera al D'Azeglio, _Epistolario_, vol. I, p. 294.
-
-[78] Anche lo SCOTT, nell'_Essay on the Drama_, combattè le unità, ma
-quanto più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni!
-
-[79] _Opere varie_, pp. 413-14.
-
-[80] Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare
-profusamente nella _Biblioteca italiana_ il Manzoni e biasimare i
-romantici.
-
-[81] _Epistolario_, vol. I, p. 477.
-
-[82] Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. _Epistolario_, vol.
-II, p. 177.
-
-[83] Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. _Epistolario_, vol. I, p.
-124; _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. _Opere varie_, p. 425.
-
-[84] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, Serie III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e
-brevi giunte.
-
-[85] Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del
-Manzoni che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel _passaggio
-dell'animo_ dell'Innominato _dall'un grado all'altro_, e pure
-scusandosi dell'ardimento grande, non si tenne dal suggerire quello
-che a parer suo andava fatto (_Ispirazione e arte_, Firenze, 1858, pp.
-12-13).
-
-[86] Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la
-fede in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio
-di una notte il filosofo francese Jouffroy _s'avvide_ d'aver perduto
-ogni credenza. Vedi pel fenomeno in genere RIBOT, _La psychologie des
-sentiments_, Parigi, 1896, pp. 400-3.
-
-[87] Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato
-_Due parole sull'Innominato_, che FRANCESCO D'OVIDIO pubblicò nella
-_Illustrazione Italiana_ del 27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa
-parecchie ottime osservazioni, che per la più parte corroborano le mie;
-ma su di un punto formalmente mi contraddice, e cioè su questo punto
-del miracolo. Egli nega che il Manzoni supponesse miracolo alcuno nella
-conversione dell'Innominato, e reca in prova alcune parole del Manzoni
-stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto. Dopo averci pensato
-su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione. Tutto sta
-intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che il
-Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo
-il sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra
-banda che un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi
-senza l'ajuto divino; che la dottrina cattolica della predestinazione
-e della grazia non concede all'uomo abbandonato a sè medesimo altra
-libertà che la libertà di fare il male; che ogni cristiano schietto
-riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono; che se è vero
-il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu un
-miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di
-quel richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera
-al Trechi, 29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del
-miracolo grossolano e ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino,
-e negar fede alle apparizioni di Caterina Labourè; ma poteva anche
-credere a un miracolo che salvasse il Grossi (CANTÙ, _Alessandro
-Manzoni, reminiscenze_, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1). Perciò non
-posso accordarmi in tutto nemmeno col DE SANCTIS, il quale scrisse,
-(_I Promessi Sposi, studio critico_): «Si vegga con quanta industria il
-poeta, un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo
-della Madonna, riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»;
-e soggiunse poi che il miracolo è _affatto estraneo_ allo spirito
-del Manzoni. Il Manzoni descrisse, sì, accuratamente il fenomeno
-psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che Dio avesse tocco il
-cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani di guerra,
-che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano da Dio
-di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un _Te Deum_. Del resto il
-miracolo è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare
-Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de'
-suoi poveri servi». «Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non
-ve lo sentite in cuore che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia
-stare, e nello stesso tempo v'attira.....?». Dio, dice il cardinale,
-vuol fare dell'Innominato un segno della sua potenza e della sua
-bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva il Manzoni pensare
-diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa appunto il
-miracolo?
-
-[88] RIBOT, _Op. cit._, p. 401: «Tout cela, pour le moraliste, est un
-changement complet, il y a deux hommes; pour le psychologue c'est un
-changement d'orientation, il n'y a qu'un homme. Il est facile de voir
-que sous les deux contraires, existe un fond commun, une unité latente;
-c'est la même quantité ou la même qualité d'énergie employée à deux
-fins contraires; mais, sans effort, on peut retrouver la chrysalide
-dans le papillon».
-
-[89] Giova qui recare a riscontro il Pensiero XVI di Giacomo Leopardi:
-«Se al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso
-Tacito, è apparecchiata una stessa fine, è più da uomo il perire
-meritamente. Poco diversi pensieri credo che sieno quelli di alcuni,
-che avendo animo grande e nato alla virtù, entrati nel mondo, e
-provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento degli
-uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi, abbracciano la
-malvagità; non per corruttela nè tirati dall'esempio, come i deboli; nè
-anche per interesse, nè per desiderio dei vili e frivoli beni umani; nè
-finalmente per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale;
-ma per un'elezione libera, e vendicarsi degli uomini, e rendere loro
-il cambio, impugnando contro di essi le loro armi. La malvagità delle
-quali persone è tanto più profonda, quando nasce da esperienza della
-virtù; e tanto più formidabile, quanto è congiunta, cosa non ordinaria,
-a grandezza e fortezza d'animo, ed è una sorta d'eroismo». Raccosta a
-questo i Pensieri LXXV, C, CI, CIX.
-
-[90] Nell'articolo già citato il D'Ovidio nota, credo giustamente, che
-Lucia opera nell'animo dell'Innominato anche in virtù della giovinezza,
-bellezza e gentilezza sua.
-
-[91] GIOVANNI VIDARI, in un saggio intitolato _Suor Gertrude,
-l'Innominato e Fra Cristoforo_ (nella _Rassegna nazionale_, 1º e 16
-dicembre 1895), avvertì che io non notava la somiglianza che per più
-rispetti è tra l'Innominato e Fra Cristoforo; ma poi concluse dicendo
-che essi _son diversi nel processo della conversione_. Di questa
-diversità appunto, e non d'altro, io intesi far cenno.
-
-[92] In un opuscolo nuziale intitolato L'umorismo nei Promessi Sposi
-(Firenze, 1895) il Barbi passa in rassegna que' personaggi, nota
-situazioni e riflessioni umoristiche. Questo breve saggio è, a mia
-saputa, quanto di meglio siasi scritto sull'argomento; ma ciò che vi si
-dice di Don Abbondio non mi sembra interamente giusto. Il così detto
-Commento estetico del Ferranti (Firenze, 1877) è scrittura prolissa e
-di poco valore.
-
-[93] L'idea di un Don Abbondio missionario e martire è una delle idee
-più comiche che mai cadessero in mente umana.
-
-[94] Coloro che sempre ricantano che il Manzoni aperse scuola di
-rassegnazione, di pusillanimità e di fiacchezza, non han mai pensato,
-sembra, alla formidabile ironia di quella _neutralità disarmata_, non
-capiscono tutto il significato di Don Abbondio, e non sanno che cosa
-scrivesse dei _Promessi Sposi_ il Mazzini.
-
-[95] Sarebbe curioso indagare quanta parte di quelle debolezze e di
-quelle virtù possa avere ereditato il Manzoni dal proprio avo materno,
-del quale fu, nonostante qualche dissentimento, ammiratore caldissimo.
-Ma se della mente di Cesare Beccaria possiamo formarci un concetto
-abbastanza adeguato leggendo i non molti suoi scritti, dell'animo non
-possiamo, tanto sono scarse, incerte, contraddittorie le notizie che ce
-ne son pervenute. I fratelli Verri, che ne tramandaron le più, prima
-furono amici svisceratissimi di lui, poi nemici arrabbiati, così che
-noi non riusciamo a veder chiaro tra le lodi sperticate di prima e i
-biasimi, sicuramente eccessivi, di poi (Vedi uno scritto di A. VENTURI,
-_Cesare Beccaria e le lettere di Pietro e Alessandro Verri_, nel
-_Preludio_, anno VI, 1882, nn. 3-4). Le lettere stesse del Beccaria,
-comprese le poche pubblicate in questi ultimi anni, non ci ajutano gran
-fatto. Ciò nondimeno, quel tanto che riusciamo a mettere insieme e ad
-intendere ci permette di notare tra avo e nipote alcune conformità che
-di certo non sono casuali. Si può discutere della maggiore o minore
-originalità delle idee contenute nell'opuscolo _Dei delitti e delle
-pene_; ma, se a questo opuscolo si aggiunge il saggio sulle monete,
-e, meglio ancora, il saggio sullo stile, bisogna riconoscere che il
-Beccaria ebbe mente di novatore, e, come disse Pietro Verri, _testa
-fatta per tentare strade nuove_; una testa dunque come l'ebbe il
-Manzoni, che di strade nuove ne tentò e ne corse parecchie. Il Beccaria
-fu _profondo algebrista_, ed ebbe fantasia vivacissima e prepotente,
-e fu poeta (_buon poeta_, assicura l'amico): intendi dunque che,
-come poi il Manzoni, egli seppe conciliare il rigore e la saldezza
-della ragione con la libertà e la fluidità dell'immaginativa e del
-sentimento. Scopriamo nell'avo una vena satirica che ingrossa poi nel
-nipote. Tutt'e due sono d'indole timida e casalinga, involta in una
-onesta pigrizia (vedi un opuscoletto nuziale di PAOLO BELLEZZA, _La
-pigrizia di Alessandro Manzoni_, Milano, 1897); fuggono il chiasso; non
-cercano popolarità, sebbene amino il popolo; curano i proprii comodi;
-lascian vedere _un'aria di bonomia_ (bugiarda in Cesare, secondo
-afferma Alessandro Verri; ma gli s'ha da credere?); sono inettissimi
-alle faccende (_inattività in agibilibus_, troviam detto di Cesare;
-_inetto rebus agendis_, disse di sè stesso il Manzoni); scrivono di
-malissima voglia lettere e ogni altra cosa. «Filosofo senza strepito»,
-scrisse del Beccaria il Cantù, «appena l'Europa s'accorse ch'era un
-grand'uomo, egli si tacque»: e il Manzoni? Le apprensioni manifestate
-dall'avo durante quel suo famoso viaggio a Parigi hanno riscontro in
-altre consimili del nipote. Entrambi non potevano reggere a star soli,
-ed entrambi stavano mal volentieri in luoghi dove fosse adunata molta
-gente. Entrambi ebbero amore alla villa. Rimasti vedovi, entrambi
-si riammogliarono. L'avo disegnò di fare un confronto fra romanzi e
-storie, e il nipote compose il discorso sopra il romanzo storico. L'avo
-si meravigliava che la Colonna Infame fosse lasciata sussistere nel bel
-mezzo di Milano: il nipote scrisse la _Storia della Colonna Infame_.
-
-[96] E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo
-tutti gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno
-più adatto, più proprio, più raffigurativo. _Nomina numina._ Il Balzac
-fu studiosissimo dei nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert
-andò in gloria il giorno in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet.
-Gran brava fregatina di mani dev'essersi data Don Alessandro il giorno
-in cui gli cadde in mente, o gli capitò sotto, Dio sa come, quello del
-suo curato. Il Bojardo avrebbe fatto sonare a distesa tutte le campane
-delle sue terre.
-
-[97] _Pensées_, article I, 6.
-
-[98] _Epistolario, raccolto e ordinato da_ Prospero Viani, _quinta
-ristampa ampliata e più compiuta_. Firenze, 1892, vol. I, pp. 240, 298,
-299, 537; vol. II, p. 276, e in altri luoghi ancora.
-
-[99] Mantengo, per ragion di comodo, questa distinzione passata
-nell'uso degli scrittori, sebbene non la creda psicologicamente troppo
-esatta.
-
-[100] ANTONA TRAVERSI, _Studi su Giacomo Leopardi con notizie e
-documenti sconosciuti e inediti_, Napoli, 1887, pp. 76, 97-8.
-
-[101] _Epistol._, vol. I, p. 454.
-
-[102] _Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di_ GIACOMO
-LEOPARDI, _per cura di_ Prospero Viani, Firenze, 1878, p. XLVI. Lo
-stesso poeta ebbe a dichiarare di non sapere il tedesco.
-
-[103] Degli amori per la Silvia e la Nerina (non è qui a discutere se
-questi nomi stieno a indicare due persone o una sola), Carlo Leopardi
-ebbe a dire che furono assai più romanzeschi che veri. Non so quanta
-fede s'abbia a dare a tale testimonianza; ma la congettura che il poeta
-si scaldasse pel ricordo assai più che per la realtà, è congettura
-tutt'altro che irragionevole, e che potrebb'essere facilmente
-suffragata di ragioni e di esempii, e che anzi appar probabile quando
-s'instituisca un confronto fra la canzone _Per una donna malata di
-malattia lunga e mortale_ e quella _A Silvia_.
-
-[104] _Le ricordanze._
-
-[105] Lett. al Giordani, 8 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 87.
-
-[106] _Ibid._, p. 216.
-
-[107] Scrisse il Foscolo di sè stesso:
-
- Tal di me schiavo e d'altri e della sorte,
- Conosco il meglio ed al peggior m'appiglio,
- E so invocare e non darmi la morte.
-
-[108] Lett. al Giordani, 5 dicembre 1817; _Epistol._, vol. I, p. 111.
-
-[109] Non necessariamente. Paolo Scarron che si denominò da sè stesso
-un compendio delle miserie umane, scrisse il _Roman comique_ e il
-_Virgile travesti_ inchiodato in una sedia a bracciuoli, paralitico,
-attratto, spolpato, sfinito, e durò in tale condizione dall'anno
-ventesimosettimo o ventesimottavo di sua vita sino al cinquantesimo,
-che fu quello della sua morte. Il Voltaire, che soleva dire di tener
-l'anima coi denti, non diventò pessimista nemmen quando fu ridotto a
-nutrirsi per lunghi anni di solo latte.
-
-[110] Farebbe indagine curiosa e istruttiva chi andasse cercando per
-entro alle dottrine pessimistiche moderne e modernissime la parte
-contribuitavi dal Copernico, dal Galilei, dal Darwin, ecc.
-
-[111] Cap. IV, pp. 274-5, 278-9 della edizione delle _Prose_ curata
-da G. Mestica, Firenze, 1890, edizione di cui sempre mi varrò per le
-citazioni in questo scritto.
-
-[112] _Bruto minore._
-
-[113] A tutto ciò non contraddice punto il fatto che il genio non può
-essere se non il portato di una lunga evoluzione storica, e come la
-sintesi di tutta una consecutiva e varia vita anteriore. Dante non
-poteva nascere in Cina, nè il Newton fra gli Ottentoti. Ancora non
-contraddice al detto di sopra che il genio soggioghi o disciplini le
-forze altrui e si giovi della loro cooperazione. In un suo recente
-libro (_Psycho-Physiologie du génie et du talent_, Parigi, 1897)
-il NORDAU asserisce, un po' timidamente a dir vero, che i genii
-artistici, o, com'egli li chiama, _emozionali_, non sono veri genii.
-Respingo una dottrina che, mentre comprende, senza esitazione, fra i
-genii l'inventore dell'areostato e quello della locomotiva, tende ad
-escluderne, e infatti ne esclude, Dante e lo Shakespeare. In quel libro
-sono assai osservazioni ingegnose ed acute, ma anche molte proposizioni
-avventate e molti sofismi. Che il genio sorga sulla base organica di
-un neoplasma non è provato, e quando fosse vero, bisognerebbe poter
-dimostrare che i genii artistici difettano di neoplasmi per poter
-poi sentenziare che non sono genii. A p. 157 si afferma che i genii
-_emozionali_ non esercitano nessun influsso sul _mondo dei fenomeni_.
-Dunque le arti non possono nulla sulla coltura, sui costumi, sulla vita
-dei popoli? E i canti di Tirteo e la Marsigliese non mossero proprio
-nulla nel mondo?
-
-[114] Chi nel pessimismo del Leopardi non vede se non un rivolo
-sgorgato dai fonti di Lucrezio, mostra d'intendere assai poco e
-Lucrezio e il Leopardi; e chi a riscontro del pessimismo del Leopardi
-pone il pessimismo (come fu chiamato) del Petrarca, mostra di saper
-vedere le somiglianze estrinseche e non le dissomiglianze intrinseche.
-Dal Rousseau l'autore della _Ginestra_ derivò idee e sentimenti; ma il
-Rousseau fu tutt'altro che un pessimista.
-
-[115] «Io da principio aveva pieno il capo delle massime moderne,
-disprezzava, anzi calpestava, lo studio della lingua nostra; tutti i
-miei scrittacci originali erano traduzioni dal francese; disprezzava
-Omero, Dante, tutti i Classici; non volea leggerli, mi diguazzava nella
-lettura che ora detesto: chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio;
-ma niun uomo certamente. Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che
-m'erano necessarie? la grazia di Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli
-un granchio a ogni tratto? nessuno». Lett. al Giordani, 30 aprile 1817;
-_Epistol._, vol. I, p. 56. A chi mi opponesse che con questo tornare
-all'antico il Leopardi dava appunto a conoscere di non essere un genio,
-essendo proprio dei genii il precorrere e non il rinculare, risponderei
-con le ragioni addotte di sopra, e soggiungerei che in certi casi il
-tornare addietro può essere un andare avanti. Gli umanisti andavano
-avanti tornando addietro.
-
-[116] PATRIZI, _Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua
-famiglia_, Torino, 1896.
-
-[117] Per esempio, nello studio e nella estimazione della eredità
-psicopatica e geniale del poeta (capitolo II) le conclusioni cui
-giunge l'autore pajonmi assai malsicure, dacchè egli considera i fatti
-e le testimonianze in sè stessi, mentre dovrebbe considerarli nella
-mutevole significazione che vengono ritraendo dalla condizione dei
-tempi e dei costumi. Intantochè vige il diritto della primogenitura,
-e, nelle famiglie nobili, il celibato è imposto al più gran numero
-dei figliuoli, e la vita pubblica dura piena di trambusto e di
-pericolo, e i chiostri offrono sicurezza e pace alle nature meno
-gagliarde, le monacazioni frequenti in una famiglia non possono, così
-senz'altro, essere notate quali un segno di misticità morbosa. Altro
-è il significato della violenza, e dello stesso omicidio, in mezzo
-a una civiltà composta e ad un popolo mansueto, altro in mezzo a una
-civiltà turbolenta e ad un popolo fazioso e feroce. Le anamnesi lunghe
-e complicate bisogna interpretarle col sussidio della storia nella
-quale si svolsero le vite e accaddero i fatti che loro dànno argomento.
-Ancora parmi che l'autore del libro esageri quando parla di una
-melanconia attonita (ch'è il grado estremo della melanconia, secondo
-la definizione degli scrittori), di una paresi motoria e di una paresi
-mentale del Leopardi.
-
-[118] _Epistol._, vol. I, p. 374.
-
-[119] Lettera al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 57.
-
-[120] Lett. al Vieusseux, da Recanati; _Epistol._, vol. II, p. 363.
-
-[121] _Prose_, p. 445.
-
-[122] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 276.
-
-[123] Cf. PATRIZI, _Op. cit._, cap. I. Vedi a questo proposito uno
-scritto molto acuto, molto sensato e molto equo del SULLY (autore
-del volume _Pessimism, a History and a Criticism_, Londra, 1887), _Le
-pessimisme et la poésie_, nella _Revue philosophique de la France et
-de l'étranger_, anno III (1878), vol. I, pp. 392-3, ove non è esclusa
-la possibilità che i pessimisti (sieno essi ammalati o sani) abbiano
-ragione. Siami permessa una riflessione. Se il genio nasce di malattia;
-se una delle funzioni del genio è di scorgere il vero non iscorto da
-altri; che valore può rimanere al giudizio che accusa di falsità il
-pessimismo solo perchè lo suppone, come il genio, nato di malattia?
-
-[124] _Prose_, pp. 402-3.
-
-[125] _Epistol._, vol. I, p. 278.
-
-[126]
-
- Life's but a walking shadow, a poor player,
- That struts and frets his hour upon the stage,
- And then is heard no more: it is a tale
- Told by an idiot, full of sound and fury,
- Signifying nothing.
- (_Macbeth_, a. V, sc. 5).
-
- We are such stuff
- As dreams are made on, and our little life
- Is rounded with a sleep.
- (_The Tempest_, a. IV, sc. 1).
-
-[127] Cf. PAULHAN, _Esprits logiques et esprits faux_, Parigi, 1896, p.
-41.
-
-[128] Cf. FÉRÉ, _Impuissance et pessimisme_, nella _Revue
-philosophique_, anno 1886, vol. II. L'autore, facendo nascere il
-pessimismo da un disequilibrio massimo fra i desiderii da una parte
-e la potenza di soddisfarli da un'altra, conclude a un certo punto
-così: «Il semble donc que se plaindre de tout revienne à convenir que
-l'on n'est bon à rien». Gli è dir troppo. E, primamente, non bisogna
-mettere tutti in un fascio i pessimisti coi queruli, coi brontoloni,
-coi seccatori. Si dànno pessimisti che non si lamentano mai, nemmeno
-nei libri che scrivono per divulgare o difendere le proprie dottrine.
-Alfredo de Vigny disse una volta:
-
- Le juste opposera le silence à l'absence.
- Et ne répondra plus que par un froid silence
- Au silence éternel de la Divinité;
-
-e nel suo Giornale lasciò scritto: «Le silence sera la meilleure
-critique de la vie». Poi non so come si potrebbero far entrare nella
-classe di quegli infelici in cui è massimo il disequilibrio tra i
-desiderii e la potenza di soddisfarli pessimisti dello stampo, non
-dirò del re Salomone, creduto a torto autore dell'_Ecclesiaste_, ma di
-quel califo Abd ur Rahmân, il quale, dopo aver soggiogata quasi tutta
-la Spagna, e promosse le scienze, le arti, le industrie, i commerci,
-noverava, pieno d'anni e di gloria, i giorni della propria felicità,
-e trovava che sommavano in tutto a quattordici; e di quell'Innocenzo
-III che, essendo stato, dopo Gregorio VII, il più grande instauratore
-della potenza dei papi, lasciò, a far testimonianza de' suoi pensieri,
-tre libri _De contemptu mundi, sive de miseria humanae conditionis_,
-ben più tetri e più dolorosi di quei del Petrarca; e finalmente di
-quel Giorgio lord Byron, che fu come un atleta della passione e del
-piacere, e un eroico scialacquatore della vita. Dei pessimisti allegri
-non parlo. Qualcuno ebbe a dire, dopo aver fatta una visita a E. von
-Hartmann, che per fruire dello spettacolo della felicità, bisognava
-andarlo a cercare nelle case dei pessimisti.
-
-[129] Lett. 6 marzo 1820; _Epistol._, vol. I, p. 254.
-
-[130] _Le pessimisme au XIX siècle_, Parigi, 1879, pp. 38-9. L'autore
-osservava pure opportunatamente e giustamente che il Leopardi non si
-soffermò in nessuno dei tre stadii della illusione distinti e descritti
-dal Hartmann (p. 43).
-
-[131] «Keiner jedoch hat diesen Gegenstand so gründlich und erschöpfend
-behandelt, wie, in unsern Tagen, Leopardi. Er ist von demselben ganz
-erfüllt und durchdrungen: überall ist der Spott und Jammer dieser
-Existenz sein Thema, auf jeder Seite seiner Werke stellt er ihn dar,
-jedoch in einer solchen Mannigfaltigkeit von Formen und Wendungen, mit
-solchem Reichthum an Bildern, dass er nie Ueberdruss erweckt, vielmehr
-durchweg unterhaltend und erregend wirkt». _Die Welt als Wille und
-Vorstellung_, _Ergänzungen_; _Sämmtliche Werke_, Lipsia. 1891, vol.
-III, p. 675.
-
-[132] _Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez_; _Prose_,
-p. 307.
-
-[133] _Paralipomeni della Batracomiomachia_, c. IV, st. 10.
-
-[134] _Dialogo di Timandro e di Eleandro_; _Prose_, p. 371.
-
-[135] Ingiustissimo mi sembra per ogni rispetto il giudizio di O.
-PLUEMACHER quando sentenzia che il Leopardi, i cui scritti (secondo
-lui) sono pedantescamente infrascati di fastidiosa dottrina (?!), non
-è filosofo, sebbene si atteggi a filosofo, dacchè la conoscenza di
-alcuni, o anche di molti sistemi di filosofia, non basta a formare il
-filosofo (_Der Pessimismus in Vergangenheit und Gegenwart_, 2ª ediz.
-Heidelberg, 1888, p. 115). Verissimo questo; ma appunto di sistemi
-di filosofia il Leopardi ne conobbe assai pochi. Il Sully dovette
-portare migliore opinione del nostro poeta, giacchè riferisce tradotte
-nel già citato suo libro sul pessimismo (p. 27) le seguenti parole
-scritte da esso poeta in una lettera al Giordani (lett. 6 maggio
-1825; _Epistol._, vol. I, p. 547): «Mi compiaccio di sempre meglio
-scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e delle cose, e
-d'inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e terribile
-della vita dell'universo». Per altro egli rimpicciolisce il concetto
-quando _arcano infelice e terribile della vita dell'universo_ traduce
-_unblessed and terrible secret of life_, tralasciando appunto quella
-parola _universo_ da cui viene al concetto stesso massima larghezza e
-veramente filosofica significazione.
-
-[136] _Dialogo della Natura e di un'anima_; _Prose_, pp. 85-6; _Dialogo
-di un fisico e di un metafisico_, pp. 124-5; _Dialogo di Torquato
-Tasso e del suo genio famigliare_, p. 144; _Detti memorabili di Filippo
-Ottonieri_, cap. II, pag. 262; cap. V, p. 289; Versi _Al conte Carlo
-Pepoli_, ecc. ecc. Con sentimento affatto contrario a quello del nostro
-poeta, il Nietzsche ama la vita per sè stessa, anche se infelice.
-Cf. BRANDES, _Friedrich Nietzsche_, nel volume _Menschen und Werke_,
-Francoforte s. M., 1894.
-
-[137] _Cantico del gallo silvestre_; Prose, p. 336.
-
-[138] _Dialogo di Timandro e di Eleandro_; _Prose_, p. 365.
-
-[139] _Dialogo di Plotino e di Porfirio_; _Prose_, pp. 427-8. In una
-lettera al Giordani (30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279) il
-Leopardi aveva detto che tutto quanto è, è contento di vivere, «eccetto
-noi che non siamo più quello che dovevamo e che eravamo da principio».
-
-[140] _Paralipomeni della Batracomiomachia_, c. IV, st. 24. In una
-lettera al Giordani (24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316),
-aveva già detto che i popoli «sono condannati alla infelicità dalla
-natura, e non dagli uomini nè dal caso». Tale appunto è il concetto
-della _Ginestra_.
-
-[141] _Palinodia al marchese Gino Capponi_; _Dialogo di Timandro e di
-Eleandro_; _Prose_, p. 365.
-
-[142] _Cantico del gallo silvestre_; _Prose_, p. 336.
-
-[143] _Dialogo di Torquato Tasso ecc._; _Prose_, p. 145.
-
-[144] Ultimi versi della canzone _A un vincitore nel pallone_. Cf.
-_Dialogo di Cristoforo Colombo_ ecc.; _Prose_, pp. 309-10.
-
-[145] Preambolo alla versione del _Manuale di Epitteto_; _Opere_, nuova
-impressione, Firenze, 1889, vol. II. p. 214.
-
-[146] _La quiete dopo la tempesta_.
-
-[147] _Le ricordanze_.
-
-[148] _Il primo amore_.
-
-[149] _Nelle nozze della sorella Paolina_.
-
-[150] _Aspasia_.
-
-[151] _Al conte Carlo Pepoli_.
-
-[152] _Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento
-sepolcrale della medesima_.
-
-[153] _Epistol._, vol. I, p. 197.
-
-[154] _Après une lecture_, st. VIII. Il Keats aveva detto:
-
- A thing of beauty is a joy for ever.
-
-[155] Citato dal GUYAU, _L'art au point de vue sociologique_, Parigi,
-1889, pagine 364-5. Il Baudelaire fu, com'è noto, traduttor valoroso
-e grande ammiraratore del Poe, e dal Poe attinse molta parte delle
-sue idee estetiche. Nel breve saggio che il poeta americano intitolò
-_The poetic principle_, troviamo parole come le seguenti: «An immortal
-instinct, deep within the spirit of man, is thus, plainly, a sense
-of the Beautiful..... It is no mere appreciation of the beauty before
-us, but a will to reach the beauty above..... That pleasure which is
-at once the most pure, the most elevating, and the most intese, is
-derived, I maintain, from the contemplation of the Beautiful». Ognuno
-può conoscere quanto questi concetti somiglino a quelli del Leopardi.
-Il Poe definì la poesia una _creazione ritmica di bellezza_.
-
-[156] _Le ricordanze_.
-
-[157] Ma non propriamente alla maniera del Monti. Nello scritto
-pur ora citato, il Poe, dopo aver ragionato del bello e del vero,
-concludeva: «He must be blind indeed who does not perceive the radical
-and chasmal difference between the truthful and the poetical modes of
-inculcation. He must be theory-mad beyond redemption who, in spite of
-these differences, shall still persist in attempting to reconcile the
-obstinate oils and waters of Poetry and Truth».
-
-[158] _Prose_, p. 469.
-
-[159] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, _cap. V_; _Prose_, p.
-288.
-
-[160] Del 1818 è il libro di ANDREA MAJER, _Della imitazione
-pittorica_; dello stesso anno sono le _Lettere sul bello ideale_ di
-GIUSEPPE CARPANI, _Il Saggio estetico_ di PLACIDO TALIA non venne a
-luce se non nel 1828, e l'_Antologia_ ne fè cenno. I _Saggi_ di ERMES
-VISCONTI _intorno ad alcuni quesiti concernenti il bello_ furono
-stampati nel 1833.
-
-[161] Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279.
-
-[162] Lett. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 56.
-
-[163] Vedi, riferite dal HARTMANN (_Aesthetik_, Lipsia, s. a., parte
-II, p. 497-9, 501), le varie opinioni intorno al bello nella natura.
-
-[164] _Studi filologici_, 9ª ristampa, Firenze, 1883, p. 306.
-
-[165] Tale è il concetto del _Dialogo di un fisico e di un metafisico_.
-
-[166] Lett. 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316.
-
-[167] Sulle relazioni, a torto disconosciute, che passano tra il bello
-e l'utile, vedi più specialmente FECHNER, _Vorschule der Aesthetik_,
-Lipsia, 1876, parte I, XV, pp. 203 segg.; Guyau, Les problèmes de
-l'esthétique contemporaine, Parigi, 1884. cap. II, pp. 15 segg.;
-RUTGERS MARSHALL, _Pain, Pleasure, and Aesthetics_, Londra. 1894, pp.
-134, 160. 315.
-
-[168] Lett. al Giordani testè citata.
-
-[169] Nella canzone _Sopra il monumento di Dante_.
-
-[170] _Il Risorgimento_.
-
-[171] Lett. 11 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 91.
-
-[172] Lett. 30 maggio 1817; _Epist._, vol. I, p. 76.
-
-[173] Vedi PEREZ, _La maladie du pessimisme; Revue philosophique_, anno
-1892, vol. I, p. 40.
-
-[174] Lett. al Giordani citata qui di sopra.
-
-[175] «Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours de rencontrer
-l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce
-charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je
-pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais pas d'après ce
-qu'il était: je le contemplais dans mon imagination, tel qu'il m'avait
-paru dans mon songe. Était-ce une folie? suis-je romanesque? Vous en
-jugerez». Lett. 22 giugno 1823; _Epistol._, vol. I, p. 455.
-
-[176] Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316.
-
-[177] _La vita solitaria_.
-
-[178] _Le ricordanze_.
-
-[179] _Aspasia_.
-
-[180] _Il tramonto della luna_.
-
-[181] _Pensieri_, CIV; Prose, pp. 597-600. Felice colui, disse lo
-Shelley, che non disprezzò giammai i sogni della sua giovinezza.
-
-[182] Lett. 14 agosto 1820; _Epistol._, vol. I, p. 289.
-
-[183] Lett. 30 giugno 1820; _ibid._, p. 279.
-
-[184] _Lettere scritte a Giacomo Leopardi da' suoi parenti_, a cura di
-G. Piergili, Firenze, 1878, p. 48.
-
-[185] _Epistol._, vol. I, p. 278. Le parole in corsivo e in
-majuscoletto sono così stampate nel testo.
-
-[186] _A un vincitore nel pallone_; _Detti memorabili di Filippo
-Ottonieri_, cap. VI (_Prose_, p. 293); _Dialogo di Plotino e di
-Porfirio_ (pp. 427-8); _Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e
-di Teofrasto_ (pp. 475-7); _Pensieri_, XXIX (pp. 519-20) ecc.
-
-[187] _La ginestra_; _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_; _Il
-risorgimento_.
-
-[188] Questa la interpretazione del De Sanctis, che impugnata e
-difesa, or sono alcuni anni, con molto calore, rimane pur sempre, a
-mio giudizio, la sola plausibile. Del resto, quando pure quella donna
-simbolica stesse a significare la libertà, o la felicità, o altro
-simile, per l'argomento nostro sarebbe tutt'uno.
-
-[189] Vedi lo scritterello critico che sulle _Canzoni_ stampate in
-Bologna nel 1824, pubblicò, senza però mettervi il nome, lo stesso
-Leopardi nel _Nuovo Ricoglitore di Milano_; _Studi filologici_, pp.
-283-4.
-
-[190] Nè dell'una, nè dell'altra è in tutto sicura la data.
-
-[191] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. I, §§ 36, 38. Veggasi
-come il Leopardi nella _Comparazione delle sentenze di Bruto Minore
-e di Teofrasto_ rilevi il contrario modo tenuto nel filosofare da
-Aristotele e da Platone (_Prose_, p. 469).
-
-[192] _Epistol._, vol. I, p. 253.
-
-[193] _Ibid._, p. 456.
-
-[194] _Epistol._, vol. II, p. 280.
-
-[195] Lett. 16 dicembre 1822; _Epistol._, vol. I, p. 375.
-
-[196] _Alla sua donna._
-
-[197] _Al conte Carlo Pepoli._
-
-[198] Benefico inganno, e perciò in piena contraddizione con la
-scienza, osserva un altro pessimista, il BAHNSEN (_Das Tragische als
-Weltgesetz und der Humour als ästhetische Gestalt des Metaphysischen_,
-Lauenburg i. P., 1877. p. 5).
-
-[199] _Inf._, XI, 103-5.
-
-[200] Ben s'intende, del resto, che anche in ciò sono dall'uno
-all'altro differenze e contrasti. Un pessimista che col Leopardi ebbe
-non piccola somiglianza, il SENANCOUR, incarnandosi nel protagonista
-di un suo romanzo, diceva: «La scène de la vie a de grandes beautés.
-Il faut se considérer comme étant là seulement pour voir. Il faut s'y
-intéresser sans illusion, sans passion, mais sans indifférence, comme
-on s'intéresse aux vicissitudes, aux passions, aux dangers d'un récit
-imaginaire: celui-là est écrit avec bien de l'éloquence». _Obermann_,
-nuova edizione, Parigi, 1840, lett. LXXX, p. 434. La prima edizione è
-del 1804, la seconda del 1833.
-
-[201] _Epistol._, vol. I. p. 362.
-
-[202] _Epistol._, vol. II, p. 314. E così s'accordava col padre, che
-in una lettera a lui aveva schernita quella eroica morte, chiamando
-il Broglio _brigante volontario e pazzo. Lettere scritte a Giacomo
-Leopardi dai suoi parenti_, p. 261.
-
-[203] Trovo questa giustissima osservazione, insieme con quella che la
-precede, nel già citato scritto del SULLY, _Le pessimisme et la poésie;
-Revue philosophique_, a. e v. cit., pp. 394, 398.
-
-[204] Deliberatamente dico frigidità fisiologica e non psicologica;
-questa non può essere imputata al Leopardi; e quanto a imputargli
-la prima, bisogna andar molto cauti; tanto più che il poeta stesso
-si contraddice, e la materia è intricata e difficile. Credo esageri
-di molto il PATRIZI (_op. cit._, p. 114) quando scrive: «Egli nutrì
-sempre il saldo convincimento che gli stati d'animo, attraverso ai
-quali passò nelle sue relazioni con persone d'altro sesso, fossero
-al tutto esenti da bisogni fisiologici». Il Patrizi stesso, del
-resto, riconosce che tali bisogni ebbero parte non piccola nell'amore
-per la Targioni Tozzetti (Aspasia), e ricorda a questo proposito la
-testimonianza, anche troppo esplicita, del Ranieri (pp. 119, 120). Che
-il Leopardi amasse sopratutto l'_amorosa idea_, e, più che la donna
-reale, il fantasma che se ne veniva creando nella mente, è un fatto;
-ma è un fatto frequente nella vita psichica degli artisti, e che non
-prova tutto ciò che gli si vorrebbe far provare. Sant'Agostino, che fu
-bene, a suo modo, un artista, amò sopratutto, com'egli stesso ebbe a
-dire, il sentimento e la fantasia dell'amore (_nondum amabam et amare
-amabam..... quaerebam quod amarem amans amare_); ma non per questo
-si lasciò morir vergine; e il Rousseau, che si innamorava dei proprii
-fantasmi a tal segno da provarne ebbrezza e delirio, sapeva, a tempo
-e luogo, riconoscer quelli in creature reali e scendere di cielo in
-terra, e gustare qualche parte almeno della felicità sognata. È da
-credere che il Leopardi sarebbe pure alcuna volta riuscito ad imitarlo
-se avesse trovato donne più caritatevoli. Alfredo De Musset, dopo
-aver molto amato e troppo goduto, scriveva il _Souvenir_, per dire, in
-sostanza, che il sogno dell'amore e il ricordo dell'amore valgono più
-che l'amore stesso.
-
-[205] Vedi più specialmente _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol.
-I, § 36; vol. II (_Ergänzungen_), cap. 31.
-
-[206] _Dialogo della natura e di un'anima; Prose_, pp. 81-3.
-
-[207] _Prose_, p. 467.
-
-[208] _On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History, Lecture III.
-The Hero as Poet_; ediz. di Londra, 1895, p. 75.
-
-[209] Vedi su di ciò RUTGERS MARSHALL, _Op. cit._, pp. 143-4. Egli
-parla più propriamente di un campo di godimento (_field of pleasure
-getting_): io userò la parola _campo_ a denotare più propriamente la
-estensione della nostra _impressionabilità_ estetica, considerando il
-godimento come un fatto consecutivo alla impressione.
-
-[210] Lett. alla sorella Paolina, 3 dicembre 1822; _Epistol._, vol. I,
-p. 365.
-
-[211] Lett. al fratello Carlo, 25 novembre 1822; _Epistol._, vol. I, p.
-360.
-
-[212] Ed era prossimo il tempo in cui lo Stendhal, ponendo lo
-spettacolo di Roma sopra tutti gli spettacoli della terra, doveva
-scrivere delle impressioni che ne derivano: «Un jeune homme qui n'a
-jamais rencontré le malheur ne les comprendrait pas» (_Promenades
-dans Rome_, 13 _août_ 1827). Chi dunque più del Leopardi avrebbe
-dovuto essere preparato a riceverle, quelle impressioni? Quattr'anni
-innanzi ch'egli vi andasse, il Byron aveva salutata Roma come la città
-dell'anima, alla quale accorrono gl'infelici (_Childe Harold_, c. IV,
-st. 78).
-
- Oh Rome! my country! city of the soul!
- The orphans of the heart must turn to thee,
- Lone mother of dead empires!
-
-Si confrontino le lettere romane del Leopardi con quelle che lo Shelley
-scriveva nel 1818 e 1819 a Tommaso Love Peacock. L'Osvaldo di madama di
-Staël «ne pouvait se lasser de considérer les traces de l'antique Rome»
-(_Corinne_, l. IV, c. IV).
-
-[213] Lett. 5 aprile 1823; _Epistol._, vol. I, p. 434. Al Foscolo
-la Venere del Canova inspirava sentimenti e parole da innamorato.
-Leggasi una pagina dello Shelley ov'è squisitamente descritta la
-Venere anadiomene (_Prose Works_, ediz. di Londra, 1888, vol. I, pp.
-407-8). L'Apollo del Belvedere inspirò al Sully Prudhomme un sonetto,
-e la Venere di Milo un lungo e magnifico canto, ove, tra gli altri, si
-leggono questi versi:
-
- Dans les lignes du marbre où plus rien ne subsiste
- De l'éphémère éclat des modèles de chair,
- Le ciseau du sculpteur, incorruptible artiste,
- En isolant le Beau, nous le rend chaste et clair.
-
-[214] Lett. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 64. Il Giordani gli
-rispondeva (_Epistol._, vol. III, p. 95): «L'opera del Cicognara mi
-pare degnissima e necessaria ad una libreria come la sua. Io non dirò
-ch'ella debba leggerla ora; ma certo una tale raccolta de' monumenti
-perfettissimi d'arte è una gran cosa: e il non poter nulla giudicare o
-gustare nelle belle arti sarebbe una grande infelicità; e bellissima
-cosa avere per giudicarne una guida tanto intelligente come il
-Cicognara».
-
-[215] Lett. 1 febbraio 1823; _Epistol._, vol. I, pp. 403-4.
-
-[216] Affermare non si può; ma non sarei lontano dal credere che
-la prima mossa a tutto il componimento sia venuta da una fantastica
-visione del monumento futuro, del _nobil sasso_ a cui tante lacrime
-avrebbe serbato l'Italia.
-
-[217] Lett. 24 luglio 1827; _Epistol._, vol. I, p. 224.
-
-[218] _Al conte Carlo Pepoli._
-
-[219] Lett. 5 febbrajo 1823; _Epistol._, vol. I, pp. 408-9.
-
-[220] _Epistol._, vol. I, p. 399.
-
-[221] Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279.
-
-[222] Canto VI, st. 47.
-
-[223] Vedi la lettera al Jacopssen, 23 giugno 1823; _Epistol._, vol. I,
-pp. 454-5. Quivi il poeta dice espresso: «je ne fais aucune différence
-de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu». Se il tempo lo concedesse,
-sarebbe agevole rintracciar nel Rousseau, anzi nel pensiero del secolo
-XVIII tutto intero, la origine di sì fatta opinione.
-
-[224] _Epistol._, vol. I. p. 61.
-
-[225] Scritto citato. Qualche traccia di umorismo il Leopardi lascia
-scorgere nella _Scommessa di Prometeo_ e nel _Copernico_, testè citati,
-e ancora nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie_, nel
-_Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggiere_ e altrove;
-ma niuno di certo vorrà dire il Leopardi un umorista.
-
-[226] RUTGERS MARSHALL, _Op. cit._, pp. 137 segg.
-
-[227] _Il Parini, ovvero della gloria_, cap. IV; _Prose_, pp. 189-90.
-
-[228] _Ibid._, pp. 191-2.
-
-[229] _Ibid._, cap. III, p. 184.
-
-[230] _Epistol._, vol. I, p. 270.
-
-[231] _Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti_, p. 148.
-
-[232] Vedi una lettera di Giacomo del 5 febbrajo 1823: _Epist._, vol.
-I, p. 407.
-
-[233] Il Preyer capovolse la formola, riconoscendo nell'aritmetica un
-esercizio musicale.
-
-[234] _Vom Musikalisch-Schönen_, 1ª ediz., Lipsia, 1854; 7ª, 1885. Cf.
-PANZACCHI, _Nel mondo della musica_, Firenze, 1895. pp. 3-37.
-
-[235] Vedila discussa dal FECHNER, _Op. cit._, parte I, pp. 158 segg.
-
-[236] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. I, pp. 309-13; vol.
-II, pp. 511, 512, 523.
-
-[237] _La vita solitaria._
-
-[238] L'AMIEL, le cui somiglianze morali col Leopardi non sono nè poche
-nè lievi, lasciò scritto (_Fragments d'un journal intime_, 7ª ediz.
-Ginevra, 1897, volume II, p. 77): «Ce matin, les accens d'une musique
-de cuivre, arrêtée sous mes fenêtres, m'ont ému jusqu'aux larmes.
-Ils avaient sur moi une puissance nostalgique indéfinissable. Ils me
-faisaient rêver d'un autre monde, d'une passion infinie et d'un bonheur
-suprême. Ce sont là les échos du paradis, dans l'âme, les ressouvenirs
-des sphères idéales dont la douceur douloureuse enivre et ravit le
-cœur».
-
-[239] Lett. 5 febbrajo 1823; _Epistol._, vol. I, p. 408.
-
-[240] Lett. alla sorella Paolina, 18 maggio 1827; _Epistol._, vol. II,
-p. 208.
-
-[241] Lett. alla sorella Paolina, 7 luglio 1827; _Epistol._, vol. II,
-p. 221.
-
-[242] Il PATRIZI, _Op. cit._, p. 142, vede in questi desiderii e
-giudizii del poeta un segno dell'abituale stanchezza e debolezza di
-lui. Non a torto, credo; ma errerebbe, parmi, chi non volesse vedervi
-altro. Quei giudizii e quei desiderii hanno anche una ragione estetica.
-
-[243] Cap. IV; _Prose_, pp. 193-4. Confrontisi con alcune ingegnose
-pagine del BOURGET intitolate _Paradoxe sur la musique_ in _Études et
-Portraits_, Parigi, 1889, vol. I.
-
-[244] Vedi ARRÉAT, _Mémoire et imagination_, Parigi, 1895, pp. 60-1.
-I De Goncourt affermarono che anche il Lamartine ebbe la musica in
-orrore, ma si può dubitare della verità della loro affermazione. Vedi,
-per non dir altro, il commento con cui lo stesso Lamartine accompagnò
-la poesia intitolata _Encore un hymne_, nelle _Harmonies poétiques et
-religieuses_.
-
-[245] _Purgat._, II, 107-11.
-
-[246] _Lettere famigliari_, l. XIII, lett. 8; volgarizzamento di G.
-Fracassetti.
-
-[247] L. I, dial. 23, _De cantu et dulcedine a musica_.
-
-[248]
-
- Music! oh, how faint, how weak,
- Language fades before thy spell!
-
-[249]
-
- I pant for the music which is divine,
- My heart in its thirst is a dying flower.
-
-[250] _L'Adone_, c. VII. st. I.
-
-[251] COMBARIEU, _Les rapports de la musique et de la poésie
-considérées au point de vue de l'expression_, Parigi, 1894, pp. XV,
-XXI.
-
-[252] _Ibid._, p. 284.
-
-[253] «Manzoni pensava che dal modo di declamare i versi, esagerando
-alquanto l'inflessione della pronuncia che ne indica l'espressione, si
-poteva cavarne embrioni di motivi atti a musicarsi. E recitava a quel
-modo per dimostrazione alcune strofette del Metastasio». _Alessandro
-Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, appunti e memorie di S.
-S(TAMPA) (figliastro del poeta), Milano, 1885-9, vol. II, p. 423.
-
-[254] _L'art de la lecture_, 43ª ediz., Parigi, s. a., p. 124.
-
-[255] Lett. al fratello Carlo, 6 gennajo 1823; _Epistol._, vol. I, p.
-390.
-
-[256] RANIERI, _Op. cit._, p. 40.
-
-[257] _Op. cit._, p. 54.
-
-[258] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 61.
-
-[259] Cap. IV; _Prose_, pp. 191-2.
-
-[260] _Le ricordanze._
-
-[261] Lo Chateaubriand fece esperienza del contrario. «Aujord'hui je
-m'aperçois que je suis moins sensible à ces charmes de la nature.....
-Quand on est très-jeune, la nature muette _parle_ beaucoup, parce
-qu'il y a surabondance dans le cœur de l'homme.....: mais dans un âge
-plus avancé, lorsque la perspective que nous avions devant nous passe
-derrière, que nous sommes détrompés sur une foule d'illusions, alors
-la nature seule devient plus froide et moins _parlante, les jardins
-parlent peu_. Il faut, pour qu'elle nous intéresse encore, qu'il s'y
-attache des souvenirs de la société, parce que nous suffisons moins à
-nous-mêmes.....». (_Souvenirs d'Italie, d'Angleterre et d'Amérique_,
-Londra, 1815, vol. I, pp. 23-4).
-
-[262] Un'altra eccezione molto notabile alla regola comune ci è
-offerta da un poeta francese della prima metà di questo secolo, morto
-giovanissimo, e rimasto per lungo tempo pressochè ignoto, Maurizio De
-Guérin. Come il Leopardi, questi ebbe orror della folla, amò la natura
-con sensitività femminea e virginale, solo allora felice quando, vinto
-da una specie di languor delizioso, poteva abbandonarsi tra le braccia
-e nel grembo di lei. Lasciò scritte, fra le altre, queste parole:
-«Quitter la solitude pour la foule, les chemins verts et déserts
-pour les rues encombrées et criardes où circule pour toute brise un
-courant d'haleine humaine chaude et empestée; passer du quiétisme à la
-vie turbulente, et des vagues mystères de la nature à l'âpre réalité
-sociale, a toujours été pour moi un échange terrible, un retour vers
-le mal et le malheur». (_Journal, lettres et poèmes_, nuova edizione,
-Parigi, 1864, p. 92). Il sentimento di questo poeta per la natura
-somiglia a quel del Leopardi sotto più di un aspetto, ma ne differisce
-anche non poco, perchè dà luogo, assai più che quello del Leopardi
-non faccia, alle impressioni distinte, particolari e minute. Noto di
-passata che l'amore della solitudine e l'amore della natura andavano
-insieme congiunti nei seguaci del Budda.
-
-[263] _Epistol._, vol. I, p. 253.
-
-[264] _De la littérature considérée dans ses rapports avec les
-institutions sociales_, parte prima, cap. V.
-
-[265] Vedi _La vita solitaria_.
-
-[266] _Dialogo di Timandro e di Eleandro, Prose_, p. 361.
-
-[267] _Il primo amore._
-
-[268] _A Silvia._ Il DE MUSSET, nella _Confession d'un enfant du
-siècle_, cap. IV: «Je passais la journée chez ma maîtresse; mon grand
-plaisir était de l'emmener à la campagne durant les beaux jours de
-l'été, et de me coucher près d'elle dans les bois, sur l'herbe ou sur
-la mousse, le spectacle de la nature dans sa splendeur ayant toujours
-été pour moi le plus puissant des aphrodisiaques». Per contro la natura
-guarì dall'amore il Ruskin: e in qual modo? empiendolo tutto di sè
-e di sè sola; suggerendogli, non solo una dottrina dell'arte, ma una
-morale, una sociologia, una religione e persino, starei per dire, una
-metafisica.
-
-[269] _L'infinito._
-
-[270] _La vita solitaria._
-
-[271] Nella poesia intitolata _La vache_.
-
-[272] Vedi intorno alle origini e alla diffusione di quel gusto
-FRIEDLAENDER, _Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das
-Romantische in der Natur_, Lipsia, 1873; BIESE, _Die Entwickelung des
-Naturgefühls im Mittelalter und in der Neuzeit_, Lipsia, 1888, cap. XI,
-_Das Erwachen des Gefühls für das Romantische_, pp. 322-57.
-
-[273] «Strong, pure nature-feeling leads to accurate and minute
-observation». VEITCH, _The Feeling for Nature in Scottish Poetry_,
-Edimburgo e Londra, 1887, vol. I, p. 17.
-
-[274] Il PATRIZI, _Op. cit._, p. 137, dice che «nel Leopardi il
-sentimento della natura era avvinto ad idee e non ad imagini». Direi:
-poco ad immagini, molto a idee e moltissimo ad affetti.
-
-[275] Circa alla parte importantissima che spetta all'associazione
-nelle impressioni che gli spettacoli naturali producono in noi, vedi
-FECHNER, _Op. cit._, parte 1ª, pp. 123 segg.
-
-[276] MAURIZIO DE GUÉRIN (_Op. cit._, p. 34): «Si l'on pouvait
-s'identifier au printemps..... se sentir à la fois fleur, verdure,
-oiseau, chant, fraîcheur, élasticité, volupté, sérénité!» L'AMIEL,
-(_Op. cit._, vol. II, p. 18): «Dans ces états de sympathie universelle,
-j'ai même été animal et plante, tel animal donné, tel arbre présent».
-
-[277] _La vita solitaria._
-
-[278] _La quiete dopo la tempesta._
-
-[279] _La sera del dì di festa._
-
-[280] Forma parte di quello che il poeta intitolò _Supplemento
-generale a tutte le mie carte; Appendice all'Epistolario e agli Scritti
-giovanili_, a cura di Prospero Viani, Firenze, 1878, p. 238.
-
-[281] _La sera del dì di festa._
-
-[282] Tra le poesie del LONGFELLOW n'è una intitolata _Daylight and
-moonlight_. Il poeta dice d'aver letto, durante il giorno, un mistico
-canto, e di non averne quasi riportata impressione; d'averlo riletto in
-tempo che la luna, _simile a uno spirito glorificato, empieva la notte
-e l'innondava delle rivelazioni della sua luce_, e d'esserselo allora
-sentito risonar nella mente come una musica.
-
- Night interpreted to me
- All its grace and mystery.
-
-Il LAMARTINE (_Poésie ou paysage dans le golfe de Gênes_, nelle
-_Harmonies poétiques et religieuses_):
-
- Ah! si j'en crois mon cœur et ta sainte influence,
- Astre ami du repos, des songes, du silence,
- Tu ne te lèves pas seulement pour nos yeux;
- Mais, du monde moral flambeau mystérieux,
- A l'heure où le sommeil tient la terre oppressée,
- Dieu fit de tes rayons le jour de la pensée.
-
-L'AMIEL (_Op. cit._, vol. II, pp. 165-6): «Rêvé longtemps au clair
-de lune qui noie ma chambre de ses rayons pleins de mystère confus.
-L'état d'âme où nous plonge cette lumière fantastique est tellement
-crépusculaire lui-même que l'analyse y tâtonne et balbutie. C'est
-l'indéfini, l'insaisissable, à peu près comme le bruit des flots formé
-de mille sons mélangés et fondus. C'est le retentissement de tous les
-désirs insatisfaits de l'âme, de toutes les peines sourdes du cœur,
-s'unissant dans une sonorité vague qui expire en vaporeux murmure.
-Toutes ces plaintes imperceptibles qui n'arrivent pas à la conscience
-donnent en s'additionnant un résultat, elles traduisent un sentiment de
-vide et d'aspiration, elles résonnent mélancolie. Dans la jeunesse, ces
-vibrations éoliennes résonnent espérance: preuve que ces mille accents
-indiscernables composent bien la note fondamentale de notre être et
-donnent le timbre de notre situation d'ensemble».
-
-[283] Lo SHELLEY, nella poesia intitolata _A calm Winter Night_:
-
- Heaven's ebon vault,
- Studded with stars unutterably bright,
- Through which the moon's unclouded grandeur rolls.
-
-[284] _Alla luna._
-
-[285] _La vita solitaria._
-
-[286] _Il lume della luna ossia l'origine dell'ellera._
-
-[287] _Alla luna._
-
-[288] _An den Mond_:
-
- Füllest wieder Busch und Thal
- Still mit Nebelglanz,
- Lösest endlich auch einmal
- Meine Seele ganz.
- Breitest über mein Gefild
- Lindernd deinen Blick,
- Wie des Freundes Auge mild
- Ueber mein Geschick.
-
-[289] _Bruto Minore._
-
-[290] _Ultimo canto di Saffo._
-
-[291] _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia._
-
-[292] _Al conte Carlo Pepoli._
-
-[293] _Ultimo canto di Saffo._
-
-[294] Se ne ha la prova nel terzo libro dell'opera sua principale.
-«Wie ästhetisch ist doch die Natur», esclama egli in un luogo (Vol. II,
-_Ergänzungen_, cap. 33, p. 462).
-
-[295] _Op. cit._, vol. I, § 38, pp. 232-3.
-
-[296]
-
- Non fra sciagure e colpe,
- Ma libera ne' boschi e pura etade
- Natura a noi prescrisse,
- Reina un tempo e Diva.
- (_Bruto Minore_).
-
- Oh contra il nostro
- Scellerato ardimento inermi regni
- Della saggia natura! I lidi e gli antri
- E le quiete selve apre l'invitto
- Nostro furor: le violate genti
- Al peregrino affanno, agl'ignorati
- Desiri educa; e la fugace ignuda
- Felicità per l'imo sole incalza.
- (_Inno ai patriarchi_).
-
-[297] _Bruto Minore._
-
-[298] _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_, ecc.
-
-[299] _Il risorgimento._
-
-[300] _La ginestra._ Vedasi, tra le prose, il _Dialogo di un folletto e
-di uno gnomo_, e il _Dialogo della natura e di un Islandese_.
-
-[301] _A Silvia._
-
-[302] _Sopra un basso rilievo_, ecc.
-
-[303] _La vita solitaria._
-
-[304] _La sera del dì di festa._
-
-[305] _Il sogno._
-
-[306] _A sè stesso._
-
-[307] _Palinodia al marchese Gino Capponi._
-
-[308] _La ginestra._
-
-[309] _La quiete dopo la tempesta._
-
-[310] _La ginestra._
-
-[311] _Palinodia_ ecc.
-
-[312] _Aspasia._
-
-[313] _Le ricordanze._
-
-[314] _A sè stesso._
-
-[315] _Alla primavera o delle favole antiche._
-
-[316] _Ibid._
-
-[317] _Le pèlerinage d'Harold._
-
-[318] _Il risorgimento._
-
-[319] _Sopra un basso rilievo_ ecc.
-
-[320] Il Leopardi nella _Ginestra_:
-
- Non ha natura al seme
- Dell'uom più stima o cura
- Ch'alla formica.
-
-[321] _La maison du berger._ In un luogo del suo giornale il poeta
-chiama stupida la natura. L'AMIEL, dopo aver prodigato alla natura
-i più teneri nomi, finisce a scrivere (_Op. cit._, vol. II, p. 78):
-«Certes la Nature est inique, sans probité et sans foi».
-
-[322] «Dans ces bouleversements qui désolent la nature, il y a un baume
-pour les plaies du cœur». NODIER, _Le peintre de Saltzbourg, Romans_,
-Parigi, 1884, pag. 26.
-
-[323] _Obermann_, ediz. cit., pp. 510-4.
-
-[324] Nella poesia _An die Natur_:
-
- Da der Jugend goldne Träume starben,
- Starb für mich die freundliche Natur.
-
-[325]
-
- E quando pur questa invocata morte
- Sarammi allato, e sarà giunto il fine
- Della sventura mia; quando la terra
- Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
- Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
- Risovverrammi; e quell'imago ancora
- Sospirar mi farà, farammi acerbo
- L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
- Del dì fatal tempererà d'affanno.
-
-[326] _Prose_, pp. 246-8.
-
-[327] _Amore e morte._
-
-[328] _Cantico del gallo silvestre; Prose_, p. 336.
-
-[329] Il buddistico Mâra è, a un tempo stesso, il principe dei piaceri
-del mondo e il principe della morte, colui che seduce ed uccide.
-
-[330] _Paradise Lost_, l. X, vv. 249-51.
-
-[331] Alcun che di simile si ha pure in un racconto ebraico. Qui viene
-opportuno il ricordo della famosa incisione di Alberto Dürer, dove si
-vede effigiato un cavaliere che, senza dar segno alcuno di terrore, si
-trova preso fra il diavolo da una parte e la morte da un'altra.
-
-[332] Vedi AUGUSTO CESARI, _La morte nella Vita Nuova_, Bologna, 1892,
-pagine 11-12.
-
-[333] _Il Canzoniere annotato e illustrato da_ Pietro Fraticelli,
-Firenze, 1861, pp. 115 e segg.
-
-[334] _Trionfo della fama_, cap. I, secondo la volgata.
-
-[335] _Vita nuova_, cap. XXIII. Cf. l'opuscolo del Cesari testè citato.
-
-[336] Sonetti: _Non può far Morte il dolce viso amaro_, e _Spirto
-felice che sì dolcemente; Trionfo della Morte_, c. I.
-
-[337] _Kinder-und Hausmärchen_, N. 44.
-
-[338] Per il prolungamento di questa poetica tradizione nel secolo
-XVI vedi CESAREO, _Nuove ricerche su la vita e le opere di Giacomo
-Leopardi_, Torino, 1893, pp. 64-8.
-
-[339] Ma non ai tempi d'Omero. Achille nell'Hades confessava ad Ulisse
-che avrebbe piuttosto voluto essere un bifolco sopra la terra che il re
-delle ombre sotterra.
-
-[340] Vedi I. DELLA GIOVANNA, _L'uomo in punto di morte e un dialogo di
-Giacomo Leopardi_, Città di Castello, 1892.
-
-[341] _Amore e morte._ Circa il sentimento di beatitudine che
-l'uomo può provare in sul punto della morte vedi: EGGER, _Le moi des
-mourants_; SOLLIER, MOULIN, KELLER, _Observations sur l'état mental des
-mourants; Revue philosophique_, anno 1896, vol. 1.
-
-[342] Sonetti: _Alma felice, che sovente torni; Discolorato hai, Morte,
-il più bel volto; Nè mai madre pietosa al caro figlio; Se quell'aura
-soave de' sospiri; Levommi il mio pensier in parte ov'era; Vidi fra
-mille donne una già tale; Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella;
-Dolce mio caro e prezioso pegno; Deh qual pietà, qual angel fu sì
-presto; Del cibo onde 'l Signor mio sempre abbonda; Ripensando a
-quel ch'oggi il cielo onora; L'aura mia sacra al mio stanco riposo_.
-Canzone: _Quando il soave mio caro conforto_.
-
-[343] Cito dall'edizione curata dal Mestica, _Le rime di Francesco
-Petrarca restituite nell'ordine e nella lezione del testo originario_,
-Firenze, 1896.
-
-[344] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. II, (_Ergänzungen_),
-cap. 44, pagina 609.
-
-[345] Per più particolari vedi DE RIDDER, _De l'idée de la mort en
-Grèce à l'époque classique_, Parigi, 1897.
-
-[346] _A sè stesso._
-
-[347] Lett. 26 luglio e 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I, pp.
-208, 243. In molt'altre sue lettere manifesta il Leopardi propositi
-di suicidio. Lett. al fratello Carlo, luglio 1819 (_Epistol._, vol. I,
-p. 212); al Brighenti, 7 aprile 1820 (p. 263); allo stesso, 21 aprile
-1820 (p. 264); al Perticari, 30 marzo 1821 (p. 324); al Melchiorri, 19
-dicembre 1823 (p. 485); ad Adelaide Maestri, 24 giugno 1828 (vol. II,
-p. 305); al De Sinner, 24 dicembre 1831 (p. 448).
-
-[348] Con argomenti che molto somigliano a quelli di Obermann.
-Confrontinsi con gli argomenti di Werther e di Jacopo Ortis.
-
-[349] _Canto notturno_ ecc., ultimo verso.
-
-[350] _La quiete dopo la tempesta_, ultimi due versi.
-
-[351] Nella poesia intitolata _Le Gouffre_. Questo medesimo sentimento
-espresse il Baudelaire in molti altri suoi versi. Confrontisi con la
-_Comédie de la mort_ di Teofilo Gautier.
-
-[352] _Il pensiero dominante._
-
-[353] Lett. al Giordani; _Epistol._, vol. I, p. 240.
-
-[354] _Amore e morte._
-
-[355] _Cantico del gallo silvestre_, l. cit.
-
-[356] _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_ ecc.
-
-[357] _Ibid._
-
-[358] _Il sogno._
-
-[359] _A Silvia._
-
-[360] _Il sogno._
-
-[361] _Sopra un basso rilievo_ ecc.
-
-[362] _Sopra il ritratto di una bella donna_ ecc.
-
-[363] _A Silvia._
-
-[364] La nota poetessa francese Luisa Ackermann, in un lungo e bello
-componimento intitolato _L'Amour et la Mort_, ritrasse il contrasto
-dell'Amore e della Morte, quello desideroso di eternità, questa
-accelerante la fine; quello creator della vita, questa di ogni vita
-distruggitrice.
-
-[365] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, capp. IV e VI; _Prose_,
-pp. 283-4, 293; e altrove.
-
-[366] _Pensieri_, XXX. Cf. _Detti memorabili_, cap. V; _Prose_, p. 288.
-
-[367] _Ad Angelo Mai._
-
-[368] _Inno ai patriarchi, o dei principii del genere umano._
-
-[369] Lett. al De Sinner, 24 dicembre 1831; _Epistol._, vol. II, p. 450.
-
-[370] Lett. al Melchiorri, 3 ottobre 1825; _Epistol._, vol. II, p. 27.
-Era il tempo in cui veniva preparando per l'editore milanese Stella
-una edizione latina e un'altra latina e italiana di tutte le opere di
-Cicerone.
-
-[371] Lett. allo Stella, 12 marzo 1826; _Epistol._, vol. II, p. 111.
-
-[372] Lett. al Melchiorri testè citata, _l. cit._
-
-[373] Lett. al padre, 3 luglio 1826; _Epistol._, vol. II, p. 149.
-
-[374] _Opere inedite di Giacomo Leopardi pubblicate sugli autografi
-recanatesi da_ Giuseppe Cugnoni, Halle, 1878-80, vol. II, pp. 369, 374.
-
-[375] Tra le carte del poeta, lasciate dal Ranieri, è una _Canzone
-sulla Grecia_; ma non se ne conosce altro che il titolo, ed anzi
-potrebbe darsi non ve ne fosse altro che l'argomento. Vedi CAMILLO
-ANTONA-TRAVERSI, _Il catalogo de' manoscritti inediti di Giacomo
-Leopardi sin qui posseduti da Antonio Ranieri_, Città di Castello,
-1889, p. 19. Potrebbe darsi fosse tutt'uno con quella di cui lasciò
-ricordo in altra sua scheda il poeta (vedi _Appendice all'epistolario e
-agli scritti giovanili_, p. 239); nel qual caso avrebbe contenuto una
-esortazione ai principi, perchè si commovessero ai casi della _povera
-Grecia_, e un ricordo dei fatti di Parga.
-
-[376] _Opere_, Milano, 1854-63, t. IV, p. 414.
-
-[377] _Del rinnovamento letterario in Italia_, in _Bozzetti critici e
-discorsi letterari_, Livorno, 1876, p. 169.
-
-[378] Lett. ad A. F. Stella, 27 marzo 1818; _Epistol._, vol. I, p. 131.
-Le _Osservazioni_ del cavaliere Di Breme erano state pubblicate nello
-_Spettatore_ del medesimo Stella.
-
-[379] Quella prima parte è conservata fra le carte lasciate dal
-Ranieri, e sinora non fu potuta veder da nessuno. Vedi il _Catalogo_
-citato, p. 19.
-
-[380] Lett. al Giordani, 19 febbrajo 1819; _Epistol._, vol. I. p. 172.
-
-[381] _Opere inedite_ cit., vol. II, p. 371-3. In una sua lettera del
-18 luglio 1826 Luigi Stella esortava ancora il Leopardi a scrivere
-intorno allo spirito della letteratura italiana a que' tempi.
-_Epistol._, vol. III, p. 357.
-
-[382] Il romanticissimo Obermann, scostandosi dalle opinioni della
-Staël c dello Chateaubriand riferite di sopra, stimava la mitologia
-conferir molto al sentimento della natura e all'arte, e non taceva
-divario, per tale rispetto, fra mitologia classica e mitologia non
-classica. «Quand les arbres, les eaux, les nuages sont peuplés par les
-âmes des ancêtres, par les esprits des héros, par les dryades, par les
-divinités; quand des êtres invisibles sont enchaînés dans les cavernes
-ou portés par les vents; quand ils errent sur les tombeaux silencieux,
-et qu'on les entend gémir dans les airs pendant la nuit ténébreuse,
-quelle patrie pour le cœur de l'homme! quel monde pour l'éloquence!».
-Lett. LXX, ediz. cit., p. 392.
-
-[383] _Vénus de Milo_ in _Poèmes antiques_.
-
-[384] Appartiene arche questa, insieme con _Hypathie_, ai _Poèmes
-antiques_.
-
-[385] _L'Anti-mitologia, sermone da_ GIUSEPPE BELLONI, _antico militare
-italiano, indirizzato al sig. cavaliere_ Vincenzo Monti _in risposta di
-un sermone sulla mitologia da quest'ultimo pubblicato_, Milano, 1825,
-p. 17. Fu questa una delle molte risposte che s'ebbe il sermone del
-Monti.
-
-[386] Lett. al Broglio. 13 agosto 1819; _Epistol._, vol. I, p. 223.
-
-[387] _Dialogo di Tristano e di un amico; Prose_, p. 442.
-
-[388] _Pensieri_, C.
-
-[389] _Pensieri_, XLVIII, XLIX.
-
-[390] _Dialogo della moda e della morte: Prose_, p. 51.
-
-[391] _Palinodia_ ecc.; _Proposta di premii fatta dall'Accademia dei
-Sillografi_.
-
-[392] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 281.
-
-[393] _Dialogo di Tristano e di un amico; Prose_, p. 453.
-
-[394] _Ibid.; Palinodia_ ecc.
-
-[395] _Pensieri_, I.
-
-[396] _Epistol_., vol. I. pp. 337-8.
-
-[397] _Ibid._, p. 242.
-
-[398] _Prose_, p. 359.
-
-[399] Lett. 14 agosto 1820; _Epistol._, vol. I, p. 289. Vedi un'altra
-lettera di quel medesimo mese, allo stesso, p. 291.
-
-[400] Questo Adolphe ha molta somiglianza col Leopardi, col quale ha
-in comune la melanconia e la timidezza orgogliosa, la noja e quella
-strana ironia che non ischifa di accompagnarsi con l'entusiasmo. Il De
-Vigny lasciò scritto nel suo giornale: «Oh! fuir! fuir les hommes et se
-retirer parmi quelques élus, élus entre mille milliers de mille!».
-
-[401] Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I, p. 243.
-
-[402] _La vita solitaria._
-
-[403] _Pensieri_, LXXXV.
-
-[404] _Storia del genere umano; Prose_, p. 27.
-
-[405] _Histoire de la littérature anglaise_, 2ª ediz., Parigi, 1866-71,
-vol. IV, pagina 285. Una osservazione. Per opera della civiltà, della
-specificazione della cultura e della division del lavoro, i nostri
-_simili_ divengono da noi sempre più _dissimili_, e i dissimili, se da
-un sentimento o da un'idea superiore non sono consigliati altrimenti,
-tendono a segregarsi. _Chi si somiglia si piglia_ e _Qui se ressemble
-s'assemble_: se questi proverbii son veri, altrettanto veri sono i loro
-contrarii.
-
-[406] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 57.
-
-[407] Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I. p. 243.
-
-[408] _Dialogo di Plotino e di Porfirio; Prose_, p. 404; _Pensieri_,
-LXVII, LXVIII.
-
-[409] Vedi LOSACCO, _Il sentimento della noja nel Leopardi e nel
-Pascal; Atti dell'Accademia reale delle scienze di Torino_, 1895.
-
-[410] _Pensieri_, LXXXIV, LXXXV.
-
-[411] _Il risorgimento._ Cf. _Le ricordanze_.
-
-[412] _A sè stesso._
-
-[413] _Troisième lettre à M. de Malesherbes_, 26 gennajo 1762. Molte
-volte, nel corso di queste pagine, si sono notate tra il Leopardi e
-il Rousseau conformità di pensiero e di sentimento. Altre assai se
-ne potrebbero notare. Del resto lo stesso poeta avverti tra sè e il
-filosofo ginevrino certa somiglianza. Vedi _Detti memorabili di Filippo
-Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 279. Vedi pure il Pensiero XLIV, dov'è
-citata una opinione del Rousseau, ma non il nome.
-
-[414] Lo stesso DE MUSSET nella _Confession d'un enfant du siècle_: «Je
-serai un homme, mais non une espèce d'homme particulière».
-
-[415] Non per questo credo si possa parlare di vagabondaggio del
-Leopardi (Vedi PATRIZI, _Op. cit._, p. 170-1). Il Leopardi diede
-prove di assiduità e di perseveranza negli studii meravigliose. Nessun
-paragone è possibile fra lui e un vero e proprio e confesso vagabondo
-quale il Verlaine. La irrequietezza del Leopardi, quel non potersi
-trovare a lungo in un luogo senza desiderar di partirsene, quelle
-frequenti mutazioni di sede, non provano ciò che si vorrebbe far loro
-provare. «Il viaggiare mi ammazza», scriveva egli al Puccinotti: e
-«in che luogo si può star contento senza salute?» al fratello Carlo
-(_Epistol._, vol. II, pp. 187, 229). Ma ciò richiederebbe più lungo
-discorso. Parmi, del resto, che la paresi motoria, asserita dal Patrizi
-(p. 149), mal possa accordarsi col vagabondaggio.
-
-[416] _Catalogo_ cit., p. 11.
-
-[417] _Epistol._, vol. I, p. 241.
-
-[418] «Poetry, in a general sense, may be defined to be _the expression
-of the imagination_». _A Defence of Poetry_, in principio.
-
-[419] Lett. 27 novembre 1818; 19 febbrajo 1819; 20 marzo 1820;
-_Epistol._, vol. I, pp. 150, 174-5, 260.
-
-[420] Andrea Chénier s'era contentato di dire:
-
- Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques.
-
-E il Pindemonte raccomandava al Foscolo:
-
- antica l'arte
- Onde vibri il tuo stral, ma non antico
- Sia l'oggetto in cui miri.
-
-[421] Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; _Epistol._, vol. I, pp. 339-40.
-
-[422] Lett. 21 maggio 1819; _Epistol._, vol. I, p. 201.
-
-[423] Lett. a Venanzio Broglio, 21 agosto 1819, e al Brighenti, 28
-maggio 1821; _Epistol._, vol. I, pp. 233, 334.
-
-[424] _Opere inedite_, vol. 11, p. 371.
-
-[425] Lett. al Vieusseux, 21 gennajo 1832; _Epistol._, vol. II, p. 454.
-
-[426] _Opere inedite_, vol. II, pp. 369-70, 374.
-
-[427] Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316.
-
-[428] Lett. al Puccinotti, 5 giugno 1826; _Epistol._, vol. II, p. 142.
-Il Leopardi stesso disse di amare «per inclinazione di natura con certa
-parzialità la poesia»; ma ebbe in conto di «bene meschino letterato
-quegli che non sapesse scrivere altro che versi». Lett. al Giordani, 30
-maggio 1817; _Epistol._, vol. I, pp. 73-4.
-
-[429] Il DE SANCTIS (_Studio su Giacomo Leopardi_, 2ª ediz., Napoli.
-1894, pagine 182-3) parla di questi disegni leopardiani di letteratura
-civile e patriottica, ma attinenze col romanticismo non ne rileva.
-Parmi anzi ch'egli giudichi un po' troppo alla lesta quando dice (p.
-244): «Leopardi avea comune con tutti i letterati di quel tempo,
-massime i classici e i puristi, il disprezzo della moltitudine,
-l'orrore del volgare e del luogo comune. La poesia dovea essere togata
-e solenne, sopra alla realtà, e, come diceasi, ideale». Dai luoghi che
-ho riferiti, quel disprezzo delle moltitudini non appare. Riconosco
-di buon grado che il Leopardi non addimostra per gli umili quella
-tenerezza che tanto è notabile in Werther; ma gli umili, in alcune sue
-poesie, nella _Sera del dì di festa_, nella _Quiete dopo la tempesta_,
-nel _Sabato del villaggio_, sono ricordati con tutt'altro che con
-disprezzo.
-
-[430] Lett. al Colletta, marzo 1829; _Epistol._, vol. II, p. 357.
-
-[431] Lett. al Giordani, 8 agosto e 30 maggio 1817; _Epistol._, vol.
-I, pp. 89, 77. Vedi una breve nota circa i pregi rispettivi dell'una e
-dell'altra lingua nell'_Appendice all'epistolario_, p. 246.
-
-[432] Lett. al Giordani. 20 novembre 1820; _Epistol._, vol. I, p.
-308. Nel 1816 CARLO GIUSEPPE LONDONIO aveva, nella sua _Risposta d'un
-Italiano ai due Discorsi di madama la baronessa De Staël-Holstein_,
-contraddetto al consiglio che costei dava agl'Italiani di molto
-leggere e tradurre gli scrittori stranieri. Invano aveva giudicato il
-Goethe che chi conosce una lingua sola gli è come se non ne conoscesse
-nessuna.
-
-[433] Lett. 25 luglio 1826; _Epistol._, vol. II, p. 153.
-
-[434] Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; _Epistol._, vol. I. pp.
-339-40. Cfr. DE SANCTIS, _Op. cit._, pp. 341-2.
-
-[435] Lett. al Giordani, 20 novembre 1820; _Epistol._, vol. I, p. 308.
-
-[436] _Dai vari pensieri, Appendice all'Epistolario_, p. 248; Lettera
-al padre, 8 luglio (1831?); _Epistol._, vol. II, p. 427.
-
-[437] Lett. 26 giugno 1832; _Epistol._, vol. II, p. 487.
-
-[438] Nel Num. 61, gennajo 1826.
-
-[439] Lett. al De Sinner, 21 giugno 1832; _Epistol._, vol. II, p. 485.
-
-[440] Per tropp'altre prove è risaputo quanto fosse tenace nelle
-inimicizie il Tommaseo; ma questa mi sembra davvero una delle
-più curiose. In quel suo libretto: _Di Giampietro Vieusseux e
-dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo_, Firenze,
-1863, del Leopardi non è ricordato neppure il nome. Oh, santa carità
-dei letterati, anche religiosissimi! e questo aveva scritto, tra
-l'altro, _Bellezza e civiltà_!
-
-[441] Lett. al Melchiorri, 8 gennajo 1825; _Epistol._, vol. I, p. 523.
-
-[442] L'_Antologia_, t. XXVIII (1827), fasc. III, p. 273. Qui si
-discorre dei _Versi_ stampati in Bologna nel 1826. Lo stesso Montani
-lodò poi i _Canti_ pubblicati dal Leopardi in Firenze nel 1831 (t.
-XLII, fasc. I, pp. 44-53). Vedi intorno al troppo dimenticato critico
-_Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani_, Capolago,
-1843.
-
-[443] _Epistol._, vol. II, p. 141.
-
-[444] Lett. al Vieusseux, 15 dicembre 1828; _Epistol._, vol. II, p. 341.
-
-[445] Non dovette conoscere questo passo di lettera lo ZANELLA, il
-quale s'affaticò a dimostrare che il Leopardi aveva letto il Byron,
-e anche lo Shelley, del quale, per altro, il Leopardi non fa parola.
-Vedi _Percy-Bysshe Shelley e Giacomo Leopardi_, nei _Paralleli
-letterari_, Verona, 1885, pp. 245 segg. In un sunto di lettura fatta
-dallo ZDZIECHOWSKI all'Accademia delle scienze di Cracovia (_La poésie
-de Leopardi considérée dans ses rapports avec les principaux courants
-littéraires en Europe; Bulletin international de l'Accadémie des
-sciences de Cracovie, Comptes rendus des séances de l'Année_ 1892), si
-legge che il Leopardi non imitò e non ammirò mai il Byron, ma che, ciò
-nondimeno, le sue prime poesie sembrano inspirate dallo stesso spirito
-di quello, e che il Leopardi diede la soluzione più larga dei problemi
-concernenti la vita posti dal Byron (?!). Questo scritterello, così
-largo di promesse nel titolo, è pieno d'inesattezze e di avventati
-giudizii. Ci si afferma, tra l'altro, che l'amor di patria fu nel
-Leopardi cosa effimera, dovuta ad influsso del Giordani.
-
-[446] Nel 1832 CESARE CANTÙ pubblicava nell'_Indicatore_ di Milano
-il suo saggio _Di Vittore Hugo e del romanticismo in Francia_,
-accompagnando molto sensatamente e molto equamente le lodi di qualche
-biasimo, ma invitando insomma i giovani italiani a prendere esempio dal
-poeta francese.
-
-[447] L'_Antologia_, t. XXXV (1828), fasc. I, pp. 185-6.
-Nell'_Antologia_ il Tommaseo si sottoscriveva con le iniziali K, X, Y.
-
-[448] _Dai varii pensieri; Appendice all'Epistolario_, pp. 251-2.
-Nell'edizione bolognese del 1824 il Leopardi ristampava, rifatta in
-parte, la dedica al Monti. Mi par ragionevole credere che il severo
-giudizio sia posteriore a quell'anno.
-
-[449] Lett. al Vieusseux. 31 dicembre 1827; _Epistol_., vol. II. p. 271.
-
-[450] _Epistol_., vol. II. p. 241.
-
-[451] _Ibid_., pp. 234-5.
-
-[452] _Manzoni e Leopardi_; _Nuova Antologia_, vol. XXIII (1873), p.
-763.
-
-[453] _Epistol_., vol. II, p. 278.
-
-[454] _Ibid_., p. 304.
-
-[455] _Ibid_., p. 303. Per altri particolari vedi BENEDETTUCCI,
-_Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni_, scritto ripubblicato nel già
-citato volume di C. ANTONA TRAVERSI, _Studj su Giacomo Leopardi_. Vedi
-nello stesso volume un _Saggio cronologico di una bibliografia del
-Leopardi e del Manzoni_.
-
-[456] Lett. alla sorella Paolina, 12 novembre 1827; _Epistol_., vol.
-II, p. 247. Quasi le stesse parole scriveva il poeta al Vieusseux quel
-medesimo giorno, _ibid_., p. 248.
-
-[457] L'Oriente, tanto sfruttato da una generazione intera di
-romantici, appare soltanto nell'_Inno ai patriarchi_, con l'aranitica
-valle
-
- Di pastori e di lieti ozi frequente.
-
-[458] Cf. MARC DE MONTIFAUD, _Les romantiques_, Parigi, 1878, p. 3.
-
-[459] _Opere inedite_ cit., vol. II, p. 372.
-
-[460] Il PLUEMACHER scrisse (_Op. cit_., p. 116): «Il Leopardi è poeta
-perchè ha ragion di dolersi; ma si sente che se le cose sue andassero
-bene, se egli potesse avere una sequela di giorni lieti, le ragioni
-del poetare gli verrebbero meno». E il PATRIZI (_Op. cit_., p. 133):
-«L'erompere dell'anima lirica coincide in Leopardi colle prime minacce
-del male al suo benessere». Credo avesse piuttosto ragione il BOUCHÈ
-LECLERQ di scrivere (_Giacomo Leopardi, sa vie et ses œuvres_, Parigi.
-1874, p. 168): «La nature avait fait Leopardi poète. Elle lui avait
-donné la sensibilité délicate et l'imagination vive dont la réunion
-constitue le tempérament poétique». Era già un poeta il fanciullo che
-con lunghi immaginosi racconti intratteneva i suoi compagni di giuoco.
-
-[461] _Chateaubriand et son groupe littéraire sous l'empire_, nuova
-edizione, Parigi, 1872, troisième leçon, p. 114. Cf. quanto nel
-capitolo II fu detto della fantasia del Leopardi.
-
-[462] A far meglio intendere ciò gioverebbe istituire un raffronto fra
-le _Ricordanze_ e la _Vigne et la maison_, poesie di affine argomento.
-
-[463] Qui, e il più delle volte altrove, per immagine intendo, non
-quella dei retori, ma quella degli psicologi, e propriamente quel
-residuo della percezione che può essere ravvivato nella memoria.
-
-[464] Il PLUEMACHER, _Op. e l. cit._
-
-[465] Com'è noto il Gautier da prima si consacrò alla pittura, poi
-l'abbandonò per darsi alle lettere.
-
-[466] PATRIZI, _Op. cit._, p. 98. Vedi ivi stesso le osservazioni sulla
-sensitività cromatica del poeta.
-
-[467] Lett. alla sorella Paolina, 19 dicembre 1825; _Epistol._, vol.
-II, p. 72.
-
-[468] Vedi addietro a pp. 223-4.
-
-[469] KRANTZ, _Le pessimisme de Leopardi; Revue philosophique_, anno V
-(1880) vol. II, p. 412 n.
-
-[470] _Epistol._, vol. I, p. 408; vol. II, pp. 149. 246-7. 248. 214.
-
-[471] Dell'Aspasia dice il poeta che appar _circonfusa d'arcana
-voluttà_. Questa denotazione è assai vaga e generica, ma pure ottiene
-l'effetto di suscitare il fantasma. E perchè? Perchè, commovendo
-direttamente in noi il senso erotico e genesiaco, e quel tutto insieme
-di ricordi e d'immaginazioni che gli suol far compagnia, ci suscita
-dentro l'immagine della donna più avvenente e più desiderabile di cui
-sia capace la fantasia di ciascuno di noi. Dante, che fu un visuale
-poetico forse insuperabile, nel più bel sonetto della _Vita Nuova_ non
-descrive punto Beatrice, ma accenna soltanto ch'ella fa diventar muta
-ogni lingua, e dice che,
-
- Benignamente d'umiltà vestuta,
-
-par cosa venuta di cielo in terra, e che dà una dolcezza al core che
-non la può intendere chi non la prova, e che dal suo volto muove uno
-spirito soave pien d'amore
-
- Che va dicendo a l'anima: sospira!
-
-eppure, chi dopo aver letto que' quattordici versi, non riesce a vedere
-l'_angelica forma_, non so qual altro miracolo di penna o di pennello
-gliela potrebbe mai far vedere. Dove si nota che la pittura non può far
-vedere le cose se non ritraendole, e la poesia le può far vedere senza
-ritrarle; e ciò dovrebbero meditare coloro che credono di avvantaggiar
-la poesia accomodandola dei mezzi che appartengono alla pittura e
-privandola de' suoi proprii.
-
-[472] La poesia suggestiva, più di quella che chiameremo espositiva o
-rappresentativa, richiede lettore esperimentato e colto, perchè essa
-non può suggerire in sostanza se non ciò ch'è già in qualche modo
-nell'animo nostro.
-
-[473] _Studio_ già citato, p. 231. Perciò ebbe giusta ragione il
-Mestica d'intitolare _Il verismo nella poesia di Giacomo Leopardi_ un
-saggio inserito nella _Nuova Antologia_ del 1º luglio 1880.
-
-[474] Intorno alla sensitività termica e dolorifica del Leopardi vedi
-PATRIZI, _Op. cit._, pp. 100-1.
-
-[475] Cap. II; _Prose_, p. 260.
-
-[476] Vedi PATRIZI, _Op. cit._, p. 100. Quando leggo que' versi:
-
- L'aura di maggio movesi ed olezza,
- Tutta impregnata dall'erba e dai fiori;
-
-e quegli altri:
-
- Non avea pur natura ivi dipinto,
- Ma di soavità di mille odori
- Vi facea un incognito e indistinto;
-
-non posso tenermi dal credere che quel gran naso di Dante fosse dotato
-di più sottil senso che non quell'altro gran naso del Leopardi.
-
-[477] Com'è felice in quel _fluttuare_ anche l'immagine ottica!
-
-[478] Scrisse il PATRIZI (_Op. cit._, p. 142) che nell'opera artistica
-del Leopardi «si discerne sempre l'influenza della sua debolezza». Non
-direi sempre.
-
-[479] Lett. al Melchiorri, 5 marzo 1824; _Epistol._, vol. I, pp. 496-7.
-
-[480] Sul modo di comporre del Byron vedi ELZE, _Lord Byron_, 3ª ediz.,
-Berlino, 1886, pp. 408-11.
-
-[481] Leggasi questo passo del giornale di Maurizio De Guérin (pp.
-93-4): «J'ai chômé dans l'inaction la plus complète mes six semaines de
-vacances..... Mais ce repos, cette _accalmie_ n'avait pas éteint le jeu
-de mes facultés ni arrêté la circulation mystérieuse de la pensée dans
-les parties les plus vives de mon âme..... Je goûtais simultanément
-deux voluptés..... La première consistait dans l'indicible sentiment
-d'un repos accompli, continu et approchant du sommeil; la seconde me
-venait du mouvement progressif, harmonique, lentement cadencé des
-plus intimes facultés de mon âme, qui se dilataient dans un monde
-de rêves et de pensées, qui, je crois, était une sorte de vision en
-ombres vagues et fuyantes des beautés les plus secrètes de la nature
-et de ses forces divines». E leggasi ora questo dell'Amiel (vol.
-I, p. 52): «Oui, il faut savoir être oisif, ce qui n'est pas de la
-paresse. Dans l'inaction attentive et recueillie, notre âme efface ses
-plis, se détend, se déroule, renaît doucement comme l'herbe foulée
-du chemin, et, comme la feuille meurtrie de la plante, répare ses
-dommages, redevient neuve, spontanée, vraie, originale. La rêverie,
-comme la pluie des nuits, fait reverdir les idées fatiguées et pâlies
-par la chaleur du jour. Douce et fertilisante, elle éveille en nous
-mille germes endormis. En se jouant, elle accumule les matériaux pour
-l'avenir et les images pour le talent».
-
-[482] _Epistol._, vol. I, p. 261.
-
-[483] Lett. 5 gennajo 1821; _Epistol._, vol. I. p. 313.
-
-[484] Lett. 10 settembre 1821; _Epistol._, vol. I, p. 242.
-
-[485] Lett. 16 gennajo 1829; _Epistol._, vol. II, p. 347.
-
-[486] Lett.... marzo 1829; _Epistol._, vol. II. pp. 357-8.
-
-[487] _Les confessions_, parte prima, l. III.
-
-[488] Lett. 4 agosto 1823; _Epistol._, vol. I, p. 466.
-
-[489] Lett. al Giordani. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I. p. 62.
-
-[490] Nella lettera al Melchiorri poc'anzi citata, scriveva: «Gli altri
-possono poetare sempre che vogliono, ma io non ho questa facoltà in
-nessun modo, e per quanto mi pregaste, sarebbe inutile, non perchè io
-non volessi compiacervi, ma perchè non potrei. Molte altre volte sono
-stato pregato e mi sono trovato in occasioni simili a questa, ma non ho
-mai fatto un mezzo verso a richiesta di chi che sia, nè per qualunque
-circostanza si fosse».
-
-[491] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 60.
-
-[492] _Studi filologici_, p. 282.
-
-[493] _Die Welt_ ecc., vol. II, cap. 37. p. 484.
-
-[494] _Alla luna._ La più parte de' suoi canti migliori il Leopardi
-compose nel detestato soggiorno di Recanati, dove si aggravavano di
-solito tutti i suoi mali, e dov'egli si sentiva più disperatamente
-infelice.
-
-[495] La natura e la moda nelle _Operette morali_; il mondo in un
-dialogo inedito.
-
-[496] Che il contrasto forma, in certo qual modo, l'anima della poesia
-del Leopardi, fu avvertito già da parecchi, e largamente dimostrato da
-I. DELLA GIOVANNA, _La ragion poetica dei canti di Giacomo Leopardi_,
-Verona, 1892.
-
-[497] _Schopenhauer e Leopardi_; _Saggi critici_, 4ª ediz., Napoli,
-1881, p. 296. Ma nel già più volte citato _Studio_, a p. 292, il De
-Sanctis scrisse: «A Giordani e agli altri letterati potè parere quella
-prosa un deserto inamabile, e più uno scheletro che persona viva».
-
-[498] _Abbozzo dell'opera Storia dello spirito pubblico d'Italia per_
-600 _anni considerato nelle vicende della lingua_; _Opere_, t. IX. p.
-109.
-
-[499] _Studio su Giacomo Leopardi_, pp. 289, 292.
-
-[500] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817 e 12 maggio 1820; _Epistol._,
-vol. I, pagine 60, 272.
-
-[501] Lett. al Giordani, 21 giugno 1819; _Epist._, vol. I. p. 207.
-
-[502] Lett. al Giordani, 12 maggio 1820; _Epistol._, vol. I. p. 272.
-
-[503] Vedi addietro, p. 339.
-
-[504] _Appendice all'epistolario e agli scritti giovanili_, pp. 248-9.
-
-[505] Non so se il Giordani si fosse lasciato persuadere dal Vida, il
-quale prescriveva, a chi volesse divenir poeta, assidua e diligente
-lettura di Cicerone.
-
-[506] Lett. del 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, pp. 61-3.
-
-[507] Nè ad essa contraddiceva il Leopardi, quando, col Paciaudi,
-chiamava la prosa la _nutrice del verso_. _Appendice all'epistolario_,
-p. 243.
-
-[508] La metrica del Leopardi potrebbe dare argomento a lungo discorso;
-ma non è qui luogo da ciò. Il tema fu toccato già da parecchi; ma
-nessuno, ch'io sappia, ne fece trattazione ordinata e compiuta.
-
-[509] Per le questioni cui può dare materia il ritmo, vedi NEUMANN,
-_Untersuchungen zur Psychologie und Aesthetik des Rhythmus_;
-_Philosophische Studien_ X (1894).
-
-[510] Veggasi ciò che scriveva al Giordani il 27 di marzo del 1817;
-_Epistol._, vol. I. p. 41.
-
-[511] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, Serie IV, vol. LXVII (1897).
-
-[512] _Die Entartung_, 2ª ediz., Berlino, 1893, vol. I. pp. 201, 203-5.
-
-[513] Ai nuovi spasimanti della natura, epigoni inconsapevoli di
-Gian Giacomo Rousseau, e, come questo, condannati alle più stridenti
-contraddizioni, raccomanderei la lettura e la meditazione di quel breve
-ma succoso saggio cui lo STUART MILL pose titolo _Nature_.
-
-[514] _Lettre à la jeunesse_, nel volume intitolato _Le roman
-expérimental_, pagina 103. Un officio in tutto simile fu pure assegnato
-alla poesia dal Nordau.
-
-[515] Debbo avvertire che, discorrendo del simbolismo, io prendo la
-parola simbolo nel suo significato più largo, intendendo per esso,
-così il simbolo propriamente detto, come l'allegoria: e ciò faccio, non
-tanto per amore di semplicità, quanto per attenermi all'uso stesso dei
-simbolisti.
-
-[516] Lo stesso HUYSMANS, l'autore ultrarealista e pornografo
-di _Marthe_ e di _les sœurs Vatard_, convertito al cattolicismo,
-pubblicherà fra breve un romanzo intitolato _Cathédrale_, e si accinge
-a scrivere la Vita di Santa Lidvina. Peccato che questa santa donna
-lasci desiderar qualche cosa sotto il rispetto della celebrità!
-La buona memoria di Pietro Aretino parmi s'avvisasse assai meglio
-scrivendo la _Vita di Santa Caterina_, la _Vita di San Tommaso
-d'Aquino_, la _Vita di Maria Vergine_ e la _Umanità di Cristo_.
-
-[517] _The origin and function of music_, nel vol. II degli _Essays_,
-edizione del 1891, pp. 424-6.
-
-[518] Vedi tra i recentissimi FOUILLÉE, _Le mouvement idéaliste et la
-réaction contre la science positive_, Parigi, 1896, pp. XXVII-XXVIII.
-Parmi meriti d'essere ricordato che, sino dal 1707, Giambattista Vico
-affermava, in una delle sue orazioni inaugurali, la virtù della scienza
-nel togliere _la varietà delle opinioni_ e conciliare _l'uomo con
-l'uomo_.
-
-[519] Veggasi il libro del compianto GUYAU, _L'art, au point de vue
-sociologique_, Parigi, 1889, libro di molto valore, sebbene non iscevro
-d'errori.
-
-[520] _L'Ermitage_, aprile 1894.
-
-[521] Alcuni simbolisti italiani ostentano di parlare del De Sanctis,
-non pure con ammirazione, ma con venerazione. Fanno benissimo; ma non
-dovrebbero dimenticare ch'egli espresse una sua saldissima e costante
-opinione quando, nel saggio su Francesca da Rimini, scrisse che quello
-che non si riesce a capire non merita d'essere capito, e che _quello
-solo è bello che è chiaro_.
-
-[522] _La littérature de tout à l'heure_, Parigi, 1889, p. 324.
-
-[523] _The philosophy of style; Essays_, ediz. cit., vol. II, p. 356.
-
-[524] Sulla potenza suggestiva delle grandi scene di paese, vedi le
-belle osservazioni dello SPENCER, _The Principles of Psycology_, 3ª
-ediz., Londra. 1881. vol. I, cap. VIII, p. 485.
-
-[525] Parlo, s'intende, in generale; ma non voglio escludere la
-possibilità che, _tra persone in cui il fenomeno si produce in modo
-affatto eguale_, il fenomeno stesso dia occasione e modo di ottenere
-certi _effetti_ d'arte. V. SUAREZ DE MENDOZA, _L'audition colorée.
-Étude sur les fausses sensations secondaires physiologiques et
-particulièrement sur les pseudo-sensations de couleur associées aux
-perceptions objectives des sons_, Parigi. 1890.
-
-[526] Non mancano in Italia alcuni giovani che sentono altamente
-dell'arte, ripugnano agli andazzi, e, cercando il nuovo, non credono
-però necessario di vituperar tutto il vecchio. Se dovessi parlare di
-loro, parlerei con quella lode che stimo esser loro dovuta.
-
-[527] Qualcuno potrebbe obbiettarmi: E le recenti prose e i
-recenti versi del D'Annunzio? Riconosco in quelle prose e in que'
-versi l'influsso del simbolismo; ma non per questo ho in conto di
-simbolista il D'Annunzio. Anzi le più spiccate e veramente proprie
-sue virtù d'artista mi pajono contrastare al simbolismo e non potersi
-conciliare con esso. Chi scrisse, per citare un esempio, l'_Allegoria
-dell'autunno_, non può non essere un nemico nato della _chanson grise_.
-
-[528] _L'évolution de la poésie lyrique en France au dix-neuvième
-siècle_, Parigi. 1894. vol. II, pp. 255-56.
-
-[529] Ma non alle macchine tipografiche, con l'ajuto delle quali,
-fattosi editore di sè stesso, guadagnò molti quattrini!
-
-[530] _Geschichte der Aesthetik in Deutschland_, Monaco, 1868, pp. 74 e
-segg., 512-14.
-
-[531] Tale appunto è la tesi sostenuta dal FECHNER, _Vorschule der
-Aesthetik_, Lipsia, 1876, dal GUYAU, _Les problèmes de l'esthétique
-contemporaine_, Parigi, 1884, e, più recentemente ancora, dal RUTGERS
-MARSHALL, _Pain, Pleasure and Aesthetics_, Londra, 1894.
-
-[532] Vedi in proposito RIBOT, _La psychologie des sentiments_, Parigi,
-1896, pp. 301 e segg.
-
-[533] _Le naturalisme au théâtre_, nel già citato volume _Le roman
-expérimental_, pp. 141, 147.
-
-[534] Fra le tendenze avverse al naturalismo bisogna pure annoverare
-quella che si manifesta nello psicologismo, e che ha trasformato, negli
-ultimi anni, il dramma ed il romanzo. Il naturalismo non conosce quasi
-altra vita interiore se non quella ch'è determinata da cause esterne:
-lo psicologismo fa conoscere tutta una vita interiore complicatissima,
-immediatamente determinata dall'azione e reazione degli elementi e dei
-fatti psichici gli uni sugli altri. Il naturalismo tende a dissolvere
-l'uomo nell'ambiente; lo psicologismo a circoscriverlo in mezzo a
-quello.
-
-[535] Copiosissima sopratutto in Germania, dove la _Deutsche Arbeiter
-Dichtung_ e il _Socialdemocratisches Liederbuch_ empiono più volumi.
-Che nel settentrione d'Europa l'idea sociale s'è quasi insignorita del
-teatro è risaputo da tutti; e che alcuni dei molti drammi suscitati
-da quell'idea sono opere d'arte di gran valore non fa bisogno di
-ricordare.
-
-[536] Questo breve scritto comparve la prima volta nella _Nuova
-Antologia_, Serie III, vol. XXXIII (1891). Lo ripubblico ora,
-sembrandomi che le congetture espressevi non sieno state contraddette
-dai fatti.
-
-[537] _Principles of psychology_, 3ª ediz., Londra, 1881, pp. 531. segg.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Foscolo, Manzoni, Leopardi, by Arturo Graf
-
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-<body>
-
-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of Foscolo, Manzoni, Leopardi, by Arturo Graf
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and
-most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms
-of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
-www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll
-have to check the laws of the country where you are located before using
-this ebook.
-
-
-
-Title: Foscolo, Manzoni, Leopardi
-
-Author: Arturo Graf
-
-Release Date: August 1, 2020 [EBook #62813]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-FOSCOLO<br />
-MANZONI, LEOPARDI
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-FOSCOLO<br />
-MANZONI, LEOPARDI
-</p>
-
-<p class="pad2">
-SAGGI
-</p>
-
-<p class="pad1 small">
-DI
-</p>
-
-<p class="pad1 x-large">
-ARTURO GRAF
-</p>
-
-<p class="pad2 x-small">
-AGGIUNTOVI
-</p>
-
-<p class="pad1">
-PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI<br />
-<span class="x-small">E</span><br />
-LETTERATURA DELL'AVVENIRE
-</p>
-
-<p>
-(Ristampa)
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="g">TORINO</span><br />
-<span class="small">Casa Editrice</span><br />
-<span class="large g">GIOVANNI CHIANTORE</span><br />
-<span class="small">Successore ERMANNO LOESCHER</span><br />
-—<br />
-<span class="small">1920</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-Proprietà Letteraria
-</p>
-
-<p>
-Torino — Tipografia <span class="smcap">Vincenzo Bona</span> (13500).
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="dedica">
-<p>
-ALLA MEMORIA<br />
-DELL'UNICO MIO FRATELLO<br />
-<span class="x-large">OTTONE</span><br />
-CHE A ME IN OGNI COSA PREVALSE<br />
-FUORCHÈ NEL FAVORE<br />
-DELLA FORTUNA
-</p>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-</p>
-
-<h2 id="ortis">RILEGGENDO LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS<a class="tagtitle" id="tag1" href="#note1">[1]</a></h2>
-</div>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Molto fu scritto intorno alle <i>Ultime lettere di Jacopo Ortis</i>, e da
-molti, che con varii intendimenti, con criterii di giudizio o dissimili
-solo o a dirittura contrarii, con disposizione d'animo quando avversa
-e quando benevola, ne indagarono la origine e la storia, ne scrutarono
-la intenzione e lo spirito, ne notarono le qualità buone e cattive.
-Ne scrisse a più riprese il Foscolo stesso, il quale pochissimo
-amico del criticismo in teoria, da lui, come da altri, giudicato un vero
-e pessimo flagello delle lettere, fu più volte, in pratica, forzato a fare
-il critico di sè stesso, e ad esporre pubblicamente le ragioni e i propositi
-dell'arte sua; e se è provato oramai ch'egli affermò circa il
-suo romanzo assai cose non vere, è fuor di dubbio altresì che dell'indole
-de' personaggi, del procedimento dell'azione, della moralità della
-favola recò alcuni giudizii che per aggiustatezza ed acume non furono
-sorpassati da chi ne prese a ragionar dopo lui. Su taluno de' suoi giudizii
-tuttavia ci sarebbe molto a ridire, e più ci sarebbe a ridire su
-certi giudizii di critici posteriori, anche sommi. Io non intendo già
-di riprendere e gli uni e gli altri ordinatamente in esame, e confrontarli
-e discuterli, chè sarebbe lavoro lungo, minuto e fastidioso; ma
-avendo riletto di questi giorni il romanzo, e ancora molte altre cose
-foscoliane, e il <i>Werther</i> per giunta, ho pensato di gittar sulla carta
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-alcune considerazioni suggeritemi da quella lettura, dalle quali può
-darsi che o l'uno o l'altro di quei giudizii riceva o correzione o compimento.
-</p>
-
-<p>
-Fra i molti dubbii che le <i>Ultime lettere</i> possono sollevare nell'animo
-di un lettore non più giovane, non appassionato, non disattento,
-è questo forse uno dei principali: Com'è che Jacopo s'innamora? Data
-la condizione dell'animo suo, quale egli stesso la viene manifestando,
-è cosa naturale, è cosa conforme alle leggi da cui è governata la
-nostra vita morale, che l'amore s'insinui in quell'animo? e che s'insinui
-in esso con tanta prontezza e senza contrasto? e che se ne insignorisca
-a quel modo? L'innamoramento di Werther, il quale per
-tanti rispetti si riscontra con l'innamoramento di Jacopo, ci appare
-cosa in tutto verisimile e naturale; ma Jacopo non è Werther; e che
-anzi sia profondamente diverso da quello ognuno può conoscere da
-sè, anche se ignori le giustissime osservazioni che il Foscolo stesso
-ebbe a fare sulla grande disparità loro; e anche se sappia ciò che
-inutilmente esso Foscolo da prima tentò di occultare, avere cioè
-Jacopo, sino dal tempo della prima orditura del romanzo, avuto il
-suo prototipo in Werther<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Jacopo non ha se non ventitrè anni quando scrive la lettera con
-cui principia il romanzo. Egli è assai giovane d'anni, ma da questa
-in fuori non si direbbe esservi in lui altra giovinezza. Dell'antecedente
-sua vita poco accenna egli stesso, e noi non intendiamo bene perchè
-sia così invecchiato innanzi tempo; ma ben ci avvediamo che molto
-visse con la mente e col cuore, e che giunto all'età in cui gli altri
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-giovani si affacciano alla vita, egli, per contro, è oramai maturo alla
-morte. Vedete l'anima sua da quali pensieri, da quali affetti è presa
-e soggiogata. Egli odia quel mondo in cui appena si può dire che
-abbia mutati i primi passi; insorge contro la società de' suoi simili,
-che tutta gli par fondata sull'ingiustizia e retta dalla menzogna; dispera
-di tutta la razza umana, irreparabilmente malvagia, codarda,
-infelice; non crede alla scienza, indagatrice oziosa d'inutili veri. Ha
-un senso doloroso, profondo, perpetuo della propria e della universale
-miseria, della disperata vanità di tutte le cose. Nell'ardente e
-commossa fantasia gli si colora il sogno d'una felicità ch'egli nè
-cerca, nè spera, fatto conscio ormai dell'universa illusione, e che
-patria, gloria, amore, virtù non sono se non fantasmi. A sorreggerlo,
-quasi con la lusinga di non so quale orgogliosa e solitaria grandezza,
-gli entra nell'animo una opinione, per cui egli si stima un tratto in
-tutto diverso dagli altri uomini, e diviso da essi e da ogni loro opera
-e cura; ma anche di questa illusione si ravvede, e conosce, e confessa
-di non essere altro che <i>uno dei tanti figliuoli della terra</i>, ingombro
-di <i>tutte le passioni e le miserie</i> della sua specie. Non nega
-Dio; ma lo teme più che non l'adori; e non sa se il cielo badi alla
-terra, e non sa se qualche cosa dell'uomo sopravvive alla morte. E la
-morte egli aspetta <i>tranquillamente</i> quando la stima vicina; ma se gli
-appaja ancora lontana, eccolo che smania di cacciarsi un <i>coltello nel
-cuore</i>, o che solo s'acqueta <i>dimenticandosi</i> d'esser vivo.
-</p>
-
-<p>
-Ora, così fatto giovane vede Teresa, <i>la divina fanciulla</i>, della
-quale forse nemmeno il nome gli era noto innanzi, e il vederla e il
-sentirsene preso gli è un punto solo, e frutto dell'averla veduta il
-tornarsene <i>a casa col cuore in festa</i>. Io non domando già se sia possibile
-ciò, perchè i limiti del possibile, quando si tratta della natura
-dell'uomo, sono troppo incerti e mal noti; ma domando se l'autore
-abbia ciò giustificato abbastanza, e se abbia condotto l'avvenimento
-in guisa da lasciare appagato l'animo di chi legge, senza suscitarvi
-dentro alquanta di quella perplessità e di quella ritrosia che, secondo
-i casi, o si risolvono in un vago e quasi inconsapevole scontentamento,
-o provocano la critica precisa e consapevole. E a me, se ho
-a dire il vero, pare che non abbia.
-</p>
-
-<p>
-Intendo, se non tutte, parecchie delle ragioni che mi si possono
-opporre. L'anima di Jacopo non è così distrutta come può sembrare
-a primo aspetto. Il processo della dissoluzione è bensì cominciato in
-lei, è anche andato molt'oltre, ma non ha però compiuto il suo corso,
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-non è nemmeno giunto a quel segno di là dal quale nessuna ripresa
-di vita o di speranza è più possibile. Molte energie durano in Jacopo,
-le quali, pur essendo dannate a morire tra breve, non vogliono ancora
-morire. Considerate che il suo intelletto e il suo cuore sono in pieno
-dissidio fra loro; considerate ch'egli è un vortice di contraddizioni.
-Se lo guardate da un lato, egli vi appare quale un pessimista disperato
-e incurabile; se lo guardate da un altro, egli si dà a conoscere
-per un entusiasta focoso e indomabile. Ha in conto di fantasmi, gli
-è vero, la patria, la gloria, l'amore, la virtù; ma la illusione non
-è ancor tanto lontana da lui che una qualche riverberazione non gliene
-rimanga nell'animo; e quei fantasmi egli adora, e per quei fantasmi
-egli spasima. S'infiamma di generoso entusiasmo leggendo Plutarco;
-si scioglie in dolcissime lagrime leggendo il Petrarca; e mette la
-compassione sopra tutte le altre virtù; e lo rapisce lo spettacolo
-della viva natura; e lo empie quasi di un senso di religiosa venerazione
-lo spettacolo della bellezza e della grazia muliebre. Egli è così
-lontano ancora da quell'atonia in cui si sommerge lo spirito caduto
-d'ogni speranza e orbato d'ogni fede, che sente sempre dentro di sè
-<i>un demone che l'arde, lo agita, lo divora</i>. E il suo cuore non è un
-cuor morto; anzi è un cuore che <i>non può soffrire un momento, un
-solo momento di calma</i>, e che, <i>ove gli manchi il piacere, ricorre tosto
-al dolore</i>. Chi dirà che un sì fatto uomo, il quale, per giunta, fa assai
-più stima della passione che non della ragione, non sia più in grado
-d'innamorarsi? Chi dirà che un animo aperto a tanti altri affetti
-debba esser chiuso all'amore? Forse domani, o doman l'altro, egli
-non si potrà più innamorare; ma oggi egli può innamorarsi ancora.
-</p>
-
-<p>
-Queste ragioni hanno la loro forza, e non possono essere negate.
-Gli è certo che Jacopo si trova in una condizione d'animo duplice
-e ambigua; ch'egli passa alternatamente da uno stato a un altro
-stato contrario; e che se nell'uno sembra impenetrabile all'amore,
-nell'altro sembra tutto aperto all'amore. Nè questa è maniera di contraddizione
-che ripugni alla umana natura, la quale può ricevere, e
-riceve tuttodì, infinite altre contraddizioni, onde molto di romanzesco
-e di drammatico si deriva nella vita di ciascun uomo. Dirò di
-più, che quando incomincia il romanzo di Jacopo, c'è una ragione
-particolare dispositiva perchè Jacopo s'innamori. Jacopo ha perduto
-la patria e con essa la occasion principale e il principal fine di ogni
-sua operosità. Egli ha come un vacuo nell'anima, e la naturale tendenza
-ch'è in ciascuno di noi a ristorare in qualche modo il perduto, promuove
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-ed agevola quanto può colmare quel vacuo. Perduta una ragione
-di vivere, l'istinto ne sollecita un'altra, che la possa supplire.
-Con la patria ancora incolume, forse Jacopo non si sarebbe innamorato,
-o il suo amore sarebbe stato d'indole più temperata, e circoscritto
-entro più angusti confini: con la patria disfatta, Jacopo s'innamora
-a guisa d'uomo perduto, perchè innamorarsi è vivere; e
-l'amore cresce in lui prepotente e smodato.
-</p>
-
-<p>
-Non perchè dunque Jacopo s'innamori potrà essere rimproverato
-al Foscolo di non avere osservato la verisimiglianza e d'esser venuto
-meno alle naturali convenienze del suo soggetto; anzi al Foscolo
-stesso noi potremo credere quando afferma che esso Jacopo <i>è presentato
-tale qual era, ne' casi della sua vita, nell'età ch'egli aveva,
-nelle sue opinioni e passioni, e in tutti i moti tempestosi dell'anima
-sua</i>; e gli potremo credere senza andare troppo minutamente a cercare
-se diceva in tutto in tutto il vero quando scriveva ad Antonietta
-Fagnani: <i>Mi sono fedelmente dipinto con tutte le mie follie nell'Ortis</i>;
-e quando scriveva a madama Bagien che i Francesi, leggendo tradotte
-le <i>Ultime lettere</i>, avrebbero potuto conoscere tutti i sentimenti e tutte
-le idee di lui. Non di avere immaginato un personaggio e un'azione
-inverisimile accuseremo il Foscolo, ma bensì di non aver saputo
-scorgere tutte le molte difficoltà del suo soggetto; di non avere avuto
-sempre a mano l'arte che si richiedeva a fare della pittura di quel
-personaggio e del racconto di quell'azione un tutto sempre coerente
-e intelligibile, tale da ottenere senza fatica il pieno assentimento dei
-leggitori. Il romanzo ci presenta certi effetti e certe conclusioni, ma
-delle cause di quelli e delle premesse di queste non porge idea abbastanza
-chiara. La passione e l'azione si svolgono presso a poco alla
-maniera di un ragionamento a cui sieno state tolte più e più proposizioni
-intermedie, necessarie a legare e compiere il senso. Il racconto
-rimane come ingombro di nodi insoluti: la <i>motivazione</i> è insufficiente;
-e tropp'altre cose mancano in esso, le quali non tutte si
-può pretendere che sieno supplite dalla fantasia del lettore, per
-quanto si voglia fare del lettore intelligente un collaboratore dell'autore.
-Appunto perchè Jacopo ci appare duplice, avremmo voluto
-che la storia dell'amor suo ritraesse un po' più particolarmente e un
-po' più fedelmente il contrastare di quei due uomini che si affrontano
-in lui, e il soverchiare e il ritrarsi quando dell'uno e quando dell'altro.
-Tale quale si legge, la storia sembra esser quasi di un solo
-dei due anzichè d'entrambi; il che parrebbe giustificato qualora, in
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-virtù appunto dell'amore, l'uno riuscisse a sloggiar l'altro; ma giustificato
-non può parere quando si vede che i due seguitano a contrapporsi
-ed a contrastare sino alla fine. Insomma, essendo questo
-dell'<i>Ortis</i> un romanzo psicologico, mi sembra che lasci desiderare
-una più diligente, più sottile e più ricca psicologia. Il Foscolo avrebbe
-forse potuto supplire, almeno in parte, al difetto con porre a fronte
-di Jacopo una Teresa meno eterea, meno astratta, meno incomunicabile;
-una Teresa che non fosse una immagine dipinta, buona solo
-ad essere adorata in silenzio, ma donna viva e parlante; una Teresa
-che, pur rimanendo fermissima nel suo proposito di virtù, avesse
-saputo in qualche modo farsi incontro al povero Jacopo, e mutare
-di tanto in tanto in un dialogo l'eterno e disperato soliloquio di lui.
-Parlando con Teresa, Jacopo avrebbe potuto dire a schiarimento dell'esser
-proprio assai cose le quali non riesce a scrivere all'amico
-Lorenzo. Ma il Foscolo cadde ancor egli in questo errore di credere
-che per fare di una donna un oggetto in tutto degno di ammirazione
-convenga farne una essenza angelica, una idea, un'astrazione; per
-figurare la donna perfetta cancellare la donna. Questo errore gli può
-essere perdonato facilmente; ma non così facilmente gli può essere
-perdonata la opinione, da lui mantenuta negli anni provetti, che
-questa impalpabile Teresa sia creatura superiore alla Carlotta del
-<i>Werther</i>, per quanto alcune osservazioni ch'egli viene facendo intorno
-a quella Carlotta possano parere giuste e ingegnose<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. E la
-astrattezza essendo carattere, non della sola Teresa, ma di tutti
-più o meno, i personaggi del romanzo, i quali (notava il De Sanctis)
-<i>appariscono sulla scena come i primi schizzi su di un cartone, disegni
-appena sbozzati e rimasti in idea</i>, si vede come sempre più venisse
-tolto a Jacopo il modo e l'opportunità di esplicare e chiarire tutta
-quella parte di sua vita interiore che noi a fatica possiamo andar
-congetturando e indovinando.
-</p>
-
-<p>
-Certo, fare che egli stesso la venisse esplicando e chiarendo, o
-altri per lui, era cosa di somma difficoltà; e non è da meravigliare
-che il Foscolo, giovanissimo quando compose il romanzo, o non l'avvertisse
-tutta, o non riuscisse a vincerla; e, del resto, non so veramente
-s'egli ebbe mai, nemmeno negli anni maturi, le particolarissime
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-qualità d'ingegno che ci sarebbero volute al bisogno, e che mai
-non mancarono al Goethe. Ma gli è certo altresì che se il Foscolo
-fosse riuscito a mettere, per questa parte, nel suo romanzo, ciò che
-vi manca, il suo romanzo non avrebbe dato argomento a un altro sfavorevole
-giudizio, il quale non può essere notato d'ingiusto, sebbene
-non mi paja scevro di qualche esagerazione.
-</p>
-
-<p>
-Il De Sanctis, parlando del romanzo da par suo, scriveva: «Siamo
-alla fine del quinto atto; la catastrofe è succeduta, pubblica e privata;
-al protagonista non resta che puntarsi la spada nel petto
-come Catone, o, come un personaggio di Alfieri, <i>cacciarsi un coltello
-nel cuore per versare il sangue fra le ultime strida della patria</i>. Qui
-comincia il libro: qui, dove cala il sipario, comincia la rappresentazione».
-E soggiungeva che «il suicidio era già compiuto nell'anima»;
-e che «la tragedia non ci è più: ci è una situazione lirica
-nata dalla tragedia»; e che «una situazione così esaltata nel suo
-lirismo, non può troppo protrarsi senza che la diventi monotona e
-sazievole»; e che «una situazione così tesa fin dal principio potea
-dar materia ad un canto, com'è la Saffo; non se ne potea
-cavare un romanzo, se non stirandola e riempiendola di accessori
-fortuiti, non generati intrinsecamente dal fatto»<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Chiunque abbia
-letto il romanzo senz'essere trascinato egli stesso da un po' di quella
-passione che trascina il protagonista, conoscerà che c'è molto del
-vero in queste parole, ma forse non tutto il vero. Che da
-quella situazione, benchè tanto tesa sin da principio, si potesse
-pur ricavar un romanzo, anche senza inzepparlo di accessorii
-fortuiti, a me sembra certissimo. Che nel <i>Werther</i> ci sia, come
-nota lo stesso De Sanctis, una <i>storia psicologica</i> molto più abilmente
-svolta che non nell'<i>Ortis</i>, io concedo assai di buon grado,
-nè parmi si possa negare; ma che nell'<i>Ortis</i> non ci sia punto storia
-psicologica, e che per contro vi stagni <i>la palude e l'acqua morta</i>, non
-mi pare si possa asserir con ragione. Proponete quella stessa stessissima
-situazione ad uno dei sottilissimi nostri, e talvolta troppo
-sottili romanzieri psicologi, e vedrete s'e' saprà cavarne una storia
-psicologica, e se anzi non c'è pericolo che ne cavi troppa. Anche nell'<i>Amleto</i>
-la situazione è tesissima sin da principio, ed è sempre sostanzialmente
-la stessa dal primo all'ultimo atto; eppure guardate
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-che macchina di dramma seppe formarci sopra lo Shakespeare. E
-quanti altri esempii a questo proposito si potrebbero ricordare opportunatamente!
-La colpa dunque fu assai più del Foscolo che della
-situazione; e del resto nell'opera stessa del Foscolo c'è più romanzo
-e più storia psicologica che a primo aspetto non paja. Appunto
-quando il racconto incomincia, incomincia pel protagonista un ordine
-nuovo di casi, che susciteranno nell'anima sua nuove passioni,
-e lui trarranno a nuovi cimenti. Egli era dannato, perduto, finito;
-ma ecco che in quella vita già prossima a spegnersi irrompe una subitanea,
-non preveduta energia; e questa energia è l'amore, la più
-rigogliosa e trasformatrice di quante mai ne può ricevere l'anima
-umana. Che avverrà di Jacopo? Il poeta ci dice che Jacopo era «suicida
-per indole d'anima e per sistema di mente»; ma anche ci dice
-che l'amore cominciò a «ristorar dolcemente» quell'anima, e ad
-adescarla «in segreto di care speranze», e a spargervi dentro alcun
-poco di refrigerio; e che le due passioni, la politica e l'amorosa,
-sostennero «d'alcuna speranza per diciotto mesi quel giovine disperato».
-Dunque, sia pure per poco, la situazione è mutata. Dunque
-c'è materia a romanzo. Jacopo stesso consiglia il suicidio all'uomo
-cui più non rimanga ragione di vivere; ma come si potrà dire che
-manchi ragion di vivere all'uomo innamorato, tanto che duri in lui
-qualche speranza dell'amor suo? «La catastrofe», ci dice ancora il
-poeta, «non che volerla occultare, è manifestata sin dalle prime pagine
-e dal titolo del volume», e ciò è vero; ma non tanto vero che
-molti dubbi non possano nascere in noi intorno a ciò che Jacopo sarà
-per fare: e ogni nuovo dubbio è come una nuova via aperta all'azion
-del romanzo. Però mi pare che avesse qualche ragione il Carrer
-quando diceva che nel <i>Werther</i> «il caso è regolare», mentre «nell'<i>Ortis</i>
-ha una grande individualità, ed ora si arresta e fa mostra di
-dare addietro, ora va a balzi impetuosi e divora in un attimo lunghissima
-via». Che farà Jacopo? Amando con tanta passione Teresa,
-permetterà egli che altri gliela tolga? E sapendosi riamato da
-Teresa permetterà ch'ella viva infelicissima tutto il tempo della vita
-sua a fianco di un uomo aborrito? E se Jacopo, a furia di pensarci
-su, riuscisse a persuadersi che il signor T. e il signor Odoardo e
-gl'interessi e la quiete di quella famiglia non meritano ch'egli faccia
-il sacrificio del proprio amore e della vita? E se scrutando un po'
-a fondo certe sue riluttanze morali, e discutendo certi suoi scrupoli,
-riuscisse a scoprire non essere cosa gran fatto morale che una fanciulla
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-dia la mano di sposa ad un uomo quando ha già dato il cuore
-ad un altro, e che la osservanza di una promessa già fatta non è in
-tal caso tanto morale quanto potrebbe sembrare a chi confonde la
-morale col formalismo farisaico? E se in un momento di ebbrezza,
-trovandosi <i>soli e senza alcun sospetto</i>, Jacopo e Teresa imitassero
-senza alcuna meraviglia da parte del lettore, il presumibile esempio
-di Paolo e di Francesca? E se dopo di ciò Jacopo portasse via Teresa
-per andar a morire insieme con lei in qualche luogo ignoto e
-lontano? Oppure se Jacopo ammazzasse Odoardo, come gliene viene
-la tentazione? O se, colto da un furor pazzo e bestiale, ammazzasse,
-oltre al rivale, anche l'amata e il padre di lei e poi sè stesso?
-</p>
-
-<p>
-Come si vede, non sono poche le congetture che il lettore, anche
-sapendo che Jacopo finirà con l'ammazzarsi, potrebbe formare; nè
-io ho preteso di numerarle tutte. E se mi si concede che almeno alcune
-di esse sono tali che il lettore non ha ragione di ricusarle prima
-d'esser giunto alla conclusione, mi si dovrà ancora concedere che
-il cammino dell'azione non sia poi così rigorosamente e immutabilmente
-prescritto come parve al De Sanctis, e che, almeno in potenza,
-sia nel romanzo alquanta più storia psicologica ch'ei non disse.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Un altro non lieve difetto fu rimproverato al romanzo del Foscolo:
-quello di menare ostentatamente di fronte due grandi e ben diverse
-passioni, le quali sembrano doversi intralciare e impedire a vicenda:
-la politica e l'amore; e di chiudere in sè quasi due anime, delle quali
-l'una non troppo sappia dell'altra. E anche qui bisogna riconoscere
-che il rimprovero non manca d'esser giusto. Non so se mai vi sia
-stato lettore delle lettere dell'Ortis, il quale non abbia ricevuto un
-pochin di noja da quell'alternarsi di sfoghi politici e di sfoghi amorosi,
-da quella, non so se dire crudezza o improntitudine, con cui
-l'una passione s'intraversa nell'altra; e che non abbia desiderato, o
-che il patriota fosse meno acceso di Teresa, o che l'innamorato fosse
-meno caldo della patria. Dicono che quella duplicità di passione
-scema l'interesse invece di accrescerlo, disperde l'attenzione, raffredda
-il sentimento; e certo non dicono male. Dicono ancora che nel
-<i>Werther</i> è assai più interezza ed unità; e credo dican benissimo.
-Già il Foscolo sentì la forza della censura, e nella <i>Notizia bibliografica</i>
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-cercò di rispondervi. «Che poi due passioni così diverse», egli scriveva,
-«quali pur sono il furore di patria e l'amore, possano ardere
-simultaneamente nell'anima d'un solo individuo, e tutte due si manifestino
-spesso in uno stesso periodo e, talvolta, in una sola frase,
-è fenomeno naturale e può ammettere spiegazione; ma sì strano a
-ogni modo, che se fu alcuna rara volta mostrato in una o due scene
-di qualche tragedia non deve essere ripetuto per duecento e più facciate
-in un libro: e chi disse che quelle lettere <i>hanno due anime</i>, le
-censurò con argutissima verità». Ciò nondimeno, alquanto più oltre
-reca parecchi argomenti co' quali s'ingegna di far vedere, non solo
-che le due passioni possono, a un tempo stesso, capire nella stessa
-anima umana; ma, ancora, che nel caso particolare dell'Ortis deriva
-dal concorso loro più d'un effetto per cui l'azione rimane, in
-alcune sue parti, meglio giustificata e chiarita. Della possibilità del
-concorso egli poteva recare in prova, oltre che l'esempio di Giulio
-Cesare e l'autorità del Montaigne, come fa, anche l'esempio suo
-proprio, dacchè nel tempo appunto in cui attendeva a dar l'ultima
-forma al romanzo, egli, perduto dietro alla Fagnani, scriveva l'<i>Orazione
-a Bonaparte pel Congresso di Lione</i><a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>. Quanto poi al giovamento
-che l'azione del romanzo trae da quel concorso, io veramente credo che
-avrebbe potuto essere di molto maggiore se maggiore fosse stata,
-anche in questo caso, l'arte del poeta; o che, almeno, avrebbe potuto
-essere molto minore il danno, se, per esempio, il poeta avesse
-scritto il romanzo quando invece scriveva, molto più maturo di anni
-e di animo, la <i>Notizia bibliografica</i>.
-</p>
-
-<p>
-Se non che si può forse dire a difesa di quel concorso una cosa
-che non cadde in mente al Foscolo. Le due passioni sono veramente
-legate nell'idea del romanzo assai più di quanto appajano legate nella
-narrazione. Infatti, se Jacopo non avesse perduta la patria; se la
-condizione dell'Italia non fosse quale egli la vien descrivendo nelle
-sue lettere, i casi della vita di lui potrebbero prendere tutt'altra
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-piega, riuscire a tutt'altro fine. Profugo, sprovveduto, insidiato, egli
-non può sperare, e non può quasi desiderare, di ottenere Teresa in
-isposa; ma perchè non avrebbe potuto e desiderare e sperare di
-ottenerla se non fosse stato nè profugo, nè sprovveduto, nè insidiato?
-L'esser ella di famiglia nobile, ed egli di plebea, poteva dar
-luogo a difficoltà, ma forse non invincibili, malgrado delle idee del
-padre. Dunque una ragione politica è quella, se ben si guarda, che
-prima condanna l'amore di Jacopo a una fine infelice. Da altra banda,
-se diversa fosse stata la condizione dell'Italia, il padre di Teresa
-non avrebbe avuto bisogno di schermirsi da pericolosi sospetti, e di
-assicurare la sorte propria e di tutta la famiglia imparentandosi col
-marchese Odoardo. Dunque una ragione politica è quella che condanna
-Teresa al sacrificio. Come scindere in tale condizione di cose
-la politica dall'amore? Come non confondere in una sola sventura
-le due sventure che fanno sanguinare il cuore del giovane? Questi
-non può pensare alla fanciulla amata senza che la sua mente subito
-corra alle più forti ragioni che gliene contrastano il possesso, e perciò
-alla patria; e non può pensare alla patria senza che la sua mente
-subito corra all'ultimo danno che gli viene dalla rovina di quella,
-l'impossibilità, cioè, di ottenere la fanciulla amata. Così l'anima sua
-rimbalza perpetuamente da Teresa alla patria, e dalla patria a
-Teresa.
-</p>
-
-<p>
-Se il lettore non s'avvede della necessità di questo giuoco doloroso,
-e s'impazienta, e grida che propriamente Jacopo non sa quel
-che si voglia, la colpa non è già tanto della situazione, quanto dell'autore,
-che non seppe adoperarvi attorno gli avvedimenti opportuni.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Che il Foscolo sia stato un campione ardentissimo e indomabile
-del classicismo quando già il classicismo piegava alla fine, è cosa
-così universalmente risaputa, e tante volte ripetuta, che il ricordarla
-e il ripeterla ancora potrebbe parere peggio che ozioso. Anche
-lasciando di considerare quelli tra' suoi migliori componimenti poetici
-ov'egli trasfuse veramente un'anima greca; anche mettendo da
-banda quelle innumerevoli lettere sue, e quelle tante altre sue prose,
-dove i ricordi classici d'ogni maniera ricorrono con così fitta e spesso
-così importuna frequenza da stancar ogni lettor più longanime; basta
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-ricordare la sua dottrina intorno alla lirica, e la sua dottrina intorno
-alla tragedia, per dover subito riconoscere che l'Italia non ebbe altro
-classico più classico di lui, e che il Monti, nonostante il sermone
-sulla mitologia, deve contentarsi di venirgli secondo. Perciò non è
-a meravigliare s'egli ebbe in odio il romanticismo; se nel <i>Gazzettino
-del Bel Mondo</i> diede addosso a quei giovani che «cavalcando i destrieri
-nuvolosi di Odino... rompono lance in onore della <i>poésie romantique</i>»;
-e se prendendo occasione dal <i>Carmagnola</i> del Manzoni,
-di quel Manzoni a cui non aveva altra volta risparmiata la lode, fece
-fronte alla nuova scuola in modo non meno risoluto che disdegnoso.
-</p>
-
-<p>
-Ma un dubbio nasce in chi legge le opere ed esamina la vita di
-questo singolare poeta e singolarissimo uomo. Fu proprio il Foscolo
-così interamente e sostanzialmente classico quale ce lo vengono predicando?
-Non ebbe lacune il suo classicismo, non ebbe inquinamenti?
-E per ispiegarci meglio: se alcuno venisse a dirci che per entro al
-classicismo del Foscolo serpeggia più di una vena di romanticismo,
-direbb'egli cosa da doverglisi rinfacciare come un'eresia? Non credo.
-E primamente, per parlare in generale, nessun classicista mai fu
-tutto classico, perchè non è possibile ad un uomo moderno farsi
-greco, latino, pagano, checchè la credula e sciocca albagia si possa
-andar persuadendo in proposito. I classicisti non furono classici che
-per approssimazione e in variabile misura, secondo che riuscirono,
-più o meno, a conformare al modo antico il modo loro di pensare
-e di sentire, e la loro arte all'arte antica. Nè vi fu classicista mai per
-quanto classico, che non desse luogo dentro di sè a molte, benchè
-non confessate, o non sapute, modalità mentali del suo tempo, tutt'altro
-che classiche. Poi, quanto al Foscolo in particolare, mi sembra
-si possa dire che l'indole sua e la vita gli dovevan permettere anche
-meno che ad altri di esemplare in sè pienamente l'antico. Ora io
-credo che il Foscolo ebbe parecchio del romantico, non solo negli
-anni suoi giovanili, ma anche dopo, e per tutto il tempo della non
-lunga sua vita; e credo che certi atteggiamenti romantici fossero
-congeniti in lui, e, più dei classici, connaturali all'indole sua. E
-anche questo è argomento che si collega con le <i>Ultime lettere</i>.
-</p>
-
-<p>
-Per ciò che spetta agli anni giovanili non vi può essere incertezza.
-Sappiamo che dal Cesarotti egli imparò ad ammirare i poemi di
-Ossian, e che ebbe care le lugubri fantasie di Edoardo Young, le
-quali rivivono in alcuni dei primi suoi versi, come la elegia <i>In morte
-di Amaritte</i>, e quella intitolata <i>Le rimembranze</i>. Altre sue brevi poesie
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-di quel tempo (1796-1797), quali il sonetto che incomincia: «Quando
-la terra d'ombre è ricoverta», e gli sciolti <i>Al Sole</i>, hanno un colorito
-romantico che non può sfuggire a nessuno. Veniamo alle <i>Ultime lettere</i>.
-Sono esse o non sono romantiche? Facendo tale domanda si fa
-quasi implicitamente quest'altra: È, o non è romantico il <i>Werther</i>?
-Per rispondere basterà ricordare che il giovane Werther, il quale antepone
-Ossian a Omero, è non solo un personaggio romantico, ma
-a dirittura come il capostipite di tutta una famiglia romantica; che
-aveva ragione il Lessing quando diceva che nessun giovane greco o
-romano si sarebbe innamorato e poi ucciso al modo di Werther; che
-l'aveva quasi madama di Staël, quando a proposito della forma epistolare
-data dal Goethe al suo romanzo, diceva che gli antichi non
-pensarono mai a dare così fatta forma alle loro finzioni (e scordava
-le <i>Eroidi</i> di Ovidio, il quale fu considerato come un precursor dei
-romantici); e finalmente che il romanzo del Goethe fu uno dei libri
-che più accesero la fantasia a Giovanni Ludovico Tieck, romanticissimo
-fra i romantici. Perciò, con esso, il Goethe ajutò senza dubbio
-alcuno e promosse quella scuola romantica di fronte alla quale mutò
-poi e rimutò atteggiamento.
-</p>
-
-<p>
-È a lamentare che sieno andati perduti certi <i>pensieri</i> del Monti
-intorno all'<i>Ortis</i>, perchè forse si sarebbe potuto rilevare da essi che
-certe vestigia dell'<i>audace scuola boreal</i> egli le aveva sapute scorgere
-nel romanzo, e perchè forse ci sfogava attorno un qualche poetico
-e classico risentimento. Ma anche senza il suo ajuto, ognuno può
-vedere per questa parte più che non bisogni. Indubitatamente le <i>Ultime
-lettere</i> sono scrittura d'inspirazione e d'intonazione romantica,
-sebbene non vi si riscontri questo aggettivo fatale, che per ben due
-volte compare nel <i>Werther</i>. Romantico è in esse il carattere e il
-tono della passione; romantico quel considerar la ragione come cosa
-men alta e men degna del sentimento; romantico il modo di vedere,
-di sentire, di ritrar la natura; romantica tutta la storia di Lauretta;
-romantica l'enfasi e l'esagerazione del linguaggio, che sempre trasmoda
-nel lirico; romantica la fusion dell'autore col personaggio di
-cui narra la storia. E se qua e là ci si abbatte in quelle lettere a
-qualche frasca o zerbineria mitologica; e se in un luogo sbucan fuori
-non so che najadi o ninfe; e se Jacopo si scalmana dietro agli eroi
-di Plutarco; ciò non basta a togliere al libro il carattere romantico
-che per tanti rispetti gli si appartiene. E se quell'inframmettente del
-Sassoli si deve biasimare per avere voluto finir di suo, e malamente,
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-quel primo saggio dell'<i>Ortis</i> che fu la <i>Vera istoria di due amanti infelici</i>,
-lasciato a mezzo dal Foscolo, non potrà già, a parer mio, biasimarsi
-d'averne franteso e alterato il carattere, quando nella seconda
-parte dà luogo a quell'Ossian che non l'aveva potuto trovar nella
-prima e ci stiva tanto del Young quanto ce n'entra. Aggiungasi che
-le <i>Ultime lettere</i> furono in Italia, come il <i>Werther</i> in Germania, uno
-dei libri più cari alla gioventù romantica, quello, fra tutti, che aperse
-(è il Foscolo stesso che rammaricandosene ce ne assicura) più profonde
-ferite nel petto delle fanciulle patetiche<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ora, il romanticismo delle <i>Ultime lettere</i> è un indice del romanticismo
-del Foscolo. Intendo che sì fatta asserzione può suscitare molte
-e non lievi obbiezioni, ma non tali, credo, che la buttino a terra. Di
-che romanticismo del Foscolo, si dirà, andate voi ragionando, se
-del 1800 è l'ode per la Pallavicini, e del 1802 quella per l'<i>Amica risanata</i>,
-pregne l'una e l'altra di mitologia e di spirito greco? E non è
-del 1803 la versione di Callimaco? E non è del luglio del medesimo
-anno la lettera a Giambattista Niccolini giovinetto, nella quale il Foscolo
-dice, tra l'altro, che i classici sono <i>le sole fonti di scritti immortali</i>?
-Ora son quelli per l'appunto gli anni in cui il Foscolo rivede
-il suo romanzo, lo conforma meglio col <i>Werther</i>, lo riduce a
-lezione definitiva, lo stampa intero.
-</p>
-
-<p>
-Il tema è delicato, e se ne vuol discorrere con circospezione, e
-intendersi bene. Io non dico già che il Foscolo fosse un romantico:
-dico ch'egli ebbe del romantico nel modo di sentire, di pensare, di
-atteggiarsi, di vivere; e che l'anima sua, capace, come egli stesso
-ne avverte, di molte contraddizioni, somiglia a un fiume formato dal
-concorrere di più acque, varie d'origine, di temperatura e di colore
-e non anche fuse insieme. E molto più romantico certamente sarebb'egli
-riuscito se non fosse stata tutta classica la sua educazione; e
-se dalla qualità di greco non avess'egli creduto di ricevere come una
-particolarissima obbligazione e consacrazione di classicità; e se dai
-casi e dalle tristi esperienze della vita, e dal disgusto di quanto si
-vedeva d'attorno egli non fosse stato, dirò così, quotidianamente risospinto
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-verso l'antico. Le quali ragioni tutte, del resto, non valsero
-ad impedire che qualche sottil vena di romanticismo s'infiltrasse nei
-<i>Sepolcri</i>, e che la <i>Ricciarda</i> riuscisse una tragedia riboccante di romantici
-orrori<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>; e non tolsero al poeta, la cui fede classica appar
-molto scossa negli ultimi anni, di dire, parlando delle <i>Grazie</i>, che
-forse un giorno in altri suoi versi non si sarebbero più vedute le
-deità dei Gentili.
-</p>
-
-<p>
-Chi voglia farsi un'idea del romanticismo giovanile del Foscolo,
-basta ponga mente a due cose: l'una, che la prima materia del romanzo
-la porsero le lettere a quella Laura intorno a cui si fecero già
-tante congetture e tante dispute; l'altra, che le lettere ad Antonietta
-Fagnani si riscontrano in moltissimi luoghi, come fu notato, con le
-lettere del romanzo. Quante movenze, quante espressioni, quanti riscaldamenti
-romantici in quelle lettere alla Fagnani, la quale era,
-lei, tutt'altro che romantica! Prima di tutto, la passione, stimolata
-dì e notte dalla fantasia, esacerbata dalla riflessione, artificiosamente
-incalzata di là da' suoi termini naturali, intricata nelle peripezie
-di romanzesche avventure, con ostentazione di mistero, sospetto
-d'inimicizie coperte, ansietà di tradimenti, repentagli di duelli,
-ruggiti di rabbia e dì dolore, aspettazione di morte, minacce di suicidio.
-Chè il Foscolo ebbe tutto il tempo di vita sua il desiderio,
-e dirò pur l'ambizione, di uno di quegli amori smisurati, fatali, mortali,
-che tutti i romantici sognarono; e fra tanti ch'ei n'ebbe, non
-n'ebbe uno solo mai che veramente fosse di quel carattere, checchè
-ne possa egli dire e voler far credere nelle sue lettere amorose, e
-sebbene parecchi degli amori suoi, anche prima di quello colla Fagnani,
-fossero stati romanzeschi a segno da meritargli da colei il
-soprannome di <i>romanzo</i> e <i>romanzetto ambulante</i>. Poi quella mostra
-vanagloriosa e quel come culto di una infelicità maggiore di ogni altra
-infelicità, e nel tempo stesso più nobile di ogni altra, e più recondita,
-e più fatale, disperata di soccorso, perpetua, inintelligibile ai profani,
-ajutata da un'arte crudele e squisita di <i>esulcerare le proprie
-piaghe</i>, chè l'arte di Jacopo, mentre le <i>Lettere</i> di Jacopo sono, a
-detta dello stesso Foscolo, il libro del cuore del Foscolo. Onde quel
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-parlar sempre, e sino alla sazietà, di delusioni irreparabili, e di contraddizioni
-fra il sentimento e l'esperienza, e di un sentir troppo intenso
-e profondo, e di <i>anima che divora il corpo</i>, e di cuore che è
-<i>eterna causa di pianto</i>, e di un <i>tempo presente divorato col timor del
-futuro</i>; e quelle notti insonni, popolate di fantasmi, e quell'orror pei
-viventi, e quello stemperarsi continuamente in lacrime, e il <i>piacere
-dell'infortunio</i>, fratel carnale della pindemontiana e anglogermanica
-<i>gioja del dolore</i> (<i>joy of grief; Wonne der Thränen</i>), e l'oppio e il
-digiuno, e il pugnale liberatore. Poi anche la incurabile melanconia
-che lo possedette fin da fanciullo; quella stessa pensosa e poetica
-melanconia, che più antica assai dello Chateaubriand, dal quale
-Teofilo Gautier la voleva scoperta o inventata<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>, giudicata dal Cesarotti
-uno dei caratteri del genio, celebrata in Italia dal Bertola e dal
-Pindemonte, derisa dal Parini, fu, vera o finta, uno dei contrassegni
-particolari d'infiniti romantici, molti dei quali dovettero invidiare al
-Foscolo la <i>magra e melanconica persona</i>, di cui sembra che questi
-inorgoglisse, pure conoscendosi brutto. «Le melanconie», egli diceva,
-«non mi lasciano che di rado, ed io ne godo ch'esse alberghino
-meco»<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>. E alla melanconia s'accoppiava una vaghezza di sentimenti
-<i>patetici</i> e di <i>patetiche</i> viste, onde il poeta si congratulava con l'amica,
-perchè un ritratto di lei, sebbene poco somigliante, pure serbava
-<i>tutto tutto il suo caro e patetico atteggiamento</i>. Aggiungete poi un
-grande disprezzo per quella <i>stupidità che si chiama saviezza</i>, un odio
-orgoglioso per ogni maniera di volgo, un gesto da fulminato impenitente,
-una ostentazione di animo imperterrito, e per soprammercato,
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-i rimorsi di Didimo Chierico, e poi ditemi, se in mezzo alle molte
-contraddizioni, e ai non pochi vacillamenti, non vi pare di riconoscere
-nel Foscolo uno di quei <i>bei tenebrosi</i> di cui andò tanto superba
-l'arte romantica, e se non vi fa pensare a qualcuno di quei personaggi
-misteriosi e fatali in cui s'incarnò Giorgio Byron.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Quanto sono venuto dicendo riguarda in più particolar modo il
-Foscolo giovanissimo, ma si può seguitare a dire, almeno in parte,
-anche del Foscolo meno giovane, e del Foscolo non più giovane.
-</p>
-
-<p>
-Mettiamo in sodo un primo fatto importante, ed è che, comunque
-il poeta possa giudicare, negli anni maturi, il romanzo della sua
-giovinezza, e dolersi del malo esempio che molti potevano averne
-ricevuto, e dire che gli rincresceva d'averlo scritto, quel romanzo non
-gli esce più dalla mente e dal cuore, e sempre egli lo viene ricordando,
-l'un anno dopo l'altro, nelle sue lettere e sempre egli si riconosce,
-e si compiange, e si ammira nel <i>povero</i> Jacopo. Nel 1806, scrivendo
-all'Albrizzi, si firmava <i>il tuo Ortis</i>. Nel gennajo del 1806, scriveva
-alla Marzia: «Mi sento l'animo come nel tempo ch'io scriveva
-l'<i>Ortis</i>»; e un'altra volta le diceva che se avesse potuto scrivere un
-altro <i>Ortis</i> gli sarebbe parso di star meglio, e sarebbe forse guarito.
-Nel 1812 ricordava al Pellico il <i>nostro povero Ortis</i>. Nel 1813, trovandosi
-in uno dei suoi tanti travagli amorosi, scriveva al Trechi:
-«Sigismondo mio, il povero Ortis è morto»; e morto non era se
-riviveva in lui. Essendo in Isvizzera nel 1815 e nel 1816, si faceva
-scrivere al nome di Lorenzo Alderani, il supposto amico e quasi fratello
-di Jacopo, e con quel nome si sottoscriveva, e di quel nome si
-serviva anche in istampa. Curava nuove edizioni del <i>melanconico libricciuolo</i>,
-dolendosi degli errori e di altri guasti che ne avevan deturpate
-parecchie, lamentando le traduzioni cattive, compiacendosi
-delle buone; e ad alcune copie della stampa di Londra, del 1817,
-poneva in fronte una lettera a Samuele Rogers, ove dice tra l'altro:
-«Io in questa operetta cerco alle volte e riveggo il mio cuore quale
-era uscito di mano della natura». E quale in sostanza egli conservò
-sempre, come par quasi che presentisse Melchiorre Cesarotti, quando,
-nel 1802, gli scriveva a proposito di essa: «Veggo purtroppo ch'è l'opera
-del tuo cuore; e ciò appunto mi duol di più, perchè temo che
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-tu ci abbia dentro un mal cancrenoso e incurabile». Altri, come l'abate
-Luigi di Breme e madama Bagien, lo chiamano Ortis, <i>ce pauvre
-Ortis</i>, e pare a me dicessero più giusto che non facesse egli stesso,
-quando in una lettera del 1820 alla Russel, e in uno dei frammenti
-del romanzo autobiografico, chiamava l'Ortis suo amico e suo sfortunato
-amico. Perciò non ha torto il Chiarini quando dice che un
-fondo di Jacopo Ortis rimase nel Foscolo per tutta la vita, e che il
-Foscolo «fu molto più Jacopo Ortis del suo eroe»; e aveva torto
-la contessa d'Albany quando negava così senz'altro che il suicidio
-di Jacopo Ortis fosse una ragione per credere al suicidio del Foscolo.
-Si può qui considerare un bel caso dell'influsso che alle volte
-un libro esercita sulla persona e su tutta la vita del proprio autore.
-</p>
-
-<p>
-Nel 1795, il poeta giovinetto, <i>avvolto di un'elegante melanconia</i>,
-si deliziava spesso <i>mormorando i patetici versi di Ossian</i>: il poeta
-maturo si burlò degli <i>ossianeschi</i>, e sentenziò che «la materia dell'<i>Ossian</i>
-dissente tanto da' nostri costumi e dalle nostre idee poetiche,
-che l'imitarlo riescirebbe ridicola affettazione»; ma non per ciò se
-ne scordava, e in una lettera del 1814, alla contessa d'Albany, trascriveva
-alcuni versi della traduzione cesarottiana, serbati nella memoria,
-e ripetuti a lenimento del dolore che gli divorava l'anima, e a schermirsi
-dagl'<i>irritamenti della fortuna</i>.
-</p>
-
-<p>
-La melanconia séguita a essere compagna inseparabile del poeta
-maturo com'era stata del giovane; anzi prende nome e qualità di
-<i>melanconico genio</i>, e il poeta, che ammira la <i>melanconia</i> della Bibbia,
-gode in pari tempo di poter dire: <i>il mio amico Amleto</i>. Quella certa
-smania di singolarità che la contessa d'Albany gli rimproverava nelle
-sue lettere, e ch'egli un po' stizzosamente negava, era male congenito
-in lui, del quale, o non seppe, o non volle guarire mai, e che
-appare per più rispetti somigliantissimo a quella teatralità di cui
-tanti romantici, anche non zazzeruti, ebbero a far pompa<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>: onde forse
-l'ammirazione sua per il Byron, levatosi come un «Achille giovinetto
-tra uno stuolo di eroi più provetti»: pel nuovo Euforione cui anche
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-il Goethe applaudiva, e che le opposte tendenze dei classicisti e dei
-romantici pareva dover conciliare in un'arte più comprensiva e più
-alta. E sempre l'uomo provato da tanti disinganni e da tanti dolori
-mostrò di porre, come avrebbe potuto fare il più romantico dei romantici,
-la passione al disopra della ragione; e sempre l'anima sua,
-benchè <i>inaridita</i> (come a lui piaceva di dirla), fu straziata da <i>fatali</i>
-ricordi, e si dibattè nel tumulto dei sensi e degli affetti, nella febbre
-e nel delirio di una passione <i>forsennata</i>; e sempre le sue lettere
-d'amore, specie se scritte a donne <i>pallide, patetiche, sibilline, fatali</i>,
-donne <i>funestamente a lui care</i>, sono come pezzate di colori romantici,
-tassellate di espressioni romantiche, riboccanti di romantica mestizia.
-Leggete ciò che delle notturne angosce, cagionategli da un nuovo rimorso,
-egli scriveva alla <i>Donna gentile</i> nel marzo del 1816, e leggete
-il <i>Manfredo</i> del Byron, e poi dite se l'uomo reale non sembra
-appartenere con l'immaginario a una stessa famiglia.
-</p>
-
-<p>
-Il De Sanctis avvertì, e con ragione, un elemento romantico in
-quei <i>Sepolcri</i> in cui Ippolito Pindemonte trovava, anch'egli con ragione,
-troppe antiche memorie; ma l'elemento romantico è nell'anima
-stessa del Foscolo. Che importa che il poeta non se ne avveda,
-o nol voglia confessare? Che importa ch'egli stia nel 1814 più mesi
-senza leggere altro che Omero? Che importa che nel 1823 scriva: «I
-moderni sono troppo ciarlieri per me», e sempre torni agli antichi?
-Egli ha in fronte uno stigma romantico che non può cancellarsi. Come
-i romantici, egli è un rivoluzionario che grida tutto essere da rifare
-in arte. Come i romantici, o almeno come i più dei romantici, egli
-non riesce a fermare in sè quel perfetto equilibrio della ragione e del
-cuore, ch'è una condizione principale dell'arte classica, e che egli
-in arte vagheggia, non senza contraddire a sè stesso. Come i romantici,
-egli s'intrude sempre nell'opera propria, nè saprebbe intendere il
-Goethe quando sentenzia che una cosa deve essere l'opera, e un'altra
-cosa, affatto distinta, il poeta. Aggiungasi che egli, se avversò Chateaubriand,
-col quale ebbe pure più di una somiglianza, se derise
-la Staël, fu amico e lodatore sincero di parecchi romantici, fra' quali
-tutti basterà ricordare il Pellico; e che quando fu fondato il <i>Conciliatore</i>,
-il giornale della nuova scuola, egli promise, sia pur freddamente,
-di scriverci, mentre il Monti al giornale moveva guerra
-prima ancor che nascesse. Chi ponga mente a tutto ciò, non potrà
-poi troppo meravigliarsi di quella esagerazione del Lampredi, che,
-nel <i>Poligrafo</i>, chiamò Ugo Foscolo il <i>corifeo dei romanticismo</i>; anzi
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-lo accusò d'aver preso del romanticismo la parte men sana e d'averla
-resa <i>perniciosissima, generalizzandola</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il Foscolo è molto difficile da conoscere e da giudicare, e tale
-difficoltà fu da lui stesso avvertita; ma non tanto difficile tuttavia che
-non si possa attraverso alle sue molte contraddizioni, per entro a quel
-misto di <i>dandy</i> e di <i>bohème</i> che si nota in lui, scoprire i caratteri
-principali e i principali stati dell'agitatissima anima sua. Il Byron lo
-definiva <i>uomo antico</i>. A me il Foscolo sembra uomo assai moderno
-sotto l'antica vernice. Tra l'altro, egli mostra apertamente in fronte
-l'incancellabile suggello che Gian Giacomo Rousseau impresse in
-tante altre fronti<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>; e credo che se invece di nascere nel 1778 fosse
-nato vent'anni più tardi e avesse avuto intorno meno impacci di tradizioni
-e di scuola, egli avrebbe avuto il suo posto non più tra' classici,
-ma tra' romantici. Peccato che non abbia scritti i parecchi altri
-romanzi ch'ebbe in mente, da' quali forse altri e maggiori indizi si
-sarebbero potuti ricavare! Che se il romanticismo avesse a definirsi,
-come piacerebbe a qualcuno, prevalenza di soggettismo e trionfo di
-lirismo, chi più romantico del Foscolo?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-</p>
-
-<h2 id="rommanz">IL ROMANTICISMO DEL MANZONI<a class="tagtitle" id="tag12" href="#note12">[12]</a></h2>
-</div>
-
-<p>
-Alessandro Manzoni passò sempre, in Italia e fuori d'Italia, per
-caposcuola del romanticismo italiano. E non senza ragione, di sicuro,
-chi consideri che nella lettera allo Chauvet sulle unità drammatiche
-noi abbiamo il documento più cospicuo di quella letteratura polemica;
-nella lettera a Cesare D'Azeglio il catechismo, per così dire,
-di quella dottrina; nei <i>Promessi Sposi</i>, nelle tragedie, negl'inni
-sacri, quanto di meglio quella letteratura produsse in Italia. Se non
-che, dal tenere, così senz'altro, e in modo, direi, assoluto, il Manzoni
-capo di quella scuola, possono nascere, e nacquero infatti, e
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-nascono tuttavia, alcune pregiudicate opinioni che, specie se spalleggiate
-da un po' di avversione o di predilezione istintiva, non lasciano
-rettamente intendere l'uomo, nè l'opera sua, nè quella scuola
-stessa di cui si vorrebbe vedere in lui l'espressione più sicura e più
-piena. Il Manzoni fu romantico, senza dubbio; ma non quel romantico
-che molti si dànno ad intendere; e capo del romanticismo italiano
-egli non può esser detto senza accompagnare quel titolo periglioso
-di molte avvertenze, distinzioni e restrizioni, che ne scemano
-d'assai la portata, o ne mutano non poco il carattere. I giudizii sommarii
-non valgono nulla, neanche in letteratura. Del resto il Manzoni,
-come il Lamartine, ricusò sempre il nome, l'ufficio e le brighe
-del caposcuola; e se il Pieri, una volta, lo chiamò dispettosamente
-<i>corifeo del romanticismo italiano</i>; e se altri dopo il Pieri, gli diedero
-quello stesso, o altro simile titolo; ebbe pur sempre ragione il
-Mamiani di dire che il presunto e acclamato <i>capitano procedette
-sempre solo</i><a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>. E di ciò si ha, fra tant'altre, una prova nel fatto che
-il Manzoni favorì bensì il <i>Conciliatore</i>, ma non vi scrisse; astensione
-che per un caposcuola del romanticismo non lascia d'essere un po'
-curiosa.
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Parlare del romanticismo è, anche ora, cosa molto difficile, per
-quanto appajano sedate, se non ispente affatto, le passioni che già
-resero un tempo difficilissimo il parlarne. Perchè la difficoltà non nasceva
-tutta dall'impeto e dal contrasto di quelle passioni, le quali
-non lasciavano veder chiaro nella questione; ma nasceva, e in certa
-misura nasce ancora, dall'oscurità, dall'estensione, dal viluppo della
-questione stessa. Più forse di ogni altra dottrina letteraria, in dottrina
-romantica, presa nel tutto insieme, appare a primo aspetto una
-agglomerazione di parti malamente coordinate, e talvolta anche repugnanti
-fra loro; sparsa di certe larve d'idee che, speciose in
-vista, non si possono poi ridurre a forma definitiva e pensabile;
-intralciata di troppi di quei giudizii che il Manzoni, parlando d'altro,
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-dice nati «prima sul labbro che nella mente, e che svaniscono a misura
-che uno li contempla con attenzione». Se n'ha una prova in
-quelle tante, troppe, definizioni che del romanticismo si diedero e
-si dànno, e che tutte, qual più, qual meno, tornano inadeguate e
-vaghe, specie se pretendano di far colpo con certa stringatezza e recisione
-aforistica che il soggetto non comporta (<i>il romanticismo è il
-liberalismo nell'arte, lo spiritualismo nell'arte, il vero nell'arte, il
-trionfo del lirismo, il soperchiare del soggettivismo, il disordine della
-fantasia, il senso del mistero, la forza dell'aspirazione</i>, ecc.)<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> e se
-n'ha una prova anche maggiore nel vedere parecchie di quelle definizioni
-contraddirsi e negarsi a vicenda.
-</p>
-
-<p>
-Ad ogni modo, sono lontani i tempi in cui Vittore Hugo, non convertito
-per anche alla nuova fede, poteva dire che <i>classico</i> e <i>romantico</i>
-sono parole senza senso, e il Guerrazzi ripetere in Italia: «Io
-non vorrei profferire nemmen i nomi di classici e di romantici, dacchè
-per sè stessi non significano nulla». Veramente quei nomi qualche
-cosa significano, e noi, ora, sempre più li veniamo intendendo,
-sempre più discerniamo le cose e le idee significate per essi, e le
-attinenze, conseguenze e ragioni loro. Contraddizioni e incertezze
-nella dottrina ce ne furono anche troppe, ma dovute, la più parte,
-alla natura stessa delle cose, le quali vanno per la lor china, come
-la necessità ne le porta, nè si curano di accondiscendere alle dottrine
-perchè le riescano più facilmente, di primo tratto, chiare, intere,
-bene spartite e coerenti.
-</p>
-
-<p>
-Risalendo ai principii e guardando un po' dall'alto, si vede ciò
-che non si può vedere dal basso. I nuovi indirizzi dell'arte e le dottrine
-che li accompagnano, e alle volte li precedono, sono determinati
-più e meno (non mai del tutto) da moti molto più vasti e più profondi,
-effettuatisi già, o che si vanno effettuando, negli ordini della
-vita e del pensiero. Il romanticismo non fa eccezione a questa che è
-legge costante e generale; ma esce in qualche modo dall'ordinario,
-e si stringe a certo gruppo di casi particolari, ove quel nuovo indirizzo
-si vede essere (sempre più e meno) l'effetto, non di moti concordi
-e cooperanti, ma di moti discordi e contrastanti, e come la <i>risultante</i>
-di più forze divergenti. Si vedono comunemente nel romanticismo
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-gli effetti della reazione politica e religiosa; ma non ci si vedono,
-o ci si vedono molto meno, gli effetti di quello spirito contro
-cui s'armò la reazione, di quello spirito che concepì e operò i grandi
-rivolgimenti del secolo scorso<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>. La inclinazione religiosa e mistica
-che l'arte romantica manifesta sin dal suo nascere; quella infatuazione
-pel medio evo; quel sentimento di patria e di nazione fatto
-più permaloso e più acuto, sono frutto di reazione senza dubbio; ma
-quel vago, inquieto e talvolta protervo desiderio del nuovo; quell'avversione
-acre all'autorità ed alle regole; quella baldanza critica e
-battagliera; quel proposito democratico; quel confondere i generi
-come si eran confuse le classi, son frutti dello spirito stesso del secolo
-<span class="smcap lowercase">XVIII</span>. Qual meraviglia se il romanticismo, formato, dirò così,
-di un intreccio di forze contrarie, mostra in sè più di una
-contraddizione? Se mentre esalta il sentimento sopra la ragione,
-si serve della ragione per buttar giù il classicismo, con procedimenti
-non troppo dissimili da quelli che i filosofi avevano usato
-contro la fede? Se mentre riconsacra le patrie, scioglie inni all'umanità?
-Se mentre ripone Dio sugli altari, prepara le vie all'incredulità
-e al <i>satanismo</i>, correggendo esso stesso il detto di Enrico
-Heine, che il romanticismo sia un fior di passione nato dal sangue
-di Cristo? Vedere in queste incoerenze e in questi dissidii non altro
-che sintomi di debolezza e d'inettitudine non è ragionevole. Essi,
-piuttosto, sono sintomi di vita operosa, combattuta e profonda. Giudicar
-l'arte e la dottrina che li accolsero in sè fatti di scadimento e di
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-esaurimento, senz'altro, è erroneo. Il romanticismo ebbe molte parti
-vive e vitali; alcune vitali tanto che vivono ancora, anzi, pajono, mutati
-i nomi, prender nuovo vigore. Il romanticismo fece ciò che non
-poteva più, per nessun modo, il classicismo: rappresentò la coscienza
-dei tempi nuovi nella molteplicità mutabile de' suoi aspetti,
-nel tumulto e nel contrasto delle sue numerose tendenze, nel lutto
-insieme dell'agitata e tormentosa sua vita. Fu qualche cosa più che
-la <i>epizoozia</i> schernita dal Monti.
-</p>
-
-<p>
-Del resto quando nella dottrina del romanticismo si sia fatta la
-cernitura degli elementi avventizii, scioperati, caduchi, e siasi cercato
-alquanto sotto la superficie, non si stenta molto a trovare un nucleo
-saldo e incorruttibile, formato dal concetto di un'arte che, non più
-dell'antica, ma più di quella che s'affanna a rifare l'antica, scaturisca
-dall'intimo della psiche, e viva del vivo, traendo spirito e norma dal
-veramente sentito e dal veramente pensato, anzi che dagli esempii e
-dai precetti; sia, per così dire, immanente e non derivata. Questo
-concetto, dal quale vennero al rivolgimento letterario della fine del
-secolo scorso e di parte del presente alcuni caratteri non troppo dissimili
-da quelli che contraddistinguono il rivolgimento religioso del
-secolo <span class="smcap lowercase">XVI</span>; questo concetto, che formò pure il nucleo del realismo,
-è di tutta giustezza e inoppugnabile. E se il romanticismo traviò poi
-in tanti errori e in tanti eccessi, traviò, non già per averlo troppo
-osservato, ma bensì per non averlo osservato abbastanza. E se, notando
-l'atteggiamento diverso che il romanticismo ebbe a prendere
-tra le varie genti d'Europa, e come quella diversità diventi alle volte
-contrasto e contraddizione, si volesse inferirne che quel principio
-non è nè immutabile nè unico, s'inferirebbe il falso, quando la diversità,
-il contrasto e la contraddizione nascono appunto dall'essere
-quell'unico e costante principio applicato a condizioni di vita e di
-coltura profondamente diverse, e da quella mescolanza di elementi
-e di tendenze a cui ho accennato poc'anzi. Un solo e supremo principio
-estetico e letterario, e molte e varie contingenze e tendenze particolari,
-ecco perchè ci fu un romanticismo comune e generico, e ci
-furono tante specie di romanticismo quanti i paesi in cui allignò.
-</p>
-
-<p>
-Sebbene Hermes Visconti abbia definito <i>crocchio sopraromantico</i>
-il crocchio che intorno al 1820 si adunava in casa del Manzoni, pure
-gli è indubitato che il romanticismo italiano, specie quello che in
-Milano ebbe espressione più ragionevole e vita più rigogliosa, fu di
-sua natura molto temperato, molto conciliativo: tanto temperato e
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-tanto conciliativo che, appunto in quell'anno, nella lettera allo
-Chauvet, pubblicata poi il 1822, il Manzoni stesso era tratto ad esprimere
-il dubbio non avessero i romantici italiani a udirsi rimproverare
-di non essere abbastanza romantici. Egli per primo non dovette sembrare
-a molti abbastanza romantico. A ragione, o a torto? Ecco
-appunto la questione che io vorrei esaminare e discutere. Che è a
-dire del Manzoni considerato nel romanticismo generale europeo?
-Che è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo particolare
-italiano? Quanto al romanticismo italiano, leggonsi parole del Manzoni
-che proverebbero pieno e perfetto in quegli anni medesimi l'accordo
-suo con gli scrittori del <i>Conciliatore</i>, di cui erano stati soppressi
-i fogli ma non le idee. In principio del 1821, scrivendo al
-Fauriel, egli li chiamava suoi amici e compagni di patimenti letterarii,
-<i>amis et compagnons de souffrance littéraire</i><a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>, e certamente li
-aveva per tali. Ma era poi l'accordo così pieno e così perfetto come
-si parrebbe da quelle parole? Ci sono molte ragioni per credere che
-no. E il disaccordo, forse assai leggiero in principio, non s'andò
-aggravando col tempo? Ci sono molte ragioni per credere che sì.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Prima di tutto, il Manzoni ebb'egli da natura un temperamento che
-possa dirsi di romantico, di romantico schietto, di romantico risoluto?
-Tale domanda non è senza importanza. Per aderire <i>scientemente</i>
-a una dottrina o religiosa, o politica, o filosofica, o letteraria,
-e più per farsene banditore e campione, è necessaria una certa costituzione
-psichica, una certa complessione morale, varia secondo la
-varia indole della dottrina stessa e simile (sino a certo segno) in tutti
-coloro che quella dottrina professano. Ciò va inteso con molta discrezione,
-con molta larghezza, ed è vero solamente di coloro
-che abbracciano le dottrine a ragion veduta, con intendimento,
-con sincerità, con deliberato proposito. Quanto ai molti più che si
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-caccian lor dietro, o perchè allettati da una qualsiasi lusinga di un
-qualsiasi guadagno, o perchè trascinati dall'andazzo e dalla voga,
-o perchè usi di porsi alle calcagna del primo che passi e faccia loro
-cenno, essi non han bisogno d'avere per quelle nessuna inclinazione
-vera e naturale, e possono, anzi, averci ripugnanza. La fazione, la
-confessione, la scuola sono formate da quei primi e guaste da quei
-secondi. Vengono i primi e iniziano, poniamo, un'arte per quanto è
-possibile nuova: vengono i secondi, e frantendendo, esagerando, adulterando,
-corrompono e disfanno l'opera di quelli, pur dandosi aria di
-ajutarla e di compierla. Tutte le scuole letterarie, per non parlar
-d'altre, conobbero questo flagello; ma nessuna forse più della romantica.
-</p>
-
-<p>
-Ora, venendo al Manzoni, io credo si possa dire che la sua costituzione
-psichica, la sua complessione morale, furono appunto quali
-si richiedevano a intendere appieno e abbracciare risolutamente il
-principio primo e sostanziale del romanticismo secondo ho cercato
-di adombrarlo; furono solo in parte quali occorrevano per accondiscendere
-ad alcuni altri principii, importanti ancor essi, ma subordinati;
-non furono in nessun modo quali ci sarebbero volute per acconciarsi
-a tutto quel guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni, di sentimenti,
-che pajono formar parte integrante della dottrina, ma che
-della dottrina propriamente sono o negazione, o caricatura.
-</p>
-
-<p>
-Spero, nelle pagine che seguono, di riuscire a chiarir tutto ciò;
-ma si può far sin da ora, agevolmente, una osservazione abbastanza
-significativa. Se si raccolgono come in un gruppo i maggiori poeti
-romantici francesi, inglesi, tedeschi, si nota fra loro, a dispetto delle
-dissomiglianze a volte molto notevoli, come un'aria comune di famiglia:
-se s'introduce in quel gruppo il Manzoni, il Manzoni sembra
-un estraneo.
-</p>
-
-<p>
-La ricerca di quella che il Taine chiamava facoltà maestra o cardinale
-può essere in taluni casi molto difficile, e anche molto delusiva,
-ma non mi par tale nel caso del Manzoni. Chi disse primo (poi
-fu ripetuto da molti) che il Manzoni è lo stesso buon senso fatto
-persona, disse bene, ma non disse abbastanza; e chi quel buon
-senso ragguagliò al senso comune errò grossamente. Gli è vero che
-il Manzoni stesso parla a più riprese, con molto rispetto, del senso
-comune, e lo invoca; ma non è da dimenticare ciò che in un luogo
-dei <i>Promessi Sposi</i> egli scrive a proposito dell'opinione generale
-circa il malefizio degli untori: che il buon senso «se ne stava nascosto
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-per paura del senso comune»<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>. Tra senso comune e buon
-senso è poca amicizia; e il buon senso è come una virtù domestica
-dello spirito, la quale fa gran servizio nelle occorrenze ordinarie
-della vita, ma fuor di lì, o ne fa poco, o non ne fa punto. Col buon
-senso si evitano molti errori, e si ripara a molti mali spiccioli; ma
-per volere le cose grandi, e più per farle, il buon senso non basta:
-ci vuole un senso più alto, più ardito, più avventuroso, che non si
-adombri così facilmente d'un paradosso, che non ricalcitri quasi
-istintivamente ad ogni <i>ver che ha faccia di menzogna</i>, e non tema
-ogni momento di perder piede. Povero il novatore che avendo buon
-senso non abbia altro. E il Manzoni fu novatore quieto, ma novatore
-grande.
-</p>
-
-<p>
-Il buon senso occupa i gradi mezzani della ragione, e il Manzoni
-sale dai mezzani ai più alti. Egli è uom di ragione per eccellenza. Con
-ciò non voglio già dire che la ragione in lui sia perfetta (e in chi mai
-fu perfetta?): voglio dire che è mirabile per acutezza e per vigoria,
-che sta in cima del suo spirito, che sopraintende a tutta la
-sua vita intellettuale e morale, e la promuove e la regola. La mente
-del Manzoni è delle meglio ordinate, proporzionate, equilibrate che
-io conosca; perspicace quanto prudente, agile quanto salda; metodica
-ma non sistematica; vaga del rigore logico, ma schiva d'ogni
-logica rigidezza. Il Manzoni sa che il vero sapere non si acquista se
-non procedendo dal noto all'ignoto; che il metodo <i>è uno</i> per ogni
-cosa; che <i>gli errori di metodo sono sempre gravi</i>; che la <i>curiosità
-sincera</i> dev'essere accompagnata dal <i>dubbio ponderatore</i> e dar agio
-all'<i>esame accurato</i>, perchè <i>l'osservar poco è appunto il mezzo più
-sicuro per concluder molto</i>; che non bisogna lasciarsi affascinare
-dalle ipotesi, ma procedere sempre con <i>utile e ragionata diffidenza</i><a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>.
-C'è forse bisogno di dire che questa così affinata e cauta ragione non
-ha troppa somiglianza con quella che il secolo <span class="smcap lowercase">XVIII</span> alzò sugli altari?
-e che abbiam qui una forma di ragione più alta e più sincera? Ma
-poi, c'è forse bisogno di soggiungere che anche questa ragione più
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-alta e più sincera ha le sue debolezze e le sue esagerazioni? Notato
-il buono, notiamo anche il men buono.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni è di sua natura, sopra ogni altra cosa, un ragionatore,
-e sebbene muova consuetamente dal fatto e dalla osservazione,
-pure, come quei filosofi di cui serbò un qualche poco gli andamenti,
-anche dopo averne rinnegate le dottrine, non lascia di cader qualche
-volta nello abuso del ragionar troppo. Egli è un ragionatore molto
-ingegnoso e molto sottile, ma, qua e là, un pochin troppo ingegnoso
-e un pochin troppo sottile. Conosce assai bene i sotterfugi e i tranelli
-del pensiero e della parola, e sa guardarsene, ma non sempre,
-ma non in tutto. Per dire un esempio, nel discorso sopra il romanzo
-storico, il ragionamento pende talvolta nel sofistico, l'argomento
-diventa cavillo; e chi legge non può schermirsi interamente dal
-dubbio che l'autore abbia scritto, più che per altro, per fare una
-sua esercitazione dialettica, e per misurare le proprie forze di atleta
-logico<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. Così ancora, nel <i>Dialogo della invenzione</i> non mancano alcune
-di quelle trappole di parole cui accenna uno degli interlocutori;
-e non mancano neanche altrove, sebbene nessuno meglio del Manzoni
-sappia che i traslati <i>sono traditori</i>, e che le parole, se non ci si bada
-bene, <i>menano fuori di strada</i><a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>. Non sempre chi ragiona bene ha
-ragione, e più d'una volta il Manzoni, per volere ragionare troppo,
-finisce ad aver torto; e allora non gli giova d'andare in collera
-contro coloro che negano <i>l'applicabilità de' principii a tutte le
-loro conseguenze</i>, e dicono <i>espressamente pericolosa la logica</i><a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>. Che
-l'accusa di troppa sottigliezza potesse, una volta o l'altra, venirgli
-da qualche banda, pare l'abbia sospettato egli stesso, perchè, quasi
-a pararsene, lasciò scritto: «j'ai remarqué que l'on appelle assez
-souvent subtiliser, ce qui pourrait s'appeler en d'autres termes: toucher
-le point de la question»<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>. E sta bene; ma un pochino di don Ferrante
-c'è in don Alessandro, sia detto con la discrezione dovuta: e
-c'è anche un poco di quel soverchio rampollar di pensieri sopra
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-pensieri che, se non dilunga a dirittura il segno, fa talora perplesso e
-lento chi ci tende. Abbiamo in ciò la confessione dello stesso Manzoni:
-<i>habemus confitentem reum</i>.
-</p>
-
-<p>
-Ma il difetto è pur sempre lieve; e, tutto sommato, s'ha a riconoscere
-che il Bonghi giudicò rettamente quando disse che «nella
-mente del Manzoni la facoltà del ragionare esatto era delle maggiori»<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>.
-Chi ben guardi troverà la manifestazione di quella facoltà
-non meno nei <i>Promessi Sposi</i> che negli scritti d'indole critica e dissertativa.
-Il Manzoni non si contentò mai di cosa che, oltre al desiderio,
-non appagasse in pari tempo la ragione<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>; e credo che il
-Bonghi cogliesse anche una volta nel segno quando il cattolicismo
-di lui faceva dipendere, almeno in parte, da un vivo bisogno di logica
-e serrata coordinazione.
-</p>
-
-<p>
-Ora dunque, se il Manzoni è, essenzialmente, un uomo razionale e
-ragionante; e se la ragione innalza sopra tutte le facoltà umane;
-e se della ragione usa continuamente, e qualche volta abusa; si vede
-come sin dal bel principio egli venga a contraddire, non solo a uno
-dei progenitori massimi del romanticismo, quale fu il Rousseau, che
-mise il sentimento sopra la ragione, ma ancora a tutti quei veri e
-proprii romantici della fine del secolo scorso e del primo ventennio
-di questo che, con a capo Guglielmo Schlegel, per amor di misticità,
-mossero, larvata o palese, guerra alla ragione.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni è un osservatore, un pensatore, e diciam pure un filosofo:
-quanto diverso in ciò (e non in ciò solo) da quello Chateaubriand
-che si vantava di essere antifilosofico sino alla superstizione! Egli,
-il Manzoni, si duole invece di esser capitato a vivere in una età <i>forse
-la più antifilosofica, che ci sia mai stata</i>. E il più curioso si è che la
-sua filosofia, appoggiata com'è alla fede, e informata al più puro
-idealismo rosminiano, alle volte lascia scorgere un'aria di viso come
-di positivismo, e par che si scordi del rispetto dovuto alla metafisica,
-da lui stesso celebrata del resto in più occasioni quale il supremo
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-sapere da cui ogni altro dipende. La parola <i>positivo</i> sdrucciola con
-molta frequenza dalla penna che scrisse la <i>Morale cattolica</i> e gl'<i>Inni
-sacri</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni fu un filosofo, ma non un sognatore; e, pur troppo,
-non di tutti i filosofi si può dire altrettanto. La sua psicologia, la sua
-estetica, la sua morale recan sempre l'impronta di un pensiero vigoroso
-non meno che ponderato, il quale agevolmente si allarga dal
-particolare all'universale, assorge dalle contingenze ai principii. E
-così la sua critica, secondata da una forza di analisi che giustamente
-il De Sanctis giudicò <i>potentissima e straordinaria</i><a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a>. E notisi che
-della critica, e non solo di quella corrente, egli non era già troppo
-tenero; anzi ne diffidava, conscio dei pericoli che fa correre all'arte
-e ad altro. I suoi giudizii sono sempre acuti, sempre lucidi, quasi
-sempre giusti: giustissimi, per ricordar qualche esempio, quelli sulla
-<i>Eneide</i>, sull'<i>Italia liberata</i> del Trissino, sull'<i>Henriade</i> del Voltaire:
-assai meno giusti, ma non ingiusti del tutto, quelli sul Tasso, sull'Alfieri,
-sul Leopardi. Quando ha da giudicare, egli sa, il più delle
-volte, sgombrar l'animo d'ogni passione, scordarsi d'ogni altro interesse
-che non sia quello del vero, levarsi a un'assoluta imparzialità.
-Possono farne fede i giudizii da lui pronunziati su Giuliano l'Apostata
-e sul Robespierre, dov'eran tante e così forti ragioni che potevan sedurlo
-ad esser men giusto. Le osservazioni ond'egli usava postillare i
-margini dei libri che leggeva sono come un commento perpetuo fatto
-da uno spirito che non è possibile soggiogare nè con la forza, nè
-con l'inganno.
-</p>
-
-<p>
-La ragione del Manzoni si compone e si adagia nelle forme più
-geniali del senno, onde nascono a un tempo la moderazione e la modestia:
-la moderazione, che è il frutto del veder largamente e sotto
-ogni aspetto le cose; la modestia, che è il frutto del veder chiaramente
-e molto addentro in sè stesso. Piacque a taluno mettere in
-dubbio, se non la moderazione, che non si poteva, la modestia del
-Manzoni: a torto; perchè, com'ebbe a dire il Pope, <i>want of modesty
-is want of sense</i>; e l'uomo può serbarsi modestissimo anche se si
-conosca di molto superiore a molti. Si può dubitare piuttosto se egli
-non abbia ecceduto un pochino e nell'una e nell'altra virtù, e se conoscendo,
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-come certamente lo conosceva, il Molière, non avrebbe
-dovuto ricordare un po' più quei due versi del <i>Misanthrope</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La parfaite raison fuit toute extrémité</p>
-<p class="i01">Et veut que l'on soit sage avec sobriété.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La saggezza fu forse la sola cosa in cui il Manzoni non seppe
-esser sobrio abbastanza.
-</p>
-
-<p>
-Chi, seguitando questo discorso, credesse di poter andar oltre
-sicuramente, e sentenziare che nel Manzoni la ragione non lascia
-luogo al sentimento e alla fantasia, s'ingannerebbe a partito. Nel
-Manzoni il sentimento è vivo, vario, delicato, eccitabile, ma vigilato
-molto da presso, e tenuto in soggezione. Parla con misura e di rado,
-non perchè sia tardo di lingua, o abbia poco da dire, ma perchè
-non gli è permesso di parlare se non a tempo e luogo. Cresca sino
-a certo segno, ma non isperi uscir mai di pupillo, e, sopratutto, non
-isperi far del grande, e arieggiare alla passione. Se Gian Giacomo
-fece della passione una delle virtù cardinali, anzi la virtù suprema,
-buon pro gli faccia, e all'autrice di <i>Lélia</i> similmente, e a quanti vanno
-lor dietro. Al Manzoni, il fare della passione virtù, dando nome di
-forza alla debolezza, sembra, fra tante altre miserie umane, miseria
-grandissima. Certo, si farebbe presto a provare che il Manzoni inclina
-un po' troppo all'error contrario, e non s'avvede abbastanza
-che se le passioni non sono virtù, le virtù, senza l'ajuto di un po' di
-passione, rischiano facilmente di dar in secco, e l'arte, senza un
-po' di quell'ajuto, rischia di morir di languore; ma ciò, ora come
-ora, importa poco, mentre importa assai di notare che anche per
-questo rispetto il Manzoni s'accorda assai male con que' tanti romantici
-vecchi, nuovi, novissimi, che posero la passione in cielo, e
-fecero dell'arte la forma eletta della sua manifestazione sopra la
-terra. Il Manzoni, non solo non vuole ciò, ma non vuole nemmeno
-che il sentimento si stemperi e snaturi in quella uniforme, fluida,
-oziosa sentimentalità che par fatta apposta per accogliere i germi della
-passione, fomentarli, farli germogliare e fruttificare. Ciò che lo
-Chateaubriand chiamò <i>le vague de la passion</i> ripugna non meno a
-quel suo bisogno imperioso di precisione e di chiarezza che al suo
-criterio morale: onde ben disse il Goethe quando disse che il Manzoni
-ha sentimento, ma non sentimentalità. I romantici parlano
-sempre di cuore che intende, di cuore che sa, di cuore che presente,
-di cuore che insegna: il Manzoni scrive: «Certo, il cuore, chi gli
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che
-sa il cuore? Appena un po' di quello che è già accaduto»<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>. Se, prima
-di comporre, a vent'anni, la delicata elegia che comincia col notissimo
-verso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">J'ai dit à mon cœur, à mon faible cœur.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Alfredo De Musset fosse ricorso per consiglio al Manzoni, gli è
-molto probabile che il Manzoni paternamente gli avrebbe detto: Comandate
-un po' a cotesto chiacchierino di cuore di tacere, e interrogate
-la ragione. Gli è vero che per l'arte sarebbe stata una disgrazia
-se il giovane poeta avesse ascoltato il consiglio.
-</p>
-
-<p>
-Chi per fantasia intende l'attitudine a saltare di palo in frasca e
-la inettitudine a tessere logicamente e serratamente la tela delle idee;
-certa vaghezza del sogno accompagnata a certa intolleranza della
-realtà; un amore istintivo alla dissipazione e un orrore non meno
-istintivo dell'ordine; quegli potrà dire con asseveranza che il Manzoni
-ha poca fantasia, o non ne ha punta. Ma chi crede che la fantasia,
-o se la vogliamo chiamare con nome più acconcio, la immaginativa
-sia la facoltà inventrice e divinatrice per eccellenza; la facoltà
-che colma le lacune del reale, o quelle che a noi pajon tali; la
-facoltà che ajuta potentemente a conoscere e interpretare il reale,
-e opera la esaltazione del reale nell'ideale; quegli dirà, con sicurezza
-di dir giusto, che il Manzoni ebbe molta immaginativa, e di
-primissimo ordine. Nei <i>Promessi Sposi</i> di quella fantasia non v'è
-ombra, o quasi; ma di questa immaginativa n'è assai, e non so in
-quante altre opere dette d'immaginazione se ne trovi altrettanta<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>.
-Anche per questo rispetto, tra i romantici in genere e il Manzoni il
-consenso è scarso. Quelli si vantano di lasciar le briglie sul collo alla
-fantasia; questi non cessa mai di farle sentire il morso. E così,
-veramente, chiede la ragione.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Sanno tutti che il Manzoni fu, non solo un curioso di storia, come
-ce ne sono tanti, ma ancora un indagatore, e un indagatore quanto
-più si possa desiderare paziente, diligente, perspicace. Egli ebbe in
-grado eminente quello che si potrebbe addimandare il senso della
-storia; senso delicatissimo, complicatissimo, che suppone tutto un
-complesso di virtù intellettuali ed affettive, ma vuole poi, di soprappiù,
-quel sentimento di larga, anzi di universale simpatia, che
-abbracciando tutti i tempi, e tutte le lunghe sequele dei casi, e le
-forme e le mutazioni della vita, ci pone in grado di coesistere in
-certo qual modo con la umanità tutta quanta e di rivivere la intera
-sua vita. Chi abbia vigor di pensiero, copia di dottrina, felicità d'indagine,
-potenza di parola a tutto narrare e tutto descrivere, e non
-allarghi l'animo in quel sentimento, potrà scrivere libri mirabili di
-materia storica, ma non iscriverà la storia. Per dire le sciagure degli
-uomini, non basta conoscerle, bisogna sentirle.
-</p>
-
-<p>
-Perchè ebbe assai vivo e sicuro il senso della storia, il Manzoni
-intese sempre ottimamente che non è storia quella che non muove
-dai fatti. Il Rousseau scrisse in principio del suo <i>Discours sur l'origine
-et les fondements de l'inégalité parmi les hommes</i>: «Commençons
-par écarter tous les faits»; e il Fichte soggiunse: «Nulla al mondo
-è più stupido di un fatto»; e il Royer-Collard mise in rilievo la
-conseguenza: «Il fatto è ciò che v'è di più spregevole». Tutto l'opposto
-pel Manzoni. Egli ha pei fatti il più grande, il più sincero, il
-più costante rispetto; dico rispetto e non idolatria, perchè nessuno
-sa meglio di lui che «una serie di fatti materiali ed esteriori, per
-dir così, foss'anche netta d'errori e di dubbi, non è ancora la storia»,
-e che i fatti bisogna interpretarli e giudicarli con qualche cosa ch'è
-superiore ai fatti<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>. Perciò avrebbe voluto accoppiati insieme il Muratori
-e il Vico, <i>gl'intenti generali nella moltitudine delle notizie positive</i><a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a>.
-Anche il Michelet voleva il Vico, ma si scordava poi di accompagnarlo
-col Muratori.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se avesse voluto, il Manzoni poteva riuscire uno storico di primissimo
-ordine, e forse era questa la vocazione sua più vera e più
-forte. Nessuno vede ed intende meglio di lui i moti delle cose e degli
-uomini; il contrasto, il cozzo, l'intreccio degli avvenimenti, degli interessi,
-delle idee; le lontane derivazioni; i lontani influssi e
-come nascan gli errori; e come muojano le verità; e perchè l'una
-gente trionfi e l'altra rovini. Nessuno meglio di lui sa la vita e l'anima
-delle moltitudini, e le forze che le governano. La psicologia
-delle folle non ha interprete più ingegnoso e più sicuro di lui; ed
-è perciò che la descrizione della carestia e la descrizione della peste
-nel romanzo sono pagine di storia incomparabili. Nessuno, finalmente,
-è nei giudizii più acuto e più equo; lode grande se si pensa
-quant'è difficile mettere insieme l'equità e l'acutezza per modo che,
-non solo l'una non noccia all'altra, ma l'una all'altra soccorra.
-</p>
-
-<p>
-Tutto questo discorso non è, come potrebbe sembrare, una digressione.
-Un certo amore alla storia direi che fa parte integrante
-della fede romantica. Quel desiderio di verità che, si voglia o non si
-voglia, è uno dei principii motori del romanticismo, e quello appunto
-per cui il romanticismo più strettamente si lega a tutto il pensiero del
-secolo XVIII, non poteva, mentre volgevasi a tutte le altre specie della
-realtà, non volgersi anche alla realtà storica. A ciò poderosamente
-ajutavano i nuovi studii: il concetto fecondo di una storia che non
-fosse più semplice biografia di principi e nudo racconto di battaglie:
-la paziente ricerca e l'attento esame dei documenti; l'antichità scórta in
-più vera luce; il medio evo quasi scoperto. È noto che entrambi gli
-Schlegel furono appassionatissimi di storia, e non meno appassionati
-di loro furono molti altri romantici: ma se la passione durò lungamente,
-non durò lungamente, pur troppo, quello spirito di vigilanza,
-quella probità di ricerca, quel bisogno di esattezza, senza di cui la
-passione, abbandonata a sè stessa, può far poco bene, anzi suol far
-molto male. Sanno tutti che cosa sia diventato il medio evo nelle ricostruzioni
-poetiche de' più dei romantici; e giacchè m'è venuto ricordato
-il medio evo, sarà questo il luogo di notare che il Manzoni
-non partecipò punto di quella infatuazione per esso che fu tanto comune
-ai romantici d'ogni paese, e divenne uno dei contrassegni più
-caratteristici di tutta la scuola. Veramente nei principii fondamentali
-della scuola non v'è nulla che giustifichi il detto di Madama di Staël:
-«Le nom de <i>romantique</i> a été introduit nouvellement en Allemagne,
-pour désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l'origine,
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-celle qui est née de la chevalerie et du Christianisme»<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>. Che
-<i>romantico</i> rimandi a <i>romanzo</i>, e però a quella che nel medio evo fu
-detta <i>Romania</i>, e però al medio evo stesso, e ai trovatori, e ai cavalieri,
-erranti e non erranti, è verissimo; ma è altrettanto vero che
-quel nome fu assai malamente scelto, e peggio imposto alla scuola,
-perchè non esprime punto ciò che avevano in mente gl'iniziatori di
-essa, consapevoli e inconsapevoli, o lo esprime in modo parziale ed
-erroneo, escludendo dalla denotazione il mondo germanico, che non
-fu mai romanzo, e il mondo moderno, che non è quello dei cavalieri
-e dei trovatori. Comunque sia, o perchè così suggeriva quella credenza
-cristiana ch'ebbe nel medio evo il suo massimo rigoglio, o
-perchè così persuadeva l'avversione a quella paganità classica che
-nel medio evo fu più risolutamente negata, o più universalmente ignorata,
-fatto sta che il medio evo (quale medio evo!) diventò il caval
-di battaglia, per non dire il ponte dell'asino, del romanticismo europeo,
-e che cavalieri, castellane, paggi, menestrelli, giullari, torri
-merlate, palafreni bardati, cimieri impennacchiati, furono il sogno
-e l'incubo, la delizia e l'affanno di quanti ebbe poeti (voglio dire bardi,
-scaldi e trovatori) il romantico regno.
-</p>
-
-<p>
-Ma non del Manzoni. Il Manzoni mise sì in tragedia la storia di
-Desiderio e di Adelchi, ma dopo aver fatto sulla età cui quella storia
-appartiene gli studii raccolti e condensati nel <i>Discorso sopra alcuni
-punti della storia longobardica in Italia</i>. Niente dunque di quel medio
-evo posticcio, lezioso, ridicolo, e niente di quella infatuazione puerile
-e fantastica. Se gli Schlegel, se Giuseppe De Maistre, se tanti altri
-esalteranno il medio evo sopra ogni altra età della storia, e sogneranno
-di potervi tornare, egli, che le conosce tutte, e conosce l'umana
-natura, lascerà che si sfoghino, e, senza far chiasso, riderà delle
-<i>pazze paladinerie</i>, e chiamerà <i>cronicaccia</i> la cronica del monaco di
-San Gallo, e scriverà nel romanzo, a proposito dei cavalieri erranti:
-«Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la prima
-figura in un trattato d'economia politica»<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>. Egli loda molto e il Berchet
-e il Grossi; ma chi vorrà credere che il trovatore errante per la
-selva bruna del primo e il Folchetto del secondo avessero a dare un
-gran gusto al creatore di don Abbondio e di Perpetua? e chi, piuttosto,
-non vorrà credere che la <i>trobadoric'arpa</i> gli riuscisse altrettanto
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-nojosa quanto la cetra classica, ed anzi più? Quell'<i>oh gioja</i>! che il
-buon Pellico profferì il giorno in cui gli toccò la ventura (durante un
-poetico rapimento, s'intende) di leggere sopra un macigno, nella <i>sacra
-valle</i> del Chiusone, i nomi d'Eudo e di Tancreda, quell'ingenuo <i>oh
-gioja</i>! vi pare che avrebbe mai potuto uscire dalle argute labbra del
-Manzoni? E vi pare che il Manzoni avrebbe mai voluto far molti vezzi
-a quella buona comare che, a detta del Carrer,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Vien d'un albero all'ombria</p>
-<p class="i01">A colloquio colle fate;</p>
-<p class="i01">Col giullare sulla via,</p>
-<p class="i01">Nei castelli col magnate,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e dovrebb'essere, salvo errore, la Poesia? Vedremo, tra poco, che
-sentimenti nutrisse il Manzoni verso la poesia in genere; ma a buon
-conto s'ha da notare che tra' suoi versi non è neppur una di quelle
-romanze che così poco hanno in sè di romanzo, e neppur una di
-quelle ballate che della ballata non ebbero altro mai se non il nome.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni ebbe dunque assai più senso storico che non la più gran
-parte dei romantici, assai più di Gualtiero Scott, che, di solito, non
-va oltre le apparenze; e parlando segnatamente del romanziere e
-del poeta si può forse dire che n'abbia avuto sin troppo. Il <i>Carmagnola</i>
-fu più che mediocremente guasto dalla troppo fida e severa
-ossequenza alla storia, e di questa troppo fida e severa ossequenza
-è documento memorabile il Discorso intorno al romanzo storico. Si
-sa a quali conclusioni venga in esso l'autore, e non è ora il caso di
-ripeterle: bensì è da avvertire ch'egli è di tanti romantici il solo che
-combatta, proprio di proposito, e con assai vigorosa argomentazione,
-una specie di componimento che a' romantici fu sempre carissimo, e
-al quale egli stesso legò indissolubilmente il proprio nome e la propria
-gloria; e che se le ragioni del Guerrazzi, del Tenca e del De
-Sanctis valsero a rompere quell'argomentazione, non però valsero a
-distruggerla affatto<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>. Notisi che qualche dubbio circa la legittimità
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-del connubio della poesia con la storia egli deve averlo avuto assai
-per tempo. In fatti, nella Lettera sulle unità drammatiche, egli considera
-la poesia come un'avvivatrice della storia; concede che si
-possa nel dramma, sino ad un certo segno, «compléter l'histoire....
-imaginer même des faits là où l'histoire ne donne que des indications»;
-ma, quanto al romanzo, nota già che esso è per natura inclinato al
-falso, e ne parla con leggiera, ma non però dubbia, intonazione di
-sprezzo<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>. I dubbii non dovevano essere cessati nel gennajo del 1821,
-quando, pur lodando al Fauriel «ce système d'invention des faits,
-pour développer des mœurs historiques», lo pregava di dirgliene il
-suo parere<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>. Probabilmente quei dubbii tacquero, o furono fatti tacere,
-durante la composizione del romanzo; ma dovettero ricominciare
-a farsi sentire assai presto, e un bel pezzo prima che il Manzoni
-scrivesse il Discorso, lo che fu nel 1845. Nel 1847 il Lamartine
-pubblicava l'<i>Histoire des Girondins</i>, e l'autore dei <i>Trois Mousquetaires</i>,
-rapito dall'entusiasmo, gridava: «Lamartine a élevé l'histoire
-à la dignité du roman!»
-</p>
-
-<p>
-Quella vivezza e acutezza di senso storico che abbiamo notata, la
-disposizione che lo spirito ne riceve a soffermarsi più particolarmente
-e con predilezione sulle cose e sui fatti umani, e una certa consuetudine
-che nasce da quella disposizione, dànno ragione, in parte almeno,
-della qualità ch'ebbe il sentimento della natura nell'autore dei
-<i>Promessi Sposi</i>. Il Manzoni fu tutt'altro che chiuso alle impressioni
-della natura; ma sempre ebbe più l'occhio alle anime che alle cose.
-Nel romanzo la scena dei luoghi, o è accennata soltanto, o è dipinta
-con tale rapidità di tocco e sobrietà di colori che a molti può non in
-tutto piacere. La descrizione del lago e delle sue rive, quali li poteva
-contemplare don Abbondio quella tal sera di novembre, è tutta
-raccolta in una pagina e mezzo; il bosco, ove Renzo fuggiasco passò
-quella mala notte, voi ve lo vedete d'intorno, pauroso, folto, attraversato
-qua e là da un raggio di luna, ma non sapete come succeda
-il miracolo, tanto è poco il numero delle parole adoperate a farvelo
-vedere. E non solo il Manzoni sorpassa volentieri alle cose, ma le
-lascia anche nel proprio esser loro, ben distinte da ciò che è umano.
-In altri termini, egli ignora, o non cura, l'arte di cui non s'avvisarono
-gli antichi (qualche eccezione non conta) e della quale troppo
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-usarono e si gloriarono i romantici, di dare anima e sentimento alle
-cose, e di chiamarle a intimo colloquio con le anime umane. La natura
-è dal Manzoni trattata classicamente, e non è questo, come vedremo,
-il solo caso in cui s'abbia a notare nel Manzoni una tendenza
-classica, o un classico procedimento.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Il romanticismo fu, tra l'altro, un ritorno alla fede; uno studio
-di mostrar falsa e di scalzare la inveterata opinione, espressa in modo
-più particolarmente reciso dal Boileau, che i fatti e i dogmi del cristianesimo
-ripugnino alle forme e alle trasposizioni dell'arte; un
-desiderio e una sollecitudine di conciliare appunto quello con questa.
-Perciò lo Chateaubriand scrive il <i>Genio del cristianesimo</i>. Degli eccessi
-di reazion clericale che accompagnarono quel ritorno: gli Stati
-cristiani riassoggettati tutti dal Lamennais alla indiscutibile sovranità
-del Pontefice; il Pontefice proclamato da Giuseppe De Maistre dogma
-capitale della fede cattolica (<i>le dogme capital du catholicisme est le
-souverain Pontife</i>), ecc., ecc.; non è qui da discorrere. Molti romantici
-furono cristiani; molti furono cattolici; qualcuno dal cristianesimo
-o dal cattolicismo si condusse a grado a grado, come l'Hugo, a
-un vago deismo o panteismo; parecchi, per altre vie, riuscirono da
-ultimo all'ateismo. Il Manzoni fu cattolico, ma dopo essere stato razionalista.
-In ciò egli somiglia, per tacer d'altri, allo Chateaubriand;
-ma quanto diverso dallo Chateaubriand sott'altri aspetti! Quanto
-l'autore dei <i>Promessi Sposi</i> è più veramente, intimamente, sostanzialmente
-cristiano che non l'autore dei <i>Martiri</i>! Questi orgoglioso ed
-acre; quegli modesto e mite. Questi stuzzica e accende la passione;
-quegli la attutisce e la spegne. Da taluno fu messa in dubbio la sincerità
-del sentimento cristiano nel Manzoni; ma debbo confessare
-che non ne intendo troppo il perchè. Può darsi (io per altro nol direi)
-che il cristianesimo degl'<i>Inni sacri</i> riesca un po' scolorito, un po'
-freddo; ma quello dei <i>Promessi Sposi</i>? I <i>Promessi Sposi</i> sono opera
-e testimonio di una coscienza tutta cristiana, profondamente cristiana,
-penetrata dello spirito dell'evangelo sino negli ultimi suoi recessi;
-e però non si trova in essi nessuna di quelle tante piccole contraddizioni,
-piccole defezioni, piccole sconvenienze che si posson notare,
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-e furon notate, nelle opere dello Chateaubriand. Certo il Manzoni non
-pensò mai a fare del Papa il dogma capitale del cattolicismo; ma
-ciò attesta, oltrechè la rettitudine della sua mente, anche la rettitudine
-della sua fede. E da questa fede vengono principii e norme non meno
-alla politica che all'arte di lui.
-</p>
-
-<p>
-Fate che lo spirito evangelico si accompagni con quel vivo e
-giusto sentimento della realtà storica di cui s'è parlato testè, e avrete
-l'idea democratica e il sentimento democratico del Manzoni, quali
-prorompono negl'<i>Inni sacri</i>, nel celebre coro dell'<i>Adelchi</i>, nei <i>Promessi
-Sposi</i>. È un'idea molto larga, ma, nel tempo stesso, molto rigorosa;
-è un sentimento molto caritatevole, ma, nel tempo stesso,
-molto cauto. Certi spiriti di democrazia il romanticismo doveva
-(con molte eccezioni, restrizioni e contraddizioni, gli è vero) manifestarli
-sino da' suoi principii, e ciò per parecchi motivi. Prima di
-tutto essi erano, in parte, retaggio non alienabile di quel secolo xviii
-al quale, come s'è visto, il romanticismo è congiunto assai più strettamente
-che non paja; poi il sentimento cristiano, in quel suo rinnovarsi,
-s'aveva di necessità a penetrare alquanto di quella evangelica
-pietà e di quell'evangelico rispetto verso gli umili che il sentimento
-stesso, quando divenga consuetudine e tradizione, lascia troppo facilmente
-e troppo volentieri in disparte; poi, ancora, la semplicità
-e naturalezza di quegli umili aveva a piacere a chi era sazio dell'artifiziato,
-dell'aulico, dell'accademico; poi, finalmente, l'amore alla
-realtà, e, in ispecie, alla realtà storica, non poteva non fare che gli
-occhi e le menti si raccogliessero sopra quella che è la più vasta e
-viva delle realtà umane, il popolo co' suoi bisogni, le sue passioni,
-i suoi patimenti, le sue fedi. Molti romantici dunque (sarebbe un
-grande errore dir tutti) furono, se non democratici, nel proprio senso
-della parola, demofili, o popolari; e lasciato da banda l'uomo alterato
-e travisato dalle raffinatezze cortigiane e non cortigiane, cercarono,
-nè più nè meno di quanto abbiano poi fatto i realisti, l'uomo
-schietto e comune. Lodevole sentimento e lodevol proposito, ma che
-in pratica riesce assai difficile contenere entro gli angusti termini del
-giusto e del ragionevole. Il Manzoni, anche in questo diverso da
-troppi, seppe contenerveli con sapiente risolutezza. Egli ama il popolo,
-ma non l'adula; ne sostiene le ragioni, ma non ne stuzzica le
-passioni: lo vuol felice, ma non superbo. Diffida in sommo grado di
-certe formole, di certi aforismi. Dice, per bocca d'Agnese, che tutti
-i signori hanno del pazzesco: ma si burla dell'apotegma; <i>Voce di
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-popolo, voce di Dio</i>; e le giustizie delle moltitudini stima le peggiori
-che si facciano al mondo<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>.
-</p>
-
-<p>
-I romantici vollero letteratura popolare, e il Bürger giunse a dire
-che la poesia popolare è la sola vera poesia, e l'Hugo, in quel suo
-linguaggio immaginoso, che ufficio del poeta è trasformare la folla
-in popolo. Per questo rispetto si può dire che il Manzoni fu più romantico
-di tutti i romantici, e coerente più di tutti; perchè fu popolare
-non solo nella invenzione e nel fine, ma nello stile, nella lingua,
-e nella dottrina stessa della lingua, facendo alleanza col Porta, rifiutando
-la prosa poetica, e sino a un certo segno, ma non quanto si
-crede, la lingua poetica.
-</p>
-
-<p>
-Il romanticismo favorì e promosse per un verso l'individualismo,
-e anzi da taluno il romanticismo fu definito, se definizione può dirsi,
-una esplosione d'individualismo. Come definizione regge benissimo.
-Non so come un tal fatto possa conciliarsi con quella innovata idea
-della storia cui accennavo di sopra, con la sollecitudine per le tradizioni
-e le usanze comuni, col concetto di una letteratura popolare,
-e, sopratutto, con l'umiltà cristiana. Mi par di vederci una grande
-contraddizione; ma non può esser còmpito mio (nè so di chi potrebbe
-esser còmpito) lo scegliere tutte le contraddizioni del romanticismo,
-piccole, grandi e mezzane. Fatto sta che una certa continuata
-e impertinente ostentazione di sè, quello che un Francese
-direbbe l'<i>étalage de la personnalité</i>, quello che uno psichiatra potrebbe
-chiamare l'<i>esibizionismo</i> letterario, è male cui van soggetti
-moltissimi romantici, male che nei più si mantiene abbastanza remissivo
-e tollerabile, ma che in alcuni diventa a dirittura smodato
-ed odioso. Non serve far nomi che tosto corrono alla mente di ognuno.
-Ora, anche di questo male andò immune il Manzoni. Non credo ch'egli
-giungesse a dire col Pascal: <i>le moi est haïssable</i>; ma gli è certo
-che di sè non parla se non il meno possibile: e se lascia intendere
-sùbito, molto chiaramente, di volere esser lui, di non essere punto
-disposto a lasciarsi stordire dai chiassi e trascinare dalla corrente,
-leva anche sùbito altrui il sospetto ch'egli voglia drizzarsi sopra un
-piedestallo, atteggiarsi a nume od a mostro.
-</p>
-
-<p>
-L'esagerato e permaloso individualismo fu una tra le molte cause
-di quello che dissero male del secolo; male pressochè del tutto
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-ignoto, sott'altro nome e altre sembianze, agli uomini delle età che
-furono dopo l'antica e innanzi alla presente, e serbato forse agli avvenire
-assai più di quanto altri sperino o dicano. In mezzo alla dilagante
-giocondità del secolo scorso, esso si manifestò da prima con
-le forme tenui e coi miti caratteri della melanconia, nata dalla sensitività
-tormentata e alterata, e a poco a poco crebbe e si esacerbò,
-riuscendo da ultimo nei parossismi di Renato, di Manfredo, di Rolla,
-di tant'altri. Questo male diventò un tempo mal comune, o, a dir
-meglio, comune ostentazione, perchè son sempre pochi quelli che lo
-possono provar davvero e grandemente; e anche in Italia s'ebbe il
-flagello degl'imberbi fatali, <i>pallidi, capelluti</i>, e delle <i>geroglifiche
-donne</i>, scherniti sulle scene, inchiodati alla gogna dal Giusti.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni non fu ammalato di questo male, sebbene egli fosse,
-in un certo senso, un gran pessimista. Quel male non può andar disgiunto
-dal pessimismo; ma il pessimismo, o, almeno, un certo pessimismo
-può aversi senza quel male, o, almeno, senza talune forme
-di quel male. Il Manzoni non conobbe, o non patì a lungo la melanconia;
-non già perchè la vita riposata e normale ne l'abbia preservato,
-ma perchè l'animo suo non la riceveva. Egli non condusse nè
-la vita dolorosamente inquieta dello Chateaubriand, nè la vita dolorosamente
-quieta del Leopardi; ma nè i grandi dolori si richiedono
-a far l'uomo triste quand'egli sia da natura inclinato alla tristezza,
-nè la vita del Manzoni fu così scevra di grandi dolori da torgli occasione
-e modo di diventar triste. Anzi a renderlo tale avrebbero potuto
-bastare e parer troppi, quand'egli fosse stato di altro temperamento,
-gl'incomodi della salute, e gl'impedimenti al lavoro che troppo spesso
-gliene venivano. Giovinetto, ritraendo sè stesso, aveva scritto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i13"> m'attristo spesso;</p>
-<p class="i01">Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma forse scrisse a quel modo per ossequio all'usanza; forse fu stato
-d'animo superficiale e passeggero. Certo si è, non solo che egli non
-languì mai sotto il peso di quella formidabile noja di cui lo Chateaubriand
-era gravato e gravava le spalle de' suoi personaggi come
-d'un manto di non so quale regalità decaduta; nè conobbe i laceramenti,
-l'amara sazietà, i torbidi spiriti di ribellione dei personaggi
-del Byron e del Byron stesso; ma che fu, tutta la vita, se non lieto,
-sereno, e di una compostezza d'animo veramente assai più classica che
-romantica. Egli fu grande ammiratore del Goethe, di cui doveva molto
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-piacergli, tra l'altro, la equanimità gagliarda, la tranquillità luminosa;
-ma non so davvero come e quanto gustasse il <i>Werther</i>.
-</p>
-
-<p>
-E pure, dicevo, il Manzoni fu pessimista in un certo senso, e non
-deve far meraviglia che fosse. San Francesco di Sales, che fu buon
-cristiano, scrisse una volta che la tentazione di attristarsi d'essere al
-mondo è una tentazione assai forte. Io non so se questa tentazione
-egli sia riuscito a vincerla sempre; ma so che l'ebbero molti altri
-buoni e santi cristiani, e debbo pur credere che tutti quelli che non
-vedevano l'ora di volare in cielo, o poco o molto dovessero attristarsi
-d'essere quaggiù, perchè l'uomo naturalmente s'attrista d'essere in
-un luogo quando gli piacerebbe molto d'essere in un altro.
-</p>
-
-<p>
-Considerate, di grazia, che una certa forma di pessimismo scaturisce
-spontaneamente, e non può non iscaturire, dal proprio centro
-della dottrina cristiana, da quell'idea d'un mondo corrotto e maledetto
-sin dalle origini, caduto in balìa di malvage potenze, redento
-sì, ma redento da tale che dice il suo regno non essere di quel
-mondo, e solo fuor di quel mondo, in un lontano avvenire, in una
-incognita patria, promette la restaurazione degli umani destini e il
-finale trionfo del bene. Quale gloriosa e salutare speranza, ma quanto
-combattuta, e da quanti pericoli circondata! Non udite voi il lungo
-gemito di tutte le creature sonar cupamente nelle parole di san
-Paolo? E il grido di tutti i santi che, come san Paolo, chiedono in
-grazia la morte per esser con Cristo? E gl'incalzanti epifonemi di un
-Pascal, descrivente l'eccesso delle umane miserie e il terrore dell'infinito?
-Capisco: non è il pessimismo buddistico, nè quello dello Schopenhauer
-o del Leopardi, poichè mette capo in una grande speranza;
-ma è o non è, almeno per quanto concerne il mondo di qua, una
-maniera di pessimismo, e sommamente dolorosa, e sommamente terribile?
-E non è dottrina cristiana la formidabile dottrina della predestinazione?
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni è cristiano, e come cristiano è pessimista in questo
-senso: e forse quella indolenza sua, rimproveratagli le tante volte da
-tanti, nasce in parte, senza ch'ei se ne avvegga, dal sentimento profondo
-della disperata vanità di tutte le cose, di una comune sciagura
-sempre rinascente e sempre irreparabile: sentimento che si risolve
-in questa invariabile domanda: a che pro? Ma più ancora che alla
-meditazione dell'idea cristiana pare a me che il suo pessimismo derivi
-da quella sua così vasta e chiara e continuata visione della vicenda
-storica nel tempo e nello spazio. Egli sa che non vi può essere
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-se non poca giustizia nel mondo, perchè glielo dicono le Scritture;
-ma sopratutto il sa perchè <i>vede</i> ciò che Renzo non vede, la giustizia
-offesa e conculcata in mille modi, continuamente, sfacciatamente, violentemente,
-in alto e in basso, nelle cose grandi e nelle cose piccole,
-per interesse, per furore, o per semplice gusto. Egli sa che la virtù
-è soggetta a mille prove, a mille pericoli, perchè così vuole la legge
-del riscatto e della giustificazione; ma sopratutto il sa perchè <i>vede</i>
-che scopertamente, o di soppiatto, la virtù è sempre schernita, insidiata,
-perseguitata. Egli sa che non vi può essere felicità nel mondo,
-perchè il mondo è valle di lacrime, nel bujo della quale splende solo,
-come s'esprimono le Sacre Carte ed egli ripete, una speranza piena
-d'immortalità; ma sopratutto il sa perchè <i>vede</i> gli angosciosi rivolgimenti,
-le formidabili sciagure, le immani rovine della storia, e le
-orde umane rovesciarsi le une addosso alle altre, furenti di cupidigia,
-sitibonde di sangue, e alla guerra tener dietro le carestie, e alle carestie
-tener dietro le pesti, e le tenebre dell'errore e della paura avviluppare
-ogni cosa. I <i>Promessi Sposi</i> si chiudono, se non colle parole,
-col concetto di questa sentenza: Non isperate d'essere contenti davvero.
-</p>
-
-<p>
-Non so se il Manzoni avesse meditate ed intese le non troppo chiare
-disquisizioni di Federico Schlegel intorno all'ironia ed al suo officio
-nell'arte: so che quella sua ironia, così sottile e pur così indulgente,
-è un modo d'espressione di quel suo pessimismo.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-La vivezza del sentimento religioso condiziona nel Manzoni taluni
-principii d'estetica romantica che, per nascere e prender forza, non
-abbisognavano dell'ajuto di quel sentimento, ma ravvolti, per così
-dire, in esso, ne ricevevano nuovo vigore, e raffermavansi con risolutezza
-più intollerante e più battagliera e recisione anche troppa.
-</p>
-
-<p>
-Il principio che voleva il vero e il reale nell'arte non poteva, negli
-animi che l'accoglievano, scompagnarsi da un senso più o meno vivo
-d'avversione per la mitologia pagana, e, se non per l'arte classica,
-per la imitazione dell'arte classica. Il Manzoni cominciò classicheggiante,
-come tanti altri, e invocò Apollo e le Muse e le Grazie, e salì
-con la fantasia gli ardui gioghi di Pindo e di Parnaso, bevve al pegaseo
-fonte, e vagheggiò la Gloria, figlia del Tempo e di Minerva,
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-<i>sospir di mille amanti</i>; ma rinnegò ben presto e, sembra, senza stringimento
-di cuore, quei <i>numi d'Atene</i>, da' quali Carlo Tedaldi Fores,
-venuto al punto della conversione, non sapeva staccarsi senza tristezza
-e senza lacrime; e mai non conobbe quel sentimento di dolce
-rammarico che allo Schiller inspirava il canto degli <i>Dei della Grecia</i>,
-e al Leopardi quello delle <i>Favole antiche</i>, e al De Musset quei teneri
-versi dei <i>Vœux stériles</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Grèce, ò mère des arts, terre d'idolâtrie,</p>
-<p class="i01">De mes vœux insensés éternelle patrie,</p>
-<p class="i01">J'étais né pour ces temps où les fleurs de ton front</p>
-<p class="i01">Couronnaient dans les mers l'azur de l'Hellespont.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Manzoni appunto di quella idolatria si sente offeso, appunto quella,
-come cristiano, detesta, e ne vorrebbe spenta sin la memoria. L'<i>Ira
-d'Apollo</i>, scherzo composto in sul primo accendersi della guerra fra
-classici e romantici, ha carattere essenzialmente letterario, esprime
-un concetto in tutto conforme al comune; ma più tardi, e non molto
-più tardi, l'avversione del Manzoni crebbe a segno da diventare odio,
-e pareggiare quello degli antichi cristiani, e vincere lo stesso aborrimento
-espresso dallo Chateaubriand con tanto ardore e tanta impetuosità
-di parole. In fatti, nella famosa lettera a Cesare D'Azeglio
-(22 settembre 1823), egli, dette le ragioni per le quali a lui, come
-agli altri romantici, sembra assurdo, nojoso, ridicolo l'uso della mitologia,
-soggiunge: «Ma la ragione, per la quale principalmente
-io ritengo detestabile l'uso della mitologia, e utile quel sistema che
-tende ad escluderla, non la direi certamente a chicchessia, per non
-provocare delle risa, che precederebbero e impedirebbero ogni spiegazione;
-ma non lascierò di sottoporla a lei, che se la trovasse insussistente,
-saprebbe addirizzarmi, senza ridere. Tale ragione per me è,
-che l'uso della favola è vera idolatria»<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>. E séguita, recando le ragioni
-che lo fan pensare a quel modo.
-</p>
-
-<p>
-Per ciò che spetta alla imitazione dei classici, dichiara egli stesso
-di nutrir «sentimenti molto più arditi, molto più irriverenti» che non
-la più parte dei romantici, e di nutrirli, principalmente, perchè «la
-parte morale dei classici è essenzialmente falsa»; perchè negli scritti
-loro manca di necessità «quella prima ed ultima ragione, che è stata
-una grande sciagura il non aver conosciuta, ma dalla quale è stoltezza
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-il prescindere scientemente e volontariamente»; perchè egli non
-può nè vuole chiamar suoi maestri «quelli che si sono ingannati», e
-ingannerebbero lui pure<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>. Che cosa avrebbe mai detto il Tasso se
-avesse potuto udire, il Tasso di cui il Manzoni reca altrove gli argomenti
-contro l'uso della mitologia?
-</p>
-
-<p>
-Dichiarazioni di questa sorte ci mettono un po' d'inquietudine
-addosso. A che dovrebbero poi riuscire? Esse ci fanno ricordare
-di quel sant'Andoeno che nel secolo <span class="smcap lowercase">VII</span> chiamava scellerati Omero e
-Virgilio; di Leone, abate di san Bonifacio e legato apostolico, scrivente,
-nel <span class="smcap lowercase">X</span>, ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli
-di san Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio,
-Terenzio, e gli altri del filosofico bestiame, <i>neque ceteros pecudes
-philosophorum</i>; e non voglio dire ci facciano ricordar di Teofilo, vescovo
-di Alessandria, che buttava nel fuoco quanti libri <i>d'idolatria</i>
-gli capitavano nelle mani. Tutti i romantici schietti detestarono più
-o meno il Rinascimento, e si capisce che non lo potevano amare; ma
-non c'è egli ragion di credere che il Manzoni lo detestasse più degli
-altri, e troppo più del bisogno? Abbiam trovato già tante volte, in
-cose meno importanti, un Manzoni meno romantico dei romantici, che
-ci dispiace trovarlo in questa romantico <i>ultra</i>, e da mandare a braccetto
-nientemeno che con Giuseppe De Maistre; ma che s'ha a fare?
-diremo di lui ciò ch'egli ebbe a dire del suo Bortolo: quel Manzoni
-era fatto così; se ne volete un altro, fabbricatevelo.
-</p>
-
-<p>
-Cioè, no: era e non era fatto così; era insomma di una cotal
-fattura intricata e complessa, da non poterci veder chiaro sempre.
-Questo nemico dei classici ha del classico qualche volta (ne abbiamo
-avuto già qualche indizio), e più di quanto altri possa credere, e
-dove altri non immagina. Il Carducci notò con ragione, e negl'<i>Inni
-sacri</i> e in altre liriche, movenze classiche del verso e della strofe, e
-<i>purissima delineazion virgiliana</i> nelle immagini, e altro ancora<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>; e
-gli è un fatto che il Manzoni non dimenticò mai (e forse se ne confessava
-come di un peccato) quelli cui egli stesso aveva dato nome
-di <i>prischi sommi</i>. Da giovane celebrò Omero in versi divenuti immortali;
-da vecchio, in prosa, disse di Virgilio cose mirabili. Guardate
-il Manzoni sotto certo aspetto, considerate per bene certi caratteri
-dell'arte sua, ed egli vi parrà il più classico dei romantici.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ne volete un'altra prova, un po' leggiera, a dir vero, ma che pure
-ha il suo peso? Cercate un po' quale
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Corrispondenza d'amorosi sensi</p>
-</div></div>
-
-<p>
-passi tra il Manzoni e la luna. Tale invito pare una celia e non è.
-Quando il Carducci fece del sole un simbolo del classicismo, e della
-luna un simbolo del romanticismo, accennò poeticamente una relazione
-vera, per quanto ideale<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>. Che i romantici, dopo aver rinunziato,
-e per sempre, al culto di Artemisia e di Diana, per poco non
-ne instaurarono un nuovo, è noto anche troppo. Il sole cominciò a
-venir loro in uggia, a parer loro un pochino <i>volgare</i>: la luna invece,
-specie se velata da un lembo di nuvola discreta, come accortamente
-insinuava uno dei loro, molto più amabile, più spirituale e più <i>interessante</i>.
-Perciò la presero a confidente, inspiratrice e consolatrice
-loro, la celebrarono in tutte le lingue e su tutti i toni, la mescolarono
-a tutte le umane faccende, la consacrarono regina della poesia non
-meno che della notte, e inventarono la <i>sinfonia della luna</i> un bel
-pezzo prima che lo Zola inventasse la <i>sinfonia dei formaggi</i>. Sinfonia
-per sinfonia, mi par meglio la loro, benchè meno gustosa. Quella
-che un secentista malcreato aveva ardito chiamare <i>frittata del cielo</i>,
-diventò il <i>volto pensoso che dall'alto dei cieli scruta il mistero dell'ombre
-e degli oceani</i>. Gli <i>amica silentia lunae</i> di Virgilio si mutarono
-in intimi ed arcani colloquii; e già il Meli, ch'è tutt'altro che
-un romantico, poneva sulle labbra del suo Dafni questo saluto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Li placidi silenzii,</p>
-<p class="i01">All'umidu to raggiu</p>
-<p class="i01">Di la natura parranu</p>
-<p class="i01">L'amabili linguaggiu.</p>
-<p class="i02"> A tia l'amanti teneru</p>
-<p class="i01">Cu palpiti segreti</p>
-<p class="i01">La dulurusa storia</p>
-<p class="i01">Mestissimu ripeti;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e già Ippolito Pindemonte confessava:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Oh quante volte il giorno</p>
-<p class="i01">Insultai col desio del tuo ritorno!</p>
-</div></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-e soggiungeva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Perchè sola ti vede,</p>
-<p class="i01">Sola l'ignaro vulgo in ciel ti crede:</p>
-<p class="i01">Ma il Riposo, la Calma,</p>
-<p class="i01">Del meditar Vaghezza,</p>
-<p class="i01">Ogni Piacer dell'alma,</p>
-<p class="i01">La gioconda Tristezza,</p>
-<p class="i01">E la Pietà con dolce stilla all'occhio,</p>
-<p class="i01">Ti stanno taciturne intorno al cocchio.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non so se dal giorno in cui il Goethe disse alla luna: <i>Tu sciogli
-da ogni laccio l'anima mia!</i> sino a quello in cui il Longfellow la rassomigliò
-a uno <i>spirito glorificato</i>, ci sia stato poeta, o poco o molto
-romantico, o grande o piccino, che per la luna non abbia spasimato,
-o finto di spasimare. E tante ne dissero tutti costoro, e così stucchevolmente
-si ripeterono, che non è da stupire se da ultimo venne chi
-per beffa la paragonò a un punto sopra una i, e chi le diede della
-celeste paolotta.
-</p>
-
-<p>
-Parecchie saranno state, cred'io, le ragioni di quel romantico invasamento;
-ma, forse, la più generale fu questa. Nella psiche romantica
-domina il sentimento, e il sentimento è, di sua natura, come
-già da gran tempo notarono gli psicologi, vago, fluttuante, indefinito,
-specie poi se si dissolve in sentimentalità. Nella psiche romantica
-domina ancora la fantasia, che similmente è vaga, fluttuante, indefinita.
-Sotto il pallido raggio lunare gli aspetti delle cose si scolorano,
-si stemperano, si smarriscono, e si prestano meglio alle
-interpretazioni del sentimento e alle trasformazioni della fantasia.
-</p>
-
-<p>
-Sia come si voglia, fatto sta che il Manzoni non amoreggia con
-la luna nè punto nè poco. Abbiamo qua e là, nel romanzo, un villaggio
-rischiarato dalla luna, un lago terso e tranquillo in cui la luna
-si specchia, un bosco attraversato dai raggi della luna; ma sono
-tocchi rapidi e sobrii anche troppo, e che non importano sentimento,
-nè espresso, nè sottinteso. Non sono questi, davvero, i chiari di luna
-dello Chateaubriand o di Vittore Hugo. Quella rapidità, quella sobrietà,
-potrebbe essere indizio di amore tepido; ma il guajo è che vi
-sono indizii d'irriverenza. La faccia badiale di don Abbondio, nella
-quale spiccano, al lume d'una lucerna, due folti baffi, un folto pizzo,
-tutti canuti, il Manzoni la rassomiglia a un dirupo sparso di cespugli
-coperti di neve e illuminati dalla luna. All'osteria, dove il povero Renzo
-piglia quella memorabile bertuccia, il Manzoni dà per insegna la <i>Luna
-piena</i>. Il Pindemonte le avrebbe dato per insegna il <i>Sole raggiante</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Ora gli è tempo di dire più in particolare qualche cosa dell'arte
-del Manzoni.
-</p>
-
-<p>
-Il fondamento di essa arte è il vero, e segnatamente il vero morale.
-«Allora le belle lettere saranno trattate a proposito quando le si
-riguarderanno come un ramo delle scienze morali», scriss'egli in
-certe sue <i>Note estetiche</i><a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>. Il vero morale primeggia; ma egli vuole
-pure ogni altra maniera di vero, e non si tiene punto sicuro che ve
-ne sia qualcuna cui l'arte non possa o non debba accostarsi. Nella
-lettera sulle unità drammatiche leggiamo: «On peut bien, sans
-péril, condamner <i>a priori</i> tout sujet qui n'aurait pas la vérité
-pour base, mais il me semble trop hardi de décider, pour tous
-les cas possibles, que tel ou tel genre de vérité est à jamais interdit
-à l'imitation poétique; car il y a dans la vérité un intérêt qui peut
-nous attacher à la considérer malgré une douleur véritable, malgré
-une certaine horreur voisine du dégoût»<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. Il Manzoni sembra aver
-fatta sua la massima del Boileau: <i>rien n'est beau que le vrai</i>; ma allargandola
-tanto da farci capire anche il brutto, di cui legittima l'acconcia
-e sensata rappresentazione.
-</p>
-
-<p>
-Ma chi dicesse che il vero, oltre ad essere il fondamento dell'arte
-manzoniana, ne è anche la norma suprema ed unica, rischierebbe
-molto, parmi, di dire il falso. Esaminiamo un po' la famosa formola:
-<i>l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo</i>, che il
-Manzoni introdusse nella lettera al D'Azeglio, e che molti anni dopo
-cancellò, senza dircene le ragioni, e senza nemmeno darci modo d'indovinarle.
-In questa formola abbiamo tre termini, e finchè v'è accordo
-fra essi, tutto va bene; ma se l'accordo manca, non si sa più
-come la vada. Mettiamo da banda l'<i>interessante</i>, che, come è l'ultimo
-dei tre termini, così ancora è il meno importante, e badiamo agli altri
-due. Sarebbe molto desiderabile che l'utile e il vero andassero, in
-questo povero mondo, sempre d'accordo; ma è altrettanto notorio
-che non sempre vanno. Che cosa succederà dunque quando l'utile
-vorrà a un modo e il vero dirà a un altro? A quale dei due bisognerà
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-darla vinta? Un realista sincero e zelante risponderà senza esitare:
-il vero è sempre utile, anche se non paja; ma il Manzoni che in parecchie
-altre cose è, come vedremo, più realista di molti realisti, in
-questa non può essere, e non concederà mai e poi mai che certe turpitudini
-si possano dire o descrivere per la sola ragione che le son
-vere. Diremo dunque che il supremo principio dell'arte manzoniana
-sia l'utile, inteso, non occorre avvertirlo, com'egli lo poteva e doveva
-intendere? Nemmeno questo, se ci pensiamo bene, potremo dire. V'è
-qui, parmi, un nodo un po' difficile da sciogliere, e forse fu questa
-difficoltà la ragione che persuase il Manzoni, divenuto sempre meno
-affermativo, e sempre più circospetto, a cancellar le parole che lo
-formavano. Quanto a noi, per trarci d'impaccio, potremo forse dire
-che il Manzoni intese il vero a un dipresso come lo intese Alfredo de
-Vigny nelle sue <i>Réflexions sur la vérité dans l'art</i>, e che formatasi
-nella mente una specie di gerarchia di veri, prescrisse che quelli di
-sotto avessero sempre a cedere a quelli di sopra.
-</p>
-
-<p>
-Senza andare a cercar altro, riconosciamo che fondamento dell'arte
-manzoniana è il vero, e che questo medesimo vero,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'arido vero che de' vati è tomba,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-è pure fondamento dell'arte romantica in genere. Cioè, diciamo meglio:
-avrebbe dovuto essere; perchè i primi e i secondi romantici lo gridarono
-a' quattro venti; ma poi e quelli e questi, veduto come a voler
-fondare sul vero bisogni star sodo, e durar fatica molta, ebbero per
-più comodo e più spediente di fabbricare sul falso, e di quell'<i>interessante</i>,
-che avrebbe dovuto essere soltanto il mezzo, fecero, senz'altro,
-bravamente il fine. Il Manzoni stesso, nella lettera al D'Azeglio, accenna
-a questo che si contenta di chiamare errore; ma non insiste,
-e non s'indugia a chiarire la contrarietà di opinioni che anche per
-questo rispetto doveva essere fra lui e alcuni suoi <i>compagni di patimenti
-letterarii</i>, e più particolarmente forse fra lui e il Berchet<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Chi dell'utile fa lo scopo e del vero la materia dell'arte, va da sè
-che ricuserà e condannerà il concetto espresso con la famosa formola:
-<i>l'arte per l'arte</i>; concetto che da Platone agli estetici di jeri e
-di oggi ebbe tanti amici quanti nemici, e tanti, senza dubbio, seguiterà
-ad averne in appresso. A quella formola il Goethe s'accostò da
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-vecchio; ma il Foscolo la negò implicitamente ed esplicitamente.
-Per bocca del Lenau la Poesia risponde fiere parole a chi la invita a
-uscir di solitudine, a rinunciare al sogno, a por sè stessa al servigio
-di una causa; e si dice ben risoluta a fare il piacer proprio. L'Hugo,
-dopo aver detto che nel giardino della poesia non v'è frutto vietato, si
-ravvide, e disse che il poeta è un <i>servitore del vero</i> e dev'essere utile,
-e scrisse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Honte au penseur qui se mutile;</p>
-<p class="i01">Et s'en va, chanteur inutile,</p>
-<p class="i01">Par la porte de la cité!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma lo stesso suo portabandiera, il Gautier, non era più di questa
-opinione quando esclamava: «La muse est jalouse; elle a la fierté
-d'une déesse et ne reconnaît que son autonomie». A che moltiplicare
-nomi ed esempii? Il Manzoni considerò sempre l'arte come dipendente
-da qualche cosa che è superiore all'arte.
-</p>
-
-<p>
-E sta bene; ma a essere considerata in tal modo l'arte corre pure
-qualche pericolo. Può avvenire che l'artista, guardando un po' troppo
-fisso in quella cosa superiore, si disgusti del reale e del vero, se ne
-diparta, ne perda il senso, e insieme con l'arte sua si smarrisca dietro
-idealità esagerate, che, per poco che si lascino in balìa di sè stesse,
-diventano vacue e puerili. Che molti romantici finiron con perdere
-affatto il senso del reale e del vero, e annegaron nel sogno, è cosa
-tanto universalmente nota che basta un cenno a ricordarla. Il realismo
-fu appunto una reazione a quel male; ma di quel male il Manzoni
-rimase immune; e poichè il realismo non tardò poi molto a traviare
-ancor esso, a cadere in un romanzesco diverso dal precedente, ma
-non migliore di quello, a promuovere una specie d'idealismo a rovescio,
-si può davvero dire che il Manzoni fu più realista di molti
-realisti. E ciò non deve sembrare punto strano, se si pensa che i principii
-fondamentali del romanticismo non ripugnano ai principii veramente
-fondamentali del realismo, e che il Manzoni osserva molto fedelmente
-quelli, e molto rigorosamente gli applica. Egli scrive: «je
-crois ne dire qu'une vérité très simple, en avançant que la poésie ne
-doit pas inventer des faits». E ancora: «cette nécessité de créer, imposée
-arbitrairement à l'art, l'écarte de la vérité et le détériore à la
-fois dans ses résultats et dans ses moyens»<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>. Si può contraddire in
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-modo più chiaro e più risoluto ad Aristotele e a Platone? E che
-cosa potrebbe dir di meglio, o di peggio, un realista di professione?
-E quando dice che l'inventar fatti è «ce qu'il y a de plus facile et de
-plus vulgaire dans le travail de l'esprit, ce qui exige le moins de réflexion,
-et même le moins d'imagination»<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>, non anticipa il Manzoni
-concetti e giudizii espressi poi con molta più burbanza, con molta
-più saccenteria, dai maestri e dai curatori del realismo contemporaneo?<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a>.
-Checchè altri possa credere o dire, il Manzoni ha pochi
-pari nel senso del reale, e giustamente il De Sanctis ne fece la osservazione.
-I <i>Promessi Sposi</i> sono, tutto sommato, un romanzo realistico
-nel miglior senso della parola, e più di certi romanzi del
-Balzac, il quale tutti sanno come troppe volte siasi tuffato nel romanzesco,
-e in un romanzesco di pessima lega. Sul finire del maggio
-1822, il Manzoni scriveva, parlando del suo libro al Fauriel: «Quant
-à la marche des événements, et à l'intrigue, je crois que le meilleur
-moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher à considérer
-dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer
-surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque»<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>. Non so
-davvero quanto quel modo di non far come gli altri potesse piacere ai
-romantici.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni detesta il romanzesco, detesta cioè una cosa di cui i romantici
-erano divenuti molto teneri. Sino dal 1804, il Senancour, che
-fu uno dei primi romantici francesi, avvertiva, in un luogo del suo
-<i>Obermann</i>, che <i>romantico</i> e <i>romanzesco</i>, non solo non vogliono dire
-lo stesso, ma anzi vogliono dire il contrario; e aveva ragione, o, per
-lo meno, avrebbe dovuto aver ragione. Se non che i romantici fecero
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-poi quanto bisognava, e più di quanto bisognava, per giustificare il
-detto del Pagani Cesa, il quale sentenziò che romantico e romanzesco
-sono in sostanza tutt'uno<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>. I romantici furono, generalmente parlando,
-grandi ammiratori del Tasso, e cooperarono la parte loro a
-raffermare ed esagerare la leggenda di lui: il Manzoni, per contro,
-ne faceva poca stima, e si meravigliava che il Goethe avesse potuto
-sceglierlo a protagonista di un dramma. Le ragioni di quella grande
-ammirazione e di quel quasi disprezzo furono senza dubbio parecchie;
-ma il carattere romanzesco e del poema e del poeta ebbe ad essere,
-credo, una delle principali.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni ha vivo ed acuto il senso del reale perchè ha sana la
-mente, e non soggiace a quelle perturbazioni affettive che non lasciano
-vedere nè uomini nè cose quali son veramente. La consueta sua calma
-gli permette di considerare attentamente gli uni e le altre quanto è
-necessario per vederli sotto ogni aspetto e conoscerli bene: la consueta
-sua rettitudine lo pone in grado di giudicarli con equità; e il
-gusto che gli procurano la chiara visione e la sicura conoscenza della
-realtà non lascia ch'egli s'invaghisca di chimere e di sogni. Senza
-quella calma, senza quella rettitudine, senza quel gusto, non vi può
-essere vero realismo.
-</p>
-
-<p>
-Nei <i>Promessi Sposi</i> è realistica quella che chiameremo la favola;
-sono realistici i personaggi, o perchè presi in quella mezzanità che
-per essere più comune sembra anche essere più reale, o perchè, se
-pure escono da quella mezzanità, nulla mostrano di più o di meno
-che umano; sono realistiche, e meravigliosamente realistiche, le narrazioni
-e le descrizioni della carestia, della sommossa, del passaggio
-delle soldatesche, della pestilenza, della casa di don Abbondio, della
-casa e della vigna di Renzo, e tante e tant'altre. Di un po' romanzesco,
-nel vero senso della parola, parmi nei <i>Promessi Sposi</i> non ci sia altro,
-o quasi altro, che la misteriosa e criminosa tresca della monaca e di
-Egidio.
-</p>
-
-<p>
-Se poi si viene a discorrere di quello che dicesi <i>ambiente</i>, ed è
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-uno degli elementi della realtà sulla importanza del quale ha più battuto
-la scuola realistica, non fa quasi bisogno di ricordare quanto nei
-<i>Promessi Sposi</i> ne sia accurato lo studio e fedele la riproduzione,
-almeno per quanto spetta all'ambiente morale e sociale. Che vuol dire
-tener conto dell'ambiente? Non altro, se non riconoscere e porre in
-rilievo la connessione che i fatti particolari hanno coi generali, i fuggevoli
-coi duraturi o costanti, la dipendenza dei primi dai secondi,
-la ragione e il modo di prodursi di quelli. Ora, io non so se in nessuno
-dei romanzi realistici più decantati si vegga con tanta consequenza e
-tanta costanza quanta nei <i>Promessi Sposi</i> il fatto particolare provocato,
-condizionato, generato in certo modo dal fatto generale; la
-storia di pochi uomini offerta come un caso della storia
-di tutto un popolo. «Les mémoires qui nous restent de cette
-époque présentent, et font supposer une situation de la société fort
-extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec
-l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante
-par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle raconte;
-une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes
-ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu
-connues, mais consignées dans des récits très dignes de foi, et qui
-montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui
-a donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus
-déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus
-touchantes, etc. etc... voilà de quoi remplir un canevas; ou
-plutôt voilà des matériaux qui ne feront peut-être pas déceler
-la malhabileté de celui qui va les mettre en œuvre... A cet
-effet, je fais ce que je puis pour me pénétrer de l'esprit du
-temps que j'ai à décrire, pour y vivre; il était si original que ce
-sera bien ma faute, si cette qualité ne se communique pas à la description».
-Così scriveva il Manzoni al Fauriel nella importantissima
-lettera testè citata; ma quando pure non ci fosse stata questa dichiarazione
-dell'autore, e il Cantù non avesse scritto quel suo noto commento
-storico al romanzo, ogni colto lettore potrebbe riconoscere
-agevolmente da sè nel romanzo stesso, non solo lo studio perseverante,
-coscienzioso, minuto di una età che non è certo tra le più conosciute,
-ma ancora la evocazione meravigliosa e potente; e non so
-davvero se altro ve n'abbia in cui la storia riviva con pari illusione di
-realtà e di presenza, e in cui, a dispetto pure di qualche sproporzione
-od eccesso, realtà e finzione sieno più intimamente, più organicamente
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-fuse. Parve anzi a taluno che di storia ce ne sia persin troppa, non
-solamente in quelle parti del racconto, ov'essa appare, dirò così, in
-forma propria ed esplicita, come nelle descrizioni, dal Goethe giudicate
-troppo lunghe, della sommossa e della peste; ma in quelle ancora
-ov'essa è implicita, e fittamente intessuta con la propria azione
-del romanzo; e che questa propria azione del romanzo sia governata
-un po' troppo insistentemente da quella che chiameremo azione generale
-della storia. Ma, di grazia, può essere questo veramente un
-difetto? e se difetto, può essere difetto da rimproverare a un romanzo
-storico? e a un romanzo storico di carattere così spiccatamente
-realistico?
-</p>
-
-<p>
-Intendo come a più d'uno la qualificazione di realista data al Manzoni
-possa sembrare inopportuna, data con un po' d'arbitrio, e quasi
-per un impegno. Come? diranno: realista il Manzoni, che ogni po'
-si caccia tra' suoi personaggi e interrompe il racconto con le osservazioni
-e con l'ironia? realista il Manzoni, inventore di Lucia e di
-Federigo Borromeo? Eh sì, realista: non mica, intendiamoci, nel
-pieno, o comune significato della parola, ma pure realista, e in molte
-cose più realista di molti realisti. Del resto, vediamo un po'. Questo
-dovere imposto allo scrittore di non frammischiarsi ai proprii personaggi,
-di non lasciarsi scorgere nell'opera propria, da quale principio
-d'arte supremo, perpetuo, incontrovertibile, si fa scaturire? L'avete
-proprio questa opinione che l'opera d'arte possa essere, o almeno
-parere, un'opera della natura, fatta non si sa come, non si sa da
-chi, anzi nata e non fatta, e contraddistinta, tutto il più, da un nome
-vano senza soggetto? E quando l'autore di un libro, il voglia egli o
-nol voglia, sel creda o non sel creda, si svela e si dà a conoscere in
-tante altre maniere: e quando in ogni carattere che dipinge, in ogni
-avvenimento che narra, in ogni frase che scrive, vi grida, come Emilio
-Zola vi grida: io son io, in carne e in ispirito, con queste facoltà,
-con queste tendenze, con questo concetto della vita e questo sentimento
-delle cose; e si mescola in mille modi con quella realtà ch'egli
-pretende rappresentarvi nell'inafferrabile vero e proprio suo essere,
-e in mille modi la altera (<i>il mondo veduto attraverso a un temperamento</i>),
-non v'accorgete voi che ha del pedantesco, che ha dell'ingenuo,
-che ha del puerile il dirgli: tu non t'hai da far vedere qui
-dentro; tu non userai mai in prima persona il pronome ed il verbo?
-Voi affermate che quando l'autore si lascia vedere a quel modo e
-parla a quel modo, nasce spontaneamente in chi legge il sospetto
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-ch'egli non sia in tutto sereno ed imparziale, ma acconci, muti, travisi
-variamente il vero per amore a un qualche suo preconcetto, per
-indulgenza a una qualche sua passione, o per altra ragion così fatta.
-E sta bene: ma se l'autore non si fa vedere, sarà poi tolto a quel sospetto
-ogni modo di nascere? e non ci sono cento altre maniere di
-sincerarsi quando il sospetto sia nato? Il parlare in prima persona
-non trae mica con sè la necessità di mentire; e il parlare in terza
-non è mica guarentigia di verità. Non vi accorgete anzi che per isballarle
-grosse, senza che altri vi possa dare sulla voce, il modo più sicuro,
-il più comodo è appunto quella ostentazione di oggettività assoluta
-ed invariabile? Del resto, come un romanzo non diventa
-realistico per ciò solo che l'autore si tien nascosto dietro a' suoi personaggi,
-così un romanzo non cessa di essere realistico per ciò solo
-che l'autore si lascia a quando a quando vedere tra essi. Provatevi a
-leggere un romanzo del Balzac, e vedete se vi riesce di scorrerne dieci
-pagine senza dar di petto nel Balzac. E si tratta di un pontefice massimo
-del realismo!
-</p>
-
-<p>
-Che il Manzoni non s'indugia molto a ritrarre gli aspetti delle cose
-esteriori; che parlando di quei paesi del lago non si cura di attenersi
-strettamente e minutamente al vero; che non approfitta della sommossa,
-e della peste per descriverci dieci volte Milano, di giorno, di notte, e
-quando fa sole e quando piove; che non ispende molte parole per
-informarci del caldo e del freddo, del secco e dell'umido, della calma
-e del vento, tutto ciò è verissimo; ma resta a sapersi se sia questo un
-difetto, e quanto abbia guadagnato la letteratura realistica dalla bella
-qualità opposta a questo difetto. Può darsi che il Manzoni si mostri
-in tutto ciò un po' troppo scarso, un po' troppo restio, e dico <i>può
-darsi</i> perchè non ne sono propriamente sicuro; ma gli è per altro
-certo ch'egli fa benissimo, e opera da realista sensato, a non lasciarsi
-sopraffare e soffocare dalle cose, come la più parte dei romanzieri
-russi, e parecchi non russi, e che da questo suo modo di operare
-viene al romanzo e ai lettori di esso vantaggio non piccolo.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni inventò Lucia e Federigo Borromeo; anzi inventò
-quella e non inventò questo; perchè se il Federigo da lui ritratto non
-è tutto il Federigo storico, è parte rilevante e vera di quello. Chi ha
-qualche pratica con la storia dei santi vede che Federigo è un santo,
-come, grazie al cielo, ce ne furon degli altri, e parecchi, se non moltissimi.
-Chi è incapace di virtù nega la santità, come chi è incapace
-di coraggio nega l'eroismo. Lucia è un po' raggentilita, un poco
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-stinta, se così posso esprimermi, ma molto più vera che non si creda,
-e, ad ogni modo, tirata in su non più di quanto infiniti personaggi di
-romanzi realistici sieno tirati in giù. Oltre di che è da dire che il Manzoni,
-nel formare i caratteri, riesce alquanto più realista (nientemeno!)
-del Balzac, il quale, di solito, forma i personaggi suoi tutti di un
-pezzo, e rimettendo in opera il vieto procedimento classico, segno di
-tante censure, li accende di una passione unica, che è il principio
-unico e la ragione unica di tutto quanto essi dicono e fanno; mentre
-il Manzoni forma complicatamente i suoi, e li mostra, il più delle
-volte, quali sogliono essere in natura, composti di elementi discordi,
-combattuti da contrarie tendenze. Fra Cristoforo e l'Innominato manifestano
-questa lor condizione nel fatto stesso della conversione, così
-com'è motivata, predisposta, condotta. Federigo è un santo che ha
-molte parti, molti aspetti, e che il povero don Abbondio non riuscirà
-mai nè a indovinare, nè a intendere. L'Agnese è di certa natura tutt'altro
-che semplice. Renzo avrebbe molte buone ragioni per essere
-preso tutto di una passione unica e fisso in un solo pensiero, e per
-non volere pensare ad altro; e pure, sebbene l'amore, anzi l'amore
-contrastato, sia sempre (e dev'essere) presente in tutto ciò ch'egli pensa,
-dice ed opera; sebbene si vegga ch'esso è come la molla secreta che
-lo fa muovere, e lo spinge, senza ch'egli possa darsene conto, a farsi
-predicatore di riforme e seguitator di sommosse; pure, dico, egli
-conserva, da povero contadino, la facoltà di prendere parte a una
-quantità di cose che non sono il suo amore, e non hanno troppa attinenza
-col suo amore. Don Abbondio pare che sia nato al mondo per
-aver paura, e non conosce altra consigliera che la paura, e c'è da
-stupire che la paura non l'abbia ammazzato in qualche incontro, un
-bel pezzo prima dell'incontro coi bravi. La paura si può dire che
-sia la sua coscienza. Ciò nondimeno se voi riuscite a togliergli un
-tratto quella paura di dosso, anzi di dentro, come, per una volta
-tanto, ci riescono gli avvenimenti, voi vedete fiorir d'improvviso un
-don Abbondio non più veduto, ma non impreveduto, e che, sebbene
-tanto diverso dal solito, non contraddice a quello, anzi è un nuovo
-aspetto di quello. Ora aggiungete a tutto ciò che i personaggi dei <i>Promessi
-Sposi</i> mostrano d'avere fra loro quel collegamento, e gli uni
-sugli altri quel reciproco influsso, che lasciano pur vedere i personaggi
-del Balzac, nei migliori suoi romanzi.
-</p>
-
-<p>
-Con questo non voglio già dire che l'arte del Manzoni non discordi
-assai volte da quella dei realisti ordinarii, ma credo che dovrebbe rincrescere
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-se non discordasse. I realisti ordinarii, quelli sopratutto dell'ultima
-maniera, si sa che hanno soppressa nell'opere loro la composizione,
-sotto pretesto che la natura non ce la dà. Ci sono dell'altre
-cose parecchie che la natura non ci dà, e che noi, appunto per questo,
-andiam procacciando con istudio, con fatica, con pericolo. Veramente
-la natura s'è sempre ostinata a non volerci dare nè fabbriche, nè statue,
-nè quadri, nè spartiti, nè romanzi. A taluno potrebbe forse venire
-il sospetto che a decretare quella soppressione i realisti sieno
-stati ajutati, non diremo spinti, da quel naturale desiderio ch'è il desiderio
-di scampar fatica; ma poichè tale sospetto potrebb'essere temerario
-ed ingiusto, basterà notare che in nessuno degl'intenti loro,
-qual che si fosse la ragione che li moveva, i realisti riuscirono così
-bene come riuscirono in questo. Molti dei loro romanzi pajono un
-effetto del caso, e si potrebbero applicar ad essi le parole con cui
-certo personaggio di una commedia francese senza scioglimento accomiatava
-gli spettatori: <i>il n'y a pas de raison pour que cela finisse</i>....;
-e ci si potrebbero aggiungere queste altre: <i>il n'y avait pas de raison
-pour que cela commençât</i>. Non così il romanzo del Manzoni. La composizione
-di esso potrà esser guasta in certe parti da digressioni un
-po' troppo lunghe; l'equilibrio ne potrà rimanere turbato; ma, tirate
-le somme, bisogna pur riconoscere che il romanzo, com'è fortemente
-immaginato, così è anche fortemente composto; che esso è dotato,
-a dispetto delle digressioni, di coerenza e di compattezza mirabili;
-che è un'opera, non del caso, ma dell'arte, nel più alto e schietto significato
-della parola. Parve a taluno che nei <i>Promessi Sposi</i> non ci
-sia altra unità che la unità morale: io credo ci sia pure la unità logica,
-e anche (ma qui bisognerebbe discutere) la unità estetica.
-</p>
-
-<p>
-Per questi, e per alcuni altri rispetti, il Manzoni è romantico e
-non realista. Di fronte alla realtà, il romanticismo fu più attivo che
-non il realismo. Esso concedeva all'arte molto che il realismo le nega:
-esso voleva la composizione, la concentrazione, la scelta, e quella che
-il Taine chiamò convergenza delle impressioni. Mi sembra che molti
-comincino ora ad avvedersi che il realismo fece male a disvoler tutto
-questo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-Non abbiamo ancora finito di discorrere degli effetti che vengono
-all'arte manzoniana dall'avere il Manzoni tolto a fondamento di quella
-il vero.
-</p>
-
-<p>
-Va da sè ch'essa aborrirà quasi istintivamente tutte quelle forme
-del fantastico, del lugubre, del mostruoso, del terribile, che gl'Inglesi
-designarono con la denominazione espressiva di <i>german horrors</i>, e
-che non sono poi cosa talmente germanica che non si trovi anche,
-in qualche misura, fuor di Germania, o natavi spontaneamente, o trattavi
-dalla curiosità o dalla moda<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>. In Italia se n'ebbe un andazzo, a
-dispetto del clima, delle consuetudini, degli umori; venutovi primamente
-(se non vogliamo tener conto di alcune più remote e più comuni
-origini medievali e cristiane) coi poemi di Ossian, con le <i>Notti</i>
-del Young, con la poesia sepolcrale. Nei <i>Sepolcri</i> del Foscolo se ne
-vede qualche traccia, e anche nelle <i>Ultime lettere di Jacopo Ortis</i>;
-e sino dal 1805, Luigi Cerretti, vecchio ormai, si scagliava contro il
-depravato gusto di coloro che esultavano «in dipingere gli abbracciamenti
-del delitto colla morte, e il fragor con cui piombano nel baratro
-tenebroso»<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>. Non so se queste parole alludano, come parrebbero,
-a una qualche traduzione o imitazione, che già corresse l'Italia,
-della famosa <i>Leonora</i> del Bürger; ma so che il Cerretti avrebbe potuto
-ripeterle, e allungarle, e inasprirle qualche anno più tardi, quando
-saltò su il Berchet, nella <i>Lettera semiseria di Grisostomo</i>, a proporre
-alla imitazione degl'Italiani appunto quella <i>Leonora</i> e, di giunta, il
-<i>Cacciator feroce</i> dello stesso poeta. A dir vero, lo stesso Berchet,
-in quella che faceva la proposta, esprimeva pure il dubbio che le due
-poesie, fondate, come sono, sul meraviglioso e sul terribile, non
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-avessero a incontrare gran fatto il gusto degl'Italiani; e già il Londonio
-aveva sentenziato disdegnosamente che le <i>romantiche melanconie</i>
-del settentrione non potevano allignare in Italia, e ne dava
-grazie al cielo, alla ridente natura, all'indole del popolo<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>. Ma che
-non possono, anche contro il cielo e la natura e l'indole, la sazietà
-del consueto, il desiderio del nuovo, la voga? I germanici, e, per
-amor di giustizia, soggiungeremo, gli anglici orrori trovarono favore
-anche in Italia, e persino quelli di cui Anna Radcliffe rimpolpettava
-romanzi vi ebbero cure di traduttori e plauso di lettori e più di lettrici.
-Onde il povero Monti, già presentendo la fine di ogni cosa,
-piangeva le Grazie fugate dai lemuri e dalle streghe, e le ombre d'Ettore
-e di Patroclo soppiantate dai romantici spettri, e che il solo tetro
-si chiamasse bello: e alzando il dito verso quella malaugurata e scelerata
-Leonora, gridava:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Di fe' quindi più degna</p>
-<p class="i01">Cosa vi torna il comparir d'orrendo</p>
-<p class="i01">Spettro sul dorso di corsier morello</p>
-<p class="i01">Venuto a via portar nel pianto eterno</p>
-<p class="i01">Disperata d'amor cieca donzella,</p>
-<p class="i01">Che, abbracciar si credendo il suo diletto,</p>
-<p class="i01">Stringe uno scheletro spaventoso, armato</p>
-<p class="i01">D'un oriuolo a polve e d'una ronca:</p>
-<p class="i01">Mentre a raggio di luna oscene larve</p>
-<p class="i01">Danzano a tondo, e orribilmente urlando</p>
-<p class="i01">Gridano: <i>pazïenza, pazïenza</i><a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Scrivendo al D'Azeglio nel 1823, il Manzoni diceva che per romanticismo
-in Italia s'intendeva comunemente «un non so qual guazzabuglio
-di streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca
-dello stravagante, una abiura in termini del senso comune»; e soggiungeva:
-«un romanticismo insomma, che si è avuto molta ragione
-di rifiutare, e di dimenticare, se è stato proposto da alcuno; il che
-io non so»<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>. Quell'<i>io non so</i> è di troppo, e per caso noi cogliamo il
-nostro Don Alessandro in una delle sue non rarissime bugiole o dissimulazioni
-innocenti. Don Alessandro sapeva benissimo che, in una
-certa misura, quel romanticismo era stato proposto, e che, in misura
-alquanto maggiore, era anche stato attuato; ma sapeva pure, e voleva
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-si sapesse, che da lui quel romanticismo non doveva aspettarsi nè
-ajuto, nè incoraggiamento, nè indulgenza<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a>. Avviso ai <i>compagni di patimenti
-letterarii</i> e a quanti altri potessero averci interesse. Quelle
-particolari mostruosità poi che furono le <i>mostruosità della scuola satanica</i>,
-il Manzoni detestò da quanto il Niccolini, che le detestò con
-tutta l'anima.
-</p>
-
-<p>
-Badate che nelle parole riferite pur ora il Manzoni accenna anche
-al <i>disordine sistematico</i> e alla <i>ricerca dello stravagante</i>, due cose
-ancor esse molto contrarie alla conoscenza e alla rappresentazione
-del vero; l'una, perchè mette tutto sossopra, l'altra, perchè tutto travisa.
-Nella Lettera sulle unità drammatiche il Manzoni scrisse: «Il
-est hors de doute que la sagesse vaut mieux que l'extravagance; et
-même que celle-ci ne vaut rien du tout»<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>. Avrebbe potuto dir meglio
-il Boileau? E non vi pare anzi che tra il Boileau ed il Manzoni ci sia
-alle volte sin troppo accordo? Non so perchè mi ricorra nella mente
-la sentenza di Edgardo Poe: non esservi bellezza senza stranezza.
-</p>
-
-<p>
-Per essere giusti bisogna dire che quei due malanni, se c'erano
-(e c'erano) anche in Italia, non però vi mostravano quel carattere maligno
-che altrove, nè come altrove ci si eran diffusi. Le stravaganze
-del romanticismo tedesco, derise dal Goethe, l'Italia, o non le conobbe,
-o se ne liberò molto presto. Ciò che nel 1829 il Thiers diceva
-del romanticismo francese: «Ses goûts fantasques et puérils font le
-ridicule de notre temps», non si sarebbe potuto dire del romanticismo
-italiano, forzato a stare in cervello e a rigar dritto (e fu ventura
-nella disgrazia) dai molti guai a cui bisognava pensare e, possibilmente,
-rimediare. L'aver dovuto in Italia far arme delle lettere
-nocque in più modi all'arte, ma all'arte stessa anche in più modi giovò,
-poichè non le lasciò nè agio nè possibilità di buttarsi al singolare e
-all'inaudito, e di ammattire dietro all'esempio del romanticismo francese,
-del quale ebbe a dire il Gautier, narratore e giudice benevolo:
-«Développer librement tous les caprices de la pensée, dussent-ils
-choquer le goût, les convenances et les règles; haïr et repousser
-autant que possible ce qu'Horace appelait le profane vulgaire,
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-et ce que les rapins moustachus et chevelus nomment épiciers,
-philistins ou bourgeois; célébrer l'amour avec une ardeur à
-brûler le papier, le poser comme seul but et seul moyen de bonheur;
-sanctifier et déifier l'Art regardé comme second créateur: telles sont
-les données du programme que chacun essaye de réaliser selon ses
-forces, l'idéal et les postulations secrètes de la jeunesse romantique»<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>.
-Cogliamo anche questa occasione di notare che il romanticismo italiano,
-se fu molto meno rigoglioso, fu anche molto più savio del forestiero;
-che perciò in Italia la reazione realistica non irruppe con
-l'odio, col furore, con la violenza onde fu accompagnata altrove; e
-che il Manzoni poteva dissentire dal romanticismo italiano assai meno
-di quello dovesse dissentire dal romanticismo forestiero, pur dissentendo
-parecchio anche da quello.
-</p>
-
-<p>
-Chi ama da senno il vero, aborre da tutto quanto possa, in uno o
-in un altro modo, o poco o molto, alterarne la schiettezza, falsarne
-la espressione. L'arte che voglia proprio esser vera dev'esser sincera
-e dev'esser semplice; deve cioè ricusare tutti quegli artifizii e lenocinii
-del linguaggio, dello stile, della trattazione, che se anche non
-alterano, dirò così, sostanzialmente il vero, lo alterano formalmente;
-se non nel principio suo, nei suoi effetti. <i>Veritatis simplex est oratio</i>,
-lasciò scritto Seneca. Essa diffida in sommo grado di quelli che diconsi
-ornamenti, e fra' suoi precetti, anzi fra' principali, scrive anche
-questo: <i>il puro necessario: tutto ciò che non è necessario è nocivo.
-Quod ultra est, a malo est.</i> Ecco perchè il Manzoni è così schietto e
-così semplice e così naturale, pur riuscendo così fine e così efficace.
-Il Manzoni non abusa mai del pittoresco, tanto abusato da' romantici
-d'ogni risma; anzi nel colore, come nel disegno, è tanto sobrio da
-potere, alle volte, parer troppo. Il Manzoni, l'abbiam già notato, gusta
-poco la prosa poetica. Il Manzoni gusta anche poco la lingua poetica,
-che non è da confondere col linguaggio poetico, e il Sainte-Beuve
-gliene fa rimprovero; ma qui è da notare ch'egli l'avversò meno di
-quanto si creda, come provano certe sue lettere al Borghi. In una,
-scritta nel giugno del 1828, egli osserva che <i>orde</i> è forse <i>voce troppo
-nuova per la poesia</i>; in un'altra, del febbrajo dell'anno seguente, che
-<i>trionfata</i> è triviale; in una terza, dell'aprile dell'anno medesimo, che
-<i>banchettare</i> non fa <i>buon suono</i>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma checchè il Manzoni pensasse della prosa poetica e della lingua
-poetica, gli è certo ch'egli preferiva la prosa alla poesia, e che la ragione
-principale del suo preferir quella a questa era, a un dipresso,
-la seguente: la prosa è, in tesi generale, il linguaggio del vero; la
-poesia è, in tesi generale, il linguaggio della finzione. I romantici,
-per contro, mostrano sempre una spiccata tendenza a mettere la
-poesia sopra la prosa.
-</p>
-
-<p>
-Questo punto è degno di attenzione particolare.
-</p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-
-<p>
-Qualcuno che non conoscesse nè le tragedie, nè gli inni, nè le
-poesie giovanili del Manzoni, potrebbe dire: il Manzoni preferiva la
-prosa alla poesia perchè non si sentiva, e non era poeta: chi si sente
-ed è veramente poeta, preferisce la poesia alla prosa. Chi conosca
-quelle composizioni, o ne conosca almeno una parte, non dirà più
-così di sicuro.
-</p>
-
-<p>
-Riconosciamo pure (e dopo quanto s'è detto innanzi non ci costerà
-troppa fatica) che le potenze dello spirito più particolarmente richieste
-al poetico officio non sono quelle che primeggiano nel Manzoni;
-riconosciamo ch'esse sono in qualche modo soggiogate da
-altre; ma riconosciamo, in pari tempo, che quelle potenze ci sono,
-e han molto vigore, ed operano molto speditamente. L'anima del
-Manzoni fu certo più aperta alla luce del vero che alla luce del bello,
-sebbene anche a questa sia stata aperta assai bene; e la condizione
-di poeta pare che voglia piuttosto il contrario, o almeno, che l'anima
-le riceva entrambe egualmente: e dico entrambe, perchè le son due
-propriamente, e non una, come s'è voluto far credere.
-</p>
-
-<p>
-Da giovane il Manzoni sentì ancor egli la vocazione poetica (dico
-vocazione e non fregola) e rifuggendo dalle tetre scuole mortificatrici
-dell'ingegno e corruttrici del gusto, e da maestri che più tardi sarebbesi
-vergognato d'avere a discepoli, s'addusse franco al <i>sorso de
-l'Ascrea fontana</i>, e cercò dei <i>prischi sommi</i>, e ne fu preso di tanto
-amore che gli pareva di vederli e conversare con loro. Lo rodeva il
-dubbio che Carlo Imbonati, la cui memoria egli onorava allora di
-quasi religioso ossequio, come un esempio impareggiabile di umanità
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-virtuosa e gentile, avesse curata poco da vivo la <i>divina de le Muse
-armonia</i>, e da lui si faceva rispondere in sogno:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i12"> Qualunque</p>
-<p class="i01">Di chiaro esemplo, o di veraci carte</p>
-<p class="i01">Giovasse altrui, fu da me sempre avuto</p>
-<p class="i01">In onor sommo;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e nella sua bocca poneva le lodi dell'Alfieri e del Parini, e di quel
-sovrano
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">D'occhi cieco, e divin raggio di mente,</p>
-<p class="i01">Che per la Grecia mendicò cantando<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dell'anno 1809 è l'<i>Urania</i>, ch'è tutto un inno alla poesia, e dove il
-poeta si consacra tutto alle muse, le quali, <i>fuggitive dai laureti achei</i>,
-presero stanza in Italia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">A queste alme d'Italia abitatrici</p>
-<p class="i01">Di lodi un serto in pria non colte or tesso;</p>
-<p class="i01">Chè vil fra 'l volgo odo vagar parola</p>
-<p class="i01">Che le Dive sorelle osa insultando</p>
-<p class="i01">Interrogar che valga a l'infelice</p>
-<p class="i01">Mortal del canto il dono. Onde una brama</p>
-<p class="i01">In cor mi sorge di cantar gli antichi</p>
-<p class="i01">Beneficj che prodighe a l'ingrato</p>
-<p class="i01">Recâr le Muse<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Allora il suo desiderio più vivo e la più cara speranza erano di vedersi
-aggiunto un giorno <i>al drappel sacro</i> dei poeti d'Italia<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>, al quale
-fu poi aggiunto veramente, ma senza che il suo desiderio ci entrasse
-per molto; anzi un pochino contro sua voglia, s'è vero che a farvelo
-aggiungere ajutarono per la parte loro anche quelle poesie giovanili
-ch'egli rifiutò più per le cose che dicevano che pel modo,
-meno perfetto, con cui le dicevano.
-</p>
-
-<p>
-Quand'è che l'animo di questo innamorato cominciò a raffreddarsi?
-Sarebbe difficile il dirlo. Da giovanissimo, e poi per certo
-tempo più tardi, egli vagheggiò una specie di poesia realistica, molto
-diversa da quella di cui il Cerretti seguitava a predicare essere il
-furore la suprema ragione. Nel sermone a Giovanni Battista Pagani,
-ch'è del 1804, il poeta così si confessa all'amico:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Or ti dirò perchè piuttosto io scelga,</p>
-<p class="i01">Notar la plebe con sermon pedestre,</p>
-<p class="i01">Che far soggetto ai numeri sonanti</p>
-<p class="i01">Opre antiche d'eroi. Fatti e costumi</p>
-<p class="i01">Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa</p>
-<p class="i01">Nega esprimer Talia<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Queste ultime parole in ispecie son degne di qualsiasi più risoluto e
-più rigoroso realista. Diciasette anni più tardi, nel gennajo del 1821,
-e in una lettera al Fauriel, il Manzoni esprime la opinione che la
-poesia debba dire ciò che si pensa e ciò che si sente nella vita reale<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>;
-e in altra lettera, senza data, al medesimo amico, parla ironicamente
-del <i>bel principio</i> «que tout ce qui est vague, fabuleux, confus est poétique
-de sa nature, et que lorsqu'on ne sait rien sur un sujet, il faut en
-parler en vers»<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>. O prima o poi egli dovette vagheggiare una poesia
-ragionevole, come la voleva il Johnson. Leggasi questa sua riflessione:
-«A chi dicesse che la poesia è fondata sulla immaginazione e
-sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si può rispondere, che
-più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell'uomo, più si trova
-poesia vera»<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>. Se non che, molto per tempo egli dovette cominciare
-a negar credenza a quel detto dello Shelley, che i poeti possono significare
-il vero al pari e meglio di coloro che scrivono in prosa; e
-al giudizio di Aristotele, quando sentenziò essere la poesia più filosofica
-e, in un certo senso ideale, più vera della storia<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>. Onde, sino
-dal 1829, nella <i>Storia della Colonna Infame</i>, si burlava del privilegio
-arrogatosi dai signori poeti di dire ogni cosa che loro salti in capo, o
-vera o falsa che sia<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>; e nel giugno del 1832 scriveva ad un Coen, il
-quale s'era fissato di lasciare i negozii per darsi alle lettere: «E,
-come le storture trovan meglio da appigliarsi e da spiegarsi in un
-linguaggio straordinario, fantastico e di convenzione, così i poeti hanno
-in questa miseria (<i>del fare d'una passione una virtù</i>) la maggior parte
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-e il più cospicuo luogo»<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. Vero è che poi, nel 1845, dirà la poesia
-usare un linguaggio insolito perchè ha cose insolite da dire<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Come intendesse il Manzoni la unione, o l'alleanza della poesia con
-la storia, abbiamo già in parte veduto. Quella deve conformarsi e obbedire
-a questa. Se nel Michelet il poeta nuoce allo storico, nel Manzoni
-lo storico nuoce al poeta.
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco l'antico amore, non solo s'intepidiva, ma diventava,
-prima indifferenza, poi avversione. Ecco il Manzoni trovar gusto in
-notare i difetti, i peccati, gli svantaggi della poesia, e l'irreparabile e
-non lacrimabile suo decadimento. «La poesia ha anche questo bel
-vantaggio, d'essere come forzata a prendersi delle licenze», dirà egli
-in una delle citate lettere al Borghi<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>. E in quella lettera al Coen:
-«Badi che i poeti vanno scemando d'autorità come di numero (<i>di numero
-poi!</i>); e l'essere con tutto ciò cresciuto quello de' lettori fa sì
-che alla venerazione sottentri il giudizio; e son giudicati ogni dì più
-con questa ragione, che, se le cose dette da loro fanno per loro soli
-e non importano all'umanità, son cose da non curarsene; se importano,
-bisogna veder come sien vere»<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>. Altro che la <i>divina armonia</i>
-del carme in morte dell'Imbonati, e gli entusiasmi e gli ardori dell'<i>Urania</i>!
-Altro che la <i>divina concitazione del genio</i> e la <i>sapienza ispirata</i>
-decantata dal Foscolo! Ed era il tempo felice e memorabile in
-cui i romantici francesi andavano in gloria perchè dicevano di aver
-ritrovate le fonti vive della poesia, e sgombratene le scaturigini dagli
-sterpi e dai sassi, ne lasciavano correre in copia, fra le turbe assetate,
-le onde vivificatrici e sonore. Nel novembre del 1845 il Manzoni,
-in una lettera al Giusti, del quale pure ammirava l'arte e l'ingegno,
-par che si spassi a fare il novero di tutti gli scapiti a cui la poesia,
-la <i>signorona vecchia</i>, andò soggetta nel corso dei tempi, e fattolo,
-soggiunge, burlandosi: «Dunque lavora, <i>chè fai sul tuo</i>; e accresci
-l'entrata della padrona, agl'interessi della quale prendo una gran
-parte, anche per il gran bene che le ho voluto in gioventù»<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>. In gioventù,
-avete inteso?
-</p>
-
-<p>
-Quando, nei <i>Promessi Sposi</i>. detto che cosa s'intenda per poeta
-dal volgo di Milano e del contado (e, si poteva aggiungere, d'altri siti:
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-<i>populus sanos negat esse poetas</i>, scriveva melanconicamente Ovidio
-dal Ponto): quando, dico, il Manzoni butta lì quella sua interrogazione
-biricchina: «Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con
-cervello balzano?»<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> ognuno capisce che nella opinione del Manzoni ci
-ha che fare non poco; e più lo capisce, quando in un altro luogo del
-romanzo legge, in coda a un ricordo del famoso sonetto dell'Achillini:
-<i>Sudate o fuochi</i>, ecc., queste parole: «Ma è un destino che i
-pareri dei poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti
-conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran
-cose risolute prima»<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>. Altro che i veggenti, e i precursori, e gli apostoli!
-Altro che i convertitori delle folle in popolo! Altro che il
-<i>drappel sacro</i>!
-</p>
-
-<p>
-Ma, quando scriveva il romanzo, il Manzoni era ancora in vena
-di scherzo: più tardi non credo che in sì fatto argomento avrebbe
-scherzato a quel modo. Più tardi egli nutrì per la poesia un po' (non
-saprei dir quanta) di quell'avversione sospetta e stizzosa che brontola
-nelle parole del Bossuet e del Pascal, e la nutrì, in parte almeno,
-per le ragioni medesime. Orazio disse la poesia <i>amabilis insania</i>:
-venne tempo in cui quell'<i>amabilis</i> dovette parer di troppo all'autore
-della <i>Morale cattolica</i>. Perciò io penso che sieno del Manzoni
-assai giovane questi pensieri, tolti di tra i suoi <i>Pensieri varii</i>: «La
-poesia, stromento di criterio della bontà delle azioni. Alcuni fatti giustificati
-in prosa, non potrebbero mai divenir soggetto di encomio
-poetico. Fate un po' dei versi in lode della tratta dei negri, della
-St-Barthélemy, degli <i>auto da fé</i>, del tribunal rivoluzionario del
-'93, ecc., cose in favor delle quali si è pur ragionato in prosa.
-La poesia sembra allontanarsi dalla vita reale più della prosa, e all'opposto,
-rigettando le formule generali, convenute di quella, essa
-sovente si move, e si addirizza insieme alle più intime, primitive sensazioni,
-ai particolari in cui quelle si risolvono, che quelle non rappresentano.
-E appunto nei casi del genere suddetto, la prosa giustificatrice
-si serve di quelle formole, ecc.»<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>. La <i>prosa giustificatrice</i>!
-quale attributo! dunque la poesia direbbe il vero meglio della prosa?
-</p>
-
-<p>
-Se al detto sin qui voi aggiungete che il Manzoni, non solo ebbe
-in uggia il romanzesco, lo stravagante, il mostruoso, ma ancora ogni
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-meraviglioso soprannaturale, da quello della fede in fuori; ch'egli
-non sentì punto il bisogno, tanto sentito dai romantici, di sostituire
-all'antica una nuova mitologia; che si mostrò sempre molto severo
-per tutte le credenze superstiziose, poetiche o non poetiche; se osservate
-ch'egli non si diletta punto di portenti e di miracoli; che nei
-<i>Promessi Sposi</i> non v'è altro meraviglioso, se non quello di un ordine
-divino che si lascia scorgere dietro al disordine umano; che il miracolo
-vi è sempre interno, occulto, immanente, e si compie nelle
-anime o pervade la storia; che però quello delle noci narrato da fra
-Galdino si risolve in ironia manifesta; voi avete sott'occhio tutti gli
-elementi, le movenze e i caratteri dell'arte manzoniana, quali sono
-prodotti, determinati, condizionati da quel vero che il Manzoni aveva
-preso a fondamento dell'arte sua, e che fedele al monito dell'Imbonati:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Il santo vero</p>
-<p class="i01">Mai non tradir,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-egli osservò sempre nei pensieri, nelle parole, nelle opere.
-</p>
-
-<h3>IX.</h3>
-
-<p>
-Nella dottrina romantica il Manzoni distinse molto opportunamente
-due parti, l'una negativa, positiva l'altra; quella assai più larga, più
-consistente e più precisa; questa assai più ristretta, più sconnessa
-e più indeterminata<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>. Per la parte negativa, si può dire ch'egli s'accordi
-in tutto con la scuola; per la parte positiva, si accorda molto
-meno, e qualche volta non si accorda punto. Del resto, in questa seconda
-parte, anche gli altri romantici discordavano spesso fra loro.
-Avveniva della dottrina romantica ciò che di tutte le dottrine, dove la
-parte critica è sempre più valida e più coerente della dogmatica.
-</p>
-
-<p>
-Come ogni altro romantico vero, il Manzoni detesta, ricusa e schernisce
-tutte quelle regole d'arte che non sono «fondate sulla natura,
-necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de' critici, trovate,
-non fatte»<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>. Con l'acume suo consueto egli scopriva nelle regole
-arbitrarie un trovato della pigrizia e della inettitudine: «C'est une singulière
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-disposition que celle que nous avons à nous forger des règles
-abstraites applicables à tous les cas, pour nous dispenser de
-chercher dans chaque cas particulier sa raison propre, sa convenance
-particulière»<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>. «Il n'y a ni règles, ni modèles», dirà più tardi l'Hugo,
-«ou plutôt il n'y a d'autres règles que les lois générales qui planent
-sur l'art tout entier, et les lois spéciales qui pour chaque composition
-résultent des conditions d'existence propres à chaque sujet». Il Manzoni
-aggiungeva: «in fatto d'arte, un precetto non può essere altro
-che l'indicazione d'un mezzo»<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>; e con tutti i romantici credeva che
-le regole non fondate in natura (alle fondate in natura chi ha fior di
-senno non sogna di ribellarsi) fossero state «un inciampo a quelli che
-tutto il mondo chiama scrittori di genio; e un'arme in mano di
-quelli che tutto il mondo chiama pedanti»<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>. Documento insigne dell'avversione
-sua a quelle, e, in pari tempo, dell'acutezza e potenza
-della sua critica estetica, rimane la lettera sulle famose unità drammatiche<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni è ancora schiettamente e deliberatamente romantico
-nella dottrina drammatica, e specialmente quando sostiene che tutta
-la struttura del dramma, e il moversi de' personaggi in esso, e la vicenda
-degli avvenimenti, devono dipendere dalla natura dell'azione;
-e quando ammira ed esalta lo Shakespeare sopra tutti i drammaturghi
-antichi e moderni. La sua dottrina drammatica, in sostanza, non è
-diversa, o è poco diversa da quella di Guglielmo Schlegel, del De
-Vigny, dell'Hugo.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni è inoltre romantico risoluto quando vuole si sostituisca
-il concreto all'astratto, il particolare al generale, l'uomo vero al fittizio,
-ecc.; ma non è più romantico, o è un romantico irresoluto, e
-che fa molte riserve, rispetto ad altri postulati, ad altre tendenze dell'arte
-nuova.
-</p>
-
-<p>
-Così rispetto a quella mescolanza del tragico e del comico, dello
-scherzevole e del serio, che preconizzata nel secolo <span class="smcap lowercase">XVII</span> da Lope
-de Vega, nel secolo <span class="smcap lowercase">XVIII</span> dal Diderot, dal Voltaire e dal Lessing,
-de' quali tre, il secondo la biasimò dopo averla lodata e il terzo
-la lodò dopo averla biasimata; effettuata nel dramma lacrimoso,
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-o commedia patetica, o tragedia borghese che voglia dirsi,
-era divenuta un canone principale dell'estetica romantica, un
-pezzo prima che l'Hugo scoprisse nel cristianesimo la fusione armonica
-del grottesco e del sublime. Il Manzoni, prudente sempre, non
-la condanna; ma esprime un dubbio: «je pense», scrive egli nella
-già tante volte citata lettera sulle unità, «comme un bon et loyal partisan
-du classique, que le mélange de deux effets contraires détruit
-l'unité d'impression nécessaire pour produire l'émotion et la sympathie;
-ou, pour parler plus raisonnablement, il me semble que ce
-mélange, tel qu'il a été employé par Shakespeare, a tout-à-fait cet
-inconvénient. Car qu'il soit réellement et à jamais impossible de produire
-une impression harmonique et agréable par le rapprochement
-de ces deux moyens, c'est ce que je n'ai ni le courage d'affirmer, ni
-la docilité de répéter... Mais, pour rester plus strictement dans la
-question, le mélange du plaisant et du sérieux pourra-t-il être transporté
-heureusement dans le genre dramatique d'une manière stable,
-et dans des ouvrages qui ne soient pas une exception? C'est, encore
-une fois, ce que je n'ose pas savoir»<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>. Nei <i>Promessi Sposi</i>, per altro,
-la mescolanza c'è, ed è anzi carattere notabile di quel libro, che ne
-ha tanti altri notabili; e se ne potrebbe discorrere a lungo, se il
-tempo lo concedesse.
-</p>
-
-<p>
-Si sa che i romantici furono più che mediocremente presi da quella
-dolce mania descrittiva che il Mérimée pose così argutamente in canzone,
-e che i realisti ebbero dai romantici in fedecommesso. Al Manzoni
-quella mania non s'attaccò. Si sa pure che i romantici, stanchi
-di quello che chiamavano vaniloquio classico, formarono il proposito
-di dire, non più parole, ma cose, e fermi in esso cominciarono alcuni,
-anzi molti, a curar le parole un po' meno di quanto si richieda alla
-giusta ed efficace significazion delle cose. Il Manzoni, che anche in
-ciò la sa lunga, cura moltissimo le cose, e per curarle a dovere, cura
-anche moltissimo le parole.
-</p>
-
-<p>
-Chi legge le opere del Manzoni con l'attenzione dovuta, ogni po'
-incontra pensieri che un romantico dei soliti non vorrebbe far suoi,
-parole che un romantico dei soliti non direbbe. E così dev'essere;
-perchè, come s'è veduto, il Manzoni ha una costituzione di mente
-molto diversa da quella dei romantici presi in generale e il Manzoni
-si tiene stretto e fedele ai soli principii fondamentali del
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-romanticismo; e il Manzoni riman fuori affatto dei traviamenti
-della dottrina romantica e dell'arte romantica. Perciò s'indovina
-che moltissimi romantici, dei maggiori e dei minori,
-non gli dovevano andar troppo a sangue<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>. Riservato e benevolo come
-egli è, non lo dice; ma si capisce che avrebbe avuto da dir per un
-pezzo, se avesse voluto incominciare e non fermarsi. Solo una volta,
-scrivendo al Cantù, che nel 1833 aveva dato fuori il saggio intorno a
-<i>Victor Hugo e il romanticismo in Francia</i>, uscì sul conto del grande
-poeta francese in queste moderate parole: «I giudizii vostri sono benevoli,
-ma non adulatorii, come troppi altri. È un ingegno forte, ma
-disordinato. Le situazioni, le sa trovare; e, trovate, le sa usare (come
-dite voi <i>exploiter</i>?), ma non guarda se siano ragionevoli.... Voi dite
-all'autore delle parole savie: facciano almeno frutto su certi giovani
-di qui, e principalmente di oltre Enza»<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>. Queste sono parole piene
-di temperanza e modestia mirabile, perchè non si può immaginare diversità,
-anzi contrarietà di natura maggior di quella che passa tra
-colui che le pronunziava e colui per cui erano pronunziate; e si sa
-che i diversi, e più i contrarii sono da natura pochissimo disposti a
-giudicarsi vicendevolmente con temperanza e con modestia, anzi pur
-con giustizia. L'Hugo è capo incontestato del romanticismo francese;
-il Manzoni è considerato capo del romanticismo italiano: ora, chi
-leggesse le opere dell'uno e dell'altro, e non sapesse più là, non immaginerebbe
-mai e poi mai che le due scuole che li acclamano capi
-possano denominarsi col medesimo nome.
-</p>
-
-<p>
-Per definire vie meglio l'indole del Manzoni e dell'arte sua, non
-sarà male che ci soffermiamo alcuni istanti a fare tra l'Italiano e il
-Francese un po' di raffronto.
-</p>
-
-<h3>X.</h3>
-
-<p>
-Ma prima di tutto una dichiarazione e una protesta, come usavano
-farne que' buoni autori del tempo andato che, non dalle parole dei
-censori soltanto, ma anche dalle lor proprie, volevano assicurati i leggenti
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-non esservi nelle opere loro nulla <i>contro la santa fede cattolica,
-nè contro prencipi, nè contro buoni costumi</i>.
-</p>
-
-<p>
-Io ammiro profondamente il Manzoni, e ammiro, non meno profondamente,
-l'Hugo; e fo così poco conto dei detrattori morti del
-primo come dei detrattori vivi del secondo. Entrambi mi pajono
-grandi; e se talvolta l'uno mi par più grande dell'altro, ciò avviene
-solo perchè fissando io un po' troppo intentamente lo sguardo nell'uno
-dei due, l'altro lo perdo un pochino di vista. Facciamo una supposizione.
-Supponiamo che per decreto di un nuovo fato il Manzoni
-e l'Hugo non fossero più entrambi concessi alla gloria di questa povera
-umanità, ma l'uno di essi soltanto, e che quest'uno dovess'essere
-da noi prescelto: io, per la mia parte, come cittadino di questa patria
-italiana, non potrei non dire: <i>Ebbene, ci sia lasciato il Manzoni</i>; ma,
-come cittadino del mondo, non saprei che risolvere. E dopo ciò, veniamo
-al proposito nostro.
-</p>
-
-<p>
-L'Hugo è di temperamento sanguigno; il Manzoni è di temperamento
-nervoso. Quegli serba e mostra in tutto il poderoso suo essere
-come un resto di esuberanza e d'impetuosità primitiva, certe come
-vestigia di una umanità non ancora attenuata e ammansita dal lento
-lavoro dei secoli; questi dà a conoscere in tutto il delicato suo essere
-l'ostinato lavoro della disciplina, gli effetti dell'adattamento e dell'assuefazione;
-e si può quasi dire che ogni antico istinto è perduto
-in lui. L'Hugo fu rassomigliato a un titano, e non infelicemente; se
-non che, qualche volta par che si sformi e degradi nel ciclope: il
-Manzoni par quasi un santo, ma un santo che, qualche volta, pende
-verso l'asceta.
-</p>
-
-<p>
-L'Hugo ebbe uno spirito audace, turbolento e superbo; il Manzoni,
-come fu osservato argutamente dal Tenca, «un'intelligenza che si
-schermisce quasi paurosa di sè medesima». Quegli fu sempre sicuro
-di sè, ed ebbe per incontrastabile e per sacra ogni sua opinione, ogni
-parola; questi sempre dubbioso, e sempre restio a profferir giudizii
-e sentenze; <i>di maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più
-importanti</i>, il costrutto del suo ragionare era questo: nego tutto, e
-non propongo nulla<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>. Quegli fu (chi nol sa?) vanissimo, e nella ostentazion
-di sè stesso attinse almeno i primi gradi del ridicolo: pensò
-d'essere, e così si denominò, una fiaccola accesa dinanzi alla umanità
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-brancolante nel bujo, un preparatore di nuovi destini, un redentore
-di mondi; ed accettò, anzi chiese l'adorazione: questi spinse la modestia
-inaudita e favolosa sino a dirsi inetto a cosa alla quale tutti si
-stimano idonei, a fare, cioè, il deputato, e da sè si chiamò <i>uomo inconcludente</i>,
-e ricusò gli omaggi, e fu, nel ricusarli, più d'una volta
-sgarbato. L'uno fu l'uomo di tutte le pubblicità, di tutti gli ardimenti,
-e mescolò la fragorosa voce tra di profeta e di tribuno a tutte le voci
-e a tutte le bufere del secolo, e più d'una volta le dominò tutte dall'alto;
-e apparve bello e splendente d'antico eroismo quando dalla
-sommità di uno scoglio, di mezzo al tumulto di un oceano perpetuamente
-sconvolto, osò sfidare, maledire, deridere l'avversario coronato
-e onnipotente; l'altro fu uomo di solitudine e di silenzio, e
-solo con mano circospetta e parco gesto sparse negli animi alcuni semi
-che poi germogliarono. Ebbero entrambi alto senso di pietà per tutte
-le umane miserie; ma la pietà del poeta che gridava ai quattro venti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Je hais l'oppression d'une haine profonde,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e che scrisse questo mirabile verso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Fais en priant le tour des misères du monde,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-fu più operosa: quella dell'altro fu forse più caritatevole, perchè abbracciava
-oppressi ed oppressori ad un tempo.
-</p>
-
-<p>
-L'Hugo fu così cattivo ragionatore come fu buon poeta, e volle
-far del filosofo a dispetto della natura, che avevagli dato il pensar
-vasto e magnifico, non il pensar chiaro e preciso; e però la sua metafisica
-rimase sempre, come fu detto, <i>une métaphysique rudimentaire</i>.
-Come il Manzoni avesse per questo rispetto, e mirabili, le qualità che
-mancarono all'Hugo, abbiam veduto a suo luogo. Ciò nondimeno bisogna
-pur riconoscere che l'Hugo, non solo comprese molte cose, ma
-molte ancora ne presentì; che egli riuscì a tradurre meravigliosamente
-in fantasmi parecchi concetti filosofici; e che il suo pensiero
-si muove attraverso la intera creazione con una forza e un'agilità di
-cui sono pochissimi esempii. Chi vuol vedere la differenza che passa
-tra la virtù critica dell'Hugo e la virtù critica del Manzoni, confronti
-il Saggio del primo sopra Shakespeare con la Lettera del secondo
-sopra le unità drammatiche, o col Discorso intorno al romanzo storico.
-</p>
-
-<p>
-In arte l'Hugo tende al romanzesco, al paradossale, al mostruoso;
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-trionfa nell'antitesi; dice che la vera poesia consiste nell'armonia dei
-contrarii; fa cominciare dall'apparizion del grottesco una nuova èra
-del mondo; detesta la sobrietà, che gli pare virtù da servitore e non
-da poeta; produce, fin che vive, con abbondanza miracolosa, e lascia,
-morendo, tanto d'inedito quanto potrebbe bastare a più d'un vivo; il
-Manzoni detesta il romanzesco, il paradossale, il mostruoso; fugge
-l'antitesi; dice che la poesia dev'essere tratta dal cuore, deve esprimersi
-non solo con sincerità, ma, ancora, con semplicità, e che una
-delle più belle facoltà sue si esercita nell'attirar l'attenzione sopra fatti
-morali che non si potrebbero osservare senza ripugnanza<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>; non s'impaccia
-col grottesco, bastandogli il brutto; ha la sobrietà, anche letteraria,
-in conto di assai buona virtù; produce poco, e cessa quasi
-di produrre essendo ancor giovane, e quando molt'altro si aspettava
-ancora da lui.
-</p>
-
-<p>
-I <i>Promessi Sposi</i> vincono, a mio parere, e di molto, <i>Notre Dame
-de Paris</i>, i <i>Misérables</i>, i <i>Travailleurs de la mer</i> e tutti gli altri romanzi
-dell'Hugo; ma l'Hugo è, sempre a parer mio, e sebbene ci sia
-in lui non poco del Cavalier Marino, assai maggior poeta del Manzoni;
-ed è tale perchè la sua coscienza è una coscienza essenzialmente
-poetica, perchè egli pensa consuetamente per via d'immagini
-e di fantasmi, perchè sente e giudica poeticamente la vita ed il mondo.
-L'anima del poeta, quale egli l'ha e la vuole, partecipa della natura
-del dio panteistico, penetra e si spande in tutte le cose, attraverso ai
-tempi e agli spazii.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O poëtes sacrés, échevelés, sublimes,</p>
-<p class="i01">Allez et répandez vos âmes sur les cimes,</p>
-<p class="i01">Sur les sommets de neige en butte aux aquilons,</p>
-<p class="i01">Sur les déserts pieux où l'esprit se recueille,</p>
-<p class="i01">Sur les bois que l'automne emporte feuille à feuille,</p>
-<p class="i01">Sur les lacs endormis dans l'ombre des vallons!</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Si vous avez en vous, vivantes et pressées,</p>
-<p class="i01">Un monde intérieur d'images, et de pensées.</p>
-<p class="i01">De sentiments, d'amour, d'ardente passion,</p>
-<p class="i01">Pour féconder ce monde échangez-le sans cesse</p>
-<p class="i01">Avec l'autre univers visible qui vous presse!</p>
-<p class="i01">Mêlez toute votre âme à la création.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-</p>
-
-<p>
-Perciò egli non ha nè ripugnanze nè ritrosie che gli facciano escludere
-cosa alcuna dagli sterminati dominii della poesia. Adora la natura
-con quello stesso fervor religioso con cui adora l'umanità, e
-spazia attraverso a tutti i secoli, a tutti i climi, a tutte le storie, raccogliendo
-con egual reverenza e con egual compiacimento, nello instancabile
-verso, le voci e gli echi della Giudea e dell'ultimo Oriente,
-di Grecia e di Roma, dei castelli e delle corti medievali, della odierna
-piazza tumultuante, accoppiando miti classici a leggende cristiane,
-spingendo dietro ai passi degli antichi Re e degli antichi profeti i
-cavalieri erranti e le lacere plebi.
-</p>
-
-<p>
-E quanto al romanticismo più propriamente, l'Hugo voleva che
-l'arte romantica fosse una specie di foresta vergine, quanto più si
-possa dire diversa da quel bene spartito e ben pettinato giardino di
-Versailles, a cui paragonava l'arte classica: il Manzoni non voleva
-foresta vergine e non voleva nemmeno il giardino di Versailles; voleva,
-direi, un giardino inglese.
-</p>
-
-<p>
-Giunti a questo punto possiam fare, in due parole, un po' d'epilogo,
-e dire, o piuttosto ripetere, che il romanticismo del Manzoni non è
-quello che d'ordinario si crede; che esso è più e meno del comune,
-secondo che si guardi ai principii o alle deviazioni; che far del Manzoni
-il capo del romanticismo italiano è, per molti rispetti, giusto, ma
-non così giusto come lasciarlo solo nel luogo ov'egli stesso s'è posto,
-e dove, pur troppo, sembra che abbia a rimaner solo un bel pezzo.
-</p>
-
-<h3>XI.</h3>
-
-<p>
-Questo <i>pur troppo</i>, che m'è sdrucciolato dalla penna, si trascina
-dietro un po' di coda.
-</p>
-
-<p>
-Col vento che tira non ci sarebbe da meravigliare se qualcheduno
-saltasse su un dì o l'altro a gridare di punto in bianco: Già che si torna
-a tante cose, torniamo anche al Manzoni, cioè al suo modo d'intender
-l'arte e di praticarla. Un tal grido potrebbe trovare molte orecchie
-aperte, ed echeggiare in molti spiriti, per più ragioni, e tra l'altre
-per questa, che in fatto di letteratura, e non di letteratura soltanto,
-noi (dico noi, così di qua come di là dall'Alpi) siamo finalmente riusciti
-alla confusione babelica. Il realismo, con le sue due varietà del
-verismo e del naturalismo, dopo aver tutto occupato il traffico nazionale
-ed internazionale, s'è ammazzato da sè, a furia d'intemperanza
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-e d'insensatezza. Il plasticismo dei Parnassiani fu rovinato il giorno
-in cui si fece, o, per dir meglio, si rifece la non difficile scoperta che
-le arti di cui esso aveva voluto appropriarsi il magistero e l'officio,
-fanno molto meglio ciò ch'esso fa molto peggio. Lo psicologismo dei
-così detti anatomisti d'anime è venuto terribilmente a noja a furia di
-analisi infinitesimali, di rilievi micrometrici, di arzigogoli e di sofismi.
-I decadenti sono forse decaduti un po' troppo. Gl'impressionisti
-non impressionano abbastanza. Il preraffaellismo pittorico e letterario
-è, più che altro, un capriccio e un giuoco di artisti a spasso.
-Il simbolismo, fra tanti simboli, non lascia bene intendere che si
-voglia. Si sente picchiare agli usci un idealismo nuovo; ma non ci
-ha detto ancora quale sia il suo ideale.
-</p>
-
-<p>
-Così che confusione grandissima, d'onde stanchezza, malumore,
-inquietezza, e, se non volontà, voglia di un qualche avviamento ragionevole
-e di un qualche rinnovamento: condizione di spiriti e di
-cose molto favorevole a chi con avvedutezza, con coraggio, con forza
-si mettesse alla testa delle turbe esitanti, e, senza voltarsi indietro,
-gridasse con aria inspirata: Seguitemi; o a chi, voltandosi indietro,
-con aria compunta suggerisse: Torniamo al Manzoni.
-</p>
-
-<p>
-Ora, che cosa significherebbe un ritorno sì fatto? Sarebb'esso un
-bene? sarebb'esso un male? e come s'avrebbe a fare?
-</p>
-
-<p>
-Il ritorno al Manzoni dovrebbe significare primamente detestazione
-e rifiuto di tutte quelle forme e tendenze d'arte che il Nordau, nel suo
-notabile libro sulla degenerazione presente, ha con esagerazione manifesta,
-ma non senza giusto motivo, considerate e condannate come
-immorali, insensate e perniciose; corrompitrici, nonchè delle anime,
-dell'arte stessa; nate esse stesse dalla degenerazione, e sollecitanti e
-aggravanti la degenerazione. Dovrebbe poi significare ritorno alla ragione,
-alla sincerità, all'onestà; restaurato il senso della realtà, della
-convenienza, della misura; l'arte rimessa in armonia coi grandi interessi
-umani; la semplicità, la naturalezza, sostituite alla <i>preziosità</i>
-e alla stravaganza; un linguaggio piano, terso, dritto, efficace,
-sostituito agli avviluppamenti, agl'imbellettamenti, agli sdilinquimenti
-della locuzione e dello stile.
-</p>
-
-<p>
-Ciò posto, qual è quel uomo di sano intelletto che, per tutti questi
-rispetti, non giudicasse un bene, e un gran bene, il ritorno al Manzoni?
-Ma qual è, d'altra banda, quell'uomo di sano intelletto, il quale
-non volesse avvertire, in pari tempo, che il ritorno pieno, cieco, incondizionato,
-sarebbe sicurissimamente un male, e un gran male?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-</p>
-
-<p>
-Abbiam veduto che il Manzoni si accosta in più occasioni, e in
-più modi, alle scuole fiorite dopo il romanticismo. Egli è realista
-quanto si può, ragionevolmente, desiderare che sia. Egli è molto migliore
-psicologo di molti psicologisti che forse lo sdegnano. Egli usa
-nel descrivere quella proprietà e precision di linguaggio che mostran
-la via al plasticismo. Egli da molte bande rompe i confini del romanticismo
-comune. Perciò facilmente, e da molte bande, si può tornare
-a lui, e ci si può trovar d'accordo con lui; ma questa stessa facilità
-può riuscire pericolosa, se altri dimentichi che il Manzoni non risponde,
-non può rispondere, in fatto d'arte, a tutti i nostri giusti desiderii,
-a tutti i nostri legittimi bisogni.
-</p>
-
-<p>
-Certo, il Manzoni è un artista vero, un artista grande; e sono ben
-poco accorti coloro che, sotto quegli andamenti suoi, così semplici e
-bonarii, non iscorgono l'arte meravigliosa e squisita, che sempre illuse
-e sempre disperò gl'imitatori; ma bisogna pur dirlo, la sua
-natural timidezza gli nocque, gli nocquero i troppi rispetti, e i troppi
-scrupoli, e le troppe esitazioni. Non tutta l'arte fu in lui; e quella che
-fu, egli intese a restringere entro confini un po' troppo angusti, a
-farla men padrona di sè e de' suoi movimenti di quanto possa piacere
-a chi ha dell'arte il culto libero e vivo. Quella tendenza si fece in lui
-sempre più imperiosa e più forte con gli anni; e forse, insieme con
-la cresciuta incontentabilità, fu tutto un nodo di renitenze e di ripugnanze
-religiose e morali quello che gli strinse l'animo, e lo ridusse,
-tanto innanzi tempo, alla inoperosità ed al silenzio. L'arte ha bisogno
-di libertà; il che non vuol già dire, come pur giova credere a tanti,
-che le si debbano concedere tutte le licenze. La sobrietà le giova; ma
-non l'astinenza; e il cilizio la uccide. Non è necessario che l'arte sia
-presuntuosa, impertinente, sfacciata; ma non è bene che sia tutta
-e sempre troppo modesta, docile, casalinga. Può impersonarsi in Beatrice;
-non deve impersonarsi in Lucia; e Lucia non deve vietare a
-Saffo di lasciarsi vedere e di parlare. Tutto ciò che nell'anima umana,
-e nella vita umana, è passione impetuosa, disordinata e traboccante
-energia, ribellione santa e superba, splendore e pompa di bellezza e
-di fortuna, sogno, stranezza, mistero, l'arte del Manzoni non l'espresse,
-e, veramente, non lo poteva esprimere; ma non c'è ragione perchè
-l'arte non lo esprima; anzi lo deve esprimere. Se si va dietro al Manzoni
-di dopo i <i>Promessi Sposi</i>, si rischia molto di riuscire alla negazione
-dell'arte.
-</p>
-
-<p>
-Il Manzoni mise fuori dell'arte, e volle quasi sbandita dalla coscienza,
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-tutta una parte di umanità, tutta una età della storia, il mondo
-antico e pagano: ma l'arte si muove liberamente nel tempo e nello
-spazio, e una delle virtù sue più mirabili consiste nel potere rifar
-vivo ciò ch'è morto, presente ciò ch'è remoto, e deve sdegnare ripugnanze
-che, comunque nate e cresciute, offendono lei e offendono l'umanità
-tutta quanta. Invano romanticismo e realismo, concordi in
-questo, ci contendono l'antico. Noi ripenseremo e ravviveremo nell'arte
-anche l'antico, e la stessa mitologia; non più al modo puerile
-dei classicisti, fingendo presente un passato irrevocabile; ma facendo
-scaturire una vena di alta e d'inesauribile poesia dallo scontro di un
-passato che l'anima sente passato con un presente che l'anima sente
-presente. Nulla v'è più poetico delle memorie: nulla più poetico di
-un mito ellenico ripensato da una coscienza del secolo <span class="smcap lowercase">XIX</span>, e più,
-credo, del <span class="smcap lowercase">XX</span>.
-</p>
-
-<p>
-Torniamo al Manzoni per la lingua; ma non lo seguitiamo in ogni
-suo passo, e non ci fermiamo ad ogni sua fermata. Facciamo pur
-getto della <i>langue marbrée</i> dei decadenti; invochiamo un nuovo Molière
-che volga in burla il nuovo <i>langage précieux</i> e ne faccia perdere
-il gusto; accettiamo di buon grado la lingua piana, schietta,
-comunemente intesa, che il Manzoni adopera e raccomanda; ma non
-assoggettiamo troppo duramente l'artista letterario al giogo pesante
-dell'uso; ma non dimentichiamo che la lingua atta ad esprimere il
-pensiero e il sentimento di tutti può non essere interamente atta ad
-esprimere il pensiero e il sentimento di alcuni; ma lasciamo che lo
-scrittore possa talvolta forzar l'uso della lingua, come il pensatore
-forza l'uso del pensiero; e lasciamo ch'egli cerchi, disotterri ed
-inventi per produr nuove impressioni, per ispianar la via a nuove
-idee.
-</p>
-
-<p>
-Torniamo alla prosa del Manzoni, e imitiamola, se siamo da tanto;
-ma non crediamo però che sia tutta perfetta, e conveniente a tutte
-le materie. Prosa mirabile, senza dubbio, e rara troppo nella nostra
-letteratura, anzi unica, ma un pochino povera di colore e di suono, e
-che si risente un po' troppo della riservatezza e della timidità del suo
-autore.
-</p>
-
-<p>
-Torniamo al concetto che il Manzoni ebbe di una letteratura popolare,
-che tragga vivezza, forza, fecondità dall'essere in istretta comunione
-col sentimento e con la vita del popolo: sarà questo il modo
-migliore di combattere il nuovo bizantinismo; ma riconosciamo che,
-come non tutta la musica può essere popolare, così non tutta la
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-letteratura può essere popolare; e che quando vengano a mancare
-certe forme dell'arte più squisite e più peregrine, tutta l'arte pericola,
-tutta l'arte decade.
-</p>
-
-<p>
-Torniamo ai <i>Promessi Sposi</i>, perchè la sazietà e il disgusto di
-tanta letteratura pazza, sconcia, brutale, quanta ne dilagò per l'Europa
-in questi ultimi anni, ci rende forse più che mai disposti a gustarne
-le immortali bellezze. Torniamo ai <i>Promessi Sposi</i>, e ridiventiamo
-magari manzoniani, ma con discernimento e con misura, senza preoccupazioni
-estranee e dannose all'arte, senza ricadere in quella cieca
-e stupida idolatria contro cui, sono più che vent'anni, si levò giustamente
-il Carducci. Torniamo ai <i>Promessi Sposi</i>; ma badiamo che
-se essi sono, com'ebbe a dire il De Sanctis, una «pietra miliare
-della nostra nuova storia», la nostra storia ha pure altre pietre miliari,
-e che questa non deve esser l'ultima, non deve segnar fine alla
-via. Torniamo ad essa, non per fermarci, ma per ritrovare la strada
-smarrita.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-</p>
-
-<h2 id="innomin">PERCHÈ SI RAVVEDE L'INNOMINATO?<a class="tagtitle" id="tag84" href="#note84">[84]</a></h2>
-</div>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Lessi già in più di un libro, e udii dire da molte persone, fra le
-quali non mancavano critici patentati, che il carattere dell'Innominato
-pecca d'inverisimiglianza e d'inconsistenza; che il Manzoni,
-nel colorirlo e nell'atteggiarlo, non addimostrò quel conoscimento sottile
-e profondo della umana natura, del quale porgono così larga
-testimonianza molti altri caratteri del suo immortale romanzo; che
-in ispazio di una notte, o poco più, un uomo non può rinnegare tutto
-sè stesso, non muta essere, non si trasforma di scelerato in santo;
-che il ravvedimento dell'Innominato somiglia troppo ad uno di quegli
-espedienti sbrigativi di scena mercè dei quali si spinge al fine desiderato
-un'azione che di per sè non potrebbe arrivarci<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tali, o poco dissimili affermazioni, specie se accompagnate da
-quel tono di saccenteria imperativa con cui, molte volte, la critica
-supplisce alla ragion che non ha, possono far colpo sull'animo di chi
-si lascia impressionare facilmente, o non è preparato abbastanza a
-discuterle; ma non credo, davvero, che sieno responsi d'oracoli, e
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-non vi si possa contrastare. E poichè esse s'appuntano contro un
-libro il quale (checchè siasi detto e fatto) non è men vivo oggi di
-quello fosse mezzo secolo fa, e domani potrebbe essere anche più
-vivo di oggi; contro un romanzo il quale, dileguata oramai, o
-stando per dileguare, l'affannosa tregenda di tanti romanzi veristici,
-realistici, naturalistici, nati, intristiti, morti nel corso di pochi mesi,
-o di qualche anno, appare agli occhi degli spassionati, comunque
-credenti o miscredenti, più vero, più reale, più naturale di tutti
-essi; io non credo possa parere fatica sprecata quella di discuterle
-un tantino, e di cercare quale sia la loro sostanza e quanta la ragionevolezza.
-</p>
-
-<p>
-Un primo dubbio da chiarire è questo: possono o non possono
-accader nell'uomo mutamenti interiori e repentini tali, che il pensare,
-il volere e l'operare di lui prendano, a muover da certo punto,
-in modo risoluto e durevole, un indirizzo in tutto diverso da quello
-seguito prima, e, talora, a quello di prima contrario? I fatti rispondono
-anticipando le dottrine, e rispondon che sì. Innumerevoli sono,
-a cominciar da San Paolo, i casi di subitanea conversione e di subitaneo
-ravvedimento; e se di molti si può dubitare che seguissero
-proprio così come la tradizione li narra, non è possibile dubitare di
-tutti. Chi prima avversava una fede, se ne fa, inaspettatamente, seguace;
-chi si ravvoltolava nelle sozzurre, si leva ed è mondo: i persecutori
-si trasformano in patroni; i carnefici invocano il martirio.
-Quanti furono che, come l'apologista Arnobio nel III secolo, e Santa
-Chiara da Rimini nel XIII, si convertirono per aver creduto d'udire
-una voce dal cielo che li ammoniva! Quanti che da un umile atto,
-da un'unica parola di carità, furono richiamati indietro, tolti da
-quella via di perdizione su cui stavano per muovere gli ultimi passi!
-Giovanni Colombini, che prima fu tristo uomo e mondano, e poi
-istitutore dei gesuati e santo, si ravvide un giorno leggendo per caso,
-mentre gli allestivano il desinare, la Vita di Santa Maria Egiziaca,
-gran peccatrice e grandissima penitente. Jacopone da Todi, veduto
-il cilicio che, sotto le ricche vesti, copriva il corpo della moglie
-morta, nauseò le vanità tutte ond'erasi compiaciuto, disse addio al
-mondo, diventò il <i>giullare di Dio</i>. Di Corrado, fratello del duca Lodovico
-d'Assia, e cognato di Santa Elisabetta d'Ungheria, si narra
-che fosse uomo oltre ogni dire superbo e violento. Nel 1232 poco
-mancò che non ammazzasse di propria mano, in pieno capitolo, l'arcivescovo
-di Magonza. Un giorno, trovandosi egli nel suo castello
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-di Tenneberg, in compagnia di molti seguaci, i quali tutti, dal più
-al meno, eran con lui di un animo e di un procedere, una donna
-di mala vita osò chiedergli l'elemosina; e avendola egli trattata
-assai duramente, con rinfacciarle la sozzura ond'era lorda, quella
-non rispose se non dipingendo la miseria e l'orrore della propria
-vita. Scosso dalle parole della peccatrice, il superbo riprenditore
-passò la notte in angosciosa vigilia, fatto subitamente conscio di
-sè, ripensando il passato e l'avvenire, considerando quant'egli fosse
-più malvagio e più vile di lei, e più di lei immeritevole di perdono.
-La mattina di poi seppe che molti de' suoi seguaci e ajutatori avevano
-pur passata la notte a quel modo; e allora, fatto proponimento
-di mutar vita, si recarono da prima, tutti insieme, al santuario
-di Gladenbach, poi a Roma, a ottenervi la remissione dei loro
-peccati. Ho riferito un po' per disteso questo esempio, perchè si
-può notare in esso qualche conformità col caso dell'Innominato; ma
-tralascio di recarne altri, parendomi che non bisognino<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Del suo personaggio dice il Manzoni, che un nuovo <i>lui</i>, cresciuto
-a un tratto terribilmente, era sorto a giudicare l'antico. Come poteva
-sorgere questo nuovo <i>lui</i>? Come può dentro ad un uomo nascerne,
-per così dire, un altro, che si sovrappone e talvolta si sostituisce
-al primo? Così al cardinal Federigo, come alla buona donna
-che va a tôrre Lucia in castello, il Manzoni fa dire che Dio ha toccato
-il cuore all'Innominato; e fa dire al popolo che la conversione
-dell'Innominato è un miracolo. E questa a dir vero è la spiegazione
-più ovvia e più semplice che ne possa dar quella fede che immagina
-un intervento della Provvidenza divina in tutti i fatti, sien essi naturali
-o umani, di cui non si scorga palese a primo aspetto la cagione,
-il principio, lo svolgimento. Ed è questa la spiegazione che
-meglio appaga la mente degli uomini dal Manzoni rappresentati nel
-suo romanzo, e, con certe modalità, la mente ancora dello stesso
-Manzoni; ma non è, di certo, la sola che se ne possa dare; e non
-è a creder che, rifiutata questa, il fatto della subita conversione
-appaja, o inaccettabile, o inesplicabile, mentre può escogitarsene
-un'altra, che il Manzoni stesso deve avere, per lo meno, intravveduta,
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-e che forse avrebbe potuto parergli, esaminandola alquanto, non dirò
-sufficiente, ma quasi sufficiente. Il mio assunto è questo: che il
-Manzoni delineò e colorì il carattere, narrò la storia del suo personaggio
-per modo, che il fatto del costui ravvedimento si può intendere
-come l'esito naturale di tutto un processo psichico naturale;
-come una peripezia che non contraddice, ma si conforma alle leggi
-psicologiche, ed in ispecie a quelle che governano la formazione,
-la consistenza, le variazioni del carattere; come un fenomeno insomma
-che può avere del mirabile, ma che ad esser chiarito non
-abbisogna punto della ipotesi del miracolo<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-</p>
-
-<p>
-Studii oramai non più nuovi hanno dissipati molti errori e molte
-illusioni circa la presunta identità e la presunta immutabilità della
-persona morale umana. L'<i>Io</i>, quell'<i>Io</i> che fu creduto un tempo indivisibile
-e invulnerabile, fisso in mezzo al perpetuo rigirarsi delle immagini,
-delle idee, degli affetti, come il punto matematico nel centro
-della ruota, fu veduto spostarsi e scorrere, e sdoppiarsi, e sfaldarsi
-in mille guise. Furon vedute nella stessa persona fisica, più persone
-morali, quando solo diverse, quando affatto contrarie, incalzarsi a
-vicenda, e l'una sopraffare e soppiantar l'altra con certa regola di
-ritorno e d'alternazione, e l'una non serbar ricordo dell'altra, e un
-uomo stesso esser più uomini in uno. Fu veduto sotto l'influenza
-della suggestione, o sotto quella del magnete, l'uomo trasmutarsi
-d'indole; perdere in certa qual maniera sè stesso; detestare quanto
-aveva prediletto, prediligere quanto aveva detestato; pensare, volere,
-operare ciò che in condizione propria e normale non avrebbe
-mai pensato, voluto, operato. L'anima apparve, come il corpo, un
-organismo delicato e complesso e mobile, perpetuamente in corso
-di farsi, disfarsi, rifarsi; e il carattere non sembrò più quella congegnatura
-rigida e stabile ch'era stato tenuto in passato.
-</p>
-
-<p>
-Che una di quelle che si dicono, e non a torto, crisi morali possa,
-se profonda e gagliarda abbastanza, mutare intimamente un carattere,
-è cosa riconosciuta dai più, e non difficile da spiegare, quando
-si pensi che così fatte crisi turbano, più o meno, l'equilibrio delle
-forze interiori, ne alterano l'aggiustamento e la coordinazione, sprigionano
-occulte energie, dànno moto e vigore a tendenze rimaste insino
-allora sequestrate e dormenti. Ma può anche darsi che la crisi
-produca un mutamento grande nel modo di pensare, di volere e di
-operare di un uomo senza troppo mutarne il carattere; senza provocarvi,
-cioè, una vera sostituzione di elementi fondamentali nuovi a
-elementi fondamentali vecchi; senza scomporre quell'assodata compagine
-di facoltà maestre, di passioni maestre, di tendenze maestre
-entro cui, per così dire, la vita dello spirito si scomparte e
-s'inquadra. L'uomo si torrà dalla via insino allora battuta,
-e, risolutamente, prenderà a batterne un'altra, o divergente
-da quella, o anche opposita a quella; ma procederà per la via
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-nuova mosso in somma, nel fondo, da quelle stesse energie che già
-lo fecero camminar nell'antica, e serbando fors'anche l'andatura di
-prima. Si vedrà, poniamo, il soldato impaziente e impetuoso, mutato
-in santo, portare la tonaca, a un dipresso, come un tempo
-la cotta d'armi; serbare sotto il cappuccio un cipiglio non molto
-dissimile da quello ch'era solito lasciar vedere sotto la celata, e
-muovere alla conquista del cielo con, in parte almeno, i procedimenti
-usati nella espugnazione delle città. Fanfulla frate e Fanfulla
-guerriero sono sempre in sostanza lo stesso Fanfulla<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non tutti i tempi sono egualmente favorevoli al prodursi delle
-grandi crisi morali, sia della prima, sia della seconda maniera che
-ho ricordata; ma favorevolissimi tra tutti son quelli ne' quali segua
-alcun generale e profondo rivolgimento delle cose umane e degli
-umani pensieri, con sostituzione di nuovi ad antichi ordini, instaurazione
-di nuove credenze o restaurazione d'antiche, innovamento
-grande d'arti o di scienze. Onde il vero, se bene inteso, delle parole
-di Origene, quando afferma che Dio nella prima età della Chiesa soleva,
-con segni e con visioni, produrre negli animi umani súbite commozioni
-e repentini travolgimenti.
-</p>
-
-<p>
-A chi tanto conosca di storia quanto si richiede a mezzana cultura
-io non ho bisogno di dire come e per qual cagione i tempi dell'Innominato
-fossero favorevoli a sì fatte crisi, specie se d'indole
-religiosa. Ch'egli passi per una crisi per cui molti altri passarono,
-e prima e dopo di lui, non è da meravigliare; ma bisogna vedere
-com'ei ci passi, e notare, innanzi tutto, che la crisi sua è, non della
-prima, ma della seconda maniera. In fatto, dopo il ravvedimento,
-egli appare sì un uomo nuovo, ma non già così nuovo come sembra
-a primo aspetto; anzi, nel nocciolo, rimane, direi, l'uom di prima;
-e non può non rimanere, perchè il ravvedimento suo (così mi sforzerò
-di provare) nasce, per molta parte, da quelle stesse qualità e forme
-del suo carattere che in passato fecero di lui un superbo, un prepotente,
-un malvagio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Vediamo, in prima, quale sia il carattere del nostro personaggio.
-</p>
-
-<p>
-«Fare», narra il Manzoni, «ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito
-da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari
-altrui, senz'altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto
-da tutti, aver la mano da coloro ch'eran soliti averla da altri; tali
-erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza,
-allo spettacolo ed al rumore di tante prepotenze, di
-tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di
-sdegno e d'invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava
-occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più
-famosi di quella professione, d'attraversarli, per provarsi con loro,
-e farli stare a dovere, o tirarli alla sua amicizia. Superiore di ricchezze
-e di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza,
-ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò
-male, molti n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto
-potevan piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero
-suoi inferiori, che gli stessero alla sinistra».
-</p>
-
-<p>
-Già da queste parole si possono rilevare gli elementi essenziali e
-le fattezze più spiccate del carattere dell'Innominato. La facoltà
-maestra di quest'uomo è la volontà, una volontà potentemente organata
-e indomabile, che coordina, disciplina, unifica tutta la vita interiore;
-una volontà secondata dall'<i>ardire</i> e dalla <i>costanza</i>. Egli è uno
-di quei forti perseveranti il cui esempio acquistò fede al detto <i>volere
-è potere</i>, e certo non uno dei minori. Egli è uno di quegli atleti
-pugnaci che soggiogano e foggiano a lor talento gli uomini e le
-cose in mezzo a cui vivono, ma che sono anche atti, a un buon bisogno,
-a soggiogare e rifar sè medesimi. Quest'uomo nutre in sè
-due passioni principali che fanno muovere la sua volontà, e dànno
-indirizzo e norma alle azioni: un orgoglio irrepugnabile e uno sfrenato
-amore d'indipendenza.
-</p>
-
-<p>
-Certo, prima del ravvedimento, egli è un malvagio; ma la malvagità
-di lui non è, direi, originaria, costituzionale, immediata. È
-piuttosto una malvagità avventizia, accidentale, secondaria; promossa
-bensì dalla tracotanza e dall'orgoglio; ma nata, più che da
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-altro, da un senso di disagio e di disgusto, dallo spettacolo di quelle
-tante prepotenze, di quelle tante gare, di que' tanti tiranni, che gli
-aveva acceso dentro un sentimento misto di sdegno e d'invidia. Ora
-lo sdegno, quello sdegno, in altra condizione di tempi e di luoghi,
-e quando non gli fosse mancato alcun ajuto opportuno, avrebbe potuto
-divenir principio di tutt'altro volere e di tutt'altra vita.
-</p>
-
-<p>
-Egli fece il male; ma non si vede propriamente in lui quella dilettazione
-istintiva e continuata e coerente del male che suole esser
-propria de' veri e grandi scelerati. La forza sua, di solito, «era stata
-ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci superbi»;
-ma non sempre era od era stata tale. «Accadde qualche volta
-che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui;
-e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente a finirla, a
-riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava duro, gli mosse
-tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati,
-o gli fece anche pagare un più pronto e terribile fio. E in quei
-casi, quel nome tanto temuto e aborrito era stato benedetto un momento:
-perchè, non dirò quella giustizia, ma quel rimedio, quel
-compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que' tempi, aspettarlo
-da nessun'altra forza, nè privata, nè pubblica». Quando una
-società non dia luogo se non a due condizioni d'uomini, soverchiatori
-in alto, soverchiati in basso, gli è quasi impossibile che gli orgogliosi,
-i forti, i violenti non si sforzino di essere piuttosto tra' primi che tra'
-secondi, e non riescano, anche se non isprovveduti di qualche virtù,
-malvagi affatto. L'Innominato diventò tiranno; un pochino, e forse
-molto, per gusto proprio; ma più per non essere tiranneggiato da
-altri: e seguì a lui ciò che di solito segue a chi si pone sullo sdrucciolo
-del mal fare, dove un passo ne tira un altro, e bisogna andar
-sino in fondo.<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> Il male è un terribile <i>consequenziario</i>, e le colpe
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-hanno come una tendenza a innanellarsi l'una nell'altra e formare una
-strana catena, che più s'allunga e più si fa tenace. La sterminata catena
-delle colpe sue l'Innominato può scorrere con lo sguardo tutta
-intera, anello per anello, «indietro indietro, d'anno in anno, d'impegno
-in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza»:
-la peccaminosa sua vita si svolge come un sorite insino al
-giorno in cui egli s'avvede che le premesse son false. In quel giorno
-il ravvedimento si compie.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Questo ravvedimento ha una occasione immediata e una preparazione
-remota.
-</p>
-
-<p>
-L'occasione immediata la porge la vista di Lucia, <i>rannicchiata in
-terra... raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e
-non movendosi, se non che tremava tutta</i>; la porgono quel suo rizzarsi
-inginocchioni, e quel giunger le mani, e quelle semplici parole:
-<i>son qui: m'ammazzi</i>; lo spettacolo doloroso della debolezza innocente,
-che, sopraffatta ed offesa dalla violenza, non insorge, non impreca,
-ma si umilia, e chiedendo misericordia, perdona. A quella
-vista, a quelle parole, il fiero uomo non può non avvedersi di una
-come sproporzione mostruosa, ch'è tra la forza adoperata da lui, e
-la condizione di colei contro cui l'ha adoperata. E quella sproporzione
-deve apparirgli come una viltà, tanto più spiacente al suo
-orgoglio, quanto il suo orgoglio è più rigido e il suo coraggio più
-schietto; quel coraggio, che per addimostrarsi nella forma sua più
-risoluta e più piena aveva bisogno del <i>pericolo vicino</i> e del <i>nemico a
-fronte</i>. Forse per la prima volta in sua vita egli sente in confuso che
-la violenza rimpicciolisce l'uomo, sebbene, a primo sguardo, paja
-ingrandirlo; sente che la generosità è ancor essa una forma della
-forza, anzi è la forma più magnifica; sente come una mal definita
-vergogna, naturale in uomo nobile e d'alti spiriti, d'inferocire
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-contro chi non è in grado nè di offendere, nè di difendersi, simile a
-quella da cui avrebbe potuto esser colto un cavaliere antico in sull'atto
-d'assaltare con l'armi un inerme. E di quella vergogna nasce
-una certa esitazione, come un leggiero smarrimento, che gli traspare
-dal volto, che gli stempera il suono della voce, e di cui Lucia ben
-s'avvede. In cospetto di un nemico forte e superbo egli sarebbe rimasto
-l'uomo di prima e di sempre; al che accenna egli stesso,
-quando di Lucia va dicendo tra sè: «Oh perchè non è figlia d'uno di
-que' cani che m'hanno bandito! d'uno di que' vili che mi vorrebbero
-morto! che ora godrei di questo suo strillare; e in vece...» In vece,
-in cospetto di quella povera creatura che mai non l'offese, e contro
-cui non ha, egli, nè può avere, ragione d'odio o di sdegno alcuna,
-l'uomo violento si sente disarmato, perplesso, e come involto in un
-viluppo mal cognito di pensieri e di sentimenti, nel quale più non
-sa rinvenirsi. E più debbono crescere la irresolutezza e la vergogna
-di lui l'angosciosa instanza e la sommessa fiducia con cui la poveretta
-gli si raccomanda, ricordandogli ch'e' può ordinar ciò che vuole
-e dispor come vuole, e che tutto dipende da un suo cenno; scongiurandolo
-di non soffocare una buona ispirazione; mostrandosi persuasa
-ch'egli ha buon cuore, che sentirà compassione di lei, che
-non vorrà farla morire. Qui segue un fatto psichico delicatissimo, ma
-pressochè necessario, data la natura dell'uomo, nobile intimamente,
-e non intimamente ribalda. Egli è uso a concedere ajuto a chi ne lo
-chiede. Un segno della sua potenza, di quella potenza ch'è manifestazione
-ed esplicazione della volontà sua e del suo orgoglio, fu
-sempre la prontezza con cui concesse altrui la protezione invocata.
-Ne soccorse tanti, a ragione o a torto, in sua vita! perchè proprio
-a Lucia dovrebbe ora ricusar la sua grazia? Forse per rispetto all'impegno
-preso con Don Rodrigo? Ma, dirà egli stesso, chi è Don
-Rodrigo? E l'uomo forte e superbo si sentirà naturalmente inclinato
-ad imporre la volontà propria piuttosto al potente che al debole.
-Fare stare a segno i potenti e i prepotenti era una sua passione
-antica.
-</p>
-
-<p>
-Lucia ha prodotto nell'animo dell'Innominato una impressione profonda
-e nuova. L'immagine di lei lo persegue, non lo lascia prender
-sonno: a un certo punto egli grida: «Non son più uomo, non son più
-uomo!» Ma s'inganna così pensando e dicendo. Egli è uomo ancora,
-e, nella sostanza, è lo stesso uomo di prima. Lucia non ha fatto se
-non isconnettere e dissestare alquanto la compagine dello spirito di
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-lui, in guisa che vi si possa inserire alcun che di nuovo, e gli elementi
-del carattere possano stringersi in nuova coordinazione<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma il ravvedimento, cui porge immediata occasione Lucia, ha pure
-una qualche preparazione remota. Per essere esatti, bisogna dire che
-da Lucia la compagine psichica dell'Innominato riceve un colpo sodo
-e repentino; ma che, già da più tempo, quella compagine aveva cominciato
-ad allentarsi leggermente, in virtù di un lavorio sordo e
-profondo, non avvertito per altro segno che per un po' di stanchezza
-e un po' d'inquietudine. Se ne ha la prova nella precipitazione con
-cui egli aveva accettato di far rapire Lucia per conto di Don Rodrigo,
-e in quel porsi subito nella condizione di non potere più dare addietro,
-di dover mantenere a ogni costo l'impegno, come usa far
-l'uomo che cominci a dubitare di sè, e a sè stesso non voglia mancare.
-Già aveva cominciato «a provare, se non rimorso, una cert'uggia
-delle sue scelleratezze»; già queste opprimevano d'un peso incomodo,
-se non la sua coscienza, almeno la sua memoria. Data a Don
-Rodrigo la parola che lo legava, aveva provato, non pentimento, chè
-ancora questo non gli poteva entrare nell'animo, ma dispetto. «Una
-certa ripugnanza provata ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa
-quasi affatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi,
-l'immagine d'un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d'una
-vitalità vigorosa, riempivano l'animo d'una fiducia spensierata: ora
-all'opposto, i pensieri dell'avvenire erano quelli che rendevano più
-noioso il passato. — Invecchiare! morire! e poi?» — Cominciava
-ad avere <i>certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore senza
-pericolo</i>, nei quali quel Dio che egli non s'era mai curato nè di riconoscere
-nè di negare, gli gridava dentro: <i>Io sono</i>. Cominciava a
-sentirsi come perduto in una gran solitudine muta ed oscura, senza
-famiglia, senza amici veri, senz'alcuna dolcezza, con troppo passato
-dietro di sè, con troppo poco avvenire dinanzi. La fibra corporea è
-salda ancora e vigorosa; ma la fibra morale è spossata un tantino;
-ed egli se ne potrebbe avvedere dallo sforzo che gli costa il volersi
-in tutto serbar quel di prima e dal non potervi riuscire.
-</p>
-
-<p>
-Questa poca spossatezza (chè molta ancora non è) ci lascia intendere
-come quell'animo, già così saldo e quadrato, possa aprirsi
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-a impressioni e ad influssi che appena appena, in altri tempi, l'avrebbero
-tocco e sfiorato. Le nature forti, ch'è quanto dire le nature
-autonome, non cedono alla suggestione, la quale, considerata sotto
-certo aspetto, è, come fu notato acconciamente, una trasmutazione,
-mercè la quale un organismo meno attivo tende ad armonizzarsi con
-un organismo più attivo. Or ecco che noi vediamo l'animo dell'Innominato
-lasciarsi penetrare alquanto dalla suggestione, a far manifesto
-che la sostanza sua non è più così intera e compatta come fu
-innanzi. Quel duro metallo è come serpeggiato di screpolature sottili.
-Il Nibbio ha confessato al padrone d'aver sentita pietà di Lucia,
-quella pietà che, <i>se uno la lascia prender possesso, non è più uomo</i>.
-E la pietà di quel <i>bestione</i> del Nibbio divien suggestiva pel padrone,
-che vi ripensa vegliando, e ripensandovi, ripete le parole di quello:
-<i>uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!</i> Così quelle parole
-della povera Lucia: <i>Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!</i>
-tornano, nel silenzio della notte, a sonargli all'orecchio,
-non <i>con quell'accento d'umile preghiera, con cui erano state proferite,
-ma con un suono pieno d'autorità, e che insieme induceva una lontana
-speranza</i>.
-</p>
-
-<p>
-Sciocchezze come quelle che allora gli tolgono il sonno, già altre
-volte, egli dice, gli erano passate pel capo, e s'erano poi dileguate,
-senza lasciar segno del loro passaggio; ma quelle di ora non si dileguano,
-perchè Lucia ha dato loro occasione di ficcarsi più addentro
-nell'anima turbata, e di far quasi un nodo da non potersi più sciogliere.
-Una nuova coscienza era già spuntata in quell'anima, e già
-due volte aveva fatto udir la sua voce, quando, alla risoluzione che
-l'Innominato stava per prendere, di porre senz'altro Lucia nelle mani
-di Don Rodrigo, aveva opposto un no preciso e imperioso. Con rapido,
-irresistibile processo, quella coscienza si slarga, si rafforza,
-s'illumina; nello spazio di una notte essa appare organata e compiuta,
-perchè gli elementi tutti onde doveva formarsi preesistevano
-già, sebbene oppressi e dispersi, nello spirito entro a cui si produce.
-Allora essa si fa incalzante e leva alta e paurosa la voce. Che ne
-può, che ne deve seguire?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Da prima un formidabile combattimento interiore, un cozzo di
-pensieri e di sentimenti contrarii, uno spingersi innanzi e un subito
-dare addietro, un volere e un disvolere, uno sperare e un disperare,
-un essere e un non essere. L'Innominato non è già più quel di prima;
-ma non è, nè può essere ancora, quello di poi. «Tutto gli appariva
-cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desideri,
-ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo
-divenuto tutt'a un tratto restio per un'ombra, non voleva più
-andare avanti. Pensando alle imprese avviate e non finite, in vece
-d'animarsi al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira
-in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza,
-quasi uno spavento dei passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti
-vôto d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto
-di memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava
-così lenta, così pesante sul capo». E l'ossessione cresce, cresce
-l'angoscia: tutto l'irreparabile e mostruoso passato gli si risolleva
-dinanzi, lo preme, lo avvolge, lo affoga. Finalmente il rimorso addenta
-con zanne di belva quel cuore che fu sì gran tempo invulnerato
-e invulnerabile. Vinto dalla disperazione, l'uomo che non temè mai
-di nessuno e di nulla ha terror della vita, terror di sè stesso, impugna
-un'arme, cerca, rimedio estremo, la morte; ma in quella appunto
-un nuovo pensiero, un nuovo e più orribile dubbio, il gran dubbio di
-ciò che possa esser di là, gli guizza nell'anima, gli ferma la mano,
-gli mostra chiuso fors'anche quell'unico scampo, lo piomba in un'angoscia
-più disperata e più nera. «Lasciò cader l'arme, e stava con
-le mani ne' capelli, battendo i denti, tremando».
-</p>
-
-<p>
-Crisi violenta in uomo violento, ma che appunto perchè violenta,
-non può troppo durare; e non può troppo durare contro una volontà
-che se ha mutato, per dir così, di quadrante, è rimasta tuttavia diritta
-e inflessibile come prima.
-</p>
-
-<p>
-Fu detto la volontà essere il germe della morale, e fu detto il
-vero. Non si dà forte morale senza forte volere; nè il rimorso e il
-pentimento possono essere molto gagliardi in animo non gagliardo.
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-Le nature salde ed intere, gli uomini che si dicono tutti d'un pezzo non
-s'adattano ai lunghi tergiversamenti, non s'appagano de' ripieghi, detestano
-l'indeterminato e l'ambiguo. L'Innominato non è di razza di
-simulatori; non armeggia di sofismi, non cerca scuse e accomodamenti,
-non inganna sè stesso. A sè stesso egli fu consentaneo sempre:
-non può patire di sentirsi scisso interiormente, fatto miserabil teatro
-di una oscura anarchia che pare una sfida al suo talento di dominazione,
-alla sua forza, al suo orgoglio. Egli soffre; ma non è di tal
-tempra che possa e voglia aspettare a lungo, passivamente, la cessazione
-della sofferenza. Di quello stato vergognoso, non men che crudele,
-gli bisogna uscire risolutamente e presto; e se ad uscirne non
-gli offre via sicura la morte, bisognerà che gli offra via sicura la
-vita. Trovata la via, egli ci si metterà con la risolutezza ordinaria,
-col consueto ardimento, senza più fermarsi, senza più voltarsi indietro.
-</p>
-
-<p>
-Accade spesso ai violenti, in cui sia pari all'orgoglio il bisogno
-e il sentimento della indipendenza, di ribellarsi a quegli stessi principii
-a cui conformarono lungamente la vita, quasi riconoscendo in
-quelli una forza tirannica che li soggioghi. Ripensando alla sua vita
-passata, alla lunga sequela di colpe che s'intreccia ai suoi giorni,
-l'Innominato può pensare a una quasi necessità e fatalità di delitto,
-natagli dentro senza che egli stesso ne possa intendere la ragione;
-ma un sì fatto pensiero deve, di per sè solo, bastare a ferire il suo
-orgoglio, a sferzare la sua volontà. Come? egli che tutto potè ciò
-che volle, non potrà dare alla propria vita un nuovo indirizzo, una
-regola nuova? non potrà trionfare di sè stesso dopo aver trionfato di
-tutti e di tutto? non potrà riscattarsi da quella malvagia potenza che
-già sì gran tempo lo tenne soggetto, e che minaccia di farlo suo
-schiavo in eterno? Come? egli che si ribellò a Dio per impazienza
-di servitù e per impeto di tracotanza, dovrà servire al diavolo senza
-fine? dovrà, egli insofferente d'ogni ritegno, patire un perpetuo castigo
-in un carcere disperato? E di tutto il suo volere e operare
-dovrà esser questo il fine ed il frutto, durar ne' secoli de' secoli suddito
-vinto e impotente di vinto e impotente signore?
-</p>
-
-<p>
-Oh, no! La fede, che appena rinasce, può essere ancora nell'Innominato
-assai fievole e incerta; può essere ancora in lui poco acceso
-lo zelo del bene, poco vivo e risoluto il desiderio della espiazione; ma
-già tutta la sua persona morale, sollecitata dalle antiche energie, dagli
-stimoli antichi, insorge contro quella oscura e maligna tirannide, si
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-accampa in un atteggiamento di sforzo supremo e magnifico; non
-ancor preparata alla preghiera e all'umiliazione, pronta già, come
-sempre, alla sfida e al combattimento. In questo nuovo Capaneo la
-superbia non è per anche ammorzata; ma, dopo essersi volta a sfidare
-i numi, si volge ora a sfidare gli avversarii dei numi. Questo
-nuovo Farinata <i>ha lo inferno in gran dispitto</i> già prima d'entrarvi.
-</p>
-
-<p>
-L'indole dell'Innominato non è di quelle che diconsi impulsive, la
-cui nota più spiccata sembra essere la instabilità; e l'anima di lui
-non può durare a lungo in una condizione d'atonia morale. Egli non
-è uomo in cui possa il capriccio, che presto vanisce senza lasciar
-segno di sè: in lui non si vedono se non impulsioni durevoli, coerenti,
-coordinate; volizioni che muovono da uno stabile principio, e
-tutte vanno diritte e spedite al segno. Egli sente per maniera d'istinto
-ciò che Plutarco espresse con belle parole: potere la volontà fare
-un eroe o un dio d'un uomo simile ad una belva. Avvertita la necessità
-del ravvedimento, l'Innominato senz'altro si ravvede; e comincia
-il ravvedersi come si conviene alla natura sua passionata, focosa e
-violenta. I desiderii di lui sono intensi e indomabili, e vogliono essere
-appagati presto e per intero. Presa la risoluzione di liberar
-Lucia, egli par che frema dell'indugio, e che voglia acchetar sè
-stesso col dire: «La libererò sì; appena spunta il giorno, correrò
-da lei, e le dirò: andate, andate». La sua diventa <i>una rabbia di pentimento</i>:
-l'impulsione degenera in ossessione, sforza alle opere, non
-soffre ritardo.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Col sorgere del nuovo giorno, l'anima già in parte mutata s'apre
-a nuovo mutamento, e ciò in grazia di una seconda occasione, diversa
-molto dalla prima, che ho accennata, ma non meno acconcia e
-propizia di quella.
-</p>
-
-<p>
-Che l'uomo antico perduri, per molta parte, nel nuovo, anche
-dopo la battaglia di quella notte, ci è mostrato da un fatto. Uno
-scampanio festoso risuona e si propaga nell'aria. L'Innominato salta
-fuori del letto, corre a una finestra, guarda giù nella valle, e vede
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-di molta gente che s'accoglie e s'avvia, «tutti dalla stessa parte, verso
-lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con
-un'alacrità straordinaria». E le sue prime parole son degne del bandito
-superbo: «Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in
-questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?» Ma saputo
-che cagione di quello scampanare e di quello andare, e di tutta quella
-festa è il cardinale Federigo Borromeo, altre ne pronunzia, delle
-quali, parte esprime un senso di dispetto nato dal contrasto fra l'allegrezza
-di <i>quella canaglia</i> e il rodimento proprio, e, più confusamente,
-dal contrasto fra la condizion di <i>quell'uomo</i>, verso cui tutti
-corrono, e la condizion di lui Innominato, da cui tutti rifuggono;
-parte esprime la speranza che <i>quell'uomo</i> possa dire anche a lui
-una di quelle parole che consolano, dànno la pace e l'allegrezza. L'angosciosa
-notte che ha passata vegliando deve avergli cresciuto nell'anima
-il terror della solitudine, deve averlo fatto più accessibile a
-quell'influsso di suggestione che sempre muove potente dall'operare
-delle moltitudini. Vanno tutti a vedere il cardinal Federigo; ebbene,
-ancor egli ci andrà, dopo aver lasciate per Lucia parole amorevoli
-che la rassicureranno. Il proposito di liberare Lucia, e il proposito di
-visitare il cardinale s'integran l'un l'altro.
-</p>
-
-<p>
-E a visitare il cardinale egli va com'uno che sia <i>portato per
-forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato
-disegno</i>. Al primo incontrarsi con quello, egli non potrà
-reprimere in cuor suo un sentimento di stizza e di vergogna superba;
-ma sarà come l'ultimo ribollimento delle antiche passioni,
-come l'ultima ribellione dell'uomo antico al nuovo. L'uomo nuovo ha
-ereditata la volontà dell'antico, e se ne giova per combattere questa
-suprema battaglia, riportare questa suprema vittoria. Il cardinal
-Borromeo, il quale mostra di sapere assai bene che le testimonianze
-di stima sono tra le forme più efficaci di suggestione, quando si
-tratti di educare o di convertire, il cardinal Borromeo di quel fatto
-s'avvede, e parla della <i>sicurezza d'animo</i>, della <i>volontà impetuosa</i>,
-della <i>imperturbata costanza</i> dell'Innominato come di qualità e d'energie,
-da cui può venir tanto bene in avvenire quanto male già
-venne in passato, e fa vedere Dio glorificato da un nuovo uso di
-quelle, e l'Innominato stesso più grande assai nella virtù di quanto
-sia stato mai nella colpa. Il cardinal Borromeo non tenta di spezzare
-quella volontà che già da sè stessa si volge al bene, e non tenta
-nemmen di deprimere quell'orgoglio, cui le grandi imprese debbon
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-piacere naturalmente. La conversione dell'Innominato s'ha da compiere
-in grazia di quella volontà e di quell'orgoglio: il pianto dirotto
-che manifesta la conversione compiuta, scioglie in lui ogni
-avanzo di malvagia passione; non iscioglie quella volontà rettificata,
-quell'orgoglio purificato.
-</p>
-
-<p>
-L'Innominato può farsi <i>cortese ed umile</i> con Don Abbondio, prima
-quando gli cede il passo, poi quando gli tiene la staffa; può chinare
-la fronte fin sulla criniera della mula quando passa davanti
-alla porta spalancata della chiesa; può con lo sguardo atterrato e
-confuso chieder perdono a Lucia, e ajutarla, <i>con una gentilezza
-quasi timida</i>, a entrare in lettiga; ma non si creda che quell'animo
-sia svigorito, che il leone sia diventato un agnello. Già nello andar
-su al castello, egli aveva, solo con le occhiate, fatto intendere a' suoi
-bravi di non muoversi; il che vuol dire che quelle occhiate serbavano
-l'espressione e la forza di prima. Ajutato Don Abbondio a rimontar
-sulla mula, risalito egli stesso a cavallo per accompagnare
-i suoi protetti e tornare a Federigo, egli riappare quello di un tempo:
-il suo sguardo ha ripreso <i>la solita espressione d'impero</i>, e Don Abbondio
-avverte tra sè che a tenere a segno i bravi non ci vuol meno
-di quella faccia lì. Al cardinale e ai commensali egli si mostra <i>ammansato
-senza debolezza, umiliato senza abbassamento</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il discorsetto che la sera stessa fa ai bravi, e il tono con cui
-lo fa, mostrano quanta parte dell'uomo antico persista nel nuovo.
-Ai bravi non doveva parere ammansato e umiliato gran che. «Per
-quanto vari e tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que'
-cervellacci, non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a
-prender la voce del loro signore come la manifestazione d'una volontà
-con la quale non c'era da ripetere: e quella voce, annunziando
-che la volontà era mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita.
-A nessuno di loro passò neppur per la mente, che per esser
-lui convertito si potesse prendergli il sopravvento, rispondergli come
-a un altr'uomo. Vedevano in lui un santo, ma un di que' santi che
-si dipingono con la testa alta e con la spada in pugno». E che della
-spada avrebbe ancora, a un buon bisogno, saputo servirsi, e' lo
-mostra al calar delle bande alemanne, quando s'appressa pericolo di
-invasione e di guerra.
-</p>
-
-<p>
-Se si potesse fare, senza andar troppo per le lunghe, sarebbe forse
-opportuno ora mostrare come la conversione di fra Cristoforo, mentre
-somiglia per certi rispetti alla conversione dell'Innominato, sia, per
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-altri, molto diversa da quella<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>; e perchè Don Abbondio, ch'è, per
-così dire, il rovescio dell'Innominato, rimanga, anche dopo la solenne
-predica del cardinal Federigo, quello di prima, quello di
-sempre.
-</p>
-
-<p>
-Per concludere: l'Innominato diventa un santo in virtù di quelle
-stesse energie che già fecero di lui un demonio. Dopo la conversione
-gli elementi essenziali del suo carattere non si può dire che sieno
-mutati: la forza non è più violenza, ma rimane pur sempre forza.
-Volendo parlare per metafora, e sorpassando alquanto il giusto
-segno del vero, si potrebbe dire che l'antico tempio rimane, quanto
-a struttura e a proporzioni, immutato; che solo vi si adora un
-nuovo Iddio. In altri casi, profondamente diversi da quello che abbiamo
-sin qui esaminato, com'è nuovo il Dio, così è nuovo il tempio.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-</p>
-
-<h2 id="abbondio">DON ABBONDIO</h2>
-</div>
-
-<p>
-Il Manzoni fu, tra l'altro, un grande umorista; il più grande
-ch'abbia prodotto l'Italia; uno dei più grandi che sien nati al mondo.
-Tutto in lui cooperava a renderlo tale: la bontà dell'animo e l'acume
-della mente; la vivezza del sentimento e la mancanza di sentimentalismo;
-la chiara visione delle cose del mondo e la inoperosità;
-lo scetticismo che non esclude la fede e la fede che non diventa
-credulità. Il Manzoni è un grande umorista perchè è un realista e
-un idealista al tempo stesso; ha, cioè, vivo il senso del reale e
-chiara la nozione dell'ideale. L'umore scaturisce appunto dal cozzo
-del reale e dell'ideale, quando avvenga in una mente equilibrata e
-serena: perciò, nè il realista puro, nè il puro idealista lo possono
-avere. Fu detto da taluno che l'umorismo è inconciliabile col sentimento
-cristiano; ma se l'umorismo nasce da contrasto fra l'ideale
-e il reale, e se richiede certo sentimento della necessaria imperfezione
-della umana natura, e ancora della universa vanità delle cose finite,
-non si vede dove possa stare la ragione della inconciliabilità; e se
-si considera che l'umorismo suppone la simpatia e la pietà, sembra
-che il sentimento cristiano debba piuttosto favorirlo che contrariarlo.
-E di vero, l'umore è assai più dei moderni che degli antichi; e il
-Cervantes, il Swift e lo Sterne furono buoni cristiani (anzi parroci
-gli ultimi due); e Gian Paolo, il quale espressamente definì l'umore
-un <i>comico romantico</i>, disse non potersi dare umore senza l'idea dell'infinito.
-L'umore è affatto opposto all'ironia, alla parodia, al sarcasmo,
-come già ebbe a notare lo Schopenhauer: perciò il Swift non
-è sempre umorista; il Voltaire è di rado; e bisogna andar cauti
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-nel dire che Arrigo Heine sia. L'umore non esclude punto in chi
-l'accoglie il sentimento della superiorità propria, anzi lo richiede;
-ma questo sentimento dev'essere senza burbanza e senza asprezza,
-quale si conviene a uno spirito che, tutto intendendo, tutto perdona.
-Pardon's the word to all, dice un personaggio dello Shakespeare,
-e perdonare sempre, sempre, tutto, tutto, sono le ultime parole di
-Fra Cristoforo. Il Manzoni non pretende di dominare i proprii personaggi
-con lo scherno e col disprezzo, come usa il Flaubert. Egli
-si studia di tenersi allo stesso loro livello, si contempla in essi, e
-sempre, quando ride di quelli, ride anche un pochino di sè. L'umore
-non nasce se non negli spiriti più possenti, più aperti, più generosi;
-esso è forse la forma più alta di cui si possano velare l'umana
-sensitività e l'umano giudizio.
-</p>
-
-<p>
-Dei personaggi dei Promessi Sposi parecchi sono abitualmente
-e sostanzialmente umoristici; altri diventano in certe occasioni<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>.
-Renzo riesce umoristico durante quel suo primo soggiorno a Milano.
-Così gli uni come gli altri, mentre dànno esempio di debolezze più
-propriamente e più strettamente individuali, dànno anche esempio
-di umana debolezza in genere; onde il lettore che li guarda e
-gli ascolta e tien loro dietro, nel punto stesso che si abbandona lietamente
-al riso, non può tenersi dall'esclamare o dal sospirare, con
-un leggiero spunto di melanconia: umana fragilità! umana miseria!
-</p>
-
-<p>
-Ma di tutti que' personaggi il più umoristico è sicuramente Don
-Abbondio. Anzi, dopo l'inarrivabile ed unico Don Chisciotte, divenuto
-oramai una specie di entità morale necessaria allo spirito umano
-e all'umano discorso, credo sia Don Abbondio il personaggio più profondamente
-umoristico della universa letteratura. E questo, perchè?
-</p>
-
-<p>
-Cominciamo dal dire che noi, a ragione o a torto, vogliamo bene
-a Don Abbondio. Non si dà forse lettore dell'immortale romanzo che
-al primo accenno che il povero curato sta per rientrare in iscena non
-si senta tutto esilarare di dentro e non affretti con benevola e giuliva
-impazienza il momento di rivederne l'aspetto e di riudirne la
-voce. Gli vogliam bene istintivamente, perchè ci diverte e ci rallegra;
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-ma non gli vogliamo bene per questa ragione soltanto. Le
-sue disgrazie, che sono in parte immaginarie, non ci rattristano,
-perchè prevediamo che non gli faranno gran male, e che un uomo
-come quello non può essere serbato a nulla di tragico e nemmeno
-di epico; ma ci rincrescerebbe se lo dovessimo vedere in un pericolo
-grande davvero, maltrattato sul serio, schernito più del ragionevole:
-e quando pure siam forzati a dirgli che ha torto, che si
-conduce male, sentiamo di doverglielo dire con moderazione, con
-bonarietà, senza contristar troppo quella sua canizie, e facendoci
-forza perchè il rimprovero non vada a finire in una risata. Noi vogliamo
-anche bene a Don Abbondio per sè stesso, quale la natura
-e i casi l'han fatto: e com'è, a parer mio, di tutta evidenza che gli
-voleva bene il Manzoni, il quale sembra che non si sapesse risolvere a
-lasciarlo in disparte; e come (questo conta ancor più) gli volevano
-bene coloro stessi a cui aveva con la sua condotta procurato tanti
-dispiaceri. Renzo e Lucia non son contenti se non sono maritati
-da lui.
-</p>
-
-<p>
-E perchè siamo in tanti a volergli bene? Perchè sentiamo che
-Don Abbondio non è cattivo, e che a riuscire a dirittura un bravo
-uomo forse non altro gli manca che un po' di coraggio, e che il
-coraggio, chi nol sa? <i>uno non se lo può dare</i>. Gli è chiaro che se
-dipendesse da lui solo Don Abbondio non farebbe male a una mosca.
-Se dipendesse da lui, e se bastasse il desiderio, Don Abbondio vorrebbe
-tutti tranquilli, tutti contenti, ed essere l'amico di tutto il genere
-umano, e che la terra non fosse una valle di lacrime, ma come
-un'anticipazione del paradiso; dove si potrebbe poi andare con comodo,
-il più tardi possibile. A desiderar tutto questo ci vuol poco,
-ma a volerlo e a procacciarlo gli è un altro pajo di maniche. Ad
-ogni modo, un tal desiderio è già per sè stesso una bella cosa; e
-il povero Don Abbondio che l'ha, e vede intorno a sè tanti che non
-l'hanno; tanti che, senza necessità, mettono il mondo a soqquadro;
-che hanno a noja il <i>bene stare</i>; che potrebbero <i>andare in paradiso in
-carrozza</i> e preferiscono <i>andare a casa del diavolo a pie' zoppo</i>, Don
-Abbondio può, con qualche ragione, stimarsi migliore di molti altri,
-vantarsi del suo buon cuore, e credere sinceramente con Perpetua
-(le illusioni sono facili in queste materie, e le esagerazioni ancor più)
-credere che <i>se pecca è per troppa bontà</i>. Gli è certo che Don Abbondio
-odia tutti i birboni, non solo perchè son diavoli, che non
-lasciano in pace nessuno, capaci di mandare di quelle imbasciate ai
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-poveri curati, ma perchè sono birboni, nemici di Dio, e andranno
-tutti all'inferno. Il cardinale gli rinfaccia di avere ubbidito all'iniquità,
-ed è vero, pur troppo. Ma intendete bene, <i>ubbidito</i>. Dall'ubbidire
-al far di suo ci corre. Allorchè, avendo ancora nelle orecchie le
-minacce dei bravi, gli balena l'idea che avrebbe potuto suggerire a
-quei signori di portare ad altri la loro imbasciata, e cioè a Renzo,
-o ad Agnese, o a Lucia, che fa Don Abbondio? caccia via quell'idea,
-perchè s'accorge <i>che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore
-dell'iniquità è cosa troppo iniqua</i>. E quando pensa che ad
-altri potrebbe parere ch'egli volesse tenere dalla parte dell'iniquità,
-che dice il malcapitato? <i>Oh santo cielo! Dalla parte dell'iniquità io!
-Per gli spassi che la mi dà!</i>
-</p>
-
-<p>
-Di gran bugie dice Don Abbondio a quel povero Renzo; ma
-perchè le dice? forse per gusto? le dice per salvar la pelle; e se
-gli uomini si contentassero di mentire solo quando corrono pericolo
-della vita, la verità non avrebbe bisogno di star di casa in un pozzo.
-Del resto, tenete per certo ch'egli sarebbe contentissimo se potesse
-veder contenti Renzo e Lucia. Di Lucia, quando sa del tiro che le
-han fatto, e va (sia pure di mala voglia, <i>a cavallo</i>) a torla di prigione,
-egli sente pietà, e pensa a tutto ciò che <i>quella povera creatura</i> deve
-aver patito, e le viene innanzi <i>con un viso, anche lui, tutto compassionevole</i>,
-sebbene sia <i>nata per la sua rovina</i>. Di Renzo dà buone informazioni
-al cardinale, e, più tardi, si raccomanda, a chi può,
-perchè gli sia tolta anche quella cattura di dosso. Morto Don Rodrigo,
-cessato ogni pericolo, ecco saltar fuori, non un Don Abbondio
-nuovo, ma un Don Abbondio che prima non si poteva vedere, nascosto
-come era nel vecchio; un Don Abbondio garbato, bonario,
-amorevole, di una piacevolezza e di una festività da non credere;
-che vuole a ogni costo maritar lui i due giovani, a cui, <i>in fondo,
-aveva sempre voluto bene</i>, e ne cura paternamente gl'interessi, sebbene
-gliene avessero fatti dei tiri... Pur troppo! pur troppo! <i>son
-que' benedetti affari che imbroglian gli affetti</i>. Ma, direte, si rallegra
-che Don Rodrigo sia morto. Eh, chi non se ne rallegrerebbe? Se ne
-rallegra, ma, certamente, gli perdona, e loda Renzo d'avergli perdonato.
-Loda anche la peste e dice che <i>quasi quasi ce ne vorrebbe una
-ogni generazione</i>; e perchè? perchè è quella che spazza via tanti
-birboni. Spazza via anche molti galantuomini; ma s'intende che
-Don Abbondio non parla per loro. Don Abbondio celebra con tutta
-sincerità le glorie dei galantuomini, e il successore di Don Rodrigo,
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-tanto diverso da questo, gli sembra, non più soltanto un galantuomo,
-ma a dirittura un grand'uomo. Don Abbondio non è un malvagio, e
-se <i>un po' di fiele in corpo</i> lo ha anche lui, quel <i>po'</i> esclude l'assai,
-e chi non ne ha punto getti la prima pietra. Se lo conoscesse malvagio
-davvero, il cardinale non gli parlerebbe come gli parla; non
-si contenterebbe, sembra, di accennar solamente a una possibile remozione
-da quell'ufficio di cui Don Abbondio ha tradito i doveri.
-</p>
-
-<p>
-Ma Don Abbondio è un egoista. Sicuro, ch'è un egoista; ma bisogna
-distinguere. L'egoismo è di molte maniere: da quello umile e
-accidioso di chi lascia sistematicamente andare l'acqua alla china, a
-quello tronfio e furioso di chi mette il mondo sossopra. Da Taddeo
-e Veneranda si va su su, per gradi, sino a Marozia e a Napoleone.
-L'egoismo di Don Abbondio è un egoismo povero, timido, mingherlino,
-casalingo, pedestre. Considerate, di grazia, il concetto ch'egli
-s'è formato della felicità, i suoi bisogni, i suoi desiderii. Si può
-essere più modesto e più discreto? Don Abbondio non vuol ricchezze,
-non sogna onori, non si cura di vantaggi. Curato di campagna è,
-curato di campagna morrà; contento dell'oscuro suo stato, sebbene
-i curati sieno servitori del comune, condannati <i>a tirar la carretta</i>. Che
-ai cardinali si dia della signoria illustrissima o dell'eminenza, a lui
-che può importare? Che può importare a lui che vescovi, abati, proposti,
-canonici s'arrabattino e s'azzuffino per un titolo, e che il papa
-li contenti o non li contenti? <i>Gli uomini son fatti così; sempre voglion
-salire, sempre salire</i>.... Ma Don Abbondio non vuole nè salire
-nè scendere; Don Abbondio vuol rimanere dov'è, senza cercar
-nessuno, senza chiedere <i>altro che d'esser lasciato vivere</i>, felice di
-sgattajolare, di rimpiattarsi, d'essere piccolo, oscuro, negletto, di
-non essere veduto e neanche saputo. <i>Oh se fossi a casa mia!</i> ecco
-il grido che gli prorompe dal fondo dell'anima e che veramente compendia
-tutte le sue aspirazioni.
-</p>
-
-<p>
-I grandi egoisti vorrebbero tutto per loro, e, o con l'astuzia, o
-con la forza, pigliano dell'altrui quanto più possono, e giungono
-persino a dolersi che non ci sia che un mondo solo da conquistare.
-Don Abbondio non vuole conquistar nulla; nemmeno il paradiso,
-perchè spera che il buon Dio glielo darà senza farlo troppo stentare.
-Don Abbondio non solo non prende e non desidera la roba altrui,
-ma a chi la tiene ingiustamente non domanda nemmeno la roba
-propria; e perda il fiato Perpetua a dargli del baggeo. Che questa
-non sia generosità pura, d'accordo; ma che non abbia altra ragione
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-se non il desiderio di scansare le brighe e le dispute, non pare.
-Se Don Abbondio ci tenesse tanto alla roba, se ci tenesse come ci
-tengono gli avidi, qualche sfogo con Perpetua lo dovrebbe pur fare
-(e già ben altri ne aveva fatti!), e non contentarsi di dire che que' ch'è
-andato è andato. Lo vogliono avaro, e tirano fuori la storia delle venticinque
-lire dovute da Tonio, e della collana d'oro data in pegno, e
-quelle sollecitazioni e quegli ammonimenti: <i>Tonio, ricordatevi: Tonio,
-quando ci vediamo per quel negozio?</i> e quel modo di contar le berlinghe
-nuove, voltandole e rivoltandole, e quella maniera di aprir
-l'armadio, riempiendo l'apertura con la persona. Ma tutto ciò prova
-che questa volta almeno Don Abbondio vuol avere il suo, e che Don
-Abbondio è sospettoso: che sia poi anche avaro, quel che si dice
-avaro, non prova. Le venticinque lire Tonio le doveva per fitto di
-un campo, diciamo meglio, del campo, probabilmente unico, di Don
-Abbondio, e pare le dovesse da un po' di tempo. Ora, notate che Don
-Abbondio non si fa dare un soldo d'interesse: è così che fanno gli
-avari? E vi pare che se fosse uno di quegli avari bollati ed autentici,
-Don Abbondio potrebbe consegnare tutto il suo <i>tesoretto</i> a Perpetua,
-e lasciare che la lo vada a sotterrar da sola (perchè gli è
-chiaro che ci va sola) appiè del fico? Non dunque avarizia propriamente,
-ma apprensione parsimoniosa e gretta d'uomo che non sa
-procacciare, non sa ajutarsi, e perciò tien di conto quel poco che
-ha, e quando la soldatesca gli ha disfatta la casa, pena un pezzo
-a rifar usci, mobili, utensili con denari presi in prestito.
-</p>
-
-<p>
-Quali sono per Don Abbondio i piaceri della vita? un desinaretto
-gustoso, ma senza pretese; un fiaschetto di vino sincero (più di una
-botticina già non ne aveva); una passeggiata per quei viottoli, da'
-quali si vede il lago; un po' di lettura, quando le <i>circostanze</i> non
-sieno tali da lasciargli <i>appena testa d'occuparsi di quel ch'è di precetto</i>;
-un buon chilo, un buon sonno; e basta. Questi piaceri non
-si possono godere senza quiete, e perciò la quiete è per Don Abbondio
-la condizione prima e <i>sine qua non</i> della felicità, quella che
-dev'esser mantenuta e tutelata con ogni studio contro i nemici così
-interni come esterni. Nemici interni Don Abbondio non ne dovrebbe
-avere, e non ne avrebbe, se dipendesse dalla sua sola natura. Egli è
-nato per essere l'amico di sè medesimo, sempre in pace con sè
-stesso; ambizioni, gelosie, dubbii tormentatori, rimpianti amari, rodimenti
-secreti, son tutte diavolerie ch'egli non conosce, o non dovrebbe
-conoscere, nemmeno di nome. Se ne ha, gli son venute di fuori.
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-Il mondo, ecco il grande nemico; anzi ecco l'accolta e la confederazione
-di tutti i nemici. Come si fa a conservare la propria quiete in
-un mondo pien di furore e di trambusto, che di quiete non ne vuol
-sapere? Si ha un bel tirarsene fuori, mettersi da banda, lasciare che
-ci pensi chi ci ha da pensare, dire che gli ecclesiastici non devono
-<i>mischiarsi nelle cose profane</i>, sentenziare che <i>la patria è dove si sta
-bene</i>. Trovarla, quella patria! Il mondo non vi lascia tranquilli; se
-voi lo fuggite, ecco che vi viene a cercare e vi tira in ballo. Per
-quanto s'ingegni, Don Abbondio non può fare che, per un verso o
-per un altro, qualcuna di quelle innumerevoli punte di cui il mondo
-è armato come un istrice, non lo frughi e non lo punzecchi. Ed ecco
-perchè Don Abbondio <i>si rode</i>, e ha, di solito, quella faccia <i>tra l'attonito
-e il disgustato</i>. Ma quella faccia non l'ha sempre, e anzi non
-è la faccia sua naturale. Come appena la burrasca è passata, Don
-Abbondio si rasserena, prende un'aria gioviale, ride, scherza, dice
-che s'ha a stare allegri il più che si può; e a questo fine si capisce
-che una delle sue grandi regole dev'essere di non <i>rimestare</i>
-le cose vecchie, che non han rimedio. Perpetua è morta di peste.
-Povera Perpetua! Credete voi che Don Abbondio n'abbia a fare il
-panegirico, intenerirsi, amareggiarsi? Se viveva, questa è la volta
-che si maritava. È morta. Non ci pensiamo più. Dio l'abbia in
-gloria.
-</p>
-
-<p>
-La più gran virtù che secondo Don Abbondio gli uomini possano
-avere è, in comune con le mule, d'essere quieti. E per questo, se i
-birboni gli danno molto travaglio, i santi gliene dan poco meno,
-e si vede che Don Abbondio non vorrebbe avere da fare nè con gli
-uni, nè con gli altri. La santità è rinunziamento di sè medesimo,
-zelo operoso del bene, spirito di sacrifizio; in una parola, eroismo.
-I santi come Fra Cristoforo e Federigo Borromeo meritano d'essere
-chiamati campioni e atleti di Dio. Ma appunto questi atleti e campioni
-hanno coi facinorosi una somiglianza molto sgradevole. Non
-possono star tranquilli essi, e non vogliono lasciar tranquilli gli
-altri. Sempre sono in orgasmo e in faccenda, tira di qua, premi di
-là, vogliono rifare il mondo; <i>e lascian poi alle volte le cose più
-imbrogliate di prima</i>. E il bello, anzi il brutto, si è che non fanno
-nessun conto della propria vita, e pochissimo dell'altrui, quando
-si tratta di far trionfare il bene. Sono un gran tormento! Ma poi
-sono anche curiosi: purchè frughino, rimestino, critichino, inquisiscano;
-anche sopra di sè. E come si scaldano la fantasia! Un malandrinaccio
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-viene a dire che s'è convertito, e loro gli buttano le
-braccia al collo: quella, a casa degli uomini di giudizio, <i>si chiama
-precipitazione</i>. E le conversioni? Sono una gran bella cosa. Nessun
-dubbio: Don Abbondio vorrebbe che tutto il mondo si convertisse (nè
-per questo è poi necessario di diventar santi); ma uno non si può
-convertire quietamente? senza far tanto chiasso? senza scomodar
-tanta gente?
-</p>
-
-<p>
-Agnese, stizzita, pensa che Don Abbondio ha <i>sempre sacrificati
-gli altri</i>; questo è un po' troppo. Bisognerebbe dire che sempre,
-quando s'è trattato di <i>scegliere</i> tra il sacrificio proprio e l'altrui,
-Don Abbondio ha scelto l'altrui. Brutto egoismo, ma non del più
-brutto. E a renderlo men brutto sta il fatto ch'egli non se ne conosce
-colpevole; e non conoscendosene colpevole, può con tutta
-sincerità, se non con buona ragione, meravigliarsi della durezza degli
-altri, e che ognuno pensi solamente a sè, e che tutti abbiano così
-poco cuore; e stimarsi in credito verso Renzo e Lucia; e dire con
-un'aria compunta di tribolato ch'è il suo pianeta che tutti gli abbiano
-a dare addosso. L'egoismo di Don Abbondio è assai più un
-egoismo passivo che un egoismo attivo. Considerate che quasi tutti
-i suoi peccati sono peccati di omissione.
-</p>
-
-<p>
-Ed ora veniamo a quella che non è la sola, ma certamente è la
-cagione massima e incessante d'ogni suo procedere.
-</p>
-
-<p>
-Don Abbondio è egoista per paura. Don Abbondio nacque (su di
-questo non può cader dubbio) con la paura in corpo, e la paura gli
-s'accrebbe via via, per lo spettacolo delle cose del mondo, per la
-praticaccia (non oso dire esperienza) della vita, pel sentimento acuto,
-insistente, angoscioso, d'essere <i>come un vaso di terra cotta, costretto
-a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro</i>; ed egli (anche su
-di questo non può cader dubbio) non fece mai il menomo sforzo per
-vincerla, o, almeno, per non lasciarla crescere. La paura è la parte
-meglio organata, più viva e più stabile della sua coscienza; tanto
-che, quand'egli non abbia proprio altro da fare, come durante quei
-giorni passati nel castello dell'Innominato, essa, insiem col breviario,
-gli tiene <i>compagnia</i> e gl'impedisce di annojarsi.
-</p>
-
-<p>
-La paura riesce sempre comica quando si lasci scorgere dove
-non è pericolo, o quando al pericolo non paja proporzionata, o
-comechessia si comporti in modo disdicevole al tempo, al luogo, alle
-persone, all'occasione. La paura di Don Abbondio è comica perchè
-è esagerata, permanente, intrattabile, spesso spesso allucinata e chimerica.
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-Direi ch'è la paura integra e totale, perchè non si vede
-come Don Abbondio possa essere mai affatto sgombro di paura, e
-qual cosa al mondo sia così piccola e innocua che non possa in un
-qualche momento far paura a Don Abbondio. Perpetua trova le
-parole giuste quando scappa a dire: <i>Se ha poi paura anche d'esser
-difeso e aiutato</i>... L'esempio di Don Abbondio conferma in parte
-l'opinione del filosofo scozzese Dugald Stewart, il quale disse la
-paura un male della fantasia. La fantasia di Don Abbondio non s'impressiona
-dei soli pericoli presenti e reali, ma ne immagina molti
-di possibili e di remoti, e in ogni cosa fiuta il malanno, sospetta l'insidia.
-Ricevuto quel terribile avvertimento dei bravi, Don Abbondio,
-dopo lungo travaglio e laceramento di spirito, riesce a prender sonno;
-<i>ma che sonno! che sogni! Bravi, Don Rodrigo, Renzo, viottole,
-rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate</i>. Sin qui nulla di strano.
-In questo caso quella povera fantasia edifica, per così dire, sul sodo;
-ma molte altre volte, anzi il più delle volte, fabbrica in aria. L'Innominato
-s'è convertito: ha fatto benissimo; ma sarà poi convertito
-davvero? e, dico, si mantiene? L'Innominato si mette la carabina
-ad armacollo: <i>Ohi! ohi! ohi! cosa vuol farne di quell'ordigno
-costui?</i> L'Innominato ha dato le prove della sua conversione: sia
-ringraziato il cielo! ma se quella marmaglia di bravacci venisse a
-sapere?..... se s'immaginassero che fosse stato lui, Don Abbondio,
-a convertirlo?... se presi da un furore bestiale, per vendicarsi, lo
-martirizzassero?...<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> E Don Rodrigo? che dirà mai di tutta quella
-faccenda Don Rodrigo?... E se monsignore venisse a sapere tutto
-l'imbroglio del matrimonio?... <i>Ah! vedo che i miei ultimi anni ho
-da passarli male!</i> Risoluto, prima di tutti e più di tutti, di fuggire
-davanti all'esercito invasore, vede, <i>in ogni strada da prendere, in
-ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili e pericoli spaventosi</i>.
-E gli si riaffaccia l'idea del martirio. E gli rispunta dentro il dubbio
-circa la conversione dell'Innominato. E gli viene il sospetto
-che l'Innominato voglia fare il re e scendere in campo a
-far la guerra anche lui, col duca di Savoja, col duca di
-Mantova, con la Spagna e con l'imperatore. E sogna assalti e battaglie,
-per quanto giuri a sè stesso che in una battaglia non ce lo
-coglieranno; e si vede preso tra due fuochi. In mezzo alla desolazione
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-e al lutto della peste gli dà ancor noja la cattura di Renzo, e
-pensa che questi potrebbe fare qualche sproposito da rovinar lui e
-sè stesso insieme.
-</p>
-
-<p>
-La paura di Don Abbondio è sempre composta di più paure diverse,
-le quali, quando non sieno manifestate, son sottintese, appunto
-come possono essere sottintese molte idee <i>in un periodo steso
-da un uomo di garbo</i>. Queste molte paure non riescono mai a comporsi
-in una maniera stabile di equilibrio o di dipendenza. Sono in
-un rimescolamento continuo, si rincorrono, si urtano, si dànno il gambetto.
-Quella che un momento fa era la prima, adesso è l'ultima;
-quella ch'era in coda appare in testa. Talvolta entrano l'una nell'altra,
-come le favole indiane e le scatole giapponesi. Mentre ha indosso quella
-paura così grande per dover andare in compagnia dell'Innominato,
-ecco che dentro a quella paura grande se ne caccia una piccola (dato
-che di piccole per Don Abbondio ce ne possano essere), la paura che
-la mula abbia dei vizii.
-</p>
-
-<p>
-La paura di Don Abbondio diventa anche più comica quando si
-vede che quelle tante cautele e quelle tante furberiole ch'essa gli vien
-persuadendo, non solo non bastano a preservarlo da' guai, ma anzi
-lo fanno incappare in qualche guajo più grosso di quelli che avrebbe
-voluto fuggire. Facendo di tutto per non avere impicci, egli è sempre
-negl'impicci. Don Abbondio non s'era fatto prete per vocazione; s'era
-fatto prete con la speranza di <i>vivere con qualche agio</i> e quietamente,
-mettendosi <i>in una classe riverita e forte</i>, e non gli era mai passato
-per il capo che a fare quel mestiere pacifico ci fosse bisogno di coraggio.
-Quando, udita quell'umile confessione: «Torno a dire, monsignore,
-che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può dare», il
-cardinale chiede a Don Abbondio: «E perchè dunque, potrei dirvi,
-vi siete voi impegnato in un ministero che v'impone di stare in guerra
-con le passioni del secolo?», Don Abbondio non può non pensare
-tra sè che, appunto, quel ministero egli lo aveva scelto per non avere
-a far guerra a nessuno, e con la speranza che nessuno volesse farla
-a lui. E quando il cardinale, insistendo, gli domanda: Perchè questo
-coraggio, che vi mancava, non l'avete chiesto a Dio, che certamente
-ve l'avrebbe dato?, Don Abbondio potrebbe rispondere con tutta sincerità
-che non pensò a chiedere a Dio una cosa di cui credeva di non
-avere affatto bisogno. Ora, Don Abbondio, fattosi prete per amor della
-pace e per evitare i pericoli, viene a trovarsi, appunto perchè è prete,
-nel più gran travaglio, e nel più gran pericolo di tutta la sua vita.
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-Per fuggire a questo pericolo, Don Abbondio tradisce il proprio officio,
-inventa pretesti per non maritare i due giovani, si rassicura
-alquanto sentendosi più esperto delle cose del mondo, <i>più accorto</i> che
-non un ragazzone che pensa alla morosa; ma poi tanto male gli viene
-del suo stesso rimedio, ch'egli si pente d'averlo adoperato, ed esclama:
-<i>gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio</i>. Quando coloro
-ch'eran fuggiti all'appressarsi dei lanzichenecchi tornano alle loro
-case, Don Abbondio è l'ultimo a seguirli, l'ultimo ad abbandonare
-l'asilo che così liberalmente a tutti aveva offerto l'Innominato, e questo
-per la speranza di assicurarsi meglio da' mali incontri: la conseguenza
-si è che i primi tornati in paese gli portan via anche quel poco che
-i lanzichenecchi gli avevan lasciato. Ha dunque ragione Perpetua di
-dire che s'egli avesse un po' di coraggio avrebbe assai meno guai; ma
-che ci fan le parole? il coraggio uno non se lo può dare.
-</p>
-
-<p>
-La paura di Don Abbondio non è solamente comica, com'è quella di
-Sancio Panza; è anche umoristica, e in grado superlativo. Don Abbondio
-e Sancio son tutt'e due paurosi, ma la paura si atteggia in
-ciascun di essi diversamente e in diverso modo si appalesa. Sancio
-non pensa a nascondere la propria, ad accattarle scuse, ad ammantarla
-di decoro. Egli la lascia vedere qual è, indipendente affatto dalla
-ragione, subitanea ne' suoi investimenti, vile troppo nelle dimostrazioni
-e negli effetti. Sancio parla molto e volentieri, e con certa sensatezza
-grossolana, di solito; ma non gli viene in fantasia di fare il
-chiosatore e l'interprete della propria paura e di raziocinarvi attorno.
-Egli se la lascia venire addosso come un accesso di terzana, e quando
-gli è passata, dà una scrollatina e non ci pensa più. Don Abbondio
-che, o poco o molto, sa di latino, e deve, se non altro per l'uso della
-confessione, avere qualche famigliarità con le sottigliezze della casistica,
-e vorrebbe pur sapere chi fu Carneade, Don Abbondio tiene
-un altro procedere. Egli converte la paura in prudenza, anzi in sapienza;
-riesce a farsi di una debolezza una virtù, di una vergogna
-un onore. <i>Initium sapientiae timor Domini:</i> non si può, slargando un
-poco il concetto, pensare che la sapienza consiste appunto nella paura?
-Altri l'ha fatta ben consistere nell'inerzia, e altri ancora nell'ignoranza.
-Gran giudizio bisogna avere, e gran pazienza, chi vuol vivere in
-questo mondo e tirare innanzi! Credere di potergli tener testa, di vincerlo,
-di mutarlo, è idea da matti. Non sapete quanto il mondo è più
-forte di voi? Non sapete che ha il diavolo dalla sua? Dunque?
-Dunque per non uscire con l'ossa rotte bisogna tenersi in una specie
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-di <i>neutralità disarmata</i>, tergiversare, dissimulare, scansare, inchinarsi,
-cedere, nascondersi, e, in caso di necessità estrema, mettersi col
-più forte<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>. Ricordate che tornando bel bello dalla passeggiata, per
-quella stradicciuola di montagna, Don Abbondio, prima d'incontrarsi
-coi bravi, buttava con un piede verso il muro i ciottoli che gli facevano
-inciampo al cammino? si può credere che sieno stati quelli i
-soli ostacoli che in sessant'anni di vita egli abbia rimosso da sè con
-animo deliberato, con fare risoluto.
-</p>
-
-<p>
-Don Abbondio finisce che forse non sa più nemmeno d'essere quel
-pauroso che tutti vedono in lui. Oltre di ciò, dato alla paura il titolo
-di prudenza e di sapienza, egli non ha più nessuna ragion di nasconderla;
-anzi ne ha parecchie di lasciarla vedere, come una virtù da
-farsene bello, e acquista il diritto di censurare chi non si regola
-come lui, chi manca di giudizio, chi compera <i>gl'impicci a contanti</i>. La
-propria paura, o prudenza che s'abbia a dire, Don Abbondio l'ha in
-conto di cosa, non solo ragionevole e confacente, ma legittima e
-giusta; e perciò strasecola quando il cardinale gli dice sul viso che
-anche a costo della vita avrebbe dovuto fare il proprio dovere: «Monsignore
-illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare,
-non so cosa mi dire». Quanto questa paura è diversa da quella che
-così poveramente (bisogna proprio dir così) fu descritta da Teofrasto!
-quanto è diversa da quella che porse inesauribile materia di riso sulle
-scene antiche e moderne!
-</p>
-
-<p>
-Ma la paura di Don Abbondio tocca il più alto grado dell'umore
-quando noi consideriamo com'essa contrasta con quel carattere sacerdotale
-che dovrebbe essere il proprio carattere di lui, con quell'officio
-che egli tiene assai più che non l'eserciti. Qui abbiam risoluto,
-anzi violento, il contrasto fra il reale e l'ideale; e per questo rispetto
-il colloquio fra Don Abbondio e il cardinale, colloquio che parve alquanto
-lunghetto, alquanto fuor di proposito, a più d'uno, è di capitale
-importanza, e serve mirabilmente a dare spicco ai due personaggi,
-a compierne l'immagine morale. Meno ancora che al soldato,
-è lecito al prete d'aver paura. Il prete parla (o dovrebbe parlare) in
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-nome di una potestà talmente superiore ad ogni potestà terrena; ha
-(o dovrebbe avere) un'idea così sicura e così efficace della santità del
-dovere; stima (o dovrebbe stimare) così poco ogni bene e vantaggio
-mondano e la vita medesima; spera (o dovrebbe sperare) un premio
-talmente superiore a tutto quanto può perder quaggiù; che qualsiasi
-atto o pensiero di viltà in lui appare una contraddizione irriducibile,
-un controsenso, un assurdo. Ora, Don Abbondio è la negazione vivente,
-parlante, operante dello spirito sacerdotale, quale appunto il
-cardinale l'intende, e quale dev'essere inteso. Don Abbondio dovrebbe
-somigliare in qualche modo, sia pur lontano, al cardinale; e non
-solo non gli somiglia, ma ne dissomiglia tanto che non arriva mai nè
-a capirlo, nè a indovinarlo.
-</p>
-
-<p>
-Così stando le cose, com'è che Don Abbondio non ci diventa
-odioso? Com'è che quelle stesse mancanze che, commesse da un altro,
-provocherebbero il nostro biasimo, e non altro che il nostro biasimo,
-commesse da lui provocano il nostro riso, e quasi non altro che il
-nostro riso? Perchè saremmo così poco indulgenti con altri e siamo
-così indulgenti con lui? La ragione è facile a dire. Don Abbondio
-è uno di coloro a cui si perdona volentieri perchè veramente non sanno
-quello che fanno. Se egli mancasse al proprio dovere avendo di quel
-dovere un'idea chiara e precisa; se facesse il male sapendo con certezza
-di fare il male; noi non avremmo più qui nè un personaggio
-umoristico, nè un personaggio comico, avremmo un personaggio tragico,
-o semitragico. Don Abbondio rimane comico ed umoristico a
-dispetto di tutto, perchè se ha degli scrupoli, se ha qualche piccolo
-rimorso, crede in bonissima fede di farli tacere con quel suo argomento
-che <i>quando si tratta della vita</i>...; argomento che a suo modo di
-vedere (e presumibilmente anche di altri) non ammette replica. Don
-Abbondio riman comico ed umoristico perchè voi vedete ch'egli è un
-fanciullon tanto fatto, a cui qualcuno, non si sa chi, insegnò a dir
-messa, e che a sessant'anni sonati, nonostante i suoi vanti di accortezza,
-egli è quasi quel medesimo fanciullone che potev'essere a venti.
-Come vorreste fare a prendervela con uno cui Perpetua fa lezione
-tutto il santo giorno, ammonendo e rimbeccando, rinfacciandogli d'essersi
-ridotto <i>a segno che tutti vengono, con licenza, a...</i>, risolvendo,
-nell'ora del pericolo, <i>di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e
-di trascinarlo su per una montagna</i>? con uno che s'accorge, tra meravigliato
-e stizzito, che le ragioni del cardinale sono le ragioni stesse
-di Perpetua? con uno che, starei per dire, ha fatto il prete senza
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-saperlo? <i>Le parole che sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni
-nuove, ma d'una dottrina antica però nella sua mente, e non
-contrastata.</i>
-</p>
-
-<p>
-Don Abbondio è in qualche modo il rovescio di Don Chisciotte.
-Don Chisciotte è sempre pronto ad adempiere i proprii doveri chimerici,
-checchè gliene avvenga: Don Abbondio cessa di adempiere i
-proprii doveri reali alla prima minaccia di un pericolo. Don Chisciotte,
-per troppo animo, passa oltre il segno: Don Abbondio, per
-manco d'animo, non ci arriva. Don Chisciotte si trincera nell'ideale e
-non vede più il reale: Don Abbondio si trincera nel reale e non vede
-più l'ideale. Ma Don Chisciotte e Don Abbondio hanno anche una
-parte in comune. Entrambi vivono in un mondo pel quale non son
-fatti e che si burla di loro. Ad entrambi le cose riescono al contrario
-dell'intenzione.
-</p>
-
-<p>
-A finire di rendere umoristica la figura di Don Abbondio abbiamo
-il fatto che colui che la formò e le diè vita v'infuse dentro qualche
-parte di sè. Non paja questa una proposizione temeraria, e tanto
-meno irriverente. Gli umoristi non sarebbero più umoristi se volessero
-esclusi sè stessi da quel riso ch'e' suscitano e comunicano altrui.
-Il Manzoni mise di sè più e meno in parecchi de' suoi personaggi: in
-Don Abbondio mise della propria inoperosità, della propria esitazione,
-del proprio amor della quiete, del proprio orror degl'impicci; e basta.
-Ci mise delle sue debolezze; non ci mise nessuna delle sue virtù<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>,
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quello di Don Abbondio è uno dei caratteri più meravigliosi che
-l'arte abbia mai creati; di una coerenza e consistenza rara; di una
-vivezza, di una sincerità, di un'evidenza impareggiabile; senza rabberciature,
-senza rinfianchi posticci. L'animo del lettore vi penetra e
-vi si assesta come una mano in un guanto. Ognuno sente che Don
-Abbondio dev'essere stato sempre lo stesso; ognuno è persuaso che
-egli rimarrà sempre lo stesso. «No signore, no signore», dice quella
-furbacchiona dell'Agnese al cardinale, «non lo gridi, perchè già quel
-ch'è stato è stato; e poi non serve a nulla; è un uomo fatto così:
-tornando il caso, farebbe lo stesso». E noi ne siam più che sicuri,
-nonostante la compunzione di cui lo vediamo penetrato dopo la predica
-del cardinale, e nonostante quella sua promessa, fatta proprio
-con animo sincero in quel momento: «Non mancherò, monsignore,
-non mancherò, davvero».
-</p>
-
-<p>
-I casi, gl'incontri e le situazioni in cui viene a trovarsi Don Abbondio
-sono i più felici che si possano immaginare, non per lui poveraccio,
-ma per mettere in mostra e sviscerare il suo carattere. I
-bravi, Renzo, Perpetua, l'Innominato, il cardinale, Agnese, lo forzano
-a scoprirsi da tutte le parti, a diventar trasparente come un
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-vetro; e non v'è godimento che superi questo di poter guardare un'anima
-per di fuori e per di dentro, senza che pure una menoma particella
-ne rimanga occulta od oscura. La struttura della persona morale
-è in Don Abbondio così perfetta che finisce a suggerire la struttura
-della persona fisica e a mettervela davanti agli occhi. La figura di
-Don Abbondio non è descritta, e nemmeno, a dir proprio, abbozzata:
-appena un cenno qua e là come per caso: due folte ciocche di capelli,
-due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti,
-sparsi su una faccia bruna e rugosa. Riavutosi dalla peste, Don Abbondio
-appare come <i>una cosa nera</i>, pallido e smunto, con due povere
-braccia che ballan nelle maniche, <i>dove altre volte stavano appena per
-l'appunto</i>. E questo è il tutto. Quanti altri romanzieri avrebbero impiegate
-le due e le tre pagine per ritrarcelo intero quel prete, dalla
-testa ai piedi, senza lasciarne una sola fattezza! Ma col Manzoni non
-c'è bisogno. Qui l'anima crea il suo corpo; e noi vediamo, proprio
-vediamo, un Don Abbondio tozzo e corpulento, che suda e sbuffa a
-montare sopra una mula, con una facciola tonda, con una espressione
-bonaria, quando non gliela rannuvoli la stizza o la paura, con un
-portamento sommesso, con un'andatura stracca e impacciata: così
-come, dal più al meno, lo videro tutti coloro che lo ritrassero col
-pennello o col bulino<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Don Abbondio è riuscito uno di quei tipi estetici di cui si dice con
-ragione che hanno in sè molta più verità che non l'essere vivo e
-reale, fatto d'ossa e di polpe. E Don Abbondio è diventato uno di
-quei simboli di cui noi ci gioviamo, parlando, per significare una
-condizione di umanità che non si potrebbe significare altrimenti senza
-molte parole. Perciò Don Abbondio è immortale.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-</p>
-
-<h2 id="arteleo">ESTETICA E ARTE DI GIACOMO LEOPARDI</h2>
-</div>
-
-<h3 id="leop1">CAPITOLO I.
-<span class="smcap smaller">Della psiche di Giacomo Leopardi.</span></h3>
-
-<p>
-Le idee estetiche del Leopardi non sono sistematicamente ordinate,
-non formano un corpo di dottrina compiuto e coerente; ma sono,
-nulladimeno, in armonia fra di loro; governano, entro certi limiti,
-il sentimento e il pensiero di lui, e, sino ad un certo segno, ne spiegano
-l'arte. Il poeta nè si arroga di risolvere, nè a dir vero si
-propone il problema estetico; non istituisce indagini particolari; non
-tenta analisi sottili; ma pone alcuni principii, enunzia alcune opinioni,
-ch'egli non troppo si cura di conciliare con la rimanente sua
-credenza filosofica, e non sono forse con essa troppo conciliabili. Il
-poeta, ch'è sensista e materialista in tutto il rimanente di quella sua
-credenza, ci si scopre idealista in estetica. Il poeta che in tutt'altro
-è un pessimista, riesce quasi in estetica un ottimista.
-</p>
-
-<p>
-Prima di esporre le idee estetiche del Leopardi, prima di ricercare
-la qualità e la estensione del suo sentimento estetico, sarà opportuno
-che noi ci formiamo un concetto sommario della costituzione
-psichica di lui, senza rinunziare però a far di essa quel più particolare
-e minuto studio che a volta a volta potrà essere richiesto dall'argomento.
-Ricordo, sebbene possa parere superfluo, che le credenze
-e le dottrine di ciascun uomo, e le stesse mutazioni di quelle, sono
-sempre determinate e condizionate dalla struttura e dall'atteggiamento
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-della psiche, e che la psiche, di cui ci è ignoto il principio e l'essenza,
-opera, per dirla col linguaggio dei matematici, <i>in funzione</i> dell'organismo
-corporeo, dell'<i>ambiente</i> fisico e morale, dei casi e delle esperienze
-della vita.
-</p>
-
-<p>
-Non si dà tipo psichico puro, coeguale in tutto all'uno o all'altro
-di quegli schemi che la psicologia immagina per comodità di classificazione
-e di studio. Il Leopardi è manifestamente un <i>intellettuale</i>;
-ma non un intellettuale schietto: bensì un intellettuale appassionato.
-Intellettuale egli è perchè vive moltissimo nel pensiero e poco o
-punto nell'azione, e il pensiero esercita per sè stesso, senza assoggettarlo
-a un fine pratico qualsiasi; ma poichè soffre, si lamenta, si
-ribella troppo più di quanto s'addica a un intellettuale risoluto, egli,
-sott'altro aspetto, si dà a conoscere quale un <i>sensitivo</i>. E sensitivo è;
-di quella delicatissima, esagerata, morbosa sensitività che di ogni più
-lieve tocco si offende, e d'onde si genera nella psiche uno stato di
-<i>sentimentalità</i> abituale, intendendo con tal nome certa mescolanza e
-fluidità di sentimenti vaghi, teneri, dolorosi, immaginosi, che non si
-appuntano in nessun oggetto particolarmente determinato e chiaramente
-percepito, ma si rigirano in sè medesimi e in sè medesimi si
-consumano.
-</p>
-
-<p>
-Lo spirito del Leopardi non si può veramente dire uno spirito
-unificato. Le tendenze divergenti e contrastanti sono in esso assai numerose,
-e se l'arte ci guadagna, la ragione ci perde. L'intelletto è
-nel poeta, sino ad un certo segno, sistematizzato ed autonomo; ma
-sistematizzato ed autonomo è pure in lui il sentimento; e i due sistemi
-e le due autonomie non troppo si accordano fra di loro. Così, mentre
-l'intelletto si chiude affatto e per sempre al sogno della felicità, il
-cuore, a più riprese, si riapre a quel medesimo sogno; mentre l'intelletto
-appetisce il vero, il cuore lo rifiuta; mentire l'intelletto
-predica la rassegnazione, il cuore la sdegna. Senza quella troppa
-e troppo indocile sensitività, il Leopardi sarebbe stato uno spirito
-essenzialmente logico: così come la natura e la vita l'han fatto,
-egli è uno spirito in cui la contraddizione abbonda, anzi è abituale
-ed organica. Di ciò ognuno si può persuadere agevolmente considerando
-quanto diversi, anzi contrarii, sieno certi giudizii suoi concernenti
-gli uomini in genere, le donne in ispecie, le cause della umana
-infelicità, la natura, ecc., nei molti casi in cui, per ragion di tempo,
-quella diversità e quella contrarietà non possono imputarsi a un
-moto generale dello spirito, a un rivolgimento profondo delle dottrine.
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-Ma la contraddizione per noi più notabile è quella in cui egli
-si viene ripetutamente avviluppando nel far giudizio del vero e della
-scienza: giacchè, ora detesta il vero, come quello che distrugge con
-la <i>face consumatrice</i> i <i>sogni leggiadri</i>; e dice la notizia di esso <i>contrarissima
-alla felicità</i>; e lo chiama <i>fonte o di noncuranza e infingardaggine,
-o di bassezza d'animo, iniquità e disonestà di azioni, e perversità
-di costumi</i>; e biasima gli uomini d'averlo voluto, <i>colla curiosità
-incessabile e smisurata</i>, penetrare e conoscere; e vitupera la ragione,
-dicendola <i>carnefice del genere umano</i>; mentre per contro celebra ed
-esalta l'<i>ameno errore</i>, i <i>fantasmi consolatori</i>, gl'<i>inganni fortunatissimi</i>,
-gli <i>errori antichi necessari al buono stato delle nazioni civili</i>: ora,
-invece, riconosce che il vero <i>ha suoi diletti, ancor che triste</i>; e compiange
-l'uomo dei campi, perchè <i>ignaro d'ogni virtù che da saper
-deriva</i>; e dice che, dopo il bello, il vero <i>è da preferire ad ogni altra
-cosa</i>; e afferma di non cercare <i>altro più fuorchè il vero</i>; e deride
-i sogni vani e le antiche fole insieme con le speranze di futura felicità
-e le <i>magnifiche sorti e progressive</i>, che pur dovrebbero essere,
-anche per lui, anzi più per lui che per altri, ameni errori, fantasmi
-consolatori, inganni fortunatissimi; e rinfaccia al secolo d'avere sentito
-dispiacere del vero, e d'avere abbandonato vilmente il <i>risorto
-pensiero</i>, solo per cui fu vinta in parte la barbarie,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> e per cui solo</p>
-<p class="i01">Si cresce in civiltà, che sola in meglio</p>
-<p class="i01">Guida i pubblici fati.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E questa civiltà era stata da lui maledetta con i sentimenti stessi
-del Rousseau, come un tradimento fatto alla Natura, come un errore
-che non può andare <i>senza infinito accrescimento d'infelicità</i> e senza
-vergogna. E ad essa accennando aveva esclamato: <i>Che cosa è barbarie
-se non quella condizione, dove la natura non ha più forza negli
-uomini?</i>
-</p>
-
-<p>
-Noi qui vediamo l'intelletto e il sentimento alle prese fra di loro
-a volta a volta, e quando l'uno quando l'altro, incalzare o recedere,
-stringersi e sopraffarsi a vicenda. Il Pascal era riuscito a fermare
-assai più e legare in unità il proprio spirito quando scriveva quelle
-memorabili parole: «L'homme n'est qu'un roseau, le plus foible de
-la nature, mais c'est un roseau pensant. Il ne faut pas que l'univers
-entier s'arme pour l'écraser. Une vapeur, une goutte d'eau, suffit
-pour le tuer. Mais quand l'univers l'écraiseroit, l'homme seroit encore
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-plus noble que ce qui le tue, parce qu'il sait qu'il meurt; et l'avantage
-que l'univers a sur lui, l'univers n'en sait rien»<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Sappiamo dallo stesso Leopardi che in certi tempi, crescendogli
-il male, anzi i mali ond'era travagliato, egli diveniva pressochè incapace
-di attenzione, tanto da non poter tener dietro a chi leggesse,
-nè scrivere cosa alcuna, nè <i>fissar la mente in nessun pensiero di molto
-o poco rilievo</i><a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>. Ciò nondimeno, d'ordinario, egli dovette essere in
-sommo grado capace, così di attenzione spontanea, come di attenzion
-volontaria<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>; d'onde poi deriva attitudine spiccatissima ed inclinazione
-allo astrarre. Dell'attenzione spontanea parmi facciano testimonianza
-le ingegnose ed acute osservazioni e la molta maturità di senno onde
-son piene le prime sue lettere, scritte quand'egli non era per anche
-uscito di Recanati. Della volontaria fanno prova irrefragabile la qualità
-e la estension degli studii, la perseveranza e il discernimento adoperatovi,
-e più che tutto l'arte sua, dove non è cosa mai che appaja
-abbandonata al solo istinto o alla fortuna. Se son veri certi racconti,
-il Leopardi da giovane s'immergeva alle volte sì fattamente ne' proprii
-pensieri da perdere affatto il sentimento di quanto gli stava e gli
-avveniva dattorno<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>. Qualcuno, badando alle più consuete preoccupazioni
-del poeta, e come il pensiero che inspira e sorregge la sua poesia
-tenda quasi a ridursi in un <i>motivo</i> unico, potrebbe facilmente congetturare
-in lui certa inclinazione malsana al monoideismo, e cioè a
-fermar stabilmente l'attenzione sopra un'unica idea; ma se non si
-può negare che quella inclinazione ci sia stata, specie in certi tempi,
-non si può da altra banda non riconoscere, considerando i moltissimi
-abbozzi ed accenni di opere dal poeta divisate o ideate, che
-quella mente era usa di vagare per una copiosissima varietà di obbietti
-e di temi, per tutto il creato e per tutto lo scibile.
-</p>
-
-<p>
-Non dovrebbe, parmi, negarsi che l'attenzione di lui non si fissi
-talvolta in modo da arieggiare le forme morbose della fissità; la qual
-cosa del resto facilmente interviene ai melanconici e più agl'ipocondriaci;
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-ma non si dovrebbe però dimenticare che in ciò, come in
-altro, molti sono i gradi intermedii tra il normale e l'anormale, e
-che una certa ossession dell'idea e del fantasma è abituale, anzi necessaria,
-non meno allo scienziato che all'artista, e che senz'essa non
-si darebbe nè scienza nè arte. La poesia intitolata <i>Il pensiero dominante</i>
-parrebbe a prima giunta rivelar nel Leopardi una vera e
-propria idea fissa, da cui quella togliesse il nome e la contenenza. Alcuni
-versi di essa descrivono veramente la condizione dell'uomo di
-cui una sola idea imperiosa abbia occupata e soggiogata tutta la
-psiche, votandola quasi d'ogni altro elemento, spogliandola d'ogni
-altra forma:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Come solinga è fatta</p>
-<p class="i01">La mente mia d'allora</p>
-<p class="i01">Che tu quivi prendesti a far dimora!</p>
-<p class="i01">Ratto d'intorno intorno al par del lampo</p>
-<p class="i01">Gli altri pensieri miei</p>
-<p class="i01">Tutti si dileguâr. Siccome torre</p>
-<p class="i01">In solitario campo</p>
-<p class="i01">Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma questo pensiero dominante non è altro che il pensiero d'amore,
-il quale, dove raggiunga un certo grado di vivezza e di forza, opera
-quasi sempre a questo medesimo modo nell'animo degl'innamorati.
-Cercando nei versi e nelle prose del Leopardi, e più specialmente
-nelle lettere, non è difficile trovar segni e indizii di una qualche soverchia
-fissazion della mente, più o meno durevole. Il 23 giugno 1823
-egli scriveva da Recanati al Jacopssen: «Pendant un certain temps
-j'ai senti le vide de l'existence comme si ç'avait été une chose réelle
-qui pesât rudement sur mon âme. Il m'était, toujours présent comme
-un fantôme affreux; je ne voyais qu'un désert autour de moi, je ne
-concevais comment on peut s'assujettir aux soins journaliers que la
-vie exige, en étant bien sûr que ces soins n'aboutiront jamais à
-rien. Cette pensée m'occupait tellement, que je croyais presque en
-perdre la raison»<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dall'attenzione dipende per molta parte la memoria. Il Leopardi
-ebbe (la storia de' suoi studii e gli scritti ne fanno fede) memoria
-potente, sicura, tenace, e da giovane parve anche per questo rispetto
-sì fattamente meraviglioso, che l'abate Cancellieri ne fece espresso
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-ricordo nella <i>Dissertazione intorno agli uomini dotati di gran memoria</i>.
-Si sa con quanta agevolezza egli imparasse le lingue; e se
-errò il Puccinotti dicendolo versato anche nella tedesca<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a> gli è pur
-certo che tra antiche e moderne ne conobbe un buon numero, e di
-parecchie fu mirabilmente padrone. Non però è da credere che il
-Leopardi possedesse la memoria totale e universale, che non fu posseduta
-mai da nessuno, e non è ente psichico, ma entità psicologica;
-nè si dà propriamente la memoria in genere, ma bensì tante memorie
-specificate e diverse quante sono le categorie del sensibile e del pensabile.
-Il Leopardi ebbe vivissima memoria delle idee, e forse non
-vi fu idea, da quella del numero a quella del fatto sociale e storico,
-che mai la trovasse indocile o lenta. Ebbe vivissima pure la memoria
-dei sentimenti; e volentieri inclinerei a credere che intervenisse a
-lui, in maniera anche più risoluta, ciò che interviene a taluni, ne'
-quali il sentimento ravvivato per virtù di memoria riesce più intenso
-di quello spontaneo provato in origine. Sempre che il poeta ripensa
-alla sua Silvia, morta nel fior degli anni, e si sovviene delle tradite
-speranze, un affetto lo preme <i>acerbo e sconsolato</i>, ed egli si torna
-a dolere di sua sventura<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>. Il più del tempo egli vive nel <i>dolce rimembrare</i>,
-e soggiornando in Pisa, dà a certa via il nome di <i>Via
-della rimembranza</i>. Un solo dolce ricordo sarebbe bastato a rendere
-felice tutta la vita dell'infelicissimo Consalvo, e le <i>Ricordanze</i>
-sono un canto e un pianto dell'anima che tutta si raccoglie nell'appassionata
-contemplazione di un passato irrevocabile. Queste
-due forme della memoria ben si convengono al nostro poeta, il quale
-abbiamo riconosciuto essere un intellettuale e un sensitivo al tempo
-stesso. La memoria delle sensazioni fu certamente in lui meno valida
-e meno pronta; ma di ciò sarà a dire più innanzi. Qui resta
-a notarsi che la memoria del poeta fu (nè potev'essere altro) scarsamente
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-popolata di quelle multiformi immagini cui solo può fornire
-la lunga, continuata e varia esperienza di una vita operosa e il
-libero e vigoroso esercizio di tutte le facoltà e potenze ond'è costituita
-la umana persona.
-</p>
-
-<p>
-Come la memoria dipende dall'attenzione, così la fantasia dipende
-dalla memoria; onde, quali le forme e i temperamenti della
-memoria, tali pure le forme e i temperamenti della fantasia. Il
-Leopardi ebbe da natura fantasia agile e viva; nè gliela poterono
-mortificare i lunghi e pazienti studii di erudizione e il meditare ostinato;
-nè molto gliela estenuarono i mali. Fanciullo ancora, sappiamo
-com'egli immaginasse intricate favole di cavalieri, di battaglie
-e d'incantamenti e intrattenesse per lunghi giorni i compagni
-de' suoi sollazzi. Tornato la terza volta, nel novembre del 1828, al
-detestato soggiorno di Recanati, egli risalutava quelle <i>vaghe stelle
-dell'Orsa</i> che tante immagini un tempo e tante fole gli avevano suscitate
-nella mente, e accennando altri oggetti delle antiche sue contemplazioni,
-<i>che pensieri immensi</i>, esclamava,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che dolci sogni mi spirò la vista</p>
-<p class="i01">Di quel lontano mar, quei monti azzurri,</p>
-<p class="i01">Che di qua scopro e che varcare un giorno</p>
-<p class="i01">Io mi pensava, arcani mondi, arcana</p>
-<p class="i01">Felicità fingendo al viver mio!<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Chi non sia dotato di viva e fervida fantasia, malamente può vivere
-solitario; e il Leopardi, sebbene conoscesse la solitudine esser
-dannosissima agli uomini del suo temperamento, che sempre «si
-bruciano e si consumano da loro stessi»<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>, della solitudine si piacque
-oltre modo, facendone argomento di alcuni tra' suoi canti migliori;
-e sebbene sin dal luglio del 1819, nella famosa lettera scritta al
-padre in occasione della tentata fuga, parlasse dei <i>tormenti di nuovo
-genere</i> che gli procacciava la <i>strana immaginazione</i><a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>, pur nondimeno
-sempre del <i>caro immaginare</i> si dilettò grandemente, trovando
-in esso una delle maggiori e più fide consolazioni della sua vita.
-Certo, la fantasia non fu nel Leopardi così ricca, varia, lussureggiante,
-colorita, come fu nel Byron, o nello Shelley, o nell'Hugo,
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-o in altri poeti molti che si potrebbero ricordare; ma una ragione
-di ciò fu accennata parlando della memoria di lui, e richiamerà novamente
-la nostra attenzione in luogo più acconcio.
-</p>
-
-<p>
-Che il Leopardi non sia ciò che gli psicologi più recenti dicono
-un <i>volitivo</i>, è manifesto ad ognuno; ma altro è riconoscere questo,
-altro è asserire che il Leopardi patì di abulia dichiarata e congenita.
-Innanzi tutto, a riguardo di questa, come di ogni altra qualità
-del nostro poeta, è sommamente necessario distinguere nella
-storia di lui un prima e un dopo, senza di che si risica troppo di
-scambiare l'avventizio per l'iniziale, e di confondere col principio la
-fine. Se non v'è forse vita d'uomo esente da peripezia, non v'è
-forse altra vita in cui la peripezia sia stata così profonda e molteplice
-come fu nel Leopardi. Da fanciullo questi non difettò certamente
-di volontà, chè anzi le memorie di quel primo tempo ce lo
-fanno conoscere protervo, prepotente, soverchiatore. Molti versi della
-sua giovinezza sono versi di eccitamento e di ribellione, e tra le
-opinioni da lui più costantemente osservate, in verso e in prosa, in
-pubblico ed in privato, è pur questa, che l'operare vince di gran
-lunga in nobiltà il meditare e lo scrivere; onde in uno de' più tardi
-componimenti suoi, quello che prende titolo dall'amore e dalla morte,
-celebrava l'amore, che suscita o ridesta ne' petti il coraggio, e per la
-cui virtù
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> sapïente in opre,</p>
-<p class="i01">Non in pensiero invan, siccome suole,</p>
-<p class="i01">Divien l'umana prole.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non nego che questa opinione gli possa essere stata suggerita
-in parte dagli ammaestramenti e dagli esempii di quell'antichità in
-cui gli era tanto dolce rivivere; ma è da credere che il suggerimento
-non avrebbe operato nell'animo di lui, se l'animo, per certa sua
-propria e naturale disposizione, non fosse stato inclinato a
-riceverlo. Il fermato, e per poco non effettuato proposito
-della fuga, difficilmente si potrà conciliare con una volontà debole
-e incerta, specie se si considera che il giovane che vi si accinse non
-era uno sventato, anzi conosceva benissimo e la forza, ancora assai
-grande, di quella paterna autorità contro la quale insorgeva, e i pericoli
-d'ogni maniera e le traversie che certamente avrebbe dovuto
-affrontare. E gioverà ricordare che mentre i giovani di poco animo
-e d'indole remissiva sono lieti d'aver nel padre chi spiani loro la via
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-della vita e risparmii le fatiche maggiori e i maggiori ardimenti, il
-Leopardi, stimando la tutela paterna oppressiva di que' liberi spiriti
-che fanno atti gli uomini alle cose nobili e grandi, ebbe in conto
-di fortunati (e osò scriverlo) quei figliuoli che, perduto per tempo il
-padre, dovettero fare, senz'altro ajuto, da sè. Quanto alla tentazion
-di suicidio, a cui il poeta andò così lungamente soggetto, noi non
-siamo in grado di dire con sicurezza se l'averla sempre patita senza
-mai soggiacervi sia indizio di una volontà troppo debole che non
-riesce ad attuarsi, o di una volontà ancor tanto forte da poter frenare
-l'impulso<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>; ma indipendentemente dalla maggiore o minore
-forza della volontà, gli animi molto delicati, e di un sentire molto
-squisito, non possono non rimanere turbati ed offesi dalla idea di
-quella violenza che sempre e di necessità accompagna la volontaria
-soppression della vita, sia quella d'altri o la propria: e chi può
-dire quanta forza l'orrore di così fatta violenza possa avere avuto
-nell'animo del poeta che non volle contemplare la morte se non
-sotto le sembianze della bellezza e della pietà? Riconosciuto nel
-Leopardi un intellettuale, e ricordato una volta per tutte che gl'intellettuali
-non sogliono essere uomini d'azione, e, per ciò stesso, non
-uomini di volontà gagliarda, spiegata, molteplice (sebbene la volontà
-non si eserciti nell'azione soltanto), parmi si debba pur riconoscere
-che la volontà di lui fu in origine più che mediocremente valida,
-ancorchè, secondo ebbe a confessare egli stesso, mutabilissima<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>.
-Dopo di che s'ha da riconoscere ancora che s'andò a poco a poco
-affievolendo e stemprando, sia pel crescere lento e profondo di una
-pecca ereditaria, sia pel consecutivo insulto di mali sopravvenuti,
-sia pel graduale consolidarsi e prevalere della idea pessimistica. So
-che quest'ultima cagione non sarà accettata da coloro che giudicano
-il pessimismo stesso essere tutto e sempre effetto di depressione psichica
-e di detrimento organico, e quasi una denunzia, comunque
-espressa, del mancamento della vita. Non è qui il luogo d'entrare
-in una controversia assai disputata e sulla quale pende, e penderà
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-per lungo tempo ancora, il giudizio. Io mi contento di dire che se
-quella che chiamano miseria o paupertà fisiologica predispone naturalmente<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a>
-l'animo a formarsi un concetto pessimistico della vita,
-nol predispongono di certo a formarsene un concetto ottimistico
-quelle dottrine della scienza che, sfatando l'antico errore, mostrano
-l'uomo perduto in mezzo alle forze della natura, soggetto a quelle
-stesse leggi a cui son soggette le creature inferiori e le infime, spogliato
-infine d'ogni ragione di arroganza e di orgoglio; che c'è una
-corrente di pessimismo la quale ha nella scienza le prime sue scaturigini<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>;
-che si dànno esempii di pessimismo baldanzoso e giocondo
-alla maniera del Nietzsche; che il pessimismo buddistico è sereno,
-anzi giulivo; e che accanto al pessimismo dell'inerzia appare il
-pessimismo dell'azione. Ciò avvertito a mo' di parentesi, non si può
-non concedere che Giacomo Leopardi fu negli anni maturi uno di
-quegli irresoluti e di quei timidi ond'è parola nei <i>Detti memorabili
-di Filippo Ottonieri</i><a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>; sia pure che a produrre quella irresolutezza
-e timidità concorressero efficacemente, com'egli stesso afferma, l'abito
-dialettico e la riflession prolungata.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi ebbe alto e forte il sentimento di sè, quello che gl'Inglesi
-chiamano <i>self-feeling</i>. Fanciullo ancora, presentendo la futura
-grandezza, l'annunziava nell'<i>Appressamento della morte</i>; e molti
-sono i luoghi degli scritti suoi, e più specialmente delle lettere, ove
-egli quel sentimento fa manifesto; sia con l'esprimere orrore della
-mediocrità; sia col far conoscere un desiderio <i>forse smoderato e
-insolente</i> di gloria e il proposito di farsi <i>grande ed eterno coll'ingegno
-e collo studio</i>; sia, infine, col risolvere <i>di non inchinarsi mai
-a persona del mondo</i>, e di non curare il giudizio nè il disprezzo altrui.
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-La già citata lettera al padre, e l'altra al Broglio, scritta in quella
-occasione medesima, sono per questo rispetto un documento notabilissimo,
-anzi forse un documento unico, se si pensa che colui che le
-scriveva era un giovane di poco più che vent'anni. A quel medesimo
-sentimento è da ridur la baldanza (ove a torto taluno non vide se non
-un espediente retorico) con cui il giovane poeta chiede l'armi per
-combattere egli solo i nemici della patria; e l'orgoglio ancora con
-cui si atteggia ad avversario indomabile di quel destino che in modo
-affatto insolito (tale è la sua credenza) lo persegue e percuote: e
-quello ancora che gli fa desiderare, dovendo essere infelice, infelicità
-piena ed intera. Egli volle ritrar sè medesimo in quel prode
-che la mano vincitrice del fato
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Indomito scrollando si pompeggia,</p>
-<p class="i01">Quando nell'alto lato</p>
-<p class="i01">L'amaro ferro intride,</p>
-<p class="i01">E maligno alle nere ombre sorride<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nè contraddicono punto a quel sentimento, anzi per diverso modo
-ne dànno a conoscere la persistente e tormentosa acutezza, le parole
-ch'ogni tanto egli si lascia uscire di bocca, quando dice di cominciare
-a disprezzare la gloria, di aver perduta ogni illusione sul
-proprio valore, di accordarsi oramai con l'universale che lo disprezza.
-Parole appunto di chi in troppo alto e geloso modo sente di
-sè! Angoscioso sentimento di una psiche sempre presente a sè stessa
-e ammalata di consapevolezza eccessiva! Certe forme di pessimismo
-non ne vanno mai scompagnate.
-</p>
-
-<p>
-Fu un genio il Leopardi? Molti lo affermano, qualcuno lo nega;
-e non è questo uno di quei dissensi che si possano comporre recando
-in mezzo prove ben definite e irrefragabili. Dalla intelligenza mezzana
-e comune all'ingegno ed al genio si sale per gradi, starei per dire
-infinitesimali, e non v'è strumento che segni il punto del preciso trapasso
-dal primo al secondo, dal secondo al terzo. Quegli stessi che
-per lunga tradizione e quasi universale sono giudicati genii massimi,
-e di cui si suol dire che recano in fronte il marchio divino ed indelebile,
-non poterono soggiogare in tutto la instabile fortuna dei giudizii
-umani; e le vicende cui andò soggetta, col mutare dei tempi e
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-degli umori, la fama di un Omero e di un Aristotele, di un Dante
-e di uno Shakespeare, lo provano, parmi, abbastanza. Non è possibile
-dare del genio una definizione che non si smarrisca più o meno
-in formole monche od incerte, e non si raccomandi, da ultimo, assai
-più all'intuito che alla ragione. Abbiam dismesso il concetto mitico
-o metafisico del genio; ma non gli abbiamo per anche sostituito il
-naturalistico e positivo. Errore grave mi sembra esser quello di taluni
-che solo criterio e sola misura del genio vogliono la utilità, e
-sentenziano non meritare nome e fama di genii, se non coloro che
-recarono agli uomini alcun insolito beneficio, strepitoso e grande:
-e sembrami errore, non tanto perchè il giudizio della utilità è incertissimo,
-e soggetto, nel corso della storia, a moltissime mutazioni,
-quanto perchè il beneficio può assai volte, come c'insegna la storia
-di molte invenzioni e scoperte, essere opera più del caso che dell'intendimento.
-Le ragioni del genio vogliono esser cercate nel soggetto
-da prima, nell'oggetto di poi; ma nel far giudizio e dell'uno e dell'altro,
-è da guardare soltanto alla singolarità e alla grandezza, e
-non alla utilità; dacchè ci sono genii benefici e genii malefici, e
-tutte quasi le religioni credettero a un genio del male. Che il primo
-Napoleone sia stato un genio benefico par difficile a dimostrare;
-ma più difficile ancora che non fosse un genio. Io vorrei contentarmi
-di dire: Genio è colui che addimostra una straordinaria potenza
-interiore, operando cose che non erano preparate, o erano solo scarsamente
-preparate dal precedente lavoro delle generazioni; che corona
-il faticoso e lento edifizio della tradizione o lo abbatte; che in
-far ciò dà a divedere un massimo di autonomia e un minimo di dipendenza;
-che si trascina dietro un numero grande di spiriti comuni,
-i quali lo acclamano maestro e rivelatore, e che riesce a far
-da solo, per intrinseca e necessaria virtù di natura, ciò che i molti
-e gl'infiniti insieme associati non potrebbero fare<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>. Vedo bene le
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-deficienze e le incertezze di questa che non oso chiamare una definizione;
-ma non me ne soccorre altra che meglio mi appaghi, e questa,
-qual ch'essa sia, può bastare al bisogno presente.
-</p>
-
-<p>
-Stimo doversi dire un genio il Leopardi perchè la precocità e la
-estensione de' suoi studii fanno manifesto uno straordinario vigor
-d'intelletto; perchè il singolare <i>autodidascalismo</i> rivela uno spirito
-singolarmente autonomo; perchè la dottrina filosofica di lui, o buona
-o cattiva ch'ella sia, è, per la più parte, frutto della sua mente,
-senza veri precedenti in Italia, e con poche, e dal poeta ignorate, attinenze
-fuori d'Italia<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>; perchè la poesia creata da lui è, a dispetto
-d'ogni influsso e riverbero greco, latino, petrarchesco, o d'altra maniera,
-che vi si scorga per entro, poesia nuova in Italia e nel mondo,
-per quanto può esser nuova una poesia che vien dopo altra poesia
-e insieme con altra poesia. Come nei cieli della poesia inglese il
-Byron, così nei cieli della poesia italiana appare subitaneo e inopinato
-il Leopardi, simile ad una di quelle comete che scaturiscono
-improvvise dalla profondità dello spazio, e luminose solcano il firmamento,
-fuori d'ogni tracciato e cognito cammino. Se mai può
-dirsi d'uomo nato da altro uomo, e vivente nella società de' suoi
-simili, ch'egli sia originale, del Leopardi si dovrà dire che fu originalissimo.
-Egli rinunziò la fede in che era nato e cresciuto, e nella quale
-perseverarono tutti, o quasi tutti, i suoi; e la rinunziò giovanissimo;
-e non già, come fu sospettato dal padre e da altri, ad istigazion del
-Giordani, ma per atto spontaneo e spontanea risoluzione di ragione
-in cimento. Quella che fu detta sua conversione letteraria avvenne,
-non per ammaestramento o consiglio altrui, ma per virtù di meditazione
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-e di esame e di una tutta propria resipiscenza<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>. Se tanto non
-basta a far riconoscere il genio, non so che altro possa bastare.
-</p>
-
-<p>
-Per mia ventura io non ho da impelagarmi in una delle più vessate
-questioni dei nostri giorni, quella delle relazioni e colleganze
-che passano fra il genio, la degenerazione e la pazzia. Io non ho
-bisogno di schierarmi (e in coscienza non potrei) nè con coloro che
-affermano essere il genio una vera e propria psicosi, anzi una forma
-larvata di epilessia, nè con coloro che di sì fatta affermazione molto
-si stupiscono e più si adontano. A dir vero, le conclusioni mi pajono
-tratte un po' a precipizio, così dall'una parte come dall'altra, scambiate
-spesso le prime parvenze per prove, con definizioni improprie,
-con criteri incerti, con metodo arrischiato, e spesso più con desiderio
-di vincere l'avversario, che di accertare il vero. Il problema
-è oscurissimo tra quanti se ne possono proporre alla umana ragione.
-Veggo bene come assai volte il genio sia accompagnato dalle stimate
-della degenerazione, dai turbamenti di una mutevole psicosi;
-ma la ragione ultima e certa e la regola di quell'accompagnamento
-mi rimangono occulte, e diffido non men di me che d'altrui, sapendo
-quanto è difficile, e come spesso fallace, la investigazione delle
-cause, e come pieno d'insidie il ragionamento. E forse noi non intendiamo
-ancora i fatti della vita e della psiche in genere tanto che
-basti a lasciarci penetrare la natura del genio.
-</p>
-
-<p>
-Ma non occorre che il problema sia risoluto ne' suoi termini generali
-per iscorgere nei singoli casi il certo e il vero dei fatti e delle
-concomitanze e conseguenze loro. Il caso particolare del Leopardi
-fu recentemente studiato con diligenza d'indagine, con acume di raziocinio,
-e con circospezione, non dirò intera, ma rara nella più
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-parte dei cultori di questi studii, in un libro ch'ebbe biasimi e lodi,
-e che io, sinceramente, credo più meritevole d'essere lodato che biasimato<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>.
-Non tutte certo le opinioni e le prove e i ragionamenti e i
-giudizii che vi sono prodotti mi pajono tali da doversi accettare<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>, chè
-a molti anzi credo si debba contraddire risolutamente; e nelle pagine
-che precedono, fu già implicitamente contraddetto a qualcuno, e in
-quelle che seguono sarà, implicitamente o esplicitamente, contraddetto
-a qualche altro; ma la conclusione generale cui da ultimo perviene
-l'autore, quando afferma di riconoscere nel grande Recanatese
-le stimate della degenerazione e della psicopatia, e i sintomi gravi di
-una nevrastenia cerebro-spinale, mi sembra tratta legittimamente,
-necessaria, inoppugnabile.
-</p>
-
-<p>
-E non intendo davvero perchè tanti se ne sieno risentiti come di
-una ingiuria fatta al poeta, e abbiano gridato alla profanazione e
-al sacrilegio. Similmente si gridò contro ai presunti profanatori della
-memoria del Tasso, e i gridatori non ebber ragione, nè può essere
-profanazione nel ricercare e dire la verità. Non è punto dimostrato
-che la malattia sia condizione necessaria del genio; ma che il genio
-possa meravigliosamente vivere e operare accanto e dentro alla malattia,
-e di essa giovarsi, è provato da esempii senza numero. Lo
-stesso Leopardi, se tornasse al mondo, non contrasterebbe troppo a
-certi giudizii che di lui ora si fanno. Parlando della terribile melanconia
-che lo perseguitava in Roma, come già lo aveva perseguitato
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-in Recanati, e doveva perseguitarlo anche altrove, egli scriveva, nel
-dicembre del 1822, al fratello Carlo: «Non nego però che questo
-non venga in gran parte dalla mia particolare costituzione morale
-e fisica»<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>. Già sin dall'aprile del 1817, se non prima, egli aveva
-imparato a conoscere la melanconia <i>ostinata, nera, orrenda, barbara</i>,
-che lima e divora, <i>e collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce</i>,
-tanto diversa da quella <i>che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria</i><a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>,
-melanconia da lui in altri tempi provata. Passati molti
-anni, nell'aprile del 1829, egli si lagnava che la melanconia sua
-fosse divenuta <i>oramai poco men che pazzia</i><a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. Nel <i>Dialogo di Tristano
-e di un amico</i>, Tristano, ch'è, come ben s'intende, lo stesso Leopardi,
-dice di non sapere se i sentimenti suoi nascano, o meno, da
-malattia, ma soggiunge che <i>il corpo è l'uomo</i><a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>; e già molt'anni innanzi,
-ne' versi alla sorella, il poeta aveva esclamato che in gracile
-petto non si chiude anima pura. Contro l'opinion di coloro che stimano
-il genio consistere in un temperamento e in un equilibrio di
-tutte le potenze interiori, egli stimava difficilmente potersi far cose
-grandi dall'uomo «in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e
-proporzionate fra loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi
-oltre modo»<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>; e però sembra credesse essere certa sproporzione,
-o eccesso, o deformità che si voglia dire, se non la condizione essenziale
-del genio, una delle condizioni sue più principali e necessarie.
-</p>
-
-<p>
-Degno di lode mi sembra ancora il libro del Patrizi in quanto
-obbedisce a <i>intendimenti naturalistici</i>, e oppone una critica informata
-a soli principii scientifici (comunque erronea talvolta nella pratica)
-alla critica sentimentale, ch'è la peggiore delle critiche, anzi la negazion
-d'ogni critica; e non esito a dire che un utile avvertimento
-viene da esso ai letterati di professione, i quali s'avrebbero
-a persuadere oramai che la storia, la biografia e la critica letteraria
-non possono d'ora in avanti far di meno dei lumi e degli ajuti della
-psicologia normale e patologica, e, più in generale ancora, della
-biologia.
-</p>
-
-<p>
-Dal Patrizi dissento in parte nella questione, ancor essa tanto
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-controversa, del pessimismo leopardiano. Ho detto già di non credere
-che il pessimismo sia, tutto e sempre, una <i>suggestion metafisica
-della impotenza fisica</i>, un puro fenomeno <i>psicastenico</i>; sebbene riconosca
-assai volentieri <i>l'inevitabile riverbero delle condizioni organiche
-sul colore della filosofia</i><a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>. Che tale sia stato in parte e, se si
-vuole, in molta parte, il pessimismo del Leopardi, consento, e in
-qualche modo fu consentito anche da lui; perchè non fu egli così
-saldo in ribattere la opinion di coloro che prima cagione d'ogni sua
-filosofia dicevano essere i proprii suoi mali, che una consimile opinione
-non portasse alcuna volta egli stesso. Nel <i>Dialogo di Plotino e
-di Porfirio</i>, questi, ch'è pur sempre, sott'altro nome, il poeta, parla
-della propria <i>disposizione</i>, cioè dell'avere in fastidio la vita, e del
-conoscere che tutto è menzogna, illusione e vanità, come di cosa che
-a lui proviene, <i>in buona parte, da qualche mal essere corporale</i><a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>. E
-al Giordani aveva scritto sino dal giugno del 1820, durante un breve
-tempo, in cui gli era sembrato di potersi pur riavere: «Ma se bene
-anche oggi io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò
-sono migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter
-guarire, e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità
-mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e
-necessaria»<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma il pessimismo non è di una sola maniera, nè ha, checchè
-possa dirsi in contrario, una origine sola: e se quello del Leopardi
-è prodotto, per una parte assai rilevante, dalla stessa sua complessione
-fisica e psichica, e per un'altra parte, certo non piccola, dai
-casi della vita, è pur prodotto in qualche misura dall'intelletto e
-dalla ragione. Ciò non dovrebbe, parmi, essere così recisamente negato
-da quegli scienziati, che avendo fatto il possibile per provare
-che non v'è intelligenza nelle origini e nella universa vita del mondo,
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-hanno per ciò stesso contribuito a far sì che il mondo appaja spregevole
-e divenga intollerabile all'intelletto. Dall'affrontarsi del razionale
-e dell'irrazionale nasce una forma di pessimismo immediata e
-necessaria, perchè la ragione, che non può negare sè stessa, non può,
-nell'atto in cui si afferma, non negare il suo contrario. Un mondo irrazionale,
-o tale presunto, deve di necessità apparir cattivo alla ragione;
-come deve apparir cattivo al sentimento un mondo spoglio di sensitività;
-e cattivo, se non pessimo, a tutto l'uomo un mondo che contrasta
-agl'istinti e alle aspirazioni proprie della umana natura. Questo pessimismo
-prorompe immediatamente dalla coscienza, e non v'è mente
-che, pervenuta a certo grado di elevatezza e di amplitudine, non ne
-sia capace, e può accompagnarsi con un'indole naturalmente gioconda,
-e durare in mezzo a condizioni di vita, per quanto è possibile, riposate
-e felici. Quando lo Shakespeare definisce la vita un'ombra che
-cammina; e l'assomiglia a un povero commediante, che si pavoneggia
-e struscia sulla scena un momento, e poi più non s'ode; e
-la dice una favola recitata da un idiota, tutta piena di frastuono e di
-furore, vuota di senso e di ragione; e quando afferma che noi siam
-fatti di quello onde son fatti i sogni, e che la nostra picciola vita è
-tutta fasciata di sonno<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>; è egli proprio necessario ch'altri sia un paranoico,
-un lipemaniaco, un ipocondriaco, un degenerato per intendere
-le parole di lui e assentire al giudizio? Un certo pessimismo
-nasce spontaneamente dall'intelletto fatto autonomo<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>; e se a questo
-pessimismo non diamo, per distinguerlo da ogni altro, lirico, religioso,
-politico, il nome di filosofico, che molti in fatti gli ricusano,
-non so davvero con qual altro nome e' si possa ragionevolmente chiamare.
-Che si possa anche questo ridurre, così senz'altro, alla malattia
-e all'impotenza, non vedo e non credo<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il pessimismo del Leopardi fu, in parte, pessimismo filosofico.
-La contraddizione fra l'idea e la realtà, fra la ragione e la natura fu
-da lui chiaramente espressa in una lettera al Giordani, con queste
-notabili e testuali parole: «.... questa è la miserabile condizione
-dell'uomo e il barbaro insegnamento della ragione, che, i piaceri e
-i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla
-certezza della nullità delle cose sia sempre solamente giusto e vero.
-E se bene, regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento
-di questa nullità, finirebbe il mondo, e giustamente saremmo
-chiamati pazzi, in ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe
-una pazzia ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo
-tutte le saviezze sarebbero pazzie, giacchè tutto a questo mondo si fa
-per la semplice e continua dimenticanza di quella verità universale,
-che tutto è nulla. Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire
-quei poveri filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento
-della ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta
-nella cognizione del vero, quando non c'è altro vero che il nulla;
-e questo pensiero, ed averlo continuamente nell'animo, come la ragione
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-vorrebbe, ci dee condurre «necessariamente e direttamente a
-questa disposizione che ho detto; la quale sarebbe pazzia secondo
-la natura, e saviezza assoluta e perfetta secondo la ragione»<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Perciò non mi pajono aver ragione nemmanco coloro i quali asseriscono
-il pessimismo del Leopardi essere pessimismo lirico puro
-e semplice, tutto formato cioè di quel sentimento, o di quella mescolanza
-di sentimenti, che i Tedeschi dicono <i>Weltschmerz</i>, e da taluno
-in Italia fu chiamato dolore universale. Il pessimismo del Leopardi
-è moltiforme: lirico, empirico, civile, filosofico; e negli schemi
-d'inni cristiani che il poeta tracciava negli anni dell'adolescenza sono
-segni patenti di pessimismo religioso. Lirico è il pessimismo che il
-poeta esprime in tanti suoi versi, e quando per bocca di un pastore
-errante dell'Asia esclama:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Questo io conosco e sento,</p>
-<p class="i01">Che degli eterni giri,</p>
-<p class="i01">Che dell'esser mio frale,</p>
-<p class="i01">Qualche bene o contento</p>
-<p class="i01">Avrà fors'altri; a me la vita è male.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma civile era apparso il pessimismo dei primi canti; e il pessimismo
-che si serba empirico finchè si contenta di affermare l'eccesso e la
-universalità del male, diventa filosofico allorquando passa ad affermare
-la necessità ineluttabile di esso e la impossibilità del rimedio.
-Perciò mi pare avesse ragione il Caro quando diceva che il Leopardi
-dà del problema della vita una soluzione da cui è cancellato,
-per quanto è possibile, il sentimento prettamente individuale, e che
-quella soluzione egli innalza ed allarga sin là dove incomincia la filosofia;
-e conclude con questo giudizio: «Par ce trait, que nous
-voulions mettre en lumière, il se distingue nettement de l'école des
-lyriques et des désespérés, où l'on a prétendu le confondre; il n'a
-qu'une parenté lointaine avec les Rolla qui l'ont réclamé pour leur
-frère: il les dépasse par la hauteur du point de vue cosmique auquel il
-s'élève; il a voulu être philosophe, il a mérité de l'être, il l'est»<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>.
-Di questa stessa opinione doveva essere ancora lo Schopenhauer,
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-quando giudicava nessuno mai aver trattato il tema del dolore e della
-nullità della vita così profondamente ed interamente come fece il
-Leopardi<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>. Resterebbe a vedersi se il Leopardi, il quale notò «che
-molte conclusioni cavate da ottimi discorsi non reggono all'esperienza»<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>;
-e si fece beffe della filosofia aprioristica<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>; e disse di non
-ignorare «che l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e
-perfetta si è, che non bisogna filosofare»<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>; e non immaginò nessuna
-metafisica; e non iscrisse nè il romanzo dell'io, nè quello dell'idea,
-nè quello della volontà; e disse tutto essere arcano fuor che il nostro
-dolore; non sia più vero e maggior filosofo di molti che tengono
-largo, e forse troppo largo, posto nella storia della filosofia antica
-e moderna.
-</p>
-
-<p>
-Se, togliendoci fuori dalle angustie e dalle intolleranze delle
-scuole, noi teniamo essere filosofo colui che si affatica a formarsi
-un concetto generale della vita e del mondo; colui che, avido di
-verità, si sforza di conoscerla, senza riguardo alcuno al vantaggio
-proprio o d'altrui, e che, conosciutala, ancorchè se ne senta offeso,
-ancorchè se ne lagni, la manifesta e mantiene, sfidando biasimi, dileggi
-e pericoli; se, dico, tale sia il nostro giudizio, dovremo dire
-che il Leopardi, a dispetto di ogni mancamento o incertezza della
-sua dottrina, fu un filosofo, e che non si può, senza ingiustizia, negargli
-di filosofo il nome<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<h3 id="leop2">CAPITOLO II.
-<span class="smaller"><span class="smcap">Estetica generale del Leopardi.</span></span></h3>
-
-<p>
-L'uomo non ha veramente altro desiderio che della felicità, e
-non desidera e non ama la vita se non quanto la reputa strumento
-o subbietto di quella. Scopo, non pur principale, ma unico della
-vita è il piacere; e il vivere, per sè stesso, non è bisogno, perchè
-disgiunto dalla felicità non è bene. Tale in sostanza il pensiero del
-Leopardi, quale si trova chiaramente espresso in molti luoghi delle
-poesie e delle prose<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>: e questo pensiero bisogna aver presente per
-ben intendere la estetica di lui.
-</p>
-
-<p>
-Quanto è naturale nell'uomo il desiderio della felicità, altrettanto
-la infelicità è necessaria. «Certo l'ultima causa dell'essere non è la
-felicità; perocchè niuna cosa è felice»<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>. «Nessuna cosa credo sia più
-manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i viventi. Se
-questa infelicità non è vera, tutto è falso, e lasciamo pur questo e
-qualunque altro discorso»<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>. Il poeta credette alcun tempo che della
-infelicità propria fossero in tutto o in parte colpevoli gli uomini
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-stessi<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>; ma la opinione in cui da ultimo si fermò fu che la infelicità
-nasce, non già da umano pervertimento, ma da necessità di natura<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>.
-La sciagura umana è irreparabile, e non ha conforto altro che il
-riso<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>. La felicità è impossibile anche per un momento solo; tale il
-concetto del <i>Dialogo di Malambruno e di Farfarello</i>. Non è possibile
-non patir sempre, sia per fatto degli uomini, o per fatto della natura;
-tale il concetto del <i>Dialogo della natura e di un Islandese</i>. La
-infelicità è maggiore negli animi più eccellenti; tale il concetto del
-<i>Dialogo della natura e di un'anima</i>. E la vita è così fatta che non si
-potrebbe per nessun modo sopportare, se non fosse ogni poco interrotta
-dal sonno: «Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno
-ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi
-con un gusto e quasi una particella di morte»<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Ciò nondimeno, dicendo
-che tutti gl'intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai
-dispiaceri sono occupati dalla noja<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>; e che la vita allora riesce veramente
-cara, quando, scampatala da un pericolo, ci par quasi di
-ricuperarla<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>; e che il solo modo che gli uomini abbiano di gustare
-quella tanta felicità che può loro toccare in sorte si è di rinunziare
-alla felicità<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>; il poeta viene a riconoscere che sono nella vita alcuni
-piaceri (sebbene affermi il piacere esser figlio d'affanno e il diletto
-non altro che un uscire di pena<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>), e che la vita può essere, sia pure
-in qualche menoma parte, goduta, e che una qualche felicità, sia
-pure scarsa, stentata, fuggevole, vi può trovar luogo.
-</p>
-
-<p>
-E in fatti il poeta, ancorchè dica la vita <i>inutile miseria</i> e spoglia
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-di qualsiasi frutto<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>, pure enumera alcuni beni ond'essa vita è consolata:
-primo fra tutti la giovinezza, poi l'amore, poi ancora le dolci
-illusioni, i felicissimi inganni, i fantasmi consolatori. Qui ci s'apre
-naturalmente il passo a discorrere delle idee estetiche di lui.
-</p>
-
-<p>
-L'amore fu pel Leopardi, più che altro, una fervente, ossequiosa
-ed estatica ammirazione della bellezza sensibile; e in ciò si differenzia
-notabilmente da altre forme dell'amore ideale, o, come suol
-dirsi, platonico, ove si ostenta di non curare e di non istimare la
-veste corporea e caduca dell'anima. Tale ammirazione può raccogliersi
-da molti luoghi degli scritti del poeta, cui l'amore della
-bellezza già faceva scordare negli anni giovanili l'amor della gloria<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>.
-<i>Beltade onnipossente è maestra d'alto affetto</i><a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>; sembra rivelare <i>alto
-mistero d'ignorati Elisi</i><a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>; però che un <i>caro sguardo</i> è tra le cose
-mortali la più degna del cielo<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>, e la bellezza è, fra noi, come una
-<i>viva immagine</i> del cielo, e una fonte inenarrabile d'eccelsi, immensi
-pensieri e sensi.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Beltà grandeggia, e pare,</p>
-<p class="i01">Quale splendor vibrato</p>
-<p class="i01">Da natura immortal su queste arene,</p>
-<p class="i01">Di sovrumani fati,</p>
-<p class="i01">Di fortunati regni e d'aurei mondi</p>
-<p class="i01">Segno e sicura spene</p>
-<p class="i01">Dare al mortale stato<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E' pare dunque che il Leopardi, il quale sino dall'aprile del 1819
-scriveva al Giordani non trovare altra cosa desiderabile nella vita
-<i>se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza</i><a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>, giudicasse
-spettare alla bellezza la dignità suprema, sopra quanto può
-essere dall'uomo sentito, compreso, immaginato, ammirato. In ciò
-egli si rivela indubitabilmente poeta, e molti furono in ogni tempo
-i poeti, e generalmente parlando, gli artisti, che giudicarono nel
-medesimo modo. Udiamo Alfredo De Musset:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Or la beauté, c'est tout. Platon l'a dit lui-même:</p>
-<p class="i01">La beauté sur la terre, est la chose suprême.</p>
-<p class="i01">C'est pour nous la montrer qu'est faite la clarté.</p>
-<p class="i01">Rien n'est beau que le vrai, dit un vers respecté;</p>
-<p class="i01">Et moi, je lui réponds, sans crainte d'un blasphème:</p>
-<p class="i01">Rien n'est vrai que le beau, rien n'est vrai sans beauté<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E udiamo il Baudelaire: «C'est cet admirable, et immortel instinct
-du beau, qui nous fait considérer la terre et ses spectacles comme un
-aperçu, comme une <i>correspondance</i> du ciel... Ainsi le principe de la
-poésie est, strictement et simplement, l'aspiration humaine vers une
-beauté supérieure...»<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>. Un filosofo pessimista, il Hartmann, dice la
-bellezza essere come l'aureola della vita, e non potere avere altro
-scopo se non di consolare della sventura necessaria e irreparabile.
-Qual altro scopo è più grande e più <i>utile</i>?
-</p>
-
-<p>
-Emanuele Kant scopriva maggior bellezza in un semplice ornato
-che nella bellissima fra le donne, perchè la bellezza di costei è
-perturbata da un elemento di finalità. Oh aberrazioni del preconcetto
-e del sistema! Certamente il Leopardi non vide a quel modo. Per
-lui la più alta forma della bellezza è per l'appunto la bellezza muliebre.
-Ma qui è subito necessaria un'avvertenza, molto importante
-a ciò che dovrà esser detto più innanzi. La bellezza che il Leopardi
-vagheggia nella donna non è cosa esistente per sè ed in sè; è anzi
-il riflesso, e come la individuazione, di una bellezza più alta, che
-il poeta ateo chiama divina; di una vera e propria idea di bellezza,
-che sarebbe senz'altro una delle idee di Platone, se il poeta non la
-dicesse talora figlia della propria mente. Se come Dante fosse stato
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-credente, il Leopardi, come Dante, avrebbe detto essere la donna
-adorata
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> una cosa venuta</p>
-<p class="i01">Dal cielo in terra a miracol mostrare.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Rileggansi quei noti versi dell'<i>Aspasia</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Raggio divino al mio pensiero apparve,</p>
-<p class="i01">Donna, la tua beltà!</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i13"> Vagheggia</p>
-<p class="i01">Il piagato mortal quindi la figlia</p>
-<p class="i01">Della sua mente, l'amorosa idea.</p>
-<p class="i01">Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,</p>
-<p class="i01">Tutta al volto, ai costumi, alla favella</p>
-<p class="i01">Pari alla donna che il rapito amante</p>
-<p class="i01">Vagheggiare ed amar confuso estima.</p>
-<p class="i01">Or questa egli non già, ma quella, ancora</p>
-<p class="i01">Nei corporali amplessi inchina ed ama.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Da questi versi già si rileva che il Leopardi, in estetica, fu un idealista,
-a quello stesso modo (conformità notevole) che fu un idealista
-Alfredo De Vigny.
-</p>
-
-<p>
-E non poteva esser altro. Il giovinetto che, ignaro ancora dell'<i>acerbo
-indegno mistero delle cose</i>,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">La sua vita ingannevole vagheggia,</p>
-<p class="i01">E celeste beltà fingendo ammira<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-s'avvede ben presto che la vita è vedova di bellezza, che il vero è
-brutto; e quello stesso bello ch'egli aveva pur tanto ammirato nella
-natura, gli si sforma ed offusca allo sguardo. Alfredo De Musset,
-nella poesia testè citata, loda il Leopardi di <i>casto amore per l'aspra
-verità</i>, e di questo amore dice ispirato il poeta; ma noi abbiam veduto
-come fluttui l'animo del Leopardi nel far giudizio del vero; e
-qui è pur forza riconoscere che, più particolarmente come poeta, egli
-pone in diretto contrasto il vero col bello, e questo esalta, quello deprime<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>.
-Il vero distrugge i sogni leggiadri, spoglia il verde alle cose,
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-dic'egli nella canzone al Mai; il vero è il maggior contrario del
-bello, soggiunge nella <i>Comparazione delle sentenze di Bruto minore
-e di Teofrasto</i><a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>. Altrove, alquanto più remissivo, scriveva: «Certamente
-il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può spesse volte
-porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello è da preporre
-al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad ogni altra
-cosa»<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma che è insomma il bello? Il Leopardi non s'arrischiò mai di
-darne una definizione, e certo vide essere impossibile di trovarne una
-che appaghi così il sentimento come la ragione. Non tentò nemmeno
-di scoprire o d'inventare un canone di bellezza, e non indagò a quali
-condizioni dell'organismo fisico per un verso, dell'organismo psichico
-per un altro, risponda la impressione che produce in noi la bellezza
-e il godimento che ne deriva. L'estetica non aveva ancora cercato
-nella fisiologia e nella psicologia le nuove sue basi; e quella che,
-fondata tutta nella metafisica, era sorta e fioriva in Germania, si può
-dire che nemmen di nome fosse nota in Italia; dove opera capitale
-in sì fatta materia erano pur sempre i ragionamenti <i>Del bello</i>, di
-Leopoldo Cicognara, stampati la prima volta in Firenze l'anno 1808.
-In questo libro si dà qualche contezza delle dottrine del Kant, ma
-così scarsa e superficiale come poteva darla un uomo che diceva
-desiderabile <i>un'esatta versione dal tedesco delle opere metafisiche del
-sig. Kant per poter bene conoscere le sue idee su questo argomento</i>:
-e il Lessing, il Winckelmann, lo Schiller vi sono nominati appena.
-La estetica tedesca cominciò a penetrare in Italia soltanto verso il 1820,
-per opera dei romantici<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi non dice che cosa sia il bello: egli si contenta di dire
-che cosa il bello non è. Il bello non è il vero. Ma poichè il vero è
-<i>ben altra cosa che la natura</i><a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a>, potrebbe darsi che il bello fosse la
-natura. Questo credette il Leopardi nel tempo in cui scriveva al Giordani:
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-«Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo»<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>; e questo
-ancora seguitò a credere per un pezzo; ma come più ebbe a riconoscere
-nel mondo la scena ove si esercita
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> il brutto</p>
-<p class="i01">Poter che ascoso a comun danno impera,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e nella natura una nemica; più si tolse da quella credenza, e finì
-che disse poco essere il bello che la natura ci offre<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. E il bello non
-è l'utile, anzi è il suo contrario; almeno finchè per utile s'intende
-ciò che dagli uomini comunemente s'intende: e qui è curioso
-notare come il Leopardi venga a trovarsi d'accordo col Kant,
-con lo Schiller, con lo Spencer, per non nominarne altri. Quello
-<i>Spettatore Fiorentino</i> che il poeta ebbe un tratto in animo di
-pubblicare, doveva esser formato tutto d'idee negative e riuscire un
-giornale affatto inutile<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>. Ma qui, per una inversione di ragionamento
-che trova la sua piena giustificazione nella dottrina pessimistica del
-poeta (in altre dottrine pessimistiche non la troverebbe, o la troverebbe
-più difficilmente), l'utile diventa inutile e l'inutile utile. La vita
-tutta quanta essendo, insieme col mondo in cui si produce e si agita,
-una grandissima e disperatissima inutilità, ne viene di conseguenza
-che inutilissime sono le operazioni e preoccupazioni tutte in cui gli
-uomini si vengono tuttodì travagliando, con isperanza di far guadagno
-e di fruire da ultimo della felicità faticosamente acquistata; e
-che solamente utili sono quelle cose e fatiche, le quali arrecando
-qualche diletto, fanno sì che gli uomini scordino i mali loro e quasi
-non sappian di vivere. Non avendo la vita, per sè medesima, pregio
-alcuno, è stolta affatto l'opera di coloro che, senza giovarla altrimenti,
-si studiano di farla più lunga<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>; e solo meritano gratitudine coloro
-che riescono ad alleviarne in qualche misura il peso e il fastidio. I
-travagli hanno questo di buono, che non lasciano luogo alla noja, e
-non dan tempo all'uomo di considerare la nullità della vita; ma poi
-hanno questo di reo, che a prezzo di dolore ricomperano il benefizio;
-la qual cosa non fanno i diletti che diconsi inutili. Sì fatti pensieri sono
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-dal poeta espressi con molta frequenza, con parole pronte e incisive.
-Rileggansi tra l'altro, a questo proposito, i primi venticinque o trenta
-versi della poesia <i>A Carlo Pepoli</i>, e un passo di lettera al Giordani,
-ov'è affermato che il dilettevole è <i>utile sopra tutti gli utili</i><a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>, e il già
-citato preambolo allo <i>Spettatore Fiorentino</i>, ove occorrono queste
-parole: «Lasciamo stare che, lo scopo finale di ogni cosa utile
-essendo il piacere, il quale poi all'ultimo si ottiene rarissime volte,
-la nostra privata opinione è che il dilettevole sia più utile che l'utile»<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ammesso ciò, non solo la letteratura sarà da stimare più utile
-che tutte, quante sono, le scienze politiche e sociali, dette dal poeta
-<i>discipline secchissime</i><a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>; ma le arti in genere saranno da avere in
-assai maggior conto che le scienze in genere, e che l'altre forme
-tutte, comunque preconizzate, dell'umano lavoro, e dovrannosi riverire
-ed amare come sole alleviatrici e consolatrici della nostra sciagura.
-Ed ecco che con ciò riman fermato e definito così l'oggetto,
-come il fine e l'officio di quelle che il poeta, giovanissimo ancora,
-aveva chiamate <i>care arti divine</i><a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Oggetto principalissimo, per non dire unico, delle arti sarà il
-bello; e poichè il bello è il contrario del vero, saranno le vaghe e
-dolci immaginazioni che velano il vero, e parano all'uomo, se non
-la conoscenza, la <i>vista impura</i><a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> di esso. L'artista vive per rivelar
-la bellezza. «Lieto, lietissimo vi voglio sempre, o mio Giordani, chè
-a questo ci hanno a servire gli studi e la considerazione del Bello
-che tutto giorno ci sforziamo d'imitare»<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>. Non è però che il Leopardi
-voglia affatto escluso il brutto dall'arte, chè anzi, su questo
-punto, egli aveva già contraddetto al Giordani, affermando che l'arte
-lo deve pur conoscere e ritrarre, e ricordando che Omero, e Virgilio,
-ma sopra tutti Dante, non l'avevano sempre schifato, e che il
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-brutto, <i>imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare</i><a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>.
-Ma insomma, egli mostra di dilettarsene poco, e non ci fissa
-su l'occhio, e non ne ragiona volentieri, inconsapevole della nuova
-importanza ch'esso stava assumendo nella dialettica di Giorgio Hegel
-e nella fantasia e nell'arte dei romantici.
-</p>
-
-<p>
-Non è sempre vero quanto affermano alcuni, che i pessimisti sono
-poco disposti a veder bellezza nelle cose reali, e inclinati a cercarla
-nelle sole finzioni<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a>. Ciò non si potrebbe dire, nè di un filosofo pessimista
-quale lo Schopenhauer, nè di un poeta pessimista quale il
-Leconte de Lisle; ma si può ben dire con la dovuta misura e circospezione,
-di molti; ed è consentaneo alla loro natura e alla loro
-credenza. Da giovane il Leopardi pensò (probabilmente senza troppo
-discutere con sè stesso e ripetendo opinione divulgatissima) che <i>ufficio
-delle belle arti sia d'imitare la natura nel verisimile</i><a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>; e vedremo
-ch'egli a così fatta imitazione non rinunziò mai, e che anzi ebbe
-sempre l'occhio alla realtà, per modo da dare ai critici occasione e
-motivo di parlare del verismo e del realismo di lui; ma, considerata
-debitamente ogni cosa, non si può negare che il Leopardi si
-compiaccia più della finzione che della realtà, com'è in più particolar
-modo provato dalle <i>Operette morali</i>, dove le <i>posizioni</i> e i temi
-sono, pressochè sempre, non pure ideali, ma fantastici ed impossibili;
-e come è ancora provato dalle parole di quella curiosa confessione
-che una volta il poeta fece al Jacopssen, di fuggire, cioè,
-durante la veglia, le donne che aveva vagheggiate nel sogno<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Studii del bello, affetti, immaginazioni, illusioni, il Leopardi
-vuole che tutti insieme si adoperino a conforto della infelicità nostra<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>.
-Egli vive in un perpetuo desiderio di dilettose immagini, rimpiange
-i dolci sogni della fanciullezza, non sa darsi pace della giovinezza
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-perduta e delle care illusioni perdute con quella. Non v'è poeta che
-non abbia pianta la giovinezza; ma le ragioni del pianto non sono
-le stesse per tutti: e certo i più lamentarono perduta con essa la
-facoltà di godere, anzichè la facoltà d'ingannarsi; e qualcuno, come
-lo Chateaubriand, non tanto dilesse la giovinezza, quanto detestò la
-vecchiaja, vedendo in essa quasi una ingiuria e uno sfregio alla
-dignità ed al decoro della persona. Il Leopardi non altra felicità propriamente
-persegue con l'inutile desiderio se non quell'una, in cui
-l'anima, soggiogata dal <i>possente errore</i> e dagli ameni inganni, deliziosamente
-si abbandona, ignara dell'<i>acerbo indegno mistero delle
-cose</i>, inconscia quasi di sè.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Era quel dolce</p>
-<p class="i01">E irrevocabil tempo, allor che s'apre</p>
-<p class="i01">Al guardo giovanil questa infelice</p>
-<p class="i01">Scena del mondo e gli sorride in vista</p>
-<p class="i01">Di paradiso<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> O speranze, speranze; ameni inganni</p>
-<p class="i01">Della mia prima età! sempre, parlando,</p>
-<p class="i01">Ritorno a voi; chè per andar di tempo,</p>
-<p class="i01">Per variar d'affetti e di pensieri,</p>
-<p class="i01">Obbliarvi non so<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Senza affetti e senza errori gentili la vita è notte a mezzo il verno<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>;
-e dileguata la giovinezza, la vita appare abbandonata e scura, e non
-si colora più mai d'altra luce, e l'uomo è fatto estraneo alla terra<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>.
-Sopra tutte le cose è da aborrir la vecchiezza, perchè chiusa alle care
-illusioni; e da aborrir sono i vecchi, che la giovinezza già per sè
-fuggitiva si studiano di spegner nei giovani<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>. Però Consalvo è lieto
-di morire in sul fior dell'età.
-</p>
-
-<p>
-«Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle
-<i>care illusioni</i>», scriveva in età di ventidue anni il Leopardi al Brighenti<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a>.
-E non molti giorni innanzi aveva scritto al Giordani: «Io non
-tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali,
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-giacchè non sono capricci particolari di questo o di quello, ma
-naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono
-tutta la nostra vita»<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. In questa opinione durò egli poi lungamente,
-salvo qualche contraddizion passeggiera di tanto in tanto, e salvo
-ancora che in certi tempi verità e menzogna egli involse nello stesso
-disdegno. Non sarà fuor di luogo notare che il fratello Carlo fu in
-ciò dello stesso sentire di Giacomo. In una lettera che il primo scriveva
-al secondo ai 16 di dicembre del 1822, si legge: «In conclusione
-si è sempre detto, che le città grandi non sono fatte per l'uomo di
-sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il mondo: <i>le
-pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être habité</i>»<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma qui nasce un dubbio che, date certe contraddizioni del pensiero
-leopardiano, non è agevol cosa risolvere. D'onde provengono
-nell'animo umano queste benedette illusioni, che sole dànno pregio
-alla vita, e sole ne temperano la infelicità? Nella lettera al Giordani
-testè ricordata il poeta scriveva: «Io credo che nessun uomo al
-mondo in nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle
-illusioni, perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma
-della natura; la quale <i>expellas furca, tamen usque recurret, Et Mala
-perrumpet furtim</i> <span class="smcap">Fastidia</span> <i>victrix</i>»<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>. E così in molte altre occasioni
-lodò la natura quale soccorritrice di lieti inganni e di felici ombre, e
-perchè, con benefica impostura, si studiò di occultare e di trasfigurare
-agli uomini la parte maggiore della infelicità loro<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a>; ma una
-lode di tal maniera, se suona bene sulle labbra di un discepolo del
-Rousseau, non può non disdire sulle labbra di tale a cui giudizio
-essa natura fu <i>madre in parto ed in voler matrigna</i>, e di tutt'altro curante
-che del male nostro o del bene, e tale insomma che, discordando
-affatto dalle nostre <i>vaghe immagini</i>, e chiusa ad ogni pietà, ci danna
-irreparabilmente al dolore<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Essendo che la natura, secondo si ragiona nel <i>Dialogo della natura
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-e di un'anima</i>, è una specie di essere medio, intermediario fra
-il destino e le creature, potrebbe darsi che le illusioni ci scaturissero
-da una qualche fonte soprammondana e soprannaturale; fossero
-alcun che di simile alle idee tipiche di Platone. E a sì fatto concetto
-sembra che si conduca alcuna volta il poeta; sebbene non sia possibile
-intendere come dal <i>brutto</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Poter che ascoso a comun danno impera</p>
-</div></div>
-
-<p>
-emani il bello, fluiscano le sole consolazioni che all'uomo sia dato
-sperare. Ma noi contentiamoci di venir notando le varie conformazioni
-del pensier del poeta, e non pretendiamo, chè sarebbe impresa
-disperata, sciogliere le contraddizioni in cui esso si viene avvolgendo.
-Pongasi mente a que' versi della canzone <i>Alla sua donna</i> ove il poeta
-invoca ed esalta, non una donna reale, non una donna idealizzata,
-ma propriamente l'idea della donna<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>: che dice il poeta?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> Già sul novello</p>
-<p class="i01">Aprir di mia giornata incerta e bruna,</p>
-<p class="i01">Te viatrice in questo arido suolo</p>
-<p class="i01">Io mi pensai. Ma non è cosa in terra</p>
-<p class="i01">Che ti somigli; e s'anco pari alcuna</p>
-<p class="i01">Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,</p>
-<p class="i01">Saria, così conforme, assai men bella.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Abbiamo qui, al modo stesso che nell'<i>Aspasia</i>, l'archetipo, da cui
-riceve, o potrebbe ricevere, forma e vita e movimento la cosa reale e
-sensibile: e il poeta medesimo avverte, fra il serio e lo scherzoso,
-che forse è quella una delle idee di Platone<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a>, e da ultimo esce in
-questo saluto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Se dell'eterne idee</p>
-<p class="i01">L'una sei tu, cui di sensibil forma</p>
-<p class="i01">Sdegni l'eterno senno esser vestita,</p>
-<p class="i01">E fra caduche spoglie</p>
-<p class="i01">Provar gli affanni di funerea vita;</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span></p>
-<p class="i01">O s'altra terra ne' superni giri</p>
-<p class="i01">Fra' mondi innumerabili t'accoglie,</p>
-<p class="i01">E più vaga del Sol prossima stella</p>
-<p class="i01">T'irraggia, e più benigno etere spiri;</p>
-<p class="i01">Di qua dove son gli anni infausti e brevi,</p>
-<p class="i01">Questo d'ignoto amante inno ricevi.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Da questa poesia all'<i>Aspasia</i> corsero all'incirca dieci anni<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>: onde si
-vede che l'accostamento del Leopardi a Platone non fu nè accidentale,
-nè passeggiero.
-</p>
-
-<p>
-Ed ecco ora il Leopardi e lo Schopenhauer, senza sapere l'uno
-dell'altro, giungere per diverse vie a un punto medesimo, accordarsi
-nel medesimo pensamento. Com'è noto, lo Schopenhauer immagina
-che la volontà crei primamente i tipi ideali, i quali calandosi poi
-nelle cose acquistano esistenza individuata e concreta. Il bello non è
-nella cosa, ma nella idea, che si apprende per la contemplazione estetica;
-e oggetto proprio ed essenziale dell'arte è l'idea, e vero suo
-officio manifestare l'idea; la quale, secondo che lo Schopenhauer si
-piace di affermare e di ripetere, va intesa appunto come la intendeva
-Platone: onde la scienza è il modo aristotelico di guardare le cose,
-l'arte il modo platonico<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. E il Leopardi e lo Schopenhauer vengono
-a trovarsi d'accordo (cosa da quest'ultimo non desiderata di certo)
-con Giorgio Hegel, il quale afferma non altro essere il bello se non
-la manifestazione dell'idea nell'opera d'arte. Le illusioni e i fantasmi
-accarezzati e glorificati dal Leopardi si possono considerare come
-disegni e archetipi di cose che l'uomo vorrebbe che fossero e non
-sono.
-</p>
-
-<p>
-Ma vengano in origine dalla natura, o vengano d'altronde, le
-illusioni allignano nell'animo umano, e ricevono conformazione e
-colore dal sentimento e dalla fantasia. Di qui il grande valore che
-il Leopardi riconosce a entrambe queste potenze, di cui non si
-stanca di dire le lodi. Al Giordani scriveva nel marzo del 1820 di
-non arrivare «a comprendere come si possa tollerare la vita senza
-illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo»<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>. E al
-Jacopssen nel giugno del 1823: «En effet, il n'appartient qu'à l'imagination
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-de procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif
-dont il soit capable. C'est la véritable sagesse que de chercher ce
-bonheur dans l'idéal, comme vous faites. Pour moi je regrette le
-temps où il m'était permis de l'y chercher, et je vois avec une sorte
-d'effroi que mon imagination devient stérile, et me refuse tous les
-secours qu'elle me prêtait autrefois»<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>. Il che non era poi tanto vero,
-se nel febbrajo del 1828 poteva scrivere da Pisa alla sorella: «Vi
-assicuro che in materia d'immaginazioni mi pare di esser tornato al
-mio buon tempo antico»<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>; al tempo cioè in cui altamente si scandolezzava
-dei poeti e delle poetesse di Roma che persino i nomi ignoravano
-di genio, d'immaginazione, di sentimento, e di ciò al fratello
-Carlo scriveva indignate parole<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>. Dal <i>caro immaginare</i> derivava
-egli l'una parte (derivando l'altra dal <i>dolce rimembrare</i>) delle maggiori
-e più schiette sue gioje; e se pure gli avvenne di dire una
-volta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i12"> dell'imago,</p>
-<p class="i01">Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-egli è nondimeno da credere, dopo quanto siamo venuti notando,
-che di nessun vero si appagasse mai tanto quanto delle immagini
-che gli creava la fantasia. Di qui una conseguenza importante:
-facoltà creatrice dell'arte sarà, a giudizio del nostro poeta,
-per eccellenza la fantasia.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> Te punge e move</p>
-<p class="i01">Studio de' carmi e di ritrar parlando</p>
-<p class="i01">Il bel che raro e scarso e fuggitivo</p>
-<p class="i01">Appar nel mondo, e quel che, più benigna</p>
-<p class="i01">Di natura e del ciel, fecondamente</p>
-<p class="i01">A noi la vaga fantasia produce,</p>
-<p class="i01">E il nostro proprio error. Ben mille volte</p>
-<p class="i01">Fortunato colui che la caduca</p>
-<p class="i01">Virtù del caro immaginar non perde</p>
-<p class="i01">Per volger d'anni; a cui serbare eterna</p>
-<p class="i01">La gioventù del cor diedero i fati;</p>
-<p class="i01">Che nella ferma e nella stanca etade,</p>
-<p class="i01">Così come solea nell'età verde,</p>
-<p class="i01">In suo chiuso pensier natura abbella,</p>
-<p class="i01">Morte, deserto avviva<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-</p>
-
-<p>
-In questi notabilissimi versi sono indicati l'oggetto, o vogliam
-dire la materia, e il fine e l'officio dell'arte. L'arte ritrae il bello, e
-più propriamente il bello creato dalla fantasia; l'arte abbella la
-natura e la vita. Per il Leopardi, come per lo Schopenhauer, essa è
-una consolatrice, una emancipatrice, sia pur momentanea. I pessimisti
-essendo, se non per sentimento, per logica necessità, nemici
-della natura, non possono non essere grandi amici di quell'arte
-che li trae fuori del <i>peggiore dei mondi possibili</i>, e li trasporta in
-ispirito nel migliore dei mondi immaginabili. Però l'arte, agli occhi
-dei pessimisti, non può essere quel giuoco che parve allo Schiller
-e allo Spencer: anzi, sebbene sia un inganno, o appunto perchè
-un inganno<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a> è la cosa più seria, diciam pure la sola seria, che la
-vita ci offra. L'arte non fa, come comunemente si predica, della
-realtà una finzione; ma fa, per contrario, della finzione una realtà.
-Il Baumgarten, discepolo del Leibniz, e inventore di questo nome
-di estetica da lui dato alla scienza del bello, tenendosi stretto all'ottimismo
-dommaticamente rigido del suo grande maestro, giudicava
-superba, perversa, ingiuriosa alla divinità l'arte eterocosmica, l'arte,
-cioè, che presume, fingendo, di creare un mondo migliore di quello
-esistente; e il Kant fu dello stesso sentire; e dello stesso sentire
-doveva essere Dante, quando formava il concetto di un'arte che,
-essendo a Dio quasi nipote, e però figlia della natura, questa
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> quanto puote</p>
-<p class="i01">Segue, come il maestro fa il discente<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Per contro l'arte eterocosmica dev'essere quella a cui i pessimisti
-si sentono maggiormente inclinati; i quali difficilmente potranno
-consentire a Platone che l'arte sia di gran lunga inferiore alla
-natura, e più volentieri staranno con quei filosofi che la prima, considerata
-quale opera dello spirito, pongono risolutamente sopra la
-seconda, considerata quale opera di cieche energie; e, generalmente
-parlando, la forma d'arte verso cui inclineranno, sarà tanto più eterocosmica,
-quanto maggiore disgusto essi proveranno della vita e
-del mondo; salvo che per deliberato proposito non vogliano giovarsi
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-dei sussidii dell'arte per far vedere e sentire vie meglio la
-disperata miseria dell'una e dell'altro<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il Byron, sul punto di partir per la Grecia, d'onde non doveva
-più fare ritorno, diceva d'avere abbracciata la poesia per non sapere
-che altro fare di meglio, e in ogni tempo fece più stima assai dell'azione
-che dell'arte. L'animo del Leopardi dovette ondeggiar lungamente
-fra contrarii giudizii, e non quietarsi mai del tutto in nessuno.
-Quando scriveva da Roma nel novembre del 1822 al fratello
-Carlo: «Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo,
-vita»<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>, gli è probabile ch'egli ponesse l'azione, il moto e il fervor
-della vita, sopra l'arte; ma quando, dimenticate oramai le Termopile,
-e dimenticato Simonide, nel luglio del 1828, alludendo al conte
-Andrea Broglio, morto ancor egli in Grecia, scriveva al padre: «Io
-non sapeva che il suo fanatismo l'avesse portato ad andare ad esporre
-la vita per causa e patria non sua»<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> gli è probabile ch'ei portasse
-tutt'altro giudizio; sebbene fosse l'anno appunto in cui si rallegrava
-d'esser tornato, in materia d'immaginazioni, al suo buon tempo
-antico.
-</p>
-
-<p>
-Qui pare ci si discopra un'altra contraddizione del Leopardi. Se
-officio dell'arte, anzi sua propria ragione, si è di mitigare la nostra
-sciagura, di farcela in qualche parte scordare, sostituendo un mondo
-di dilettose finzioni a questo mondo di tormentosa realtà, e restaurando
-nella fantasia le care illusioni che la vita viene tuttodì disfacendo;
-perchè non si conforma a questo fine l'arte di lui? perchè
-la sua poesia si ostina a farci vie più consci del mal che ci strugge,
-e sempre ci ripone sott'occhi l'aborrito vero, e invece di ricrear le
-illusioni si appaga di piangerle? Non dovrebbe appunto la sua
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-poesia essere come quella divina arte della musica, di cui dice egli
-stesso che sembra rivelare <i>alto mistero d'ignorati Elisi</i>? La domanda
-par ragionevole, e che non lasci luogo a risposta; ma ci si
-può rispondere; e la contraddizione non è così acuta come può
-a prima giunta sembrare.
-</p>
-
-<p>
-Premettiamo una osservazione d'indole generale. Un poeta pessimista
-può certo, facendo tacere la voce del proprio dolore, appartandosi
-in qualche modo e per qualche tempo dalla propria dottrina,
-produrre una poesia dove non appajano se non immagini dilettose
-e serene, non respirino se non sentimenti dolci o vivificanti,
-e la stessa natura sia ritratta con lieti e chiari colori, fuori, per
-così dire, dell'ombre consuete del suo proprio pensiero: nè si può
-asserire che una poesia così fatta manchi in tutto al Leopardi. Ma
-bisogna pur riconoscere che le altre arti, e in più special modo la
-musica, possono servire a cotal dissimulazione del vero assai meglio
-e assai più che non l'arte della parola. La parola ha significazione
-troppo determinata e precisa, e più che ogni altro segno di cui
-possa giovarsi lo spirito umano a palesare sè stesso è legata al
-vero; onde torna difficile al pessimista, sia pur egli poeta, mentire
-un mondo tutto ideale con quelle stesse parole con cui, da altra
-banda, viene descrivendo e giudicando il mondo reale. Non v'è frase
-musicale che propriamente affermi o impugni alcun che; non v'è
-per contro proposizione che non asserisca il vero (accertato o presunto),
-o nol contraddica; e però gli è quasi impossibile che il poeta
-pessimista non iscopra nella propria poesia la propria credenza, non
-vi lasci scorgere la preoccupazion sua consueta, non vi porga testimonianza
-di sè. Si sforzi egli pure, come il Leconte de Lisle, di riuscire
-oggettivo, sereno, impassibile; la sua poesia ritrarrà sempre
-del colore della sua anima, sarà sempre, in un modo o in un altro,
-un documento di pensier pessimistico.
-</p>
-
-<p>
-Ciò premesso in generale, vi sono, per quanto spetta al Leopardi
-in particolare, altre osservazioni da soggiungere. Può dirsi, non
-senza ragione, che la sua poesia ritrae troppo del colore della sua
-anima, ripete, troppo insistentemente, la dottrina pessimistica di
-lui; e qualcuno potrebbe prenderne argomento a giudicare che più
-conferisca all'arte l'ottimismo, quando si sforza di attirar l'attenzione
-sul bello delle cose, che non il pessimismo, quando d'altro non si
-cura che di metterne in mostra il brutto. Ma primamente è da considerare
-che l'arte, quando troppo si diletti delle belle finzioni, e solo
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-in formar quelle si eserciti, corre pericolo di mancare al proprio
-suo fine, e di riuscire, non alleviatrice, ma aggravatrice dell'umano
-dolore, facendo che l'uomo, per ragion del contrasto, sempre più si
-disgusti e s'infastidisca di quella realtà in cui è pur forza che viva,
-e che il pessimista, rifugiandosi tutto nel sogno inattuabile, divenga
-sempre più pessimista. Per contro, la poesia che esprime dolore universale
-tende, favorendo la simpatia, a consolare tutti i sofferenti,
-conformemente all'antico adagio <i>solamen miseris socios habuisse malorum</i><a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>.
-Avvertì Seneca nulla farci tanto sentire che noi siam membri
-di un solo corpo quanto la comunanza e universalità del dolore; e
-veramente la morale non può trovare altra base che sia più vera e
-più salda di questa. Così appunto la intese il Leopardi, quando nella
-<i>Ginestra</i> prese a esortar gli uomini a stringersi in lega contro l'avversa
-natura; dove inaspettatamente vediamo scaturire dal pessimismo
-un principio d'azione. Ma c'è altro a dire. Quando per condizioni
-di tempi e di coltura il vero non si può più oltre celare, non
-tanto giova che l'arte lo contraddica, quanto che lo rattemperi. Se il
-vero è amaro per sè, <i>condito in molli versi</i> tornerà meno amaro. Se
-non restaura illusioni, che la conoscenza del vero ha irreparabilmente
-disfatte, il nostro poeta una almeno ne tiene viva, e non la men nobile,
-e non la meno benefica: quella della bellezza. I suoi versi sono,
-chi può negarlo? i più disperati che mai si scrissero; ma poche volte
-al mondo se ne scrissero di più belli. Il dolore che così intensamente
-li affanna, è mitigato e come incantato dal fascino onnipossente della
-bellezza; e non v'è pessimismo che tenga; dov'è tanta bellezza, non
-può non essere godimento. Anche una volta l'arte trionfa della natura;
-l'uomo, del suo destino. Che importa se i pensieri son tristi,
-se il vero piange e sospira?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Our sweetest songs are those that tell of sadest thougt.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non isfuggì alla perspicacia del Goethe che l'artista si libera di
-molta parte della sua pena quando riesce ad estrinsecarla, a realizzarla
-nell'opera d'arte. Scrivendo il <i>Werther</i> egli guarì del male onde
-Werther perisce. I poeti consolano e deprecano col canto i proprii
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-dolori. Il Leopardi, esprimendo in versi immortali la disperazione
-della vita, si consolò alcuna volta di vivere; e tutti coloro, che, soffrendo
-dello stesso suo male, leggeranno con puro animo que' versi,
-ne riceveranno il medesimo beneficio. La bellezza li avvolgerà del
-suo lume, li penetrerà del suo calore, medicherà le loro ferite, trasmuterà
-per un giorno, o per un'ora, il loro dolore in dolce, tenera,
-appassionata letizia.
-</p>
-
-<p>
-L'arte è opera del genio, il quale nel fervore dell'entusiasmo la
-concepisce e la crea. Dove non è entusiasmo, arte non nasce. Disse
-una volta il Beethoven a Bettina Brentano: l'artista vero non piange,
-ma è pieno di entusiasmo. No; l'artista vero può piangere e ridere;
-ma se, piangendo o ridendo, non fosse pien d'entusiasmo, non sarebbe
-vero artista. L'entusiasmo è un'accensione di animo innamorato
-e una esaltazion di potenza. Non si ama a freddo nè la donna,
-nè l'arte: i frigidi sono esclusi in perpetuo dal regno dell'amore. Sia
-che si voglia della frigidità fisiologica del Leopardi in materia d'amore<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a>,
-in materia d'arte egli frigido non fu davvero. Ho già recato
-alcuni luoghi di lettere, ov'egli parla dell'entusiasmo come di cosa
-affatto necessaria alla vita: se ne potrebbero recare degli altri. Il Leopardi
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-non avrebbe mai consentito a quella opinione del Baudelaire
-che disse: «L'inspiration c'est une longue et incessante gymnastique».
-Egli sa, per propria esperienza, quanto il genio debba allo studio
-perseverante, alla meditazione, all'esercizio; ma non può però credere
-che il genio altro non sia se non una <i>lunga pazienza</i>. Il genio
-è per sè stesso, o non è. Se è, la lunga pazienza lo può fecondare,
-nutrire, corroborare, correggere; se non è, la pazienza, per quanto
-lunga, non può farlo nascere. Il Leopardi parla del genio come di
-cosa stupenda, incomprensibile e che trascenda la umana natura;
-e ciò ch'ei ne dice, ricorda più d'una volta ciò che ne dice lo Schopenhauer,
-il quale lo ammira e lo celebra senza fine, sebbene lo giudichi
-anch'egli quasi prossimo alla pazzia<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>. Il genio consiste, secondo
-il Leopardi, in una maggiore <i>intensione di vita</i>, ed è contraddistinto
-da una particolare <i>finezza d'intelletto</i> e <i>vivacità d'immaginazione</i>,
-le quali fan sì ch'esso abbia poca signoria di sè stesso, e,
-sopraffatto <i>dalla grandezza delle proprie facoltà</i>, incontri continuamente
-<i>mille dubbietà nel deliberare, e mille ritegni nell'eseguire</i>; sia
-poco atto a provvedere alle minute necessità della vita, e necessariamente
-infelice<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. Lo Schopenhauer mostra di essere sostanzialmente
-della stessa opinione quando dice che il genio, il quale consiste in
-un eccesso d'intelletto, è di sua natura irrequieto e insaziabile, nemico
-della ragionevolezza pedestre e del senso comune, soggetto alla
-passione, <i>emancipato</i> (?) dalla volontà. Pel Leopardi, come per lo
-Schopenhauer, la fantasia è strumento meraviglioso e necessario del
-genio. Per entrambi, ciò che più particolarmente contraddistingue il
-genio si è la intuizione, la divinazione. Il genio poetico sembra fosse
-giudicato dal Leopardi il più alto e mirabile. I poeti lirici, in uno
-istante, «scuoprono tanto paese, quanto ne sanno scoprire i filosofi
-nel tratto di molti secoli», dic'egli nella <i>Comparazione delle sentenze
-di Bruto Minore e di Teofrasto</i><a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a>. Il Carlyle, rifacendo uno del poeta
-e del profeta, esclama: «Entrambi penetrano il sacro mistero dell'universo,
-quello che il Goethe chiama secreto aperto»<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Vediamo ora quale sia, se così è lecito esprimersi, il campo estetico
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-del nostro poeta, o, per usare altri termini, quanto giri e che
-chiuda il cerchio delle sue impressioni estetiche e dell'estetico suo
-godimento. Tutti sanno che anche in ciò passano tra gli uomini differenze
-grandissime; e che, mentre per i più quel cerchio si volge
-breve in sè stesso, e per molti tanto si rinserra che quasi si riduce
-in un punto, per alcuni pochissimi tanto quasi si allarga quanto il
-cerchio del sensibile e dell'intelligibile. Per non citare altri esempii
-che di poeti, il cerchio estetico di un Dante sta al cerchio estetico di
-un Savioli, o di un Vittorelli, come, nel nostro sistema solare, l'orbita
-di Nettuno all'orbita di Mercurio.
-</p>
-
-<p>
-Prima di tutto è da riconoscere un fatto. La estensione del campo
-estetico è determinata quanto allo insieme, in ciascuno di noi, dal
-grado della recettività, dalle attitudini, dalla complessione fisica e
-psichica: e il godimento estetico è più o meno variato, largo ed intenso,
-secondo ch'è maggiore o minore la generale capacità nostra
-rispetto al piacere. Complessioni diverse, capacità diverse, dànno luogo
-a inclinazioni e dottrine diverse<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>. Suppongansi due uomini, di cui l'uno
-abbia i sensi corporei, e specialmente i superiori, assai validi, pronti ed
-acuti, e l'altro gli abbia, per contro, deboli, tardi ed ottusi; l'uno,
-vigoroso e vigile senso morale; l'altro, rilassato e neghittoso; l'uno
-sia più ricco di fantasia che di ragione; l'altro, più di ragione che
-di fantasia: i loro campi estetici saranno necessariamente diversi,
-diversa in ciascuno la natura e la misura del godimento, diverse, in
-ultimo, le dottrine ch'essi potranno venire ideando. Fra la estensione
-del campo estetico e la estensione del godimento estetico passa (è
-quasi superfluo il notarlo) strettissima relazione; ma a un campo
-d'impressioni assai esteso può corrispondere un debole grado di
-godimento, e, per contro, a un campo d'impressioni più ristretto
-può corrispondere un grado di godimento molto più intenso. Estensione
-ed intensione non sono sempre in ragione diretta fra di loro;
-ma non sono nemmeno necessariamente in ragione inversa, sebbene
-in molti casi possano essere. Un dilettante può gustare tutte le arti,
-e di ciascun'arte tutte le forme, e godere di tutte moderatamente: un
-artista di professione può non gustare che l'arte propria, ma di
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-quella godere intensissimamente. Da altra banda può avvenire che
-l'una forma di godimento promuova l'altra, e l'azione e reazione dell'una
-sull'altra produca come una generale elevazione di potenza.
-In un Goethe la estensione del godimento sembra accrescere la intensione;
-e il Rinascimento nostro ci offre esempii mirabili di corrispondenza
-diretta fra la estensione del campo estetico e la intensione
-del godimento estetico, e di feconda fusione del dilettante e
-dell'artista in uno.
-</p>
-
-<p>
-Qual è il campo estetico del Leopardi, e come circoscritto? Dovrò
-più innanzi, parlare di proposito dei sensi corporei di lui; ma qui
-è da notare che, fatta eccezion dell'udito, egli non ebbe sensi molto
-validi, e che scarse furono in lui l'energie della vita di relazione.
-Nel campo estetico del Leopardi terranno minor luogo le impressioni
-derivate immediatamente dai sensi, dal movimento, dallo
-sforzo, ecc., e di ciò si vedranno, sino ad un certo segno, gli effetti
-nell'arte sua.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi sentì molto, come vedremo, la musica, ma non molto
-le arti figurative e l'architettura. Nella canzone <i>Sopra il monumento
-di Dante</i> egli parla con calore delle <i>care arti divine</i>, ricorda con
-isdegno l'<i>opre divine</i> degl'italici ingegni tratte a misera schiavitù
-oltre l'Alpi, invita il <i>guasto legnaggio</i> a mirare, insieme con le ruine
-che fan testimonio dell'antica grandezza,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E le carte e le tele e i marmi e i templi;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma non si vede che tele e marmi e templi, in Roma, in Firenze, in
-Pisa, o in qual si voglia altra città, abbiano mai prodotto nell'animo
-suo una grande impressione; e il silenzio delle sue lettere a questo
-riguardo è veramente curioso e significativo. La grandezza e la magnificenza
-di Roma destarono in lui assai più sgomento che ammirazione.
-«Il materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini
-di qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la popolazione
-di Roma non basta a riempire la piazza di San Pietro. La cupola
-l'ho veduta io, colla mia corta vista, a 5 miglia di distanza, mentre
-io era in viaggio, e l'ho veduta distintamente colla sua palla e colla
-sua croce, come voi vedete di costà gli Apennini. Tutta la grandezza
-di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero
-dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate.
-Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili,
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d'essere spazi
-che contengano uomini»<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>. «Credi, Carlo mio caro, che io son fuori
-di me; non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il demonio
-non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo non provo
-il menomo piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non
-lo sento, e t'accerto che la moltitudine e grandezza loro m'è venuta
-a noia dopo il primo giorno»<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>. Bada a dire un gran male dei Romani,
-così maschi come femmine, e in ispecie dei letterati, che pur
-gli avevano fatto accoglienze onorevoli; ma di quelle ruine, il cui
-spettacolo sembra che tanto avrebbe dovuto affarsi alla disposizione
-dell'animo suo e all'indole della sua coltura; di quelle ruine che
-inspirarono tanti grandi poeti, il Leopardi non fiata<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a>. E similmente
-non fiata nè di tele, nè di marmi, nè di templi. Solo una volta scrive
-celiando al fratello Carlo: «certo che il parlare a una bella ragazza
-vale dieci volte più che girare, come fo io, attorno all'Apollo di Belvedere
-o alla Venere capitolina»<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma riconosciuta questa tepidezza nel Leopardi, non vorrei che
-altri la dicesse a dirittura freddezza, e credesse il poeta chiuso affatto
-a ogni impression di quell'arti che per gli occhi parlano al cuore e
-alla mente. Sin dalle prime lettere scritte al Giordani il Leopardi
-mostrava curiosità grande di vedere ciò che quegli veniva scrivendo
-intorno ad opere di scultura e di pittura, e una volta chiedeva all'amico
-se un'opera del Cicognara (e senza dubbio alludeva alla <i>Storia
-della scultura</i>) poteva tornargli utile<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>. Quelle parole al fratello Carlo
-non s'hanno a prendere troppo sul serio. Esse non possono significare
-in bocca di un giovane di ventiquattr'anni ciò che forse significherebbero
-in bocca d'uom più maturo; e del resto provano che il poeta
-non aveva omesso d'andare a <i>girare</i> intorno ai capilavori dell'arte antica.
-E qui è a notare che il Leopardi sembra abbia gustata più la
-scultura che la pittura, più la forma che il colore. Uno de' suoi più
-vivi desiderii, andando a Roma, era di conoscervi il Canova, e uno
-de' suoi dispiaceri più grandi fu di saperlo già morto da un mese
-quand'egli vi giunse: onde al Giordani scriveva: «Che ti dirò di
-Canova? Vedi ch'io son pure sfortunato, come soglio, poichè quando
-aveva pure ottenuto, dopo tanti anni e tanta disperazione, d'uscire
-dal mio povero nido e veder Roma, il gran Canova, al quale principalmente
-era volto il mio desiderio, col quale sperava di conversare
-intimamente e di stringere vera e durevole amicizia col mezzo tuo,
-appena un mese avanti il mio arrivo in questa città piena di lui, se
-n'è morto»<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>. Chi pensi il carattere e i temi dell'arte canoviana, potrà
-facilmente supporre che a far nascere e crescere nell'animo del Leopardi
-l'ammirazione pel grande scultore, erede e rinnovatore dell'arte
-greca, valsero non poco gli studii e il grande amore dell'antichità;
-ma valse di certo, per la sua parte, il senso delle belle forme.
-</p>
-
-<p>
-Comunque sia, di nessun pittore parlò il Leopardi come parlò
-del Canova; e mentre, ne' suoi versi, di pitture non è quasi parola,
-se non in quel fuggevole accenno delle <i>Ricordanze</i> alle <i>dipinte mura</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-ai <i>figurati armenti</i> e al <i>sol che nasce su romita campagna</i>; alcune
-delle migliori poesie traggono la inspirazione e l'argomento da opere
-di scultura, sia immaginate, sia vere; e così, oltre alla canzone <i>Sopra
-il monumento di Dante</i><a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a> abbiamo le due: <i>Sopra un basso rilievo antico
-sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire,
-accomiatandosi dai suoi</i>; e <i>Sopra il ritratto di una bella donna
-scolpito nel monumento sepolcrale della medesima</i>. Notisi che in
-queste due ultime poesie il poeta associa alla bellezza femminile, ch'è
-per lui la più alta forma della bellezza, quella tra le arti che, dopo
-la musica, è da lui più gustata; ma abbiam già veduto, e in seguito
-vedremo anche meglio, che la musica similmente egli trova modo di
-associare a quella bellezza, attribuendo ad entrambe la stessa virtù
-rivelatrice di arcane beatitudini. Una osservazione ancora a questo
-proposito. Altra è la bellezza della donna, altra la bellezza dell'opera
-d'arte; altre le ragioni della commozione che produce in noi la
-prima, altre le ragioni della commozione che produce in noi la seconda;
-ma non è possibile avere così vivo senso della bellezza della
-persona umana, com'ebbe il Leopardi, senz'avere in pari tempo un
-qualche senso delle arti figurative. Al Leopardi, più che il senso interno,
-fece difetto l'esterno. Gli occhi vulnerati e stanchi non concedevano
-al poeta tutto il godimento di cui l'animo sarebbe stato capace;
-e più di una volta, per certo, egli si tenne dallo andar ricercando ciò
-che non avrebbe potuto contemplare senza preoccupazione e tormento.
-Però scriveva da Firenze a Pietro Brighenti: «Firenze non
-sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita.
-Ma durando ancora la mia debolezza degli occhi, e però non avendo
-io ancora potuto vedere le tante cose rare e notabili di questa città,
-mi fermo tuttavia qui, perchè, se partissi, il viaggio sarebbe stato
-<i>quasi inutile</i>»<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>. Lo Schopenhauer che questa miseria non conobbe,
-nè la più parte dell'altre che afflissero il cantore della <i>Ginestra</i>, fu,
-in Germania e in Italia, e pertutto ov'ebbe a trovarsi, un appassionato
-e diligente visitatore di chiese, di gallerie, di musei: e da quadri e
-da statue, che più d'una volta gl'inspirarono versi, trasse argomenti
-a conferma delle proprie dottrine. Alcune arti il Leopardi amò presso
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-a poco a quel modo che amò le donne, platonicamente vagheggiandole
-nella fantasia; ma questo amor gli fu caro, ed egli pensava con angoscia
-al tempo in cui
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ogni beltate di natura o d'arte</p>
-</div></div>
-
-<p>
-diverrebbe inanime e muta al suo spirito<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Se ricordiamo che l'arte del ballo fu definita una scultura mobile
-e vivente; se consideriamo che quest'arte sembra inventata a bella
-posta per accrescere seduzione e dare ogni maggiore spicco alla bellezza
-e alla grazia muliebre; intenderemo perchè tanto piacesse al
-Leopardi lo spettacolo coreografico: nè ci meraviglieremo che al fratello
-Carlo scrivesse: «Ti dico in genere che una donna nè col canto
-nè con altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto
-col ballo; il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che
-di divino, ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana...
-Insomma, credimi, che se tu vedessi una di queste ballerine in azione,
-ho tanto concetto dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto
-al primo momento...»<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Del sentimento che della natura ebbe il nostro poeta intendo parlar
-più oltre di proposito, e vedremo allora quanto esteso e di che natura
-fosse il godimento estetico di lui rispetto a quella. Vediamo per
-ora altre parti del nostro argomento.
-</p>
-
-<p>
-Nel campo estetico del Leopardi il passato ha, senz'alcun dubbio,
-più parte che il presente; più il pensiero e il sentimento che la sensazione.
-Le dolcezze maggiori egli le deriva dai ricordi e dalle immaginazioni;
-ma per quanto si sdegni contro il vero, ha pur vivo il senso
-di quella che dicesi bellezza intellettuale e non men vivo il senso
-della bellezza morale. Nessun poeta mai parlò della virtù con
-accento più appassionato e più sincero, pur giudicandola con
-Bruto una vana larva, cui si volge a tergo il pentimento. Alla
-sorella Paolina scriveva nel gennajo del 1823: «la virtù, la sensibilità,
-la grandezza d'animo sono non solamente le uniche consolazioni
-de' nostri mali, ma anche i soli beni possibili in questa vita»<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a>. Era
-opinione sua «che la condizione dei buoni sia migliore di quella de'
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-cattivi, perchè le grandi e splendide illusioni non appartengono a
-questa gente»<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>. Ed è notissima quella stanza dei <i>Paralipomeni della
-Batracomiomachia</i>, i quali son pure composizione degli ultimi anni
-del poeta, morto oramai a ogni altra fede, a ogni altro amore:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Bella virtù, qualor di te s'avvede,</p>
-<p class="i01">Come per lieto avvenimento esulta</p>
-<p class="i01">Lo spirto mio: nè da sprezzar ti crede</p>
-<p class="i01">Se in topi anche sii tu nutrita e culta.</p>
-<p class="i01">Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,</p>
-<p class="i01">O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,</p>
-<p class="i01">Sempre si prostra: e non pur vera e salda,</p>
-<p class="i01">Ma imaginata ancor, di te si scalda<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ecco la virtù intesa come una forma della bellezza, anzi come quella
-bellezza che vince ogni altra; ed ecco la morale che il Leopardi talvolta
-confuse con la sensitività e la pietà<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>, identificata, quasi alla
-maniera del Fichte e del Herbart, con la estetica.
-</p>
-
-<p>
-Del gusto del Leopardi per la poesia fanno dimostrazion sufficiente
-la vita e le opere, e non mancherà altra occasion di discorrerne:
-basti qui fare un cenno del piacere vivissimo che quella gli dava, e
-sempre gli diede, sino quasi all'estremo suo giorno. Il 30 d'aprile
-del 1817 scriveva al Giordani: «Non mi concede ella di leggere ora
-Omero, Virgilio, Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei astenermene,
-perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con
-parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo, e, pensando
-a tutt'altro, sentire qualche verso di autor Classico che qualcuno della
-mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi forzato
-di tener dietro a quella poesia»<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>. Passati da quel tempo quasi
-vent'anni, il poeta augurava, come la più grande delle venture, al
-Pepoli di poter diventare <i>canuto amante</i> della poesia, cioè di seguitare
-ad amarla da vecchio come l'amava da giovane.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi ebbe vivo e profondo il sentimento del sublime. Il
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-<i>Bruto Minore</i>, l'<i>Infinito</i>, il <i>Canto notturno di un pastore errante dell'Asia</i>,
-la <i>Ginestra</i>, lasciano nell'anima una impression di sublime
-che più non si cancella; e così pure qualcuna delle prose, come il
-<i>Cantico del gallo silvestre</i>. Sublime il concetto che il poeta ha del
-perpetuo flusso delle cose, e il suo rappresentarsi la vita come un
-conflitto tragico fra il destino e l'uomo. Fu da qualcuno asserito che
-chi ha il senso del sublime non può avere il senso del ridicolo. Lo
-Shakespeare li ebbe entrambi in grado eminente. Non dirò che il
-Leopardi, attissimo a sentire il tragico, sentisse egualmente il ridicolo
-e il comico: le satire sue sono a volte acute e mordaci, ma non fanno
-ridere. Tuttavia un certo senso del comico non gli si può negare, il
-quale più specialmente si lascia scorgere in taluna delle sue operette
-morali, come la <i>Scommessa di Prometeo</i> e il <i>Copernico</i>. Certo, per
-questo rispetto, ei non si potrebbe paragonare ad Arrigo Heine. Può
-essergli in qualche modo paragonato per l'ironia; ma non conobbe,
-come il tedesco, sebbene affermi di conoscerla, quella che si rivolge
-contro il proprio suo autore. E non si può dire che molto conoscesse
-l'umore, il quale potrebb'anche essere definito un senso del comico
-nel tragico, e che a giudizio del Bahnsen, il più intero forse e conseguente
-dei pessimisti, è la sola forma di pensiero e di sentimento che
-convenga all'uomo superiore<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il campo estetico di ciascun di noi varia continuamente, si allarga,
-si restringe, si offusca, si rischiara, è in istrettissima relazione
-con l'età, le occupazioni, lo stato d'animo, la salute, l'ambiente fisico
-e morale. Quello del Leopardi variò molto e spesso, e s'andò restringendo
-e offuscando più presto di quanto suole avvenire nel corso normale
-della vita. E con esso variò la natura e la misura del godimento
-estetico.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi, sebbene fu infelicissimo, non fu però di quegli estremi
-infelici che non pajono aver senso se non del dolore, e tanto solamente
-vivono quanto soffrono. Il Leopardi fu, per non breve numero d'anni,
-e anche sotto l'aggravarsi del male, largamente capace di quelli che
-si addimandano piaceri superiori; e giustamente così si addimandano,
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-perchè, come già osservava il Maupertuis, durano più degli altri, e
-perchè (come nota uno scrittore contemporaneo) si possono più agevolmente
-e più a lungo far rivivere nella memoria<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a>. Dalla stessa sua
-complessione il Leopardi, a cui gli stoici del resto insegnavano a disprezzare
-i piaceri volgari, era inclinato a cercare soltanto i piaceri
-superiori: e qui si vede come certo stato abituale di debolezza organica,
-e certo grado di malattia, possano, dando certo necessario indirizzo
-alle occupazioni e alla vita, favorire il genio e le sue manifestazioni.
-</p>
-
-<p>
-Senza voler punto escludere i piaceri inferiori, gli è tuttavia fuor di
-dubbio che i piaceri superiori sono in estetica i più importanti, sono
-i piaceri estetici per eccellenza. Il Leopardi non gustò tutto il possibile
-piacere estetico, nè v'è uomo atto a tutto gustarlo; ma quel tanto,
-e fu pur molto, ch'egli gustò, gustò lungamente, profondamente. E
-da ciò ebbe a venire non poco sollievo a' suoi mali; e fors'egli, che
-ogni altro piacere ebbe in conto di negativo, non fu lontano dalla
-opinione del Hartmann che, contraddicendo allo Schopenhauer, assevera
-l'indole positiva del piacere estetico. Non m'indugerò a noverare
-gli elementi di sì fatto piacere nel Leopardi, bastandomi di avvertire
-che il fantastico, il sentimentale, l'associativo, prevalgono, a mio credere,
-su tutti gli altri.
-</p>
-
-<p>
-Nel terzo e quarto capitolo del <i>Parini</i> il Leopardi considera ed
-enumera le condizioni che si richiedono a poter gustare il piacere estetico.
-Ci vuole innanzi tutto quella interezza d'animo e quella sensitività,
-che, non solamente vengono a mancare con gli anni in ciascun
-uomo, ma sono ancora scemate, secondo l'opinion del poeta, dalla
-scienza, dalla esperienza, dalle infermità e dalle altre traversie della
-vita. Gli antichi gustarono quel piacere assai meglio di noi, perchè
-«ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande immaginato,
-fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun che di grande
-e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia tutto favola»<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>. Chi
-vive in città grande difficilmente potrà ricevere dalla natura o dalle
-arti «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine sublime o
-leggiadra. Perciocchè poche cose sono tanto contrarie a quello stato
-dell'animo che ci fa capaci di tali diletti, quanto la conversazione di
-questi uomini, lo strepito di questi luoghi, lo spettacolo della magnificenza
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-vana, della leggerezza delle menti, della falsità perpetua,
-delle cure misere, e dell'ozio più misero, che vi regnano»<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>. Ancora,
-per essere capace di quel godimento, l'animo dev'essere riposato,
-sgombro di male passioni e di basse preoccupazioni, e sopra tutto
-aperto e penetrabile. Il poeta ebbe ad osservare più di una volta che
-anche agli animi meglio disposti da natura a ricevere que' sentimenti
-teneri e generosi, quelle immagini sublimi e leggiadre, «intervengono
-moltissimi tempi di freddezza, noncuranza, languidezza d'animo, impenetrabilità,
-e disposizione tale, che, mentre dura, li rende o conformi
-o simili agli altri detti dianzi, e ciò per diversissime cause,
-intrinseche o estrinseche, appartenenti allo spirito o al corpo, transitorie
-o durevoli»<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>. Di ciò ebbe a fare esperienza lo stesso poeta, e
-ne lasciò documento così nelle lettere come nei versi, e più di proposito
-nel <i>Risorgimento</i>.
-</p>
-
-<p>
-A chiudere questo capitolo possono venire opportune alcune brevissime
-considerazioni generali suggerite dal detto sin qui. Il Leopardi
-è in estetica un intellettualista. La dottrina del puro bello formale,
-quale comunemente s'intende, non può essere dottrina sua. Per
-lui, ciò che dicesi contenenza, non solo non può essere, com'è per la
-scuola realistica in genere, e per la herbartiana in ispecie, indifferente;
-ma è anzi la cosa capitale, il proprio subbietto dell'arte; sebbene
-poi egli curi tanto la forma e la tecnica quanto la neglesse la scuola
-hegeliana. Per questo rispetto egli si accorda con lo Schopenhauer e
-col Hartmann. Agli hegeliani si accosta quando pone il bello della
-fantasia, o vogliam dire dell'arte, sopra il bello della natura; ma se
-ne allontana di molto quando al bello astratto e generale prepone l'individuato
-e concreto. Egli è anche da dire un ottimista estetico tutte
-le volte che giudica bello il mondo considerato in se stesso; tale cioè,
-secondo il concetto dello Schopenhauer e del Hartmann, che, preso
-quale oggetto di pura e disinteressata contemplazione, produce in noi
-più impressioni piacevoli che dispiacevoli. Il Bahnsen è un pessimista
-anche in estetica. Da ultimo è da notare che pel Leopardi l'estetica
-e l'edonistica sono strettamente congiunte: le care illusioni hanno un
-doppio valore, eudemonistico ed estetico; le arti non hanno altro fine
-che di mitigare l'umana infelicità.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-</p>
-
-<h3 id="leop3">CAPITOLO III.
-<span class="smaller"><span class="smcap">Il Leopardi e la musica.</span></span></h3>
-
-<p>
-Di tutte le arti, la musica forse è quella che più vale a temperare
-ed assopire il dolore, a rasserenar l'animo, e a trarlo in certa quale
-maniera fuori del mondo e fuor di sè stesso. Gli antichi simboleggiarono
-la sua virtù di penetrazione e la quasi onnipotenza del fascino
-nel mito di Orfeo, che si trae dietro, al suono della lira, le fiere e
-le piante e i sassi; e nei miti affini di Amfione e di Arione. Pitagora
-conobbe in lei una possente medicina, non meno del corpo che dell'anima;
-e molti riscontri ha nelle storie il caso di Saulle, di cui
-Davide calmava le furie con le note dell'arpa. Platone e Aristotele la
-giudicarono parte nobile ed importante della educazione; e tutte le
-religioni se ne giovarono più e meno; e più che tutte il cristianesimo,
-in quell'arduo e delicato suo magistero di allacciare, penetrare, conquidere
-gli animi. Gli antichi Egizii posero la musica tra le divinità.
-Apollo inventò la lira, Minerva il flauto, Pane la siringa; Santa Cecilia
-divenne l'avvocata e la protettrice dei musici. Le sfere si girano
-al suono di una armonia ineffabile: il paradiso cristiano echeggia di
-perpetui e dolcissimi canti; e dalla terra talvolta i puri e gli eletti
-gli ascoltano in un rapimento, e nell'ora della morte ne ricevono consolazione
-e letizia suprema.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi sentì vivamente, squisitamente la musica; ma poichè
-non tutti coloro che la sentono molto la sentono a un modo, bisogna
-vedere in che modo il Leopardi l'abbia sentita. Nessun'altr'arte sembra
-gli procurasse mai emozioni così profonde, godimento così pieno ed
-intenso. «La musica, se non è la mia prima, è certo una mia gran
-passione, e dev'esserlo di tutte le anime capaci di entusiasmo», scriveva
-egli nell'aprile del 1820 al Brighenti<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>. Tale passione non fu
-conosciuta dal padre, il quale anzi ostentava un certo disprezzo pei
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-<i>trilli e le cavatine</i>; nè si sa che l'abbia conosciuta la madre, la quale,
-del resto, dovendo attendere al governo non meno del patrimonio che
-della famiglia, non avrebbe di certo potuto secondarla, quando pure
-l'avesse avuta; ma fu passione comune alla più parte dei figliuoli.
-Di Carlo sappiamo che una volta corse a piedi (e c'è un bel tratto) da
-Recanati ad Ancona pel solo gusto di udirvi la Malibran; e in una
-sua lettera al fratello leggiamo: «A Sinigaglia io bolliva d'idee e
-di sensazioni, e il canto della Lorenzani m'insegnava nuovi segreti del
-cuore»<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>. E di questa o di altra cantante pare s'innamorasse<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>. La
-Paolina si dilettò molto di musica e ne fu anche molto intendente.
-Luigi, il quartogenito, che non ebbe mai il capo allo studio, e morì
-giovane di ventun anno, accoppiava il gusto della musica a quello del
-tornio, e sonava, dicono, molto bene un flauto di bossolo che s'era
-fabbricato da sè.
-</p>
-
-<p>
-Della virtù pressochè soprannaturale della musica parla più distintamente
-il Leopardi in due delle sue poesie; cioè nell'<i>Aspasia</i>, e
-in quella intitolata <i>Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito nel
-monumento sepolcrale della medesima</i>. Nella prima leggiamo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Raggio divino al mio pensiero apparve,</p>
-<p class="i01">Donna, la tua beltà. Simile effetto</p>
-<p class="i01">Fan la bellezza e i musicali accordi,</p>
-<p class="i01">Ch'alto mistero d'ignorati Elisi</p>
-<p class="i01">Paion sovente rivelar.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nella seconda:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Desiderii infiniti</p>
-<p class="i01">E visïoni altere</p>
-<p class="i01">Crea nel vago pensiere,</p>
-<p class="i01">Per natural virtù, dotto concento;</p>
-<p class="i01">Onde per mar delizioso, arcano</p>
-<p class="i01">Erra lo spirto umano,</p>
-<p class="i01">Quasi come a diporto</p>
-<p class="i01">Ardito notator per l'Oceàno:</p>
-<p class="i01">Ma se un discorde accento</p>
-<p class="i01">Fere l'orecchio, in nulla</p>
-<p class="i01">Torna quel paradiso in un momento.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-In entrambi i componimenti il poeta accosta la musica alla bellezza,
-e all'una e all'altra attribuisce la stessa virtù. Nel primo l'accostamento
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-è immediato: nel secondo il poeta accenna agli effetti della musica
-dopo aver detto di quelli della bellezza che pajon <i>segno e sicura
-spene</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Di sovrumani fati,</p>
-<p class="i01">Di fortunati regni e d'aurei mondi.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Disse il Leibniz la musica essere un secreto esercizio aritmetico dell'anima,
-la quale conta senza saper di contare<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>; e il Kant poneva fra
-le arti belle la musica solo in grazia dei rapporti matematici che
-passan fra i suoni, e dall'occulto apprendimento di tali rapporti credeva
-nascesse il piacere. Lo Stendhal affermò quello della musica essere
-piacere puramente fisiologico. Uno scrittore musicale di molto
-grido, Edoardo Hanslick, ebbe a sostenere, ora è quasi mezzo secolo,
-in un libro che fece molto romore, e suscitò molte dispute, non ancora
-finite, la musica non avere altra sostanza e altro contenuto che di
-suoni, e non doversi proporre, nè di esprimere, nè di far nascere
-sentimenti<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>. Senza voler punto entrare nella difficilissima e forse
-mal posta questione<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>, gli è certo che il Leopardi non si accorda con
-nessuno di costoro, mentre s'accorda con altri, ch'ebbero della musica
-altro sentimento ed altro concetto. Lo Schiller disse la musica
-esprimere l'anima; lo Schelling, contener essa le forme delle idee
-eterne; Giorgio Hegel, essere il suo dominio superiore a quello della
-vita reale; il Lamennais, significare la musica i tipi eterni delle cose;
-il Vischer, esser essa lo stesso ideale. Il Beethoven giudicava le rivelazioni
-della musica superiori a quelle della filosofia; e il Gounod,
-ricordando una rappresentazione dell'<i>Otello</i> del Rossini, alla quale
-aveva assistito nella sua fanciullezza, scriveva: «Il me sembla que
-je me trouvais dans un temple, et que quelque chose de divin allait
-m'être révélé». Il Carlyle definì la musica una specie di linguaggio
-inarticolato e imperscrutabile, il quale ci guida sino all'orlo dell'infinito,
-e ci lascia, per un istante, spingere nell'abisso lo sguardo; e
-il Poe disse che nella musica vien fatto all'animo umano di creare
-bellezza soprannaturale.
-</p>
-
-<p>
-Con tutti costoro ben s'accorda il Leopardi; e più ancora s'accorda
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-forse con lo Schumann e col Berlioz, nella fantasia dei quali
-l'immagine della donna amata si compenetrava e fondeva con la immagine
-musicale. Ma più che con essi tutti consente (ed è cosa che
-vuol essere da noi particolarmente notata) con lo Schopenhauer, col
-quale in tante altre cose, senza saperlo, consente. Lo Schopenhauer
-fu appassionatissimo di musica, e ne scrisse con mente di filosofo e
-cuore di artista. La disse arte meravigliosa; la più possente delle
-arti; quella che immediatamente esprime il volere, cioè il principio
-essenziale ed universale che si appalesa nelle singole e individuate
-esistenze; quella che ci fa penetrare sino al cuore delle cose; occulta
-filosofia. Egli disse ancora il mondo potersi chiamare una musica
-corporata; e la musica <i>parlare a noi di altri mondi e migliori;
-rivelarci da lungi un paradiso inaccessibile; essere la panacea di tutti
-i mali</i><a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>. Poeta e filosofo esprimon quasi le stesse idee, parlan quasi
-lo stesso linguaggio.
-</p>
-
-<p>
-Notiam di passata che di tutte le arti la musica è quella che deve
-meglio confarsi allo spirito e al sentimento dei pessimisti, se pure la
-inclinazione dell'animo non è scemata in essi dalla imperfezione degli
-organi. Le altre arti, senza poterne escludere nemmen la poesia, troppo
-ritengono dell'aborrita realtà, e, per quanto facciano, non è possibile
-mai che se ne emancipino in tutto. La musica si scioglie da ogni servaggio
-d'imitazione, e crea un mondo libero e nuovo ch'è tutto in lei,
-e realizza ed esprime, con magistero miracoloso, tutto ciò che negli
-animi nostri è più vago, più lieve, più occulto. Sembra davvero talvolta
-che essa si redima, se non dal tempo, dallo spazio, dalla ferrea
-legge di causalità, dalle condizioni tutte dell'essere transitorio e finito.
-Alcune vecchie leggende, ove si narra di rapiti e di estatici che,
-ascoltando una musica arcana, vissero secoli, stimandoli ore, esprimono
-immaginosamente questa cara illusione.
-</p>
-
-<p>
-Abbiamo veduto come il Leopardi accompagni insieme la bellezza
-muliebre e la musica, e ne faccia quasi una coppia estetica. Se la
-donna appare agli occhi suoi più seducente nella danza che nel canto,
-non è già che anche nel canto non gli appaja seducentissima. Egli
-non può ripensare alla Silvia senza riudire quel dolce canto di lei,
-onde
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Sonavan le quïete</p>
-<p class="i01">Stanze e le vie dintorno;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-</p>
-
-<p>
-e se ricorda come la Nerina (non importa ora cercare se la Nerina
-e la Silvia sieno due persone diverse o una sola) iva <i>danzando</i>,
-splendente di gioja e del caro lume di giovinezza, si duole di non
-più udir quella voce, di cui bastava un lontano accento a scolorargli
-il viso. Vagando per la campagna la notte, il giovane poeta aveva
-sussultato, udendo improvvisamente l'arguto canto d'ignota fanciulla:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> qualor nella placida quïete</p>
-<p class="i01">D'estiva notte, il vagabondo passo</p>
-<p class="i01">Di rincontro alle ville soffermando,</p>
-<p class="i01">L'erma terra contemplo, e di fanciulla</p>
-<p class="i01">Che all'opre di sua man la notte aggiunge</p>
-<p class="i01">Odo sonar nelle romite stanze</p>
-<p class="i01">L'arguto canto, a palpitar si move</p>
-<p class="i01">Questo mio cor di sasso<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E se più tardi il poeta ebbe ad innamorarsi di Marianna Brighenti,
-valentissima cantatrice che lasciò le scene quando appunto la fama
-di lei più veniva crescendo, chi vorrà non credere che in quell'innamoramento
-avesse parte la musica, che fu <i>galeotta</i> di tanti altri
-amori?
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi non ebbe voce da spendere nel canto, non sonò nessuno
-strumento, non conobbe punto la tecnica musicale; e non tanto
-godette di ciò onde assai volte più sogliono godere i musicisti
-di professione, cioè a dire dei suoni per sè e della composizione e
-degli accenti loro, quanto delle idee e dei sentimenti che quelli possono
-mettere in moto. Il piacer suo nasceva, la più gran parte, dal
-complicato e secreto lavoro delle associazioni psichiche, e la musica
-egli giudicava con i soli criterii del sentimento e della fantasia:
-ciò che spiega alcune particolarità del suo gusto.
-</p>
-
-<p>
-Certo, un'anima dotata d'intenso e profondo sentimento musicale
-non può non rimanere offesa da tutto che offende l'arte diletta; onde,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> se un discorde accento</p>
-<p class="i01">Fere l'orecchio, in nulla</p>
-<p class="i01">Torna quel paradiso in un momento;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma quell'anima può anche, in determinate condizioni, compiacersi di
-una musica rudimentale e difettosa, purchè gliene vengano le suggestioni
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-opportune, purchè si lasci tradurre in linguaggio di associazioni.
-Secondo congiunture di tempi, di luoghi, di sentimenti e
-d'immaginazioni, uno di questi organetti che vanno scerpando per le
-vie le composizioni dei grandi e piccoli maestri, può straziare o accarezzare
-un orecchio delicato; può strappare altrui un grido d'indegnazione,
-o spremere dagli occhi le lacrime. Il Leopardi fu, sembra,
-prontissimo a ricevere la suggestion musicale, anche quando provenisse
-da povera fonte, e tenace poi nel serbarne il ricordo. Ne abbiamo
-un bello e curioso esempio in questi versi della <i>Sera del dì di
-festa</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Ahi per la via</p>
-<p class="i01">Odo non lunge il solitario canto</p>
-<p class="i01">Dell'artigian che riede a tarda notte,</p>
-<p class="i01">Dopo i sollazzi, al suo povero ostello:</p>
-<p class="i01">E fieramente mi si stringe il core,</p>
-<p class="i01">Al pensar come tutto al mondo passa,</p>
-<p class="i01">E quasi orma non lascia.</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Nella mia prima età, quando s'aspetta</p>
-<p class="i01">Bramosamente il dì festivo, or poscia</p>
-<p class="i01">Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,</p>
-<p class="i01">Premea le piume; ed alla tarda notte</p>
-<p class="i01">Un canto che s'udia per li sentieri</p>
-<p class="i01">Lontanando morire a poco a poco,</p>
-<p class="i01">Già similmente mi stringeva il core.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Notisi come quel rozzo canto che passa nella via, e lontanando muore,
-súbito sollevi la mente del poeta alla considerazione di tutto ciò che
-passa e muore nel mondo; ond'egli ricorda gli avi famosi e il grande
-impero di Roma, e finalmente conclude:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tutto è pace e silenzio, e tutto posa</p>
-<p class="i01">Il mondo, e più di lor non si ragiona.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Errerebbe a mio giudizio di grosso chi in tutto questo, invece di un
-procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi è spontaneo
-e naturalissimo, non vedesse altro che una volata lirica e un
-artifizio retorico. Qui l'impression musicale deriva la massima parte
-del suo valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-</p>
-
-<p>
-E così in molti altri casi. Nelle <i>Ricordanze</i>, udendo il suon dell'ora
-che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta rammenta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> Era conforto</p>
-<p class="i01">Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,</p>
-<p class="i01">Quando fanciullo, nella buia stanza,</p>
-<p class="i01">Per assidui terrori io vigilava,</p>
-<p class="i01">Sospirando il mattin.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nella canzone <i>Alla sua donna</i> sono ricordate
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> le valli ove suona</p>
-<p class="i01">Del faticoso agricoltore il canto;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e nel <i>Tramonto della luna</i> il canto del carrettiere che saluta
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> con mesta melodia</p>
-<p class="i01">L'estremo albor della fuggente luce</p>
-<p class="i01">Che dianzi gli fu duce.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Egli è certo dunque che nella musica il Leopardi dovette pregiare,
-non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazion di una
-virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le complicazioni
-e le pompe teatrali; quanto l'arcano e dolce linguaggio che parla
-alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti ineffabili e di estatici
-sogni: non tanto un'arte governata da principii e da regole,
-quanto una magia atta a celare o trasfigurare l'aborrito vero. In
-Roma, in Firenze, altrove, egli ebbe molte occasioni di assistere allo
-spettacolo dell'opera, e ne fa ricordo in taluna delle sue lettere; ma
-non ne parla con quell'ammirazione con cui parla del ballo. Da Roma
-scrisse una volta al fratello Carlo: «Abbiamo in Argentina la <i>Donna
-del Lago</i>, la qual musica eseguita da voci sorprendenti è una cosa
-stupenda, e potrei piangere ancor io, se il dono delle lagrime non mi
-fosse stato sospeso»; ma si lagnava della <i>intollerabile e mortale</i> lunghezza
-dello spettacolo, che durava sei ore<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>. A Bologna, dagli amici
-si lasciava <i>tirare</i> all'opera<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a>; ma a Firenze non andò ad ascoltare il
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-<i>Danao</i> del suo concittadino Persiani, perchè i suoi occhi in teatro
-pativano troppo<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>. Ma oltre il disagio degli occhi, c'erano probabilmente
-altre ragioni. L'animo del poeta doveva sentirsi meno aperto
-alle impressioni dell'arte divina in un pubblico teatro, in mezzo al
-barbaglio dei lumi, al cinguettio di un uditorio frivolo e distratto,
-alle indecorose pompe della vanità; in luogo insomma dove non è
-possibile vero raccoglimento: e più di una volta forse gli parve quella
-una profanazione. A creder questo m'induce un luogo del <i>Parini</i>,
-notabile, non solo rispetto al sentimento che il poeta ebbe della
-musica in particolare, ma ancora rispetto al sentimento ch'ebbe dell'arte
-in generale. Quivi egli comincia dicendo: «Io penso che le
-opere ragguardevoli di pittura, scultura ed architettura, sarebbero
-godute assai meglio se fossero distribuite per le province, nelle città
-mediocri e piccole; che accumulate, come sono, nelle metropoli:
-dove gli uomini, parte pieni d'infiniti pensieri, parte occupati in mille
-spassi, e coll'animo connaturato, o costretto, anche mal suo grado,
-allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità, rarissime volte sono
-capaci dei piaceri intimi dello spirito». Poi, dopo un'altra giusta
-osservazione circa la sazietà che producono troppe bellezze adunate
-insieme<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>, soggiunge: «Il simile dico della musica: la quale nelle
-altre città non si trova esercitata così perfettamente, e con tale apparato
-come nelle grandi; dove gli animi sono meno disposti alle
-commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per dir così, musicali,
-che in ogni altro luogo»<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ippocrate serbò ricordo di un certo Nicanore, che cadeva in deliquio
-alle note di un flauto. Una sensitività musicale così esagerata
-è assai rara, sebbene se ne conosca qualch'altro esempio; ma dovrebbe,
-sembra, trovarsi più facilmente fra coloro in cui suol essere
-più eccitabile il sentimento e più viva e pronta la fantasia; cioè fra
-gli artisti in generale. Ora, è frequentissimo il caso che gli artisti
-appunto (fatta eccezione, s'intende, dei musicisti) siano poco aperti
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-alla impressione musicale, e poco se ne dilettino: il che potrebbe essere
-effetto di una specificazione soverchia delle facoltà estetiche e
-di una troppo esclusiva applicazione di esse a una data forma di arte
-e a quella soltanto. Fu notato che i pittori sogliono avere più senso
-musicale, e più inclinano alla musica che gli scultori e gli architetti;
-ma fu sempre notato che molti letterati e poeti non hanno
-punto nè quella inclinazione, nè quel senso. Il Balzac detestava la
-musica; il Gautier preferiva il silenzio; i De Goncourt e il Maupassant
-si confessavano sordi, ecc. ecc.<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma sono molti anche gli esempii contrarii; e lasciamo stare che
-nell'antichità, e poi ancora nel medio evo, finchè musica e poesia
-durarono congiunte, e formarono quasi un'arte sola e una sola professione,
-difficilmente i poeti avrebbero potuto essere nemici o noncuranti
-della musica. Numerosissimi luoghi della <i>Commedia</i> mostrano
-che Dante ebbe della musica un senso squisito; e ben se ne avvide
-il Giordani, il quale meditò (quante mai cose meditò e non fece il
-Giordani!) di scrivere un saggio sopra Dante e la musica. Ogni qual
-volta parla di canto, di dolci note, di armonie d'organi, il poeta ne
-parla a guisa d'uomo cui l'arte dei suoni inebbria e rapisce l'anima.
-<i>L'amoroso canto</i> di Casella, che <i>solea quietar tutte sue voglie</i>, consola
-ancora, là, sulla prima sponda del purgatorio, l'anima tanto <i>affannata</i>
-dal terribile viaggio<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a>. Il Petrarca, che compose le dolci sue
-rime ajutandosi col suono e col canto, scriveva dalla solitudine di
-Valchiusa all'amico Francesco de' SS. Apostoli: «Che dir degli
-orecchi? Canti, suoni, armonie di corde o di liuti, ond'io già provai
-tanta dolcezza, che si parea rapirmi fuor di me stesso, qui non avvien
-che si sentano»<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>: e nel <i>De remediis utriusque fortunae</i> fa che il
-Gaudio ostinatamente enumeri in contradditorio con la Ragione tutte
-le dolcezze che derivano dalla musica<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Che lo Shakespeare fosse un appassionato di musica tutti quasi
-i suoi drammi ne fanno fede; e un appassionato fu, come di ragione,
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-il Metastasio, che se ne intendeva assai, e cantava, e componeva, e
-i suoi versi lo dicono anche troppo. Un appassionato il Goethe non
-fu, ma pure gustò l'arte del Mendelssohn, che, fanciullo, era andato
-a trovarlo, e ammirò il Beethoven. Il Klopstock ebbe orecchio finissimo
-e la musica lo faceva andare in estasi. Il Byron non poteva udire
-musica tenera o dolorosa senza sciogliersi in lacrime. Il Moore e lo
-Shelley hanno ciascuno una poesia intitolata <i>Music</i>; e il primo, che
-per ridurre i proprii versi a maggior perfezione usava cantarli, dice
-il linguaggio parlato esser languido e povero a paragon della musica<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>;
-e il secondo rassomiglia il proprio cuore, assetato di musica,
-a un fiore morente, assetato di rugiada<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>. Nella <i>Lucie</i> di Alfredo De
-Musset leggiamo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Fille de la douleur, Harmonie! Harmonie!</p>
-<p class="i01">Langue que pour l'amour inventa le génie!</p>
-<p class="i01">Qui nous vins d'Italie, et qui lui vins des cieux!</p>
-<p class="i01">Douce langue du cœur, la seule où la pensée,</p>
-<p class="i01">Cette vierge craintive et d'une ombre offensée,</p>
-<p class="i01">Passe en gardant son voile et sans craindre les yeux!</p>
-<p class="i01">Qui sait ce qu'un enfant peut entendre et peut dire</p>
-<p class="i01">Dans tes soupirs divins, nés de l'air qu'il respire,</p>
-<p class="i01">Tristes comme son cœur et doux comme sa voix?</p>
-<p class="i01">On surprend un regard, une larme qui coule;</p>
-<p class="i01">Le reste est un mystère ignoré de la foule,</p>
-<p class="i01">Comme celui des flots, de la nuit et des bois!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Manzoni, quando compose il <i>Cinque Maggio</i>, costrinse la moglie
-a sonargli il pianoforte, quasi per due giorni di séguito.
-</p>
-
-<p>
-Dell'Hugo fu detto che detestasse la musica; ma prima di dar
-fede a chi lo disse, conviene leggere con qualche attenzione una poesia
-intitolata <i>Que la musique date du XVI siècle</i>, la quale è nella notissima
-raccolta dei <i>Rayons et ombres</i>, e conta non meno di 222 alessandrini.
-Comincia il poeta chiedendo agli amici: Qual è di voi che,
-sentendosi oppresso dalla tristezza, non abbia trovato nella musica
-consolazione e conforto? Poi, in versi meravigliosi, che non hanno
-riscontro in nessun'altra letteratura, descrive, rifà il vasto, vario, ponderoso
-canto dell'orchestra, il moltiforme miracolo della sinfonia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Écoutez, écoutez! du maître qui palpite,</p>
-<p class="i01">Sur tous les violons l'archet se précipite.</p>
-<p class="i01">L'orchestre tressaillant rit dans son antre noir.</p>
-<p class="i01">Tout parle. C'est ainsi qu'on entend sans les voir,</p>
-<p class="i01">Le soir, quand la campagne élève un sourd murmure,</p>
-<p class="i01">Rire les vendangeurs dans une vigne mûre.</p>
-<p class="i01">Comme sur la colonne un frêle chapiteau,</p>
-<p class="i01">La flûte épanouie a monté sur l'alto.</p>
-<p class="i01">Les gammes, chastes sœurs dans la vapeur cachées,</p>
-<p class="i01">Vidant et remplissant leurs amphores penchées,</p>
-<p class="i01">Se tiennent par la main et chantent tour à tour,</p>
-<p class="i01">Tandis qu'un vent léger fait flotter alentour,</p>
-<p class="i01">Comme un voile folâtre autour d'un divin groupe,</p>
-<p class="i01">Ces dentelles du son que le fifre découpe.</p>
-<p class="i01">Ciel! voilà le clairon qui sonne. A cette voix</p>
-<p class="i01">Tout s'éveille en sursaut, tout bondit à la fois.</p>
-<p class="i01">La caisse aux mille échos, battant ses flancs énormes,</p>
-<p class="i01">Fait hurler le troupeau des instruments difformes,</p>
-<p class="i01">Et l'air s'emplit d'accords furieux et sifflants</p>
-<p class="i01">Que les serpents de cuivre ont tordus dans leurs flancs.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E bisognerebbe citar tutto, sino alla fine. Cosa davvero curiosa! il
-Leopardi, appassionatissimo di musica, di strumenti musicali non
-parla; non mostra di prediligerne alcuno; non nota affinità particolari
-fra certi sentimenti e il suono dell'uno o dell'altro di essi. La
-voce umana dovette parergli di molto superiore ad ogni istrumento.
-</p>
-
-<p>
-Se a non pochi poeti fece difetto il sentimento musicale; se altri
-l'ebbero, come il Leopardi, assai vivo e profondo; che cosa dobbiam
-noi pensare delle relazioni che passano tra la poesia e la musica, e
-della somiglianza, o dissomiglianza loro? Dobbiam noi seguitare a
-ripetere col Marini, che ridiceva quanto cent'altri avevano detto,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Musica e poesia son due sorelle<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-o dobbiam finalmente risolverci a dire che tra le due ci può essere
-conoscenza, ed anche amicizia, ma non consanguineità? Un critico
-francese contemporaneo si sforzò di provare che quelle relazioni non
-sono già così strette come comunemente si crede, e che la somiglianza
-è pochissima, o nulla. Egli esce a dire assai risolutamente: «autant la
-musique moderne ressemble, <i>au point de vue du rythme</i>, à la poésie-musicale
-des Grecs, autant elle diffère, <i>à tous les points de vue</i>, de
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-la poésie moderne». E soggiunge: «Toute assimilation de la musique
-à la poésie est aujourd'hui une simple figure de rhétorique, une
-chimère ou une idée dangereuse»<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>. Parmi che l'autore dica cosa per
-molti rispetti giusta, ma che ecceda alquanto nel suo giudizio. La
-somiglianza che fu in antico, quando le due arti vivevano strettamente
-congiunte, non mancò mai del tutto dopo che quelle si furono separate,
-e dura, in una certa forma, tuttavia, come ne fanno fede il
-comun sentimento e il comune linguaggio. Le due arti hanno, e il
-critico lo riconosce: «un instrument commun, la voix humaine (dont
-l'orchestre n'est qu'une extension), et un point de recontre d'ailleurs
-un peu indécis: le rythme»<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. Nei versi una musica c'è, e quanta sia,
-e come efficace, si vede allora che si scompongono i versi e si riducono
-in prosa. Il buon Baretti consigliava appunto di far così a
-chi li volesse giudicar rettamente; ma un procedimento sì fatto,
-se agevola il giudizio del valore logico di una poesia, rende impossibile
-il giudizio del valore poetico. Aggiungasi che la poesia,
-perchè se ne senta tutto l'effetto, non bisogna contentarsi di leggerla
-mentalmente, ma ad alta voce, e, se occorre, declamarla; e la declamazione
-è già un mezzo canto, cioè una mezza musica, perchè importa
-continua variazione di tono, di movimento, di colorito, e trae
-valor dal metallo, dall'impasto e dalla estensione della voce<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>. Un
-maestro della difficilissima arte del leggere, Ernesto Legouvé, biasimando
-severamente la stolta usanza di coloro, che, quando leggono
-versi, fanno il possibile perchè non pajano versi, ma prosa, scrisse:
-«Puisqu'il y a un rythme, faites sentir le rythme! Quand les vers
-sont peinture et musique, soyez, en les lisant, peintre et musicien!
-Que de passages où le pathétique lui-même naît de l'harmonie!<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>».
-Si può dire che la declamazione è un'arte diversa dalla poesia, pur
-diventando, in certe occasioni, sussidiaria di quella; ma mentre non
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-intendo che razza d'arte possa essere la declamazione presa in sè
-stessa, separatamente cioè dal discorso poetico (versi o prosa), non
-intendo nemmeno come si possa fare arte diversa e sussidiaria di
-quello speciale procedimento o metodo da cui un'altr'arte viene a
-ricevere il suo maggior possibile valore e la maggior possibile significazione.
-La poesia non è un'arte muta come la pittura, la scultura,
-l'architettura; la poesia è un'arte parlata, un'arte sonora, come la
-musica. E se è assurda la pretensione di coloro che vogliono fare
-della poesia una musica, e non altro che una musica; non è già
-assurdo che, come il musicista si giova di certi strumenti per produrre
-certe impressioni, così il poeta si giovi di certi suoni per produrre
-certi effetti. E poichè non tutte le lingue sono musicali egualmente,
-riman confermato, anche per questo capo, che non tutte le
-lingue sono egualmente poetiche.
-</p>
-
-<p>
-Fu asserito già da più d'uno che gli oratori possono trarre dallo
-studio della musica beneficio non piccolo: ma se è vero ciò; se è
-vero quanto più in generale afferma lo Spencer, che, cioè, la musica
-reagisce sulla parola parlata; non si capisce perchè dallo studio,
-o almeno dal natural sentimento della musica, non avessero ad avere
-qualche beneficio anche i poeti. A riuscire poeta non è necessario
-gustare la musica; troppi esempii lo provano. Ma non credo sia
-del tutto indifferente che il poeta la gusti o non la gusti; nè credo
-possibile che dall'amore o dall'avversione un qualche effetto non
-derivi all'arte sua. Non so sino a qual segno il poeta che gusta la
-musica possa avere miglior senso del ritmo poetico, e formar versi
-di miglior suono, a paragone del poeta che non la gusta; ma credo
-che quello che la gusta sia tratto, se non altro, a esprimere con la
-propria poesia piuttosto certi sentimenti che certi altri, e quei sentimenti
-in ispecie che meglio si affanno alla musica, e furon perciò
-detti musicali.
-</p>
-
-<p>
-Un'ultima osservazione. Avvertì Salomone nei <i>Proverbii</i>: «Simile
-a colui che tolga ad uno la veste in una fredda giornata, o versi l'aceto
-nelle ferite, è colui che ad uomo triste canta allegre canzoni».
-Nulla è più vero. I melanconici non amano se non la musica melanconica,
-e detestan la gaja. Ma è pur da ricordare che l'intelletto, l'eterno
-curioso, può far vincere all'uomo moltissime ripugnanze. Il
-Leopardi preferì, senza dubbio alcuno, la musica triste, anzi si deve
-tenere per fermo che non amò se non quella; ma ciò non gli tolse
-già d'andare ad ascoltare in Roma un'opera buffa, che non gli piacque
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-punto<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>, e in Napoli il <i>Socrate immaginario</i>, musicato dal Paisiello,
-che gli piacque moltissimo<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>. Se si pensa alla diversa impressione che
-la melodia e l'armonia producon nell'animo, è da credere che il Leopardi
-inclinasse più alla prima che alla seconda.
-</p>
-
-<h3 id="leop4">CAPITOLO IV.
-<span class="smaller"><span class="smcap">Il sentimento della natura nel Leopardi.</span></span></h3>
-
-<p>
-Qui, forse più che altrove, bisogna distinguere nella vita di Giacomo
-Leopardi un prima e un dopo, essendo questo della natura un
-sentimento che varia moltissimo, con la età, le occupazioni, le esperienze,
-le vicende, la salute dell'uomo.
-</p>
-
-<p>
-Se dovessimo credere alla tarda testimonianza di Antonio Ranieri,
-il poeta avrebbe nutrito per la campagna un «odio ingenito»;
-nessun altr'uomo avrebbe «tanto odiato la campagna quanto Leopardi
-la odiava»<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>. Un tempo fu creduto al Ranieri ogni cosa sul
-conto del Leopardi; ora non gli si vorrebbe creder più nulla. Anche
-in ciò, probabilmente, la via giusta sarà la via di mezzo tra l'uno e
-l'altro eccesso. Può essere che negli ultimi anni della sua travagliatissima
-vita il Leopardi prendesse in avversione la campagna, come
-tante altre cose aveva già prese in avversione; ma ciò non prova
-punto ch'egli l'avesse odiata sempre; e il Ranieri ebbe sicuramente
-torto di parlare di <i>odio ingenito</i>; e anche più torto hanno coloro che
-tiran fuori la testimonianza del Ranieri per asserire che il Leopardi
-non ebbe vero sentimento della natura.
-</p>
-
-<p>
-Da giovane anzi, quando, innamorato di solitudine, fuggiva coloro
-da cui era fuggito, e accusava la luna se lui scopriva all'altrui
-sguardo, o altri al suo; quando si doleva d'aver conosciuto <i>le cittadine
-infauste mura</i> e l'umano consorzio; quando scriveva la <i>Vita solitaria</i>
-e il <i>Passero solitario</i>; il Leopardi amò la campagna e amò la
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-natura. Della patria sua non altro gli piaceva che lo spettacolo dei
-colli e dei campi, con gli Apennini da una banda e il mare dall'altra;
-ma quello piacevagli soprammodo e lo consolava di tanti disgusti.
-«Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono
-ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi
-spezialmente, mi sento così trasportare fuori di me stesso che mi
-parrebbe di far peccato mortale a non curarmene.....»<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>. Di sì
-fatto amore non è capace chi non sappia vivere in solitudine; e
-chi della solitudine si piace non è quasi possibile che non inclini a
-quell'amore. Ho già ricordato un luogo del <i>Parini</i> ove il poeta dice
-di non intendere come chiunque vive in città grande, eccetto se non
-trapassi il più del tempo in solitudine, possa mai ricevere dalle bellezze
-della natura «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine.
-sublime o leggiadra»<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>. Chi legge con qualche attenzione alcune
-poesie del Leopardi non può non sentirvi quel particolar tuono di
-famigliarità e di tenerezza che solo può nascere dalla convivenza
-stretta, dalla lunga consuetudine.
-</p>
-
-<p>
-Ora si noti che la età in cui gli uomini più si sentono attratti
-dalla natura non suol essere l'età della giovinezza. I giovani, troppo
-curiosi di conoscere il mondo umano e la vita, troppo desiderosi di
-accaparrar l'avvenire, tendono spontaneamente colà dov'è maggiore
-frequenza e varietà di uomini, ove la vita è più intensa e molteplice;
-alle grandi città. Essi sono di loro natura così inquieti e mutabili,
-che malamente si possono accordare con la quieta e non mutabil natura;
-e il muto linguaggio di questa è così disforme dal loro, che
-essi, o non lo intendono, o poco l'ascoltano. Lo stesso Leopardi
-quante volte non lamentò di dover consumare l'<i>età verde</i>, l'<i>unico fior
-della vita</i>, nel <i>natio borgo selvaggio</i>,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> intra una gente</p>
-<p class="i01">Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso</p>
-<p class="i01">Argomento di riso e di trastullo,</p>
-<p class="i01">Son dottrina e saper!<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-quante volte, conscio di sè, appassionato di gloria, non desiderò la
-città grande, il vasto e popoloso teatro, dove l'uomo può farsi vedere
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-e conoscere, raccogliere il plauso ed il premio che gli è dovuto!
-L'età migliore per amar la natura, e per fruire del suo consorzio,
-è quella prima e ancor verde stagione della vecchiezza, quando
-l'uomo, conosciuti gl'inganni e le vanità del mondo, sciolto dalle
-passioni, ma non esausto di sentimento, sereno, ma non anneghittito,
-desidera la pace, ed è tuttora in grado di abbellirla con l'affetto e la
-fantasia<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi da giovane amò la natura, e l'amò come Werther,
-in solitudine, senza amici, con un senso di dolce melanconia, con un
-intero e tenero abbandono, e in una maniera di vaga ed estatica contemplazione,
-che non esclude la visione degli aspetti parziali e particolari,
-ma non lascia che alcuno di essi spicchi troppo fra gli
-altri<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>. C'è in una lettera ormai famosa, scritta dal nostro poeta al
-Giordani ai 6 di marzo del 1820, da Recanati, un passo che nessuno
-si meraviglierebbe di leggere in una lettera del giovine Werther. «Sto
-anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza
-di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia
-stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo
-un'aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono
-alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto
-nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando
-misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto
-tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione
-passata, alla quale ero certo di ritornare subito dopo, com'è seguìto,
-m'agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come
-si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione
-ed entusiasmo; delle quali cose un anno addietro si componeva
-tutto il mio tempo, e mi facevano così beato, non ostante i
-miei travagli»<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La riflessione può venir distinguendo nel sentimento e nel godimento
-della natura tre modi, i quali difficilmente nella pratica possono
-rimanere dissociati del tutto; anzi, con varia proporzione, si
-associano fra di loro, e mutuamente si condizionano. La natura può
-essere goduta: sensualmente, da chi ne guardi sopratutto gli aspetti;
-sentimentalmente, da chi si finga con essa certa comunione di affetti
-e di vita; intellettualmente, da chi ne indaghi e ne ravvisi l'ordinanza
-e l'essere. I poeti e gli artisti, in genere, sono quelli che ne godono
-sensualmente e sentimentalmente; gli scienziati e i filosofi, in genere,
-sono quelli che ne godono intellettualmente.
-</p>
-
-<p>
-Io non ho a tesser qui una storia del sentimento della natura, mostrando
-quale e quanto sia stato nell'antichità, poi nei tempi di mezzo,
-poi nei tempi moderni; e perchè si abbia in conto di sentimento
-assai più moderno che antico; e come le vicende della civiltà l'abbiano
-condotto a quella condizione e a quel grado in cui lo vediamo
-al presente. Così fatte storie non mancano, e di molti de' maggiori poeti
-s'andò ricercando, da trent'anni a questa banda, qual fosse propriamente
-il sentimento della natura. Perciò, tralasciando ogni altra considerazione
-generale, vengo a dire del sentimento del Leopardi in
-particolare, e, prima di tutto, cercherò di definirne il temperamento
-e il carattere.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi, secondo porta l'indole sua, non contempla la natura
-quale semplice soggetto conoscente, ma bensì quale soggetto
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-conoscente e appassionato. Egli non gusta, direbbe lo Schiller, la
-natura nel modo ingenuo, ma nel modo sentimentale, in quanto che
-viene associando le impressioni di quella coi sentimenti, le preoccupazioni
-e i ricordi proprii, o interpretando la natura secondo sè
-stesso. Il modo del suo sentimento si scosta affatto dal classico, e si
-assimila molto al romantico, quale fu descritto da madama di Staël:
-«Un nouveau genre de poésie existe dans les ouvrages en prose
-de J.-J. Rousseau et de Bernardin de Saint-Pierre; c'est l'observation
-de la nature dans ses rapports avec les sentiments qu'elle fait éprouver
-à l'homme. Les anciens, en personnifiant chaque fleur, chaque rivière,
-chaque arbre, avaient écarté les sensations simples et directes,
-pour y substituer des chimères brillantes; mais la Providence a
-mis une telle relation entre les objets physiques et l'être moral de
-l'homme, qu'on ne peut rien ajouter à l'étude des uns qui ne serve en
-même temps à la connaissance de l'autre»<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>. Questo giudizio è giusto.
-L'uomo non potè sentir sè nella natura, trasfondersi in lei, se non
-dopo averne espulse le anime divine che tutta la occupavano. Ciò appunto
-ebbe a notare lo Chateaubriand, quando disse la mitologia essere
-stata quella che tolse agli antichi di vedere e dipingere la natura
-come i moderni la vedono e la dipingono. Riman da avvertire che
-l'uomo il quale solo vede la natura attraverso i proprii affetti, non
-la conosce gran che meglio dell'uomo che solo la vede attraverso le
-proprie immaginazioni; e che la natura non è meno alterata dall'antropomorfismo
-del sentimento che dall'antropomorfismo del mito. Il
-sentimento che abbiam detto romantico, allora tocca l'estremo suo
-grado quando l'uomo si sente quasi confuso con la natura, non sa
-più da essa discernersi. Chiedeva il Byron: Non sono le montagne e
-l'onde e i cieli una parte di me e dell'anima mia, com'io di loro?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Are not the mountains, waves and skies, a part</p>
-<p class="i01">Of me and of my soul, as I of them?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Al Leopardi parve talvolta di sentirsi confuso co' silenzii del solitario
-luogo, dove, sedendo immoto, consumava l'ore obblioso del
-mondo, inconscio quasi di sè<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi amò da giovane la natura di un amore che molto s'assomiglia
-all'amore ch'ei nutrì per la donna. Il Leopardi ebbe da natura
-un'anima amante, guastatagli poi dalla esperienza, e più dal
-male. Parlando di sè sotto nome di Eleandro, egli dice: «Sono nato
-ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere
-in anima viva»<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>. Leggansi quei primi, indimenticabili versi delle <i>Ricordanze</i>,
-e si vegga quanto affettuosa e dolce e piena fosse stata la
-comunione e la confidenza di lui con la natura, quando, fanciullo ancora,
-passava le sere contemplando le <i>vaghe stelle dell'Orsa</i>,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> ed ascoltando il canto</p>
-<p class="i01">Della rana rimota alla campagna;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e distraeva l'occhio dalle <i>luci</i> del cielo, che tante <i>fole</i> gli creavano
-nel pensiero, per vagheggiare la lucciola errante <i>appo le siepi e in
-sull'aiuole</i>, e porgeva l'orecchio al sussurro che levavano al vento
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">I viali odorati ed i cipressi</p>
-<p class="i01">Là nella selva.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quelle prime impressioni non gli si dileguarono dalla memoria mai
-più. Desto assai per tempo all'amor della donna, egli aveva, a diciannov'anni,
-dimenticato, insieme con l'amor della gloria e degli
-studii, anche quello della natura:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quando in dispregio ogni piacer, nè grato</p>
-<p class="i01">M'era degli astri il riso, o dell'aurora</p>
-<p class="i01">Queta il silenzio o il verdeggiar del prato<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma poi aveva, come il Goethe, amato in cospetto della natura, chiamando
-lei testimone di quella vita nuova e di quella nuova letizia,
-a cui si sentiva nascere; versando nel materno seno di lei quell'onda
-di felicità che gli traboccava dall'anima; confondendo insieme i due
-amori:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Mirava il ciel sereno,</p>
-<p class="i01">Le vie dorate e gli orti</p>
-<p class="i01">E quinci il mar da lunge, e quindi il monte.</p>
-<p class="i01">Lingua mortal non dice</p>
-<p class="i01">Ciò ch'io sentiva in seno<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il <i>Passero solitario</i>, l'<i>Infinito</i>, la <i>Vita solitaria</i>, composizioni tutte
-della prima giovinezza del poeta, nate, la prima, nell'aprile del 1818,
-l'altre due l'anno successivo, esprimono in vario modo un sentimento
-medesimo. Nella prima è la tenerezza che mette ne' cuori la primavera,
-la quale
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Brilla nell'aria e per li campi esulta;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-è l'allegrezza delle creature festeggianti il <i>lor tempo migliore</i>. Nell'altre
-due la contemplazione della natura suscita un pensier panteistico,
-provoca lo smarrimento dell'anima nell'infinito mare dell'essere:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Sempre caro mi fu quest'ermo colle,</p>
-<p class="i01">E questa siepe, che da tanta parte</p>
-<p class="i01">Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.</p>
-<p class="i01">Ma sedendo e mirando, interminati</p>
-<p class="i01">Spazi di là da quella, e sovrumani</p>
-<p class="i01">Silenzi, e profondissima quiete</p>
-<p class="i01">Io nel pensier mi fingo, ove per poco</p>
-<p class="i01">Il cor non si spaura<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E il pensier suo s'annega in quella immensità, e gli è dolce naufragare
-in quel mare. Svegliato dal sole nascente, che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">I suoi tremuli rai fra le cadenti</p>
-<p class="i01">Stille saetta,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-egli sorge, e benedicendo s'affaccia allo spettacolo delle cose:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E sorgo, e i lievi nugoletti e il primo</p>
-<p class="i01">Degli augelli sussurro, e l'aura fresca,</p>
-<p class="i01">E le ridenti piagge benedico.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La natura gli addimostra ancora alcuna pietà, sebbene gli sovvenga di
-giorni in cui ell'era verso lui assai <i>più cortese</i>; e a quella pietà egli
-si fa incontro, e, come pellegrino stanco, posa il capo in grembo all'antica
-madre e in lei s'addormenta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Talor m'assido in solitaria parte,</p>
-<p class="i01">Sovra un rialto, al margine d'un lago</p>
-<p class="i01">Di taciturne piante incoronato.</p>
-<p class="i01">Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,</p>
-<p class="i01">La sua tranquilla imago il Sol dipinge,</p>
-<p class="i01">Ed erba o foglia non si crolla al vento,</p>
-<p class="i01">E non onda incresparsi, e non cicala</p>
-<p class="i01">Strider, nè batter penna augello in ramo,</p>
-<p class="i01">Nè farfalla ronzar, nè voce o moto</p>
-<p class="i01">Da presso nè da lunge odi nè vedi.</p>
-<p class="i01">Tien quelle rive altissima quiete;</p>
-<p class="i01">Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio</p>
-<p class="i01">Sedendo immoto, e già mi par che sciolte</p>
-<p class="i01">Giaccian le membra mie, nè spirto o senso</p>
-<p class="i01">Più le commova, e lor quiete antica</p>
-<p class="i01">Co' silenzi del loco si confonda<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Qui la natura è ancora la madre antica e benefica. Qual de' suoi
-figli può non amarla, se essa tutti gli ama? Udite Vittore Hugo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ainsi, nature! abri de toute créature!</p>
-<p class="i01">O mère universelle! indulgente nature!</p>
-<p class="i01">Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels,</p>
-<p class="i01">Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels,</p>
-<p class="i01">Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle,</p>
-<p class="i01">Pendus de toutes parts à ta forte mamelle!<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-La natura che il Leopardi ritrae ne' suoi versi non è nè molto
-spettacolosa, nè molto variata. Egli non potè <i>approvvigionarsi</i> d'immagini
-vivendo, come il Rousseau, in mezzo alle austere bellezze dell'Alpi
-e sulle rive di un lago meraviglioso, o correndo, come lo Chateaubriand,
-il Byron e lo Shelley, le terre ed i mari. Il grande paesaggio
-romantico, quale lo amava l'autore della <i>Nuova Eloisa</i>, il
-paesaggio formato di monti scoscesi, di tenebrose foreste, di torrenti,
-di cascate, di abissi, non è dipinto, nè abbozzato da lui; e
-del resto il gusto di esso, che da non molto era sorto in altre regioni
-d'Europa, non era per anche penetrato in Italia, dove troppo
-gli contrastavano un senso educato ad altre bellezze e la tradizione
-classica<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>. I monti e il mare appajono appena, alla sfuggita, in
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-qualche verso. Le <i>sibilanti selve</i>, l'<i>atro bosco</i>, sono indicati con
-un'unica pennellata. Vere e proprie descrizioni, particolareggiate, colorite,
-minute, simili a quelle che così frequenti s'incontrano in tanti
-poeti moderni, e più che negli altri forse, negli Scozzesi, non s'incontrano
-in lui; ma io non posso credere ch'esse sole rivelino un
-forte e puro sentimento della natura<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>. Il Leopardi non va erborando
-come il Rousseau, non osserva la natura delle rocce come il Goethe,
-non è curioso di pompe e di contrasti di colore come il Leconte de
-Lisle. Il sentimento ch'egli ha della natura è, starei per dire, un sentimento
-diffuso, rispondente a una visione di aspetti generici, non di
-aspetti specifici<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>. Se si tolgono que' pochi versi della <i>Vita solitaria</i>,
-ov'è tratteggiato il lago cinto di piante taciturne, i tre dell'<i>Inno ai
-Patriarchi</i>, ov'è dipinto il sole che, dopo il diluvio, emerge dalle
-nuvole, e alcuni della <i>Ginestra</i>, ove il poeta fa apparire un istante
-l'<i>arida schiena</i> dello <i>sterminator Vesevo</i> e i campi <i>dell'impietrata lava</i>,
-non si trova nelle poesie di lui altra descrizione di cui un pittore
-possa far quadro. Non una volta il Leopardi descrive una scena di
-paese per sè stessa. Egli, o non ha la percezione completa dello spettacolo
-naturale, o, avendola, subito comincia a lavorarvi attorno,
-astraendo e associando; e gli è solo in grazia di questo processo
-doppio di astrazione e di associazione che un paesaggio può ridursi
-a non sembrar altro che uno stato d'animo, come disse l'Amiel (<i>un
-paysage quelconque est un état de l'âme</i>)<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Piante e animali il Leopardi guarda fugacemente, senza curarsi
-di ritrarne in modo distinto e particolare gli aspetti e la vita, come
-uomo che l'occhio e l'animo abbia rivolto ad altro. Nella <i>Vita solitaria</i>
-e nell'<i>Infinito</i> fa cenno di piante, ma non dice che piante sieno;
-e se nell'<i>Ultimo canto di Saffo</i> ricorda il murmure de' <i>faggi</i>, e nelle
-<i>Ricordanze</i> i <i>cipressi</i>, e nella <i>Ginestra</i> l'arbusto da cui il componimento
-s'intitola, sono, questi, esempii assai rari di designazione specificata
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-e concreta. Certo, il Leopardi non ebbe col mondo vegetale
-la dimestichezza grande ch'ebbe, per citare un esempio, il Lenau.
-Non so se in tutti i versi di lui s'incontrino più di due o tre nomi di
-fiori. Quanto diverso, per citare un altro esempio, dal Keats, il quale
-diceva che il diletto più intenso della vita egli aveva provato osservando
-crescere i fiori!
-</p>
-
-<p>
-Gli animali tengono nella poesia del Leopardi un po' più di
-luogo. Le lepri danzanti al raggio della luna, ricordate nella <i>Vita
-solitaria</i>; la gallina della <i>Quiete dopo la tempesta</i>, che, cessata la
-pioggia, torna sulla via e ripete il suo verso; la cauta volpe della
-canzone <i>A un vincitor nel pallone</i>; la rondinella vigile del <i>Risorgimento</i>;
-la serpe che si contorce al sole, e il coniglio che torna al
-covil cavernoso, e la capra pascente sulle città sepolte, della <i>Ginestra</i>;
-mostrano una osservazione alquanto più attenta, un animo più impegnato.
-Degli uccelli, in più particolar modo, parla il Leopardi con
-manifesto compiacimento, e uno de' suoi scritti di prosa s'intitola
-appunto <i>Elogio degli uccelli</i>. Di questo maggiore interessamento del
-Leopardi per gli animali parmi vedere una ragione nel fatto che
-egli, mentre riconosceva fra l'uomo e il bruto una certa comunanza,
-espressa negli ultimi versi del <i>Canto notturno di un pastore errante
-dell'Asia</i>, stimava il bruto molto più felice dell'uomo. Non è per
-questo da credere ch'egli ricevesse nell'animo quel sentimento di
-universa fratellanza a cui giunsero per diversissime vie San Francesco
-d'Assisi, lo Schopenhauer, lo Shelley (<i>cor cordium!</i>). Nè quello
-interessamento giunse mai a inspirargli un canto da poter mettere
-in qualche modo a riscontro del bellissimo che lo Swinburne intitolò
-alla rondine, della <i>Mort du loup</i> del De Vigny, della <i>Mort du
-lion</i> e di tant'altri del Leconte de Lisle. Il Leopardi non manifesta
-mai in modo esplicito quel fanatico desiderio, comune a molti poeti,
-di potersi trasformare in uccello, in fiore, in nuvola, ecc.<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che
-non ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che
-egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutte
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-assai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di
-poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi soleggiati;
-un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare
-all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante in
-fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò nominato,
-ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle
-mai portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si
-trasformano in sentimenti. La mite scena idilliaca di <i>ridenti piagge</i>,
-che il poeta benedice nella <i>Vita solitaria</i>, era già apparsa nel <i>Passero
-solitario</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> e intanto il guardo</p>
-<p class="i01">Steso nell'aria aprica</p>
-<p class="i01">Mi fere il sol che tra lontani monti</p>
-<p class="i01">Dopo il giorno sereno</p>
-<p class="i01">Cadendo si dilegua, e par che dica</p>
-<p class="i01">Che la beata gioventù vien meno.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Sotto il sole
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Brillano i tetti e i poggi e le campagne<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i08"> Ecco il sereno</p>
-<p class="i01">Rompe là da ponente, alla montagna,</p>
-<p class="i01">Sgombrasi la campagna,</p>
-<p class="i01">E chiaro nella valle il fiume appare.</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Ecco il sol che ritorna, ecco sorride</p>
-<p class="i01">Per li poggi e le ville<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti</p>
-<p class="i01">Posa la luna, e di lontan rivela</p>
-<p class="i01">Serena ogni montagna<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà
-nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice il
-sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento è
-vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti
-delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso,
-ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misura
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-quella preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi
-de' suoi scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci
-alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno
-a mente quei pochi versi dell'<i>Infinito</i>, composti dal poeta nell'anno
-ventunesimo di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella
-siepe, porto l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero
-si leva a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua
-mente si riempie, spaurita, di quello che il Pascal diceva <i>silence
-éternel des espaces infinis</i>. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la
-nozione astratta del tempo e dello spazio. In una nota giovanile del
-poeta trovasi questo curioso cenno, che si riferisce agl'<i>Idillii</i>: «Galline
-che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto.
-Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in
-lontano, e villani che scendono per essa si perdono tosto di vista;
-altra immagine dell infinito»<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>; ove merita considerazione quella idea
-d'infinito così accostata a immagini concrete e minute. Un canto che
-si allontani per la via richiama alla mente del poeta la forza eterna
-del tempo e il dileguare di tutte le cose<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>; e il <i>tacito infinito andar del
-tempo</i> è tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità
-del tutto è infinita.
-</p>
-
-<p>
-L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore
-parte idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso
-e tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante
-e ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente
-all'anima un arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia;
-ed egli nelle cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima
-propria. E in natura non era altro oggetto che così traesse a
-sè gli occhi e l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i
-canti di lui per entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e
-mesto chiarore e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente,
-o per forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di
-corrispondenze secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano
-rispondenza meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati
-che meglio adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Il
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-sole, scoprendo troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate,
-e i sensi tutti quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita
-ch'ei suscita, nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce,
-sino ad un certo segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario
-modo opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra
-diafana, che, con renderle meno vistose, di quanto attenua
-l'azione loro sul senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna,
-parte scoprendo, parte velando, non solo favorisce il moto di quegli
-affetti, e suscita, insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni,
-e inclina a quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual
-volta l'anima nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta
-dal mondo; ma ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze
-semispente e confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi
-e lo spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità vittoriosa
-e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna si lascia
-guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale e più
-pubblica (<i>immensi lux publica mundi</i>, disse Ovidio), e sembra aver
-troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator delle
-opere (<i>vivo cuncta calore fovens</i>), dar retta a noi. Quand'egli appare
-sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna regna
-sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che
-di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio
-di lei (<i>amica silentia lunae</i>), atta ad intenderci, disposta ad ascoltarci.
-Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica,
-la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò
-sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici
-di tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo
-candido volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha
-un volto che il sole non ha<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-</p>
-
-<p>
-Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione
-d'animo che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare
-amore la luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro
-oggetto della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione
-d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose
-del nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose,
-affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali
-sono indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre
-e dello Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più
-invaghito di lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta
-e dolce bellezza. <i>Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa,
-intatta, vereconda</i>, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed
-invoca. Lo <i>spectral moon</i> dei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto;
-sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del
-Lenau, e la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi
-suoi, come agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna
-è eternamente bella, <i>for ever beautiful</i>. Non mai stanco di contemplarla,
-egli la vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi,
-guardar giù dai cieli sereni,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Dominatrice dell'etereo campo<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-</p>
-
-<p>
-questa <i>flebile umana sede</i>; vede il bianco suo raggio (<i>Il biancheggiar
-della recente luna</i>), al cui mite splendore <i>danzan le lepri nelle
-selve</i>, posar queto, per entro la notte <i>chiara e senza vento</i>, sui <i>tetti e
-in mezzo agli orti</i>, e scoprire alla vista <i>lieti colli e spaziosi campi</i>.
-Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena l'anima d'angoscia, e
-velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con lei:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O graziosa luna, io mi rammento</p>
-<p class="i01">Che or volge l'anno, sovra questo colle</p>
-<p class="i01">Io venia pien d'angoscia a rimirarti:</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01"><span class="dotted">. . . . . . . .</span> chè travagliosa</p>
-<p class="i01">Era mia vita: ed è, nè cangia stile,</p>
-<p class="i01">O mia diletta luna<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Loderà egli sempre il <i>vezzoso</i> suo raggio, e lunge dagli <i>abitati lochi</i>
-e dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Me spesso rivedrai solingo e muto</p>
-<p class="i01">Errar pe' boschi e per le verdi rive,</p>
-<p class="i01">O seder sovra l'erbe, assai contento</p>
-<p class="i01">Se core e lena a sospirar m'avanza<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di Labindo,
-che non molt'anni innanzi aveva esclamato:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'amica luna con l'argenteo raggio</p>
-<p class="i01">Placidamente mi percuote il ciglio,</p>
-<p class="i01">E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Quanta più che nei versi del Pindemonte:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Steso sul verde margo</p>
-<p class="i01">D'obblio soave ogn'altro loco io spargo.</p>
-<p class="i01">Quai care ivi memorie</p>
-<p class="i01">Trovo de' miei prim'anni,</p>
-<p class="i01">Quai trovo antiche storie</p>
-<p class="i01">De' miei giocondi affanni!<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcune
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-stanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza
-con lo sguardo amico<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>.
-</p>
-
-<p>
-E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene
-avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte, apostrofa
-la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>; e
-Saffo saluta, per l'ultima volta, il
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> verecondo raggio</p>
-<p class="i01">Della cadente luna<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor
-egli alla <i>eterna peregrina</i>, alla <i>giovinetta immortale</i>, alla <i>vergine luna</i>
-(<i>fanciulla</i>, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina ch'ella
-possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a che, vita,
-morte, dolore, vicenda, e quale il frutto
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Del mattin, della sera,</p>
-<p class="i01">Del tacito infinito andar del tempo<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta, riandando
-col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del come
-la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la vita,
-prese argomento dalla <i>giovinetta immortale</i>, dalla compagna e consolatrice
-antica, e il <i>Tramonto della luna</i> fu il penultimo, e forse
-l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato.
-</p>
-
-<p>
-V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto
-dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma
-chiaramente; ed è quella che s'intitola <i>Il risorgimento</i>. Il giovane,
-non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che
-facevalo, non <i>turbato</i>, ma <i>tristo</i>, e <i>vedovo d'ogni dolcezza</i>, morto al
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-dolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile, nell'april
-degli anni, a chi trascini
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> dell'età decrepita</p>
-<p class="i01">L'avanzo ignudo e vile.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita,
-chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e solitaria
-la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non gli
-toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine, il
-canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo raggio
-del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due pupille
-tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto
-ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla vita:
-fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella solitudine
-e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure si scosse
-e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente raccesa la
-<i>luce de' giorni e degli affetti giovanili</i>, incontanente corse a riabbracciar
-la natura e a bearsi degli antichi amori.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Siete pur voi quell'unica</p>
-<p class="i01">Luce de' giorni miei?</p>
-<p class="i01">Gli affetti ch'io perdei</p>
-<p class="i01">Nella novella età?</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Se al ciel, s'ai verdi margini,</p>
-<p class="i01">Ovunque il guardo mira,</p>
-<p class="i01">Tutto un dolor mi spira,</p>
-<p class="i01">Tutto un piacer mi dà.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Meco ritorna a vivere</p>
-<p class="i01">La piaggia, il bosco, il monte,</p>
-<p class="i01">Parla al mio core il fonte,</p>
-<p class="i01">Meco favella il mar.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore
-doveva diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine.
-Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione.
-Non era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi
-nella credenza che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza
-creata dalla fantasia sopra
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Il bel che raro e scarso e fuggitivo</p>
-<p class="i01">Appar nel mondo<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>:</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-</p>
-
-<p>
-anzi poteva con Saffo esclamare:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella</p>
-<p class="i01">Sei tu, rorida terra;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e giudicar <i>vezzose</i> le forme, anzi <i>infinita</i> la beltà della sempre verde
-natura<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu un ardentissimo
-ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu un ardentissimo
-ammiratore della bellezza della natura<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>; e che di questa seconda
-bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e serenatrice,
-come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde parole<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>. Un
-tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico.
-</p>
-
-<p>
-Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e
-ci sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza
-quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di
-simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora
-all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi,
-sembra che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa
-simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure
-insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è
-poeta che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè
-poteva mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del
-solitario poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il
-piacere è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la
-vana gioja è frutto del passato timore,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> onde si scosse</p>
-<p class="i01">E paventò la morte</p>
-<p class="i01">Chi la vita aborria.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza,
-dopo la quale
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Abbandonata, oscura</p>
-<p class="i01">Resta la vita;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole,
-il quale tra lontani monti
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cadendo si dilegua, e par che dica</p>
-<p class="i01">Che la beata gioventù vien meno.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-</p>
-
-<p>
-La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non
-mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente insuperbisce;
-non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser
-suo, alle sue deboli forze.
-</p>
-
-<p>
-Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza
-il Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva
-nemmeno durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e
-premendo, dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il
-tempo lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni
-in cui serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso,
-per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth,
-e da quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po'
-melodrammatico, del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi
-meditava troppo, scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente.
-Per godere della natura in modo schietto e pieno, non bisogna
-interrogarla con soverchia insistenza, non bisogna volerle strappare
-a forza il suo secreto. Il pastore errante dell'Asia manifesta, fra il
-1829 e il 1830, uno stato d'animo che doveva già essere antico nel
-nostro poeta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E quando miro in ciel arder le stelle,</p>
-<p class="i01">Dico fra me pensando:</p>
-<p class="i01">A che tante facelle?</p>
-<p class="i01">Che fa l'aria infinita, e quel profondo</p>
-<p class="i01">Infinito seren? che vuol dir questa</p>
-<p class="i01">Solitudine immensa? ed io che sono?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo,
-provata:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra,</p>
-<p class="i01">E un fastidio m'ingombra</p>
-<p class="i01">La mente; ed uno spron quasi mi punge</p>
-<p class="i01">Sì che, sedendo, più che mai son lunge</p>
-<p class="i01">Da trovar pace o loco.</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto
-possa dire: <i>Indugiati, o istante: tu sei così bello!</i>
-</p>
-
-<p>
-Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben
-presto la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e
-che quel seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La
-natura, già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatrice
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-di libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a>; la natura, salutata
-da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di
-tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è
-malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per
-mezzo i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo
-una selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Nè scolorò le stelle umana cura<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i07"> Ma da natura</p>
-<p class="i01">Altro negli atti suoi</p>
-<p class="i01">Che nostro male o nostro ben si cura<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Dalle mie vaghe immagini</p>
-<p class="i01">So ben ch'ella discorda:</p>
-<p class="i01">So che natura è sorda,</p>
-<p class="i01">Che miserar non sa.</p>
-<p class="i02"> Che non del ben sollecita</p>
-<p class="i01">Fu, ma dell'esser solo;</p>
-<p class="i01">Purchè ci serbi al duolo,</p>
-<p class="i01">Or d'altro a lei non cal<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Non ha natura al seme</p>
-<p class="i01">Dell'uom più stima o cura</p>
-<p class="i01">Ch'alla formica.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Così, dell'uomo ignara e dell'etadi</p>
-<p class="i01">Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno</p>
-<p class="i01">Dopo gli avi i nepoti,</p>
-<p class="i01">Sta natura ognor verde, anzi procede</p>
-<p class="i01">Per sì lungo cammino</p>
-<p class="i01">Che sembra star. Caggiono i regni intanto,</p>
-<p class="i01">Passan genti e linguaggi: ella nol vede<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosa
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-della natura è in tutto simile a quella del <i>rapito amante</i>, il
-quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno
-una scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora,
-non è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno
-fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli
-errori gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima.
-Egli è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero
-dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni
-soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un
-grido straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal
-pianto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O natura, o natura,</p>
-<p class="i01">Perchè non rendi poi</p>
-<p class="i01">Quel che prometti allor? perchè di tanto</p>
-<p class="i01">Inganni i figli tuoi?<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata
-e delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente
-ne' versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo
-col volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre
-tutto all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè
-piacque alla <i>madre temuta e pianta</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> che delusa</p>
-<p class="i01">Fosse ancor della vita</p>
-<p class="i01">La speme giovanil; piena d'affanni</p>
-<p class="i01">L'onda degli anni: ai mali unico schermo</p>
-<p class="i01">La morte<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La natura è chiusa all'amore e alla pietà, e
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i12"> In cielo,</p>
-<p class="i01">In terra amico agl'infelici alcuno</p>
-<p class="i01">E rifugio non resta altro che il ferro<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ben presto l'offeso amatore si conferma nella opinione che la
-natura sia, non solo indifferente, ma a dirittura malvagia. E anche
-questo è un effetto dell'amore deluso. Il poeta, quando si contenta di
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-filosofare, sa che la natura, negli atti suoi, a tutt'altro attende che a
-procacciare il bene o il male degli uomini; ma quando porge l'orecchio
-al sentimento che gli si rammarica dentro, non regge più in
-quel disinteressato giudizio, e immagina un'<i>antica natura onnipossente</i>
-che lo fece all'affanno<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a> e un cielo che si diletta delle umane sciagure<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>,
-e un
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> brutto</p>
-<p class="i01">Poter che ascoso a comun danno impera<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Chiama la natura crudele, <i>empia madre</i><a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>, <i>dura matrice</i>, colei
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> che de' mortali</p>
-<p class="i01">È madre in parto ed in voler matrigna<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e solo per ironia la dice <i>cortese</i><a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a> ed <i>amante</i><a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a>. Lei sola accusa operatrice
-e rea d'ogni male, e contro di lei, che <i>pene</i> sparge <i>a larga
-mano</i>, e che, simile a <i>fanciullo invitto</i>,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Il suo capriccio adempie, e senza posa</p>
-<p class="i01">Distruggendo e formando si trastulla<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando,
-invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono
-gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi
-a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau.
-Egli non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il
-grande errore d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere
-trasgredite le sue santissime leggi.
-</p>
-
-<p>
-La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il
-bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando
-nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio
-non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più
-trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle quali
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-ciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto
-da un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> contento abbraccio</p>
-<p class="i01">Senno con libertà;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Qui neghittoso immobile giacendo,</p>
-<p class="i01">Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma egli mente a sè stesso. I <i>dilettosi inganni</i>, partitisi dalla mente,
-gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li deride in
-altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li richiami nella memoria,
-e' gli torna a doler di sua sventura.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O speranze, speranze, ameni inganni,</p>
-<p class="i01">Della mia prima età! sempre, parlando,</p>
-<p class="i01">Ritorno a voi; chè per andar di tempo,</p>
-<p class="i01">Per variar d'affetti e di pensieri,</p>
-<p class="i01">Obbliarvi non so;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza
-se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo destino<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a>.
-Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio cuore:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Posa per sempre. Assai</p>
-<p class="i01">Palpitasti. Non val cosa nessuna</p>
-<p class="i01">I moti tuoi, nè di sospiri è degna</p>
-<p class="i01">La terra<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in
-passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla
-è di arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il
-sermone <i>Su la mitologia</i>, egli aveva rimpianto il sogno antico di una
-natura viva e animata, passionata e pensosa, allora quando
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Vissero i fiori e l'erbe,</p>
-<p class="i01">Vissero i boschi,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Conscie le molli</p>
-<p class="i01">Aure, le nubi e la titania lampa</p>
-<p class="i01">Fur della umana gente, allor che ignuda</p>
-<p class="i01">Te per le piagge e i colli,</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span></p>
-<p class="i01">Ciprigna luce, alla deserta notte</p>
-<p class="i01">Con gli occhi intenti il viator seguendo,</p>
-<p class="i01">Te compagna alla via, te de' mortali</p>
-<p class="i01">Pensosa immaginò<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Vivi tu, vivi, o santa</p>
-<p class="i01">Natura? vivi e il dissueto orecchio</p>
-<p class="i01">Della materna voce il suono accoglie?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e a lei raccomandò, <i>poscia che vote erano le stanze d'Olimpo</i>, questa
-dolorosa famiglia umana:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tu le cure infelici e i fati indegni</p>
-<p class="i01">Tu de' mortali ascolta,</p>
-<p class="i01">Vaga natura, e la favilla antica</p>
-<p class="i01">Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi.</p>
-<p class="i01">E se de' nostri affanni</p>
-<p class="i01">Cosa veruna in ciel, se nell'aprica</p>
-<p class="i01">Terra s'alberga o nell'equoreo seno,</p>
-<p class="i01">Pietosa no, ma spettatrice almeno<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una
-creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime?</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure,</p>
-<p class="i01">Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo
-dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie,
-morendo, un inno alla vita immortale e universa.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature,</p>
-<p class="i01">Tandis que devant toi ta frêle créature,</p>
-<p class="i01">Élevant ses regards de ta beauté ravis,</p>
-<p class="i01">Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis!</p>
-<p class="i01">Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde,</p>
-<p class="i01">L'être succède à l'être, et la mort est féconde!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno
-spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée!</p>
-<p class="i01">Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée,</p>
-<p class="i01">Plus dans la solitude, asile du malheur,</p>
-<p class="i01">Ta voix consolatrice enchanta ma douleur.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma egli non si duole di avere a dissolversi in quella che lo produsse
-alla vita, alla luce; anzi quasi voluttuosamente abbraccia la morte
-che all'onde, all'aria, alla terra, agli elementi tutti, restituirà il corpo
-e l'anima insieme. Il poeta non pensava come la creatura della sua
-fantasia. Per lui non erano <i>vote le stanze d'Olimpo</i>. Egli si chiamava
-Alfonso De Lamartine<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Tuttochè conscio della indifferenza della natura, il Leopardi non
-mai cessò in tutto d'amarla. Ben sa il poeta ch'ella discorda dal pensier
-suo, che è sorda e vota d'affetto; ma pur da lei ebb'egli il vago
-immaginare e la virtù de' beati errori: e il dono di lei nè dal tempo,
-nè dal fato, nè dalla stessa verità gli può più esser rapito.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Proprii mi diede i palpiti</p>
-<p class="i01">Natura, e i dolci inganni.</p>
-<p class="i01">Sopiro in me gli affanni</p>
-<p class="i01">L'ingenita virtù;</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i02"> Non l'annullâr: non vinsela</p>
-<p class="i01">Il fato e la sventura;</p>
-<p class="i01">Non con la vista impura</p>
-<p class="i01">L'infausta verità<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E ancora di tanto in tanto, dopo così lunga esperienza e convinzion
-del contrario, ripullula in lui l'antica immaginazione di una natura
-dotata <i>di mente e di cuore</i>, e se non pietosa, conscia almeno di sè e
-di noi.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre</p>
-<p class="i01">Di strappar dalle braccia</p>
-<p class="i01">All'amico l'amico,</p>
-<p class="i01">Al fratello il fratello,</p>
-<p class="i01">La prole al genitore,</p>
-<p class="i01">All'amante l'amore: e l'uno estinto,</p>
-<p class="i01">L'altro in vita serbar?<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nella stessa <i>Ginestra</i>, in quel supremo e terribil canto, dove, quasi
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-insiem con la vita, il poeta esala il suo finale pensiero, e grida il
-verbo funereo in che tutta s'assomma e si ristringe la sua filosofia, tra
-le invettive e le imprecazioni da lui scagliate alla natura, rispunta,
-come un raggio nel bujo, l'antico amor giovanile, e ancora lampeggia
-nelle dolci parole, penetrate di tenerezza e di mestizia, con cui egli
-saluta l'odorata pianta
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> di tristi</p>
-<p class="i01">Lochi e dal mondo abbandonati amante,</p>
-<p class="i01">E d'afflitte fortune ognor compagna;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e il <i>fior gentile</i>, che quasi
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">I danni altrui commiserando, al cielo</p>
-<p class="i01">Di dolcissimo odor manda un profumo</p>
-<p class="i01">Che il deserto consola.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E questo è forse più proprio e più degno d'innamorato vero, che non
-può giungere a odiare del tutto mai l'oggetto dell'antico amor suo.
-Ond'è da notare, per questo rispetto, una diversità grande fra l'autore
-della <i>Ginestra</i> e un altro, non tanto grande, ma pure assai ragguardevole,
-poeta pessimista, Alfredo De Vigny. Veramente Alfredo
-De Vigny teme e odia la natura, e l'animo proprio manifesta con
-dure parole. La natura così vanta sè stessa:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre,</p>
-<p class="i01">A côté des fourmis les populations<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>;</p>
-<p class="i01">Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre,</p>
-<p class="i01">J'ignore en les portant les noms des nations.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-A tale vanto il poeta sente riempiersi il cuore di amarezza e di aborrimento,
-e distogliendo lo sguardo dalle crudeli bellezze che lo
-avevano abbagliato un istante, esclama:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe,</p>
-<p class="i01">Et dans mon cœur alors je la hais et je vois</p>
-<p class="i01">Notre sang dans son onde et nos morts sous son herbe,</p>
-<p class="i01">Nourrissant de leurs sucs la racine des bois.</p>
-<p class="i01">Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes:</p>
-<p class="i01">«Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes,</p>
-<p class="i01">Aimez ce que jamais on ne verra deux fois».</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span></p>
-<p class="i01">Vivez, froide Nature, et revivez sans cesse</p>
-<p class="i01">Sous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi;</p>
-<p class="i01">Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse,</p>
-<p class="i01">L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi;</p>
-<p class="i01">Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines,</p>
-<p class="i01">J'aime la majestè des souffrances humaines;</p>
-<p class="i01">Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-In questi versi è accennato un fatto la cui conoscenza pare che
-necessariamente debba avvelenare il sentimento della natura, e menomar
-d'assai, se non togliere a dirittura, il godimento che a noi
-può venire dalla contemplazione delle sue bellezze. L'occhio che passa
-oltre a quella prima parvenza, subito scopre nell'ombra un aspetto
-mostruoso e cruento, che non può non agghiacciar l'anima di terrore.
-Quella compostezza, quella serenità, quel riso che c'incantano
-e c'innamorano a prima faccia, sono una maschera, una menzogna,
-una frode. Sotto la vaga superficie luminosa e dipinta è uno strazio
-eterno ed oscuro, un orror senza nome di creature angosciate, che
-per vivere un'ora s'insidiano a vicenda, si azzuffano, si dilaniano,
-dànno la vita in perpetuo olocasto alla morte, spremono dalla morte
-la vita. La natura ci si discopre allora quale un Moloch immane, inesorabile,
-inappagabile, che crea a sè medesimo, senza fine e senza
-riposo, le ostie dolenti di un sacrificio infinito. Come serbar vivi nell'animo
-allora i sensi di fiducia e di amore? come più vagheggiare
-quelle bugiarde bellezze? come impedire che il sentimento della natura
-si rabbui, e tutto, per così dire, si rapprenda in un orrore della
-natura? Perdette per sempre il gusto della primavera quel poeta
-ch'errando pei campi in un mattino di maggio, imprevedutamente
-pensò che ad ogni passo ch'ei mutava fra l'erbe, centinaja di creature,
-nate appena, perivano sotto il suo piede, senza ch'ei le vedesse
-nemmeno.
-</p>
-
-<p>
-Eppure, tanto può in noi la bellezza, che la conoscenza non basta
-a sottrarci al suo fascino. Essa ci scende per gli occhi al cuore, ci
-soggioga e ci conquide. Essa fa divampare l'amore; e l'amore, notò
-il Leopardi, è la più vivace e possente delle illusioni, dacchè resiste
-alla stessa forza dissolvente del vero. Lo Schopenhauer scorge benissimo
-quell'aspetto cruento e mostruoso della natura, e s'indugia a
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-descriverlo; ma, nondimeno, come appena torna a pascere lo
-sguardo delle care sembianze, egli esclama: Quanto è bella la natura!
-E così, o in poco diverso modo, credo, il Leopardi. Egli scopre
-nella natura, o dietro a lei, il <i>brutto potere ascoso</i>, e lo spettacolo
-delle cose non può non rimanere alquanto aduggiato da quella grande
-e impenetrabile ombra. Agli uomini del medio evo la natura apparve
-talvolta come una grande ossessa, violata e posseduta dallo spirito
-delle tenebre: al Leopardi la natura appare da ultimo come posseduta
-e contaminata dal <i>brutto potere</i>; ma questo brutto potere non è
-un demone capriccioso e fantastico; è un fato costante e indefettibile;
-e all'anima dell'uomo moderno non può non venire un senso
-di sicurezza, di rassegnazione e di quiete, dal sapere che la natura
-è retta da leggi, dure sì, ma inflessibili e certe. A ogni modo il Leopardi
-non molto si sofferma a contemplare l'aspetto mostruoso e
-cruento della natura; e se il godimento che da quella egli riceve va
-scemando col tempo, va scemando men per questa che per altre
-ragioni.
-</p>
-
-<p>
-A poco a poco il suo sguardo si distoglie dalle sembianze più graziose
-e si fissa sulle più austere. Il sentimento, d'idilliaco ed elegiaco
-ch'era in principio, tende a diventar tragico, e alle serene e leggiadre
-immagini delle prime poesie succedono, da ultimo, le tetre e terribili
-della <i>Ginestra</i>. L'anima del poeta s'è venuta infoscando sempre
-più, e spontaneamente cerca gli aspetti che meglio si armonizzano
-col suo stato.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Placida notte, e verecondo raggio</p>
-<p class="i01">Della cadente luna; e tu che spunti</p>
-<p class="i01">Fra la tacita selva in su la rupe,</p>
-<p class="i01">Nunzio del giorno; oh dilettose e care,</p>
-<p class="i01">Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,</p>
-<p class="i01">Sembianze agli occhi miei; già non arride</p>
-<p class="i01">Spettacol molle ai disperati affetti.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Tali parole, molt'anni innanzi, il poeta aveva fatto sonar sulle labbra
-di Saffo disperata e già vicina a cessar nella morte il suo tormento;
-ma con parole in tutto simili avrebbe potuto, più d'una volta, il poeta
-esprimere il sentimento suo proprio, e allora in ispecie che volgeva
-nell'anima il tema e i versi della <i>Ginestra</i><a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a>. Nella <i>Ginestra</i> non più
-verdi rive, non più campi e colli irradiati dal sole; ma l'arida schiena
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-del formidabil monte, e campi cosparsi di cenere e coperti di lava
-impietrata, e il mare fatto specchio al bagliore dell'igneo torrente, e
-il bipartito giogo e la cresta fumante nel cielo, in fondo al deserto
-foro della dissepolta Pompei, infra le file de' mozzi colonnati, e un
-ricordo dell'
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> erme contrade</p>
-<p class="i01">Che cingon la cittade</p>
-<p class="i01">La qual fu donna de' mortali un tempo,</p>
-<p class="i01">E del perduto impero</p>
-<p class="i01">Par che col grave e taciturno aspetto</p>
-<p class="i01">Faccian fede e ricordo al passeggero.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma quanto
-diversa da quella delle <i>Ricordanze</i>, quanto anche diversa da quella
-del <i>Canto notturno di un pastore errante dell'Asia</i>! Nelle <i>Ricordanze</i>
-il poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti colloquii e le dolci
-effusioni di un tempo. Nel <i>Canto notturno</i> l'inquieto pastore, vedendole
-ardere nel cielo, chiede a che sieno, che operino. Nella <i>Ginestra</i>
-il poeta, sedendo la notte sulle desolate piagge, mira in purissimo
-azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e specchiarsi nel mare,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i03"> e tutto scintille in giro</p>
-<p class="i01">Per lo voto seren brillare il mondo;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni
-superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un pensiero
-lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione.
-Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili
-della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e
-come l'ultima forma di esso.
-</p>
-
-<p>
-Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi
-spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau. La
-storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della solitudine
-che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando ne'
-tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse gli
-uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non
-sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo,
-e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non
-morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della
-montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è
-più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della
-solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e,
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben
-sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu
-dal Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra,
-bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta
-salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude
-e selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann
-poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di
-guide, cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte,
-smarrirsi nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di
-morte, e, nulladimeno, provare al vivo <i>la grande jouissance toute
-particulière que suscitait la grandeur du péril</i><a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>. Egli era robusto del
-corpo, per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare
-la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto,
-o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile poteva
-il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine d'impressioni,
-gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo.
-</p>
-
-<p>
-Le variazioni cui nel Leopardi andò soggetto il sentimento della
-natura non furono già così regolarmente consecutive nel tempo come
-forse appajono in queste pagine. La vita di uno spirito non soffre
-mai quelle partizioni certe e recise che nella storia di esso possono
-tornare o necessarie o opportune. Il Leopardi non mutò in un dì, e
-nessuno muta in un dì. La storia di lui fu veramente piena di corsi
-e di ricorsi; e molte volte egli ebbe a tornare a quel sentimento
-o a quel pensiero da cui s'era creduto allontanato per sempre.
-Come tornò ad amare ripetutamente la donna, dopo essersi creduto
-morto all'amore, così tornò a vagheggiar la natura, dopo
-averla accusata e maledetta. L'anima umana è come il mare. Ogni
-giorno, nel doppio suo moto di flusso e di riflusso, il mare scopre
-e ricopre quelle medesime sponde, che solo nel giro di lunghi secoli
-s'alzan del tutto fuor del suo grembo, o del tutto si sommergono
-in esso. Un poeta tedesco, che ebbe col Leopardi più di una
-somiglianza, e fu un grande adoratore della natura, Giovanni Hölderlin
-(1770-1843), scrisse una volta: «Morti gli aurei sogni della
-giovinezza, fu morta per me la natura»<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>: per Giacomo Leopardi la
-natura non morì in tutto mai.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-</p>
-
-<h3 id="leop5">CAPITOLO V.
-<span class="smaller"><span class="smcap">Estetica della morte.</span></span></h3>
-
-<p>
-Il Leopardi strinse in intima unione l'amore, la bellezza, la
-morte: è questa una delle singolarità più caratteristiche del poeta
-cui Alfredo De Musset salutò col nome di <i>sombre amant de la Mort</i>.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i03"> Due cose belle ha il mondo:</p>
-<p class="i01">Amore e morte.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dice Consalvo: e
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte</p>
-<p class="i01">Ingenerò la sorte.</p>
-<p class="i01">Cose quaggiù sì belle</p>
-<p class="i01">Altre il mondo non ha, non han le stelle,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dice il poeta nella canzone che appunto s'intitola <i>Amore e Morte</i>.
-Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa
-personificazione e figurazione della morte; un'associazion della
-morte con l'amore; un intenso desiderio di morte.
-</p>
-
-<p>
-La morte è
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Bellissima fanciulla,</p>
-<p class="i01">Dolce a veder, non quale</p>
-<p class="i01">La si dipinge la codarda gente;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ed è genio divino e benefico che
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> ogni gran dolore.</p>
-<p class="i01">Ogni gran male annulla,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e sol esso pietoso <i>dei terreni affanni</i>. Onde il morire non è dolore,
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle <i>Ricordanze</i><a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>, e come
-più espressamente dirà nel <i>Dialogo di Federico Ruysch e delle sue
-mummie</i><a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>. E l'uomo di alto animo, che sente la <i>gentilezza del morire</i>,
-al morir non ripugna, ma piega <i>addormentato il volto</i> nel
-<i>virgineo seno</i> della fanciulla bellissima<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>. E la morte è l'unico fine
-dell'essere<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono
-una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come
-la lingua loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta
-in grembo alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di
-figurare somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio
-alato, con nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una
-corona di fiori. Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing,
-le rappresentazioni più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero
-assai volte alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'<i>Alceste</i> di
-Euripide essa appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste
-negra, con un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro
-all'avvenente sorella del Sonno quando scriveva il verso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Omnibus obscuras injicit illa manus;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca,
-quando l'armava di avidi denti.
-</p>
-
-<p>
-Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia
-concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro.
-Armata o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la
-sentenza, assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa,
-e la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale
-allora una figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di
-credenze e di sentimenti la spiega?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-</p>
-
-<p>
-Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine
-primo e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali;
-gli uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone,
-non ricevono la immortalità in dono dai numi.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto
-il contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non
-all'ordine, ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale;
-e l'uomo si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte
-è il frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità,
-e conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte
-unica d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura
-del diavolo, poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo
-e ne la fece signora<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>. I sette peccati capitali sono i sette peccati
-mortali, e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così
-concepita ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di
-sembianze nè belle, nè decorose.
-</p>
-
-<p>
-A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse
-rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il sentimento
-che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce e sereno,
-tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la redenzione
-degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva
-purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo,
-come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal
-sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala
-in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani non
-lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di pace:
-l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le
-iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi
-di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche <i>concilia
-martyrum</i>. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus
-appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La
-tomba è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il
-nome di <i>dies natalis</i>. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un
-trattatello <i>De bono mortis</i>?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e
-sulla speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità,
-le figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente
-la morte apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere,
-a piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o
-di spiedo; munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da
-sola, o a capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide,
-oppure, con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo
-paltoniere, li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte
-è un vero e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido
-alleato e ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma
-desideroso di nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri
-diavoli e beffardo com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in
-conto di un diavolo, che nel tedesco <i>Heldenbuch</i> si vede il pagano
-Belligan (e secondo la comune credenza del medio evo, i pagani adoravano
-i diavoli) adorare un idolo della morte. Ciò nondimeno, un
-ricordo delle serene immaginazioni antiche rimane in quelle gentili
-leggende ascetiche della età di mezzo, ove si vede la morte dei
-fratelli di un chiostro essere prenunziata dal fiorire di un giglio,
-dallo spegnersi di una lampada, dal suono spontaneo delle campane.
-</p>
-
-<p>
-La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è
-tuttavia la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori.
-Prima che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso,
-la Colpa, figlia e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi,
-sedevano insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione,
-insieme esse muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una
-non può andar senza l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> Thou my shade</p>
-<p class="i01">Inseparable, must with me along;</p>
-<p class="i01">For Death from Sin no power can separate<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La morte è un'ombra sparuta (<i>meagre shadow</i>; non già <i>scarnata
-forma</i>, come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato,
-cavernoso carcame (<i>this mau, this wast unhide-bound corps</i>, che il
-Maffei molto liberamente tradusse: <i>Quest'arido carcame e il ventre
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-vuoto</i>). Ella è armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e
-cavalca, quando le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha
-la stessa virtù ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua
-sono due <i>cani infernali</i>.
-</p>
-
-<p>
-A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro
-argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre
-a quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma
-di quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che,
-come ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato
-e deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa.
-E la ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma
-credenza del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici
-di Dio, non hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e
-saranno da ultimo, checchè facciano o tentino, i soli veri burlati.
-Ond'è comune a tutti i popoli cristiani la novella dell'accorto prete,
-o dell'accorto villano, che con certa astuzia relega la morte sopra
-un albero, o in granajo, e per più anni non la lascia esercitare il
-suo officio nel mondo<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla
-prim'alba del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata
-in parlar della morte.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Morte villana, di pietà nemica,</p>
-<p class="i02"> Di dolor madre antica,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto
-quel titolo di villana<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della
-dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a
-far palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio.
-E prima lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata
-e raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzone <i>Morte,
-poich'io non truovo a cui mi doglia</i>, Dante aveva scongiurata la
-morte di non uccidere la donna che <i>con seco ne portava il suo cuore</i>,
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-e l'ammoniva che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a
-leggiadria il suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>. Il Petrarca,
-detto come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Partissi quella dispietata e rea,</p>
-<p class="i02"> Pallida in vista, orribile e superba,</p>
-<p class="i02"> Chè 'l lume di beltate spento avea<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare
-nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro;
-e già Guido Cavalcanti l'aveva detta <i>gentile</i>. Dante, immaginando
-morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non
-m'essere villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se'
-stata! or vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto
-già lo tuo colore». E in verso
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> Morte, assai dolce ti tegno:</p>
-<p class="i01">Tu dei omai esser cosa gentile,</p>
-<p class="i01">Poi che tu se' ne la mia donna stata,</p>
-<p class="i01">E dei aver pietate e non disdegno.</p>
-<p class="i01">Vedi che sì desideroso vegno</p>
-<p class="i01">D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.</p>
-<p class="i01">Vieni, chè 'l cor te chiede<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura;
-ma il dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar
-bella, e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne
-fu anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco
-chiamò la morte <i>sora corporale</i>. In certe novelline popolari sparse
-su tutta la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare,
-se così chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di
-un pover uomo, e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di
-doni. La ragione del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni
-appar manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai
-fratelli Grimm<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a>. Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo,
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-va in cerca di un compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce;
-ma egli lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai
-ricchi e lascia morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol
-vuole, perchè ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente
-la Morte, e questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini,
-tratta tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo
-ingiusto: <i>aequo pulsat pede</i>. Questo concetto è espresso in un gran
-numero di proverbii.
-</p>
-
-<p>
-Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e
-da altri che si potrebbero venir ricordando<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>, non è ancora la morte
-bella e gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una
-specie di grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa
-è di sua natura, <i>ab origine</i>, bella e gentile, assai più di quanto la
-potessero immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede
-Cristo e i martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e
-amorose donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi
-immagina una morte al cui <i>divino stato</i> non bisogna nè illeggiadrimento,
-nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta <i>regina
-degli spaventi</i>; e il La Rochefoucauld avvertì: <i>Le soleil ni la mort
-ne peuvent se regarder fixement</i>; e nel mistero del Byron, Caino non
-osa mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa
-ed atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata
-dal Leopardi.
-</p>
-
-<p>
-Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è
-brutta, bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita
-è dolore, bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja
-pietosa e benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero
-comune tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>; come
-potrebbe non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti,
-creduto piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza
-il Leopardi?<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a> Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-malattia e la morte <i>piaceri della vita</i> (<i>gioia di morte</i>, disse una volta
-Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non
-avrebbe il Leopardi esclamato:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Bella Morte, pietosa</p>
-<p class="i01">Tu sola al mondo dei terreni affanni<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a>?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non
-uccide l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura
-morte sono, pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La
-morte ha loro largita una seconda vita, assai più alta e migliore
-della prima, le ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato
-e sentito dal terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle
-son morte, tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano
-in loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare
-le donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al
-cielo. A più che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa
-esperienza. Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare,
-si strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi
-sempre più al mondo di là, invoca la morte quasi con formole di
-scongiuro magico, vuol morir giovane per appresentarsi all'amata
-florido di salute, circonfuso di letizia. Manfredo scende nel regno
-di Arimane per rivedere Astarte.
-</p>
-
-<p>
-Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca
-e di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono
-essere nel cuor del Leopardi. Pel poeta della <i>Ginestra</i> la morte
-non è un intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima,
-con cui il dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere
-ciò, faccia un confronto fra la poesia del Leopardi intitolata <i>Il sogno</i>
-e il canto o capitolo secondo del <i>Trionfo della Morte</i>, da cui quella
-è inspirata. In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse
-Laura in immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo
-aspetta in cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e
-gli rasciuga gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota
-la lunga storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-gli apporta quanta uomo mortale non sentì mai<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a>. Ma in nessun altro
-luogo si trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel
-secondo del <i>Trionfo della Morte</i>. La notte stessa che seguì al suo
-salire in cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata
-di gemme orientali, gli porge la <i>già tanto desiata mano</i>, se lo fa sedere
-a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso
-colloquio incomincia<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a>. Viv'ella, o è morta?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Viva son io, e tu se' morto ancora,</p>
-<p class="i01">Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga</p>
-<p class="i01">Per levarti di terra l'ultim'ora.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ed egli: È sì gran pena il morire?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Rispose: Mentre al vulgo dietro vai</p>
-<p class="i01">Ed a l'opinion sua cieca e dura,</p>
-<p class="i01">Esser felice non pô' tu già mai.</p>
-<p class="i02"> La morte è fin d'una pregion oscura</p>
-<p class="i01">Agli animi gentili; agli altri è noja</p>
-<p class="i01">Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Duole, sì, l'<i>affanno</i> della morte, <i>ma più la tema de l'eterno danno</i>;
-chè la morte non è se non un <i>sospir breve</i>; e a lei fu mansueta la
-morte; ed ella, a quel passo più lieta
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che qual d'esilio al dolce albergo riede.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna
-pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo
-amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di togliersi
-a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella eternità.
-</p>
-
-<p>
-Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi
-nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella
-che prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare,
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> e quale</p>
-<p class="i01">Degl'infelici è la sembianza.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede
-se viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si
-avvede alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà
-ella un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente?
-Ma súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> Son morta, e mi vedesti</p>
-<p class="i01">L'ultima volta, or son più lune.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o di
-pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la rimembranza
-ora che loro è <i>tolto il futuro</i>, quella non cela il sentimento
-antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando d'affannosa
-dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli ricorda
-ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo all'amore:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E tu d'amore, o sfortunato, indarno</p>
-<p class="i01">Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.</p>
-<p class="i01">Nostre misere menti e nostre salme</p>
-<p class="i01">Son disgiunte in eterno. A me non vivi.</p>
-<p class="i01">E mai più non vivrai: già ruppe il fato</p>
-<p class="i01">La fè che mi giurasti.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E pronunziate queste estreme parole, si dilegua.
-</p>
-
-<p>
-Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di
-partirsi da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla
-morte, la quale <i>ruppe il nodo antico alla sua lingua</i>, e gli ottiene da
-Elvira la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a
-lui finalmente fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico
-giorno felice della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione
-esclama:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i04"> Due cose belle ha il mondo:</p>
-<p class="i01">Amore e morte.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nel <i>Sogno</i> la morte pon fine all'amore: nel <i>Consalvo</i> la morte fa
-manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Palpiti della morte e dell'amore</p>
-</div></div>
-
-<p>
-si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-si vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente
-ne scioglie l'amplesso: nel <i>Consalvo</i> la morte stringe il nodo che
-sciorrà subito dopo.
-</p>
-
-<p>
-Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba
-inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi,
-affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Nasce il piacer maggiore</p>
-<p class="i01">Che per lo mar dell'essere si trova;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-la morte
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ogni gran male annulla.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non può
-essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano conformemente.
-Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la
-vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di
-morire:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tanto alla morte inclina</p>
-<p class="i01">D'amor la disciplina.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe
-coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno,
-e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor
-loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>. Il Leopardi
-pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo
-che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la
-terra
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i05"> senza quella</p>
-<p class="i01">Nova, sola, infinita</p>
-<p class="i01">Felicità che il suo pensier figura;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella desiderata
-felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a tanto
-travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose tutte
-è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa
-dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di asceti
-in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua adorazione:
-e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo (per
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i fisiologi,
-un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire un
-principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora dell'amore
-e l'ora della morte fann'uno.
-</p>
-
-<p>
-Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne
-fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi, e
-certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio. Egesia
-di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone scrisse: <i>Tota
-philosophorum vita commentatio mortis est</i>. Seneca, in una delle sue
-epistole, biasima il desiderio della morte: <i>Nihil mihi videtur turpius
-quam optare mortem</i>; ma in altra scrittura persuade quel desiderio
-ai felici, anzi ai felicissimi: <i>Felicissimis mors optanda est</i>. I magistrati
-di Massilia e dell'isola di Ceo pubblicamente concedevano la
-cicuta a coloro che provavano aver giusta ragione di voler morire;
-e furon celebri quei sodali della morte che nell'antica Alessandria deponevano,
-levandosi da un banchetto, il fardello della vita<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men
-frequente e più intenso. <i>Infelix ego homo</i>, esclama San Paolo, <i>quis
-me liberabit de corpore mortis hujus?</i> e in altra occasione: <i>Mihi enim
-vivere Christum est, et mori lucrum</i>: parole ripetute poi da infiniti.
-E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del
-martirio?
-</p>
-
-<p>
-Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso,
-non dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli
-dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso.
-</p>
-
-<p>
-Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei
-Greci quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora
-nei moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente
-parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale avvelenava,
-non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però i
-magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla
-morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come
-dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile da
-esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi desiderio
-di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua più
-caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile nullità
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente considerata,
-non meriti d'esser vissuta.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Or poserai per sempre,</p>
-<p class="i01">Stanco mio cor <span class="dotted">. . . . . . . .</span></p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i01">Posa per sempre. Assai</p>
-<p class="i01">Palpitasti. Non val cosa nessuna</p>
-<p class="i01">I moti tuoi, nè di sospiri è degna</p>
-<p class="i01">La terra. Amaro e noia</p>
-<p class="i01">La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p>
-<p class="i05"> Al gener nostro il fato</p>
-<p class="i01">Non donò che il morire<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la
-finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo medesimo
-sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio
-della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817
-egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel
-luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in
-breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi
-morto in questo deserto del mondo<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>; e qualche settimana più tardi,
-ne' versi <i>Ad Angelo Mai</i> scriveva:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Morte domanda</p>
-<p class="i01">Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Nella <i>Vita solitaria</i> il poeta si augura pronta morte, e accenna al
-ferro liberatore. Nelle <i>Ricordanze</i> parla e riparla della <i>invocata
-morte</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E già nel primo giovanil tumulto</p>
-<p class="i01">Di contenti, d'angosce e di desio,</p>
-<p class="i01">Morte chiamai più volte, e lungamente</p>
-<p class="i01">Mi sedetti colà su la fontana</p>
-<p class="i01">Pensoso di cessar dentro quell'acque</p>
-<p class="i01">La speme e il dolor mio.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-</p>
-
-<p>
-Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la legittimità<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>;
-Saffo emenda in sè stessa il <i>fallo del cieco dispensator de' casi</i>. Se
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">È funesto a chi nasce il dì natale<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo
-sani di ogni dolore<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire
-scrisse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,</p>
-<p class="i01">Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;</p>
-<p class="i01">Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>.....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Giammai d'allor che in pria</p>
-<p class="i01">Questa vita che sia per prova intesi,</p>
-<p class="i01">Timor di morte non mi stringe il petto.</p>
-<p class="i01">Oggi mi pare un gioco</p>
-<p class="i01">Quella che il mondo inetto,</p>
-<p class="i01">Talor lodando, ognora abborre e trema,</p>
-<p class="i01">Necessitade estrema;</p>
-<p class="i01">E se periglio appar, con un sorriso</p>
-<p class="i01">Le sue minacce a contemplar m'affiso<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e così
-fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo
-alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse un'altra
-quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno: immaginazione
-di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme realmente,
-e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto parole, non
-in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti di Epicuro,
-l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno, può
-giudicarla un bene e come un bene desiderarla.
-</p>
-
-<p>
-Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-il desiderio della morte<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>; ma fu errore, simile a quello che gli
-fece credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore.
-Egli non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel
-petto; e però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero
-in sì fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni
-più tardi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E tu cui già dal cominciar degli anni</p>
-<p class="i01">Sempre onorata invoco,</p>
-<p class="i01">Bella Morte, pietosa</p>
-<p class="i01">Tu sola al mondo dei terreni affanni</p>
-<p class="i01">Se celebrata mai</p>
-<p class="i01">Fosti da me, s'al tuo divino stato</p>
-<p class="i01">L'onte del volgo ingrato</p>
-<p class="i01">Ricompensar tentai,</p>
-<p class="i01">Non tardar più, t'inchina</p>
-<p class="i01">A' disusati preghi,</p>
-<p class="i01">Chiudi alla luce omai</p>
-<p class="i01">Questi occhi tristi, o dell'età reina<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta
-pessimista, il Leconte de Lisle:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><span class="dotted">. . .</span> Divine mort, où tout rentre et s'efface,</p>
-<p class="i01">Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,</p>
-<p class="i01">Et rends-nous le repos que la vie a troublé.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e
-di amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo
-qua e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà
-di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli
-innamorati. Nella canzone <i>All'Italia</i> la morte è detta <i>passo lacrimoso
-e duro</i>; e <i>abisso orrido immenso</i> la dice l'errante pastore dell'Asia.
-Nella <i>Palinodia</i> vecchiezza e morte son giudicate <i>miserie estreme</i>.
-Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli uomini dal
-sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella morte in cui
-sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre canta essere
-la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della natura<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la
-morte: il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-prova in lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza.
-Egli par che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare
-di amabili sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno
-non sia stata generosa ai mortali:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Ahi perchè dopo</p>
-<p class="i01">Le travagliose strade almen la meta</p>
-<p class="i01">Non ci prescriver lieta? anzi colei</p>
-<p class="i01">Che per certo futura</p>
-<p class="i01">Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,</p>
-<p class="i01">Colei che i nostri danni</p>
-<p class="i01">Ebber solo conforto,</p>
-<p class="i01">Velar di neri panni,</p>
-<p class="i01">Cinger d'ombra sì trista,</p>
-<p class="i01">E spaventoso in vista</p>
-<p class="i01">Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per
-opera sua
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Bellissima fanciulla</p>
-<p class="i01">Dolce a veder.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da
-queste immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci
-strappa dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in
-giovinezza e in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta
-apostrofa la natura:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> Come potesti</p>
-<p class="i01">Far necessario in noi</p>
-<p class="i01">Tanto dolor, che sopravviva amando</p>
-<p class="i01">Al mortale il mortal?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari
-non già, la cui dipartita fa l'uomo <i>scemo di sè stesso</i><a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>. Il poeta sente
-nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei <i>sudori estremi</i>
-che travagliarono la <i>cara e tenerella salma</i> della donna adorata<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>,
-spasima pel <i>chiuso morbo</i> che uccise la Silvia<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-</p>
-
-<p>
-La canzone <i>Per una donna malata di malattia lunga e mortale</i> incomincia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Io so ben che non vale</p>
-<p class="i01">Beltà nè giovanezza incontro a morte,</p>
-<p class="i01">E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-La morte è per sè stessa benefica;
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> ma sconsolata arriva</p>
-<p class="i01">La morte ai giovanetti, e duro è il fato</p>
-<p class="i01">Di quella speme che sotterra è spenta<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ad <i>Amore e Morte</i> il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Muor giovane colui che al cielo è caro;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non
-può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Mai non veder la luce</p>
-<p class="i01">Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo</p>
-<p class="i01">Che reina bellezza si dispiega</p>
-<p class="i01">Nelle membra e nel volto,</p>
-<p class="i01">Ed incomincia il mondo</p>
-<p class="i01">Verso lei di lontano ad atterrarsi;</p>
-<p class="i01">In sul fiorir d'ogni speranza, e molto</p>
-<p class="i01">Prima che incontro alla festosa fronte</p>
-<p class="i01">I lugubri suoi lampi il ver baleni;</p>
-<p class="i01">Come vapore in nuvoletta accolto</p>
-<p class="i01">Sotto forme fugaci all'orizzonte,</p>
-<p class="i01">Dileguarsi così quasi non sorta,</p>
-<p class="i01">E cangiar con gli oscuri</p>
-<p class="i01">Silenzi della tomba i dì futuri.</p>
-<p class="i01">Questo se all'intelletto</p>
-<p class="i01">Appar felice, invade</p>
-<p class="i01">D'alta pietade ai più costanti il petto<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il miracolo
-della bellezza<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>, e non sa darsi pace delle speranze innanzi
-tempo recise:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quando sovvienmi di cotanta speme,</p>
-<p class="i01">Un affetto mi preme</p>
-<p class="i01">Acerbo e sconsolato,</p>
-<p class="i01">E tornami a doler di mia sventura<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa,
-similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di morte.
-In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte e
-l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati
-la Morte e l'Amore<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>, degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle
-due belle cose del mondo.
-</p>
-
-<h3 id="leop6">CAPITOLO VI.
-<span class="smaller"><span class="smcap">Classicismo e Romanticismo del Leopardi.</span></span></h3>
-
-<p>
-Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano
-classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie
-da non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra;
-e a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di
-un purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che
-di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così
-esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è
-propriamente quale da molti s'immagina.
-</p>
-
-<p>
-Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà
-far giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute
-assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta
-ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani
-solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione letteraria
-di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo
-alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di quegli
-scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo in Italia
-e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e dal latino, e
-di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che, contraffatti da lui,
-furono scambiati per sinceri dagl'intendenti. Critici diligenti e minuti
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-notarono nei versi e nelle prose di lui i moltissimi luoghi che a ragione
-o a torto (non sempre a ragione di sicuro) si possono credere
-suggeriti o inspirati dalle due letterature di Grecia e di Roma; e fu
-ne' suoi versi distinta una prima maniera, che sarebbe latina, da una
-seconda, che sarebbe greca; e tutta greca fu detta la prosa; e come
-il Manzoni fu salutato capo della scuola romantica in Italia, così della
-classica fu salutato capo il Leopardi, fatto dell'uno il contrapposto
-e la negazione dell'altro. Egli stesso, il poeta, ebbe a dire, non una,
-ma più e più volte, che, a paragon degli antichi, i moderni scrittori
-gli parevano o piccoli, o poveri, o falsi.
-</p>
-
-<p>
-Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età
-nuova, esprimeva nel verso
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Lo secol primo quant'oro fu bello,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e
-fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella.
-Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli antichi
-avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto giudizio. Innamoratissimo
-di virtù, credette gli antichi fossero stati più virtuosi,
-e per questo, e per altro ancora, assai più felici; onde all'età presente,
-pessima sott'ogni aspetto, non altro può rimanere che il desiderio<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a>.
-Nascevagli talvolta un dubbio, che questo esaltare il passato
-a paragon del presente possa essere effetto di mera illusione<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>; ma
-la illusione tenevasi cara e non sapeva spogliarsene. Ricordando i <i>vetusti
-divini, a cui natura parlò senza svelarsi</i>, egli prorompe in un
-grido di desiderio e di rimpianto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Oh tempi, oh tempi avvolti</p>
-<p class="i01">In sonno eterno!<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-e sciogliendo un inno ai patriarchi,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> molto</p>
-<p class="i01">Di noi men lacrimabili nell'alma</p>
-<p class="i01">Luce prodotti,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-egli, salutata in passando l'<i>erma terrena sede</i> ove fu commessa la
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-prima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno d'antichi
-poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai
-mortali<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza
-la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della
-bellezza!
-</p>
-
-<p>
-E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii
-classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava un po'
-più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi sconosciuto, «e
-la filologia quasi interamente abbandonata in grazia dell'archeologia»<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>.
-Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio delle lingue e
-delle lettere classiche vedeva così negletto come in Milano, dove
-difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta trovare «una
-edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5 o al 6 cento»<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>:
-e della causa dell'antichità facendo in certo qual modo la propria,
-diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino, in Bologna, in
-Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta e grassa
-Lombardia»<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>. V'è qualche esagerazione in questi giudizii; ma è
-da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come
-la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse
-allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non
-si parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva
-tutta la letteratura milanese<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>, e che in Lombardia non era quasi
-altro studio che di pedanterie<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>. Egli aveva gli occhi e l'animo così
-fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva giudicare
-ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva disegno
-di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiava <i>sul gusto della
-Ciropedia</i>; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti capitani
-e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e Plutarco<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a>.
-Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi in
-libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì in petto
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-ai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si scaldasse
-molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio, in una
-lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere che
-si scaldasse pochissimo<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando Grillenzoni:
-«Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e le
-meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane
-son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>. Passi
-per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a ridire.
-Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal Carducci
-che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza
-classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso
-e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per
-così dire, la purità del sentimento greco»<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>. Certo il Leopardi si sarebbe
-sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo
-un romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico
-alcune parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare
-quel nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella
-la prima parte di un <i>Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica,
-ovvero intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme
-sulla poesia moderna</i><a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>; ma quella prima parte non fu mai stampata,
-e la seconda non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava
-l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli
-non la pensava come l'autore delle <i>Osservazioni</i><a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>. In sul principio
-del 1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allora
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-presente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il
-fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di
-comporre in séguito<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno,
-lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere,
-come di cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più
-in là che il disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento
-preso dalia letteratura <i>verso il classico e l'antico</i>, giudicandolo buono,
-anzi necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso
-senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione
-della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali
-e del tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle
-parole...». Ci si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne,
-per sapere dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva
-ancora dimostrare «la necessità di adattarsi al gusto corrente», «la
-falsità di ciò che forse si giudica, che il buon gusto non si possa
-trovare in libri nazionali e da contemporanei, l'uso costante di tutti
-i grandi scrittori di scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o
-greca, o latina ecc.... la discordia tra le nostre opere e quelle degli
-antichi, che vogliono imitare, quando queste erano pel tempo loro, e
-le nostre per il tempo degli antenati, quando a volerli imitare doveano
-effettivamente essere per il presente ecc.»<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>. Questi pensieri, maturati
-e messi in carta, secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823,
-sono probabilmente alquanto disformi da quelli espressi nella prima
-parte del Discorso testè citato; ma quanto disformi, non siamo in
-grado ora di dire. Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a
-quell'andamento della letteratura <i>verso il classico e l'antico</i>, io
-quasi non iscorgo in essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora
-non potessero e non dovessero consentire: e quando il poeta
-ricorda in più particolar modo che gli antichi scrissero pei tempi
-loro, e che i moderni, volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere
-pei proprii, sembra d'udire il discorso di quegli apostoli della
-nuova scuola i quali dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici
-dell'antichità. Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste
-classica esagererebbe di certo; ma chi dicesse che il classicismo di
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-lui fu più di forma che di sostanza, e che egli non fu quell'antico
-che a primo aspetto può parere altrui, direbbe cosa, a mio credere,
-che ha molte parti di vero. Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe
-in sè del romantico assai più di quanto potesse egli immaginare,
-assai più di quanto fu giudicato da altri.
-</p>
-
-<p>
-A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro
-fece della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui;
-3º, certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi
-elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro, la
-gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo,
-le quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan
-fatti per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione,
-e direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti.
-Al qual proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina
-e una pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi,
-e, ancora, che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di
-parecchie.
-</p>
-
-<p>
-Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia (classica,
-s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio distinguersi
-e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più
-importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono conservata
-all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono l'arte
-non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita, magari
-per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio
-alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che
-la mitologia e l'<i>antimitologia</i> diventano per le due contrarie fazioni
-quasi segnacolo in vessillo.
-</p>
-
-<p>
-Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto
-diverso da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non
-immuni, del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la
-mitologia come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria
-e, tutto il più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi
-invocano gli dei dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla
-lor religione, e ne narrano i casi come se fossero avvenuti davvero.
-Il Leopardi considera il mito come cosa irreparabilmente passata
-e perduta, e appunto perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle
-e dolci fantasie per la cui virtù parve vivere la natura e conversare
-con l'uomo. Il canto <i>Alla primavera o delle favole antiche</i> è documento
-mirabile di quel giudizio e di quel sentimento, a cui nessun
-<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span>
-romantico, che abbia fior di ragione, può voler contrastare. Tale
-rimpianto ricorre con molta frequenza nei poeti moderni; ma troppo
-avrebbe disdetto a classicisti puri, i quali non potevano, senza strana
-contraddizione, deplorare la morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano
-di tener vivo<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>. Ora tra alcuni di quei moderni e il Leopardi
-è, per tale rispetto, questa diversità, che essi, nel mito, lamentano
-piuttosto la perduta bellezza, il Leopardi piuttosto la perduta
-illusione. Non volendo moltiplicare i raffronti, mi contenterò di
-un pajo. Il Keats incomincia il suo poema <i>Endymion</i> con un saluto
-alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già Alfredo De Musset,
-si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo antico.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée!</p>
-<p class="i01">Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel</p>
-<p class="i01">Aux siècles glorieux où la Terre inspirée</p>
-<p class="i01">Voyait le ciel descendre à son premier appel!<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo della <i>vittoriosa
-Bellezza</i>, innanzi al cui altare avrebbe voluto prosternarsi
-adorando. Nel carme intitolato <i>Hypathie</i>, il poeta, esaltando la paganità
-a fronte del cristianesimo, esclama:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i03"> l'impure laideur est la reine du monde,</p>
-<p class="i01">Et nous avons perdu le chemin de Paros.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Les Dieux sont en poussière et la terre est muette:</p>
-<p class="i01">Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté.</p>
-<p class="i01">Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète</p>
-<p class="i01">L'hymne mélodieux de la sainte Beauté.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Un'altra poesia, intitolata <i>La source</i><a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>, finisce con questi versi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Telle que la Naïade en ce bois écarté</p>
-<p class="i03"> Dormant sous l'onde diaphane,</p>
-<p class="i01">Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,</p>
-<p class="i03"> Lumière de l'âme, o Beauté!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza;
-ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo,
-nel quale infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo
-Schelling, della universa significazione e del perpetuo valore di esso;
-conscio ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere,
-mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con
-ciò il Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti
-poeti di questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti
-ricordare per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che
-del mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella <i>Légende des
-siècles</i> e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si giova
-ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la <i>Storia del genere
-umano</i>, il <i>Dialogo di Ercole e di Atlante</i>, la <i>Scommessa di Prometeo</i>;
-e non è possibile non avvertire la diversità grande che per questo
-rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie inglesi, ne'
-cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto alla leggenda
-arturiana o alla saga settentrionale.
-</p>
-
-<p>
-Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune
-tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione
-e di consuetudine. <i>Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo,
-Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio
-di numi</i>, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono <i>rari nantes</i>, formule
-puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e
-quasi, passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono.
-Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio
-nella sua brutta <i>Anti-mitologia</i>, ricordava con lode il nome del Leopardi,
-come di uno che avesse intese le buone ragioni dei romantici,
-e s'opponesse alle usanze assurde dei classicisti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i12"> Leopardi,</p>
-<p class="i01">Forte in alti pensieri, inni già intuona,</p>
-<p class="i01">Che se fien gravi all'ammollito orecchio</p>
-<p class="i01">Della plebe vivente, saran fiamma</p>
-<p class="i01">Alla età che succede; e cammin nuovo</p>
-<p class="i01">Segna a chiunque la virtude ha cara<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E non dimentichiamo che nella <i>Ginestra</i> il poeta si ride della illusione
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-degli uomini che <i>favoleggiarono</i> gli autori delle universe cose
-discesi in terra per cagion loro, e schernisce i <i>rinovellati sogni</i>; dove,
-se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca una nemmeno
-alla mitologia. E ricordiam di passata che nella <i>Scommessa
-di Prometeo</i> si parla con assai poca reverenza delle muse e degli
-altri dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica
-che mitica.
-</p>
-
-<p>
-Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi,
-parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha
-del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di
-distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della natura.
-Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una
-variante del <i>délire champêtre</i> del Rousseau; romantica, più tardi,
-quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte della
-natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi, sebbene
-per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller. I
-classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel loro
-canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente parlando,
-la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra
-osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un
-germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera.
-Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi
-in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura
-è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto,
-una festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede
-di più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più
-settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per ciò
-appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in
-quelle terzine dell'<i>Appressamento della morte</i>, che sono del 1816,
-tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna
-ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa
-quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di
-quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young
-e di Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni
-che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa
-che già aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann,
-ecc., e cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto
-della civiltà.
-</p>
-
-<p>
-Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere
-antica nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio
-rimasto memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono
-modo di conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei
-chiostri se ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani
-hanno tutti uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta
-conoscerne le variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento
-della misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse
-nascere di regola da esperienza di nocumento sofferto nella persona
-o negli averi, o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci
-rappresentano Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine
-e malvagità degli amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore
-di seduzione e di contaminazione. <i>Quoties inter homines fui, minor
-homo redii</i>, lasciò scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare
-un amico di San Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo.
-Il cristiano, certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè,
-come quello che poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla
-creatura per meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli
-asceti che abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere
-più sicuri di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno,
-divenuto troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo,
-pare che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole
-contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca
-da quella conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare
-tutto quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e
-squisita cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora
-egli s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà
-e a quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto
-nascere, e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non
-essere fatto, immaginandone un altro più amabile e degno.
-</p>
-
-<p>
-Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè
-anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta.
-Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così
-scellerati come sono»<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava
-gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>: e, rinnovando
-la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta di
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a>; e che la natura ha
-inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che naturalmente
-l'animale odia il suo simile<a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>. Il <i>Dialogo di Ercole e di Atlante</i> è
-tutto in disprezzo delle cose umane; la <i>Scommessa di Prometeo</i> vuol
-fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio e spregevole
-degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo il secolo della
-morte<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a>, deride i trovati e le macchine<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a>, dice il mondo presente essere
-nelle mani dei mediocri<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>, anzi tenere il campo la nullità<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>, si
-burla della sapienza dei giornali, delle masse, della perfettibilità infinita,
-delle scienze economiche, morali e politiche e di tutte le altre
-belle creazioni di questo <i>secolo di ragazzi</i><a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a>. Definito «il mondo una
-lega di birbanti contro gli uomini da bene e di vili contro i generosi<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a>,»
-voleva guerra ad oltranza; e già sino dal giugno del 1821
-aveva scritto al Brighenti: «Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla
-sua parte non ha altri che sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore,
-non bisogna stancarsi mai di combattere e lottare e insultare e calpestare
-chiunque vi ceda anche per un momento... Il mondo è fatto
-al rovescio, come quei dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo
-il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e
-fischiarlo»<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a>. E chi sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si
-conoscessero quelle parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora
-inedite e occulte.
-</p>
-
-<p>
-Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre
-di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al Giordani:
-«Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della virtù
-mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione della
-scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de' tiranni,
-degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi; e
-nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi
-par più degna di esser contesa»<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a>. Negli sciolti al Pepoli biasima
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-l'egoismo. Nel <i>Dialogo di Timandro e di Eleandro</i> dice di non poter
-odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto
-inabile e impenetrabile all'odio»<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a>. In una lettera al Brighenti si legge:
-«Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci scambievolmente,
-e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna di questo
-mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione, l'interesse,
-la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco <i>un animale
-senza cuore</i>, sono cose che mi spaventano»<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a>. E nel XXXII dei <i>Pensieri</i>
-si dice che chi ha più intelletto ed esperienza meno disprezza;
-che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima di sè disprezzano
-gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a pregiare che a dispregiare».
-Quale luogo l'idea umanitaria tenga nella <i>Ginestra</i> non
-è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere ricordato che pel
-Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della morale è la
-simpatia, che nasce dalla sensitività.
-</p>
-
-<p>
-Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei
-romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del romanticismo
-dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo sono
-da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e in
-direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono insieme;
-una corrente che diremo filantropica, e una corrente che diremo
-misantropica. Il <i>bel tenebroso</i> fugge la compagnia de' proprii
-simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come
-molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire
-se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo.
-René disse: <i>La foule, ce vaste désert d'hommes</i>. Saint-Preux aveva
-detto: <i>J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du monde</i>.
-E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à mon aise
-que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette disposition
-d'âme, que dans les circonstances les moins importantes, quand je
-dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble, et mon
-mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»<a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a>. Il Leopardi
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-chiama il mondo <i>formidabile deserto</i><a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a>. Il nano misterioso di
-Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii simili: il Leopardi
-accusa la luna se umani aspetti scopre al suo sguardo<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare
-alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai
-«la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o
-mondo», quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona
-indole, e d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli
-antichi era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata
-e solitaria<a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a>; e ancora quando disse essersi la stirpe umana,
-per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti
-uomini<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a>; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo.
-Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo fu
-propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto
-della <i>Edinburg Review</i> dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano
-comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité
-maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique
-contre les institutions présentes de la société»<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha
-con Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino
-con Rolla, e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima
-disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo
-fu detta appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha
-comuni con essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè
-essi sono, con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse,
-vere e predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza
-che anche il Leopardi, se fosse personaggio immaginario
-anzichè reale, potrebbe essere una creatura del romanticismo. Facciamo
-una rapida enumerazione di questi altri comuni stati di animo.
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-Trattandosi di cose che ogni colto lettore ha presenti allo spirito, e
-che nulla hanno d'astruso e di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi
-troppo per via, nè di far molti raffronti.
-</p>
-
-<p>
-Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo
-la distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale,
-quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che
-può dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè
-vana; non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene
-piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo
-che la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate
-qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere
-che il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga
-del sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che
-una certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano
-a dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto
-voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la
-filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo, un
-pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo tedesco
-o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove, non
-fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu un gran
-ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno degl'institutori
-massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che fu uno
-dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un grandissimo
-ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo dei filosofi
-francesi.
-</p>
-
-<p>
-Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti
-specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che
-certo non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento
-può tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma
-sono, specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più
-proprii dei romantici che dei classici.
-</p>
-
-<p>
-Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto
-a sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la <i>melanconia dolce</i>;
-quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo
-con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (<i>Wonne
-der Wehmuth; Trost in Thränen</i>), fu detta dal Leopardi più <i>dolce
-dell'allegria</i><a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il rimpianto, quello che i francesi dicono <i>regret</i>, non fu molto
-famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia nel
-futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie in lacrime
-udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia; e così Enea,
-ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e passeggiera, che
-non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio vano dell'irrevocabile.
-Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo di Roma e de'
-suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo d'Augusto.
-L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi ebbero
-in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la virilità gagliarda
-e operosa: i romantici per contro, e con essi il Leopardi,
-predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la illusione, e
-l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può abbandonarsi
-liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand adorò la propria
-giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita. Il Leopardi
-pianse la propria quando, <i>amara e deserta</i>, era ancora presente; la
-pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse la
-fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti quelli
-che pensano e sentono»<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa
-essere della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di
-quelli in cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche
-modo il più sublime dei sentimenti umani»<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a>. Opinione che avrebbe
-scandalizzato un antico, ma non il Pascal<a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a>, non i romantici. Non ci
-fu quasi romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità.
-«Je crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère»,
-gemeva, non senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je
-ne m'apercevais de mon existence que par un profond sentiment
-d'ennui». Del tedio della vita, che comincia, si può dire, a prender
-forma moderna nell'anima di messer Francesco Petrarca, non accade
-discorrere. Il Leopardi l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima
-di romantici; e questo sentimento, quanto lo avvicina
-senza ch'egli se ne avvegga, ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani.
-Il Leopardi non espresse per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-cui lo stimò degno lo Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode
-i pensieri e le sentenze di Cristo intorno al mondo, e in più particolar
-modo avvertì: «Il mondo nemico del bene, è un concetto, quanto
-celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, tanto o poco meno
-sconosciuto agli antichi»<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a>. E all'ascetismo cristiano lo raccostano
-ancora l'avversione alla scienza, ch'egli ha comune col Werther, e
-l'opinione che sia vana, e oziosa veramente, ogni umana operazione.
-</p>
-
-<p>
-Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della
-natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso
-ed acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più
-parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la
-terra, si vede che il Leopardi dà al <i>cuore</i> una preminenza che gli
-antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente
-conceduta dai romantici. Dai <i>tristi e cari moti del core</i> riconosce
-il poeta ogni dolcezza di vita;
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Da te, mio cor, quest'ultimo</p>
-<p class="i01">Spirto, e l'ardor natio,</p>
-<p class="i01">Ogni conforto mio</p>
-<p class="i01">Solo da te mi vien<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a>;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra,
-dice al proprio cuore:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Posa per sempre. Assai</p>
-<p class="i01">Palpitasti. Non val cosa nessuna</p>
-<p class="i01">I moti tuoi, nè di sospiri è degna</p>
-<p class="i01">La terra<a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è
-tutto? E come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come
-il Rousseau celebra il Leopardi la sensitività. Nel suo <i>cormentalismo</i>
-il Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un
-certo equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento.
-</p>
-
-<p>
-Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel Leopardi,
-com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora
-è cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia
-del Leopardi intitolata appunto <i>L'Infinito</i>, e confrontisi con questo
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-passo di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la
-terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système
-universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout.
-Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je ne
-raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une sorte
-de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais avec ravissement
-à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me perdre
-en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes
-des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers; j'aurais
-voulu m'élancer dans l'infini»<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a>. A queste parole, e a quelle del
-poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per una parte
-nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi romantici
-d'ogni lingua.
-</p>
-
-<p>
-Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza
-e dignità che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia,
-giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico
-ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu,
-nel romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente.
-Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito
-da alcuni un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che
-maniera, la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella
-conclusione che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men
-classico che romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a
-conoscere, se non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella
-di poeta e di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che
-la ragion prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute;
-ma ce ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare
-la professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una
-menomazione dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a
-un officio stabile. Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi.
-René, Obermann, non si sa che cosa facciano. Rolla non ha
-imparato a far nulla:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible:</p>
-<p class="i01">Un gagne-pain quelconque, un métier de valet,</p>
-<p class="i01">Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero<a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a>. Il suo esagerato
-soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di occupazione,
-e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono
-romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma
-di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio
-di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal
-Ranieri si trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane
-che comincia con le parole: <i>Re delle cose, autor del mondo</i>, e dove
-il poeta si vanta d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e
-l'apostolo della sua religione<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali
-del Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni
-e opinioni, in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono
-la letteratura e l'arte.
-</p>
-
-<p>
-Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso
-alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora,
-che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli
-antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa
-che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici
-se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è
-vera poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione
-propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva
-al Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-dell'Arici se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto
-alcuni versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella
-opinione ch'io n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso
-hanno scritto poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si
-metta alla stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre
-un altro sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande,
-ma neanche nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci
-un altro Tasso, non bastava quello che avevamo?.... In Italia
-è morta anche la facoltà d'inventare e d'immaginare, che pareva
-e pare tuttavia così propria della nostra nazione»<a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a>. Ricordiamoci
-a questo proposito che il Keats diceva essere l'invenzione la stella
-polare della poesia, e che lo Shelley definiva la poesia la espressione
-della immaginativa<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto
-era da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale
-gli pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri
-aveva insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e
-politica; «la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni
-genere accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile,
-ch'essendo classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere
-e dilettevole così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto <i>il di
-fuori e il di dentro della prosa</i>, e si doleva che la fortuna gli avesse
-tolto ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa
-ch'ella presentemente non si sappia neanche sognare»<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a>. Se ne togliamo
-quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a>,
-che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano
-essi per l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E
-bene o male, che non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno,
-non tentarono di rifare ogni cosa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span>
-</p>
-
-<p>
-L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli
-romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire
-che sia tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare.
-Il Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia,
-e credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a>,
-volle letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie
-parole tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue
-lettere al Giordani egli accennava ad una letteratura <i>non segregata
-dal popolo</i>, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona
-de' nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati
-ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso
-le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo
-vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti gl'italiani
-antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni, i
-desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de' loro compatriotti
-e contemporanei»<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a>. Il poeta deve scrivere per il volgo, e
-la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di poi<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a>; e nel già
-ricordato disegno di uno scritto sulla condizione delle lettere italiane
-affermava novamente esser necessario «di render qui, com'è
-già totalmente altrove, popolare la letteratura vera italiana, adatta
-e cara alle donne e alle persone non letterate», e batteva sulla «necessità
-di libri italiani dilettevoli e utili per tutta la nazione»<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a>. Perciò
-parlava con disprezzo di quella letteratura che tutta consisteva in
-far sonetti e versi latini<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a>; e vagheggiava di scrivere libri atti a muovere
-gl'italiani e rigenerare la patria, vite del Kosciuszko e del
-Paoli, ecc. Forma molto acconcia a tal fine parevagli quella del romanzo
-storico e della biografia; e pensava l'autore di sì fatti libri
-dovere avere tutte le virtù dello storico, senza però volere far opera
-storica propriamente, ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile
-piacevolezza dei racconti»<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a>. Voleva letteratura dilettevole, parendogli
-che «il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse
-«un vero malefizio al genere umano»<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a>. Giunse persino a dissuadere
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-dal far versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni<a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a>. Veggasi
-ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre formola:
-<i>l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per
-mezzo</i><a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Fu notato da un pezzo che il <i>Consalvo</i>, a cominciare dai nomi
-dei personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e
-dove), è cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di
-romanticismo persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo
-di quella <i>Storia di un'anima</i> che il Leopardi avrebbe voluto comporre?
-Sotto questo titolo di sapore prettamente romantico, doveva
-venir fuori un «Romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche
-e queste sarebbero delle più ordinarie; ma racconterebbe le
-vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue
-prime ricordanze fino alla morte»<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a>. Una specie di <i>Werther</i>, come
-si vede.
-</p>
-
-<p>
-Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi
-consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che dissentisse
-in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata la lingua
-italiana <i>sovrana, immensa, onnipotente</i>, di gran lunga superiore alla
-francese; ma già sentiva, contro la opinion del Giordani, di dovere
-attingere alle fonti popolari<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a>. Più tardi gli entrava qualche dubbio
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-circa l'assoluta superiorità della lingua italiana; e contro la comune
-opinione dei puristi e dei classicisti, s'avvedeva «che anche
-la notizia di più linghe conferisce mirabilmente alla facilità, chiarezza
-e precisione del concepire»<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a>; e pensava di scrivere un libro intorno
-alle lingue meridionali, cioè greca, latina, italiana, francese e
-spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo e non di cruscante. Gli
-era venuto a grandissima noja quell'eterno battagliare che si faceva
-in Italia intorno alla lingua senza risolver mai nulla, e si raccomandava
-allo Stella perchè non lasciasse sapere a nessuno che gli compendiava
-il Cinonio, temendone infamia di pedante, e d'esser posto
-dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella classe, dalla
-quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto cercato di separarsi»<a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a>.
-Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno che l'Italia avesse
-una lingua adatta ai tempi e alle necessità della nazione; onde,
-mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero italiani e non barbari,
-voleva pure si sciogliessero una buona volta dai lacci di quel
-purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal mondo, e il Vocabolario
-avessero in conto di consigliere e d'ajutatore, non di tiranno<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a>.
-Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva, come avrebbe potuto
-dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi <i>oramai cadevano, non
-sulle parole, ma sulle cose</i><a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a>.
-</p>
-
-<p>
-I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il
-Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del
-poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia
-in prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa
-fosse adoperata in luogo del verso<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene
-scrivesse alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-la letteratura per un buon secolo»<a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a>, non fosse poi tanto
-avverso ai romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora
-dalle sue relazioni con l'<i>Antologia</i>, e da certi giudizii suoi sopra
-alcuni dei più grandi scrittori del tempo.
-</p>
-
-<p>
-L'<i>Antologia</i>, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole contrarie,
-fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica, e
-fece, con più temperanza, in Italia quello che il <i>Globe</i> in Francia.
-Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura
-questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma
-nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni
-della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille
-e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di
-fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del classicismo,
-davano assai volentieri addosso all'<i>Antologia</i>, non sempre per
-ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per quelle. Sollecitato
-infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e di che più gli
-piacesse, il Leopardi nell'<i>Antologia</i> non istampò se non un saggio
-delle <i>Operette morali</i><a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a>; ma non è quasi lettera sua al Vieusseux stesso
-ove non si leggano grandissime lodi di quello ch'egli apertamente
-chiamava il miglior giornale d'Italia<a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a>, mentre non celava punto il
-proprio disprezzo per la <i>Biblioteca Italiana</i>, con la quale ben presto
-si ruppe, e pel <i>Giornale arcadico</i>, entrambi avversarii fierissimi del
-romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al Tommaseo, prima
-che si guastassero<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a>, e al Montani, senza aspettare che questi abjurasse:
-e il Montani, levando a cielo i versi del Leopardi, malmenati
-dagli arcadi<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a>, affermava di udire in essi «la voce di un fratello di
-Werther»<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a>. Il precetto che nell'<i>Antologia</i> dava il Tommaseo, combattendo
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-la mitologia: «scrivere come il cuore li detta; e scrivere
-a giovamento dei più», non poteva non avere l'assentimento di quel
-Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole in tutto consone a
-queste.
-</p>
-
-<p>
-Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori contemporanei.
-Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani,
-gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826,
-leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie,
-come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture
-tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione,
-e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri,
-mistici e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi
-piacciono veramente molto»<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a>. Il Goethe un mistico e un visionario!
-Strano troppo che al possibile autore della <i>Storia di un'anima</i> non
-avesse almeno a piacere il <i>Werther</i>; ma è da ricordare che il Leopardi
-non seppe di tedesco.
-</p>
-
-<p>
-Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè
-male<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a>, parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale,
-com'è noto, lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze,
-classica e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il
-Leopardi scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni
-del secolo, e delle anime sensitive e calde come la tua»<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a>. Dell'Hugo,
-il quale, dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne
-anche in Italia, non una parola<a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-</p>
-
-<p>
-Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi
-rintracciando le infiltrazioni romantiche<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a>, il Leopardi ebbe, in tempi
-diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818, stampate in
-Roma le due canzoni <i>All'Italia e Sul monumento di Dante</i>, il giovane
-poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a colui
-che, con pochissimi altri, sosteneva l'<i>ultima gloria</i> della patria. Più
-tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede del Monti
-un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto ammirativo
-dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa e del verseggiare,
-ma soggiungendo poi subito che gli mancava «tutto quello
-che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e profondo, sia sublime,
-sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta dell'orecchio e
-non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante freddezza e
-aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici greci e
-latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, per esprimerli
-elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro che tradurre
-i classici<a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a>. Che cosa avrebbe potuto dire di più un romantico?
-</p>
-
-<p>
-La <i>divinizzazione</i> che del Manzoni fece il Tommaseo nell'<i>Antologia</i>,
-e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva
-al Leopardi<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a>; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri
-gli davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto
-del 1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei <i>Promessi
-Sposi</i>, scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano
-il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo
-lodavano<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a>; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso
-Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente
-il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità
-e degno della sua fama»<a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a>. Il Mamiani riferì un giudizio del
-Leopardi sui <i>Promessi Sposi</i>, sfavorevole nei rispetti civili, ma non
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-in quelli dell'arte<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a>; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso poeta scriveva
-al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale,
-non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di
-un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui
-che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e
-rispettabile»<a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a>. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco,
-ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di
-portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo,
-meno il romanzo che quei di casa già possedevano<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a>; e in quello stesso
-mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato
-il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera;
-e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una
-città, il quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente.
-Pisa piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di
-città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto
-così romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale<a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a>. Non sappiamo
-quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico
-ciò che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo
-che il poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che
-fu comune ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario
-i pochi versi della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con
-desiderio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> O torri, o celle,</p>
-<p class="i01">O donne, o cavalieri,</p>
-<p class="i01">O giardini, o palagi! a voi pensando,</p>
-<p class="i01">In mille vane amenità si perde</p>
-<p class="i01">La mente mia.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era
-divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsi
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-che in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è
-da notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici,
-la poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate,
-non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamarono
-<i>esotismo</i><a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a>. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il
-Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento,
-il cuore.
-</p>
-
-<p>
-Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte
-l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi,
-di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori,
-il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche e
-metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo sciolto:
-come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto, che in
-Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel capo
-di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè
-ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque
-del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione;
-e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose
-discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò
-le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè stesse,
-attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo qual modo,
-oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto; non corse
-dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare i periodi;
-non credette che la virtù somma dello stile stesse nel pittoresco<a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a>.
-Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici nostri; e se
-desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata, fluida, armoniosa,
-propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava fosse «da
-cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da' greci quanto
-a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così forme come
-parole»<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a>; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente, perspicuo, ma
-un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto avrebbe voluto, e
-senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti, di quegli ardori
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-di cui più si compiacevano i romantici. Ancora il Leopardi cura la
-composizione quanto i romantici la trascurano, e se quelli molte
-volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno nei versi che
-nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della inspirazione,
-il personale e l'impersonale, con senso della proporzione e con aggiustatezza
-che da quelli non si conobbe.
-</p>
-
-<p>
-Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che
-il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a
-trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può,
-come il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici;
-sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è
-assai più romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a
-paragone della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza,
-di euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che
-il Leopardi, guardato nell'arte, è assai più classico che romantico.
-</p>
-
-<p>
-Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito
-e più distesamente.
-</p>
-
-<h3 id="leop7">CAPITOLO VII.
-<span class="smaller"><span class="smcap">L'arte del Leopardi.</span></span></h3>
-
-<p>
-Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento
-da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale
-è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte; direbbe
-cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta
-la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o architetto,
-o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii pensieri
-e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co' proprii
-nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte sua varia,
-talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia la composizione
-e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde la instabile sua persona
-continuamente si forma e si sforma. Natura povera, arte povera;
-natura esuberante, arte esuberante. Studiando le tele di Raffaello,
-di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino ad un
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di Raffaello,
-di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta
-sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo
-la <i>Commedia</i>, potremmo intendere che maniera d'uomo egli
-fosse; anzi il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa
-la biografia più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi
-versi. Se un uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere
-a un'arte, l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori,
-che hanno poco carattere, producono arte senza suggello,
-mentre i genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima,
-anche quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo,
-premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare
-l'arte; ciò nondimeno esso propriamente non preme e non opera
-se non mediatamente, attraverso l'organismo mentale e corporeo
-dell'artista. Ma non per questo si può dire che conosciuto quel doppio
-organismo, sia pur conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne
-proviene; dacchè, per una parte, è impossibile in pratica, e nelle
-presenti condizioni del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli
-eccitamenti e delle innumerevoli inibizioni che di continuo si
-producono nell'anima dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che
-l'uomo riceve per virtù di ragione, essendo indipendenti, almeno
-entro certi limiti, dalla complessione e dall'indole, possono operare
-sull'arte in modo disforme dall'indole e dalla complessione, o anche
-in contrasto con esse. Che la terra gira intorno al sole e non il sole
-intorno alla terra, è verità che può piacere agli uni e dispiacere agli
-altri, ma che, dimostrata, entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno
-come del linfatico, così del robusto come del gracile, e che
-entratavi, opera sì in conformità di quelle nature che l'hanno ricevuta,
-ma opera ancora in conformità di sè stessa. Persuasosi, per via di
-ragionamento, della verità di certe dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò
-i proprii gusti, e deliberatamente esercitò l'arte in contraddizione
-co' proprii istinti e con le proprie inclinazioni.
-</p>
-
-<p>
-Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora
-d'instituire una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato
-organismo fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse
-per le vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda
-tempra di un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza
-del sistema nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si
-può dire che la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto,
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-non senza ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò
-tutte l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi,
-come abbiamo notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera
-di poeti che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente
-la scienza; sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar
-perniciosa.
-</p>
-
-<p>
-L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino
-appena a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere
-indietro la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende
-più a raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi,
-dacchè ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli
-di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato,
-avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove
-non è veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia
-in misero corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di
-pensiero dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè
-rifarà la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai
-gradi di un lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli,
-non di una vera e propria epopea, ma di una comprensione epica
-delle cose; e se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità
-di creature drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà
-ad intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma
-della vita.
-</p>
-
-<p>
-La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed elegiaca,
-onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono, fuor
-d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non ebbe mai,
-nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si potrebbe
-chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità la quale
-permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente dalla
-considerazione del bene e del male che a lui in particolare può derivarne.
-Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi ebbe
-quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo
-sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto
-di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli abbraccia
-nella connessione e universalità loro. La opinione espressa
-da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato
-meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta,
-è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella
-infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po'
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-attento che si faccia della sua posteriore poesia<a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a>. Bensì quella infelicità
-avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri particolari,
-e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico quanto
-gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare un Leopardi
-autore di una vera e propria epopea (i <i>Paralipomeni della Batracomiomachia</i>
-non sono se non satira), come non si riesce ad immaginarlo
-autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè
-di un romanzo (salvo che fosse il <i>romanzo di un'anima</i>).
-</p>
-
-<p>
-Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta,
-determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica, dall'ambiente,
-dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita. Si deve
-credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe riuscito
-o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il Leopardi
-avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il Leopardi
-non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima metà del
-presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato altrimenti;
-se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più dilettosamente
-che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato suo più multiforme
-e più largo, quella che produce l'arte; e bene il seppe lo
-Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria inspirazione poetica
-alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de' sentimenti provati,
-de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante l'amor per Beatrice,
-l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa, e torrete di
-mezzo al tempo stesso la <i>Divina Commedia</i>. Il tema e l'indole delle
-grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono.
-</p>
-
-<p>
-Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto,
-dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno
-con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni
-preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto
-variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamente
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-l'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere fortune,
-o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo poetico
-di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale per ineluttabile
-influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo domina, e pel
-fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra. Poeta pessimista
-e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che l'uno
-supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato in modo
-immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può essere significato
-per via di persone, di azioni e di simboli, come altri poeti pur
-fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista in veste cristiana;
-ma fu un pessimista che visse assai, amò assai, godette assai,
-militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi d'America,
-errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia le vestigia delle
-divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e però non è meraviglia
-se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben s'intende, la
-facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far rivivere tante cose,
-sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al quale proposito
-osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait faire sa palette
-et amasser ses couleurs»<a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a>. Altrettanto si deve dire del Byron.
-Anche l'autore del <i>Don Giovanni</i> giudicò la vita uno stolto ed inutile
-sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo tutto, con
-quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior possibile intensità;
-e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema, nel dramma,
-le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo dà vita a
-un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di tenebre cupe
-e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla subitanea
-creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de Lisle
-non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui, pur
-concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore della <i>Ginestra</i>,
-si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno rende
-immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia,
-l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente,
-che, sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di
-metalli preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e
-del cielo, la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia,
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-può il pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e
-voce: tragico, romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro,
-petulante, beffardo nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico
-nel De Musset; deforme e delirante nel Baudelaire.
-</p>
-
-<p>
-Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai
-più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza, la
-chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men virtù
-che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella poesia è
-il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta ponderazione
-di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di parole, o stratagemmi
-d'immagini, intesi a far colpo e stordire il lettore, che sono
-così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia dell'Hugo. Sempre,
-per contro, idee facilmente intelligibili, e sentimenti facilmente comunicabili;
-onde avviene che anche chi non consenta col poeta nei principii
-e nelle illazioni, intende senza sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte.
-La poesia del Leopardi è intellettiva e sentimentale; e come
-intellettiva, rifugge forse un po' troppo dalle immagini, che son quasi
-il tutto di altri poeti; e come sentimentale, si restringe forse a troppo
-picciola parte di sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima
-qualità è da dire che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto
-che l'immagine, non si muta se non di rado in argomentatore; che
-il primo germe delle sue poesie non è mai un'idea astratta; o, se è,
-il poeta sa per tal modo fonderla col fatto concreto, col sentimento e
-la immagine, da far del tutto, almeno nei componimenti migliori, una
-unità indivisibile; e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite,
-nè ostenta formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta
-alla seconda, è da dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio,
-non si studia di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga
-in quella troppo fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per
-citare un esempio, il Lamartine<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a>. Ed è l'intima fusione del sentimento
-con l'idea, e di entrambi con le immagini<a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a>, quella che conferisce
-tanta e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale,
-pure esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare,
-ed essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesce
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-un tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar
-modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga,
-velata, fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la
-poesia del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi,
-che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja;
-abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei
-sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione
-e senza lasciare quella impressione di <i>grigio su grigio</i> di cui
-un critico si lamenta<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a>. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli
-arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò
-che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che se
-in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un sentire
-che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in più
-particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si
-sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con
-la <i>Wehmuth</i> e la <i>Sehnsucht</i> dei Tedeschi, e poco allignano in Italia;
-ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina,
-ma quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e
-storia di popolo richiedano.
-</p>
-
-<p>
-Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici
-costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di
-doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e forse
-s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto cominciano
-le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed elastico
-nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba propriamente
-intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino nello
-stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile fare
-l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni e reazioni,
-e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e psichico, per cui
-molte cause rimangono continuamente frustrate de' loro effetti, e
-l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da un'altra. Onde,
-salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna assai malsicuro,
-e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio.
-</p>
-
-<p>
-Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una distinzione.
-Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole
-riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondo
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-i tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo
-onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile.
-La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una
-persona che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del
-volto e la forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti,
-che il poeta vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma
-vere e proprie idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta
-noi conosciamo un uomo che ordina, collega e governa le proprie
-idee, e riesce a vedere anche attraverso al proprio sentimento. Nè
-vi si nota quell'eccesso, sicuramente morboso, dell'<i>egotismo</i>, per cui
-l'uomo fatto estraneo a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità
-sua propria, e tanto nel modo di concepire, di sentire e di
-esprimersi studia e si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo
-inintelligibile, nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi
-a certi esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva
-e morale ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe
-in sommo grado erroneo ed ingiusto.
-</p>
-
-<p>
-Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun
-che dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi,
-poi in attinenza col pensiero e col sentimento.
-</p>
-
-<p>
-Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono
-superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza, è
-consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano il
-tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il tutto;
-e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza loro
-crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura vogliono
-l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o si pervertono,
-quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero primamente
-e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire in
-mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e
-i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è
-più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie tanto
-da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche da chi
-abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto si
-scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di quelli;
-e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non faccia palese
-e certa testimonianza.
-</p>
-
-<p>
-Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua?
-</p>
-
-<p>
-Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam già
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-notato) non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso.
-Luce e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante,
-che anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello
-Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi
-che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione
-assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di
-un dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si
-può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista.
-Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine manuale
-non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè alla
-pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia sottrasse di
-pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore<a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a>. È da avvertire,
-per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non soltanto la condizione
-particolare e propria del poeta, ma ancora l'influsso che può
-avere esercitato sopra di lui una scuola, certa tradizione d'arte o
-certa qualità di studii. Che la tavolozza del Leopardi è povera, gli è
-un fatto<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a>; ma non bisogna dimenticare che per lo spazio di un secolo
-l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il gusto, aveva fatto il possibile
-per togliere dalla tavolozza poetica qualsiasi colore.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e
-sino dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa,
-che quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione,
-a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò
-che per gli altri è una <i>festa degli occhi</i>, doveva essere per lui un tormento;
-e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte
-gli spettacoli teatrali<a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a>, de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure
-talora a compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda,
-non la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato.
-I sensi possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria
-delle percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione
-loro; e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale
-non ostante la imperfezion della vista; un uditivo non ostante
-la imperfezion dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-migliore vista e miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo,
-dirsi nè visuali nè uditivi.
-</p>
-
-<p>
-Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia
-punto un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non
-vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente
-le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante ancor
-essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con le parole
-la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così detti impressionisti
-del tempo nostro non veggono più la linea, il contorno, ma
-soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il Leopardi
-avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo da
-fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta
-ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento,
-come s'è già notato, da opere di scultura<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque
-une douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a>.
-Povera critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi
-aduggiati, e spande intorno la <i>divina luce</i>, l'<i>alma luce</i>, l'<i>etereo lume</i>,
-e colora il cielo delle rose della <i>tacita aurora</i> e delle porpore del tramonto,
-e arde in pien meriggio, e saettando <i>i tremoli rai</i>, brilla sui
-campi, e fa rosseggiare il <i>tetto del villanello industre</i>, e <i>naufrago
-uscendo</i> dalle nuvole antiche l'<i>atro polo di vaga iri</i> dipinge, e
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> folgorando intorno</p>
-<p class="i01">Con sue fiamme possenti</p>
-<p class="i01">Di lucidi torrenti</p>
-</div></div>
-
-<p>
-innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna
-l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le <i>purpuree faci delle
-rotanti sfere</i>, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi
-occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la <i>notturna lampa</i>
-tralucente dai balconi, e le <i>ardenti lucerne</i>, e contemplavano da
-lunge
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> il baglior della funerea lava</p>
-<p class="i01">Che di lontan per l'ombre</p>
-<p class="i01">Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-allo spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso
-di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi
-in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata
-del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non
-gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni in
-Firenze<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a>. E non fu così povero visuale che non riuscisse a far vedere
-a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di salire il colle
-e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa spartana che
-sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe vinto dal fato,
-ma non domo,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Quando nell'alto lato</p>
-<p class="i01">L'amaro ferro intride</p>
-<p class="i01">E maligno alle nere ombre sorride;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba; e la
-vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli che ruzzano
-sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa bottega, al
-lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in tutt'altr'ordine
-d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio e le rovine
-della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e ricordate
-non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto spiccati,
-ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e contemplatore
-di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse dentro abbastanza
-intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto di parlar
-di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti moti dell'animo,
-che importavano altri modi di manifestazione e di espressione. Non
-bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto un intellettuale
-e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la vivezza delle idee
-e dei sentimenti superi quella delle sensazioni e delle percezioni; e
-che queste, senza perciò essere di necessità deboli, servano, più che
-ad altro, a suggerire e muovere quelli. La immagine della Silvia è
-appena accennata: negre chiome, occhi ridenti e fuggitivi, sguardi
-innamorati e schivi, un atteggiamento di persona gentile, che lenta
-e pensosa ponga il piede sopra una soglia. Ma notisi, per altro, come
-in quei pochi versi le immagini non ottiche propriamente riescano,
-per via di associazione, a suscitare immagini ottiche; sicchè da ultimo,
-la Silvia noi crediam di vederla. La immagine della Nerina si
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-può dire che non sia nemmeno accennata. Quella dell'Aspasia si delinea
-e si colora un po' più: alle denotazioni vaghe e generiche si
-aggiungono, in una certa misura, le precise e specifiche. La <i>superba
-visione</i>, l'<i>angelica forma</i>, è vestita del <i>colore della bruna viola</i>, offre
-all'altrui sguardo <i>niveo collo, man leggiadrissima</i>, lascia indovinare
-il <i>seno ascoso e desiato</i>, e appar da ultimo viva e salda,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i07"> inchino il fianco</p>
-<p class="i01">Sovra nitide pelli, e circonfusa</p>
-<p class="i01">D'arcana voluttà,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel pittore,
-o per lo scultore.
-</p>
-
-<p>
-Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il
-sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi
-a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose, si piace
-di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli; e a quelli il
-lettore può poi risalire per la via dell'associazione e dell'induzione.
-Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi desterebbe la vista della
-realtà, se l'avessimo presente, ci dà modo, con isquisito magistero
-d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di ricreare quella realtà. Sì fatto
-procedimento appar manifesto, più che altrove, nella canzone <i>Sopra
-il ritratto di una bella donna, scolpito nel monumento sepolcrale della
-medesima</i>. Un altro poeta avrebbe forse tentato di far rivivere la bella
-donna morta e di farcela apparire davanti, descrivendola minutamente:
-il Leopardi non descrive; ma ricorda quel <i>dolce sguardo</i>,
-che fece tremare ognuno in cui s'affisò; quel labbro, da cui, come
-da <i>urna piena</i>, traboccava il piacere;
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> quel collo cinto</p>
-<p class="i01">Già di desio; quell'amorosa mano</p>
-<p class="i01">Che spesso, ove fu pôrta,</p>
-<p class="i01">Sentì gelida far la man che strinse;</p>
-<p class="i01">E il seno, onde la gente</p>
-<p class="i01">Visibilmente di pallor si tinse.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle
-sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di
-sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente,
-la fanciulla del <i>basso rilievo antico sepolcrale</i><a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-</p>
-
-<p>
-Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato
-proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia
-ritrarre singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli
-non descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire
-al descrivere. Così, per esempio, nella <i>Vita solitaria</i>, la scena
-del lago
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Di taciturne piante incoronato,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela
-veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne' versi
-del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel riconoscere
-che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed accenni
-negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che s'increspi,
-non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo, non farfalla
-che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto negativo
-del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo obblia; e
-nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non sono
-immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il poeta
-al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il poeta
-ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie dorate,
-agli orti, al mare, al monte, soggiunge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Lingua mortal non dice</p>
-<p class="i01">Ciò ch'io provava in seno.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Così, finalmente, l'<i>erme contrade</i> che si stendono intorno a Roma
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella <i>Ginestra</i>,
-quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al passeggiero.
-In quella stessa <i>Ginestra</i> sono, del resto, le più compiute
-descrizioni che il Leopardi abbia fatte<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà
-parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma tale
-manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto della deficienza
-del senso, quanto della subordinazione del senso al sentimento
-e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion necessaria di alcune,
-a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua. Ad ogni modo gli è
-cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando traduce, per
-così dire, i termini del mondo esteriore in termini del mondo interiore,
-riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e di sodezza che
-molte volte si desidera invano in poeti che descrivono a lungo e minutamente.
-Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio sentimento le
-cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii sentimenti facendo
-attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con l'ajuto de'
-sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto quando traduce,
-perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici di una
-poesia tutta giovanile quale il <i>Primo amore</i> (lo scalpitar dei cavalli
-nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della <i>Quiete dopo la tempesta</i>
-e del <i>Sabato del villaggio</i>; e qua e là certe descrizioni vere e
-proprie, come quella della procella notturna nel frammento, giovanile
-ancor esso, che comincia <i>Spento il diurno raggio in occidente</i>,
-e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella <i>Ginestra</i>; mostrano
-che non si può accogliere senza qualche riserbo la opinione
-espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al Leopardi
-mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a>; e mostrano
-essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non potersi
-ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e come la
-natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise.
-</p>
-
-<p>
-Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè
-che il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli,
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire
-che il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi
-fu quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo
-suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare
-un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma o di
-colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e inconsapevolmente
-inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è tolta
-negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo dalle
-cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che acustiche.
-Così è che il poeta dirà volentieri <i>sibilanti selve, etra sonante, echeggiante
-arena, ululati spechi, tacita aurora</i>, ecc. ecc.; e volentieri si
-servirà di termini di suono per far sorgere in noi le immagini delle
-cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel suono; e
-facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai pensieri
-stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che per la
-via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia che si
-tacciano sonnolente (<i>tacita selva, taciturne piante</i>), sin che susurrino
-al vento (<i>l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De' faggi Il
-murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; — susurrando
-al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva</i>). Dell'onda
-alpina il poeta noterà l'<i>inudito fragore</i>, e della lava, il suono
-che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano e nella
-quiete dei campi sonerà <i>arguto carme d'agresti Pani</i>. La fanciulla
-della <i>Vita solitaria</i>,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che all'opre di sua man la notte aggiunge,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-è quasi tutta nell'<i>arguto suo canto</i>; e nel suo <i>perpetuo canto</i> è quasi
-il più della Silvia, e nella <i>gioconda voce</i> il più della gloria.
-L'artigiano che <i>a tarda notte</i> riede <i>al suo povero ostello</i>; l'altro che,
-cessata la pioggia viene a guardare l'<i>umido cielo</i>; il carrettiere,
-sotto <i>l'estremo albor della fuggente luce</i>; il <i>faticoso agricoltore</i> smarrito
-in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun col canto; lo
-zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I <i>nuovi nati</i> miagolano.
-E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che non gli aspetti degli
-animali: il <i>canto de' colorati augelli</i>, e in ispecie quello del passero
-solitario, ond'<i>erra l'armonia</i> per la valle; l'usato <i>verso</i> della gallina:
-lo scalpitar dei cavalli impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar
-degli armenti; il canto
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Della rana rimota alla campagna.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-</p>
-
-<p>
-Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e discernere
-i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un sospirar
-di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli; un stridere
-del carro che riprende il cammino; il <i>lieto rumore</i>, che fanno
-i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle <i>tranquille opre de'
-servi</i>: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo; la voce
-delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che viene;
-un <i>tonar di ferree canne</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che rimbomba lontan di villa in villa;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e
-non ascolta il Leopardi, se nemmeno il <i>romorio De' crepitanti pasticcini</i>
-lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli s'industria
-di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore di
-suono; onde il <i>calpestio de' barbari cavalli</i> sta a significare le invasioni
-barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè nell'armi,
-in un <i>fragorio</i>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che n'andò per la terra e l'Oceáno;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime in uno
-<i>sconsolato grido</i>; e al <i>grido</i> degli avi, e al <i>suono</i> dei popoli antichi,
-si contrappone il <i>suono</i> dell'età presente. Il poeta dirà <i>sera delle
-umane cose</i> e <i>infelice scena del mondo</i>, metafore suggerite da immagini
-visive; ma dirà pure <i>suono della vita</i>, e <i>ascoltare il flutto dell'ore
-putri e lente</i>. Affacciandoglisi al pensiero la morte, egli súbito
-corre con la fantasia
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i04"> al suon della funebre squilla.</p>
-<p class="i01">Al canto che conduce</p>
-<p class="i01">La gente morta al sempiterno obblio.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un
-visuale del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale.
-</p>
-
-<p>
-Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono rintracciar
-ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto vi si accusa
-appena in pochi epiteti, di cui <i>molle</i> è uno de' più frequenti<a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a>. Il
-gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto <i>amaro</i>. L'olfato vi
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-tiene un po' più di luogo con molta uniformità di epiteti generici:
-<i>primavera odorata, odorate piagge, odorati colli, Eden odorato, selve
-odorate della ginestra, dolcissimo odore della ginestra, profumo di
-fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti di fiori, fumo de' sigari odorato</i>.
-La immagine di Aspasia è nella fantasia del poeta associata col ricordo
-del profumo <i>de' novelli fiori</i> onde erano, certo giorno, <i>tutti odorati</i>
-gli appartamenti della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare
-qualcosa, e trarci magari a discorrere di certe peculiari forme di
-erotismo, se la povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in
-modo, a mio credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel
-Leopardi. Leggiamo, gli è vero, nei <i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>:
-«E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori:
-perchè giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di
-sè, che qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al
-diletto; e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser
-fatto pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a>; ma tutto
-ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma
-popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare
-l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che
-quelle parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento
-della iperosmia del poeta<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a>. Siamo qui ben lungi da quella
-iperestesia olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire;
-ma siamo anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni
-sensorie. I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse,
-ma non pervertite.
-</p>
-
-<p>
-Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi;
-ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e
-di torpore di cui fanno ricordo la <i>Vita solitaria</i> e il <i>Risorgimento</i>;
-e se il muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno,
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti
-di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra
-certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie
-volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di moto.
-Egli dirà che la primavera <i>esulta per li campi</i> e il nembo <i>per l'aere</i>;
-che il tuono erra <i>per l'atre nubi e le montagne</i>; che l'aura, e il canto
-del passero solitario, errano per i prati e la valle. L'amore è una
-<i>formidabil possa</i> che tutto avvolge. Lo spirito erra pel delizioso mare
-della musica come
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ardito notator per l'Oceáno.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di
-moto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Noi l'insueto allor gaudio ravviva</p>
-<p class="i01">Quando per l'etra liquido si volve</p>
-<p class="i01">E per li campi trepidanti il flutto</p>
-<p class="i01">Polveroso de' Noti, e quando il carro,</p>
-<p class="i01">Grave carro di Giove, a noi sul capo</p>
-<p class="i01">Tonando il tenebroso aere divide.</p>
-<p class="i01">Noi per le balze e le profonde valli</p>
-<p class="i01">Natar giova tra' nembi, e noi la vasta</p>
-<p class="i01">Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto</p>
-<p class="i01">Fiume alla dubbia sponda</p>
-<p class="i01">Il suono e la vittrice ira dell'onda.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne tessè
-l'<i>Elogio</i>, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille giri, e cangiar
-luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non istare mai fermi, e,
-insomma, esercitare continuamente il corpo. Al tranquillo raggio
-della luna egli vede danzare le lepri nelle selve; e, al sopravvenire
-del giorno, la fiera agitar per le balze la <i>plebe delle minori belve</i>.
-Vede, sui campi di battaglia, <i>fluttuar</i> fanti e cavalli<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a>: vede
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> intralciare ai vinti</p>
-<p class="i01">La fuga i carri e le tende cadute.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale
-<i>sterminatore</i>. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a significare
-e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà <i>l'onda e il turbo
-degli affetti</i>; dirà che, <i>violento irrompe nel Tartaro</i> chi si dà volontario
-la morte. L'italica virtù giace <i>divelta nella tracia polve</i>;
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i06"> dalle somme vette</p>
-<p class="i01">Roma antica ruina.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e
-vivissime:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Prima divelte in mar precipitando,</p>
-<p class="i01">Spente nell'imo strideran le stelle;</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i06"> Ma se spezzar la fronte</p>
-<p class="i01">Ne' rudi tronchi, o da montano sasso</p>
-<p class="i01">Dare al vento precipiti le membra.....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato <i>A un vincitore nel
-pallone</i>. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire
-che nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente
-come taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento
-operino assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare
-davvero assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con
-altri poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo
-bisognasse altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue
-poesie dove si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra
-mai atta a suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi
-paralleli di altri poeti. Leggasi il canto che appunto <i>Alla primavera</i>
-s intitola; leggasi il <i>Passero solitario</i>: ben si sente in que' versi la
-primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle
-sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si
-muovono dentro.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Primavera dintorno</p>
-<p class="i01">Brilla nell'aria, e per li campi esulta,</p>
-<p class="i01">Sì ch'a mirarla intenerisce il core.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della
-dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e di
-tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe)
-esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della diversità
-grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de Lisle,
-come <i>La Bernica</i> e <i>L'aurore</i>. Più che un visuale, il Leopardi fu un
-uditivo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-</p>
-
-<p>
-Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte leopardiana,
-e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza con
-l'intelletto e col sentimento.
-</p>
-
-<p>
-Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta:
-«Io non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello
-scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo
-la quale, in due minuti io formava il disegno e la
-distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre
-aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinariamente
-non succede se non di là a qualche mese), mi pongo allora
-a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile terminare
-una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo
-è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente
-uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello»<a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a>.
-Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione, dacchè ci fa instruiti
-di cose che importano; non meno alla storia psicologica che
-all'arte del nostro poeta.
-</p>
-
-<p>
-Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel
-Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come
-istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e consapevole,
-sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti interviene
-il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della inspirazione
-si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un fiato; come
-faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle cose sue;
-e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il salto, se
-non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata si rinselva<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a>.
-Altri compongono alla ventura, senza sapere dove vanno a parare,
-e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da fare. Quelli tutto
-aspettano dalla inspirazione; questi negano che inspirazione ci sia,
-oppure la fanno consistere in un lungo e paziente esercizio. Ma la
-inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una finzione poetica;
-e se Platone e Aristotele nel volerla definire si contraddicono, ciò
-prova che la definizione è pericolosa e difficile. È dessa un moto che
-si produce nella parte più occulta e più recondita della psiche, e
-propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito di togliere in
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-prestito alla scuola herbartiana questa espression metaforica) del pensiero
-cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga e si irradia; e,
-data certa condizione statica e dinamica della psiche, si può credere
-che nasca ogni qual volta una particolare impressione repentinamente
-sommuova le energie elementari di quella, e provochi un irresistibile
-concorso e una spontanea coordinazione di svariati elementi e fattori,
-formando fuori della coscienza un aggregato, che nella coscienza
-poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione di un picciol
-mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro, e ch'egli scorge
-come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che gli sia dato d'intenderne
-la ragione e la genesi. Intorno a questo picciol mondo si
-viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle coerenti forme
-dell'arte.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione
-divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con
-sola una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo
-studio e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto
-comincia a pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un
-concetto repentino e spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come
-in potenza, l'organismo del componimento futuro; poi, <i>formato in
-due minuti il disegno e la distribuzione</i> di esso, se ne rimane ed
-aspetta. Ma non aspetta in ozio, come altri potrebbe credere; che
-anzi que' lunghi intervalli cui egli accenna, frapposti fra la prima
-inspirazione e il <i>momento</i> favorevole al comporre, sono tempi di
-preparazione feconda. Non v'è rimprovero molte volte più ingiusto di
-quello che da molti suol farsi ad artisti veri e probi, quando, non
-vedendo opera delle lor mani, gli accusano e biasimano di perdere il
-tempo nell'ozio. L'artista vero e probo lavora intensamente anche se
-paja non far nulla; o, a dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini
-lavorano dentro di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia),
-e lentamente maturano l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più
-particolar modo poeta, che in una od in altra occasione non abbia
-dovuto meravigliare di sè, vedendosi inopinatamente tanto cresciuta
-dentro una sembianza, una idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe,
-non sa d'avere altrimenti pensato. Il germe divenne pianta fiorita,
-senza suo studio o cura. Così è da credere lavorasse di dentro il Leopardi,
-quando sedeva immobile sotto una pianta, neghittoso in vista,
-immerso, in apparenza, in una specie di melanconia attonita. Un cervello
-meccanico non lavora se non col cómpito innanzi, a tavolino;
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-un cervello organico lavora in ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia
-e nel sonno. Teofilo Gautier diceva di non cominciare a pensare se
-non quando cominciava a scrivere; ma calunniava sè stesso, non
-intendendo che, mentre non iscriveva, la sua mente era occupata, sia
-pure senza addarsene, in raccogliere, elaborare, accrescere, coordinare
-quelle infinite immagini che formano la sostanza dell'arte sua<a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi
-quando dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e
-fiacco da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere
-che nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non
-poter fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e
-d'essere forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte,
-come afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma
-fatica, o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera
-fede ai suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta
-a schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra
-di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa
-faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa
-io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè
-leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi e
-della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere ch'io
-vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la facoltà
-dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se non
-che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e
-per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella
-seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a>. Di tali
-miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da
-Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito,
-e si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella;
-il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le <i>Ricordanze</i>, la
-<i>Quiete dopo la tempesta</i>, il <i>Sabato del villaggio</i>, e, in parte, il <i>Canto
-notturno di un pastore errante dell'Asia</i>.
-</p>
-
-<p>
-Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo
-meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati o
-menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso
-che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e
-fo tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho,
-non solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero
-quattro vite»<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a>. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano
-tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali
-io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano
-un'ora di bene»<a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a>. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono tanto
-più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad esecuzione;
-perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I
-titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e per
-tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati in carta
-così alla peggio»<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a>. E di nuovo al Colletta, dopo un elenco non breve
-di alcuni de' suoi <i>castelli in aria</i>: «Voi riderete di tanta quantità di
-titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite non basterebbero a
-colorire tanti disegni. E questi non sono anche una quinta parte degli
-altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più, e perchè in quelli non
-potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza molte parole»<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu
-rien faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier;
-c'est à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit
-dans mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-cerveau»<a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a>. Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere
-composto il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in
-cui, aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole
-e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo
-nel comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite
-più sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna
-alla <i>sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere</i>, di cui era
-sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a>. Ma
-mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale tardità
-di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu piuttosto
-effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non lascia che il
-poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i racconci;
-ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare ogni via di
-ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si ristringa alla parte
-più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che altro, di ripulitura.
-Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva con diligentissima cura
-i proprii manoscritti, e quand'erano troppo infrascati di correzioni,
-li faceva copiare o li copiava egli stesso.
-</p>
-
-<p>
-Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente,
-senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti
-poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della
-inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè
-il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e che
-l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si conosce
-che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure
-si pensava»<a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già
-nel senso che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva
-dal Goethe, il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e
-lo commovesse dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi
-a richiesta altrui<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a>; ma certamente ancora non <i>si propose</i> mai di far
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-versi, nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam
-veduto, se l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente
-si sarebbe tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello.
-È questo uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione
-poetica; mentre è segno sicurissimo del contrario l'andare a
-caccia di temi poetici, e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene
-troppo con altrui, e chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici
-nostri, che da prima deliberarono di comporre epopea oppure tragedia;
-poi, fermato così in generale il proposito, cominciarono a
-disputare seco stessi o con altri, se dovesse essere epopea eroica o
-cavalleresca, se tragedia di soggetto greco o latino o moderno, e
-quanto potessero emanciparsi dalle regole, quanto ad esse dovessero
-sottostare! La vera e grande poesia nasce dalla plenitudine della
-mente e del cuore, e come vena d'acqua che venga su dal profondo,
-scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò diceva il Leopardi che la
-<i>smania violentissima di comporre</i> non gliela davano altri che la natura
-e le passioni<a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo
-del nostro poeta l'organismo poetico.
-</p>
-
-<p>
-Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle
-proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe
-indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più
-il poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello
-che il lettore si sarebbe aspettato»<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a>. Non è questo, come altri potrebbe
-credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo schietto
-riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia di esso
-Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che assai
-volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da fatti
-particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si allarga
-a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del
-lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere.
-Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi
-giunga; nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono
-ad altri poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade
-di leggere versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di
-stile, o per inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola,
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-che ha tanta presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo
-considerava come una creatura vivente:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo
-conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in movimento
-l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza
-immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare ricordo.
-Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che ne
-consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla ordinaria
-sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità affatto
-insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine di sentimenti
-e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così tosto
-si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si propaga
-per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori e le
-idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e provocando
-di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e complesse: onde
-avviene che il verso di un passero solitario svegli nel poeta il sentimento
-angoscioso della solitudine propria, il rimpianto della giovinezza
-senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro e doloroso avvenire;
-e la vista di una siepe e lo stormire di poche piante siengli
-eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii e sovrumani silenzii,
-e a meditare insieme il passato e il presente, l'infinito e l'eterno;
-e il tramonto della luna lo faccia pensoso del dileguare della
-giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto e d'ogni inganno
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ove s'appoggia la mortal natura.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto
-per isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi
-una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un
-tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta
-fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie leopardiane
-divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò appunto
-risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di una
-parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in
-quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno
-come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione
-del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può vedersi
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare dimostrazione,
-se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso; ma
-in nessuna si vede così spiccatamente come nella <i>Ginestra</i>; la qual
-poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse per
-questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la suggestion
-operi con più forza, e in cui da così modesto principio si svolgano
-conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà
-il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del
-poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla contemplazione
-universa delle storie e dei destini umani e della natura
-indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse
-la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a>, bisognerà
-riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi, e
-bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la
-cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della <i>Ginestra</i>
-non la cede a nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo
-fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo
-premeva il sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si
-sentiva meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore
-che ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando
-cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non
-però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta
-cessi di soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva
-cessato di piangere sopra sè stesso quando scriveva i <i>Tristi</i>; nè Dante
-aspettò nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema;
-nè quando s'accinse a scrivere il <i>Paradiso perduto</i>, aveva il Milton
-racquistata la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore
-di desiderio, con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del
-terzo suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte;
-e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli
-vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un
-amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben
-disse lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con
-un secreto intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi
-lenì l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-del suo dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate
-cose,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ancor che triste, e che l'affanno duri!<a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo
-lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di
-fatto riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le
-idee analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a
-primo aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è
-la maniera più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar
-ne' suoi versi; ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri
-poeti; e sempre lontana dal trito e dal triviale. Il <i>Tramonto della
-luna</i> poggia tutto sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza
-riposta, che il poeta discopre sotto il velo delle immediate
-parvenze, e rende palese ad altrui. Associazioni consimili abbiamo
-nel <i>Passero solitario</i>, nella <i>Quiete dopo la tempesta</i>, in <i>Amore e morte</i>,
-nella <i>Ginestra</i>; per non rammentare se non le poesie in cui occorre
-più spiccata e tiene più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a
-mostrare come l'animo del Leopardi sia poco inclinato all'associazione
-per somiglianza; la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla
-scarsità veramente notabile delle immagini (qui nel senso retorico),
-delle metafore, delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore
-più rilevate che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un
-elenco assai succinto, senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa.
-Eccone alcune delle più notabili: <i>Perchè i celesti danni Ristori
-il sole; e la fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E
-il naufragar m'è dolce in questo mare; travagliose strade della vita;
-onda degli anni; unico fiore dell'arida vita</i>. Più scarse ancora le
-comparazioni. Nella canzone <i>All'Italia</i> quella dei leoni e dei tori è
-comune e imperfetta. Un'altra ne abbiamo nel <i>Pensiero dominante</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Come da nudi sassi</p>
-<p class="i01">Dello scabro Apennino</p>
-<p class="i01">A un campo verde che lontan sorrida</p>
-<p class="i01">Volge gli occhi bramosi il pellegrino.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Una terza nella poesia <i>Sopra un basso rilievo antico sepolcrale</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Come vapore in nuvoletta accolto</p>
-<p class="i01">Sotto forme fugaci all'orizzonte.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dopo la canzone <i>All'Italia</i>, dove la patria depressa ed afflitta è
-personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone
-<i>Sopra il monumento di Dante</i>, dove, insieme con la patria, sono, tanto
-o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi non troviamo,
-da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre personificazioni<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a>.
-Il simbolo è frequente nella poesia del Leopardi, e basterà
-ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria distesa, vera e propria,
-non vi si trova.
-</p>
-
-<p>
-L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa
-di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco
-poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a
-sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio,
-a mio giudizio, increscevole, nella <i>Vita solitaria</i>, là dove il poeta a
-quella bellissima immagine:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> O cara luna, al cui tranquillo raggio</p>
-<p class="i01">Danzan le lepri nelle selve,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-appicca questo strascico inopportuno:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i10"> e duolsi</p>
-<p class="i01">Alla mattina il cacciator, che trova</p>
-<p class="i01">L'orme intricate e false, e dai covili</p>
-<p class="i01">Error vario lo svia.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene,
-l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso
-dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri
-più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo
-il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni frequenti;
-e molte delle sue poesie traggono da un contrasto inspirazione
-e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile, contrasto fra
-la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia, tra la fortuna e
-la virtù, ecc.; nel canto <i>Alla primavera</i>, e in altri, contrasto fra la
-felicità degli antichi e la infelicità dei moderni; nell'<i>Ultimo canto di
-Saffo</i>, nel <i>Consalvo</i>, nell'<i>Aspasia</i>, contrasto fra l'amore e la sorte
-o la malignità; nella <i>Sera del dì di festa</i>, contrasto fra il desiderio
-e la speranza del piacere e il disinganno; nella <i>Ginestra</i>, contrasto
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-fra la superbia e la miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre
-contrasto fra la natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la
-illusione e il vero<a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a>. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la
-luna, mentre Roma precipita:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Cognati petti il vincitor calpesta,</p>
-<p class="i01">Fremono i poggi, dalle somme vette</p>
-<p class="i01">Roma antica ruina;</p>
-<p class="i01">Tu sì placida sei?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte dell'orizzonte,
-il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a un
-susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone
-al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo dissidio,
-vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio.
-</p>
-
-<p>
-E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così volentieri,
-si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e dello spazio,
-risalendo alle prime storie del genere umano e agli antichissimi miti,
-smarrendosi nella vastità de' cieli stellati; dacchè il remoto, per una
-facile illusione del sentimento e della immaginativa, ci appare, non
-solo diverso dal prossimo, ma pure in contrasto con esso, e quasi
-una negazione di esso. Nessuno meglio del Leopardi conobbe l'affascinante
-poesia di quel lontano in cui l'anima, prosciogliendosi dalle
-cure angustiose, sottraendosi alla tirannide delle cose presenti e prementi,
-ritrova e sente tutta sè stessa, e rinnovata e libera si muove e
-si espande. E qui ancora è una delle ragioni di quel suo quasi culto
-delle rimembranze, dacchè ciò che l'uomo ricorda con più tenerezza
-e di desiderio, sempre contrasta, in una certa misura, con ciò che
-l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se non che s'è dovuto notar da
-altra banda quanto alle volte il Leopardi si tenga stretto alla realtà
-immediata e presente. Questa facoltà ch'egli ha di accostarsele e di
-scostarsene a suo talento acuisce mirabilmente in lui il senso dei contrasti;
-e dal contemperamento e dalla fusione di qualità che a primo
-aspetto non sembra si possono insieme accordare, viene alla sua
-poesia un'attrattiva assai nuova e rara.
-</p>
-
-<p>
-L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli epiteti.
-Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici, che servono
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta più particolarmente
-sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici e musicali
-che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione rigogliosa
-e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono elementi
-determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta misura e
-giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di semplice
-ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente
-nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e
-per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale
-gli epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza
-che gli psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale,
-sono appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore
-frequenza, come <i>ermo</i>, <i>solitario</i>, <i>deserto</i>, <i>romito</i>, <i>quieto</i>, <i>ignudo</i>,
-<i>eterno</i>, <i>infinito</i>, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo suo,
-e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico, della vita
-fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente alla caccia di
-quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte, l'<i>épithète rare</i>; nè
-mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed usurpatori che violentano
-o contraffanno le cose. Quello che Teofilo Gautier disse trasposizione
-delle sensazioni è artifizio presso che ignoto al nostro poeta.
-</p>
-
-<p>
-Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del
-Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica,
-anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri
-principali.
-</p>
-
-<p>
-Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e
-di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del Leopardi.
-Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni distinzione
-fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo stile»,
-sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un deserto
-inamabile, dove invano cerchi un fiore»<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a>. Ma chi mai vorrà acquetarsi
-a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in quello stile (e
-qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e poesia) è verissimo;
-ma non altrettanto vero che sia quello stile un deserto inamabile.
-Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un perfetto
-stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose del
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino più
-visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»<a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a>. Il
-Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa.
-Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo
-punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana
-quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le
-diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura
-solida e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse
-insomma eccellente prosa di tipo intellettuale<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a>. Ma ancora parmi si
-scosti dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a
-uno scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se
-non vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non
-solamente nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente
-dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento
-che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione
-di frasi e di periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello
-stile sono la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la
-chiarezza; doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello
-che dicesi stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi
-stile organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire
-ciò che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore
-veramente buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel
-medesimo ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il
-Leopardi considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni»
-come «quella cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale»,
-e della chiarezza disse esser essa il primo <i>debito dello scrittore</i><a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a>. Ma
-di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi voleva
-rifatto <i>il di fuori e il di dentro della prosa</i>.
-</p>
-
-<p>
-Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai
-Greci, dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni,
-egli ebbe in conto di <i>miserabili</i>)<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a>; ma si tace del nuovo ch'egli
-introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui seppe,
-più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie forme
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al Giordani:
-«L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come fanno i
-Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma i
-Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser
-letti, bisognasse adoperarla»<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a>:
-notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la
-prosa «geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così
-somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte
-in fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità
-morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in
-tutte quelle prose che sanno d'antico»<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a>. Che se per entro alle prose
-di lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova
-la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che contraddistinguono
-alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza
-che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di
-chi favelli di sè.
-</p>
-
-<p>
-Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il
-maggior luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che
-delle altre due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca
-(e più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e
-ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro
-la opinione dello stesso Giordani<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a>, il poeta sostenne essere la poesia
-alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere prima
-prosatori per poi riuscire poeti<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a>: verità incontrastabile, avvertita
-da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia intendere quanto
-sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in prosa ciò che intendon
-poi di mettere in verso, e perchè un poeta eccellente possa
-essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore, poeta pessimo<a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito,
-parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia
-una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il
-Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa
-vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera
-così piacevole all'occhio come la <i>y</i>; che al poeta occorre, non solamente
-di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe
-ha un suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio,
-l'occhio è allettato. Se la <i>visualità</i> può menare così lontano, noi non
-ci dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I
-versi del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo
-per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno,
-contano fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma
-ogni altra letteratura<a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a>.
-</p>
-
-<p>
-I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una
-seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni,
-ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente
-senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il
-Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente
-come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte
-immediato e diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia
-la perifrasi, e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che
-riconosciuta da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando
-a' dì nostri chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e
-squisito. E, per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa
-armonia generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo
-poetico, e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario
-colore de' suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o
-ben di rado dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un
-medesimo tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere
-di farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar
-questo trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile,
-difficilissimo magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe
-la sentenza del Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien
-est supérieur à un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma,
-sdegnando il verso che suona e che non crea, egli non gradirebbe già
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-il verso che creando non suoni, troppo bene sapendo come il suono
-in questa arte sia forza creativa, il verbo divino che trae dal nulla le
-cose.
-</p>
-
-<p>
-Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So
-che a taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce
-scarsa per questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile
-intender poco le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta?
-tanto possibile, credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi.
-Questa non è virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre
-vengano insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non
-d'altro nasce che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo
-intendere ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica
-comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza
-nel comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo)
-che il Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot,
-vogliamo intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della
-parola, della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità,
-alla natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come
-ognun vede, dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità
-della elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di
-ritmi il Leopardi è maestro grandissimo<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a>. L'arte ritmica di lui si dà
-a conoscere nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella
-studiata alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime
-delle sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte
-parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso,
-magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo e
-motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo
-sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre
-impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que'
-versi dell'<i>Ultimo canto di Saffo</i>, ov'è descritto il volgersi per l'aria
-del polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto
-vasto e il tumulto della bufera.
-</p>
-
-<p>
-Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito dell'armonia,
-la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile, soccorsi
-dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a>, da quella
-perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i grandi
-maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale in nessuna
-sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile, senza l'opera
-di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e nella manifestazione
-de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere rivali:
-la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il vano
-desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e
-l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto,
-l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella
-disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano quel
-senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono di
-strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone equilibrio,
-compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi, ora
-si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben
-guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e
-più copiosa fonte della sua poesia.
-</p>
-
-<p>
-Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne'
-versi di lui, per esempio nella <i>Vita solitaria</i> e nelle <i>Ricordanze</i>, un
-po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto) come
-uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire che
-la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli stessi criterii
-con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora, che quella
-tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella poesia del
-Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in grado di penetrare
-sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di sentimento. E
-ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai l'arte di
-produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle impressioni
-molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così è più sempre
-da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro le conseguenze
-e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente era in lui, riparato
-il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi dell'organismo,
-di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per non dire impossibile,
-scrutare il modo e la ragione.
-</p>
-
-<p>
-Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte
-emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente
-dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione
-propria e spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte
-i tesori dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia
-alla imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso,
-altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte l'opera
-del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e
-più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane
-uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni letteratura;
-e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come
-di straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli
-è poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori
-di lui: poeti eguali a lui non ci sono.
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-<span class="smcap">Avvertenza.</span> — Erano già stampati i fogli che precedono quando giunse
-notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le carte leopardiane lasciate
-dal Ranieri, delle quali è ripetuto ricordo in questo Saggio, le aveva
-affidate alle cure di appositi commissarii, che debbono prenderle in esame e
-fare le opportune proposte per la pubblicazione delle inedite.
-</p>
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-</p>
-
-<h2 id="esteti">PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI<a class="tagtitle" id="tag511" href="#note511">[511]</a></h2>
-</div>
-
-<p>
-Che c'è ora in letteratura, anzi in tutta quanta l'arte, una vera e
-propria reazione, la quale si va più sempre allargando, ognuno lo
-può vedere, solo che giri intorno lo sguardo; che tale reazione si
-esercita, con più deliberato proposito, contro il realismo e le sue
-varietà, ognuno può facilmente conoscere, solo che ne consideri gli
-andamenti e i caratteri generali; che essa finalmente, sia effetto e
-parte di un'assai più generale reazione che si viene compiendo nel
-pensiero e nella coscienza del tempo presente è cosa che si potrebbe
-arguire a priori, e che l'osservazione, anche più superficiale e affrettata,
-fa manifesto.
-</p>
-
-<p>
-Per discorrere della reazione particolare, che diremo letteraria,
-in modo adeguato del tutto, bisognerebbe prima, senza dubbio, discorrere
-della reazion generale; cercarne le cagioni e le origini;
-determinarne la estensione e il carattere; delinearne i procedimenti
-e le forme: ma sarebbe lavoro assai lungo, da non potersi costringere
-in poco tempo e poco spazio: e, da altra banda, di tal lavoro alcune
-parti furono già fatte; altre non si potranno fare se non da chi,
-dopo noi, guarderà questi moti essendone fuori, da lungi. Basterà
-qui pertanto accennare, o rammentare, le cose e i fatti più appariscenti.
-</p>
-
-<p>
-Guardata nel tutto insieme, la reazion generale appare quale un
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-moto avverso alla scienza positiva e al positivismo filosofico. Il secolo,
-giunto al suo stremo, si riconverte, sembra, a quell'idealismo che, accompagnando,
-e in parte promovendo, un'altra reazione, ne diresse
-gl'inizii. Rinasce, se non propriamente la credenza, il sentimento religioso,
-o almeno quell'inquieto e pungente senso del mistero che ne fa
-avvertire il bisogno e lamentare la mancanza. Il misticismo s'intrude
-anco una volta in quella scienza che l'aveva inesorabilmente sbandito;
-tenta di adulterarne i principii; si sforza di snaturarne i metodi e di
-offuscarne i fini: e molti, sdegnando gl'incerti compromessi e i connubii
-illegittimi, gridano che la scienza è venuta meno alle sue promesse,
-che il suo regno è finito, che la scienza è fallita.
-</p>
-
-<p>
-Non sono certo da disconoscere le molte cagioni di indole sociale
-e politica, e le intricate, e spesso non belle, ragioni di opportunità e
-d'interesse che concorrono a produrre quell'effetto; ma sarebbe errore
-il credere ch'esse sieno sole a produrlo. Che altre pur ve ne sieno,
-più recondite e men facili a scoprire e ad intendere, scaturienti dal
-proprio fondo della nostra natura e, forse, della universa natura, è
-fatto palese, parmi, dalla generalità stessa del moto, dalla molteplicità,
-varietà e rispondenza delle singole manifestazioni sue, e
-ancor più, se non erro, dal carattere stravagante e dall'insania più
-che probabile di alcune di tali manifestazioni. Il teosofismo e il magismo
-acquistano ogni giorno nuovi seguaci. L'alchimia ha i suoi
-iniziati e promette di nuovo, con la trasmutazione dei metalli, anche
-la pietra filosofale. L'astrologia torna in onore, e nella stessa Inghilterra,
-patria di Bacone da Verulamio e d'Isacco Newton, dello
-Stuart Mill e dello Spencer, anzi colà più che altrove, si rallegra di
-numerosi cultori, porge copiosa materia a giornali ed a libri. Credo
-abbia torto il Nordau, o abbia solo in parte ragione, quando nel
-nuovo misticismo altro non vede se non l'effetto della degenerazione
-crescente, o un avvedimento e un ripiego politico<a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a>. Non sono tutti
-degenerati per certo i seguaci e i fautori delle nuove, o rinnovate dottrine,
-e basta ricordare a questo proposito come, tra quelli che lo
-spiritismo conta in grandissimo numero, ve ne sieno notoriamente
-alcuni a cui la scienza va debitrice di grandi incrementi, e i nomi
-dei quali godono di celebrità meritata. Quanto alle ragioni politiche,
-se quelle che il Nordau viene additando possono, sino ad un certo
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-segno, spiegare il misticismo francese, non potrebbero spiegare
-egualmente l'inglese, o l'americano.
-</p>
-
-<p>
-Giova dire che la scienza stessa riaperse al misticismo la porta
-il giorno in cui, acquistata più sicura coscienza di sè, veduti meglio
-i proprii confini, confessò la impotenza propria in cospetto dell'<i>inconoscibile</i>,
-e ridestò negli animi il senso sopito del mistero avvolgente;
-il giorno ancora in cui ruppe la lega malamente stretta col
-materialismo, e rivendicò la piena libertà dell'indagine, fuori delle
-angustie di qualsiasi preconcetto dottrinario o settario. Giova dire che
-già da parecchio tempo, in presenza di tendenze avverse, sempre più
-minacciose e incalzanti, l'individualismo s'è risentito, s'è accampato
-con nuovo orgoglio e con nuova arditezza, ha spinto sino al paradosso
-e all'iperbole certe sue pretensioni, le quali, quanto sono repugnanti
-alla scienza, che abbattendo o livellando gli orgogli umani,
-disciplina, consocia ed agguaglia, sotto il giogo di una legge ineluttabile
-e imprescrittibile, potenze, atti e fortune, altrettanto sono inchinevoli
-a quel misticismo docile e vago che permette, anzi favorisce,
-ogni intemperanza di sentimento e di fantasia, e ad ogni più
-oscuro moto dell'animo dà significato come di rivelazione, e concede
-ad ogni uomo di foggiarsi il mondo a sua posta; quanto contrarie
-al positivismo, che ci comprime dentro e sotto la natura, altrettanto
-confacevoli all'idealismo, che ci leva fuori della natura e sopra di
-essa.
-</p>
-
-<p>
-Di quello che negli ultimi tempi fu detto, un po' troppo arrischiatamente
-e pomposamente, <i>spirito nuovo</i>, una buona parte si può
-esprimere con le tre sacramentali parole: <i>rinascenza dell'anima</i>, le
-quali, significando al tempo stesso un desiderio e un proposito, un
-presente e un avvenire son diventate, esplicitamente o implicitamente,
-la formola dell'arte nuova.
-</p>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-Delle reazioni in genere, e delle reazioni letterarie in ispecie, non
-bisogna sgomentarsi troppo, nè troppo dolersi. Tutta la storia umana,
-dalle origini più remote sino al giorno presente, è fatta di azioni
-che sono al tempo stesso reazioni, e di reazioni che sono al tempo
-stesso azioni. Certo, sarebbe molto più profittevole, o, per lo meno,
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-più speditivo, al genere umano procedere per via diritta verso quella
-qualunque meta che può essere segnata al suo corso; ma vuole la
-nostra natura, o vuole la natura a noi circostante, che quel corso
-sia un andare a gangheri, lungo una linea spezzata, o un andare in
-volta, lungo una spirale, con inenarrabile tedio di quanti s'avvedono
-(e son pochi) della maniera e qualità del cammino, e con inenarrabil
-fatica di quanti (e sono tutti) vanno camminando a quel modo, e
-con incresciosa apparenza, se non con evento vero, di vani, anzi
-nocivi ritorni. Data la necessità di così fatto andamento, si comprende
-come la ininterrotta sequela delle azioni e delle reazioni appaja,
-guardata sotto certo aspetto, non in tutto, ma in parte, quasi
-una sequela ininterrotta di errori e di correzioni, di colpe e di castighi,
-di eccessi e di repressioni, e quasi uno sforzo continuo ed
-alterno e mal proporzionato inteso a stabilir l'equilibrio; per tal
-forma che ogni errore, ogni colpa, ogni eccesso sia come il termine
-estremo e fatale di un moto che fu, ne' suoi principii, ragionevole e
-buono; ed ogni correzione, ogni castigo, ogni repressione porti
-fatalmente con sè il germe di un male futuro. Come e perchè una
-reazione possa molto più giovare che nuocere, e un'altra molto più
-nuocere che giovare; come e perchè l'una appaja atta a venire a
-capo di tutti i proprii intendimenti e l'altra di alcuni pochi soltanto,
-o di nessuno, è cosa che dipende da infinite ragioni, da intricatissime
-contingenze, e che vuol essere indagata volta per volta e caso
-per caso.
-</p>
-
-<p>
-La storia delle lettere, come parte della storia generale umana,
-è anch'essa tutta quanta tessuta di azioni e di reazioni, nei tempi
-antichi, in quelli di mezzo, nei moderni, con questo solo divario,
-che azioni e reazioni appajono tanto più rade e più lente quanto più
-si risale verso gli antichi, tanto più frequenti e veloci quanto più
-si scende ai moderni. Se ben ci si guarda, di sotto alla molteplicità
-degli aspetti e delle movenze particolari, si scorgono alcuni principii
-generali, i quali non mutano, o mutan ben poco, quanto alla sostanza,
-e con perpetua vicenda si contrappongono, si combattono, si
-soppiantano. Come più la civiltà differenzia e si complica; come
-più si moltiplicano, si compongono insieme e s'intrecciano le forme
-e le funzioni della vita, più la vicenda spesseggia: ond'è che nell'antichità,
-e poi nel medio evo, vediamo aver durata di secoli moti che
-in questa nostra età si misurano a lustri.
-</p>
-
-<p>
-La reazione letteraria presente si esercita in più special modo
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-contro il realismo, e più propriamente ancora contro il naturalismo,
-che fu come la caricatura di quello e l'errore e la colpa e l'eccesso cui
-quello doveva pervenir fatalmente. Essa si esercita con la scorta di
-due concetti principali (non oserei dir dottrine) e sotto due nomi
-principalmente: preraffaellismo e simbolismo; de' quali, il secondo
-designa un moto di recentissima origine, e il primo un moto di origine
-notabilmente più antica, ma di novissima voga. E quello e questo
-hanno, insieme con qualità e tendenze proprie e diverse, qualità e
-tendenze somiglianti e comuni. Entrambi si oppongono al naturalismo,
-di cui l'uno schifa più la volgarità e la crudezza, l'altro più
-l'abuso del particolare e del concreto: entrambi ricusano il così detto
-plasticismo e l'arte marmorea dei parnassiani: entrambi menan
-vampo di uno sdegnoso e nobile individualismo: entrambi si dicono
-e sono idealisti, si separano dalla vita reale, vagheggiano, rimpiangono,
-risuscitano come possono il medio evo, e più alta e perfetta
-stiman quell'arte che chiusa ai più, schiva d'ogni contatto, più
-partecipa della visione e del sogno. La reazione contro il realismo
-non potrebb'essere più risoluta di così; ma non è poi altrettanto
-nuova quant'è risoluta, sebbene coloro che in vario modo la menano,
-o ne sono menati, la stimino cosa novissima e senza esempio. Per
-non dilungarci troppo nella ricerca dei casi consimili, e guardando
-a una sola delle molte specie letterarie, basterà ricordare come in
-questa nostra Europa moderna, nello spazio di pochi secoli, la novella
-italiana, insieme con le imitazioni che se n'ebbero fuori d'Italia,
-sia stata soppiantata dal romanzo eroico e pastorellesco dei Francesi;
-questo dal romanzo picaresco degli Spagnuoli e dal realistico
-degl'Inglesi; entrambi questi due dal romanzo avventuroso e sentimentale
-dei romantici, a cui sottentrò il romanzo naturalistico, che
-incalzato e sopraffatto a sua volta, cedè il campo a un nuovo vincitore.
-Onesta lotta è, in fondo, la lotta di due principii nemici che si
-sopraffanno a vicenda, il principio realistico e il principio idealistico.
-</p>
-
-<p>
-Della presente reazione letteraria molti si rallegrano e molti si
-rattristano; e di quelli che si rallegrano non pochi sono uomini usi
-d'applaudire ad ogni novità, qual ch'essa sia; e di quelli che si rattristano
-non pochi sono uomini usi di vituperarle tutte, senza curarsi
-di sapere che sieno. Il critico, avendo finalmente imparato che
-anche in letteratura la mutazione è necessaria e inevitabile; che il
-buono, in pratica, non si può sceverare dal reo con quella facilità
-che nei trattatisti si vede; e che il più delle volte, se non sempre,
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-certa misura di male è condizione a certa misura di bene; il critico,
-dico, non s'ha da rallegrare nè da rattristare se non a ragion veduta,
-e questo ancora con certa temperanza onesta e prudente, quale può
-essere consigliata dal convincimento che il mondo non va già in perdizione
-per ciò solo che in qualche modo è fatta offesa ai nostri gusti
-o alle nostre opinioni; e ch'esso cammina per le sue vie, le quali
-non sempre sono le nostre; e che, ad ogni modo, quando pur sieno,
-non si sa dove menino. E il critico potrà ragionevolmente rallegrarsi
-che questa reazione ponga fine al regno, anzi alla tirannide del naturalismo,
-il quale, da un pezzo già, era troppo trascorso oltre i termini
-del sensato e del tollerabile. E se gli sarà detto essere le idee
-e le intenzioni dei novatori molto confuse ed oscure, egli non negherà
-questo, ma avvertirà che sì fatti rivolgimenti sono mossi assai
-volte, nei loro principii, da impulsi profondi dell'animo, de' quali
-l'uomo non ha troppo chiara coscienza, oppure da eventi esteriori,
-de' quali l'uomo non ha sufficiente contezza; e che però le dottrine intese
-a spiegarli e giustificarli non mutarono se non tardi, e con fatica,
-come da innumerevoli esempii è mostrato; e che per questo ancora
-non si può, in modo sicuro, dalla insufficienza della dottrina far giudizio
-dell'irragionevolezza del moto. E se da alcun altro gli sarà detto
-che l'arte dei novatori non produsse insino ad ora nessun'opera eccellente
-fra le poche mediocri e le molte pessime, egli consentirà pienamente,
-ma ricorderà in pari tempo che molt'altre volte avvenne il
-medesimo alle nuove scuole in sul primo loro formarsi; e che il
-tempo dei primi conati e delle prove avventurose non può essere
-quello dei capilavori; e che quanto si dice dei novatori di adesso
-fu pur detto, per citare un esempio, di quei romantici che lasciarono
-sì più di un'opera grande, ma lasciaronla solo dopo aver fatto credere
-per un pezzo di non sapere nè che si facessero nè che si volessero.
-Da altra banda il critico esaminerà con libero intelletto il moto
-presente, distinguendo ciò che in esso ha sembianza di sano da ciò
-che non l'ha; cercando se abbia veramente tanto di forza quanto d'irrequietezza;
-e se dia segno di voler vincere durevolmente (non già
-pei secoli, si intende), o cedere in brev'ora a contrasti solo momentaneamente
-rimossi: nè dimenticherà che la ciarlataneria, la scimunitaggine,
-la pazzia sono cose umane e comuni; che la passione è
-un fuoco inestinguibile; che la moda è un vento mutevole; che l'esempio
-trascina e che l'illusione è regina del mondo: nè dimenticherà
-che la critica è fatta più per interpretare che per guidar l'arte; che
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-il suo compito è il più delicato dei compiti; e che i giudizii suoi sono
-soggetti a rivedimento in perpetuo.
-</p>
-
-<p>
-Con queste norme e con queste cautele vediamo di intendere la
-natura del preraffaellismo e del simbolismo e di abbozzare un giudizio
-sul valore della reazione esercitata in lor nome.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-Com'è noto, il preraffaellismo nacque in Inghilterra, ma per opera,
-principalmente, di un Italiano, cioè di Gabriele Dante Rossetti, pittore
-e poeta, e figliuolo di quel Rossetti che fu, prima e dopo del '30,
-uno dei principali poeti e promotori della rivoluzione italiana, e lo
-studio stesso dell'Alighieri volse in servigio della libertà e della patria.
-Ostentando di anteporre a Raffaello, considerato quale un pervertitore
-dell'arte, i predecessori suoi, e, di questi, più stimando i più
-antichi, il preraffaellismo si manifestò da prima e si affermò nella
-pittura, ma non tardò molto a invadere la poesia, che meglio forse
-della pittura poteva piegarsi a' suoi intendimenti senza offender troppo
-il gusto corrente e la tradizione; e definito, nella stessa Inghilterra,
-una <i>rinascenza dello spirito</i>, o, almeno, <i>del sentimento medievale</i>,
-fu in tal qualità contrapposto a quella rinascenza dello spirito e del
-sentimento antico che noi denominiamo, senz'altro, la Rinascenza.
-Ognuno vede quale affinità venga perciò a palesarsi tra il preraffaellismo
-e il romanticismo, e, non fossero certe differenze di cui ora
-dirò, altri potrebbe scambiarlo, senza più, per un rimessiticcio del
-romanticismo stesso. È noto di che fervido culto i più dei romantici
-onorassero il medio evo, e come parecchi di essi sognassero di farlo
-rinascere. Nei primi anni del presente secolo si videro non pochi
-giovani pittori, scaldata la fantasia dagli entusiasmi romantici, rinnegare
-come corrotta tutta l'arte della Rinascenza, e rimettersi, in
-buona fede, alla scuola di Giotto. Tra il fatto di allora e il fatto di
-ora c'è dunque molta somiglianza, e il preraffaellismo bisogna si
-contenti di non essere tanto nuovo quanto s'immaginava; ma se i
-fatti si somigliano, la ragion dei fatti è diversa. Per votarsi al santo
-medio evo il romanticismo aveva tutta una sequela di ragioni che il
-preraffaellismo non ha, nè può avere: guerra a quel classicismo di
-cui il medio evo era stato appunto come una gran negazione, secolare
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-e concreta; ritorno a quella fede di cui il medio evo era tutto
-impregnato, e di cui aveva per tanti secoli vissuto; desiderio, in Germania,
-di una grandezza politica di cui porgeva indimenticabile
-esempio l'Impero; desiderio, in Italia, di una libertà che, dopo i
-Comuni, non s'era più conosciuta. Il preraffaellismo di queste ragioni
-salde e positive non ne ha neppur una. Esso nega, ma non si
-può dir che combatta; vorrebbe gustare le consolazioni e le estasi
-della fede, ma sente che questa fede gli manca, e non sa come fare
-a procacciarsela; detesta tutti gli ordinamenti e reggimenti sociali e
-politici che ci stringono intorno e ci pesano addosso, ma non ne addita
-di migliori, e, in realtà, non si propone di mutarne alcuno. Esso
-è l'infingardaggine nell'arte.
-</p>
-
-<p>
-Se ben si guarda, si vede che il preraffaellismo nasce in gran
-parte da una ragione puramente negativa, dal disgusto, cioè, della
-vita presente e della presente civiltà quale in grado massimo lo sente
-e l'ostenta il Ruskin<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a>. Io sono ben lungi dal credere che tale disgusto
-sia per sè stesso irrazionale e illegittimo, e che nasca, tutto e sempre,
-come vorrebbero certi biologi e sociologi, d'insufficienza o di perversione
-organica, e non altro significhi in fondo se non penuria di
-quella sovrana virtù, conservatrice d'ogni vita, ch'è la virtù dell'adattamento,
-ma ad ogni modo un principio puramente negativo qual'è
-questo non può, quando manchino altre forze e altri ajuti, essere un
-principio d'arte sicuro e fecondo; e l'arte si condanna da sè stessa
-all'esaurimento e alla morte quando si diparte in tutto dalla vita reale,
-dove sono, non tutte, ma le prime e le più copiose sue fonti, e si ritrae
-e si sequestra nella memoria, nel desiderio, nel sogno d'una vita che
-fu. Volere che l'arte non rispecchi se non ciò ch'è presente e comune,
-come fu canone del naturalismo, è grave errore; ma error non men
-grave è volere che l'arte rispecchi soltanto ciò che è peregrino e remoto:
-ed entrambi gli errori conducono, per opposte vie, alla menomazione
-dell'arte. Non nego che la distanza, sia di tempo, sia di spazio,
-non accresca poesia alle cose, perchè sarebbe negare un fatto reale,
-conosciuto universalmente, e più che sufficientemente spiegato dalla
-natura dello spirito e dalle leggi che lo governano; ma dico che la
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-opinione comune di coloro i quali negano esser poesia nelle cose famigliari
-e vicine, e che s'hanno tuttodì davanti agli occhi e, per dir
-così, sotto mano, nasce, più che da un giusto vedere, e dal non saper
-vedere e dal non saper collegare con la vita passata la vita
-presente e la vita futura: nel che parmi appunto che stia uno
-degli offici più alti che possano all'arte assegnarsi. Credo che
-un animo forte e operoso tenda di sua natura, quando abbia
-troppo in dispetto il presente, piuttosto verso il futuro che verso
-il passato, e se verso il passato, verso quello soltanto ch'egli
-immagini potere e dovere rioperar sul presente, e sia davvero, o almeno
-appaja, maggior del presente. Quando i primi umanisti cominciarono
-a volger gli occhi all'antichità, e ad accendersi tutti dell'amore
-di quella, cominciò un grande rivolgimento nel mondo;
-perchè essi non si lasciarono sopraffare dal disgusto della conosciuta
-barbarie, nè anneghittirono nello sterile rimpianto della civiltà perduta;
-anzi con indimenticabile entusiasmo, vogliosi, non già di disertare
-la vita, ma sì bene di più altamente vivere, diedero opera a
-ricondurre quella civiltà per entro a quella barbarie, e a rifar col
-passato il presente: e tale fu l'impeto e la forza e l'intima virtù del
-moto, che travolse persino que' Papi e quella Chiesa che più avrebbero
-dovuto avversarlo.
-</p>
-
-<p>
-I preraffaelliti non pongono così alta la mira. Essi hanno grande
-avversione al rinascimento classico, ma non isperano un vero rinascimento
-medievale, contro cui troppe forze, e irresistibili, si troverebbero
-collegate. L'esempio dei romantici deve averli ammoniti; e
-ciò che non potè avvenire dopo il 1815, quando si trovava un Giuseppe
-De Maistre per iscrivere il famoso libro <i>Du Pape</i>, molto meno
-potrebbe avvenire ora. I preraffaelliti, del resto, non cercano nel
-medio evo, mal conosciuto e peggio rassettato, se non un rifugio che
-li ripari dalla ingiuria de' tempi; una specie di cenobio intellettuale
-e sentimentale, ove a bell'agio possano, se non appagare, accarezzare
-quel vago e tenero bisogno d'idealità e di fede che gli affanna e
-gl'inquieta, e sognare in pace i loro sogni. Il caso loro somiglia per
-più rispetti al caso di quei raffinati del <span class="smcap lowercase">XVI</span> e <span class="smcap lowercase">XVII</span> secolo, che sazii e
-fastiditi di cortigianeria e d'artificio, cercarono nuovo sentimento di
-schiettezza e illusione d'ingenuità nelle pastorellerie. Se non che la
-semplicità mal riesce ai raffinati. I preraffaelliti, checchè possan credere
-o dire, sono di animo affatto diversi da quei modelli a cui vorrebbero
-rassomigliarsi. L'ingenuità, perduta che sia, più non si racquista;
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-e chi, a bello studio, manometta in un quadro le regole della
-prospettiva, o introduca in un componimento poetico immagini e locuzioni
-troppo disformi dal sentire e dal favellar nostro, con l'opinione
-di riuscir semplice e schietto, non riesce in fatto nè schietto nè
-semplice, ma solamente ridicolo. E poi, messo una volta il piede su
-questo sdrucciolo, non è quasi più possibile fermarsi: giacchè se a
-Raffaello sono da anteporre frate Angelico, Taddeo Gaddi e Giotto,
-perchè a questi non sarà da anteporre Cimabue, e a tutti, come più
-schietti ancora, e più veramente primitivi, i bizantini? Quando per
-arte semplice s'intende arte insufficiente, ciò non è punto difficile; ed
-è perciò che noi vediamo ora, dietro i passi dei pittori preraffaelliti,
-muovere una schiera di pittori che si potrebbero dir pregiottiani, i
-quali, intenti a rinnovare in tutto il suo rigore la tradizion bizantina,
-offrono agli attoniti sguardi de' contemplanti, stecchite figure di vergini,
-di asceti e di martiri, senza espressione, senza sangue, senza
-carni, con tale una ostentata (ma non in tutto ostentata) ignoranza
-dell'anatomia, del drappeggiamento, del colore e di ogni cosa, da fare
-o strabiliare, o sorridere.
-</p>
-
-<p>
-Non perciò vorrò dire che il preraffallismo non abbia prodotto qua
-e là un qualche effetto buono. In pittura esso ha indubitabilmente contribuito
-ad affinare novamente il gusto, che s'era un po' troppo ingrossato
-alla scuola del naturalismo; a risollevare e riconfortare la
-fantasia che da quella scuola era stata depressa e mortificato un po'
-più del dovere; a ridare il luogo che gli si compete a quell'elemento
-ideale senza di cui l'arte a breve andare s'intorbida e s'invilisce. Nè
-ciò soltanto; chè trasfondendo, senza quasi avvedersene, un sentimento
-moderno nelle forme e nelle immaginazioni del medio evo,
-esso ha talvolta prodotto <i>motivi</i> di una venustà rara ed arcana, di
-una insuperabile acuità d'impressione, e ottenuto trasfigurazioni veramente
-singolari e potentemente emblematiche della persona umana,
-e raggiunto in certe composizioni di bizzarra, florida, taumaturgica
-fantasia tale una fusione della realtà e del sogno quale non credo siasi
-mai veduta innanzi, nè possa ottenersi maggiore.
-</p>
-
-<p>
-In letteratura i suoi meriti mi pajon minori, ma non minori i demeriti.
-Sembra ch'e' non osi staccarsi dalla poesia e avventurarsi nella
-prosa, nè che della poesia osi trattar tutti i temi e le forme; e Gabriele
-Dante Rossetti, del cui valore noi non abbiamo ora a discutere,
-rimane pur sempre il maggiore de' suoi poeti. Ciò nondimeno, a chi
-ami l'arte non parrà picciol merito la sollecitudine viva e devota adoperata
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-in restituire l'antico grado e gli antichi onori a quella poesia
-che dai naturalisti fu tanto sdegnata, e di cui lo Zola osava scrivere:
-«J'assigne simplement à la poésie un rôle d'orchestre; les poètes
-peuvent continuer à nous faire de la musique pendant que nous travaillerons»<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a>.
-Anzi i preraffaelliti passarono il segno quando pretesero
-racquistare alla poesia quel primato che le condizioni presenti
-della cultura e della vita più non le consentono. Ma di questo più
-oltre.
-</p>
-
-<p>
-Che il preraffaellismo dovesse trovare anche in Italia ammiratori
-e seguaci, come da molto tempo ve li trovano tutte le novità forestiere,
-è cosa che non si poteva, sembra, evitare. A tacer dell'effetto che se
-ne vide in pittura, basterà ricordar quello che se ne vide in poesia,
-quando su pei giornali letterarii cominciarono a comparire sonetti e
-canzoni e ballatette e sestine e none rime, rifatte sugli esemplari del
-Dugento e del Trecento, con atteggiamenti di stile, con impostature
-e cadenze di versi, con suoni di rime, tratti a grande studio da quell'arte;
-e insiem con le forme si riaffacciaron que' temi; e la donna
-angelicata rifece capolino, tutta soave e leggiadra, fra il corriere delle
-mode e l'articoletto di cronaca; e gli spiritelli d'amore diguazzaron
-le alucce tra i ghirigori e i cincigli della stampa cortesemente provveduti
-dal proto; e parve quasi di riudire la voce di Guido Orlandi
-chiedere con devozione:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Onde si move ed onde nasce Amore?</p>
-<p class="i01">Qual è 'l su' proprio loco ov'e' dimora?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e Guido Cavalcanti, un po' accigliato, rispondere:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">In quella parte dove sta memora, ecc.:</p>
-</div></div>
-
-<p>
-cosa da ricevere con sollazzo e con riso, se, più che da una perversione
-del gusto, non nascesse da scioperataggine di mente e da grande
-impoverimento delle facoltà creative. Ma il preraffaellismo, benchè
-iniziato, si può dire, da un Italiano, e dietro esempii italiani, non
-sembra che possa avere fortuna in Italia, dove, se alcuna tendenza è
-che più direttamente derivi dall'indole della nazione, e si confaccia
-al costume, e li significhi entrambi, quella è dessa per certo che, contrastando
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-allo spirito de' tempi di mezzo, sortì nel Rinascimento il
-proprio fine e il proprio trionfo: e già per le usanze e gl'ideali di
-questo vediam rinnovarsi in Italia un'ammirazione e un amore contro
-cui la dolce mania medievale del preraffaellismo non è possibile che
-prevalga.
-</p>
-
-<p>
-Nè v'è ragione di credere che fuori d'Italia esso abbia a vivere
-rigoglioso e durare a lungo. Troppe forze lo premono, delle quali
-è grande errore l'immaginare che sien vicine a dissolversi e a perdersi.
-Esse anzi acquistano, d'ora in ora, maggior gagliardia, e tutte
-congiunte ci trascinano sempre più lungi dagli esempii e dai termini
-di una età alla quale un repentino ripiegar della via può solo per picciol
-tratto far credere che noi ci andiam raccostando. Nella grande,
-torbida e impetuosa corrente del pensiero moderno, il preraffaellismo
-(e altro con esso) non segnerà se non un breve e passeggiero ringorgo.
-Se non ingannano i segni che del futuro si vedono, esso si
-dileguerà tra non molto, e il suo nome sarà il nome di una piccola
-increspatura, non quello di un grande rivolgimento dell'arte.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Il preraffaellismo ha formola chiara e precisa, ma angusta; il
-simbolismo formola molto più larga, ma anche più incerta ed oscura.
-</p>
-
-<p>
-Come nascesse il simbolismo in Francia in questi anni passati, e
-per opera di chi; e quanta parte s'avessero nel suo nascimento e nelle
-sue prime imprese un ragionevole bisogno dello spirito e un giusto
-senso dell'arte; quanta la ignoranza, la sciocchezza, la ciarlataneria,
-e persino il gusto di burlarsi del prossimo: e come fosse operato,
-anche in questo caso, l'ordinario miracolo del proselitismo, noi non
-andrem ricercando. Che cosa esso sia propriamente, e che si voglia,
-non è facile dire, nè pare che lo sappian gran fatto coloro stessi che
-lo professano e ne annunziano il verbo. Qualcuno, ripetendo, senza
-addarsene, vecchie e incompiute definizioni del romanticismo, lo definì
-l'individualismo nell'arte, oppure la libertà nell'arte; e, veramente,
-considerato sotto certo aspetto, il simbolismo non parrebbe
-esser altro che un ricorso di romanticismo attenuato, rimpicciolito, e
-come dissanguato. Al qual proposito gioverà notare una volta per
-tutte che il decadere del realismo doveva di necessità dar luogo ad
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-un qualche ravvivamento e risentimento di quel romanticismo che
-esso da prima aveva combattuto e vinto.
-</p>
-
-<p>
-Se l'intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il
-simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che considera
-e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna
-per sè e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni
-le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le
-materiali delle spirituali<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a>. Sì fatto intento non è già nuovo; anzi è
-vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso della parola,
-ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto istintiva
-e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi volesse
-andare in traccia del simbolo per entro nell'arte realistica, e
-agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a
-trovarlo. Son due anni, o poco più, nella <i>rassegna indipendente</i> che
-s'intitola <i>L'Ermitage</i>, il Saint-Antoine parlò, volendo far servigio alla
-scuola, del simbolo e dell'allegoria, della leggenda e del mito, distinguendo
-di ciascuno la significazione e il carattere; ma non si vede
-ch'egli abbia aggiunto gran che a quanto in proposito era stato detto
-da un pezzo; e alla nuova scuola avrebbe dovuto premere, non tanto
-la definizione puramente teoretica del simbolo, quanto una dottrina, o
-una norma, per la scelta e per l'uso di esso, e alcuna opportuna avvertenza
-circa il modo migliore di far che agli intenti rispondano i
-mezzi dell'arte.
-</p>
-
-<p>
-Ad ogni modo, appar chiaro che i simbolisti, come già i romantici,
-non vogliono poesia senza simbolo; e chi desiderasse sapere
-come la pensassero i romantici a questo riguardo, almeno i francesi,
-frughi nel parigino <i>Globe</i> del 1829, e troverà uno scritto che gliene
-darà contezza: e se ode questo o quel simbolista sentenziare che
-ogni bellezza è, di sua natura, simbolica, si ricordi che Guglielmo
-Schlegel e Giovanni Herder dissero per l'appunto il medesimo. Nessuno,
-se non è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà biasimare
-i simbolisti perchè vogliono poesia simbolica: ma chi poi, se similmente
-non è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà approvarneli,
-quando pretendono che fuori di quella non abbia ad essere
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-altra poesia? Non è forse poesia quella che, senza cercare e
-pensare più là, si contenta di ritrarre poeticamente le cose e di esprimere
-poeticamente l'anima umana? E son forse pochi, e sono di
-picciol merito i poeti che coltivarono e accrebbero sì fatta poesia?
-</p>
-
-<p>
-Ma non tanto errano i simbolisti in questa loro opinione che non
-sia poesia senza simbolo, quanto erran nel modo onde fan uso del
-simbolo, e ne curan l'effetto. Il simbolo non si propone altro fine se
-non di presentare un termine materiale e particolare in tal forma,
-e con tale avvedimento, che da esso si possa, anzi quasi si debba,
-ascendere a un termine o ideale o generale; e perchè tale passaggio
-avvenga, non in qualsiasi modo, ma in quel determinato modo che
-il poeta ebbe in mente, e non iscambii, mi si lasci dir così, un recapito
-per un altro, e non riesca, forse, appunto dove il poeta non
-volea che riuscisse, bisogna che il primo termine sia presentato in
-forma determinata, consistente, evidente, perchè, se presentato in
-forma perplessa, liquescente, nebulosa, potrà dar passo a più termini
-superiori, tutti diversi forse da quello che il poeta s'era prefisso,
-e potrà anche non dar passo a nessuno. Se i simboli riescono
-assai volte affatto vaghi e ambigui, anche quando il primo termine
-sia chiaro e preciso, figuriamoci quali han da riuscire quando quel
-termine è incerto ed oscuro. La lonza, il leone, la lupa di Dante son
-tali che ognuno li raffigura, e pure san tutti quanto varia e discorde
-sia stata la interpretazione del simbolo di cui essi sono parte: che
-sarebbe se il lettore non riuscisse a raffigurarli, e dovesse, prima
-d'ogni altra cosa, trovar gli argomenti per dimostrare che la lonza
-è una lonza, il leone è un leone, e la lupa una lupa? Ora essendo canone
-fondamentale della estetica e dell'arte dei simbolisti che le cose
-non debbono già esser ritratte nitidamente, ma solo adombrate, si
-vede che ha da seguire de' lor simboli, e s'intende perchè il simbolo
-appunto è ciò che meno si riesce a scovare nella loro poesia. Nè
-accade avvertire che qui non si tratta di quella studiata occultazione
-e di quella voluta ambiguità del simbolo che possono essere consigliate
-al poeta dalla condizione dei tempi, e dalla considerazione
-del pericolo a cui egli potrebbe esporsi usando simboli troppo ovvii
-ed aperti. Dei simboli dei simbolisti nessuna potestà, nè ecclesiastica,
-nè laica, s'è mai impermalita.
-</p>
-
-<p>
-Oltre che per l'uso, o meglio, per la immaginazione dell'uso del
-simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente
-al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-la inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l'onore che,
-rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia.
-</p>
-
-<p>
-Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza.
-Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine
-vero dell'arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire
-le détail technique, le renseignement local, enfin le côté
-historique et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté,
-dont mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo
-innanzi il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (<i>Béatrix</i>)
-queste testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non
-si può però negare che il realismo intendendo, com'è proprio suo
-cómpito, alla rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch'è più
-ovvio e comune, e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia
-nel mondo, non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi
-a mano a mano, come avviene, ad averla in dispetto. Son note le detrazioni
-che ne fece la Eliot, e le colpe e i danni che le imputò; ed
-è noto che il naturalismo la fuggì con altrettanta diligenza con quanta,
-per un altro verso, cercò la bruttezza. Onde il Mallarmé espresse
-il desiderio di tutti i simbolisti quando agognò di levarsi a volo
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Au ciel antérieur où fleurit la beauté:</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ma bisogna pur riconoscere che l'oggetto di quel desiderio è esso
-stesso un po' troppo <i>anteriore</i>, e si riman troppo nel vago, e che
-aborrendo i simbolisti da ogni rigorosa e perspicua delineazione di
-forme, la loro bellezza, quasi, è senza forma, e tanto vana rispetto
-a quella vagheggiata e ritratta dai Greci quanto è l'ombra rispetto
-al corpo. Ad ogni modo, per questo amor di bellezza, di cui vanno
-lodati, i simbolisti contraddicono, non soltanto ai realisti e ai naturalisti,
-ma ancora ai romantici, i quali un tratto, s'innamorarono
-anch'essi del brutto, e trovarono in Carlo Rosenkranz chi ne scrisse
-l'estetica.
-</p>
-
-<p>
-Verso il medio evo il simbolismo tende, in parte almeno, per
-quelle stesse ragioni per cui abbiamo veduto tendervi il preraffaellismo:
-certa sentimentalità religiosa inappagata e inappagabile, e il
-bisogno di quella piena libertà della immaginazione e del sogno
-a cui ogni realtà viva e presente riesce, o poco o molto, d'ostacolo,
-e che le usanze del viver nostro, e tutta quanta l'affacendata e aspra
-civiltà di questi tempi, insidiano e premono da ogni banda. E qui
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-è da notare come i simbolisti, sebbene, per vie meglio opporsi ai
-realisti, ostentino grande amore all'antichità, e s'ingegnino di ritentare
-qua e là alcuni temi dell'arte antica, pure, dato quel loro immaginare
-in confuso e dire a mezzo, che non si confà punto col genio
-classico, e data quella vaga e fluida misticità, che del genio classico
-è per l'appunto il contrapposto, si trovino assai più a loro agio nel
-mondo medievale che non nell'antico, in una chiesa gotica che non
-in un tempio greco, in compagnia di claustrali che non di eroi. Ond'è
-che noi vediamo riapparire per opera loro, nell'incerta luce del secolo
-moribondo, tutta la vecchia fantasmagoria romantica di castelli merlati,
-di chiostri silenziosi, di cavalieri armati cavalcanti per cupe
-foreste, di re barbuti, di bionde donzelle, di sante e di santi rapiti
-in estasi. Uno di essi, Ferdinando Herold, intitola certo suo libricciuolo
-di versi <i>Chevaleries sentimentales</i>, titolo da fare invidia a
-ogni più zazzeruto e smunto romantico; e il Durtal, uno dei personaggi
-dell'<i>En route</i> dell'Huysmans, non sogna se non medio evo<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a>; e
-Paolo Verlaine, di cui son noti anche troppo i parossismi alternanti
-di religiosità e di lascivia, farneticava del medio evo <i>enorme et délicat</i>,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Loin de nos jours d'esprit charnel et de chair triste.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non già che il medio evo non possa esser fatto rivivere dall'arte,
-come può esser fatta rivivere l'antichità, chè uno degli offici dell'arte
-è per l'appunto di prolungar la vita delle cose, e di ridarla, in qualche
-modo, a quelle che l'hanno perduta; ma il ravvivamento, per non
-riuscire un giuoco vano e puerile, deve innanzi tutto operarsi in una
-coscienza che sappia essa stessa serbarsi viva rimanendo moderna,
-e nelle forme proprie, non dell'attualità, ma del ricordo.
-</p>
-
-<p>
-Della devozione grande che i simbolisti hanno alla poesia si può
-dire ch'è troppa, ma s'ha pure a darne loro, come s'è data ai preraffaelliti,
-la debita lode. Quanto è dell'utilità, a coloro che, seguitando
-una opinione dello Schiller, rinnovata dallo Spencer, dicono l'arte
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-non essere se non un giuoco, tanto più sincero quanto più è inutile,
-si può rispondere che tutte le arti cui si dà nome di belle son
-utili, in quanto che, variamente appagando un bisogno della spirituale
-natura dell'uomo, cooperano a che essa natura si conservi integra
-e sana nel pieno svolgimento e nell'esercizio armonico di tutte
-le sue facoltà. Ma v'è a dire anche altro. Lo stesso Spencer mostrò
-come la musica, suscitando agevolmente negli animi sentimenti a
-tutti comuni, e armonizzandoli, per così dire, insieme, a quel modo
-che fa de' suoni, e tutti i sentimenti purgando e affinando che le è
-dato di esprimere, e ancora adoperandosi a far nascere negli animi
-men delicati i sentimenti più delicati, sia un istrumento di simpatia
-efficacissimo e impareggiabile, e però di felicità individuale e sociale;
-e non si perita di asserire che, per questo rispetto, la musica
-non riesce meno benefica della scienza<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a>. Ma perchè della poesia
-non si dovrà dire altrettanto? Anch'essa è in grado di accomunar
-sentimenti, e anzi di accomunarli in quella più determinata forma
-che alla musica non è consentita: anch'essa è atta a purgarli ed affinarli,
-e a far sì che i più delicati penetrino a mano a mano negli
-animi men delicati: e se alla musica, per esser buona a far tutto ciò,
-lo Spencer pronostica crescente fortuna e sempre più glorioso avvenire,
-non so perchè non si possa pronosticare altrettanto alla poesia,
-la quale fa tutto ciò diversamente dalla musica, ma, per certo, non
-meno bene della musica. Da parecchi già furono notate le benemerenze
-della scienza in quanto tende ad assicurare, creando una coscienza
-comune, e assottigliando più sempre il numero delle opinioni
-discordi e inconciliabili, la pace e la stabilità sociale<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a>; ma se
-la scienza tende in più particolar modo a unificar l'intelletto, la poesia
-tende in più particolar modo a unificar l'animo, e ciò facendo esercita
-una azione sociale non meno benefica di quella possa esercitare
-la scienza<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a>. Se così è, perchè mai la poesia dovrebb'essa morire?
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-S'ode dir tuttodì che la scienza ha da uccidere la poesia; ma perchè
-dovrebbe uccidere la poesia e lasciar vivere la musica? E se l'avvenire
-preparasse agli uomini condizioni di vita più riposata e più
-degna della presente, e più libero e nobile uso di quelle potenze dell'anima
-ch'essi ora, per tanta parte, e in tanti pessimi modi, corrompono,
-deprimono, logorano, non si può credere che le arti fiorirebbero
-con nuovo rigoglio, e la poesia non meno, se non più, di ogni altra?
-Siam grati dunque ai simbolisti, non propriamente della poesia, e
-scusiamoli alquanto, se, scaldati e trasportati da quell'amore, vedendo
-nemici dove non sono, inveiscono contro una scienza che non
-conoscono, e che non ode le loro invettive. Se la poesia non ha a
-temere del proprio avvenire, la scienza, del proprio, può essere più
-che sicura.
-</p>
-
-<p>
-Quando avremo soggiunto che i simbolisti considerano il sognare
-ad occhi aperti come la più alta e nobile operazione dello spirito,
-anzi come la sola in cui esso, ignorando o negando la spiacente realtà,
-fa manifesta la propria eccellenza, e che non vogliono essere turbati
-nei loro sogni, avremo sommariamente indicati gl'intendimenti e i
-confini dell'arte loro. I pittori simbolisti dicono di voler fare, non
-pitture, ma iconostasi; e i poeti vorrebbero si potesse dir sempre
-delle loro poesie ciò che di alcune di Efraimo Mikhaël ebbe a dire
-Edmondo Pilon: «... je les ai dites comme on dit, dévotement, des
-litanies. Car elles contiennent, en elles, l'essence de la mélancolie
-inexprimable et de la constante obsession d'un exil loin d'une île heureuse;
-elles sont le mirage des déceptions constantes d'ici-bas, et
-elles sont les patènes divinement ciselées où sont enfermés les parfums
-des sacrifices expiatoires»<a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a>. Suscitare negli animi un moto e
-un contrasto di desiderii confusi che non si inaspriscano troppo nel
-volere il conseguimento del fine loro, di rimpianti che non passino
-il giusto segno di una mestizia tenera e sconsolata, d'immagini che
-si dissolvano prima d'essersi in tutto formate, di pensieri indefiniti
-che passino in una specie di luce crepuscolare e sottentrino l'uno all'altro
-senza mai collegarsi o coordinarsi fra loro; e con tutto ciò,
-e con richiami ed accenni impensati, dare agli animi il sentimento
-e quasi l'allucinazione di un mondo remoto, misterioso, trascendente,
-irrivelabile, ecco il fine che la poesia simbolista si propone. Vediamo
-ora quali mezzi essa adoperi per raggiungerlo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-Questi mezzi sono tre principalmente: l'oscurità, la suggestione,
-e, mi si passi il vocabolo, la musicalità.
-</p>
-
-<p>
-Che dell'oscurità si faccia senz'altro un canone, e un canone principalissimo
-d'arte, può, a prima giunta, far meravigliare chi non
-ricordi la innata tendenza che gli uomini hanno a confondere l'inintelligibile
-con l'eccellente, e a vedere nella insufficienza e perplessità
-del segno la prova della grandezza e profondità del significato.
-Di solito, chi parla oscuro, parla così perchè non ha chiare le idee;
-ma può, senza troppa fatica, far credere di averle talmente poderose
-e vaste che le parole non le possano esprimere se non a mezzo, e forse
-neanche tanto. È questa una ragion capitale per cui ci fu sempre
-poesia oscura nel mondo, più assai di quanta n'avrebbero potuta
-far nascere il bisogno di non farsi intendere troppo, o d'intendersi
-fra pochi soltanto, e il desiderio d'esser lasciati in pace; ma non è
-però la sola.
-</p>
-
-<p>
-I simbolisti sono di questo avviso, che tutto quanto produce in
-noi un pensiero distinto, un'immagine circoscritta, un sentimento specificato,
-nuoce alla poesia, la quale tanto più risponde al fin suo, e
-tanto arreca maggior diletto, quanto più rimane nel vago e nell'ombra<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a>.
-Perciò essi detestano la sodezza e la precisione dei parnassiani,
-e la pienezza e il rilievo de' così detti plastici, e sono, molti di
-loro, riusciti così tenebrosi e <i>deliquescenti</i> che non v'è uomo che li
-possa intendere. Provatevi a cavare un costrutto da questi versi del
-Mallarmé:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Et tu fis la blancheur sanglotante des lys,</p>
-<p class="i01">Qui, glissant sur la mer des soupirs qu'elle effleure,</p>
-<p class="i01">A travers l'encens bleu des horizons pâlis,</p>
-<p class="i01">Monte rêveusement vers la lune qui pleure;</p>
-</div></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-o da questo periodetto di prosa dei Saint-Pol Roux: «Mon être, agglomération
-de résistance opposée par mon toucher servi de ses
-frères, s'initie, aveugle du vide, art hiéroglyphe de l'assaut; initiation
-de la figure par successivement le point, la ligne, l'angle, la courbe».
-O, ancora, da questi due terzetti di un sonetto in cui pare che Renato
-Ghil abbia voluto, non so se occultare o dare a conoscere gl'intendimenti
-dell'arte nuova, e le spirituali sorgenti da cui essa attinge
-la inspirazione:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Une moire de vains soupirs pleure sous les</p>
-<p class="i01">Trop seuls saluts riants dans la nuit exhalés,</p>
-<p class="i01">Aussi haut qu'un néant de plumes vers les gnoses.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Advenu rêve par vitraux pleins de demains,</p>
-<p class="i01">Doux et nuls à pleurer et d'un midi de roses,</p>
-<p class="i01">Nous venons l'un à l'autre en élevant les mains.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Se l'arte letteraria dev'essere, d'ora innanzi, l'arte di parlare senza
-dir nulla, non v'è dubbio che costoro, e con essi altri molti, hanno
-tócco il sommo dell'arte. Che alcune di tali <i>elevazioni</i> e <i>trasfigurazioni
-d'anime</i> sieno celie di capi scarichi, può darsi, anzi, pel caso
-di Arturo Rimbaud, è dimostrato; ma, pur troppo, non tutte sono;
-e se il Mallarmé si contentò una volta di dire che la chiarezza non
-è se non una grazia secondaria, i suoi discepoli non furono più così
-timidi e sentenziarono che la chiarezza è difetto grosso, difetto triviale,
-e capital nemico della poesia. Parlando di Ernesto Jaubert,
-autore di una raccolta di versi intitolata <i>Poèmes stellaires</i>, Carlo
-Maurice, espositore dei principii e banditore delle glorie dell'arte
-nuova, ebbe a scrivere, sono già alcuni anni: «Et maintenant, comme
-tous les artistes significatifs de cette heure, le désir de tout dire l'a
-dissuadé de rien préciser, de rien trop détailler pour la gloire de
-l'effet total à suggérer, de laisser les choses s'envaguer doucement,
-d'indiquer l'idée par l'émotion picturale et musicale des sentiments
-et des sensations»<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a>. Proprio il contrario di quanto insegnarono e praticarono
-i parnassiani, l'un de' quali, il Coppée, espresse uno dei
-principii fondamentali di tutta la scuola quando disse che la poesia
-richiede
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Un style clair comme l'aurore.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-</p>
-
-<p>
-I simbolisti tutti considerano la suggestione come cosa di capitale
-importanza in arte, e per essa quasi si gloriano d'avere introdotto
-nell'arte un principio nuovo; ma nuovo è il nome, non il principio,
-il quale è quel medesimo che sempre fu scritto nelle <i>Arti poetiche</i>;
-non dovere il poeta dir tutto, ma qualche cosa lasciar indovinare,
-e più e meno, secondo i casi e le convenienze. <i>Le secret d'être
-ennuyeux</i>, lasciò scritto il Voltaire, <i>c'est de tout dire</i>. Lo Spencer,
-che certo non è un simbolista, nota a questo proposito: «Scegliere,
-descrivendo una scena, o narrando un fatto, quegli elementi che ne
-traggono più altri con sè; e, per tal modo, dicendo poco e suggerendo
-molto, abbreviare la descrizione e la narrazione; tale è il
-secreto per impressionar vivamente... Bisogna scegliere le idee
-e le espressioni per tal maniera, che il maggior possibile numero di
-idee sia espresso col minor possibile numero di parole»<a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a>. Questa
-potenza di suggestione le parole non sono sole ad averla: il volto
-umano è sommamente suggestivo; suggestive sono le stesse cose
-inanimate; e la musica opera sugli animi nostri, non in grazia della
-suggestione soltanto, ma in grazia della suggestione principalmente.
-E delle parole si può notare ch'esse esercitano la suggestiva lor facoltà,
-non solo come segni, ma anche, in una certa misura, come
-suoni; d'onde la conseguenza che lo studio de' suoni è parte, non
-principale, come fu opinione di vuoti retori, ma pure importante dell'arte
-dello scrivere, specialmente nel verso. Che poi la estensione e la
-intensità della suggestione dipenda, in parte dalla qualità dello stimolo
-che la provoca, in parte dalla qualità e dal peculiare stato dell'animo
-che quella provocazione riceve, è cosa che s'intende da sè e
-su cui non accade di soffermarsi. I grandi poeti sono soggettivi tutti,
-e quanto più son grandi, tanto più sono, come Dante, suggestivi. Ma
-Dante è, nello stesso tempo, il più preciso dei poeti.
-</p>
-
-<p>
-I simbolisti hanno dunque ragione quando celebrano le glorie del
-<i>verso evocatore</i>; ma hanno torto quando dicono che a suggerire
-più e meglio il poeta deve evitare i concetti precisi, le immagini precise,
-le parole precise. La precisione dei concetti, delle immagini,
-delle parole non fa ostacolo alla suggestione, come per innumerevoli
-esempii si può dimostrare. Valga per tutti quello che ne porge <i>L'Infinito</i>
-del Leopardi. Abbiamo qui un <i>ermo colle</i>, una <i>siepe</i> che cela
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-all'occhio molta parte dell'orizzonte, un <i>vento</i> che fa stormire, in passando,
-alcune <i>piante</i>; termini definiti, concreti, che si apprendono
-senza la menoma esitazione, e sulla cui natura non può nascere il
-menomo dubbio. La designazione è, certo, sobria e fugace, e il poeta
-accenna più che non descriva; ma il <i>colle</i> è un colle, la <i>siepe</i> è una
-siepe, il <i>vento</i> è un vento, le <i>piante</i> son piante; e questi nomi suscitano
-nei lettori immagini varie sì, secondo i ricordi e le fantasie
-di ciascuno, e secondo il vario operar delle associazioni, ma definite
-e chiare e riconoscibili a primo aspetto. Da questi termini concreti
-il poeta si leva, per virtù di suggestione, agli astratti, e il lettore con
-esso lui, e ad entrambi s'apre la visione dell'infinito spazio e del
-tempo infinito, e il pensiero d'entrambi si annega in quella immensità.
-Nulla si può immaginare più determinato e più chiaro, e come pensiero,
-e come espressione; e, ciò nondimeno, tale è la potenza di
-suggestione di quei pochi versi che il core se ne spaura a chi li
-legge. La poesia che il Longfellow intitolò <i>Il vecchio oriuolo sulla
-scala</i>, dove la descrizione è, quanto più si possa dire, icastica, suscita
-nell'animo un vero turbine d'immaginazioni e di affetti; e altrettanto
-fanno certe poesie del Leconte de Lisle, sebbene lo studio
-della precisione e della perspicuità vi sia a volte a dirittura soverchio.
-Certi oggetti e certi aspetti della natura, molto bene determinati e
-molto chiaramente veduti, un gruppo di stelle scintillanti nel cielo
-profondo, un accavallamento di nubi accese dai sanguigni bagliori
-del tramonto, una scena di monti vigorosamente delineata e come
-scolpita sull'orizzonte, possono rapir l'animo del contemplante in un
-mondo meraviglioso e infinito di sogni e di fantasie. E non a una nebulosa
-di cui l'occhio mal discerna i contorni, ma alle <i>vaghe stelle
-dell'Orsa</i>, e alle <i>luci</i> che sono ad esse <i>compagne</i>, volgeva Giacomo
-Leopardi il famoso saluto delle <i>Ricordanze</i>, rammentando le tante
-fole ch'esse gli avevan suscitate nell'animo<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il terzo mezzo usato e preconizzato dai simbolisti consiste nel
-raccostare quanto più è possibile la poesia alla musica. Che la poesia
-debba, in parte, quella sua virtù di penetrare, scuotere, appassionare,
-affascinare gli animi agli elementi musicali che sempre, finchè non
-perda il proprio suo nome, contiene in maggior o minor copia,
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-è fatto di comune esperienza, avvertito in ogni tempo, e da cui si
-derivano le regole fondamentali della versificazione. Non pochi dei
-precetti e degli avvertimenti che si trovano nei trattatisti concernono
-appunto l'arte di rendere musicale il verso e la strofe; ma i simbolisti
-non si contentano più di quella tanta musica che insino ad ora era
-stata introdotta nella poesia, e vogliono fare della poesia quasi una
-seconda musica, come altri aveva voluto farne una seconda pittura,
-o una seconda scultura. Paolo Verlaine comincia quel suo breve e
-curioso componimento cui pose titolo <i>Art poétique</i>, col precetto seguente:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">De la musique avant toute chose,</p>
-<p class="i01">Et pour cela préfère l'impair,</p>
-<p class="i01">Plus vague et plus soluble dans l'air,</p>
-<p class="i01">Sans rien en lui qui pèse ou qui pose;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e raccomandata agli artisti di gusto fine quella cara incertezza da cui
-viene tanta attrattiva alla <i>chanson grise</i>, e raccomandato di preferir
-sempre le mezze tinte e le sfumature alle tinte risolute schiette, soggiunge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">De la musique encore et toujours!</p>
-<p class="i01">Que ton vers soit la chose envolée</p>
-<p class="i01">Qu'on sent qui fuit d'une âme en allée</p>
-<p class="i01">Vers d'autres cieux à d'autres amours.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-I discepoli andarono, come sempre avviene, assai più in là del
-maestro, e affermarono che la poesia è tutta nel suono, e cominciarono
-a considerar le parole, non più come segni d'idee, ma come
-gruppi di suoni, da dover essere scelti, ordinati, composti insieme,
-non già con un criterio logico qualsiasi, ma con un criterio essenzialmente
-musicale. E ne nacquero le meraviglie di cui abbiam veduto
-pur ora qualche debole saggio. E dopo che Arturo Rimbaud ebbe
-rivelato il gran segreto del colore delle vocali, saltò su Renato Ghil
-a rivelare, nel suo <i>Traité du verbe</i>, il proprio colore degli strumenti
-musicali, così di quelli a fiato, come di quelli a tasti e a corda; onde:
-«Constatant les souverainetés les Harpes sont blanches; et bleus
-sont les Violons mollis souvent d'une phosphorescence pour surmener
-les paroxysmes; sur la plénitude des ovations les Cuivres sont
-rouges; le Flûtes, jaunes, qui modulent l'ingénu s'étonnant de la
-lueur des lèvres;...» ecc., ecc. Se le vocali hanno ciascuna il suo
-colore, e se ha il suo colore ciascun istrumento musicale, voi potete,
-scegliendo e disponendo accortamente le parole, introdurre nel verso
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-tutta una orchestra, e fare di una poesia una sinfonia poetica da
-mettere accosto al poema sinfonico dei musicisti. Non ci sarebbe che
-una difficoltà sola. La scienza ha bensì riconosciuto come reale il
-fenomeno della così detta udizione colorata, ma ha pure riconosciuto
-ch'esso presenta tante varietà e dissomiglianze quanti sono gl'individui
-in cui si produce; che la vocale che all'uno dà l'impressione
-del bianco, dà, all'altro, la impressione del rosso, o del giallo, o
-del nero; e che per conseguenza non è possibile di fondare sopra
-di ciò nè un principio nè un espediente dell'arte<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Lasciando stare queste pazzie, si può ammettere che la maggior
-musicalità che i simbolisti s'industriano d'introdurre nella poesia risponda
-a un bisogno vagamente sentito da molti. Più di un critico
-accennò alla musica e alla fama del Wagner come a cause determinanti
-dell'indirizzo preso dai simbolisti; ma, senza voler negare
-l'efficacia che, anche per questo rispetto, quella musica e quella fama
-possono avere avuta, è forse da risalire a causa più generale e più
-remota, anzi a quello stesso complesso di cause a cui è dovuto il novissimo
-rigoglio dell'arte musicale, e il carattere stesso che la musica,
-più specialmente nell'opera del Wagner, è venuta prendendo. Se è
-vero ciò che si dice, e par confermato dall'esperienza, che la musica
-più fiorisca ne' tempi in cui abbondano sentimenti nuovi, non bene
-definiti ancora nè sceverati, i quali in essa appunto trovano la espressione
-loro più adeguata e felice, s'intende come, ricorrendo tempi sì
-fatti, la poesia possa sentirsi, più del consueto, attratta verso la musica,
-e chiedere a questa insoliti ajuti. Tale, forse, è il caso della
-poesia dei simbolisti; nè si può dire che alle tendenze e ai propositi
-di costoro contraddica, sebbene a primo aspetto possa parere, lo
-studio con cui essi per l'appunto hanno sovvertito e sovvertono in
-Francia tutta la metrica. Già il Verlaine aveva imprecato a quella
-rima che, magnificata dall'Hugo quale vera generatrice del verso,
-era divenuta pei parnassiani la chiave di volta della poesia tutta
-quanta:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Oh! qui dira les torts de la Rime?</p>
-<p class="i01">Quel enfant sourd ou quel nègre fou</p>
-<p class="i01">Nous a forgé ce bijou d'un sou</p>
-<p class="i01">Qui sonne creux et faux sous la lime?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-I simbolisti venuti dopo, non solo rinunziarono alla <i>rime opulente
-et pittoresque</i>, rinnovando e superando le licenze e le trascurataggini
-di Alfredo De Musset; ma alcuni di essi rimisero in onore l'assonanza,
-che, dopo il medio evo, era sparita dalla poesia francese; e
-altri bandirono la rima affatto, creando finalmente quel <i>vers blanc</i>,
-da noi detto sciolto, di cui la poesia francese era sempre stata creduta
-insofferente. Inoltre, continuando, per questa parte, l'opera dei
-romantici e dei parnassiani, essi finirono di sconnettere il vecchio
-verso architettato e tradizionale, e mandarono sossopra la strofe, accozzando
-persino versi di due con versi (dobbiamo proprio chiamarli
-così?) di diciasette sillabe, inventando i <i>versi senza misura</i>, mescolando
-col verso la prosa, e magari la <i>prosa libera</i>; e quando non
-trovarono altro da trasformare o da abolire, trasformarono o abolirono
-la interpunzione. Tutto ciò pare faccia contro alla intenzione
-stessa dei simbolisti, ma serve, nella opinione loro, a sostituire alle
-armonie ovvie e volgari armonie recondite e peregrine.
-</p>
-
-<p>
-Siami lecito di far qui, di passata, una considerazione circa l'uso
-della rima. Le avversioni che essa inspira sono vecchie, come sono
-vecchi gli amori, e, se ne avessi agio, potrei sciorinare un elenco
-non breve di quanto in varii tempi fu scritto in sua lode o in suo
-biasimo. Nel secolo scorso i <i>versiscioltai</i> più arrabbiati la vollero
-morta, ma non riuscirono ad ammazzarla. Non accade rammentare
-la legittimità delle sue origini storiche e psichiche, e com'essa nasca
-spontanea e non mica per artifizio. Ridotta in termini pratici, la questione
-sonerebbe così: Giova o nuoce la rima alla poesia? A tale
-domanda non si può rispondere in modo generale ed assoluto.
-Ognuno vede che la rima conviene più a certi temi e meno a certi
-altri, e che non tutte le forme sono egualmente adatte a riceverla.
-Che l'uso della rima induca assai volte a falsare o diluire il concetto,
-e a dire più o meno di quanto s'aveva nell'animo, è vero pur
-troppo; ma è altrettanto vero che la rima, adoperata con delicatezza
-ed accorgimento, può dare ai concètti e alle immagini un vigore,
-una perspicuità, un rilievo, che nessun altro mezzo potrebbe dar loro
-in egual misura. La parola che cade in rima raddoppia, in certo
-modo, la propria virtù impressiva; e tocca al poeta sapersi giovare
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-di tal guadagno. Ci sarebbe anche parecchio da dire del beneficio che
-può arrecare la rima concatenando in più sensibil modo le proposizioni
-e i concetti, e formando della strofe un tutto indivisibile, le
-cui parti si richiamano a vicenda e armonicamente si compiono. E
-molto più ci sarebbe da dire dell'officio ch'essa esercita come elemento
-musicale, se a far ciò non si dovesse entrare in troppi e troppo
-sottili discorsi. Certo si è che infinite poesie, di questo e di altri
-tempi, perderebbero il meglio dell'esser loro, se privati della rima e
-rifatte in isciolti. Provatevi a togliere al <i>Dies irae</i> il formidabile rinterzo
-delle sue rime o cupe o squillanti, e mi direte poi che cosa rimane
-di quella sua misteriosa e sopraffattrice potenza. Così fatti
-esempii potrebbero essere moltiplicati a migliaia. Ma di un servizio,
-tutto pratico, che la rima può, in molti casi, rendere al poeta, parmi
-sia pure da far qualche conto. Ponendo, per una parte, ostacolo alla
-libera formulazione ed espression del pensiero, e stimolando, per
-un'altra, la memoria, l'intelletto e la fantasia a vincer l'ostacolo, la
-rima forza il poeta a soprassedere, e porre un freno alla troppo facile
-vena e lo forza ad approfondire il proprio soggetto, a voltare e rivoltare,
-per così dire, il proprio pensiero, guardandone ad una ad
-una tutte le facce. Che molte volte, durando in questa fatica, si
-riesca a trovati nuovi, altrettanto felici, quanto impensati, è noto a
-chiunque abbia composto versi con qualche amore e qualche studio.
-Non nego che quello stento del cercar la rima non possa alle volte
-sfreddar l'animo e stancare la inspirazione; ma, se si pensa che il
-lavoro del concepire, il quale più propriamente richiede l'opera della
-inspirazione, precede di solito, almeno per la parte più rilevante,
-il lavoro dell'esprimere; e che il concetto che primo si affaccia alla
-mente, e la espressione che prima vien sulle labbra non sono, di
-solito, i più acconci possibili; e che, finalmente, la poesia, come
-ogni altra arte, deve esser capital nemica della fretta; se, dico, si
-pensa a tutto ciò, si vede che questa <i>remora</i> della rima non può,
-anche per questo rispetto, fare tutto il male di cui l'accagionano. Per
-concludere, parmi si possa dire che, almeno alla poesia lirica, la
-rima, adoperata a dovere, riesce più di giovamento che di danno, e
-che il poeta vero, ricco d'inspirazione e d'immaginativa, e padrone
-di tutti gli espedienti dell'arte sua, saprà far sì che il danno non si
-avverta, e si avverta molto bene per contro il giovamento.
-</p>
-
-<p>
-Fu tempo in cui le singole arti si considerarono come chiuse
-ciascuna entro confini precisi e inviolabili, con divieto a ciascuna di
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-uscirne e d'invadere in qualsiasi modo il dominio altrui. Di ciò si
-doleva nei primi anni del secolo il Giordani, scrivendo: «Il nostro
-secolo si è troppo avanzato in un vizio pessimo di separare le arti,
-che colla compagnia si ajutano e si avvalorano»; ma poi sopravvennero
-i romantici, i quali, mescolati i generi, cominciarono a
-mescolare le arti; e poi sopravvennero altri, che pretesero con la
-parola far l'opera del pennello e dello scalpello. Quella separazione,
-troppo rigorosa, noceva; questa confusione, troppo arbitraria,
-nuoce ancor più. I simbolisti potrebbero aver ragione se si contentassero
-di cercar nella musica qualche nuovo sussidio alla poesia:
-hanno torto quando della poesia pretendono di fare una seconda
-musica, che operi sull'anima allo stesso modo che fa la vera. Checchè
-si faccia e si dica, ogni singola arte ha un suo proprio modo di rappresentazione
-e di espressione, nel quale riesce altrettanto perfetta
-quanto riescono imperfette le altre. La poesia non può fare sugli
-animi nostri quella stessa impressione che fa la musica, perchè non
-è la musica e non può essere la musica.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto
-può bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti.
-</p>
-
-<p>
-Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati
-e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo
-assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che
-i sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte
-loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande),
-e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro del
-simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò un
-degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo larga
-e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo poco
-scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò
-vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò
-la prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia
-che denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influsso
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-di Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto
-intellettuale e morale, ebbe a dire:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'imagination inquiète et débile</p>
-<p class="i01">Vient rendre nul en eux l'effet de la raison.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome di <i>intellettuali</i>,
-nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero;
-ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero,
-debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di
-questo si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichè <i>intellettuali,
-sognativi</i>. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni
-e parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e
-sono, di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte
-le impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci
-di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano
-idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee,
-detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza. Incapaci
-di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti e da
-tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio continuo
-di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà, e diventano
-pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la
-vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente
-non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi
-e delusi d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga.
-Quando v'è in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente
-consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri
-ben definiti, con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente
-possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è,
-quegli animi, respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono
-attratti dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta
-mille care illusioni.
-</p>
-
-<p>
-Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali:
-credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò
-ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta
-nè immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor
-novità, si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine
-dei loro libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei
-titoli che vi stampan su: <i>Moralités légendaires, Neurotica, Les palais
-nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires,
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel</i>, ecc., ecc.; nel
-sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi
-aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o intraducibile
-significazione; nello scrivere <i>Avant-dire</i> o <i>Racontars préatables</i>
-in luogo di <i>Avant-propos</i> o di <i>Préface</i>, e in altre invenzioncelle
-di questo taglio. Si gloriano di <i>autonomia estetica</i> (così la chiamano);
-ma è curioso vedere come, avendo pochissima conoscenza delle cose
-del mondo, e anche minori dei grandi travagli dello spirito, questi
-originalissimi secondino, senz'avvedersene, molte, o sciocche o morbose
-tendenze di quella stracca ed esausta classe delle società nostre,
-che essendosi fatta legge suprema della eleganza, ha in dote inalienabile
-la miseria intellettuale e la noja. Si stimano incommensurabilmente
-profondi; ma a formar giudizio della profondità loro e di
-ciò che in essa si cela, non si può far meglio che trascrivere, tradotte,
-le parole con cui Alessandro Pope, sin dal 1727, cominciava
-il quinto capitolo della sua <i>Arte di sprofondarsi in poesia</i>: «Ora io
-mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da tenere per prima
-massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che chiunque voglia
-riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire, detestare e rinnegare
-tutte le idee, usanze ed operazioni di quel pestilenziale nemico
-del genio, e distruggitore di belle figure, che da tutti è conosciuto
-sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo Stephan Mallarmé
-fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio smisurato, incomprensibile
-ed ineffabile, la cui troppa profondità di pensiero e singolarità
-di sentimento, non potendo accomodarsi della parola, erano
-sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla. Finalmente,
-cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò uno smilzo
-libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo modesto, e
-non novissimo, di <i>Florilège</i>. Ahimè! da quel giorno il grande maestro
-cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il più grande dei
-poeti viventi e possibili.
-</p>
-
-<p>
-Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano,
-riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze
-ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di
-loro, e che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno
-di avere. Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere
-che ne ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori
-tra quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione,
-sarà bene di recare qualche altra prova, in aggiunta a
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-quelle che già si son potute rilevare in passando. Un poco innanzi
-al 1830, data famosa, come tutti sanno, nei fasti del romanticismo
-francese, Paolo Dubois scriveva nel <i>Globe</i>: «Aussi, remarquez que
-dans les écrivains qui se produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni
-d'inspiration; tout vient de calcul: l'originalité est un système comme
-l'imitation; si les uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent
-l'extraordinaire; ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre
-à un effet qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même,
-ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des
-croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles
-aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin
-confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur,
-prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais
-qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi romantici;
-ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè
-l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai procedimenti
-loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che Prospero
-Duvergier scriveva contro il jargon <i>mystique et vaporeux</i>, e
-Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura,
-se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di
-credere che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti
-di ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i
-romantici da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune
-somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi
-poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze
-essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna,
-cogli eufuisti d'Inghilterra, coi <i>preziosi</i> di Francia e con quelli di
-Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux,
-e ci trovo, fra molt'altre, queste metafore: <i>péché-qui-tête</i>, che vuol
-dire bambino nato d'illegittimi amori; <i>cimitière qui a des ailes</i>, che
-vuol dire uno stormo di corvi; <i>psalmodier l'alexandrin de bronze</i>,
-che vuol dire sonar le campane; <i>sage-femme de la lumière</i>, che vuol
-dire il gallo; <i>quenouille vivante</i>, che vuol dire non so bene se il
-montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar
-di meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso
-suo libro: <i>Agudeza y Arte de ingenio</i>, o quel buon uomo del
-Tesauro, quando andava speculando le antiche e le nuove lettere col
-<i>Canocchiale aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione
-che serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica</i>? E veduta
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-la qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno
-l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in
-cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima
-comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò
-nondimeno, originalissimi?
-</p>
-
-<p>
-La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata;
-ma la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria
-quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando
-abbia il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino
-a questo giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma
-la opinione ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore
-se ne avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano
-volentieri a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare
-agli uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli
-altari, e un po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza
-o tardità che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il
-Maeterlick, paragonato da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non
-s'impermalisca del paragone. Ancora si vantano di non formare una
-scuola; e credono che ciò provi la potenza e l'autonomia degl'ingegni
-loro; e non s'avveggono che scuola, nel vero senso della parola,
-non può formarsi dove non sieno esempii che comandino la imitazione
-o principii chiari e sicuri in cui possano consentire gli spiriti.
-</p>
-
-<p>
-I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare
-alla <i>rinascenza dell'anima</i>, approfondendo i sentimenti, slargandoli,
-accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente
-che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero
-impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia insociale,
-sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero a
-giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano consorzio,
-e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il
-comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere
-sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e
-le comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti,
-e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile,
-si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi
-sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono individualisti
-nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo che, per
-usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a magnificarlo
-Ola Hansson, <i>gonfia a sè stesso incommensurabilmente il proprio
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-mondo e la propria misura</i>: l'individualismo del Nietzsche, il quale
-non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche.
-</p>
-
-<p>
-Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della
-poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da
-molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La considerazione
-puramente storica dei fatti umani, e il criterio così detto
-storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e comincia
-un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva
-e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non
-esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito
-dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità di
-cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha: il
-desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente e
-severo dei fatti.
-</p>
-
-<h3>VI.</h3>
-
-<p>
-Se riandiamo nel pensiero le cose dette, il simbolismo ci parrà,
-credo, cosa di piccol pregio, quanto al presente, e di scarsa promessa
-quanto all'avvenire. Esso non mostra nessuna delle qualità
-che contraddistinguono in arte i rivolgimenti grandi, duraturi e veramente
-fecondi. Di quante dottrine letterarie apparvero al mondo
-nessuna forse fu più povera d'idee, più inconsistente, più incerta. I
-simbolisti si propongono alcuni fini lodevoli, ma non li raggiungono,
-o perchè non riescono a scorgerli chiaramente, o perchè errano circa
-ai mezzi che si dovrebbero adoperare a raggiungerli. Vorrebbero restaurato
-il regno della bellezza; ma si contentano di dire che la bellezza
-deve anteporsi alla verità, e non si curano di sapere che sia
-l'una e che l'altra, e se veramente contrastino insieme, e in qual modo
-e perchè. La loro estetica è la più elementare che possa immaginarsi,
-e il loro idealismo il più povero e scolorito di quanti mai se ne videro.
-Vorrebbero restituire alla poesia l'antico lustro e l'antico primato, e la
-poesia nelle loro mani si attenua e si estenua, si riduce dalle piene armonie
-di una orchestra al poco e nudo suono di un flauto, diventa una
-specie d'arte occulta, ieratica o sonnambulica, nota solo a pochi iniziati
-e praticata in secreto. Vorrebbero ripristinare il concetto stesso dell'arte
-offeso e menomato dal naturalismo che, consapevole o non,
-ebbe l'arte in avversione, e tentò porla in discredito, come quella che
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-vuol essere un'azione dell'uomo sopra le cose, e una traduzione della
-natura secondo lo spirito; ma non riescono se non ad instaurare un
-artifizio nuovo, peggiore, sembra, di quanti mai ne furono nel passato.
-Riescono a immaginare alcune (chiamiamole anche noi così) notazioni
-nuove di sentimenti reconditi o strani; a suscitare talvolta
-negli animi altrui una inquietudine d'impressioni indeterminate e
-fugaci; a dare, di rado, della natura un senso più acuto, più doloroso,
-più intimo che forse non siasi fatto sin qui; ma a fronte di
-questi scarsi ed incerti guadagni, quante e quanto grandi perdite!
-</p>
-
-<p>
-E già forse il moto simbolistico accenna a stremarsi, e fermarsi.
-Fuori di Francia esso non si allargò molto; e se in Italia bastò a
-suscitare qualcuno di quei giornaletti che nascono e muojono tutti
-gli anni a dozzine; a variare un altro po' il gusto delle copertine
-molticolori; a spremere da magre fantasie alcuni titoli di laboriosa
-invenzione; a far nascere una piccola messe di versi giovanili che,
-in un paese dove così pochi versi si leggono, non sono letti a dirittura
-da nessuno<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a>; e a far sì che qualche dabben credenzone accozzasse
-parole senza senso, o ritentasse l'alchimia del colore delle vocali;
-bastò a tanto, ma non a più, e non fece altro bene nè altro
-male<a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a>. E già in Francia stessa nuove tendenze sorgono contrarie all'arte
-dei simbolisti; ed Emanuele Signoret, nella rassegna <i>La Plume</i>,
-parla di una novissima e baldanzosa generazione di poeti, i quali
-mettono tutti in un fascio i miti, le tradizioni ed i simboli, e buttano
-ogni cosa nelle gemonie della repubblica letteraria.
-</p>
-
-<p>
-Tutto considerato e tutto sommato, si può, credo, concludere che
-il simbolismo non durerà più di quanto sia durato il decadentismo,
-dal quale uscì, o il romanismo, con cui è imparentato. Manca ad
-esso la interna forza che sollevò, impose, diffuse il romanticismo
-prima, il realismo poi. Esso dileguerà lasciando appena un residuo,
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-simile a liquidi volatili, che svaporando lasciano appena in fondo al
-vaso, che li contenne, un po' di sostanza colorata; e il merito suo
-maggiore sarà stato, come giustamente nota il Brunetière, quello di
-essersi ribellato alla tirannide naturalistica<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a>; e l'opera sua andrà a
-beneficio di qualche nuova tendenza più sensata, più vigorosa e
-meglio equilibrata.
-</p>
-
-<h3>VII.</h3>
-
-<p>
-Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi esteti,
-non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o simbolisti.
-Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono?
-</p>
-
-<p>
-Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del
-genere umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra
-sia la contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per
-quanto è possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita
-estetica, una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il
-sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza
-e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del
-bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino
-a lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a
-questo non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della
-triade ne tengono un solo, il bello.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Rien n'est beau que le vrai,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola
-e disse:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Rien n'est vrai que le beau;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e il Verlaine soggiunge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Le rare est le bon;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a
-proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: <i>Qu'importe,
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-si le geste est beau?</i> Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto
-più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro,
-è il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova
-religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade
-ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine<a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a>, assoggettando ad
-essa religione la politica, l'economia, la questione sociale.
-</p>
-
-<p>
-Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che
-non sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente
-svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino
-ad un certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella
-realtà in modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero.
-Perchè, chi avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe,
-sempre sino ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del
-disonesto, che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro;
-e il simile si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta
-idea e perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero.
-</p>
-
-<p>
-Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere,
-a paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea
-perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende
-solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non
-riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine; e
-perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli
-uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre. E
-ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non parlare
-se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di eleganza
-dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro Rinascimento;
-e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini riprovevolissimi,
-com'è di Benvenuto Cellini.
-</p>
-
-<p>
-Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son
-due meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza
-pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè
-l'uno nè l'altro.
-</p>
-
-<p>
-Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda
-d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano: quella
-che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto di
-sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si dà
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento
-il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non s'infiltri,
-per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel generalissimo
-sentimento che noi diciamo della propria conservazione, e che si
-specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di avversioni,
-di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova psicologia
-e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando alla
-psicologia, tendano risolutamente a negarlo.
-</p>
-
-<p>
-Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica dell'estetica
-tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in noi
-dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono,
-ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e
-simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto
-più dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva
-vedere come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico,
-il quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente
-geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità
-delle linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento
-di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti,
-e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura
-di quei moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano
-un senso vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici
-si sale alle composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede
-che ogni qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica,
-in questa emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile
-della vita, della conservazione e di un benessere o malessere
-nostro<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a>. Ma si può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento
-istintivo della vita, anche un concetto della vita, e un
-riflesso più o meno largo della coscienza morale. Una fiamma viva
-che guizzi libera e splendente nell'aria, desta di solito in noi un estetico
-compiacimento. E perchè? Forse solo per quello splendore che
-affascina l'occhio? Questo è senza dubbio un fattore di quel compiacimento;
-ma ce ne sono più altri, e tanti più, quanto più l'anima
-del riguardante è essa stessa più viva, e, mi si lasci dire così, più
-flammea. C'è quella nobiltà pronta e continua che ci par segno di
-libera e incoercibile vita; c'è quel tendere in alto ch'è come un simbolo
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-di elevatezza morale; c'è una immagine di purezza o di purgazione,
-congiunta a una immagine di potenza. Nella fiamma noi sentiamo
-in certo modo noi stessi, con molta parte degli affetti, dei ricordi
-e degl'ideali nostri. Che se, nel punto in cui la guardiamo, ci
-si affacciasse alla mente il ricordo di un incendio, e dei danni o dei
-terrori ond'esso ci fu cagione, in quel punto il compiacimento estetico
-o cesserebbe o scemerebbe di molto. In una parola, il bello e
-l'utile non possono essere separati in tutto<a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per
-quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo
-spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni
-altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe
-tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse ragione,
-purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto lontano,
-avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo della
-evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da ogni
-altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra banda,
-è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi e variandosi
-senza fine gli elementi e i moti della vita interiore, la
-psiche divenga sempre più <i>suggestionabile</i>, e più <i>suggestivo</i> l'oggetto
-delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle associazioni
-più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in
-determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con
-esso; così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea
-ne suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono
-insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non
-essere; ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam
-già tali che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga
-in noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per
-quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo con
-tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee, d'immagini,
-di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione riesce
-infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime che si
-aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o da
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-più oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che
-diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una
-collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto
-che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o
-almeno si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto
-l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più irriducibile
-a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja
-più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo
-alle tarde.
-</p>
-
-<p>
-Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque
-la legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri
-dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con
-gli altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se
-non così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono
-a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così
-posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior
-virtù di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta
-parte, confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per
-gl'individui componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità
-primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano,
-tanto più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman
-l'un l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce
-e la distingue dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa
-e vede i colori; ma, in certe determinate condizioni, non può
-veder l'uno senza vedere immediatamente il suo complementare. Rechiamo
-un esempio. In origine il sentimento religioso, formato di
-paura, di desiderio, di speranza, e, in qualche misura, da prima
-assai scarsa, di amore, è un sentimento promiscuo, il quale si lega
-e si confonde in mille guise cogl'interessi e le passioni della vita pratica,
-sia individuale, sia sociale. Il credente invoca il suo dio in tutte
-le proprie occorrenze, in tutti gli atti proprii, così buoni come cattivi,
-e, non esaudito, lo vitupera, o gli ricusa l'offerta. La religione
-è religione di Stato<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a>. A poco a poco il sentimento religioso si disviluppa,
-si determina, si chiarisce, e diventa il puro, o quasi puro sentimento
-del divino, il quale, essendo molto più semplice dell'antico,
-è, nondimeno, atto ad impegnare tutta intera l'anima del credente, e
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-a muoverne tutta la vita, così l'interna come la esterna. Il medesimo
-deve avvenire del sentimento estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti
-hanno torto quando, ora come ora, parlano di bellezza pura, di pura
-emozione estetica, di puro giudizio estetico: nè la prima si conosce,
-nè la seconda si dà, nè il terzo è possibile. E Giovanni Herder era
-insomma nel vero quando diceva belle essere solamente quelle cose
-che esprimono in qualche modo l'idea della felicità.
-</p>
-
-<p>
-Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il
-supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono
-l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe diventare,
-non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei supremi
-interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni,
-da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati;
-il che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero
-di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se
-non per altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto
-in tanto lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare
-più lontano e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio
-e la preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre
-la parte dello spirito più torbida e vile ha virtù educativa a
-nessun'altra seconda. È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte;
-ma non è bene che se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro
-che dal gusto o dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati,
-disprezzano ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri
-uomini non hanno nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali,
-danno a conoscere, malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza,
-una singolare angustia di mente, e di non intendere nemmeno
-che ciò che essi disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla
-esistenza di ciò che adorano.
-</p>
-
-<p>
-Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto dell'assoluta
-indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e
-tanto abusata formola: <i>l'arte per l'arte</i>. Ora, questa formola, intesa
-in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol
-dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale,
-non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa vera
-a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte
-quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco
-a poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna
-a volere, in avvenire, districarsene sempre più, <i>per quanto l'unità
-<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span>
-della psiche e della vita gliel potranno concedere</i>. La funzione artistica
-diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e lo
-Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di
-evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della
-scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi
-della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per
-quella formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla
-a spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni
-umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere
-gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro
-non sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato
-di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli
-animi un semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo
-proposto, più o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di
-produr negli animi anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai
-grandi esempii, non ci parrà che essi dieno troppa ragione agli
-esteti. Che diremo di alcuni dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori,
-dell'<i>Iliade</i> pare abbiano inteso, innanzi tutto, di glorificare il
-loro popolo. Virgilio volle, sì, nell'<i>Eneide</i>, far opera d'arte, ma
-volle, anche più, celebrar la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto.
-E Dante? che avrebbe risposto Dante a chi gli avesse detto
-che la Commedia non è se non un'opera d'arte? E lo stesso Orazio,
-il molle e frivolo Orazio, non ha egli una filosofia, e non si studia
-d'inculcarla a chi l'ascolta? Le statue greche sono forse pure opere
-d'arte per noi, ma non furono nel tempo in cui offrivano agli occhi
-bramosi degli uomini le immagini sacre dei numi e degli eroi. E
-qui una osservazione non sarà fuor di proposito. Si può dire che
-le opere d'arte tanto più assumono carattere di pure opere d'arte
-quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono cancellate, o dimenticate,
-le attinenze loro coi bisogni e con le operazioni della vita pratica,
-ed è, per questo rispetto, attenuata la significazione loro.
-</p>
-
-<p>
-La scienza può <i>disinteressarsi</i> da tutte l'altre cose umane assai
-più che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu
-detto del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi
-sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre
-più, da tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni
-dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto
-l'uomo e tutta la vita.
-</p>
-
-<p>
-Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organi
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-indipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti:
-anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona,
-tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle
-singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge
-l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi
-e funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove,
-quella qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune,
-ch'è la integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio
-e fomite di turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni
-dell'organismo sociale debbono essere tutte coordinate fra loro,
-e tutte subordinate ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè
-ciò fa che sieno meno legittime e meno opportune, nei singoli casi,
-quelle disarmonie e quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre
-sembrano contrastare al fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano
-il conseguimento.
-</p>
-
-<p>
-L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca solitario
-in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può ignorare
-la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli esteti le
-vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace, e come le piace,
-non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere conferito; giacchè
-se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello spirito, non è però,
-nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi con l'altre; e
-quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a tutte, ma
-nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o schifano la
-scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito; ma, nulladimeno,
-è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine e quel
-nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa,
-e se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia
-rapire dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende
-sè stessa e cade nella impotenza e nel ridicolo.
-</p>
-
-<p>
-La formola <i>l'arte per l'arte</i> ha dunque una parte di vero e una
-parte di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa:
-<i>l'arte per l'uomo</i>.
-</p>
-
-<p>
-Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato
-della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo;
-un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della
-purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a
-furia di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar
-la vita in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosa
-<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span>
-memoria. Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio
-contemplar la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite
-ond'è pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio,
-e fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro
-di umanità, d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes
-del romanzo dell'Huysmans.
-</p>
-
-<h3>VIII.</h3>
-
-<p>
-E ora veniamo alla conclusione.
-</p>
-
-<p>
-La reazione letteraria presente, parte di reazione più generale
-e più vasta, è, come tutte le azioni e reazioni della storia, utile per
-un verso, dannosa per un altro. Essa ha prodotto sin qui, sarebbe
-ingiusto il negarlo, più di un buon effetto. Son pochi anni, Emilio
-Zola scriveva: «J'ai montré que la force d'impulsion du siècle était
-le naturalisme. Aujourd'hui, cette force s'accentue de plus en plus,
-se précipite et tout doit lui obéir». «Il est bien évident, en effet,
-que l'évolution naturaliste va s'élargir de plus en plus, car elle est
-l'intelligence même du siècle»<a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a>. La reazione ha sfatate queste speranze
-di vittorioso e indefinito progresso<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a>. Il naturalismo pretese
-di annichilare la persona dell'artista nella immensità della vita e
-della natura; la reazione asserì che in arte l'anima dell'artista deve
-contare, non pur qualche cosa, ma assai, e inclinò, passando il termine
-del giusto, a considerar l'opera d'arte solo come un segno rivelatore,
-o un simbolo, dello spirito che la crea. La reazione s'adoperò
-inoltre a restaurare il senso e il culto della bellezza e dell'arte,
-e a distogliere lo spirito da quella pura contemplazione storica delle
-cose umane che potrebbe, a lungo andare, stupefarne la spontaneità
-e la energia.
-</p>
-
-<p>
-Ma la reazione ha prodotto pure, e l'abbiam veduto, più di un
-<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span>
-effetto cattivo. Essa ha segregato l'arte dalla realtà e dalla vita, le
-ha scemato moto e vigore, l'ha rituffata in un nuovo bizantinismo,
-e l'ha distolta dal più vero suo fine, ch'è di far vivere all'uomo, in
-ispirito, quella più alta, piena ed intensa vita che la realtà da sè
-sola non può consentirgli. Disse lo Shelley che officio della poesia
-è ricrear l'universo. Ancora la reazione volle negar la ragione e la
-scienza; e se l'arte non è un puro esercizio di ragione, come fu creduto
-un tempo; e se non è quel medesimo che la scienza, come
-testè si volle far credere, è tuttavia tale che senza l'appoggio e
-dell'una e dell'altra non si può reggere.
-</p>
-
-<p>
-Accennati questi errori suoi e ricordato quanto scarsa ed incerta
-sia la dottrina con cui s'industriò di fare che paressero verità, si
-vede subito dove stia la debolezza della reazione presente, e quali
-probabilità essa si abbia di duraturo successo. Due forze veramente
-vive e poderose operano ora nel mondo, lo agitano e lo trasformano:
-la scienza e l'idea sociale. La scienza di cui ingenui avversarii e pii
-detrattori annunziano il discredito, la bancarotta, la fine, comincia
-appena, si può dire, l'opera sua moltiforme, e risponde alle accuse
-e agli scherni disciplinando, beneficando, creando. La idea sociale
-trascina irresistibilmente a un nuovo assetto le società civili, a un
-nuovo uso delle umane energie, a una vita nuova. Non faccio pronostici
-nè congetture circa l'avvenire di quella poesia che s'inspira
-dell'idea sociale, la riscalda col sentimento, la propugna e la diffonde.
-Essa è oramai copiosa; ma, bisogna pur confessarlo, di
-scarso valore artistico<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a>. Può darsi ch'essa duri quanto il bisogno
-che l'ha fatta nascere, e cessi col cessare del turbamento che esprime.
-Comunque sia, se un'arte ha da vivere nel futuro, non quella certo
-vivrà che contrasta alle forze massime del mondo moderno, ma
-quella che saprà armonizzarsi con esse; non quella che si apparta
-nel sogno, ma quella che si mescolerà con la vita; non quella che
-rimpiange il passato, ma quella che anticipa l'avvenire. La reazion
-presente, malgrado suo, non avrà fatto se non ispianare a quell'arte
-nuova la via.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span>
-</p>
-
-<h2 id="avvenire">LETTERATURA DELL'AVVENIRE<a class="tagtitle" id="tag536" href="#note536">[536]</a></h2>
-</div>
-
-<h3>I.</h3>
-
-<p>
-I pontefici del realismo sentenziarono: Fuori del nostro canone
-e della nostra Chiesa non v'è salute per l'arte: la letteratura dell'avvenire,
-se vorrà vivere, dovrà farsi realista. Il domma, bandito
-con impareggiabile sicuranza, con provocante scalpore, e con quell'enfasi
-di linguaggio che sembra volere caparrar la vittoria, s'impose
-a molti, i quali s'immaginarono essere finalmente entrati in
-possessione del verbo sacro e indefettibile; ma è, come gli altri
-dommi tutti, soggetto all'esame e aperto alla critica.
-</p>
-
-<p>
-Il realismo di questi ultimi tempi arrecò, senza dubbio, più di
-un beneficio all'arte in genere e alla letteratura in ispecie, e ha gran
-torto chi lo nega: l'error suo, spiacente e non perdonabile, fu di
-volersi accampare, in modo troppo risoluto e troppo impetuoso,
-come dottrina, armandosi di una intolleranza eccessiva ed astiosa,
-quale forse non ostentò in egual grado nessuna dottrina passata;
-vantando una saldezza di fondamenti scientifici, affettando un rigor
-logico di argomentazione, i quali son cosa assai più di apparenza
-che di sostanza. Già da molti furono denunciate, insieme con gli
-eccessi suoi, l'intime e distruttive sue contraddizioni, la inconsistenza
-di quella che si può chiamare la sua filosofia: prendendo occasione
-<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span>
-da alcune delle affermazioni più recise e più categoriche de'
-suoi campioni, io vorrei discutere brevemente, e senza troppo arruffio
-di ragioni, in queste pagine, i seguenti quesiti: Qual'è la relazione
-che la letteratura può avere con la scienza? Che sicurezza,
-o probabilità, c'è che venga a mancare la letteratura detta d'immaginazione?
-Qual sorte è, presumibilmente, serbata all'idealismo in
-arte? Quale si può credere che abbia ad essere, in genere, la letteratura
-dell'avvenire?
-</p>
-
-<p>
-Tali quesiti io intendo discutere, non con criterii derivati, come
-troppo comunemente suol farsi, dal preconcetto, o dal sentimento:
-ma con criterii di quella luminosa e trionfal dottrina della evoluzione,
-ch'è la sintesi scientifica e filosofica più compiuta e più alta
-a cui abbia poggiato insino ad ora lo spirito umano. Se non altro,
-gli avversarii non potranno rimproverarmi di andare a raccattar gli
-argomenti in dottrine troppo viete, o non larghe abbastanza. Discorrendo,
-io mi volgerò, quando all'arte in generale, quando alla letteratura
-in particolare, secondo dal bisogno o dall'opportunità mi sarà
-consigliato, e com'anche richiede quell'indissolubile nodo che stringe
-tutte insieme le arti; ma s'abbia presente che la letteratura, e le
-varie sue forme, saranno sempre, espresso o sottinteso, il tema mio
-principale.
-</p>
-
-<h3>II.</h3>
-
-<p>
-E comincio con una negazione.
-</p>
-
-<p>
-Io nego che il realismo in arte sia, <i>essenzialmente</i>, come troppo
-volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario del
-crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così fosse,
-il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra, in
-tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà, e
-contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe letteratura
-realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai cruda,
-il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel medio evo
-non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così l'affermazione
-che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo appunto al soverchiar
-della scienza, è una affermazione illegittima, non provata
-e non probabile. Io non dico già che la scienza non abbia potuto
-cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo contemporaneo,
-<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span>
-e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più lo distinguono
-da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del suo
-nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni, parecchie
-delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza
-dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a
-dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una
-particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma
-di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica, rintracciare,
-fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per un
-letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son
-nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe
-volte poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se
-non la incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare,
-la quale incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza.
-Quell'arte che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari,
-di descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli
-elementi derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata,
-cercando in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo
-da ogni generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza
-della sua produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e
-sazio ogni più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza,
-la quale, come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione
-sua, si costituisce astraendo, e generalizzando si compie.
-</p>
-
-<p>
-Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che
-la pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di legare
-insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la
-letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa,
-è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad
-ogni giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia.
-Dei due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza, i realisti
-vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo una sola
-persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere più facilmente
-lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono la poesia
-ed i poeti. <i>Nous autres hommes de science</i>, dice, senza ridere, Emilio
-Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina; e si sa che per
-lui e per loro, la letteratura è un'indagine, <i>une enquête</i>, la quale
-vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini scientifiche, osservando,
-comparando, sperimentando, e deve proporsi il medesimo
-scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero. Non
-<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span>
-ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso <i>documento
-umano</i>: la stupefacente denominazione di <i>romanzo sperimentale</i>,
-data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa sorridere
-chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza lo
-sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la
-misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima
-parte di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera,
-per i procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si
-differenzia gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo
-pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione
-stessa, e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è
-provato, cioè, che con le formole non si fanno le letterature, e non si
-fa nessun'arte.
-</p>
-
-<p>
-Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che
-fa la scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per
-sè stessa, a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno
-può essa avere dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi
-pensate di poterla ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e
-de' proprii suoi metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi
-e di lavoro, perchè quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel
-modo più risentito, a quella legge della specificazione delle funzioni
-e della divisione del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in
-pari tempo, uno dei massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo
-a tal legge, vassi egli innanzi davvero, come pare che i realisti
-credano, o non piuttosto si torna addietro? In origine scienza, poesia,
-religione, politica, sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito
-e nella vita. A poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro
-di distribuzione, che associa gli elementi omogenei e dissocia
-gli eterogenei, esse si distinguono e si sceverano, e acquistano, per
-modo di dire, la nozione, così dei termini entro cui s'hanno a contenere,
-come delle vie per cui si possono muovere, e delle forme concedute
-al loro crescere. Gli uffici si separano, e dal patriarca primitivo,
-che tutti in sè gli accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi
-atti di generazione, il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato.
-A lungo andare la scienza si specifica, e la letteratura si specifica:
-quella rinunzia agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento;
-questa rinunzia al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente
-è, il moto normale delle cose, con qual mai ragione si
-arroga il realismo di contrariarlo, e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi,
-<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span>
-se così posso esprimermi, nella scienza, mentre la scienza
-vuole, e più sempre vorrà, serbare intero il suo essere e disimpacciati
-i suoi moti? Immagino bene la risposta: la letteratura, mi si dirà,
-deve congiungersi con la scienza, e magari perdersi in lei, perchè la
-scienza è il vero, e tutto deve ridursi al vero. Ma perchè deve tutto
-ridursi al vero? Sopra il vero, ch'è una semplice relazione tra l'oggetto
-e il soggetto, c'è appunto l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita,
-c'è l'essere, ch'è quanto dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento,
-ch'è sì gran parte di noi, non possiamo già spogliarci come di un
-abito logoro. La conoscenza del vero è uno dei bisogni dell'umana natura;
-ma non è l'unico, ma non è nemmeno il massimo: il massimo è
-il bisogno della felicità. Anzi può dirsi che sia questo il suo solo bisogno,
-perchè comprende dentro di sè tutti gli altri. Chi dunque afferma
-che la letteratura dev'essere ridotta alla scienza, cioè al vero,
-disconosce la umana natura qual'è, e quale tuttavia sarà, per quanto
-si muti, in un avvenire ancor molto lontano da noi; e pretende di
-condurre la letteratura al vero, al solo vero, in virtù di un principio
-falso. Il verismo, tanto orgoglioso del proprio nome, ha per radice un
-sofisma.
-</p>
-
-<p>
-La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi
-della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve dissimularsi
-interamente dietro le cose che narra o descrive, non attraversarsi
-a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi quanto
-più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in sè le
-immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà gli è
-possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la voce o
-l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi trascrittore.
-Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più faticherà
-il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno spirito
-che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e urgentissimo
-studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare e
-cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di disindividuarsi.
-Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire a
-questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a disfare
-sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita, l'ingegno
-e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era nato.
-</p>
-
-<p>
-Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione
-necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in piena
-contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione del
-<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span>
-soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato dalla
-dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo spirito, non
-ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i proprii confini,
-non si scevera se non con fatica e parzialmente dell'oggetto, cioè dal
-mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo primitivo la contrapposizione
-de' due termini, soggetto ed oggetto, è incerta e intermittente,
-e però egli trascorre del continuo con l'animo nelle cose, e immagina
-il mondo simile a sè. Non altra è la ragione dell'antropomorfismo,
-nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco a poco, in virtù di un
-processo che qui non accade di descrivere, il soggetto si scevera
-dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini si fa più costante
-e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza quello sceveramento
-non è possibile; e nata cresce, mentre il processo continua.
-Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto, come già
-questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di voler conoscere
-uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che alla cognizione
-dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di scienze,
-le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive. E se il soggetto
-non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella letteratura,
-e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da esplicare e da
-esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di esprimersi, ed
-è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere quella nozion di
-sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è venuto acquistando?
-Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a ogni modo che
-s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo anche la
-nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia combattete.
-Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a quelle leggi della
-evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe lasciare alla scienza
-lo <i>studio puramente oggettivo</i> delle cose; alla letteratura, e all'arte in
-genere, la manifestazione dello spirito e la libera riproduzione delle
-cose nello spirito; inteso il tutto con la debita discrezione, senza
-innaturale rigor di termini, senza angustia di preconcetti.
-</p>
-
-<h3>III.</h3>
-
-<p>
-Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a
-mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare
-in più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella
-<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span>
-che con predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico
-e i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar
-sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione
-e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo,
-è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata
-in virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a
-poco svigorendo negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo
-dominio di quanto quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto,
-su cui tutta l'argomentazione si fonda, non solo non è vero,
-ma è, adirittura, contrario al vero.
-</p>
-
-<p>
-In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo
-nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente)
-si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al
-par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi
-<i>Principii di psicologia</i><a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a>. L'uomo inferiore ha, checchè si creda in
-contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso
-è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto
-più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente
-coscienza dei bruti.
-</p>
-
-<p>
-La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion
-diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito,
-della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza
-di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in ragione
-col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non c'è
-quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è vero,
-com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso processo
-armonico di evoluzione.
-</p>
-
-<p>
-La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni
-più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi esperimenta,
-concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di relazioni,
-di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti, ma solamente
-immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia; e certe ipotesi,
-come quella del Laplace intorno alla formazione del sistema
-solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle specie, se
-sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure miracoli
-di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa, una virtuosità
-<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span>
-nel collegare i concetti più disparati, quali molti poeti di
-sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che, mentre osserva
-o sperimenta, immagina un certo risultamento delle osservazioni
-e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina uno o
-più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato della parola,
-un uomo di altissima fantasia.
-</p>
-
-<p>
-So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono
-di poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato,
-confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente,
-un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento
-è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità,
-nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di
-meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso,
-per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso
-che nasce essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia,
-prova una certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di
-fantasia. Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito.
-Il meraviglioso mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale,
-assai più che da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine
-da una virtù fantastica insufficiente, o per parlare in forma più
-concreta, da una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva
-dello spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto,
-e sempre più diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando
-essa il moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti
-e le relazioni loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo,
-quelle tenaci associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori.
-Il che non vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica
-della finzione.
-</p>
-
-<p>
-Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il
-venir meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da
-errore, il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I
-poeti e i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia
-dei poeti dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di
-leggende del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle
-<i>Mille e una notte</i> passano per miracoli di potenza fantastica, e pure
-la fantasia che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella
-che opera nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro
-Dumas padre, di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo
-di personaggi immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo
-<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span>
-officio, compiere una quantità di azioni similmente immaginate, e
-il tutto muoversi con certo ordine, con certa conseguenza, e piegare
-a certi fini contemplati ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta,
-per via di relazioni immaginarie, con personaggi, con fatti,
-con azioni reali, e tutto ciò senza che il romanziere ricorra, per isciogliere
-il nodo dell'azione, all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale.
-La forza di fantasia, reminiscitiva e costruttiva, che si richiede
-a così fatto lavoro è, a dirittura, portentosa, e ve n'ha più
-in un solo di quei romanzi che non in tutta, quanta è, la letteratura
-novelliera dell'Oriente.
-</p>
-
-<p>
-Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che
-ha raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà,
-se tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non
-esclude già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole
-e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente
-a nessuna esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo
-allora non soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento
-che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso
-ch'egli ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso
-così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa
-e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è
-doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati
-nella libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica
-sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi
-stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma
-vivi della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo.
-</p>
-
-<p>
-Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso
-allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi disinteressato
-da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato ogni vincolo
-suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose immaginazioni
-onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo destano negli
-animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano destare
-negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori angosciosi.
-L'episodio di Francesca da Rimini, nell'<i>Inferno</i> di Dante, è certo
-assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e ciò
-non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè
-gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini
-di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne
-serenamente la sovrana bellezza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span>
-</p>
-
-<p>
-Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e
-si afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito,
-e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento
-delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire a
-comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare
-gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini
-privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione,
-o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della
-mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di
-lor natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo
-il dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i
-sensi, gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario
-cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò
-ch'esso è veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà
-mai, così lieto, che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi
-talvolta, almeno con la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo
-di libertà che loro rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia
-delle universe leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto
-nella fantasia, parmi assai dubbio, e molto improbabile, che se ne
-vogliano, per amor del realismo, spogliare.
-</p>
-
-<p>
-Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire
-vie più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà
-nell'arte? E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini
-e il modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in
-quest'altra? Non v'è realista così intollerante e caparbio che non
-ammetta il libero esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato
-essa fa il piacer suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma
-in altre arti non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono
-essere, dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura,
-morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se
-io ho un fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza
-che mi sia lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori,
-nel marmo, nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco,
-in una melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro,
-in una statua, in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti
-è cotesta? E parlando della letteratura in più particolar modo,
-perchè dovrà vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure
-è l'organo di ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai
-di quanto possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione
-<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span>
-loro che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia,
-sempre e in tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione
-che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto,
-a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che
-ci fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo
-men legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana
-natura.
-</p>
-
-<h3>IV.</h3>
-
-<p>
-E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo
-nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano
-che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza,
-nè la storia, nè un'ipotesi probabile.
-</p>
-
-<p>
-Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale,
-perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso
-immaginarmi e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una
-cosa, e più poi quando esprimo quel mio pensiero con parole, io
-necessariamente idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i
-quali sono o poco o molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento.
-Non v'è realista, per quanto convinto delle sue dottrine egli
-sia, e per quanto maestro nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità;
-e s'egli crede pur di potere, e se ne vanta, non fa se non
-mostrare l'ingenuità propria, e quel difetto di perspicacità e di penetrazione
-filosofica ch'è difetto di tutta la scuola. Il salto fuor di sè
-stesso nella realtà assoluta è un sogno. A persuadersene basta, del
-resto, aprire qualsivoglia romanzo di qualsivoglia grande realista
-moderno: per esempio, dello Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in
-azione, le cose che descrive, i fatti che narra, sono tutti idealizzati,
-in un certo senso e in una certa misura; sono assoggettati, in altri
-termini, a varii e complicati processi di semplificazione, di condensazione,
-di avvaloramento, dei quali l'autore può non essere consapevole,
-ma che son pur quelli in virtù di cui i personaggi rappresentati,
-le cose descritte, i fatti narrati, producono e lasciano negli
-animi nostri più forte e duratura impressione che non farebbero i
-veri e reali. Quand'egli descrive un tramonto di sole, descrive, non
-già il semplice fenomeno fisico, ma bensì l'impressione che quel
-fenomeno farebbe in uno o più spettatori possibili, e lo descrive con
-<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span>
-parole che di necessità traggono dietro una lunga sequela di elementi
-ideali. E la tendenza all'idealizzare dev'essere ben imperiosa
-in noi, se può tor la mano agli stessi realisti più ostinati e valenti,
-e trascinarli ad eccessi cui forse non giungerebbero gl'idealisti più
-audaci. Chi abbia letto <i>Le ventre de Paris</i> del medesimo Zola ricorda
-quella famosa <i>sinfonia de' formaggi</i> divenuta oramai proverbiale,
-dove c'è più idealismo (sia pure di cattiva lega) che non in
-un racconto di fate; e chi abbia letto <i>La bête humaine</i> sa che cosa
-diventi una vaporiera tra le mani del gran maestro del realismo contemporanei.
-In molti degli eccessi suoi più noti e più notabili il realismo
-non è se non un idealismo capovolto.
-</p>
-
-<p>
-Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza?
-sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza continuamente,
-e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza
-quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto
-se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per la
-specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi
-dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione,
-immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali
-e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione
-dei pianeti intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza
-tener conto degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità,
-assai più idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui
-animo non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute,
-ma solo ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo
-empia di sè, lo guidi, lo faccia vivere e muovere.
-</p>
-
-<p>
-La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la
-tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo;
-anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone
-un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza,
-scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il
-corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la
-conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente
-che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente,
-ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e
-di giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso
-i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge
-al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come
-la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo. Si
-<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span>
-crede da' più che nelle letterature antiche <i>in genere</i> sia più idealità
-che nelle letterature moderne <i>in genere</i>; ma tale credenza è un errore.
-Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno principalmente
-non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù idealizzatrice;
-ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi
-la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non
-riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità.
-Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi
-all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è
-veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce,
-non da ignoranza, ma da scienza.
-</p>
-
-<p>
-La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita
-tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette
-e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte,
-nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se
-l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa
-direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare,
-senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E ciò
-che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi dell'umanità
-tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur
-consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale
-ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in
-virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi.
-</p>
-
-<p>
-Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto
-da potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire,
-perchè dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura
-ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il
-passo, e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente,
-governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano
-a ritroso della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di
-proposito deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne
-oggetto di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni
-più brutali, tutti i <i>residui atavistici</i> dell'umanità, tutto ciò che
-l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà
-la letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di
-veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e
-s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a
-un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti
-indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può
-<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span>
-condurli a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più
-sensitiva diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto;
-e non si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare
-a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e
-più oscuri conforti.
-</p>
-
-<h3>V.</h3>
-
-<p>
-E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare
-circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura?
-La predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le
-loro dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità
-d'arte, a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo,
-non mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile;
-e già nel presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano
-che il moto suo d'espansione sta per esser frenato, che altre
-tendenze il contrastano. A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il
-recentissimo simbolismo francese. Il realismo potrà essere una delle
-forme dell'arte nuova; ma, certamente, non sarà tutta l'arte.
-</p>
-
-<p>
-Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura
-più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta
-dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente tirannia
-delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il pretesto
-di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia di
-monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere, e
-il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento che ne
-deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve oltrepassare
-i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua; e
-mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare
-l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da
-lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti e
-postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar da
-sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei, indipendentemente
-da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa critica,
-e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa
-e perplessa, ne dissecca le fonti.
-</p>
-
-<p>
-Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano
-quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire
-<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span>
-una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione
-mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una
-ragion che non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e
-nocciono, quando divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato
-dominio. La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce
-per giunta l'umana natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra
-e regnar sola, nel presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico,
-una unica formola d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo
-intero (come vediamo essere avvenuto un tempo, e in certa misura,
-nell'antico Egitto), tale possibilità viene ben presto a mancare col
-procedere e col variarsi della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta
-ad un canone solo (come per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe
-prima la uniformità degli spiriti, ridotti a un unico tipo.
-Ora, tale uniformità, che non si riscontra intera mai, nemmeno tra
-quelle razze infime dell'umanità le quali men si discostano dalla condizione
-dei bruti, lascia il luogo, tra le razze più nobili e culte, a una
-disformità pressochè infinita, la quale va aumentando e facendosi
-sempre più distinta, come più la civiltà s'innalza e si complica. Ci
-troviam qui di fronte a un'altra delle massime leggi della evoluzione,
-ch'è il passaggio graduato e irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo;
-e se questa è legge che governa, non pure la natura umana,
-ma tutta l'universalità delle cose, come sarà mai possibile che l'arte
-le contraddica, riducendosi essa sola all'omogeneo? E come potrà,
-ad esempio, effettuarsi quella fantasia dei realisti, i quali vorrebbero
-che tutti i generi letterarii fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati
-dal romanzo, se il processo naturale e storico è, anche in letteratura,
-appunto il contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva
-separazione e di continuato differenziamento? Anche in questo
-caso, come in più altri notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso
-della evoluzione, cosa che non fa troppo onore a chi mena tanto
-vampo di scienza.
-</p>
-
-<p>
-Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e somiglianze
-per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a formare
-come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e
-condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri psichici,
-legate in una specie di psichica comunanza, non certo intera ed assoluta,
-ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un suo special
-modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo concetto e
-bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre famiglie,
-<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span>
-sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano anche
-per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle tutte. Le
-grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte hanno origine
-dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere l'uniformità dell'arte
-mentre aumenta la disformità degli spiriti, è cosa non meno
-vana che assurda. Si è questa crescente disformità per lo appunto
-che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando di ciò s'avrà
-chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la critica partigiana,
-dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più se non
-famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio d'egemonia;
-e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità nuova
-d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e questo
-non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello.
-</p>
-
-<p>
-La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà
-tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza dannose
-limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come
-più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario
-che la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi
-e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale
-divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di
-letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto
-concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel
-tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti
-in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere se
-non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò che
-la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò solo
-che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte; e s'intenderà
-che un compito massimo dell'arte possa esser quello di significare
-appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito universalmente,
-ma segregato e recondito e non comunicabile in altro
-modo.
-</p>
-
-<p>
-La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare
-tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in
-vario modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare
-tutta la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è
-forse della vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter
-prendere la sua materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente
-e nel passato, nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere
-personale e impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo
-<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span>
-non potrà essa sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale
-non mancherà chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse,
-non mancheranno spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè
-la vita è fatta di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura
-più comprensiva e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle
-entrambe congiuntamente.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-<span class="smcap">Fine.</span>
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="4">Rileggendo le Ultime Lettere di Jacopo Ortis</td> <td class="pag"><a href="#ortis"><i>Pag.</i> 3</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4">Il Romanticismo del Manzoni</td> <td class="pag"><a href="#rommanz">25</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4">Perchè si ravvede l'Innominato?</td> <td class="pag"><a href="#innomin">87</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4">Don Abbondio</td> <td class="pag"><a href="#abbondio">107</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4">Estetica e Arte di Giacomo Leopardi:</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">I.</td> <td>Della psiche di Giacomo Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop1">125</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">II.</td> <td>Estetica generale del Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop2">146</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">III.</td> <td>Il Leopardi e la musica</td> <td class="pag"><a href="#leop3">176</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">IV.</td> <td>Il sentimento della natura nel Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop4">189</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">V.</td> <td>Estetica della morte</td> <td class="pag"><a href="#leop5">219</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">VI.</td> <td>Classicismo e Romanticismo del Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop6">236</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">VII.</td> <td>L'arte del Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop7">263</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4">Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti</td> <td class="pag"><a href="#esteti">303</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="4">Letteratura dell'avvenire</td> <td class="pag"><a href="#avvenire">349</a></td>
- </tr>
-</table>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="opere">
-<p class="title">
-DELLO STESSO AUTORE
-</p>
-
-<p>
-<b>Poesie e novelle</b>, 1 vol. in-8º, di pag. 859. L. 3&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<b>Studi drammatici</b>, 1 vol. in-8º, di pag. 327. L. 4&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<b>Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio
-evo</b>, ristampa in-8º gr. di pag. XVI-808. L. 15&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<b>Attraverso il Cinquecento</b>, 1 vol. in-8º, di pag. IV-391. L. 8&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<b>Miti, leggende e superstizioni del medio evo</b>, 2 vol. in-8º,
-di pag. XXIII-310, 398. L. 5 — ciascuno.
-</p>
-
-<p>
-<b>Anglomania</b>, 1 vol. in-8º, di pag. XXXIV-431. L. 12&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<b>Medusa</b>, 3ª edizione, adorna di 100 disegni di C. Chessa, 1 vol.
-in-8º, di pag. VIII-292, L. 10 —; legato elegantemente L. 12 —;
-legato in pergamena e oro L. 15&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<b>Le Danaidi</b>, 2ª edizione, 1 vol. in-8º gr., di pag. VIII-183. L. 5&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<b>Poesie (1893-1906)</b> in-12º di pag. IV-487 con ritratto e fac-simile L. 10 —; legato L. 12&nbsp;—
-</p>
-
-<p>
-<b>Prometeo nelle poesie</b> (<i>è in preparazione la ristampa</i>).
-</p>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo breve saggio fu pubblicato la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>,
-serie III, vol. LVII (1895). Riappare qui accresciuto di alcune brevi note e con
-qualche leggiero ritocco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per quanto concerne le relazioni delle <i>Ultime Lettere</i> col <i>Werther</i>, e
-con taluna delle troppe imitazioni di questo, rimando il lettore ai noti scritti
-dello <span class="smcap">Zschech</span>: <i>Ugo Foscolo und sein Roman «die letzten Briefe des Jacopo
-Ortis»</i> (pubblicato nei <i>Preussische Jahrbücher</i> del 1879 e 1880, e, tradotto, nella
-<i>Nuova Rivista internazionale</i>, febbrajo e settembre 1880); Ugo <i>Foscolos Ortis
-und Goethes Werther</i> (nella <i>Zeitschrift für vergleichende Litteraturgeschichte
-und Renaissance-Litteratur</i> del 1890); <i>Ugo Foscolos Brief an Goethe, Mailand,
-den 15 Januar 1802</i> (nel <i>Bericht der Realschule am Eilbeckerwege zu Hamburg</i>
-1894). Per le prime traduzioni italiane del <i>Werther</i>, fatte nel secolo scorso,
-l'una o l'altra delle quali non potè rimanere ignota al Foscolo, vedi <span class="smcap">Appell</span>,
-<i>Werther und seine Zeit</i>, 4ª ediz., Oldenburgo, 1896; ov'è da notare per altro
-che la prima stampa della traduzione del D. M. S. non è del 1796, ma del 1788.
-Per la storia delle varie redazioni del romanzo foscoliano vedi: <span class="smcap">Martinetti</span>,
-<i>Dell'origine delle Ultime lettere di Jacopo Ortis</i>, Napoli, 1883; <span class="smcap">Del Cerro</span>,
-<i>Indagini foscoliane</i> (nella <i>Vita italiana</i>, fasc. 16 gennajo 1897); <span class="smcap">Chiarini</span>, <i>L'edizione
-dell'«Jacopo Ortis»</i> del 1798 (nello stesso giornale, fasc. 16 marzo 1897).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È pur da ricordare a questo proposito che alcuni (a dir vero pochissimi)
-critici tedeschi non si peritarono di mettere l'<i>Ortis</i> sopra il <i>Werther</i>; tra
-gli altri <span class="smcap">O. L. B. Wolf</span>, nella sua <i>Allgemeine Geschichte des Romans</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nuovi saggi critici</i>, 2ª ediz., Napoli, 1879, pp. 142, 143, 147.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Werther non può ammettere che uomo fortemente innamorato pensi ad
-altro che all'amor suo; ma gli è un fatto che uomini anche perdutamente
-innamorati possono pensare a molte altre cose collegandole in qualche modo
-all'amor loro. In quella povera imitazione del romanzo del Goethe che Carlo
-Nodier compose da giovane, <i>Le peintre de Saltzbourg</i>, il protagonista, Carlo
-Munster, si lagna di essere proscritto e fuggitivo, d'aver perduto la patria e
-l'amata. L'Everardo del Lanfrey fu detto dall'autore stesso un Werther della
-libertà.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Cesarotti scorse il pericolo e giudicò le <i>Ultime lettere</i> libro immorale.
-In un breve, ma acuto scritto, intitolalo <i>Werther, René, Jacopo Ortis</i>, <span class="smcap">Carlo
-De Rémusat</span> cercò di mostrare che il romanzo del Foscolo è meno immorale
-di quello dello Chateaubriand e di quello del Goethe (<i>Critiques et études littéraires</i>,
-nuova edizione, Parigi, 1857, vol. II, p. 125).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel 1820 l'autore di un articolo pubblicato nella <i>Biblioteca italiana</i> poneva
-in un fascio l'<i>Ortis</i>, i <i>Sepolcri</i>, la <i>Ricciarda</i>. e scriveva: «Le <i>Lettere di
-Jacopo Ortis</i>, i <i>Sepolcri</i>, la nuova tragedia presenteranno il tuo nome alla
-posterità entro una luce funerea».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Chi crederebbe di dover trovare le lodi della melanconia nel buon La
-Fontaine?
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> Il n'est rien</p>
-<p class="i01">Qui ne me soit souverain bien,</p>
-<p class="i01">Jusqu'aux sombres plaisirs d'un cœur mélancolique.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma dei piaceri e della dignità della melanconia s'era già fatto beffe da un
-pezzo il Montaigne.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">Cantù</span> disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia» (<i>Ugo
-Foscolo</i>, in <i>Arch. storico lombardo</i>, anno III (1876), fasc. 1º, p. 17), ma andò
-troppo di là dal vero. Scrisse il <span class="smcap">Pecchio</span> (<i>Vita di Ugo Foscolo</i>, 3ª edizione, Lugano,
-1841, pp. 259-60): «Invece di procurare di vincere questo umor melanconico,
-sembrava ch'ei lo nutrisse, e se ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso
-sentenziò: «La malinconia, dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali,
-perchè è infermità inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica
-in tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Giovita Scalvini</span> scrisse a questo proposito (<i>Scritti ordinati per cura di</i>
-N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi movimenti, il suo
-sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua testa, calcolatrice degli effetti
-di tutte queste ciarlatanerie». Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra
-abitato da uno di que' Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo
-per me è un mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale
-fu non poca di quella <i>egolatria</i> che contraddistinse infiniti romantici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e di carattere
-tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle che si potrebbero pur
-notare, sebbene non sieno tanto appariscenti, tra il Foscolo e lo Sterne. Sia
-ricordato di passata che il <i>Viaggio sentimentale</i> fu scrittura assai cara ai romantici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>,
-Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e qualche emendazione,
-esso rimane immutato.
-</p>
-
-<p>
-Con questo medesimo titolo: <i>Le romantisme de Manzoni</i>, il signor Vittorio
-Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato in deposito al
-librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo, dopo non molto, all'autore,
-fu certo veduto da pochi, e non è più in commercio. Nelle 195 pagine di cui
-si compone il volume sono molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci
-si discorre con una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti
-nei libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla
-degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul pensiero
-e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura, un discepolo del
-Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3, 190); e che cada in tale
-esagerazione, e in alcun altro errore, per non conoscere abbastanza le origini
-del romanticismo nostro, del quale per altro ritrae molto bene l'indole e gli
-intendimenti. Che io, salvo la inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato
-in modo affatto diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente
-avvertito da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con
-l'altro i due scritti. Si può anche vedere nei <i>Preussische Jahrbücher</i> del 1874
-uno studio di <span class="smcap">W. Lang</span>, <i>Alessandro Manzoni und die italienische Romantik</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciò assai malamente scrisse il <span class="smcap">Prina</span> (<i>Alessandro Manzoni</i>, Milano,
-1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento romantico».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse poi a
-dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leggo in un opuscolo tedesco (<i>Die romantische Schule in Deutschland
-und in Frankreich, von</i> <span class="smcap">Stephan Born</span>, Heidelberg, 1879, pag. 5): Il romanticismo
-francese «è scaturito direttamente dalla opposizione alla rivoluzione».
-Errore. Vedi <span class="smcap">Larroumet</span>, <i>Les origines françaises du romantisme</i>, in <i>Études
-de littérature et d'art</i>, Parigi, 1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo
-periodo violento, la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento
-normale del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto
-del Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi
-<span class="smcap">Finzi</span>, <i>Lezioni di storia della letteratura italiana</i>, vol. IV, parte I: <i>Il romanticismo
-e Alessandro Manzoni</i>, Torino, 1891; <span class="smcap">Mazzoni</span>, <i>Le origini del romanticismo</i>,
-in <i>Nuova Antologia</i>, serie III, vol. XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893;
-<span class="smcap">Bertana</span>, <i>Un precursore del romanticismo</i>, nel <i>Giornale storico della letteratura
-italiana</i>, volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo
-inglese vedi <span class="smcap">W. Lion Phelps</span>, <i>The Beginnings of the English romantic
-Movement</i>, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del <span class="smcap">Menéndez y Pelayo</span>
-(<i>Historia de las ideas estéticas en España</i>, t. V. Madrid, 1891, p. 233) che non
-fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario di</i> <span class="smcap">Alessandro Manzoni</span>, <i>raccolto ed annotato da</i> Giovanni
-Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera del 17 ottobre 1820
-allo stesso Fauriel.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole, scriveva
-al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto alla
-teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci stia». E si
-capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica</i>, preambolo e capitolo
-IV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi in proposito le giuste osservazioni del <span class="smcap">Tenca</span>, <i>Prose e poesie scelte</i>,
-Milano, 1888, vol. I, pp. 331, 335, 350.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettera intorno al Vocabolario</i>, in <i>Opere varie</i>, Milano, 1870, pp. 829,
-830. Delle <i>Opere varie</i> citerò sempre in seguito questa stessa edizione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera al Laderchi, 23 giugno 1843. <i>Epistolario</i>, vol. II, p. 105.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogue entre un homme du monde et un poëte. Opere inedite o rare</i>,
-pubblicate da R. Bonghi, Milano, 1883 segg., vol. II, p. 431.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. II, p. XI. La morte del Bonghi come fu grave
-danno per gli studii in genere, così fu grave danno per gli studii manzoniani
-in ispecie. Colui che curò la stampa delle <i>Opere inedite o rare</i> senza poterne
-vedere il compimento, aveva da lunghi anni promesso sul Manzoni un libro
-che per certo sarebbe riuscito capitale, e di cui sarebbe pur prezioso ogni
-abbozzo o frammento ch'egli avesse potuto lasciarne.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cel dice egli stesso nel <i>Dialogo della invenzione. Opere varie</i>, p. 539.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Studio critico che accompagna i <i>Promessi Sposi</i> nella edizione del Barbèra
-(Collezione Diamante), Firenze, 1888, vol. II, pp. 678, 679.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>I Promessi Sposi</i>, cap. VIII, p. 156, ediz. di Milano, 1875.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi intorno a ciò il bello scritto del <span class="smcap">D'Ovidio</span>, <i>Potenza fantastica
-del Manzoni e sua originalità</i>, in <i>Discussioni manzoniane</i>, Città di Castello,
-1886, pp. 37 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica</i>, preambolo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, cap. II. <i>Opere varie</i>, p. 173.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De l'Allemagne</i>, parte II, cap. XI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. XXXIII. p. 607, ediz. cit.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi più particolarmente le delicate ed acute osservazioni del <span class="smcap">De Sanctis</span>
-nel saggio intitolato: <i>La materia dei «Promessi Sposi»</i>. La questione del romanzo
-storico fu discussa in passato anche dallo Zajotti, dal Bianchetti e da
-altri. Ultimamente la riprese in esame il <span class="smcap">Cestaro</span> in uno scritto intitolato <i>La
-storia nei «Promessi Sposi»</i>, pubblicato prima nella <i>Nuova Antologia</i>, fasc.
-del 1º maggio 1892, poi nel volume <i>Studi storici e letterari</i>, Torino-Roma, 1894.
-Gli argomenti da lui addotti contro le conclusioni del Manzoni sono assai
-vigorosi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere varie</i>, pp. 426, 428, 431.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 202.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>I Promessi Sposi</i>, cap. XII, p. 231; cap. XXXI, p. 564.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 283.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 291.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bozzetti critici e discorsi letterari</i>, Livorno, 1876, pp. 310-11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Classicismo e romanticismo</i>, nei <i>Giambi ed epodi e rime nuove. Opere</i>,
-vol. IX, Bologna, 1894, p. 298.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. III, p. 168.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere varie</i>, p. 409.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 307.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettre sur l'unité de temps</i>, ecc. Opere varie, p. 425.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Parmi curioso e non inutile recar qui a riscontro alcune opinioni dello
-<span class="smcap">Zola</span>, le quali certamente avrebbero ottenuto il plauso del Manzoni: «Le plus
-bel éloge que l'on pouvait faire autrefois d'un romancier était de dire: Il a
-de l'imagination. Aujourd'hui cet éloge serait presque regardé comme une
-critique. C'est que toutes les conditions du roman ont changé. L'imagination
-n'est plus la qualité maîtresse du romancier» (<i>Du roman. Le sens du réel</i>).
-Flaubert «est sobre, qualité rare; il donne le trait saillant, la grande ligne,
-la particularité qui peint, et cela suffit pour que le tableau soit inoubliable»
-(<i>Du roman. De la description</i>). «Et je finirai par une déclaration: dans un
-roman, dans une étude humaine, je blâme absolument toute description qui n'est
-pas, selon la définition donnée plus haut, un état du milieu qui détermine et
-complète l'homme. J'ai assez péché pour avoir le droit de reconnaître la vérité»
-(<i>Ibid.</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 242.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sovra il teatro tragico italiano</i>, Venezia, 1826, p. 91. È tuttavia da notare
-che sin dai primi anni del secolo <span class="smcap lowercase">XVIII</span> in Inghilterra, gli scrittori che dicono
-della scuola augustea usarono dar nome di romantica ad ogni narrazione
-o poesia che paresse loro o troppo stravagante, o troppo sentimentale
-(<span class="smcap">Lyon Phelps</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 18-9). L'Addison, ne' suoi ricordi di viaggio, chiamava
-romantica una scena di paese che aveva del selvaggio e dello strano
-(<span class="smcap">Friedlaender</span>, <i>Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische
-in der Natur</i>, Lipsia, 1873, p. 43).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Forse il primo esempio di tali orrori lo diede il <i>Castle of Otranto</i>, romanzo
-del celebre <span class="smcap">Orazio Walpole</span>, pubblicato nel 1764. Ebbe grandissima
-voga, e fu tradotto in italiano, dalla qual lingua l'autore fingeva d'averlo
-tradotto egli stesso. I primi racconti fantastici di Teodoro Hoffmann sono posteriori
-ad esso di mezzo secolo, come son posteriori di una ventina d'anni
-ai più celebri romanzi di Anna Radcliffe.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Delle vicende del buon gusto in Italia</i>, orazione recitata nella grande aula
-dell'Università di Pavia il giorno 3 maggio 1805.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cenni critici sulla poesia romantica</i>, Milano, 1817, pp. 45-47.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sermone sulla mitologia.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 312.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma vedi forza dell'esempio e dell'andazzo! Lo <span class="smcap">Stampa</span>, figliastro del
-Manzoni, afferma che l'autore dei <i>Promessi Sposi</i> fu tentato una volta di scrivere
-un romanzo fantastico, del quale, per altro, non sa dir nulla (<i>Alessandro
-Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici</i>, Milano, 1885-9, vol. II, p. 183).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere varie</i>, p. 410.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Histoire du romantisme</i>, nuova edizione, s. a., Parigi, Charpentier, p. 64.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Versi in morte di Carlo Imbonati</i>, vv. 147 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Versi 36-44.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Urania</i>, vv. 9-14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. I, p. 95.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 201.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, pp. 206, 207.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. III, p. 197.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Aristotele non dice propriamente così; ma tale credo fosse, in sostanza,
-il suo concetto. Anche lo Schopenhauer giudica la poesia più vera della
-storia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere varie</i>, p. 835.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 448.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie</i>, p. 481.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 393.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, pp. 448, 449.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. II, p. 144.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. XIV. p. 273.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. XXVIII, p. 520.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. II, p. 480.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera a Cesare D'Azeglio. <i>Epistolario</i>, vol. I, pp. 280 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prefazione al <i>Conte di Carmagnola. Opere varie</i>, p. 278.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie</i>, p. 405.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie</i>, p. 494.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera al D'Azeglio, <i>Epistolario</i>, vol. I, p. 294.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Anche lo <span class="smcap">Scott</span>, nell'<i>Essay on the Drama</i>, combattè le unità, ma quanto
-più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere varie</i>, pp. 413-14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare profusamente
-nella <i>Biblioteca italiana</i> il Manzoni e biasimare i romantici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 477.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. <i>Epistolario</i>, vol. II, p. 177.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. <i>Epistolario</i>, vol. I, p. 124; <i>Lettre sur
-l'unité de temps</i>, ecc. <i>Opere varie</i>, p. 425.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>, Serie
-III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e brevi giunte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del Manzoni
-che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel <i>passaggio dell'animo</i> dell'Innominato
-<i>dall'un grado all'altro</i>, e pure scusandosi dell'ardimento grande, non
-si tenne dal suggerire quello che a parer suo andava fatto (<i>Ispirazione e arte</i>,
-Firenze, 1858, pp. 12-13).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la fede
-in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio di una notte
-il filosofo francese Jouffroy <i>s'avvide</i> d'aver perduto ogni credenza. Vedi pel
-fenomeno in genere <span class="smcap">Ribot</span>, <i>La psychologie des sentiments</i>, Parigi, 1896, pp. 400-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato <i>Due parole sull'Innominato</i>,
-che <span class="smcap">Francesco D'Ovidio</span> pubblicò nella <i>Illustrazione Italiana</i> del
-27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa parecchie ottime osservazioni, che per
-la più parte corroborano le mie; ma su di un punto formalmente mi contraddice,
-e cioè su questo punto del miracolo. Egli nega che il Manzoni
-supponesse miracolo alcuno nella conversione dell'Innominato, e reca in prova
-alcune parole del Manzoni stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto.
-Dopo averci pensato su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione.
-Tutto sta intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che
-il Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo il
-sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra banda che
-un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi senza l'ajuto divino; che
-la dottrina cattolica della predestinazione e della grazia non concede all'uomo
-abbandonato a sè medesimo altra libertà che la libertà di fare il male; che
-ogni cristiano schietto riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono;
-che se è vero il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu
-un miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di quel
-richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera al Trechi,
-29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del miracolo grossolano e
-ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino, e negar fede alle apparizioni di
-Caterina Labourè; ma poteva anche credere a un miracolo che salvasse il
-Grossi (<span class="smcap">Cantù</span>, <i>Alessandro Manzoni, reminiscenze</i>, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1).
-Perciò non posso accordarmi in tutto nemmeno col <span class="smcap">De Sanctis</span>, il quale scrisse,
-(<i>I Promessi Sposi, studio critico</i>): «Si vegga con quanta industria il poeta,
-un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo della Madonna,
-riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»; e soggiunse poi che
-il miracolo è <i>affatto estraneo</i> allo spirito del Manzoni. Il Manzoni descrisse,
-sì, accuratamente il fenomeno psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che
-Dio avesse tocco il cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani
-di guerra, che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano
-da Dio di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un <i>Te Deum</i>. Del resto il miracolo
-è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare Egli solo
-le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri servi».
-«Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non ve lo sentite in cuore che
-v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira.....?».
-Dio, dice il cardinale, vuol fare dell'Innominato un segno della
-sua potenza e della sua bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva
-il Manzoni pensare diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa
-appunto il miracolo?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Ribot</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 401: «Tout cela, pour le moraliste, est un changement
-complet, il y a deux hommes; pour le psychologue c'est un changement d'orientation,
-il n'y a qu'un homme. Il est facile de voir que sous les deux contraires,
-existe un fond commun, une unité latente; c'est la même quantité ou la
-même qualité d'énergie employée à deux fins contraires; mais, sans effort,
-on peut retrouver la chrysalide dans le papillon».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giova qui recare a riscontro il Pensiero XVI di Giacomo Leopardi: «Se
-al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso Tacito, è apparecchiata
-una stessa fine, è più da uomo il perire meritamente. Poco diversi
-pensieri credo che sieno quelli di alcuni, che avendo animo grande e nato alla
-virtù, entrati nel mondo, e provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento
-degli uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi, abbracciano
-la malvagità; non per corruttela nè tirati dall'esempio, come i deboli; nè
-anche per interesse, nè per desiderio dei vili e frivoli beni umani; nè finalmente
-per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale; ma per
-un'elezione libera, e vendicarsi degli uomini, e rendere loro il cambio, impugnando
-contro di essi le loro armi. La malvagità delle quali persone è tanto
-più profonda, quando nasce da esperienza della virtù; e tanto più formidabile,
-quanto è congiunta, cosa non ordinaria, a grandezza e fortezza d'animo, ed è
-una sorta d'eroismo». Raccosta a questo i Pensieri LXXV, C, CI, CIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nell'articolo già citato il D'Ovidio nota, credo giustamente, che Lucia
-opera nell'animo dell'Innominato anche in virtù della giovinezza, bellezza e
-gentilezza sua.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Giovanni Vidari</span>, in un saggio intitolato <i>Suor Gertrude, l'Innominato e Fra
-Cristoforo</i> (nella <i>Rassegna nazionale</i>, 1º e 16 dicembre 1895), avvertì che io
-non notava la somiglianza che per più rispetti è tra l'Innominato e Fra Cristoforo;
-ma poi concluse dicendo che essi <i>son diversi nel processo della conversione</i>.
-Di questa diversità appunto, e non d'altro, io intesi far cenno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In un opuscolo nuziale intitolato L'umorismo nei Promessi Sposi (Firenze,
-1895) il Barbi passa in rassegna que' personaggi, nota situazioni e riflessioni
-umoristiche. Questo breve saggio è, a mia saputa, quanto di meglio
-siasi scritto sull'argomento; ma ciò che vi si dice di Don Abbondio non mi
-sembra interamente giusto. Il così detto Commento estetico del Ferranti (Firenze,
-1877) è scrittura prolissa e di poco valore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'idea di un Don Abbondio missionario e martire è una delle idee più
-comiche che mai cadessero in mente umana.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Coloro che sempre ricantano che il Manzoni aperse scuola di rassegnazione,
-di pusillanimità e di fiacchezza, non han mai pensato, sembra, alla
-formidabile ironia di quella <i>neutralità disarmata</i>, non capiscono tutto il significato
-di Don Abbondio, e non sanno che cosa scrivesse dei <i>Promessi Sposi</i>
-il Mazzini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sarebbe curioso indagare quanta parte di quelle debolezze e di quelle
-virtù possa avere ereditato il Manzoni dal proprio avo materno, del quale
-fu, nonostante qualche dissentimento, ammiratore caldissimo. Ma se della
-mente di Cesare Beccaria possiamo formarci un concetto abbastanza adeguato
-leggendo i non molti suoi scritti, dell'animo non possiamo, tanto sono scarse,
-incerte, contraddittorie le notizie che ce ne son pervenute. I fratelli Verri,
-che ne tramandaron le più, prima furono amici svisceratissimi di lui, poi
-nemici arrabbiati, così che noi non riusciamo a veder chiaro tra le lodi
-sperticate di prima e i biasimi, sicuramente eccessivi, di poi (Vedi uno scritto
-di <span class="smcap">A. Venturi</span>, <i>Cesare Beccaria e le lettere di Pietro e Alessandro Verri</i>, nel
-<i>Preludio</i>, anno VI, 1882, nn. 3-4). Le lettere stesse del Beccaria, comprese
-le poche pubblicate in questi ultimi anni, non ci ajutano gran fatto. Ciò
-nondimeno, quel tanto che riusciamo a mettere insieme e ad intendere ci
-permette di notare tra avo e nipote alcune conformità che di certo non sono
-casuali. Si può discutere della maggiore o minore originalità delle idee contenute
-nell'opuscolo <i>Dei delitti e delle pene</i>; ma, se a questo opuscolo si
-aggiunge il saggio sulle monete, e, meglio ancora, il saggio sullo stile, bisogna
-riconoscere che il Beccaria ebbe mente di novatore, e, come disse
-Pietro Verri, <i>testa fatta per tentare strade nuove</i>; una testa dunque come
-l'ebbe il Manzoni, che di strade nuove ne tentò e ne corse parecchie. Il Beccaria
-fu <i>profondo algebrista</i>, ed ebbe fantasia vivacissima e prepotente, e
-fu poeta (<i>buon poeta</i>, assicura l'amico): intendi dunque che, come poi il
-Manzoni, egli seppe conciliare il rigore e la saldezza della ragione con la
-libertà e la fluidità dell'immaginativa e del sentimento. Scopriamo nell'avo una
-vena satirica che ingrossa poi nel nipote. Tutt'e due sono d'indole timida e
-casalinga, involta in una onesta pigrizia (vedi un opuscoletto nuziale di
-<span class="smcap">Paolo Bellezza</span>, <i>La pigrizia di Alessandro Manzoni</i>, Milano, 1897); fuggono
-il chiasso; non cercano popolarità, sebbene amino il popolo; curano i proprii
-comodi; lascian vedere <i>un'aria di bonomia</i> (bugiarda in Cesare, secondo afferma
-Alessandro Verri; ma gli s'ha da credere?); sono inettissimi alle faccende
-(<i>inattività in agibilibus</i>, troviam detto di Cesare; <i>inetto rebus agendis</i>,
-disse di sè stesso il Manzoni); scrivono di malissima voglia lettere e ogni
-altra cosa. «Filosofo senza strepito», scrisse del Beccaria il Cantù, «appena
-l'Europa s'accorse ch'era un grand'uomo, egli si tacque»: e il Manzoni? Le
-apprensioni manifestate dall'avo durante quel suo famoso viaggio a Parigi
-hanno riscontro in altre consimili del nipote. Entrambi non potevano reggere
-a star soli, ed entrambi stavano mal volentieri in luoghi dove fosse adunata
-molta gente. Entrambi ebbero amore alla villa. Rimasti vedovi, entrambi si
-riammogliarono. L'avo disegnò di fare un confronto fra romanzi e storie,
-e il nipote compose il discorso sopra il romanzo storico. L'avo si meravigliava
-che la Colonna Infame fosse lasciata sussistere nel bel mezzo di Milano: il
-nipote scrisse la <i>Storia della Colonna Infame</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo tutti
-gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno più adatto,
-più proprio, più raffigurativo. <i>Nomina numina.</i> Il Balzac fu studiosissimo dei
-nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert andò in gloria il giorno
-in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet. Gran brava fregatina di mani dev'essersi
-data Don Alessandro il giorno in cui gli cadde in mente, o gli capitò
-sotto, Dio sa come, quello del suo curato. Il Bojardo avrebbe fatto sonare a
-distesa tutte le campane delle sue terre.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pensées</i>, article I, 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistolario, raccolto e ordinato da</i> Prospero Viani, <i>quinta ristampa ampliata
-e più compiuta</i>. Firenze, 1892, vol. I, pp. 240, 298, 299, 537; vol. II,
-p. 276, e in altri luoghi ancora.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mantengo, per ragion di comodo, questa distinzione passata nell'uso
-degli scrittori, sebbene non la creda psicologicamente troppo esatta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Antona Traversi</span>, <i>Studi su Giacomo Leopardi con notizie e documenti
-sconosciuti e inediti</i>, Napoli, 1887, pp. 76, 97-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 454.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di</i> <span class="smcap">Giacomo Leopardi</span>,
-<i>per cura di</i> Prospero Viani, Firenze, 1878, p. <span class="smcap lowercase">XLVI</span>. Lo stesso poeta ebbe a
-dichiarare di non sapere il tedesco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Degli amori per la Silvia e la Nerina (non è qui a discutere se questi
-nomi stieno a indicare due persone o una sola), Carlo Leopardi ebbe a dire
-che furono assai più romanzeschi che veri. Non so quanta fede s'abbia a
-dare a tale testimonianza; ma la congettura che il poeta si scaldasse pel ricordo
-assai più che per la realtà, è congettura tutt'altro che irragionevole, e
-che potrebb'essere facilmente suffragata di ragioni e di esempii, e che anzi
-appar probabile quando s'instituisca un confronto fra la canzone <i>Per una donna
-malata di malattia lunga e mortale</i> e quella <i>A Silvia</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le ricordanze.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 8 agosto 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 87.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, p. 216.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scrisse il Foscolo di sè stesso:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tal di me schiavo e d'altri e della sorte,</p>
-<p class="i01">Conosco il meglio ed al peggior m'appiglio,</p>
-<p class="i01">E so invocare e non darmi la morte.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 5 dicembre 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 111.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non necessariamente. Paolo Scarron che si denominò da sè stesso un
-compendio delle miserie umane, scrisse il <i>Roman comique</i> e il <i>Virgile travesti</i>
-inchiodato in una sedia a bracciuoli, paralitico, attratto, spolpato, sfinito, e
-durò in tale condizione dall'anno ventesimosettimo o ventesimottavo di sua
-vita sino al cinquantesimo, che fu quello della sua morte. Il Voltaire, che soleva
-dire di tener l'anima coi denti, non diventò pessimista nemmen quando
-fu ridotto a nutrirsi per lunghi anni di solo latte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Farebbe indagine curiosa e istruttiva chi andasse cercando per entro
-alle dottrine pessimistiche moderne e modernissime la parte contribuitavi dal
-Copernico, dal Galilei, dal Darwin, ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. IV, pp. 274-5, 278-9 della edizione delle <i>Prose</i> curata da G. Mestica,
-Firenze, 1890, edizione di cui sempre mi varrò per le citazioni in questo
-scritto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bruto minore.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A tutto ciò non contraddice punto il fatto che il genio non può essere
-se non il portato di una lunga evoluzione storica, e come la sintesi di tutta
-una consecutiva e varia vita anteriore. Dante non poteva nascere in Cina,
-nè il Newton fra gli Ottentoti. Ancora non contraddice al detto di sopra che
-il genio soggioghi o disciplini le forze altrui e si giovi della loro cooperazione.
-In un suo recente libro (<i>Psycho-Physiologie du génie et du talent</i>, Parigi,
-1897) il <span class="smcap">Nordau</span> asserisce, un po' timidamente a dir vero, che i genii artistici,
-o, com'egli li chiama, <i>emozionali</i>, non sono veri genii. Respingo una dottrina
-che, mentre comprende, senza esitazione, fra i genii l'inventore dell'areostato
-e quello della locomotiva, tende ad escluderne, e infatti ne esclude,
-Dante e lo Shakespeare. In quel libro sono assai osservazioni ingegnose ed
-acute, ma anche molte proposizioni avventate e molti sofismi. Che il genio
-sorga sulla base organica di un neoplasma non è provato, e quando fosse
-vero, bisognerebbe poter dimostrare che i genii artistici difettano di neoplasmi
-per poter poi sentenziare che non sono genii. A p. 157 si afferma che i genii
-<i>emozionali</i> non esercitano nessun influsso sul <i>mondo dei fenomeni</i>. Dunque
-le arti non possono nulla sulla coltura, sui costumi, sulla vita dei popoli?
-E i canti di Tirteo e la Marsigliese non mossero proprio nulla nel mondo?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Chi nel pessimismo del Leopardi non vede se non un rivolo sgorgato
-dai fonti di Lucrezio, mostra d'intendere assai poco e Lucrezio e il Leopardi;
-e chi a riscontro del pessimismo del Leopardi pone il pessimismo (come fu
-chiamato) del Petrarca, mostra di saper vedere le somiglianze estrinseche e
-non le dissomiglianze intrinseche. Dal Rousseau l'autore della <i>Ginestra</i> derivò
-idee e sentimenti; ma il Rousseau fu tutt'altro che un pessimista.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Io da principio aveva pieno il capo delle massime moderne, disprezzava,
-anzi calpestava, lo studio della lingua nostra; tutti i miei scrittacci
-originali erano traduzioni dal francese; disprezzava Omero, Dante, tutti i
-Classici; non volea leggerli, mi diguazzava nella lettura che ora detesto:
-chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio; ma niun uomo certamente.
-Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che m'erano necessarie? la grazia di
-Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli un granchio a ogni tratto? nessuno».
-Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 56. A chi mi opponesse
-che con questo tornare all'antico il Leopardi dava appunto a conoscere di non
-essere un genio, essendo proprio dei genii il precorrere e non il rinculare,
-risponderei con le ragioni addotte di sopra, e soggiungerei che in certi casi
-il tornare addietro può essere un andare avanti. Gli umanisti andavano avanti
-tornando addietro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua famiglia</i>,
-Torino, 1896.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per esempio, nello studio e nella estimazione della eredità psicopatica
-e geniale del poeta (capitolo II) le conclusioni cui giunge l'autore pajonmi
-assai malsicure, dacchè egli considera i fatti e le testimonianze in sè stessi,
-mentre dovrebbe considerarli nella mutevole significazione che vengono ritraendo
-dalla condizione dei tempi e dei costumi. Intantochè vige il diritto
-della primogenitura, e, nelle famiglie nobili, il celibato è imposto al più gran
-numero dei figliuoli, e la vita pubblica dura piena di trambusto e di pericolo,
-e i chiostri offrono sicurezza e pace alle nature meno gagliarde, le monacazioni
-frequenti in una famiglia non possono, così senz'altro, essere notate
-quali un segno di misticità morbosa. Altro è il significato della violenza, e
-dello stesso omicidio, in mezzo a una civiltà composta e ad un popolo mansueto,
-altro in mezzo a una civiltà turbolenta e ad un popolo fazioso e feroce.
-Le anamnesi lunghe e complicate bisogna interpretarle col sussidio della storia
-nella quale si svolsero le vite e accaddero i fatti che loro dànno argomento.
-Ancora parmi che l'autore del libro esageri quando parla di una melanconia
-attonita (ch'è il grado estremo della melanconia, secondo la definizione degli
-scrittori), di una paresi motoria e di una paresi mentale del Leopardi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 374.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Vieusseux, da Recanati; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 363.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Prose</i>, p. 445.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. IV; <i>Prose</i>, p. 276.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, cap. I. Vedi a questo proposito uno scritto molto
-acuto, molto sensato e molto equo del <span class="smcap">Sully</span> (autore del volume <i>Pessimism, a
-History and a Criticism</i>, Londra, 1887), <i>Le pessimisme et la poésie</i>, nella
-<i>Revue philosophique de la France et de l'étranger</i>, anno III (1878), vol. I,
-pp. 392-3, ove non è esclusa la possibilità che i pessimisti (sieno essi ammalati
-o sani) abbiano ragione. Siami permessa una riflessione. Se il genio nasce di
-malattia; se una delle funzioni del genio è di scorgere il vero non iscorto da
-altri; che valore può rimanere al giudizio che accusa di falsità il pessimismo
-solo perchè lo suppone, come il genio, nato di malattia?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Prose</i>, pp. 402-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 278.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Life's but a walking shadow, a poor player,</p>
-<p class="i01">That struts and frets his hour upon the stage,</p>
-<p class="i01">And then is heard no more: it is a tale</p>
-<p class="i01">Told by an idiot, full of sound and fury,</p>
-<p class="i01">Signifying nothing.</p>
-<p class="i12"> (<i>Macbeth</i>, a. V, sc. 5).</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i10"> We are such stuff</p>
-<p class="i01">As dreams are made on, and our little life</p>
-<p class="i01">Is rounded with a sleep.</p>
-<p class="i12"> (<i>The Tempest</i>, a. IV, sc. 1).</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. <span class="smcap">Paulhan</span>, <i>Esprits logiques et esprits faux</i>, Parigi, 1896, p. 41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. <span class="smcap">Féré</span>, <i>Impuissance et pessimisme</i>, nella <i>Revue philosophique</i>, anno
-1886, vol. II. L'autore, facendo nascere il pessimismo da un disequilibrio massimo
-fra i desiderii da una parte e la potenza di soddisfarli da un'altra, conclude
-a un certo punto così: «Il semble donc que se plaindre de tout revienne
-à convenir que l'on n'est bon à rien». Gli è dir troppo. E, primamente, non
-bisogna mettere tutti in un fascio i pessimisti coi queruli, coi brontoloni, coi
-seccatori. Si dànno pessimisti che non si lamentano mai, nemmeno nei libri
-che scrivono per divulgare o difendere le proprie dottrine. Alfredo de Vigny
-disse una volta:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Le juste opposera le silence à l'absence.</p>
-<p class="i01">Et ne répondra plus que par un froid silence</p>
-<p class="i01">Au silence éternel de la Divinité;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e nel suo Giornale lasciò scritto: «Le silence sera la meilleure critique de la
-vie». Poi non so come si potrebbero far entrare nella classe di quegli infelici
-in cui è massimo il disequilibrio tra i desiderii e la potenza di soddisfarli
-pessimisti dello stampo, non dirò del re Salomone, creduto a torto autore dell'<i>Ecclesiaste</i>,
-ma di quel califo Abd ur Rahmân, il quale, dopo aver soggiogata
-quasi tutta la Spagna, e promosse le scienze, le arti, le industrie, i commerci,
-noverava, pieno d'anni e di gloria, i giorni della propria felicità, e trovava
-che sommavano in tutto a quattordici; e di quell'Innocenzo III che, essendo
-stato, dopo Gregorio VII, il più grande instauratore della potenza dei papi,
-lasciò, a far testimonianza de' suoi pensieri, tre libri <i>De contemptu mundi,
-sive de miseria humanae conditionis</i>, ben più tetri e più dolorosi di quei del
-Petrarca; e finalmente di quel Giorgio lord Byron, che fu come un atleta
-della passione e del piacere, e un eroico scialacquatore della vita. Dei pessimisti
-allegri non parlo. Qualcuno ebbe a dire, dopo aver fatta una visita a
-E. von Hartmann, che per fruire dello spettacolo della felicità, bisognava andarlo
-a cercare nelle case dei pessimisti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 6 marzo 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 254.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le pessimisme au XIX siècle</i>, Parigi, 1879, pp. 38-9. L'autore osservava
-pure opportunatamente e giustamente che il Leopardi non si soffermò in nessuno
-dei tre stadii della illusione distinti e descritti dal Hartmann (p. 43).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Keiner jedoch hat diesen Gegenstand so gründlich und erschöpfend behandelt,
-wie, in unsern Tagen, Leopardi. Er ist von demselben ganz erfüllt und
-durchdrungen: überall ist der Spott und Jammer dieser Existenz sein Thema,
-auf jeder Seite seiner Werke stellt er ihn dar, jedoch in einer solchen Mannigfaltigkeit
-von Formen und Wendungen, mit solchem Reichthum an Bildern,
-dass er nie Ueberdruss erweckt, vielmehr durchweg unterhaltend und erregend
-wirkt». <i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, <i>Ergänzungen</i>; <i>Sämmtliche Werke</i>,
-Lipsia. 1891, vol. III, p. 675.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez</i>; <i>Prose</i>, p. 307.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Paralipomeni della Batracomiomachia</i>, c. IV, st. 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Timandro e di Eleandro</i>; <i>Prose</i>, p. 371.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ingiustissimo mi sembra per ogni rispetto il giudizio di <span class="smcap">O. Pluemacher</span>
-quando sentenzia che il Leopardi, i cui scritti (secondo lui) sono pedantescamente
-infrascati di fastidiosa dottrina (?!), non è filosofo, sebbene si atteggi
-a filosofo, dacchè la conoscenza di alcuni, o anche di molti sistemi di filosofia,
-non basta a formare il filosofo (<i>Der Pessimismus in Vergangenheit und Gegenwart</i>,
-2ª ediz. Heidelberg, 1888, p. 115). Verissimo questo; ma appunto di
-sistemi di filosofia il Leopardi ne conobbe assai pochi. Il Sully dovette portare
-migliore opinione del nostro poeta, giacchè riferisce tradotte nel già citato
-suo libro sul pessimismo (p. 27) le seguenti parole scritte da esso poeta
-in una lettera al Giordani (lett. 6 maggio 1825; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 547): «Mi
-compiaccio di sempre meglio scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini
-e delle cose, e d'inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e
-terribile della vita dell'universo». Per altro egli rimpicciolisce il concetto
-quando <i>arcano infelice e terribile della vita dell'universo</i> traduce <i>unblessed
-and terrible secret of life</i>, tralasciando appunto quella parola <i>universo</i> da cui
-viene al concetto stesso massima larghezza e veramente filosofica significazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo della Natura e di un'anima</i>; <i>Prose</i>, pp. 85-6; <i>Dialogo di un fisico
-e di un metafisico</i>, pp. 124-5; <i>Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio
-famigliare</i>, p. 144; <i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. II, pag. 262;
-cap. V, p. 289; Versi <i>Al conte Carlo Pepoli</i>, ecc. ecc. Con sentimento affatto
-contrario a quello del nostro poeta, il Nietzsche ama la vita per sè stessa,
-anche se infelice. Cf. <span class="smcap">Brandes</span>, <i>Friedrich Nietzsche</i>, nel volume <i>Menschen und
-Werke</i>, Francoforte s. M., 1894.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cantico del gallo silvestre</i>; Prose, p. 336.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Timandro e di Eleandro</i>; <i>Prose</i>, p. 365.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Plotino e di Porfirio</i>; <i>Prose</i>, pp. 427-8. In una lettera al
-Giordani (30 giugno 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 279) il Leopardi aveva detto che
-tutto quanto è, è contento di vivere, «eccetto noi che non siamo più quello
-che dovevamo e che eravamo da principio».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Paralipomeni della Batracomiomachia</i>, c. IV, st. 24. In una lettera al
-Giordani (24 luglio 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 316), aveva già detto che i popoli
-«sono condannati alla infelicità dalla natura, e non dagli uomini nè dal caso».
-Tale appunto è il concetto della <i>Ginestra</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Palinodia al marchese Gino Capponi</i>; <i>Dialogo di Timandro e di Eleandro</i>;
-<i>Prose</i>, p. 365.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cantico del gallo silvestre</i>; <i>Prose</i>, p. 336.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Torquato Tasso ecc.</i>; <i>Prose</i>, p. 145.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ultimi versi della canzone <i>A un vincitore nel pallone</i>. Cf. <i>Dialogo di
-Cristoforo Colombo</i> ecc.; <i>Prose</i>, pp. 309-10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Preambolo alla versione del <i>Manuale di Epitteto</i>; <i>Opere</i>, nuova impressione,
-Firenze, 1889, vol. II. p. 214.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La quiete dopo la tempesta</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le ricordanze</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il primo amore</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Nelle nozze della sorella Paolina</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Aspasia</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note151">
-<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Al conte Carlo Pepoli</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note152">
-<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale
-della medesima</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note153">
-<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 197.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note154">
-<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Après une lecture</i>, st. VIII. Il Keats aveva detto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">A thing of beauty is a joy for ever.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note155">
-<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Citato dal <span class="smcap">Guyau</span>, <i>L'art au point de vue sociologique</i>, Parigi, 1889, pagine
-364-5. Il Baudelaire fu, com'è noto, traduttor valoroso e grande ammiraratore
-del Poe, e dal Poe attinse molta parte delle sue idee estetiche. Nel
-breve saggio che il poeta americano intitolò <i>The poetic principle</i>, troviamo parole
-come le seguenti: «An immortal instinct, deep within the spirit of man,
-is thus, plainly, a sense of the Beautiful..... It is no mere appreciation of the
-beauty before us, but a will to reach the beauty above..... That pleasure which
-is at once the most pure, the most elevating, and the most intese, is derived,
-I maintain, from the contemplation of the Beautiful». Ognuno può conoscere
-quanto questi concetti somiglino a quelli del Leopardi. Il Poe definì la poesia
-una <i>creazione ritmica di bellezza</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note156">
-<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le ricordanze</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note157">
-<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma non propriamente alla maniera del Monti. Nello scritto pur ora citato,
-il Poe, dopo aver ragionato del bello e del vero, concludeva: «He must be
-blind indeed who does not perceive the radical and chasmal difference between
-the truthful and the poetical modes of inculcation. He must be theory-mad
-beyond redemption who, in spite of these differences, shall still persist in attempting
-to reconcile the obstinate oils and waters of Poetry and Truth».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note158">
-<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Prose</i>, p. 469.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note159">
-<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, <i>cap. V</i>; <i>Prose</i>, p. 288.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note160">
-<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Del 1818 è il libro di <span class="smcap">Andrea Majer</span>, <i>Della imitazione pittorica</i>; dello stesso
-anno sono le <i>Lettere sul bello ideale</i> di <span class="smcap">Giuseppe Carpani</span>, <i>Il Saggio estetico</i> di
-<span class="smcap">Placido Talia</span> non venne a luce se non nel 1828, e l'<i>Antologia</i> ne fè cenno.
-I <i>Saggi</i> di <span class="smcap">Ermes Visconti</span> <i>intorno ad alcuni quesiti concernenti il bello</i> furono
-stampati nel 1833.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note161">
-<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 279.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note162">
-<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 56.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note163">
-<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi, riferite dal <span class="smcap">Hartmann</span> (<i>Aesthetik</i>, Lipsia, s. a., parte II, p. 497-9,
-501), le varie opinioni intorno al bello nella natura.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note164">
-<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Studi filologici</i>, 9ª ristampa, Firenze, 1883, p. 306.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note165">
-<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tale è il concetto del <i>Dialogo di un fisico e di un metafisico</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note166">
-<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 24 luglio 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 316.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note167">
-<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sulle relazioni, a torto disconosciute, che passano tra il bello e l'utile,
-vedi più specialmente <span class="smcap">Fechner</span>, <i>Vorschule der Aesthetik</i>, Lipsia, 1876, parte I,
-XV, pp. 203 segg.; Guyau, Les problèmes de l'esthétique contemporaine, Parigi,
-1884. cap. II, pp. 15 segg.; <span class="smcap">Rutgers Marshall</span>, <i>Pain, Pleasure, and Aesthetics</i>,
-Londra. 1894, pp. 134, 160. 315.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note168">
-<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani testè citata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note169">
-<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella canzone <i>Sopra il monumento di Dante</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note170">
-<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il Risorgimento</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note171">
-<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 11 agosto 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 91.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note172">
-<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 30 maggio 1817; <i>Epist.</i>, vol. I, p. 76.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note173">
-<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Perez</span>, <i>La maladie du pessimisme; Revue philosophique</i>, anno 1892,
-vol. I, p. 40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note174">
-<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani citata qui di sopra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note175">
-<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours de rencontrer l'objet
-qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce charme aurait
-été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je pensais toujours à cet
-objet, mais je ne le considérais pas d'après ce qu'il était: je le contemplais
-dans mon imagination, tel qu'il m'avait paru dans mon songe. Était-ce une
-folie? suis-je romanesque? Vous en jugerez». Lett. 22 giugno 1823; <i>Epistol.</i>,
-vol. I, p. 455.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note176">
-<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 316.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note177">
-<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La vita solitaria</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note178">
-<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le ricordanze</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note179">
-<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Aspasia</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note180">
-<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il tramonto della luna</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note181">
-<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pensieri</i>, CIV; Prose, pp. 597-600. Felice colui, disse lo Shelley, che non
-disprezzò giammai i sogni della sua giovinezza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note182">
-<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 14 agosto 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 289.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note183">
-<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 30 giugno 1820; <i>ibid.</i>, p. 279.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note184">
-<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere scritte a Giacomo Leopardi da' suoi parenti</i>, a cura di G. Piergili,
-Firenze, 1878, p. 48.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note185">
-<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 278. Le parole in corsivo e in majuscoletto sono così
-stampate nel testo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note186">
-<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A un vincitore nel pallone</i>; <i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. VI
-(<i>Prose</i>, p. 293); <i>Dialogo di Plotino e di Porfirio</i> (pp. 427-8); <i>Comparazione delle
-sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto</i> (pp. 475-7); <i>Pensieri</i>, XXIX (pp. 519-20)
-ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note187">
-<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La ginestra</i>; <i>Sopra un basso rilievo antico sepolcrale</i>; <i>Il risorgimento</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note188">
-<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questa la interpretazione del De Sanctis, che impugnata e difesa, or sono
-alcuni anni, con molto calore, rimane pur sempre, a mio giudizio, la sola
-plausibile. Del resto, quando pure quella donna simbolica stesse a significare
-la libertà, o la felicità, o altro simile, per l'argomento nostro sarebbe tutt'uno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note189">
-<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi lo scritterello critico che sulle <i>Canzoni</i> stampate in Bologna nel
-1824, pubblicò, senza però mettervi il nome, lo stesso Leopardi nel <i>Nuovo Ricoglitore
-di Milano</i>; <i>Studi filologici</i>, pp. 283-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note190">
-<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nè dell'una, nè dell'altra è in tutto sicura la data.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note191">
-<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, vol. I, §§ 36, 38. Veggasi come il
-Leopardi nella <i>Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto</i>
-rilevi il contrario modo tenuto nel filosofare da Aristotele e da Platone (<i>Prose</i>,
-p. 469).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note192">
-<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 253.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note193">
-<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, p. 456.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note194">
-<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. II, p. 280.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note195">
-<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 16 dicembre 1822; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 375.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note196">
-<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Alla sua donna.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note197">
-<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Al conte Carlo Pepoli.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note198">
-<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Benefico inganno, e perciò in piena contraddizione con la scienza, osserva
-un altro pessimista, il <span class="smcap">Bahnsen</span> (<i>Das Tragische als Weltgesetz und der
-Humour als ästhetische Gestalt des Metaphysischen</i>, Lauenburg i. P., 1877. p. 5).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note199">
-<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inf.</i>, XI, 103-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note200">
-<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ben s'intende, del resto, che anche in ciò sono dall'uno all'altro differenze
-e contrasti. Un pessimista che col Leopardi ebbe non piccola somiglianza,
-il <span class="smcap">Senancour</span>, incarnandosi nel protagonista di un suo romanzo, diceva:
-«La scène de la vie a de grandes beautés. Il faut se considérer comme
-étant là seulement pour voir. Il faut s'y intéresser sans illusion, sans passion,
-mais sans indifférence, comme on s'intéresse aux vicissitudes, aux passions,
-aux dangers d'un récit imaginaire: celui-là est écrit avec bien de l'éloquence».
-<i>Obermann</i>, nuova edizione, Parigi, 1840, lett. LXXX, p. 434. La prima edizione
-è del 1804, la seconda del 1833.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note201">
-<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I. p. 362.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note202">
-<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. II, p. 314. E così s'accordava col padre, che in una lettera
-a lui aveva schernita quella eroica morte, chiamando il Broglio <i>brigante
-volontario e pazzo. Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti</i>,
-p. 261.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note203">
-<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Trovo questa giustissima osservazione, insieme con quella che la precede,
-nel già citato scritto del <span class="smcap">Sully</span>, <i>Le pessimisme et la poésie; Revue
-philosophique</i>, a. e v. cit., pp. 394, 398.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note204">
-<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Deliberatamente dico frigidità fisiologica e non psicologica; questa non
-può essere imputata al Leopardi; e quanto a imputargli la prima, bisogna
-andar molto cauti; tanto più che il poeta stesso si contraddice, e la materia
-è intricata e difficile. Credo esageri di molto il <span class="smcap">Patrizi</span> (<i>op. cit.</i>, p. 114) quando
-scrive: «Egli nutrì sempre il saldo convincimento che gli stati d'animo, attraverso
-ai quali passò nelle sue relazioni con persone d'altro sesso, fossero
-al tutto esenti da bisogni fisiologici». Il Patrizi stesso, del resto, riconosce
-che tali bisogni ebbero parte non piccola nell'amore per la Targioni Tozzetti
-(Aspasia), e ricorda a questo proposito la testimonianza, anche troppo esplicita,
-del Ranieri (pp. 119, 120). Che il Leopardi amasse sopratutto l'<i>amorosa
-idea</i>, e, più che la donna reale, il fantasma che se ne veniva creando nella
-mente, è un fatto; ma è un fatto frequente nella vita psichica degli artisti,
-e che non prova tutto ciò che gli si vorrebbe far provare. Sant'Agostino, che
-fu bene, a suo modo, un artista, amò sopratutto, com'egli stesso ebbe a dire,
-il sentimento e la fantasia dell'amore (<i>nondum amabam et amare amabam.....
-quaerebam quod amarem amans amare</i>); ma non per questo si lasciò morir
-vergine; e il Rousseau, che si innamorava dei proprii fantasmi a tal segno
-da provarne ebbrezza e delirio, sapeva, a tempo e luogo, riconoscer quelli in
-creature reali e scendere di cielo in terra, e gustare qualche parte almeno
-della felicità sognata. È da credere che il Leopardi sarebbe pure alcuna volta
-riuscito ad imitarlo se avesse trovato donne più caritatevoli. Alfredo De Musset,
-dopo aver molto amato e troppo goduto, scriveva il <i>Souvenir</i>, per dire, in sostanza,
-che il sogno dell'amore e il ricordo dell'amore valgono più che l'amore
-stesso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note205">
-<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi più specialmente <i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, vol. I, § 36;
-vol. II (<i>Ergänzungen</i>), cap. 31.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note206">
-<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo della natura e di un'anima; Prose</i>, pp. 81-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note207">
-<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Prose</i>, p. 467.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note208">
-<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History, Lecture III. The
-Hero as Poet</i>; ediz. di Londra, 1895, p. 75.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note209">
-<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi su di ciò <span class="smcap">Rutgers Marshall</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 143-4. Egli parla più propriamente
-di un campo di godimento (<i>field of pleasure getting</i>): io userò la
-parola <i>campo</i> a denotare più propriamente la estensione della nostra <i>impressionabilità</i>
-estetica, considerando il godimento come un fatto consecutivo alla
-impressione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note210">
-<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. alla sorella Paolina, 3 dicembre 1822; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 365.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note211">
-<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al fratello Carlo, 25 novembre 1822; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 360.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note212">
-<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ed era prossimo il tempo in cui lo Stendhal, ponendo lo spettacolo di
-Roma sopra tutti gli spettacoli della terra, doveva scrivere delle impressioni
-che ne derivano: «Un jeune homme qui n'a jamais rencontré le malheur ne
-les comprendrait pas» (<i>Promenades dans Rome</i>, 13 <i>août</i> 1827). Chi dunque
-più del Leopardi avrebbe dovuto essere preparato a riceverle, quelle impressioni?
-Quattr'anni innanzi ch'egli vi andasse, il Byron aveva salutata Roma
-come la città dell'anima, alla quale accorrono gl'infelici (<i>Childe Harold</i>, c. IV,
-st. 78).
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Oh Rome! my country! city of the soul!</p>
-<p class="i01">The orphans of the heart must turn to thee,</p>
-<p class="i01">Lone mother of dead empires!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Si confrontino le lettere romane del Leopardi con quelle che lo Shelley
-scriveva nel 1818 e 1819 a Tommaso Love Peacock. L'Osvaldo di madama di
-Staël «ne pouvait se lasser de considérer les traces de l'antique Rome» (<i>Corinne</i>,
-l. IV, c. IV).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note213">
-<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 5 aprile 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 434. Al Foscolo la Venere del
-Canova inspirava sentimenti e parole da innamorato. Leggasi una pagina dello
-Shelley ov'è squisitamente descritta la Venere anadiomene (<i>Prose Works</i>, ediz.
-di Londra, 1888, vol. I, pp. 407-8). L'Apollo del Belvedere inspirò al Sully
-Prudhomme un sonetto, e la Venere di Milo un lungo e magnifico canto, ove,
-tra gli altri, si leggono questi versi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Dans les lignes du marbre où plus rien ne subsiste</p>
-<p class="i01">De l'éphémère éclat des modèles de chair,</p>
-<p class="i01">Le ciseau du sculpteur, incorruptible artiste,</p>
-<p class="i01">En isolant le Beau, nous le rend chaste et clair.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note214">
-<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 64. Il Giordani gli rispondeva
-(<i>Epistol.</i>, vol. III, p. 95): «L'opera del Cicognara mi pare degnissima e necessaria
-ad una libreria come la sua. Io non dirò ch'ella debba leggerla ora;
-ma certo una tale raccolta de' monumenti perfettissimi d'arte è una gran cosa:
-e il non poter nulla giudicare o gustare nelle belle arti sarebbe una grande
-infelicità; e bellissima cosa avere per giudicarne una guida tanto intelligente
-come il Cicognara».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note215">
-<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 1 febbraio 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 403-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note216">
-<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Affermare non si può; ma non sarei lontano dal credere che la prima
-mossa a tutto il componimento sia venuta da una fantastica visione del monumento
-futuro, del <i>nobil sasso</i> a cui tante lacrime avrebbe serbato l'Italia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note217">
-<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 24 luglio 1827; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 224.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note218">
-<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Al conte Carlo Pepoli.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note219">
-<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 5 febbrajo 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 408-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note220">
-<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 399.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note221">
-<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 279.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note222">
-<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Canto VI, st. 47.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note223">
-<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi la lettera al Jacopssen, 23 giugno 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 454-5.
-Quivi il poeta dice espresso: «je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce
-qu'on appelle vertu». Se il tempo lo concedesse, sarebbe agevole rintracciar
-nel Rousseau, anzi nel pensiero del secolo XVIII tutto intero, la origine di sì
-fatta opinione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note224">
-<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I. p. 61.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note225">
-<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scritto citato. Qualche traccia di umorismo il Leopardi lascia scorgere
-nella <i>Scommessa di Prometeo</i> e nel <i>Copernico</i>, testè citati, e ancora nel <i>Dialogo
-di Federico Ruysch e delle sue mummie</i>, nel <i>Dialogo di un venditore
-d'almanacchi e di un passeggiere</i> e altrove; ma niuno di certo vorrà dire il
-Leopardi un umorista.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note226">
-<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Rutgers Marshall</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 137 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note227">
-<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il Parini, ovvero della gloria</i>, cap. IV; <i>Prose</i>, pp. 189-90.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note228">
-<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, pp. 191-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note229">
-<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, cap. III, p. 184.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note230">
-<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 270.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note231">
-<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti</i>, p. 148.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note232">
-<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi una lettera di Giacomo del 5 febbrajo 1823: <i>Epist.</i>, vol. I, p. 407.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note233">
-<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Preyer capovolse la formola, riconoscendo nell'aritmetica un esercizio
-musicale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note234">
-<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Vom Musikalisch-Schönen</i>, 1ª ediz., Lipsia, 1854; 7ª, 1885. Cf. <span class="smcap">Panzacchi</span>,
-<i>Nel mondo della musica</i>, Firenze, 1895. pp. 3-37.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note235">
-<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedila discussa dal <span class="smcap">Fechner</span>, <i>Op. cit.</i>, parte I, pp. 158 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note236">
-<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, vol. I, pp. 309-13; vol. II, pp. 511,
-512, 523.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note237">
-<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La vita solitaria.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note238">
-<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'<span class="smcap">Amiel</span>, le cui somiglianze morali col Leopardi non sono nè poche nè
-lievi, lasciò scritto (<i>Fragments d'un journal intime</i>, 7ª ediz. Ginevra, 1897, volume
-II, p. 77): «Ce matin, les accens d'une musique de cuivre, arrêtée sous
-mes fenêtres, m'ont ému jusqu'aux larmes. Ils avaient sur moi une puissance
-nostalgique indéfinissable. Ils me faisaient rêver d'un autre monde, d'une passion
-infinie et d'un bonheur suprême. Ce sont là les échos du paradis, dans l'âme,
-les ressouvenirs des sphères idéales dont la douceur douloureuse enivre et
-ravit le cœur».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note239">
-<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 5 febbrajo 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 408.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note240">
-<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. alla sorella Paolina, 18 maggio 1827; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 208.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note241">
-<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. alla sorella Paolina, 7 luglio 1827; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 221.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note242">
-<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 142, vede in questi desiderii e giudizii del poeta
-un segno dell'abituale stanchezza e debolezza di lui. Non a torto, credo; ma
-errerebbe, parmi, chi non volesse vedervi altro. Quei giudizii e quei desiderii
-hanno anche una ragione estetica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note243">
-<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. IV; <i>Prose</i>, pp. 193-4. Confrontisi con alcune ingegnose pagine del
-<span class="smcap">Bourget</span> intitolate <i>Paradoxe sur la musique</i> in <i>Études et Portraits</i>, Parigi, 1889,
-vol. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note244">
-<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Arréat</span>, <i>Mémoire et imagination</i>, Parigi, 1895, pp. 60-1. I De Goncourt
-affermarono che anche il Lamartine ebbe la musica in orrore, ma si può dubitare
-della verità della loro affermazione. Vedi, per non dir altro, il commento
-con cui lo stesso Lamartine accompagnò la poesia intitolata <i>Encore un
-hymne</i>, nelle <i>Harmonies poétiques et religieuses</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note245">
-<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Purgat.</i>, II, 107-11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note246">
-<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettere famigliari</i>, l. XIII, lett. 8; volgarizzamento di G. Fracassetti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note247">
-<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L. I, dial. 23, <i>De cantu et dulcedine a musica</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note248">
-<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Music! oh, how faint, how weak,</p>
-<p class="i01">Language fades before thy spell!</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note249">
-<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">I pant for the music which is divine,</p>
-<p class="i01">My heart in its thirst is a dying flower.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note250">
-<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L'Adone</i>, c. VII. st. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note251">
-<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Combarieu</span>, <i>Les rapports de la musique et de la poésie considérées au
-point de vue de l'expression</i>, Parigi, 1894, pp. XV, XXI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note252">
-<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, p. 284.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note253">
-<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Manzoni pensava che dal modo di declamare i versi, esagerando alquanto
-l'inflessione della pronuncia che ne indica l'espressione, si poteva cavarne
-embrioni di motivi atti a musicarsi. E recitava a quel modo per dimostrazione
-alcune strofette del Metastasio». <i>Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi
-amici</i>, appunti e memorie di <span class="smcap">S. S(tampa)</span> (figliastro del poeta), Milano, 1885-9,
-vol. II, p. 423.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note254">
-<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L'art de la lecture</i>, 43ª ediz., Parigi, s. a., p. 124.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note255">
-<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al fratello Carlo, 6 gennajo 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 390.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note256">
-<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Ranieri</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note257">
-<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, p. 54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note258">
-<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 61.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note259">
-<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. IV; <i>Prose</i>, pp. 191-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note260">
-<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le ricordanze.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note261">
-<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo Chateaubriand fece esperienza del contrario. «Aujord'hui je m'aperçois
-que je suis moins sensible à ces charmes de la nature..... Quand on
-est très-jeune, la nature muette <i>parle</i> beaucoup, parce qu'il y a surabondance
-dans le cœur de l'homme.....: mais dans un âge plus avancé, lorsque la perspective
-que nous avions devant nous passe derrière, que nous sommes détrompés
-sur une foule d'illusions, alors la nature seule devient plus froide
-et moins <i>parlante, les jardins parlent peu</i>. Il faut, pour qu'elle nous intéresse
-encore, qu'il s'y attache des souvenirs de la société, parce que nous suffisons
-moins à nous-mêmes.....». (<i>Souvenirs d'Italie, d'Angleterre et d'Amérique</i>,
-Londra, 1815, vol. I, pp. 23-4).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note262">
-<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Un'altra eccezione molto notabile alla regola comune ci è offerta da un
-poeta francese della prima metà di questo secolo, morto giovanissimo, e rimasto
-per lungo tempo pressochè ignoto, Maurizio De Guérin. Come il Leopardi,
-questi ebbe orror della folla, amò la natura con sensitività femminea e
-virginale, solo allora felice quando, vinto da una specie di languor delizioso,
-poteva abbandonarsi tra le braccia e nel grembo di lei. Lasciò scritte, fra
-le altre, queste parole: «Quitter la solitude pour la foule, les chemins verts et
-déserts pour les rues encombrées et criardes où circule pour toute brise un
-courant d'haleine humaine chaude et empestée; passer du quiétisme à la vie
-turbulente, et des vagues mystères de la nature à l'âpre réalité sociale, a
-toujours été pour moi un échange terrible, un retour vers le mal et le malheur».
-(<i>Journal, lettres et poèmes</i>, nuova edizione, Parigi, 1864, p. 92). Il sentimento
-di questo poeta per la natura somiglia a quel del Leopardi sotto più
-di un aspetto, ma ne differisce anche non poco, perchè dà luogo, assai più che
-quello del Leopardi non faccia, alle impressioni distinte, particolari e minute.
-Noto di passata che l'amore della solitudine e l'amore della natura andavano
-insieme congiunti nei seguaci del Budda.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note263">
-<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 253.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note264">
-<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De la littérature considérée dans ses rapports avec les institutions sociales</i>,
-parte prima, cap. V.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note265">
-<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <i>La vita solitaria</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note266">
-<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Timandro e di Eleandro, Prose</i>, p. 361.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note267">
-<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il primo amore.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note268">
-<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A Silvia.</i> Il <span class="smcap">De Musset</span>, nella <i>Confession d'un enfant du siècle</i>, cap. IV:
-«Je passais la journée chez ma maîtresse; mon grand plaisir était de l'emmener
-à la campagne durant les beaux jours de l'été, et de me coucher près
-d'elle dans les bois, sur l'herbe ou sur la mousse, le spectacle de la nature
-dans sa splendeur ayant toujours été pour moi le plus puissant des aphrodisiaques».
-Per contro la natura guarì dall'amore il Ruskin: e in qual modo?
-empiendolo tutto di sè e di sè sola; suggerendogli, non solo una dottrina dell'arte,
-ma una morale, una sociologia, una religione e persino, starei per dire,
-una metafisica.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note269">
-<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L'infinito.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note270">
-<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La vita solitaria.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note271">
-<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella poesia intitolata <i>La vache</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note272">
-<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi intorno alle origini e alla diffusione di quel gusto <span class="smcap">Friedlaender</span>, <i>Ueber
-die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der Natur</i>,
-Lipsia, 1873; <span class="smcap">Biese</span>, <i>Die Entwickelung des Naturgefühls im Mittelalter und in
-der Neuzeit</i>, Lipsia, 1888, cap. XI, <i>Das Erwachen des Gefühls für das Romantische</i>,
-pp. 322-57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note273">
-<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Strong, pure nature-feeling leads to accurate and minute observation».
-<span class="smcap">Veitch</span>, <i>The Feeling for Nature in Scottish Poetry</i>, Edimburgo e Londra, 1887,
-vol. I, p. 17.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note274">
-<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 137, dice che «nel Leopardi il sentimento della natura
-era avvinto ad idee e non ad imagini». Direi: poco ad immagini, molto a
-idee e moltissimo ad affetti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note275">
-<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Circa alla parte importantissima che spetta all'associazione nelle impressioni
-che gli spettacoli naturali producono in noi, vedi <span class="smcap">Fechner</span>, <i>Op. cit.</i>,
-parte 1ª, pp. 123 segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note276">
-<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Maurizio De Guérin</span> (<i>Op. cit.</i>, p. 34): «Si l'on pouvait s'identifier au printemps.....
-se sentir à la fois fleur, verdure, oiseau, chant, fraîcheur, élasticité,
-volupté, sérénité!» L'<span class="smcap">Amiel</span>, (<i>Op. cit.</i>, vol. II, p. 18): «Dans ces états de sympathie
-universelle, j'ai même été animal et plante, tel animal donné, tel arbre
-présent».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note277">
-<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La vita solitaria.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note278">
-<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La quiete dopo la tempesta.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note279">
-<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La sera del dì di festa.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note280">
-<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Forma parte di quello che il poeta intitolò <i>Supplemento generale a tutte
-le mie carte; Appendice all'Epistolario e agli Scritti giovanili</i>, a cura di Prospero
-Viani, Firenze, 1878, p. 238.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note281">
-<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La sera del dì di festa.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note282">
-<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tra le poesie del <span class="smcap">Longfellow</span> n'è una intitolata <i>Daylight and moonlight</i>.
-Il poeta dice d'aver letto, durante il giorno, un mistico canto, e di non averne
-quasi riportata impressione; d'averlo riletto in tempo che la luna, <i>simile a
-uno spirito glorificato, empieva la notte e l'innondava delle rivelazioni della
-sua luce</i>, e d'esserselo allora sentito risonar nella mente come una musica.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Night interpreted to me</p>
-<p class="i01">All its grace and mystery.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il <span class="smcap">Lamartine</span> (<i>Poésie ou paysage dans le golfe de Gênes</i>, nelle <i>Harmonies poétiques
-et religieuses</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Ah! si j'en crois mon cœur et ta sainte influence,</p>
-<p class="i01">Astre ami du repos, des songes, du silence,</p>
-<p class="i01">Tu ne te lèves pas seulement pour nos yeux;</p>
-<p class="i01">Mais, du monde moral flambeau mystérieux,</p>
-<p class="i01">A l'heure où le sommeil tient la terre oppressée,</p>
-<p class="i01">Dieu fit de tes rayons le jour de la pensée.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'<span class="smcap">Amiel</span> (<i>Op. cit.</i>, vol. II, pp. 165-6): «Rêvé longtemps au clair de lune qui
-noie ma chambre de ses rayons pleins de mystère confus. L'état d'âme où
-nous plonge cette lumière fantastique est tellement crépusculaire lui-même que
-l'analyse y tâtonne et balbutie. C'est l'indéfini, l'insaisissable, à peu près comme
-le bruit des flots formé de mille sons mélangés et fondus. C'est le retentissement
-de tous les désirs insatisfaits de l'âme, de toutes les peines sourdes du
-cœur, s'unissant dans une sonorité vague qui expire en vaporeux murmure.
-Toutes ces plaintes imperceptibles qui n'arrivent pas à la conscience donnent
-en s'additionnant un résultat, elles traduisent un sentiment de vide et d'aspiration,
-elles résonnent mélancolie. Dans la jeunesse, ces vibrations éoliennes
-résonnent espérance: preuve que ces mille accents indiscernables composent
-bien la note fondamentale de notre être et donnent le timbre de notre situation
-d'ensemble».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note283">
-<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo <span class="smcap">Shelley</span>, nella poesia intitolata <i>A calm Winter Night</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i09"> Heaven's ebon vault,</p>
-<p class="i01">Studded with stars unutterably bright,</p>
-<p class="i01">Through which the moon's unclouded grandeur rolls.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note284">
-<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Alla luna.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note285">
-<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La vita solitaria.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note286">
-<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il lume della luna ossia l'origine dell'ellera.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note287">
-<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Alla luna.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note288">
-<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>An den Mond</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i02"> Füllest wieder Busch und Thal</p>
-<p class="i01">Still mit Nebelglanz,</p>
-<p class="i01">Lösest endlich auch einmal</p>
-<p class="i01">Meine Seele ganz.</p>
-<p class="i02"> Breitest über mein Gefild</p>
-<p class="i01">Lindernd deinen Blick,</p>
-<p class="i01">Wie des Freundes Auge mild</p>
-<p class="i01">Ueber mein Geschick.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note289">
-<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bruto Minore.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note290">
-<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ultimo canto di Saffo.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note291">
-<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note292">
-<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Al conte Carlo Pepoli.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note293">
-<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ultimo canto di Saffo.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note294">
-<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Se ne ha la prova nel terzo libro dell'opera sua principale. «Wie ästhetisch
-ist doch die Natur», esclama egli in un luogo (Vol. II, <i>Ergänzungen</i>,
-cap. 33, p. 462).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note295">
-<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Op. cit.</i>, vol. I, § 38, pp. 232-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note296">
-<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Non fra sciagure e colpe,</p>
-<p class="i01">Ma libera ne' boschi e pura etade</p>
-<p class="i01">Natura a noi prescrisse,</p>
-<p class="i01">Reina un tempo e Diva.</p>
-<p class="i12"> (<i>Bruto Minore</i>).</p>
-</div></div>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i08"> Oh contra il nostro</p>
-<p class="i01">Scellerato ardimento inermi regni</p>
-<p class="i01">Della saggia natura! I lidi e gli antri</p>
-<p class="i01">E le quiete selve apre l'invitto</p>
-<p class="i01">Nostro furor: le violate genti</p>
-<p class="i01">Al peregrino affanno, agl'ignorati</p>
-<p class="i01">Desiri educa; e la fugace ignuda</p>
-<p class="i01">Felicità per l'imo sole incalza.</p>
-<p class="i12"> (<i>Inno ai patriarchi</i>).</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note297">
-<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bruto Minore.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note298">
-<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sopra un basso rilievo antico sepolcrale</i>, ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note299">
-<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il risorgimento.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note300">
-<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La ginestra.</i> Vedasi, tra le prose, il <i>Dialogo di un folletto e di uno gnomo</i>,
-e il <i>Dialogo della natura e di un Islandese</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note301">
-<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A Silvia.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note302">
-<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sopra un basso rilievo</i>, ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note303">
-<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La vita solitaria.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note304">
-<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La sera del dì di festa.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note305">
-<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il sogno.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note306">
-<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A sè stesso.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note307">
-<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Palinodia al marchese Gino Capponi.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note308">
-<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La ginestra.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note309">
-<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La quiete dopo la tempesta.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note310">
-<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La ginestra.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note311">
-<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Palinodia</i> ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note312">
-<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Aspasia.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note313">
-<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le ricordanze.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note314">
-<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A sè stesso.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note315">
-<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Alla primavera o delle favole antiche.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note316">
-<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note317">
-<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le pèlerinage d'Harold.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note318">
-<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il risorgimento.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note319">
-<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sopra un basso rilievo</i> ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note320">
-<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Leopardi nella <i>Ginestra</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Non ha natura al seme</p>
-<p class="i01">Dell'uom più stima o cura</p>
-<p class="i01">Ch'alla formica.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note321">
-<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La maison du berger.</i> In un luogo del suo giornale il poeta chiama stupida
-la natura. L'<span class="smcap">Amiel</span>, dopo aver prodigato alla natura i più teneri nomi,
-finisce a scrivere (<i>Op. cit.</i>, vol. II, p. 78): «Certes la Nature est inique, sans
-probité et sans foi».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note322">
-<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Dans ces bouleversements qui désolent la nature, il y a un baume pour
-les plaies du cœur». <span class="smcap">Nodier</span>, <i>Le peintre de Saltzbourg, Romans</i>, Parigi, 1884,
-pag. 26.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note323">
-<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Obermann</i>, ediz. cit., pp. 510-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note324">
-<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella poesia <i>An die Natur</i>:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Da der Jugend goldne Träume starben,</p>
-<p class="i01">Starb für mich die freundliche Natur.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note325">
-<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">E quando pur questa invocata morte</p>
-<p class="i01">Sarammi allato, e sarà giunto il fine</p>
-<p class="i01">Della sventura mia; quando la terra</p>
-<p class="i01">Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo</p>
-<p class="i01">Fuggirà l'avvenir; di voi per certo</p>
-<p class="i01">Risovverrammi; e quell'imago ancora</p>
-<p class="i01">Sospirar mi farà, farammi acerbo</p>
-<p class="i01">L'esser vissuto indarno, e la dolcezza</p>
-<p class="i01">Del dì fatal tempererà d'affanno.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note326">
-<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Prose</i>, pp. 246-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note327">
-<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Amore e morte.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note328">
-<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cantico del gallo silvestre; Prose</i>, p. 336.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note329">
-<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il buddistico Mâra è, a un tempo stesso, il principe dei piaceri del mondo
-e il principe della morte, colui che seduce ed uccide.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note330">
-<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Paradise Lost</i>, l. X, vv. 249-51.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note331">
-<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alcun che di simile si ha pure in un racconto ebraico. Qui viene opportuno
-il ricordo della famosa incisione di Alberto Dürer, dove si vede effigiato
-un cavaliere che, senza dar segno alcuno di terrore, si trova preso fra il diavolo
-da una parte e la morte da un'altra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note332">
-<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Augusto Cesari</span>, <i>La morte nella Vita Nuova</i>, Bologna, 1892, pagine
-11-12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note333">
-<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il Canzoniere annotato e illustrato da</i> Pietro Fraticelli, Firenze, 1861,
-pp. 115 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note334">
-<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Trionfo della fama</i>, cap. I, secondo la volgata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note335">
-<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Vita nuova</i>, cap. XXIII. Cf. l'opuscolo del Cesari testè citato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note336">
-<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sonetti: <i>Non può far Morte il dolce viso amaro</i>, e <i>Spirto felice che sì
-dolcemente; Trionfo della Morte</i>, c. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note337">
-<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Kinder-und Hausmärchen</i>, N. 44.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note338">
-<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per il prolungamento di questa poetica tradizione nel secolo XVI vedi
-<span class="smcap">Cesareo</span>, <i>Nuove ricerche su la vita e le opere di Giacomo Leopardi</i>, Torino,
-1893, pp. 64-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note339">
-<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma non ai tempi d'Omero. Achille nell'Hades confessava ad Ulisse che
-avrebbe piuttosto voluto essere un bifolco sopra la terra che il re delle ombre
-sotterra.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note340">
-<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">I. Della Giovanna</span>, <i>L'uomo in punto di morte e un dialogo di Giacomo
-Leopardi</i>, Città di Castello, 1892.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note341">
-<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Amore e morte.</i> Circa il sentimento di beatitudine che l'uomo può provare
-in sul punto della morte vedi: <span class="smcap">Egger</span>, <i>Le moi des mourants</i>; <span class="smcap">Sollier,
-Moulin, Keller</span>, <i>Observations sur l'état mental des mourants; Revue philosophique</i>,
-anno 1896, vol. 1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note342">
-<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sonetti: <i>Alma felice, che sovente torni; Discolorato hai, Morte, il più bel
-volto; Nè mai madre pietosa al caro figlio; Se quell'aura soave de' sospiri;
-Levommi il mio pensier in parte ov'era; Vidi fra mille donne una già tale;
-Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella; Dolce mio caro e prezioso pegno;
-Deh qual pietà, qual angel fu sì presto; Del cibo onde 'l Signor mio sempre
-abbonda; Ripensando a quel ch'oggi il cielo onora; L'aura mia sacra al mio
-stanco riposo</i>. Canzone: <i>Quando il soave mio caro conforto</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note343">
-<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cito dall'edizione curata dal Mestica, <i>Le rime di Francesco Petrarca
-restituite nell'ordine e nella lezione del testo originario</i>, Firenze, 1896.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note344">
-<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, vol. II, (<i>Ergänzungen</i>), cap. 44, pagina
-609.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note345">
-<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per più particolari vedi <span class="smcap">De Ridder</span>, <i>De l'idée de la mort en Grèce à l'époque
-classique</i>, Parigi, 1897.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note346">
-<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A sè stesso.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note347">
-<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 26 luglio e 17 dicembre 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 208, 243. In
-molt'altre sue lettere manifesta il Leopardi propositi di suicidio. Lett. al fratello
-Carlo, luglio 1819 (<i>Epistol.</i>, vol. I, p. 212); al Brighenti, 7 aprile 1820
-(p. 263); allo stesso, 21 aprile 1820 (p. 264); al Perticari, 30 marzo 1821 (p. 324);
-al Melchiorri, 19 dicembre 1823 (p. 485); ad Adelaide Maestri, 24 giugno 1828
-(vol. II, p. 305); al De Sinner, 24 dicembre 1831 (p. 448).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note348">
-<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Con argomenti che molto somigliano a quelli di Obermann. Confrontinsi
-con gli argomenti di Werther e di Jacopo Ortis.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note349">
-<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Canto notturno</i> ecc., ultimo verso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note350">
-<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La quiete dopo la tempesta</i>, ultimi due versi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note351">
-<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella poesia intitolata <i>Le Gouffre</i>. Questo medesimo sentimento espresse
-il Baudelaire in molti altri suoi versi. Confrontisi con la <i>Comédie de la mort</i>
-di Teofilo Gautier.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note352">
-<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il pensiero dominante.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note353">
-<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 240.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note354">
-<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Amore e morte.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note355">
-<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Cantico del gallo silvestre</i>, l. cit.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note356">
-<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sopra un basso rilievo antico sepolcrale</i> ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note357">
-<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note358">
-<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il sogno.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note359">
-<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A Silvia.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note360">
-<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il sogno.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note361">
-<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sopra un basso rilievo</i> ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note362">
-<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Sopra il ritratto di una bella donna</i> ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note363">
-<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A Silvia.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note364">
-<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La nota poetessa francese Luisa Ackermann, in un lungo e bello componimento
-intitolato <i>L'Amour et la Mort</i>, ritrasse il contrasto dell'Amore e
-della Morte, quello desideroso di eternità, questa accelerante la fine; quello
-creator della vita, questa di ogni vita distruggitrice.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note365">
-<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, capp. IV e VI; <i>Prose</i>, pp. 283-4,
-293; e altrove.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note366">
-<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pensieri</i>, XXX. Cf. <i>Detti memorabili</i>, cap. V; <i>Prose</i>, p. 288.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note367">
-<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ad Angelo Mai.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note368">
-<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Inno ai patriarchi, o dei principii del genere umano.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note369">
-<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al De Sinner, 24 dicembre 1831; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 450.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note370">
-<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Melchiorri, 3 ottobre 1825; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 27. Era il tempo
-in cui veniva preparando per l'editore milanese Stella una edizione latina e
-un'altra latina e italiana di tutte le opere di Cicerone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note371">
-<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. allo Stella, 12 marzo 1826; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 111.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note372">
-<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Melchiorri testè citata, <i>l. cit.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note373">
-<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al padre, 3 luglio 1826; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 149.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note374">
-<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite di Giacomo Leopardi pubblicate sugli autografi recanatesi
-da</i> Giuseppe Cugnoni, Halle, 1878-80, vol. II, pp. 369, 374.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note375">
-<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tra le carte del poeta, lasciate dal Ranieri, è una <i>Canzone sulla Grecia</i>;
-ma non se ne conosce altro che il titolo, ed anzi potrebbe darsi non ve ne
-fosse altro che l'argomento. Vedi <span class="smcap">Camillo Antona-Traversi</span>, <i>Il catalogo de'
-manoscritti inediti di Giacomo Leopardi sin qui posseduti da Antonio Ranieri</i>,
-Città di Castello, 1889, p. 19. Potrebbe darsi fosse tutt'uno con quella di cui
-lasciò ricordo in altra sua scheda il poeta (vedi <i>Appendice all'epistolario e
-agli scritti giovanili</i>, p. 239); nel qual caso avrebbe contenuto una esortazione
-ai principi, perchè si commovessero ai casi della <i>povera Grecia</i>, e un ricordo
-dei fatti di Parga.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note376">
-<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere</i>, Milano, 1854-63, t. IV, p. 414.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note377">
-<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Del rinnovamento letterario in Italia</i>, in <i>Bozzetti critici e discorsi letterari</i>,
-Livorno, 1876, p. 169.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note378">
-<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. ad A. F. Stella, 27 marzo 1818; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 131. Le <i>Osservazioni</i>
-del cavaliere Di Breme erano state pubblicate nello <i>Spettatore</i> del
-medesimo Stella.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note379">
-<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quella prima parte è conservata fra le carte lasciate dal Ranieri, e sinora
-non fu potuta veder da nessuno. Vedi il <i>Catalogo</i> citato, p. 19.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note380">
-<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 19 febbrajo 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 172.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note381">
-<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite</i> cit., vol. II, p. 371-3. In una sua lettera del 18 luglio 1826
-Luigi Stella esortava ancora il Leopardi a scrivere intorno allo spirito della
-letteratura italiana a que' tempi. <i>Epistol.</i>, vol. III, p. 357.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note382">
-<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il romanticissimo Obermann, scostandosi dalle opinioni della Staël c
-dello Chateaubriand riferite di sopra, stimava la mitologia conferir molto al
-sentimento della natura e all'arte, e non taceva divario, per tale rispetto, fra
-mitologia classica e mitologia non classica. «Quand les arbres, les eaux, les
-nuages sont peuplés par les âmes des ancêtres, par les esprits des héros, par
-les dryades, par les divinités; quand des êtres invisibles sont enchaînés dans
-les cavernes ou portés par les vents; quand ils errent sur les tombeaux silencieux,
-et qu'on les entend gémir dans les airs pendant la nuit ténébreuse,
-quelle patrie pour le cœur de l'homme! quel monde pour l'éloquence!».
-Lett. LXX, ediz. cit., p. 392.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note383">
-<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Vénus de Milo</i> in <i>Poèmes antiques</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note384">
-<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Appartiene arche questa, insieme con <i>Hypathie</i>, ai <i>Poèmes antiques</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note385">
-<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L'Anti-mitologia, sermone da</i> <span class="smcap">Giuseppe Belloni</span>, <i>antico militare italiano,
-indirizzato al sig. cavaliere</i> Vincenzo Monti <i>in risposta di un sermone sulla mitologia
-da quest'ultimo pubblicato</i>, Milano, 1825, p. 17. Fu questa una delle
-molte risposte che s'ebbe il sermone del Monti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note386">
-<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Broglio. 13 agosto 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 223.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note387">
-<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Tristano e di un amico; Prose</i>, p. 442.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note388">
-<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pensieri</i>, C.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note389">
-<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pensieri</i>, XLVIII, XLIX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note390">
-<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo della moda e della morte: Prose</i>, p. 51.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note391">
-<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Palinodia</i> ecc.; <i>Proposta di premii fatta dall'Accademia dei Sillografi</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note392">
-<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. IV; <i>Prose</i>, p. 281.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note393">
-<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Tristano e di un amico; Prose</i>, p. 453.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note394">
-<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.; Palinodia</i> ecc.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note395">
-<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pensieri</i>, I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note396">
-<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol</i>., vol. I. pp. 337-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note397">
-<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, p. 242.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note398">
-<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Prose</i>, p. 359.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note399">
-<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 14 agosto 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 289. Vedi un'altra lettera di
-quel medesimo mese, allo stesso, p. 291.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note400">
-<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo Adolphe ha molta somiglianza col Leopardi, col quale ha in
-comune la melanconia e la timidezza orgogliosa, la noja e quella strana ironia
-che non ischifa di accompagnarsi con l'entusiasmo. Il De Vigny lasciò scritto
-nel suo giornale: «Oh! fuir! fuir les hommes et se retirer parmi quelques
-élus, élus entre mille milliers de mille!».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note401">
-<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 243.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note402">
-<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La vita solitaria.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note403">
-<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pensieri</i>, LXXXV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note404">
-<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Storia del genere umano; Prose</i>, p. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note405">
-<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Histoire de la littérature anglaise</i>, 2ª ediz., Parigi, 1866-71, vol. IV, pagina
-285. Una osservazione. Per opera della civiltà, della specificazione della
-cultura e della division del lavoro, i nostri <i>simili</i> divengono da noi sempre più
-<i>dissimili</i>, e i dissimili, se da un sentimento o da un'idea superiore non sono
-consigliati altrimenti, tendono a segregarsi. <i>Chi si somiglia si piglia</i> e <i>Qui se
-ressemble s'assemble</i>: se questi proverbii son veri, altrettanto veri sono i loro
-contrarii.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note406">
-<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 57.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note407">
-<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 243.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note408">
-<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dialogo di Plotino e di Porfirio; Prose</i>, p. 404; <i>Pensieri</i>, LXVII, LXVIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note409">
-<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Losacco</span>, <i>Il sentimento della noja nel Leopardi e nel Pascal; Atti
-dell'Accademia reale delle scienze di Torino</i>, 1895.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note410">
-<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Pensieri</i>, LXXXIV, LXXXV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note411">
-<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Il risorgimento.</i> Cf. <i>Le ricordanze</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note412">
-<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>A sè stesso.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note413">
-<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Troisième lettre à M. de Malesherbes</i>, 26 gennajo 1762. Molte volte, nel
-corso di queste pagine, si sono notate tra il Leopardi e il Rousseau conformità
-di pensiero e di sentimento. Altre assai se ne potrebbero notare. Del resto
-lo stesso poeta avverti tra sè e il filosofo ginevrino certa somiglianza. Vedi
-<i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. IV; <i>Prose</i>, p. 279. Vedi pure il
-Pensiero XLIV, dov'è citata una opinione del Rousseau, ma non il nome.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note414">
-<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo stesso <span class="smcap">De Musset</span> nella <i>Confession d'un enfant du siècle</i>: «Je serai
-un homme, mais non une espèce d'homme particulière».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note415">
-<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non per questo credo si possa parlare di vagabondaggio del Leopardi
-(Vedi <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 170-1). Il Leopardi diede prove di assiduità e di
-perseveranza negli studii meravigliose. Nessun paragone è possibile fra lui
-e un vero e proprio e confesso vagabondo quale il Verlaine. La irrequietezza
-del Leopardi, quel non potersi trovare a lungo in un luogo senza desiderar
-di partirsene, quelle frequenti mutazioni di sede, non provano ciò che si vorrebbe
-far loro provare. «Il viaggiare mi ammazza», scriveva egli al Puccinotti:
-e «in che luogo si può star contento senza salute?» al fratello Carlo (<i>Epistol.</i>,
-vol. II, pp. 187, 229). Ma ciò richiederebbe più lungo discorso. Parmi, del resto,
-che la paresi motoria, asserita dal Patrizi (p. 149), mal possa accordarsi col
-vagabondaggio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note416">
-<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Catalogo</i> cit., p. 11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note417">
-<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 241.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note418">
-<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>.&nbsp;&nbsp;</span>«Poetry, in a general sense, may be defined to be <i>the expression of
-the imagination</i>». <i>A Defence of Poetry</i>, in principio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note419">
-<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 27 novembre 1818; 19 febbrajo 1819; 20 marzo 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I,
-pp. 150, 174-5, 260.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note420">
-<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Andrea Chénier s'era contentato di dire:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E il Pindemonte raccomandava al Foscolo:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i10"> antica l'arte</p>
-<p class="i01">Onde vibri il tuo stral, ma non antico</p>
-<p class="i01">Sia l'oggetto in cui miri.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note421">
-<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 339-40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note422">
-<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 21 maggio 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 201.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note423">
-<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. a Venanzio Broglio, 21 agosto 1819, e al Brighenti, 28 maggio 1821;
-<i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 233, 334.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note424">
-<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite</i>, vol. 11, p. 371.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note425">
-<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Vieusseux, 21 gennajo 1832; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 454.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note426">
-<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite</i>, vol. II, pp. 369-70, 374.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note427">
-<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 316.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note428">
-<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Puccinotti, 5 giugno 1826; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 142. Il Leopardi
-stesso disse di amare «per inclinazione di natura con certa parzialità la
-poesia»; ma ebbe in conto di «bene meschino letterato quegli che non sapesse
-scrivere altro che versi». Lett. al Giordani, 30 maggio 1817; <i>Epistol.</i>,
-vol. I, pp. 73-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note429">
-<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">De Sanctis</span> (<i>Studio su Giacomo Leopardi</i>, 2ª ediz., Napoli. 1894, pagine
-182-3) parla di questi disegni leopardiani di letteratura civile e patriottica,
-ma attinenze col romanticismo non ne rileva. Parmi anzi ch'egli giudichi
-un po' troppo alla lesta quando dice (p. 244): «Leopardi avea comune con
-tutti i letterati di quel tempo, massime i classici e i puristi, il disprezzo della
-moltitudine, l'orrore del volgare e del luogo comune. La poesia dovea essere
-togata e solenne, sopra alla realtà, e, come diceasi, ideale». Dai luoghi che
-ho riferiti, quel disprezzo delle moltitudini non appare. Riconosco di buon
-grado che il Leopardi non addimostra per gli umili quella tenerezza che tanto
-è notabile in Werther; ma gli umili, in alcune sue poesie, nella <i>Sera del dì
-di festa</i>, nella <i>Quiete dopo la tempesta</i>, nel <i>Sabato del villaggio</i>, sono ricordati
-con tutt'altro che con disprezzo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note430">
-<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Colletta, marzo 1829; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 357.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note431">
-<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 8 agosto e 30 maggio 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 89, 77.
-Vedi una breve nota circa i pregi rispettivi dell'una e dell'altra lingua nell'<i>Appendice
-all'epistolario</i>, p. 246.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note432">
-<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani. 20 novembre 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 308. Nel 1816
-<span class="smcap">Carlo Giuseppe Londonio</span> aveva, nella sua <i>Risposta d'un Italiano ai due Discorsi
-di madama la baronessa De Staël-Holstein</i>, contraddetto al consiglio
-che costei dava agl'Italiani di molto leggere e tradurre gli scrittori stranieri.
-Invano aveva giudicato il Goethe che chi conosce una lingua sola gli è come
-se non ne conoscesse nessuna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note433">
-<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 25 luglio 1826; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 153.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note434">
-<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; <i>Epistol.</i>, vol. I. pp. 339-40. Cfr. <span class="smcap">De
-Sanctis</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 341-2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note435">
-<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 20 novembre 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 308.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note436">
-<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dai vari pensieri, Appendice all'Epistolario</i>, p. 248; Lettera al padre,
-8 luglio (1831?); <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 427.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note437">
-<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 26 giugno 1832; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 487.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note438">
-<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel Num. 61, gennajo 1826.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note439">
-<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al De Sinner, 21 giugno 1832; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 485.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note440">
-<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per tropp'altre prove è risaputo quanto fosse tenace nelle inimicizie il
-Tommaseo; ma questa mi sembra davvero una delle più curiose. In quel
-suo libretto: <i>Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in
-un quarto di secolo</i>, Firenze, 1863, del Leopardi non è ricordato neppure il
-nome. Oh, santa carità dei letterati, anche religiosissimi! e questo aveva
-scritto, tra l'altro, <i>Bellezza e civiltà</i>!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note441">
-<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Melchiorri, 8 gennajo 1825; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 523.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note442">
-<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'<i>Antologia</i>, t. XXVIII (1827), fasc. III, p. 273. Qui si discorre dei <i>Versi</i>
-stampati in Bologna nel 1826. Lo stesso Montani lodò poi i <i>Canti</i> pubblicati
-dal Leopardi in Firenze nel 1831 (t. XLII, fasc. I, pp. 44-53). Vedi intorno al
-troppo dimenticato critico <i>Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani</i>,
-Capolago, 1843.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note443">
-<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. II, p. 141.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note444">
-<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Vieusseux, 15 dicembre 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 341.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note445">
-<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non dovette conoscere questo passo di lettera lo <span class="smcap">Zanella</span>, il quale s'affaticò
-a dimostrare che il Leopardi aveva letto il Byron, e anche lo Shelley,
-del quale, per altro, il Leopardi non fa parola. Vedi <i>Percy-Bysshe Shelley e
-Giacomo Leopardi</i>, nei <i>Paralleli letterari</i>, Verona, 1885, pp. 245 segg. In un
-sunto di lettura fatta dallo <span class="smcap">Zdziechowski</span> all'Accademia delle scienze di Cracovia
-(<i>La poésie de Leopardi considérée dans ses rapports avec les principaux
-courants littéraires en Europe; Bulletin international de l'Accadémie des
-sciences de Cracovie, Comptes rendus des séances de l'Année</i> 1892), si legge
-che il Leopardi non imitò e non ammirò mai il Byron, ma che, ciò nondimeno,
-le sue prime poesie sembrano inspirate dallo stesso spirito di quello, e che
-il Leopardi diede la soluzione più larga dei problemi concernenti la vita posti
-dal Byron (?!). Questo scritterello, così largo di promesse nel titolo, è pieno
-d'inesattezze e di avventati giudizii. Ci si afferma, tra l'altro, che l'amor di
-patria fu nel Leopardi cosa effimera, dovuta ad influsso del Giordani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note446">
-<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel 1832 <span class="smcap">Cesare Cantù</span> pubblicava nell'<i>Indicatore</i> di Milano il suo saggio
-<i>Di Vittore Hugo e del romanticismo in Francia</i>, accompagnando molto sensatamente
-e molto equamente le lodi di qualche biasimo, ma invitando insomma
-i giovani italiani a prendere esempio dal poeta francese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note447">
-<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'<i>Antologia</i>, t. XXXV (1828), fasc. I, pp. 185-6. Nell'<i>Antologia</i> il Tommaseo
-si sottoscriveva con le iniziali K, X, Y.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note448">
-<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Dai varii pensieri; Appendice all'Epistolario</i>, pp. 251-2. Nell'edizione
-bolognese del 1824 il Leopardi ristampava, rifatta in parte, la dedica al Monti.
-Mi par ragionevole credere che il severo giudizio sia posteriore a quell'anno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note449">
-<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Vieusseux. 31 dicembre 1827; <i>Epistol</i>., vol. II. p. 271.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note450">
-<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol</i>., vol. II. p. 241.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note451">
-<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid</i>., pp. 234-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note452">
-<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Manzoni e Leopardi</i>; <i>Nuova Antologia</i>, vol. XXIII (1873), p. 763.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note453">
-<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol</i>., vol. II, p. 278.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note454">
-<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid</i>., p. 304.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note455">
-<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid</i>., p. 303. Per altri particolari vedi <span class="smcap">Benedettucci</span>, <i>Giacomo Leopardi
-e Alessandro Manzoni</i>, scritto ripubblicato nel già citato volume di <span class="smcap">C. Antona
-Traversi</span>, <i>Studj su Giacomo Leopardi</i>. Vedi nello stesso volume un <i>Saggio
-cronologico di una bibliografia del Leopardi e del Manzoni</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note456">
-<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. alla sorella Paolina, 12 novembre 1827; <i>Epistol</i>., vol. II, p. 247.
-Quasi le stesse parole scriveva il poeta al Vieusseux quel medesimo giorno,
-<i>ibid</i>., p. 248.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note457">
-<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'Oriente, tanto sfruttato da una generazione intera di romantici, appare
-soltanto nell'<i>Inno ai patriarchi</i>, con l'aranitica valle
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Di pastori e di lieti ozi frequente.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note458">
-<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cf. <span class="smcap">Marc de Montifaud</span>, <i>Les romantiques</i>, Parigi, 1878, p. 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note459">
-<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Opere inedite</i> cit., vol. II, p. 372.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note460">
-<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">Pluemacher</span> scrisse (<i>Op. cit</i>., p. 116): «Il Leopardi è poeta perchè ha
-ragion di dolersi; ma si sente che se le cose sue andassero bene, se egli
-potesse avere una sequela di giorni lieti, le ragioni del poetare gli verrebbero
-meno». E il <span class="smcap">Patrizi</span> (<i>Op. cit</i>., p. 133): «L'erompere dell'anima lirica coincide
-in Leopardi colle prime minacce del male al suo benessere». Credo avesse
-piuttosto ragione il <span class="smcap">Bouchè Leclerq</span> di scrivere (<i>Giacomo Leopardi, sa vie et
-ses œuvres</i>, Parigi. 1874, p. 168): «La nature avait fait Leopardi poète. Elle lui
-avait donné la sensibilité délicate et l'imagination vive dont la réunion constitue
-le tempérament poétique». Era già un poeta il fanciullo che con lunghi
-immaginosi racconti intratteneva i suoi compagni di giuoco.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note461">
-<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chateaubriand et son groupe littéraire sous l'empire</i>, nuova edizione,
-Parigi, 1872, troisième leçon, p. 114. Cf. quanto nel capitolo II fu detto della
-fantasia del Leopardi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note462">
-<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A far meglio intendere ciò gioverebbe istituire un raffronto fra le <i>Ricordanze</i>
-e la <i>Vigne et la maison</i>, poesie di affine argomento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note463">
-<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Qui, e il più delle volte altrove, per immagine intendo, non quella dei
-retori, ma quella degli psicologi, e propriamente quel residuo della percezione
-che può essere ravvivato nella memoria.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note464">
-<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il <span class="smcap">Pluemacher</span>, <i>Op. e l. cit.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note465">
-<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Com'è noto il Gautier da prima si consacrò alla pittura, poi l'abbandonò
-per darsi alle lettere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note466">
-<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 98. Vedi ivi stesso le osservazioni sulla sensitività
-cromatica del poeta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note467">
-<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. alla sorella Paolina, 19 dicembre 1825; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 72.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note468">
-<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi addietro a pp. 223-4.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note469">
-<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap">Krantz</span>, <i>Le pessimisme de Leopardi; Revue philosophique</i>, anno V (1880)
-vol. II, p. 412 n.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note470">
-<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 408; vol. II, pp. 149. 246-7. 248. 214.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note471">
-<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dell'Aspasia dice il poeta che appar <i>circonfusa d'arcana voluttà</i>. Questa
-denotazione è assai vaga e generica, ma pure ottiene l'effetto di suscitare il
-fantasma. E perchè? Perchè, commovendo direttamente in noi il senso erotico
-e genesiaco, e quel tutto insieme di ricordi e d'immaginazioni che gli suol far
-compagnia, ci suscita dentro l'immagine della donna più avvenente e più desiderabile
-di cui sia capace la fantasia di ciascuno di noi. Dante, che fu un visuale
-poetico forse insuperabile, nel più bel sonetto della <i>Vita Nuova</i> non descrive
-punto Beatrice, ma accenna soltanto ch'ella fa diventar muta ogni lingua,
-e dice che,
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Benignamente d'umiltà vestuta,</p>
-</div></div>
-
-<p>
-par cosa venuta di cielo in terra, e che dà una dolcezza al core che non la
-può intendere chi non la prova, e che dal suo volto muove uno spirito soave
-pien d'amore
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Che va dicendo a l'anima: sospira!</p>
-</div></div>
-
-<p>
-eppure, chi dopo aver letto que' quattordici versi, non riesce a vedere l'<i>angelica
-forma</i>, non so qual altro miracolo di penna o di pennello gliela potrebbe
-mai far vedere. Dove si nota che la pittura non può far vedere le cose
-se non ritraendole, e la poesia le può far vedere senza ritrarle; e ciò dovrebbero
-meditare coloro che credono di avvantaggiar la poesia accomodandola
-dei mezzi che appartengono alla pittura e privandola de' suoi proprii.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note472">
-<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La poesia suggestiva, più di quella che chiameremo espositiva o rappresentativa,
-richiede lettore esperimentato e colto, perchè essa non può suggerire
-in sostanza se non ciò ch'è già in qualche modo nell'animo nostro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note473">
-<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Studio</i> già citato, p. 231. Perciò ebbe giusta ragione il Mestica d'intitolare
-<i>Il verismo nella poesia di Giacomo Leopardi</i> un saggio inserito nella
-<i>Nuova Antologia</i> del 1º luglio 1880.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note474">
-<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno alla sensitività termica e dolorifica del Leopardi vedi <span class="smcap">Patrizi</span>,
-<i>Op. cit.</i>, pp. 100-1.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note475">
-<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. II; <i>Prose</i>, p. 260.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note476">
-<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 100. Quando leggo que' versi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">L'aura di maggio movesi ed olezza,</p>
-<p class="i01">Tutta impregnata dall'erba e dai fiori;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-e quegli altri:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Non avea pur natura ivi dipinto,</p>
-<p class="i02"> Ma di soavità di mille odori</p>
-<p class="i02"> Vi facea un incognito e indistinto;</p>
-</div></div>
-
-<p>
-non posso tenermi dal credere che quel gran naso di Dante fosse dotato di
-più sottil senso che non quell'altro gran naso del Leopardi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note477">
-<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Com'è felice in quel <i>fluttuare</i> anche l'immagine ottica!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note478">
-<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scrisse il <span class="smcap">Patrizi</span> (<i>Op. cit.</i>, p. 142) che nell'opera artistica del Leopardi
-«si discerne sempre l'influenza della sua debolezza». Non direi sempre.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note479">
-<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Melchiorri, 5 marzo 1824; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 496-7.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note480">
-<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sul modo di comporre del Byron vedi <span class="smcap">Elze</span>, <i>Lord Byron</i>, 3ª ediz., Berlino,
-1886, pp. 408-11.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note481">
-<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leggasi questo passo del giornale di Maurizio De Guérin (pp. 93-4):
-«J'ai chômé dans l'inaction la plus complète mes six semaines de vacances.....
-Mais ce repos, cette <i>accalmie</i> n'avait pas éteint le jeu de mes facultés ni arrêté
-la circulation mystérieuse de la pensée dans les parties les plus vives de mon
-âme..... Je goûtais simultanément deux voluptés..... La première consistait dans
-l'indicible sentiment d'un repos accompli, continu et approchant du sommeil;
-la seconde me venait du mouvement progressif, harmonique, lentement cadencé
-des plus intimes facultés de mon âme, qui se dilataient dans un monde de
-rêves et de pensées, qui, je crois, était une sorte de vision en ombres vagues
-et fuyantes des beautés les plus secrètes de la nature et de ses forces divines».
-E leggasi ora questo dell'Amiel (vol. I, p. 52): «Oui, il faut savoir
-être oisif, ce qui n'est pas de la paresse. Dans l'inaction attentive et recueillie,
-notre âme efface ses plis, se détend, se déroule, renaît doucement comme
-l'herbe foulée du chemin, et, comme la feuille meurtrie de la plante, répare
-ses dommages, redevient neuve, spontanée, vraie, originale. La rêverie, comme
-la pluie des nuits, fait reverdir les idées fatiguées et pâlies par la chaleur du
-jour. Douce et fertilisante, elle éveille en nous mille germes endormis. En se
-jouant, elle accumule les matériaux pour l'avenir et les images pour le talent».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note482">
-<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 261.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note483">
-<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 5 gennajo 1821; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 313.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note484">
-<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 10 settembre 1821; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 242.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note485">
-<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 16 gennajo 1829; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 347.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note486">
-<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett.... marzo 1829; <i>Epistol.</i>, vol. II. pp. 357-8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note487">
-<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Les confessions</i>, parte prima, l. III.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note488">
-<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. 4 agosto 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 466.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note489">
-<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani. 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 62.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note490">
-<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella lettera al Melchiorri poc'anzi citata, scriveva: «Gli altri possono
-poetare sempre che vogliono, ma io non ho questa facoltà in nessun modo, e
-per quanto mi pregaste, sarebbe inutile, non perchè io non volessi compiacervi,
-ma perchè non potrei. Molte altre volte sono stato pregato e mi sono
-trovato in occasioni simili a questa, ma non ho mai fatto un mezzo verso a
-richiesta di chi che sia, nè per qualunque circostanza si fosse».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note491">
-<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 60.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note492">
-<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Studi filologici</i>, p. 282.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note493">
-<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Die Welt</i> ecc., vol. II, cap. 37. p. 484.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note494">
-<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Alla luna.</i> La più parte de' suoi canti migliori il Leopardi compose nel
-detestato soggiorno di Recanati, dove si aggravavano di solito tutti i suoi mali,
-e dov'egli si sentiva più disperatamente infelice.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note495">
-<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La natura e la moda nelle <i>Operette morali</i>; il mondo in un dialogo
-inedito.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note496">
-<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che il contrasto forma, in certo qual modo, l'anima della poesia del
-Leopardi, fu avvertito già da parecchi, e largamente dimostrato da <span class="smcap">I. Della
-Giovanna</span>, <i>La ragion poetica dei canti di Giacomo Leopardi</i>, Verona, 1892.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note497">
-<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Schopenhauer e Leopardi</i>; <i>Saggi critici</i>, 4ª ediz., Napoli, 1881, p. 296.
-Ma nel già più volte citato <i>Studio</i>, a p. 292, il De Sanctis scrisse: «A Giordani
-e agli altri letterati potè parere quella prosa un deserto inamabile, e più uno
-scheletro che persona viva».</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note498">
-<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Abbozzo dell'opera Storia dello spirito pubblico d'Italia per</i> 600 <i>anni
-considerato nelle vicende della lingua</i>; <i>Opere</i>, t. IX. p. 109.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note499">
-<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Studio su Giacomo Leopardi</i>, pp. 289, 292.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note500">
-<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 30 aprile 1817 e 12 maggio 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, pagine
-60, 272.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note501">
-<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 21 giugno 1819; <i>Epist.</i>, vol. I. p. 207.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note502">
-<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. al Giordani, 12 maggio 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 272.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note503">
-<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi addietro, p. 339.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note504">
-<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Appendice all'epistolario e agli scritti giovanili</i>, pp. 248-9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note505">
-<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non so se il Giordani si fosse lasciato persuadere dal Vida, il quale prescriveva,
-a chi volesse divenir poeta, assidua e diligente lettura di Cicerone.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note506">
-<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lett. del 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 61-3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note507">
-<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nè ad essa contraddiceva il Leopardi, quando, col Paciaudi, chiamava
-la prosa la <i>nutrice del verso</i>. <i>Appendice all'epistolario</i>, p. 243.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note508">
-<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La metrica del Leopardi potrebbe dare argomento a lungo discorso;
-ma non è qui luogo da ciò. Il tema fu toccato già da parecchi; ma nessuno,
-ch'io sappia, ne fece trattazione ordinata e compiuta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note509">
-<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Per le questioni cui può dare materia il ritmo, vedi <span class="smcap">Neumann</span>, <i>Untersuchungen
-zur Psychologie und Aesthetik des Rhythmus</i>; <i>Philosophische Studien</i>
-X (1894).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note510">
-<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi ciò che scriveva al Giordani il 27 di marzo del 1817; <i>Epistol.</i>,
-vol. I. p. 41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note511">
-<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>,
-Serie IV, vol. LXVII (1897).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note512">
-<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Die Entartung</i>, 2ª ediz., Berlino, 1893, vol. I. pp. 201, 203-5.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note513">
-<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ai nuovi spasimanti della natura, epigoni inconsapevoli di Gian Giacomo
-Rousseau, e, come questo, condannati alle più stridenti contraddizioni,
-raccomanderei la lettura e la meditazione di quel breve ma succoso saggio cui
-lo <span class="smcap">Stuart Mill</span> pose titolo <i>Nature</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note514">
-<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Lettre à la jeunesse</i>, nel volume intitolato <i>Le roman expérimental</i>, pagina
-103. Un officio in tutto simile fu pure assegnato alla poesia dal Nordau.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note515">
-<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Debbo avvertire che, discorrendo del simbolismo, io prendo la parola
-simbolo nel suo significato più largo, intendendo per esso, così il simbolo propriamente
-detto, come l'allegoria: e ciò faccio, non tanto per amore di semplicità,
-quanto per attenermi all'uso stesso dei simbolisti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note516">
-<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo stesso <span class="smcap">Huysmans</span>, l'autore ultrarealista e pornografo di <i>Marthe</i> e di
-<i>les sœurs Vatard</i>, convertito al cattolicismo, pubblicherà fra breve un romanzo
-intitolato <i>Cathédrale</i>, e si accinge a scrivere la Vita di Santa Lidvina. Peccato
-che questa santa donna lasci desiderar qualche cosa sotto il rispetto della
-celebrità! La buona memoria di Pietro Aretino parmi s'avvisasse assai meglio
-scrivendo la <i>Vita di Santa Caterina</i>, la <i>Vita di San Tommaso d'Aquino</i>, la
-<i>Vita di Maria Vergine</i> e la <i>Umanità di Cristo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note517">
-<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>The origin and function of music</i>, nel vol. II degli <i>Essays</i>, edizione del
-1891, pp. 424-6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note518">
-<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi tra i recentissimi <span class="smcap">Fouillée</span>, <i>Le mouvement idéaliste et la réaction
-contre la science positive</i>, Parigi, 1896, pp. <span class="smcap lowercase">XXVII-XXVIII</span>. Parmi meriti d'essere
-ricordato che, sino dal 1707, Giambattista Vico affermava, in una delle sue
-orazioni inaugurali, la virtù della scienza nel togliere <i>la varietà delle opinioni</i>
-e conciliare <i>l'uomo con l'uomo</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note519">
-<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi il libro del compianto <span class="smcap">Guyau</span>, <i>L'art, au point de vue sociologique</i>,
-Parigi, 1889, libro di molto valore, sebbene non iscevro d'errori.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note520">
-<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L'Ermitage</i>, aprile 1894.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note521">
-<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alcuni simbolisti italiani ostentano di parlare del De Sanctis, non pure
-con ammirazione, ma con venerazione. Fanno benissimo; ma non dovrebbero
-dimenticare ch'egli espresse una sua saldissima e costante opinione quando,
-nel saggio su Francesca da Rimini, scrisse che quello che non si riesce a capire
-non merita d'essere capito, e che <i>quello solo è bello che è chiaro</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note522">
-<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>La littérature de tout à l'heure</i>, Parigi, 1889, p. 324.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note523">
-<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>The philosophy of style; Essays</i>, ediz. cit., vol. II, p. 356.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note524">
-<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sulla potenza suggestiva delle grandi scene di paese, vedi le belle osservazioni
-dello <span class="smcap">Spencer</span>, <i>The Principles of Psycology</i>, 3ª ediz., Londra. 1881.
-vol. I, cap. VIII, p. 485.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note525">
-<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Parlo, s'intende, in generale; ma non voglio escludere la possibilità che,
-<i>tra persone in cui il fenomeno si produce in modo affatto eguale</i>, il fenomeno
-stesso dia occasione e modo di ottenere certi <i>effetti</i> d'arte. V. <span class="smcap">Suarez de Mendoza</span>,
-<i>L'audition colorée. Étude sur les fausses sensations secondaires physiologiques
-et particulièrement sur les pseudo-sensations de couleur associées aux
-perceptions objectives des sons</i>, Parigi. 1890.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note526">
-<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non mancano in Italia alcuni giovani che sentono altamente dell'arte,
-ripugnano agli andazzi, e, cercando il nuovo, non credono però necessario
-di vituperar tutto il vecchio. Se dovessi parlare di loro, parlerei con quella
-lode che stimo esser loro dovuta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note527">
-<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Qualcuno potrebbe obbiettarmi: E le recenti prose e i recenti versi del
-D'Annunzio? Riconosco in quelle prose e in que' versi l'influsso del simbolismo;
-ma non per questo ho in conto di simbolista il D'Annunzio. Anzi le
-più spiccate e veramente proprie sue virtù d'artista mi pajono contrastare al
-simbolismo e non potersi conciliare con esso. Chi scrisse, per citare un esempio,
-l'<i>Allegoria dell'autunno</i>, non può non essere un nemico nato della <i>chanson
-grise</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note528">
-<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>L'évolution de la poésie lyrique en France au dix-neuvième siècle</i>, Parigi.
-1894. vol. II, pp. 255-56.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note529">
-<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma non alle macchine tipografiche, con l'ajuto delle quali, fattosi editore
-di sè stesso, guadagnò molti quattrini!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note530">
-<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Geschichte der Aesthetik in Deutschland</i>, Monaco, 1868, pp. 74 e segg.,
-512-14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note531">
-<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tale appunto è la tesi sostenuta dal <span class="smcap">Fechner</span>, <i>Vorschule der Aesthetik</i>,
-Lipsia, 1876, dal <span class="smcap">Guyau</span>, <i>Les problèmes de l'esthétique contemporaine</i>, Parigi,
-1884, e, più recentemente ancora, dal <span class="smcap">Rutgers Marshall</span>, <i>Pain, Pleasure and
-Aesthetics</i>, Londra, 1894.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note532">
-<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi in proposito <span class="smcap">Ribot</span>, <i>La psychologie des sentiments</i>, Parigi, 1896,
-pp. 301 e segg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note533">
-<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Le naturalisme au théâtre</i>, nel già citato volume <i>Le roman expérimental</i>,
-pp. 141, 147.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note534">
-<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fra le tendenze avverse al naturalismo bisogna pure annoverare quella
-che si manifesta nello psicologismo, e che ha trasformato, negli ultimi anni,
-il dramma ed il romanzo. Il naturalismo non conosce quasi altra vita interiore
-se non quella ch'è determinata da cause esterne: lo psicologismo fa conoscere
-tutta una vita interiore complicatissima, immediatamente determinata dall'azione
-e reazione degli elementi e dei fatti psichici gli uni sugli altri. Il naturalismo
-tende a dissolvere l'uomo nell'ambiente; lo psicologismo a circoscriverlo
-in mezzo a quello.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note535">
-<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Copiosissima sopratutto in Germania, dove la <i>Deutsche Arbeiter Dichtung</i>
-e il <i>Socialdemocratisches Liederbuch</i> empiono più volumi. Che nel settentrione
-d'Europa l'idea sociale s'è quasi insignorita del teatro è risaputo da tutti; e
-che alcuni dei molti drammi suscitati da quell'idea sono opere d'arte di gran
-valore non fa bisogno di ricordare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note536">
-<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo breve scritto comparve la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>,
-Serie III, vol. XXXIII (1891). Lo ripubblico ora, sembrandomi che le congetture
-espressevi non sieno state contraddette dai fatti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note537">
-<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Principles of psychology</i>, 3ª ediz., Londra, 1881, pp. 531. segg.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of Project Gutenberg's Foscolo, Manzoni, Leopardi, by Arturo Graf
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI ***
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