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If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Foscolo, Manzoni, Leopardi - -Author: Arturo Graf - -Release Date: August 1, 2020 [EBook #62813] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - FOSCOLO - MANZONI, LEOPARDI - - - SAGGI - DI - ARTURO GRAF - - AGGIUNTOVI - - PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI - E - LETTERATURA DELL'AVVENIRE - - (Ristampa) - - - - TORINO - Casa Editrice - GIOVANNI CHIANTORE - Successore ERMANNO LOESCHER - — - 1920 - - - - - Proprietà Letteraria - - Torino — Tipografia VINCENZO BONA (13500). - - - - - ALLA MEMORIA - DELL'UNICO MIO FRATELLO - OTTONE - CHE A ME IN OGNI COSA PREVALSE - FUORCHÈ NEL FAVORE - DELLA FORTUNA - - - - -RILEGGENDO LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS[1] - - -I. - -Molto fu scritto intorno alle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_, e da -molti, che con varii intendimenti, con criterii di giudizio o dissimili -solo o a dirittura contrarii, con disposizione d'animo quando avversa -e quando benevola, ne indagarono la origine e la storia, ne scrutarono -la intenzione e lo spirito, ne notarono le qualità buone e cattive. -Ne scrisse a più riprese il Foscolo stesso, il quale pochissimo amico -del criticismo in teoria, da lui, come da altri, giudicato un vero e -pessimo flagello delle lettere, fu più volte, in pratica, forzato a -fare il critico di sè stesso, e ad esporre pubblicamente le ragioni -e i propositi dell'arte sua; e se è provato oramai ch'egli affermò -circa il suo romanzo assai cose non vere, è fuor di dubbio altresì -che dell'indole de' personaggi, del procedimento dell'azione, della -moralità della favola recò alcuni giudizii che per aggiustatezza ed -acume non furono sorpassati da chi ne prese a ragionar dopo lui. Su -taluno de' suoi giudizii tuttavia ci sarebbe molto a ridire, e più ci -sarebbe a ridire su certi giudizii di critici posteriori, anche sommi. -Io non intendo già di riprendere e gli uni e gli altri ordinatamente in -esame, e confrontarli e discuterli, chè sarebbe lavoro lungo, minuto -e fastidioso; ma avendo riletto di questi giorni il romanzo, e ancora -molte altre cose foscoliane, e il _Werther_ per giunta, ho pensato di -gittar sulla carta alcune considerazioni suggeritemi da quella lettura, -dalle quali può darsi che o l'uno o l'altro di quei giudizii riceva o -correzione o compimento. - -Fra i molti dubbii che le _Ultime lettere_ possono sollevare nell'animo -di un lettore non più giovane, non appassionato, non disattento, è -questo forse uno dei principali: Com'è che Jacopo s'innamora? Data la -condizione dell'animo suo, quale egli stesso la viene manifestando, è -cosa naturale, è cosa conforme alle leggi da cui è governata la nostra -vita morale, che l'amore s'insinui in quell'animo? e che s'insinui in -esso con tanta prontezza e senza contrasto? e che se ne insignorisca -a quel modo? L'innamoramento di Werther, il quale per tanti rispetti -si riscontra con l'innamoramento di Jacopo, ci appare cosa in tutto -verisimile e naturale; ma Jacopo non è Werther; e che anzi sia -profondamente diverso da quello ognuno può conoscere da sè, anche se -ignori le giustissime osservazioni che il Foscolo stesso ebbe a fare -sulla grande disparità loro; e anche se sappia ciò che inutilmente esso -Foscolo da prima tentò di occultare, avere cioè Jacopo, sino dal tempo -della prima orditura del romanzo, avuto il suo prototipo in Werther[2]. - -Jacopo non ha se non ventitrè anni quando scrive la lettera con cui -principia il romanzo. Egli è assai giovane d'anni, ma da questa in -fuori non si direbbe esservi in lui altra giovinezza. Dell'antecedente -sua vita poco accenna egli stesso, e noi non intendiamo bene perchè -sia così invecchiato innanzi tempo; ma ben ci avvediamo che molto -visse con la mente e col cuore, e che giunto all'età in cui gli altri -giovani si affacciano alla vita, egli, per contro, è oramai maturo alla -morte. Vedete l'anima sua da quali pensieri, da quali affetti è presa -e soggiogata. Egli odia quel mondo in cui appena si può dire che abbia -mutati i primi passi; insorge contro la società de' suoi simili, che -tutta gli par fondata sull'ingiustizia e retta dalla menzogna; dispera -di tutta la razza umana, irreparabilmente malvagia, codarda, infelice; -non crede alla scienza, indagatrice oziosa d'inutili veri. Ha un senso -doloroso, profondo, perpetuo della propria e della universale miseria, -della disperata vanità di tutte le cose. Nell'ardente e commossa -fantasia gli si colora il sogno d'una felicità ch'egli nè cerca, nè -spera, fatto conscio ormai dell'universa illusione, e che patria, -gloria, amore, virtù non sono se non fantasmi. A sorreggerlo, quasi -con la lusinga di non so quale orgogliosa e solitaria grandezza, gli -entra nell'animo una opinione, per cui egli si stima un tratto in tutto -diverso dagli altri uomini, e diviso da essi e da ogni loro opera e -cura; ma anche di questa illusione si ravvede, e conosce, e confessa di -non essere altro che _uno dei tanti figliuoli della terra_, ingombro -di _tutte le passioni e le miserie_ della sua specie. Non nega Dio; -ma lo teme più che non l'adori; e non sa se il cielo badi alla terra, -e non sa se qualche cosa dell'uomo sopravvive alla morte. E la morte -egli aspetta _tranquillamente_ quando la stima vicina; ma se gli appaja -ancora lontana, eccolo che smania di cacciarsi un _coltello nel cuore_, -o che solo s'acqueta _dimenticandosi_ d'esser vivo. - -Ora, così fatto giovane vede Teresa, _la divina fanciulla_, della -quale forse nemmeno il nome gli era noto innanzi, e il vederla e il -sentirsene preso gli è un punto solo, e frutto dell'averla veduta -il tornarsene _a casa col cuore in festa_. Io non domando già se -sia possibile ciò, perchè i limiti del possibile, quando si tratta -della natura dell'uomo, sono troppo incerti e mal noti; ma domando -se l'autore abbia ciò giustificato abbastanza, e se abbia condotto -l'avvenimento in guisa da lasciare appagato l'animo di chi legge, senza -suscitarvi dentro alquanta di quella perplessità e di quella ritrosia -che, secondo i casi, o si risolvono in un vago e quasi inconsapevole -scontentamento, o provocano la critica precisa e consapevole. E a me, -se ho a dire il vero, pare che non abbia. - -Intendo, se non tutte, parecchie delle ragioni che mi si possono -opporre. L'anima di Jacopo non è così distrutta come può sembrare a -primo aspetto. Il processo della dissoluzione è bensì cominciato in -lei, è anche andato molt'oltre, ma non ha però compiuto il suo corso, -non è nemmeno giunto a quel segno di là dal quale nessuna ripresa di -vita o di speranza è più possibile. Molte energie durano in Jacopo, -le quali, pur essendo dannate a morire tra breve, non vogliono ancora -morire. Considerate che il suo intelletto e il suo cuore sono in pieno -dissidio fra loro; considerate ch'egli è un vortice di contraddizioni. -Se lo guardate da un lato, egli vi appare quale un pessimista disperato -e incurabile; se lo guardate da un altro, egli si dà a conoscere -per un entusiasta focoso e indomabile. Ha in conto di fantasmi, gli -è vero, la patria, la gloria, l'amore, la virtù; ma la illusione -non è ancor tanto lontana da lui che una qualche riverberazione non -gliene rimanga nell'animo; e quei fantasmi egli adora, e per quei -fantasmi egli spasima. S'infiamma di generoso entusiasmo leggendo -Plutarco; si scioglie in dolcissime lagrime leggendo il Petrarca; -e mette la compassione sopra tutte le altre virtù; e lo rapisce lo -spettacolo della viva natura; e lo empie quasi di un senso di religiosa -venerazione lo spettacolo della bellezza e della grazia muliebre. Egli -è così lontano ancora da quell'atonia in cui si sommerge lo spirito -caduto d'ogni speranza e orbato d'ogni fede, che sente sempre dentro di -sè _un demone che l'arde, lo agita, lo divora_. E il suo cuore non è un -cuor morto; anzi è un cuore che _non può soffrire un momento, un solo -momento di calma_, e che, _ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al -dolore_. Chi dirà che un sì fatto uomo, il quale, per giunta, fa assai -più stima della passione che non della ragione, non sia più in grado -d'innamorarsi? Chi dirà che un animo aperto a tanti altri affetti debba -esser chiuso all'amore? Forse domani, o doman l'altro, egli non si -potrà più innamorare; ma oggi egli può innamorarsi ancora. - -Queste ragioni hanno la loro forza, e non possono essere negate. -Gli è certo che Jacopo si trova in una condizione d'animo duplice e -ambigua; ch'egli passa alternatamente da uno stato a un altro stato -contrario; e che se nell'uno sembra impenetrabile all'amore, nell'altro -sembra tutto aperto all'amore. Nè questa è maniera di contraddizione -che ripugni alla umana natura, la quale può ricevere, e riceve -tuttodì, infinite altre contraddizioni, onde molto di romanzesco e -di drammatico si deriva nella vita di ciascun uomo. Dirò di più, che -quando incomincia il romanzo di Jacopo, c'è una ragione particolare -dispositiva perchè Jacopo s'innamori. Jacopo ha perduto la patria e con -essa la occasion principale e il principal fine di ogni sua operosità. -Egli ha come un vacuo nell'anima, e la naturale tendenza ch'è in -ciascuno di noi a ristorare in qualche modo il perduto, promuove ed -agevola quanto può colmare quel vacuo. Perduta una ragione di vivere, -l'istinto ne sollecita un'altra, che la possa supplire. Con la patria -ancora incolume, forse Jacopo non si sarebbe innamorato, o il suo -amore sarebbe stato d'indole più temperata, e circoscritto entro più -angusti confini: con la patria disfatta, Jacopo s'innamora a guisa -d'uomo perduto, perchè innamorarsi è vivere; e l'amore cresce in lui -prepotente e smodato. - -Non perchè dunque Jacopo s'innamori potrà essere rimproverato al -Foscolo di non avere osservato la verisimiglianza e d'esser venuto -meno alle naturali convenienze del suo soggetto; anzi al Foscolo stesso -noi potremo credere quando afferma che esso Jacopo _è presentato tale -qual era, ne' casi della sua vita, nell'età ch'egli aveva, nelle sue -opinioni e passioni, e in tutti i moti tempestosi dell'anima sua_; e -gli potremo credere senza andare troppo minutamente a cercare se diceva -in tutto in tutto il vero quando scriveva ad Antonietta Fagnani: _Mi -sono fedelmente dipinto con tutte le mie follie nell'Ortis_; e quando -scriveva a madama Bagien che i Francesi, leggendo tradotte le _Ultime -lettere_, avrebbero potuto conoscere tutti i sentimenti e tutte le idee -di lui. Non di avere immaginato un personaggio e un'azione inverisimile -accuseremo il Foscolo, ma bensì di non aver saputo scorgere tutte le -molte difficoltà del suo soggetto; di non avere avuto sempre a mano -l'arte che si richiedeva a fare della pittura di quel personaggio e -del racconto di quell'azione un tutto sempre coerente e intelligibile, -tale da ottenere senza fatica il pieno assentimento dei leggitori. -Il romanzo ci presenta certi effetti e certe conclusioni, ma delle -cause di quelli e delle premesse di queste non porge idea abbastanza -chiara. La passione e l'azione si svolgono presso a poco alla maniera -di un ragionamento a cui sieno state tolte più e più proposizioni -intermedie, necessarie a legare e compiere il senso. Il racconto rimane -come ingombro di nodi insoluti: la _motivazione_ è insufficiente; e -tropp'altre cose mancano in esso, le quali non tutte si può pretendere -che sieno supplite dalla fantasia del lettore, per quanto si voglia -fare del lettore intelligente un collaboratore dell'autore. Appunto -perchè Jacopo ci appare duplice, avremmo voluto che la storia dell'amor -suo ritraesse un po' più particolarmente e un po' più fedelmente -il contrastare di quei due uomini che si affrontano in lui, e il -soverchiare e il ritrarsi quando dell'uno e quando dell'altro. Tale -quale si legge, la storia sembra esser quasi di un solo dei due anzichè -d'entrambi; il che parrebbe giustificato qualora, in virtù appunto -dell'amore, l'uno riuscisse a sloggiar l'altro; ma giustificato non -può parere quando si vede che i due seguitano a contrapporsi ed a -contrastare sino alla fine. Insomma, essendo questo dell'_Ortis_ un -romanzo psicologico, mi sembra che lasci desiderare una più diligente, -più sottile e più ricca psicologia. Il Foscolo avrebbe forse potuto -supplire, almeno in parte, al difetto con porre a fronte di Jacopo una -Teresa meno eterea, meno astratta, meno incomunicabile; una Teresa -che non fosse una immagine dipinta, buona solo ad essere adorata in -silenzio, ma donna viva e parlante; una Teresa che, pur rimanendo -fermissima nel suo proposito di virtù, avesse saputo in qualche modo -farsi incontro al povero Jacopo, e mutare di tanto in tanto in un -dialogo l'eterno e disperato soliloquio di lui. Parlando con Teresa, -Jacopo avrebbe potuto dire a schiarimento dell'esser proprio assai -cose le quali non riesce a scrivere all'amico Lorenzo. Ma il Foscolo -cadde ancor egli in questo errore di credere che per fare di una donna -un oggetto in tutto degno di ammirazione convenga farne una essenza -angelica, una idea, un'astrazione; per figurare la donna perfetta -cancellare la donna. Questo errore gli può essere perdonato facilmente; -ma non così facilmente gli può essere perdonata la opinione, da lui -mantenuta negli anni provetti, che questa impalpabile Teresa sia -creatura superiore alla Carlotta del _Werther_, per quanto alcune -osservazioni ch'egli viene facendo intorno a quella Carlotta possano -parere giuste e ingegnose[3]. E la astrattezza essendo carattere, non -della sola Teresa, ma di tutti più o meno, i personaggi del romanzo, -i quali (notava il De Sanctis) _appariscono sulla scena come i primi -schizzi su di un cartone, disegni appena sbozzati e rimasti in idea_, -si vede come sempre più venisse tolto a Jacopo il modo e l'opportunità -di esplicare e chiarire tutta quella parte di sua vita interiore che -noi a fatica possiamo andar congetturando e indovinando. - -Certo, fare che egli stesso la venisse esplicando e chiarendo, o altri -per lui, era cosa di somma difficoltà; e non è da meravigliare che il -Foscolo, giovanissimo quando compose il romanzo, o non l'avvertisse -tutta, o non riuscisse a vincerla; e, del resto, non so veramente -s'egli ebbe mai, nemmeno negli anni maturi, le particolarissime qualità -d'ingegno che ci sarebbero volute al bisogno, e che mai non mancarono -al Goethe. Ma gli è certo altresì che se il Foscolo fosse riuscito a -mettere, per questa parte, nel suo romanzo, ciò che vi manca, il suo -romanzo non avrebbe dato argomento a un altro sfavorevole giudizio, il -quale non può essere notato d'ingiusto, sebbene non mi paja scevro di -qualche esagerazione. - -Il De Sanctis, parlando del romanzo da par suo, scriveva: «Siamo alla -fine del quinto atto; la catastrofe è succeduta, pubblica e privata; -al protagonista non resta che puntarsi la spada nel petto come Catone, -o, come un personaggio di Alfieri, _cacciarsi un coltello nel cuore -per versare il sangue fra le ultime strida della patria_. Qui comincia -il libro: qui, dove cala il sipario, comincia la rappresentazione». E -soggiungeva che «il suicidio era già compiuto nell'anima»; e che «la -tragedia non ci è più: ci è una situazione lirica nata dalla tragedia»; -e che «una situazione così esaltata nel suo lirismo, non può troppo -protrarsi senza che la diventi monotona e sazievole»; e che «una -situazione così tesa fin dal principio potea dar materia ad un canto, -com'è la Saffo; non se ne potea cavare un romanzo, se non stirandola -e riempiendola di accessori fortuiti, non generati intrinsecamente -dal fatto»[4]. Chiunque abbia letto il romanzo senz'essere trascinato -egli stesso da un po' di quella passione che trascina il protagonista, -conoscerà che c'è molto del vero in queste parole, ma forse non -tutto il vero. Che da quella situazione, benchè tanto tesa sin da -principio, si potesse pur ricavar un romanzo, anche senza inzepparlo -di accessorii fortuiti, a me sembra certissimo. Che nel _Werther_ -ci sia, come nota lo stesso De Sanctis, una _storia psicologica_ -molto più abilmente svolta che non nell'_Ortis_, io concedo assai di -buon grado, nè parmi si possa negare; ma che nell'_Ortis_ non ci sia -punto storia psicologica, e che per contro vi stagni _la palude e -l'acqua morta_, non mi pare si possa asserir con ragione. Proponete -quella stessa stessissima situazione ad uno dei sottilissimi nostri, -e talvolta troppo sottili romanzieri psicologi, e vedrete s'e' saprà -cavarne una storia psicologica, e se anzi non c'è pericolo che ne -cavi troppa. Anche nell'_Amleto_ la situazione è tesissima sin da -principio, ed è sempre sostanzialmente la stessa dal primo all'ultimo -atto; eppure guardate che macchina di dramma seppe formarci sopra lo -Shakespeare. E quanti altri esempii a questo proposito si potrebbero -ricordare opportunatamente! La colpa dunque fu assai più del Foscolo -che della situazione; e del resto nell'opera stessa del Foscolo c'è più -romanzo e più storia psicologica che a primo aspetto non paja. Appunto -quando il racconto incomincia, incomincia pel protagonista un ordine -nuovo di casi, che susciteranno nell'anima sua nuove passioni, e lui -trarranno a nuovi cimenti. Egli era dannato, perduto, finito; ma ecco -che in quella vita già prossima a spegnersi irrompe una subitanea, -non preveduta energia; e questa energia è l'amore, la più rigogliosa -e trasformatrice di quante mai ne può ricevere l'anima umana. Che -avverrà di Jacopo? Il poeta ci dice che Jacopo era «suicida per indole -d'anima e per sistema di mente»; ma anche ci dice che l'amore cominciò -a «ristorar dolcemente» quell'anima, e ad adescarla «in segreto di -care speranze», e a spargervi dentro alcun poco di refrigerio; e -che le due passioni, la politica e l'amorosa, sostennero «d'alcuna -speranza per diciotto mesi quel giovine disperato». Dunque, sia pure -per poco, la situazione è mutata. Dunque c'è materia a romanzo. Jacopo -stesso consiglia il suicidio all'uomo cui più non rimanga ragione di -vivere; ma come si potrà dire che manchi ragion di vivere all'uomo -innamorato, tanto che duri in lui qualche speranza dell'amor suo? «La -catastrofe», ci dice ancora il poeta, «non che volerla occultare, è -manifestata sin dalle prime pagine e dal titolo del volume», e ciò -è vero; ma non tanto vero che molti dubbi non possano nascere in noi -intorno a ciò che Jacopo sarà per fare: e ogni nuovo dubbio è come una -nuova via aperta all'azion del romanzo. Però mi pare che avesse qualche -ragione il Carrer quando diceva che nel _Werther_ «il caso è regolare», -mentre «nell'_Ortis_ ha una grande individualità, ed ora si arresta e -fa mostra di dare addietro, ora va a balzi impetuosi e divora in un -attimo lunghissima via». Che farà Jacopo? Amando con tanta passione -Teresa, permetterà egli che altri gliela tolga? E sapendosi riamato -da Teresa permetterà ch'ella viva infelicissima tutto il tempo della -vita sua a fianco di un uomo aborrito? E se Jacopo, a furia di pensarci -su, riuscisse a persuadersi che il signor T. e il signor Odoardo e -gl'interessi e la quiete di quella famiglia non meritano ch'egli faccia -il sacrificio del proprio amore e della vita? E se scrutando un po' a -fondo certe sue riluttanze morali, e discutendo certi suoi scrupoli, -riuscisse a scoprire non essere cosa gran fatto morale che una -fanciulla dia la mano di sposa ad un uomo quando ha già dato il cuore -ad un altro, e che la osservanza di una promessa già fatta non è in tal -caso tanto morale quanto potrebbe sembrare a chi confonde la morale -col formalismo farisaico? E se in un momento di ebbrezza, trovandosi -_soli e senza alcun sospetto_, Jacopo e Teresa imitassero senza alcuna -meraviglia da parte del lettore, il presumibile esempio di Paolo e -di Francesca? E se dopo di ciò Jacopo portasse via Teresa per andar -a morire insieme con lei in qualche luogo ignoto e lontano? Oppure -se Jacopo ammazzasse Odoardo, come gliene viene la tentazione? O se, -colto da un furor pazzo e bestiale, ammazzasse, oltre al rivale, anche -l'amata e il padre di lei e poi sè stesso? - -Come si vede, non sono poche le congetture che il lettore, anche -sapendo che Jacopo finirà con l'ammazzarsi, potrebbe formare; nè io -ho preteso di numerarle tutte. E se mi si concede che almeno alcune di -esse sono tali che il lettore non ha ragione di ricusarle prima d'esser -giunto alla conclusione, mi si dovrà ancora concedere che il cammino -dell'azione non sia poi così rigorosamente e immutabilmente prescritto -come parve al De Sanctis, e che, almeno in potenza, sia nel romanzo -alquanta più storia psicologica ch'ei non disse. - - -II. - -Un altro non lieve difetto fu rimproverato al romanzo del Foscolo: -quello di menare ostentatamente di fronte due grandi e ben diverse -passioni, le quali sembrano doversi intralciare e impedire a vicenda: -la politica e l'amore; e di chiudere in sè quasi due anime, delle quali -l'una non troppo sappia dell'altra. E anche qui bisogna riconoscere -che il rimprovero non manca d'esser giusto. Non so se mai vi sia -stato lettore delle lettere dell'Ortis, il quale non abbia ricevuto -un pochin di noja da quell'alternarsi di sfoghi politici e di sfoghi -amorosi, da quella, non so se dire crudezza o improntitudine, con cui -l'una passione s'intraversa nell'altra; e che non abbia desiderato, o -che il patriota fosse meno acceso di Teresa, o che l'innamorato fosse -meno caldo della patria. Dicono che quella duplicità di passione scema -l'interesse invece di accrescerlo, disperde l'attenzione, raffredda il -sentimento; e certo non dicono male. Dicono ancora che nel _Werther_ è -assai più interezza ed unità; e credo dican benissimo. Già il Foscolo -sentì la forza della censura, e nella _Notizia bibliografica_ cercò di -rispondervi. «Che poi due passioni così diverse», egli scriveva, «quali -pur sono il furore di patria e l'amore, possano ardere simultaneamente -nell'anima d'un solo individuo, e tutte due si manifestino spesso in -uno stesso periodo e, talvolta, in una sola frase, è fenomeno naturale -e può ammettere spiegazione; ma sì strano a ogni modo, che se fu -alcuna rara volta mostrato in una o due scene di qualche tragedia non -deve essere ripetuto per duecento e più facciate in un libro: e chi -disse che quelle lettere _hanno due anime_, le censurò con argutissima -verità». Ciò nondimeno, alquanto più oltre reca parecchi argomenti co' -quali s'ingegna di far vedere, non solo che le due passioni possono, a -un tempo stesso, capire nella stessa anima umana; ma, ancora, che nel -caso particolare dell'Ortis deriva dal concorso loro più d'un effetto -per cui l'azione rimane, in alcune sue parti, meglio giustificata e -chiarita. Della possibilità del concorso egli poteva recare in prova, -oltre che l'esempio di Giulio Cesare e l'autorità del Montaigne, -come fa, anche l'esempio suo proprio, dacchè nel tempo appunto in -cui attendeva a dar l'ultima forma al romanzo, egli, perduto dietro -alla Fagnani, scriveva l'_Orazione a Bonaparte pel Congresso di -Lione_[5]. Quanto poi al giovamento che l'azione del romanzo trae da -quel concorso, io veramente credo che avrebbe potuto essere di molto -maggiore se maggiore fosse stata, anche in questo caso, l'arte del -poeta; o che, almeno, avrebbe potuto essere molto minore il danno, se, -per esempio, il poeta avesse scritto il romanzo quando invece scriveva, -molto più maturo di anni e di animo, la _Notizia bibliografica_. - -Se non che si può forse dire a difesa di quel concorso una cosa che -non cadde in mente al Foscolo. Le due passioni sono veramente legate -nell'idea del romanzo assai più di quanto appajano legate nella -narrazione. Infatti, se Jacopo non avesse perduta la patria; se la -condizione dell'Italia non fosse quale egli la vien descrivendo nelle -sue lettere, i casi della vita di lui potrebbero prendere tutt'altra -piega, riuscire a tutt'altro fine. Profugo, sprovveduto, insidiato, -egli non può sperare, e non può quasi desiderare, di ottenere Teresa -in isposa; ma perchè non avrebbe potuto e desiderare e sperare di -ottenerla se non fosse stato nè profugo, nè sprovveduto, nè insidiato? -L'esser ella di famiglia nobile, ed egli di plebea, poteva dar luogo a -difficoltà, ma forse non invincibili, malgrado delle idee del padre. -Dunque una ragione politica è quella, se ben si guarda, che prima -condanna l'amore di Jacopo a una fine infelice. Da altra banda, se -diversa fosse stata la condizione dell'Italia, il padre di Teresa -non avrebbe avuto bisogno di schermirsi da pericolosi sospetti, e di -assicurare la sorte propria e di tutta la famiglia imparentandosi col -marchese Odoardo. Dunque una ragione politica è quella che condanna -Teresa al sacrificio. Come scindere in tale condizione di cose la -politica dall'amore? Come non confondere in una sola sventura le -due sventure che fanno sanguinare il cuore del giovane? Questi non -può pensare alla fanciulla amata senza che la sua mente subito corra -alle più forti ragioni che gliene contrastano il possesso, e perciò -alla patria; e non può pensare alla patria senza che la sua mente -subito corra all'ultimo danno che gli viene dalla rovina di quella, -l'impossibilità, cioè, di ottenere la fanciulla amata. Così l'anima sua -rimbalza perpetuamente da Teresa alla patria, e dalla patria a Teresa. - -Se il lettore non s'avvede della necessità di questo giuoco doloroso, -e s'impazienta, e grida che propriamente Jacopo non sa quel che si -voglia, la colpa non è già tanto della situazione, quanto dell'autore, -che non seppe adoperarvi attorno gli avvedimenti opportuni. - - -III. - -Che il Foscolo sia stato un campione ardentissimo e indomabile del -classicismo quando già il classicismo piegava alla fine, è cosa così -universalmente risaputa, e tante volte ripetuta, che il ricordarla e -il ripeterla ancora potrebbe parere peggio che ozioso. Anche lasciando -di considerare quelli tra' suoi migliori componimenti poetici ov'egli -trasfuse veramente un'anima greca; anche mettendo da banda quelle -innumerevoli lettere sue, e quelle tante altre sue prose, dove i -ricordi classici d'ogni maniera ricorrono con così fitta e spesso -così importuna frequenza da stancar ogni lettor più longanime; basta -ricordare la sua dottrina intorno alla lirica, e la sua dottrina -intorno alla tragedia, per dover subito riconoscere che l'Italia non -ebbe altro classico più classico di lui, e che il Monti, nonostante -il sermone sulla mitologia, deve contentarsi di venirgli secondo. -Perciò non è a meravigliare s'egli ebbe in odio il romanticismo; se nel -_Gazzettino del Bel Mondo_ diede addosso a quei giovani che «cavalcando -i destrieri nuvolosi di Odino... rompono lance in onore della _poésie -romantique_»; e se prendendo occasione dal _Carmagnola_ del Manzoni, -di quel Manzoni a cui non aveva altra volta risparmiata la lode, fece -fronte alla nuova scuola in modo non meno risoluto che disdegnoso. - -Ma un dubbio nasce in chi legge le opere ed esamina la vita di -questo singolare poeta e singolarissimo uomo. Fu proprio il Foscolo -così interamente e sostanzialmente classico quale ce lo vengono -predicando? Non ebbe lacune il suo classicismo, non ebbe inquinamenti? -E per ispiegarci meglio: se alcuno venisse a dirci che per entro al -classicismo del Foscolo serpeggia più di una vena di romanticismo, -direbb'egli cosa da doverglisi rinfacciare come un'eresia? Non credo. -E primamente, per parlare in generale, nessun classicista mai fu -tutto classico, perchè non è possibile ad un uomo moderno farsi greco, -latino, pagano, checchè la credula e sciocca albagia si possa andar -persuadendo in proposito. I classicisti non furono classici che per -approssimazione e in variabile misura, secondo che riuscirono, più -o meno, a conformare al modo antico il modo loro di pensare e di -sentire, e la loro arte all'arte antica. Nè vi fu classicista mai per -quanto classico, che non desse luogo dentro di sè a molte, benchè non -confessate, o non sapute, modalità mentali del suo tempo, tutt'altro -che classiche. Poi, quanto al Foscolo in particolare, mi sembra si -possa dire che l'indole sua e la vita gli dovevan permettere anche -meno che ad altri di esemplare in sè pienamente l'antico. Ora io credo -che il Foscolo ebbe parecchio del romantico, non solo negli anni suoi -giovanili, ma anche dopo, e per tutto il tempo della non lunga sua -vita; e credo che certi atteggiamenti romantici fossero congeniti in -lui, e, più dei classici, connaturali all'indole sua. E anche questo è -argomento che si collega con le _Ultime lettere_. - -Per ciò che spetta agli anni giovanili non vi può essere incertezza. -Sappiamo che dal Cesarotti egli imparò ad ammirare i poemi di Ossian, -e che ebbe care le lugubri fantasie di Edoardo Young, le quali -rivivono in alcuni dei primi suoi versi, come la elegia _In morte -di Amaritte_, e quella intitolata _Le rimembranze_. Altre sue brevi -poesie di quel tempo (1796-1797), quali il sonetto che incomincia: -«Quando la terra d'ombre è ricoverta», e gli sciolti _Al Sole_, -hanno un colorito romantico che non può sfuggire a nessuno. Veniamo -alle _Ultime lettere_. Sono esse o non sono romantiche? Facendo tale -domanda si fa quasi implicitamente quest'altra: È, o non è romantico -il _Werther_? Per rispondere basterà ricordare che il giovane Werther, -il quale antepone Ossian a Omero, è non solo un personaggio romantico, -ma a dirittura come il capostipite di tutta una famiglia romantica; -che aveva ragione il Lessing quando diceva che nessun giovane greco -o romano si sarebbe innamorato e poi ucciso al modo di Werther; -che l'aveva quasi madama di Staël, quando a proposito della forma -epistolare data dal Goethe al suo romanzo, diceva che gli antichi non -pensarono mai a dare così fatta forma alle loro finzioni (e scordava -le _Eroidi_ di Ovidio, il quale fu considerato come un precursor dei -romantici); e finalmente che il romanzo del Goethe fu uno dei libri che -più accesero la fantasia a Giovanni Ludovico Tieck, romanticissimo fra -i romantici. Perciò, con esso, il Goethe ajutò senza dubbio alcuno e -promosse quella scuola romantica di fronte alla quale mutò poi e rimutò -atteggiamento. - -È a lamentare che sieno andati perduti certi _pensieri_ del Monti -intorno all'_Ortis_, perchè forse si sarebbe potuto rilevare da essi -che certe vestigia dell'_audace scuola boreal_ egli le aveva sapute -scorgere nel romanzo, e perchè forse ci sfogava attorno un qualche -poetico e classico risentimento. Ma anche senza il suo ajuto, ognuno -può vedere per questa parte più che non bisogni. Indubitatamente -le _Ultime lettere_ sono scrittura d'inspirazione e d'intonazione -romantica, sebbene non vi si riscontri questo aggettivo fatale, che per -ben due volte compare nel _Werther_. Romantico è in esse il carattere e -il tono della passione; romantico quel considerar la ragione come cosa -men alta e men degna del sentimento; romantico il modo di vedere, di -sentire, di ritrar la natura; romantica tutta la storia di Lauretta; -romantica l'enfasi e l'esagerazione del linguaggio, che sempre trasmoda -nel lirico; romantica la fusion dell'autore col personaggio di cui -narra la storia. E se qua e là ci si abbatte in quelle lettere a -qualche frasca o zerbineria mitologica; e se in un luogo sbucan fuori -non so che najadi o ninfe; e se Jacopo si scalmana dietro agli eroi di -Plutarco; ciò non basta a togliere al libro il carattere romantico che -per tanti rispetti gli si appartiene. E se quell'inframmettente del -Sassoli si deve biasimare per avere voluto finir di suo, e malamente, -quel primo saggio dell'_Ortis_ che fu la _Vera istoria di due amanti -infelici_, lasciato a mezzo dal Foscolo, non potrà già, a parer mio, -biasimarsi d'averne franteso e alterato il carattere, quando nella -seconda parte dà luogo a quell'Ossian che non l'aveva potuto trovar -nella prima e ci stiva tanto del Young quanto ce n'entra. Aggiungasi -che le _Ultime lettere_ furono in Italia, come il _Werther_ in -Germania, uno dei libri più cari alla gioventù romantica, quello, -fra tutti, che aperse (è il Foscolo stesso che rammaricandosene ce ne -assicura) più profonde ferite nel petto delle fanciulle patetiche[6]. - -Ora, il romanticismo delle _Ultime lettere_ è un indice del -romanticismo del Foscolo. Intendo che sì fatta asserzione può suscitare -molte e non lievi obbiezioni, ma non tali, credo, che la buttino a -terra. Di che romanticismo del Foscolo, si dirà, andate voi ragionando, -se del 1800 è l'ode per la Pallavicini, e del 1802 quella per l'_Amica -risanata_, pregne l'una e l'altra di mitologia e di spirito greco? -E non è del 1803 la versione di Callimaco? E non è del luglio del -medesimo anno la lettera a Giambattista Niccolini giovinetto, nella -quale il Foscolo dice, tra l'altro, che i classici sono _le sole fonti -di scritti immortali_? Ora son quelli per l'appunto gli anni in cui -il Foscolo rivede il suo romanzo, lo conforma meglio col _Werther_, lo -riduce a lezione definitiva, lo stampa intero. - -Il tema è delicato, e se ne vuol discorrere con circospezione, e -intendersi bene. Io non dico già che il Foscolo fosse un romantico: -dico ch'egli ebbe del romantico nel modo di sentire, di pensare, di -atteggiarsi, di vivere; e che l'anima sua, capace, come egli stesso -ne avverte, di molte contraddizioni, somiglia a un fiume formato dal -concorrere di più acque, varie d'origine, di temperatura e di colore e -non anche fuse insieme. E molto più romantico certamente sarebb'egli -riuscito se non fosse stata tutta classica la sua educazione; e se -dalla qualità di greco non avess'egli creduto di ricevere come una -particolarissima obbligazione e consacrazione di classicità; e se dai -casi e dalle tristi esperienze della vita, e dal disgusto di quanto -si vedeva d'attorno egli non fosse stato, dirò così, quotidianamente -risospinto verso l'antico. Le quali ragioni tutte, del resto, -non valsero ad impedire che qualche sottil vena di romanticismo -s'infiltrasse nei _Sepolcri_, e che la _Ricciarda_ riuscisse una -tragedia riboccante di romantici orrori[7]; e non tolsero al poeta, -la cui fede classica appar molto scossa negli ultimi anni, di dire, -parlando delle _Grazie_, che forse un giorno in altri suoi versi non si -sarebbero più vedute le deità dei Gentili. - -Chi voglia farsi un'idea del romanticismo giovanile del Foscolo, basta -ponga mente a due cose: l'una, che la prima materia del romanzo la -porsero le lettere a quella Laura intorno a cui si fecero già tante -congetture e tante dispute; l'altra, che le lettere ad Antonietta -Fagnani si riscontrano in moltissimi luoghi, come fu notato, con -le lettere del romanzo. Quante movenze, quante espressioni, quanti -riscaldamenti romantici in quelle lettere alla Fagnani, la quale -era, lei, tutt'altro che romantica! Prima di tutto, la passione, -stimolata dì e notte dalla fantasia, esacerbata dalla riflessione, -artificiosamente incalzata di là da' suoi termini naturali, intricata -nelle peripezie di romanzesche avventure, con ostentazione di mistero, -sospetto d'inimicizie coperte, ansietà di tradimenti, repentagli -di duelli, ruggiti di rabbia e dì dolore, aspettazione di morte, -minacce di suicidio. Chè il Foscolo ebbe tutto il tempo di vita sua il -desiderio, e dirò pur l'ambizione, di uno di quegli amori smisurati, -fatali, mortali, che tutti i romantici sognarono; e fra tanti ch'ei -n'ebbe, non n'ebbe uno solo mai che veramente fosse di quel carattere, -checchè ne possa egli dire e voler far credere nelle sue lettere -amorose, e sebbene parecchi degli amori suoi, anche prima di quello -colla Fagnani, fossero stati romanzeschi a segno da meritargli da -colei il soprannome di _romanzo_ e _romanzetto ambulante_. Poi quella -mostra vanagloriosa e quel come culto di una infelicità maggiore di -ogni altra infelicità, e nel tempo stesso più nobile di ogni altra, -e più recondita, e più fatale, disperata di soccorso, perpetua, -inintelligibile ai profani, ajutata da un'arte crudele e squisita -di _esulcerare le proprie piaghe_, chè l'arte di Jacopo, mentre le -_Lettere_ di Jacopo sono, a detta dello stesso Foscolo, il libro -del cuore del Foscolo. Onde quel parlar sempre, e sino alla sazietà, -di delusioni irreparabili, e di contraddizioni fra il sentimento e -l'esperienza, e di un sentir troppo intenso e profondo, e di _anima che -divora il corpo_, e di cuore che è _eterna causa di pianto_, e di un -_tempo presente divorato col timor del futuro_; e quelle notti insonni, -popolate di fantasmi, e quell'orror pei viventi, e quello stemperarsi -continuamente in lacrime, e il _piacere dell'infortunio_, fratel -carnale della pindemontiana e anglogermanica _gioja del dolore_ (_joy -of grief; Wonne der Thränen_), e l'oppio e il digiuno, e il pugnale -liberatore. Poi anche la incurabile melanconia che lo possedette fin -da fanciullo; quella stessa pensosa e poetica melanconia, che più -antica assai dello Chateaubriand, dal quale Teofilo Gautier la voleva -scoperta o inventata[8], giudicata dal Cesarotti uno dei caratteri del -genio, celebrata in Italia dal Bertola e dal Pindemonte, derisa dal -Parini, fu, vera o finta, uno dei contrassegni particolari d'infiniti -romantici, molti dei quali dovettero invidiare al Foscolo la _magra -e melanconica persona_, di cui sembra che questi inorgoglisse, pure -conoscendosi brutto. «Le melanconie», egli diceva, «non mi lasciano che -di rado, ed io ne godo ch'esse alberghino meco»[9]. E alla melanconia -s'accoppiava una vaghezza di sentimenti _patetici_ e di _patetiche_ -viste, onde il poeta si congratulava con l'amica, perchè un ritratto di -lei, sebbene poco somigliante, pure serbava _tutto tutto il suo caro e -patetico atteggiamento_. Aggiungete poi un grande disprezzo per quella -_stupidità che si chiama saviezza_, un odio orgoglioso per ogni maniera -di volgo, un gesto da fulminato impenitente, una ostentazione di animo -imperterrito, e per soprammercato, i rimorsi di Didimo Chierico, e -poi ditemi, se in mezzo alle molte contraddizioni, e ai non pochi -vacillamenti, non vi pare di riconoscere nel Foscolo uno di quei _bei -tenebrosi_ di cui andò tanto superba l'arte romantica, e se non vi -fa pensare a qualcuno di quei personaggi misteriosi e fatali in cui -s'incarnò Giorgio Byron. - - -IV. - -Quanto sono venuto dicendo riguarda in più particolar modo il Foscolo -giovanissimo, ma si può seguitare a dire, almeno in parte, anche del -Foscolo meno giovane, e del Foscolo non più giovane. - -Mettiamo in sodo un primo fatto importante, ed è che, comunque il poeta -possa giudicare, negli anni maturi, il romanzo della sua giovinezza, e -dolersi del malo esempio che molti potevano averne ricevuto, e dire che -gli rincresceva d'averlo scritto, quel romanzo non gli esce più dalla -mente e dal cuore, e sempre egli lo viene ricordando, l'un anno dopo -l'altro, nelle sue lettere e sempre egli si riconosce, e si compiange, -e si ammira nel _povero_ Jacopo. Nel 1806, scrivendo all'Albrizzi, si -firmava _il tuo Ortis_. Nel gennajo del 1806, scriveva alla Marzia: -«Mi sento l'animo come nel tempo ch'io scriveva l'_Ortis_»; e un'altra -volta le diceva che se avesse potuto scrivere un altro _Ortis_ gli -sarebbe parso di star meglio, e sarebbe forse guarito. Nel 1812 -ricordava al Pellico il _nostro povero Ortis_. Nel 1813, trovandosi in -uno dei suoi tanti travagli amorosi, scriveva al Trechi: «Sigismondo -mio, il povero Ortis è morto»; e morto non era se riviveva in lui. -Essendo in Isvizzera nel 1815 e nel 1816, si faceva scrivere al nome di -Lorenzo Alderani, il supposto amico e quasi fratello di Jacopo, e con -quel nome si sottoscriveva, e di quel nome si serviva anche in istampa. -Curava nuove edizioni del _melanconico libricciuolo_, dolendosi degli -errori e di altri guasti che ne avevan deturpate parecchie, lamentando -le traduzioni cattive, compiacendosi delle buone; e ad alcune copie -della stampa di Londra, del 1817, poneva in fronte una lettera a -Samuele Rogers, ove dice tra l'altro: «Io in questa operetta cerco alle -volte e riveggo il mio cuore quale era uscito di mano della natura». E -quale in sostanza egli conservò sempre, come par quasi che presentisse -Melchiorre Cesarotti, quando, nel 1802, gli scriveva a proposito di -essa: «Veggo purtroppo ch'è l'opera del tuo cuore; e ciò appunto mi -duol di più, perchè temo che tu ci abbia dentro un mal cancrenoso e -incurabile». Altri, come l'abate Luigi di Breme e madama Bagien, lo -chiamano Ortis, _ce pauvre Ortis_, e pare a me dicessero più giusto che -non facesse egli stesso, quando in una lettera del 1820 alla Russel, -e in uno dei frammenti del romanzo autobiografico, chiamava l'Ortis -suo amico e suo sfortunato amico. Perciò non ha torto il Chiarini -quando dice che un fondo di Jacopo Ortis rimase nel Foscolo per tutta -la vita, e che il Foscolo «fu molto più Jacopo Ortis del suo eroe»; -e aveva torto la contessa d'Albany quando negava così senz'altro che -il suicidio di Jacopo Ortis fosse una ragione per credere al suicidio -del Foscolo. Si può qui considerare un bel caso dell'influsso che alle -volte un libro esercita sulla persona e su tutta la vita del proprio -autore. - -Nel 1795, il poeta giovinetto, _avvolto di un'elegante melanconia_, -si deliziava spesso _mormorando i patetici versi di Ossian_: il poeta -maturo si burlò degli _ossianeschi_, e sentenziò che «la materia -dell'_Ossian_ dissente tanto da' nostri costumi e dalle nostre idee -poetiche, che l'imitarlo riescirebbe ridicola affettazione»; ma non per -ciò se ne scordava, e in una lettera del 1814, alla contessa d'Albany, -trascriveva alcuni versi della traduzione cesarottiana, serbati nella -memoria, e ripetuti a lenimento del dolore che gli divorava l'anima, e -a schermirsi dagl'_irritamenti della fortuna_. - -La melanconia séguita a essere compagna inseparabile del poeta maturo -com'era stata del giovane; anzi prende nome e qualità di _melanconico -genio_, e il poeta, che ammira la _melanconia_ della Bibbia, gode in -pari tempo di poter dire: _il mio amico Amleto_. Quella certa smania -di singolarità che la contessa d'Albany gli rimproverava nelle sue -lettere, e ch'egli un po' stizzosamente negava, era male congenito in -lui, del quale, o non seppe, o non volle guarire mai, e che appare -per più rispetti somigliantissimo a quella teatralità di cui tanti -romantici, anche non zazzeruti, ebbero a far pompa[10]: onde forse -l'ammirazione sua per il Byron, levatosi come un «Achille giovinetto -tra uno stuolo di eroi più provetti»: pel nuovo Euforione cui anche -il Goethe applaudiva, e che le opposte tendenze dei classicisti e -dei romantici pareva dover conciliare in un'arte più comprensiva -e più alta. E sempre l'uomo provato da tanti disinganni e da tanti -dolori mostrò di porre, come avrebbe potuto fare il più romantico -dei romantici, la passione al disopra della ragione; e sempre l'anima -sua, benchè _inaridita_ (come a lui piaceva di dirla), fu straziata da -_fatali_ ricordi, e si dibattè nel tumulto dei sensi e degli affetti, -nella febbre e nel delirio di una passione _forsennata_; e sempre le -sue lettere d'amore, specie se scritte a donne _pallide, patetiche, -sibilline, fatali_, donne _funestamente a lui care_, sono come pezzate -di colori romantici, tassellate di espressioni romantiche, riboccanti -di romantica mestizia. Leggete ciò che delle notturne angosce, -cagionategli da un nuovo rimorso, egli scriveva alla _Donna gentile_ -nel marzo del 1816, e leggete il _Manfredo_ del Byron, e poi dite se -l'uomo reale non sembra appartenere con l'immaginario a una stessa -famiglia. - -Il De Sanctis avvertì, e con ragione, un elemento romantico in quei -_Sepolcri_ in cui Ippolito Pindemonte trovava, anch'egli con ragione, -troppe antiche memorie; ma l'elemento romantico è nell'anima stessa -del Foscolo. Che importa che il poeta non se ne avveda, o nol voglia -confessare? Che importa ch'egli stia nel 1814 più mesi senza leggere -altro che Omero? Che importa che nel 1823 scriva: «I moderni sono -troppo ciarlieri per me», e sempre torni agli antichi? Egli ha in -fronte uno stigma romantico che non può cancellarsi. Come i romantici, -egli è un rivoluzionario che grida tutto essere da rifare in arte. -Come i romantici, o almeno come i più dei romantici, egli non riesce -a fermare in sè quel perfetto equilibrio della ragione e del cuore, -ch'è una condizione principale dell'arte classica, e che egli in -arte vagheggia, non senza contraddire a sè stesso. Come i romantici, -egli s'intrude sempre nell'opera propria, nè saprebbe intendere il -Goethe quando sentenzia che una cosa deve essere l'opera, e un'altra -cosa, affatto distinta, il poeta. Aggiungasi che egli, se avversò -Chateaubriand, col quale ebbe pure più di una somiglianza, se derise -la Staël, fu amico e lodatore sincero di parecchi romantici, fra' -quali tutti basterà ricordare il Pellico; e che quando fu fondato il -_Conciliatore_, il giornale della nuova scuola, egli promise, sia pur -freddamente, di scriverci, mentre il Monti al giornale moveva guerra -prima ancor che nascesse. Chi ponga mente a tutto ciò, non potrà poi -troppo meravigliarsi di quella esagerazione del Lampredi, che, nel -_Poligrafo_, chiamò Ugo Foscolo il _corifeo dei romanticismo_; anzi lo -accusò d'aver preso del romanticismo la parte men sana e d'averla resa -_perniciosissima, generalizzandola_. - -Il Foscolo è molto difficile da conoscere e da giudicare, e tale -difficoltà fu da lui stesso avvertita; ma non tanto difficile tuttavia -che non si possa attraverso alle sue molte contraddizioni, per entro -a quel misto di _dandy_ e di _bohème_ che si nota in lui, scoprire i -caratteri principali e i principali stati dell'agitatissima anima sua. -Il Byron lo definiva _uomo antico_. A me il Foscolo sembra uomo assai -moderno sotto l'antica vernice. Tra l'altro, egli mostra apertamente -in fronte l'incancellabile suggello che Gian Giacomo Rousseau impresse -in tante altre fronti[11]; e credo che se invece di nascere nel 1778 -fosse nato vent'anni più tardi e avesse avuto intorno meno impacci di -tradizioni e di scuola, egli avrebbe avuto il suo posto non più tra' -classici, ma tra' romantici. Peccato che non abbia scritti i parecchi -altri romanzi ch'ebbe in mente, da' quali forse altri e maggiori -indizi si sarebbero potuti ricavare! Che se il romanticismo avesse -a definirsi, come piacerebbe a qualcuno, prevalenza di soggettismo e -trionfo di lirismo, chi più romantico del Foscolo? - - - - -IL ROMANTICISMO DEL MANZONI[12] - - -Alessandro Manzoni passò sempre, in Italia e fuori d'Italia, per -caposcuola del romanticismo italiano. E non senza ragione, di sicuro, -chi consideri che nella lettera allo Chauvet sulle unità drammatiche -noi abbiamo il documento più cospicuo di quella letteratura polemica; -nella lettera a Cesare D'Azeglio il catechismo, per così dire, di -quella dottrina; nei _Promessi Sposi_, nelle tragedie, negl'inni sacri, -quanto di meglio quella letteratura produsse in Italia. Se non che, -dal tenere, così senz'altro, e in modo, direi, assoluto, il Manzoni -capo di quella scuola, possono nascere, e nacquero infatti, e nascono -tuttavia, alcune pregiudicate opinioni che, specie se spalleggiate -da un po' di avversione o di predilezione istintiva, non lasciano -rettamente intendere l'uomo, nè l'opera sua, nè quella scuola stessa di -cui si vorrebbe vedere in lui l'espressione più sicura e più piena. Il -Manzoni fu romantico, senza dubbio; ma non quel romantico che molti si -dànno ad intendere; e capo del romanticismo italiano egli non può esser -detto senza accompagnare quel titolo periglioso di molte avvertenze, -distinzioni e restrizioni, che ne scemano d'assai la portata, o ne -mutano non poco il carattere. I giudizii sommarii non valgono nulla, -neanche in letteratura. Del resto il Manzoni, come il Lamartine, -ricusò sempre il nome, l'ufficio e le brighe del caposcuola; e se il -Pieri, una volta, lo chiamò dispettosamente _corifeo del romanticismo -italiano_; e se altri dopo il Pieri, gli diedero quello stesso, o -altro simile titolo; ebbe pur sempre ragione il Mamiani di dire che il -presunto e acclamato _capitano procedette sempre solo_[13]. E di ciò si -ha, fra tant'altre, una prova nel fatto che il Manzoni favorì bensì il -_Conciliatore_, ma non vi scrisse; astensione che per un caposcuola del -romanticismo non lascia d'essere un po' curiosa. - - -I. - -Parlare del romanticismo è, anche ora, cosa molto difficile, per -quanto appajano sedate, se non ispente affatto, le passioni che già -resero un tempo difficilissimo il parlarne. Perchè la difficoltà non -nasceva tutta dall'impeto e dal contrasto di quelle passioni, le quali -non lasciavano veder chiaro nella questione; ma nasceva, e in certa -misura nasce ancora, dall'oscurità, dall'estensione, dal viluppo della -questione stessa. Più forse di ogni altra dottrina letteraria, in -dottrina romantica, presa nel tutto insieme, appare a primo aspetto -una agglomerazione di parti malamente coordinate, e talvolta anche -repugnanti fra loro; sparsa di certe larve d'idee che, speciose in -vista, non si possono poi ridurre a forma definitiva e pensabile; -intralciata di troppi di quei giudizii che il Manzoni, parlando -d'altro, dice nati «prima sul labbro che nella mente, e che svaniscono -a misura che uno li contempla con attenzione». Se n'ha una prova in -quelle tante, troppe, definizioni che del romanticismo si diedero e si -dànno, e che tutte, qual più, qual meno, tornano inadeguate e vaghe, -specie se pretendano di far colpo con certa stringatezza e recisione -aforistica che il soggetto non comporta (_il romanticismo è il -liberalismo nell'arte, lo spiritualismo nell'arte, il vero nell'arte, -il trionfo del lirismo, il soperchiare del soggettivismo, il disordine -della fantasia, il senso del mistero, la forza dell'aspirazione_, -ecc.)[14] e se n'ha una prova anche maggiore nel vedere parecchie di -quelle definizioni contraddirsi e negarsi a vicenda. - -Ad ogni modo, sono lontani i tempi in cui Vittore Hugo, non convertito -per anche alla nuova fede, poteva dire che _classico_ e _romantico_ -sono parole senza senso, e il Guerrazzi ripetere in Italia: «Io non -vorrei profferire nemmen i nomi di classici e di romantici, dacchè -per sè stessi non significano nulla». Veramente quei nomi qualche cosa -significano, e noi, ora, sempre più li veniamo intendendo, sempre più -discerniamo le cose e le idee significate per essi, e le attinenze, -conseguenze e ragioni loro. Contraddizioni e incertezze nella dottrina -ce ne furono anche troppe, ma dovute, la più parte, alla natura stessa -delle cose, le quali vanno per la lor china, come la necessità ne le -porta, nè si curano di accondiscendere alle dottrine perchè le riescano -più facilmente, di primo tratto, chiare, intere, bene spartite e -coerenti. - -Risalendo ai principii e guardando un po' dall'alto, si vede ciò che -non si può vedere dal basso. I nuovi indirizzi dell'arte e le dottrine -che li accompagnano, e alle volte li precedono, sono determinati più -e meno (non mai del tutto) da moti molto più vasti e più profondi, -effettuatisi già, o che si vanno effettuando, negli ordini della vita -e del pensiero. Il romanticismo non fa eccezione a questa che è legge -costante e generale; ma esce in qualche modo dall'ordinario, e si -stringe a certo gruppo di casi particolari, ove quel nuovo indirizzo -si vede essere (sempre più e meno) l'effetto, non di moti concordi e -cooperanti, ma di moti discordi e contrastanti, e come la _risultante_ -di più forze divergenti. Si vedono comunemente nel romanticismo gli -effetti della reazione politica e religiosa; ma non ci si vedono, -o ci si vedono molto meno, gli effetti di quello spirito contro cui -s'armò la reazione, di quello spirito che concepì e operò i grandi -rivolgimenti del secolo scorso[15]. La inclinazione religiosa e -mistica che l'arte romantica manifesta sin dal suo nascere; quella -infatuazione pel medio evo; quel sentimento di patria e di nazione -fatto più permaloso e più acuto, sono frutto di reazione senza dubbio; -ma quel vago, inquieto e talvolta protervo desiderio del nuovo; -quell'avversione acre all'autorità ed alle regole; quella baldanza -critica e battagliera; quel proposito democratico; quel confondere i -generi come si eran confuse le classi, son frutti dello spirito stesso -del secolo XVIII. Qual meraviglia se il romanticismo, formato, dirò -così, di un intreccio di forze contrarie, mostra in sè più di una -contraddizione? Se mentre esalta il sentimento sopra la ragione, si -serve della ragione per buttar giù il classicismo, con procedimenti -non troppo dissimili da quelli che i filosofi avevano usato contro la -fede? Se mentre riconsacra le patrie, scioglie inni all'umanità? Se -mentre ripone Dio sugli altari, prepara le vie all'incredulità e al -_satanismo_, correggendo esso stesso il detto di Enrico Heine, che il -romanticismo sia un fior di passione nato dal sangue di Cristo? Vedere -in queste incoerenze e in questi dissidii non altro che sintomi di -debolezza e d'inettitudine non è ragionevole. Essi, piuttosto, sono -sintomi di vita operosa, combattuta e profonda. Giudicar l'arte e la -dottrina che li accolsero in sè fatti di scadimento e di esaurimento, -senz'altro, è erroneo. Il romanticismo ebbe molte parti vive e vitali; -alcune vitali tanto che vivono ancora, anzi, pajono, mutati i nomi, -prender nuovo vigore. Il romanticismo fece ciò che non poteva più, -per nessun modo, il classicismo: rappresentò la coscienza dei tempi -nuovi nella molteplicità mutabile de' suoi aspetti, nel tumulto e nel -contrasto delle sue numerose tendenze, nel lutto insieme dell'agitata -e tormentosa sua vita. Fu qualche cosa più che la _epizoozia_ schernita -dal Monti. - -Del resto quando nella dottrina del romanticismo si sia fatta la -cernitura degli elementi avventizii, scioperati, caduchi, e siasi -cercato alquanto sotto la superficie, non si stenta molto a trovare -un nucleo saldo e incorruttibile, formato dal concetto di un'arte -che, non più dell'antica, ma più di quella che s'affanna a rifare -l'antica, scaturisca dall'intimo della psiche, e viva del vivo, -traendo spirito e norma dal veramente sentito e dal veramente pensato, -anzi che dagli esempii e dai precetti; sia, per così dire, immanente -e non derivata. Questo concetto, dal quale vennero al rivolgimento -letterario della fine del secolo scorso e di parte del presente alcuni -caratteri non troppo dissimili da quelli che contraddistinguono il -rivolgimento religioso del secolo XVI; questo concetto, che formò pure -il nucleo del realismo, è di tutta giustezza e inoppugnabile. E se il -romanticismo traviò poi in tanti errori e in tanti eccessi, traviò, -non già per averlo troppo osservato, ma bensì per non averlo osservato -abbastanza. E se, notando l'atteggiamento diverso che il romanticismo -ebbe a prendere tra le varie genti d'Europa, e come quella diversità -diventi alle volte contrasto e contraddizione, si volesse inferirne che -quel principio non è nè immutabile nè unico, s'inferirebbe il falso, -quando la diversità, il contrasto e la contraddizione nascono appunto -dall'essere quell'unico e costante principio applicato a condizioni -di vita e di coltura profondamente diverse, e da quella mescolanza di -elementi e di tendenze a cui ho accennato poc'anzi. Un solo e supremo -principio estetico e letterario, e molte e varie contingenze e tendenze -particolari, ecco perchè ci fu un romanticismo comune e generico, e ci -furono tante specie di romanticismo quanti i paesi in cui allignò. - -Sebbene Hermes Visconti abbia definito _crocchio sopraromantico_ il -crocchio che intorno al 1820 si adunava in casa del Manzoni, pure -gli è indubitato che il romanticismo italiano, specie quello che in -Milano ebbe espressione più ragionevole e vita più rigogliosa, fu -di sua natura molto temperato, molto conciliativo: tanto temperato -e tanto conciliativo che, appunto in quell'anno, nella lettera -allo Chauvet, pubblicata poi il 1822, il Manzoni stesso era tratto -ad esprimere il dubbio non avessero i romantici italiani a udirsi -rimproverare di non essere abbastanza romantici. Egli per primo non -dovette sembrare a molti abbastanza romantico. A ragione, o a torto? -Ecco appunto la questione che io vorrei esaminare e discutere. Che -è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo generale europeo? -Che è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo particolare -italiano? Quanto al romanticismo italiano, leggonsi parole del Manzoni -che proverebbero pieno e perfetto in quegli anni medesimi l'accordo -suo con gli scrittori del _Conciliatore_, di cui erano stati soppressi -i fogli ma non le idee. In principio del 1821, scrivendo al Fauriel, -egli li chiamava suoi amici e compagni di patimenti letterarii, _amis -et compagnons de souffrance littéraire_[16], e certamente li aveva per -tali. Ma era poi l'accordo così pieno e così perfetto come si parrebbe -da quelle parole? Ci sono molte ragioni per credere che no. E il -disaccordo, forse assai leggiero in principio, non s'andò aggravando -col tempo? Ci sono molte ragioni per credere che sì. - - -II. - -Prima di tutto, il Manzoni ebb'egli da natura un temperamento che -possa dirsi di romantico, di romantico schietto, di romantico risoluto? -Tale domanda non è senza importanza. Per aderire _scientemente_ a una -dottrina o religiosa, o politica, o filosofica, o letteraria, e più -per farsene banditore e campione, è necessaria una certa costituzione -psichica, una certa complessione morale, varia secondo la varia indole -della dottrina stessa e simile (sino a certo segno) in tutti coloro -che quella dottrina professano. Ciò va inteso con molta discrezione, -con molta larghezza, ed è vero solamente di coloro che abbracciano -le dottrine a ragion veduta, con intendimento, con sincerità, con -deliberato proposito. Quanto ai molti più che si caccian lor dietro, -o perchè allettati da una qualsiasi lusinga di un qualsiasi guadagno, -o perchè trascinati dall'andazzo e dalla voga, o perchè usi di porsi -alle calcagna del primo che passi e faccia loro cenno, essi non han -bisogno d'avere per quelle nessuna inclinazione vera e naturale, e -possono, anzi, averci ripugnanza. La fazione, la confessione, la scuola -sono formate da quei primi e guaste da quei secondi. Vengono i primi -e iniziano, poniamo, un'arte per quanto è possibile nuova: vengono i -secondi, e frantendendo, esagerando, adulterando, corrompono e disfanno -l'opera di quelli, pur dandosi aria di ajutarla e di compierla. -Tutte le scuole letterarie, per non parlar d'altre, conobbero questo -flagello; ma nessuna forse più della romantica. - -Ora, venendo al Manzoni, io credo si possa dire che la sua costituzione -psichica, la sua complessione morale, furono appunto quali si -richiedevano a intendere appieno e abbracciare risolutamente il -principio primo e sostanziale del romanticismo secondo ho cercato di -adombrarlo; furono solo in parte quali occorrevano per accondiscendere -ad alcuni altri principii, importanti ancor essi, ma subordinati; -non furono in nessun modo quali ci sarebbero volute per acconciarsi -a tutto quel guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni, di sentimenti, che -pajono formar parte integrante della dottrina, ma che della dottrina -propriamente sono o negazione, o caricatura. - -Spero, nelle pagine che seguono, di riuscire a chiarir tutto ciò; -ma si può far sin da ora, agevolmente, una osservazione abbastanza -significativa. Se si raccolgono come in un gruppo i maggiori poeti -romantici francesi, inglesi, tedeschi, si nota fra loro, a dispetto -delle dissomiglianze a volte molto notevoli, come un'aria comune di -famiglia: se s'introduce in quel gruppo il Manzoni, il Manzoni sembra -un estraneo. - -La ricerca di quella che il Taine chiamava facoltà maestra o cardinale -può essere in taluni casi molto difficile, e anche molto delusiva, ma -non mi par tale nel caso del Manzoni. Chi disse primo (poi fu ripetuto -da molti) che il Manzoni è lo stesso buon senso fatto persona, disse -bene, ma non disse abbastanza; e chi quel buon senso ragguagliò al -senso comune errò grossamente. Gli è vero che il Manzoni stesso parla a -più riprese, con molto rispetto, del senso comune, e lo invoca; ma non -è da dimenticare ciò che in un luogo dei _Promessi Sposi_ egli scrive a -proposito dell'opinione generale circa il malefizio degli untori: che -il buon senso «se ne stava nascosto per paura del senso comune»[17]. -Tra senso comune e buon senso è poca amicizia; e il buon senso è come -una virtù domestica dello spirito, la quale fa gran servizio nelle -occorrenze ordinarie della vita, ma fuor di lì, o ne fa poco, o non -ne fa punto. Col buon senso si evitano molti errori, e si ripara a -molti mali spiccioli; ma per volere le cose grandi, e più per farle, -il buon senso non basta: ci vuole un senso più alto, più ardito, più -avventuroso, che non si adombri così facilmente d'un paradosso, che -non ricalcitri quasi istintivamente ad ogni _ver che ha faccia di -menzogna_, e non tema ogni momento di perder piede. Povero il novatore -che avendo buon senso non abbia altro. E il Manzoni fu novatore quieto, -ma novatore grande. - -Il buon senso occupa i gradi mezzani della ragione, e il Manzoni sale -dai mezzani ai più alti. Egli è uom di ragione per eccellenza. Con ciò -non voglio già dire che la ragione in lui sia perfetta (e in chi mai -fu perfetta?): voglio dire che è mirabile per acutezza e per vigoria, -che sta in cima del suo spirito, che sopraintende a tutta la sua vita -intellettuale e morale, e la promuove e la regola. La mente del Manzoni -è delle meglio ordinate, proporzionate, equilibrate che io conosca; -perspicace quanto prudente, agile quanto salda; metodica ma non -sistematica; vaga del rigore logico, ma schiva d'ogni logica rigidezza. -Il Manzoni sa che il vero sapere non si acquista se non procedendo dal -noto all'ignoto; che il metodo _è uno_ per ogni cosa; che _gli errori -di metodo sono sempre gravi_; che la _curiosità sincera_ dev'essere -accompagnata dal _dubbio ponderatore_ e dar agio all'_esame accurato_, -perchè _l'osservar poco è appunto il mezzo più sicuro per concluder -molto_; che non bisogna lasciarsi affascinare dalle ipotesi, ma -procedere sempre con _utile e ragionata diffidenza_[18]. C'è forse -bisogno di dire che questa così affinata e cauta ragione non ha troppa -somiglianza con quella che il secolo XVIII alzò sugli altari? e che -abbiam qui una forma di ragione più alta e più sincera? Ma poi, c'è -forse bisogno di soggiungere che anche questa ragione più alta e più -sincera ha le sue debolezze e le sue esagerazioni? Notato il buono, -notiamo anche il men buono. - -Il Manzoni è di sua natura, sopra ogni altra cosa, un ragionatore, e -sebbene muova consuetamente dal fatto e dalla osservazione, pure, come -quei filosofi di cui serbò un qualche poco gli andamenti, anche dopo -averne rinnegate le dottrine, non lascia di cader qualche volta nello -abuso del ragionar troppo. Egli è un ragionatore molto ingegnoso e -molto sottile, ma, qua e là, un pochin troppo ingegnoso e un pochin -troppo sottile. Conosce assai bene i sotterfugi e i tranelli del -pensiero e della parola, e sa guardarsene, ma non sempre, ma non in -tutto. Per dire un esempio, nel discorso sopra il romanzo storico, il -ragionamento pende talvolta nel sofistico, l'argomento diventa cavillo; -e chi legge non può schermirsi interamente dal dubbio che l'autore -abbia scritto, più che per altro, per fare una sua esercitazione -dialettica, e per misurare le proprie forze di atleta logico[19]. -Così ancora, nel _Dialogo della invenzione_ non mancano alcune di -quelle trappole di parole cui accenna uno degli interlocutori; e non -mancano neanche altrove, sebbene nessuno meglio del Manzoni sappia che -i traslati _sono traditori_, e che le parole, se non ci si bada bene, -_menano fuori di strada_[20]. Non sempre chi ragiona bene ha ragione, -e più d'una volta il Manzoni, per volere ragionare troppo, finisce ad -aver torto; e allora non gli giova d'andare in collera contro coloro -che negano _l'applicabilità de' principii a tutte le loro conseguenze_, -e dicono _espressamente pericolosa la logica_[21]. Che l'accusa di -troppa sottigliezza potesse, una volta o l'altra, venirgli da qualche -banda, pare l'abbia sospettato egli stesso, perchè, quasi a pararsene, -lasciò scritto: «j'ai remarqué que l'on appelle assez souvent -subtiliser, ce qui pourrait s'appeler en d'autres termes: toucher le -point de la question»[22]. E sta bene; ma un pochino di don Ferrante -c'è in don Alessandro, sia detto con la discrezione dovuta: e c'è anche -un poco di quel soverchio rampollar di pensieri sopra pensieri che, -se non dilunga a dirittura il segno, fa talora perplesso e lento chi -ci tende. Abbiamo in ciò la confessione dello stesso Manzoni: _habemus -confitentem reum_. - -Ma il difetto è pur sempre lieve; e, tutto sommato, s'ha a riconoscere -che il Bonghi giudicò rettamente quando disse che «nella mente del -Manzoni la facoltà del ragionare esatto era delle maggiori»[23]. Chi -ben guardi troverà la manifestazione di quella facoltà non meno nei -_Promessi Sposi_ che negli scritti d'indole critica e dissertativa. -Il Manzoni non si contentò mai di cosa che, oltre al desiderio, non -appagasse in pari tempo la ragione[24]; e credo che il Bonghi cogliesse -anche una volta nel segno quando il cattolicismo di lui faceva -dipendere, almeno in parte, da un vivo bisogno di logica e serrata -coordinazione. - -Ora dunque, se il Manzoni è, essenzialmente, un uomo razionale e -ragionante; e se la ragione innalza sopra tutte le facoltà umane; e se -della ragione usa continuamente, e qualche volta abusa; si vede come -sin dal bel principio egli venga a contraddire, non solo a uno dei -progenitori massimi del romanticismo, quale fu il Rousseau, che mise -il sentimento sopra la ragione, ma ancora a tutti quei veri e proprii -romantici della fine del secolo scorso e del primo ventennio di questo -che, con a capo Guglielmo Schlegel, per amor di misticità, mossero, -larvata o palese, guerra alla ragione. - -Il Manzoni è un osservatore, un pensatore, e diciam pure un filosofo: -quanto diverso in ciò (e non in ciò solo) da quello Chateaubriand che -si vantava di essere antifilosofico sino alla superstizione! Egli, il -Manzoni, si duole invece di esser capitato a vivere in una età _forse -la più antifilosofica, che ci sia mai stata_. E il più curioso si è -che la sua filosofia, appoggiata com'è alla fede, e informata al più -puro idealismo rosminiano, alle volte lascia scorgere un'aria di viso -come di positivismo, e par che si scordi del rispetto dovuto alla -metafisica, da lui stesso celebrata del resto in più occasioni quale -il supremo sapere da cui ogni altro dipende. La parola _positivo_ -sdrucciola con molta frequenza dalla penna che scrisse la _Morale -cattolica_ e gl'_Inni sacri_. - -Il Manzoni fu un filosofo, ma non un sognatore; e, pur troppo, non -di tutti i filosofi si può dire altrettanto. La sua psicologia, la -sua estetica, la sua morale recan sempre l'impronta di un pensiero -vigoroso non meno che ponderato, il quale agevolmente si allarga dal -particolare all'universale, assorge dalle contingenze ai principii. E -così la sua critica, secondata da una forza di analisi che giustamente -il De Sanctis giudicò _potentissima e straordinaria_[25]. E notisi -che della critica, e non solo di quella corrente, egli non era già -troppo tenero; anzi ne diffidava, conscio dei pericoli che fa correre -all'arte e ad altro. I suoi giudizii sono sempre acuti, sempre lucidi, -quasi sempre giusti: giustissimi, per ricordar qualche esempio, quelli -sulla _Eneide_, sull'_Italia liberata_ del Trissino, sull'_Henriade_ -del Voltaire: assai meno giusti, ma non ingiusti del tutto, quelli sul -Tasso, sull'Alfieri, sul Leopardi. Quando ha da giudicare, egli sa, il -più delle volte, sgombrar l'animo d'ogni passione, scordarsi d'ogni -altro interesse che non sia quello del vero, levarsi a un'assoluta -imparzialità. Possono farne fede i giudizii da lui pronunziati su -Giuliano l'Apostata e sul Robespierre, dov'eran tante e così forti -ragioni che potevan sedurlo ad esser men giusto. Le osservazioni -ond'egli usava postillare i margini dei libri che leggeva sono come un -commento perpetuo fatto da uno spirito che non è possibile soggiogare -nè con la forza, nè con l'inganno. - -La ragione del Manzoni si compone e si adagia nelle forme più geniali -del senno, onde nascono a un tempo la moderazione e la modestia: la -moderazione, che è il frutto del veder largamente e sotto ogni aspetto -le cose; la modestia, che è il frutto del veder chiaramente e molto -addentro in sè stesso. Piacque a taluno mettere in dubbio, se non -la moderazione, che non si poteva, la modestia del Manzoni: a torto; -perchè, com'ebbe a dire il Pope, _want of modesty is want of sense_; e -l'uomo può serbarsi modestissimo anche se si conosca di molto superiore -a molti. Si può dubitare piuttosto se egli non abbia ecceduto un -pochino e nell'una e nell'altra virtù, e se conoscendo, come certamente -lo conosceva, il Molière, non avrebbe dovuto ricordare un po' più quei -due versi del _Misanthrope_: - - La parfaite raison fuit toute extrémité - Et veut que l'on soit sage avec sobriété. - -La saggezza fu forse la sola cosa in cui il Manzoni non seppe esser -sobrio abbastanza. - -Chi, seguitando questo discorso, credesse di poter andar oltre -sicuramente, e sentenziare che nel Manzoni la ragione non lascia luogo -al sentimento e alla fantasia, s'ingannerebbe a partito. Nel Manzoni -il sentimento è vivo, vario, delicato, eccitabile, ma vigilato molto -da presso, e tenuto in soggezione. Parla con misura e di rado, non -perchè sia tardo di lingua, o abbia poco da dire, ma perchè non gli è -permesso di parlare se non a tempo e luogo. Cresca sino a certo segno, -ma non isperi uscir mai di pupillo, e, sopratutto, non isperi far del -grande, e arieggiare alla passione. Se Gian Giacomo fece della passione -una delle virtù cardinali, anzi la virtù suprema, buon pro gli faccia, -e all'autrice di _Lélia_ similmente, e a quanti vanno lor dietro. -Al Manzoni, il fare della passione virtù, dando nome di forza alla -debolezza, sembra, fra tante altre miserie umane, miseria grandissima. -Certo, si farebbe presto a provare che il Manzoni inclina un po' troppo -all'error contrario, e non s'avvede abbastanza che se le passioni non -sono virtù, le virtù, senza l'ajuto di un po' di passione, rischiano -facilmente di dar in secco, e l'arte, senza un po' di quell'ajuto, -rischia di morir di languore; ma ciò, ora come ora, importa poco, -mentre importa assai di notare che anche per questo rispetto il Manzoni -s'accorda assai male con que' tanti romantici vecchi, nuovi, novissimi, -che posero la passione in cielo, e fecero dell'arte la forma eletta -della sua manifestazione sopra la terra. Il Manzoni, non solo non vuole -ciò, ma non vuole nemmeno che il sentimento si stemperi e snaturi in -quella uniforme, fluida, oziosa sentimentalità che par fatta apposta -per accogliere i germi della passione, fomentarli, farli germogliare e -fruttificare. Ciò che lo Chateaubriand chiamò _le vague de la passion_ -ripugna non meno a quel suo bisogno imperioso di precisione e di -chiarezza che al suo criterio morale: onde ben disse il Goethe quando -disse che il Manzoni ha sentimento, ma non sentimentalità. I romantici -parlano sempre di cuore che intende, di cuore che sa, di cuore che -presente, di cuore che insegna: il Manzoni scrive: «Certo, il cuore, -chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. -Ma che sa il cuore? Appena un po' di quello che è già accaduto»[26]. -Se, prima di comporre, a vent'anni, la delicata elegia che comincia col -notissimo verso: - - J'ai dit à mon cœur, à mon faible cœur. - -Alfredo De Musset fosse ricorso per consiglio al Manzoni, gli è molto -probabile che il Manzoni paternamente gli avrebbe detto: Comandate -un po' a cotesto chiacchierino di cuore di tacere, e interrogate la -ragione. Gli è vero che per l'arte sarebbe stata una disgrazia se il -giovane poeta avesse ascoltato il consiglio. - -Chi per fantasia intende l'attitudine a saltare di palo in frasca e -la inettitudine a tessere logicamente e serratamente la tela delle -idee; certa vaghezza del sogno accompagnata a certa intolleranza della -realtà; un amore istintivo alla dissipazione e un orrore non meno -istintivo dell'ordine; quegli potrà dire con asseveranza che il Manzoni -ha poca fantasia, o non ne ha punta. Ma chi crede che la fantasia, o -se la vogliamo chiamare con nome più acconcio, la immaginativa sia la -facoltà inventrice e divinatrice per eccellenza; la facoltà che colma -le lacune del reale, o quelle che a noi pajon tali; la facoltà che -ajuta potentemente a conoscere e interpretare il reale, e opera la -esaltazione del reale nell'ideale; quegli dirà, con sicurezza di dir -giusto, che il Manzoni ebbe molta immaginativa, e di primissimo ordine. -Nei _Promessi Sposi_ di quella fantasia non v'è ombra, o quasi; ma di -questa immaginativa n'è assai, e non so in quante altre opere dette -d'immaginazione se ne trovi altrettanta[27]. Anche per questo rispetto, -tra i romantici in genere e il Manzoni il consenso è scarso. Quelli si -vantano di lasciar le briglie sul collo alla fantasia; questi non cessa -mai di farle sentire il morso. E così, veramente, chiede la ragione. - - -III. - -Sanno tutti che il Manzoni fu, non solo un curioso di storia, come ce -ne sono tanti, ma ancora un indagatore, e un indagatore quanto più si -possa desiderare paziente, diligente, perspicace. Egli ebbe in grado -eminente quello che si potrebbe addimandare il senso della storia; -senso delicatissimo, complicatissimo, che suppone tutto un complesso -di virtù intellettuali ed affettive, ma vuole poi, di soprappiù, quel -sentimento di larga, anzi di universale simpatia, che abbracciando -tutti i tempi, e tutte le lunghe sequele dei casi, e le forme e le -mutazioni della vita, ci pone in grado di coesistere in certo qual modo -con la umanità tutta quanta e di rivivere la intera sua vita. Chi abbia -vigor di pensiero, copia di dottrina, felicità d'indagine, potenza di -parola a tutto narrare e tutto descrivere, e non allarghi l'animo in -quel sentimento, potrà scrivere libri mirabili di materia storica, ma -non iscriverà la storia. Per dire le sciagure degli uomini, non basta -conoscerle, bisogna sentirle. - -Perchè ebbe assai vivo e sicuro il senso della storia, il Manzoni -intese sempre ottimamente che non è storia quella che non muove dai -fatti. Il Rousseau scrisse in principio del suo _Discours sur l'origine -et les fondements de l'inégalité parmi les hommes_: «Commençons par -écarter tous les faits»; e il Fichte soggiunse: «Nulla al mondo -è più stupido di un fatto»; e il Royer-Collard mise in rilievo -la conseguenza: «Il fatto è ciò che v'è di più spregevole». Tutto -l'opposto pel Manzoni. Egli ha pei fatti il più grande, il più sincero, -il più costante rispetto; dico rispetto e non idolatria, perchè nessuno -sa meglio di lui che «una serie di fatti materiali ed esteriori, -per dir così, foss'anche netta d'errori e di dubbi, non è ancora la -storia», e che i fatti bisogna interpretarli e giudicarli con qualche -cosa ch'è superiore ai fatti[28]. Perciò avrebbe voluto accoppiati -insieme il Muratori e il Vico, _gl'intenti generali nella moltitudine -delle notizie positive_[29]. Anche il Michelet voleva il Vico, ma si -scordava poi di accompagnarlo col Muratori. - -Se avesse voluto, il Manzoni poteva riuscire uno storico di primissimo -ordine, e forse era questa la vocazione sua più vera e più forte. -Nessuno vede ed intende meglio di lui i moti delle cose e degli -uomini; il contrasto, il cozzo, l'intreccio degli avvenimenti, degli -interessi, delle idee; le lontane derivazioni; i lontani influssi e -come nascan gli errori; e come muojano le verità; e perchè l'una gente -trionfi e l'altra rovini. Nessuno meglio di lui sa la vita e l'anima -delle moltitudini, e le forze che le governano. La psicologia delle -folle non ha interprete più ingegnoso e più sicuro di lui; ed è perciò -che la descrizione della carestia e la descrizione della peste nel -romanzo sono pagine di storia incomparabili. Nessuno, finalmente, è -nei giudizii più acuto e più equo; lode grande se si pensa quant'è -difficile mettere insieme l'equità e l'acutezza per modo che, non solo -l'una non noccia all'altra, ma l'una all'altra soccorra. - -Tutto questo discorso non è, come potrebbe sembrare, una digressione. -Un certo amore alla storia direi che fa parte integrante della fede -romantica. Quel desiderio di verità che, si voglia o non si voglia, è -uno dei principii motori del romanticismo, e quello appunto per cui il -romanticismo più strettamente si lega a tutto il pensiero del secolo -XVIII, non poteva, mentre volgevasi a tutte le altre specie della -realtà, non volgersi anche alla realtà storica. A ciò poderosamente -ajutavano i nuovi studii: il concetto fecondo di una storia che non -fosse più semplice biografia di principi e nudo racconto di battaglie: -la paziente ricerca e l'attento esame dei documenti; l'antichità scórta -in più vera luce; il medio evo quasi scoperto. È noto che entrambi gli -Schlegel furono appassionatissimi di storia, e non meno appassionati di -loro furono molti altri romantici: ma se la passione durò lungamente, -non durò lungamente, pur troppo, quello spirito di vigilanza, quella -probità di ricerca, quel bisogno di esattezza, senza di cui la -passione, abbandonata a sè stessa, può far poco bene, anzi suol far -molto male. Sanno tutti che cosa sia diventato il medio evo nelle -ricostruzioni poetiche de' più dei romantici; e giacchè m'è venuto -ricordato il medio evo, sarà questo il luogo di notare che il Manzoni -non partecipò punto di quella infatuazione per esso che fu tanto -comune ai romantici d'ogni paese, e divenne uno dei contrassegni più -caratteristici di tutta la scuola. Veramente nei principii fondamentali -della scuola non v'è nulla che giustifichi il detto di Madama di Staël: -«Le nom de _romantique_ a été introduit nouvellement en Allemagne, pour -désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l'origine, -celle qui est née de la chevalerie et du Christianisme»[30]. Che -_romantico_ rimandi a _romanzo_, e però a quella che nel medio evo -fu detta _Romania_, e però al medio evo stesso, e ai trovatori, e ai -cavalieri, erranti e non erranti, è verissimo; ma è altrettanto vero -che quel nome fu assai malamente scelto, e peggio imposto alla scuola, -perchè non esprime punto ciò che avevano in mente gl'iniziatori di -essa, consapevoli e inconsapevoli, o lo esprime in modo parziale ed -erroneo, escludendo dalla denotazione il mondo germanico, che non -fu mai romanzo, e il mondo moderno, che non è quello dei cavalieri e -dei trovatori. Comunque sia, o perchè così suggeriva quella credenza -cristiana ch'ebbe nel medio evo il suo massimo rigoglio, o perchè così -persuadeva l'avversione a quella paganità classica che nel medio evo -fu più risolutamente negata, o più universalmente ignorata, fatto sta -che il medio evo (quale medio evo!) diventò il caval di battaglia, -per non dire il ponte dell'asino, del romanticismo europeo, e che -cavalieri, castellane, paggi, menestrelli, giullari, torri merlate, -palafreni bardati, cimieri impennacchiati, furono il sogno e l'incubo, -la delizia e l'affanno di quanti ebbe poeti (voglio dire bardi, scaldi -e trovatori) il romantico regno. - -Ma non del Manzoni. Il Manzoni mise sì in tragedia la storia di -Desiderio e di Adelchi, ma dopo aver fatto sulla età cui quella storia -appartiene gli studii raccolti e condensati nel _Discorso sopra alcuni -punti della storia longobardica in Italia_. Niente dunque di quel -medio evo posticcio, lezioso, ridicolo, e niente di quella infatuazione -puerile e fantastica. Se gli Schlegel, se Giuseppe De Maistre, se tanti -altri esalteranno il medio evo sopra ogni altra età della storia, e -sogneranno di potervi tornare, egli, che le conosce tutte, e conosce -l'umana natura, lascerà che si sfoghino, e, senza far chiasso, riderà -delle _pazze paladinerie_, e chiamerà _cronicaccia_ la cronica del -monaco di San Gallo, e scriverà nel romanzo, a proposito dei cavalieri -erranti: «Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la -prima figura in un trattato d'economia politica»[31]. Egli loda molto e -il Berchet e il Grossi; ma chi vorrà credere che il trovatore errante -per la selva bruna del primo e il Folchetto del secondo avessero a -dare un gran gusto al creatore di don Abbondio e di Perpetua? e chi, -piuttosto, non vorrà credere che la _trobadoric'arpa_ gli riuscisse -altrettanto nojosa quanto la cetra classica, ed anzi più? Quell'_oh -gioja_! che il buon Pellico profferì il giorno in cui gli toccò la -ventura (durante un poetico rapimento, s'intende) di leggere sopra un -macigno, nella _sacra valle_ del Chiusone, i nomi d'Eudo e di Tancreda, -quell'ingenuo _oh gioja_! vi pare che avrebbe mai potuto uscire dalle -argute labbra del Manzoni? E vi pare che il Manzoni avrebbe mai voluto -far molti vezzi a quella buona comare che, a detta del Carrer, - - Vien d'un albero all'ombria - A colloquio colle fate; - Col giullare sulla via, - Nei castelli col magnate, - -e dovrebb'essere, salvo errore, la Poesia? Vedremo, tra poco, che -sentimenti nutrisse il Manzoni verso la poesia in genere; ma a buon -conto s'ha da notare che tra' suoi versi non è neppur una di quelle -romanze che così poco hanno in sè di romanzo, e neppur una di quelle -ballate che della ballata non ebbero altro mai se non il nome. - -Il Manzoni ebbe dunque assai più senso storico che non la più gran -parte dei romantici, assai più di Gualtiero Scott, che, di solito, non -va oltre le apparenze; e parlando segnatamente del romanziere e del -poeta si può forse dire che n'abbia avuto sin troppo. Il _Carmagnola_ -fu più che mediocremente guasto dalla troppo fida e severa ossequenza -alla storia, e di questa troppo fida e severa ossequenza è documento -memorabile il Discorso intorno al romanzo storico. Si sa a quali -conclusioni venga in esso l'autore, e non è ora il caso di ripeterle: -bensì è da avvertire ch'egli è di tanti romantici il solo che combatta, -proprio di proposito, e con assai vigorosa argomentazione, una specie -di componimento che a' romantici fu sempre carissimo, e al quale egli -stesso legò indissolubilmente il proprio nome e la propria gloria; e -che se le ragioni del Guerrazzi, del Tenca e del De Sanctis valsero -a rompere quell'argomentazione, non però valsero a distruggerla -affatto[32]. Notisi che qualche dubbio circa la legittimità del -connubio della poesia con la storia egli deve averlo avuto assai per -tempo. In fatti, nella Lettera sulle unità drammatiche, egli considera -la poesia come un'avvivatrice della storia; concede che si possa nel -dramma, sino ad un certo segno, «compléter l'histoire.... imaginer même -des faits là où l'histoire ne donne que des indications»; ma, quanto al -romanzo, nota già che esso è per natura inclinato al falso, e ne parla -con leggiera, ma non però dubbia, intonazione di sprezzo[33]. I dubbii -non dovevano essere cessati nel gennajo del 1821, quando, pur lodando -al Fauriel «ce système d'invention des faits, pour développer des mœurs -historiques», lo pregava di dirgliene il suo parere[34]. Probabilmente -quei dubbii tacquero, o furono fatti tacere, durante la composizione -del romanzo; ma dovettero ricominciare a farsi sentire assai presto, -e un bel pezzo prima che il Manzoni scrivesse il Discorso, lo che fu -nel 1845. Nel 1847 il Lamartine pubblicava l'_Histoire des Girondins_, -e l'autore dei _Trois Mousquetaires_, rapito dall'entusiasmo, gridava: -«Lamartine a élevé l'histoire à la dignité du roman!» - -Quella vivezza e acutezza di senso storico che abbiamo notata, la -disposizione che lo spirito ne riceve a soffermarsi più particolarmente -e con predilezione sulle cose e sui fatti umani, e una certa -consuetudine che nasce da quella disposizione, dànno ragione, in parte -almeno, della qualità ch'ebbe il sentimento della natura nell'autore -dei _Promessi Sposi_. Il Manzoni fu tutt'altro che chiuso alle -impressioni della natura; ma sempre ebbe più l'occhio alle anime che -alle cose. Nel romanzo la scena dei luoghi, o è accennata soltanto, -o è dipinta con tale rapidità di tocco e sobrietà di colori che a -molti può non in tutto piacere. La descrizione del lago e delle sue -rive, quali li poteva contemplare don Abbondio quella tal sera di -novembre, è tutta raccolta in una pagina e mezzo; il bosco, ove Renzo -fuggiasco passò quella mala notte, voi ve lo vedete d'intorno, pauroso, -folto, attraversato qua e là da un raggio di luna, ma non sapete come -succeda il miracolo, tanto è poco il numero delle parole adoperate a -farvelo vedere. E non solo il Manzoni sorpassa volentieri alle cose, -ma le lascia anche nel proprio esser loro, ben distinte da ciò che è -umano. In altri termini, egli ignora, o non cura, l'arte di cui non -s'avvisarono gli antichi (qualche eccezione non conta) e della quale -troppo usarono e si gloriarono i romantici, di dare anima e sentimento -alle cose, e di chiamarle a intimo colloquio con le anime umane. La -natura è dal Manzoni trattata classicamente, e non è questo, come -vedremo, il solo caso in cui s'abbia a notare nel Manzoni una tendenza -classica, o un classico procedimento. - - -IV. - -Il romanticismo fu, tra l'altro, un ritorno alla fede; uno studio di -mostrar falsa e di scalzare la inveterata opinione, espressa in modo -più particolarmente reciso dal Boileau, che i fatti e i dogmi del -cristianesimo ripugnino alle forme e alle trasposizioni dell'arte; un -desiderio e una sollecitudine di conciliare appunto quello con questa. -Perciò lo Chateaubriand scrive il _Genio del cristianesimo_. Degli -eccessi di reazion clericale che accompagnarono quel ritorno: gli -Stati cristiani riassoggettati tutti dal Lamennais alla indiscutibile -sovranità del Pontefice; il Pontefice proclamato da Giuseppe De Maistre -dogma capitale della fede cattolica (_le dogme capital du catholicisme -est le souverain Pontife_), ecc., ecc.; non è qui da discorrere. -Molti romantici furono cristiani; molti furono cattolici; qualcuno -dal cristianesimo o dal cattolicismo si condusse a grado a grado, -come l'Hugo, a un vago deismo o panteismo; parecchi, per altre vie, -riuscirono da ultimo all'ateismo. Il Manzoni fu cattolico, ma dopo -essere stato razionalista. In ciò egli somiglia, per tacer d'altri, -allo Chateaubriand; ma quanto diverso dallo Chateaubriand sott'altri -aspetti! Quanto l'autore dei _Promessi Sposi_ è più veramente, -intimamente, sostanzialmente cristiano che non l'autore dei _Martiri_! -Questi orgoglioso ed acre; quegli modesto e mite. Questi stuzzica e -accende la passione; quegli la attutisce e la spegne. Da taluno fu -messa in dubbio la sincerità del sentimento cristiano nel Manzoni; ma -debbo confessare che non ne intendo troppo il perchè. Può darsi (io per -altro nol direi) che il cristianesimo degl'_Inni sacri_ riesca un po' -scolorito, un po' freddo; ma quello dei _Promessi Sposi_? I _Promessi -Sposi_ sono opera e testimonio di una coscienza tutta cristiana, -profondamente cristiana, penetrata dello spirito dell'evangelo sino -negli ultimi suoi recessi; e però non si trova in essi nessuna di -quelle tante piccole contraddizioni, piccole defezioni, piccole -sconvenienze che si posson notare, e furon notate, nelle opere dello -Chateaubriand. Certo il Manzoni non pensò mai a fare del Papa il dogma -capitale del cattolicismo; ma ciò attesta, oltrechè la rettitudine -della sua mente, anche la rettitudine della sua fede. E da questa fede -vengono principii e norme non meno alla politica che all'arte di lui. - -Fate che lo spirito evangelico si accompagni con quel vivo e giusto -sentimento della realtà storica di cui s'è parlato testè, e avrete -l'idea democratica e il sentimento democratico del Manzoni, quali -prorompono negl'_Inni sacri_, nel celebre coro dell'_Adelchi_, nei -_Promessi Sposi_. È un'idea molto larga, ma, nel tempo stesso, molto -rigorosa; è un sentimento molto caritatevole, ma, nel tempo stesso, -molto cauto. Certi spiriti di democrazia il romanticismo doveva (con -molte eccezioni, restrizioni e contraddizioni, gli è vero) manifestarli -sino da' suoi principii, e ciò per parecchi motivi. Prima di tutto essi -erano, in parte, retaggio non alienabile di quel secolo xviii al quale, -come s'è visto, il romanticismo è congiunto assai più strettamente -che non paja; poi il sentimento cristiano, in quel suo rinnovarsi, -s'aveva di necessità a penetrare alquanto di quella evangelica pietà e -di quell'evangelico rispetto verso gli umili che il sentimento stesso, -quando divenga consuetudine e tradizione, lascia troppo facilmente e -troppo volentieri in disparte; poi, ancora, la semplicità e naturalezza -di quegli umili aveva a piacere a chi era sazio dell'artifiziato, -dell'aulico, dell'accademico; poi, finalmente, l'amore alla realtà, -e, in ispecie, alla realtà storica, non poteva non fare che gli occhi -e le menti si raccogliessero sopra quella che è la più vasta e viva -delle realtà umane, il popolo co' suoi bisogni, le sue passioni, i -suoi patimenti, le sue fedi. Molti romantici dunque (sarebbe un grande -errore dir tutti) furono, se non democratici, nel proprio senso della -parola, demofili, o popolari; e lasciato da banda l'uomo alterato e -travisato dalle raffinatezze cortigiane e non cortigiane, cercarono, -nè più nè meno di quanto abbiano poi fatto i realisti, l'uomo schietto -e comune. Lodevole sentimento e lodevol proposito, ma che in pratica -riesce assai difficile contenere entro gli angusti termini del giusto e -del ragionevole. Il Manzoni, anche in questo diverso da troppi, seppe -contenerveli con sapiente risolutezza. Egli ama il popolo, ma non -l'adula; ne sostiene le ragioni, ma non ne stuzzica le passioni: lo -vuol felice, ma non superbo. Diffida in sommo grado di certe formole, -di certi aforismi. Dice, per bocca d'Agnese, che tutti i signori hanno -del pazzesco: ma si burla dell'apotegma; _Voce di popolo, voce di Dio_; -e le giustizie delle moltitudini stima le peggiori che si facciano al -mondo[35]. - -I romantici vollero letteratura popolare, e il Bürger giunse a dire -che la poesia popolare è la sola vera poesia, e l'Hugo, in quel suo -linguaggio immaginoso, che ufficio del poeta è trasformare la folla in -popolo. Per questo rispetto si può dire che il Manzoni fu più romantico -di tutti i romantici, e coerente più di tutti; perchè fu popolare non -solo nella invenzione e nel fine, ma nello stile, nella lingua, e nella -dottrina stessa della lingua, facendo alleanza col Porta, rifiutando -la prosa poetica, e sino a un certo segno, ma non quanto si crede, la -lingua poetica. - -Il romanticismo favorì e promosse per un verso l'individualismo, e -anzi da taluno il romanticismo fu definito, se definizione può dirsi, -una esplosione d'individualismo. Come definizione regge benissimo. -Non so come un tal fatto possa conciliarsi con quella innovata -idea della storia cui accennavo di sopra, con la sollecitudine per -le tradizioni e le usanze comuni, col concetto di una letteratura -popolare, e, sopratutto, con l'umiltà cristiana. Mi par di vederci -una grande contraddizione; ma non può esser còmpito mio (nè so di -chi potrebbe esser còmpito) lo scegliere tutte le contraddizioni -del romanticismo, piccole, grandi e mezzane. Fatto sta che una certa -continuata e impertinente ostentazione di sè, quello che un Francese -direbbe l'_étalage de la personnalité_, quello che uno psichiatra -potrebbe chiamare l'_esibizionismo_ letterario, è male cui van soggetti -moltissimi romantici, male che nei più si mantiene abbastanza remissivo -e tollerabile, ma che in alcuni diventa a dirittura smodato ed odioso. -Non serve far nomi che tosto corrono alla mente di ognuno. Ora, anche -di questo male andò immune il Manzoni. Non credo ch'egli giungesse -a dire col Pascal: _le moi est haïssable_; ma gli è certo che di sè -non parla se non il meno possibile: e se lascia intendere sùbito, -molto chiaramente, di volere esser lui, di non essere punto disposto -a lasciarsi stordire dai chiassi e trascinare dalla corrente, leva -anche sùbito altrui il sospetto ch'egli voglia drizzarsi sopra un -piedestallo, atteggiarsi a nume od a mostro. - -L'esagerato e permaloso individualismo fu una tra le molte cause di -quello che dissero male del secolo; male pressochè del tutto ignoto, -sott'altro nome e altre sembianze, agli uomini delle età che furono -dopo l'antica e innanzi alla presente, e serbato forse agli avvenire -assai più di quanto altri sperino o dicano. In mezzo alla dilagante -giocondità del secolo scorso, esso si manifestò da prima con le forme -tenui e coi miti caratteri della melanconia, nata dalla sensitività -tormentata e alterata, e a poco a poco crebbe e si esacerbò, riuscendo -da ultimo nei parossismi di Renato, di Manfredo, di Rolla, di -tant'altri. Questo male diventò un tempo mal comune, o, a dir meglio, -comune ostentazione, perchè son sempre pochi quelli che lo possono -provar davvero e grandemente; e anche in Italia s'ebbe il flagello -degl'imberbi fatali, _pallidi, capelluti_, e delle _geroglifiche -donne_, scherniti sulle scene, inchiodati alla gogna dal Giusti. - -Il Manzoni non fu ammalato di questo male, sebbene egli fosse, in un -certo senso, un gran pessimista. Quel male non può andar disgiunto -dal pessimismo; ma il pessimismo, o, almeno, un certo pessimismo può -aversi senza quel male, o, almeno, senza talune forme di quel male. Il -Manzoni non conobbe, o non patì a lungo la melanconia; non già perchè -la vita riposata e normale ne l'abbia preservato, ma perchè l'animo suo -non la riceveva. Egli non condusse nè la vita dolorosamente inquieta -dello Chateaubriand, nè la vita dolorosamente quieta del Leopardi; ma -nè i grandi dolori si richiedono a far l'uomo triste quand'egli sia da -natura inclinato alla tristezza, nè la vita del Manzoni fu così scevra -di grandi dolori da torgli occasione e modo di diventar triste. Anzi a -renderlo tale avrebbero potuto bastare e parer troppi, quand'egli fosse -stato di altro temperamento, gl'incomodi della salute, e gl'impedimenti -al lavoro che troppo spesso gliene venivano. Giovinetto, ritraendo sè -stesso, aveva scritto: - - m'attristo spesso; - Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio; - -ma forse scrisse a quel modo per ossequio all'usanza; forse fu stato -d'animo superficiale e passeggero. Certo si è, non solo che egli -non languì mai sotto il peso di quella formidabile noja di cui lo -Chateaubriand era gravato e gravava le spalle de' suoi personaggi come -d'un manto di non so quale regalità decaduta; nè conobbe i laceramenti, -l'amara sazietà, i torbidi spiriti di ribellione dei personaggi del -Byron e del Byron stesso; ma che fu, tutta la vita, se non lieto, -sereno, e di una compostezza d'animo veramente assai più classica -che romantica. Egli fu grande ammiratore del Goethe, di cui doveva -molto piacergli, tra l'altro, la equanimità gagliarda, la tranquillità -luminosa; ma non so davvero come e quanto gustasse il _Werther_. - -E pure, dicevo, il Manzoni fu pessimista in un certo senso, e non -deve far meraviglia che fosse. San Francesco di Sales, che fu buon -cristiano, scrisse una volta che la tentazione di attristarsi d'essere -al mondo è una tentazione assai forte. Io non so se questa tentazione -egli sia riuscito a vincerla sempre; ma so che l'ebbero molti altri -buoni e santi cristiani, e debbo pur credere che tutti quelli che non -vedevano l'ora di volare in cielo, o poco o molto dovessero attristarsi -d'essere quaggiù, perchè l'uomo naturalmente s'attrista d'essere in un -luogo quando gli piacerebbe molto d'essere in un altro. - -Considerate, di grazia, che una certa forma di pessimismo scaturisce -spontaneamente, e non può non iscaturire, dal proprio centro della -dottrina cristiana, da quell'idea d'un mondo corrotto e maledetto -sin dalle origini, caduto in balìa di malvage potenze, redento sì, ma -redento da tale che dice il suo regno non essere di quel mondo, e solo -fuor di quel mondo, in un lontano avvenire, in una incognita patria, -promette la restaurazione degli umani destini e il finale trionfo del -bene. Quale gloriosa e salutare speranza, ma quanto combattuta, e da -quanti pericoli circondata! Non udite voi il lungo gemito di tutte le -creature sonar cupamente nelle parole di san Paolo? E il grido di tutti -i santi che, come san Paolo, chiedono in grazia la morte per esser con -Cristo? E gl'incalzanti epifonemi di un Pascal, descrivente l'eccesso -delle umane miserie e il terrore dell'infinito? Capisco: non è il -pessimismo buddistico, nè quello dello Schopenhauer o del Leopardi, -poichè mette capo in una grande speranza; ma è o non è, almeno -per quanto concerne il mondo di qua, una maniera di pessimismo, e -sommamente dolorosa, e sommamente terribile? E non è dottrina cristiana -la formidabile dottrina della predestinazione? - -Il Manzoni è cristiano, e come cristiano è pessimista in questo senso: -e forse quella indolenza sua, rimproveratagli le tante volte da tanti, -nasce in parte, senza ch'ei se ne avvegga, dal sentimento profondo -della disperata vanità di tutte le cose, di una comune sciagura sempre -rinascente e sempre irreparabile: sentimento che si risolve in questa -invariabile domanda: a che pro? Ma più ancora che alla meditazione -dell'idea cristiana pare a me che il suo pessimismo derivi da quella -sua così vasta e chiara e continuata visione della vicenda storica -nel tempo e nello spazio. Egli sa che non vi può essere se non poca -giustizia nel mondo, perchè glielo dicono le Scritture; ma sopratutto -il sa perchè _vede_ ciò che Renzo non vede, la giustizia offesa e -conculcata in mille modi, continuamente, sfacciatamente, violentemente, -in alto e in basso, nelle cose grandi e nelle cose piccole, per -interesse, per furore, o per semplice gusto. Egli sa che la virtù è -soggetta a mille prove, a mille pericoli, perchè così vuole la legge -del riscatto e della giustificazione; ma sopratutto il sa perchè -_vede_ che scopertamente, o di soppiatto, la virtù è sempre schernita, -insidiata, perseguitata. Egli sa che non vi può essere felicità nel -mondo, perchè il mondo è valle di lacrime, nel bujo della quale splende -solo, come s'esprimono le Sacre Carte ed egli ripete, una speranza -piena d'immortalità; ma sopratutto il sa perchè _vede_ gli angosciosi -rivolgimenti, le formidabili sciagure, le immani rovine della storia, -e le orde umane rovesciarsi le une addosso alle altre, furenti di -cupidigia, sitibonde di sangue, e alla guerra tener dietro le carestie, -e alle carestie tener dietro le pesti, e le tenebre dell'errore e della -paura avviluppare ogni cosa. I _Promessi Sposi_ si chiudono, se non -colle parole, col concetto di questa sentenza: Non isperate d'essere -contenti davvero. - -Non so se il Manzoni avesse meditate ed intese le non troppo chiare -disquisizioni di Federico Schlegel intorno all'ironia ed al suo -officio nell'arte: so che quella sua ironia, così sottile e pur così -indulgente, è un modo d'espressione di quel suo pessimismo. - - -V. - -La vivezza del sentimento religioso condiziona nel Manzoni taluni -principii d'estetica romantica che, per nascere e prender forza, -non abbisognavano dell'ajuto di quel sentimento, ma ravvolti, per -così dire, in esso, ne ricevevano nuovo vigore, e raffermavansi con -risolutezza più intollerante e più battagliera e recisione anche -troppa. - -Il principio che voleva il vero e il reale nell'arte non poteva, -negli animi che l'accoglievano, scompagnarsi da un senso più o meno -vivo d'avversione per la mitologia pagana, e, se non per l'arte -classica, per la imitazione dell'arte classica. Il Manzoni cominciò -classicheggiante, come tanti altri, e invocò Apollo e le Muse e le -Grazie, e salì con la fantasia gli ardui gioghi di Pindo e di Parnaso, -bevve al pegaseo fonte, e vagheggiò la Gloria, figlia del Tempo e di -Minerva, _sospir di mille amanti_; ma rinnegò ben presto e, sembra, -senza stringimento di cuore, quei _numi d'Atene_, da' quali Carlo -Tedaldi Fores, venuto al punto della conversione, non sapeva staccarsi -senza tristezza e senza lacrime; e mai non conobbe quel sentimento di -dolce rammarico che allo Schiller inspirava il canto degli _Dei della -Grecia_, e al Leopardi quello delle _Favole antiche_, e al De Musset -quei teneri versi dei _Vœux stériles_: - - Grèce, ò mère des arts, terre d'idolâtrie, - De mes vœux insensés éternelle patrie, - J'étais né pour ces temps où les fleurs de ton front - Couronnaient dans les mers l'azur de l'Hellespont. - -Il Manzoni appunto di quella idolatria si sente offeso, appunto quella, -come cristiano, detesta, e ne vorrebbe spenta sin la memoria. L'_Ira -d'Apollo_, scherzo composto in sul primo accendersi della guerra -fra classici e romantici, ha carattere essenzialmente letterario, -esprime un concetto in tutto conforme al comune; ma più tardi, e non -molto più tardi, l'avversione del Manzoni crebbe a segno da diventare -odio, e pareggiare quello degli antichi cristiani, e vincere lo -stesso aborrimento espresso dallo Chateaubriand con tanto ardore e -tanta impetuosità di parole. In fatti, nella famosa lettera a Cesare -D'Azeglio (22 settembre 1823), egli, dette le ragioni per le quali a -lui, come agli altri romantici, sembra assurdo, nojoso, ridicolo l'uso -della mitologia, soggiunge: «Ma la ragione, per la quale principalmente -io ritengo detestabile l'uso della mitologia, e utile quel sistema -che tende ad escluderla, non la direi certamente a chicchessia, per -non provocare delle risa, che precederebbero e impedirebbero ogni -spiegazione; ma non lascierò di sottoporla a lei, che se la trovasse -insussistente, saprebbe addirizzarmi, senza ridere. Tale ragione per me -è, che l'uso della favola è vera idolatria»[36]. E séguita, recando le -ragioni che lo fan pensare a quel modo. - -Per ciò che spetta alla imitazione dei classici, dichiara egli stesso -di nutrir «sentimenti molto più arditi, molto più irriverenti» che -non la più parte dei romantici, e di nutrirli, principalmente, perchè -«la parte morale dei classici è essenzialmente falsa»; perchè negli -scritti loro manca di necessità «quella prima ed ultima ragione, che -è stata una grande sciagura il non aver conosciuta, ma dalla quale è -stoltezza il prescindere scientemente e volontariamente»; perchè egli -non può nè vuole chiamar suoi maestri «quelli che si sono ingannati», -e ingannerebbero lui pure[37]. Che cosa avrebbe mai detto il Tasso -se avesse potuto udire, il Tasso di cui il Manzoni reca altrove gli -argomenti contro l'uso della mitologia? - -Dichiarazioni di questa sorte ci mettono un po' d'inquietudine -addosso. A che dovrebbero poi riuscire? Esse ci fanno ricordare di quel -sant'Andoeno che nel secolo VII chiamava scellerati Omero e Virgilio; -di Leone, abate di san Bonifacio e legato apostolico, scrivente, nel -X, ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli di san -Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, Terenzio, e gli -altri del filosofico bestiame, _neque ceteros pecudes philosophorum_; -e non voglio dire ci facciano ricordar di Teofilo, vescovo di -Alessandria, che buttava nel fuoco quanti libri _d'idolatria_ gli -capitavano nelle mani. Tutti i romantici schietti detestarono più o -meno il Rinascimento, e si capisce che non lo potevano amare; ma non -c'è egli ragion di credere che il Manzoni lo detestasse più degli -altri, e troppo più del bisogno? Abbiam trovato già tante volte, in -cose meno importanti, un Manzoni meno romantico dei romantici, che ci -dispiace trovarlo in questa romantico _ultra_, e da mandare a braccetto -nientemeno che con Giuseppe De Maistre; ma che s'ha a fare? diremo di -lui ciò ch'egli ebbe a dire del suo Bortolo: quel Manzoni era fatto -così; se ne volete un altro, fabbricatevelo. - -Cioè, no: era e non era fatto così; era insomma di una cotal fattura -intricata e complessa, da non poterci veder chiaro sempre. Questo -nemico dei classici ha del classico qualche volta (ne abbiamo avuto già -qualche indizio), e più di quanto altri possa credere, e dove altri -non immagina. Il Carducci notò con ragione, e negl'_Inni sacri_ e in -altre liriche, movenze classiche del verso e della strofe, e _purissima -delineazion virgiliana_ nelle immagini, e altro ancora[38]; e gli è -un fatto che il Manzoni non dimenticò mai (e forse se ne confessava -come di un peccato) quelli cui egli stesso aveva dato nome di _prischi -sommi_. Da giovane celebrò Omero in versi divenuti immortali; da -vecchio, in prosa, disse di Virgilio cose mirabili. Guardate il Manzoni -sotto certo aspetto, considerate per bene certi caratteri dell'arte -sua, ed egli vi parrà il più classico dei romantici. - -Ne volete un'altra prova, un po' leggiera, a dir vero, ma che pure ha -il suo peso? Cercate un po' quale - - Corrispondenza d'amorosi sensi - -passi tra il Manzoni e la luna. Tale invito pare una celia e non è. -Quando il Carducci fece del sole un simbolo del classicismo, e della -luna un simbolo del romanticismo, accennò poeticamente una relazione -vera, per quanto ideale[39]. Che i romantici, dopo aver rinunziato, -e per sempre, al culto di Artemisia e di Diana, per poco non ne -instaurarono un nuovo, è noto anche troppo. Il sole cominciò a venir -loro in uggia, a parer loro un pochino _volgare_: la luna invece, -specie se velata da un lembo di nuvola discreta, come accortamente -insinuava uno dei loro, molto più amabile, più spirituale e più -_interessante_. Perciò la presero a confidente, inspiratrice e -consolatrice loro, la celebrarono in tutte le lingue e su tutti i toni, -la mescolarono a tutte le umane faccende, la consacrarono regina della -poesia non meno che della notte, e inventarono la _sinfonia della luna_ -un bel pezzo prima che lo Zola inventasse la _sinfonia dei formaggi_. -Sinfonia per sinfonia, mi par meglio la loro, benchè meno gustosa. -Quella che un secentista malcreato aveva ardito chiamare _frittata -del cielo_, diventò il _volto pensoso che dall'alto dei cieli scruta -il mistero dell'ombre e degli oceani_. Gli _amica silentia lunae_ di -Virgilio si mutarono in intimi ed arcani colloquii; e già il Meli, ch'è -tutt'altro che un romantico, poneva sulle labbra del suo Dafni questo -saluto: - - Li placidi silenzii, - All'umidu to raggiu - Di la natura parranu - L'amabili linguaggiu. - A tia l'amanti teneru - Cu palpiti segreti - La dulurusa storia - Mestissimu ripeti; - -e già Ippolito Pindemonte confessava: - - Oh quante volte il giorno - Insultai col desio del tuo ritorno! -e soggiungeva: - - Perchè sola ti vede, - Sola l'ignaro vulgo in ciel ti crede: - Ma il Riposo, la Calma, - Del meditar Vaghezza, - Ogni Piacer dell'alma, - La gioconda Tristezza, - E la Pietà con dolce stilla all'occhio, - Ti stanno taciturne intorno al cocchio. - -Non so se dal giorno in cui il Goethe disse alla luna: _Tu sciogli -da ogni laccio l'anima mia!_ sino a quello in cui il Longfellow la -rassomigliò a uno _spirito glorificato_, ci sia stato poeta, o poco -o molto romantico, o grande o piccino, che per la luna non abbia -spasimato, o finto di spasimare. E tante ne dissero tutti costoro, e -così stucchevolmente si ripeterono, che non è da stupire se da ultimo -venne chi per beffa la paragonò a un punto sopra una i, e chi le diede -della celeste paolotta. - -Parecchie saranno state, cred'io, le ragioni di quel romantico -invasamento; ma, forse, la più generale fu questa. Nella psiche -romantica domina il sentimento, e il sentimento è, di sua natura, -come già da gran tempo notarono gli psicologi, vago, fluttuante, -indefinito, specie poi se si dissolve in sentimentalità. Nella psiche -romantica domina ancora la fantasia, che similmente è vaga, fluttuante, -indefinita. Sotto il pallido raggio lunare gli aspetti delle cose si -scolorano, si stemperano, si smarriscono, e si prestano meglio alle -interpretazioni del sentimento e alle trasformazioni della fantasia. - -Sia come si voglia, fatto sta che il Manzoni non amoreggia con la -luna nè punto nè poco. Abbiamo qua e là, nel romanzo, un villaggio -rischiarato dalla luna, un lago terso e tranquillo in cui la luna -si specchia, un bosco attraversato dai raggi della luna; ma sono -tocchi rapidi e sobrii anche troppo, e che non importano sentimento, -nè espresso, nè sottinteso. Non sono questi, davvero, i chiari di -luna dello Chateaubriand o di Vittore Hugo. Quella rapidità, quella -sobrietà, potrebbe essere indizio di amore tepido; ma il guajo è che -vi sono indizii d'irriverenza. La faccia badiale di don Abbondio, nella -quale spiccano, al lume d'una lucerna, due folti baffi, un folto pizzo, -tutti canuti, il Manzoni la rassomiglia a un dirupo sparso di cespugli -coperti di neve e illuminati dalla luna. All'osteria, dove il povero -Renzo piglia quella memorabile bertuccia, il Manzoni dà per insegna -la _Luna piena_. Il Pindemonte le avrebbe dato per insegna il _Sole -raggiante_. - - -VI. - -Ora gli è tempo di dire più in particolare qualche cosa dell'arte del -Manzoni. - -Il fondamento di essa arte è il vero, e segnatamente il vero morale. -«Allora le belle lettere saranno trattate a proposito quando le si -riguarderanno come un ramo delle scienze morali», scriss'egli in certe -sue _Note estetiche_[40]. Il vero morale primeggia; ma egli vuole pure -ogni altra maniera di vero, e non si tiene punto sicuro che ve ne sia -qualcuna cui l'arte non possa o non debba accostarsi. Nella lettera -sulle unità drammatiche leggiamo: «On peut bien, sans péril, condamner -_a priori_ tout sujet qui n'aurait pas la vérité pour base, mais il -me semble trop hardi de décider, pour tous les cas possibles, que tel -ou tel genre de vérité est à jamais interdit à l'imitation poétique; -car il y a dans la vérité un intérêt qui peut nous attacher à la -considérer malgré une douleur véritable, malgré une certaine horreur -voisine du dégoût»[41]. Il Manzoni sembra aver fatta sua la massima -del Boileau: _rien n'est beau que le vrai_; ma allargandola tanto da -farci capire anche il brutto, di cui legittima l'acconcia e sensata -rappresentazione. - -Ma chi dicesse che il vero, oltre ad essere il fondamento dell'arte -manzoniana, ne è anche la norma suprema ed unica, rischierebbe molto, -parmi, di dire il falso. Esaminiamo un po' la famosa formola: _l'utile -per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo_, che -il Manzoni introdusse nella lettera al D'Azeglio, e che molti anni -dopo cancellò, senza dircene le ragioni, e senza nemmeno darci modo -d'indovinarle. In questa formola abbiamo tre termini, e finchè v'è -accordo fra essi, tutto va bene; ma se l'accordo manca, non si sa più -come la vada. Mettiamo da banda l'_interessante_, che, come è l'ultimo -dei tre termini, così ancora è il meno importante, e badiamo agli altri -due. Sarebbe molto desiderabile che l'utile e il vero andassero, in -questo povero mondo, sempre d'accordo; ma è altrettanto notorio che non -sempre vanno. Che cosa succederà dunque quando l'utile vorrà a un modo -e il vero dirà a un altro? A quale dei due bisognerà darla vinta? Un -realista sincero e zelante risponderà senza esitare: il vero è sempre -utile, anche se non paja; ma il Manzoni che in parecchie altre cose -è, come vedremo, più realista di molti realisti, in questa non può -essere, e non concederà mai e poi mai che certe turpitudini si possano -dire o descrivere per la sola ragione che le son vere. Diremo dunque -che il supremo principio dell'arte manzoniana sia l'utile, inteso, -non occorre avvertirlo, com'egli lo poteva e doveva intendere? Nemmeno -questo, se ci pensiamo bene, potremo dire. V'è qui, parmi, un nodo un -po' difficile da sciogliere, e forse fu questa difficoltà la ragione -che persuase il Manzoni, divenuto sempre meno affermativo, e sempre più -circospetto, a cancellar le parole che lo formavano. Quanto a noi, per -trarci d'impaccio, potremo forse dire che il Manzoni intese il vero -a un dipresso come lo intese Alfredo de Vigny nelle sue _Réflexions -sur la vérité dans l'art_, e che formatasi nella mente una specie di -gerarchia di veri, prescrisse che quelli di sotto avessero sempre a -cedere a quelli di sopra. - -Senza andare a cercar altro, riconosciamo che fondamento dell'arte -manzoniana è il vero, e che questo medesimo vero, - - L'arido vero che de' vati è tomba, - -è pure fondamento dell'arte romantica in genere. Cioè, diciamo -meglio: avrebbe dovuto essere; perchè i primi e i secondi romantici -lo gridarono a' quattro venti; ma poi e quelli e questi, veduto come -a voler fondare sul vero bisogni star sodo, e durar fatica molta, -ebbero per più comodo e più spediente di fabbricare sul falso, e di -quell'_interessante_, che avrebbe dovuto essere soltanto il mezzo, -fecero, senz'altro, bravamente il fine. Il Manzoni stesso, nella -lettera al D'Azeglio, accenna a questo che si contenta di chiamare -errore; ma non insiste, e non s'indugia a chiarire la contrarietà di -opinioni che anche per questo rispetto doveva essere fra lui e alcuni -suoi _compagni di patimenti letterarii_, e più particolarmente forse -fra lui e il Berchet[42]. - -Chi dell'utile fa lo scopo e del vero la materia dell'arte, va da sè -che ricuserà e condannerà il concetto espresso con la famosa formola: -_l'arte per l'arte_; concetto che da Platone agli estetici di jeri e di -oggi ebbe tanti amici quanti nemici, e tanti, senza dubbio, seguiterà -ad averne in appresso. A quella formola il Goethe s'accostò da vecchio; -ma il Foscolo la negò implicitamente ed esplicitamente. Per bocca -del Lenau la Poesia risponde fiere parole a chi la invita a uscir di -solitudine, a rinunciare al sogno, a por sè stessa al servigio di una -causa; e si dice ben risoluta a fare il piacer proprio. L'Hugo, dopo -aver detto che nel giardino della poesia non v'è frutto vietato, si -ravvide, e disse che il poeta è un _servitore del vero_ e dev'essere -utile, e scrisse: - - Honte au penseur qui se mutile; - Et s'en va, chanteur inutile, - Par la porte de la cité! - -Ma lo stesso suo portabandiera, il Gautier, non era più di questa -opinione quando esclamava: «La muse est jalouse; elle a la fierté d'une -déesse et ne reconnaît que son autonomie». A che moltiplicare nomi ed -esempii? Il Manzoni considerò sempre l'arte come dipendente da qualche -cosa che è superiore all'arte. - -E sta bene; ma a essere considerata in tal modo l'arte corre pure -qualche pericolo. Può avvenire che l'artista, guardando un po' troppo -fisso in quella cosa superiore, si disgusti del reale e del vero, se -ne diparta, ne perda il senso, e insieme con l'arte sua si smarrisca -dietro idealità esagerate, che, per poco che si lascino in balìa di -sè stesse, diventano vacue e puerili. Che molti romantici finiron con -perdere affatto il senso del reale e del vero, e annegaron nel sogno, -è cosa tanto universalmente nota che basta un cenno a ricordarla. -Il realismo fu appunto una reazione a quel male; ma di quel male il -Manzoni rimase immune; e poichè il realismo non tardò poi molto a -traviare ancor esso, a cadere in un romanzesco diverso dal precedente, -ma non migliore di quello, a promuovere una specie d'idealismo a -rovescio, si può davvero dire che il Manzoni fu più realista di molti -realisti. E ciò non deve sembrare punto strano, se si pensa che i -principii fondamentali del romanticismo non ripugnano ai principii -veramente fondamentali del realismo, e che il Manzoni osserva molto -fedelmente quelli, e molto rigorosamente gli applica. Egli scrive: -«je crois ne dire qu'une vérité très simple, en avançant que la poésie -ne doit pas inventer des faits». E ancora: «cette nécessité de créer, -imposée arbitrairement à l'art, l'écarte de la vérité et le détériore à -la fois dans ses résultats et dans ses moyens»[43]. Si può contraddire -in modo più chiaro e più risoluto ad Aristotele e a Platone? E che -cosa potrebbe dir di meglio, o di peggio, un realista di professione? -E quando dice che l'inventar fatti è «ce qu'il y a de plus facile et -de plus vulgaire dans le travail de l'esprit, ce qui exige le moins -de réflexion, et même le moins d'imagination»[44], non anticipa il -Manzoni concetti e giudizii espressi poi con molta più burbanza, -con molta più saccenteria, dai maestri e dai curatori del realismo -contemporaneo?[45]. Checchè altri possa credere o dire, il Manzoni ha -pochi pari nel senso del reale, e giustamente il De Sanctis ne fece -la osservazione. I _Promessi Sposi_ sono, tutto sommato, un romanzo -realistico nel miglior senso della parola, e più di certi romanzi -del Balzac, il quale tutti sanno come troppe volte siasi tuffato nel -romanzesco, e in un romanzesco di pessima lega. Sul finire del maggio -1822, il Manzoni scriveva, parlando del suo libro al Fauriel: «Quant -à la marche des événements, et à l'intrigue, je crois que le meilleur -moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher à considérer -dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer -surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque»[46]. Non so -davvero quanto quel modo di non far come gli altri potesse piacere ai -romantici. - -Il Manzoni detesta il romanzesco, detesta cioè una cosa di cui i -romantici erano divenuti molto teneri. Sino dal 1804, il Senancour, -che fu uno dei primi romantici francesi, avvertiva, in un luogo del suo -_Obermann_, che _romantico_ e _romanzesco_, non solo non vogliono dire -lo stesso, ma anzi vogliono dire il contrario; e aveva ragione, o, per -lo meno, avrebbe dovuto aver ragione. Se non che i romantici fecero poi -quanto bisognava, e più di quanto bisognava, per giustificare il detto -del Pagani Cesa, il quale sentenziò che romantico e romanzesco sono -in sostanza tutt'uno[47]. I romantici furono, generalmente parlando, -grandi ammiratori del Tasso, e cooperarono la parte loro a raffermare -ed esagerare la leggenda di lui: il Manzoni, per contro, ne faceva -poca stima, e si meravigliava che il Goethe avesse potuto sceglierlo -a protagonista di un dramma. Le ragioni di quella grande ammirazione e -di quel quasi disprezzo furono senza dubbio parecchie; ma il carattere -romanzesco e del poema e del poeta ebbe ad essere, credo, una delle -principali. - -Il Manzoni ha vivo ed acuto il senso del reale perchè ha sana la mente, -e non soggiace a quelle perturbazioni affettive che non lasciano -vedere nè uomini nè cose quali son veramente. La consueta sua calma -gli permette di considerare attentamente gli uni e le altre quanto -è necessario per vederli sotto ogni aspetto e conoscerli bene: la -consueta sua rettitudine lo pone in grado di giudicarli con equità; e -il gusto che gli procurano la chiara visione e la sicura conoscenza -della realtà non lascia ch'egli s'invaghisca di chimere e di sogni. -Senza quella calma, senza quella rettitudine, senza quel gusto, non vi -può essere vero realismo. - -Nei _Promessi Sposi_ è realistica quella che chiameremo la favola; -sono realistici i personaggi, o perchè presi in quella mezzanità che -per essere più comune sembra anche essere più reale, o perchè, se pure -escono da quella mezzanità, nulla mostrano di più o di meno che umano; -sono realistiche, e meravigliosamente realistiche, le narrazioni e -le descrizioni della carestia, della sommossa, del passaggio delle -soldatesche, della pestilenza, della casa di don Abbondio, della casa e -della vigna di Renzo, e tante e tant'altre. Di un po' romanzesco, nel -vero senso della parola, parmi nei _Promessi Sposi_ non ci sia altro, -o quasi altro, che la misteriosa e criminosa tresca della monaca e di -Egidio. - -Se poi si viene a discorrere di quello che dicesi _ambiente_, ed è uno -degli elementi della realtà sulla importanza del quale ha più battuto -la scuola realistica, non fa quasi bisogno di ricordare quanto nei -_Promessi Sposi_ ne sia accurato lo studio e fedele la riproduzione, -almeno per quanto spetta all'ambiente morale e sociale. Che vuol dire -tener conto dell'ambiente? Non altro, se non riconoscere e porre in -rilievo la connessione che i fatti particolari hanno coi generali, -i fuggevoli coi duraturi o costanti, la dipendenza dei primi dai -secondi, la ragione e il modo di prodursi di quelli. Ora, io non -so se in nessuno dei romanzi realistici più decantati si vegga con -tanta consequenza e tanta costanza quanta nei _Promessi Sposi_ il -fatto particolare provocato, condizionato, generato in certo modo -dal fatto generale; la storia di pochi uomini offerta come un caso -della storia di tutto un popolo. «Les mémoires qui nous restent de -cette époque présentent, et font supposer une situation de la société -fort extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec -l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante -par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle -raconte; une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes -ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu -connues, mais consignées dans des récits très dignes de foi, et qui -montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui a -donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus -déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus -touchantes, etc. etc... voilà de quoi remplir un canevas; ou plutôt -voilà des matériaux qui ne feront peut-être pas déceler la malhabileté -de celui qui va les mettre en œuvre... A cet effet, je fais ce que je -puis pour me pénétrer de l'esprit du temps que j'ai à décrire, pour y -vivre; il était si original que ce sera bien ma faute, si cette qualité -ne se communique pas à la description». Così scriveva il Manzoni al -Fauriel nella importantissima lettera testè citata; ma quando pure non -ci fosse stata questa dichiarazione dell'autore, e il Cantù non avesse -scritto quel suo noto commento storico al romanzo, ogni colto lettore -potrebbe riconoscere agevolmente da sè nel romanzo stesso, non solo lo -studio perseverante, coscienzioso, minuto di una età che non è certo -tra le più conosciute, ma ancora la evocazione meravigliosa e potente; -e non so davvero se altro ve n'abbia in cui la storia riviva con pari -illusione di realtà e di presenza, e in cui, a dispetto pure di qualche -sproporzione od eccesso, realtà e finzione sieno più intimamente, più -organicamente fuse. Parve anzi a taluno che di storia ce ne sia persin -troppa, non solamente in quelle parti del racconto, ov'essa appare, -dirò così, in forma propria ed esplicita, come nelle descrizioni, -dal Goethe giudicate troppo lunghe, della sommossa e della peste; ma -in quelle ancora ov'essa è implicita, e fittamente intessuta con la -propria azione del romanzo; e che questa propria azione del romanzo sia -governata un po' troppo insistentemente da quella che chiameremo azione -generale della storia. Ma, di grazia, può essere questo veramente -un difetto? e se difetto, può essere difetto da rimproverare a un -romanzo storico? e a un romanzo storico di carattere così spiccatamente -realistico? - -Intendo come a più d'uno la qualificazione di realista data al Manzoni -possa sembrare inopportuna, data con un po' d'arbitrio, e quasi per un -impegno. Come? diranno: realista il Manzoni, che ogni po' si caccia -tra' suoi personaggi e interrompe il racconto con le osservazioni e -con l'ironia? realista il Manzoni, inventore di Lucia e di Federigo -Borromeo? Eh sì, realista: non mica, intendiamoci, nel pieno, o -comune significato della parola, ma pure realista, e in molte cose più -realista di molti realisti. Del resto, vediamo un po'. Questo dovere -imposto allo scrittore di non frammischiarsi ai proprii personaggi, -di non lasciarsi scorgere nell'opera propria, da quale principio -d'arte supremo, perpetuo, incontrovertibile, si fa scaturire? L'avete -proprio questa opinione che l'opera d'arte possa essere, o almeno -parere, un'opera della natura, fatta non si sa come, non si sa da chi, -anzi nata e non fatta, e contraddistinta, tutto il più, da un nome -vano senza soggetto? E quando l'autore di un libro, il voglia egli o -nol voglia, sel creda o non sel creda, si svela e si dà a conoscere -in tante altre maniere: e quando in ogni carattere che dipinge, in -ogni avvenimento che narra, in ogni frase che scrive, vi grida, come -Emilio Zola vi grida: io son io, in carne e in ispirito, con queste -facoltà, con queste tendenze, con questo concetto della vita e questo -sentimento delle cose; e si mescola in mille modi con quella realtà -ch'egli pretende rappresentarvi nell'inafferrabile vero e proprio -suo essere, e in mille modi la altera (_il mondo veduto attraverso a -un temperamento_), non v'accorgete voi che ha del pedantesco, che ha -dell'ingenuo, che ha del puerile il dirgli: tu non t'hai da far vedere -qui dentro; tu non userai mai in prima persona il pronome ed il verbo? -Voi affermate che quando l'autore si lascia vedere a quel modo e parla -a quel modo, nasce spontaneamente in chi legge il sospetto ch'egli non -sia in tutto sereno ed imparziale, ma acconci, muti, travisi variamente -il vero per amore a un qualche suo preconcetto, per indulgenza a una -qualche sua passione, o per altra ragion così fatta. E sta bene: ma -se l'autore non si fa vedere, sarà poi tolto a quel sospetto ogni modo -di nascere? e non ci sono cento altre maniere di sincerarsi quando il -sospetto sia nato? Il parlare in prima persona non trae mica con sè -la necessità di mentire; e il parlare in terza non è mica guarentigia -di verità. Non vi accorgete anzi che per isballarle grosse, senza che -altri vi possa dare sulla voce, il modo più sicuro, il più comodo è -appunto quella ostentazione di oggettività assoluta ed invariabile? Del -resto, come un romanzo non diventa realistico per ciò solo che l'autore -si tien nascosto dietro a' suoi personaggi, così un romanzo non cessa -di essere realistico per ciò solo che l'autore si lascia a quando a -quando vedere tra essi. Provatevi a leggere un romanzo del Balzac, e -vedete se vi riesce di scorrerne dieci pagine senza dar di petto nel -Balzac. E si tratta di un pontefice massimo del realismo! - -Che il Manzoni non s'indugia molto a ritrarre gli aspetti delle cose -esteriori; che parlando di quei paesi del lago non si cura di attenersi -strettamente e minutamente al vero; che non approfitta della sommossa, -e della peste per descriverci dieci volte Milano, di giorno, di notte, -e quando fa sole e quando piove; che non ispende molte parole per -informarci del caldo e del freddo, del secco e dell'umido, della calma -e del vento, tutto ciò è verissimo; ma resta a sapersi se sia questo -un difetto, e quanto abbia guadagnato la letteratura realistica dalla -bella qualità opposta a questo difetto. Può darsi che il Manzoni si -mostri in tutto ciò un po' troppo scarso, un po' troppo restio, e -dico _può darsi_ perchè non ne sono propriamente sicuro; ma gli è per -altro certo ch'egli fa benissimo, e opera da realista sensato, a non -lasciarsi sopraffare e soffocare dalle cose, come la più parte dei -romanzieri russi, e parecchi non russi, e che da questo suo modo di -operare viene al romanzo e ai lettori di esso vantaggio non piccolo. - -Il Manzoni inventò Lucia e Federigo Borromeo; anzi inventò quella -e non inventò questo; perchè se il Federigo da lui ritratto non è -tutto il Federigo storico, è parte rilevante e vera di quello. Chi -ha qualche pratica con la storia dei santi vede che Federigo è un -santo, come, grazie al cielo, ce ne furon degli altri, e parecchi, -se non moltissimi. Chi è incapace di virtù nega la santità, come chi -è incapace di coraggio nega l'eroismo. Lucia è un po' raggentilita, -un poco stinta, se così posso esprimermi, ma molto più vera che non -si creda, e, ad ogni modo, tirata in su non più di quanto infiniti -personaggi di romanzi realistici sieno tirati in giù. Oltre di che -è da dire che il Manzoni, nel formare i caratteri, riesce alquanto -più realista (nientemeno!) del Balzac, il quale, di solito, forma i -personaggi suoi tutti di un pezzo, e rimettendo in opera il vieto -procedimento classico, segno di tante censure, li accende di una -passione unica, che è il principio unico e la ragione unica di tutto -quanto essi dicono e fanno; mentre il Manzoni forma complicatamente i -suoi, e li mostra, il più delle volte, quali sogliono essere in natura, -composti di elementi discordi, combattuti da contrarie tendenze. Fra -Cristoforo e l'Innominato manifestano questa lor condizione nel fatto -stesso della conversione, così com'è motivata, predisposta, condotta. -Federigo è un santo che ha molte parti, molti aspetti, e che il povero -don Abbondio non riuscirà mai nè a indovinare, nè a intendere. L'Agnese -è di certa natura tutt'altro che semplice. Renzo avrebbe molte buone -ragioni per essere preso tutto di una passione unica e fisso in un -solo pensiero, e per non volere pensare ad altro; e pure, sebbene -l'amore, anzi l'amore contrastato, sia sempre (e dev'essere) presente -in tutto ciò ch'egli pensa, dice ed opera; sebbene si vegga ch'esso è -come la molla secreta che lo fa muovere, e lo spinge, senza ch'egli -possa darsene conto, a farsi predicatore di riforme e seguitator di -sommosse; pure, dico, egli conserva, da povero contadino, la facoltà di -prendere parte a una quantità di cose che non sono il suo amore, e non -hanno troppa attinenza col suo amore. Don Abbondio pare che sia nato al -mondo per aver paura, e non conosce altra consigliera che la paura, e -c'è da stupire che la paura non l'abbia ammazzato in qualche incontro, -un bel pezzo prima dell'incontro coi bravi. La paura si può dire che -sia la sua coscienza. Ciò nondimeno se voi riuscite a togliergli un -tratto quella paura di dosso, anzi di dentro, come, per una volta -tanto, ci riescono gli avvenimenti, voi vedete fiorir d'improvviso un -don Abbondio non più veduto, ma non impreveduto, e che, sebbene tanto -diverso dal solito, non contraddice a quello, anzi è un nuovo aspetto -di quello. Ora aggiungete a tutto ciò che i personaggi dei _Promessi -Sposi_ mostrano d'avere fra loro quel collegamento, e gli uni sugli -altri quel reciproco influsso, che lasciano pur vedere i personaggi del -Balzac, nei migliori suoi romanzi. - -Con questo non voglio già dire che l'arte del Manzoni non discordi -assai volte da quella dei realisti ordinarii, ma credo che dovrebbe -rincrescere se non discordasse. I realisti ordinarii, quelli -sopratutto dell'ultima maniera, si sa che hanno soppressa nell'opere -loro la composizione, sotto pretesto che la natura non ce la dà. Ci -sono dell'altre cose parecchie che la natura non ci dà, e che noi, -appunto per questo, andiam procacciando con istudio, con fatica, con -pericolo. Veramente la natura s'è sempre ostinata a non volerci dare -nè fabbriche, nè statue, nè quadri, nè spartiti, nè romanzi. A taluno -potrebbe forse venire il sospetto che a decretare quella soppressione -i realisti sieno stati ajutati, non diremo spinti, da quel naturale -desiderio ch'è il desiderio di scampar fatica; ma poichè tale sospetto -potrebb'essere temerario ed ingiusto, basterà notare che in nessuno -degl'intenti loro, qual che si fosse la ragione che li moveva, i -realisti riuscirono così bene come riuscirono in questo. Molti dei -loro romanzi pajono un effetto del caso, e si potrebbero applicar ad -essi le parole con cui certo personaggio di una commedia francese senza -scioglimento accomiatava gli spettatori: _il n'y a pas de raison pour -que cela finisse_....; e ci si potrebbero aggiungere queste altre: _il -n'y avait pas de raison pour que cela commençât_. Non così il romanzo -del Manzoni. La composizione di esso potrà esser guasta in certe parti -da digressioni un po' troppo lunghe; l'equilibrio ne potrà rimanere -turbato; ma, tirate le somme, bisogna pur riconoscere che il romanzo, -com'è fortemente immaginato, così è anche fortemente composto; che esso -è dotato, a dispetto delle digressioni, di coerenza e di compattezza -mirabili; che è un'opera, non del caso, ma dell'arte, nel più alto e -schietto significato della parola. Parve a taluno che nei _Promessi -Sposi_ non ci sia altra unità che la unità morale: io credo ci sia -pure la unità logica, e anche (ma qui bisognerebbe discutere) la unità -estetica. - -Per questi, e per alcuni altri rispetti, il Manzoni è romantico e non -realista. Di fronte alla realtà, il romanticismo fu più attivo che non -il realismo. Esso concedeva all'arte molto che il realismo le nega: -esso voleva la composizione, la concentrazione, la scelta, e quella -che il Taine chiamò convergenza delle impressioni. Mi sembra che molti -comincino ora ad avvedersi che il realismo fece male a disvoler tutto -questo. - - -VII. - -Non abbiamo ancora finito di discorrere degli effetti che vengono -all'arte manzoniana dall'avere il Manzoni tolto a fondamento di quella -il vero. - -Va da sè ch'essa aborrirà quasi istintivamente tutte quelle forme del -fantastico, del lugubre, del mostruoso, del terribile, che gl'Inglesi -designarono con la denominazione espressiva di _german horrors_, e che -non sono poi cosa talmente germanica che non si trovi anche, in qualche -misura, fuor di Germania, o natavi spontaneamente, o trattavi dalla -curiosità o dalla moda[48]. In Italia se n'ebbe un andazzo, a dispetto -del clima, delle consuetudini, degli umori; venutovi primamente (se -non vogliamo tener conto di alcune più remote e più comuni origini -medievali e cristiane) coi poemi di Ossian, con le _Notti_ del Young, -con la poesia sepolcrale. Nei _Sepolcri_ del Foscolo se ne vede qualche -traccia, e anche nelle _Ultime lettere di Jacopo Ortis_; e sino dal -1805, Luigi Cerretti, vecchio ormai, si scagliava contro il depravato -gusto di coloro che esultavano «in dipingere gli abbracciamenti -del delitto colla morte, e il fragor con cui piombano nel baratro -tenebroso»[49]. Non so se queste parole alludano, come parrebbero, -a una qualche traduzione o imitazione, che già corresse l'Italia, -della famosa _Leonora_ del Bürger; ma so che il Cerretti avrebbe -potuto ripeterle, e allungarle, e inasprirle qualche anno più tardi, -quando saltò su il Berchet, nella _Lettera semiseria di Grisostomo_, -a proporre alla imitazione degl'Italiani appunto quella _Leonora_ e, -di giunta, il _Cacciator feroce_ dello stesso poeta. A dir vero, lo -stesso Berchet, in quella che faceva la proposta, esprimeva pure il -dubbio che le due poesie, fondate, come sono, sul meraviglioso e sul -terribile, non avessero a incontrare gran fatto il gusto degl'Italiani; -e già il Londonio aveva sentenziato disdegnosamente che le _romantiche -melanconie_ del settentrione non potevano allignare in Italia, e ne -dava grazie al cielo, alla ridente natura, all'indole del popolo[50]. -Ma che non possono, anche contro il cielo e la natura e l'indole, la -sazietà del consueto, il desiderio del nuovo, la voga? I germanici, -e, per amor di giustizia, soggiungeremo, gli anglici orrori trovarono -favore anche in Italia, e persino quelli di cui Anna Radcliffe -rimpolpettava romanzi vi ebbero cure di traduttori e plauso di lettori -e più di lettrici. Onde il povero Monti, già presentendo la fine di -ogni cosa, piangeva le Grazie fugate dai lemuri e dalle streghe, e -le ombre d'Ettore e di Patroclo soppiantate dai romantici spettri, e -che il solo tetro si chiamasse bello: e alzando il dito verso quella -malaugurata e scelerata Leonora, gridava: - - Di fe' quindi più degna - Cosa vi torna il comparir d'orrendo - Spettro sul dorso di corsier morello - Venuto a via portar nel pianto eterno - Disperata d'amor cieca donzella, - Che, abbracciar si credendo il suo diletto, - Stringe uno scheletro spaventoso, armato - D'un oriuolo a polve e d'una ronca: - Mentre a raggio di luna oscene larve - Danzano a tondo, e orribilmente urlando - Gridano: _pazïenza, pazïenza_[51]. - -Scrivendo al D'Azeglio nel 1823, il Manzoni diceva che per romanticismo -in Italia s'intendeva comunemente «un non so qual guazzabuglio di -streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca dello -stravagante, una abiura in termini del senso comune»; e soggiungeva: -«un romanticismo insomma, che si è avuto molta ragione di rifiutare, e -di dimenticare, se è stato proposto da alcuno; il che io non so»[52]. -Quell'_io non so_ è di troppo, e per caso noi cogliamo il nostro Don -Alessandro in una delle sue non rarissime bugiole o dissimulazioni -innocenti. Don Alessandro sapeva benissimo che, in una certa misura, -quel romanticismo era stato proposto, e che, in misura alquanto -maggiore, era anche stato attuato; ma sapeva pure, e voleva si sapesse, -che da lui quel romanticismo non doveva aspettarsi nè ajuto, nè -incoraggiamento, nè indulgenza[53]. Avviso ai _compagni di patimenti -letterarii_ e a quanti altri potessero averci interesse. Quelle -particolari mostruosità poi che furono le _mostruosità della scuola -satanica_, il Manzoni detestò da quanto il Niccolini, che le detestò -con tutta l'anima. - -Badate che nelle parole riferite pur ora il Manzoni accenna anche al -_disordine sistematico_ e alla _ricerca dello stravagante_, due cose -ancor esse molto contrarie alla conoscenza e alla rappresentazione -del vero; l'una, perchè mette tutto sossopra, l'altra, perchè tutto -travisa. Nella Lettera sulle unità drammatiche il Manzoni scrisse: «Il -est hors de doute que la sagesse vaut mieux que l'extravagance; et même -que celle-ci ne vaut rien du tout»[54]. Avrebbe potuto dir meglio il -Boileau? E non vi pare anzi che tra il Boileau ed il Manzoni ci sia -alle volte sin troppo accordo? Non so perchè mi ricorra nella mente la -sentenza di Edgardo Poe: non esservi bellezza senza stranezza. - -Per essere giusti bisogna dire che quei due malanni, se c'erano (e -c'erano) anche in Italia, non però vi mostravano quel carattere maligno -che altrove, nè come altrove ci si eran diffusi. Le stravaganze -del romanticismo tedesco, derise dal Goethe, l'Italia, o non le -conobbe, o se ne liberò molto presto. Ciò che nel 1829 il Thiers -diceva del romanticismo francese: «Ses goûts fantasques et puérils -font le ridicule de notre temps», non si sarebbe potuto dire del -romanticismo italiano, forzato a stare in cervello e a rigar dritto -(e fu ventura nella disgrazia) dai molti guai a cui bisognava pensare -e, possibilmente, rimediare. L'aver dovuto in Italia far arme delle -lettere nocque in più modi all'arte, ma all'arte stessa anche in più -modi giovò, poichè non le lasciò nè agio nè possibilità di buttarsi -al singolare e all'inaudito, e di ammattire dietro all'esempio del -romanticismo francese, del quale ebbe a dire il Gautier, narratore -e giudice benevolo: «Développer librement tous les caprices de la -pensée, dussent-ils choquer le goût, les convenances et les règles; -haïr et repousser autant que possible ce qu'Horace appelait le profane -vulgaire, et ce que les rapins moustachus et chevelus nomment épiciers, -philistins ou bourgeois; célébrer l'amour avec une ardeur à brûler le -papier, le poser comme seul but et seul moyen de bonheur; sanctifier et -déifier l'Art regardé comme second créateur: telles sont les données -du programme que chacun essaye de réaliser selon ses forces, l'idéal -et les postulations secrètes de la jeunesse romantique»[55]. Cogliamo -anche questa occasione di notare che il romanticismo italiano, se -fu molto meno rigoglioso, fu anche molto più savio del forestiero; -che perciò in Italia la reazione realistica non irruppe con l'odio, -col furore, con la violenza onde fu accompagnata altrove; e che il -Manzoni poteva dissentire dal romanticismo italiano assai meno di -quello dovesse dissentire dal romanticismo forestiero, pur dissentendo -parecchio anche da quello. - -Chi ama da senno il vero, aborre da tutto quanto possa, in uno o in -un altro modo, o poco o molto, alterarne la schiettezza, falsarne la -espressione. L'arte che voglia proprio esser vera dev'esser sincera -e dev'esser semplice; deve cioè ricusare tutti quegli artifizii e -lenocinii del linguaggio, dello stile, della trattazione, che se -anche non alterano, dirò così, sostanzialmente il vero, lo alterano -formalmente; se non nel principio suo, nei suoi effetti. _Veritatis -simplex est oratio_, lasciò scritto Seneca. Essa diffida in sommo -grado di quelli che diconsi ornamenti, e fra' suoi precetti, anzi -fra' principali, scrive anche questo: _il puro necessario: tutto -ciò che non è necessario è nocivo. Quod ultra est, a malo est._ Ecco -perchè il Manzoni è così schietto e così semplice e così naturale, -pur riuscendo così fine e così efficace. Il Manzoni non abusa mai -del pittoresco, tanto abusato da' romantici d'ogni risma; anzi nel -colore, come nel disegno, è tanto sobrio da potere, alle volte, parer -troppo. Il Manzoni, l'abbiam già notato, gusta poco la prosa poetica. -Il Manzoni gusta anche poco la lingua poetica, che non è da confondere -col linguaggio poetico, e il Sainte-Beuve gliene fa rimprovero; ma qui -è da notare ch'egli l'avversò meno di quanto si creda, come provano -certe sue lettere al Borghi. In una, scritta nel giugno del 1828, -egli osserva che _orde_ è forse _voce troppo nuova per la poesia_; in -un'altra, del febbrajo dell'anno seguente, che _trionfata_ è triviale; -in una terza, dell'aprile dell'anno medesimo, che _banchettare_ non fa -_buon suono_. - -Ma checchè il Manzoni pensasse della prosa poetica e della lingua -poetica, gli è certo ch'egli preferiva la prosa alla poesia, e che la -ragione principale del suo preferir quella a questa era, a un dipresso, -la seguente: la prosa è, in tesi generale, il linguaggio del vero; la -poesia è, in tesi generale, il linguaggio della finzione. I romantici, -per contro, mostrano sempre una spiccata tendenza a mettere la poesia -sopra la prosa. - -Questo punto è degno di attenzione particolare. - - -VIII. - -Qualcuno che non conoscesse nè le tragedie, nè gli inni, nè le poesie -giovanili del Manzoni, potrebbe dire: il Manzoni preferiva la prosa -alla poesia perchè non si sentiva, e non era poeta: chi si sente ed è -veramente poeta, preferisce la poesia alla prosa. Chi conosca quelle -composizioni, o ne conosca almeno una parte, non dirà più così di -sicuro. - -Riconosciamo pure (e dopo quanto s'è detto innanzi non ci costerà -troppa fatica) che le potenze dello spirito più particolarmente -richieste al poetico officio non sono quelle che primeggiano nel -Manzoni; riconosciamo ch'esse sono in qualche modo soggiogate da altre; -ma riconosciamo, in pari tempo, che quelle potenze ci sono, e han molto -vigore, ed operano molto speditamente. L'anima del Manzoni fu certo -più aperta alla luce del vero che alla luce del bello, sebbene anche a -questa sia stata aperta assai bene; e la condizione di poeta pare che -voglia piuttosto il contrario, o almeno, che l'anima le riceva entrambe -egualmente: e dico entrambe, perchè le son due propriamente, e non una, -come s'è voluto far credere. - -Da giovane il Manzoni sentì ancor egli la vocazione poetica (dico -vocazione e non fregola) e rifuggendo dalle tetre scuole mortificatrici -dell'ingegno e corruttrici del gusto, e da maestri che più tardi -sarebbesi vergognato d'avere a discepoli, s'addusse franco al _sorso de -l'Ascrea fontana_, e cercò dei _prischi sommi_, e ne fu preso di tanto -amore che gli pareva di vederli e conversare con loro. Lo rodeva il -dubbio che Carlo Imbonati, la cui memoria egli onorava allora di quasi -religioso ossequio, come un esempio impareggiabile di umanità virtuosa -e gentile, avesse curata poco da vivo la _divina de le Muse armonia_, e -da lui si faceva rispondere in sogno: - - Qualunque - Di chiaro esemplo, o di veraci carte - Giovasse altrui, fu da me sempre avuto - In onor sommo; - -e nella sua bocca poneva le lodi dell'Alfieri e del Parini, e di quel -sovrano - - D'occhi cieco, e divin raggio di mente, - Che per la Grecia mendicò cantando[56]. - -Dell'anno 1809 è l'_Urania_, ch'è tutto un inno alla poesia, e dove -il poeta si consacra tutto alle muse, le quali, _fuggitive dai laureti -achei_, presero stanza in Italia: - - A queste alme d'Italia abitatrici - Di lodi un serto in pria non colte or tesso; - Chè vil fra 'l volgo odo vagar parola - Che le Dive sorelle osa insultando - Interrogar che valga a l'infelice - Mortal del canto il dono. Onde una brama - In cor mi sorge di cantar gli antichi - Beneficj che prodighe a l'ingrato - Recâr le Muse[57]. - -Allora il suo desiderio più vivo e la più cara speranza erano di -vedersi aggiunto un giorno _al drappel sacro_ dei poeti d'Italia[58], -al quale fu poi aggiunto veramente, ma senza che il suo desiderio ci -entrasse per molto; anzi un pochino contro sua voglia, s'è vero che -a farvelo aggiungere ajutarono per la parte loro anche quelle poesie -giovanili ch'egli rifiutò più per le cose che dicevano che pel modo, -meno perfetto, con cui le dicevano. - -Quand'è che l'animo di questo innamorato cominciò a raffreddarsi? -Sarebbe difficile il dirlo. Da giovanissimo, e poi per certo tempo più -tardi, egli vagheggiò una specie di poesia realistica, molto diversa -da quella di cui il Cerretti seguitava a predicare essere il furore la -suprema ragione. Nel sermone a Giovanni Battista Pagani, ch'è del 1804, -il poeta così si confessa all'amico: - - Or ti dirò perchè piuttosto io scelga, - Notar la plebe con sermon pedestre, - Che far soggetto ai numeri sonanti - Opre antiche d'eroi. Fatti e costumi - Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa - Nega esprimer Talia[59]. - -Queste ultime parole in ispecie son degne di qualsiasi più risoluto -e più rigoroso realista. Diciasette anni più tardi, nel gennajo del -1821, e in una lettera al Fauriel, il Manzoni esprime la opinione che -la poesia debba dire ciò che si pensa e ciò che si sente nella vita -reale[60]; e in altra lettera, senza data, al medesimo amico, parla -ironicamente del _bel principio_ «que tout ce qui est vague, fabuleux, -confus est poétique de sa nature, et que lorsqu'on ne sait rien sur -un sujet, il faut en parler en vers»[61]. O prima o poi egli dovette -vagheggiare una poesia ragionevole, come la voleva il Johnson. Leggasi -questa sua riflessione: «A chi dicesse che la poesia è fondata sulla -immaginazione e sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si -può rispondere, che più si va addentro a scoprire il vero nel cuore -dell'uomo, più si trova poesia vera»[62]. Se non che, molto per tempo -egli dovette cominciare a negar credenza a quel detto dello Shelley, -che i poeti possono significare il vero al pari e meglio di coloro che -scrivono in prosa; e al giudizio di Aristotele, quando sentenziò essere -la poesia più filosofica e, in un certo senso ideale, più vera della -storia[63]. Onde, sino dal 1829, nella _Storia della Colonna Infame_, -si burlava del privilegio arrogatosi dai signori poeti di dire ogni -cosa che loro salti in capo, o vera o falsa che sia[64]; e nel giugno -del 1832 scriveva ad un Coen, il quale s'era fissato di lasciare i -negozii per darsi alle lettere: «E, come le storture trovan meglio da -appigliarsi e da spiegarsi in un linguaggio straordinario, fantastico e -di convenzione, così i poeti hanno in questa miseria (_del fare d'una -passione una virtù_) la maggior parte e il più cospicuo luogo»[65]. -Vero è che poi, nel 1845, dirà la poesia usare un linguaggio insolito -perchè ha cose insolite da dire[66]. - -Come intendesse il Manzoni la unione, o l'alleanza della poesia con la -storia, abbiamo già in parte veduto. Quella deve conformarsi e obbedire -a questa. Se nel Michelet il poeta nuoce allo storico, nel Manzoni lo -storico nuoce al poeta. - -A poco a poco l'antico amore, non solo s'intepidiva, ma diventava, -prima indifferenza, poi avversione. Ecco il Manzoni trovar gusto -in notare i difetti, i peccati, gli svantaggi della poesia, e -l'irreparabile e non lacrimabile suo decadimento. «La poesia ha anche -questo bel vantaggio, d'essere come forzata a prendersi delle licenze», -dirà egli in una delle citate lettere al Borghi[67]. E in quella -lettera al Coen: «Badi che i poeti vanno scemando d'autorità come di -numero (_di numero poi!_); e l'essere con tutto ciò cresciuto quello -de' lettori fa sì che alla venerazione sottentri il giudizio; e son -giudicati ogni dì più con questa ragione, che, se le cose dette da -loro fanno per loro soli e non importano all'umanità, son cose da non -curarsene; se importano, bisogna veder come sien vere»[68]. Altro che -la _divina armonia_ del carme in morte dell'Imbonati, e gli entusiasmi -e gli ardori dell'_Urania_! Altro che la _divina concitazione del -genio_ e la _sapienza ispirata_ decantata dal Foscolo! Ed era il -tempo felice e memorabile in cui i romantici francesi andavano in -gloria perchè dicevano di aver ritrovate le fonti vive della poesia, -e sgombratene le scaturigini dagli sterpi e dai sassi, ne lasciavano -correre in copia, fra le turbe assetate, le onde vivificatrici e -sonore. Nel novembre del 1845 il Manzoni, in una lettera al Giusti, del -quale pure ammirava l'arte e l'ingegno, par che si spassi a fare il -novero di tutti gli scapiti a cui la poesia, la _signorona vecchia_, -andò soggetta nel corso dei tempi, e fattolo, soggiunge, burlandosi: -«Dunque lavora, _chè fai sul tuo_; e accresci l'entrata della padrona, -agl'interessi della quale prendo una gran parte, anche per il gran bene -che le ho voluto in gioventù»[69]. In gioventù, avete inteso? - -Quando, nei _Promessi Sposi_. detto che cosa s'intenda per poeta dal -volgo di Milano e del contado (e, si poteva aggiungere, d'altri siti: -_populus sanos negat esse poetas_, scriveva melanconicamente Ovidio dal -Ponto): quando, dico, il Manzoni butta lì quella sua interrogazione -biricchina: «Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con -cervello balzano?»[70] ognuno capisce che nella opinione del Manzoni -ci ha che fare non poco; e più lo capisce, quando in un altro luogo del -romanzo legge, in coda a un ricordo del famoso sonetto dell'Achillini: -_Sudate o fuochi_, ecc., queste parole: «Ma è un destino che i pareri -dei poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti -conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran -cose risolute prima»[71]. Altro che i veggenti, e i precursori, e gli -apostoli! Altro che i convertitori delle folle in popolo! Altro che il -_drappel sacro_! - -Ma, quando scriveva il romanzo, il Manzoni era ancora in vena di -scherzo: più tardi non credo che in sì fatto argomento avrebbe -scherzato a quel modo. Più tardi egli nutrì per la poesia un po' (non -saprei dir quanta) di quell'avversione sospetta e stizzosa che brontola -nelle parole del Bossuet e del Pascal, e la nutrì, in parte almeno, -per le ragioni medesime. Orazio disse la poesia _amabilis insania_: -venne tempo in cui quell'_amabilis_ dovette parer di troppo all'autore -della _Morale cattolica_. Perciò io penso che sieno del Manzoni assai -giovane questi pensieri, tolti di tra i suoi _Pensieri varii_: «La -poesia, stromento di criterio della bontà delle azioni. Alcuni fatti -giustificati in prosa, non potrebbero mai divenir soggetto di encomio -poetico. Fate un po' dei versi in lode della tratta dei negri, della -St-Barthélemy, degli _auto da fé_, del tribunal rivoluzionario del '93, -ecc., cose in favor delle quali si è pur ragionato in prosa. La poesia -sembra allontanarsi dalla vita reale più della prosa, e all'opposto, -rigettando le formule generali, convenute di quella, essa sovente si -move, e si addirizza insieme alle più intime, primitive sensazioni, ai -particolari in cui quelle si risolvono, che quelle non rappresentano. -E appunto nei casi del genere suddetto, la prosa giustificatrice si -serve di quelle formole, ecc.»[72]. La _prosa giustificatrice_! quale -attributo! dunque la poesia direbbe il vero meglio della prosa? - -Se al detto sin qui voi aggiungete che il Manzoni, non solo ebbe in -uggia il romanzesco, lo stravagante, il mostruoso, ma ancora ogni -meraviglioso soprannaturale, da quello della fede in fuori; ch'egli -non sentì punto il bisogno, tanto sentito dai romantici, di sostituire -all'antica una nuova mitologia; che si mostrò sempre molto severo -per tutte le credenze superstiziose, poetiche o non poetiche; se -osservate ch'egli non si diletta punto di portenti e di miracoli; che -nei _Promessi Sposi_ non v'è altro meraviglioso, se non quello di un -ordine divino che si lascia scorgere dietro al disordine umano; che il -miracolo vi è sempre interno, occulto, immanente, e si compie nelle -anime o pervade la storia; che però quello delle noci narrato da fra -Galdino si risolve in ironia manifesta; voi avete sott'occhio tutti -gli elementi, le movenze e i caratteri dell'arte manzoniana, quali sono -prodotti, determinati, condizionati da quel vero che il Manzoni aveva -preso a fondamento dell'arte sua, e che fedele al monito dell'Imbonati: - - Il santo vero - Mai non tradir, - -egli osservò sempre nei pensieri, nelle parole, nelle opere. - - -IX. - -Nella dottrina romantica il Manzoni distinse molto opportunamente due -parti, l'una negativa, positiva l'altra; quella assai più larga, più -consistente e più precisa; questa assai più ristretta, più sconnessa -e più indeterminata[73]. Per la parte negativa, si può dire ch'egli -s'accordi in tutto con la scuola; per la parte positiva, si accorda -molto meno, e qualche volta non si accorda punto. Del resto, in questa -seconda parte, anche gli altri romantici discordavano spesso fra loro. -Avveniva della dottrina romantica ciò che di tutte le dottrine, dove la -parte critica è sempre più valida e più coerente della dogmatica. - -Come ogni altro romantico vero, il Manzoni detesta, ricusa e schernisce -tutte quelle regole d'arte che non sono «fondate sulla natura, -necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de' critici, -trovate, non fatte»[74]. Con l'acume suo consueto egli scopriva nelle -regole arbitrarie un trovato della pigrizia e della inettitudine: -«C'est une singulière disposition que celle que nous avons à nous -forger des règles abstraites applicables à tous les cas, pour nous -dispenser de chercher dans chaque cas particulier sa raison propre, sa -convenance particulière»[75]. «Il n'y a ni règles, ni modèles», dirà -più tardi l'Hugo, «ou plutôt il n'y a d'autres règles que les lois -générales qui planent sur l'art tout entier, et les lois spéciales qui -pour chaque composition résultent des conditions d'existence propres -à chaque sujet». Il Manzoni aggiungeva: «in fatto d'arte, un precetto -non può essere altro che l'indicazione d'un mezzo»[76]; e con tutti -i romantici credeva che le regole non fondate in natura (alle fondate -in natura chi ha fior di senno non sogna di ribellarsi) fossero state -«un inciampo a quelli che tutto il mondo chiama scrittori di genio; -e un'arme in mano di quelli che tutto il mondo chiama pedanti»[77]. -Documento insigne dell'avversione sua a quelle, e, in pari tempo, -dell'acutezza e potenza della sua critica estetica, rimane la lettera -sulle famose unità drammatiche[78]. - -Il Manzoni è ancora schiettamente e deliberatamente romantico nella -dottrina drammatica, e specialmente quando sostiene che tutta la -struttura del dramma, e il moversi de' personaggi in esso, e la vicenda -degli avvenimenti, devono dipendere dalla natura dell'azione; e quando -ammira ed esalta lo Shakespeare sopra tutti i drammaturghi antichi e -moderni. La sua dottrina drammatica, in sostanza, non è diversa, o è -poco diversa da quella di Guglielmo Schlegel, del De Vigny, dell'Hugo. - -Il Manzoni è inoltre romantico risoluto quando vuole si sostituisca -il concreto all'astratto, il particolare al generale, l'uomo vero al -fittizio, ecc.; ma non è più romantico, o è un romantico irresoluto, -e che fa molte riserve, rispetto ad altri postulati, ad altre tendenze -dell'arte nuova. - -Così rispetto a quella mescolanza del tragico e del comico, dello -scherzevole e del serio, che preconizzata nel secolo XVII da Lope de -Vega, nel secolo XVIII dal Diderot, dal Voltaire e dal Lessing, de' -quali tre, il secondo la biasimò dopo averla lodata e il terzo la lodò -dopo averla biasimata; effettuata nel dramma lacrimoso, o commedia -patetica, o tragedia borghese che voglia dirsi, era divenuta un canone -principale dell'estetica romantica, un pezzo prima che l'Hugo scoprisse -nel cristianesimo la fusione armonica del grottesco e del sublime. Il -Manzoni, prudente sempre, non la condanna; ma esprime un dubbio: «je -pense», scrive egli nella già tante volte citata lettera sulle unità, -«comme un bon et loyal partisan du classique, que le mélange de deux -effets contraires détruit l'unité d'impression nécessaire pour produire -l'émotion et la sympathie; ou, pour parler plus raisonnablement, il -me semble que ce mélange, tel qu'il a été employé par Shakespeare, a -tout-à-fait cet inconvénient. Car qu'il soit réellement et à jamais -impossible de produire une impression harmonique et agréable par le -rapprochement de ces deux moyens, c'est ce que je n'ai ni le courage -d'affirmer, ni la docilité de répéter... Mais, pour rester plus -strictement dans la question, le mélange du plaisant et du sérieux -pourra-t-il être transporté heureusement dans le genre dramatique d'une -manière stable, et dans des ouvrages qui ne soient pas une exception? -C'est, encore une fois, ce que je n'ose pas savoir»[79]. Nei _Promessi -Sposi_, per altro, la mescolanza c'è, ed è anzi carattere notabile di -quel libro, che ne ha tanti altri notabili; e se ne potrebbe discorrere -a lungo, se il tempo lo concedesse. - -Si sa che i romantici furono più che mediocremente presi da quella -dolce mania descrittiva che il Mérimée pose così argutamente in -canzone, e che i realisti ebbero dai romantici in fedecommesso. Al -Manzoni quella mania non s'attaccò. Si sa pure che i romantici, stanchi -di quello che chiamavano vaniloquio classico, formarono il proposito -di dire, non più parole, ma cose, e fermi in esso cominciarono alcuni, -anzi molti, a curar le parole un po' meno di quanto si richieda alla -giusta ed efficace significazion delle cose. Il Manzoni, che anche in -ciò la sa lunga, cura moltissimo le cose, e per curarle a dovere, cura -anche moltissimo le parole. - -Chi legge le opere del Manzoni con l'attenzione dovuta, ogni po' -incontra pensieri che un romantico dei soliti non vorrebbe far suoi, -parole che un romantico dei soliti non direbbe. E così dev'essere; -perchè, come s'è veduto, il Manzoni ha una costituzione di mente molto -diversa da quella dei romantici presi in generale e il Manzoni si tiene -stretto e fedele ai soli principii fondamentali del romanticismo; e il -Manzoni riman fuori affatto dei traviamenti della dottrina romantica e -dell'arte romantica. Perciò s'indovina che moltissimi romantici, dei -maggiori e dei minori, non gli dovevano andar troppo a sangue[80]. -Riservato e benevolo come egli è, non lo dice; ma si capisce che -avrebbe avuto da dir per un pezzo, se avesse voluto incominciare e non -fermarsi. Solo una volta, scrivendo al Cantù, che nel 1833 aveva dato -fuori il saggio intorno a _Victor Hugo e il romanticismo in Francia_, -uscì sul conto del grande poeta francese in queste moderate parole: «I -giudizii vostri sono benevoli, ma non adulatorii, come troppi altri. -È un ingegno forte, ma disordinato. Le situazioni, le sa trovare; e, -trovate, le sa usare (come dite voi _exploiter_?), ma non guarda se -siano ragionevoli.... Voi dite all'autore delle parole savie: facciano -almeno frutto su certi giovani di qui, e principalmente di oltre -Enza»[81]. Queste sono parole piene di temperanza e modestia mirabile, -perchè non si può immaginare diversità, anzi contrarietà di natura -maggior di quella che passa tra colui che le pronunziava e colui per -cui erano pronunziate; e si sa che i diversi, e più i contrarii sono da -natura pochissimo disposti a giudicarsi vicendevolmente con temperanza -e con modestia, anzi pur con giustizia. L'Hugo è capo incontestato del -romanticismo francese; il Manzoni è considerato capo del romanticismo -italiano: ora, chi leggesse le opere dell'uno e dell'altro, e non -sapesse più là, non immaginerebbe mai e poi mai che le due scuole che -li acclamano capi possano denominarsi col medesimo nome. - -Per definire vie meglio l'indole del Manzoni e dell'arte sua, non -sarà male che ci soffermiamo alcuni istanti a fare tra l'Italiano e il -Francese un po' di raffronto. - - -X. - -Ma prima di tutto una dichiarazione e una protesta, come usavano farne -que' buoni autori del tempo andato che, non dalle parole dei censori -soltanto, ma anche dalle lor proprie, volevano assicurati i leggenti -non esservi nelle opere loro nulla _contro la santa fede cattolica, nè -contro prencipi, nè contro buoni costumi_. - -Io ammiro profondamente il Manzoni, e ammiro, non meno profondamente, -l'Hugo; e fo così poco conto dei detrattori morti del primo come dei -detrattori vivi del secondo. Entrambi mi pajono grandi; e se talvolta -l'uno mi par più grande dell'altro, ciò avviene solo perchè fissando -io un po' troppo intentamente lo sguardo nell'uno dei due, l'altro -lo perdo un pochino di vista. Facciamo una supposizione. Supponiamo -che per decreto di un nuovo fato il Manzoni e l'Hugo non fossero più -entrambi concessi alla gloria di questa povera umanità, ma l'uno di -essi soltanto, e che quest'uno dovess'essere da noi prescelto: io, per -la mia parte, come cittadino di questa patria italiana, non potrei -non dire: _Ebbene, ci sia lasciato il Manzoni_; ma, come cittadino -del mondo, non saprei che risolvere. E dopo ciò, veniamo al proposito -nostro. - -L'Hugo è di temperamento sanguigno; il Manzoni è di temperamento -nervoso. Quegli serba e mostra in tutto il poderoso suo essere come -un resto di esuberanza e d'impetuosità primitiva, certe come vestigia -di una umanità non ancora attenuata e ammansita dal lento lavoro -dei secoli; questi dà a conoscere in tutto il delicato suo essere -l'ostinato lavoro della disciplina, gli effetti dell'adattamento -e dell'assuefazione; e si può quasi dire che ogni antico istinto -è perduto in lui. L'Hugo fu rassomigliato a un titano, e non -infelicemente; se non che, qualche volta par che si sformi e degradi -nel ciclope: il Manzoni par quasi un santo, ma un santo che, qualche -volta, pende verso l'asceta. - -L'Hugo ebbe uno spirito audace, turbolento e superbo; il Manzoni, come -fu osservato argutamente dal Tenca, «un'intelligenza che si schermisce -quasi paurosa di sè medesima». Quegli fu sempre sicuro di sè, ed ebbe -per incontrastabile e per sacra ogni sua opinione, ogni parola; questi -sempre dubbioso, e sempre restio a profferir giudizii e sentenze; _di -maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più importanti_, il -costrutto del suo ragionare era questo: nego tutto, e non propongo -nulla[82]. Quegli fu (chi nol sa?) vanissimo, e nella ostentazion di -sè stesso attinse almeno i primi gradi del ridicolo: pensò d'essere, e -così si denominò, una fiaccola accesa dinanzi alla umanità brancolante -nel bujo, un preparatore di nuovi destini, un redentore di mondi; ed -accettò, anzi chiese l'adorazione: questi spinse la modestia inaudita e -favolosa sino a dirsi inetto a cosa alla quale tutti si stimano idonei, -a fare, cioè, il deputato, e da sè si chiamò _uomo inconcludente_, -e ricusò gli omaggi, e fu, nel ricusarli, più d'una volta sgarbato. -L'uno fu l'uomo di tutte le pubblicità, di tutti gli ardimenti, e -mescolò la fragorosa voce tra di profeta e di tribuno a tutte le voci -e a tutte le bufere del secolo, e più d'una volta le dominò tutte -dall'alto; e apparve bello e splendente d'antico eroismo quando dalla -sommità di uno scoglio, di mezzo al tumulto di un oceano perpetuamente -sconvolto, osò sfidare, maledire, deridere l'avversario coronato e -onnipotente; l'altro fu uomo di solitudine e di silenzio, e solo con -mano circospetta e parco gesto sparse negli animi alcuni semi che poi -germogliarono. Ebbero entrambi alto senso di pietà per tutte le umane -miserie; ma la pietà del poeta che gridava ai quattro venti: - - Je hais l'oppression d'une haine profonde, - -e che scrisse questo mirabile verso: - - Fais en priant le tour des misères du monde, - -fu più operosa: quella dell'altro fu forse più caritatevole, perchè -abbracciava oppressi ed oppressori ad un tempo. - -L'Hugo fu così cattivo ragionatore come fu buon poeta, e volle far del -filosofo a dispetto della natura, che avevagli dato il pensar vasto e -magnifico, non il pensar chiaro e preciso; e però la sua metafisica -rimase sempre, come fu detto, _une métaphysique rudimentaire_. Come -il Manzoni avesse per questo rispetto, e mirabili, le qualità che -mancarono all'Hugo, abbiam veduto a suo luogo. Ciò nondimeno bisogna -pur riconoscere che l'Hugo, non solo comprese molte cose, ma molte -ancora ne presentì; che egli riuscì a tradurre meravigliosamente in -fantasmi parecchi concetti filosofici; e che il suo pensiero si muove -attraverso la intera creazione con una forza e un'agilità di cui sono -pochissimi esempii. Chi vuol vedere la differenza che passa tra la -virtù critica dell'Hugo e la virtù critica del Manzoni, confronti il -Saggio del primo sopra Shakespeare con la Lettera del secondo sopra le -unità drammatiche, o col Discorso intorno al romanzo storico. - -In arte l'Hugo tende al romanzesco, al paradossale, al mostruoso; -trionfa nell'antitesi; dice che la vera poesia consiste nell'armonia -dei contrarii; fa cominciare dall'apparizion del grottesco una nuova -èra del mondo; detesta la sobrietà, che gli pare virtù da servitore -e non da poeta; produce, fin che vive, con abbondanza miracolosa, e -lascia, morendo, tanto d'inedito quanto potrebbe bastare a più d'un -vivo; il Manzoni detesta il romanzesco, il paradossale, il mostruoso; -fugge l'antitesi; dice che la poesia dev'essere tratta dal cuore, -deve esprimersi non solo con sincerità, ma, ancora, con semplicità, -e che una delle più belle facoltà sue si esercita nell'attirar -l'attenzione sopra fatti morali che non si potrebbero osservare senza -ripugnanza[83]; non s'impaccia col grottesco, bastandogli il brutto; -ha la sobrietà, anche letteraria, in conto di assai buona virtù; -produce poco, e cessa quasi di produrre essendo ancor giovane, e quando -molt'altro si aspettava ancora da lui. - -I _Promessi Sposi_ vincono, a mio parere, e di molto, _Notre Dame de -Paris_, i _Misérables_, i _Travailleurs de la mer_ e tutti gli altri -romanzi dell'Hugo; ma l'Hugo è, sempre a parer mio, e sebbene ci sia in -lui non poco del Cavalier Marino, assai maggior poeta del Manzoni; ed -è tale perchè la sua coscienza è una coscienza essenzialmente poetica, -perchè egli pensa consuetamente per via d'immagini e di fantasmi, -perchè sente e giudica poeticamente la vita ed il mondo. L'anima del -poeta, quale egli l'ha e la vuole, partecipa della natura del dio -panteistico, penetra e si spande in tutte le cose, attraverso ai tempi -e agli spazii. - - O poëtes sacrés, échevelés, sublimes, - Allez et répandez vos âmes sur les cimes, - Sur les sommets de neige en butte aux aquilons, - Sur les déserts pieux où l'esprit se recueille, - Sur les bois que l'automne emporte feuille à feuille, - Sur les lacs endormis dans l'ombre des vallons! - . . . . . . . . . . . . . . . - Si vous avez en vous, vivantes et pressées, - Un monde intérieur d'images, et de pensées. - De sentiments, d'amour, d'ardente passion, - Pour féconder ce monde échangez-le sans cesse - Avec l'autre univers visible qui vous presse! - Mêlez toute votre âme à la création. - -Perciò egli non ha nè ripugnanze nè ritrosie che gli facciano escludere -cosa alcuna dagli sterminati dominii della poesia. Adora la natura -con quello stesso fervor religioso con cui adora l'umanità, e spazia -attraverso a tutti i secoli, a tutti i climi, a tutte le storie, -raccogliendo con egual reverenza e con egual compiacimento, nello -instancabile verso, le voci e gli echi della Giudea e dell'ultimo -Oriente, di Grecia e di Roma, dei castelli e delle corti medievali, -della odierna piazza tumultuante, accoppiando miti classici a leggende -cristiane, spingendo dietro ai passi degli antichi Re e degli antichi -profeti i cavalieri erranti e le lacere plebi. - -E quanto al romanticismo più propriamente, l'Hugo voleva che l'arte -romantica fosse una specie di foresta vergine, quanto più si possa dire -diversa da quel bene spartito e ben pettinato giardino di Versailles, a -cui paragonava l'arte classica: il Manzoni non voleva foresta vergine -e non voleva nemmeno il giardino di Versailles; voleva, direi, un -giardino inglese. - -Giunti a questo punto possiam fare, in due parole, un po' d'epilogo, -e dire, o piuttosto ripetere, che il romanticismo del Manzoni non è -quello che d'ordinario si crede; che esso è più e meno del comune, -secondo che si guardi ai principii o alle deviazioni; che far del -Manzoni il capo del romanticismo italiano è, per molti rispetti, -giusto, ma non così giusto come lasciarlo solo nel luogo ov'egli stesso -s'è posto, e dove, pur troppo, sembra che abbia a rimaner solo un bel -pezzo. - - -XI. - -Questo _pur troppo_, che m'è sdrucciolato dalla penna, si trascina -dietro un po' di coda. - -Col vento che tira non ci sarebbe da meravigliare se qualcheduno -saltasse su un dì o l'altro a gridare di punto in bianco: Già che -si torna a tante cose, torniamo anche al Manzoni, cioè al suo modo -d'intender l'arte e di praticarla. Un tal grido potrebbe trovare molte -orecchie aperte, ed echeggiare in molti spiriti, per più ragioni, e tra -l'altre per questa, che in fatto di letteratura, e non di letteratura -soltanto, noi (dico noi, così di qua come di là dall'Alpi) siamo -finalmente riusciti alla confusione babelica. Il realismo, con le sue -due varietà del verismo e del naturalismo, dopo aver tutto occupato -il traffico nazionale ed internazionale, s'è ammazzato da sè, a furia -d'intemperanza e d'insensatezza. Il plasticismo dei Parnassiani fu -rovinato il giorno in cui si fece, o, per dir meglio, si rifece la non -difficile scoperta che le arti di cui esso aveva voluto appropriarsi -il magistero e l'officio, fanno molto meglio ciò ch'esso fa molto -peggio. Lo psicologismo dei così detti anatomisti d'anime è venuto -terribilmente a noja a furia di analisi infinitesimali, di rilievi -micrometrici, di arzigogoli e di sofismi. I decadenti sono forse -decaduti un po' troppo. Gl'impressionisti non impressionano abbastanza. -Il preraffaellismo pittorico e letterario è, più che altro, un -capriccio e un giuoco di artisti a spasso. Il simbolismo, fra tanti -simboli, non lascia bene intendere che si voglia. Si sente picchiare -agli usci un idealismo nuovo; ma non ci ha detto ancora quale sia il -suo ideale. - -Così che confusione grandissima, d'onde stanchezza, malumore, -inquietezza, e, se non volontà, voglia di un qualche avviamento -ragionevole e di un qualche rinnovamento: condizione di spiriti e di -cose molto favorevole a chi con avvedutezza, con coraggio, con forza si -mettesse alla testa delle turbe esitanti, e, senza voltarsi indietro, -gridasse con aria inspirata: Seguitemi; o a chi, voltandosi indietro, -con aria compunta suggerisse: Torniamo al Manzoni. - -Ora, che cosa significherebbe un ritorno sì fatto? Sarebb'esso un bene? -sarebb'esso un male? e come s'avrebbe a fare? - -Il ritorno al Manzoni dovrebbe significare primamente detestazione -e rifiuto di tutte quelle forme e tendenze d'arte che il Nordau, nel -suo notabile libro sulla degenerazione presente, ha con esagerazione -manifesta, ma non senza giusto motivo, considerate e condannate come -immorali, insensate e perniciose; corrompitrici, nonchè delle anime, -dell'arte stessa; nate esse stesse dalla degenerazione, e sollecitanti -e aggravanti la degenerazione. Dovrebbe poi significare ritorno alla -ragione, alla sincerità, all'onestà; restaurato il senso della realtà, -della convenienza, della misura; l'arte rimessa in armonia coi grandi -interessi umani; la semplicità, la naturalezza, sostituite alla -_preziosità_ e alla stravaganza; un linguaggio piano, terso, dritto, -efficace, sostituito agli avviluppamenti, agl'imbellettamenti, agli -sdilinquimenti della locuzione e dello stile. - -Ciò posto, qual è quel uomo di sano intelletto che, per tutti questi -rispetti, non giudicasse un bene, e un gran bene, il ritorno al -Manzoni? Ma qual è, d'altra banda, quell'uomo di sano intelletto, il -quale non volesse avvertire, in pari tempo, che il ritorno pieno, -cieco, incondizionato, sarebbe sicurissimamente un male, e un gran -male? - -Abbiam veduto che il Manzoni si accosta in più occasioni, e in più -modi, alle scuole fiorite dopo il romanticismo. Egli è realista -quanto si può, ragionevolmente, desiderare che sia. Egli è molto -migliore psicologo di molti psicologisti che forse lo sdegnano. Egli -usa nel descrivere quella proprietà e precision di linguaggio che -mostran la via al plasticismo. Egli da molte bande rompe i confini -del romanticismo comune. Perciò facilmente, e da molte bande, si può -tornare a lui, e ci si può trovar d'accordo con lui; ma questa stessa -facilità può riuscire pericolosa, se altri dimentichi che il Manzoni -non risponde, non può rispondere, in fatto d'arte, a tutti i nostri -giusti desiderii, a tutti i nostri legittimi bisogni. - -Certo, il Manzoni è un artista vero, un artista grande; e sono ben -poco accorti coloro che, sotto quegli andamenti suoi, così semplici -e bonarii, non iscorgono l'arte meravigliosa e squisita, che sempre -illuse e sempre disperò gl'imitatori; ma bisogna pur dirlo, la sua -natural timidezza gli nocque, gli nocquero i troppi rispetti, e i -troppi scrupoli, e le troppe esitazioni. Non tutta l'arte fu in lui; -e quella che fu, egli intese a restringere entro confini un po' troppo -angusti, a farla men padrona di sè e de' suoi movimenti di quanto possa -piacere a chi ha dell'arte il culto libero e vivo. Quella tendenza -si fece in lui sempre più imperiosa e più forte con gli anni; e -forse, insieme con la cresciuta incontentabilità, fu tutto un nodo di -renitenze e di ripugnanze religiose e morali quello che gli strinse -l'animo, e lo ridusse, tanto innanzi tempo, alla inoperosità ed al -silenzio. L'arte ha bisogno di libertà; il che non vuol già dire, -come pur giova credere a tanti, che le si debbano concedere tutte le -licenze. La sobrietà le giova; ma non l'astinenza; e il cilizio la -uccide. Non è necessario che l'arte sia presuntuosa, impertinente, -sfacciata; ma non è bene che sia tutta e sempre troppo modesta, -docile, casalinga. Può impersonarsi in Beatrice; non deve impersonarsi -in Lucia; e Lucia non deve vietare a Saffo di lasciarsi vedere e di -parlare. Tutto ciò che nell'anima umana, e nella vita umana, è passione -impetuosa, disordinata e traboccante energia, ribellione santa e -superba, splendore e pompa di bellezza e di fortuna, sogno, stranezza, -mistero, l'arte del Manzoni non l'espresse, e, veramente, non lo poteva -esprimere; ma non c'è ragione perchè l'arte non lo esprima; anzi lo -deve esprimere. Se si va dietro al Manzoni di dopo i _Promessi Sposi_, -si rischia molto di riuscire alla negazione dell'arte. - -Il Manzoni mise fuori dell'arte, e volle quasi sbandita dalla -coscienza, tutta una parte di umanità, tutta una età della storia, -il mondo antico e pagano: ma l'arte si muove liberamente nel tempo e -nello spazio, e una delle virtù sue più mirabili consiste nel potere -rifar vivo ciò ch'è morto, presente ciò ch'è remoto, e deve sdegnare -ripugnanze che, comunque nate e cresciute, offendono lei e offendono -l'umanità tutta quanta. Invano romanticismo e realismo, concordi in -questo, ci contendono l'antico. Noi ripenseremo e ravviveremo nell'arte -anche l'antico, e la stessa mitologia; non più al modo puerile dei -classicisti, fingendo presente un passato irrevocabile; ma facendo -scaturire una vena di alta e d'inesauribile poesia dallo scontro di -un passato che l'anima sente passato con un presente che l'anima sente -presente. Nulla v'è più poetico delle memorie: nulla più poetico di un -mito ellenico ripensato da una coscienza del secolo XIX, e più, credo, -del XX. - -Torniamo al Manzoni per la lingua; ma non lo seguitiamo in ogni suo -passo, e non ci fermiamo ad ogni sua fermata. Facciamo pur getto -della _langue marbrée_ dei decadenti; invochiamo un nuovo Molière -che volga in burla il nuovo _langage précieux_ e ne faccia perdere il -gusto; accettiamo di buon grado la lingua piana, schietta, comunemente -intesa, che il Manzoni adopera e raccomanda; ma non assoggettiamo -troppo duramente l'artista letterario al giogo pesante dell'uso; ma -non dimentichiamo che la lingua atta ad esprimere il pensiero e il -sentimento di tutti può non essere interamente atta ad esprimere il -pensiero e il sentimento di alcuni; ma lasciamo che lo scrittore possa -talvolta forzar l'uso della lingua, come il pensatore forza l'uso del -pensiero; e lasciamo ch'egli cerchi, disotterri ed inventi per produr -nuove impressioni, per ispianar la via a nuove idee. - -Torniamo alla prosa del Manzoni, e imitiamola, se siamo da tanto; -ma non crediamo però che sia tutta perfetta, e conveniente a tutte -le materie. Prosa mirabile, senza dubbio, e rara troppo nella nostra -letteratura, anzi unica, ma un pochino povera di colore e di suono, e -che si risente un po' troppo della riservatezza e della timidità del -suo autore. - -Torniamo al concetto che il Manzoni ebbe di una letteratura popolare, -che tragga vivezza, forza, fecondità dall'essere in istretta comunione -col sentimento e con la vita del popolo: sarà questo il modo migliore -di combattere il nuovo bizantinismo; ma riconosciamo che, come non -tutta la musica può essere popolare, così non tutta la letteratura può -essere popolare; e che quando vengano a mancare certe forme dell'arte -più squisite e più peregrine, tutta l'arte pericola, tutta l'arte -decade. - -Torniamo ai _Promessi Sposi_, perchè la sazietà e il disgusto di tanta -letteratura pazza, sconcia, brutale, quanta ne dilagò per l'Europa in -questi ultimi anni, ci rende forse più che mai disposti a gustarne le -immortali bellezze. Torniamo ai _Promessi Sposi_, e ridiventiamo magari -manzoniani, ma con discernimento e con misura, senza preoccupazioni -estranee e dannose all'arte, senza ricadere in quella cieca e stupida -idolatria contro cui, sono più che vent'anni, si levò giustamente il -Carducci. Torniamo ai _Promessi Sposi_; ma badiamo che se essi sono, -com'ebbe a dire il De Sanctis, una «pietra miliare della nostra nuova -storia», la nostra storia ha pure altre pietre miliari, e che questa -non deve esser l'ultima, non deve segnar fine alla via. Torniamo ad -essa, non per fermarci, ma per ritrovare la strada smarrita. - - - - -PERCHÈ SI RAVVEDE L'INNOMINATO?[84] - - -I. - -Lessi già in più di un libro, e udii dire da molte persone, fra le -quali non mancavano critici patentati, che il carattere dell'Innominato -pecca d'inverisimiglianza e d'inconsistenza; che il Manzoni, nel -colorirlo e nell'atteggiarlo, non addimostrò quel conoscimento -sottile e profondo della umana natura, del quale porgono così larga -testimonianza molti altri caratteri del suo immortale romanzo; che -in ispazio di una notte, o poco più, un uomo non può rinnegare tutto -sè stesso, non muta essere, non si trasforma di scelerato in santo; -che il ravvedimento dell'Innominato somiglia troppo ad uno di quegli -espedienti sbrigativi di scena mercè dei quali si spinge al fine -desiderato un'azione che di per sè non potrebbe arrivarci[85]. - -Tali, o poco dissimili affermazioni, specie se accompagnate da quel -tono di saccenteria imperativa con cui, molte volte, la critica -supplisce alla ragion che non ha, possono far colpo sull'animo di -chi si lascia impressionare facilmente, o non è preparato abbastanza -a discuterle; ma non credo, davvero, che sieno responsi d'oracoli, -e non vi si possa contrastare. E poichè esse s'appuntano contro un -libro il quale (checchè siasi detto e fatto) non è men vivo oggi di -quello fosse mezzo secolo fa, e domani potrebbe essere anche più vivo -di oggi; contro un romanzo il quale, dileguata oramai, o stando per -dileguare, l'affannosa tregenda di tanti romanzi veristici, realistici, -naturalistici, nati, intristiti, morti nel corso di pochi mesi, o di -qualche anno, appare agli occhi degli spassionati, comunque credenti -o miscredenti, più vero, più reale, più naturale di tutti essi; io non -credo possa parere fatica sprecata quella di discuterle un tantino, e -di cercare quale sia la loro sostanza e quanta la ragionevolezza. - -Un primo dubbio da chiarire è questo: possono o non possono accader -nell'uomo mutamenti interiori e repentini tali, che il pensare, il -volere e l'operare di lui prendano, a muover da certo punto, in modo -risoluto e durevole, un indirizzo in tutto diverso da quello seguito -prima, e, talora, a quello di prima contrario? I fatti rispondono -anticipando le dottrine, e rispondon che sì. Innumerevoli sono, a -cominciar da San Paolo, i casi di subitanea conversione e di subitaneo -ravvedimento; e se di molti si può dubitare che seguissero proprio -così come la tradizione li narra, non è possibile dubitare di tutti. -Chi prima avversava una fede, se ne fa, inaspettatamente, seguace; -chi si ravvoltolava nelle sozzurre, si leva ed è mondo: i persecutori -si trasformano in patroni; i carnefici invocano il martirio. Quanti -furono che, come l'apologista Arnobio nel III secolo, e Santa Chiara -da Rimini nel XIII, si convertirono per aver creduto d'udire una voce -dal cielo che li ammoniva! Quanti che da un umile atto, da un'unica -parola di carità, furono richiamati indietro, tolti da quella via -di perdizione su cui stavano per muovere gli ultimi passi! Giovanni -Colombini, che prima fu tristo uomo e mondano, e poi istitutore -dei gesuati e santo, si ravvide un giorno leggendo per caso, mentre -gli allestivano il desinare, la Vita di Santa Maria Egiziaca, gran -peccatrice e grandissima penitente. Jacopone da Todi, veduto il cilicio -che, sotto le ricche vesti, copriva il corpo della moglie morta, nauseò -le vanità tutte ond'erasi compiaciuto, disse addio al mondo, diventò -il _giullare di Dio_. Di Corrado, fratello del duca Lodovico d'Assia, -e cognato di Santa Elisabetta d'Ungheria, si narra che fosse uomo oltre -ogni dire superbo e violento. Nel 1232 poco mancò che non ammazzasse di -propria mano, in pieno capitolo, l'arcivescovo di Magonza. Un giorno, -trovandosi egli nel suo castello di Tenneberg, in compagnia di molti -seguaci, i quali tutti, dal più al meno, eran con lui di un animo e -di un procedere, una donna di mala vita osò chiedergli l'elemosina; e -avendola egli trattata assai duramente, con rinfacciarle la sozzura -ond'era lorda, quella non rispose se non dipingendo la miseria e -l'orrore della propria vita. Scosso dalle parole della peccatrice, -il superbo riprenditore passò la notte in angosciosa vigilia, fatto -subitamente conscio di sè, ripensando il passato e l'avvenire, -considerando quant'egli fosse più malvagio e più vile di lei, e più di -lei immeritevole di perdono. La mattina di poi seppe che molti de' suoi -seguaci e ajutatori avevano pur passata la notte a quel modo; e allora, -fatto proponimento di mutar vita, si recarono da prima, tutti insieme, -al santuario di Gladenbach, poi a Roma, a ottenervi la remissione dei -loro peccati. Ho riferito un po' per disteso questo esempio, perchè -si può notare in esso qualche conformità col caso dell'Innominato; ma -tralascio di recarne altri, parendomi che non bisognino[86]. - -Del suo personaggio dice il Manzoni, che un nuovo _lui_, cresciuto a -un tratto terribilmente, era sorto a giudicare l'antico. Come poteva -sorgere questo nuovo _lui_? Come può dentro ad un uomo nascerne, per -così dire, un altro, che si sovrappone e talvolta si sostituisce al -primo? Così al cardinal Federigo, come alla buona donna che va a tôrre -Lucia in castello, il Manzoni fa dire che Dio ha toccato il cuore -all'Innominato; e fa dire al popolo che la conversione dell'Innominato -è un miracolo. E questa a dir vero è la spiegazione più ovvia e più -semplice che ne possa dar quella fede che immagina un intervento della -Provvidenza divina in tutti i fatti, sien essi naturali o umani, di -cui non si scorga palese a primo aspetto la cagione, il principio, -lo svolgimento. Ed è questa la spiegazione che meglio appaga la -mente degli uomini dal Manzoni rappresentati nel suo romanzo, e, con -certe modalità, la mente ancora dello stesso Manzoni; ma non è, di -certo, la sola che se ne possa dare; e non è a creder che, rifiutata -questa, il fatto della subita conversione appaja, o inaccettabile, -o inesplicabile, mentre può escogitarsene un'altra, che il Manzoni -stesso deve avere, per lo meno, intravveduta, e che forse avrebbe -potuto parergli, esaminandola alquanto, non dirò sufficiente, ma quasi -sufficiente. Il mio assunto è questo: che il Manzoni delineò e colorì -il carattere, narrò la storia del suo personaggio per modo, che il -fatto del costui ravvedimento si può intendere come l'esito naturale -di tutto un processo psichico naturale; come una peripezia che non -contraddice, ma si conforma alle leggi psicologiche, ed in ispecie a -quelle che governano la formazione, la consistenza, le variazioni del -carattere; come un fenomeno insomma che può avere del mirabile, ma che -ad esser chiarito non abbisogna punto della ipotesi del miracolo[87]. - -Studii oramai non più nuovi hanno dissipati molti errori e molte -illusioni circa la presunta identità e la presunta immutabilità della -persona morale umana. L'_Io_, quell'_Io_ che fu creduto un tempo -indivisibile e invulnerabile, fisso in mezzo al perpetuo rigirarsi -delle immagini, delle idee, degli affetti, come il punto matematico -nel centro della ruota, fu veduto spostarsi e scorrere, e sdoppiarsi, -e sfaldarsi in mille guise. Furon vedute nella stessa persona fisica, -più persone morali, quando solo diverse, quando affatto contrarie, -incalzarsi a vicenda, e l'una sopraffare e soppiantar l'altra con -certa regola di ritorno e d'alternazione, e l'una non serbar ricordo -dell'altra, e un uomo stesso esser più uomini in uno. Fu veduto -sotto l'influenza della suggestione, o sotto quella del magnete, -l'uomo trasmutarsi d'indole; perdere in certa qual maniera sè stesso; -detestare quanto aveva prediletto, prediligere quanto aveva detestato; -pensare, volere, operare ciò che in condizione propria e normale non -avrebbe mai pensato, voluto, operato. L'anima apparve, come il corpo, -un organismo delicato e complesso e mobile, perpetuamente in corso -di farsi, disfarsi, rifarsi; e il carattere non sembrò più quella -congegnatura rigida e stabile ch'era stato tenuto in passato. - -Che una di quelle che si dicono, e non a torto, crisi morali possa, -se profonda e gagliarda abbastanza, mutare intimamente un carattere, è -cosa riconosciuta dai più, e non difficile da spiegare, quando si pensi -che così fatte crisi turbano, più o meno, l'equilibrio delle forze -interiori, ne alterano l'aggiustamento e la coordinazione, sprigionano -occulte energie, dànno moto e vigore a tendenze rimaste insino allora -sequestrate e dormenti. Ma può anche darsi che la crisi produca un -mutamento grande nel modo di pensare, di volere e di operare di un uomo -senza troppo mutarne il carattere; senza provocarvi, cioè, una vera -sostituzione di elementi fondamentali nuovi a elementi fondamentali -vecchi; senza scomporre quell'assodata compagine di facoltà maestre, -di passioni maestre, di tendenze maestre entro cui, per così dire, la -vita dello spirito si scomparte e s'inquadra. L'uomo si torrà dalla via -insino allora battuta, e, risolutamente, prenderà a batterne un'altra, -o divergente da quella, o anche opposita a quella; ma procederà per la -via nuova mosso in somma, nel fondo, da quelle stesse energie che già -lo fecero camminar nell'antica, e serbando fors'anche l'andatura di -prima. Si vedrà, poniamo, il soldato impaziente e impetuoso, mutato in -santo, portare la tonaca, a un dipresso, come un tempo la cotta d'armi; -serbare sotto il cappuccio un cipiglio non molto dissimile da quello -ch'era solito lasciar vedere sotto la celata, e muovere alla conquista -del cielo con, in parte almeno, i procedimenti usati nella espugnazione -delle città. Fanfulla frate e Fanfulla guerriero sono sempre in -sostanza lo stesso Fanfulla[88]. - -Non tutti i tempi sono egualmente favorevoli al prodursi delle grandi -crisi morali, sia della prima, sia della seconda maniera che ho -ricordata; ma favorevolissimi tra tutti son quelli ne' quali segua -alcun generale e profondo rivolgimento delle cose umane e degli umani -pensieri, con sostituzione di nuovi ad antichi ordini, instaurazione -di nuove credenze o restaurazione d'antiche, innovamento grande d'arti -o di scienze. Onde il vero, se bene inteso, delle parole di Origene, -quando afferma che Dio nella prima età della Chiesa soleva, con segni -e con visioni, produrre negli animi umani súbite commozioni e repentini -travolgimenti. - -A chi tanto conosca di storia quanto si richiede a mezzana cultura io -non ho bisogno di dire come e per qual cagione i tempi dell'Innominato -fossero favorevoli a sì fatte crisi, specie se d'indole religiosa. -Ch'egli passi per una crisi per cui molti altri passarono, e prima e -dopo di lui, non è da meravigliare; ma bisogna vedere com'ei ci passi, -e notare, innanzi tutto, che la crisi sua è, non della prima, ma della -seconda maniera. In fatto, dopo il ravvedimento, egli appare sì un -uomo nuovo, ma non già così nuovo come sembra a primo aspetto; anzi, -nel nocciolo, rimane, direi, l'uom di prima; e non può non rimanere, -perchè il ravvedimento suo (così mi sforzerò di provare) nasce, per -molta parte, da quelle stesse qualità e forme del suo carattere che in -passato fecero di lui un superbo, un prepotente, un malvagio. - - -II. - -Vediamo, in prima, quale sia il carattere del nostro personaggio. - -«Fare», narra il Manzoni, «ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito -da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, -senz'altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, -aver la mano da coloro ch'eran soliti averla da altri; tali erano state -in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza, -allo spettacolo ed al rumore di tante prepotenze, di tante gare, -alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno -e d'invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava -occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più famosi di -quella professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, e farli -stare a dovere, o tirarli alla sua amicizia. Superiore di ricchezze e -di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza, ne -ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti -n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere -a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli -stessero alla sinistra». - -Già da queste parole si possono rilevare gli elementi essenziali e -le fattezze più spiccate del carattere dell'Innominato. La facoltà -maestra di quest'uomo è la volontà, una volontà potentemente organata e -indomabile, che coordina, disciplina, unifica tutta la vita interiore; -una volontà secondata dall'_ardire_ e dalla _costanza_. Egli è uno di -quei forti perseveranti il cui esempio acquistò fede al detto _volere -è potere_, e certo non uno dei minori. Egli è uno di quegli atleti -pugnaci che soggiogano e foggiano a lor talento gli uomini e le cose -in mezzo a cui vivono, ma che sono anche atti, a un buon bisogno, a -soggiogare e rifar sè medesimi. Quest'uomo nutre in sè due passioni -principali che fanno muovere la sua volontà, e dànno indirizzo e -norma alle azioni: un orgoglio irrepugnabile e uno sfrenato amore -d'indipendenza. - -Certo, prima del ravvedimento, egli è un malvagio; ma la malvagità di -lui non è, direi, originaria, costituzionale, immediata. È piuttosto -una malvagità avventizia, accidentale, secondaria; promossa bensì dalla -tracotanza e dall'orgoglio; ma nata, più che da altro, da un senso di -disagio e di disgusto, dallo spettacolo di quelle tante prepotenze, -di quelle tante gare, di que' tanti tiranni, che gli aveva acceso -dentro un sentimento misto di sdegno e d'invidia. Ora lo sdegno, quello -sdegno, in altra condizione di tempi e di luoghi, e quando non gli -fosse mancato alcun ajuto opportuno, avrebbe potuto divenir principio -di tutt'altro volere e di tutt'altra vita. - -Egli fece il male; ma non si vede propriamente in lui quella -dilettazione istintiva e continuata e coerente del male che suole -esser propria de' veri e grandi scelerati. La forza sua, di solito, -«era stata ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, -di capricci superbi»; ma non sempre era od era stata tale. «Accadde -qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, -si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il -prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, -se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai -luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto -e terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e aborrito -era stato benedetto un momento: perchè, non dirò quella giustizia, ma -quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que' -tempi, aspettarlo da nessun'altra forza, nè privata, nè pubblica». -Quando una società non dia luogo se non a due condizioni d'uomini, -soverchiatori in alto, soverchiati in basso, gli è quasi impossibile -che gli orgogliosi, i forti, i violenti non si sforzino di essere -piuttosto tra' primi che tra' secondi, e non riescano, anche se non -isprovveduti di qualche virtù, malvagi affatto. L'Innominato diventò -tiranno; un pochino, e forse molto, per gusto proprio; ma più per non -essere tiranneggiato da altri: e seguì a lui ciò che di solito segue -a chi si pone sullo sdrucciolo del mal fare, dove un passo ne tira -un altro, e bisogna andar sino in fondo.[89] Il male è un terribile -_consequenziario_, e le colpe hanno come una tendenza a innanellarsi -l'una nell'altra e formare una strana catena, che più s'allunga e più -si fa tenace. La sterminata catena delle colpe sue l'Innominato può -scorrere con lo sguardo tutta intera, anello per anello, «indietro -indietro, d'anno in anno, d'impegno in impegno, di sangue in sangue, di -scelleratezza in scelleratezza»: la peccaminosa sua vita si svolge come -un sorite insino al giorno in cui egli s'avvede che le premesse son -false. In quel giorno il ravvedimento si compie. - - -III. - -Questo ravvedimento ha una occasione immediata e una preparazione -remota. - -L'occasione immediata la porge la vista di Lucia, _rannicchiata in -terra... raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e -non movendosi, se non che tremava tutta_; la porgono quel suo rizzarsi -inginocchioni, e quel giunger le mani, e quelle semplici parole: _son -qui: m'ammazzi_; lo spettacolo doloroso della debolezza innocente, che, -sopraffatta ed offesa dalla violenza, non insorge, non impreca, ma si -umilia, e chiedendo misericordia, perdona. A quella vista, a quelle -parole, il fiero uomo non può non avvedersi di una come sproporzione -mostruosa, ch'è tra la forza adoperata da lui, e la condizione di -colei contro cui l'ha adoperata. E quella sproporzione deve apparirgli -come una viltà, tanto più spiacente al suo orgoglio, quanto il suo -orgoglio è più rigido e il suo coraggio più schietto; quel coraggio, -che per addimostrarsi nella forma sua più risoluta e più piena aveva -bisogno del _pericolo vicino_ e del _nemico a fronte_. Forse per -la prima volta in sua vita egli sente in confuso che la violenza -rimpicciolisce l'uomo, sebbene, a primo sguardo, paja ingrandirlo; -sente che la generosità è ancor essa una forma della forza, anzi è la -forma più magnifica; sente come una mal definita vergogna, naturale in -uomo nobile e d'alti spiriti, d'inferocire contro chi non è in grado -nè di offendere, nè di difendersi, simile a quella da cui avrebbe -potuto esser colto un cavaliere antico in sull'atto d'assaltare con -l'armi un inerme. E di quella vergogna nasce una certa esitazione, -come un leggiero smarrimento, che gli traspare dal volto, che gli -stempera il suono della voce, e di cui Lucia ben s'avvede. In cospetto -di un nemico forte e superbo egli sarebbe rimasto l'uomo di prima e -di sempre; al che accenna egli stesso, quando di Lucia va dicendo tra -sè: «Oh perchè non è figlia d'uno di que' cani che m'hanno bandito! -d'uno di que' vili che mi vorrebbero morto! che ora godrei di questo -suo strillare; e in vece...» In vece, in cospetto di quella povera -creatura che mai non l'offese, e contro cui non ha, egli, nè può avere, -ragione d'odio o di sdegno alcuna, l'uomo violento si sente disarmato, -perplesso, e come involto in un viluppo mal cognito di pensieri e di -sentimenti, nel quale più non sa rinvenirsi. E più debbono crescere la -irresolutezza e la vergogna di lui l'angosciosa instanza e la sommessa -fiducia con cui la poveretta gli si raccomanda, ricordandogli ch'e' -può ordinar ciò che vuole e dispor come vuole, e che tutto dipende da -un suo cenno; scongiurandolo di non soffocare una buona ispirazione; -mostrandosi persuasa ch'egli ha buon cuore, che sentirà compassione -di lei, che non vorrà farla morire. Qui segue un fatto psichico -delicatissimo, ma pressochè necessario, data la natura dell'uomo, -nobile intimamente, e non intimamente ribalda. Egli è uso a concedere -ajuto a chi ne lo chiede. Un segno della sua potenza, di quella -potenza ch'è manifestazione ed esplicazione della volontà sua e del suo -orgoglio, fu sempre la prontezza con cui concesse altrui la protezione -invocata. Ne soccorse tanti, a ragione o a torto, in sua vita! perchè -proprio a Lucia dovrebbe ora ricusar la sua grazia? Forse per rispetto -all'impegno preso con Don Rodrigo? Ma, dirà egli stesso, chi è Don -Rodrigo? E l'uomo forte e superbo si sentirà naturalmente inclinato -ad imporre la volontà propria piuttosto al potente che al debole. Fare -stare a segno i potenti e i prepotenti era una sua passione antica. - -Lucia ha prodotto nell'animo dell'Innominato una impressione profonda -e nuova. L'immagine di lei lo persegue, non lo lascia prender sonno: -a un certo punto egli grida: «Non son più uomo, non son più uomo!» -Ma s'inganna così pensando e dicendo. Egli è uomo ancora, e, nella -sostanza, è lo stesso uomo di prima. Lucia non ha fatto se non -isconnettere e dissestare alquanto la compagine dello spirito di lui, -in guisa che vi si possa inserire alcun che di nuovo, e gli elementi -del carattere possano stringersi in nuova coordinazione[90]. - -Ma il ravvedimento, cui porge immediata occasione Lucia, ha pure una -qualche preparazione remota. Per essere esatti, bisogna dire che da -Lucia la compagine psichica dell'Innominato riceve un colpo sodo e -repentino; ma che, già da più tempo, quella compagine aveva cominciato -ad allentarsi leggermente, in virtù di un lavorio sordo e profondo, -non avvertito per altro segno che per un po' di stanchezza e un po' -d'inquietudine. Se ne ha la prova nella precipitazione con cui egli -aveva accettato di far rapire Lucia per conto di Don Rodrigo, e in -quel porsi subito nella condizione di non potere più dare addietro, -di dover mantenere a ogni costo l'impegno, come usa far l'uomo che -cominci a dubitare di sè, e a sè stesso non voglia mancare. Già -aveva cominciato «a provare, se non rimorso, una cert'uggia delle sue -scelleratezze»; già queste opprimevano d'un peso incomodo, se non la -sua coscienza, almeno la sua memoria. Data a Don Rodrigo la parola che -lo legava, aveva provato, non pentimento, chè ancora questo non gli -poteva entrare nell'animo, ma dispetto. «Una certa ripugnanza provata -ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava -ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi, l'immagine d'un avvenire -lungo, indeterminato, il sentimento d'una vitalità vigorosa, riempivano -l'animo d'una fiducia spensierata: ora all'opposto, i pensieri -dell'avvenire erano quelli che rendevano più noioso il passato. — -Invecchiare! morire! e poi?» — Cominciava ad avere _certi momenti -d'abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo_, nei quali -quel Dio che egli non s'era mai curato nè di riconoscere nè di negare, -gli gridava dentro: _Io sono_. Cominciava a sentirsi come perduto in -una gran solitudine muta ed oscura, senza famiglia, senza amici veri, -senz'alcuna dolcezza, con troppo passato dietro di sè, con troppo poco -avvenire dinanzi. La fibra corporea è salda ancora e vigorosa; ma la -fibra morale è spossata un tantino; ed egli se ne potrebbe avvedere -dallo sforzo che gli costa il volersi in tutto serbar quel di prima e -dal non potervi riuscire. - -Questa poca spossatezza (chè molta ancora non è) ci lascia -intendere come quell'animo, già così saldo e quadrato, possa -aprirsi a impressioni e ad influssi che appena appena, in altri -tempi, l'avrebbero tocco e sfiorato. Le nature forti, ch'è quanto -dire le nature autonome, non cedono alla suggestione, la quale, -considerata sotto certo aspetto, è, come fu notato acconciamente, -una trasmutazione, mercè la quale un organismo meno attivo tende ad -armonizzarsi con un organismo più attivo. Or ecco che noi vediamo -l'animo dell'Innominato lasciarsi penetrare alquanto dalla suggestione, -a far manifesto che la sostanza sua non è più così intera e compatta -come fu innanzi. Quel duro metallo è come serpeggiato di screpolature -sottili. Il Nibbio ha confessato al padrone d'aver sentita pietà di -Lucia, quella pietà che, _se uno la lascia prender possesso, non è -più uomo_. E la pietà di quel _bestione_ del Nibbio divien suggestiva -pel padrone, che vi ripensa vegliando, e ripensandovi, ripete le -parole di quello: _uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!_ Così -quelle parole della povera Lucia: _Dio perdona tante cose per un'opera -di misericordia!_ tornano, nel silenzio della notte, a sonargli -all'orecchio, non _con quell'accento d'umile preghiera, con cui erano -state proferite, ma con un suono pieno d'autorità, e che insieme -induceva una lontana speranza_. - -Sciocchezze come quelle che allora gli tolgono il sonno, già altre -volte, egli dice, gli erano passate pel capo, e s'erano poi dileguate, -senza lasciar segno del loro passaggio; ma quelle di ora non si -dileguano, perchè Lucia ha dato loro occasione di ficcarsi più -addentro nell'anima turbata, e di far quasi un nodo da non potersi più -sciogliere. Una nuova coscienza era già spuntata in quell'anima, e già -due volte aveva fatto udir la sua voce, quando, alla risoluzione che -l'Innominato stava per prendere, di porre senz'altro Lucia nelle mani -di Don Rodrigo, aveva opposto un no preciso e imperioso. Con rapido, -irresistibile processo, quella coscienza si slarga, si rafforza, -s'illumina; nello spazio di una notte essa appare organata e compiuta, -perchè gli elementi tutti onde doveva formarsi preesistevano già, -sebbene oppressi e dispersi, nello spirito entro a cui si produce. -Allora essa si fa incalzante e leva alta e paurosa la voce. Che ne può, -che ne deve seguire? - - -IV. - -Da prima un formidabile combattimento interiore, un cozzo di pensieri -e di sentimenti contrarii, uno spingersi innanzi e un subito dare -addietro, un volere e un disvolere, uno sperare e un disperare, un -essere e un non essere. L'Innominato non è già più quel di prima; -ma non è, nè può essere ancora, quello di poi. «Tutto gli appariva -cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desideri, -ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo -divenuto tutt'a un tratto restio per un'ombra, non voleva più andare -avanti. Pensando alle imprese avviate e non finite, in vece d'animarsi -al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira in quel -momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno -spavento dei passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti vôto -d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto di -memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava -così lenta, così pesante sul capo». E l'ossessione cresce, cresce -l'angoscia: tutto l'irreparabile e mostruoso passato gli si risolleva -dinanzi, lo preme, lo avvolge, lo affoga. Finalmente il rimorso addenta -con zanne di belva quel cuore che fu sì gran tempo invulnerato e -invulnerabile. Vinto dalla disperazione, l'uomo che non temè mai di -nessuno e di nulla ha terror della vita, terror di sè stesso, impugna -un'arme, cerca, rimedio estremo, la morte; ma in quella appunto un -nuovo pensiero, un nuovo e più orribile dubbio, il gran dubbio di ciò -che possa esser di là, gli guizza nell'anima, gli ferma la mano, gli -mostra chiuso fors'anche quell'unico scampo, lo piomba in un'angoscia -più disperata e più nera. «Lasciò cader l'arme, e stava con le mani ne' -capelli, battendo i denti, tremando». - -Crisi violenta in uomo violento, ma che appunto perchè violenta, non -può troppo durare; e non può troppo durare contro una volontà che se -ha mutato, per dir così, di quadrante, è rimasta tuttavia diritta e -inflessibile come prima. - -Fu detto la volontà essere il germe della morale, e fu detto il -vero. Non si dà forte morale senza forte volere; nè il rimorso e il -pentimento possono essere molto gagliardi in animo non gagliardo. Le -nature salde ed intere, gli uomini che si dicono tutti d'un pezzo non -s'adattano ai lunghi tergiversamenti, non s'appagano de' ripieghi, -detestano l'indeterminato e l'ambiguo. L'Innominato non è di razza di -simulatori; non armeggia di sofismi, non cerca scuse e accomodamenti, -non inganna sè stesso. A sè stesso egli fu consentaneo sempre: non -può patire di sentirsi scisso interiormente, fatto miserabil teatro di -una oscura anarchia che pare una sfida al suo talento di dominazione, -alla sua forza, al suo orgoglio. Egli soffre; ma non è di tal tempra -che possa e voglia aspettare a lungo, passivamente, la cessazione -della sofferenza. Di quello stato vergognoso, non men che crudele, -gli bisogna uscire risolutamente e presto; e se ad uscirne non gli -offre via sicura la morte, bisognerà che gli offra via sicura la vita. -Trovata la via, egli ci si metterà con la risolutezza ordinaria, col -consueto ardimento, senza più fermarsi, senza più voltarsi indietro. - -Accade spesso ai violenti, in cui sia pari all'orgoglio il bisogno -e il sentimento della indipendenza, di ribellarsi a quegli stessi -principii a cui conformarono lungamente la vita, quasi riconoscendo in -quelli una forza tirannica che li soggioghi. Ripensando alla sua vita -passata, alla lunga sequela di colpe che s'intreccia ai suoi giorni, -l'Innominato può pensare a una quasi necessità e fatalità di delitto, -natagli dentro senza che egli stesso ne possa intendere la ragione; -ma un sì fatto pensiero deve, di per sè solo, bastare a ferire il suo -orgoglio, a sferzare la sua volontà. Come? egli che tutto potè ciò che -volle, non potrà dare alla propria vita un nuovo indirizzo, una regola -nuova? non potrà trionfare di sè stesso dopo aver trionfato di tutti -e di tutto? non potrà riscattarsi da quella malvagia potenza che già -sì gran tempo lo tenne soggetto, e che minaccia di farlo suo schiavo -in eterno? Come? egli che si ribellò a Dio per impazienza di servitù e -per impeto di tracotanza, dovrà servire al diavolo senza fine? dovrà, -egli insofferente d'ogni ritegno, patire un perpetuo castigo in un -carcere disperato? E di tutto il suo volere e operare dovrà esser -questo il fine ed il frutto, durar ne' secoli de' secoli suddito vinto -e impotente di vinto e impotente signore? - -Oh, no! La fede, che appena rinasce, può essere ancora nell'Innominato -assai fievole e incerta; può essere ancora in lui poco acceso lo zelo -del bene, poco vivo e risoluto il desiderio della espiazione; ma già -tutta la sua persona morale, sollecitata dalle antiche energie, dagli -stimoli antichi, insorge contro quella oscura e maligna tirannide, si -accampa in un atteggiamento di sforzo supremo e magnifico; non ancor -preparata alla preghiera e all'umiliazione, pronta già, come sempre, -alla sfida e al combattimento. In questo nuovo Capaneo la superbia -non è per anche ammorzata; ma, dopo essersi volta a sfidare i numi, si -volge ora a sfidare gli avversarii dei numi. Questo nuovo Farinata _ha -lo inferno in gran dispitto_ già prima d'entrarvi. - -L'indole dell'Innominato non è di quelle che diconsi impulsive, la -cui nota più spiccata sembra essere la instabilità; e l'anima di lui -non può durare a lungo in una condizione d'atonia morale. Egli non è -uomo in cui possa il capriccio, che presto vanisce senza lasciar segno -di sè: in lui non si vedono se non impulsioni durevoli, coerenti, -coordinate; volizioni che muovono da uno stabile principio, e tutte -vanno diritte e spedite al segno. Egli sente per maniera d'istinto -ciò che Plutarco espresse con belle parole: potere la volontà fare un -eroe o un dio d'un uomo simile ad una belva. Avvertita la necessità -del ravvedimento, l'Innominato senz'altro si ravvede; e comincia -il ravvedersi come si conviene alla natura sua passionata, focosa e -violenta. I desiderii di lui sono intensi e indomabili, e vogliono -essere appagati presto e per intero. Presa la risoluzione di liberar -Lucia, egli par che frema dell'indugio, e che voglia acchetar sè stesso -col dire: «La libererò sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e -le dirò: andate, andate». La sua diventa _una rabbia di pentimento_: -l'impulsione degenera in ossessione, sforza alle opere, non soffre -ritardo. - - -V. - -Col sorgere del nuovo giorno, l'anima già in parte mutata s'apre a -nuovo mutamento, e ciò in grazia di una seconda occasione, diversa -molto dalla prima, che ho accennata, ma non meno acconcia e propizia di -quella. - -Che l'uomo antico perduri, per molta parte, nel nuovo, anche dopo la -battaglia di quella notte, ci è mostrato da un fatto. Uno scampanio -festoso risuona e si propaga nell'aria. L'Innominato salta fuori del -letto, corre a una finestra, guarda giù nella valle, e vede di molta -gente che s'accoglie e s'avvia, «tutti dalla stessa parte, verso lo -sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con -un'alacrità straordinaria». E le sue prime parole son degne del bandito -superbo: «Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in questo -maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?» Ma saputo che cagione -di quello scampanare e di quello andare, e di tutta quella festa è il -cardinale Federigo Borromeo, altre ne pronunzia, delle quali, parte -esprime un senso di dispetto nato dal contrasto fra l'allegrezza di -_quella canaglia_ e il rodimento proprio, e, più confusamente, dal -contrasto fra la condizion di _quell'uomo_, verso cui tutti corrono, e -la condizion di lui Innominato, da cui tutti rifuggono; parte esprime -la speranza che _quell'uomo_ possa dire anche a lui una di quelle -parole che consolano, dànno la pace e l'allegrezza. L'angosciosa notte -che ha passata vegliando deve avergli cresciuto nell'anima il terror -della solitudine, deve averlo fatto più accessibile a quell'influsso -di suggestione che sempre muove potente dall'operare delle moltitudini. -Vanno tutti a vedere il cardinal Federigo; ebbene, ancor egli ci andrà, -dopo aver lasciate per Lucia parole amorevoli che la rassicureranno. -Il proposito di liberare Lucia, e il proposito di visitare il cardinale -s'integran l'un l'altro. - -E a visitare il cardinale egli va com'uno che sia _portato per forza -da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato -disegno_. Al primo incontrarsi con quello, egli non potrà reprimere -in cuor suo un sentimento di stizza e di vergogna superba; ma sarà -come l'ultimo ribollimento delle antiche passioni, come l'ultima -ribellione dell'uomo antico al nuovo. L'uomo nuovo ha ereditata la -volontà dell'antico, e se ne giova per combattere questa suprema -battaglia, riportare questa suprema vittoria. Il cardinal Borromeo, -il quale mostra di sapere assai bene che le testimonianze di stima -sono tra le forme più efficaci di suggestione, quando si tratti di -educare o di convertire, il cardinal Borromeo di quel fatto s'avvede, -e parla della _sicurezza d'animo_, della _volontà impetuosa_, della -_imperturbata costanza_ dell'Innominato come di qualità e d'energie, da -cui può venir tanto bene in avvenire quanto male già venne in passato, -e fa vedere Dio glorificato da un nuovo uso di quelle, e l'Innominato -stesso più grande assai nella virtù di quanto sia stato mai nella -colpa. Il cardinal Borromeo non tenta di spezzare quella volontà che -già da sè stessa si volge al bene, e non tenta nemmen di deprimere -quell'orgoglio, cui le grandi imprese debbon piacere naturalmente. -La conversione dell'Innominato s'ha da compiere in grazia di quella -volontà e di quell'orgoglio: il pianto dirotto che manifesta la -conversione compiuta, scioglie in lui ogni avanzo di malvagia passione; -non iscioglie quella volontà rettificata, quell'orgoglio purificato. - -L'Innominato può farsi _cortese ed umile_ con Don Abbondio, prima -quando gli cede il passo, poi quando gli tiene la staffa; può chinare -la fronte fin sulla criniera della mula quando passa davanti alla -porta spalancata della chiesa; può con lo sguardo atterrato e confuso -chieder perdono a Lucia, e ajutarla, _con una gentilezza quasi timida_, -a entrare in lettiga; ma non si creda che quell'animo sia svigorito, -che il leone sia diventato un agnello. Già nello andar su al castello, -egli aveva, solo con le occhiate, fatto intendere a' suoi bravi di non -muoversi; il che vuol dire che quelle occhiate serbavano l'espressione -e la forza di prima. Ajutato Don Abbondio a rimontar sulla mula, -risalito egli stesso a cavallo per accompagnare i suoi protetti e -tornare a Federigo, egli riappare quello di un tempo: il suo sguardo ha -ripreso _la solita espressione d'impero_, e Don Abbondio avverte tra -sè che a tenere a segno i bravi non ci vuol meno di quella faccia lì. -Al cardinale e ai commensali egli si mostra _ammansato senza debolezza, -umiliato senza abbassamento_. - -Il discorsetto che la sera stessa fa ai bravi, e il tono con cui lo fa, -mostrano quanta parte dell'uomo antico persista nel nuovo. Ai bravi -non doveva parere ammansato e umiliato gran che. «Per quanto vari e -tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que' cervellacci, -non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a prender la voce -del loro signore come la manifestazione d'una volontà con la quale -non c'era da ripetere: e quella voce, annunziando che la volontà era -mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. A nessuno di loro -passò neppur per la mente, che per esser lui convertito si potesse -prendergli il sopravvento, rispondergli come a un altr'uomo. Vedevano -in lui un santo, ma un di que' santi che si dipingono con la testa alta -e con la spada in pugno». E che della spada avrebbe ancora, a un buon -bisogno, saputo servirsi, e' lo mostra al calar delle bande alemanne, -quando s'appressa pericolo di invasione e di guerra. - -Se si potesse fare, senza andar troppo per le lunghe, sarebbe forse -opportuno ora mostrare come la conversione di fra Cristoforo, mentre -somiglia per certi rispetti alla conversione dell'Innominato, sia, per -altri, molto diversa da quella[91]; e perchè Don Abbondio, ch'è, per -così dire, il rovescio dell'Innominato, rimanga, anche dopo la solenne -predica del cardinal Federigo, quello di prima, quello di sempre. - -Per concludere: l'Innominato diventa un santo in virtù di quelle stesse -energie che già fecero di lui un demonio. Dopo la conversione gli -elementi essenziali del suo carattere non si può dire che sieno mutati: -la forza non è più violenza, ma rimane pur sempre forza. Volendo -parlare per metafora, e sorpassando alquanto il giusto segno del vero, -si potrebbe dire che l'antico tempio rimane, quanto a struttura e a -proporzioni, immutato; che solo vi si adora un nuovo Iddio. In altri -casi, profondamente diversi da quello che abbiamo sin qui esaminato, -com'è nuovo il Dio, così è nuovo il tempio. - - - - -DON ABBONDIO - - -Il Manzoni fu, tra l'altro, un grande umorista; il più grande ch'abbia -prodotto l'Italia; uno dei più grandi che sien nati al mondo. Tutto -in lui cooperava a renderlo tale: la bontà dell'animo e l'acume della -mente; la vivezza del sentimento e la mancanza di sentimentalismo; la -chiara visione delle cose del mondo e la inoperosità; lo scetticismo -che non esclude la fede e la fede che non diventa credulità. Il -Manzoni è un grande umorista perchè è un realista e un idealista -al tempo stesso; ha, cioè, vivo il senso del reale e chiara la -nozione dell'ideale. L'umore scaturisce appunto dal cozzo del reale -e dell'ideale, quando avvenga in una mente equilibrata e serena: -perciò, nè il realista puro, nè il puro idealista lo possono avere. -Fu detto da taluno che l'umorismo è inconciliabile col sentimento -cristiano; ma se l'umorismo nasce da contrasto fra l'ideale e il reale, -e se richiede certo sentimento della necessaria imperfezione della -umana natura, e ancora della universa vanità delle cose finite, non -si vede dove possa stare la ragione della inconciliabilità; e se si -considera che l'umorismo suppone la simpatia e la pietà, sembra che -il sentimento cristiano debba piuttosto favorirlo che contrariarlo. -E di vero, l'umore è assai più dei moderni che degli antichi; e il -Cervantes, il Swift e lo Sterne furono buoni cristiani (anzi parroci -gli ultimi due); e Gian Paolo, il quale espressamente definì l'umore -un _comico romantico_, disse non potersi dare umore senza l'idea -dell'infinito. L'umore è affatto opposto all'ironia, alla parodia, al -sarcasmo, come già ebbe a notare lo Schopenhauer: perciò il Swift non -è sempre umorista; il Voltaire è di rado; e bisogna andar cauti nel -dire che Arrigo Heine sia. L'umore non esclude punto in chi l'accoglie -il sentimento della superiorità propria, anzi lo richiede; ma questo -sentimento dev'essere senza burbanza e senza asprezza, quale si -conviene a uno spirito che, tutto intendendo, tutto perdona. Pardon's -the word to all, dice un personaggio dello Shakespeare, e perdonare -sempre, sempre, tutto, tutto, sono le ultime parole di Fra Cristoforo. -Il Manzoni non pretende di dominare i proprii personaggi con lo scherno -e col disprezzo, come usa il Flaubert. Egli si studia di tenersi allo -stesso loro livello, si contempla in essi, e sempre, quando ride di -quelli, ride anche un pochino di sè. L'umore non nasce se non negli -spiriti più possenti, più aperti, più generosi; esso è forse la -forma più alta di cui si possano velare l'umana sensitività e l'umano -giudizio. - -Dei personaggi dei Promessi Sposi parecchi sono abitualmente e -sostanzialmente umoristici; altri diventano in certe occasioni[92]. -Renzo riesce umoristico durante quel suo primo soggiorno a Milano. -Così gli uni come gli altri, mentre dànno esempio di debolezze più -propriamente e più strettamente individuali, dànno anche esempio di -umana debolezza in genere; onde il lettore che li guarda e gli ascolta -e tien loro dietro, nel punto stesso che si abbandona lietamente al -riso, non può tenersi dall'esclamare o dal sospirare, con un leggiero -spunto di melanconia: umana fragilità! umana miseria! - -Ma di tutti que' personaggi il più umoristico è sicuramente Don -Abbondio. Anzi, dopo l'inarrivabile ed unico Don Chisciotte, divenuto -oramai una specie di entità morale necessaria allo spirito umano -e all'umano discorso, credo sia Don Abbondio il personaggio più -profondamente umoristico della universa letteratura. E questo, perchè? - -Cominciamo dal dire che noi, a ragione o a torto, vogliamo bene a -Don Abbondio. Non si dà forse lettore dell'immortale romanzo che al -primo accenno che il povero curato sta per rientrare in iscena non si -senta tutto esilarare di dentro e non affretti con benevola e giuliva -impazienza il momento di rivederne l'aspetto e di riudirne la voce. Gli -vogliam bene istintivamente, perchè ci diverte e ci rallegra; ma non -gli vogliamo bene per questa ragione soltanto. Le sue disgrazie, che -sono in parte immaginarie, non ci rattristano, perchè prevediamo che -non gli faranno gran male, e che un uomo come quello non può essere -serbato a nulla di tragico e nemmeno di epico; ma ci rincrescerebbe -se lo dovessimo vedere in un pericolo grande davvero, maltrattato sul -serio, schernito più del ragionevole: e quando pure siam forzati a -dirgli che ha torto, che si conduce male, sentiamo di doverglielo dire -con moderazione, con bonarietà, senza contristar troppo quella sua -canizie, e facendoci forza perchè il rimprovero non vada a finire in -una risata. Noi vogliamo anche bene a Don Abbondio per sè stesso, quale -la natura e i casi l'han fatto: e com'è, a parer mio, di tutta evidenza -che gli voleva bene il Manzoni, il quale sembra che non si sapesse -risolvere a lasciarlo in disparte; e come (questo conta ancor più) gli -volevano bene coloro stessi a cui aveva con la sua condotta procurato -tanti dispiaceri. Renzo e Lucia non son contenti se non sono maritati -da lui. - -E perchè siamo in tanti a volergli bene? Perchè sentiamo che Don -Abbondio non è cattivo, e che a riuscire a dirittura un bravo uomo -forse non altro gli manca che un po' di coraggio, e che il coraggio, -chi nol sa? _uno non se lo può dare_. Gli è chiaro che se dipendesse -da lui solo Don Abbondio non farebbe male a una mosca. Se dipendesse -da lui, e se bastasse il desiderio, Don Abbondio vorrebbe tutti -tranquilli, tutti contenti, ed essere l'amico di tutto il genere umano, -e che la terra non fosse una valle di lacrime, ma come un'anticipazione -del paradiso; dove si potrebbe poi andare con comodo, il più tardi -possibile. A desiderar tutto questo ci vuol poco, ma a volerlo e a -procacciarlo gli è un altro pajo di maniche. Ad ogni modo, un tal -desiderio è già per sè stesso una bella cosa; e il povero Don Abbondio -che l'ha, e vede intorno a sè tanti che non l'hanno; tanti che, senza -necessità, mettono il mondo a soqquadro; che hanno a noja il _bene -stare_; che potrebbero _andare in paradiso in carrozza_ e preferiscono -_andare a casa del diavolo a pie' zoppo_, Don Abbondio può, con qualche -ragione, stimarsi migliore di molti altri, vantarsi del suo buon cuore, -e credere sinceramente con Perpetua (le illusioni sono facili in queste -materie, e le esagerazioni ancor più) credere che _se pecca è per -troppa bontà_. Gli è certo che Don Abbondio odia tutti i birboni, non -solo perchè son diavoli, che non lasciano in pace nessuno, capaci di -mandare di quelle imbasciate ai poveri curati, ma perchè sono birboni, -nemici di Dio, e andranno tutti all'inferno. Il cardinale gli rinfaccia -di avere ubbidito all'iniquità, ed è vero, pur troppo. Ma intendete -bene, _ubbidito_. Dall'ubbidire al far di suo ci corre. Allorchè, -avendo ancora nelle orecchie le minacce dei bravi, gli balena l'idea -che avrebbe potuto suggerire a quei signori di portare ad altri la -loro imbasciata, e cioè a Renzo, o ad Agnese, o a Lucia, che fa Don -Abbondio? caccia via quell'idea, perchè s'accorge _che il pentirsi di -non essere stato consigliere e cooperatore dell'iniquità è cosa troppo -iniqua_. E quando pensa che ad altri potrebbe parere ch'egli volesse -tenere dalla parte dell'iniquità, che dice il malcapitato? _Oh santo -cielo! Dalla parte dell'iniquità io! Per gli spassi che la mi dà!_ - -Di gran bugie dice Don Abbondio a quel povero Renzo; ma perchè le -dice? forse per gusto? le dice per salvar la pelle; e se gli uomini -si contentassero di mentire solo quando corrono pericolo della vita, -la verità non avrebbe bisogno di star di casa in un pozzo. Del resto, -tenete per certo ch'egli sarebbe contentissimo se potesse veder -contenti Renzo e Lucia. Di Lucia, quando sa del tiro che le han fatto, -e va (sia pure di mala voglia, _a cavallo_) a torla di prigione, -egli sente pietà, e pensa a tutto ciò che _quella povera creatura_ -deve aver patito, e le viene innanzi _con un viso, anche lui, tutto -compassionevole_, sebbene sia _nata per la sua rovina_. Di Renzo dà -buone informazioni al cardinale, e, più tardi, si raccomanda, a chi -può, perchè gli sia tolta anche quella cattura di dosso. Morto Don -Rodrigo, cessato ogni pericolo, ecco saltar fuori, non un Don Abbondio -nuovo, ma un Don Abbondio che prima non si poteva vedere, nascosto come -era nel vecchio; un Don Abbondio garbato, bonario, amorevole, di una -piacevolezza e di una festività da non credere; che vuole a ogni costo -maritar lui i due giovani, a cui, _in fondo, aveva sempre voluto bene_, -e ne cura paternamente gl'interessi, sebbene gliene avessero fatti -dei tiri... Pur troppo! pur troppo! _son que' benedetti affari che -imbroglian gli affetti_. Ma, direte, si rallegra che Don Rodrigo sia -morto. Eh, chi non se ne rallegrerebbe? Se ne rallegra, ma, certamente, -gli perdona, e loda Renzo d'avergli perdonato. Loda anche la peste e -dice che _quasi quasi ce ne vorrebbe una ogni generazione_; e perchè? -perchè è quella che spazza via tanti birboni. Spazza via anche molti -galantuomini; ma s'intende che Don Abbondio non parla per loro. Don -Abbondio celebra con tutta sincerità le glorie dei galantuomini, e il -successore di Don Rodrigo, tanto diverso da questo, gli sembra, non più -soltanto un galantuomo, ma a dirittura un grand'uomo. Don Abbondio non -è un malvagio, e se _un po' di fiele in corpo_ lo ha anche lui, quel -_po'_ esclude l'assai, e chi non ne ha punto getti la prima pietra. Se -lo conoscesse malvagio davvero, il cardinale non gli parlerebbe come -gli parla; non si contenterebbe, sembra, di accennar solamente a una -possibile remozione da quell'ufficio di cui Don Abbondio ha tradito i -doveri. - -Ma Don Abbondio è un egoista. Sicuro, ch'è un egoista; ma bisogna -distinguere. L'egoismo è di molte maniere: da quello umile e accidioso -di chi lascia sistematicamente andare l'acqua alla china, a quello -tronfio e furioso di chi mette il mondo sossopra. Da Taddeo e Veneranda -si va su su, per gradi, sino a Marozia e a Napoleone. L'egoismo di -Don Abbondio è un egoismo povero, timido, mingherlino, casalingo, -pedestre. Considerate, di grazia, il concetto ch'egli s'è formato della -felicità, i suoi bisogni, i suoi desiderii. Si può essere più modesto -e più discreto? Don Abbondio non vuol ricchezze, non sogna onori, non -si cura di vantaggi. Curato di campagna è, curato di campagna morrà; -contento dell'oscuro suo stato, sebbene i curati sieno servitori del -comune, condannati _a tirar la carretta_. Che ai cardinali si dia -della signoria illustrissima o dell'eminenza, a lui che può importare? -Che può importare a lui che vescovi, abati, proposti, canonici -s'arrabattino e s'azzuffino per un titolo, e che il papa li contenti -o non li contenti? _Gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, -sempre salire_.... Ma Don Abbondio non vuole nè salire nè scendere; -Don Abbondio vuol rimanere dov'è, senza cercar nessuno, senza chiedere -_altro che d'esser lasciato vivere_, felice di sgattajolare, di -rimpiattarsi, d'essere piccolo, oscuro, negletto, di non essere veduto -e neanche saputo. _Oh se fossi a casa mia!_ ecco il grido che gli -prorompe dal fondo dell'anima e che veramente compendia tutte le sue -aspirazioni. - -I grandi egoisti vorrebbero tutto per loro, e, o con l'astuzia, o -con la forza, pigliano dell'altrui quanto più possono, e giungono -persino a dolersi che non ci sia che un mondo solo da conquistare. -Don Abbondio non vuole conquistar nulla; nemmeno il paradiso, perchè -spera che il buon Dio glielo darà senza farlo troppo stentare. Don -Abbondio non solo non prende e non desidera la roba altrui, ma a chi -la tiene ingiustamente non domanda nemmeno la roba propria; e perda -il fiato Perpetua a dargli del baggeo. Che questa non sia generosità -pura, d'accordo; ma che non abbia altra ragione se non il desiderio di -scansare le brighe e le dispute, non pare. Se Don Abbondio ci tenesse -tanto alla roba, se ci tenesse come ci tengono gli avidi, qualche sfogo -con Perpetua lo dovrebbe pur fare (e già ben altri ne aveva fatti!), -e non contentarsi di dire che que' ch'è andato è andato. Lo vogliono -avaro, e tirano fuori la storia delle venticinque lire dovute da -Tonio, e della collana d'oro data in pegno, e quelle sollecitazioni e -quegli ammonimenti: _Tonio, ricordatevi: Tonio, quando ci vediamo per -quel negozio?_ e quel modo di contar le berlinghe nuove, voltandole -e rivoltandole, e quella maniera di aprir l'armadio, riempiendo -l'apertura con la persona. Ma tutto ciò prova che questa volta almeno -Don Abbondio vuol avere il suo, e che Don Abbondio è sospettoso: che -sia poi anche avaro, quel che si dice avaro, non prova. Le venticinque -lire Tonio le doveva per fitto di un campo, diciamo meglio, del -campo, probabilmente unico, di Don Abbondio, e pare le dovesse da un -po' di tempo. Ora, notate che Don Abbondio non si fa dare un soldo -d'interesse: è così che fanno gli avari? E vi pare che se fosse uno di -quegli avari bollati ed autentici, Don Abbondio potrebbe consegnare -tutto il suo _tesoretto_ a Perpetua, e lasciare che la lo vada a -sotterrar da sola (perchè gli è chiaro che ci va sola) appiè del fico? -Non dunque avarizia propriamente, ma apprensione parsimoniosa e gretta -d'uomo che non sa procacciare, non sa ajutarsi, e perciò tien di conto -quel poco che ha, e quando la soldatesca gli ha disfatta la casa, pena -un pezzo a rifar usci, mobili, utensili con denari presi in prestito. - -Quali sono per Don Abbondio i piaceri della vita? un desinaretto -gustoso, ma senza pretese; un fiaschetto di vino sincero (più di una -botticina già non ne aveva); una passeggiata per quei viottoli, da' -quali si vede il lago; un po' di lettura, quando le _circostanze_ non -sieno tali da lasciargli _appena testa d'occuparsi di quel ch'è di -precetto_; un buon chilo, un buon sonno; e basta. Questi piaceri non si -possono godere senza quiete, e perciò la quiete è per Don Abbondio la -condizione prima e _sine qua non_ della felicità, quella che dev'esser -mantenuta e tutelata con ogni studio contro i nemici così interni come -esterni. Nemici interni Don Abbondio non ne dovrebbe avere, e non ne -avrebbe, se dipendesse dalla sua sola natura. Egli è nato per essere -l'amico di sè medesimo, sempre in pace con sè stesso; ambizioni, -gelosie, dubbii tormentatori, rimpianti amari, rodimenti secreti, -son tutte diavolerie ch'egli non conosce, o non dovrebbe conoscere, -nemmeno di nome. Se ne ha, gli son venute di fuori. Il mondo, ecco -il grande nemico; anzi ecco l'accolta e la confederazione di tutti i -nemici. Come si fa a conservare la propria quiete in un mondo pien di -furore e di trambusto, che di quiete non ne vuol sapere? Si ha un bel -tirarsene fuori, mettersi da banda, lasciare che ci pensi chi ci ha da -pensare, dire che gli ecclesiastici non devono _mischiarsi nelle cose -profane_, sentenziare che _la patria è dove si sta bene_. Trovarla, -quella patria! Il mondo non vi lascia tranquilli; se voi lo fuggite, -ecco che vi viene a cercare e vi tira in ballo. Per quanto s'ingegni, -Don Abbondio non può fare che, per un verso o per un altro, qualcuna di -quelle innumerevoli punte di cui il mondo è armato come un istrice, non -lo frughi e non lo punzecchi. Ed ecco perchè Don Abbondio _si rode_, -e ha, di solito, quella faccia _tra l'attonito e il disgustato_. Ma -quella faccia non l'ha sempre, e anzi non è la faccia sua naturale. -Come appena la burrasca è passata, Don Abbondio si rasserena, prende -un'aria gioviale, ride, scherza, dice che s'ha a stare allegri il -più che si può; e a questo fine si capisce che una delle sue grandi -regole dev'essere di non _rimestare_ le cose vecchie, che non han -rimedio. Perpetua è morta di peste. Povera Perpetua! Credete voi che -Don Abbondio n'abbia a fare il panegirico, intenerirsi, amareggiarsi? -Se viveva, questa è la volta che si maritava. È morta. Non ci pensiamo -più. Dio l'abbia in gloria. - -La più gran virtù che secondo Don Abbondio gli uomini possano avere -è, in comune con le mule, d'essere quieti. E per questo, se i birboni -gli danno molto travaglio, i santi gliene dan poco meno, e si vede -che Don Abbondio non vorrebbe avere da fare nè con gli uni, nè con -gli altri. La santità è rinunziamento di sè medesimo, zelo operoso del -bene, spirito di sacrifizio; in una parola, eroismo. I santi come Fra -Cristoforo e Federigo Borromeo meritano d'essere chiamati campioni e -atleti di Dio. Ma appunto questi atleti e campioni hanno coi facinorosi -una somiglianza molto sgradevole. Non possono star tranquilli essi, -e non vogliono lasciar tranquilli gli altri. Sempre sono in orgasmo -e in faccenda, tira di qua, premi di là, vogliono rifare il mondo; -_e lascian poi alle volte le cose più imbrogliate di prima_. E il -bello, anzi il brutto, si è che non fanno nessun conto della propria -vita, e pochissimo dell'altrui, quando si tratta di far trionfare -il bene. Sono un gran tormento! Ma poi sono anche curiosi: purchè -frughino, rimestino, critichino, inquisiscano; anche sopra di sè. E -come si scaldano la fantasia! Un malandrinaccio viene a dire che s'è -convertito, e loro gli buttano le braccia al collo: quella, a casa -degli uomini di giudizio, _si chiama precipitazione_. E le conversioni? -Sono una gran bella cosa. Nessun dubbio: Don Abbondio vorrebbe che -tutto il mondo si convertisse (nè per questo è poi necessario di -diventar santi); ma uno non si può convertire quietamente? senza far -tanto chiasso? senza scomodar tanta gente? - -Agnese, stizzita, pensa che Don Abbondio ha _sempre sacrificati gli -altri_; questo è un po' troppo. Bisognerebbe dire che sempre, quando -s'è trattato di _scegliere_ tra il sacrificio proprio e l'altrui, Don -Abbondio ha scelto l'altrui. Brutto egoismo, ma non del più brutto. E a -renderlo men brutto sta il fatto ch'egli non se ne conosce colpevole; e -non conoscendosene colpevole, può con tutta sincerità, se non con buona -ragione, meravigliarsi della durezza degli altri, e che ognuno pensi -solamente a sè, e che tutti abbiano così poco cuore; e stimarsi in -credito verso Renzo e Lucia; e dire con un'aria compunta di tribolato -ch'è il suo pianeta che tutti gli abbiano a dare addosso. L'egoismo -di Don Abbondio è assai più un egoismo passivo che un egoismo attivo. -Considerate che quasi tutti i suoi peccati sono peccati di omissione. - -Ed ora veniamo a quella che non è la sola, ma certamente è la cagione -massima e incessante d'ogni suo procedere. - -Don Abbondio è egoista per paura. Don Abbondio nacque (su di questo -non può cader dubbio) con la paura in corpo, e la paura gli s'accrebbe -via via, per lo spettacolo delle cose del mondo, per la praticaccia -(non oso dire esperienza) della vita, pel sentimento acuto, insistente, -angoscioso, d'essere _come un vaso di terra cotta, costretto a -viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro_; ed egli (anche su -di questo non può cader dubbio) non fece mai il menomo sforzo per -vincerla, o, almeno, per non lasciarla crescere. La paura è la parte -meglio organata, più viva e più stabile della sua coscienza; tanto che, -quand'egli non abbia proprio altro da fare, come durante quei giorni -passati nel castello dell'Innominato, essa, insiem col breviario, gli -tiene _compagnia_ e gl'impedisce di annojarsi. - -La paura riesce sempre comica quando si lasci scorgere dove non è -pericolo, o quando al pericolo non paja proporzionata, o comechessia -si comporti in modo disdicevole al tempo, al luogo, alle persone, -all'occasione. La paura di Don Abbondio è comica perchè è esagerata, -permanente, intrattabile, spesso spesso allucinata e chimerica. Direi -ch'è la paura integra e totale, perchè non si vede come Don Abbondio -possa essere mai affatto sgombro di paura, e qual cosa al mondo sia -così piccola e innocua che non possa in un qualche momento far paura -a Don Abbondio. Perpetua trova le parole giuste quando scappa a dire: -_Se ha poi paura anche d'esser difeso e aiutato_... L'esempio di Don -Abbondio conferma in parte l'opinione del filosofo scozzese Dugald -Stewart, il quale disse la paura un male della fantasia. La fantasia -di Don Abbondio non s'impressiona dei soli pericoli presenti e reali, -ma ne immagina molti di possibili e di remoti, e in ogni cosa fiuta il -malanno, sospetta l'insidia. Ricevuto quel terribile avvertimento dei -bravi, Don Abbondio, dopo lungo travaglio e laceramento di spirito, -riesce a prender sonno; _ma che sonno! che sogni! Bravi, Don Rodrigo, -Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate_. Sin -qui nulla di strano. In questo caso quella povera fantasia edifica, per -così dire, sul sodo; ma molte altre volte, anzi il più delle volte, -fabbrica in aria. L'Innominato s'è convertito: ha fatto benissimo; -ma sarà poi convertito davvero? e, dico, si mantiene? L'Innominato -si mette la carabina ad armacollo: _Ohi! ohi! ohi! cosa vuol farne -di quell'ordigno costui?_ L'Innominato ha dato le prove della sua -conversione: sia ringraziato il cielo! ma se quella marmaglia di -bravacci venisse a sapere?..... se s'immaginassero che fosse stato -lui, Don Abbondio, a convertirlo?... se presi da un furore bestiale, -per vendicarsi, lo martirizzassero?...[93] E Don Rodrigo? che dirà -mai di tutta quella faccenda Don Rodrigo?... E se monsignore venisse -a sapere tutto l'imbroglio del matrimonio?... _Ah! vedo che i miei -ultimi anni ho da passarli male!_ Risoluto, prima di tutti e più di -tutti, di fuggire davanti all'esercito invasore, vede, _in ogni strada -da prendere, in ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili e -pericoli spaventosi_. E gli si riaffaccia l'idea del martirio. E gli -rispunta dentro il dubbio circa la conversione dell'Innominato. E -gli viene il sospetto che l'Innominato voglia fare il re e scendere -in campo a far la guerra anche lui, col duca di Savoja, col duca -di Mantova, con la Spagna e con l'imperatore. E sogna assalti e -battaglie, per quanto giuri a sè stesso che in una battaglia non ce lo -coglieranno; e si vede preso tra due fuochi. In mezzo alla desolazione -e al lutto della peste gli dà ancor noja la cattura di Renzo, e pensa -che questi potrebbe fare qualche sproposito da rovinar lui e sè stesso -insieme. - -La paura di Don Abbondio è sempre composta di più paure diverse, le -quali, quando non sieno manifestate, son sottintese, appunto come -possono essere sottintese molte idee _in un periodo steso da un uomo di -garbo_. Queste molte paure non riescono mai a comporsi in una maniera -stabile di equilibrio o di dipendenza. Sono in un rimescolamento -continuo, si rincorrono, si urtano, si dànno il gambetto. Quella che -un momento fa era la prima, adesso è l'ultima; quella ch'era in coda -appare in testa. Talvolta entrano l'una nell'altra, come le favole -indiane e le scatole giapponesi. Mentre ha indosso quella paura così -grande per dover andare in compagnia dell'Innominato, ecco che dentro -a quella paura grande se ne caccia una piccola (dato che di piccole -per Don Abbondio ce ne possano essere), la paura che la mula abbia dei -vizii. - -La paura di Don Abbondio diventa anche più comica quando si vede -che quelle tante cautele e quelle tante furberiole ch'essa gli vien -persuadendo, non solo non bastano a preservarlo da' guai, ma anzi -lo fanno incappare in qualche guajo più grosso di quelli che avrebbe -voluto fuggire. Facendo di tutto per non avere impicci, egli è sempre -negl'impicci. Don Abbondio non s'era fatto prete per vocazione; -s'era fatto prete con la speranza di _vivere con qualche agio_ e -quietamente, mettendosi _in una classe riverita e forte_, e non gli -era mai passato per il capo che a fare quel mestiere pacifico ci fosse -bisogno di coraggio. Quando, udita quell'umile confessione: «Torno a -dire, monsignore, che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può -dare», il cardinale chiede a Don Abbondio: «E perchè dunque, potrei -dirvi, vi siete voi impegnato in un ministero che v'impone di stare in -guerra con le passioni del secolo?», Don Abbondio non può non pensare -tra sè che, appunto, quel ministero egli lo aveva scelto per non avere -a far guerra a nessuno, e con la speranza che nessuno volesse farla -a lui. E quando il cardinale, insistendo, gli domanda: Perchè questo -coraggio, che vi mancava, non l'avete chiesto a Dio, che certamente ve -l'avrebbe dato?, Don Abbondio potrebbe rispondere con tutta sincerità -che non pensò a chiedere a Dio una cosa di cui credeva di non avere -affatto bisogno. Ora, Don Abbondio, fattosi prete per amor della pace e -per evitare i pericoli, viene a trovarsi, appunto perchè è prete, nel -più gran travaglio, e nel più gran pericolo di tutta la sua vita. Per -fuggire a questo pericolo, Don Abbondio tradisce il proprio officio, -inventa pretesti per non maritare i due giovani, si rassicura alquanto -sentendosi più esperto delle cose del mondo, _più accorto_ che non -un ragazzone che pensa alla morosa; ma poi tanto male gli viene del -suo stesso rimedio, ch'egli si pente d'averlo adoperato, ed esclama: -_gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio_. Quando coloro -ch'eran fuggiti all'appressarsi dei lanzichenecchi tornano alle loro -case, Don Abbondio è l'ultimo a seguirli, l'ultimo ad abbandonare -l'asilo che così liberalmente a tutti aveva offerto l'Innominato, e -questo per la speranza di assicurarsi meglio da' mali incontri: la -conseguenza si è che i primi tornati in paese gli portan via anche -quel poco che i lanzichenecchi gli avevan lasciato. Ha dunque ragione -Perpetua di dire che s'egli avesse un po' di coraggio avrebbe assai -meno guai; ma che ci fan le parole? il coraggio uno non se lo può dare. - -La paura di Don Abbondio non è solamente comica, com'è quella di Sancio -Panza; è anche umoristica, e in grado superlativo. Don Abbondio e -Sancio son tutt'e due paurosi, ma la paura si atteggia in ciascun di -essi diversamente e in diverso modo si appalesa. Sancio non pensa a -nascondere la propria, ad accattarle scuse, ad ammantarla di decoro. -Egli la lascia vedere qual è, indipendente affatto dalla ragione, -subitanea ne' suoi investimenti, vile troppo nelle dimostrazioni e -negli effetti. Sancio parla molto e volentieri, e con certa sensatezza -grossolana, di solito; ma non gli viene in fantasia di fare il -chiosatore e l'interprete della propria paura e di raziocinarvi -attorno. Egli se la lascia venire addosso come un accesso di terzana, -e quando gli è passata, dà una scrollatina e non ci pensa più. Don -Abbondio che, o poco o molto, sa di latino, e deve, se non altro per -l'uso della confessione, avere qualche famigliarità con le sottigliezze -della casistica, e vorrebbe pur sapere chi fu Carneade, Don Abbondio -tiene un altro procedere. Egli converte la paura in prudenza, anzi in -sapienza; riesce a farsi di una debolezza una virtù, di una vergogna -un onore. _Initium sapientiae timor Domini:_ non si può, slargando -un poco il concetto, pensare che la sapienza consiste appunto nella -paura? Altri l'ha fatta ben consistere nell'inerzia, e altri ancora -nell'ignoranza. Gran giudizio bisogna avere, e gran pazienza, chi vuol -vivere in questo mondo e tirare innanzi! Credere di potergli tener -testa, di vincerlo, di mutarlo, è idea da matti. Non sapete quanto -il mondo è più forte di voi? Non sapete che ha il diavolo dalla sua? -Dunque? Dunque per non uscire con l'ossa rotte bisogna tenersi in una -specie di _neutralità disarmata_, tergiversare, dissimulare, scansare, -inchinarsi, cedere, nascondersi, e, in caso di necessità estrema, -mettersi col più forte[94]. Ricordate che tornando bel bello dalla -passeggiata, per quella stradicciuola di montagna, Don Abbondio, prima -d'incontrarsi coi bravi, buttava con un piede verso il muro i ciottoli -che gli facevano inciampo al cammino? si può credere che sieno stati -quelli i soli ostacoli che in sessant'anni di vita egli abbia rimosso -da sè con animo deliberato, con fare risoluto. - -Don Abbondio finisce che forse non sa più nemmeno d'essere quel pauroso -che tutti vedono in lui. Oltre di ciò, dato alla paura il titolo di -prudenza e di sapienza, egli non ha più nessuna ragion di nasconderla; -anzi ne ha parecchie di lasciarla vedere, come una virtù da farsene -bello, e acquista il diritto di censurare chi non si regola come lui, -chi manca di giudizio, chi compera _gl'impicci a contanti_. La propria -paura, o prudenza che s'abbia a dire, Don Abbondio l'ha in conto di -cosa, non solo ragionevole e confacente, ma legittima e giusta; e -perciò strasecola quando il cardinale gli dice sul viso che anche a -costo della vita avrebbe dovuto fare il proprio dovere: «Monsignore -illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, non -so cosa mi dire». Quanto questa paura è diversa da quella che così -poveramente (bisogna proprio dir così) fu descritta da Teofrasto! -quanto è diversa da quella che porse inesauribile materia di riso sulle -scene antiche e moderne! - -Ma la paura di Don Abbondio tocca il più alto grado dell'umore quando -noi consideriamo com'essa contrasta con quel carattere sacerdotale che -dovrebbe essere il proprio carattere di lui, con quell'officio che egli -tiene assai più che non l'eserciti. Qui abbiam risoluto, anzi violento, -il contrasto fra il reale e l'ideale; e per questo rispetto il -colloquio fra Don Abbondio e il cardinale, colloquio che parve alquanto -lunghetto, alquanto fuor di proposito, a più d'uno, è di capitale -importanza, e serve mirabilmente a dare spicco ai due personaggi, a -compierne l'immagine morale. Meno ancora che al soldato, è lecito al -prete d'aver paura. Il prete parla (o dovrebbe parlare) in nome di -una potestà talmente superiore ad ogni potestà terrena; ha (o dovrebbe -avere) un'idea così sicura e così efficace della santità del dovere; -stima (o dovrebbe stimare) così poco ogni bene e vantaggio mondano e la -vita medesima; spera (o dovrebbe sperare) un premio talmente superiore -a tutto quanto può perder quaggiù; che qualsiasi atto o pensiero di -viltà in lui appare una contraddizione irriducibile, un controsenso, un -assurdo. Ora, Don Abbondio è la negazione vivente, parlante, operante -dello spirito sacerdotale, quale appunto il cardinale l'intende, e -quale dev'essere inteso. Don Abbondio dovrebbe somigliare in qualche -modo, sia pur lontano, al cardinale; e non solo non gli somiglia, ma ne -dissomiglia tanto che non arriva mai nè a capirlo, nè a indovinarlo. - -Così stando le cose, com'è che Don Abbondio non ci diventa odioso? -Com'è che quelle stesse mancanze che, commesse da un altro, -provocherebbero il nostro biasimo, e non altro che il nostro biasimo, -commesse da lui provocano il nostro riso, e quasi non altro che il -nostro riso? Perchè saremmo così poco indulgenti con altri e siamo così -indulgenti con lui? La ragione è facile a dire. Don Abbondio è uno di -coloro a cui si perdona volentieri perchè veramente non sanno quello -che fanno. Se egli mancasse al proprio dovere avendo di quel dovere -un'idea chiara e precisa; se facesse il male sapendo con certezza di -fare il male; noi non avremmo più qui nè un personaggio umoristico, nè -un personaggio comico, avremmo un personaggio tragico, o semitragico. -Don Abbondio rimane comico ed umoristico a dispetto di tutto, perchè se -ha degli scrupoli, se ha qualche piccolo rimorso, crede in bonissima -fede di farli tacere con quel suo argomento che _quando si tratta -della vita_...; argomento che a suo modo di vedere (e presumibilmente -anche di altri) non ammette replica. Don Abbondio riman comico ed -umoristico perchè voi vedete ch'egli è un fanciullon tanto fatto, a -cui qualcuno, non si sa chi, insegnò a dir messa, e che a sessant'anni -sonati, nonostante i suoi vanti di accortezza, egli è quasi quel -medesimo fanciullone che potev'essere a venti. Come vorreste fare a -prendervela con uno cui Perpetua fa lezione tutto il santo giorno, -ammonendo e rimbeccando, rinfacciandogli d'essersi ridotto _a segno che -tutti vengono, con licenza, a..._, risolvendo, nell'ora del pericolo, -_di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di trascinarlo su per -una montagna_? con uno che s'accorge, tra meravigliato e stizzito, che -le ragioni del cardinale sono le ragioni stesse di Perpetua? con uno -che, starei per dire, ha fatto il prete senza saperlo? _Le parole che -sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni nuove, ma d'una -dottrina antica però nella sua mente, e non contrastata._ - -Don Abbondio è in qualche modo il rovescio di Don Chisciotte. Don -Chisciotte è sempre pronto ad adempiere i proprii doveri chimerici, -checchè gliene avvenga: Don Abbondio cessa di adempiere i proprii -doveri reali alla prima minaccia di un pericolo. Don Chisciotte, per -troppo animo, passa oltre il segno: Don Abbondio, per manco d'animo, -non ci arriva. Don Chisciotte si trincera nell'ideale e non vede più il -reale: Don Abbondio si trincera nel reale e non vede più l'ideale. Ma -Don Chisciotte e Don Abbondio hanno anche una parte in comune. Entrambi -vivono in un mondo pel quale non son fatti e che si burla di loro. Ad -entrambi le cose riescono al contrario dell'intenzione. - -A finire di rendere umoristica la figura di Don Abbondio abbiamo il -fatto che colui che la formò e le diè vita v'infuse dentro qualche -parte di sè. Non paja questa una proposizione temeraria, e tanto meno -irriverente. Gli umoristi non sarebbero più umoristi se volessero -esclusi sè stessi da quel riso ch'e' suscitano e comunicano altrui. Il -Manzoni mise di sè più e meno in parecchi de' suoi personaggi: in Don -Abbondio mise della propria inoperosità, della propria esitazione, del -proprio amor della quiete, del proprio orror degl'impicci; e basta. Ci -mise delle sue debolezze; non ci mise nessuna delle sue virtù[95], - -Quello di Don Abbondio è uno dei caratteri più meravigliosi che l'arte -abbia mai creati; di una coerenza e consistenza rara; di una vivezza, -di una sincerità, di un'evidenza impareggiabile; senza rabberciature, -senza rinfianchi posticci. L'animo del lettore vi penetra e vi si -assesta come una mano in un guanto. Ognuno sente che Don Abbondio -dev'essere stato sempre lo stesso; ognuno è persuaso che egli rimarrà -sempre lo stesso. «No signore, no signore», dice quella furbacchiona -dell'Agnese al cardinale, «non lo gridi, perchè già quel ch'è stato -è stato; e poi non serve a nulla; è un uomo fatto così: tornando il -caso, farebbe lo stesso». E noi ne siam più che sicuri, nonostante la -compunzione di cui lo vediamo penetrato dopo la predica del cardinale, -e nonostante quella sua promessa, fatta proprio con animo sincero in -quel momento: «Non mancherò, monsignore, non mancherò, davvero». - -I casi, gl'incontri e le situazioni in cui viene a trovarsi Don -Abbondio sono i più felici che si possano immaginare, non per lui -poveraccio, ma per mettere in mostra e sviscerare il suo carattere. I -bravi, Renzo, Perpetua, l'Innominato, il cardinale, Agnese, lo forzano -a scoprirsi da tutte le parti, a diventar trasparente come un vetro; e -non v'è godimento che superi questo di poter guardare un'anima per di -fuori e per di dentro, senza che pure una menoma particella ne rimanga -occulta od oscura. La struttura della persona morale è in Don Abbondio -così perfetta che finisce a suggerire la struttura della persona fisica -e a mettervela davanti agli occhi. La figura di Don Abbondio non è -descritta, e nemmeno, a dir proprio, abbozzata: appena un cenno qua e -là come per caso: due folte ciocche di capelli, due folti sopraccigli, -due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, sparsi su una faccia -bruna e rugosa. Riavutosi dalla peste, Don Abbondio appare come _una -cosa nera_, pallido e smunto, con due povere braccia che ballan nelle -maniche, _dove altre volte stavano appena per l'appunto_. E questo -è il tutto. Quanti altri romanzieri avrebbero impiegate le due e le -tre pagine per ritrarcelo intero quel prete, dalla testa ai piedi, -senza lasciarne una sola fattezza! Ma col Manzoni non c'è bisogno. -Qui l'anima crea il suo corpo; e noi vediamo, proprio vediamo, un Don -Abbondio tozzo e corpulento, che suda e sbuffa a montare sopra una -mula, con una facciola tonda, con una espressione bonaria, quando non -gliela rannuvoli la stizza o la paura, con un portamento sommesso, con -un'andatura stracca e impacciata: così come, dal più al meno, lo videro -tutti coloro che lo ritrassero col pennello o col bulino[96]. - -Don Abbondio è riuscito uno di quei tipi estetici di cui si dice con -ragione che hanno in sè molta più verità che non l'essere vivo e reale, -fatto d'ossa e di polpe. E Don Abbondio è diventato uno di quei simboli -di cui noi ci gioviamo, parlando, per significare una condizione di -umanità che non si potrebbe significare altrimenti senza molte parole. -Perciò Don Abbondio è immortale. - - - - -ESTETICA E ARTE DI GIACOMO LEOPARDI - - -CAPITOLO I. - -DELLA PSICHE DI GIACOMO LEOPARDI. - -Le idee estetiche del Leopardi non sono sistematicamente ordinate, non -formano un corpo di dottrina compiuto e coerente; ma sono, nulladimeno, -in armonia fra di loro; governano, entro certi limiti, il sentimento e -il pensiero di lui, e, sino ad un certo segno, ne spiegano l'arte. Il -poeta nè si arroga di risolvere, nè a dir vero si propone il problema -estetico; non istituisce indagini particolari; non tenta analisi -sottili; ma pone alcuni principii, enunzia alcune opinioni, ch'egli non -troppo si cura di conciliare con la rimanente sua credenza filosofica, -e non sono forse con essa troppo conciliabili. Il poeta, ch'è sensista -e materialista in tutto il rimanente di quella sua credenza, ci -si scopre idealista in estetica. Il poeta che in tutt'altro è un -pessimista, riesce quasi in estetica un ottimista. - -Prima di esporre le idee estetiche del Leopardi, prima di ricercare -la qualità e la estensione del suo sentimento estetico, sarà opportuno -che noi ci formiamo un concetto sommario della costituzione psichica di -lui, senza rinunziare però a far di essa quel più particolare e minuto -studio che a volta a volta potrà essere richiesto dall'argomento. -Ricordo, sebbene possa parere superfluo, che le credenze e le -dottrine di ciascun uomo, e le stesse mutazioni di quelle, sono sempre -determinate e condizionate dalla struttura e dall'atteggiamento della -psiche, e che la psiche, di cui ci è ignoto il principio e l'essenza, -opera, per dirla col linguaggio dei matematici, _in funzione_ -dell'organismo corporeo, dell'_ambiente_ fisico e morale, dei casi e -delle esperienze della vita. - -Non si dà tipo psichico puro, coeguale in tutto all'uno o -all'altro di quegli schemi che la psicologia immagina per comodità -di classificazione e di studio. Il Leopardi è manifestamente -un _intellettuale_; ma non un intellettuale schietto: bensì un -intellettuale appassionato. Intellettuale egli è perchè vive moltissimo -nel pensiero e poco o punto nell'azione, e il pensiero esercita per -sè stesso, senza assoggettarlo a un fine pratico qualsiasi; ma poichè -soffre, si lamenta, si ribella troppo più di quanto s'addica a un -intellettuale risoluto, egli, sott'altro aspetto, si dà a conoscere -quale un _sensitivo_. E sensitivo è; di quella delicatissima, -esagerata, morbosa sensitività che di ogni più lieve tocco si offende, -e d'onde si genera nella psiche uno stato di _sentimentalità_ abituale, -intendendo con tal nome certa mescolanza e fluidità di sentimenti -vaghi, teneri, dolorosi, immaginosi, che non si appuntano in nessun -oggetto particolarmente determinato e chiaramente percepito, ma si -rigirano in sè medesimi e in sè medesimi si consumano. - -Lo spirito del Leopardi non si può veramente dire uno spirito -unificato. Le tendenze divergenti e contrastanti sono in esso assai -numerose, e se l'arte ci guadagna, la ragione ci perde. L'intelletto -è nel poeta, sino ad un certo segno, sistematizzato ed autonomo; -ma sistematizzato ed autonomo è pure in lui il sentimento; e i due -sistemi e le due autonomie non troppo si accordano fra di loro. Così, -mentre l'intelletto si chiude affatto e per sempre al sogno della -felicità, il cuore, a più riprese, si riapre a quel medesimo sogno; -mentre l'intelletto appetisce il vero, il cuore lo rifiuta; mentire -l'intelletto predica la rassegnazione, il cuore la sdegna. Senza quella -troppa e troppo indocile sensitività, il Leopardi sarebbe stato uno -spirito essenzialmente logico: così come la natura e la vita l'han -fatto, egli è uno spirito in cui la contraddizione abbonda, anzi è -abituale ed organica. Di ciò ognuno si può persuadere agevolmente -considerando quanto diversi, anzi contrarii, sieno certi giudizii suoi -concernenti gli uomini in genere, le donne in ispecie, le cause della -umana infelicità, la natura, ecc., nei molti casi in cui, per ragion -di tempo, quella diversità e quella contrarietà non possono imputarsi -a un moto generale dello spirito, a un rivolgimento profondo delle -dottrine. Ma la contraddizione per noi più notabile è quella in cui -egli si viene ripetutamente avviluppando nel far giudizio del vero e -della scienza: giacchè, ora detesta il vero, come quello che distrugge -con la _face consumatrice_ i _sogni leggiadri_; e dice la notizia di -esso _contrarissima alla felicità_; e lo chiama _fonte o di noncuranza -e infingardaggine, o di bassezza d'animo, iniquità e disonestà di -azioni, e perversità di costumi_; e biasima gli uomini d'averlo voluto, -_colla curiosità incessabile e smisurata_, penetrare e conoscere; e -vitupera la ragione, dicendola _carnefice del genere umano_; mentre per -contro celebra ed esalta l'_ameno errore_, i _fantasmi consolatori_, -gl'_inganni fortunatissimi_, gli _errori antichi necessari al buono -stato delle nazioni civili_: ora, invece, riconosce che il vero _ha -suoi diletti, ancor che triste_; e compiange l'uomo dei campi, perchè -_ignaro d'ogni virtù che da saper deriva_; e dice che, dopo il bello, -il vero _è da preferire ad ogni altra cosa_; e afferma di non cercare -_altro più fuorchè il vero_; e deride i sogni vani e le antiche fole -insieme con le speranze di futura felicità e le _magnifiche sorti -e progressive_, che pur dovrebbero essere, anche per lui, anzi più -per lui che per altri, ameni errori, fantasmi consolatori, inganni -fortunatissimi; e rinfaccia al secolo d'avere sentito dispiacere del -vero, e d'avere abbandonato vilmente il _risorto pensiero_, solo per -cui fu vinta in parte la barbarie, - - e per cui solo - Si cresce in civiltà, che sola in meglio - Guida i pubblici fati. - -E questa civiltà era stata da lui maledetta con i sentimenti stessi -del Rousseau, come un tradimento fatto alla Natura, come un errore -che non può andare _senza infinito accrescimento d'infelicità_ e senza -vergogna. E ad essa accennando aveva esclamato: _Che cosa è barbarie se -non quella condizione, dove la natura non ha più forza negli uomini?_ - -Noi qui vediamo l'intelletto e il sentimento alle prese fra di loro -a volta a volta, e quando l'uno quando l'altro, incalzare o recedere, -stringersi e sopraffarsi a vicenda. Il Pascal era riuscito a fermare -assai più e legare in unità il proprio spirito quando scriveva quelle -memorabili parole: «L'homme n'est qu'un roseau, le plus foible de la -nature, mais c'est un roseau pensant. Il ne faut pas que l'univers -entier s'arme pour l'écraser. Une vapeur, une goutte d'eau, suffit pour -le tuer. Mais quand l'univers l'écraiseroit, l'homme seroit encore plus -noble que ce qui le tue, parce qu'il sait qu'il meurt; et l'avantage -que l'univers a sur lui, l'univers n'en sait rien»[97]. - -Sappiamo dallo stesso Leopardi che in certi tempi, crescendogli -il male, anzi i mali ond'era travagliato, egli diveniva pressochè -incapace di attenzione, tanto da non poter tener dietro a chi leggesse, -nè scrivere cosa alcuna, nè _fissar la mente in nessun pensiero di -molto o poco rilievo_[98]. Ciò nondimeno, d'ordinario, egli dovette -essere in sommo grado capace, così di attenzione spontanea, come di -attenzion volontaria[99]; d'onde poi deriva attitudine spiccatissima ed -inclinazione allo astrarre. Dell'attenzione spontanea parmi facciano -testimonianza le ingegnose ed acute osservazioni e la molta maturità -di senno onde son piene le prime sue lettere, scritte quand'egli -non era per anche uscito di Recanati. Della volontaria fanno prova -irrefragabile la qualità e la estension degli studii, la perseveranza -e il discernimento adoperatovi, e più che tutto l'arte sua, dove non -è cosa mai che appaja abbandonata al solo istinto o alla fortuna. Se -son veri certi racconti, il Leopardi da giovane s'immergeva alle volte -sì fattamente ne' proprii pensieri da perdere affatto il sentimento -di quanto gli stava e gli avveniva dattorno[100]. Qualcuno, badando -alle più consuete preoccupazioni del poeta, e come il pensiero che -inspira e sorregge la sua poesia tenda quasi a ridursi in un _motivo_ -unico, potrebbe facilmente congetturare in lui certa inclinazione -malsana al monoideismo, e cioè a fermar stabilmente l'attenzione -sopra un'unica idea; ma se non si può negare che quella inclinazione -ci sia stata, specie in certi tempi, non si può da altra banda non -riconoscere, considerando i moltissimi abbozzi ed accenni di opere dal -poeta divisate o ideate, che quella mente era usa di vagare per una -copiosissima varietà di obbietti e di temi, per tutto il creato e per -tutto lo scibile. - -Non dovrebbe, parmi, negarsi che l'attenzione di lui non si fissi -talvolta in modo da arieggiare le forme morbose della fissità; -la qual cosa del resto facilmente interviene ai melanconici e più -agl'ipocondriaci; ma non si dovrebbe però dimenticare che in ciò, come -in altro, molti sono i gradi intermedii tra il normale e l'anormale, -e che una certa ossession dell'idea e del fantasma è abituale, anzi -necessaria, non meno allo scienziato che all'artista, e che senz'essa -non si darebbe nè scienza nè arte. La poesia intitolata _Il pensiero -dominante_ parrebbe a prima giunta rivelar nel Leopardi una vera e -propria idea fissa, da cui quella togliesse il nome e la contenenza. -Alcuni versi di essa descrivono veramente la condizione dell'uomo -di cui una sola idea imperiosa abbia occupata e soggiogata tutta la -psiche, votandola quasi d'ogni altro elemento, spogliandola d'ogni -altra forma: - - Come solinga è fatta - La mente mia d'allora - Che tu quivi prendesti a far dimora! - Ratto d'intorno intorno al par del lampo - Gli altri pensieri miei - Tutti si dileguâr. Siccome torre - In solitario campo - Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei. - -Ma questo pensiero dominante non è altro che il pensiero d'amore, il -quale, dove raggiunga un certo grado di vivezza e di forza, opera quasi -sempre a questo medesimo modo nell'animo degl'innamorati. Cercando nei -versi e nelle prose del Leopardi, e più specialmente nelle lettere, non -è difficile trovar segni e indizii di una qualche soverchia fissazion -della mente, più o meno durevole. Il 23 giugno 1823 egli scriveva da -Recanati al Jacopssen: «Pendant un certain temps j'ai senti le vide de -l'existence comme si ç'avait été une chose réelle qui pesât rudement -sur mon âme. Il m'était, toujours présent comme un fantôme affreux; je -ne voyais qu'un désert autour de moi, je ne concevais comment on peut -s'assujettir aux soins journaliers que la vie exige, en étant bien -sûr que ces soins n'aboutiront jamais à rien. Cette pensée m'occupait -tellement, que je croyais presque en perdre la raison»[101]. - -Dall'attenzione dipende per molta parte la memoria. Il Leopardi -ebbe (la storia de' suoi studii e gli scritti ne fanno fede) memoria -potente, sicura, tenace, e da giovane parve anche per questo rispetto -sì fattamente meraviglioso, che l'abate Cancellieri ne fece espresso -ricordo nella _Dissertazione intorno agli uomini dotati di gran -memoria_. Si sa con quanta agevolezza egli imparasse le lingue; e se -errò il Puccinotti dicendolo versato anche nella tedesca[102] gli -è pur certo che tra antiche e moderne ne conobbe un buon numero, -e di parecchie fu mirabilmente padrone. Non però è da credere che -il Leopardi possedesse la memoria totale e universale, che non fu -posseduta mai da nessuno, e non è ente psichico, ma entità psicologica; -nè si dà propriamente la memoria in genere, ma bensì tante memorie -specificate e diverse quante sono le categorie del sensibile e del -pensabile. Il Leopardi ebbe vivissima memoria delle idee, e forse non -vi fu idea, da quella del numero a quella del fatto sociale e storico, -che mai la trovasse indocile o lenta. Ebbe vivissima pure la memoria -dei sentimenti; e volentieri inclinerei a credere che intervenisse a -lui, in maniera anche più risoluta, ciò che interviene a taluni, ne' -quali il sentimento ravvivato per virtù di memoria riesce più intenso -di quello spontaneo provato in origine. Sempre che il poeta ripensa -alla sua Silvia, morta nel fior degli anni, e si sovviene delle tradite -speranze, un affetto lo preme _acerbo e sconsolato_, ed egli si torna -a dolere di sua sventura[103]. Il più del tempo egli vive nel _dolce -rimembrare_, e soggiornando in Pisa, dà a certa via il nome di _Via -della rimembranza_. Un solo dolce ricordo sarebbe bastato a rendere -felice tutta la vita dell'infelicissimo Consalvo, e le _Ricordanze_ -sono un canto e un pianto dell'anima che tutta si raccoglie -nell'appassionata contemplazione di un passato irrevocabile. Queste due -forme della memoria ben si convengono al nostro poeta, il quale abbiamo -riconosciuto essere un intellettuale e un sensitivo al tempo stesso. -La memoria delle sensazioni fu certamente in lui meno valida e meno -pronta; ma di ciò sarà a dire più innanzi. Qui resta a notarsi che la -memoria del poeta fu (nè potev'essere altro) scarsamente popolata di -quelle multiformi immagini cui solo può fornire la lunga, continuata e -varia esperienza di una vita operosa e il libero e vigoroso esercizio -di tutte le facoltà e potenze ond'è costituita la umana persona. - -Come la memoria dipende dall'attenzione, così la fantasia dipende dalla -memoria; onde, quali le forme e i temperamenti della memoria, tali -pure le forme e i temperamenti della fantasia. Il Leopardi ebbe da -natura fantasia agile e viva; nè gliela poterono mortificare i lunghi e -pazienti studii di erudizione e il meditare ostinato; nè molto gliela -estenuarono i mali. Fanciullo ancora, sappiamo com'egli immaginasse -intricate favole di cavalieri, di battaglie e d'incantamenti e -intrattenesse per lunghi giorni i compagni de' suoi sollazzi. Tornato -la terza volta, nel novembre del 1828, al detestato soggiorno di -Recanati, egli risalutava quelle _vaghe stelle dell'Orsa_ che tante -immagini un tempo e tante fole gli avevano suscitate nella mente, -e accennando altri oggetti delle antiche sue contemplazioni, _che -pensieri immensi_, esclamava, - - Che dolci sogni mi spirò la vista - Di quel lontano mar, quei monti azzurri, - Che di qua scopro e che varcare un giorno - Io mi pensava, arcani mondi, arcana - Felicità fingendo al viver mio![104] - -Chi non sia dotato di viva e fervida fantasia, malamente può vivere -solitario; e il Leopardi, sebbene conoscesse la solitudine esser -dannosissima agli uomini del suo temperamento, che sempre «si bruciano -e si consumano da loro stessi»[105], della solitudine si piacque oltre -modo, facendone argomento di alcuni tra' suoi canti migliori; e sebbene -sin dal luglio del 1819, nella famosa lettera scritta al padre in -occasione della tentata fuga, parlasse dei _tormenti di nuovo genere_ -che gli procacciava la _strana immaginazione_[106], pur nondimeno -sempre del _caro immaginare_ si dilettò grandemente, trovando in esso -una delle maggiori e più fide consolazioni della sua vita. Certo, -la fantasia non fu nel Leopardi così ricca, varia, lussureggiante, -colorita, come fu nel Byron, o nello Shelley, o nell'Hugo, o in altri -poeti molti che si potrebbero ricordare; ma una ragione di ciò fu -accennata parlando della memoria di lui, e richiamerà novamente la -nostra attenzione in luogo più acconcio. - -Che il Leopardi non sia ciò che gli psicologi più recenti dicono un -_volitivo_, è manifesto ad ognuno; ma altro è riconoscere questo, altro -è asserire che il Leopardi patì di abulia dichiarata e congenita. -Innanzi tutto, a riguardo di questa, come di ogni altra qualità del -nostro poeta, è sommamente necessario distinguere nella storia di -lui un prima e un dopo, senza di che si risica troppo di scambiare -l'avventizio per l'iniziale, e di confondere col principio la fine. -Se non v'è forse vita d'uomo esente da peripezia, non v'è forse -altra vita in cui la peripezia sia stata così profonda e molteplice -come fu nel Leopardi. Da fanciullo questi non difettò certamente di -volontà, chè anzi le memorie di quel primo tempo ce lo fanno conoscere -protervo, prepotente, soverchiatore. Molti versi della sua giovinezza -sono versi di eccitamento e di ribellione, e tra le opinioni da lui -più costantemente osservate, in verso e in prosa, in pubblico ed in -privato, è pur questa, che l'operare vince di gran lunga in nobiltà il -meditare e lo scrivere; onde in uno de' più tardi componimenti suoi, -quello che prende titolo dall'amore e dalla morte, celebrava l'amore, -che suscita o ridesta ne' petti il coraggio, e per la cui virtù - - sapïente in opre, - Non in pensiero invan, siccome suole, - Divien l'umana prole. - -Non nego che questa opinione gli possa essere stata suggerita in -parte dagli ammaestramenti e dagli esempii di quell'antichità in cui -gli era tanto dolce rivivere; ma è da credere che il suggerimento non -avrebbe operato nell'animo di lui, se l'animo, per certa sua propria -e naturale disposizione, non fosse stato inclinato a riceverlo. Il -fermato, e per poco non effettuato proposito della fuga, difficilmente -si potrà conciliare con una volontà debole e incerta, specie se si -considera che il giovane che vi si accinse non era uno sventato, anzi -conosceva benissimo e la forza, ancora assai grande, di quella paterna -autorità contro la quale insorgeva, e i pericoli d'ogni maniera e -le traversie che certamente avrebbe dovuto affrontare. E gioverà -ricordare che mentre i giovani di poco animo e d'indole remissiva sono -lieti d'aver nel padre chi spiani loro la via della vita e risparmii -le fatiche maggiori e i maggiori ardimenti, il Leopardi, stimando la -tutela paterna oppressiva di que' liberi spiriti che fanno atti gli -uomini alle cose nobili e grandi, ebbe in conto di fortunati (e osò -scriverlo) quei figliuoli che, perduto per tempo il padre, dovettero -fare, senz'altro ajuto, da sè. Quanto alla tentazion di suicidio, a -cui il poeta andò così lungamente soggetto, noi non siamo in grado -di dire con sicurezza se l'averla sempre patita senza mai soggiacervi -sia indizio di una volontà troppo debole che non riesce ad attuarsi, -o di una volontà ancor tanto forte da poter frenare l'impulso[107]; -ma indipendentemente dalla maggiore o minore forza della volontà, gli -animi molto delicati, e di un sentire molto squisito, non possono non -rimanere turbati ed offesi dalla idea di quella violenza che sempre -e di necessità accompagna la volontaria soppression della vita, sia -quella d'altri o la propria: e chi può dire quanta forza l'orrore di -così fatta violenza possa avere avuto nell'animo del poeta che non -volle contemplare la morte se non sotto le sembianze della bellezza e -della pietà? Riconosciuto nel Leopardi un intellettuale, e ricordato -una volta per tutte che gl'intellettuali non sogliono essere uomini -d'azione, e, per ciò stesso, non uomini di volontà gagliarda, spiegata, -molteplice (sebbene la volontà non si eserciti nell'azione soltanto), -parmi si debba pur riconoscere che la volontà di lui fu in origine più -che mediocremente valida, ancorchè, secondo ebbe a confessare egli -stesso, mutabilissima[108]. Dopo di che s'ha da riconoscere ancora -che s'andò a poco a poco affievolendo e stemprando, sia pel crescere -lento e profondo di una pecca ereditaria, sia pel consecutivo insulto -di mali sopravvenuti, sia pel graduale consolidarsi e prevalere della -idea pessimistica. So che quest'ultima cagione non sarà accettata da -coloro che giudicano il pessimismo stesso essere tutto e sempre effetto -di depressione psichica e di detrimento organico, e quasi una denunzia, -comunque espressa, del mancamento della vita. Non è qui il luogo -d'entrare in una controversia assai disputata e sulla quale pende, e -penderà per lungo tempo ancora, il giudizio. Io mi contento di dire -che se quella che chiamano miseria o paupertà fisiologica predispone -naturalmente[109] l'animo a formarsi un concetto pessimistico della -vita, nol predispongono di certo a formarsene un concetto ottimistico -quelle dottrine della scienza che, sfatando l'antico errore, mostrano -l'uomo perduto in mezzo alle forze della natura, soggetto a quelle -stesse leggi a cui son soggette le creature inferiori e le infime, -spogliato infine d'ogni ragione di arroganza e di orgoglio; che c'è -una corrente di pessimismo la quale ha nella scienza le prime sue -scaturigini[110]; che si dànno esempii di pessimismo baldanzoso e -giocondo alla maniera del Nietzsche; che il pessimismo buddistico è -sereno, anzi giulivo; e che accanto al pessimismo dell'inerzia appare -il pessimismo dell'azione. Ciò avvertito a mo' di parentesi, non si può -non concedere che Giacomo Leopardi fu negli anni maturi uno di quegli -irresoluti e di quei timidi ond'è parola nei _Detti memorabili di -Filippo Ottonieri_[111]; sia pure che a produrre quella irresolutezza e -timidità concorressero efficacemente, com'egli stesso afferma, l'abito -dialettico e la riflession prolungata. - -Il Leopardi ebbe alto e forte il sentimento di sè, quello che -gl'Inglesi chiamano _self-feeling_. Fanciullo ancora, presentendo -la futura grandezza, l'annunziava nell'_Appressamento della morte_; -e molti sono i luoghi degli scritti suoi, e più specialmente delle -lettere, ove egli quel sentimento fa manifesto; sia con l'esprimere -orrore della mediocrità; sia col far conoscere un desiderio _forse -smoderato e insolente_ di gloria e il proposito di farsi _grande ed -eterno coll'ingegno e collo studio_; sia, infine, col risolvere _di non -inchinarsi mai a persona del mondo_, e di non curare il giudizio nè il -disprezzo altrui. La già citata lettera al padre, e l'altra al Broglio, -scritta in quella occasione medesima, sono per questo rispetto un -documento notabilissimo, anzi forse un documento unico, se si pensa che -colui che le scriveva era un giovane di poco più che vent'anni. A quel -medesimo sentimento è da ridur la baldanza (ove a torto taluno non vide -se non un espediente retorico) con cui il giovane poeta chiede l'armi -per combattere egli solo i nemici della patria; e l'orgoglio ancora -con cui si atteggia ad avversario indomabile di quel destino che in -modo affatto insolito (tale è la sua credenza) lo persegue e percuote: -e quello ancora che gli fa desiderare, dovendo essere infelice, -infelicità piena ed intera. Egli volle ritrar sè medesimo in quel prode -che la mano vincitrice del fato - - Indomito scrollando si pompeggia, - Quando nell'alto lato - L'amaro ferro intride, - E maligno alle nere ombre sorride[112]. - -Nè contraddicono punto a quel sentimento, anzi per diverso modo ne -dànno a conoscere la persistente e tormentosa acutezza, le parole -ch'ogni tanto egli si lascia uscire di bocca, quando dice di cominciare -a disprezzare la gloria, di aver perduta ogni illusione sul proprio -valore, di accordarsi oramai con l'universale che lo disprezza. Parole -appunto di chi in troppo alto e geloso modo sente di sè! Angoscioso -sentimento di una psiche sempre presente a sè stessa e ammalata di -consapevolezza eccessiva! Certe forme di pessimismo non ne vanno mai -scompagnate. - -Fu un genio il Leopardi? Molti lo affermano, qualcuno lo nega; e -non è questo uno di quei dissensi che si possano comporre recando in -mezzo prove ben definite e irrefragabili. Dalla intelligenza mezzana -e comune all'ingegno ed al genio si sale per gradi, starei per dire -infinitesimali, e non v'è strumento che segni il punto del preciso -trapasso dal primo al secondo, dal secondo al terzo. Quegli stessi -che per lunga tradizione e quasi universale sono giudicati genii -massimi, e di cui si suol dire che recano in fronte il marchio divino -ed indelebile, non poterono soggiogare in tutto la instabile fortuna -dei giudizii umani; e le vicende cui andò soggetta, col mutare dei -tempi e degli umori, la fama di un Omero e di un Aristotele, di un -Dante e di uno Shakespeare, lo provano, parmi, abbastanza. Non è -possibile dare del genio una definizione che non si smarrisca più o -meno in formole monche od incerte, e non si raccomandi, da ultimo, -assai più all'intuito che alla ragione. Abbiam dismesso il concetto -mitico o metafisico del genio; ma non gli abbiamo per anche sostituito -il naturalistico e positivo. Errore grave mi sembra esser quello di -taluni che solo criterio e sola misura del genio vogliono la utilità, -e sentenziano non meritare nome e fama di genii, se non coloro che -recarono agli uomini alcun insolito beneficio, strepitoso e grande: -e sembrami errore, non tanto perchè il giudizio della utilità è -incertissimo, e soggetto, nel corso della storia, a moltissime -mutazioni, quanto perchè il beneficio può assai volte, come c'insegna -la storia di molte invenzioni e scoperte, essere opera più del caso -che dell'intendimento. Le ragioni del genio vogliono esser cercate nel -soggetto da prima, nell'oggetto di poi; ma nel far giudizio e dell'uno -e dell'altro, è da guardare soltanto alla singolarità e alla grandezza, -e non alla utilità; dacchè ci sono genii benefici e genii malefici, e -tutte quasi le religioni credettero a un genio del male. Che il primo -Napoleone sia stato un genio benefico par difficile a dimostrare; ma -più difficile ancora che non fosse un genio. Io vorrei contentarmi di -dire: Genio è colui che addimostra una straordinaria potenza interiore, -operando cose che non erano preparate, o erano solo scarsamente -preparate dal precedente lavoro delle generazioni; che corona il -faticoso e lento edifizio della tradizione o lo abbatte; che in far -ciò dà a divedere un massimo di autonomia e un minimo di dipendenza; -che si trascina dietro un numero grande di spiriti comuni, i quali -lo acclamano maestro e rivelatore, e che riesce a far da solo, per -intrinseca e necessaria virtù di natura, ciò che i molti e gl'infiniti -insieme associati non potrebbero fare[113]. Vedo bene le deficienze e -le incertezze di questa che non oso chiamare una definizione; ma non -me ne soccorre altra che meglio mi appaghi, e questa, qual ch'essa sia, -può bastare al bisogno presente. - -Stimo doversi dire un genio il Leopardi perchè la precocità e la -estensione de' suoi studii fanno manifesto uno straordinario vigor -d'intelletto; perchè il singolare _autodidascalismo_ rivela uno spirito -singolarmente autonomo; perchè la dottrina filosofica di lui, o buona -o cattiva ch'ella sia, è, per la più parte, frutto della sua mente, -senza veri precedenti in Italia, e con poche, e dal poeta ignorate, -attinenze fuori d'Italia[114]; perchè la poesia creata da lui è, a -dispetto d'ogni influsso e riverbero greco, latino, petrarchesco, -o d'altra maniera, che vi si scorga per entro, poesia nuova in -Italia e nel mondo, per quanto può esser nuova una poesia che vien -dopo altra poesia e insieme con altra poesia. Come nei cieli della -poesia inglese il Byron, così nei cieli della poesia italiana appare -subitaneo e inopinato il Leopardi, simile ad una di quelle comete -che scaturiscono improvvise dalla profondità dello spazio, e luminose -solcano il firmamento, fuori d'ogni tracciato e cognito cammino. Se -mai può dirsi d'uomo nato da altro uomo, e vivente nella società de' -suoi simili, ch'egli sia originale, del Leopardi si dovrà dire che fu -originalissimo. Egli rinunziò la fede in che era nato e cresciuto, e -nella quale perseverarono tutti, o quasi tutti, i suoi; e la rinunziò -giovanissimo; e non già, come fu sospettato dal padre e da altri, ad -istigazion del Giordani, ma per atto spontaneo e spontanea risoluzione -di ragione in cimento. Quella che fu detta sua conversione letteraria -avvenne, non per ammaestramento o consiglio altrui, ma per virtù di -meditazione e di esame e di una tutta propria resipiscenza[115]. Se -tanto non basta a far riconoscere il genio, non so che altro possa -bastare. - -Per mia ventura io non ho da impelagarmi in una delle più vessate -questioni dei nostri giorni, quella delle relazioni e colleganze che -passano fra il genio, la degenerazione e la pazzia. Io non ho bisogno -di schierarmi (e in coscienza non potrei) nè con coloro che affermano -essere il genio una vera e propria psicosi, anzi una forma larvata -di epilessia, nè con coloro che di sì fatta affermazione molto si -stupiscono e più si adontano. A dir vero, le conclusioni mi pajono -tratte un po' a precipizio, così dall'una parte come dall'altra, -scambiate spesso le prime parvenze per prove, con definizioni -improprie, con criteri incerti, con metodo arrischiato, e spesso più -con desiderio di vincere l'avversario, che di accertare il vero. Il -problema è oscurissimo tra quanti se ne possono proporre alla umana -ragione. Veggo bene come assai volte il genio sia accompagnato dalle -stimate della degenerazione, dai turbamenti di una mutevole psicosi; -ma la ragione ultima e certa e la regola di quell'accompagnamento mi -rimangono occulte, e diffido non men di me che d'altrui, sapendo quanto -è difficile, e come spesso fallace, la investigazione delle cause, e -come pieno d'insidie il ragionamento. E forse noi non intendiamo ancora -i fatti della vita e della psiche in genere tanto che basti a lasciarci -penetrare la natura del genio. - -Ma non occorre che il problema sia risoluto ne' suoi termini generali -per iscorgere nei singoli casi il certo e il vero dei fatti e delle -concomitanze e conseguenze loro. Il caso particolare del Leopardi -fu recentemente studiato con diligenza d'indagine, con acume di -raziocinio, e con circospezione, non dirò intera, ma rara nella più -parte dei cultori di questi studii, in un libro ch'ebbe biasimi e -lodi, e che io, sinceramente, credo più meritevole d'essere lodato -che biasimato[116]. Non tutte certo le opinioni e le prove e i -ragionamenti e i giudizii che vi sono prodotti mi pajono tali da -doversi accettare[117], chè a molti anzi credo si debba contraddire -risolutamente; e nelle pagine che precedono, fu già implicitamente -contraddetto a qualcuno, e in quelle che seguono sarà, implicitamente -o esplicitamente, contraddetto a qualche altro; ma la conclusione -generale cui da ultimo perviene l'autore, quando afferma di riconoscere -nel grande Recanatese le stimate della degenerazione e della -psicopatia, e i sintomi gravi di una nevrastenia cerebro-spinale, mi -sembra tratta legittimamente, necessaria, inoppugnabile. - -E non intendo davvero perchè tanti se ne sieno risentiti come di una -ingiuria fatta al poeta, e abbiano gridato alla profanazione e al -sacrilegio. Similmente si gridò contro ai presunti profanatori della -memoria del Tasso, e i gridatori non ebber ragione, nè può essere -profanazione nel ricercare e dire la verità. Non è punto dimostrato che -la malattia sia condizione necessaria del genio; ma che il genio possa -meravigliosamente vivere e operare accanto e dentro alla malattia, e di -essa giovarsi, è provato da esempii senza numero. Lo stesso Leopardi, -se tornasse al mondo, non contrasterebbe troppo a certi giudizii -che di lui ora si fanno. Parlando della terribile melanconia che lo -perseguitava in Roma, come già lo aveva perseguitato in Recanati, e -doveva perseguitarlo anche altrove, egli scriveva, nel dicembre del -1822, al fratello Carlo: «Non nego però che questo non venga in gran -parte dalla mia particolare costituzione morale e fisica»[118]. Già sin -dall'aprile del 1817, se non prima, egli aveva imparato a conoscere la -melanconia _ostinata, nera, orrenda, barbara_, che lima e divora, _e -collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce_, tanto diversa da -quella _che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria_[119], -melanconia da lui in altri tempi provata. Passati molti anni, -nell'aprile del 1829, egli si lagnava che la melanconia sua fosse -divenuta _oramai poco men che pazzia_[120]. Nel _Dialogo di Tristano e -di un amico_, Tristano, ch'è, come ben s'intende, lo stesso Leopardi, -dice di non sapere se i sentimenti suoi nascano, o meno, da malattia, -ma soggiunge che _il corpo è l'uomo_[121]; e già molt'anni innanzi, ne' -versi alla sorella, il poeta aveva esclamato che in gracile petto non -si chiude anima pura. Contro l'opinion di coloro che stimano il genio -consistere in un temperamento e in un equilibrio di tutte le potenze -interiori, egli stimava difficilmente potersi far cose grandi dall'uomo -«in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra -loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi oltre modo»[122]; e -però sembra credesse essere certa sproporzione, o eccesso, o deformità -che si voglia dire, se non la condizione essenziale del genio, una -delle condizioni sue più principali e necessarie. - -Degno di lode mi sembra ancora il libro del Patrizi in quanto obbedisce -a _intendimenti naturalistici_, e oppone una critica informata a soli -principii scientifici (comunque erronea talvolta nella pratica) alla -critica sentimentale, ch'è la peggiore delle critiche, anzi la negazion -d'ogni critica; e non esito a dire che un utile avvertimento viene -da esso ai letterati di professione, i quali s'avrebbero a persuadere -oramai che la storia, la biografia e la critica letteraria non possono -d'ora in avanti far di meno dei lumi e degli ajuti della psicologia -normale e patologica, e, più in generale ancora, della biologia. - -Dal Patrizi dissento in parte nella questione, ancor essa tanto -controversa, del pessimismo leopardiano. Ho detto già di non credere -che il pessimismo sia, tutto e sempre, una _suggestion metafisica -della impotenza fisica_, un puro fenomeno _psicastenico_; sebbene -riconosca assai volentieri _l'inevitabile riverbero delle condizioni -organiche sul colore della filosofia_[123]. Che tale sia stato in -parte e, se si vuole, in molta parte, il pessimismo del Leopardi, -consento, e in qualche modo fu consentito anche da lui; perchè non fu -egli così saldo in ribattere la opinion di coloro che prima cagione -d'ogni sua filosofia dicevano essere i proprii suoi mali, che una -consimile opinione non portasse alcuna volta egli stesso. Nel _Dialogo -di Plotino e di Porfirio_, questi, ch'è pur sempre, sott'altro nome, -il poeta, parla della propria _disposizione_, cioè dell'avere in -fastidio la vita, e del conoscere che tutto è menzogna, illusione e -vanità, come di cosa che a lui proviene, _in buona parte, da qualche -mal essere corporale_[124]. E al Giordani aveva scritto sino dal -giugno del 1820, durante un breve tempo, in cui gli era sembrato di -potersi pur riavere: «Ma se bene anche oggi io mi sento il cuore come -uno stecco o uno spino, contuttociò sono migliorato in questo ch'io -giudico risolutamente di poter guarire, e che il mio travaglio deriva -più dal sentimento dell'infelicità mia particolare, che dalla certezza -dell'infelicità universale e necessaria»[125]. - -Ma il pessimismo non è di una sola maniera, nè ha, checchè possa -dirsi in contrario, una origine sola: e se quello del Leopardi è -prodotto, per una parte assai rilevante, dalla stessa sua complessione -fisica e psichica, e per un'altra parte, certo non piccola, dai casi -della vita, è pur prodotto in qualche misura dall'intelletto e dalla -ragione. Ciò non dovrebbe, parmi, essere così recisamente negato da -quegli scienziati, che avendo fatto il possibile per provare che non -v'è intelligenza nelle origini e nella universa vita del mondo, hanno -per ciò stesso contribuito a far sì che il mondo appaja spregevole e -divenga intollerabile all'intelletto. Dall'affrontarsi del razionale e -dell'irrazionale nasce una forma di pessimismo immediata e necessaria, -perchè la ragione, che non può negare sè stessa, non può, nell'atto -in cui si afferma, non negare il suo contrario. Un mondo irrazionale, -o tale presunto, deve di necessità apparir cattivo alla ragione; come -deve apparir cattivo al sentimento un mondo spoglio di sensitività; -e cattivo, se non pessimo, a tutto l'uomo un mondo che contrasta -agl'istinti e alle aspirazioni proprie della umana natura. Questo -pessimismo prorompe immediatamente dalla coscienza, e non v'è mente -che, pervenuta a certo grado di elevatezza e di amplitudine, non ne -sia capace, e può accompagnarsi con un'indole naturalmente gioconda, e -durare in mezzo a condizioni di vita, per quanto è possibile, riposate -e felici. Quando lo Shakespeare definisce la vita un'ombra che cammina; -e l'assomiglia a un povero commediante, che si pavoneggia e struscia -sulla scena un momento, e poi più non s'ode; e la dice una favola -recitata da un idiota, tutta piena di frastuono e di furore, vuota di -senso e di ragione; e quando afferma che noi siam fatti di quello onde -son fatti i sogni, e che la nostra picciola vita è tutta fasciata di -sonno[126]; è egli proprio necessario ch'altri sia un paranoico, un -lipemaniaco, un ipocondriaco, un degenerato per intendere le parole di -lui e assentire al giudizio? Un certo pessimismo nasce spontaneamente -dall'intelletto fatto autonomo[127]; e se a questo pessimismo non -diamo, per distinguerlo da ogni altro, lirico, religioso, politico, -il nome di filosofico, che molti in fatti gli ricusano, non so davvero -con qual altro nome e' si possa ragionevolmente chiamare. Che si possa -anche questo ridurre, così senz'altro, alla malattia e all'impotenza, -non vedo e non credo[128]. - -Il pessimismo del Leopardi fu, in parte, pessimismo filosofico. La -contraddizione fra l'idea e la realtà, fra la ragione e la natura fu -da lui chiaramente espressa in una lettera al Giordani, con queste -notabili e testuali parole: «.... questa è la miserabile condizione -dell'uomo e il barbaro insegnamento della ragione, che, i piaceri e -i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla -certezza della nullità delle cose sia sempre solamente giusto e vero. -E se bene, regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento -di questa nullità, finirebbe il mondo, e giustamente saremmo chiamati -pazzi, in ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe una pazzia -ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo tutte le saviezze -sarebbero pazzie, giacchè tutto a questo mondo si fa per la semplice e -continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla. -Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire quei poveri -filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento della -ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta nella cognizione -del vero, quando non c'è altro vero che il nulla; e questo pensiero, -ed averlo continuamente nell'animo, come la ragione vorrebbe, ci dee -condurre «necessariamente e direttamente a questa disposizione che ho -detto; la quale sarebbe pazzia secondo la natura, e saviezza assoluta e -perfetta secondo la ragione»[129]. - -Perciò non mi pajono aver ragione nemmanco coloro i quali asseriscono -il pessimismo del Leopardi essere pessimismo lirico puro e semplice, -tutto formato cioè di quel sentimento, o di quella mescolanza di -sentimenti, che i Tedeschi dicono _Weltschmerz_, e da taluno in Italia -fu chiamato dolore universale. Il pessimismo del Leopardi è moltiforme: -lirico, empirico, civile, filosofico; e negli schemi d'inni cristiani -che il poeta tracciava negli anni dell'adolescenza sono segni patenti -di pessimismo religioso. Lirico è il pessimismo che il poeta esprime -in tanti suoi versi, e quando per bocca di un pastore errante dell'Asia -esclama: - - Questo io conosco e sento, - Che degli eterni giri, - Che dell'esser mio frale, - Qualche bene o contento - Avrà fors'altri; a me la vita è male. - -Ma civile era apparso il pessimismo dei primi canti; e il pessimismo -che si serba empirico finchè si contenta di affermare l'eccesso e -la universalità del male, diventa filosofico allorquando passa ad -affermare la necessità ineluttabile di esso e la impossibilità del -rimedio. Perciò mi pare avesse ragione il Caro quando diceva che il -Leopardi dà del problema della vita una soluzione da cui è cancellato, -per quanto è possibile, il sentimento prettamente individuale, e che -quella soluzione egli innalza ed allarga sin là dove incomincia la -filosofia; e conclude con questo giudizio: «Par ce trait, que nous -voulions mettre en lumière, il se distingue nettement de l'école -des lyriques et des désespérés, où l'on a prétendu le confondre; il -n'a qu'une parenté lointaine avec les Rolla qui l'ont réclamé pour -leur frère: il les dépasse par la hauteur du point de vue cosmique -auquel il s'élève; il a voulu être philosophe, il a mérité de l'être, -il l'est»[130]. Di questa stessa opinione doveva essere ancora lo -Schopenhauer, quando giudicava nessuno mai aver trattato il tema del -dolore e della nullità della vita così profondamente ed interamente -come fece il Leopardi[131]. Resterebbe a vedersi se il Leopardi, -il quale notò «che molte conclusioni cavate da ottimi discorsi -non reggono all'esperienza»[132]; e si fece beffe della filosofia -aprioristica[133]; e disse di non ignorare «che l'ultima conclusione -che si ricava dalla filosofia vera e perfetta si è, che non bisogna -filosofare»[134]; e non immaginò nessuna metafisica; e non iscrisse -nè il romanzo dell'io, nè quello dell'idea, nè quello della volontà; e -disse tutto essere arcano fuor che il nostro dolore; non sia più vero -e maggior filosofo di molti che tengono largo, e forse troppo largo, -posto nella storia della filosofia antica e moderna. - -Se, togliendoci fuori dalle angustie e dalle intolleranze delle -scuole, noi teniamo essere filosofo colui che si affatica a formarsi un -concetto generale della vita e del mondo; colui che, avido di verità, -si sforza di conoscerla, senza riguardo alcuno al vantaggio proprio o -d'altrui, e che, conosciutala, ancorchè se ne senta offeso, ancorchè -se ne lagni, la manifesta e mantiene, sfidando biasimi, dileggi e -pericoli; se, dico, tale sia il nostro giudizio, dovremo dire che -il Leopardi, a dispetto di ogni mancamento o incertezza della sua -dottrina, fu un filosofo, e che non si può, senza ingiustizia, negargli -di filosofo il nome[135]. - - -CAPITOLO II. - -ESTETICA GENERALE DEL LEOPARDI. - -L'uomo non ha veramente altro desiderio che della felicità, e non -desidera e non ama la vita se non quanto la reputa strumento o -subbietto di quella. Scopo, non pur principale, ma unico della vita è -il piacere; e il vivere, per sè stesso, non è bisogno, perchè disgiunto -dalla felicità non è bene. Tale in sostanza il pensiero del Leopardi, -quale si trova chiaramente espresso in molti luoghi delle poesie e -delle prose[136]: e questo pensiero bisogna aver presente per ben -intendere la estetica di lui. - -Quanto è naturale nell'uomo il desiderio della felicità, altrettanto -la infelicità è necessaria. «Certo l'ultima causa dell'essere non è -la felicità; perocchè niuna cosa è felice»[137]. «Nessuna cosa credo -sia più manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i -viventi. Se questa infelicità non è vera, tutto è falso, e lasciamo pur -questo e qualunque altro discorso»[138]. Il poeta credette alcun tempo -che della infelicità propria fossero in tutto o in parte colpevoli gli -uomini stessi[139]; ma la opinione in cui da ultimo si fermò fu che -la infelicità nasce, non già da umano pervertimento, ma da necessità -di natura[140]. La sciagura umana è irreparabile, e non ha conforto -altro che il riso[141]. La felicità è impossibile anche per un momento -solo; tale il concetto del _Dialogo di Malambruno e di Farfarello_. -Non è possibile non patir sempre, sia per fatto degli uomini, o per -fatto della natura; tale il concetto del _Dialogo della natura e di un -Islandese_. La infelicità è maggiore negli animi più eccellenti; tale -il concetto del _Dialogo della natura e di un'anima_. E la vita è così -fatta che non si potrebbe per nessun modo sopportare, se non fosse -ogni poco interrotta dal sonno: «Tal cosa è la vita, che a portarla, -fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, -e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte»[142]. Ciò -nondimeno, dicendo che tutti gl'intervalli della vita umana frapposti -ai piaceri e ai dispiaceri sono occupati dalla noja[143]; e che la vita -allora riesce veramente cara, quando, scampatala da un pericolo, ci par -quasi di ricuperarla[144]; e che il solo modo che gli uomini abbiano -di gustare quella tanta felicità che può loro toccare in sorte si è di -rinunziare alla felicità[145]; il poeta viene a riconoscere che sono -nella vita alcuni piaceri (sebbene affermi il piacere esser figlio -d'affanno e il diletto non altro che un uscire di pena[146]), e che la -vita può essere, sia pure in qualche menoma parte, goduta, e che una -qualche felicità, sia pure scarsa, stentata, fuggevole, vi può trovar -luogo. - -E in fatti il poeta, ancorchè dica la vita _inutile miseria_ e spoglia -di qualsiasi frutto[147], pure enumera alcuni beni ond'essa vita è -consolata: primo fra tutti la giovinezza, poi l'amore, poi ancora le -dolci illusioni, i felicissimi inganni, i fantasmi consolatori. Qui ci -s'apre naturalmente il passo a discorrere delle idee estetiche di lui. - -L'amore fu pel Leopardi, più che altro, una fervente, ossequiosa ed -estatica ammirazione della bellezza sensibile; e in ciò si differenzia -notabilmente da altre forme dell'amore ideale, o, come suol dirsi, -platonico, ove si ostenta di non curare e di non istimare la veste -corporea e caduca dell'anima. Tale ammirazione può raccogliersi da -molti luoghi degli scritti del poeta, cui l'amore della bellezza già -faceva scordare negli anni giovanili l'amor della gloria[148]. _Beltade -onnipossente è maestra d'alto affetto_[149]; sembra rivelare _alto -mistero d'ignorati Elisi_[150]; però che un _caro sguardo_ è tra le -cose mortali la più degna del cielo[151], e la bellezza è, fra noi, -come una _viva immagine_ del cielo, e una fonte inenarrabile d'eccelsi, -immensi pensieri e sensi. - - Beltà grandeggia, e pare, - Quale splendor vibrato - Da natura immortal su queste arene, - Di sovrumani fati, - Di fortunati regni e d'aurei mondi - Segno e sicura spene - Dare al mortale stato[152]. - -E' pare dunque che il Leopardi, il quale sino dall'aprile del 1819 -scriveva al Giordani non trovare altra cosa desiderabile nella vita -_se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza_[153], -giudicasse spettare alla bellezza la dignità suprema, sopra quanto può -essere dall'uomo sentito, compreso, immaginato, ammirato. In ciò egli -si rivela indubitabilmente poeta, e molti furono in ogni tempo i poeti, -e generalmente parlando, gli artisti, che giudicarono nel medesimo -modo. Udiamo Alfredo De Musset: - - Or la beauté, c'est tout. Platon l'a dit lui-même: - La beauté sur la terre, est la chose suprême. - C'est pour nous la montrer qu'est faite la clarté. - Rien n'est beau que le vrai, dit un vers respecté; - Et moi, je lui réponds, sans crainte d'un blasphème: - Rien n'est vrai que le beau, rien n'est vrai sans beauté[154]. - -E udiamo il Baudelaire: «C'est cet admirable, et immortel instinct -du beau, qui nous fait considérer la terre et ses spectacles comme un -aperçu, comme une _correspondance_ du ciel... Ainsi le principe de la -poésie est, strictement et simplement, l'aspiration humaine vers une -beauté supérieure...»[155]. Un filosofo pessimista, il Hartmann, dice -la bellezza essere come l'aureola della vita, e non potere avere altro -scopo se non di consolare della sventura necessaria e irreparabile. -Qual altro scopo è più grande e più _utile_? - -Emanuele Kant scopriva maggior bellezza in un semplice ornato che nella -bellissima fra le donne, perchè la bellezza di costei è perturbata -da un elemento di finalità. Oh aberrazioni del preconcetto e del -sistema! Certamente il Leopardi non vide a quel modo. Per lui la più -alta forma della bellezza è per l'appunto la bellezza muliebre. Ma qui -è subito necessaria un'avvertenza, molto importante a ciò che dovrà -esser detto più innanzi. La bellezza che il Leopardi vagheggia nella -donna non è cosa esistente per sè ed in sè; è anzi il riflesso, e come -la individuazione, di una bellezza più alta, che il poeta ateo chiama -divina; di una vera e propria idea di bellezza, che sarebbe senz'altro -una delle idee di Platone, se il poeta non la dicesse talora figlia -della propria mente. Se come Dante fosse stato credente, il Leopardi, -come Dante, avrebbe detto essere la donna adorata - - una cosa venuta - Dal cielo in terra a miracol mostrare. - -Rileggansi quei noti versi dell'_Aspasia_: - - Raggio divino al mio pensiero apparve, - Donna, la tua beltà! - - Vagheggia - Il piagato mortal quindi la figlia - Della sua mente, l'amorosa idea. - Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude, - Tutta al volto, ai costumi, alla favella - Pari alla donna che il rapito amante - Vagheggiare ed amar confuso estima. - Or questa egli non già, ma quella, ancora - Nei corporali amplessi inchina ed ama. - -Da questi versi già si rileva che il Leopardi, in estetica, fu un -idealista, a quello stesso modo (conformità notevole) che fu un -idealista Alfredo De Vigny. - -E non poteva esser altro. Il giovinetto che, ignaro ancora dell'_acerbo -indegno mistero delle cose_, - - La sua vita ingannevole vagheggia, - E celeste beltà fingendo ammira[156]. - -s'avvede ben presto che la vita è vedova di bellezza, che il vero è -brutto; e quello stesso bello ch'egli aveva pur tanto ammirato nella -natura, gli si sforma ed offusca allo sguardo. Alfredo De Musset, nella -poesia testè citata, loda il Leopardi di _casto amore per l'aspra -verità_, e di questo amore dice ispirato il poeta; ma noi abbiam -veduto come fluttui l'animo del Leopardi nel far giudizio del vero; -e qui è pur forza riconoscere che, più particolarmente come poeta, -egli pone in diretto contrasto il vero col bello, e questo esalta, -quello deprime[157]. Il vero distrugge i sogni leggiadri, spoglia il -verde alle cose, dic'egli nella canzone al Mai; il vero è il maggior -contrario del bello, soggiunge nella _Comparazione delle sentenze di -Bruto minore e di Teofrasto_[158]. Altrove, alquanto più remissivo, -scriveva: «Certamente il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può -spesse volte porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello -è da preporre al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad -ogni altra cosa»[159]. - -Ma che è insomma il bello? Il Leopardi non s'arrischiò mai di darne -una definizione, e certo vide essere impossibile di trovarne una -che appaghi così il sentimento come la ragione. Non tentò nemmeno di -scoprire o d'inventare un canone di bellezza, e non indagò a quali -condizioni dell'organismo fisico per un verso, dell'organismo psichico -per un altro, risponda la impressione che produce in noi la bellezza -e il godimento che ne deriva. L'estetica non aveva ancora cercato -nella fisiologia e nella psicologia le nuove sue basi; e quella che, -fondata tutta nella metafisica, era sorta e fioriva in Germania, si -può dire che nemmen di nome fosse nota in Italia; dove opera capitale -in sì fatta materia erano pur sempre i ragionamenti _Del bello_, di -Leopoldo Cicognara, stampati la prima volta in Firenze l'anno 1808. In -questo libro si dà qualche contezza delle dottrine del Kant, ma così -scarsa e superficiale come poteva darla un uomo che diceva desiderabile -_un'esatta versione dal tedesco delle opere metafisiche del sig. -Kant per poter bene conoscere le sue idee su questo argomento_: e -il Lessing, il Winckelmann, lo Schiller vi sono nominati appena. La -estetica tedesca cominciò a penetrare in Italia soltanto verso il 1820, -per opera dei romantici[160]. - -Il Leopardi non dice che cosa sia il bello: egli si contenta di dire -che cosa il bello non è. Il bello non è il vero. Ma poichè il vero -è _ben altra cosa che la natura_[161], potrebbe darsi che il bello -fosse la natura. Questo credette il Leopardi nel tempo in cui scriveva -al Giordani: «Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo»[162]; -e questo ancora seguitò a credere per un pezzo; ma come più ebbe a -riconoscere nel mondo la scena ove si esercita - - il brutto - Poter che ascoso a comun danno impera, - -e nella natura una nemica; più si tolse da quella credenza, e finì -che disse poco essere il bello che la natura ci offre[163]. E il -bello non è l'utile, anzi è il suo contrario; almeno finchè per utile -s'intende ciò che dagli uomini comunemente s'intende: e qui è curioso -notare come il Leopardi venga a trovarsi d'accordo col Kant, con lo -Schiller, con lo Spencer, per non nominarne altri. Quello _Spettatore -Fiorentino_ che il poeta ebbe un tratto in animo di pubblicare, doveva -esser formato tutto d'idee negative e riuscire un giornale affatto -inutile[164]. Ma qui, per una inversione di ragionamento che trova la -sua piena giustificazione nella dottrina pessimistica del poeta (in -altre dottrine pessimistiche non la troverebbe, o la troverebbe più -difficilmente), l'utile diventa inutile e l'inutile utile. La vita -tutta quanta essendo, insieme col mondo in cui si produce e si agita, -una grandissima e disperatissima inutilità, ne viene di conseguenza -che inutilissime sono le operazioni e preoccupazioni tutte in cui gli -uomini si vengono tuttodì travagliando, con isperanza di far guadagno -e di fruire da ultimo della felicità faticosamente acquistata; e che -solamente utili sono quelle cose e fatiche, le quali arrecando qualche -diletto, fanno sì che gli uomini scordino i mali loro e quasi non -sappian di vivere. Non avendo la vita, per sè medesima, pregio alcuno, -è stolta affatto l'opera di coloro che, senza giovarla altrimenti, si -studiano di farla più lunga[165]; e solo meritano gratitudine coloro -che riescono ad alleviarne in qualche misura il peso e il fastidio. I -travagli hanno questo di buono, che non lasciano luogo alla noja, e non -dan tempo all'uomo di considerare la nullità della vita; ma poi hanno -questo di reo, che a prezzo di dolore ricomperano il benefizio; la qual -cosa non fanno i diletti che diconsi inutili. Sì fatti pensieri sono -dal poeta espressi con molta frequenza, con parole pronte e incisive. -Rileggansi tra l'altro, a questo proposito, i primi venticinque o -trenta versi della poesia _A Carlo Pepoli_, e un passo di lettera al -Giordani, ov'è affermato che il dilettevole è _utile sopra tutti gli -utili_[166], e il già citato preambolo allo _Spettatore Fiorentino_, -ove occorrono queste parole: «Lasciamo stare che, lo scopo finale di -ogni cosa utile essendo il piacere, il quale poi all'ultimo si ottiene -rarissime volte, la nostra privata opinione è che il dilettevole sia -più utile che l'utile»[167]. - -Ammesso ciò, non solo la letteratura sarà da stimare più utile che -tutte, quante sono, le scienze politiche e sociali, dette dal poeta -_discipline secchissime_[168]; ma le arti in genere saranno da avere -in assai maggior conto che le scienze in genere, e che l'altre forme -tutte, comunque preconizzate, dell'umano lavoro, e dovrannosi riverire -ed amare come sole alleviatrici e consolatrici della nostra sciagura. -Ed ecco che con ciò riman fermato e definito così l'oggetto, come il -fine e l'officio di quelle che il poeta, giovanissimo ancora, aveva -chiamate _care arti divine_[169]. - -Oggetto principalissimo, per non dire unico, delle arti sarà il -bello; e poichè il bello è il contrario del vero, saranno le vaghe e -dolci immaginazioni che velano il vero, e parano all'uomo, se non la -conoscenza, la _vista impura_[170] di esso. L'artista vive per rivelar -la bellezza. «Lieto, lietissimo vi voglio sempre, o mio Giordani, chè a -questo ci hanno a servire gli studi e la considerazione del Bello che -tutto giorno ci sforziamo d'imitare»[171]. Non è però che il Leopardi -voglia affatto escluso il brutto dall'arte, chè anzi, su questo punto, -egli aveva già contraddetto al Giordani, affermando che l'arte lo deve -pur conoscere e ritrarre, e ricordando che Omero, e Virgilio, ma sopra -tutti Dante, non l'avevano sempre schifato, e che il brutto, _imitato -dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare_[172]. Ma -insomma, egli mostra di dilettarsene poco, e non ci fissa su l'occhio, -e non ne ragiona volentieri, inconsapevole della nuova importanza -ch'esso stava assumendo nella dialettica di Giorgio Hegel e nella -fantasia e nell'arte dei romantici. - -Non è sempre vero quanto affermano alcuni, che i pessimisti sono poco -disposti a veder bellezza nelle cose reali, e inclinati a cercarla -nelle sole finzioni[173]. Ciò non si potrebbe dire, nè di un filosofo -pessimista quale lo Schopenhauer, nè di un poeta pessimista quale -il Leconte de Lisle; ma si può ben dire con la dovuta misura e -circospezione, di molti; ed è consentaneo alla loro natura e alla loro -credenza. Da giovane il Leopardi pensò (probabilmente senza troppo -discutere con sè stesso e ripetendo opinione divulgatissima) che -_ufficio delle belle arti sia d'imitare la natura nel verisimile_[174]; -e vedremo ch'egli a così fatta imitazione non rinunziò mai, e che anzi -ebbe sempre l'occhio alla realtà, per modo da dare ai critici occasione -e motivo di parlare del verismo e del realismo di lui; ma, considerata -debitamente ogni cosa, non si può negare che il Leopardi si compiaccia -più della finzione che della realtà, com'è in più particolar modo -provato dalle _Operette morali_, dove le _posizioni_ e i temi sono, -pressochè sempre, non pure ideali, ma fantastici ed impossibili; e come -è ancora provato dalle parole di quella curiosa confessione che una -volta il poeta fece al Jacopssen, di fuggire, cioè, durante la veglia, -le donne che aveva vagheggiate nel sogno[175]. - -Studii del bello, affetti, immaginazioni, illusioni, il Leopardi vuole -che tutti insieme si adoperino a conforto della infelicità nostra[176]. -Egli vive in un perpetuo desiderio di dilettose immagini, rimpiange -i dolci sogni della fanciullezza, non sa darsi pace della giovinezza -perduta e delle care illusioni perdute con quella. Non v'è poeta che -non abbia pianta la giovinezza; ma le ragioni del pianto non sono -le stesse per tutti: e certo i più lamentarono perduta con essa la -facoltà di godere, anzichè la facoltà d'ingannarsi; e qualcuno, come -lo Chateaubriand, non tanto dilesse la giovinezza, quanto detestò -la vecchiaja, vedendo in essa quasi una ingiuria e uno sfregio alla -dignità ed al decoro della persona. Il Leopardi non altra felicità -propriamente persegue con l'inutile desiderio se non quell'una, in -cui l'anima, soggiogata dal _possente errore_ e dagli ameni inganni, -deliziosamente si abbandona, ignara dell'_acerbo indegno mistero delle -cose_, inconscia quasi di sè. - - Era quel dolce - E irrevocabil tempo, allor che s'apre - Al guardo giovanil questa infelice - Scena del mondo e gli sorride in vista - Di paradiso[177]. - - O speranze, speranze; ameni inganni - Della mia prima età! sempre, parlando, - Ritorno a voi; chè per andar di tempo, - Per variar d'affetti e di pensieri, - Obbliarvi non so[178]. - -Senza affetti e senza errori gentili la vita è notte a mezzo il -verno[179]; e dileguata la giovinezza, la vita appare abbandonata e -scura, e non si colora più mai d'altra luce, e l'uomo è fatto estraneo -alla terra[180]. Sopra tutte le cose è da aborrir la vecchiezza, -perchè chiusa alle care illusioni; e da aborrir sono i vecchi, -che la giovinezza già per sè fuggitiva si studiano di spegner nei -giovani[181]. Però Consalvo è lieto di morire in sul fior dell'età. - -«Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle -_care illusioni_», scriveva in età di ventidue anni il Leopardi al -Brighenti[182]. E non molti giorni innanzi aveva scritto al Giordani: -«Io non tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo -modo sostanziali, giacchè non sono capricci particolari di questo o -di quello, ma naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e -compongono tutta la nostra vita»[183]. In questa opinione durò egli -poi lungamente, salvo qualche contraddizion passeggiera di tanto in -tanto, e salvo ancora che in certi tempi verità e menzogna egli involse -nello stesso disdegno. Non sarà fuor di luogo notare che il fratello -Carlo fu in ciò dello stesso sentire di Giacomo. In una lettera che -il primo scriveva al secondo ai 16 di dicembre del 1822, si legge: -«In conclusione si è sempre detto, che le città grandi non sono fatte -per l'uomo di sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il -mondo: _le pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être -habité_»[184]. - -Ma qui nasce un dubbio che, date certe contraddizioni del pensiero -leopardiano, non è agevol cosa risolvere. D'onde provengono nell'animo -umano queste benedette illusioni, che sole dànno pregio alla vita, -e sole ne temperano la infelicità? Nella lettera al Giordani testè -ricordata il poeta scriveva: «Io credo che nessun uomo al mondo in -nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle illusioni, -perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma della -natura; la quale _expellas furca, tamen usque recurret, Et Mala -perrumpet furtim_ FASTIDIA _victrix_»[185]. E così in molte altre -occasioni lodò la natura quale soccorritrice di lieti inganni e di -felici ombre, e perchè, con benefica impostura, si studiò di occultare -e di trasfigurare agli uomini la parte maggiore della infelicità -loro[186]; ma una lode di tal maniera, se suona bene sulle labbra di -un discepolo del Rousseau, non può non disdire sulle labbra di tale a -cui giudizio essa natura fu _madre in parto ed in voler matrigna_, e di -tutt'altro curante che del male nostro o del bene, e tale insomma che, -discordando affatto dalle nostre _vaghe immagini_, e chiusa ad ogni -pietà, ci danna irreparabilmente al dolore[187]. - -Essendo che la natura, secondo si ragiona nel _Dialogo della natura -e di un'anima_, è una specie di essere medio, intermediario fra il -destino e le creature, potrebbe darsi che le illusioni ci scaturissero -da una qualche fonte soprammondana e soprannaturale; fossero alcun -che di simile alle idee tipiche di Platone. E a sì fatto concetto -sembra che si conduca alcuna volta il poeta; sebbene non sia possibile -intendere come dal _brutto_ - - Poter che ascoso a comun danno impera - -emani il bello, fluiscano le sole consolazioni che all'uomo sia -dato sperare. Ma noi contentiamoci di venir notando le varie -conformazioni del pensier del poeta, e non pretendiamo, chè sarebbe -impresa disperata, sciogliere le contraddizioni in cui esso si viene -avvolgendo. Pongasi mente a que' versi della canzone _Alla sua donna_ -ove il poeta invoca ed esalta, non una donna reale, non una donna -idealizzata, ma propriamente l'idea della donna[188]: che dice il -poeta? - - Già sul novello - Aprir di mia giornata incerta e bruna, - Te viatrice in questo arido suolo - Io mi pensai. Ma non è cosa in terra - Che ti somigli; e s'anco pari alcuna - Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, - Saria, così conforme, assai men bella. - -Abbiamo qui, al modo stesso che nell'_Aspasia_, l'archetipo, da cui -riceve, o potrebbe ricevere, forma e vita e movimento la cosa reale e -sensibile: e il poeta medesimo avverte, fra il serio e lo scherzoso, -che forse è quella una delle idee di Platone[189], e da ultimo esce in -questo saluto: - - Se dell'eterne idee - L'una sei tu, cui di sensibil forma - Sdegni l'eterno senno esser vestita, - E fra caduche spoglie - Provar gli affanni di funerea vita; - O s'altra terra ne' superni giri - Fra' mondi innumerabili t'accoglie, - E più vaga del Sol prossima stella - T'irraggia, e più benigno etere spiri; - Di qua dove son gli anni infausti e brevi, - Questo d'ignoto amante inno ricevi. - -Da questa poesia all'_Aspasia_ corsero all'incirca dieci anni[190]: -onde si vede che l'accostamento del Leopardi a Platone non fu nè -accidentale, nè passeggiero. - -Ed ecco ora il Leopardi e lo Schopenhauer, senza sapere l'uno -dell'altro, giungere per diverse vie a un punto medesimo, accordarsi -nel medesimo pensamento. Com'è noto, lo Schopenhauer immagina che la -volontà crei primamente i tipi ideali, i quali calandosi poi nelle -cose acquistano esistenza individuata e concreta. Il bello non è nella -cosa, ma nella idea, che si apprende per la contemplazione estetica; -e oggetto proprio ed essenziale dell'arte è l'idea, e vero suo officio -manifestare l'idea; la quale, secondo che lo Schopenhauer si piace di -affermare e di ripetere, va intesa appunto come la intendeva Platone: -onde la scienza è il modo aristotelico di guardare le cose, l'arte -il modo platonico[191]. E il Leopardi e lo Schopenhauer vengono a -trovarsi d'accordo (cosa da quest'ultimo non desiderata di certo) con -Giorgio Hegel, il quale afferma non altro essere il bello se non la -manifestazione dell'idea nell'opera d'arte. Le illusioni e i fantasmi -accarezzati e glorificati dal Leopardi si possono considerare come -disegni e archetipi di cose che l'uomo vorrebbe che fossero e non sono. - -Ma vengano in origine dalla natura, o vengano d'altronde, le illusioni -allignano nell'animo umano, e ricevono conformazione e colore dal -sentimento e dalla fantasia. Di qui il grande valore che il Leopardi -riconosce a entrambe queste potenze, di cui non si stanca di dire -le lodi. Al Giordani scriveva nel marzo del 1820 di non arrivare «a -comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti -vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo»[192]. E al Jacopssen nel -giugno del 1823: «En effet, il n'appartient qu'à l'imagination de -procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit -capable. C'est la véritable sagesse que de chercher ce bonheur dans -l'idéal, comme vous faites. Pour moi je regrette le temps où il m'était -permis de l'y chercher, et je vois avec une sorte d'effroi que mon -imagination devient stérile, et me refuse tous les secours qu'elle -me prêtait autrefois»[193]. Il che non era poi tanto vero, se nel -febbrajo del 1828 poteva scrivere da Pisa alla sorella: «Vi assicuro -che in materia d'immaginazioni mi pare di esser tornato al mio buon -tempo antico»[194]; al tempo cioè in cui altamente si scandolezzava dei -poeti e delle poetesse di Roma che persino i nomi ignoravano di genio, -d'immaginazione, di sentimento, e di ciò al fratello Carlo scriveva -indignate parole[195]. Dal _caro immaginare_ derivava egli l'una -parte (derivando l'altra dal _dolce rimembrare_) delle maggiori e più -schiette sue gioje; e se pure gli avvenne di dire una volta: - - dell'imago, - Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago[196], - -egli è nondimeno da credere, dopo quanto siamo venuti notando, che di -nessun vero si appagasse mai tanto quanto delle immagini che gli creava -la fantasia. Di qui una conseguenza importante: facoltà creatrice -dell'arte sarà, a giudizio del nostro poeta, per eccellenza la -fantasia. - - Te punge e move - Studio de' carmi e di ritrar parlando - Il bel che raro e scarso e fuggitivo - Appar nel mondo, e quel che, più benigna - Di natura e del ciel, fecondamente - A noi la vaga fantasia produce, - E il nostro proprio error. Ben mille volte - Fortunato colui che la caduca - Virtù del caro immaginar non perde - Per volger d'anni; a cui serbare eterna - La gioventù del cor diedero i fati; - Che nella ferma e nella stanca etade, - Così come solea nell'età verde, - In suo chiuso pensier natura abbella, - Morte, deserto avviva[197]. - -In questi notabilissimi versi sono indicati l'oggetto, o vogliam dire -la materia, e il fine e l'officio dell'arte. L'arte ritrae il bello, -e più propriamente il bello creato dalla fantasia; l'arte abbella la -natura e la vita. Per il Leopardi, come per lo Schopenhauer, essa è -una consolatrice, una emancipatrice, sia pur momentanea. I pessimisti -essendo, se non per sentimento, per logica necessità, nemici della -natura, non possono non essere grandi amici di quell'arte che li trae -fuori del _peggiore dei mondi possibili_, e li trasporta in ispirito -nel migliore dei mondi immaginabili. Però l'arte, agli occhi dei -pessimisti, non può essere quel giuoco che parve allo Schiller e allo -Spencer: anzi, sebbene sia un inganno, o appunto perchè un inganno[198] -è la cosa più seria, diciam pure la sola seria, che la vita ci offra. -L'arte non fa, come comunemente si predica, della realtà una finzione; -ma fa, per contrario, della finzione una realtà. Il Baumgarten, -discepolo del Leibniz, e inventore di questo nome di estetica da -lui dato alla scienza del bello, tenendosi stretto all'ottimismo -dommaticamente rigido del suo grande maestro, giudicava superba, -perversa, ingiuriosa alla divinità l'arte eterocosmica, l'arte, cioè, -che presume, fingendo, di creare un mondo migliore di quello esistente; -e il Kant fu dello stesso sentire; e dello stesso sentire doveva essere -Dante, quando formava il concetto di un'arte che, essendo a Dio quasi -nipote, e però figlia della natura, questa - - quanto puote - Segue, come il maestro fa il discente[199]. - -Per contro l'arte eterocosmica dev'essere quella a cui i pessimisti -si sentono maggiormente inclinati; i quali difficilmente potranno -consentire a Platone che l'arte sia di gran lunga inferiore alla -natura, e più volentieri staranno con quei filosofi che la prima, -considerata quale opera dello spirito, pongono risolutamente sopra la -seconda, considerata quale opera di cieche energie; e, generalmente -parlando, la forma d'arte verso cui inclineranno, sarà tanto più -eterocosmica, quanto maggiore disgusto essi proveranno della vita e -del mondo; salvo che per deliberato proposito non vogliano giovarsi -dei sussidii dell'arte per far vedere e sentire vie meglio la disperata -miseria dell'una e dell'altro[200]. - -Il Byron, sul punto di partir per la Grecia, d'onde non doveva più -fare ritorno, diceva d'avere abbracciata la poesia per non sapere che -altro fare di meglio, e in ogni tempo fece più stima assai dell'azione -che dell'arte. L'animo del Leopardi dovette ondeggiar lungamente fra -contrarii giudizii, e non quietarsi mai del tutto in nessuno. Quando -scriveva da Roma nel novembre del 1822 al fratello Carlo: «Ho bisogno -d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita»[201], gli è probabile -ch'egli ponesse l'azione, il moto e il fervor della vita, sopra l'arte; -ma quando, dimenticate oramai le Termopile, e dimenticato Simonide, -nel luglio del 1828, alludendo al conte Andrea Broglio, morto ancor -egli in Grecia, scriveva al padre: «Io non sapeva che il suo fanatismo -l'avesse portato ad andare ad esporre la vita per causa e patria non -sua»[202] gli è probabile ch'ei portasse tutt'altro giudizio; sebbene -fosse l'anno appunto in cui si rallegrava d'esser tornato, in materia -d'immaginazioni, al suo buon tempo antico. - -Qui pare ci si discopra un'altra contraddizione del Leopardi. Se -officio dell'arte, anzi sua propria ragione, si è di mitigare la -nostra sciagura, di farcela in qualche parte scordare, sostituendo -un mondo di dilettose finzioni a questo mondo di tormentosa realtà, e -restaurando nella fantasia le care illusioni che la vita viene tuttodì -disfacendo; perchè non si conforma a questo fine l'arte di lui? perchè -la sua poesia si ostina a farci vie più consci del mal che ci strugge, -e sempre ci ripone sott'occhi l'aborrito vero, e invece di ricrear le -illusioni si appaga di piangerle? Non dovrebbe appunto la sua poesia -essere come quella divina arte della musica, di cui dice egli stesso -che sembra rivelare _alto mistero d'ignorati Elisi_? La domanda par -ragionevole, e che non lasci luogo a risposta; ma ci si può rispondere; -e la contraddizione non è così acuta come può a prima giunta sembrare. - -Premettiamo una osservazione d'indole generale. Un poeta pessimista -può certo, facendo tacere la voce del proprio dolore, appartandosi -in qualche modo e per qualche tempo dalla propria dottrina, produrre -una poesia dove non appajano se non immagini dilettose e serene, non -respirino se non sentimenti dolci o vivificanti, e la stessa natura sia -ritratta con lieti e chiari colori, fuori, per così dire, dell'ombre -consuete del suo proprio pensiero: nè si può asserire che una poesia -così fatta manchi in tutto al Leopardi. Ma bisogna pur riconoscere che -le altre arti, e in più special modo la musica, possono servire a cotal -dissimulazione del vero assai meglio e assai più che non l'arte della -parola. La parola ha significazione troppo determinata e precisa, e più -che ogni altro segno di cui possa giovarsi lo spirito umano a palesare -sè stesso è legata al vero; onde torna difficile al pessimista, sia pur -egli poeta, mentire un mondo tutto ideale con quelle stesse parole con -cui, da altra banda, viene descrivendo e giudicando il mondo reale. -Non v'è frase musicale che propriamente affermi o impugni alcun che; -non v'è per contro proposizione che non asserisca il vero (accertato -o presunto), o nol contraddica; e però gli è quasi impossibile che il -poeta pessimista non iscopra nella propria poesia la propria credenza, -non vi lasci scorgere la preoccupazion sua consueta, non vi porga -testimonianza di sè. Si sforzi egli pure, come il Leconte de Lisle, di -riuscire oggettivo, sereno, impassibile; la sua poesia ritrarrà sempre -del colore della sua anima, sarà sempre, in un modo o in un altro, un -documento di pensier pessimistico. - -Ciò premesso in generale, vi sono, per quanto spetta al Leopardi in -particolare, altre osservazioni da soggiungere. Può dirsi, non senza -ragione, che la sua poesia ritrae troppo del colore della sua anima, -ripete, troppo insistentemente, la dottrina pessimistica di lui; e -qualcuno potrebbe prenderne argomento a giudicare che più conferisca -all'arte l'ottimismo, quando si sforza di attirar l'attenzione sul -bello delle cose, che non il pessimismo, quando d'altro non si cura -che di metterne in mostra il brutto. Ma primamente è da considerare -che l'arte, quando troppo si diletti delle belle finzioni, e solo in -formar quelle si eserciti, corre pericolo di mancare al proprio suo -fine, e di riuscire, non alleviatrice, ma aggravatrice dell'umano -dolore, facendo che l'uomo, per ragion del contrasto, sempre più si -disgusti e s'infastidisca di quella realtà in cui è pur forza che -viva, e che il pessimista, rifugiandosi tutto nel sogno inattuabile, -divenga sempre più pessimista. Per contro, la poesia che esprime -dolore universale tende, favorendo la simpatia, a consolare tutti i -sofferenti, conformemente all'antico adagio _solamen miseris socios -habuisse malorum_[203]. Avvertì Seneca nulla farci tanto sentire che -noi siam membri di un solo corpo quanto la comunanza e universalità -del dolore; e veramente la morale non può trovare altra base che sia -più vera e più salda di questa. Così appunto la intese il Leopardi, -quando nella _Ginestra_ prese a esortar gli uomini a stringersi in -lega contro l'avversa natura; dove inaspettatamente vediamo scaturire -dal pessimismo un principio d'azione. Ma c'è altro a dire. Quando per -condizioni di tempi e di coltura il vero non si può più oltre celare, -non tanto giova che l'arte lo contraddica, quanto che lo rattemperi. -Se il vero è amaro per sè, _condito in molli versi_ tornerà meno -amaro. Se non restaura illusioni, che la conoscenza del vero ha -irreparabilmente disfatte, il nostro poeta una almeno ne tiene viva, -e non la men nobile, e non la meno benefica: quella della bellezza. I -suoi versi sono, chi può negarlo? i più disperati che mai si scrissero; -ma poche volte al mondo se ne scrissero di più belli. Il dolore che -così intensamente li affanna, è mitigato e come incantato dal fascino -onnipossente della bellezza; e non v'è pessimismo che tenga; dov'è -tanta bellezza, non può non essere godimento. Anche una volta l'arte -trionfa della natura; l'uomo, del suo destino. Che importa se i -pensieri son tristi, se il vero piange e sospira? - - Our sweetest songs are those that tell of sadest thougt. - -Non isfuggì alla perspicacia del Goethe che l'artista si libera -di molta parte della sua pena quando riesce ad estrinsecarla, a -realizzarla nell'opera d'arte. Scrivendo il _Werther_ egli guarì del -male onde Werther perisce. I poeti consolano e deprecano col canto -i proprii dolori. Il Leopardi, esprimendo in versi immortali la -disperazione della vita, si consolò alcuna volta di vivere; e tutti -coloro, che, soffrendo dello stesso suo male, leggeranno con puro -animo que' versi, ne riceveranno il medesimo beneficio. La bellezza -li avvolgerà del suo lume, li penetrerà del suo calore, medicherà le -loro ferite, trasmuterà per un giorno, o per un'ora, il loro dolore in -dolce, tenera, appassionata letizia. - -L'arte è opera del genio, il quale nel fervore dell'entusiasmo la -concepisce e la crea. Dove non è entusiasmo, arte non nasce. Disse -una volta il Beethoven a Bettina Brentano: l'artista vero non piange, -ma è pieno di entusiasmo. No; l'artista vero può piangere e ridere; -ma se, piangendo o ridendo, non fosse pien d'entusiasmo, non sarebbe -vero artista. L'entusiasmo è un'accensione di animo innamorato -e una esaltazion di potenza. Non si ama a freddo nè la donna, nè -l'arte: i frigidi sono esclusi in perpetuo dal regno dell'amore. Sia -che si voglia della frigidità fisiologica del Leopardi in materia -d'amore[204], in materia d'arte egli frigido non fu davvero. Ho già -recato alcuni luoghi di lettere, ov'egli parla dell'entusiasmo come di -cosa affatto necessaria alla vita: se ne potrebbero recare degli altri. -Il Leopardi non avrebbe mai consentito a quella opinione del Baudelaire -che disse: «L'inspiration c'est une longue et incessante gymnastique». -Egli sa, per propria esperienza, quanto il genio debba allo studio -perseverante, alla meditazione, all'esercizio; ma non può però credere -che il genio altro non sia se non una _lunga pazienza_. Il genio è per -sè stesso, o non è. Se è, la lunga pazienza lo può fecondare, nutrire, -corroborare, correggere; se non è, la pazienza, per quanto lunga, non -può farlo nascere. Il Leopardi parla del genio come di cosa stupenda, -incomprensibile e che trascenda la umana natura; e ciò ch'ei ne dice, -ricorda più d'una volta ciò che ne dice lo Schopenhauer, il quale lo -ammira e lo celebra senza fine, sebbene lo giudichi anch'egli quasi -prossimo alla pazzia[205]. Il genio consiste, secondo il Leopardi, -in una maggiore _intensione di vita_, ed è contraddistinto da una -particolare _finezza d'intelletto_ e _vivacità d'immaginazione_, le -quali fan sì ch'esso abbia poca signoria di sè stesso, e, sopraffatto -_dalla grandezza delle proprie facoltà_, incontri continuamente _mille -dubbietà nel deliberare, e mille ritegni nell'eseguire_; sia poco -atto a provvedere alle minute necessità della vita, e necessariamente -infelice[206]. Lo Schopenhauer mostra di essere sostanzialmente -della stessa opinione quando dice che il genio, il quale consiste in -un eccesso d'intelletto, è di sua natura irrequieto e insaziabile, -nemico della ragionevolezza pedestre e del senso comune, soggetto alla -passione, _emancipato_ (?) dalla volontà. Pel Leopardi, come per lo -Schopenhauer, la fantasia è strumento meraviglioso e necessario del -genio. Per entrambi, ciò che più particolarmente contraddistingue -il genio si è la intuizione, la divinazione. Il genio poetico sembra -fosse giudicato dal Leopardi il più alto e mirabile. I poeti lirici, -in uno istante, «scuoprono tanto paese, quanto ne sanno scoprire i -filosofi nel tratto di molti secoli», dic'egli nella _Comparazione -delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto_[207]. Il Carlyle, -rifacendo uno del poeta e del profeta, esclama: «Entrambi penetrano -il sacro mistero dell'universo, quello che il Goethe chiama secreto -aperto»[208]. - -Vediamo ora quale sia, se così è lecito esprimersi, il campo estetico -del nostro poeta, o, per usare altri termini, quanto giri e che -chiuda il cerchio delle sue impressioni estetiche e dell'estetico -suo godimento. Tutti sanno che anche in ciò passano tra gli uomini -differenze grandissime; e che, mentre per i più quel cerchio si volge -breve in sè stesso, e per molti tanto si rinserra che quasi si riduce -in un punto, per alcuni pochissimi tanto quasi si allarga quanto -il cerchio del sensibile e dell'intelligibile. Per non citare altri -esempii che di poeti, il cerchio estetico di un Dante sta al cerchio -estetico di un Savioli, o di un Vittorelli, come, nel nostro sistema -solare, l'orbita di Nettuno all'orbita di Mercurio. - -Prima di tutto è da riconoscere un fatto. La estensione del campo -estetico è determinata quanto allo insieme, in ciascuno di noi, dal -grado della recettività, dalle attitudini, dalla complessione fisica -e psichica: e il godimento estetico è più o meno variato, largo ed -intenso, secondo ch'è maggiore o minore la generale capacità nostra -rispetto al piacere. Complessioni diverse, capacità diverse, dànno -luogo a inclinazioni e dottrine diverse[209]. Suppongansi due uomini, -di cui l'uno abbia i sensi corporei, e specialmente i superiori, assai -validi, pronti ed acuti, e l'altro gli abbia, per contro, deboli, -tardi ed ottusi; l'uno, vigoroso e vigile senso morale; l'altro, -rilassato e neghittoso; l'uno sia più ricco di fantasia che di ragione; -l'altro, più di ragione che di fantasia: i loro campi estetici saranno -necessariamente diversi, diversa in ciascuno la natura e la misura del -godimento, diverse, in ultimo, le dottrine ch'essi potranno venire -ideando. Fra la estensione del campo estetico e la estensione del -godimento estetico passa (è quasi superfluo il notarlo) strettissima -relazione; ma a un campo d'impressioni assai esteso può corrispondere -un debole grado di godimento, e, per contro, a un campo d'impressioni -più ristretto può corrispondere un grado di godimento molto più -intenso. Estensione ed intensione non sono sempre in ragione diretta -fra di loro; ma non sono nemmeno necessariamente in ragione inversa, -sebbene in molti casi possano essere. Un dilettante può gustare -tutte le arti, e di ciascun'arte tutte le forme, e godere di tutte -moderatamente: un artista di professione può non gustare che l'arte -propria, ma di quella godere intensissimamente. Da altra banda può -avvenire che l'una forma di godimento promuova l'altra, e l'azione e -reazione dell'una sull'altra produca come una generale elevazione di -potenza. In un Goethe la estensione del godimento sembra accrescere -la intensione; e il Rinascimento nostro ci offre esempii mirabili -di corrispondenza diretta fra la estensione del campo estetico e la -intensione del godimento estetico, e di feconda fusione del dilettante -e dell'artista in uno. - -Qual è il campo estetico del Leopardi, e come circoscritto? Dovrò -più innanzi, parlare di proposito dei sensi corporei di lui; ma qui -è da notare che, fatta eccezion dell'udito, egli non ebbe sensi molto -validi, e che scarse furono in lui l'energie della vita di relazione. -Nel campo estetico del Leopardi terranno minor luogo le impressioni -derivate immediatamente dai sensi, dal movimento, dallo sforzo, ecc., e -di ciò si vedranno, sino ad un certo segno, gli effetti nell'arte sua. - -Il Leopardi sentì molto, come vedremo, la musica, ma non molto le -arti figurative e l'architettura. Nella canzone _Sopra il monumento -di Dante_ egli parla con calore delle _care arti divine_, ricorda con -isdegno l'_opre divine_ degl'italici ingegni tratte a misera schiavitù -oltre l'Alpi, invita il _guasto legnaggio_ a mirare, insieme con le -ruine che fan testimonio dell'antica grandezza, - - E le carte e le tele e i marmi e i templi; - -ma non si vede che tele e marmi e templi, in Roma, in Firenze, in -Pisa, o in qual si voglia altra città, abbiano mai prodotto nell'animo -suo una grande impressione; e il silenzio delle sue lettere a -questo riguardo è veramente curioso e significativo. La grandezza -e la magnificenza di Roma destarono in lui assai più sgomento che -ammirazione. «Il materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini -di qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la popolazione -di Roma non basta a riempire la piazza di San Pietro. La cupola l'ho -veduta io, colla mia corta vista, a 5 miglia di distanza, mentre io -era in viaggio, e l'ho veduta distintamente colla sua palla e colla -sua croce, come voi vedete di costà gli Apennini. Tutta la grandezza -di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero -dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. Queste -fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, -sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d'essere spazi che -contengano uomini»[210]. «Credi, Carlo mio caro, che io son fuori di -me; non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il demonio -non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo non provo il menomo -piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non lo sento, e -t'accerto che la moltitudine e grandezza loro m'è venuta a noia dopo il -primo giorno»[211]. Bada a dire un gran male dei Romani, così maschi -come femmine, e in ispecie dei letterati, che pur gli avevano fatto -accoglienze onorevoli; ma di quelle ruine, il cui spettacolo sembra -che tanto avrebbe dovuto affarsi alla disposizione dell'animo suo e -all'indole della sua coltura; di quelle ruine che inspirarono tanti -grandi poeti, il Leopardi non fiata[212]. E similmente non fiata nè -di tele, nè di marmi, nè di templi. Solo una volta scrive celiando al -fratello Carlo: «certo che il parlare a una bella ragazza vale dieci -volte più che girare, come fo io, attorno all'Apollo di Belvedere o -alla Venere capitolina»[213]. - -Ma riconosciuta questa tepidezza nel Leopardi, non vorrei che altri -la dicesse a dirittura freddezza, e credesse il poeta chiuso affatto -a ogni impression di quell'arti che per gli occhi parlano al cuore e -alla mente. Sin dalle prime lettere scritte al Giordani il Leopardi -mostrava curiosità grande di vedere ciò che quegli veniva scrivendo -intorno ad opere di scultura e di pittura, e una volta chiedeva -all'amico se un'opera del Cicognara (e senza dubbio alludeva alla -_Storia della scultura_) poteva tornargli utile[214]. Quelle parole -al fratello Carlo non s'hanno a prendere troppo sul serio. Esse non -possono significare in bocca di un giovane di ventiquattr'anni ciò che -forse significherebbero in bocca d'uom più maturo; e del resto provano -che il poeta non aveva omesso d'andare a _girare_ intorno ai capilavori -dell'arte antica. E qui è a notare che il Leopardi sembra abbia gustata -più la scultura che la pittura, più la forma che il colore. Uno de' -suoi più vivi desiderii, andando a Roma, era di conoscervi il Canova, -e uno de' suoi dispiaceri più grandi fu di saperlo già morto da un -mese quand'egli vi giunse: onde al Giordani scriveva: «Che ti dirò -di Canova? Vedi ch'io son pure sfortunato, come soglio, poichè quando -aveva pure ottenuto, dopo tanti anni e tanta disperazione, d'uscire dal -mio povero nido e veder Roma, il gran Canova, al quale principalmente -era volto il mio desiderio, col quale sperava di conversare intimamente -e di stringere vera e durevole amicizia col mezzo tuo, appena un mese -avanti il mio arrivo in questa città piena di lui, se n'è morto»[215]. -Chi pensi il carattere e i temi dell'arte canoviana, potrà facilmente -supporre che a far nascere e crescere nell'animo del Leopardi -l'ammirazione pel grande scultore, erede e rinnovatore dell'arte greca, -valsero non poco gli studii e il grande amore dell'antichità; ma valse -di certo, per la sua parte, il senso delle belle forme. - -Comunque sia, di nessun pittore parlò il Leopardi come parlò del -Canova; e mentre, ne' suoi versi, di pitture non è quasi parola, se -non in quel fuggevole accenno delle _Ricordanze_ alle _dipinte mura_, -ai _figurati armenti_ e al _sol che nasce su romita campagna_; alcune -delle migliori poesie traggono la inspirazione e l'argomento da opere -di scultura, sia immaginate, sia vere; e così, oltre alla canzone -_Sopra il monumento di Dante_[216] abbiamo le due: _Sopra un basso -rilievo antico sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in -atto di partire, accomiatandosi dai suoi_; e _Sopra il ritratto di -una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale della medesima_. -Notisi che in queste due ultime poesie il poeta associa alla bellezza -femminile, ch'è per lui la più alta forma della bellezza, quella tra le -arti che, dopo la musica, è da lui più gustata; ma abbiam già veduto, -e in seguito vedremo anche meglio, che la musica similmente egli trova -modo di associare a quella bellezza, attribuendo ad entrambe la stessa -virtù rivelatrice di arcane beatitudini. Una osservazione ancora a -questo proposito. Altra è la bellezza della donna, altra la bellezza -dell'opera d'arte; altre le ragioni della commozione che produce in -noi la prima, altre le ragioni della commozione che produce in noi -la seconda; ma non è possibile avere così vivo senso della bellezza -della persona umana, com'ebbe il Leopardi, senz'avere in pari tempo -un qualche senso delle arti figurative. Al Leopardi, più che il senso -interno, fece difetto l'esterno. Gli occhi vulnerati e stanchi non -concedevano al poeta tutto il godimento di cui l'animo sarebbe stato -capace; e più di una volta, per certo, egli si tenne dallo andar -ricercando ciò che non avrebbe potuto contemplare senza preoccupazione -e tormento. Però scriveva da Firenze a Pietro Brighenti: «Firenze non -sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita. -Ma durando ancora la mia debolezza degli occhi, e però non avendo io -ancora potuto vedere le tante cose rare e notabili di questa città, -mi fermo tuttavia qui, perchè, se partissi, il viaggio sarebbe stato -_quasi inutile_»[217]. Lo Schopenhauer che questa miseria non conobbe, -nè la più parte dell'altre che afflissero il cantore della _Ginestra_, -fu, in Germania e in Italia, e pertutto ov'ebbe a trovarsi, un -appassionato e diligente visitatore di chiese, di gallerie, di musei: -e da quadri e da statue, che più d'una volta gl'inspirarono versi, -trasse argomenti a conferma delle proprie dottrine. Alcune arti il -Leopardi amò presso a poco a quel modo che amò le donne, platonicamente -vagheggiandole nella fantasia; ma questo amor gli fu caro, ed egli -pensava con angoscia al tempo in cui - - Ogni beltate di natura o d'arte - -diverrebbe inanime e muta al suo spirito[218]. - -Se ricordiamo che l'arte del ballo fu definita una scultura mobile e -vivente; se consideriamo che quest'arte sembra inventata a bella posta -per accrescere seduzione e dare ogni maggiore spicco alla bellezza e -alla grazia muliebre; intenderemo perchè tanto piacesse al Leopardi -lo spettacolo coreografico: nè ci meraviglieremo che al fratello -Carlo scrivesse: «Ti dico in genere che una donna nè col canto nè con -altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; -il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che di divino, -ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana... Insomma, -credimi, che se tu vedessi una di queste ballerine in azione, ho tanto -concetto dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto al primo -momento...»[219]. - -Del sentimento che della natura ebbe il nostro poeta intendo parlar -più oltre di proposito, e vedremo allora quanto esteso e di che natura -fosse il godimento estetico di lui rispetto a quella. Vediamo per ora -altre parti del nostro argomento. - -Nel campo estetico del Leopardi il passato ha, senz'alcun dubbio, -più parte che il presente; più il pensiero e il sentimento che la -sensazione. Le dolcezze maggiori egli le deriva dai ricordi e dalle -immaginazioni; ma per quanto si sdegni contro il vero, ha pur vivo il -senso di quella che dicesi bellezza intellettuale e non men vivo il -senso della bellezza morale. Nessun poeta mai parlò della virtù con -accento più appassionato e più sincero, pur giudicandola con Bruto una -vana larva, cui si volge a tergo il pentimento. Alla sorella Paolina -scriveva nel gennajo del 1823: «la virtù, la sensibilità, la grandezza -d'animo sono non solamente le uniche consolazioni de' nostri mali, ma -anche i soli beni possibili in questa vita»[220]. Era opinione sua «che -la condizione dei buoni sia migliore di quella de' cattivi, perchè le -grandi e splendide illusioni non appartengono a questa gente»[221]. Ed -è notissima quella stanza dei _Paralipomeni della Batracomiomachia_, i -quali son pure composizione degli ultimi anni del poeta, morto oramai a -ogni altra fede, a ogni altro amore: - - Bella virtù, qualor di te s'avvede, - Come per lieto avvenimento esulta - Lo spirto mio: nè da sprezzar ti crede - Se in topi anche sii tu nutrita e culta. - Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede, - O nota e chiara, o ti ritrovi occulta, - Sempre si prostra: e non pur vera e salda, - Ma imaginata ancor, di te si scalda[222]. - -Ecco la virtù intesa come una forma della bellezza, anzi come quella -bellezza che vince ogni altra; ed ecco la morale che il Leopardi -talvolta confuse con la sensitività e la pietà[223], identificata, -quasi alla maniera del Fichte e del Herbart, con la estetica. - -Del gusto del Leopardi per la poesia fanno dimostrazion sufficiente -la vita e le opere, e non mancherà altra occasion di discorrerne: -basti qui fare un cenno del piacere vivissimo che quella gli dava, e -sempre gli diede, sino quasi all'estremo suo giorno. Il 30 d'aprile -del 1817 scriveva al Giordani: «Non mi concede ella di leggere -ora Omero, Virgilio, Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei -astenermene, perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con -parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo, e, pensando -a tutt'altro, sentire qualche verso di autor Classico che qualcuno -della mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi -forzato di tener dietro a quella poesia»[224]. Passati da quel tempo -quasi vent'anni, il poeta augurava, come la più grande delle venture, -al Pepoli di poter diventare _canuto amante_ della poesia, cioè di -seguitare ad amarla da vecchio come l'amava da giovane. - -Il Leopardi ebbe vivo e profondo il sentimento del sublime. Il _Bruto -Minore_, l'_Infinito_, il _Canto notturno di un pastore errante -dell'Asia_, la _Ginestra_, lasciano nell'anima una impression di -sublime che più non si cancella; e così pure qualcuna delle prose, -come il _Cantico del gallo silvestre_. Sublime il concetto che il -poeta ha del perpetuo flusso delle cose, e il suo rappresentarsi la -vita come un conflitto tragico fra il destino e l'uomo. Fu da qualcuno -asserito che chi ha il senso del sublime non può avere il senso del -ridicolo. Lo Shakespeare li ebbe entrambi in grado eminente. Non dirò -che il Leopardi, attissimo a sentire il tragico, sentisse egualmente -il ridicolo e il comico: le satire sue sono a volte acute e mordaci, -ma non fanno ridere. Tuttavia un certo senso del comico non gli si può -negare, il quale più specialmente si lascia scorgere in taluna delle -sue operette morali, come la _Scommessa di Prometeo_ e il _Copernico_. -Certo, per questo rispetto, ei non si potrebbe paragonare ad Arrigo -Heine. Può essergli in qualche modo paragonato per l'ironia; ma non -conobbe, come il tedesco, sebbene affermi di conoscerla, quella che -si rivolge contro il proprio suo autore. E non si può dire che molto -conoscesse l'umore, il quale potrebb'anche essere definito un senso del -comico nel tragico, e che a giudizio del Bahnsen, il più intero forse e -conseguente dei pessimisti, è la sola forma di pensiero e di sentimento -che convenga all'uomo superiore[225]. - -Il campo estetico di ciascun di noi varia continuamente, si allarga, si -restringe, si offusca, si rischiara, è in istrettissima relazione con -l'età, le occupazioni, lo stato d'animo, la salute, l'ambiente fisico e -morale. Quello del Leopardi variò molto e spesso, e s'andò restringendo -e offuscando più presto di quanto suole avvenire nel corso normale -della vita. E con esso variò la natura e la misura del godimento -estetico. - -Il Leopardi, sebbene fu infelicissimo, non fu però di quegli estremi -infelici che non pajono aver senso se non del dolore, e tanto solamente -vivono quanto soffrono. Il Leopardi fu, per non breve numero d'anni, -e anche sotto l'aggravarsi del male, largamente capace di quelli che -si addimandano piaceri superiori; e giustamente così si addimandano, -perchè, come già osservava il Maupertuis, durano più degli altri, -e perchè (come nota uno scrittore contemporaneo) si possono più -agevolmente e più a lungo far rivivere nella memoria[226]. Dalla stessa -sua complessione il Leopardi, a cui gli stoici del resto insegnavano -a disprezzare i piaceri volgari, era inclinato a cercare soltanto i -piaceri superiori: e qui si vede come certo stato abituale di debolezza -organica, e certo grado di malattia, possano, dando certo necessario -indirizzo alle occupazioni e alla vita, favorire il genio e le sue -manifestazioni. - -Senza voler punto escludere i piaceri inferiori, gli è tuttavia fuor -di dubbio che i piaceri superiori sono in estetica i più importanti, -sono i piaceri estetici per eccellenza. Il Leopardi non gustò tutto il -possibile piacere estetico, nè v'è uomo atto a tutto gustarlo; ma quel -tanto, e fu pur molto, ch'egli gustò, gustò lungamente, profondamente. -E da ciò ebbe a venire non poco sollievo a' suoi mali; e fors'egli, -che ogni altro piacere ebbe in conto di negativo, non fu lontano dalla -opinione del Hartmann che, contraddicendo allo Schopenhauer, assevera -l'indole positiva del piacere estetico. Non m'indugerò a noverare gli -elementi di sì fatto piacere nel Leopardi, bastandomi di avvertire -che il fantastico, il sentimentale, l'associativo, prevalgono, a mio -credere, su tutti gli altri. - -Nel terzo e quarto capitolo del _Parini_ il Leopardi considera ed -enumera le condizioni che si richiedono a poter gustare il piacere -estetico. Ci vuole innanzi tutto quella interezza d'animo e quella -sensitività, che, non solamente vengono a mancare con gli anni in -ciascun uomo, ma sono ancora scemate, secondo l'opinion del poeta, -dalla scienza, dalla esperienza, dalle infermità e dalle altre -traversie della vita. Gli antichi gustarono quel piacere assai meglio -di noi, perchè «ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande -immaginato, fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun -che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia -tutto favola»[227]. Chi vive in città grande difficilmente potrà -ricevere dalla natura o dalle arti «alcun sentimento tenero o generoso, -alcun'immagine sublime o leggiadra. Perciocchè poche cose sono tanto -contrarie a quello stato dell'animo che ci fa capaci di tali diletti, -quanto la conversazione di questi uomini, lo strepito di questi luoghi, -lo spettacolo della magnificenza vana, della leggerezza delle menti, -della falsità perpetua, delle cure misere, e dell'ozio più misero, -che vi regnano»[228]. Ancora, per essere capace di quel godimento, -l'animo dev'essere riposato, sgombro di male passioni e di basse -preoccupazioni, e sopra tutto aperto e penetrabile. Il poeta ebbe ad -osservare più di una volta che anche agli animi meglio disposti da -natura a ricevere que' sentimenti teneri e generosi, quelle immagini -sublimi e leggiadre, «intervengono moltissimi tempi di freddezza, -noncuranza, languidezza d'animo, impenetrabilità, e disposizione tale, -che, mentre dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi, -e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche, appartenenti -allo spirito o al corpo, transitorie o durevoli»[229]. Di ciò ebbe -a fare esperienza lo stesso poeta, e ne lasciò documento così nelle -lettere come nei versi, e più di proposito nel _Risorgimento_. - -A chiudere questo capitolo possono venire opportune alcune brevissime -considerazioni generali suggerite dal detto sin qui. Il Leopardi è -in estetica un intellettualista. La dottrina del puro bello formale, -quale comunemente s'intende, non può essere dottrina sua. Per lui, ciò -che dicesi contenenza, non solo non può essere, com'è per la scuola -realistica in genere, e per la herbartiana in ispecie, indifferente; -ma è anzi la cosa capitale, il proprio subbietto dell'arte; sebbene -poi egli curi tanto la forma e la tecnica quanto la neglesse la scuola -hegeliana. Per questo rispetto egli si accorda con lo Schopenhauer -e col Hartmann. Agli hegeliani si accosta quando pone il bello della -fantasia, o vogliam dire dell'arte, sopra il bello della natura; ma -se ne allontana di molto quando al bello astratto e generale prepone -l'individuato e concreto. Egli è anche da dire un ottimista estetico -tutte le volte che giudica bello il mondo considerato in se stesso; -tale cioè, secondo il concetto dello Schopenhauer e del Hartmann, che, -preso quale oggetto di pura e disinteressata contemplazione, produce -in noi più impressioni piacevoli che dispiacevoli. Il Bahnsen è un -pessimista anche in estetica. Da ultimo è da notare che pel Leopardi -l'estetica e l'edonistica sono strettamente congiunte: le care -illusioni hanno un doppio valore, eudemonistico ed estetico; le arti -non hanno altro fine che di mitigare l'umana infelicità. - - -CAPITOLO III. - -IL LEOPARDI E LA MUSICA. - -Di tutte le arti, la musica forse è quella che più vale a temperare -ed assopire il dolore, a rasserenar l'animo, e a trarlo in certa -quale maniera fuori del mondo e fuor di sè stesso. Gli antichi -simboleggiarono la sua virtù di penetrazione e la quasi onnipotenza del -fascino nel mito di Orfeo, che si trae dietro, al suono della lira, le -fiere e le piante e i sassi; e nei miti affini di Amfione e di Arione. -Pitagora conobbe in lei una possente medicina, non meno del corpo che -dell'anima; e molti riscontri ha nelle storie il caso di Saulle, di -cui Davide calmava le furie con le note dell'arpa. Platone e Aristotele -la giudicarono parte nobile ed importante della educazione; e tutte le -religioni se ne giovarono più e meno; e più che tutte il cristianesimo, -in quell'arduo e delicato suo magistero di allacciare, penetrare, -conquidere gli animi. Gli antichi Egizii posero la musica tra le -divinità. Apollo inventò la lira, Minerva il flauto, Pane la siringa; -Santa Cecilia divenne l'avvocata e la protettrice dei musici. Le sfere -si girano al suono di una armonia ineffabile: il paradiso cristiano -echeggia di perpetui e dolcissimi canti; e dalla terra talvolta i puri -e gli eletti gli ascoltano in un rapimento, e nell'ora della morte ne -ricevono consolazione e letizia suprema. - -Il Leopardi sentì vivamente, squisitamente la musica; ma poichè non -tutti coloro che la sentono molto la sentono a un modo, bisogna vedere -in che modo il Leopardi l'abbia sentita. Nessun'altr'arte sembra gli -procurasse mai emozioni così profonde, godimento così pieno ed intenso. -«La musica, se non è la mia prima, è certo una mia gran passione, e -dev'esserlo di tutte le anime capaci di entusiasmo», scriveva egli -nell'aprile del 1820 al Brighenti[230]. Tale passione non fu conosciuta -dal padre, il quale anzi ostentava un certo disprezzo pei _trilli e -le cavatine_; nè si sa che l'abbia conosciuta la madre, la quale, del -resto, dovendo attendere al governo non meno del patrimonio che della -famiglia, non avrebbe di certo potuto secondarla, quando pure l'avesse -avuta; ma fu passione comune alla più parte dei figliuoli. Di Carlo -sappiamo che una volta corse a piedi (e c'è un bel tratto) da Recanati -ad Ancona pel solo gusto di udirvi la Malibran; e in una sua lettera -al fratello leggiamo: «A Sinigaglia io bolliva d'idee e di sensazioni, -e il canto della Lorenzani m'insegnava nuovi segreti del cuore»[231]. -E di questa o di altra cantante pare s'innamorasse[232]. La Paolina -si dilettò molto di musica e ne fu anche molto intendente. Luigi, il -quartogenito, che non ebbe mai il capo allo studio, e morì giovane di -ventun anno, accoppiava il gusto della musica a quello del tornio, e -sonava, dicono, molto bene un flauto di bossolo che s'era fabbricato da -sè. - -Della virtù pressochè soprannaturale della musica parla più -distintamente il Leopardi in due delle sue poesie; cioè nell'_Aspasia_, -e in quella intitolata _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito -nel monumento sepolcrale della medesima_. Nella prima leggiamo: - - Raggio divino al mio pensiero apparve, - Donna, la tua beltà. Simile effetto - Fan la bellezza e i musicali accordi, - Ch'alto mistero d'ignorati Elisi - Paion sovente rivelar. - -Nella seconda: - - Desiderii infiniti - E visïoni altere - Crea nel vago pensiere, - Per natural virtù, dotto concento; - Onde per mar delizioso, arcano - Erra lo spirto umano, - Quasi come a diporto - Ardito notator per l'Oceàno: - Ma se un discorde accento - Fere l'orecchio, in nulla - Torna quel paradiso in un momento. - -In entrambi i componimenti il poeta accosta la musica alla bellezza, -e all'una e all'altra attribuisce la stessa virtù. Nel primo -l'accostamento è immediato: nel secondo il poeta accenna agli effetti -della musica dopo aver detto di quelli della bellezza che pajon _segno -e sicura spene_ - - Di sovrumani fati, - Di fortunati regni e d'aurei mondi. - -Disse il Leibniz la musica essere un secreto esercizio aritmetico -dell'anima, la quale conta senza saper di contare[233]; e il Kant -poneva fra le arti belle la musica solo in grazia dei rapporti -matematici che passan fra i suoni, e dall'occulto apprendimento di tali -rapporti credeva nascesse il piacere. Lo Stendhal affermò quello della -musica essere piacere puramente fisiologico. Uno scrittore musicale -di molto grido, Edoardo Hanslick, ebbe a sostenere, ora è quasi mezzo -secolo, in un libro che fece molto romore, e suscitò molte dispute, non -ancora finite, la musica non avere altra sostanza e altro contenuto che -di suoni, e non doversi proporre, nè di esprimere, nè di far nascere -sentimenti[234]. Senza voler punto entrare nella difficilissima e forse -mal posta questione[235], gli è certo che il Leopardi non si accorda -con nessuno di costoro, mentre s'accorda con altri, ch'ebbero della -musica altro sentimento ed altro concetto. Lo Schiller disse la musica -esprimere l'anima; lo Schelling, contener essa le forme delle idee -eterne; Giorgio Hegel, essere il suo dominio superiore a quello della -vita reale; il Lamennais, significare la musica i tipi eterni delle -cose; il Vischer, esser essa lo stesso ideale. Il Beethoven giudicava -le rivelazioni della musica superiori a quelle della filosofia; e il -Gounod, ricordando una rappresentazione dell'_Otello_ del Rossini, alla -quale aveva assistito nella sua fanciullezza, scriveva: «Il me sembla -que je me trouvais dans un temple, et que quelque chose de divin allait -m'être révélé». Il Carlyle definì la musica una specie di linguaggio -inarticolato e imperscrutabile, il quale ci guida sino all'orlo -dell'infinito, e ci lascia, per un istante, spingere nell'abisso lo -sguardo; e il Poe disse che nella musica vien fatto all'animo umano di -creare bellezza soprannaturale. - -Con tutti costoro ben s'accorda il Leopardi; e più ancora s'accorda -forse con lo Schumann e col Berlioz, nella fantasia dei quali -l'immagine della donna amata si compenetrava e fondeva con la immagine -musicale. Ma più che con essi tutti consente (ed è cosa che vuol -essere da noi particolarmente notata) con lo Schopenhauer, col quale -in tante altre cose, senza saperlo, consente. Lo Schopenhauer fu -appassionatissimo di musica, e ne scrisse con mente di filosofo e -cuore di artista. La disse arte meravigliosa; la più possente delle -arti; quella che immediatamente esprime il volere, cioè il principio -essenziale ed universale che si appalesa nelle singole e individuate -esistenze; quella che ci fa penetrare sino al cuore delle cose; occulta -filosofia. Egli disse ancora il mondo potersi chiamare una musica -corporata; e la musica _parlare a noi di altri mondi e migliori; -rivelarci da lungi un paradiso inaccessibile; essere la panacea di -tutti i mali_[236]. Poeta e filosofo esprimon quasi le stesse idee, -parlan quasi lo stesso linguaggio. - -Notiam di passata che di tutte le arti la musica è quella che deve -meglio confarsi allo spirito e al sentimento dei pessimisti, se pure -la inclinazione dell'animo non è scemata in essi dalla imperfezione -degli organi. Le altre arti, senza poterne escludere nemmen la poesia, -troppo ritengono dell'aborrita realtà, e, per quanto facciano, non -è possibile mai che se ne emancipino in tutto. La musica si scioglie -da ogni servaggio d'imitazione, e crea un mondo libero e nuovo ch'è -tutto in lei, e realizza ed esprime, con magistero miracoloso, tutto -ciò che negli animi nostri è più vago, più lieve, più occulto. Sembra -davvero talvolta che essa si redima, se non dal tempo, dallo spazio, -dalla ferrea legge di causalità, dalle condizioni tutte dell'essere -transitorio e finito. Alcune vecchie leggende, ove si narra di rapiti -e di estatici che, ascoltando una musica arcana, vissero secoli, -stimandoli ore, esprimono immaginosamente questa cara illusione. - -Abbiamo veduto come il Leopardi accompagni insieme la bellezza muliebre -e la musica, e ne faccia quasi una coppia estetica. Se la donna appare -agli occhi suoi più seducente nella danza che nel canto, non è già che -anche nel canto non gli appaja seducentissima. Egli non può ripensare -alla Silvia senza riudire quel dolce canto di lei, onde - - Sonavan le quïete - Stanze e le vie dintorno; - -e se ricorda come la Nerina (non importa ora cercare se la Nerina e la -Silvia sieno due persone diverse o una sola) iva _danzando_, splendente -di gioja e del caro lume di giovinezza, si duole di non più udir quella -voce, di cui bastava un lontano accento a scolorargli il viso. Vagando -per la campagna la notte, il giovane poeta aveva sussultato, udendo -improvvisamente l'arguto canto d'ignota fanciulla: - - qualor nella placida quïete - D'estiva notte, il vagabondo passo - Di rincontro alle ville soffermando, - L'erma terra contemplo, e di fanciulla - Che all'opre di sua man la notte aggiunge - Odo sonar nelle romite stanze - L'arguto canto, a palpitar si move - Questo mio cor di sasso[237]. - -E se più tardi il poeta ebbe ad innamorarsi di Marianna Brighenti, -valentissima cantatrice che lasciò le scene quando appunto la -fama di lei più veniva crescendo, chi vorrà non credere che in -quell'innamoramento avesse parte la musica, che fu _galeotta_ di tanti -altri amori? - -Il Leopardi non ebbe voce da spendere nel canto, non sonò nessuno -strumento, non conobbe punto la tecnica musicale; e non tanto godette -di ciò onde assai volte più sogliono godere i musicisti di professione, -cioè a dire dei suoni per sè e della composizione e degli accenti loro, -quanto delle idee e dei sentimenti che quelli possono mettere in moto. -Il piacer suo nasceva, la più gran parte, dal complicato e secreto -lavoro delle associazioni psichiche, e la musica egli giudicava con i -soli criterii del sentimento e della fantasia: ciò che spiega alcune -particolarità del suo gusto. - -Certo, un'anima dotata d'intenso e profondo sentimento musicale non può -non rimanere offesa da tutto che offende l'arte diletta; onde, - - se un discorde accento - Fere l'orecchio, in nulla - Torna quel paradiso in un momento; - -ma quell'anima può anche, in determinate condizioni, compiacersi -di una musica rudimentale e difettosa, purchè gliene vengano le -suggestioni opportune, purchè si lasci tradurre in linguaggio di -associazioni. Secondo congiunture di tempi, di luoghi, di sentimenti -e d'immaginazioni, uno di questi organetti che vanno scerpando per -le vie le composizioni dei grandi e piccoli maestri, può straziare -o accarezzare un orecchio delicato; può strappare altrui un grido -d'indegnazione, o spremere dagli occhi le lacrime. Il Leopardi fu, -sembra, prontissimo a ricevere la suggestion musicale, anche quando -provenisse da povera fonte, e tenace poi nel serbarne il ricordo. Ne -abbiamo un bello e curioso esempio in questi versi della _Sera del dì -di festa_: - - Ahi per la via - Odo non lunge il solitario canto - Dell'artigian che riede a tarda notte, - Dopo i sollazzi, al suo povero ostello: - E fieramente mi si stringe il core, - Al pensar come tutto al mondo passa, - E quasi orma non lascia. - . . . . . . . . . . . . . . . - Nella mia prima età, quando s'aspetta - Bramosamente il dì festivo, or poscia - Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia, - Premea le piume; ed alla tarda notte - Un canto che s'udia per li sentieri - Lontanando morire a poco a poco, - Già similmente mi stringeva il core. - -Notisi come quel rozzo canto che passa nella via, e lontanando muore, -súbito sollevi la mente del poeta alla considerazione di tutto ciò che -passa e muore nel mondo; ond'egli ricorda gli avi famosi e il grande -impero di Roma, e finalmente conclude: - - Tutto è pace e silenzio, e tutto posa - Il mondo, e più di lor non si ragiona. - -Errerebbe a mio giudizio di grosso chi in tutto questo, invece di un -procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi è spontaneo e -naturalissimo, non vedesse altro che una volata lirica e un artifizio -retorico. Qui l'impression musicale deriva la massima parte del suo -valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza[238]. - -E così in molti altri casi. Nelle _Ricordanze_, udendo il suon dell'ora -che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta rammenta: - - Era conforto - Questo suon, mi rimembra, alle mie notti, - Quando fanciullo, nella buia stanza, - Per assidui terrori io vigilava, - Sospirando il mattin. - -Nella canzone _Alla sua donna_ sono ricordate - - le valli ove suona - Del faticoso agricoltore il canto; - -e nel _Tramonto della luna_ il canto del carrettiere che saluta - - con mesta melodia - L'estremo albor della fuggente luce - Che dianzi gli fu duce. - -Egli è certo dunque che nella musica il Leopardi dovette pregiare, -non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazion di -una virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le -complicazioni e le pompe teatrali; quanto l'arcano e dolce linguaggio -che parla alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti -ineffabili e di estatici sogni: non tanto un'arte governata da -principii e da regole, quanto una magia atta a celare o trasfigurare -l'aborrito vero. In Roma, in Firenze, altrove, egli ebbe molte -occasioni di assistere allo spettacolo dell'opera, e ne fa ricordo -in taluna delle sue lettere; ma non ne parla con quell'ammirazione -con cui parla del ballo. Da Roma scrisse una volta al fratello Carlo: -«Abbiamo in Argentina la _Donna del Lago_, la qual musica eseguita da -voci sorprendenti è una cosa stupenda, e potrei piangere ancor io, se -il dono delle lagrime non mi fosse stato sospeso»; ma si lagnava della -_intollerabile e mortale_ lunghezza dello spettacolo, che durava sei -ore[239]. A Bologna, dagli amici si lasciava _tirare_ all'opera[240]; -ma a Firenze non andò ad ascoltare il _Danao_ del suo concittadino -Persiani, perchè i suoi occhi in teatro pativano troppo[241]. Ma oltre -il disagio degli occhi, c'erano probabilmente altre ragioni. L'animo -del poeta doveva sentirsi meno aperto alle impressioni dell'arte divina -in un pubblico teatro, in mezzo al barbaglio dei lumi, al cinguettio -di un uditorio frivolo e distratto, alle indecorose pompe della vanità; -in luogo insomma dove non è possibile vero raccoglimento: e più di una -volta forse gli parve quella una profanazione. A creder questo m'induce -un luogo del _Parini_, notabile, non solo rispetto al sentimento -che il poeta ebbe della musica in particolare, ma ancora rispetto -al sentimento ch'ebbe dell'arte in generale. Quivi egli comincia -dicendo: «Io penso che le opere ragguardevoli di pittura, scultura ed -architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero distribuite per -le province, nelle città mediocri e piccole; che accumulate, come sono, -nelle metropoli: dove gli uomini, parte pieni d'infiniti pensieri, -parte occupati in mille spassi, e coll'animo connaturato, o costretto, -anche mal suo grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità, -rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello spirito». Poi, -dopo un'altra giusta osservazione circa la sazietà che producono troppe -bellezze adunate insieme[242], soggiunge: «Il simile dico della musica: -la quale nelle altre città non si trova esercitata così perfettamente, -e con tale apparato come nelle grandi; dove gli animi sono meno -disposti alle commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per dir così, -musicali, che in ogni altro luogo»[243]. - -Ippocrate serbò ricordo di un certo Nicanore, che cadeva in deliquio -alle note di un flauto. Una sensitività musicale così esagerata è assai -rara, sebbene se ne conosca qualch'altro esempio; ma dovrebbe, sembra, -trovarsi più facilmente fra coloro in cui suol essere più eccitabile -il sentimento e più viva e pronta la fantasia; cioè fra gli artisti in -generale. Ora, è frequentissimo il caso che gli artisti appunto (fatta -eccezione, s'intende, dei musicisti) siano poco aperti alla impressione -musicale, e poco se ne dilettino: il che potrebbe essere effetto di -una specificazione soverchia delle facoltà estetiche e di una troppo -esclusiva applicazione di esse a una data forma di arte e a quella -soltanto. Fu notato che i pittori sogliono avere più senso musicale, -e più inclinano alla musica che gli scultori e gli architetti; ma fu -sempre notato che molti letterati e poeti non hanno punto nè quella -inclinazione, nè quel senso. Il Balzac detestava la musica; il Gautier -preferiva il silenzio; i De Goncourt e il Maupassant si confessavano -sordi, ecc. ecc.[244]. - -Ma sono molti anche gli esempii contrarii; e lasciamo stare che -nell'antichità, e poi ancora nel medio evo, finchè musica e poesia -durarono congiunte, e formarono quasi un'arte sola e una sola -professione, difficilmente i poeti avrebbero potuto essere nemici o -noncuranti della musica. Numerosissimi luoghi della _Commedia_ mostrano -che Dante ebbe della musica un senso squisito; e ben se ne avvide -il Giordani, il quale meditò (quante mai cose meditò e non fece il -Giordani!) di scrivere un saggio sopra Dante e la musica. Ogni qual -volta parla di canto, di dolci note, di armonie d'organi, il poeta ne -parla a guisa d'uomo cui l'arte dei suoni inebbria e rapisce l'anima. -_L'amoroso canto_ di Casella, che _solea quietar tutte sue voglie_, -consola ancora, là, sulla prima sponda del purgatorio, l'anima tanto -_affannata_ dal terribile viaggio[245]. Il Petrarca, che compose -le dolci sue rime ajutandosi col suono e col canto, scriveva dalla -solitudine di Valchiusa all'amico Francesco de' SS. Apostoli: «Che dir -degli orecchi? Canti, suoni, armonie di corde o di liuti, ond'io già -provai tanta dolcezza, che si parea rapirmi fuor di me stesso, qui non -avvien che si sentano»[246]: e nel _De remediis utriusque fortunae_ fa -che il Gaudio ostinatamente enumeri in contradditorio con la Ragione -tutte le dolcezze che derivano dalla musica[247]. - -Che lo Shakespeare fosse un appassionato di musica tutti quasi i -suoi drammi ne fanno fede; e un appassionato fu, come di ragione, il -Metastasio, che se ne intendeva assai, e cantava, e componeva, e i suoi -versi lo dicono anche troppo. Un appassionato il Goethe non fu, ma pure -gustò l'arte del Mendelssohn, che, fanciullo, era andato a trovarlo, e -ammirò il Beethoven. Il Klopstock ebbe orecchio finissimo e la musica -lo faceva andare in estasi. Il Byron non poteva udire musica tenera -o dolorosa senza sciogliersi in lacrime. Il Moore e lo Shelley hanno -ciascuno una poesia intitolata _Music_; e il primo, che per ridurre i -proprii versi a maggior perfezione usava cantarli, dice il linguaggio -parlato esser languido e povero a paragon della musica[248]; e il -secondo rassomiglia il proprio cuore, assetato di musica, a un fiore -morente, assetato di rugiada[249]. Nella _Lucie_ di Alfredo De Musset -leggiamo: - - Fille de la douleur, Harmonie! Harmonie! - Langue que pour l'amour inventa le génie! - Qui nous vins d'Italie, et qui lui vins des cieux! - Douce langue du cœur, la seule où la pensée, - Cette vierge craintive et d'une ombre offensée, - Passe en gardant son voile et sans craindre les yeux! - Qui sait ce qu'un enfant peut entendre et peut dire - Dans tes soupirs divins, nés de l'air qu'il respire, - Tristes comme son cœur et doux comme sa voix? - On surprend un regard, une larme qui coule; - Le reste est un mystère ignoré de la foule, - Comme celui des flots, de la nuit et des bois! - -Il Manzoni, quando compose il _Cinque Maggio_, costrinse la moglie a -sonargli il pianoforte, quasi per due giorni di séguito. - -Dell'Hugo fu detto che detestasse la musica; ma prima di dar fede a chi -lo disse, conviene leggere con qualche attenzione una poesia intitolata -_Que la musique date du XVI siècle_, la quale è nella notissima -raccolta dei _Rayons et ombres_, e conta non meno di 222 alessandrini. -Comincia il poeta chiedendo agli amici: Qual è di voi che, sentendosi -oppresso dalla tristezza, non abbia trovato nella musica consolazione -e conforto? Poi, in versi meravigliosi, che non hanno riscontro in -nessun'altra letteratura, descrive, rifà il vasto, vario, ponderoso -canto dell'orchestra, il moltiforme miracolo della sinfonia. - - Écoutez, écoutez! du maître qui palpite, - Sur tous les violons l'archet se précipite. - L'orchestre tressaillant rit dans son antre noir. - Tout parle. C'est ainsi qu'on entend sans les voir, - Le soir, quand la campagne élève un sourd murmure, - Rire les vendangeurs dans une vigne mûre. - Comme sur la colonne un frêle chapiteau, - La flûte épanouie a monté sur l'alto. - Les gammes, chastes sœurs dans la vapeur cachées, - Vidant et remplissant leurs amphores penchées, - Se tiennent par la main et chantent tour à tour, - Tandis qu'un vent léger fait flotter alentour, - Comme un voile folâtre autour d'un divin groupe, - Ces dentelles du son que le fifre découpe. - Ciel! voilà le clairon qui sonne. A cette voix - Tout s'éveille en sursaut, tout bondit à la fois. - La caisse aux mille échos, battant ses flancs énormes, - Fait hurler le troupeau des instruments difformes, - Et l'air s'emplit d'accords furieux et sifflants - Que les serpents de cuivre ont tordus dans leurs flancs. - -E bisognerebbe citar tutto, sino alla fine. Cosa davvero curiosa! il -Leopardi, appassionatissimo di musica, di strumenti musicali non parla; -non mostra di prediligerne alcuno; non nota affinità particolari fra -certi sentimenti e il suono dell'uno o dell'altro di essi. La voce -umana dovette parergli di molto superiore ad ogni istrumento. - -Se a non pochi poeti fece difetto il sentimento musicale; se altri -l'ebbero, come il Leopardi, assai vivo e profondo; che cosa dobbiam noi -pensare delle relazioni che passano tra la poesia e la musica, e della -somiglianza, o dissomiglianza loro? Dobbiam noi seguitare a ripetere -col Marini, che ridiceva quanto cent'altri avevano detto, - - Musica e poesia son due sorelle[250]; - -o dobbiam finalmente risolverci a dire che tra le due ci può essere -conoscenza, ed anche amicizia, ma non consanguineità? Un critico -francese contemporaneo si sforzò di provare che quelle relazioni non -sono già così strette come comunemente si crede, e che la somiglianza -è pochissima, o nulla. Egli esce a dire assai risolutamente: «autant -la musique moderne ressemble, _au point de vue du rythme_, à la -poésie-musicale des Grecs, autant elle diffère, _à tous les points de -vue_, de la poésie moderne». E soggiunge: «Toute assimilation de la -musique à la poésie est aujourd'hui une simple figure de rhétorique, -une chimère ou une idée dangereuse»[251]. Parmi che l'autore dica cosa -per molti rispetti giusta, ma che ecceda alquanto nel suo giudizio. La -somiglianza che fu in antico, quando le due arti vivevano strettamente -congiunte, non mancò mai del tutto dopo che quelle si furono separate, -e dura, in una certa forma, tuttavia, come ne fanno fede il comun -sentimento e il comune linguaggio. Le due arti hanno, e il critico lo -riconosce: «un instrument commun, la voix humaine (dont l'orchestre -n'est qu'une extension), et un point de recontre d'ailleurs un peu -indécis: le rythme»[252]. Nei versi una musica c'è, e quanta sia, e -come efficace, si vede allora che si scompongono i versi e si riducono -in prosa. Il buon Baretti consigliava appunto di far così a chi li -volesse giudicar rettamente; ma un procedimento sì fatto, se agevola il -giudizio del valore logico di una poesia, rende impossibile il giudizio -del valore poetico. Aggiungasi che la poesia, perchè se ne senta tutto -l'effetto, non bisogna contentarsi di leggerla mentalmente, ma ad alta -voce, e, se occorre, declamarla; e la declamazione è già un mezzo -canto, cioè una mezza musica, perchè importa continua variazione di -tono, di movimento, di colorito, e trae valor dal metallo, dall'impasto -e dalla estensione della voce[253]. Un maestro della difficilissima -arte del leggere, Ernesto Legouvé, biasimando severamente la stolta -usanza di coloro, che, quando leggono versi, fanno il possibile perchè -non pajano versi, ma prosa, scrisse: «Puisqu'il y a un rythme, faites -sentir le rythme! Quand les vers sont peinture et musique, soyez, -en les lisant, peintre et musicien! Que de passages où le pathétique -lui-même naît de l'harmonie![254]». Si può dire che la declamazione -è un'arte diversa dalla poesia, pur diventando, in certe occasioni, -sussidiaria di quella; ma mentre non intendo che razza d'arte possa -essere la declamazione presa in sè stessa, separatamente cioè dal -discorso poetico (versi o prosa), non intendo nemmeno come si possa -fare arte diversa e sussidiaria di quello speciale procedimento o -metodo da cui un'altr'arte viene a ricevere il suo maggior possibile -valore e la maggior possibile significazione. La poesia non è un'arte -muta come la pittura, la scultura, l'architettura; la poesia è un'arte -parlata, un'arte sonora, come la musica. E se è assurda la pretensione -di coloro che vogliono fare della poesia una musica, e non altro che -una musica; non è già assurdo che, come il musicista si giova di certi -strumenti per produrre certe impressioni, così il poeta si giovi di -certi suoni per produrre certi effetti. E poichè non tutte le lingue -sono musicali egualmente, riman confermato, anche per questo capo, che -non tutte le lingue sono egualmente poetiche. - -Fu asserito già da più d'uno che gli oratori possono trarre dallo -studio della musica beneficio non piccolo: ma se è vero ciò; se è -vero quanto più in generale afferma lo Spencer, che, cioè, la musica -reagisce sulla parola parlata; non si capisce perchè dallo studio, -o almeno dal natural sentimento della musica, non avessero ad avere -qualche beneficio anche i poeti. A riuscire poeta non è necessario -gustare la musica; troppi esempii lo provano. Ma non credo sia del -tutto indifferente che il poeta la gusti o non la gusti; nè credo -possibile che dall'amore o dall'avversione un qualche effetto non -derivi all'arte sua. Non so sino a qual segno il poeta che gusta la -musica possa avere miglior senso del ritmo poetico, e formar versi -di miglior suono, a paragone del poeta che non la gusta; ma credo -che quello che la gusta sia tratto, se non altro, a esprimere con -la propria poesia piuttosto certi sentimenti che certi altri, e quei -sentimenti in ispecie che meglio si affanno alla musica, e furon perciò -detti musicali. - -Un'ultima osservazione. Avvertì Salomone nei _Proverbii_: «Simile a -colui che tolga ad uno la veste in una fredda giornata, o versi l'aceto -nelle ferite, è colui che ad uomo triste canta allegre canzoni». Nulla -è più vero. I melanconici non amano se non la musica melanconica, e -detestan la gaja. Ma è pur da ricordare che l'intelletto, l'eterno -curioso, può far vincere all'uomo moltissime ripugnanze. Il Leopardi -preferì, senza dubbio alcuno, la musica triste, anzi si deve tenere -per fermo che non amò se non quella; ma ciò non gli tolse già d'andare -ad ascoltare in Roma un'opera buffa, che non gli piacque punto[255], -e in Napoli il _Socrate immaginario_, musicato dal Paisiello, che gli -piacque moltissimo[256]. Se si pensa alla diversa impressione che la -melodia e l'armonia producon nell'animo, è da credere che il Leopardi -inclinasse più alla prima che alla seconda. - - -CAPITOLO IV. - -IL SENTIMENTO DELLA NATURA NEL LEOPARDI. - -Qui, forse più che altrove, bisogna distinguere nella vita di Giacomo -Leopardi un prima e un dopo, essendo questo della natura un sentimento -che varia moltissimo, con la età, le occupazioni, le esperienze, le -vicende, la salute dell'uomo. - -Se dovessimo credere alla tarda testimonianza di Antonio Ranieri, -il poeta avrebbe nutrito per la campagna un «odio ingenito»; nessun -altr'uomo avrebbe «tanto odiato la campagna quanto Leopardi la -odiava»[257]. Un tempo fu creduto al Ranieri ogni cosa sul conto del -Leopardi; ora non gli si vorrebbe creder più nulla. Anche in ciò, -probabilmente, la via giusta sarà la via di mezzo tra l'uno e l'altro -eccesso. Può essere che negli ultimi anni della sua travagliatissima -vita il Leopardi prendesse in avversione la campagna, come tante altre -cose aveva già prese in avversione; ma ciò non prova punto ch'egli -l'avesse odiata sempre; e il Ranieri ebbe sicuramente torto di parlare -di _odio ingenito_; e anche più torto hanno coloro che tiran fuori la -testimonianza del Ranieri per asserire che il Leopardi non ebbe vero -sentimento della natura. - -Da giovane anzi, quando, innamorato di solitudine, fuggiva coloro da -cui era fuggito, e accusava la luna se lui scopriva all'altrui sguardo, -o altri al suo; quando si doleva d'aver conosciuto _le cittadine -infauste mura_ e l'umano consorzio; quando scriveva la _Vita solitaria_ -e il _Passero solitario_; il Leopardi amò la campagna e amò la natura. -Della patria sua non altro gli piaceva che lo spettacolo dei colli -e dei campi, con gli Apennini da una banda e il mare dall'altra; ma -quello piacevagli soprammodo e lo consolava di tanti disgusti. «Quando -io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica -cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi spezialmente, -mi sento così trasportare fuori di me stesso che mi parrebbe di far -peccato mortale a non curarmene.....»[258]. Di sì fatto amore non è -capace chi non sappia vivere in solitudine; e chi della solitudine -si piace non è quasi possibile che non inclini a quell'amore. Ho già -ricordato un luogo del _Parini_ ove il poeta dice di non intendere -come chiunque vive in città grande, eccetto se non trapassi il più -del tempo in solitudine, possa mai ricevere dalle bellezze della -natura «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine. sublime -o leggiadra»[259]. Chi legge con qualche attenzione alcune poesie del -Leopardi non può non sentirvi quel particolar tuono di famigliarità e -di tenerezza che solo può nascere dalla convivenza stretta, dalla lunga -consuetudine. - -Ora si noti che la età in cui gli uomini più si sentono attratti -dalla natura non suol essere l'età della giovinezza. I giovani, troppo -curiosi di conoscere il mondo umano e la vita, troppo desiderosi di -accaparrar l'avvenire, tendono spontaneamente colà dov'è maggiore -frequenza e varietà di uomini, ove la vita è più intensa e molteplice; -alle grandi città. Essi sono di loro natura così inquieti e mutabili, -che malamente si possono accordare con la quieta e non mutabil natura; -e il muto linguaggio di questa è così disforme dal loro, che essi, o -non lo intendono, o poco l'ascoltano. Lo stesso Leopardi quante volte -non lamentò di dover consumare l'_età verde_, l'_unico fior della -vita_, nel _natio borgo selvaggio_, - - intra una gente - Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso - Argomento di riso e di trastullo, - Son dottrina e saper![260] - -quante volte, conscio di sè, appassionato di gloria, non desiderò la -città grande, il vasto e popoloso teatro, dove l'uomo può farsi vedere -e conoscere, raccogliere il plauso ed il premio che gli è dovuto! -L'età migliore per amar la natura, e per fruire del suo consorzio, è -quella prima e ancor verde stagione della vecchiezza, quando l'uomo, -conosciuti gl'inganni e le vanità del mondo, sciolto dalle passioni, -ma non esausto di sentimento, sereno, ma non anneghittito, desidera -la pace, ed è tuttora in grado di abbellirla con l'affetto e la -fantasia[261]. - -Il Leopardi da giovane amò la natura, e l'amò come Werther, in -solitudine, senza amici, con un senso di dolce melanconia, con un -intero e tenero abbandono, e in una maniera di vaga ed estatica -contemplazione, che non esclude la visione degli aspetti parziali e -particolari, ma non lascia che alcuno di essi spicchi troppo fra gli -altri[262]. C'è in una lettera ormai famosa, scritta dal nostro poeta -al Giordani ai 6 di marzo del 1820, da Recanati, un passo che nessuno -si meraviglierebbe di leggere in una lettera del giovine Werther. «Sto -anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza -di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e poche sere -addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, -e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria -tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune -immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi -a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, -la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento -dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale ero certo di -ritornare subito dopo, com'è seguìto, m'agghiacciai dallo spavento, non -arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni -e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo; delle quali cose -un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi facevano così -beato, non ostante i miei travagli»[263]. - -La riflessione può venir distinguendo nel sentimento e nel godimento -della natura tre modi, i quali difficilmente nella pratica possono -rimanere dissociati del tutto; anzi, con varia proporzione, si -associano fra di loro, e mutuamente si condizionano. La natura può -essere goduta: sensualmente, da chi ne guardi sopratutto gli aspetti; -sentimentalmente, da chi si finga con essa certa comunione di affetti e -di vita; intellettualmente, da chi ne indaghi e ne ravvisi l'ordinanza -e l'essere. I poeti e gli artisti, in genere, sono quelli che ne -godono sensualmente e sentimentalmente; gli scienziati e i filosofi, in -genere, sono quelli che ne godono intellettualmente. - -Io non ho a tesser qui una storia del sentimento della natura, -mostrando quale e quanto sia stato nell'antichità, poi nei tempi -di mezzo, poi nei tempi moderni; e perchè si abbia in conto di -sentimento assai più moderno che antico; e come le vicende della -civiltà l'abbiano condotto a quella condizione e a quel grado in cui -lo vediamo al presente. Così fatte storie non mancano, e di molti de' -maggiori poeti s'andò ricercando, da trent'anni a questa banda, qual -fosse propriamente il sentimento della natura. Perciò, tralasciando -ogni altra considerazione generale, vengo a dire del sentimento del -Leopardi in particolare, e, prima di tutto, cercherò di definirne il -temperamento e il carattere. - -Il Leopardi, secondo porta l'indole sua, non contempla la natura quale -semplice soggetto conoscente, ma bensì quale soggetto conoscente e -appassionato. Egli non gusta, direbbe lo Schiller, la natura nel modo -ingenuo, ma nel modo sentimentale, in quanto che viene associando le -impressioni di quella coi sentimenti, le preoccupazioni e i ricordi -proprii, o interpretando la natura secondo sè stesso. Il modo del -suo sentimento si scosta affatto dal classico, e si assimila molto al -romantico, quale fu descritto da madama di Staël: «Un nouveau genre -de poésie existe dans les ouvrages en prose de J.-J. Rousseau et de -Bernardin de Saint-Pierre; c'est l'observation de la nature dans ses -rapports avec les sentiments qu'elle fait éprouver à l'homme. Les -anciens, en personnifiant chaque fleur, chaque rivière, chaque arbre, -avaient écarté les sensations simples et directes, pour y substituer -des chimères brillantes; mais la Providence a mis une telle relation -entre les objets physiques et l'être moral de l'homme, qu'on ne -peut rien ajouter à l'étude des uns qui ne serve en même temps à la -connaissance de l'autre»[264]. Questo giudizio è giusto. L'uomo non -potè sentir sè nella natura, trasfondersi in lei, se non dopo averne -espulse le anime divine che tutta la occupavano. Ciò appunto ebbe a -notare lo Chateaubriand, quando disse la mitologia essere stata quella -che tolse agli antichi di vedere e dipingere la natura come i moderni -la vedono e la dipingono. Riman da avvertire che l'uomo il quale solo -vede la natura attraverso i proprii affetti, non la conosce gran che -meglio dell'uomo che solo la vede attraverso le proprie immaginazioni; -e che la natura non è meno alterata dall'antropomorfismo del sentimento -che dall'antropomorfismo del mito. Il sentimento che abbiam detto -romantico, allora tocca l'estremo suo grado quando l'uomo si sente -quasi confuso con la natura, non sa più da essa discernersi. Chiedeva -il Byron: Non sono le montagne e l'onde e i cieli una parte di me e -dell'anima mia, com'io di loro? - - Are not the mountains, waves and skies, a part - Of me and of my soul, as I of them? - -Al Leopardi parve talvolta di sentirsi confuso co' silenzii del -solitario luogo, dove, sedendo immoto, consumava l'ore obblioso del -mondo, inconscio quasi di sè[265]. - -Il Leopardi amò da giovane la natura di un amore che molto s'assomiglia -all'amore ch'ei nutrì per la donna. Il Leopardi ebbe da natura un'anima -amante, guastatagli poi dalla esperienza, e più dal male. Parlando di -sè sotto nome di Eleandro, egli dice: «Sono nato ad amare, ho amato, -e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva»[266]. -Leggansi quei primi, indimenticabili versi delle _Ricordanze_, e si -vegga quanto affettuosa e dolce e piena fosse stata la comunione e la -confidenza di lui con la natura, quando, fanciullo ancora, passava le -sere contemplando le _vaghe stelle dell'Orsa_, - - ed ascoltando il canto - Della rana rimota alla campagna; - -e distraeva l'occhio dalle _luci_ del cielo, che tante _fole_ gli -creavano nel pensiero, per vagheggiare la lucciola errante _appo le -siepi e in sull'aiuole_, e porgeva l'orecchio al sussurro che levavano -al vento - - I viali odorati ed i cipressi - Là nella selva. - -Quelle prime impressioni non gli si dileguarono dalla memoria mai -più. Desto assai per tempo all'amor della donna, egli aveva, a -diciannov'anni, dimenticato, insieme con l'amor della gloria e degli -studii, anche quello della natura: - - Quando in dispregio ogni piacer, nè grato - M'era degli astri il riso, o dell'aurora - Queta il silenzio o il verdeggiar del prato[267]; - -ma poi aveva, come il Goethe, amato in cospetto della natura, chiamando -lei testimone di quella vita nuova e di quella nuova letizia, a cui -si sentiva nascere; versando nel materno seno di lei quell'onda di -felicità che gli traboccava dall'anima; confondendo insieme i due -amori: - - Mirava il ciel sereno, - Le vie dorate e gli orti - E quinci il mar da lunge, e quindi il monte. - Lingua mortal non dice - Ciò ch'io sentiva in seno[268]. - -Il _Passero solitario_, l'_Infinito_, la _Vita solitaria_, composizioni -tutte della prima giovinezza del poeta, nate, la prima, nell'aprile -del 1818, l'altre due l'anno successivo, esprimono in vario modo un -sentimento medesimo. Nella prima è la tenerezza che mette ne' cuori la -primavera, la quale - - Brilla nell'aria e per li campi esulta; - -è l'allegrezza delle creature festeggianti il _lor tempo migliore_. -Nell'altre due la contemplazione della natura suscita un pensier -panteistico, provoca lo smarrimento dell'anima nell'infinito mare -dell'essere: - - Sempre caro mi fu quest'ermo colle, - E questa siepe, che da tanta parte - Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. - Ma sedendo e mirando, interminati - Spazi di là da quella, e sovrumani - Silenzi, e profondissima quiete - Io nel pensier mi fingo, ove per poco - Il cor non si spaura[269]. - -E il pensier suo s'annega in quella immensità, e gli è dolce naufragare -in quel mare. Svegliato dal sole nascente, che - - I suoi tremuli rai fra le cadenti - Stille saetta, - -egli sorge, e benedicendo s'affaccia allo spettacolo delle cose: - - E sorgo, e i lievi nugoletti e il primo - Degli augelli sussurro, e l'aura fresca, - E le ridenti piagge benedico. - -La natura gli addimostra ancora alcuna pietà, sebbene gli sovvenga di -giorni in cui ell'era verso lui assai _più cortese_; e a quella pietà -egli si fa incontro, e, come pellegrino stanco, posa il capo in grembo -all'antica madre e in lei s'addormenta. - - Talor m'assido in solitaria parte, - Sovra un rialto, al margine d'un lago - Di taciturne piante incoronato. - Ivi, quando il meriggio in ciel si volve, - La sua tranquilla imago il Sol dipinge, - Ed erba o foglia non si crolla al vento, - E non onda incresparsi, e non cicala - Strider, nè batter penna augello in ramo, - Nè farfalla ronzar, nè voce o moto - Da presso nè da lunge odi nè vedi. - Tien quelle rive altissima quiete; - Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio - Sedendo immoto, e già mi par che sciolte - Giaccian le membra mie, nè spirto o senso - Più le commova, e lor quiete antica - Co' silenzi del loco si confonda[270]. - -Qui la natura è ancora la madre antica e benefica. Qual de' suoi figli -può non amarla, se essa tutti gli ama? Udite Vittore Hugo: - - Ainsi, nature! abri de toute créature! - O mère universelle! indulgente nature! - Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels, - Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels, - Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle, - Pendus de toutes parts à ta forte mamelle![271] - -La natura che il Leopardi ritrae ne' suoi versi non è nè molto -spettacolosa, nè molto variata. Egli non potè _approvvigionarsi_ -d'immagini vivendo, come il Rousseau, in mezzo alle austere bellezze -dell'Alpi e sulle rive di un lago meraviglioso, o correndo, come lo -Chateaubriand, il Byron e lo Shelley, le terre ed i mari. Il grande -paesaggio romantico, quale lo amava l'autore della _Nuova Eloisa_, -il paesaggio formato di monti scoscesi, di tenebrose foreste, di -torrenti, di cascate, di abissi, non è dipinto, nè abbozzato da lui; -e del resto il gusto di esso, che da non molto era sorto in altre -regioni d'Europa, non era per anche penetrato in Italia, dove troppo -gli contrastavano un senso educato ad altre bellezze e la tradizione -classica[272]. I monti e il mare appajono appena, alla sfuggita, in -qualche verso. Le _sibilanti selve_, l'_atro bosco_, sono indicati con -un'unica pennellata. Vere e proprie descrizioni, particolareggiate, -colorite, minute, simili a quelle che così frequenti s'incontrano in -tanti poeti moderni, e più che negli altri forse, negli Scozzesi, non -s'incontrano in lui; ma io non posso credere ch'esse sole rivelino un -forte e puro sentimento della natura[273]. Il Leopardi non va erborando -come il Rousseau, non osserva la natura delle rocce come il Goethe, non -è curioso di pompe e di contrasti di colore come il Leconte de Lisle. -Il sentimento ch'egli ha della natura è, starei per dire, un sentimento -diffuso, rispondente a una visione di aspetti generici, non di aspetti -specifici[274]. Se si tolgono que' pochi versi della _Vita solitaria_, -ov'è tratteggiato il lago cinto di piante taciturne, i tre dell'_Inno -ai Patriarchi_, ov'è dipinto il sole che, dopo il diluvio, emerge dalle -nuvole, e alcuni della _Ginestra_, ove il poeta fa apparire un istante -l'_arida schiena_ dello _sterminator Vesevo_ e i campi _dell'impietrata -lava_, non si trova nelle poesie di lui altra descrizione di cui un -pittore possa far quadro. Non una volta il Leopardi descrive una scena -di paese per sè stessa. Egli, o non ha la percezione completa dello -spettacolo naturale, o, avendola, subito comincia a lavorarvi attorno, -astraendo e associando; e gli è solo in grazia di questo processo -doppio di astrazione e di associazione che un paesaggio può ridursi -a non sembrar altro che uno stato d'animo, come disse l'Amiel (_un -paysage quelconque est un état de l'âme_)[275]. - -Piante e animali il Leopardi guarda fugacemente, senza curarsi di -ritrarne in modo distinto e particolare gli aspetti e la vita, come -uomo che l'occhio e l'animo abbia rivolto ad altro. Nella _Vita -solitaria_ e nell'_Infinito_ fa cenno di piante, ma non dice che -piante sieno; e se nell'_Ultimo canto di Saffo_ ricorda il murmure -de' _faggi_, e nelle _Ricordanze_ i _cipressi_, e nella _Ginestra_ -l'arbusto da cui il componimento s'intitola, sono, questi, esempii -assai rari di designazione specificata e concreta. Certo, il Leopardi -non ebbe col mondo vegetale la dimestichezza grande ch'ebbe, per citare -un esempio, il Lenau. Non so se in tutti i versi di lui s'incontrino -più di due o tre nomi di fiori. Quanto diverso, per citare un altro -esempio, dal Keats, il quale diceva che il diletto più intenso della -vita egli aveva provato osservando crescere i fiori! - -Gli animali tengono nella poesia del Leopardi un po' più di luogo. Le -lepri danzanti al raggio della luna, ricordate nella _Vita solitaria_; -la gallina della _Quiete dopo la tempesta_, che, cessata la pioggia, -torna sulla via e ripete il suo verso; la cauta volpe della canzone -_A un vincitor nel pallone_; la rondinella vigile del _Risorgimento_; -la serpe che si contorce al sole, e il coniglio che torna al covil -cavernoso, e la capra pascente sulle città sepolte, della _Ginestra_; -mostrano una osservazione alquanto più attenta, un animo più impegnato. -Degli uccelli, in più particolar modo, parla il Leopardi con manifesto -compiacimento, e uno de' suoi scritti di prosa s'intitola appunto -_Elogio degli uccelli_. Di questo maggiore interessamento del Leopardi -per gli animali parmi vedere una ragione nel fatto che egli, mentre -riconosceva fra l'uomo e il bruto una certa comunanza, espressa negli -ultimi versi del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_, -stimava il bruto molto più felice dell'uomo. Non è per questo da -credere ch'egli ricevesse nell'animo quel sentimento di universa -fratellanza a cui giunsero per diversissime vie San Francesco d'Assisi, -lo Schopenhauer, lo Shelley (_cor cordium!_). Nè quello interessamento -giunse mai a inspirargli un canto da poter mettere in qualche modo a -riscontro del bellissimo che lo Swinburne intitolò alla rondine, della -_Mort du loup_ del De Vigny, della _Mort du lion_ e di tant'altri del -Leconte de Lisle. Il Leopardi non manifesta mai in modo esplicito quel -fanatico desiderio, comune a molti poeti, di potersi trasformare in -uccello, in fiore, in nuvola, ecc.[276]. - -Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che non -ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che -egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutte -assai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di -poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi -soleggiati; un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare -all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante -in fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò -nominato, ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle mai -portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si trasformano -in sentimenti. La mite scena idilliaca di _ridenti piagge_, che il -poeta benedice nella _Vita solitaria_, era già apparsa nel _Passero -solitario_: - - e intanto il guardo - Steso nell'aria aprica - Mi fere il sol che tra lontani monti - Dopo il giorno sereno - Cadendo si dilegua, e par che dica - Che la beata gioventù vien meno. - -Sotto il sole - - Brillano i tetti e i poggi e le campagne[277]. - - Ecco il sereno - Rompe là da ponente, alla montagna, - Sgombrasi la campagna, - E chiaro nella valle il fiume appare. - . . . . . . . . . . . . . . . . . - Ecco il sol che ritorna, ecco sorride - Per li poggi e le ville[278]. - -La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento: - - E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti - Posa la luna, e di lontan rivela - Serena ogni montagna[279]. - -C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà -nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice -il sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento -è vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti -delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso, -ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misura quella -preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi de' suoi -scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci -alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno a mente quei -pochi versi dell'_Infinito_, composti dal poeta nell'anno ventunesimo -di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella siepe, porto -l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero si leva -a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua mente si riempie, -spaurita, di quello che il Pascal diceva _silence éternel des espaces -infinis_. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la nozione astratta del -tempo e dello spazio. In una nota giovanile del poeta trovasi questo -curioso cenno, che si riferisce agl'_Idillii_: «Galline che tornano -spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. -Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani -che scendono per essa si perdono tosto di vista; altra immagine dell -infinito»[280]; ove merita considerazione quella idea d'infinito così -accostata a immagini concrete e minute. Un canto che si allontani per -la via richiama alla mente del poeta la forza eterna del tempo e il -dileguare di tutte le cose[281]; e il _tacito infinito andar del tempo_ -è tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità del -tutto è infinita. - -L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore parte -idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso e -tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante e -ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente all'anima un -arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia; ed egli nelle -cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima propria. -E in natura non era altro oggetto che così traesse a sè gli occhi e -l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i canti di lui per -entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e mesto chiarore -e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente, o per -forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di corrispondenze -secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano rispondenza -meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati che meglio -adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Il sole, scoprendo -troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate, e i sensi tutti -quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita ch'ei suscita, -nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce, sino ad un certo -segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario modo -opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra diafana, -che, con renderle meno vistose, di quanto attenua l'azione loro sul -senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna, parte scoprendo, -parte velando, non solo favorisce il moto di quegli affetti, e suscita, -insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni, e inclina a -quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual volta l'anima -nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta dal mondo; ma -ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze semispente e -confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi e lo -spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità -vittoriosa e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna -si lascia guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale -e più pubblica (_immensi lux publica mundi_, disse Ovidio), e sembra -aver troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator -delle opere (_vivo cuncta calore fovens_), dar retta a noi. Quand'egli -appare sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna -regna sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che -di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio -di lei (_amica silentia lunae_), atta ad intenderci, disposta ad -ascoltarci. Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica, -la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò -sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici di -tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo candido -volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha un volto che -il sole non ha[282]. - -Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione d'animo -che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare amore la -luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro oggetto -della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione -d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose del -nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose, -affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali sono -indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre e dello -Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più invaghito di -lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta e dolce -bellezza. _Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa, -intatta, vereconda_, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed invoca. -Lo _spectral moon_ dei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto; -sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del Lenau, e -la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi suoi, come -agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna è eternamente -bella, _for ever beautiful_. Non mai stanco di contemplarla, egli la -vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi, guardar giù dai cieli -sereni, - - Dominatrice dell'etereo campo[283], - -questa _flebile umana sede_; vede il bianco suo raggio (_Il -biancheggiar della recente luna_), al cui mite splendore _danzan le -lepri nelle selve_, posar queto, per entro la notte _chiara e senza -vento_, sui _tetti e in mezzo agli orti_, e scoprire alla vista _lieti -colli e spaziosi campi_. Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena -l'anima d'angoscia, e velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con -lei: - - O graziosa luna, io mi rammento - Che or volge l'anno, sovra questo colle - Io venia pien d'angoscia a rimirarti: - . . . . . . . . . . . . . . . . . - . . . . . . . . chè travagliosa - Era mia vita: ed è, nè cangia stile, - O mia diletta luna[284]. - -Loderà egli sempre il _vezzoso_ suo raggio, e lunge dagli _abitati -lochi_ e dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica: - - Me spesso rivedrai solingo e muto - Errar pe' boschi e per le verdi rive, - O seder sovra l'erbe, assai contento - Se core e lena a sospirar m'avanza[285]. - -Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di -Labindo, che non molt'anni innanzi aveva esclamato: - - L'amica luna con l'argenteo raggio - Placidamente mi percuote il ciglio, - E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge[286]! - -Quanta più che nei versi del Pindemonte: - - Steso sul verde margo - D'obblio soave ogn'altro loco io spargo. - Quai care ivi memorie - Trovo de' miei prim'anni, - Quai trovo antiche storie - De' miei giocondi affanni![287] - -Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcune -stanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza -con lo sguardo amico[288]. - -E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene -avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte, -apostrofa la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue[289]; -e Saffo saluta, per l'ultima volta, il - - verecondo raggio - Della cadente luna[290]. - -Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor egli -alla _eterna peregrina_, alla _giovinetta immortale_, alla _vergine -luna_ (_fanciulla_, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina -ch'ella possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a -che, vita, morte, dolore, vicenda, e quale il frutto - - Del mattin, della sera, - Del tacito infinito andar del tempo[291]. - -Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta, -riandando col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del -come la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la -vita, prese argomento dalla _giovinetta immortale_, dalla compagna -e consolatrice antica, e il _Tramonto della luna_ fu il penultimo, e -forse l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato. - -V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto -dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma -chiaramente; ed è quella che s'intitola _Il risorgimento_. Il giovane, -non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che -facevalo, non _turbato_, ma _tristo_, e _vedovo d'ogni dolcezza_, morto -al dolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile, -nell'april degli anni, a chi trascini - - dell'età decrepita - L'avanzo ignudo e vile. - -La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita, -chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e -solitaria la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non -gli toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine, -il canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo -raggio del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due -pupille tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto -ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla -vita: fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella -solitudine e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure -si scosse e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente -raccesa la _luce de' giorni e degli affetti giovanili_, incontanente -corse a riabbracciar la natura e a bearsi degli antichi amori. - - Siete pur voi quell'unica - Luce de' giorni miei? - Gli affetti ch'io perdei - Nella novella età? - - Se al ciel, s'ai verdi margini, - Ovunque il guardo mira, - Tutto un dolor mi spira, - Tutto un piacer mi dà. - - Meco ritorna a vivere - La piaggia, il bosco, il monte, - Parla al mio core il fonte, - Meco favella il mar. - -Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore doveva -diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine. -Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione. Non -era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi nella credenza -che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza creata dalla -fantasia sopra - - Il bel che raro e scarso e fuggitivo - Appar nel mondo[292]: - -anzi poteva con Saffo esclamare: - - Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella - Sei tu, rorida terra; - -e giudicar _vezzose_ le forme, anzi _infinita_ la beltà della sempre -verde natura[293]. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu -un ardentissimo ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu -un ardentissimo ammiratore della bellezza della natura[294]; e che -di questa seconda bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e -serenatrice, come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde -parole[295]. Un tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico. - -Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e ci -sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza -quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di -simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora -all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi, sembra -che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa -simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure -insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è poeta -che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè poteva -mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del solitario -poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il piacere -è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la vana -gioja è frutto del passato timore, - - onde si scosse - E paventò la morte - Chi la vita aborria. - -Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza, -dopo la quale - - Abbandonata, oscura - Resta la vita; - -e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole, -il quale tra lontani monti - - Cadendo si dilegua, e par che dica - Che la beata gioventù vien meno. - -La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non -mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente -insuperbisce; non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser -suo, alle sue deboli forze. - -Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza il -Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva nemmeno -durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e premendo, -dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il tempo -lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni in cui -serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso, -per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth, e da -quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po' melodrammatico, -del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi meditava troppo, -scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente. Per godere della -natura in modo schietto e pieno, non bisogna interrogarla con soverchia -insistenza, non bisogna volerle strappare a forza il suo secreto. Il -pastore errante dell'Asia manifesta, fra il 1829 e il 1830, uno stato -d'animo che doveva già essere antico nel nostro poeta: - - E quando miro in ciel arder le stelle, - Dico fra me pensando: - A che tante facelle? - Che fa l'aria infinita, e quel profondo - Infinito seren? che vuol dir questa - Solitudine immensa? ed io che sono? - -L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo, -provata: - - Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra, - E un fastidio m'ingombra - La mente; ed uno spron quasi mi punge - Sì che, sedendo, più che mai son lunge - Da trovar pace o loco. - . . . . . . . . . . . . . . . . . - Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale. - -Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto -possa dire: _Indugiati, o istante: tu sei così bello!_ - -Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben presto -la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e che quel -seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La natura, -già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatrice di -libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli[296]; la natura, salutata -da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di -tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è -malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per mezzo -i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo una -selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele. - - Nè scolorò le stelle umana cura[297]. - - Ma da natura - Altro negli atti suoi - Che nostro male o nostro ben si cura[298]. - - Dalle mie vaghe immagini - So ben ch'ella discorda: - So che natura è sorda, - Che miserar non sa. - Che non del ben sollecita - Fu, ma dell'esser solo; - Purchè ci serbi al duolo, - Or d'altro a lei non cal[299]. - - Non ha natura al seme - Dell'uom più stima o cura - Ch'alla formica. - - Così, dell'uomo ignara e dell'etadi - Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno - Dopo gli avi i nepoti, - Sta natura ognor verde, anzi procede - Per sì lungo cammino - Che sembra star. Caggiono i regni intanto, - Passan genti e linguaggi: ella nol vede[300]. - -La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosa -della natura è in tutto simile a quella del _rapito amante_, il -quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno una -scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora, non -è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno -fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli errori -gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima. Egli -è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero -dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni -soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un grido -straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal pianto: - - O natura, o natura, - Perchè non rendi poi - Quel che prometti allor? perchè di tanto - Inganni i figli tuoi?[301] - -Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata e -delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente ne' -versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo col -volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre tutto -all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè piacque alla -_madre temuta e pianta_ - - che delusa - Fosse ancor della vita - La speme giovanil; piena d'affanni - L'onda degli anni: ai mali unico schermo - La morte[302]. - -La natura è chiusa all'amore e alla pietà, e - - In cielo, - In terra amico agl'infelici alcuno - E rifugio non resta altro che il ferro[303]. - -Ben presto l'offeso amatore si conferma nella opinione che la natura -sia, non solo indifferente, ma a dirittura malvagia. E anche questo -è un effetto dell'amore deluso. Il poeta, quando si contenta di -filosofare, sa che la natura, negli atti suoi, a tutt'altro attende -che a procacciare il bene o il male degli uomini; ma quando porge -l'orecchio al sentimento che gli si rammarica dentro, non regge -più in quel disinteressato giudizio, e immagina un'_antica natura -onnipossente_ che lo fece all'affanno[304] e un cielo che si diletta -delle umane sciagure[305], e un - - brutto - Poter che ascoso a comun danno impera[306]. - -Chiama la natura crudele, _empia madre_[307], _dura matrice_, colei - - che de' mortali - È madre in parto ed in voler matrigna[308], - -e solo per ironia la dice _cortese_[309] ed _amante_[310]. Lei sola -accusa operatrice e rea d'ogni male, e contro di lei, che _pene_ sparge -_a larga mano_, e che, simile a _fanciullo invitto_, - - Il suo capriccio adempie, e senza posa - Distruggendo e formando si trastulla[311], - -vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando, -invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono -gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi -a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau. Egli -non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il grande errore -d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere trasgredite -le sue santissime leggi. - -La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il -bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando -nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio -non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più -trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle quali -ciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto da -un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama: - - contento abbraccio - Senno con libertà; - -e - - Qui neghittoso immobile giacendo, - Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido[312]; - -ma egli mente a sè stesso. I _dilettosi inganni_, partitisi dalla -mente, gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li -deride in altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li -richiami nella memoria, e' gli torna a doler di sua sventura. - - O speranze, speranze, ameni inganni, - Della mia prima età! sempre, parlando, - Ritorno a voi; chè per andar di tempo, - Per variar d'affetti e di pensieri, - Obbliarvi non so; - -e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza -se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo -destino[313]. Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio -cuore: - - Posa per sempre. Assai - Palpitasti. Non val cosa nessuna - I moti tuoi, nè di sospiri è degna - La terra[314]; - -ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in -passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla è di -arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il sermone -_Su la mitologia_, egli aveva rimpianto il sogno antico di una natura -viva e animata, passionata e pensosa, allora quando - - Vissero i fiori e l'erbe, - Vissero i boschi, - -e - - Conscie le molli - Aure, le nubi e la titania lampa - Fur della umana gente, allor che ignuda - Te per le piagge e i colli, - Ciprigna luce, alla deserta notte - Con gli occhi intenti il viator seguendo, - Te compagna alla via, te de' mortali - Pensosa immaginò[315]. - -Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva: - - Vivi tu, vivi, o santa - Natura? vivi e il dissueto orecchio - Della materna voce il suono accoglie? - -e a lei raccomandò, _poscia che vote erano le stanze d'Olimpo_, questa -dolorosa famiglia umana: - - Tu le cure infelici e i fati indegni - Tu de' mortali ascolta, - Vaga natura, e la favilla antica - Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi. - E se de' nostri affanni - Cosa veruna in ciel, se nell'aprica - Terra s'alberga o nell'equoreo seno, - Pietosa no, ma spettatrice almeno[316]. - -Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una -creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda: - - Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime? - . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . - Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure, - Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure. - -Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo -dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie, -morendo, un inno alla vita immortale e universa. - - Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature, - Tandis que devant toi ta frêle créature, - Élevant ses regards de ta beauté ravis, - Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis! - Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde, - L'être succède à l'être, et la mort est féconde! - -Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno -spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei. - - Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée! - Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée, - Plus dans la solitude, asile du malheur, - Ta voix consolatrice enchanta ma douleur. - -Ma egli non si duole di avere a dissolversi in quella che lo produsse -alla vita, alla luce; anzi quasi voluttuosamente abbraccia la morte -che all'onde, all'aria, alla terra, agli elementi tutti, restituirà il -corpo e l'anima insieme. Il poeta non pensava come la creatura della -sua fantasia. Per lui non erano _vote le stanze d'Olimpo_. Egli si -chiamava Alfonso De Lamartine[317]. - -Tuttochè conscio della indifferenza della natura, il Leopardi non mai -cessò in tutto d'amarla. Ben sa il poeta ch'ella discorda dal pensier -suo, che è sorda e vota d'affetto; ma pur da lei ebb'egli il vago -immaginare e la virtù de' beati errori: e il dono di lei nè dal tempo, -nè dal fato, nè dalla stessa verità gli può più esser rapito. - - Proprii mi diede i palpiti - Natura, e i dolci inganni. - Sopiro in me gli affanni - L'ingenita virtù; - - Non l'annullâr: non vinsela - Il fato e la sventura; - Non con la vista impura - L'infausta verità[318]. - -E ancora di tanto in tanto, dopo così lunga esperienza e convinzion del -contrario, ripullula in lui l'antica immaginazione di una natura dotata -_di mente e di cuore_, e se non pietosa, conscia almeno di sè e di noi. - - Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre - Di strappar dalle braccia - All'amico l'amico, - Al fratello il fratello, - La prole al genitore, - All'amante l'amore: e l'uno estinto, - L'altro in vita serbar?[319] - -Nella stessa _Ginestra_, in quel supremo e terribil canto, dove, quasi -insiem con la vita, il poeta esala il suo finale pensiero, e grida il -verbo funereo in che tutta s'assomma e si ristringe la sua filosofia, -tra le invettive e le imprecazioni da lui scagliate alla natura, -rispunta, come un raggio nel bujo, l'antico amor giovanile, e ancora -lampeggia nelle dolci parole, penetrate di tenerezza e di mestizia, con -cui egli saluta l'odorata pianta - - di tristi - Lochi e dal mondo abbandonati amante, - E d'afflitte fortune ognor compagna; - -e il _fior gentile_, che quasi - - I danni altrui commiserando, al cielo - Di dolcissimo odor manda un profumo - Che il deserto consola. - -E questo è forse più proprio e più degno d'innamorato vero, che non può -giungere a odiare del tutto mai l'oggetto dell'antico amor suo. Ond'è -da notare, per questo rispetto, una diversità grande fra l'autore della -_Ginestra_ e un altro, non tanto grande, ma pure assai ragguardevole, -poeta pessimista, Alfredo De Vigny. Veramente Alfredo De Vigny teme e -odia la natura, e l'animo proprio manifesta con dure parole. La natura -così vanta sè stessa: - - Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre, - A côté des fourmis les populations[320]; - Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre, - J'ignore en les portant les noms des nations. - -A tale vanto il poeta sente riempiersi il cuore di amarezza e di -aborrimento, e distogliendo lo sguardo dalle crudeli bellezze che lo -avevano abbagliato un istante, esclama: - - C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe, - Et dans mon cœur alors je la hais et je vois - Notre sang dans son onde et nos morts sous son herbe, - Nourrissant de leurs sucs la racine des bois. - Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes: - «Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes, - Aimez ce que jamais on ne verra deux fois». - Vivez, froide Nature, et revivez sans cesse - Sous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi; - Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse, - L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi; - Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines, - J'aime la majestè des souffrances humaines; - Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi[321]. - -In questi versi è accennato un fatto la cui conoscenza pare che -necessariamente debba avvelenare il sentimento della natura, e menomar -d'assai, se non togliere a dirittura, il godimento che a noi può -venire dalla contemplazione delle sue bellezze. L'occhio che passa -oltre a quella prima parvenza, subito scopre nell'ombra un aspetto -mostruoso e cruento, che non può non agghiacciar l'anima di terrore. -Quella compostezza, quella serenità, quel riso che c'incantano e -c'innamorano a prima faccia, sono una maschera, una menzogna, una -frode. Sotto la vaga superficie luminosa e dipinta è uno strazio eterno -ed oscuro, un orror senza nome di creature angosciate, che per vivere -un'ora s'insidiano a vicenda, si azzuffano, si dilaniano, dànno la -vita in perpetuo olocasto alla morte, spremono dalla morte la vita. -La natura ci si discopre allora quale un Moloch immane, inesorabile, -inappagabile, che crea a sè medesimo, senza fine e senza riposo, le -ostie dolenti di un sacrificio infinito. Come serbar vivi nell'animo -allora i sensi di fiducia e di amore? come più vagheggiare quelle -bugiarde bellezze? come impedire che il sentimento della natura si -rabbui, e tutto, per così dire, si rapprenda in un orrore della natura? -Perdette per sempre il gusto della primavera quel poeta ch'errando pei -campi in un mattino di maggio, imprevedutamente pensò che ad ogni passo -ch'ei mutava fra l'erbe, centinaja di creature, nate appena, perivano -sotto il suo piede, senza ch'ei le vedesse nemmeno. - -Eppure, tanto può in noi la bellezza, che la conoscenza non basta -a sottrarci al suo fascino. Essa ci scende per gli occhi al cuore, -ci soggioga e ci conquide. Essa fa divampare l'amore; e l'amore, -notò il Leopardi, è la più vivace e possente delle illusioni, dacchè -resiste alla stessa forza dissolvente del vero. Lo Schopenhauer scorge -benissimo quell'aspetto cruento e mostruoso della natura, e s'indugia -a descriverlo; ma, nondimeno, come appena torna a pascere lo sguardo -delle care sembianze, egli esclama: Quanto è bella la natura! E così, -o in poco diverso modo, credo, il Leopardi. Egli scopre nella natura, o -dietro a lei, il _brutto potere ascoso_, e lo spettacolo delle cose non -può non rimanere alquanto aduggiato da quella grande e impenetrabile -ombra. Agli uomini del medio evo la natura apparve talvolta come una -grande ossessa, violata e posseduta dallo spirito delle tenebre: al -Leopardi la natura appare da ultimo come posseduta e contaminata dal -_brutto potere_; ma questo brutto potere non è un demone capriccioso e -fantastico; è un fato costante e indefettibile; e all'anima dell'uomo -moderno non può non venire un senso di sicurezza, di rassegnazione -e di quiete, dal sapere che la natura è retta da leggi, dure sì, ma -inflessibili e certe. A ogni modo il Leopardi non molto si sofferma -a contemplare l'aspetto mostruoso e cruento della natura; e se il -godimento che da quella egli riceve va scemando col tempo, va scemando -men per questa che per altre ragioni. - -A poco a poco il suo sguardo si distoglie dalle sembianze più -graziose e si fissa sulle più austere. Il sentimento, d'idilliaco -ed elegiaco ch'era in principio, tende a diventar tragico, e alle -serene e leggiadre immagini delle prime poesie succedono, da ultimo, -le tetre e terribili della _Ginestra_. L'anima del poeta s'è venuta -infoscando sempre più, e spontaneamente cerca gli aspetti che meglio si -armonizzano col suo stato. - - Placida notte, e verecondo raggio - Della cadente luna; e tu che spunti - Fra la tacita selva in su la rupe, - Nunzio del giorno; oh dilettose e care, - Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato, - Sembianze agli occhi miei; già non arride - Spettacol molle ai disperati affetti. - -Tali parole, molt'anni innanzi, il poeta aveva fatto sonar sulle labbra -di Saffo disperata e già vicina a cessar nella morte il suo tormento; -ma con parole in tutto simili avrebbe potuto, più d'una volta, il poeta -esprimere il sentimento suo proprio, e allora in ispecie che volgeva -nell'anima il tema e i versi della _Ginestra_[322]. Nella _Ginestra_ -non più verdi rive, non più campi e colli irradiati dal sole; ma -l'arida schiena del formidabil monte, e campi cosparsi di cenere -e coperti di lava impietrata, e il mare fatto specchio al bagliore -dell'igneo torrente, e il bipartito giogo e la cresta fumante nel -cielo, in fondo al deserto foro della dissepolta Pompei, infra le file -de' mozzi colonnati, e un ricordo dell' - - erme contrade - Che cingon la cittade - La qual fu donna de' mortali un tempo, - E del perduto impero - Par che col grave e taciturno aspetto - Faccian fede e ricordo al passeggero. - -E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma -quanto diversa da quella delle _Ricordanze_, quanto anche diversa da -quella del _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_! Nelle -_Ricordanze_ il poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti -colloquii e le dolci effusioni di un tempo. Nel _Canto notturno_ -l'inquieto pastore, vedendole ardere nel cielo, chiede a che sieno, che -operino. Nella _Ginestra_ il poeta, sedendo la notte sulle desolate -piagge, mira in purissimo azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e -specchiarsi nel mare, - - e tutto scintille in giro - Per lo voto seren brillare il mondo; - -mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni -superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un -pensiero lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione. -Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili -della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e come -l'ultima forma di esso. - -Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi -spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau. -La storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della -solitudine che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando -ne' tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse -gli uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non -sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo, -e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non -morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della -montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è -più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della -solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e, -nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben -sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu dal -Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra, -bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta -salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude e -selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann -poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di guide, -cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte, smarrirsi -nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di morte, e, -nulladimeno, provare al vivo _la grande jouissance toute particulière -que suscitait la grandeur du péril_[323]. Egli era robusto del corpo, -per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare -la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto, -o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile -poteva il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine -d'impressioni, gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo. - -Le variazioni cui nel Leopardi andò soggetto il sentimento della natura -non furono già così regolarmente consecutive nel tempo come forse -appajono in queste pagine. La vita di uno spirito non soffre mai quelle -partizioni certe e recise che nella storia di esso possono tornare o -necessarie o opportune. Il Leopardi non mutò in un dì, e nessuno muta -in un dì. La storia di lui fu veramente piena di corsi e di ricorsi; -e molte volte egli ebbe a tornare a quel sentimento o a quel pensiero -da cui s'era creduto allontanato per sempre. Come tornò ad amare -ripetutamente la donna, dopo essersi creduto morto all'amore, così -tornò a vagheggiar la natura, dopo averla accusata e maledetta. L'anima -umana è come il mare. Ogni giorno, nel doppio suo moto di flusso e di -riflusso, il mare scopre e ricopre quelle medesime sponde, che solo -nel giro di lunghi secoli s'alzan del tutto fuor del suo grembo, o del -tutto si sommergono in esso. Un poeta tedesco, che ebbe col Leopardi -più di una somiglianza, e fu un grande adoratore della natura, Giovanni -Hölderlin (1770-1843), scrisse una volta: «Morti gli aurei sogni della -giovinezza, fu morta per me la natura»[324]: per Giacomo Leopardi la -natura non morì in tutto mai. - - -CAPITOLO V. - -ESTETICA DELLA MORTE. - -Il Leopardi strinse in intima unione l'amore, la bellezza, la morte: è -questa una delle singolarità più caratteristiche del poeta cui Alfredo -De Musset salutò col nome di _sombre amant de la Mort_. - - Due cose belle ha il mondo: - Amore e morte. - -dice Consalvo: e - - Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte - Ingenerò la sorte. - Cose quaggiù sì belle - Altre il mondo non ha, non han le stelle, - -dice il poeta nella canzone che appunto s'intitola _Amore e Morte_. -Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa -personificazione e figurazione della morte; un'associazion della morte -con l'amore; un intenso desiderio di morte. - -La morte è - - Bellissima fanciulla, - Dolce a veder, non quale - La si dipinge la codarda gente; - -ed è genio divino e benefico che - - ogni gran dolore. - Ogni gran male annulla, - -e sol esso pietoso _dei terreni affanni_. Onde il morire non è dolore, -ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle _Ricordanze_[325], e -come più espressamente dirà nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle -sue mummie_[326]. E l'uomo di alto animo, che sente la _gentilezza del -morire_, al morir non ripugna, ma piega _addormentato il volto_ nel -_virgineo seno_ della fanciulla bellissima[327]. E la morte è l'unico -fine dell'essere[328]. - -Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono -una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come la lingua -loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta in grembo -alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di figurare -somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio alato, con -nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una corona di fiori. -Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, le rappresentazioni -più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero assai volte -alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'_Alceste_ di Euripide essa -appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste negra, con -un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro all'avvenente -sorella del Sonno quando scriveva il verso: - - Omnibus obscuras injicit illa manus; - -nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca, -quando l'armava di avidi denti. - -Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia -concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. Armata -o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la sentenza, -assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, e -la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale allora una -figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di credenze e di -sentimenti la spiega? - -Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine primo -e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; gli -uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, non ricevono -la immortalità in dono dai numi. - - Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire, - -dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto il -contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non all'ordine, -ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; e l'uomo -si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte è il -frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, e -conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte unica -d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura del diavolo, -poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo e ne la fece -signora[329]. I sette peccati capitali sono i sette peccati mortali, -e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così concepita -ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di sembianze nè -belle, nè decorose. - -A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse -rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il -sentimento che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce -e sereno, tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la -redenzione degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva -purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo, -come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal -sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala -in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani -non lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di -pace: l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le -iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi -di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche _concilia -martyrum_. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus -appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La tomba -è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il nome di -_dies natalis_. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un trattatello -_De bono mortis_? - -Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e sulla -speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, le -figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente la morte -apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, a -piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o di spiedo; -munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da sola, o a -capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, oppure, -con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo paltoniere, -li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte è un vero -e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido alleato e -ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma desideroso di -nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri diavoli e beffardo -com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in conto di un diavolo, -che nel tedesco _Heldenbuch_ si vede il pagano Belligan (e secondo la -comune credenza del medio evo, i pagani adoravano i diavoli) adorare un -idolo della morte. Ciò nondimeno, un ricordo delle serene immaginazioni -antiche rimane in quelle gentili leggende ascetiche della età di mezzo, -ove si vede la morte dei fratelli di un chiostro essere prenunziata -dal fiorire di un giglio, dallo spegnersi di una lampada, dal suono -spontaneo delle campane. - -La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è tuttavia -la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. Prima -che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, la Colpa, figlia -e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, sedevano -insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, insieme esse -muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una non può andar senza -l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa: - - Thou my shade - Inseparable, must with me along; - For Death from Sin no power can separate[330]. - -La morte è un'ombra sparuta (_meagre shadow_; non già _scarnata forma_, -come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato, cavernoso -carcame (_this mau, this wast unhide-bound corps_, che il Maffei molto -liberamente tradusse: _Quest'arido carcame e il ventre vuoto_). Ella è -armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e cavalca, quando -le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha la stessa virtù -ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua sono due _cani -infernali_. - -A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro -argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre a -quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma di -quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che, come -ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato e -deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa. E la -ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma credenza -del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici di Dio, non -hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e saranno da ultimo, -checchè facciano o tentino, i soli veri burlati. Ond'è comune a tutti i -popoli cristiani la novella dell'accorto prete, o dell'accorto villano, -che con certa astuzia relega la morte sopra un albero, o in granajo, e -per più anni non la lascia esercitare il suo officio nel mondo[331]. - -Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla prim'alba -del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata in parlar -della morte. - - Morte villana, di pietà nemica, - Di dolor madre antica, - -esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto quel -titolo di villana[332]. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della -dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a far -palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio. E prima -lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata e -raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzone _Morte, poich'io -non truovo a cui mi doglia_, Dante aveva scongiurata la morte di non -uccidere la donna che _con seco ne portava il suo cuore_, e l'ammoniva -che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a leggiadria il -suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna[333]. Il Petrarca, detto -come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva: - - Partissi quella dispietata e rea, - Pallida in vista, orribile e superba, - Chè 'l lume di beltate spento avea[334]. - -Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare -nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro; -e già Guido Cavalcanti l'aveva detta _gentile_. Dante, immaginando -morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non m'essere -villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' stata! or -vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto già lo tuo -colore». E in verso - - Morte, assai dolce ti tegno: - Tu dei omai esser cosa gentile, - Poi che tu se' ne la mia donna stata, - E dei aver pietate e non disdegno. - Vedi che sì desideroso vegno - D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede. - Vieni, chè 'l cor te chiede[335]. - -Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; ma il -dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar bella, -e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce[336]. - -Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne fu -anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco chiamò la -morte _sora corporale_. In certe novelline popolari sparse su tutta -la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare, se così -chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di un pover uomo, -e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di doni. La ragione -del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni appar -manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai fratelli Grimm[337]. -Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo, va in cerca di un -compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce; ma egli -lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai ricchi e lascia -morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol vuole, perchè -ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente la Morte, e -questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini, tratta -tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo ingiusto: -_aequo pulsat pede_. Questo concetto è espresso in un gran numero di -proverbii. - -Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e da altri -che si potrebbero venir ricordando[338], non è ancora la morte bella e -gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una specie di -grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa è di sua -natura, _ab origine_, bella e gentile, assai più di quanto la potessero -immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede Cristo e i -martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e amorose -donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi immagina -una morte al cui _divino stato_ non bisogna nè illeggiadrimento, -nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta _regina degli -spaventi_; e il La Rochefoucauld avvertì: _Le soleil ni la mort ne -peuvent se regarder fixement_; e nel mistero del Byron, Caino non osa -mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa ed -atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata -dal Leopardi. - -Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è brutta, -bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita è dolore, -bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja pietosa e -benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero comune -tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali[339]; come potrebbe -non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, creduto -piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza il -Leopardi?[340] Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la malattia -e la morte _piaceri della vita_ (_gioia di morte_, disse una volta -Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non -avrebbe il Leopardi esclamato: - - Bella Morte, pietosa - Tu sola al mondo dei terreni affanni[341]? - -Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non uccide -l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura morte sono, -pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La morte ha loro -largita una seconda vita, assai più alta e migliore della prima, le -ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato e sentito dal -terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle son morte, -tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano in -loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare le -donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al cielo. A più -che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa esperienza. -Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, si -strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi sempre più al mondo -di là, invoca la morte quasi con formole di scongiuro magico, vuol -morir giovane per appresentarsi all'amata florido di salute, circonfuso -di letizia. Manfredo scende nel regno di Arimane per rivedere Astarte. - -Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca e -di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono essere -nel cuor del Leopardi. Pel poeta della _Ginestra_ la morte non è un -intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, con cui il -dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere ciò, faccia un -confronto fra la poesia del Leopardi intitolata _Il sogno_ e il canto o -capitolo secondo del _Trionfo della Morte_, da cui quella è inspirata. -In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse Laura in -immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo aspetta in -cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e gli rasciuga -gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota la lunga -storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza gli apporta -quanta uomo mortale non sentì mai[342]. Ma in nessun altro luogo si -trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel secondo -del _Trionfo della Morte_. La notte stessa che seguì al suo salire in -cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata di gemme -orientali, gli porge la _già tanto desiata mano_, se lo fa sedere -a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso -colloquio incomincia[343]. Viv'ella, o è morta? - - Viva son io, e tu se' morto ancora, - Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga - Per levarti di terra l'ultim'ora. - -Ed egli: È sì gran pena il morire? - - Rispose: Mentre al vulgo dietro vai - Ed a l'opinion sua cieca e dura, - Esser felice non pô' tu già mai. - La morte è fin d'una pregion oscura - Agli animi gentili; agli altri è noja - Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura. - -Duole, sì, l'_affanno_ della morte, _ma più la tema de l'eterno danno_; -chè la morte non è se non un _sospir breve_; e a lei fu mansueta la -morte; ed ella, a quel passo più lieta - - Che qual d'esilio al dolce albergo riede. - -Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna -pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo -amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di -togliersi a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella -eternità. - -Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi -nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella che -prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare, - - e quale - Degl'infelici è la sembianza. - -Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede se -viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si avvede -alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà ella -un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? Ma -súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero: - - Son morta, e mi vedesti - L'ultima volta, or son più lune. - -E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o -di pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la -rimembranza ora che loro è _tolto il futuro_, quella non cela il -sentimento antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando -d'affannosa dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli -ricorda ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo -all'amore: - - E tu d'amore, o sfortunato, indarno - Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio. - Nostre misere menti e nostre salme - Son disgiunte in eterno. A me non vivi. - E mai più non vivrai: già ruppe il fato - La fè che mi giurasti. - -E pronunziate queste estreme parole, si dilegua. - -Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di partirsi -da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla morte, la -quale _ruppe il nodo antico alla sua lingua_, e gli ottiene da Elvira -la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a lui finalmente -fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico giorno felice -della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione esclama: - - Due cose belle ha il mondo: - Amore e morte. - -Nel _Sogno_ la morte pon fine all'amore: nel _Consalvo_ la morte fa -manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi - - Palpiti della morte e dell'amore - -si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann si -vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente ne scioglie -l'amplesso: nel _Consalvo_ la morte stringe il nodo che sciorrà subito -dopo. - -Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba -inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi, -affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore - - Nasce il piacer maggiore - Che per lo mar dell'essere si trova; - -la morte - - Ogni gran male annulla. - -Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non -può essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano -conformemente. Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la -vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di -morire: - - Tanto alla morte inclina - D'amor la disciplina. - -Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe -coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno, -e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor -loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita[344]. Il -Leopardi pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo -che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la -terra - - senza quella - Nova, sola, infinita - Felicità che il suo pensier figura; - -e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella -desiderata felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a -tanto travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose -tutte è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa -dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di -asceti in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua -adorazione: e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo -(per quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i -fisiologi, un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire -un principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora -dell'amore e l'ora della morte fann'uno. - -Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne -fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi, -e certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio. -Egesia di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone -scrisse: _Tota philosophorum vita commentatio mortis est_. Seneca, -in una delle sue epistole, biasima il desiderio della morte: _Nihil -mihi videtur turpius quam optare mortem_; ma in altra scrittura -persuade quel desiderio ai felici, anzi ai felicissimi: _Felicissimis -mors optanda est_. I magistrati di Massilia e dell'isola di Ceo -pubblicamente concedevano la cicuta a coloro che provavano aver giusta -ragione di voler morire; e furon celebri quei sodali della morte che -nell'antica Alessandria deponevano, levandosi da un banchetto, il -fardello della vita[345]. - -Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men frequente -e più intenso. _Infelix ego homo_, esclama San Paolo, _quis me -liberabit de corpore mortis hujus?_ e in altra occasione: _Mihi enim -vivere Christum est, et mori lucrum_: parole ripetute poi da infiniti. -E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del -martirio? - -Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, non -dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli -dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso. - -Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei Greci -quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora nei -moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente -parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale -avvelenava, non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però -i magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla -morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come -dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile -da esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi -desiderio di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua -più caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile -nullità della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente -considerata, non meriti d'esser vissuta. - - Or poserai per sempre, - Stanco mio cor. . . . . . . . - . . . . . . . . . . . . . . . - Posa per sempre. Assai - Palpitasti. Non val cosa nessuna - I moti tuoi, nè di sospiri è degna - La terra. Amaro e noia - La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. - . . . . . . . . . . . . . . . - Al gener nostro il fato - Non donò che il morire[346]. - -Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la -finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo -medesimo sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio -della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817 -egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel -luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in -breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi -morto in questo deserto del mondo[347]; e qualche settimana più tardi, -ne' versi _Ad Angelo Mai_ scriveva: - - Morte domanda - Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda. - -Nella _Vita solitaria_ il poeta si augura pronta morte, e accenna al -ferro liberatore. Nelle _Ricordanze_ parla e riparla della _invocata -morte_: - - E già nel primo giovanil tumulto - Di contenti, d'angosce e di desio, - Morte chiamai più volte, e lungamente - Mi sedetti colà su la fontana - Pensoso di cessar dentro quell'acque - La speme e il dolor mio. - -Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la -legittimità[348]; Saffo emenda in sè stessa il _fallo del cieco -dispensator de' casi_. Se - - È funesto a chi nasce il dì natale[349], - -ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo -sani di ogni dolore[350]. - -Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire -scrisse: - - J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou, - Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où; - Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres[351]..... - -Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto: - - Giammai d'allor che in pria - Questa vita che sia per prova intesi, - Timor di morte non mi stringe il petto. - Oggi mi pare un gioco - Quella che il mondo inetto, - Talor lodando, ognora abborre e trema, - Necessitade estrema; - E se periglio appar, con un sorriso - Le sue minacce a contemplar m'affiso[352]. - -Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e -così fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo -alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse -un'altra quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno: -immaginazione di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme -realmente, e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto -parole, non in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti -di Epicuro, l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno, -può giudicarla un bene e come un bene desiderarla. - -Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino il -desiderio della morte[353]; ma fu errore, simile a quello che gli fece -credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. Egli -non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel petto; e -però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero in sì -fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni più tardi: - - E tu cui già dal cominciar degli anni - Sempre onorata invoco, - Bella Morte, pietosa - Tu sola al mondo dei terreni affanni - Se celebrata mai - Fosti da me, s'al tuo divino stato - L'onte del volgo ingrato - Ricompensar tentai, - Non tardar più, t'inchina - A' disusati preghi, - Chiudi alla luce omai - Questi occhi tristi, o dell'età reina[354]. - -Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta -pessimista, il Leconte de Lisle: - - . . . Divine mort, où tout rentre et s'efface, - Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace, - Et rends-nous le repos que la vie a troublé. - -Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e di -amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo qua -e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà -di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli -innamorati. Nella canzone _All'Italia_ la morte è detta _passo -lacrimoso e duro_; e _abisso orrido immenso_ la dice l'errante pastore -dell'Asia. Nella _Palinodia_ vecchiezza e morte son giudicate _miserie -estreme_. Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli -uomini dal sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella -morte in cui sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre -canta essere la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della -natura[355]. - -Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la morte: -il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò prova in -lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. Egli par -che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare di amabili -sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno non sia stata -generosa ai mortali: - - Ahi perchè dopo - Le travagliose strade almen la meta - Non ci prescriver lieta? anzi colei - Che per certo futura - Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma, - Colei che i nostri danni - Ebber solo conforto, - Velar di neri panni, - Cinger d'ombra sì trista, - E spaventoso in vista - Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?[356] - -Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per -opera sua - - Bellissima fanciulla - Dolce a veder. - -Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da queste -immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci strappa -dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in giovinezza e -in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta apostrofa la -natura: - - Come potesti - Far necessario in noi - Tanto dolor, che sopravviva amando - Al mortale il mortal? - -A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari non -già, la cui dipartita fa l'uomo _scemo di sè stesso_[357]. Il poeta -sente nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei _sudori -estremi_ che travagliarono la _cara e tenerella salma_ della donna -adorata[358], spasima pel _chiuso morbo_ che uccise la Silvia[359]. - -La canzone _Per una donna malata di malattia lunga e mortale_ -incomincia: - - Io so ben che non vale - Beltà nè giovanezza incontro a morte, - E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro. - -La morte è per sè stessa benefica; - - ma sconsolata arriva - La morte ai giovanetti, e duro è il fato - Di quella speme che sotterra è spenta[360]. - -Ad _Amore e Morte_ il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro: - - Muor giovane colui che al cielo è caro; - -ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non -può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante. - - Mai non veder la luce - Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo - Che reina bellezza si dispiega - Nelle membra e nel volto, - Ed incomincia il mondo - Verso lei di lontano ad atterrarsi; - In sul fiorir d'ogni speranza, e molto - Prima che incontro alla festosa fronte - I lugubri suoi lampi il ver baleni; - Come vapore in nuvoletta accolto - Sotto forme fugaci all'orizzonte, - Dileguarsi così quasi non sorta, - E cangiar con gli oscuri - Silenzi della tomba i dì futuri. - Questo se all'intelletto - Appar felice, invade - D'alta pietade ai più costanti il petto[361]. - -Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il -miracolo della bellezza[362], e non sa darsi pace delle speranze -innanzi tempo recise: - - Quando sovvienmi di cotanta speme, - Un affetto mi preme - Acerbo e sconsolato, - E tornami a doler di mia sventura[363]. - -Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa, -similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di -morte. In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte -e l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati la -Morte e l'Amore[364], degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle -due belle cose del mondo. - - -CAPITOLO VI. - -CLASSICISMO E ROMANTICISMO DEL LEOPARDI. - -Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano -classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie da -non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra; e -a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di un -purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che -di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così -esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è -propriamente quale da molti s'immagina. - -Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà far -giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute -assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta -ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani -solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione -letteraria di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo -alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di -quegli scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo -in Italia e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e -dal latino, e di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che, -contraffatti da lui, furono scambiati per sinceri dagl'intendenti. -Critici diligenti e minuti notarono nei versi e nelle prose di lui -i moltissimi luoghi che a ragione o a torto (non sempre a ragione di -sicuro) si possono credere suggeriti o inspirati dalle due letterature -di Grecia e di Roma; e fu ne' suoi versi distinta una prima maniera, -che sarebbe latina, da una seconda, che sarebbe greca; e tutta greca -fu detta la prosa; e come il Manzoni fu salutato capo della scuola -romantica in Italia, così della classica fu salutato capo il Leopardi, -fatto dell'uno il contrapposto e la negazione dell'altro. Egli stesso, -il poeta, ebbe a dire, non una, ma più e più volte, che, a paragon -degli antichi, i moderni scrittori gli parevano o piccoli, o poveri, o -falsi. - -Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età nuova, -esprimeva nel verso - - Lo secol primo quant'oro fu bello, - -il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e -fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella. -Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli -antichi avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto -giudizio. Innamoratissimo di virtù, credette gli antichi fossero stati -più virtuosi, e per questo, e per altro ancora, assai più felici; -onde all'età presente, pessima sott'ogni aspetto, non altro può -rimanere che il desiderio[365]. Nascevagli talvolta un dubbio, che -questo esaltare il passato a paragon del presente possa essere effetto -di mera illusione[366]; ma la illusione tenevasi cara e non sapeva -spogliarsene. Ricordando i _vetusti divini, a cui natura parlò senza -svelarsi_, egli prorompe in un grido di desiderio e di rimpianto: - - Oh tempi, oh tempi avvolti - In sonno eterno![367] - -e sciogliendo un inno ai patriarchi, - - molto - Di noi men lacrimabili nell'alma - Luce prodotti, - -egli, salutata in passando l'_erma terrena sede_ ove fu commessa -la prima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno -d'antichi poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai -mortali[368]. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza -la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della -bellezza! - -E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii -classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava -un po' più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi -sconosciuto, «e la filologia quasi interamente abbandonata in grazia -dell'archeologia»[369]. Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio -delle lingue e delle lettere classiche vedeva così negletto come in -Milano, dove difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta -trovare «una edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5 -o al 6 cento»[370]: e della causa dell'antichità facendo in certo qual -modo la propria, diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino, -in Bologna, in Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta -e grassa Lombardia»[371]. V'è qualche esagerazione in questi giudizii; -ma è da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come -la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse -allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non si -parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva -tutta la letteratura milanese[372], e che in Lombardia non era quasi -altro studio che di pedanterie[373]. Egli aveva gli occhi e l'animo -così fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva -giudicare ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva -disegno di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiava _sul gusto -della Ciropedia_; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti -capitani e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e -Plutarco[374]. Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi -in libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì -in petto ai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si -scaldasse molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio, -in una lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere -che si scaldasse pochissimo[375]. - -Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando -Grillenzoni: «Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e -le meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane -son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»[376]. -Passi per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a -ridire. Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal -Carducci che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza -classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso -e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per -così dire, la purità del sentimento greco»[377]. Certo il Leopardi si -sarebbe sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo un -romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico alcune -parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare quel -nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella la prima parte -di un _Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, ovvero -intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme sulla poesia -moderna_[378]; ma quella prima parte non fu mai stampata, e la seconda -non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava -l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli non la -pensava come l'autore delle _Osservazioni_[379]. In sul principio del -1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allora -presente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il -fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di comporre -in séguito[380]; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno, -lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere, come di -cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più in là che il -disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento preso dalia -letteratura _verso il classico e l'antico_, giudicandolo buono, anzi -necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso -senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione -della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali e del -tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle parole...». Ci -si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne, per sapere -dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva ancora dimostrare «la -necessità di adattarsi al gusto corrente», «la falsità di ciò che forse -si giudica, che il buon gusto non si possa trovare in libri nazionali -e da contemporanei, l'uso costante di tutti i grandi scrittori di -scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o greca, o latina ecc.... -la discordia tra le nostre opere e quelle degli antichi, che vogliono -imitare, quando queste erano pel tempo loro, e le nostre per il tempo -degli antenati, quando a volerli imitare doveano effettivamente essere -per il presente ecc.»[381]. Questi pensieri, maturati e messi in carta, -secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823, sono probabilmente -alquanto disformi da quelli espressi nella prima parte del Discorso -testè citato; ma quanto disformi, non siamo in grado ora di dire. -Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a quell'andamento della -letteratura _verso il classico e l'antico_, io quasi non iscorgo in -essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora non potessero e -non dovessero consentire: e quando il poeta ricorda in più particolar -modo che gli antichi scrissero pei tempi loro, e che i moderni, -volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere pei proprii, sembra -d'udire il discorso di quegli apostoli della nuova scuola i quali -dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici dell'antichità. -Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste classica esagererebbe -di certo; ma chi dicesse che il classicismo di lui fu più di forma che -di sostanza, e che egli non fu quell'antico che a primo aspetto può -parere altrui, direbbe cosa, a mio credere, che ha molte parti di vero. -Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe in sè del romantico assai più -di quanto potesse egli immaginare, assai più di quanto fu giudicato da -altri. - -A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro fece -della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui; 3º, -certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi -elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro, -la gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo, le -quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan fatti -per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione, e -direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti. Al qual -proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina e una -pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi, e, ancora, -che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di parecchie. - -Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia -(classica, s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio -distinguersi e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più -importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono -conservata all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono -l'arte non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita, -magari per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio -alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che -la mitologia e l'_antimitologia_ diventano per le due contrarie fazioni -quasi segnacolo in vessillo. - -Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto diverso -da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non immuni, -del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la mitologia -come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria e, tutto il -più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi invocano gli dei -dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla lor religione, e ne -narrano i casi come se fossero avvenuti davvero. Il Leopardi considera -il mito come cosa irreparabilmente passata e perduta, e appunto -perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle e dolci fantasie per -la cui virtù parve vivere la natura e conversare con l'uomo. Il canto -_Alla primavera o delle favole antiche_ è documento mirabile di quel -giudizio e di quel sentimento, a cui nessun romantico, che abbia fior -di ragione, può voler contrastare. Tale rimpianto ricorre con molta -frequenza nei poeti moderni; ma troppo avrebbe disdetto a classicisti -puri, i quali non potevano, senza strana contraddizione, deplorare la -morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano di tener vivo[382]. Ora -tra alcuni di quei moderni e il Leopardi è, per tale rispetto, questa -diversità, che essi, nel mito, lamentano piuttosto la perduta bellezza, -il Leopardi piuttosto la perduta illusione. Non volendo moltiplicare i -raffronti, mi contenterò di un pajo. Il Keats incomincia il suo poema -_Endymion_ con un saluto alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già -Alfredo De Musset, si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo -antico. - - Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée! - Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel - Aux siècles glorieux où la Terre inspirée - Voyait le ciel descendre à son premier appel![383] - -Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo della -_vittoriosa Bellezza_, innanzi al cui altare avrebbe voluto -prosternarsi adorando. Nel carme intitolato _Hypathie_, il poeta, -esaltando la paganità a fronte del cristianesimo, esclama: - - l'impure laideur est la reine du monde, - Et nous avons perdu le chemin de Paros. - - Les Dieux sont en poussière et la terre est muette: - Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté. - Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète - L'hymne mélodieux de la sainte Beauté. - -Un'altra poesia, intitolata _La source_[384], finisce con questi versi: - - Telle que la Naïade en ce bois écarté - Dormant sous l'onde diaphane, - Fuis toujours l'œil impur et la main du profane, - Lumière de l'âme, o Beauté! - -Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza; -ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, nel quale -infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo Schelling, -della universa significazione e del perpetuo valore di esso; conscio -ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere, -mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con ciò il -Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti poeti di -questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti ricordare -per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che del -mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella _Légende des -siècles_ e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si -giova ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la _Storia del -genere umano_, il _Dialogo di Ercole e di Atlante_, la _Scommessa di -Prometeo_; e non è possibile non avvertire la diversità grande che -per questo rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie -inglesi, ne' cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto -alla leggenda arturiana o alla saga settentrionale. - -Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune -tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione e di -consuetudine. _Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo, -Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio di -numi_, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono _rari nantes_, formule -puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e quasi, -passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono. -Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio nella sua brutta -_Anti-mitologia_, ricordava con lode il nome del Leopardi, come di uno -che avesse intese le buone ragioni dei romantici, e s'opponesse alle -usanze assurde dei classicisti: - - Leopardi, - Forte in alti pensieri, inni già intuona, - Che se fien gravi all'ammollito orecchio - Della plebe vivente, saran fiamma - Alla età che succede; e cammin nuovo - Segna a chiunque la virtude ha cara[385]. - -E non dimentichiamo che nella _Ginestra_ il poeta si ride della -illusione degli uomini che _favoleggiarono_ gli autori delle universe -cose discesi in terra per cagion loro, e schernisce i _rinovellati -sogni_; dove, se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca -una nemmeno alla mitologia. E ricordiam di passata che nella _Scommessa -di Prometeo_ si parla con assai poca reverenza delle muse e degli altri -dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica che -mitica. - -Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi, -parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha -del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di -distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della -natura. Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una -variante del _délire champêtre_ del Rousseau; romantica, più tardi, -quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte -della natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi, -sebbene per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller. -I classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel -loro canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente -parlando, la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra -osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un -germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera. -Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi -in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura -è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, una -festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede di -più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più -settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per -ciò appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in -quelle terzine dell'_Appressamento della morte_, che sono del 1816, -tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna -ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa -quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di -quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young e di -Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni -che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa che già -aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, ecc., e -cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto della civiltà. - -Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia -non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere antica -nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio rimasto -memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono modo di -conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei chiostri se -ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani hanno tutti -uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta conoscerne le -variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento della -misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse nascere di regola -da esperienza di nocumento sofferto nella persona o negli averi, -o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci rappresentano -Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine e malvagità degli -amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore di seduzione e di -contaminazione. _Quoties inter homines fui, minor homo redii_, lasciò -scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare un amico di San -Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. Il cristiano, -certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, come quello che -poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla creatura per -meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli asceti che -abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere più sicuri -di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, divenuto -troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, pare -che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole -contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca da quella -conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare tutto -quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e squisita -cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora egli -s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà e a -quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto nascere, -e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non essere fatto, -immaginandone un altro più amabile e degno. - -Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè -anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta. -Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così -scellerati come sono»[386]. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava -gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»[387]: e, -rinnovando la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta -di ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno[388]; e che la -natura ha inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che -naturalmente l'animale odia il suo simile[389]. Il _Dialogo di Ercole -e di Atlante_ è tutto in disprezzo delle cose umane; la _Scommessa di -Prometeo_ vuol fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio -e spregevole degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo -il secolo della morte[390], deride i trovati e le macchine[391], dice -il mondo presente essere nelle mani dei mediocri[392], anzi tenere -il campo la nullità[393], si burla della sapienza dei giornali, delle -masse, della perfettibilità infinita, delle scienze economiche, morali -e politiche e di tutte le altre belle creazioni di questo _secolo di -ragazzi_[394]. Definito «il mondo una lega di birbanti contro gli -uomini da bene e di vili contro i generosi[395],» voleva guerra ad -oltranza; e già sino dal giugno del 1821 aveva scritto al Brighenti: -«Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla sua parte non ha altri che -sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, non bisogna stancarsi -mai di combattere e lottare e insultare e calpestare chiunque vi -ceda anche per un momento... Il mondo è fatto al rovescio, come quei -dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, -che il contentarsi di stare a guardarlo e fischiarlo»[396]. E chi -sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si conoscessero quelle -parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora inedite e occulte. - -Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre -di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al -Giordani: «Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della -virtù mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione -della scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de' -tiranni, degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi; -e nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi -par più degna di esser contesa»[397]. Negli sciolti al Pepoli biasima -l'egoismo. Nel _Dialogo di Timandro e di Eleandro_ dice di non poter -odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto -inabile e impenetrabile all'odio»[398]. In una lettera al Brighenti -si legge: «Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci -scambievolmente, e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna -di questo mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione, -l'interesse, la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco -_un animale senza cuore_, sono cose che mi spaventano»[399]. E nel -XXXII dei _Pensieri_ si dice che chi ha più intelletto ed esperienza -meno disprezza; che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima -di sè disprezzano gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a -pregiare che a dispregiare». Quale luogo l'idea umanitaria tenga -nella _Ginestra_ non è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere -ricordato che pel Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della -morale è la simpatia, che nasce dalla sensitività. - -Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei -romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del -romanticismo dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo -sono da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e -in direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono -insieme; una corrente che diremo filantropica, e una corrente che -diremo misantropica. Il _bel tenebroso_ fugge la compagnia de' proprii -simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come -molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire -se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo. -René disse: _La foule, ce vaste désert d'hommes_. Saint-Preux aveva -detto: _J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du -monde_. E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à -mon aise que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette -disposition d'âme, que dans les circonstances les moins importantes, -quand je dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble, -et mon mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»[400]. -Il Leopardi chiama il mondo _formidabile deserto_[401]. Il nano -misterioso di Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii -simili: il Leopardi accusa la luna se umani aspetti scopre al suo -sguardo[402]. - -Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare -alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai «la -generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o mondo», -quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona indole, e -d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli antichi -era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata -e solitaria[403]; e ancora quando disse essersi la stirpe umana, -per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti -uomini[404]; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo. -Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo -fu propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto -della _Edinburg Review_ dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano -comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité -maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique -contre les institutions présentes de la société»[405]. - -Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha con -Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino con Rolla, -e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima -disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo fu detta -appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha comuni con -essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè essi sono, -con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, vere e -predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza che anche -il Leopardi, se fosse personaggio immaginario anzichè reale, potrebbe -essere una creatura del romanticismo. Facciamo una rapida enumerazione -di questi altri comuni stati di animo. Trattandosi di cose che ogni -colto lettore ha presenti allo spirito, e che nulla hanno d'astruso e -di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi troppo per via, nè di -far molti raffronti. - -Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo la -distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale, -quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che può -dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè vana; -non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene -piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo che -la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate -qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere che -il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga del -sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che una -certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano a -dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto -voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la -filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo, -un pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo -tedesco o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove, -non fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu -un gran ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno -degl'institutori massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che -fu uno dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un -grandissimo ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo -dei filosofi francesi. - -Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti -specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che certo -non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento può -tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma sono, -specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più proprii -dei romantici che dei classici. - -Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto a -sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la _melanconia dolce_; -quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo -con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (_Wonne -der Wehmuth; Trost in Thränen_), fu detta dal Leopardi più _dolce -dell'allegria_[406]. - -Il rimpianto, quello che i francesi dicono _regret_, non fu molto -famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia -nel futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie -in lacrime udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia; -e così Enea, ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e -passeggiera, che non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio -vano dell'irrevocabile. Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo -di Roma e de' suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo -d'Augusto. L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi -ebbero in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la -virilità gagliarda e operosa: i romantici per contro, e con essi -il Leopardi, predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la -illusione, e l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può -abbandonarsi liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand -adorò la propria giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita. -Il Leopardi pianse la propria quando, _amara e deserta_, era ancora -presente; la pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse -la fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti -quelli che pensano e sentono»[407]. - -Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa essere -della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di quelli in -cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche modo il più -sublime dei sentimenti umani»[408]. Opinione che avrebbe scandalizzato -un antico, ma non il Pascal[409], non i romantici. Non ci fu quasi -romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. «Je -crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», gemeva, non -senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je ne m'apercevais de -mon existence que par un profond sentiment d'ennui». Del tedio della -vita, che comincia, si può dire, a prender forma moderna nell'anima -di messer Francesco Petrarca, non accade discorrere. Il Leopardi -l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima di romantici; e -questo sentimento, quanto lo avvicina senza ch'egli se ne avvegga, -ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. Il Leopardi non espresse -per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di cui lo stimò degno lo -Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode i pensieri e le sentenze di -Cristo intorno al mondo, e in più particolar modo avvertì: «Il mondo -nemico del bene, è un concetto, quanto celebre nel Vangelo, e negli -scrittori moderni, tanto o poco meno sconosciuto agli antichi»[410]. E -all'ascetismo cristiano lo raccostano ancora l'avversione alla scienza, -ch'egli ha comune col Werther, e l'opinione che sia vana, e oziosa -veramente, ogni umana operazione. - -Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della -natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso ed -acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più -parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la -terra, si vede che il Leopardi dà al _cuore_ una preminenza che gli -antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente -conceduta dai romantici. Dai _tristi e cari moti del core_ riconosce il -poeta ogni dolcezza di vita; - - Da te, mio cor, quest'ultimo - Spirto, e l'ardor natio, - Ogni conforto mio - Solo da te mi vien[411]; - -e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra, -dice al proprio cuore: - - Posa per sempre. Assai - Palpitasti. Non val cosa nessuna - I moti tuoi, nè di sospiri è degna - La terra[412]. - -Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è tutto? E -come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come il Rousseau -celebra il Leopardi la sensitività. Nel suo _cormentalismo_ il -Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un certo -equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento. - -Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel -Leopardi, com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora è -cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia del -Leopardi intitolata appunto _L'Infinito_, e confrontisi con questo -passo di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la -terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système -universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout. -Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je -ne raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une -sorte de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais -avec ravissement à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me -perdre en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes -des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers; -j'aurais voulu m'élancer dans l'infini»[413]. A queste parole, e a -quelle del poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per -una parte nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi -romantici d'ogni lingua. - -Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza e dignità -che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia, -giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico -ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu, nel -romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente. -Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito da alcuni -un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che maniera, -la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella conclusione -che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men classico che -romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a conoscere, se -non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella di poeta e -di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che la ragion -prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute; ma ce -ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare la -professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una menomazione -dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a un officio stabile. -Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi. René, Obermann, non -si sa che cosa facciano. Rolla non ha imparato a far nulla: - - Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible: - Un gagne-pain quelconque, un métier de valet, - Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible[414]. - -Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero[415]. Il suo -esagerato soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di -occupazione, e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono -romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma -di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio -di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal Ranieri si -trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane che comincia con -le parole: _Re delle cose, autor del mondo_, e dove il poeta si vanta -d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e l'apostolo della sua -religione[416]. - -Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali del -Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni e opinioni, -in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono la -letteratura e l'arte. - -Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso -alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora, -che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli -antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa -che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici -se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è vera -poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione -propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva al -Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema dell'Arici -se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto alcuni -versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella opinione ch'io -n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso hanno scritto -poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si metta alla -stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre un altro -sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, ma neanche -nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci un altro Tasso, -non bastava quello che avevamo?.... In Italia è morta anche la facoltà -d'inventare e d'immaginare, che pareva e pare tuttavia così propria -della nostra nazione»[417]. Ricordiamoci a questo proposito che il -Keats diceva essere l'invenzione la stella polare della poesia, e che -lo Shelley definiva la poesia la espressione della immaginativa[418]. - -Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto era -da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale gli -pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri aveva -insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; -«la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere -accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, ch'essendo -classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole -così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto _il di fuori e il -di dentro della prosa_, e si doleva che la fortuna gli avesse tolto -ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa ch'ella -presentemente non si sappia neanche sognare»[419]. Se ne togliamo -quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno[420], -che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano essi per -l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E bene o male, che -non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, non tentarono di -rifare ogni cosa? - -L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli -romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire che sia -tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. Il -Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, e -credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura[421], volle -letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie parole -tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue lettere -al Giordani egli accennava ad una letteratura _non segregata dal -popolo_, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona de' -nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati -ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso -le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo -vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti -gl'italiani antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni, -i desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de' -loro compatriotti e contemporanei»[422]. Il poeta deve scrivere per -il volgo, e la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di -poi[423]; e nel già ricordato disegno di uno scritto sulla condizione -delle lettere italiane affermava novamente esser necessario «di render -qui, com'è già totalmente altrove, popolare la letteratura vera -italiana, adatta e cara alle donne e alle persone non letterate», -e batteva sulla «necessità di libri italiani dilettevoli e utili -per tutta la nazione»[424]. Perciò parlava con disprezzo di quella -letteratura che tutta consisteva in far sonetti e versi latini[425]; e -vagheggiava di scrivere libri atti a muovere gl'italiani e rigenerare -la patria, vite del Kosciuszko e del Paoli, ecc. Forma molto acconcia -a tal fine parevagli quella del romanzo storico e della biografia; -e pensava l'autore di sì fatti libri dovere avere tutte le virtù -dello storico, senza però volere far opera storica propriamente, -ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile piacevolezza dei -racconti»[426]. Voleva letteratura dilettevole, parendogli che -«il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse «un vero -malefizio al genere umano»[427]. Giunse persino a dissuadere dal far -versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni[428]. Veggasi -ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre -formola: _l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per -mezzo_[429]. - -Fu notato da un pezzo che il _Consalvo_, a cominciare dai nomi dei -personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e dove), è -cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di romanticismo -persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo di quella _Storia -di un'anima_ che il Leopardi avrebbe voluto comporre? Sotto questo -titolo di sapore prettamente romantico, doveva venir fuori un «Romanzo -che avrebbe poche avventure estrinseche e queste sarebbero delle più -ordinarie; ma racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile -e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte»[430]. -Una specie di _Werther_, come si vede. - -Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi -consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che -dissentisse in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata -la lingua italiana _sovrana, immensa, onnipotente_, di gran lunga -superiore alla francese; ma già sentiva, contro la opinion del -Giordani, di dovere attingere alle fonti popolari[431]. Più tardi -gli entrava qualche dubbio circa l'assoluta superiorità della lingua -italiana; e contro la comune opinione dei puristi e dei classicisti, -s'avvedeva «che anche la notizia di più linghe conferisce mirabilmente -alla facilità, chiarezza e precisione del concepire»[432]; e pensava di -scrivere un libro intorno alle lingue meridionali, cioè greca, latina, -italiana, francese e spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo -e non di cruscante. Gli era venuto a grandissima noja quell'eterno -battagliare che si faceva in Italia intorno alla lingua senza risolver -mai nulla, e si raccomandava allo Stella perchè non lasciasse sapere a -nessuno che gli compendiava il Cinonio, temendone infamia di pedante, -e d'esser posto dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella -classe, dalla quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto -cercato di separarsi»[433]. Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno -che l'Italia avesse una lingua adatta ai tempi e alle necessità -della nazione; onde, mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero -italiani e non barbari, voleva pure si sciogliessero una buona volta -dai lacci di quel purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal -mondo, e il Vocabolario avessero in conto di consigliere e d'ajutatore, -non di tiranno[434]. Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva, -come avrebbe potuto dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi -_oramai cadevano, non sulle parole, ma sulle cose_[435]. - -I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il -Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del -poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia in -prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa fosse -adoperata in luogo del verso[436]. - -Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene scrivesse -alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa la -letteratura per un buon secolo»[437], non fosse poi tanto avverso ai -romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora dalle sue -relazioni con l'_Antologia_, e da certi giudizii suoi sopra alcuni dei -più grandi scrittori del tempo. - -L'_Antologia_, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole -contrarie, fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica, -e fece, con più temperanza, in Italia quello che il _Globe_ in Francia. -Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura -questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma -nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni -della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille -e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di -fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del -classicismo, davano assai volentieri addosso all'_Antologia_, non -sempre per ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per -quelle. Sollecitato infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e -di che più gli piacesse, il Leopardi nell'_Antologia_ non istampò se -non un saggio delle _Operette morali_[438]; ma non è quasi lettera -sua al Vieusseux stesso ove non si leggano grandissime lodi di quello -ch'egli apertamente chiamava il miglior giornale d'Italia[439], mentre -non celava punto il proprio disprezzo per la _Biblioteca Italiana_, -con la quale ben presto si ruppe, e pel _Giornale arcadico_, entrambi -avversarii fierissimi del romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al -Tommaseo, prima che si guastassero[440], e al Montani, senza aspettare -che questi abjurasse: e il Montani, levando a cielo i versi del -Leopardi, malmenati dagli arcadi[441], affermava di udire in essi «la -voce di un fratello di Werther»[442]. Il precetto che nell'_Antologia_ -dava il Tommaseo, combattendo la mitologia: «scrivere come il cuore -li detta; e scrivere a giovamento dei più», non poteva non avere -l'assentimento di quel Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole -in tutto consone a queste. - -Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori -contemporanei. Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani, -gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826, -leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie, -come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture -tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, -e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, mistici -e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi piacciono -veramente molto»[443]. Il Goethe un mistico e un visionario! Strano -troppo che al possibile autore della _Storia di un'anima_ non avesse -almeno a piacere il _Werther_; ma è da ricordare che il Leopardi non -seppe di tedesco. - -Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè male[444], -parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, com'è noto, -lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, classica -e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il Leopardi -scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni del secolo, e -delle anime sensitive e calde come la tua»[445]. Dell'Hugo, il quale, -dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne anche in -Italia, non una parola[446]. - -Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi -rintracciando le infiltrazioni romantiche[447], il Leopardi ebbe, -in tempi diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818, -stampate in Roma le due canzoni _All'Italia e Sul monumento di Dante_, -il giovane poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a -colui che, con pochissimi altri, sosteneva l'_ultima gloria_ della -patria. Più tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede -del Monti un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto -ammirativo dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa -e del verseggiare, ma soggiungendo poi subito che gli mancava -«tutto quello che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e -profondo, sia sublime, sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta -dell'orecchio e non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante -freddezza e aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici -greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, -per esprimerli elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro -che tradurre i classici[448]. Che cosa avrebbe potuto dire di più un -romantico? - -La _divinizzazione_ che del Manzoni fece il Tommaseo nell'_Antologia_, -e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva al -Leopardi[449]; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri gli -davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto del -1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei _Promessi Sposi_, -scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano -il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo -lodavano[450]; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso -Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente -il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di -amabilità e degno della sua fama»[451]. Il Mamiani riferì un giudizio -del Leopardi sui _Promessi Sposi_, sfavorevole nei rispetti civili, ma -non in quelli dell'arte[452]; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso -poeta scriveva al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il -quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera -di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi -colloqui che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e -rispettabile»[453]. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco, -ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di -portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo, -meno il romanzo che quei di casa già possedevano[454]; e in quello -stesso mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e -gustato il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; e -Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»[455]. - -Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una città, il -quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente. Pisa -piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di città grande -e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così -romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale[456]. Non sappiamo -quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico ciò -che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo che il -poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che fu comune -ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario i pochi versi -della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con desiderio: - - O torri, o celle, - O donne, o cavalieri, - O giardini, o palagi! a voi pensando, - In mille vane amenità si perde - La mente mia. - -Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era -divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsi -che in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è da -notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici, la -poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate, -non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamarono -_esotismo_[457]. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il -Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento, -il cuore. - -Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte -l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi, -di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori, -il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche -e metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo -sciolto: come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto, -che in Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel -capo di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè -ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque -del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione; -e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose -discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò -le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè -stesse, attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo -qual modo, oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto; -non corse dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare -i periodi; non credette che la virtù somma dello stile stesse nel -pittoresco[458]. Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici -nostri; e se desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata, -fluida, armoniosa, propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava -fosse «da cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da' -greci quanto a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così -forme come parole»[459]; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente, -perspicuo, ma un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto -avrebbe voluto, e senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti, -di quegli ardori di cui più si compiacevano i romantici. Ancora il -Leopardi cura la composizione quanto i romantici la trascurano, e -se quelli molte volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno -nei versi che nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della -inspirazione, il personale e l'impersonale, con senso della proporzione -e con aggiustatezza che da quelli non si conobbe. - -Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che -il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a -trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può, come -il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici; -sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è assai più -romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a paragone -della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza, di -euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che il Leopardi, -guardato nell'arte, è assai più classico che romantico. - -Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito e più -distesamente. - - -CAPITOLO VII. - -L'ARTE DEL LEOPARDI. - -Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento -da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale -è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte; -direbbe cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta -la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o -architetto, o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii -pensieri e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co' -proprii nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte -sua varia, talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia -la composizione e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde -la instabile sua persona continuamente si forma e si sforma. Natura -povera, arte povera; natura esuberante, arte esuberante. Studiando le -tele di Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino -ad un certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di -Raffaello, di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta -sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo -la _Commedia_, potremmo intendere che maniera d'uomo egli fosse; anzi -il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa la biografia -più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi versi. Se un -uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere a un'arte, -l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori, -che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, mentre i -genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, anche -quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo, -premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare l'arte; ciò -nondimeno esso propriamente non preme e non opera se non mediatamente, -attraverso l'organismo mentale e corporeo dell'artista. Ma non per -questo si può dire che conosciuto quel doppio organismo, sia pur -conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne proviene; dacchè, -per una parte, è impossibile in pratica, e nelle presenti condizioni -del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli eccitamenti e -delle innumerevoli inibizioni che di continuo si producono nell'anima -dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che l'uomo riceve per virtù -di ragione, essendo indipendenti, almeno entro certi limiti, dalla -complessione e dall'indole, possono operare sull'arte in modo disforme -dall'indole e dalla complessione, o anche in contrasto con esse. Che la -terra gira intorno al sole e non il sole intorno alla terra, è verità -che può piacere agli uni e dispiacere agli altri, ma che, dimostrata, -entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno come del linfatico, così -del robusto come del gracile, e che entratavi, opera sì in conformità -di quelle nature che l'hanno ricevuta, ma opera ancora in conformità di -sè stessa. Persuasosi, per via di ragionamento, della verità di certe -dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò i proprii gusti, e deliberatamente -esercitò l'arte in contraddizione co' proprii istinti e con le proprie -inclinazioni. - -Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora d'instituire -una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato organismo -fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse per le -vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda tempra di -un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza del sistema -nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si può dire che -la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto, non senza -ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò tutte -l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, come abbiamo -notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera di poeti -che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente la scienza; -sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar perniciosa. - -L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino appena -a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere indietro -la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende più a -raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, dacchè -ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli -di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato, -avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove non è -veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia in misero -corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di pensiero -dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè rifarà -la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai gradi di un -lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, non di una -vera e propria epopea, ma di una comprensione epica delle cose; e -se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità di creature -drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà ad -intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma della -vita. - -La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed -elegiaca, onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono, -fuor d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non -ebbe mai, nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si -potrebbe chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità -la quale permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente -dalla considerazione del bene e del male che a lui in particolare -può derivarne. Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi -ebbe quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo -sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto -di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli -abbraccia nella connessione e universalità loro. La opinione espressa -da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato -meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta, -è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella -infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po' -attento che si faccia della sua posteriore poesia[460]. Bensì quella -infelicità avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri -particolari, e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico -quanto gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare -un Leopardi autore di una vera e propria epopea (i _Paralipomeni -della Batracomiomachia_ non sono se non satira), come non si riesce ad -immaginarlo autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè -di un romanzo (salvo che fosse il _romanzo di un'anima_). - -Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta, -determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica, -dall'ambiente, dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita. -Si deve credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe -riuscito o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il -Leopardi avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il -Leopardi non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima -metà del presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato -altrimenti; se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più -dilettosamente che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato -suo più multiforme e più largo, quella che produce l'arte; e bene -il seppe lo Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria -inspirazione poetica alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de' -sentimenti provati, de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante -l'amor per Beatrice, l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa, -e torrete di mezzo al tempo stesso la _Divina Commedia_. Il tema e -l'indole delle grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono. - -Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto, -dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno -con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni -preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto -variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamente -l'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere -fortune, o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo -poetico di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale -per ineluttabile influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo -domina, e pel fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra. -Poeta pessimista e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che -l'uno supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato -in modo immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può -essere significato per via di persone, di azioni e di simboli, come -altri poeti pur fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista -in veste cristiana; ma fu un pessimista che visse assai, amò assai, -godette assai, militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi -d'America, errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia -le vestigia delle divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e -però non è meraviglia se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben -s'intende, la facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far -rivivere tante cose, sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al -quale proposito osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait -faire sa palette et amasser ses couleurs»[461]. Altrettanto si deve -dire del Byron. Anche l'autore del _Don Giovanni_ giudicò la vita uno -stolto ed inutile sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo -tutto, con quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior -possibile intensità; e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema, -nel dramma, le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo -dà vita a un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di -tenebre cupe e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla -subitanea creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de -Lisle non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui, -pur concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore della -_Ginestra_, si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno -rende immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia, -l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente, che, -sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di metalli -preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e del cielo, -la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia, può il -pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e voce: tragico, -romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro, petulante, beffardo -nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico nel De Musset; deforme e -delirante nel Baudelaire. - -Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai -più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza, -la chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men -virtù che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella -poesia è il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta -ponderazione di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di -parole, o stratagemmi d'immagini, intesi a far colpo e stordire il -lettore, che sono così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia -dell'Hugo. Sempre, per contro, idee facilmente intelligibili, e -sentimenti facilmente comunicabili; onde avviene che anche chi non -consenta col poeta nei principii e nelle illazioni, intende senza -sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte. La poesia del Leopardi è -intellettiva e sentimentale; e come intellettiva, rifugge forse un -po' troppo dalle immagini, che son quasi il tutto di altri poeti; -e come sentimentale, si restringe forse a troppo picciola parte di -sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima qualità è da dire -che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto che l'immagine, non -si muta se non di rado in argomentatore; che il primo germe delle sue -poesie non è mai un'idea astratta; o, se è, il poeta sa per tal modo -fonderla col fatto concreto, col sentimento e la immagine, da far -del tutto, almeno nei componimenti migliori, una unità indivisibile; -e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite, nè ostenta -formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta alla seconda, è da -dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio, non si studia -di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga in quella troppo -fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per citare un -esempio, il Lamartine[462]. Ed è l'intima fusione del sentimento con -l'idea, e di entrambi con le immagini[463], quella che conferisce tanta -e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale, pure -esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare, ed -essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesce un -tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar -modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga, velata, -fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la poesia -del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi, -che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja; -abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei -sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione -e senza lasciare quella impressione di _grigio su grigio_ di cui un -critico si lamenta[464]. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli -arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò -che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che -se in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un -sentire che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in -più particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si -sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con la -_Wehmuth_ e la _Sehnsucht_ dei Tedeschi, e poco allignano in Italia; -ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina, ma -quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e storia -di popolo richiedano. - -Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici -costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di -doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e -forse s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto -cominciano le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed -elastico nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba -propriamente intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino -nello stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile -fare l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni -e reazioni, e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e -psichico, per cui molte cause rimangono continuamente frustrate de' -loro effetti, e l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da -un'altra. Onde, salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna -assai malsicuro, e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio. - -Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una -distinzione. Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole -riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondo i -tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo -onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile. -La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una persona -che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del volto e la -forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti, che il poeta -vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma vere e proprie -idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta noi conosciamo un -uomo che ordina, collega e governa le proprie idee, e riesce a vedere -anche attraverso al proprio sentimento. Nè vi si nota quell'eccesso, -sicuramente morboso, dell'_egotismo_, per cui l'uomo fatto estraneo -a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità sua propria, -e tanto nel modo di concepire, di sentire e di esprimersi studia e -si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo inintelligibile, -nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi a certi -esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva e morale -ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe in sommo -grado erroneo ed ingiusto. - -Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun che -dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi, -poi in attinenza col pensiero e col sentimento. - -Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono -superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza, -è consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano -il tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il -tutto; e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza -loro crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura -vogliono l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o -si pervertono, quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero -primamente e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire -in mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e -i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è -più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie -tanto da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche -da chi abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto -si scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di -quelli; e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non -faccia palese e certa testimonianza. - -Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua? - -Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam già notato) -non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso. Luce -e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante, che -anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello -Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi -che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione -assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di un -dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si -può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista. -Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine -manuale non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè -alla pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia -sottrasse di pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore[465]. -È da avvertire, per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non -soltanto la condizione particolare e propria del poeta, ma ancora -l'influsso che può avere esercitato sopra di lui una scuola, certa -tradizione d'arte o certa qualità di studii. Che la tavolozza del -Leopardi è povera, gli è un fatto[466]; ma non bisogna dimenticare che -per lo spazio di un secolo l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il -gusto, aveva fatto il possibile per togliere dalla tavolozza poetica -qualsiasi colore. - -Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e sino -dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, che -quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione, -a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò che per -gli altri è una _festa degli occhi_, doveva essere per lui un tormento; -e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte gli spettacoli -teatrali[467], de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure talora a -compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, non -la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. I sensi -possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria delle -percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione loro; -e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale non ostante -la imperfezion della vista; un uditivo non ostante la imperfezion -dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai migliore vista e -miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, dirsi nè visuali -nè uditivi. - -Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia punto -un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non -vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente -le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante -ancor essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con -le parole la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così -detti impressionisti del tempo nostro non veggono più la linea, il -contorno, ma soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il -Leopardi avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo -da fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta -ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, come -s'è già notato, da opere di scultura[468]. - -Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque une -douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»[469]. Povera -critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi aduggiati, -e spande intorno la _divina luce_, l'_alma luce_, l'_etereo lume_, -e colora il cielo delle rose della _tacita aurora_ e delle porpore -del tramonto, e arde in pien meriggio, e saettando _i tremoli rai_, -brilla sui campi, e fa rosseggiare il _tetto del villanello industre_, -e _naufrago uscendo_ dalle nuvole antiche l'_atro polo di vaga iri_ -dipinge, e - - folgorando intorno - Con sue fiamme possenti - Di lucidi torrenti - -innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna -l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le _purpuree faci delle -rotanti sfere_, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi -occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la _notturna lampa_ -tralucente dai balconi, e le _ardenti lucerne_, e contemplavano da -lunge - - il baglior della funerea lava - Che di lontan per l'ombre - Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge. - -Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto allo -spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso -di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi -in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata -del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non -gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni -in Firenze[470]. E non fu così povero visuale che non riuscisse a -far vedere a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di -salire il colle e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa -spartana che sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe -vinto dal fato, ma non domo, - - Quando nell'alto lato - L'amaro ferro intride - E maligno alle nere ombre sorride; - -e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba; -e la vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli -che ruzzano sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa -bottega, al lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in -tutt'altr'ordine d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio -e le rovine della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e -ricordate non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto -spiccati, ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e -contemplatore di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse -dentro abbastanza intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto -di parlar di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti -moti dell'animo, che importavano altri modi di manifestazione e di -espressione. Non bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto -un intellettuale e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la -vivezza delle idee e dei sentimenti superi quella delle sensazioni -e delle percezioni; e che queste, senza perciò essere di necessità -deboli, servano, più che ad altro, a suggerire e muovere quelli. -La immagine della Silvia è appena accennata: negre chiome, occhi -ridenti e fuggitivi, sguardi innamorati e schivi, un atteggiamento -di persona gentile, che lenta e pensosa ponga il piede sopra una -soglia. Ma notisi, per altro, come in quei pochi versi le immagini non -ottiche propriamente riescano, per via di associazione, a suscitare -immagini ottiche; sicchè da ultimo, la Silvia noi crediam di vederla. -La immagine della Nerina si può dire che non sia nemmeno accennata. -Quella dell'Aspasia si delinea e si colora un po' più: alle denotazioni -vaghe e generiche si aggiungono, in una certa misura, le precise e -specifiche. La _superba visione_, l'_angelica forma_, è vestita del -_colore della bruna viola_, offre all'altrui sguardo _niveo collo, man -leggiadrissima_, lascia indovinare il _seno ascoso e desiato_, e appar -da ultimo viva e salda, - - inchino il fianco - Sovra nitide pelli, e circonfusa - D'arcana voluttà, - -in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel -pittore, o per lo scultore. - -Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il -sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi -a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose, -si piace di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli; -e a quelli il lettore può poi risalire per la via dell'associazione -e dell'induzione. Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi -desterebbe la vista della realtà, se l'avessimo presente, ci dà -modo, con isquisito magistero d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di -ricreare quella realtà. Sì fatto procedimento appar manifesto, più che -altrove, nella canzone _Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito -nel monumento sepolcrale della medesima_. Un altro poeta avrebbe forse -tentato di far rivivere la bella donna morta e di farcela apparire -davanti, descrivendola minutamente: il Leopardi non descrive; ma -ricorda quel _dolce sguardo_, che fece tremare ognuno in cui s'affisò; -quel labbro, da cui, come da _urna piena_, traboccava il piacere; - - quel collo cinto - Già di desio; quell'amorosa mano - Che spesso, ove fu pôrta, - Sentì gelida far la man che strinse; - E il seno, onde la gente - Visibilmente di pallor si tinse. - -Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle -sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di -sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente, la -fanciulla del _basso rilievo antico sepolcrale_[471]. - -Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato -proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia ritrarre -singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli non -descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire -al descrivere. Così, per esempio, nella _Vita solitaria_, la scena del -lago - - Di taciturne piante incoronato, - -si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela -veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne' -versi del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel -riconoscere che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed -accenni negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che -s'increspi, non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo, -non farfalla che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto -negativo del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo -obblia; e nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non -sono immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il -poeta al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il -poeta ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie -dorate, agli orti, al mare, al monte, soggiunge: - - Lingua mortal non dice - Ciò ch'io provava in seno. - -Così, finalmente, l'_erme contrade_ che si stendono intorno a Roma -non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella _Ginestra_, -quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al -passeggiero. In quella stessa _Ginestra_ sono, del resto, le più -compiute descrizioni che il Leopardi abbia fatte[472]. - -Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà -parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma -tale manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto -della deficienza del senso, quanto della subordinazione del senso -al sentimento e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion -necessaria di alcune, a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua. -Ad ogni modo gli è cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando -traduce, per così dire, i termini del mondo esteriore in termini del -mondo interiore, riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e -di sodezza che molte volte si desidera invano in poeti che descrivono -a lungo e minutamente. Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio -sentimento le cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii -sentimenti facendo attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con -l'ajuto de' sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto -quando traduce, perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici -di una poesia tutta giovanile quale il _Primo amore_ (lo scalpitar -dei cavalli nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della _Quiete -dopo la tempesta_ e del _Sabato del villaggio_; e qua e là certe -descrizioni vere e proprie, come quella della procella notturna nel -frammento, giovanile ancor esso, che comincia _Spento il diurno raggio -in occidente_, e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella -_Ginestra_; mostrano che non si può accogliere senza qualche riserbo -la opinione espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al -Leopardi mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore[473]; e -mostrano essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non -potersi ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e -come la natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise. - -Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè che -il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli, -come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire che -il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi fu -quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo -suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare -un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma -o di colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e -inconsapevolmente inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è -tolta negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo -dalle cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che -acustiche. Così è che il poeta dirà volentieri _sibilanti selve, etra -sonante, echeggiante arena, ululati spechi, tacita aurora_, ecc. ecc.; -e volentieri si servirà di termini di suono per far sorgere in noi le -immagini delle cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel -suono; e facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai -pensieri stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che -per la via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia -che si tacciano sonnolente (_tacita selva, taciturne piante_), sin che -susurrino al vento (_l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De' -faggi Il murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; — -susurrando al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva_). -Dell'onda alpina il poeta noterà l'_inudito fragore_, e della lava, il -suono che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano -e nella quiete dei campi sonerà _arguto carme d'agresti Pani_. La -fanciulla della _Vita solitaria_, - - Che all'opre di sua man la notte aggiunge, - -è quasi tutta nell'_arguto suo canto_; e nel suo _perpetuo canto_ -è quasi il più della Silvia, e nella _gioconda voce_ il più della -gloria. L'artigiano che _a tarda notte_ riede _al suo povero ostello_; -l'altro che, cessata la pioggia viene a guardare l'_umido cielo_; il -carrettiere, sotto _l'estremo albor della fuggente luce_; il _faticoso -agricoltore_ smarrito in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun -col canto; lo zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I _nuovi -nati_ miagolano. E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che -non gli aspetti degli animali: il _canto de' colorati augelli_, e -in ispecie quello del passero solitario, ond'_erra l'armonia_ per -la valle; l'usato _verso_ della gallina: lo scalpitar dei cavalli -impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar degli armenti; il canto - - Della rana rimota alla campagna. - -Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e -discernere i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un -sospirar di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli; -un stridere del carro che riprende il cammino; il _lieto rumore_, che -fanno i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle _tranquille -opre de' servi_: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo; -la voce delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che -viene; un _tonar di ferree canne_ - - Che rimbomba lontan di villa in villa; - -il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e non -ascolta il Leopardi, se nemmeno il _romorio De' crepitanti pasticcini_ -lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli -s'industria di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore -di suono; onde il _calpestio de' barbari cavalli_ sta a significare -le invasioni barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè -nell'armi, in un _fragorio_ - - Che n'andò per la terra e l'Oceáno; - -la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime -in uno _sconsolato grido_; e al _grido_ degli avi, e al _suono_ dei -popoli antichi, si contrappone il _suono_ dell'età presente. Il poeta -dirà _sera delle umane cose_ e _infelice scena del mondo_, metafore -suggerite da immagini visive; ma dirà pure _suono della vita_, e -_ascoltare il flutto dell'ore putri e lente_. Affacciandoglisi al -pensiero la morte, egli súbito corre con la fantasia - - al suon della funebre squilla. - Al canto che conduce - La gente morta al sempiterno obblio. - -Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un visuale -del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale. - -Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono -rintracciar ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto -vi si accusa appena in pochi epiteti, di cui _molle_ è uno de' più -frequenti[474]. Il gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto -_amaro_. L'olfato vi tiene un po' più di luogo con molta uniformità -di epiteti generici: _primavera odorata, odorate piagge, odorati -colli, Eden odorato, selve odorate della ginestra, dolcissimo odore -della ginestra, profumo di fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti -di fiori, fumo de' sigari odorato_. La immagine di Aspasia è nella -fantasia del poeta associata col ricordo del profumo _de' novelli -fiori_ onde erano, certo giorno, _tutti odorati_ gli appartamenti -della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare qualcosa, e trarci -magari a discorrere di certe peculiari forme di erotismo, se la -povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in modo, a mio -credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel Leopardi. -Leggiamo, gli è vero, nei _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_: -«E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori: perchè -giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di sè, che -qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto; -e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser fatto -pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»[475]; ma tutto -ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma -popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare -l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che quelle -parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento della -iperosmia del poeta[476]. Siamo qui ben lungi da quella iperestesia -olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire; ma siamo -anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni sensorie. -I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse, ma non -pervertite. - -Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi; -ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e di torpore -di cui fanno ricordo la _Vita solitaria_ e il _Risorgimento_; e se il -muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno, -ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti -di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra -certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie -volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di -moto. Egli dirà che la primavera _esulta per li campi_ e il nembo _per -l'aere_; che il tuono erra _per l'atre nubi e le montagne_; che l'aura, -e il canto del passero solitario, errano per i prati e la valle. -L'amore è una _formidabil possa_ che tutto avvolge. Lo spirito erra pel -delizioso mare della musica come - - Ardito notator per l'Oceáno. - -Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di -moto: - - Noi l'insueto allor gaudio ravviva - Quando per l'etra liquido si volve - E per li campi trepidanti il flutto - Polveroso de' Noti, e quando il carro, - Grave carro di Giove, a noi sul capo - Tonando il tenebroso aere divide. - Noi per le balze e le profonde valli - Natar giova tra' nembi, e noi la vasta - Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto - Fiume alla dubbia sponda - Il suono e la vittrice ira dell'onda. - -Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne -tessè l'_Elogio_, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille -giri, e cangiar luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non -istare mai fermi, e, insomma, esercitare continuamente il corpo. Al -tranquillo raggio della luna egli vede danzare le lepri nelle selve; -e, al sopravvenire del giorno, la fiera agitar per le balze la _plebe -delle minori belve_. Vede, sui campi di battaglia, _fluttuar_ fanti e -cavalli[477]: vede - - intralciare ai vinti - La fuga i carri e le tende cadute. - -Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale -_sterminatore_. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a -significare e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà _l'onda -e il turbo degli affetti_; dirà che, _violento irrompe nel Tartaro_ chi -si dà volontario la morte. L'italica virtù giace _divelta nella tracia -polve_; - - dalle somme vette - Roma antica ruina. - -Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e -vivissime: - - Prima divelte in mar precipitando, - Spente nell'imo strideran le stelle; - - Ma se spezzar la fronte - Ne' rudi tronchi, o da montano sasso - Dare al vento precipiti le membra..... - -Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato _A un vincitore nel -pallone_. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto[478]. - -Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire che -nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente come -taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento operino -assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare davvero -assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con altri -poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo bisognasse -altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue poesie dove -si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra mai atta a -suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi paralleli -di altri poeti. Leggasi il canto che appunto _Alla primavera_ s -intitola; leggasi il _Passero solitario_: ben si sente in que' versi la -primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle -sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si -muovono dentro. - - Primavera dintorno - Brilla nell'aria, e per li campi esulta, - Sì ch'a mirarla intenerisce il core. - -E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della -dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e -di tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe) -esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della -diversità grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de -Lisle, come _La Bernica_ e _L'aurore_. Più che un visuale, il Leopardi -fu un uditivo. - -Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte -leopardiana, e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza -con l'intelletto e col sentimento. - -Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta: «Io -non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello -scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia), -sopraggiungendo la quale, in due minuti io formava il disegno e -la distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio -sempre aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che -ordinariamente non succede se non di là a qualche mese), mi pongo -allora a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile -terminare una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre -settimane. Questo è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da -sè, più facilmente uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal -mio cervello»[479]. Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione, -dacchè ci fa instruiti di cose che importano; non meno alla storia -psicologica che all'arte del nostro poeta. - -Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel -Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come -istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e -consapevole, sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti -interviene il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della -inspirazione si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un -fiato; come faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle -cose sue; e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il -salto, se non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata -si rinselva[480]. Altri compongono alla ventura, senza sapere dove -vanno a parare, e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da -fare. Quelli tutto aspettano dalla inspirazione; questi negano che -inspirazione ci sia, oppure la fanno consistere in un lungo e paziente -esercizio. Ma la inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una -finzione poetica; e se Platone e Aristotele nel volerla definire si -contraddicono, ciò prova che la definizione è pericolosa e difficile. -È dessa un moto che si produce nella parte più occulta e più recondita -della psiche, e propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito -di togliere in prestito alla scuola herbartiana questa espression -metaforica) del pensiero cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga -e si irradia; e, data certa condizione statica e dinamica della psiche, -si può credere che nasca ogni qual volta una particolare impressione -repentinamente sommuova le energie elementari di quella, e provochi -un irresistibile concorso e una spontanea coordinazione di svariati -elementi e fattori, formando fuori della coscienza un aggregato, che -nella coscienza poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione -di un picciol mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro, -e ch'egli scorge come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che -gli sia dato d'intenderne la ragione e la genesi. Intorno a questo -picciol mondo si viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle -coerenti forme dell'arte. - -Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione -divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con sola -una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo studio -e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto comincia a -pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un concetto repentino e -spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come in potenza, l'organismo -del componimento futuro; poi, _formato in due minuti il disegno e la -distribuzione_ di esso, se ne rimane ed aspetta. Ma non aspetta in -ozio, come altri potrebbe credere; che anzi que' lunghi intervalli -cui egli accenna, frapposti fra la prima inspirazione e il _momento_ -favorevole al comporre, sono tempi di preparazione feconda. Non v'è -rimprovero molte volte più ingiusto di quello che da molti suol farsi -ad artisti veri e probi, quando, non vedendo opera delle lor mani, -gli accusano e biasimano di perdere il tempo nell'ozio. L'artista -vero e probo lavora intensamente anche se paja non far nulla; o, a -dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini lavorano dentro -di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia), e lentamente maturano -l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più particolar modo poeta, -che in una od in altra occasione non abbia dovuto meravigliare di sè, -vedendosi inopinatamente tanto cresciuta dentro una sembianza, una -idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe, non sa d'avere altrimenti -pensato. Il germe divenne pianta fiorita, senza suo studio o cura. Così -è da credere lavorasse di dentro il Leopardi, quando sedeva immobile -sotto una pianta, neghittoso in vista, immerso, in apparenza, in una -specie di melanconia attonita. Un cervello meccanico non lavora se -non col cómpito innanzi, a tavolino; un cervello organico lavora in -ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia e nel sonno. Teofilo Gautier -diceva di non cominciare a pensare se non quando cominciava a scrivere; -ma calunniava sè stesso, non intendendo che, mentre non iscriveva, -la sua mente era occupata, sia pure senza addarsene, in raccogliere, -elaborare, accrescere, coordinare quelle infinite immagini che formano -la sostanza dell'arte sua[481]. - -Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi quando -dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e fiacco -da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere che -nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non poter -fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e d'essere -forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte, come -afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma fatica, -o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera fede ai -suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta a -schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra -di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa -faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa -io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè -leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi -e della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere -ch'io vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la -facoltà dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se -non che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di -cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e -per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella -seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»[482]. Di -tali miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da -Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito, e -si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella; -il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le _Ricordanze_, la -_Quiete dopo la tempesta_, il _Sabato del villaggio_, e, in parte, il -_Canto notturno di un pastore errante dell'Asia_. - -Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo -meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati -o menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso -che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e fo -tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, non -solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero -quattro vite»[483]. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano -tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali -io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano -un'ora di bene»[484]. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono -tanto più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad -esecuzione; perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I -titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e -per tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati -in carta così alla peggio»[485]. E di nuovo al Colletta, dopo un -elenco non breve di alcuni de' suoi _castelli in aria_: «Voi riderete -di tanta quantità di titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite -non basterebbero a colorire tanti disegni. E questi non sono anche una -quinta parte degli altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più, -e perchè in quelli non potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza -molte parole»[486]. - -Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu rien -faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier; c'est -à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit dans -mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon cerveau»[487]. -Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere composto -il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in cui, -aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole -e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo nel -comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite più -sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna -alla _sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere_, di cui era -sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava[488]. -Ma mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale -tardità di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu -piuttosto effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non -lascia che il poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i -racconci; ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare -ogni via di ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si -ristringa alla parte più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che -altro, di ripulitura. Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva -con diligentissima cura i proprii manoscritti, e quand'erano troppo -infrascati di correzioni, li faceva copiare o li copiava egli stesso. - -Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente, -senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti -poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della -inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè -il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e -che l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si -conosce che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure -si pensava»[489]. - -La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già nel senso -che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva dal Goethe, -il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e lo commovesse -dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi a richiesta -altrui[490]; ma certamente ancora non _si propose_ mai di far versi, -nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam veduto, se -l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente si sarebbe -tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello. È questo -uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione poetica; mentre -è segno sicurissimo del contrario l'andare a caccia di temi poetici, -e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene troppo con altrui, e -chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici nostri, che da prima -deliberarono di comporre epopea oppure tragedia; poi, fermato così -in generale il proposito, cominciarono a disputare seco stessi o con -altri, se dovesse essere epopea eroica o cavalleresca, se tragedia di -soggetto greco o latino o moderno, e quanto potessero emanciparsi dalle -regole, quanto ad esse dovessero sottostare! La vera e grande poesia -nasce dalla plenitudine della mente e del cuore, e come vena d'acqua -che venga su dal profondo, scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò -diceva il Leopardi che la _smania violentissima di comporre_ non gliela -davano altri che la natura e le passioni[491]. - -Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo -del nostro poeta l'organismo poetico. - -Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle -proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe -indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più il -poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello -che il lettore si sarebbe aspettato»[492]. Non è questo, come altri -potrebbe credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo -schietto riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia -di esso Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che -assai volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da -fatti particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si -allarga a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del -lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere. -Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi giunga; -nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono ad altri -poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade di leggere -versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di stile, o per -inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola, che ha tanta -presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo considerava come -una creatura vivente: - - Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant; - -sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo -conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in -movimento l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza -immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare -ricordo. Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che -ne consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla -ordinaria sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità -affatto insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine -di sentimenti e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così -tosto si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si -propaga per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori -e le idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e -provocando di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e -complesse: onde avviene che il verso di un passero solitario svegli nel -poeta il sentimento angoscioso della solitudine propria, il rimpianto -della giovinezza senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro -e doloroso avvenire; e la vista di una siepe e lo stormire di poche -piante siengli eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii -e sovrumani silenzii, e a meditare insieme il passato e il presente, -l'infinito e l'eterno; e il tramonto della luna lo faccia pensoso del -dileguare della giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto -e d'ogni inganno - - Ove s'appoggia la mortal natura. - -Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto per -isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi -una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un -tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta -fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie -leopardiane divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò -appunto risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di -una parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in -quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno -come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione -del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può -vedersi in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare -dimostrazione, se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso; -ma in nessuna si vede così spiccatamente come nella _Ginestra_; la -qual poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse -per questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la -suggestion operi con più forza, e in cui da così modesto principio si -svolgano conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà -il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del -poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla -contemplazione universa delle storie e dei destini umani e della natura -indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse -la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole[493], -bisognerà riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi, -e bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la -cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della _Ginestra_ -non la cede a nessuno. - -Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo -fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo premeva il -sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si sentiva -meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore che -ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando -cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non -però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta cessi di -soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva cessato di -piangere sopra sè stesso quando scriveva i _Tristi_; nè Dante aspettò -nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; nè quando -s'accinse a scrivere il _Paradiso perduto_, aveva il Milton racquistata -la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore di desiderio, -con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del terzo -suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte; -e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli -vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un -amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben disse -lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con un secreto -intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi lenì -l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età del suo -dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate cose, - - Ancor che triste, e che l'affanno duri![494] - -Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo -lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di fatto -riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le idee -analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a primo -aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è la maniera -più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar ne' suoi versi; -ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri poeti; e sempre -lontana dal trito e dal triviale. Il _Tramonto della luna_ poggia tutto -sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza riposta, che il -poeta discopre sotto il velo delle immediate parvenze, e rende palese -ad altrui. Associazioni consimili abbiamo nel _Passero solitario_, -nella _Quiete dopo la tempesta_, in _Amore e morte_, nella _Ginestra_; -per non rammentare se non le poesie in cui occorre più spiccata e tiene -più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a mostrare come l'animo -del Leopardi sia poco inclinato all'associazione per somiglianza; -la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla scarsità veramente -notabile delle immagini (qui nel senso retorico), delle metafore, -delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore più rilevate -che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un elenco assai succinto, -senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. Eccone alcune -delle più notabili: _Perchè i celesti danni Ristori il sole; e la -fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E il naufragar m'è -dolce in questo mare; travagliose strade della vita; onda degli anni; -unico fiore dell'arida vita_. Più scarse ancora le comparazioni. Nella -canzone _All'Italia_ quella dei leoni e dei tori è comune e imperfetta. -Un'altra ne abbiamo nel _Pensiero dominante_: - - Come da nudi sassi - Dello scabro Apennino - A un campo verde che lontan sorrida - Volge gli occhi bramosi il pellegrino. - -Una terza nella poesia _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_: - - Come vapore in nuvoletta accolto - Sotto forme fugaci all'orizzonte. - -Dopo la canzone _All'Italia_, dove la patria depressa ed afflitta -è personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone -_Sopra il monumento di Dante_, dove, insieme con la patria, sono, -tanto o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi -non troviamo, da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre -personificazioni[495]. Il simbolo è frequente nella poesia del -Leopardi, e basterà ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria -distesa, vera e propria, non vi si trova. - -L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa -di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco -poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a -sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, a -mio giudizio, increscevole, nella _Vita solitaria_, là dove il poeta a -quella bellissima immagine: - - O cara luna, al cui tranquillo raggio - Danzan le lepri nelle selve, - -appicca questo strascico inopportuno: - - e duolsi - Alla mattina il cacciator, che trova - L'orme intricate e false, e dai covili - Error vario lo svia. - -Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene, -l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso -dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri -più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo -il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni -frequenti; e molte delle sue poesie traggono da un contrasto -inspirazione e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile, -contrasto fra la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia, -tra la fortuna e la virtù, ecc.; nel canto _Alla primavera_, e in -altri, contrasto fra la felicità degli antichi e la infelicità dei -moderni; nell'_Ultimo canto di Saffo_, nel _Consalvo_, nell'_Aspasia_, -contrasto fra l'amore e la sorte o la malignità; nella _Sera del -dì di festa_, contrasto fra il desiderio e la speranza del piacere -e il disinganno; nella _Ginestra_, contrasto fra la superbia e la -miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre contrasto fra la -natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la illusione e -il vero[496]. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la luna, -mentre Roma precipita: - - Cognati petti il vincitor calpesta, - Fremono i poggi, dalle somme vette - Roma antica ruina; - Tu sì placida sei? - -Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte -dell'orizzonte, il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a -un susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone -al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo -dissidio, vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio. - -E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così -volentieri, si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e -dello spazio, risalendo alle prime storie del genere umano e agli -antichissimi miti, smarrendosi nella vastità de' cieli stellati; -dacchè il remoto, per una facile illusione del sentimento e della -immaginativa, ci appare, non solo diverso dal prossimo, ma pure in -contrasto con esso, e quasi una negazione di esso. Nessuno meglio del -Leopardi conobbe l'affascinante poesia di quel lontano in cui l'anima, -prosciogliendosi dalle cure angustiose, sottraendosi alla tirannide -delle cose presenti e prementi, ritrova e sente tutta sè stessa, e -rinnovata e libera si muove e si espande. E qui ancora è una delle -ragioni di quel suo quasi culto delle rimembranze, dacchè ciò che -l'uomo ricorda con più tenerezza e di desiderio, sempre contrasta, in -una certa misura, con ciò che l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se -non che s'è dovuto notar da altra banda quanto alle volte il Leopardi -si tenga stretto alla realtà immediata e presente. Questa facoltà -ch'egli ha di accostarsele e di scostarsene a suo talento acuisce -mirabilmente in lui il senso dei contrasti; e dal contemperamento e -dalla fusione di qualità che a primo aspetto non sembra si possono -insieme accordare, viene alla sua poesia un'attrattiva assai nuova e -rara. - -L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli -epiteti. Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici, -che servono sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta -più particolarmente sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici -e musicali che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione -rigogliosa e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono -elementi determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta -misura e giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di -semplice ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente -nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e -per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale gli -epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza che gli -psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, sono -appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore frequenza, -come _ermo_, _solitario_, _deserto_, _romito_, _quieto_, _ignudo_, -_eterno_, _infinito_, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo -suo, e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico, -della vita fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente -alla caccia di quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte, -l'_épithète rare_; nè mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed -usurpatori che violentano o contraffanno le cose. Quello che Teofilo -Gautier disse trasposizione delle sensazioni è artifizio presso che -ignoto al nostro poeta. - -Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del -Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica, -anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri -principali. - -Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e -di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del -Leopardi. Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni -distinzione fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo -stile», sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un -deserto inamabile, dove invano cerchi un fiore»[497]. Ma chi mai -vorrà acquetarsi a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in -quello stile (e qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e -poesia) è verissimo; ma non altrettanto vero che sia quello stile un -deserto inamabile. Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un -perfetto stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose -del Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino -più visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»[498]. -Il Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa. -Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo -punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana -quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le -diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura solida -e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse insomma -eccellente prosa di tipo intellettuale[499]. Ma ancora parmi si scosti -dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a uno -scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se non -vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non solamente -nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente -dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento -che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione di frasi e di -periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello stile sono -la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la chiarezza; -doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello che dicesi -stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi stile -organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire ciò -che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore veramente -buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel medesimo -ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il Leopardi -considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» come «quella -cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», e della -chiarezza disse esser essa il primo _debito dello scrittore_[500]. -Ma di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi -voleva rifatto _il di fuori e il di dentro della prosa_. - -Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai Greci, -dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni, -egli ebbe in conto di _miserabili_)[501]; ma si tace del nuovo ch'egli -introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui -seppe, più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie -forme tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al -Giordani: «L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come -fanno i Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma -i Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser -letti, bisognasse adoperarla»[502]. - -Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica[503]: -notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la prosa -«geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così -somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte in -fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità -morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in tutte -quelle prose che sanno d'antico»[504]. Che se per entro alle prose di -lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova -la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che -contraddistinguono alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza -che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di -chi favelli di sè. - -Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il maggior -luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che delle altre -due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca (e -più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e -ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro -la opinione dello stesso Giordani[505], il poeta sostenne essere la -poesia alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere -prima prosatori per poi riuscire poeti[506]: verità incontrastabile, -avvertita da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia -intendere quanto sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in -prosa ciò che intendon poi di mettere in verso, e perchè un poeta -eccellente possa essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore, -poeta pessimo[507]. - -Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito, -parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba -senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia -una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il -Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa -vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera così -piacevole all'occhio come la _y_; che al poeta occorre, non solamente -di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe ha un -suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, l'occhio -è allettato. Se la _visualità_ può menare così lontano, noi non ci -dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I versi -del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo -per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, contano -fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma ogni -altra letteratura[508]. - -I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una -seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni, -ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente -senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il -Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente -come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte immediato e -diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia la perifrasi, -e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che riconosciuta -da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando a' dì nostri -chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e squisito. E, -per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa armonia -generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo poetico, -e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario colore de' -suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o ben di rado -dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un medesimo -tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere di -farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar questo -trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, difficilissimo -magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe la sentenza del -Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien est supérieur à -un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, sdegnando il verso -che suona e che non crea, egli non gradirebbe già il verso che creando -non suoni, troppo bene sapendo come il suono in questa arte sia forza -creativa, il verbo divino che trae dal nulla le cose. - -Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So che a -taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce scarsa per -questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile intender poco -le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? tanto possibile, -credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. Questa non è -virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre vengano -insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non d'altro nasce -che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo intendere -ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica -comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza nel -comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) che il -Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, vogliamo -intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della parola, -della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, alla -natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come ognun vede, -dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità della -elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di ritmi il Leopardi -è maestro grandissimo[509]. L'arte ritmica di lui si dà a conoscere -nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella studiata -alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime delle -sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte -parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso, -magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo -e motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo -sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre -impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' versi -dell'_Ultimo canto di Saffo_, ov'è descritto il volgersi per l'aria del -polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto vasto e -il tumulto della bufera. - -Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito -dell'armonia, la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile, -soccorsi dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo -gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata[510], da -quella perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i -grandi maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale -in nessuna sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile, -senza l'opera di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e -nella manifestazione de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere -rivali: la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il -vano desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e -l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto, -l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella -disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano -quel senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono -di strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone -equilibrio, compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi, -ora si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben -guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e più -copiosa fonte della sua poesia. - -Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' versi -di lui, per esempio nella _Vita solitaria_ e nelle _Ricordanze_, un -po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto) -come uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire -che la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli -stessi criterii con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora, -che quella tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella -poesia del Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in -grado di penetrare sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di -sentimento. E ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai -l'arte di produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle -impressioni molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così -è più sempre da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro -le conseguenze e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente -era in lui, riparato il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi -dell'organismo, di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per -non dire impossibile, scrutare il modo e la ragione. - -Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte -emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti -retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente -dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione propria e -spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte i tesori -dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia alla -imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso, -altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte -l'opera del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e -più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane -uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni -letteratura; e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come di -straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli è -poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori di -lui: poeti eguali a lui non ci sono. - - AVVERTENZA. — Erano già stampati i fogli che precedono quando - giunse notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le - carte leopardiane lasciate dal Ranieri, delle quali è ripetuto - ricordo in questo Saggio, le aveva affidate alle cure di appositi - commissarii, che debbono prenderle in esame e fare le opportune - proposte per la pubblicazione delle inedite. - - - - -PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI[511] - - -Che c'è ora in letteratura, anzi in tutta quanta l'arte, una vera -e propria reazione, la quale si va più sempre allargando, ognuno lo -può vedere, solo che giri intorno lo sguardo; che tale reazione si -esercita, con più deliberato proposito, contro il realismo e le sue -varietà, ognuno può facilmente conoscere, solo che ne consideri gli -andamenti e i caratteri generali; che essa finalmente, sia effetto -e parte di un'assai più generale reazione che si viene compiendo nel -pensiero e nella coscienza del tempo presente è cosa che si potrebbe -arguire a priori, e che l'osservazione, anche più superficiale e -affrettata, fa manifesto. - -Per discorrere della reazione particolare, che diremo letteraria, in -modo adeguato del tutto, bisognerebbe prima, senza dubbio, discorrere -della reazion generale; cercarne le cagioni e le origini; determinarne -la estensione e il carattere; delinearne i procedimenti e le forme: ma -sarebbe lavoro assai lungo, da non potersi costringere in poco tempo e -poco spazio: e, da altra banda, di tal lavoro alcune parti furono già -fatte; altre non si potranno fare se non da chi, dopo noi, guarderà -questi moti essendone fuori, da lungi. Basterà qui pertanto accennare, -o rammentare, le cose e i fatti più appariscenti. - -Guardata nel tutto insieme, la reazion generale appare quale un moto -avverso alla scienza positiva e al positivismo filosofico. Il secolo, -giunto al suo stremo, si riconverte, sembra, a quell'idealismo che, -accompagnando, e in parte promovendo, un'altra reazione, ne diresse -gl'inizii. Rinasce, se non propriamente la credenza, il sentimento -religioso, o almeno quell'inquieto e pungente senso del mistero che -ne fa avvertire il bisogno e lamentare la mancanza. Il misticismo -s'intrude anco una volta in quella scienza che l'aveva inesorabilmente -sbandito; tenta di adulterarne i principii; si sforza di snaturarne -i metodi e di offuscarne i fini: e molti, sdegnando gl'incerti -compromessi e i connubii illegittimi, gridano che la scienza è venuta -meno alle sue promesse, che il suo regno è finito, che la scienza è -fallita. - -Non sono certo da disconoscere le molte cagioni di indole sociale e -politica, e le intricate, e spesso non belle, ragioni di opportunità e -d'interesse che concorrono a produrre quell'effetto; ma sarebbe errore -il credere ch'esse sieno sole a produrlo. Che altre pur ve ne sieno, -più recondite e men facili a scoprire e ad intendere, scaturienti dal -proprio fondo della nostra natura e, forse, della universa natura, -è fatto palese, parmi, dalla generalità stessa del moto, dalla -molteplicità, varietà e rispondenza delle singole manifestazioni sue, -e ancor più, se non erro, dal carattere stravagante e dall'insania -più che probabile di alcune di tali manifestazioni. Il teosofismo e -il magismo acquistano ogni giorno nuovi seguaci. L'alchimia ha i suoi -iniziati e promette di nuovo, con la trasmutazione dei metalli, anche -la pietra filosofale. L'astrologia torna in onore, e nella stessa -Inghilterra, patria di Bacone da Verulamio e d'Isacco Newton, dello -Stuart Mill e dello Spencer, anzi colà più che altrove, si rallegra -di numerosi cultori, porge copiosa materia a giornali ed a libri. -Credo abbia torto il Nordau, o abbia solo in parte ragione, quando nel -nuovo misticismo altro non vede se non l'effetto della degenerazione -crescente, o un avvedimento e un ripiego politico[512]. Non sono tutti -degenerati per certo i seguaci e i fautori delle nuove, o rinnovate -dottrine, e basta ricordare a questo proposito come, tra quelli che lo -spiritismo conta in grandissimo numero, ve ne sieno notoriamente alcuni -a cui la scienza va debitrice di grandi incrementi, e i nomi dei quali -godono di celebrità meritata. Quanto alle ragioni politiche, se quelle -che il Nordau viene additando possono, sino ad un certo segno, spiegare -il misticismo francese, non potrebbero spiegare egualmente l'inglese, o -l'americano. - -Giova dire che la scienza stessa riaperse al misticismo la porta -il giorno in cui, acquistata più sicura coscienza di sè, veduti -meglio i proprii confini, confessò la impotenza propria in cospetto -dell'_inconoscibile_, e ridestò negli animi il senso sopito del mistero -avvolgente; il giorno ancora in cui ruppe la lega malamente stretta -col materialismo, e rivendicò la piena libertà dell'indagine, fuori -delle angustie di qualsiasi preconcetto dottrinario o settario. Giova -dire che già da parecchio tempo, in presenza di tendenze avverse, -sempre più minacciose e incalzanti, l'individualismo s'è risentito, -s'è accampato con nuovo orgoglio e con nuova arditezza, ha spinto sino -al paradosso e all'iperbole certe sue pretensioni, le quali, quanto -sono repugnanti alla scienza, che abbattendo o livellando gli orgogli -umani, disciplina, consocia ed agguaglia, sotto il giogo di una legge -ineluttabile e imprescrittibile, potenze, atti e fortune, altrettanto -sono inchinevoli a quel misticismo docile e vago che permette, anzi -favorisce, ogni intemperanza di sentimento e di fantasia, e ad ogni più -oscuro moto dell'animo dà significato come di rivelazione, e concede -ad ogni uomo di foggiarsi il mondo a sua posta; quanto contrarie al -positivismo, che ci comprime dentro e sotto la natura, altrettanto -confacevoli all'idealismo, che ci leva fuori della natura e sopra di -essa. - -Di quello che negli ultimi tempi fu detto, un po' troppo -arrischiatamente e pomposamente, _spirito nuovo_, una buona parte si -può esprimere con le tre sacramentali parole: _rinascenza dell'anima_, -le quali, significando al tempo stesso un desiderio e un proposito, un -presente e un avvenire son diventate, esplicitamente o implicitamente, -la formola dell'arte nuova. - - -I. - -Delle reazioni in genere, e delle reazioni letterarie in ispecie, non -bisogna sgomentarsi troppo, nè troppo dolersi. Tutta la storia umana, -dalle origini più remote sino al giorno presente, è fatta di azioni -che sono al tempo stesso reazioni, e di reazioni che sono al tempo -stesso azioni. Certo, sarebbe molto più profittevole, o, per lo meno, -più speditivo, al genere umano procedere per via diritta verso quella -qualunque meta che può essere segnata al suo corso; ma vuole la nostra -natura, o vuole la natura a noi circostante, che quel corso sia un -andare a gangheri, lungo una linea spezzata, o un andare in volta, -lungo una spirale, con inenarrabile tedio di quanti s'avvedono (e son -pochi) della maniera e qualità del cammino, e con inenarrabil fatica di -quanti (e sono tutti) vanno camminando a quel modo, e con incresciosa -apparenza, se non con evento vero, di vani, anzi nocivi ritorni. Data -la necessità di così fatto andamento, si comprende come la ininterrotta -sequela delle azioni e delle reazioni appaja, guardata sotto certo -aspetto, non in tutto, ma in parte, quasi una sequela ininterrotta -di errori e di correzioni, di colpe e di castighi, di eccessi e di -repressioni, e quasi uno sforzo continuo ed alterno e mal proporzionato -inteso a stabilir l'equilibrio; per tal forma che ogni errore, ogni -colpa, ogni eccesso sia come il termine estremo e fatale di un moto -che fu, ne' suoi principii, ragionevole e buono; ed ogni correzione, -ogni castigo, ogni repressione porti fatalmente con sè il germe di un -male futuro. Come e perchè una reazione possa molto più giovare che -nuocere, e un'altra molto più nuocere che giovare; come e perchè l'una -appaja atta a venire a capo di tutti i proprii intendimenti e l'altra -di alcuni pochi soltanto, o di nessuno, è cosa che dipende da infinite -ragioni, da intricatissime contingenze, e che vuol essere indagata -volta per volta e caso per caso. - -La storia delle lettere, come parte della storia generale umana, è -anch'essa tutta quanta tessuta di azioni e di reazioni, nei tempi -antichi, in quelli di mezzo, nei moderni, con questo solo divario, -che azioni e reazioni appajono tanto più rade e più lente quanto più -si risale verso gli antichi, tanto più frequenti e veloci quanto più -si scende ai moderni. Se ben ci si guarda, di sotto alla molteplicità -degli aspetti e delle movenze particolari, si scorgono alcuni -principii generali, i quali non mutano, o mutan ben poco, quanto alla -sostanza, e con perpetua vicenda si contrappongono, si combattono, -si soppiantano. Come più la civiltà differenzia e si complica; come -più si moltiplicano, si compongono insieme e s'intrecciano le forme -e le funzioni della vita, più la vicenda spesseggia: ond'è che -nell'antichità, e poi nel medio evo, vediamo aver durata di secoli moti -che in questa nostra età si misurano a lustri. - -La reazione letteraria presente si esercita in più special modo contro -il realismo, e più propriamente ancora contro il naturalismo, che fu -come la caricatura di quello e l'errore e la colpa e l'eccesso cui -quello doveva pervenir fatalmente. Essa si esercita con la scorta di -due concetti principali (non oserei dir dottrine) e sotto due nomi -principalmente: preraffaellismo e simbolismo; de' quali, il secondo -designa un moto di recentissima origine, e il primo un moto di origine -notabilmente più antica, ma di novissima voga. E quello e questo hanno, -insieme con qualità e tendenze proprie e diverse, qualità e tendenze -somiglianti e comuni. Entrambi si oppongono al naturalismo, di cui -l'uno schifa più la volgarità e la crudezza, l'altro più l'abuso del -particolare e del concreto: entrambi ricusano il così detto plasticismo -e l'arte marmorea dei parnassiani: entrambi menan vampo di uno sdegnoso -e nobile individualismo: entrambi si dicono e sono idealisti, si -separano dalla vita reale, vagheggiano, rimpiangono, risuscitano come -possono il medio evo, e più alta e perfetta stiman quell'arte che -chiusa ai più, schiva d'ogni contatto, più partecipa della visione -e del sogno. La reazione contro il realismo non potrebb'essere più -risoluta di così; ma non è poi altrettanto nuova quant'è risoluta, -sebbene coloro che in vario modo la menano, o ne sono menati, la -stimino cosa novissima e senza esempio. Per non dilungarci troppo -nella ricerca dei casi consimili, e guardando a una sola delle molte -specie letterarie, basterà ricordare come in questa nostra Europa -moderna, nello spazio di pochi secoli, la novella italiana, insieme con -le imitazioni che se n'ebbero fuori d'Italia, sia stata soppiantata -dal romanzo eroico e pastorellesco dei Francesi; questo dal romanzo -picaresco degli Spagnuoli e dal realistico degl'Inglesi; entrambi -questi due dal romanzo avventuroso e sentimentale dei romantici, a cui -sottentrò il romanzo naturalistico, che incalzato e sopraffatto a sua -volta, cedè il campo a un nuovo vincitore. Onesta lotta è, in fondo, -la lotta di due principii nemici che si sopraffanno a vicenda, il -principio realistico e il principio idealistico. - -Della presente reazione letteraria molti si rallegrano e molti si -rattristano; e di quelli che si rallegrano non pochi sono uomini usi -d'applaudire ad ogni novità, qual ch'essa sia; e di quelli che si -rattristano non pochi sono uomini usi di vituperarle tutte, senza -curarsi di sapere che sieno. Il critico, avendo finalmente imparato che -anche in letteratura la mutazione è necessaria e inevitabile; che il -buono, in pratica, non si può sceverare dal reo con quella facilità che -nei trattatisti si vede; e che il più delle volte, se non sempre, certa -misura di male è condizione a certa misura di bene; il critico, dico, -non s'ha da rallegrare nè da rattristare se non a ragion veduta, e -questo ancora con certa temperanza onesta e prudente, quale può essere -consigliata dal convincimento che il mondo non va già in perdizione -per ciò solo che in qualche modo è fatta offesa ai nostri gusti o alle -nostre opinioni; e ch'esso cammina per le sue vie, le quali non sempre -sono le nostre; e che, ad ogni modo, quando pur sieno, non si sa dove -menino. E il critico potrà ragionevolmente rallegrarsi che questa -reazione ponga fine al regno, anzi alla tirannide del naturalismo, -il quale, da un pezzo già, era troppo trascorso oltre i termini del -sensato e del tollerabile. E se gli sarà detto essere le idee e le -intenzioni dei novatori molto confuse ed oscure, egli non negherà -questo, ma avvertirà che sì fatti rivolgimenti sono mossi assai volte, -nei loro principii, da impulsi profondi dell'animo, de' quali l'uomo -non ha troppo chiara coscienza, oppure da eventi esteriori, de' quali -l'uomo non ha sufficiente contezza; e che però le dottrine intese a -spiegarli e giustificarli non mutarono se non tardi, e con fatica, -come da innumerevoli esempii è mostrato; e che per questo ancora non -si può, in modo sicuro, dalla insufficienza della dottrina far giudizio -dell'irragionevolezza del moto. E se da alcun altro gli sarà detto che -l'arte dei novatori non produsse insino ad ora nessun'opera eccellente -fra le poche mediocri e le molte pessime, egli consentirà pienamente, -ma ricorderà in pari tempo che molt'altre volte avvenne il medesimo -alle nuove scuole in sul primo loro formarsi; e che il tempo dei primi -conati e delle prove avventurose non può essere quello dei capilavori; -e che quanto si dice dei novatori di adesso fu pur detto, per citare -un esempio, di quei romantici che lasciarono sì più di un'opera grande, -ma lasciaronla solo dopo aver fatto credere per un pezzo di non sapere -nè che si facessero nè che si volessero. Da altra banda il critico -esaminerà con libero intelletto il moto presente, distinguendo ciò che -in esso ha sembianza di sano da ciò che non l'ha; cercando se abbia -veramente tanto di forza quanto d'irrequietezza; e se dia segno di -voler vincere durevolmente (non già pei secoli, si intende), o cedere -in brev'ora a contrasti solo momentaneamente rimossi: nè dimenticherà -che la ciarlataneria, la scimunitaggine, la pazzia sono cose umane e -comuni; che la passione è un fuoco inestinguibile; che la moda è un -vento mutevole; che l'esempio trascina e che l'illusione è regina del -mondo: nè dimenticherà che la critica è fatta più per interpretare che -per guidar l'arte; che il suo compito è il più delicato dei compiti; e -che i giudizii suoi sono soggetti a rivedimento in perpetuo. - -Con queste norme e con queste cautele vediamo di intendere la natura -del preraffaellismo e del simbolismo e di abbozzare un giudizio sul -valore della reazione esercitata in lor nome. - - -II. - -Com'è noto, il preraffaellismo nacque in Inghilterra, ma per opera, -principalmente, di un Italiano, cioè di Gabriele Dante Rossetti, -pittore e poeta, e figliuolo di quel Rossetti che fu, prima e dopo del -'30, uno dei principali poeti e promotori della rivoluzione italiana, -e lo studio stesso dell'Alighieri volse in servigio della libertà e -della patria. Ostentando di anteporre a Raffaello, considerato quale -un pervertitore dell'arte, i predecessori suoi, e, di questi, più -stimando i più antichi, il preraffaellismo si manifestò da prima e -si affermò nella pittura, ma non tardò molto a invadere la poesia, -che meglio forse della pittura poteva piegarsi a' suoi intendimenti -senza offender troppo il gusto corrente e la tradizione; e definito, -nella stessa Inghilterra, una _rinascenza dello spirito_, o, almeno, -_del sentimento medievale_, fu in tal qualità contrapposto a quella -rinascenza dello spirito e del sentimento antico che noi denominiamo, -senz'altro, la Rinascenza. Ognuno vede quale affinità venga perciò -a palesarsi tra il preraffaellismo e il romanticismo, e, non fossero -certe differenze di cui ora dirò, altri potrebbe scambiarlo, senza più, -per un rimessiticcio del romanticismo stesso. È noto di che fervido -culto i più dei romantici onorassero il medio evo, e come parecchi -di essi sognassero di farlo rinascere. Nei primi anni del presente -secolo si videro non pochi giovani pittori, scaldata la fantasia -dagli entusiasmi romantici, rinnegare come corrotta tutta l'arte della -Rinascenza, e rimettersi, in buona fede, alla scuola di Giotto. Tra -il fatto di allora e il fatto di ora c'è dunque molta somiglianza, -e il preraffaellismo bisogna si contenti di non essere tanto nuovo -quanto s'immaginava; ma se i fatti si somigliano, la ragion dei fatti è -diversa. Per votarsi al santo medio evo il romanticismo aveva tutta una -sequela di ragioni che il preraffaellismo non ha, nè può avere: guerra -a quel classicismo di cui il medio evo era stato appunto come una gran -negazione, secolare e concreta; ritorno a quella fede di cui il medio -evo era tutto impregnato, e di cui aveva per tanti secoli vissuto; -desiderio, in Germania, di una grandezza politica di cui porgeva -indimenticabile esempio l'Impero; desiderio, in Italia, di una libertà -che, dopo i Comuni, non s'era più conosciuta. Il preraffaellismo di -queste ragioni salde e positive non ne ha neppur una. Esso nega, ma non -si può dir che combatta; vorrebbe gustare le consolazioni e le estasi -della fede, ma sente che questa fede gli manca, e non sa come fare a -procacciarsela; detesta tutti gli ordinamenti e reggimenti sociali e -politici che ci stringono intorno e ci pesano addosso, ma non ne addita -di migliori, e, in realtà, non si propone di mutarne alcuno. Esso è -l'infingardaggine nell'arte. - -Se ben si guarda, si vede che il preraffaellismo nasce in gran parte da -una ragione puramente negativa, dal disgusto, cioè, della vita presente -e della presente civiltà quale in grado massimo lo sente e l'ostenta -il Ruskin[513]. Io sono ben lungi dal credere che tale disgusto sia -per sè stesso irrazionale e illegittimo, e che nasca, tutto e sempre, -come vorrebbero certi biologi e sociologi, d'insufficienza o di -perversione organica, e non altro significhi in fondo se non penuria -di quella sovrana virtù, conservatrice d'ogni vita, ch'è la virtù -dell'adattamento, ma ad ogni modo un principio puramente negativo -qual'è questo non può, quando manchino altre forze e altri ajuti, -essere un principio d'arte sicuro e fecondo; e l'arte si condanna da sè -stessa all'esaurimento e alla morte quando si diparte in tutto dalla -vita reale, dove sono, non tutte, ma le prime e le più copiose sue -fonti, e si ritrae e si sequestra nella memoria, nel desiderio, nel -sogno d'una vita che fu. Volere che l'arte non rispecchi se non ciò -ch'è presente e comune, come fu canone del naturalismo, è grave errore; -ma error non men grave è volere che l'arte rispecchi soltanto ciò che è -peregrino e remoto: ed entrambi gli errori conducono, per opposte vie, -alla menomazione dell'arte. Non nego che la distanza, sia di tempo, -sia di spazio, non accresca poesia alle cose, perchè sarebbe negare -un fatto reale, conosciuto universalmente, e più che sufficientemente -spiegato dalla natura dello spirito e dalle leggi che lo governano; -ma dico che la opinione comune di coloro i quali negano esser poesia -nelle cose famigliari e vicine, e che s'hanno tuttodì davanti agli -occhi e, per dir così, sotto mano, nasce, più che da un giusto vedere, -e dal non saper vedere e dal non saper collegare con la vita passata -la vita presente e la vita futura: nel che parmi appunto che stia -uno degli offici più alti che possano all'arte assegnarsi. Credo che -un animo forte e operoso tenda di sua natura, quando abbia troppo in -dispetto il presente, piuttosto verso il futuro che verso il passato, -e se verso il passato, verso quello soltanto ch'egli immagini potere e -dovere rioperar sul presente, e sia davvero, o almeno appaja, maggior -del presente. Quando i primi umanisti cominciarono a volger gli occhi -all'antichità, e ad accendersi tutti dell'amore di quella, cominciò un -grande rivolgimento nel mondo; perchè essi non si lasciarono sopraffare -dal disgusto della conosciuta barbarie, nè anneghittirono nello sterile -rimpianto della civiltà perduta; anzi con indimenticabile entusiasmo, -vogliosi, non già di disertare la vita, ma sì bene di più altamente -vivere, diedero opera a ricondurre quella civiltà per entro a quella -barbarie, e a rifar col passato il presente: e tale fu l'impeto e -la forza e l'intima virtù del moto, che travolse persino que' Papi e -quella Chiesa che più avrebbero dovuto avversarlo. - -I preraffaelliti non pongono così alta la mira. Essi hanno grande -avversione al rinascimento classico, ma non isperano un vero -rinascimento medievale, contro cui troppe forze, e irresistibili, si -troverebbero collegate. L'esempio dei romantici deve averli ammoniti; -e ciò che non potè avvenire dopo il 1815, quando si trovava un Giuseppe -De Maistre per iscrivere il famoso libro _Du Pape_, molto meno potrebbe -avvenire ora. I preraffaelliti, del resto, non cercano nel medio -evo, mal conosciuto e peggio rassettato, se non un rifugio che li -ripari dalla ingiuria de' tempi; una specie di cenobio intellettuale -e sentimentale, ove a bell'agio possano, se non appagare, accarezzare -quel vago e tenero bisogno d'idealità e di fede che gli affanna e -gl'inquieta, e sognare in pace i loro sogni. Il caso loro somiglia -per più rispetti al caso di quei raffinati del XVI e XVII secolo, -che sazii e fastiditi di cortigianeria e d'artificio, cercarono nuovo -sentimento di schiettezza e illusione d'ingenuità nelle pastorellerie. -Se non che la semplicità mal riesce ai raffinati. I preraffaelliti, -checchè possan credere o dire, sono di animo affatto diversi da quei -modelli a cui vorrebbero rassomigliarsi. L'ingenuità, perduta che sia, -più non si racquista; e chi, a bello studio, manometta in un quadro -le regole della prospettiva, o introduca in un componimento poetico -immagini e locuzioni troppo disformi dal sentire e dal favellar nostro, -con l'opinione di riuscir semplice e schietto, non riesce in fatto nè -schietto nè semplice, ma solamente ridicolo. E poi, messo una volta -il piede su questo sdrucciolo, non è quasi più possibile fermarsi: -giacchè se a Raffaello sono da anteporre frate Angelico, Taddeo Gaddi -e Giotto, perchè a questi non sarà da anteporre Cimabue, e a tutti, -come più schietti ancora, e più veramente primitivi, i bizantini? -Quando per arte semplice s'intende arte insufficiente, ciò non è punto -difficile; ed è perciò che noi vediamo ora, dietro i passi dei pittori -preraffaelliti, muovere una schiera di pittori che si potrebbero dir -pregiottiani, i quali, intenti a rinnovare in tutto il suo rigore la -tradizion bizantina, offrono agli attoniti sguardi de' contemplanti, -stecchite figure di vergini, di asceti e di martiri, senza espressione, -senza sangue, senza carni, con tale una ostentata (ma non in tutto -ostentata) ignoranza dell'anatomia, del drappeggiamento, del colore e -di ogni cosa, da fare o strabiliare, o sorridere. - -Non perciò vorrò dire che il preraffallismo non abbia prodotto qua -e là un qualche effetto buono. In pittura esso ha indubitabilmente -contribuito ad affinare novamente il gusto, che s'era un po' troppo -ingrossato alla scuola del naturalismo; a risollevare e riconfortare la -fantasia che da quella scuola era stata depressa e mortificato un po' -più del dovere; a ridare il luogo che gli si compete a quell'elemento -ideale senza di cui l'arte a breve andare s'intorbida e s'invilisce. Nè -ciò soltanto; chè trasfondendo, senza quasi avvedersene, un sentimento -moderno nelle forme e nelle immaginazioni del medio evo, esso ha -talvolta prodotto _motivi_ di una venustà rara ed arcana, di una -insuperabile acuità d'impressione, e ottenuto trasfigurazioni veramente -singolari e potentemente emblematiche della persona umana, e raggiunto -in certe composizioni di bizzarra, florida, taumaturgica fantasia tale -una fusione della realtà e del sogno quale non credo siasi mai veduta -innanzi, nè possa ottenersi maggiore. - -In letteratura i suoi meriti mi pajon minori, ma non minori i demeriti. -Sembra ch'e' non osi staccarsi dalla poesia e avventurarsi nella prosa, -nè che della poesia osi trattar tutti i temi e le forme; e Gabriele -Dante Rossetti, del cui valore noi non abbiamo ora a discutere, -rimane pur sempre il maggiore de' suoi poeti. Ciò nondimeno, a chi -ami l'arte non parrà picciol merito la sollecitudine viva e devota -adoperata in restituire l'antico grado e gli antichi onori a quella -poesia che dai naturalisti fu tanto sdegnata, e di cui lo Zola osava -scrivere: «J'assigne simplement à la poésie un rôle d'orchestre; les -poètes peuvent continuer à nous faire de la musique pendant que nous -travaillerons»[514]. Anzi i preraffaelliti passarono il segno quando -pretesero racquistare alla poesia quel primato che le condizioni -presenti della cultura e della vita più non le consentono. Ma di questo -più oltre. - -Che il preraffaellismo dovesse trovare anche in Italia ammiratori e -seguaci, come da molto tempo ve li trovano tutte le novità forestiere, -è cosa che non si poteva, sembra, evitare. A tacer dell'effetto che -se ne vide in pittura, basterà ricordar quello che se ne vide in -poesia, quando su pei giornali letterarii cominciarono a comparire -sonetti e canzoni e ballatette e sestine e none rime, rifatte sugli -esemplari del Dugento e del Trecento, con atteggiamenti di stile, con -impostature e cadenze di versi, con suoni di rime, tratti a grande -studio da quell'arte; e insiem con le forme si riaffacciaron que' temi; -e la donna angelicata rifece capolino, tutta soave e leggiadra, fra -il corriere delle mode e l'articoletto di cronaca; e gli spiritelli -d'amore diguazzaron le alucce tra i ghirigori e i cincigli della stampa -cortesemente provveduti dal proto; e parve quasi di riudire la voce di -Guido Orlandi chiedere con devozione: - - Onde si move ed onde nasce Amore? - Qual è 'l su' proprio loco ov'e' dimora? - -e Guido Cavalcanti, un po' accigliato, rispondere: - - In quella parte dove sta memora, ecc.: - -cosa da ricevere con sollazzo e con riso, se, più che da una -perversione del gusto, non nascesse da scioperataggine di mente e da -grande impoverimento delle facoltà creative. Ma il preraffaellismo, -benchè iniziato, si può dire, da un Italiano, e dietro esempii -italiani, non sembra che possa avere fortuna in Italia, dove, se alcuna -tendenza è che più direttamente derivi dall'indole della nazione, e -si confaccia al costume, e li significhi entrambi, quella è dessa per -certo che, contrastando allo spirito de' tempi di mezzo, sortì nel -Rinascimento il proprio fine e il proprio trionfo: e già per le usanze -e gl'ideali di questo vediam rinnovarsi in Italia un'ammirazione e un -amore contro cui la dolce mania medievale del preraffaellismo non è -possibile che prevalga. - -Nè v'è ragione di credere che fuori d'Italia esso abbia a vivere -rigoglioso e durare a lungo. Troppe forze lo premono, delle quali è -grande errore l'immaginare che sien vicine a dissolversi e a perdersi. -Esse anzi acquistano, d'ora in ora, maggior gagliardia, e tutte -congiunte ci trascinano sempre più lungi dagli esempii e dai termini di -una età alla quale un repentino ripiegar della via può solo per picciol -tratto far credere che noi ci andiam raccostando. Nella grande, torbida -e impetuosa corrente del pensiero moderno, il preraffaellismo (e altro -con esso) non segnerà se non un breve e passeggiero ringorgo. Se non -ingannano i segni che del futuro si vedono, esso si dileguerà tra non -molto, e il suo nome sarà il nome di una piccola increspatura, non -quello di un grande rivolgimento dell'arte. - - -III. - -Il preraffaellismo ha formola chiara e precisa, ma angusta; il -simbolismo formola molto più larga, ma anche più incerta ed oscura. - -Come nascesse il simbolismo in Francia in questi anni passati, e per -opera di chi; e quanta parte s'avessero nel suo nascimento e nelle sue -prime imprese un ragionevole bisogno dello spirito e un giusto senso -dell'arte; quanta la ignoranza, la sciocchezza, la ciarlataneria, -e persino il gusto di burlarsi del prossimo: e come fosse operato, -anche in questo caso, l'ordinario miracolo del proselitismo, noi non -andrem ricercando. Che cosa esso sia propriamente, e che si voglia, -non è facile dire, nè pare che lo sappian gran fatto coloro stessi -che lo professano e ne annunziano il verbo. Qualcuno, ripetendo, senza -addarsene, vecchie e incompiute definizioni del romanticismo, lo definì -l'individualismo nell'arte, oppure la libertà nell'arte; e, veramente, -considerato sotto certo aspetto, il simbolismo non parrebbe esser -altro che un ricorso di romanticismo attenuato, rimpicciolito, e come -dissanguato. Al qual proposito gioverà notare una volta per tutte che -il decadere del realismo doveva di necessità dar luogo ad un qualche -ravvivamento e risentimento di quel romanticismo che esso da prima -aveva combattuto e vinto. - -Se l'intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il -simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che -considera e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna -per sè e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni -le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le -materiali delle spirituali[515]. Sì fatto intento non è già nuovo; -anzi è vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso -della parola, ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto -istintiva e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi -volesse andare in traccia del simbolo per entro nell'arte realistica, -e agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a -trovarlo. Son due anni, o poco più, nella _rassegna indipendente_ che -s'intitola _L'Ermitage_, il Saint-Antoine parlò, volendo far servigio -alla scuola, del simbolo e dell'allegoria, della leggenda e del mito, -distinguendo di ciascuno la significazione e il carattere; ma non -si vede ch'egli abbia aggiunto gran che a quanto in proposito era -stato detto da un pezzo; e alla nuova scuola avrebbe dovuto premere, -non tanto la definizione puramente teoretica del simbolo, quanto una -dottrina, o una norma, per la scelta e per l'uso di esso, e alcuna -opportuna avvertenza circa il modo migliore di far che agli intenti -rispondano i mezzi dell'arte. - -Ad ogni modo, appar chiaro che i simbolisti, come già i romantici, -non vogliono poesia senza simbolo; e chi desiderasse sapere come la -pensassero i romantici a questo riguardo, almeno i francesi, frughi -nel parigino _Globe_ del 1829, e troverà uno scritto che gliene darà -contezza: e se ode questo o quel simbolista sentenziare che ogni -bellezza è, di sua natura, simbolica, si ricordi che Guglielmo Schlegel -e Giovanni Herder dissero per l'appunto il medesimo. Nessuno, se non -è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà biasimare i simbolisti -perchè vogliono poesia simbolica: ma chi poi, se similmente non è -vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà approvarneli, quando -pretendono che fuori di quella non abbia ad essere altra poesia? -Non è forse poesia quella che, senza cercare e pensare più là, si -contenta di ritrarre poeticamente le cose e di esprimere poeticamente -l'anima umana? E son forse pochi, e sono di picciol merito i poeti che -coltivarono e accrebbero sì fatta poesia? - -Ma non tanto errano i simbolisti in questa loro opinione che non sia -poesia senza simbolo, quanto erran nel modo onde fan uso del simbolo, -e ne curan l'effetto. Il simbolo non si propone altro fine se non di -presentare un termine materiale e particolare in tal forma, e con tale -avvedimento, che da esso si possa, anzi quasi si debba, ascendere a un -termine o ideale o generale; e perchè tale passaggio avvenga, non in -qualsiasi modo, ma in quel determinato modo che il poeta ebbe in mente, -e non iscambii, mi si lasci dir così, un recapito per un altro, e non -riesca, forse, appunto dove il poeta non volea che riuscisse, bisogna -che il primo termine sia presentato in forma determinata, consistente, -evidente, perchè, se presentato in forma perplessa, liquescente, -nebulosa, potrà dar passo a più termini superiori, tutti diversi forse -da quello che il poeta s'era prefisso, e potrà anche non dar passo a -nessuno. Se i simboli riescono assai volte affatto vaghi e ambigui, -anche quando il primo termine sia chiaro e preciso, figuriamoci quali -han da riuscire quando quel termine è incerto ed oscuro. La lonza, il -leone, la lupa di Dante son tali che ognuno li raffigura, e pure san -tutti quanto varia e discorde sia stata la interpretazione del simbolo -di cui essi sono parte: che sarebbe se il lettore non riuscisse a -raffigurarli, e dovesse, prima d'ogni altra cosa, trovar gli argomenti -per dimostrare che la lonza è una lonza, il leone è un leone, e la lupa -una lupa? Ora essendo canone fondamentale della estetica e dell'arte -dei simbolisti che le cose non debbono già esser ritratte nitidamente, -ma solo adombrate, si vede che ha da seguire de' lor simboli, e -s'intende perchè il simbolo appunto è ciò che meno si riesce a scovare -nella loro poesia. Nè accade avvertire che qui non si tratta di quella -studiata occultazione e di quella voluta ambiguità del simbolo che -possono essere consigliate al poeta dalla condizione dei tempi, e dalla -considerazione del pericolo a cui egli potrebbe esporsi usando simboli -troppo ovvii ed aperti. Dei simboli dei simbolisti nessuna potestà, nè -ecclesiastica, nè laica, s'è mai impermalita. - -Oltre che per l'uso, o meglio, per la immaginazione dell'uso del -simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente -al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per la -inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l'onore che, -rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia. - -Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza. -Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine vero -dell'arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire le -détail technique, le renseignement local, enfin le côté historique -et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté, dont -mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo innanzi -il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (_Béatrix_) queste -testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non si può -però negare che il realismo intendendo, com'è proprio suo cómpito, alla -rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch'è più ovvio e comune, -e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia nel mondo, -non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi a mano a mano, come -avviene, ad averla in dispetto. Son note le detrazioni che ne fece la -Eliot, e le colpe e i danni che le imputò; ed è noto che il naturalismo -la fuggì con altrettanta diligenza con quanta, per un altro verso, -cercò la bruttezza. Onde il Mallarmé espresse il desiderio di tutti i -simbolisti quando agognò di levarsi a volo - - Au ciel antérieur où fleurit la beauté: - -ma bisogna pur riconoscere che l'oggetto di quel desiderio è esso -stesso un po' troppo _anteriore_, e si riman troppo nel vago, e che -aborrendo i simbolisti da ogni rigorosa e perspicua delineazione di -forme, la loro bellezza, quasi, è senza forma, e tanto vana rispetto -a quella vagheggiata e ritratta dai Greci quanto è l'ombra rispetto al -corpo. Ad ogni modo, per questo amor di bellezza, di cui vanno lodati, -i simbolisti contraddicono, non soltanto ai realisti e ai naturalisti, -ma ancora ai romantici, i quali un tratto, s'innamorarono anch'essi del -brutto, e trovarono in Carlo Rosenkranz chi ne scrisse l'estetica. - -Verso il medio evo il simbolismo tende, in parte almeno, per quelle -stesse ragioni per cui abbiamo veduto tendervi il preraffaellismo: -certa sentimentalità religiosa inappagata e inappagabile, e il bisogno -di quella piena libertà della immaginazione e del sogno a cui ogni -realtà viva e presente riesce, o poco o molto, d'ostacolo, e che le -usanze del viver nostro, e tutta quanta l'affacendata e aspra civiltà -di questi tempi, insidiano e premono da ogni banda. E qui è da notare -come i simbolisti, sebbene, per vie meglio opporsi ai realisti, -ostentino grande amore all'antichità, e s'ingegnino di ritentare qua -e là alcuni temi dell'arte antica, pure, dato quel loro immaginare in -confuso e dire a mezzo, che non si confà punto col genio classico, -e data quella vaga e fluida misticità, che del genio classico è per -l'appunto il contrapposto, si trovino assai più a loro agio nel mondo -medievale che non nell'antico, in una chiesa gotica che non in un -tempio greco, in compagnia di claustrali che non di eroi. Ond'è che -noi vediamo riapparire per opera loro, nell'incerta luce del secolo -moribondo, tutta la vecchia fantasmagoria romantica di castelli -merlati, di chiostri silenziosi, di cavalieri armati cavalcanti per -cupe foreste, di re barbuti, di bionde donzelle, di sante e di santi -rapiti in estasi. Uno di essi, Ferdinando Herold, intitola certo suo -libricciuolo di versi _Chevaleries sentimentales_, titolo da fare -invidia a ogni più zazzeruto e smunto romantico; e il Durtal, uno -dei personaggi dell'_En route_ dell'Huysmans, non sogna se non medio -evo[516]; e Paolo Verlaine, di cui son noti anche troppo i parossismi -alternanti di religiosità e di lascivia, farneticava del medio evo -_enorme et délicat_, - - Loin de nos jours d'esprit charnel et de chair triste. - -Non già che il medio evo non possa esser fatto rivivere dall'arte, come -può esser fatta rivivere l'antichità, chè uno degli offici dell'arte -è per l'appunto di prolungar la vita delle cose, e di ridarla, in -qualche modo, a quelle che l'hanno perduta; ma il ravvivamento, per -non riuscire un giuoco vano e puerile, deve innanzi tutto operarsi in -una coscienza che sappia essa stessa serbarsi viva rimanendo moderna, e -nelle forme proprie, non dell'attualità, ma del ricordo. - -Della devozione grande che i simbolisti hanno alla poesia si può -dire ch'è troppa, ma s'ha pure a darne loro, come s'è data ai -preraffaelliti, la debita lode. Quanto è dell'utilità, a coloro che, -seguitando una opinione dello Schiller, rinnovata dallo Spencer, -dicono l'arte non essere se non un giuoco, tanto più sincero quanto -più è inutile, si può rispondere che tutte le arti cui si dà nome di -belle son utili, in quanto che, variamente appagando un bisogno della -spirituale natura dell'uomo, cooperano a che essa natura si conservi -integra e sana nel pieno svolgimento e nell'esercizio armonico di tutte -le sue facoltà. Ma v'è a dire anche altro. Lo stesso Spencer mostrò -come la musica, suscitando agevolmente negli animi sentimenti a tutti -comuni, e armonizzandoli, per così dire, insieme, a quel modo che fa -de' suoni, e tutti i sentimenti purgando e affinando che le è dato di -esprimere, e ancora adoperandosi a far nascere negli animi men delicati -i sentimenti più delicati, sia un istrumento di simpatia efficacissimo -e impareggiabile, e però di felicità individuale e sociale; e non -si perita di asserire che, per questo rispetto, la musica non riesce -meno benefica della scienza[517]. Ma perchè della poesia non si dovrà -dire altrettanto? Anch'essa è in grado di accomunar sentimenti, e anzi -di accomunarli in quella più determinata forma che alla musica non è -consentita: anch'essa è atta a purgarli ed affinarli, e a far sì che -i più delicati penetrino a mano a mano negli animi men delicati: e se -alla musica, per esser buona a far tutto ciò, lo Spencer pronostica -crescente fortuna e sempre più glorioso avvenire, non so perchè non -si possa pronosticare altrettanto alla poesia, la quale fa tutto ciò -diversamente dalla musica, ma, per certo, non meno bene della musica. -Da parecchi già furono notate le benemerenze della scienza in quanto -tende ad assicurare, creando una coscienza comune, e assottigliando -più sempre il numero delle opinioni discordi e inconciliabili, la pace -e la stabilità sociale[518]; ma se la scienza tende in più particolar -modo a unificar l'intelletto, la poesia tende in più particolar modo -a unificar l'animo, e ciò facendo esercita una azione sociale non meno -benefica di quella possa esercitare la scienza[519]. Se così è, perchè -mai la poesia dovrebb'essa morire? S'ode dir tuttodì che la scienza ha -da uccidere la poesia; ma perchè dovrebbe uccidere la poesia e lasciar -vivere la musica? E se l'avvenire preparasse agli uomini condizioni di -vita più riposata e più degna della presente, e più libero e nobile uso -di quelle potenze dell'anima ch'essi ora, per tanta parte, e in tanti -pessimi modi, corrompono, deprimono, logorano, non si può credere che -le arti fiorirebbero con nuovo rigoglio, e la poesia non meno, se non -più, di ogni altra? Siam grati dunque ai simbolisti, non propriamente -della poesia, e scusiamoli alquanto, se, scaldati e trasportati da -quell'amore, vedendo nemici dove non sono, inveiscono contro una -scienza che non conoscono, e che non ode le loro invettive. Se la -poesia non ha a temere del proprio avvenire, la scienza, del proprio, -può essere più che sicura. - -Quando avremo soggiunto che i simbolisti considerano il sognare ad -occhi aperti come la più alta e nobile operazione dello spirito, anzi -come la sola in cui esso, ignorando o negando la spiacente realtà, fa -manifesta la propria eccellenza, e che non vogliono essere turbati -nei loro sogni, avremo sommariamente indicati gl'intendimenti e i -confini dell'arte loro. I pittori simbolisti dicono di voler fare, non -pitture, ma iconostasi; e i poeti vorrebbero si potesse dir sempre -delle loro poesie ciò che di alcune di Efraimo Mikhaël ebbe a dire -Edmondo Pilon: «... je les ai dites comme on dit, dévotement, des -litanies. Car elles contiennent, en elles, l'essence de la mélancolie -inexprimable et de la constante obsession d'un exil loin d'une île -heureuse; elles sont le mirage des déceptions constantes d'ici-bas, -et elles sont les patènes divinement ciselées où sont enfermés les -parfums des sacrifices expiatoires»[520]. Suscitare negli animi un moto -e un contrasto di desiderii confusi che non si inaspriscano troppo nel -volere il conseguimento del fine loro, di rimpianti che non passino il -giusto segno di una mestizia tenera e sconsolata, d'immagini che si -dissolvano prima d'essersi in tutto formate, di pensieri indefiniti -che passino in una specie di luce crepuscolare e sottentrino l'uno -all'altro senza mai collegarsi o coordinarsi fra loro; e con tutto ciò, -e con richiami ed accenni impensati, dare agli animi il sentimento e -quasi l'allucinazione di un mondo remoto, misterioso, trascendente, -irrivelabile, ecco il fine che la poesia simbolista si propone. Vediamo -ora quali mezzi essa adoperi per raggiungerlo. - - -IV. - -Questi mezzi sono tre principalmente: l'oscurità, la suggestione, e, mi -si passi il vocabolo, la musicalità. - -Che dell'oscurità si faccia senz'altro un canone, e un canone -principalissimo d'arte, può, a prima giunta, far meravigliare chi -non ricordi la innata tendenza che gli uomini hanno a confondere -l'inintelligibile con l'eccellente, e a vedere nella insufficienza -e perplessità del segno la prova della grandezza e profondità del -significato. Di solito, chi parla oscuro, parla così perchè non ha -chiare le idee; ma può, senza troppa fatica, far credere di averle -talmente poderose e vaste che le parole non le possano esprimere se non -a mezzo, e forse neanche tanto. È questa una ragion capitale per cui -ci fu sempre poesia oscura nel mondo, più assai di quanta n'avrebbero -potuta far nascere il bisogno di non farsi intendere troppo, o -d'intendersi fra pochi soltanto, e il desiderio d'esser lasciati in -pace; ma non è però la sola. - -I simbolisti sono di questo avviso, che tutto quanto produce in noi un -pensiero distinto, un'immagine circoscritta, un sentimento specificato, -nuoce alla poesia, la quale tanto più risponde al fin suo, e tanto -arreca maggior diletto, quanto più rimane nel vago e nell'ombra[521]. -Perciò essi detestano la sodezza e la precisione dei parnassiani, e -la pienezza e il rilievo de' così detti plastici, e sono, molti di -loro, riusciti così tenebrosi e _deliquescenti_ che non v'è uomo che -li possa intendere. Provatevi a cavare un costrutto da questi versi del -Mallarmé: - - Et tu fis la blancheur sanglotante des lys, - Qui, glissant sur la mer des soupirs qu'elle effleure, - A travers l'encens bleu des horizons pâlis, - Monte rêveusement vers la lune qui pleure; -o da questo periodetto di prosa dei Saint-Pol Roux: «Mon être, -agglomération de résistance opposée par mon toucher servi de ses -frères, s'initie, aveugle du vide, art hiéroglyphe de l'assaut; -initiation de la figure par successivement le point, la ligne, l'angle, -la courbe». O, ancora, da questi due terzetti di un sonetto in cui pare -che Renato Ghil abbia voluto, non so se occultare o dare a conoscere -gl'intendimenti dell'arte nuova, e le spirituali sorgenti da cui essa -attinge la inspirazione: - - Une moire de vains soupirs pleure sous les - Trop seuls saluts riants dans la nuit exhalés, - Aussi haut qu'un néant de plumes vers les gnoses. - - Advenu rêve par vitraux pleins de demains, - Doux et nuls à pleurer et d'un midi de roses, - Nous venons l'un à l'autre en élevant les mains. - -Se l'arte letteraria dev'essere, d'ora innanzi, l'arte di parlare -senza dir nulla, non v'è dubbio che costoro, e con essi altri molti, -hanno tócco il sommo dell'arte. Che alcune di tali _elevazioni_ e -_trasfigurazioni d'anime_ sieno celie di capi scarichi, può darsi, -anzi, pel caso di Arturo Rimbaud, è dimostrato; ma, pur troppo, non -tutte sono; e se il Mallarmé si contentò una volta di dire che la -chiarezza non è se non una grazia secondaria, i suoi discepoli non -furono più così timidi e sentenziarono che la chiarezza è difetto -grosso, difetto triviale, e capital nemico della poesia. Parlando di -Ernesto Jaubert, autore di una raccolta di versi intitolata _Poèmes -stellaires_, Carlo Maurice, espositore dei principii e banditore delle -glorie dell'arte nuova, ebbe a scrivere, sono già alcuni anni: «Et -maintenant, comme tous les artistes significatifs de cette heure, -le désir de tout dire l'a dissuadé de rien préciser, de rien trop -détailler pour la gloire de l'effet total à suggérer, de laisser les -choses s'envaguer doucement, d'indiquer l'idée par l'émotion picturale -et musicale des sentiments et des sensations»[522]. Proprio il -contrario di quanto insegnarono e praticarono i parnassiani, l'un de' -quali, il Coppée, espresse uno dei principii fondamentali di tutta la -scuola quando disse che la poesia richiede - - Un style clair comme l'aurore. - -I simbolisti tutti considerano la suggestione come cosa di capitale -importanza in arte, e per essa quasi si gloriano d'avere introdotto -nell'arte un principio nuovo; ma nuovo è il nome, non il principio, -il quale è quel medesimo che sempre fu scritto nelle _Arti poetiche_; -non dovere il poeta dir tutto, ma qualche cosa lasciar indovinare, -e più e meno, secondo i casi e le convenienze. _Le secret d'être -ennuyeux_, lasciò scritto il Voltaire, _c'est de tout dire_. Lo -Spencer, che certo non è un simbolista, nota a questo proposito: -«Scegliere, descrivendo una scena, o narrando un fatto, quegli elementi -che ne traggono più altri con sè; e, per tal modo, dicendo poco e -suggerendo molto, abbreviare la descrizione e la narrazione; tale è il -secreto per impressionar vivamente... Bisogna scegliere le idee e le -espressioni per tal maniera, che il maggior possibile numero di idee -sia espresso col minor possibile numero di parole»[523]. Questa potenza -di suggestione le parole non sono sole ad averla: il volto umano è -sommamente suggestivo; suggestive sono le stesse cose inanimate; e -la musica opera sugli animi nostri, non in grazia della suggestione -soltanto, ma in grazia della suggestione principalmente. E delle -parole si può notare ch'esse esercitano la suggestiva lor facoltà, non -solo come segni, ma anche, in una certa misura, come suoni; d'onde la -conseguenza che lo studio de' suoni è parte, non principale, come fu -opinione di vuoti retori, ma pure importante dell'arte dello scrivere, -specialmente nel verso. Che poi la estensione e la intensità della -suggestione dipenda, in parte dalla qualità dello stimolo che la -provoca, in parte dalla qualità e dal peculiare stato dell'animo che -quella provocazione riceve, è cosa che s'intende da sè e su cui non -accade di soffermarsi. I grandi poeti sono soggettivi tutti, e quanto -più son grandi, tanto più sono, come Dante, suggestivi. Ma Dante è, -nello stesso tempo, il più preciso dei poeti. - -I simbolisti hanno dunque ragione quando celebrano le glorie del -_verso evocatore_; ma hanno torto quando dicono che a suggerire più e -meglio il poeta deve evitare i concetti precisi, le immagini precise, -le parole precise. La precisione dei concetti, delle immagini, delle -parole non fa ostacolo alla suggestione, come per innumerevoli esempii -si può dimostrare. Valga per tutti quello che ne porge _L'Infinito_ del -Leopardi. Abbiamo qui un _ermo colle_, una _siepe_ che cela all'occhio -molta parte dell'orizzonte, un _vento_ che fa stormire, in passando, -alcune _piante_; termini definiti, concreti, che si apprendono senza la -menoma esitazione, e sulla cui natura non può nascere il menomo dubbio. -La designazione è, certo, sobria e fugace, e il poeta accenna più che -non descriva; ma il _colle_ è un colle, la _siepe_ è una siepe, il -_vento_ è un vento, le _piante_ son piante; e questi nomi suscitano nei -lettori immagini varie sì, secondo i ricordi e le fantasie di ciascuno, -e secondo il vario operar delle associazioni, ma definite e chiare e -riconoscibili a primo aspetto. Da questi termini concreti il poeta si -leva, per virtù di suggestione, agli astratti, e il lettore con esso -lui, e ad entrambi s'apre la visione dell'infinito spazio e del tempo -infinito, e il pensiero d'entrambi si annega in quella immensità. Nulla -si può immaginare più determinato e più chiaro, e come pensiero, e -come espressione; e, ciò nondimeno, tale è la potenza di suggestione -di quei pochi versi che il core se ne spaura a chi li legge. La poesia -che il Longfellow intitolò _Il vecchio oriuolo sulla scala_, dove la -descrizione è, quanto più si possa dire, icastica, suscita nell'animo -un vero turbine d'immaginazioni e di affetti; e altrettanto fanno -certe poesie del Leconte de Lisle, sebbene lo studio della precisione e -della perspicuità vi sia a volte a dirittura soverchio. Certi oggetti e -certi aspetti della natura, molto bene determinati e molto chiaramente -veduti, un gruppo di stelle scintillanti nel cielo profondo, un -accavallamento di nubi accese dai sanguigni bagliori del tramonto, una -scena di monti vigorosamente delineata e come scolpita sull'orizzonte, -possono rapir l'animo del contemplante in un mondo meraviglioso e -infinito di sogni e di fantasie. E non a una nebulosa di cui l'occhio -mal discerna i contorni, ma alle _vaghe stelle dell'Orsa_, e alle -_luci_ che sono ad esse _compagne_, volgeva Giacomo Leopardi il famoso -saluto delle _Ricordanze_, rammentando le tante fole ch'esse gli avevan -suscitate nell'animo[524]. - -Il terzo mezzo usato e preconizzato dai simbolisti consiste nel -raccostare quanto più è possibile la poesia alla musica. Che la poesia -debba, in parte, quella sua virtù di penetrare, scuotere, appassionare, -affascinare gli animi agli elementi musicali che sempre, finchè non -perda il proprio suo nome, contiene in maggior o minor copia, è fatto -di comune esperienza, avvertito in ogni tempo, e da cui si derivano -le regole fondamentali della versificazione. Non pochi dei precetti e -degli avvertimenti che si trovano nei trattatisti concernono appunto -l'arte di rendere musicale il verso e la strofe; ma i simbolisti -non si contentano più di quella tanta musica che insino ad ora era -stata introdotta nella poesia, e vogliono fare della poesia quasi una -seconda musica, come altri aveva voluto farne una seconda pittura, o -una seconda scultura. Paolo Verlaine comincia quel suo breve e curioso -componimento cui pose titolo _Art poétique_, col precetto seguente: - - De la musique avant toute chose, - Et pour cela préfère l'impair, - Plus vague et plus soluble dans l'air, - Sans rien en lui qui pèse ou qui pose; - -e raccomandata agli artisti di gusto fine quella cara incertezza da cui -viene tanta attrattiva alla _chanson grise_, e raccomandato di preferir -sempre le mezze tinte e le sfumature alle tinte risolute schiette, -soggiunge: - - De la musique encore et toujours! - Que ton vers soit la chose envolée - Qu'on sent qui fuit d'une âme en allée - Vers d'autres cieux à d'autres amours. - -I discepoli andarono, come sempre avviene, assai più in là del maestro, -e affermarono che la poesia è tutta nel suono, e cominciarono a -considerar le parole, non più come segni d'idee, ma come gruppi di -suoni, da dover essere scelti, ordinati, composti insieme, non già -con un criterio logico qualsiasi, ma con un criterio essenzialmente -musicale. E ne nacquero le meraviglie di cui abbiam veduto pur ora -qualche debole saggio. E dopo che Arturo Rimbaud ebbe rivelato il gran -segreto del colore delle vocali, saltò su Renato Ghil a rivelare, nel -suo _Traité du verbe_, il proprio colore degli strumenti musicali, -così di quelli a fiato, come di quelli a tasti e a corda; onde: -«Constatant les souverainetés les Harpes sont blanches; et bleus sont -les Violons mollis souvent d'une phosphorescence pour surmener les -paroxysmes; sur la plénitude des ovations les Cuivres sont rouges; -le Flûtes, jaunes, qui modulent l'ingénu s'étonnant de la lueur des -lèvres;...» ecc., ecc. Se le vocali hanno ciascuna il suo colore, e se -ha il suo colore ciascun istrumento musicale, voi potete, scegliendo -e disponendo accortamente le parole, introdurre nel verso tutta una -orchestra, e fare di una poesia una sinfonia poetica da mettere accosto -al poema sinfonico dei musicisti. Non ci sarebbe che una difficoltà -sola. La scienza ha bensì riconosciuto come reale il fenomeno della -così detta udizione colorata, ma ha pure riconosciuto ch'esso presenta -tante varietà e dissomiglianze quanti sono gl'individui in cui si -produce; che la vocale che all'uno dà l'impressione del bianco, dà, -all'altro, la impressione del rosso, o del giallo, o del nero; e che -per conseguenza non è possibile di fondare sopra di ciò nè un principio -nè un espediente dell'arte[525]. - -Lasciando stare queste pazzie, si può ammettere che la maggior -musicalità che i simbolisti s'industriano d'introdurre nella poesia -risponda a un bisogno vagamente sentito da molti. Più di un critico -accennò alla musica e alla fama del Wagner come a cause determinanti -dell'indirizzo preso dai simbolisti; ma, senza voler negare l'efficacia -che, anche per questo rispetto, quella musica e quella fama possono -avere avuta, è forse da risalire a causa più generale e più remota, -anzi a quello stesso complesso di cause a cui è dovuto il novissimo -rigoglio dell'arte musicale, e il carattere stesso che la musica, -più specialmente nell'opera del Wagner, è venuta prendendo. Se è vero -ciò che si dice, e par confermato dall'esperienza, che la musica più -fiorisca ne' tempi in cui abbondano sentimenti nuovi, non bene definiti -ancora nè sceverati, i quali in essa appunto trovano la espressione -loro più adeguata e felice, s'intende come, ricorrendo tempi sì fatti, -la poesia possa sentirsi, più del consueto, attratta verso la musica, e -chiedere a questa insoliti ajuti. Tale, forse, è il caso della poesia -dei simbolisti; nè si può dire che alle tendenze e ai propositi di -costoro contraddica, sebbene a primo aspetto possa parere, lo studio -con cui essi per l'appunto hanno sovvertito e sovvertono in Francia -tutta la metrica. Già il Verlaine aveva imprecato a quella rima che, -magnificata dall'Hugo quale vera generatrice del verso, era divenuta -pei parnassiani la chiave di volta della poesia tutta quanta: - - Oh! qui dira les torts de la Rime? - Quel enfant sourd ou quel nègre fou - Nous a forgé ce bijou d'un sou - Qui sonne creux et faux sous la lime? - -I simbolisti venuti dopo, non solo rinunziarono alla _rime opulente et -pittoresque_, rinnovando e superando le licenze e le trascurataggini -di Alfredo De Musset; ma alcuni di essi rimisero in onore l'assonanza, -che, dopo il medio evo, era sparita dalla poesia francese; e altri -bandirono la rima affatto, creando finalmente quel _vers blanc_, da -noi detto sciolto, di cui la poesia francese era sempre stata creduta -insofferente. Inoltre, continuando, per questa parte, l'opera dei -romantici e dei parnassiani, essi finirono di sconnettere il vecchio -verso architettato e tradizionale, e mandarono sossopra la strofe, -accozzando persino versi di due con versi (dobbiamo proprio chiamarli -così?) di diciasette sillabe, inventando i _versi senza misura_, -mescolando col verso la prosa, e magari la _prosa libera_; e quando non -trovarono altro da trasformare o da abolire, trasformarono o abolirono -la interpunzione. Tutto ciò pare faccia contro alla intenzione stessa -dei simbolisti, ma serve, nella opinione loro, a sostituire alle -armonie ovvie e volgari armonie recondite e peregrine. - -Siami lecito di far qui, di passata, una considerazione circa l'uso -della rima. Le avversioni che essa inspira sono vecchie, come sono -vecchi gli amori, e, se ne avessi agio, potrei sciorinare un elenco non -breve di quanto in varii tempi fu scritto in sua lode o in suo biasimo. -Nel secolo scorso i _versiscioltai_ più arrabbiati la vollero morta, -ma non riuscirono ad ammazzarla. Non accade rammentare la legittimità -delle sue origini storiche e psichiche, e com'essa nasca spontanea -e non mica per artifizio. Ridotta in termini pratici, la questione -sonerebbe così: Giova o nuoce la rima alla poesia? A tale domanda non -si può rispondere in modo generale ed assoluto. Ognuno vede che la -rima conviene più a certi temi e meno a certi altri, e che non tutte le -forme sono egualmente adatte a riceverla. Che l'uso della rima induca -assai volte a falsare o diluire il concetto, e a dire più o meno di -quanto s'aveva nell'animo, è vero pur troppo; ma è altrettanto vero -che la rima, adoperata con delicatezza ed accorgimento, può dare ai -concètti e alle immagini un vigore, una perspicuità, un rilievo, che -nessun altro mezzo potrebbe dar loro in egual misura. La parola che -cade in rima raddoppia, in certo modo, la propria virtù impressiva; -e tocca al poeta sapersi giovare di tal guadagno. Ci sarebbe anche -parecchio da dire del beneficio che può arrecare la rima concatenando -in più sensibil modo le proposizioni e i concetti, e formando della -strofe un tutto indivisibile, le cui parti si richiamano a vicenda e -armonicamente si compiono. E molto più ci sarebbe da dire dell'officio -ch'essa esercita come elemento musicale, se a far ciò non si dovesse -entrare in troppi e troppo sottili discorsi. Certo si è che infinite -poesie, di questo e di altri tempi, perderebbero il meglio dell'esser -loro, se privati della rima e rifatte in isciolti. Provatevi a -togliere al _Dies irae_ il formidabile rinterzo delle sue rime o cupe -o squillanti, e mi direte poi che cosa rimane di quella sua misteriosa -e sopraffattrice potenza. Così fatti esempii potrebbero essere -moltiplicati a migliaia. Ma di un servizio, tutto pratico, che la rima -può, in molti casi, rendere al poeta, parmi sia pure da far qualche -conto. Ponendo, per una parte, ostacolo alla libera formulazione -ed espression del pensiero, e stimolando, per un'altra, la memoria, -l'intelletto e la fantasia a vincer l'ostacolo, la rima forza il poeta -a soprassedere, e porre un freno alla troppo facile vena e lo forza -ad approfondire il proprio soggetto, a voltare e rivoltare, per così -dire, il proprio pensiero, guardandone ad una ad una tutte le facce. -Che molte volte, durando in questa fatica, si riesca a trovati nuovi, -altrettanto felici, quanto impensati, è noto a chiunque abbia composto -versi con qualche amore e qualche studio. Non nego che quello stento -del cercar la rima non possa alle volte sfreddar l'animo e stancare la -inspirazione; ma, se si pensa che il lavoro del concepire, il quale più -propriamente richiede l'opera della inspirazione, precede di solito, -almeno per la parte più rilevante, il lavoro dell'esprimere; e che il -concetto che primo si affaccia alla mente, e la espressione che prima -vien sulle labbra non sono, di solito, i più acconci possibili; e -che, finalmente, la poesia, come ogni altra arte, deve esser capital -nemica della fretta; se, dico, si pensa a tutto ciò, si vede che questa -_remora_ della rima non può, anche per questo rispetto, fare tutto il -male di cui l'accagionano. Per concludere, parmi si possa dire che, -almeno alla poesia lirica, la rima, adoperata a dovere, riesce più di -giovamento che di danno, e che il poeta vero, ricco d'inspirazione e -d'immaginativa, e padrone di tutti gli espedienti dell'arte sua, saprà -far sì che il danno non si avverta, e si avverta molto bene per contro -il giovamento. - -Fu tempo in cui le singole arti si considerarono come chiuse ciascuna -entro confini precisi e inviolabili, con divieto a ciascuna di uscirne -e d'invadere in qualsiasi modo il dominio altrui. Di ciò si doleva -nei primi anni del secolo il Giordani, scrivendo: «Il nostro secolo -si è troppo avanzato in un vizio pessimo di separare le arti, che -colla compagnia si ajutano e si avvalorano»; ma poi sopravvennero -i romantici, i quali, mescolati i generi, cominciarono a mescolare -le arti; e poi sopravvennero altri, che pretesero con la parola far -l'opera del pennello e dello scalpello. Quella separazione, troppo -rigorosa, noceva; questa confusione, troppo arbitraria, nuoce ancor -più. I simbolisti potrebbero aver ragione se si contentassero di -cercar nella musica qualche nuovo sussidio alla poesia: hanno torto -quando della poesia pretendono di fare una seconda musica, che operi -sull'anima allo stesso modo che fa la vera. Checchè si faccia e si -dica, ogni singola arte ha un suo proprio modo di rappresentazione e -di espressione, nel quale riesce altrettanto perfetta quanto riescono -imperfette le altre. La poesia non può fare sugli animi nostri quella -stessa impressione che fa la musica, perchè non è la musica e non può -essere la musica. - - -V. - -Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto può -bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti. - -Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati -e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo -assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che i -sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte -loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande), -e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro -del simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò -un degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo -larga e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo -poco scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò -vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò la -prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia che -denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influsso di -Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto -intellettuale e morale, ebbe a dire: - - L'imagination inquiète et débile - Vient rendre nul en eux l'effet de la raison. - -I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome di _intellettuali_, -nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero; -ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero, -debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di questo -si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichè _intellettuali, -sognativi_. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni e -parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e sono, -di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte le -impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci -di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano -idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee, -detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza. -Incapaci di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti -e da tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio -continuo di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà, -e diventano pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la -vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente -non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi e delusi -d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga. Quando v'è -in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente -consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri ben definiti, -con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente -possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è, quegli animi, -respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono attratti -dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta -mille care illusioni. - -Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali: -credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò -ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta nè -immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor novità, -si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine dei loro -libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei -titoli che vi stampan su: _Moralités légendaires, Neurotica, Les palais -nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires, -Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel_, ecc., ecc.; nel -sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi -aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o -intraducibile significazione; nello scrivere _Avant-dire_ o _Racontars -préatables_ in luogo di _Avant-propos_ o di _Préface_, e in altre -invenzioncelle di questo taglio. Si gloriano di _autonomia estetica_ -(così la chiamano); ma è curioso vedere come, avendo pochissima -conoscenza delle cose del mondo, e anche minori dei grandi travagli -dello spirito, questi originalissimi secondino, senz'avvedersene, -molte, o sciocche o morbose tendenze di quella stracca ed esausta -classe delle società nostre, che essendosi fatta legge suprema della -eleganza, ha in dote inalienabile la miseria intellettuale e la noja. -Si stimano incommensurabilmente profondi; ma a formar giudizio della -profondità loro e di ciò che in essa si cela, non si può far meglio -che trascrivere, tradotte, le parole con cui Alessandro Pope, sin dal -1727, cominciava il quinto capitolo della sua _Arte di sprofondarsi in -poesia_: «Ora io mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da -tenere per prima massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che -chiunque voglia riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire, -detestare e rinnegare tutte le idee, usanze ed operazioni di quel -pestilenziale nemico del genio, e distruggitore di belle figure, che -da tutti è conosciuto sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo -Stephan Mallarmé fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio -smisurato, incomprensibile ed ineffabile, la cui troppa profondità di -pensiero e singolarità di sentimento, non potendo accomodarsi della -parola, erano sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla. -Finalmente, cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò -uno smilzo libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo -modesto, e non novissimo, di _Florilège_. Ahimè! da quel giorno il -grande maestro cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il -più grande dei poeti viventi e possibili. - -Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano, -riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze -ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di loro, e -che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno di avere. -Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere che ne -ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori tra -quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione, sarà -bene di recare qualche altra prova, in aggiunta a quelle che già si -son potute rilevare in passando. Un poco innanzi al 1830, data famosa, -come tutti sanno, nei fasti del romanticismo francese, Paolo Dubois -scriveva nel _Globe_: «Aussi, remarquez que dans les écrivains qui se -produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni d'inspiration; tout -vient de calcul: l'originalité est un système comme l'imitation; si les -uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent l'extraordinaire; -ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre à un effet -qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même, -ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des -croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles -aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin -confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur, -prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais -qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi -romantici; ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè -l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai -procedimenti loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che -Prospero Duvergier scriveva contro il jargon _mystique et vaporeux_, e -Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura, -se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di credere -che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti di -ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i romantici -da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune -somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi -poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze -essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna, cogli -eufuisti d'Inghilterra, coi _preziosi_ di Francia e con quelli di -Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux, e -ci trovo, fra molt'altre, queste metafore: _péché-qui-tête_, che vuol -dire bambino nato d'illegittimi amori; _cimitière qui a des ailes_, che -vuol dire uno stormo di corvi; _psalmodier l'alexandrin de bronze_, -che vuol dire sonar le campane; _sage-femme de la lumière_, che vuol -dire il gallo; _quenouille vivante_, che vuol dire non so bene se il -montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar di -meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso -suo libro: _Agudeza y Arte de ingenio_, o quel buon uomo del Tesauro, -quando andava speculando le antiche e le nuove lettere col _Canocchiale -aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione che -serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica_? E veduta la -qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno -l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in -cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima -comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò nondimeno, -originalissimi? - -La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata; ma -la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria -quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando abbia -il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino a questo -giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma la opinione -ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore se ne -avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano volentieri -a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare agli -uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli altari, e un -po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza o tardità -che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il Maeterlick, paragonato -da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non s'impermalisca del paragone. -Ancora si vantano di non formare una scuola; e credono che ciò provi la -potenza e l'autonomia degl'ingegni loro; e non s'avveggono che scuola, -nel vero senso della parola, non può formarsi dove non sieno esempii -che comandino la imitazione o principii chiari e sicuri in cui possano -consentire gli spiriti. - -I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare alla -_rinascenza dell'anima_, approfondendo i sentimenti, slargandoli, -accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente -che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero -impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia -insociale, sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero -a giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano -consorzio, e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il -comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere -sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e le -comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti, -e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile, -si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi -sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono -individualisti nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo -che, per usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a -magnificarlo Ola Hansson, _gonfia a sè stesso incommensurabilmente il -proprio mondo e la propria misura_: l'individualismo del Nietzsche, il -quale non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche. - -Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della -poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da -molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La -considerazione puramente storica dei fatti umani, e il criterio così -detto storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e -comincia un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva -e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non -esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito -dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità -di cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha: -il desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente -e severo dei fatti. - - -VI. - -Se riandiamo nel pensiero le cose dette, il simbolismo ci parrà, -credo, cosa di piccol pregio, quanto al presente, e di scarsa promessa -quanto all'avvenire. Esso non mostra nessuna delle qualità che -contraddistinguono in arte i rivolgimenti grandi, duraturi e veramente -fecondi. Di quante dottrine letterarie apparvero al mondo nessuna forse -fu più povera d'idee, più inconsistente, più incerta. I simbolisti si -propongono alcuni fini lodevoli, ma non li raggiungono, o perchè non -riescono a scorgerli chiaramente, o perchè errano circa ai mezzi che -si dovrebbero adoperare a raggiungerli. Vorrebbero restaurato il regno -della bellezza; ma si contentano di dire che la bellezza deve anteporsi -alla verità, e non si curano di sapere che sia l'una e che l'altra, -e se veramente contrastino insieme, e in qual modo e perchè. La loro -estetica è la più elementare che possa immaginarsi, e il loro idealismo -il più povero e scolorito di quanti mai se ne videro. Vorrebbero -restituire alla poesia l'antico lustro e l'antico primato, e la poesia -nelle loro mani si attenua e si estenua, si riduce dalle piene armonie -di una orchestra al poco e nudo suono di un flauto, diventa una specie -d'arte occulta, ieratica o sonnambulica, nota solo a pochi iniziati -e praticata in secreto. Vorrebbero ripristinare il concetto stesso -dell'arte offeso e menomato dal naturalismo che, consapevole o non, -ebbe l'arte in avversione, e tentò porla in discredito, come quella che -vuol essere un'azione dell'uomo sopra le cose, e una traduzione della -natura secondo lo spirito; ma non riescono se non ad instaurare un -artifizio nuovo, peggiore, sembra, di quanti mai ne furono nel passato. -Riescono a immaginare alcune (chiamiamole anche noi così) notazioni -nuove di sentimenti reconditi o strani; a suscitare talvolta negli -animi altrui una inquietudine d'impressioni indeterminate e fugaci; -a dare, di rado, della natura un senso più acuto, più doloroso, più -intimo che forse non siasi fatto sin qui; ma a fronte di questi scarsi -ed incerti guadagni, quante e quanto grandi perdite! - -E già forse il moto simbolistico accenna a stremarsi, e fermarsi. Fuori -di Francia esso non si allargò molto; e se in Italia bastò a suscitare -qualcuno di quei giornaletti che nascono e muojono tutti gli anni a -dozzine; a variare un altro po' il gusto delle copertine molticolori; a -spremere da magre fantasie alcuni titoli di laboriosa invenzione; a far -nascere una piccola messe di versi giovanili che, in un paese dove così -pochi versi si leggono, non sono letti a dirittura da nessuno[526]; e -a far sì che qualche dabben credenzone accozzasse parole senza senso, -o ritentasse l'alchimia del colore delle vocali; bastò a tanto, ma -non a più, e non fece altro bene nè altro male[527]. E già in Francia -stessa nuove tendenze sorgono contrarie all'arte dei simbolisti; ed -Emanuele Signoret, nella rassegna _La Plume_, parla di una novissima -e baldanzosa generazione di poeti, i quali mettono tutti in un fascio -i miti, le tradizioni ed i simboli, e buttano ogni cosa nelle gemonie -della repubblica letteraria. - -Tutto considerato e tutto sommato, si può, credo, concludere che il -simbolismo non durerà più di quanto sia durato il decadentismo, dal -quale uscì, o il romanismo, con cui è imparentato. Manca ad esso la -interna forza che sollevò, impose, diffuse il romanticismo prima, il -realismo poi. Esso dileguerà lasciando appena un residuo, simile a -liquidi volatili, che svaporando lasciano appena in fondo al vaso, che -li contenne, un po' di sostanza colorata; e il merito suo maggiore sarà -stato, come giustamente nota il Brunetière, quello di essersi ribellato -alla tirannide naturalistica[528]; e l'opera sua andrà a beneficio di -qualche nuova tendenza più sensata, più vigorosa e meglio equilibrata. - - -VII. - -Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi -esteti, non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o -simbolisti. Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono? - -Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del genere -umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra sia la -contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per quanto è -possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita estetica, -una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il -sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza -e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del -bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino a -lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a questo -non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della triade ne -tengono un solo, il bello. - - Rien n'est beau que le vrai, - -lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola e -disse: - - Rien n'est vrai que le beau; - -e il Verlaine soggiunge: - - Le rare est le bon; - -finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a -proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: _Qu'importe, -si le geste est beau?_ Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto -più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, è -il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova -religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade -ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine[529], assoggettando -ad essa religione la politica, l'economia, la questione sociale. - -Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che non -sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente -svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino ad un -certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella realtà in -modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. Perchè, chi -avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, sempre sino -ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del disonesto, -che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; e il simile -si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta idea e -perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero. - -Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, a -paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea -perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende -solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non -riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine; -e perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli -uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre. -E ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non -parlare se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di -eleganza dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro -Rinascimento; e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini -riprovevolissimi, com'è di Benvenuto Cellini. - -Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son due -meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza -pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè l'uno -nè l'altro. - -Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda -d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano: -quella che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto -di sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si -dà bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento -il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non -s'infiltri, per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel -generalissimo sentimento che noi diciamo della propria conservazione, -e che si specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di -avversioni, di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova -psicologia e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando -alla psicologia, tendano risolutamente a negarlo. - -Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica -dell'estetica tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in -noi dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono, -ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e -simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto più -dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva vedere -come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, il -quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente -geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità delle -linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento -di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti, -e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura di quei -moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano un senso -vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici si sale alle -composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede che ogni -qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, in questa -emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile della vita, -della conservazione e di un benessere o malessere nostro[530]. Ma si -può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento istintivo della -vita, anche un concetto della vita, e un riflesso più o meno largo -della coscienza morale. Una fiamma viva che guizzi libera e splendente -nell'aria, desta di solito in noi un estetico compiacimento. E perchè? -Forse solo per quello splendore che affascina l'occhio? Questo è -senza dubbio un fattore di quel compiacimento; ma ce ne sono più -altri, e tanti più, quanto più l'anima del riguardante è essa stessa -più viva, e, mi si lasci dire così, più flammea. C'è quella nobiltà -pronta e continua che ci par segno di libera e incoercibile vita; c'è -quel tendere in alto ch'è come un simbolo di elevatezza morale; c'è -una immagine di purezza o di purgazione, congiunta a una immagine di -potenza. Nella fiamma noi sentiamo in certo modo noi stessi, con molta -parte degli affetti, dei ricordi e degl'ideali nostri. Che se, nel -punto in cui la guardiamo, ci si affacciasse alla mente il ricordo -di un incendio, e dei danni o dei terrori ond'esso ci fu cagione, -in quel punto il compiacimento estetico o cesserebbe o scemerebbe di -molto. In una parola, il bello e l'utile non possono essere separati in -tutto[531]. - -Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per -quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo -spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni -altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe -tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse -ragione, purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto -lontano, avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo -della evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da -ogni altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra -banda, è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi -e variandosi senza fine gli elementi e i moti della vita interiore, -la psiche divenga sempre più _suggestionabile_, e più _suggestivo_ -l'oggetto delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle -associazioni più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in -determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con esso; -così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea ne -suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono -insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non essere; -ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam già tali -che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga in -noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per -quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo -con tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee, -d'immagini, di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione -riesce infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime -che si aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o -da più oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che -diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una -collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto -che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o almeno -si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto -l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più -irriducibile a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja -più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo -alle tarde. - -Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque la -legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri -dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con gli -altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se non -così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono -a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così -posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior virtù -di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta parte, -confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per gl'individui -componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità -primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano, tanto -più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman l'un -l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce e la distingue -dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa e vede i colori; -ma, in certe determinate condizioni, non può veder l'uno senza vedere -immediatamente il suo complementare. Rechiamo un esempio. In origine -il sentimento religioso, formato di paura, di desiderio, di speranza, -e, in qualche misura, da prima assai scarsa, di amore, è un sentimento -promiscuo, il quale si lega e si confonde in mille guise cogl'interessi -e le passioni della vita pratica, sia individuale, sia sociale. Il -credente invoca il suo dio in tutte le proprie occorrenze, in tutti gli -atti proprii, così buoni come cattivi, e, non esaudito, lo vitupera, o -gli ricusa l'offerta. La religione è religione di Stato[532]. A poco a -poco il sentimento religioso si disviluppa, si determina, si chiarisce, -e diventa il puro, o quasi puro sentimento del divino, il quale, -essendo molto più semplice dell'antico, è, nondimeno, atto ad impegnare -tutta intera l'anima del credente, e a muoverne tutta la vita, così -l'interna come la esterna. Il medesimo deve avvenire del sentimento -estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti hanno torto quando, ora come -ora, parlano di bellezza pura, di pura emozione estetica, di puro -giudizio estetico: nè la prima si conosce, nè la seconda si dà, nè il -terzo è possibile. E Giovanni Herder era insomma nel vero quando diceva -belle essere solamente quelle cose che esprimono in qualche modo l'idea -della felicità. - -Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il -supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono -l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe -diventare, non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei -supremi interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni, -da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati; il -che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero -di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se non per -altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto in tanto -lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare più lontano -e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio e la -preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre la parte dello -spirito più torbida e vile ha virtù educativa a nessun'altra seconda. -È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte; ma non è bene che -se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro che dal gusto o -dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati, disprezzano -ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri uomini non hanno -nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali, danno a conoscere, -malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza, una singolare -angustia di mente, e di non intendere nemmeno che ciò che essi -disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla esistenza di ciò -che adorano. - -Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto -dell'assoluta indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e -tanto abusata formola: _l'arte per l'arte_. Ora, questa formola, intesa -in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol -dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale, -non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa -vera a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte -quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco a -poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna -a volere, in avvenire, districarsene sempre più, _per quanto l'unità -della psiche e della vita gliel potranno concedere_. La funzione -artistica diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e -lo Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di -evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della -scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi -della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per quella -formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla a -spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni -umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere -gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro non -sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato -di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli animi un -semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo proposto, più -o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di produr negli animi -anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai grandi esempii, non ci -parrà che essi dieno troppa ragione agli esteti. Che diremo di alcuni -dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori, dell'_Iliade_ pare abbiano -inteso, innanzi tutto, di glorificare il loro popolo. Virgilio volle, -sì, nell'_Eneide_, far opera d'arte, ma volle, anche più, celebrar -la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto. E Dante? che avrebbe -risposto Dante a chi gli avesse detto che la Commedia non è se non -un'opera d'arte? E lo stesso Orazio, il molle e frivolo Orazio, non -ha egli una filosofia, e non si studia d'inculcarla a chi l'ascolta? -Le statue greche sono forse pure opere d'arte per noi, ma non furono -nel tempo in cui offrivano agli occhi bramosi degli uomini le immagini -sacre dei numi e degli eroi. E qui una osservazione non sarà fuor di -proposito. Si può dire che le opere d'arte tanto più assumono carattere -di pure opere d'arte quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono -cancellate, o dimenticate, le attinenze loro coi bisogni e con le -operazioni della vita pratica, ed è, per questo rispetto, attenuata la -significazione loro. - -La scienza può _disinteressarsi_ da tutte l'altre cose umane assai più -che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu detto -del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi -sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre più, da -tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni -dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto l'uomo e -tutta la vita. - -Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organi -indipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti: -anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona, -tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle -singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge -l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi e -funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove, quella -qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune, ch'è la -integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio e fomite di -turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni dell'organismo -sociale debbono essere tutte coordinate fra loro, e tutte subordinate -ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè ciò fa che sieno -meno legittime e meno opportune, nei singoli casi, quelle disarmonie e -quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre sembrano contrastare al -fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano il conseguimento. - -L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca -solitario in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può -ignorare la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli -esteti le vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace, -e come le piace, non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere -conferito; giacchè se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello -spirito, non è però, nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi -con l'altre; e quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a -tutte, ma nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o -schifano la scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito; -ma, nulladimeno, è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine -e quel nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa, e -se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia rapire -dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende sè stessa -e cade nella impotenza e nel ridicolo. - -La formola _l'arte per l'arte_ ha dunque una parte di vero e una parte -di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa: _l'arte -per l'uomo_. - -Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato -della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo; -un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della -purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a furia -di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar la vita -in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosa memoria. -Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio contemplar -la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite ond'è -pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio, e -fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro di umanità, -d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes del romanzo -dell'Huysmans. - - -VIII. - -E ora veniamo alla conclusione. - -La reazione letteraria presente, parte di reazione più generale e -più vasta, è, come tutte le azioni e reazioni della storia, utile -per un verso, dannosa per un altro. Essa ha prodotto sin qui, sarebbe -ingiusto il negarlo, più di un buon effetto. Son pochi anni, Emilio -Zola scriveva: «J'ai montré que la force d'impulsion du siècle -était le naturalisme. Aujourd'hui, cette force s'accentue de plus -en plus, se précipite et tout doit lui obéir». «Il est bien évident, -en effet, que l'évolution naturaliste va s'élargir de plus en plus, -car elle est l'intelligence même du siècle»[533]. La reazione ha -sfatate queste speranze di vittorioso e indefinito progresso[534]. -Il naturalismo pretese di annichilare la persona dell'artista nella -immensità della vita e della natura; la reazione asserì che in arte -l'anima dell'artista deve contare, non pur qualche cosa, ma assai, e -inclinò, passando il termine del giusto, a considerar l'opera d'arte -solo come un segno rivelatore, o un simbolo, dello spirito che la -crea. La reazione s'adoperò inoltre a restaurare il senso e il culto -della bellezza e dell'arte, e a distogliere lo spirito da quella pura -contemplazione storica delle cose umane che potrebbe, a lungo andare, -stupefarne la spontaneità e la energia. - -Ma la reazione ha prodotto pure, e l'abbiam veduto, più di un effetto -cattivo. Essa ha segregato l'arte dalla realtà e dalla vita, le ha -scemato moto e vigore, l'ha rituffata in un nuovo bizantinismo, e -l'ha distolta dal più vero suo fine, ch'è di far vivere all'uomo, in -ispirito, quella più alta, piena ed intensa vita che la realtà da sè -sola non può consentirgli. Disse lo Shelley che officio della poesia -è ricrear l'universo. Ancora la reazione volle negar la ragione e -la scienza; e se l'arte non è un puro esercizio di ragione, come fu -creduto un tempo; e se non è quel medesimo che la scienza, come testè -si volle far credere, è tuttavia tale che senza l'appoggio e dell'una e -dell'altra non si può reggere. - -Accennati questi errori suoi e ricordato quanto scarsa ed incerta -sia la dottrina con cui s'industriò di fare che paressero verità, si -vede subito dove stia la debolezza della reazione presente, e quali -probabilità essa si abbia di duraturo successo. Due forze veramente -vive e poderose operano ora nel mondo, lo agitano e lo trasformano: la -scienza e l'idea sociale. La scienza di cui ingenui avversarii e pii -detrattori annunziano il discredito, la bancarotta, la fine, comincia -appena, si può dire, l'opera sua moltiforme, e risponde alle accuse -e agli scherni disciplinando, beneficando, creando. La idea sociale -trascina irresistibilmente a un nuovo assetto le società civili, a un -nuovo uso delle umane energie, a una vita nuova. Non faccio pronostici -nè congetture circa l'avvenire di quella poesia che s'inspira dell'idea -sociale, la riscalda col sentimento, la propugna e la diffonde. -Essa è oramai copiosa; ma, bisogna pur confessarlo, di scarso valore -artistico[535]. Può darsi ch'essa duri quanto il bisogno che l'ha fatta -nascere, e cessi col cessare del turbamento che esprime. Comunque -sia, se un'arte ha da vivere nel futuro, non quella certo vivrà che -contrasta alle forze massime del mondo moderno, ma quella che saprà -armonizzarsi con esse; non quella che si apparta nel sogno, ma quella -che si mescolerà con la vita; non quella che rimpiange il passato, ma -quella che anticipa l'avvenire. La reazion presente, malgrado suo, non -avrà fatto se non ispianare a quell'arte nuova la via. - - - - -LETTERATURA DELL'AVVENIRE[536] - - -I. - -I pontefici del realismo sentenziarono: Fuori del nostro canone e della -nostra Chiesa non v'è salute per l'arte: la letteratura dell'avvenire, -se vorrà vivere, dovrà farsi realista. Il domma, bandito con -impareggiabile sicuranza, con provocante scalpore, e con quell'enfasi -di linguaggio che sembra volere caparrar la vittoria, s'impose a molti, -i quali s'immaginarono essere finalmente entrati in possessione del -verbo sacro e indefettibile; ma è, come gli altri dommi tutti, soggetto -all'esame e aperto alla critica. - -Il realismo di questi ultimi tempi arrecò, senza dubbio, più di un -beneficio all'arte in genere e alla letteratura in ispecie, e ha gran -torto chi lo nega: l'error suo, spiacente e non perdonabile, fu di -volersi accampare, in modo troppo risoluto e troppo impetuoso, come -dottrina, armandosi di una intolleranza eccessiva ed astiosa, quale -forse non ostentò in egual grado nessuna dottrina passata; vantando -una saldezza di fondamenti scientifici, affettando un rigor logico -di argomentazione, i quali son cosa assai più di apparenza che di -sostanza. Già da molti furono denunciate, insieme con gli eccessi suoi, -l'intime e distruttive sue contraddizioni, la inconsistenza di quella -che si può chiamare la sua filosofia: prendendo occasione da alcune -delle affermazioni più recise e più categoriche de' suoi campioni, -io vorrei discutere brevemente, e senza troppo arruffio di ragioni, -in queste pagine, i seguenti quesiti: Qual'è la relazione che la -letteratura può avere con la scienza? Che sicurezza, o probabilità, c'è -che venga a mancare la letteratura detta d'immaginazione? Qual sorte -è, presumibilmente, serbata all'idealismo in arte? Quale si può credere -che abbia ad essere, in genere, la letteratura dell'avvenire? - -Tali quesiti io intendo discutere, non con criterii derivati, come -troppo comunemente suol farsi, dal preconcetto, o dal sentimento: ma -con criterii di quella luminosa e trionfal dottrina della evoluzione, -ch'è la sintesi scientifica e filosofica più compiuta e più alta a -cui abbia poggiato insino ad ora lo spirito umano. Se non altro, -gli avversarii non potranno rimproverarmi di andare a raccattar -gli argomenti in dottrine troppo viete, o non larghe abbastanza. -Discorrendo, io mi volgerò, quando all'arte in generale, quando alla -letteratura in particolare, secondo dal bisogno o dall'opportunità mi -sarà consigliato, e com'anche richiede quell'indissolubile nodo che -stringe tutte insieme le arti; ma s'abbia presente che la letteratura, -e le varie sue forme, saranno sempre, espresso o sottinteso, il tema -mio principale. - - -II. - -E comincio con una negazione. - -Io nego che il realismo in arte sia, _essenzialmente_, come troppo -volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario -del crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così -fosse, il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra, -in tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà, -e contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe -letteratura realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai -cruda, il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel -medio evo non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così -l'affermazione che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo -appunto al soverchiar della scienza, è una affermazione illegittima, -non provata e non probabile. Io non dico già che la scienza non -abbia potuto cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo -contemporaneo, e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più -lo distinguono da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del -suo nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni, -parecchie delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza -dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a -dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una -particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma -di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica, -rintracciare, fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per -un letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son -nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe volte -poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se non la -incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare, la quale -incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza. Quell'arte -che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari, di -descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli elementi -derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata, cercando -in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo da ogni -generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza della sua -produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e sazio ogni -più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza, la quale, -come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione sua, si -costituisce astraendo, e generalizzando si compie. - -Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che la -pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di -legare insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la -letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa, -è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad ogni -giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia. Dei -due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza, -i realisti vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo -una sola persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere -più facilmente lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono -la poesia ed i poeti. _Nous autres hommes de science_, dice, senza -ridere, Emilio Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina; -e si sa che per lui e per loro, la letteratura è un'indagine, _une -enquête_, la quale vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini -scientifiche, osservando, comparando, sperimentando, e deve proporsi il -medesimo scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero. -Non ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso _documento -umano_: la stupefacente denominazione di _romanzo sperimentale_, -data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa -sorridere chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza -lo sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la -misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima parte -di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera, per i -procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si differenzia -gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo -pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione stessa, -e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è provato, cioè, che -con le formole non si fanno le letterature, e non si fa nessun'arte. - -Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che fa la -scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per sè stessa, -a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno può essa avere -dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi pensate di poterla -ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e de' proprii suoi -metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi e di lavoro, perchè -quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel modo più risentito, -a quella legge della specificazione delle funzioni e della divisione -del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in pari tempo, uno dei -massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo a tal legge, vassi -egli innanzi davvero, come pare che i realisti credano, o non piuttosto -si torna addietro? In origine scienza, poesia, religione, politica, -sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito e nella vita. A -poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro di distribuzione, -che associa gli elementi omogenei e dissocia gli eterogenei, esse si -distinguono e si sceverano, e acquistano, per modo di dire, la nozione, -così dei termini entro cui s'hanno a contenere, come delle vie per -cui si possono muovere, e delle forme concedute al loro crescere. Gli -uffici si separano, e dal patriarca primitivo, che tutti in sè gli -accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi atti di generazione, -il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato. A lungo andare la -scienza si specifica, e la letteratura si specifica: quella rinunzia -agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento; questa rinunzia -al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente è, il moto normale -delle cose, con qual mai ragione si arroga il realismo di contrariarlo, -e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi, se così posso esprimermi, -nella scienza, mentre la scienza vuole, e più sempre vorrà, serbare -intero il suo essere e disimpacciati i suoi moti? Immagino bene la -risposta: la letteratura, mi si dirà, deve congiungersi con la scienza, -e magari perdersi in lei, perchè la scienza è il vero, e tutto deve -ridursi al vero. Ma perchè deve tutto ridursi al vero? Sopra il vero, -ch'è una semplice relazione tra l'oggetto e il soggetto, c'è appunto -l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita, c'è l'essere, ch'è quanto -dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento, ch'è sì gran parte di -noi, non possiamo già spogliarci come di un abito logoro. La conoscenza -del vero è uno dei bisogni dell'umana natura; ma non è l'unico, ma non -è nemmeno il massimo: il massimo è il bisogno della felicità. Anzi può -dirsi che sia questo il suo solo bisogno, perchè comprende dentro di -sè tutti gli altri. Chi dunque afferma che la letteratura dev'essere -ridotta alla scienza, cioè al vero, disconosce la umana natura qual'è, -e quale tuttavia sarà, per quanto si muti, in un avvenire ancor molto -lontano da noi; e pretende di condurre la letteratura al vero, al solo -vero, in virtù di un principio falso. Il verismo, tanto orgoglioso del -proprio nome, ha per radice un sofisma. - -La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi -della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve -dissimularsi interamente dietro le cose che narra o descrive, non -attraversarsi a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi -quanto più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in -sè le immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà -gli è possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la -voce o l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi -trascrittore. Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più -faticherà il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno -spirito che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e -urgentissimo studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare -e cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di -disindividuarsi. Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire -a questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a -disfare sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita, -l'ingegno e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era -nato. - -Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione -necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in -piena contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione -del soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato -dalla dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo -spirito, non ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i -proprii confini, non si scevera se non con fatica e parzialmente -dell'oggetto, cioè dal mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo -primitivo la contrapposizione de' due termini, soggetto ed oggetto, è -incerta e intermittente, e però egli trascorre del continuo con l'animo -nelle cose, e immagina il mondo simile a sè. Non altra è la ragione -dell'antropomorfismo, nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco -a poco, in virtù di un processo che qui non accade di descrivere, il -soggetto si scevera dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini -si fa più costante e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza -quello sceveramento non è possibile; e nata cresce, mentre il processo -continua. Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto, -come già questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di -voler conoscere uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che -alla cognizione dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di -scienze, le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive. -E se il soggetto non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella -letteratura, e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da -esplicare e da esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di -esprimersi, ed è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere -quella nozion di sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è -venuto acquistando? Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a -ogni modo che s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo -anche la nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia -combattete. Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a -quelle leggi della evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe -lasciare alla scienza lo _studio puramente oggettivo_ delle cose; alla -letteratura, e all'arte in genere, la manifestazione dello spirito e la -libera riproduzione delle cose nello spirito; inteso il tutto con la -debita discrezione, senza innaturale rigor di termini, senza angustia -di preconcetti. - - -III. - -Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a -mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare in -più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella che con -predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico e -i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar -sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione -e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo, -è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata in -virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a poco svigorendo -negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo dominio di quanto -quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto, su cui tutta -l'argomentazione si fonda, non solo non è vero, ma è, adirittura, -contrario al vero. - -In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo -nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente) -si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al -par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi -_Principii di psicologia_[537]. L'uomo inferiore ha, checchè si creda -in contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso -è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto -più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente -coscienza dei bruti. - -La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion -diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito, -della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza -di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in -ragione col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non -c'è quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è -vero, com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso -processo armonico di evoluzione. - -La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni -più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi -esperimenta, concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di -relazioni, di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti, -ma solamente immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia; -e certe ipotesi, come quella del Laplace intorno alla formazione -del sistema solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle -specie, se sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure -miracoli di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa, -una virtuosità nel collegare i concetti più disparati, quali molti -poeti di sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che, -mentre osserva o sperimenta, immagina un certo risultamento delle -osservazioni e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina -uno o più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato -della parola, un uomo di altissima fantasia. - -So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono di -poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato, -confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente, -un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento -è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità, -nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di -meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso, -per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso che nasce -essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, prova una -certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di fantasia. -Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. Il meraviglioso -mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, assai più che -da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine da una virtù -fantastica insufficiente, o per parlare in forma più concreta, da -una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva dello -spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, e sempre più -diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando essa il -moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti e le relazioni -loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, quelle tenaci -associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. Il che non -vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica della finzione. - -Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il venir -meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da errore, -il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I poeti e -i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia dei poeti -dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di leggende -del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle _Mille e una -notte_ passano per miracoli di potenza fantastica, e pure la fantasia -che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella che opera -nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro Dumas padre, -di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo di personaggi -immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo officio, compiere -una quantità di azioni similmente immaginate, e il tutto muoversi con -certo ordine, con certa conseguenza, e piegare a certi fini contemplati -ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, per via di relazioni -immaginarie, con personaggi, con fatti, con azioni reali, e tutto ciò -senza che il romanziere ricorra, per isciogliere il nodo dell'azione, -all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. La forza di fantasia, -reminiscitiva e costruttiva, che si richiede a così fatto lavoro è, a -dirittura, portentosa, e ve n'ha più in un solo di quei romanzi che non -in tutta, quanta è, la letteratura novelliera dell'Oriente. - -Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che ha -raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, se -tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non esclude -già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole -e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente a nessuna -esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo allora non -soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento -che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso ch'egli -ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso -così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa -e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è -doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati nella -libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica -sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi -stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma vivi -della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo. - -Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso -allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi -disinteressato da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato -ogni vincolo suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose -immaginazioni onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo -destano negli animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano -destare negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori -angosciosi. L'episodio di Francesca da Rimini, nell'_Inferno_ di Dante, -è certo assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e -ciò non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè -gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini -di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne -serenamente la sovrana bellezza. - -Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e si -afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito, -e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento -delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire -a comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare -gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini -privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione, -o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della -mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di lor -natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo il -dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i sensi, -gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario -cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò ch'esso è -veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà mai, così lieto, -che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi talvolta, almeno con -la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo di libertà che loro -rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia delle universe -leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto nella fantasia, parmi -assai dubbio, e molto improbabile, che se ne vogliano, per amor del -realismo, spogliare. - -Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire vie -più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà nell'arte? -E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini e il -modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in quest'altra? -Non v'è realista così intollerante e caparbio che non ammetta il libero -esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato essa fa il piacer -suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma in altre arti -non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono essere, -dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura, -morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se io ho un -fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza che mi sia -lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, nel marmo, -nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, in una -melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, in una statua, -in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti è cotesta? -E parlando della letteratura in più particolar modo, perchè dovrà -vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure è l'organo di -ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai di quanto -possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione loro -che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, sempre e in -tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione -che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto, -a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che ci -fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo men -legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana natura. - - -IV. - -E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo -nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano -che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, nè la -storia, nè un'ipotesi probabile. - -Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale, -perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso immaginarmi -e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una cosa, e più poi -quando esprimo quel mio pensiero con parole, io necessariamente -idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i quali sono o poco o -molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. Non v'è realista, -per quanto convinto delle sue dottrine egli sia, e per quanto maestro -nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; e s'egli crede pur -di potere, e se ne vanta, non fa se non mostrare l'ingenuità propria, e -quel difetto di perspicacità e di penetrazione filosofica ch'è difetto -di tutta la scuola. Il salto fuor di sè stesso nella realtà assoluta -è un sogno. A persuadersene basta, del resto, aprire qualsivoglia -romanzo di qualsivoglia grande realista moderno: per esempio, dello -Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in azione, le cose che descrive, -i fatti che narra, sono tutti idealizzati, in un certo senso e in una -certa misura; sono assoggettati, in altri termini, a varii e complicati -processi di semplificazione, di condensazione, di avvaloramento, dei -quali l'autore può non essere consapevole, ma che son pur quelli in -virtù di cui i personaggi rappresentati, le cose descritte, i fatti -narrati, producono e lasciano negli animi nostri più forte e duratura -impressione che non farebbero i veri e reali. Quand'egli descrive un -tramonto di sole, descrive, non già il semplice fenomeno fisico, ma -bensì l'impressione che quel fenomeno farebbe in uno o più spettatori -possibili, e lo descrive con parole che di necessità traggono dietro -una lunga sequela di elementi ideali. E la tendenza all'idealizzare -dev'essere ben imperiosa in noi, se può tor la mano agli stessi -realisti più ostinati e valenti, e trascinarli ad eccessi cui forse non -giungerebbero gl'idealisti più audaci. Chi abbia letto _Le ventre de -Paris_ del medesimo Zola ricorda quella famosa _sinfonia de' formaggi_ -divenuta oramai proverbiale, dove c'è più idealismo (sia pure di -cattiva lega) che non in un racconto di fate; e chi abbia letto _La -bête humaine_ sa che cosa diventi una vaporiera tra le mani del gran -maestro del realismo contemporanei. In molti degli eccessi suoi più -noti e più notabili il realismo non è se non un idealismo capovolto. - -Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza? -sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza -continuamente, e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza -quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto -se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per -la specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi -dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione, -immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali -e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione dei pianeti -intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza tener conto -degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, assai più -idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui animo -non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, ma solo -ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo empia di sè, -lo guidi, lo faccia vivere e muovere. - -La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la -tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo; -anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone -un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza, -scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il -corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la -conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente -che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente, -ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e di -giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso -i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge -al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come -la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo. -Si crede da' più che nelle letterature antiche _in genere_ sia più -idealità che nelle letterature moderne _in genere_; ma tale credenza -è un errore. Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno -principalmente non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù -idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi -la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non -riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità. -Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi -all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è -veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, non -da ignoranza, ma da scienza. - -La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita -tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette -e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte, -nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se -l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa -direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare, -senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E -ciò che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi -dell'umanità tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur -consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale -ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in -virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi. - -Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto da -potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, perchè -dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura -ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il passo, -e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente, -governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano a ritroso -della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di proposito -deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne oggetto -di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni -più brutali, tutti i _residui atavistici_ dell'umanità, tutto ciò che -l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà la -letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di -veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e -s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a -un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti -indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può condurli -a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più sensitiva -diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; e non -si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare -a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e più -oscuri conforti. - - -V. - -E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare -circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? La -predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le loro -dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità d'arte, -a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, non -mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; e già nel -presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano che il moto suo -d'espansione sta per esser frenato, che altre tendenze il contrastano. -A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il recentissimo simbolismo -francese. Il realismo potrà essere una delle forme dell'arte nuova; ma, -certamente, non sarà tutta l'arte. - -Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura -più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta -dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente -tirannia delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il -pretesto di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia -di monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere, -e il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento -che ne deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve -oltrepassare i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua; -e mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare -l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da -lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti -e postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar -da sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei, -indipendentemente da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa -critica, e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa -e perplessa, ne dissecca le fonti. - -Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano -quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire -una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione -mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una ragion che -non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e nocciono, quando -divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato dominio. -La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce per giunta l'umana -natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra e regnar sola, nel -presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, una unica formola -d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo intero (come vediamo -essere avvenuto un tempo, e in certa misura, nell'antico Egitto), tale -possibilità viene ben presto a mancare col procedere e col variarsi -della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta ad un canone solo (come -per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe prima la uniformità -degli spiriti, ridotti a un unico tipo. Ora, tale uniformità, che non -si riscontra intera mai, nemmeno tra quelle razze infime dell'umanità -le quali men si discostano dalla condizione dei bruti, lascia il luogo, -tra le razze più nobili e culte, a una disformità pressochè infinita, -la quale va aumentando e facendosi sempre più distinta, come più la -civiltà s'innalza e si complica. Ci troviam qui di fronte a un'altra -delle massime leggi della evoluzione, ch'è il passaggio graduato e -irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; e se questa è legge che -governa, non pure la natura umana, ma tutta l'universalità delle -cose, come sarà mai possibile che l'arte le contraddica, riducendosi -essa sola all'omogeneo? E come potrà, ad esempio, effettuarsi quella -fantasia dei realisti, i quali vorrebbero che tutti i generi letterarii -fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati dal romanzo, se -il processo naturale e storico è, anche in letteratura, appunto il -contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva separazione e di -continuato differenziamento? Anche in questo caso, come in più altri -notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso della evoluzione, cosa -che non fa troppo onore a chi mena tanto vampo di scienza. - -Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e -somiglianze per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a -formare come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e -condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri -psichici, legate in una specie di psichica comunanza, non certo -intera ed assoluta, ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un -suo special modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo -concetto e bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre -famiglie, sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano -anche per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle -tutte. Le grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte -hanno origine dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere -l'uniformità dell'arte mentre aumenta la disformità degli spiriti, -è cosa non meno vana che assurda. Si è questa crescente disformità -per lo appunto che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando -di ciò s'avrà chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la -critica partigiana, dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più -se non famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio -d'egemonia; e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità -nuova d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e -questo non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello. - -La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà -tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza -dannose limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come -più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario che -la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi -e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale -divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di -letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto -concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel -tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti -in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere -se non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò -che la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò -solo che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte; -e s'intenderà che un compito massimo dell'arte possa esser quello -di significare appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito -universalmente, ma segregato e recondito e non comunicabile in altro -modo. - -La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare -tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in vario -modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare tutta -la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è forse della -vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter prendere la sua -materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente e nel passato, -nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere personale e -impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo non potrà essa -sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale non mancherà -chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse, non mancheranno -spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè la vita è fatta -di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura più comprensiva -e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle entrambe -congiuntamente. - - - FINE. - - - - -INDICE - - - Rileggendo le Ultime Lettere di Jacopo Ortis _Pag._ 3 - Il Romanticismo del Manzoni » 25 - Perchè si ravvede l'Innominato? » 87 - Don Abbondio » 107 - Estetica e Arte di Giacomo Leopardi: - CAP. I. Della psiche di Giacomo Leopardi » 125 - CAP. II. Estetica generale del Leopardi » 146 - CAP. III. Il Leopardi e la musica » 176 - CAP. IV. Il sentimento della natura nel Leopardi » 189 - CAP. V. Estetica della morte » 219 - CAP. VI. Classicismo e Romanticismo del Leopardi » 236 - CAP. VII. L'arte del Leopardi » 263 - Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti » 303 - Letteratura dell'avvenire » 349 - - - - -DELLO STESSO AUTORE - - - =Poesie e novelle=, 1 vol. in-8º, di pag. 859. L. 3 — - - =Studi drammatici=, 1 vol. in-8º, di pag. 327. L. 4 — - - =Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo=, ristampa - in-8º gr. di pag. XVI-808. L. 15 — - - =Attraverso il Cinquecento=, 1 vol. in-8º, di pag. IV-391. L. - 8 — - - =Miti, leggende e superstizioni del medio evo=, 2 vol. in-8º, di - pag. XXIII-310, 398. L. 5 — ciascuno. - - =Anglomania=, 1 vol. in-8º, di pag. XXXIV-431. L. 12 — - - =Medusa=, 3ª edizione, adorna di 100 disegni di C. Chessa, 1 vol. - in-8º, di pag. VIII-292, L. 10 —; legato elegantemente L. 12 —; - legato in pergamena e oro L. 15 — - - =Le Danaidi=, 2ª edizione, 1 vol. in-8º gr., di pag. VIII-183. L. - 5 — - - =Poesie (1893-1906)= in-12º di pag. IV-487 con ritratto e - fac-simile L. 10 —; legato L. 12 — - - =Prometeo nelle poesie= (_è in preparazione la ristampa_). - - - - -NOTE: - - -[1] Questo breve saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova -Antologia_, serie III, vol. LVII (1895). Riappare qui accresciuto di -alcune brevi note e con qualche leggiero ritocco. - -[2] Per quanto concerne le relazioni delle _Ultime Lettere_ col -_Werther_, e con taluna delle troppe imitazioni di questo, rimando -il lettore ai noti scritti dello ZSCHECH: _Ugo Foscolo und sein -Roman «die letzten Briefe des Jacopo Ortis»_ (pubblicato nei -_Preussische Jahrbücher_ del 1879 e 1880, e, tradotto, nella _Nuova -Rivista internazionale_, febbrajo e settembre 1880); Ugo _Foscolos -Ortis und Goethes Werther_ (nella _Zeitschrift für vergleichende -Litteraturgeschichte und Renaissance-Litteratur_ del 1890); _Ugo -Foscolos Brief an Goethe, Mailand, den 15 Januar 1802_ (nel _Bericht -der Realschule am Eilbeckerwege zu Hamburg_ 1894). Per le prime -traduzioni italiane del _Werther_, fatte nel secolo scorso, l'una o -l'altra delle quali non potè rimanere ignota al Foscolo, vedi APPELL, -_Werther und seine Zeit_, 4ª ediz., Oldenburgo, 1896; ov'è da notare -per altro che la prima stampa della traduzione del D. M. S. non è del -1796, ma del 1788. Per la storia delle varie redazioni del romanzo -foscoliano vedi: MARTINETTI, _Dell'origine delle Ultime lettere di -Jacopo Ortis_, Napoli, 1883; DEL CERRO, _Indagini foscoliane_ (nella -_Vita italiana_, fasc. 16 gennajo 1897); CHIARINI, _L'edizione -dell'«Jacopo Ortis»_ del 1798 (nello stesso giornale, fasc. 16 marzo -1897). - -[3] È pur da ricordare a questo proposito che alcuni (a dir vero -pochissimi) critici tedeschi non si peritarono di mettere l'_Ortis_ -sopra il _Werther_; tra gli altri O. L. B. WOLF, nella sua _Allgemeine -Geschichte des Romans_. - -[4] _Nuovi saggi critici_, 2ª ediz., Napoli, 1879, pp. 142, 143, 147. - -[5] Werther non può ammettere che uomo fortemente innamorato pensi ad -altro che all'amor suo; ma gli è un fatto che uomini anche perdutamente -innamorati possono pensare a molte altre cose collegandole in qualche -modo all'amor loro. In quella povera imitazione del romanzo del Goethe -che Carlo Nodier compose da giovane, _Le peintre de Saltzbourg_, il -protagonista, Carlo Munster, si lagna di essere proscritto e fuggitivo, -d'aver perduto la patria e l'amata. L'Everardo del Lanfrey fu detto -dall'autore stesso un Werther della libertà. - -[6] Il Cesarotti scorse il pericolo e giudicò le _Ultime lettere_ libro -immorale. In un breve, ma acuto scritto, intitolalo _Werther, René, -Jacopo Ortis_, CARLO DE RÉMUSAT cercò di mostrare che il romanzo del -Foscolo è meno immorale di quello dello Chateaubriand e di quello del -Goethe (_Critiques et études littéraires_, nuova edizione, Parigi, -1857, vol. II, p. 125). - -[7] Nel 1820 l'autore di un articolo pubblicato nella _Biblioteca -italiana_ poneva in un fascio l'_Ortis_, i _Sepolcri_, la _Ricciarda_. -e scriveva: «Le _Lettere di Jacopo Ortis_, i _Sepolcri_, la nuova -tragedia presenteranno il tuo nome alla posterità entro una luce -funerea». - -[8] Chi crederebbe di dover trovare le lodi della melanconia nel buon -La Fontaine? - - Il n'est rien - Qui ne me soit souverain bien, - Jusqu'aux sombres plaisirs d'un cœur mélancolique. - -Ma dei piaceri e della dignità della melanconia s'era già fatto beffe -da un pezzo il Montaigne. - -[9] Il CANTÙ disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia» -(_Ugo Foscolo_, in _Arch. storico lombardo_, anno III (1876), fasc. 1º, -p. 17), ma andò troppo di là dal vero. Scrisse il PECCHIO (_Vita di Ugo -Foscolo_, 3ª edizione, Lugano, 1841, pp. 259-60): «Invece di procurare -di vincere questo umor melanconico, sembrava ch'ei lo nutrisse, e se -ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso sentenziò: «La malinconia, -dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali, perchè è infermità -inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica in -tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza». - -[10] GIOVITA SCALVINI scrisse a questo proposito (_Scritti ordinati -per cura di_ N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi -movimenti, il suo sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua -testa, calcolatrice degli effetti di tutte queste ciarlatanerie». -Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra abitato da uno di que' -Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo per me è un -mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale fu non poca di -quella _egolatria_ che contraddistinse infiniti romantici. - -[11] Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e -di carattere tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle -che si potrebbero pur notare, sebbene non sieno tanto appariscenti, -tra il Foscolo e lo Sterne. Sia ricordato di passata che il _Viaggio -sentimentale_ fu scrittura assai cara ai romantici. - -[12] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova -Antologia_, Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e -qualche emendazione, esso rimane immutato. - -Con questo medesimo titolo: _Le romantisme de Manzoni_, il signor -Vittorio Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato -in deposito al librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo, -dopo non molto, all'autore, fu certo veduto da pochi, e non è più -in commercio. Nelle 195 pagine di cui si compone il volume sono -molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci si discorre con -una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti nei -libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla -degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul -pensiero e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura, -un discepolo del Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3, -190); e che cada in tale esagerazione, e in alcun altro errore, per non -conoscere abbastanza le origini del romanticismo nostro, del quale per -altro ritrae molto bene l'indole e gli intendimenti. Che io, salvo la -inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato in modo affatto -diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente avvertito -da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con l'altro -i due scritti. Si può anche vedere nei _Preussische Jahrbücher_ del -1874 uno studio di W. LANG, _Alessandro Manzoni und die italienische -Romantik_. - -[13] Perciò assai malamente scrisse il PRINA (_Alessandro Manzoni_, -Milano, 1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento -romantico». - -[14] L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse -poi a dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa. - -[15] Leggo in un opuscolo tedesco (_Die romantische Schule in -Deutschland und in Frankreich, von_ STEPHAN BORN, Heidelberg, 1879, -pag. 5): Il romanticismo francese «è scaturito direttamente dalla -opposizione alla rivoluzione». Errore. Vedi LARROUMET, _Les origines -françaises du romantisme_, in _Études de littérature et d'art_, Parigi, -1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo periodo violento, -la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento normale -del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto del -Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi -FINZI, _Lezioni di storia della letteratura italiana_, vol. IV, parte -I: _Il romanticismo e Alessandro Manzoni_, Torino, 1891; MAZZONI, -_Le origini del romanticismo_, in _Nuova Antologia_, serie III, vol. -XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893; BERTANA, _Un precursore del -romanticismo_, nel _Giornale storico della letteratura italiana_, -volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo -inglese vedi W. LION PHELPS, _The Beginnings of the English romantic -Movement_, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del MENÉNDEZ Y -PELAYO (_Historia de las ideas estéticas en España_, t. V. Madrid, -1891, p. 233) che non fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio. - -[16] _Epistolario di_ ALESSANDRO MANZONI, _raccolto ed annotato da_ -Giovanni Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera -del 17 ottobre 1820 allo stesso Fauriel. - -[17] Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole, -scriveva al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto -alla teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci -stia». E si capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa. - -[18] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo -e capitolo IV. - -[19] Vedi in proposito le giuste osservazioni del TENCA, _Prose e -poesie scelte_, Milano, 1888, vol. I, pp. 331, 335, 350. - -[20] _Lettera intorno al Vocabolario_, in _Opere varie_, Milano, 1870, -pp. 829, 830. Delle _Opere varie_ citerò sempre in seguito questa -stessa edizione. - -[21] Lettera al Laderchi, 23 giugno 1843. _Epistolario_, vol. II, p. -105. - -[22] _Dialogue entre un homme du monde et un poëte. Opere inedite o -rare_, pubblicate da R. Bonghi, Milano, 1883 segg., vol. II, p. 431. - -[23] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. XI. La morte del Bonghi come -fu grave danno per gli studii in genere, così fu grave danno per gli -studii manzoniani in ispecie. Colui che curò la stampa delle _Opere -inedite o rare_ senza poterne vedere il compimento, aveva da lunghi -anni promesso sul Manzoni un libro che per certo sarebbe riuscito -capitale, e di cui sarebbe pur prezioso ogni abbozzo o frammento -ch'egli avesse potuto lasciarne. - -[24] Cel dice egli stesso nel _Dialogo della invenzione. Opere varie_, -p. 539. - -[25] Studio critico che accompagna i _Promessi Sposi_ nella edizione -del Barbèra (Collezione Diamante), Firenze, 1888, vol. II, pp. 678, -679. - -[26] _I Promessi Sposi_, cap. VIII, p. 156, ediz. di Milano, 1875. - -[27] Veggasi intorno a ciò il bello scritto del D'OVIDIO, _Potenza -fantastica del Manzoni e sua originalità_, in _Discussioni manzoniane_, -Città di Castello, 1886, pp. 37 e segg. - -[28] _Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica_, preambolo. - -[29] _Ibid._, cap. II. _Opere varie_, p. 173. - -[30] _De l'Allemagne_, parte II, cap. XI. - -[31] Cap. XXXIII. p. 607, ediz. cit. - -[32] Vedi più particolarmente le delicate ed acute osservazioni del -DE SANCTIS nel saggio intitolato: _La materia dei «Promessi Sposi»_. -La questione del romanzo storico fu discussa in passato anche dallo -Zajotti, dal Bianchetti e da altri. Ultimamente la riprese in esame il -CESTARO in uno scritto intitolato _La storia nei «Promessi Sposi»_, -pubblicato prima nella _Nuova Antologia_, fasc. del 1º maggio 1892, -poi nel volume _Studi storici e letterari_, Torino-Roma, 1894. Gli -argomenti da lui addotti contro le conclusioni del Manzoni sono assai -vigorosi. - -[33] _Opere varie_, pp. 426, 428, 431. - -[34] _Epistolario_, vol. I, p. 202. - -[35] _I Promessi Sposi_, cap. XII, p. 231; cap. XXXI, p. 564. - -[36] _Epistolario_, vol. I, p. 283. - -[37] _Epistolario_, vol. I, p. 291. - -[38] _Bozzetti critici e discorsi letterari_, Livorno, 1876, pp. 310-11. - -[39] _Classicismo e romanticismo_, nei _Giambi ed epodi e rime nuove. -Opere_, vol. IX, Bologna, 1894, p. 298. - -[40] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 168. - -[41] _Opere varie_, p. 409. - -[42] _Epistolario_, vol. I, p. 307. - -[43] _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. Opere varie, p. 425. - -[44] _Ibid._ - -[45] Parmi curioso e non inutile recar qui a riscontro alcune opinioni -dello ZOLA, le quali certamente avrebbero ottenuto il plauso del -Manzoni: «Le plus bel éloge que l'on pouvait faire autrefois d'un -romancier était de dire: Il a de l'imagination. Aujourd'hui cet -éloge serait presque regardé comme une critique. C'est que toutes les -conditions du roman ont changé. L'imagination n'est plus la qualité -maîtresse du romancier» (_Du roman. Le sens du réel_). Flaubert «est -sobre, qualité rare; il donne le trait saillant, la grande ligne, -la particularité qui peint, et cela suffit pour que le tableau soit -inoubliable» (_Du roman. De la description_). «Et je finirai par une -déclaration: dans un roman, dans une étude humaine, je blâme absolument -toute description qui n'est pas, selon la définition donnée plus haut, -un état du milieu qui détermine et complète l'homme. J'ai assez péché -pour avoir le droit de reconnaître la vérité» (_Ibid._). - -[46] _Epistolario_, vol. I, p. 242. - -[47] _Sovra il teatro tragico italiano_, Venezia, 1826, p. 91. -È tuttavia da notare che sin dai primi anni del secolo XVIII in -Inghilterra, gli scrittori che dicono della scuola augustea usarono dar -nome di romantica ad ogni narrazione o poesia che paresse loro o troppo -stravagante, o troppo sentimentale (LYON PHELPS, _Op. cit._, pp. 18-9). -L'Addison, ne' suoi ricordi di viaggio, chiamava romantica una scena -di paese che aveva del selvaggio e dello strano (FRIEDLAENDER, _Ueber -die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der -Natur_, Lipsia, 1873, p. 43). - -[48] Forse il primo esempio di tali orrori lo diede il _Castle of -Otranto_, romanzo del celebre ORAZIO WALPOLE, pubblicato nel 1764. Ebbe -grandissima voga, e fu tradotto in italiano, dalla qual lingua l'autore -fingeva d'averlo tradotto egli stesso. I primi racconti fantastici -di Teodoro Hoffmann sono posteriori ad esso di mezzo secolo, come -son posteriori di una ventina d'anni ai più celebri romanzi di Anna -Radcliffe. - -[49] _Delle vicende del buon gusto in Italia_, orazione recitata nella -grande aula dell'Università di Pavia il giorno 3 maggio 1805. - -[50] _Cenni critici sulla poesia romantica_, Milano, 1817, pp. 45-47. - -[51] _Sermone sulla mitologia._ - -[52] _Epistolario_, vol. I, p. 312. - -[53] Ma vedi forza dell'esempio e dell'andazzo! Lo STAMPA, figliastro -del Manzoni, afferma che l'autore dei _Promessi Sposi_ fu tentato una -volta di scrivere un romanzo fantastico, del quale, per altro, non sa -dir nulla (_Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, Milano, -1885-9, vol. II, p. 183). - -[54] _Opere varie_, p. 410. - -[55] _Histoire du romantisme_, nuova edizione, s. a., Parigi, -Charpentier, p. 64. - -[56] _Versi in morte di Carlo Imbonati_, vv. 147 e segg. - -[57] Versi 36-44. - -[58] _Urania_, vv. 9-14. - -[59] _Opere inedite o rare_, vol. I, p. 95. - -[60] _Epistolario_, vol. I, p. 201. - -[61] _Ibid._, pp. 206, 207. - -[62] _Opere inedite o rare_, vol. III, p. 197. - -[63] Aristotele non dice propriamente così; ma tale credo fosse, in -sostanza, il suo concetto. Anche lo Schopenhauer giudica la poesia più -vera della storia. - -[64] _Opere varie_, p. 835. - -[65] _Epistolario_, vol. I, p. 448. - -[66] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 481. - -[67] _Epistolario_, vol. I, p. 393. - -[68] _Epistolario_, vol. I, pp. 448, 449. - -[69] _Epistolario_, vol. II, p. 144. - -[70] Cap. XIV. p. 273. - -[71] Cap. XXVIII, p. 520. - -[72] _Opere inedite o rare_, vol. II, p. 480. - -[73] Lettera a Cesare D'Azeglio. _Epistolario_, vol. I, pp. 280 segg. - -[74] Prefazione al _Conte di Carmagnola. Opere varie_, p. 278. - -[75] _Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie_, p. 405. - -[76] _Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie_, p. 494. - -[77] Lettera al D'Azeglio, _Epistolario_, vol. I, p. 294. - -[78] Anche lo SCOTT, nell'_Essay on the Drama_, combattè le unità, ma -quanto più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni! - -[79] _Opere varie_, pp. 413-14. - -[80] Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare -profusamente nella _Biblioteca italiana_ il Manzoni e biasimare i -romantici. - -[81] _Epistolario_, vol. I, p. 477. - -[82] Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. _Epistolario_, vol. -II, p. 177. - -[83] Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. _Epistolario_, vol. I, p. -124; _Lettre sur l'unité de temps_, ecc. _Opere varie_, p. 425. - -[84] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova -Antologia_, Serie III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e -brevi giunte. - -[85] Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del -Manzoni che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel _passaggio -dell'animo_ dell'Innominato _dall'un grado all'altro_, e pure -scusandosi dell'ardimento grande, non si tenne dal suggerire quello -che a parer suo andava fatto (_Ispirazione e arte_, Firenze, 1858, pp. -12-13). - -[86] Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la -fede in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio -di una notte il filosofo francese Jouffroy _s'avvide_ d'aver perduto -ogni credenza. Vedi pel fenomeno in genere RIBOT, _La psychologie des -sentiments_, Parigi, 1896, pp. 400-3. - -[87] Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato -_Due parole sull'Innominato_, che FRANCESCO D'OVIDIO pubblicò nella -_Illustrazione Italiana_ del 27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa -parecchie ottime osservazioni, che per la più parte corroborano le mie; -ma su di un punto formalmente mi contraddice, e cioè su questo punto -del miracolo. Egli nega che il Manzoni supponesse miracolo alcuno nella -conversione dell'Innominato, e reca in prova alcune parole del Manzoni -stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto. Dopo averci pensato -su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione. Tutto sta -intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che il -Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo -il sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra -banda che un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi -senza l'ajuto divino; che la dottrina cattolica della predestinazione -e della grazia non concede all'uomo abbandonato a sè medesimo altra -libertà che la libertà di fare il male; che ogni cristiano schietto -riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono; che se è vero -il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu un -miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di -quel richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera -al Trechi, 29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del -miracolo grossolano e ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino, -e negar fede alle apparizioni di Caterina Labourè; ma poteva anche -credere a un miracolo che salvasse il Grossi (CANTÙ, _Alessandro -Manzoni, reminiscenze_, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1). Perciò non -posso accordarmi in tutto nemmeno col DE SANCTIS, il quale scrisse, -(_I Promessi Sposi, studio critico_): «Si vegga con quanta industria il -poeta, un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo -della Madonna, riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»; -e soggiunse poi che il miracolo è _affatto estraneo_ allo spirito -del Manzoni. Il Manzoni descrisse, sì, accuratamente il fenomeno -psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che Dio avesse tocco il -cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani di guerra, -che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano da Dio -di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un _Te Deum_. Del resto il -miracolo è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare -Egli solo le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' -suoi poveri servi». «Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non -ve lo sentite in cuore che v'opprime, che v'agita, che non vi lascia -stare, e nello stesso tempo v'attira.....?». Dio, dice il cardinale, -vuol fare dell'Innominato un segno della sua potenza e della sua -bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva il Manzoni pensare -diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa appunto il -miracolo? - -[88] RIBOT, _Op. cit._, p. 401: «Tout cela, pour le moraliste, est un -changement complet, il y a deux hommes; pour le psychologue c'est un -changement d'orientation, il n'y a qu'un homme. Il est facile de voir -que sous les deux contraires, existe un fond commun, une unité latente; -c'est la même quantité ou la même qualité d'énergie employée à deux -fins contraires; mais, sans effort, on peut retrouver la chrysalide -dans le papillon». - -[89] Giova qui recare a riscontro il Pensiero XVI di Giacomo Leopardi: -«Se al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso -Tacito, è apparecchiata una stessa fine, è più da uomo il perire -meritamente. Poco diversi pensieri credo che sieno quelli di alcuni, -che avendo animo grande e nato alla virtù, entrati nel mondo, e -provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento degli -uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi, abbracciano la -malvagità; non per corruttela nè tirati dall'esempio, come i deboli; nè -anche per interesse, nè per desiderio dei vili e frivoli beni umani; nè -finalmente per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale; -ma per un'elezione libera, e vendicarsi degli uomini, e rendere loro -il cambio, impugnando contro di essi le loro armi. La malvagità delle -quali persone è tanto più profonda, quando nasce da esperienza della -virtù; e tanto più formidabile, quanto è congiunta, cosa non ordinaria, -a grandezza e fortezza d'animo, ed è una sorta d'eroismo». Raccosta a -questo i Pensieri LXXV, C, CI, CIX. - -[90] Nell'articolo già citato il D'Ovidio nota, credo giustamente, che -Lucia opera nell'animo dell'Innominato anche in virtù della giovinezza, -bellezza e gentilezza sua. - -[91] GIOVANNI VIDARI, in un saggio intitolato _Suor Gertrude, -l'Innominato e Fra Cristoforo_ (nella _Rassegna nazionale_, 1º e 16 -dicembre 1895), avvertì che io non notava la somiglianza che per più -rispetti è tra l'Innominato e Fra Cristoforo; ma poi concluse dicendo -che essi _son diversi nel processo della conversione_. Di questa -diversità appunto, e non d'altro, io intesi far cenno. - -[92] In un opuscolo nuziale intitolato L'umorismo nei Promessi Sposi -(Firenze, 1895) il Barbi passa in rassegna que' personaggi, nota -situazioni e riflessioni umoristiche. Questo breve saggio è, a mia -saputa, quanto di meglio siasi scritto sull'argomento; ma ciò che vi si -dice di Don Abbondio non mi sembra interamente giusto. Il così detto -Commento estetico del Ferranti (Firenze, 1877) è scrittura prolissa e -di poco valore. - -[93] L'idea di un Don Abbondio missionario e martire è una delle idee -più comiche che mai cadessero in mente umana. - -[94] Coloro che sempre ricantano che il Manzoni aperse scuola di -rassegnazione, di pusillanimità e di fiacchezza, non han mai pensato, -sembra, alla formidabile ironia di quella _neutralità disarmata_, non -capiscono tutto il significato di Don Abbondio, e non sanno che cosa -scrivesse dei _Promessi Sposi_ il Mazzini. - -[95] Sarebbe curioso indagare quanta parte di quelle debolezze e di -quelle virtù possa avere ereditato il Manzoni dal proprio avo materno, -del quale fu, nonostante qualche dissentimento, ammiratore caldissimo. -Ma se della mente di Cesare Beccaria possiamo formarci un concetto -abbastanza adeguato leggendo i non molti suoi scritti, dell'animo non -possiamo, tanto sono scarse, incerte, contraddittorie le notizie che ce -ne son pervenute. I fratelli Verri, che ne tramandaron le più, prima -furono amici svisceratissimi di lui, poi nemici arrabbiati, così che -noi non riusciamo a veder chiaro tra le lodi sperticate di prima e i -biasimi, sicuramente eccessivi, di poi (Vedi uno scritto di A. VENTURI, -_Cesare Beccaria e le lettere di Pietro e Alessandro Verri_, nel -_Preludio_, anno VI, 1882, nn. 3-4). Le lettere stesse del Beccaria, -comprese le poche pubblicate in questi ultimi anni, non ci ajutano gran -fatto. Ciò nondimeno, quel tanto che riusciamo a mettere insieme e ad -intendere ci permette di notare tra avo e nipote alcune conformità che -di certo non sono casuali. Si può discutere della maggiore o minore -originalità delle idee contenute nell'opuscolo _Dei delitti e delle -pene_; ma, se a questo opuscolo si aggiunge il saggio sulle monete, -e, meglio ancora, il saggio sullo stile, bisogna riconoscere che il -Beccaria ebbe mente di novatore, e, come disse Pietro Verri, _testa -fatta per tentare strade nuove_; una testa dunque come l'ebbe il -Manzoni, che di strade nuove ne tentò e ne corse parecchie. Il Beccaria -fu _profondo algebrista_, ed ebbe fantasia vivacissima e prepotente, -e fu poeta (_buon poeta_, assicura l'amico): intendi dunque che, -come poi il Manzoni, egli seppe conciliare il rigore e la saldezza -della ragione con la libertà e la fluidità dell'immaginativa e del -sentimento. Scopriamo nell'avo una vena satirica che ingrossa poi nel -nipote. Tutt'e due sono d'indole timida e casalinga, involta in una -onesta pigrizia (vedi un opuscoletto nuziale di PAOLO BELLEZZA, _La -pigrizia di Alessandro Manzoni_, Milano, 1897); fuggono il chiasso; non -cercano popolarità, sebbene amino il popolo; curano i proprii comodi; -lascian vedere _un'aria di bonomia_ (bugiarda in Cesare, secondo -afferma Alessandro Verri; ma gli s'ha da credere?); sono inettissimi -alle faccende (_inattività in agibilibus_, troviam detto di Cesare; -_inetto rebus agendis_, disse di sè stesso il Manzoni); scrivono di -malissima voglia lettere e ogni altra cosa. «Filosofo senza strepito», -scrisse del Beccaria il Cantù, «appena l'Europa s'accorse ch'era un -grand'uomo, egli si tacque»: e il Manzoni? Le apprensioni manifestate -dall'avo durante quel suo famoso viaggio a Parigi hanno riscontro in -altre consimili del nipote. Entrambi non potevano reggere a star soli, -ed entrambi stavano mal volentieri in luoghi dove fosse adunata molta -gente. Entrambi ebbero amore alla villa. Rimasti vedovi, entrambi -si riammogliarono. L'avo disegnò di fare un confronto fra romanzi e -storie, e il nipote compose il discorso sopra il romanzo storico. L'avo -si meravigliava che la Colonna Infame fosse lasciata sussistere nel bel -mezzo di Milano: il nipote scrisse la _Storia della Colonna Infame_. - -[96] E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo -tutti gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno -più adatto, più proprio, più raffigurativo. _Nomina numina._ Il Balzac -fu studiosissimo dei nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert -andò in gloria il giorno in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet. -Gran brava fregatina di mani dev'essersi data Don Alessandro il giorno -in cui gli cadde in mente, o gli capitò sotto, Dio sa come, quello del -suo curato. Il Bojardo avrebbe fatto sonare a distesa tutte le campane -delle sue terre. - -[97] _Pensées_, article I, 6. - -[98] _Epistolario, raccolto e ordinato da_ Prospero Viani, _quinta -ristampa ampliata e più compiuta_. Firenze, 1892, vol. I, pp. 240, 298, -299, 537; vol. II, p. 276, e in altri luoghi ancora. - -[99] Mantengo, per ragion di comodo, questa distinzione passata -nell'uso degli scrittori, sebbene non la creda psicologicamente troppo -esatta. - -[100] ANTONA TRAVERSI, _Studi su Giacomo Leopardi con notizie e -documenti sconosciuti e inediti_, Napoli, 1887, pp. 76, 97-8. - -[101] _Epistol._, vol. I, p. 454. - -[102] _Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di_ GIACOMO -LEOPARDI, _per cura di_ Prospero Viani, Firenze, 1878, p. XLVI. Lo -stesso poeta ebbe a dichiarare di non sapere il tedesco. - -[103] Degli amori per la Silvia e la Nerina (non è qui a discutere se -questi nomi stieno a indicare due persone o una sola), Carlo Leopardi -ebbe a dire che furono assai più romanzeschi che veri. Non so quanta -fede s'abbia a dare a tale testimonianza; ma la congettura che il poeta -si scaldasse pel ricordo assai più che per la realtà, è congettura -tutt'altro che irragionevole, e che potrebb'essere facilmente -suffragata di ragioni e di esempii, e che anzi appar probabile quando -s'instituisca un confronto fra la canzone _Per una donna malata di -malattia lunga e mortale_ e quella _A Silvia_. - -[104] _Le ricordanze._ - -[105] Lett. al Giordani, 8 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 87. - -[106] _Ibid._, p. 216. - -[107] Scrisse il Foscolo di sè stesso: - - Tal di me schiavo e d'altri e della sorte, - Conosco il meglio ed al peggior m'appiglio, - E so invocare e non darmi la morte. - -[108] Lett. al Giordani, 5 dicembre 1817; _Epistol._, vol. I, p. 111. - -[109] Non necessariamente. Paolo Scarron che si denominò da sè stesso -un compendio delle miserie umane, scrisse il _Roman comique_ e il -_Virgile travesti_ inchiodato in una sedia a bracciuoli, paralitico, -attratto, spolpato, sfinito, e durò in tale condizione dall'anno -ventesimosettimo o ventesimottavo di sua vita sino al cinquantesimo, -che fu quello della sua morte. Il Voltaire, che soleva dire di tener -l'anima coi denti, non diventò pessimista nemmen quando fu ridotto a -nutrirsi per lunghi anni di solo latte. - -[110] Farebbe indagine curiosa e istruttiva chi andasse cercando per -entro alle dottrine pessimistiche moderne e modernissime la parte -contribuitavi dal Copernico, dal Galilei, dal Darwin, ecc. - -[111] Cap. IV, pp. 274-5, 278-9 della edizione delle _Prose_ curata -da G. Mestica, Firenze, 1890, edizione di cui sempre mi varrò per le -citazioni in questo scritto. - -[112] _Bruto minore._ - -[113] A tutto ciò non contraddice punto il fatto che il genio non può -essere se non il portato di una lunga evoluzione storica, e come la -sintesi di tutta una consecutiva e varia vita anteriore. Dante non -poteva nascere in Cina, nè il Newton fra gli Ottentoti. Ancora non -contraddice al detto di sopra che il genio soggioghi o disciplini le -forze altrui e si giovi della loro cooperazione. In un suo recente -libro (_Psycho-Physiologie du génie et du talent_, Parigi, 1897) -il NORDAU asserisce, un po' timidamente a dir vero, che i genii -artistici, o, com'egli li chiama, _emozionali_, non sono veri genii. -Respingo una dottrina che, mentre comprende, senza esitazione, fra i -genii l'inventore dell'areostato e quello della locomotiva, tende ad -escluderne, e infatti ne esclude, Dante e lo Shakespeare. In quel libro -sono assai osservazioni ingegnose ed acute, ma anche molte proposizioni -avventate e molti sofismi. Che il genio sorga sulla base organica di -un neoplasma non è provato, e quando fosse vero, bisognerebbe poter -dimostrare che i genii artistici difettano di neoplasmi per poter -poi sentenziare che non sono genii. A p. 157 si afferma che i genii -_emozionali_ non esercitano nessun influsso sul _mondo dei fenomeni_. -Dunque le arti non possono nulla sulla coltura, sui costumi, sulla vita -dei popoli? E i canti di Tirteo e la Marsigliese non mossero proprio -nulla nel mondo? - -[114] Chi nel pessimismo del Leopardi non vede se non un rivolo -sgorgato dai fonti di Lucrezio, mostra d'intendere assai poco e -Lucrezio e il Leopardi; e chi a riscontro del pessimismo del Leopardi -pone il pessimismo (come fu chiamato) del Petrarca, mostra di saper -vedere le somiglianze estrinseche e non le dissomiglianze intrinseche. -Dal Rousseau l'autore della _Ginestra_ derivò idee e sentimenti; ma il -Rousseau fu tutt'altro che un pessimista. - -[115] «Io da principio aveva pieno il capo delle massime moderne, -disprezzava, anzi calpestava, lo studio della lingua nostra; tutti i -miei scrittacci originali erano traduzioni dal francese; disprezzava -Omero, Dante, tutti i Classici; non volea leggerli, mi diguazzava nella -lettura che ora detesto: chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio; -ma niun uomo certamente. Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che -m'erano necessarie? la grazia di Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli -un granchio a ogni tratto? nessuno». Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; -_Epistol._, vol. I, p. 56. A chi mi opponesse che con questo tornare -all'antico il Leopardi dava appunto a conoscere di non essere un genio, -essendo proprio dei genii il precorrere e non il rinculare, risponderei -con le ragioni addotte di sopra, e soggiungerei che in certi casi il -tornare addietro può essere un andare avanti. Gli umanisti andavano -avanti tornando addietro. - -[116] PATRIZI, _Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua -famiglia_, Torino, 1896. - -[117] Per esempio, nello studio e nella estimazione della eredità -psicopatica e geniale del poeta (capitolo II) le conclusioni cui -giunge l'autore pajonmi assai malsicure, dacchè egli considera i fatti -e le testimonianze in sè stessi, mentre dovrebbe considerarli nella -mutevole significazione che vengono ritraendo dalla condizione dei -tempi e dei costumi. Intantochè vige il diritto della primogenitura, -e, nelle famiglie nobili, il celibato è imposto al più gran numero -dei figliuoli, e la vita pubblica dura piena di trambusto e di -pericolo, e i chiostri offrono sicurezza e pace alle nature meno -gagliarde, le monacazioni frequenti in una famiglia non possono, così -senz'altro, essere notate quali un segno di misticità morbosa. Altro -è il significato della violenza, e dello stesso omicidio, in mezzo -a una civiltà composta e ad un popolo mansueto, altro in mezzo a una -civiltà turbolenta e ad un popolo fazioso e feroce. Le anamnesi lunghe -e complicate bisogna interpretarle col sussidio della storia nella -quale si svolsero le vite e accaddero i fatti che loro dànno argomento. -Ancora parmi che l'autore del libro esageri quando parla di una -melanconia attonita (ch'è il grado estremo della melanconia, secondo -la definizione degli scrittori), di una paresi motoria e di una paresi -mentale del Leopardi. - -[118] _Epistol._, vol. I, p. 374. - -[119] Lettera al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 57. - -[120] Lett. al Vieusseux, da Recanati; _Epistol._, vol. II, p. 363. - -[121] _Prose_, p. 445. - -[122] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 276. - -[123] Cf. PATRIZI, _Op. cit._, cap. I. Vedi a questo proposito uno -scritto molto acuto, molto sensato e molto equo del SULLY (autore -del volume _Pessimism, a History and a Criticism_, Londra, 1887), _Le -pessimisme et la poésie_, nella _Revue philosophique de la France et -de l'étranger_, anno III (1878), vol. I, pp. 392-3, ove non è esclusa -la possibilità che i pessimisti (sieno essi ammalati o sani) abbiano -ragione. Siami permessa una riflessione. Se il genio nasce di malattia; -se una delle funzioni del genio è di scorgere il vero non iscorto da -altri; che valore può rimanere al giudizio che accusa di falsità il -pessimismo solo perchè lo suppone, come il genio, nato di malattia? - -[124] _Prose_, pp. 402-3. - -[125] _Epistol._, vol. I, p. 278. - -[126] - - Life's but a walking shadow, a poor player, - That struts and frets his hour upon the stage, - And then is heard no more: it is a tale - Told by an idiot, full of sound and fury, - Signifying nothing. - (_Macbeth_, a. V, sc. 5). - - We are such stuff - As dreams are made on, and our little life - Is rounded with a sleep. - (_The Tempest_, a. IV, sc. 1). - -[127] Cf. PAULHAN, _Esprits logiques et esprits faux_, Parigi, 1896, p. -41. - -[128] Cf. FÉRÉ, _Impuissance et pessimisme_, nella _Revue -philosophique_, anno 1886, vol. II. L'autore, facendo nascere il -pessimismo da un disequilibrio massimo fra i desiderii da una parte -e la potenza di soddisfarli da un'altra, conclude a un certo punto -così: «Il semble donc que se plaindre de tout revienne à convenir que -l'on n'est bon à rien». Gli è dir troppo. E, primamente, non bisogna -mettere tutti in un fascio i pessimisti coi queruli, coi brontoloni, -coi seccatori. Si dànno pessimisti che non si lamentano mai, nemmeno -nei libri che scrivono per divulgare o difendere le proprie dottrine. -Alfredo de Vigny disse una volta: - - Le juste opposera le silence à l'absence. - Et ne répondra plus que par un froid silence - Au silence éternel de la Divinité; - -e nel suo Giornale lasciò scritto: «Le silence sera la meilleure -critique de la vie». Poi non so come si potrebbero far entrare nella -classe di quegli infelici in cui è massimo il disequilibrio tra i -desiderii e la potenza di soddisfarli pessimisti dello stampo, non -dirò del re Salomone, creduto a torto autore dell'_Ecclesiaste_, ma di -quel califo Abd ur Rahmân, il quale, dopo aver soggiogata quasi tutta -la Spagna, e promosse le scienze, le arti, le industrie, i commerci, -noverava, pieno d'anni e di gloria, i giorni della propria felicità, -e trovava che sommavano in tutto a quattordici; e di quell'Innocenzo -III che, essendo stato, dopo Gregorio VII, il più grande instauratore -della potenza dei papi, lasciò, a far testimonianza de' suoi pensieri, -tre libri _De contemptu mundi, sive de miseria humanae conditionis_, -ben più tetri e più dolorosi di quei del Petrarca; e finalmente di -quel Giorgio lord Byron, che fu come un atleta della passione e del -piacere, e un eroico scialacquatore della vita. Dei pessimisti allegri -non parlo. Qualcuno ebbe a dire, dopo aver fatta una visita a E. von -Hartmann, che per fruire dello spettacolo della felicità, bisognava -andarlo a cercare nelle case dei pessimisti. - -[129] Lett. 6 marzo 1820; _Epistol._, vol. I, p. 254. - -[130] _Le pessimisme au XIX siècle_, Parigi, 1879, pp. 38-9. L'autore -osservava pure opportunatamente e giustamente che il Leopardi non si -soffermò in nessuno dei tre stadii della illusione distinti e descritti -dal Hartmann (p. 43). - -[131] «Keiner jedoch hat diesen Gegenstand so gründlich und erschöpfend -behandelt, wie, in unsern Tagen, Leopardi. Er ist von demselben ganz -erfüllt und durchdrungen: überall ist der Spott und Jammer dieser -Existenz sein Thema, auf jeder Seite seiner Werke stellt er ihn dar, -jedoch in einer solchen Mannigfaltigkeit von Formen und Wendungen, mit -solchem Reichthum an Bildern, dass er nie Ueberdruss erweckt, vielmehr -durchweg unterhaltend und erregend wirkt». _Die Welt als Wille und -Vorstellung_, _Ergänzungen_; _Sämmtliche Werke_, Lipsia. 1891, vol. -III, p. 675. - -[132] _Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez_; _Prose_, -p. 307. - -[133] _Paralipomeni della Batracomiomachia_, c. IV, st. 10. - -[134] _Dialogo di Timandro e di Eleandro_; _Prose_, p. 371. - -[135] Ingiustissimo mi sembra per ogni rispetto il giudizio di O. -PLUEMACHER quando sentenzia che il Leopardi, i cui scritti (secondo -lui) sono pedantescamente infrascati di fastidiosa dottrina (?!), non -è filosofo, sebbene si atteggi a filosofo, dacchè la conoscenza di -alcuni, o anche di molti sistemi di filosofia, non basta a formare il -filosofo (_Der Pessimismus in Vergangenheit und Gegenwart_, 2ª ediz. -Heidelberg, 1888, p. 115). Verissimo questo; ma appunto di sistemi -di filosofia il Leopardi ne conobbe assai pochi. Il Sully dovette -portare migliore opinione del nostro poeta, giacchè riferisce tradotte -nel già citato suo libro sul pessimismo (p. 27) le seguenti parole -scritte da esso poeta in una lettera al Giordani (lett. 6 maggio -1825; _Epistol._, vol. I, p. 547): «Mi compiaccio di sempre meglio -scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini e delle cose, e -d'inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e terribile -della vita dell'universo». Per altro egli rimpicciolisce il concetto -quando _arcano infelice e terribile della vita dell'universo_ traduce -_unblessed and terrible secret of life_, tralasciando appunto quella -parola _universo_ da cui viene al concetto stesso massima larghezza e -veramente filosofica significazione. - -[136] _Dialogo della Natura e di un'anima_; _Prose_, pp. 85-6; _Dialogo -di un fisico e di un metafisico_, pp. 124-5; _Dialogo di Torquato -Tasso e del suo genio famigliare_, p. 144; _Detti memorabili di Filippo -Ottonieri_, cap. II, pag. 262; cap. V, p. 289; Versi _Al conte Carlo -Pepoli_, ecc. ecc. Con sentimento affatto contrario a quello del nostro -poeta, il Nietzsche ama la vita per sè stessa, anche se infelice. -Cf. BRANDES, _Friedrich Nietzsche_, nel volume _Menschen und Werke_, -Francoforte s. M., 1894. - -[137] _Cantico del gallo silvestre_; Prose, p. 336. - -[138] _Dialogo di Timandro e di Eleandro_; _Prose_, p. 365. - -[139] _Dialogo di Plotino e di Porfirio_; _Prose_, pp. 427-8. In una -lettera al Giordani (30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279) il -Leopardi aveva detto che tutto quanto è, è contento di vivere, «eccetto -noi che non siamo più quello che dovevamo e che eravamo da principio». - -[140] _Paralipomeni della Batracomiomachia_, c. IV, st. 24. In una -lettera al Giordani (24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316), -aveva già detto che i popoli «sono condannati alla infelicità dalla -natura, e non dagli uomini nè dal caso». Tale appunto è il concetto -della _Ginestra_. - -[141] _Palinodia al marchese Gino Capponi_; _Dialogo di Timandro e di -Eleandro_; _Prose_, p. 365. - -[142] _Cantico del gallo silvestre_; _Prose_, p. 336. - -[143] _Dialogo di Torquato Tasso ecc._; _Prose_, p. 145. - -[144] Ultimi versi della canzone _A un vincitore nel pallone_. Cf. -_Dialogo di Cristoforo Colombo_ ecc.; _Prose_, pp. 309-10. - -[145] Preambolo alla versione del _Manuale di Epitteto_; _Opere_, nuova -impressione, Firenze, 1889, vol. II. p. 214. - -[146] _La quiete dopo la tempesta_. - -[147] _Le ricordanze_. - -[148] _Il primo amore_. - -[149] _Nelle nozze della sorella Paolina_. - -[150] _Aspasia_. - -[151] _Al conte Carlo Pepoli_. - -[152] _Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento -sepolcrale della medesima_. - -[153] _Epistol._, vol. I, p. 197. - -[154] _Après une lecture_, st. VIII. Il Keats aveva detto: - - A thing of beauty is a joy for ever. - -[155] Citato dal GUYAU, _L'art au point de vue sociologique_, Parigi, -1889, pagine 364-5. Il Baudelaire fu, com'è noto, traduttor valoroso -e grande ammiraratore del Poe, e dal Poe attinse molta parte delle -sue idee estetiche. Nel breve saggio che il poeta americano intitolò -_The poetic principle_, troviamo parole come le seguenti: «An immortal -instinct, deep within the spirit of man, is thus, plainly, a sense -of the Beautiful..... It is no mere appreciation of the beauty before -us, but a will to reach the beauty above..... That pleasure which is -at once the most pure, the most elevating, and the most intese, is -derived, I maintain, from the contemplation of the Beautiful». Ognuno -può conoscere quanto questi concetti somiglino a quelli del Leopardi. -Il Poe definì la poesia una _creazione ritmica di bellezza_. - -[156] _Le ricordanze_. - -[157] Ma non propriamente alla maniera del Monti. Nello scritto -pur ora citato, il Poe, dopo aver ragionato del bello e del vero, -concludeva: «He must be blind indeed who does not perceive the radical -and chasmal difference between the truthful and the poetical modes of -inculcation. He must be theory-mad beyond redemption who, in spite of -these differences, shall still persist in attempting to reconcile the -obstinate oils and waters of Poetry and Truth». - -[158] _Prose_, p. 469. - -[159] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, _cap. V_; _Prose_, p. -288. - -[160] Del 1818 è il libro di ANDREA MAJER, _Della imitazione -pittorica_; dello stesso anno sono le _Lettere sul bello ideale_ di -GIUSEPPE CARPANI, _Il Saggio estetico_ di PLACIDO TALIA non venne a -luce se non nel 1828, e l'_Antologia_ ne fè cenno. I _Saggi_ di ERMES -VISCONTI _intorno ad alcuni quesiti concernenti il bello_ furono -stampati nel 1833. - -[161] Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279. - -[162] Lett. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 56. - -[163] Vedi, riferite dal HARTMANN (_Aesthetik_, Lipsia, s. a., parte -II, p. 497-9, 501), le varie opinioni intorno al bello nella natura. - -[164] _Studi filologici_, 9ª ristampa, Firenze, 1883, p. 306. - -[165] Tale è il concetto del _Dialogo di un fisico e di un metafisico_. - -[166] Lett. 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316. - -[167] Sulle relazioni, a torto disconosciute, che passano tra il bello -e l'utile, vedi più specialmente FECHNER, _Vorschule der Aesthetik_, -Lipsia, 1876, parte I, XV, pp. 203 segg.; Guyau, Les problèmes de -l'esthétique contemporaine, Parigi, 1884. cap. II, pp. 15 segg.; -RUTGERS MARSHALL, _Pain, Pleasure, and Aesthetics_, Londra. 1894, pp. -134, 160. 315. - -[168] Lett. al Giordani testè citata. - -[169] Nella canzone _Sopra il monumento di Dante_. - -[170] _Il Risorgimento_. - -[171] Lett. 11 agosto 1817; _Epistol._, vol. I, p. 91. - -[172] Lett. 30 maggio 1817; _Epist._, vol. I, p. 76. - -[173] Vedi PEREZ, _La maladie du pessimisme; Revue philosophique_, anno -1892, vol. I, p. 40. - -[174] Lett. al Giordani citata qui di sopra. - -[175] «Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours de rencontrer -l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce -charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je -pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais pas d'après ce -qu'il était: je le contemplais dans mon imagination, tel qu'il m'avait -paru dans mon songe. Était-ce une folie? suis-je romanesque? Vous en -jugerez». Lett. 22 giugno 1823; _Epistol._, vol. I, p. 455. - -[176] Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316. - -[177] _La vita solitaria_. - -[178] _Le ricordanze_. - -[179] _Aspasia_. - -[180] _Il tramonto della luna_. - -[181] _Pensieri_, CIV; Prose, pp. 597-600. Felice colui, disse lo -Shelley, che non disprezzò giammai i sogni della sua giovinezza. - -[182] Lett. 14 agosto 1820; _Epistol._, vol. I, p. 289. - -[183] Lett. 30 giugno 1820; _ibid._, p. 279. - -[184] _Lettere scritte a Giacomo Leopardi da' suoi parenti_, a cura di -G. Piergili, Firenze, 1878, p. 48. - -[185] _Epistol._, vol. I, p. 278. Le parole in corsivo e in -majuscoletto sono così stampate nel testo. - -[186] _A un vincitore nel pallone_; _Detti memorabili di Filippo -Ottonieri_, cap. VI (_Prose_, p. 293); _Dialogo di Plotino e di -Porfirio_ (pp. 427-8); _Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e -di Teofrasto_ (pp. 475-7); _Pensieri_, XXIX (pp. 519-20) ecc. - -[187] _La ginestra_; _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_; _Il -risorgimento_. - -[188] Questa la interpretazione del De Sanctis, che impugnata e -difesa, or sono alcuni anni, con molto calore, rimane pur sempre, a -mio giudizio, la sola plausibile. Del resto, quando pure quella donna -simbolica stesse a significare la libertà, o la felicità, o altro -simile, per l'argomento nostro sarebbe tutt'uno. - -[189] Vedi lo scritterello critico che sulle _Canzoni_ stampate in -Bologna nel 1824, pubblicò, senza però mettervi il nome, lo stesso -Leopardi nel _Nuovo Ricoglitore di Milano_; _Studi filologici_, pp. -283-4. - -[190] Nè dell'una, nè dell'altra è in tutto sicura la data. - -[191] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. I, §§ 36, 38. Veggasi -come il Leopardi nella _Comparazione delle sentenze di Bruto Minore -e di Teofrasto_ rilevi il contrario modo tenuto nel filosofare da -Aristotele e da Platone (_Prose_, p. 469). - -[192] _Epistol._, vol. I, p. 253. - -[193] _Ibid._, p. 456. - -[194] _Epistol._, vol. II, p. 280. - -[195] Lett. 16 dicembre 1822; _Epistol._, vol. I, p. 375. - -[196] _Alla sua donna._ - -[197] _Al conte Carlo Pepoli._ - -[198] Benefico inganno, e perciò in piena contraddizione con la -scienza, osserva un altro pessimista, il BAHNSEN (_Das Tragische als -Weltgesetz und der Humour als ästhetische Gestalt des Metaphysischen_, -Lauenburg i. P., 1877. p. 5). - -[199] _Inf._, XI, 103-5. - -[200] Ben s'intende, del resto, che anche in ciò sono dall'uno -all'altro differenze e contrasti. Un pessimista che col Leopardi ebbe -non piccola somiglianza, il SENANCOUR, incarnandosi nel protagonista -di un suo romanzo, diceva: «La scène de la vie a de grandes beautés. -Il faut se considérer comme étant là seulement pour voir. Il faut s'y -intéresser sans illusion, sans passion, mais sans indifférence, comme -on s'intéresse aux vicissitudes, aux passions, aux dangers d'un récit -imaginaire: celui-là est écrit avec bien de l'éloquence». _Obermann_, -nuova edizione, Parigi, 1840, lett. LXXX, p. 434. La prima edizione è -del 1804, la seconda del 1833. - -[201] _Epistol._, vol. I. p. 362. - -[202] _Epistol._, vol. II, p. 314. E così s'accordava col padre, che -in una lettera a lui aveva schernita quella eroica morte, chiamando -il Broglio _brigante volontario e pazzo. Lettere scritte a Giacomo -Leopardi dai suoi parenti_, p. 261. - -[203] Trovo questa giustissima osservazione, insieme con quella che la -precede, nel già citato scritto del SULLY, _Le pessimisme et la poésie; -Revue philosophique_, a. e v. cit., pp. 394, 398. - -[204] Deliberatamente dico frigidità fisiologica e non psicologica; -questa non può essere imputata al Leopardi; e quanto a imputargli -la prima, bisogna andar molto cauti; tanto più che il poeta stesso -si contraddice, e la materia è intricata e difficile. Credo esageri -di molto il PATRIZI (_op. cit._, p. 114) quando scrive: «Egli nutrì -sempre il saldo convincimento che gli stati d'animo, attraverso ai -quali passò nelle sue relazioni con persone d'altro sesso, fossero -al tutto esenti da bisogni fisiologici». Il Patrizi stesso, del -resto, riconosce che tali bisogni ebbero parte non piccola nell'amore -per la Targioni Tozzetti (Aspasia), e ricorda a questo proposito la -testimonianza, anche troppo esplicita, del Ranieri (pp. 119, 120). Che -il Leopardi amasse sopratutto l'_amorosa idea_, e, più che la donna -reale, il fantasma che se ne veniva creando nella mente, è un fatto; -ma è un fatto frequente nella vita psichica degli artisti, e che non -prova tutto ciò che gli si vorrebbe far provare. Sant'Agostino, che fu -bene, a suo modo, un artista, amò sopratutto, com'egli stesso ebbe a -dire, il sentimento e la fantasia dell'amore (_nondum amabam et amare -amabam..... quaerebam quod amarem amans amare_); ma non per questo -si lasciò morir vergine; e il Rousseau, che si innamorava dei proprii -fantasmi a tal segno da provarne ebbrezza e delirio, sapeva, a tempo -e luogo, riconoscer quelli in creature reali e scendere di cielo in -terra, e gustare qualche parte almeno della felicità sognata. È da -credere che il Leopardi sarebbe pure alcuna volta riuscito ad imitarlo -se avesse trovato donne più caritatevoli. Alfredo De Musset, dopo -aver molto amato e troppo goduto, scriveva il _Souvenir_, per dire, in -sostanza, che il sogno dell'amore e il ricordo dell'amore valgono più -che l'amore stesso. - -[205] Vedi più specialmente _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. -I, § 36; vol. II (_Ergänzungen_), cap. 31. - -[206] _Dialogo della natura e di un'anima; Prose_, pp. 81-3. - -[207] _Prose_, p. 467. - -[208] _On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History, Lecture III. -The Hero as Poet_; ediz. di Londra, 1895, p. 75. - -[209] Vedi su di ciò RUTGERS MARSHALL, _Op. cit._, pp. 143-4. Egli -parla più propriamente di un campo di godimento (_field of pleasure -getting_): io userò la parola _campo_ a denotare più propriamente la -estensione della nostra _impressionabilità_ estetica, considerando il -godimento come un fatto consecutivo alla impressione. - -[210] Lett. alla sorella Paolina, 3 dicembre 1822; _Epistol._, vol. I, -p. 365. - -[211] Lett. al fratello Carlo, 25 novembre 1822; _Epistol._, vol. I, p. -360. - -[212] Ed era prossimo il tempo in cui lo Stendhal, ponendo lo -spettacolo di Roma sopra tutti gli spettacoli della terra, doveva -scrivere delle impressioni che ne derivano: «Un jeune homme qui n'a -jamais rencontré le malheur ne les comprendrait pas» (_Promenades -dans Rome_, 13 _août_ 1827). Chi dunque più del Leopardi avrebbe -dovuto essere preparato a riceverle, quelle impressioni? Quattr'anni -innanzi ch'egli vi andasse, il Byron aveva salutata Roma come la città -dell'anima, alla quale accorrono gl'infelici (_Childe Harold_, c. IV, -st. 78). - - Oh Rome! my country! city of the soul! - The orphans of the heart must turn to thee, - Lone mother of dead empires! - -Si confrontino le lettere romane del Leopardi con quelle che lo Shelley -scriveva nel 1818 e 1819 a Tommaso Love Peacock. L'Osvaldo di madama di -Staël «ne pouvait se lasser de considérer les traces de l'antique Rome» -(_Corinne_, l. IV, c. IV). - -[213] Lett. 5 aprile 1823; _Epistol._, vol. I, p. 434. Al Foscolo -la Venere del Canova inspirava sentimenti e parole da innamorato. -Leggasi una pagina dello Shelley ov'è squisitamente descritta la -Venere anadiomene (_Prose Works_, ediz. di Londra, 1888, vol. I, pp. -407-8). L'Apollo del Belvedere inspirò al Sully Prudhomme un sonetto, -e la Venere di Milo un lungo e magnifico canto, ove, tra gli altri, si -leggono questi versi: - - Dans les lignes du marbre où plus rien ne subsiste - De l'éphémère éclat des modèles de chair, - Le ciseau du sculpteur, incorruptible artiste, - En isolant le Beau, nous le rend chaste et clair. - -[214] Lett. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 64. Il Giordani gli -rispondeva (_Epistol._, vol. III, p. 95): «L'opera del Cicognara mi -pare degnissima e necessaria ad una libreria come la sua. Io non dirò -ch'ella debba leggerla ora; ma certo una tale raccolta de' monumenti -perfettissimi d'arte è una gran cosa: e il non poter nulla giudicare o -gustare nelle belle arti sarebbe una grande infelicità; e bellissima -cosa avere per giudicarne una guida tanto intelligente come il -Cicognara». - -[215] Lett. 1 febbraio 1823; _Epistol._, vol. I, pp. 403-4. - -[216] Affermare non si può; ma non sarei lontano dal credere che -la prima mossa a tutto il componimento sia venuta da una fantastica -visione del monumento futuro, del _nobil sasso_ a cui tante lacrime -avrebbe serbato l'Italia. - -[217] Lett. 24 luglio 1827; _Epistol._, vol. I, p. 224. - -[218] _Al conte Carlo Pepoli._ - -[219] Lett. 5 febbrajo 1823; _Epistol._, vol. I, pp. 408-9. - -[220] _Epistol._, vol. I, p. 399. - -[221] Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; _Epistol._, vol. I, p. 279. - -[222] Canto VI, st. 47. - -[223] Vedi la lettera al Jacopssen, 23 giugno 1823; _Epistol._, vol. I, -pp. 454-5. Quivi il poeta dice espresso: «je ne fais aucune différence -de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu». Se il tempo lo concedesse, -sarebbe agevole rintracciar nel Rousseau, anzi nel pensiero del secolo -XVIII tutto intero, la origine di sì fatta opinione. - -[224] _Epistol._, vol. I. p. 61. - -[225] Scritto citato. Qualche traccia di umorismo il Leopardi lascia -scorgere nella _Scommessa di Prometeo_ e nel _Copernico_, testè citati, -e ancora nel _Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie_, nel -_Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggiere_ e altrove; -ma niuno di certo vorrà dire il Leopardi un umorista. - -[226] RUTGERS MARSHALL, _Op. cit._, pp. 137 segg. - -[227] _Il Parini, ovvero della gloria_, cap. IV; _Prose_, pp. 189-90. - -[228] _Ibid._, pp. 191-2. - -[229] _Ibid._, cap. III, p. 184. - -[230] _Epistol._, vol. I, p. 270. - -[231] _Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti_, p. 148. - -[232] Vedi una lettera di Giacomo del 5 febbrajo 1823: _Epist._, vol. -I, p. 407. - -[233] Il Preyer capovolse la formola, riconoscendo nell'aritmetica un -esercizio musicale. - -[234] _Vom Musikalisch-Schönen_, 1ª ediz., Lipsia, 1854; 7ª, 1885. Cf. -PANZACCHI, _Nel mondo della musica_, Firenze, 1895. pp. 3-37. - -[235] Vedila discussa dal FECHNER, _Op. cit._, parte I, pp. 158 segg. - -[236] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. I, pp. 309-13; vol. -II, pp. 511, 512, 523. - -[237] _La vita solitaria._ - -[238] L'AMIEL, le cui somiglianze morali col Leopardi non sono nè poche -nè lievi, lasciò scritto (_Fragments d'un journal intime_, 7ª ediz. -Ginevra, 1897, volume II, p. 77): «Ce matin, les accens d'une musique -de cuivre, arrêtée sous mes fenêtres, m'ont ému jusqu'aux larmes. -Ils avaient sur moi une puissance nostalgique indéfinissable. Ils me -faisaient rêver d'un autre monde, d'une passion infinie et d'un bonheur -suprême. Ce sont là les échos du paradis, dans l'âme, les ressouvenirs -des sphères idéales dont la douceur douloureuse enivre et ravit le -cœur». - -[239] Lett. 5 febbrajo 1823; _Epistol._, vol. I, p. 408. - -[240] Lett. alla sorella Paolina, 18 maggio 1827; _Epistol._, vol. II, -p. 208. - -[241] Lett. alla sorella Paolina, 7 luglio 1827; _Epistol._, vol. II, -p. 221. - -[242] Il PATRIZI, _Op. cit._, p. 142, vede in questi desiderii e -giudizii del poeta un segno dell'abituale stanchezza e debolezza di -lui. Non a torto, credo; ma errerebbe, parmi, chi non volesse vedervi -altro. Quei giudizii e quei desiderii hanno anche una ragione estetica. - -[243] Cap. IV; _Prose_, pp. 193-4. Confrontisi con alcune ingegnose -pagine del BOURGET intitolate _Paradoxe sur la musique_ in _Études et -Portraits_, Parigi, 1889, vol. I. - -[244] Vedi ARRÉAT, _Mémoire et imagination_, Parigi, 1895, pp. 60-1. -I De Goncourt affermarono che anche il Lamartine ebbe la musica in -orrore, ma si può dubitare della verità della loro affermazione. Vedi, -per non dir altro, il commento con cui lo stesso Lamartine accompagnò -la poesia intitolata _Encore un hymne_, nelle _Harmonies poétiques et -religieuses_. - -[245] _Purgat._, II, 107-11. - -[246] _Lettere famigliari_, l. XIII, lett. 8; volgarizzamento di G. -Fracassetti. - -[247] L. I, dial. 23, _De cantu et dulcedine a musica_. - -[248] - - Music! oh, how faint, how weak, - Language fades before thy spell! - -[249] - - I pant for the music which is divine, - My heart in its thirst is a dying flower. - -[250] _L'Adone_, c. VII. st. I. - -[251] COMBARIEU, _Les rapports de la musique et de la poésie -considérées au point de vue de l'expression_, Parigi, 1894, pp. XV, -XXI. - -[252] _Ibid._, p. 284. - -[253] «Manzoni pensava che dal modo di declamare i versi, esagerando -alquanto l'inflessione della pronuncia che ne indica l'espressione, si -poteva cavarne embrioni di motivi atti a musicarsi. E recitava a quel -modo per dimostrazione alcune strofette del Metastasio». _Alessandro -Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici_, appunti e memorie di S. -S(TAMPA) (figliastro del poeta), Milano, 1885-9, vol. II, p. 423. - -[254] _L'art de la lecture_, 43ª ediz., Parigi, s. a., p. 124. - -[255] Lett. al fratello Carlo, 6 gennajo 1823; _Epistol._, vol. I, p. -390. - -[256] RANIERI, _Op. cit._, p. 40. - -[257] _Op. cit._, p. 54. - -[258] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 61. - -[259] Cap. IV; _Prose_, pp. 191-2. - -[260] _Le ricordanze._ - -[261] Lo Chateaubriand fece esperienza del contrario. «Aujord'hui je -m'aperçois que je suis moins sensible à ces charmes de la nature..... -Quand on est très-jeune, la nature muette _parle_ beaucoup, parce -qu'il y a surabondance dans le cœur de l'homme.....: mais dans un âge -plus avancé, lorsque la perspective que nous avions devant nous passe -derrière, que nous sommes détrompés sur une foule d'illusions, alors -la nature seule devient plus froide et moins _parlante, les jardins -parlent peu_. Il faut, pour qu'elle nous intéresse encore, qu'il s'y -attache des souvenirs de la société, parce que nous suffisons moins à -nous-mêmes.....». (_Souvenirs d'Italie, d'Angleterre et d'Amérique_, -Londra, 1815, vol. I, pp. 23-4). - -[262] Un'altra eccezione molto notabile alla regola comune ci è -offerta da un poeta francese della prima metà di questo secolo, morto -giovanissimo, e rimasto per lungo tempo pressochè ignoto, Maurizio De -Guérin. Come il Leopardi, questi ebbe orror della folla, amò la natura -con sensitività femminea e virginale, solo allora felice quando, vinto -da una specie di languor delizioso, poteva abbandonarsi tra le braccia -e nel grembo di lei. Lasciò scritte, fra le altre, queste parole: -«Quitter la solitude pour la foule, les chemins verts et déserts -pour les rues encombrées et criardes où circule pour toute brise un -courant d'haleine humaine chaude et empestée; passer du quiétisme à la -vie turbulente, et des vagues mystères de la nature à l'âpre réalité -sociale, a toujours été pour moi un échange terrible, un retour vers -le mal et le malheur». (_Journal, lettres et poèmes_, nuova edizione, -Parigi, 1864, p. 92). Il sentimento di questo poeta per la natura -somiglia a quel del Leopardi sotto più di un aspetto, ma ne differisce -anche non poco, perchè dà luogo, assai più che quello del Leopardi -non faccia, alle impressioni distinte, particolari e minute. Noto di -passata che l'amore della solitudine e l'amore della natura andavano -insieme congiunti nei seguaci del Budda. - -[263] _Epistol._, vol. I, p. 253. - -[264] _De la littérature considérée dans ses rapports avec les -institutions sociales_, parte prima, cap. V. - -[265] Vedi _La vita solitaria_. - -[266] _Dialogo di Timandro e di Eleandro, Prose_, p. 361. - -[267] _Il primo amore._ - -[268] _A Silvia._ Il DE MUSSET, nella _Confession d'un enfant du -siècle_, cap. IV: «Je passais la journée chez ma maîtresse; mon grand -plaisir était de l'emmener à la campagne durant les beaux jours de -l'été, et de me coucher près d'elle dans les bois, sur l'herbe ou sur -la mousse, le spectacle de la nature dans sa splendeur ayant toujours -été pour moi le plus puissant des aphrodisiaques». Per contro la natura -guarì dall'amore il Ruskin: e in qual modo? empiendolo tutto di sè -e di sè sola; suggerendogli, non solo una dottrina dell'arte, ma una -morale, una sociologia, una religione e persino, starei per dire, una -metafisica. - -[269] _L'infinito._ - -[270] _La vita solitaria._ - -[271] Nella poesia intitolata _La vache_. - -[272] Vedi intorno alle origini e alla diffusione di quel gusto -FRIEDLAENDER, _Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das -Romantische in der Natur_, Lipsia, 1873; BIESE, _Die Entwickelung des -Naturgefühls im Mittelalter und in der Neuzeit_, Lipsia, 1888, cap. XI, -_Das Erwachen des Gefühls für das Romantische_, pp. 322-57. - -[273] «Strong, pure nature-feeling leads to accurate and minute -observation». VEITCH, _The Feeling for Nature in Scottish Poetry_, -Edimburgo e Londra, 1887, vol. I, p. 17. - -[274] Il PATRIZI, _Op. cit._, p. 137, dice che «nel Leopardi il -sentimento della natura era avvinto ad idee e non ad imagini». Direi: -poco ad immagini, molto a idee e moltissimo ad affetti. - -[275] Circa alla parte importantissima che spetta all'associazione -nelle impressioni che gli spettacoli naturali producono in noi, vedi -FECHNER, _Op. cit._, parte 1ª, pp. 123 segg. - -[276] MAURIZIO DE GUÉRIN (_Op. cit._, p. 34): «Si l'on pouvait -s'identifier au printemps..... se sentir à la fois fleur, verdure, -oiseau, chant, fraîcheur, élasticité, volupté, sérénité!» L'AMIEL, -(_Op. cit._, vol. II, p. 18): «Dans ces états de sympathie universelle, -j'ai même été animal et plante, tel animal donné, tel arbre présent». - -[277] _La vita solitaria._ - -[278] _La quiete dopo la tempesta._ - -[279] _La sera del dì di festa._ - -[280] Forma parte di quello che il poeta intitolò _Supplemento -generale a tutte le mie carte; Appendice all'Epistolario e agli Scritti -giovanili_, a cura di Prospero Viani, Firenze, 1878, p. 238. - -[281] _La sera del dì di festa._ - -[282] Tra le poesie del LONGFELLOW n'è una intitolata _Daylight and -moonlight_. Il poeta dice d'aver letto, durante il giorno, un mistico -canto, e di non averne quasi riportata impressione; d'averlo riletto in -tempo che la luna, _simile a uno spirito glorificato, empieva la notte -e l'innondava delle rivelazioni della sua luce_, e d'esserselo allora -sentito risonar nella mente come una musica. - - Night interpreted to me - All its grace and mystery. - -Il LAMARTINE (_Poésie ou paysage dans le golfe de Gênes_, nelle -_Harmonies poétiques et religieuses_): - - Ah! si j'en crois mon cœur et ta sainte influence, - Astre ami du repos, des songes, du silence, - Tu ne te lèves pas seulement pour nos yeux; - Mais, du monde moral flambeau mystérieux, - A l'heure où le sommeil tient la terre oppressée, - Dieu fit de tes rayons le jour de la pensée. - -L'AMIEL (_Op. cit._, vol. II, pp. 165-6): «Rêvé longtemps au clair -de lune qui noie ma chambre de ses rayons pleins de mystère confus. -L'état d'âme où nous plonge cette lumière fantastique est tellement -crépusculaire lui-même que l'analyse y tâtonne et balbutie. C'est -l'indéfini, l'insaisissable, à peu près comme le bruit des flots formé -de mille sons mélangés et fondus. C'est le retentissement de tous les -désirs insatisfaits de l'âme, de toutes les peines sourdes du cœur, -s'unissant dans une sonorité vague qui expire en vaporeux murmure. -Toutes ces plaintes imperceptibles qui n'arrivent pas à la conscience -donnent en s'additionnant un résultat, elles traduisent un sentiment de -vide et d'aspiration, elles résonnent mélancolie. Dans la jeunesse, ces -vibrations éoliennes résonnent espérance: preuve que ces mille accents -indiscernables composent bien la note fondamentale de notre être et -donnent le timbre de notre situation d'ensemble». - -[283] Lo SHELLEY, nella poesia intitolata _A calm Winter Night_: - - Heaven's ebon vault, - Studded with stars unutterably bright, - Through which the moon's unclouded grandeur rolls. - -[284] _Alla luna._ - -[285] _La vita solitaria._ - -[286] _Il lume della luna ossia l'origine dell'ellera._ - -[287] _Alla luna._ - -[288] _An den Mond_: - - Füllest wieder Busch und Thal - Still mit Nebelglanz, - Lösest endlich auch einmal - Meine Seele ganz. - Breitest über mein Gefild - Lindernd deinen Blick, - Wie des Freundes Auge mild - Ueber mein Geschick. - -[289] _Bruto Minore._ - -[290] _Ultimo canto di Saffo._ - -[291] _Canto notturno di un pastore errante dell'Asia._ - -[292] _Al conte Carlo Pepoli._ - -[293] _Ultimo canto di Saffo._ - -[294] Se ne ha la prova nel terzo libro dell'opera sua principale. -«Wie ästhetisch ist doch die Natur», esclama egli in un luogo (Vol. II, -_Ergänzungen_, cap. 33, p. 462). - -[295] _Op. cit._, vol. I, § 38, pp. 232-3. - -[296] - - Non fra sciagure e colpe, - Ma libera ne' boschi e pura etade - Natura a noi prescrisse, - Reina un tempo e Diva. - (_Bruto Minore_). - - Oh contra il nostro - Scellerato ardimento inermi regni - Della saggia natura! I lidi e gli antri - E le quiete selve apre l'invitto - Nostro furor: le violate genti - Al peregrino affanno, agl'ignorati - Desiri educa; e la fugace ignuda - Felicità per l'imo sole incalza. - (_Inno ai patriarchi_). - -[297] _Bruto Minore._ - -[298] _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_, ecc. - -[299] _Il risorgimento._ - -[300] _La ginestra._ Vedasi, tra le prose, il _Dialogo di un folletto e -di uno gnomo_, e il _Dialogo della natura e di un Islandese_. - -[301] _A Silvia._ - -[302] _Sopra un basso rilievo_, ecc. - -[303] _La vita solitaria._ - -[304] _La sera del dì di festa._ - -[305] _Il sogno._ - -[306] _A sè stesso._ - -[307] _Palinodia al marchese Gino Capponi._ - -[308] _La ginestra._ - -[309] _La quiete dopo la tempesta._ - -[310] _La ginestra._ - -[311] _Palinodia_ ecc. - -[312] _Aspasia._ - -[313] _Le ricordanze._ - -[314] _A sè stesso._ - -[315] _Alla primavera o delle favole antiche._ - -[316] _Ibid._ - -[317] _Le pèlerinage d'Harold._ - -[318] _Il risorgimento._ - -[319] _Sopra un basso rilievo_ ecc. - -[320] Il Leopardi nella _Ginestra_: - - Non ha natura al seme - Dell'uom più stima o cura - Ch'alla formica. - -[321] _La maison du berger._ In un luogo del suo giornale il poeta -chiama stupida la natura. L'AMIEL, dopo aver prodigato alla natura -i più teneri nomi, finisce a scrivere (_Op. cit._, vol. II, p. 78): -«Certes la Nature est inique, sans probité et sans foi». - -[322] «Dans ces bouleversements qui désolent la nature, il y a un baume -pour les plaies du cœur». NODIER, _Le peintre de Saltzbourg, Romans_, -Parigi, 1884, pag. 26. - -[323] _Obermann_, ediz. cit., pp. 510-4. - -[324] Nella poesia _An die Natur_: - - Da der Jugend goldne Träume starben, - Starb für mich die freundliche Natur. - -[325] - - E quando pur questa invocata morte - Sarammi allato, e sarà giunto il fine - Della sventura mia; quando la terra - Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo - Fuggirà l'avvenir; di voi per certo - Risovverrammi; e quell'imago ancora - Sospirar mi farà, farammi acerbo - L'esser vissuto indarno, e la dolcezza - Del dì fatal tempererà d'affanno. - -[326] _Prose_, pp. 246-8. - -[327] _Amore e morte._ - -[328] _Cantico del gallo silvestre; Prose_, p. 336. - -[329] Il buddistico Mâra è, a un tempo stesso, il principe dei piaceri -del mondo e il principe della morte, colui che seduce ed uccide. - -[330] _Paradise Lost_, l. X, vv. 249-51. - -[331] Alcun che di simile si ha pure in un racconto ebraico. Qui viene -opportuno il ricordo della famosa incisione di Alberto Dürer, dove si -vede effigiato un cavaliere che, senza dar segno alcuno di terrore, si -trova preso fra il diavolo da una parte e la morte da un'altra. - -[332] Vedi AUGUSTO CESARI, _La morte nella Vita Nuova_, Bologna, 1892, -pagine 11-12. - -[333] _Il Canzoniere annotato e illustrato da_ Pietro Fraticelli, -Firenze, 1861, pp. 115 e segg. - -[334] _Trionfo della fama_, cap. I, secondo la volgata. - -[335] _Vita nuova_, cap. XXIII. Cf. l'opuscolo del Cesari testè citato. - -[336] Sonetti: _Non può far Morte il dolce viso amaro_, e _Spirto -felice che sì dolcemente; Trionfo della Morte_, c. I. - -[337] _Kinder-und Hausmärchen_, N. 44. - -[338] Per il prolungamento di questa poetica tradizione nel secolo -XVI vedi CESAREO, _Nuove ricerche su la vita e le opere di Giacomo -Leopardi_, Torino, 1893, pp. 64-8. - -[339] Ma non ai tempi d'Omero. Achille nell'Hades confessava ad Ulisse -che avrebbe piuttosto voluto essere un bifolco sopra la terra che il re -delle ombre sotterra. - -[340] Vedi I. DELLA GIOVANNA, _L'uomo in punto di morte e un dialogo di -Giacomo Leopardi_, Città di Castello, 1892. - -[341] _Amore e morte._ Circa il sentimento di beatitudine che -l'uomo può provare in sul punto della morte vedi: EGGER, _Le moi des -mourants_; SOLLIER, MOULIN, KELLER, _Observations sur l'état mental des -mourants; Revue philosophique_, anno 1896, vol. 1. - -[342] Sonetti: _Alma felice, che sovente torni; Discolorato hai, Morte, -il più bel volto; Nè mai madre pietosa al caro figlio; Se quell'aura -soave de' sospiri; Levommi il mio pensier in parte ov'era; Vidi fra -mille donne una già tale; Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella; -Dolce mio caro e prezioso pegno; Deh qual pietà, qual angel fu sì -presto; Del cibo onde 'l Signor mio sempre abbonda; Ripensando a -quel ch'oggi il cielo onora; L'aura mia sacra al mio stanco riposo_. -Canzone: _Quando il soave mio caro conforto_. - -[343] Cito dall'edizione curata dal Mestica, _Le rime di Francesco -Petrarca restituite nell'ordine e nella lezione del testo originario_, -Firenze, 1896. - -[344] _Die Welt als Wille und Vorstellung_, vol. II, (_Ergänzungen_), -cap. 44, pagina 609. - -[345] Per più particolari vedi DE RIDDER, _De l'idée de la mort en -Grèce à l'époque classique_, Parigi, 1897. - -[346] _A sè stesso._ - -[347] Lett. 26 luglio e 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I, pp. -208, 243. In molt'altre sue lettere manifesta il Leopardi propositi -di suicidio. Lett. al fratello Carlo, luglio 1819 (_Epistol._, vol. I, -p. 212); al Brighenti, 7 aprile 1820 (p. 263); allo stesso, 21 aprile -1820 (p. 264); al Perticari, 30 marzo 1821 (p. 324); al Melchiorri, 19 -dicembre 1823 (p. 485); ad Adelaide Maestri, 24 giugno 1828 (vol. II, -p. 305); al De Sinner, 24 dicembre 1831 (p. 448). - -[348] Con argomenti che molto somigliano a quelli di Obermann. -Confrontinsi con gli argomenti di Werther e di Jacopo Ortis. - -[349] _Canto notturno_ ecc., ultimo verso. - -[350] _La quiete dopo la tempesta_, ultimi due versi. - -[351] Nella poesia intitolata _Le Gouffre_. Questo medesimo sentimento -espresse il Baudelaire in molti altri suoi versi. Confrontisi con la -_Comédie de la mort_ di Teofilo Gautier. - -[352] _Il pensiero dominante._ - -[353] Lett. al Giordani; _Epistol._, vol. I, p. 240. - -[354] _Amore e morte._ - -[355] _Cantico del gallo silvestre_, l. cit. - -[356] _Sopra un basso rilievo antico sepolcrale_ ecc. - -[357] _Ibid._ - -[358] _Il sogno._ - -[359] _A Silvia._ - -[360] _Il sogno._ - -[361] _Sopra un basso rilievo_ ecc. - -[362] _Sopra il ritratto di una bella donna_ ecc. - -[363] _A Silvia._ - -[364] La nota poetessa francese Luisa Ackermann, in un lungo e bello -componimento intitolato _L'Amour et la Mort_, ritrasse il contrasto -dell'Amore e della Morte, quello desideroso di eternità, questa -accelerante la fine; quello creator della vita, questa di ogni vita -distruggitrice. - -[365] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, capp. IV e VI; _Prose_, -pp. 283-4, 293; e altrove. - -[366] _Pensieri_, XXX. Cf. _Detti memorabili_, cap. V; _Prose_, p. 288. - -[367] _Ad Angelo Mai._ - -[368] _Inno ai patriarchi, o dei principii del genere umano._ - -[369] Lett. al De Sinner, 24 dicembre 1831; _Epistol._, vol. II, p. 450. - -[370] Lett. al Melchiorri, 3 ottobre 1825; _Epistol._, vol. II, p. 27. -Era il tempo in cui veniva preparando per l'editore milanese Stella -una edizione latina e un'altra latina e italiana di tutte le opere di -Cicerone. - -[371] Lett. allo Stella, 12 marzo 1826; _Epistol._, vol. II, p. 111. - -[372] Lett. al Melchiorri testè citata, _l. cit._ - -[373] Lett. al padre, 3 luglio 1826; _Epistol._, vol. II, p. 149. - -[374] _Opere inedite di Giacomo Leopardi pubblicate sugli autografi -recanatesi da_ Giuseppe Cugnoni, Halle, 1878-80, vol. II, pp. 369, 374. - -[375] Tra le carte del poeta, lasciate dal Ranieri, è una _Canzone -sulla Grecia_; ma non se ne conosce altro che il titolo, ed anzi -potrebbe darsi non ve ne fosse altro che l'argomento. Vedi CAMILLO -ANTONA-TRAVERSI, _Il catalogo de' manoscritti inediti di Giacomo -Leopardi sin qui posseduti da Antonio Ranieri_, Città di Castello, -1889, p. 19. Potrebbe darsi fosse tutt'uno con quella di cui lasciò -ricordo in altra sua scheda il poeta (vedi _Appendice all'epistolario e -agli scritti giovanili_, p. 239); nel qual caso avrebbe contenuto una -esortazione ai principi, perchè si commovessero ai casi della _povera -Grecia_, e un ricordo dei fatti di Parga. - -[376] _Opere_, Milano, 1854-63, t. IV, p. 414. - -[377] _Del rinnovamento letterario in Italia_, in _Bozzetti critici e -discorsi letterari_, Livorno, 1876, p. 169. - -[378] Lett. ad A. F. Stella, 27 marzo 1818; _Epistol._, vol. I, p. 131. -Le _Osservazioni_ del cavaliere Di Breme erano state pubblicate nello -_Spettatore_ del medesimo Stella. - -[379] Quella prima parte è conservata fra le carte lasciate dal -Ranieri, e sinora non fu potuta veder da nessuno. Vedi il _Catalogo_ -citato, p. 19. - -[380] Lett. al Giordani, 19 febbrajo 1819; _Epistol._, vol. I. p. 172. - -[381] _Opere inedite_ cit., vol. II, p. 371-3. In una sua lettera del -18 luglio 1826 Luigi Stella esortava ancora il Leopardi a scrivere -intorno allo spirito della letteratura italiana a que' tempi. -_Epistol._, vol. III, p. 357. - -[382] Il romanticissimo Obermann, scostandosi dalle opinioni della -Staël c dello Chateaubriand riferite di sopra, stimava la mitologia -conferir molto al sentimento della natura e all'arte, e non taceva -divario, per tale rispetto, fra mitologia classica e mitologia non -classica. «Quand les arbres, les eaux, les nuages sont peuplés par les -âmes des ancêtres, par les esprits des héros, par les dryades, par les -divinités; quand des êtres invisibles sont enchaînés dans les cavernes -ou portés par les vents; quand ils errent sur les tombeaux silencieux, -et qu'on les entend gémir dans les airs pendant la nuit ténébreuse, -quelle patrie pour le cœur de l'homme! quel monde pour l'éloquence!». -Lett. LXX, ediz. cit., p. 392. - -[383] _Vénus de Milo_ in _Poèmes antiques_. - -[384] Appartiene arche questa, insieme con _Hypathie_, ai _Poèmes -antiques_. - -[385] _L'Anti-mitologia, sermone da_ GIUSEPPE BELLONI, _antico militare -italiano, indirizzato al sig. cavaliere_ Vincenzo Monti _in risposta di -un sermone sulla mitologia da quest'ultimo pubblicato_, Milano, 1825, -p. 17. Fu questa una delle molte risposte che s'ebbe il sermone del -Monti. - -[386] Lett. al Broglio. 13 agosto 1819; _Epistol._, vol. I, p. 223. - -[387] _Dialogo di Tristano e di un amico; Prose_, p. 442. - -[388] _Pensieri_, C. - -[389] _Pensieri_, XLVIII, XLIX. - -[390] _Dialogo della moda e della morte: Prose_, p. 51. - -[391] _Palinodia_ ecc.; _Proposta di premii fatta dall'Accademia dei -Sillografi_. - -[392] _Detti memorabili di Filippo Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 281. - -[393] _Dialogo di Tristano e di un amico; Prose_, p. 453. - -[394] _Ibid.; Palinodia_ ecc. - -[395] _Pensieri_, I. - -[396] _Epistol_., vol. I. pp. 337-8. - -[397] _Ibid._, p. 242. - -[398] _Prose_, p. 359. - -[399] Lett. 14 agosto 1820; _Epistol._, vol. I, p. 289. Vedi un'altra -lettera di quel medesimo mese, allo stesso, p. 291. - -[400] Questo Adolphe ha molta somiglianza col Leopardi, col quale ha -in comune la melanconia e la timidezza orgogliosa, la noja e quella -strana ironia che non ischifa di accompagnarsi con l'entusiasmo. Il De -Vigny lasciò scritto nel suo giornale: «Oh! fuir! fuir les hommes et se -retirer parmi quelques élus, élus entre mille milliers de mille!». - -[401] Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I, p. 243. - -[402] _La vita solitaria._ - -[403] _Pensieri_, LXXXV. - -[404] _Storia del genere umano; Prose_, p. 27. - -[405] _Histoire de la littérature anglaise_, 2ª ediz., Parigi, 1866-71, -vol. IV, pagina 285. Una osservazione. Per opera della civiltà, della -specificazione della cultura e della division del lavoro, i nostri -_simili_ divengono da noi sempre più _dissimili_, e i dissimili, se da -un sentimento o da un'idea superiore non sono consigliati altrimenti, -tendono a segregarsi. _Chi si somiglia si piglia_ e _Qui se ressemble -s'assemble_: se questi proverbii son veri, altrettanto veri sono i loro -contrarii. - -[406] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 57. - -[407] Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; _Epistol._, vol. I. p. 243. - -[408] _Dialogo di Plotino e di Porfirio; Prose_, p. 404; _Pensieri_, -LXVII, LXVIII. - -[409] Vedi LOSACCO, _Il sentimento della noja nel Leopardi e nel -Pascal; Atti dell'Accademia reale delle scienze di Torino_, 1895. - -[410] _Pensieri_, LXXXIV, LXXXV. - -[411] _Il risorgimento._ Cf. _Le ricordanze_. - -[412] _A sè stesso._ - -[413] _Troisième lettre à M. de Malesherbes_, 26 gennajo 1762. Molte -volte, nel corso di queste pagine, si sono notate tra il Leopardi e -il Rousseau conformità di pensiero e di sentimento. Altre assai se -ne potrebbero notare. Del resto lo stesso poeta avverti tra sè e il -filosofo ginevrino certa somiglianza. Vedi _Detti memorabili di Filippo -Ottonieri_, cap. IV; _Prose_, p. 279. Vedi pure il Pensiero XLIV, dov'è -citata una opinione del Rousseau, ma non il nome. - -[414] Lo stesso DE MUSSET nella _Confession d'un enfant du siècle_: «Je -serai un homme, mais non une espèce d'homme particulière». - -[415] Non per questo credo si possa parlare di vagabondaggio del -Leopardi (Vedi PATRIZI, _Op. cit._, p. 170-1). Il Leopardi diede -prove di assiduità e di perseveranza negli studii meravigliose. Nessun -paragone è possibile fra lui e un vero e proprio e confesso vagabondo -quale il Verlaine. La irrequietezza del Leopardi, quel non potersi -trovare a lungo in un luogo senza desiderar di partirsene, quelle -frequenti mutazioni di sede, non provano ciò che si vorrebbe far loro -provare. «Il viaggiare mi ammazza», scriveva egli al Puccinotti: e -«in che luogo si può star contento senza salute?» al fratello Carlo -(_Epistol._, vol. II, pp. 187, 229). Ma ciò richiederebbe più lungo -discorso. Parmi, del resto, che la paresi motoria, asserita dal Patrizi -(p. 149), mal possa accordarsi col vagabondaggio. - -[416] _Catalogo_ cit., p. 11. - -[417] _Epistol._, vol. I, p. 241. - -[418] «Poetry, in a general sense, may be defined to be _the expression -of the imagination_». _A Defence of Poetry_, in principio. - -[419] Lett. 27 novembre 1818; 19 febbrajo 1819; 20 marzo 1820; -_Epistol._, vol. I, pp. 150, 174-5, 260. - -[420] Andrea Chénier s'era contentato di dire: - - Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques. - -E il Pindemonte raccomandava al Foscolo: - - antica l'arte - Onde vibri il tuo stral, ma non antico - Sia l'oggetto in cui miri. - -[421] Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; _Epistol._, vol. I, pp. 339-40. - -[422] Lett. 21 maggio 1819; _Epistol._, vol. I, p. 201. - -[423] Lett. a Venanzio Broglio, 21 agosto 1819, e al Brighenti, 28 -maggio 1821; _Epistol._, vol. I, pp. 233, 334. - -[424] _Opere inedite_, vol. 11, p. 371. - -[425] Lett. al Vieusseux, 21 gennajo 1832; _Epistol._, vol. II, p. 454. - -[426] _Opere inedite_, vol. II, pp. 369-70, 374. - -[427] Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; _Epistol._, vol. II, p. 316. - -[428] Lett. al Puccinotti, 5 giugno 1826; _Epistol._, vol. II, p. 142. -Il Leopardi stesso disse di amare «per inclinazione di natura con certa -parzialità la poesia»; ma ebbe in conto di «bene meschino letterato -quegli che non sapesse scrivere altro che versi». Lett. al Giordani, 30 -maggio 1817; _Epistol._, vol. I, pp. 73-4. - -[429] Il DE SANCTIS (_Studio su Giacomo Leopardi_, 2ª ediz., Napoli. -1894, pagine 182-3) parla di questi disegni leopardiani di letteratura -civile e patriottica, ma attinenze col romanticismo non ne rileva. -Parmi anzi ch'egli giudichi un po' troppo alla lesta quando dice (p. -244): «Leopardi avea comune con tutti i letterati di quel tempo, -massime i classici e i puristi, il disprezzo della moltitudine, -l'orrore del volgare e del luogo comune. La poesia dovea essere togata -e solenne, sopra alla realtà, e, come diceasi, ideale». Dai luoghi che -ho riferiti, quel disprezzo delle moltitudini non appare. Riconosco -di buon grado che il Leopardi non addimostra per gli umili quella -tenerezza che tanto è notabile in Werther; ma gli umili, in alcune sue -poesie, nella _Sera del dì di festa_, nella _Quiete dopo la tempesta_, -nel _Sabato del villaggio_, sono ricordati con tutt'altro che con -disprezzo. - -[430] Lett. al Colletta, marzo 1829; _Epistol._, vol. II, p. 357. - -[431] Lett. al Giordani, 8 agosto e 30 maggio 1817; _Epistol._, vol. -I, pp. 89, 77. Vedi una breve nota circa i pregi rispettivi dell'una e -dell'altra lingua nell'_Appendice all'epistolario_, p. 246. - -[432] Lett. al Giordani. 20 novembre 1820; _Epistol._, vol. I, p. -308. Nel 1816 CARLO GIUSEPPE LONDONIO aveva, nella sua _Risposta d'un -Italiano ai due Discorsi di madama la baronessa De Staël-Holstein_, -contraddetto al consiglio che costei dava agl'Italiani di molto -leggere e tradurre gli scrittori stranieri. Invano aveva giudicato il -Goethe che chi conosce una lingua sola gli è come se non ne conoscesse -nessuna. - -[433] Lett. 25 luglio 1826; _Epistol._, vol. II, p. 153. - -[434] Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; _Epistol._, vol. I. pp. -339-40. Cfr. DE SANCTIS, _Op. cit._, pp. 341-2. - -[435] Lett. al Giordani, 20 novembre 1820; _Epistol._, vol. I, p. 308. - -[436] _Dai vari pensieri, Appendice all'Epistolario_, p. 248; Lettera -al padre, 8 luglio (1831?); _Epistol._, vol. II, p. 427. - -[437] Lett. 26 giugno 1832; _Epistol._, vol. II, p. 487. - -[438] Nel Num. 61, gennajo 1826. - -[439] Lett. al De Sinner, 21 giugno 1832; _Epistol._, vol. II, p. 485. - -[440] Per tropp'altre prove è risaputo quanto fosse tenace nelle -inimicizie il Tommaseo; ma questa mi sembra davvero una delle -più curiose. In quel suo libretto: _Di Giampietro Vieusseux e -dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo_, Firenze, -1863, del Leopardi non è ricordato neppure il nome. Oh, santa carità -dei letterati, anche religiosissimi! e questo aveva scritto, tra -l'altro, _Bellezza e civiltà_! - -[441] Lett. al Melchiorri, 8 gennajo 1825; _Epistol._, vol. I, p. 523. - -[442] L'_Antologia_, t. XXVIII (1827), fasc. III, p. 273. Qui si -discorre dei _Versi_ stampati in Bologna nel 1826. Lo stesso Montani -lodò poi i _Canti_ pubblicati dal Leopardi in Firenze nel 1831 (t. -XLII, fasc. I, pp. 44-53). Vedi intorno al troppo dimenticato critico -_Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani_, Capolago, -1843. - -[443] _Epistol._, vol. II, p. 141. - -[444] Lett. al Vieusseux, 15 dicembre 1828; _Epistol._, vol. II, p. 341. - -[445] Non dovette conoscere questo passo di lettera lo ZANELLA, il -quale s'affaticò a dimostrare che il Leopardi aveva letto il Byron, -e anche lo Shelley, del quale, per altro, il Leopardi non fa parola. -Vedi _Percy-Bysshe Shelley e Giacomo Leopardi_, nei _Paralleli -letterari_, Verona, 1885, pp. 245 segg. In un sunto di lettura fatta -dallo ZDZIECHOWSKI all'Accademia delle scienze di Cracovia (_La poésie -de Leopardi considérée dans ses rapports avec les principaux courants -littéraires en Europe; Bulletin international de l'Accadémie des -sciences de Cracovie, Comptes rendus des séances de l'Année_ 1892), si -legge che il Leopardi non imitò e non ammirò mai il Byron, ma che, ciò -nondimeno, le sue prime poesie sembrano inspirate dallo stesso spirito -di quello, e che il Leopardi diede la soluzione più larga dei problemi -concernenti la vita posti dal Byron (?!). Questo scritterello, così -largo di promesse nel titolo, è pieno d'inesattezze e di avventati -giudizii. Ci si afferma, tra l'altro, che l'amor di patria fu nel -Leopardi cosa effimera, dovuta ad influsso del Giordani. - -[446] Nel 1832 CESARE CANTÙ pubblicava nell'_Indicatore_ di Milano -il suo saggio _Di Vittore Hugo e del romanticismo in Francia_, -accompagnando molto sensatamente e molto equamente le lodi di qualche -biasimo, ma invitando insomma i giovani italiani a prendere esempio dal -poeta francese. - -[447] L'_Antologia_, t. XXXV (1828), fasc. I, pp. 185-6. -Nell'_Antologia_ il Tommaseo si sottoscriveva con le iniziali K, X, Y. - -[448] _Dai varii pensieri; Appendice all'Epistolario_, pp. 251-2. -Nell'edizione bolognese del 1824 il Leopardi ristampava, rifatta in -parte, la dedica al Monti. Mi par ragionevole credere che il severo -giudizio sia posteriore a quell'anno. - -[449] Lett. al Vieusseux. 31 dicembre 1827; _Epistol_., vol. II. p. 271. - -[450] _Epistol_., vol. II. p. 241. - -[451] _Ibid_., pp. 234-5. - -[452] _Manzoni e Leopardi_; _Nuova Antologia_, vol. XXIII (1873), p. -763. - -[453] _Epistol_., vol. II, p. 278. - -[454] _Ibid_., p. 304. - -[455] _Ibid_., p. 303. Per altri particolari vedi BENEDETTUCCI, -_Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni_, scritto ripubblicato nel già -citato volume di C. ANTONA TRAVERSI, _Studj su Giacomo Leopardi_. Vedi -nello stesso volume un _Saggio cronologico di una bibliografia del -Leopardi e del Manzoni_. - -[456] Lett. alla sorella Paolina, 12 novembre 1827; _Epistol_., vol. -II, p. 247. Quasi le stesse parole scriveva il poeta al Vieusseux quel -medesimo giorno, _ibid_., p. 248. - -[457] L'Oriente, tanto sfruttato da una generazione intera di -romantici, appare soltanto nell'_Inno ai patriarchi_, con l'aranitica -valle - - Di pastori e di lieti ozi frequente. - -[458] Cf. MARC DE MONTIFAUD, _Les romantiques_, Parigi, 1878, p. 3. - -[459] _Opere inedite_ cit., vol. II, p. 372. - -[460] Il PLUEMACHER scrisse (_Op. cit_., p. 116): «Il Leopardi è poeta -perchè ha ragion di dolersi; ma si sente che se le cose sue andassero -bene, se egli potesse avere una sequela di giorni lieti, le ragioni -del poetare gli verrebbero meno». E il PATRIZI (_Op. cit_., p. 133): -«L'erompere dell'anima lirica coincide in Leopardi colle prime minacce -del male al suo benessere». Credo avesse piuttosto ragione il BOUCHÈ -LECLERQ di scrivere (_Giacomo Leopardi, sa vie et ses œuvres_, Parigi. -1874, p. 168): «La nature avait fait Leopardi poète. Elle lui avait -donné la sensibilité délicate et l'imagination vive dont la réunion -constitue le tempérament poétique». Era già un poeta il fanciullo che -con lunghi immaginosi racconti intratteneva i suoi compagni di giuoco. - -[461] _Chateaubriand et son groupe littéraire sous l'empire_, nuova -edizione, Parigi, 1872, troisième leçon, p. 114. Cf. quanto nel -capitolo II fu detto della fantasia del Leopardi. - -[462] A far meglio intendere ciò gioverebbe istituire un raffronto fra -le _Ricordanze_ e la _Vigne et la maison_, poesie di affine argomento. - -[463] Qui, e il più delle volte altrove, per immagine intendo, non -quella dei retori, ma quella degli psicologi, e propriamente quel -residuo della percezione che può essere ravvivato nella memoria. - -[464] Il PLUEMACHER, _Op. e l. cit._ - -[465] Com'è noto il Gautier da prima si consacrò alla pittura, poi -l'abbandonò per darsi alle lettere. - -[466] PATRIZI, _Op. cit._, p. 98. Vedi ivi stesso le osservazioni sulla -sensitività cromatica del poeta. - -[467] Lett. alla sorella Paolina, 19 dicembre 1825; _Epistol._, vol. -II, p. 72. - -[468] Vedi addietro a pp. 223-4. - -[469] KRANTZ, _Le pessimisme de Leopardi; Revue philosophique_, anno V -(1880) vol. II, p. 412 n. - -[470] _Epistol._, vol. I, p. 408; vol. II, pp. 149. 246-7. 248. 214. - -[471] Dell'Aspasia dice il poeta che appar _circonfusa d'arcana -voluttà_. Questa denotazione è assai vaga e generica, ma pure ottiene -l'effetto di suscitare il fantasma. E perchè? Perchè, commovendo -direttamente in noi il senso erotico e genesiaco, e quel tutto insieme -di ricordi e d'immaginazioni che gli suol far compagnia, ci suscita -dentro l'immagine della donna più avvenente e più desiderabile di cui -sia capace la fantasia di ciascuno di noi. Dante, che fu un visuale -poetico forse insuperabile, nel più bel sonetto della _Vita Nuova_ non -descrive punto Beatrice, ma accenna soltanto ch'ella fa diventar muta -ogni lingua, e dice che, - - Benignamente d'umiltà vestuta, - -par cosa venuta di cielo in terra, e che dà una dolcezza al core che -non la può intendere chi non la prova, e che dal suo volto muove uno -spirito soave pien d'amore - - Che va dicendo a l'anima: sospira! - -eppure, chi dopo aver letto que' quattordici versi, non riesce a vedere -l'_angelica forma_, non so qual altro miracolo di penna o di pennello -gliela potrebbe mai far vedere. Dove si nota che la pittura non può far -vedere le cose se non ritraendole, e la poesia le può far vedere senza -ritrarle; e ciò dovrebbero meditare coloro che credono di avvantaggiar -la poesia accomodandola dei mezzi che appartengono alla pittura e -privandola de' suoi proprii. - -[472] La poesia suggestiva, più di quella che chiameremo espositiva o -rappresentativa, richiede lettore esperimentato e colto, perchè essa -non può suggerire in sostanza se non ciò ch'è già in qualche modo -nell'animo nostro. - -[473] _Studio_ già citato, p. 231. Perciò ebbe giusta ragione il -Mestica d'intitolare _Il verismo nella poesia di Giacomo Leopardi_ un -saggio inserito nella _Nuova Antologia_ del 1º luglio 1880. - -[474] Intorno alla sensitività termica e dolorifica del Leopardi vedi -PATRIZI, _Op. cit._, pp. 100-1. - -[475] Cap. II; _Prose_, p. 260. - -[476] Vedi PATRIZI, _Op. cit._, p. 100. Quando leggo que' versi: - - L'aura di maggio movesi ed olezza, - Tutta impregnata dall'erba e dai fiori; - -e quegli altri: - - Non avea pur natura ivi dipinto, - Ma di soavità di mille odori - Vi facea un incognito e indistinto; - -non posso tenermi dal credere che quel gran naso di Dante fosse dotato -di più sottil senso che non quell'altro gran naso del Leopardi. - -[477] Com'è felice in quel _fluttuare_ anche l'immagine ottica! - -[478] Scrisse il PATRIZI (_Op. cit._, p. 142) che nell'opera artistica -del Leopardi «si discerne sempre l'influenza della sua debolezza». Non -direi sempre. - -[479] Lett. al Melchiorri, 5 marzo 1824; _Epistol._, vol. I, pp. 496-7. - -[480] Sul modo di comporre del Byron vedi ELZE, _Lord Byron_, 3ª ediz., -Berlino, 1886, pp. 408-11. - -[481] Leggasi questo passo del giornale di Maurizio De Guérin (pp. -93-4): «J'ai chômé dans l'inaction la plus complète mes six semaines de -vacances..... Mais ce repos, cette _accalmie_ n'avait pas éteint le jeu -de mes facultés ni arrêté la circulation mystérieuse de la pensée dans -les parties les plus vives de mon âme..... Je goûtais simultanément -deux voluptés..... La première consistait dans l'indicible sentiment -d'un repos accompli, continu et approchant du sommeil; la seconde me -venait du mouvement progressif, harmonique, lentement cadencé des -plus intimes facultés de mon âme, qui se dilataient dans un monde -de rêves et de pensées, qui, je crois, était une sorte de vision en -ombres vagues et fuyantes des beautés les plus secrètes de la nature -et de ses forces divines». E leggasi ora questo dell'Amiel (vol. -I, p. 52): «Oui, il faut savoir être oisif, ce qui n'est pas de la -paresse. Dans l'inaction attentive et recueillie, notre âme efface ses -plis, se détend, se déroule, renaît doucement comme l'herbe foulée -du chemin, et, comme la feuille meurtrie de la plante, répare ses -dommages, redevient neuve, spontanée, vraie, originale. La rêverie, -comme la pluie des nuits, fait reverdir les idées fatiguées et pâlies -par la chaleur du jour. Douce et fertilisante, elle éveille en nous -mille germes endormis. En se jouant, elle accumule les matériaux pour -l'avenir et les images pour le talent». - -[482] _Epistol._, vol. I, p. 261. - -[483] Lett. 5 gennajo 1821; _Epistol._, vol. I. p. 313. - -[484] Lett. 10 settembre 1821; _Epistol._, vol. I, p. 242. - -[485] Lett. 16 gennajo 1829; _Epistol._, vol. II, p. 347. - -[486] Lett.... marzo 1829; _Epistol._, vol. II. pp. 357-8. - -[487] _Les confessions_, parte prima, l. III. - -[488] Lett. 4 agosto 1823; _Epistol._, vol. I, p. 466. - -[489] Lett. al Giordani. 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I. p. 62. - -[490] Nella lettera al Melchiorri poc'anzi citata, scriveva: «Gli altri -possono poetare sempre che vogliono, ma io non ho questa facoltà in -nessun modo, e per quanto mi pregaste, sarebbe inutile, non perchè io -non volessi compiacervi, ma perchè non potrei. Molte altre volte sono -stato pregato e mi sono trovato in occasioni simili a questa, ma non ho -mai fatto un mezzo verso a richiesta di chi che sia, nè per qualunque -circostanza si fosse». - -[491] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, p. 60. - -[492] _Studi filologici_, p. 282. - -[493] _Die Welt_ ecc., vol. II, cap. 37. p. 484. - -[494] _Alla luna._ La più parte de' suoi canti migliori il Leopardi -compose nel detestato soggiorno di Recanati, dove si aggravavano di -solito tutti i suoi mali, e dov'egli si sentiva più disperatamente -infelice. - -[495] La natura e la moda nelle _Operette morali_; il mondo in un -dialogo inedito. - -[496] Che il contrasto forma, in certo qual modo, l'anima della poesia -del Leopardi, fu avvertito già da parecchi, e largamente dimostrato da -I. DELLA GIOVANNA, _La ragion poetica dei canti di Giacomo Leopardi_, -Verona, 1892. - -[497] _Schopenhauer e Leopardi_; _Saggi critici_, 4ª ediz., Napoli, -1881, p. 296. Ma nel già più volte citato _Studio_, a p. 292, il De -Sanctis scrisse: «A Giordani e agli altri letterati potè parere quella -prosa un deserto inamabile, e più uno scheletro che persona viva». - -[498] _Abbozzo dell'opera Storia dello spirito pubblico d'Italia per_ -600 _anni considerato nelle vicende della lingua_; _Opere_, t. IX. p. -109. - -[499] _Studio su Giacomo Leopardi_, pp. 289, 292. - -[500] Lett. al Giordani, 30 aprile 1817 e 12 maggio 1820; _Epistol._, -vol. I, pagine 60, 272. - -[501] Lett. al Giordani, 21 giugno 1819; _Epist._, vol. I. p. 207. - -[502] Lett. al Giordani, 12 maggio 1820; _Epistol._, vol. I. p. 272. - -[503] Vedi addietro, p. 339. - -[504] _Appendice all'epistolario e agli scritti giovanili_, pp. 248-9. - -[505] Non so se il Giordani si fosse lasciato persuadere dal Vida, il -quale prescriveva, a chi volesse divenir poeta, assidua e diligente -lettura di Cicerone. - -[506] Lett. del 30 aprile 1817; _Epistol._, vol. I, pp. 61-3. - -[507] Nè ad essa contraddiceva il Leopardi, quando, col Paciaudi, -chiamava la prosa la _nutrice del verso_. _Appendice all'epistolario_, -p. 243. - -[508] La metrica del Leopardi potrebbe dare argomento a lungo discorso; -ma non è qui luogo da ciò. Il tema fu toccato già da parecchi; ma -nessuno, ch'io sappia, ne fece trattazione ordinata e compiuta. - -[509] Per le questioni cui può dare materia il ritmo, vedi NEUMANN, -_Untersuchungen zur Psychologie und Aesthetik des Rhythmus_; -_Philosophische Studien_ X (1894). - -[510] Veggasi ciò che scriveva al Giordani il 27 di marzo del 1817; -_Epistol._, vol. I. p. 41. - -[511] Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella _Nuova -Antologia_, Serie IV, vol. LXVII (1897). - -[512] _Die Entartung_, 2ª ediz., Berlino, 1893, vol. I. pp. 201, 203-5. - -[513] Ai nuovi spasimanti della natura, epigoni inconsapevoli di -Gian Giacomo Rousseau, e, come questo, condannati alle più stridenti -contraddizioni, raccomanderei la lettura e la meditazione di quel breve -ma succoso saggio cui lo STUART MILL pose titolo _Nature_. - -[514] _Lettre à la jeunesse_, nel volume intitolato _Le roman -expérimental_, pagina 103. Un officio in tutto simile fu pure assegnato -alla poesia dal Nordau. - -[515] Debbo avvertire che, discorrendo del simbolismo, io prendo la -parola simbolo nel suo significato più largo, intendendo per esso, -così il simbolo propriamente detto, come l'allegoria: e ciò faccio, non -tanto per amore di semplicità, quanto per attenermi all'uso stesso dei -simbolisti. - -[516] Lo stesso HUYSMANS, l'autore ultrarealista e pornografo -di _Marthe_ e di _les sœurs Vatard_, convertito al cattolicismo, -pubblicherà fra breve un romanzo intitolato _Cathédrale_, e si accinge -a scrivere la Vita di Santa Lidvina. Peccato che questa santa donna -lasci desiderar qualche cosa sotto il rispetto della celebrità! -La buona memoria di Pietro Aretino parmi s'avvisasse assai meglio -scrivendo la _Vita di Santa Caterina_, la _Vita di San Tommaso -d'Aquino_, la _Vita di Maria Vergine_ e la _Umanità di Cristo_. - -[517] _The origin and function of music_, nel vol. II degli _Essays_, -edizione del 1891, pp. 424-6. - -[518] Vedi tra i recentissimi FOUILLÉE, _Le mouvement idéaliste et la -réaction contre la science positive_, Parigi, 1896, pp. XXVII-XXVIII. -Parmi meriti d'essere ricordato che, sino dal 1707, Giambattista Vico -affermava, in una delle sue orazioni inaugurali, la virtù della scienza -nel togliere _la varietà delle opinioni_ e conciliare _l'uomo con -l'uomo_. - -[519] Veggasi il libro del compianto GUYAU, _L'art, au point de vue -sociologique_, Parigi, 1889, libro di molto valore, sebbene non iscevro -d'errori. - -[520] _L'Ermitage_, aprile 1894. - -[521] Alcuni simbolisti italiani ostentano di parlare del De Sanctis, -non pure con ammirazione, ma con venerazione. Fanno benissimo; ma non -dovrebbero dimenticare ch'egli espresse una sua saldissima e costante -opinione quando, nel saggio su Francesca da Rimini, scrisse che quello -che non si riesce a capire non merita d'essere capito, e che _quello -solo è bello che è chiaro_. - -[522] _La littérature de tout à l'heure_, Parigi, 1889, p. 324. - -[523] _The philosophy of style; Essays_, ediz. cit., vol. II, p. 356. - -[524] Sulla potenza suggestiva delle grandi scene di paese, vedi le -belle osservazioni dello SPENCER, _The Principles of Psycology_, 3ª -ediz., Londra. 1881. vol. I, cap. VIII, p. 485. - -[525] Parlo, s'intende, in generale; ma non voglio escludere la -possibilità che, _tra persone in cui il fenomeno si produce in modo -affatto eguale_, il fenomeno stesso dia occasione e modo di ottenere -certi _effetti_ d'arte. V. SUAREZ DE MENDOZA, _L'audition colorée. -Étude sur les fausses sensations secondaires physiologiques et -particulièrement sur les pseudo-sensations de couleur associées aux -perceptions objectives des sons_, Parigi. 1890. - -[526] Non mancano in Italia alcuni giovani che sentono altamente -dell'arte, ripugnano agli andazzi, e, cercando il nuovo, non credono -però necessario di vituperar tutto il vecchio. Se dovessi parlare di -loro, parlerei con quella lode che stimo esser loro dovuta. - -[527] Qualcuno potrebbe obbiettarmi: E le recenti prose e i -recenti versi del D'Annunzio? Riconosco in quelle prose e in que' -versi l'influsso del simbolismo; ma non per questo ho in conto di -simbolista il D'Annunzio. Anzi le più spiccate e veramente proprie -sue virtù d'artista mi pajono contrastare al simbolismo e non potersi -conciliare con esso. Chi scrisse, per citare un esempio, l'_Allegoria -dell'autunno_, non può non essere un nemico nato della _chanson grise_. - -[528] _L'évolution de la poésie lyrique en France au dix-neuvième -siècle_, Parigi. 1894. vol. II, pp. 255-56. - -[529] Ma non alle macchine tipografiche, con l'ajuto delle quali, -fattosi editore di sè stesso, guadagnò molti quattrini! - -[530] _Geschichte der Aesthetik in Deutschland_, Monaco, 1868, pp. 74 e -segg., 512-14. - -[531] Tale appunto è la tesi sostenuta dal FECHNER, _Vorschule der -Aesthetik_, Lipsia, 1876, dal GUYAU, _Les problèmes de l'esthétique -contemporaine_, Parigi, 1884, e, più recentemente ancora, dal RUTGERS -MARSHALL, _Pain, Pleasure and Aesthetics_, Londra, 1894. - -[532] Vedi in proposito RIBOT, _La psychologie des sentiments_, Parigi, -1896, pp. 301 e segg. - -[533] _Le naturalisme au théâtre_, nel già citato volume _Le roman -expérimental_, pp. 141, 147. - -[534] Fra le tendenze avverse al naturalismo bisogna pure annoverare -quella che si manifesta nello psicologismo, e che ha trasformato, negli -ultimi anni, il dramma ed il romanzo. Il naturalismo non conosce quasi -altra vita interiore se non quella ch'è determinata da cause esterne: -lo psicologismo fa conoscere tutta una vita interiore complicatissima, -immediatamente determinata dall'azione e reazione degli elementi e dei -fatti psichici gli uni sugli altri. Il naturalismo tende a dissolvere -l'uomo nell'ambiente; lo psicologismo a circoscriverlo in mezzo a -quello. - -[535] Copiosissima sopratutto in Germania, dove la _Deutsche Arbeiter -Dichtung_ e il _Socialdemocratisches Liederbuch_ empiono più volumi. -Che nel settentrione d'Europa l'idea sociale s'è quasi insignorita del -teatro è risaputo da tutti; e che alcuni dei molti drammi suscitati -da quell'idea sono opere d'arte di gran valore non fa bisogno di -ricordare. - -[536] Questo breve scritto comparve la prima volta nella _Nuova -Antologia_, Serie III, vol. XXXIII (1891). Lo ripubblico ora, -sembrandomi che le congetture espressevi non sieno state contraddette -dai fatti. - -[537] _Principles of psychology_, 3ª ediz., Londra, 1881, pp. 531. segg. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's Foscolo, Manzoni, Leopardi, by Arturo Graf - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI *** - -***** This file should be named 62813-0.txt or 62813-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/2/8/1/62813/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms -of the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll -have to check the laws of the country where you are located before using -this ebook. - - - -Title: Foscolo, Manzoni, Leopardi - -Author: Arturo Graf - -Release Date: August 1, 2020 [EBook #62813] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -FOSCOLO<br /> -MANZONI, LEOPARDI -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -FOSCOLO<br /> -MANZONI, LEOPARDI -</p> - -<p class="pad2"> -SAGGI -</p> - -<p class="pad1 small"> -DI -</p> - -<p class="pad1 x-large"> -ARTURO GRAF -</p> - -<p class="pad2 x-small"> -AGGIUNTOVI -</p> - -<p class="pad1"> -PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI<br /> -<span class="x-small">E</span><br /> -LETTERATURA DELL'AVVENIRE -</p> - -<p> -(Ristampa) -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="g">TORINO</span><br /> -<span class="small">Casa Editrice</span><br /> -<span class="large g">GIOVANNI CHIANTORE</span><br /> -<span class="small">Successore ERMANNO LOESCHER</span><br /> -—<br /> -<span class="small">1920</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -Proprietà Letteraria -</p> - -<p> -Torino — Tipografia <span class="smcap">Vincenzo Bona</span> (13500). -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="dedica"> -<p> -ALLA MEMORIA<br /> -DELL'UNICO MIO FRATELLO<br /> -<span class="x-large">OTTONE</span><br /> -CHE A ME IN OGNI COSA PREVALSE<br /> -FUORCHÈ NEL FAVORE<br /> -DELLA FORTUNA -</p> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -</p> - -<h2 id="ortis">RILEGGENDO LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS<a class="tagtitle" id="tag1" href="#note1">[1]</a></h2> -</div> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Molto fu scritto intorno alle <i>Ultime lettere di Jacopo Ortis</i>, e da -molti, che con varii intendimenti, con criterii di giudizio o dissimili -solo o a dirittura contrarii, con disposizione d'animo quando avversa -e quando benevola, ne indagarono la origine e la storia, ne scrutarono -la intenzione e lo spirito, ne notarono le qualità buone e cattive. -Ne scrisse a più riprese il Foscolo stesso, il quale pochissimo -amico del criticismo in teoria, da lui, come da altri, giudicato un vero -e pessimo flagello delle lettere, fu più volte, in pratica, forzato a fare -il critico di sè stesso, e ad esporre pubblicamente le ragioni e i propositi -dell'arte sua; e se è provato oramai ch'egli affermò circa il -suo romanzo assai cose non vere, è fuor di dubbio altresì che dell'indole -de' personaggi, del procedimento dell'azione, della moralità della -favola recò alcuni giudizii che per aggiustatezza ed acume non furono -sorpassati da chi ne prese a ragionar dopo lui. Su taluno de' suoi giudizii -tuttavia ci sarebbe molto a ridire, e più ci sarebbe a ridire su -certi giudizii di critici posteriori, anche sommi. Io non intendo già -di riprendere e gli uni e gli altri ordinatamente in esame, e confrontarli -e discuterli, chè sarebbe lavoro lungo, minuto e fastidioso; ma -avendo riletto di questi giorni il romanzo, e ancora molte altre cose -foscoliane, e il <i>Werther</i> per giunta, ho pensato di gittar sulla carta -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -alcune considerazioni suggeritemi da quella lettura, dalle quali può -darsi che o l'uno o l'altro di quei giudizii riceva o correzione o compimento. -</p> - -<p> -Fra i molti dubbii che le <i>Ultime lettere</i> possono sollevare nell'animo -di un lettore non più giovane, non appassionato, non disattento, -è questo forse uno dei principali: Com'è che Jacopo s'innamora? Data -la condizione dell'animo suo, quale egli stesso la viene manifestando, -è cosa naturale, è cosa conforme alle leggi da cui è governata la -nostra vita morale, che l'amore s'insinui in quell'animo? e che s'insinui -in esso con tanta prontezza e senza contrasto? e che se ne insignorisca -a quel modo? L'innamoramento di Werther, il quale per -tanti rispetti si riscontra con l'innamoramento di Jacopo, ci appare -cosa in tutto verisimile e naturale; ma Jacopo non è Werther; e che -anzi sia profondamente diverso da quello ognuno può conoscere da -sè, anche se ignori le giustissime osservazioni che il Foscolo stesso -ebbe a fare sulla grande disparità loro; e anche se sappia ciò che -inutilmente esso Foscolo da prima tentò di occultare, avere cioè -Jacopo, sino dal tempo della prima orditura del romanzo, avuto il -suo prototipo in Werther<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>. -</p> - -<p> -Jacopo non ha se non ventitrè anni quando scrive la lettera con -cui principia il romanzo. Egli è assai giovane d'anni, ma da questa -in fuori non si direbbe esservi in lui altra giovinezza. Dell'antecedente -sua vita poco accenna egli stesso, e noi non intendiamo bene perchè -sia così invecchiato innanzi tempo; ma ben ci avvediamo che molto -visse con la mente e col cuore, e che giunto all'età in cui gli altri -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -giovani si affacciano alla vita, egli, per contro, è oramai maturo alla -morte. Vedete l'anima sua da quali pensieri, da quali affetti è presa -e soggiogata. Egli odia quel mondo in cui appena si può dire che -abbia mutati i primi passi; insorge contro la società de' suoi simili, -che tutta gli par fondata sull'ingiustizia e retta dalla menzogna; dispera -di tutta la razza umana, irreparabilmente malvagia, codarda, -infelice; non crede alla scienza, indagatrice oziosa d'inutili veri. Ha -un senso doloroso, profondo, perpetuo della propria e della universale -miseria, della disperata vanità di tutte le cose. Nell'ardente e -commossa fantasia gli si colora il sogno d'una felicità ch'egli nè -cerca, nè spera, fatto conscio ormai dell'universa illusione, e che -patria, gloria, amore, virtù non sono se non fantasmi. A sorreggerlo, -quasi con la lusinga di non so quale orgogliosa e solitaria grandezza, -gli entra nell'animo una opinione, per cui egli si stima un tratto in -tutto diverso dagli altri uomini, e diviso da essi e da ogni loro opera -e cura; ma anche di questa illusione si ravvede, e conosce, e confessa -di non essere altro che <i>uno dei tanti figliuoli della terra</i>, ingombro -di <i>tutte le passioni e le miserie</i> della sua specie. Non nega -Dio; ma lo teme più che non l'adori; e non sa se il cielo badi alla -terra, e non sa se qualche cosa dell'uomo sopravvive alla morte. E la -morte egli aspetta <i>tranquillamente</i> quando la stima vicina; ma se gli -appaja ancora lontana, eccolo che smania di cacciarsi un <i>coltello nel -cuore</i>, o che solo s'acqueta <i>dimenticandosi</i> d'esser vivo. -</p> - -<p> -Ora, così fatto giovane vede Teresa, <i>la divina fanciulla</i>, della -quale forse nemmeno il nome gli era noto innanzi, e il vederla e il -sentirsene preso gli è un punto solo, e frutto dell'averla veduta il -tornarsene <i>a casa col cuore in festa</i>. Io non domando già se sia possibile -ciò, perchè i limiti del possibile, quando si tratta della natura -dell'uomo, sono troppo incerti e mal noti; ma domando se l'autore -abbia ciò giustificato abbastanza, e se abbia condotto l'avvenimento -in guisa da lasciare appagato l'animo di chi legge, senza suscitarvi -dentro alquanta di quella perplessità e di quella ritrosia che, secondo -i casi, o si risolvono in un vago e quasi inconsapevole scontentamento, -o provocano la critica precisa e consapevole. E a me, se ho -a dire il vero, pare che non abbia. -</p> - -<p> -Intendo, se non tutte, parecchie delle ragioni che mi si possono -opporre. L'anima di Jacopo non è così distrutta come può sembrare -a primo aspetto. Il processo della dissoluzione è bensì cominciato in -lei, è anche andato molt'oltre, ma non ha però compiuto il suo corso, -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -non è nemmeno giunto a quel segno di là dal quale nessuna ripresa -di vita o di speranza è più possibile. Molte energie durano in Jacopo, -le quali, pur essendo dannate a morire tra breve, non vogliono ancora -morire. Considerate che il suo intelletto e il suo cuore sono in pieno -dissidio fra loro; considerate ch'egli è un vortice di contraddizioni. -Se lo guardate da un lato, egli vi appare quale un pessimista disperato -e incurabile; se lo guardate da un altro, egli si dà a conoscere -per un entusiasta focoso e indomabile. Ha in conto di fantasmi, gli -è vero, la patria, la gloria, l'amore, la virtù; ma la illusione non -è ancor tanto lontana da lui che una qualche riverberazione non gliene -rimanga nell'animo; e quei fantasmi egli adora, e per quei fantasmi -egli spasima. S'infiamma di generoso entusiasmo leggendo Plutarco; -si scioglie in dolcissime lagrime leggendo il Petrarca; e mette la -compassione sopra tutte le altre virtù; e lo rapisce lo spettacolo -della viva natura; e lo empie quasi di un senso di religiosa venerazione -lo spettacolo della bellezza e della grazia muliebre. Egli è così -lontano ancora da quell'atonia in cui si sommerge lo spirito caduto -d'ogni speranza e orbato d'ogni fede, che sente sempre dentro di sè -<i>un demone che l'arde, lo agita, lo divora</i>. E il suo cuore non è un -cuor morto; anzi è un cuore che <i>non può soffrire un momento, un -solo momento di calma</i>, e che, <i>ove gli manchi il piacere, ricorre tosto -al dolore</i>. Chi dirà che un sì fatto uomo, il quale, per giunta, fa assai -più stima della passione che non della ragione, non sia più in grado -d'innamorarsi? Chi dirà che un animo aperto a tanti altri affetti -debba esser chiuso all'amore? Forse domani, o doman l'altro, egli -non si potrà più innamorare; ma oggi egli può innamorarsi ancora. -</p> - -<p> -Queste ragioni hanno la loro forza, e non possono essere negate. -Gli è certo che Jacopo si trova in una condizione d'animo duplice -e ambigua; ch'egli passa alternatamente da uno stato a un altro -stato contrario; e che se nell'uno sembra impenetrabile all'amore, -nell'altro sembra tutto aperto all'amore. Nè questa è maniera di contraddizione -che ripugni alla umana natura, la quale può ricevere, e -riceve tuttodì, infinite altre contraddizioni, onde molto di romanzesco -e di drammatico si deriva nella vita di ciascun uomo. Dirò di -più, che quando incomincia il romanzo di Jacopo, c'è una ragione -particolare dispositiva perchè Jacopo s'innamori. Jacopo ha perduto -la patria e con essa la occasion principale e il principal fine di ogni -sua operosità. Egli ha come un vacuo nell'anima, e la naturale tendenza -ch'è in ciascuno di noi a ristorare in qualche modo il perduto, promuove -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -ed agevola quanto può colmare quel vacuo. Perduta una ragione -di vivere, l'istinto ne sollecita un'altra, che la possa supplire. -Con la patria ancora incolume, forse Jacopo non si sarebbe innamorato, -o il suo amore sarebbe stato d'indole più temperata, e circoscritto -entro più angusti confini: con la patria disfatta, Jacopo s'innamora -a guisa d'uomo perduto, perchè innamorarsi è vivere; e -l'amore cresce in lui prepotente e smodato. -</p> - -<p> -Non perchè dunque Jacopo s'innamori potrà essere rimproverato -al Foscolo di non avere osservato la verisimiglianza e d'esser venuto -meno alle naturali convenienze del suo soggetto; anzi al Foscolo -stesso noi potremo credere quando afferma che esso Jacopo <i>è presentato -tale qual era, ne' casi della sua vita, nell'età ch'egli aveva, -nelle sue opinioni e passioni, e in tutti i moti tempestosi dell'anima -sua</i>; e gli potremo credere senza andare troppo minutamente a cercare -se diceva in tutto in tutto il vero quando scriveva ad Antonietta -Fagnani: <i>Mi sono fedelmente dipinto con tutte le mie follie nell'Ortis</i>; -e quando scriveva a madama Bagien che i Francesi, leggendo tradotte -le <i>Ultime lettere</i>, avrebbero potuto conoscere tutti i sentimenti e tutte -le idee di lui. Non di avere immaginato un personaggio e un'azione -inverisimile accuseremo il Foscolo, ma bensì di non aver saputo -scorgere tutte le molte difficoltà del suo soggetto; di non avere avuto -sempre a mano l'arte che si richiedeva a fare della pittura di quel -personaggio e del racconto di quell'azione un tutto sempre coerente -e intelligibile, tale da ottenere senza fatica il pieno assentimento dei -leggitori. Il romanzo ci presenta certi effetti e certe conclusioni, ma -delle cause di quelli e delle premesse di queste non porge idea abbastanza -chiara. La passione e l'azione si svolgono presso a poco alla -maniera di un ragionamento a cui sieno state tolte più e più proposizioni -intermedie, necessarie a legare e compiere il senso. Il racconto -rimane come ingombro di nodi insoluti: la <i>motivazione</i> è insufficiente; -e tropp'altre cose mancano in esso, le quali non tutte si -può pretendere che sieno supplite dalla fantasia del lettore, per -quanto si voglia fare del lettore intelligente un collaboratore dell'autore. -Appunto perchè Jacopo ci appare duplice, avremmo voluto -che la storia dell'amor suo ritraesse un po' più particolarmente e un -po' più fedelmente il contrastare di quei due uomini che si affrontano -in lui, e il soverchiare e il ritrarsi quando dell'uno e quando dell'altro. -Tale quale si legge, la storia sembra esser quasi di un solo -dei due anzichè d'entrambi; il che parrebbe giustificato qualora, in -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -virtù appunto dell'amore, l'uno riuscisse a sloggiar l'altro; ma giustificato -non può parere quando si vede che i due seguitano a contrapporsi -ed a contrastare sino alla fine. Insomma, essendo questo -dell'<i>Ortis</i> un romanzo psicologico, mi sembra che lasci desiderare -una più diligente, più sottile e più ricca psicologia. Il Foscolo avrebbe -forse potuto supplire, almeno in parte, al difetto con porre a fronte -di Jacopo una Teresa meno eterea, meno astratta, meno incomunicabile; -una Teresa che non fosse una immagine dipinta, buona solo -ad essere adorata in silenzio, ma donna viva e parlante; una Teresa -che, pur rimanendo fermissima nel suo proposito di virtù, avesse -saputo in qualche modo farsi incontro al povero Jacopo, e mutare -di tanto in tanto in un dialogo l'eterno e disperato soliloquio di lui. -Parlando con Teresa, Jacopo avrebbe potuto dire a schiarimento dell'esser -proprio assai cose le quali non riesce a scrivere all'amico -Lorenzo. Ma il Foscolo cadde ancor egli in questo errore di credere -che per fare di una donna un oggetto in tutto degno di ammirazione -convenga farne una essenza angelica, una idea, un'astrazione; per -figurare la donna perfetta cancellare la donna. Questo errore gli può -essere perdonato facilmente; ma non così facilmente gli può essere -perdonata la opinione, da lui mantenuta negli anni provetti, che -questa impalpabile Teresa sia creatura superiore alla Carlotta del -<i>Werther</i>, per quanto alcune osservazioni ch'egli viene facendo intorno -a quella Carlotta possano parere giuste e ingegnose<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. E la -astrattezza essendo carattere, non della sola Teresa, ma di tutti -più o meno, i personaggi del romanzo, i quali (notava il De Sanctis) -<i>appariscono sulla scena come i primi schizzi su di un cartone, disegni -appena sbozzati e rimasti in idea</i>, si vede come sempre più venisse -tolto a Jacopo il modo e l'opportunità di esplicare e chiarire tutta -quella parte di sua vita interiore che noi a fatica possiamo andar -congetturando e indovinando. -</p> - -<p> -Certo, fare che egli stesso la venisse esplicando e chiarendo, o -altri per lui, era cosa di somma difficoltà; e non è da meravigliare -che il Foscolo, giovanissimo quando compose il romanzo, o non l'avvertisse -tutta, o non riuscisse a vincerla; e, del resto, non so veramente -s'egli ebbe mai, nemmeno negli anni maturi, le particolarissime -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -qualità d'ingegno che ci sarebbero volute al bisogno, e che mai -non mancarono al Goethe. Ma gli è certo altresì che se il Foscolo -fosse riuscito a mettere, per questa parte, nel suo romanzo, ciò che -vi manca, il suo romanzo non avrebbe dato argomento a un altro sfavorevole -giudizio, il quale non può essere notato d'ingiusto, sebbene -non mi paja scevro di qualche esagerazione. -</p> - -<p> -Il De Sanctis, parlando del romanzo da par suo, scriveva: «Siamo -alla fine del quinto atto; la catastrofe è succeduta, pubblica e privata; -al protagonista non resta che puntarsi la spada nel petto -come Catone, o, come un personaggio di Alfieri, <i>cacciarsi un coltello -nel cuore per versare il sangue fra le ultime strida della patria</i>. Qui -comincia il libro: qui, dove cala il sipario, comincia la rappresentazione». -E soggiungeva che «il suicidio era già compiuto nell'anima»; -e che «la tragedia non ci è più: ci è una situazione lirica -nata dalla tragedia»; e che «una situazione così esaltata nel suo -lirismo, non può troppo protrarsi senza che la diventi monotona e -sazievole»; e che «una situazione così tesa fin dal principio potea -dar materia ad un canto, com'è la Saffo; non se ne potea -cavare un romanzo, se non stirandola e riempiendola di accessori -fortuiti, non generati intrinsecamente dal fatto»<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Chiunque abbia -letto il romanzo senz'essere trascinato egli stesso da un po' di quella -passione che trascina il protagonista, conoscerà che c'è molto del -vero in queste parole, ma forse non tutto il vero. Che da -quella situazione, benchè tanto tesa sin da principio, si potesse -pur ricavar un romanzo, anche senza inzepparlo di accessorii -fortuiti, a me sembra certissimo. Che nel <i>Werther</i> ci sia, come -nota lo stesso De Sanctis, una <i>storia psicologica</i> molto più abilmente -svolta che non nell'<i>Ortis</i>, io concedo assai di buon grado, -nè parmi si possa negare; ma che nell'<i>Ortis</i> non ci sia punto storia -psicologica, e che per contro vi stagni <i>la palude e l'acqua morta</i>, non -mi pare si possa asserir con ragione. Proponete quella stessa stessissima -situazione ad uno dei sottilissimi nostri, e talvolta troppo -sottili romanzieri psicologi, e vedrete s'e' saprà cavarne una storia -psicologica, e se anzi non c'è pericolo che ne cavi troppa. Anche nell'<i>Amleto</i> -la situazione è tesissima sin da principio, ed è sempre sostanzialmente -la stessa dal primo all'ultimo atto; eppure guardate -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -che macchina di dramma seppe formarci sopra lo Shakespeare. E -quanti altri esempii a questo proposito si potrebbero ricordare opportunatamente! -La colpa dunque fu assai più del Foscolo che della -situazione; e del resto nell'opera stessa del Foscolo c'è più romanzo -e più storia psicologica che a primo aspetto non paja. Appunto -quando il racconto incomincia, incomincia pel protagonista un ordine -nuovo di casi, che susciteranno nell'anima sua nuove passioni, -e lui trarranno a nuovi cimenti. Egli era dannato, perduto, finito; -ma ecco che in quella vita già prossima a spegnersi irrompe una subitanea, -non preveduta energia; e questa energia è l'amore, la più -rigogliosa e trasformatrice di quante mai ne può ricevere l'anima -umana. Che avverrà di Jacopo? Il poeta ci dice che Jacopo era «suicida -per indole d'anima e per sistema di mente»; ma anche ci dice -che l'amore cominciò a «ristorar dolcemente» quell'anima, e ad -adescarla «in segreto di care speranze», e a spargervi dentro alcun -poco di refrigerio; e che le due passioni, la politica e l'amorosa, -sostennero «d'alcuna speranza per diciotto mesi quel giovine disperato». -Dunque, sia pure per poco, la situazione è mutata. Dunque -c'è materia a romanzo. Jacopo stesso consiglia il suicidio all'uomo -cui più non rimanga ragione di vivere; ma come si potrà dire che -manchi ragion di vivere all'uomo innamorato, tanto che duri in lui -qualche speranza dell'amor suo? «La catastrofe», ci dice ancora il -poeta, «non che volerla occultare, è manifestata sin dalle prime pagine -e dal titolo del volume», e ciò è vero; ma non tanto vero che -molti dubbi non possano nascere in noi intorno a ciò che Jacopo sarà -per fare: e ogni nuovo dubbio è come una nuova via aperta all'azion -del romanzo. Però mi pare che avesse qualche ragione il Carrer -quando diceva che nel <i>Werther</i> «il caso è regolare», mentre «nell'<i>Ortis</i> -ha una grande individualità, ed ora si arresta e fa mostra di -dare addietro, ora va a balzi impetuosi e divora in un attimo lunghissima -via». Che farà Jacopo? Amando con tanta passione Teresa, -permetterà egli che altri gliela tolga? E sapendosi riamato da -Teresa permetterà ch'ella viva infelicissima tutto il tempo della vita -sua a fianco di un uomo aborrito? E se Jacopo, a furia di pensarci -su, riuscisse a persuadersi che il signor T. e il signor Odoardo e -gl'interessi e la quiete di quella famiglia non meritano ch'egli faccia -il sacrificio del proprio amore e della vita? E se scrutando un po' -a fondo certe sue riluttanze morali, e discutendo certi suoi scrupoli, -riuscisse a scoprire non essere cosa gran fatto morale che una fanciulla -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -dia la mano di sposa ad un uomo quando ha già dato il cuore -ad un altro, e che la osservanza di una promessa già fatta non è in -tal caso tanto morale quanto potrebbe sembrare a chi confonde la -morale col formalismo farisaico? E se in un momento di ebbrezza, -trovandosi <i>soli e senza alcun sospetto</i>, Jacopo e Teresa imitassero -senza alcuna meraviglia da parte del lettore, il presumibile esempio -di Paolo e di Francesca? E se dopo di ciò Jacopo portasse via Teresa -per andar a morire insieme con lei in qualche luogo ignoto e -lontano? Oppure se Jacopo ammazzasse Odoardo, come gliene viene -la tentazione? O se, colto da un furor pazzo e bestiale, ammazzasse, -oltre al rivale, anche l'amata e il padre di lei e poi sè stesso? -</p> - -<p> -Come si vede, non sono poche le congetture che il lettore, anche -sapendo che Jacopo finirà con l'ammazzarsi, potrebbe formare; nè -io ho preteso di numerarle tutte. E se mi si concede che almeno alcune -di esse sono tali che il lettore non ha ragione di ricusarle prima -d'esser giunto alla conclusione, mi si dovrà ancora concedere che -il cammino dell'azione non sia poi così rigorosamente e immutabilmente -prescritto come parve al De Sanctis, e che, almeno in potenza, -sia nel romanzo alquanta più storia psicologica ch'ei non disse. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Un altro non lieve difetto fu rimproverato al romanzo del Foscolo: -quello di menare ostentatamente di fronte due grandi e ben diverse -passioni, le quali sembrano doversi intralciare e impedire a vicenda: -la politica e l'amore; e di chiudere in sè quasi due anime, delle quali -l'una non troppo sappia dell'altra. E anche qui bisogna riconoscere -che il rimprovero non manca d'esser giusto. Non so se mai vi sia -stato lettore delle lettere dell'Ortis, il quale non abbia ricevuto un -pochin di noja da quell'alternarsi di sfoghi politici e di sfoghi amorosi, -da quella, non so se dire crudezza o improntitudine, con cui -l'una passione s'intraversa nell'altra; e che non abbia desiderato, o -che il patriota fosse meno acceso di Teresa, o che l'innamorato fosse -meno caldo della patria. Dicono che quella duplicità di passione -scema l'interesse invece di accrescerlo, disperde l'attenzione, raffredda -il sentimento; e certo non dicono male. Dicono ancora che nel -<i>Werther</i> è assai più interezza ed unità; e credo dican benissimo. -Già il Foscolo sentì la forza della censura, e nella <i>Notizia bibliografica</i> -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -cercò di rispondervi. «Che poi due passioni così diverse», egli scriveva, -«quali pur sono il furore di patria e l'amore, possano ardere -simultaneamente nell'anima d'un solo individuo, e tutte due si manifestino -spesso in uno stesso periodo e, talvolta, in una sola frase, -è fenomeno naturale e può ammettere spiegazione; ma sì strano a -ogni modo, che se fu alcuna rara volta mostrato in una o due scene -di qualche tragedia non deve essere ripetuto per duecento e più facciate -in un libro: e chi disse che quelle lettere <i>hanno due anime</i>, le -censurò con argutissima verità». Ciò nondimeno, alquanto più oltre -reca parecchi argomenti co' quali s'ingegna di far vedere, non solo -che le due passioni possono, a un tempo stesso, capire nella stessa -anima umana; ma, ancora, che nel caso particolare dell'Ortis deriva -dal concorso loro più d'un effetto per cui l'azione rimane, in -alcune sue parti, meglio giustificata e chiarita. Della possibilità del -concorso egli poteva recare in prova, oltre che l'esempio di Giulio -Cesare e l'autorità del Montaigne, come fa, anche l'esempio suo -proprio, dacchè nel tempo appunto in cui attendeva a dar l'ultima -forma al romanzo, egli, perduto dietro alla Fagnani, scriveva l'<i>Orazione -a Bonaparte pel Congresso di Lione</i><a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>. Quanto poi al giovamento -che l'azione del romanzo trae da quel concorso, io veramente credo che -avrebbe potuto essere di molto maggiore se maggiore fosse stata, -anche in questo caso, l'arte del poeta; o che, almeno, avrebbe potuto -essere molto minore il danno, se, per esempio, il poeta avesse -scritto il romanzo quando invece scriveva, molto più maturo di anni -e di animo, la <i>Notizia bibliografica</i>. -</p> - -<p> -Se non che si può forse dire a difesa di quel concorso una cosa -che non cadde in mente al Foscolo. Le due passioni sono veramente -legate nell'idea del romanzo assai più di quanto appajano legate nella -narrazione. Infatti, se Jacopo non avesse perduta la patria; se la -condizione dell'Italia non fosse quale egli la vien descrivendo nelle -sue lettere, i casi della vita di lui potrebbero prendere tutt'altra -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -piega, riuscire a tutt'altro fine. Profugo, sprovveduto, insidiato, egli -non può sperare, e non può quasi desiderare, di ottenere Teresa in -isposa; ma perchè non avrebbe potuto e desiderare e sperare di -ottenerla se non fosse stato nè profugo, nè sprovveduto, nè insidiato? -L'esser ella di famiglia nobile, ed egli di plebea, poteva dar -luogo a difficoltà, ma forse non invincibili, malgrado delle idee del -padre. Dunque una ragione politica è quella, se ben si guarda, che -prima condanna l'amore di Jacopo a una fine infelice. Da altra banda, -se diversa fosse stata la condizione dell'Italia, il padre di Teresa -non avrebbe avuto bisogno di schermirsi da pericolosi sospetti, e di -assicurare la sorte propria e di tutta la famiglia imparentandosi col -marchese Odoardo. Dunque una ragione politica è quella che condanna -Teresa al sacrificio. Come scindere in tale condizione di cose -la politica dall'amore? Come non confondere in una sola sventura -le due sventure che fanno sanguinare il cuore del giovane? Questi -non può pensare alla fanciulla amata senza che la sua mente subito -corra alle più forti ragioni che gliene contrastano il possesso, e perciò -alla patria; e non può pensare alla patria senza che la sua mente -subito corra all'ultimo danno che gli viene dalla rovina di quella, -l'impossibilità, cioè, di ottenere la fanciulla amata. Così l'anima sua -rimbalza perpetuamente da Teresa alla patria, e dalla patria a -Teresa. -</p> - -<p> -Se il lettore non s'avvede della necessità di questo giuoco doloroso, -e s'impazienta, e grida che propriamente Jacopo non sa quel -che si voglia, la colpa non è già tanto della situazione, quanto dell'autore, -che non seppe adoperarvi attorno gli avvedimenti opportuni. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Che il Foscolo sia stato un campione ardentissimo e indomabile -del classicismo quando già il classicismo piegava alla fine, è cosa -così universalmente risaputa, e tante volte ripetuta, che il ricordarla -e il ripeterla ancora potrebbe parere peggio che ozioso. Anche -lasciando di considerare quelli tra' suoi migliori componimenti poetici -ov'egli trasfuse veramente un'anima greca; anche mettendo da -banda quelle innumerevoli lettere sue, e quelle tante altre sue prose, -dove i ricordi classici d'ogni maniera ricorrono con così fitta e spesso -così importuna frequenza da stancar ogni lettor più longanime; basta -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -ricordare la sua dottrina intorno alla lirica, e la sua dottrina intorno -alla tragedia, per dover subito riconoscere che l'Italia non ebbe altro -classico più classico di lui, e che il Monti, nonostante il sermone -sulla mitologia, deve contentarsi di venirgli secondo. Perciò non è -a meravigliare s'egli ebbe in odio il romanticismo; se nel <i>Gazzettino -del Bel Mondo</i> diede addosso a quei giovani che «cavalcando i destrieri -nuvolosi di Odino... rompono lance in onore della <i>poésie romantique</i>»; -e se prendendo occasione dal <i>Carmagnola</i> del Manzoni, -di quel Manzoni a cui non aveva altra volta risparmiata la lode, fece -fronte alla nuova scuola in modo non meno risoluto che disdegnoso. -</p> - -<p> -Ma un dubbio nasce in chi legge le opere ed esamina la vita di -questo singolare poeta e singolarissimo uomo. Fu proprio il Foscolo -così interamente e sostanzialmente classico quale ce lo vengono predicando? -Non ebbe lacune il suo classicismo, non ebbe inquinamenti? -E per ispiegarci meglio: se alcuno venisse a dirci che per entro al -classicismo del Foscolo serpeggia più di una vena di romanticismo, -direbb'egli cosa da doverglisi rinfacciare come un'eresia? Non credo. -E primamente, per parlare in generale, nessun classicista mai fu -tutto classico, perchè non è possibile ad un uomo moderno farsi -greco, latino, pagano, checchè la credula e sciocca albagia si possa -andar persuadendo in proposito. I classicisti non furono classici che -per approssimazione e in variabile misura, secondo che riuscirono, -più o meno, a conformare al modo antico il modo loro di pensare -e di sentire, e la loro arte all'arte antica. Nè vi fu classicista mai per -quanto classico, che non desse luogo dentro di sè a molte, benchè -non confessate, o non sapute, modalità mentali del suo tempo, tutt'altro -che classiche. Poi, quanto al Foscolo in particolare, mi sembra -si possa dire che l'indole sua e la vita gli dovevan permettere anche -meno che ad altri di esemplare in sè pienamente l'antico. Ora io -credo che il Foscolo ebbe parecchio del romantico, non solo negli -anni suoi giovanili, ma anche dopo, e per tutto il tempo della non -lunga sua vita; e credo che certi atteggiamenti romantici fossero -congeniti in lui, e, più dei classici, connaturali all'indole sua. E -anche questo è argomento che si collega con le <i>Ultime lettere</i>. -</p> - -<p> -Per ciò che spetta agli anni giovanili non vi può essere incertezza. -Sappiamo che dal Cesarotti egli imparò ad ammirare i poemi di -Ossian, e che ebbe care le lugubri fantasie di Edoardo Young, le -quali rivivono in alcuni dei primi suoi versi, come la elegia <i>In morte -di Amaritte</i>, e quella intitolata <i>Le rimembranze</i>. Altre sue brevi poesie -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -di quel tempo (1796-1797), quali il sonetto che incomincia: «Quando -la terra d'ombre è ricoverta», e gli sciolti <i>Al Sole</i>, hanno un colorito -romantico che non può sfuggire a nessuno. Veniamo alle <i>Ultime lettere</i>. -Sono esse o non sono romantiche? Facendo tale domanda si fa -quasi implicitamente quest'altra: È, o non è romantico il <i>Werther</i>? -Per rispondere basterà ricordare che il giovane Werther, il quale antepone -Ossian a Omero, è non solo un personaggio romantico, ma -a dirittura come il capostipite di tutta una famiglia romantica; che -aveva ragione il Lessing quando diceva che nessun giovane greco o -romano si sarebbe innamorato e poi ucciso al modo di Werther; che -l'aveva quasi madama di Staël, quando a proposito della forma epistolare -data dal Goethe al suo romanzo, diceva che gli antichi non -pensarono mai a dare così fatta forma alle loro finzioni (e scordava -le <i>Eroidi</i> di Ovidio, il quale fu considerato come un precursor dei -romantici); e finalmente che il romanzo del Goethe fu uno dei libri -che più accesero la fantasia a Giovanni Ludovico Tieck, romanticissimo -fra i romantici. Perciò, con esso, il Goethe ajutò senza dubbio -alcuno e promosse quella scuola romantica di fronte alla quale mutò -poi e rimutò atteggiamento. -</p> - -<p> -È a lamentare che sieno andati perduti certi <i>pensieri</i> del Monti -intorno all'<i>Ortis</i>, perchè forse si sarebbe potuto rilevare da essi che -certe vestigia dell'<i>audace scuola boreal</i> egli le aveva sapute scorgere -nel romanzo, e perchè forse ci sfogava attorno un qualche poetico -e classico risentimento. Ma anche senza il suo ajuto, ognuno può -vedere per questa parte più che non bisogni. Indubitatamente le <i>Ultime -lettere</i> sono scrittura d'inspirazione e d'intonazione romantica, -sebbene non vi si riscontri questo aggettivo fatale, che per ben due -volte compare nel <i>Werther</i>. Romantico è in esse il carattere e il -tono della passione; romantico quel considerar la ragione come cosa -men alta e men degna del sentimento; romantico il modo di vedere, -di sentire, di ritrar la natura; romantica tutta la storia di Lauretta; -romantica l'enfasi e l'esagerazione del linguaggio, che sempre trasmoda -nel lirico; romantica la fusion dell'autore col personaggio di -cui narra la storia. E se qua e là ci si abbatte in quelle lettere a -qualche frasca o zerbineria mitologica; e se in un luogo sbucan fuori -non so che najadi o ninfe; e se Jacopo si scalmana dietro agli eroi -di Plutarco; ciò non basta a togliere al libro il carattere romantico -che per tanti rispetti gli si appartiene. E se quell'inframmettente del -Sassoli si deve biasimare per avere voluto finir di suo, e malamente, -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -quel primo saggio dell'<i>Ortis</i> che fu la <i>Vera istoria di due amanti infelici</i>, -lasciato a mezzo dal Foscolo, non potrà già, a parer mio, biasimarsi -d'averne franteso e alterato il carattere, quando nella seconda -parte dà luogo a quell'Ossian che non l'aveva potuto trovar nella -prima e ci stiva tanto del Young quanto ce n'entra. Aggiungasi che -le <i>Ultime lettere</i> furono in Italia, come il <i>Werther</i> in Germania, uno -dei libri più cari alla gioventù romantica, quello, fra tutti, che aperse -(è il Foscolo stesso che rammaricandosene ce ne assicura) più profonde -ferite nel petto delle fanciulle patetiche<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a>. -</p> - -<p> -Ora, il romanticismo delle <i>Ultime lettere</i> è un indice del romanticismo -del Foscolo. Intendo che sì fatta asserzione può suscitare molte -e non lievi obbiezioni, ma non tali, credo, che la buttino a terra. Di -che romanticismo del Foscolo, si dirà, andate voi ragionando, se -del 1800 è l'ode per la Pallavicini, e del 1802 quella per l'<i>Amica risanata</i>, -pregne l'una e l'altra di mitologia e di spirito greco? E non è -del 1803 la versione di Callimaco? E non è del luglio del medesimo -anno la lettera a Giambattista Niccolini giovinetto, nella quale il Foscolo -dice, tra l'altro, che i classici sono <i>le sole fonti di scritti immortali</i>? -Ora son quelli per l'appunto gli anni in cui il Foscolo rivede -il suo romanzo, lo conforma meglio col <i>Werther</i>, lo riduce a -lezione definitiva, lo stampa intero. -</p> - -<p> -Il tema è delicato, e se ne vuol discorrere con circospezione, e -intendersi bene. Io non dico già che il Foscolo fosse un romantico: -dico ch'egli ebbe del romantico nel modo di sentire, di pensare, di -atteggiarsi, di vivere; e che l'anima sua, capace, come egli stesso -ne avverte, di molte contraddizioni, somiglia a un fiume formato dal -concorrere di più acque, varie d'origine, di temperatura e di colore -e non anche fuse insieme. E molto più romantico certamente sarebb'egli -riuscito se non fosse stata tutta classica la sua educazione; e -se dalla qualità di greco non avess'egli creduto di ricevere come una -particolarissima obbligazione e consacrazione di classicità; e se dai -casi e dalle tristi esperienze della vita, e dal disgusto di quanto si -vedeva d'attorno egli non fosse stato, dirò così, quotidianamente risospinto -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -verso l'antico. Le quali ragioni tutte, del resto, non valsero -ad impedire che qualche sottil vena di romanticismo s'infiltrasse nei -<i>Sepolcri</i>, e che la <i>Ricciarda</i> riuscisse una tragedia riboccante di romantici -orrori<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>; e non tolsero al poeta, la cui fede classica appar -molto scossa negli ultimi anni, di dire, parlando delle <i>Grazie</i>, che -forse un giorno in altri suoi versi non si sarebbero più vedute le -deità dei Gentili. -</p> - -<p> -Chi voglia farsi un'idea del romanticismo giovanile del Foscolo, -basta ponga mente a due cose: l'una, che la prima materia del romanzo -la porsero le lettere a quella Laura intorno a cui si fecero già -tante congetture e tante dispute; l'altra, che le lettere ad Antonietta -Fagnani si riscontrano in moltissimi luoghi, come fu notato, con le -lettere del romanzo. Quante movenze, quante espressioni, quanti riscaldamenti -romantici in quelle lettere alla Fagnani, la quale era, -lei, tutt'altro che romantica! Prima di tutto, la passione, stimolata -dì e notte dalla fantasia, esacerbata dalla riflessione, artificiosamente -incalzata di là da' suoi termini naturali, intricata nelle peripezie -di romanzesche avventure, con ostentazione di mistero, sospetto -d'inimicizie coperte, ansietà di tradimenti, repentagli di duelli, -ruggiti di rabbia e dì dolore, aspettazione di morte, minacce di suicidio. -Chè il Foscolo ebbe tutto il tempo di vita sua il desiderio, -e dirò pur l'ambizione, di uno di quegli amori smisurati, fatali, mortali, -che tutti i romantici sognarono; e fra tanti ch'ei n'ebbe, non -n'ebbe uno solo mai che veramente fosse di quel carattere, checchè -ne possa egli dire e voler far credere nelle sue lettere amorose, e -sebbene parecchi degli amori suoi, anche prima di quello colla Fagnani, -fossero stati romanzeschi a segno da meritargli da colei il -soprannome di <i>romanzo</i> e <i>romanzetto ambulante</i>. Poi quella mostra -vanagloriosa e quel come culto di una infelicità maggiore di ogni altra -infelicità, e nel tempo stesso più nobile di ogni altra, e più recondita, -e più fatale, disperata di soccorso, perpetua, inintelligibile ai profani, -ajutata da un'arte crudele e squisita di <i>esulcerare le proprie -piaghe</i>, chè l'arte di Jacopo, mentre le <i>Lettere</i> di Jacopo sono, a -detta dello stesso Foscolo, il libro del cuore del Foscolo. Onde quel -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -parlar sempre, e sino alla sazietà, di delusioni irreparabili, e di contraddizioni -fra il sentimento e l'esperienza, e di un sentir troppo intenso -e profondo, e di <i>anima che divora il corpo</i>, e di cuore che è -<i>eterna causa di pianto</i>, e di un <i>tempo presente divorato col timor del -futuro</i>; e quelle notti insonni, popolate di fantasmi, e quell'orror pei -viventi, e quello stemperarsi continuamente in lacrime, e il <i>piacere -dell'infortunio</i>, fratel carnale della pindemontiana e anglogermanica -<i>gioja del dolore</i> (<i>joy of grief; Wonne der Thränen</i>), e l'oppio e il -digiuno, e il pugnale liberatore. Poi anche la incurabile melanconia -che lo possedette fin da fanciullo; quella stessa pensosa e poetica -melanconia, che più antica assai dello Chateaubriand, dal quale -Teofilo Gautier la voleva scoperta o inventata<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>, giudicata dal Cesarotti -uno dei caratteri del genio, celebrata in Italia dal Bertola e dal -Pindemonte, derisa dal Parini, fu, vera o finta, uno dei contrassegni -particolari d'infiniti romantici, molti dei quali dovettero invidiare al -Foscolo la <i>magra e melanconica persona</i>, di cui sembra che questi -inorgoglisse, pure conoscendosi brutto. «Le melanconie», egli diceva, -«non mi lasciano che di rado, ed io ne godo ch'esse alberghino -meco»<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>. E alla melanconia s'accoppiava una vaghezza di sentimenti -<i>patetici</i> e di <i>patetiche</i> viste, onde il poeta si congratulava con l'amica, -perchè un ritratto di lei, sebbene poco somigliante, pure serbava -<i>tutto tutto il suo caro e patetico atteggiamento</i>. Aggiungete poi un -grande disprezzo per quella <i>stupidità che si chiama saviezza</i>, un odio -orgoglioso per ogni maniera di volgo, un gesto da fulminato impenitente, -una ostentazione di animo imperterrito, e per soprammercato, -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -i rimorsi di Didimo Chierico, e poi ditemi, se in mezzo alle molte -contraddizioni, e ai non pochi vacillamenti, non vi pare di riconoscere -nel Foscolo uno di quei <i>bei tenebrosi</i> di cui andò tanto superba -l'arte romantica, e se non vi fa pensare a qualcuno di quei personaggi -misteriosi e fatali in cui s'incarnò Giorgio Byron. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Quanto sono venuto dicendo riguarda in più particolar modo il -Foscolo giovanissimo, ma si può seguitare a dire, almeno in parte, -anche del Foscolo meno giovane, e del Foscolo non più giovane. -</p> - -<p> -Mettiamo in sodo un primo fatto importante, ed è che, comunque -il poeta possa giudicare, negli anni maturi, il romanzo della sua -giovinezza, e dolersi del malo esempio che molti potevano averne -ricevuto, e dire che gli rincresceva d'averlo scritto, quel romanzo non -gli esce più dalla mente e dal cuore, e sempre egli lo viene ricordando, -l'un anno dopo l'altro, nelle sue lettere e sempre egli si riconosce, -e si compiange, e si ammira nel <i>povero</i> Jacopo. Nel 1806, scrivendo -all'Albrizzi, si firmava <i>il tuo Ortis</i>. Nel gennajo del 1806, scriveva -alla Marzia: «Mi sento l'animo come nel tempo ch'io scriveva -l'<i>Ortis</i>»; e un'altra volta le diceva che se avesse potuto scrivere un -altro <i>Ortis</i> gli sarebbe parso di star meglio, e sarebbe forse guarito. -Nel 1812 ricordava al Pellico il <i>nostro povero Ortis</i>. Nel 1813, trovandosi -in uno dei suoi tanti travagli amorosi, scriveva al Trechi: -«Sigismondo mio, il povero Ortis è morto»; e morto non era se -riviveva in lui. Essendo in Isvizzera nel 1815 e nel 1816, si faceva -scrivere al nome di Lorenzo Alderani, il supposto amico e quasi fratello -di Jacopo, e con quel nome si sottoscriveva, e di quel nome si -serviva anche in istampa. Curava nuove edizioni del <i>melanconico libricciuolo</i>, -dolendosi degli errori e di altri guasti che ne avevan deturpate -parecchie, lamentando le traduzioni cattive, compiacendosi -delle buone; e ad alcune copie della stampa di Londra, del 1817, -poneva in fronte una lettera a Samuele Rogers, ove dice tra l'altro: -«Io in questa operetta cerco alle volte e riveggo il mio cuore quale -era uscito di mano della natura». E quale in sostanza egli conservò -sempre, come par quasi che presentisse Melchiorre Cesarotti, quando, -nel 1802, gli scriveva a proposito di essa: «Veggo purtroppo ch'è l'opera -del tuo cuore; e ciò appunto mi duol di più, perchè temo che -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -tu ci abbia dentro un mal cancrenoso e incurabile». Altri, come l'abate -Luigi di Breme e madama Bagien, lo chiamano Ortis, <i>ce pauvre -Ortis</i>, e pare a me dicessero più giusto che non facesse egli stesso, -quando in una lettera del 1820 alla Russel, e in uno dei frammenti -del romanzo autobiografico, chiamava l'Ortis suo amico e suo sfortunato -amico. Perciò non ha torto il Chiarini quando dice che un -fondo di Jacopo Ortis rimase nel Foscolo per tutta la vita, e che il -Foscolo «fu molto più Jacopo Ortis del suo eroe»; e aveva torto -la contessa d'Albany quando negava così senz'altro che il suicidio -di Jacopo Ortis fosse una ragione per credere al suicidio del Foscolo. -Si può qui considerare un bel caso dell'influsso che alle volte -un libro esercita sulla persona e su tutta la vita del proprio autore. -</p> - -<p> -Nel 1795, il poeta giovinetto, <i>avvolto di un'elegante melanconia</i>, -si deliziava spesso <i>mormorando i patetici versi di Ossian</i>: il poeta -maturo si burlò degli <i>ossianeschi</i>, e sentenziò che «la materia dell'<i>Ossian</i> -dissente tanto da' nostri costumi e dalle nostre idee poetiche, -che l'imitarlo riescirebbe ridicola affettazione»; ma non per ciò se -ne scordava, e in una lettera del 1814, alla contessa d'Albany, trascriveva -alcuni versi della traduzione cesarottiana, serbati nella memoria, -e ripetuti a lenimento del dolore che gli divorava l'anima, e a schermirsi -dagl'<i>irritamenti della fortuna</i>. -</p> - -<p> -La melanconia séguita a essere compagna inseparabile del poeta -maturo com'era stata del giovane; anzi prende nome e qualità di -<i>melanconico genio</i>, e il poeta, che ammira la <i>melanconia</i> della Bibbia, -gode in pari tempo di poter dire: <i>il mio amico Amleto</i>. Quella certa -smania di singolarità che la contessa d'Albany gli rimproverava nelle -sue lettere, e ch'egli un po' stizzosamente negava, era male congenito -in lui, del quale, o non seppe, o non volle guarire mai, e che -appare per più rispetti somigliantissimo a quella teatralità di cui -tanti romantici, anche non zazzeruti, ebbero a far pompa<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>: onde forse -l'ammirazione sua per il Byron, levatosi come un «Achille giovinetto -tra uno stuolo di eroi più provetti»: pel nuovo Euforione cui anche -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -il Goethe applaudiva, e che le opposte tendenze dei classicisti e dei -romantici pareva dover conciliare in un'arte più comprensiva e più -alta. E sempre l'uomo provato da tanti disinganni e da tanti dolori -mostrò di porre, come avrebbe potuto fare il più romantico dei romantici, -la passione al disopra della ragione; e sempre l'anima sua, -benchè <i>inaridita</i> (come a lui piaceva di dirla), fu straziata da <i>fatali</i> -ricordi, e si dibattè nel tumulto dei sensi e degli affetti, nella febbre -e nel delirio di una passione <i>forsennata</i>; e sempre le sue lettere -d'amore, specie se scritte a donne <i>pallide, patetiche, sibilline, fatali</i>, -donne <i>funestamente a lui care</i>, sono come pezzate di colori romantici, -tassellate di espressioni romantiche, riboccanti di romantica mestizia. -Leggete ciò che delle notturne angosce, cagionategli da un nuovo rimorso, -egli scriveva alla <i>Donna gentile</i> nel marzo del 1816, e leggete -il <i>Manfredo</i> del Byron, e poi dite se l'uomo reale non sembra -appartenere con l'immaginario a una stessa famiglia. -</p> - -<p> -Il De Sanctis avvertì, e con ragione, un elemento romantico in -quei <i>Sepolcri</i> in cui Ippolito Pindemonte trovava, anch'egli con ragione, -troppe antiche memorie; ma l'elemento romantico è nell'anima -stessa del Foscolo. Che importa che il poeta non se ne avveda, -o nol voglia confessare? Che importa ch'egli stia nel 1814 più mesi -senza leggere altro che Omero? Che importa che nel 1823 scriva: «I -moderni sono troppo ciarlieri per me», e sempre torni agli antichi? -Egli ha in fronte uno stigma romantico che non può cancellarsi. Come -i romantici, egli è un rivoluzionario che grida tutto essere da rifare -in arte. Come i romantici, o almeno come i più dei romantici, egli -non riesce a fermare in sè quel perfetto equilibrio della ragione e del -cuore, ch'è una condizione principale dell'arte classica, e che egli -in arte vagheggia, non senza contraddire a sè stesso. Come i romantici, -egli s'intrude sempre nell'opera propria, nè saprebbe intendere il -Goethe quando sentenzia che una cosa deve essere l'opera, e un'altra -cosa, affatto distinta, il poeta. Aggiungasi che egli, se avversò Chateaubriand, -col quale ebbe pure più di una somiglianza, se derise -la Staël, fu amico e lodatore sincero di parecchi romantici, fra' quali -tutti basterà ricordare il Pellico; e che quando fu fondato il <i>Conciliatore</i>, -il giornale della nuova scuola, egli promise, sia pur freddamente, -di scriverci, mentre il Monti al giornale moveva guerra -prima ancor che nascesse. Chi ponga mente a tutto ciò, non potrà -poi troppo meravigliarsi di quella esagerazione del Lampredi, che, -nel <i>Poligrafo</i>, chiamò Ugo Foscolo il <i>corifeo dei romanticismo</i>; anzi -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -lo accusò d'aver preso del romanticismo la parte men sana e d'averla -resa <i>perniciosissima, generalizzandola</i>. -</p> - -<p> -Il Foscolo è molto difficile da conoscere e da giudicare, e tale -difficoltà fu da lui stesso avvertita; ma non tanto difficile tuttavia che -non si possa attraverso alle sue molte contraddizioni, per entro a quel -misto di <i>dandy</i> e di <i>bohème</i> che si nota in lui, scoprire i caratteri -principali e i principali stati dell'agitatissima anima sua. Il Byron lo -definiva <i>uomo antico</i>. A me il Foscolo sembra uomo assai moderno -sotto l'antica vernice. Tra l'altro, egli mostra apertamente in fronte -l'incancellabile suggello che Gian Giacomo Rousseau impresse in -tante altre fronti<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>; e credo che se invece di nascere nel 1778 fosse -nato vent'anni più tardi e avesse avuto intorno meno impacci di tradizioni -e di scuola, egli avrebbe avuto il suo posto non più tra' classici, -ma tra' romantici. Peccato che non abbia scritti i parecchi altri -romanzi ch'ebbe in mente, da' quali forse altri e maggiori indizi si -sarebbero potuti ricavare! Che se il romanticismo avesse a definirsi, -come piacerebbe a qualcuno, prevalenza di soggettismo e trionfo di -lirismo, chi più romantico del Foscolo? -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -</p> - -<h2 id="rommanz">IL ROMANTICISMO DEL MANZONI<a class="tagtitle" id="tag12" href="#note12">[12]</a></h2> -</div> - -<p> -Alessandro Manzoni passò sempre, in Italia e fuori d'Italia, per -caposcuola del romanticismo italiano. E non senza ragione, di sicuro, -chi consideri che nella lettera allo Chauvet sulle unità drammatiche -noi abbiamo il documento più cospicuo di quella letteratura polemica; -nella lettera a Cesare D'Azeglio il catechismo, per così dire, -di quella dottrina; nei <i>Promessi Sposi</i>, nelle tragedie, negl'inni -sacri, quanto di meglio quella letteratura produsse in Italia. Se non -che, dal tenere, così senz'altro, e in modo, direi, assoluto, il Manzoni -capo di quella scuola, possono nascere, e nacquero infatti, e -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -nascono tuttavia, alcune pregiudicate opinioni che, specie se spalleggiate -da un po' di avversione o di predilezione istintiva, non lasciano -rettamente intendere l'uomo, nè l'opera sua, nè quella scuola -stessa di cui si vorrebbe vedere in lui l'espressione più sicura e più -piena. Il Manzoni fu romantico, senza dubbio; ma non quel romantico -che molti si dànno ad intendere; e capo del romanticismo italiano -egli non può esser detto senza accompagnare quel titolo periglioso -di molte avvertenze, distinzioni e restrizioni, che ne scemano -d'assai la portata, o ne mutano non poco il carattere. I giudizii sommarii -non valgono nulla, neanche in letteratura. Del resto il Manzoni, -come il Lamartine, ricusò sempre il nome, l'ufficio e le brighe -del caposcuola; e se il Pieri, una volta, lo chiamò dispettosamente -<i>corifeo del romanticismo italiano</i>; e se altri dopo il Pieri, gli diedero -quello stesso, o altro simile titolo; ebbe pur sempre ragione il -Mamiani di dire che il presunto e acclamato <i>capitano procedette -sempre solo</i><a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>. E di ciò si ha, fra tant'altre, una prova nel fatto che -il Manzoni favorì bensì il <i>Conciliatore</i>, ma non vi scrisse; astensione -che per un caposcuola del romanticismo non lascia d'essere un po' -curiosa. -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Parlare del romanticismo è, anche ora, cosa molto difficile, per -quanto appajano sedate, se non ispente affatto, le passioni che già -resero un tempo difficilissimo il parlarne. Perchè la difficoltà non nasceva -tutta dall'impeto e dal contrasto di quelle passioni, le quali -non lasciavano veder chiaro nella questione; ma nasceva, e in certa -misura nasce ancora, dall'oscurità, dall'estensione, dal viluppo della -questione stessa. Più forse di ogni altra dottrina letteraria, in dottrina -romantica, presa nel tutto insieme, appare a primo aspetto una -agglomerazione di parti malamente coordinate, e talvolta anche repugnanti -fra loro; sparsa di certe larve d'idee che, speciose in -vista, non si possono poi ridurre a forma definitiva e pensabile; -intralciata di troppi di quei giudizii che il Manzoni, parlando d'altro, -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -dice nati «prima sul labbro che nella mente, e che svaniscono a misura -che uno li contempla con attenzione». Se n'ha una prova in -quelle tante, troppe, definizioni che del romanticismo si diedero e -si dànno, e che tutte, qual più, qual meno, tornano inadeguate e -vaghe, specie se pretendano di far colpo con certa stringatezza e recisione -aforistica che il soggetto non comporta (<i>il romanticismo è il -liberalismo nell'arte, lo spiritualismo nell'arte, il vero nell'arte, il -trionfo del lirismo, il soperchiare del soggettivismo, il disordine della -fantasia, il senso del mistero, la forza dell'aspirazione</i>, ecc.)<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> e se -n'ha una prova anche maggiore nel vedere parecchie di quelle definizioni -contraddirsi e negarsi a vicenda. -</p> - -<p> -Ad ogni modo, sono lontani i tempi in cui Vittore Hugo, non convertito -per anche alla nuova fede, poteva dire che <i>classico</i> e <i>romantico</i> -sono parole senza senso, e il Guerrazzi ripetere in Italia: «Io -non vorrei profferire nemmen i nomi di classici e di romantici, dacchè -per sè stessi non significano nulla». Veramente quei nomi qualche -cosa significano, e noi, ora, sempre più li veniamo intendendo, -sempre più discerniamo le cose e le idee significate per essi, e le -attinenze, conseguenze e ragioni loro. Contraddizioni e incertezze -nella dottrina ce ne furono anche troppe, ma dovute, la più parte, -alla natura stessa delle cose, le quali vanno per la lor china, come -la necessità ne le porta, nè si curano di accondiscendere alle dottrine -perchè le riescano più facilmente, di primo tratto, chiare, intere, -bene spartite e coerenti. -</p> - -<p> -Risalendo ai principii e guardando un po' dall'alto, si vede ciò -che non si può vedere dal basso. I nuovi indirizzi dell'arte e le dottrine -che li accompagnano, e alle volte li precedono, sono determinati -più e meno (non mai del tutto) da moti molto più vasti e più profondi, -effettuatisi già, o che si vanno effettuando, negli ordini della -vita e del pensiero. Il romanticismo non fa eccezione a questa che è -legge costante e generale; ma esce in qualche modo dall'ordinario, -e si stringe a certo gruppo di casi particolari, ove quel nuovo indirizzo -si vede essere (sempre più e meno) l'effetto, non di moti concordi -e cooperanti, ma di moti discordi e contrastanti, e come la <i>risultante</i> -di più forze divergenti. Si vedono comunemente nel romanticismo -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -gli effetti della reazione politica e religiosa; ma non ci si vedono, -o ci si vedono molto meno, gli effetti di quello spirito contro -cui s'armò la reazione, di quello spirito che concepì e operò i grandi -rivolgimenti del secolo scorso<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>. La inclinazione religiosa e mistica -che l'arte romantica manifesta sin dal suo nascere; quella infatuazione -pel medio evo; quel sentimento di patria e di nazione fatto -più permaloso e più acuto, sono frutto di reazione senza dubbio; ma -quel vago, inquieto e talvolta protervo desiderio del nuovo; quell'avversione -acre all'autorità ed alle regole; quella baldanza critica e -battagliera; quel proposito democratico; quel confondere i generi -come si eran confuse le classi, son frutti dello spirito stesso del secolo -<span class="smcap lowercase">XVIII</span>. Qual meraviglia se il romanticismo, formato, dirò così, -di un intreccio di forze contrarie, mostra in sè più di una -contraddizione? Se mentre esalta il sentimento sopra la ragione, -si serve della ragione per buttar giù il classicismo, con procedimenti -non troppo dissimili da quelli che i filosofi avevano usato -contro la fede? Se mentre riconsacra le patrie, scioglie inni all'umanità? -Se mentre ripone Dio sugli altari, prepara le vie all'incredulità -e al <i>satanismo</i>, correggendo esso stesso il detto di Enrico -Heine, che il romanticismo sia un fior di passione nato dal sangue -di Cristo? Vedere in queste incoerenze e in questi dissidii non altro -che sintomi di debolezza e d'inettitudine non è ragionevole. Essi, -piuttosto, sono sintomi di vita operosa, combattuta e profonda. Giudicar -l'arte e la dottrina che li accolsero in sè fatti di scadimento e di -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -esaurimento, senz'altro, è erroneo. Il romanticismo ebbe molte parti -vive e vitali; alcune vitali tanto che vivono ancora, anzi, pajono, mutati -i nomi, prender nuovo vigore. Il romanticismo fece ciò che non -poteva più, per nessun modo, il classicismo: rappresentò la coscienza -dei tempi nuovi nella molteplicità mutabile de' suoi aspetti, -nel tumulto e nel contrasto delle sue numerose tendenze, nel lutto -insieme dell'agitata e tormentosa sua vita. Fu qualche cosa più che -la <i>epizoozia</i> schernita dal Monti. -</p> - -<p> -Del resto quando nella dottrina del romanticismo si sia fatta la -cernitura degli elementi avventizii, scioperati, caduchi, e siasi cercato -alquanto sotto la superficie, non si stenta molto a trovare un nucleo -saldo e incorruttibile, formato dal concetto di un'arte che, non più -dell'antica, ma più di quella che s'affanna a rifare l'antica, scaturisca -dall'intimo della psiche, e viva del vivo, traendo spirito e norma dal -veramente sentito e dal veramente pensato, anzi che dagli esempii e -dai precetti; sia, per così dire, immanente e non derivata. Questo -concetto, dal quale vennero al rivolgimento letterario della fine del -secolo scorso e di parte del presente alcuni caratteri non troppo dissimili -da quelli che contraddistinguono il rivolgimento religioso del -secolo <span class="smcap lowercase">XVI</span>; questo concetto, che formò pure il nucleo del realismo, -è di tutta giustezza e inoppugnabile. E se il romanticismo traviò poi -in tanti errori e in tanti eccessi, traviò, non già per averlo troppo -osservato, ma bensì per non averlo osservato abbastanza. E se, notando -l'atteggiamento diverso che il romanticismo ebbe a prendere -tra le varie genti d'Europa, e come quella diversità diventi alle volte -contrasto e contraddizione, si volesse inferirne che quel principio -non è nè immutabile nè unico, s'inferirebbe il falso, quando la diversità, -il contrasto e la contraddizione nascono appunto dall'essere -quell'unico e costante principio applicato a condizioni di vita e di -coltura profondamente diverse, e da quella mescolanza di elementi -e di tendenze a cui ho accennato poc'anzi. Un solo e supremo principio -estetico e letterario, e molte e varie contingenze e tendenze particolari, -ecco perchè ci fu un romanticismo comune e generico, e ci -furono tante specie di romanticismo quanti i paesi in cui allignò. -</p> - -<p> -Sebbene Hermes Visconti abbia definito <i>crocchio sopraromantico</i> -il crocchio che intorno al 1820 si adunava in casa del Manzoni, pure -gli è indubitato che il romanticismo italiano, specie quello che in -Milano ebbe espressione più ragionevole e vita più rigogliosa, fu di -sua natura molto temperato, molto conciliativo: tanto temperato e -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -tanto conciliativo che, appunto in quell'anno, nella lettera allo -Chauvet, pubblicata poi il 1822, il Manzoni stesso era tratto ad esprimere -il dubbio non avessero i romantici italiani a udirsi rimproverare -di non essere abbastanza romantici. Egli per primo non dovette sembrare -a molti abbastanza romantico. A ragione, o a torto? Ecco -appunto la questione che io vorrei esaminare e discutere. Che è a -dire del Manzoni considerato nel romanticismo generale europeo? -Che è a dire del Manzoni considerato nel romanticismo particolare -italiano? Quanto al romanticismo italiano, leggonsi parole del Manzoni -che proverebbero pieno e perfetto in quegli anni medesimi l'accordo -suo con gli scrittori del <i>Conciliatore</i>, di cui erano stati soppressi -i fogli ma non le idee. In principio del 1821, scrivendo al -Fauriel, egli li chiamava suoi amici e compagni di patimenti letterarii, -<i>amis et compagnons de souffrance littéraire</i><a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a>, e certamente li -aveva per tali. Ma era poi l'accordo così pieno e così perfetto come -si parrebbe da quelle parole? Ci sono molte ragioni per credere che -no. E il disaccordo, forse assai leggiero in principio, non s'andò -aggravando col tempo? Ci sono molte ragioni per credere che sì. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Prima di tutto, il Manzoni ebb'egli da natura un temperamento che -possa dirsi di romantico, di romantico schietto, di romantico risoluto? -Tale domanda non è senza importanza. Per aderire <i>scientemente</i> -a una dottrina o religiosa, o politica, o filosofica, o letteraria, -e più per farsene banditore e campione, è necessaria una certa costituzione -psichica, una certa complessione morale, varia secondo la -varia indole della dottrina stessa e simile (sino a certo segno) in tutti -coloro che quella dottrina professano. Ciò va inteso con molta discrezione, -con molta larghezza, ed è vero solamente di coloro -che abbracciano le dottrine a ragion veduta, con intendimento, -con sincerità, con deliberato proposito. Quanto ai molti più che si -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -caccian lor dietro, o perchè allettati da una qualsiasi lusinga di un -qualsiasi guadagno, o perchè trascinati dall'andazzo e dalla voga, -o perchè usi di porsi alle calcagna del primo che passi e faccia loro -cenno, essi non han bisogno d'avere per quelle nessuna inclinazione -vera e naturale, e possono, anzi, averci ripugnanza. La fazione, la -confessione, la scuola sono formate da quei primi e guaste da quei -secondi. Vengono i primi e iniziano, poniamo, un'arte per quanto è -possibile nuova: vengono i secondi, e frantendendo, esagerando, adulterando, -corrompono e disfanno l'opera di quelli, pur dandosi aria di -ajutarla e di compierla. Tutte le scuole letterarie, per non parlar -d'altre, conobbero questo flagello; ma nessuna forse più della romantica. -</p> - -<p> -Ora, venendo al Manzoni, io credo si possa dire che la sua costituzione -psichica, la sua complessione morale, furono appunto quali -si richiedevano a intendere appieno e abbracciare risolutamente il -principio primo e sostanziale del romanticismo secondo ho cercato -di adombrarlo; furono solo in parte quali occorrevano per accondiscendere -ad alcuni altri principii, importanti ancor essi, ma subordinati; -non furono in nessun modo quali ci sarebbero volute per acconciarsi -a tutto quel guazzabuglio d'idee, d'immaginazioni, di sentimenti, -che pajono formar parte integrante della dottrina, ma che -della dottrina propriamente sono o negazione, o caricatura. -</p> - -<p> -Spero, nelle pagine che seguono, di riuscire a chiarir tutto ciò; -ma si può far sin da ora, agevolmente, una osservazione abbastanza -significativa. Se si raccolgono come in un gruppo i maggiori poeti -romantici francesi, inglesi, tedeschi, si nota fra loro, a dispetto delle -dissomiglianze a volte molto notevoli, come un'aria comune di famiglia: -se s'introduce in quel gruppo il Manzoni, il Manzoni sembra -un estraneo. -</p> - -<p> -La ricerca di quella che il Taine chiamava facoltà maestra o cardinale -può essere in taluni casi molto difficile, e anche molto delusiva, -ma non mi par tale nel caso del Manzoni. Chi disse primo (poi -fu ripetuto da molti) che il Manzoni è lo stesso buon senso fatto -persona, disse bene, ma non disse abbastanza; e chi quel buon -senso ragguagliò al senso comune errò grossamente. Gli è vero che -il Manzoni stesso parla a più riprese, con molto rispetto, del senso -comune, e lo invoca; ma non è da dimenticare ciò che in un luogo -dei <i>Promessi Sposi</i> egli scrive a proposito dell'opinione generale -circa il malefizio degli untori: che il buon senso «se ne stava nascosto -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -per paura del senso comune»<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a>. Tra senso comune e buon -senso è poca amicizia; e il buon senso è come una virtù domestica -dello spirito, la quale fa gran servizio nelle occorrenze ordinarie -della vita, ma fuor di lì, o ne fa poco, o non ne fa punto. Col buon -senso si evitano molti errori, e si ripara a molti mali spiccioli; ma -per volere le cose grandi, e più per farle, il buon senso non basta: -ci vuole un senso più alto, più ardito, più avventuroso, che non si -adombri così facilmente d'un paradosso, che non ricalcitri quasi -istintivamente ad ogni <i>ver che ha faccia di menzogna</i>, e non tema -ogni momento di perder piede. Povero il novatore che avendo buon -senso non abbia altro. E il Manzoni fu novatore quieto, ma novatore -grande. -</p> - -<p> -Il buon senso occupa i gradi mezzani della ragione, e il Manzoni -sale dai mezzani ai più alti. Egli è uom di ragione per eccellenza. Con -ciò non voglio già dire che la ragione in lui sia perfetta (e in chi mai -fu perfetta?): voglio dire che è mirabile per acutezza e per vigoria, -che sta in cima del suo spirito, che sopraintende a tutta la -sua vita intellettuale e morale, e la promuove e la regola. La mente -del Manzoni è delle meglio ordinate, proporzionate, equilibrate che -io conosca; perspicace quanto prudente, agile quanto salda; metodica -ma non sistematica; vaga del rigore logico, ma schiva d'ogni -logica rigidezza. Il Manzoni sa che il vero sapere non si acquista se -non procedendo dal noto all'ignoto; che il metodo <i>è uno</i> per ogni -cosa; che <i>gli errori di metodo sono sempre gravi</i>; che la <i>curiosità -sincera</i> dev'essere accompagnata dal <i>dubbio ponderatore</i> e dar agio -all'<i>esame accurato</i>, perchè <i>l'osservar poco è appunto il mezzo più -sicuro per concluder molto</i>; che non bisogna lasciarsi affascinare -dalle ipotesi, ma procedere sempre con <i>utile e ragionata diffidenza</i><a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a>. -C'è forse bisogno di dire che questa così affinata e cauta ragione non -ha troppa somiglianza con quella che il secolo <span class="smcap lowercase">XVIII</span> alzò sugli altari? -e che abbiam qui una forma di ragione più alta e più sincera? Ma -poi, c'è forse bisogno di soggiungere che anche questa ragione più -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -alta e più sincera ha le sue debolezze e le sue esagerazioni? Notato -il buono, notiamo anche il men buono. -</p> - -<p> -Il Manzoni è di sua natura, sopra ogni altra cosa, un ragionatore, -e sebbene muova consuetamente dal fatto e dalla osservazione, -pure, come quei filosofi di cui serbò un qualche poco gli andamenti, -anche dopo averne rinnegate le dottrine, non lascia di cader qualche -volta nello abuso del ragionar troppo. Egli è un ragionatore molto -ingegnoso e molto sottile, ma, qua e là, un pochin troppo ingegnoso -e un pochin troppo sottile. Conosce assai bene i sotterfugi e i tranelli -del pensiero e della parola, e sa guardarsene, ma non sempre, -ma non in tutto. Per dire un esempio, nel discorso sopra il romanzo -storico, il ragionamento pende talvolta nel sofistico, l'argomento -diventa cavillo; e chi legge non può schermirsi interamente dal -dubbio che l'autore abbia scritto, più che per altro, per fare una -sua esercitazione dialettica, e per misurare le proprie forze di atleta -logico<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. Così ancora, nel <i>Dialogo della invenzione</i> non mancano alcune -di quelle trappole di parole cui accenna uno degli interlocutori; -e non mancano neanche altrove, sebbene nessuno meglio del Manzoni -sappia che i traslati <i>sono traditori</i>, e che le parole, se non ci si bada -bene, <i>menano fuori di strada</i><a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a>. Non sempre chi ragiona bene ha -ragione, e più d'una volta il Manzoni, per volere ragionare troppo, -finisce ad aver torto; e allora non gli giova d'andare in collera -contro coloro che negano <i>l'applicabilità de' principii a tutte le -loro conseguenze</i>, e dicono <i>espressamente pericolosa la logica</i><a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>. Che -l'accusa di troppa sottigliezza potesse, una volta o l'altra, venirgli -da qualche banda, pare l'abbia sospettato egli stesso, perchè, quasi -a pararsene, lasciò scritto: «j'ai remarqué que l'on appelle assez -souvent subtiliser, ce qui pourrait s'appeler en d'autres termes: toucher -le point de la question»<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a>. E sta bene; ma un pochino di don Ferrante -c'è in don Alessandro, sia detto con la discrezione dovuta: e -c'è anche un poco di quel soverchio rampollar di pensieri sopra -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -pensieri che, se non dilunga a dirittura il segno, fa talora perplesso e -lento chi ci tende. Abbiamo in ciò la confessione dello stesso Manzoni: -<i>habemus confitentem reum</i>. -</p> - -<p> -Ma il difetto è pur sempre lieve; e, tutto sommato, s'ha a riconoscere -che il Bonghi giudicò rettamente quando disse che «nella -mente del Manzoni la facoltà del ragionare esatto era delle maggiori»<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>. -Chi ben guardi troverà la manifestazione di quella facoltà -non meno nei <i>Promessi Sposi</i> che negli scritti d'indole critica e dissertativa. -Il Manzoni non si contentò mai di cosa che, oltre al desiderio, -non appagasse in pari tempo la ragione<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>; e credo che il -Bonghi cogliesse anche una volta nel segno quando il cattolicismo -di lui faceva dipendere, almeno in parte, da un vivo bisogno di logica -e serrata coordinazione. -</p> - -<p> -Ora dunque, se il Manzoni è, essenzialmente, un uomo razionale e -ragionante; e se la ragione innalza sopra tutte le facoltà umane; -e se della ragione usa continuamente, e qualche volta abusa; si vede -come sin dal bel principio egli venga a contraddire, non solo a uno -dei progenitori massimi del romanticismo, quale fu il Rousseau, che -mise il sentimento sopra la ragione, ma ancora a tutti quei veri e -proprii romantici della fine del secolo scorso e del primo ventennio -di questo che, con a capo Guglielmo Schlegel, per amor di misticità, -mossero, larvata o palese, guerra alla ragione. -</p> - -<p> -Il Manzoni è un osservatore, un pensatore, e diciam pure un filosofo: -quanto diverso in ciò (e non in ciò solo) da quello Chateaubriand -che si vantava di essere antifilosofico sino alla superstizione! Egli, -il Manzoni, si duole invece di esser capitato a vivere in una età <i>forse -la più antifilosofica, che ci sia mai stata</i>. E il più curioso si è che la -sua filosofia, appoggiata com'è alla fede, e informata al più puro -idealismo rosminiano, alle volte lascia scorgere un'aria di viso come -di positivismo, e par che si scordi del rispetto dovuto alla metafisica, -da lui stesso celebrata del resto in più occasioni quale il supremo -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -sapere da cui ogni altro dipende. La parola <i>positivo</i> sdrucciola con -molta frequenza dalla penna che scrisse la <i>Morale cattolica</i> e gl'<i>Inni -sacri</i>. -</p> - -<p> -Il Manzoni fu un filosofo, ma non un sognatore; e, pur troppo, -non di tutti i filosofi si può dire altrettanto. La sua psicologia, la sua -estetica, la sua morale recan sempre l'impronta di un pensiero vigoroso -non meno che ponderato, il quale agevolmente si allarga dal -particolare all'universale, assorge dalle contingenze ai principii. E -così la sua critica, secondata da una forza di analisi che giustamente -il De Sanctis giudicò <i>potentissima e straordinaria</i><a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a>. E notisi che -della critica, e non solo di quella corrente, egli non era già troppo -tenero; anzi ne diffidava, conscio dei pericoli che fa correre all'arte -e ad altro. I suoi giudizii sono sempre acuti, sempre lucidi, quasi -sempre giusti: giustissimi, per ricordar qualche esempio, quelli sulla -<i>Eneide</i>, sull'<i>Italia liberata</i> del Trissino, sull'<i>Henriade</i> del Voltaire: -assai meno giusti, ma non ingiusti del tutto, quelli sul Tasso, sull'Alfieri, -sul Leopardi. Quando ha da giudicare, egli sa, il più delle -volte, sgombrar l'animo d'ogni passione, scordarsi d'ogni altro interesse -che non sia quello del vero, levarsi a un'assoluta imparzialità. -Possono farne fede i giudizii da lui pronunziati su Giuliano l'Apostata -e sul Robespierre, dov'eran tante e così forti ragioni che potevan sedurlo -ad esser men giusto. Le osservazioni ond'egli usava postillare i -margini dei libri che leggeva sono come un commento perpetuo fatto -da uno spirito che non è possibile soggiogare nè con la forza, nè -con l'inganno. -</p> - -<p> -La ragione del Manzoni si compone e si adagia nelle forme più -geniali del senno, onde nascono a un tempo la moderazione e la modestia: -la moderazione, che è il frutto del veder largamente e sotto -ogni aspetto le cose; la modestia, che è il frutto del veder chiaramente -e molto addentro in sè stesso. Piacque a taluno mettere in -dubbio, se non la moderazione, che non si poteva, la modestia del -Manzoni: a torto; perchè, com'ebbe a dire il Pope, <i>want of modesty -is want of sense</i>; e l'uomo può serbarsi modestissimo anche se si -conosca di molto superiore a molti. Si può dubitare piuttosto se egli -non abbia ecceduto un pochino e nell'una e nell'altra virtù, e se conoscendo, -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -come certamente lo conosceva, il Molière, non avrebbe -dovuto ricordare un po' più quei due versi del <i>Misanthrope</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">La parfaite raison fuit toute extrémité</p> -<p class="i01">Et veut que l'on soit sage avec sobriété.</p> -</div></div> - -<p> -La saggezza fu forse la sola cosa in cui il Manzoni non seppe -esser sobrio abbastanza. -</p> - -<p> -Chi, seguitando questo discorso, credesse di poter andar oltre -sicuramente, e sentenziare che nel Manzoni la ragione non lascia -luogo al sentimento e alla fantasia, s'ingannerebbe a partito. Nel -Manzoni il sentimento è vivo, vario, delicato, eccitabile, ma vigilato -molto da presso, e tenuto in soggezione. Parla con misura e di rado, -non perchè sia tardo di lingua, o abbia poco da dire, ma perchè -non gli è permesso di parlare se non a tempo e luogo. Cresca sino -a certo segno, ma non isperi uscir mai di pupillo, e, sopratutto, non -isperi far del grande, e arieggiare alla passione. Se Gian Giacomo -fece della passione una delle virtù cardinali, anzi la virtù suprema, -buon pro gli faccia, e all'autrice di <i>Lélia</i> similmente, e a quanti vanno -lor dietro. Al Manzoni, il fare della passione virtù, dando nome di -forza alla debolezza, sembra, fra tante altre miserie umane, miseria -grandissima. Certo, si farebbe presto a provare che il Manzoni inclina -un po' troppo all'error contrario, e non s'avvede abbastanza -che se le passioni non sono virtù, le virtù, senza l'ajuto di un po' di -passione, rischiano facilmente di dar in secco, e l'arte, senza un -po' di quell'ajuto, rischia di morir di languore; ma ciò, ora come -ora, importa poco, mentre importa assai di notare che anche per -questo rispetto il Manzoni s'accorda assai male con que' tanti romantici -vecchi, nuovi, novissimi, che posero la passione in cielo, e -fecero dell'arte la forma eletta della sua manifestazione sopra la -terra. Il Manzoni, non solo non vuole ciò, ma non vuole nemmeno -che il sentimento si stemperi e snaturi in quella uniforme, fluida, -oziosa sentimentalità che par fatta apposta per accogliere i germi della -passione, fomentarli, farli germogliare e fruttificare. Ciò che lo -Chateaubriand chiamò <i>le vague de la passion</i> ripugna non meno a -quel suo bisogno imperioso di precisione e di chiarezza che al suo -criterio morale: onde ben disse il Goethe quando disse che il Manzoni -ha sentimento, ma non sentimentalità. I romantici parlano -sempre di cuore che intende, di cuore che sa, di cuore che presente, -di cuore che insegna: il Manzoni scrive: «Certo, il cuore, chi gli -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che -sa il cuore? Appena un po' di quello che è già accaduto»<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>. Se, prima -di comporre, a vent'anni, la delicata elegia che comincia col notissimo -verso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">J'ai dit à mon cœur, à mon faible cœur.</p> -</div></div> - -<p> -Alfredo De Musset fosse ricorso per consiglio al Manzoni, gli è -molto probabile che il Manzoni paternamente gli avrebbe detto: Comandate -un po' a cotesto chiacchierino di cuore di tacere, e interrogate -la ragione. Gli è vero che per l'arte sarebbe stata una disgrazia -se il giovane poeta avesse ascoltato il consiglio. -</p> - -<p> -Chi per fantasia intende l'attitudine a saltare di palo in frasca e -la inettitudine a tessere logicamente e serratamente la tela delle idee; -certa vaghezza del sogno accompagnata a certa intolleranza della -realtà; un amore istintivo alla dissipazione e un orrore non meno -istintivo dell'ordine; quegli potrà dire con asseveranza che il Manzoni -ha poca fantasia, o non ne ha punta. Ma chi crede che la fantasia, -o se la vogliamo chiamare con nome più acconcio, la immaginativa -sia la facoltà inventrice e divinatrice per eccellenza; la facoltà -che colma le lacune del reale, o quelle che a noi pajon tali; la -facoltà che ajuta potentemente a conoscere e interpretare il reale, -e opera la esaltazione del reale nell'ideale; quegli dirà, con sicurezza -di dir giusto, che il Manzoni ebbe molta immaginativa, e di -primissimo ordine. Nei <i>Promessi Sposi</i> di quella fantasia non v'è -ombra, o quasi; ma di questa immaginativa n'è assai, e non so in -quante altre opere dette d'immaginazione se ne trovi altrettanta<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a>. -Anche per questo rispetto, tra i romantici in genere e il Manzoni il -consenso è scarso. Quelli si vantano di lasciar le briglie sul collo alla -fantasia; questi non cessa mai di farle sentire il morso. E così, -veramente, chiede la ragione. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Sanno tutti che il Manzoni fu, non solo un curioso di storia, come -ce ne sono tanti, ma ancora un indagatore, e un indagatore quanto -più si possa desiderare paziente, diligente, perspicace. Egli ebbe in -grado eminente quello che si potrebbe addimandare il senso della -storia; senso delicatissimo, complicatissimo, che suppone tutto un -complesso di virtù intellettuali ed affettive, ma vuole poi, di soprappiù, -quel sentimento di larga, anzi di universale simpatia, che -abbracciando tutti i tempi, e tutte le lunghe sequele dei casi, e le -forme e le mutazioni della vita, ci pone in grado di coesistere in -certo qual modo con la umanità tutta quanta e di rivivere la intera -sua vita. Chi abbia vigor di pensiero, copia di dottrina, felicità d'indagine, -potenza di parola a tutto narrare e tutto descrivere, e non -allarghi l'animo in quel sentimento, potrà scrivere libri mirabili di -materia storica, ma non iscriverà la storia. Per dire le sciagure degli -uomini, non basta conoscerle, bisogna sentirle. -</p> - -<p> -Perchè ebbe assai vivo e sicuro il senso della storia, il Manzoni -intese sempre ottimamente che non è storia quella che non muove -dai fatti. Il Rousseau scrisse in principio del suo <i>Discours sur l'origine -et les fondements de l'inégalité parmi les hommes</i>: «Commençons -par écarter tous les faits»; e il Fichte soggiunse: «Nulla al mondo -è più stupido di un fatto»; e il Royer-Collard mise in rilievo la -conseguenza: «Il fatto è ciò che v'è di più spregevole». Tutto l'opposto -pel Manzoni. Egli ha pei fatti il più grande, il più sincero, il -più costante rispetto; dico rispetto e non idolatria, perchè nessuno -sa meglio di lui che «una serie di fatti materiali ed esteriori, per -dir così, foss'anche netta d'errori e di dubbi, non è ancora la storia», -e che i fatti bisogna interpretarli e giudicarli con qualche cosa ch'è -superiore ai fatti<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>. Perciò avrebbe voluto accoppiati insieme il Muratori -e il Vico, <i>gl'intenti generali nella moltitudine delle notizie positive</i><a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a>. -Anche il Michelet voleva il Vico, ma si scordava poi di accompagnarlo -col Muratori. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -</p> - -<p> -Se avesse voluto, il Manzoni poteva riuscire uno storico di primissimo -ordine, e forse era questa la vocazione sua più vera e più -forte. Nessuno vede ed intende meglio di lui i moti delle cose e degli -uomini; il contrasto, il cozzo, l'intreccio degli avvenimenti, degli interessi, -delle idee; le lontane derivazioni; i lontani influssi e -come nascan gli errori; e come muojano le verità; e perchè l'una -gente trionfi e l'altra rovini. Nessuno meglio di lui sa la vita e l'anima -delle moltitudini, e le forze che le governano. La psicologia -delle folle non ha interprete più ingegnoso e più sicuro di lui; ed -è perciò che la descrizione della carestia e la descrizione della peste -nel romanzo sono pagine di storia incomparabili. Nessuno, finalmente, -è nei giudizii più acuto e più equo; lode grande se si pensa -quant'è difficile mettere insieme l'equità e l'acutezza per modo che, -non solo l'una non noccia all'altra, ma l'una all'altra soccorra. -</p> - -<p> -Tutto questo discorso non è, come potrebbe sembrare, una digressione. -Un certo amore alla storia direi che fa parte integrante -della fede romantica. Quel desiderio di verità che, si voglia o non si -voglia, è uno dei principii motori del romanticismo, e quello appunto -per cui il romanticismo più strettamente si lega a tutto il pensiero del -secolo XVIII, non poteva, mentre volgevasi a tutte le altre specie della -realtà, non volgersi anche alla realtà storica. A ciò poderosamente -ajutavano i nuovi studii: il concetto fecondo di una storia che non -fosse più semplice biografia di principi e nudo racconto di battaglie: -la paziente ricerca e l'attento esame dei documenti; l'antichità scórta in -più vera luce; il medio evo quasi scoperto. È noto che entrambi gli -Schlegel furono appassionatissimi di storia, e non meno appassionati -di loro furono molti altri romantici: ma se la passione durò lungamente, -non durò lungamente, pur troppo, quello spirito di vigilanza, -quella probità di ricerca, quel bisogno di esattezza, senza di cui la -passione, abbandonata a sè stessa, può far poco bene, anzi suol far -molto male. Sanno tutti che cosa sia diventato il medio evo nelle ricostruzioni -poetiche de' più dei romantici; e giacchè m'è venuto ricordato -il medio evo, sarà questo il luogo di notare che il Manzoni -non partecipò punto di quella infatuazione per esso che fu tanto comune -ai romantici d'ogni paese, e divenne uno dei contrassegni più -caratteristici di tutta la scuola. Veramente nei principii fondamentali -della scuola non v'è nulla che giustifichi il detto di Madama di Staël: -«Le nom de <i>romantique</i> a été introduit nouvellement en Allemagne, -pour désigner la poésie dont les chants des troubadours ont été l'origine, -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -celle qui est née de la chevalerie et du Christianisme»<a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>. Che -<i>romantico</i> rimandi a <i>romanzo</i>, e però a quella che nel medio evo fu -detta <i>Romania</i>, e però al medio evo stesso, e ai trovatori, e ai cavalieri, -erranti e non erranti, è verissimo; ma è altrettanto vero che -quel nome fu assai malamente scelto, e peggio imposto alla scuola, -perchè non esprime punto ciò che avevano in mente gl'iniziatori di -essa, consapevoli e inconsapevoli, o lo esprime in modo parziale ed -erroneo, escludendo dalla denotazione il mondo germanico, che non -fu mai romanzo, e il mondo moderno, che non è quello dei cavalieri -e dei trovatori. Comunque sia, o perchè così suggeriva quella credenza -cristiana ch'ebbe nel medio evo il suo massimo rigoglio, o -perchè così persuadeva l'avversione a quella paganità classica che -nel medio evo fu più risolutamente negata, o più universalmente ignorata, -fatto sta che il medio evo (quale medio evo!) diventò il caval -di battaglia, per non dire il ponte dell'asino, del romanticismo europeo, -e che cavalieri, castellane, paggi, menestrelli, giullari, torri -merlate, palafreni bardati, cimieri impennacchiati, furono il sogno -e l'incubo, la delizia e l'affanno di quanti ebbe poeti (voglio dire bardi, -scaldi e trovatori) il romantico regno. -</p> - -<p> -Ma non del Manzoni. Il Manzoni mise sì in tragedia la storia di -Desiderio e di Adelchi, ma dopo aver fatto sulla età cui quella storia -appartiene gli studii raccolti e condensati nel <i>Discorso sopra alcuni -punti della storia longobardica in Italia</i>. Niente dunque di quel medio -evo posticcio, lezioso, ridicolo, e niente di quella infatuazione puerile -e fantastica. Se gli Schlegel, se Giuseppe De Maistre, se tanti altri -esalteranno il medio evo sopra ogni altra età della storia, e sogneranno -di potervi tornare, egli, che le conosce tutte, e conosce l'umana -natura, lascerà che si sfoghino, e, senza far chiasso, riderà delle -<i>pazze paladinerie</i>, e chiamerà <i>cronicaccia</i> la cronica del monaco di -San Gallo, e scriverà nel romanzo, a proposito dei cavalieri erranti: -«Bello, savio ed utile mestiere! mestiere, proprio, da far la prima -figura in un trattato d'economia politica»<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>. Egli loda molto e il Berchet -e il Grossi; ma chi vorrà credere che il trovatore errante per la -selva bruna del primo e il Folchetto del secondo avessero a dare un -gran gusto al creatore di don Abbondio e di Perpetua? e chi, piuttosto, -non vorrà credere che la <i>trobadoric'arpa</i> gli riuscisse altrettanto -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -nojosa quanto la cetra classica, ed anzi più? Quell'<i>oh gioja</i>! che il -buon Pellico profferì il giorno in cui gli toccò la ventura (durante un -poetico rapimento, s'intende) di leggere sopra un macigno, nella <i>sacra -valle</i> del Chiusone, i nomi d'Eudo e di Tancreda, quell'ingenuo <i>oh -gioja</i>! vi pare che avrebbe mai potuto uscire dalle argute labbra del -Manzoni? E vi pare che il Manzoni avrebbe mai voluto far molti vezzi -a quella buona comare che, a detta del Carrer, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Vien d'un albero all'ombria</p> -<p class="i01">A colloquio colle fate;</p> -<p class="i01">Col giullare sulla via,</p> -<p class="i01">Nei castelli col magnate,</p> -</div></div> - -<p> -e dovrebb'essere, salvo errore, la Poesia? Vedremo, tra poco, che -sentimenti nutrisse il Manzoni verso la poesia in genere; ma a buon -conto s'ha da notare che tra' suoi versi non è neppur una di quelle -romanze che così poco hanno in sè di romanzo, e neppur una di -quelle ballate che della ballata non ebbero altro mai se non il nome. -</p> - -<p> -Il Manzoni ebbe dunque assai più senso storico che non la più gran -parte dei romantici, assai più di Gualtiero Scott, che, di solito, non -va oltre le apparenze; e parlando segnatamente del romanziere e -del poeta si può forse dire che n'abbia avuto sin troppo. Il <i>Carmagnola</i> -fu più che mediocremente guasto dalla troppo fida e severa -ossequenza alla storia, e di questa troppo fida e severa ossequenza -è documento memorabile il Discorso intorno al romanzo storico. Si -sa a quali conclusioni venga in esso l'autore, e non è ora il caso di -ripeterle: bensì è da avvertire ch'egli è di tanti romantici il solo che -combatta, proprio di proposito, e con assai vigorosa argomentazione, -una specie di componimento che a' romantici fu sempre carissimo, e -al quale egli stesso legò indissolubilmente il proprio nome e la propria -gloria; e che se le ragioni del Guerrazzi, del Tenca e del De -Sanctis valsero a rompere quell'argomentazione, non però valsero a -distruggerla affatto<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>. Notisi che qualche dubbio circa la legittimità -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -del connubio della poesia con la storia egli deve averlo avuto assai -per tempo. In fatti, nella Lettera sulle unità drammatiche, egli considera -la poesia come un'avvivatrice della storia; concede che si -possa nel dramma, sino ad un certo segno, «compléter l'histoire.... -imaginer même des faits là où l'histoire ne donne que des indications»; -ma, quanto al romanzo, nota già che esso è per natura inclinato al -falso, e ne parla con leggiera, ma non però dubbia, intonazione di -sprezzo<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a>. I dubbii non dovevano essere cessati nel gennajo del 1821, -quando, pur lodando al Fauriel «ce système d'invention des faits, -pour développer des mœurs historiques», lo pregava di dirgliene il -suo parere<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>. Probabilmente quei dubbii tacquero, o furono fatti tacere, -durante la composizione del romanzo; ma dovettero ricominciare -a farsi sentire assai presto, e un bel pezzo prima che il Manzoni -scrivesse il Discorso, lo che fu nel 1845. Nel 1847 il Lamartine -pubblicava l'<i>Histoire des Girondins</i>, e l'autore dei <i>Trois Mousquetaires</i>, -rapito dall'entusiasmo, gridava: «Lamartine a élevé l'histoire -à la dignité du roman!» -</p> - -<p> -Quella vivezza e acutezza di senso storico che abbiamo notata, la -disposizione che lo spirito ne riceve a soffermarsi più particolarmente -e con predilezione sulle cose e sui fatti umani, e una certa consuetudine -che nasce da quella disposizione, dànno ragione, in parte almeno, -della qualità ch'ebbe il sentimento della natura nell'autore dei -<i>Promessi Sposi</i>. Il Manzoni fu tutt'altro che chiuso alle impressioni -della natura; ma sempre ebbe più l'occhio alle anime che alle cose. -Nel romanzo la scena dei luoghi, o è accennata soltanto, o è dipinta -con tale rapidità di tocco e sobrietà di colori che a molti può non in -tutto piacere. La descrizione del lago e delle sue rive, quali li poteva -contemplare don Abbondio quella tal sera di novembre, è tutta -raccolta in una pagina e mezzo; il bosco, ove Renzo fuggiasco passò -quella mala notte, voi ve lo vedete d'intorno, pauroso, folto, attraversato -qua e là da un raggio di luna, ma non sapete come succeda -il miracolo, tanto è poco il numero delle parole adoperate a farvelo -vedere. E non solo il Manzoni sorpassa volentieri alle cose, ma le -lascia anche nel proprio esser loro, ben distinte da ciò che è umano. -In altri termini, egli ignora, o non cura, l'arte di cui non s'avvisarono -gli antichi (qualche eccezione non conta) e della quale troppo -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -usarono e si gloriarono i romantici, di dare anima e sentimento alle -cose, e di chiamarle a intimo colloquio con le anime umane. La natura -è dal Manzoni trattata classicamente, e non è questo, come vedremo, -il solo caso in cui s'abbia a notare nel Manzoni una tendenza -classica, o un classico procedimento. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Il romanticismo fu, tra l'altro, un ritorno alla fede; uno studio -di mostrar falsa e di scalzare la inveterata opinione, espressa in modo -più particolarmente reciso dal Boileau, che i fatti e i dogmi del cristianesimo -ripugnino alle forme e alle trasposizioni dell'arte; un -desiderio e una sollecitudine di conciliare appunto quello con questa. -Perciò lo Chateaubriand scrive il <i>Genio del cristianesimo</i>. Degli eccessi -di reazion clericale che accompagnarono quel ritorno: gli Stati -cristiani riassoggettati tutti dal Lamennais alla indiscutibile sovranità -del Pontefice; il Pontefice proclamato da Giuseppe De Maistre dogma -capitale della fede cattolica (<i>le dogme capital du catholicisme est le -souverain Pontife</i>), ecc., ecc.; non è qui da discorrere. Molti romantici -furono cristiani; molti furono cattolici; qualcuno dal cristianesimo -o dal cattolicismo si condusse a grado a grado, come l'Hugo, a -un vago deismo o panteismo; parecchi, per altre vie, riuscirono da -ultimo all'ateismo. Il Manzoni fu cattolico, ma dopo essere stato razionalista. -In ciò egli somiglia, per tacer d'altri, allo Chateaubriand; -ma quanto diverso dallo Chateaubriand sott'altri aspetti! Quanto -l'autore dei <i>Promessi Sposi</i> è più veramente, intimamente, sostanzialmente -cristiano che non l'autore dei <i>Martiri</i>! Questi orgoglioso ed -acre; quegli modesto e mite. Questi stuzzica e accende la passione; -quegli la attutisce e la spegne. Da taluno fu messa in dubbio la sincerità -del sentimento cristiano nel Manzoni; ma debbo confessare -che non ne intendo troppo il perchè. Può darsi (io per altro nol direi) -che il cristianesimo degl'<i>Inni sacri</i> riesca un po' scolorito, un po' -freddo; ma quello dei <i>Promessi Sposi</i>? I <i>Promessi Sposi</i> sono opera -e testimonio di una coscienza tutta cristiana, profondamente cristiana, -penetrata dello spirito dell'evangelo sino negli ultimi suoi recessi; -e però non si trova in essi nessuna di quelle tante piccole contraddizioni, -piccole defezioni, piccole sconvenienze che si posson notare, -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -e furon notate, nelle opere dello Chateaubriand. Certo il Manzoni non -pensò mai a fare del Papa il dogma capitale del cattolicismo; ma -ciò attesta, oltrechè la rettitudine della sua mente, anche la rettitudine -della sua fede. E da questa fede vengono principii e norme non meno -alla politica che all'arte di lui. -</p> - -<p> -Fate che lo spirito evangelico si accompagni con quel vivo e -giusto sentimento della realtà storica di cui s'è parlato testè, e avrete -l'idea democratica e il sentimento democratico del Manzoni, quali -prorompono negl'<i>Inni sacri</i>, nel celebre coro dell'<i>Adelchi</i>, nei <i>Promessi -Sposi</i>. È un'idea molto larga, ma, nel tempo stesso, molto rigorosa; -è un sentimento molto caritatevole, ma, nel tempo stesso, -molto cauto. Certi spiriti di democrazia il romanticismo doveva -(con molte eccezioni, restrizioni e contraddizioni, gli è vero) manifestarli -sino da' suoi principii, e ciò per parecchi motivi. Prima di -tutto essi erano, in parte, retaggio non alienabile di quel secolo xviii -al quale, come s'è visto, il romanticismo è congiunto assai più strettamente -che non paja; poi il sentimento cristiano, in quel suo rinnovarsi, -s'aveva di necessità a penetrare alquanto di quella evangelica -pietà e di quell'evangelico rispetto verso gli umili che il sentimento -stesso, quando divenga consuetudine e tradizione, lascia troppo facilmente -e troppo volentieri in disparte; poi, ancora, la semplicità -e naturalezza di quegli umili aveva a piacere a chi era sazio dell'artifiziato, -dell'aulico, dell'accademico; poi, finalmente, l'amore alla -realtà, e, in ispecie, alla realtà storica, non poteva non fare che gli -occhi e le menti si raccogliessero sopra quella che è la più vasta e -viva delle realtà umane, il popolo co' suoi bisogni, le sue passioni, -i suoi patimenti, le sue fedi. Molti romantici dunque (sarebbe un -grande errore dir tutti) furono, se non democratici, nel proprio senso -della parola, demofili, o popolari; e lasciato da banda l'uomo alterato -e travisato dalle raffinatezze cortigiane e non cortigiane, cercarono, -nè più nè meno di quanto abbiano poi fatto i realisti, l'uomo -schietto e comune. Lodevole sentimento e lodevol proposito, ma che -in pratica riesce assai difficile contenere entro gli angusti termini del -giusto e del ragionevole. Il Manzoni, anche in questo diverso da -troppi, seppe contenerveli con sapiente risolutezza. Egli ama il popolo, -ma non l'adula; ne sostiene le ragioni, ma non ne stuzzica le -passioni: lo vuol felice, ma non superbo. Diffida in sommo grado di -certe formole, di certi aforismi. Dice, per bocca d'Agnese, che tutti -i signori hanno del pazzesco: ma si burla dell'apotegma; <i>Voce di -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -popolo, voce di Dio</i>; e le giustizie delle moltitudini stima le peggiori -che si facciano al mondo<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a>. -</p> - -<p> -I romantici vollero letteratura popolare, e il Bürger giunse a dire -che la poesia popolare è la sola vera poesia, e l'Hugo, in quel suo -linguaggio immaginoso, che ufficio del poeta è trasformare la folla -in popolo. Per questo rispetto si può dire che il Manzoni fu più romantico -di tutti i romantici, e coerente più di tutti; perchè fu popolare -non solo nella invenzione e nel fine, ma nello stile, nella lingua, -e nella dottrina stessa della lingua, facendo alleanza col Porta, rifiutando -la prosa poetica, e sino a un certo segno, ma non quanto si -crede, la lingua poetica. -</p> - -<p> -Il romanticismo favorì e promosse per un verso l'individualismo, -e anzi da taluno il romanticismo fu definito, se definizione può dirsi, -una esplosione d'individualismo. Come definizione regge benissimo. -Non so come un tal fatto possa conciliarsi con quella innovata idea -della storia cui accennavo di sopra, con la sollecitudine per le tradizioni -e le usanze comuni, col concetto di una letteratura popolare, -e, sopratutto, con l'umiltà cristiana. Mi par di vederci una grande -contraddizione; ma non può esser còmpito mio (nè so di chi potrebbe -esser còmpito) lo scegliere tutte le contraddizioni del romanticismo, -piccole, grandi e mezzane. Fatto sta che una certa continuata -e impertinente ostentazione di sè, quello che un Francese -direbbe l'<i>étalage de la personnalité</i>, quello che uno psichiatra potrebbe -chiamare l'<i>esibizionismo</i> letterario, è male cui van soggetti -moltissimi romantici, male che nei più si mantiene abbastanza remissivo -e tollerabile, ma che in alcuni diventa a dirittura smodato -ed odioso. Non serve far nomi che tosto corrono alla mente di ognuno. -Ora, anche di questo male andò immune il Manzoni. Non credo ch'egli -giungesse a dire col Pascal: <i>le moi est haïssable</i>; ma gli è certo -che di sè non parla se non il meno possibile: e se lascia intendere -sùbito, molto chiaramente, di volere esser lui, di non essere punto -disposto a lasciarsi stordire dai chiassi e trascinare dalla corrente, -leva anche sùbito altrui il sospetto ch'egli voglia drizzarsi sopra un -piedestallo, atteggiarsi a nume od a mostro. -</p> - -<p> -L'esagerato e permaloso individualismo fu una tra le molte cause -di quello che dissero male del secolo; male pressochè del tutto -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -ignoto, sott'altro nome e altre sembianze, agli uomini delle età che -furono dopo l'antica e innanzi alla presente, e serbato forse agli avvenire -assai più di quanto altri sperino o dicano. In mezzo alla dilagante -giocondità del secolo scorso, esso si manifestò da prima con -le forme tenui e coi miti caratteri della melanconia, nata dalla sensitività -tormentata e alterata, e a poco a poco crebbe e si esacerbò, -riuscendo da ultimo nei parossismi di Renato, di Manfredo, di Rolla, -di tant'altri. Questo male diventò un tempo mal comune, o, a dir -meglio, comune ostentazione, perchè son sempre pochi quelli che lo -possono provar davvero e grandemente; e anche in Italia s'ebbe il -flagello degl'imberbi fatali, <i>pallidi, capelluti</i>, e delle <i>geroglifiche -donne</i>, scherniti sulle scene, inchiodati alla gogna dal Giusti. -</p> - -<p> -Il Manzoni non fu ammalato di questo male, sebbene egli fosse, -in un certo senso, un gran pessimista. Quel male non può andar disgiunto -dal pessimismo; ma il pessimismo, o, almeno, un certo pessimismo -può aversi senza quel male, o, almeno, senza talune forme -di quel male. Il Manzoni non conobbe, o non patì a lungo la melanconia; -non già perchè la vita riposata e normale ne l'abbia preservato, -ma perchè l'animo suo non la riceveva. Egli non condusse nè -la vita dolorosamente inquieta dello Chateaubriand, nè la vita dolorosamente -quieta del Leopardi; ma nè i grandi dolori si richiedono -a far l'uomo triste quand'egli sia da natura inclinato alla tristezza, -nè la vita del Manzoni fu così scevra di grandi dolori da torgli occasione -e modo di diventar triste. Anzi a renderlo tale avrebbero potuto -bastare e parer troppi, quand'egli fosse stato di altro temperamento, -gl'incomodi della salute, e gl'impedimenti al lavoro che troppo spesso -gliene venivano. Giovinetto, ritraendo sè stesso, aveva scritto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i13"> m'attristo spesso;</p> -<p class="i01">Buono al buon, buono al tristo, a me sol rio;</p> -</div></div> - -<p> -ma forse scrisse a quel modo per ossequio all'usanza; forse fu stato -d'animo superficiale e passeggero. Certo si è, non solo che egli non -languì mai sotto il peso di quella formidabile noja di cui lo Chateaubriand -era gravato e gravava le spalle de' suoi personaggi come -d'un manto di non so quale regalità decaduta; nè conobbe i laceramenti, -l'amara sazietà, i torbidi spiriti di ribellione dei personaggi -del Byron e del Byron stesso; ma che fu, tutta la vita, se non lieto, -sereno, e di una compostezza d'animo veramente assai più classica che -romantica. Egli fu grande ammiratore del Goethe, di cui doveva molto -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -piacergli, tra l'altro, la equanimità gagliarda, la tranquillità luminosa; -ma non so davvero come e quanto gustasse il <i>Werther</i>. -</p> - -<p> -E pure, dicevo, il Manzoni fu pessimista in un certo senso, e non -deve far meraviglia che fosse. San Francesco di Sales, che fu buon -cristiano, scrisse una volta che la tentazione di attristarsi d'essere al -mondo è una tentazione assai forte. Io non so se questa tentazione -egli sia riuscito a vincerla sempre; ma so che l'ebbero molti altri -buoni e santi cristiani, e debbo pur credere che tutti quelli che non -vedevano l'ora di volare in cielo, o poco o molto dovessero attristarsi -d'essere quaggiù, perchè l'uomo naturalmente s'attrista d'essere in -un luogo quando gli piacerebbe molto d'essere in un altro. -</p> - -<p> -Considerate, di grazia, che una certa forma di pessimismo scaturisce -spontaneamente, e non può non iscaturire, dal proprio centro -della dottrina cristiana, da quell'idea d'un mondo corrotto e maledetto -sin dalle origini, caduto in balìa di malvage potenze, redento -sì, ma redento da tale che dice il suo regno non essere di quel -mondo, e solo fuor di quel mondo, in un lontano avvenire, in una -incognita patria, promette la restaurazione degli umani destini e il -finale trionfo del bene. Quale gloriosa e salutare speranza, ma quanto -combattuta, e da quanti pericoli circondata! Non udite voi il lungo -gemito di tutte le creature sonar cupamente nelle parole di san -Paolo? E il grido di tutti i santi che, come san Paolo, chiedono in -grazia la morte per esser con Cristo? E gl'incalzanti epifonemi di un -Pascal, descrivente l'eccesso delle umane miserie e il terrore dell'infinito? -Capisco: non è il pessimismo buddistico, nè quello dello Schopenhauer -o del Leopardi, poichè mette capo in una grande speranza; -ma è o non è, almeno per quanto concerne il mondo di qua, una -maniera di pessimismo, e sommamente dolorosa, e sommamente terribile? -E non è dottrina cristiana la formidabile dottrina della predestinazione? -</p> - -<p> -Il Manzoni è cristiano, e come cristiano è pessimista in questo -senso: e forse quella indolenza sua, rimproveratagli le tante volte da -tanti, nasce in parte, senza ch'ei se ne avvegga, dal sentimento profondo -della disperata vanità di tutte le cose, di una comune sciagura -sempre rinascente e sempre irreparabile: sentimento che si risolve -in questa invariabile domanda: a che pro? Ma più ancora che alla -meditazione dell'idea cristiana pare a me che il suo pessimismo derivi -da quella sua così vasta e chiara e continuata visione della vicenda -storica nel tempo e nello spazio. Egli sa che non vi può essere -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -se non poca giustizia nel mondo, perchè glielo dicono le Scritture; -ma sopratutto il sa perchè <i>vede</i> ciò che Renzo non vede, la giustizia -offesa e conculcata in mille modi, continuamente, sfacciatamente, violentemente, -in alto e in basso, nelle cose grandi e nelle cose piccole, -per interesse, per furore, o per semplice gusto. Egli sa che la virtù -è soggetta a mille prove, a mille pericoli, perchè così vuole la legge -del riscatto e della giustificazione; ma sopratutto il sa perchè <i>vede</i> -che scopertamente, o di soppiatto, la virtù è sempre schernita, insidiata, -perseguitata. Egli sa che non vi può essere felicità nel mondo, -perchè il mondo è valle di lacrime, nel bujo della quale splende solo, -come s'esprimono le Sacre Carte ed egli ripete, una speranza piena -d'immortalità; ma sopratutto il sa perchè <i>vede</i> gli angosciosi rivolgimenti, -le formidabili sciagure, le immani rovine della storia, e le -orde umane rovesciarsi le une addosso alle altre, furenti di cupidigia, -sitibonde di sangue, e alla guerra tener dietro le carestie, e alle carestie -tener dietro le pesti, e le tenebre dell'errore e della paura avviluppare -ogni cosa. I <i>Promessi Sposi</i> si chiudono, se non colle parole, -col concetto di questa sentenza: Non isperate d'essere contenti davvero. -</p> - -<p> -Non so se il Manzoni avesse meditate ed intese le non troppo chiare -disquisizioni di Federico Schlegel intorno all'ironia ed al suo officio -nell'arte: so che quella sua ironia, così sottile e pur così indulgente, -è un modo d'espressione di quel suo pessimismo. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -La vivezza del sentimento religioso condiziona nel Manzoni taluni -principii d'estetica romantica che, per nascere e prender forza, non -abbisognavano dell'ajuto di quel sentimento, ma ravvolti, per così -dire, in esso, ne ricevevano nuovo vigore, e raffermavansi con risolutezza -più intollerante e più battagliera e recisione anche troppa. -</p> - -<p> -Il principio che voleva il vero e il reale nell'arte non poteva, negli -animi che l'accoglievano, scompagnarsi da un senso più o meno vivo -d'avversione per la mitologia pagana, e, se non per l'arte classica, -per la imitazione dell'arte classica. Il Manzoni cominciò classicheggiante, -come tanti altri, e invocò Apollo e le Muse e le Grazie, e salì -con la fantasia gli ardui gioghi di Pindo e di Parnaso, bevve al pegaseo -fonte, e vagheggiò la Gloria, figlia del Tempo e di Minerva, -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -<i>sospir di mille amanti</i>; ma rinnegò ben presto e, sembra, senza stringimento -di cuore, quei <i>numi d'Atene</i>, da' quali Carlo Tedaldi Fores, -venuto al punto della conversione, non sapeva staccarsi senza tristezza -e senza lacrime; e mai non conobbe quel sentimento di dolce -rammarico che allo Schiller inspirava il canto degli <i>Dei della Grecia</i>, -e al Leopardi quello delle <i>Favole antiche</i>, e al De Musset quei teneri -versi dei <i>Vœux stériles</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Grèce, ò mère des arts, terre d'idolâtrie,</p> -<p class="i01">De mes vœux insensés éternelle patrie,</p> -<p class="i01">J'étais né pour ces temps où les fleurs de ton front</p> -<p class="i01">Couronnaient dans les mers l'azur de l'Hellespont.</p> -</div></div> - -<p> -Il Manzoni appunto di quella idolatria si sente offeso, appunto quella, -come cristiano, detesta, e ne vorrebbe spenta sin la memoria. L'<i>Ira -d'Apollo</i>, scherzo composto in sul primo accendersi della guerra fra -classici e romantici, ha carattere essenzialmente letterario, esprime -un concetto in tutto conforme al comune; ma più tardi, e non molto -più tardi, l'avversione del Manzoni crebbe a segno da diventare odio, -e pareggiare quello degli antichi cristiani, e vincere lo stesso aborrimento -espresso dallo Chateaubriand con tanto ardore e tanta impetuosità -di parole. In fatti, nella famosa lettera a Cesare D'Azeglio -(22 settembre 1823), egli, dette le ragioni per le quali a lui, come -agli altri romantici, sembra assurdo, nojoso, ridicolo l'uso della mitologia, -soggiunge: «Ma la ragione, per la quale principalmente -io ritengo detestabile l'uso della mitologia, e utile quel sistema che -tende ad escluderla, non la direi certamente a chicchessia, per non -provocare delle risa, che precederebbero e impedirebbero ogni spiegazione; -ma non lascierò di sottoporla a lei, che se la trovasse insussistente, -saprebbe addirizzarmi, senza ridere. Tale ragione per me è, -che l'uso della favola è vera idolatria»<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>. E séguita, recando le ragioni -che lo fan pensare a quel modo. -</p> - -<p> -Per ciò che spetta alla imitazione dei classici, dichiara egli stesso -di nutrir «sentimenti molto più arditi, molto più irriverenti» che non -la più parte dei romantici, e di nutrirli, principalmente, perchè «la -parte morale dei classici è essenzialmente falsa»; perchè negli scritti -loro manca di necessità «quella prima ed ultima ragione, che è stata -una grande sciagura il non aver conosciuta, ma dalla quale è stoltezza -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -il prescindere scientemente e volontariamente»; perchè egli non -può nè vuole chiamar suoi maestri «quelli che si sono ingannati», e -ingannerebbero lui pure<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>. Che cosa avrebbe mai detto il Tasso se -avesse potuto udire, il Tasso di cui il Manzoni reca altrove gli argomenti -contro l'uso della mitologia? -</p> - -<p> -Dichiarazioni di questa sorte ci mettono un po' d'inquietudine -addosso. A che dovrebbero poi riuscire? Esse ci fanno ricordare -di quel sant'Andoeno che nel secolo <span class="smcap lowercase">VII</span> chiamava scellerati Omero e -Virgilio; di Leone, abate di san Bonifacio e legato apostolico, scrivente, -nel <span class="smcap lowercase">X</span>, ai re Ugo e Roberto di Francia che i vicarii e i discepoli -di san Pietro non vogliono avere a maestri Platone, Virgilio, -Terenzio, e gli altri del filosofico bestiame, <i>neque ceteros pecudes -philosophorum</i>; e non voglio dire ci facciano ricordar di Teofilo, vescovo -di Alessandria, che buttava nel fuoco quanti libri <i>d'idolatria</i> -gli capitavano nelle mani. Tutti i romantici schietti detestarono più -o meno il Rinascimento, e si capisce che non lo potevano amare; ma -non c'è egli ragion di credere che il Manzoni lo detestasse più degli -altri, e troppo più del bisogno? Abbiam trovato già tante volte, in -cose meno importanti, un Manzoni meno romantico dei romantici, che -ci dispiace trovarlo in questa romantico <i>ultra</i>, e da mandare a braccetto -nientemeno che con Giuseppe De Maistre; ma che s'ha a fare? -diremo di lui ciò ch'egli ebbe a dire del suo Bortolo: quel Manzoni -era fatto così; se ne volete un altro, fabbricatevelo. -</p> - -<p> -Cioè, no: era e non era fatto così; era insomma di una cotal -fattura intricata e complessa, da non poterci veder chiaro sempre. -Questo nemico dei classici ha del classico qualche volta (ne abbiamo -avuto già qualche indizio), e più di quanto altri possa credere, e -dove altri non immagina. Il Carducci notò con ragione, e negl'<i>Inni -sacri</i> e in altre liriche, movenze classiche del verso e della strofe, e -<i>purissima delineazion virgiliana</i> nelle immagini, e altro ancora<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>; e -gli è un fatto che il Manzoni non dimenticò mai (e forse se ne confessava -come di un peccato) quelli cui egli stesso aveva dato nome -di <i>prischi sommi</i>. Da giovane celebrò Omero in versi divenuti immortali; -da vecchio, in prosa, disse di Virgilio cose mirabili. Guardate -il Manzoni sotto certo aspetto, considerate per bene certi caratteri -dell'arte sua, ed egli vi parrà il più classico dei romantici. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -</p> - -<p> -Ne volete un'altra prova, un po' leggiera, a dir vero, ma che pure -ha il suo peso? Cercate un po' quale -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Corrispondenza d'amorosi sensi</p> -</div></div> - -<p> -passi tra il Manzoni e la luna. Tale invito pare una celia e non è. -Quando il Carducci fece del sole un simbolo del classicismo, e della -luna un simbolo del romanticismo, accennò poeticamente una relazione -vera, per quanto ideale<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a>. Che i romantici, dopo aver rinunziato, -e per sempre, al culto di Artemisia e di Diana, per poco non -ne instaurarono un nuovo, è noto anche troppo. Il sole cominciò a -venir loro in uggia, a parer loro un pochino <i>volgare</i>: la luna invece, -specie se velata da un lembo di nuvola discreta, come accortamente -insinuava uno dei loro, molto più amabile, più spirituale e più <i>interessante</i>. -Perciò la presero a confidente, inspiratrice e consolatrice -loro, la celebrarono in tutte le lingue e su tutti i toni, la mescolarono -a tutte le umane faccende, la consacrarono regina della poesia non -meno che della notte, e inventarono la <i>sinfonia della luna</i> un bel -pezzo prima che lo Zola inventasse la <i>sinfonia dei formaggi</i>. Sinfonia -per sinfonia, mi par meglio la loro, benchè meno gustosa. Quella -che un secentista malcreato aveva ardito chiamare <i>frittata del cielo</i>, -diventò il <i>volto pensoso che dall'alto dei cieli scruta il mistero dell'ombre -e degli oceani</i>. Gli <i>amica silentia lunae</i> di Virgilio si mutarono -in intimi ed arcani colloquii; e già il Meli, ch'è tutt'altro che -un romantico, poneva sulle labbra del suo Dafni questo saluto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Li placidi silenzii,</p> -<p class="i01">All'umidu to raggiu</p> -<p class="i01">Di la natura parranu</p> -<p class="i01">L'amabili linguaggiu.</p> -<p class="i02"> A tia l'amanti teneru</p> -<p class="i01">Cu palpiti segreti</p> -<p class="i01">La dulurusa storia</p> -<p class="i01">Mestissimu ripeti;</p> -</div></div> - -<p> -e già Ippolito Pindemonte confessava: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Oh quante volte il giorno</p> -<p class="i01">Insultai col desio del tuo ritorno!</p> -</div></div> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -e soggiungeva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Perchè sola ti vede,</p> -<p class="i01">Sola l'ignaro vulgo in ciel ti crede:</p> -<p class="i01">Ma il Riposo, la Calma,</p> -<p class="i01">Del meditar Vaghezza,</p> -<p class="i01">Ogni Piacer dell'alma,</p> -<p class="i01">La gioconda Tristezza,</p> -<p class="i01">E la Pietà con dolce stilla all'occhio,</p> -<p class="i01">Ti stanno taciturne intorno al cocchio.</p> -</div></div> - -<p> -Non so se dal giorno in cui il Goethe disse alla luna: <i>Tu sciogli -da ogni laccio l'anima mia!</i> sino a quello in cui il Longfellow la rassomigliò -a uno <i>spirito glorificato</i>, ci sia stato poeta, o poco o molto -romantico, o grande o piccino, che per la luna non abbia spasimato, -o finto di spasimare. E tante ne dissero tutti costoro, e così stucchevolmente -si ripeterono, che non è da stupire se da ultimo venne chi -per beffa la paragonò a un punto sopra una i, e chi le diede della -celeste paolotta. -</p> - -<p> -Parecchie saranno state, cred'io, le ragioni di quel romantico invasamento; -ma, forse, la più generale fu questa. Nella psiche romantica -domina il sentimento, e il sentimento è, di sua natura, come -già da gran tempo notarono gli psicologi, vago, fluttuante, indefinito, -specie poi se si dissolve in sentimentalità. Nella psiche romantica -domina ancora la fantasia, che similmente è vaga, fluttuante, indefinita. -Sotto il pallido raggio lunare gli aspetti delle cose si scolorano, -si stemperano, si smarriscono, e si prestano meglio alle -interpretazioni del sentimento e alle trasformazioni della fantasia. -</p> - -<p> -Sia come si voglia, fatto sta che il Manzoni non amoreggia con -la luna nè punto nè poco. Abbiamo qua e là, nel romanzo, un villaggio -rischiarato dalla luna, un lago terso e tranquillo in cui la luna -si specchia, un bosco attraversato dai raggi della luna; ma sono -tocchi rapidi e sobrii anche troppo, e che non importano sentimento, -nè espresso, nè sottinteso. Non sono questi, davvero, i chiari di luna -dello Chateaubriand o di Vittore Hugo. Quella rapidità, quella sobrietà, -potrebbe essere indizio di amore tepido; ma il guajo è che vi -sono indizii d'irriverenza. La faccia badiale di don Abbondio, nella -quale spiccano, al lume d'una lucerna, due folti baffi, un folto pizzo, -tutti canuti, il Manzoni la rassomiglia a un dirupo sparso di cespugli -coperti di neve e illuminati dalla luna. All'osteria, dove il povero Renzo -piglia quella memorabile bertuccia, il Manzoni dà per insegna la <i>Luna -piena</i>. Il Pindemonte le avrebbe dato per insegna il <i>Sole raggiante</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<h3>VI.</h3> - -<p> -Ora gli è tempo di dire più in particolare qualche cosa dell'arte -del Manzoni. -</p> - -<p> -Il fondamento di essa arte è il vero, e segnatamente il vero morale. -«Allora le belle lettere saranno trattate a proposito quando le si -riguarderanno come un ramo delle scienze morali», scriss'egli in -certe sue <i>Note estetiche</i><a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>. Il vero morale primeggia; ma egli vuole -pure ogni altra maniera di vero, e non si tiene punto sicuro che ve -ne sia qualcuna cui l'arte non possa o non debba accostarsi. Nella -lettera sulle unità drammatiche leggiamo: «On peut bien, sans -péril, condamner <i>a priori</i> tout sujet qui n'aurait pas la vérité -pour base, mais il me semble trop hardi de décider, pour tous -les cas possibles, que tel ou tel genre de vérité est à jamais interdit -à l'imitation poétique; car il y a dans la vérité un intérêt qui peut -nous attacher à la considérer malgré une douleur véritable, malgré -une certaine horreur voisine du dégoût»<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. Il Manzoni sembra aver -fatta sua la massima del Boileau: <i>rien n'est beau que le vrai</i>; ma allargandola -tanto da farci capire anche il brutto, di cui legittima l'acconcia -e sensata rappresentazione. -</p> - -<p> -Ma chi dicesse che il vero, oltre ad essere il fondamento dell'arte -manzoniana, ne è anche la norma suprema ed unica, rischierebbe -molto, parmi, di dire il falso. Esaminiamo un po' la famosa formola: -<i>l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo</i>, che il -Manzoni introdusse nella lettera al D'Azeglio, e che molti anni dopo -cancellò, senza dircene le ragioni, e senza nemmeno darci modo d'indovinarle. -In questa formola abbiamo tre termini, e finchè v'è accordo -fra essi, tutto va bene; ma se l'accordo manca, non si sa più -come la vada. Mettiamo da banda l'<i>interessante</i>, che, come è l'ultimo -dei tre termini, così ancora è il meno importante, e badiamo agli altri -due. Sarebbe molto desiderabile che l'utile e il vero andassero, in -questo povero mondo, sempre d'accordo; ma è altrettanto notorio -che non sempre vanno. Che cosa succederà dunque quando l'utile -vorrà a un modo e il vero dirà a un altro? A quale dei due bisognerà -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -darla vinta? Un realista sincero e zelante risponderà senza esitare: -il vero è sempre utile, anche se non paja; ma il Manzoni che in parecchie -altre cose è, come vedremo, più realista di molti realisti, in -questa non può essere, e non concederà mai e poi mai che certe turpitudini -si possano dire o descrivere per la sola ragione che le son -vere. Diremo dunque che il supremo principio dell'arte manzoniana -sia l'utile, inteso, non occorre avvertirlo, com'egli lo poteva e doveva -intendere? Nemmeno questo, se ci pensiamo bene, potremo dire. V'è -qui, parmi, un nodo un po' difficile da sciogliere, e forse fu questa -difficoltà la ragione che persuase il Manzoni, divenuto sempre meno -affermativo, e sempre più circospetto, a cancellar le parole che lo -formavano. Quanto a noi, per trarci d'impaccio, potremo forse dire -che il Manzoni intese il vero a un dipresso come lo intese Alfredo de -Vigny nelle sue <i>Réflexions sur la vérité dans l'art</i>, e che formatasi -nella mente una specie di gerarchia di veri, prescrisse che quelli di -sotto avessero sempre a cedere a quelli di sopra. -</p> - -<p> -Senza andare a cercar altro, riconosciamo che fondamento dell'arte -manzoniana è il vero, e che questo medesimo vero, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">L'arido vero che de' vati è tomba,</p> -</div></div> - -<p> -è pure fondamento dell'arte romantica in genere. Cioè, diciamo meglio: -avrebbe dovuto essere; perchè i primi e i secondi romantici lo gridarono -a' quattro venti; ma poi e quelli e questi, veduto come a voler -fondare sul vero bisogni star sodo, e durar fatica molta, ebbero per -più comodo e più spediente di fabbricare sul falso, e di quell'<i>interessante</i>, -che avrebbe dovuto essere soltanto il mezzo, fecero, senz'altro, -bravamente il fine. Il Manzoni stesso, nella lettera al D'Azeglio, accenna -a questo che si contenta di chiamare errore; ma non insiste, -e non s'indugia a chiarire la contrarietà di opinioni che anche per -questo rispetto doveva essere fra lui e alcuni suoi <i>compagni di patimenti -letterarii</i>, e più particolarmente forse fra lui e il Berchet<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>. -</p> - -<p> -Chi dell'utile fa lo scopo e del vero la materia dell'arte, va da sè -che ricuserà e condannerà il concetto espresso con la famosa formola: -<i>l'arte per l'arte</i>; concetto che da Platone agli estetici di jeri e -di oggi ebbe tanti amici quanti nemici, e tanti, senza dubbio, seguiterà -ad averne in appresso. A quella formola il Goethe s'accostò da -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -vecchio; ma il Foscolo la negò implicitamente ed esplicitamente. -Per bocca del Lenau la Poesia risponde fiere parole a chi la invita a -uscir di solitudine, a rinunciare al sogno, a por sè stessa al servigio -di una causa; e si dice ben risoluta a fare il piacer proprio. L'Hugo, -dopo aver detto che nel giardino della poesia non v'è frutto vietato, si -ravvide, e disse che il poeta è un <i>servitore del vero</i> e dev'essere utile, -e scrisse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Honte au penseur qui se mutile;</p> -<p class="i01">Et s'en va, chanteur inutile,</p> -<p class="i01">Par la porte de la cité!</p> -</div></div> - -<p> -Ma lo stesso suo portabandiera, il Gautier, non era più di questa -opinione quando esclamava: «La muse est jalouse; elle a la fierté -d'une déesse et ne reconnaît que son autonomie». A che moltiplicare -nomi ed esempii? Il Manzoni considerò sempre l'arte come dipendente -da qualche cosa che è superiore all'arte. -</p> - -<p> -E sta bene; ma a essere considerata in tal modo l'arte corre pure -qualche pericolo. Può avvenire che l'artista, guardando un po' troppo -fisso in quella cosa superiore, si disgusti del reale e del vero, se ne -diparta, ne perda il senso, e insieme con l'arte sua si smarrisca dietro -idealità esagerate, che, per poco che si lascino in balìa di sè stesse, -diventano vacue e puerili. Che molti romantici finiron con perdere -affatto il senso del reale e del vero, e annegaron nel sogno, è cosa -tanto universalmente nota che basta un cenno a ricordarla. Il realismo -fu appunto una reazione a quel male; ma di quel male il Manzoni -rimase immune; e poichè il realismo non tardò poi molto a traviare -ancor esso, a cadere in un romanzesco diverso dal precedente, ma -non migliore di quello, a promuovere una specie d'idealismo a rovescio, -si può davvero dire che il Manzoni fu più realista di molti -realisti. E ciò non deve sembrare punto strano, se si pensa che i principii -fondamentali del romanticismo non ripugnano ai principii veramente -fondamentali del realismo, e che il Manzoni osserva molto fedelmente -quelli, e molto rigorosamente gli applica. Egli scrive: «je -crois ne dire qu'une vérité très simple, en avançant que la poésie ne -doit pas inventer des faits». E ancora: «cette nécessité de créer, imposée -arbitrairement à l'art, l'écarte de la vérité et le détériore à la -fois dans ses résultats et dans ses moyens»<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>. Si può contraddire in -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -modo più chiaro e più risoluto ad Aristotele e a Platone? E che -cosa potrebbe dir di meglio, o di peggio, un realista di professione? -E quando dice che l'inventar fatti è «ce qu'il y a de plus facile et de -plus vulgaire dans le travail de l'esprit, ce qui exige le moins de réflexion, -et même le moins d'imagination»<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>, non anticipa il Manzoni -concetti e giudizii espressi poi con molta più burbanza, con molta -più saccenteria, dai maestri e dai curatori del realismo contemporaneo?<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a>. -Checchè altri possa credere o dire, il Manzoni ha pochi -pari nel senso del reale, e giustamente il De Sanctis ne fece la osservazione. -I <i>Promessi Sposi</i> sono, tutto sommato, un romanzo realistico -nel miglior senso della parola, e più di certi romanzi del -Balzac, il quale tutti sanno come troppe volte siasi tuffato nel romanzesco, -e in un romanzesco di pessima lega. Sul finire del maggio -1822, il Manzoni scriveva, parlando del suo libro al Fauriel: «Quant -à la marche des événements, et à l'intrigue, je crois que le meilleur -moyen de ne pas faire comme les autres, est de s'attacher à considérer -dans la réalité la manière d'agir des hommes, et de la considérer -surtout dans ce qu'elle a d'opposé à l'esprit romanesque»<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>. Non so -davvero quanto quel modo di non far come gli altri potesse piacere ai -romantici. -</p> - -<p> -Il Manzoni detesta il romanzesco, detesta cioè una cosa di cui i romantici -erano divenuti molto teneri. Sino dal 1804, il Senancour, che -fu uno dei primi romantici francesi, avvertiva, in un luogo del suo -<i>Obermann</i>, che <i>romantico</i> e <i>romanzesco</i>, non solo non vogliono dire -lo stesso, ma anzi vogliono dire il contrario; e aveva ragione, o, per -lo meno, avrebbe dovuto aver ragione. Se non che i romantici fecero -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -poi quanto bisognava, e più di quanto bisognava, per giustificare il -detto del Pagani Cesa, il quale sentenziò che romantico e romanzesco -sono in sostanza tutt'uno<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>. I romantici furono, generalmente parlando, -grandi ammiratori del Tasso, e cooperarono la parte loro a -raffermare ed esagerare la leggenda di lui: il Manzoni, per contro, -ne faceva poca stima, e si meravigliava che il Goethe avesse potuto -sceglierlo a protagonista di un dramma. Le ragioni di quella grande -ammirazione e di quel quasi disprezzo furono senza dubbio parecchie; -ma il carattere romanzesco e del poema e del poeta ebbe ad essere, -credo, una delle principali. -</p> - -<p> -Il Manzoni ha vivo ed acuto il senso del reale perchè ha sana la -mente, e non soggiace a quelle perturbazioni affettive che non lasciano -vedere nè uomini nè cose quali son veramente. La consueta sua calma -gli permette di considerare attentamente gli uni e le altre quanto è -necessario per vederli sotto ogni aspetto e conoscerli bene: la consueta -sua rettitudine lo pone in grado di giudicarli con equità; e il -gusto che gli procurano la chiara visione e la sicura conoscenza della -realtà non lascia ch'egli s'invaghisca di chimere e di sogni. Senza -quella calma, senza quella rettitudine, senza quel gusto, non vi può -essere vero realismo. -</p> - -<p> -Nei <i>Promessi Sposi</i> è realistica quella che chiameremo la favola; -sono realistici i personaggi, o perchè presi in quella mezzanità che -per essere più comune sembra anche essere più reale, o perchè, se -pure escono da quella mezzanità, nulla mostrano di più o di meno -che umano; sono realistiche, e meravigliosamente realistiche, le narrazioni -e le descrizioni della carestia, della sommossa, del passaggio -delle soldatesche, della pestilenza, della casa di don Abbondio, della -casa e della vigna di Renzo, e tante e tant'altre. Di un po' romanzesco, -nel vero senso della parola, parmi nei <i>Promessi Sposi</i> non ci sia altro, -o quasi altro, che la misteriosa e criminosa tresca della monaca e di -Egidio. -</p> - -<p> -Se poi si viene a discorrere di quello che dicesi <i>ambiente</i>, ed è -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -uno degli elementi della realtà sulla importanza del quale ha più battuto -la scuola realistica, non fa quasi bisogno di ricordare quanto nei -<i>Promessi Sposi</i> ne sia accurato lo studio e fedele la riproduzione, -almeno per quanto spetta all'ambiente morale e sociale. Che vuol dire -tener conto dell'ambiente? Non altro, se non riconoscere e porre in -rilievo la connessione che i fatti particolari hanno coi generali, i fuggevoli -coi duraturi o costanti, la dipendenza dei primi dai secondi, -la ragione e il modo di prodursi di quelli. Ora, io non so se in nessuno -dei romanzi realistici più decantati si vegga con tanta consequenza e -tanta costanza quanta nei <i>Promessi Sposi</i> il fatto particolare provocato, -condizionato, generato in certo modo dal fatto generale; la -storia di pochi uomini offerta come un caso della storia -di tutto un popolo. «Les mémoires qui nous restent de cette -époque présentent, et font supposer une situation de la société fort -extraordinaire. Le gouvernement le plus arbitraire, combiné avec -l'anarchie féodale et l'anarchie populaire; une législation étonnante -par ce qu'elle présente et par ce qu'elle fait deviner, ou qu'elle raconte; -une ignorance profonde, féroce et prétentieuse; des classes -ayant des intérêts et des maximes opposées; quelques anecdotes peu -connues, mais consignées dans des récits très dignes de foi, et qui -montrent un grand développement de tout cela; enfin une peste, qui -a donné de l'exercice à la scélératesse la plus consommée et la plus -déhontée, aux préjugés les plus absurdes, et aux vertus les plus -touchantes, etc. etc... voilà de quoi remplir un canevas; ou -plutôt voilà des matériaux qui ne feront peut-être pas déceler -la malhabileté de celui qui va les mettre en œuvre... A cet -effet, je fais ce que je puis pour me pénétrer de l'esprit du -temps que j'ai à décrire, pour y vivre; il était si original que ce -sera bien ma faute, si cette qualité ne se communique pas à la description». -Così scriveva il Manzoni al Fauriel nella importantissima -lettera testè citata; ma quando pure non ci fosse stata questa dichiarazione -dell'autore, e il Cantù non avesse scritto quel suo noto commento -storico al romanzo, ogni colto lettore potrebbe riconoscere -agevolmente da sè nel romanzo stesso, non solo lo studio perseverante, -coscienzioso, minuto di una età che non è certo tra le più conosciute, -ma ancora la evocazione meravigliosa e potente; e non so -davvero se altro ve n'abbia in cui la storia riviva con pari illusione di -realtà e di presenza, e in cui, a dispetto pure di qualche sproporzione -od eccesso, realtà e finzione sieno più intimamente, più organicamente -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -fuse. Parve anzi a taluno che di storia ce ne sia persin troppa, non -solamente in quelle parti del racconto, ov'essa appare, dirò così, in -forma propria ed esplicita, come nelle descrizioni, dal Goethe giudicate -troppo lunghe, della sommossa e della peste; ma in quelle ancora -ov'essa è implicita, e fittamente intessuta con la propria azione -del romanzo; e che questa propria azione del romanzo sia governata -un po' troppo insistentemente da quella che chiameremo azione generale -della storia. Ma, di grazia, può essere questo veramente un -difetto? e se difetto, può essere difetto da rimproverare a un romanzo -storico? e a un romanzo storico di carattere così spiccatamente -realistico? -</p> - -<p> -Intendo come a più d'uno la qualificazione di realista data al Manzoni -possa sembrare inopportuna, data con un po' d'arbitrio, e quasi -per un impegno. Come? diranno: realista il Manzoni, che ogni po' -si caccia tra' suoi personaggi e interrompe il racconto con le osservazioni -e con l'ironia? realista il Manzoni, inventore di Lucia e di -Federigo Borromeo? Eh sì, realista: non mica, intendiamoci, nel -pieno, o comune significato della parola, ma pure realista, e in molte -cose più realista di molti realisti. Del resto, vediamo un po'. Questo -dovere imposto allo scrittore di non frammischiarsi ai proprii personaggi, -di non lasciarsi scorgere nell'opera propria, da quale principio -d'arte supremo, perpetuo, incontrovertibile, si fa scaturire? L'avete -proprio questa opinione che l'opera d'arte possa essere, o almeno -parere, un'opera della natura, fatta non si sa come, non si sa da -chi, anzi nata e non fatta, e contraddistinta, tutto il più, da un nome -vano senza soggetto? E quando l'autore di un libro, il voglia egli o -nol voglia, sel creda o non sel creda, si svela e si dà a conoscere in -tante altre maniere: e quando in ogni carattere che dipinge, in ogni -avvenimento che narra, in ogni frase che scrive, vi grida, come Emilio -Zola vi grida: io son io, in carne e in ispirito, con queste facoltà, -con queste tendenze, con questo concetto della vita e questo sentimento -delle cose; e si mescola in mille modi con quella realtà ch'egli -pretende rappresentarvi nell'inafferrabile vero e proprio suo essere, -e in mille modi la altera (<i>il mondo veduto attraverso a un temperamento</i>), -non v'accorgete voi che ha del pedantesco, che ha dell'ingenuo, -che ha del puerile il dirgli: tu non t'hai da far vedere qui -dentro; tu non userai mai in prima persona il pronome ed il verbo? -Voi affermate che quando l'autore si lascia vedere a quel modo e -parla a quel modo, nasce spontaneamente in chi legge il sospetto -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -ch'egli non sia in tutto sereno ed imparziale, ma acconci, muti, travisi -variamente il vero per amore a un qualche suo preconcetto, per -indulgenza a una qualche sua passione, o per altra ragion così fatta. -E sta bene: ma se l'autore non si fa vedere, sarà poi tolto a quel sospetto -ogni modo di nascere? e non ci sono cento altre maniere di -sincerarsi quando il sospetto sia nato? Il parlare in prima persona -non trae mica con sè la necessità di mentire; e il parlare in terza -non è mica guarentigia di verità. Non vi accorgete anzi che per isballarle -grosse, senza che altri vi possa dare sulla voce, il modo più sicuro, -il più comodo è appunto quella ostentazione di oggettività assoluta -ed invariabile? Del resto, come un romanzo non diventa -realistico per ciò solo che l'autore si tien nascosto dietro a' suoi personaggi, -così un romanzo non cessa di essere realistico per ciò solo -che l'autore si lascia a quando a quando vedere tra essi. Provatevi a -leggere un romanzo del Balzac, e vedete se vi riesce di scorrerne dieci -pagine senza dar di petto nel Balzac. E si tratta di un pontefice massimo -del realismo! -</p> - -<p> -Che il Manzoni non s'indugia molto a ritrarre gli aspetti delle cose -esteriori; che parlando di quei paesi del lago non si cura di attenersi -strettamente e minutamente al vero; che non approfitta della sommossa, -e della peste per descriverci dieci volte Milano, di giorno, di notte, e -quando fa sole e quando piove; che non ispende molte parole per -informarci del caldo e del freddo, del secco e dell'umido, della calma -e del vento, tutto ciò è verissimo; ma resta a sapersi se sia questo un -difetto, e quanto abbia guadagnato la letteratura realistica dalla bella -qualità opposta a questo difetto. Può darsi che il Manzoni si mostri -in tutto ciò un po' troppo scarso, un po' troppo restio, e dico <i>può -darsi</i> perchè non ne sono propriamente sicuro; ma gli è per altro -certo ch'egli fa benissimo, e opera da realista sensato, a non lasciarsi -sopraffare e soffocare dalle cose, come la più parte dei romanzieri -russi, e parecchi non russi, e che da questo suo modo di operare -viene al romanzo e ai lettori di esso vantaggio non piccolo. -</p> - -<p> -Il Manzoni inventò Lucia e Federigo Borromeo; anzi inventò -quella e non inventò questo; perchè se il Federigo da lui ritratto non -è tutto il Federigo storico, è parte rilevante e vera di quello. Chi ha -qualche pratica con la storia dei santi vede che Federigo è un santo, -come, grazie al cielo, ce ne furon degli altri, e parecchi, se non moltissimi. -Chi è incapace di virtù nega la santità, come chi è incapace -di coraggio nega l'eroismo. Lucia è un po' raggentilita, un poco -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -stinta, se così posso esprimermi, ma molto più vera che non si creda, -e, ad ogni modo, tirata in su non più di quanto infiniti personaggi di -romanzi realistici sieno tirati in giù. Oltre di che è da dire che il Manzoni, -nel formare i caratteri, riesce alquanto più realista (nientemeno!) -del Balzac, il quale, di solito, forma i personaggi suoi tutti di un -pezzo, e rimettendo in opera il vieto procedimento classico, segno di -tante censure, li accende di una passione unica, che è il principio -unico e la ragione unica di tutto quanto essi dicono e fanno; mentre -il Manzoni forma complicatamente i suoi, e li mostra, il più delle -volte, quali sogliono essere in natura, composti di elementi discordi, -combattuti da contrarie tendenze. Fra Cristoforo e l'Innominato manifestano -questa lor condizione nel fatto stesso della conversione, così -com'è motivata, predisposta, condotta. Federigo è un santo che ha -molte parti, molti aspetti, e che il povero don Abbondio non riuscirà -mai nè a indovinare, nè a intendere. L'Agnese è di certa natura tutt'altro -che semplice. Renzo avrebbe molte buone ragioni per essere -preso tutto di una passione unica e fisso in un solo pensiero, e per -non volere pensare ad altro; e pure, sebbene l'amore, anzi l'amore -contrastato, sia sempre (e dev'essere) presente in tutto ciò ch'egli pensa, -dice ed opera; sebbene si vegga ch'esso è come la molla secreta che -lo fa muovere, e lo spinge, senza ch'egli possa darsene conto, a farsi -predicatore di riforme e seguitator di sommosse; pure, dico, egli -conserva, da povero contadino, la facoltà di prendere parte a una -quantità di cose che non sono il suo amore, e non hanno troppa attinenza -col suo amore. Don Abbondio pare che sia nato al mondo per -aver paura, e non conosce altra consigliera che la paura, e c'è da -stupire che la paura non l'abbia ammazzato in qualche incontro, un -bel pezzo prima dell'incontro coi bravi. La paura si può dire che -sia la sua coscienza. Ciò nondimeno se voi riuscite a togliergli un -tratto quella paura di dosso, anzi di dentro, come, per una volta -tanto, ci riescono gli avvenimenti, voi vedete fiorir d'improvviso un -don Abbondio non più veduto, ma non impreveduto, e che, sebbene -tanto diverso dal solito, non contraddice a quello, anzi è un nuovo -aspetto di quello. Ora aggiungete a tutto ciò che i personaggi dei <i>Promessi -Sposi</i> mostrano d'avere fra loro quel collegamento, e gli uni -sugli altri quel reciproco influsso, che lasciano pur vedere i personaggi -del Balzac, nei migliori suoi romanzi. -</p> - -<p> -Con questo non voglio già dire che l'arte del Manzoni non discordi -assai volte da quella dei realisti ordinarii, ma credo che dovrebbe rincrescere -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -se non discordasse. I realisti ordinarii, quelli sopratutto dell'ultima -maniera, si sa che hanno soppressa nell'opere loro la composizione, -sotto pretesto che la natura non ce la dà. Ci sono dell'altre -cose parecchie che la natura non ci dà, e che noi, appunto per questo, -andiam procacciando con istudio, con fatica, con pericolo. Veramente -la natura s'è sempre ostinata a non volerci dare nè fabbriche, nè statue, -nè quadri, nè spartiti, nè romanzi. A taluno potrebbe forse venire -il sospetto che a decretare quella soppressione i realisti sieno -stati ajutati, non diremo spinti, da quel naturale desiderio ch'è il desiderio -di scampar fatica; ma poichè tale sospetto potrebb'essere temerario -ed ingiusto, basterà notare che in nessuno degl'intenti loro, -qual che si fosse la ragione che li moveva, i realisti riuscirono così -bene come riuscirono in questo. Molti dei loro romanzi pajono un -effetto del caso, e si potrebbero applicar ad essi le parole con cui -certo personaggio di una commedia francese senza scioglimento accomiatava -gli spettatori: <i>il n'y a pas de raison pour que cela finisse</i>....; -e ci si potrebbero aggiungere queste altre: <i>il n'y avait pas de raison -pour que cela commençât</i>. Non così il romanzo del Manzoni. La composizione -di esso potrà esser guasta in certe parti da digressioni un -po' troppo lunghe; l'equilibrio ne potrà rimanere turbato; ma, tirate -le somme, bisogna pur riconoscere che il romanzo, com'è fortemente -immaginato, così è anche fortemente composto; che esso è dotato, -a dispetto delle digressioni, di coerenza e di compattezza mirabili; -che è un'opera, non del caso, ma dell'arte, nel più alto e schietto significato -della parola. Parve a taluno che nei <i>Promessi Sposi</i> non ci -sia altra unità che la unità morale: io credo ci sia pure la unità logica, -e anche (ma qui bisognerebbe discutere) la unità estetica. -</p> - -<p> -Per questi, e per alcuni altri rispetti, il Manzoni è romantico e -non realista. Di fronte alla realtà, il romanticismo fu più attivo che -non il realismo. Esso concedeva all'arte molto che il realismo le nega: -esso voleva la composizione, la concentrazione, la scelta, e quella che -il Taine chiamò convergenza delle impressioni. Mi sembra che molti -comincino ora ad avvedersi che il realismo fece male a disvoler tutto -questo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -</p> - -<h3>VII.</h3> - -<p> -Non abbiamo ancora finito di discorrere degli effetti che vengono -all'arte manzoniana dall'avere il Manzoni tolto a fondamento di quella -il vero. -</p> - -<p> -Va da sè ch'essa aborrirà quasi istintivamente tutte quelle forme -del fantastico, del lugubre, del mostruoso, del terribile, che gl'Inglesi -designarono con la denominazione espressiva di <i>german horrors</i>, e -che non sono poi cosa talmente germanica che non si trovi anche, -in qualche misura, fuor di Germania, o natavi spontaneamente, o trattavi -dalla curiosità o dalla moda<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>. In Italia se n'ebbe un andazzo, a -dispetto del clima, delle consuetudini, degli umori; venutovi primamente -(se non vogliamo tener conto di alcune più remote e più comuni -origini medievali e cristiane) coi poemi di Ossian, con le <i>Notti</i> -del Young, con la poesia sepolcrale. Nei <i>Sepolcri</i> del Foscolo se ne -vede qualche traccia, e anche nelle <i>Ultime lettere di Jacopo Ortis</i>; -e sino dal 1805, Luigi Cerretti, vecchio ormai, si scagliava contro il -depravato gusto di coloro che esultavano «in dipingere gli abbracciamenti -del delitto colla morte, e il fragor con cui piombano nel baratro -tenebroso»<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>. Non so se queste parole alludano, come parrebbero, -a una qualche traduzione o imitazione, che già corresse l'Italia, -della famosa <i>Leonora</i> del Bürger; ma so che il Cerretti avrebbe potuto -ripeterle, e allungarle, e inasprirle qualche anno più tardi, quando -saltò su il Berchet, nella <i>Lettera semiseria di Grisostomo</i>, a proporre -alla imitazione degl'Italiani appunto quella <i>Leonora</i> e, di giunta, il -<i>Cacciator feroce</i> dello stesso poeta. A dir vero, lo stesso Berchet, -in quella che faceva la proposta, esprimeva pure il dubbio che le due -poesie, fondate, come sono, sul meraviglioso e sul terribile, non -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -avessero a incontrare gran fatto il gusto degl'Italiani; e già il Londonio -aveva sentenziato disdegnosamente che le <i>romantiche melanconie</i> -del settentrione non potevano allignare in Italia, e ne dava -grazie al cielo, alla ridente natura, all'indole del popolo<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>. Ma che -non possono, anche contro il cielo e la natura e l'indole, la sazietà -del consueto, il desiderio del nuovo, la voga? I germanici, e, per -amor di giustizia, soggiungeremo, gli anglici orrori trovarono favore -anche in Italia, e persino quelli di cui Anna Radcliffe rimpolpettava -romanzi vi ebbero cure di traduttori e plauso di lettori e più di lettrici. -Onde il povero Monti, già presentendo la fine di ogni cosa, -piangeva le Grazie fugate dai lemuri e dalle streghe, e le ombre d'Ettore -e di Patroclo soppiantate dai romantici spettri, e che il solo tetro -si chiamasse bello: e alzando il dito verso quella malaugurata e scelerata -Leonora, gridava: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> Di fe' quindi più degna</p> -<p class="i01">Cosa vi torna il comparir d'orrendo</p> -<p class="i01">Spettro sul dorso di corsier morello</p> -<p class="i01">Venuto a via portar nel pianto eterno</p> -<p class="i01">Disperata d'amor cieca donzella,</p> -<p class="i01">Che, abbracciar si credendo il suo diletto,</p> -<p class="i01">Stringe uno scheletro spaventoso, armato</p> -<p class="i01">D'un oriuolo a polve e d'una ronca:</p> -<p class="i01">Mentre a raggio di luna oscene larve</p> -<p class="i01">Danzano a tondo, e orribilmente urlando</p> -<p class="i01">Gridano: <i>pazïenza, pazïenza</i><a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Scrivendo al D'Azeglio nel 1823, il Manzoni diceva che per romanticismo -in Italia s'intendeva comunemente «un non so qual guazzabuglio -di streghe, di spettri, un disordine sistematico, una ricerca -dello stravagante, una abiura in termini del senso comune»; e soggiungeva: -«un romanticismo insomma, che si è avuto molta ragione -di rifiutare, e di dimenticare, se è stato proposto da alcuno; il che -io non so»<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>. Quell'<i>io non so</i> è di troppo, e per caso noi cogliamo il -nostro Don Alessandro in una delle sue non rarissime bugiole o dissimulazioni -innocenti. Don Alessandro sapeva benissimo che, in una -certa misura, quel romanticismo era stato proposto, e che, in misura -alquanto maggiore, era anche stato attuato; ma sapeva pure, e voleva -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -si sapesse, che da lui quel romanticismo non doveva aspettarsi nè -ajuto, nè incoraggiamento, nè indulgenza<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a>. Avviso ai <i>compagni di patimenti -letterarii</i> e a quanti altri potessero averci interesse. Quelle -particolari mostruosità poi che furono le <i>mostruosità della scuola satanica</i>, -il Manzoni detestò da quanto il Niccolini, che le detestò con -tutta l'anima. -</p> - -<p> -Badate che nelle parole riferite pur ora il Manzoni accenna anche -al <i>disordine sistematico</i> e alla <i>ricerca dello stravagante</i>, due cose -ancor esse molto contrarie alla conoscenza e alla rappresentazione -del vero; l'una, perchè mette tutto sossopra, l'altra, perchè tutto travisa. -Nella Lettera sulle unità drammatiche il Manzoni scrisse: «Il -est hors de doute que la sagesse vaut mieux que l'extravagance; et -même que celle-ci ne vaut rien du tout»<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>. Avrebbe potuto dir meglio -il Boileau? E non vi pare anzi che tra il Boileau ed il Manzoni ci sia -alle volte sin troppo accordo? Non so perchè mi ricorra nella mente -la sentenza di Edgardo Poe: non esservi bellezza senza stranezza. -</p> - -<p> -Per essere giusti bisogna dire che quei due malanni, se c'erano -(e c'erano) anche in Italia, non però vi mostravano quel carattere maligno -che altrove, nè come altrove ci si eran diffusi. Le stravaganze -del romanticismo tedesco, derise dal Goethe, l'Italia, o non le conobbe, -o se ne liberò molto presto. Ciò che nel 1829 il Thiers diceva -del romanticismo francese: «Ses goûts fantasques et puérils font le -ridicule de notre temps», non si sarebbe potuto dire del romanticismo -italiano, forzato a stare in cervello e a rigar dritto (e fu ventura -nella disgrazia) dai molti guai a cui bisognava pensare e, possibilmente, -rimediare. L'aver dovuto in Italia far arme delle lettere -nocque in più modi all'arte, ma all'arte stessa anche in più modi giovò, -poichè non le lasciò nè agio nè possibilità di buttarsi al singolare e -all'inaudito, e di ammattire dietro all'esempio del romanticismo francese, -del quale ebbe a dire il Gautier, narratore e giudice benevolo: -«Développer librement tous les caprices de la pensée, dussent-ils -choquer le goût, les convenances et les règles; haïr et repousser -autant que possible ce qu'Horace appelait le profane vulgaire, -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -et ce que les rapins moustachus et chevelus nomment épiciers, -philistins ou bourgeois; célébrer l'amour avec une ardeur à -brûler le papier, le poser comme seul but et seul moyen de bonheur; -sanctifier et déifier l'Art regardé comme second créateur: telles sont -les données du programme que chacun essaye de réaliser selon ses -forces, l'idéal et les postulations secrètes de la jeunesse romantique»<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>. -Cogliamo anche questa occasione di notare che il romanticismo italiano, -se fu molto meno rigoglioso, fu anche molto più savio del forestiero; -che perciò in Italia la reazione realistica non irruppe con -l'odio, col furore, con la violenza onde fu accompagnata altrove; e -che il Manzoni poteva dissentire dal romanticismo italiano assai meno -di quello dovesse dissentire dal romanticismo forestiero, pur dissentendo -parecchio anche da quello. -</p> - -<p> -Chi ama da senno il vero, aborre da tutto quanto possa, in uno o -in un altro modo, o poco o molto, alterarne la schiettezza, falsarne -la espressione. L'arte che voglia proprio esser vera dev'esser sincera -e dev'esser semplice; deve cioè ricusare tutti quegli artifizii e lenocinii -del linguaggio, dello stile, della trattazione, che se anche non -alterano, dirò così, sostanzialmente il vero, lo alterano formalmente; -se non nel principio suo, nei suoi effetti. <i>Veritatis simplex est oratio</i>, -lasciò scritto Seneca. Essa diffida in sommo grado di quelli che diconsi -ornamenti, e fra' suoi precetti, anzi fra' principali, scrive anche -questo: <i>il puro necessario: tutto ciò che non è necessario è nocivo. -Quod ultra est, a malo est.</i> Ecco perchè il Manzoni è così schietto e -così semplice e così naturale, pur riuscendo così fine e così efficace. -Il Manzoni non abusa mai del pittoresco, tanto abusato da' romantici -d'ogni risma; anzi nel colore, come nel disegno, è tanto sobrio da -potere, alle volte, parer troppo. Il Manzoni, l'abbiam già notato, gusta -poco la prosa poetica. Il Manzoni gusta anche poco la lingua poetica, -che non è da confondere col linguaggio poetico, e il Sainte-Beuve -gliene fa rimprovero; ma qui è da notare ch'egli l'avversò meno di -quanto si creda, come provano certe sue lettere al Borghi. In una, -scritta nel giugno del 1828, egli osserva che <i>orde</i> è forse <i>voce troppo -nuova per la poesia</i>; in un'altra, del febbrajo dell'anno seguente, che -<i>trionfata</i> è triviale; in una terza, dell'aprile dell'anno medesimo, che -<i>banchettare</i> non fa <i>buon suono</i>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -</p> - -<p> -Ma checchè il Manzoni pensasse della prosa poetica e della lingua -poetica, gli è certo ch'egli preferiva la prosa alla poesia, e che la ragione -principale del suo preferir quella a questa era, a un dipresso, -la seguente: la prosa è, in tesi generale, il linguaggio del vero; la -poesia è, in tesi generale, il linguaggio della finzione. I romantici, -per contro, mostrano sempre una spiccata tendenza a mettere la -poesia sopra la prosa. -</p> - -<p> -Questo punto è degno di attenzione particolare. -</p> - -<h3>VIII.</h3> - -<p> -Qualcuno che non conoscesse nè le tragedie, nè gli inni, nè le -poesie giovanili del Manzoni, potrebbe dire: il Manzoni preferiva la -prosa alla poesia perchè non si sentiva, e non era poeta: chi si sente -ed è veramente poeta, preferisce la poesia alla prosa. Chi conosca -quelle composizioni, o ne conosca almeno una parte, non dirà più -così di sicuro. -</p> - -<p> -Riconosciamo pure (e dopo quanto s'è detto innanzi non ci costerà -troppa fatica) che le potenze dello spirito più particolarmente richieste -al poetico officio non sono quelle che primeggiano nel Manzoni; -riconosciamo ch'esse sono in qualche modo soggiogate da -altre; ma riconosciamo, in pari tempo, che quelle potenze ci sono, -e han molto vigore, ed operano molto speditamente. L'anima del -Manzoni fu certo più aperta alla luce del vero che alla luce del bello, -sebbene anche a questa sia stata aperta assai bene; e la condizione -di poeta pare che voglia piuttosto il contrario, o almeno, che l'anima -le riceva entrambe egualmente: e dico entrambe, perchè le son due -propriamente, e non una, come s'è voluto far credere. -</p> - -<p> -Da giovane il Manzoni sentì ancor egli la vocazione poetica (dico -vocazione e non fregola) e rifuggendo dalle tetre scuole mortificatrici -dell'ingegno e corruttrici del gusto, e da maestri che più tardi sarebbesi -vergognato d'avere a discepoli, s'addusse franco al <i>sorso de -l'Ascrea fontana</i>, e cercò dei <i>prischi sommi</i>, e ne fu preso di tanto -amore che gli pareva di vederli e conversare con loro. Lo rodeva il -dubbio che Carlo Imbonati, la cui memoria egli onorava allora di -quasi religioso ossequio, come un esempio impareggiabile di umanità -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -virtuosa e gentile, avesse curata poco da vivo la <i>divina de le Muse -armonia</i>, e da lui si faceva rispondere in sogno: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i12"> Qualunque</p> -<p class="i01">Di chiaro esemplo, o di veraci carte</p> -<p class="i01">Giovasse altrui, fu da me sempre avuto</p> -<p class="i01">In onor sommo;</p> -</div></div> - -<p> -e nella sua bocca poneva le lodi dell'Alfieri e del Parini, e di quel -sovrano -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">D'occhi cieco, e divin raggio di mente,</p> -<p class="i01">Che per la Grecia mendicò cantando<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Dell'anno 1809 è l'<i>Urania</i>, ch'è tutto un inno alla poesia, e dove il -poeta si consacra tutto alle muse, le quali, <i>fuggitive dai laureti achei</i>, -presero stanza in Italia: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">A queste alme d'Italia abitatrici</p> -<p class="i01">Di lodi un serto in pria non colte or tesso;</p> -<p class="i01">Chè vil fra 'l volgo odo vagar parola</p> -<p class="i01">Che le Dive sorelle osa insultando</p> -<p class="i01">Interrogar che valga a l'infelice</p> -<p class="i01">Mortal del canto il dono. Onde una brama</p> -<p class="i01">In cor mi sorge di cantar gli antichi</p> -<p class="i01">Beneficj che prodighe a l'ingrato</p> -<p class="i01">Recâr le Muse<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Allora il suo desiderio più vivo e la più cara speranza erano di vedersi -aggiunto un giorno <i>al drappel sacro</i> dei poeti d'Italia<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>, al quale -fu poi aggiunto veramente, ma senza che il suo desiderio ci entrasse -per molto; anzi un pochino contro sua voglia, s'è vero che a farvelo -aggiungere ajutarono per la parte loro anche quelle poesie giovanili -ch'egli rifiutò più per le cose che dicevano che pel modo, -meno perfetto, con cui le dicevano. -</p> - -<p> -Quand'è che l'animo di questo innamorato cominciò a raffreddarsi? -Sarebbe difficile il dirlo. Da giovanissimo, e poi per certo -tempo più tardi, egli vagheggiò una specie di poesia realistica, molto -diversa da quella di cui il Cerretti seguitava a predicare essere il -furore la suprema ragione. Nel sermone a Giovanni Battista Pagani, -ch'è del 1804, il poeta così si confessa all'amico: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Or ti dirò perchè piuttosto io scelga,</p> -<p class="i01">Notar la plebe con sermon pedestre,</p> -<p class="i01">Che far soggetto ai numeri sonanti</p> -<p class="i01">Opre antiche d'eroi. Fatti e costumi</p> -<p class="i01">Altri da quei ch'io veggio a me ritrosa</p> -<p class="i01">Nega esprimer Talia<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Queste ultime parole in ispecie son degne di qualsiasi più risoluto e -più rigoroso realista. Diciasette anni più tardi, nel gennajo del 1821, -e in una lettera al Fauriel, il Manzoni esprime la opinione che la -poesia debba dire ciò che si pensa e ciò che si sente nella vita reale<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a>; -e in altra lettera, senza data, al medesimo amico, parla ironicamente -del <i>bel principio</i> «que tout ce qui est vague, fabuleux, confus est poétique -de sa nature, et que lorsqu'on ne sait rien sur un sujet, il faut en -parler en vers»<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a>. O prima o poi egli dovette vagheggiare una poesia -ragionevole, come la voleva il Johnson. Leggasi questa sua riflessione: -«A chi dicesse che la poesia è fondata sulla immaginazione e -sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si può rispondere, che -più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell'uomo, più si trova -poesia vera»<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a>. Se non che, molto per tempo egli dovette cominciare -a negar credenza a quel detto dello Shelley, che i poeti possono significare -il vero al pari e meglio di coloro che scrivono in prosa; e -al giudizio di Aristotele, quando sentenziò essere la poesia più filosofica -e, in un certo senso ideale, più vera della storia<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>. Onde, sino -dal 1829, nella <i>Storia della Colonna Infame</i>, si burlava del privilegio -arrogatosi dai signori poeti di dire ogni cosa che loro salti in capo, o -vera o falsa che sia<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>; e nel giugno del 1832 scriveva ad un Coen, il -quale s'era fissato di lasciare i negozii per darsi alle lettere: «E, -come le storture trovan meglio da appigliarsi e da spiegarsi in un -linguaggio straordinario, fantastico e di convenzione, così i poeti hanno -in questa miseria (<i>del fare d'una passione una virtù</i>) la maggior parte -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -e il più cospicuo luogo»<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. Vero è che poi, nel 1845, dirà la poesia -usare un linguaggio insolito perchè ha cose insolite da dire<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>. -</p> - -<p> -Come intendesse il Manzoni la unione, o l'alleanza della poesia con -la storia, abbiamo già in parte veduto. Quella deve conformarsi e obbedire -a questa. Se nel Michelet il poeta nuoce allo storico, nel Manzoni -lo storico nuoce al poeta. -</p> - -<p> -A poco a poco l'antico amore, non solo s'intepidiva, ma diventava, -prima indifferenza, poi avversione. Ecco il Manzoni trovar gusto in -notare i difetti, i peccati, gli svantaggi della poesia, e l'irreparabile e -non lacrimabile suo decadimento. «La poesia ha anche questo bel -vantaggio, d'essere come forzata a prendersi delle licenze», dirà egli -in una delle citate lettere al Borghi<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a>. E in quella lettera al Coen: -«Badi che i poeti vanno scemando d'autorità come di numero (<i>di numero -poi!</i>); e l'essere con tutto ciò cresciuto quello de' lettori fa sì -che alla venerazione sottentri il giudizio; e son giudicati ogni dì più -con questa ragione, che, se le cose dette da loro fanno per loro soli -e non importano all'umanità, son cose da non curarsene; se importano, -bisogna veder come sien vere»<a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>. Altro che la <i>divina armonia</i> -del carme in morte dell'Imbonati, e gli entusiasmi e gli ardori dell'<i>Urania</i>! -Altro che la <i>divina concitazione del genio</i> e la <i>sapienza ispirata</i> -decantata dal Foscolo! Ed era il tempo felice e memorabile in -cui i romantici francesi andavano in gloria perchè dicevano di aver -ritrovate le fonti vive della poesia, e sgombratene le scaturigini dagli -sterpi e dai sassi, ne lasciavano correre in copia, fra le turbe assetate, -le onde vivificatrici e sonore. Nel novembre del 1845 il Manzoni, -in una lettera al Giusti, del quale pure ammirava l'arte e l'ingegno, -par che si spassi a fare il novero di tutti gli scapiti a cui la poesia, -la <i>signorona vecchia</i>, andò soggetta nel corso dei tempi, e fattolo, -soggiunge, burlandosi: «Dunque lavora, <i>chè fai sul tuo</i>; e accresci -l'entrata della padrona, agl'interessi della quale prendo una gran -parte, anche per il gran bene che le ho voluto in gioventù»<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a>. In gioventù, -avete inteso? -</p> - -<p> -Quando, nei <i>Promessi Sposi</i>. detto che cosa s'intenda per poeta -dal volgo di Milano e del contado (e, si poteva aggiungere, d'altri siti: -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -<i>populus sanos negat esse poetas</i>, scriveva melanconicamente Ovidio -dal Ponto): quando, dico, il Manzoni butta lì quella sua interrogazione -biricchina: «Perchè, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con -cervello balzano?»<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> ognuno capisce che nella opinione del Manzoni ci -ha che fare non poco; e più lo capisce, quando in un altro luogo del -romanzo legge, in coda a un ricordo del famoso sonetto dell'Achillini: -<i>Sudate o fuochi</i>, ecc., queste parole: «Ma è un destino che i -pareri dei poeti non siano ascoltati: e se nella storia trovate de' fatti -conformi a qualche loro suggerimento, dite pur francamente ch'eran -cose risolute prima»<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>. Altro che i veggenti, e i precursori, e gli apostoli! -Altro che i convertitori delle folle in popolo! Altro che il -<i>drappel sacro</i>! -</p> - -<p> -Ma, quando scriveva il romanzo, il Manzoni era ancora in vena -di scherzo: più tardi non credo che in sì fatto argomento avrebbe -scherzato a quel modo. Più tardi egli nutrì per la poesia un po' (non -saprei dir quanta) di quell'avversione sospetta e stizzosa che brontola -nelle parole del Bossuet e del Pascal, e la nutrì, in parte almeno, -per le ragioni medesime. Orazio disse la poesia <i>amabilis insania</i>: -venne tempo in cui quell'<i>amabilis</i> dovette parer di troppo all'autore -della <i>Morale cattolica</i>. Perciò io penso che sieno del Manzoni -assai giovane questi pensieri, tolti di tra i suoi <i>Pensieri varii</i>: «La -poesia, stromento di criterio della bontà delle azioni. Alcuni fatti giustificati -in prosa, non potrebbero mai divenir soggetto di encomio -poetico. Fate un po' dei versi in lode della tratta dei negri, della -St-Barthélemy, degli <i>auto da fé</i>, del tribunal rivoluzionario del -'93, ecc., cose in favor delle quali si è pur ragionato in prosa. -La poesia sembra allontanarsi dalla vita reale più della prosa, e all'opposto, -rigettando le formule generali, convenute di quella, essa -sovente si move, e si addirizza insieme alle più intime, primitive sensazioni, -ai particolari in cui quelle si risolvono, che quelle non rappresentano. -E appunto nei casi del genere suddetto, la prosa giustificatrice -si serve di quelle formole, ecc.»<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>. La <i>prosa giustificatrice</i>! -quale attributo! dunque la poesia direbbe il vero meglio della prosa? -</p> - -<p> -Se al detto sin qui voi aggiungete che il Manzoni, non solo ebbe -in uggia il romanzesco, lo stravagante, il mostruoso, ma ancora ogni -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -meraviglioso soprannaturale, da quello della fede in fuori; ch'egli -non sentì punto il bisogno, tanto sentito dai romantici, di sostituire -all'antica una nuova mitologia; che si mostrò sempre molto severo -per tutte le credenze superstiziose, poetiche o non poetiche; se osservate -ch'egli non si diletta punto di portenti e di miracoli; che nei -<i>Promessi Sposi</i> non v'è altro meraviglioso, se non quello di un ordine -divino che si lascia scorgere dietro al disordine umano; che il miracolo -vi è sempre interno, occulto, immanente, e si compie nelle -anime o pervade la storia; che però quello delle noci narrato da fra -Galdino si risolve in ironia manifesta; voi avete sott'occhio tutti gli -elementi, le movenze e i caratteri dell'arte manzoniana, quali sono -prodotti, determinati, condizionati da quel vero che il Manzoni aveva -preso a fondamento dell'arte sua, e che fedele al monito dell'Imbonati: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> Il santo vero</p> -<p class="i01">Mai non tradir,</p> -</div></div> - -<p> -egli osservò sempre nei pensieri, nelle parole, nelle opere. -</p> - -<h3>IX.</h3> - -<p> -Nella dottrina romantica il Manzoni distinse molto opportunamente -due parti, l'una negativa, positiva l'altra; quella assai più larga, più -consistente e più precisa; questa assai più ristretta, più sconnessa -e più indeterminata<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>. Per la parte negativa, si può dire ch'egli s'accordi -in tutto con la scuola; per la parte positiva, si accorda molto -meno, e qualche volta non si accorda punto. Del resto, in questa seconda -parte, anche gli altri romantici discordavano spesso fra loro. -Avveniva della dottrina romantica ciò che di tutte le dottrine, dove la -parte critica è sempre più valida e più coerente della dogmatica. -</p> - -<p> -Come ogni altro romantico vero, il Manzoni detesta, ricusa e schernisce -tutte quelle regole d'arte che non sono «fondate sulla natura, -necessarie, immutabili, indipendenti dalla volontà de' critici, trovate, -non fatte»<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>. Con l'acume suo consueto egli scopriva nelle regole -arbitrarie un trovato della pigrizia e della inettitudine: «C'est une singulière -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -disposition que celle que nous avons à nous forger des règles -abstraites applicables à tous les cas, pour nous dispenser de -chercher dans chaque cas particulier sa raison propre, sa convenance -particulière»<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>. «Il n'y a ni règles, ni modèles», dirà più tardi l'Hugo, -«ou plutôt il n'y a d'autres règles que les lois générales qui planent -sur l'art tout entier, et les lois spéciales qui pour chaque composition -résultent des conditions d'existence propres à chaque sujet». Il Manzoni -aggiungeva: «in fatto d'arte, un precetto non può essere altro -che l'indicazione d'un mezzo»<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>; e con tutti i romantici credeva che -le regole non fondate in natura (alle fondate in natura chi ha fior di -senno non sogna di ribellarsi) fossero state «un inciampo a quelli che -tutto il mondo chiama scrittori di genio; e un'arme in mano di -quelli che tutto il mondo chiama pedanti»<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>. Documento insigne dell'avversione -sua a quelle, e, in pari tempo, dell'acutezza e potenza -della sua critica estetica, rimane la lettera sulle famose unità drammatiche<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a>. -</p> - -<p> -Il Manzoni è ancora schiettamente e deliberatamente romantico -nella dottrina drammatica, e specialmente quando sostiene che tutta -la struttura del dramma, e il moversi de' personaggi in esso, e la vicenda -degli avvenimenti, devono dipendere dalla natura dell'azione; -e quando ammira ed esalta lo Shakespeare sopra tutti i drammaturghi -antichi e moderni. La sua dottrina drammatica, in sostanza, non è -diversa, o è poco diversa da quella di Guglielmo Schlegel, del De -Vigny, dell'Hugo. -</p> - -<p> -Il Manzoni è inoltre romantico risoluto quando vuole si sostituisca -il concreto all'astratto, il particolare al generale, l'uomo vero al fittizio, -ecc.; ma non è più romantico, o è un romantico irresoluto, e -che fa molte riserve, rispetto ad altri postulati, ad altre tendenze dell'arte -nuova. -</p> - -<p> -Così rispetto a quella mescolanza del tragico e del comico, dello -scherzevole e del serio, che preconizzata nel secolo <span class="smcap lowercase">XVII</span> da Lope -de Vega, nel secolo <span class="smcap lowercase">XVIII</span> dal Diderot, dal Voltaire e dal Lessing, -de' quali tre, il secondo la biasimò dopo averla lodata e il terzo -la lodò dopo averla biasimata; effettuata nel dramma lacrimoso, -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -o commedia patetica, o tragedia borghese che voglia dirsi, -era divenuta un canone principale dell'estetica romantica, un -pezzo prima che l'Hugo scoprisse nel cristianesimo la fusione armonica -del grottesco e del sublime. Il Manzoni, prudente sempre, non -la condanna; ma esprime un dubbio: «je pense», scrive egli nella -già tante volte citata lettera sulle unità, «comme un bon et loyal partisan -du classique, que le mélange de deux effets contraires détruit -l'unité d'impression nécessaire pour produire l'émotion et la sympathie; -ou, pour parler plus raisonnablement, il me semble que ce -mélange, tel qu'il a été employé par Shakespeare, a tout-à-fait cet -inconvénient. Car qu'il soit réellement et à jamais impossible de produire -une impression harmonique et agréable par le rapprochement -de ces deux moyens, c'est ce que je n'ai ni le courage d'affirmer, ni -la docilité de répéter... Mais, pour rester plus strictement dans la -question, le mélange du plaisant et du sérieux pourra-t-il être transporté -heureusement dans le genre dramatique d'une manière stable, -et dans des ouvrages qui ne soient pas une exception? C'est, encore -une fois, ce que je n'ose pas savoir»<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>. Nei <i>Promessi Sposi</i>, per altro, -la mescolanza c'è, ed è anzi carattere notabile di quel libro, che ne -ha tanti altri notabili; e se ne potrebbe discorrere a lungo, se il -tempo lo concedesse. -</p> - -<p> -Si sa che i romantici furono più che mediocremente presi da quella -dolce mania descrittiva che il Mérimée pose così argutamente in canzone, -e che i realisti ebbero dai romantici in fedecommesso. Al Manzoni -quella mania non s'attaccò. Si sa pure che i romantici, stanchi -di quello che chiamavano vaniloquio classico, formarono il proposito -di dire, non più parole, ma cose, e fermi in esso cominciarono alcuni, -anzi molti, a curar le parole un po' meno di quanto si richieda alla -giusta ed efficace significazion delle cose. Il Manzoni, che anche in -ciò la sa lunga, cura moltissimo le cose, e per curarle a dovere, cura -anche moltissimo le parole. -</p> - -<p> -Chi legge le opere del Manzoni con l'attenzione dovuta, ogni po' -incontra pensieri che un romantico dei soliti non vorrebbe far suoi, -parole che un romantico dei soliti non direbbe. E così dev'essere; -perchè, come s'è veduto, il Manzoni ha una costituzione di mente -molto diversa da quella dei romantici presi in generale e il Manzoni -si tiene stretto e fedele ai soli principii fondamentali del -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -romanticismo; e il Manzoni riman fuori affatto dei traviamenti -della dottrina romantica e dell'arte romantica. Perciò s'indovina -che moltissimi romantici, dei maggiori e dei minori, -non gli dovevano andar troppo a sangue<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a>. Riservato e benevolo come -egli è, non lo dice; ma si capisce che avrebbe avuto da dir per un -pezzo, se avesse voluto incominciare e non fermarsi. Solo una volta, -scrivendo al Cantù, che nel 1833 aveva dato fuori il saggio intorno a -<i>Victor Hugo e il romanticismo in Francia</i>, uscì sul conto del grande -poeta francese in queste moderate parole: «I giudizii vostri sono benevoli, -ma non adulatorii, come troppi altri. È un ingegno forte, ma -disordinato. Le situazioni, le sa trovare; e, trovate, le sa usare (come -dite voi <i>exploiter</i>?), ma non guarda se siano ragionevoli.... Voi dite -all'autore delle parole savie: facciano almeno frutto su certi giovani -di qui, e principalmente di oltre Enza»<a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>. Queste sono parole piene -di temperanza e modestia mirabile, perchè non si può immaginare diversità, -anzi contrarietà di natura maggior di quella che passa tra -colui che le pronunziava e colui per cui erano pronunziate; e si sa -che i diversi, e più i contrarii sono da natura pochissimo disposti a -giudicarsi vicendevolmente con temperanza e con modestia, anzi pur -con giustizia. L'Hugo è capo incontestato del romanticismo francese; -il Manzoni è considerato capo del romanticismo italiano: ora, chi -leggesse le opere dell'uno e dell'altro, e non sapesse più là, non immaginerebbe -mai e poi mai che le due scuole che li acclamano capi -possano denominarsi col medesimo nome. -</p> - -<p> -Per definire vie meglio l'indole del Manzoni e dell'arte sua, non -sarà male che ci soffermiamo alcuni istanti a fare tra l'Italiano e il -Francese un po' di raffronto. -</p> - -<h3>X.</h3> - -<p> -Ma prima di tutto una dichiarazione e una protesta, come usavano -farne que' buoni autori del tempo andato che, non dalle parole dei -censori soltanto, ma anche dalle lor proprie, volevano assicurati i leggenti -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -non esservi nelle opere loro nulla <i>contro la santa fede cattolica, -nè contro prencipi, nè contro buoni costumi</i>. -</p> - -<p> -Io ammiro profondamente il Manzoni, e ammiro, non meno profondamente, -l'Hugo; e fo così poco conto dei detrattori morti del -primo come dei detrattori vivi del secondo. Entrambi mi pajono -grandi; e se talvolta l'uno mi par più grande dell'altro, ciò avviene -solo perchè fissando io un po' troppo intentamente lo sguardo nell'uno -dei due, l'altro lo perdo un pochino di vista. Facciamo una supposizione. -Supponiamo che per decreto di un nuovo fato il Manzoni -e l'Hugo non fossero più entrambi concessi alla gloria di questa povera -umanità, ma l'uno di essi soltanto, e che quest'uno dovess'essere -da noi prescelto: io, per la mia parte, come cittadino di questa patria -italiana, non potrei non dire: <i>Ebbene, ci sia lasciato il Manzoni</i>; ma, -come cittadino del mondo, non saprei che risolvere. E dopo ciò, veniamo -al proposito nostro. -</p> - -<p> -L'Hugo è di temperamento sanguigno; il Manzoni è di temperamento -nervoso. Quegli serba e mostra in tutto il poderoso suo essere -come un resto di esuberanza e d'impetuosità primitiva, certe come -vestigia di una umanità non ancora attenuata e ammansita dal lento -lavoro dei secoli; questi dà a conoscere in tutto il delicato suo essere -l'ostinato lavoro della disciplina, gli effetti dell'adattamento e dell'assuefazione; -e si può quasi dire che ogni antico istinto è perduto -in lui. L'Hugo fu rassomigliato a un titano, e non infelicemente; se -non che, qualche volta par che si sformi e degradi nel ciclope: il -Manzoni par quasi un santo, ma un santo che, qualche volta, pende -verso l'asceta. -</p> - -<p> -L'Hugo ebbe uno spirito audace, turbolento e superbo; il Manzoni, -come fu osservato argutamente dal Tenca, «un'intelligenza che si -schermisce quasi paurosa di sè medesima». Quegli fu sempre sicuro -di sè, ed ebbe per incontrastabile e per sacra ogni sua opinione, ogni -parola; questi sempre dubbioso, e sempre restio a profferir giudizii -e sentenze; <i>di maniera che, in molti casi, e singolarmente ne' più -importanti</i>, il costrutto del suo ragionare era questo: nego tutto, e -non propongo nulla<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a>. Quegli fu (chi nol sa?) vanissimo, e nella ostentazion -di sè stesso attinse almeno i primi gradi del ridicolo: pensò -d'essere, e così si denominò, una fiaccola accesa dinanzi alla umanità -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -brancolante nel bujo, un preparatore di nuovi destini, un redentore -di mondi; ed accettò, anzi chiese l'adorazione: questi spinse la modestia -inaudita e favolosa sino a dirsi inetto a cosa alla quale tutti si -stimano idonei, a fare, cioè, il deputato, e da sè si chiamò <i>uomo inconcludente</i>, -e ricusò gli omaggi, e fu, nel ricusarli, più d'una volta -sgarbato. L'uno fu l'uomo di tutte le pubblicità, di tutti gli ardimenti, -e mescolò la fragorosa voce tra di profeta e di tribuno a tutte le voci -e a tutte le bufere del secolo, e più d'una volta le dominò tutte dall'alto; -e apparve bello e splendente d'antico eroismo quando dalla -sommità di uno scoglio, di mezzo al tumulto di un oceano perpetuamente -sconvolto, osò sfidare, maledire, deridere l'avversario coronato -e onnipotente; l'altro fu uomo di solitudine e di silenzio, e -solo con mano circospetta e parco gesto sparse negli animi alcuni semi -che poi germogliarono. Ebbero entrambi alto senso di pietà per tutte -le umane miserie; ma la pietà del poeta che gridava ai quattro venti: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Je hais l'oppression d'une haine profonde,</p> -</div></div> - -<p> -e che scrisse questo mirabile verso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Fais en priant le tour des misères du monde,</p> -</div></div> - -<p> -fu più operosa: quella dell'altro fu forse più caritatevole, perchè abbracciava -oppressi ed oppressori ad un tempo. -</p> - -<p> -L'Hugo fu così cattivo ragionatore come fu buon poeta, e volle -far del filosofo a dispetto della natura, che avevagli dato il pensar -vasto e magnifico, non il pensar chiaro e preciso; e però la sua metafisica -rimase sempre, come fu detto, <i>une métaphysique rudimentaire</i>. -Come il Manzoni avesse per questo rispetto, e mirabili, le qualità che -mancarono all'Hugo, abbiam veduto a suo luogo. Ciò nondimeno bisogna -pur riconoscere che l'Hugo, non solo comprese molte cose, ma -molte ancora ne presentì; che egli riuscì a tradurre meravigliosamente -in fantasmi parecchi concetti filosofici; e che il suo pensiero -si muove attraverso la intera creazione con una forza e un'agilità di -cui sono pochissimi esempii. Chi vuol vedere la differenza che passa -tra la virtù critica dell'Hugo e la virtù critica del Manzoni, confronti -il Saggio del primo sopra Shakespeare con la Lettera del secondo -sopra le unità drammatiche, o col Discorso intorno al romanzo storico. -</p> - -<p> -In arte l'Hugo tende al romanzesco, al paradossale, al mostruoso; -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -trionfa nell'antitesi; dice che la vera poesia consiste nell'armonia dei -contrarii; fa cominciare dall'apparizion del grottesco una nuova èra -del mondo; detesta la sobrietà, che gli pare virtù da servitore e non -da poeta; produce, fin che vive, con abbondanza miracolosa, e lascia, -morendo, tanto d'inedito quanto potrebbe bastare a più d'un vivo; il -Manzoni detesta il romanzesco, il paradossale, il mostruoso; fugge -l'antitesi; dice che la poesia dev'essere tratta dal cuore, deve esprimersi -non solo con sincerità, ma, ancora, con semplicità, e che una -delle più belle facoltà sue si esercita nell'attirar l'attenzione sopra fatti -morali che non si potrebbero osservare senza ripugnanza<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a>; non s'impaccia -col grottesco, bastandogli il brutto; ha la sobrietà, anche letteraria, -in conto di assai buona virtù; produce poco, e cessa quasi -di produrre essendo ancor giovane, e quando molt'altro si aspettava -ancora da lui. -</p> - -<p> -I <i>Promessi Sposi</i> vincono, a mio parere, e di molto, <i>Notre Dame -de Paris</i>, i <i>Misérables</i>, i <i>Travailleurs de la mer</i> e tutti gli altri romanzi -dell'Hugo; ma l'Hugo è, sempre a parer mio, e sebbene ci sia -in lui non poco del Cavalier Marino, assai maggior poeta del Manzoni; -ed è tale perchè la sua coscienza è una coscienza essenzialmente -poetica, perchè egli pensa consuetamente per via d'immagini -e di fantasmi, perchè sente e giudica poeticamente la vita ed il mondo. -L'anima del poeta, quale egli l'ha e la vuole, partecipa della natura -del dio panteistico, penetra e si spande in tutte le cose, attraverso ai -tempi e agli spazii. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">O poëtes sacrés, échevelés, sublimes,</p> -<p class="i01">Allez et répandez vos âmes sur les cimes,</p> -<p class="i01">Sur les sommets de neige en butte aux aquilons,</p> -<p class="i01">Sur les déserts pieux où l'esprit se recueille,</p> -<p class="i01">Sur les bois que l'automne emporte feuille à feuille,</p> -<p class="i01">Sur les lacs endormis dans l'ombre des vallons!</p> -<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Si vous avez en vous, vivantes et pressées,</p> -<p class="i01">Un monde intérieur d'images, et de pensées.</p> -<p class="i01">De sentiments, d'amour, d'ardente passion,</p> -<p class="i01">Pour féconder ce monde échangez-le sans cesse</p> -<p class="i01">Avec l'autre univers visible qui vous presse!</p> -<p class="i01">Mêlez toute votre âme à la création.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -</p> - -<p> -Perciò egli non ha nè ripugnanze nè ritrosie che gli facciano escludere -cosa alcuna dagli sterminati dominii della poesia. Adora la natura -con quello stesso fervor religioso con cui adora l'umanità, e -spazia attraverso a tutti i secoli, a tutti i climi, a tutte le storie, raccogliendo -con egual reverenza e con egual compiacimento, nello instancabile -verso, le voci e gli echi della Giudea e dell'ultimo Oriente, -di Grecia e di Roma, dei castelli e delle corti medievali, della odierna -piazza tumultuante, accoppiando miti classici a leggende cristiane, -spingendo dietro ai passi degli antichi Re e degli antichi profeti i -cavalieri erranti e le lacere plebi. -</p> - -<p> -E quanto al romanticismo più propriamente, l'Hugo voleva che -l'arte romantica fosse una specie di foresta vergine, quanto più si -possa dire diversa da quel bene spartito e ben pettinato giardino di -Versailles, a cui paragonava l'arte classica: il Manzoni non voleva -foresta vergine e non voleva nemmeno il giardino di Versailles; voleva, -direi, un giardino inglese. -</p> - -<p> -Giunti a questo punto possiam fare, in due parole, un po' d'epilogo, -e dire, o piuttosto ripetere, che il romanticismo del Manzoni non è -quello che d'ordinario si crede; che esso è più e meno del comune, -secondo che si guardi ai principii o alle deviazioni; che far del Manzoni -il capo del romanticismo italiano è, per molti rispetti, giusto, ma -non così giusto come lasciarlo solo nel luogo ov'egli stesso s'è posto, -e dove, pur troppo, sembra che abbia a rimaner solo un bel pezzo. -</p> - -<h3>XI.</h3> - -<p> -Questo <i>pur troppo</i>, che m'è sdrucciolato dalla penna, si trascina -dietro un po' di coda. -</p> - -<p> -Col vento che tira non ci sarebbe da meravigliare se qualcheduno -saltasse su un dì o l'altro a gridare di punto in bianco: Già che si torna -a tante cose, torniamo anche al Manzoni, cioè al suo modo d'intender -l'arte e di praticarla. Un tal grido potrebbe trovare molte orecchie -aperte, ed echeggiare in molti spiriti, per più ragioni, e tra l'altre -per questa, che in fatto di letteratura, e non di letteratura soltanto, -noi (dico noi, così di qua come di là dall'Alpi) siamo finalmente riusciti -alla confusione babelica. Il realismo, con le sue due varietà del -verismo e del naturalismo, dopo aver tutto occupato il traffico nazionale -ed internazionale, s'è ammazzato da sè, a furia d'intemperanza -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -e d'insensatezza. Il plasticismo dei Parnassiani fu rovinato il giorno -in cui si fece, o, per dir meglio, si rifece la non difficile scoperta che -le arti di cui esso aveva voluto appropriarsi il magistero e l'officio, -fanno molto meglio ciò ch'esso fa molto peggio. Lo psicologismo dei -così detti anatomisti d'anime è venuto terribilmente a noja a furia di -analisi infinitesimali, di rilievi micrometrici, di arzigogoli e di sofismi. -I decadenti sono forse decaduti un po' troppo. Gl'impressionisti -non impressionano abbastanza. Il preraffaellismo pittorico e letterario -è, più che altro, un capriccio e un giuoco di artisti a spasso. -Il simbolismo, fra tanti simboli, non lascia bene intendere che si -voglia. Si sente picchiare agli usci un idealismo nuovo; ma non ci -ha detto ancora quale sia il suo ideale. -</p> - -<p> -Così che confusione grandissima, d'onde stanchezza, malumore, -inquietezza, e, se non volontà, voglia di un qualche avviamento ragionevole -e di un qualche rinnovamento: condizione di spiriti e di -cose molto favorevole a chi con avvedutezza, con coraggio, con forza -si mettesse alla testa delle turbe esitanti, e, senza voltarsi indietro, -gridasse con aria inspirata: Seguitemi; o a chi, voltandosi indietro, -con aria compunta suggerisse: Torniamo al Manzoni. -</p> - -<p> -Ora, che cosa significherebbe un ritorno sì fatto? Sarebb'esso un -bene? sarebb'esso un male? e come s'avrebbe a fare? -</p> - -<p> -Il ritorno al Manzoni dovrebbe significare primamente detestazione -e rifiuto di tutte quelle forme e tendenze d'arte che il Nordau, nel suo -notabile libro sulla degenerazione presente, ha con esagerazione manifesta, -ma non senza giusto motivo, considerate e condannate come -immorali, insensate e perniciose; corrompitrici, nonchè delle anime, -dell'arte stessa; nate esse stesse dalla degenerazione, e sollecitanti e -aggravanti la degenerazione. Dovrebbe poi significare ritorno alla ragione, -alla sincerità, all'onestà; restaurato il senso della realtà, della -convenienza, della misura; l'arte rimessa in armonia coi grandi interessi -umani; la semplicità, la naturalezza, sostituite alla <i>preziosità</i> -e alla stravaganza; un linguaggio piano, terso, dritto, efficace, -sostituito agli avviluppamenti, agl'imbellettamenti, agli sdilinquimenti -della locuzione e dello stile. -</p> - -<p> -Ciò posto, qual è quel uomo di sano intelletto che, per tutti questi -rispetti, non giudicasse un bene, e un gran bene, il ritorno al Manzoni? -Ma qual è, d'altra banda, quell'uomo di sano intelletto, il quale -non volesse avvertire, in pari tempo, che il ritorno pieno, cieco, incondizionato, -sarebbe sicurissimamente un male, e un gran male? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -</p> - -<p> -Abbiam veduto che il Manzoni si accosta in più occasioni, e in -più modi, alle scuole fiorite dopo il romanticismo. Egli è realista -quanto si può, ragionevolmente, desiderare che sia. Egli è molto migliore -psicologo di molti psicologisti che forse lo sdegnano. Egli usa -nel descrivere quella proprietà e precision di linguaggio che mostran -la via al plasticismo. Egli da molte bande rompe i confini del romanticismo -comune. Perciò facilmente, e da molte bande, si può tornare -a lui, e ci si può trovar d'accordo con lui; ma questa stessa facilità -può riuscire pericolosa, se altri dimentichi che il Manzoni non risponde, -non può rispondere, in fatto d'arte, a tutti i nostri giusti desiderii, -a tutti i nostri legittimi bisogni. -</p> - -<p> -Certo, il Manzoni è un artista vero, un artista grande; e sono ben -poco accorti coloro che, sotto quegli andamenti suoi, così semplici e -bonarii, non iscorgono l'arte meravigliosa e squisita, che sempre illuse -e sempre disperò gl'imitatori; ma bisogna pur dirlo, la sua -natural timidezza gli nocque, gli nocquero i troppi rispetti, e i troppi -scrupoli, e le troppe esitazioni. Non tutta l'arte fu in lui; e quella che -fu, egli intese a restringere entro confini un po' troppo angusti, a -farla men padrona di sè e de' suoi movimenti di quanto possa piacere -a chi ha dell'arte il culto libero e vivo. Quella tendenza si fece in lui -sempre più imperiosa e più forte con gli anni; e forse, insieme con -la cresciuta incontentabilità, fu tutto un nodo di renitenze e di ripugnanze -religiose e morali quello che gli strinse l'animo, e lo ridusse, -tanto innanzi tempo, alla inoperosità ed al silenzio. L'arte ha bisogno -di libertà; il che non vuol già dire, come pur giova credere a tanti, -che le si debbano concedere tutte le licenze. La sobrietà le giova; ma -non l'astinenza; e il cilizio la uccide. Non è necessario che l'arte sia -presuntuosa, impertinente, sfacciata; ma non è bene che sia tutta -e sempre troppo modesta, docile, casalinga. Può impersonarsi in Beatrice; -non deve impersonarsi in Lucia; e Lucia non deve vietare a -Saffo di lasciarsi vedere e di parlare. Tutto ciò che nell'anima umana, -e nella vita umana, è passione impetuosa, disordinata e traboccante -energia, ribellione santa e superba, splendore e pompa di bellezza e -di fortuna, sogno, stranezza, mistero, l'arte del Manzoni non l'espresse, -e, veramente, non lo poteva esprimere; ma non c'è ragione perchè -l'arte non lo esprima; anzi lo deve esprimere. Se si va dietro al Manzoni -di dopo i <i>Promessi Sposi</i>, si rischia molto di riuscire alla negazione -dell'arte. -</p> - -<p> -Il Manzoni mise fuori dell'arte, e volle quasi sbandita dalla coscienza, -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -tutta una parte di umanità, tutta una età della storia, il mondo -antico e pagano: ma l'arte si muove liberamente nel tempo e nello -spazio, e una delle virtù sue più mirabili consiste nel potere rifar -vivo ciò ch'è morto, presente ciò ch'è remoto, e deve sdegnare ripugnanze -che, comunque nate e cresciute, offendono lei e offendono l'umanità -tutta quanta. Invano romanticismo e realismo, concordi in -questo, ci contendono l'antico. Noi ripenseremo e ravviveremo nell'arte -anche l'antico, e la stessa mitologia; non più al modo puerile -dei classicisti, fingendo presente un passato irrevocabile; ma facendo -scaturire una vena di alta e d'inesauribile poesia dallo scontro di un -passato che l'anima sente passato con un presente che l'anima sente -presente. Nulla v'è più poetico delle memorie: nulla più poetico di -un mito ellenico ripensato da una coscienza del secolo <span class="smcap lowercase">XIX</span>, e più, -credo, del <span class="smcap lowercase">XX</span>. -</p> - -<p> -Torniamo al Manzoni per la lingua; ma non lo seguitiamo in ogni -suo passo, e non ci fermiamo ad ogni sua fermata. Facciamo pur -getto della <i>langue marbrée</i> dei decadenti; invochiamo un nuovo Molière -che volga in burla il nuovo <i>langage précieux</i> e ne faccia perdere -il gusto; accettiamo di buon grado la lingua piana, schietta, -comunemente intesa, che il Manzoni adopera e raccomanda; ma non -assoggettiamo troppo duramente l'artista letterario al giogo pesante -dell'uso; ma non dimentichiamo che la lingua atta ad esprimere il -pensiero e il sentimento di tutti può non essere interamente atta ad -esprimere il pensiero e il sentimento di alcuni; ma lasciamo che lo -scrittore possa talvolta forzar l'uso della lingua, come il pensatore -forza l'uso del pensiero; e lasciamo ch'egli cerchi, disotterri ed -inventi per produr nuove impressioni, per ispianar la via a nuove -idee. -</p> - -<p> -Torniamo alla prosa del Manzoni, e imitiamola, se siamo da tanto; -ma non crediamo però che sia tutta perfetta, e conveniente a tutte -le materie. Prosa mirabile, senza dubbio, e rara troppo nella nostra -letteratura, anzi unica, ma un pochino povera di colore e di suono, e -che si risente un po' troppo della riservatezza e della timidità del suo -autore. -</p> - -<p> -Torniamo al concetto che il Manzoni ebbe di una letteratura popolare, -che tragga vivezza, forza, fecondità dall'essere in istretta comunione -col sentimento e con la vita del popolo: sarà questo il modo -migliore di combattere il nuovo bizantinismo; ma riconosciamo che, -come non tutta la musica può essere popolare, così non tutta la -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -letteratura può essere popolare; e che quando vengano a mancare -certe forme dell'arte più squisite e più peregrine, tutta l'arte pericola, -tutta l'arte decade. -</p> - -<p> -Torniamo ai <i>Promessi Sposi</i>, perchè la sazietà e il disgusto di -tanta letteratura pazza, sconcia, brutale, quanta ne dilagò per l'Europa -in questi ultimi anni, ci rende forse più che mai disposti a gustarne -le immortali bellezze. Torniamo ai <i>Promessi Sposi</i>, e ridiventiamo -magari manzoniani, ma con discernimento e con misura, senza preoccupazioni -estranee e dannose all'arte, senza ricadere in quella cieca -e stupida idolatria contro cui, sono più che vent'anni, si levò giustamente -il Carducci. Torniamo ai <i>Promessi Sposi</i>; ma badiamo che -se essi sono, com'ebbe a dire il De Sanctis, una «pietra miliare -della nostra nuova storia», la nostra storia ha pure altre pietre miliari, -e che questa non deve esser l'ultima, non deve segnar fine alla -via. Torniamo ad essa, non per fermarci, ma per ritrovare la strada -smarrita. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -</p> - -<h2 id="innomin">PERCHÈ SI RAVVEDE L'INNOMINATO?<a class="tagtitle" id="tag84" href="#note84">[84]</a></h2> -</div> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Lessi già in più di un libro, e udii dire da molte persone, fra le -quali non mancavano critici patentati, che il carattere dell'Innominato -pecca d'inverisimiglianza e d'inconsistenza; che il Manzoni, -nel colorirlo e nell'atteggiarlo, non addimostrò quel conoscimento sottile -e profondo della umana natura, del quale porgono così larga -testimonianza molti altri caratteri del suo immortale romanzo; che -in ispazio di una notte, o poco più, un uomo non può rinnegare tutto -sè stesso, non muta essere, non si trasforma di scelerato in santo; -che il ravvedimento dell'Innominato somiglia troppo ad uno di quegli -espedienti sbrigativi di scena mercè dei quali si spinge al fine desiderato -un'azione che di per sè non potrebbe arrivarci<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>. -</p> - -<p> -Tali, o poco dissimili affermazioni, specie se accompagnate da -quel tono di saccenteria imperativa con cui, molte volte, la critica -supplisce alla ragion che non ha, possono far colpo sull'animo di chi -si lascia impressionare facilmente, o non è preparato abbastanza a -discuterle; ma non credo, davvero, che sieno responsi d'oracoli, e -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -non vi si possa contrastare. E poichè esse s'appuntano contro un -libro il quale (checchè siasi detto e fatto) non è men vivo oggi di -quello fosse mezzo secolo fa, e domani potrebbe essere anche più -vivo di oggi; contro un romanzo il quale, dileguata oramai, o -stando per dileguare, l'affannosa tregenda di tanti romanzi veristici, -realistici, naturalistici, nati, intristiti, morti nel corso di pochi mesi, -o di qualche anno, appare agli occhi degli spassionati, comunque -credenti o miscredenti, più vero, più reale, più naturale di tutti -essi; io non credo possa parere fatica sprecata quella di discuterle -un tantino, e di cercare quale sia la loro sostanza e quanta la ragionevolezza. -</p> - -<p> -Un primo dubbio da chiarire è questo: possono o non possono -accader nell'uomo mutamenti interiori e repentini tali, che il pensare, -il volere e l'operare di lui prendano, a muover da certo punto, -in modo risoluto e durevole, un indirizzo in tutto diverso da quello -seguito prima, e, talora, a quello di prima contrario? I fatti rispondono -anticipando le dottrine, e rispondon che sì. Innumerevoli sono, -a cominciar da San Paolo, i casi di subitanea conversione e di subitaneo -ravvedimento; e se di molti si può dubitare che seguissero -proprio così come la tradizione li narra, non è possibile dubitare di -tutti. Chi prima avversava una fede, se ne fa, inaspettatamente, seguace; -chi si ravvoltolava nelle sozzurre, si leva ed è mondo: i persecutori -si trasformano in patroni; i carnefici invocano il martirio. -Quanti furono che, come l'apologista Arnobio nel III secolo, e Santa -Chiara da Rimini nel XIII, si convertirono per aver creduto d'udire -una voce dal cielo che li ammoniva! Quanti che da un umile atto, -da un'unica parola di carità, furono richiamati indietro, tolti da -quella via di perdizione su cui stavano per muovere gli ultimi passi! -Giovanni Colombini, che prima fu tristo uomo e mondano, e poi -istitutore dei gesuati e santo, si ravvide un giorno leggendo per caso, -mentre gli allestivano il desinare, la Vita di Santa Maria Egiziaca, -gran peccatrice e grandissima penitente. Jacopone da Todi, veduto -il cilicio che, sotto le ricche vesti, copriva il corpo della moglie -morta, nauseò le vanità tutte ond'erasi compiaciuto, disse addio al -mondo, diventò il <i>giullare di Dio</i>. Di Corrado, fratello del duca Lodovico -d'Assia, e cognato di Santa Elisabetta d'Ungheria, si narra -che fosse uomo oltre ogni dire superbo e violento. Nel 1232 poco -mancò che non ammazzasse di propria mano, in pieno capitolo, l'arcivescovo -di Magonza. Un giorno, trovandosi egli nel suo castello -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -di Tenneberg, in compagnia di molti seguaci, i quali tutti, dal più -al meno, eran con lui di un animo e di un procedere, una donna -di mala vita osò chiedergli l'elemosina; e avendola egli trattata -assai duramente, con rinfacciarle la sozzura ond'era lorda, quella -non rispose se non dipingendo la miseria e l'orrore della propria -vita. Scosso dalle parole della peccatrice, il superbo riprenditore -passò la notte in angosciosa vigilia, fatto subitamente conscio di -sè, ripensando il passato e l'avvenire, considerando quant'egli fosse -più malvagio e più vile di lei, e più di lei immeritevole di perdono. -La mattina di poi seppe che molti de' suoi seguaci e ajutatori avevano -pur passata la notte a quel modo; e allora, fatto proponimento -di mutar vita, si recarono da prima, tutti insieme, al santuario -di Gladenbach, poi a Roma, a ottenervi la remissione dei loro -peccati. Ho riferito un po' per disteso questo esempio, perchè si -può notare in esso qualche conformità col caso dell'Innominato; ma -tralascio di recarne altri, parendomi che non bisognino<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>. -</p> - -<p> -Del suo personaggio dice il Manzoni, che un nuovo <i>lui</i>, cresciuto -a un tratto terribilmente, era sorto a giudicare l'antico. Come poteva -sorgere questo nuovo <i>lui</i>? Come può dentro ad un uomo nascerne, -per così dire, un altro, che si sovrappone e talvolta si sostituisce -al primo? Così al cardinal Federigo, come alla buona donna -che va a tôrre Lucia in castello, il Manzoni fa dire che Dio ha toccato -il cuore all'Innominato; e fa dire al popolo che la conversione -dell'Innominato è un miracolo. E questa a dir vero è la spiegazione -più ovvia e più semplice che ne possa dar quella fede che immagina -un intervento della Provvidenza divina in tutti i fatti, sien essi naturali -o umani, di cui non si scorga palese a primo aspetto la cagione, -il principio, lo svolgimento. Ed è questa la spiegazione che -meglio appaga la mente degli uomini dal Manzoni rappresentati nel -suo romanzo, e, con certe modalità, la mente ancora dello stesso -Manzoni; ma non è, di certo, la sola che se ne possa dare; e non -è a creder che, rifiutata questa, il fatto della subita conversione -appaja, o inaccettabile, o inesplicabile, mentre può escogitarsene -un'altra, che il Manzoni stesso deve avere, per lo meno, intravveduta, -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -e che forse avrebbe potuto parergli, esaminandola alquanto, non dirò -sufficiente, ma quasi sufficiente. Il mio assunto è questo: che il -Manzoni delineò e colorì il carattere, narrò la storia del suo personaggio -per modo, che il fatto del costui ravvedimento si può intendere -come l'esito naturale di tutto un processo psichico naturale; -come una peripezia che non contraddice, ma si conforma alle leggi -psicologiche, ed in ispecie a quelle che governano la formazione, -la consistenza, le variazioni del carattere; come un fenomeno insomma -che può avere del mirabile, ma che ad esser chiarito non -abbisogna punto della ipotesi del miracolo<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -</p> - -<p> -Studii oramai non più nuovi hanno dissipati molti errori e molte -illusioni circa la presunta identità e la presunta immutabilità della -persona morale umana. L'<i>Io</i>, quell'<i>Io</i> che fu creduto un tempo indivisibile -e invulnerabile, fisso in mezzo al perpetuo rigirarsi delle immagini, -delle idee, degli affetti, come il punto matematico nel centro -della ruota, fu veduto spostarsi e scorrere, e sdoppiarsi, e sfaldarsi -in mille guise. Furon vedute nella stessa persona fisica, più persone -morali, quando solo diverse, quando affatto contrarie, incalzarsi a -vicenda, e l'una sopraffare e soppiantar l'altra con certa regola di -ritorno e d'alternazione, e l'una non serbar ricordo dell'altra, e un -uomo stesso esser più uomini in uno. Fu veduto sotto l'influenza -della suggestione, o sotto quella del magnete, l'uomo trasmutarsi -d'indole; perdere in certa qual maniera sè stesso; detestare quanto -aveva prediletto, prediligere quanto aveva detestato; pensare, volere, -operare ciò che in condizione propria e normale non avrebbe -mai pensato, voluto, operato. L'anima apparve, come il corpo, un -organismo delicato e complesso e mobile, perpetuamente in corso -di farsi, disfarsi, rifarsi; e il carattere non sembrò più quella congegnatura -rigida e stabile ch'era stato tenuto in passato. -</p> - -<p> -Che una di quelle che si dicono, e non a torto, crisi morali possa, -se profonda e gagliarda abbastanza, mutare intimamente un carattere, -è cosa riconosciuta dai più, e non difficile da spiegare, quando -si pensi che così fatte crisi turbano, più o meno, l'equilibrio delle -forze interiori, ne alterano l'aggiustamento e la coordinazione, sprigionano -occulte energie, dànno moto e vigore a tendenze rimaste insino -allora sequestrate e dormenti. Ma può anche darsi che la crisi -produca un mutamento grande nel modo di pensare, di volere e di -operare di un uomo senza troppo mutarne il carattere; senza provocarvi, -cioè, una vera sostituzione di elementi fondamentali nuovi a -elementi fondamentali vecchi; senza scomporre quell'assodata compagine -di facoltà maestre, di passioni maestre, di tendenze maestre -entro cui, per così dire, la vita dello spirito si scomparte e -s'inquadra. L'uomo si torrà dalla via insino allora battuta, -e, risolutamente, prenderà a batterne un'altra, o divergente -da quella, o anche opposita a quella; ma procederà per la via -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -nuova mosso in somma, nel fondo, da quelle stesse energie che già -lo fecero camminar nell'antica, e serbando fors'anche l'andatura di -prima. Si vedrà, poniamo, il soldato impaziente e impetuoso, mutato -in santo, portare la tonaca, a un dipresso, come un tempo -la cotta d'armi; serbare sotto il cappuccio un cipiglio non molto -dissimile da quello ch'era solito lasciar vedere sotto la celata, e -muovere alla conquista del cielo con, in parte almeno, i procedimenti -usati nella espugnazione delle città. Fanfulla frate e Fanfulla -guerriero sono sempre in sostanza lo stesso Fanfulla<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>. -</p> - -<p> -Non tutti i tempi sono egualmente favorevoli al prodursi delle -grandi crisi morali, sia della prima, sia della seconda maniera che -ho ricordata; ma favorevolissimi tra tutti son quelli ne' quali segua -alcun generale e profondo rivolgimento delle cose umane e degli -umani pensieri, con sostituzione di nuovi ad antichi ordini, instaurazione -di nuove credenze o restaurazione d'antiche, innovamento -grande d'arti o di scienze. Onde il vero, se bene inteso, delle parole -di Origene, quando afferma che Dio nella prima età della Chiesa soleva, -con segni e con visioni, produrre negli animi umani súbite commozioni -e repentini travolgimenti. -</p> - -<p> -A chi tanto conosca di storia quanto si richiede a mezzana cultura -io non ho bisogno di dire come e per qual cagione i tempi dell'Innominato -fossero favorevoli a sì fatte crisi, specie se d'indole -religiosa. Ch'egli passi per una crisi per cui molti altri passarono, -e prima e dopo di lui, non è da meravigliare; ma bisogna vedere -com'ei ci passi, e notare, innanzi tutto, che la crisi sua è, non della -prima, ma della seconda maniera. In fatto, dopo il ravvedimento, -egli appare sì un uomo nuovo, ma non già così nuovo come sembra -a primo aspetto; anzi, nel nocciolo, rimane, direi, l'uom di prima; -e non può non rimanere, perchè il ravvedimento suo (così mi sforzerò -di provare) nasce, per molta parte, da quelle stesse qualità e forme -del suo carattere che in passato fecero di lui un superbo, un prepotente, -un malvagio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Vediamo, in prima, quale sia il carattere del nostro personaggio. -</p> - -<p> -«Fare», narra il Manzoni, «ciò ch'era vietato dalle leggi, o impedito -da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari -altrui, senz'altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto -da tutti, aver la mano da coloro ch'eran soliti averla da altri; tali -erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall'adolescenza, -allo spettacolo ed al rumore di tante prepotenze, di -tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di -sdegno e d'invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava -occasione, anzi n'andava in cerca, d'aver che dire co' più -famosi di quella professione, d'attraversarli, per provarsi con loro, -e farli stare a dovere, o tirarli alla sua amicizia. Superiore di ricchezze -e di seguito alla più parte, e forse a tutti d'ardire e di costanza, -ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò -male, molti n'ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto -potevan piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero -suoi inferiori, che gli stessero alla sinistra». -</p> - -<p> -Già da queste parole si possono rilevare gli elementi essenziali e -le fattezze più spiccate del carattere dell'Innominato. La facoltà -maestra di quest'uomo è la volontà, una volontà potentemente organata -e indomabile, che coordina, disciplina, unifica tutta la vita interiore; -una volontà secondata dall'<i>ardire</i> e dalla <i>costanza</i>. Egli è uno -di quei forti perseveranti il cui esempio acquistò fede al detto <i>volere -è potere</i>, e certo non uno dei minori. Egli è uno di quegli atleti -pugnaci che soggiogano e foggiano a lor talento gli uomini e le -cose in mezzo a cui vivono, ma che sono anche atti, a un buon bisogno, -a soggiogare e rifar sè medesimi. Quest'uomo nutre in sè -due passioni principali che fanno muovere la sua volontà, e dànno -indirizzo e norma alle azioni: un orgoglio irrepugnabile e uno sfrenato -amore d'indipendenza. -</p> - -<p> -Certo, prima del ravvedimento, egli è un malvagio; ma la malvagità -di lui non è, direi, originaria, costituzionale, immediata. È -piuttosto una malvagità avventizia, accidentale, secondaria; promossa -bensì dalla tracotanza e dall'orgoglio; ma nata, più che da -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -altro, da un senso di disagio e di disgusto, dallo spettacolo di quelle -tante prepotenze, di quelle tante gare, di que' tanti tiranni, che gli -aveva acceso dentro un sentimento misto di sdegno e d'invidia. Ora -lo sdegno, quello sdegno, in altra condizione di tempi e di luoghi, -e quando non gli fosse mancato alcun ajuto opportuno, avrebbe potuto -divenir principio di tutt'altro volere e di tutt'altra vita. -</p> - -<p> -Egli fece il male; ma non si vede propriamente in lui quella dilettazione -istintiva e continuata e coerente del male che suole esser -propria de' veri e grandi scelerati. La forza sua, di solito, «era stata -ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci superbi»; -ma non sempre era od era stata tale. «Accadde qualche volta -che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; -e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente a finirla, a -riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava duro, gli mosse -tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati, -o gli fece anche pagare un più pronto e terribile fio. E in quei -casi, quel nome tanto temuto e aborrito era stato benedetto un momento: -perchè, non dirò quella giustizia, ma quel rimedio, quel -compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que' tempi, aspettarlo -da nessun'altra forza, nè privata, nè pubblica». Quando una -società non dia luogo se non a due condizioni d'uomini, soverchiatori -in alto, soverchiati in basso, gli è quasi impossibile che gli orgogliosi, -i forti, i violenti non si sforzino di essere piuttosto tra' primi che tra' -secondi, e non riescano, anche se non isprovveduti di qualche virtù, -malvagi affatto. L'Innominato diventò tiranno; un pochino, e forse -molto, per gusto proprio; ma più per non essere tiranneggiato da -altri: e seguì a lui ciò che di solito segue a chi si pone sullo sdrucciolo -del mal fare, dove un passo ne tira un altro, e bisogna andar -sino in fondo.<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> Il male è un terribile <i>consequenziario</i>, e le colpe -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -hanno come una tendenza a innanellarsi l'una nell'altra e formare una -strana catena, che più s'allunga e più si fa tenace. La sterminata catena -delle colpe sue l'Innominato può scorrere con lo sguardo tutta -intera, anello per anello, «indietro indietro, d'anno in anno, d'impegno -in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza»: -la peccaminosa sua vita si svolge come un sorite insino al -giorno in cui egli s'avvede che le premesse son false. In quel giorno -il ravvedimento si compie. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Questo ravvedimento ha una occasione immediata e una preparazione -remota. -</p> - -<p> -L'occasione immediata la porge la vista di Lucia, <i>rannicchiata in -terra... raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani, e -non movendosi, se non che tremava tutta</i>; la porgono quel suo rizzarsi -inginocchioni, e quel giunger le mani, e quelle semplici parole: -<i>son qui: m'ammazzi</i>; lo spettacolo doloroso della debolezza innocente, -che, sopraffatta ed offesa dalla violenza, non insorge, non impreca, -ma si umilia, e chiedendo misericordia, perdona. A quella -vista, a quelle parole, il fiero uomo non può non avvedersi di una -come sproporzione mostruosa, ch'è tra la forza adoperata da lui, e -la condizione di colei contro cui l'ha adoperata. E quella sproporzione -deve apparirgli come una viltà, tanto più spiacente al suo -orgoglio, quanto il suo orgoglio è più rigido e il suo coraggio più -schietto; quel coraggio, che per addimostrarsi nella forma sua più -risoluta e più piena aveva bisogno del <i>pericolo vicino</i> e del <i>nemico a -fronte</i>. Forse per la prima volta in sua vita egli sente in confuso che -la violenza rimpicciolisce l'uomo, sebbene, a primo sguardo, paja -ingrandirlo; sente che la generosità è ancor essa una forma della -forza, anzi è la forma più magnifica; sente come una mal definita -vergogna, naturale in uomo nobile e d'alti spiriti, d'inferocire -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -contro chi non è in grado nè di offendere, nè di difendersi, simile a -quella da cui avrebbe potuto esser colto un cavaliere antico in sull'atto -d'assaltare con l'armi un inerme. E di quella vergogna nasce -una certa esitazione, come un leggiero smarrimento, che gli traspare -dal volto, che gli stempera il suono della voce, e di cui Lucia ben -s'avvede. In cospetto di un nemico forte e superbo egli sarebbe rimasto -l'uomo di prima e di sempre; al che accenna egli stesso, -quando di Lucia va dicendo tra sè: «Oh perchè non è figlia d'uno di -que' cani che m'hanno bandito! d'uno di que' vili che mi vorrebbero -morto! che ora godrei di questo suo strillare; e in vece...» In vece, -in cospetto di quella povera creatura che mai non l'offese, e contro -cui non ha, egli, nè può avere, ragione d'odio o di sdegno alcuna, -l'uomo violento si sente disarmato, perplesso, e come involto in un -viluppo mal cognito di pensieri e di sentimenti, nel quale più non -sa rinvenirsi. E più debbono crescere la irresolutezza e la vergogna -di lui l'angosciosa instanza e la sommessa fiducia con cui la poveretta -gli si raccomanda, ricordandogli ch'e' può ordinar ciò che vuole -e dispor come vuole, e che tutto dipende da un suo cenno; scongiurandolo -di non soffocare una buona ispirazione; mostrandosi persuasa -ch'egli ha buon cuore, che sentirà compassione di lei, che -non vorrà farla morire. Qui segue un fatto psichico delicatissimo, ma -pressochè necessario, data la natura dell'uomo, nobile intimamente, -e non intimamente ribalda. Egli è uso a concedere ajuto a chi ne lo -chiede. Un segno della sua potenza, di quella potenza ch'è manifestazione -ed esplicazione della volontà sua e del suo orgoglio, fu -sempre la prontezza con cui concesse altrui la protezione invocata. -Ne soccorse tanti, a ragione o a torto, in sua vita! perchè proprio -a Lucia dovrebbe ora ricusar la sua grazia? Forse per rispetto all'impegno -preso con Don Rodrigo? Ma, dirà egli stesso, chi è Don -Rodrigo? E l'uomo forte e superbo si sentirà naturalmente inclinato -ad imporre la volontà propria piuttosto al potente che al debole. -Fare stare a segno i potenti e i prepotenti era una sua passione -antica. -</p> - -<p> -Lucia ha prodotto nell'animo dell'Innominato una impressione profonda -e nuova. L'immagine di lei lo persegue, non lo lascia prender -sonno: a un certo punto egli grida: «Non son più uomo, non son più -uomo!» Ma s'inganna così pensando e dicendo. Egli è uomo ancora, -e, nella sostanza, è lo stesso uomo di prima. Lucia non ha fatto se -non isconnettere e dissestare alquanto la compagine dello spirito di -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -lui, in guisa che vi si possa inserire alcun che di nuovo, e gli elementi -del carattere possano stringersi in nuova coordinazione<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>. -</p> - -<p> -Ma il ravvedimento, cui porge immediata occasione Lucia, ha pure -una qualche preparazione remota. Per essere esatti, bisogna dire che -da Lucia la compagine psichica dell'Innominato riceve un colpo sodo -e repentino; ma che, già da più tempo, quella compagine aveva cominciato -ad allentarsi leggermente, in virtù di un lavorio sordo e -profondo, non avvertito per altro segno che per un po' di stanchezza -e un po' d'inquietudine. Se ne ha la prova nella precipitazione con -cui egli aveva accettato di far rapire Lucia per conto di Don Rodrigo, -e in quel porsi subito nella condizione di non potere più dare addietro, -di dover mantenere a ogni costo l'impegno, come usa far -l'uomo che cominci a dubitare di sè, e a sè stesso non voglia mancare. -Già aveva cominciato «a provare, se non rimorso, una cert'uggia -delle sue scelleratezze»; già queste opprimevano d'un peso incomodo, -se non la sua coscienza, almeno la sua memoria. Data a Don -Rodrigo la parola che lo legava, aveva provato, non pentimento, chè -ancora questo non gli poteva entrare nell'animo, ma dispetto. «Una -certa ripugnanza provata ne' primi delitti, e vinta poi, e scomparsa -quasi affatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que' primi tempi, -l'immagine d'un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d'una -vitalità vigorosa, riempivano l'animo d'una fiducia spensierata: ora -all'opposto, i pensieri dell'avvenire erano quelli che rendevano più -noioso il passato. — Invecchiare! morire! e poi?» — Cominciava -ad avere <i>certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore senza -pericolo</i>, nei quali quel Dio che egli non s'era mai curato nè di riconoscere -nè di negare, gli gridava dentro: <i>Io sono</i>. Cominciava a -sentirsi come perduto in una gran solitudine muta ed oscura, senza -famiglia, senza amici veri, senz'alcuna dolcezza, con troppo passato -dietro di sè, con troppo poco avvenire dinanzi. La fibra corporea è -salda ancora e vigorosa; ma la fibra morale è spossata un tantino; -ed egli se ne potrebbe avvedere dallo sforzo che gli costa il volersi -in tutto serbar quel di prima e dal non potervi riuscire. -</p> - -<p> -Questa poca spossatezza (chè molta ancora non è) ci lascia intendere -come quell'animo, già così saldo e quadrato, possa aprirsi -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -a impressioni e ad influssi che appena appena, in altri tempi, l'avrebbero -tocco e sfiorato. Le nature forti, ch'è quanto dire le nature -autonome, non cedono alla suggestione, la quale, considerata sotto -certo aspetto, è, come fu notato acconciamente, una trasmutazione, -mercè la quale un organismo meno attivo tende ad armonizzarsi con -un organismo più attivo. Or ecco che noi vediamo l'animo dell'Innominato -lasciarsi penetrare alquanto dalla suggestione, a far manifesto -che la sostanza sua non è più così intera e compatta come fu -innanzi. Quel duro metallo è come serpeggiato di screpolature sottili. -Il Nibbio ha confessato al padrone d'aver sentita pietà di Lucia, -quella pietà che, <i>se uno la lascia prender possesso, non è più uomo</i>. -E la pietà di quel <i>bestione</i> del Nibbio divien suggestiva pel padrone, -che vi ripensa vegliando, e ripensandovi, ripete le parole di quello: -<i>uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!</i> Così quelle parole -della povera Lucia: <i>Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia!</i> -tornano, nel silenzio della notte, a sonargli all'orecchio, -non <i>con quell'accento d'umile preghiera, con cui erano state proferite, -ma con un suono pieno d'autorità, e che insieme induceva una lontana -speranza</i>. -</p> - -<p> -Sciocchezze come quelle che allora gli tolgono il sonno, già altre -volte, egli dice, gli erano passate pel capo, e s'erano poi dileguate, -senza lasciar segno del loro passaggio; ma quelle di ora non si dileguano, -perchè Lucia ha dato loro occasione di ficcarsi più addentro -nell'anima turbata, e di far quasi un nodo da non potersi più sciogliere. -Una nuova coscienza era già spuntata in quell'anima, e già -due volte aveva fatto udir la sua voce, quando, alla risoluzione che -l'Innominato stava per prendere, di porre senz'altro Lucia nelle mani -di Don Rodrigo, aveva opposto un no preciso e imperioso. Con rapido, -irresistibile processo, quella coscienza si slarga, si rafforza, -s'illumina; nello spazio di una notte essa appare organata e compiuta, -perchè gli elementi tutti onde doveva formarsi preesistevano -già, sebbene oppressi e dispersi, nello spirito entro a cui si produce. -Allora essa si fa incalzante e leva alta e paurosa la voce. Che ne -può, che ne deve seguire? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Da prima un formidabile combattimento interiore, un cozzo di -pensieri e di sentimenti contrarii, uno spingersi innanzi e un subito -dare addietro, un volere e un disvolere, uno sperare e un disperare, -un essere e un non essere. L'Innominato non è già più quel di prima; -ma non è, nè può essere ancora, quello di poi. «Tutto gli appariva -cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desideri, -ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo -divenuto tutt'a un tratto restio per un'ombra, non voleva più -andare avanti. Pensando alle imprese avviate e non finite, in vece -d'animarsi al compimento, in vece d'irritarsi degli ostacoli (chè l'ira -in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, -quasi uno spavento dei passi già fatti. Il tempo gli s'affacciò davanti -vôto d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere, pieno soltanto -di memorie intollerabili; tutte l'ore somiglianti a quella che gli passava -così lenta, così pesante sul capo». E l'ossessione cresce, cresce -l'angoscia: tutto l'irreparabile e mostruoso passato gli si risolleva -dinanzi, lo preme, lo avvolge, lo affoga. Finalmente il rimorso addenta -con zanne di belva quel cuore che fu sì gran tempo invulnerato -e invulnerabile. Vinto dalla disperazione, l'uomo che non temè mai -di nessuno e di nulla ha terror della vita, terror di sè stesso, impugna -un'arme, cerca, rimedio estremo, la morte; ma in quella appunto -un nuovo pensiero, un nuovo e più orribile dubbio, il gran dubbio di -ciò che possa esser di là, gli guizza nell'anima, gli ferma la mano, -gli mostra chiuso fors'anche quell'unico scampo, lo piomba in un'angoscia -più disperata e più nera. «Lasciò cader l'arme, e stava con -le mani ne' capelli, battendo i denti, tremando». -</p> - -<p> -Crisi violenta in uomo violento, ma che appunto perchè violenta, -non può troppo durare; e non può troppo durare contro una volontà -che se ha mutato, per dir così, di quadrante, è rimasta tuttavia diritta -e inflessibile come prima. -</p> - -<p> -Fu detto la volontà essere il germe della morale, e fu detto il -vero. Non si dà forte morale senza forte volere; nè il rimorso e il -pentimento possono essere molto gagliardi in animo non gagliardo. -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -Le nature salde ed intere, gli uomini che si dicono tutti d'un pezzo non -s'adattano ai lunghi tergiversamenti, non s'appagano de' ripieghi, detestano -l'indeterminato e l'ambiguo. L'Innominato non è di razza di -simulatori; non armeggia di sofismi, non cerca scuse e accomodamenti, -non inganna sè stesso. A sè stesso egli fu consentaneo sempre: -non può patire di sentirsi scisso interiormente, fatto miserabil teatro -di una oscura anarchia che pare una sfida al suo talento di dominazione, -alla sua forza, al suo orgoglio. Egli soffre; ma non è di tal -tempra che possa e voglia aspettare a lungo, passivamente, la cessazione -della sofferenza. Di quello stato vergognoso, non men che crudele, -gli bisogna uscire risolutamente e presto; e se ad uscirne non -gli offre via sicura la morte, bisognerà che gli offra via sicura la -vita. Trovata la via, egli ci si metterà con la risolutezza ordinaria, -col consueto ardimento, senza più fermarsi, senza più voltarsi indietro. -</p> - -<p> -Accade spesso ai violenti, in cui sia pari all'orgoglio il bisogno -e il sentimento della indipendenza, di ribellarsi a quegli stessi principii -a cui conformarono lungamente la vita, quasi riconoscendo in -quelli una forza tirannica che li soggioghi. Ripensando alla sua vita -passata, alla lunga sequela di colpe che s'intreccia ai suoi giorni, -l'Innominato può pensare a una quasi necessità e fatalità di delitto, -natagli dentro senza che egli stesso ne possa intendere la ragione; -ma un sì fatto pensiero deve, di per sè solo, bastare a ferire il suo -orgoglio, a sferzare la sua volontà. Come? egli che tutto potè ciò -che volle, non potrà dare alla propria vita un nuovo indirizzo, una -regola nuova? non potrà trionfare di sè stesso dopo aver trionfato di -tutti e di tutto? non potrà riscattarsi da quella malvagia potenza che -già sì gran tempo lo tenne soggetto, e che minaccia di farlo suo -schiavo in eterno? Come? egli che si ribellò a Dio per impazienza -di servitù e per impeto di tracotanza, dovrà servire al diavolo senza -fine? dovrà, egli insofferente d'ogni ritegno, patire un perpetuo castigo -in un carcere disperato? E di tutto il suo volere e operare -dovrà esser questo il fine ed il frutto, durar ne' secoli de' secoli suddito -vinto e impotente di vinto e impotente signore? -</p> - -<p> -Oh, no! La fede, che appena rinasce, può essere ancora nell'Innominato -assai fievole e incerta; può essere ancora in lui poco acceso -lo zelo del bene, poco vivo e risoluto il desiderio della espiazione; ma -già tutta la sua persona morale, sollecitata dalle antiche energie, dagli -stimoli antichi, insorge contro quella oscura e maligna tirannide, si -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -accampa in un atteggiamento di sforzo supremo e magnifico; non -ancor preparata alla preghiera e all'umiliazione, pronta già, come -sempre, alla sfida e al combattimento. In questo nuovo Capaneo la -superbia non è per anche ammorzata; ma, dopo essersi volta a sfidare -i numi, si volge ora a sfidare gli avversarii dei numi. Questo -nuovo Farinata <i>ha lo inferno in gran dispitto</i> già prima d'entrarvi. -</p> - -<p> -L'indole dell'Innominato non è di quelle che diconsi impulsive, la -cui nota più spiccata sembra essere la instabilità; e l'anima di lui -non può durare a lungo in una condizione d'atonia morale. Egli non -è uomo in cui possa il capriccio, che presto vanisce senza lasciar -segno di sè: in lui non si vedono se non impulsioni durevoli, coerenti, -coordinate; volizioni che muovono da uno stabile principio, e -tutte vanno diritte e spedite al segno. Egli sente per maniera d'istinto -ciò che Plutarco espresse con belle parole: potere la volontà fare -un eroe o un dio d'un uomo simile ad una belva. Avvertita la necessità -del ravvedimento, l'Innominato senz'altro si ravvede; e comincia -il ravvedersi come si conviene alla natura sua passionata, focosa e -violenta. I desiderii di lui sono intensi e indomabili, e vogliono essere -appagati presto e per intero. Presa la risoluzione di liberar -Lucia, egli par che frema dell'indugio, e che voglia acchetar sè -stesso col dire: «La libererò sì; appena spunta il giorno, correrò -da lei, e le dirò: andate, andate». La sua diventa <i>una rabbia di pentimento</i>: -l'impulsione degenera in ossessione, sforza alle opere, non -soffre ritardo. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Col sorgere del nuovo giorno, l'anima già in parte mutata s'apre -a nuovo mutamento, e ciò in grazia di una seconda occasione, diversa -molto dalla prima, che ho accennata, ma non meno acconcia e -propizia di quella. -</p> - -<p> -Che l'uomo antico perduri, per molta parte, nel nuovo, anche -dopo la battaglia di quella notte, ci è mostrato da un fatto. Uno -scampanio festoso risuona e si propaga nell'aria. L'Innominato salta -fuori del letto, corre a una finestra, guarda giù nella valle, e vede -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -di molta gente che s'accoglie e s'avvia, «tutti dalla stessa parte, verso -lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con -un'alacrità straordinaria». E le sue prime parole son degne del bandito -superbo: «Che diavolo hanno costoro? che c'è d'allegro in -questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?» Ma saputo -che cagione di quello scampanare e di quello andare, e di tutta quella -festa è il cardinale Federigo Borromeo, altre ne pronunzia, delle -quali, parte esprime un senso di dispetto nato dal contrasto fra l'allegrezza -di <i>quella canaglia</i> e il rodimento proprio, e, più confusamente, -dal contrasto fra la condizion di <i>quell'uomo</i>, verso cui tutti -corrono, e la condizion di lui Innominato, da cui tutti rifuggono; -parte esprime la speranza che <i>quell'uomo</i> possa dire anche a lui -una di quelle parole che consolano, dànno la pace e l'allegrezza. L'angosciosa -notte che ha passata vegliando deve avergli cresciuto nell'anima -il terror della solitudine, deve averlo fatto più accessibile a -quell'influsso di suggestione che sempre muove potente dall'operare -delle moltitudini. Vanno tutti a vedere il cardinal Federigo; ebbene, -ancor egli ci andrà, dopo aver lasciate per Lucia parole amorevoli -che la rassicureranno. Il proposito di liberare Lucia, e il proposito di -visitare il cardinale s'integran l'un l'altro. -</p> - -<p> -E a visitare il cardinale egli va com'uno che sia <i>portato per -forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato -disegno</i>. Al primo incontrarsi con quello, egli non potrà -reprimere in cuor suo un sentimento di stizza e di vergogna superba; -ma sarà come l'ultimo ribollimento delle antiche passioni, -come l'ultima ribellione dell'uomo antico al nuovo. L'uomo nuovo ha -ereditata la volontà dell'antico, e se ne giova per combattere questa -suprema battaglia, riportare questa suprema vittoria. Il cardinal -Borromeo, il quale mostra di sapere assai bene che le testimonianze -di stima sono tra le forme più efficaci di suggestione, quando si -tratti di educare o di convertire, il cardinal Borromeo di quel fatto -s'avvede, e parla della <i>sicurezza d'animo</i>, della <i>volontà impetuosa</i>, -della <i>imperturbata costanza</i> dell'Innominato come di qualità e d'energie, -da cui può venir tanto bene in avvenire quanto male già -venne in passato, e fa vedere Dio glorificato da un nuovo uso di -quelle, e l'Innominato stesso più grande assai nella virtù di quanto -sia stato mai nella colpa. Il cardinal Borromeo non tenta di spezzare -quella volontà che già da sè stessa si volge al bene, e non tenta -nemmen di deprimere quell'orgoglio, cui le grandi imprese debbon -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -piacere naturalmente. La conversione dell'Innominato s'ha da compiere -in grazia di quella volontà e di quell'orgoglio: il pianto dirotto -che manifesta la conversione compiuta, scioglie in lui ogni -avanzo di malvagia passione; non iscioglie quella volontà rettificata, -quell'orgoglio purificato. -</p> - -<p> -L'Innominato può farsi <i>cortese ed umile</i> con Don Abbondio, prima -quando gli cede il passo, poi quando gli tiene la staffa; può chinare -la fronte fin sulla criniera della mula quando passa davanti -alla porta spalancata della chiesa; può con lo sguardo atterrato e -confuso chieder perdono a Lucia, e ajutarla, <i>con una gentilezza -quasi timida</i>, a entrare in lettiga; ma non si creda che quell'animo -sia svigorito, che il leone sia diventato un agnello. Già nello andar -su al castello, egli aveva, solo con le occhiate, fatto intendere a' suoi -bravi di non muoversi; il che vuol dire che quelle occhiate serbavano -l'espressione e la forza di prima. Ajutato Don Abbondio a rimontar -sulla mula, risalito egli stesso a cavallo per accompagnare -i suoi protetti e tornare a Federigo, egli riappare quello di un tempo: -il suo sguardo ha ripreso <i>la solita espressione d'impero</i>, e Don Abbondio -avverte tra sè che a tenere a segno i bravi non ci vuol meno -di quella faccia lì. Al cardinale e ai commensali egli si mostra <i>ammansato -senza debolezza, umiliato senza abbassamento</i>. -</p> - -<p> -Il discorsetto che la sera stessa fa ai bravi, e il tono con cui -lo fa, mostrano quanta parte dell'uomo antico persista nel nuovo. -Ai bravi non doveva parere ammansato e umiliato gran che. «Per -quanto vari e tumultuosi fossero i pensieri che ribollivano in que' -cervellacci, non ne apparve di fuori nessun segno. Erano avvezzi a -prender la voce del loro signore come la manifestazione d'una volontà -con la quale non c'era da ripetere: e quella voce, annunziando -che la volontà era mutata, non dava punto indizio che fosse indebolita. -A nessuno di loro passò neppur per la mente, che per esser -lui convertito si potesse prendergli il sopravvento, rispondergli come -a un altr'uomo. Vedevano in lui un santo, ma un di que' santi che -si dipingono con la testa alta e con la spada in pugno». E che della -spada avrebbe ancora, a un buon bisogno, saputo servirsi, e' lo -mostra al calar delle bande alemanne, quando s'appressa pericolo di -invasione e di guerra. -</p> - -<p> -Se si potesse fare, senza andar troppo per le lunghe, sarebbe forse -opportuno ora mostrare come la conversione di fra Cristoforo, mentre -somiglia per certi rispetti alla conversione dell'Innominato, sia, per -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -altri, molto diversa da quella<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>; e perchè Don Abbondio, ch'è, per -così dire, il rovescio dell'Innominato, rimanga, anche dopo la solenne -predica del cardinal Federigo, quello di prima, quello di -sempre. -</p> - -<p> -Per concludere: l'Innominato diventa un santo in virtù di quelle -stesse energie che già fecero di lui un demonio. Dopo la conversione -gli elementi essenziali del suo carattere non si può dire che sieno -mutati: la forza non è più violenza, ma rimane pur sempre forza. -Volendo parlare per metafora, e sorpassando alquanto il giusto -segno del vero, si potrebbe dire che l'antico tempio rimane, quanto -a struttura e a proporzioni, immutato; che solo vi si adora un -nuovo Iddio. In altri casi, profondamente diversi da quello che abbiamo -sin qui esaminato, com'è nuovo il Dio, così è nuovo il tempio. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -</p> - -<h2 id="abbondio">DON ABBONDIO</h2> -</div> - -<p> -Il Manzoni fu, tra l'altro, un grande umorista; il più grande -ch'abbia prodotto l'Italia; uno dei più grandi che sien nati al mondo. -Tutto in lui cooperava a renderlo tale: la bontà dell'animo e l'acume -della mente; la vivezza del sentimento e la mancanza di sentimentalismo; -la chiara visione delle cose del mondo e la inoperosità; -lo scetticismo che non esclude la fede e la fede che non diventa -credulità. Il Manzoni è un grande umorista perchè è un realista e -un idealista al tempo stesso; ha, cioè, vivo il senso del reale e -chiara la nozione dell'ideale. L'umore scaturisce appunto dal cozzo -del reale e dell'ideale, quando avvenga in una mente equilibrata e -serena: perciò, nè il realista puro, nè il puro idealista lo possono -avere. Fu detto da taluno che l'umorismo è inconciliabile col sentimento -cristiano; ma se l'umorismo nasce da contrasto fra l'ideale -e il reale, e se richiede certo sentimento della necessaria imperfezione -della umana natura, e ancora della universa vanità delle cose finite, -non si vede dove possa stare la ragione della inconciliabilità; e se -si considera che l'umorismo suppone la simpatia e la pietà, sembra -che il sentimento cristiano debba piuttosto favorirlo che contrariarlo. -E di vero, l'umore è assai più dei moderni che degli antichi; e il -Cervantes, il Swift e lo Sterne furono buoni cristiani (anzi parroci -gli ultimi due); e Gian Paolo, il quale espressamente definì l'umore -un <i>comico romantico</i>, disse non potersi dare umore senza l'idea dell'infinito. -L'umore è affatto opposto all'ironia, alla parodia, al sarcasmo, -come già ebbe a notare lo Schopenhauer: perciò il Swift non -è sempre umorista; il Voltaire è di rado; e bisogna andar cauti -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -nel dire che Arrigo Heine sia. L'umore non esclude punto in chi -l'accoglie il sentimento della superiorità propria, anzi lo richiede; -ma questo sentimento dev'essere senza burbanza e senza asprezza, -quale si conviene a uno spirito che, tutto intendendo, tutto perdona. -Pardon's the word to all, dice un personaggio dello Shakespeare, -e perdonare sempre, sempre, tutto, tutto, sono le ultime parole di -Fra Cristoforo. Il Manzoni non pretende di dominare i proprii personaggi -con lo scherno e col disprezzo, come usa il Flaubert. Egli -si studia di tenersi allo stesso loro livello, si contempla in essi, e -sempre, quando ride di quelli, ride anche un pochino di sè. L'umore -non nasce se non negli spiriti più possenti, più aperti, più generosi; -esso è forse la forma più alta di cui si possano velare l'umana -sensitività e l'umano giudizio. -</p> - -<p> -Dei personaggi dei Promessi Sposi parecchi sono abitualmente -e sostanzialmente umoristici; altri diventano in certe occasioni<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>. -Renzo riesce umoristico durante quel suo primo soggiorno a Milano. -Così gli uni come gli altri, mentre dànno esempio di debolezze più -propriamente e più strettamente individuali, dànno anche esempio -di umana debolezza in genere; onde il lettore che li guarda e -gli ascolta e tien loro dietro, nel punto stesso che si abbandona lietamente -al riso, non può tenersi dall'esclamare o dal sospirare, con -un leggiero spunto di melanconia: umana fragilità! umana miseria! -</p> - -<p> -Ma di tutti que' personaggi il più umoristico è sicuramente Don -Abbondio. Anzi, dopo l'inarrivabile ed unico Don Chisciotte, divenuto -oramai una specie di entità morale necessaria allo spirito umano -e all'umano discorso, credo sia Don Abbondio il personaggio più profondamente -umoristico della universa letteratura. E questo, perchè? -</p> - -<p> -Cominciamo dal dire che noi, a ragione o a torto, vogliamo bene -a Don Abbondio. Non si dà forse lettore dell'immortale romanzo che -al primo accenno che il povero curato sta per rientrare in iscena non -si senta tutto esilarare di dentro e non affretti con benevola e giuliva -impazienza il momento di rivederne l'aspetto e di riudirne la -voce. Gli vogliam bene istintivamente, perchè ci diverte e ci rallegra; -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -ma non gli vogliamo bene per questa ragione soltanto. Le -sue disgrazie, che sono in parte immaginarie, non ci rattristano, -perchè prevediamo che non gli faranno gran male, e che un uomo -come quello non può essere serbato a nulla di tragico e nemmeno -di epico; ma ci rincrescerebbe se lo dovessimo vedere in un pericolo -grande davvero, maltrattato sul serio, schernito più del ragionevole: -e quando pure siam forzati a dirgli che ha torto, che si -conduce male, sentiamo di doverglielo dire con moderazione, con -bonarietà, senza contristar troppo quella sua canizie, e facendoci -forza perchè il rimprovero non vada a finire in una risata. Noi vogliamo -anche bene a Don Abbondio per sè stesso, quale la natura -e i casi l'han fatto: e com'è, a parer mio, di tutta evidenza che gli -voleva bene il Manzoni, il quale sembra che non si sapesse risolvere a -lasciarlo in disparte; e come (questo conta ancor più) gli volevano -bene coloro stessi a cui aveva con la sua condotta procurato tanti -dispiaceri. Renzo e Lucia non son contenti se non sono maritati -da lui. -</p> - -<p> -E perchè siamo in tanti a volergli bene? Perchè sentiamo che -Don Abbondio non è cattivo, e che a riuscire a dirittura un bravo -uomo forse non altro gli manca che un po' di coraggio, e che il -coraggio, chi nol sa? <i>uno non se lo può dare</i>. Gli è chiaro che se -dipendesse da lui solo Don Abbondio non farebbe male a una mosca. -Se dipendesse da lui, e se bastasse il desiderio, Don Abbondio vorrebbe -tutti tranquilli, tutti contenti, ed essere l'amico di tutto il genere -umano, e che la terra non fosse una valle di lacrime, ma come -un'anticipazione del paradiso; dove si potrebbe poi andare con comodo, -il più tardi possibile. A desiderar tutto questo ci vuol poco, -ma a volerlo e a procacciarlo gli è un altro pajo di maniche. Ad -ogni modo, un tal desiderio è già per sè stesso una bella cosa; e -il povero Don Abbondio che l'ha, e vede intorno a sè tanti che non -l'hanno; tanti che, senza necessità, mettono il mondo a soqquadro; -che hanno a noja il <i>bene stare</i>; che potrebbero <i>andare in paradiso in -carrozza</i> e preferiscono <i>andare a casa del diavolo a pie' zoppo</i>, Don -Abbondio può, con qualche ragione, stimarsi migliore di molti altri, -vantarsi del suo buon cuore, e credere sinceramente con Perpetua -(le illusioni sono facili in queste materie, e le esagerazioni ancor più) -credere che <i>se pecca è per troppa bontà</i>. Gli è certo che Don Abbondio -odia tutti i birboni, non solo perchè son diavoli, che non -lasciano in pace nessuno, capaci di mandare di quelle imbasciate ai -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -poveri curati, ma perchè sono birboni, nemici di Dio, e andranno -tutti all'inferno. Il cardinale gli rinfaccia di avere ubbidito all'iniquità, -ed è vero, pur troppo. Ma intendete bene, <i>ubbidito</i>. Dall'ubbidire -al far di suo ci corre. Allorchè, avendo ancora nelle orecchie le -minacce dei bravi, gli balena l'idea che avrebbe potuto suggerire a -quei signori di portare ad altri la loro imbasciata, e cioè a Renzo, -o ad Agnese, o a Lucia, che fa Don Abbondio? caccia via quell'idea, -perchè s'accorge <i>che il pentirsi di non essere stato consigliere e cooperatore -dell'iniquità è cosa troppo iniqua</i>. E quando pensa che ad -altri potrebbe parere ch'egli volesse tenere dalla parte dell'iniquità, -che dice il malcapitato? <i>Oh santo cielo! Dalla parte dell'iniquità io! -Per gli spassi che la mi dà!</i> -</p> - -<p> -Di gran bugie dice Don Abbondio a quel povero Renzo; ma -perchè le dice? forse per gusto? le dice per salvar la pelle; e se -gli uomini si contentassero di mentire solo quando corrono pericolo -della vita, la verità non avrebbe bisogno di star di casa in un pozzo. -Del resto, tenete per certo ch'egli sarebbe contentissimo se potesse -veder contenti Renzo e Lucia. Di Lucia, quando sa del tiro che le -han fatto, e va (sia pure di mala voglia, <i>a cavallo</i>) a torla di prigione, -egli sente pietà, e pensa a tutto ciò che <i>quella povera creatura</i> deve -aver patito, e le viene innanzi <i>con un viso, anche lui, tutto compassionevole</i>, -sebbene sia <i>nata per la sua rovina</i>. Di Renzo dà buone informazioni -al cardinale, e, più tardi, si raccomanda, a chi può, -perchè gli sia tolta anche quella cattura di dosso. Morto Don Rodrigo, -cessato ogni pericolo, ecco saltar fuori, non un Don Abbondio -nuovo, ma un Don Abbondio che prima non si poteva vedere, nascosto -come era nel vecchio; un Don Abbondio garbato, bonario, -amorevole, di una piacevolezza e di una festività da non credere; -che vuole a ogni costo maritar lui i due giovani, a cui, <i>in fondo, -aveva sempre voluto bene</i>, e ne cura paternamente gl'interessi, sebbene -gliene avessero fatti dei tiri... Pur troppo! pur troppo! <i>son -que' benedetti affari che imbroglian gli affetti</i>. Ma, direte, si rallegra -che Don Rodrigo sia morto. Eh, chi non se ne rallegrerebbe? Se ne -rallegra, ma, certamente, gli perdona, e loda Renzo d'avergli perdonato. -Loda anche la peste e dice che <i>quasi quasi ce ne vorrebbe una -ogni generazione</i>; e perchè? perchè è quella che spazza via tanti -birboni. Spazza via anche molti galantuomini; ma s'intende che -Don Abbondio non parla per loro. Don Abbondio celebra con tutta -sincerità le glorie dei galantuomini, e il successore di Don Rodrigo, -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -tanto diverso da questo, gli sembra, non più soltanto un galantuomo, -ma a dirittura un grand'uomo. Don Abbondio non è un malvagio, e -se <i>un po' di fiele in corpo</i> lo ha anche lui, quel <i>po'</i> esclude l'assai, -e chi non ne ha punto getti la prima pietra. Se lo conoscesse malvagio -davvero, il cardinale non gli parlerebbe come gli parla; non -si contenterebbe, sembra, di accennar solamente a una possibile remozione -da quell'ufficio di cui Don Abbondio ha tradito i doveri. -</p> - -<p> -Ma Don Abbondio è un egoista. Sicuro, ch'è un egoista; ma bisogna -distinguere. L'egoismo è di molte maniere: da quello umile e -accidioso di chi lascia sistematicamente andare l'acqua alla china, a -quello tronfio e furioso di chi mette il mondo sossopra. Da Taddeo -e Veneranda si va su su, per gradi, sino a Marozia e a Napoleone. -L'egoismo di Don Abbondio è un egoismo povero, timido, mingherlino, -casalingo, pedestre. Considerate, di grazia, il concetto ch'egli -s'è formato della felicità, i suoi bisogni, i suoi desiderii. Si può -essere più modesto e più discreto? Don Abbondio non vuol ricchezze, -non sogna onori, non si cura di vantaggi. Curato di campagna è, -curato di campagna morrà; contento dell'oscuro suo stato, sebbene -i curati sieno servitori del comune, condannati <i>a tirar la carretta</i>. Che -ai cardinali si dia della signoria illustrissima o dell'eminenza, a lui -che può importare? Che può importare a lui che vescovi, abati, proposti, -canonici s'arrabattino e s'azzuffino per un titolo, e che il papa -li contenti o non li contenti? <i>Gli uomini son fatti così; sempre voglion -salire, sempre salire</i>.... Ma Don Abbondio non vuole nè salire -nè scendere; Don Abbondio vuol rimanere dov'è, senza cercar -nessuno, senza chiedere <i>altro che d'esser lasciato vivere</i>, felice di -sgattajolare, di rimpiattarsi, d'essere piccolo, oscuro, negletto, di -non essere veduto e neanche saputo. <i>Oh se fossi a casa mia!</i> ecco -il grido che gli prorompe dal fondo dell'anima e che veramente compendia -tutte le sue aspirazioni. -</p> - -<p> -I grandi egoisti vorrebbero tutto per loro, e, o con l'astuzia, o -con la forza, pigliano dell'altrui quanto più possono, e giungono -persino a dolersi che non ci sia che un mondo solo da conquistare. -Don Abbondio non vuole conquistar nulla; nemmeno il paradiso, -perchè spera che il buon Dio glielo darà senza farlo troppo stentare. -Don Abbondio non solo non prende e non desidera la roba altrui, -ma a chi la tiene ingiustamente non domanda nemmeno la roba -propria; e perda il fiato Perpetua a dargli del baggeo. Che questa -non sia generosità pura, d'accordo; ma che non abbia altra ragione -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -se non il desiderio di scansare le brighe e le dispute, non pare. -Se Don Abbondio ci tenesse tanto alla roba, se ci tenesse come ci -tengono gli avidi, qualche sfogo con Perpetua lo dovrebbe pur fare -(e già ben altri ne aveva fatti!), e non contentarsi di dire che que' ch'è -andato è andato. Lo vogliono avaro, e tirano fuori la storia delle venticinque -lire dovute da Tonio, e della collana d'oro data in pegno, e -quelle sollecitazioni e quegli ammonimenti: <i>Tonio, ricordatevi: Tonio, -quando ci vediamo per quel negozio?</i> e quel modo di contar le berlinghe -nuove, voltandole e rivoltandole, e quella maniera di aprir -l'armadio, riempiendo l'apertura con la persona. Ma tutto ciò prova -che questa volta almeno Don Abbondio vuol avere il suo, e che Don -Abbondio è sospettoso: che sia poi anche avaro, quel che si dice -avaro, non prova. Le venticinque lire Tonio le doveva per fitto di -un campo, diciamo meglio, del campo, probabilmente unico, di Don -Abbondio, e pare le dovesse da un po' di tempo. Ora, notate che Don -Abbondio non si fa dare un soldo d'interesse: è così che fanno gli -avari? E vi pare che se fosse uno di quegli avari bollati ed autentici, -Don Abbondio potrebbe consegnare tutto il suo <i>tesoretto</i> a Perpetua, -e lasciare che la lo vada a sotterrar da sola (perchè gli è -chiaro che ci va sola) appiè del fico? Non dunque avarizia propriamente, -ma apprensione parsimoniosa e gretta d'uomo che non sa -procacciare, non sa ajutarsi, e perciò tien di conto quel poco che -ha, e quando la soldatesca gli ha disfatta la casa, pena un pezzo -a rifar usci, mobili, utensili con denari presi in prestito. -</p> - -<p> -Quali sono per Don Abbondio i piaceri della vita? un desinaretto -gustoso, ma senza pretese; un fiaschetto di vino sincero (più di una -botticina già non ne aveva); una passeggiata per quei viottoli, da' -quali si vede il lago; un po' di lettura, quando le <i>circostanze</i> non -sieno tali da lasciargli <i>appena testa d'occuparsi di quel ch'è di precetto</i>; -un buon chilo, un buon sonno; e basta. Questi piaceri non -si possono godere senza quiete, e perciò la quiete è per Don Abbondio -la condizione prima e <i>sine qua non</i> della felicità, quella che -dev'esser mantenuta e tutelata con ogni studio contro i nemici così -interni come esterni. Nemici interni Don Abbondio non ne dovrebbe -avere, e non ne avrebbe, se dipendesse dalla sua sola natura. Egli è -nato per essere l'amico di sè medesimo, sempre in pace con sè -stesso; ambizioni, gelosie, dubbii tormentatori, rimpianti amari, rodimenti -secreti, son tutte diavolerie ch'egli non conosce, o non dovrebbe -conoscere, nemmeno di nome. Se ne ha, gli son venute di fuori. -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -Il mondo, ecco il grande nemico; anzi ecco l'accolta e la confederazione -di tutti i nemici. Come si fa a conservare la propria quiete in -un mondo pien di furore e di trambusto, che di quiete non ne vuol -sapere? Si ha un bel tirarsene fuori, mettersi da banda, lasciare che -ci pensi chi ci ha da pensare, dire che gli ecclesiastici non devono -<i>mischiarsi nelle cose profane</i>, sentenziare che <i>la patria è dove si sta -bene</i>. Trovarla, quella patria! Il mondo non vi lascia tranquilli; se -voi lo fuggite, ecco che vi viene a cercare e vi tira in ballo. Per -quanto s'ingegni, Don Abbondio non può fare che, per un verso o -per un altro, qualcuna di quelle innumerevoli punte di cui il mondo -è armato come un istrice, non lo frughi e non lo punzecchi. Ed ecco -perchè Don Abbondio <i>si rode</i>, e ha, di solito, quella faccia <i>tra l'attonito -e il disgustato</i>. Ma quella faccia non l'ha sempre, e anzi non -è la faccia sua naturale. Come appena la burrasca è passata, Don -Abbondio si rasserena, prende un'aria gioviale, ride, scherza, dice -che s'ha a stare allegri il più che si può; e a questo fine si capisce -che una delle sue grandi regole dev'essere di non <i>rimestare</i> -le cose vecchie, che non han rimedio. Perpetua è morta di peste. -Povera Perpetua! Credete voi che Don Abbondio n'abbia a fare il -panegirico, intenerirsi, amareggiarsi? Se viveva, questa è la volta -che si maritava. È morta. Non ci pensiamo più. Dio l'abbia in -gloria. -</p> - -<p> -La più gran virtù che secondo Don Abbondio gli uomini possano -avere è, in comune con le mule, d'essere quieti. E per questo, se i -birboni gli danno molto travaglio, i santi gliene dan poco meno, -e si vede che Don Abbondio non vorrebbe avere da fare nè con gli -uni, nè con gli altri. La santità è rinunziamento di sè medesimo, -zelo operoso del bene, spirito di sacrifizio; in una parola, eroismo. -I santi come Fra Cristoforo e Federigo Borromeo meritano d'essere -chiamati campioni e atleti di Dio. Ma appunto questi atleti e campioni -hanno coi facinorosi una somiglianza molto sgradevole. Non -possono star tranquilli essi, e non vogliono lasciar tranquilli gli -altri. Sempre sono in orgasmo e in faccenda, tira di qua, premi di -là, vogliono rifare il mondo; <i>e lascian poi alle volte le cose più -imbrogliate di prima</i>. E il bello, anzi il brutto, si è che non fanno -nessun conto della propria vita, e pochissimo dell'altrui, quando -si tratta di far trionfare il bene. Sono un gran tormento! Ma poi -sono anche curiosi: purchè frughino, rimestino, critichino, inquisiscano; -anche sopra di sè. E come si scaldano la fantasia! Un malandrinaccio -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -viene a dire che s'è convertito, e loro gli buttano le -braccia al collo: quella, a casa degli uomini di giudizio, <i>si chiama -precipitazione</i>. E le conversioni? Sono una gran bella cosa. Nessun -dubbio: Don Abbondio vorrebbe che tutto il mondo si convertisse (nè -per questo è poi necessario di diventar santi); ma uno non si può -convertire quietamente? senza far tanto chiasso? senza scomodar -tanta gente? -</p> - -<p> -Agnese, stizzita, pensa che Don Abbondio ha <i>sempre sacrificati -gli altri</i>; questo è un po' troppo. Bisognerebbe dire che sempre, -quando s'è trattato di <i>scegliere</i> tra il sacrificio proprio e l'altrui, -Don Abbondio ha scelto l'altrui. Brutto egoismo, ma non del più -brutto. E a renderlo men brutto sta il fatto ch'egli non se ne conosce -colpevole; e non conoscendosene colpevole, può con tutta -sincerità, se non con buona ragione, meravigliarsi della durezza degli -altri, e che ognuno pensi solamente a sè, e che tutti abbiano così -poco cuore; e stimarsi in credito verso Renzo e Lucia; e dire con -un'aria compunta di tribolato ch'è il suo pianeta che tutti gli abbiano -a dare addosso. L'egoismo di Don Abbondio è assai più un -egoismo passivo che un egoismo attivo. Considerate che quasi tutti -i suoi peccati sono peccati di omissione. -</p> - -<p> -Ed ora veniamo a quella che non è la sola, ma certamente è la -cagione massima e incessante d'ogni suo procedere. -</p> - -<p> -Don Abbondio è egoista per paura. Don Abbondio nacque (su di -questo non può cader dubbio) con la paura in corpo, e la paura gli -s'accrebbe via via, per lo spettacolo delle cose del mondo, per la -praticaccia (non oso dire esperienza) della vita, pel sentimento acuto, -insistente, angoscioso, d'essere <i>come un vaso di terra cotta, costretto -a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro</i>; ed egli (anche su -di questo non può cader dubbio) non fece mai il menomo sforzo per -vincerla, o, almeno, per non lasciarla crescere. La paura è la parte -meglio organata, più viva e più stabile della sua coscienza; tanto -che, quand'egli non abbia proprio altro da fare, come durante quei -giorni passati nel castello dell'Innominato, essa, insiem col breviario, -gli tiene <i>compagnia</i> e gl'impedisce di annojarsi. -</p> - -<p> -La paura riesce sempre comica quando si lasci scorgere dove -non è pericolo, o quando al pericolo non paja proporzionata, o -comechessia si comporti in modo disdicevole al tempo, al luogo, alle -persone, all'occasione. La paura di Don Abbondio è comica perchè -è esagerata, permanente, intrattabile, spesso spesso allucinata e chimerica. -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -Direi ch'è la paura integra e totale, perchè non si vede -come Don Abbondio possa essere mai affatto sgombro di paura, e -qual cosa al mondo sia così piccola e innocua che non possa in un -qualche momento far paura a Don Abbondio. Perpetua trova le -parole giuste quando scappa a dire: <i>Se ha poi paura anche d'esser -difeso e aiutato</i>... L'esempio di Don Abbondio conferma in parte -l'opinione del filosofo scozzese Dugald Stewart, il quale disse la -paura un male della fantasia. La fantasia di Don Abbondio non s'impressiona -dei soli pericoli presenti e reali, ma ne immagina molti -di possibili e di remoti, e in ogni cosa fiuta il malanno, sospetta l'insidia. -Ricevuto quel terribile avvertimento dei bravi, Don Abbondio, -dopo lungo travaglio e laceramento di spirito, riesce a prender sonno; -<i>ma che sonno! che sogni! Bravi, Don Rodrigo, Renzo, viottole, -rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate</i>. Sin qui nulla di strano. -In questo caso quella povera fantasia edifica, per così dire, sul sodo; -ma molte altre volte, anzi il più delle volte, fabbrica in aria. L'Innominato -s'è convertito: ha fatto benissimo; ma sarà poi convertito -davvero? e, dico, si mantiene? L'Innominato si mette la carabina -ad armacollo: <i>Ohi! ohi! ohi! cosa vuol farne di quell'ordigno -costui?</i> L'Innominato ha dato le prove della sua conversione: sia -ringraziato il cielo! ma se quella marmaglia di bravacci venisse a -sapere?..... se s'immaginassero che fosse stato lui, Don Abbondio, -a convertirlo?... se presi da un furore bestiale, per vendicarsi, lo -martirizzassero?...<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> E Don Rodrigo? che dirà mai di tutta quella -faccenda Don Rodrigo?... E se monsignore venisse a sapere tutto -l'imbroglio del matrimonio?... <i>Ah! vedo che i miei ultimi anni ho -da passarli male!</i> Risoluto, prima di tutti e più di tutti, di fuggire -davanti all'esercito invasore, vede, <i>in ogni strada da prendere, in -ogni luogo da ricoverarsi, ostacoli insuperabili e pericoli spaventosi</i>. -E gli si riaffaccia l'idea del martirio. E gli rispunta dentro il dubbio -circa la conversione dell'Innominato. E gli viene il sospetto -che l'Innominato voglia fare il re e scendere in campo a -far la guerra anche lui, col duca di Savoja, col duca di -Mantova, con la Spagna e con l'imperatore. E sogna assalti e battaglie, -per quanto giuri a sè stesso che in una battaglia non ce lo -coglieranno; e si vede preso tra due fuochi. In mezzo alla desolazione -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -e al lutto della peste gli dà ancor noja la cattura di Renzo, e -pensa che questi potrebbe fare qualche sproposito da rovinar lui e -sè stesso insieme. -</p> - -<p> -La paura di Don Abbondio è sempre composta di più paure diverse, -le quali, quando non sieno manifestate, son sottintese, appunto -come possono essere sottintese molte idee <i>in un periodo steso -da un uomo di garbo</i>. Queste molte paure non riescono mai a comporsi -in una maniera stabile di equilibrio o di dipendenza. Sono in -un rimescolamento continuo, si rincorrono, si urtano, si dànno il gambetto. -Quella che un momento fa era la prima, adesso è l'ultima; -quella ch'era in coda appare in testa. Talvolta entrano l'una nell'altra, -come le favole indiane e le scatole giapponesi. Mentre ha indosso quella -paura così grande per dover andare in compagnia dell'Innominato, -ecco che dentro a quella paura grande se ne caccia una piccola (dato -che di piccole per Don Abbondio ce ne possano essere), la paura che -la mula abbia dei vizii. -</p> - -<p> -La paura di Don Abbondio diventa anche più comica quando si -vede che quelle tante cautele e quelle tante furberiole ch'essa gli vien -persuadendo, non solo non bastano a preservarlo da' guai, ma anzi -lo fanno incappare in qualche guajo più grosso di quelli che avrebbe -voluto fuggire. Facendo di tutto per non avere impicci, egli è sempre -negl'impicci. Don Abbondio non s'era fatto prete per vocazione; s'era -fatto prete con la speranza di <i>vivere con qualche agio</i> e quietamente, -mettendosi <i>in una classe riverita e forte</i>, e non gli era mai passato -per il capo che a fare quel mestiere pacifico ci fosse bisogno di coraggio. -Quando, udita quell'umile confessione: «Torno a dire, monsignore, -che avrò torto io... Il coraggio, uno non se lo può dare», il -cardinale chiede a Don Abbondio: «E perchè dunque, potrei dirvi, -vi siete voi impegnato in un ministero che v'impone di stare in guerra -con le passioni del secolo?», Don Abbondio non può non pensare -tra sè che, appunto, quel ministero egli lo aveva scelto per non avere -a far guerra a nessuno, e con la speranza che nessuno volesse farla -a lui. E quando il cardinale, insistendo, gli domanda: Perchè questo -coraggio, che vi mancava, non l'avete chiesto a Dio, che certamente -ve l'avrebbe dato?, Don Abbondio potrebbe rispondere con tutta sincerità -che non pensò a chiedere a Dio una cosa di cui credeva di non -avere affatto bisogno. Ora, Don Abbondio, fattosi prete per amor della -pace e per evitare i pericoli, viene a trovarsi, appunto perchè è prete, -nel più gran travaglio, e nel più gran pericolo di tutta la sua vita. -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -Per fuggire a questo pericolo, Don Abbondio tradisce il proprio officio, -inventa pretesti per non maritare i due giovani, si rassicura -alquanto sentendosi più esperto delle cose del mondo, <i>più accorto</i> che -non un ragazzone che pensa alla morosa; ma poi tanto male gli viene -del suo stesso rimedio, ch'egli si pente d'averlo adoperato, ed esclama: -<i>gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio</i>. Quando coloro -ch'eran fuggiti all'appressarsi dei lanzichenecchi tornano alle loro -case, Don Abbondio è l'ultimo a seguirli, l'ultimo ad abbandonare -l'asilo che così liberalmente a tutti aveva offerto l'Innominato, e questo -per la speranza di assicurarsi meglio da' mali incontri: la conseguenza -si è che i primi tornati in paese gli portan via anche quel poco che -i lanzichenecchi gli avevan lasciato. Ha dunque ragione Perpetua di -dire che s'egli avesse un po' di coraggio avrebbe assai meno guai; ma -che ci fan le parole? il coraggio uno non se lo può dare. -</p> - -<p> -La paura di Don Abbondio non è solamente comica, com'è quella di -Sancio Panza; è anche umoristica, e in grado superlativo. Don Abbondio -e Sancio son tutt'e due paurosi, ma la paura si atteggia in -ciascun di essi diversamente e in diverso modo si appalesa. Sancio -non pensa a nascondere la propria, ad accattarle scuse, ad ammantarla -di decoro. Egli la lascia vedere qual è, indipendente affatto dalla -ragione, subitanea ne' suoi investimenti, vile troppo nelle dimostrazioni -e negli effetti. Sancio parla molto e volentieri, e con certa sensatezza -grossolana, di solito; ma non gli viene in fantasia di fare il -chiosatore e l'interprete della propria paura e di raziocinarvi attorno. -Egli se la lascia venire addosso come un accesso di terzana, e quando -gli è passata, dà una scrollatina e non ci pensa più. Don Abbondio -che, o poco o molto, sa di latino, e deve, se non altro per l'uso della -confessione, avere qualche famigliarità con le sottigliezze della casistica, -e vorrebbe pur sapere chi fu Carneade, Don Abbondio tiene -un altro procedere. Egli converte la paura in prudenza, anzi in sapienza; -riesce a farsi di una debolezza una virtù, di una vergogna -un onore. <i>Initium sapientiae timor Domini:</i> non si può, slargando un -poco il concetto, pensare che la sapienza consiste appunto nella paura? -Altri l'ha fatta ben consistere nell'inerzia, e altri ancora nell'ignoranza. -Gran giudizio bisogna avere, e gran pazienza, chi vuol vivere in -questo mondo e tirare innanzi! Credere di potergli tener testa, di vincerlo, -di mutarlo, è idea da matti. Non sapete quanto il mondo è più -forte di voi? Non sapete che ha il diavolo dalla sua? Dunque? -Dunque per non uscire con l'ossa rotte bisogna tenersi in una specie -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -di <i>neutralità disarmata</i>, tergiversare, dissimulare, scansare, inchinarsi, -cedere, nascondersi, e, in caso di necessità estrema, mettersi col -più forte<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a>. Ricordate che tornando bel bello dalla passeggiata, per -quella stradicciuola di montagna, Don Abbondio, prima d'incontrarsi -coi bravi, buttava con un piede verso il muro i ciottoli che gli facevano -inciampo al cammino? si può credere che sieno stati quelli i -soli ostacoli che in sessant'anni di vita egli abbia rimosso da sè con -animo deliberato, con fare risoluto. -</p> - -<p> -Don Abbondio finisce che forse non sa più nemmeno d'essere quel -pauroso che tutti vedono in lui. Oltre di ciò, dato alla paura il titolo -di prudenza e di sapienza, egli non ha più nessuna ragion di nasconderla; -anzi ne ha parecchie di lasciarla vedere, come una virtù da -farsene bello, e acquista il diritto di censurare chi non si regola -come lui, chi manca di giudizio, chi compera <i>gl'impicci a contanti</i>. La -propria paura, o prudenza che s'abbia a dire, Don Abbondio l'ha in -conto di cosa, non solo ragionevole e confacente, ma legittima e -giusta; e perciò strasecola quando il cardinale gli dice sul viso che -anche a costo della vita avrebbe dovuto fare il proprio dovere: «Monsignore -illustrissimo, avrò torto. Quando la vita non si deve contare, -non so cosa mi dire». Quanto questa paura è diversa da quella che -così poveramente (bisogna proprio dir così) fu descritta da Teofrasto! -quanto è diversa da quella che porse inesauribile materia di riso sulle -scene antiche e moderne! -</p> - -<p> -Ma la paura di Don Abbondio tocca il più alto grado dell'umore -quando noi consideriamo com'essa contrasta con quel carattere sacerdotale -che dovrebbe essere il proprio carattere di lui, con quell'officio -che egli tiene assai più che non l'eserciti. Qui abbiam risoluto, -anzi violento, il contrasto fra il reale e l'ideale; e per questo rispetto -il colloquio fra Don Abbondio e il cardinale, colloquio che parve alquanto -lunghetto, alquanto fuor di proposito, a più d'uno, è di capitale -importanza, e serve mirabilmente a dare spicco ai due personaggi, -a compierne l'immagine morale. Meno ancora che al soldato, -è lecito al prete d'aver paura. Il prete parla (o dovrebbe parlare) in -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -nome di una potestà talmente superiore ad ogni potestà terrena; ha -(o dovrebbe avere) un'idea così sicura e così efficace della santità del -dovere; stima (o dovrebbe stimare) così poco ogni bene e vantaggio -mondano e la vita medesima; spera (o dovrebbe sperare) un premio -talmente superiore a tutto quanto può perder quaggiù; che qualsiasi -atto o pensiero di viltà in lui appare una contraddizione irriducibile, -un controsenso, un assurdo. Ora, Don Abbondio è la negazione vivente, -parlante, operante dello spirito sacerdotale, quale appunto il -cardinale l'intende, e quale dev'essere inteso. Don Abbondio dovrebbe -somigliare in qualche modo, sia pur lontano, al cardinale; e non -solo non gli somiglia, ma ne dissomiglia tanto che non arriva mai nè -a capirlo, nè a indovinarlo. -</p> - -<p> -Così stando le cose, com'è che Don Abbondio non ci diventa -odioso? Com'è che quelle stesse mancanze che, commesse da un altro, -provocherebbero il nostro biasimo, e non altro che il nostro biasimo, -commesse da lui provocano il nostro riso, e quasi non altro che il -nostro riso? Perchè saremmo così poco indulgenti con altri e siamo -così indulgenti con lui? La ragione è facile a dire. Don Abbondio -è uno di coloro a cui si perdona volentieri perchè veramente non sanno -quello che fanno. Se egli mancasse al proprio dovere avendo di quel -dovere un'idea chiara e precisa; se facesse il male sapendo con certezza -di fare il male; noi non avremmo più qui nè un personaggio -umoristico, nè un personaggio comico, avremmo un personaggio tragico, -o semitragico. Don Abbondio rimane comico ed umoristico a -dispetto di tutto, perchè se ha degli scrupoli, se ha qualche piccolo -rimorso, crede in bonissima fede di farli tacere con quel suo argomento -che <i>quando si tratta della vita</i>...; argomento che a suo modo di -vedere (e presumibilmente anche di altri) non ammette replica. Don -Abbondio riman comico ed umoristico perchè voi vedete ch'egli è un -fanciullon tanto fatto, a cui qualcuno, non si sa chi, insegnò a dir -messa, e che a sessant'anni sonati, nonostante i suoi vanti di accortezza, -egli è quasi quel medesimo fanciullone che potev'essere a venti. -Come vorreste fare a prendervela con uno cui Perpetua fa lezione -tutto il santo giorno, ammonendo e rimbeccando, rinfacciandogli d'essersi -ridotto <i>a segno che tutti vengono, con licenza, a...</i>, risolvendo, -nell'ora del pericolo, <i>di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e -di trascinarlo su per una montagna</i>? con uno che s'accorge, tra meravigliato -e stizzito, che le ragioni del cardinale sono le ragioni stesse -di Perpetua? con uno che, starei per dire, ha fatto il prete senza -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -saperlo? <i>Le parole che sentiva, eran conseguenze inaspettate, applicazioni -nuove, ma d'una dottrina antica però nella sua mente, e non -contrastata.</i> -</p> - -<p> -Don Abbondio è in qualche modo il rovescio di Don Chisciotte. -Don Chisciotte è sempre pronto ad adempiere i proprii doveri chimerici, -checchè gliene avvenga: Don Abbondio cessa di adempiere i -proprii doveri reali alla prima minaccia di un pericolo. Don Chisciotte, -per troppo animo, passa oltre il segno: Don Abbondio, per -manco d'animo, non ci arriva. Don Chisciotte si trincera nell'ideale e -non vede più il reale: Don Abbondio si trincera nel reale e non vede -più l'ideale. Ma Don Chisciotte e Don Abbondio hanno anche una -parte in comune. Entrambi vivono in un mondo pel quale non son -fatti e che si burla di loro. Ad entrambi le cose riescono al contrario -dell'intenzione. -</p> - -<p> -A finire di rendere umoristica la figura di Don Abbondio abbiamo -il fatto che colui che la formò e le diè vita v'infuse dentro qualche -parte di sè. Non paja questa una proposizione temeraria, e tanto -meno irriverente. Gli umoristi non sarebbero più umoristi se volessero -esclusi sè stessi da quel riso ch'e' suscitano e comunicano altrui. -Il Manzoni mise di sè più e meno in parecchi de' suoi personaggi: in -Don Abbondio mise della propria inoperosità, della propria esitazione, -del proprio amor della quiete, del proprio orror degl'impicci; e basta. -Ci mise delle sue debolezze; non ci mise nessuna delle sue virtù<a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>, -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -</p> - -<p> -Quello di Don Abbondio è uno dei caratteri più meravigliosi che -l'arte abbia mai creati; di una coerenza e consistenza rara; di una -vivezza, di una sincerità, di un'evidenza impareggiabile; senza rabberciature, -senza rinfianchi posticci. L'animo del lettore vi penetra e -vi si assesta come una mano in un guanto. Ognuno sente che Don -Abbondio dev'essere stato sempre lo stesso; ognuno è persuaso che -egli rimarrà sempre lo stesso. «No signore, no signore», dice quella -furbacchiona dell'Agnese al cardinale, «non lo gridi, perchè già quel -ch'è stato è stato; e poi non serve a nulla; è un uomo fatto così: -tornando il caso, farebbe lo stesso». E noi ne siam più che sicuri, -nonostante la compunzione di cui lo vediamo penetrato dopo la predica -del cardinale, e nonostante quella sua promessa, fatta proprio -con animo sincero in quel momento: «Non mancherò, monsignore, -non mancherò, davvero». -</p> - -<p> -I casi, gl'incontri e le situazioni in cui viene a trovarsi Don Abbondio -sono i più felici che si possano immaginare, non per lui poveraccio, -ma per mettere in mostra e sviscerare il suo carattere. I -bravi, Renzo, Perpetua, l'Innominato, il cardinale, Agnese, lo forzano -a scoprirsi da tutte le parti, a diventar trasparente come un -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -vetro; e non v'è godimento che superi questo di poter guardare un'anima -per di fuori e per di dentro, senza che pure una menoma particella -ne rimanga occulta od oscura. La struttura della persona morale -è in Don Abbondio così perfetta che finisce a suggerire la struttura -della persona fisica e a mettervela davanti agli occhi. La figura di -Don Abbondio non è descritta, e nemmeno, a dir proprio, abbozzata: -appena un cenno qua e là come per caso: due folte ciocche di capelli, -due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, -sparsi su una faccia bruna e rugosa. Riavutosi dalla peste, Don Abbondio -appare come <i>una cosa nera</i>, pallido e smunto, con due povere -braccia che ballan nelle maniche, <i>dove altre volte stavano appena per -l'appunto</i>. E questo è il tutto. Quanti altri romanzieri avrebbero impiegate -le due e le tre pagine per ritrarcelo intero quel prete, dalla -testa ai piedi, senza lasciarne una sola fattezza! Ma col Manzoni non -c'è bisogno. Qui l'anima crea il suo corpo; e noi vediamo, proprio -vediamo, un Don Abbondio tozzo e corpulento, che suda e sbuffa a -montare sopra una mula, con una facciola tonda, con una espressione -bonaria, quando non gliela rannuvoli la stizza o la paura, con un -portamento sommesso, con un'andatura stracca e impacciata: così -come, dal più al meno, lo videro tutti coloro che lo ritrassero col -pennello o col bulino<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>. -</p> - -<p> -Don Abbondio è riuscito uno di quei tipi estetici di cui si dice con -ragione che hanno in sè molta più verità che non l'essere vivo e -reale, fatto d'ossa e di polpe. E Don Abbondio è diventato uno di -quei simboli di cui noi ci gioviamo, parlando, per significare una -condizione di umanità che non si potrebbe significare altrimenti senza -molte parole. Perciò Don Abbondio è immortale. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<h2 id="arteleo">ESTETICA E ARTE DI GIACOMO LEOPARDI</h2> -</div> - -<h3 id="leop1">CAPITOLO I. -<span class="smcap smaller">Della psiche di Giacomo Leopardi.</span></h3> - -<p> -Le idee estetiche del Leopardi non sono sistematicamente ordinate, -non formano un corpo di dottrina compiuto e coerente; ma sono, -nulladimeno, in armonia fra di loro; governano, entro certi limiti, -il sentimento e il pensiero di lui, e, sino ad un certo segno, ne spiegano -l'arte. Il poeta nè si arroga di risolvere, nè a dir vero si -propone il problema estetico; non istituisce indagini particolari; non -tenta analisi sottili; ma pone alcuni principii, enunzia alcune opinioni, -ch'egli non troppo si cura di conciliare con la rimanente sua -credenza filosofica, e non sono forse con essa troppo conciliabili. Il -poeta, ch'è sensista e materialista in tutto il rimanente di quella sua -credenza, ci si scopre idealista in estetica. Il poeta che in tutt'altro -è un pessimista, riesce quasi in estetica un ottimista. -</p> - -<p> -Prima di esporre le idee estetiche del Leopardi, prima di ricercare -la qualità e la estensione del suo sentimento estetico, sarà opportuno -che noi ci formiamo un concetto sommario della costituzione -psichica di lui, senza rinunziare però a far di essa quel più particolare -e minuto studio che a volta a volta potrà essere richiesto dall'argomento. -Ricordo, sebbene possa parere superfluo, che le credenze -e le dottrine di ciascun uomo, e le stesse mutazioni di quelle, sono -sempre determinate e condizionate dalla struttura e dall'atteggiamento -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -della psiche, e che la psiche, di cui ci è ignoto il principio e l'essenza, -opera, per dirla col linguaggio dei matematici, <i>in funzione</i> dell'organismo -corporeo, dell'<i>ambiente</i> fisico e morale, dei casi e delle esperienze -della vita. -</p> - -<p> -Non si dà tipo psichico puro, coeguale in tutto all'uno o all'altro -di quegli schemi che la psicologia immagina per comodità di classificazione -e di studio. Il Leopardi è manifestamente un <i>intellettuale</i>; -ma non un intellettuale schietto: bensì un intellettuale appassionato. -Intellettuale egli è perchè vive moltissimo nel pensiero e poco o -punto nell'azione, e il pensiero esercita per sè stesso, senza assoggettarlo -a un fine pratico qualsiasi; ma poichè soffre, si lamenta, si -ribella troppo più di quanto s'addica a un intellettuale risoluto, egli, -sott'altro aspetto, si dà a conoscere quale un <i>sensitivo</i>. E sensitivo è; -di quella delicatissima, esagerata, morbosa sensitività che di ogni più -lieve tocco si offende, e d'onde si genera nella psiche uno stato di -<i>sentimentalità</i> abituale, intendendo con tal nome certa mescolanza e -fluidità di sentimenti vaghi, teneri, dolorosi, immaginosi, che non si -appuntano in nessun oggetto particolarmente determinato e chiaramente -percepito, ma si rigirano in sè medesimi e in sè medesimi si -consumano. -</p> - -<p> -Lo spirito del Leopardi non si può veramente dire uno spirito -unificato. Le tendenze divergenti e contrastanti sono in esso assai numerose, -e se l'arte ci guadagna, la ragione ci perde. L'intelletto è -nel poeta, sino ad un certo segno, sistematizzato ed autonomo; ma -sistematizzato ed autonomo è pure in lui il sentimento; e i due sistemi -e le due autonomie non troppo si accordano fra di loro. Così, mentre -l'intelletto si chiude affatto e per sempre al sogno della felicità, il -cuore, a più riprese, si riapre a quel medesimo sogno; mentre l'intelletto -appetisce il vero, il cuore lo rifiuta; mentire l'intelletto -predica la rassegnazione, il cuore la sdegna. Senza quella troppa -e troppo indocile sensitività, il Leopardi sarebbe stato uno spirito -essenzialmente logico: così come la natura e la vita l'han fatto, -egli è uno spirito in cui la contraddizione abbonda, anzi è abituale -ed organica. Di ciò ognuno si può persuadere agevolmente considerando -quanto diversi, anzi contrarii, sieno certi giudizii suoi concernenti -gli uomini in genere, le donne in ispecie, le cause della umana -infelicità, la natura, ecc., nei molti casi in cui, per ragion di tempo, -quella diversità e quella contrarietà non possono imputarsi a un -moto generale dello spirito, a un rivolgimento profondo delle dottrine. -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -Ma la contraddizione per noi più notabile è quella in cui egli -si viene ripetutamente avviluppando nel far giudizio del vero e della -scienza: giacchè, ora detesta il vero, come quello che distrugge con -la <i>face consumatrice</i> i <i>sogni leggiadri</i>; e dice la notizia di esso <i>contrarissima -alla felicità</i>; e lo chiama <i>fonte o di noncuranza e infingardaggine, -o di bassezza d'animo, iniquità e disonestà di azioni, e perversità -di costumi</i>; e biasima gli uomini d'averlo voluto, <i>colla curiosità -incessabile e smisurata</i>, penetrare e conoscere; e vitupera la ragione, -dicendola <i>carnefice del genere umano</i>; mentre per contro celebra ed -esalta l'<i>ameno errore</i>, i <i>fantasmi consolatori</i>, gl'<i>inganni fortunatissimi</i>, -gli <i>errori antichi necessari al buono stato delle nazioni civili</i>: ora, -invece, riconosce che il vero <i>ha suoi diletti, ancor che triste</i>; e compiange -l'uomo dei campi, perchè <i>ignaro d'ogni virtù che da saper -deriva</i>; e dice che, dopo il bello, il vero <i>è da preferire ad ogni altra -cosa</i>; e afferma di non cercare <i>altro più fuorchè il vero</i>; e deride -i sogni vani e le antiche fole insieme con le speranze di futura felicità -e le <i>magnifiche sorti e progressive</i>, che pur dovrebbero essere, -anche per lui, anzi più per lui che per altri, ameni errori, fantasmi -consolatori, inganni fortunatissimi; e rinfaccia al secolo d'avere sentito -dispiacere del vero, e d'avere abbandonato vilmente il <i>risorto -pensiero</i>, solo per cui fu vinta in parte la barbarie, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> e per cui solo</p> -<p class="i01">Si cresce in civiltà, che sola in meglio</p> -<p class="i01">Guida i pubblici fati.</p> -</div></div> - -<p> -E questa civiltà era stata da lui maledetta con i sentimenti stessi -del Rousseau, come un tradimento fatto alla Natura, come un errore -che non può andare <i>senza infinito accrescimento d'infelicità</i> e senza -vergogna. E ad essa accennando aveva esclamato: <i>Che cosa è barbarie -se non quella condizione, dove la natura non ha più forza negli -uomini?</i> -</p> - -<p> -Noi qui vediamo l'intelletto e il sentimento alle prese fra di loro -a volta a volta, e quando l'uno quando l'altro, incalzare o recedere, -stringersi e sopraffarsi a vicenda. Il Pascal era riuscito a fermare -assai più e legare in unità il proprio spirito quando scriveva quelle -memorabili parole: «L'homme n'est qu'un roseau, le plus foible de -la nature, mais c'est un roseau pensant. Il ne faut pas que l'univers -entier s'arme pour l'écraser. Une vapeur, une goutte d'eau, suffit -pour le tuer. Mais quand l'univers l'écraiseroit, l'homme seroit encore -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -plus noble que ce qui le tue, parce qu'il sait qu'il meurt; et l'avantage -que l'univers a sur lui, l'univers n'en sait rien»<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>. -</p> - -<p> -Sappiamo dallo stesso Leopardi che in certi tempi, crescendogli -il male, anzi i mali ond'era travagliato, egli diveniva pressochè incapace -di attenzione, tanto da non poter tener dietro a chi leggesse, -nè scrivere cosa alcuna, nè <i>fissar la mente in nessun pensiero di molto -o poco rilievo</i><a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a>. Ciò nondimeno, d'ordinario, egli dovette essere in -sommo grado capace, così di attenzione spontanea, come di attenzion -volontaria<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>; d'onde poi deriva attitudine spiccatissima ed inclinazione -allo astrarre. Dell'attenzione spontanea parmi facciano testimonianza -le ingegnose ed acute osservazioni e la molta maturità di senno onde -son piene le prime sue lettere, scritte quand'egli non era per anche -uscito di Recanati. Della volontaria fanno prova irrefragabile la qualità -e la estension degli studii, la perseveranza e il discernimento adoperatovi, -e più che tutto l'arte sua, dove non è cosa mai che appaja -abbandonata al solo istinto o alla fortuna. Se son veri certi racconti, -il Leopardi da giovane s'immergeva alle volte sì fattamente ne' proprii -pensieri da perdere affatto il sentimento di quanto gli stava e gli -avveniva dattorno<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a>. Qualcuno, badando alle più consuete preoccupazioni -del poeta, e come il pensiero che inspira e sorregge la sua poesia -tenda quasi a ridursi in un <i>motivo</i> unico, potrebbe facilmente congetturare -in lui certa inclinazione malsana al monoideismo, e cioè a -fermar stabilmente l'attenzione sopra un'unica idea; ma se non si -può negare che quella inclinazione ci sia stata, specie in certi tempi, -non si può da altra banda non riconoscere, considerando i moltissimi -abbozzi ed accenni di opere dal poeta divisate o ideate, che -quella mente era usa di vagare per una copiosissima varietà di obbietti -e di temi, per tutto il creato e per tutto lo scibile. -</p> - -<p> -Non dovrebbe, parmi, negarsi che l'attenzione di lui non si fissi -talvolta in modo da arieggiare le forme morbose della fissità; la qual -cosa del resto facilmente interviene ai melanconici e più agl'ipocondriaci; -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -ma non si dovrebbe però dimenticare che in ciò, come in -altro, molti sono i gradi intermedii tra il normale e l'anormale, e -che una certa ossession dell'idea e del fantasma è abituale, anzi necessaria, -non meno allo scienziato che all'artista, e che senz'essa non -si darebbe nè scienza nè arte. La poesia intitolata <i>Il pensiero dominante</i> -parrebbe a prima giunta rivelar nel Leopardi una vera e -propria idea fissa, da cui quella togliesse il nome e la contenenza. Alcuni -versi di essa descrivono veramente la condizione dell'uomo di -cui una sola idea imperiosa abbia occupata e soggiogata tutta la -psiche, votandola quasi d'ogni altro elemento, spogliandola d'ogni -altra forma: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Come solinga è fatta</p> -<p class="i01">La mente mia d'allora</p> -<p class="i01">Che tu quivi prendesti a far dimora!</p> -<p class="i01">Ratto d'intorno intorno al par del lampo</p> -<p class="i01">Gli altri pensieri miei</p> -<p class="i01">Tutti si dileguâr. Siccome torre</p> -<p class="i01">In solitario campo</p> -<p class="i01">Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.</p> -</div></div> - -<p> -Ma questo pensiero dominante non è altro che il pensiero d'amore, -il quale, dove raggiunga un certo grado di vivezza e di forza, opera -quasi sempre a questo medesimo modo nell'animo degl'innamorati. -Cercando nei versi e nelle prose del Leopardi, e più specialmente -nelle lettere, non è difficile trovar segni e indizii di una qualche soverchia -fissazion della mente, più o meno durevole. Il 23 giugno 1823 -egli scriveva da Recanati al Jacopssen: «Pendant un certain temps -j'ai senti le vide de l'existence comme si ç'avait été une chose réelle -qui pesât rudement sur mon âme. Il m'était, toujours présent comme -un fantôme affreux; je ne voyais qu'un désert autour de moi, je ne -concevais comment on peut s'assujettir aux soins journaliers que la -vie exige, en étant bien sûr que ces soins n'aboutiront jamais à -rien. Cette pensée m'occupait tellement, que je croyais presque en -perdre la raison»<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>. -</p> - -<p> -Dall'attenzione dipende per molta parte la memoria. Il Leopardi -ebbe (la storia de' suoi studii e gli scritti ne fanno fede) memoria -potente, sicura, tenace, e da giovane parve anche per questo rispetto -sì fattamente meraviglioso, che l'abate Cancellieri ne fece espresso -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -ricordo nella <i>Dissertazione intorno agli uomini dotati di gran memoria</i>. -Si sa con quanta agevolezza egli imparasse le lingue; e se -errò il Puccinotti dicendolo versato anche nella tedesca<a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a> gli è pur -certo che tra antiche e moderne ne conobbe un buon numero, e di -parecchie fu mirabilmente padrone. Non però è da credere che il -Leopardi possedesse la memoria totale e universale, che non fu posseduta -mai da nessuno, e non è ente psichico, ma entità psicologica; -nè si dà propriamente la memoria in genere, ma bensì tante memorie -specificate e diverse quante sono le categorie del sensibile e del pensabile. -Il Leopardi ebbe vivissima memoria delle idee, e forse non -vi fu idea, da quella del numero a quella del fatto sociale e storico, -che mai la trovasse indocile o lenta. Ebbe vivissima pure la memoria -dei sentimenti; e volentieri inclinerei a credere che intervenisse a -lui, in maniera anche più risoluta, ciò che interviene a taluni, ne' -quali il sentimento ravvivato per virtù di memoria riesce più intenso -di quello spontaneo provato in origine. Sempre che il poeta ripensa -alla sua Silvia, morta nel fior degli anni, e si sovviene delle tradite -speranze, un affetto lo preme <i>acerbo e sconsolato</i>, ed egli si torna -a dolere di sua sventura<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a>. Il più del tempo egli vive nel <i>dolce rimembrare</i>, -e soggiornando in Pisa, dà a certa via il nome di <i>Via -della rimembranza</i>. Un solo dolce ricordo sarebbe bastato a rendere -felice tutta la vita dell'infelicissimo Consalvo, e le <i>Ricordanze</i> -sono un canto e un pianto dell'anima che tutta si raccoglie nell'appassionata -contemplazione di un passato irrevocabile. Queste -due forme della memoria ben si convengono al nostro poeta, il quale -abbiamo riconosciuto essere un intellettuale e un sensitivo al tempo -stesso. La memoria delle sensazioni fu certamente in lui meno valida -e meno pronta; ma di ciò sarà a dire più innanzi. Qui resta -a notarsi che la memoria del poeta fu (nè potev'essere altro) scarsamente -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -popolata di quelle multiformi immagini cui solo può fornire -la lunga, continuata e varia esperienza di una vita operosa e il -libero e vigoroso esercizio di tutte le facoltà e potenze ond'è costituita -la umana persona. -</p> - -<p> -Come la memoria dipende dall'attenzione, così la fantasia dipende -dalla memoria; onde, quali le forme e i temperamenti della -memoria, tali pure le forme e i temperamenti della fantasia. Il -Leopardi ebbe da natura fantasia agile e viva; nè gliela poterono -mortificare i lunghi e pazienti studii di erudizione e il meditare ostinato; -nè molto gliela estenuarono i mali. Fanciullo ancora, sappiamo -com'egli immaginasse intricate favole di cavalieri, di battaglie -e d'incantamenti e intrattenesse per lunghi giorni i compagni -de' suoi sollazzi. Tornato la terza volta, nel novembre del 1828, al -detestato soggiorno di Recanati, egli risalutava quelle <i>vaghe stelle -dell'Orsa</i> che tante immagini un tempo e tante fole gli avevano suscitate -nella mente, e accennando altri oggetti delle antiche sue contemplazioni, -<i>che pensieri immensi</i>, esclamava, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che dolci sogni mi spirò la vista</p> -<p class="i01">Di quel lontano mar, quei monti azzurri,</p> -<p class="i01">Che di qua scopro e che varcare un giorno</p> -<p class="i01">Io mi pensava, arcani mondi, arcana</p> -<p class="i01">Felicità fingendo al viver mio!<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a></p> -</div></div> - -<p> -Chi non sia dotato di viva e fervida fantasia, malamente può vivere -solitario; e il Leopardi, sebbene conoscesse la solitudine esser -dannosissima agli uomini del suo temperamento, che sempre «si -bruciano e si consumano da loro stessi»<a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>, della solitudine si piacque -oltre modo, facendone argomento di alcuni tra' suoi canti migliori; -e sebbene sin dal luglio del 1819, nella famosa lettera scritta al -padre in occasione della tentata fuga, parlasse dei <i>tormenti di nuovo -genere</i> che gli procacciava la <i>strana immaginazione</i><a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a>, pur nondimeno -sempre del <i>caro immaginare</i> si dilettò grandemente, trovando -in esso una delle maggiori e più fide consolazioni della sua vita. -Certo, la fantasia non fu nel Leopardi così ricca, varia, lussureggiante, -colorita, come fu nel Byron, o nello Shelley, o nell'Hugo, -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -o in altri poeti molti che si potrebbero ricordare; ma una ragione -di ciò fu accennata parlando della memoria di lui, e richiamerà novamente -la nostra attenzione in luogo più acconcio. -</p> - -<p> -Che il Leopardi non sia ciò che gli psicologi più recenti dicono -un <i>volitivo</i>, è manifesto ad ognuno; ma altro è riconoscere questo, -altro è asserire che il Leopardi patì di abulia dichiarata e congenita. -Innanzi tutto, a riguardo di questa, come di ogni altra qualità -del nostro poeta, è sommamente necessario distinguere nella -storia di lui un prima e un dopo, senza di che si risica troppo di -scambiare l'avventizio per l'iniziale, e di confondere col principio la -fine. Se non v'è forse vita d'uomo esente da peripezia, non v'è -forse altra vita in cui la peripezia sia stata così profonda e molteplice -come fu nel Leopardi. Da fanciullo questi non difettò certamente -di volontà, chè anzi le memorie di quel primo tempo ce lo -fanno conoscere protervo, prepotente, soverchiatore. Molti versi della -sua giovinezza sono versi di eccitamento e di ribellione, e tra le -opinioni da lui più costantemente osservate, in verso e in prosa, in -pubblico ed in privato, è pur questa, che l'operare vince di gran -lunga in nobiltà il meditare e lo scrivere; onde in uno de' più tardi -componimenti suoi, quello che prende titolo dall'amore e dalla morte, -celebrava l'amore, che suscita o ridesta ne' petti il coraggio, e per la -cui virtù -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> sapïente in opre,</p> -<p class="i01">Non in pensiero invan, siccome suole,</p> -<p class="i01">Divien l'umana prole.</p> -</div></div> - -<p> -Non nego che questa opinione gli possa essere stata suggerita -in parte dagli ammaestramenti e dagli esempii di quell'antichità in -cui gli era tanto dolce rivivere; ma è da credere che il suggerimento -non avrebbe operato nell'animo di lui, se l'animo, per certa sua -propria e naturale disposizione, non fosse stato inclinato a -riceverlo. Il fermato, e per poco non effettuato proposito -della fuga, difficilmente si potrà conciliare con una volontà debole -e incerta, specie se si considera che il giovane che vi si accinse non -era uno sventato, anzi conosceva benissimo e la forza, ancora assai -grande, di quella paterna autorità contro la quale insorgeva, e i pericoli -d'ogni maniera e le traversie che certamente avrebbe dovuto -affrontare. E gioverà ricordare che mentre i giovani di poco animo -e d'indole remissiva sono lieti d'aver nel padre chi spiani loro la via -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -della vita e risparmii le fatiche maggiori e i maggiori ardimenti, il -Leopardi, stimando la tutela paterna oppressiva di que' liberi spiriti -che fanno atti gli uomini alle cose nobili e grandi, ebbe in conto -di fortunati (e osò scriverlo) quei figliuoli che, perduto per tempo il -padre, dovettero fare, senz'altro ajuto, da sè. Quanto alla tentazion -di suicidio, a cui il poeta andò così lungamente soggetto, noi non -siamo in grado di dire con sicurezza se l'averla sempre patita senza -mai soggiacervi sia indizio di una volontà troppo debole che non -riesce ad attuarsi, o di una volontà ancor tanto forte da poter frenare -l'impulso<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>; ma indipendentemente dalla maggiore o minore -forza della volontà, gli animi molto delicati, e di un sentire molto -squisito, non possono non rimanere turbati ed offesi dalla idea di -quella violenza che sempre e di necessità accompagna la volontaria -soppression della vita, sia quella d'altri o la propria: e chi può -dire quanta forza l'orrore di così fatta violenza possa avere avuto -nell'animo del poeta che non volle contemplare la morte se non -sotto le sembianze della bellezza e della pietà? Riconosciuto nel -Leopardi un intellettuale, e ricordato una volta per tutte che gl'intellettuali -non sogliono essere uomini d'azione, e, per ciò stesso, non -uomini di volontà gagliarda, spiegata, molteplice (sebbene la volontà -non si eserciti nell'azione soltanto), parmi si debba pur riconoscere -che la volontà di lui fu in origine più che mediocremente valida, -ancorchè, secondo ebbe a confessare egli stesso, mutabilissima<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>. -Dopo di che s'ha da riconoscere ancora che s'andò a poco a poco -affievolendo e stemprando, sia pel crescere lento e profondo di una -pecca ereditaria, sia pel consecutivo insulto di mali sopravvenuti, -sia pel graduale consolidarsi e prevalere della idea pessimistica. So -che quest'ultima cagione non sarà accettata da coloro che giudicano -il pessimismo stesso essere tutto e sempre effetto di depressione psichica -e di detrimento organico, e quasi una denunzia, comunque -espressa, del mancamento della vita. Non è qui il luogo d'entrare -in una controversia assai disputata e sulla quale pende, e penderà -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -per lungo tempo ancora, il giudizio. Io mi contento di dire che se -quella che chiamano miseria o paupertà fisiologica predispone naturalmente<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> -l'animo a formarsi un concetto pessimistico della vita, -nol predispongono di certo a formarsene un concetto ottimistico -quelle dottrine della scienza che, sfatando l'antico errore, mostrano -l'uomo perduto in mezzo alle forze della natura, soggetto a quelle -stesse leggi a cui son soggette le creature inferiori e le infime, spogliato -infine d'ogni ragione di arroganza e di orgoglio; che c'è una -corrente di pessimismo la quale ha nella scienza le prime sue scaturigini<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a>; -che si dànno esempii di pessimismo baldanzoso e giocondo -alla maniera del Nietzsche; che il pessimismo buddistico è sereno, -anzi giulivo; e che accanto al pessimismo dell'inerzia appare il -pessimismo dell'azione. Ciò avvertito a mo' di parentesi, non si può -non concedere che Giacomo Leopardi fu negli anni maturi uno di -quegli irresoluti e di quei timidi ond'è parola nei <i>Detti memorabili -di Filippo Ottonieri</i><a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>; sia pure che a produrre quella irresolutezza -e timidità concorressero efficacemente, com'egli stesso afferma, l'abito -dialettico e la riflession prolungata. -</p> - -<p> -Il Leopardi ebbe alto e forte il sentimento di sè, quello che gl'Inglesi -chiamano <i>self-feeling</i>. Fanciullo ancora, presentendo la futura -grandezza, l'annunziava nell'<i>Appressamento della morte</i>; e molti -sono i luoghi degli scritti suoi, e più specialmente delle lettere, ove -egli quel sentimento fa manifesto; sia con l'esprimere orrore della -mediocrità; sia col far conoscere un desiderio <i>forse smoderato e -insolente</i> di gloria e il proposito di farsi <i>grande ed eterno coll'ingegno -e collo studio</i>; sia, infine, col risolvere <i>di non inchinarsi mai -a persona del mondo</i>, e di non curare il giudizio nè il disprezzo altrui. -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -La già citata lettera al padre, e l'altra al Broglio, scritta in quella -occasione medesima, sono per questo rispetto un documento notabilissimo, -anzi forse un documento unico, se si pensa che colui che le -scriveva era un giovane di poco più che vent'anni. A quel medesimo -sentimento è da ridur la baldanza (ove a torto taluno non vide se non -un espediente retorico) con cui il giovane poeta chiede l'armi per -combattere egli solo i nemici della patria; e l'orgoglio ancora con -cui si atteggia ad avversario indomabile di quel destino che in modo -affatto insolito (tale è la sua credenza) lo persegue e percuote: e -quello ancora che gli fa desiderare, dovendo essere infelice, infelicità -piena ed intera. Egli volle ritrar sè medesimo in quel prode -che la mano vincitrice del fato -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Indomito scrollando si pompeggia,</p> -<p class="i01">Quando nell'alto lato</p> -<p class="i01">L'amaro ferro intride,</p> -<p class="i01">E maligno alle nere ombre sorride<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Nè contraddicono punto a quel sentimento, anzi per diverso modo -ne dànno a conoscere la persistente e tormentosa acutezza, le parole -ch'ogni tanto egli si lascia uscire di bocca, quando dice di cominciare -a disprezzare la gloria, di aver perduta ogni illusione sul -proprio valore, di accordarsi oramai con l'universale che lo disprezza. -Parole appunto di chi in troppo alto e geloso modo sente di -sè! Angoscioso sentimento di una psiche sempre presente a sè stessa -e ammalata di consapevolezza eccessiva! Certe forme di pessimismo -non ne vanno mai scompagnate. -</p> - -<p> -Fu un genio il Leopardi? Molti lo affermano, qualcuno lo nega; -e non è questo uno di quei dissensi che si possano comporre recando -in mezzo prove ben definite e irrefragabili. Dalla intelligenza mezzana -e comune all'ingegno ed al genio si sale per gradi, starei per dire -infinitesimali, e non v'è strumento che segni il punto del preciso trapasso -dal primo al secondo, dal secondo al terzo. Quegli stessi che -per lunga tradizione e quasi universale sono giudicati genii massimi, -e di cui si suol dire che recano in fronte il marchio divino ed indelebile, -non poterono soggiogare in tutto la instabile fortuna dei giudizii -umani; e le vicende cui andò soggetta, col mutare dei tempi e -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -degli umori, la fama di un Omero e di un Aristotele, di un Dante -e di uno Shakespeare, lo provano, parmi, abbastanza. Non è possibile -dare del genio una definizione che non si smarrisca più o meno -in formole monche od incerte, e non si raccomandi, da ultimo, assai -più all'intuito che alla ragione. Abbiam dismesso il concetto mitico -o metafisico del genio; ma non gli abbiamo per anche sostituito il -naturalistico e positivo. Errore grave mi sembra esser quello di taluni -che solo criterio e sola misura del genio vogliono la utilità, e -sentenziano non meritare nome e fama di genii, se non coloro che -recarono agli uomini alcun insolito beneficio, strepitoso e grande: -e sembrami errore, non tanto perchè il giudizio della utilità è incertissimo, -e soggetto, nel corso della storia, a moltissime mutazioni, -quanto perchè il beneficio può assai volte, come c'insegna la storia -di molte invenzioni e scoperte, essere opera più del caso che dell'intendimento. -Le ragioni del genio vogliono esser cercate nel soggetto -da prima, nell'oggetto di poi; ma nel far giudizio e dell'uno e dell'altro, -è da guardare soltanto alla singolarità e alla grandezza, e -non alla utilità; dacchè ci sono genii benefici e genii malefici, e -tutte quasi le religioni credettero a un genio del male. Che il primo -Napoleone sia stato un genio benefico par difficile a dimostrare; -ma più difficile ancora che non fosse un genio. Io vorrei contentarmi -di dire: Genio è colui che addimostra una straordinaria potenza -interiore, operando cose che non erano preparate, o erano solo scarsamente -preparate dal precedente lavoro delle generazioni; che corona -il faticoso e lento edifizio della tradizione o lo abbatte; che in -far ciò dà a divedere un massimo di autonomia e un minimo di dipendenza; -che si trascina dietro un numero grande di spiriti comuni, -i quali lo acclamano maestro e rivelatore, e che riesce a far -da solo, per intrinseca e necessaria virtù di natura, ciò che i molti -e gl'infiniti insieme associati non potrebbero fare<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a>. Vedo bene le -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -deficienze e le incertezze di questa che non oso chiamare una definizione; -ma non me ne soccorre altra che meglio mi appaghi, e questa, -qual ch'essa sia, può bastare al bisogno presente. -</p> - -<p> -Stimo doversi dire un genio il Leopardi perchè la precocità e la -estensione de' suoi studii fanno manifesto uno straordinario vigor -d'intelletto; perchè il singolare <i>autodidascalismo</i> rivela uno spirito -singolarmente autonomo; perchè la dottrina filosofica di lui, o buona -o cattiva ch'ella sia, è, per la più parte, frutto della sua mente, -senza veri precedenti in Italia, e con poche, e dal poeta ignorate, attinenze -fuori d'Italia<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a>; perchè la poesia creata da lui è, a dispetto -d'ogni influsso e riverbero greco, latino, petrarchesco, o d'altra maniera, -che vi si scorga per entro, poesia nuova in Italia e nel mondo, -per quanto può esser nuova una poesia che vien dopo altra poesia -e insieme con altra poesia. Come nei cieli della poesia inglese il -Byron, così nei cieli della poesia italiana appare subitaneo e inopinato -il Leopardi, simile ad una di quelle comete che scaturiscono -improvvise dalla profondità dello spazio, e luminose solcano il firmamento, -fuori d'ogni tracciato e cognito cammino. Se mai può -dirsi d'uomo nato da altro uomo, e vivente nella società de' suoi -simili, ch'egli sia originale, del Leopardi si dovrà dire che fu originalissimo. -Egli rinunziò la fede in che era nato e cresciuto, e nella quale -perseverarono tutti, o quasi tutti, i suoi; e la rinunziò giovanissimo; -e non già, come fu sospettato dal padre e da altri, ad istigazion del -Giordani, ma per atto spontaneo e spontanea risoluzione di ragione -in cimento. Quella che fu detta sua conversione letteraria avvenne, -non per ammaestramento o consiglio altrui, ma per virtù di meditazione -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -e di esame e di una tutta propria resipiscenza<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>. Se tanto non -basta a far riconoscere il genio, non so che altro possa bastare. -</p> - -<p> -Per mia ventura io non ho da impelagarmi in una delle più vessate -questioni dei nostri giorni, quella delle relazioni e colleganze -che passano fra il genio, la degenerazione e la pazzia. Io non ho -bisogno di schierarmi (e in coscienza non potrei) nè con coloro che -affermano essere il genio una vera e propria psicosi, anzi una forma -larvata di epilessia, nè con coloro che di sì fatta affermazione molto -si stupiscono e più si adontano. A dir vero, le conclusioni mi pajono -tratte un po' a precipizio, così dall'una parte come dall'altra, scambiate -spesso le prime parvenze per prove, con definizioni improprie, -con criteri incerti, con metodo arrischiato, e spesso più con desiderio -di vincere l'avversario, che di accertare il vero. Il problema -è oscurissimo tra quanti se ne possono proporre alla umana ragione. -Veggo bene come assai volte il genio sia accompagnato dalle stimate -della degenerazione, dai turbamenti di una mutevole psicosi; -ma la ragione ultima e certa e la regola di quell'accompagnamento -mi rimangono occulte, e diffido non men di me che d'altrui, sapendo -quanto è difficile, e come spesso fallace, la investigazione delle -cause, e come pieno d'insidie il ragionamento. E forse noi non intendiamo -ancora i fatti della vita e della psiche in genere tanto che -basti a lasciarci penetrare la natura del genio. -</p> - -<p> -Ma non occorre che il problema sia risoluto ne' suoi termini generali -per iscorgere nei singoli casi il certo e il vero dei fatti e delle -concomitanze e conseguenze loro. Il caso particolare del Leopardi -fu recentemente studiato con diligenza d'indagine, con acume di raziocinio, -e con circospezione, non dirò intera, ma rara nella più -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -parte dei cultori di questi studii, in un libro ch'ebbe biasimi e lodi, -e che io, sinceramente, credo più meritevole d'essere lodato che biasimato<a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>. -Non tutte certo le opinioni e le prove e i ragionamenti e i -giudizii che vi sono prodotti mi pajono tali da doversi accettare<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>, chè -a molti anzi credo si debba contraddire risolutamente; e nelle pagine -che precedono, fu già implicitamente contraddetto a qualcuno, e in -quelle che seguono sarà, implicitamente o esplicitamente, contraddetto -a qualche altro; ma la conclusione generale cui da ultimo perviene -l'autore, quando afferma di riconoscere nel grande Recanatese -le stimate della degenerazione e della psicopatia, e i sintomi gravi di -una nevrastenia cerebro-spinale, mi sembra tratta legittimamente, -necessaria, inoppugnabile. -</p> - -<p> -E non intendo davvero perchè tanti se ne sieno risentiti come di -una ingiuria fatta al poeta, e abbiano gridato alla profanazione e -al sacrilegio. Similmente si gridò contro ai presunti profanatori della -memoria del Tasso, e i gridatori non ebber ragione, nè può essere -profanazione nel ricercare e dire la verità. Non è punto dimostrato -che la malattia sia condizione necessaria del genio; ma che il genio -possa meravigliosamente vivere e operare accanto e dentro alla malattia, -e di essa giovarsi, è provato da esempii senza numero. Lo -stesso Leopardi, se tornasse al mondo, non contrasterebbe troppo a -certi giudizii che di lui ora si fanno. Parlando della terribile melanconia -che lo perseguitava in Roma, come già lo aveva perseguitato -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -in Recanati, e doveva perseguitarlo anche altrove, egli scriveva, nel -dicembre del 1822, al fratello Carlo: «Non nego però che questo -non venga in gran parte dalla mia particolare costituzione morale -e fisica»<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a>. Già sin dall'aprile del 1817, se non prima, egli aveva -imparato a conoscere la melanconia <i>ostinata, nera, orrenda, barbara</i>, -che lima e divora, <i>e collo studio s'alimenta e senza studio s'accresce</i>, -tanto diversa da quella <i>che partorisce le belle cose, più dolce dell'allegria</i><a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a>, -melanconia da lui in altri tempi provata. Passati molti -anni, nell'aprile del 1829, egli si lagnava che la melanconia sua -fosse divenuta <i>oramai poco men che pazzia</i><a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. Nel <i>Dialogo di Tristano -e di un amico</i>, Tristano, ch'è, come ben s'intende, lo stesso Leopardi, -dice di non sapere se i sentimenti suoi nascano, o meno, da -malattia, ma soggiunge che <i>il corpo è l'uomo</i><a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>; e già molt'anni innanzi, -ne' versi alla sorella, il poeta aveva esclamato che in gracile -petto non si chiude anima pura. Contro l'opinion di coloro che stimano -il genio consistere in un temperamento e in un equilibrio di -tutte le potenze interiori, egli stimava difficilmente potersi far cose -grandi dall'uomo «in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e -proporzionate fra loro; se bene elle fossero o straordinarie o grandi -oltre modo»<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>; e però sembra credesse essere certa sproporzione, -o eccesso, o deformità che si voglia dire, se non la condizione essenziale -del genio, una delle condizioni sue più principali e necessarie. -</p> - -<p> -Degno di lode mi sembra ancora il libro del Patrizi in quanto -obbedisce a <i>intendimenti naturalistici</i>, e oppone una critica informata -a soli principii scientifici (comunque erronea talvolta nella pratica) -alla critica sentimentale, ch'è la peggiore delle critiche, anzi la negazion -d'ogni critica; e non esito a dire che un utile avvertimento -viene da esso ai letterati di professione, i quali s'avrebbero -a persuadere oramai che la storia, la biografia e la critica letteraria -non possono d'ora in avanti far di meno dei lumi e degli ajuti della -psicologia normale e patologica, e, più in generale ancora, della -biologia. -</p> - -<p> -Dal Patrizi dissento in parte nella questione, ancor essa tanto -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -controversa, del pessimismo leopardiano. Ho detto già di non credere -che il pessimismo sia, tutto e sempre, una <i>suggestion metafisica -della impotenza fisica</i>, un puro fenomeno <i>psicastenico</i>; sebbene riconosca -assai volentieri <i>l'inevitabile riverbero delle condizioni organiche -sul colore della filosofia</i><a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>. Che tale sia stato in parte e, se si -vuole, in molta parte, il pessimismo del Leopardi, consento, e in -qualche modo fu consentito anche da lui; perchè non fu egli così -saldo in ribattere la opinion di coloro che prima cagione d'ogni sua -filosofia dicevano essere i proprii suoi mali, che una consimile opinione -non portasse alcuna volta egli stesso. Nel <i>Dialogo di Plotino e -di Porfirio</i>, questi, ch'è pur sempre, sott'altro nome, il poeta, parla -della propria <i>disposizione</i>, cioè dell'avere in fastidio la vita, e del -conoscere che tutto è menzogna, illusione e vanità, come di cosa che -a lui proviene, <i>in buona parte, da qualche mal essere corporale</i><a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>. E -al Giordani aveva scritto sino dal giugno del 1820, durante un breve -tempo, in cui gli era sembrato di potersi pur riavere: «Ma se bene -anche oggi io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò -sono migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter -guarire, e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità -mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e -necessaria»<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>. -</p> - -<p> -Ma il pessimismo non è di una sola maniera, nè ha, checchè -possa dirsi in contrario, una origine sola: e se quello del Leopardi -è prodotto, per una parte assai rilevante, dalla stessa sua complessione -fisica e psichica, e per un'altra parte, certo non piccola, dai -casi della vita, è pur prodotto in qualche misura dall'intelletto e -dalla ragione. Ciò non dovrebbe, parmi, essere così recisamente negato -da quegli scienziati, che avendo fatto il possibile per provare -che non v'è intelligenza nelle origini e nella universa vita del mondo, -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -hanno per ciò stesso contribuito a far sì che il mondo appaja spregevole -e divenga intollerabile all'intelletto. Dall'affrontarsi del razionale -e dell'irrazionale nasce una forma di pessimismo immediata e -necessaria, perchè la ragione, che non può negare sè stessa, non può, -nell'atto in cui si afferma, non negare il suo contrario. Un mondo irrazionale, -o tale presunto, deve di necessità apparir cattivo alla ragione; -come deve apparir cattivo al sentimento un mondo spoglio di sensitività; -e cattivo, se non pessimo, a tutto l'uomo un mondo che contrasta -agl'istinti e alle aspirazioni proprie della umana natura. Questo pessimismo -prorompe immediatamente dalla coscienza, e non v'è mente -che, pervenuta a certo grado di elevatezza e di amplitudine, non ne -sia capace, e può accompagnarsi con un'indole naturalmente gioconda, -e durare in mezzo a condizioni di vita, per quanto è possibile, riposate -e felici. Quando lo Shakespeare definisce la vita un'ombra che -cammina; e l'assomiglia a un povero commediante, che si pavoneggia -e struscia sulla scena un momento, e poi più non s'ode; e -la dice una favola recitata da un idiota, tutta piena di frastuono e di -furore, vuota di senso e di ragione; e quando afferma che noi siam -fatti di quello onde son fatti i sogni, e che la nostra picciola vita è -tutta fasciata di sonno<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>; è egli proprio necessario ch'altri sia un paranoico, -un lipemaniaco, un ipocondriaco, un degenerato per intendere -le parole di lui e assentire al giudizio? Un certo pessimismo -nasce spontaneamente dall'intelletto fatto autonomo<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>; e se a questo -pessimismo non diamo, per distinguerlo da ogni altro, lirico, religioso, -politico, il nome di filosofico, che molti in fatti gli ricusano, -non so davvero con qual altro nome e' si possa ragionevolmente chiamare. -Che si possa anche questo ridurre, così senz'altro, alla malattia -e all'impotenza, non vedo e non credo<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -</p> - -<p> -Il pessimismo del Leopardi fu, in parte, pessimismo filosofico. -La contraddizione fra l'idea e la realtà, fra la ragione e la natura fu -da lui chiaramente espressa in una lettera al Giordani, con queste -notabili e testuali parole: «.... questa è la miserabile condizione -dell'uomo e il barbaro insegnamento della ragione, che, i piaceri e -i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla -certezza della nullità delle cose sia sempre solamente giusto e vero. -E se bene, regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento -di questa nullità, finirebbe il mondo, e giustamente saremmo -chiamati pazzi, in ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe -una pazzia ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo -tutte le saviezze sarebbero pazzie, giacchè tutto a questo mondo si fa -per la semplice e continua dimenticanza di quella verità universale, -che tutto è nulla. Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire -quei poveri filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento -della ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta -nella cognizione del vero, quando non c'è altro vero che il nulla; -e questo pensiero, ed averlo continuamente nell'animo, come la ragione -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -vorrebbe, ci dee condurre «necessariamente e direttamente a -questa disposizione che ho detto; la quale sarebbe pazzia secondo -la natura, e saviezza assoluta e perfetta secondo la ragione»<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>. -</p> - -<p> -Perciò non mi pajono aver ragione nemmanco coloro i quali asseriscono -il pessimismo del Leopardi essere pessimismo lirico puro -e semplice, tutto formato cioè di quel sentimento, o di quella mescolanza -di sentimenti, che i Tedeschi dicono <i>Weltschmerz</i>, e da taluno -in Italia fu chiamato dolore universale. Il pessimismo del Leopardi -è moltiforme: lirico, empirico, civile, filosofico; e negli schemi -d'inni cristiani che il poeta tracciava negli anni dell'adolescenza sono -segni patenti di pessimismo religioso. Lirico è il pessimismo che il -poeta esprime in tanti suoi versi, e quando per bocca di un pastore -errante dell'Asia esclama: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Questo io conosco e sento,</p> -<p class="i01">Che degli eterni giri,</p> -<p class="i01">Che dell'esser mio frale,</p> -<p class="i01">Qualche bene o contento</p> -<p class="i01">Avrà fors'altri; a me la vita è male.</p> -</div></div> - -<p> -Ma civile era apparso il pessimismo dei primi canti; e il pessimismo -che si serba empirico finchè si contenta di affermare l'eccesso e la -universalità del male, diventa filosofico allorquando passa ad affermare -la necessità ineluttabile di esso e la impossibilità del rimedio. -Perciò mi pare avesse ragione il Caro quando diceva che il Leopardi -dà del problema della vita una soluzione da cui è cancellato, -per quanto è possibile, il sentimento prettamente individuale, e che -quella soluzione egli innalza ed allarga sin là dove incomincia la filosofia; -e conclude con questo giudizio: «Par ce trait, que nous -voulions mettre en lumière, il se distingue nettement de l'école des -lyriques et des désespérés, où l'on a prétendu le confondre; il n'a -qu'une parenté lointaine avec les Rolla qui l'ont réclamé pour leur -frère: il les dépasse par la hauteur du point de vue cosmique auquel il -s'élève; il a voulu être philosophe, il a mérité de l'être, il l'est»<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a>. -Di questa stessa opinione doveva essere ancora lo Schopenhauer, -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -quando giudicava nessuno mai aver trattato il tema del dolore e della -nullità della vita così profondamente ed interamente come fece il -Leopardi<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>. Resterebbe a vedersi se il Leopardi, il quale notò «che -molte conclusioni cavate da ottimi discorsi non reggono all'esperienza»<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>; -e si fece beffe della filosofia aprioristica<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a>; e disse di non -ignorare «che l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera e -perfetta si è, che non bisogna filosofare»<a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>; e non immaginò nessuna -metafisica; e non iscrisse nè il romanzo dell'io, nè quello dell'idea, -nè quello della volontà; e disse tutto essere arcano fuor che il nostro -dolore; non sia più vero e maggior filosofo di molti che tengono -largo, e forse troppo largo, posto nella storia della filosofia antica -e moderna. -</p> - -<p> -Se, togliendoci fuori dalle angustie e dalle intolleranze delle -scuole, noi teniamo essere filosofo colui che si affatica a formarsi -un concetto generale della vita e del mondo; colui che, avido di -verità, si sforza di conoscerla, senza riguardo alcuno al vantaggio -proprio o d'altrui, e che, conosciutala, ancorchè se ne senta offeso, -ancorchè se ne lagni, la manifesta e mantiene, sfidando biasimi, dileggi -e pericoli; se, dico, tale sia il nostro giudizio, dovremo dire -che il Leopardi, a dispetto di ogni mancamento o incertezza della -sua dottrina, fu un filosofo, e che non si può, senza ingiustizia, negargli -di filosofo il nome<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -</p> - -<h3 id="leop2">CAPITOLO II. -<span class="smaller"><span class="smcap">Estetica generale del Leopardi.</span></span></h3> - -<p> -L'uomo non ha veramente altro desiderio che della felicità, e -non desidera e non ama la vita se non quanto la reputa strumento -o subbietto di quella. Scopo, non pur principale, ma unico della -vita è il piacere; e il vivere, per sè stesso, non è bisogno, perchè -disgiunto dalla felicità non è bene. Tale in sostanza il pensiero del -Leopardi, quale si trova chiaramente espresso in molti luoghi delle -poesie e delle prose<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>: e questo pensiero bisogna aver presente per -ben intendere la estetica di lui. -</p> - -<p> -Quanto è naturale nell'uomo il desiderio della felicità, altrettanto -la infelicità è necessaria. «Certo l'ultima causa dell'essere non è la -felicità; perocchè niuna cosa è felice»<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>. «Nessuna cosa credo sia più -manifesta e palpabile, che l'infelicità necessaria di tutti i viventi. Se -questa infelicità non è vera, tutto è falso, e lasciamo pur questo e -qualunque altro discorso»<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>. Il poeta credette alcun tempo che della -infelicità propria fossero in tutto o in parte colpevoli gli uomini -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -stessi<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>; ma la opinione in cui da ultimo si fermò fu che la infelicità -nasce, non già da umano pervertimento, ma da necessità di natura<a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>. -La sciagura umana è irreparabile, e non ha conforto altro che il -riso<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a>. La felicità è impossibile anche per un momento solo; tale il -concetto del <i>Dialogo di Malambruno e di Farfarello</i>. Non è possibile -non patir sempre, sia per fatto degli uomini, o per fatto della natura; -tale il concetto del <i>Dialogo della natura e di un Islandese</i>. La -infelicità è maggiore negli animi più eccellenti; tale il concetto del -<i>Dialogo della natura e di un'anima</i>. E la vita è così fatta che non si -potrebbe per nessun modo sopportare, se non fosse ogni poco interrotta -dal sonno: «Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno -ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi -con un gusto e quasi una particella di morte»<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a>. Ciò nondimeno, dicendo -che tutti gl'intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai -dispiaceri sono occupati dalla noja<a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>; e che la vita allora riesce veramente -cara, quando, scampatala da un pericolo, ci par quasi di -ricuperarla<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>; e che il solo modo che gli uomini abbiano di gustare -quella tanta felicità che può loro toccare in sorte si è di rinunziare -alla felicità<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>; il poeta viene a riconoscere che sono nella vita alcuni -piaceri (sebbene affermi il piacere esser figlio d'affanno e il diletto -non altro che un uscire di pena<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>), e che la vita può essere, sia pure -in qualche menoma parte, goduta, e che una qualche felicità, sia -pure scarsa, stentata, fuggevole, vi può trovar luogo. -</p> - -<p> -E in fatti il poeta, ancorchè dica la vita <i>inutile miseria</i> e spoglia -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -di qualsiasi frutto<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a>, pure enumera alcuni beni ond'essa vita è consolata: -primo fra tutti la giovinezza, poi l'amore, poi ancora le dolci -illusioni, i felicissimi inganni, i fantasmi consolatori. Qui ci s'apre -naturalmente il passo a discorrere delle idee estetiche di lui. -</p> - -<p> -L'amore fu pel Leopardi, più che altro, una fervente, ossequiosa -ed estatica ammirazione della bellezza sensibile; e in ciò si differenzia -notabilmente da altre forme dell'amore ideale, o, come suol -dirsi, platonico, ove si ostenta di non curare e di non istimare la -veste corporea e caduca dell'anima. Tale ammirazione può raccogliersi -da molti luoghi degli scritti del poeta, cui l'amore della -bellezza già faceva scordare negli anni giovanili l'amor della gloria<a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. -<i>Beltade onnipossente è maestra d'alto affetto</i><a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>; sembra rivelare <i>alto -mistero d'ignorati Elisi</i><a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>; però che un <i>caro sguardo</i> è tra le cose -mortali la più degna del cielo<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>, e la bellezza è, fra noi, come una -<i>viva immagine</i> del cielo, e una fonte inenarrabile d'eccelsi, immensi -pensieri e sensi. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Beltà grandeggia, e pare,</p> -<p class="i01">Quale splendor vibrato</p> -<p class="i01">Da natura immortal su queste arene,</p> -<p class="i01">Di sovrumani fati,</p> -<p class="i01">Di fortunati regni e d'aurei mondi</p> -<p class="i01">Segno e sicura spene</p> -<p class="i01">Dare al mortale stato<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -E' pare dunque che il Leopardi, il quale sino dall'aprile del 1819 -scriveva al Giordani non trovare altra cosa desiderabile nella vita -<i>se non i diletti del cuore e la contemplazione della bellezza</i><a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a>, giudicasse -spettare alla bellezza la dignità suprema, sopra quanto può -essere dall'uomo sentito, compreso, immaginato, ammirato. In ciò -egli si rivela indubitabilmente poeta, e molti furono in ogni tempo -i poeti, e generalmente parlando, gli artisti, che giudicarono nel -medesimo modo. Udiamo Alfredo De Musset: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Or la beauté, c'est tout. Platon l'a dit lui-même:</p> -<p class="i01">La beauté sur la terre, est la chose suprême.</p> -<p class="i01">C'est pour nous la montrer qu'est faite la clarté.</p> -<p class="i01">Rien n'est beau que le vrai, dit un vers respecté;</p> -<p class="i01">Et moi, je lui réponds, sans crainte d'un blasphème:</p> -<p class="i01">Rien n'est vrai que le beau, rien n'est vrai sans beauté<a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -E udiamo il Baudelaire: «C'est cet admirable, et immortel instinct -du beau, qui nous fait considérer la terre et ses spectacles comme un -aperçu, comme une <i>correspondance</i> du ciel... Ainsi le principe de la -poésie est, strictement et simplement, l'aspiration humaine vers une -beauté supérieure...»<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a>. Un filosofo pessimista, il Hartmann, dice la -bellezza essere come l'aureola della vita, e non potere avere altro -scopo se non di consolare della sventura necessaria e irreparabile. -Qual altro scopo è più grande e più <i>utile</i>? -</p> - -<p> -Emanuele Kant scopriva maggior bellezza in un semplice ornato -che nella bellissima fra le donne, perchè la bellezza di costei è -perturbata da un elemento di finalità. Oh aberrazioni del preconcetto -e del sistema! Certamente il Leopardi non vide a quel modo. Per -lui la più alta forma della bellezza è per l'appunto la bellezza muliebre. -Ma qui è subito necessaria un'avvertenza, molto importante -a ciò che dovrà esser detto più innanzi. La bellezza che il Leopardi -vagheggia nella donna non è cosa esistente per sè ed in sè; è anzi -il riflesso, e come la individuazione, di una bellezza più alta, che -il poeta ateo chiama divina; di una vera e propria idea di bellezza, -che sarebbe senz'altro una delle idee di Platone, se il poeta non la -dicesse talora figlia della propria mente. Se come Dante fosse stato -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -credente, il Leopardi, come Dante, avrebbe detto essere la donna -adorata -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> una cosa venuta</p> -<p class="i01">Dal cielo in terra a miracol mostrare.</p> -</div></div> - -<p> -Rileggansi quei noti versi dell'<i>Aspasia</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Raggio divino al mio pensiero apparve,</p> -<p class="i01">Donna, la tua beltà!</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i13"> Vagheggia</p> -<p class="i01">Il piagato mortal quindi la figlia</p> -<p class="i01">Della sua mente, l'amorosa idea.</p> -<p class="i01">Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,</p> -<p class="i01">Tutta al volto, ai costumi, alla favella</p> -<p class="i01">Pari alla donna che il rapito amante</p> -<p class="i01">Vagheggiare ed amar confuso estima.</p> -<p class="i01">Or questa egli non già, ma quella, ancora</p> -<p class="i01">Nei corporali amplessi inchina ed ama.</p> -</div></div> - -<p> -Da questi versi già si rileva che il Leopardi, in estetica, fu un idealista, -a quello stesso modo (conformità notevole) che fu un idealista -Alfredo De Vigny. -</p> - -<p> -E non poteva esser altro. Il giovinetto che, ignaro ancora dell'<i>acerbo -indegno mistero delle cose</i>, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">La sua vita ingannevole vagheggia,</p> -<p class="i01">E celeste beltà fingendo ammira<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -s'avvede ben presto che la vita è vedova di bellezza, che il vero è -brutto; e quello stesso bello ch'egli aveva pur tanto ammirato nella -natura, gli si sforma ed offusca allo sguardo. Alfredo De Musset, -nella poesia testè citata, loda il Leopardi di <i>casto amore per l'aspra -verità</i>, e di questo amore dice ispirato il poeta; ma noi abbiam veduto -come fluttui l'animo del Leopardi nel far giudizio del vero; e -qui è pur forza riconoscere che, più particolarmente come poeta, egli -pone in diretto contrasto il vero col bello, e questo esalta, quello deprime<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>. -Il vero distrugge i sogni leggiadri, spoglia il verde alle cose, -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -dic'egli nella canzone al Mai; il vero è il maggior contrario del -bello, soggiunge nella <i>Comparazione delle sentenze di Bruto minore -e di Teofrasto</i><a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a>. Altrove, alquanto più remissivo, scriveva: «Certamente -il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può spesse volte -porgere qualche diletto: e se nelle cose umane il bello è da preporre -al vero, questo, dove manchi il bello, è da preferire ad ogni altra -cosa»<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>. -</p> - -<p> -Ma che è insomma il bello? Il Leopardi non s'arrischiò mai di -darne una definizione, e certo vide essere impossibile di trovarne una -che appaghi così il sentimento come la ragione. Non tentò nemmeno -di scoprire o d'inventare un canone di bellezza, e non indagò a quali -condizioni dell'organismo fisico per un verso, dell'organismo psichico -per un altro, risponda la impressione che produce in noi la bellezza -e il godimento che ne deriva. L'estetica non aveva ancora cercato -nella fisiologia e nella psicologia le nuove sue basi; e quella che, -fondata tutta nella metafisica, era sorta e fioriva in Germania, si può -dire che nemmen di nome fosse nota in Italia; dove opera capitale -in sì fatta materia erano pur sempre i ragionamenti <i>Del bello</i>, di -Leopoldo Cicognara, stampati la prima volta in Firenze l'anno 1808. -In questo libro si dà qualche contezza delle dottrine del Kant, ma -così scarsa e superficiale come poteva darla un uomo che diceva -desiderabile <i>un'esatta versione dal tedesco delle opere metafisiche del -sig. Kant per poter bene conoscere le sue idee su questo argomento</i>: -e il Lessing, il Winckelmann, lo Schiller vi sono nominati appena. -La estetica tedesca cominciò a penetrare in Italia soltanto verso il 1820, -per opera dei romantici<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a>. -</p> - -<p> -Il Leopardi non dice che cosa sia il bello: egli si contenta di dire -che cosa il bello non è. Il bello non è il vero. Ma poichè il vero è -<i>ben altra cosa che la natura</i><a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a>, potrebbe darsi che il bello fosse la -natura. Questo credette il Leopardi nel tempo in cui scriveva al Giordani: -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -«Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo»<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>; e questo -ancora seguitò a credere per un pezzo; ma come più ebbe a riconoscere -nel mondo la scena ove si esercita -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> il brutto</p> -<p class="i01">Poter che ascoso a comun danno impera,</p> -</div></div> - -<p> -e nella natura una nemica; più si tolse da quella credenza, e finì -che disse poco essere il bello che la natura ci offre<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. E il bello non -è l'utile, anzi è il suo contrario; almeno finchè per utile s'intende -ciò che dagli uomini comunemente s'intende: e qui è curioso -notare come il Leopardi venga a trovarsi d'accordo col Kant, -con lo Schiller, con lo Spencer, per non nominarne altri. Quello -<i>Spettatore Fiorentino</i> che il poeta ebbe un tratto in animo di -pubblicare, doveva esser formato tutto d'idee negative e riuscire un -giornale affatto inutile<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>. Ma qui, per una inversione di ragionamento -che trova la sua piena giustificazione nella dottrina pessimistica del -poeta (in altre dottrine pessimistiche non la troverebbe, o la troverebbe -più difficilmente), l'utile diventa inutile e l'inutile utile. La vita -tutta quanta essendo, insieme col mondo in cui si produce e si agita, -una grandissima e disperatissima inutilità, ne viene di conseguenza -che inutilissime sono le operazioni e preoccupazioni tutte in cui gli -uomini si vengono tuttodì travagliando, con isperanza di far guadagno -e di fruire da ultimo della felicità faticosamente acquistata; e -che solamente utili sono quelle cose e fatiche, le quali arrecando -qualche diletto, fanno sì che gli uomini scordino i mali loro e quasi -non sappian di vivere. Non avendo la vita, per sè medesima, pregio -alcuno, è stolta affatto l'opera di coloro che, senza giovarla altrimenti, -si studiano di farla più lunga<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>; e solo meritano gratitudine coloro -che riescono ad alleviarne in qualche misura il peso e il fastidio. I -travagli hanno questo di buono, che non lasciano luogo alla noja, e -non dan tempo all'uomo di considerare la nullità della vita; ma poi -hanno questo di reo, che a prezzo di dolore ricomperano il benefizio; -la qual cosa non fanno i diletti che diconsi inutili. Sì fatti pensieri sono -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -dal poeta espressi con molta frequenza, con parole pronte e incisive. -Rileggansi tra l'altro, a questo proposito, i primi venticinque o trenta -versi della poesia <i>A Carlo Pepoli</i>, e un passo di lettera al Giordani, -ov'è affermato che il dilettevole è <i>utile sopra tutti gli utili</i><a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>, e il già -citato preambolo allo <i>Spettatore Fiorentino</i>, ove occorrono queste -parole: «Lasciamo stare che, lo scopo finale di ogni cosa utile -essendo il piacere, il quale poi all'ultimo si ottiene rarissime volte, -la nostra privata opinione è che il dilettevole sia più utile che l'utile»<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a>. -</p> - -<p> -Ammesso ciò, non solo la letteratura sarà da stimare più utile -che tutte, quante sono, le scienze politiche e sociali, dette dal poeta -<i>discipline secchissime</i><a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>; ma le arti in genere saranno da avere in -assai maggior conto che le scienze in genere, e che l'altre forme -tutte, comunque preconizzate, dell'umano lavoro, e dovrannosi riverire -ed amare come sole alleviatrici e consolatrici della nostra sciagura. -Ed ecco che con ciò riman fermato e definito così l'oggetto, -come il fine e l'officio di quelle che il poeta, giovanissimo ancora, -aveva chiamate <i>care arti divine</i><a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a>. -</p> - -<p> -Oggetto principalissimo, per non dire unico, delle arti sarà il -bello; e poichè il bello è il contrario del vero, saranno le vaghe e -dolci immaginazioni che velano il vero, e parano all'uomo, se non -la conoscenza, la <i>vista impura</i><a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> di esso. L'artista vive per rivelar -la bellezza. «Lieto, lietissimo vi voglio sempre, o mio Giordani, chè -a questo ci hanno a servire gli studi e la considerazione del Bello -che tutto giorno ci sforziamo d'imitare»<a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>. Non è però che il Leopardi -voglia affatto escluso il brutto dall'arte, chè anzi, su questo -punto, egli aveva già contraddetto al Giordani, affermando che l'arte -lo deve pur conoscere e ritrarre, e ricordando che Omero, e Virgilio, -ma sopra tutti Dante, non l'avevano sempre schifato, e che il -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -brutto, <i>imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di dilettare</i><a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a>. -Ma insomma, egli mostra di dilettarsene poco, e non ci fissa -su l'occhio, e non ne ragiona volentieri, inconsapevole della nuova -importanza ch'esso stava assumendo nella dialettica di Giorgio Hegel -e nella fantasia e nell'arte dei romantici. -</p> - -<p> -Non è sempre vero quanto affermano alcuni, che i pessimisti sono -poco disposti a veder bellezza nelle cose reali, e inclinati a cercarla -nelle sole finzioni<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a>. Ciò non si potrebbe dire, nè di un filosofo pessimista -quale lo Schopenhauer, nè di un poeta pessimista quale il -Leconte de Lisle; ma si può ben dire con la dovuta misura e circospezione, -di molti; ed è consentaneo alla loro natura e alla loro -credenza. Da giovane il Leopardi pensò (probabilmente senza troppo -discutere con sè stesso e ripetendo opinione divulgatissima) che <i>ufficio -delle belle arti sia d'imitare la natura nel verisimile</i><a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>; e vedremo -ch'egli a così fatta imitazione non rinunziò mai, e che anzi ebbe -sempre l'occhio alla realtà, per modo da dare ai critici occasione e -motivo di parlare del verismo e del realismo di lui; ma, considerata -debitamente ogni cosa, non si può negare che il Leopardi si -compiaccia più della finzione che della realtà, com'è in più particolar -modo provato dalle <i>Operette morali</i>, dove le <i>posizioni</i> e i temi -sono, pressochè sempre, non pure ideali, ma fantastici ed impossibili; -e come è ancora provato dalle parole di quella curiosa confessione -che una volta il poeta fece al Jacopssen, di fuggire, cioè, -durante la veglia, le donne che aveva vagheggiate nel sogno<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>. -</p> - -<p> -Studii del bello, affetti, immaginazioni, illusioni, il Leopardi -vuole che tutti insieme si adoperino a conforto della infelicità nostra<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>. -Egli vive in un perpetuo desiderio di dilettose immagini, rimpiange -i dolci sogni della fanciullezza, non sa darsi pace della giovinezza -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -perduta e delle care illusioni perdute con quella. Non v'è poeta che -non abbia pianta la giovinezza; ma le ragioni del pianto non sono -le stesse per tutti: e certo i più lamentarono perduta con essa la -facoltà di godere, anzichè la facoltà d'ingannarsi; e qualcuno, come -lo Chateaubriand, non tanto dilesse la giovinezza, quanto detestò la -vecchiaja, vedendo in essa quasi una ingiuria e uno sfregio alla -dignità ed al decoro della persona. Il Leopardi non altra felicità propriamente -persegue con l'inutile desiderio se non quell'una, in cui -l'anima, soggiogata dal <i>possente errore</i> e dagli ameni inganni, deliziosamente -si abbandona, ignara dell'<i>acerbo indegno mistero delle -cose</i>, inconscia quasi di sè. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> Era quel dolce</p> -<p class="i01">E irrevocabil tempo, allor che s'apre</p> -<p class="i01">Al guardo giovanil questa infelice</p> -<p class="i01">Scena del mondo e gli sorride in vista</p> -<p class="i01">Di paradiso<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> O speranze, speranze; ameni inganni</p> -<p class="i01">Della mia prima età! sempre, parlando,</p> -<p class="i01">Ritorno a voi; chè per andar di tempo,</p> -<p class="i01">Per variar d'affetti e di pensieri,</p> -<p class="i01">Obbliarvi non so<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Senza affetti e senza errori gentili la vita è notte a mezzo il verno<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a>; -e dileguata la giovinezza, la vita appare abbandonata e scura, e non -si colora più mai d'altra luce, e l'uomo è fatto estraneo alla terra<a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>. -Sopra tutte le cose è da aborrir la vecchiezza, perchè chiusa alle care -illusioni; e da aborrir sono i vecchi, che la giovinezza già per sè -fuggitiva si studiano di spegner nei giovani<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>. Però Consalvo è lieto -di morire in sul fior dell'età. -</p> - -<p> -«Finalmente questo mondo è un nulla, e tutto il bene consiste nelle -<i>care illusioni</i>», scriveva in età di ventidue anni il Leopardi al Brighenti<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a>. -E non molti giorni innanzi aveva scritto al Giordani: «Io non -tengo le illusioni per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -giacchè non sono capricci particolari di questo o di quello, ma -naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno; e compongono -tutta la nostra vita»<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a>. In questa opinione durò egli poi lungamente, -salvo qualche contraddizion passeggiera di tanto in tanto, e salvo -ancora che in certi tempi verità e menzogna egli involse nello stesso -disdegno. Non sarà fuor di luogo notare che il fratello Carlo fu in -ciò dello stesso sentire di Giacomo. In una lettera che il primo scriveva -al secondo ai 16 di dicembre del 1822, si legge: «In conclusione -si è sempre detto, che le città grandi non sono fatte per l'uomo di -sentimento, ma nemmeno le città piccole, e nemmeno il mondo: <i>le -pays des chimères est en ce monde le seul digne d'être habité</i>»<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. -</p> - -<p> -Ma qui nasce un dubbio che, date certe contraddizioni del pensiero -leopardiano, non è agevol cosa risolvere. D'onde provengono -nell'animo umano queste benedette illusioni, che sole dànno pregio -alla vita, e sole ne temperano la infelicità? Nella lettera al Giordani -testè ricordata il poeta scriveva: «Io credo che nessun uomo al -mondo in nessuna congiuntura debba mai disperare il ritorno delle -illusioni, perchè queste non sono opera dell'arte o della ragione, ma -della natura; la quale <i>expellas furca, tamen usque recurret, Et Mala -perrumpet furtim</i> <span class="smcap">Fastidia</span> <i>victrix</i>»<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>. E così in molte altre occasioni -lodò la natura quale soccorritrice di lieti inganni e di felici ombre, e -perchè, con benefica impostura, si studiò di occultare e di trasfigurare -agli uomini la parte maggiore della infelicità loro<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a>; ma una -lode di tal maniera, se suona bene sulle labbra di un discepolo del -Rousseau, non può non disdire sulle labbra di tale a cui giudizio -essa natura fu <i>madre in parto ed in voler matrigna</i>, e di tutt'altro curante -che del male nostro o del bene, e tale insomma che, discordando -affatto dalle nostre <i>vaghe immagini</i>, e chiusa ad ogni pietà, ci danna -irreparabilmente al dolore<a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>. -</p> - -<p> -Essendo che la natura, secondo si ragiona nel <i>Dialogo della natura -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -e di un'anima</i>, è una specie di essere medio, intermediario fra -il destino e le creature, potrebbe darsi che le illusioni ci scaturissero -da una qualche fonte soprammondana e soprannaturale; fossero -alcun che di simile alle idee tipiche di Platone. E a sì fatto concetto -sembra che si conduca alcuna volta il poeta; sebbene non sia possibile -intendere come dal <i>brutto</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Poter che ascoso a comun danno impera</p> -</div></div> - -<p> -emani il bello, fluiscano le sole consolazioni che all'uomo sia dato -sperare. Ma noi contentiamoci di venir notando le varie conformazioni -del pensier del poeta, e non pretendiamo, chè sarebbe impresa -disperata, sciogliere le contraddizioni in cui esso si viene avvolgendo. -Pongasi mente a que' versi della canzone <i>Alla sua donna</i> ove il poeta -invoca ed esalta, non una donna reale, non una donna idealizzata, -ma propriamente l'idea della donna<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>: che dice il poeta? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> Già sul novello</p> -<p class="i01">Aprir di mia giornata incerta e bruna,</p> -<p class="i01">Te viatrice in questo arido suolo</p> -<p class="i01">Io mi pensai. Ma non è cosa in terra</p> -<p class="i01">Che ti somigli; e s'anco pari alcuna</p> -<p class="i01">Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,</p> -<p class="i01">Saria, così conforme, assai men bella.</p> -</div></div> - -<p> -Abbiamo qui, al modo stesso che nell'<i>Aspasia</i>, l'archetipo, da cui -riceve, o potrebbe ricevere, forma e vita e movimento la cosa reale e -sensibile: e il poeta medesimo avverte, fra il serio e lo scherzoso, -che forse è quella una delle idee di Platone<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a>, e da ultimo esce in -questo saluto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Se dell'eterne idee</p> -<p class="i01">L'una sei tu, cui di sensibil forma</p> -<p class="i01">Sdegni l'eterno senno esser vestita,</p> -<p class="i01">E fra caduche spoglie</p> -<p class="i01">Provar gli affanni di funerea vita;</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span></p> -<p class="i01">O s'altra terra ne' superni giri</p> -<p class="i01">Fra' mondi innumerabili t'accoglie,</p> -<p class="i01">E più vaga del Sol prossima stella</p> -<p class="i01">T'irraggia, e più benigno etere spiri;</p> -<p class="i01">Di qua dove son gli anni infausti e brevi,</p> -<p class="i01">Questo d'ignoto amante inno ricevi.</p> -</div></div> - -<p> -Da questa poesia all'<i>Aspasia</i> corsero all'incirca dieci anni<a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>: onde si -vede che l'accostamento del Leopardi a Platone non fu nè accidentale, -nè passeggiero. -</p> - -<p> -Ed ecco ora il Leopardi e lo Schopenhauer, senza sapere l'uno -dell'altro, giungere per diverse vie a un punto medesimo, accordarsi -nel medesimo pensamento. Com'è noto, lo Schopenhauer immagina -che la volontà crei primamente i tipi ideali, i quali calandosi poi -nelle cose acquistano esistenza individuata e concreta. Il bello non è -nella cosa, ma nella idea, che si apprende per la contemplazione estetica; -e oggetto proprio ed essenziale dell'arte è l'idea, e vero suo -officio manifestare l'idea; la quale, secondo che lo Schopenhauer si -piace di affermare e di ripetere, va intesa appunto come la intendeva -Platone: onde la scienza è il modo aristotelico di guardare le cose, -l'arte il modo platonico<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. E il Leopardi e lo Schopenhauer vengono -a trovarsi d'accordo (cosa da quest'ultimo non desiderata di certo) -con Giorgio Hegel, il quale afferma non altro essere il bello se non -la manifestazione dell'idea nell'opera d'arte. Le illusioni e i fantasmi -accarezzati e glorificati dal Leopardi si possono considerare come -disegni e archetipi di cose che l'uomo vorrebbe che fossero e non -sono. -</p> - -<p> -Ma vengano in origine dalla natura, o vengano d'altronde, le -illusioni allignano nell'animo umano, e ricevono conformazione e -colore dal sentimento e dalla fantasia. Di qui il grande valore che -il Leopardi riconosce a entrambe queste potenze, di cui non si -stanca di dire le lodi. Al Giordani scriveva nel marzo del 1820 di -non arrivare «a comprendere come si possa tollerare la vita senza -illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo»<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>. E al -Jacopssen nel giugno del 1823: «En effet, il n'appartient qu'à l'imagination -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -de procurer à l'homme la seule espèce de bonheur positif -dont il soit capable. C'est la véritable sagesse que de chercher ce -bonheur dans l'idéal, comme vous faites. Pour moi je regrette le -temps où il m'était permis de l'y chercher, et je vois avec une sorte -d'effroi que mon imagination devient stérile, et me refuse tous les -secours qu'elle me prêtait autrefois»<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>. Il che non era poi tanto vero, -se nel febbrajo del 1828 poteva scrivere da Pisa alla sorella: «Vi -assicuro che in materia d'immaginazioni mi pare di esser tornato al -mio buon tempo antico»<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a>; al tempo cioè in cui altamente si scandolezzava -dei poeti e delle poetesse di Roma che persino i nomi ignoravano -di genio, d'immaginazione, di sentimento, e di ciò al fratello -Carlo scriveva indignate parole<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>. Dal <i>caro immaginare</i> derivava -egli l'una parte (derivando l'altra dal <i>dolce rimembrare</i>) delle maggiori -e più schiette sue gioje; e se pure gli avvenne di dire una -volta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i12"> dell'imago,</p> -<p class="i01">Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>,</p> -</div></div> - -<p> -egli è nondimeno da credere, dopo quanto siamo venuti notando, -che di nessun vero si appagasse mai tanto quanto delle immagini -che gli creava la fantasia. Di qui una conseguenza importante: -facoltà creatrice dell'arte sarà, a giudizio del nostro poeta, -per eccellenza la fantasia. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> Te punge e move</p> -<p class="i01">Studio de' carmi e di ritrar parlando</p> -<p class="i01">Il bel che raro e scarso e fuggitivo</p> -<p class="i01">Appar nel mondo, e quel che, più benigna</p> -<p class="i01">Di natura e del ciel, fecondamente</p> -<p class="i01">A noi la vaga fantasia produce,</p> -<p class="i01">E il nostro proprio error. Ben mille volte</p> -<p class="i01">Fortunato colui che la caduca</p> -<p class="i01">Virtù del caro immaginar non perde</p> -<p class="i01">Per volger d'anni; a cui serbare eterna</p> -<p class="i01">La gioventù del cor diedero i fati;</p> -<p class="i01">Che nella ferma e nella stanca etade,</p> -<p class="i01">Così come solea nell'età verde,</p> -<p class="i01">In suo chiuso pensier natura abbella,</p> -<p class="i01">Morte, deserto avviva<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -</p> - -<p> -In questi notabilissimi versi sono indicati l'oggetto, o vogliam -dire la materia, e il fine e l'officio dell'arte. L'arte ritrae il bello, e -più propriamente il bello creato dalla fantasia; l'arte abbella la -natura e la vita. Per il Leopardi, come per lo Schopenhauer, essa è -una consolatrice, una emancipatrice, sia pur momentanea. I pessimisti -essendo, se non per sentimento, per logica necessità, nemici -della natura, non possono non essere grandi amici di quell'arte -che li trae fuori del <i>peggiore dei mondi possibili</i>, e li trasporta in -ispirito nel migliore dei mondi immaginabili. Però l'arte, agli occhi -dei pessimisti, non può essere quel giuoco che parve allo Schiller -e allo Spencer: anzi, sebbene sia un inganno, o appunto perchè -un inganno<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a> è la cosa più seria, diciam pure la sola seria, che la -vita ci offra. L'arte non fa, come comunemente si predica, della -realtà una finzione; ma fa, per contrario, della finzione una realtà. -Il Baumgarten, discepolo del Leibniz, e inventore di questo nome -di estetica da lui dato alla scienza del bello, tenendosi stretto all'ottimismo -dommaticamente rigido del suo grande maestro, giudicava -superba, perversa, ingiuriosa alla divinità l'arte eterocosmica, l'arte, -cioè, che presume, fingendo, di creare un mondo migliore di quello -esistente; e il Kant fu dello stesso sentire; e dello stesso sentire -doveva essere Dante, quando formava il concetto di un'arte che, -essendo a Dio quasi nipote, e però figlia della natura, questa -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> quanto puote</p> -<p class="i01">Segue, come il maestro fa il discente<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Per contro l'arte eterocosmica dev'essere quella a cui i pessimisti -si sentono maggiormente inclinati; i quali difficilmente potranno -consentire a Platone che l'arte sia di gran lunga inferiore alla -natura, e più volentieri staranno con quei filosofi che la prima, considerata -quale opera dello spirito, pongono risolutamente sopra la -seconda, considerata quale opera di cieche energie; e, generalmente -parlando, la forma d'arte verso cui inclineranno, sarà tanto più eterocosmica, -quanto maggiore disgusto essi proveranno della vita e -del mondo; salvo che per deliberato proposito non vogliano giovarsi -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -dei sussidii dell'arte per far vedere e sentire vie meglio la -disperata miseria dell'una e dell'altro<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a>. -</p> - -<p> -Il Byron, sul punto di partir per la Grecia, d'onde non doveva -più fare ritorno, diceva d'avere abbracciata la poesia per non sapere -che altro fare di meglio, e in ogni tempo fece più stima assai dell'azione -che dell'arte. L'animo del Leopardi dovette ondeggiar lungamente -fra contrarii giudizii, e non quietarsi mai del tutto in nessuno. -Quando scriveva da Roma nel novembre del 1822 al fratello -Carlo: «Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, -vita»<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a>, gli è probabile ch'egli ponesse l'azione, il moto e il fervor -della vita, sopra l'arte; ma quando, dimenticate oramai le Termopile, -e dimenticato Simonide, nel luglio del 1828, alludendo al conte -Andrea Broglio, morto ancor egli in Grecia, scriveva al padre: «Io -non sapeva che il suo fanatismo l'avesse portato ad andare ad esporre -la vita per causa e patria non sua»<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> gli è probabile ch'ei portasse -tutt'altro giudizio; sebbene fosse l'anno appunto in cui si rallegrava -d'esser tornato, in materia d'immaginazioni, al suo buon tempo -antico. -</p> - -<p> -Qui pare ci si discopra un'altra contraddizione del Leopardi. Se -officio dell'arte, anzi sua propria ragione, si è di mitigare la nostra -sciagura, di farcela in qualche parte scordare, sostituendo un mondo -di dilettose finzioni a questo mondo di tormentosa realtà, e restaurando -nella fantasia le care illusioni che la vita viene tuttodì disfacendo; -perchè non si conforma a questo fine l'arte di lui? perchè -la sua poesia si ostina a farci vie più consci del mal che ci strugge, -e sempre ci ripone sott'occhi l'aborrito vero, e invece di ricrear le -illusioni si appaga di piangerle? Non dovrebbe appunto la sua -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -poesia essere come quella divina arte della musica, di cui dice egli -stesso che sembra rivelare <i>alto mistero d'ignorati Elisi</i>? La domanda -par ragionevole, e che non lasci luogo a risposta; ma ci si -può rispondere; e la contraddizione non è così acuta come può -a prima giunta sembrare. -</p> - -<p> -Premettiamo una osservazione d'indole generale. Un poeta pessimista -può certo, facendo tacere la voce del proprio dolore, appartandosi -in qualche modo e per qualche tempo dalla propria dottrina, -produrre una poesia dove non appajano se non immagini dilettose -e serene, non respirino se non sentimenti dolci o vivificanti, -e la stessa natura sia ritratta con lieti e chiari colori, fuori, per -così dire, dell'ombre consuete del suo proprio pensiero: nè si può -asserire che una poesia così fatta manchi in tutto al Leopardi. Ma -bisogna pur riconoscere che le altre arti, e in più special modo la -musica, possono servire a cotal dissimulazione del vero assai meglio -e assai più che non l'arte della parola. La parola ha significazione -troppo determinata e precisa, e più che ogni altro segno di cui -possa giovarsi lo spirito umano a palesare sè stesso è legata al -vero; onde torna difficile al pessimista, sia pur egli poeta, mentire -un mondo tutto ideale con quelle stesse parole con cui, da altra -banda, viene descrivendo e giudicando il mondo reale. Non v'è frase -musicale che propriamente affermi o impugni alcun che; non v'è -per contro proposizione che non asserisca il vero (accertato o presunto), -o nol contraddica; e però gli è quasi impossibile che il poeta -pessimista non iscopra nella propria poesia la propria credenza, non -vi lasci scorgere la preoccupazion sua consueta, non vi porga testimonianza -di sè. Si sforzi egli pure, come il Leconte de Lisle, di riuscire -oggettivo, sereno, impassibile; la sua poesia ritrarrà sempre -del colore della sua anima, sarà sempre, in un modo o in un altro, -un documento di pensier pessimistico. -</p> - -<p> -Ciò premesso in generale, vi sono, per quanto spetta al Leopardi -in particolare, altre osservazioni da soggiungere. Può dirsi, non -senza ragione, che la sua poesia ritrae troppo del colore della sua -anima, ripete, troppo insistentemente, la dottrina pessimistica di -lui; e qualcuno potrebbe prenderne argomento a giudicare che più -conferisca all'arte l'ottimismo, quando si sforza di attirar l'attenzione -sul bello delle cose, che non il pessimismo, quando d'altro non si -cura che di metterne in mostra il brutto. Ma primamente è da considerare -che l'arte, quando troppo si diletti delle belle finzioni, e solo -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -in formar quelle si eserciti, corre pericolo di mancare al proprio -suo fine, e di riuscire, non alleviatrice, ma aggravatrice dell'umano -dolore, facendo che l'uomo, per ragion del contrasto, sempre più si -disgusti e s'infastidisca di quella realtà in cui è pur forza che viva, -e che il pessimista, rifugiandosi tutto nel sogno inattuabile, divenga -sempre più pessimista. Per contro, la poesia che esprime dolore universale -tende, favorendo la simpatia, a consolare tutti i sofferenti, -conformemente all'antico adagio <i>solamen miseris socios habuisse malorum</i><a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>. -Avvertì Seneca nulla farci tanto sentire che noi siam membri -di un solo corpo quanto la comunanza e universalità del dolore; e -veramente la morale non può trovare altra base che sia più vera e -più salda di questa. Così appunto la intese il Leopardi, quando nella -<i>Ginestra</i> prese a esortar gli uomini a stringersi in lega contro l'avversa -natura; dove inaspettatamente vediamo scaturire dal pessimismo -un principio d'azione. Ma c'è altro a dire. Quando per condizioni -di tempi e di coltura il vero non si può più oltre celare, non -tanto giova che l'arte lo contraddica, quanto che lo rattemperi. Se il -vero è amaro per sè, <i>condito in molli versi</i> tornerà meno amaro. Se -non restaura illusioni, che la conoscenza del vero ha irreparabilmente -disfatte, il nostro poeta una almeno ne tiene viva, e non la men nobile, -e non la meno benefica: quella della bellezza. I suoi versi sono, -chi può negarlo? i più disperati che mai si scrissero; ma poche volte -al mondo se ne scrissero di più belli. Il dolore che così intensamente -li affanna, è mitigato e come incantato dal fascino onnipossente della -bellezza; e non v'è pessimismo che tenga; dov'è tanta bellezza, non -può non essere godimento. Anche una volta l'arte trionfa della natura; -l'uomo, del suo destino. Che importa se i pensieri son tristi, -se il vero piange e sospira? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Our sweetest songs are those that tell of sadest thougt.</p> -</div></div> - -<p> -Non isfuggì alla perspicacia del Goethe che l'artista si libera di -molta parte della sua pena quando riesce ad estrinsecarla, a realizzarla -nell'opera d'arte. Scrivendo il <i>Werther</i> egli guarì del male onde -Werther perisce. I poeti consolano e deprecano col canto i proprii -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -dolori. Il Leopardi, esprimendo in versi immortali la disperazione -della vita, si consolò alcuna volta di vivere; e tutti coloro, che, soffrendo -dello stesso suo male, leggeranno con puro animo que' versi, -ne riceveranno il medesimo beneficio. La bellezza li avvolgerà del -suo lume, li penetrerà del suo calore, medicherà le loro ferite, trasmuterà -per un giorno, o per un'ora, il loro dolore in dolce, tenera, -appassionata letizia. -</p> - -<p> -L'arte è opera del genio, il quale nel fervore dell'entusiasmo la -concepisce e la crea. Dove non è entusiasmo, arte non nasce. Disse -una volta il Beethoven a Bettina Brentano: l'artista vero non piange, -ma è pieno di entusiasmo. No; l'artista vero può piangere e ridere; -ma se, piangendo o ridendo, non fosse pien d'entusiasmo, non sarebbe -vero artista. L'entusiasmo è un'accensione di animo innamorato -e una esaltazion di potenza. Non si ama a freddo nè la donna, -nè l'arte: i frigidi sono esclusi in perpetuo dal regno dell'amore. Sia -che si voglia della frigidità fisiologica del Leopardi in materia d'amore<a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a>, -in materia d'arte egli frigido non fu davvero. Ho già recato -alcuni luoghi di lettere, ov'egli parla dell'entusiasmo come di cosa -affatto necessaria alla vita: se ne potrebbero recare degli altri. Il Leopardi -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -non avrebbe mai consentito a quella opinione del Baudelaire -che disse: «L'inspiration c'est une longue et incessante gymnastique». -Egli sa, per propria esperienza, quanto il genio debba allo studio -perseverante, alla meditazione, all'esercizio; ma non può però credere -che il genio altro non sia se non una <i>lunga pazienza</i>. Il genio -è per sè stesso, o non è. Se è, la lunga pazienza lo può fecondare, -nutrire, corroborare, correggere; se non è, la pazienza, per quanto -lunga, non può farlo nascere. Il Leopardi parla del genio come di -cosa stupenda, incomprensibile e che trascenda la umana natura; -e ciò ch'ei ne dice, ricorda più d'una volta ciò che ne dice lo Schopenhauer, -il quale lo ammira e lo celebra senza fine, sebbene lo giudichi -anch'egli quasi prossimo alla pazzia<a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a>. Il genio consiste, secondo -il Leopardi, in una maggiore <i>intensione di vita</i>, ed è contraddistinto -da una particolare <i>finezza d'intelletto</i> e <i>vivacità d'immaginazione</i>, -le quali fan sì ch'esso abbia poca signoria di sè stesso, e, -sopraffatto <i>dalla grandezza delle proprie facoltà</i>, incontri continuamente -<i>mille dubbietà nel deliberare, e mille ritegni nell'eseguire</i>; sia -poco atto a provvedere alle minute necessità della vita, e necessariamente -infelice<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. Lo Schopenhauer mostra di essere sostanzialmente -della stessa opinione quando dice che il genio, il quale consiste in -un eccesso d'intelletto, è di sua natura irrequieto e insaziabile, nemico -della ragionevolezza pedestre e del senso comune, soggetto alla -passione, <i>emancipato</i> (?) dalla volontà. Pel Leopardi, come per lo -Schopenhauer, la fantasia è strumento meraviglioso e necessario del -genio. Per entrambi, ciò che più particolarmente contraddistingue il -genio si è la intuizione, la divinazione. Il genio poetico sembra fosse -giudicato dal Leopardi il più alto e mirabile. I poeti lirici, in uno -istante, «scuoprono tanto paese, quanto ne sanno scoprire i filosofi -nel tratto di molti secoli», dic'egli nella <i>Comparazione delle sentenze -di Bruto Minore e di Teofrasto</i><a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a>. Il Carlyle, rifacendo uno del poeta -e del profeta, esclama: «Entrambi penetrano il sacro mistero dell'universo, -quello che il Goethe chiama secreto aperto»<a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>. -</p> - -<p> -Vediamo ora quale sia, se così è lecito esprimersi, il campo estetico -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -del nostro poeta, o, per usare altri termini, quanto giri e che -chiuda il cerchio delle sue impressioni estetiche e dell'estetico suo -godimento. Tutti sanno che anche in ciò passano tra gli uomini differenze -grandissime; e che, mentre per i più quel cerchio si volge -breve in sè stesso, e per molti tanto si rinserra che quasi si riduce -in un punto, per alcuni pochissimi tanto quasi si allarga quanto il -cerchio del sensibile e dell'intelligibile. Per non citare altri esempii -che di poeti, il cerchio estetico di un Dante sta al cerchio estetico di -un Savioli, o di un Vittorelli, come, nel nostro sistema solare, l'orbita -di Nettuno all'orbita di Mercurio. -</p> - -<p> -Prima di tutto è da riconoscere un fatto. La estensione del campo -estetico è determinata quanto allo insieme, in ciascuno di noi, dal -grado della recettività, dalle attitudini, dalla complessione fisica e -psichica: e il godimento estetico è più o meno variato, largo ed intenso, -secondo ch'è maggiore o minore la generale capacità nostra -rispetto al piacere. Complessioni diverse, capacità diverse, dànno luogo -a inclinazioni e dottrine diverse<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a>. Suppongansi due uomini, di cui l'uno -abbia i sensi corporei, e specialmente i superiori, assai validi, pronti ed -acuti, e l'altro gli abbia, per contro, deboli, tardi ed ottusi; l'uno, -vigoroso e vigile senso morale; l'altro, rilassato e neghittoso; l'uno -sia più ricco di fantasia che di ragione; l'altro, più di ragione che -di fantasia: i loro campi estetici saranno necessariamente diversi, -diversa in ciascuno la natura e la misura del godimento, diverse, in -ultimo, le dottrine ch'essi potranno venire ideando. Fra la estensione -del campo estetico e la estensione del godimento estetico passa (è -quasi superfluo il notarlo) strettissima relazione; ma a un campo -d'impressioni assai esteso può corrispondere un debole grado di -godimento, e, per contro, a un campo d'impressioni più ristretto -può corrispondere un grado di godimento molto più intenso. Estensione -ed intensione non sono sempre in ragione diretta fra di loro; -ma non sono nemmeno necessariamente in ragione inversa, sebbene -in molti casi possano essere. Un dilettante può gustare tutte le arti, -e di ciascun'arte tutte le forme, e godere di tutte moderatamente: un -artista di professione può non gustare che l'arte propria, ma di -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -quella godere intensissimamente. Da altra banda può avvenire che -l'una forma di godimento promuova l'altra, e l'azione e reazione dell'una -sull'altra produca come una generale elevazione di potenza. -In un Goethe la estensione del godimento sembra accrescere la intensione; -e il Rinascimento nostro ci offre esempii mirabili di corrispondenza -diretta fra la estensione del campo estetico e la intensione -del godimento estetico, e di feconda fusione del dilettante e -dell'artista in uno. -</p> - -<p> -Qual è il campo estetico del Leopardi, e come circoscritto? Dovrò -più innanzi, parlare di proposito dei sensi corporei di lui; ma qui -è da notare che, fatta eccezion dell'udito, egli non ebbe sensi molto -validi, e che scarse furono in lui l'energie della vita di relazione. -Nel campo estetico del Leopardi terranno minor luogo le impressioni -derivate immediatamente dai sensi, dal movimento, dallo -sforzo, ecc., e di ciò si vedranno, sino ad un certo segno, gli effetti -nell'arte sua. -</p> - -<p> -Il Leopardi sentì molto, come vedremo, la musica, ma non molto -le arti figurative e l'architettura. Nella canzone <i>Sopra il monumento -di Dante</i> egli parla con calore delle <i>care arti divine</i>, ricorda con -isdegno l'<i>opre divine</i> degl'italici ingegni tratte a misera schiavitù -oltre l'Alpi, invita il <i>guasto legnaggio</i> a mirare, insieme con le ruine -che fan testimonio dell'antica grandezza, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E le carte e le tele e i marmi e i templi;</p> -</div></div> - -<p> -ma non si vede che tele e marmi e templi, in Roma, in Firenze, in -Pisa, o in qual si voglia altra città, abbiano mai prodotto nell'animo -suo una grande impressione; e il silenzio delle sue lettere a questo -riguardo è veramente curioso e significativo. La grandezza e la magnificenza -di Roma destarono in lui assai più sgomento che ammirazione. -«Il materiale di Roma avrebbe un gran merito se gli uomini -di qui fossero alti cinque braccia e larghi due. Tutta la popolazione -di Roma non basta a riempire la piazza di San Pietro. La cupola -l'ho veduta io, colla mia corta vista, a 5 miglia di distanza, mentre -io era in viaggio, e l'ho veduta distintamente colla sua palla e colla -sua croce, come voi vedete di costà gli Apennini. Tutta la grandezza -di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, e il numero -dei gradini che bisogna salire per trovare chiunque vogliate. -Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza interminabili, -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -sono tanti spazi gittati fra gli uomini, invece d'essere spazi -che contengano uomini»<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>. «Credi, Carlo mio caro, che io son fuori -di me; non già per la maraviglia, chè quando anche io vedessi il demonio -non mi maraviglierei: e delle gran cose che io vedo non provo -il menomo piacere, perchè conosco che sono maravigliose, ma non -lo sento, e t'accerto che la moltitudine e grandezza loro m'è venuta -a noia dopo il primo giorno»<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>. Bada a dire un gran male dei Romani, -così maschi come femmine, e in ispecie dei letterati, che pur -gli avevano fatto accoglienze onorevoli; ma di quelle ruine, il cui -spettacolo sembra che tanto avrebbe dovuto affarsi alla disposizione -dell'animo suo e all'indole della sua coltura; di quelle ruine che -inspirarono tanti grandi poeti, il Leopardi non fiata<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a>. E similmente -non fiata nè di tele, nè di marmi, nè di templi. Solo una volta scrive -celiando al fratello Carlo: «certo che il parlare a una bella ragazza -vale dieci volte più che girare, come fo io, attorno all'Apollo di Belvedere -o alla Venere capitolina»<a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -</p> - -<p> -Ma riconosciuta questa tepidezza nel Leopardi, non vorrei che -altri la dicesse a dirittura freddezza, e credesse il poeta chiuso affatto -a ogni impression di quell'arti che per gli occhi parlano al cuore e -alla mente. Sin dalle prime lettere scritte al Giordani il Leopardi -mostrava curiosità grande di vedere ciò che quegli veniva scrivendo -intorno ad opere di scultura e di pittura, e una volta chiedeva all'amico -se un'opera del Cicognara (e senza dubbio alludeva alla <i>Storia -della scultura</i>) poteva tornargli utile<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a>. Quelle parole al fratello Carlo -non s'hanno a prendere troppo sul serio. Esse non possono significare -in bocca di un giovane di ventiquattr'anni ciò che forse significherebbero -in bocca d'uom più maturo; e del resto provano che il poeta -non aveva omesso d'andare a <i>girare</i> intorno ai capilavori dell'arte antica. -E qui è a notare che il Leopardi sembra abbia gustata più la -scultura che la pittura, più la forma che il colore. Uno de' suoi più -vivi desiderii, andando a Roma, era di conoscervi il Canova, e uno -de' suoi dispiaceri più grandi fu di saperlo già morto da un mese -quand'egli vi giunse: onde al Giordani scriveva: «Che ti dirò di -Canova? Vedi ch'io son pure sfortunato, come soglio, poichè quando -aveva pure ottenuto, dopo tanti anni e tanta disperazione, d'uscire -dal mio povero nido e veder Roma, il gran Canova, al quale principalmente -era volto il mio desiderio, col quale sperava di conversare -intimamente e di stringere vera e durevole amicizia col mezzo tuo, -appena un mese avanti il mio arrivo in questa città piena di lui, se -n'è morto»<a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>. Chi pensi il carattere e i temi dell'arte canoviana, potrà -facilmente supporre che a far nascere e crescere nell'animo del Leopardi -l'ammirazione pel grande scultore, erede e rinnovatore dell'arte -greca, valsero non poco gli studii e il grande amore dell'antichità; -ma valse di certo, per la sua parte, il senso delle belle forme. -</p> - -<p> -Comunque sia, di nessun pittore parlò il Leopardi come parlò -del Canova; e mentre, ne' suoi versi, di pitture non è quasi parola, -se non in quel fuggevole accenno delle <i>Ricordanze</i> alle <i>dipinte mura</i>, -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -ai <i>figurati armenti</i> e al <i>sol che nasce su romita campagna</i>; alcune -delle migliori poesie traggono la inspirazione e l'argomento da opere -di scultura, sia immaginate, sia vere; e così, oltre alla canzone <i>Sopra -il monumento di Dante</i><a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a> abbiamo le due: <i>Sopra un basso rilievo antico -sepolcrale, dove una giovane morta è rappresentata in atto di partire, -accomiatandosi dai suoi</i>; e <i>Sopra il ritratto di una bella donna -scolpito nel monumento sepolcrale della medesima</i>. Notisi che in -queste due ultime poesie il poeta associa alla bellezza femminile, ch'è -per lui la più alta forma della bellezza, quella tra le arti che, dopo -la musica, è da lui più gustata; ma abbiam già veduto, e in seguito -vedremo anche meglio, che la musica similmente egli trova modo di -associare a quella bellezza, attribuendo ad entrambe la stessa virtù -rivelatrice di arcane beatitudini. Una osservazione ancora a questo -proposito. Altra è la bellezza della donna, altra la bellezza dell'opera -d'arte; altre le ragioni della commozione che produce in noi la -prima, altre le ragioni della commozione che produce in noi la seconda; -ma non è possibile avere così vivo senso della bellezza della -persona umana, com'ebbe il Leopardi, senz'avere in pari tempo un -qualche senso delle arti figurative. Al Leopardi, più che il senso interno, -fece difetto l'esterno. Gli occhi vulnerati e stanchi non concedevano -al poeta tutto il godimento di cui l'animo sarebbe stato capace; -e più di una volta, per certo, egli si tenne dallo andar ricercando ciò -che non avrebbe potuto contemplare senza preoccupazione e tormento. -Però scriveva da Firenze a Pietro Brighenti: «Firenze non -sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita. -Ma durando ancora la mia debolezza degli occhi, e però non avendo -io ancora potuto vedere le tante cose rare e notabili di questa città, -mi fermo tuttavia qui, perchè, se partissi, il viaggio sarebbe stato -<i>quasi inutile</i>»<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>. Lo Schopenhauer che questa miseria non conobbe, -nè la più parte dell'altre che afflissero il cantore della <i>Ginestra</i>, fu, -in Germania e in Italia, e pertutto ov'ebbe a trovarsi, un appassionato -e diligente visitatore di chiese, di gallerie, di musei: e da quadri e -da statue, che più d'una volta gl'inspirarono versi, trasse argomenti -a conferma delle proprie dottrine. Alcune arti il Leopardi amò presso -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -a poco a quel modo che amò le donne, platonicamente vagheggiandole -nella fantasia; ma questo amor gli fu caro, ed egli pensava con angoscia -al tempo in cui -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ogni beltate di natura o d'arte</p> -</div></div> - -<p> -diverrebbe inanime e muta al suo spirito<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>. -</p> - -<p> -Se ricordiamo che l'arte del ballo fu definita una scultura mobile -e vivente; se consideriamo che quest'arte sembra inventata a bella -posta per accrescere seduzione e dare ogni maggiore spicco alla bellezza -e alla grazia muliebre; intenderemo perchè tanto piacesse al -Leopardi lo spettacolo coreografico: nè ci meraviglieremo che al fratello -Carlo scrivesse: «Ti dico in genere che una donna nè col canto -nè con altro qualunque mezzo può tanto innamorare un uomo quanto -col ballo; il quale pare che comunichi alle sue forme un non so che -di divino, ed al suo corpo una forza, una facoltà più che umana... -Insomma, credimi, che se tu vedessi una di queste ballerine in azione, -ho tanto concetto dei tuoi propositi anterotici, che ti darei per cotto -al primo momento...»<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>. -</p> - -<p> -Del sentimento che della natura ebbe il nostro poeta intendo parlar -più oltre di proposito, e vedremo allora quanto esteso e di che natura -fosse il godimento estetico di lui rispetto a quella. Vediamo per -ora altre parti del nostro argomento. -</p> - -<p> -Nel campo estetico del Leopardi il passato ha, senz'alcun dubbio, -più parte che il presente; più il pensiero e il sentimento che la sensazione. -Le dolcezze maggiori egli le deriva dai ricordi e dalle immaginazioni; -ma per quanto si sdegni contro il vero, ha pur vivo il senso -di quella che dicesi bellezza intellettuale e non men vivo il senso -della bellezza morale. Nessun poeta mai parlò della virtù con -accento più appassionato e più sincero, pur giudicandola con -Bruto una vana larva, cui si volge a tergo il pentimento. Alla -sorella Paolina scriveva nel gennajo del 1823: «la virtù, la sensibilità, -la grandezza d'animo sono non solamente le uniche consolazioni -de' nostri mali, ma anche i soli beni possibili in questa vita»<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a>. Era -opinione sua «che la condizione dei buoni sia migliore di quella de' -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -cattivi, perchè le grandi e splendide illusioni non appartengono a -questa gente»<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>. Ed è notissima quella stanza dei <i>Paralipomeni della -Batracomiomachia</i>, i quali son pure composizione degli ultimi anni -del poeta, morto oramai a ogni altra fede, a ogni altro amore: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Bella virtù, qualor di te s'avvede,</p> -<p class="i01">Come per lieto avvenimento esulta</p> -<p class="i01">Lo spirto mio: nè da sprezzar ti crede</p> -<p class="i01">Se in topi anche sii tu nutrita e culta.</p> -<p class="i01">Alla bellezza tua ch'ogni altra eccede,</p> -<p class="i01">O nota e chiara, o ti ritrovi occulta,</p> -<p class="i01">Sempre si prostra: e non pur vera e salda,</p> -<p class="i01">Ma imaginata ancor, di te si scalda<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Ecco la virtù intesa come una forma della bellezza, anzi come quella -bellezza che vince ogni altra; ed ecco la morale che il Leopardi talvolta -confuse con la sensitività e la pietà<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a>, identificata, quasi alla -maniera del Fichte e del Herbart, con la estetica. -</p> - -<p> -Del gusto del Leopardi per la poesia fanno dimostrazion sufficiente -la vita e le opere, e non mancherà altra occasion di discorrerne: -basti qui fare un cenno del piacere vivissimo che quella gli dava, e -sempre gli diede, sino quasi all'estremo suo giorno. Il 30 d'aprile -del 1817 scriveva al Giordani: «Non mi concede ella di leggere ora -Omero, Virgilio, Dante e gli altri sommi? Io non so se potrei astenermene, -perchè leggendoli provo un diletto da non esprimere con -parole, e spessissimo mi succede di starmene tranquillo, e, pensando -a tutt'altro, sentire qualche verso di autor Classico che qualcuno della -mia famiglia mi recita a caso, palpitare immantinente e vedermi forzato -di tener dietro a quella poesia»<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>. Passati da quel tempo quasi -vent'anni, il poeta augurava, come la più grande delle venture, al -Pepoli di poter diventare <i>canuto amante</i> della poesia, cioè di seguitare -ad amarla da vecchio come l'amava da giovane. -</p> - -<p> -Il Leopardi ebbe vivo e profondo il sentimento del sublime. Il -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -<i>Bruto Minore</i>, l'<i>Infinito</i>, il <i>Canto notturno di un pastore errante dell'Asia</i>, -la <i>Ginestra</i>, lasciano nell'anima una impression di sublime -che più non si cancella; e così pure qualcuna delle prose, come il -<i>Cantico del gallo silvestre</i>. Sublime il concetto che il poeta ha del -perpetuo flusso delle cose, e il suo rappresentarsi la vita come un -conflitto tragico fra il destino e l'uomo. Fu da qualcuno asserito che -chi ha il senso del sublime non può avere il senso del ridicolo. Lo -Shakespeare li ebbe entrambi in grado eminente. Non dirò che il -Leopardi, attissimo a sentire il tragico, sentisse egualmente il ridicolo -e il comico: le satire sue sono a volte acute e mordaci, ma non fanno -ridere. Tuttavia un certo senso del comico non gli si può negare, il -quale più specialmente si lascia scorgere in taluna delle sue operette -morali, come la <i>Scommessa di Prometeo</i> e il <i>Copernico</i>. Certo, per -questo rispetto, ei non si potrebbe paragonare ad Arrigo Heine. Può -essergli in qualche modo paragonato per l'ironia; ma non conobbe, -come il tedesco, sebbene affermi di conoscerla, quella che si rivolge -contro il proprio suo autore. E non si può dire che molto conoscesse -l'umore, il quale potrebb'anche essere definito un senso del comico -nel tragico, e che a giudizio del Bahnsen, il più intero forse e conseguente -dei pessimisti, è la sola forma di pensiero e di sentimento che -convenga all'uomo superiore<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. -</p> - -<p> -Il campo estetico di ciascun di noi varia continuamente, si allarga, -si restringe, si offusca, si rischiara, è in istrettissima relazione -con l'età, le occupazioni, lo stato d'animo, la salute, l'ambiente fisico -e morale. Quello del Leopardi variò molto e spesso, e s'andò restringendo -e offuscando più presto di quanto suole avvenire nel corso normale -della vita. E con esso variò la natura e la misura del godimento -estetico. -</p> - -<p> -Il Leopardi, sebbene fu infelicissimo, non fu però di quegli estremi -infelici che non pajono aver senso se non del dolore, e tanto solamente -vivono quanto soffrono. Il Leopardi fu, per non breve numero d'anni, -e anche sotto l'aggravarsi del male, largamente capace di quelli che -si addimandano piaceri superiori; e giustamente così si addimandano, -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -perchè, come già osservava il Maupertuis, durano più degli altri, e -perchè (come nota uno scrittore contemporaneo) si possono più agevolmente -e più a lungo far rivivere nella memoria<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a>. Dalla stessa sua -complessione il Leopardi, a cui gli stoici del resto insegnavano a disprezzare -i piaceri volgari, era inclinato a cercare soltanto i piaceri -superiori: e qui si vede come certo stato abituale di debolezza organica, -e certo grado di malattia, possano, dando certo necessario indirizzo -alle occupazioni e alla vita, favorire il genio e le sue manifestazioni. -</p> - -<p> -Senza voler punto escludere i piaceri inferiori, gli è tuttavia fuor di -dubbio che i piaceri superiori sono in estetica i più importanti, sono -i piaceri estetici per eccellenza. Il Leopardi non gustò tutto il possibile -piacere estetico, nè v'è uomo atto a tutto gustarlo; ma quel tanto, -e fu pur molto, ch'egli gustò, gustò lungamente, profondamente. E -da ciò ebbe a venire non poco sollievo a' suoi mali; e fors'egli, che -ogni altro piacere ebbe in conto di negativo, non fu lontano dalla -opinione del Hartmann che, contraddicendo allo Schopenhauer, assevera -l'indole positiva del piacere estetico. Non m'indugerò a noverare -gli elementi di sì fatto piacere nel Leopardi, bastandomi di avvertire -che il fantastico, il sentimentale, l'associativo, prevalgono, a mio credere, -su tutti gli altri. -</p> - -<p> -Nel terzo e quarto capitolo del <i>Parini</i> il Leopardi considera ed -enumera le condizioni che si richiedono a poter gustare il piacere estetico. -Ci vuole innanzi tutto quella interezza d'animo e quella sensitività, -che, non solamente vengono a mancare con gli anni in ciascun -uomo, ma sono ancora scemate, secondo l'opinion del poeta, dalla -scienza, dalla esperienza, dalle infermità e dalle altre traversie della -vita. Gli antichi gustarono quel piacere assai meglio di noi, perchè -«ad essere gagliardamente mosso dal bello e dal grande immaginato, -fa mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun che di grande -e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia tutto favola»<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a>. Chi -vive in città grande difficilmente potrà ricevere dalla natura o dalle -arti «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine sublime o -leggiadra. Perciocchè poche cose sono tanto contrarie a quello stato -dell'animo che ci fa capaci di tali diletti, quanto la conversazione di -questi uomini, lo strepito di questi luoghi, lo spettacolo della magnificenza -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -vana, della leggerezza delle menti, della falsità perpetua, -delle cure misere, e dell'ozio più misero, che vi regnano»<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>. Ancora, -per essere capace di quel godimento, l'animo dev'essere riposato, -sgombro di male passioni e di basse preoccupazioni, e sopra tutto -aperto e penetrabile. Il poeta ebbe ad osservare più di una volta che -anche agli animi meglio disposti da natura a ricevere que' sentimenti -teneri e generosi, quelle immagini sublimi e leggiadre, «intervengono -moltissimi tempi di freddezza, noncuranza, languidezza d'animo, impenetrabilità, -e disposizione tale, che, mentre dura, li rende o conformi -o simili agli altri detti dianzi, e ciò per diversissime cause, -intrinseche o estrinseche, appartenenti allo spirito o al corpo, transitorie -o durevoli»<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>. Di ciò ebbe a fare esperienza lo stesso poeta, e -ne lasciò documento così nelle lettere come nei versi, e più di proposito -nel <i>Risorgimento</i>. -</p> - -<p> -A chiudere questo capitolo possono venire opportune alcune brevissime -considerazioni generali suggerite dal detto sin qui. Il Leopardi -è in estetica un intellettualista. La dottrina del puro bello formale, -quale comunemente s'intende, non può essere dottrina sua. Per -lui, ciò che dicesi contenenza, non solo non può essere, com'è per la -scuola realistica in genere, e per la herbartiana in ispecie, indifferente; -ma è anzi la cosa capitale, il proprio subbietto dell'arte; sebbene -poi egli curi tanto la forma e la tecnica quanto la neglesse la scuola -hegeliana. Per questo rispetto egli si accorda con lo Schopenhauer e -col Hartmann. Agli hegeliani si accosta quando pone il bello della -fantasia, o vogliam dire dell'arte, sopra il bello della natura; ma se -ne allontana di molto quando al bello astratto e generale prepone l'individuato -e concreto. Egli è anche da dire un ottimista estetico tutte -le volte che giudica bello il mondo considerato in se stesso; tale cioè, -secondo il concetto dello Schopenhauer e del Hartmann, che, preso -quale oggetto di pura e disinteressata contemplazione, produce in noi -più impressioni piacevoli che dispiacevoli. Il Bahnsen è un pessimista -anche in estetica. Da ultimo è da notare che pel Leopardi l'estetica -e l'edonistica sono strettamente congiunte: le care illusioni hanno un -doppio valore, eudemonistico ed estetico; le arti non hanno altro fine -che di mitigare l'umana infelicità. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -</p> - -<h3 id="leop3">CAPITOLO III. -<span class="smaller"><span class="smcap">Il Leopardi e la musica.</span></span></h3> - -<p> -Di tutte le arti, la musica forse è quella che più vale a temperare -ed assopire il dolore, a rasserenar l'animo, e a trarlo in certa quale -maniera fuori del mondo e fuor di sè stesso. Gli antichi simboleggiarono -la sua virtù di penetrazione e la quasi onnipotenza del fascino -nel mito di Orfeo, che si trae dietro, al suono della lira, le fiere e -le piante e i sassi; e nei miti affini di Amfione e di Arione. Pitagora -conobbe in lei una possente medicina, non meno del corpo che dell'anima; -e molti riscontri ha nelle storie il caso di Saulle, di cui -Davide calmava le furie con le note dell'arpa. Platone e Aristotele la -giudicarono parte nobile ed importante della educazione; e tutte le -religioni se ne giovarono più e meno; e più che tutte il cristianesimo, -in quell'arduo e delicato suo magistero di allacciare, penetrare, conquidere -gli animi. Gli antichi Egizii posero la musica tra le divinità. -Apollo inventò la lira, Minerva il flauto, Pane la siringa; Santa Cecilia -divenne l'avvocata e la protettrice dei musici. Le sfere si girano -al suono di una armonia ineffabile: il paradiso cristiano echeggia di -perpetui e dolcissimi canti; e dalla terra talvolta i puri e gli eletti -gli ascoltano in un rapimento, e nell'ora della morte ne ricevono consolazione -e letizia suprema. -</p> - -<p> -Il Leopardi sentì vivamente, squisitamente la musica; ma poichè -non tutti coloro che la sentono molto la sentono a un modo, bisogna -vedere in che modo il Leopardi l'abbia sentita. Nessun'altr'arte sembra -gli procurasse mai emozioni così profonde, godimento così pieno ed -intenso. «La musica, se non è la mia prima, è certo una mia gran -passione, e dev'esserlo di tutte le anime capaci di entusiasmo», scriveva -egli nell'aprile del 1820 al Brighenti<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>. Tale passione non fu -conosciuta dal padre, il quale anzi ostentava un certo disprezzo pei -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -<i>trilli e le cavatine</i>; nè si sa che l'abbia conosciuta la madre, la quale, -del resto, dovendo attendere al governo non meno del patrimonio che -della famiglia, non avrebbe di certo potuto secondarla, quando pure -l'avesse avuta; ma fu passione comune alla più parte dei figliuoli. -Di Carlo sappiamo che una volta corse a piedi (e c'è un bel tratto) da -Recanati ad Ancona pel solo gusto di udirvi la Malibran; e in una -sua lettera al fratello leggiamo: «A Sinigaglia io bolliva d'idee e -di sensazioni, e il canto della Lorenzani m'insegnava nuovi segreti del -cuore»<a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>. E di questa o di altra cantante pare s'innamorasse<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>. La -Paolina si dilettò molto di musica e ne fu anche molto intendente. -Luigi, il quartogenito, che non ebbe mai il capo allo studio, e morì -giovane di ventun anno, accoppiava il gusto della musica a quello del -tornio, e sonava, dicono, molto bene un flauto di bossolo che s'era -fabbricato da sè. -</p> - -<p> -Della virtù pressochè soprannaturale della musica parla più distintamente -il Leopardi in due delle sue poesie; cioè nell'<i>Aspasia</i>, e -in quella intitolata <i>Sopra il ritratto di una bella donna, scolpito nel -monumento sepolcrale della medesima</i>. Nella prima leggiamo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Raggio divino al mio pensiero apparve,</p> -<p class="i01">Donna, la tua beltà. Simile effetto</p> -<p class="i01">Fan la bellezza e i musicali accordi,</p> -<p class="i01">Ch'alto mistero d'ignorati Elisi</p> -<p class="i01">Paion sovente rivelar.</p> -</div></div> - -<p> -Nella seconda: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Desiderii infiniti</p> -<p class="i01">E visïoni altere</p> -<p class="i01">Crea nel vago pensiere,</p> -<p class="i01">Per natural virtù, dotto concento;</p> -<p class="i01">Onde per mar delizioso, arcano</p> -<p class="i01">Erra lo spirto umano,</p> -<p class="i01">Quasi come a diporto</p> -<p class="i01">Ardito notator per l'Oceàno:</p> -<p class="i01">Ma se un discorde accento</p> -<p class="i01">Fere l'orecchio, in nulla</p> -<p class="i01">Torna quel paradiso in un momento.</p> -</div></div> - -<p> -In entrambi i componimenti il poeta accosta la musica alla bellezza, -e all'una e all'altra attribuisce la stessa virtù. Nel primo l'accostamento -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -è immediato: nel secondo il poeta accenna agli effetti della musica -dopo aver detto di quelli della bellezza che pajon <i>segno e sicura -spene</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Di sovrumani fati,</p> -<p class="i01">Di fortunati regni e d'aurei mondi.</p> -</div></div> - -<p> -Disse il Leibniz la musica essere un secreto esercizio aritmetico dell'anima, -la quale conta senza saper di contare<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>; e il Kant poneva fra -le arti belle la musica solo in grazia dei rapporti matematici che -passan fra i suoni, e dall'occulto apprendimento di tali rapporti credeva -nascesse il piacere. Lo Stendhal affermò quello della musica essere -piacere puramente fisiologico. Uno scrittore musicale di molto -grido, Edoardo Hanslick, ebbe a sostenere, ora è quasi mezzo secolo, -in un libro che fece molto romore, e suscitò molte dispute, non ancora -finite, la musica non avere altra sostanza e altro contenuto che di -suoni, e non doversi proporre, nè di esprimere, nè di far nascere -sentimenti<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>. Senza voler punto entrare nella difficilissima e forse -mal posta questione<a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a>, gli è certo che il Leopardi non si accorda con -nessuno di costoro, mentre s'accorda con altri, ch'ebbero della musica -altro sentimento ed altro concetto. Lo Schiller disse la musica -esprimere l'anima; lo Schelling, contener essa le forme delle idee -eterne; Giorgio Hegel, essere il suo dominio superiore a quello della -vita reale; il Lamennais, significare la musica i tipi eterni delle cose; -il Vischer, esser essa lo stesso ideale. Il Beethoven giudicava le rivelazioni -della musica superiori a quelle della filosofia; e il Gounod, -ricordando una rappresentazione dell'<i>Otello</i> del Rossini, alla quale -aveva assistito nella sua fanciullezza, scriveva: «Il me sembla que -je me trouvais dans un temple, et que quelque chose de divin allait -m'être révélé». Il Carlyle definì la musica una specie di linguaggio -inarticolato e imperscrutabile, il quale ci guida sino all'orlo dell'infinito, -e ci lascia, per un istante, spingere nell'abisso lo sguardo; e -il Poe disse che nella musica vien fatto all'animo umano di creare -bellezza soprannaturale. -</p> - -<p> -Con tutti costoro ben s'accorda il Leopardi; e più ancora s'accorda -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -forse con lo Schumann e col Berlioz, nella fantasia dei quali -l'immagine della donna amata si compenetrava e fondeva con la immagine -musicale. Ma più che con essi tutti consente (ed è cosa che -vuol essere da noi particolarmente notata) con lo Schopenhauer, col -quale in tante altre cose, senza saperlo, consente. Lo Schopenhauer -fu appassionatissimo di musica, e ne scrisse con mente di filosofo e -cuore di artista. La disse arte meravigliosa; la più possente delle -arti; quella che immediatamente esprime il volere, cioè il principio -essenziale ed universale che si appalesa nelle singole e individuate -esistenze; quella che ci fa penetrare sino al cuore delle cose; occulta -filosofia. Egli disse ancora il mondo potersi chiamare una musica -corporata; e la musica <i>parlare a noi di altri mondi e migliori; -rivelarci da lungi un paradiso inaccessibile; essere la panacea di tutti -i mali</i><a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>. Poeta e filosofo esprimon quasi le stesse idee, parlan quasi -lo stesso linguaggio. -</p> - -<p> -Notiam di passata che di tutte le arti la musica è quella che deve -meglio confarsi allo spirito e al sentimento dei pessimisti, se pure la -inclinazione dell'animo non è scemata in essi dalla imperfezione degli -organi. Le altre arti, senza poterne escludere nemmen la poesia, troppo -ritengono dell'aborrita realtà, e, per quanto facciano, non è possibile -mai che se ne emancipino in tutto. La musica si scioglie da ogni servaggio -d'imitazione, e crea un mondo libero e nuovo ch'è tutto in lei, -e realizza ed esprime, con magistero miracoloso, tutto ciò che negli -animi nostri è più vago, più lieve, più occulto. Sembra davvero talvolta -che essa si redima, se non dal tempo, dallo spazio, dalla ferrea -legge di causalità, dalle condizioni tutte dell'essere transitorio e finito. -Alcune vecchie leggende, ove si narra di rapiti e di estatici che, -ascoltando una musica arcana, vissero secoli, stimandoli ore, esprimono -immaginosamente questa cara illusione. -</p> - -<p> -Abbiamo veduto come il Leopardi accompagni insieme la bellezza -muliebre e la musica, e ne faccia quasi una coppia estetica. Se la -donna appare agli occhi suoi più seducente nella danza che nel canto, -non è già che anche nel canto non gli appaja seducentissima. Egli -non può ripensare alla Silvia senza riudire quel dolce canto di lei, -onde -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Sonavan le quïete</p> -<p class="i01">Stanze e le vie dintorno;</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -</p> - -<p> -e se ricorda come la Nerina (non importa ora cercare se la Nerina -e la Silvia sieno due persone diverse o una sola) iva <i>danzando</i>, -splendente di gioja e del caro lume di giovinezza, si duole di non -più udir quella voce, di cui bastava un lontano accento a scolorargli -il viso. Vagando per la campagna la notte, il giovane poeta aveva -sussultato, udendo improvvisamente l'arguto canto d'ignota fanciulla: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> qualor nella placida quïete</p> -<p class="i01">D'estiva notte, il vagabondo passo</p> -<p class="i01">Di rincontro alle ville soffermando,</p> -<p class="i01">L'erma terra contemplo, e di fanciulla</p> -<p class="i01">Che all'opre di sua man la notte aggiunge</p> -<p class="i01">Odo sonar nelle romite stanze</p> -<p class="i01">L'arguto canto, a palpitar si move</p> -<p class="i01">Questo mio cor di sasso<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -E se più tardi il poeta ebbe ad innamorarsi di Marianna Brighenti, -valentissima cantatrice che lasciò le scene quando appunto la fama -di lei più veniva crescendo, chi vorrà non credere che in quell'innamoramento -avesse parte la musica, che fu <i>galeotta</i> di tanti altri -amori? -</p> - -<p> -Il Leopardi non ebbe voce da spendere nel canto, non sonò nessuno -strumento, non conobbe punto la tecnica musicale; e non tanto -godette di ciò onde assai volte più sogliono godere i musicisti -di professione, cioè a dire dei suoni per sè e della composizione e -degli accenti loro, quanto delle idee e dei sentimenti che quelli possono -mettere in moto. Il piacer suo nasceva, la più gran parte, dal -complicato e secreto lavoro delle associazioni psichiche, e la musica -egli giudicava con i soli criterii del sentimento e della fantasia: -ciò che spiega alcune particolarità del suo gusto. -</p> - -<p> -Certo, un'anima dotata d'intenso e profondo sentimento musicale -non può non rimanere offesa da tutto che offende l'arte diletta; onde, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> se un discorde accento</p> -<p class="i01">Fere l'orecchio, in nulla</p> -<p class="i01">Torna quel paradiso in un momento;</p> -</div></div> - -<p> -ma quell'anima può anche, in determinate condizioni, compiacersi di -una musica rudimentale e difettosa, purchè gliene vengano le suggestioni -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -opportune, purchè si lasci tradurre in linguaggio di associazioni. -Secondo congiunture di tempi, di luoghi, di sentimenti e -d'immaginazioni, uno di questi organetti che vanno scerpando per le -vie le composizioni dei grandi e piccoli maestri, può straziare o accarezzare -un orecchio delicato; può strappare altrui un grido d'indegnazione, -o spremere dagli occhi le lacrime. Il Leopardi fu, sembra, -prontissimo a ricevere la suggestion musicale, anche quando provenisse -da povera fonte, e tenace poi nel serbarne il ricordo. Ne abbiamo -un bello e curioso esempio in questi versi della <i>Sera del dì di -festa</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> Ahi per la via</p> -<p class="i01">Odo non lunge il solitario canto</p> -<p class="i01">Dell'artigian che riede a tarda notte,</p> -<p class="i01">Dopo i sollazzi, al suo povero ostello:</p> -<p class="i01">E fieramente mi si stringe il core,</p> -<p class="i01">Al pensar come tutto al mondo passa,</p> -<p class="i01">E quasi orma non lascia.</p> -<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Nella mia prima età, quando s'aspetta</p> -<p class="i01">Bramosamente il dì festivo, or poscia</p> -<p class="i01">Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,</p> -<p class="i01">Premea le piume; ed alla tarda notte</p> -<p class="i01">Un canto che s'udia per li sentieri</p> -<p class="i01">Lontanando morire a poco a poco,</p> -<p class="i01">Già similmente mi stringeva il core.</p> -</div></div> - -<p> -Notisi come quel rozzo canto che passa nella via, e lontanando muore, -súbito sollevi la mente del poeta alla considerazione di tutto ciò che -passa e muore nel mondo; ond'egli ricorda gli avi famosi e il grande -impero di Roma, e finalmente conclude: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tutto è pace e silenzio, e tutto posa</p> -<p class="i01">Il mondo, e più di lor non si ragiona.</p> -</div></div> - -<p> -Errerebbe a mio giudizio di grosso chi in tutto questo, invece di un -procedimento di associazioni, che nell'animo del Leopardi è spontaneo -e naturalissimo, non vedesse altro che una volata lirica e un -artifizio retorico. Qui l'impression musicale deriva la massima parte -del suo valore estetico dall'abituale contenuto della coscienza<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -</p> - -<p> -E così in molti altri casi. Nelle <i>Ricordanze</i>, udendo il suon dell'ora -che dalla torre del borgo gli arreca il vento, il poeta rammenta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> Era conforto</p> -<p class="i01">Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,</p> -<p class="i01">Quando fanciullo, nella buia stanza,</p> -<p class="i01">Per assidui terrori io vigilava,</p> -<p class="i01">Sospirando il mattin.</p> -</div></div> - -<p> -Nella canzone <i>Alla sua donna</i> sono ricordate -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> le valli ove suona</p> -<p class="i01">Del faticoso agricoltore il canto;</p> -</div></div> - -<p> -e nel <i>Tramonto della luna</i> il canto del carrettiere che saluta -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> con mesta melodia</p> -<p class="i01">L'estremo albor della fuggente luce</p> -<p class="i01">Che dianzi gli fu duce.</p> -</div></div> - -<p> -Egli è certo dunque che nella musica il Leopardi dovette pregiare, -non tanto i miracoli di una maestria consumata, la ostentazion di una -virtuosità rigogliosa, creatrice e vincitrice di ostacoli, le complicazioni -e le pompe teatrali; quanto l'arcano e dolce linguaggio che parla -alle anime, l'intima virtù suscitatrice di sentimenti ineffabili e di estatici -sogni: non tanto un'arte governata da principii e da regole, -quanto una magia atta a celare o trasfigurare l'aborrito vero. In -Roma, in Firenze, altrove, egli ebbe molte occasioni di assistere allo -spettacolo dell'opera, e ne fa ricordo in taluna delle sue lettere; ma -non ne parla con quell'ammirazione con cui parla del ballo. Da Roma -scrisse una volta al fratello Carlo: «Abbiamo in Argentina la <i>Donna -del Lago</i>, la qual musica eseguita da voci sorprendenti è una cosa -stupenda, e potrei piangere ancor io, se il dono delle lagrime non mi -fosse stato sospeso»; ma si lagnava della <i>intollerabile e mortale</i> lunghezza -dello spettacolo, che durava sei ore<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>. A Bologna, dagli amici -si lasciava <i>tirare</i> all'opera<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a>; ma a Firenze non andò ad ascoltare il -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -<i>Danao</i> del suo concittadino Persiani, perchè i suoi occhi in teatro -pativano troppo<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>. Ma oltre il disagio degli occhi, c'erano probabilmente -altre ragioni. L'animo del poeta doveva sentirsi meno aperto -alle impressioni dell'arte divina in un pubblico teatro, in mezzo al -barbaglio dei lumi, al cinguettio di un uditorio frivolo e distratto, -alle indecorose pompe della vanità; in luogo insomma dove non è -possibile vero raccoglimento: e più di una volta forse gli parve quella -una profanazione. A creder questo m'induce un luogo del <i>Parini</i>, -notabile, non solo rispetto al sentimento che il poeta ebbe della -musica in particolare, ma ancora rispetto al sentimento ch'ebbe dell'arte -in generale. Quivi egli comincia dicendo: «Io penso che le -opere ragguardevoli di pittura, scultura ed architettura, sarebbero -godute assai meglio se fossero distribuite per le province, nelle città -mediocri e piccole; che accumulate, come sono, nelle metropoli: -dove gli uomini, parte pieni d'infiniti pensieri, parte occupati in mille -spassi, e coll'animo connaturato, o costretto, anche mal suo grado, -allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità, rarissime volte sono -capaci dei piaceri intimi dello spirito». Poi, dopo un'altra giusta -osservazione circa la sazietà che producono troppe bellezze adunate -insieme<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>, soggiunge: «Il simile dico della musica: la quale nelle -altre città non si trova esercitata così perfettamente, e con tale apparato -come nelle grandi; dove gli animi sono meno disposti alle -commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per dir così, musicali, -che in ogni altro luogo»<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>. -</p> - -<p> -Ippocrate serbò ricordo di un certo Nicanore, che cadeva in deliquio -alle note di un flauto. Una sensitività musicale così esagerata -è assai rara, sebbene se ne conosca qualch'altro esempio; ma dovrebbe, -sembra, trovarsi più facilmente fra coloro in cui suol essere -più eccitabile il sentimento e più viva e pronta la fantasia; cioè fra -gli artisti in generale. Ora, è frequentissimo il caso che gli artisti -appunto (fatta eccezione, s'intende, dei musicisti) siano poco aperti -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -alla impressione musicale, e poco se ne dilettino: il che potrebbe essere -effetto di una specificazione soverchia delle facoltà estetiche e -di una troppo esclusiva applicazione di esse a una data forma di arte -e a quella soltanto. Fu notato che i pittori sogliono avere più senso -musicale, e più inclinano alla musica che gli scultori e gli architetti; -ma fu sempre notato che molti letterati e poeti non hanno -punto nè quella inclinazione, nè quel senso. Il Balzac detestava la -musica; il Gautier preferiva il silenzio; i De Goncourt e il Maupassant -si confessavano sordi, ecc. ecc.<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>. -</p> - -<p> -Ma sono molti anche gli esempii contrarii; e lasciamo stare che -nell'antichità, e poi ancora nel medio evo, finchè musica e poesia -durarono congiunte, e formarono quasi un'arte sola e una sola professione, -difficilmente i poeti avrebbero potuto essere nemici o noncuranti -della musica. Numerosissimi luoghi della <i>Commedia</i> mostrano -che Dante ebbe della musica un senso squisito; e ben se ne avvide -il Giordani, il quale meditò (quante mai cose meditò e non fece il -Giordani!) di scrivere un saggio sopra Dante e la musica. Ogni qual -volta parla di canto, di dolci note, di armonie d'organi, il poeta ne -parla a guisa d'uomo cui l'arte dei suoni inebbria e rapisce l'anima. -<i>L'amoroso canto</i> di Casella, che <i>solea quietar tutte sue voglie</i>, consola -ancora, là, sulla prima sponda del purgatorio, l'anima tanto <i>affannata</i> -dal terribile viaggio<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a>. Il Petrarca, che compose le dolci sue -rime ajutandosi col suono e col canto, scriveva dalla solitudine di -Valchiusa all'amico Francesco de' SS. Apostoli: «Che dir degli -orecchi? Canti, suoni, armonie di corde o di liuti, ond'io già provai -tanta dolcezza, che si parea rapirmi fuor di me stesso, qui non avvien -che si sentano»<a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>: e nel <i>De remediis utriusque fortunae</i> fa che il -Gaudio ostinatamente enumeri in contradditorio con la Ragione tutte -le dolcezze che derivano dalla musica<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>. -</p> - -<p> -Che lo Shakespeare fosse un appassionato di musica tutti quasi -i suoi drammi ne fanno fede; e un appassionato fu, come di ragione, -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -il Metastasio, che se ne intendeva assai, e cantava, e componeva, e -i suoi versi lo dicono anche troppo. Un appassionato il Goethe non -fu, ma pure gustò l'arte del Mendelssohn, che, fanciullo, era andato -a trovarlo, e ammirò il Beethoven. Il Klopstock ebbe orecchio finissimo -e la musica lo faceva andare in estasi. Il Byron non poteva udire -musica tenera o dolorosa senza sciogliersi in lacrime. Il Moore e lo -Shelley hanno ciascuno una poesia intitolata <i>Music</i>; e il primo, che -per ridurre i proprii versi a maggior perfezione usava cantarli, dice -il linguaggio parlato esser languido e povero a paragon della musica<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>; -e il secondo rassomiglia il proprio cuore, assetato di musica, -a un fiore morente, assetato di rugiada<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a>. Nella <i>Lucie</i> di Alfredo De -Musset leggiamo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Fille de la douleur, Harmonie! Harmonie!</p> -<p class="i01">Langue que pour l'amour inventa le génie!</p> -<p class="i01">Qui nous vins d'Italie, et qui lui vins des cieux!</p> -<p class="i01">Douce langue du cœur, la seule où la pensée,</p> -<p class="i01">Cette vierge craintive et d'une ombre offensée,</p> -<p class="i01">Passe en gardant son voile et sans craindre les yeux!</p> -<p class="i01">Qui sait ce qu'un enfant peut entendre et peut dire</p> -<p class="i01">Dans tes soupirs divins, nés de l'air qu'il respire,</p> -<p class="i01">Tristes comme son cœur et doux comme sa voix?</p> -<p class="i01">On surprend un regard, une larme qui coule;</p> -<p class="i01">Le reste est un mystère ignoré de la foule,</p> -<p class="i01">Comme celui des flots, de la nuit et des bois!</p> -</div></div> - -<p> -Il Manzoni, quando compose il <i>Cinque Maggio</i>, costrinse la moglie -a sonargli il pianoforte, quasi per due giorni di séguito. -</p> - -<p> -Dell'Hugo fu detto che detestasse la musica; ma prima di dar -fede a chi lo disse, conviene leggere con qualche attenzione una poesia -intitolata <i>Que la musique date du XVI siècle</i>, la quale è nella notissima -raccolta dei <i>Rayons et ombres</i>, e conta non meno di 222 alessandrini. -Comincia il poeta chiedendo agli amici: Qual è di voi che, -sentendosi oppresso dalla tristezza, non abbia trovato nella musica -consolazione e conforto? Poi, in versi meravigliosi, che non hanno -riscontro in nessun'altra letteratura, descrive, rifà il vasto, vario, ponderoso -canto dell'orchestra, il moltiforme miracolo della sinfonia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Écoutez, écoutez! du maître qui palpite,</p> -<p class="i01">Sur tous les violons l'archet se précipite.</p> -<p class="i01">L'orchestre tressaillant rit dans son antre noir.</p> -<p class="i01">Tout parle. C'est ainsi qu'on entend sans les voir,</p> -<p class="i01">Le soir, quand la campagne élève un sourd murmure,</p> -<p class="i01">Rire les vendangeurs dans une vigne mûre.</p> -<p class="i01">Comme sur la colonne un frêle chapiteau,</p> -<p class="i01">La flûte épanouie a monté sur l'alto.</p> -<p class="i01">Les gammes, chastes sœurs dans la vapeur cachées,</p> -<p class="i01">Vidant et remplissant leurs amphores penchées,</p> -<p class="i01">Se tiennent par la main et chantent tour à tour,</p> -<p class="i01">Tandis qu'un vent léger fait flotter alentour,</p> -<p class="i01">Comme un voile folâtre autour d'un divin groupe,</p> -<p class="i01">Ces dentelles du son que le fifre découpe.</p> -<p class="i01">Ciel! voilà le clairon qui sonne. A cette voix</p> -<p class="i01">Tout s'éveille en sursaut, tout bondit à la fois.</p> -<p class="i01">La caisse aux mille échos, battant ses flancs énormes,</p> -<p class="i01">Fait hurler le troupeau des instruments difformes,</p> -<p class="i01">Et l'air s'emplit d'accords furieux et sifflants</p> -<p class="i01">Que les serpents de cuivre ont tordus dans leurs flancs.</p> -</div></div> - -<p> -E bisognerebbe citar tutto, sino alla fine. Cosa davvero curiosa! il -Leopardi, appassionatissimo di musica, di strumenti musicali non -parla; non mostra di prediligerne alcuno; non nota affinità particolari -fra certi sentimenti e il suono dell'uno o dell'altro di essi. La -voce umana dovette parergli di molto superiore ad ogni istrumento. -</p> - -<p> -Se a non pochi poeti fece difetto il sentimento musicale; se altri -l'ebbero, come il Leopardi, assai vivo e profondo; che cosa dobbiam -noi pensare delle relazioni che passano tra la poesia e la musica, e -della somiglianza, o dissomiglianza loro? Dobbiam noi seguitare a -ripetere col Marini, che ridiceva quanto cent'altri avevano detto, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Musica e poesia son due sorelle<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>;</p> -</div></div> - -<p> -o dobbiam finalmente risolverci a dire che tra le due ci può essere -conoscenza, ed anche amicizia, ma non consanguineità? Un critico -francese contemporaneo si sforzò di provare che quelle relazioni non -sono già così strette come comunemente si crede, e che la somiglianza -è pochissima, o nulla. Egli esce a dire assai risolutamente: «autant la -musique moderne ressemble, <i>au point de vue du rythme</i>, à la poésie-musicale -des Grecs, autant elle diffère, <i>à tous les points de vue</i>, de -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -la poésie moderne». E soggiunge: «Toute assimilation de la musique -à la poésie est aujourd'hui une simple figure de rhétorique, une -chimère ou une idée dangereuse»<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>. Parmi che l'autore dica cosa per -molti rispetti giusta, ma che ecceda alquanto nel suo giudizio. La -somiglianza che fu in antico, quando le due arti vivevano strettamente -congiunte, non mancò mai del tutto dopo che quelle si furono separate, -e dura, in una certa forma, tuttavia, come ne fanno fede il -comun sentimento e il comune linguaggio. Le due arti hanno, e il -critico lo riconosce: «un instrument commun, la voix humaine (dont -l'orchestre n'est qu'une extension), et un point de recontre d'ailleurs -un peu indécis: le rythme»<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. Nei versi una musica c'è, e quanta sia, -e come efficace, si vede allora che si scompongono i versi e si riducono -in prosa. Il buon Baretti consigliava appunto di far così a -chi li volesse giudicar rettamente; ma un procedimento sì fatto, -se agevola il giudizio del valore logico di una poesia, rende impossibile -il giudizio del valore poetico. Aggiungasi che la poesia, -perchè se ne senta tutto l'effetto, non bisogna contentarsi di leggerla -mentalmente, ma ad alta voce, e, se occorre, declamarla; e la declamazione -è già un mezzo canto, cioè una mezza musica, perchè importa -continua variazione di tono, di movimento, di colorito, e trae -valor dal metallo, dall'impasto e dalla estensione della voce<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>. Un -maestro della difficilissima arte del leggere, Ernesto Legouvé, biasimando -severamente la stolta usanza di coloro, che, quando leggono -versi, fanno il possibile perchè non pajano versi, ma prosa, scrisse: -«Puisqu'il y a un rythme, faites sentir le rythme! Quand les vers -sont peinture et musique, soyez, en les lisant, peintre et musicien! -Que de passages où le pathétique lui-même naît de l'harmonie!<a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>». -Si può dire che la declamazione è un'arte diversa dalla poesia, pur -diventando, in certe occasioni, sussidiaria di quella; ma mentre non -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -intendo che razza d'arte possa essere la declamazione presa in sè -stessa, separatamente cioè dal discorso poetico (versi o prosa), non -intendo nemmeno come si possa fare arte diversa e sussidiaria di -quello speciale procedimento o metodo da cui un'altr'arte viene a -ricevere il suo maggior possibile valore e la maggior possibile significazione. -La poesia non è un'arte muta come la pittura, la scultura, -l'architettura; la poesia è un'arte parlata, un'arte sonora, come la -musica. E se è assurda la pretensione di coloro che vogliono fare -della poesia una musica, e non altro che una musica; non è già -assurdo che, come il musicista si giova di certi strumenti per produrre -certe impressioni, così il poeta si giovi di certi suoni per produrre -certi effetti. E poichè non tutte le lingue sono musicali egualmente, -riman confermato, anche per questo capo, che non tutte le -lingue sono egualmente poetiche. -</p> - -<p> -Fu asserito già da più d'uno che gli oratori possono trarre dallo -studio della musica beneficio non piccolo: ma se è vero ciò; se è -vero quanto più in generale afferma lo Spencer, che, cioè, la musica -reagisce sulla parola parlata; non si capisce perchè dallo studio, -o almeno dal natural sentimento della musica, non avessero ad avere -qualche beneficio anche i poeti. A riuscire poeta non è necessario -gustare la musica; troppi esempii lo provano. Ma non credo sia -del tutto indifferente che il poeta la gusti o non la gusti; nè credo -possibile che dall'amore o dall'avversione un qualche effetto non -derivi all'arte sua. Non so sino a qual segno il poeta che gusta la -musica possa avere miglior senso del ritmo poetico, e formar versi -di miglior suono, a paragone del poeta che non la gusta; ma credo -che quello che la gusta sia tratto, se non altro, a esprimere con la -propria poesia piuttosto certi sentimenti che certi altri, e quei sentimenti -in ispecie che meglio si affanno alla musica, e furon perciò -detti musicali. -</p> - -<p> -Un'ultima osservazione. Avvertì Salomone nei <i>Proverbii</i>: «Simile -a colui che tolga ad uno la veste in una fredda giornata, o versi l'aceto -nelle ferite, è colui che ad uomo triste canta allegre canzoni». -Nulla è più vero. I melanconici non amano se non la musica melanconica, -e detestan la gaja. Ma è pur da ricordare che l'intelletto, l'eterno -curioso, può far vincere all'uomo moltissime ripugnanze. Il -Leopardi preferì, senza dubbio alcuno, la musica triste, anzi si deve -tenere per fermo che non amò se non quella; ma ciò non gli tolse -già d'andare ad ascoltare in Roma un'opera buffa, che non gli piacque -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -punto<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>, e in Napoli il <i>Socrate immaginario</i>, musicato dal Paisiello, -che gli piacque moltissimo<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a>. Se si pensa alla diversa impressione che -la melodia e l'armonia producon nell'animo, è da credere che il Leopardi -inclinasse più alla prima che alla seconda. -</p> - -<h3 id="leop4">CAPITOLO IV. -<span class="smaller"><span class="smcap">Il sentimento della natura nel Leopardi.</span></span></h3> - -<p> -Qui, forse più che altrove, bisogna distinguere nella vita di Giacomo -Leopardi un prima e un dopo, essendo questo della natura un -sentimento che varia moltissimo, con la età, le occupazioni, le esperienze, -le vicende, la salute dell'uomo. -</p> - -<p> -Se dovessimo credere alla tarda testimonianza di Antonio Ranieri, -il poeta avrebbe nutrito per la campagna un «odio ingenito»; -nessun altr'uomo avrebbe «tanto odiato la campagna quanto Leopardi -la odiava»<a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>. Un tempo fu creduto al Ranieri ogni cosa sul -conto del Leopardi; ora non gli si vorrebbe creder più nulla. Anche -in ciò, probabilmente, la via giusta sarà la via di mezzo tra l'uno e -l'altro eccesso. Può essere che negli ultimi anni della sua travagliatissima -vita il Leopardi prendesse in avversione la campagna, come -tante altre cose aveva già prese in avversione; ma ciò non prova -punto ch'egli l'avesse odiata sempre; e il Ranieri ebbe sicuramente -torto di parlare di <i>odio ingenito</i>; e anche più torto hanno coloro che -tiran fuori la testimonianza del Ranieri per asserire che il Leopardi -non ebbe vero sentimento della natura. -</p> - -<p> -Da giovane anzi, quando, innamorato di solitudine, fuggiva coloro -da cui era fuggito, e accusava la luna se lui scopriva all'altrui -sguardo, o altri al suo; quando si doleva d'aver conosciuto <i>le cittadine -infauste mura</i> e l'umano consorzio; quando scriveva la <i>Vita solitaria</i> -e il <i>Passero solitario</i>; il Leopardi amò la campagna e amò la -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -natura. Della patria sua non altro gli piaceva che lo spettacolo dei -colli e dei campi, con gli Apennini da una banda e il mare dall'altra; -ma quello piacevagli soprammodo e lo consolava di tanti disgusti. -«Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono -ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi -spezialmente, mi sento così trasportare fuori di me stesso che mi -parrebbe di far peccato mortale a non curarmene.....»<a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>. Di sì -fatto amore non è capace chi non sappia vivere in solitudine; e -chi della solitudine si piace non è quasi possibile che non inclini a -quell'amore. Ho già ricordato un luogo del <i>Parini</i> ove il poeta dice -di non intendere come chiunque vive in città grande, eccetto se non -trapassi il più del tempo in solitudine, possa mai ricevere dalle bellezze -della natura «alcun sentimento tenero o generoso, alcun'immagine. -sublime o leggiadra»<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>. Chi legge con qualche attenzione alcune -poesie del Leopardi non può non sentirvi quel particolar tuono di -famigliarità e di tenerezza che solo può nascere dalla convivenza -stretta, dalla lunga consuetudine. -</p> - -<p> -Ora si noti che la età in cui gli uomini più si sentono attratti -dalla natura non suol essere l'età della giovinezza. I giovani, troppo -curiosi di conoscere il mondo umano e la vita, troppo desiderosi di -accaparrar l'avvenire, tendono spontaneamente colà dov'è maggiore -frequenza e varietà di uomini, ove la vita è più intensa e molteplice; -alle grandi città. Essi sono di loro natura così inquieti e mutabili, -che malamente si possono accordare con la quieta e non mutabil natura; -e il muto linguaggio di questa è così disforme dal loro, che -essi, o non lo intendono, o poco l'ascoltano. Lo stesso Leopardi -quante volte non lamentò di dover consumare l'<i>età verde</i>, l'<i>unico fior -della vita</i>, nel <i>natio borgo selvaggio</i>, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> intra una gente</p> -<p class="i01">Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso</p> -<p class="i01">Argomento di riso e di trastullo,</p> -<p class="i01">Son dottrina e saper!<a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a></p> -</div></div> - -<p> -quante volte, conscio di sè, appassionato di gloria, non desiderò la -città grande, il vasto e popoloso teatro, dove l'uomo può farsi vedere -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -e conoscere, raccogliere il plauso ed il premio che gli è dovuto! -L'età migliore per amar la natura, e per fruire del suo consorzio, -è quella prima e ancor verde stagione della vecchiezza, quando -l'uomo, conosciuti gl'inganni e le vanità del mondo, sciolto dalle -passioni, ma non esausto di sentimento, sereno, ma non anneghittito, -desidera la pace, ed è tuttora in grado di abbellirla con l'affetto e la -fantasia<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>. -</p> - -<p> -Il Leopardi da giovane amò la natura, e l'amò come Werther, -in solitudine, senza amici, con un senso di dolce melanconia, con un -intero e tenero abbandono, e in una maniera di vaga ed estatica contemplazione, -che non esclude la visione degli aspetti parziali e particolari, -ma non lascia che alcuno di essi spicchi troppo fra gli -altri<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>. C'è in una lettera ormai famosa, scritta dal nostro poeta al -Giordani ai 6 di marzo del 1820, da Recanati, un passo che nessuno -si meraviglierebbe di leggere in una lettera del giovine Werther. «Sto -anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza -di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia -stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo -un'aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono -alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto -nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando -misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto -tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione -passata, alla quale ero certo di ritornare subito dopo, com'è seguìto, -m'agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come -si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione -ed entusiasmo; delle quali cose un anno addietro si componeva -tutto il mio tempo, e mi facevano così beato, non ostante i -miei travagli»<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>. -</p> - -<p> -La riflessione può venir distinguendo nel sentimento e nel godimento -della natura tre modi, i quali difficilmente nella pratica possono -rimanere dissociati del tutto; anzi, con varia proporzione, si -associano fra di loro, e mutuamente si condizionano. La natura può -essere goduta: sensualmente, da chi ne guardi sopratutto gli aspetti; -sentimentalmente, da chi si finga con essa certa comunione di affetti -e di vita; intellettualmente, da chi ne indaghi e ne ravvisi l'ordinanza -e l'essere. I poeti e gli artisti, in genere, sono quelli che ne godono -sensualmente e sentimentalmente; gli scienziati e i filosofi, in genere, -sono quelli che ne godono intellettualmente. -</p> - -<p> -Io non ho a tesser qui una storia del sentimento della natura, mostrando -quale e quanto sia stato nell'antichità, poi nei tempi di mezzo, -poi nei tempi moderni; e perchè si abbia in conto di sentimento -assai più moderno che antico; e come le vicende della civiltà l'abbiano -condotto a quella condizione e a quel grado in cui lo vediamo -al presente. Così fatte storie non mancano, e di molti de' maggiori poeti -s'andò ricercando, da trent'anni a questa banda, qual fosse propriamente -il sentimento della natura. Perciò, tralasciando ogni altra considerazione -generale, vengo a dire del sentimento del Leopardi in -particolare, e, prima di tutto, cercherò di definirne il temperamento -e il carattere. -</p> - -<p> -Il Leopardi, secondo porta l'indole sua, non contempla la natura -quale semplice soggetto conoscente, ma bensì quale soggetto -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -conoscente e appassionato. Egli non gusta, direbbe lo Schiller, la -natura nel modo ingenuo, ma nel modo sentimentale, in quanto che -viene associando le impressioni di quella coi sentimenti, le preoccupazioni -e i ricordi proprii, o interpretando la natura secondo sè -stesso. Il modo del suo sentimento si scosta affatto dal classico, e si -assimila molto al romantico, quale fu descritto da madama di Staël: -«Un nouveau genre de poésie existe dans les ouvrages en prose -de J.-J. Rousseau et de Bernardin de Saint-Pierre; c'est l'observation -de la nature dans ses rapports avec les sentiments qu'elle fait éprouver -à l'homme. Les anciens, en personnifiant chaque fleur, chaque rivière, -chaque arbre, avaient écarté les sensations simples et directes, -pour y substituer des chimères brillantes; mais la Providence a -mis une telle relation entre les objets physiques et l'être moral de -l'homme, qu'on ne peut rien ajouter à l'étude des uns qui ne serve en -même temps à la connaissance de l'autre»<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>. Questo giudizio è giusto. -L'uomo non potè sentir sè nella natura, trasfondersi in lei, se non -dopo averne espulse le anime divine che tutta la occupavano. Ciò appunto -ebbe a notare lo Chateaubriand, quando disse la mitologia essere -stata quella che tolse agli antichi di vedere e dipingere la natura -come i moderni la vedono e la dipingono. Riman da avvertire che -l'uomo il quale solo vede la natura attraverso i proprii affetti, non -la conosce gran che meglio dell'uomo che solo la vede attraverso le -proprie immaginazioni; e che la natura non è meno alterata dall'antropomorfismo -del sentimento che dall'antropomorfismo del mito. Il -sentimento che abbiam detto romantico, allora tocca l'estremo suo -grado quando l'uomo si sente quasi confuso con la natura, non sa -più da essa discernersi. Chiedeva il Byron: Non sono le montagne e -l'onde e i cieli una parte di me e dell'anima mia, com'io di loro? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Are not the mountains, waves and skies, a part</p> -<p class="i01">Of me and of my soul, as I of them?</p> -</div></div> - -<p> -Al Leopardi parve talvolta di sentirsi confuso co' silenzii del solitario -luogo, dove, sedendo immoto, consumava l'ore obblioso del -mondo, inconscio quasi di sè<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -</p> - -<p> -Il Leopardi amò da giovane la natura di un amore che molto s'assomiglia -all'amore ch'ei nutrì per la donna. Il Leopardi ebbe da natura -un'anima amante, guastatagli poi dalla esperienza, e più dal -male. Parlando di sè sotto nome di Eleandro, egli dice: «Sono nato -ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere -in anima viva»<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a>. Leggansi quei primi, indimenticabili versi delle <i>Ricordanze</i>, -e si vegga quanto affettuosa e dolce e piena fosse stata la -comunione e la confidenza di lui con la natura, quando, fanciullo ancora, -passava le sere contemplando le <i>vaghe stelle dell'Orsa</i>, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> ed ascoltando il canto</p> -<p class="i01">Della rana rimota alla campagna;</p> -</div></div> - -<p> -e distraeva l'occhio dalle <i>luci</i> del cielo, che tante <i>fole</i> gli creavano -nel pensiero, per vagheggiare la lucciola errante <i>appo le siepi e in -sull'aiuole</i>, e porgeva l'orecchio al sussurro che levavano al vento -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">I viali odorati ed i cipressi</p> -<p class="i01">Là nella selva.</p> -</div></div> - -<p> -Quelle prime impressioni non gli si dileguarono dalla memoria mai -più. Desto assai per tempo all'amor della donna, egli aveva, a diciannov'anni, -dimenticato, insieme con l'amor della gloria e degli -studii, anche quello della natura: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Quando in dispregio ogni piacer, nè grato</p> -<p class="i01">M'era degli astri il riso, o dell'aurora</p> -<p class="i01">Queta il silenzio o il verdeggiar del prato<a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>;</p> -</div></div> - -<p> -ma poi aveva, come il Goethe, amato in cospetto della natura, chiamando -lei testimone di quella vita nuova e di quella nuova letizia, -a cui si sentiva nascere; versando nel materno seno di lei quell'onda -di felicità che gli traboccava dall'anima; confondendo insieme i due -amori: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Mirava il ciel sereno,</p> -<p class="i01">Le vie dorate e gli orti</p> -<p class="i01">E quinci il mar da lunge, e quindi il monte.</p> -<p class="i01">Lingua mortal non dice</p> -<p class="i01">Ciò ch'io sentiva in seno<a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -</p> - -<p> -Il <i>Passero solitario</i>, l'<i>Infinito</i>, la <i>Vita solitaria</i>, composizioni tutte -della prima giovinezza del poeta, nate, la prima, nell'aprile del 1818, -l'altre due l'anno successivo, esprimono in vario modo un sentimento -medesimo. Nella prima è la tenerezza che mette ne' cuori la primavera, -la quale -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Brilla nell'aria e per li campi esulta;</p> -</div></div> - -<p> -è l'allegrezza delle creature festeggianti il <i>lor tempo migliore</i>. Nell'altre -due la contemplazione della natura suscita un pensier panteistico, -provoca lo smarrimento dell'anima nell'infinito mare dell'essere: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Sempre caro mi fu quest'ermo colle,</p> -<p class="i01">E questa siepe, che da tanta parte</p> -<p class="i01">Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.</p> -<p class="i01">Ma sedendo e mirando, interminati</p> -<p class="i01">Spazi di là da quella, e sovrumani</p> -<p class="i01">Silenzi, e profondissima quiete</p> -<p class="i01">Io nel pensier mi fingo, ove per poco</p> -<p class="i01">Il cor non si spaura<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -E il pensier suo s'annega in quella immensità, e gli è dolce naufragare -in quel mare. Svegliato dal sole nascente, che -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">I suoi tremuli rai fra le cadenti</p> -<p class="i01">Stille saetta,</p> -</div></div> - -<p> -egli sorge, e benedicendo s'affaccia allo spettacolo delle cose: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E sorgo, e i lievi nugoletti e il primo</p> -<p class="i01">Degli augelli sussurro, e l'aura fresca,</p> -<p class="i01">E le ridenti piagge benedico.</p> -</div></div> - -<p> -La natura gli addimostra ancora alcuna pietà, sebbene gli sovvenga di -giorni in cui ell'era verso lui assai <i>più cortese</i>; e a quella pietà egli -si fa incontro, e, come pellegrino stanco, posa il capo in grembo all'antica -madre e in lei s'addormenta. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Talor m'assido in solitaria parte,</p> -<p class="i01">Sovra un rialto, al margine d'un lago</p> -<p class="i01">Di taciturne piante incoronato.</p> -<p class="i01">Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,</p> -<p class="i01">La sua tranquilla imago il Sol dipinge,</p> -<p class="i01">Ed erba o foglia non si crolla al vento,</p> -<p class="i01">E non onda incresparsi, e non cicala</p> -<p class="i01">Strider, nè batter penna augello in ramo,</p> -<p class="i01">Nè farfalla ronzar, nè voce o moto</p> -<p class="i01">Da presso nè da lunge odi nè vedi.</p> -<p class="i01">Tien quelle rive altissima quiete;</p> -<p class="i01">Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio</p> -<p class="i01">Sedendo immoto, e già mi par che sciolte</p> -<p class="i01">Giaccian le membra mie, nè spirto o senso</p> -<p class="i01">Più le commova, e lor quiete antica</p> -<p class="i01">Co' silenzi del loco si confonda<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Qui la natura è ancora la madre antica e benefica. Qual de' suoi -figli può non amarla, se essa tutti gli ama? Udite Vittore Hugo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ainsi, nature! abri de toute créature!</p> -<p class="i01">O mère universelle! indulgente nature!</p> -<p class="i01">Ainsi, tous à la fois, mystiques et charnels,</p> -<p class="i01">Cherchant l'ombre et le lait sous tes flancs éternels,</p> -<p class="i01">Nous sommes là, savants, poètes, pêle-mêle,</p> -<p class="i01">Pendus de toutes parts à ta forte mamelle!<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a></p> -</div></div> - -<p> -La natura che il Leopardi ritrae ne' suoi versi non è nè molto -spettacolosa, nè molto variata. Egli non potè <i>approvvigionarsi</i> d'immagini -vivendo, come il Rousseau, in mezzo alle austere bellezze dell'Alpi -e sulle rive di un lago meraviglioso, o correndo, come lo Chateaubriand, -il Byron e lo Shelley, le terre ed i mari. Il grande paesaggio -romantico, quale lo amava l'autore della <i>Nuova Eloisa</i>, il -paesaggio formato di monti scoscesi, di tenebrose foreste, di torrenti, -di cascate, di abissi, non è dipinto, nè abbozzato da lui; e -del resto il gusto di esso, che da non molto era sorto in altre regioni -d'Europa, non era per anche penetrato in Italia, dove troppo -gli contrastavano un senso educato ad altre bellezze e la tradizione -classica<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>. I monti e il mare appajono appena, alla sfuggita, in -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -qualche verso. Le <i>sibilanti selve</i>, l'<i>atro bosco</i>, sono indicati con -un'unica pennellata. Vere e proprie descrizioni, particolareggiate, colorite, -minute, simili a quelle che così frequenti s'incontrano in tanti -poeti moderni, e più che negli altri forse, negli Scozzesi, non s'incontrano -in lui; ma io non posso credere ch'esse sole rivelino un -forte e puro sentimento della natura<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>. Il Leopardi non va erborando -come il Rousseau, non osserva la natura delle rocce come il Goethe, -non è curioso di pompe e di contrasti di colore come il Leconte de -Lisle. Il sentimento ch'egli ha della natura è, starei per dire, un sentimento -diffuso, rispondente a una visione di aspetti generici, non di -aspetti specifici<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>. Se si tolgono que' pochi versi della <i>Vita solitaria</i>, -ov'è tratteggiato il lago cinto di piante taciturne, i tre dell'<i>Inno ai -Patriarchi</i>, ov'è dipinto il sole che, dopo il diluvio, emerge dalle -nuvole, e alcuni della <i>Ginestra</i>, ove il poeta fa apparire un istante -l'<i>arida schiena</i> dello <i>sterminator Vesevo</i> e i campi <i>dell'impietrata lava</i>, -non si trova nelle poesie di lui altra descrizione di cui un pittore -possa far quadro. Non una volta il Leopardi descrive una scena di -paese per sè stessa. Egli, o non ha la percezione completa dello spettacolo -naturale, o, avendola, subito comincia a lavorarvi attorno, -astraendo e associando; e gli è solo in grazia di questo processo -doppio di astrazione e di associazione che un paesaggio può ridursi -a non sembrar altro che uno stato d'animo, come disse l'Amiel (<i>un -paysage quelconque est un état de l'âme</i>)<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>. -</p> - -<p> -Piante e animali il Leopardi guarda fugacemente, senza curarsi -di ritrarne in modo distinto e particolare gli aspetti e la vita, come -uomo che l'occhio e l'animo abbia rivolto ad altro. Nella <i>Vita solitaria</i> -e nell'<i>Infinito</i> fa cenno di piante, ma non dice che piante sieno; -e se nell'<i>Ultimo canto di Saffo</i> ricorda il murmure de' <i>faggi</i>, e nelle -<i>Ricordanze</i> i <i>cipressi</i>, e nella <i>Ginestra</i> l'arbusto da cui il componimento -s'intitola, sono, questi, esempii assai rari di designazione specificata -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -e concreta. Certo, il Leopardi non ebbe col mondo vegetale -la dimestichezza grande ch'ebbe, per citare un esempio, il Lenau. -Non so se in tutti i versi di lui s'incontrino più di due o tre nomi di -fiori. Quanto diverso, per citare un altro esempio, dal Keats, il quale -diceva che il diletto più intenso della vita egli aveva provato osservando -crescere i fiori! -</p> - -<p> -Gli animali tengono nella poesia del Leopardi un po' più di -luogo. Le lepri danzanti al raggio della luna, ricordate nella <i>Vita -solitaria</i>; la gallina della <i>Quiete dopo la tempesta</i>, che, cessata la -pioggia, torna sulla via e ripete il suo verso; la cauta volpe della -canzone <i>A un vincitor nel pallone</i>; la rondinella vigile del <i>Risorgimento</i>; -la serpe che si contorce al sole, e il coniglio che torna al -covil cavernoso, e la capra pascente sulle città sepolte, della <i>Ginestra</i>; -mostrano una osservazione alquanto più attenta, un animo più impegnato. -Degli uccelli, in più particolar modo, parla il Leopardi con -manifesto compiacimento, e uno de' suoi scritti di prosa s'intitola -appunto <i>Elogio degli uccelli</i>. Di questo maggiore interessamento del -Leopardi per gli animali parmi vedere una ragione nel fatto che -egli, mentre riconosceva fra l'uomo e il bruto una certa comunanza, -espressa negli ultimi versi del <i>Canto notturno di un pastore errante -dell'Asia</i>, stimava il bruto molto più felice dell'uomo. Non è per -questo da credere ch'egli ricevesse nell'animo quel sentimento di -universa fratellanza a cui giunsero per diversissime vie San Francesco -d'Assisi, lo Schopenhauer, lo Shelley (<i>cor cordium!</i>). Nè quello -interessamento giunse mai a inspirargli un canto da poter mettere -in qualche modo a riscontro del bellissimo che lo Swinburne intitolò -alla rondine, della <i>Mort du loup</i> del De Vigny, della <i>Mort du -lion</i> e di tant'altri del Leconte de Lisle. Il Leopardi non manifesta -mai in modo esplicito quel fanatico desiderio, comune a molti poeti, -di potersi trasformare in uccello, in fiore, in nuvola, ecc.<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a>. -</p> - -<p> -Il Leopardi, quando pure avesse avuto miglior virtù visiva che -non ebbe, non sarebbe mai riuscito un pittor di paese. Le scene che -egli ci fa passare rapidamente davanti agli occhi, sono quasi tutte -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -assai larghe, hanno alcun che di sbiadito e di vago, son formate di -poche linee e di pochi colori: spaziosi cieli sereni; vasti campi soleggiati; -un'apparita lontana di monti turchini; un lembo di mare -all'orizzonte; una spiaggia fiorita; un lucido fiume serpeggiante in -fondo a una valle; un deserto illuminato dalla luna: tutto ciò nominato, -ma non descritto. Veri paesaggi di un miope che non volle -mai portare gli occhiali, e nel cui animo subito le immagini si -trasformano in sentimenti. La mite scena idilliaca di <i>ridenti piagge</i>, -che il poeta benedice nella <i>Vita solitaria</i>, era già apparsa nel <i>Passero -solitario</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> e intanto il guardo</p> -<p class="i01">Steso nell'aria aprica</p> -<p class="i01">Mi fere il sol che tra lontani monti</p> -<p class="i01">Dopo il giorno sereno</p> -<p class="i01">Cadendo si dilegua, e par che dica</p> -<p class="i01">Che la beata gioventù vien meno.</p> -</div></div> - -<p> -Sotto il sole -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Brillano i tetti e i poggi e le campagne<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i08"> Ecco il sereno</p> -<p class="i01">Rompe là da ponente, alla montagna,</p> -<p class="i01">Sgombrasi la campagna,</p> -<p class="i01">E chiaro nella valle il fiume appare.</p> -<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Ecco il sol che ritorna, ecco sorride</p> -<p class="i01">Per li poggi e le ville<a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -La luna empie di sua pallida luce la notte senza vento: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti</p> -<p class="i01">Posa la luna, e di lontan rivela</p> -<p class="i01">Serena ogni montagna<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -C'è uniformità, c'è indeterminazione nel descritto, ma non povertà -nel sentito. Più che lo spettacolo della natura, il Leopardi ci dice il -sentimento che quello spettacolo suscita in lui: e quel sentimento è -vivo. Dal notare più particolarmente e determinatamente gli aspetti -delle cose lo ritenne, senz'alcun dubbio, una condizione del senso, -ma anche una condizione dell'animo, e forse in notabile misura -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -quella preoccupazione dell'infinito e dell'eterno che da molti luoghi -de' suoi scritti si vede essere stata in lui profonda e prepotente. Indugiamoci -alcuni istanti a considerare questo punto. Tutti hanno -a mente quei pochi versi dell'<i>Infinito</i>, composti dal poeta nell'anno -ventunesimo di sua età. Appena ha egli fermati gli occhi su quella -siepe, porto l'orecchio allo stormire di quelle piante, che il suo pensiero -si leva a volo attraverso il tempo e lo spazio, e che la sua -mente si riempie, spaurita, di quello che il Pascal diceva <i>silence -éternel des espaces infinis</i>. Il Leopardi ha molto viva ed intensa la -nozione astratta del tempo e dello spazio. In una nota giovanile del -poeta trovasi questo curioso cenno, che si riferisce agl'<i>Idillii</i>: «Galline -che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. -Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in -lontano, e villani che scendono per essa si perdono tosto di vista; -altra immagine dell infinito»<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>; ove merita considerazione quella idea -d'infinito così accostata a immagini concrete e minute. Un canto che -si allontani per la via richiama alla mente del poeta la forza eterna -del tempo e il dileguare di tutte le cose<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>; e il <i>tacito infinito andar del -tempo</i> è tormento al pensiero dell'errante pastore dell'Asia. La vanità -del tutto è infinita. -</p> - -<p> -L'amore del Leopardi per la natura fu, in quegli anni, un amore -parte idilliaco, parte elegiaco, molto diverso da quello tutto impetuoso -e tragico del Byron, e molto diverso ancora da quello tutto tripudiante -e ditirambico dell'Hugo. Le cose gli parlavano sommessamente -all'anima un arcano linguaggio, penetrato di dolce e tenera mestizia; -ed egli nelle cose trasfondeva, con effusione ignota agli antichi, l'anima -propria. E in natura non era altro oggetto che così traesse a -sè gli occhi e l'anima del poeta come faceva la luna. Sono pochi i -canti di lui per entro ai quali non ispanda la luna il suo pallido e -mesto chiarore e l'irresistibile fascino; nè questo avviene fortuitamente, -o per forza di esempii; ma è effetto di naturali armonie, di -corrispondenze secrete. Sonvi stati dell'anima nostra i quali trovano -rispondenza meglio adeguata in uno sfolgorante meriggio, e stati -che meglio adeguata la trovano nel placido irradiamento lunare. Il -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -sole, scoprendo troppe cose alla vista, e troppo contornate e rilevate, -e i sensi tutti quasi sopraffacendo con quel fervore e tumulto di vita -ch'ei suscita, nuoce al raccoglimento e alla meditazione, impedisce, -sino ad un certo segno, il moto degli affetti teneri e delicati. In contrario -modo opera la luna. Lasciando immerse le cose in una semiombra -diafana, che, con renderle meno vistose, di quanto attenua -l'azione loro sul senso, di tanto l'accresce sulla fantasia, la luna, -parte scoprendo, parte velando, non solo favorisce il moto di quegli -affetti, e suscita, insieme con le ricordanze, il popolo alato dei sogni, -e inclina a quella mite melanconia che sempre ci penetra, ogni qual -volta l'anima nostra si ritrovi con sè medesima e come disgiunta -dal mondo; ma ancora, spiccando presso che sola, fra le sembianze -semispente e confuse, ne' cieli solitarii, pare che attiri a sè gli occhi -e lo spirito, inviti alla effusione e alla confidenza. Il sole, divinità vittoriosa -e superba, fa chinar gli occhi al suo adoratore. La luna si lascia -guardare e par che ci guardi. Il sole è luce più universale e più -pubblica (<i>immensi lux publica mundi</i>, disse Ovidio), e sembra aver -troppe faccende, e che non possa, padre della vita e suscitator delle -opere (<i>vivo cuncta calore fovens</i>), dar retta a noi. Quand'egli appare -sull'orizzonte, tutto si desta, si commuove, si agita. La luna regna -sulla quiete della natura, e non pare abbia altra occupazione che -di risplendere in cielo. Il silenzio delle cose a noi sembra silenzio -di lei (<i>amica silentia lunae</i>), atta ad intenderci, disposta ad ascoltarci. -Ed è per questa ragione che la poesia dolce e melanconica, -la poesia dei dubbiosi desiri e dei rimpianti soavi ed amari, vagheggiò -sempre la luna; ed è per questo che gl'innamorati e gl'infelici -di tutti i tempi l'ebbero cara, e piansero, contemplando il suo -candido volto, lacrime di tenerezza o d'affanno; dacchè la luna ha -un volto che il sole non ha<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -</p> - -<p> -Chi ama la natura come il Leopardi l'amò, con la disposizione -d'animo che nel Leopardi abbiam conosciuta, amerà di particolare -amore la luna, perchè in lei, più facilmente che in qualsiasi altro -oggetto della natura, immaginerà quel senso umano, quella reciprocazione -d'affetto a cui agogna il suo cuore. Nei versi e nelle prose -del nostro poeta non troviamo, a dir vero, nessuna di quelle meravigliose, -affascinanti pitture di scene illuminate dalla luna alle quali -sono indissolubilmente legati i nomi di Bernardino De Saint-Pierre -e dello Chateaubriand; ma nessun altro poeta al mondo fu più -invaghito di lei, nè con più grazia e sentimento parlò della sua casta -e dolce bellezza. <i>Graziosa, cara, diletta, aurea, benigna, candida, vezzosa, -intatta, vereconda</i>, sono gli epiteti con cui egli la saluta ed -invoca. Lo <i>spectral moon</i> dei poeti inglesi sembra essergli sconosciuto; -sconosciuta la luna ipocondriaca, lugubre e diabolica del -Lenau, e la sfregiata e grottesca, derisa dal De Musset. Agli occhi -suoi, come agli occhi del contemporaneo suo Enrico Neele, la luna -è eternamente bella, <i>for ever beautiful</i>. Non mai stanco di contemplarla, -egli la vede pendere sulla selva, veleggiare fra le nubi, -guardar giù dai cieli sereni, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Dominatrice dell'etereo campo<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a>,</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -</p> - -<p> -questa <i>flebile umana sede</i>; vede il bianco suo raggio (<i>Il biancheggiar -della recente luna</i>), al cui mite splendore <i>danzan le lepri nelle -selve</i>, posar queto, per entro la notte <i>chiara e senza vento</i>, sui <i>tetti e -in mezzo agli orti</i>, e scoprire alla vista <i>lieti colli e spaziosi campi</i>. -Quasi fanciullo ancora, egli veniva, già piena l'anima d'angoscia, e -velati gli occhi di pianto, a intrattenersi con lei: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">O graziosa luna, io mi rammento</p> -<p class="i01">Che or volge l'anno, sovra questo colle</p> -<p class="i01">Io venia pien d'angoscia a rimirarti:</p> -<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01"><span class="dotted">. . . . . . . .</span> chè travagliosa</p> -<p class="i01">Era mia vita: ed è, nè cangia stile,</p> -<p class="i01">O mia diletta luna<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Loderà egli sempre il <i>vezzoso</i> suo raggio, e lunge dagli <i>abitati lochi</i> -e dall'umano consorzio, avrà lei sola compagna ed amica: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Me spesso rivedrai solingo e muto</p> -<p class="i01">Errar pe' boschi e per le verdi rive,</p> -<p class="i01">O seder sovra l'erbe, assai contento</p> -<p class="i01">Se core e lena a sospirar m'avanza<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Quanta più dolcezza e intimità in questi versi che in quelli di Labindo, -che non molt'anni innanzi aveva esclamato: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">L'amica luna con l'argenteo raggio</p> -<p class="i01">Placidamente mi percuote il ciglio,</p> -<p class="i01">E d'ignota dolcezza il cuor mi cinge<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>!</p> -</div></div> - -<p> -Quanta più che nei versi del Pindemonte: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Steso sul verde margo</p> -<p class="i01">D'obblio soave ogn'altro loco io spargo.</p> -<p class="i01">Quai care ivi memorie</p> -<p class="i01">Trovo de' miei prim'anni,</p> -<p class="i01">Quai trovo antiche storie</p> -<p class="i01">De' miei giocondi affanni!<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a></p> -</div></div> - -<p> -Per trovar cosa che loro somigli, bisogna andarla a cercare in alcune -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -stanze di versi brevi, dove il Goethe saluta la luna, che lo accarezza -con lo sguardo amico<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a>. -</p> - -<p> -E come il poeta, così le creature della sua fantasia, ch'egli viene -avvivando del proprio spirito. Bruto, presso a darsi la morte, apostrofa -la luna, che placida sorge dal mare irrigato di sangue<a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>; e -Saffo saluta, per l'ultima volta, il -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> verecondo raggio</p> -<p class="i01">Della cadente luna<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Il pastore errante per le sconfinate pianure dell'Asia parla ancor -egli alla <i>eterna peregrina</i>, alla <i>giovinetta immortale</i>, alla <i>vergine luna</i> -(<i>fanciulla</i>, nei poemi di Ossian), ch'è sì pensosa; e immagina ch'ella -possa intendere il perchè delle cose, sapere che sieno, ed a che, vita, -morte, dolore, vicenda, e quale il frutto -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Del mattin, della sera,</p> -<p class="i01">Del tacito infinito andar del tempo<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Già prossimo a quella fine cui tanto aveva sospirata, il poeta, riandando -col pensiero l'età giovanile, e volendo dare immagine del come -la giovinezza, dileguando, si lasci dietro oscura e desolata la vita, -prese argomento dalla <i>giovinetta immortale</i>, dalla compagna e consolatrice -antica, e il <i>Tramonto della luna</i> fu il penultimo, e forse -l'ultimo canto che gli uscì dal petto affaticato. -</p> - -<p> -V'è una poesia del Leopardi, in cui tutto ciò che io sono venuto -dicendo sin qui vedesi attestato dallo stesso poeta, brevemente, ma -chiaramente; ed è quella che s'intitola <i>Il risorgimento</i>. Il giovane, -non ancora trentenne, era caduto in una specie di sonnolenza, che -facevalo, non <i>turbato</i>, ma <i>tristo</i>, e <i>vedovo d'ogni dolcezza</i>, morto al -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -dolore, morto all'amore, voto di desiderio e di speranza, simile, nell'april -degli anni, a chi trascini -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> dell'età decrepita</p> -<p class="i01">L'avanzo ignudo e vile.</p> -</div></div> - -<p> -La vita gli apparve allora dispogliata ed esanime, la terra inaridita, -chiusa in un gelo eterno, deserto il giorno, più che mai buja e solitaria -la notte, spenta in cielo la luna, spente le stelle. Più non gli -toccavano, come per lo passato, il core, il verso della rondine, il -canto dell'usignolo, il suono della squilla vespertina, l'ultimo raggio -del sole fuggitivo; nè valevano a trarlo dal duro torpore due pupille -tenere e il tocco di una mano candida e ignuda. In un sol punto -ei s'era chiuso all'amor della donna, all'amore della natura, alla vita: -fatto estraneo agli esseri tutti, languiva e moriva di quella solitudine -e di quel gelo, nella disperata impotenza di amare. Pure si scosse -e si riebbe, e l'anima rinata, in cui s'era miracolosamente raccesa la -<i>luce de' giorni e degli affetti giovanili</i>, incontanente corse a riabbracciar -la natura e a bearsi degli antichi amori. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Siete pur voi quell'unica</p> -<p class="i01">Luce de' giorni miei?</p> -<p class="i01">Gli affetti ch'io perdei</p> -<p class="i01">Nella novella età?</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Se al ciel, s'ai verdi margini,</p> -<p class="i01">Ovunque il guardo mira,</p> -<p class="i01">Tutto un dolor mi spira,</p> -<p class="i01">Tutto un piacer mi dà.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Meco ritorna a vivere</p> -<p class="i01">La piaggia, il bosco, il monte,</p> -<p class="i01">Parla al mio core il fonte,</p> -<p class="i01">Meco favella il mar.</p> -</div></div> - -<p> -Il Leopardi era nato con questo amore nell'anima; e questo amore -doveva diventare per lui, come ogni altro amor suo, fontana di amaritudine. -Ma finchè tal non divenne, fu per lui fontana di consolazione. -Non era ancor giunto il tempo in cui egli doveva fermarsi -nella credenza che poco bello ne offre la natura, e porre la bellezza -creata dalla fantasia sopra -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Il bel che raro e scarso e fuggitivo</p> -<p class="i01">Appar nel mondo<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>:</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -</p> - -<p> -anzi poteva con Saffo esclamare: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Bello il tuo manto, o divo cielo; e bella</p> -<p class="i01">Sei tu, rorida terra;</p> -</div></div> - -<p> -e giudicar <i>vezzose</i> le forme, anzi <i>infinita</i> la beltà della sempre verde -natura<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>. Sia qui ricordato che lo Schopenhauer, come fu un ardentissimo -ammiratore della bellezza dell'arte, così ancora fu un ardentissimo -ammiratore della bellezza della natura<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>; e che di questa seconda -bellezza il Leopardi sentì la virtù consolatrice e serenatrice, -come la sentì lo Schopenhauer, che la celebrò con calde parole<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>. Un -tempo fu veramente il Leopardi un ottimista estetico. -</p> - -<p> -Allorchè noi ci abbandoniamo all'incantamento della natura, e -ci sentiamo in viva e stretta comunione con lei, siamo tratti, senza -quasi avvedercene, ad attribuire ad ogni suo aspetto un valore di -simbolo. La natura allora non parla più ai sensi soltanto; parla ancora -all'intelletto ed al sentimento; e mentre così penetra in noi, -sembra che ci riveli a noi stessi. In nessun'altra poesia, forse, questa -simbolica della natura appare così varia e spiegata, e diciam pure -insistente e tormentosa, come in quella del Wordsworth; ma non è -poeta che in qualche maniera non l'abbia avvertita e significata. Nè -poteva mancar nel Leopardi. Il passero solitario è un simbolo del -solitario poeta. La quiete che succede alla tempesta vuol dire che il -piacere è figlio d'affanno, che uscir di pena è diletto fra noi, che la -vana gioja è frutto del passato timore, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> onde si scosse</p> -<p class="i01">E paventò la morte</p> -<p class="i01">Chi la vita aborria.</p> -</div></div> - -<p> -Il tramonto della luna è un simbolo del dileguare della giovinezza, -dopo la quale -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Abbandonata, oscura</p> -<p class="i01">Resta la vita;</p> -</div></div> - -<p> -e già il medesimo simbolo aveva scorto il poeta nel tramonto del sole, -il quale tra lontani monti -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Cadendo si dilegua, e par che dica</p> -<p class="i01">Che la beata gioventù vien meno.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -</p> - -<p> -La lenta ginestra è una immagine dell'uom forte e saggio, che non -mentisce a sè stesso, non si umilia codardamente, nè stoltamente insuperbisce; -non sogna meravigliosi destini, troppo impari all'esser -suo, alle sue deboli forze. -</p> - -<p> -Il sentimento che della natura ebbe nella prima sua giovinezza -il Leopardi, non poteva perpetuarsi nell'animo di lui, non poteva -nemmeno durar molto a lungo; chè troppo lo venivan tentando e -premendo, dall'una parte la malattia, dall'altra la riflessione. Se il -tempo lo concedesse, potrei venir dimostrando come pur negli anni -in cui serbava il carattere idilliaco ed elegiaco, esso fosse assai diverso, -per esempio, dal sentimento ingenuamente credulo del Wordsworth, -e da quello tutto pieno di misticità e di unzione, e un po' -melodrammatico, del Lamartine. Sin da quegli anni primi, il Leopardi -meditava troppo, scrutava troppo, era troppo inquieto interiormente. -Per godere della natura in modo schietto e pieno, non bisogna -interrogarla con soverchia insistenza, non bisogna volerle strappare -a forza il suo secreto. Il pastore errante dell'Asia manifesta, fra il -1829 e il 1830, uno stato d'animo che doveva già essere antico nel -nostro poeta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E quando miro in ciel arder le stelle,</p> -<p class="i01">Dico fra me pensando:</p> -<p class="i01">A che tante facelle?</p> -<p class="i01">Che fa l'aria infinita, e quel profondo</p> -<p class="i01">Infinito seren? che vuol dir questa</p> -<p class="i01">Solitudine immensa? ed io che sono?</p> -</div></div> - -<p> -L'inquietudine che prova il pastore, il poeta l'aveva, già da tempo, -provata: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ed io pur seggio sovra l'erbe, all'ombra,</p> -<p class="i01">E un fastidio m'ingombra</p> -<p class="i01">La mente; ed uno spron quasi mi punge</p> -<p class="i01">Sì che, sedendo, più che mai son lunge</p> -<p class="i01">Da trovar pace o loco.</p> -<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Ma, s'io giaccio in riposo, il tedio assale.</p> -</div></div> - -<p> -Per godere della natura in modo schietto e pieno, bisogna che Fausto -possa dire: <i>Indugiati, o istante: tu sei così bello!</i> -</p> - -<p> -Nell'animo del Leopardi, all'antico entusiasmo tenne dietro ben -presto la delusione: l'amatore s'avvide di esser solo ad amare, e -che quel seno a cui stringevasi delirando era immobile e freddo. La -natura, già da lui per errore immaginata benefica e saggia, dispensatrice -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -di libertà e di letizia agl'inquieti suoi figli<a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a>; la natura, salutata -da Gian Paolo Richter col nome di amante, dal Byron con quello di -tenerissima fra le madri; la natura è indifferente, se pure non è -malefica. Quest'amara parola, questo grido angoscioso, corre per -mezzo i versi e le prose del poeta come un soffio di vento per mezzo -una selva sonora, che tutta la riempie di gemiti e di querele. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Nè scolorò le stelle umana cura<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i07"> Ma da natura</p> -<p class="i01">Altro negli atti suoi</p> -<p class="i01">Che nostro male o nostro ben si cura<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Dalle mie vaghe immagini</p> -<p class="i01">So ben ch'ella discorda:</p> -<p class="i01">So che natura è sorda,</p> -<p class="i01">Che miserar non sa.</p> -<p class="i02"> Che non del ben sollecita</p> -<p class="i01">Fu, ma dell'esser solo;</p> -<p class="i01">Purchè ci serbi al duolo,</p> -<p class="i01">Or d'altro a lei non cal<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Non ha natura al seme</p> -<p class="i01">Dell'uom più stima o cura</p> -<p class="i01">Ch'alla formica.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Così, dell'uomo ignara e dell'etadi</p> -<p class="i01">Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno</p> -<p class="i01">Dopo gli avi i nepoti,</p> -<p class="i01">Sta natura ognor verde, anzi procede</p> -<p class="i01">Per sì lungo cammino</p> -<p class="i01">Che sembra star. Caggiono i regni intanto,</p> -<p class="i01">Passan genti e linguaggi: ella nol vede<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -La delusione provata dal poeta dinanzi a questa indifferenza ingiuriosa -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -della natura è in tutto simile a quella del <i>rapito amante</i>, il -quale s'avvegga non essere nel petto della donna adorata nemmeno -una scintilla d'amore. Ciò che più lo turba e l'offende e lo accora, -non è già l'umana sciagura considerata in sè stessa, ma quell'inganno -fatto all'amore, ma la violazione e il miserabile scempio degli -errori gentili e delle ingenue credenze che ci fioriscon nell'anima. -Egli è l'amante tradito e schernito, cui sanguina il cuore al pensiero -dell'inganno sofferto. Parlando alla Silvia, morta, delle immaginazioni -soavi e delle speranze di un tempo, egli non può frenare un -grido straziante, in cui il rimprovero è vinto e come affogato dal -pianto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">O natura, o natura,</p> -<p class="i01">Perchè non rendi poi</p> -<p class="i01">Quel che prometti allor? perchè di tanto</p> -<p class="i01">Inganni i figli tuoi?<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a></p> -</div></div> - -<p> -Questo stesso pensiero, acuto e doloroso, di una speranza suscitata -e delusa, di una promessa fatta e non mantenuta, rispunta frequente -ne' versi del poeta. Il giovinetto s'affaccia alla vita ed al mondo -col volto ridente, col cuore giubilante, e chiedendo amore, si offre -tutto all'amore; ma lo attende da presso il disinganno, giacchè -piacque alla <i>madre temuta e pianta</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> che delusa</p> -<p class="i01">Fosse ancor della vita</p> -<p class="i01">La speme giovanil; piena d'affanni</p> -<p class="i01">L'onda degli anni: ai mali unico schermo</p> -<p class="i01">La morte<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -La natura è chiusa all'amore e alla pietà, e -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i12"> In cielo,</p> -<p class="i01">In terra amico agl'infelici alcuno</p> -<p class="i01">E rifugio non resta altro che il ferro<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Ben presto l'offeso amatore si conferma nella opinione che la -natura sia, non solo indifferente, ma a dirittura malvagia. E anche -questo è un effetto dell'amore deluso. Il poeta, quando si contenta di -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -filosofare, sa che la natura, negli atti suoi, a tutt'altro attende che a -procacciare il bene o il male degli uomini; ma quando porge l'orecchio -al sentimento che gli si rammarica dentro, non regge più in -quel disinteressato giudizio, e immagina un'<i>antica natura onnipossente</i> -che lo fece all'affanno<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a> e un cielo che si diletta delle umane sciagure<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>, -e un -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> brutto</p> -<p class="i01">Poter che ascoso a comun danno impera<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Chiama la natura crudele, <i>empia madre</i><a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>, <i>dura matrice</i>, colei -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> che de' mortali</p> -<p class="i01">È madre in parto ed in voler matrigna<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>,</p> -</div></div> - -<p> -e solo per ironia la dice <i>cortese</i><a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a> ed <i>amante</i><a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a>. Lei sola accusa operatrice -e rea d'ogni male, e contro di lei, che <i>pene</i> sparge <i>a larga -mano</i>, e che, simile a <i>fanciullo invitto</i>, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Il suo capriccio adempie, e senza posa</p> -<p class="i01">Distruggendo e formando si trastulla<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a>,</p> -</div></div> - -<p> -vuole confederati gli uomini tutti, stolti troppo e scelerati, quando, -invece di stringersi in guerra comune contro la comune nemica, volgono -gli uni in danno degli altri quell'armi che solo dovrebbero adoperarsi -a difesa di tutti. Il poeta ha smesso d'andare dietro al Rousseau. -Egli non rinfaccia più agli uomini la imperdonabile colpa e il -grande errore d'essersi staccati dal materno seno della natura e d'avere -trasgredite le sue santissime leggi. -</p> - -<p> -La delusione tanto è più amara, quanto è più vivo e imperioso il -bisogno della felicità, e luminoso il sogno ch'esso viene suscitando -nell'anima; e spesso accade che quel desiderio, il quale dal giudizio -non si lascia vincere, e, morendo la speranza, non muore, tanto più -trafigga e travagli quanto meno spera e consegue. Le anime alle quali -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -ciò incontri mal si rassegnano, e il Leopardi mal si rassegna. Desto -da un altro, lungo vaneggiamento, egli esclama: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> contento abbraccio</p> -<p class="i01">Senno con libertà;</p> -</div></div> - -<p> -e -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Qui neghittoso immobile giacendo,</p> -<p class="i01">Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a>;</p> -</div></div> - -<p> -ma egli mente a sè stesso. I <i>dilettosi inganni</i>, partitisi dalla mente, -gli stan pur sempre confitti nel cuore; e s'egli talora li deride in -altrui, in sè lungamente li piange, e quante volte li richiami nella memoria, -e' gli torna a doler di sua sventura. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">O speranze, speranze, ameni inganni,</p> -<p class="i01">Della mia prima età! sempre, parlando,</p> -<p class="i01">Ritorno a voi; chè per andar di tempo,</p> -<p class="i01">Per variar d'affetti e di pensieri,</p> -<p class="i01">Obbliarvi non so;</p> -</div></div> - -<p> -e ad essi pensando, e che di cotanta speme ora più non gli avanza -se non la morte, sente che non può consolarsi al tutto del suo destino<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a>. -Perito l'inganno estremo, egli così favella al proprio cuore: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Posa per sempre. Assai</p> -<p class="i01">Palpitasti. Non val cosa nessuna</p> -<p class="i01">I moti tuoi, nè di sospiri è degna</p> -<p class="i01">La terra<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a>;</p> -</div></div> - -<p> -ma quei beati errori egli séguita a vagheggiare pur sempre, come in -passato gli aveva vagheggiati. Mosso da un sentimento in cui nulla -è di arcadico, e troppo diverso da quello che al Monti dettava il -sermone <i>Su la mitologia</i>, egli aveva rimpianto il sogno antico di una -natura viva e animata, passionata e pensosa, allora quando -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Vissero i fiori e l'erbe,</p> -<p class="i01">Vissero i boschi,</p> -</div></div> - -<p> -e -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> Conscie le molli</p> -<p class="i01">Aure, le nubi e la titania lampa</p> -<p class="i01">Fur della umana gente, allor che ignuda</p> -<p class="i01">Te per le piagge e i colli,</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span></p> -<p class="i01">Ciprigna luce, alla deserta notte</p> -<p class="i01">Con gli occhi intenti il viator seguendo,</p> -<p class="i01">Te compagna alla via, te de' mortali</p> -<p class="i01">Pensosa immaginò<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Allora alla natura il poeta chiedeva s'ella fosse ancor viva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Vivi tu, vivi, o santa</p> -<p class="i01">Natura? vivi e il dissueto orecchio</p> -<p class="i01">Della materna voce il suono accoglie?</p> -</div></div> - -<p> -e a lei raccomandò, <i>poscia che vote erano le stanze d'Olimpo</i>, questa -dolorosa famiglia umana: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tu le cure infelici e i fati indegni</p> -<p class="i01">Tu de' mortali ascolta,</p> -<p class="i01">Vaga natura, e la favilla antica</p> -<p class="i01">Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi.</p> -<p class="i01">E se de' nostri affanni</p> -<p class="i01">Cosa veruna in ciel, se nell'aprica</p> -<p class="i01">Terra s'alberga o nell'equoreo seno,</p> -<p class="i01">Pietosa no, ma spettatrice almeno<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Intorno a quel medesimo tempo un altro poeta poneva in bocca a una -creatura della sua fantasia presso a poco la stessa domanda: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Quoi donc! n'aimes-tu pas au moins celui qui t'aime?</p> -<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Mes yeux moins tristement verraient ma dernière heure,</p> -<p class="i01">Si je pensais qu'en toi quelque chose me pleure.</p> -</div></div> - -<p> -Chi parla così è un adoratore della natura, giunto al suo ultimo -dì. Egli sta per passare, ma sa che la natura non passa; e scioglie, -morendo, un inno alla vita immortale e universa. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Triomphe, . . . . . . . . immortelle Nature,</p> -<p class="i01">Tandis que devant toi ta frêle créature,</p> -<p class="i01">Élevant ses regards de ta beauté ravis,</p> -<p class="i01">Va passer et mourir! Triomphe! Tu survis!</p> -<p class="i01">Que t'importe? En ton sein, que tant de vie inonde,</p> -<p class="i01">L'être succède à l'être, et la mort est féconde!</p> -</div></div> - -<p> -Egli vorrebbe sì che la natura fosse conscia di lui, dacchè nessuno -spirito mortale mai intese meglio e comprese la gran voce di lei. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Plus je fus malheureux, plus tu me fus sacrée!</p> -<p class="i01">Plus l'homme s'éloigna de mon âme ulcérée,</p> -<p class="i01">Plus dans la solitude, asile du malheur,</p> -<p class="i01">Ta voix consolatrice enchanta ma douleur.</p> -</div></div> - -<p> -Ma egli non si duole di avere a dissolversi in quella che lo produsse -alla vita, alla luce; anzi quasi voluttuosamente abbraccia la morte -che all'onde, all'aria, alla terra, agli elementi tutti, restituirà il corpo -e l'anima insieme. Il poeta non pensava come la creatura della sua -fantasia. Per lui non erano <i>vote le stanze d'Olimpo</i>. Egli si chiamava -Alfonso De Lamartine<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a>. -</p> - -<p> -Tuttochè conscio della indifferenza della natura, il Leopardi non -mai cessò in tutto d'amarla. Ben sa il poeta ch'ella discorda dal pensier -suo, che è sorda e vota d'affetto; ma pur da lei ebb'egli il vago -immaginare e la virtù de' beati errori: e il dono di lei nè dal tempo, -nè dal fato, nè dalla stessa verità gli può più esser rapito. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Proprii mi diede i palpiti</p> -<p class="i01">Natura, e i dolci inganni.</p> -<p class="i01">Sopiro in me gli affanni</p> -<p class="i01">L'ingenita virtù;</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i02"> Non l'annullâr: non vinsela</p> -<p class="i01">Il fato e la sventura;</p> -<p class="i01">Non con la vista impura</p> -<p class="i01">L'infausta verità<a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -E ancora di tanto in tanto, dopo così lunga esperienza e convinzion -del contrario, ripullula in lui l'antica immaginazione di una natura -dotata <i>di mente e di cuore</i>, e se non pietosa, conscia almeno di sè e -di noi. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Come, ahi come, o natura, il cor ti soffre</p> -<p class="i01">Di strappar dalle braccia</p> -<p class="i01">All'amico l'amico,</p> -<p class="i01">Al fratello il fratello,</p> -<p class="i01">La prole al genitore,</p> -<p class="i01">All'amante l'amore: e l'uno estinto,</p> -<p class="i01">L'altro in vita serbar?<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a></p> -</div></div> - -<p> -Nella stessa <i>Ginestra</i>, in quel supremo e terribil canto, dove, quasi -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -insiem con la vita, il poeta esala il suo finale pensiero, e grida il -verbo funereo in che tutta s'assomma e si ristringe la sua filosofia, tra -le invettive e le imprecazioni da lui scagliate alla natura, rispunta, -come un raggio nel bujo, l'antico amor giovanile, e ancora lampeggia -nelle dolci parole, penetrate di tenerezza e di mestizia, con cui egli -saluta l'odorata pianta -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> di tristi</p> -<p class="i01">Lochi e dal mondo abbandonati amante,</p> -<p class="i01">E d'afflitte fortune ognor compagna;</p> -</div></div> - -<p> -e il <i>fior gentile</i>, che quasi -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">I danni altrui commiserando, al cielo</p> -<p class="i01">Di dolcissimo odor manda un profumo</p> -<p class="i01">Che il deserto consola.</p> -</div></div> - -<p> -E questo è forse più proprio e più degno d'innamorato vero, che non -può giungere a odiare del tutto mai l'oggetto dell'antico amor suo. -Ond'è da notare, per questo rispetto, una diversità grande fra l'autore -della <i>Ginestra</i> e un altro, non tanto grande, ma pure assai ragguardevole, -poeta pessimista, Alfredo De Vigny. Veramente Alfredo -De Vigny teme e odia la natura, e l'animo proprio manifesta con -dure parole. La natura così vanta sè stessa: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Je roule avec dédain, sans voir et sans entendre,</p> -<p class="i01">A côté des fourmis les populations<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>;</p> -<p class="i01">Je ne distingue pas leur terrier de leur cendre,</p> -<p class="i01">J'ignore en les portant les noms des nations.</p> -</div></div> - -<p> -A tale vanto il poeta sente riempiersi il cuore di amarezza e di aborrimento, -e distogliendo lo sguardo dalle crudeli bellezze che lo -avevano abbagliato un istante, esclama: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">C'est là ce que me dit sa voix triste et superbe,</p> -<p class="i01">Et dans mon cœur alors je la hais et je vois</p> -<p class="i01">Notre sang dans son onde et nos morts sous son herbe,</p> -<p class="i01">Nourrissant de leurs sucs la racine des bois.</p> -<p class="i01">Et je dis à mes yeux qui lui trouvaient des charmes:</p> -<p class="i01">«Ailleurs tous vos regards, ailleurs toutes vos larmes,</p> -<p class="i01">Aimez ce que jamais on ne verra deux fois».</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span></p> -<p class="i01">Vivez, froide Nature, et revivez sans cesse</p> -<p class="i01">Sous nos pieds, sur nos fronts, puisque c'est votre loi;</p> -<p class="i01">Vivez et dédaignez, si vous êtes déesse,</p> -<p class="i01">L'homme, humble passager, qui dut vous être un roi;</p> -<p class="i01">Plus que tout votre règne et que ses splendeurs vaines,</p> -<p class="i01">J'aime la majestè des souffrances humaines;</p> -<p class="i01">Vous ne recevrez pas un cri d'amour de moi<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -In questi versi è accennato un fatto la cui conoscenza pare che -necessariamente debba avvelenare il sentimento della natura, e menomar -d'assai, se non togliere a dirittura, il godimento che a noi -può venire dalla contemplazione delle sue bellezze. L'occhio che passa -oltre a quella prima parvenza, subito scopre nell'ombra un aspetto -mostruoso e cruento, che non può non agghiacciar l'anima di terrore. -Quella compostezza, quella serenità, quel riso che c'incantano -e c'innamorano a prima faccia, sono una maschera, una menzogna, -una frode. Sotto la vaga superficie luminosa e dipinta è uno strazio -eterno ed oscuro, un orror senza nome di creature angosciate, che -per vivere un'ora s'insidiano a vicenda, si azzuffano, si dilaniano, -dànno la vita in perpetuo olocasto alla morte, spremono dalla morte -la vita. La natura ci si discopre allora quale un Moloch immane, inesorabile, -inappagabile, che crea a sè medesimo, senza fine e senza -riposo, le ostie dolenti di un sacrificio infinito. Come serbar vivi nell'animo -allora i sensi di fiducia e di amore? come più vagheggiare -quelle bugiarde bellezze? come impedire che il sentimento della natura -si rabbui, e tutto, per così dire, si rapprenda in un orrore della -natura? Perdette per sempre il gusto della primavera quel poeta -ch'errando pei campi in un mattino di maggio, imprevedutamente -pensò che ad ogni passo ch'ei mutava fra l'erbe, centinaja di creature, -nate appena, perivano sotto il suo piede, senza ch'ei le vedesse -nemmeno. -</p> - -<p> -Eppure, tanto può in noi la bellezza, che la conoscenza non basta -a sottrarci al suo fascino. Essa ci scende per gli occhi al cuore, ci -soggioga e ci conquide. Essa fa divampare l'amore; e l'amore, notò -il Leopardi, è la più vivace e possente delle illusioni, dacchè resiste -alla stessa forza dissolvente del vero. Lo Schopenhauer scorge benissimo -quell'aspetto cruento e mostruoso della natura, e s'indugia a -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -descriverlo; ma, nondimeno, come appena torna a pascere lo -sguardo delle care sembianze, egli esclama: Quanto è bella la natura! -E così, o in poco diverso modo, credo, il Leopardi. Egli scopre -nella natura, o dietro a lei, il <i>brutto potere ascoso</i>, e lo spettacolo -delle cose non può non rimanere alquanto aduggiato da quella grande -e impenetrabile ombra. Agli uomini del medio evo la natura apparve -talvolta come una grande ossessa, violata e posseduta dallo spirito -delle tenebre: al Leopardi la natura appare da ultimo come posseduta -e contaminata dal <i>brutto potere</i>; ma questo brutto potere non è -un demone capriccioso e fantastico; è un fato costante e indefettibile; -e all'anima dell'uomo moderno non può non venire un senso -di sicurezza, di rassegnazione e di quiete, dal sapere che la natura -è retta da leggi, dure sì, ma inflessibili e certe. A ogni modo il Leopardi -non molto si sofferma a contemplare l'aspetto mostruoso e -cruento della natura; e se il godimento che da quella egli riceve va -scemando col tempo, va scemando men per questa che per altre -ragioni. -</p> - -<p> -A poco a poco il suo sguardo si distoglie dalle sembianze più graziose -e si fissa sulle più austere. Il sentimento, d'idilliaco ed elegiaco -ch'era in principio, tende a diventar tragico, e alle serene e leggiadre -immagini delle prime poesie succedono, da ultimo, le tetre e terribili -della <i>Ginestra</i>. L'anima del poeta s'è venuta infoscando sempre -più, e spontaneamente cerca gli aspetti che meglio si armonizzano -col suo stato. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Placida notte, e verecondo raggio</p> -<p class="i01">Della cadente luna; e tu che spunti</p> -<p class="i01">Fra la tacita selva in su la rupe,</p> -<p class="i01">Nunzio del giorno; oh dilettose e care,</p> -<p class="i01">Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,</p> -<p class="i01">Sembianze agli occhi miei; già non arride</p> -<p class="i01">Spettacol molle ai disperati affetti.</p> -</div></div> - -<p> -Tali parole, molt'anni innanzi, il poeta aveva fatto sonar sulle labbra -di Saffo disperata e già vicina a cessar nella morte il suo tormento; -ma con parole in tutto simili avrebbe potuto, più d'una volta, il poeta -esprimere il sentimento suo proprio, e allora in ispecie che volgeva -nell'anima il tema e i versi della <i>Ginestra</i><a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a>. Nella <i>Ginestra</i> non più -verdi rive, non più campi e colli irradiati dal sole; ma l'arida schiena -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -del formidabil monte, e campi cosparsi di cenere e coperti di lava -impietrata, e il mare fatto specchio al bagliore dell'igneo torrente, e -il bipartito giogo e la cresta fumante nel cielo, in fondo al deserto -foro della dissepolta Pompei, infra le file de' mozzi colonnati, e un -ricordo dell' -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> erme contrade</p> -<p class="i01">Che cingon la cittade</p> -<p class="i01">La qual fu donna de' mortali un tempo,</p> -<p class="i01">E del perduto impero</p> -<p class="i01">Par che col grave e taciturno aspetto</p> -<p class="i01">Faccian fede e ricordo al passeggero.</p> -</div></div> - -<p> -E qui ancora una suprema, larga visione del cielo stellato: ma quanto -diversa da quella delle <i>Ricordanze</i>, quanto anche diversa da quella -del <i>Canto notturno di un pastore errante dell'Asia</i>! Nelle <i>Ricordanze</i> -il poeta ragiona con le stelle, e ricorda i secreti colloquii e le dolci -effusioni di un tempo. Nel <i>Canto notturno</i> l'inquieto pastore, vedendole -ardere nel cielo, chiede a che sieno, che operino. Nella <i>Ginestra</i> -il poeta, sedendo la notte sulle desolate piagge, mira in purissimo -azzurro fiammeggiar le stelle dall'alto e specchiarsi nel mare, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i03"> e tutto scintille in giro</p> -<p class="i01">Per lo voto seren brillare il mondo;</p> -</div></div> - -<p> -mira le nebulose senza fine remote; e l'uomo, con tutti i suoi sogni -superbi, e la terra che il regge, gli si dissolvono in nulla, e un pensiero -lo assale, in cui non sa se il riso prevalga o la compassione. -Questa fruizione, sia pur dolorosa, degli aspetti austeri o terribili -della natura segna nel sentimento una gradazione tutta moderna, e -come l'ultima forma di esso. -</p> - -<p> -Abbiam notato che nella poesia del Leopardi non si hanno i grandi -spettacoli sceneggiati della natura, il paesaggio alla Rousseau. La -storia del paesaggio è, in parte, la storia di quel gusto della solitudine -che, con caratteri affatto proprii, s'è venuto manifestando ne' -tempi moderni, ben diverso da quello che in altri secoli trasse gli -uomini nei deserti e li rinchiuse negli eremi. Oramai i pittori non -sentono più affatto il bisogno di avvivare con la presenza dell'uomo, -e nemmeno con quella degli animali inferiori, le scene mute, ma non -morte, di paese, e dopo aver ritratto sulle tele la zona media della -montagna, ritraggon ora la superiore, i picchi desolati, dove non è -più lembo di verde, le giogaje marmoree, i ghiacciai. Quell'amor della -solitudine che guidò il filosofo di Ginevra a scoprir la natura e, -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -nella natura, il grande paesaggio romantico, non mancava, come ben -sappiamo, al Leopardi; ma il grande paesaggio romantico non fu -dal Leopardi ritratto. Alle ragioni di tal mancamento, additate sopra, -bisogna aggiungerne un'altra. La complessione delicata e l'affranta -salute non avrebbero conceduto al poeta di affrontare la più rude -e selvaggia natura per cercarvi occasione di estetico godimento. Obermann -poteva bene proporsi di valicare il San Bernardo senz'ajuto di -guide, cominciar l'ascensione quasi al sopraggiungere della notte, -smarrirsi nelle tenebre e nella neve, correre dieci volte pericolo di -morte, e, nulladimeno, provare al vivo <i>la grande jouissance toute -particulière que suscitait la grandeur du péril</i><a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>. Egli era robusto del -corpo, per quanto ammalato dell'anima. E ben poteva lord Byron rinnovare -la prodezza dell'antico Leandro, e passare a nuoto l'Ellesponto, -o, impresa più difficile ancora, la foce del Tago. Nulla di simile poteva -il Leopardi. Tutto un aspetto della natura, tutto un ordine d'impressioni, -gli dovevano rimanere sconosciuti in perpetuo. -</p> - -<p> -Le variazioni cui nel Leopardi andò soggetto il sentimento della -natura non furono già così regolarmente consecutive nel tempo come -forse appajono in queste pagine. La vita di uno spirito non soffre -mai quelle partizioni certe e recise che nella storia di esso possono -tornare o necessarie o opportune. Il Leopardi non mutò in un dì, e -nessuno muta in un dì. La storia di lui fu veramente piena di corsi -e di ricorsi; e molte volte egli ebbe a tornare a quel sentimento -o a quel pensiero da cui s'era creduto allontanato per sempre. -Come tornò ad amare ripetutamente la donna, dopo essersi creduto -morto all'amore, così tornò a vagheggiar la natura, dopo -averla accusata e maledetta. L'anima umana è come il mare. Ogni -giorno, nel doppio suo moto di flusso e di riflusso, il mare scopre -e ricopre quelle medesime sponde, che solo nel giro di lunghi secoli -s'alzan del tutto fuor del suo grembo, o del tutto si sommergono -in esso. Un poeta tedesco, che ebbe col Leopardi più di una -somiglianza, e fu un grande adoratore della natura, Giovanni Hölderlin -(1770-1843), scrisse una volta: «Morti gli aurei sogni della -giovinezza, fu morta per me la natura»<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>: per Giacomo Leopardi la -natura non morì in tutto mai. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -</p> - -<h3 id="leop5">CAPITOLO V. -<span class="smaller"><span class="smcap">Estetica della morte.</span></span></h3> - -<p> -Il Leopardi strinse in intima unione l'amore, la bellezza, la -morte: è questa una delle singolarità più caratteristiche del poeta -cui Alfredo De Musset salutò col nome di <i>sombre amant de la Mort</i>. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i03"> Due cose belle ha il mondo:</p> -<p class="i01">Amore e morte.</p> -</div></div> - -<p> -dice Consalvo: e -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte</p> -<p class="i01">Ingenerò la sorte.</p> -<p class="i01">Cose quaggiù sì belle</p> -<p class="i01">Altre il mondo non ha, non han le stelle,</p> -</div></div> - -<p> -dice il poeta nella canzone che appunto s'intitola <i>Amore e Morte</i>. -Nella quale tre cose son degne di più particolar nota: una certa -personificazione e figurazione della morte; un'associazion della -morte con l'amore; un intenso desiderio di morte. -</p> - -<p> -La morte è -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Bellissima fanciulla,</p> -<p class="i01">Dolce a veder, non quale</p> -<p class="i01">La si dipinge la codarda gente;</p> -</div></div> - -<p> -ed è genio divino e benefico che -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> ogni gran dolore.</p> -<p class="i01">Ogni gran male annulla,</p> -</div></div> - -<p> -e sol esso pietoso <i>dei terreni affanni</i>. Onde il morire non è dolore, -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -ma dolcezza, come già avvertiva il poeta nelle <i>Ricordanze</i><a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>, e come -più espressamente dirà nel <i>Dialogo di Federico Ruysch e delle sue -mummie</i><a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>. E l'uomo di alto animo, che sente la <i>gentilezza del morire</i>, -al morir non ripugna, ma piega <i>addormentato il volto</i> nel -<i>virgineo seno</i> della fanciulla bellissima<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>. E la morte è l'unico fine -dell'essere<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>. -</p> - -<p> -Quella figurazione della morte non è nuova. I Greci immaginarono -una Morte sorella del Sonno (fratello propriamente, come -la lingua loro portava), ed ambo i gemelli rappresentarono talvolta -in grembo alla Notte, loro madre comune, e la Morte usarono di -figurare somigliantissima al Sonno, in sembianza di un giovane genio -alato, con nell'una mano una torcia arrovesciata e nell'altra una -corona di fiori. Tali, secondo fu primamente avvertito dal Lessing, -le rappresentazioni più proprie dell'arte figurativa; ma i poeti diedero -assai volte alla morte aspetto tetro e terribile. Nell'<i>Alceste</i> di -Euripide essa appare sotto figura di sacrificatore infernale, in veste -negra, con un coltello fra le mani. E Ovidio non pensava di sicuro -all'avvenente sorella del Sonno quando scriveva il verso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Omnibus obscuras injicit illa manus;</p> -</div></div> - -<p> -nè Orazio, quando la dipingeva volante sull'ali tenebrose; nè Seneca, -quando l'armava di avidi denti. -</p> - -<p> -Nel medio evo la comune credenza, le arti figurative e la poesia -concordemente rappresentano la morte sotto forma di scheletro. -Armata o disarmata, essa è colei che in un tempo solo annunzia la -sentenza, assalta ed uccide. Suoi caratteri sono la orridezza mostruosa, -e la malvagità o schernitrice, o crudele. Perchè prevale -allora una figurazione così tetra ed orribile? Quale mutazione di -credenze e di sentimenti la spiega? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -</p> - -<p> -Agli antichi la morte parve cosa naturale, compresa nell'ordine -primo e costitutivo dell'universo. Gli dei sono di lor natura immortali; -gli uomini sono di lor natura mortali; se pure, come Titone, -non ricevono la immortalità in dono dai numi. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Omnia mors poscit. Lex est, non poena perire,</p> -</div></div> - -<p> -dice un verso attribuito a Seneca. Pei cristiani la morte è appunto -il contrario; non una legge, ma una pena. Essa appartiene, non -all'ordine, ma al disordine dell'universo. Dio creò l'uomo immortale; -e l'uomo si rese mortale, trasgredendo il precetto divino. La morte -è il frutto del peccato, il quale fu una ribellione contro la divinità, -e conseguentemente una negazion della vita, essendo Iddio la fonte -unica d'ogni vita; ed è ancora, in certo qual modo, una creatura -del diavolo, poichè il diavolo fu quegli che la introdusse nel mondo -e ne la fece signora<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>. I sette peccati capitali sono i sette peccati -mortali, e l'eterna dannazione è la seconda morte. Una morte così -concepita ed intesa non poteva vestirsi agli occhi degli uomini di -sembianze nè belle, nè decorose. -</p> - -<p> -A prima giunta, per altro, non ben si comprende perchè dovesse -rivestirle così orribili ed obbrobriose come si vide di poi. Il sentimento -che della morte ebbero i primi cristiani fu molto dolce e sereno, -tutto irraggiato di speranza e di amore. Morendo per la redenzione -degli uomini, Cristo aveva nobilitata la morte, l'aveva -purgata dell'antica infamia e fattone quasi una ministra del cielo, -come l'angelo dell'antica credenza giudaica: risorgendo vittorioso dal -sepolcro, l'aveva spogliata degli antichi terrori, e di regina mutatala -in serva. I simboli che fregiano le tombe degli antichi cristiani non -lasciano vedere nulla di tetro: sono simboli di speranza e di pace: -l'áncora, la colomba, il ramo d'olivo, il pavone, la nave; e le -iscrizioni dicono che il defunto dorme, riposa, vive in Dio. I luoghi -di sepoltura si chiamano cimiterii, cioè dormitorii, o anche <i>concilia -martyrum</i>. «In christianis, mors non est mors, sed dormitio et somnus -appellatur», scriveva San Gerolamo in una delle sue epistole. La -tomba è propriamente una culla, e il giorno della morte prende il -nome di <i>dies natalis</i>. Qual meraviglia se Sant'Ambrogio scrive un -trattatello <i>De bono mortis</i>? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -</p> - -<p> -Ma a mano a mano che il sentimento religioso si infosca, e -sulla speranza prevale il terrore, i simboli perdono dell'antica serenità, -le figurazioni della fantasia si pervertono; ed ecco finalmente -la morte apparire in figura di scheletro scarnato, o di sformato cadavere, -a piedi o a cavallo, armata di falce o di spada, o di clava, o -di spiedo; munita di reti o di funi; la quale assalta gli uomini da -sola, o a capo di numeroso esercito, li lega, gli strazia, li uccide, -oppure, con amaro scherno, dal papa e dall'imperatore all'ultimo -paltoniere, li mena in volta negli spaventosi suoi balli. Questa morte -è un vero e proprio demonio, uscito primamente dall'inferno; fido -alleato e ministro di Satana; un diavolo giustiziere, se vuolsi, ma -desideroso di nuocere quanto più può, crudele al pari degli altri -diavoli e beffardo com'essi. E tanto è vero ch'essa fu tenuta in -conto di un diavolo, che nel tedesco <i>Heldenbuch</i> si vede il pagano -Belligan (e secondo la comune credenza del medio evo, i pagani adoravano -i diavoli) adorare un idolo della morte. Ciò nondimeno, un -ricordo delle serene immaginazioni antiche rimane in quelle gentili -leggende ascetiche della età di mezzo, ove si vede la morte dei -fratelli di un chiostro essere prenunziata dal fiorire di un giglio, -dallo spegnersi di una lampada, dal suono spontaneo delle campane. -</p> - -<p> -La morte ritratta dal Milton nel decimo libro del suo poema è -tuttavia la morte mostruosa figurata dalla fantasia de' tempi anteriori. -Prima che Satana seducesse gl'incauti ospiti del paradiso, -la Colpa, figlia e incestuosa moglie di lui, e la Morte, figliuola d'entrambi, -sedevano insieme sul limitare d'Inferno. Compiuta la seduzione, -insieme esse muovono alla conquista del mondo, giacchè l'una -non può andar senza l'altra. La Morte è come l'ombra della Colpa: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> Thou my shade</p> -<p class="i01">Inseparable, must with me along;</p> -<p class="i01">For Death from Sin no power can separate<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -La morte è un'ombra sparuta (<i>meagre shadow</i>; non già <i>scarnata -forma</i>, come tradusse Andrea Maffei), o piuttosto è uno sfasciato, -cavernoso carcame (<i>this mau, this wast unhide-bound corps</i>, che il -Maffei molto liberamente tradusse: <i>Quest'arido carcame e il ventre -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -vuoto</i>). Ella è armata di una clava che fa pietra di ciò che tocca; e -cavalca, quando le piaccia, un cavallo scialbo: il suo sguardo ha -la stessa virtù ch'ebbe il volto della Gorgone. Ella e la madre sua -sono due <i>cani infernali</i>. -</p> - -<p> -A noi ora non giova d'andar rintracciando in altri poemi di sacro -argomento immagini e descrizioni da raccostare o da contrapporre -a quelle del poeta inglese: gioverà piuttosto notare, a conferma -di quanto s'è detto del carattere diabolico di quella Morte, che, -come ci fu, nella popolare mitologia cristiana, il diavolo ingannato -e deriso dall'uomo, così ancora ci fu la Morte ingannata e derisa. -E la ragione è pur sempre la stessa, ed è da cercare nella ferma -credenza del cristiano che il diavolo e la morte, essendo nemici -di Dio, non hanno se non una potestà apparente e passeggiera, e -saranno da ultimo, checchè facciano o tentino, i soli veri burlati. -Ond'è comune a tutti i popoli cristiani la novella dell'accorto prete, -o dell'accorto villano, che con certa astuzia relega la morte sopra -un albero, o in granajo, e per più anni non la lascia esercitare il -suo officio nel mondo<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>. -</p> - -<p> -Difficilmente nei poeti profani del medio evo, anteriori alla -prim'alba del Rinascimento, si troverebbe parola benevola adoperata -in parlar della morte. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Morte villana, di pietà nemica,</p> -<p class="i02"> Di dolor madre antica,</p> -</div></div> - -<p> -esclama Dante, dopo molt'altri che alla morte avevan dato appunto -quel titolo di villana<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>. Ma col fiorire del dolce stil nuovo, e della -dottrina d'amore che l'accompagna, cominciano i poeti d'Italia a -far palese un sentimento novello e ad usare un nuovo linguaggio. -E prima lo stesso Dante, poi il Petrarca, conoscono una morte ammansata -e raggentilita dall'amore e dalla donna. Nella canzone <i>Morte, -poich'io non truovo a cui mi doglia</i>, Dante aveva scongiurata la -morte di non uccidere la donna che <i>con seco ne portava il suo cuore</i>, -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -e l'ammoniva che, uccidendo lei, avrebbe discacciata virtù, tolto a -leggiadria il suo ricetto, e ad amore la sua bella insegna<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>. Il Petrarca, -detto come la Morte avesse trionfato nel volto di Laura, soggiungeva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Partissi quella dispietata e rea,</p> -<p class="i02"> Pallida in vista, orribile e superba,</p> -<p class="i02"> Chè 'l lume di beltate spento avea<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Ma così per l'uno come per l'altro poeta, la morte doveva acquistare -nobiltà nuova, e come nuova virtù, dall'essere stata nelle donne loro; -e già Guido Cavalcanti l'aveva detta <i>gentile</i>. Dante, immaginando -morta Beatrice, esclama: «Dolcissima morte, vieni a me e non -m'essere villana; però che tu dei essere gentile, in tal parte se' -stata! or vieni a me che molto ti disidero; e tu 'l vedi ch'i' porto -già lo tuo colore». E in verso -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> Morte, assai dolce ti tegno:</p> -<p class="i01">Tu dei omai esser cosa gentile,</p> -<p class="i01">Poi che tu se' ne la mia donna stata,</p> -<p class="i01">E dei aver pietate e non disdegno.</p> -<p class="i01">Vedi che sì desideroso vegno</p> -<p class="i01">D'esser de' tuoi ch'io ti somiglio in fede.</p> -<p class="i01">Vieni, chè 'l cor te chiede<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Non solamente la morte non può fare amaro il dolce viso di Laura; -ma il dolce viso di Laura può far dolce la morte, che in quello appar -bella, e dopo la partita di colei incomincia a farsi dolce<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>. -</p> - -<p> -Questo fu abbellimento, diciam così, aristocratico; ma ce ne -fu anche uno popolare, probabilmente più antico. San Francesco -chiamò la morte <i>sora corporale</i>. In certe novelline popolari sparse -su tutta la faccia d'Europa, comparisce una morte comare (o compare, -se così chiede la lingua) che tiene a battesimo il figliuolo di -un pover uomo, e, alla maniera di una fata benefica, lo colma di -doni. La ragione del sentimento popolare che suggeriva sì fatte immaginazioni -appar manifesta in una delle fiabe tedesche raccolte dai -fratelli Grimm<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a>. Un pover uomo, cui nasce un tredicesimo figliuolo, -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -va in cerca di un compare. Incontra il Padre Eterno, che gli si profferisce; -ma egli lo ricusa, dicendo che il Padre Eterno dà tutto ai -ricchi e lascia morire di fame i poveri. Incontra il diavolo, e nol -vuole, perchè ingannatore e cattivo consigliero. Incontra finalmente -la Morte, e questa si toglie, perchè ricchi e poveri, grandi e piccini, -tratta tutti al medesimo modo. La morte sola è giusta in un mondo -ingiusto: <i>aequo pulsat pede</i>. Questo concetto è espresso in un gran -numero di proverbii. -</p> - -<p> -Ma la morte rabbellita e raggentilita da Dante, dal Petrarca e -da altri che si potrebbero venir ricordando<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>, non è ancora la morte -bella e gentile del Leopardi. Quella diventa bella e gentile per una -specie di grazia che dalle angeliche donne scende sopra di lei: questa -è di sua natura, <i>ab origine</i>, bella e gentile, assai più di quanto la -potessero immaginare gli antichi. Come nei primi secoli della fede -Cristo e i martiri santificarono la morte; così, nei tardi, le belle e -amorose donne la mansuefecero e illeggiadrirono; ma il Leopardi -immagina una morte al cui <i>divino stato</i> non bisogna nè illeggiadrimento, -nè santificazione. Nelle Sacre Carte la morte è detta <i>regina -degli spaventi</i>; e il La Rochefoucauld avvertì: <i>Le soleil ni la mort -ne peuvent se regarder fixement</i>; e nel mistero del Byron, Caino non -osa mirar l'aspetto di colei che dal padre gli fu descritta spaventosa -ed atroce. Ognuno può guardare in volto la bellissima fanciulla immaginata -dal Leopardi. -</p> - -<p> -Il pessimismo dispoglia la morte de' suoi terrori. Se la vita è -brutta, bisogna, per contrapposto, che la morte sia bella. Se la vita -è dolore, bisogna che la morte, la quale cessa ogni dolore, appaja -pietosa e benefica, e riesca fors'anche a dirittura piacevole. Fu pensiero -comune tra' Greci che la morte è rimedio a tutti i mali<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>; come -potrebbe non essere fra' pessimisti? Fu da taluni, non pessimisti, -creduto piacevol cosa il morire: come non inclinerebbe a tale credenza -il Leopardi?<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a> Il Novalis, idealista e mistico, giudicava la -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -malattia e la morte <i>piaceri della vita</i> (<i>gioia di morte</i>, disse una volta -Cino da Pistoja), e il morire atto di altissima filosofia: perchè non -avrebbe il Leopardi esclamato: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Bella Morte, pietosa</p> -<p class="i01">Tu sola al mondo dei terreni affanni<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a>?</p> -</div></div> - -<p> -Dante e il Petrarca fecero questa esperienza, che la morte non -uccide l'amore, anzi lo trasforma e lo suggella. Beatrice e Laura -morte sono, pei loro poeti, assai da più che non fossero vive. La -morte ha loro largita una seconda vita, assai più alta e migliore -della prima, le ha divinizzate, ha trasposto l'amore da esse inspirato -e sentito dal terreno al celeste, dal temporale all'eterno. Dacchè elle -son morte, tutta la vita e tutta l'anima degl'innamorati poeti s'appuntano -in loro. Orfeo scese all'inferno per ritrovare Euridice; per ritrovare -le donne loro Dante e il Petrarca si sforzeranno di salire al -cielo. A più che quattro secoli di distanza il Novalis rifà la stessa -esperienza. Perduta la sua Sofia, egli si sente trasfigurare e trasumanare, -si strania sempre più dal mondo di qua per accostarsi -sempre più al mondo di là, invoca la morte quasi con formole di -scongiuro magico, vuol morir giovane per appresentarsi all'amata -florido di salute, circonfuso di letizia. Manfredo scende nel regno -di Arimane per rivedere Astarte. -</p> - -<p> -Ma la speranza e la fede che sono nel cuore di Dante, del Petrarca -e di colui che fu detto il Profeta del romanticismo, non possono -essere nel cuor del Leopardi. Pel poeta della <i>Ginestra</i> la morte -non è un intermezzo nel dramma dell'amore, è la catastrofe ultima, -con cui il dramma si chiude per sempre. Chi voglia bene intendere -ciò, faccia un confronto fra la poesia del Leopardi intitolata <i>Il sogno</i> -e il canto o capitolo secondo del <i>Trionfo della Morte</i>, da cui quella -è inspirata. In molte delle sue rime il Petrarca narra come rivedesse -Laura in immaginazione o nel sogno, e in molte Laura gli dice che lo -aspetta in cielo, e che gli fu dura solo per la salute d'ambedue, e -gli rasciuga gli occhi molli di pianto, e attentamente ascolta e nota -la lunga storia delle sue pene, piangendo con lui, e tanta dolcezza -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -gli apporta quanta uomo mortale non sentì mai<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a>. Ma in nessun altro -luogo si trova ciò così largamente e teneramente espresso come nel -secondo del <i>Trionfo della Morte</i>. La notte stessa che seguì al suo -salire in cielo, Laura, sul far dell'alba, appare al poeta incoronata -di gemme orientali, gli porge la <i>già tanto desiata mano</i>, se lo fa sedere -a canto all'ombra di un lauro e di un faggio, e il tenero e pietoso -colloquio incomincia<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a>. Viv'ella, o è morta? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Viva son io, e tu se' morto ancora,</p> -<p class="i01">Diss'ella, e serai sempre, finchè giunga</p> -<p class="i01">Per levarti di terra l'ultim'ora.</p> -</div></div> - -<p> -Ed egli: È sì gran pena il morire? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Rispose: Mentre al vulgo dietro vai</p> -<p class="i01">Ed a l'opinion sua cieca e dura,</p> -<p class="i01">Esser felice non pô' tu già mai.</p> -<p class="i02"> La morte è fin d'una pregion oscura</p> -<p class="i01">Agli animi gentili; agli altri è noja</p> -<p class="i01">Ch'hanno posta nel fango ogni lor cura.</p> -</div></div> - -<p> -Duole, sì, l'<i>affanno</i> della morte, <i>ma più la tema de l'eterno danno</i>; -chè la morte non è se non un <i>sospir breve</i>; e a lei fu mansueta la -morte; ed ella, a quel passo più lieta -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che qual d'esilio al dolce albergo riede.</p> -</div></div> - -<p> -Finalmente, alla domanda del poeta, s'ell'abbia mai sentita alcuna -pietà di lui, ella, lampeggiando di un dolce riso, confessa il suo -amore, e fa manifesta la ragione de' suoi rigori, la quale fu di togliersi -a lui breve tempo a fine di poter essere con lui nella eternità. -</p> - -<p> -Quanto diversi i pensieri, le credenze e però i sentimenti espressi -nella elegia del Leopardi! Anche a lui appare in sul mattino quella -che prima gl'insegnò amore, ma trista gli appare, -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> e quale</p> -<p class="i01">Degl'infelici è la sembianza.</p> -</div></div> - -<p> -Appressando la destra al capo di lui, e sospirando, ella gli chiede -se viva e se ancor serbi di lei alcuna ricordanza. Il poeta non si -avvede alla prima ch'ella è morta, e la va interrogando: lo lascerà -ella un'altra volta? e che le avvenne? e che la strugge internamente? -Ma súbito la infelice fanciulla lo fa avveduto del vero: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> Son morta, e mi vedesti</p> -<p class="i01">L'ultima volta, or son più lune.</p> -</div></div> - -<p> -E quand'egli le domanda se mai ebbe in core favilla d'affetto o di -pietà per l'amante infelice, affinchè ne lo soccorra almeno la rimembranza -ora che loro è <i>tolto il futuro</i>, quella non cela il sentimento -antico, e gliene porge in pegno la mano, ch'egli, palpitando d'affannosa -dolcezza, ricopre di baci. Ma a qual pro? Ella gli ricorda -ch'è morta, ch'è fatta ignuda di beltà, e che non è più luogo all'amore: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E tu d'amore, o sfortunato, indarno</p> -<p class="i01">Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.</p> -<p class="i01">Nostre misere menti e nostre salme</p> -<p class="i01">Son disgiunte in eterno. A me non vivi.</p> -<p class="i01">E mai più non vivrai: già ruppe il fato</p> -<p class="i01">La fè che mi giurasti.</p> -</div></div> - -<p> -E pronunziate queste estreme parole, si dilegua. -</p> - -<p> -Allo stesso modo Consalvo sa di perdere Elvira per sempre, di -partirsi da lei per sempre; ma egli sente pure di dover molto alla -morte, la quale <i>ruppe il nodo antico alla sua lingua</i>, e gli ottiene da -Elvira la prima, sola ed ultima prova d'amore; quel bacio che a -lui finalmente fa credere di non essere indarno vissuto, e segna l'unico -giorno felice della sua vita. Ond'egli muore contento e con ragione -esclama: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i04"> Due cose belle ha il mondo:</p> -<p class="i01">Amore e morte.</p> -</div></div> - -<p> -Nel <i>Sogno</i> la morte pon fine all'amore: nel <i>Consalvo</i> la morte fa -manifesto e quasi appagato l'amore, e gli ultimi -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Palpiti della morte e dell'amore</p> -</div></div> - -<p> -si confondono nel medesimo petto. In un quadro di Nicola Meldermann -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -si vede la morte che sorprende due innamorati e violentemente -ne scioglie l'amplesso: nel <i>Consalvo</i> la morte stringe il nodo che -sciorrà subito dopo. -</p> - -<p> -Ma la morte che con l'amore qui fortuitamente s'incontra, pronuba -inaspettata, ha pur con l'amore, secondo il pensier del Leopardi, -affinità di natura, ed è fra loro concordanza d'intenti. Dall'amore -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Nasce il piacer maggiore</p> -<p class="i01">Che per lo mar dell'essere si trova;</p> -</div></div> - -<p> -la morte -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ogni gran male annulla.</p> -</div></div> - -<p> -Dunque, rispetto al fine ultimo della vita, che pel Leopardi non può -essere, come abbiam veduto, se non la felicità, esse operano conformemente. -Ancora, chi è fortemente preso d'amore, non cura la -vita, affronta ogni periglio, e sente in petto un nuovo desiderio di -morire: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tanto alla morte inclina</p> -<p class="i01">D'amor la disciplina.</p> -</div></div> - -<p> -Disse in un luogo lo Schopenhauer di non intendere perchè certe -coppie d'innamorati, che potrebbero, sciogliendosi da ogni ritegno, -e posponendo ogni altra considerazione, godere felicemente dell'amor -loro, eleggano piuttosto di finire insieme l'amore e la vita<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>. Il Leopardi -pensò a sciogliere in qualche modo questa difficoltà, dicendo -che l'uomo innamorato, dappoichè conosce fatta inabitabile a sè la -terra -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i05"> senza quella</p> -<p class="i01">Nova, sola, infinita</p> -<p class="i01">Felicità che il suo pensier figura;</p> -</div></div> - -<p> -e presente in suo cuore le procelle che per ragione di quella desiderata -felicità gli si susciteranno contro; brama sottrarsi a tanto -travaglio e raccogliersi in porto. A commento delle quali cose tutte -è pur da notare che l'amore, quando sia molto gagliardo, importa -dedizione incondizionata, annientamento di sè in altrui, come di asceti -in Dio; una morte a tutto quanto non sia l'oggetto della sua adorazione: -e che l'atto generativo, il quale è il fine primo e ultimo (per -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -quanto alcune volte occultato) dell'amore, importa, come sanno i fisiologi, -un processo organico di disintegrazione, ch'è quanto dire un -principio di morte; onde per alcuni animali di efimera vita l'ora dell'amore -e l'ora della morte fann'uno. -</p> - -<p> -Il desiderio della morte non fu sentimento ignoto agli antichi; e ne -fanno fede molte testimonianze di poeti, alcune dottrine di filosofi, e -certe sanzioni di legislatori. Gli stoici glorificarono il suicidio. Egesia -di Cirene fu detto il consigliator della morte, e Cicerone scrisse: <i>Tota -philosophorum vita commentatio mortis est</i>. Seneca, in una delle sue -epistole, biasima il desiderio della morte: <i>Nihil mihi videtur turpius -quam optare mortem</i>; ma in altra scrittura persuade quel desiderio -ai felici, anzi ai felicissimi: <i>Felicissimis mors optanda est</i>. I magistrati -di Massilia e dell'isola di Ceo pubblicamente concedevano la -cicuta a coloro che provavano aver giusta ragione di voler morire; -e furon celebri quei sodali della morte che nell'antica Alessandria deponevano, -levandosi da un banchetto, il fardello della vita<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>. -</p> - -<p> -Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è men -frequente e più intenso. <i>Infelix ego homo</i>, esclama San Paolo, <i>quis -me liberabit de corpore mortis hujus?</i> e in altra occasione: <i>Mihi enim -vivere Christum est, et mori lucrum</i>: parole ripetute poi da infiniti. -E chi non sa che si dovettero cercare ripari e rimedii alla smania del -martirio? -</p> - -<p> -Nei tempi modernissimi tale sentimento appare assai più diffuso, -non dirò che nei primi secoli del cristianesimo, ma che in tutti i secoli -dell'antichità pagana, e una intera letteratura è nata da esso. -</p> - -<p> -Ma col mutar delle età esso muta forma e carattere: non è nei -Greci quale poi nei cristiani; non in questi ed in quelli quale ora -nei moderni. Al pagano, il desiderio della morte era, generalmente -parlando, instillato da una infelicità ben definita, la quale avvelenava, -non la vita in genere, ma solo una particolar vita; e però i -magistrati di Massilia e di Ceo volevano dimostrato il diritto alla -morte. Nel cristiano, il desiderio della morte temporale formava come -dire il rovescio del desiderio della vita eterna, era inseparabile da -esso, e, a rigore, più che desiderio di morte, dovrebbe dirsi desiderio -di vita. Nell'uomo moderno esso nasce, quanto alla forma sua più -caratteristica e più notabile, dal sentimento della irreparabile nullità -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -della vita, e dalla convinzione che la vita, generalmente considerata, -non meriti d'esser vissuta. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Or poserai per sempre,</p> -<p class="i01">Stanco mio cor <span class="dotted">. . . . . . . .</span></p> -<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i01">Posa per sempre. Assai</p> -<p class="i01">Palpitasti. Non val cosa nessuna</p> -<p class="i01">I moti tuoi, nè di sospiri è degna</p> -<p class="i01">La terra. Amaro e noia</p> -<p class="i01">La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.</p> -<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . . . . . .</p> -<p class="i05"> Al gener nostro il fato</p> -<p class="i01">Non donò che il morire<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Non andremo cercando nei fratelli spirituali del Leopardi, quali la -finzione o la realtà li produsse, la variata espressione di questo medesimo -sentimento, e ci contenteremo di notare quanto il desiderio -della morte sia stato lungo e tenace nel nostro poeta. Già nel 1817 -egli era stato vicino ad ammazzarsi per disperazione d'amore. Nel -luglio del 1819, scrivendo al Giordani, diceva di voler gittare in -breve la vita; e in una lettera del dicembre, allo stesso, di sentirsi -morto in questo deserto del mondo<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a>; e qualche settimana più tardi, -ne' versi <i>Ad Angelo Mai</i> scriveva: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> Morte domanda</p> -<p class="i01">Chi nostro mal conobbe e non ghirlanda.</p> -</div></div> - -<p> -Nella <i>Vita solitaria</i> il poeta si augura pronta morte, e accenna al -ferro liberatore. Nelle <i>Ricordanze</i> parla e riparla della <i>invocata -morte</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E già nel primo giovanil tumulto</p> -<p class="i01">Di contenti, d'angosce e di desio,</p> -<p class="i01">Morte chiamai più volte, e lungamente</p> -<p class="i01">Mi sedetti colà su la fontana</p> -<p class="i01">Pensoso di cessar dentro quell'acque</p> -<p class="i01">La speme e il dolor mio.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -</p> - -<p> -Bruto fa l'apologia del suicidio; Porfirio ne sostiene la legittimità<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a>; -Saffo emenda in sè stessa il <i>fallo del cieco dispensator de' casi</i>. Se -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">È funesto a chi nasce il dì natale<a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>,</p> -</div></div> - -<p> -ben allora soltanto l'uomo si potrà dire felice, quando la morte lo -sani di ogni dolore<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a>. -</p> - -<p> -Molti poeti espressero profondo terror della morte; il Baudelaire -scrisse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">J'ai peur du sommeil comme on a peur d'un grand trou,</p> -<p class="i01">Tout plein de vague horreur, menant on ne sait où;</p> -<p class="i01">Je ne vois qu'infini par toutes les fenêtres<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>.....</p> -</div></div> - -<p> -Al Leopardi quel terrore non istrinse il petto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Giammai d'allor che in pria</p> -<p class="i01">Questa vita che sia per prova intesi,</p> -<p class="i01">Timor di morte non mi stringe il petto.</p> -<p class="i01">Oggi mi pare un gioco</p> -<p class="i01">Quella che il mondo inetto,</p> -<p class="i01">Talor lodando, ognora abborre e trema,</p> -<p class="i01">Necessitade estrema;</p> -<p class="i01">E se periglio appar, con un sorriso</p> -<p class="i01">Le sue minacce a contemplar m'affiso<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Piuttosto gli strinse il petto il timore di dover vivere a lungo, e così -fatto timore espresse più volte. In Napoli, essendo già prossimo -alla sua fine, lo tormentava il pensiero d'avere a vivere forse un'altra -quarantina d'anni. Parole, parole! potrebbe dire qualcuno: immaginazione -di poeta che s'infinge di non temere ciò che teme realmente, -e di desiderare ciò che in verità non desidera. Non in tutto parole, non -in tutto immaginazione. Anche senza l'ajuto degli argomenti di Epicuro, -l'uomo può ridursi a guardar la morte con occhio sereno, può -giudicarla un bene e come un bene desiderarla. -</p> - -<p> -Nel novembre del 1819 il Leopardi credette d'aver perduto perfino -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -il desiderio della morte<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>; ma fu errore, simile a quello che gli -fece credere a più riprese d'essersi chiuso alla bellezza e all'amore. -Egli non istette mai lungo tempo senza nutrire quel desiderio nel -petto; e però nella poesia che tutto raccoglie e rafferma il suo pensiero -in sì fatto argomento, egli poteva scrivere una dozzina d'anni -più tardi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E tu cui già dal cominciar degli anni</p> -<p class="i01">Sempre onorata invoco,</p> -<p class="i01">Bella Morte, pietosa</p> -<p class="i01">Tu sola al mondo dei terreni affanni</p> -<p class="i01">Se celebrata mai</p> -<p class="i01">Fosti da me, s'al tuo divino stato</p> -<p class="i01">L'onte del volgo ingrato</p> -<p class="i01">Ricompensar tentai,</p> -<p class="i01">Non tardar più, t'inchina</p> -<p class="i01">A' disusati preghi,</p> -<p class="i01">Chiudi alla luce omai</p> -<p class="i01">Questi occhi tristi, o dell'età reina<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Qui la morte è salutata regina e dea; e così la salutò un altro poeta -pessimista, il Leconte de Lisle: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><span class="dotted">. . .</span> Divine mort, où tout rentre et s'efface,</p> -<p class="i01">Affranchis-nous du temps, du nombre et de l'espace,</p> -<p class="i01">Et rends-nous le repos que la vie a troublé.</p> -</div></div> - -<p> -Il Leopardi meritò veramente il nome di amator della morte, e -di amatore fedele. Che se ne' suoi versi e nelle sue prose troviamo -qua e là qualche amara parola, non dobbiamo vedere in ciò più infedeltà -di quanta siam usi vedere nelle querimonie e nei dispetti degli -innamorati. Nella canzone <i>All'Italia</i> la morte è detta <i>passo lacrimoso -e duro</i>; e <i>abisso orrido immenso</i> la dice l'errante pastore dell'Asia. -Nella <i>Palinodia</i> vecchiezza e morte son giudicate <i>miserie estreme</i>. -Ma che perciò? Il gallo silvestre, il quale richiama gli uomini dal -sonno alla vita, promettendo loro per più tardi quella morte in cui -sempre e insaziabilmente riposeranno, il gallo silvestre canta essere -la morte l'ultima causa dell'essere, il solo intento della natura<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a>. -</p> - -<p> -Il Baudelaire, che teme e odia la morte, deturpa e disonora la -morte: il Leopardi, da vero amatore, l'abbellisce e la india. E ciò -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -prova in lui, fra l'altro, un invincibile senso e bisogno di bellezza. -Egli par che s'avvegga talvolta che la natura non si curò di velare -di amabili sembianze la morte, e domanda perchè di tanto almeno -non sia stata generosa ai mortali: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> Ahi perchè dopo</p> -<p class="i01">Le travagliose strade almen la meta</p> -<p class="i01">Non ci prescriver lieta? anzi colei</p> -<p class="i01">Che per certo futura</p> -<p class="i01">Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,</p> -<p class="i01">Colei che i nostri danni</p> -<p class="i01">Ebber solo conforto,</p> -<p class="i01">Velar di neri panni,</p> -<p class="i01">Cinger d'ombra sì trista,</p> -<p class="i01">E spaventoso in vista</p> -<p class="i01">Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a></p> -</div></div> - -<p> -Ma ciò che la natura non fece, fa il poeta, e la morte diventa per -opera sua -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Bellissima fanciulla</p> -<p class="i01">Dolce a veder.</p> -</div></div> - -<p> -Solo in due casi si diparte il poeta da questi sentimenti e da -queste immagini, e sente orrore e terror della morte: quand'essa ci -strappa dalle braccia un essere amato; e quando incrudelisce in -giovinezza e in beltà, e scerpa il fiore delle nuove speranze. Il poeta -apostrofa la natura: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> Come potesti</p> -<p class="i01">Far necessario in noi</p> -<p class="i01">Tanto dolor, che sopravviva amando</p> -<p class="i01">Al mortale il mortal?</p> -</div></div> - -<p> -A sè medesimo si può bene desiderare la morte; ma ai proprii cari -non già, la cui dipartita fa l'uomo <i>scemo di sè stesso</i><a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>. Il poeta sente -nelle proprie sue carni quegli angosciosi brividi, quei <i>sudori estremi</i> -che travagliarono la <i>cara e tenerella salma</i> della donna adorata<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>, -spasima pel <i>chiuso morbo</i> che uccise la Silvia<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -</p> - -<p> -La canzone <i>Per una donna malata di malattia lunga e mortale</i> incomincia: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Io so ben che non vale</p> -<p class="i01">Beltà nè giovanezza incontro a morte,</p> -<p class="i01">E pur sempre ch'io 'l veggio m'addoloro.</p> -</div></div> - -<p> -La morte è per sè stessa benefica; -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> ma sconsolata arriva</p> -<p class="i01">La morte ai giovanetti, e duro è il fato</p> -<p class="i01">Di quella speme che sotterra è spenta<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Ad <i>Amore e Morte</i> il poeta pone come epigrafe il verso di Menandro: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Muor giovane colui che al cielo è caro;</p> -</div></div> - -<p> -ma la sorte di chi muor giovane, se appar felice all'intelletto, non -può non empiere di pietà il petto più saldo e più costante. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Mai non veder la luce</p> -<p class="i01">Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo</p> -<p class="i01">Che reina bellezza si dispiega</p> -<p class="i01">Nelle membra e nel volto,</p> -<p class="i01">Ed incomincia il mondo</p> -<p class="i01">Verso lei di lontano ad atterrarsi;</p> -<p class="i01">In sul fiorir d'ogni speranza, e molto</p> -<p class="i01">Prima che incontro alla festosa fronte</p> -<p class="i01">I lugubri suoi lampi il ver baleni;</p> -<p class="i01">Come vapore in nuvoletta accolto</p> -<p class="i01">Sotto forme fugaci all'orizzonte,</p> -<p class="i01">Dileguarsi così quasi non sorta,</p> -<p class="i01">E cangiar con gli oscuri</p> -<p class="i01">Silenzi della tomba i dì futuri.</p> -<p class="i01">Questo se all'intelletto</p> -<p class="i01">Appar felice, invade</p> -<p class="i01">D'alta pietade ai più costanti il petto<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Il poeta rimane esterrefatto quando vede distrutto dalla morte il miracolo -della bellezza<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>, e non sa darsi pace delle speranze innanzi -tempo recise: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Quando sovvienmi di cotanta speme,</p> -<p class="i01">Un affetto mi preme</p> -<p class="i01">Acerbo e sconsolato,</p> -<p class="i01">E tornami a doler di mia sventura<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -</p> - -<p> -Ciò nondimeno, come per Dante amore e cor gentil sono una cosa, -similmente sono pel Leopardi una cosa cor gentile e desiderio di morte. -In un gruppo famoso il Thorwaldsen mostrò abbracciate la Morte e -l'Immortalità: il Leopardi, non potendo questo, mostrò abbracciati -la Morte e l'Amore<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>, degnò la Morte di stato divino, ne fece una delle -due belle cose del mondo. -</p> - -<h3 id="leop6">CAPITOLO VI. -<span class="smaller"><span class="smcap">Classicismo e Romanticismo del Leopardi.</span></span></h3> - -<p> -Questo titolo potrà sembrare un po' strano a coloro che giudicano -classicismo e romanticismo cose talmente nemiche e contraddittorie -da non potere, in un medesimo animo, l'una accompagnarsi con l'altra; -e a coloro che avendo sempre udito a parlare del Leopardi come di -un purissimo classico, non possono credere che siavi in lui alcun che -di non classico: ma nè il classicismo e il romanticismo sono così -esclusivi l'uno dell'altro come da molti si stima; nè il Leopardi è -propriamente quale da molti s'immagina. -</p> - -<p> -Del classicismo del Leopardi s'è tanto parlato che qui se ne potrà -far giudizio senza troppo lungo discorso, e senza ripetere cose ripetute -assai volte, e note oramai universalmente. I primi studii del poeta -ebbero l'avviamento strettamente classico che gli studii dei giovani -solevano ancora avere a que' tempi; e la così detta conversione letteraria -di lui fu, più tardi, in massima parte, un ritorno spontaneo -alle pure fonti dell'eloquenza e dell'arte antica. Tutti sanno di quegli -scritti che lo fecero venire in fama di filologo valentissimo in Italia -e fuori d'Italia; tutti sanno delle versioni dal greco e dal latino, e -di quelle odi greche, e di quell'inno a Nettuno, che, contraffatti da lui, -furono scambiati per sinceri dagl'intendenti. Critici diligenti e minuti -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -notarono nei versi e nelle prose di lui i moltissimi luoghi che a ragione -o a torto (non sempre a ragione di sicuro) si possono credere -suggeriti o inspirati dalle due letterature di Grecia e di Roma; e fu -ne' suoi versi distinta una prima maniera, che sarebbe latina, da una -seconda, che sarebbe greca; e tutta greca fu detta la prosa; e come -il Manzoni fu salutato capo della scuola romantica in Italia, così della -classica fu salutato capo il Leopardi, fatto dell'uno il contrapposto -e la negazione dell'altro. Egli stesso, il poeta, ebbe a dire, non una, -ma più e più volte, che, a paragon degli antichi, i moderni scrittori -gli parevano o piccoli, o poveri, o falsi. -</p> - -<p> -Il sentimento che Dante, ponendo il piede sulla soglia dell'età -nuova, esprimeva nel verso -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Lo secol primo quant'oro fu bello,</p> -</div></div> - -<p> -il Leopardi nutrì lungamente nell'animo, e con assai più desiderio e -fervore che non potess'essere nel maggior padre di nostra favella. -Innamoratissimo di bellezza, egli credette che della bellezza gli antichi -avessero avuto miglior senso di noi, e fattone più retto giudizio. Innamoratissimo -di virtù, credette gli antichi fossero stati più virtuosi, -e per questo, e per altro ancora, assai più felici; onde all'età presente, -pessima sott'ogni aspetto, non altro può rimanere che il desiderio<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a>. -Nascevagli talvolta un dubbio, che questo esaltare il passato -a paragon del presente possa essere effetto di mera illusione<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>; ma -la illusione tenevasi cara e non sapeva spogliarsene. Ricordando i <i>vetusti -divini, a cui natura parlò senza svelarsi</i>, egli prorompe in un -grido di desiderio e di rimpianto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Oh tempi, oh tempi avvolti</p> -<p class="i01">In sonno eterno!<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a></p> -</div></div> - -<p> -e sciogliendo un inno ai patriarchi, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> molto</p> -<p class="i01">Di noi men lacrimabili nell'alma</p> -<p class="i01">Luce prodotti,</p> -</div></div> - -<p> -egli, salutata in passando l'<i>erma terrena sede</i> ove fu commessa la -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -prima colpa, assai più loda l'aurea età, la quale non fu sogno d'antichi -poeti, ma felicità vera, per troppo breve tempo conceduta ai -mortali<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>. Tanto ride agli occhi di questo innamorato di giovinezza -la giovinezza del mondo: tanto lo invaghisce il dolce lume della -bellezza! -</p> - -<p> -E già lamentava (sin da quel tempo!) la decadenza degli studii -classici in Italia. Di Roma diceva che il latino vi si studiava un po' -più che nell'Italia alta, ma che il greco v'era quasi sconosciuto, «e -la filologia quasi interamente abbandonata in grazia dell'archeologia»<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>. -Ma in nessun'altra città d'Italia lo studio delle lingue e -delle lettere classiche vedeva così negletto come in Milano, dove -difficilmente, a quanto si afferma, si sarebbe potuta trovare «una -edizione di un classico greco o latino, posteriore al 5 o al 6 cento»<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>: -e della causa dell'antichità facendo in certo qual modo la propria, -diceva non essere il suo nome in Firenze, in Torino, in Bologna, in -Napoli, «così profondamente disprezzato come nella dotta e grassa -Lombardia»<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a>. V'è qualche esagerazione in questi giudizii; ma è -da por mente che in quegli anni appunto Milano era diventata come -la metropoli del romanticismo italiano. Di ciò non sembra s'avvedesse -allora il Leopardi, il quale badava a dire che in Milano non -si parlava d'altro che lingua e poi lingua, e che in ciò consisteva -tutta la letteratura milanese<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>, e che in Lombardia non era quasi -altro studio che di pedanterie<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>. Egli aveva gli occhi e l'animo così -fissi nell'antichità che mal poteva discernere e peggio poteva giudicare -ciò che gli si moveva da presso e allo intorno; e se faceva disegno -di scrivere un romanzo storico, lo vagheggiava <i>sul gusto della -Ciropedia</i>; e se meditava di narrare le vite dei più eccellenti capitani -e cittadini italiani, si proponeva modelli Cornelio Nepote e Plutarco<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a>. -Ciò nondimeno, quando la Grecia insorse, vendicandosi in -libertà, e, in grazia delle antiche memorie, l'ellenismo ribollì in petto -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -ai letterati di tutta Europa, non si sa che il Leopardi si scaldasse -molto; e anzi il modo ond'ei parlò della morte del Broglio, in una -lettera che ho già avuto occasione di ricordare, lascia credere che -si scaldasse pochissimo<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a>. -</p> - -<p> -Il 20 di gennajo del 1821, il Giordani scriveva a Ferdinando Grillenzoni: -«Io sono del suo parere quanto a Leopardi: e l'animo e le -meditazioni e le letture di quel rarissimo e stupendissimo giovane -son troppo classiche: è impossibile che divenga romantico»<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a>. Passi -per le letture e le meditazioni; ma quanto all'animo, c'è a ridire. -Romantico il Leopardi non diventò; ma ben fu avvertito dal Carducci -che se il Manzoni «ridusse a mano a mano alla determinatezza -classica e alla più netta rappresentazione del reale il vaporoso -e divagante romanticismo», il Leopardi per contro «romantizzò, per -così dire, la purità del sentimento greco»<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>. Certo il Leopardi si sarebbe -sdegnato se a qualcuno fosse venuto in mente di chiamarlo -un romantico; ma ciò non prova ch'egli non avesse del romantico -alcune parti, senza ch'ei sel sapesse. Anche il Byron ebbe a sdegnare -quel nome. Nel marzo del 1818 il Leopardi mandò allo Stella -la prima parte di un <i>Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, -ovvero intorno alle osservazioni del Cav. Ludovico di Breme -sulla poesia moderna</i><a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>; ma quella prima parte non fu mai stampata, -e la seconda non fu mai scritta; e dalla lettera con cui il poeta accompagnava -l'invio all'editor milanese si comprende soltanto ch'egli -non la pensava come l'autore delle <i>Osservazioni</i><a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>. In sul principio -del 1810 il poeta volgeva in mente un trattato della condizione allora -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -presente delle lettere italiane, il quale avrebbe dovuto porgere «il -fondamento e la norma di qualunque cosa» gli fosse avvenuto di -comporre in séguito<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>; e a più riprese ne rivedeva ed allargava il disegno, -lasciandone memoria nelle sue carte e in parecchie lettere, -come di cosa che gli stesse molto a cuore; ma senza andar mai più -in là che il disegno. Ci doveva, tra l'altro, discorrere dell'andamento -preso dalia letteratura <i>verso il classico e l'antico</i>, giudicandolo buono, -anzi necessario, in generale ed entro certi limiti, «ma inutile e dannoso -senza l'unione della filosofia colla letteratura, senza l'applicazione -della maniera buona di scrivere ai soggetti importanti, nazionali -e del tempo, senza l'armonia delle belle cose e delle belle -parole...». Ci si doveva raccomandare lo studio delle letterature moderne, -per sapere dov'è che noi le possiamo imitare. Ci si doveva -ancora dimostrare «la necessità di adattarsi al gusto corrente», «la -falsità di ciò che forse si giudica, che il buon gusto non si possa -trovare in libri nazionali e da contemporanei, l'uso costante di tutti -i grandi scrittori di scrivere per il loro tempo e la loro nazione, o -greca, o latina ecc.... la discordia tra le nostre opere e quelle degli -antichi, che vogliono imitare, quando queste erano pel tempo loro, e -le nostre per il tempo degli antenati, quando a volerli imitare doveano -effettivamente essere per il presente ecc.»<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>. Questi pensieri, maturati -e messi in carta, secondo si ha ragion di credere, dopo il 1823, -sono probabilmente alquanto disformi da quelli espressi nella prima -parte del Discorso testè citato; ma quanto disformi, non siamo in -grado ora di dire. Comunque sia, se si toglie l'approvazione data a -quell'andamento della letteratura <i>verso il classico e l'antico</i>, io -quasi non iscorgo in essi opinione o giudizio in cui i romantici d'allora -non potessero e non dovessero consentire: e quando il poeta -ricorda in più particolar modo che gli antichi scrissero pei tempi -loro, e che i moderni, volendoli imitare davvero, dovrebbero scrivere -pei proprii, sembra d'udire il discorso di quegli apostoli della -nuova scuola i quali dicevano i Greci e i Latini essere stati i romantici -dell'antichità. Chi giudicasse il Leopardi un romantico in veste -classica esagererebbe di certo; ma chi dicesse che il classicismo di -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -lui fu più di forma che di sostanza, e che egli non fu quell'antico -che a primo aspetto può parere altrui, direbbe cosa, a mio credere, -che ha molte parti di vero. Se non fu un romantico, il Leopardi ebbe -in sè del romantico assai più di quanto potesse egli immaginare, -assai più di quanto fu giudicato da altri. -</p> - -<p> -A persuadersene gioverà esaminare: 1º, l'uso che il poeta nostro -fece della mitologia; 2º, certi sentimenti e abiti mentali di lui; -3º, certe opinioni e inclinazioni, certi giudizii e propositi: 4º, certi -elementi e caratteri d'arte. Da sì fatto esame si parrà, fra l'altro, la -gran forza di penetrazione di quelle idee madri del romanticismo, -le quali s'insinuarono più e meno anche in ispiriti che non parevan -fatti per doverle in alcun modo ricevere, e la gran forza di diffusione, -e direi quasi d'intossicazione ch'ebbero allora que' sentimenti. -Al qual proposito è pur da ricordare che, prima d'essere una dottrina -e una pratica d'arte, il romanticismo fu un'affezione degli animi, -e, ancora, che il romanticismo non fu di una sola maniera, ma di -parecchie. -</p> - -<p> -Cominciamo dall'uso della mitologia, dacchè fu la mitologia (classica, -s'intende) quella che diede modo alle due fazioni di meglio distinguersi -e contrapporsi, e che provocò le battaglie, non dirò più -importanti, ma più accanite e spettacolose. I classicisti vogliono conservata -all'arte la mitologia greca e latina, senza di cui credono l'arte -non possa sussistere: i romantici la vogliono affatto sbandita, magari -per sostituirgliene un'altra. Non dico già che l'amore o l'odio -alla mitologia basti a formare il classicista o il romantico; ma che -la mitologia e l'<i>antimitologia</i> diventano per le due contrarie fazioni -quasi segnacolo in vessillo. -</p> - -<p> -Ora, qual uso fa della mitologia il Leopardi? Un uso affatto -diverso da quello dei classicisti ortodossi. Il Foscolo e il Monti (non -immuni, del resto, nè l'uno nè l'altro, da romantica lue) trattano la -mitologia come cosa vera e presente; viva, non già solo nella memoria -e, tutto il più, nel sentimento, ma ancora nella credenza. Essi -invocano gli dei dell'Olimpo come se veramente fossero devoti alla -lor religione, e ne narrano i casi come se fossero avvenuti davvero. -Il Leopardi considera il mito come cosa irreparabilmente passata -e perduta, e appunto perciò lo rimpiange; rimpiange, cioè, le belle -e dolci fantasie per la cui virtù parve vivere la natura e conversare -con l'uomo. Il canto <i>Alla primavera o delle favole antiche</i> è documento -mirabile di quel giudizio e di quel sentimento, a cui nessun -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -romantico, che abbia fior di ragione, può voler contrastare. Tale -rimpianto ricorre con molta frequenza nei poeti moderni; ma troppo -avrebbe disdetto a classicisti puri, i quali non potevano, senza strana -contraddizione, deplorare la morte di ciò che fingevano vivo e s'ingegnavano -di tener vivo<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>. Ora tra alcuni di quei moderni e il Leopardi -è, per tale rispetto, questa diversità, che essi, nel mito, lamentano -piuttosto la perduta bellezza, il Leopardi piuttosto la perduta -illusione. Non volendo moltiplicare i raffronti, mi contenterò di -un pajo. Il Keats incomincia il suo poema <i>Endymion</i> con un saluto -alla bellezza. Il Leconte de Lisle, come già Alfredo De Musset, -si rammarica di non essere nato in Grecia nel tempo antico. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Iles, séjour des Dieux! Hellas, mère sacrée!</p> -<p class="i01">Oh! que ne suis-je né dans le saint Archipel</p> -<p class="i01">Aux siècles glorieux où la Terre inspirée</p> -<p class="i01">Voyait le ciel descendre à son premier appel!<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a></p> -</div></div> - -<p> -Questo desiderio nasce in lui dall'amore e dall'entusiasmo della <i>vittoriosa -Bellezza</i>, innanzi al cui altare avrebbe voluto prosternarsi -adorando. Nel carme intitolato <i>Hypathie</i>, il poeta, esaltando la paganità -a fronte del cristianesimo, esclama: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i03"> l'impure laideur est la reine du monde,</p> -<p class="i01">Et nous avons perdu le chemin de Paros.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Les Dieux sont en poussière et la terre est muette:</p> -<p class="i01">Rien ne parlera plus dans ton ciel déserté.</p> -<p class="i01">Dors! mais vivante en lui, chante au cœur du poète</p> -<p class="i01">L'hymne mélodieux de la sainte Beauté.</p> -</div></div> - -<p> -Un'altra poesia, intitolata <i>La source</i><a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>, finisce con questi versi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Telle que la Naïade en ce bois écarté</p> -<p class="i03"> Dormant sous l'onde diaphane,</p> -<p class="i01">Fuis toujours l'œil impur et la main du profane,</p> -<p class="i03"> Lumière de l'âme, o Beauté!</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -</p> - -<p> -Il Leopardi non usa del mito come di un tema di supposta credenza; -ma ne usa talvolta come di una parabola e di un simbolo, -nel quale infonde pensieri e sentimenti moderni; conscio, con lo -Schelling, della universa significazione e del perpetuo valore di esso; -conscio ancora della duttilità sua, la quale lo pone in grado di ricevere, -mutando i tempi e le civiltà, nuova forma e spirito nuovo. Con -ciò il Leopardi fa cosa interamente legittima, e praticata da molti -poeti di questo secolo, che certamente non furono classicisti. Basti -ricordare per tutti Vittore Hugo, del quale è noto il mirabile uso che -del mito antico, in più maniere variato, seppe fare nella <i>Légende des -siècles</i> e altrove. Di sì fatto uso, del resto, il Leopardi non si giova -ne' versi, ma solo in taluna delle prose, quali la <i>Storia del genere -umano</i>, il <i>Dialogo di Ercole e di Atlante</i>, la <i>Scommessa di Prometeo</i>; -e non è possibile non avvertire la diversità grande che per questo -rispetto passa tra lui e alcuni poeti modernissimi, specie inglesi, ne' -cui versi il mito ellenico rifiorisce frequente a canto alla leggenda -arturiana o alla saga settentrionale. -</p> - -<p> -Delle antiche immagini e dell'antico linguaggio mitologico alcune -tracce rimangono nel Leopardi, come per forza di tradizione -e di consuetudine. <i>Febo, titania lampa, ciprigna luce, offeso Olimpo, -Olimpo che piove a distesa, disperato Erebo, erinni, alto consiglio -di numi</i>, troviamo qua e là ne' suoi versi: ma sono <i>rari nantes</i>, formule -puramente verbali, che non possono far rivivere il mito, e -quasi, passate in una specie di comune linguaggio, più non lo suppongono. -Perciò aveva ragione Giuseppe Belloni, quando, proprio -nella sua brutta <i>Anti-mitologia</i>, ricordava con lode il nome del Leopardi, -come di uno che avesse intese le buone ragioni dei romantici, -e s'opponesse alle usanze assurde dei classicisti: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i12"> Leopardi,</p> -<p class="i01">Forte in alti pensieri, inni già intuona,</p> -<p class="i01">Che se fien gravi all'ammollito orecchio</p> -<p class="i01">Della plebe vivente, saran fiamma</p> -<p class="i01">Alla età che succede; e cammin nuovo</p> -<p class="i01">Segna a chiunque la virtude ha cara<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -E non dimentichiamo che nella <i>Ginestra</i> il poeta si ride della illusione -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -degli uomini che <i>favoleggiarono</i> gli autori delle universe cose -discesi in terra per cagion loro, e schernisce i <i>rinovellati sogni</i>; dove, -se non manca una frecciata al cristianesimo, non ne manca una nemmeno -alla mitologia. E ricordiam di passata che nella <i>Scommessa -di Prometeo</i> si parla con assai poca reverenza delle muse e degli -altri dei, e che di Prometeo si narra un'avventura troppo più realistica -che mitica. -</p> - -<p> -Dopo quanto s'è veduto del sentimento della natura nel Leopardi, -parmi si possa legittimamente concludere che quel sentimento ha -del romantico assai più che del classico, o dobbiam lasciare di -distinguere fra sentimento classico e sentimento romantico della natura. -Romantica quella tenerezza accorata, che potrebb'essere una -variante del <i>délire champêtre</i> del Rousseau; romantica, più tardi, -quella diffidenza angosciosa che il Leopardi manifesta a fronte della -natura; e sconosciute, così l'una, come l'altra, agli antichi, sebbene -per tutt'altra ragione che quella immaginata dallo Schiller. I -classicisti, sebbene si sciacquassero sempre la bocca con quel loro -canone dalla imitazione della natura, sentirono, generalmente parlando, -la natura assai poco. E qui vien forse opportuna un'altra -osservazione. Un uomo del settentrione e un uomo del mezzodì, un -germano e un latino, non gustano la natura alla stessa maniera. -Quegli sente in più particolar modo ciò che parla all'anima; questi -in più particolar modo ciò che parla ai sensi: per il primo la natura -è quasi un simbolo o un'allegoria; pel secondo è, sopratutto, -una festa e uno spettacolo. Il primo sogna di più; il secondo vede -di più. Il sentimento che il Leopardi ha della natura è, parmi, più -settentrionale che meridionale, più germanico che latino, e, per ciò -appunto, più romantico che classico: ed è curioso notare come in -quelle terzine dell'<i>Appressamento della morte</i>, che sono del 1816, -tendesse all'ossianico. Che quella quasi adorazione che per la luna -ebbe il Leopardi è cosa romanticissima sotto ogni aspetto, non fa -quasi bisogno di avvertire, bastando ricordare come le origini di -quel nuovo culto sieno legate ai nomi di Ossian, di Edoardo Young -e di Werther. Romantica finalmente è, in un certo senso, una delle ragioni -che muovono il Leopardi a cercar la natura; ed è quella stessa -che già aveva mosso il Rousseau, Werther, lo Chateaubriand, Obermann, -ecc., e cioè l'avversione all'umano consorzio e il disgusto -della civiltà. -</p> - -<p> -Fermiamoci a considerare un istante questo sentimento. La misantropia -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -non fu trovata certo dai moderni; anzi doveva già essere -antica nel mondo quando l'ateniese Timone ne diede un esempio -rimasto memorabile nelle storie. I cristiani, più tardi, trovarono -modo di conciliarla con l'amor del prossimo, e nei deserti e nei -chiostri se ne fecero strumento e via di salute. I sentimenti umani -hanno tutti uno svolgimento e una storia, ma è disagevole talvolta -conoscerne le variazioni e seguirne i trapassi. E così di questo sentimento -della misantropia. Direi che nel pagano antico esso dovesse -nascere di regola da esperienza di nocumento sofferto nella persona -o negli averi, o da timore di tal nocumento. Plutarco e Luciano ci -rappresentano Timone spinto alla misantropia dalla ingratitudine -e malvagità degli amici. Nel cristiano nasceva piuttosto da timore -di seduzione e di contaminazione. <i>Quoties inter homines fui, minor -homo redii</i>, lasciò scritto Seneca, che doveva, nella leggenda, diventare -un amico di San Paolo, e quasi un seguace della dottrina dell'Evangelo. -Il cristiano, certo, non odiò il proprio simile, ma lo temè, -come quello che poteva toglierlo a Dio, e s'allontanò volentieri dalla -creatura per meglio accostarsi al creatore; e son senza numero quegli -asceti che abbandonarono i genitori, il conjuge, i figliuoli per essere -più sicuri di ritrovarsi con loro nel regno dei cieli. L'uomo moderno, -divenuto troppo eccitabile e sensitivo, e diciam pure troppo soggettivo, -pare che de' proprii simili tema più che altro il rude e disaggradevole -contatto, e si offenda della disformità loro, e aborrisca -da quella conversazione che lo toglie a sè stesso e non lo lascia gustare -tutto quel godimento di sè, di cui posson farlo capace l'alta e -squisita cultura, la contemplazione e l'analisi. Facilmente ancora -egli s'immagina d'essere troppo superiore a quella condizione di civiltà -e a quelle istituzioni in mezzo alle quali la fortuna l'ha fatto -nascere, e prende a disamare un consorzio pel quale stima di non -essere fatto, immaginandone un altro più amabile e degno. -</p> - -<p> -Dar giudizio della misantropia del Leopardi non è cosa facile, chè -anche per questa parte sono molte contraddizioni nel nostro poeta. -Di ventun anno scriveva degli uomini: «Vorrei non conoscerli, così -scellerati come sono»<a class="tag" id="tag386" href="#note386">[386]</a>. Più tardi, per bocca di Tristano, giudicava -gli uomini «codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto»<a class="tag" id="tag387" href="#note387">[387]</a>: e, rinnovando -la sentenza dell'Hobbes, diceva la vita sociale una lotta di -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -ciascuno contro tutti e di tutti contro ciascuno<a class="tag" id="tag388" href="#note388">[388]</a>; e che la natura ha -inspirato negli animali l'odio de' proprii simili, e che naturalmente -l'animale odia il suo simile<a class="tag" id="tag389" href="#note389">[389]</a>. Il <i>Dialogo di Ercole e di Atlante</i> è -tutto in disprezzo delle cose umane; la <i>Scommessa di Prometeo</i> vuol -fare intendere che l'uomo è il più imperfetto, malvagio e spregevole -degli esseri creati. Il poeta chiama il proprio secolo il secolo della -morte<a class="tag" id="tag390" href="#note390">[390]</a>, deride i trovati e le macchine<a class="tag" id="tag391" href="#note391">[391]</a>, dice il mondo presente essere -nelle mani dei mediocri<a class="tag" id="tag392" href="#note392">[392]</a>, anzi tenere il campo la nullità<a class="tag" id="tag393" href="#note393">[393]</a>, si -burla della sapienza dei giornali, delle masse, della perfettibilità infinita, -delle scienze economiche, morali e politiche e di tutte le altre -belle creazioni di questo <i>secolo di ragazzi</i><a class="tag" id="tag394" href="#note394">[394]</a>. Definito «il mondo una -lega di birbanti contro gli uomini da bene e di vili contro i generosi<a class="tag" id="tag395" href="#note395">[395]</a>,» -voleva guerra ad oltranza; e già sino dal giugno del 1821 -aveva scritto al Brighenti: «Ciascuno è nemico di ciascuno e dalla -sua parte non ha altri che sè stesso... Del resto, o vinto, o vincitore, -non bisogna stancarsi mai di combattere e lottare e insultare e calpestare -chiunque vi ceda anche per un momento... Il mondo è fatto -al rovescio, come quei dannati di Dante... E ben sarebbe più ridicolo -il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di stare a guardarlo e -fischiarlo»<a class="tag" id="tag396" href="#note396">[396]</a>. E chi sa quant'altro ci sarebbe da aggiungere se si -conoscessero quelle parecchie centurie di Pensieri che rimangono ancora -inedite e occulte. -</p> - -<p> -Ma a questi giudizii e a questi sfoghi altri se ne possono opporre -di carattere affatto contrario. Il 17 dicembre 1819 scriveva al Giordani: -«Era un tempo che la malvagità umana e le sciagure della virtù -mi movevano a sdegno, e il dolore nasceva dalla considerazione della -scelleraggine. Ma ora io piango l'infelicità degli schiavi e de' tiranni, -degli oppressi e degli oppressori, de' buoni e de' cattivi; e -nella mia tristezza non è più scintilla d'ira, e questa vita non mi -par più degna di esser contesa»<a class="tag" id="tag397" href="#note397">[397]</a>. Negli sciolti al Pepoli biasima -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -l'egoismo. Nel <i>Dialogo di Timandro e di Eleandro</i> dice di non poter -odiare nessuno, nemmeno chi l'offende, anzi di essere «del tutto -inabile e impenetrabile all'odio»<a class="tag" id="tag398" href="#note398">[398]</a>. In una lettera al Brighenti si legge: -«Ma viviamo, giacchè dobbiamo vivere, e confortiamoci scambievolmente, -e amiamoci di cuore, chè forse è la miglior fortuna di questo -mondo. La freddezza e l'egoismo d'oggidì, l'ambizione, l'interesse, -la perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco <i>un animale -senza cuore</i>, sono cose che mi spaventano»<a class="tag" id="tag399" href="#note399">[399]</a>. E nel XXXII dei <i>Pensieri</i> -si dice che chi ha più intelletto ed esperienza meno disprezza; -che sciocchi sono coloro i quali per troppa stima di sè disprezzano -gli altri; e che «l'uso del mondo insegna più a pregiare che a dispregiare». -Quale luogo l'idea umanitaria tenga nella <i>Ginestra</i> non -è bisogno di ricordare: bensì parmi voglia essere ricordato che pel -Leopardi, come per lo Shelley, unico fondamento della morale è la -simpatia, che nasce dalla sensitività. -</p> - -<p> -Contraddizioni in tutto simili a queste sono frequentissime nei -romantici, a cominciare da quel Gian Giacomo Rousseau che del romanticismo -dee dirsi il massimo institutore: e nel romanticismo sono -da distinguere come due correnti, che talvolta vanno disgiunte e in -direzioni contrarie, tal'altra in assai strano modo si confondono insieme; -una corrente che diremo filantropica, e una corrente che diremo -misantropica. Il <i>bel tenebroso</i> fugge la compagnia de' proprii -simili; non parla di essi se non con amarezza e con disdegno; come -molti altri degli eroi di quel Byron che difficilmente si potrebbe dire -se fu più filantropo che misantropo, o più misantropo che filantropo. -René disse: <i>La foule, ce vaste désert d'hommes</i>. Saint-Preux aveva -detto: <i>J'entre avec une secrète horreur dans ce vaste désert du monde</i>. -E l'Adolphe del Constant soggiunse: «Je ne me trouvais à mon aise -que tout seul, et tel est, même à présent, l'effet de cette disposition -d'âme, que dans les circonstances les moins importantes, quand je -dois choisir entre deux partis, la figure humaine me trouble, et mon -mouvement naturel est de la fuir pour délibérer en paix»<a class="tag" id="tag400" href="#note400">[400]</a>. Il Leopardi -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -chiama il mondo <i>formidabile deserto</i><a class="tag" id="tag401" href="#note401">[401]</a>. Il nano misterioso di -Gualtiero Scott non può sopportare la vista de' proprii simili: il Leopardi -accusa la luna se umani aspetti scopre al suo sguardo<a class="tag" id="tag402" href="#note402">[402]</a>. -</p> - -<p> -Di tale disposizione dell'animo lo stesso Leopardi ebbe a notare -alcuna cagione quando disse che gli antichi non considerarono mai -«la generalità degli uomini civili, che noi chiamiamo società o -mondo», quale «nemica virtù», e «certa corruttrice d'ogni buona -indole, e d'ogni animo ben avviato»; e che la educazione presso gli -antichi era pubblica e comune; presso i moderni, per contro, segregata -e solitaria<a class="tag" id="tag403" href="#note403">[403]</a>; e ancora quando disse essersi la stirpe umana, -per gl'insegnamenti della verità, dissipata in tanti popoli quanti -uomini<a class="tag" id="tag404" href="#note404">[404]</a>; ov'è manifesto accenno al soverchiante individualismo. -Checchè sia di ciò, certo si è che quella disposizione dell'animo fu -propria di moltissimi romantici. Il Taine fa cenno di uno scritto -della <i>Edinburg Review</i> dell'ottobre 1802, nel quale si attribuivano -comunemente ai romantici «les principes antisociaux et la sensibilité -maladive de Rousseau, bref un mécontentement stérile et mysanthropique -contre les institutions présentes de la société»<a class="tag" id="tag405" href="#note405">[405]</a>. -</p> - -<p> -Fu già notata da molti la somiglianza morale che il Leopardi ha -con Werther, con René, con Jacopo Ortis, con Obermann, persino -con Rolla, e con quanti sono i rappresentanti maggiori di quella modernissima -disposizione e temperie d'animo che nel presente secolo -fu detta appunto malattia del secolo. Gli è certo che il Leopardi ha -comuni con essi molti sentimenti, molti gusti e molte idee; e poichè -essi sono, con più o meno consapevolezza di chi gl'immaginò e descrisse, -vere e predilette creature del romanticismo, ne viene di conseguenza -che anche il Leopardi, se fosse personaggio immaginario -anzichè reale, potrebbe essere una creatura del romanticismo. Facciamo -una rapida enumerazione di questi altri comuni stati di animo. -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -Trattandosi di cose che ogni colto lettore ha presenti allo spirito, e -che nulla hanno d'astruso e di recondito, non sarà necessario d'indugiarsi -troppo per via, nè di far molti raffronti. -</p> - -<p> -Ho già toccato della sentimentalità del Leopardi. Se accettiamo -la distinzione che lo Schiller fece della poesia ingenua e sentimentale, -quella attribuendo agli antichi, questa ai moderni; distinzione che -può dar luogo ad alcune obbiezioni, ma che non è nè arbitraria, nè -vana; non possiamo non riconoscere che la poesia del Leopardi appartiene -piuttosto alla seconda che alla prima specie: e se ricordiamo -che la sentimentalità fu sempre considerata come una delle più spiccate -qualità dei romantici e dell'arte loro, dovremo pur riconoscere -che il Leopardi, per la forma generale e, dirò così, diffusa e vaga -del sentimento, è assai più romantico che classico. Gli è vero che -una certa forma di sentimentalità fu nel secolo scorso (e pare strano -a dire) favorita dalla stessa filosofia della ragione, almeno in quanto -voleva essere filosofia umanitaria; ma è da notare altresì che la -filosofia del secolo scorso favorì in più maniere il romanticismo, un -pezzo prima che questo si stringesse in alleanza con l'idealismo tedesco -o col cristianesimo; del che si potrebbero recare le prove, non -fosse il rischio di andar troppo per le lunghe. Il Rousseau fu un gran -ragionatore, un gran sentimentale e, come s'è detto, uno degl'institutori -massimi del romanticismo; e Giuseppe Montani, che fu uno -dei romantici nostri più intelligenti e ferventi, fu pure un grandissimo -ammiratore del Leopardi, e, come il Leopardi, un discepolo dei filosofi -francesi. -</p> - -<p> -Se da questo sentimento generale e diffuso passiamo ai sentimenti -specificati e definiti, ne troviamo nel Leopardi parecchi, che -certo non appartengono ai soli romantici, dacchè nessun sentimento -può tutto appartenere a un tempo solo, a una generazione sola; ma -sono, specialmente se contrassegnati da certi caratteri, assai più -proprii dei romantici che dei classici. -</p> - -<p> -Della melanconia del Leopardi non dirò altro, avendone già detto -a sufficienza in altro luogo. Ricorderò solo che la <i>melanconia dolce</i>; -quella che già da oltre mezzo secolo i romantici levavano a cielo -con le lodi; quella che lo stesso Goethe gustò con delizia (<i>Wonne -der Wehmuth; Trost in Thränen</i>), fu detta dal Leopardi più <i>dolce -dell'allegria</i><a class="tag" id="tag406" href="#note406">[406]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -</p> - -<p> -Il rimpianto, quello che i francesi dicono <i>regret</i>, non fu molto -famigliare agli antichi, i quali, se poco vissero con la fantasia nel -futuro, meno ancora vissero nel passato. Ulisse si scioglie in lacrime -udendo dalla bocca di Demodoco la propria sua storia; e così Enea, -ricordando la patria; ma la loro è commozion viva e passeggiera, che -non aduggia l'animo, non lo svigora nel desiderio vano dell'irrevocabile. -Ovidio, dal Ponto, evoca senza fine il ricordo di Roma e de' -suoi gaudii; ma Ovidio fu detto un romantico del secolo d'Augusto. -L'animo del Leopardi si strugge nel rimpianto. Gli antichi ebbero -in pregio e in onore, più che ogni altra età della vita, la virilità gagliarda -e operosa: i romantici per contro, e con essi il Leopardi, -predilessero e celebrarono gli anni in cui più può la illusione, e -l'anima, non ancora allacciata e vinta dalla realtà, può abbandonarsi -liberamente nelle braccia del sogno. Lo Chateaubriand adorò la propria -giovinezza, e inconsolabilmente ne pianse la perdita. Il Leopardi -pianse la propria quando, <i>amara e deserta</i>, era ancora presente; la -pianse anche più quando fu dileguata; ma sopratutto pianse la -fanciullezza e colla fanciullezza disse finita la vita «per tutti quelli -che pensano e sentono»<a class="tag" id="tag407" href="#note407">[407]</a>. -</p> - -<p> -Il Leopardi che patì terribilmente la noja, disse nessuna cosa -essere della noja più ragionevole; e che «la noia non è se non di -quelli in cui lo spirito è qualche cosa»; e che «la noia è in qualche -modo il più sublime dei sentimenti umani»<a class="tag" id="tag408" href="#note408">[408]</a>. Opinione che avrebbe -scandalizzato un antico, ma non il Pascal<a class="tag" id="tag409" href="#note409">[409]</a>, non i romantici. Non ci -fu quasi romantico che non volesse essere partecipe di questa sublimità. -«Je crois que je me suis ennuyé dès le ventre de ma mère», -gemeva, non senza compiacimento, lo Chateaubriand; e René: «je -ne m'apercevais de mon existence que par un profond sentiment -d'ennui». Del tedio della vita, che comincia, si può dire, a prender -forma moderna nell'anima di messer Francesco Petrarca, non accade -discorrere. Il Leopardi l'ebbe comune con tutta una schiera numerosissima -di romantici; e questo sentimento, quanto lo avvicina -senza ch'egli se ne avvegga, ai cristiani, tanto lo discosta dai pagani. -Il Leopardi non espresse per l'ascetismo cristiano l'ammirazione di -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -cui lo stimò degno lo Schopenhauer; ma giudicò degnissimi di lode -i pensieri e le sentenze di Cristo intorno al mondo, e in più particolar -modo avvertì: «Il mondo nemico del bene, è un concetto, quanto -celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, tanto o poco meno -sconosciuto agli antichi»<a class="tag" id="tag410" href="#note410">[410]</a>. E all'ascetismo cristiano lo raccostano -ancora l'avversione alla scienza, ch'egli ha comune col Werther, e -l'opinione che sia vana, e oziosa veramente, ogni umana operazione. -</p> - -<p> -Se alla sentimentalità vaga e diffusa, al particolar sentimento della -natura, al rimpianto abituale, aggiungiamo quel desiderio smanioso -ed acuto che il Leopardi ha dell'amore, considerato da lui, e dalla più -parte dei romantici, come unica o suprema fonte di felicità sopra la -terra, si vede che il Leopardi dà al <i>cuore</i> una preminenza che gli -antichi non pensarono a concedergli, e che invece gli fu universalmente -conceduta dai romantici. Dai <i>tristi e cari moti del core</i> riconosce -il poeta ogni dolcezza di vita; -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Da te, mio cor, quest'ultimo</p> -<p class="i01">Spirto, e l'ardor natio,</p> -<p class="i01">Ogni conforto mio</p> -<p class="i01">Solo da te mi vien<a class="tag" id="tag411" href="#note411">[411]</a>;</p> -</div></div> - -<p> -e quando gli sembra di non avere più nulla a sperare sopra la terra, -dice al proprio cuore: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Posa per sempre. Assai</p> -<p class="i01">Palpitasti. Non val cosa nessuna</p> -<p class="i01">I moti tuoi, nè di sospiri è degna</p> -<p class="i01">La terra<a class="tag" id="tag412" href="#note412">[412]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Or chi non sa che per Werther, come pel Rousseau, il cuore è -tutto? E come Werther il Leopardi si diletta delle lacrime, e come -il Rousseau celebra il Leopardi la sensitività. Nel suo <i>cormentalismo</i> -il Maroncelli stabilisce tra core e mente una certa eguaglianza o un -certo equilibrio: il Leopardi dà al cuore la primazia e il sopravvento. -</p> - -<p> -Quel senso dell'indefinito e dell'infinito che noi troviam nel Leopardi, -com'è cosa assai più cristiana che pagana, così ancora -è cosa assai più romantica che classica. Rileggasi la breve poesia -del Leopardi intitolata appunto <i>L'Infinito</i>, e confrontisi con questo -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -passo di una nota lettera del Rousseau: «Bientôt de la surface de la -terre j'élevais mes idées à tous les êtres de la nature, au système -universel des choses, à l'être incompréhensible qui embrasse tout. -Alors l'esprit perdu dans cette immensité, je ne pensais pas, je ne -raisonnais pas, je ne philosophais pas; je me sentais, avec une sorte -de volupté, accablé du poids de cet univers, je me livrais avec ravissement -à la confusion de ces grandes idées, j'aimais à me perdre -en imagination dans l'espace; mon cœur resserré dans les bornes -des êtres s'y trouvait trop à l'étroit; j'étouffais dans l'univers; j'aurais -voulu m'élancer dans l'infini»<a class="tag" id="tag413" href="#note413">[413]</a>. A queste parole, e a quelle del -poeta italiano, molti riscontri si potrebbero trovare, per una parte -nel Pascal, per un'altra nello Chateaubriand e in numerosi romantici -d'ogni lingua. -</p> - -<p> -Ancora sente di romantico nel Leopardi la grande importanza -e dignità che, sia nella vita, sia nell'arte, egli riconosce alla fantasia, -giudicata facoltà superiore alla ragione; e il concetto quasi mitico -ch'egli si forma del genio; e quell'ardor d'entusiasmo, che fu, -nel romanticismo, una reazione contro il razionalismo freddo e tagliente. -Che se poi ricordiamo essere stato il romanticismo definito -da alcuni un eccesso di soggettivismo, e pensiamo quanta fu, e di che -maniera, la soggettività del Leopardi, non potremo non venire nella -conclusione che, anche per questo rispetto, il Leopardi fu assai men -classico che romantico. Quella soggettività permalosa si dà anche a -conoscere, se non erro, nel fatto che il poeta non esercitò, da quella -di poeta e di studioso in fuori, altra professione. Intendo bene che -la ragion prima e principale di ciò è da cercare nell'affranta salute; -ma ce ne fu probabilmente un'altra. Già il Petrarca ebbe a considerare -la professione, il cómpito determinato e tirannico, quale una -menomazione dell'uomo. Il Rousseau non potè mai assoggettarsi a -un officio stabile. Werther dice gli impieghi, occupazioni da cenciosi. -René, Obermann, non si sa che cosa facciano. Rolla non ha -imparato a far nulla: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Il eut trouvé d'ailleurs tout travail impossible:</p> -<p class="i01">Un gagne-pain quelconque, un métier de valet,</p> -<p class="i01">Soulevait sur sa lèvre un rire inextinguible<a class="tag" id="tag414" href="#note414">[414]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Il Leopardi s'ammazzò col lavoro, ma col lavoro libero<a class="tag" id="tag415" href="#note415">[415]</a>. Il suo esagerato -soggettivismo doveva ripugnare ad ogni altra maniera di occupazione, -e come quel soggettivismo è romantico, così ancora sono -romantici la perpetua preoccupazion di sè stesso e la particolar forma -di lirismo che ne derivano. Che più? Se ci abbisogna qualche indizio -di satanismo, nemmen questo manca. Tra le carte lasciate dal -Ranieri si trova l'appunto di una specie d'invocazione ad Arimane -che comincia con le parole: <i>Re delle cose, autor del mondo</i>, e dove -il poeta si vanta d'essere stato di Arimane il maggior predicatore e -l'apostolo della sua religione<a class="tag" id="tag416" href="#note416">[416]</a>. -</p> - -<p> -Se molto di romantico troviamo in certi sentimenti e abiti mentali -del Leopardi, molto ancora troviamo in certe sue inclinazioni -e opinioni, in alcuni giudizii e propositi che più direttamente riflettono -la letteratura e l'arte. -</p> - -<p> -Sino dalla prima sua giovinezza egli si mostra risolutamente avverso -alla imitazione, e tiene la originalità in grandissimo conto. Ora, -che altro facevano i classicisti se non predicar del continuo che gli -antichi non potevano essere superati, e che perciò la più savia cosa -che i moderni potessero fare era d'imitarli? e che altro i romantici -se non gridare che la imitazione rovinava la poesia, e che non è -vera poesia dove non è originalità, cioè spontaneità, cioè inspirazione -propria e sincera? Il 10 dicembre del 1810 il Leopardi scriveva -al Giordani: «Dimmi se l'opera del Monti va innanzi, e il poema -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -dell'Arici se lo stimi da qualche cosa. Io non l'ho già veduto, eccetto -alcuni versi. Dico sinceramente che m'hanno confermato nella -opinione ch'io n'avea. In sostanza Omero, Virgilio, l'Ariosto, il Tasso -hanno scritto poemi eroici, e fatta una strada. Qualunque italiano si -metta alla stessa impresa, già non pensa neppure in sogno di correre -un altro sentiero. E non dico solamente un altro sentiero in grande, -ma neanche nelle minuzie. E quando l'Arici arrivasse anche a darci -un altro Tasso, non bastava quello che avevamo?.... In Italia -è morta anche la facoltà d'inventare e d'immaginare, che pareva -e pare tuttavia così propria della nostra nazione»<a class="tag" id="tag417" href="#note417">[417]</a>. Ricordiamoci -a questo proposito che il Keats diceva essere l'invenzione la stella -polare della poesia, e che lo Shelley definiva la poesia la espressione -della immaginativa<a class="tag" id="tag418" href="#note418">[418]</a>. -</p> - -<p> -Allo stesso Giordani il Leopardi scriveva e riscriveva che tutto -era da rifare in Italia in materia di letteratura; la lirica, la quale -gli pareva non fosse anco nata tra noi; la tragedia, di cui l'Alfieri -aveva insegnata una forma sola; l'eloquenza poetica, letteraria e -politica; «la filosofia propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni -genere accomodata all'età nostra, fino a una lingua e a uno stile, -ch'essendo classico e antico, paia moderno e sia facile a intendere -e dilettevole così al volgo come ai letterati». Voleva rifatto <i>il di -fuori e il di dentro della prosa</i>, e si doleva che la fortuna gli avesse -tolto ormai persino la «speranza di mostrare all'Italia qualche cosa -ch'ella presentemente non si sappia neanche sognare»<a class="tag" id="tag419" href="#note419">[419]</a>. Se ne togliamo -quello stile, ch'essendo classico e antico, paja anche moderno<a class="tag" id="tag420" href="#note420">[420]</a>, -che cosa è qui che dovesse spiacere ai romantici? Non dicevano -essi per l'appunto che tutto era da rifare in letteratura? E -bene o male, che non è da discuterne ora, non rifecero essi, o, almeno, -non tentarono di rifare ogni cosa? -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -</p> - -<p> -L'idea di una letteratura civile non è, di certo, propria de' soli -romantici, sebbene appartenga anche a loro; ma si può ben dire -che sia tutta loro nei tempi moderni l'idea di una letteratura popolare. -Il Leopardi, che giudicava dovere le lettere dipendere dalla filosofia, -e credeva non poter essere nazione dove non sia letteratura<a class="tag" id="tag421" href="#note421">[421]</a>, -volle letteratura civile e volle letteratura popolare. Le sue proprie -parole tolgono ogni dubbio in proposito. Già in quelle prime sue -lettere al Giordani egli accennava ad una letteratura <i>non segregata -dal popolo</i>, e al Montani in quello stesso tempo scriveva: «per corona -de' nostri mali, dal seicento in poi s'è levato un muro fra i letterati -ed il popolo che sempre più s'alza, ed è cosa sconosciuta appresso -le altre nazioni. E mentre amiamo tanto i classici, non vogliamo -vedere che tutti i classici greci, tutti i classici latini, tutti gl'italiani -antichi hanno scritto pel tempo loro, e secondo i bisogni, i -desideri, i costumi e sopra tutto il sapere e l'intelligenza de' loro compatriotti -e contemporanei»<a class="tag" id="tag422" href="#note422">[422]</a>. Il poeta deve scrivere per il volgo, e -la letteratura dev'essere utile, ripeteva egli poco di poi<a class="tag" id="tag423" href="#note423">[423]</a>; e nel già -ricordato disegno di uno scritto sulla condizione delle lettere italiane -affermava novamente esser necessario «di render qui, com'è -già totalmente altrove, popolare la letteratura vera italiana, adatta -e cara alle donne e alle persone non letterate», e batteva sulla «necessità -di libri italiani dilettevoli e utili per tutta la nazione»<a class="tag" id="tag424" href="#note424">[424]</a>. Perciò -parlava con disprezzo di quella letteratura che tutta consisteva in -far sonetti e versi latini<a class="tag" id="tag425" href="#note425">[425]</a>; e vagheggiava di scrivere libri atti a muovere -gl'italiani e rigenerare la patria, vite del Kosciuszko e del -Paoli, ecc. Forma molto acconcia a tal fine parevagli quella del romanzo -storico e della biografia; e pensava l'autore di sì fatti libri -dovere avere tutte le virtù dello storico, senza però volere far opera -storica propriamente, ma esortativa, anche ajutandosi colla «possibile -piacevolezza dei racconti»<a class="tag" id="tag426" href="#note426">[426]</a>. Voleva letteratura dilettevole, parendogli -che «il privare gli uomini del dilettevole negli studi» fosse -«un vero malefizio al genere umano»<a class="tag" id="tag427" href="#note427">[427]</a>. Giunse persino a dissuadere -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -dal far versi, perchè esercizio frivolo e da servire ai tiranni<a class="tag" id="tag428" href="#note428">[428]</a>. Veggasi -ora se queste opinioni e questi propositi contrastino alla celebre formola: -<i>l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per -mezzo</i><a class="tag" id="tag429" href="#note429">[429]</a>. -</p> - -<p> -Fu notato da un pezzo che il <i>Consalvo</i>, a cominciare dai nomi -dei personaggi (non importa sapere se presi in qualche luogo, e -dove), è cosa tutta romantica; e il Carducci scoperse un lembo di -romanticismo persino ne' versi alla sorella Paolina. E che diremo -di quella <i>Storia di un'anima</i> che il Leopardi avrebbe voluto comporre? -Sotto questo titolo di sapore prettamente romantico, doveva -venir fuori un «Romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche -e queste sarebbero delle più ordinarie; ma racconterebbe le -vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue -prime ricordanze fino alla morte»<a class="tag" id="tag430" href="#note430">[430]</a>. Una specie di <i>Werther</i>, come -si vede. -</p> - -<p> -Nella questione della lingua certo non si può dire che il Leopardi -consentisse in tutto coi romantici, ma nemmeno si può dire che dissentisse -in tutto da loro. Giovanissimo, egli aveva giudicata la lingua -italiana <i>sovrana, immensa, onnipotente</i>, di gran lunga superiore alla -francese; ma già sentiva, contro la opinion del Giordani, di dovere -attingere alle fonti popolari<a class="tag" id="tag431" href="#note431">[431]</a>. Più tardi gli entrava qualche dubbio -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -circa l'assoluta superiorità della lingua italiana; e contro la comune -opinione dei puristi e dei classicisti, s'avvedeva «che anche -la notizia di più linghe conferisce mirabilmente alla facilità, chiarezza -e precisione del concepire»<a class="tag" id="tag432" href="#note432">[432]</a>; e pensava di scrivere un libro intorno -alle lingue meridionali, cioè greca, latina, italiana, francese e -spagnuola, e di farlo con criterii di filosofo e non di cruscante. Gli -era venuto a grandissima noja quell'eterno battagliare che si faceva -in Italia intorno alla lingua senza risolver mai nulla, e si raccomandava -allo Stella perchè non lasciasse sapere a nessuno che gli compendiava -il Cinonio, temendone infamia di pedante, e d'esser posto -dal pubblico «onninamente, e per viva forza, in quella classe, dalla -quale», con le parole e con gli scritti, aveva «tanto cercato di separarsi»<a class="tag" id="tag433" href="#note433">[433]</a>. -Sentiva, ciò nondimeno, il gran bisogno che l'Italia avesse -una lingua adatta ai tempi e alle necessità della nazione; onde, -mentre voleva che gli scrittori d'Italia fossero italiani e non barbari, -voleva pure si sciogliessero una buona volta dai lacci di quel -purismo che viveva, anzi languiva, segregato dal mondo, e il Vocabolario -avessero in conto di consigliere e d'ajutatore, non di tiranno<a class="tag" id="tag434" href="#note434">[434]</a>. -Del resto, sino dal novembre del 1820, diceva, come avrebbe potuto -dire un qualsiasi romantico, che gli studii suoi <i>oramai cadevano, non -sulle parole, ma sulle cose</i><a class="tag" id="tag435" href="#note435">[435]</a>. -</p> - -<p> -I romantici furono grandi preconizzatori della prosa poetica. Il -Leopardi fu d'avviso che la bella prosa dovesse aver sempre del -poetico: diceva che nelle operette morali aveva voluto fare poesia -in prosa, e considerava come possibile una epopea in cui la prosa -fosse adoperata in luogo del verso<a class="tag" id="tag436" href="#note436">[436]</a>. -</p> - -<p> -Dopo tutto ciò parmi sia da credere che il Leopardi, sebbene -scrivesse alla sorella Paolina: «Il 25 luglio 1830 ho rovinata coll'Europa -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -la letteratura per un buon secolo»<a class="tag" id="tag437" href="#note437">[437]</a>, non fosse poi tanto -avverso ai romanticismo; e che veramente non fosse è provato ancora -dalle sue relazioni con l'<i>Antologia</i>, e da certi giudizii suoi sopra -alcuni dei più grandi scrittori del tempo. -</p> - -<p> -L'<i>Antologia</i>, sebbene desiderasse di conciliare le due scuole contrarie, -fu nello spirito e nell'indirizzo essenzialmente romantica, e -fece, con più temperanza, in Italia quello che il <i>Globe</i> in Francia. -Il Vieusseux stimava, o (ch'è più probabile) diceva di stimare pura -questione di parole la questione dei classicisti e dei romantici; ma -nella Rassegna da lui diretta sostenevano strenuamente le ragioni -della nuova scuola il Montani, che il Lampredi chiamava l'Achille -e il Rinaldo dei romantici, il Tommaseo e altri parecchi; e sta di -fatto che i giornali letterarii d'allora più fidi alla causa del classicismo, -davano assai volentieri addosso all'<i>Antologia</i>, non sempre per -ragioni letterarie, a dir vero, ma, insomma, anche per quelle. Sollecitato -infinite volte dal Vieusseux a scrivervi come e di che più gli -piacesse, il Leopardi nell'<i>Antologia</i> non istampò se non un saggio -delle <i>Operette morali</i><a class="tag" id="tag438" href="#note438">[438]</a>; ma non è quasi lettera sua al Vieusseux stesso -ove non si leggano grandissime lodi di quello ch'egli apertamente -chiamava il miglior giornale d'Italia<a class="tag" id="tag439" href="#note439">[439]</a>, mentre non celava punto il -proprio disprezzo per la <i>Biblioteca Italiana</i>, con la quale ben presto -si ruppe, e pel <i>Giornale arcadico</i>, entrambi avversarii fierissimi del -romanticismo. Dava ancora grandissime lodi al Tommaseo, prima -che si guastassero<a class="tag" id="tag440" href="#note440">[440]</a>, e al Montani, senza aspettare che questi abjurasse: -e il Montani, levando a cielo i versi del Leopardi, malmenati -dagli arcadi<a class="tag" id="tag441" href="#note441">[441]</a>, affermava di udire in essi «la voce di un fratello di -Werther»<a class="tag" id="tag442" href="#note442">[442]</a>. Il precetto che nell'<i>Antologia</i> dava il Tommaseo, combattendo -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -la mitologia: «scrivere come il cuore li detta; e scrivere -a giovamento dei più», non poteva non avere l'assentimento di quel -Leopardi di cui abbiamo riferite pur ora parole in tutto consone a -queste. -</p> - -<p> -Notinsi ora alcuni giudizii del nostro poeta sopra scrittori contemporanei. -Il Goethe, che fu tanto benevolo ai romantici italiani, -gli piaceva poco. In una lettera al Puccinotti, del 5 giugno 1826, -leggiamo: «Le memorie del Goethe hanno molte cose nuove e proprie, -come tutte le opere di quell'autore, e gran parte delle altre scritture -tedesche; ma sono scritte con una così salvatica oscurità e confusione, -e mostrano certi sentimenti e certi principî così bizzarri, -mistici e da visionario, che, se ho da dirne il mio parere, non mi -piacciono veramente molto»<a class="tag" id="tag443" href="#note443">[443]</a>. Il Goethe un mistico e un visionario! -Strano troppo che al possibile autore della <i>Storia di un'anima</i> non -avesse almeno a piacere il <i>Werther</i>; ma è da ricordare che il Leopardi -non seppe di tedesco. -</p> - -<p> -Seppe d'inglese; e se nomina lo Scott senza dirne nè bene nè -male<a class="tag" id="tag444" href="#note444">[444]</a>, parla invece con molta ammirazione del Byron, nel quale, -com'è noto, lo stesso Goethe vedeva armonizzate e fuse le due tendenze, -classica e romantica. Nella lettera al Puccinotti testè citata il -Leopardi scriveva: «Veramente questi è uno dei pochi poeti degni -del secolo, e delle anime sensitive e calde come la tua»<a class="tag" id="tag445" href="#note445">[445]</a>. Dell'Hugo, -il quale, dopo aver fatto tanto chiasso in Francia, cominciava a farne -anche in Italia, non una parola<a class="tag" id="tag446" href="#note446">[446]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -</p> - -<p> -Del Monti, nella poesia del quale il Tommaseo doveva andar poi -rintracciando le infiltrazioni romantiche<a class="tag" id="tag447" href="#note447">[447]</a>, il Leopardi ebbe, in tempi -diversi, assai diverso concetto. In sul finire del 1818, stampate in -Roma le due canzoni <i>All'Italia e Sul monumento di Dante</i>, il giovane -poeta le dedicò entrambe con parole di somma reverenza a colui -che, con pochissimi altri, sosteneva l'<i>ultima gloria</i> della patria. Più -tardi, senza che si possa con precisione dir quando, diede del Monti -un giudizio che discordava notabilmente da quello tutto ammirativo -dell'universale, lodandone sì le doti della immaginativa e del verseggiare, -ma soggiungendo poi subito che gli mancava «tutto quello -che spetta all'anima, all'affetto, all'impeto vero e profondo, sia sublime, -sia massimamente tenero»; dicendolo un poeta dell'orecchio e -non del cuore; biasimando sopratutto la «ributtante freddezza e -aridità» con cui andava «in traccia di luoghi di classici greci e -latini, di espressioni, di concetti, di movimenti classici, per esprimerli -elegantemente»; e accusandolo di non far quasi altro che tradurre -i classici<a class="tag" id="tag448" href="#note448">[448]</a>. Che cosa avrebbe potuto dire di più un romantico? -</p> - -<p> -La <i>divinizzazione</i> che del Manzoni fece il Tommaseo nell'<i>Antologia</i>, -e propriamente nel fascicolo d'ottobre del 1827, parve eccessiva -al Leopardi<a class="tag" id="tag449" href="#note449">[449]</a>; ma non così le giuste, e pur grandi lodi che altri -gli davano; e fra i lodatori fu più volte egli stesso. Il 23 d'agosto -del 1827, lette, anzi udite leggere solo poche pagine dei <i>Promessi -Sposi</i>, scriveva allo Stella che in Firenze le persone di gusto trovavano -il romanzo «molto inferiore all'aspettazione», mentre altri lo -lodavano<a class="tag" id="tag450" href="#note450">[450]</a>; ma pochi giorni dopo, agli 8 di settembre, allo stesso -Stella scriveva: «Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente -il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità -e degno della sua fama»<a class="tag" id="tag451" href="#note451">[451]</a>. Il Mamiani riferì un giudizio del -Leopardi sui <i>Promessi Sposi</i>, sfavorevole nei rispetti civili, ma non -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -in quelli dell'arte<a class="tag" id="tag452" href="#note452">[452]</a>; e ai 25 di febbrajo del 1828 lo stesso poeta scriveva -al Papadopoli: «Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, -non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di -un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui -che ho avuto seco a Firenze. È un uomo veramente amabile e -rispettabile»<a class="tag" id="tag453" href="#note453">[453]</a>. Nel giugno prometteva al fratello Pier Francesco, -ch'era, come il padre Monaldo, grande ammiratore del Manzoni, di -portare da Firenze a Recanati tutte le opere dello scrittore lombardo, -meno il romanzo che quei di casa già possedevano<a class="tag" id="tag454" href="#note454">[454]</a>; e in quello stesso -mese scriveva al padre: «Ho piacere che ella abbia veduto e gustato -il Romanzo cristiano di Manzoni. È veramente una bell'opera; -e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo»<a class="tag" id="tag455" href="#note455">[455]</a>. -</p> - -<p> -Non ci sfugga un giudizio, non più sopra uomini, ma sopra una -città, il quale può avere anch'esso qualche importanza nel caso presente. -Pisa piaceva molto al poeta, che la giudicava «un misto di -città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto -così romantico» ch'egli non aveva mai veduto l'uguale<a class="tag" id="tag456" href="#note456">[456]</a>. Non sappiamo -quanto contribuisse a fargli piacere quel misto così romantico -ciò che di medievale conserva ancora l'antica città; ma gli è certo -che il poeta non addimostrò pel medio evo quella predilezione che -fu comune ai romantici; nè possono bastare a far fede del contrario -i pochi versi della canzone ad Angelo Mai dov'esso è ricordato con -desiderio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> O torri, o celle,</p> -<p class="i01">O donne, o cavalieri,</p> -<p class="i01">O giardini, o palagi! a voi pensando,</p> -<p class="i01">In mille vane amenità si perde</p> -<p class="i01">La mente mia.</p> -</div></div> - -<p> -Ricordiamoci ch'erano i tempi in cui l'ammirazione per l'Ariosto era -divenuta in Inghilterra infatuazione bella e buona. Può ben darsi -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -che in quei pochi versi sia corso qualche influsso romantico; ma è -da notare in generale che la poesia storica, tanto cara ai romantici, -la poesia intesa a risuscitare il passato in forme colorite e svariate, -non ebbe l'amor del Leopardi, come non l'ebbe quello che chiamarono -<i>esotismo</i><a class="tag" id="tag457" href="#note457">[457]</a>. Ma coi romantici s'accordava per un altro verso il -Leopardi, volendo che la poesia esprimesse di proposito il sentimento, -il cuore. -</p> - -<p> -Nell'arte del Leopardi, intendendo ora più propriamente per arte -l'insieme dei mezzi atti a significare pensieri, sentimenti e fantasmi, -di romantico c'è invero ben poco. Come i romantici d'Italia e di fuori, -il Leopardi tende a sciogliersi dalle tradizionali pastoje ritmiche e -metriche: come quelli d'Italia e di Inghilterra ha in pregio lo sciolto: -come quelli d'Italia pare che non gusti molto il sonetto, che in -Inghilterra tornava in onore; ma certo non gli passò mai pel capo -di comporre nè una romanza nè una ballata all'uso romantico; nè -ebbe cara la rima così come l'ebbero cara i romantici; nè si piacque -del decasillabo e dell'ottonario, usati dai romantici a profusione; -e l'ottava non adoperò se non in componimento satirico. In più cose -discordò dai romantici affatto, specialmente dai francesi. Considerò -le parole innanzi tutto come segni d'idee, e non le cercò per sè stesse, -attribuendo loro qualità da poter essere gustate, in certo qual modo, -oltrechè con l'orecchio, anche con la vista e col tatto; non corse -dietro alle onomatopee; non esagerò l'arte di cromatizzare i periodi; -non credette che la virtù somma dello stile stesse nel pittoresco<a class="tag" id="tag458" href="#note458">[458]</a>. -Fu sobrio, come, del resto, il maggiore dei romantici nostri; e se -desiderava una «vera prosa bella italiana, inaffettata, fluida, armoniosa, -propria, ricca, efficace, evidente, pura», stimava fosse «da -cavarsi da' trecentisti, dagli altri scrittori italiani, da' greci quanto -a moltissime forme, da' latini quanto a moltissime così forme come -parole»<a class="tag" id="tag459" href="#note459">[459]</a>; e riuscì nelle prose sue terso, trasparente, perspicuo, ma -un po' freddo, e non tanto moderno di sicuro quanto avrebbe voluto, e -senza punto di quel disordine, di quegli ardimenti, di quegli ardori -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -di cui più si compiacevano i romantici. Ancora il Leopardi cura la -composizione quanto i romantici la trascurano, e se quelli molte -volte abbozzano, egli sempre finisce; e sa, non meno nei versi che -nelle prose, contemperare entrambi gli elementi della inspirazione, -il personale e l'impersonale, con senso della proporzione e con aggiustatezza -che da quelli non si conobbe. -</p> - -<p> -Dopo di ciò possiamo concludere. Se è vero, com'è verissimo, che -il romanticismo non tanto consiste nella qualità dei tempi presi a -trattare, quanto nel modo di sentire e di concepire, e che si può, -come il Byron e l'Hugo, riuscire romantici anche trattando temi classici; -sarà altresì vero che il Leopardi, guardato nella psiche, è -assai più romantico che classico: e se è vero che l'arte classica, a -paragone della romantica, è fatta essenzialmente di misura, di compostezza, -di euritmia, di sobrietà, di chiarezza, sarà altresì vero che -il Leopardi, guardato nell'arte, è assai più classico che romantico. -</p> - -<p> -Ma dell'arte del Leopardi mi accingo ora a dire più di proposito -e più distesamente. -</p> - -<h3 id="leop7">CAPITOLO VII. -<span class="smaller"><span class="smcap">L'arte del Leopardi.</span></span></h3> - -<p> -Chi dicesse che l'arte di ciascuno artista prende vita e movimento -da tutta quanta la persona fisica e psichica che la crea; che quale -è la complessione e l'indole di ciascuno, tale ancora si è l'arte; direbbe -cosa senz'alcun dubbio verissima, ma non direbbe forse, tutta -la verità. Gli è certo che l'artista, sia egli pittore, scultore, o architetto, -o musico o poeta, fa l'arte sua, non solamente co' proprii pensieri -e co' proprii sentimenti, ma ancora co' proprii sensi, co' proprii -nervi, col proprio sangue, con tutto sè stesso; e che l'arte sua varia, -talvolta dall'uno all'altro giorno, secondo che varia la composizione -e l'equilibrio degli elementi e delle forze onde la instabile sua persona -continuamente si forma e si sforma. Natura povera, arte povera; -natura esuberante, arte esuberante. Studiando le tele di Raffaello, -di Michelangelo, del Rembrandt, noi possiamo, sino ad un -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -certo segno, giungere a conoscere il temperamento e l'indole di Raffaello, -di Michelangelo, del Rembrandt. Se di Dante non fosse giunta -sino a noi nessun'altr'opera, nessuna notizia biografica, noi, leggendo -la <i>Commedia</i>, potremmo intendere che maniera d'uomo egli -fosse; anzi il poema ce lo può far conoscere meglio che non possa -la biografia più accurata e più minuta. Vittore Hugo è tutto ne' suoi -versi. Se un uomo potess'essere privo affatto di carattere e attendere -a un'arte, l'arte di lui sarebbe affatto priva di carattere; onde gl'imitatori, -che hanno poco carattere, producono arte senza suggello, -mentre i genii, che son tutti carattere, producono arte originalissima, -anche quando s'approprian l'altrui. Ciò che diciamo ambiente è potentissimo, -premendo per così dire tutto all'intorno, a conformare -l'arte; ciò nondimeno esso propriamente non preme e non opera -se non mediatamente, attraverso l'organismo mentale e corporeo -dell'artista. Ma non per questo si può dire che conosciuto quel doppio -organismo, sia pur conosciuta, in ogni sua qualità, l'arte che ne -proviene; dacchè, per una parte, è impossibile in pratica, e nelle -presenti condizioni del nostro sapere, fare il computo degl'innumerevoli -eccitamenti e delle innumerevoli inibizioni che di continuo si -producono nell'anima dell'artista; e, per un'altra, quelle idee che -l'uomo riceve per virtù di ragione, essendo indipendenti, almeno -entro certi limiti, dalla complessione e dall'indole, possono operare -sull'arte in modo disforme dall'indole e dalla complessione, o anche -in contrasto con esse. Che la terra gira intorno al sole e non il sole -intorno alla terra, è verità che può piacere agli uni e dispiacere agli -altri, ma che, dimostrata, entra nello spirito, così dell'uomo sanguigno -come del linfatico, così del robusto come del gracile, e che -entratavi, opera sì in conformità di quelle nature che l'hanno ricevuta, -ma opera ancora in conformità di sè stessa. Persuasosi, per via di -ragionamento, della verità di certe dottrine, Gustavo Flaubert rinnegò -i proprii gusti, e deliberatamente esercitò l'arte in contraddizione -co' proprii istinti e con le proprie inclinazioni. -</p> - -<p> -Venendo al Leopardi, noi possiamo avvederci, prima ancora -d'instituire una qualsiasi indagine, che a questo instabile e delicato -organismo fa difetto il copioso e fervido torrente sanguigno che corse -per le vene dell'Hugo, e fanno difetto l'eroiche energie e la salda -tempra di un Byron. Per contro notiamo subito in lui la prevalenza -del sistema nervoso e, in ispecie, dell'organo del pensiero, dove si -può dire che la maggior somma di vita del poeta s'accentri. Fu detto, -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -non senza ragione, che il cervello usurpò in lui tutte le energie, defraudò -tutte l'altre funzioni dell'organismo. Perciò fu il Leopardi, -come abbiamo notato, un intellettuale, e fu di quella piccola schiera -di poeti che, come Lucrezio, Dante, il Goethe, cercarono avidamente -la scienza; sebbene egli, dopo averla raggiunta, la dovesse giudicar -perniciosa. -</p> - -<p> -L'uomo di vulnerata e povera complessione, cui le forze bastino -appena a sostenere giorno per giorno la vita, o piuttosto a tenere -indietro la morte, bada naturalmente più a sè che al fuor di sè, tende -più a raccorsi che a spandersi, più a segregarsi che ad accomunarsi, -dacchè ogni più leggiero cimento, ogni più picciol discapito può tornargli -di danno irreparabile. E il mondo, giudice frettoloso e spensierato, -avventa accuse di durezza d'animo e biasimi d'egoismo, dove -non è veramente se non apprensione e dolore. Ma se quell'uomo abbia -in misero corpo alto e poderoso intelletto, egli uscirà per virtù di -pensiero dalla solitudine sua, e dentro all'angosciosa coscienza di sè -rifarà la coscienza del mondo; e se nacque poeta, assurgerà dai -gradi di un lirismo essenzialmente sentimentale ed elegiaco a quelli, -non di una vera e propria epopea, ma di una comprensione epica -delle cose; e se non gli verrà fatto d'incarnarsi in una molteplicità -di creature drammatiche, individuatamente configurate e distinte, riuscirà -ad intendere e a rappresentarsi nella mente il procelloso dramma -della vita. -</p> - -<p> -La natura poetica del Leopardi fu essenzialmente idilliaca ed elegiaca, -onde quelli cui egli pose da prima il nome d'idillii sono, fuor -d'ogni dubbio, i suoi componimenti migliori. Il Leopardi non ebbe mai, -nemmeno quando pensò d'averla raggiunta, quella che si potrebbe -chiamare calma epica, e quella specie di epica equanimità la quale -permette all'uomo di giudicar delle cose indipendentemente dalla -considerazione del bene e del male che a lui in particolare può derivarne. -Ciò nondimeno bisogna pur riconoscere che il Leopardi ebbe -quella che chiameremo veduta epica del mondo; giacchè se il suo -sguardo si fissa un po' troppo alle volte sovra un particolare aspetto -di quello, molte altre volte ne percorre tutti gli aspetti e tutti gli abbraccia -nella connessione e universalità loro. La opinione espressa -da taluno che il Leopardi non sarebbe riuscito poeta se fosse stato -meno infelice, e che la infelicità appunto è quella che lo fece poeta, -è contraddetta, oltrechè dai primi saggi dell'adolescente, che quella -infelicità non aveva ancor conosciuta, anche da uno studio un po' -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -attento che si faccia della sua posteriore poesia<a class="tag" id="tag460" href="#note460">[460]</a>. Bensì quella infelicità -avrà cooperato a dare alla poesia di lui alcuni caratteri particolari, -e a infonderle, per così dire, tanto di spirito lirico quanto -gliene sottraeva di epico. Certo, non si riesce ad immaginare un Leopardi -autore di una vera e propria epopea (i <i>Paralipomeni della Batracomiomachia</i> -non sono se non satira), come non si riesce ad immaginarlo -autore di un dramma (i tentativi giovanili non contano), nè -di un romanzo (salvo che fosse il <i>romanzo di un'anima</i>). -</p> - -<p> -Il mondo poetico del Leopardi è, come quello di ogni altro poeta, -determinato e condizionato dalla complessione fisica e psichica, dall'ambiente, -dagli studii, dai modi e dalle vicende della vita. Si deve -credere, senza possibilità di errare, che quel mondo sarebbe riuscito -o poco o molto diverso da quel che vediamo, non solo se il Leopardi -avesse avuto altro corpo e altro spirito, ma ancora se il Leopardi -non fosse vissuto in Italia, e in quella Italia della prima metà del -presente secolo; se avesse atteso ad altri studii, o studiato altrimenti; -se avesse vissuto più intensamente, più variamente, più dilettosamente -che non visse. Insomma è la vita, presa nel significato suo più multiforme -e più largo, quella che produce l'arte; e bene il seppe lo -Shelley, il quale riconosceva di dovere la propria inspirazione poetica -alla molteplicità e varietà delle cose vedute, de' sentimenti provati, -de' pericoli corsi. Togliete dalla vita di Dante l'amor per Beatrice, -l'esilio, la povertà, la peregrinazione dolorosa, e torrete di -mezzo al tempo stesso la <i>Divina Commedia</i>. Il tema e l'indole delle -grandi opere d'arte si patiscono e non si scelgono. -</p> - -<p> -Non si può dire che il mondo poetico del Leopardi sia angusto, -dacchè talvolta tanto si estende quanto il tempo e lo spazio e fa uno -con l'universo; ma s'ha pur da riconoscere, messo in disparte ogni -preconcetto, ch'esso è un po' povero di fatti e di forme, non molto -variato, non molto colorito. E qui parmi si vegga più direttamente -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -l'effetto della fisica costituzion del poeta, e delle sue povere fortune, -o diciamo del tenore di vita comandato da quelle. Se il mondo poetico -di lui è quale il vediamo, non è già da credere che sia tale per ineluttabile -influsso dell'idea pessimistica che dall'alto lo domina, e pel -fatto del pessimistico sentimento che tutto lo penetra. Poeta pessimista -e poeta uniforme non sono termini correlativi, sì che l'uno -supponga l'altro. Il verbo pessimistico può essere enunziato in modo -immediato e aforistico, come il Leopardi suol fare, e può essere significato -per via di persone, di azioni e di simboli, come altri poeti pur -fecero. Lo Chateaubriand fu in sostanza un pessimista in veste cristiana; -ma fu un pessimista che visse assai, amò assai, godette assai, -militò, gareggiò, viaggiò mezzo mondo, navigò sui fiumi d'America, -errò nelle foreste vergini, cercò in Roma ed in Grecia le vestigia delle -divinità pagane e in Palestina quelle di Cristo; e però non è meraviglia -se (ajutandolo, anzi movendolo da prima, che ben s'intende, la -facoltà naturale) egli potè, nella poetica prosa, far rivivere tante cose, -sfoggiarvi tanta pompa d'immagini e di colori: al quale proposito -osserva giustamente il Sainte-Beuve: «le peintre allait faire sa palette -et amasser ses couleurs»<a class="tag" id="tag461" href="#note461">[461]</a>. Altrettanto si deve dire del Byron. -Anche l'autore del <i>Don Giovanni</i> giudicò la vita uno stolto ed inutile -sogno; ma egli, quel sogno volle (e potè) sognarselo tutto, con -quanta più mutazione fosse possibile, con la maggior possibile intensità; -e di quel sogno ritrasse nella lirica, nel poema, nel dramma, -le infinite parvenze fuggevoli. Onde il suo pessimismo dà vita a -un'azion sceneggiata, piena di tumulto e di clamore, di tenebre cupe -e di fulgori abbaglianti, dove par quasi di assistere alla subitanea -creazione e alla novissima rovina di un mondo. Il Leconte de Lisle -non fu meno pessimista del Leopardi; ma il pessimismo di lui, pur -concordando nelle conclusioni tutte con quello dell'autore della <i>Ginestra</i>, -si figura e si atteggia in tutt'altro modo: e mentre l'uno rende -immagine d'una ignuda statua marmorea d'alcun nume di Grecia, -l'altro rende immagine d'un qualche gigantesco idolo dell'Oriente, -che, sovraccarico di gemme d'ogni colore, seduto sopra un'altare di -metalli preziosi, protenda, in mezzo alle pompe tutte della terra e -del cielo, la mostruosa e spaventosa sua ombra. Più che nella filosofia, -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -può il pessimismo, nell'arte, mutar forma, atteggiamento e -voce: tragico, romanzesco, impetuoso ed atroce nel Byron; amaro, -petulante, beffardo nel Heine; ingenuo, elegiaco, melodrammatico -nel De Musset; deforme e delirante nel Baudelaire. -</p> - -<p> -Qualità a primo sguardo notabili della poesia del Leopardi, assai -più dovute, credo, a natura che a studio, sono la compostezza, la -chiarezza e la sobrietà che alle nature esuberanti sembra men virtù -che difetto. Una delle cose che più impressionano di quella poesia è -il vedere tanto strazio di dolore in tanto assesto e tanta ponderazione -di forma. Non mai in essa uno di quegli artifizii di parole, o stratagemmi -d'immagini, intesi a far colpo e stordire il lettore, che sono -così frequenti, a cagion d'esempio, nella poesia dell'Hugo. Sempre, -per contro, idee facilmente intelligibili, e sentimenti facilmente comunicabili; -onde avviene che anche chi non consenta col poeta nei principii -e nelle illazioni, intende senza sforzo ogni cosa, e si diletta dell'arte. -La poesia del Leopardi è intellettiva e sentimentale; e come -intellettiva, rifugge forse un po' troppo dalle immagini, che son quasi -il tutto di altri poeti; e come sentimentale, si restringe forse a troppo -picciola parte di sentimenti umani. Ma per ciò che spetta alla prima -qualità è da dire che il poeta, sebbene maneggi meglio il concetto -che l'immagine, non si muta se non di rado in argomentatore; che -il primo germe delle sue poesie non è mai un'idea astratta; o, se è, -il poeta sa per tal modo fonderla col fatto concreto, col sentimento e -la immagine, da far del tutto, almeno nei componimenti migliori, una -unità indivisibile; e che l'idea non vi si avviluppa di erudizioni recondite, -nè ostenta formule prestigiose od arcane. Per ciò che spetta -alla seconda, è da dire che il sentimento non vi si assottiglia soverchio, -non si studia di singolarizzarsi, non isdilinquisce e non dilaga -in quella troppo fluida e quasi eterea sentimentalità di cui abusa, per -citare un esempio, il Lamartine<a class="tag" id="tag462" href="#note462">[462]</a>. Ed è l'intima fusione del sentimento -con l'idea, e di entrambi con le immagini<a class="tag" id="tag463" href="#note463">[463]</a>, quella che conferisce -tanta e così durevole attrattiva alla poesia del Leopardi; la quale, -pure esprimendo, come lo Schelling voleva, l'infinito nel particolare, -ed essendo fatta, per molta parte, di rimembranza e di sogno, riesce -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -un tutto concreto, saldo, determinato, evidente, che contrasta in singolar -modo, per citare un altro esempio, con la poesia moltivaga, -velata, fiorente, folgoreggiante dello Shelley. Poesia smagliante la -poesia del Leopardi non è. Difettano in essa i colori spiccati ed accesi, -che mal si convengono alla stanchezza, alla tristezza, alla noja; -abbondano per contro le mezze tinte, che a quelle condizioni e a quei -sentimenti più si confanno; ma vi abbondano senza produr confusione -e senza lasciare quella impressione di <i>grigio su grigio</i> di cui -un critico si lamenta<a class="tag" id="tag464" href="#note464">[464]</a>. Il Goethe faceva poesia di tutto quanto gli -arrecasse o piacere o dolore: il Leopardi non fa poesia se non di ciò -che gli arreca dolore, nulla essendovi che gli arrechi piacere. Che se -in quella poesia si può riconoscere assai volte un pensare e un sentire -che ha più del settentrionale che del meridionale; e se, in più -particolar modo, quell'accoramento e struggimento che sempre vi si -sente, anche se il poeta non l'esprima, hanno somiglianza molta con -la <i>Wehmuth</i> e la <i>Sehnsucht</i> dei Tedeschi, e poco allignano in Italia; -ogni altra cosa vi è, non dirò greca propriamente, non dirò latina, -ma quale sembra che questo cielo e questa natura e quest'indole e -storia di popolo richiedano. -</p> - -<p> -Riconosciuto nel Leopardi un certo insieme di stati fisici e psichici -costituenti quella che dicono degenerazione, altri crederà di -doversi affrettare a cercarne i segni e le riprove nell'arte sua, e forse -s'immaginerà di trovarveli agevolmente. Ma qui per lo appunto cominciano -le difficoltà grandi, dacchè per quel tanto abusato ed elastico -nome di degenerazione non si sa ormai più che cosa si debba propriamente -intendere, e non vi sono quasi due dotti che l'usino nello -stesso significato, e nella pratica riesce pressochè impossibile fare -l'accertamento o il ragguaglio di quelle tante occulte azioni e reazioni, -e di que' tanti rinfranchi dell'organismo e fisico e psichico, per cui -molte cause rimangono continuamente frustrate de' loro effetti, e -l'equilibrio, turbato da una parte, si ricompone da un'altra. Onde, -salvo che nei casi estremi e tipici, il giudizio torna assai malsicuro, -e facilmente può essere soverchiato dal pregiudizio. -</p> - -<p> -Quanto all'arte del Leopardi sarà opportuna e necessaria una distinzione. -Se badiamo a ciò che il poeta dice, non ci sarà malagevole -riconoscere i segni di quella malsanità, maggiore e minore secondo -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -i tempi, di cui lo stesso poeta fu conscio: se invece badiamo al modo -onde il poeta lo dice, ci sarà, nonchè malagevole, forse impossibile. -La poesia del Leopardi può assomigliarsi in qualche modo a una -persona che, ammalata di dentro, mostri inalterati i lineamenti del -volto e la forma della bellezza. Nei pensieri, e più nei sentimenti, -che il poeta vi esprime, la psicosi in vario modo si manifesta; ma -vere e proprie idee deliranti non vi si trovano; e sempre nel poeta -noi conosciamo un uomo che ordina, collega e governa le proprie -idee, e riesce a vedere anche attraverso al proprio sentimento. Nè -vi si nota quell'eccesso, sicuramente morboso, dell'<i>egotismo</i>, per cui -l'uomo fatto estraneo a tutto che lo circonda, si compiace della mostruosità -sua propria, e tanto nel modo di concepire, di sentire e di -esprimersi studia e si sforza di riuscir singolare, che si fa da ultimo -inintelligibile, nonchè ad altri, a sè stesso. Raccostare quel del Leopardi -a certi esempii, direi clinici, di perversione intellettiva, affettiva -e morale ond'è troppo copiosa la letteratura contemporanea, sarebbe -in sommo grado erroneo ed ingiusto. -</p> - -<p> -Venendo a qualche più particolare e minuto esame, vediamo alcun -che dell'arte del Leopardi, prima in attinenza con le funzioni dei sensi, -poi in attinenza col pensiero e col sentimento. -</p> - -<p> -Che i sensi, e più propriamente quelli che a ragione si dicono -superiori ed estetici, son cosa, in arte, di capitale importanza, è -consentito universalmente, per quanto da coloro che gli stimano il -tutto dell'arte possano dissentire coloro che non gli stimano il tutto; -e per quanto passando d'una in altr'arte, possa l'importanza loro -crescere o diminuire. La scultura, l'architettura, la pittura vogliono -l'occhio; la musica vuole l'orecchio; e quest'arti mancano, o si pervertono, -quando troppo si dilunghino dal senso da cui nacquero primamente -e per le quali son fatte. La pittura fu presso a perire in -mezzo alla comun decadenza bizantina, quando non più le forme e -i colori, ma furono sua materia i simboli e i dogmi. La poesia, ch'è -più specialmente arte dell'intelletto e del sentimento, si scioglie tanto -da tal dipendenza, che può essere esercitata e gustata anche da chi -abbia perduto l'un senso o l'altro, od entrambi; ma non tanto si -scioglie che l'esser suo non muti col mutare della condizione di quelli; -e della validità e prontezza, o tardità e infermità loro non faccia palese -e certa testimonianza. -</p> - -<p> -Che diremo, per questo rispetto, del Leopardi e dell'arte sua? -</p> - -<p> -Cominciamo dalla vista. Sicuramente il Leopardi (lo abbiam già -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -notato) non fu un visuale, o, per lomeno, non fu un visuale poderoso. -Luce e colori egli vide assai meno intensamente, non dirò di Dante, -che anche in questo è meraviglioso, ma dell'Ariosto, del Goethe, dello -Chateaubriand, dello Shelley e di cent'altri. Ognuno può avvedersi -che le poesie di lui lasciano, per questo rispetto, una impressione -assai più simile a quella di un bassorilievo greco, che a quella di -un dipinto del Tiziano o del Rubens. Se avesse atteso alla pittura, si -può essere sicuri che il Leopardi non sarebbe riuscito un colorista. -Il gran visuale dà naturalmente il grande pittore, se l'attitudine manuale -non manchi: e quando e' si consacri alla poesia, anzichè alla -pittura, ne vien fuori Teofilo Gautier, che tanto alla poesia sottrasse di -pensiero e di sentimento, quanto v'infuse di colore<a class="tag" id="tag465" href="#note465">[465]</a>. È da avvertire, -per altro, che in tutto ciò bisogna considerare, non soltanto la condizione -particolare e propria del poeta, ma ancora l'influsso che può -avere esercitato sopra di lui una scuola, certa tradizione d'arte o -certa qualità di studii. Che la tavolozza del Leopardi è povera, gli è -un fatto<a class="tag" id="tag466" href="#note466">[466]</a>; ma non bisogna dimenticare che per lo spazio di un secolo -l'Arcadia, sotto pretesto di rinsanire il gusto, aveva fatto il possibile -per togliere dalla tavolozza poetica qualsiasi colore. -</p> - -<p> -Il Leopardi ebbe corta vista, e non volle mai far uso di lenti, e -sino dalla fanciullezza andò soggetto ad una irritabilità tormentosa, -che quando troppo si inaspriva, lo costringeva a smettere ogni occupazione, -a fuggire la luce, a viver nel bujo. In tali condizioni, ciò -che per gli altri è una <i>festa degli occhi</i>, doveva essere per lui un tormento; -e questa è la ragione che gli rendeva odiosi alle volte -gli spettacoli teatrali<a class="tag" id="tag467" href="#note467">[467]</a>, de' quali, come abbiam veduto, ebbe pure -talora a compiacersi. Qui è del resto da porre un'avvertenza che riguarda, -non la vista soltanto, ma l'udito ancora e il gusto e l'odorato. -I sensi possono essere per sè poco validi, e non pertanto la memoria -delle percezioni può essere validissima, e molto spedita l'associazione -loro; e quando ciò incontri, l'uomo può riuscire un visuale -non ostante la imperfezion della vista; un uditivo non ostante -la imperfezion dell'udito; laddove i molti animali che hanno assai -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -migliore vista e miglior udito che l'uomo, non possono, per ciò solo, -dirsi nè visuali nè uditivi. -</p> - -<p> -Che il Leopardi non sia un visuale forte, è vero; ma che non sia -punto un visuale, è falso. Innanzi tutto è da osservare che se egli non -vede molto intensamente la luce e i colori, vede molto spiccatamente -le forme; e questa è una maniera di visualità molto importante ancor -essa; e vuolsi ancora avvertire ch'è più facile ritrarre con le parole -la luce e i colori che non le forme e i movimenti. I così detti impressionisti -del tempo nostro non veggono più la linea, il contorno, ma -soltanto la chiazza di colore. Se non buon colorista, il Leopardi -avrebbe potuto riuscire buon disegnatore (e disegnò con garbo da -fanciullo), e forse scultore più buono ancora. Non è senza secreta -ragione che alcuni componimenti poetici suoi prendono argomento, -come s'è già notato, da opere di scultura<a class="tag" id="tag468" href="#note468">[468]</a>. -</p> - -<p> -Un critico francese afferma risolutamente che il Leopardi «invoque -une douzaine de fois la lune dans ses vers, jamais le soleil»<a class="tag" id="tag469" href="#note469">[469]</a>. -Povera critica! Il sole splende pure talvolta in mezzo a que' versi -aduggiati, e spande intorno la <i>divina luce</i>, l'<i>alma luce</i>, l'<i>etereo lume</i>, -e colora il cielo delle rose della <i>tacita aurora</i> e delle porpore del tramonto, -e arde in pien meriggio, e saettando <i>i tremoli rai</i>, brilla sui -campi, e fa rosseggiare il <i>tetto del villanello industre</i>, e <i>naufrago -uscendo</i> dalle nuvole antiche l'<i>atro polo di vaga iri</i> dipinge, e -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> folgorando intorno</p> -<p class="i01">Con sue fiamme possenti</p> -<p class="i01">Di lucidi torrenti</p> -</div></div> - -<p> -innonda gli eterei campi. Come e quanto il poeta vedesse la luna -l'abbiam già notato; e le stelle dell'Orsa, e le <i>purpuree faci delle -rotanti sfere</i>, non furono senza luce e senza vaghezza agli stanchi -occhi suoi; a quegli occhi che andavano spiando la <i>notturna lampa</i> -tralucente dai balconi, e le <i>ardenti lucerne</i>, e contemplavano da -lunge -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> il baglior della funerea lava</p> -<p class="i01">Che di lontan per l'ombre</p> -<p class="i01">Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.</p> -</div></div> - -<p> -Il Leopardi non fu così povero visuale ch'e' non prendesse gusto -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -allo spettacolo dei ballo in teatro; e a quello che gli offriva il corso -di Roma in tempo di carnovale; e a quello della festa degli addobbi -in Bologna; e a quello ancora che presentava in una bella giornata -del verno il lung'Arno in Pisa, pien di sole e di gente; e molto non -gli rincrescesse di non poter assistere alle feste di San Giovanni in -Firenze<a class="tag" id="tag470" href="#note470">[470]</a>. E non fu così povero visuale che non riuscisse a far vedere -a noi, ne' suoi versi, e la figura di Simonide, in atto di salire il colle -e cantar le lodi de' caduti alle Termopili; e la sposa spartana che -sull'estinto guerriero spande le negre chiome; e l'eroe vinto dal fato, -ma non domo, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Quando nell'alto lato</p> -<p class="i01">L'amaro ferro intride</p> -<p class="i01">E maligno alle nere ombre sorride;</p> -</div></div> - -<p> -e ancora la donzelletta che se ne torna col suo fascio dell'erba; e la -vecchierella seduta con le vicine sulla scala; e i fanciulli che ruzzano -sulla piazzuola; e il legnajuolo che nella chiusa bottega, al -lume della lucerna, s'affretta a compiere l'opera; e in tutt'altr'ordine -d'aspetti e d'immagini, l'arida schiena del Vesuvio e le rovine -della dissepolta Pompei. Che se le donne da lui amate e ricordate -non ci appajon dinanzi con lineamenti e atteggiamenti molto spiccati, -ciò non vuol già dire che il poeta, grande ammiratore e contemplatore -di beltà femminile, come s'è notato, non ne ricevesse dentro abbastanza -intensamente la immagine; ma vuol dire che, nell'atto di parlar -di loro, il poeta si abbandonava a certi soperchianti moti dell'animo, -che importavano altri modi di manifestazione e di espressione. Non -bisogna dimenticar mai che il Leopardi è sopratutto un intellettuale -e un sensitivo; lo che importa, fra l'altro, che la vivezza delle idee -e dei sentimenti superi quella delle sensazioni e delle percezioni; e -che queste, senza perciò essere di necessità deboli, servano, più che -ad altro, a suggerire e muovere quelli. La immagine della Silvia è -appena accennata: negre chiome, occhi ridenti e fuggitivi, sguardi -innamorati e schivi, un atteggiamento di persona gentile, che lenta -e pensosa ponga il piede sopra una soglia. Ma notisi, per altro, come -in quei pochi versi le immagini non ottiche propriamente riescano, -per via di associazione, a suscitare immagini ottiche; sicchè da ultimo, -la Silvia noi crediam di vederla. La immagine della Nerina si -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -può dire che non sia nemmeno accennata. Quella dell'Aspasia si delinea -e si colora un po' più: alle denotazioni vaghe e generiche si -aggiungono, in una certa misura, le precise e specifiche. La <i>superba -visione</i>, l'<i>angelica forma</i>, è vestita del <i>colore della bruna viola</i>, offre -all'altrui sguardo <i>niveo collo, man leggiadrissima</i>, lascia indovinare -il <i>seno ascoso e desiato</i>, e appar da ultimo viva e salda, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i07"> inchino il fianco</p> -<p class="i01">Sovra nitide pelli, e circonfusa</p> -<p class="i01">D'arcana voluttà,</p> -</div></div> - -<p> -in atto di baciare i figliuoli. Qui ci sarebbe materia anche pel pittore, -o per lo scultore. -</p> - -<p> -Ma, in generale, il poeta, in cui, ad ogni più lieve stimolo, il -sentimento si suscita e s'infervora, o si esacerba, più che indugiarsi -a ritrarre, per via di descrizione, gli aspetti reali delle cose, si piace -di significare gli effetti prodotti nell'animo da quelli; e a quelli il -lettore può poi risalire per la via dell'associazione e dell'induzione. -Il poeta, esprimendo il sentimento che in noi desterebbe la vista della -realtà, se l'avessimo presente, ci dà modo, con isquisito magistero -d'arte, di ritrovare da noi, e quasi di ricreare quella realtà. Sì fatto -procedimento appar manifesto, più che altrove, nella canzone <i>Sopra -il ritratto di una bella donna, scolpito nel monumento sepolcrale della -medesima</i>. Un altro poeta avrebbe forse tentato di far rivivere la bella -donna morta e di farcela apparire davanti, descrivendola minutamente: -il Leopardi non descrive; ma ricorda quel <i>dolce sguardo</i>, -che fece tremare ognuno in cui s'affisò; quel labbro, da cui, come -da <i>urna piena</i>, traboccava il piacere; -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> quel collo cinto</p> -<p class="i01">Già di desio; quell'amorosa mano</p> -<p class="i01">Che spesso, ove fu pôrta,</p> -<p class="i01">Sentì gelida far la man che strinse;</p> -<p class="i01">E il seno, onde la gente</p> -<p class="i01">Visibilmente di pallor si tinse.</p> -</div></div> - -<p> -Qui finisce che la donna bellissima si vede, sebbene non una delle -sue bellezze sia descritta distintamente; e così pure avviene che di -sotto alla rigida e fredda forma marmorea appaja, viva e seducente, -la fanciulla del <i>basso rilievo antico sepolcrale</i><a class="tag" id="tag471" href="#note471">[471]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -</p> - -<p> -Di questo medesimo procedimento usa assai volte, non per deliberato -proposito, ma per naturale impulso il poeta, quando voglia -ritrarre singole cose inanimate, o grandi aspetti della natura. Egli -non descrive se non con grandissima parsimonia, e preferisce il suggerire -al descrivere. Così, per esempio, nella <i>Vita solitaria</i>, la scena -del lago -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Di taciturne piante incoronato,</p> -</div></div> - -<p> -si può appena dire che sia descritta; e se noi, dopo di essercela -veduta sorgere con tanta evidenza nella fantasia, cerchiamo ne' versi -del poeta la ragione di quella evidenza, rimaniamo stupiti nel riconoscere -che essa è dovuta, in grandissima parte, a termini ed accenni -negativi (non foglia che si crolli al vento, non onda che s'increspi, -non cicala che strida, non uccello che batta penna in ramo, non farfalla -che ronzi, non voce, non moto), e a un sentimento tutto negativo -del poeta, che, sedendo immoto, quasi sè stesso e il mondo obblia; e -nel riconoscere ancora che di quelle immagini parecchie non sono -immagini ottiche. Così la ridente campagna cui s'affacciava il poeta -al tempo dell'amor suo per la Silvia, non è descritta; ma il poeta -ce la suggerisce, quando, accennato al cielo sereno, alle vie dorate, -agli orti, al mare, al monte, soggiunge: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Lingua mortal non dice</p> -<p class="i01">Ciò ch'io provava in seno.</p> -</div></div> - -<p> -Così, finalmente, l'<i>erme contrade</i> che si stendono intorno a Roma -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -non sono descritte; ma il poeta ce le fa pur vedere nella <i>Ginestra</i>, -quando ricorda il sentimento di cui esse ingombrano l'animo al passeggiero. -In quella stessa <i>Ginestra</i> sono, del resto, le più compiute -descrizioni che il Leopardi abbia fatte<a class="tag" id="tag472" href="#note472">[472]</a>. -</p> - -<p> -Certo che se lo paragoniamo con altri poeti, il Leopardi ci potrà -parere assai volte descrittor troppo rapido e troppo scarso; ma tale -manchevolezza è in lui, giova ripetere, non tanto un effetto della deficienza -del senso, quanto della subordinazione del senso al sentimento -e all'intelletto; ed è, per più rispetti, condizion necessaria di alcune, -a mio credere, maggiori efficienze dell'arte sua. Ad ogni modo gli è -cosa ben degna di nota che il Leopardi, anche quando traduce, per -così dire, i termini del mondo esteriore in termini del mondo interiore, -riesce a conservare alle cose un carattere di realtà e di sodezza che -molte volte si desidera invano in poeti che descrivono a lungo e minutamente. -Il Lamartine affoga e dissolve nel proprio sentimento le -cose. L'Hugo spesso le adultera e sforma, dei proprii sentimenti facendo -attributi di quelle. Il Leopardi, suggerendole con l'ajuto de' -sentimenti, le lascia intatte. E avvertitamente ho detto quando traduce, -perchè non sempre ei traduce; e certi tocchi realistici di una -poesia tutta giovanile quale il <i>Primo amore</i> (lo scalpitar dei cavalli -nel cortile ecc.); e i quadretti fiamminghi della <i>Quiete dopo la tempesta</i> -e del <i>Sabato del villaggio</i>; e qua e là certe descrizioni vere e -proprie, come quella della procella notturna nel frammento, giovanile -ancor esso, che comincia <i>Spento il diurno raggio in occidente</i>, -e quelle della campagna vesuviana e di Pompei nella <i>Ginestra</i>; mostrano -che non si può accogliere senza qualche riserbo la opinione -espressa con parole molto asciutte dal De Sanctis, che al Leopardi -mancasse la virtù rappresentativa del mondo esteriore<a class="tag" id="tag473" href="#note473">[473]</a>; e mostrano -essere la natura dei genii così mobile e proteiforme da non potersi -ridurre entro schemi rigidi e chiusi. Come la vita stessa e come la -natura, il genio ripugna alle definizioni troppo precise. -</p> - -<p> -Una cosa bensì parmi si possa ammettere senza contrasto, e cioè -che il Leopardi fu più un uditivo che un visuale. Fra tutte l'arti egli, -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -come s'è veduto, predilesse ed esaltò la musica; il che vuol dire -che il maggior piacere ch'egli potesse ricevere per la via de' sensi -fu quello dei suoni, e che ai suoni era sempre aperto e intento l'animo -suo. Oserei dire che ogni qual volta, nel designare e caratterizzare -un oggetto, egli ebbe libertà di scegliere fra un epiteto di forma o di -colore e un epiteto di suono, l'animo suo spontaneamente e inconsapevolmente -inclinò a preferire al primo il secondo; nè però è tolta -negli scritti suoi la prevalenza del primo, dacchè noi riceviamo dalle -cose assai più impressioni ottiche (di forma o di colore) che acustiche. -Così è che il poeta dirà volentieri <i>sibilanti selve, etra sonante, echeggiante -arena, ululati spechi, tacita aurora</i>, ecc. ecc.; e volentieri si -servirà di termini di suono per far sorgere in noi le immagini delle -cose; e di molte cose farà quasi consistere l'anima nel suono; e -facilmente da ogni altra sensazione e dai sentimenti e dai pensieri -stessi farà scaturire immagini acustiche. Le piante, più che per la -via della vista, lo impressioneranno per la via dell'udito, sia che si -tacciano sonnolente (<i>tacita selva, taciturne piante</i>), sin che susurrino -al vento (<i>l'atro Bosco mormorerà fra le alte mura; — De' faggi Il -murmure; — E come il vento Odo stormir tra queste piante; — susurrando -al vento I viali odorati ed i cipressi Là nella selva</i>). Dell'onda -alpina il poeta noterà l'<i>inudito fragore</i>, e della lava, il suono -che rende sotto i passi del pellegrino. Nel silenzio meridiano e nella -quiete dei campi sonerà <i>arguto carme d'agresti Pani</i>. La fanciulla -della <i>Vita solitaria</i>, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che all'opre di sua man la notte aggiunge,</p> -</div></div> - -<p> -è quasi tutta nell'<i>arguto suo canto</i>; e nel suo <i>perpetuo canto</i> è quasi -il più della Silvia, e nella <i>gioconda voce</i> il più della gloria. -L'artigiano che <i>a tarda notte</i> riede <i>al suo povero ostello</i>; l'altro che, -cessata la pioggia viene a guardare l'<i>umido cielo</i>; il carrettiere, -sotto <i>l'estremo albor della fuggente luce</i>; il <i>faticoso agricoltore</i> smarrito -in fondo alla valle; si dànno a conoscere ciascun col canto; lo -zappatore col fischio; l'erbajuolo col grido. I <i>nuovi nati</i> miagolano. -E più attraggono l'attenzion del poeta le voci che non gli aspetti degli -animali: il <i>canto de' colorati augelli</i>, e in ispecie quello del passero -solitario, ond'<i>erra l'armonia</i> per la valle; l'usato <i>verso</i> della gallina: -lo scalpitar dei cavalli impazienti; il belare dei greggi; il mugghiar -degli armenti; il canto -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Della rana rimota alla campagna.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -</p> - -<p> -Sembra che il poeta abbia pronto sempre l'orecchio a cogliere e discernere -i suoni più disparati, dai più lievi ai più intensi: un sospirar -di vento tra le fronde commosse; un tintinnar di sonagli; un stridere -del carro che riprende il cammino; il <i>lieto rumore</i>, che fanno -i fanciulli ruzzando sulla piazzuola; il suono delle <i>tranquille opre de' -servi</i>: lo strepito del martello e della sega del legnajuolo; la voce -delle campane che suonano le ore, o annunziano la festa che viene; -un <i>tonar di ferree canne</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che rimbomba lontan di villa in villa;</p> -</div></div> - -<p> -il cupo rombo del tuono che erra di giogo in giogo. Che non ode e -non ascolta il Leopardi, se nemmeno il <i>romorio De' crepitanti pasticcini</i> -lascia passare inosservato? I fatti stessi della storia egli s'industria -di ricordare e rappresentare mediante immagini e metafore di -suono; onde il <i>calpestio de' barbari cavalli</i> sta a significare le invasioni -barbariche; la potenza di Roma è raffigurata, oltrechè nell'armi, -in un <i>fragorio</i> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che n'andò per la terra e l'Oceáno;</p> -</div></div> - -<p> -la disfatta e il terrore dell'Asia, vinta a Maratona, si esprime in uno -<i>sconsolato grido</i>; e al <i>grido</i> degli avi, e al <i>suono</i> dei popoli antichi, -si contrappone il <i>suono</i> dell'età presente. Il poeta dirà <i>sera delle -umane cose</i> e <i>infelice scena del mondo</i>, metafore suggerite da immagini -visive; ma dirà pure <i>suono della vita</i>, e <i>ascoltare il flutto dell'ore -putri e lente</i>. Affacciandoglisi al pensiero la morte, egli súbito -corre con la fantasia -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i04"> al suon della funebre squilla.</p> -<p class="i01">Al canto che conduce</p> -<p class="i01">La gente morta al sempiterno obblio.</p> -</div></div> - -<p> -Tutto ciò basta, parmi, a provare che il Leopardi, se non fu un -visuale del tutto povero, fu tuttavia migliore uditivo che visuale. -</p> - -<p> -Delle rimanenti attitudini sensorie del poeta, quali si possono rintracciar -ne' suoi versi, non c'è gran cosa da dire. Il tatto vi si accusa -appena in pochi epiteti, di cui <i>molle</i> è uno de' più frequenti<a class="tag" id="tag474" href="#note474">[474]</a>. Il -gusto vi si appalesa principalmente con l'epiteto <i>amaro</i>. L'olfato vi -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -tiene un po' più di luogo con molta uniformità di epiteti generici: -<i>primavera odorata, odorate piagge, odorati colli, Eden odorato, selve -odorate della ginestra, dolcissimo odore della ginestra, profumo di -fiorita piaggia, vie cittadine olezzanti di fiori, fumo de' sigari odorato</i>. -La immagine di Aspasia è nella fantasia del poeta associata col ricordo -del profumo <i>de' novelli fiori</i> onde erano, certo giorno, <i>tutti odorati</i> -gli appartamenti della bella ammaliatrice. Ciò potrebbe provare -qualcosa, e trarci magari a discorrere di certe peculiari forme di -erotismo, se la povertà degli epiteti notata di sopra non provasse in -modo, a mio credere, perentorio che l'olfato non fu molto attivo nel -Leopardi. Leggiamo, gli è vero, nei <i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>: -«E paragonava universalmente i piaceri umani agii odori: -perchè giudicava che questi sogliono lasciare maggior desiderio di -sè, che qualunque altra sensazione, parlando proporzionatamente al -diletto; e di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da poter esser -fatto pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato»<a class="tag" id="tag475" href="#note475">[475]</a>; ma tutto -ciò probabilmente il poeta disse per poter poi soggiungere, aforisma -popolare di filosofia pessimistica, che delle cose buone da mangiare -l'odore vince ordinariamente il sapore; nè parmi a ogni modo che -quelle parole, non suffragate da altro, possano essere prese a documento -della iperosmia del poeta<a class="tag" id="tag476" href="#note476">[476]</a>. Siamo qui ben lungi da quella -iperestesia olfativa di cui si ha così notabile esempio nel Baudelaire; -ma siamo anche ben lungi da quella e da altre consimili perversioni -sensorie. I sensi deboli del Leopardi danno sensazioni deboli e scarse, -ma non pervertite. -</p> - -<p> -Quella che dicono attitudine motiva fu certo scarsa assai nel Leopardi; -ma egli non visse già sempre in quello stato d'immobilità e -di torpore di cui fanno ricordo la <i>Vita solitaria</i> e il <i>Risorgimento</i>; -e se il muoversi gli era di noja, come dice egli stesso, seppe, nulladimeno, -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -ritrarre il moto nelle parole e far muovere i versi. Gli epiteti -di moto sono usati da lui con frequenza notabile; ed egli mostra -certa inclinazione a rappresentarsi in movimento le cose, e sceglie -volentieri, per significarle o rappresentarle altrui, immagini di moto. -Egli dirà che la primavera <i>esulta per li campi</i> e il nembo <i>per l'aere</i>; -che il tuono erra <i>per l'atre nubi e le montagne</i>; che l'aura, e il canto -del passero solitario, errano per i prati e la valle. L'amore è una -<i>formidabil possa</i> che tutto avvolge. Lo spirito erra pel delizioso mare -della musica come -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ardito notator per l'Oceáno.</p> -</div></div> - -<p> -Lo sfogo di Saffo in cospetto della natura è tutto pieno d'immagini di -moto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Noi l'insueto allor gaudio ravviva</p> -<p class="i01">Quando per l'etra liquido si volve</p> -<p class="i01">E per li campi trepidanti il flutto</p> -<p class="i01">Polveroso de' Noti, e quando il carro,</p> -<p class="i01">Grave carro di Giove, a noi sul capo</p> -<p class="i01">Tonando il tenebroso aere divide.</p> -<p class="i01">Noi per le balze e le profonde valli</p> -<p class="i01">Natar giova tra' nembi, e noi la vasta</p> -<p class="i01">Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto</p> -<p class="i01">Fiume alla dubbia sponda</p> -<p class="i01">Il suono e la vittrice ira dell'onda.</p> -</div></div> - -<p> -Negli uccelli, ciò che, dopo il canto, più piace al poeta che ne tessè -l'<i>Elogio</i>, è quel loro sempre far festa, e eccirintar mille giri, e cangiar -luogo a ogni tratto, e volar per sollazzo, e non istare mai fermi, e, -insomma, esercitare continuamente il corpo. Al tranquillo raggio -della luna egli vede danzare le lepri nelle selve; e, al sopravvenire -del giorno, la fiera agitar per le balze la <i>plebe delle minori belve</i>. -Vede, sui campi di battaglia, <i>fluttuar</i> fanti e cavalli<a class="tag" id="tag477" href="#note477">[477]</a>: vede -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> intralciare ai vinti</p> -<p class="i01">La fuga i carri e le tende cadute.</p> -</div></div> - -<p> -Il Vesuvio si appresenta alla fantasia di lui essenzialmente quale -<i>sterminatore</i>. Il poeta si gioverà pure d'immagini di moto a significare -e simboleggiare fatti o morali o storici. Egli dirà <i>l'onda e il turbo -degli affetti</i>; dirà che, <i>violento irrompe nel Tartaro</i> chi si dà volontario -la morte. L'italica virtù giace <i>divelta nella tracia polve</i>; -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i06"> dalle somme vette</p> -<p class="i01">Roma antica ruina.</p> -</div></div> - -<p> -Qua e là irrompono versi che danno impressioni di moto repentine e -vivissime: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Prima divelte in mar precipitando,</p> -<p class="i01">Spente nell'imo strideran le stelle;</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i06"> Ma se spezzar la fronte</p> -<p class="i01">Ne' rudi tronchi, o da montano sasso</p> -<p class="i01">Dare al vento precipiti le membra.....</p> -</div></div> - -<p> -Uno dei più vigorosi canti del poeta è consacrato <i>A un vincitore nel -pallone</i>. Il poeta ha l'idea della forza, non avendone l'atto<a class="tag" id="tag478" href="#note478">[478]</a>. -</p> - -<p> -Ora, venendo per questa parte a concludere, stimo si debba dire -che nella poesia del Leopardi i sensi non operano così scarsamente -come taluno potrebbe credere; sebbene l'intelletto e il sentimento -operino assai più; e sebbene l'operazione de' sensi possa sembrare -davvero assai scarsa, quando si tragga il Leopardi a confronto con -altri poeti. Un grande visuale il Leopardi non è; e se di questo -bisognasse altra prova, basterebbe, credo, recare i luoghi delle sue -poesie dove si discorre della primavera, e cioè di cosa più che altra -mai atta a suscitare immagini visuali; e poi paragonarli con luoghi -paralleli di altri poeti. Leggasi il canto che appunto <i>Alla primavera</i> -s intitola; leggasi il <i>Passero solitario</i>: ben si sente in que' versi la -primavera, ma non molto si vede, perchè il poeta non tanto bada alle -sembianze di quella, quanto al pensiero e al sentimento che gli si -muovono dentro. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Primavera dintorno</p> -<p class="i01">Brilla nell'aria, e per li campi esulta,</p> -<p class="i01">Sì ch'a mirarla intenerisce il core.</p> -</div></div> - -<p> -E questo è tutto, o quasi. Chi voglia aver viva la impressione della -dissomiglianza, anzi del contrasto, dei procedimenti e dei modi, e di -tutto quel più che potrebbe (non dico e non voglio dire dovrebbe) -esserci in quei versi, legga, pur tenendo il debito conto della diversità -grande delle nature ritratte, certe poesie del Leconte de Lisle, -come <i>La Bernica</i> e <i>L'aurore</i>. Più che un visuale, il Leopardi fu un -uditivo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -</p> - -<p> -Passiamo ora a considerare altri aspetti e altri modi dell'arte leopardiana, -e cioè quelli che hanno più propria e stretta attinenza con -l'intelletto e col sentimento. -</p> - -<p> -Del modo che teneva nel comporre diede notizia lo stesso poeta: -«Io non ho scritto in mia vita se non pochissime e brevi poesie. Nello -scriverle non ho mai seguito altro che un'ispirazione (o frenesia), sopraggiungendo -la quale, in due minuti io formava il disegno e la -distribuzione di tutto il componimento. Fatto questo, soglio sempre -aspettare che mi torni un altro momento, e tornandomi (che ordinariamente -non succede se non di là a qualche mese), mi pongo allora -a comporre, ma con tanta lentezza, che non mi è possibile terminare -una poesia, benchè brevissima, in meno di due o tre settimane. Questo -è il mio metodo, e se l'ispirazione non mi nasce da sè, più facilmente -uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso dal mio cervello»<a class="tag" id="tag479" href="#note479">[479]</a>. -Questo passo è degno di tutta la nostra attenzione, dacchè ci fa instruiti -di cose che importano; non meno alla storia psicologica che -all'arte del nostro poeta. -</p> - -<p> -Prima di tutto se ne ricava che il lavoro creativo si divideva nel -Leopardi in due parti, o vogliam dire momenti: l'uno rapido e come -istintivo, sotto lo stimolo della inspirazione; l'altro lento e consapevole, -sotto il governo della riflessione. Non a tutti i poeti interviene -il medesimo. Ne sono alcuni che sotto l'impulso della inspirazione -si buttano a scrivere, e tiran giù l'opera tutta d'un fiato; come -faceva il Byron, che ben di rado tornò sopra qualcuna delle cose sue; -e si paragonava da sè stesso a una tigre, che, spiccato il salto, se -non raggiunta di primo tratto la preda, stizzita e nojata si rinselva<a class="tag" id="tag480" href="#note480">[480]</a>. -Altri compongono alla ventura, senza sapere dove vanno a parare, -e aspettando che il già fatto suggerisca loro il da fare. Quelli tutto -aspettano dalla inspirazione; questi negano che inspirazione ci sia, -oppure la fanno consistere in un lungo e paziente esercizio. Ma la -inspirazione è un fatto reale dello spirito, non una finzione poetica; -e se Platone e Aristotele nel volerla definire si contraddicono, ciò -prova che la definizione è pericolosa e difficile. È dessa un moto che -si produce nella parte più occulta e più recondita della psiche, e -propriamente, da prima, sotto l'orizzonte (siami lecito di togliere in -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -prestito alla scuola herbartiana questa espression metaforica) del pensiero -cosciente, nel quale poi, sorgendo, si propaga e si irradia; e, -data certa condizione statica e dinamica della psiche, si può credere -che nasca ogni qual volta una particolare impressione repentinamente -sommuova le energie elementari di quella, e provochi un irresistibile -concorso e una spontanea coordinazione di svariati elementi e fattori, -formando fuori della coscienza un aggregato, che nella coscienza -poi subitamente irrompendo, dà all'uomo la illusione di un picciol -mondo che imprevedutamente gli si sia creato dentro, e ch'egli scorge -come nella fuggitiva luce di un lampo, senza che gli sia dato d'intenderne -la ragione e la genesi. Intorno a questo picciol mondo si -viene poi esercitando la riflessione per ridurlo nelle coerenti forme -dell'arte. -</p> - -<p> -Il Leopardi che crede, come abbiam veduto, a certa sua inspirazione -divinatoria, e riconosce la facoltà nei poeti di scoprire, con -sola una occhiata, assai più paese che altri non possano con lungo -studio e perseverante attenzione, il Leopardi non allora soltanto -comincia a pensare quando si pone a scrivere; ma muove da un -concetto repentino e spontaneo, nel quale è già tutto raccolto, come -in potenza, l'organismo del componimento futuro; poi, <i>formato in -due minuti il disegno e la distribuzione</i> di esso, se ne rimane ed -aspetta. Ma non aspetta in ozio, come altri potrebbe credere; che -anzi que' lunghi intervalli cui egli accenna, frapposti fra la prima -inspirazione e il <i>momento</i> favorevole al comporre, sono tempi di -preparazione feconda. Non v'è rimprovero molte volte più ingiusto di -quello che da molti suol farsi ad artisti veri e probi, quando, non -vedendo opera delle lor mani, gli accusano e biasimano di perdere il -tempo nell'ozio. L'artista vero e probo lavora intensamente anche se -paja non far nulla; o, a dir più giusto, le idee, i sentimenti, le immagini -lavorano dentro di lui (assai volte senza ch'egli sel sappia), -e lentamente maturano l'opera d'arte. Non v'è artista, non v'è in più -particolar modo poeta, che in una od in altra occasione non abbia -dovuto meravigliare di sè, vedendosi inopinatamente tanto cresciuta -dentro una sembianza, una idea, a cui, dopo il primo lume che n'ebbe, -non sa d'avere altrimenti pensato. Il germe divenne pianta fiorita, -senza suo studio o cura. Così è da credere lavorasse di dentro il Leopardi, -quando sedeva immobile sotto una pianta, neghittoso in vista, -immerso, in apparenza, in una specie di melanconia attonita. Un cervello -meccanico non lavora se non col cómpito innanzi, a tavolino; -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -un cervello organico lavora in ogni tempo, in ogni luogo, e nella veglia -e nel sonno. Teofilo Gautier diceva di non cominciare a pensare se -non quando cominciava a scrivere; ma calunniava sè stesso, non -intendendo che, mentre non iscriveva, la sua mente era occupata, sia -pure senza addarsene, in raccogliere, elaborare, accrescere, coordinare -quelle infinite immagini che formano la sostanza dell'arte sua<a class="tag" id="tag481" href="#note481">[481]</a>. -</p> - -<p> -Con queste avvertenze si vuol dare orecchio allo stesso Leopardi -quando dice (e con frequenza lo dice) d'avere l'animo talmente rotto e -fiacco da non esser buono a checchessia, o di non avere altro piacere -che nel sonno, e di perdere mezza la giornata nel dormire, e di non -poter fissare la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo, e -d'essere forzato a un ozio più tristo della morte. Certo che molte volte, -come afferma egli stesso, il comporre dovette tornargli di somma -fatica, o impossibile affatto; ma anche in ciò non è da dare intera -fede ai suoi lagni, divenuti forse un pochino un vezzo, o usati talvolta -a schermo di qualche noja, quale quella dello scriver lettere, o l'altra -di comporre a richiesta altrui. Anche in tempi pessimi qualche cosa -faceva. Il 20 marzo 1820 scriveva al Giordani: «Mi domandi che cosa -io pensi e che scriva. Ma io da gran tempo non penso, nè scrivo, nè -leggo cosa veruna per l'ostinata imbecillità de' nervi degli occhi e -della testa; e forse non lascerò altro che gli schizzi delle opere ch'io -vo meditando, e ne' quali sono andato esercitando alla meglio la facoltà -dell'invenzione, che ora è spenta negli ingegni italiani». Se non -che, detto ciò, poche linee più sotto soggiunge: «Delle Canzoni di -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -cui mi domandi, la prima e l'ultima sono scritte un anno addietro, e -per questo i miei sentimenti d'oggidì non gli troverai fuorchè nella -seconda uscitami per miracolo dalla penna in questi giorni»<a class="tag" id="tag482" href="#note482">[482]</a>. Di tali -miracoli ne succedettero parecchi. L'anno 1829, mentre scriveva da -Recanati agli amici di non potere far nulla, d'essere un uomo finito, -e si riduceva, nel settembre, a farsi scrivere le lettere dalla sorella; -il Leopardi componeva, proprio nei mesi peggiori, le <i>Ricordanze</i>, la -<i>Quiete dopo la tempesta</i>, il <i>Sabato del villaggio</i>, e, in parte, il <i>Canto -notturno di un pastore errante dell'Asia</i>. -</p> - -<p> -Quanto al concepire poi, l'alacrità sua fu pressochè in ogni tempo -meravigliosa: i disegni innumerevoli di scritture da lui lasciati o -menzionati fanno testimonianza di uno spirito agile e avventuroso -che non si quetava mai. Al Giordani scriveva: «Leggo e scrivo e -fo tanti disegni, che a voler colorire e terminare quei soli che ho, -non solamente schizzati, ma delineati, fo conto che non mi basterebbero -quattro vite»<a class="tag" id="tag483" href="#note483">[483]</a>. E al Brighenti: «... i pensieri che mi si affollano -tutto giorno nella mente, in questa mia continua solitudine, e a' quali -io voglio in ogni modo tener dietro con la penna, non mi lasciano -un'ora di bene»<a class="tag" id="tag484" href="#note484">[484]</a>. E al Colletta: «I miei disegni letterari sono tanto -più in numero, quanto è minore la facoltà che ho di metterli ad esecuzione; -perchè, non potendo fare, passo il tempo a disegnare. I -titoli soli delle opere che vorrei scrivere, pigliano più pagine; e per -tutto ho materiali in gran copia, parte in capo, e parte gittati in carta -così alla peggio»<a class="tag" id="tag485" href="#note485">[485]</a>. E di nuovo al Colletta, dopo un elenco non breve -di alcuni de' suoi <i>castelli in aria</i>: «Voi riderete di tanta quantità di -titoli; e ancor io ne rido, e veggo che due vite non basterebbero a -colorire tanti disegni. E questi non sono anche una quinta parte degli -altri, ch'io lascio stare per non seccarvi di più, e perchè in quelli non -potrei darvi ad intendere il mio pensiero senza molte parole»<a class="tag" id="tag486" href="#note486">[486]</a>. -</p> - -<p> -Gian Giacomo Rousseau lasciò scritto di sè: «Je n'ai jamais pu -rien faire la plume à la main vis-à-vis d'une table et de mon papier; -c'est à la promenade, au milieu des rochers et des bois, c'est la nuit -dans mon lit et durant mes insomnies, que j'écris dans mon -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -cerveau»<a class="tag" id="tag487" href="#note487">[487]</a>. Così sogliono comporre i poeti, e così, di solito deve avere -composto il Leopardi, se non le prose, i versi; specie ne' tempi in -cui, aggravandoglisi l'infermità degli occhi, più gli riusciva malagevole -e increscioso lo scrivere. Come il Rousseau, egli fu lentissimo -nel comporre; del che fanno prova, oltre alle parole di lui riferite -più sopra, anche alcune altre di una lettera al Giordani, ove accenna -alla <i>sudatissima e minutissima perfezione nello scrivere</i>, di cui era -sommamente studioso, e senza la quale di scrivere non si curava<a class="tag" id="tag488" href="#note488">[488]</a>. Ma -mentre nel Rousseau quella lentezza fu effetto di certa naturale tardità -di pensiero, onde egli stesso si lagna; nel Leopardi fu piuttosto -effetto di certa incontentabilità esacerbata; la quale non lascia che il -poeta lavori di getto, rimandando a tempo più riposato i racconci; -ma, nell'atto stesso del formar l'opera, lo forza a tentare ogni via di -ridurla perfetta, sì che poi il lavoro della lima si ristringa alla parte -più superficiale e minuta, e sia lavoro, più che altro, di ripulitura. -Sappiamo, del resto, che il Leopardi rivedeva con diligentissima cura -i proprii manoscritti, e quand'erano troppo infrascati di correzioni, -li faceva copiare o li copiava egli stesso. -</p> - -<p> -Inspirazione e riflessione si esercitarono nel Leopardi disgiuntamente, -senza che l'una intralciasse o turbasse l'altra, come in molti -poeti suole avvenire. Nessuno meglio di lui comprese il valore della -inspirazione; ma egli ben conobbe, per altro, che la poesia, ancorchè -il genio v'inclini naturalmente, «vuole infinito studio e fatica, e che -l'arte poetica è tanto profonda che come più si va innanzi più si conosce -che la perfezione sta in un luogo al quale da principio nè pure -si pensava»<a class="tag" id="tag489" href="#note489">[489]</a>. -</p> - -<p> -La poesia del Leopardi è tutta poesia d'occasione; ma non già -nel senso che comunemente s'intende, bensì nel senso che s'intendeva -dal Goethe, il quale soleva fare poesia di tutto quanto lo colpisse e -lo commovesse dentro. Non solo il Leopardi non volle mai far versi -a richiesta altrui<a class="tag" id="tag490" href="#note490">[490]</a>; ma certamente ancora non <i>si propose</i> mai di far -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -versi, nè mai andò in cerca di argomenti da far poesia. Come abbiam -veduto, se l'inspirazione non gli nasceva dentro da sè, più facilmente -si sarebbe tratta acqua da un tronco che un solo verso dal suo cervello. -È questo uno dei più sicuri segni della vera e grande vocazione -poetica; mentre è segno sicurissimo del contrario l'andare a -caccia di temi poetici, e il rimanersi irresoluto fra più, e l'aprirsene -troppo con altrui, e chieder troppi consigli. Quanti epici e tragici -nostri, che da prima deliberarono di comporre epopea oppure tragedia; -poi, fermato così in generale il proposito, cominciarono a -disputare seco stessi o con altri, se dovesse essere epopea eroica o -cavalleresca, se tragedia di soggetto greco o latino o moderno, e -quanto potessero emanciparsi dalle regole, quanto ad esse dovessero -sottostare! La vera e grande poesia nasce dalla plenitudine della -mente e del cuore, e come vena d'acqua che venga su dal profondo, -scaturisce e zampilla in alto da sè. Perciò diceva il Leopardi che la -<i>smania violentissima di comporre</i> non gliela davano altri che la natura -e le passioni<a class="tag" id="tag491" href="#note491">[491]</a>. -</p> - -<p> -Studiamoci ora d'intendere per qual modo si formi e cresca nell'animo -del nostro poeta l'organismo poetico. -</p> - -<p> -Nel breve scritto, già citato, che il Leopardi dettò intorno alle -proprie poesie stampate in Bologna nel 1824, leggiamo: «nessun potrebbe -indovinare i soggetti delle Canzoni dai titoli; anzi per lo più -il poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello -che il lettore si sarebbe aspettato»<a class="tag" id="tag492" href="#note492">[492]</a>. Non è questo, come altri potrebbe -credere, un vanto di singolarità vanagloriosa e studiata; è lo schietto -riconoscimento di una qualità veramente precipua della poesia di esso -Leopardi. Si scorrano con l'occhio quei titoli e si vedrà che assai -volte essi sono derivati da cose reali, determinate, concrete, da fatti -particolari o anche minuti, mentre poi ne' versi il sentimento si allarga -a dismisura, il pensiero s'innalza rapidamente e l'animo del -lettore spazia in una immensità alla quale non prevedeva di accedere. -Il Leopardi non muove mai dall'astratto, sebbene assai volte vi -giunga; nè si vede che la rima o il ritmo, che molto suggeriscono -ad altri poeti, a lui suggeriscano cosa di qualche rilievo; nè accade -di leggere versi suoi composti a solo fine di svolgere una movenza di -stile, o per inquadrarvi una immagine ovvero una formola. La parola, -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -che ha tanta presa sull'animo di tanti poeti; la parola che l'Hugo -considerava come una creatura vivente: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Car le mot, qu'on le sache, est un être vivant;</p> -</div></div> - -<p> -sull'animo del Leopardi può poco, sebbene ei l'abbia in grandissimo -conto, e le usi ogni possibil riguardo. Ciò che di solito mette in movimento -l'animo di lui, è una impressione viva, un fatto d'esperienza -immediata e presente, un sentimento particolare, un particolare ricordo. -Per intendere l'effetto, a prima vista sproporzionato, che ne -consegue, bisogna por mente alla condizione di quell'animo e alla ordinaria -sua contenenza; e, cioè, alla eccitabilità e penetrabilità affatto -insolita ond'esso è dotato, e a quel vasto e concatenato ordine di sentimenti -e d'idee che ne forma come la trama vivente. Non così tosto -si produce in quella psiche uno stimolo, che incontanente vi si propaga -per ogni verso, e corre a suscitare i sentimenti dominatori e le -idee madri, tutta ponendola in agitazione e in fermento, e provocando -di quelle e di queste figurazioni più o meno nuove e complesse: onde -avviene che il verso di un passero solitario svegli nel poeta il sentimento -angoscioso della solitudine propria, il rimpianto della giovinezza -senza frutto consunta, l'apprensione di un tetro e doloroso avvenire; -e la vista di una siepe e lo stormire di poche piante siengli -eccitamento a fingersi nella mente interminati spazii e sovrumani silenzii, -e a meditare insieme il passato e il presente, l'infinito e l'eterno; -e il tramonto della luna lo faccia pensoso del dileguare della -giovinezza, e, insieme con quella, d'ogni dolce diletto e d'ogni inganno -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ove s'appoggia la mortal natura.</p> -</div></div> - -<p> -Dicesi che al Beethoven bastasse udire tre note di un uccelletto -per isvolgerne tutto un motivo musicale: similmente basta al Leopardi -una impressione, un ricordo, una immagine, per isvolgerne tutto un -tema poetico; e come non è possibile discernere nel germe la pianta -fiorita, così non è possibile in quel primo elemento delle poesie leopardiane -divinare di queste gli svolgimenti e i rigogli. E in ciò appunto -risiede una delle loro maggiori attrattive, e il secreto di una -parte di quel fascino ch'esse esercitano sull'animo del lettore; in -quella novità, cioè, e inopinabilità di relazioni remote, che ne dànno -come il sentimento di un mondo allargato, ove cessi la oppressione -del contiguo, e della causalità insistente e immediata. Ciò può vedersi -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -in tutte quasi le poesie del Leopardi; e se ne potrebbe fare dimostrazione, -se il farlo non richiedesse troppo lungo discorso; ma -in nessuna si vede così spiccatamente come nella <i>Ginestra</i>; la qual -poesia, essendo per più ragioni inferiore a molt'altre, è forse per -questa superiore a tutte. Non ve n'è altra, in fatti, in cui la suggestion -operi con più forza, e in cui da così modesto principio si svolgano -conseguenze così vaste e meravigliose. L'umile pianta che dà -il titolo alla poesia è pur quella che da prima eccita l'anima del -poeta, il quale dalla contemplazione di lei si leva da ultimo alla contemplazione -universa delle storie e dei destini umani e della natura -indifferente ed eterna. Se disse il vero lo Schopenhauer, quando disse -la poesia esser l'arte di muovere la fantasia con le parole<a class="tag" id="tag493" href="#note493">[493]</a>, bisognerà -riconoscere che pochi poeti furono più poeti del Leopardi, e -bisognerà pur riconoscere che, se quanto a ricchezza di fantasia la -cede a più d'uno, quanto a vigore ed agilità l'autore della <i>Ginestra</i> -non la cede a nessuno. -</p> - -<p> -Qui un dubbio può affacciarsi alla mente: in quale condizione d'animo -fu il Leopardi più inclinato a poetare? allorquando più lo -premeva il sentimento della propria infelicità, o ne' tempi in cui si -sentiva meno infelice? Fu asserito che il poeta fa poesia del dolore -che ricorda e non di quello che sente; ch'egli comincia a creare quando -cessa di soffrire: ma concedendo che questo avvenga assai volte, non -però avviene tutte le volte. Accade non di rado che il poeta -cessi di soffrire appunto perchè comincia a creare: nè Ovidio aveva -cessato di piangere sopra sè stesso quando scriveva i <i>Tristi</i>; nè Dante -aspettò nuovo sorriso di fortuna per metter mano all'eterno poema; -nè quando s'accinse a scrivere il <i>Paradiso perduto</i>, aveva il Milton -racquistata la visione di quella beatifica luce che con tanto ardore -di desiderio, con sì irrefrenabile amore egli invoca in sul principio del -terzo suo libro. Il nostro dolore si ammassa sotto la carezza dell'arte; -e vestendolo delle pure forme della bellezza, e fuor di noi dandogli -vita nell'opra, noi, di tormentatore ch'egli era, ce ne facciamo un -amico, e da esso medesimo otteniamo consolazione e conforto. Ben -disse lo Chateaubriand che le muse, quando piangono, piangono con -un secreto intendimento di farsi belle. Come tanti altri poeti, il Leopardi -lenì l'angoscia col canto. Giovava a lui noverare col verso l'età -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -del suo dolore; ed egli conobbe che dolce è il ricordo delle passate -cose, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ancor che triste, e che l'affanno duri!<a class="tag" id="tag494" href="#note494">[494]</a></p> -</div></div> - -<p> -Da quanto s'è detto sin qui si può arguire facilmente che nell'intimo -lavoro delle associazioni psichiche il Leopardi riesca, come di -fatto riesce, assai fine e nuovo, avvertendo tra i sentimenti e tra le -idee analogie e colleganze non avvertite da altri, appajando cose a -primo aspetto disparatissime. L'associazione per somiglianza, ch'è -la maniera più comunale e più ovvia, non manca, nè poteva mancar -ne' suoi versi; ma v'è assai meno frequente che non in quelli d'altri -poeti; e sempre lontana dal trito e dal triviale. Il <i>Tramonto della -luna</i> poggia tutto sopra un'associazione per somiglianza, ma somiglianza -riposta, che il poeta discopre sotto il velo delle immediate -parvenze, e rende palese ad altrui. Associazioni consimili abbiamo -nel <i>Passero solitario</i>, nella <i>Quiete dopo la tempesta</i>, in <i>Amore e morte</i>, -nella <i>Ginestra</i>; per non rammentare se non le poesie in cui occorre -più spiccata e tiene più luogo. Basta già lo scarso uso della rima a -mostrare come l'animo del Leopardi sia poco inclinato all'associazione -per somiglianza; la qual cosa è poi dimostrata assai più dalla -scarsità veramente notabile delle immagini (qui nel senso retorico), -delle metafore, delle comparazioni, delle personificazioni. Delle metafore -più rilevate che occorrono ne' suoi versi potrebbe farsi un -elenco assai succinto, senza che se ne trovi una sola eccessiva o mostruosa. -Eccone alcune delle più notabili: <i>Perchè i celesti danni Ristori -il sole; e la fugace ignuda Felicità per l'imo sole incalza; E -il naufragar m'è dolce in questo mare; travagliose strade della vita; -onda degli anni; unico fiore dell'arida vita</i>. Più scarse ancora le -comparazioni. Nella canzone <i>All'Italia</i> quella dei leoni e dei tori è -comune e imperfetta. Un'altra ne abbiamo nel <i>Pensiero dominante</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Come da nudi sassi</p> -<p class="i01">Dello scabro Apennino</p> -<p class="i01">A un campo verde che lontan sorrida</p> -<p class="i01">Volge gli occhi bramosi il pellegrino.</p> -</div></div> - -<p> -Una terza nella poesia <i>Sopra un basso rilievo antico sepolcrale</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Come vapore in nuvoletta accolto</p> -<p class="i01">Sotto forme fugaci all'orizzonte.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -</p> - -<p> -Dopo la canzone <i>All'Italia</i>, dove la patria depressa ed afflitta è -personificata nel vecchio modo tradizionale; e dopo la canzone -<i>Sopra il monumento di Dante</i>, dove, insieme con la patria, sono, tanto -o quanto, personificate anche la misericordia e la pace, noi non troviamo, -da quelle dell'amore e della morte in fuori, altre personificazioni<a class="tag" id="tag495" href="#note495">[495]</a>. -Il simbolo è frequente nella poesia del Leopardi, e basterà -ricordare quello della ginestra; ma l'allegoria distesa, vera e propria, -non vi si trova. -</p> - -<p> -L'associazione per contiguità, ch'è forma spesso volgare ed oziosa -di associazione, è rara ancor essa in quella poesia; e veramente poco -poteva aggradire a uno spirito critico quale quel del Leopardi, uso a -sceverare i dati immediati della esperienza. Ne abbiamo un esempio, -a mio giudizio, increscevole, nella <i>Vita solitaria</i>, là dove il poeta a -quella bellissima immagine: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> O cara luna, al cui tranquillo raggio</p> -<p class="i01">Danzan le lepri nelle selve,</p> -</div></div> - -<p> -appicca questo strascico inopportuno: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i10"> e duolsi</p> -<p class="i01">Alla mattina il cacciator, che trova</p> -<p class="i01">L'orme intricate e false, e dai covili</p> -<p class="i01">Error vario lo svia.</p> -</div></div> - -<p> -Il Leopardi predilige, come alla natura dell'ingegno suo si conviene, -l'associazione per contrasto, senza però cadere in quell'abuso -dell'antitesi e delle opposizioni violente, che forma uno dei caratteri -più spiccati della poesia dell'Hugo. Che il Leopardi avesse vivo -il senso de' contrarii è mostrato anche dalle sue contraddizioni frequenti; -e molte delle sue poesie traggono da un contrasto inspirazione -e argomento: nei canti di soggetto patrio e civile, contrasto fra -la grandezza passata e la presente abiezione d'Italia, tra la fortuna e -la virtù, ecc.; nel canto <i>Alla primavera</i>, e in altri, contrasto fra la -felicità degli antichi e la infelicità dei moderni; nell'<i>Ultimo canto di -Saffo</i>, nel <i>Consalvo</i>, nell'<i>Aspasia</i>, contrasto fra l'amore e la sorte -o la malignità; nella <i>Sera del dì di festa</i>, contrasto fra il desiderio -e la speranza del piacere e il disinganno; nella <i>Ginestra</i>, contrasto -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -fra la superbia e la miseria degli uomini: pressochè per tutto e sempre -contrasto fra la natura e l'uomo, fra il pensiero e il sentimento, fra la -illusione e il vero<a class="tag" id="tag496" href="#note496">[496]</a>. Bruto stupisce, vedendo così placida in cielo la -luna, mentre Roma precipita: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Cognati petti il vincitor calpesta,</p> -<p class="i01">Fremono i poggi, dalle somme vette</p> -<p class="i01">Roma antica ruina;</p> -<p class="i01">Tu sì placida sei?</p> -</div></div> - -<p> -Seduto presso a una siepe che gli toglie la vista di molta parte dell'orizzonte, -il poeta corre con la mente allo spazio infinito, e a un -susurrare di fronde va comparando l'infinito silenzio, e contrappone -al presente il passato. L'anima sua, combattuta da un perpetuo dissidio, -vede il mondo sotto l'apparenza di un perpetuo dissidio. -</p> - -<p> -E qui è una delle ragioni per cui il poeta così sovente, e così volentieri, -si dilunga con la fantasia nel remoto del tempo e dello spazio, -risalendo alle prime storie del genere umano e agli antichissimi miti, -smarrendosi nella vastità de' cieli stellati; dacchè il remoto, per una -facile illusione del sentimento e della immaginativa, ci appare, non -solo diverso dal prossimo, ma pure in contrasto con esso, e quasi -una negazione di esso. Nessuno meglio del Leopardi conobbe l'affascinante -poesia di quel lontano in cui l'anima, prosciogliendosi dalle -cure angustiose, sottraendosi alla tirannide delle cose presenti e prementi, -ritrova e sente tutta sè stessa, e rinnovata e libera si muove e -si espande. E qui ancora è una delle ragioni di quel suo quasi culto -delle rimembranze, dacchè ciò che l'uomo ricorda con più tenerezza -e di desiderio, sempre contrasta, in una certa misura, con ciò che -l'uomo ha o sperimenta attualmente. Se non che s'è dovuto notar da -altra banda quanto alle volte il Leopardi si tenga stretto alla realtà -immediata e presente. Questa facoltà ch'egli ha di accostarsele e di -scostarsene a suo talento acuisce mirabilmente in lui il senso dei contrasti; -e dal contemperamento e dalla fusione di qualità che a primo -aspetto non sembra si possono insieme accordare, viene alla sua -poesia un'attrattiva assai nuova e rara. -</p> - -<p> -L'intellettualità del Leopardi si appalesa ancora nell'uso degli epiteti. -Pel versajuolo gli epiteti sono elementi fonici e metrici, che servono -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -sopratutto a compiere e arrotondare il verso: pel poeta più particolarmente -sensuale e immaginativo, sono elementi pittorici e musicali -che servono a ornare l'idea e a rendere la espressione rigogliosa -e sonora: pel poeta più particolarmente intellettuale, sono elementi -determinativi che servono a dare all'idea espressa giusta misura e -giusto carattere. Il Leopardi non usa mai dell'epiteto come di semplice -ripieno o di zeppa. Lascia vedere, bensì, ma più propriamente -nelle prime poesie, alcuni esempii di epiteti ripetuti per usanza e -per tradizione, dovuti ad automatismo della memoria; ma in generale -gli epiteti suoi, in cui è quella parsimonia e quella castigatezza -che gli psicologi e gli psichiatri notano come un segno di sanità mentale, -sono appropriati ed efficaci. Alcuni, che ricorrono con maggiore -frequenza, come <i>ermo</i>, <i>solitario</i>, <i>deserto</i>, <i>romito</i>, <i>quieto</i>, <i>ignudo</i>, -<i>eterno</i>, <i>infinito</i>, riflettono la preoccupazion consueta dell'animo suo, -e porgono un indice (ma poco sicuro) dello stato somatico, della vita -fisica del poeta. Il quale non va mai fanciullescamente alla caccia di -quella colorata farfalla ch'è, il più delle volte, l'<i>épithète rare</i>; nè -mai usa un solo di quegli epiteti mostruosi ed usurpatori che violentano -o contraffanno le cose. Quello che Teofilo Gautier disse trasposizione -delle sensazioni è artifizio presso che ignoto al nostro poeta. -</p> - -<p> -Non è questo il luogo per fare uno studio minuto dello stile del -Leopardi, studio che richiederebbe, oltrechè molta diligenza e fatica, -anche assai tempo: a noi basterà notare di quello stile i caratteri -principali. -</p> - -<p> -Lo stile è la fisonomia dello spirito, disse lo Schopenhauer; e -di nessun altro scrittore può dirsi questo con più verità che del Leopardi. -Qual è, guardato in generale, e tralasciata per ora ogni distinzione -fra prosa e poesia, lo stile del Leopardi? «Il suo stile», -sentenziò un tempo il De Sanctis, «è come il suo mondo, un deserto -inamabile, dove invano cerchi un fiore»<a class="tag" id="tag497" href="#note497">[497]</a>. Ma chi mai vorrà acquetarsi -a così recisa sentenza? Che i fiori non abbondano in quello stile (e -qui, veramente, bisognerebbe distinguere fra prosa e poesia) è verissimo; -ma non altrettanto vero che sia quello stile un deserto inamabile. -Parecchi anni innanzi il Giordani aveva scritto: «Un perfetto -stile dovrebbe avere geometria, pittura, musica. — Nelle prose del -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -Pallavicino e di Leopardi prevale il geometrico. Nel Pallavicino più -visibile; meno visibile ma non meno vigoroso nel Leopardi»<a class="tag" id="tag498" href="#note498">[498]</a>. Il -Giordani diceva più giusto, massime che parlava della sola prosa. -Più tardi si vede che il De Sanctis ebbe a considerar meglio questo -punto, perchè trovò che il Leopardi introdusse nella prosa italiana -quel vigore logico onde troppo aveva difettato insino allora, e le -diede «una forma limpida ed evidente, fondata su di una ossatura -solida e intimamente connessa, come in un corpo organico»; e scrisse -insomma eccellente prosa di tipo intellettuale<a class="tag" id="tag499" href="#note499">[499]</a>. Ma ancora parmi si -scosti dal vero e dal giusto quando lo stile del Leopardi paragona a -uno scheletro ignudo, mentre è scheletro coperto di buone polpe, se -non vestito di panni pomposi e di gale. Rimane verissimo che non -solamente nella prosa, ma nel verso ancora, è stile costruito essenzialmente -dalla ragione, e costruito con quel vigoroso e difficile antivedimento -che abbraccia e coordina tutta una lunga consecuzione -di frasi e di periodi. Doti principalissime, ma non però sole, di quello -stile sono la proprietà, la coerenza, la sodezza, la proporzione, la -chiarezza; doti attiche per eccellenza, che non si trovano in quello -che dicesi stile florido, ma sono proprie di quello che dovrebbe dirsi -stile organico; e che sole pongono lo scrittore in grado di conseguire -ciò che, secondo lo Schopenhauer, più si richiede a scrittore -veramente buono: forzare il lettore a intendere per lo appunto quel -medesimo ch'egli ebbe in mente e volle esprimere con le parole. Il -Leopardi considerò «la proprietà de' concetti e delle espressioni» -come «quella cosa che discerne lo scrittore classico dal dozzinale», -e della chiarezza disse esser essa il primo <i>debito dello scrittore</i><a class="tag" id="tag500" href="#note500">[500]</a>. Ma -di queste doti, per quanto importanti, non poteva contentarsi chi voleva -rifatto <i>il di fuori e il di dentro della prosa</i>. -</p> - -<p> -Si bada a notare ciò che il Leopardi derivò nel suo scrivere dai -Greci, dai Latini, dai Trecentisti (i Cinquecentisti, meno poche eccezioni, -egli ebbe in conto di <i>miserabili</i>)<a class="tag" id="tag501" href="#note501">[501]</a>; ma si tace del nuovo ch'egli -introdusse nello stile italiano, e specie dell'ardimento con cui seppe, -più ancora nel verso che nella prosa, scomporre le vecchie forme -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -tradizionali del periodo. A tale proposito egli scriveva al Giordani: -«L'arte di rompere il discorso, senza però slegarlo, come fanno i -Francesi, conviene impararla dai Greci e dai Trecentisti; ma i -Cinquecentisti non pensarono che si trovasse, nè che, volendo esser -letti, bisognasse adoperarla»<a class="tag" id="tag502" href="#note502">[502]</a>. -</p> - -<p> -Abbiamo veduto che cosa il Leopardi pensasse della prosa poetica<a class="tag" id="tag503" href="#note503">[503]</a>: -notiamo ora che egli espresse grande aborrimento per la -prosa «geometrica, arida, sparuta, dura, asciutta, ossuta, e dirò così -somigliante a una persona magra che abbia le punte dell'ossa tutte -in fuori»; e predilezione grandissima per «quella freschezza e carnosità -morbida, sana, vermiglia, vegeta, florida..... che s'ammira in -tutte quelle prose che sanno d'antico»<a class="tag" id="tag504" href="#note504">[504]</a>. Che se per entro alle prose -di lui non ispesseggiano, anzi son rari, i versi; e se non vi si ritrova -la varietà di tono e di struttura, la magnificenza, la copia che contraddistinguono -alcune canzoni, non però vi manca quell'eloquenza -che, com'ebbe a dire lo stesso poeta, nasce spontanea sulle labbra di -chi favelli di sè. -</p> - -<p> -Concediamo al Giordani che nello stile del Leopardi tiene il -maggior luogo la geometria; ma affermiamo poi risolutamente che -delle altre due doti dello stile perfetto da lui accennate, non vi manca -(e più propriamente ne' versi) la pittura, e v'è, con assai giusta e -ragionevole proporzione, la musica. E notiam qui ancora che, contro -la opinione dello stesso Giordani<a class="tag" id="tag505" href="#note505">[505]</a>, il poeta sostenne essere la poesia -alcun che di primigenio e di autonomo, e che non s'ha da essere prima -prosatori per poi riuscire poeti<a class="tag" id="tag506" href="#note506">[506]</a>: verità incontrastabile, avvertita -da quanti mai furono poeti veri e grandi, e che lascia intendere quanto -sieno mal consigliati coloro che prima scrivono in prosa ciò che intendon -poi di mettere in verso, e perchè un poeta eccellente possa -essere prosatore mediocre, e un ottimo prosatore, poeta pessimo<a class="tag" id="tag507" href="#note507">[507]</a>. -</p> - -<p> -Che il Leopardi abbia dell'armonia poetica un senso acuto e squisito, -parmi che ogni lettore non torpido, o non disattento, lo debba -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -senz'altro consentire. Quando, è già qualch'anno, fu fatta in Francia -una specie di pubblica inchiesta circa la riforma dell'ortografia, il -Leconte de Lisle rispose indignato a chi ne lo domandava, ch'era cosa -vergognosa e da barbari volere espellere dall'alfabeto una lettera -così piacevole all'occhio come la <i>y</i>; che al poeta occorre, non solamente -di udire, ma ancora di vedere i proprii versi: che la strofe -ha un suo disegno materiale, per cui, prima ancor dell'orecchio, -l'occhio è allettato. Se la <i>visualità</i> può menare così lontano, noi non -ci dorremo troppo che il Leopardi sia stato un visuale mediocre. I -versi del Leopardi non sono punto fatti per gli occhi, ma bensì moltissimo -per l'intelletto e moltissimo per l'orecchio; e, nulladimeno, -contano fra i più perfetti che s'abbia, non questa nostra soltanto, ma -ogni altra letteratura<a class="tag" id="tag508" href="#note508">[508]</a>. -</p> - -<p> -I simbolisti di questi giorni, intestatisi di fare della poesia una -seconda musica, sacrificano ai suoni le idee, e non più come segni, -ma come suoni usano le parole. Se ciò prova in essi vivo e prepotente -senso della musica, senso di poesia sicurissimamente non prova. Il -Leopardi adopera le parole principalmente come segni, e secondariamente -come suoni. Il parlar suo è un parlare il più delle volte -immediato e diretto, dove abbonda il vocabolo proprio e scarseggia -la perifrasi, e poco o punto si trova di quell'armonia imitativa, che -riconosciuta da tempo quale un ripiego d'arte inferiore, va trovando -a' dì nostri chi la vuol rimettere in voce di magistero superlativo e -squisito. E, per contro, nella poesia del Leopardi molta e viva e intensa -armonia generale, prodotta dalla struttura del verso e del periodo -poetico, e da disposizione, alternazione, varia intensità e vario -colore de' suoni dentro di quelli. Il Leopardi non dimentica mai, o -ben di rado dimentica, che la poesia è arte fatta per piacere in un -medesimo tempo all'intelletto e all'orecchio; che essa non può pretendere -di farsi ascoltare da quello offendendo questo, nè di accarezzar -questo trasandando quello; ma che deve con unico, inscindibile, -difficilissimo magistero appagar l'uno e l'altro. Egli ricuserebbe -la sentenza del Flaubert, che disse: «Un beau vers qui ne signifie rien -est supérieur à un vers moins beau qui signifie quelque chose»; ma, -sdegnando il verso che suona e che non crea, egli non gradirebbe già -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -il verso che creando non suoni, troppo bene sapendo come il suono -in questa arte sia forza creativa, il verbo divino che trae dal nulla le -cose. -</p> - -<p> -Che diremo del senso e dell'arte del ritmo nel nostro poeta? So -che a taluno, cui pur sembra il Leopardi poeta grandissimo, riesce -scarsa per questa parte la virtù del Leopardi. Ma è egli possibile -intender poco le ragioni del ritmo e meritar nome di grande poeta? -tanto possibile, credo, quant'essere grande poeta e far versi cattivi. -Questa non è virtù secondaria, che possa mancare senza che tropp'altre -vengano insieme a mancare. Forse la diversità di giudizii non -d'altro nasce che da diversità di definizioni. Se per ritmo dovessimo -intendere ciò che da alcuni troppo superficiali ragionatori di arte poetica -comunemente s'intende, certa perizia, cioè, e certa aggiustatezza -nel comporre di più versi la strofe, potrebbe darsi (ma nol concedo) -che il Leopardi fosse mediocre maestro di ritmi; ma se, col Diderot, -vogliamo intendere per ritmo un'adeguazione e una rispondenza della -parola, della frase, del periodo, come suono, come moto, come intensità, -alla natura del sentimento e dell'idea, cosa ben diversa, come -ognun vede, dall'armonia puramente verbale, e dalla pienezza e rotondità -della elocuzione; allora dovremo riconoscere che anche di -ritmi il Leopardi è maestro grandissimo<a class="tag" id="tag509" href="#note509">[509]</a>. L'arte ritmica di lui si dà -a conoscere nella sapiente compaginatura e spezzatura de' versi, nella -studiata alternazione degli endecasillabi e de' settenarii in moltissime -delle sue poesie, nel giro della frase e del periodo; ove infinite volte -parola e pensiero sembrano formare un sol fiume, largo, copioso, -magnifico. È ritmo pieno e perfetto, in cui i due elementi, uditivo e -motore, si coadiuvan l'un l'altro e si fondono insieme; ed è ritmo -sommamente espressivo, che riesce assai volte, imitando, a produrre -impressioni meravigliose. Valgano come un esempio fra cento que' -versi dell'<i>Ultimo canto di Saffo</i>, ov'è descritto il volgersi per l'aria -del polveroso flutto de' Noti, il rumoreggiare del tuono, l'impeto -vasto e il tumulto della bufera. -</p> - -<p> -Ma l'intelletto che tutto vede e comprende, il senso squisito dell'armonia, -la conoscenza perfetta della varia funzion dello stile, soccorsi -dal pieno e sicuro possesso della lingua, da un delicatissimo -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -gusto, che gli rendeva incresciosa la lode non meritata<a class="tag" id="tag510" href="#note510">[510]</a>, da quella -perizia laboriosa e paziente ch'è dote necessaria di tutti i grandi -maestri, non fanno ancora tutta l'arte del Leopardi: la quale in nessuna -sua parte sarebbe qual è, e rimarrebbe inesplicabile, senza l'opera -di quei sentimenti di cui è tutta piena l'anima sua, e nella manifestazione -de' quali egli non ebbe, e forse non è per avere rivali: -la tenerezza nativa, il dolce rimpianto delle cose perdute, il vano -desiderio di quelle che non saranno mai possedute, lo sgomento e -l'accoramento delle rovine irreparabili, l'amore cui manca l'oggetto, -l'amarezza della delusione, l'entusiasmo del buono e del bello nella -disperazione e nel terrore di vivere. Questi sentimenti governano quel -senso dell'armonia, e quelli e questo congiuntamente empiono di -strazio, d'ardore e di suono, il verso, a cui il giudizio impone equilibrio, -compostezza, misura. Per virtù di sentimento il Leopardi, ora -si smarrisce nelle cose, ora le cose assume in sè stesso; e chi ben -guardi vedrà che il sentimento infine è, non l'unica, ma la prima e -più copiosa fonte della sua poesia. -</p> - -<p> -Alcuno potrebbe scorgere, non mai nelle prose, ma talvolta ne' -versi di lui, per esempio nella <i>Vita solitaria</i> e nelle <i>Ricordanze</i>, un -po' di quella incoerenza che si suole considerare (e non a torto) come -uno dei sintomi mentali della degenerazione; ma giova avvertire che -la incoerenza poetica non s'ha a giudicare in tutto con gli stessi criterii -con che si giudica la incoerenza comune; e, ancora, che quella -tanta incoerenza che altri credesse di poter notare nella poesia del -Leopardi, facilmente disappare all'occhio di chi sia in grado di penetrare -sino ai nessi occulti e profondi di pensiero e di sentimento. E -ad ogni modo gli è certo che al Leopardi non manca mai l'arte di -produrre quella che il Lotze chiamò la simultaneità delle impressioni -molteplici, e il Taine la convergenza degli effetti. E così è più sempre -da riconoscere che non sono nell'arte del poeta nostro le conseguenze -e i segni di quella psicosi degenerativa che veramente era in lui, riparato -il danno da qualcuno di que' misteriosi rincalzi dell'organismo, -di cui è facile notare l'effetto, difficilissimo, per non dire impossibile, -scrutare il modo e la ragione. -</p> - -<p> -Il Leopardi muove da un'arte tutta di scuola e perviene a un'arte -emancipata da ogni scuola. Le reminiscenze erudite e gli espedienti -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -retorici, che ne' primi suoi canti abbondavano, spariscono rapidamente -dai successivi, e lasciano libero il campo alla inspirazione -propria e spontanea. Il poeta non rinunzia a far suoi in qualche parte -i tesori dell'arte antica, e talvolta ancora della moderna, ma rinunzia -alla imitazione; chè altro è far suo l'altrui suggellandolo di sè stesso, -altro è imitare. Come lo Schopenhauer, il Leopardi vede nell'arte l'opera -del genio, e nel genio, la forma dello spirito più originale e -più alta. Per quanto possa avere tolto ad altrui, il Leopardi rimane -uno dei poeti più originali, non della nostra soltanto, ma di ogni letteratura; -e se nella nostra egli appare con alcuna sembianza come -di straniero, non è nessuna di cui si possa in tutto dir cittadino. Egli -è poeta universale; ed è solo della sua specie. Ci sono poeti maggiori -di lui: poeti eguali a lui non ci sono. -</p> - -<div class="blockquote"> -<p> -<span class="smcap">Avvertenza.</span> — Erano già stampati i fogli che precedono quando giunse -notizia che il Governo, fattosi finalmente consegnare le carte leopardiane lasciate -dal Ranieri, delle quali è ripetuto ricordo in questo Saggio, le aveva -affidate alle cure di appositi commissarii, che debbono prenderle in esame e -fare le opportune proposte per la pubblicazione delle inedite. -</p> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -</p> - -<h2 id="esteti">PRERAFFAELLITI, SIMBOLISTI ED ESTETI<a class="tagtitle" id="tag511" href="#note511">[511]</a></h2> -</div> - -<p> -Che c'è ora in letteratura, anzi in tutta quanta l'arte, una vera e -propria reazione, la quale si va più sempre allargando, ognuno lo -può vedere, solo che giri intorno lo sguardo; che tale reazione si -esercita, con più deliberato proposito, contro il realismo e le sue -varietà, ognuno può facilmente conoscere, solo che ne consideri gli -andamenti e i caratteri generali; che essa finalmente, sia effetto e -parte di un'assai più generale reazione che si viene compiendo nel -pensiero e nella coscienza del tempo presente è cosa che si potrebbe -arguire a priori, e che l'osservazione, anche più superficiale e affrettata, -fa manifesto. -</p> - -<p> -Per discorrere della reazione particolare, che diremo letteraria, -in modo adeguato del tutto, bisognerebbe prima, senza dubbio, discorrere -della reazion generale; cercarne le cagioni e le origini; -determinarne la estensione e il carattere; delinearne i procedimenti -e le forme: ma sarebbe lavoro assai lungo, da non potersi costringere -in poco tempo e poco spazio: e, da altra banda, di tal lavoro alcune -parti furono già fatte; altre non si potranno fare se non da chi, -dopo noi, guarderà questi moti essendone fuori, da lungi. Basterà -qui pertanto accennare, o rammentare, le cose e i fatti più appariscenti. -</p> - -<p> -Guardata nel tutto insieme, la reazion generale appare quale un -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -moto avverso alla scienza positiva e al positivismo filosofico. Il secolo, -giunto al suo stremo, si riconverte, sembra, a quell'idealismo che, accompagnando, -e in parte promovendo, un'altra reazione, ne diresse -gl'inizii. Rinasce, se non propriamente la credenza, il sentimento religioso, -o almeno quell'inquieto e pungente senso del mistero che ne fa -avvertire il bisogno e lamentare la mancanza. Il misticismo s'intrude -anco una volta in quella scienza che l'aveva inesorabilmente sbandito; -tenta di adulterarne i principii; si sforza di snaturarne i metodi e di -offuscarne i fini: e molti, sdegnando gl'incerti compromessi e i connubii -illegittimi, gridano che la scienza è venuta meno alle sue promesse, -che il suo regno è finito, che la scienza è fallita. -</p> - -<p> -Non sono certo da disconoscere le molte cagioni di indole sociale -e politica, e le intricate, e spesso non belle, ragioni di opportunità e -d'interesse che concorrono a produrre quell'effetto; ma sarebbe errore -il credere ch'esse sieno sole a produrlo. Che altre pur ve ne sieno, -più recondite e men facili a scoprire e ad intendere, scaturienti dal -proprio fondo della nostra natura e, forse, della universa natura, è -fatto palese, parmi, dalla generalità stessa del moto, dalla molteplicità, -varietà e rispondenza delle singole manifestazioni sue, e -ancor più, se non erro, dal carattere stravagante e dall'insania più -che probabile di alcune di tali manifestazioni. Il teosofismo e il magismo -acquistano ogni giorno nuovi seguaci. L'alchimia ha i suoi -iniziati e promette di nuovo, con la trasmutazione dei metalli, anche -la pietra filosofale. L'astrologia torna in onore, e nella stessa Inghilterra, -patria di Bacone da Verulamio e d'Isacco Newton, dello -Stuart Mill e dello Spencer, anzi colà più che altrove, si rallegra di -numerosi cultori, porge copiosa materia a giornali ed a libri. Credo -abbia torto il Nordau, o abbia solo in parte ragione, quando nel -nuovo misticismo altro non vede se non l'effetto della degenerazione -crescente, o un avvedimento e un ripiego politico<a class="tag" id="tag512" href="#note512">[512]</a>. Non sono tutti -degenerati per certo i seguaci e i fautori delle nuove, o rinnovate dottrine, -e basta ricordare a questo proposito come, tra quelli che lo -spiritismo conta in grandissimo numero, ve ne sieno notoriamente -alcuni a cui la scienza va debitrice di grandi incrementi, e i nomi -dei quali godono di celebrità meritata. Quanto alle ragioni politiche, -se quelle che il Nordau viene additando possono, sino ad un certo -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -segno, spiegare il misticismo francese, non potrebbero spiegare -egualmente l'inglese, o l'americano. -</p> - -<p> -Giova dire che la scienza stessa riaperse al misticismo la porta -il giorno in cui, acquistata più sicura coscienza di sè, veduti meglio -i proprii confini, confessò la impotenza propria in cospetto dell'<i>inconoscibile</i>, -e ridestò negli animi il senso sopito del mistero avvolgente; -il giorno ancora in cui ruppe la lega malamente stretta col -materialismo, e rivendicò la piena libertà dell'indagine, fuori delle -angustie di qualsiasi preconcetto dottrinario o settario. Giova dire che -già da parecchio tempo, in presenza di tendenze avverse, sempre più -minacciose e incalzanti, l'individualismo s'è risentito, s'è accampato -con nuovo orgoglio e con nuova arditezza, ha spinto sino al paradosso -e all'iperbole certe sue pretensioni, le quali, quanto sono repugnanti -alla scienza, che abbattendo o livellando gli orgogli umani, -disciplina, consocia ed agguaglia, sotto il giogo di una legge ineluttabile -e imprescrittibile, potenze, atti e fortune, altrettanto sono inchinevoli -a quel misticismo docile e vago che permette, anzi favorisce, -ogni intemperanza di sentimento e di fantasia, e ad ogni più -oscuro moto dell'animo dà significato come di rivelazione, e concede -ad ogni uomo di foggiarsi il mondo a sua posta; quanto contrarie -al positivismo, che ci comprime dentro e sotto la natura, altrettanto -confacevoli all'idealismo, che ci leva fuori della natura e sopra di -essa. -</p> - -<p> -Di quello che negli ultimi tempi fu detto, un po' troppo arrischiatamente -e pomposamente, <i>spirito nuovo</i>, una buona parte si può -esprimere con le tre sacramentali parole: <i>rinascenza dell'anima</i>, le -quali, significando al tempo stesso un desiderio e un proposito, un -presente e un avvenire son diventate, esplicitamente o implicitamente, -la formola dell'arte nuova. -</p> - -<h3>I.</h3> - -<p> -Delle reazioni in genere, e delle reazioni letterarie in ispecie, non -bisogna sgomentarsi troppo, nè troppo dolersi. Tutta la storia umana, -dalle origini più remote sino al giorno presente, è fatta di azioni -che sono al tempo stesso reazioni, e di reazioni che sono al tempo -stesso azioni. Certo, sarebbe molto più profittevole, o, per lo meno, -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -più speditivo, al genere umano procedere per via diritta verso quella -qualunque meta che può essere segnata al suo corso; ma vuole la -nostra natura, o vuole la natura a noi circostante, che quel corso -sia un andare a gangheri, lungo una linea spezzata, o un andare in -volta, lungo una spirale, con inenarrabile tedio di quanti s'avvedono -(e son pochi) della maniera e qualità del cammino, e con inenarrabil -fatica di quanti (e sono tutti) vanno camminando a quel modo, e -con incresciosa apparenza, se non con evento vero, di vani, anzi -nocivi ritorni. Data la necessità di così fatto andamento, si comprende -come la ininterrotta sequela delle azioni e delle reazioni appaja, -guardata sotto certo aspetto, non in tutto, ma in parte, quasi -una sequela ininterrotta di errori e di correzioni, di colpe e di castighi, -di eccessi e di repressioni, e quasi uno sforzo continuo ed -alterno e mal proporzionato inteso a stabilir l'equilibrio; per tal -forma che ogni errore, ogni colpa, ogni eccesso sia come il termine -estremo e fatale di un moto che fu, ne' suoi principii, ragionevole e -buono; ed ogni correzione, ogni castigo, ogni repressione porti -fatalmente con sè il germe di un male futuro. Come e perchè una -reazione possa molto più giovare che nuocere, e un'altra molto più -nuocere che giovare; come e perchè l'una appaja atta a venire a -capo di tutti i proprii intendimenti e l'altra di alcuni pochi soltanto, -o di nessuno, è cosa che dipende da infinite ragioni, da intricatissime -contingenze, e che vuol essere indagata volta per volta e caso -per caso. -</p> - -<p> -La storia delle lettere, come parte della storia generale umana, -è anch'essa tutta quanta tessuta di azioni e di reazioni, nei tempi -antichi, in quelli di mezzo, nei moderni, con questo solo divario, -che azioni e reazioni appajono tanto più rade e più lente quanto più -si risale verso gli antichi, tanto più frequenti e veloci quanto più -si scende ai moderni. Se ben ci si guarda, di sotto alla molteplicità -degli aspetti e delle movenze particolari, si scorgono alcuni principii -generali, i quali non mutano, o mutan ben poco, quanto alla sostanza, -e con perpetua vicenda si contrappongono, si combattono, si -soppiantano. Come più la civiltà differenzia e si complica; come -più si moltiplicano, si compongono insieme e s'intrecciano le forme -e le funzioni della vita, più la vicenda spesseggia: ond'è che nell'antichità, -e poi nel medio evo, vediamo aver durata di secoli moti che -in questa nostra età si misurano a lustri. -</p> - -<p> -La reazione letteraria presente si esercita in più special modo -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -contro il realismo, e più propriamente ancora contro il naturalismo, -che fu come la caricatura di quello e l'errore e la colpa e l'eccesso cui -quello doveva pervenir fatalmente. Essa si esercita con la scorta di -due concetti principali (non oserei dir dottrine) e sotto due nomi -principalmente: preraffaellismo e simbolismo; de' quali, il secondo -designa un moto di recentissima origine, e il primo un moto di origine -notabilmente più antica, ma di novissima voga. E quello e questo -hanno, insieme con qualità e tendenze proprie e diverse, qualità e -tendenze somiglianti e comuni. Entrambi si oppongono al naturalismo, -di cui l'uno schifa più la volgarità e la crudezza, l'altro più -l'abuso del particolare e del concreto: entrambi ricusano il così detto -plasticismo e l'arte marmorea dei parnassiani: entrambi menan -vampo di uno sdegnoso e nobile individualismo: entrambi si dicono -e sono idealisti, si separano dalla vita reale, vagheggiano, rimpiangono, -risuscitano come possono il medio evo, e più alta e perfetta -stiman quell'arte che chiusa ai più, schiva d'ogni contatto, più -partecipa della visione e del sogno. La reazione contro il realismo -non potrebb'essere più risoluta di così; ma non è poi altrettanto -nuova quant'è risoluta, sebbene coloro che in vario modo la menano, -o ne sono menati, la stimino cosa novissima e senza esempio. Per -non dilungarci troppo nella ricerca dei casi consimili, e guardando -a una sola delle molte specie letterarie, basterà ricordare come in -questa nostra Europa moderna, nello spazio di pochi secoli, la novella -italiana, insieme con le imitazioni che se n'ebbero fuori d'Italia, -sia stata soppiantata dal romanzo eroico e pastorellesco dei Francesi; -questo dal romanzo picaresco degli Spagnuoli e dal realistico -degl'Inglesi; entrambi questi due dal romanzo avventuroso e sentimentale -dei romantici, a cui sottentrò il romanzo naturalistico, che -incalzato e sopraffatto a sua volta, cedè il campo a un nuovo vincitore. -Onesta lotta è, in fondo, la lotta di due principii nemici che si -sopraffanno a vicenda, il principio realistico e il principio idealistico. -</p> - -<p> -Della presente reazione letteraria molti si rallegrano e molti si -rattristano; e di quelli che si rallegrano non pochi sono uomini usi -d'applaudire ad ogni novità, qual ch'essa sia; e di quelli che si rattristano -non pochi sono uomini usi di vituperarle tutte, senza curarsi -di sapere che sieno. Il critico, avendo finalmente imparato che -anche in letteratura la mutazione è necessaria e inevitabile; che il -buono, in pratica, non si può sceverare dal reo con quella facilità -che nei trattatisti si vede; e che il più delle volte, se non sempre, -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -certa misura di male è condizione a certa misura di bene; il critico, -dico, non s'ha da rallegrare nè da rattristare se non a ragion veduta, -e questo ancora con certa temperanza onesta e prudente, quale può -essere consigliata dal convincimento che il mondo non va già in perdizione -per ciò solo che in qualche modo è fatta offesa ai nostri gusti -o alle nostre opinioni; e ch'esso cammina per le sue vie, le quali -non sempre sono le nostre; e che, ad ogni modo, quando pur sieno, -non si sa dove menino. E il critico potrà ragionevolmente rallegrarsi -che questa reazione ponga fine al regno, anzi alla tirannide del naturalismo, -il quale, da un pezzo già, era troppo trascorso oltre i termini -del sensato e del tollerabile. E se gli sarà detto essere le idee -e le intenzioni dei novatori molto confuse ed oscure, egli non negherà -questo, ma avvertirà che sì fatti rivolgimenti sono mossi assai -volte, nei loro principii, da impulsi profondi dell'animo, de' quali -l'uomo non ha troppo chiara coscienza, oppure da eventi esteriori, -de' quali l'uomo non ha sufficiente contezza; e che però le dottrine intese -a spiegarli e giustificarli non mutarono se non tardi, e con fatica, -come da innumerevoli esempii è mostrato; e che per questo ancora -non si può, in modo sicuro, dalla insufficienza della dottrina far giudizio -dell'irragionevolezza del moto. E se da alcun altro gli sarà detto -che l'arte dei novatori non produsse insino ad ora nessun'opera eccellente -fra le poche mediocri e le molte pessime, egli consentirà pienamente, -ma ricorderà in pari tempo che molt'altre volte avvenne il -medesimo alle nuove scuole in sul primo loro formarsi; e che il -tempo dei primi conati e delle prove avventurose non può essere -quello dei capilavori; e che quanto si dice dei novatori di adesso -fu pur detto, per citare un esempio, di quei romantici che lasciarono -sì più di un'opera grande, ma lasciaronla solo dopo aver fatto credere -per un pezzo di non sapere nè che si facessero nè che si volessero. -Da altra banda il critico esaminerà con libero intelletto il moto -presente, distinguendo ciò che in esso ha sembianza di sano da ciò -che non l'ha; cercando se abbia veramente tanto di forza quanto d'irrequietezza; -e se dia segno di voler vincere durevolmente (non già -pei secoli, si intende), o cedere in brev'ora a contrasti solo momentaneamente -rimossi: nè dimenticherà che la ciarlataneria, la scimunitaggine, -la pazzia sono cose umane e comuni; che la passione è -un fuoco inestinguibile; che la moda è un vento mutevole; che l'esempio -trascina e che l'illusione è regina del mondo: nè dimenticherà -che la critica è fatta più per interpretare che per guidar l'arte; che -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -il suo compito è il più delicato dei compiti; e che i giudizii suoi sono -soggetti a rivedimento in perpetuo. -</p> - -<p> -Con queste norme e con queste cautele vediamo di intendere la -natura del preraffaellismo e del simbolismo e di abbozzare un giudizio -sul valore della reazione esercitata in lor nome. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -Com'è noto, il preraffaellismo nacque in Inghilterra, ma per opera, -principalmente, di un Italiano, cioè di Gabriele Dante Rossetti, pittore -e poeta, e figliuolo di quel Rossetti che fu, prima e dopo del '30, -uno dei principali poeti e promotori della rivoluzione italiana, e lo -studio stesso dell'Alighieri volse in servigio della libertà e della patria. -Ostentando di anteporre a Raffaello, considerato quale un pervertitore -dell'arte, i predecessori suoi, e, di questi, più stimando i più -antichi, il preraffaellismo si manifestò da prima e si affermò nella -pittura, ma non tardò molto a invadere la poesia, che meglio forse -della pittura poteva piegarsi a' suoi intendimenti senza offender troppo -il gusto corrente e la tradizione; e definito, nella stessa Inghilterra, -una <i>rinascenza dello spirito</i>, o, almeno, <i>del sentimento medievale</i>, -fu in tal qualità contrapposto a quella rinascenza dello spirito e del -sentimento antico che noi denominiamo, senz'altro, la Rinascenza. -Ognuno vede quale affinità venga perciò a palesarsi tra il preraffaellismo -e il romanticismo, e, non fossero certe differenze di cui ora -dirò, altri potrebbe scambiarlo, senza più, per un rimessiticcio del -romanticismo stesso. È noto di che fervido culto i più dei romantici -onorassero il medio evo, e come parecchi di essi sognassero di farlo -rinascere. Nei primi anni del presente secolo si videro non pochi -giovani pittori, scaldata la fantasia dagli entusiasmi romantici, rinnegare -come corrotta tutta l'arte della Rinascenza, e rimettersi, in -buona fede, alla scuola di Giotto. Tra il fatto di allora e il fatto di -ora c'è dunque molta somiglianza, e il preraffaellismo bisogna si -contenti di non essere tanto nuovo quanto s'immaginava; ma se i -fatti si somigliano, la ragion dei fatti è diversa. Per votarsi al santo -medio evo il romanticismo aveva tutta una sequela di ragioni che il -preraffaellismo non ha, nè può avere: guerra a quel classicismo di -cui il medio evo era stato appunto come una gran negazione, secolare -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -e concreta; ritorno a quella fede di cui il medio evo era tutto -impregnato, e di cui aveva per tanti secoli vissuto; desiderio, in Germania, -di una grandezza politica di cui porgeva indimenticabile -esempio l'Impero; desiderio, in Italia, di una libertà che, dopo i -Comuni, non s'era più conosciuta. Il preraffaellismo di queste ragioni -salde e positive non ne ha neppur una. Esso nega, ma non si -può dir che combatta; vorrebbe gustare le consolazioni e le estasi -della fede, ma sente che questa fede gli manca, e non sa come fare -a procacciarsela; detesta tutti gli ordinamenti e reggimenti sociali e -politici che ci stringono intorno e ci pesano addosso, ma non ne addita -di migliori, e, in realtà, non si propone di mutarne alcuno. Esso -è l'infingardaggine nell'arte. -</p> - -<p> -Se ben si guarda, si vede che il preraffaellismo nasce in gran -parte da una ragione puramente negativa, dal disgusto, cioè, della -vita presente e della presente civiltà quale in grado massimo lo sente -e l'ostenta il Ruskin<a class="tag" id="tag513" href="#note513">[513]</a>. Io sono ben lungi dal credere che tale disgusto -sia per sè stesso irrazionale e illegittimo, e che nasca, tutto e sempre, -come vorrebbero certi biologi e sociologi, d'insufficienza o di perversione -organica, e non altro significhi in fondo se non penuria di -quella sovrana virtù, conservatrice d'ogni vita, ch'è la virtù dell'adattamento, -ma ad ogni modo un principio puramente negativo qual'è -questo non può, quando manchino altre forze e altri ajuti, essere un -principio d'arte sicuro e fecondo; e l'arte si condanna da sè stessa -all'esaurimento e alla morte quando si diparte in tutto dalla vita reale, -dove sono, non tutte, ma le prime e le più copiose sue fonti, e si ritrae -e si sequestra nella memoria, nel desiderio, nel sogno d'una vita che -fu. Volere che l'arte non rispecchi se non ciò ch'è presente e comune, -come fu canone del naturalismo, è grave errore; ma error non men -grave è volere che l'arte rispecchi soltanto ciò che è peregrino e remoto: -ed entrambi gli errori conducono, per opposte vie, alla menomazione -dell'arte. Non nego che la distanza, sia di tempo, sia di spazio, -non accresca poesia alle cose, perchè sarebbe negare un fatto reale, -conosciuto universalmente, e più che sufficientemente spiegato dalla -natura dello spirito e dalle leggi che lo governano; ma dico che la -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -opinione comune di coloro i quali negano esser poesia nelle cose famigliari -e vicine, e che s'hanno tuttodì davanti agli occhi e, per dir -così, sotto mano, nasce, più che da un giusto vedere, e dal non saper -vedere e dal non saper collegare con la vita passata la vita -presente e la vita futura: nel che parmi appunto che stia uno -degli offici più alti che possano all'arte assegnarsi. Credo che -un animo forte e operoso tenda di sua natura, quando abbia -troppo in dispetto il presente, piuttosto verso il futuro che verso -il passato, e se verso il passato, verso quello soltanto ch'egli -immagini potere e dovere rioperar sul presente, e sia davvero, o almeno -appaja, maggior del presente. Quando i primi umanisti cominciarono -a volger gli occhi all'antichità, e ad accendersi tutti dell'amore -di quella, cominciò un grande rivolgimento nel mondo; -perchè essi non si lasciarono sopraffare dal disgusto della conosciuta -barbarie, nè anneghittirono nello sterile rimpianto della civiltà perduta; -anzi con indimenticabile entusiasmo, vogliosi, non già di disertare -la vita, ma sì bene di più altamente vivere, diedero opera a -ricondurre quella civiltà per entro a quella barbarie, e a rifar col -passato il presente: e tale fu l'impeto e la forza e l'intima virtù del -moto, che travolse persino que' Papi e quella Chiesa che più avrebbero -dovuto avversarlo. -</p> - -<p> -I preraffaelliti non pongono così alta la mira. Essi hanno grande -avversione al rinascimento classico, ma non isperano un vero rinascimento -medievale, contro cui troppe forze, e irresistibili, si troverebbero -collegate. L'esempio dei romantici deve averli ammoniti; e -ciò che non potè avvenire dopo il 1815, quando si trovava un Giuseppe -De Maistre per iscrivere il famoso libro <i>Du Pape</i>, molto meno -potrebbe avvenire ora. I preraffaelliti, del resto, non cercano nel -medio evo, mal conosciuto e peggio rassettato, se non un rifugio che -li ripari dalla ingiuria de' tempi; una specie di cenobio intellettuale -e sentimentale, ove a bell'agio possano, se non appagare, accarezzare -quel vago e tenero bisogno d'idealità e di fede che gli affanna e -gl'inquieta, e sognare in pace i loro sogni. Il caso loro somiglia per -più rispetti al caso di quei raffinati del <span class="smcap lowercase">XVI</span> e <span class="smcap lowercase">XVII</span> secolo, che sazii e -fastiditi di cortigianeria e d'artificio, cercarono nuovo sentimento di -schiettezza e illusione d'ingenuità nelle pastorellerie. Se non che la -semplicità mal riesce ai raffinati. I preraffaelliti, checchè possan credere -o dire, sono di animo affatto diversi da quei modelli a cui vorrebbero -rassomigliarsi. L'ingenuità, perduta che sia, più non si racquista; -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -e chi, a bello studio, manometta in un quadro le regole della -prospettiva, o introduca in un componimento poetico immagini e locuzioni -troppo disformi dal sentire e dal favellar nostro, con l'opinione -di riuscir semplice e schietto, non riesce in fatto nè schietto nè -semplice, ma solamente ridicolo. E poi, messo una volta il piede su -questo sdrucciolo, non è quasi più possibile fermarsi: giacchè se a -Raffaello sono da anteporre frate Angelico, Taddeo Gaddi e Giotto, -perchè a questi non sarà da anteporre Cimabue, e a tutti, come più -schietti ancora, e più veramente primitivi, i bizantini? Quando per -arte semplice s'intende arte insufficiente, ciò non è punto difficile; ed -è perciò che noi vediamo ora, dietro i passi dei pittori preraffaelliti, -muovere una schiera di pittori che si potrebbero dir pregiottiani, i -quali, intenti a rinnovare in tutto il suo rigore la tradizion bizantina, -offrono agli attoniti sguardi de' contemplanti, stecchite figure di vergini, -di asceti e di martiri, senza espressione, senza sangue, senza -carni, con tale una ostentata (ma non in tutto ostentata) ignoranza -dell'anatomia, del drappeggiamento, del colore e di ogni cosa, da fare -o strabiliare, o sorridere. -</p> - -<p> -Non perciò vorrò dire che il preraffallismo non abbia prodotto qua -e là un qualche effetto buono. In pittura esso ha indubitabilmente contribuito -ad affinare novamente il gusto, che s'era un po' troppo ingrossato -alla scuola del naturalismo; a risollevare e riconfortare la -fantasia che da quella scuola era stata depressa e mortificato un po' -più del dovere; a ridare il luogo che gli si compete a quell'elemento -ideale senza di cui l'arte a breve andare s'intorbida e s'invilisce. Nè -ciò soltanto; chè trasfondendo, senza quasi avvedersene, un sentimento -moderno nelle forme e nelle immaginazioni del medio evo, -esso ha talvolta prodotto <i>motivi</i> di una venustà rara ed arcana, di -una insuperabile acuità d'impressione, e ottenuto trasfigurazioni veramente -singolari e potentemente emblematiche della persona umana, -e raggiunto in certe composizioni di bizzarra, florida, taumaturgica -fantasia tale una fusione della realtà e del sogno quale non credo siasi -mai veduta innanzi, nè possa ottenersi maggiore. -</p> - -<p> -In letteratura i suoi meriti mi pajon minori, ma non minori i demeriti. -Sembra ch'e' non osi staccarsi dalla poesia e avventurarsi nella -prosa, nè che della poesia osi trattar tutti i temi e le forme; e Gabriele -Dante Rossetti, del cui valore noi non abbiamo ora a discutere, -rimane pur sempre il maggiore de' suoi poeti. Ciò nondimeno, a chi -ami l'arte non parrà picciol merito la sollecitudine viva e devota adoperata -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -in restituire l'antico grado e gli antichi onori a quella poesia -che dai naturalisti fu tanto sdegnata, e di cui lo Zola osava scrivere: -«J'assigne simplement à la poésie un rôle d'orchestre; les poètes -peuvent continuer à nous faire de la musique pendant que nous travaillerons»<a class="tag" id="tag514" href="#note514">[514]</a>. -Anzi i preraffaelliti passarono il segno quando pretesero -racquistare alla poesia quel primato che le condizioni presenti -della cultura e della vita più non le consentono. Ma di questo più -oltre. -</p> - -<p> -Che il preraffaellismo dovesse trovare anche in Italia ammiratori -e seguaci, come da molto tempo ve li trovano tutte le novità forestiere, -è cosa che non si poteva, sembra, evitare. A tacer dell'effetto che se -ne vide in pittura, basterà ricordar quello che se ne vide in poesia, -quando su pei giornali letterarii cominciarono a comparire sonetti e -canzoni e ballatette e sestine e none rime, rifatte sugli esemplari del -Dugento e del Trecento, con atteggiamenti di stile, con impostature -e cadenze di versi, con suoni di rime, tratti a grande studio da quell'arte; -e insiem con le forme si riaffacciaron que' temi; e la donna -angelicata rifece capolino, tutta soave e leggiadra, fra il corriere delle -mode e l'articoletto di cronaca; e gli spiritelli d'amore diguazzaron -le alucce tra i ghirigori e i cincigli della stampa cortesemente provveduti -dal proto; e parve quasi di riudire la voce di Guido Orlandi -chiedere con devozione: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Onde si move ed onde nasce Amore?</p> -<p class="i01">Qual è 'l su' proprio loco ov'e' dimora?</p> -</div></div> - -<p> -e Guido Cavalcanti, un po' accigliato, rispondere: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">In quella parte dove sta memora, ecc.:</p> -</div></div> - -<p> -cosa da ricevere con sollazzo e con riso, se, più che da una perversione -del gusto, non nascesse da scioperataggine di mente e da grande -impoverimento delle facoltà creative. Ma il preraffaellismo, benchè -iniziato, si può dire, da un Italiano, e dietro esempii italiani, non -sembra che possa avere fortuna in Italia, dove, se alcuna tendenza è -che più direttamente derivi dall'indole della nazione, e si confaccia -al costume, e li significhi entrambi, quella è dessa per certo che, contrastando -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -allo spirito de' tempi di mezzo, sortì nel Rinascimento il -proprio fine e il proprio trionfo: e già per le usanze e gl'ideali di -questo vediam rinnovarsi in Italia un'ammirazione e un amore contro -cui la dolce mania medievale del preraffaellismo non è possibile che -prevalga. -</p> - -<p> -Nè v'è ragione di credere che fuori d'Italia esso abbia a vivere -rigoglioso e durare a lungo. Troppe forze lo premono, delle quali -è grande errore l'immaginare che sien vicine a dissolversi e a perdersi. -Esse anzi acquistano, d'ora in ora, maggior gagliardia, e tutte -congiunte ci trascinano sempre più lungi dagli esempii e dai termini -di una età alla quale un repentino ripiegar della via può solo per picciol -tratto far credere che noi ci andiam raccostando. Nella grande, -torbida e impetuosa corrente del pensiero moderno, il preraffaellismo -(e altro con esso) non segnerà se non un breve e passeggiero ringorgo. -Se non ingannano i segni che del futuro si vedono, esso si -dileguerà tra non molto, e il suo nome sarà il nome di una piccola -increspatura, non quello di un grande rivolgimento dell'arte. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Il preraffaellismo ha formola chiara e precisa, ma angusta; il -simbolismo formola molto più larga, ma anche più incerta ed oscura. -</p> - -<p> -Come nascesse il simbolismo in Francia in questi anni passati, e -per opera di chi; e quanta parte s'avessero nel suo nascimento e nelle -sue prime imprese un ragionevole bisogno dello spirito e un giusto -senso dell'arte; quanta la ignoranza, la sciocchezza, la ciarlataneria, -e persino il gusto di burlarsi del prossimo: e come fosse operato, -anche in questo caso, l'ordinario miracolo del proselitismo, noi non -andrem ricercando. Che cosa esso sia propriamente, e che si voglia, -non è facile dire, nè pare che lo sappian gran fatto coloro stessi che -lo professano e ne annunziano il verbo. Qualcuno, ripetendo, senza -addarsene, vecchie e incompiute definizioni del romanticismo, lo definì -l'individualismo nell'arte, oppure la libertà nell'arte; e, veramente, -considerato sotto certo aspetto, il simbolismo non parrebbe -esser altro che un ricorso di romanticismo attenuato, rimpicciolito, e -come dissanguato. Al qual proposito gioverà notare una volta per -tutte che il decadere del realismo doveva di necessità dar luogo ad -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -un qualche ravvivamento e risentimento di quel romanticismo che -esso da prima aveva combattuto e vinto. -</p> - -<p> -Se l'intento principale è quello che sembra indicato dal nome, il -simbolismo dovrebbe, in contraddizione diretta col realismo, che considera -e ritrae, o vorrebbe considerare e ritrarre, le cose ciascuna -per sè e nel proprio suo essere, considerarle e ritrarle come segni -le une delle altre, e più propriamente le minori delle maggiori, le -materiali delle spirituali<a class="tag" id="tag515" href="#note515">[515]</a>. Sì fatto intento non è già nuovo; anzi è -vecchissimo; anzi non sempre fu intento, nel proprio senso della parola, -ma, in età più remote, operazione dello spirito affatto istintiva -e spontanea. Poesia simbolica è sempre stata nel mondo, e chi volesse -andare in traccia del simbolo per entro nell'arte realistica, e -agli stessi romanzi del Balzac e dello Zola, durerebbe poca fatica a -trovarlo. Son due anni, o poco più, nella <i>rassegna indipendente</i> che -s'intitola <i>L'Ermitage</i>, il Saint-Antoine parlò, volendo far servigio alla -scuola, del simbolo e dell'allegoria, della leggenda e del mito, distinguendo -di ciascuno la significazione e il carattere; ma non si vede -ch'egli abbia aggiunto gran che a quanto in proposito era stato detto -da un pezzo; e alla nuova scuola avrebbe dovuto premere, non tanto -la definizione puramente teoretica del simbolo, quanto una dottrina, o -una norma, per la scelta e per l'uso di esso, e alcuna opportuna avvertenza -circa il modo migliore di far che agli intenti rispondano i -mezzi dell'arte. -</p> - -<p> -Ad ogni modo, appar chiaro che i simbolisti, come già i romantici, -non vogliono poesia senza simbolo; e chi desiderasse sapere -come la pensassero i romantici a questo riguardo, almeno i francesi, -frughi nel parigino <i>Globe</i> del 1829, e troverà uno scritto che gliene -darà contezza: e se ode questo o quel simbolista sentenziare che -ogni bellezza è, di sua natura, simbolica, si ricordi che Guglielmo -Schlegel e Giovanni Herder dissero per l'appunto il medesimo. Nessuno, -se non è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà biasimare -i simbolisti perchè vogliono poesia simbolica: ma chi poi, se similmente -non è vinto dal preconcetto o dal fanatismo, vorrà approvarneli, -quando pretendono che fuori di quella non abbia ad essere -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -altra poesia? Non è forse poesia quella che, senza cercare e -pensare più là, si contenta di ritrarre poeticamente le cose e di esprimere -poeticamente l'anima umana? E son forse pochi, e sono di -picciol merito i poeti che coltivarono e accrebbero sì fatta poesia? -</p> - -<p> -Ma non tanto errano i simbolisti in questa loro opinione che non -sia poesia senza simbolo, quanto erran nel modo onde fan uso del -simbolo, e ne curan l'effetto. Il simbolo non si propone altro fine se -non di presentare un termine materiale e particolare in tal forma, -e con tale avvedimento, che da esso si possa, anzi quasi si debba, -ascendere a un termine o ideale o generale; e perchè tale passaggio -avvenga, non in qualsiasi modo, ma in quel determinato modo che -il poeta ebbe in mente, e non iscambii, mi si lasci dir così, un recapito -per un altro, e non riesca, forse, appunto dove il poeta non -volea che riuscisse, bisogna che il primo termine sia presentato in -forma determinata, consistente, evidente, perchè, se presentato in -forma perplessa, liquescente, nebulosa, potrà dar passo a più termini -superiori, tutti diversi forse da quello che il poeta s'era prefisso, -e potrà anche non dar passo a nessuno. Se i simboli riescono -assai volte affatto vaghi e ambigui, anche quando il primo termine -sia chiaro e preciso, figuriamoci quali han da riuscire quando quel -termine è incerto ed oscuro. La lonza, il leone, la lupa di Dante son -tali che ognuno li raffigura, e pure san tutti quanto varia e discorde -sia stata la interpretazione del simbolo di cui essi sono parte: che -sarebbe se il lettore non riuscisse a raffigurarli, e dovesse, prima -d'ogni altra cosa, trovar gli argomenti per dimostrare che la lonza -è una lonza, il leone è un leone, e la lupa una lupa? Ora essendo canone -fondamentale della estetica e dell'arte dei simbolisti che le cose -non debbono già esser ritratte nitidamente, ma solo adombrate, si -vede che ha da seguire de' lor simboli, e s'intende perchè il simbolo -appunto è ciò che meno si riesce a scovare nella loro poesia. Nè -accade avvertire che qui non si tratta di quella studiata occultazione -e di quella voluta ambiguità del simbolo che possono essere consigliate -al poeta dalla condizione dei tempi, e dalla considerazione -del pericolo a cui egli potrebbe esporsi usando simboli troppo ovvii -ed aperti. Dei simboli dei simbolisti nessuna potestà, nè ecclesiastica, -nè laica, s'è mai impermalita. -</p> - -<p> -Oltre che per l'uso, o meglio, per la immaginazione dell'uso del -simbolo, il simbolismo si contrappone al realismo, e più propriamente -al naturalismo, per certa ostentata adorazion di bellezza; per -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -la inclinazione che, ancor esso, ha al medio evo; per l'onore che, -rivaleggiando col preraffaellismo, tributa alla poesia. -</p> - -<p> -Veramente non tutti i realisti furono disprezzatori della bellezza. -Il Flaubert non si vergognò di dire che la bellezza è il fine -vero dell'arte; e scriveva alla Sand: «Je regarde comme très secondaire -le détail technique, le renseignement local, enfin le côté -historique et exact des choses. Je recherche par-dessus tout la beauté, -dont mes compagnons sont médiocrement en quête». E molto tempo -innanzi il Balzac aveva scritto in uno dei suoi romanzi (<i>Béatrix</i>) -queste testuali parole: «La beauté est le génie des choses». Ma non -si può però negare che il realismo intendendo, com'è proprio suo -cómpito, alla rappresentazione del reale, anzi di quel reale ch'è più -ovvio e comune, e la bellezza essendo cosa piuttosto rara che soverchia -nel mondo, non sia tirato naturalmente a trascurarla, e poi -a mano a mano, come avviene, ad averla in dispetto. Son note le detrazioni -che ne fece la Eliot, e le colpe e i danni che le imputò; ed -è noto che il naturalismo la fuggì con altrettanta diligenza con quanta, -per un altro verso, cercò la bruttezza. Onde il Mallarmé espresse -il desiderio di tutti i simbolisti quando agognò di levarsi a volo -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Au ciel antérieur où fleurit la beauté:</p> -</div></div> - -<p> -ma bisogna pur riconoscere che l'oggetto di quel desiderio è esso -stesso un po' troppo <i>anteriore</i>, e si riman troppo nel vago, e che -aborrendo i simbolisti da ogni rigorosa e perspicua delineazione di -forme, la loro bellezza, quasi, è senza forma, e tanto vana rispetto -a quella vagheggiata e ritratta dai Greci quanto è l'ombra rispetto -al corpo. Ad ogni modo, per questo amor di bellezza, di cui vanno -lodati, i simbolisti contraddicono, non soltanto ai realisti e ai naturalisti, -ma ancora ai romantici, i quali un tratto, s'innamorarono -anch'essi del brutto, e trovarono in Carlo Rosenkranz chi ne scrisse -l'estetica. -</p> - -<p> -Verso il medio evo il simbolismo tende, in parte almeno, per -quelle stesse ragioni per cui abbiamo veduto tendervi il preraffaellismo: -certa sentimentalità religiosa inappagata e inappagabile, e il -bisogno di quella piena libertà della immaginazione e del sogno -a cui ogni realtà viva e presente riesce, o poco o molto, d'ostacolo, -e che le usanze del viver nostro, e tutta quanta l'affacendata e aspra -civiltà di questi tempi, insidiano e premono da ogni banda. E qui -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -è da notare come i simbolisti, sebbene, per vie meglio opporsi ai -realisti, ostentino grande amore all'antichità, e s'ingegnino di ritentare -qua e là alcuni temi dell'arte antica, pure, dato quel loro immaginare -in confuso e dire a mezzo, che non si confà punto col genio -classico, e data quella vaga e fluida misticità, che del genio classico -è per l'appunto il contrapposto, si trovino assai più a loro agio nel -mondo medievale che non nell'antico, in una chiesa gotica che non -in un tempio greco, in compagnia di claustrali che non di eroi. Ond'è -che noi vediamo riapparire per opera loro, nell'incerta luce del secolo -moribondo, tutta la vecchia fantasmagoria romantica di castelli merlati, -di chiostri silenziosi, di cavalieri armati cavalcanti per cupe -foreste, di re barbuti, di bionde donzelle, di sante e di santi rapiti -in estasi. Uno di essi, Ferdinando Herold, intitola certo suo libricciuolo -di versi <i>Chevaleries sentimentales</i>, titolo da fare invidia a -ogni più zazzeruto e smunto romantico; e il Durtal, uno dei personaggi -dell'<i>En route</i> dell'Huysmans, non sogna se non medio evo<a class="tag" id="tag516" href="#note516">[516]</a>; e -Paolo Verlaine, di cui son noti anche troppo i parossismi alternanti -di religiosità e di lascivia, farneticava del medio evo <i>enorme et délicat</i>, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Loin de nos jours d'esprit charnel et de chair triste.</p> -</div></div> - -<p> -Non già che il medio evo non possa esser fatto rivivere dall'arte, -come può esser fatta rivivere l'antichità, chè uno degli offici dell'arte -è per l'appunto di prolungar la vita delle cose, e di ridarla, in qualche -modo, a quelle che l'hanno perduta; ma il ravvivamento, per non -riuscire un giuoco vano e puerile, deve innanzi tutto operarsi in una -coscienza che sappia essa stessa serbarsi viva rimanendo moderna, -e nelle forme proprie, non dell'attualità, ma del ricordo. -</p> - -<p> -Della devozione grande che i simbolisti hanno alla poesia si può -dire ch'è troppa, ma s'ha pure a darne loro, come s'è data ai preraffaelliti, -la debita lode. Quanto è dell'utilità, a coloro che, seguitando -una opinione dello Schiller, rinnovata dallo Spencer, dicono l'arte -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -non essere se non un giuoco, tanto più sincero quanto più è inutile, -si può rispondere che tutte le arti cui si dà nome di belle son -utili, in quanto che, variamente appagando un bisogno della spirituale -natura dell'uomo, cooperano a che essa natura si conservi integra -e sana nel pieno svolgimento e nell'esercizio armonico di tutte -le sue facoltà. Ma v'è a dire anche altro. Lo stesso Spencer mostrò -come la musica, suscitando agevolmente negli animi sentimenti a -tutti comuni, e armonizzandoli, per così dire, insieme, a quel modo -che fa de' suoni, e tutti i sentimenti purgando e affinando che le è -dato di esprimere, e ancora adoperandosi a far nascere negli animi -men delicati i sentimenti più delicati, sia un istrumento di simpatia -efficacissimo e impareggiabile, e però di felicità individuale e sociale; -e non si perita di asserire che, per questo rispetto, la musica -non riesce meno benefica della scienza<a class="tag" id="tag517" href="#note517">[517]</a>. Ma perchè della poesia -non si dovrà dire altrettanto? Anch'essa è in grado di accomunar -sentimenti, e anzi di accomunarli in quella più determinata forma -che alla musica non è consentita: anch'essa è atta a purgarli ed affinarli, -e a far sì che i più delicati penetrino a mano a mano negli -animi men delicati: e se alla musica, per esser buona a far tutto ciò, -lo Spencer pronostica crescente fortuna e sempre più glorioso avvenire, -non so perchè non si possa pronosticare altrettanto alla poesia, -la quale fa tutto ciò diversamente dalla musica, ma, per certo, non -meno bene della musica. Da parecchi già furono notate le benemerenze -della scienza in quanto tende ad assicurare, creando una coscienza -comune, e assottigliando più sempre il numero delle opinioni -discordi e inconciliabili, la pace e la stabilità sociale<a class="tag" id="tag518" href="#note518">[518]</a>; ma se -la scienza tende in più particolar modo a unificar l'intelletto, la poesia -tende in più particolar modo a unificar l'animo, e ciò facendo esercita -una azione sociale non meno benefica di quella possa esercitare -la scienza<a class="tag" id="tag519" href="#note519">[519]</a>. Se così è, perchè mai la poesia dovrebb'essa morire? -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -S'ode dir tuttodì che la scienza ha da uccidere la poesia; ma perchè -dovrebbe uccidere la poesia e lasciar vivere la musica? E se l'avvenire -preparasse agli uomini condizioni di vita più riposata e più -degna della presente, e più libero e nobile uso di quelle potenze dell'anima -ch'essi ora, per tanta parte, e in tanti pessimi modi, corrompono, -deprimono, logorano, non si può credere che le arti fiorirebbero -con nuovo rigoglio, e la poesia non meno, se non più, di ogni altra? -Siam grati dunque ai simbolisti, non propriamente della poesia, e -scusiamoli alquanto, se, scaldati e trasportati da quell'amore, vedendo -nemici dove non sono, inveiscono contro una scienza che non -conoscono, e che non ode le loro invettive. Se la poesia non ha a -temere del proprio avvenire, la scienza, del proprio, può essere più -che sicura. -</p> - -<p> -Quando avremo soggiunto che i simbolisti considerano il sognare -ad occhi aperti come la più alta e nobile operazione dello spirito, -anzi come la sola in cui esso, ignorando o negando la spiacente realtà, -fa manifesta la propria eccellenza, e che non vogliono essere turbati -nei loro sogni, avremo sommariamente indicati gl'intendimenti e i -confini dell'arte loro. I pittori simbolisti dicono di voler fare, non -pitture, ma iconostasi; e i poeti vorrebbero si potesse dir sempre -delle loro poesie ciò che di alcune di Efraimo Mikhaël ebbe a dire -Edmondo Pilon: «... je les ai dites comme on dit, dévotement, des -litanies. Car elles contiennent, en elles, l'essence de la mélancolie -inexprimable et de la constante obsession d'un exil loin d'une île heureuse; -elles sont le mirage des déceptions constantes d'ici-bas, et -elles sont les patènes divinement ciselées où sont enfermés les parfums -des sacrifices expiatoires»<a class="tag" id="tag520" href="#note520">[520]</a>. Suscitare negli animi un moto e -un contrasto di desiderii confusi che non si inaspriscano troppo nel -volere il conseguimento del fine loro, di rimpianti che non passino -il giusto segno di una mestizia tenera e sconsolata, d'immagini che -si dissolvano prima d'essersi in tutto formate, di pensieri indefiniti -che passino in una specie di luce crepuscolare e sottentrino l'uno all'altro -senza mai collegarsi o coordinarsi fra loro; e con tutto ciò, -e con richiami ed accenni impensati, dare agli animi il sentimento -e quasi l'allucinazione di un mondo remoto, misterioso, trascendente, -irrivelabile, ecco il fine che la poesia simbolista si propone. Vediamo -ora quali mezzi essa adoperi per raggiungerlo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -Questi mezzi sono tre principalmente: l'oscurità, la suggestione, -e, mi si passi il vocabolo, la musicalità. -</p> - -<p> -Che dell'oscurità si faccia senz'altro un canone, e un canone principalissimo -d'arte, può, a prima giunta, far meravigliare chi non -ricordi la innata tendenza che gli uomini hanno a confondere l'inintelligibile -con l'eccellente, e a vedere nella insufficienza e perplessità -del segno la prova della grandezza e profondità del significato. -Di solito, chi parla oscuro, parla così perchè non ha chiare le idee; -ma può, senza troppa fatica, far credere di averle talmente poderose -e vaste che le parole non le possano esprimere se non a mezzo, e forse -neanche tanto. È questa una ragion capitale per cui ci fu sempre -poesia oscura nel mondo, più assai di quanta n'avrebbero potuta -far nascere il bisogno di non farsi intendere troppo, o d'intendersi -fra pochi soltanto, e il desiderio d'esser lasciati in pace; ma non è -però la sola. -</p> - -<p> -I simbolisti sono di questo avviso, che tutto quanto produce in -noi un pensiero distinto, un'immagine circoscritta, un sentimento specificato, -nuoce alla poesia, la quale tanto più risponde al fin suo, e -tanto arreca maggior diletto, quanto più rimane nel vago e nell'ombra<a class="tag" id="tag521" href="#note521">[521]</a>. -Perciò essi detestano la sodezza e la precisione dei parnassiani, -e la pienezza e il rilievo de' così detti plastici, e sono, molti di -loro, riusciti così tenebrosi e <i>deliquescenti</i> che non v'è uomo che li -possa intendere. Provatevi a cavare un costrutto da questi versi del -Mallarmé: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Et tu fis la blancheur sanglotante des lys,</p> -<p class="i01">Qui, glissant sur la mer des soupirs qu'elle effleure,</p> -<p class="i01">A travers l'encens bleu des horizons pâlis,</p> -<p class="i01">Monte rêveusement vers la lune qui pleure;</p> -</div></div> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -o da questo periodetto di prosa dei Saint-Pol Roux: «Mon être, agglomération -de résistance opposée par mon toucher servi de ses -frères, s'initie, aveugle du vide, art hiéroglyphe de l'assaut; initiation -de la figure par successivement le point, la ligne, l'angle, la courbe». -O, ancora, da questi due terzetti di un sonetto in cui pare che Renato -Ghil abbia voluto, non so se occultare o dare a conoscere gl'intendimenti -dell'arte nuova, e le spirituali sorgenti da cui essa attinge -la inspirazione: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Une moire de vains soupirs pleure sous les</p> -<p class="i01">Trop seuls saluts riants dans la nuit exhalés,</p> -<p class="i01">Aussi haut qu'un néant de plumes vers les gnoses.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Advenu rêve par vitraux pleins de demains,</p> -<p class="i01">Doux et nuls à pleurer et d'un midi de roses,</p> -<p class="i01">Nous venons l'un à l'autre en élevant les mains.</p> -</div></div> - -<p> -Se l'arte letteraria dev'essere, d'ora innanzi, l'arte di parlare senza -dir nulla, non v'è dubbio che costoro, e con essi altri molti, hanno -tócco il sommo dell'arte. Che alcune di tali <i>elevazioni</i> e <i>trasfigurazioni -d'anime</i> sieno celie di capi scarichi, può darsi, anzi, pel caso -di Arturo Rimbaud, è dimostrato; ma, pur troppo, non tutte sono; -e se il Mallarmé si contentò una volta di dire che la chiarezza non -è se non una grazia secondaria, i suoi discepoli non furono più così -timidi e sentenziarono che la chiarezza è difetto grosso, difetto triviale, -e capital nemico della poesia. Parlando di Ernesto Jaubert, -autore di una raccolta di versi intitolata <i>Poèmes stellaires</i>, Carlo -Maurice, espositore dei principii e banditore delle glorie dell'arte -nuova, ebbe a scrivere, sono già alcuni anni: «Et maintenant, comme -tous les artistes significatifs de cette heure, le désir de tout dire l'a -dissuadé de rien préciser, de rien trop détailler pour la gloire de -l'effet total à suggérer, de laisser les choses s'envaguer doucement, -d'indiquer l'idée par l'émotion picturale et musicale des sentiments -et des sensations»<a class="tag" id="tag522" href="#note522">[522]</a>. Proprio il contrario di quanto insegnarono e praticarono -i parnassiani, l'un de' quali, il Coppée, espresse uno dei -principii fondamentali di tutta la scuola quando disse che la poesia -richiede -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Un style clair comme l'aurore.</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -</p> - -<p> -I simbolisti tutti considerano la suggestione come cosa di capitale -importanza in arte, e per essa quasi si gloriano d'avere introdotto -nell'arte un principio nuovo; ma nuovo è il nome, non il principio, -il quale è quel medesimo che sempre fu scritto nelle <i>Arti poetiche</i>; -non dovere il poeta dir tutto, ma qualche cosa lasciar indovinare, -e più e meno, secondo i casi e le convenienze. <i>Le secret d'être -ennuyeux</i>, lasciò scritto il Voltaire, <i>c'est de tout dire</i>. Lo Spencer, -che certo non è un simbolista, nota a questo proposito: «Scegliere, -descrivendo una scena, o narrando un fatto, quegli elementi che ne -traggono più altri con sè; e, per tal modo, dicendo poco e suggerendo -molto, abbreviare la descrizione e la narrazione; tale è il -secreto per impressionar vivamente... Bisogna scegliere le idee -e le espressioni per tal maniera, che il maggior possibile numero di -idee sia espresso col minor possibile numero di parole»<a class="tag" id="tag523" href="#note523">[523]</a>. Questa -potenza di suggestione le parole non sono sole ad averla: il volto -umano è sommamente suggestivo; suggestive sono le stesse cose -inanimate; e la musica opera sugli animi nostri, non in grazia della -suggestione soltanto, ma in grazia della suggestione principalmente. -E delle parole si può notare ch'esse esercitano la suggestiva lor facoltà, -non solo come segni, ma anche, in una certa misura, come -suoni; d'onde la conseguenza che lo studio de' suoni è parte, non -principale, come fu opinione di vuoti retori, ma pure importante dell'arte -dello scrivere, specialmente nel verso. Che poi la estensione e la -intensità della suggestione dipenda, in parte dalla qualità dello stimolo -che la provoca, in parte dalla qualità e dal peculiare stato dell'animo -che quella provocazione riceve, è cosa che s'intende da sè e -su cui non accade di soffermarsi. I grandi poeti sono soggettivi tutti, -e quanto più son grandi, tanto più sono, come Dante, suggestivi. Ma -Dante è, nello stesso tempo, il più preciso dei poeti. -</p> - -<p> -I simbolisti hanno dunque ragione quando celebrano le glorie del -<i>verso evocatore</i>; ma hanno torto quando dicono che a suggerire -più e meglio il poeta deve evitare i concetti precisi, le immagini precise, -le parole precise. La precisione dei concetti, delle immagini, -delle parole non fa ostacolo alla suggestione, come per innumerevoli -esempii si può dimostrare. Valga per tutti quello che ne porge <i>L'Infinito</i> -del Leopardi. Abbiamo qui un <i>ermo colle</i>, una <i>siepe</i> che cela -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -all'occhio molta parte dell'orizzonte, un <i>vento</i> che fa stormire, in passando, -alcune <i>piante</i>; termini definiti, concreti, che si apprendono -senza la menoma esitazione, e sulla cui natura non può nascere il -menomo dubbio. La designazione è, certo, sobria e fugace, e il poeta -accenna più che non descriva; ma il <i>colle</i> è un colle, la <i>siepe</i> è una -siepe, il <i>vento</i> è un vento, le <i>piante</i> son piante; e questi nomi suscitano -nei lettori immagini varie sì, secondo i ricordi e le fantasie -di ciascuno, e secondo il vario operar delle associazioni, ma definite -e chiare e riconoscibili a primo aspetto. Da questi termini concreti -il poeta si leva, per virtù di suggestione, agli astratti, e il lettore con -esso lui, e ad entrambi s'apre la visione dell'infinito spazio e del -tempo infinito, e il pensiero d'entrambi si annega in quella immensità. -Nulla si può immaginare più determinato e più chiaro, e come pensiero, -e come espressione; e, ciò nondimeno, tale è la potenza di -suggestione di quei pochi versi che il core se ne spaura a chi li -legge. La poesia che il Longfellow intitolò <i>Il vecchio oriuolo sulla -scala</i>, dove la descrizione è, quanto più si possa dire, icastica, suscita -nell'animo un vero turbine d'immaginazioni e di affetti; e altrettanto -fanno certe poesie del Leconte de Lisle, sebbene lo studio -della precisione e della perspicuità vi sia a volte a dirittura soverchio. -Certi oggetti e certi aspetti della natura, molto bene determinati e -molto chiaramente veduti, un gruppo di stelle scintillanti nel cielo -profondo, un accavallamento di nubi accese dai sanguigni bagliori -del tramonto, una scena di monti vigorosamente delineata e come -scolpita sull'orizzonte, possono rapir l'animo del contemplante in un -mondo meraviglioso e infinito di sogni e di fantasie. E non a una nebulosa -di cui l'occhio mal discerna i contorni, ma alle <i>vaghe stelle -dell'Orsa</i>, e alle <i>luci</i> che sono ad esse <i>compagne</i>, volgeva Giacomo -Leopardi il famoso saluto delle <i>Ricordanze</i>, rammentando le tante -fole ch'esse gli avevan suscitate nell'animo<a class="tag" id="tag524" href="#note524">[524]</a>. -</p> - -<p> -Il terzo mezzo usato e preconizzato dai simbolisti consiste nel -raccostare quanto più è possibile la poesia alla musica. Che la poesia -debba, in parte, quella sua virtù di penetrare, scuotere, appassionare, -affascinare gli animi agli elementi musicali che sempre, finchè non -perda il proprio suo nome, contiene in maggior o minor copia, -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -è fatto di comune esperienza, avvertito in ogni tempo, e da cui si -derivano le regole fondamentali della versificazione. Non pochi dei -precetti e degli avvertimenti che si trovano nei trattatisti concernono -appunto l'arte di rendere musicale il verso e la strofe; ma i simbolisti -non si contentano più di quella tanta musica che insino ad ora era -stata introdotta nella poesia, e vogliono fare della poesia quasi una -seconda musica, come altri aveva voluto farne una seconda pittura, -o una seconda scultura. Paolo Verlaine comincia quel suo breve e -curioso componimento cui pose titolo <i>Art poétique</i>, col precetto seguente: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">De la musique avant toute chose,</p> -<p class="i01">Et pour cela préfère l'impair,</p> -<p class="i01">Plus vague et plus soluble dans l'air,</p> -<p class="i01">Sans rien en lui qui pèse ou qui pose;</p> -</div></div> - -<p> -e raccomandata agli artisti di gusto fine quella cara incertezza da cui -viene tanta attrattiva alla <i>chanson grise</i>, e raccomandato di preferir -sempre le mezze tinte e le sfumature alle tinte risolute schiette, soggiunge: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">De la musique encore et toujours!</p> -<p class="i01">Que ton vers soit la chose envolée</p> -<p class="i01">Qu'on sent qui fuit d'une âme en allée</p> -<p class="i01">Vers d'autres cieux à d'autres amours.</p> -</div></div> - -<p> -I discepoli andarono, come sempre avviene, assai più in là del -maestro, e affermarono che la poesia è tutta nel suono, e cominciarono -a considerar le parole, non più come segni d'idee, ma come -gruppi di suoni, da dover essere scelti, ordinati, composti insieme, -non già con un criterio logico qualsiasi, ma con un criterio essenzialmente -musicale. E ne nacquero le meraviglie di cui abbiam veduto -pur ora qualche debole saggio. E dopo che Arturo Rimbaud ebbe -rivelato il gran segreto del colore delle vocali, saltò su Renato Ghil -a rivelare, nel suo <i>Traité du verbe</i>, il proprio colore degli strumenti -musicali, così di quelli a fiato, come di quelli a tasti e a corda; onde: -«Constatant les souverainetés les Harpes sont blanches; et bleus -sont les Violons mollis souvent d'une phosphorescence pour surmener -les paroxysmes; sur la plénitude des ovations les Cuivres sont -rouges; le Flûtes, jaunes, qui modulent l'ingénu s'étonnant de la -lueur des lèvres;...» ecc., ecc. Se le vocali hanno ciascuna il suo -colore, e se ha il suo colore ciascun istrumento musicale, voi potete, -scegliendo e disponendo accortamente le parole, introdurre nel verso -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -tutta una orchestra, e fare di una poesia una sinfonia poetica da -mettere accosto al poema sinfonico dei musicisti. Non ci sarebbe che -una difficoltà sola. La scienza ha bensì riconosciuto come reale il -fenomeno della così detta udizione colorata, ma ha pure riconosciuto -ch'esso presenta tante varietà e dissomiglianze quanti sono gl'individui -in cui si produce; che la vocale che all'uno dà l'impressione -del bianco, dà, all'altro, la impressione del rosso, o del giallo, o -del nero; e che per conseguenza non è possibile di fondare sopra -di ciò nè un principio nè un espediente dell'arte<a class="tag" id="tag525" href="#note525">[525]</a>. -</p> - -<p> -Lasciando stare queste pazzie, si può ammettere che la maggior -musicalità che i simbolisti s'industriano d'introdurre nella poesia risponda -a un bisogno vagamente sentito da molti. Più di un critico -accennò alla musica e alla fama del Wagner come a cause determinanti -dell'indirizzo preso dai simbolisti; ma, senza voler negare -l'efficacia che, anche per questo rispetto, quella musica e quella fama -possono avere avuta, è forse da risalire a causa più generale e più -remota, anzi a quello stesso complesso di cause a cui è dovuto il novissimo -rigoglio dell'arte musicale, e il carattere stesso che la musica, -più specialmente nell'opera del Wagner, è venuta prendendo. Se è -vero ciò che si dice, e par confermato dall'esperienza, che la musica -più fiorisca ne' tempi in cui abbondano sentimenti nuovi, non bene -definiti ancora nè sceverati, i quali in essa appunto trovano la espressione -loro più adeguata e felice, s'intende come, ricorrendo tempi sì -fatti, la poesia possa sentirsi, più del consueto, attratta verso la musica, -e chiedere a questa insoliti ajuti. Tale, forse, è il caso della -poesia dei simbolisti; nè si può dire che alle tendenze e ai propositi -di costoro contraddica, sebbene a primo aspetto possa parere, lo -studio con cui essi per l'appunto hanno sovvertito e sovvertono in -Francia tutta la metrica. Già il Verlaine aveva imprecato a quella -rima che, magnificata dall'Hugo quale vera generatrice del verso, -era divenuta pei parnassiani la chiave di volta della poesia tutta -quanta: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Oh! qui dira les torts de la Rime?</p> -<p class="i01">Quel enfant sourd ou quel nègre fou</p> -<p class="i01">Nous a forgé ce bijou d'un sou</p> -<p class="i01">Qui sonne creux et faux sous la lime?</p> -</div></div> - -<p> -I simbolisti venuti dopo, non solo rinunziarono alla <i>rime opulente -et pittoresque</i>, rinnovando e superando le licenze e le trascurataggini -di Alfredo De Musset; ma alcuni di essi rimisero in onore l'assonanza, -che, dopo il medio evo, era sparita dalla poesia francese; e -altri bandirono la rima affatto, creando finalmente quel <i>vers blanc</i>, -da noi detto sciolto, di cui la poesia francese era sempre stata creduta -insofferente. Inoltre, continuando, per questa parte, l'opera dei -romantici e dei parnassiani, essi finirono di sconnettere il vecchio -verso architettato e tradizionale, e mandarono sossopra la strofe, accozzando -persino versi di due con versi (dobbiamo proprio chiamarli -così?) di diciasette sillabe, inventando i <i>versi senza misura</i>, mescolando -col verso la prosa, e magari la <i>prosa libera</i>; e quando non -trovarono altro da trasformare o da abolire, trasformarono o abolirono -la interpunzione. Tutto ciò pare faccia contro alla intenzione -stessa dei simbolisti, ma serve, nella opinione loro, a sostituire alle -armonie ovvie e volgari armonie recondite e peregrine. -</p> - -<p> -Siami lecito di far qui, di passata, una considerazione circa l'uso -della rima. Le avversioni che essa inspira sono vecchie, come sono -vecchi gli amori, e, se ne avessi agio, potrei sciorinare un elenco -non breve di quanto in varii tempi fu scritto in sua lode o in suo -biasimo. Nel secolo scorso i <i>versiscioltai</i> più arrabbiati la vollero -morta, ma non riuscirono ad ammazzarla. Non accade rammentare -la legittimità delle sue origini storiche e psichiche, e com'essa nasca -spontanea e non mica per artifizio. Ridotta in termini pratici, la questione -sonerebbe così: Giova o nuoce la rima alla poesia? A tale -domanda non si può rispondere in modo generale ed assoluto. -Ognuno vede che la rima conviene più a certi temi e meno a certi -altri, e che non tutte le forme sono egualmente adatte a riceverla. -Che l'uso della rima induca assai volte a falsare o diluire il concetto, -e a dire più o meno di quanto s'aveva nell'animo, è vero pur -troppo; ma è altrettanto vero che la rima, adoperata con delicatezza -ed accorgimento, può dare ai concètti e alle immagini un vigore, -una perspicuità, un rilievo, che nessun altro mezzo potrebbe dar loro -in egual misura. La parola che cade in rima raddoppia, in certo -modo, la propria virtù impressiva; e tocca al poeta sapersi giovare -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -di tal guadagno. Ci sarebbe anche parecchio da dire del beneficio che -può arrecare la rima concatenando in più sensibil modo le proposizioni -e i concetti, e formando della strofe un tutto indivisibile, le -cui parti si richiamano a vicenda e armonicamente si compiono. E -molto più ci sarebbe da dire dell'officio ch'essa esercita come elemento -musicale, se a far ciò non si dovesse entrare in troppi e troppo -sottili discorsi. Certo si è che infinite poesie, di questo e di altri -tempi, perderebbero il meglio dell'esser loro, se privati della rima e -rifatte in isciolti. Provatevi a togliere al <i>Dies irae</i> il formidabile rinterzo -delle sue rime o cupe o squillanti, e mi direte poi che cosa rimane -di quella sua misteriosa e sopraffattrice potenza. Così fatti -esempii potrebbero essere moltiplicati a migliaia. Ma di un servizio, -tutto pratico, che la rima può, in molti casi, rendere al poeta, parmi -sia pure da far qualche conto. Ponendo, per una parte, ostacolo alla -libera formulazione ed espression del pensiero, e stimolando, per -un'altra, la memoria, l'intelletto e la fantasia a vincer l'ostacolo, la -rima forza il poeta a soprassedere, e porre un freno alla troppo facile -vena e lo forza ad approfondire il proprio soggetto, a voltare e rivoltare, -per così dire, il proprio pensiero, guardandone ad una ad -una tutte le facce. Che molte volte, durando in questa fatica, si -riesca a trovati nuovi, altrettanto felici, quanto impensati, è noto a -chiunque abbia composto versi con qualche amore e qualche studio. -Non nego che quello stento del cercar la rima non possa alle volte -sfreddar l'animo e stancare la inspirazione; ma, se si pensa che il -lavoro del concepire, il quale più propriamente richiede l'opera della -inspirazione, precede di solito, almeno per la parte più rilevante, -il lavoro dell'esprimere; e che il concetto che primo si affaccia alla -mente, e la espressione che prima vien sulle labbra non sono, di -solito, i più acconci possibili; e che, finalmente, la poesia, come -ogni altra arte, deve esser capital nemica della fretta; se, dico, si -pensa a tutto ciò, si vede che questa <i>remora</i> della rima non può, -anche per questo rispetto, fare tutto il male di cui l'accagionano. Per -concludere, parmi si possa dire che, almeno alla poesia lirica, la -rima, adoperata a dovere, riesce più di giovamento che di danno, e -che il poeta vero, ricco d'inspirazione e d'immaginativa, e padrone -di tutti gli espedienti dell'arte sua, saprà far sì che il danno non si -avverta, e si avverta molto bene per contro il giovamento. -</p> - -<p> -Fu tempo in cui le singole arti si considerarono come chiuse -ciascuna entro confini precisi e inviolabili, con divieto a ciascuna di -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -uscirne e d'invadere in qualsiasi modo il dominio altrui. Di ciò si -doleva nei primi anni del secolo il Giordani, scrivendo: «Il nostro -secolo si è troppo avanzato in un vizio pessimo di separare le arti, -che colla compagnia si ajutano e si avvalorano»; ma poi sopravvennero -i romantici, i quali, mescolati i generi, cominciarono a -mescolare le arti; e poi sopravvennero altri, che pretesero con la -parola far l'opera del pennello e dello scalpello. Quella separazione, -troppo rigorosa, noceva; questa confusione, troppo arbitraria, -nuoce ancor più. I simbolisti potrebbero aver ragione se si contentassero -di cercar nella musica qualche nuovo sussidio alla poesia: -hanno torto quando della poesia pretendono di fare una seconda -musica, che operi sull'anima allo stesso modo che fa la vera. Checchè -si faccia e si dica, ogni singola arte ha un suo proprio modo di rappresentazione -e di espressione, nel quale riesce altrettanto perfetta -quanto riescono imperfette le altre. La poesia non può fare sugli -animi nostri quella stessa impressione che fa la musica, perchè non -è la musica e non può essere la musica. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -Detto del simbolismo, non quanto se ne potrebbe dire, ma quanto -può bastare al nostro bisogno, diciamo ora qualche cosa dei simbolisti. -</p> - -<p> -Il Nordau li giudica tutti sommariamente una brigata di degenerati -e d'imbecilli. Tale giudizio è veramente troppo sommario e troppo -assoluto: ma anche il temperatissimo Guyau ebbe a riconoscere che -i sintomi della degenerazione e della imbecillità abbondano nell'arte -loro. Il Verlaine, che fu incontrastabilmente poeta vero (non grande), -e che convertitosi di decadente in simbolista, fu il maggior astro del -simbolismo, e tale rimane tuttora, il Verlaine fu pure, non dirò un -degenerato, perchè tale appellativo è divenuto ormai di troppo larga -e confusa significazione, e se ne fa da troppi un uso troppo poco -scientifico, ma un mezzo pazzo e un mezzo delinquente, che menò -vita di vagabondo, sempre che non l'accolse l'ospedale, o nol murò -la prigione. Egli stesso comprese sè e i simili a sè, in una famiglia -che denominò dei Saturniani, cioè dei nati sotto il maligno influsso -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -di Saturno; e degli ascritti a cotal famiglia, considerati sotto l'aspetto -intellettuale e morale, ebbe a dire: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">L'imagination inquiète et débile</p> -<p class="i01">Vient rendre nul en eux l'effet de la raison.</p> -</div></div> - -<p> -I simbolisti si danno volentieri, da sè, il nome di <i>intellettuali</i>, -nome che parrebbe significare virtù grande e preminente di pensiero; -ma poichè il pensiero in loro è, quanto più si possa dire, povero, -debole, informe; ed essi sognano assai più che non pensino, e di -questo si vantano; farebbero meglio a chiamarsi, anzichè <i>intellettuali, -sognativi</i>. Nella turba grande sono, senza dubbio, alcuni burloni -e parecchi ciurmadori; ma i più sono ingenui e di buona fede, e -sono, di solito, nature molli, inconsistenti, passive, ludibrio di tutte -le impressioni e di tutte le suggestioni; fanciulli, non uomini. Incapaci -di vero sapere, perchè nelle loro menti annebbiate non si formano -idee lucide e contornate, e molto meno concatenazioni logiche d'idee, -detestano per istinto la scienza che gl'inquieta e gli analizza. Incapaci -di volere, perchè tiranneggiati da tutti i loro sentimenti e da -tutti i loro fantasmi, si ritraggono dalla vita, che è esercizio continuo -di volontà, e riparan nel sogno, che è cessazione di volontà, e diventano -pessimisti, non per aver giudicata, ma per aver temuta la -vita. Nel simbolismo vanno a imbrancarsi tutti coloro che propriamente -non sanno che altro fare di sè; malcontenti, impotenti, illusi -e delusi d'ogni risma e colore. Ed è naturale che questo avvenga. -Quando v'è in mezzo alla civiltà di un popolo, o di più popoli intellettualmente -consociati, un'arte saldamente costituita, con caratteri -ben definiti, con avviamento sicuro, gli animi perplessi e confusi difficilmente -possono farcisi un posto; quando arte così fatta non v'è, -quegli animi, respinti da ogni altro esercizio d'opere e di vita, sono -attratti dall'arte, che offre loro un asilo, e accarezza, restaura, fomenta -mille care illusioni. -</p> - -<p> -Di illusioni i simbolisti ne hanno parecchie, ma due principali: -credersi originalissimi e credersi grandissimi. A sentir loro, ciò -ch'essi fanno sarebbe cosa affatto nuova nel mondo, non più veduta -nè immaginata: ma se poi si guarda un po' da vicino questa lor -novità, si vede che essa consiste, in massima parte, nelle copertine -dei loro libricciuoli, alluminate e istoriate di simboli indecifrabili; nei -titoli che vi stampan su: <i>Moralités légendaires, Neurotica, Les palais -nomades, Légendes d'âme et de sang, La voie sacrée, Poèmes stellaires, -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -Le pélerin passionné, L'adolescent confidentiel</i>, ecc., ecc.; nel -sovvertire senza nessuna necessità, la grammatica; nell'uso di certi -aggettivi, coniati da loro e da loro stimati di sprofondatissima o intraducibile -significazione; nello scrivere <i>Avant-dire</i> o <i>Racontars préatables</i> -in luogo di <i>Avant-propos</i> o di <i>Préface</i>, e in altre invenzioncelle -di questo taglio. Si gloriano di <i>autonomia estetica</i> (così la chiamano); -ma è curioso vedere come, avendo pochissima conoscenza delle cose -del mondo, e anche minori dei grandi travagli dello spirito, questi -originalissimi secondino, senz'avvedersene, molte, o sciocche o morbose -tendenze di quella stracca ed esausta classe delle società nostre, -che essendosi fatta legge suprema della eleganza, ha in dote inalienabile -la miseria intellettuale e la noja. Si stimano incommensurabilmente -profondi; ma a formar giudizio della profondità loro e di -ciò che in essa si cela, non si può far meglio che trascrivere, tradotte, -le parole con cui Alessandro Pope, sin dal 1727, cominciava -il quinto capitolo della sua <i>Arte di sprofondarsi in poesia</i>: «Ora io -mi avventurerò a porre in carta quello che s'ha da tenere per prima -massima e pietra angolare di quest'arte nostra; che chiunque voglia -riuscirvi eccellente deve, con ogni studio, fuggire, detestare e rinnegare -tutte le idee, usanze ed operazioni di quel pestilenziale nemico -del genio, e distruggitore di belle figure, che da tutti è conosciuto -sotto il nome di senso comune». Per lungo tempo Stephan Mallarmé -fu tenuto da ammiratori e discepoli per un genio smisurato, incomprensibile -ed ineffabile, la cui troppa profondità di pensiero e singolarità -di sentimento, non potendo accomodarsi della parola, erano -sola cagione che egli non avesse pubblicato mai nulla. Finalmente, -cedendo alle premurose istanze dell'amicizia, egli pubblicò uno smilzo -libercoletto di versi, cui si contentò di apporre il titolo modesto, e -non novissimo, di <i>Florilège</i>. Ahimè! da quel giorno il grande maestro -cessò d'essere inedito, e, al tempo stesso, d'essere il più grande dei -poeti viventi e possibili. -</p> - -<p> -Ma quel vanto di novissima originalità, che i simbolisti si arrogano, -riesce addirittura ridicolo, quando siensi notate certe somiglianze -ch'essi hanno assai spiccate con altri che furono prima di -loro, e che essi, ignorantissimi come sono la più parte, non sanno -di avere. Ostentano grande disprezzo pei romantici; ma è a credere -che ne ostenterebbero meno, se sapessero quanto somigliano ai peggiori -tra quelli. E qui, perchè non paja la mia una calunniosa asserzione, -sarà bene di recare qualche altra prova, in aggiunta a -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -quelle che già si son potute rilevare in passando. Un poco innanzi -al 1830, data famosa, come tutti sanno, nei fasti del romanticismo -francese, Paolo Dubois scriveva nel <i>Globe</i>: «Aussi, remarquez que -dans les écrivains qui se produisent aujourd'hui, rien n'est d'instinct ni -d'inspiration; tout vient de calcul: l'originalité est un système comme -l'imitation; si les uns arrangent et copient l'usé, les autres combinent -l'extraordinaire; ils ont l'exagération de celui qui se tend pour atteindre -à un effet qu'il rêve, mais dont il n'a jamais senti l'impression en lui-même, -ni observé la puissance en autrui. On fait de la religion et des -croyances une machine épique ou tragique, sans éprouver pour elles -aucune sympathie: on violente la langue parce qu'on n'a qu'un besoin -confus d'émotion, et pas une idée claire; et le style, chargé, obscur, -prétentieux, dénonce les efforts d'une imagination qui se monte, mais -qui ne voit et ne saisit aucune réalité». Qui si parla dei cattivi romantici; -ma che cosa, in sostanza, ci si dovrebbe mutare, perchè -l'intero discorso s'attagliasse ai simbolisti, alle tendenze e ai procedimenti -loro? E quando, nello stesso giornale, leggiamo ciò che Prospero -Duvergier scriveva contro il jargon <i>mystique et vaporeux</i>, e -Carlo di Rémusat contro lo stile forzato, contorto, contrario a natura, -se non badassimo ai nomi e alle date, che ragione avremmo di -credere che quelle pagine furono scritte, non contro ai buoni simbolisti -di ora, ma contro ai pessimi romantici di allora? Lasciamo i -romantici da banda, e non facciamo ingiuria ai laghisti, cercando alcune -somiglianze, che pur ci sono, fra l'arte loro e quella dei recentissimi -poeti del simbolo: ma sanno questi signori poeti quali somiglianze -essi hanno coi marinisti d'Italia, coi gongoristi di Spagna, -cogli eufuisti d'Inghilterra, coi <i>preziosi</i> di Francia e con quelli di -Germania? Apro un volume di versi del già citato Saint-Pol Roux, -e ci trovo, fra molt'altre, queste metafore: <i>péché-qui-tête</i>, che vuol -dire bambino nato d'illegittimi amori; <i>cimitière qui a des ailes</i>, che -vuol dire uno stormo di corvi; <i>psalmodier l'alexandrin de bronze</i>, -che vuol dire sonar le campane; <i>sage-femme de la lumière</i>, che vuol -dire il gallo; <i>quenouille vivante</i>, che vuol dire non so bene se il -montone o la pecora, ecc., ecc. Che cosa avrebbe potuto desiderar -di meglio Baldassarre Gracian, quando si stillava il cervello sul famoso -suo libro: <i>Agudeza y Arte de ingenio</i>, o quel buon uomo del -Tesauro, quando andava speculando le antiche e le nuove lettere col -<i>Canocchiale aristotelico, o sia idea dell'arguta et ingeniosa elocutione -che serve a tutta l'arte oratoria, lapidaria et simbolica</i>? E veduta -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -la qualità di queste somiglianze, non appar ridicola all'ultimo segno -l'ammirazione che i simbolisti ostentan pei Greci, e la opinione in -cui sono, non so come, venuti, d'avere coi Greci appunto una dolcissima -comunanza d'arte, di genio e d'intendimenti, rimanendo, ciò -nondimeno, originalissimi? -</p> - -<p> -La modestia non è virtù che i poeti abbiano mai molto osservata; -ma la opinione, innocua del resto, ch'e' sogliono avere della propria -quasi divinità, può essere comportata in pace e scusata, quando -abbia il suffragio di opere grandi davvero. Di opere grandi, insino -a questo giorno presente, i simbolisti non pare n'abbiano fatte; ma -la opinione ch'essi hanno di sè è tale che non potrebb'essere maggiore -se ne avessero fatte di grandissime. I simbolisti si atteggiano -volentieri a profeti e a redentori, e credendo, in buona fede, di rivelare -agli uomini nuova terra e nuovo cielo, si pongono da sè sugli -altari, e un po' si meravigliano, un po' si sdegnano di certa noncuranza -o tardità che gli uomini pongono in adorarli. Non so se il -Maeterlick, paragonato da' suoi ammiratori allo Shakespeare, non -s'impermalisca del paragone. Ancora si vantano di non formare una -scuola; e credono che ciò provi la potenza e l'autonomia degl'ingegni -loro; e non s'avveggono che scuola, nel vero senso della parola, -non può formarsi dove non sieno esempii che comandino la imitazione -o principii chiari e sicuri in cui possano consentire gli spiriti. -</p> - -<p> -I simbolisti s'immaginano ancora d'essere sociali, e di lavorare -alla <i>rinascenza dell'anima</i>, approfondendo i sentimenti, slargandoli, -accomunandoli. Come possa durare in sì fatta immaginazione gente -che fa della oscurità uno dei grandi principii dell'arte, è davvero -impossibile intendere. Poesia oscura è, necessariamente, poesia insociale, -sia perchè non può essere intesa da coloro che avrebbero a -giovarsene, sia perchè colui che la fa si trae fuori dall'umano consorzio, -e rinunzia a quella massima delle comunanze umane ch'è il -comune linguaggio. Nè, da altra banda, s'intende come possa essere -sociale una poesia che ignora, o disprezza, tutti i comuni bisogni e -le comuni operazioni degli uomini, e schifando ogni maniera di contatti, -e solo dilettandosi del peregrino, dello squisito, dell'ineffabile, -si rifugia per maggior sicurezza nel sogno, dolente di non potersi -sollevare sino all'estasi mistica. Fatto sta che i simbolisti sono individualisti -nati, e di quel mostruoso e puerile individualismo che, per -usare le parole non molto intelliggibili con cui ebbe a magnificarlo -Ola Hansson, <i>gonfia a sè stesso incommensurabilmente il proprio -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -mondo e la propria misura</i>: l'individualismo del Nietzsche, il quale -non può finire in altro che nella pazzia del Nietzsche. -</p> - -<p> -Di questo individualismo un altro effetto si vede, fuori della -poesia. La critica soggettiva, già caduta in tanto discredito, e da -molti creduta morta, è richiamata in vita, è rimessa in onore. La considerazione -puramente storica dei fatti umani, e il criterio così detto -storico, incontrano oppositori molto più numerosi di prima, e comincia -un moto contrario a quello che tutto quasi il sapere riduceva -e subordinava alla storia. V'è del buono in questa reazione; ma non -esito a dire che se v'ha qualche parte il bisogno novamente sentito -dagli spiriti di esercitarsi intorno alle cose con quella spontaneità di -cui la natura li ha pur dotati, una di gran lunga maggiore ve n'ha: il -desiderio di scampare la dura fatica che importa lo studio diligente e -severo dei fatti. -</p> - -<h3>VI.</h3> - -<p> -Se riandiamo nel pensiero le cose dette, il simbolismo ci parrà, -credo, cosa di piccol pregio, quanto al presente, e di scarsa promessa -quanto all'avvenire. Esso non mostra nessuna delle qualità -che contraddistinguono in arte i rivolgimenti grandi, duraturi e veramente -fecondi. Di quante dottrine letterarie apparvero al mondo -nessuna forse fu più povera d'idee, più inconsistente, più incerta. I -simbolisti si propongono alcuni fini lodevoli, ma non li raggiungono, -o perchè non riescono a scorgerli chiaramente, o perchè errano circa -ai mezzi che si dovrebbero adoperare a raggiungerli. Vorrebbero restaurato -il regno della bellezza; ma si contentano di dire che la bellezza -deve anteporsi alla verità, e non si curano di sapere che sia -l'una e che l'altra, e se veramente contrastino insieme, e in qual modo -e perchè. La loro estetica è la più elementare che possa immaginarsi, -e il loro idealismo il più povero e scolorito di quanti mai se ne videro. -Vorrebbero restituire alla poesia l'antico lustro e l'antico primato, e la -poesia nelle loro mani si attenua e si estenua, si riduce dalle piene armonie -di una orchestra al poco e nudo suono di un flauto, diventa una -specie d'arte occulta, ieratica o sonnambulica, nota solo a pochi iniziati -e praticata in secreto. Vorrebbero ripristinare il concetto stesso dell'arte -offeso e menomato dal naturalismo che, consapevole o non, -ebbe l'arte in avversione, e tentò porla in discredito, come quella che -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -vuol essere un'azione dell'uomo sopra le cose, e una traduzione della -natura secondo lo spirito; ma non riescono se non ad instaurare un -artifizio nuovo, peggiore, sembra, di quanti mai ne furono nel passato. -Riescono a immaginare alcune (chiamiamole anche noi così) notazioni -nuove di sentimenti reconditi o strani; a suscitare talvolta -negli animi altrui una inquietudine d'impressioni indeterminate e -fugaci; a dare, di rado, della natura un senso più acuto, più doloroso, -più intimo che forse non siasi fatto sin qui; ma a fronte di -questi scarsi ed incerti guadagni, quante e quanto grandi perdite! -</p> - -<p> -E già forse il moto simbolistico accenna a stremarsi, e fermarsi. -Fuori di Francia esso non si allargò molto; e se in Italia bastò a -suscitare qualcuno di quei giornaletti che nascono e muojono tutti -gli anni a dozzine; a variare un altro po' il gusto delle copertine -molticolori; a spremere da magre fantasie alcuni titoli di laboriosa -invenzione; a far nascere una piccola messe di versi giovanili che, -in un paese dove così pochi versi si leggono, non sono letti a dirittura -da nessuno<a class="tag" id="tag526" href="#note526">[526]</a>; e a far sì che qualche dabben credenzone accozzasse -parole senza senso, o ritentasse l'alchimia del colore delle vocali; -bastò a tanto, ma non a più, e non fece altro bene nè altro -male<a class="tag" id="tag527" href="#note527">[527]</a>. E già in Francia stessa nuove tendenze sorgono contrarie all'arte -dei simbolisti; ed Emanuele Signoret, nella rassegna <i>La Plume</i>, -parla di una novissima e baldanzosa generazione di poeti, i quali -mettono tutti in un fascio i miti, le tradizioni ed i simboli, e buttano -ogni cosa nelle gemonie della repubblica letteraria. -</p> - -<p> -Tutto considerato e tutto sommato, si può, credo, concludere che -il simbolismo non durerà più di quanto sia durato il decadentismo, -dal quale uscì, o il romanismo, con cui è imparentato. Manca ad -esso la interna forza che sollevò, impose, diffuse il romanticismo -prima, il realismo poi. Esso dileguerà lasciando appena un residuo, -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -simile a liquidi volatili, che svaporando lasciano appena in fondo al -vaso, che li contenne, un po' di sostanza colorata; e il merito suo -maggiore sarà stato, come giustamente nota il Brunetière, quello di -essersi ribellato alla tirannide naturalistica<a class="tag" id="tag528" href="#note528">[528]</a>; e l'opera sua andrà a -beneficio di qualche nuova tendenza più sensata, più vigorosa e -meglio equilibrata. -</p> - -<h3>VII.</h3> - -<p> -Se i preraffaelliti e i simbolisti si compiacciono di chiamarsi esteti, -non tutti coloro che si chiamano esteti sono preraffaelliti o simbolisti. -Chi sono generalmente parlando, gli esteti, e che vogliono? -</p> - -<p> -Sono uomini i quali s'immaginano che il supremo interesse del -genere umano, e la ragione ultima della sua esistenza sopra la terra -sia la contemplazione della bellezza, e si propongono di vivere, per -quanto è possibile, in mezzo alle contingenze della realtà, una vita -estetica, una vita, cioè, governata da soli principii estetici, e di cui il -sentimento e il godimento estetico formino la principal contenenza -e tutta la dignità. Costoro accettano la famosa triade del vero, del -bello, del buono, a condizione che il vero ed il buono si rassegnino -a lasciarsi incorporare nel bello, o a ricever legge da esso: se a -questo non si rassegnano, li lasciano stare, e dei tre termini della -triade ne tengono un solo, il bello. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Rien n'est beau que le vrai,</p> -</div></div> - -<p> -lasciò scritto il Boileau; ma Alfredo De Musset invertì la formola -e disse: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Rien n'est vrai que le beau;</p> -</div></div> - -<p> -e il Verlaine soggiunge: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Le rare est le bon;</p> -</div></div> - -<p> -finchè, da ultimo, si udì in Parigi un dabben letterato esclamare, a -proposito della prodezza di non so più qual dinamitardo: <i>Qu'importe, -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -si le geste est beau?</i> Maestro e duce di tutti costoro, ma con molto -più ingegno e molta più coltura che non la massima parte di costoro, -è il Ruskin, il quale tentò di fare del culto della bellezza una nuova -religione, negando tutta la vita moderna, movendo guerra alle strade -ferrate, al telegrafo, ad ogni specie di macchine<a class="tag" id="tag529" href="#note529">[529]</a>, assoggettando ad -essa religione la politica, l'economia, la questione sociale. -</p> - -<p> -Il concetto di una vita estetica, affatto indipendente da tutto che -non sia idea e sentimento estetico, non è punto nuovo, e fu genialmente -svolto in Germania da Carlo Köstlin; e sarebbe concetto sino -ad un certo segno giusto e buono, qualora potesse esplicarsi nella -realtà in modo così consequente e pieno come si esplica nel pensiero. -Perchè, chi avesse perfetta idea e perfetto senso del bello, potrebbe, -sempre sino ad un certo segno, giudicar rettamente e del falso e del -disonesto, che sono pur forme del brutto, sebbene sieno anche altro; -e il simile si potrebbe dire, variati i termini, di chi avesse perfetta -idea e perfetto senso, vuoi del buono, o vuoi del vero. -</p> - -<p> -Ma il guajo si è che nessun uomo d'ossa e di polpe può mai avere, -a paragone, sia di uno, sia di altro termine della triade, quella idea -perfetta e quel senso perfetto: onde in pratica si vede che chi intende -solamente il vero, o solamente il buono, o solamente il bello, non -riesce mai uomo in tutto, nè attua la vita nella sua pienitudine; e -perchè le cose umane vadan men male essere necessario che gli -uomini, per quanto la natura il concede, gl'intendano tutti e tre. E -ciò è provato dagli esempii della storia, dove si veggono, a non parlare -se non di quanto spetta a bellezza, età invaghite d'arte e di eleganza -dare spettacolo di corruzione spaventosa, com'è del nostro Rinascimento; -e sommi artisti riuscire, fuori dell'arte loro, uomini riprovevolissimi, -com'è di Benvenuto Cellini. -</p> - -<p> -Fra i principii asseriti dagli esteti del tempo presente ce ne son -due meritevoli di più particolare attenzione: il principio della bellezza -pura, e il principio dell'arte autonoma; non nuovi, del resto, nè -l'uno nè l'altro. -</p> - -<p> -Per bellezza pura gli esteti intendono quella ch'è scevra e monda -d'ogni elemento di utilità, sciolta da qualsiasi interesse umano: quella -che il Winckelmann paragonava all'acqua schietta, priva affatto di -sapore. Qui rinasce una grossa e vecchia questione di estetica: si dà -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -bellezza pura? in altri termini, possiam noi provare un sentimento -il quale sia tutto estetico, non altro che estetico, e in cui non s'infiltri, -per una o per altra via, in uno o in un altro modo, quel generalissimo -sentimento che noi diciamo della propria conservazione, e che si -specifica in tante e sì svariate forme d'inclinazioni e di avversioni, -di desiderii e di paure? Non credo; e parmi che la nuova psicologia -e la nuova estetica, che sempre più si viene appoggiando alla -psicologia, tendano risolutamente a negarlo. -</p> - -<p> -Sino dal 1868 Ermanno Lotze, facendo la storia e la critica dell'estetica -tedesca, osservava che l'impressione estetica prodotta in noi -dalle cose non dipende soltanto da ciò che esse sono od appajono, -ma ancora da ciò di cui ci fanno ricordare, da ciò che suggeriscono e -simboleggiano. Ricorrendo ad un esempio quanto più semplice, tanto -più dimostrativo, quello cioè, di una figura geometrica, egli faceva -vedere come non sia possibile recare sopra di essa un giudizio estetico, -il quale non consideri altro che gli elementi e i caratteri puramente -geometrici ond'è formata e distinta. La varia direzione e qualità -delle linee di cui una tal figura è composta suscita l'idea e il sentimento -di un moto, anzi di più moti, in vario modo cooperanti o contrastanti, -e di altrettante forze che quei moti producono; e la natura -di quei moti e di quelle forze, e il vario loro atteggiarsi, suscitano -un senso vago o di piacere o di disagio. E se dalle forme semplici -si sale alle composte e se dallo statico si sale al dinamico, si vede -che ogni qualvolta le cose producono in noi una emozione estetica, -in questa emozione ha larga parte il sentimento indistruttibile -della vita, della conservazione e di un benessere o malessere -nostro<a class="tag" id="tag530" href="#note530">[530]</a>. Ma si può andare più oltre e trovarvi, dopo il sentimento -istintivo della vita, anche un concetto della vita, e un -riflesso più o meno largo della coscienza morale. Una fiamma viva -che guizzi libera e splendente nell'aria, desta di solito in noi un estetico -compiacimento. E perchè? Forse solo per quello splendore che -affascina l'occhio? Questo è senza dubbio un fattore di quel compiacimento; -ma ce ne sono più altri, e tanti più, quanto più l'anima -del riguardante è essa stessa più viva, e, mi si lasci dire così, più -flammea. C'è quella nobiltà pronta e continua che ci par segno di -libera e incoercibile vita; c'è quel tendere in alto ch'è come un simbolo -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -di elevatezza morale; c'è una immagine di purezza o di purgazione, -congiunta a una immagine di potenza. Nella fiamma noi sentiamo -in certo modo noi stessi, con molta parte degli affetti, dei ricordi -e degl'ideali nostri. Che se, nel punto in cui la guardiamo, ci -si affacciasse alla mente il ricordo di un incendio, e dei danni o dei -terrori ond'esso ci fu cagione, in quel punto il compiacimento estetico -o cesserebbe o scemerebbe di molto. In una parola, il bello e -l'utile non possono essere separati in tutto<a class="tag" id="tag531" href="#note531">[531]</a>. -</p> - -<p> -Taluno potrebbe dire che ciò nasce da vizio non insanabile, per -quanto antico, della nostra costituzione mentale, e che come più lo -spirito umano diverrà agile e autonomo, più saprà sceverare da ogni -altra emozione la emozione estetica, e che a questo appunto dovrebbe -tendere in parte la educazione. Chi così dicesse avrebbe forse ragione, -purchè intendesse riferirsi a un lontano, e non so quanto lontano, -avvenire. Sembra, infatti, esser cosa conforme al processo della -evoluzione che la emozione estetica sempre più si sceveri da ogni -altra, e si specifichi e determini sempre meglio. Ma, da altra banda, -è pur conforme al processo d'evoluzione che, moltiplicandosi e variandosi -senza fine gli elementi e i moti della vita interiore, la -psiche divenga sempre più <i>suggestionabile</i>, e più <i>suggestivo</i> l'oggetto -delle sue contemplazioni, e tutto il moltiforme lavoro delle associazioni -più complesso e sollecito. Come un suono ne suscita, in -determinate condizioni, parecchi, che armonizzano variamente con -esso; così la emozione prodotta in noi dalla sensazione o dalla idea -ne suscita parecchie, le quali si compongono, o, a dirittura, si fondono -insieme; e la emozione estetica può essere una tra tutte o non -essere; ed essendo, può essere così la prima come l'ultima. Noi siam -già tali che non è quasi possibile che un sentimento si desti e rimanga -in noi solitario; e ciò, si può credere, sarà anche meno possibile per -quelli che verran dopo noi. Alla impressione estetica noi ci offriamo con -tutta intera l'anima nostra, fatta, com'è di percezioni, d'idee, d'immagini, -di sentimenti, di volizioni; e però quella impressione riesce -infinitamente varia, secondo la infinita varietà delle anime che si -aprono a riceverla, anche quando muova da un oggetto unico, o da -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -più oggetti somigliantissimi fra di loro. E sempre più quella che -diciamo emozione estetica appare come l'opera e il prodotto di una -collaborazione complicata e molteplice; e sempre più appar manifesto -che l'opera d'arte non è propriamente, ma diviene, si fa, o -almeno si compie e si determina in quella che il senso e l'intelletto -l'apprendono. Onde il sentimento del bello si scopre sempre più irriducibile -a un tipo unico e fisso; e si comprende perchè esso appaja -più uniforme in mezzo alle civiltà primitive, più moltiforme in mezzo -alle tarde. -</p> - -<p> -Ora qui pare che sorga una difficoltà irrisolubile: vuole dunque -la legge di evoluzione che il sentimento estetico sempre più si sceveri -dagli altri, e vuole, in pari tempo, che sempre più si associ con -gli altri? A tale domanda, io quanto a me, non saprei rispondere se -non così: nel corso della evoluzione psichica tutti i sentimenti tendono -a sceverarsi e specializzarsi, e tutti vanno acquistando, se così -posso esprimermi, risonanza più larga e più durevole, e maggior -virtù di suggestione e di associazione. Da prima sono, per molta -parte, confusi, poi sono collegati. Avviene per essi ciò che per -gl'individui componenti una società, i quali, usciti dalla quasi promiscuità -primitiva, quanto più s'individuano, tanto più si consociano, -tanto più cioè, si rendono dipendenti l'uno dall'altro, e si richiaman -l'un l'altro. Un occhio inferiormente organato vede la luce -e la distingue dalle tenebre: un occhio superiormente organato separa -e vede i colori; ma, in certe determinate condizioni, non può -veder l'uno senza vedere immediatamente il suo complementare. Rechiamo -un esempio. In origine il sentimento religioso, formato di -paura, di desiderio, di speranza, e, in qualche misura, da prima -assai scarsa, di amore, è un sentimento promiscuo, il quale si lega -e si confonde in mille guise cogl'interessi e le passioni della vita pratica, -sia individuale, sia sociale. Il credente invoca il suo dio in tutte -le proprie occorrenze, in tutti gli atti proprii, così buoni come cattivi, -e, non esaudito, lo vitupera, o gli ricusa l'offerta. La religione -è religione di Stato<a class="tag" id="tag532" href="#note532">[532]</a>. A poco a poco il sentimento religioso si disviluppa, -si determina, si chiarisce, e diventa il puro, o quasi puro sentimento -del divino, il quale, essendo molto più semplice dell'antico, -è, nondimeno, atto ad impegnare tutta intera l'anima del credente, e -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -a muoverne tutta la vita, così l'interna come la esterna. Il medesimo -deve avvenire del sentimento estetico. Checchè sia di ciò, gli esteti -hanno torto quando, ora come ora, parlano di bellezza pura, di pura -emozione estetica, di puro giudizio estetico: nè la prima si conosce, -nè la seconda si dà, nè il terzo è possibile. E Giovanni Herder era -insomma nel vero quando diceva belle essere solamente quelle cose -che esprimono in qualche modo l'idea della felicità. -</p> - -<p> -Similmente hanno torto gli esteti quando dicono essere l'arte il -supremo degl'interessi umani, e in conseguenza di ciò sostengono -l'assoluta autonomia e inviolabilità dell'arte. L'arte potrebbe diventare, -non il supremo, ma, insieme con la scienza pura, uno dei supremi -interessi degli uomini solo quando tutti i molti altri bisogni, -da cui la vita degli uomini strettamente dipende, fossero appagati; -il che non pare che sia per avvenire così presto. Lunge da me il pensiero -di menomare, come che sia, la dignità dell'arte, la quale, se -non per altro, per ciò solo che abitua gli uomini a distrarre di tanto -in tanto lo sguardo dalle cose immediatamente vicine e a guardare -più lontano e più in alto; a interrompere, sia pur per brev'ora, l'esercizio -e la preoccupazione del procacciare; e lasciar come deporre -la parte dello spirito più torbida e vile ha virtù educativa a -nessun'altra seconda. È bene che gli uomini onorino e coltivino l'arte; -ma non è bene che se ne facciano un idolo, anzi, l'unico idolo. E coloro -che dal gusto o dall'esercizio dell'arte considerandosi come divinizzati, -disprezzano ogni altra maniera di umana operosità, e gli altri -uomini non hanno nemmeno in conto di simili, nonchè di eguali, -danno a conoscere, malamente dissimulata sotto le spoglie della eleganza, -una singolare angustia di mente, e di non intendere nemmeno -che ciò che essi disprezzano e rifiutano è condizion necessaria alla -esistenza di ciò che adorano. -</p> - -<p> -Dal concetto dell'assoluta eccellenza dell'arte nasce il concetto dell'assoluta -indipendenza e sovranità sua, espresso nella famosa e -tanto abusata formola: <i>l'arte per l'arte</i>. Ora, questa formola, intesa -in un modo, è giusta; intesa in un altro è falsa. Se per essa vuol -dirsi che l'arte dev'essere l'arte, e non la religione, non la morale, -non la scienza, non la politica, si dice cosa vera, o che diventa vera -a mano a mano; perchè in origine l'arte andò confusa con tutte -quelle altre manifestazioni e operazioni dello spirito; poi, a poco -a poco, per virtù d'evoluzione, si andò districando da esse, e accenna -a volere, in avvenire, districarsene sempre più, <i>per quanto l'unità -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -della psiche e della vita gliel potranno concedere</i>. La funzione artistica -diventa sempre più una propria e ben definita funzione, e lo -Zola mostrò di non la intendere, e contraddisse a quella legge di -evoluzione di cui si atteggiava a campione, quando dell'arte e della -scienza pretese rifare una cosa sola. L'arte può, anzi deve giovarsi -della scienza; non deve, nè può confondersi con essa. Ma se per -quella formola si vuol dire che l'arte sta tutta da sè, e non ha nulla -a spartire col resto delle cose, delle faccende e delle istituzioni -umane, si dice cosa, a mio parere, falsissima. Facciano un po' vedere -gli esteti puri dov'è nel mondo quell'opera d'arte la quale altro -non sia se non opera d'arte, e dove quell'artista il quale siasi contentato -di proporsi come unico fine dell'arte sua di suscitar negli -animi un semplice sentimento estetico, e non siasi in pari tempo -proposto, più o meno chiaramente, più o meno efficacemente, di -produr negli animi anche qualche altro effetto. Se guardiamo ai -grandi esempii, non ci parrà che essi dieno troppa ragione agli -esteti. Che diremo di alcuni dei poeti maggiori? L'autore, o gli autori, -dell'<i>Iliade</i> pare abbiano inteso, innanzi tutto, di glorificare il -loro popolo. Virgilio volle, sì, nell'<i>Eneide</i>, far opera d'arte, ma -volle, anche più, celebrar la sua Roma, e fare un'apoteosi di Augusto. -E Dante? che avrebbe risposto Dante a chi gli avesse detto -che la Commedia non è se non un'opera d'arte? E lo stesso Orazio, -il molle e frivolo Orazio, non ha egli una filosofia, e non si studia -d'inculcarla a chi l'ascolta? Le statue greche sono forse pure opere -d'arte per noi, ma non furono nel tempo in cui offrivano agli occhi -bramosi degli uomini le immagini sacre dei numi e degli eroi. E -qui una osservazione non sarà fuor di proposito. Si può dire che -le opere d'arte tanto più assumono carattere di pure opere d'arte -quanto più sono antiche; quanto più, cioè, sono cancellate, o dimenticate, -le attinenze loro coi bisogni e con le operazioni della vita pratica, -ed è, per questo rispetto, attenuata la significazione loro. -</p> - -<p> -La scienza può <i>disinteressarsi</i> da tutte l'altre cose umane assai -più che l'arte non possa. Anzi, ripetendo a un di presso quanto fu -detto del sentimento estetico, si può asserire che l'arte, determinandosi -sempre più come propria e distinta funzione, s'ha, sempre -più, da tenere in viva e stretta corrispondenza con tutte l'altre funzioni -dell'organismo sociale, per esprimere, come fu augurato, tutto -l'uomo e tutta la vita. -</p> - -<p> -Nell'organismo animale vi sono organi specializzati, non organi -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -indipendenti; funzioni specializzate, non funzioni indipendenti: -anzi vediamo che quanto più l'organismo si complica e si perfeziona, -tanto più stretta diventa la mutua dipendenza e la sinergia delle -singole parti e delle singole operazioni. Altrettanto, fin dove regge -l'analogia, può dirsi dell'organismo sociale, dove non sono organi -e funzioni indipendenti, ma organi e funzioni cooperanti, e dove, -quella qualunque parte di esso che cessi dal cooperare al fine comune, -ch'è la integrità e sanità dell'intero organismo, diviene principio -e fomite di turbamento e di malattia. In tesi generale, le funzioni -dell'organismo sociale debbono essere tutte coordinate fra loro, -e tutte subordinate ad un fine unico, ch'è quello indicato testè: nè -ciò fa che sieno meno legittime e meno opportune, nei singoli casi, -quelle disarmonie e quelle indisciplinatezze apparenti, che, mentre -sembrano contrastare al fine, in realtà ne agevolano e ne accelerano -il conseguimento. -</p> - -<p> -L'arte non è una specie di capriccio divino che si sbizzarrisca solitario -in uno spazio vuoto. L'arte appartiene alla vita, e non può ignorare -la vita, e deve obbedire alla vita. Quel privilegio che gli esteti le -vogliono assicurare di poter fare tutto ciò che le piace, e come le piace, -non si sa da chi, non si sa perchè le dovrebb'essere conferito; giacchè -se essa è, indubbiamente, un'alta operazione dello spirito, non è però, -nè può essere, la più alta. Essa deve coordinarsi con l'altre; e -quando non si coordini, può, in vario modo, nuocere a tutte, ma -nuoce, più che a tutte, a sè stessa. Gli esteti deridono o schifano la -scienza, di cui non intendono nè le opere nè lo spirito; ma, nulladimeno, -è forza che l'arte accetti quella rettificata immagine e quel -nuovo concetto del mondo che la scienza le porge: e se nol fa, -e se in qualche modo non ne tien conto, anche allora che si lascia -rapire dietro al volo dei sogni e delle più libere fantasie, offende -sè stessa e cade nella impotenza e nel ridicolo. -</p> - -<p> -La formola <i>l'arte per l'arte</i> ha dunque una parte di vero e una -parte di falso, e la sola formola interamente vera parmi sia questa: -<i>l'arte per l'uomo</i>. -</p> - -<p> -Un'ultima osservazione riguardo agli esteti. Il culto appassionato -della bellezza ha il suo pregio, ma porta con sè il suo pericolo; -un pericolo simile a quello che accompagna lo studio eccessivo della -purità e della perfezione morale. A furia di temere il peccato, a -furia di voler riuscire perfetto, l'uomo si riduce da ultimo a passar -la vita in cima a una colonna, come gli stiliti di santa e gloriosa -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -memoria. Gli esteti sono gli stiliti del tempo nostro. Per meglio -contemplar la bellezza, per fuggire la vista delle bruttezze infinite -ond'è pieno il mondo, eglino si traggon fuori di ogni umano consorzio, -e fan di sè colonna a sè stessi. Che cosa rimanga in costoro -di umanità, d'intelletto e di virtù, mostra il delizioso Des Essaintes -del romanzo dell'Huysmans. -</p> - -<h3>VIII.</h3> - -<p> -E ora veniamo alla conclusione. -</p> - -<p> -La reazione letteraria presente, parte di reazione più generale -e più vasta, è, come tutte le azioni e reazioni della storia, utile per -un verso, dannosa per un altro. Essa ha prodotto sin qui, sarebbe -ingiusto il negarlo, più di un buon effetto. Son pochi anni, Emilio -Zola scriveva: «J'ai montré que la force d'impulsion du siècle était -le naturalisme. Aujourd'hui, cette force s'accentue de plus en plus, -se précipite et tout doit lui obéir». «Il est bien évident, en effet, -que l'évolution naturaliste va s'élargir de plus en plus, car elle est -l'intelligence même du siècle»<a class="tag" id="tag533" href="#note533">[533]</a>. La reazione ha sfatate queste speranze -di vittorioso e indefinito progresso<a class="tag" id="tag534" href="#note534">[534]</a>. Il naturalismo pretese -di annichilare la persona dell'artista nella immensità della vita e -della natura; la reazione asserì che in arte l'anima dell'artista deve -contare, non pur qualche cosa, ma assai, e inclinò, passando il termine -del giusto, a considerar l'opera d'arte solo come un segno rivelatore, -o un simbolo, dello spirito che la crea. La reazione s'adoperò -inoltre a restaurare il senso e il culto della bellezza e dell'arte, -e a distogliere lo spirito da quella pura contemplazione storica delle -cose umane che potrebbe, a lungo andare, stupefarne la spontaneità -e la energia. -</p> - -<p> -Ma la reazione ha prodotto pure, e l'abbiam veduto, più di un -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -effetto cattivo. Essa ha segregato l'arte dalla realtà e dalla vita, le -ha scemato moto e vigore, l'ha rituffata in un nuovo bizantinismo, -e l'ha distolta dal più vero suo fine, ch'è di far vivere all'uomo, in -ispirito, quella più alta, piena ed intensa vita che la realtà da sè -sola non può consentirgli. Disse lo Shelley che officio della poesia -è ricrear l'universo. Ancora la reazione volle negar la ragione e la -scienza; e se l'arte non è un puro esercizio di ragione, come fu creduto -un tempo; e se non è quel medesimo che la scienza, come -testè si volle far credere, è tuttavia tale che senza l'appoggio e -dell'una e dell'altra non si può reggere. -</p> - -<p> -Accennati questi errori suoi e ricordato quanto scarsa ed incerta -sia la dottrina con cui s'industriò di fare che paressero verità, si -vede subito dove stia la debolezza della reazione presente, e quali -probabilità essa si abbia di duraturo successo. Due forze veramente -vive e poderose operano ora nel mondo, lo agitano e lo trasformano: -la scienza e l'idea sociale. La scienza di cui ingenui avversarii e pii -detrattori annunziano il discredito, la bancarotta, la fine, comincia -appena, si può dire, l'opera sua moltiforme, e risponde alle accuse -e agli scherni disciplinando, beneficando, creando. La idea sociale -trascina irresistibilmente a un nuovo assetto le società civili, a un -nuovo uso delle umane energie, a una vita nuova. Non faccio pronostici -nè congetture circa l'avvenire di quella poesia che s'inspira -dell'idea sociale, la riscalda col sentimento, la propugna e la diffonde. -Essa è oramai copiosa; ma, bisogna pur confessarlo, di -scarso valore artistico<a class="tag" id="tag535" href="#note535">[535]</a>. Può darsi ch'essa duri quanto il bisogno -che l'ha fatta nascere, e cessi col cessare del turbamento che esprime. -Comunque sia, se un'arte ha da vivere nel futuro, non quella certo -vivrà che contrasta alle forze massime del mondo moderno, ma -quella che saprà armonizzarsi con esse; non quella che si apparta -nel sogno, ma quella che si mescolerà con la vita; non quella che -rimpiange il passato, ma quella che anticipa l'avvenire. La reazion -presente, malgrado suo, non avrà fatto se non ispianare a quell'arte -nuova la via. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -</p> - -<h2 id="avvenire">LETTERATURA DELL'AVVENIRE<a class="tagtitle" id="tag536" href="#note536">[536]</a></h2> -</div> - -<h3>I.</h3> - -<p> -I pontefici del realismo sentenziarono: Fuori del nostro canone -e della nostra Chiesa non v'è salute per l'arte: la letteratura dell'avvenire, -se vorrà vivere, dovrà farsi realista. Il domma, bandito -con impareggiabile sicuranza, con provocante scalpore, e con quell'enfasi -di linguaggio che sembra volere caparrar la vittoria, s'impose -a molti, i quali s'immaginarono essere finalmente entrati in -possessione del verbo sacro e indefettibile; ma è, come gli altri -dommi tutti, soggetto all'esame e aperto alla critica. -</p> - -<p> -Il realismo di questi ultimi tempi arrecò, senza dubbio, più di -un beneficio all'arte in genere e alla letteratura in ispecie, e ha gran -torto chi lo nega: l'error suo, spiacente e non perdonabile, fu di -volersi accampare, in modo troppo risoluto e troppo impetuoso, -come dottrina, armandosi di una intolleranza eccessiva ed astiosa, -quale forse non ostentò in egual grado nessuna dottrina passata; -vantando una saldezza di fondamenti scientifici, affettando un rigor -logico di argomentazione, i quali son cosa assai più di apparenza -che di sostanza. Già da molti furono denunciate, insieme con gli -eccessi suoi, l'intime e distruttive sue contraddizioni, la inconsistenza -di quella che si può chiamare la sua filosofia: prendendo occasione -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -da alcune delle affermazioni più recise e più categoriche de' -suoi campioni, io vorrei discutere brevemente, e senza troppo arruffio -di ragioni, in queste pagine, i seguenti quesiti: Qual'è la relazione -che la letteratura può avere con la scienza? Che sicurezza, -o probabilità, c'è che venga a mancare la letteratura detta d'immaginazione? -Qual sorte è, presumibilmente, serbata all'idealismo in -arte? Quale si può credere che abbia ad essere, in genere, la letteratura -dell'avvenire? -</p> - -<p> -Tali quesiti io intendo discutere, non con criterii derivati, come -troppo comunemente suol farsi, dal preconcetto, o dal sentimento: -ma con criterii di quella luminosa e trionfal dottrina della evoluzione, -ch'è la sintesi scientifica e filosofica più compiuta e più alta -a cui abbia poggiato insino ad ora lo spirito umano. Se non altro, -gli avversarii non potranno rimproverarmi di andare a raccattar gli -argomenti in dottrine troppo viete, o non larghe abbastanza. Discorrendo, -io mi volgerò, quando all'arte in generale, quando alla letteratura -in particolare, secondo dal bisogno o dall'opportunità mi sarà -consigliato, e com'anche richiede quell'indissolubile nodo che stringe -tutte insieme le arti; ma s'abbia presente che la letteratura, e le -varie sue forme, saranno sempre, espresso o sottinteso, il tema mio -principale. -</p> - -<h3>II.</h3> - -<p> -E comincio con una negazione. -</p> - -<p> -Io nego che il realismo in arte sia, <i>essenzialmente</i>, come troppo -volentieri si dànno a credere i suoi seguaci, un effetto necessario del -crescere della scienza e del diffondersi del suo spirito. Se così fosse, -il realismo non potrebbe mostrarsi, come nel fatto si mostra, in -tempi diversissimi, in mezzo a diversissime condizioni di civiltà, e -contraddistinto sempre, su per giù, dagli stessi caratteri. Ebbe letteratura -realistica l'antichità; l'ebbe, e di tempra spesso assai cruda, -il medio evo; e poichè l'apparir suo nell'antichità e nel medio evo -non può essere ascritto a un soverchio di scienza, così l'affermazione -che nel tempo presente essa debba l'esser suo per lo appunto al soverchiar -della scienza, è una affermazione illegittima, non provata -e non probabile. Io non dico già che la scienza non abbia potuto -cooperare, per qualche parte, a far nascere il realismo contemporaneo, -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -e a conferirgli alcuno dei caratteri peculiari che più lo distinguono -da quello di altri tempi; ma dico che altre ragioni del suo -nascere e del suo fiorire ci debbono essere, e che queste ragioni, parecchie -delle quali si lasciano scorgere agevolmente, sono, senza -dubbio alcuno, di ordine sociale e politico. Nove volte su dieci, a -dir poco, il realismo contemporaneo è l'espressione, non già di una -particolare coscienza scientifica, ma bensì, di una comunissima forma -di brutalità, di cui, chi volesse, potrebbe, senza troppa fatica, rintracciare, -fuor di ogni scienza, le colleganze e le origini: e per un -letterato realista che abbia qualche coltura scientifica, ce ne son -nove almeno che le scienze non conoscono neppure di nome. Troppe -volte poi, come i fatti dimostrano, il realismo non è, in pratica, se -non la incapacità di astrarre, di generalizzare e persin di pensare, -la quale incapacità è, per lo appunto, la negazione della scienza. -Quell'arte che in letteratura procede tutta per via di notamenti particolari, -di descrizioni minuziose, allineando in serie discontinue gli -elementi derivati, senza elaborazione alcuna, dalla realtà immediata, -cercando in tutto e sempre l'individuato ed il concreto, aborrendo -da ogni generalità; quell'arte che, con la uniforme sovrabbondanza -della sua produzione, ha stanca oramai ogni pazienza più valida e -sazio ogni più robusto appetito, si muove a rovescio della scienza, -la quale, come appena abbia superati i primissimi gradi della evoluzione -sua, si costituisce astraendo, e generalizzando si compie. -</p> - -<p> -Ciò premesso, a modo di considerazione generale, io dico, che -la pretensione dei realisti, e più specialmente dei capiscuola, di legare -insieme con vincoli sempre più stretti, e sempre più intimi, la -letteratura e la scienza, e far di quella una coadiutrice di questa, -è una pretensione dannosa ed assurda, la quale contraddice ad -ogni giusta legge di evoluzione, sia dello spirito, sia della storia. -Dei due uffici, sin qui distinti, della letteratura e della scienza, i realisti -vorrebbero fare un officio solo, facendo in pari tempo una sola -persona del letterato e dello scienziato. Per raggiungere più facilmente -lo scopo, essi, con un tratto di penna, aboliscono la poesia -ed i poeti. <i>Nous autres hommes de science</i>, dice, senza ridere, Emilio -Zola, parlando di sè, e de' suoi colleghi di dottrina; e si sa che per -lui e per loro, la letteratura è un'indagine, <i>une enquête</i>, la quale -vuol esser fatta con lo stesso metodo delle indagini scientifiche, osservando, -comparando, sperimentando, e deve proporsi il medesimo -scopo che quelle si propongono, cioè l'accertamento del vero. Non -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -ricorderò a questo proposito l'oramai troppo famoso <i>documento -umano</i>: la stupefacente denominazione di <i>romanzo sperimentale</i>, -data dai realisti al romanzo di lor fattura, denominazione che fa sorridere -chiunque abbia un giusto concetto di ciò che è in iscienza lo -sperimento, basta, di per sè, a mostrare la legittimità, e a dar la -misura di quella pretensione; mentre da altra banda, moltissima -parte di quella lor letteratura, la quale per la materia che adopera, -per i procedimenti che usa, per le impressioni che lascia, non si -differenzia gran fatto, in sostanza, dalla peggior produzione del romanticismo -pervertito e sfigurato, mostra la inanità di quella pretensione -stessa, e prova, anco una volta, quanto per mille esempii è -provato, cioè, che con le formole non si fanno le letterature, e non si -fa nessun'arte. -</p> - -<p> -Ma se la letteratura, tutta e sempre, ha da far quel medesimo che -fa la scienza, a che prò una letteratura? Se la scienza è atta per -sè stessa, a quel compito di venir costruendo il vero, che bisogno -può essa avere dell'ajuto del vostro romanzo? E se non è, come vi -pensate di poterla ajutare voi, giovandovi de' suoi stessi principii e -de' proprii suoi metodi? Perchè quell'accomunamento di propositi -e di lavoro, perchè quella promiscuità? Non contraddicono essi, nel -modo più risentito, a quella legge della specificazione delle funzioni -e della divisione del lavoro, che è una delle leggi massime, e, in -pari tempo, uno dei massimi fattori della evoluzione? E contraddicendo -a tal legge, vassi egli innanzi davvero, come pare che i realisti -credano, o non piuttosto si torna addietro? In origine scienza, poesia, -religione, politica, sono intrecciate insieme, fuse insieme nello spirito -e nella vita. A poco a poco, in virtù di un lento e faticoso lavoro -di distribuzione, che associa gli elementi omogenei e dissocia -gli eterogenei, esse si distinguono e si sceverano, e acquistano, per -modo di dire, la nozione, così dei termini entro cui s'hanno a contenere, -come delle vie per cui si possono muovere, e delle forme concedute -al loro crescere. Gli uffici si separano, e dal patriarca primitivo, -che tutti in sè gli accoglieva, nascono a mano a mano, per successivi -atti di generazione, il sacerdote, il poeta, il politico, lo scienziato. -A lungo andare la scienza si specifica, e la letteratura si specifica: -quella rinunzia agli argomenti poetici e alle carezze del sentimento; -questa rinunzia al poema didascalico. Se tale è, come indubbiamente -è, il moto normale delle cose, con qual mai ragione si -arroga il realismo di contrariarlo, e perchè dovrà la letteratura imbozzolarsi, -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -se così posso esprimermi, nella scienza, mentre la scienza -vuole, e più sempre vorrà, serbare intero il suo essere e disimpacciati -i suoi moti? Immagino bene la risposta: la letteratura, mi si dirà, -deve congiungersi con la scienza, e magari perdersi in lei, perchè la -scienza è il vero, e tutto deve ridursi al vero. Ma perchè deve tutto -ridursi al vero? Sopra il vero, ch'è una semplice relazione tra l'oggetto -e il soggetto, c'è appunto l'oggetto, e c'è il soggetto, c'è la vita, -c'è l'essere, ch'è quanto dire, in questo caso, l'assoluto. Del sentimento, -ch'è sì gran parte di noi, non possiamo già spogliarci come di un -abito logoro. La conoscenza del vero è uno dei bisogni dell'umana natura; -ma non è l'unico, ma non è nemmeno il massimo: il massimo è -il bisogno della felicità. Anzi può dirsi che sia questo il suo solo bisogno, -perchè comprende dentro di sè tutti gli altri. Chi dunque afferma -che la letteratura dev'essere ridotta alla scienza, cioè al vero, -disconosce la umana natura qual'è, e quale tuttavia sarà, per quanto -si muti, in un avvenire ancor molto lontano da noi; e pretende di -condurre la letteratura al vero, al solo vero, in virtù di un principio -falso. Il verismo, tanto orgoglioso del proprio nome, ha per radice un -sofisma. -</p> - -<p> -La dottrina dei realisti cozza anche in un altro modo con le leggi -della evoluzione. Essa insegna, com'è noto, che lo scrittore deve dissimularsi -interamente dietro le cose che narra o descrive, non attraversarsi -a queste co' suoi pensieri e co' suoi sentimenti, farsi quanto -più può oggettivo. L'officio e il dover suo si è di ricevere in sè le -immagini delle cose e di riprodurle con quanta maggior fedeltà gli è -possibile; la massima ambizione sua dev'essere di farsi la voce o -l'interprete loro: più che scrittore, egli avrebbe a chiamarsi trascrittore. -Un'opera letteraria tanto più sarà perfetta quanto più faticherà -il lettore a scoprire dentro di essa, o dietro di essa, uno spirito -che pensa, soffre, gioisce, si agita. Prima cura dunque, e urgentissimo -studio di chi si accinge a scrivere, sarà di soffocare e -cancellare la propria natura, e, se così posso esprimermi, di disindividuarsi. -Noto è il caso di Gustavo Flaubert, che per obbedire a -questo preconcetto fondamentale ebbe, ed egli stesso confessa, a disfare -sè stesso, e a piegare, quasi tutto il tempo di sua vita, l'ingegno -e l'animo a canoni e a forme di arte per i quali non era nato. -</p> - -<p> -Ora, questo famoso precetto, il quale impone, come condizione -necessaria dell'arte, lo smarrimento dello spirito nelle cose, è in piena -contraddizione col fatto della graduale e continuata segregazione del -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -soggetto e dell'oggetto, fatto riconosciuto, analizzato, spiegato dalla -dottrina della evoluzione. Il soggetto in origine, cioè lo spirito, non -ha sicura cognizione di sè stesso, non ben conosce i proprii confini, -non si scevera se non con fatica e parzialmente dell'oggetto, cioè dal -mondo esteriore. Nella coscienza dell'uomo primitivo la contrapposizione -de' due termini, soggetto ed oggetto, è incerta e intermittente, -e però egli trascorre del continuo con l'animo nelle cose, e immagina -il mondo simile a sè. Non altra è la ragione dell'antropomorfismo, -nelle sue molteplici applicazioni. Ma a poco a poco, in virtù di un -processo che qui non accade di descrivere, il soggetto si scevera -dall'oggetto, la contrapposizione dei due termini si fa più costante -e più certa. Nasce allora la scienza, la quale senza quello sceveramento -non è possibile; e nata cresce, mentre il processo continua. -Perchè dovrebbe ora l'oggetto soverchiare il soggetto, come già -questo soverchiò quello? Che ragione ha la letteratura di voler conoscere -uno dei termini e ignorare l'altro? Non basta che alla cognizione -dell'oggetto sia consacrata tutta una famiglia di scienze, -le quali, per ciò appunto, sono essenzialmente oggettive. E se il soggetto -non trova modo di esplicarsi e di esprimersi nella letteratura, -e, generalmente parlando, nelle arti, dove s'avrà da esplicare e da -esprimere? O non ha esso il diritto di esplicarsi e di esprimersi, ed -è vostro proposito, negandoglielo, di fargli perdere quella nozion di -sè che con sì lunga fatica, attraverso i secoli, è venuto acquistando? -Il proposito è irragionevole e vano; ma sappiate a ogni modo che -s'ei potesse perderla, perderebbe in un punto medesimo anche la -nozion dell'oggetto, di quell'oggetto per la cui primazia combattete. -Assai più ragionevole dunque, assai più conforme a quelle leggi della -evoluzione che voi così spesso invocate, sarebbe lasciare alla scienza -lo <i>studio puramente oggettivo</i> delle cose; alla letteratura, e all'arte in -genere, la manifestazione dello spirito e la libera riproduzione delle -cose nello spirito; inteso il tutto con la debita discrezione, senza -innaturale rigor di termini, senza angustia di preconcetti. -</p> - -<h3>III.</h3> - -<p> -Che la letteratura d'immaginazione, propriamente detta, abbia a -mancare in un avvenire più o meno prossimo; che abbia a mancare -in più particolar modo, e più prontamente, la poesia, come quella -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -che con predilezione ordinaria accoglie dentro di sè il pensiero fantastico -e i sentimenti idealizzati; e che di contro ad esse abbia a vigoreggiar -sempre più, ed a crescere, la letteratura sorta dalla osservazione -e dall'esperienza, la letteratura del realismo e del naturalismo, -è cosa comunemente affermata dai campioni di questa, e affermata -in virtù del presupposto che la fantasia si vada a poco a -poco svigorendo negli uomini, e che di tanto si ristringa il suo -dominio di quanto quello della ragione si allarga. Ora, tale presupposto, -su cui tutta l'argomentazione si fonda, non solo non è vero, -ma è, adirittura, contrario al vero. -</p> - -<p> -In virtù della evoluzione, tutte le facoltà dello spirito (uso questo -nome di facoltà, non perchè proprio, ma perchè inteso generalmente) -si afforzano e si affinano, quella cui diamo il nome di fantasia al -par delle altre. Lo Spencer ne diede le prove e le ragioni ne' suoi -<i>Principii di psicologia</i><a class="tag" id="tag537" href="#note537">[537]</a>. L'uomo inferiore ha, checchè si creda in -contrario, pochissima fantasia, e tanta meno ne ha, quanto più basso -è il gradino che egli occupa nella scala degli esseri razionali, quanto -più la sua coscienza s'accosta per indole e per contenuto alla dormente -coscienza dei bruti. -</p> - -<p> -La vivezza, la copia e l'agilità della fantasia crescono in ragion -diretta del moltiplicarsi dei concetti e delle immagini nello spirito, -della facilità con cui essi s'associano e si dissociano, della potenza -di astrarre, di rappresentare e di costruire, ch'è quanto dire in ragione -col crescere dello spirito stesso. Tra ragioni e fantasia non c'è -quella contrarietà che molti si credono; nè vi può essere, s'è vero, -com'è innegabile, che tutt'e due crescono in virtù dello stesso processo -armonico di evoluzione. -</p> - -<p> -La scienza senza l'aiuto della fantasia non farebbe un passo. Ogni -più semplice esperimento di fisica o di chimica suppone, in chi esperimenta, -concetti alle volte assai numerosi di condizioni, di relazioni, -di fatti, che non sono già percepiti, o indotti, o dedotti, ma solamente -immaginati; ed ogni ipotesi è uno sforzo di fantasia; e certe ipotesi, -come quella del Laplace intorno alla formazione del sistema -solare, o quella del Darwin intorno alla variazion delle specie, se -sono miracoli di analisi e di sintesi scientifica, sono pure miracoli -di fantasia, in quanto richiedono una forza rappresentativa, una virtuosità -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -nel collegare i concetti più disparati, quali molti poeti di -sicuro non conobbero in egual grado. Lo scienziato, che, mentre osserva -o sperimenta, immagina un certo risultamento delle osservazioni -e degli esperimenti suoi, e, nel tempo stesso, immagina uno o -più altri risultamenti possibili, è, nel più giusto significato della parola, -un uomo di altissima fantasia. -</p> - -<p> -So che i sostenitori dell'opposta opinione traggono, o credono -di poter trarre, dalle credenze e dalle letterature del tempo andato, -confrontate con le credenze e con le letterature del tempo presente, -un fortissimo argomento in favor loro; ma la forza di tale argomento -è assai più apparente che reale. Certo, nei miti dell'antichità, -nelle epopee primitive, nelle leggende medievali, c'è una copia di -meraviglioso che andò poi a poco a poco mancando; ma il meraviglioso, -per sè stesso, non è prova di fantasia, e quel meraviglioso -che nasce essenzialmente da errore, ben lungi dal provar fantasia, -prova una certa inerzia dello spirito, ch'è quanto dire mancanza di -fantasia. Anche ciò fu dallo Spencer con giusta ragione asserito. -Il meraviglioso mitologico antico, e il meraviglioso ascetico medievale, -assai più che da una virtù fantastica esuberante, traggon l'origine -da una virtù fantastica insufficiente, o per parlare in forma più -concreta, da una serie d'errori, nati essi stessi da una condizion passiva -dello spirito. Parrà strano a udire, ma la fantasia è piuttosto, -e sempre più diviene, nemica anzichè fattrice di errori, perchè agevolando -essa il moto delle idee, e mutando e rimutando i congiungimenti -e le relazioni loro, impedisce, o non lascia che durino a lungo, -quelle tenaci associazioni illegittime che per l'appunto sono gli errori. -Il che non vuol già dire, come or ora vedremo, ch'essa sia nemica -della finzione. -</p> - -<p> -Il venir meno, dunque, del meraviglioso non implica punto il -venir meno della fantasia; anzi, in quanto il meraviglioso nasca da -errore, il venir meno di esso importa il crescere della fantasia. I -poeti e i romanzieri dei tempi nostri non hanno punto meno fantasia -dei poeti dell'antichità, dei novellatori dell'Oriente, degli autori di -leggende del medio evo; anzi ne hanno assai più. Le novelle delle -<i>Mille e una notte</i> passano per miracoli di potenza fantastica, e pure -la fantasia che vi lavora dentro è ben poca cosa in paragon di quella -che opera nei romanzi di Gualtiero Scott, del Manzoni, di Alessandro -Dumas padre, di Giorgio Sand e di cent'altri, dove si vede un popolo -di personaggi immaginati, ciascuno col suo carattere e col suo -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -officio, compiere una quantità di azioni similmente immaginate, e -il tutto muoversi con certo ordine, con certa conseguenza, e piegare -a certi fini contemplati ancor essi in immaginazione, e comporsi talvolta, -per via di relazioni immaginarie, con personaggi, con fatti, -con azioni reali, e tutto ciò senza che il romanziere ricorra, per isciogliere -il nodo dell'azione, all'ajuto del meraviglioso e del soprannaturale. -La forza di fantasia, reminiscitiva e costruttiva, che si richiede -a così fatto lavoro è, a dirittura, portentosa, e ve n'ha più -in un solo di quei romanzi che non in tutta, quanta è, la letteratura -novelliera dell'Oriente. -</p> - -<p> -Ma la fantasia più vigorosa, più pronta e più fine dell'uomo che -ha raggiunto gli alti gradi della evoluzione mentale e della civiltà, -se tende ad escludere quel meraviglioso ch'è figlio di errore, non -esclude già l'altro meraviglioso, che può nascere, e nasce, da una consapevole -e voluta associazione d'idee e d'immagini, non corrispondente -a nessuna esistenza reale, a nessuna reale relazione di cose. L'uomo -allora non soggiace al meraviglioso, ma liberamente il produce, e il godimento -che gliene viene tanto è più vivo, quanto più vivo è il senso -ch'egli ha della libertà propria in produrlo, e quanto più il meraviglioso -così prodotto, smettendo ogni rigidità, alienandosi da ogni imperiosa -e ferma credenza, si fa trasmutabile e lieve. Il godimento di lui è -doppio, nascendo, in parte, da quei fantasmi creati e contemplati -nella libertà dello spirito; in parte, dalla coscienza di quella plastica -sua facoltà, agile ed operosa, mercè la quale, egli, con gli elementi -stessi che il mondo reale gli porge, crea mondi non reali, ma -vivi della propria sua vita, ma obbedienti al voler suo. -</p> - -<p> -Ora, io dico, e non credo si possa impugnare, che il meraviglioso -allora solo ottiene pienezza di valore estetico quando siasi disinteressato -da ogni credenza oppressiva, quando abbia spezzato ogni vincolo -suo con l'errore. Per citare un esempio, le spaventose immaginazioni -onde son piene certe leggende ascetiche del medio evo destano negli -animi, ora, un'emozione estetica che, certo, non potevano destare -negli animi allora, occupati com'erano, e stretti da terrori angosciosi. -L'episodio di Francesca da Rimini, nell'<i>Inferno</i> di Dante, è certo -assai più gustato da noi che non dai contemporanei del poeta; e ciò -non solo perchè s'è affinato in noi il sentimento, ma ancora perchè -gli animi nostri, sgombrati dal terrore, e da parecchie sollecitudini -di carattere affatto egoistico, sono meglio in grado di contemplarne -serenamente la sovrana bellezza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -</p> - -<p> -Se, dunque, la fantasia con l'evoluzione cresce naturalmente e -si afforza, come crescono e si afforzano le altre facoltà dello spirito, -e se l'incremento di essa non impedisce, ma favorisce l'incremento -delle altre, che ragione c'è perchè gli uomini l'abbiano in avvenire a -comprimere, e quale speranza che vogliono farlo? E lasciando stare -gli altri benefizii accennati di sopra, perchè dovrebbero gli uomini -privarsi dei piaceri che loro ne vengono? In nome di qual religione, -o scienza, o morale, o politica? Dire che un abito scientifico della -mente, e la consueta conversazione della mente col vero, tendono di -lor natura, a escludere quei piaceri, è assurdo, come sarebbe assurdo -il dire ch'essi tendono a escludere i piaceri che ne possono dare i -sensi, gli esercizii del corpo. L'antagonismo del reale e dell'immaginario -cessa come appena l'immaginario sia conosciuto per ciò -ch'esso è veramente. Da altra banda il vero non è, nè certo sarà -mai, così lieto, che gli uomini non debbano desiderare di ripararsi -talvolta, almeno con la fantasia, fuori del vero; e se l'ultimo lembo -di libertà che loro rimanga, e che sfugga, o paja sfuggire, alla tirannia -delle universe leggi governanti il mondo, essi l'hanno appunto -nella fantasia, parmi assai dubbio, e molto improbabile, che se ne -vogliano, per amor del realismo, spogliare. -</p> - -<p> -Ma se questa facoltà non ha da morire; se anzi, s'ha da invigorire -vie più, in che dovrà essa manifestarsi se non si manifesterà -nell'arte? E se ha da manifestarsi nell'arte, chi potrà segnarle i termini -e il modo, e dirle: in quest'arte vi si concede; vi si nega in -quest'altra? Non v'è realista così intollerante e caparbio che non -ammetta il libero esercizio della fantasia in certe arti. Nell'ornato -essa fa il piacer suo, e più ancora fa il piacer suo nella musica: ma -in altre arti non si vuol ch'ella entri. La pittura e la scultura debbono -essere, dicono, la riproduzione esatta, la copia del vero. La letteratura, -morta la poesia, dev'essere il romanzo sperimentale. Ma se -io ho un fantasma nella mente, dovrò dunque tenermelo dentro, senza -che mi sia lecito di farlo conoscere altrui, traducendolo nei colori, -nel marmo, nella parola? E se la fantasia può esercitarsi in un rabesco, -in una melodia, perchè non potrà esercitarsi in un quadro, -in una statua, in un libro? Che intolleranza, che angustia di concetti -è cotesta? E parlando della letteratura in più particolar modo, -perchè dovrà vietarsi alla fantasia l'uso di quella parola che pure -è l'organo di ogni altra facoltà nostra? I realisti affermano più assai -di quanto possano ragionevolmente sostenere e provare; e se all'asserzione -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -loro che la letteratura, confondendosi colla scienza, abbia, -sempre e in tutto, a cercare e significare il vero, si opponesse l'asserzione -che la letteratura, sceverandosi dalla scienza, abbia, soprattutto, -a raccogliere e significare i sentimenti e le immaginazioni che -ci fioriscon nell'anima, questa seconda asserzione non sarebbe certo -men legittima della prima, e assai meglio rispetterebbe l'umana -natura. -</p> - -<h3>IV.</h3> - -<p> -E ora, se la fantasia non morrà, morrà l'ideale, e cesserà l'idealismo -nell'arte, e più specialmente nella letteratura? I realisti affermano -che sì, ma senza poter aver in loro suffragio nè la scienza, -nè la storia, nè un'ipotesi probabile. -</p> - -<p> -Prima di tutto l'idealizzare è inseparabile dalla natura intellettuale, -perchè noi pensiamo, non già le cose, ma le idee. Io posso -immaginarmi e sforzarmi quanto voglio; ma, mentre penso di una -cosa, e più poi quando esprimo quel mio pensiero con parole, io -necessariamente idealizzo, io formo un concetto, o una immagine, i -quali sono o poco o molto disformi dall'oggetto che me ne dà argomento. -Non v'è realista, per quanto convinto delle sue dottrine egli -sia, e per quanto maestro nell'arte, che possa sottrarsi a questa necessità; -e s'egli crede pur di potere, e se ne vanta, non fa se non -mostrare l'ingenuità propria, e quel difetto di perspicacità e di penetrazione -filosofica ch'è difetto di tutta la scuola. Il salto fuor di sè -stesso nella realtà assoluta è un sogno. A persuadersene basta, del -resto, aprire qualsivoglia romanzo di qualsivoglia grande realista -moderno: per esempio, dello Zola. I personaggi tutti ch'egli pone in -azione, le cose che descrive, i fatti che narra, sono tutti idealizzati, -in un certo senso e in una certa misura; sono assoggettati, in altri -termini, a varii e complicati processi di semplificazione, di condensazione, -di avvaloramento, dei quali l'autore può non essere consapevole, -ma che son pur quelli in virtù di cui i personaggi rappresentati, -le cose descritte, i fatti narrati, producono e lasciano negli -animi nostri più forte e duratura impressione che non farebbero i -veri e reali. Quand'egli descrive un tramonto di sole, descrive, non -già il semplice fenomeno fisico, ma bensì l'impressione che quel -fenomeno farebbe in uno o più spettatori possibili, e lo descrive con -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -parole che di necessità traggono dietro una lunga sequela di elementi -ideali. E la tendenza all'idealizzare dev'essere ben imperiosa -in noi, se può tor la mano agli stessi realisti più ostinati e valenti, -e trascinarli ad eccessi cui forse non giungerebbero gl'idealisti più -audaci. Chi abbia letto <i>Le ventre de Paris</i> del medesimo Zola ricorda -quella famosa <i>sinfonia de' formaggi</i> divenuta oramai proverbiale, -dove c'è più idealismo (sia pure di cattiva lega) che non in -un racconto di fate; e chi abbia letto <i>La bête humaine</i> sa che cosa -diventi una vaporiera tra le mani del gran maestro del realismo contemporanei. -In molti degli eccessi suoi più noti e più notabili il realismo -non è se non un idealismo capovolto. -</p> - -<p> -Si dirà forse che l'ideale è sconfessato e rejetto dalla scienza? -sarebbe un altro, non men grave errore. La scienza idealizza continuamente, -e non potrebbe far passo se non idealizzasse: idealizza -quando, descrivendo una specie di animali o di piante, non tien conto -se non dei caratteri tipici, ossia ne presenta il tipo (ciò che per la -specie umana non vogliono più fare i romanzieri e i commediografi -dei giorni nostri); idealizza quando, per comodo dell'osservazione, -immagina o circoscrive un fenomeno fuori delle condizioni sue naturali -e consuete. L'astronomo che descrive il moto di rivoluzione -dei pianeti intorno al sole, e ne esprime le leggi semplificate, senza -tener conto degl'innumerevoli fatti di perturbazione, è, in verità, -assai più idealista del poeta, il quale ponga sulla scena un eroe il cui -animo non obbedisce ai mille piccoli influssi delle passioni minute, -ma solo ad alcuna passione grande, o ad alcuna grande idea, che lo -empia di sè, lo guidi, lo faccia vivere e muovere. -</p> - -<p> -La storia non prova punto che la potenza dell'idealizzare, e la -tendenza ad idealizzare che ne consegue, vadano scemando nell'uomo; -anzi prova il contrario. In fatti, se quella potenza ne presuppone -un'altra, ch'è la potenza di astrarre, e se questa seconda potenza, -scarsissima nell'uom primitivo, va a poco a poco crescendo lungo il -corso della civiltà, come si potrebbe per mille esempii provare, la -conclusione si fa manifesta da sè. L'uomo primitivo, e l'uom presente -che viva in istato di selvatichezza, non idealizzano propriamente, -ma trasvanno e travedono, per insufficienza di percezione e -di giudizio. La trasformazione del concetto della divinità attraverso -i secoli, la trasformazione che, movendo dall'idolo informe, giunge -al dio spirituale, universale, unico, mostra con ottimo esempio come -la potenza idealizzatrice sia andata ininterrottamente crescendo. Si -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -crede da' più che nelle letterature antiche <i>in genere</i> sia più idealità -che nelle letterature moderne <i>in genere</i>; ma tale credenza è un errore. -Gli eroi de' poemi omerici non sono già, o almeno principalmente -non sono parto di una mente in cui sovrabbondi la virtù idealizzatrice; -ma son piuttosto parto di una mente in cui sovrabbondi -la virtù idealizzatrice; ma son piuttosto parto di una mente che non -riesce ancora a vedere la natura umana nella complessa sua integrità. -Ora, idealizzare, non vuol già dir non vedere, e abbandonarsi -all'impressione e all'istinto; ma vuol dire scegliere tra ciò che s'è -veduto, tra ciò che s'è giudicato. L'ideale vero e legittimo nasce, -non da ignoranza, ma da scienza. -</p> - -<p> -La dottrina dell'evoluzione consacra l'ideale. Se, in fatti, la vita -tende, con moto continuato ed ascendente, verso forme più perfette -e più nobili, le forme non per anco raggiunte stanno alle raggiunte, -nella scala di quel moto, come a termini ideali a termini reali. Se -l'uomo si discosta più sempre dal bruto, e se ne discosta in certa -direzione, e con certe norme, l'immagine di un uomo ideale appare, -senza che noi il vogliamo, e si colora dietro all'uomo reale. E ciò -che si dice dell'uomo, può dirsi delle società umane, può dirsi dell'umanità -tutta intera. V'è dunque una maniera d'ideale, non pur -consentita, ma quasi imposta dalla dottrina dell'evoluzione, il quale -ideale altro non è se non l'anticipazione nello spirito di ciò che, in -virtù della evoluzione stessa, probabilmente sarà, o prima o poi. -</p> - -<p> -Ma se la facoltà d'idealizzare cresce nell'uomo, e cresce tanto -da potersi esercitare, oltre che sul presente, anche sull'avvenire, -perchè dovranno le arti, perchè dovrà in particular modo la letteratura -ignorarla o negarla? I realisti, che pretendono vietarle il -passo, e che pure in certo modo si lasciano, per non poter fare altramente, -governare, come abbiam veduto, da lei, i realisti lavorano -a ritroso della storia. E lavorano a ritroso della storia quando, di -proposito deliberato, cercano nelle società umane presenti, per farne -oggetto di descrizione e di racconto, le creature più abbiette, le passioni -più brutali, tutti i <i>residui atavistici</i> dell'umanità, tutto ciò che -l'umanità progrediente rifiuta a mano a mano e rigetta. Perchè dovrà -la letteratura nel presente veder così volentieri il passato e ricusare di -veder l'avvenire? E se i sentimenti s'ingentiliscono a poco a poco, e -s'ingentilisce con essi la vita, quale fortuna può esser mai serbata a -un'arte che vuole a ogni modo rimaner fuori di questo moto? I realisti -indissero guerra al bello, ma guerra ingiusta, e che non può -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -condurli a durevole vittoria. Come più la natura umana s'affina, più -sensitiva diventa all'influsso della bellezza, e più ripugnante al brutto; -e non si può credere che gli uomini vogliano, di loro arbitrio, rinunziare -a quel culto del bello da cui vengono alla lor vita i più dolci e -più oscuri conforti. -</p> - -<h3>V.</h3> - -<p> -E ora, che cosa si potrà, non dico prognosticare, ma congetturare -circa la letteratura dell'avvenire, o l'avvenire della letteratura? -La predizione dei realisti s'ha essa da avverare, e l'arte loro, e le -loro dottrine estetiche torranno esse il luogo a ogni altra qualità -d'arte, a ogni altra dottrina estetica? Dopo quanto siamo venuti dicendo, -non mi sembra probabile, per non dire che mi sembra impossibile; -e già nel presente non pochi fatti e moltissimi segni mostrano -che il moto suo d'espansione sta per esser frenato, che altre -tendenze il contrastano. A ciò intende appunto, per tacer d'altro, il -recentissimo simbolismo francese. Il realismo potrà essere una delle -forme dell'arte nuova; ma, certamente, non sarà tutta l'arte. -</p> - -<p> -Io credo che la letteratura avvenire abbia ad essere una letteratura -più larga e più libera che non la presente, una letteratura sciolta -dagli eccessivi impacci della critica, sottratta alla opprimente tirannia -delle scuole. La critica oggimai soffoca l'arte, sotto il pretesto -di ammaestrarla e di guidarla; e le scuole ne fan materia di -monopolio, ciascuna per sè. La critica ha la sua ragion d'essere, e -il suo officio, e molte cose si potrebbero dire del giovamento che ne -deriva, e a cui molti, a torto, non credono; ma essa non deve oltrepassare -i termini ragionevolmente segnati alla giurisdizione sua; e -mentre il suo compito è di seguitare, accompagnare, interpretare -l'arte, non deve pretendere di porsele innanzi, e di farsi seguitare da -lei, e far di lei la espressione obbediente de' concetti, preconcetti e -postulati suoi proprii. L'arte deve potersi muovere da sè, trovar da -sè le sue vie, mercè la virtù iniziale e congenita ch'è in lei, indipendentemente -da ogni licenza o rigore di canoni critici. La troppa critica, -e troppo invadente, e troppo dommatica, rende l'arte peritosa -e perplessa, ne dissecca le fonti. -</p> - -<p> -Le scuole ancor esse hanno la lor ragione e il loro officio, e giovano -quando si contengano entro giusti limiti, e si contentino di custodire -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -una tradizione, svolgere un modulo d'arte, e ridurlo a perfezione -mediante l'opera successiva di molti; ma si arrogano una -ragion che non hanno, usurpano un officio che lor non compete, e -nocciono, quando divengano intolleranti, e pretendano unico e incontrastato -dominio. La scuola realistica nuoce all'arte e disconosce -per giunta l'umana natura, quando vuole sovrapporsi ad ogni altra -e regnar sola, nel presente e nell'avvenire. Se mai un concetto unico, -una unica formola d'arte, poterono imporsi lungamente ad un popolo -intero (come vediamo essere avvenuto un tempo, e in certa misura, -nell'antico Egitto), tale possibilità viene ben presto a mancare col -procedere e col variarsi della civiltà. L'uniformità dell'arte, ridotta -ad un canone solo (come per lo appunto pretende il realismo), richiederebbe -prima la uniformità degli spiriti, ridotti a un unico tipo. -Ora, tale uniformità, che non si riscontra intera mai, nemmeno tra -quelle razze infime dell'umanità le quali men si discostano dalla condizione -dei bruti, lascia il luogo, tra le razze più nobili e culte, a una -disformità pressochè infinita, la quale va aumentando e facendosi -sempre più distinta, come più la civiltà s'innalza e si complica. Ci -troviam qui di fronte a un'altra delle massime leggi della evoluzione, -ch'è il passaggio graduato e irresistibile dall'omogeneo all'eterogeneo; -e se questa è legge che governa, non pure la natura umana, -ma tutta l'universalità delle cose, come sarà mai possibile che l'arte -le contraddica, riducendosi essa sola all'omogeneo? E come potrà, -ad esempio, effettuarsi quella fantasia dei realisti, i quali vorrebbero -che tutti i generi letterarii fossero assorbiti, e in un certo modo assimilati -dal romanzo, se il processo naturale e storico è, anche in letteratura, -appunto il contrario, è, cioè a dire, un processo di successiva -separazione e di continuato differenziamento? Anche in questo -caso, come in più altri notati, vediamo i realisti lavorare a ritroso -della evoluzione, cosa che non fa troppo onore a chi mena tanto -vampo di scienza. -</p> - -<p> -Ma, nella stessa disformità degli spiriti, ci sono affinità e somiglianze -per cui quelli vengono a raccogliersi in gruppi, e a formare -come tante famiglie, più numerose o meno, secondo tempi e -condizioni di civiltà, contraddistinte da particolari caratteri psichici, -legate in una specie di psichica comunanza, non certo intera ed assoluta, -ma viva e pervadente. E ciascuna famiglia ha un suo special -modo di sentire e di godere e di giudicare; ha un suo concetto e -bisogno d'arte che non sono il concetto e il bisogno d'altre famiglie, -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -sebbene la conversazione vicendevole, e la coltura, possano anche -per rispetto all'arte, sino ad un certo segno, accomunarle tutte. Le -grandi e disformi e spesso contrarie tendenze dell'arte hanno origine -dalla irriducibile diversità degli spiriti, e volere l'uniformità dell'arte -mentre aumenta la disformità degli spiriti, è cosa non meno -vana che assurda. Si è questa crescente disformità per lo appunto -che ha posto fine alla tirannia delle regole. Quando di ciò s'avrà -chiara coscienza, verrà necessariamente a mancare la critica partigiana, -dommatica, trasmodante; e le scuole non saran più se non -famiglie spirituali lontane da ogni irragionevole desiderio d'egemonia; -e l'arte sarà libera di espandersi in una molteplicità nuova -d'indirizzi e di forme. Il realismo non escluderà l'idealismo, e questo -non si adombrerà della presenza e della vicinanza di quello. -</p> - -<p> -La letteratura si farà sempre più varia e molteplice, ed esprimerà -tutto lo spirito e tutta la vita, senza ingiuste esclusioni, senza dannose -limitazioni di spazio, di tempo, di condizione e qualità. Come -più gli uomini assorgono al concetto di umanità, più è necessario -che la letteratura facciasi pari all'allargata coscienza loro, e la secondi -e la interpreti e la promuova. Cadrà allora l'assurdo ed illiberale -divieto opposto alla pittura detta storica, e ad ogni maniera di -letterario componimento ove altri s'ingegni di ricostruire, con l'ajuto -concorde della scienza e della fantasia, quel passato che, remoto nel -tempo, è presente nella memoria; e cadrà il precetto dato alle arti -in genere, e alla letteratura in ispecie, di non dovere attendere se -non a ciò ch'è ovvio, cognito, immediato; e s'intenderà che ciò che -la fantasia vien figurando, e la memoria rappresentando, per ciò solo -che vive in noi, ha ragione e possibilità di vivere nell'arte; e s'intenderà -che un compito massimo dell'arte possa esser quello di significare -appunto ciò che non è ovvio, nè immediato, nè cognito universalmente, -ma segregato e recondito e non comunicabile in altro -modo. -</p> - -<p> -La letteratura potrà percorrere tutti i gradi dell'essere, rispecchiare -tutte le forme, liberamente, spontaneamente, atteggiandosi in -vario modo, secondo il variar del suo oggetto. Essa dovrà abbracciare -tutta la vita, compreso il sogno delle anime nostre, che non è -forse della vita la parte men pregevole e bella. Essa dovrà poter -prendere la sua materia per tutto, nel fatto e nell'idea, nel presente -e nel passato, nella natura e nell'uomo, in basso e in alto; essere -personale e impersonale, soggettiva ed oggettiva. A un solo obbligo -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -non potrà essa sottrarsi, quello d'essere sincera; e finchè sarà tale -non mancherà chi ne intenda e ne ammiri le singole forme e diverse, -non mancheranno spiriti superiori capaci d'intenderle tutte. E poichè -la vita è fatta di realtà e d'idealità insieme, vi sarà una letteratura -più comprensiva e più alta, che saprà, conciliandole entrambe, esprimerle -entrambe congiuntamente. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -<span class="smcap">Fine.</span> -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="4">Rileggendo le Ultime Lettere di Jacopo Ortis</td> <td class="pag"><a href="#ortis"><i>Pag.</i> 3</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4">Il Romanticismo del Manzoni</td> <td class="pag"><a href="#rommanz">25</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4">Perchè si ravvede l'Innominato?</td> <td class="pag"><a href="#innomin">87</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4">Don Abbondio</td> <td class="pag"><a href="#abbondio">107</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4">Estetica e Arte di Giacomo Leopardi:</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">I.</td> <td>Della psiche di Giacomo Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop1">125</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">II.</td> <td>Estetica generale del Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop2">146</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">III.</td> <td>Il Leopardi e la musica</td> <td class="pag"><a href="#leop3">176</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">IV.</td> <td>Il sentimento della natura nel Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop4">189</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">V.</td> <td>Estetica della morte</td> <td class="pag"><a href="#leop5">219</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">VI.</td> <td>Classicismo e Romanticismo del Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop6">236</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td><span class="smcap">Cap.</span></td> <td class="cap">VII.</td> <td>L'arte del Leopardi</td> <td class="pag"><a href="#leop7">263</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4">Preraffaelliti, Simbolisti ed Esteti</td> <td class="pag"><a href="#esteti">303</a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="4">Letteratura dell'avvenire</td> <td class="pag"><a href="#avvenire">349</a></td> - </tr> -</table> -<hr /> -</div> - -<div class="opere"> -<p class="title"> -DELLO STESSO AUTORE -</p> - -<p> -<b>Poesie e novelle</b>, 1 vol. in-8º, di pag. 859. L. 3 — -</p> - -<p> -<b>Studi drammatici</b>, 1 vol. in-8º, di pag. 327. L. 4 — -</p> - -<p> -<b>Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio -evo</b>, ristampa in-8º gr. di pag. XVI-808. L. 15 — -</p> - -<p> -<b>Attraverso il Cinquecento</b>, 1 vol. in-8º, di pag. IV-391. L. 8 — -</p> - -<p> -<b>Miti, leggende e superstizioni del medio evo</b>, 2 vol. in-8º, -di pag. XXIII-310, 398. L. 5 — ciascuno. -</p> - -<p> -<b>Anglomania</b>, 1 vol. in-8º, di pag. XXXIV-431. L. 12 — -</p> - -<p> -<b>Medusa</b>, 3ª edizione, adorna di 100 disegni di C. Chessa, 1 vol. -in-8º, di pag. VIII-292, L. 10 —; legato elegantemente L. 12 —; -legato in pergamena e oro L. 15 — -</p> - -<p> -<b>Le Danaidi</b>, 2ª edizione, 1 vol. in-8º gr., di pag. VIII-183. L. 5 — -</p> - -<p> -<b>Poesie (1893-1906)</b> in-12º di pag. IV-487 con ritratto e fac-simile L. 10 —; legato L. 12 — -</p> - -<p> -<b>Prometeo nelle poesie</b> (<i>è in preparazione la ristampa</i>). -</p> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Questo breve saggio fu pubblicato la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>, -serie III, vol. LVII (1895). Riappare qui accresciuto di alcune brevi note e con -qualche leggiero ritocco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>Per quanto concerne le relazioni delle <i>Ultime Lettere</i> col <i>Werther</i>, e -con taluna delle troppe imitazioni di questo, rimando il lettore ai noti scritti -dello <span class="smcap">Zschech</span>: <i>Ugo Foscolo und sein Roman «die letzten Briefe des Jacopo -Ortis»</i> (pubblicato nei <i>Preussische Jahrbücher</i> del 1879 e 1880, e, tradotto, nella -<i>Nuova Rivista internazionale</i>, febbrajo e settembre 1880); Ugo <i>Foscolos Ortis -und Goethes Werther</i> (nella <i>Zeitschrift für vergleichende Litteraturgeschichte -und Renaissance-Litteratur</i> del 1890); <i>Ugo Foscolos Brief an Goethe, Mailand, -den 15 Januar 1802</i> (nel <i>Bericht der Realschule am Eilbeckerwege zu Hamburg</i> -1894). Per le prime traduzioni italiane del <i>Werther</i>, fatte nel secolo scorso, -l'una o l'altra delle quali non potè rimanere ignota al Foscolo, vedi <span class="smcap">Appell</span>, -<i>Werther und seine Zeit</i>, 4ª ediz., Oldenburgo, 1896; ov'è da notare per altro -che la prima stampa della traduzione del D. M. S. non è del 1796, ma del 1788. -Per la storia delle varie redazioni del romanzo foscoliano vedi: <span class="smcap">Martinetti</span>, -<i>Dell'origine delle Ultime lettere di Jacopo Ortis</i>, Napoli, 1883; <span class="smcap">Del Cerro</span>, -<i>Indagini foscoliane</i> (nella <i>Vita italiana</i>, fasc. 16 gennajo 1897); <span class="smcap">Chiarini</span>, <i>L'edizione -dell'«Jacopo Ortis»</i> del 1798 (nello stesso giornale, fasc. 16 marzo 1897).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>È pur da ricordare a questo proposito che alcuni (a dir vero pochissimi) -critici tedeschi non si peritarono di mettere l'<i>Ortis</i> sopra il <i>Werther</i>; tra -gli altri <span class="smcap">O. L. B. Wolf</span>, nella sua <i>Allgemeine Geschichte des Romans</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span><i>Nuovi saggi critici</i>, 2ª ediz., Napoli, 1879, pp. 142, 143, 147.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span>Werther non può ammettere che uomo fortemente innamorato pensi ad -altro che all'amor suo; ma gli è un fatto che uomini anche perdutamente -innamorati possono pensare a molte altre cose collegandole in qualche modo -all'amor loro. In quella povera imitazione del romanzo del Goethe che Carlo -Nodier compose da giovane, <i>Le peintre de Saltzbourg</i>, il protagonista, Carlo -Munster, si lagna di essere proscritto e fuggitivo, d'aver perduto la patria e -l'amata. L'Everardo del Lanfrey fu detto dall'autore stesso un Werther della -libertà.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span>Il Cesarotti scorse il pericolo e giudicò le <i>Ultime lettere</i> libro immorale. -In un breve, ma acuto scritto, intitolalo <i>Werther, René, Jacopo Ortis</i>, <span class="smcap">Carlo -De Rémusat</span> cercò di mostrare che il romanzo del Foscolo è meno immorale -di quello dello Chateaubriand e di quello del Goethe (<i>Critiques et études littéraires</i>, -nuova edizione, Parigi, 1857, vol. II, p. 125).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span>Nel 1820 l'autore di un articolo pubblicato nella <i>Biblioteca italiana</i> poneva -in un fascio l'<i>Ortis</i>, i <i>Sepolcri</i>, la <i>Ricciarda</i>. e scriveva: «Le <i>Lettere di -Jacopo Ortis</i>, i <i>Sepolcri</i>, la nuova tragedia presenteranno il tuo nome alla -posterità entro una luce funerea».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>Chi crederebbe di dover trovare le lodi della melanconia nel buon La -Fontaine? -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> Il n'est rien</p> -<p class="i01">Qui ne me soit souverain bien,</p> -<p class="i01">Jusqu'aux sombres plaisirs d'un cœur mélancolique.</p> -</div></div> - -<p> -Ma dei piaceri e della dignità della melanconia s'era già fatto beffe da un -pezzo il Montaigne.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span>Il <span class="smcap">Cantù</span> disse il Foscolo «capofila della moderna melanconografia» (<i>Ugo -Foscolo</i>, in <i>Arch. storico lombardo</i>, anno III (1876), fasc. 1º, p. 17), ma andò -troppo di là dal vero. Scrisse il <span class="smcap">Pecchio</span> (<i>Vita di Ugo Foscolo</i>, 3ª edizione, Lugano, -1841, pp. 259-60): «Invece di procurare di vincere questo umor melanconico, -sembrava ch'ei lo nutrisse, e se ne facesse bello.....». Il Foscolo stesso -sentenziò: «La malinconia, dopo la noia, è la più vile infermità dei mortali, -perchè è infermità inoperosa, ingrata alla natura, freddissima ne' desideri, fantastica -in tutto fuorchè ad illudersi delle promesse della speranza».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span><span class="smcap">Giovita Scalvini</span> scrisse a questo proposito (<i>Scritti ordinati per cura di</i> -N. Tommaseo, Firenze, 1860, p. 34): «Tutti i suoi gravi movimenti, il suo -sogguardare, il suo silenzio, vengono dalla sua testa, calcolatrice degli effetti -di tutte queste ciarlatanerie». Scrisse ancora (p. 35): «Foscolo mi sembra -abitato da uno di que' Dei che i Germani sentono passare nelle foreste: Foscolo -per me è un mistero». E questo appunto il Foscolo voleva; nel quale -fu non poca di quella <i>egolatria</i> che contraddistinse infiniti romantici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span>Chi volesse, potrebbe osservare molte conformità d'indole e di carattere -tra il Foscolo ed il Rousseau, senza scapito di quelle che si potrebbero pur -notare, sebbene non sieno tanto appariscenti, tra il Foscolo e lo Sterne. Sia -ricordato di passata che il <i>Viaggio sentimentale</i> fu scrittura assai cara ai romantici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span>Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>, -Serie III, vol. LX (1895). Salvo qualche piccola aggiunta e qualche emendazione, -esso rimane immutato. -</p> - -<p> -Con questo medesimo titolo: <i>Le romantisme de Manzoni</i>, il signor Vittorio -Waille fece stampare in Algeri, nel 1890, un libro, che dato in deposito al -librajo Hachette di Parigi, e restituito da questo, dopo non molto, all'autore, -fu certo veduto da pochi, e non è più in commercio. Nelle 195 pagine di cui -si compone il volume sono molte buone osservazioni, e delle cose nostre ci -si discorre con una conoscenza ed una imparzialità che non sono molto frequenti -nei libri francesi. Tuttavia mi pare che l'autore esageri quando parla -degl'influssi esercitati dal pensiero francese e dall'arte francese sul pensiero -e sull'arte del Manzoni, e quando fa di questo, a dirittura, un discepolo del -Fauriel e dello Chateaubriand (pp. 24-5, 36, 122-3, 190); e che cada in tale -esagerazione, e in alcun altro errore, per non conoscere abbastanza le origini -del romanticismo nostro, del quale per altro ritrae molto bene l'indole e gli -intendimenti. Che io, salvo la inevitabile conformità di alcuni giudizii, ho trattato -in modo affatto diverso il tema già trattato da lui, potrà essere facilmente -avvertito da chiunque voglia torsi la briga di confrontare l'uno con -l'altro i due scritti. Si può anche vedere nei <i>Preussische Jahrbücher</i> del 1874 -uno studio di <span class="smcap">W. Lang</span>, <i>Alessandro Manzoni und die italienische Romantik</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span>Perciò assai malamente scrisse il <span class="smcap">Prina</span> (<i>Alessandro Manzoni</i>, Milano, -1874, p. 3) che il Manzoni «capitanò il gran movimento romantico».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span>L'Hugo che definì il romanticismo il liberalismo nell'arte, giunse poi a -dire che romanticismo e socialismo sono una sola e medesima cosa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span>Leggo in un opuscolo tedesco (<i>Die romantische Schule in Deutschland -und in Frankreich, von</i> <span class="smcap">Stephan Born</span>, Heidelberg, 1879, pag. 5): Il romanticismo -francese «è scaturito direttamente dalla opposizione alla rivoluzione». -Errore. Vedi <span class="smcap">Larroumet</span>, <i>Les origines françaises du romantisme</i>, in <i>Études -de littérature et d'art</i>, Parigi, 1893. Tutto il più si può dire che, durante il suo -periodo violento, la rivoluzione francese interruppe, o turbò lo svolgimento -normale del romanticismo. Il culto della Dea Ragione contraddice al culto -del Dio Sentimento. Per le origini remote del romanticismo italiano, vedi -<span class="smcap">Finzi</span>, <i>Lezioni di storia della letteratura italiana</i>, vol. IV, parte I: <i>Il romanticismo -e Alessandro Manzoni</i>, Torino, 1891; <span class="smcap">Mazzoni</span>, <i>Le origini del romanticismo</i>, -in <i>Nuova Antologia</i>, serie III, vol. XLVII, fascicolo del 1º ottobre 1893; -<span class="smcap">Bertana</span>, <i>Un precursore del romanticismo</i>, nel <i>Giornale storico della letteratura -italiana</i>, volume XXVI (1895), pp. 114 segg. Per le origini del romanticismo -inglese vedi <span class="smcap">W. Lion Phelps</span>, <i>The Beginnings of the English romantic -Movement</i>, Boston, 1893. Parmi strana l'affermazione del <span class="smcap">Menéndez y Pelayo</span> -(<i>Historia de las ideas estéticas en España</i>, t. V. Madrid, 1891, p. 233) che non -fosse in Inghilterra romanticismo vero e proprio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span><i>Epistolario di</i> <span class="smcap">Alessandro Manzoni</span>, <i>raccolto ed annotato da</i> Giovanni -Sforza, Milano, 1882, vol. I, pag. 200. Vedi anche la lettera del 17 ottobre 1820 -allo stesso Fauriel.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Cap. XXXII, verso la fine. Più anni dopo, alludendo a tali parole, scriveva -al Cantù: «Quella frase non avrei dovuto metterla per rispetto alla -teoria del senso comune del Lamennais. Ma giacchè la c'è, la ci stia». E si -capisce che non gli dispiaceva punto d'avercela messa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span><i>Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica</i>, preambolo e capitolo -IV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>Vedi in proposito le giuste osservazioni del <span class="smcap">Tenca</span>, <i>Prose e poesie scelte</i>, -Milano, 1888, vol. I, pp. 331, 335, 350.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span><i>Lettera intorno al Vocabolario</i>, in <i>Opere varie</i>, Milano, 1870, pp. 829, -830. Delle <i>Opere varie</i> citerò sempre in seguito questa stessa edizione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span>Lettera al Laderchi, 23 giugno 1843. <i>Epistolario</i>, vol. II, p. 105.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span><i>Dialogue entre un homme du monde et un poëte. Opere inedite o rare</i>, -pubblicate da R. Bonghi, Milano, 1883 segg., vol. II, p. 431.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. II, p. XI. La morte del Bonghi come fu grave -danno per gli studii in genere, così fu grave danno per gli studii manzoniani -in ispecie. Colui che curò la stampa delle <i>Opere inedite o rare</i> senza poterne -vedere il compimento, aveva da lunghi anni promesso sul Manzoni un libro -che per certo sarebbe riuscito capitale, e di cui sarebbe pur prezioso ogni -abbozzo o frammento ch'egli avesse potuto lasciarne.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>Cel dice egli stesso nel <i>Dialogo della invenzione. Opere varie</i>, p. 539.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span>Studio critico che accompagna i <i>Promessi Sposi</i> nella edizione del Barbèra -(Collezione Diamante), Firenze, 1888, vol. II, pp. 678, 679.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span><i>I Promessi Sposi</i>, cap. VIII, p. 156, ediz. di Milano, 1875.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span>Veggasi intorno a ciò il bello scritto del <span class="smcap">D'Ovidio</span>, <i>Potenza fantastica -del Manzoni e sua originalità</i>, in <i>Discussioni manzoniane</i>, Città di Castello, -1886, pp. 37 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span><i>Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica</i>, preambolo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span><i>Ibid.</i>, cap. II. <i>Opere varie</i>, p. 173.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span><i>De l'Allemagne</i>, parte II, cap. XI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span>Cap. XXXIII. p. 607, ediz. cit.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>Vedi più particolarmente le delicate ed acute osservazioni del <span class="smcap">De Sanctis</span> -nel saggio intitolato: <i>La materia dei «Promessi Sposi»</i>. La questione del romanzo -storico fu discussa in passato anche dallo Zajotti, dal Bianchetti e da -altri. Ultimamente la riprese in esame il <span class="smcap">Cestaro</span> in uno scritto intitolato <i>La -storia nei «Promessi Sposi»</i>, pubblicato prima nella <i>Nuova Antologia</i>, fasc. -del 1º maggio 1892, poi nel volume <i>Studi storici e letterari</i>, Torino-Roma, 1894. -Gli argomenti da lui addotti contro le conclusioni del Manzoni sono assai -vigorosi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span><i>Opere varie</i>, pp. 426, 428, 431.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 202.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span><i>I Promessi Sposi</i>, cap. XII, p. 231; cap. XXXI, p. 564.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 283.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 291.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span><i>Bozzetti critici e discorsi letterari</i>, Livorno, 1876, pp. 310-11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span><i>Classicismo e romanticismo</i>, nei <i>Giambi ed epodi e rime nuove. Opere</i>, -vol. IX, Bologna, 1894, p. 298.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. III, p. 168.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span><i>Opere varie</i>, p. 409.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 307.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span><i>Lettre sur l'unité de temps</i>, ecc. Opere varie, p. 425.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span><i>Ibid.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span>Parmi curioso e non inutile recar qui a riscontro alcune opinioni dello -<span class="smcap">Zola</span>, le quali certamente avrebbero ottenuto il plauso del Manzoni: «Le plus -bel éloge que l'on pouvait faire autrefois d'un romancier était de dire: Il a -de l'imagination. Aujourd'hui cet éloge serait presque regardé comme une -critique. C'est que toutes les conditions du roman ont changé. L'imagination -n'est plus la qualité maîtresse du romancier» (<i>Du roman. Le sens du réel</i>). -Flaubert «est sobre, qualité rare; il donne le trait saillant, la grande ligne, -la particularité qui peint, et cela suffit pour que le tableau soit inoubliable» -(<i>Du roman. De la description</i>). «Et je finirai par une déclaration: dans un -roman, dans une étude humaine, je blâme absolument toute description qui n'est -pas, selon la définition donnée plus haut, un état du milieu qui détermine et -complète l'homme. J'ai assez péché pour avoir le droit de reconnaître la vérité» -(<i>Ibid.</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 242.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span><i>Sovra il teatro tragico italiano</i>, Venezia, 1826, p. 91. È tuttavia da notare -che sin dai primi anni del secolo <span class="smcap lowercase">XVIII</span> in Inghilterra, gli scrittori che dicono -della scuola augustea usarono dar nome di romantica ad ogni narrazione -o poesia che paresse loro o troppo stravagante, o troppo sentimentale -(<span class="smcap">Lyon Phelps</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 18-9). L'Addison, ne' suoi ricordi di viaggio, chiamava -romantica una scena di paese che aveva del selvaggio e dello strano -(<span class="smcap">Friedlaender</span>, <i>Ueber die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische -in der Natur</i>, Lipsia, 1873, p. 43).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span>Forse il primo esempio di tali orrori lo diede il <i>Castle of Otranto</i>, romanzo -del celebre <span class="smcap">Orazio Walpole</span>, pubblicato nel 1764. Ebbe grandissima -voga, e fu tradotto in italiano, dalla qual lingua l'autore fingeva d'averlo -tradotto egli stesso. I primi racconti fantastici di Teodoro Hoffmann sono posteriori -ad esso di mezzo secolo, come son posteriori di una ventina d'anni -ai più celebri romanzi di Anna Radcliffe.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span><i>Delle vicende del buon gusto in Italia</i>, orazione recitata nella grande aula -dell'Università di Pavia il giorno 3 maggio 1805.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span><i>Cenni critici sulla poesia romantica</i>, Milano, 1817, pp. 45-47.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span><i>Sermone sulla mitologia.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 312.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span>Ma vedi forza dell'esempio e dell'andazzo! Lo <span class="smcap">Stampa</span>, figliastro del -Manzoni, afferma che l'autore dei <i>Promessi Sposi</i> fu tentato una volta di scrivere -un romanzo fantastico, del quale, per altro, non sa dir nulla (<i>Alessandro -Manzoni, la sua famiglia, i suoi amici</i>, Milano, 1885-9, vol. II, p. 183).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span><i>Opere varie</i>, p. 410.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span><i>Histoire du romantisme</i>, nuova edizione, s. a., Parigi, Charpentier, p. 64.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span><i>Versi in morte di Carlo Imbonati</i>, vv. 147 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span>Versi 36-44.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span><i>Urania</i>, vv. 9-14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. I, p. 95.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 201.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span><i>Ibid.</i>, pp. 206, 207.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. III, p. 197.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>Aristotele non dice propriamente così; ma tale credo fosse, in sostanza, -il suo concetto. Anche lo Schopenhauer giudica la poesia più vera della -storia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span><i>Opere varie</i>, p. 835.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 448.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span><i>Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie</i>, p. 481.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 393.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, pp. 448, 449.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. II, p. 144.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span>Cap. XIV. p. 273.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span>Cap. XXVIII, p. 520.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span><i>Opere inedite o rare</i>, vol. II, p. 480.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span>Lettera a Cesare D'Azeglio. <i>Epistolario</i>, vol. I, pp. 280 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span>Prefazione al <i>Conte di Carmagnola. Opere varie</i>, p. 278.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span><i>Lettre sur l'unité de temps, ecc. Opere varie</i>, p. 405.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span><i>Discorso intorno al romanzo storico. Opere varie</i>, p. 494.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span>Lettera al D'Azeglio, <i>Epistolario</i>, vol. I, p. 294.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>Anche lo <span class="smcap">Scott</span>, nell'<i>Essay on the Drama</i>, combattè le unità, ma quanto -più timidamente e quanto meno acutamente del Manzoni!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span><i>Opere varie</i>, pp. 413-14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span>Ond'è che Paride Zajotti poteva, senza contraddizione, lodare profusamente -nella <i>Biblioteca italiana</i> il Manzoni e biasimare i romantici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span><i>Epistolario</i>, vol. I, p. 477.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span>Lettera a Giorgio Briano del 7 ottobre 1848. <i>Epistolario</i>, vol. II, p. 177.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span>Lettera al Fauriel del 20 aprile 1812. <i>Epistolario</i>, vol. I, p. 124; <i>Lettre sur -l'unité de temps</i>, ecc. <i>Opere varie</i>, p. 425.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span>Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>, Serie -III, voi. LI (1894). Lo ripubblico qui con poche e brevi giunte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>Tra gli altri il Tommaseo, il quale fu pur quell'ammiratore del Manzoni -che tutti sanno, scorse difetto di gradazione nel <i>passaggio dell'animo</i> dell'Innominato -<i>dall'un grado all'altro</i>, e pure scusandosi dell'ardimento grande, non -si tenne dal suggerire quello che a parer suo andava fatto (<i>Ispirazione e arte</i>, -Firenze, 1858, pp. 12-13).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span>Con procedimento egualmente repentino l'uomo può perdere la fede -in cui nacque e crebbe e perdurò lungamente. Nel breve spazio di una notte -il filosofo francese Jouffroy <i>s'avvide</i> d'aver perduto ogni credenza. Vedi pel -fenomeno in genere <span class="smcap">Ribot</span>, <i>La psychologie des sentiments</i>, Parigi, 1896, pp. 400-3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span>Il presente scritto porse occasione a un articolo intitolato <i>Due parole sull'Innominato</i>, -che <span class="smcap">Francesco D'Ovidio</span> pubblicò nella <i>Illustrazione Italiana</i> del -27 maggio 1894. In esso il D'Ovidio fa parecchie ottime osservazioni, che per -la più parte corroborano le mie; ma su di un punto formalmente mi contraddice, -e cioè su questo punto del miracolo. Egli nega che il Manzoni -supponesse miracolo alcuno nella conversione dell'Innominato, e reca in prova -alcune parole del Manzoni stesso nel romanzo, che pajono escluderlo affatto. -Dopo averci pensato su a lungo io credo di poter rimanere nell'antica opinione. -Tutto sta intendersi sulla qualità del miracolo. Sono più che persuaso che -il Manzoni non poteva pensare a un miracolo quale doveva immaginarselo il -sarto, o l'altra buona gente del contado; ma considero da altra banda che -un cristiano non può credere che il peccatore si rialzi senza l'ajuto divino; che -la dottrina cattolica della predestinazione e della grazia non concede all'uomo -abbandonato a sè medesimo altra libertà che la libertà di fare il male; che -ogni cristiano schietto riconosce direttamente da Dio ogni suo atto buono; -che se è vero il racconto del Carcano, la conversione stessa del Manzoni fu -un miracolo; che il Manzoni si diceva richiamato da Dio alla fede, e di quel -richiamo rendeva ancor grazie dopo quarant'anni passati (Lettera al Trechi, -29 luglio 1850); che il Manzoni poteva farsi beffe del miracolo grossolano e -ridicolo delle noci narrato da Fra Galdino, e negar fede alle apparizioni di -Caterina Labourè; ma poteva anche credere a un miracolo che salvasse il -Grossi (<span class="smcap">Cantù</span>, <i>Alessandro Manzoni, reminiscenze</i>, Milano, 1885, vol. I, pp. 330-1). -Perciò non posso accordarmi in tutto nemmeno col <span class="smcap">De Sanctis</span>, il quale scrisse, -(<i>I Promessi Sposi, studio critico</i>): «Si vegga con quanta industria il poeta, -un fatto così straordinario che il volgo attribuisce a miracolo della Madonna, -riconduce nelle proporzioni di un fenomeno psicologico»; e soggiunse poi che -il miracolo è <i>affatto estraneo</i> allo spirito del Manzoni. Il Manzoni descrisse, -sì, accuratamente il fenomeno psicologico; ma non ricusò di certo l'idea che -Dio avesse tocco il cuore all'uomo malvagio. Egli fece un po' come quei capitani -di guerra, che preparavano con ogni cura la vittoria, ma poi aspettavano -da Dio di ottenerla, e, ottenutala, cantavano un <i>Te Deum</i>. Del resto il miracolo -è riconosciuto anche dal cardinal Federigo: «Ma Dio sa fare Egli solo -le meraviglie, e supplisce alla debolezza, alla lentezza de' suoi poveri servi». -«Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo». «Non ve lo sentite in cuore che -v'opprime, che v'agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira.....?». -Dio, dice il cardinale, vuol fare dell'Innominato un segno della -sua potenza e della sua bontà, uno strumento della sua gloria, ecc. Poteva -il Manzoni pensare diversamente? E questa intervenzione di Dio non è essa -appunto il miracolo?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span><span class="smcap">Ribot</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 401: «Tout cela, pour le moraliste, est un changement -complet, il y a deux hommes; pour le psychologue c'est un changement d'orientation, -il n'y a qu'un homme. Il est facile de voir que sous les deux contraires, -existe un fond commun, une unité latente; c'est la même quantité ou la -même qualité d'énergie employée à deux fins contraires; mais, sans effort, -on peut retrouver la chrysalide dans le papillon».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span>Giova qui recare a riscontro il Pensiero XVI di Giacomo Leopardi: «Se -al colpevole e all'innocente, dice Ottone imperatore appresso Tacito, è apparecchiata -una stessa fine, è più da uomo il perire meritamente. Poco diversi -pensieri credo che sieno quelli di alcuni, che avendo animo grande e nato alla -virtù, entrati nel mondo, e provata l'ingratitudine, l'ingiustizia, e l'infame accanimento -degli uomini contro i loro simili, e più contro i virtuosi, abbracciano -la malvagità; non per corruttela nè tirati dall'esempio, come i deboli; nè -anche per interesse, nè per desiderio dei vili e frivoli beni umani; nè finalmente -per isperanza di salvarsi incontro alla malvagità generale; ma per -un'elezione libera, e vendicarsi degli uomini, e rendere loro il cambio, impugnando -contro di essi le loro armi. La malvagità delle quali persone è tanto -più profonda, quando nasce da esperienza della virtù; e tanto più formidabile, -quanto è congiunta, cosa non ordinaria, a grandezza e fortezza d'animo, ed è -una sorta d'eroismo». Raccosta a questo i Pensieri LXXV, C, CI, CIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Nell'articolo già citato il D'Ovidio nota, credo giustamente, che Lucia -opera nell'animo dell'Innominato anche in virtù della giovinezza, bellezza e -gentilezza sua.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span><span class="smcap">Giovanni Vidari</span>, in un saggio intitolato <i>Suor Gertrude, l'Innominato e Fra -Cristoforo</i> (nella <i>Rassegna nazionale</i>, 1º e 16 dicembre 1895), avvertì che io -non notava la somiglianza che per più rispetti è tra l'Innominato e Fra Cristoforo; -ma poi concluse dicendo che essi <i>son diversi nel processo della conversione</i>. -Di questa diversità appunto, e non d'altro, io intesi far cenno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span>In un opuscolo nuziale intitolato L'umorismo nei Promessi Sposi (Firenze, -1895) il Barbi passa in rassegna que' personaggi, nota situazioni e riflessioni -umoristiche. Questo breve saggio è, a mia saputa, quanto di meglio -siasi scritto sull'argomento; ma ciò che vi si dice di Don Abbondio non mi -sembra interamente giusto. Il così detto Commento estetico del Ferranti (Firenze, -1877) è scrittura prolissa e di poco valore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span>L'idea di un Don Abbondio missionario e martire è una delle idee più -comiche che mai cadessero in mente umana.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span>Coloro che sempre ricantano che il Manzoni aperse scuola di rassegnazione, -di pusillanimità e di fiacchezza, non han mai pensato, sembra, alla -formidabile ironia di quella <i>neutralità disarmata</i>, non capiscono tutto il significato -di Don Abbondio, e non sanno che cosa scrivesse dei <i>Promessi Sposi</i> -il Mazzini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span>Sarebbe curioso indagare quanta parte di quelle debolezze e di quelle -virtù possa avere ereditato il Manzoni dal proprio avo materno, del quale -fu, nonostante qualche dissentimento, ammiratore caldissimo. Ma se della -mente di Cesare Beccaria possiamo formarci un concetto abbastanza adeguato -leggendo i non molti suoi scritti, dell'animo non possiamo, tanto sono scarse, -incerte, contraddittorie le notizie che ce ne son pervenute. I fratelli Verri, -che ne tramandaron le più, prima furono amici svisceratissimi di lui, poi -nemici arrabbiati, così che noi non riusciamo a veder chiaro tra le lodi -sperticate di prima e i biasimi, sicuramente eccessivi, di poi (Vedi uno scritto -di <span class="smcap">A. Venturi</span>, <i>Cesare Beccaria e le lettere di Pietro e Alessandro Verri</i>, nel -<i>Preludio</i>, anno VI, 1882, nn. 3-4). Le lettere stesse del Beccaria, comprese -le poche pubblicate in questi ultimi anni, non ci ajutano gran fatto. Ciò -nondimeno, quel tanto che riusciamo a mettere insieme e ad intendere ci -permette di notare tra avo e nipote alcune conformità che di certo non sono -casuali. Si può discutere della maggiore o minore originalità delle idee contenute -nell'opuscolo <i>Dei delitti e delle pene</i>; ma, se a questo opuscolo si -aggiunge il saggio sulle monete, e, meglio ancora, il saggio sullo stile, bisogna -riconoscere che il Beccaria ebbe mente di novatore, e, come disse -Pietro Verri, <i>testa fatta per tentare strade nuove</i>; una testa dunque come -l'ebbe il Manzoni, che di strade nuove ne tentò e ne corse parecchie. Il Beccaria -fu <i>profondo algebrista</i>, ed ebbe fantasia vivacissima e prepotente, e -fu poeta (<i>buon poeta</i>, assicura l'amico): intendi dunque che, come poi il -Manzoni, egli seppe conciliare il rigore e la saldezza della ragione con la -libertà e la fluidità dell'immaginativa e del sentimento. Scopriamo nell'avo una -vena satirica che ingrossa poi nel nipote. Tutt'e due sono d'indole timida e -casalinga, involta in una onesta pigrizia (vedi un opuscoletto nuziale di -<span class="smcap">Paolo Bellezza</span>, <i>La pigrizia di Alessandro Manzoni</i>, Milano, 1897); fuggono -il chiasso; non cercano popolarità, sebbene amino il popolo; curano i proprii -comodi; lascian vedere <i>un'aria di bonomia</i> (bugiarda in Cesare, secondo afferma -Alessandro Verri; ma gli s'ha da credere?); sono inettissimi alle faccende -(<i>inattività in agibilibus</i>, troviam detto di Cesare; <i>inetto rebus agendis</i>, -disse di sè stesso il Manzoni); scrivono di malissima voglia lettere e ogni -altra cosa. «Filosofo senza strepito», scrisse del Beccaria il Cantù, «appena -l'Europa s'accorse ch'era un grand'uomo, egli si tacque»: e il Manzoni? Le -apprensioni manifestate dall'avo durante quel suo famoso viaggio a Parigi -hanno riscontro in altre consimili del nipote. Entrambi non potevano reggere -a star soli, ed entrambi stavano mal volentieri in luoghi dove fosse adunata -molta gente. Entrambi ebbero amore alla villa. Rimasti vedovi, entrambi si -riammogliarono. L'avo disegnò di fare un confronto fra romanzi e storie, -e il nipote compose il discorso sopra il romanzo storico. L'avo si meravigliava -che la Colonna Infame fosse lasciata sussistere nel bel mezzo di Milano: il -nipote scrisse la <i>Storia della Colonna Infame</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span>E il nome di Don Abbondio? Si potrebbe frugare di cima in fondo tutti -gli onomastici antichi e moderni senza riuscire a trovarne uno più adatto, -più proprio, più raffigurativo. <i>Nomina numina.</i> Il Balzac fu studiosissimo dei -nomi dei suoi personaggi, e dicono che il Flaubert andò in gloria il giorno -in cui trovò quelli di Bouvard e Pécuchet. Gran brava fregatina di mani dev'essersi -data Don Alessandro il giorno in cui gli cadde in mente, o gli capitò -sotto, Dio sa come, quello del suo curato. Il Bojardo avrebbe fatto sonare a -distesa tutte le campane delle sue terre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span><i>Pensées</i>, article I, 6.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span><i>Epistolario, raccolto e ordinato da</i> Prospero Viani, <i>quinta ristampa ampliata -e più compiuta</i>. Firenze, 1892, vol. I, pp. 240, 298, 299, 537; vol. II, -p. 276, e in altri luoghi ancora.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span>Mantengo, per ragion di comodo, questa distinzione passata nell'uso -degli scrittori, sebbene non la creda psicologicamente troppo esatta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span><span class="smcap">Antona Traversi</span>, <i>Studi su Giacomo Leopardi con notizie e documenti -sconosciuti e inediti</i>, Napoli, 1887, pp. 76, 97-8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 454.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span><i>Appendice all'Epistolario e agli scritti giovanili di</i> <span class="smcap">Giacomo Leopardi</span>, -<i>per cura di</i> Prospero Viani, Firenze, 1878, p. <span class="smcap lowercase">XLVI</span>. Lo stesso poeta ebbe a -dichiarare di non sapere il tedesco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span>Degli amori per la Silvia e la Nerina (non è qui a discutere se questi -nomi stieno a indicare due persone o una sola), Carlo Leopardi ebbe a dire -che furono assai più romanzeschi che veri. Non so quanta fede s'abbia a -dare a tale testimonianza; ma la congettura che il poeta si scaldasse pel ricordo -assai più che per la realtà, è congettura tutt'altro che irragionevole, e -che potrebb'essere facilmente suffragata di ragioni e di esempii, e che anzi -appar probabile quando s'instituisca un confronto fra la canzone <i>Per una donna -malata di malattia lunga e mortale</i> e quella <i>A Silvia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span><i>Le ricordanze.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span>Lett. al Giordani, 8 agosto 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 87.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span><i>Ibid.</i>, p. 216.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span>Scrisse il Foscolo di sè stesso: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Tal di me schiavo e d'altri e della sorte,</p> -<p class="i01">Conosco il meglio ed al peggior m'appiglio,</p> -<p class="i01">E so invocare e non darmi la morte.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span>Lett. al Giordani, 5 dicembre 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 111.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span>Non necessariamente. Paolo Scarron che si denominò da sè stesso un -compendio delle miserie umane, scrisse il <i>Roman comique</i> e il <i>Virgile travesti</i> -inchiodato in una sedia a bracciuoli, paralitico, attratto, spolpato, sfinito, e -durò in tale condizione dall'anno ventesimosettimo o ventesimottavo di sua -vita sino al cinquantesimo, che fu quello della sua morte. Il Voltaire, che soleva -dire di tener l'anima coi denti, non diventò pessimista nemmen quando -fu ridotto a nutrirsi per lunghi anni di solo latte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span>Farebbe indagine curiosa e istruttiva chi andasse cercando per entro -alle dottrine pessimistiche moderne e modernissime la parte contribuitavi dal -Copernico, dal Galilei, dal Darwin, ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span>Cap. IV, pp. 274-5, 278-9 della edizione delle <i>Prose</i> curata da G. Mestica, -Firenze, 1890, edizione di cui sempre mi varrò per le citazioni in questo -scritto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span><i>Bruto minore.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span>A tutto ciò non contraddice punto il fatto che il genio non può essere -se non il portato di una lunga evoluzione storica, e come la sintesi di tutta -una consecutiva e varia vita anteriore. Dante non poteva nascere in Cina, -nè il Newton fra gli Ottentoti. Ancora non contraddice al detto di sopra che -il genio soggioghi o disciplini le forze altrui e si giovi della loro cooperazione. -In un suo recente libro (<i>Psycho-Physiologie du génie et du talent</i>, Parigi, -1897) il <span class="smcap">Nordau</span> asserisce, un po' timidamente a dir vero, che i genii artistici, -o, com'egli li chiama, <i>emozionali</i>, non sono veri genii. Respingo una dottrina -che, mentre comprende, senza esitazione, fra i genii l'inventore dell'areostato -e quello della locomotiva, tende ad escluderne, e infatti ne esclude, -Dante e lo Shakespeare. In quel libro sono assai osservazioni ingegnose ed -acute, ma anche molte proposizioni avventate e molti sofismi. Che il genio -sorga sulla base organica di un neoplasma non è provato, e quando fosse -vero, bisognerebbe poter dimostrare che i genii artistici difettano di neoplasmi -per poter poi sentenziare che non sono genii. A p. 157 si afferma che i genii -<i>emozionali</i> non esercitano nessun influsso sul <i>mondo dei fenomeni</i>. Dunque -le arti non possono nulla sulla coltura, sui costumi, sulla vita dei popoli? -E i canti di Tirteo e la Marsigliese non mossero proprio nulla nel mondo?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span>Chi nel pessimismo del Leopardi non vede se non un rivolo sgorgato -dai fonti di Lucrezio, mostra d'intendere assai poco e Lucrezio e il Leopardi; -e chi a riscontro del pessimismo del Leopardi pone il pessimismo (come fu -chiamato) del Petrarca, mostra di saper vedere le somiglianze estrinseche e -non le dissomiglianze intrinseche. Dal Rousseau l'autore della <i>Ginestra</i> derivò -idee e sentimenti; ma il Rousseau fu tutt'altro che un pessimista.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span>«Io da principio aveva pieno il capo delle massime moderne, disprezzava, -anzi calpestava, lo studio della lingua nostra; tutti i miei scrittacci -originali erano traduzioni dal francese; disprezzava Omero, Dante, tutti i -Classici; non volea leggerli, mi diguazzava nella lettura che ora detesto: -chi mi ha fatto mutar tuono? la grazia di Dio; ma niun uomo certamente. -Chi m'ha fatto strada a imparare le lingue che m'erano necessarie? la grazia di -Dio. Chi m'assicura ch'io non ci pigli un granchio a ogni tratto? nessuno». -Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 56. A chi mi opponesse -che con questo tornare all'antico il Leopardi dava appunto a conoscere di non -essere un genio, essendo proprio dei genii il precorrere e non il rinculare, -risponderei con le ragioni addotte di sopra, e soggiungerei che in certi casi -il tornare addietro può essere un andare avanti. Gli umanisti andavano avanti -tornando addietro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span><span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Saggio psico-antropologico su Giacomo Leopardi e la sua famiglia</i>, -Torino, 1896.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span>Per esempio, nello studio e nella estimazione della eredità psicopatica -e geniale del poeta (capitolo II) le conclusioni cui giunge l'autore pajonmi -assai malsicure, dacchè egli considera i fatti e le testimonianze in sè stessi, -mentre dovrebbe considerarli nella mutevole significazione che vengono ritraendo -dalla condizione dei tempi e dei costumi. Intantochè vige il diritto -della primogenitura, e, nelle famiglie nobili, il celibato è imposto al più gran -numero dei figliuoli, e la vita pubblica dura piena di trambusto e di pericolo, -e i chiostri offrono sicurezza e pace alle nature meno gagliarde, le monacazioni -frequenti in una famiglia non possono, così senz'altro, essere notate -quali un segno di misticità morbosa. Altro è il significato della violenza, e -dello stesso omicidio, in mezzo a una civiltà composta e ad un popolo mansueto, -altro in mezzo a una civiltà turbolenta e ad un popolo fazioso e feroce. -Le anamnesi lunghe e complicate bisogna interpretarle col sussidio della storia -nella quale si svolsero le vite e accaddero i fatti che loro dànno argomento. -Ancora parmi che l'autore del libro esageri quando parla di una melanconia -attonita (ch'è il grado estremo della melanconia, secondo la definizione degli -scrittori), di una paresi motoria e di una paresi mentale del Leopardi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 374.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span>Lettera al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 57.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span>Lett. al Vieusseux, da Recanati; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 363.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span><i>Prose</i>, p. 445.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span><i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. IV; <i>Prose</i>, p. 276.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span>Cf. <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, cap. I. Vedi a questo proposito uno scritto molto -acuto, molto sensato e molto equo del <span class="smcap">Sully</span> (autore del volume <i>Pessimism, a -History and a Criticism</i>, Londra, 1887), <i>Le pessimisme et la poésie</i>, nella -<i>Revue philosophique de la France et de l'étranger</i>, anno III (1878), vol. I, -pp. 392-3, ove non è esclusa la possibilità che i pessimisti (sieno essi ammalati -o sani) abbiano ragione. Siami permessa una riflessione. Se il genio nasce di -malattia; se una delle funzioni del genio è di scorgere il vero non iscorto da -altri; che valore può rimanere al giudizio che accusa di falsità il pessimismo -solo perchè lo suppone, come il genio, nato di malattia?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span><i>Prose</i>, pp. 402-3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 278.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Life's but a walking shadow, a poor player,</p> -<p class="i01">That struts and frets his hour upon the stage,</p> -<p class="i01">And then is heard no more: it is a tale</p> -<p class="i01">Told by an idiot, full of sound and fury,</p> -<p class="i01">Signifying nothing.</p> -<p class="i12"> (<i>Macbeth</i>, a. V, sc. 5).</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i10"> We are such stuff</p> -<p class="i01">As dreams are made on, and our little life</p> -<p class="i01">Is rounded with a sleep.</p> -<p class="i12"> (<i>The Tempest</i>, a. IV, sc. 1).</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span>Cf. <span class="smcap">Paulhan</span>, <i>Esprits logiques et esprits faux</i>, Parigi, 1896, p. 41.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span>Cf. <span class="smcap">Féré</span>, <i>Impuissance et pessimisme</i>, nella <i>Revue philosophique</i>, anno -1886, vol. II. L'autore, facendo nascere il pessimismo da un disequilibrio massimo -fra i desiderii da una parte e la potenza di soddisfarli da un'altra, conclude -a un certo punto così: «Il semble donc que se plaindre de tout revienne -à convenir que l'on n'est bon à rien». Gli è dir troppo. E, primamente, non -bisogna mettere tutti in un fascio i pessimisti coi queruli, coi brontoloni, coi -seccatori. Si dànno pessimisti che non si lamentano mai, nemmeno nei libri -che scrivono per divulgare o difendere le proprie dottrine. Alfredo de Vigny -disse una volta: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Le juste opposera le silence à l'absence.</p> -<p class="i01">Et ne répondra plus que par un froid silence</p> -<p class="i01">Au silence éternel de la Divinité;</p> -</div></div> - -<p> -e nel suo Giornale lasciò scritto: «Le silence sera la meilleure critique de la -vie». Poi non so come si potrebbero far entrare nella classe di quegli infelici -in cui è massimo il disequilibrio tra i desiderii e la potenza di soddisfarli -pessimisti dello stampo, non dirò del re Salomone, creduto a torto autore dell'<i>Ecclesiaste</i>, -ma di quel califo Abd ur Rahmân, il quale, dopo aver soggiogata -quasi tutta la Spagna, e promosse le scienze, le arti, le industrie, i commerci, -noverava, pieno d'anni e di gloria, i giorni della propria felicità, e trovava -che sommavano in tutto a quattordici; e di quell'Innocenzo III che, essendo -stato, dopo Gregorio VII, il più grande instauratore della potenza dei papi, -lasciò, a far testimonianza de' suoi pensieri, tre libri <i>De contemptu mundi, -sive de miseria humanae conditionis</i>, ben più tetri e più dolorosi di quei del -Petrarca; e finalmente di quel Giorgio lord Byron, che fu come un atleta -della passione e del piacere, e un eroico scialacquatore della vita. Dei pessimisti -allegri non parlo. Qualcuno ebbe a dire, dopo aver fatta una visita a -E. von Hartmann, che per fruire dello spettacolo della felicità, bisognava andarlo -a cercare nelle case dei pessimisti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span>Lett. 6 marzo 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 254.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span><i>Le pessimisme au XIX siècle</i>, Parigi, 1879, pp. 38-9. L'autore osservava -pure opportunatamente e giustamente che il Leopardi non si soffermò in nessuno -dei tre stadii della illusione distinti e descritti dal Hartmann (p. 43).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span>«Keiner jedoch hat diesen Gegenstand so gründlich und erschöpfend behandelt, -wie, in unsern Tagen, Leopardi. Er ist von demselben ganz erfüllt und -durchdrungen: überall ist der Spott und Jammer dieser Existenz sein Thema, -auf jeder Seite seiner Werke stellt er ihn dar, jedoch in einer solchen Mannigfaltigkeit -von Formen und Wendungen, mit solchem Reichthum an Bildern, -dass er nie Ueberdruss erweckt, vielmehr durchweg unterhaltend und erregend -wirkt». <i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, <i>Ergänzungen</i>; <i>Sämmtliche Werke</i>, -Lipsia. 1891, vol. III, p. 675.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span><i>Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez</i>; <i>Prose</i>, p. 307.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span><i>Paralipomeni della Batracomiomachia</i>, c. IV, st. 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span><i>Dialogo di Timandro e di Eleandro</i>; <i>Prose</i>, p. 371.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span>Ingiustissimo mi sembra per ogni rispetto il giudizio di <span class="smcap">O. Pluemacher</span> -quando sentenzia che il Leopardi, i cui scritti (secondo lui) sono pedantescamente -infrascati di fastidiosa dottrina (?!), non è filosofo, sebbene si atteggi -a filosofo, dacchè la conoscenza di alcuni, o anche di molti sistemi di filosofia, -non basta a formare il filosofo (<i>Der Pessimismus in Vergangenheit und Gegenwart</i>, -2ª ediz. Heidelberg, 1888, p. 115). Verissimo questo; ma appunto di -sistemi di filosofia il Leopardi ne conobbe assai pochi. Il Sully dovette portare -migliore opinione del nostro poeta, giacchè riferisce tradotte nel già citato -suo libro sul pessimismo (p. 27) le seguenti parole scritte da esso poeta -in una lettera al Giordani (lett. 6 maggio 1825; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 547): «Mi -compiaccio di sempre meglio scoprire e toccar con mano la miseria degli uomini -e delle cose, e d'inorridire freddamente, speculando questo arcano infelice e -terribile della vita dell'universo». Per altro egli rimpicciolisce il concetto -quando <i>arcano infelice e terribile della vita dell'universo</i> traduce <i>unblessed -and terrible secret of life</i>, tralasciando appunto quella parola <i>universo</i> da cui -viene al concetto stesso massima larghezza e veramente filosofica significazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span><i>Dialogo della Natura e di un'anima</i>; <i>Prose</i>, pp. 85-6; <i>Dialogo di un fisico -e di un metafisico</i>, pp. 124-5; <i>Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio -famigliare</i>, p. 144; <i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. II, pag. 262; -cap. V, p. 289; Versi <i>Al conte Carlo Pepoli</i>, ecc. ecc. Con sentimento affatto -contrario a quello del nostro poeta, il Nietzsche ama la vita per sè stessa, -anche se infelice. Cf. <span class="smcap">Brandes</span>, <i>Friedrich Nietzsche</i>, nel volume <i>Menschen und -Werke</i>, Francoforte s. M., 1894.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span><i>Cantico del gallo silvestre</i>; Prose, p. 336.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span><i>Dialogo di Timandro e di Eleandro</i>; <i>Prose</i>, p. 365.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span><i>Dialogo di Plotino e di Porfirio</i>; <i>Prose</i>, pp. 427-8. In una lettera al -Giordani (30 giugno 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 279) il Leopardi aveva detto che -tutto quanto è, è contento di vivere, «eccetto noi che non siamo più quello -che dovevamo e che eravamo da principio».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span><i>Paralipomeni della Batracomiomachia</i>, c. IV, st. 24. In una lettera al -Giordani (24 luglio 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 316), aveva già detto che i popoli -«sono condannati alla infelicità dalla natura, e non dagli uomini nè dal caso». -Tale appunto è il concetto della <i>Ginestra</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span><i>Palinodia al marchese Gino Capponi</i>; <i>Dialogo di Timandro e di Eleandro</i>; -<i>Prose</i>, p. 365.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span><i>Cantico del gallo silvestre</i>; <i>Prose</i>, p. 336.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span><i>Dialogo di Torquato Tasso ecc.</i>; <i>Prose</i>, p. 145.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span>Ultimi versi della canzone <i>A un vincitore nel pallone</i>. Cf. <i>Dialogo di -Cristoforo Colombo</i> ecc.; <i>Prose</i>, pp. 309-10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span>Preambolo alla versione del <i>Manuale di Epitteto</i>; <i>Opere</i>, nuova impressione, -Firenze, 1889, vol. II. p. 214.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span><i>La quiete dopo la tempesta</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span><i>Le ricordanze</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span><i>Il primo amore</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span><i>Nelle nozze della sorella Paolina</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span><i>Aspasia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>. </span><i>Al conte Carlo Pepoli</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>. </span><i>Sopra il ritratto di una bella donna scolpito nel monumento sepolcrale -della medesima</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 197.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>. </span><i>Après une lecture</i>, st. VIII. Il Keats aveva detto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">A thing of beauty is a joy for ever.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>. </span>Citato dal <span class="smcap">Guyau</span>, <i>L'art au point de vue sociologique</i>, Parigi, 1889, pagine -364-5. Il Baudelaire fu, com'è noto, traduttor valoroso e grande ammiraratore -del Poe, e dal Poe attinse molta parte delle sue idee estetiche. Nel -breve saggio che il poeta americano intitolò <i>The poetic principle</i>, troviamo parole -come le seguenti: «An immortal instinct, deep within the spirit of man, -is thus, plainly, a sense of the Beautiful..... It is no mere appreciation of the -beauty before us, but a will to reach the beauty above..... That pleasure which -is at once the most pure, the most elevating, and the most intese, is derived, -I maintain, from the contemplation of the Beautiful». Ognuno può conoscere -quanto questi concetti somiglino a quelli del Leopardi. Il Poe definì la poesia -una <i>creazione ritmica di bellezza</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>. </span><i>Le ricordanze</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>. </span>Ma non propriamente alla maniera del Monti. Nello scritto pur ora citato, -il Poe, dopo aver ragionato del bello e del vero, concludeva: «He must be -blind indeed who does not perceive the radical and chasmal difference between -the truthful and the poetical modes of inculcation. He must be theory-mad -beyond redemption who, in spite of these differences, shall still persist in attempting -to reconcile the obstinate oils and waters of Poetry and Truth».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>. </span><i>Prose</i>, p. 469.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>. </span><i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, <i>cap. V</i>; <i>Prose</i>, p. 288.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>. </span>Del 1818 è il libro di <span class="smcap">Andrea Majer</span>, <i>Della imitazione pittorica</i>; dello stesso -anno sono le <i>Lettere sul bello ideale</i> di <span class="smcap">Giuseppe Carpani</span>, <i>Il Saggio estetico</i> di -<span class="smcap">Placido Talia</span> non venne a luce se non nel 1828, e l'<i>Antologia</i> ne fè cenno. -I <i>Saggi</i> di <span class="smcap">Ermes Visconti</span> <i>intorno ad alcuni quesiti concernenti il bello</i> furono -stampati nel 1833.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>. </span>Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 279.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>. </span>Lett. 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 56.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>. </span>Vedi, riferite dal <span class="smcap">Hartmann</span> (<i>Aesthetik</i>, Lipsia, s. a., parte II, p. 497-9, -501), le varie opinioni intorno al bello nella natura.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>. </span><i>Studi filologici</i>, 9ª ristampa, Firenze, 1883, p. 306.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>. </span>Tale è il concetto del <i>Dialogo di un fisico e di un metafisico</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>. </span>Lett. 24 luglio 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 316.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>. </span>Sulle relazioni, a torto disconosciute, che passano tra il bello e l'utile, -vedi più specialmente <span class="smcap">Fechner</span>, <i>Vorschule der Aesthetik</i>, Lipsia, 1876, parte I, -XV, pp. 203 segg.; Guyau, Les problèmes de l'esthétique contemporaine, Parigi, -1884. cap. II, pp. 15 segg.; <span class="smcap">Rutgers Marshall</span>, <i>Pain, Pleasure, and Aesthetics</i>, -Londra. 1894, pp. 134, 160. 315.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>. </span>Lett. al Giordani testè citata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>. </span>Nella canzone <i>Sopra il monumento di Dante</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>. </span><i>Il Risorgimento</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>. </span>Lett. 11 agosto 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 91.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>. </span>Lett. 30 maggio 1817; <i>Epist.</i>, vol. I, p. 76.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Perez</span>, <i>La maladie du pessimisme; Revue philosophique</i>, anno 1892, -vol. I, p. 40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>. </span>Lett. al Giordani citata qui di sopra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>. </span>«Plusieurs fois j'ai évité pendant quelques jours de rencontrer l'objet -qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je savais que ce charme aurait -été détruit en s'approchant de la réalité. Cependant je pensais toujours à cet -objet, mais je ne le considérais pas d'après ce qu'il était: je le contemplais -dans mon imagination, tel qu'il m'avait paru dans mon songe. Était-ce une -folie? suis-je romanesque? Vous en jugerez». Lett. 22 giugno 1823; <i>Epistol.</i>, -vol. I, p. 455.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>. </span>Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 316.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>. </span><i>La vita solitaria</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>. </span><i>Le ricordanze</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>. </span><i>Aspasia</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>. </span><i>Il tramonto della luna</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note181"> -<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>. </span><i>Pensieri</i>, CIV; Prose, pp. 597-600. Felice colui, disse lo Shelley, che non -disprezzò giammai i sogni della sua giovinezza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note182"> -<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>. </span>Lett. 14 agosto 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 289.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note183"> -<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>. </span>Lett. 30 giugno 1820; <i>ibid.</i>, p. 279.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note184"> -<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>. </span><i>Lettere scritte a Giacomo Leopardi da' suoi parenti</i>, a cura di G. Piergili, -Firenze, 1878, p. 48.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note185"> -<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 278. Le parole in corsivo e in majuscoletto sono così -stampate nel testo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note186"> -<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>. </span><i>A un vincitore nel pallone</i>; <i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. VI -(<i>Prose</i>, p. 293); <i>Dialogo di Plotino e di Porfirio</i> (pp. 427-8); <i>Comparazione delle -sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto</i> (pp. 475-7); <i>Pensieri</i>, XXIX (pp. 519-20) -ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note187"> -<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>. </span><i>La ginestra</i>; <i>Sopra un basso rilievo antico sepolcrale</i>; <i>Il risorgimento</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note188"> -<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>. </span>Questa la interpretazione del De Sanctis, che impugnata e difesa, or sono -alcuni anni, con molto calore, rimane pur sempre, a mio giudizio, la sola -plausibile. Del resto, quando pure quella donna simbolica stesse a significare -la libertà, o la felicità, o altro simile, per l'argomento nostro sarebbe tutt'uno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note189"> -<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>. </span>Vedi lo scritterello critico che sulle <i>Canzoni</i> stampate in Bologna nel -1824, pubblicò, senza però mettervi il nome, lo stesso Leopardi nel <i>Nuovo Ricoglitore -di Milano</i>; <i>Studi filologici</i>, pp. 283-4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note190"> -<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>. </span>Nè dell'una, nè dell'altra è in tutto sicura la data.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note191"> -<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>. </span><i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, vol. I, §§ 36, 38. Veggasi come il -Leopardi nella <i>Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e di Teofrasto</i> -rilevi il contrario modo tenuto nel filosofare da Aristotele e da Platone (<i>Prose</i>, -p. 469).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note192"> -<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 253.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note193"> -<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>. </span><i>Ibid.</i>, p. 456.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note194"> -<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. II, p. 280.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note195"> -<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>. </span>Lett. 16 dicembre 1822; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 375.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note196"> -<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>. </span><i>Alla sua donna.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note197"> -<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>. </span><i>Al conte Carlo Pepoli.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note198"> -<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>. </span>Benefico inganno, e perciò in piena contraddizione con la scienza, osserva -un altro pessimista, il <span class="smcap">Bahnsen</span> (<i>Das Tragische als Weltgesetz und der -Humour als ästhetische Gestalt des Metaphysischen</i>, Lauenburg i. P., 1877. p. 5).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note199"> -<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>. </span><i>Inf.</i>, XI, 103-5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note200"> -<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>. </span>Ben s'intende, del resto, che anche in ciò sono dall'uno all'altro differenze -e contrasti. Un pessimista che col Leopardi ebbe non piccola somiglianza, -il <span class="smcap">Senancour</span>, incarnandosi nel protagonista di un suo romanzo, diceva: -«La scène de la vie a de grandes beautés. Il faut se considérer comme -étant là seulement pour voir. Il faut s'y intéresser sans illusion, sans passion, -mais sans indifférence, comme on s'intéresse aux vicissitudes, aux passions, -aux dangers d'un récit imaginaire: celui-là est écrit avec bien de l'éloquence». -<i>Obermann</i>, nuova edizione, Parigi, 1840, lett. LXXX, p. 434. La prima edizione -è del 1804, la seconda del 1833.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note201"> -<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I. p. 362.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note202"> -<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. II, p. 314. E così s'accordava col padre, che in una lettera -a lui aveva schernita quella eroica morte, chiamando il Broglio <i>brigante -volontario e pazzo. Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti</i>, -p. 261.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note203"> -<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>. </span>Trovo questa giustissima osservazione, insieme con quella che la precede, -nel già citato scritto del <span class="smcap">Sully</span>, <i>Le pessimisme et la poésie; Revue -philosophique</i>, a. e v. cit., pp. 394, 398.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note204"> -<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>. </span>Deliberatamente dico frigidità fisiologica e non psicologica; questa non -può essere imputata al Leopardi; e quanto a imputargli la prima, bisogna -andar molto cauti; tanto più che il poeta stesso si contraddice, e la materia -è intricata e difficile. Credo esageri di molto il <span class="smcap">Patrizi</span> (<i>op. cit.</i>, p. 114) quando -scrive: «Egli nutrì sempre il saldo convincimento che gli stati d'animo, attraverso -ai quali passò nelle sue relazioni con persone d'altro sesso, fossero -al tutto esenti da bisogni fisiologici». Il Patrizi stesso, del resto, riconosce -che tali bisogni ebbero parte non piccola nell'amore per la Targioni Tozzetti -(Aspasia), e ricorda a questo proposito la testimonianza, anche troppo esplicita, -del Ranieri (pp. 119, 120). Che il Leopardi amasse sopratutto l'<i>amorosa -idea</i>, e, più che la donna reale, il fantasma che se ne veniva creando nella -mente, è un fatto; ma è un fatto frequente nella vita psichica degli artisti, -e che non prova tutto ciò che gli si vorrebbe far provare. Sant'Agostino, che -fu bene, a suo modo, un artista, amò sopratutto, com'egli stesso ebbe a dire, -il sentimento e la fantasia dell'amore (<i>nondum amabam et amare amabam..... -quaerebam quod amarem amans amare</i>); ma non per questo si lasciò morir -vergine; e il Rousseau, che si innamorava dei proprii fantasmi a tal segno -da provarne ebbrezza e delirio, sapeva, a tempo e luogo, riconoscer quelli in -creature reali e scendere di cielo in terra, e gustare qualche parte almeno -della felicità sognata. È da credere che il Leopardi sarebbe pure alcuna volta -riuscito ad imitarlo se avesse trovato donne più caritatevoli. Alfredo De Musset, -dopo aver molto amato e troppo goduto, scriveva il <i>Souvenir</i>, per dire, in sostanza, -che il sogno dell'amore e il ricordo dell'amore valgono più che l'amore -stesso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note205"> -<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>. </span>Vedi più specialmente <i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, vol. I, § 36; -vol. II (<i>Ergänzungen</i>), cap. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note206"> -<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>. </span><i>Dialogo della natura e di un'anima; Prose</i>, pp. 81-3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note207"> -<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>. </span><i>Prose</i>, p. 467.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note208"> -<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>. </span><i>On Heroes, Hero-Worship and the Heroic in History, Lecture III. The -Hero as Poet</i>; ediz. di Londra, 1895, p. 75.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note209"> -<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>. </span>Vedi su di ciò <span class="smcap">Rutgers Marshall</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 143-4. Egli parla più propriamente -di un campo di godimento (<i>field of pleasure getting</i>): io userò la -parola <i>campo</i> a denotare più propriamente la estensione della nostra <i>impressionabilità</i> -estetica, considerando il godimento come un fatto consecutivo alla -impressione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note210"> -<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>. </span>Lett. alla sorella Paolina, 3 dicembre 1822; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 365.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note211"> -<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>. </span>Lett. al fratello Carlo, 25 novembre 1822; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 360.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note212"> -<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>. </span>Ed era prossimo il tempo in cui lo Stendhal, ponendo lo spettacolo di -Roma sopra tutti gli spettacoli della terra, doveva scrivere delle impressioni -che ne derivano: «Un jeune homme qui n'a jamais rencontré le malheur ne -les comprendrait pas» (<i>Promenades dans Rome</i>, 13 <i>août</i> 1827). Chi dunque -più del Leopardi avrebbe dovuto essere preparato a riceverle, quelle impressioni? -Quattr'anni innanzi ch'egli vi andasse, il Byron aveva salutata Roma -come la città dell'anima, alla quale accorrono gl'infelici (<i>Childe Harold</i>, c. IV, -st. 78). -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Oh Rome! my country! city of the soul!</p> -<p class="i01">The orphans of the heart must turn to thee,</p> -<p class="i01">Lone mother of dead empires!</p> -</div></div> - -<p> -Si confrontino le lettere romane del Leopardi con quelle che lo Shelley -scriveva nel 1818 e 1819 a Tommaso Love Peacock. L'Osvaldo di madama di -Staël «ne pouvait se lasser de considérer les traces de l'antique Rome» (<i>Corinne</i>, -l. IV, c. IV).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note213"> -<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>. </span>Lett. 5 aprile 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 434. Al Foscolo la Venere del -Canova inspirava sentimenti e parole da innamorato. Leggasi una pagina dello -Shelley ov'è squisitamente descritta la Venere anadiomene (<i>Prose Works</i>, ediz. -di Londra, 1888, vol. I, pp. 407-8). L'Apollo del Belvedere inspirò al Sully -Prudhomme un sonetto, e la Venere di Milo un lungo e magnifico canto, ove, -tra gli altri, si leggono questi versi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Dans les lignes du marbre où plus rien ne subsiste</p> -<p class="i01">De l'éphémère éclat des modèles de chair,</p> -<p class="i01">Le ciseau du sculpteur, incorruptible artiste,</p> -<p class="i01">En isolant le Beau, nous le rend chaste et clair.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note214"> -<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>. </span>Lett. 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 64. Il Giordani gli rispondeva -(<i>Epistol.</i>, vol. III, p. 95): «L'opera del Cicognara mi pare degnissima e necessaria -ad una libreria come la sua. Io non dirò ch'ella debba leggerla ora; -ma certo una tale raccolta de' monumenti perfettissimi d'arte è una gran cosa: -e il non poter nulla giudicare o gustare nelle belle arti sarebbe una grande -infelicità; e bellissima cosa avere per giudicarne una guida tanto intelligente -come il Cicognara».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note215"> -<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>. </span>Lett. 1 febbraio 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 403-4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note216"> -<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>. </span>Affermare non si può; ma non sarei lontano dal credere che la prima -mossa a tutto il componimento sia venuta da una fantastica visione del monumento -futuro, del <i>nobil sasso</i> a cui tante lacrime avrebbe serbato l'Italia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note217"> -<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>. </span>Lett. 24 luglio 1827; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 224.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note218"> -<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>. </span><i>Al conte Carlo Pepoli.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note219"> -<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>. </span>Lett. 5 febbrajo 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 408-9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note220"> -<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 399.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note221"> -<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>. </span>Lett. al Giordani, 30 giugno 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 279.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note222"> -<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>. </span>Canto VI, st. 47.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note223"> -<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>. </span>Vedi la lettera al Jacopssen, 23 giugno 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 454-5. -Quivi il poeta dice espresso: «je ne fais aucune différence de la sensibilité à ce -qu'on appelle vertu». Se il tempo lo concedesse, sarebbe agevole rintracciar -nel Rousseau, anzi nel pensiero del secolo XVIII tutto intero, la origine di sì -fatta opinione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note224"> -<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I. p. 61.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note225"> -<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>. </span>Scritto citato. Qualche traccia di umorismo il Leopardi lascia scorgere -nella <i>Scommessa di Prometeo</i> e nel <i>Copernico</i>, testè citati, e ancora nel <i>Dialogo -di Federico Ruysch e delle sue mummie</i>, nel <i>Dialogo di un venditore -d'almanacchi e di un passeggiere</i> e altrove; ma niuno di certo vorrà dire il -Leopardi un umorista.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note226"> -<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>. </span><span class="smcap">Rutgers Marshall</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 137 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note227"> -<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>. </span><i>Il Parini, ovvero della gloria</i>, cap. IV; <i>Prose</i>, pp. 189-90.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note228"> -<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>. </span><i>Ibid.</i>, pp. 191-2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note229"> -<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>. </span><i>Ibid.</i>, cap. III, p. 184.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note230"> -<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 270.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note231"> -<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>. </span><i>Lettere scritte a Giacomo Leopardi dai suoi parenti</i>, p. 148.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note232"> -<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>. </span>Vedi una lettera di Giacomo del 5 febbrajo 1823: <i>Epist.</i>, vol. I, p. 407.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note233"> -<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>. </span>Il Preyer capovolse la formola, riconoscendo nell'aritmetica un esercizio -musicale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note234"> -<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>. </span><i>Vom Musikalisch-Schönen</i>, 1ª ediz., Lipsia, 1854; 7ª, 1885. Cf. <span class="smcap">Panzacchi</span>, -<i>Nel mondo della musica</i>, Firenze, 1895. pp. 3-37.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note235"> -<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>. </span>Vedila discussa dal <span class="smcap">Fechner</span>, <i>Op. cit.</i>, parte I, pp. 158 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note236"> -<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>. </span><i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, vol. I, pp. 309-13; vol. II, pp. 511, -512, 523.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note237"> -<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>. </span><i>La vita solitaria.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note238"> -<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>. </span>L'<span class="smcap">Amiel</span>, le cui somiglianze morali col Leopardi non sono nè poche nè -lievi, lasciò scritto (<i>Fragments d'un journal intime</i>, 7ª ediz. Ginevra, 1897, volume -II, p. 77): «Ce matin, les accens d'une musique de cuivre, arrêtée sous -mes fenêtres, m'ont ému jusqu'aux larmes. Ils avaient sur moi une puissance -nostalgique indéfinissable. Ils me faisaient rêver d'un autre monde, d'une passion -infinie et d'un bonheur suprême. Ce sont là les échos du paradis, dans l'âme, -les ressouvenirs des sphères idéales dont la douceur douloureuse enivre et -ravit le cœur».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note239"> -<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>. </span>Lett. 5 febbrajo 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 408.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note240"> -<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>. </span>Lett. alla sorella Paolina, 18 maggio 1827; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 208.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note241"> -<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>. </span>Lett. alla sorella Paolina, 7 luglio 1827; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 221.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note242"> -<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>. </span>Il <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 142, vede in questi desiderii e giudizii del poeta -un segno dell'abituale stanchezza e debolezza di lui. Non a torto, credo; ma -errerebbe, parmi, chi non volesse vedervi altro. Quei giudizii e quei desiderii -hanno anche una ragione estetica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note243"> -<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>. </span>Cap. IV; <i>Prose</i>, pp. 193-4. Confrontisi con alcune ingegnose pagine del -<span class="smcap">Bourget</span> intitolate <i>Paradoxe sur la musique</i> in <i>Études et Portraits</i>, Parigi, 1889, -vol. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note244"> -<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Arréat</span>, <i>Mémoire et imagination</i>, Parigi, 1895, pp. 60-1. I De Goncourt -affermarono che anche il Lamartine ebbe la musica in orrore, ma si può dubitare -della verità della loro affermazione. Vedi, per non dir altro, il commento -con cui lo stesso Lamartine accompagnò la poesia intitolata <i>Encore un -hymne</i>, nelle <i>Harmonies poétiques et religieuses</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note245"> -<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>. </span><i>Purgat.</i>, II, 107-11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note246"> -<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>. </span><i>Lettere famigliari</i>, l. XIII, lett. 8; volgarizzamento di G. Fracassetti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note247"> -<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>. </span>L. I, dial. 23, <i>De cantu et dulcedine a musica</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note248"> -<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Music! oh, how faint, how weak,</p> -<p class="i01">Language fades before thy spell!</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note249"> -<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">I pant for the music which is divine,</p> -<p class="i01">My heart in its thirst is a dying flower.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note250"> -<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>. </span><i>L'Adone</i>, c. VII. st. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note251"> -<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>. </span><span class="smcap">Combarieu</span>, <i>Les rapports de la musique et de la poésie considérées au -point de vue de l'expression</i>, Parigi, 1894, pp. XV, XXI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note252"> -<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>. </span><i>Ibid.</i>, p. 284.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note253"> -<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>. </span>«Manzoni pensava che dal modo di declamare i versi, esagerando alquanto -l'inflessione della pronuncia che ne indica l'espressione, si poteva cavarne -embrioni di motivi atti a musicarsi. E recitava a quel modo per dimostrazione -alcune strofette del Metastasio». <i>Alessandro Manzoni, la sua famiglia, i suoi -amici</i>, appunti e memorie di <span class="smcap">S. S(tampa)</span> (figliastro del poeta), Milano, 1885-9, -vol. II, p. 423.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note254"> -<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>. </span><i>L'art de la lecture</i>, 43ª ediz., Parigi, s. a., p. 124.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note255"> -<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>. </span>Lett. al fratello Carlo, 6 gennajo 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 390.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note256"> -<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>. </span><span class="smcap">Ranieri</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note257"> -<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>. </span><i>Op. cit.</i>, p. 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note258"> -<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>. </span>Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 61.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note259"> -<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>. </span>Cap. IV; <i>Prose</i>, pp. 191-2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note260"> -<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>. </span><i>Le ricordanze.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note261"> -<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>. </span>Lo Chateaubriand fece esperienza del contrario. «Aujord'hui je m'aperçois -que je suis moins sensible à ces charmes de la nature..... Quand on -est très-jeune, la nature muette <i>parle</i> beaucoup, parce qu'il y a surabondance -dans le cœur de l'homme.....: mais dans un âge plus avancé, lorsque la perspective -que nous avions devant nous passe derrière, que nous sommes détrompés -sur une foule d'illusions, alors la nature seule devient plus froide -et moins <i>parlante, les jardins parlent peu</i>. Il faut, pour qu'elle nous intéresse -encore, qu'il s'y attache des souvenirs de la société, parce que nous suffisons -moins à nous-mêmes.....». (<i>Souvenirs d'Italie, d'Angleterre et d'Amérique</i>, -Londra, 1815, vol. I, pp. 23-4).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note262"> -<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>. </span>Un'altra eccezione molto notabile alla regola comune ci è offerta da un -poeta francese della prima metà di questo secolo, morto giovanissimo, e rimasto -per lungo tempo pressochè ignoto, Maurizio De Guérin. Come il Leopardi, -questi ebbe orror della folla, amò la natura con sensitività femminea e -virginale, solo allora felice quando, vinto da una specie di languor delizioso, -poteva abbandonarsi tra le braccia e nel grembo di lei. Lasciò scritte, fra -le altre, queste parole: «Quitter la solitude pour la foule, les chemins verts et -déserts pour les rues encombrées et criardes où circule pour toute brise un -courant d'haleine humaine chaude et empestée; passer du quiétisme à la vie -turbulente, et des vagues mystères de la nature à l'âpre réalité sociale, a -toujours été pour moi un échange terrible, un retour vers le mal et le malheur». -(<i>Journal, lettres et poèmes</i>, nuova edizione, Parigi, 1864, p. 92). Il sentimento -di questo poeta per la natura somiglia a quel del Leopardi sotto più -di un aspetto, ma ne differisce anche non poco, perchè dà luogo, assai più che -quello del Leopardi non faccia, alle impressioni distinte, particolari e minute. -Noto di passata che l'amore della solitudine e l'amore della natura andavano -insieme congiunti nei seguaci del Budda.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note263"> -<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 253.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note264"> -<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>. </span><i>De la littérature considérée dans ses rapports avec les institutions sociales</i>, -parte prima, cap. V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note265"> -<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>. </span>Vedi <i>La vita solitaria</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note266"> -<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>. </span><i>Dialogo di Timandro e di Eleandro, Prose</i>, p. 361.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note267"> -<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>. </span><i>Il primo amore.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note268"> -<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>. </span><i>A Silvia.</i> Il <span class="smcap">De Musset</span>, nella <i>Confession d'un enfant du siècle</i>, cap. IV: -«Je passais la journée chez ma maîtresse; mon grand plaisir était de l'emmener -à la campagne durant les beaux jours de l'été, et de me coucher près -d'elle dans les bois, sur l'herbe ou sur la mousse, le spectacle de la nature -dans sa splendeur ayant toujours été pour moi le plus puissant des aphrodisiaques». -Per contro la natura guarì dall'amore il Ruskin: e in qual modo? -empiendolo tutto di sè e di sè sola; suggerendogli, non solo una dottrina dell'arte, -ma una morale, una sociologia, una religione e persino, starei per dire, -una metafisica.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note269"> -<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>. </span><i>L'infinito.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note270"> -<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>. </span><i>La vita solitaria.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note271"> -<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>. </span>Nella poesia intitolata <i>La vache</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note272"> -<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>. </span>Vedi intorno alle origini e alla diffusione di quel gusto <span class="smcap">Friedlaender</span>, <i>Ueber -die Entstehung und Entwicklung des Gefühls für das Romantische in der Natur</i>, -Lipsia, 1873; <span class="smcap">Biese</span>, <i>Die Entwickelung des Naturgefühls im Mittelalter und in -der Neuzeit</i>, Lipsia, 1888, cap. XI, <i>Das Erwachen des Gefühls für das Romantische</i>, -pp. 322-57.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note273"> -<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>. </span>«Strong, pure nature-feeling leads to accurate and minute observation». -<span class="smcap">Veitch</span>, <i>The Feeling for Nature in Scottish Poetry</i>, Edimburgo e Londra, 1887, -vol. I, p. 17.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note274"> -<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>. </span>Il <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 137, dice che «nel Leopardi il sentimento della natura -era avvinto ad idee e non ad imagini». Direi: poco ad immagini, molto a -idee e moltissimo ad affetti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note275"> -<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>. </span>Circa alla parte importantissima che spetta all'associazione nelle impressioni -che gli spettacoli naturali producono in noi, vedi <span class="smcap">Fechner</span>, <i>Op. cit.</i>, -parte 1ª, pp. 123 segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note276"> -<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>. </span><span class="smcap">Maurizio De Guérin</span> (<i>Op. cit.</i>, p. 34): «Si l'on pouvait s'identifier au printemps..... -se sentir à la fois fleur, verdure, oiseau, chant, fraîcheur, élasticité, -volupté, sérénité!» L'<span class="smcap">Amiel</span>, (<i>Op. cit.</i>, vol. II, p. 18): «Dans ces états de sympathie -universelle, j'ai même été animal et plante, tel animal donné, tel arbre -présent».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note277"> -<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>. </span><i>La vita solitaria.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note278"> -<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>. </span><i>La quiete dopo la tempesta.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note279"> -<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>. </span><i>La sera del dì di festa.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note280"> -<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>. </span>Forma parte di quello che il poeta intitolò <i>Supplemento generale a tutte -le mie carte; Appendice all'Epistolario e agli Scritti giovanili</i>, a cura di Prospero -Viani, Firenze, 1878, p. 238.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note281"> -<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>. </span><i>La sera del dì di festa.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note282"> -<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>. </span>Tra le poesie del <span class="smcap">Longfellow</span> n'è una intitolata <i>Daylight and moonlight</i>. -Il poeta dice d'aver letto, durante il giorno, un mistico canto, e di non averne -quasi riportata impressione; d'averlo riletto in tempo che la luna, <i>simile a -uno spirito glorificato, empieva la notte e l'innondava delle rivelazioni della -sua luce</i>, e d'esserselo allora sentito risonar nella mente come una musica. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Night interpreted to me</p> -<p class="i01">All its grace and mystery.</p> -</div></div> - -<p> -Il <span class="smcap">Lamartine</span> (<i>Poésie ou paysage dans le golfe de Gênes</i>, nelle <i>Harmonies poétiques -et religieuses</i>): -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Ah! si j'en crois mon cœur et ta sainte influence,</p> -<p class="i01">Astre ami du repos, des songes, du silence,</p> -<p class="i01">Tu ne te lèves pas seulement pour nos yeux;</p> -<p class="i01">Mais, du monde moral flambeau mystérieux,</p> -<p class="i01">A l'heure où le sommeil tient la terre oppressée,</p> -<p class="i01">Dieu fit de tes rayons le jour de la pensée.</p> -</div></div> - -<p> -L'<span class="smcap">Amiel</span> (<i>Op. cit.</i>, vol. II, pp. 165-6): «Rêvé longtemps au clair de lune qui -noie ma chambre de ses rayons pleins de mystère confus. L'état d'âme où -nous plonge cette lumière fantastique est tellement crépusculaire lui-même que -l'analyse y tâtonne et balbutie. C'est l'indéfini, l'insaisissable, à peu près comme -le bruit des flots formé de mille sons mélangés et fondus. C'est le retentissement -de tous les désirs insatisfaits de l'âme, de toutes les peines sourdes du -cœur, s'unissant dans une sonorité vague qui expire en vaporeux murmure. -Toutes ces plaintes imperceptibles qui n'arrivent pas à la conscience donnent -en s'additionnant un résultat, elles traduisent un sentiment de vide et d'aspiration, -elles résonnent mélancolie. Dans la jeunesse, ces vibrations éoliennes -résonnent espérance: preuve que ces mille accents indiscernables composent -bien la note fondamentale de notre être et donnent le timbre de notre situation -d'ensemble».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note283"> -<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>. </span>Lo <span class="smcap">Shelley</span>, nella poesia intitolata <i>A calm Winter Night</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i09"> Heaven's ebon vault,</p> -<p class="i01">Studded with stars unutterably bright,</p> -<p class="i01">Through which the moon's unclouded grandeur rolls.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note284"> -<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>. </span><i>Alla luna.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note285"> -<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>. </span><i>La vita solitaria.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note286"> -<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>. </span><i>Il lume della luna ossia l'origine dell'ellera.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note287"> -<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>. </span><i>Alla luna.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note288"> -<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>. </span><i>An den Mond</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i02"> Füllest wieder Busch und Thal</p> -<p class="i01">Still mit Nebelglanz,</p> -<p class="i01">Lösest endlich auch einmal</p> -<p class="i01">Meine Seele ganz.</p> -<p class="i02"> Breitest über mein Gefild</p> -<p class="i01">Lindernd deinen Blick,</p> -<p class="i01">Wie des Freundes Auge mild</p> -<p class="i01">Ueber mein Geschick.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note289"> -<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>. </span><i>Bruto Minore.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note290"> -<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>. </span><i>Ultimo canto di Saffo.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note291"> -<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>. </span><i>Canto notturno di un pastore errante dell'Asia.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note292"> -<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>. </span><i>Al conte Carlo Pepoli.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note293"> -<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>. </span><i>Ultimo canto di Saffo.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note294"> -<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>. </span>Se ne ha la prova nel terzo libro dell'opera sua principale. «Wie ästhetisch -ist doch die Natur», esclama egli in un luogo (Vol. II, <i>Ergänzungen</i>, -cap. 33, p. 462).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note295"> -<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>. </span><i>Op. cit.</i>, vol. I, § 38, pp. 232-3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note296"> -<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Non fra sciagure e colpe,</p> -<p class="i01">Ma libera ne' boschi e pura etade</p> -<p class="i01">Natura a noi prescrisse,</p> -<p class="i01">Reina un tempo e Diva.</p> -<p class="i12"> (<i>Bruto Minore</i>).</p> -</div></div> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i08"> Oh contra il nostro</p> -<p class="i01">Scellerato ardimento inermi regni</p> -<p class="i01">Della saggia natura! I lidi e gli antri</p> -<p class="i01">E le quiete selve apre l'invitto</p> -<p class="i01">Nostro furor: le violate genti</p> -<p class="i01">Al peregrino affanno, agl'ignorati</p> -<p class="i01">Desiri educa; e la fugace ignuda</p> -<p class="i01">Felicità per l'imo sole incalza.</p> -<p class="i12"> (<i>Inno ai patriarchi</i>).</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note297"> -<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>. </span><i>Bruto Minore.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note298"> -<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>. </span><i>Sopra un basso rilievo antico sepolcrale</i>, ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note299"> -<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>. </span><i>Il risorgimento.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note300"> -<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>. </span><i>La ginestra.</i> Vedasi, tra le prose, il <i>Dialogo di un folletto e di uno gnomo</i>, -e il <i>Dialogo della natura e di un Islandese</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note301"> -<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>. </span><i>A Silvia.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note302"> -<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>. </span><i>Sopra un basso rilievo</i>, ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note303"> -<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>. </span><i>La vita solitaria.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note304"> -<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>. </span><i>La sera del dì di festa.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note305"> -<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>. </span><i>Il sogno.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note306"> -<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>. </span><i>A sè stesso.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note307"> -<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>. </span><i>Palinodia al marchese Gino Capponi.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note308"> -<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>. </span><i>La ginestra.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note309"> -<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>. </span><i>La quiete dopo la tempesta.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note310"> -<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>. </span><i>La ginestra.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note311"> -<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>. </span><i>Palinodia</i> ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note312"> -<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>. </span><i>Aspasia.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note313"> -<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>. </span><i>Le ricordanze.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note314"> -<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>. </span><i>A sè stesso.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note315"> -<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>. </span><i>Alla primavera o delle favole antiche.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note316"> -<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>. </span><i>Ibid.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note317"> -<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>. </span><i>Le pèlerinage d'Harold.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note318"> -<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>. </span><i>Il risorgimento.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note319"> -<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>. </span><i>Sopra un basso rilievo</i> ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note320"> -<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>. </span>Il Leopardi nella <i>Ginestra</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Non ha natura al seme</p> -<p class="i01">Dell'uom più stima o cura</p> -<p class="i01">Ch'alla formica.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note321"> -<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>. </span><i>La maison du berger.</i> In un luogo del suo giornale il poeta chiama stupida -la natura. L'<span class="smcap">Amiel</span>, dopo aver prodigato alla natura i più teneri nomi, -finisce a scrivere (<i>Op. cit.</i>, vol. II, p. 78): «Certes la Nature est inique, sans -probité et sans foi».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note322"> -<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>. </span>«Dans ces bouleversements qui désolent la nature, il y a un baume pour -les plaies du cœur». <span class="smcap">Nodier</span>, <i>Le peintre de Saltzbourg, Romans</i>, Parigi, 1884, -pag. 26.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note323"> -<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>. </span><i>Obermann</i>, ediz. cit., pp. 510-4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note324"> -<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>. </span>Nella poesia <i>An die Natur</i>: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Da der Jugend goldne Träume starben,</p> -<p class="i01">Starb für mich die freundliche Natur.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note325"> -<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">E quando pur questa invocata morte</p> -<p class="i01">Sarammi allato, e sarà giunto il fine</p> -<p class="i01">Della sventura mia; quando la terra</p> -<p class="i01">Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo</p> -<p class="i01">Fuggirà l'avvenir; di voi per certo</p> -<p class="i01">Risovverrammi; e quell'imago ancora</p> -<p class="i01">Sospirar mi farà, farammi acerbo</p> -<p class="i01">L'esser vissuto indarno, e la dolcezza</p> -<p class="i01">Del dì fatal tempererà d'affanno.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note326"> -<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>. </span><i>Prose</i>, pp. 246-8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note327"> -<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>. </span><i>Amore e morte.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note328"> -<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>. </span><i>Cantico del gallo silvestre; Prose</i>, p. 336.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note329"> -<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>. </span>Il buddistico Mâra è, a un tempo stesso, il principe dei piaceri del mondo -e il principe della morte, colui che seduce ed uccide.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note330"> -<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>. </span><i>Paradise Lost</i>, l. X, vv. 249-51.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note331"> -<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>. </span>Alcun che di simile si ha pure in un racconto ebraico. Qui viene opportuno -il ricordo della famosa incisione di Alberto Dürer, dove si vede effigiato -un cavaliere che, senza dar segno alcuno di terrore, si trova preso fra il diavolo -da una parte e la morte da un'altra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note332"> -<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Augusto Cesari</span>, <i>La morte nella Vita Nuova</i>, Bologna, 1892, pagine -11-12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note333"> -<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>. </span><i>Il Canzoniere annotato e illustrato da</i> Pietro Fraticelli, Firenze, 1861, -pp. 115 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note334"> -<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>. </span><i>Trionfo della fama</i>, cap. I, secondo la volgata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note335"> -<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>. </span><i>Vita nuova</i>, cap. XXIII. Cf. l'opuscolo del Cesari testè citato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note336"> -<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>. </span>Sonetti: <i>Non può far Morte il dolce viso amaro</i>, e <i>Spirto felice che sì -dolcemente; Trionfo della Morte</i>, c. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note337"> -<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>. </span><i>Kinder-und Hausmärchen</i>, N. 44.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note338"> -<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>. </span>Per il prolungamento di questa poetica tradizione nel secolo XVI vedi -<span class="smcap">Cesareo</span>, <i>Nuove ricerche su la vita e le opere di Giacomo Leopardi</i>, Torino, -1893, pp. 64-8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note339"> -<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>. </span>Ma non ai tempi d'Omero. Achille nell'Hades confessava ad Ulisse che -avrebbe piuttosto voluto essere un bifolco sopra la terra che il re delle ombre -sotterra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note340"> -<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>. </span>Vedi <span class="smcap">I. Della Giovanna</span>, <i>L'uomo in punto di morte e un dialogo di Giacomo -Leopardi</i>, Città di Castello, 1892.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note341"> -<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>. </span><i>Amore e morte.</i> Circa il sentimento di beatitudine che l'uomo può provare -in sul punto della morte vedi: <span class="smcap">Egger</span>, <i>Le moi des mourants</i>; <span class="smcap">Sollier, -Moulin, Keller</span>, <i>Observations sur l'état mental des mourants; Revue philosophique</i>, -anno 1896, vol. 1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note342"> -<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>. </span>Sonetti: <i>Alma felice, che sovente torni; Discolorato hai, Morte, il più bel -volto; Nè mai madre pietosa al caro figlio; Se quell'aura soave de' sospiri; -Levommi il mio pensier in parte ov'era; Vidi fra mille donne una già tale; -Tornami a mente, anzi v'è dentro, quella; Dolce mio caro e prezioso pegno; -Deh qual pietà, qual angel fu sì presto; Del cibo onde 'l Signor mio sempre -abbonda; Ripensando a quel ch'oggi il cielo onora; L'aura mia sacra al mio -stanco riposo</i>. Canzone: <i>Quando il soave mio caro conforto</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note343"> -<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>. </span>Cito dall'edizione curata dal Mestica, <i>Le rime di Francesco Petrarca -restituite nell'ordine e nella lezione del testo originario</i>, Firenze, 1896.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note344"> -<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>. </span><i>Die Welt als Wille und Vorstellung</i>, vol. II, (<i>Ergänzungen</i>), cap. 44, pagina -609.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note345"> -<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>. </span>Per più particolari vedi <span class="smcap">De Ridder</span>, <i>De l'idée de la mort en Grèce à l'époque -classique</i>, Parigi, 1897.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note346"> -<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>. </span><i>A sè stesso.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note347"> -<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>. </span>Lett. 26 luglio e 17 dicembre 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 208, 243. In -molt'altre sue lettere manifesta il Leopardi propositi di suicidio. Lett. al fratello -Carlo, luglio 1819 (<i>Epistol.</i>, vol. I, p. 212); al Brighenti, 7 aprile 1820 -(p. 263); allo stesso, 21 aprile 1820 (p. 264); al Perticari, 30 marzo 1821 (p. 324); -al Melchiorri, 19 dicembre 1823 (p. 485); ad Adelaide Maestri, 24 giugno 1828 -(vol. II, p. 305); al De Sinner, 24 dicembre 1831 (p. 448).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note348"> -<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>. </span>Con argomenti che molto somigliano a quelli di Obermann. Confrontinsi -con gli argomenti di Werther e di Jacopo Ortis.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note349"> -<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>. </span><i>Canto notturno</i> ecc., ultimo verso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note350"> -<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>. </span><i>La quiete dopo la tempesta</i>, ultimi due versi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note351"> -<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>. </span>Nella poesia intitolata <i>Le Gouffre</i>. Questo medesimo sentimento espresse -il Baudelaire in molti altri suoi versi. Confrontisi con la <i>Comédie de la mort</i> -di Teofilo Gautier.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note352"> -<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>. </span><i>Il pensiero dominante.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note353"> -<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>. </span>Lett. al Giordani; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 240.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note354"> -<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>. </span><i>Amore e morte.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note355"> -<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>. </span><i>Cantico del gallo silvestre</i>, l. cit.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note356"> -<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>. </span><i>Sopra un basso rilievo antico sepolcrale</i> ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note357"> -<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>. </span><i>Ibid.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note358"> -<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>. </span><i>Il sogno.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note359"> -<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>. </span><i>A Silvia.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note360"> -<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>. </span><i>Il sogno.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note361"> -<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>. </span><i>Sopra un basso rilievo</i> ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note362"> -<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>. </span><i>Sopra il ritratto di una bella donna</i> ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note363"> -<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>. </span><i>A Silvia.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note364"> -<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>. </span>La nota poetessa francese Luisa Ackermann, in un lungo e bello componimento -intitolato <i>L'Amour et la Mort</i>, ritrasse il contrasto dell'Amore e -della Morte, quello desideroso di eternità, questa accelerante la fine; quello -creator della vita, questa di ogni vita distruggitrice.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note365"> -<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>. </span><i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, capp. IV e VI; <i>Prose</i>, pp. 283-4, -293; e altrove.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note366"> -<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>. </span><i>Pensieri</i>, XXX. Cf. <i>Detti memorabili</i>, cap. V; <i>Prose</i>, p. 288.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note367"> -<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>. </span><i>Ad Angelo Mai.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note368"> -<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>. </span><i>Inno ai patriarchi, o dei principii del genere umano.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note369"> -<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>. </span>Lett. al De Sinner, 24 dicembre 1831; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 450.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note370"> -<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>. </span>Lett. al Melchiorri, 3 ottobre 1825; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 27. Era il tempo -in cui veniva preparando per l'editore milanese Stella una edizione latina e -un'altra latina e italiana di tutte le opere di Cicerone.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note371"> -<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>. </span>Lett. allo Stella, 12 marzo 1826; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 111.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note372"> -<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>. </span>Lett. al Melchiorri testè citata, <i>l. cit.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note373"> -<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>. </span>Lett. al padre, 3 luglio 1826; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 149.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note374"> -<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>. </span><i>Opere inedite di Giacomo Leopardi pubblicate sugli autografi recanatesi -da</i> Giuseppe Cugnoni, Halle, 1878-80, vol. II, pp. 369, 374.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note375"> -<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>. </span>Tra le carte del poeta, lasciate dal Ranieri, è una <i>Canzone sulla Grecia</i>; -ma non se ne conosce altro che il titolo, ed anzi potrebbe darsi non ve ne -fosse altro che l'argomento. Vedi <span class="smcap">Camillo Antona-Traversi</span>, <i>Il catalogo de' -manoscritti inediti di Giacomo Leopardi sin qui posseduti da Antonio Ranieri</i>, -Città di Castello, 1889, p. 19. Potrebbe darsi fosse tutt'uno con quella di cui -lasciò ricordo in altra sua scheda il poeta (vedi <i>Appendice all'epistolario e -agli scritti giovanili</i>, p. 239); nel qual caso avrebbe contenuto una esortazione -ai principi, perchè si commovessero ai casi della <i>povera Grecia</i>, e un ricordo -dei fatti di Parga.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note376"> -<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>. </span><i>Opere</i>, Milano, 1854-63, t. IV, p. 414.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note377"> -<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>. </span><i>Del rinnovamento letterario in Italia</i>, in <i>Bozzetti critici e discorsi letterari</i>, -Livorno, 1876, p. 169.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note378"> -<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>. </span>Lett. ad A. F. Stella, 27 marzo 1818; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 131. Le <i>Osservazioni</i> -del cavaliere Di Breme erano state pubblicate nello <i>Spettatore</i> del -medesimo Stella.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note379"> -<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>. </span>Quella prima parte è conservata fra le carte lasciate dal Ranieri, e sinora -non fu potuta veder da nessuno. Vedi il <i>Catalogo</i> citato, p. 19.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note380"> -<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>. </span>Lett. al Giordani, 19 febbrajo 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 172.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note381"> -<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>. </span><i>Opere inedite</i> cit., vol. II, p. 371-3. In una sua lettera del 18 luglio 1826 -Luigi Stella esortava ancora il Leopardi a scrivere intorno allo spirito della -letteratura italiana a que' tempi. <i>Epistol.</i>, vol. III, p. 357.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note382"> -<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>. </span>Il romanticissimo Obermann, scostandosi dalle opinioni della Staël c -dello Chateaubriand riferite di sopra, stimava la mitologia conferir molto al -sentimento della natura e all'arte, e non taceva divario, per tale rispetto, fra -mitologia classica e mitologia non classica. «Quand les arbres, les eaux, les -nuages sont peuplés par les âmes des ancêtres, par les esprits des héros, par -les dryades, par les divinités; quand des êtres invisibles sont enchaînés dans -les cavernes ou portés par les vents; quand ils errent sur les tombeaux silencieux, -et qu'on les entend gémir dans les airs pendant la nuit ténébreuse, -quelle patrie pour le cœur de l'homme! quel monde pour l'éloquence!». -Lett. LXX, ediz. cit., p. 392.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note383"> -<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>. </span><i>Vénus de Milo</i> in <i>Poèmes antiques</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note384"> -<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>. </span>Appartiene arche questa, insieme con <i>Hypathie</i>, ai <i>Poèmes antiques</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note385"> -<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>. </span><i>L'Anti-mitologia, sermone da</i> <span class="smcap">Giuseppe Belloni</span>, <i>antico militare italiano, -indirizzato al sig. cavaliere</i> Vincenzo Monti <i>in risposta di un sermone sulla mitologia -da quest'ultimo pubblicato</i>, Milano, 1825, p. 17. Fu questa una delle -molte risposte che s'ebbe il sermone del Monti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note386"> -<p><span class="label"><a href="#tag386">386</a>. </span>Lett. al Broglio. 13 agosto 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 223.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note387"> -<p><span class="label"><a href="#tag387">387</a>. </span><i>Dialogo di Tristano e di un amico; Prose</i>, p. 442.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note388"> -<p><span class="label"><a href="#tag388">388</a>. </span><i>Pensieri</i>, C.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note389"> -<p><span class="label"><a href="#tag389">389</a>. </span><i>Pensieri</i>, XLVIII, XLIX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note390"> -<p><span class="label"><a href="#tag390">390</a>. </span><i>Dialogo della moda e della morte: Prose</i>, p. 51.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note391"> -<p><span class="label"><a href="#tag391">391</a>. </span><i>Palinodia</i> ecc.; <i>Proposta di premii fatta dall'Accademia dei Sillografi</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note392"> -<p><span class="label"><a href="#tag392">392</a>. </span><i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. IV; <i>Prose</i>, p. 281.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note393"> -<p><span class="label"><a href="#tag393">393</a>. </span><i>Dialogo di Tristano e di un amico; Prose</i>, p. 453.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note394"> -<p><span class="label"><a href="#tag394">394</a>. </span><i>Ibid.; Palinodia</i> ecc.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note395"> -<p><span class="label"><a href="#tag395">395</a>. </span><i>Pensieri</i>, I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note396"> -<p><span class="label"><a href="#tag396">396</a>. </span><i>Epistol</i>., vol. I. pp. 337-8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note397"> -<p><span class="label"><a href="#tag397">397</a>. </span><i>Ibid.</i>, p. 242.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note398"> -<p><span class="label"><a href="#tag398">398</a>. </span><i>Prose</i>, p. 359.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note399"> -<p><span class="label"><a href="#tag399">399</a>. </span>Lett. 14 agosto 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 289. Vedi un'altra lettera di -quel medesimo mese, allo stesso, p. 291.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note400"> -<p><span class="label"><a href="#tag400">400</a>. </span>Questo Adolphe ha molta somiglianza col Leopardi, col quale ha in -comune la melanconia e la timidezza orgogliosa, la noja e quella strana ironia -che non ischifa di accompagnarsi con l'entusiasmo. Il De Vigny lasciò scritto -nel suo giornale: «Oh! fuir! fuir les hommes et se retirer parmi quelques -élus, élus entre mille milliers de mille!».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note401"> -<p><span class="label"><a href="#tag401">401</a>. </span>Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 243.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note402"> -<p><span class="label"><a href="#tag402">402</a>. </span><i>La vita solitaria.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note403"> -<p><span class="label"><a href="#tag403">403</a>. </span><i>Pensieri</i>, LXXXV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note404"> -<p><span class="label"><a href="#tag404">404</a>. </span><i>Storia del genere umano; Prose</i>, p. 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note405"> -<p><span class="label"><a href="#tag405">405</a>. </span><i>Histoire de la littérature anglaise</i>, 2ª ediz., Parigi, 1866-71, vol. IV, pagina -285. Una osservazione. Per opera della civiltà, della specificazione della -cultura e della division del lavoro, i nostri <i>simili</i> divengono da noi sempre più -<i>dissimili</i>, e i dissimili, se da un sentimento o da un'idea superiore non sono -consigliati altrimenti, tendono a segregarsi. <i>Chi si somiglia si piglia</i> e <i>Qui se -ressemble s'assemble</i>: se questi proverbii son veri, altrettanto veri sono i loro -contrarii.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note406"> -<p><span class="label"><a href="#tag406">406</a>. </span>Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 57.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note407"> -<p><span class="label"><a href="#tag407">407</a>. </span>Lett. al Giordani, 17 dicembre 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 243.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note408"> -<p><span class="label"><a href="#tag408">408</a>. </span><i>Dialogo di Plotino e di Porfirio; Prose</i>, p. 404; <i>Pensieri</i>, LXVII, LXVIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note409"> -<p><span class="label"><a href="#tag409">409</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Losacco</span>, <i>Il sentimento della noja nel Leopardi e nel Pascal; Atti -dell'Accademia reale delle scienze di Torino</i>, 1895.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note410"> -<p><span class="label"><a href="#tag410">410</a>. </span><i>Pensieri</i>, LXXXIV, LXXXV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note411"> -<p><span class="label"><a href="#tag411">411</a>. </span><i>Il risorgimento.</i> Cf. <i>Le ricordanze</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note412"> -<p><span class="label"><a href="#tag412">412</a>. </span><i>A sè stesso.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note413"> -<p><span class="label"><a href="#tag413">413</a>. </span><i>Troisième lettre à M. de Malesherbes</i>, 26 gennajo 1762. Molte volte, nel -corso di queste pagine, si sono notate tra il Leopardi e il Rousseau conformità -di pensiero e di sentimento. Altre assai se ne potrebbero notare. Del resto -lo stesso poeta avverti tra sè e il filosofo ginevrino certa somiglianza. Vedi -<i>Detti memorabili di Filippo Ottonieri</i>, cap. IV; <i>Prose</i>, p. 279. Vedi pure il -Pensiero XLIV, dov'è citata una opinione del Rousseau, ma non il nome.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note414"> -<p><span class="label"><a href="#tag414">414</a>. </span>Lo stesso <span class="smcap">De Musset</span> nella <i>Confession d'un enfant du siècle</i>: «Je serai -un homme, mais non une espèce d'homme particulière».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note415"> -<p><span class="label"><a href="#tag415">415</a>. </span>Non per questo credo si possa parlare di vagabondaggio del Leopardi -(Vedi <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 170-1). Il Leopardi diede prove di assiduità e di -perseveranza negli studii meravigliose. Nessun paragone è possibile fra lui -e un vero e proprio e confesso vagabondo quale il Verlaine. La irrequietezza -del Leopardi, quel non potersi trovare a lungo in un luogo senza desiderar -di partirsene, quelle frequenti mutazioni di sede, non provano ciò che si vorrebbe -far loro provare. «Il viaggiare mi ammazza», scriveva egli al Puccinotti: -e «in che luogo si può star contento senza salute?» al fratello Carlo (<i>Epistol.</i>, -vol. II, pp. 187, 229). Ma ciò richiederebbe più lungo discorso. Parmi, del resto, -che la paresi motoria, asserita dal Patrizi (p. 149), mal possa accordarsi col -vagabondaggio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note416"> -<p><span class="label"><a href="#tag416">416</a>. </span><i>Catalogo</i> cit., p. 11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note417"> -<p><span class="label"><a href="#tag417">417</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 241.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note418"> -<p><span class="label"><a href="#tag418">418</a>. </span>«Poetry, in a general sense, may be defined to be <i>the expression of -the imagination</i>». <i>A Defence of Poetry</i>, in principio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note419"> -<p><span class="label"><a href="#tag419">419</a>. </span>Lett. 27 novembre 1818; 19 febbrajo 1819; 20 marzo 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, -pp. 150, 174-5, 260.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note420"> -<p><span class="label"><a href="#tag420">420</a>. </span>Andrea Chénier s'era contentato di dire: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques.</p> -</div></div> - -<p> -E il Pindemonte raccomandava al Foscolo: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i10"> antica l'arte</p> -<p class="i01">Onde vibri il tuo stral, ma non antico</p> -<p class="i01">Sia l'oggetto in cui miri.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note421"> -<p><span class="label"><a href="#tag421">421</a>. </span>Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 339-40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note422"> -<p><span class="label"><a href="#tag422">422</a>. </span>Lett. 21 maggio 1819; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 201.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note423"> -<p><span class="label"><a href="#tag423">423</a>. </span>Lett. a Venanzio Broglio, 21 agosto 1819, e al Brighenti, 28 maggio 1821; -<i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 233, 334.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note424"> -<p><span class="label"><a href="#tag424">424</a>. </span><i>Opere inedite</i>, vol. 11, p. 371.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note425"> -<p><span class="label"><a href="#tag425">425</a>. </span>Lett. al Vieusseux, 21 gennajo 1832; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 454.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note426"> -<p><span class="label"><a href="#tag426">426</a>. </span><i>Opere inedite</i>, vol. II, pp. 369-70, 374.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note427"> -<p><span class="label"><a href="#tag427">427</a>. </span>Lett. al Giordani, 24 luglio 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 316.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note428"> -<p><span class="label"><a href="#tag428">428</a>. </span>Lett. al Puccinotti, 5 giugno 1826; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 142. Il Leopardi -stesso disse di amare «per inclinazione di natura con certa parzialità la -poesia»; ma ebbe in conto di «bene meschino letterato quegli che non sapesse -scrivere altro che versi». Lett. al Giordani, 30 maggio 1817; <i>Epistol.</i>, -vol. I, pp. 73-4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note429"> -<p><span class="label"><a href="#tag429">429</a>. </span>Il <span class="smcap">De Sanctis</span> (<i>Studio su Giacomo Leopardi</i>, 2ª ediz., Napoli. 1894, pagine -182-3) parla di questi disegni leopardiani di letteratura civile e patriottica, -ma attinenze col romanticismo non ne rileva. Parmi anzi ch'egli giudichi -un po' troppo alla lesta quando dice (p. 244): «Leopardi avea comune con -tutti i letterati di quel tempo, massime i classici e i puristi, il disprezzo della -moltitudine, l'orrore del volgare e del luogo comune. La poesia dovea essere -togata e solenne, sopra alla realtà, e, come diceasi, ideale». Dai luoghi che -ho riferiti, quel disprezzo delle moltitudini non appare. Riconosco di buon -grado che il Leopardi non addimostra per gli umili quella tenerezza che tanto -è notabile in Werther; ma gli umili, in alcune sue poesie, nella <i>Sera del dì -di festa</i>, nella <i>Quiete dopo la tempesta</i>, nel <i>Sabato del villaggio</i>, sono ricordati -con tutt'altro che con disprezzo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note430"> -<p><span class="label"><a href="#tag430">430</a>. </span>Lett. al Colletta, marzo 1829; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 357.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note431"> -<p><span class="label"><a href="#tag431">431</a>. </span>Lett. al Giordani, 8 agosto e 30 maggio 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 89, 77. -Vedi una breve nota circa i pregi rispettivi dell'una e dell'altra lingua nell'<i>Appendice -all'epistolario</i>, p. 246.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note432"> -<p><span class="label"><a href="#tag432">432</a>. </span>Lett. al Giordani. 20 novembre 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 308. Nel 1816 -<span class="smcap">Carlo Giuseppe Londonio</span> aveva, nella sua <i>Risposta d'un Italiano ai due Discorsi -di madama la baronessa De Staël-Holstein</i>, contraddetto al consiglio -che costei dava agl'Italiani di molto leggere e tradurre gli scrittori stranieri. -Invano aveva giudicato il Goethe che chi conosce una lingua sola gli è come -se non ne conoscesse nessuna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note433"> -<p><span class="label"><a href="#tag433">433</a>. </span>Lett. 25 luglio 1826; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 153.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note434"> -<p><span class="label"><a href="#tag434">434</a>. </span>Lett. al Giordani, 13 luglio 1821; <i>Epistol.</i>, vol. I. pp. 339-40. Cfr. <span class="smcap">De -Sanctis</span>, <i>Op. cit.</i>, pp. 341-2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note435"> -<p><span class="label"><a href="#tag435">435</a>. </span>Lett. al Giordani, 20 novembre 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 308.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note436"> -<p><span class="label"><a href="#tag436">436</a>. </span><i>Dai vari pensieri, Appendice all'Epistolario</i>, p. 248; Lettera al padre, -8 luglio (1831?); <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 427.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note437"> -<p><span class="label"><a href="#tag437">437</a>. </span>Lett. 26 giugno 1832; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 487.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note438"> -<p><span class="label"><a href="#tag438">438</a>. </span>Nel Num. 61, gennajo 1826.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note439"> -<p><span class="label"><a href="#tag439">439</a>. </span>Lett. al De Sinner, 21 giugno 1832; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 485.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note440"> -<p><span class="label"><a href="#tag440">440</a>. </span>Per tropp'altre prove è risaputo quanto fosse tenace nelle inimicizie il -Tommaseo; ma questa mi sembra davvero una delle più curiose. In quel -suo libretto: <i>Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della civiltà italiana in -un quarto di secolo</i>, Firenze, 1863, del Leopardi non è ricordato neppure il -nome. Oh, santa carità dei letterati, anche religiosissimi! e questo aveva -scritto, tra l'altro, <i>Bellezza e civiltà</i>!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note441"> -<p><span class="label"><a href="#tag441">441</a>. </span>Lett. al Melchiorri, 8 gennajo 1825; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 523.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note442"> -<p><span class="label"><a href="#tag442">442</a>. </span>L'<i>Antologia</i>, t. XXVIII (1827), fasc. III, p. 273. Qui si discorre dei <i>Versi</i> -stampati in Bologna nel 1826. Lo stesso Montani lodò poi i <i>Canti</i> pubblicati -dal Leopardi in Firenze nel 1831 (t. XLII, fasc. I, pp. 44-53). Vedi intorno al -troppo dimenticato critico <i>Memorie della vita e degli scritti di Giuseppe Montani</i>, -Capolago, 1843.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note443"> -<p><span class="label"><a href="#tag443">443</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. II, p. 141.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note444"> -<p><span class="label"><a href="#tag444">444</a>. </span>Lett. al Vieusseux, 15 dicembre 1828; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 341.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note445"> -<p><span class="label"><a href="#tag445">445</a>. </span>Non dovette conoscere questo passo di lettera lo <span class="smcap">Zanella</span>, il quale s'affaticò -a dimostrare che il Leopardi aveva letto il Byron, e anche lo Shelley, -del quale, per altro, il Leopardi non fa parola. Vedi <i>Percy-Bysshe Shelley e -Giacomo Leopardi</i>, nei <i>Paralleli letterari</i>, Verona, 1885, pp. 245 segg. In un -sunto di lettura fatta dallo <span class="smcap">Zdziechowski</span> all'Accademia delle scienze di Cracovia -(<i>La poésie de Leopardi considérée dans ses rapports avec les principaux -courants littéraires en Europe; Bulletin international de l'Accadémie des -sciences de Cracovie, Comptes rendus des séances de l'Année</i> 1892), si legge -che il Leopardi non imitò e non ammirò mai il Byron, ma che, ciò nondimeno, -le sue prime poesie sembrano inspirate dallo stesso spirito di quello, e che -il Leopardi diede la soluzione più larga dei problemi concernenti la vita posti -dal Byron (?!). Questo scritterello, così largo di promesse nel titolo, è pieno -d'inesattezze e di avventati giudizii. Ci si afferma, tra l'altro, che l'amor di -patria fu nel Leopardi cosa effimera, dovuta ad influsso del Giordani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note446"> -<p><span class="label"><a href="#tag446">446</a>. </span>Nel 1832 <span class="smcap">Cesare Cantù</span> pubblicava nell'<i>Indicatore</i> di Milano il suo saggio -<i>Di Vittore Hugo e del romanticismo in Francia</i>, accompagnando molto sensatamente -e molto equamente le lodi di qualche biasimo, ma invitando insomma -i giovani italiani a prendere esempio dal poeta francese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note447"> -<p><span class="label"><a href="#tag447">447</a>. </span>L'<i>Antologia</i>, t. XXXV (1828), fasc. I, pp. 185-6. Nell'<i>Antologia</i> il Tommaseo -si sottoscriveva con le iniziali K, X, Y.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note448"> -<p><span class="label"><a href="#tag448">448</a>. </span><i>Dai varii pensieri; Appendice all'Epistolario</i>, pp. 251-2. Nell'edizione -bolognese del 1824 il Leopardi ristampava, rifatta in parte, la dedica al Monti. -Mi par ragionevole credere che il severo giudizio sia posteriore a quell'anno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note449"> -<p><span class="label"><a href="#tag449">449</a>. </span>Lett. al Vieusseux. 31 dicembre 1827; <i>Epistol</i>., vol. II. p. 271.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note450"> -<p><span class="label"><a href="#tag450">450</a>. </span><i>Epistol</i>., vol. II. p. 241.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note451"> -<p><span class="label"><a href="#tag451">451</a>. </span><i>Ibid</i>., pp. 234-5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note452"> -<p><span class="label"><a href="#tag452">452</a>. </span><i>Manzoni e Leopardi</i>; <i>Nuova Antologia</i>, vol. XXIII (1873), p. 763.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note453"> -<p><span class="label"><a href="#tag453">453</a>. </span><i>Epistol</i>., vol. II, p. 278.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note454"> -<p><span class="label"><a href="#tag454">454</a>. </span><i>Ibid</i>., p. 304.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note455"> -<p><span class="label"><a href="#tag455">455</a>. </span><i>Ibid</i>., p. 303. Per altri particolari vedi <span class="smcap">Benedettucci</span>, <i>Giacomo Leopardi -e Alessandro Manzoni</i>, scritto ripubblicato nel già citato volume di <span class="smcap">C. Antona -Traversi</span>, <i>Studj su Giacomo Leopardi</i>. Vedi nello stesso volume un <i>Saggio -cronologico di una bibliografia del Leopardi e del Manzoni</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note456"> -<p><span class="label"><a href="#tag456">456</a>. </span>Lett. alla sorella Paolina, 12 novembre 1827; <i>Epistol</i>., vol. II, p. 247. -Quasi le stesse parole scriveva il poeta al Vieusseux quel medesimo giorno, -<i>ibid</i>., p. 248.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note457"> -<p><span class="label"><a href="#tag457">457</a>. </span>L'Oriente, tanto sfruttato da una generazione intera di romantici, appare -soltanto nell'<i>Inno ai patriarchi</i>, con l'aranitica valle -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Di pastori e di lieti ozi frequente.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note458"> -<p><span class="label"><a href="#tag458">458</a>. </span>Cf. <span class="smcap">Marc de Montifaud</span>, <i>Les romantiques</i>, Parigi, 1878, p. 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note459"> -<p><span class="label"><a href="#tag459">459</a>. </span><i>Opere inedite</i> cit., vol. II, p. 372.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note460"> -<p><span class="label"><a href="#tag460">460</a>. </span>Il <span class="smcap">Pluemacher</span> scrisse (<i>Op. cit</i>., p. 116): «Il Leopardi è poeta perchè ha -ragion di dolersi; ma si sente che se le cose sue andassero bene, se egli -potesse avere una sequela di giorni lieti, le ragioni del poetare gli verrebbero -meno». E il <span class="smcap">Patrizi</span> (<i>Op. cit</i>., p. 133): «L'erompere dell'anima lirica coincide -in Leopardi colle prime minacce del male al suo benessere». Credo avesse -piuttosto ragione il <span class="smcap">Bouchè Leclerq</span> di scrivere (<i>Giacomo Leopardi, sa vie et -ses œuvres</i>, Parigi. 1874, p. 168): «La nature avait fait Leopardi poète. Elle lui -avait donné la sensibilité délicate et l'imagination vive dont la réunion constitue -le tempérament poétique». Era già un poeta il fanciullo che con lunghi -immaginosi racconti intratteneva i suoi compagni di giuoco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note461"> -<p><span class="label"><a href="#tag461">461</a>. </span><i>Chateaubriand et son groupe littéraire sous l'empire</i>, nuova edizione, -Parigi, 1872, troisième leçon, p. 114. Cf. quanto nel capitolo II fu detto della -fantasia del Leopardi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note462"> -<p><span class="label"><a href="#tag462">462</a>. </span>A far meglio intendere ciò gioverebbe istituire un raffronto fra le <i>Ricordanze</i> -e la <i>Vigne et la maison</i>, poesie di affine argomento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note463"> -<p><span class="label"><a href="#tag463">463</a>. </span>Qui, e il più delle volte altrove, per immagine intendo, non quella dei -retori, ma quella degli psicologi, e propriamente quel residuo della percezione -che può essere ravvivato nella memoria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note464"> -<p><span class="label"><a href="#tag464">464</a>. </span>Il <span class="smcap">Pluemacher</span>, <i>Op. e l. cit.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note465"> -<p><span class="label"><a href="#tag465">465</a>. </span>Com'è noto il Gautier da prima si consacrò alla pittura, poi l'abbandonò -per darsi alle lettere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note466"> -<p><span class="label"><a href="#tag466">466</a>. </span><span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 98. Vedi ivi stesso le osservazioni sulla sensitività -cromatica del poeta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note467"> -<p><span class="label"><a href="#tag467">467</a>. </span>Lett. alla sorella Paolina, 19 dicembre 1825; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 72.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note468"> -<p><span class="label"><a href="#tag468">468</a>. </span>Vedi addietro a pp. 223-4.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note469"> -<p><span class="label"><a href="#tag469">469</a>. </span><span class="smcap">Krantz</span>, <i>Le pessimisme de Leopardi; Revue philosophique</i>, anno V (1880) -vol. II, p. 412 n.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note470"> -<p><span class="label"><a href="#tag470">470</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 408; vol. II, pp. 149. 246-7. 248. 214.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note471"> -<p><span class="label"><a href="#tag471">471</a>. </span>Dell'Aspasia dice il poeta che appar <i>circonfusa d'arcana voluttà</i>. Questa -denotazione è assai vaga e generica, ma pure ottiene l'effetto di suscitare il -fantasma. E perchè? Perchè, commovendo direttamente in noi il senso erotico -e genesiaco, e quel tutto insieme di ricordi e d'immaginazioni che gli suol far -compagnia, ci suscita dentro l'immagine della donna più avvenente e più desiderabile -di cui sia capace la fantasia di ciascuno di noi. Dante, che fu un visuale -poetico forse insuperabile, nel più bel sonetto della <i>Vita Nuova</i> non descrive -punto Beatrice, ma accenna soltanto ch'ella fa diventar muta ogni lingua, -e dice che, -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Benignamente d'umiltà vestuta,</p> -</div></div> - -<p> -par cosa venuta di cielo in terra, e che dà una dolcezza al core che non la -può intendere chi non la prova, e che dal suo volto muove uno spirito soave -pien d'amore -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Che va dicendo a l'anima: sospira!</p> -</div></div> - -<p> -eppure, chi dopo aver letto que' quattordici versi, non riesce a vedere l'<i>angelica -forma</i>, non so qual altro miracolo di penna o di pennello gliela potrebbe -mai far vedere. Dove si nota che la pittura non può far vedere le cose -se non ritraendole, e la poesia le può far vedere senza ritrarle; e ciò dovrebbero -meditare coloro che credono di avvantaggiar la poesia accomodandola -dei mezzi che appartengono alla pittura e privandola de' suoi proprii.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note472"> -<p><span class="label"><a href="#tag472">472</a>. </span>La poesia suggestiva, più di quella che chiameremo espositiva o rappresentativa, -richiede lettore esperimentato e colto, perchè essa non può suggerire -in sostanza se non ciò ch'è già in qualche modo nell'animo nostro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note473"> -<p><span class="label"><a href="#tag473">473</a>. </span><i>Studio</i> già citato, p. 231. Perciò ebbe giusta ragione il Mestica d'intitolare -<i>Il verismo nella poesia di Giacomo Leopardi</i> un saggio inserito nella -<i>Nuova Antologia</i> del 1º luglio 1880.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note474"> -<p><span class="label"><a href="#tag474">474</a>. </span>Intorno alla sensitività termica e dolorifica del Leopardi vedi <span class="smcap">Patrizi</span>, -<i>Op. cit.</i>, pp. 100-1.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note475"> -<p><span class="label"><a href="#tag475">475</a>. </span>Cap. II; <i>Prose</i>, p. 260.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note476"> -<p><span class="label"><a href="#tag476">476</a>. </span>Vedi <span class="smcap">Patrizi</span>, <i>Op. cit.</i>, p. 100. Quando leggo que' versi: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">L'aura di maggio movesi ed olezza,</p> -<p class="i01">Tutta impregnata dall'erba e dai fiori;</p> -</div></div> - -<p> -e quegli altri: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Non avea pur natura ivi dipinto,</p> -<p class="i02"> Ma di soavità di mille odori</p> -<p class="i02"> Vi facea un incognito e indistinto;</p> -</div></div> - -<p> -non posso tenermi dal credere che quel gran naso di Dante fosse dotato di -più sottil senso che non quell'altro gran naso del Leopardi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note477"> -<p><span class="label"><a href="#tag477">477</a>. </span>Com'è felice in quel <i>fluttuare</i> anche l'immagine ottica!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note478"> -<p><span class="label"><a href="#tag478">478</a>. </span>Scrisse il <span class="smcap">Patrizi</span> (<i>Op. cit.</i>, p. 142) che nell'opera artistica del Leopardi -«si discerne sempre l'influenza della sua debolezza». Non direi sempre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note479"> -<p><span class="label"><a href="#tag479">479</a>. </span>Lett. al Melchiorri, 5 marzo 1824; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 496-7.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note480"> -<p><span class="label"><a href="#tag480">480</a>. </span>Sul modo di comporre del Byron vedi <span class="smcap">Elze</span>, <i>Lord Byron</i>, 3ª ediz., Berlino, -1886, pp. 408-11.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note481"> -<p><span class="label"><a href="#tag481">481</a>. </span>Leggasi questo passo del giornale di Maurizio De Guérin (pp. 93-4): -«J'ai chômé dans l'inaction la plus complète mes six semaines de vacances..... -Mais ce repos, cette <i>accalmie</i> n'avait pas éteint le jeu de mes facultés ni arrêté -la circulation mystérieuse de la pensée dans les parties les plus vives de mon -âme..... Je goûtais simultanément deux voluptés..... La première consistait dans -l'indicible sentiment d'un repos accompli, continu et approchant du sommeil; -la seconde me venait du mouvement progressif, harmonique, lentement cadencé -des plus intimes facultés de mon âme, qui se dilataient dans un monde de -rêves et de pensées, qui, je crois, était une sorte de vision en ombres vagues -et fuyantes des beautés les plus secrètes de la nature et de ses forces divines». -E leggasi ora questo dell'Amiel (vol. I, p. 52): «Oui, il faut savoir -être oisif, ce qui n'est pas de la paresse. Dans l'inaction attentive et recueillie, -notre âme efface ses plis, se détend, se déroule, renaît doucement comme -l'herbe foulée du chemin, et, comme la feuille meurtrie de la plante, répare -ses dommages, redevient neuve, spontanée, vraie, originale. La rêverie, comme -la pluie des nuits, fait reverdir les idées fatiguées et pâlies par la chaleur du -jour. Douce et fertilisante, elle éveille en nous mille germes endormis. En se -jouant, elle accumule les matériaux pour l'avenir et les images pour le talent».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note482"> -<p><span class="label"><a href="#tag482">482</a>. </span><i>Epistol.</i>, vol. I, p. 261.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note483"> -<p><span class="label"><a href="#tag483">483</a>. </span>Lett. 5 gennajo 1821; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 313.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note484"> -<p><span class="label"><a href="#tag484">484</a>. </span>Lett. 10 settembre 1821; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 242.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note485"> -<p><span class="label"><a href="#tag485">485</a>. </span>Lett. 16 gennajo 1829; <i>Epistol.</i>, vol. II, p. 347.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note486"> -<p><span class="label"><a href="#tag486">486</a>. </span>Lett.... marzo 1829; <i>Epistol.</i>, vol. II. pp. 357-8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note487"> -<p><span class="label"><a href="#tag487">487</a>. </span><i>Les confessions</i>, parte prima, l. III.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note488"> -<p><span class="label"><a href="#tag488">488</a>. </span>Lett. 4 agosto 1823; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 466.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note489"> -<p><span class="label"><a href="#tag489">489</a>. </span>Lett. al Giordani. 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 62.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note490"> -<p><span class="label"><a href="#tag490">490</a>. </span>Nella lettera al Melchiorri poc'anzi citata, scriveva: «Gli altri possono -poetare sempre che vogliono, ma io non ho questa facoltà in nessun modo, e -per quanto mi pregaste, sarebbe inutile, non perchè io non volessi compiacervi, -ma perchè non potrei. Molte altre volte sono stato pregato e mi sono -trovato in occasioni simili a questa, ma non ho mai fatto un mezzo verso a -richiesta di chi che sia, nè per qualunque circostanza si fosse».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note491"> -<p><span class="label"><a href="#tag491">491</a>. </span>Lett. al Giordani, 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, p. 60.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note492"> -<p><span class="label"><a href="#tag492">492</a>. </span><i>Studi filologici</i>, p. 282.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note493"> -<p><span class="label"><a href="#tag493">493</a>. </span><i>Die Welt</i> ecc., vol. II, cap. 37. p. 484.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note494"> -<p><span class="label"><a href="#tag494">494</a>. </span><i>Alla luna.</i> La più parte de' suoi canti migliori il Leopardi compose nel -detestato soggiorno di Recanati, dove si aggravavano di solito tutti i suoi mali, -e dov'egli si sentiva più disperatamente infelice.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note495"> -<p><span class="label"><a href="#tag495">495</a>. </span>La natura e la moda nelle <i>Operette morali</i>; il mondo in un dialogo -inedito.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note496"> -<p><span class="label"><a href="#tag496">496</a>. </span>Che il contrasto forma, in certo qual modo, l'anima della poesia del -Leopardi, fu avvertito già da parecchi, e largamente dimostrato da <span class="smcap">I. Della -Giovanna</span>, <i>La ragion poetica dei canti di Giacomo Leopardi</i>, Verona, 1892.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note497"> -<p><span class="label"><a href="#tag497">497</a>. </span><i>Schopenhauer e Leopardi</i>; <i>Saggi critici</i>, 4ª ediz., Napoli, 1881, p. 296. -Ma nel già più volte citato <i>Studio</i>, a p. 292, il De Sanctis scrisse: «A Giordani -e agli altri letterati potè parere quella prosa un deserto inamabile, e più uno -scheletro che persona viva».</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note498"> -<p><span class="label"><a href="#tag498">498</a>. </span><i>Abbozzo dell'opera Storia dello spirito pubblico d'Italia per</i> 600 <i>anni -considerato nelle vicende della lingua</i>; <i>Opere</i>, t. IX. p. 109.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note499"> -<p><span class="label"><a href="#tag499">499</a>. </span><i>Studio su Giacomo Leopardi</i>, pp. 289, 292.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note500"> -<p><span class="label"><a href="#tag500">500</a>. </span>Lett. al Giordani, 30 aprile 1817 e 12 maggio 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I, pagine -60, 272.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note501"> -<p><span class="label"><a href="#tag501">501</a>. </span>Lett. al Giordani, 21 giugno 1819; <i>Epist.</i>, vol. I. p. 207.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note502"> -<p><span class="label"><a href="#tag502">502</a>. </span>Lett. al Giordani, 12 maggio 1820; <i>Epistol.</i>, vol. I. p. 272.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note503"> -<p><span class="label"><a href="#tag503">503</a>. </span>Vedi addietro, p. 339.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note504"> -<p><span class="label"><a href="#tag504">504</a>. </span><i>Appendice all'epistolario e agli scritti giovanili</i>, pp. 248-9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note505"> -<p><span class="label"><a href="#tag505">505</a>. </span>Non so se il Giordani si fosse lasciato persuadere dal Vida, il quale prescriveva, -a chi volesse divenir poeta, assidua e diligente lettura di Cicerone.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note506"> -<p><span class="label"><a href="#tag506">506</a>. </span>Lett. del 30 aprile 1817; <i>Epistol.</i>, vol. I, pp. 61-3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note507"> -<p><span class="label"><a href="#tag507">507</a>. </span>Nè ad essa contraddiceva il Leopardi, quando, col Paciaudi, chiamava -la prosa la <i>nutrice del verso</i>. <i>Appendice all'epistolario</i>, p. 243.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note508"> -<p><span class="label"><a href="#tag508">508</a>. </span>La metrica del Leopardi potrebbe dare argomento a lungo discorso; -ma non è qui luogo da ciò. Il tema fu toccato già da parecchi; ma nessuno, -ch'io sappia, ne fece trattazione ordinata e compiuta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note509"> -<p><span class="label"><a href="#tag509">509</a>. </span>Per le questioni cui può dare materia il ritmo, vedi <span class="smcap">Neumann</span>, <i>Untersuchungen -zur Psychologie und Aesthetik des Rhythmus</i>; <i>Philosophische Studien</i> -X (1894).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note510"> -<p><span class="label"><a href="#tag510">510</a>. </span>Veggasi ciò che scriveva al Giordani il 27 di marzo del 1817; <i>Epistol.</i>, -vol. I. p. 41.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note511"> -<p><span class="label"><a href="#tag511">511</a>. </span>Questo saggio fu pubblicato la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>, -Serie IV, vol. LXVII (1897).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note512"> -<p><span class="label"><a href="#tag512">512</a>. </span><i>Die Entartung</i>, 2ª ediz., Berlino, 1893, vol. I. pp. 201, 203-5.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note513"> -<p><span class="label"><a href="#tag513">513</a>. </span>Ai nuovi spasimanti della natura, epigoni inconsapevoli di Gian Giacomo -Rousseau, e, come questo, condannati alle più stridenti contraddizioni, -raccomanderei la lettura e la meditazione di quel breve ma succoso saggio cui -lo <span class="smcap">Stuart Mill</span> pose titolo <i>Nature</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note514"> -<p><span class="label"><a href="#tag514">514</a>. </span><i>Lettre à la jeunesse</i>, nel volume intitolato <i>Le roman expérimental</i>, pagina -103. Un officio in tutto simile fu pure assegnato alla poesia dal Nordau.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note515"> -<p><span class="label"><a href="#tag515">515</a>. </span>Debbo avvertire che, discorrendo del simbolismo, io prendo la parola -simbolo nel suo significato più largo, intendendo per esso, così il simbolo propriamente -detto, come l'allegoria: e ciò faccio, non tanto per amore di semplicità, -quanto per attenermi all'uso stesso dei simbolisti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note516"> -<p><span class="label"><a href="#tag516">516</a>. </span>Lo stesso <span class="smcap">Huysmans</span>, l'autore ultrarealista e pornografo di <i>Marthe</i> e di -<i>les sœurs Vatard</i>, convertito al cattolicismo, pubblicherà fra breve un romanzo -intitolato <i>Cathédrale</i>, e si accinge a scrivere la Vita di Santa Lidvina. Peccato -che questa santa donna lasci desiderar qualche cosa sotto il rispetto della -celebrità! La buona memoria di Pietro Aretino parmi s'avvisasse assai meglio -scrivendo la <i>Vita di Santa Caterina</i>, la <i>Vita di San Tommaso d'Aquino</i>, la -<i>Vita di Maria Vergine</i> e la <i>Umanità di Cristo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note517"> -<p><span class="label"><a href="#tag517">517</a>. </span><i>The origin and function of music</i>, nel vol. II degli <i>Essays</i>, edizione del -1891, pp. 424-6.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note518"> -<p><span class="label"><a href="#tag518">518</a>. </span>Vedi tra i recentissimi <span class="smcap">Fouillée</span>, <i>Le mouvement idéaliste et la réaction -contre la science positive</i>, Parigi, 1896, pp. <span class="smcap lowercase">XXVII-XXVIII</span>. Parmi meriti d'essere -ricordato che, sino dal 1707, Giambattista Vico affermava, in una delle sue -orazioni inaugurali, la virtù della scienza nel togliere <i>la varietà delle opinioni</i> -e conciliare <i>l'uomo con l'uomo</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note519"> -<p><span class="label"><a href="#tag519">519</a>. </span>Veggasi il libro del compianto <span class="smcap">Guyau</span>, <i>L'art, au point de vue sociologique</i>, -Parigi, 1889, libro di molto valore, sebbene non iscevro d'errori.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note520"> -<p><span class="label"><a href="#tag520">520</a>. </span><i>L'Ermitage</i>, aprile 1894.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note521"> -<p><span class="label"><a href="#tag521">521</a>. </span>Alcuni simbolisti italiani ostentano di parlare del De Sanctis, non pure -con ammirazione, ma con venerazione. Fanno benissimo; ma non dovrebbero -dimenticare ch'egli espresse una sua saldissima e costante opinione quando, -nel saggio su Francesca da Rimini, scrisse che quello che non si riesce a capire -non merita d'essere capito, e che <i>quello solo è bello che è chiaro</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note522"> -<p><span class="label"><a href="#tag522">522</a>. </span><i>La littérature de tout à l'heure</i>, Parigi, 1889, p. 324.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note523"> -<p><span class="label"><a href="#tag523">523</a>. </span><i>The philosophy of style; Essays</i>, ediz. cit., vol. II, p. 356.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note524"> -<p><span class="label"><a href="#tag524">524</a>. </span>Sulla potenza suggestiva delle grandi scene di paese, vedi le belle osservazioni -dello <span class="smcap">Spencer</span>, <i>The Principles of Psycology</i>, 3ª ediz., Londra. 1881. -vol. I, cap. VIII, p. 485.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note525"> -<p><span class="label"><a href="#tag525">525</a>. </span>Parlo, s'intende, in generale; ma non voglio escludere la possibilità che, -<i>tra persone in cui il fenomeno si produce in modo affatto eguale</i>, il fenomeno -stesso dia occasione e modo di ottenere certi <i>effetti</i> d'arte. V. <span class="smcap">Suarez de Mendoza</span>, -<i>L'audition colorée. Étude sur les fausses sensations secondaires physiologiques -et particulièrement sur les pseudo-sensations de couleur associées aux -perceptions objectives des sons</i>, Parigi. 1890.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note526"> -<p><span class="label"><a href="#tag526">526</a>. </span>Non mancano in Italia alcuni giovani che sentono altamente dell'arte, -ripugnano agli andazzi, e, cercando il nuovo, non credono però necessario -di vituperar tutto il vecchio. Se dovessi parlare di loro, parlerei con quella -lode che stimo esser loro dovuta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note527"> -<p><span class="label"><a href="#tag527">527</a>. </span>Qualcuno potrebbe obbiettarmi: E le recenti prose e i recenti versi del -D'Annunzio? Riconosco in quelle prose e in que' versi l'influsso del simbolismo; -ma non per questo ho in conto di simbolista il D'Annunzio. Anzi le -più spiccate e veramente proprie sue virtù d'artista mi pajono contrastare al -simbolismo e non potersi conciliare con esso. Chi scrisse, per citare un esempio, -l'<i>Allegoria dell'autunno</i>, non può non essere un nemico nato della <i>chanson -grise</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note528"> -<p><span class="label"><a href="#tag528">528</a>. </span><i>L'évolution de la poésie lyrique en France au dix-neuvième siècle</i>, Parigi. -1894. vol. II, pp. 255-56.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note529"> -<p><span class="label"><a href="#tag529">529</a>. </span>Ma non alle macchine tipografiche, con l'ajuto delle quali, fattosi editore -di sè stesso, guadagnò molti quattrini!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note530"> -<p><span class="label"><a href="#tag530">530</a>. </span><i>Geschichte der Aesthetik in Deutschland</i>, Monaco, 1868, pp. 74 e segg., -512-14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note531"> -<p><span class="label"><a href="#tag531">531</a>. </span>Tale appunto è la tesi sostenuta dal <span class="smcap">Fechner</span>, <i>Vorschule der Aesthetik</i>, -Lipsia, 1876, dal <span class="smcap">Guyau</span>, <i>Les problèmes de l'esthétique contemporaine</i>, Parigi, -1884, e, più recentemente ancora, dal <span class="smcap">Rutgers Marshall</span>, <i>Pain, Pleasure and -Aesthetics</i>, Londra, 1894.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note532"> -<p><span class="label"><a href="#tag532">532</a>. </span>Vedi in proposito <span class="smcap">Ribot</span>, <i>La psychologie des sentiments</i>, Parigi, 1896, -pp. 301 e segg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note533"> -<p><span class="label"><a href="#tag533">533</a>. </span><i>Le naturalisme au théâtre</i>, nel già citato volume <i>Le roman expérimental</i>, -pp. 141, 147.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note534"> -<p><span class="label"><a href="#tag534">534</a>. </span>Fra le tendenze avverse al naturalismo bisogna pure annoverare quella -che si manifesta nello psicologismo, e che ha trasformato, negli ultimi anni, -il dramma ed il romanzo. Il naturalismo non conosce quasi altra vita interiore -se non quella ch'è determinata da cause esterne: lo psicologismo fa conoscere -tutta una vita interiore complicatissima, immediatamente determinata dall'azione -e reazione degli elementi e dei fatti psichici gli uni sugli altri. Il naturalismo -tende a dissolvere l'uomo nell'ambiente; lo psicologismo a circoscriverlo -in mezzo a quello.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note535"> -<p><span class="label"><a href="#tag535">535</a>. </span>Copiosissima sopratutto in Germania, dove la <i>Deutsche Arbeiter Dichtung</i> -e il <i>Socialdemocratisches Liederbuch</i> empiono più volumi. Che nel settentrione -d'Europa l'idea sociale s'è quasi insignorita del teatro è risaputo da tutti; e -che alcuni dei molti drammi suscitati da quell'idea sono opere d'arte di gran -valore non fa bisogno di ricordare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note536"> -<p><span class="label"><a href="#tag536">536</a>. </span>Questo breve scritto comparve la prima volta nella <i>Nuova Antologia</i>, -Serie III, vol. XXXIII (1891). Lo ripubblico ora, sembrandomi che le congetture -espressevi non sieno state contraddette dai fatti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note537"> -<p><span class="label"><a href="#tag537">537</a>. </span><i>Principles of psychology</i>, 3ª ediz., Londra, 1881, pp. 531. segg.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of Project Gutenberg's Foscolo, Manzoni, Leopardi, by Arturo Graf - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FOSCOLO, MANZONI, LEOPARDI *** - -***** This file should be named 62813-h.htm or 62813-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/2/8/1/62813/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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